Atti 23

1 Ho conversato presso Iddio

ecc. Meglio: È in tutta buona coscienza che fino ad oggi mi son condotto dinnanzi a Dio: oppure..., ho regolato la mia vita secondo la legge di Dio.

2 Il sommo sacerdote Anania

Quest'Anania, figlio di Nebedeo, era uomo ingiusto e crudele. Tratto come un carcerato a Roma dinnanzi a Claudio (nel 52) per subirvi un vero e proprio processo a proposito di certi atti di violenza dei quali i samaritani accusavano i giudei, riuscì a sgabellarsela, e tornò in Giudea. Le parole di Paolo, che sono la espressione d'una coscienza delicata ed onesta, suonano agli orecchi di Anania come tanti insulti e lo trascinano alla violenza.

Il coloro ch'erano presso di lui deve intendersi per gli uscieri, gli addetti al servizio della corte, come in Luca 19:24.

3 Iddio ti percoterà, parete scialbata

Vedi Matteo 23:27 ove Gesù, anche più fortemente, chiama gli scribi e i farisei del suo tempo sepolcri scialbati. Sono modi proverbiali, intesi a definire graficamente l'ipocrisia. La parete scialbata, e il sepolcro che i giudei sempre imbiancavano perché desse meglio nell'occhio, rappresentano il di fuori dell'ipocrita; l'apparenza; la superficie; il di dentro degli ipocriti è putrido come l'interno d'una casa schifosa, o d'una tomba. Iddio ti percoterà! E Paolo fu profeta. Dieci anni dopo, il principio della guerra giudaica, Anania fu assassinato dagli insorti, o, come chiamavano, dai sicari (Vedi Giuseppe Flavio Guerre Giudaiche 11:17, § 2-9). (Per questi sicarii, vedi Atti 21:38).

E trapassando la legge.

Vedi Levitico 19:35.

5 Io non sapeva che egli fosse sommo sacerdote

Il senso di queste parole è difficile, ed è stato variamente inteso. Ecco le principali interpretazioni.

1) Alcuni, col Barde, dicono che Paolo, che aveva una vista infelice, non riconobbe che chi gli parlava era il sommo sacerdote.

2) Altri, che Paolo negava ad Anania la legittimità del posto che occupava; perché, dice il Grozio, ei l'aveva comprato a danaro contante; o perché, dice il Lightfoot, ei si dava per sommo sacerdote, ma non l'era affatto.

3) Altri, come il Wetstein, l'Olshausen, l'Ewald, il Reuss credono che Paolo andasse troppo in là; e che, avendo capito d'essersi lasciato vincere dalla indignazione, si ritrattasse, ne più ne meno: "Scusate", avrebbe voluto dire l'apostolo; "avevo perso il lume dagli occhi; lì per lì, non ho riflettuto sufficientemente alla cosa. Avete ragione i ho sbagliato, perché di fatti è scritto ecc..."

4) Altri prendono queste parole in senso ironico; ed è l'idea di Sant'Agostino, del Calvino, del Meyer, del Baumgarten. "Sommo sacerdote costui? costui che trasgredisce la legge? un tiranno? un farabutto di quel conio? Ma che mi date ad intendere? Costui non può, non deve essere il sommo sacerdote!. Come potevo io mai immaginarmi ch'egli fosse tale?..."

5) Altri, finalmente, come il Crisostomo, il Beza, il Lechler, prendono le parole del nostro testo nel loro senso proprio, naturale, e dicono; "No, Paolo non sapeva che Anania fosse il sommo sacerdote; e si capisce ch'egli potesse non saperlo. Prima di tutto, Paolo mancava da parecchio tempo da Gerusalemme e poteva non conoscere personalmente il sommo sacerdote, che non era più quello di Atti 9:1-2. Nei giorni dei quali parliamo, l'anarchia e la confusione delle cose giudaiche erano al colmo. La dignità sacerdotale si comprava a danaro sonante, e si videro talvolta dei sommi sacerdoti non durare in dignità che pochi giorni. Di più, il sommo sacerdote non si potea distinguere dai suoi paramenti ecclesiastici, che quando funzionava ufficialmente nel tempio; fuori del tempio, nulla lo distingueva dagli altri sacerdoti. Poi, non è neanche sicuro che Anania tenesse la presidenza di cotesta adunanza, che non era un'adunanza regolare del Sinedrio, ma un'adunanza straordinaria convocata d'urgenza dal tribuno romano. E se Anania teneva la presidenza dell'adunanza, non si deve da questo fatto inferire che Paolo dovesse sapere ch'egli era il sommo sacerdote; perché non era sempre necessariamente il sommo sacerdote quegli che presedeva alle sedute del Sinedrio (il Nasi). Tali le interpretazioni più importanti di questo difficile passo. Il lettore scelga.

