Atti 26

1 b) Paolo e Agrippa (Atti 26:1-32)

Il discorso di Paolo ha un esordio Atti 26:2-3, nel quale, con franca cortesia, l'apostolo esprime il contento che prova nel trovarsi a parlare ad uno che conosce la religione giudaica, i farisei, i sadducei, le speranze messianiche, le leggi cerimoniali d'Israele. Dopo l'esordio viene la prima parte del discorso Atti 26:4-8, nella quale ei parla del suo passato. Il suo passato è noto. Era stato un rigido fariseo (Atti 26:4-5; confr. con Galati 1:14; Filippesi 3:5-6). Adesso egli è qui come un accusato, perché crede che il Messia ed il Regno messianico, che pur sono l'oggetto delle costanti preghiere dei suoi compatrioti, sono venuti. A questo punto, Agrippa con un gesto, con uno sguardo, o con una parola, deve aver detto: "Come!... Un Messia crocifisso?..." E Paolo risponde: - "No! un Redentore risorto! Atti 26:8. E vi par egli incredibile che Iddio risusciti dei morti?... Udite com'è ch'io fui convertito e com'è ch'io giunsi ad essere quello che sono ed a credere quello che credo". E qui comincia la seconda parte del discorso Atti 26:9-23, nella quale ei narra

a) l'odio suo accanito contro il cristianesimo Atti 26:9-12;

b) la sua conversione Atti 26:13-18;

c) la sua missione che è un atto d'obbedienza alla visione celeste avuta sulla via di Damasco Atti 26:19-20;

d) il perché delle persecuzioni dei giudei; perché ei predica, quello che Mosè ed i profeti hanno insegnato; che, cioè, il Cristo dovea soffrire, dovea risuscitare e dovea diventare il Salvatore dei giudei e dei pagani! Atti 26:21-23.

Di parlare per te medesimo

Diciamo meglio: Di parlare del fatto tuo.

Distesa la mano.

Allora Paolo, fatto un gesto con la mano, si giustificò in questi termini. Vedi Atti 21:40. Qui la frase è scultoria. Paolo è detenuto ed ha un braccio incatenato al soldato che lo sorveglia Atti 26:29.

2 Io mi reputo felice.

Notisi; ei non incensa Agrippa che non è degno d'incenso; esprime con franca cortesia il piacere di trovarsi davanti a qualcuno che s'intende di giudaismo, e che può quindi capirlo.

Purgarmi;

meglio: giustificarmi.

3 Principalmente sapendo che tu hai conoscenza

Specialmente perché tu conosci perfettamente tutti i costumi e le questioni che s'agitano fra loro. Questi due termini: costumi e questioni riassumono in qualche modo tutta quanta la vita religiosa dei giudei; comprendono, come diremmo noi, le dottrine e le forme del culto. C'era una tradizione fra i giudei, che dava Agrippa II per un gran conoscitore della legge.

4 Quale dunque sia stata dalla mia giovanezza

ecc. Quale sia stata la mia condotta durante la mia, giovanezza, fin da principio, in mezzo al mio popolo a Gerusalemme, tutti i giudei lo sanno; sanno d'antica data, se pur ne voglion convenire, ch'io ho vissuto secondo i principi del partito più rigido della nostra religione; vale a dire, come fariseo. (Vedi Galati 1:14; Filippesi 3:5-6).

6 Io sto a giudicio

Io son posto in giudicio.

7 Le nostre dodici tribù

Esprime la totalità della nazione israelitica. Le dieci tribù non furono mai perdute. I giudei rappresentavano le dodici non le due tribù. Anna, la profetessa, era della tribù di Asher Luca 2:36. Giacomo indirizza la sua lettera alle dodici tribù disperse Giacomo 1:1. Paolo ignora qui completamente questa leggenda, secondo la quale, le dieci tribù, dopo essere state portata via da Salmaneser sarebbero andato errando lontan lontano, per poi riapparire in distanti regioni del mondo, stranamente trasformate. Le prime tracce di questa favola è negli apocrifi (3 Esdra 13:40-46). Per l'apostolo, non son due tribù, ma è tutto quanto Israele, sono tutte quante le dodici tribù che giorno e notte, senza posa, servono a Dio, aspettando con impazienza il compimento delle grandi speranze messianiche.

Sperano di pervenire

vale a, dire: della promessa che Dio ha fatta ai nostri padri, sperano vedere il compimento.

Accusato dai Giudei.

