Atti 8

1 Saulo era consenziente alla morte d'esso.

Era consenziente, cioè, aveva approvato, aveva, applaudito cotesto scempio Atti 22:20. Più tardi egli imparerà che chi applaudisce un misfatto non è, meno colpevole di colui che lo compie: Romani 1:32.

in quel tempo...

il testo è più esatto; dice,: in quel giorno; la persecuzione datò dal giorno stesso della uccisione di Stefano.

E tutti furono dispersi.

Questo tutti non è da prendersi in senso assoluto, ma in senso relativo. È un tutti enfatico, come in Atti 3:18; Matteo 3:5; Marco 1:37; 6:33; Giovanni 3:26. Se si prende in senso assoluto, come ci spiegheremo Atti 7:3; 9:26?

Salvo gli apostoli.

In questo medesimo capitolo (vers. 3) e più innanzi Atti 9:26 si vede che la Chiesa di Gerusalemme, malgrado la persecuzione, era rimasta stabile e numerosa; quindi, la "gran persecuzione", di cui parla qui Luca 8:1, non può essere stata che parziale. E se gli apostoli rimangono in città, non è soltanto perché non potessero in coscienza abbandonare il loro posto Giovanni 10:13; né è perché fossero più coraggiosi degli altri, a che avrebbe valso il coraggio, quando, noti com'erano quali capi del movimento, si trovavano addirittura sotto le granfie della polizia locale? Egli è che la persecuzione non era diretta indistintamente contro tutti i cristiani; ma contro quelli, in modo speciale, che, aderendo alle idee avanzate di Stefano, tendeano a separarsi dalla Sinagoga ed a scuotere il giogo della legge. Gli apostoli, tutti lo sapevano, non la pensavano ancora interamente come Stefano; e la maggioranza dei cristiani seguiva gli apostoli.

2 Ed alcuni uomini religiosi portarono a seppellire Stefano...

Chi erano essi? La questione è controversa. Il Renan (Les Apótres, pag. 145) dice che erano dei proseliti; ma Luca, quando vuol parlare di proseliti, usa un'altra parola. Vedi (testo greco) Atti 13:43,50; 16:14; 17:4,17; e la parola usata qui è da Luca stesso applicata a Simeone Luca 2:25 e ad Anania Atti 22:12. È certo che non erano dei membri della Chiesa; che, se lo fossero stati, Luca li avrebbe senza dubbio chiamati fratelli o discepoli. Probabilmente erano dei giudei mezzo guadagnati al cristianesimo; o, per lo meno, dei giudei presi da ammirazione per l'eroismo di Stefano. In una parola: dei Nicodemi e dei Giuseppe d'Arimatea.

Riflessioni

1. La scena che abbiamo studiata non è più una scena di tribunale; è una scena selvaggia. I giudici cedono il loro posto alla plebaglia; se pure addirittura non l'aizzano con la parola e con l'esempio; e la passione del fanatismo si fa esecutrice d'una sentenza, che i magistrati non hanno avuto il tempo di formulare. In mezzo a cotesta scena selvaggia, Stefano rimane calmo, sereno, ed è come trasportato in un altro mondo. Il santuario dei cieli gli si apre dinnanzi agli occhi; ei contempla la gloria del suo Dio, il Salvatore, ed un grido gli esce dal cuore che per un istante domina tutta la sala. Cotesta visione non fu cosa dei sensi; fu cosa dello spirito; non fu visione di cosa obbiettiva; fu visione dovuta ad un lampo di luce da alto, che gli balenò nell'anima; fu un pregustamento di quel "vedere", che nel regno della gloria prenderà il luogo del "credere" 2Corinzi 5:7. Con queste visioni Iddio consola i suoi per fortificarli nella fede in mezzo alle lotte della vita e per prepararli all'eternità in mezzo alle angosce del tempo.

2. Stefano è uomo che per davvero "ha conosciuto Gesù ha sperimentato la comunione delle sofferenze di Gesù ed ha nella sua persona riprodotta la morte di Lui" Filippesi 3:10. Come Gesù pregò per sè, così Stefano per se prega (Atti 7:59 confr. con Luca 23:46): come Gesù intercedette per i suoi crocifissori, così Stefano intercede per quelli che lo lapidano (Atti 7:60 confr. con Luca 23:34). Il moribondo discepolo ha dinnanzi agli occhi della fede il quadro della crocifissione del maestro; e Cristo, che gli vive nel cuore, parla di nuovo per bocca di lui, e con lui soffre di nuovo. Chi sa soffrire in questo modo con Cristo, è certo che con Cristo altresì finirà per trionfare Romani 8:17; 2Timoteo 2:12.

3. La fine di Stefano ci dà l'idea d'un testamento ideale del cristiano:

1) Lo spirito, al cielo;

2) il corpo, alla terra;

3) gli amici e la chiesa, alla Provvidenza;

4) i nemici, alle compassioni di Dio. Chi, con piena certezza di fede e con animo calmo e sereno, così dispone delle cose sue, non muore, ma s'addormenta sul seno di quel Gesù, che ha invocato nell'ultimo sospiro. "Beati i morti, che così muoiono nel Signore" Apocalisse 14:13.

4. Il Martini, alle parole del vers. 2 (Cap.8): E fecero gran pianto sopra di lui, dice: "Era questa una specie di onore che rendevasi al morto tra gli orientali. Ma lo onorò molto più il Signore con gli innumerabili stupendi miracoli operati dalle sue preziose reliquie, sopra di che è da vedersi S. Agostino, De Civit. Dei ecc. ecc.". Siamo alle solite; il fatto storico, nella sua maestosa ed eloquente semplicità, non basta; ci vuole il ricamo della leggenda. Ei la leggenda, raccolta e raccomandata da S. Agostino (De Civit. Dei 12:8; 318, 319; Tratt. in Ioann. 120), vi dirà che ai funerali di Stefano c'erano anche Gamaliele e Nicodemo; che più tardi Gamaliele e Nicodemo furono essi stessi posti nella sepoltura di Stefano; che su cotesta sepoltura c'era scritto in lettere aramaiche il nome del martire; così: Chaliel, che vuol dire Ghirlanda (Stefanos, in greco, vuol dire ghirlanda corona); che le reliquie del martire furon portate ad Ancona, a Minorca, ed in varie città africane; che dei santuari furono eretti alla memoria di lui, e che non pochi miracoli furono operati come risposta a preghiere a lui dirette. E di questo passo, avanti, a spron battuto!

5. Noi, lasciamo le leggende e torniamo ai fatti. La persecuzione di cui ci parla Atti 8:1 e le sue conseguenze ci conducono ad un punto così importante della storia della Chiesa, che sarebbe peccato il non prendere in attenta considerazione. La persecuzione parziale della Chiesa di Gerusalemme; quel restare gli apostoli sani e salvi in città, mentre Stefano v'è stato lapidato ed i seguaci di lui ne sono scacciati; quei funerali del martire a cui niun apostolo e niun "fratello" prende parte, accennano ai sintomi d'una prima trasformazione della Chiesa. Gli apostoli, conservatori, rimangono all'ombra del tempio, gli ellenisti, perseguitati, che hanno viva nel cuore la parola di Stefano, il quale volea snidare la Chiesa dall'ombra del tempio ed emanciparla del tutto dalla tutela di quella sinagoga che più che madre le era stata matrigna, vanno eroicamente a portare la parola di Dio ai samaritani ed ai pagani! È un momento storico importantissimo; è una nuova fase dell'idea cristiana in via di progresso; una fase che potrebbe condurre ad uno scisma; ma, a capo d'ogni cosa, in questi bei tempi della Chiesa, sta, solo, l'onnisciente e provvido Iddio. Dove Iddio regna, lo scisma non è possibile: e se per il momento la Provvidenza sembra affidare ad altri la missione di propagare l'Evangelo, non è già ch'ella voglia togliere cotest'onore agli apostoli; la presenza degli apostoli è necessaria a Gerusalemme, ove la Chiesa è dilaniata dalla persecuzione. Le loro idee conservative li proteggono dagli attacchi del sinedrio e della plebaglia: il tempo verrà, e non sarà lontano, in cui anche li apostoli saranno provvidenzialmente tratti nella corrente d'idee, che in Stefano ebbe la sua sorgente. Il coscienzioso spirito conservativo giova al progresso del regno di Dio quando non arresti ma temperi la foga della gioventù innovatrice.

