Atti 5

1 Anania con Saffira sua moglie

Ambedue erano certo di origine giudaica.

Anania,

è ebraico che si tradurrebbe, in italiano, per Diodato; Saffira è aramaico per la bella, o ebraico per uccello. Dei loro antecedenti, nulla ci è noto.

2 E frodò del prezzo.

La parola greca ( ενοσφισατο) del testo è la parola usata dai Settanta per significare il peccato di Acan Giosuè 5:1. Il fatto è chiaro. Anania, di concerto con sua moglie, vende un possesso; si ritiene una parte del danaro che ricava dalla vendita, e il resto lo deposita, come un dono, ai piedi degli apostoli. Più difficile è cogliere, nell'animo dei due, il movente d'un atto, che la scrittore contrappone all'atto nobile e generoso di Barnaba, e che recò seco le fatali con seguenze, che vedremo. Ci sono due modi di spiegar cotest'atto.

1. Il motivo che li spinge a vendere, è quello d'esser portati in palma di mano. L'entusiasmo della carità, nella Chiesa, era grande. e L'entusiasmo generale li trascina. Vendono; il danaro in mano, L'avarizia li tenta. Che fare?... - "Ebbene! diamo una parte del danaro, e teniamoci il resto per noi!" E fanno così: ma confessare l'atto compiuto in pubblico, è cosa che ripugna loro; quindi: - "Ecco qua quello che abbiamo ricavato dalla vendita!..." esclamano, consegnando la somma agli apostoli. E dànno così ad intendere d'aver dato tutto, mentre hanno in tasca una parte del danaro. Menzogna e ipocrisia, dunque; menzogna e ipocrisia, della forma più obbrobriosa che si possa dare, perché coperte dal santo e immacolato velo della carità fraterna; menzogna e ipocrisia figlie dell'avarizia, che venne in campo, spinta da un disordinato moto di pazza ambizione.

2. Ma un'altra spiegazione è data del fatto, dal Prof. Reuss, che merita pure d'essere accennata. Traduco addirittura. "Anania e sua moglie finsero cotesta abnegazione, senza dubbio, non solo per ipocrisia ed allo scopo di sentirsi fare degli elogi (che un dono qualunque sarebbe stato accettato (con gratitudine); ma anche per vivere alle spalle della cassa comune, sotto protesto di aver dato tutto quello che avevano. Siccome nessuno li avea costretti a vendere e nessuno avea loro domandato qual somma avessero ricavato dalla vendita, cotesto atto, così calcolato ed inteso, era non soltanto una menzogna, ma anche una scroccheria. Se non ce lo figuriamo così, Pietro, invece d'essere nel suo diritto, avrebbe avuto la singolare pretesa di dire ad Anania: - "Noi vogliamo o tutto, o nulla; di così poco, d'un dono parziale, non sappiamo che farci!"

3 Perché ha Satana riempito il cuor tuo...

L'ispiratore della ipocrita menzogna di Anania e Saffira è Satana; l'avversario (come significa la parola) di tutto ciò che è puro, bello, nobile, sincero. Luca 22:3; Giovanni 13:27; Giovanni 8:44-45.

Per mentire allo Spirito Santo.

Anania s'è immaginato d'ingannare degli uomini; ma non è ad uomini soltanto ch'egli mentisce Atti 5:4; è a Dio, ed allo Spirito di Dio; perché in quegli uomini ch'ei cerca d'ingannare, dimora lo Spirito Santo. Lo Spirito è fonte d'ogni verità, è l'autore d'ogni sentimento immacolato ed onesto; è lui che dirige i credenti in ogni ordine di cose divine; Anania, tentando di trarre in inganno i giudici, i sentimenti e gli affetti dei suoi fratelli, getta una nota profana nell'armonia dell'opera dello Spirito e reca quindi oltraggio non ad uomini soltanto, ma allo stesso Spirito di Dio.

4 S'ella restava non restava ella a te?

È un'aggravante del delitto commesso. Se il tuo possesso rimaneva invenduto, non era esso del tutto roba tua? "Chi t'ha costretto a venderlo?..." In queste parole è una prova luminosa, che le vendite, di cui è parlato in Atti 2:45; 4:34, non erano obbligatorie, ma volontarie.

Ed essendo venduta non era ella in tuo potere?

Il che vuol dire: E se tu l'avessi venduta non eri tu padrone di disporre a tuo piacimento del danaro che ne avevi ricavato? Le quali parole corroborano più che mai il fatto, che le vendite erano volontarie e che volontario era pure il quantitativo del dono, che i credenti metteano nella cassa comune. Tutto era ispirato dalla carità fraterna: nulla era imposto da leggi.

5 Cadde e spirò.

Non son mancati neppure in questo fatto quelli che hanno voluto spiegare la morte di Anania di Saffira per mezzo di cause naturali; e chi è ricorso ad un colpo apoplettico; chi, ad una congestione cerebrale; chi, ad un semplice svenimento, seguito dalla precipitata sepoltura di due che, lasciati stare un po' più sarebbero tornati più vivi di prima. Sono le solite fantasie di chi non ha alcun rispetto del testo. Come si fa a negare il miracolo in un fatto come questo, che è tutto avvolto, se posso dir così, in un'atmosfera miracolosa? È un miracolo che Pietro giunga a sapere che Anania mentiva; se no, Luca ci avrebbe senza dubbio detto come fu che l'apostolo venne a saperlo. È un miracolo la morte improvvisa di cotest'uomo. È vero, come osserva il Barnes, per esempio, che si dànno dei casi, in cui un colpevole, scoperto lì per lì, può riceverne un'impressione tale, da rimanere sul colpo; ma è anche vero che i tipi come Anania e Saffira non hanno poi l'animo tanto impressionabile né sono di temperamento così delicato da restar lì stecchiti per una parola che li accusi. È un miracolo la predizione che Pietro fa della morte di Saffira Atti 5:9; e la morte di Saffira prova all'evidenza che Pietro volle la morte di cotesta donna; e prova altresì, per analogia, che anche la morte di Anania non fu l'effetto d'un caso accidentale; ma l'effetto della volontà dell'apostolo che esercitava quei poteri straordinari, di cui aveva qui, come sempre, piena e chiara coscienza.

