Atti 28

1 3. A Malta. Publio (Atti 28:1-10)

Malta.

L'originale ha Μελιτη, Meliti, che, non v'ha dubbio, corrisponde al nostro Malta. Oramai è ammesso da tutti che il luogo del naufragio di Paolo fu l'isola e, di Malta un tempo ci fu chi credette che invece di Malta si trattasse di Meleda, come la si chiama oggi; d'un'isoletta, cioè, al nord dell'Adriatico, verso le coste della Dalmazia e non lungi da Ragusa. Questa opinione, espressa prima dal greco Costantino Porfirogenito (nel decimo sec.) e poi sostenuta nel secolo scorso da un benedettino di Ragusa, Padre Giorgi, e quindi dall'olandese De Rhoer e dal Bryant, oggi è completamente abbandonata. È troppo evidente che si tratta di Malta. Ecco difatti quello che ne dice lo Stock: "Sulla costa settentrionale di Malta c'è un promontorio che si chiama Punta di Koura, dal quale un bastimento avviato nella direzione di quello di Paolo, dovrebbe passare. La riva è troppo bassa, e non la si può scorgere di notte; ma il luogo è ben noto per i flutti che vi si spezzano contro. Appena lo si gira, cotesto promontorio, si trova una profondità di venti braccia; e un po' più in là, di quindici braccia. Appunto lì dove la videro i compagni di Paolo Atti 27:39, c'è una spiaggia coperta di ciottoli; e allo stretto canale, che è fra l'isola di Salmonetta e la terra ferma, par proprio di vedere "una lingua di terra che ha il mare d'ambo i lati" Atti 27:41. La identificazione è completa in ogni dettaglio. La baia fra la Punta di Koura e Salmonetta si chiama anche oggi Baia di San Paolo.

2 E i barbari...

Meglio: Gl'indigeni ci accolsero con umanità non comune; avevano acceso un gran fuoco; e ci raunarono tutti quivi, perché pioveva ed era freddo. Diciamo: indigeni e non barbari, perché quest'ultima parola ha oggi un significato diverso dall'antico e quindi da quello del testo. Per Luca e per i suoi contemporanei, barbaro era uno che non parlava né greco né latino; uno che parlava una lingua che non si capiva Romani 1:14; 1Corinzi 14:11. L'isola di Malta era, originariamente, una colonia fenicia. Cadde nelle mani di Cartagine nel 402 av. Cr., e fu ceduta a Roma nel 241 av. Cr. Il suo tempio di Giunone era importante e ricco, e fu saccheggiato da Verrei pretore della Sicilia (Cicerone, In Verr. IV. 46). I maltesi d'allora erano probabilmente d'origine semitica; dei coloni fenici o Cartaginesi che, se non parlavano addirittura punico, dovevano usare un greco molto bastardo. Le iscrizioni che si son trovate nell'isola son tutte in greco ed in latino; ed è naturale, perché coteste erano le lingue ufficiali di quelli che la governavano.

Ci raunarono...

I naufraghi che si erano salvati a nuoto o nel modo descritto in Atti 27:44, non eran giunti tutti nel medesimo luogo della riva; gl'indigeni li raccolsero quindi di qua e di là, e li raunarono nel punto dove aveano preparato loro i primi soccorsi, da quando aveano scorto la nave.

3 Or Paolo, avendo adunata...

Intanto Paolo, avendo raccolto una quantità di legna secche ed avendola buttata sul fuoco, il calore ne fece uscire una vipera, che si avventò alla mano di lui. Notisi l'energia di Paolo. Pur che ci sia da fare, egli è sempre il primo all'opra.

4 E quando i Barbari...

anche qui, meglio: gl'indigeni.

Quest'uomo del tutto è micidiale.

Certo, che cotest'uomo dev'essere un omicida; perché, appena scampato dal mare, la giustizia divina non lo vuole lasciar vivere.

È micidiale

Era un giudizio avventato. Vedevano che Paolo era un prigioniero; quindi, a giudizio loro, doveva essere un cattivo soggetto; e la prova n'era qui; che, non appena scampato dal mare, la giustizia divina lo afferra per condannarlo ad una fine anche più tremenda di quella a cui era poc'anzi sfuggito.

La vendetta,

dice la diodatina. Il greco ha: ἡ δικη: la giustizia. Ἵ δικη: la (dea) giustizia figliuola di Giove e di Temi era la personificazione attica della giustizia. Il Reuss traduce la giustizia del cielo e dice: "Traduciamo, secondo il senso, la giustizia del cielo; ma, propriamente, cotesto è il nome della divinità, che più comunemente si chiamava Némesi". Némesi era la dea della vendetta.

5 Ma Paolo, scossa la bestia nel fuoco...

Il testo veramente non dice se Paolo fosse morso o no dalla vipera; ma è un fatto che, se non ne fu morso, ei fu un miracolo non meno grande di quello che sarebbe avvenuto s'ei ne fosse stato morso. L'avvenimento è qui dato senza dubbio per miracoloso; ed è come tale che l'ha inteso, la tradizione più antica Marco 16:18.