3 4. La dispersione dei credenti diventa un mezzo provvidenziale di propagazione dell'Evangelo (Atti 8:3-4)

Ma Saulo disertava la Chiesa.

Devastava, desolava la Chiesa. Il tempo del verbo originale ( ελυμαινετο) esprime l'idea d'un'azione continua ed accentua il fatto della gravità della persecuzione. La violenza dell'attacco ed il silenzio assoluto circa ogni intervento delle autorità accennano ad un tempo di anarchia; il qual tempo potrebbe condurci benissimo all'anno 37, nel quale, morto Tiberio, Caligola gli succedeva e la Giudea, rimasta senza governatore, era in balìa del capriccio delle fazioni giudaiche. La persecuzione descritta nel nostro passo (vers. 3) è una vera e propria "caccia al cristiano". Chi desideri dei dettagli illustrativi legga Atti 22:4; 26:10-11; 1Timoteo 1:13.

4 Coloro che furono dispersi andavano attorno.

Queste parole debbono esser lette alla luce del vers. 1. I profughi si rifugiarono prima nei paesi circonvicini della Giudea; poi si spinsero in Samaria; ma non si fermarono stabilmente in alcun luogo; andavano attorno; ora qua, ora là, e sempre evangelizzando la parola; cioè, annunziando l'Evangelo o predicando le buone novelle della Parola.

Riflessioni

1. Questa persecuzione è una prova evidente che l'Eterno "signoreggia in mezzo ai suoi nemici" Salmi 110:2. La Chiesa è desolata; e par veramente ch'ella sia giunta alla sua ultima ora; quand'ecco, quella stessa persecuzione con la quale gli uomini cercano distruggere la Chiesa, diventa, nelle mani di Dio, un mezzo potente di propagazione dell'Evangelo. I martiri cadono; ma, come dice Tertulliano: Sanguis martyrum semen christianorum; il sangue dei martiri è semenza di cristiani; e i profughi, che da per tutto recano l'Evangelo, preludono al compimento del gran piano missionario di Cristo Atti 1:8.

2. Uomini e donne Atti 8:3. Nel martirologio cristiano dei tempi dei quali parliamo, le donne sono pure rappresentate. Fra queste donne a me piace figurarmi in prima linea quelle anime belle, che con tanto amore e con tanta abnegazione aveano seguito il Maestro Luca 8:2-3; e alle donne cristiane del nostro tempo io vorrei esclamare: "Anche a voi è data la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per Lui! Filippesi 1:29".

3. Finalmente, non si perda di vista questo fatto. I profughi di cui parla il testo, questi generosi evangelisti non erano degli apostoli; gli apostoli erano rimasti in Gerusalemme; ma erano dei semplici fedeli, dei semplici membri della Chiesa. È un fatto, cotesto, che vedremo anche in seguito confermato: la diffusione dell'Evangelo, nel secolo d'oro della storia della Chiesa, si dovette più all'operosità ed allo zelo dei fedeli, che all'attività di quelli che erano chiamati all'ufficiale dignità del ministerio. Questa verità dottrinale e storica io vorrei bene imprimere nella mente dei lettori: nella Chiesa di Cristo, l'annunzio dell'Evangelo non è il monopolio di pochi, ma è il dovere ed il privilegio di tutti.

5 

SECONDA PARTE

I "FATTI" IN TUTTA LA GIUDEA ED IN SAMARIA (Atti 8:5-12:25)

La seconda parte del libro, che può essere intitolata: "I "fatti" in tutta la Giudea ed in Samaria" e che va da Atti 8:5-12:25, comprende sei sezioni che intitoliamo:

1. FILIPPO ED I SUOI VIAGGI MISSIONARI (Atti 8:5-40);

2. LA CONVERSIONE DI SAULO (Atti 9:1-31);

3. VIAGGI MISSIONARI DI PIETRO (Atti 9:32-10:48);

4. I PREGIUDIZI SI DIRADANO (Atti 11:1-18),

5. LA CHIESA OLTRE I LIMITI DELLA PALESTINA (Atti 11:19-30);

6. LA PERSECUZIONE SOTTO ERODE AGRIPPA I (Atti 12:1-25).

1. FILIPPO ED I SUOI VIAGGI MISSIONARI (Atti 8:5-40)

La prima sezione ha due parti:

1. IN SAMARIA (Atti 8:5-25); ossia:

a) FILIPPO IN SAMARIA (Atti 8:5-8);

b) SIMON MAGO (8:9-13);

c) LA DEPUTAZIONE APOSTOLICA (Atti 8:14-25)

2. L'EUNUCO ETIOPO (Atti 8:26-40)

1. In Samaria (Atti 8:5-25)

a) Filippo in Samaria (Atti 8:5-8)

E Filippo...

Questo Filippo non è da confondersi con l'apostolo, che avea cotesto nome Atti 1:13; egli era uno dei sette diaconi, di cui abbiamo parlato in Atti 6:5. Più tardi, lo troveremo chiamato "Filippo, l'evangelista" Atti 21:8. Era senza dubbio un amico di Stefano e fu il continuatore dell'opera del martire, secondo il quale, come s'è già visto, il particolarismo nazionale giudaico dovea cadere dinnanzi all'universalismo dell'Evangelo.

Nella città di Samaria.

Samaria, generalmente parlando, nel N. T. è nome di provincia Atti 9:31; Luca 17:11; Giovanni 4:4-5. Qui Samaria sarebbe invece il nome della città, che sì chiamava allora Sebaste; il che vuol dire, Augusta; il qual nome Erode il Grande le avea dato in omaggio all'imperatore. La traduzione greca del titolo latino Augustus, dato agli imperatori romani, è Σεβαστος (Sevastòs). E da notare però che la lezione vera, secondo i codici più autorevoli, è questa: discese in una città di Samaria.

Predicò loro Cristo.

I samaritani, d'origine mezzo pagana 2Re 17:24-29, professavano un giudaismo corrotto; aspettavano il Messia Giovanni 4:25, il quale, secondo loro, avrebbe riedificato il tempio sul monte Gherizzim (Deuteronomio 11:29; 27:12; 27:4, ove il testo ebraico ha Ebal, ma il testo samaritano, intenzionalmente corrotto, ha sostituito Gherizzim), avrebbe regnato su tutte le nazioni ed avrebbe messa dovunque in vigore la legge di Mosè. Filippo predica loro che il Messia è Gesù.

7 Gridando con gran voce.

Coteste grida poteano essere grida di testimonianza resa al Messia Marco 3:11; Luca 4:41, o grida di rabbia, o di agonia, o di esultanza per la liberazione concessa dal Signore Marco 1:26; Luca 4:33.

8 E vi fu grande allegrezza.

"Una gran gioia, dice il Barde, accompagna la missione di Filippo. E, la cara caratteristica ordinaria dei principi della Chiesa; gioia del missionario, gioia dei convertiti. Questa riflessione generale non basta al nostro autore: e li preme additare un caso eccezionalissimo, nel quale non solo la gioia apparve ma anche il giudizio di Dio fu chiamato ad intervenire."