6 E gran paura venne a tutti...

Una morte subitanea fa sempre grande impressione; ma una punizione così fulminante d'un delitto di menzogna e d'ipocrisia, si capisce quale effetto dovesse avere sulla intera comunità cristiana.

E i giovani,

o meglio: i più giovani ( νεωτεροι; al vers. 10: νεανισκοι). Il Mosheim, l'Olshausen, il Meyer e altri pensano che si tratti qui di una vera e propria istituzione in seno alla Chiesa; di una specie di confraternita; ma una istituzione di cotesto genere mi par difficile potesse già esistere in quei primi tempi della Chiesa, dei quali parliamo. È così semplice e così naturale il figurarsi i più giovani fra i presenti al caso, farsi innanzi pronti e volonterosi, che ogni altra supposizione, poichè per mancanza di dati la si riduce proprio ad una mera supposizione, mi sembra per lo meno superflua.

Lo tolsero via.

La parola dell'originale ( συνεστειλαν) vuol dire: Lo prepararono per la sepoltura; lo avvolsero in un panno, in un qualcosa, a guisa di lenzuolo. Le casse mortuarie non si usavano allora.

E portatolo fuori;

fuori delle mura della città dov'erano sempre i cimiteri Luca 7:12.

Lo seppellirono.

I seppellimenti si faceano presto, presso i giudei: e si fanno in generale presto in tutti i climi caldi che accelerano la decomposizione dei cadaveri. Qui poi la fretta si spiega anche pensando ai sentimenti che il fatto avea suscitati nella Chiesa, ed alla soppressione imposta dal fatto stesso, d'ogni "onoranza funebre", come diremmo noi oggi.

8 Avete voi cotanto...

Pronunciando quel cotanto, Pietro deve aver nominato la somma, o deve averla mostrata con un cenno di mano. Dimmi! avete voi cotanto venduta la possessione? Per quel dimmi! è lo Spirito che cerca di trarre la sciagurata donna al ravvedimento. Oh avess'ella risposto al solenne invito dello Spirito!... Ma non volle.

9 Tentare lo Spirito del Signore.

Il delitto di Anania e Saffira ha l'aggravante della premeditazione. Marito e moglie invece di aiutarsi un l'altro a resistere alla tentazione, s'incitano l'un l'altro al male e mettono ad effetto il piano scellerato, pensando che lo Spirito Santo non avrebbe messa in luce la loro ipocrisia. Tentarono, misero, così, alla prova lo Spirito Santo. "Forse chiuderà gli occhi, e lascerà correre"; pensavano: - "E poi, chi lo sa se, anche volendo, potrebbe scoprirci?..." E via di questo passo.

I piedi di coloro che hanno seppellito... vuol dire: "Ecco!... Senti?... i passi di quelli, che hanno sepolto tuo marito s'avvicinano all'uscio... Vengono a portar via te pure!"

11 Alla Chiesa.

È degno di nota il fatto, che la menzione della Chiesa ( εκκλησια) nel senso di "riunione, società di credenti" nel libro dei Fatti si trova qui per la prima volta. L'abbiamo già trovata, è vero, in Atti 2:47; ma, come ho notato a suo luogo, la parola manca là in parecchi codici autorevoli, e possiamo quindi considerar questa come la prima sicura menzione della parola Chiesa.

Il coloro che udivano queste cose si riferisce a quelli fuori della Chiesa.

Riflessioni

Siccome ho promesso, studiando Atti 2:44-45, di trattare qui il soggetto un po' distesamente, mantengo la promessa.

1. I teologi cattolici hanno concluso su questi passi, che c'è una specie di vita cristiana superiore, vorrei dire quasi ideale, a cui uno giunge soltanto quando rinunzia ad ogni proprietà terrena e fà voto di povertà. La quale idea si basa sulla distinzione che si fà tra una vita cristiana "superiore" che pochi posson vivere, ed una vita cristiana "inferiore" che il più dei credenti è costretta a menare. Il Prof. Lindsay ben nota a questo proposito. Il solo consorzio civile, che mise in pratica il comunismo e durò per un certo tempo, fu il regno di Sparta; e il suo ordinamento durò soltanto perché lo fece durare la classe degli iloti o degli schiavi, che erano i produttori e lavoravano per il capitale, che i liberi si godevano in comune. Così è del voto di povertà che la chiesa cattolica romana e della così detta vita "superiore" comunistica delle sue confraternite monacali. Cotesto genere di vita "superiore" è un parassita che vegeta a spese del gran numero di cristiani ordinari al quale ei s'abbarbica. Di cotesta classe di iloti cristiani non si trova traccia né nella lettera né nello spirito del N. T. La vita cristiana nella sua pura, alta, spirituale espressione non è il privilegio di pochi, ma è il privilegio di tutti quanti i credenti, senza distinzione.

2. Di che si tratta egli in questi passi? Del comunismo nel senso teorico? Niente affatto; non si tratta d'altro, che di una larga applicazione del principio della carità. Si tratta d'una cassa comune, riccamente alimentata da doni volontari e così ben fornita, da bastare a tutti i bisogni e da fare sparire nella comunità ogni traccia d'indigenza individuale. I doni erano facoltativi, non obbligatori; e questo è chiaramente provato:

1. dalle parole di Pietro in Atti 5:4;

2. dalla espressione di Atti 4:32: e niuno diceva alcuna cosa di ciò ch'egli aveva esser sua;

3. dalla impossibilità di prendere alla lettera, su grande scala, quello che è detto della vendita delle case, in una città e in un tempo in cui i locatari erano molto meno numerosi dei proprietari;

4. dal fatto, che nel testo si cita un esempio isolato (quello di Barnaba Atti 4:36-37) di coteste vendite. Perché avrebbe l'autore citata a parte cotesta vendita se la cosa fosse stata d'uso generale e l'effetto d'una legge imposta a tutti?