Egli è scritto...

Vedi Esodo 22:28, che è qui citato secondo la versione dei Settanta.

6 Sapendo che una parte era di sadducei

ecc. L'apostolo si professa fariseo per origine e per simpatia. Ei non potea né dovea dimenticare che la dottrina della risurrezione dai morti che era stata una delle sue dottrine da fariseo, l'avea preparato ad accettare il fatto della risurrezione del Salvatore. Quanto alla tattica usata da Paolo in questa circostanza, ecco quello che bellamente dice il Neander. "Allo scopo di assicurarsi i voti della maggioranza fra i suoi giudici, Paolo, per giungere al trionfo della verità, si vale d'un metodo che è stato il più delle volte invece adoperato per ischiacciarla; il metodo, cioè, del divide et impera, in un buon senso; per produrre una divisione nell'assemblea, ei tocca tasto di quelle verità che la maggioranza dei suoi giudici riconosce come tali, e che avvicinano cotesta maggioranza più a lui che al nucleo di quelli che le negano".

lo son giudicato per la, speranza...

Meglio: Egli e per la mia speranza e per la risurrezione dei morti ch'io son qui tratto in giudizio.

7 Nacque dissensione

Nacque una scissura fra ecc. La tattica di Paolo raggiunge completamente lo scopo. Atti 23:7-8 possono esser tradotti così: Queste parole provocarono una scissura tra i farisei ed i sadducei; e l'assemblea si divise in due campi. Che i sadducei pretendono che non esista risurrezione, né angelo o spirito; i farisei, al contrario, professano ambedue coteste dottrine. A proposito dei farisei e dei sadducei mi sia lecito citare questo eccellente passo del Prof. Lindsay. "La distinzione tra farisei e sadducei germogliò da differenze nazionali, parte sociali e parte religiose, che datano dal tempo della cattività. I sadducei costituivano l'aristocrazia nazionale giudaica. In tempo di dominazione straniera, il loro scopo era quello di conservarsi egoisticamente i posti elevati che occupavano, e il diritto che aveano di dividersi fra loro introiti del tempio, che erano in Palestina un'abbondante sorgente di ricchezza. In tempo d'indipendenza, la idea principale di cotesta aristocrazia di sacerdoti, di nobili e di ricchi (tre parole, in questo caso, sinonime) si riassumeva tutta in una parola: conservare. Miravano a conservare il. servigio del tempio e le prescrizioni scritte della legge mosaica; non con l'entusiasmo di gente che crede e vuol guidare. altrui nei sentieri della fede, ma con lo spirito interessato di un'aristocrazia di professione. In tempo di rovesci nazionali, aveano assistito senza commuoversi al morale degradamento del popolo e si erano conservati i loro posti ed i loro emolumenti. In tempo di relativa prosperità, parea che insegnassero una specie di gelido epicureismo che limitava l'esistenza umana alla vita presente e negavano l'esistenza d'una risurrezione e d'una retribuzione avvenire. Conseguentemente, i sadducei non potevano essere i conduttori, del popolo d'Israele. I giudei, tornati dalla cattività, erano una nazione di puritani, la quale aveva imparato che la sua esistenza dipendeva dalla stretta osservanza di quella legge mosaica, che la separava dal mondo pagano. I farisei, separatisti o puritani, diventarono i conduttori del popolo nei tetri giorni del dominio persiano e greco; e quando vennero i romani, essi rimasero gl'irremovibili campioni del separatismo cerimoniale, che era l'invisibile ma invincibile baluardo della separata esistenza nazionale giudaica. È facile capire che il Vangelo dovesse trovare, tanto nei farisei che nei sadducei, dei mortali nemici; ma è anche chiaro che dei farisei di cuor largo ed aperto, come Saulo di Tarso, potessero giungere alla convinzione, che alla fin fine cotesto Vangelo non era che il compimento delle loro aspirazioni religiose. Gli aristocratici sacerdoti sadducei vedeano nella predicazione di Gesù una ribellione plebea, che bisognava soffocare: i farisei ci vedevano la ruina di quel sistema cerimoniale, che i più nobili d'infra loro credevano essere il rifugio presente e la speranza avvenire del popolo eletto. Ma i farisei credevano nella dottrina della risurrezione, e per la fede in cotesta dottrina Paolo stesso e molti altri erano stati tratti a riconoscere nel crocifisso e risorto Gesù di Nazaret il preannunziato ed atteso Messia".