9 b) Simon Mago (Atti 8:9-13)

Chi era egli? Il nome accenna ad una origine giudaica o samaritana di questo "mago", che è il protagonista di più d'un romanzo teologico del secondo e del terzo secolo. I tipi di cotesto genere abbondavano nei tempi dei quali parliamo Atti 13:6-7; 19:13.

Esercitava le arti magiche.

Esercitava la magìa; era un mago di professione. Questi "maghi" erano una degenerazione dei Magi Matteo 2:1, che ebbero la loro origine in Persia e che si davano a tutt'uomo allo studio della filosofia, dell'astronomia, della medicina ecc. Più tardi, degenerarono dico, e diventarono quello che il nostro testo ci dice di loro: degli avventurieri che speculavano sulla credulità pubblica, pretendendo di conoscere i misteri delle "scienze occulte"; degli astrologi, degli esorcisti, degl'indovini, dei negromanti, degl'interpreti di sogni, degli stregoni di tutti i colori.

10 Costui è la gran potenza di Dio.

Egli bene d'osservare che non è Simone che definisce così se stesso; questa è l'idea che il popolo s'è fatta di lui. Simone ha ammaliato i samaritani con i suoi prodigi; ed i samaritani vedono in lui la manifestazione personale di una forza divina, una specie di Dio incarnato.

11 Dimentati;

vale a dire, sbalorditi, incantati.

13 E Simone, credette anch'egli; ed essendo stato battezzato...

I miracoli di Filippo Atti 8:6 gli aveano fatto impressione. Cotest'uomo aveva una potenza miracolosa di gran lunga superiore a quella di Simone; e Simone si sentì attratto da lui; accettò per vero quello che l'evangelista annunziava della morte, della risurrezione e dell'ascensione di Gesù, e s'unì a Filippo, accettando il battesimo come una specie d'iniziazione e nella speranza d'ottenere i mezzi di perfezionare la propria, scienza, e d'imparare qualcosa di nuovo. In questo senso, così considerata, la conversione di Simone non fu un atto d'ipocrisia, ma fu un atto sincero.

14 c) La deputazione apostolica (Atti 8:14-25)

Gli apostoli vendo inteso che Samaria

ecc. Qual rivelazione! E che impressione debbono aver fatto coteste notizie sull'animo degli apostoli! Il limite loro segnato da principio Matteo 10:5 era dunque abolito; il tempo era giunto d'esser "testimoni del Cristo" in Samaria non meno che in Giudea Atti 1:8, e le antiche antipatie di razza e di culto erano destinate a, sparire per sempre!

Mandarono Pietro.

Raccomando questa noterella storica ai cattolici romani. Non è Pietro che manda gli altri apostoli; sono gli altri apostoli che mandano lui; quindi è chiaro che di supremazia apostolica o papale di Pietro, qui, non è traccia di sorta.

E Giovanni.

L'apostolo, il quale avrebbe chiesto che il fuoco dell'ira di Dio consumasse il villaggio samaritano che avea negato l'ospitalità a Gesù Luca 9:51-54, è lo stesso, che, mandato in cotesti medesimi luoghi, pregherà Iddio di battezzare "con lo Spirito Santo e col fuoco" dell'amore Matteo 3:11 (Atti 8:15-16) la Samaria intera.

17 Imposero loro le mani

Vedi Atti 6:6.

18 Siamone, veggendo che per l'imposizione delle mani degli apostoli lo Spirito Santo era dato

E qui è il luogo di rispondere, per quanto si può, alla domanda importante: "che s'ha da intendere per: i samaritani ricevettero lo Spirito Santo?" Atti 8:17.

1.) Escludiamo prima di tutto l'idea delle chiese romana ed anglicana, secondo la quale lo Spirito Santo che produce la nuova nascita (Giovanni 3:3 e seguenti), sarebbe dato il momento e per mezzo del battesimo d'acqua. Il passo Atti 2:38 (studiato a fondo) non può esser citato a conferma di cotesta idea; e Atti 10:44,47-48 provano che lo Spirito Santo può esser dato da Dio prima e indipendentemente dal battesimo. Escludiamo dunque l'idea, secondo la quale i samaritani avrebbero ricevuto lo Spirito, e quindi "la nascita nuova", al momento del battesimo di cui è parlato in Atti 8:16; ma accettiamo in parte (come ora dirò) l'idea con la quale si completa da molti commentatori romani ed anglicani la spiegazione del passo; secondo cotesta idea, lo Spirito Santo conferito ai samaritani in questo luogo Atti 8:17 avrebbe consistito, soltanto in doni straordinari ed in manifestazioni miracolose di cotesto Spirito.

2.) Escludiamo un'altra idea, che è pure idea romana. "Filippo non era che un diacono. Pietro e Giovanni erano apostoli; e siccome il dono dello Spirito non poteva esser conferito che per mezzo d'apostoli, è chiaro, afferma il Martini, che i samaritani non potessero aver lo Spirito prima dell'arrivo di Pietro e Giovanni." Ma come si fa a sostenere delle idee come coteste quando, in Atti 9:17-18, vediamo un semplice fedele damasceno, Anania, fare quello che, secondo cotesti commentatori, non era lecito fare che agli apostoli?

3.) Ecco come io mi spiego la cosa. Il vers. Atti 8:18 dice in modo chiaro che Simone vide che lo Spirito Santo era stato dato ai samaritani. Se lo vide vuol dire che lo Spirito comunicato non consisteva in luce dell'intelletto, in santificazione della volontà, in purificazione del cuore, in cose, cioè, che non si posson vedere; di cotesta benefica azione dello Spirito i samaritani aveano già goduto non al momento del battesimo (ch'è l'opera dello Spirito, come insegna Gesù Giovanni 3:8, non è schiava dei riti; è libera, e nel senso più assoluto della parola), ma all'atto della loro conversione. Nel nostro passo, nei samaritani avviene un fatto, che produce degli effetti visibili e che perfino i profani, come Simone, possono constatare. E in che avranno consistito cotesti effetti? Accostiamo questo passo a Atti 2:4; 10:45-46; 19:6 e la risposta non sarà difficile. Cotesti effetti consistettero in quel "parlare in lingue straniere", in quell'estatico modo di magnificare Iddio, di cui ho ragionato, commentando Atti 2:4. La presenza degli apostoli provoca in Samaria un movimento religioso più intenso, dei trasporti più energici di prima; è una nuova onda dello Spirito che passa sulla Samaria, vi riproduce i grandi fenomeni pentecostali e giunge a due scopi: ratifica in modo evidente il battesimo dei samaritani, e dimostra agli apostoli, in modo da rendere ogni dubbio a cotesto riguardo una colpa, che Cristo vuole la Samaria.

Proferse loro danari

Simone sperava, per via di danaro, d'arrivare ad una conoscenza profonda del modo di godere, d'usare e di far parte agli altri (sempre con fini commerciali, si capisce) di cotesto straordinario potere dello Spirito santo. In quest'atto di Simone ha origine la parola Simonìa, che è il traffico delle cose spirituali e sacre.

20 Vadano I tuoi danari teco in perdizione

Non è una sentenza; non è neppure una imprecazione; che Pietro stesso offre a Simone una via, di scampo Atti 8:22; ma è la espressione rovente d'un animo disgustato, offeso, indignato.

Che il dono di Dio si acquisti con danari.