3. Dal punto di vista economico e dal punto di vista anche della semplice prudenza umana, queste vendite fatte per impulso d'una carità entusiasta, dànno luogo a riflettere. Gesù ha egli proprio comandato il completo sacrificio dell'avvenire sull'altare del presente? Qui sta il nodo della questione. Se è giusto che dagli effetti si giudichi della causa, si deve dire, che coteste vendite, per quanto nobili e generose, non furono del tutto prudenti. Di fatti, che avvenne? Di lì a qualche anno, gli apostoli furono costretti ad andare di qua e di là a chieder l'elemosina per la loro chiesa di Gerusalemme Galati 2:10; e Paolo ordina da per tutto delle collette, a cotesto medesimo scopo 1Corinzi 16:1; 2Corinzi 8-9. Né poteva essere altrimenti; il capitale, alienato dai privati, concentrato nella cassa comune e consumato giorno dopo giorno, doveva esaurirsi; e mancando ormai nella comunità il mezzo di alimentarlo, la miseria diventava inevitabile. Il metodo dunque, può esser discutibile; quello che non è discutibile, e che rimarrà sempre, nelle sacre pagine del testo, oggetto di ammirazione e d'imitazione d'ogni cristiano che non si contenti d'esser tale che di nome soltanto, è lo spirito di sacrificio, d'abnegazione, d'amor fraterno di cotesti credenti.

4. Anania dice d'aver dato tutto, e sa che non è vero; quindi, mentisce "Egli, dice il Dott. Parker, è il rappresentante di quelli che dicono d'aver fatto tutto quello che possono per il Signore e per i loro fratelli, e sanno che mentiscono!"

5. Che pensare della tragica fine di Anania e Saffira? Il loro peccato non e un atto di frode semplice in materia civile; è un delitto teocratico (hanno convenuto insieme di tentare lo Spirito del Signore Atti 5:9), che grida vendetta nel cospetto della oltraggiata maestà divina. E così che l'apostolo, la Chiesa, Luca considerano il fatto. È l'atto criminoso, che è il primo che abbia macchiato la Chiesa, merita una severissima pena. "La Chiesa, dice il Prof. Reuss, doveva esser composta di santi, come quell'Israele ideale dei profeti, al quale il regno di Dio era offerto in prospettiva. A meno di rinunziare a tutte le sue speranze o di relegarne il compimento in un lontano avvenire, bisognava vegliare con ansietà sopra ogni errore, sopra ogni macchia, che potessero compromettere l'onore dell'appena nascente società degli eletti. Si era ai principi e si poteva credere che cotesta purità ideale e strettamente teocratica sarebbe, cosa possibile e diverrebbe cosa stabile. La Chiesa era ancora assai piccola, i suoi membri erano assai ferventi, le sue speranze assai infantili, le sue credenze assai semplici e tutto facea sì che un simile stato di cose sembrasse loro poter rientrare nei limiti del possibile. Con l'andare del tempo, con l'accrescimento del numero, con l'ineguaglianza delle disposizioni religiose, con la divergenza delle opinioni., con la diversità delle condizioni sociali e delle relazioni col mondo, i mezzi di prima diverranno più miti, e la disciplina, già così severa, si farà più rilassata; e in luogo di parole che producono la morte, usciranno dalla bocca degli apostoli delle parole d'esortazione e di rimprovero, secondo il bisogno; e la scomunica temporanea, è anch'ella pronunciata di rado, diverrà l'ultimo e il più tremendo dei castighi".

12 6. Segni e prodigi (Vedi Atti 2:22) (Atti 5:12-16)

Nel portico di Salomone.

Vedi Atti 3:11. Quando gli apostoli e i discepoli salivano al tempio alle ore della preghiera Atti 3:1 si ritrovavano sotto il portico detto di Salomone per incoraggiarsi, esortarsi a vicenda, ed anche per evangelizzarvi il popolo, se la occasione provvidenziale di farlo si presentasse Atti 3:11-26.

13 Niuno degli altri di quelli fuori del movimento cristiano; niuno degli indifferenti o degli avversari.

Ardiva aggiungersi a loro;

ardiva unirsi a loro, entrare in istretta, intima relazione con loro.

15 Letti e letticelli.

I letti sono i letti veri e propri, soffici, di un certo valore, delle persone benestanti; i letticelli sono le coperte, gli stracci, i giacigli, su cui si stendevano i poveri Marco 2:1-12; 6:55; Giovanni 5:8-12; Atti 9:33.

L'ombra sua almeno adombrasse alcun di loro.

Luca non dice che l'ombra di Pietro operasse realmente alcun miracolo; non c'è nulla, nel testo, che ci decida ad ammettere cotesta virtù sanatrice nell'ombra dell'apostolo. Luca cita qui l'opinione popolare, e nulla più; la folla era giunta a tal punto di entusiasmo e di eccitamento da credere che l'ombra stessa di Pietro possedesse un qualcosa di magico. Ma ripeto: Luca non dice che questa opinione popolare fosse giustificata dai fatti. Luca cita la cosa, come farebbe un cronista; non prova, né critica; si limita a citare. Ma io voglio concedere anche più di quello che il testo mi permetta di fare. E che mai e, impedisce di credere che delle guarigioni vere e reali si effettuassero, anche in questa circostanza, fra i malati portati agli apostoli? Se i malati avevano la fede necessaria, Iddio certo non negava loro la guarigione per mezzo dei suoi servitori. Ma insisto su questo: se avevano la fede; che nulla si fa, nel regno di Dio, in modo magico; tutto v'è fatto, per la stromentalità della fede, della mano del cuore, che volontariamente ed energicamente s'appropria la sanatrice virtù dell'Eterno. Questa fede può essere imperfetta, può contenere degli elementi spuri d'ignoranza e di superstizione; non importa; s'ella è sincera e reale, Iddio l'accetta lo stesso". Atti 19:12; Marco 5:28,34.