La diodatina non rende la forza dell'originale. Bisogna, dire: è per cotesta speranza, ch'io sono accusato da dei giudei! ( ὑπο Ιουδαιων). Il che implica questo pensiero: "Quei giudei che mi perseguitano così, si rendon colpevoli d'un atto di diserzione, di rinnegamento. Come! M'accusano a cagione di queste mie convinzioni, e queste mie convinzioni dovrebbero esser quelle di tutti i giudei!... Il nome del re, Agrippa, è nel Text. rec. in G. e in H, ma manca in A. B. C. E., nel Sinaitico e nella Vulgata. Va quindi cancellato. Secondo il Sinaitico bisognerebbe tradurre così: Gli è per cotesta speranza ch'io sono accusato da dei giudei, o re!

8 Che? è egli

ecc. Meglio: E che?... Vi par egli dunque incredibile che Dio risusciti dei morti? L'occasione di quest'apostrofe può essere stata quella che ho accennata, tracciando le grandi linee del discorso di Paolo al principio di questa sezione b). Ma la forza del ragionamento dell'apostolo eccola qui: Io dico che il Salvatore è venuto, e lo provo col fatto positivo della risurrezione di Gesù; ora, a meno di negare in modo assoluto la possibilità della risurrezione d'un morto per la volontà dell'Onnipotente (negazione a cui niun giudeo fedele vorrebbe e potrebbe lasciarsi andare 1Re 17:17-23; 2Re 4:18-37), voi non potrete trovar motivo alcuno per dubitare di questa risurrezione, che ha tante e così potenti garanzie. Così Paolo si prepara la via per parlare ad Agrippa della propria esperienza spirituale e della sua conversione alla fede.

9 Ora dunque...

Traduciamo: In quant'è a me, io avevo creduto mio dovere di avversare con tutte le mie forze il nome di Gesù di Nazaret; ed è quello che feci a Gerusalemme. La transizione delle idee è questa. Paolo, col suo ragionamento antecedente, ha già stabilito di fatto che l'accusa onde lo colpivano, era ingiusta e si basava sopra un malinteso o sulla mala fede. Egli è disposto ad ammettere la prima di coteste due spiegazioni; la meno severa; ad ogni modo, è il beneficio di cotesta prima spiegazione ch'egli domanda per se stesso e per la propria condotta. "Anch'io ero animato da sentimenti ostili, e come ostili! contro quelli che professavano la fede nel nome ch'io predico in oggi: ma (egli sta ora per aggiungere) io mi son ricreduto in seguito a dei motivi e a dei fatti positivi."

10 Ed avendone ricevuta la potestà...

Queste parole sono un eloquente commento di Atti 8:3. Ecco il quadro raccapricciante di cotesta persecuzione:

a) stragi di cristiani;

b) pene corporali inflitte, secondo l'uso, nelle sinagoghe e violenze morali intese a provocare bestemmie, maledizioni contro Gesù Marco 13:9;

c) sfera d'azione: anche altre città, oltre Gerusalemme.

Il vi diedi la mia voce

vuol dire: vi diedi il mio voto, il mio assenso; o: applaudii a tutto potere.

12 Con la podestà e commissione...

Meglio: con pieni poteri e con un mandato dei capi sacerdoti...

14 Ei ti è duro...

Egli t'è arduo il dar dei calci contro allo stimolo. Queste parole, che, come ho notato in Atti 9:5, sono in questo luogo genuine ed incontestate, erano un proverbio comune e notissimo fra i greci, fra i romani e, più che probabilmente anche fra gli ebrei (Eschilo, Agam. 1633; Pindaro, Pyth. II, 173; Euripide, Bacc. 791). L'idea è questa. L'aratro ordinario aveva un manico solo; il contadino lo guidava con una mano; ed avea nell'altra un pungolo, un bastone, che terminava con una punta ferrata, e ch'egli teneva orizzontalmente, e del quale si serviva per stimolare il bue; il qual bue, tutte le volte che si sentiva pungere, dava di calci; ma, credendo di ribellarsi a chi lo pungeva, non faceva, in fin dei conti, che punire se stesso; perché si faceva male o ne buscava di più. Così, Gesù, dal cielo, considera i "forti", che s'immaginano di fare quello che loro più talenta. Sono come quel bue di cui parla il proverbio; vogliono scuotere, rompere il giogo che è loro imposto e che tutti dobbiamo portare, e finiscono invece col punire se stessi. Quali sono gli "stimoli" contro ai quali Paolo avea "dato di calci"? Basta riandare alla vita dell'apostolo per rispondere a cotesta domanda. Il volto angelico di Stefano Atti 6:15; la divina preghiera del protomartire Atti 7:60; il giornaliero spettacolo di quelli che tanto serenamente andavano in carcere ed alla morte per amor dì Gesù, non erano essi tanti "stimoli" celesti contro ai quali ei non aveva fatto altro finora che "dar di calci"?

