Atti 27

1 3. IN VIA PER ROMA (Atti 27:1-28:10)

La terza sezione ha tre parti:

1. DA CESAREA A CRETA (Atti 27:1-12);

2. LA TEMPESTA ED IL NAUFRAGIO (Atti 27:13-44);

3. A MALTA PUBLIO (Atti 28:1-10).

1. Da Cesarea a Creta (Atti 27:1-12)

Ora, dopo che fu determinato

ecc. Quando fu deciso che faremmo vela per l'Italia, Paolo ed alcuni altri prigionieri furono consegnati ad un centurione della coorte Augusta, che si chiamava Giulio. Il greco ha: della coorte Sevaste; il che ha dato luogo a varie interpretazioni:

1) La coorte può essere stata composta di soldati arrolati in Sevaste, o in Augusta, che era il nome di Samaria. Giuseppe Flavio fa menzione d'uno squadrone di cavalleria sevastena (Ant. 20:6. § 1; 19:9. § 2); e ci può quindi essere stata anche una coorte di fanteria di Sevaste.

2) Nerone, presso a poco in questo tempo, s'era formato un corpo che corrispondeva ai nostri corazzieri italiani. Si componeva di circa 3000 giovani dell'ordine equestre, che accompagnavano l'imperatore ai giuochi ed ai pubblici spettacoli (Tacito: Annali 14:15; Svet. Nero, c. 25). Si chiamavano Augustani; e la traduzione greca di cotesto nome che designava la guardia imperiale, sarebbe stato appunto: Sevasteni (Vedi Atti 25:21,25).

3) Tacito (Hist. 2:92) parla di un certo Giulio Prisco, che Vitellio avrebbe nominato prefetto delle coorti pretoriane; e v'ha chi crede che cotesto Giulio sia il Giulio del nostro passo.

4) Il Prof. Lindsay crede che la interpretazione più probabile di queste parole sia: centurione di una coorte di Cesarea: prendendo Sevaste nel senso che ha di traduzione greca del nome Cesarea.

5) Il Prof. Reuss nota: "Il nome particolare della coorte alla quale apparteneva il capo di questa scorta militare, appare più volte nelle iscrizioni come dato a diverse legioni. Sembra che le coorti fossero fra loro distinte per via di designazioni d'origine o d'onore Atti 10:1".

2 E montati sopra una nave...

Salimmo a bordo di una nave di Adramiti che dovea toccare i porti della provincia d'Asia, e salpammo. Con noi, c'era un macedone di Tessalonica, Aristarco.

Adramiti,

come la si chiama anche oggi, era una città sulla costa della Misia, di faccia a Lesbo.

Quanto ad Aristarco

vedi Atti 19:29; 20:4; Colossesi 4:9; Filemone 24. Paolo dunque, in questo viaggio non era accompagnato che da Aristarco e da Luca, il quale e compreso in quel salimmo ed in quel salpammo del passo.

3 E il giorno seguente...

Il secondo giorno, approdammo a Sidone; e Giulio trattò Paolo con molta dolcezza, e gli permise d'andare a vedere i suoi amici e di ricevere le loro attenzioni. Paolo avea fatto anche su Giulio una buona impressione Atti 18:14; 19:31,37.

Questi amici

erano probabilmente dei discepoli che lo aveano veduto quand'ei passò per la Fenicia Atti 15:3, o in qualche altra occasione.

Sidone

è la Sidone di Atti 12:20.

Le attenzioni

che Paolo ricevette dagli amici, ce le possiamo immaginare facilmente. Paolo era un apostolo in via per un viaggio lontano, ed avea bisogno di molte cose. Gli amici lo ricevono a braccia aperte e lo forniscono del necessario per il viaggio.

4 Poi, essendo partiti di là...

Partiti di là, navigammo sotto Cipro, perché i venti ci erano contrari; e, dopo aver traversato il mare che bagna la Cilicia e la Pamfilia, arrivammo a Mirra, città della Licia. Quivi, il centurione, trovata una nave alessandrina che facea rotta per l'Italia, ci fece fare il trasbordo.

Per Cipro,

vedi Atti 4:36.

Navigammo sotto Cipro,

tenendoci fra il continente e Cipro, perché l'isola ci proteggesse dall'urto del vento.

5 Per la Cilicia e la Pamfilia,

vedi Atti 6:9; 13:13.

La Licia

era una provincia nel lato sud-ovest dell'Asia Minore.

Mirra

era a due miglia e mezzo circa dalla foce del fiume Andriaco. Era stata una volta la metropoli della Licia: ed anche oggi i ruderi d'un teatro e d'un acquedotto ricordano la sua sparita grandezza.

6 Una nave alessandrina.

Doveva essere una di quelle navi mercantili, che portavano in Italia il grano d'Egitto. Erano navi grandi Atti 27:38, che faceano regolarmente la traversata.