16 Delle città circonvicine.

Betlehem, Hebron, Gerico, Emmaus, Betania; e forse anche da più lontano; da Lidda, per esempio, ove Pietro, quando ci andò, trovò dei credenti Atti 9:32.

Dagli spiriti immondi;

da spiriti maligni i quali son detti immondi perché spingono l'infelice che ne è posseduto, ad atti impuri ed osceni.

Riflessioni

1. Il tragico fatto di Anania e Saffira non rimane senza effetto né per la Chiesa né per quei di fuori. La Chiesa, invasa da un santo e salutare timore Atti 5:11, impara a sorvegliarsi con diligenza e con cura; "quei di fuori" imparano Atti 5:11,33 che, prima di unirsi alla Chiesa, è bene che ci pensino su due volte per vedere se abbiano o no le disposizioni volute per compiere un atto così importante e solenne.

2. La Chiesa avea pregato Iddio di "porgerle la mano" e di manifestare la sua presenza per via "di guarigioni, o di segni e di prodigi" Atti 4:30. Ecco in questi nostri versetti la risposta alla preghiera. Iddio avea già dato un glorioso principio di esaudimento a cotesta preghiera, con la effusione dello Spirito Atti 4:31; qui, l'esaudimento continua. Iddio è fedele.

3. A proposito dell'ombra di Pietro, ecco l'annotazione di Monsignor A. Martini. "Chi vide mai (mi sia lecito di così parlare) sopra la terra potestà simile a quella conceduta da Cristo al capo dei suoi apostoli? Il toccamento della veste del Salvatore avea guarito qualche malato; la sola ombra di Pietro è feconda di miracoli e di guarigioni. Così adempie Cristo quello che avea già detto: Chi crede in me, le opere che fò io, le farà anch'egli, e ne farà delle maggiori di queste. S. Agostino nel libro De catechizandis rudibus, cap. 22, riferisce come storia indubitata, che l'ombra di Pietro rendette ad un morto la vita". Ora; siccome quest'annotazione, che fa sorridere di pietà ogni studioso della Bibbia, può gettare un po' di polvere negli occhi a chi di studi biblici è digiuno, mi sia lecito di far osservare:

1) che l'insinuazione del commentatore, la quale tende a dare a Pietro una importanza maggiore che a Cristo, è cattiva ed empia;

2) che il commentatore sacrifica in modo troppo evidente la verità del testo all'idea interessata che lo preoccupa, di dar base biblica alla superstizione popolare della virtù sanatrice d'una ombra;

3) che è inesatto il dire che "il toccamento della veste del Salvatore avea guarito qualche malato". Uno soltanto ne guarì; e quel malato, o piuttosto quell'ammalata, perché era l'"emorroissa", la donna dal flusso di sangue, Gesù ha cura di richiamare a sè, mentr'ella se ne va, per dire: "Figliuola, è la tua fede, che t'ha guarita!" Marco 5:34: cioè: "Figliuola, non te ne andare con l'idea che il mio vestito t'abbia guarita; la tua guarigione non è al mio vestito, ma alla tua fede. che tu la devi!";

4) che è falso l'asserire che "la sola ombra di Pietro sia feconda di miracoli e di guarigioni, l'ho mostrato nelle mie note, che il testo non assevera per nulla che l'ombra di Pietro avesse alcun effetto salutare;

5) che il passo di Giovanni 14:12, che il commentatore cita, è citato a sproposito. Gesù non allude ai miracoli delle guarigioni fisiche, in cotesto passo; ma piuttosto alle guarigioni spirituali e morali; tant'è vero, che "le opere maggiori" delle quali egli parla sono messe in relazione di effetti con la causa dell'Ascensione e della discesa dello Spirito, di cui così spesso Gesù parlò nei suoi ultimi discorsi fatti ai discepoli: ne farà delle maggiori, perciocchè io me ne vò al Padre", dice il Maestro. Come esempio della verità di coteste parole di Cristo, non è dunque l'ombra di Pietro che si deve recare; ma piuttosto il discorso pentecostale di Pietro, che è mezzo di conversione di tremila peccatori Atti 2:41. Tremila persone convertite in seguito ad un discorso! Gesù, in tutto il suo ministerio, non arrivò a cotesto numero; ma cotesto numero è solo possibile, perché Gesù è morto, è risuscitato, e dal cielo ha fatto scendere la virtù dello Spirito; è solo possibile, perch'Egli se n'è andato al Padre. Non è dunque che Pietro sia maggiore di Cristo; ma è che Cristo ha compiuta l'opera meno appariscente, ed ha messo in grado i suoi di compiere l'opera più facile e più in vista. Chi guarda il palazzo, chi ammira i grappoli d'uva che sorridono fra il lusso dei pampini, non pensa né al fondamento né alla vite; togliete però il fondamento e la vite, e ditemi che cosa rimanga di tutto il resto!

6) che il parlar di guarigioni d'una ombra senza tener conto né della grazia di Dio che è la sola ragione ultima d'ogni beneficio, né della fede senza cui niuna guarigione è possibile, è un parlare che urta contro tutto quanto l'insegnamento dell'Evangelo

7) che la tradizione, ci venga ella pure per la penna d'un grand'uomo come Sant'Agostino, è buona e attendibile, quando è in armonia con la Parola di Dio; ma non ha valore e non merita fede, quando non fa che aggiungere vani fronzoli ed inutili ricami alla storia evangelica.

17 7. L'arresto degli apostoli, la loro liberazione miracolosa, l'atto d'accusa dinnanzi al concistoro, il discorso di Gamaliele e il loro definitivo rilascio (Atti 5:17-42)

La setta dei sadducei.