6 Ch'egli enfierebbe e cadrebbe subito morto

Gli effetti del veleno viperico sono rapidi e fatali (Lucano 9:790).

Mutarono, parere.

Per un analogo mutamento di parere, vedi Atti 14:11,19. I maltesi pensarono forse ch'ei fosse una divinità come Apollo od Esculapio, per esempio, che passavano per dèi che aveano potestà sopra i serpenti.

7 Or il principale dell'isola

Chi era egli? Un magistrato, luogotenente del pretore della Sicilia, da cui Malta dipendeva? O soltanto un ricco proprietario dei dintorni? Un liberto dell'imperatore, come credono alcuni? Il testo tace. Il termine πρωτος (protos) dell'originale, vuol dire letteralmente il primo (uomo); e si trova nelle iscrizioni greche e latine di Malta, del tempo di Augusto, come un titolo ufficiale. Può quindi designare il prefetto o il governatore dell'isola; e sarebbe distinto dal procuratore. Nei tempi di Cicerone (In Verr. iv, 18), Malta facea parte della "provincia" di Sicilia; e, se cotest'ordine di cose vigeva allora, Publio sarebbe stato il legato del proconsolo siculo, o qualcosa di simile. Secondo altre iscrizioni, quel prótos potrebb'essere il titolo onorario di un ex-magistrato.

E ci albergò tre giorni.

È difficile il supporre ch'egli albergasse tutte le duecentosettantasei persone. Probabilmente si tratta soltanto di pochi, fra i quali dovettero essere, senza dubbio, Paolo, Luca ed il centurione.

8 E s'imbattè che il padre di Publio

S'imbattè... Meglio: Or si diè il caso... Or avvenne... e simili.

Malato di febbre.

Letteralmente: di febbri. Si potrebbe, tradurre: di accessi di febbre e dissenteria. E un medico che scrive Colossesi 4:13; e la sua terminologia è esatta.

Dissenteria

è un flusso di ventre, con sangue, cagionato da infiammazione degli intestini.

Fatta l'orazione

ecc... Vedi Giacomo 5:14-15; Marco 16:18.

9 Venivano,

s'intende, durante i tre mesi che i naufraghi rimasero a Malta Atti 28:11.

10 Riflessioni

1. Spesso succede che riceviamo delle gentilezze, delle cortesie da chi meno ce le saremmo aspettate Atti 28:2, e delle villanie da chi invece ci saremmo aspettati qualcosa di meglio.

2. In ogni uomo esiste un granello almeno di verità religiosa e morale. C'è una Giustizia superiore, c'è un governo morale del mondo: e da cotesta Giustizia e da cotesto governo niun malvagio può sfuggire. Ecco una verità che è scolpita a caratteri indelebili nella coscienza umana Atti 28:4. L'uomo la sente, la riconosce cotesta verità; ma purtroppo, come facevano gl'indigeni di Malta, erra giudicando delle applicazioni di cotesto principio vero e divino.

3. Il miracolo a proposito della vipera era Atti 28:5 è il compimento d'una promessa del Signore Luca 10:19; Marco 16:18, ed un vivente esempio della potenza di quella fede che "ottiene il compimento di coteste promesse" Ebrei 11:33.

4. Le folle vanno sempre agli estremi nei loro giudizi. Oggi, vi dicono assassino; domani, vi chiamano un dio Atti 28:4,6; oggi vi metton sugli altari, domani vi lapidano Atti 14:12-13,19. Oggi, l'osanna Giovanni 12:13; domani, il crucifige Giovanni 19:6. Paolo non si lascia ubriacare dall'apoteosi, né si lascia scoraggiare dalle minacce e dagl'insulti. Ecco l'ideale: giungere a tale altezza della nostra vita morale, che né lodi né insulti possano turbarci la quiete dell'animo.

5. L'ospitalità dei maltesi non rimane senza premio. È Dio che la ricompensa generosamente con ineffabili tesori di guarigioni Atti 28:8-9. "Non dimenticate l'ospitalità", Vice lo scrittore della lettera agli ebrei Ebrei 13:2; e Gesù aggiunge: "Chiunque avrà dato non fosse che un bicchier d'acqua fredda ad uno di questi piccoli perché è mio discepolo, io vi dico in verità ch'ei non perderà punto la sua ricompensa" Matteo 10:42.

11 4. A ROMA (Atti 28:11-31)

La quarta sezione ha tre parti:

1. ARRIVO A ROMA (Atti 28:11-16);

2. E PAOLO E I GIUDEI (Atti 28:17-29);

3: PAOLO IN CARCERE (Atti 28:30-31).

1. Arrivo a Roma (Atti 28:11-16)

Sopra una nave alessandrina

Un'altra delle navi che caricavano il grano e facevano il commercio fra l'Egitto e l'Italia Atti 27:6.

Castore le Polluce.

Il greco ha Διοσκουροι Dióscuri, che vuoi dire: figliuoli di Giove; e si chiamavano così, in modo tutto speciale, Castore e Polluce. Questi due figliuoli di Giove e Lodi erano considerati come divinità protettrici dei marinari (Orazio Od. I, 12; 3. 25). Secondo la mitologia greca, Giove avea premiato l'amor fraterno di Castore e Polluce ponendoli tra le stelle, facendone la costellazione dei Gemelli, e dando loro potestà sui venti e sulle onde perché potessero soccorrere i naufraghi. Le insegne, nelle navi greche e romane, si metteano per solito a prua ed a poppa.