9 Contendevano dicendo

Meglio: E certi scribi del partito farisaico si levarono, presero la difesa di Paolo e dissero.

Noi non troviamo male alcuno in quest'uomo; che ne uno spirito, o un angelo ha parlato a lui, non combattiamo contro a DIO.

Cominciamo col purificare il testo. Quel, non combattiamo contro a Dio, manca nei quattro più importanti manoscritti (A. B. C. Sinaitico.), in tre minuscoli, ed in cinque delle più antiche versioni; quindi, a giudizio di Erasmo, dei Griesbach e del più dei critici moderni, dev'esser cancellato. È una glossa, la cui origine è in Atti 5:39. La frase: Che se uno spirito o un angelo ha parlato a lui, va letta come una interrogazione, ed avendo in mente quello che Paolo ha detto in Atti 22:8,17. C'è qui un'eco del discorso che Paolo avea fatto dalla scalinata Atti 21:40. Egli aveva parlato della sua conversione, dell'apparizione di Gesù, del suo dialogo con Lui Atti 22:8, di un altro dialogo con Gesù avvenuto mentr'egli, Paolo, era in uno stato estatico nel tempio (Atti 22:17-18 e seg.)... tutto questo gli scribi ricordano e interpretano a modo loro; vale a dire, come l'apparizione d'un angelo o la manifestazione d'uno spirito. Se intendiamo la cosa così, non c'è più oscurità nel testo: Noi non troviamo male alcuno in quest'uomo! Ebbene?... Se uno spirito gli ha parlato... oppure un angelo... che c'è di straordinario?... Non dimentichiamo che questi scribi che parlano, son del partito farisaico Atti 23:9 e che i farisei credono alle apparizioni degli angeli ed alle manifestazioni degli spiriti Atti 23:8.

10 Il capitano temendo...

Il tribuno era responsabile della vita di Paolo, che era cittadino romano. Quindi, la cura ch'ei si prende di lui.

11 Riflessioni

1. Paolo pianta gli occhi in faccia al Sinedrio Atti 23:1 ed esclama: "È in tutta buona coscienza che io ho vissuto fino al dì d'oggi dinnanzi a Dio!..." Chi non ha la coscienza tranquilla di Paolo non pianta mai gli occhi in faccia alla gente!

2. Paolo, schiaffeggiato, partecipa anche qui alle stesse sofferenze di Gesù Giovanni 18:22. E quanti schiaffi, materiali e morali, riceve anche dal mondo il vero discepolo di Cristo!... Giobbe 16:10; 1Re 22:24.

3. L'invettiva di Paolo ad Anania Atti 23:3 dà pur luogo ad una riflessione. Certo, se confrontiamo la condotta dell'apostolo con quella del Maestro Giovanni 18:23; 1Pietro 2:23, non c'è che dire; Paolo s'è lasciato trasportare da una, santa ma violenta indignazione. Nondimeno, io non vorrei giudicarlo severamente come fa il Reuss, per esempio, che dice: "Anche così a prima vista si vede subito la gran distanza che separa il discepolo dal Maestro tanto per quel che riguarda il principio, quanto per quel che riguarda la pratica" (La Bible, Actes des Ap. in loco. Pag. 217). È vero che nei nostri tempi, così gentili e raffinati, il servo di Cristo non può commettere atto più colpevole di quello che consiste nel lasciarsi trasportare dalla indignazione; ma andiamo adagio quando si tratta di giudicare un uomo come Paolo, che è sempre sulla breccia ed esposto ad ogni sorta di pericoli. Meglio anche a costo di commettere qualche imprudenza, esser franchi ed energici difensori della causa di Cristo, che, per soverchia timidità o delicatezza, venire a transazioni con la propria coscienza e col nemico, e lasciare ad altri più prudenti di noi l'onore ed i pericoli della difesa.

