Atti 9

1 2. LA CONVERSIONE DI SAULO (Atti 9:1-31)

2 E gli chiese lettere

L'autorità suprema del sinedrio di Gerusalemme in materia ecclesiastica era riconosciuta dovunque nel mondo giudaico; anche al di là della Palestina. Nondimeno, siccome erano rare le occasioni in cui ella avea da farsi viva in modo diretto, le sinagoghe si può dir che, di fatto, vivessero una vita del tutto indipendente. Qui si tratta di una missione straordinaria e di lettere che doveano dare a Saulo dei pieni poteri eccezionali, e che, in questo caso particolare, doveano far legge per ogni ramo di polizia locale.

Damasco.

Che a Damasco ci fossero dei discepoli era una supposizione della polizia gerosolimitana; il seguito della storia ci mostrerà che era un fatto Atti 9:10. D'onde venissero a Damasco cotesti discepoli, è difficile il dire. Poteano essere degli esuli da Gerusalemme in seguito alla recente persecuzione; o fors'anche dei giudei già prima residenti a, Damasco e venuti in contatto con la Chiesa e con l'Evangelo durante i loro pellegrinaggi (nota bene, a questo proposito, Atti 9:13). Damasco ha fama di una delle più antiche città del mondo. La troviamo già menzionata nella storia d'Abraamo Genesi 14:15; 15:2. La ritroviamo nei tempi di Davide 2Samuele 8:6; 1Cronache 18:6 e sotto Rezon sappiamo che tenne fronte a Salomone 1Re 11:24. Circa i suoi commerci vedi Ezechiele 27:16-18. Era il cuore del regno siro; per le sue alleanze e le sue guerre, leggi 2Re 14:28;16:9-10; Amos 1:3,5. Da 2Corinzi 11:32-33 rileviamo che ai tempi del nostro racconto Damasco era sotto il governo di Areta, re dell'Arabia Petrea. Come ciò fosse avvenuto, poichè sappiamo ch'ella era prima sotto Vitellio (Giuseppe Flavio Antich. XIV. 4 § 5), non ci è noto. Forse fu così. Vitellio, prefetto della Siria, era corso a Roma non appena ebbe udito che Tiberio era morto (anno 37 dell'èra crist.); ed è probabile che Areta, approfittando della confusione politica di quei giorni, s'impadronisse della città, largheggiando favori e libertà ai giudei, che vi erano numerosissimi. Sotto Nerone, in un tumulto solo, ne furono massacrati, al dir di Giuseppe Flavio (Guerre 2.25), non meno di diecimila. A supporre che uno viaggiasse senza troppo fermarsi, avea bisogno di sette od otto giorni per andare da Gerusalemme a Damasco.

Di questa setta.

L'originale dice: di questa via. Questa parola, usata a designare i primi credenti, la ritroveremo ancora Atti 19:9,23; 22:4; 24:14,22. D'onde può ella essere originata? Forse dall'A. T. (Isaia 40:3 citato dal Battista, Matteo 3:3; Marco 1:3); o forse dal fatto che Gesù stesso si era chiamato la via Giovanni 14:6 ed avea parlato della "via della vita" Matteo 7:13-14.

4 Perché mi perseguiti?

Isaia 63:9; Zaccaria 2:8. Gesù ed i suoi sono una cosa sola Luca 10:16.

5 Chi sei Signore?

La parola Signore non ha ancora per Saulo il profondo e completo significato che avrà più tardi per Paolo e che ha per noi. È l'espressione del sentimento di rispetto e di ammirazione Giovanni 5:7; 9:36; 20:15, che gli suscita in cuore la scena che gli si svolge dinnanzi.

Io sono Gesù

O, come in Atti 22:8, io sono Gesù di Nazareth! Non dice "il Messia", non "il Figliuol dell'uomo", non "il Figliuol di Dio", ma "Gesù di Nazareth". Ei si chiama del nome che ricorda la sua umiliazione, i suoi dolori, la sua morte; del nome aborrito, che Saulo ha voluto fare a tanti rinnegare, e che avrebbe voluto udire bestemmiato da tutti.

Le parole: Egli ti è duro di ricalcitrare fino alle altre: E il Signore gli disse, non si trovano nei codici più autorevoli e più antichi. Probabilmente sono una interpolazione delle espressioni che troveremo autentiche in Atti 26:14, e che spiegheremo in cotesto luogo. Qui il testo puro dice così: Io sono Gesù, il quale tu perseguiti. Lèvati, ed entra nella città ecc.

7 Udendo ben la, voce, ma non veggendo alcuno

In Atti 22:9, invece, è detto che videro ben la luce e furono spaventati, ma non udirono la voce di colui che parlava. Non è una contraddizione; la cosa si spiega benissimo e facilmente. Essi udirono la voce, il suono, ma non udirono le parole. Le parole, che Saulo afferrò e che aveano per lui un significato profondo, non erano per i suoi compagni, che un suono confuso e indistinto. Così, nello stesso modo, essi videro una luce, ma non una forma nella luce, non una persona Vedi, in via d'analogia quel ch'è narrato in Giovanni 12:29. Anche costì si tratta d'una voce, che, per la folla, è un rumore, un tuono; e per Gesù, invece, qualcosa di intelligibile e di articolato.

8 Non vedeva alcuno

Era cieco ed avea bisogno di esser condotto per mano. A due avvenimenti di quest'alba della sua vita nuova Paolo fa frequenti allusioni nel corso del suo ministerio.

1) Il Signore, Gesù di Nazareth, gli è apparso realmente; tale e quale apparve ai discepoli dopo la Risurrezione 1Corinzi 9:1; 15:8; Atti 9:17; 22:14.

2) Egli è stato chiamato al ministerio non dall'uomo ma direttamente dalla voce stessa di Gesù Romani 1:1; 1Corinzi 1:1; 2Corinzi 1:1 ecc.; Galati 1:1.