(Vedi Atti 4:1). Quando si parla dei sadducei, dei farisei ecc. è meglio e più esatto chiamarli dei partiti anzichè delle sette. Chi dice setta dice separazione e suppone l'esistenza di qualche congegno sociale o di qualche teoria religiosa che uno abbandona, ma che non cessa per questo di sussistere dopo la separazione. Ora i farisei ed i sadducei non si separavano affatto dall'ordinamento sociale, in cui erano nati; ma erano anzi attivissimi e impegnati alacremente in tutte le fasi della vita pubblica. Non diciamo dunque setta; diciamo partito, che non implica l'idea di separazione, ma che significa la unione politica, o religiosa, o politica e religiosa insieme di più persone, che hanno opinioni ed interessi particolari, che si adoperano a tutt'uomo a far prevalere nel luogo e fra le persone in mezzo cui vivono.

Il sommo sacerdote era forse Caiafa, o, più probabilmente, Anna, suo suocero (Vedi Atti 4:6).

19 Un angelo del signore.

Non si tratta d'un sogno, non d'un terremoto, non d'un segreto agente dei cristiani, come qualcuno ha sostenuto; si tratta d'un angelo vero e proprio, se si vuole stare a quello che il testo veramente dice.

20 Tutte le parole di questa vita;

la parola di questa vita è l'Evangelo, dottrina di salvazione e potenza di vita 2Timoteo 1:10; 1Giovanni 5:11; Giovanni 17:3.

21 Il concistoro è il Sinedrio, la suprema corte civile ed ecclesiastica dei Giudei. Era composto di settantun membri. Aveva due presidenti, dei quali uno era il sommo sacerdote e l'altro uno dei rabbini più dotti.

22 I sergenti erano le guardie levitiche agli ordini del sommo sacerdote.

26 Il capitano del tempio

(Vedi Atti 4:1).

Che non fossero lapidati.

Gli apostoli aveano per sè il favore del popolo e i leviti temevano una insurrezione popolare, nella quale, senza, dubbio, le autorità giudaiche, avrebbero avuto la peggio.

28 Non vi abbiamo noi del tutto vietato ecc.

Il sommo sacerdote non chiede come abbiano fatto a scappar di prigione. "È un soggetto che scotta, cotesto, e meglio e lasciarlo da parte", pensa il presidente. Anche il nome di Gesù e nome che gli scotta le labbra; quindi, invece di pronunciarlo, dirà: il sangue di cotest'uomo!

29 Pietro e gli altri apostoli, rispondendo, dissero.

Pietro non risponde direttamente al rimprovero del sommo sacerdote; ei si contenta di difendersi, esponendo la missione che ha ricevuto da Dio, e di riassumere in breve la sua predicazione; ma la sua difesa si cambia in un vero e proprio atto d'accusa, che provoca nell'assemblea un movimento, che chi sa come sarebbe andato a finire, se non fosse sorto l'incidente di Gamaliele.

30 Ha suscitato;

meglio: ha risuscitato.

31 L'ha esaltato con la sua destra;

non alla sua destra, ma con la sua destra; vale a dire, "per un atto della sua onnipotenza e della sua divina volontà".

Principe

( αρχηγος) Capo (Vedi Atti 3:15; Ebrei 2:10; 12:2), Colui che conduce alla vita.

32 E noi gli siamo testimoni di queste cose;

cioè:1) della crocifissione; 2) della risurrezione; 3) dell'ascensione.

La testimonianza dello Spirito Santo consiste in questo: lo Spirito Santo parla per la bocca degli apostoli; conferma nel cuore degli apostoli la verità dei fatti di cui essi testimoniano, e ne rivela loro la profondità del significato.

A coloro che gli ubbidiscono.

Ma lo Spirito Santo non è dato a tutti; è dato a quelli soltanto, che ubbidiscono a Dio; dal che consegue che chi non l'ha o rifiuta d'ascoltarlo, quando gli apostoli parlano mossi da lui, è un ribelle a Dio. Ed e qui specialmente che la difesa di Pietro si trasforma in un vero e proprio atto d'accusa.

33 Scoppiavano d'ira.

L'essi, soggetto del verbo, si riferisce al sommo sacerdote ed ai sadducei nominati nel vers. 17. Il verbo ( διεπριοντο) vuol dire propriamente segare ed accenna qui ad un "laceramento dell'animo", ad una "violenta perturbazione del cuore". Il Diodati dice: "scoppiavano d'ira"; il Martini: "smaniavano ": il Revel "si rodevano"; il Reuss "fremevano di rabbia". Qualunque sia la traduzione che si adotti, questo è da osservare; che non si tratta qui del commovimento del cuore che mena alla conversione Atti 2:37, ma di una disordinata passione che acceca e spinge le sue vittime sulla via del delitto.

34 Gamaliele.

Tre fatti sono qui indicati relativamente a Gamaliele:

1. Egli era un membro del Sinedrio;

2. apparteneva al partito farisaico;

3. era un dottor della legge; un legista; un νομοδιδασκαλος; un uomo di quelli che insegnavano la legge.

Da Atti 22:3 sappiamo ch'egli fu maestro di Saulo di Tarso, che si chiamò poi San Paolo. Il padre di Gamaliele fu Simeone; qual Simeone, secondo alcuni (il Lightfoot p. es.), sarebbe il Simeone, che, nel tempio di Gerusalemme, prese in braccio il neonato Gesù Luca 2:25,28. E Simeone fu figlio dei celebre Hillel; cosicchè Gamaliele sarebbe stato nipote del Rabbino Hillel, che fu veramente grande per carattere, per pietà e per sapere. Il Talmud parla di Gamaliele come d'uno dei dottori più illustri del secolo.

Onorato presso tutto il popolo.

Tanto stimato e onorato, che si venia da lungi a scuola da lui Atti 22:3, e che di lui, morto, la gente diceva: "Quando morì Gamaliele, cessò la gloria della legge".

35 Prendete guardia ecc. è il nostro: "badate bene a quel che fate riguardo a questi uomini" Matteo 6:1; 7:15; 10:17; 1Timoteo 1:4; 4:13; Tito 1:14.