4. Qualunque sia la vera interpretazione di Atti 23:5, una cosa mi colpisce, che non lascia luogo a dubbio. Le stupide distinzioni che si son sempre fatte e si fanno anche oggi tra l'ufficio e le qualità morali della persona che è di cotest'ufficio investita, Paolo non le conosce. Un farabutto che rivesta l'ufficio di sacerdote, non può essere farabutto come uomo e irreprensibile come sacerdote; sarà sempre un farabutto come uomo e come sacerdote. Paolo non avrebbe mai detto come dice il nostro popolo: "Quello là è un gran birbaccione... salvo il collare!..." Paolo avrebbe detto: - "Quello là è un gran birbaccione col collare e senza il collare!" Questo dualismo, questo manicheismo morboso non è frutto dell'Evangelo; è frutto di quest'atmosfera morale viziata, che purtroppo respiriamo a pieni polmoni.

5. Grande era il pericolo di Paolo; ma grande fu pure il conforto che il Signore gli dette Atti 23:11! Il Signore è fedele. L'apostolo avea desiderato ardentemente di parlare al suo popolo ed in Gerusalemme. Due opportunità gli si erano porte di farlo, e tutte e due le volte avea dovuto esser posto in salvo da soldati romani Atti 21:32; 23:10. Dopo le fatiche, le ansie e le angosciose delusioni di quei due giorni, il Signore, che gli era apparso sulla via di Damasco Atti 9:5, nel tempio Atti 22:17-18 ed a Corinto Atti 18:9, ora gli appare di nuovo, per consolarlo con la promessa che il desiderio ch'egli ha vivo e da lungo tempo, di annunziare l'Evangelo a Roma, sarà soddisfatto Romani 1:11-13; 15:23; Atti 19:21.

12 5: La congiura (Atti 23:12-30)

E sotto esecrazione si votarono.

Il greco dice: Fattosi giorno, i giudei ordirono una congiura e si anatematizzarono dicendo che non mangerebbero né berrebbero ecc. Fecero un voto accompagnato da gravissime imprecazioni (quando avessero mancato di mandarlo ad effetto) come di esser cacciati dalla sinagoga di essere sterminati ecc. I termini dei quali Luca si serve e la natura stessa del complotto mostrano che si tratta d'un atto reputato religioso. Si tratta di un giuramento; si tratta di un anatèma come lo si chiamava in greco giudaico 1Corinzi 16:22; Galati 1:8-9; di un Khérem come si diceva in ebraico; vale a dire, di un atto di divozione, di consecrazione, per il quale uno s'impegnava per voto a fare una data cosa; e, nel nostro caso, più particolarmente, a sterminare qualcuno che era considerato come un nemico di Dio. È in questo senso che nei libri storici dell'Antico T. si parla di Khérem quando si tratta dello sterminio dei cananei Deuteronomio 3:6; Giosuè 7:1.

14 Vennero ai principali sacerdoti ed agli anziani...

Il sommo sacerdote Anania avea già mostrato la brutalità della sua natura nel modo con cui aveva trattato Paolo Atti 23:2-3; ed ora, non meditava che vendetta e strage. I congiurati si rivolsero non alla parte farisaica del Sinedrio, che era moderata. e cauta; ma alla parte sadducea, che non disdegnava di far lega con un pugno di assassini, pur di levar di mezzo un nemico e metter se stessi al coperto d'ogni pericolo e d'ogni obbrobrio.

15 Il domani di Atti 23:15 manca nei codici migliori e va cassato; è una importazione di Atti 23:20, e si tratta di una delle solite glosse di qualche copista, fatte scivolare nei testi con eccellente intenzione, senza dubbio, ma senza necessità di sorta.

16 Il figliuolo della sorella di Paolo

È il solo passo dei Fatti, che alluda alla famiglia ed ai parenti dell'apostolo. Nella lettera ai romani, due volte l'apostolo parla di suoi parenti Romani 16:7-11; ma questo è tutto quello che ne sappiamo ed ogni congettura sarebbe sterile ed oziosa.