La quale era vernata.

La quale avea svernato o avea passato l'inverno nell'isola.

12 Siracusa

Era la città più florida, o almeno una delle più floride, della Sicilia. Quivi stanno tre giorni, perché; come sembra accennare Atti 28:13, aspettavano il vento favorevole al proseguimento del loro viaggio.

13 Di là girammo

Meglio: Di là, sempre costeggiando, arrivammo a Reggio.

Reggio,

di faccia alla punta nord-est della Sicilia. Le navi che da Alessandria venivano in Italia, si fermavano sempre a Reggio. Caligola cominciò a costruirvi un porto per le navi provenienti dall'Egitto cariche di grano; ma quest'opera che Giuseppe Flavio chiama "un'impresa, grande e veramente degna d'un re" Caligola non la potè condurre a termine (Gius. Fl., Antich. 19:2. § 5).

Levatosi l'Austro.

L'Austro è il vento di mezzogiorno.

Pozzuoli.

A otto miglia, a sud-ovest, da Napoli. Era allora il porto principale di Roma ed il grande emporio ove convenivano la navi egizie recanti il grano, che sostentava il popolo romano. Vi aveano costruito un molo su venticinque arcate, per proteggere il porto. Pozzuoli, pochi mesi prima che Paolo vi giungesse, era stata innalzata a dignità di colonia (Tacito Annali XIV, 27). Il racconto di Luca, volgendo alla fine, diventa sempre più conciso se mai e tace notizie che avremmo desiderato di conoscere. Per esempio. Come fu possibile a Paolo ed ai suoi, prigionieri com'erano, di accettare l'invito dei fratelli e rimanere per una intera settimana a Pozzuoli? Atti 28:14.

14 È donde venivano questi fratelli di Pozzuoli? Non si sa. Fatto si è che i fratelli di Pozzuoli mandano notizie di Paolo e dei suoi a quei di Roma; e i fratelli di Roma, dei quali avremo a parlare più innanzi Atti 28:22.

Avendo udite coteste novelle,

Vanno loro incontro. Il che è naturalissimo. Le relazioni fra Napoli e Roma erano giornaliere; e, nell'intervallo di una settimana, c'èra tempo più che sufficiente perché i fratelli di Pozzuoli potessero avvisare i fratelli di Roma.

15 Ci vennero incontro

Era uso comune l'andare incontro, per qualche miglio fuori di città, a chi si voleva specialmente onorare. Così i giudei di Roma erano andati incontro allo pseudo Alessandro, che si dava un figlio d'Erode (Giuseppe Flavio Antich. 17:12, §1); e così prim'ancora, Cicerone era stato onorato dal senato e dal popolo, quando tornava dall'esilio (Cicerone, pro Sext. 63, in Pison. 22).

Foro Appio.

Il Foro Appio era a 43 miglia da Roma; e si chiamava così, probabilmente, da Appio Claudio Caeco che avea fatto costruire la via, e perché era sede di una giurisdizione locale; come chi dicesse, una città sede di corte d'Assise. Così si aveva il Forum Julium (oggi Friuli), il Forum Flaminium ecc. Altri spiegano la parola Forum per Mercato, come se fosse stato il luogo dove i venditori girovaghi ed i mercanti si fermavano a bere. Orazio (Sat., lib. I. sat. 5, 3) avea condannato il luogo ad eterna infamia, descrivendolo così:

   "Forum Appii.

Differtum nautis, cauponibus atque malignis"

   "Il Foro Appio

pieno di marinari e di bettolieri birbaccioni."

Alle Tre Taverne.

Questo luogo era a 33 miglia da Roma. Cicerone lo nomina più d'una volta nelle sue lettere e par che fosse sulla via Appia ad un punto dove la via Appia s'incrociava con la strada d'Anzio (Ad Att. 2:10). Oggi, per quei dintorni, non vi sono tracce di cotesto nome; ma il luogo non doveva esser lungi dalla moderna Cisterna. Una tradizione locale, ma certo di data più recente, pone le Tre Taverne del testo a circa dodici miglia da Roma, sulla via Appia. Ci furono due comitive di fratelli, che vennero da Roma ad incontrare Paolo ed i suoi compagni. Una si spinse fino al Foro Appio, per 43 miglia; l'altra, fino alle Tre Taverne, per 33 miglia.

Rendè grazie a Dio, e prese animo.

L'apostolo, trovandosi vicino a Roma, dopo esser passato per tanti pericoli e tante prove, si trova in preda ad una grande commozione e ad un certo turbamento d'animo. Entrerà egli in Roma solo, come un delinquente, non salutato da anima viva? I fratelli di Roma saranno essi ancora fedeli? La persecuzione li avrà ella colpiti? I giudaizzanti saranno essi riusciti a farne scempio? L'arrivo dei fratelli dissipa le nubi e rinfranca l'apostolo.