E qui cedo volentieri la penna a Monsignor Martini: "I doni di Dio sono liberi e gratuiti; le cose sante non debbono stimarsi a prezzo di denaro, né vendersi, né comprarsi, come si fa delle cose terrene. Questo era l'errore gravissimo di Simone; e questo è stato nella chiesa il principio d'infiniti mali, ogni volta che le cose divine, le dignità ecclesiastiche, i sacramenti ecc. sono divenuti materia di traffico; e quindi l'eresia dei Simoniaci, contro dei quali, ad imitazione di Pietro, hanno fulminato tanti anatemi i Padri, i Concilii, ed i Romani Pontefici"; salvo quelli (e questo l'aggiungo di mio), che la Simonia hanno esercitata per conto loro, hanno incoraggiata negli altri con l'esempio, ed hanno eretta in sistema nella Chiesa.

21 Tu non hai parte né sorte alcuna in questa parola.

Parte e sorte sono sinonimi, in questo luogo. Parte è in senso letterale; sorte Atti 1:17,25 o eredità è in senso figurato. Simone, per le condizioni morali in cui si trovava, non poteva aver né parte, né eredità sia nei doni dello Spirito, sia negli uffici spirituali della Chiesa. Simone era essenzialmente un trafficante, e la Chiesa non è luogo dove si possa trafficare. In questa parola non vuol dire nella Parola che i samaritani aveano accettata Atti 8:14; ma significa: in quest'affare; in quest'ordine di cose; nelle cose di cui si tratta qui, e simili.

Non è diritto;

non è retto, non è sincero Matteo 3:3; Marco 1:3; 2Pietro 2:15.

22 Se forse...

L'apostolo non perdona né condanna, ma esorta Simone a rivolgersi a Dio. A Dio egli lascia tutto intero il giudicio. Quel forse è tremendo perché accenna ad un dubbio latente nel cuore di Pietro.

23 Fiele amaritudine

Fiele, nel senso proprio, è usato in Matteo 27:34. Questo è il solo passo del Nuovo T. dove cotesta parola sia adoperata in senso figurato. Di amaritudine è un ebraismo; è il solito modo ebraico d'esprimere un'idea superlativa; e l'idea, qui, è quella di una estrema depravazione morale (confronta Romani 3:14; Efesini 4:31; Ebrei 12:15). Il fiele amaro è l'immagine del veleno; poichè in antico si credeva che il veleno dei serpenti fosse appunto nel loro fiele. E questo senso figurato, è tale e quale nella nostra lingua: parole di fiele; intingere la penna nel fiele; volto di miele, cuore di fiele, e simili.

Legami d'iniquità.

L'iniquità lo tiene avvinto con catene, ch'ei non può da sè spezzare Proverbi 5:22; Salmi 116:16; Romani 7:23-24.

24 Fate voi per me orazione al Signore...

Due cose sono qui da osservare.

1.) Simone non cerca d'esser liberato dai "legami d'iniquità", brama soltanto che la punizione non lo colpisca; è un uomo che non ha orrore del peccato, ma ha paura della pena (Vedi Faraone in Esodo 8:28,32 e Geroboamo in 1Re 13:6). Pietro gli aveva detto: "Prega Iddio..." Atti 8:22 ed egli: "Fate voi per me orazione al Signore..." Atti 8:24. Ei non va direttamente a Dio; si raccomanda a un mediatore umano. Pietro deve pregare per lui che non ha fede per pregare da sè. E null'altro sappiamo di Simon mago, dal Nuovo T. Le favole che si raccontano di lui e le leggende che si sono formate attorno al suo nome, sono innumerevoli; e ci vorrebbe altro, a citarle tutte quante! Io mi limito ad un cenno, e prendo le mosse dal punto ove i "Fatti" ci hanno condotto. Dopo quello che di Simone è narrato nel nostro testo, questo bel tipo, questo Cagliostro samaritano, sarebbe andato a Cesarea; e Pietro sarebbe stato mandato quivi da Giacomo vescovo di Gerusalemme, per metterlo a dovere e per discutere con lui. Da Cesarea, dice la leggenda, Simone passò a Tiro ed a Tripoli, e quindi a Roma, ove dai suoi seguaci fu addirittura adorato; tant'è vero, che Giustino vide egli stesso un altare su cui era scritto: Simoni Deo Sancto: A Simone, dio santo (Apol. 1:56). Pietro lo raggiunse a Roma; e quivi, regnando Claudio, l'apostolo ed il mago si trovarono di nuovo l'un contro l'altro. A questo punto, la leggenda diventa più ricca che mai; e in due modi diversi, ma tutti e due interessanti e drammatici, la ci racconta la fine di cotesto disgraziato. Secondo l'uno di cotesti modi, egli avrebbe detto: - "Volete una prova della mia divinità?... State a vedere! io mi metterò a volare". E affidandosi al poter dei demoni, coi quali avea gran dimestichezza, cominciò a volare per davvero. Ma avea fatto i conti senza... Pietro; il quale cominciò a pregare con tanta energia, che i demoni scapparono; abbandonarono a se stesso, per aria, Simone, che precipitò giù e si fracassò talmente, che, per finirla, si suicidò. Secondo l'altro modo, sempre per istabilir bene la sua divinità e per magnificare la propria potenza, egli avrebbe detto: "Seppellitemi vivo: e dopo tre giorni mi vedrete risorto". E vivo sarebbe stato sepolto; ma... chi s'è visto, s'è visto. (Ireneo, Adv. Haer. VI, 20).

25 Dopo aver testificata;

dopo avere resa testimonianza Atti 1:8.

A molte castella;

a molti villaggi samaritani. Questa missione itinerante degli apostoli per la Samaria prima di tornare a Gerusalemme, durò qualche tempo; a questa durata, che non si può esattamente calcolare, accennano i due verbi ritornarono, evangelizzarono. che nell'originale (secondo la lezione criticamente preferibile) sono all'imperfetto: il qual tempo esprime appunto continuità d'azione.

Riflessioni

1. L'uno semina e l'altro miete", avea detto Gesù Giovanni 4:37; ed in Samaria, parlando di quel paese aborrito dai giudei ma amato da Dio, aveva esclamato ai suoi: "Levate gli occhi vostri e riguardate le campagne; esse son già bianche da mietersi" Giovanni 4:35. In Samaria Gesù avea seminato Giovanni 4:42; adesso, Filippo va pel primo a mettere la falce nella messe Atti 5:6. In Atti 8:12 è detto che fra i battezzati c'erano anche delle donne; ed io mi domando: chi lo sa se fra quelle donne battezzate non ci fu anche la donna del pozzo di Giacobbe? (Giovanni 4:6 e seguenti). Anche Gesù, nella Perea, aveva messo la falce nella messe preparata dal lavoro fedele del suo precursore Giovanni 10:39-42. Questi fatti debbono confortare quelli che lavorano e che per cento ragioni diverse son chiamati a "seminar con lacrime" la Parola di Dio Salmi 126:5. Che importa se, invece di noi, altri avrà più tardi la gioia di "mieter con canti"? Siamo fedeli! Non lavoriamo pensando a noi od alla nostra soddisfazione personale; lavoriamo avendo in vista soltanto la causa del Maestro ed il Regno di Dio; e nel giorno dei grandi trionfi, ai quali e cielo e terra avranno parte, "il seminatore ed il mietitore si rallegreranno assieme" Giovanni 4:36.

2. Filippo trova la Samaria in uno stato compassionevole Atti 7:9. Allargate la cornice di cotesti due versetti, ed avrete dinnanzi agli occhi il quadro della povera umanità: ammalata, preda d'ogni sorta di spiriti maligni, ingannata, sedotta, delusa; e non c'è che l'Evangelo, che possa darle gioia vera, abbondante, duratura (Atti 8:8, confr. con: Atti 2:46, Romani 14:17).