10 Anania,

Non sappiamo di lui che il poco che n'è detto in Atti 22:12; "ch'egli era, cioè, un uomo pio secondo la legge, del quale tutti i giudei domiciliati a Damasco rendeano buona testimonianza". A titolo di curiosità trascrivo qui la noterella del Martini a proposito d'Anania. "Quest'Anania era celebre (!) tra i fedeli di Damasco. Non sappiamo di certo s'ei fosse sacerdote (!!) o diacono e molto meno se del numero dei settantadue discepoli come alcuni hanno detto".

In visione

Per la forma dialogata della visione confronta con 1Samuele 3.

Il Signore

è il Signor Gesù; si vede chiaramente dal versetto Atti 9:16.

11 Nella strada detta Diritta

così senza dubbio chiamata per distinguerla dalle altre strade della città, che erano angolose e storte. Anche oggi si vede a Damasco una via lunga e diritta, che fu probabilmente quella dove si trovava, la casa di Giuda, l'ospite di Saulo. È una via di un tre miglia di lunghezza e si chiama: Via dei Bazar.

Giuda

Ci è completamente ignoto.

Saulo da Tarso.

È il primo passo in cui si faccia menzione del luogo di nascita di Saulo. Tarso era la capitale della Cilicia, provincia dell'Asia Minore. Era posta sulle rive del Cidno e famosa per la sua cultura letteraria e filosofica. Ci fu un tempo in cui, per l'eccellenza delle sue scuole e pel numero dei suoi dotti, rivaleggiò con Atene e con Alessandria. A questo fa forse allusione Paolo in Atti 21:39, ove chiama se stesso "cittadino di Tarso, d'una città di Cilicia, che non è senza fama".

12 In visione

Queste parole non si trovano nei più antichi manoscritti.

13 Ai tuoi santi in Gerusalemme

Per la prima volta, in questo passo, i cristiani sono chiamati col nome di santi. Due concetti sono in questa parola. Il primo, di separazione dal male; il secondo, di consacrazione al bene, e a Dio che è, il Bene assoluto.

15 Vaso eletto

Alla lettera: un vaso d'elezione, che è forma prettamente ebraica. La parola greca σκευος vuol dire istrumento e vaso. Quindi è che alcuni la traducono per istrumento scelto o eletto; altri, per vaso scelto o eletto. Cotesto primo modo di tradurre è più conforme alla nostra maniera di parlare; il secondo modo ha in suo favore quel "portare il mio nome" lontano che s'accorda bene con l'idea d'un vaso.

Alle genti;

ai gentili, cioè; i quali sono nominati i primi perché rappresentano quello che fra poco sarà il gran campo d'azione di Saulo, dell'apostolo dei gentili.

Ed ai re.

Vedi, per il compimento di queste parole: Atti 26 (Paolo dinnanzi ad Agrippa) e 2Timoteo 4:16 (Paolo (probabilmente) dinnanzi a Nerone).

Ed ai figliuoli d'Israele.

Difatti, ei cominciò subito a predicare ai "figliuoli d'Israele" Atti 9:20,22: e dovunque andava, annunziava l'Evangelo ai giudei prima di tutto; poi, ai gentili Atti 13:46; 28:17. Era regola costante. "Al giudeo imprima, poi anche al greco" Romani 1:16.

16 lo gli mostrerò

"Non temere, Anania; non solamente ei non ti farà alcun male; ma ei dovrà imparare a soffrire per Colui che ha tanto sofferto per la condotta di lui". L'allusione di queste parole alle parole di Anania Atti 9:13-14 è chiara. Il gli mostrerò non implica necessariamente una speciale rivelazione profetica; vuol dire: gli mostrerò, man mano, per lo svolgersi degli eventi che l'aspettano, per via dell'esperienza quotidiana a cui lo chiamo. Per il compimento del fatto, vedi Atti 20:23; 2Corinzi 6:4-5; 11:23-28; 2Timoteo 1:11-12.

17 Ed avendogli imposte le mani

Sentiamo Monsignor Martini. "Questa cerimonia non ebbe altro fine che di rendere a Saulo la vista. Ricuperata la vista, Saulo fu battezzato e ricevè lo Spirito Santo; ed effetto del battesimo fu la pienezza dello stesso Spirito a lui conferita per formarlo in un tratto non solo perfetto Cristiano, ma ferventissimo predicatore del Vangelo". Il Martini, preoccupato della dottrina della sua chiesa, altera nel testo l'ordine dei fatti per istabilire la virtù magica ed onnipotente del battesimo d'acqua. Difatti, due cose soltanto io fò notare al lettore:

1. Saulo non ebbe lo Spirito come conseguenza del battesimo, ma l'ebbe all'atto della imposizione delle mani. L'ordine dei fatti, nel testo, è il seguente:

a) imposizione delle mani;

b) ricuperamento della vista;

c) comunicazione dello Spirito;

d) battesimo Atti 9:17-18.

2. E dove trova il Martini, nel N. T., che il cristiano è reso tale ad un tratto ed in modo perfetto? Questa è magìa non è cristianesimo. E come fa il Martini a metter d'accordo il suo commento con le parole di Paolo stesso, che, giunto alla maturità della sua vita cristiana, pur dice ai filippesi: "io non sono ancora pervenuto alla perfezione"? Filippesi 3:12-15. La cosa notevole nel nostro passo, è questa: che l'imposizione delle mani, fatta qui pel ministerio d'un semplice discepolo, non è meno efficace di quando è amministrata da un apostolo. Lo Spirito che Saulo riceve, è "la virtù da alto" che gli rivela la missione a cui egli è chiamato, e gli dà la forza di porsi immediatamente all'opra.

18 Come delle scaglie.

È una similitudine che lo scrittore usa; non si tratta di "scaglie" vere e proprie. La similitudine accentua l'idea della guarigione istantanea e sembra accennare, come causa della cecità, ad una infiammazione acuta che gli avea coperto d'un incrostamento biancastro le pupille, o a qualcosa di simile.

19 Ed avendo preso cibo.

Erano tre giorni che digiunava Atti 9:9.