16 Quando fummo giunti a Roma

Le parole: il centurione mise i prigioni in man del capitano maggiore della guardia; ma.. debbono esser cancellate perché spurie; mancano nei codici più autorevoli e più antichi (A. B. Sinaitico, Vulgata). Il testo puro, quindi, dice così: Quando fummo giunti a Roma, Paolo ebbe il permesso di abitare un appartamento privato col piantone che lo guardava. La legge romana concedeva quella che si chiamava custodia libera, ai prigionieri che non erano sospetti di cose gravi. Al piantone che lo guardava, Paolo era assicurato con una catena. Ai piantoni si dava la muta; e l'apostolo ci dice ch'ei giunse così a far la conoscenza di gran numero dei pretoriani (Filippesi 1:12,13). Il Reuss conserva le parole che abbiamo cancellate, e traduce così: Quando fummo giunti a Roma, il capitano (il centurione) consegnò i prigionieri al prefetto del pretorio. Le parole, ripeto, debbono esser cancellate perché, la critica lo esige; ma è un fatto che la cosa, andò così come l'ha descritta chi ha interpolato cotesta frase nel testo. Uno degli uffici de prefetto del pretorio, ossia del capo dei pretoriani, era quello di ricevere in consegna tutti i prigionieri, che venivano dalle province. A lui, che era il governatore militare di Roma, spettava la custodia anche dei detenuti politici. Nel tempo del quale parla il testo, era prefetto del pretorio Burro, l'amico e collega di Seneca, uomo di carattere nobile ed elevato.

Riflessioni

1. La nave alessandrina che porta Paolo, ha l'insegna di Castore e Polluce Atti 28:11; ma non sono i Dioscuri, no, che proteggono cotesta nave; è Cristo, il Capo della Chiesa che la protegge, e che condurrà Paolo là dove Dio vuole.

2. Paolo, a Pozzuoli, cerca e trova i "fratelli"; "i fratelli" lo pregano di fermarsi una settimana Atti 28:14; Paolo si ferma e passa una domenica con loro; intanto, quei fratelli di Pozzuoli avvisano i fratelli di Roma Atti 28:15; i quali non possono stare alle mosse; e in due comitive vengono incontro a Paolo ed ai suoi compagni; e gli uni fanno nientemeno che quarantatre miglia e gli altri, trentatre. Celeste è questa "corrispondenza d'amorosi sensi" per cui i fratelli vivono gli uni per gli altri, desiderano di vedersi, parlarsi, abbracciarsi; e quando sono divisi e lontani, si tengono pur sempre assieme nella divina, santificante atmosfera della speranza e dell'amore. Volete un segno che vi mostri in modo certo che avete nel santuario del cuore la fede vera che Iddio gradisce? Se amate i vostri fratelli, se desiderate di stare in comunione con loro, se sentite che il contemplare l'energia della loro vita spirituale fa del bene alla vita spirituale vostra, dite pure con santa baldanza che, cotesta fede, l'avete.

3. Ed ecco l'apostolo a Roma Atti 28:16. Osservate il contrasto. Paolo vi giunge come uno straniero senza casa, senza tetto... e, al tempo stesso, v'è accolto a braccia aperte da gente l'ama d'un amore ardente: vi giunge incatenato come un malfattore... e, al tempo stesso, con la coscienza tranquilla d'un uomo sicuro dell'approvazione di Dio; vi giunge come un uomo sacrato alla morte; come un uomo che Roma ucciderà... e, al tempo stesso, è un conquistatore che trionfante issa la bandiera di Cristo sul baluardo più forte del paganesimo.

17 2. Paolo e i giudei (Atti 28:17-29)

Contro ai riti dei padri

Contro le istituzioni dei nostri padri, sono stato arrestato in Gerusalemme e dato in mano dei romani.

18 Volevano liberarmi

Vedi Atti 25:9; 20:32.

19 Non già come se io avessi

ecc. Meglio: Io mi trovai nella necessità d'appellarmi a Cesare, senz'aver però alcuna intenzione d'accusare il mio proprio popolo. Paolo non era uomo da servir di strumento nelle mani della tirannia romana; era un patriota; sapeva quello che i giudei aveano già sofferto in Roma, d'onde erano stati cacciati parecchie volte; e, par quanto gravi fossero i torti che egli avea da loro ricevuti, ei non si sarebbe mai fatto il loro accusatore dinnanzi ad autorità, che non cercavano di meglio che d'avere un qualche pretesto per ricominciare le persecuzioni contro un popolo già cotanto stremato ed afflitto. S'egli s'è appellato a Cesare, non è stato per vendicarsi dei suoi compatrioti, accusandoli dinnanzi alla corte imperiale; è stato a scopo di legittima difesa; per evitare il pericolo d'esser messo a disposizione di un tribunale mal prevenuto contro di lui, o di cadere nell'agguato tesogli da una vera e propria associazione di malfattori Atti 25:8-10.