7 E navigando per molti giorni...

Dopo parecchi giorni di lenta navigazione, arrivammo con molto stento all'altezza di Cnido.; e siccome il vento non ci permise di toccar terra, seguitammo a costeggiare l'isola di Creta, in direzione del capo Salmone; e dopo averla non senza difficoltà costeggiata, finimmo per arrivare ad un certo luogo, chiamato Portobello, che è presso alla città di Laséa. Soffiava il vento di nord-ovest, che era contrario alla loro rotta; quindi, la ragione della lenta navigazione.

Cnido

era una città che sorgea sul promontorio omonimo, nell'Asia Minore, nella parte della provincia di Caria che si chiamava Doris ed un po' a nord-ovest dell'isola di Rodi. Cnido avea un porto da tutti e due i lati del promontorio ed era, pare, una stazione marittima delle navi che faceano il commercio del grano fra l'Egitto e la Grecia (Tucid. 8:35). Era nota per il suo culto a Venere.

Per Creta,

che è la moderna Candia, vedi Atti 2:11.

Salmone

era il promontorio all'estremità orientale dell'isola di Creta. Strabone (10. 4) lo chiama Samonio; Plino (4. 12) Samnonio. Nel greco moderno si chiama Capo Salomone.

8 Portobello.

Era dalla arte sud-est dell'isola di Creta. Anche oggi si chiama Limeones kaloí: Beiporti.

Lasea.

la difficoltà di accertare dove fosse proprio questa Lasea ha indotto parecchi a legger variamente cotesto nome. Chi legge Lassoea; chi, Alassa; chi, Thalassa; chi, in altro modo. Plinio mentova una città di Creta, chiamata Lasos; ma non ne descrive la posizione geografica esatta. Si son trovati dei ruderi di fabbricati, di colonne, di mura e di templi a circa due ore da Bei porti, sotto il Capo Leonda, e la tradizione popolare chiama tutto ciò Lasèa.

9 Ora, essendo già passato molto tempo...

Era passato parecchio tempo; la navigazione si facea pericolosa, perché la data. del "gran digiuno" era già trascorsa; e Paolo così ammoniva l'equipaggio: "Compagni! Io prevedo, ei diceva, che il viaggio non si può continuare senza esporre a pericolo ed a gravi danni, non solo il carico e la nave, ma anche le nostre vite". Ma il centurione prestava più fede al pilota ed al padrone della nave, che alle parole di Paolo; e siccome il porto era poco adatto per isvernare, il parere dei più, fu di continuare la rotta per cercar d'arrivare a Fenice, porto di Creta che guarda a Libeccio ed a Maestro, e di passar quivi l'inverno.

Era passato parecchio tempo

dal principio del viaggio; dalla partenza, cioè, da Cesarea. Non bisogna dimenticare che, in codesti tempi, i viaggi come quello che è qui descritto, si faceano soltanto in certi determinati momenti dell'anno. I nostri naviganti aveano pensato di poter arrivare in Italia prima che cominciasse la stagione delle tempeste, ed eccoli qui, ancora ben lontani dal loro punto d'arrivo, prima che cotesta stagione incominciasse.

Il gran digiuno.

Il gran digiuno che si celebrava alla festa delle espiazioni, la quale cadeva il 10 del mese di Tisri, vale a dire verso la fine di settembre, era passato; cominciava l'equinozio d'autunno; le tempeste si faceano più frequenti e più pericolose, e bisognava pensare sul serio ad assicurarsi un rifugio per l'inverno. Paolo consiglia l'equipaggio a far sospendere il viaggio e fermarsi; ma gli uomini di mare non credono il luogo adatto, e decidono che si debba tentare di giungere ad un porto, meglio di questo, riparato dai colpi di vento.

12 Il parere dei più.

Ci fu dunque una specie di consiglio, nel quale fu dibattuta la questione: se si dovesse rimaner lì, in quel porto che, benchè riparato dalla parte di nord-ovest rimaneva esposto ad altri venti, o se si dovesse cercare di giungere al porto di Fenice, che era più sicuro.

Fenice

era un porto al sud di Creta e ad ovest di Beiporti. È il porto che oggi si chiama Lutro, ed è frequentato dai pirati greci. A motivo della rena che vi si è accumulata, non e più accessibile a navi di gran portata.

Libeccio

è il vento di sud-ovest;

Maestro

è il vento di nord-ovest.

Riflessioni

1. Paolo non è solo; ha seco Luca ed Aristarco Atti 27:2. Un peso, per grave che sia, quand'è portato in tre è per ognuno meno grave e meno schiacciante. Iddio lenisce sovente i dolori dei suoi per mezzo del balsamo dell'amicizia.

2. Qual'emozione deve aver provata Paolo passando ora, alla fine della sua carriera missionaria, dinnanzi a Cipro Atti 27:4, dove avea raccolto i primi frutti dei suoi lavori! Atti 27:4.

3. Niuno dica che la pietà non ha valore quando si tratta di cose materiali. "La pietà è utile ad ogni cosa", dice Paolo 1Timoteo 4:8. Ecco qua un nome pio, che dà, in cose molto pratiche, dei consigli d'oro Atti 27:9-10, e che parla con più senno di cotesti "lupi di mare". È notisi anche questo, sempre a proposito di cotesti due versetti; che l'uomo pio non tratta la propria vita né i beni di questa terra, come cose che non costino nulla; le son cose, invece, che hanno per lui un grande valore, e che meritano seria considerazione. È Dio che gliele ha date, ed è a Dio ch'ei deve renderne conto.