20 A predicar Cristo

I codici migliori hanno: a predicar Gesù. "Si mise a predicare che Gesù è il Figliuol di Dio". Il titolo che i giudei davano generalmente al Messia era questo: il Figliuol di Dio. Saulo dunque si mette subito all'opera; e per le sinagoghe si dà ad insegnare che Gesù di Nazareth, il crocifisso del Golgota, è veramente il Messia ch'essi aspettano. Qual cangiamento è avvenuto nella mente di Saulo! Dice bene Matteo Henry: "Questo miracolo, compiuto nella mente di Saulo, supera in importanza e maestà i miracoli fisici operati negli infermi; e il dare ad un uomo come cotesto un cuor nuovo, fu ben più che dare agli uomini di parlare "in altre lingue".

21 Quelli che invocano questo nome

Il nome, cioè, di Gesù di Nazareth.

22 Vieppiù si rinforzava.

Vedi Filippesi 4:13; 1Timoteo 1:12; 2Timoteo 4:11.

23 Passati molti giorni

o: dopo un certo lasso di tempo... E qui che bisogna porre il viaggio e la dimora di Saulo in Arabia, di cui l'apostolo parla in Galati 1:17-18. Non rechi meraviglia il fatto che, ponendo qui cotesto viaggio e cotesta dimora, s'avrebbe un periodo di tre anni compreso nella espressione: passati molti giorni. È un'espressione, cotesta, che, nel greco classico, può abbracciare molto tempo; e nell'ebraico ha, fra i tanti, un notevole riscontro in 1Re 2:38-39: "Simi, è detto quivi, stette in Gerusalemme molti giorni." E quei molti giorni, dice il Atti 9:39, furono appunto, come nel nostro caso, tre anni.

24 Facevano la guardia

Da 2Corinzi 11:32 sappiamo, che il governatore (letter. l'etnarca) di Damasco, ai tempi di quell'Areta, re dell'Arabia Petrea, che fu padre della moglie che Erode Antipa avea divorziata per isposare Erodiada Marco 6:17-19, aveva preso parte, attiva in questo complotto a danno di Saulo. Il governatore desiderava cattivarsi il favore della popolazione giudaica, ch'era numerosa e potente in Damasco; e, tenendo Saulo per un disturbatore della pubblica quiete e per uomo sedizioso, ne ordinò l'arresto. Secondo 2Corinzi 11:32 fu il governatore che ordinò si sorvegliassero le porte della città.

25 Lo calarono abbasso... in una sporta.

Saulo, avuto sentore del complotto ordito a suo danno, dovette tenersi, per qualche tempo, celato; quindi, la sorveglianza alle porte perché non fuggisse. Il suo domicilio era ignoto ai congiurati; ed i suoi amici lo fecero passare in una di quelle case, ch'erano addossate alle mura di cinta; e fu per una finestra di cotesta casa, ch'ei potè mettersi in salvo. La sporta di cui parla Luca, era più propriamente un paniere, una cesta. Nel nostro testo, è chiamata spurís, che vale appunto cesta, canestro, e in modo speciale cesta o paniere da pesci. È la parola usata in Matteo 15:37. In 2Corinzi Paolo la chiama sargáne, vale a dire, "una cesta, un paniere fatti di vimini". Per fughe analoghe, vedi Giosuè 2:15; 1Samuele 19:11-12. È inutile ch'io dica, perché il lettore se lo immagina, che a Damasco si mostra anch'oggi la finestra precisa da cui Paolo fu calato.

26 In Gerusalemme

Questa fu la prima visita di Saulo in Gerusalemme, dopo la sua conversione. Vedi Galati 1:18.

Non potendo credere...

Non ignoravano il fatto, ma dubitavano della sincerità di cotesta conversione.

27 Barnaba

era un levita cipriota; e la colonia giudaica di Cipro avea frequenti relazioni coi giudei di Cilicia; onde parecchi suppongono che Saulo e Barnaba si conoscessero già da tempo. Ad ogni modo un fatto che Barnaba conosceva abbastanza Saulo da poter dare garanzia della sincerità della conversione e delle intenzioni di lui.

28 Ed egli fu con loro

per quindici giorni. Vedi Galati 1:18-19.

29 Disputava coi greci

o meglio:

con gli ellenisti.

Saulo appare sulla scena della storia della Chiesa, per la prima volta, come capo dei giudei ellenisti della sinagoga mentovata in Atti 6:9. È un'opera di riparazione ch'egli fa. Là ove ha combattuto contro la verità, egli predica adesso la fede. Allora, capo degli ellenisti della sinagoga cilicia, "disputava con Stefano" Atti 6:9. Oggi, prendendo il posto di Stefano, ei "disputa con gli ellenisti".

Cercavano d'ucciderlo.

Cercavano di trattar lui com'egli avea persuaso loro a trattare Stefano.

30 In Cesarea

È più che probabile che Saulo andò per via di terra a Cesarea, la capitale romana della Palestina, il gran porto del distretto; di lì s'imbarcò per Seleucia, il porto d'Antiochia, capitale della Siria, e quindi si recò a Tarso di Cilicia; a Tarso, sua città natia Atti 21:39.

31 La Chiesa avea pace.

Il prof. Lindsay dice: "Petronio era stato nominato Governatore della Siria nel 40 ed il governo s'era raffermato. Nello stesso anno il pazzo imperatore Caligola avea decretato che una statua gli fosse eretta nel tempio, ed i Giudei aveano usato di tutta la loro energia per impedire cotesta profanazione. Nel 41, Erode Agrippa I fu preposto alla cosa pubblica nella Giudea e nella Samaria. Tutti questi fatti aveano impedito lo scoppiare della persecuzione, che s'era impunemente scatenata contro i cristiani nei tre o quattro precedenti anni d'anarchia".

Per tutta la Giudea, Galilea e Samaria.

Questo fuggevole accenno ci dice che mentre gli apostoli continuavano a rimanere a Gerusalemme, l'Evangelo si spandeva lontan lontano, in tutte le parti del paese; che dei centri e delle comunità cristiane si formavano da per tutto, e, prosperavano non solamente per il numero dei loro membri, ma anche per lo sviluppo religioso e morale che aveano. Ce n'erano in Galilea; e la cosa non istupisce, quando si pensi alle numerose relazioni che Gesù stesso aveva avute con cotesta regione; e ce n'erano nel distretto vicino al mare, a Cesarea, a Giaffa (a Joppe), a Lidda, come fra poco vedremo, ed in generale per tutto il Saron, vale a dire, nella bella pianura al sud della catena del Carmelo e al nord del paese dei Filistei. Queste ultime comunità cristiane dovettero essere il frutto della predicazione di Filippo Atti 8:40.