20 Per la speranza d'Israele

La speranza per la quale Paolo era in catene, consisteva in queste due cose:

a) nell'aspettazione del Messia, che era cara al cuore d'ogni israelita;

b) nella fiducia in una risurrezione dei morti, ch'egli proclamava com'essendo attestata dalla risurrezione di Gesù Romani 1:3-4, la quale dimostrava ad evidenza che Gesù era il Messia, il Figliuolo di Dio Atti 26:6-7.

Questa catena.

Paolo era in custodia libera; vale a dire, non in prigione, propriamente; viveva in un appartamento privato; ma era nondimeno incatenato ad un soldato; e queste catene erano per lui un martirio fisico e morale. Vedi Atti 28:16.

21 Noi non abbiamo ricevuto...

È naturale. Paolo era stato mandato a Roma quasi subito dopo che egli avea chiesto l'appello, e proprio alla fine della stagione dei viaggi; ai giudei di Gerusalemme, dunque, era mancato il tempo materiale d'informare delle cose concernenti Paolo, i correligionari di Roma.

22 Ciò che tu senti

Meglio: ciò che tu pensi.

Cotesta setta.

Meglio: cotesto partito. I giudei di Roma doveano sapere qualche cosa del cristianesimo. Alla Pentecoste c'erano dei giudei romani Atti 2:10, i quali, tornando a Roma, vi predicarono senza dubbio l'Evangelo. A Roma, c'era una chiesa cristiana Atti 28:15. Ora, come si spiega che questi giudei di Roma parlano del cristianesimo come di cosa lontana; come di un partito che suscita da per tutto dell'opposizione, ma che non sembra sussistere in Roma; tant'è vero che ne domandano a Paolo notizie ed informazioni? A questa domanda si risponde variamente. Ecco qui però le due risposte più importanti. La prima è questa. La chiesa di Roma era, (e si capisce se la fu un frutto della conversione dei giudei romani presenti alla Pentecoste) era, dico, una chiesa giudeo-cristiana; composta, cioè, di convertiti dal giudaismo. Or questi convertiti, appena abbracciata la nuova fede, avevano abbandonato il quartiere giudaico; e, siccome la città era grande, e la vita poco sicura per giudei e per cristiani, può darsi che le relazioni fra giudei e cristiani fossero scarse, o punte addirittura. Quindi, l'ignoranza dei giudei sarebbe spiegabile. La cosa può parere ingegnosa ma poco naturale; è un fatto però che anche in città più piccole di Roma, ed in tempi più felici e più liberi di quelli dei quali Luca parla, non soltanto una sinagoga ed una chiesa, ma due stesse chiese posson vivere l'una poco distante dall'altra, senza conoscersi, senza che l'una sappia quello che fa l'altra, senz'avere insomma neppur l'ombra di una qualunque superficiale relazione. La seconda risposta è quella del Prof. Reuss. "I giudei di Roma, ei dice, hanno bisogno di sapere da Paolo stesso che cosa sia veramente questa predicazione messianica, per la quale egli è stato arrestato a Gerusalemme. Tutto quello ch'essi ne sanno si è che da per tutto (tra i giudei) ella trova una opposizione decisa. Dal che risulta:

1) che questi giudei ammettono che ci può essere una predicazione messianica non ortodossa;

2) ch'essi non hanno visto nulla, nei cristiani di Roma, che possa spiegare la causa di cotesta opposizione.

In altri termini: il cristianesimo quale esisteva lì, vicino a loro, in Roma, non aveva destato in loro alcuno dei sospetti, che perseguitavano Paolo in Palestina. Essi domandano quindi all'apostolo di spiegarsi francamente circa le sue convinzioni ed il suo insegnamento; e la discussione, che Paolo avea impegnata sopra un terreno tutto personale, si trova così trasportata sul terreno dei principi".

23 Ed avendogli dato un giorno...

E fissatogli un giorno, in più gran numero l'andarono a trovare nella casa che l'ospitava. Paolo da mattina a sera esponeva loro le cose, dimostrando loro il Regno di Dio, e cercando di convincerli, mediante la legge ed i profeti, di tutto quello che si riferisce a Gesù.

Ed avendogli dato un giorno.

Fissarono dunque un giorno per una seconda conferenza; e la proposta dev'essere stata fatta, senza dubbio, da Paolo.

Nell'albergo

Per togliere ogni ambiguità, traduco addirittura così: nella casa che l'ospitava. L' εις την ξενιαν del nostro passo non è la stessa cosa del το ιδιον μισθωμα di Atti 28:30; nel vers. 30 si tratta di un appartamento tolto in affitto; e la menzione fatta nella lettera ai filippesi del danaro che l'apostolo avea ricevuto dai filippesi stessi Filippesi 4:14,18, ci dice ch'egli era in grado di fare cotesta spesa; nel nostro passo invece Atti 28:23, si tratta di una ξενια (hospitium); la qual parola esprime l'idea della "dimora temporanea d un ospite in una casa d'amici o di conoscenti"; appunto come in Filemone 22. E c'è chi pensa che, probabilmente, gli ospiti di Paolo a Roma furono Aquila e Priscilla Romani 16:3-5; gli stessi, che già gli avevano data ospitalità a Corinto Atti 18:1-3.

In gran numero.

Questa seconda conferenza fu dunque più importante e più solenne della prima. I giudei vi erano in maggior numero che alla prima; e forse non vi mancavano i curiosi.