3. Non mi sono fermato, al vers. 7, a parlare degli indemoniati; e non ne parlerò neppur qui. Chi desideri maggiori ragguagli a questo proposito, veda il Commentario del Dott. R. G. Stewart, nel luogo ove Marco parla dell'ossesso gadareno Marco 5:1-20 Marco 5:1. Egli notevole il fatto che il nostro passo Atti 8:7 distingua in modo netto e deciso gli ossessi dagli altri malati; quindi non si può credere d'avere sciolto il difficile problema degli indemoniati, quando s'è detto semplicemente che cotesti disgraziati erano affetti da epilessia o da qualche altro malanno cerebrale e nervoso. È interessante il notare che, stando almeno a quel che sappiamo dai "Fatti", nessun apostolo avea finora guarito un indemoniato. Filippo, che non è un apostolo, ha per il primo il privilegio di "distruggere (in nome di Cristo) le opere del diavolo" 1Giovanni 3:8. Filippo annunziava il Cristo ed operava dei miracoli Atti 8:5-8; e molti si fermano dinnanzi a quella parola "miracoli" e pensano, e dubitano, e discutono, e finiscono col dire: - "Non può essere!" Tutto può essere quando Cristo opera immediatamente da sè, o per mezzo dei suoi discepoli; e il miracolo fisico non ci deve sgomentare. I miracoli che Cristo compie nel mondo morale, sono più meravigliosi ancora di quelli ch'Egli opera nel mondo fisico; eppure, li accettiamo senza difficoltà. Che cos'è di fatti la guarigione di un indemoniato di fronte ad un cattivo soggetto trasformato in un "santo", in un uomo, cioè, separato dal male e consacrato a Dio? Che cos'è egli di fronte a una donna di malavita trasformata in una cara e pia madre di famiglia? di fronte ad uno schiavo del vizio che entra "nella gloriosa libertà dei figliuoli di Dio" Romani 8:21? di fronte a un disperato che può finalmente sorridere e bere largamente al calice delle sante esultanze della speranza e della fede?

4. Che pensare della fede di Simon Mago? Atti 8:12-13 Dire che Simone s'era figurato il Cristo come un altro mago, come il più potente dei maghi, e che in cotesto senso ei l'avea dato come oggetto alla propria, fede, è fare un complimento poco bello alla predicazione di Filippo. Filippo non predicava un mago; predicava Gesù, morto, risuscitato, asceso al cielo; e predicava cotesti fatti chiaramente, senz'ombra d'incertezza né d'equivoci. E non ci può esser dubbio; Simone (vers. Atti 8:12) accettò i fatti proclamati e aderì alle dottrine insegnate da Filippo. La sostanza della fede di Simone, secondo me, era ortodossa quanto la nostra; ma l'ortodossia della sostanza della fede non basta a fare un cristiano. La fede vera, sana, cioè, nello spirito e ortodossa nella sostanza, la fede che ci conduce alla fonte perenne delle salutari acque della Grazia Efesini 2:8, ha un preludio ed una conclusione. Il preludio è il ravvedimento Marco 1:15; la conclusione è l'attività dell'amore Galati 5:6. Alla fede del mago samaritano mancò il preludio del ravvedimento Atti 8:22; e in che razza di conclusione la si risolvesse, abbiamo veduto Atti 8:18-19. Di questa fede, ortodossa nella sostanza, ma che non è altro se non cosa dell'intelletto, purtroppo non è penuria neppur oggi nella Chiesa. L'intelletto ha senza dubbio la sua parte nel lavorio della fede: ma il santuario definitivo della fede, non è l'intelletto, è il cuore, ed in quel santuario ella entra preceduta dal grido del pubblicano del tempio Luca 18:13, e da quel santuario non esce che per portare a tutti, raggiante di gioia, il benefico balsamo delle sue "opere buone" Giacomo 2:17,26.

5. Un ultimo avvertimento a proposito della Simonìa. Quand'uno accetta un ufficio nella Chiesa non per fare l'opera di Dio ma per assicurarsi un pezzo di pane o per immoderato desiderio di onore o di vanità, quand'uno cerca di crearsi una certa riputazione di pietà col solo scopo di migliorare o assodare le proprie condizioni economiche o il proprio stato sociale, quand'uno per farsi un nome si dà attorno a convertire altrui senza darsi alcun pensiero dell'anima propria e del proprio cuore, quel tale commette un delitto di simonia.

26 2: L'eunuco etiopo (Atti 8:26-40)

Parlò a Filippo;

non è detto in qual modo; può essere stato per via d'un sogno Matteo 1:20; 2:13, d'una visione Atti 10:9, per via di semplice ispirazione interna o per vera e propria voce d'angelo.

Gaza

Genesi 10:19 era una delle città dei filistei, date da Giosuè a Giuda Giosuè 15:47; 1Samuele 6:17. Era una delle cinque principali città filistee; e fu qui che Sansone prese le famose porte e le transportò "in vetta al monte di faccia ad Hebron" Giudici 16:1-3. Gaza era a circa sessanta miglia, in direzione di sud-ovest, da Gerusalemme.

La quale è deserta.

Queste parole presentano qualche incertezza. Prima di tutto, non si vede bene se le si debbano riferire alla via, o a Gaza; e poi non si può dire con certezza se le facciano parte del messaggio dell'angelo o se siano una specie di parentesi dello scrittore, a questo modo: Lévati, vattene verso il mezzodì, s'intende rispetto alla Samaria, ove Filippo era stato finora; sulla, via che scende da Gerusalemme a Gaza (Cotesta città è deserta). Oppure: (È un deserto). Oppure: (Cotesta via è deserta). Tutto ponderato, a me pare che il modo più naturale d'intendere queste, parole sia quello di riferirle alla via, e di considerarle come una chiusa dello scrittore. La parentesi dello scrittore per dirmi che "la città è deserta," o che tutto quel luogo in genere "è un deserto", mi pare inutile; mi pare un cenno topografico fuori di luogo; ma la chiesa o la parentesi con cui lo scrittore mi vuole accentuare il fatto della "via deserta", un fatto che, come noterò poi nelle riflessioni, ha una grande importanza morale, io la capisco. Per andare da Gerusalemme a Gaza c'erano due o tre strade. Questa, che passando per Hebron traversava le deserte colline della Giudea meridionale, forse, Filippo non avrebbe mai pensato a sceglier. Eppure, era quella la strada sulla quale Iddio lo voleva, per la ragione che adesso vedremo. E l'angelo gliel'addita.

27 Un uomo etiopo.

Gaza era vicina ai confini della Palestina con l'Egitto. Era sulla via diritta da Gerusalemme all'Egitto. L'Etiopia era al di là dell'Egitto, verso il Nilo superiore, e corrispondeva all'odierna Abissinia (Habesch), allora fiorente per industrie e commerci. La popolazione dell'Etiopia era di razza semitica e parlava un linguaggio che s'avvicinava all'arabo antico, ma era pagana. Erano i Kushiti, di cui è così spesso parlato nell'Antico T. Genesi 10:6-8; Numeri 12:1; Salmi 68:31; 87:4; Sofonia 3:10 ecc. ecc. Quest'uomo era un negro, come indica il nome della nazione a cui appartiene ( Αιθιοψ aithiops=etiopo, vuol dire "un uomo dal volto moro, abbronzato, arso dal sole": ωψ ops = volto, faccia, e αιθω aitho = accendo, incendio, ardo).