Essendo edificata,

spiritualmente parlando; la chiesa che così si edifica non è sempre quella che cresce di numero; ma è quella che, fondata sulla vera base che è Cristo, si evolve sotto l'azione dello Spirito nella santa atmosfera della pietà e della fede.

Timor del signore

è espressione frequente dell'A. T. Nel Nuovo non si trova che due volte: qui e in 2Corinzi 5:11: "Timor del Signore" non è "paura del Signore"; ma è piuttosto "paura di offendere il Signore" Vedi Giobbe 28:28; Salmi 111:10; Proverbi 1:7; 8:13; 16:6.

Nella consolazione dello Spirito Santo.

Meglio: "e (la Chiesa) crescea di numero, per le esortazioni che lo Spirito Santo ispirava". E traduzione che rende meglio il pensiero del passo; e il pensiero è questo. Le parole di conforto, di consiglio e di esortazione che lo Spirito dava alla Chiesa per mezzo degli uomini scelti da Dio, più che i segni ed i prodigi, erano la causa della maravigliosa espansione di lei.

Riflessioni

1. La menzione "delle donne" nel vers. 2 non deve passare inosservata. Il libro dei Fatti parla sovente della fede, del ministerio e della testimonianza delle prime donne cristiane; e non solo i Fatti, ma anche degli scrittori pagani hanno ricordato l'eroismo di coteste donne. Il nostro passo Atti 9:2 allude a delle cristiane, che, esposte pericolosamente all'infuriare della persecuzione, avean dovuto fuggire da Gerusalemme; e fra queste anime generose noi possiamo noverare, quasi con certezza, quelle di cui Luca parla nel suo Vangelo Luca 8:2-3 e che erano con gli apostoli nella "camera alta" fra il giorno dell'Ascensione e la Pentecoste. Possa la memoria d coteste sante donne viver sempre cara e feconda di santa emulazione nella Chiesa di Cristo!

2. Atti 9:3-9 sono il ricordo storico della conversione di Saulo; ed è necessario che ci fermiamo un poco a considerarlo. Prima di tutto, notiamo che ci sono tre ricordi storici di cotesto fatto. Il primo è il nostro di Luca, il quale, più che probabilmente, ebbe i particolari del fatto da Paolo stesso Atti 9:3-9; il secondo è nel racconto che Paolo fa della sua conversione dinnanzi al sinedrio Atti 22:6-11; il terzo è nello stesso racconto che Paolo fa ad Agrippa Atti 26:12-19. Le edizioni volgari hanno un testo lardellato d'interpolazioni, che la critica moderna ha cancellate. Il che non ha per alcun modo alterato il significato del testo. I tre documenti che ricordano la conversione di Saulo, sono perfettamente armonici in tutto quello che riguarda le circostanze essenziali del fatto; non c'è che qualche difficoltà di redazione. Le varianti, eccole qui.

1) Il fatto avvenne in pieno mezzogiorno Atti 26:13;

2) la voce si espresse in ebraico Atti 26:14; ella pronunciò qualche parola di più di quelle citate qui nel nostro passo Atti 22:8; 26:16-18.

Ma tutte queste varianti sono delle aggiunte che non alterano per nulla la natura del fatto. In questa categoria si può porre il quarto dettaglio dei compagni di viaggio di Saulo, che, secondo il terzo documento Atti 26:14, caddero anch'essi a terra. La sola contraddizione che questi vari documenti presentino, mi par quella fra Atti 9:7: "i compagni di viaggio di Saulo udirono la voce, ma non videro alcuno", e Atti 22:9: "essi videro la luce, ma non udirono la voce di colui che parlava". La contraddizione però è apparente e l'ho spiegata commentando Atti 9:7: "Se ti fermi, o Lelio, dice il Trezza, alla leggenda della via di Damasco, troverai nel racconto stesso che se ne fa, il criterio della sua impossibilità storica; è una leggenda che si contraddice in alcune parti, lasciandone alcune altre irresolute ed incerte". (San Paolo 1882: Pag. 48, 49). Così, il Trezza, esagerando alcune difficoltà di dettaglio ed immaginando delle contraddizioni che non esistono, stabilisce addirittura la impossibilità storica d'un fatto! Ma un'altra cosa domandiamoci adesso: qual'è l'idea che ci dobbiamo fare, o qual'è la spiegazione che daremo della conversione di Saulo? Le spiegazioni che si sono date e si dànno di cotesto fatto di tanta importanza storica, si possono ridurre a queste tre principali:

1) la spiegazione atea;.

2) la spiegazione naturale;

3) la spiegazione evangelica.

Accenniamole di volo.