Ed egli esponeva...

Nella prima conferenza, egli, avea detto loro che gli era a causa della speranza d'Israele ch'egli portava la catena; qui, in questa seconda conferenza, egli dimostra che cotesta speranza avea per base tutto l'Antico T. ("la legge ed i profeti") e che aveva il suo lento, graduale, ma sicuro compimento nel regno del Messia, nel regno di Dio. Di quel che Paolo disse, noi non abbiamo qui, purtroppo, che un fuggevole cenno. Gli effetti del discorso di Paolo Atti 28:24-25 e la conclusione del discorso medesimo Atti 28:28 mostrano chiaramente che l'apostolo non si limitò ad una affermazione giudeo-cristiana della messianità di Gesù; ad un'affermazione, cioè, che conciliava la fede in Gesù Messia con l'osservanza della legge mosaica, nel senso giudaico. La conclusione del discorso ci mostra all'evidenza che Paolo deve aver detto, su per giù, quello che leggiamo nella lettera ai romani. Della parsimonia di Luca, ci duole; avremmo desiderato conoscer le cose più minutamente e saper più per esteso che cosa Paolo dicesse in questa importante occasione. Ma così non volle la Provvidenza, che tutte le cose sapientemente governa. C'è però un punto anche più oscuro di cotesto, nella narrazione di Luca. Come mai Luca non ci dice nulla dei cristiani di Roma, che pure abbiamo visti andare incontro a Paolo ed ai suoi, compagni con tanto slancio d'amore? Atti 28:15. È una domanda che non ha risposta.

25 Per lo profeta Isaia dicendo

Vai verso questo popolo, e digli:

Le vostre orecchie udranno, e voi non capirete;

i vostri occhi guarderanno, e voi non vedrete,

perché il cuore di questo popolo s'è indurito;

hanno fatto l'orecchio sordo; hanno chiuso gli occhi,

per non vedere con i loro occhi, per non udire coi loro orecchi,

per non intendere col loro cuore

in modo da convertirsi, sì ch'io possa guarirli.

La citazione, tratta da Isaia 6:9 e seguenti, si trova altre volte nel Nuovo T. Vedi Matteo 13:14; Marco 4:12; Luca 8:10; Giovanni 12:40. In cotesti passi ella è variamente redatta. Qui, ha la forma d'una semplice predizione; Paolo le dà un senso tipico e l'applica a se stesso ed a coloro ai quali parla; ai giudei, cioè, che capiscon bene che i testi della Scrittura annunziano una salvazione non legale e gratuita; ma che pur nondimeno non si arrendono a cotesta evidenza.

28 Sappiate adunque...

Sappiate dunque, che questa salvazione di Dio è stata mandata ai pagani, e che anch'essi l'udranno! Non è una minaccia. Anch'essi l'udranno, come l'avete udita voi. Paolo ha ubbidito, al comando ricevuto; ha cominciato da Gerusalemme; ha predicato ai giudei di Roma, che è il centro del mondo, ed ora tocca ai pagani l'udire il gran messaggio della salvazione.

29 E quando egli ebbe dette queste cose, i Giudei se ne andarono, avendo gran quistione fra loro stessi

Queste parole, che mancano nei codici migliori (A. B. È. e nel Sinaitico), in parecchi minuscoli ed in varie versioni antiche, sono una interpolazione di qualche copista che volle completare a suo modo la scena, descritta da Luca, e vanno quindi cancellate.

Riflessioni

1. Dice bene il Baumgarten: "L'uomo che compose lo stupendo inno alla carità 1Corinzi 13, a quella carità che "si rassegna a tutto, spera tutto e tutto sopporta", non soltanto esaltò cotesta carità in un inno, ma dette della carità un commentario sublime nella propria vita e nella propria condotta. Egli è odiato a morte dai suoi fratelli, soffre ogni sorta di agonie fisiche e morali, in mezzo alle persecuzioni; ma non per questo ei perde la sua pazienza e cessa di sperare Atti 28:17.

2. Paolo non viene a Roma per, comprare la sua libertà al prezzo infame d'una denuncia a danno dei giudei che sarebbe stata subito accolta dalle autorità romane; ei ci viene per difendersi e per essere nelle mani di Dio, s'è possibile, lo strumento della conversione dei suoi compatrioti Atti 28:19. Come si fa a negare l'azione della grazia di Dio nel sentimento e negli affetti di Paolo?...

3. Le catene che un vero israelita. porta "a cagione della speranza d'Israele", sono più onorate dall'Iddio d'Israele, di tutte le catene d'oro che il mondo ammira Atti 28:20.

4. E dire che questo "partito che destava tanta opposizione" e già divenuta la religione di gran parte del mondo ed è destinata a diventare, come dice lo stesso Renan, la religione dell'umanità! Atti 28:22. Di qui non s'esce, come dice Sant'Agostino: o la espansione del cristianesimo, che nacque umile, che fu da umili predicato e da potenti sempre conculcato, è cosa di Dio, e bisogna convenire che è un miracolo; ovvero non si ammette che sia un miracolo, e cotesta espansione è un effetto che non ha causa proporzionale che gli corrisponda, ed è quindi un miracolo anche maggiore.