Rapportò il fatto a Paolo.

Tanto qui quanto più tardi a Cesarea Atti 24:23, gli amici possono visitare liberamente il carcerato; il che vuol dire, che le autorità non lo ritenevano per un delinquente.

21 Ed ora son presti, aspettando che tu lo prometta loro

Meglio: Ed ora son pronti e non aspettano che il tuo consenso.

23 Fino dalle tre ore della notte

La terza ora della notte è lo stesso che dire: le nove pomeridiane

Dugento sergenti.

La parola che la diodatina traduce per sergenti, è, nel greco: δεξιολαβος, dexiolabos: alla lettera: uno che prende, che tiene qualcosa con la destra. Non si trova che qui, nel Nuovo T., e fuori del Nuovo T. non si trova che in due oscuri scrittori del tramonto della letteratura greca. È senza dubbio un termine militare di cui ci manca il mezzo di precisare il significato. Chi lo traduce per littori, chi per frombolieri, chi per lanceri, chi per arceri. Ma, per designare tutto coteste specie di soldati, il greco avea elle parole apposta; e Luca, che sapea benissimo il greco, le avrebbe usate, se avesse voluto dire littori, frombolieri, lanceri ecc. Io credo col Reuss e con lo Stapfer che questi dugento dexiolabi debba esser reso in italiano per: dugento uomini del treno. Le legioni si traevano sempre dietro una gran quantità di materiale da guerra e da campo e un dexiolabo dev'essere stato un uomo che teneva con la destra un secondo cavallo di ricambio. La guarnigione della cittadella si componeva di una coorte soltanto; di 600 uomini di fanteria regolare; e il tribuno avea fatto assai, quando mandava il terzo di cotesta guarnigione a scortare un semplice prigioniero civile. Questa scorta non accompagna Paolo che fino a mezza via, come si vede dal seguito del racconto, che precisa le disposizioni indicate qui in modo vago. Per il resto del viaggio, deve bastare un debole squadrone di cavalleria, rinforzato da un buon nerbo d'uomini del treno. Un corpo di fanteria avrebbe messo troppo tempo a fare la strada, e il tribuno temeva un attacco dei giudei. Così è che il tribuno fa accompagnare la cavalleria da un buon numero di gente del treno, che va tanto per far numero e per tenere a debita distanza i temerari che avessero avuto l'idea di tentare un colpo di mano. Notiamo qui che il tribuno, in tutto questo affare, rappresenta non soltanto l'autorità suprema, ma anche il diritto e l'ordine. I romani, per quanto despoti, aveano, circa la giustizia e l'amministrazione pubblica, delle idee ben più nitide e chiare dei corrotti popoli dell'Asia, che non conoscevano altro che la forza brutale o l'anarchia. Per il tribuno, Paolo era pur sempre un tipo misterioso; e foss'anche stato un delinquente per la legge dello Stato, conveniva, appunto per questa ragione, che luce piena fosse fatta sull'esser di lui. Il tribuno non può né vuol tollerare che il popolo faccia da sè giustizia sommaria di questo accusato; e gli è per questo ch'ei lo mette a disposizione d'un'autorità superiore alla propria.

24 Felice

La carriera del procuratore Felice è una illustrazione del modo con cui l'impero romano era governato ai tempi dei quali ci occupiamo. In casa d'Antonia, la madre dell'imperatore Claudio, c'erano due fratelli; prima, schiavi; poi, liberti; e si chiamavano Antonio Felice e Pallas. Pallas divenne l'amico intimo ed il ministro favorito dell'imperatore; e fu per la influenza di lui, che Felice ottenne la procura della Giudea. Il qual Felice, come Tacito si esprime, governò la Giudea nel modo di chi crede es sergli lecito di commettere impunemente ogni sorta di delitti: Cuncta malefacta sibi impune ratus; ed "esercitò il potere d'un tiranno con animo di schiavo ": Jus regium servili ingenio exercuit. (Tacito Annali 12:54; Hist. v, 9). Un altro storico, Svetonio (Claud. c. 28) lo descrive come il marito di tre regine ch'ei sposò l'una dopo l'altra:

1) Drusilla, fiala di Juba, re della Mauritania e di Selene, nata da Antonio e Cleopatra;

2) Drusilla, figlia di Agrippa I e sorella di Agrippa II Atti 24:24;

3) Il nome della terza principessa ci è ignoto. Felice venne in Giudea nel 51 e vi rimase, fino al 60.