36 Teuda.

Giuseppe Flavio (Antich. 20:8) parla di un falso profeta, per nome Teuda, che fu capo di una insurrezione, e che, assalito dalla cavalleria del procuratore romano Cuspio Fado, fu sopraffatto, preso e decapitato. Il Teuda del testo non può essere però quello di cui parla Giuseppe Flavio; perché ei non apparve che verso il 44; cioè, dopo la morte del re Agrippa, che è narrata in Atti 12:18-23. Si tratta dunque di un altro Teuda, che ci è ignoto. E la cosa è facilmente ammissibile quando si pensi, che nei tempi ai quali allude Gamaliele, coteste insurrezioni erano frequenti. Si conoscono, per esempio, di quei tempi, tre capi d'insorti per nome Giuda, e quattro per nome Simone; che meraviglia c'è se si ammettono due Teuda?

37 Giuda il Galileo.

Sappiamo da Giuseppe Flavio (Antich. 18:1; 20:5; Guerre Giudaiche11. 8, 17) che Giuda, il Gaulonita, detto il Galileo, alzò la bandiera della ribellione l'anno sesto dell'era cristiana, quando, deposto Archelao, l'imperatore Augusto ridusse la Giudea in provincia romana ed ordinò il primo censimento (ai dì della rassegna, dice il nostro vers. 37), che dovea servir di base all'amministrazione finanziaria del paese Luca 2:2. Giuda era uomo di focoso eloquenza e di energia disperata. La sua parola d'ordine era questa: "Il popolo non deve servire ai romani, non deve ai romani pagare alcun tributo, né ha altro padrone che Dio". La lotta fu lunga e sanguinosa; e dal partito di Giuda, che si chiamava degli zelanti, o degli zeloti, o dei Cananiti (che è l'equivalente aramaico di zeloti) uscì quel Simone, che fu dei discepoli del Signore Matteo 10:4; Marco 3:18; Luca 6:15; Atti 1:13.

Egli ancora perì.

Luca ci dice che Giuda perì nella ribellione: Giuseppe Flavio (Antich. 20:5,2) non parla della morte di Giuda, ma di quella del figlio di lui; tutti e due, probabilmente, perirono nella lotta.

Furono dispersi.

Non estinti; che cotesti zelanti non furono completamente sterminati. Dopo le batoste di cui parla il testo, si riordinarono e formarono quel che si potrebbe chiamare l'estrema sinistra del partito farisaico e riapparvero più d'una volta, con le armi alla mano, nel corso del secolo; specialmente durante la guerra contro Vespasiano e Tito.

38 Se questo consiglio ( βουλη) se questa idea, questo disegno o questa intrapresa...

39 Che talora non state ritrovati combattere;

"voi non la potrete dissipare; e correte il rischio di trovarvi nel caso d'aver fatto la guerra a Dio". Le parole di Gamaliele, considerate in sè e fatta astrazione dal momento storico e dalle circostanze in cui furono pronunciate, sono un assioma, che in tutti i tempi ed in tutti i paesi la storia ha circondato e circonda d'un'aureola di verità e di gloria; ma considerate in relazione al contesto ed al momento ed alle circostanze in cui furono dette, coteste le son parole d'uno di quei soliti freddi prudentoni, che, in ogni critico momento, si stanno fra i neutrali; decisi a non compromettersi, finché c'è probabilità che la cosa vada a finir male; pronti a farsi avanti con serotina simpatia, se la cosa finisce bene.

40 Ed essi gli acconsentirono.

I sadducei, senza dubbio, avrebbero preferito un qualcosa di più radicale; ma il partito farisaico era forte nel Sinedrio, e il consiglio di Gamaliele, date le condizioni dell'ambiente e la popolarità di cui godevano gli apostoli, si raccomandava alla maggioranza.

Li batterono.

"Acconsentirono" dunque, ma fino ad un certo punto. Probabilmente, furono i sadducei che insisterono sulla "battitura"; la quale è più che probabile consistesse, "nei quaranta colpi meno uno", di cui si parla in Deuteronomio 25:3; 2Corinzi 11:24.

41 D'esser vituperati per lo nome di Gesù.

I migliori manoscritti (A. B. C. D. H. e N) hanno soltanto per il Nome. Di qual nome si tratta egli? Parecchi commentatori credono si tratti del nome di Gesù. Il Barde, per esempio, dice così: "Nell'antica alleanza, (Nome) era già il nome per eccellenza; quello di Jahveh (Vedi Levitico 24:11 nel testo ebraico); ονομα (Nome) nell'alleanza nuova, sarà pure il nome eccellente, il nome di Gesù. (Vedi 3Giovanni 7 nel testo greco)". Che cotesto ragionamento regga per quel che riguarda l'Antico T., è un fatto innegabile; ma siccome non mi pare che cotest'uso assoluto dell' ονομα da riferirsi a Gesù sia abbastanza provato nel Nuovo T., preferisco attenermi al commento del Reuss, il quale dice: "Nel greco (testo corretto) c'è soltanto: per il Nome. I copisti che non capivano cotesta espressione, vi aggiunsero il pronome (per il suo nome), riferendolo a Gesù, ch'era mentovato nel versetto precedente. Ma si sa che nell'ebraico rabbinico, il nome, così senz'altra aggiunta, è modo usitatissimo a designare Iddio; quell'Iddio, il cui nome proprio (Jahveh) gli ebrei facean di tutto per "non pronunciare". Nella sua traduzione il Reuss rende il passo a questo modo: Questi (gli apostoli) si ritirarono dalla presenza del Sinedrio, felici d'aver avuto l'onore d'esser maltrattati per la causa di Dio.

42 Nel tempio e per le case;

meglio: nel tempio e in ogni casa; nel tempio, e a casa (Vedi note Atti 2:46).

Evangelizzare

significa annunziare "la buona novella"; dare "la tuona notizia"; e "la buona notizia" era questa:

Gesù Cristo;

il che si potrebbe meglio rendere per: che Gesù è il Messia. Abituati come siamo a prendere la parola Cristo per un nome proprio, noi rischiamo di perdere di vista un punto importante della predicazione apostolica. I Giudei credevano in un Cristo, in un Messia; e gli apostoli, basandosi sulle profezie, sul fatto della risurrezione e sulla discesa dello Spirito Santo, insegnavano e davano il buon annunzio che Gesù di Nazaret era appunto quel Messia nel quale essi credevano e che essi aspettavano.