4. Questi "lupi di mare" avranno sorriso di compassione, probabilmente, a sentirsi dare dei consigli, da questo carcerato, che non sapea far altro che delle prediche Atti 27:11. Teniamolo bene a mente; in fatto di consigli, quel che conta non è l'abito, né la condizione sociale, né il grado d'istruzione di chi dà il consiglio; è l'assennatezza del consiglio stesso. Tutti abbiam vissuto abbastanza per sapere che, spesso, uno che il mondo giudicherebbe stolto, vi dà un consiglio che aspettereste soltanto dalle labbra d'un savio 2Re 5:3.

5. Ecco uno dei molti casi, in cui è proprio vero che "i voti si pesano; non si contano" Atti 27:12; 1Re 22:12-13. Era al peso del voto di Paolo e non al numero di quelli dei marinari, che il centurione avrebbe dovuto badare!

13 2. La tempesta ed il naufragio (Atti 27:13-44)

Ora, messosi a soffiar l'austro.

E quando si levò leggero il vento di sud, credendo d'esser venuti a capo del loro proposito, levarono le ancore, e si misero a costeggiare più da presso l'isola di Creta. Il vento avea cambiato di direzione e d'intensità. Il pilota ed il padrone della nave credevano che adesso, con la dolce e favorevole brezza di sud, sarebbe facile l'ottenere l'intento; e la nave, lasciato Portobello, si dirige verso Fenice, che distava da Portobello un trentaquattro miglia; nondimeno, per cautela, non si avventura troppo al largo, e la si tiene vicina alla costa. È qui, a titolo di curiosità, debbo accennare ad uno svarione in cui sono incorsi vari traduttori; fra gli altri, S. Girolamo nella Vulgata; e quindi, si capisce, il Martini. Il greco ha αραντες ασσον... e la Vulgata: cum sustulissent de Asson... e il Martini: avendo salpato da Asson... Ora l'isola d'Asso era su, lontana, al nord Atti 20:13; e in Creta non c'è traccia d'una città di cotesto nome. Come si spiega dunque la cosa? Si spiega così; che quest' ασσον (asson) è un avverbio di forma comparativa; è il comparativo di αγχι e significa: più da vicino; e questo avverbio, S. Girolamo, il Martini e gli altri, hanno preso per un nome proprio!

14 Ma, poco stante

Quand'ecco scatenarsi sull'isola un uragano, noto col nome di Euraquilone; e la nave, che non potea far testa al vento, fu portata via. Dovemmo cedere, e ci abbandonammo alla deriva. Il greco ha: ανεμος τυφωνικος, vento turbinoso. È il τυφως; il nostro tifone, vento vorticoso, impetuosissimo. Plinio dice che gl'improvvisi uragani del Mediterraneo producono un vortice, che si chiama tifone. La lezione Euroaquilone (A. B. Sinait.), che io adotto, è preferibile all'altra Euroclidone adottata dalla diodatina (Text. rec., G. H.), Euroaquilone è un composto di Euro levante, più esattamente sud-est) e di Aquilone (tramontana). Euroclidone è un composto di Euro (vento di sud-est) e Clidone ( κλυδων) flutto, ondata: poi metaforicamente, movimento inquieto, tempestoso, impeto, tempesta, confusione. Ambedue questi nomi non si trovano che in questo passo, e sono ignoti al greco classico. Euroaquilone poi è un composto greco-latino.

Quel dire di Luca:

noto col nome di...

mostra che così lo chiamavano i marinari d'allora, e che fu a bordo che Luca lo imparò. Si osservi, concludendo, che l'Euroaquilone del testo accenna alla direzione del vento; una direzione di nord-est che spiega gli effetti descritti in seguito; e che il tifonikós ( τυφωνικος) vorticoso, turbinoso descrive la violenza del vento stesso.

16 E scorsi sotto una isoletta, chiamata Clauda

E passando rapidamente sotto un'isoletta chiamata Cauda, riuscimmo, non senza difficoltà, ad assicurarci la scialuppa; e quando l'ebbero tirata su a bordo ricorsero a delle precauzioni, cingendo di gomene il sotto della nave; e perché temevano di dar nelle secche, calarono le vele e si abbandonarono così alla deriva.