16 Ministro

Per far di te un servitore ed un testimonio 1Corinzi 9:1; 15:8.

Per te quali io t'apparirò.

Paolo ebbe altre visioni di Gesù, oltre quella sulla via di Damasco Atti 18:9; 23:11; 2Corinzi 12:2.

17 Riscotendoti dal popolo e dai Gentili, ai quali ora ti mando.

Proteggendoti dal popolo e dai pagani... Questo modo di tradurre, invece di dire come il Revel: ti ho tratto fuori di questo popolo e fuori delle genti alle quali ti mando, e più conforme all'uso costante dei Fatti (Atti 7:10; 12:11; 23:27 confr. con Galati 1:4). Paolo non potea dire che Dio l'avesse scelto d'infra i pagani: ma aveva interesse a constatare che il soccorso celeste gli era assicurato contro tutti i suoi nemici. Il verbo greco è εξαιρεω.

18 Alla luce

La luce è la vera salvazione nel senso evangelico.

Sorte fra i santificati.

Più chiaramente: una parte dell'eredità promessa a quelli che gli sono consacrati.

20 Anzi, prima a quei di Damasco, e poi...

È un sommario dell'attività missionaria dell'apostolo dal giorno in cui fu convertito fino all'ora in cui parla. Damasco Atti 9:20; Galati 1:17; Gerusalemme Atti 9:29; tutto il paese della Giudea Atti 9:30; i pagani.

22 Testificando a piccoli ed a grandi

Rendendo testimonianza dinnanzi ai piccoli ed ai grandi. Dinnanzi a gente d'ogni condizione sociale.

24 Paolo, tu farnetichi

Paolo, tu sei pazzo! il tuo gran sapere ti fa, dar di volta al cervello! Il discorso di Paolo parrebbe finito; nondimeno, la forma grammaticale del racconto sembra far supporre che lo storico abbia citate le parole di Festo come una interruzione del discorso stesso. Il governatore non capisce gran che nelle cose che Paolo espone; e più Paolo parla, e più Festo si vede deluso nella speranza che avea di veder qualche nuova luce spuntare da questo esame del carcerato; e siccome sapeva che Paolo passava il suo tempo a studiar dei libri che per lui erano un mistero, crede che cotesti studi gli abbiano addirittura fatto dar di balta al cervello. Quindi ei non ischerza; parla sul serio quando dice: il tuo gran sapere ti fa dar di volta al cervello! ed è deciso a por termine alla seduta.

25 Io non farnetico...

Io non son pazzo, o eccellentissimo Festo; queste son parole di verità e di buon senno, che io pronuncio; il re le sa queste cose, ed è a lui ch'io ne parlo con fiducia: poichè io non credo ch'egli ne ignori alcuna, che le non son mica avvenute in un angolo oscuro!... Paolo, a dimostrare che non sragiona, ricorre ad un mezzo semplicissimo; se ne appella al giudizio di Agrippa, che, essendo giudeo, potea rispondere, essendo al corrente delle idee e delle speranze del suo popolo e della sorgente sacra da cui esse scaturivano. Se ne appella al giudizio di Agrippa, il quale, a meno di rinnegare la sua nazionalità e la fede della sua stessa famiglia, non poteva non associarsi in qualche modo agli interessi difesi dall'apostolo.

28 Per poco che tu mi persuadi

Meglio: Per poco, tu mi persuadi a farmi cristiano! La domanda di Paolo: - "O re Agrippa, credi tu ai profeti?" e quel dire: - "Io so che tu ci credi" Atti 26:27, sono così diretti e così energici, che debbono aver messo Agrippa in un bell'imbroglio. In presenza com'era di giudei numerosi e distinti Atti 25:23, ei non poteva rispondere un no secco, esplicito, asciutto; e, in presenza di romani, come pur si trovava Atti 25:23, ei non voleva fare una professione di fede che l'avrebbe messo al livello d'un uomo, che Festo qualificava per pazzo. Come uscirne? Agrippa evita di fare la professione di fede giudaica che Paolo gli domandava in questo momento, e fa vista di credere che quel che gli si domanda è una professione di fede cristiana; e risponde: Per poco, tu mi persuadi a formi cristiano. Ei si serve d'un termine (cristiano) che i pagani aveano inventato, e ch'essi soli usavano Atti 11:26; e, pronunciando la frase con un frivolo sorriso ironico, crede con una barzelletta d'uscirne per il rotto della cuffia. L' εν ολιγω dell'originale, che io traduco per poco, può avere il senso di tempo o d'energia d'azione.