Eunuco

vuol dire, in greco, custode del letto ( ευνη tenere, εχω custodire ecc.): ed ha due sensi: nel primo, significa un uomo evirato, sia naturalmente (cioè, nato a cotesto modo), sia reso tale per violenza di altrui, sia che tale si renda da sè, spinto da un ascetismo esagerato e persuaso di potersi così comprare il paradiso Matteo 19:12. E si sa che cotesti eunuchi, nelle corti orientali, hanno sempre avuto degli alti uffici, e sono stati ed anche oggidì sono posti alla custodia degli "harem". L'altro senso della parola è generale, e significa un qualunque alto ufficiale di corte, astrazione fatta dalla evirazione, addetto ai servigi interni dei palazzi reali. In questo senso va inteso che Potifar era eunuco di Faraone; dico "in questo senso", perché Potifar avea moglie e, più che probabilmente, figliuoli Genesi 39:1,4-5,17 ecc. Il nostro etiopo doveva essere un evirato. E la cosa non è senza importanza dal punto di vista della evoluzione dei fatti e delle idee, e spiega in parte la ragion d'essere, del racconto di Luca, in questo punto del suo libro. La conversione dell'etiopo è un nuovo progresso del principio universalista dell'Evangelo. Vedremo fra poco che l'etiopo sarà il primo non circonciso battezzato. Qui intanto tesoreggiamo questo fatto. La legge mosaica escludeva gli eunuchi dal consorzio d'Israele Levitico 22:24; Deuteronomio 23:1; ma Isaia l'avea già predetto che il giorno verrebbe in cui Dio abolirebbe le antiche prescrizioni legali ed accoglierebbe con amore, senza distinzione d'origine, ogni mortale disposto ad ubbidirgli Isaia 56:2-8. E: - "quel giorno è venuto!" dovette pensar Luca, scrivendo del nostro eunuco etiopo.

Barone

non è parola che renda bene il testo. L'originale ( δυναστης) significa: potente, in ufficio alto; l'etiopo, da quel che sappiamo dallo stesso versetto Atti 8:27, era un Ministro del tesoro o delle finanze, come diremmo oggi.

Candace

non è un nome di persona, ma è un titolo generale. L'Etiopia non era governata da re, ma da regine; e queste regine portavano tutte il titolo di Candace. Onde si diceva: le Candaci d'Etiopia, come si diceva, per esempio: i Faraoni d'Egitto.

Era venuto in Gerusalemme per adorare.

Con quali sentimenti venne egli a Gerusalemme? Chi era egli, religiosamente parlando? Per Eusebio (Hist. Eccl. 2:1) egli era un pagano, che aveva un certo rispetto per l'Antico T., ma che non era andato più in là. Per l'Olshausen, invece, ei sarebbe stato addirittura un giudeo di convinzioni e di nascita. Fra questi due estremista:

a) l'opinione di coloro che fanno dell'eunuco un pagano di nascita, ma diventato un proselita della giustizia; uno di quei pagani, cioè, che, accettando il giudaismo, facendosi circoncidere e promettendo di osservare tutti i riti, gli usi e le leggi dell'alleanza divina, erano solennemente ammessi a far parte della teocrazia:

b) l'opinione di coloro che lo ritengono per un semplice proselita della porta; vale a dire, per uno di quei proseliti che adoravano l'Iddio d'Israele e, senza farsi circoncidere, si obbligavano all'osservanza dei sette precetti, chiamati arbitrariamente e senz'alcun fondamento scritturale "di Noè", i quali, al dir dei rabbini, consistevano in questo: nel non bestemmiare Iddio, nel non adorare gli astri né alcuna divinità straniera, nel non disubbidire ai magistrati, nel tenersi puri da incesto e da delitti contro natura, nel non uccidere, nel non rubare, nel non mangiar carni sanguinolenti o di animali uccisi per soffocamento (Atti 15:20,29; Mischna, Babametsia 9:12; Talm. Babil. Sanh. 56 b. Giuseppe Flavio Antich. Giudici 14:7, 2).

Io credo che l'eunuco fosse un proselita della porta, il quale, per cercare una soddisfazione più completa dei suoi bisogni religiosi, era venuto a Gerusalemme; vi avea trovato da comprare uno dei rotoli che componeano la collezione delle Sante Scritture, e se ne tornava in patria col prezioso tesoro, quando, per via, s'imbattè provvidenzialmente in Filippo. L'etiopo è il primo incirconciso che abbia ricevuto il battesimo; ed il battesimo è amministrato a cotesto primo incirconciso non da un apostolo, ma da un amico di Stefano. Fra gli apostoli, sarà Pietro il primo ad afferrare il gran principio dell'universalismo cristiano Atti 10:34-35; ma prima che lo afferri, avrà bisogno d'una visione celeste (Atti 10:9 e seg.).

29 E lo Spirito disse,

internamente; fu per impulso dello Spirito che Filippo s'avvicinò.

30 E udì ch'egli leggeva

Per il maggior numero degli orientali la lettura mentale è cosa sconosciuta; tutti leggono ad alta voce; quindi è naturale, che Filippo "l'udisse leggere".

32 Il luogo della Scrittura...

è Isaia 53:7-8. E siccome il testo che ne abbiamo nei vers. Atti 8:32-33 è il testo della traduzione greca dell'A. Testamento, possiamo dire con certezza che l'eunuco non avea sotto gli occhi l'originale ebraico d'Isaia, ma la traduzione dei Settanta.

33 Per il suo abbassamento la sua condannazione è stata tolta

L'ebraico dice: Dalla distretta (o dall'angoscia,) (letteral. dalla prigione o dalla oppressione) e dal giudicio Egli fu tratto. Vale a dire: dai suoi dolori e dal giudicio Ei fu liberato quando giunsero al colmo. L'ebraico è però diversamente inteso da chi dà un altro significato alla preposizione; e rende il passo così: per via d'oppressione e di (iniquo) giudicio Ei fu tolto di mezzo. Per dire, ch'Ei fu vittima d'un assassinio giuridico i Settanta hanno adottata una costruzione differente del passo; e la traduzione più esatta delle parole dei Settanta sembra esser questa: per il suo abbassamento (vale a dire: per l'oltraggio che gli fu fatto, per la violenza di cui fu l'oggetto) il suo giudicio (cioè, il giusto giudicio a cui avea pur diritto) gli fu tolto, gli fu negato. "Tutto quello che ha sofferto, insomma, dimostra che per Lui non ci fu né umanità né giustizia". E più chiaramente ancora: Nel suo abbassamento, quand'era solo, senz'amici, senza protettori, oggetto di pietà profonda, perfino giustizia gli fu negata; perfino quel giusto giudicio, a cui avea pur diritto, gli fu strappato, tolto via, negato... e fu messo a morte. E si capisce come Filippo commentasse queste parole del profeta ponendo dinnanzi agli occhi dell'eunuco la storia della passione e gl'iniqui processi di Gesù tradito e da tutti abbandonato.

Ma chi racconterà la sua età?

Età o generazione non vuol dire come intende il Martini: chi può spiegare la eterna altissima generazione del Verbo di Dio? Neppure significa come vorrebbero il Calvino ed il Beza: il numero dei suoi amici e dei suoi seguaci chi potrà mai contare? l'età si riferisce qui al tempo in cui visse Gesù, accenna ai contemporanei del Signore, ed il passo dev'essere inteso così: Chi potrà mai dichiarare l'iniquità della età in cui Egli visse? La nequizia dei suoi contemporanei chi potrà mai definire come si merita?

Poichè la sua vita è stata tolta dalla terra.

Queste parole si riferiscono alla morte violenta subìta da Gesù.

36 Giunsero ad una cert'acqua

Antiche tradizioni, riferite da Eusebio e da Girolamo, dicono che quest'acqua si trovava a Bet-sur Giosuè 15:58; Neemia 3:16 presso Hebron, a venti miglia circa al sud di Gerusalemme. Nel tempo delle Crociate, invece, mostravano come il luogo ove l'eunuco fu battezzato, Ain Hanijeh, a circa cinque miglia a sud-ovest di Gerusalemme. Il Dott. Robinson poi suppone che il battesimo avesse luogo in un ruscello a Tell-el-Hasy, che è, com'egli dice, sulla via direttissima dai Beit Jibrin a Gaza, a mezzogiorno di Gerusalemme ed in mezzo ad un paese ora deserto, vale a dire, senza villaggi e senza stabili abitazioni.