Clauda,

dice la diodatina; ma la lezione Cauda sembra esser preferibile. La Cauda del testo corrisponde alla moderna Gozzo, che è a ventitre miglia a sud-ovest di Creta. Secondo la nostra traduzione, la scialuppa sarebbe stata, fino a questo momento, rimorchiata dalla nave; e con difficoltà l'avrebbero tirata su a bordo. Con difficoltà; e la difficoltà era sì grande, che tutti dovettero prender parte al tentativo; come appare dalla forma verbale, che include anche Luca: riuscimmo, non senza difficoltà... Bisogna confessare che c'è qui qualche oscurità; la quale, alcuni traduttori, come il Reuss e lo Stapfer, farebbero sparire, traducendo così: Come passavamo sotto una piccola isola chiamata Clauda, riuscimmo, non senza difficoltà, a manovrare la scialuppa; della quale si servirono per prendere qualche precauzione e circondare la nave di gomene (Stapfer); o: della quale si servirono per garantire la nave per mezzo di gomene e di travi (Reuss). Secondo il Reuss e lo Stapfer, la scialuppa non sarebbe stata fino a cotesto momento rimorchiata dalla nave; ma sarebbe già stata a bordo; e, in cotesto critico frangente, la sarebbe stata messa in mare, per servirsene (il che non poteron fare senza difficoltà, a causa del mare grosso) a cingere di gomene la nave. Il punto importante che raccomanda questa interpretazione, sta qui: "Come fecero a cingere la nave di gomene, senza servirsi della scialuppa? E per servirsene, non si trattava di tirare la scialuppa a bordo; ma di calarla da bordo in mare". Bisogna però convenire di questo. Per adottare cotesta interpretazione, che senza dubbio è più chiara di quella che traspare dalla nostra traduzione, è necessario dare alla frase greca ισχυσαμεν μολις περικρατεις γενεσθαι της σκαφης, ἡν αραντες ecc. che vuol proprio dire: riuscimmo con pena a rimaner padroni della scialuppa, la quale dopo aver tirata su ecc.; è necessario darle, dico, una interpretazione, che fa un po' violenza al significato proprio delle parole. Bisogna, cioè, tradurre: riuscimmo a stento a far manovrare la scialuppa della quale si servirono per garantire, ecc. ecc. Il lettore scelga fra una traduzione che, per rimanere fedele al testo, lascia un po' d'oscurità nell'idea, ed una interpretazione che per far chiara l'idea, tratta alla libera il testo.

17 I marinari usavano tutti i ripari,

dice la diodatina; meglio tradurre: ricorsero a delle precauzioni.

Cingendo la nave di sotto.

Cingendo di gomene il sotto della nave. L'operazione consisteva in questo. Si passavano delle gomene sotto la chiglia, in modo da fermarle a bordo; le si passavano parecchie e parecchie volte, cosicchè fasciavano la nave; e fra le pareti dei fianchi della nave e le gomene si introduceano delle travi o dei legni per ammortire i colpi in caso d'urto contro gli scogli. Tucidide (1. 29) ci dice che i corcirei ebbero a fare così; e le navi che i russi perdettero sul Tago nel 1808, erano ridotte così male a cagione della loro antichità che erano tenute assieme per cotesto mezzo. Probabilmente Orazio fa allusione a questo nautico sistema di protezione, quando, nell'ode che incomincia:

"O navis, referent in mare te novi Fluctus!"

dice:

..."ac sine funibus

Vix durare carinae

Possint imperiosius

Aequor?" (Od. Lib. I Ode XII).

Di percuoter nella secca.

Di dar nelle secche. Il greco ha: d'investire nelle Sirti. Sirti è un banco di sabbia. C'erano due Sirti; tutte e due sulla costa settentrionale africana; la Sirti maggiore, all'ovest di Cirene; la Sirti minore, più vicina a Cartagine. Luca parla probabilmente della Sirti maggiore, perché il vento di nord-est li spingeva appunto in cotesta direzione. Cotesti banchi di sabbia erano il terrore di quelli che navigavano per il Mediterraneo (Giuseppe Flavio Guerre II 16, § 4) (Vedi anche Lucano, Fars. 9:303-310).

Calarono le vele.

Qualcuno traduce: calarono o buttarono giù l'albero.

18 Ed essendo noi fieramente travagliati...

Il giorno dopo, siccome eravamo fieramente sbattuti dalla tempesta, cominciarono a buttare a mare il carico; ed il terzo giorno, con le loro proprie mani, gittaron via le masserizie della nave. Il primo giorno dunque, calarono le vele; il secondo, allo scopo di rendere la nave più leggera, buttarono a mare tutto quello che del carico poteano sacrificare; ma il terzo giorno bisognò dar mano anche alla mobilia, alle masserizie della nave.

19 Con le nostre proprie mani gettammo...

dice la diodatina; e con la diodatina dicono così il Reuss, l'Oltramare, lo Stapfer, il Segond ed il Revel. È piacerebbe di più anche a me; questi passeggieri che sono obbligati di prender parte alla manovra perché i marinari sono mezzo morti dalla fatica, e una circostanza che arricchisce di un elemento grafico stupendo il già magnifico racconto di Luca. Ma a quel che piace, bisogna anche qui preferire quello che è vero; e lo studio critico del testo ci conduce ad accettare la lezione: con le loro proprie mani gittarono... La prima persona plurale ( ερριψαμεν = gettammo) è nel Text. rec. ed in G. H. La terza plurale ερριψαν o εριψαν è in A. B. C., nel Sinait. e nella Vulgata. Quindi, siam d'accordo col Martini, e traduciamo: con le loro mani gittarono via ecc.