Riflessioni

1. L'angelo apre agli apostoli le porte della prigione, e nello stesso tempo dice: "Andate! presentatevi nel tempio e ragionate al popolo tutte queste parole di vita!" Atti 5:19-20. Il pio Matteo Henry dice molto bene e molto a proposito: "La guarigione dalle nostre infermità, la liberazione dalle nostre difficoltà dobbiamo considerare non come se le ci fossero concesse per godere a nostro talento dei piaceri della vita: elleno ci sono concesse affinché onoriamo il nostro Dio con la consecrazione di tutto quello che siamo e di tutto quello che abbiamo".

2. Le parole del sommo sacerdote agli apostoli Atti 2:28 tradiscono una coscienza punta dall'aculeo del rimorso. È duro al sommo sacerdote il pronunciare il nome di Gesù; e schiverà cotesto nome con ogni sorta di circonlocuzioni. Sono molti quelli che fanno il male a test'alta, sfacciatamente, e che poi non possono sopportare che il male fatto sia loro imputato, o anche soltanto ricordato!

3. Ripetiamola pure l'osservazione già fatta in Atti 4:19. Se possiamo ubbidire a Dio e nello stesso tempo ubbidire coscienziosamente agli uomini, tanto meglio; ma tutte le volte che ci troviamo nel bivio degli apostoli, nel caso, cioè, di dovere scegliere fra l'ubbidienza a Dio e l'ubbidienza agli uomini, la santa ed eroica risposta degli apostoli ci sua viva nel cuore e determini la nostra decisione: "Anzi a Dio che agli uomini!" Atti 5:29.

4. Rinfreschiamo la nostra fede alla limpida sorgente della teologia apostolica Atti 5:30-31. L'onnipotente Iddio, che è l'Iddio delle maravigliose vicende "dei padri" e che "con la destra potente esalta" quel Gesù che gli uomini hanno ucciso, è un Dio d'amore, che vuole non la perdizione ma la salvezza dei peccatori. La salvazione è soltanto possibile per mezzo di Gesù, che Dio ha costituito "Capo e Salvatore". A cotesta salvazione si giunge per "la remissione dei peccati", che è data a tutti quelli che si "ravvedono". Il ravvedimento e la remissione dei peccati non sono il risultato di sforzi umani, non il salario d'opere o di mortificazioni della carne, o di penitenze, ma sono dei doni gratuiti, che Dio fa liberalmente al suo popolo.

5. "E noi gli siamo testimoni di queste cose che diciamo" Atti 5:32. La testimonianza degli apostoli è sempre testimonianza positiva ed ha per oggetto i grandi fatti che stanno a base del cristianesimo:

1. la crocifissione;

2. la risurrezione;

3. l'ascensione di Gesù.

6. La testimonianza apostolica a cui s'appoggia la nostra fede come il debole stelo alla querce secolare, non è soltanto testimonianza d'uomini; ma è una testimonianza umana, illuminata, corroborata e resa divinamente autorevole dallo Spirito Santo Atti 5:32.

7. Lo Spirito Santo non e monopolio d'alcuno; neppure degli apostoli; egli è dato a tutti Luca 11:13; Romani 5:5; 1Corinzi 6:19. La sola condizione imposta a chi lo desidera, è l'ubbidienza alla volontà di Dio Atti 5:32.

8. Per quel che riguarda il carattere di Gamaliele, mi pare che, riassumendo tutto quello che di lui s'è detto e scritto, si possano distinguere tre Gamalieli:

1) il Gamaliele della leggenda;

2) il Gamaliele di quello che io non so chiamare altrimenti che "un benevolo e simpatico probabilismo";

3) il Gamaliele del testo.

1) Del Gamaliele della leggenda s'è impadronito il cattolicismo romano, avido, come sempre, più di fantasticherie e di leggende che della verità storica nuda e serena. Il Martini, difatti, nella sua nota a Atti 5:34, dice: "Gamaliele, ecc. Questi è il maestro dell'Apostolo Paolo Atti 22:3, e morì Cristiano, e le sue reliquie, con quelle del protomartire Stefano, di Nicodemo e di Abiba, figliuolo dello stesso Gamaliele, furono trovate dal santo sacerdote Luciano, l'anno 415, presso al borgo di Cafatgamala, discosto venti miglia da Gerusalemme". La tradizione, a cui allude il Martini, dice che Gamaliele era un discepolo segreto di Gesù (Pseudo-Clemente, Recogn. l. 65); che fu battezzato da Pietro e Paolo assieme ad un figliuolo chiamato Abiba e a Nicodemo, che la stessa tradizione dice nipote di Gamaliele (Fozio Cod. 171, p. 199). Secondo la leggenda di Luciano, prete di Siria (leggenda accettata da Agostino), Gamaliele avrebbe seppellito Stefano ed altri cristiani; e poi sarebbe egli stesso stato sepolto a Cafar-algama, nel luogo stesso ove riposavano i resti mortali di Stefano e di Nicodemo (Agost. De Civitate Dei XVII. 8, Serm. 318). Ma ognuno lo vede; le sono notizie leggendarie da non accettarsi neanche con beneficio d'inventario.