29 Piacesse a Dio...

Piacesse a Dio che, per poco o per molto, non soltanto tu, ma tu e tutti quelli che oggi m'ascoltano, diventaste tali e quali son io... eccezion fatta di queste catene! Paolo nota quel per poco che vuol toglier di mezzo, per sostituirvi il desiderio solenne e seriamente sentito di vedere in realtà compiuto quello che la frivola ironia di Agrippa dava come una ridicola possibilità. E, al tempo istesso, da uomo di spirito, trova modo di fare un'arguta allusione alla propria prigionia e di porre in evidenza l'ingiustizia della sua cattura su e la convinzione intera ch'egli ha della bontà della sua causa.

30 E dopo ch'egli. ebbe dette queste come

Meglio: Allora, il re ed il governatore, Berenice e l'assemblea si levarono; e ritirandosi, discorrevano fra loro e dicevano che cotest'uomo non faceva nulla da meritare la morte o la prigione. Ed Agrippa disse a Festo: "Quest'uomo avrebbe potuto esser messo in libertà, se non si fosse appellato a Cesare". Le parole della diodatina: e dopo ch'egli ebbe detto queste cose le ho cancellate, perché mancano nei codici migliori (A. B. nel Sinaitico, nella Vulgata). Sono una interpolazione di qualche copista. E traduco: e dicevano che cotest'uomo non faceva nulla... invece di: che cotest'uomo non avea fatto nulla, per fedeltà all'originale che dice: πρασσει... Quel faceva, che si riferisce a tutta quanta la condotta e la vita di Paolo, è più bello, più prezioso dell'avea fatto, che si riferirebbe soltanto ad un momento storico speciale; al fatto, che lo avea trascinato in prigione.

Riflessioni

1. Cominciamo con un po' di critica alla critica. Il Prof. Reuss, a proposito del discorso di Paolo 24:10-21, dice così "Si potrebbe obbiettare che Paolo, nell'interesse della sua difesa, riduce qui il cristianesimo ad una espressione molto scolorita; che in verità, ei non ne mette in rilievo alcuno dei tratti distintivi, e cerca, al contrario, di fare scomparire quella differenza, tra l'Evangelo e la Legge, ch'egli sa così bene fare spiccare nei suoi scritti. S'avrebbe torto a voler disconoscere cotesto fatto ed a negare ch'ei facesse così in vista delle esigenze del momento; nondimeno, non bisogna dimenticare ch'egli era sinceramente convinto che tutto quello che l'Evangelo ha di essenziale è già implicitamente contenuto nella legge, in forma profetica o simbolica (Romani 3:31 ecc.) e che i veri apostati sono i giudei (Romani 10:1 seg. ecc.)." Queste ultime parole attenuano la critica che l'illustre Prof. Reuss fa del discorso apostolico; ma Atti 25:19 toglie ogni base a cotesta critica. Come ho mostrato nel commento, al vers. 19, l'apostolo non si limitò a delle affermazioni generiche; ma parlò della morte e della risurrezione di Cristo; e ne dovette parlare ampiamente poichè Festo dice... e lo attaccarono su certe quistioni, relative alla loro propria religione e ad un certo Gesù morto, che Paolo afferma esser vivente. Diciamo dunque, che il discorso come ci è riferito in Atti 24:10-21, non è completo; diciamo che non ne abbiamo quivi che uno schizzo, che un sunto molto condensato; ma non facciamo all'apostolo il torto di crederlo capace di nascondere o di menomare la verità per paura di chi l'ascolta!

2. Quale assemblea è quella che Paolo si trova dinnanzi! Atti 26:23. Il tempo passato da Paolo a Cesarea, è un tempo di relativo riposo; nondimeno, ei può parlare delle cose eterne con i suoi amici Atti 24:23; dinnanzi a Festo ed ai suoi nemici può di nuovo render testimonianza alla verità (Atti 26:7 e seg.); e qui è in presenza d'un re, in presenza di tribuni e del fior fiore, della cittadinanza giudaica. È l'alba del compimento d'una grande profezia Atti 9:15. Il Signore è fedele!