20 E non apparendo né sole, né stelle...

Più giorni passarono, senza che vedessimo né sole, né stelle; forte si scatenava su noi la tempesta, e perduta oramai era ogni speranza di salvarci. Non bisogna dimenticare che a quei tempi non c'era la bussola; e che i marinari, quando erano al largo, lungi da terra, non aveano altra guida, per orientarsi, che il sole e le stelle.

21 Ora, dopo che furono stati lungamente...

Or come era già parecchio tempo che stavano senza mangiare, Paolo s'alzò in mezzo a tutti, e disse: "Compagni! Voi avreste dovuto ascoltarmi, e non avreste dovuto partire dall'isola di Creta; vi sareste risparmiati questo disastro e questo danno. Ma ora, io v'esorto a farvi coraggio; niuno di voi ci lascerà la vita; la nave sola sarà perduta; poichè stanotte m'è apparso un angelo di quell'Iddio a cui appartengo e ch'io adoro, che mi ha detto: - "Non temere, Paolo! dinnanzi a Cesare tu devi comparire; ed ecco, Iddio t'ha donato la vita di tutti quelli che navigano teco". Fatevi. dunque coraggio, compagni; che io ho fiducia in Dio, che avverrà come mi è stato detto. Bisogna che siam gettati su qualche isola.

Il furono stati lungamente senza prender pasto

non dipende da mancanza di vettovaglie a bordo Atti 27:34; si spiega facilmente con l'esigenza d'un lavoro continuo, con l'angoscia prodotta dal pericolo di naufragio e col mal di mare.

Paolo si levò la mezzo a loro...

In quest'ora di generale abbattimento fisico e morale, Paolo solo conserva tanta forza d'animo, che può comunicarne agli, altri. Ma il merito di cotesto fatto non è suo; ne a se stesso ei l'attribuisce; il merito n'è tutto di Dio; di quell'Iddio che, sulla tolda d'un bastimento pagano e dinnanzi agli elementi scatenati, egli annunzia avergli dato la certezza d'una liberazione, di cui tutti disperavano. La scena è epica e degna del pennello d'un artista grande ed ispirato.

23 Un angelo

In molte altre persone dello stesso ardente temperamento di Paolo, la visione, reale o immaginaria, di messaggieri del mondo invisibile ha prodotto terrore, turbamento, agitazione; in Paolo, ella è sorgente di una santa calma, che si comunica a quelli che lo circondano. Dinnanzi alla maestà di una scena come questa, il mettersi a discutere sul come l'angelo gli apparve, è assurdo, per non dire profano.

Ed al quale servo.

Questo servizio di cui parla l'apostolo, non è il servigio dell'attività, esterna; è un servizio d'adorazione. Paolo ama questa espressione (Vedi Romani 1:9; 2Timoteo 1:3). È per questo ch'io traduco: "di quell'Iddio, a cui appartengo" e che adoro.

24 Paolo, non temere,...

Queste parole sono evidentemente la risposta alle ardenti preghiere di Paolo. Paolo non ha pregato soltanto per se; ha pregato per se e per tutti; e la sua preghiera è completamente esaudita.

25 Perciò, o uomini, state di buon cuore

Per la fede, Paolo diventa capitano e pilota della nave.

26 Or ci bisogna percuotere in una isola

Che la vita di tutti sarebbe salva era un fatto; l'angelo glielo avea detto; ma l'angelo gli aveva anche senza dubbio detto, che cotesta liberazione non sarebbe venuta senza guai; bisognava investire in qualche isola. Quale? quando? A queste due domande l'apostolo non poteva rispondere.

27 E la quartadecima notte essendo venuta...

Era la quattordicesima notte; e mentre eravamo sbattuti qua e là sbattuti per l'Adriatico, verso mezzanotte, i marinari congetturarono che s'accostavano a qualche terra; e calato lo scandaglio, trovarono venti braccia; dopo un breve tratto, ricalarono lo scandaglio, e trovarono quindici braccia; temendo allora d'andare a picchiar contro a degli scogli, gittarono da poppa quattro ancore, ed aspettarono con ansietà che facesse giorno.

E la quartadecima notte

Il computo è fatto dalla partenza da Portobello. (Confr. con Atti 27:18-19,33).

Nel mare Adriatico.

Il greco ha: nel mare Adriatico si chiamava allora tutta la parte del Mediterraneo, che è fra la Grecia, l'Italia e l'Africa. Oggi, l'Adriatico è limitato al golfo di Venezia.

I marinari ebbero opinione.

D'onde questa opinione? Forse, dal rumore dei cavalloni che s'infrangevano contro la riva; forse, dalle linee bianche della spuma, scorte, in qualche modo, malgrado l'oscurità della notte.

28 Venti braccia

Il braccio ( οργυια) era lo spazio misurato da chi stende le braccia con le mani aperte; lo spazio da mano a mano, compreso il petto.