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1) La spiegazione atea. "Come si spiega, chiede il prof. Trezza, come si spiega la via di Damasco dove l'ha percosso Gesù? Anzi come si spiega quel Gesù stesso rivelatosi a lui?... V'è un, direi quasi, contagio di pensieri che si propaga con velocità inconscia ma efficace; e spesso chi più li combatte negli altri, ne resta senz'avvedersene impresso. Le nature ardenti e dogmatiche, come San Paolo, sono più disposte, per l'impeto che le porta verso la fede, a quei repentini sobbalzi del sentimento, a quelle eccitazioni fantastiche, a quelle scosse degli organi, alle quali non giungerebbero mai le nature più riposate e più scettiche. Non fermandosi che sopra un punto delle cose, e convertendo quel punto in una specie stabile dell'assoluto, se avviene che qualche idea si trafori nel loro cervello, vi lascia un solco profondo, cangiandosi in fantasma che le fruga e le domina tanto da non potersene ormai dispiccare; il quale nutrito a lungo e racceso da una meditazione concentrata ed intensa, si stende nelle profondità degli organi, e non incontrando verun freno che lo debiliti o lo disvolga per altre vie, cresce sopra se stesso e si esalta in visione. L'uomo, in quel caso, è spettatore e spettacolo ad un tempo; si vede d'innanzi il proprio fantasma, ne ode la voce come di persona viva, e nessuna rivelazione a lui pare più sincera e più salda di quella che gli echeggia per entro il cervello. La visione psicologica di San Paolo sulla via di Damasco non s'è fatta altrimenti; il Gesù che gli apparve era fantasma convertito in persona viva". (San Paolo. 1882: Pag. 49-52). Malgrado tutto questo, il problema della conversione di Saulo non è del tutto risoluto per il Trezza. "È un problema che lascerà sempre alcuni aspetti inesplorati alla critica; tanto più che noi conosciamo ben poco i centri nervosi per entro i quali si formano e si esprimono le attività del cervello; poco le allucinazioni in cui lo conficca un'idea covata a lungo negli organi. Eppure convien trasferirsi in quel clima agitato e strano, risuscitarlo in noi stessi; respirarne almeno un istante le tempeste, gli ardori, le demenze, per poter comprendere certi fatti che paiono, ed in parte anche sono, inesplicabili all'uomo moderno". (San Paolo. 1882: Pag. 50). Così parlano gli uomini moderni che "la scienza ha liberati dal morbo sacro delle religioni", e per i quali San Paolo non fu altro che "un grande malato".

2) La spiegazione naturale, eccola riassunta in breve. Era un pezzo che Saulo avea dei dubbi e degli scrupoli relativamente al suo modo di procedere contro i cristiani. La costanza delle sue vittime, la nobiltà del suo proprio carattere, le discussioni avute con Stefano, che più d'una volta debbono avergli rivelata la debolezza dei propri argomenti e la potenza di quelli dell'avversario; tutto questo, messo assieme, avea scosso le convinzioni di Saulo ed avea preparato nei più intimi penetrali dell'anima di lui una reazione, ch'egli facea di tutto per soffocare, continuando, per ispirito di parte e falsa vergogna, per ambizione, ad andare per la via per la quale s'era messo fin da principio. Ma col tempo, lungi dall'usato ambiente e dalle agitazioni del suo partito, nel silenzio e nell'isolamento d'un lungo viaggio, la nuova corrente di idee si fece insensibilmente strada nell'animo di Saulo; cominciò ad imporsi allo spirito di lui in modo sempre più energico; e giunse l'ora in cui non ci volea più che una circostanza particolar e, magari di poco momento per se stessa, per assicurare alle nuove idee la vittoria. Sorpreso da un uragano nel momento in cui la lotta interna era in lui giunta alla crisi, ecco lo scroscio d'un fulmine, che quasi lo coglie e l'uccide. Il giovane fariseo vede in quel fulmine un avvertimento del cielo; e, con la tempra energica del suo carattere, segue da quel giorno il nuovo impulso che ha ricevuto dall'alto, con maggior ardore di quello con cui, senza troppo riflettere alla cosa, s'era dato a servir l a causa del suo partito. "Questa spiegazione, urta dice il Prof. Reuss, contro un fatto del quale, a torto, non si fa il conto che si dovrebbe. E questo fatto è la testimonianza stessa di Saulo, che a più riprese, ed in un modo ora più ora meno diretto, ricorda la propria conversione in un senso, che suppone la realtà storica degli elementi essenziali della narrazione com'è fatta nel nostro passo. Egli afferma d'aver visto Gesù, personalmente, dopo tutti gli apostoli e nel modo stesso ch'essi lo videro 1Corinzi 9:1; 15:8 confr. con Galati 1:1,15-16. Non solo; ma, e questo importa anche di più, egli parla sempre della sua conversione come di un fatto avvenuto subitaneamente, senza periodi di preparazione, e per azione diretta, potente, esclusiva di Dio. Egli, che conosceva così bene il cuor umano e che s'era così bene abituato a scrutare il suo, non trovava né nei suoi ricordi, né nelle sue meditazioni posteriori, alcun fatto, che somigliasse a quel lavorio subbiettivo di lenta trasformazione di cui s'è parlato più sopra, e che sta alla base della spiegazione naturale della conversione che studiamo al contrario, tutto il sistema teologico di Paolo è fondato sulla necessità dell'intervento immediato della grazia divina, senza la quale niun mortale può liberarsi dai legami della carne e del mondo, che lo tengono lungi dalla salvazione (confr. Galati 1:16; Efesini 3:8)".

3. La spiegazione evangelica. La spiegazione evangelica dell'atto accetta la narrazione di Luca, tale e quale, in tutta la sua maestosa semplicità. Ella ammette il miracolo; vale a dire, l'intervento diretto di Dio in questo fatto, "che non si spiega, dice A. Sabatier, senza il soprannaturale" (L'Apôtre Paul. Paris 1881: Pag. 43). E mi sia lecito citare ancora a questo proposito alcune parole del Prof. Reuss, che hanno, a mio parere, una importanza tutta speciale, appunto perché è il Prof. Reuss, la colonna della scuola teologica di Strasburgo, che le ha scritte. "La questione del miracolo, considerato come un fatto esteriore e materiale, può avere una importanza secondaria; la cosa essenziale, nel caso nostro, è che non perdiamo di vista il gran principio evangelico d'un contatto diretto dello Spirito di Dio con lo spirito dell'uomo; contatto, che sfugge all'analisi del ragionamento. Che si tratti d'uno scoppio di fulmine o d'un'apparizione di Gesù, è un individuo solo, fra parecchi posti in identiche condizioni esteriori, che ne risente gli effetti in un senso, che deciderà dell'indirizzo di tutto quanto il resto della sua, vita; ed in un modo che il giorno in cui avvenne il fatto, rimarrà a segnare una data importante nella storia dell'umanità intera. Perché la meteora non produce ella lo stesso effetto su tutti? Perché l'apparizione non è ella visibile che ad uno soltanto? Una sola e medesima risposta basterà per le due domande. La Provvidenza sceglie gl'istrumenti che vuole; e tocca all'uomo a riconoscere la mano di lei in cotesta scelta ch'ella fa, e negli effetti di cotesta scelta. È ad una fatica superflua che si sobbarca chi s'impunta a discutere i mezzi che la Provvidenza adopera per i suoi fini; quasi si trattasse di calcolare l'azione di un apparecchio meccanico. Quelli che hanno il bene di sapere scoprire nella loro vita interiore le tracce di questo contatto diretto dello Spirito di Dio col loro sviluppo spirituale, con le loro tendenze ed i loro buoni successi, non sentiranno affatto il bisogno di mercanteggiare i dettagli del nostro racconto. Il misticismo evangelico, rivelando al senso cristiano un mondo d'incessanti miracoli, gli risparmia la pena di preoccuparsi del piccolo numero di quei miracoli, che, in senso contradittorio, il razionalismo critico ed il razionalismo ortodosso fanno oggetto delle loro analisi". (Reuss. Actes des Apôtres. Paris 1876: Pag. 116).