3. Hai facoltà di parlare del fatto tuo Atti 26:1, dice Agrippa. È Paolo parla del fatto suo, ma avendo sempre in vista Cristo, e la causa e l'onore di Cristo. Paolo non è di quelli che dicono: "Convien ch'io cresca anche a costo di veder Cristo diminuire; Paolo è di quelli che dicono col Battista: "Conviene che Cristo cresca e che io diminuisca" Giovanni 3:30.

4. L'apostolo, che in generale non ama parlar di se stesso, quando tocca il tasto di Atti 26:9-12, lo fa con insistenza e con calore. Lo fa in Gerusalemme, parlando al popolo (Atti 22:4 e seg.); lo fa qui dinnanzi ad Agrippa; lo fa scrivendo a Timoteo 1Timoteo 1:12-14. Il cambiamento radicale che Gesù ha compiuto nell'anima, nel cuore, nella coscienza, in tutta la vita morale di lui, gli vive dinnanzi agli occhi come un perenne miracolo. Come avrebbe mai potuto dimenticare una grazia cosiffatta? E come avrebbe potuto non parlarne, s'ella lo rendeva cotanto felice? La ragione del suo parlarne con tanta effusione è tutta in questo brano della sua prima lettera a Timoteo: "Io ho ottenuto misericordia, precisamente affinché Gesù Cristo facesse vedere in me, pel primo, tutta quanta la sua longanimità, ed io servissi d'esempio a quelli che, in seguito, porrebbero in lui la loro fiducia per ottener la vita eterna" 1Timoteo 1:16.

5. Sul fatto della conversione è inutile ch'io torni qui; il lettore sa che ho trattato a fondo il soggetto in Atti 9; quindi, non farò che accennare alle specialità più salienti di questo terzo racconto che Paolo ha della crisi più solenne della sua vita spirituale. Noti il lettore Atti 26:17: Il Signore promette di proteggere Paolo dagli attacchi del popolo giudaico e dei pagani, verso i quali Egli ora lo manda. È un passo importante, perché mostra che la sfera d'azione di Paolo missionario non sono i pagani soltanto, ma anche i giudei. Questo risulta chiaramente da due cose; da quello che Paolo stesso dice in Atti 26:20, e dalla costruzione di questo Atti 26:17, dove la frase verso i quali si riferisce ai pagani ed ai giudei. Anche i giudei, dunque, in quanto non si convertono, sono "sotto la potestà di Satana e nelle tenebre" e non hanno parte nella eredità, che è solamente dei santi; di quelli, cioè, che si sono consacrati a Dio per la fede in Cristo Atti 26:18. Inteso a questo modo, il nostro passo ha una importanza tutta speciale, perché è il passo più esplicitamente paolino, di tutto quanto il libro dei Fatti.

6. Atti 26:18 contiene, in uno schizzo prezioso, il piano completo del ministerio evangelico nell'orbita del Nuovo T. Ecco il piano.

a) Istruire (aprire gli occhi);

b) Convertire (farli passare dalle tenebre alla luce);

c) Condurre al perdono dei peccati (affinché ricevano remissione dei peccati);

d) Guidare alla salvazione completa (... una parte all'eredità promessa a quelli che gli son santificati);

e) Indicare il mezzo per il quale si giunge a cotesti risultati da fede in me).

7. Malgrado il carattere straordinario della conversione di Paolo, malgrado il modo straordinario con cui la missione apostolica gli fu dal Signore affidata, è un fatto che Paolo avrebbe potuto ribellarsi alla volontà del Maestro anche sulla via di Damasco. Paolo non fu fatto apostolo per forza; il suo apostolato è il risultato di una vocazione divina e di un atto d'ubbidienza Atti 26:19. Il Signore non fa brutale violenza ad alcuno; ei non sa che farsi di gente che non potrebbe servirlo che in catene di schiavi: il Signore chiama, attira con le ineffabili visioni della sua gloria; ma, prima di conferire i suoi doni celesti, sia della salvazione individuale sia del ministerio evangelico, aspetta il franco, umile e leale: "Sì, o Signore, obbedisco!" dell'anima chiamata.

8. Atti 26:20 ha le tre parti d'ogni vero messaggio evangelico:

1) Convinzione di peccato, accompagnata da un sincero ravvedimento e da un'onesta risoluzione di abbandonare il male;

2) Fede che è un tornare nelle braccia di Dio ed un abbandonarci completamente in Lui;

3) Una vita. d'obbedienza e ricca di buone opere che provino la sincerità e l'energia della fede.