26 Claudio Lisia

Evidentemente un greco, che, quando comprò la cittadinanza romana Atti 22:28, prese il nome di Claudio.

27 Avendo inteso ch'egli era romano

Il tribuno dice d'aver difeso il diritto d'un cittadino romano; mentre non iscoprì che Paolo era cittadino romano, che quando s'accingeva a torturarlo senza formalità di precedente processo (Atti 22:24 e seg.); il qual fatto, naturalmente, il tribuno lascia nell'ombra!

29 Intorno alle questioni della lor legge...

Due cose sono qui da osservare; la prima, lo sprezzo dei romani per e quistioni religiose dei loro soggetti; la seconda, la gelosia romana che giustizia fosse sempre fatta secondo la legge. Il tribuno afferma che Paolo è innocente d'ogni delitto attribuitogli; grave (degno di morte), o lieve (degno di prigione) che sia.

30 Lo stai sano, di Atti 23:30, manca nei codici più autorevoli ed è omesso dai critici di maggior grido.

Riflessioni

1. Nello stesso tempo che Gesù sostiene Paolo con le sue promesse Atti 23:11, i giudei, nemici della croce, ordiscono una congiura a danno dell'apostolo Atti 23:12. Ma Dio sa far convergere anche l'ira degli uomini alla propria gloria; e questi quaranta congiurati che vogliono uccider Paolo, non fanno altro, in ultima analisi, che metterlo sulla via di Roma, dov'egli predicherà l'Evangelo.

2. Che pesi tremendi sanno imporsi i nemici di Cristo quando si tratta di lavorare alla ruina del regno di Dio! Atti 23:12. Volesse il Signore che i cittadini di cotesto regno sapessero unirsi e volessero imporsi qualche sacrificio quando si tratta di difenderlo!

3. La lega tra questo pugno di assassini e l'aristocrazia sacerdotale del Sinedrio, rappresentata dalla parte sadducea Atti 23:14, pare impossibile, ma è pur troppo vera. Basta leggere Filone per persuadersi della possibilità storica di cotesti connubi ai tempi di Paolo. Ecco quello ch'egli dice bisognerebbe fare ad un giudeo che abbandona la propria religione: "È cosa giusta che tutti quelli che hanno zelo per la virtù giusta abbiano il diritto di punire con le proprie mani, così senz'altro, quelli che si rendono colpevoli di un crimine cosiffatto; che non ci sia bisogno di tradurli dinnanzi ai magistrati, o al Sinedrio, o, in breve, dinnanzi ad alcun tribunale; ma che possano dare sfogo all'orrore che hanno per il male ed esprimere il loro amore per l'Eterno, con l'infliggere una immediata punizione a cotesti empi apostati, considerando se stessi come se fossero ogni cosa: senatori, giudici, pretori, littori, accusatori, testimoni, leggi, popolo: in modo, che, senza che nulla lo impedisca loro, possano, senz'alcun timore di sorta e con tutta prontezza, sposare la causa della vera pietà". È il giudizio di Filone, che è mostruoso, non e stato senza seguaci nella storia ecclesiastica: Le pagine sanguinose della storia dei Valdesi, degli Ugonotti e di tanti altri martiri della fede, sono il commentario pur troppo eloquente di coteste aberrazioni d'uno zelo satanico nascosto sotto la maschera della religione.

4. Di Atti 23:15 dice bene lo Starke: "Cotesti sono i santi di Caino che nascondono la clava dell'assassino sotto il manto della legge".

5. Chi fosse il nipote di Paolo Atti 23:16, non sappiamo; se fosse un cristiano od un giudeo, neppure si sa; in che modo egli arrivasse ad aver sentore della congiura, ci è pure ignoto; a noi basta il sapere che Dio se ne servì come d'un angelo per salvare la vita dell'apostolo. Il Signore se ne serve per i suoi disegni, e le parole del Salmista hanno di nuovo un glorioso compimento:

"Ecco, il malvagio prepara il male,

concepisce l'iniquità e partorisce il nulla.