29 Gettarono dalla poppa quattro ancore

Anche allora l'ancora si gettava, come si getta oggi, da prua. Qui invece le ancore son gittate da poppa. A questo passo si connette un interessante dettaglio storico. Alla battaglia di Copenhagen l'ammiraglio Lord Nelson avea fatto ancorare tutte le navi da guerra da poppa; e, dopo la battaglia, egli stesso diceva che a lettura di questo capitolo dai Fatti gli avea suggerito l'idea di fare a cotesto modo. I marinari, gettando le quattro ancore da poppa miravano a questo: prima di tutto, a fermare la nave; poi, a far si che la mattina, quando fosse spuntato il giorno, la si trovasse voltata in modo che guardasse il lido.

30 Ora, cercando i marinari di fuggire...

Or come i marinari cercavano di fuggir dalla nave e mettevano la scialuppa in mare facendo le viste di voler gettare le ancore di prua, Paolo disse al centurione ed ai soldati: "Se costoro non rimangono a bordo, voi non potete salvarvi" Allora i soldati tagliarono le funi della scialuppa, e la lasciarono cadere. Il momento era critico. La terra era vicina; non c'era dubbio; ma era buio; non c'era modo di accertarsi del luogo in cui la nave si trovava, e bisognava prendere delle precauzioni straordinarie per non finire sfracellati contro gli scogli. Sta bene che le ancore erano state gettate da poppa; ma questa manovra non rassicurava punto i marinari, che meglio di tutti conoscevano l'imminenza del pericolo. Quindi, progettano di fuggire e di abbandonare la nave. E l'avrebbero fatto, se Paolo, accortosi del loro proposito, non l'avesse sventato.

Di voler calare le ancore.

Letteralmente: di volere stendere ( εκτεινειν) le ancore. Mi pare che l'idea esatta sia questa: facendo le viste di voler portar fuori, in mare, le ancore per tutta la lunghezza delle loro gomene.

31 Se costoro non restano...

Paolo avea promesso, in nome di Dio, la vita salva a tutto l'equipaggio; senza condizioni; ed ora dichiara che la presenza della gente del mestiere è assolutamente necessaria ad assicurare la salvezza di tutti. Si contraddice o si ritratta egli? Ha egli perduta quella fede che avea poc'anzi così potente? Tutt'altro! Egli è che la sua fede nella protezione della Provvidenza, non è una fede superstiziosa; egli è che Paolo sa che la certezza d'una promessa divina non dispensa l'uomo dal dovere d'usare dei mezzi naturali che ha a sua disposizione, per assicurarsi di cotesta promessa il compimento.

33 E aspettando che si facesse giorno...

Mentre aspettavano che spuntasse il giorno, Paolo esortò tutti quanti a prender cibo, dicendo: "Oggi son, quattordici giorni che state aspettando, sempre digiuni senza prender nulla. Io v'esorto dunque a prendere qualche nutrimento; è necessario alla vostra salvezza; che niun di voi perderà neppure un capello del suo capo". Detto questo, prese del pane, rese grazie a Dio in presenza di tutti, lo ruppe, e si, mise a mangiare. Tutti allora si fecero animo e presero anch'essi del cibo. Fra tutti, eravamo a bordo dugentosettantasei persone. E quand'ebbero mangiato abbastanza, alleggerirono la nave, buttando a mare il grano

Sempre digiuni.

Per quanto le espressioni siano forti, esse non vanno prese qui assolutamente alla lettera. Come avrebbero fatto a star ritte queste dugentosettantasei persone, se per quattordici giorni non avessero proprio mangiato assolutamente nulla? S'intende che non ebbero pasti regolari; che l'ansietà, il mal di mare, l'angoscia aveano, durante tutti quei quattordici giorni, tolto loro ogni voglia di mangiare; ma non si esclude che mangiassero qualche boccone, tanto per tenersi ritti. Fatto si è che le forze fisiche erano esauste a cagione del mal di mare, dell'alimentazione più che irregolare, e delle angosce morali erano esauste, e le probabilità di un naufragio crescevano. Bisognava dunque rifarle coteste forze fisiche; bisognava ritemprarle in vista del momento supremo; ed a questo mira l'apostolo, con la parola e con l'esempio.

34 Questo farà la vostra salute

Anche qui va ripetuta l'osservazione che ho fatta in Atti 27:31: Paolo ha detto, in nome di Dio, che tutti saranno salvi; ma se non mangiano e rimangono lì stecchiti dalla fame non sarà colpa di Dio; sarà colpa loro. Iddio li libererà; ma a cotesta liberazione bisognerà che cooperino anche loro; e per cooperarvi, hanno bisogno di coraggio e di forza.

Non cadrà pur un capello...

È un'espressione proverbiale che indica che tutti sarebbero stati salvi; e che non avrebbero sofferto alcun danno personale 1Re 1:52; 1Samuele 14:45; Matteo 10:30; Luca. 12:7; 21:18.

35 Prese del pane...

Era l'uso comune degli ebrei Matteo 14:19. Anche qui la scena è sublime. Le parole sembrano trasformare la scena in una vera e propria celebrazione della Santa Cena. E per quanto non si tratti qui affatto di cotesto, niuno vorrà negare il carattere eminentemente sacro e solenne di quest'atto di Paolo sopra la tolda di un bastimento, che è destinato al naufragio.