5. La predicazione di Paolo è qui il commentario pratico della parabola del seminatore (Matteo 13:9 e seg.). Parte della semenza cade lungo la via; parte, in luoghi sassosi; parte, fra le spine; ma parte cade in "buon terreno" e porta del frutto.

6. L'indurimento del cuore e la perdizione che ne consegue Atti 28:26:27, non sono cose che procedano da Dio; sono gli effetti della sprezzante negligenza con cui l'uomo tratta le cose divine; e sono al tempo stesso il giudicio del quale Iddio colpisce coloro, che, chiamati, non rispondono; ed ammaliati dalla vana parvenza delle cose che "son solo d'un momento", prendono a gabbo e trattano come favole le cose "che sono eterne".

7. Iddio ha di nuovo invitato Israele Atti 28:28 alla "gran cena" Luca 13:16; Israele "cerca delle scuse" e rifiuta l'invito Luca 23:18. Non importa. Iddio chiamerà anche i pagani al ravvedimento ed alla fede; perché la salvazione non è il monopolio d'un popolo; è il tesoro dell'umanità; e, se Israele rifiuta l'invito, saranno i pagani che "riempiranno la casa" Luca 14:23.

30 3. Paolo in carcere (Atti 28:30-31)

Due anni interi

Quello che avvenisse in questi due anni, Luca non dice. Parecchie notizie relativamente a questi due anni, si potrebbero desumere dalle lettere di Paolo; ma il luogo ove coteste lettere furono redatte è un fatto variamente inteso dalla critica, e c'è quindi il caso di mettere nella cornice cronologica di questi due anni delle cose, che avvennero in un altro tempo. Dalla lettera ai filippesi, nella quale lo Holtzmann trova "L'ultimo testamento dell'apostolo" e lo Hilgenfeld "il canto del cigno di Paolo", e che fu, almeno secondo la maggior parte dei critici, scritta da Roma, sappiamo che l'apostolo ebbe seco Timoteo Filippesi 1:1 ed Epafrodito Filippesi 4:18; e se le lettere agli efesini ed ai colossesi fossero state scritte pure da Roma, potremmo da loro sapere che l'apostolo, oltre che Luca ed Aristarco Atti 27:2, s'ebbe anche a compagni Tichico Efesini 6:21 e Marco Colossesi 4:9. Ma queste ultime due lettere, insieme a quella a Filemone, parecchi critici credono scritte durante la prigionia di Paolo a Cesarea.

In una casa tolta a fitto.

Vedi Atti 28:23.