37 E Filippo disse...

Tutto quanto il vers. 37 manca nei codici più autorevoli e nelle versioni migliori. L'una di quelle chiese che, scritte in margine da un copista, furon poi, più tardi, fatte scivolare da qualche altro nel corpo del testo. Lo scopo di questa interpolazione si capisce. La domanda dell'eunuco ebbe senza dubbio una risposta da Filippo. Alla risposta manca nel testo, è una lacuna. E alla lacuna un primo scriba supplisce con una noterella marginale: la qual noterella va a genio ad un copista che viene più tardi, e che te la ficca addirittura nel testo. E bisogna dire che la tentazione liturgica, la tentazione, cioè, di mettere in bocca all'etiopo una professione di fede in tutte le regole, dev'essere stata, a questo punto del racconto, fortissima. Il passo che, come ho detto, manca nei codici migliori (Alessandr. Vatic. Sinaitico ecc. era già noto ai tempi di Ireneo (morto nel 202), il quale lo cita.

38 Discesero nell'acqua

Il battesimo qui descritto è battesimo per immersione.

39 Lo Spirito del Signore rapì Filippo

Quel rapì, portò via violentemente è stato ed è da molti spiegato come se si trattasse di un miracolo, di una sparizione soprannaturale, miracolosa, di Filippo. Ma il fatto si spiega benissimo senza ricorrere ad un miracolo, di cui sarebbe forse difficile il vedere qui lo scopo. Si tratta di una separazione subitanea, improvvisa, determinata da un imperioso ed irresistibile impulso di quello Spirito, che l'avea menato all'etiopo Atti 8:29.

Tutto allegro

Il dolore prodotto nell'eunuco dalla separazione da Filippo è in lui lenito e sanato dalla santa allegrezza della fede. Il Barde dice: "Invece di perdere il suo tempo a lamentarsi o a contemplare, ei si pone in cammino ed è tutto allegro. Non ha egli trovato il suo Salvatore? La presenza dell'evangelista non gli è più indispensabile; egli ha seco Gesù, che non lo lascerà più. Anche gli apostoli, nel giorno dell'Ascensione, se ne tornarono a Gerusalemme pieni di gioia; eppure il Maestro li aveva lasciati Luca 24:52". Di che altro può aver bisogno, per la vita dello spirito, colui che ha Gesù nel cuore? Eusebio (Hist. 2:1) dice che l'eunuco se ne tornò in patria e cominciò a predicarvi "la conoscenza dell'Iddio dell'universo e, la vivificante dimora del Salvatore tra gli uomini" in modo che si compiè il vaticinio del Salmista: - "L'Etiopia accorre, con le mani tese verso Dio" Salmi 68:31.

40 Azot

E l'Ashdod dell'Antico T., antica città filistea Giosuè 13:3; 15:47 a circa trenta miglia da Gaza, a mezza via tra Gaza e Ioppe.

Tutte le città.

Cioè: Ioppe, Lidda ed i molti villaggi della pianura di Saron fra Ashdod e Cesarea. In Atti 8:32,36 troviamo appunto in Lidda e in Ioppe dei fiorenti nuclei di cristiani, che non è, credo, fantasticar troppo se consideriamo come frutti di quell'attività missionaria di Filippo, che è accennata nel nostro passo.

Cesarea.

È città storicamente importante, e non va confusa con Cesarea, di Filippo Matteo 16:13; Marco 8:27, che era appiè del Libano, presso l'Hermon ed a poca distanza dalle sorgenti del Giordano. Era sul Mediterraneo. Si chiamava prima "Torre di Stratone", ed Erode il Grande le dette il nome di Cesarea, in onore d'Augusto, e la ingrandì, l'abbellì, la fornì di un porto sicuro e di fortificazioni. Dopo la deposizione di Archelao, ella divenne la residenza ufficiale dei Procuratori romani, come Ponzio Pilato, Felice e Feste. La troveremo mentovata spesso nei Fatti Atti 10:1,24; 11:11 in relazione alla conversione di Cornelio; in Atti12:19, a proposito della miseranda fine di Erode Agrippa, che aveva avuto per nonno Erode il Grande: in Atti 21:8, ove ci troveremo domiciliato il nostro Filippo. Paolo fu parecchie volte in Cesarea Atti 9:30; 18:22; 23:33; 24:1-27; 27:1). Nella storia ecclesiastica è famosa per la dimora che vi fece il grande Origene (nato nel 185 ad Alessandria e morto a Tiro nel 254); e per aver dato i natali ad Eusebio (che nacque verso il 270 e morì nel 340). Di tanta gloria non rimane oggi che un vasto mucchio di rovine; le mura soltanto, che S. Luigi fece ricostruire, vi s'iscorgono ancora. Fra quelle rovine gli sciacalli fanno le loro tane; e le greggi vanno dai dintorni e fin da dieci chilometri di distanza ad abbeverarsi ad un'abbondante sorgente, che è il solo segno di vita in mezzo a cotesta solitudine immensa.

Riflessioni

1. Atti 8:26 due pensieri mi suscita in mente. Altre vie più frequentate di quella indicatagli dall'angelo, stavano dinnanzi a Filippo; ma egli e chiamato a scegliere la via meno frequentata; la via meno promettente, a vista umana, per un missionario; ma il vero missionario ed il fedele testimone di Cristo non son chiamati a camminare "a vista umana" 2Corinzi 5:7, ma a lavorare in fede e ad ubbidire in isperanza. E ancora notate com'è preziosa un'anima immortale al cuore di Dio. Per salvare l'eunuco, Iddio manda un angelo a Filippo e trae Filippo dalle popolose contrade della Samaria sulla deserta strada di Gaza. E noi ci lamentiamo e ci perdiamo di coraggio se ci capita di dover parlare delle cose grandi di Dio ad uno scarso uditorio; e ci prepariamo bene se si tratta di predicare ad una grande assemblea; ma parliamo a vanvera ed improvvisiamo delle cose sconclusionate, se sappiamo che là dove parleremo ci sarà poca gente!

2. L'eunuco, tornando dal tempio, leggeva il profeta Isaia Atti 8:28. Egli ha veduto il santuario di Jahveh con gli occhi della carne; ed ora, per via, investiga quella Parola che è la grande cattedrale del pensiero divino, per giungere a contemplare con gli occhi dello spirito la maestà del suo Creatore. La conoscenza ch'egli ha delle cose eterne, è limitata; ma egli ha sete di una conoscenza più intima e più profonda del suo Dio. È cotesta sete che gli ha fatto intraprendere il lungo viaggio dall'Etiopia a Gerusalemme; che lo tiene curvo sul rotolo del profeta; ed è cotesta sete che lo condurrà alla visione chiara e distinta del suo Salvatore. Gesù l'ha detto: "Beati gli affamati e gli assetati della giustizia, perché saranno saziati!" Matteo 5:6.