37 Dugentosettantasei persone

Uno dei più antichi manoscritti (B) dice: eravamo circa settantasei persone.

38 E quando furono saziati di cibo

Quando si furono rinfrancati con un buon pasto, misero mano all'opra.

Gittando il frumento...

Gittando a mare il carico; il resto del carico Atti 27:18. Era una nave carica di grano. Vedi Atti 27:2.

39 E quando fu giorno...

Come fu giorno, niuno riconobbe che terra fosse; ma notarono una certa baia, con una spiaggia; e deliberarono di spingervi, se fosse possibile, la nave. Tagliarono le gomene dell'ancore, e le lasciarono andare in mare; sciolsero al tempo istesso i legami dei timoni; e issando l'artimone al vento, mossero in direzione del lido.

40 Ed avendo ritratte le ancore

ecc. è traduzione sbagliata. A che scopo tirar su a bordo le ancore, se avean fatto e facean di tutto per render la nave più leggera che fosse possibile? La nostra traduzione e più in armonia con i fatti e rende meglio l'originale.

I legami dei timoni.

I bastimenti antichi aveano due timoni, che erano un qualcosa come due remi di pala larga, che si tenevano legati ai due fianchi di poppa con delle funi, in modo da poter esser messi in opra facilmente. I timoni della nostra nave erano stati tirati su e legati, mentre la nave era ancorata; adesso che le ancore sono perdute e che c'è di nuovo bisogno dei timoni, i marinari sciolgono le funi che li tengono legati, e li rimettono al loro posto per manovrarli.

Si rimisero alla mercè del mare.

È traduzione sbagliata. L' ειων εις την θαλασσαν dell'originale non si riferisce ai marinari, ma alle ancore. Non sono i marinari che si rimettono alla mercè del mare, ma sono i marinari che lasciano andare in mare le ancore.

La vela maestra.

Il greco ha τον αρτεμωνα (tón artémona.). L' αρτεμωνα è l'artimone: nome che si dava alla maggior vela di una nave, e che corrisponde alla nostra vela di mezzana.

41 Ma, incorsi, in una piaggia...

Ma dettero in una lingua di terra, che aveva il mare d'ambo i lati; e quivi fecero picchiar la nave; in modo, che la prua, che si era arenata, restava immobile; mentre la poppa si sfasciava sotto i colpi del mare. Allora i soldati proposero di uccidere i prigionieri, affinché niun d'essi se ne fuggisse a nuoto; ma il centurione, che volea salvar Paolo, impedì loro di farlo; ordinò a quelli che sapeano nuotare, di gettarsi per primi nell'acqua per giungere a riva ed agli altri, che si valessero chi di tavole, e chi d'altri pezzi della nave. E fu così che tutti giunsero a terra a salvamento.

42 Il parere dei soldati era d'uccidere i prigioni

La consegna era severa. Ogni prigioniero era incatenato ad un soldato; e il soldato che lasciava fuggire il prigioniero affidatogli, pagava la sua negligenza con la vita. (Vedi Atti 12:19; 16:27) Di qui il parere dei soldati, che si spiega con la severità della consegna e con la responsabilità che hanno di fronte alle autorità superiori.

43 Il centurione volendo salvar Paolo

L'apostolo s'era guadagnato il rispetto del centurione sino da principio Atti 27:3; il viaggio, con tutte le sue avventure, avea stretto più che mai questi vincoli che già legavano Paolo al centurione.

Si gettassero i primi.

L'ordine era savio. I notatori, giunti a riva, avrebbero così potuto aiutare quelli che non sapevano nuotare.

44 Riflessioni

1. Spira una dolce brezza di mezzogiorno; i marinari trionfano Atti 27:13. Non vi par egli di vederli cotesti marinari sorridersi l'un l'altro e lanciar delle occhiate di compassione a quel saccente di Paolo che ne volea saper più di loro e che stava lì a bordo come un profeta di cattivo augurio? Atti 27:10

2. Ma, ahimè, quanto poco ha durato la dolce brezza! Ecco il vorticoso Euraquilone... e i marinari non trionfano più; sono in grave pensiero. "Non ti vantar mai del domani", dice il Proverbio; "che tu non sai quello che una giornata può partorire" Proverbi 27:1.

3. Quando si tratta della vita presente, pur di salvarla, siam pronti a far getto d'ogni cosa Atti 27:18,38; perché, non siam così pronti a far getto di tutto quello che mette in pericolo la nostra "vita eterna"? Matteo 16:26; Luca 9:25

4. Quando un uomo di Dio ha dato un consiglio e cotesto consiglio non è seguito, ei non se la piglia mica con chi non gli ha dato retta; non mette su muso, non comincia a far delle inutili filippiche; ma continua ancora a consigliare, se v'è sempre luogo a consiglio; e continua a far del bene, se si trova in rado di poterne fare Atti 27:21-26.