3. "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" Atti 9:4. Saulo non perseguitava proprio Gesù; ei perseguitava i discepoli di Gesù; ma Gesù si sente egli stesso offeso quando sono offesi quelli che l'amano e per i quali ha dato la propria vita. C'è una santa legge di solidarietà nel mondo dello Spirito; una legge che sfugge all'analisi del ragionamento, ma che non è per questo una realtà meno gloriosa nel santuario della nostra esperienza. Per cotesta legge, noi muoiamo con Cristo Romani 6:8 al nostro peccato; con lui risuscitiamo Colossesi 3:1 ad una vita nuova; con lui sediamo nei luoghi celesti Efesini 2:6, ove viviamo come nella nostra città Filippesi 3:20; ascolta Cristo chi ascolta la parola della nostra testimonianza; sprezza Cristo chi sprezza noi; e chi sprezza Cristo, sprezza Iddio stesso che l'ha mandato Luca 10:16.

4. "Lévati! entra nella città e ti sarà detto quello che devi fare" Atti 9:6. La prima cosa che è richiesta all'impetuoso fariseo, è un'umile sottomissione alla volontà del Signore. Dice bene Matteo Henry: "Il gran cangiamento della conversione s'opera nella volontà del convertito, e consiste in questo: ch'ei si sottometta alla volontà di Cristo". Silenzio, ubbidienza, accettare senza conoscerlo ancora l'avvenire che Cristo li prepara, paziente aspettazione, preghiera onde luce gli sia fatta dall'alto, ecco le cose necessarie a Saulo prima che possa dirsi atto all'opera grande alla quale la Provvidenza lo chiama.

5. Santi! Atti 9:13. È la prima volta che, nei Fatti, i cristiani sono chiamati così. "Il nome di Santi fu dato fino da quei primi tempi ai Cristiani, perché chiamati alla santità, santificati nel Battesimo, e viventi con una singolare purità di costumi". Così il Martini al ver. 32, ove la parola è ripetuta. Che i santi siano "santificati nel battesimo" è il solito errore nel quale cadono sempre il Martini e la sua chiesa. Il battesimo non ha virtù santificante per se stesso; è un simbolo ed un suggello: è, cioè, il simbolo di una grazia da ricevere, nel caso del battesimo dei bambini, i quali non ottengono la realtà adombrata nel simbolo (vale a dire il lavamento dei loro peccati), che quando crederanno di fede propria, individuale; è il suggello di una grazia ricevuta, nel caso del battesimo dei credenti adulti; per essi, che hanno già ricevuto la grazia del lavamento dai loro peccati, il battesimo è il suggello divino di cotesta grazia ed un atto di testimonianza che son chiamati a fare dinnanzi al mondo. Quando poi il Martini dice che i santi sono chiamati alla santità", dice bene, ma non ispiega nulla; fa della etimologia della parola tautologia e nulla più. La etimologia santi conduce al senso di consacrati; e "santi" o "consacrati," sono coloro che regolano la loro vita interamente secondo i bisogni ed i doveri del servizio di Dio, rinunziando ai motivi ed alle tendenze del mondo profano. La santità non è un merito; non è conferita per decreto d'uomini; non è il privilegio di pochi, come insegna la chiesa romana; ma è frutto della grazia; è comunicata progressivamente dallo Spirito Santo, ed è la vocazione di tutti quanti i cristiani. "Siate santi!" dice a tutti l'Eterno. "Siate santi, perché io son santo! " Levitico 11:44; 1Pietro 1:16. Questo è il concetto biblico e vero della santità. Per ora, in Italia, siamo lontani dalla purità di queste nozioni. L'Evangelo è ignorato; e le definizioni dei grandi fatti divini sono pescate nei catechismi della chiesa, o nei vocabolari, i quali rispecchiano fedelmente le aberrazioni ecclesiastiche. Leggete, per esempio, il Fanfani ed il Rigutini: - "Santo. Colui che da Dio è eletto nel numero dei Beati e dalla Chiesa tenuto e canonizzato per tale!"

6. "Io gli mostrerò quante cose gli convien patire per il mio nome" Atti 9:16. La via dell'apostolato, e si può dire, in generale, la via della testimonianza cristiana non è cosparsa di rose; è via piena di difficoltà e di dolori. È bene che ce ne ricordiamo per non fare come quelli che entrano in cotesta via a test'alta, con grande entusiasmo, e poi si perdono d'animo quando sperimentano che le cose sono diverse da quello che s'erano sognato. Un Cristo che ha tanto sofferto, domanda degli apostoli e dei testimoni, che sian pronti a soffrire; che sappiano rinunziare ad ogni cosa ed a se stessi; che sian pronti a portare con santo eroismo la loro croce Matteo 16:24; Luca 14:26-27, e che capiscano che al testimone cristiano "non è data soltanto la grazia di credere nel suo maestro, ma anche quella gli è data, di soffrire per lui" Filippesi 1:29.