3. "Come potrei io intenderle queste cose senz'alcuno che mi guidi?" Atti 8:31. E il Martini: "Quella specie d'uomini, i quali ardiscono di spacciare che la Scrittura Sacra è piana e intelligibile per tutti, e che non v'è bisogno né degli insegnamenti dei Padri, né dello Spirito che assiste alla Chiesa, per essere guidati a penetrarne i misteri, sono ben lontani dalla modestia e dalla sincera umiltà di questo eunuco; e mentre in questa difficile navigazione non solo non cercano di bussola che gli guidi, ma presuntuosamente la sprezzano e la rifiutano, e al proprio spirito si abbandonano, traditi dalla falsa opinione del proprio sapere, con gli infiniti errori nei quali vanno ad urtare, faranno fede in ogni tempo che la sola autorità lasciata da Dio nella sua Chiesa può e fissare la vera intelligenza della divina parola, e conservarne l'integrità." La tirata del Martini si sa a chi mira. Ma checchè ne dica Monsignor Martini, riman pur sempre vero che la Sacra Scrittura è, "piana ed intelligibile per tutti" in quel che riguarda la via della salvazione. Dei Padri niuno può aver maggiore rispetto di quello che per loro hanno gli evangelici; ma chi ha un po' di pratica dello studio della Bibbia sa che "gl'insegnamenti dei Padri" e le loro interpretazioni scritturali non si possono accettare ad occhi chiusi; bisogna prenderli con benefizio d'inventario. "La modestia e la sincera umiltà" dell'eunuco eran cose belle e sante, senza dubbio; ma a cotesta modestia ed a cotesta umiltà non fanno degno riscontro l'orgoglio e la presunzione della chiesa romana che pretende nientemeno di avere il monopolio dello Spirito Santo e dei "misterii" e della "vera intelligenza" e della conservazione "della integrità" della Parola divina. L'oceano della Parola di Dio è di "difficile navigazione", non c'è dubbio; ed in questo, il Martini ha ragioni da vendere; ma in. cotesta navigazione come può la chiesa romana offrire agli altri "la bussola", quando ella stessa ve l'ha persa e l'ha fatta perdere a quelli che si sono in lei cecamente fidati? In fatto di conoscenze bibliche a che punto ne siamo nei paesi latini ove "L'autorità della chiesa" ha sempre dominato da assoluta sovrana? E fra le nazioni latine, la Francia, che in fatto di studi biblici seri e coscienziosi è la più innanzi di tutte, a chi dev'ella quel tanto che ne sa? Alla chiesa romana o alla chiesa evangelica? Nell'oceano della Parola di Dio non si può navigare senza "bussola", lo sappiamo anche noi; ma cotesta bussola non è in una chiesa, che porti questo o quest'altro nome; non è nei Padri, che hanno dato in isvarioni da pigliar con le molle, non è nella tradizione, che, cattolica o giudaica che sia, annulla purtroppo sovente la parola di Dio Marco 7:13; non è nella ragione, che, abbandonata a se stessa non basta a "trascorrer la infinita via" della rivelazione; ma è in quello Spirito eterno Ebrei 9:14, che è "lo Spirito di verità che guida in tutta la verità" Giovanni 16:13 e che non è il privilegio esclusivo di un individuo o di una comunità speciale, ma il privilegio di tutti quelli che lo chiedono a Dio Luca 11:13. E io desidero tornare all'eunuco, che ha ispirato a Monsignor Martini le parole che ho citate. L'eunuco legge un luogo, che non capisce; un evangelista, che la Provvidenza gli mette sulla via per la quale egli passa, glielo spiega; l'eunuco riceve il battesimo, che è il rito d'introduzione nella Chiesa; l'evangelista sparisce; e l'eunuco, che nel luogo spiegatogli dall'evangelista ha scorto il suo Salvatore, non cerca le tradizioni, che, forse, fortunatamente non conosceva; non cerca i Padri, che non esistevano ancora; non cerca il magistero della Chiesa, che l'orgoglio umano non aveva ancora inventato; ei se ne torna in Etiopia, solo, ma tutto allegro Atti 8:39; "tutto allegro", appunto perché sa che Dio l'ama, che Cristo l'ha salvato, e che lo Spirito lo guida. Se la tirata del Martini deve servire come un esempio del modo con cui la chiesa romana interpreta i sacri testi, diciamolo pur francamente: che il ciel ci scampi da coteste interpretazioni!

4. "Di chi, ti prego, dice questo il profeta?" Atti 8:34 è la domanda dell'eunuco, a proposito del classico passo d'Isaia 53:7-8. A cotesta domanda i giudei avrebbero risposto ad una voce: "Di chiunque abbia voluto parlare il profeta, questo è certo; ch'ei non ha inteso alludere al Messia; perché il nostro Messia sarà un eroe; l'eroe della nostra indipendenza nazionale, e non un Salvatore vilipeso, mite e sofferente". La critica moderna s'è posta anch'ella cotesta medesima domanda: e, attribuendo tutte le profezie contenute nei capitoli 40: a 66 d'Isaia ad un illustre anonimo del tramonto dell'esilio babilonico, ha dato a cotesta domanda differenti risposte. Chi, ha visto nel giusto e sofferente "Servitore di Jahveh" di cotesti capitoli, la personificazione del carattere di Geremia; di colui, cioè, che nel martirologio dei profeti fu il più angosciato di tutti; chi, ci ha visto il manipolo di quei giusti, che parteciparono ai dolori di lui. Io non voglio entrar qui nel merito della questione. Due cose mi basta di notare:

1) che questa profezia (e lo stesso si può dire di ogni altra profezia citata nel N. T.) può benissimo aver avuto uno o parecchi successivi compimenti storici fra i contemporanei di chi la pronunziò, o nei secoli seguenti: ma ciò non toglie ch'ell'avesse il suo completo e finale compimento in Colui che fu l'ideale "Servitore di Jahveh" (Atti 3:13,26; 4:27,30 traduzione corretta), e l'ideale "uomo del dolore" Isaia 53:3;

2.) che nel N. T. le citazioni tratte dal capitolo 53 d'Isaia ed applicate al Cristo sono numerose; il che vuol dire che i cristiani dei primi tempi consideravano cotesto capitolo come messianico. (Vedi Marco 15:28; Luca 22:37; Giovanni 12:38; Romani 10:15; 15:21; 1Corinzi 15:3; 1Pietro 2:22-25 e il nostro passo Atti 8:32).

5. Filippo "gli evangelizzò Gesù" Atti 8:5. E la predicazione di Filippo ha una importanza storica tutta speciale; che gli è con lei che l'insegnamento evangelico entra in una fase nuova. Filippo "evangelizza Gesù" all'eunuco; e dal passo d'Isaia 53:7-8 prende le mosse per dire tutto quello che ha da dire circa la persona e l'opera di Cristo. Finora, nei discorsi contenuti nei precedenti capitoli, abbiamo sempre visto che si predicava la risurrezione di Gesù; il Cristo reietto dagli uomini, ma glorificato da Dio; adesso, con Filippo, è la morte di Cristo che diviene il punto di partenza, la base dell'insegnamento evangelico; e l'eunuco, prima di esser condotto da Filippo a visitare in ispirito il sepolcro aperto di Giuseppe d'Arimatea per cercarvi l'assicurazione incrollabile del perdono di Dio, è condotto nel Gethsemane, e poi in Gerusalemme, e poi sul Calvario. La storia della Passione gli è narrata per filo e per segno; e questo etiopo, che ha pianto lagrime di riconoscenza dinnanzi al Crocifisso, comincia a gustare un'allegrezza Atti 8:39 "ineffabile e gloriosa" 1Pietro 1:8 ch'ei non ha mai provata, neppure nelle ore più felici della vita di corte. Per quanto belli ed eloquenti possano essere i vostri discorsi intesi a scuotere le coscienze addormentate ed i cuori intorpiditi, per carità, non lo dimenticate il mezzo più bello, più eloquente e più efficace che abbiate, per raggiungere il vostro scopo. Dite alle anime: "Venite a vedere!" Giovanni 1:46. Conducetele sul Calvario ed esclamate: - "Eccolo là, l'Agnello di Dio, che toglie il vostro peccato!" Giovanni 1:29.

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