31 Con ogni franchezza, senza divieto

Paolo, quantunque prigioniero, avea piena libertà di parlare del regno di Dio e delle verità eterne che hanno Cristo per centro vivente. Egli stesso ci dice che altri cristiani, vedendo un prigioniero in catene parlare con tanto ardore delle cose di Dio, si sentivano incoraggiati, si faceano essi stessi più animosi nella loro testimonianza, e diventavano così dei mezzi potenti per la propagazione dell'Evangelo Filippesi 1:12-14. E così finisce il libro dei Fatti. "Ma, e dell'apostolo, che ne fu?..." Ecco la domanda che sorge spontanea in mente al lettore, che è giunto alla chiusa, così repentina e secca, del libro dei Fatti. Questa chiusa così inaspettata molti spiegano a questo modo: "L'autore ha scritto alla fine dei due anni di cui parla; e, siccome. allora ei non potea saper nulla della fine della prigionia di Paolo, per la semplice ragione che la durava ancora, e non ne disse nulla". Sta bene: ma la data del libro non è poi così antica come la suppongono coloro che dicono a cotesto modo (Vedi l'Introduzione - La Data). È senza tornar qui di nuovo sulla questione della data, leggasi bene il passo finale Atti 28:30. E Paolo dimorò... Non dice: E Paolo dimora; o ha dimorato. Dunque, Luca scrive non durante quei due anni; ma a distanza da quei due anni. È anche s'egli avesse scritto il suo libro durante quei due anni, non è possibile che un accusato politico fosse tenuto prigioniero a Roma per tanto tempo, senza che un qualche atto di procedura fosse fatto, se non per risolvere la causa, almeno per orientare le autorità e metterle sulla via di risolverla. - Altri hanno detto: - "Luca si ferma qui, perché Teofilo, a cui il libro era dedicato, abitava in Roma e sapeva quindi il resto delle cose relative a Paolo". Ma se lo scopo di Luca era così limitato, che bisogno c'era di scrivere un libro? Egli avrebbe potuto prender Teofilo e così a quattr'occhi raccontargli le vicende di Paolo che gli erano ignote. - Altri dicono che le condizioni politiche dei tempi erano difficili e che Luca finì il suo libro così, per discrezione, per non compromettersi narrando la tragica fine del processo, ma come?! Il libro è pieno d'elogi per Paolo; è pieno d'elogi di quei fatti che formavano la base del processo, e Luca si sarebbe compromesso ad aggiungere due righe di più per dire: - "Paolo fu condannato a morte e decapitato così e così"? Se tutti gli elogi ch'egli fa dell'apostolo nel resto del libro non lo compromettevano dinnanzi alle autorità, davvero che non lo avrebbe compromesso di più una note nella storica nuda e secca, senza commenti, come cotesta. - Altri dicono che la sorgente da cui Luca prendea le sue notizie relative a Paolo, finiva lì; e che quindi ei non ne sapeva di più. Ma come ho mostrato nella introduzione al libro, Luca non si limita a trascrivere dei documenti più antichi di quello ch'egli redige; ed i mezzi certo non gli mancavano per soddisfare la giusta e sana curiosità del lettore. - Altri finalmente hanno congetturato che l'opera di Luca avesse una continuazione che si sarebbe perduta e che non sarebbe quindi giunta fino a noi. È una congettura che non ha base, né positiva né indiretta, nella letteratura ecclesiastica. Piuttosto che avventurarsi in congetture di cotesto genere, è meglio dire addirittura che non se ne sa nulla, e addio. Quindi?... Quindi non ci sono che due modi d'uscirne. O l'autore s'era proposto di continuare l'opera sua e ne fu impedito da qualche circostanza imprevista, dalla morte, per esempio; oppure, bisogna ammettere che Luca non aveva tanto in mente di scrivere dei fatti materiali, quanto di esporre gl'insegnamenti e le conseguenze morali di cotesti fatti. Questa spiegazione e quella sostenuta da coloro che vedono nel libro dei Fatti, un'opera "di partito". "L'ultima pagina del libro, essi dicono, pur lasciando il lettore in una ignoranza completa circa le condizioni della comunità cristiana di Roma, al punto che le persone stesse che Luca mette in iscena dichiarano che non ne sanno nulla Atti 28:22, contiene la dichiarazione più esplicita e più positiva che immaginar si possa, della rottura, ormai avvenuta, fra il giudaismo ed il cristianesimo". Ma è una spiegazione, che non mi soddisfa. Perché, come si spiega, io domando, quel passato: E Paolo dimorò...? E come si spiega la cura che l'autore ha messo nel darci tutti i dettagli dei fatti che ci ha dati nei capitoli precedenti; dettagli interessanti, senza dubbio; ma perfettamente inutili, s'egli non aveva in vista che degli "insegnamenti e delle conseguenze morali?" Ed è poi provato che un narratore così semplice ed ingenuo com'è Luca abbia potuto lasciarci nei Fatti una vera e propria filosofia della storia? No; Luca è un cronista; non è un filosofo della storia; e il Luca, che dalle ardue vette della filosofia della storia evoca l'idea dalle viscere degli avvenimenti, come se con l'intuizione d'un genio abbracciasse nell'oceano del tempo un lungo ordine di secoli, non è davvero il Luca dei Fatti. - Val meglio dunque tenerci la nostra curiosità, per quanto giusta e legittima; ed a chi ci dice: - "E perché dunque non ci spiegate questa conclusione così brusca e inaspettata del libro?..." piuttosto che fantasticare nel mondo delle congetture, val meglio, dico, rispondere ingenuamente: - "Ve la spiegheremmo, se potessimo; ma nol volle Iddio".

Riflessioni

1. E Paolo accoglieva tutti coloro che venivano a lui Atti 28:30. Paolo è in catene: è nel crogiuolo della prova; ma non dimentica la sua vocazione; egli è un ministro dell'Evangelo: e l'Evangelo annunzia con quel medesimo amore per le anime che proverebbe, se fosse libero. Il ministro dell'evangelo del quale si dice: - "Oh c'è difficile l'avvicinarlo!..." somiglierà al papa, se volete; ma non somiglia né a Paolo, né a Gesù, che "accoglievano tutti quelli che andavano a loro".

2. Iddio, quando meno ce lo aspettiamo, e nei modi più straordinari e sorprendenti, "apre la porta" Atti 14:27; Colossesi 4:2 e porge ai suoi larghe opportunità di "predicare il regno di Dio e d'insegnare le cose che concernono il Signor Gesù Cristo" Atti 28:31.

3. Ai tempi dei quali Luca ci parla, era considerata una gran grazia il poter predicare l'evangelo "in tutta libertà e senza impedimenti" Atti 28:31; e di quella libertà i servitori di Dio sapevano usare come d'un mezzo provvidenziale per annunziar l'evangelo. Cotesta libertà, noi l'abbiamo; ampia, bella, sicura. Ma come facilmente, e pastori e chiese, dimentichiamo qual dono grande e divino ella sia! Quanto facilmente dimentichiamo che non come un fine ma come un mezzo la ci fu data da Dio! Onde la parola che in tempi liberi come i nostri, il cristiano dovrebbe avere sempre scolpita nel cuore, è questa che si riferisce, è vero, alla libertà spirituale ma che riman pur sempre santa ed ispirata anche se applicata alla libertà civile: "Voi siete stati chiamati a libertà, fratelli; ma questa libertà non vi trascini alla carne!" Galati 5:13 "Liberi! non come uomini per i quali la libertà non è che un velo per nascondere il vizio, ma come servi di Dio" 1Pietro 2:16.

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