Egli apre una fossa, la scava,

e cade nella fossa che ha fatta.

La sua iniquità gli ricade sul capo

e la sua violenza gli ridiscende sulla fronte" Salmi 7:14-16.

6. Atti 23:17 è pur da notarsi. Paolo ha ricevuto da Cristo una cara e solenne promessa di protezione Atti 23:11; nondimeno egli non neglige i mezzi umani che gli sono offerti di porsi al sicuro. C'è una folla di gente, al dì d'oggi, che non vuol sentir parlare di mezzi umani perché vive di fede. Anche Paolo era uomo di fede; ma nei mezzi umani e riconosce la destra che il Signore gli porge per condurlo a salvamento.

7. L'apostolo è scortato da una guardia d'onore di circa cinquecento uomini! Atti 23:23. Di questo privilegio egli è senza dubbio primariamente debitore alla sua cittadinanza romana; ma rimane pur vero che è la sua vita insidiata che richiede cotesto apparato di forze. È Gesù che non solo protegge, ma onora il suo popolo; ed anche qui, l'apostolo, in mezzo a questi soldati pagani, può esclamare con cuore riconoscente: "Egli e per a grazia di Dio ch'io sono quello che sono!" 1Corinzi 15:10.

8. La lettera di Claudio Lisia Atti 23:26-30 ha i suoi difetti; li abbiamo notati; nondimeno è un fatto che questo pagano ha più onestà dei giudei ortodossi. Anche ai dì nostri i cristiani della tempra di Paolo si trovano meglio in compagnia dei Lisia e dei Felici, che non in compagnia della gente schiava della lettera e del tutto sprovvista dello Spirito di Dio.

31 2. A CESAREA. PRIGIONIA DI PAOLO (Atti 23:31-26:32)

La seconda sezione ha cinque parti:

1. PAOLO SCORTATO A CESAREA (Atti 23:31-35);

2. TERTULLO, L'AVVOCATO D'ACCUSA (Atti 24:1-9);

3. LA DIFESA DI PAOLO (Atti 24:10-27);

4. PAOLO DINNANZI A FESTO (Atti 25:1-12);

5. PAOLO ED IL RE AGRIPPA (Atti 25:13-26:32);

a) FESTO E AGRIPPA (Atti 25:13-27);

b) PAOLO ED AGRIPPA (Atti 26:1-32).

1. Paolo scortato a Cesarea (Atti 23:31-35)

Antipatrida.

Antipatrida, costruita da Erode il grande e chiamata da lui così in onore di suo padre Antipater, si chiama oggi Kefr-Saba, che è la Caphar Saba di Giuseppe Flavio (Antich. xvi, 5, § 2). Distava quarantadue miglia circa da Gerusalemme e ventisei da Cesarea. Era situata in una bella pianura ricca di sorgenti e di fontane. Partiti da Gerusalemme alle nove pomeridiane Atti 23:23, dopo un dodici ore di strada, erano giunti ad Antipatrida. La cavalleria accompagnò Paolo, per ventisei miglia più innanzi, fino a Cesarea; i pedoni se ne tornarono alla cittadella Antonia Atti 23:32.

34 Di qual, provincia egli era

Era la prima domanda che un procuratore di Giudea indirizzava ad ogni prigioniero che gli era condotto dinnanzi Luca 23:6. Felice voleva accertarsi se il caso rientrava nella sua giurisdizione. Sarebbe stato contento di lavarsene le mani; ma la Cilicia era stata da tempo annessa alla Procura della Siria, e l'annessione durava probabilmente ancora sotto Felice; ad ogni modo, per questa o per altra ragione, Felice non ne può uscire e si decide a dar corso alla cosa Atti 23:35.

35 Nel palazzo di Erode;

letteralmente: nel pretorio d'Erode. Paolo non è dunque gettato in prigione, ma tenuto in arresto nel palazzo stesso del governatore; ch'è il pretorio, o, come diremmo oggi il palazzo della Prefettura non era altro che il Palazzo che Erode il grande avea fatto ai suoi tempi costruire, quando fece sorgere la moderna città di Cesarea sulle ruine dell'antica "Torre di Stratone". Questo riguardo usatogli da Felice, gli era dovuto: Paolo era "romano e non era ancora condannato".

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