7. In Atti 9:31 è da por mente alla espressione: la Chiesa. Alcuni traducono: le chiese per tutta la Giudea ecc., ma è un errore. I codici più antichi e più autorevoli hanno: la Chiesa, al singolare (Ἵ εκκλησια ). Per la prima volta noi c'imbattiamo in questa parola, intesa ad esprimere l'unità spirituale della Chiesa di Cristo. In tre province della Palestina; vale a dire, nella Giudea, nella Galilea, nella Samaria, già sorgono e prosperano chiese fiorenti. Sono nate in ambienti diversi, hanno bisogni differenti, ciascuna ha le sue caratteristiche speciali; ma le esperienze dell'una sono le esperienze di tutte; la fede, la speranza e l'amore dell'una, sono la fede, la speranza e l'amore di tutte; sono molte c hiese; eppure, agli occhi di Luca, esse formano "la Chiesa"; il tempio spirituale del Nuovo Patto 1Pietro 2:5; il corpo mistico di Cristo 1Corinzi 12:27; la Sposa di Cristo Apocalisse 22:17: la famiglia di Dio Efesini 3:15. Oh santa e benedetta età, in cui la preoccupazione della forma non soltanto non ha ancora ucciso, ma non ha neppur cominciato a minacciare la vita dello spirito! Oh santa e beata età, in cui la Chiesa non si scinde in tante chiesuole le une contro le altre armate a difendere un'idea secondaria di dottrina o di forma, ma si raccoglie, si stringe in un fascio, s'edifica, si evolve spiritualmente, "cresce in ogni cosa in Cristo ch'è il Capo" Efesini 4:15; e mentre cammina circospetta, ad occhi aperti, con santa cautela per non offendere il Signore, apre largo il cuore a ricevere quelle esortazioni dello Spirito, che sono il vero pane dell'anima, e il mezzo divino per cui ella si fa grande, bella, robusta, e muove trionfante alla conquista del proprio ideale Giovanni 10:16b!

32 3. VIAGGI MISSIONARI DI PIETRO (Atti 9:32-10:48)

La terza sezione ha quattro parti:

1. PIETRO IN LIDDA (Atti 9:32-35);

2. PIETRO IN IOPPE (Atti 9:36-43);

3. LA VISIONE DI PIETRO (Atti 10:1-16);

4. PIETRO A CESAREA (Atti 10:17-48).

1. Pietro in Lidda (Atti 9:32-35)

Andando attorno da tutti.

Meglio: Or avvenne che Pietro, andando a visitare tutti i santi, capitò anche da quelli che dimoravano in Lidda. Pietro fa a questi santi una vera e propria visita pastorale. Filippo ha seminato in queste contrade; Dio ha fatto crescere; Pietro adacqua e circonda delle sue cure questa bella parte del campo. E durante il suo viaggio, Pietro trova modo di contribuire anch'egli, per via di stupendi miracoli, al progresso dell'opera evangelistica ed ha l'occasione di far egli stesso un gran passo innanzi nell'intelligenza del Vangelo e della propria missione.

Ai santi

Vedi Atti 9:13.

In Lidda.

Lidda è quella Lod 1Cronache 8:12; Esdra 2:33; Neemia 11:35 che i Beniaminiti abitarono al ritorno dalla cattività., i greci la chiamavano Diospoli (Città di Giove). E situata a una quindicina di miglia all'est di Ioppe sulla via che va da Gerusalemme a Cesarea di Filippo. Al tempo della dominazione siriaca apparteneva alla Samaria; ma ne fu poi staccata con due altre toparchie, perché Demetrio Sotero la dette ai Giudei. Ridotta in cenere dal generale romano Cestio, ai giorni dell'ultima guerra giudaica, risorse dalle proprie rovine e fu per qualche tempo sede d'un'Accademia. Oggi si chiama Ludd o Lidda e n è più che un piccolo villaggio, o meglio, non e più che un ammasso di rovine, che chi va, da Ioppe a Gerusalemme vede là, a poca distanza dalla via, in mezzo a folti oliveti ed a magnifici giardini.

33 Enea.

Il nome è greco; quindi, probabilmente, Enea era un ellenista. Se l'uomo che la Provvidenza ponea sulla via di Pietro fosse un cristiano o un individuo qualunque il testo non dice. Quest'ultima idea ha però per se:

a) l'analogia di Atti 3:2;

b) il modo con cui Luca introduce Enea: un uomo Atti 9:33;

c) il fatto che quando Luca vuol indicare un cristiano, è esatto nelle sue espressioni... una certa discepola Atti 9:36.

Giaceva in un letticello,

La parola che è tradotta per letticello era il giaciglio dei poveri. Enea, quindi, era malato non solo, ma malato e povero.

34 Gesù, che è il Cristo.

Meglio dire, per render bene l'idea: Gesù, il Messia, ti sana.

Levati, e rifatti il letticello,

perché si vegga da tutti che tu sei veramente guarito. Vedi Matteo 9:6; Marco 2:9,11; Giovanni 5:11-12.

35 Saron.

Non è nome di villaggio o di città, ma è nome di regione. L'originale ha l'articolo: il Saron; il che vuol dire che se ne parlava come di una vasta estensione di paese. Il Saron si può tradurre esattamente per la pianura; il piano. È il Sharon dell'Antico T. 1Cronache 5:16; 27:29; Cantici 2:1; Isaia 33:9. Era situata al sud del Carmelo, lungo la costa del Mediterraneo e si stendeva fino a Cesarea e Ioppe. Era una regione fertilissima; tanto, che il suo nome serviva quasi proverbialmente ad indicare ogni paese fertile e bello Isaia 33:9; 35:2; 65:10.

Riflessioni

1. A proposito di Atti 9:32, il Martini dice: "Pietro visitandole tutte, ecc. Intende le Chiese fondate dai discepoli sparsi per ogni parte nel tempo della persecuzione. Pietro, come capo di tutta la Chiesa, va a visitarle, affine di confermarle nella fede, di provvedere alle loro occorrenze e sopra tutto per ordinare dei pastori, secondo il bisogno di ciascheduna". Nel qual commento, le due frasi che sottolineo, valgono un Perù e sono una prova lampante della malizia ermeneutica dei commentatori papisti. Al Capo nono dei Fatti, dopo tutto quello che Luca ci ha detto della genesi e della evoluzione della Chiesa, parlare di un capo di tutta la Chiesa nel senso papista, e di "un capo di tutta la Chiesa" che visita le chiese per confermarle nella fede, ma sopra tutto per ordinarvi dei pastori, è cosa che fa ridere i sassi per non dire che muove le lagrime a chi calcoli il danno che questo infedele insegnamento ufficiale reca ad un popolo come il nostro, che non vuole aprir gli occhi per esaminare da sè le belle e sante verità dell'Evangelo.