9. Atti 26:23 ha le prove della messianità di Gesù, esposte dal punto di vista giudaico. Il concetto tutto terreno della futura gloria del regno messianico avea condotto le menti giudaiche all'impossibilità di credere che il Messia potesse tanto e così atrocemente soffrire. Quindi è che Paolo mostra

a) che il Messia era divinamente destinato a soffrire, e

b) che il Messia avendo sofferto ed essendo la primizia della risurrezione dei morti, annunzierà la luce al popolo giudaico ed ai pagani.

Di queste due asserzioni l'apostolo dà le prove bibliche, che cerca in Mosè e nei profeti Atti 26:22 per giungere a concludere che in Gesù di Nazaret, il quale ha sofferto, è risorto ed ha annunziato la luce a giudei e pagani, l'ideale messianico dell'Antico Patto ha il suo perfetto compimento. È un testo da tesoreggiare per l'annunzio dell'Evangelo agli Israeliti.

10. Il mondo vi chiamerà savi quando in realtà siete pazzi; vi chiamerà pazzi, quando siete veramente savi Atti 26:24. Finché Saulo infuria contro la Chiesa di Cristo Atti 8:3, egli è reputato uomo zelante e di grande abilità; quando, accortosi del suo errore, si ricrede e diventa cristiano nel vero ed alto senso della parola, Festo lo chiama un forsennato. Niuno si stupisca quando è così frainteso dal mondo; date le condizioni morali della società in cui viviamo, cotesto tizio è naturale e si spiega. Niuno si stupisca, dico; e piuttosto che scoraggiarsi, pensi al giudizio che i mondani pronunciarono del risveglio pentecostale Atti 2:13; al modo con cui Cristo stesso fu trattato Marco 3:21; Giovanni 10:20, e si ricordi delle parole del Maestro in Giovanni 15:20-21.

11. Per i dettagli di Atti 26:25-26 vegga il lettore il commento; qui, noti soltanto che ogni fedel ministro dell'Evangelo deve imitare l'esempio di Paolo tutte le volte che si trova ad aver che fare con dei così detti "spiriti forti" del mondo, che trattano ironicamente le cose di Dio.

12. Atti 26:27 ci rivela in Paolo il tipo del Predicatore di Corte. Paolo, mosso dall'ardente amore che ha per l'anima immortale di Agrippa, si rivolge in modo diretto ed eroico al cuore ed alla coscienza del re. "Chi sa, egli pensa, se, per mezzo delle profezie relative al Cristo, non mi sarà dato di condurre quest'anima ai piedi del vero re d'Israele?..." Egli sempre necessario aver del tatto; specialmente quando s'ha da fare coi grandi; ma non bisogna che questo "aver del tatto" ci conduca ad una timidità eccessiva. C'è un santo modo di aggredire spiritualmente le anime, che, se non sempre ci conduce allo scopo che avremmo desiderato, pone però sempre al coperto la nostra responsabilità di ministri della Parola, e ci dà di poter dire con serena coscienza: "Ho fatto il mio dovere".

13. Per poco... Atti 26:28. È poco ci volle, davvero, a che Agrippa diventasse cristiano! Molto ci volea per Festo, che era un pagano ignorante delle cose di Dio; ma poco, pochissimo ci volea per Agrippa, che era un giudeo! Quante anime si fermano così sui confini del Regno di Dio! È la grazia di Dio soltanto Atti 26:29 che può rimuovere i piccoli ed i grandi ostacoli alla fede; ed il fedel testimonio di Cristo, anche nei casi più disperati, spera sempre come Paolo, che misericordia possa essere usata anche per quelli che con la violenza o l'ironia respingono la chiamata del Salvatore.

14. Quante volte, dopo aver fatto di tutto per condurre un'anima a Gesù, ci sentiamo dire come Agrippa disse di Paolo: "Gli è un buon uomo!" Un buon uomo! Ma basta ella questa testimonianza resa all'onestà dei nostri intendimenti? Oh ditelo, ditelo, che non basta: che ci vuole qualcosa di più, che ci vuole l'assimilazione per fede della sostanza dei nostri discorsi; che ci vuole l'abbandono completo del nostro io nelle braccia del Salvatore!... Purtroppo il mondo è così, come Agrippa ce lo dipinge in miniatura! Chi lo renderà più serio dinnanzi all'annunzio delle cose eterne?...

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