5. Il credente non è vero che navighi sempre in acque calme; anch'egli si trova talvolta sorpreso dalle bufere della vita; ma mentre tutti gli altri in mezzo allo scrosciar della bufera disperano, ei leva il capo in alto e spera in quel Padre onnipotente, che, per i suoi, tien sempre in serbo delle gloriose liberazioni Atti 27:22; Luca 21:28.

6. La nave del nostro passo mi sembra il mondo in miniatura. Paolo ha pregato per sè e per i compagni di viaggio; e la sua preghiera è stata esaudita per ambedue le richieste. Egli deve andare a Cesare; ed a Cesare andrà. L'ha detto Iddio; e chi dirà di no a Dio? L'uomo?... gli elementi scatenati della natura?... Paolo sarà salvato dal pericolo che lo minaccia; e quanti sono nella nave saranno salvati, per amor di Paolo, ed in risposta alla preghiera di lui Atti 27:24. Dice Bengel: "È più facile a parecchi cattivi l'esser salvati per la compagnia di alcuni buoni, che ad un buono il perire per la compagnia di molti cattivi". Cercate, cercate delle anime pregate per loro, ed elleno "vi saranno donate" in numero molto maggiore di quello che potete aspettarvi o sperare!

7. Lettore! Vuoi tu, senza fronzoli e senza poesia, proprio nella sua nuda e triste realtà, un'immagine di quello che il mondo farà per te nell'ora suprema del pericolo e del dolore? L'immagine l'hai, fedelmente ritratta, in Atti 27:30. Considerala e pensaci su.

8. Il detto popolare: Aiutati, che il ciel t'aiuta non è biblico nella forma, perché non si trova in alcun passo delle Scritture; ma è biblico nello spirito; e mi sembra scaturire naturalmente da Atti 27:31,34. Dell'aiuto del cielo Paolo era sicuro; quindi, l'esortazione di Paolo che sgorga dalla fede ch'egli ha in cotest'aiuto, si riassume tutta in questa parola: aiutiamoci, dunque/ E da uomo energico ch'egli è, non si volge ai codardi ed egoisti marinari; ma al centurione ed ai soldati esclama: "Se volete scampare non lasciate fuggire quei marinari! Abbiam bisogno delle loro braccia e della intelligente opera loro!" E poi, volto a tutti: - "Ed ora, mangiate; mettetevi in forze; che, fra poco, ci sarà del lavoro, e del lavoro arduo per tutti!" Com'è bella questa pietà divina, senza fanatismo; umana, senza presunzione.

9. A proposito di Atti 27:32, il Besser fa una eccellente osservazione: "L'ordine del centurione che i soldati tagliassero le funi della scialuppa, fu il frutto d'un forte atto di fede. Un ordine di quella fatta, distruggeva addirittura l'ultimo ponte possibile fra nave e terra. Il centurione, con cotest'ordine, abbandona la scialuppa ed entra energicamente nella scialuppa più sicura della parola di Paolo; nella scialuppa che non dall'uomo è tenuta ferma e sicura, ma da un Dio onnipotente e fedele". Anche tu taglia le funi d'ogni tuo mezzo di salvezza che ti è caro, e gittati nelle braccia di Dio! L'alba della tua redenzione fugherà la tenebria della notte ingrata ed angosciosa, e tu saluterai con inni di gioia la gloriosa liberazione dell'Eterno.

10. Il pio Henry, spiritualizzando forse un po' troppo Atti 27:33-34, scrive però con grande verità queste parole: "Quanti ce ne sono dei cristiani deboli, tremanti, sempre in preda ad ogni sorta di dubbi e di timori relativi al loro stato spirituale!... dei cristiani che sono in cotesto stato, eppur continuano a digiunare... Non s'accostano alla Mensa del Signore; non si nutrono delle consolazioni divine... e poi, si lamentano che non possono progredire nell'opera loro spirituale; che non possono lottare... Sfido io! Oh se volessero (come, del resto, dovrebbero) oh se volessero nutrirsi e godere di tutto quello che Cristo ha fatto per loro ed ha messo a loro disposizione! Allora sì, che diverrebbero forti: e capirebbero che cotesto nutrimento e cotesto gaudio son davvero 'necessari alla loro salvezza'".

11. La promessa di Atti 27:34 era stupenda; e Paolo che la pronuncia, diventa anch'egli come Giuseppe Genesi 41:12-14 il profeta ed il salvatore di quelli che l'hanno legato. Dice benissimo il Proverbio: "Delle parole dette a proposito, son degli aurei pomi in vasi d'argento" Proverbi 25:11; e la parola di Paolo porta la calma nel cuore disperato dei marinari. Gesù dorme dolcemente in mezzo alle tempeste del mar di Galilea Marco 4:37-38; qui, in mezzo al tempestoso Adriatico, la parola di Gesù Luca 12:7; 21:18 ridona a tutti la pace e ravviva in tutti le spente energie Atti 27:35-36.

12. Iddio salva tutti quanti sono nella nave, per amor di Paolo; ed il centurione, per amor di Paolo, salva la vita a tutti i prigionieri Atti 27:43. La bontà d'un vero uomo di Dio è una santa rugiada, che diffonde largamente i suoi benefici effetti.

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