2) Il Gamaliele del benevolo e simpatico probabilismo, eccolo qui. Se non del tutto cristiano, Gamaliele avea respirato a pieni polmoni aure cristiane e parlava nel Sinedrio come uno che avea simpatia per gli apostoli e per le loro idee. Era innanzi negli anni, e potea ricordarsi benissimo "della sapienza e della grazia" del giovanetto Gesù, quando Ei ragionò delle cose di Dio in mezzo ai dottori Luca 2:46. Chi sa che non salutasse con gioia, durante il ministerio di Gesù, quelle dottrine, che in tanta parte suo nonno Hillel avrebbe approvate, se avesse potuto udirle; e chi sa se il suo cuore di fariseo credente nella risurrezione non si rallegrò quando vide che un'altra e stupenda prova di cotesto fatto era messa in vivida luce dalla predicazione apostolica? E poi; egli stesso discendea da Davide; e ci sarebb'egli da far le gran meraviglie se avesse nutrito qualche simpatia per colui che tutti salutavano come "il Figliuolo di Davide"? E ancora; un legista così illustre come Gamaliele dovette necessariamente essere in più o meno stretta relazione col collega Nicodemo: e non si può egli ammettere che la progressiva conversione ed il modo di procedere di Nicodemo (ricordato in Giovanni 7:50-51) avessero qualche influenza sul carattere morale e sul modo di procedere di Gamaliele? E non è egli vero, che, badando bene al tono delle sue parole nel nostro testo, si è tentati di includerlo in quei "molti" dei principali che credevano in Cristo ma non osavano confessare apertamente la loro fede? Giovanni 12:42-43 Ed è probabile che anch'egli, come Giuseppe d'Arimatea, "non acconsentisse al consiglio, ne all'atto del Sinedrio" Luca 23:51 che Caiafa avea convocato per il processo di Gesù. E se Saulo di Tarso era già, a scuola da Gamaliele Atti 22:3, è anche probabile che le parole dei nostri versetti Atti 5:38-39, dirette in modo generale al Sinedrio, fossero più specialmente intese a frenare l'ardente ed impetuoso zelo del discepolo. Probabilismo più ingegnoso, più benevolo e più simpatico di questo, certo, non si può dare.

3) Rimane a studiare il Gamaliele del testo. Il Gamaliele del testo non è un cristiano, né agisce ne parla per impulso di sentimenti cristiani; è un filosofo che s'atteggia a neutrale in una questione religiosa, dinnanzi alla quale avrebbe avuto il dovere di decidersi in un senso o in un altro. L'assioma di Gamaliele è storicamente dimostrato vero e santo; ma ciò non vuol dire che in ogni questione in genere e nelle questioni religiose in ispecie noi dobbiamo aspettare a deciderci a cose fatte e risolute chi aspettasse, per decidersi a diventar cristiano, al giorno del finale trionfo di Cristo e del Vangelo potrebbe parer prudente e savio agli occhi del mondo, ma mostrerebbe col fatto di non aver capito nulla delle cose dello spirito. La politica "dell'aspettare" non è politica del regno di Dio; il regno di Dio ha bisogno di gente generosa, eroica, d'azione. Chi si astiene con cautela dal pericolo di "combattere contro Dio". bisogna che abbia al tempo stesso vivo e profondo il sentimento del dovere che ha di schierarsi dal lato di Dio per lottare con Lui e per Lui, e di tenere alta la bandiera delle proprie convinzioni in mezzo all'infuriare di qualunque tempesta. È bene d'essere avari d'elogi per la prudente politica di Gamaliele; cotesti elogi sono pericolosi; essi tendono a glorificare l'esitazione e indifferenza ed a porre il riserbo filosofico al disopra della franca adesione ad una decisa convinzione religiosa. Ci sono perfino di quelli che fanno di Gamaliele un precursore dei nostri principi moderni di tolleranza e di libertà religiosa. Bella tolleranza quella del Sinedrio, che, "acconsentendo alle idee espresse da Gamaliele" Atti 5:40, bastona gli apostoli ed ingiunge loro di non parlar più nel nome di Gesù! E ancora: com'è possibile fare di Gamaliele un cristiano, o poco meno, quando lo si ode mettere gli apostoli sulla stessa linea di Teuda e di Giuda il Galileo, di due demagoghi, cioè, che avevano dato luogo a dei moti rivoluzionari valendosi del fanatismo religioso e politico delle moltitudini? Chi potea fare dei ravvicinamenti storici di cotesto Nenere, evidentemente, non era un cristiano e giudicava a sproposito della missione e delle dottrine apostoliche. Gamaliele era un fariseo; quindi, un avversario politico e religioso di Anna, di Caiafa e di tutto il partito sadduceo. L'agir suo è in armonia perfetta con la politica del partito farisaico di cui era il capo. L'accusa mossa agli apostoli era questa; ch'essi predicavano la risurrezione di Gesù; e i farisei erano, in opposizione ai sadducei che la negavano, ardenti sostenitori della dottrina della risurrezione del corpo. Più tardi, quando i cristiani, guidati da Stefano, attaccheranno le dottrine farisaiche, Gamaliele uscirà dal suo riserbo, e si schiererà senza dubbio dal lato dei nemici della fede di Cristo. Ciò non è detto nel testo; ma il fatto che il discepolo di Gamaliele, Saulo di Tarso, è il primo a slanciarsi all'assalto ed a guidarvi i persecutori è pur troppo fatto eloquente. Nel caso nostro, Gamaliele agisce da capo politico prudente ed esperto; salva gli apostoli, dei quali i sadducei voleano la vita; e, cogliendo a volo l'occasione della predicazione apostolica, dà uno schiaffo potente al partito teologico avversario.

9. "Voi sarete beati, quando v'avranno vituperati e perseguitati... rallegratevi e giubilate!" avea detto il Maestro Matteo 5:11-12. Era la prima esperienza che gli apostoli faceano di quella "gioia" e di quel "giubilo", di cui Gesù avea loro parlato. Il soffrire per il nome e per la causa di Dio ed il partecipar e ai martiri degli eroi della fede che ci hanno preceduti Matteo 5:11-12 non sono senza lagrime né senz'angosce; ma Dio terge le lagrime e lenisce le angosce del credente che vive in comunione con Cristo, dandoli un ineffabile pregustamento di quella gioia, che diverrà perfetta ed eterna quando ei sarà giunto a godere della gloriosa ed immediata visione del suo Salvatore 1Pietro 4:13. Chi legga questa pagina della storia apostolica alla luce delle predizioni e delle promesse di Matteo 10:17-20 bisognerà che si convinca che le parole di Gesù hanno nei fatti il loro più eloquente commentario.

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