2. Enea è malato da otto anni; è paralitico Atti 9:33; è un caso disperato, tutti lo sanno; ei non lascerà il suo giaciglio che per entrare nella tomba. E Cristo lo sana. Il fatto è storico; ma i miracoli di Cristo sono dei segni; sono delle parabole che, sotto il velame d'un fatto fisico, nascondono una verità superiore, d'ordine morale. Cristo scelse i malati a vista umana incurabili, a significare lo stato disperato in cui era caduta l'umanità quand'egli s'accinse a sanarla. Mentr'eravamo senza forza, paralizzati in tutte le nostre più nobili facoltà, e, come Enea, irremissibilmente sacrati alla morte, Cristo ci dette la sua parola sanatrice.

3. Dico: Cristo lo sana. È Cristo, non è Pietro che sana Enea; questo risulta chiaro da Atti 9:34. Pietro sa quel che vale; non ambisce onori né autorità che non gli spettino. È lo stesso Pietro di Atti 3:6,6; 4:10.

4. Un'osservazione di Matteo Henry viene qui a proposito, meditando il "lévati e rifatti il letticello" del vers. 34: "Non credere, ei dice, non credere che, siccome è Cristo il quale per l'energia della sua grazia opera tutto in te, tu non hai opera alcuna da fare, né doveri da compiere. Quantunque sia Gesù che ti fa sano, tocca a te ad alzarti e ad usar della forza ch'egli ti ha data".

5. Com'è stupendo l'effetto del miracolo operato da Gesù in Enea! Atti 9:35. È così che il Signore interviene egli stesso personalmente e benedice l'opera dei suoi servitori. Per la guarigione d'un malato molti sono condotti alla salvazione; notiamolo attentamente nel passo: quale straordinaria e salutare influenza può esercitare la testimonianza d'uno solo, che sia veramente guarito!

36 2: Pietro in Ioppe (Atti 9:36-43)

Ioppe,

in ebraico Iapho Giosuè 19:46, era il porto di Gerusalemme e distava da questa città un trentacinque miglia circa. Di questo porto si servirono Salomone ed Esdra quando si trattò di recare i materiali per la costruzione del tempio 2Cronache 2:16; Esdra 3:7. Vedi anche Giona 1:3; 1Maccabei 10:76; Giuseppe Flavio, Bell. Iud. 2:18, 19; 3:9, 2-4). Oggi si chiama Giaffa.

Tabita,

o più esattamente Tabithà, è parola aramaica che significa gazzella. In greco, l'aramaico Tabithà si traduce per Dorcàs, che vuol pur dire gazzella. L'uso di mettere ai figliuoli (e specialmente alle figliuole) dei nomi d'animali era antichissimo fra i giudei e fra altri popoli. Basti il ricordare Debora che vuol dire ape; Rachele, pecora; Jaël camozza ecc. Tabithà e probabilmente una specie particolare d'antilope o di gazzella, le cui forme graziose ed i cui occhi brillanti sono stati spesso cantati dai poeti. Era un nome carino, simpatico, e lo si dava volentieri alle donne. (Gius. F. Guerra G. 4, 3, 5).

37 Dopo che fu stata lavata

L'uso di lavare il corpo dei defunti prima di seppellirli o di cremarli è antichissimo e quasi tutti i popoli.

Fu posta in una sala;

propriamente in una camera alta; in una camera del piano superiore Atti 1:13. Non la seppellirono subito. La posero lì per aspettar Pietro che non era lontano. Questo aspettare l'apostolo, quando si pensi che si trattava d'un caso di morte, era un atto di fede non comune.

38 Lidda era vicina a Ioppe

Non ne distava che nove miglia.

Per pregarlo che senza indugio...

I codici migliori hanno una forma più drammatica. "Non indugiare a venire da noi!"

39 Tutte le vedove

ch'ella avea beneficate, secondo alcuni; secondo altri, le vedove con le quali avea lavorato in opere di beneficenza. Le vedove sono quivi per rendere gli estremi onori alla defunta. Secondo alcuni, le cose mostrate dalle vedove erano quelle stesse ch'elleno portavano addosso; secondo altri, invece, no. La questione è di poco momento; quello che le vedove voglion fare mostrando, a Pietro le tuniche ( χιτωνες) ed i mantelli o le sopravvesti ( ἱματια) che Gazzella faceva mentr'era con loro, è di esaltare l'applicazione di lei al lavoro e di mettergli sotto gli occhi le prove materiali d'un'assiduità perseverante che non ha cessato che alla vigilia della morte le che è stata tutta consacrata ad opere di carità. Il versetto 40 ci ricorda il fatto della risurrezione della figliuola di Giairo Marco 5:40-41.

41 E chiamati i santi

Vedi Atti 9:13,32.

43 Molti giorni.

Non si può dire esattamente quanti. È un'espressione elastica. In Atti 9:23 abbiamo visto ch'ella abbracciava un tre anni circa. Il Lindsay nota a questa espressione del nostro passo: Probabilmente, più d'un anno.

Simone coiaio.

Il mestiere di coiaio, o meglio: di conciatore di cuoio, era aborrito dai giudei; al punto che, se un uomo ammogliato si dava a cotesto mestiere, la moglie potea chiedere il divorzio. Il senso di ripulsione che il mestiere del coiaio destava, si spiega col fatto che chi lo esercitava, dovendo maneggiare delle bestie morte ecc., si trovava in continuo pericolo di contaminazioni cerimoniali. Ma quello che più ancora importa qui è il fatto di Pietro che va a star di casa da un coiaio! È un bel passo innanzi ch'ei fa sulla via della libertà cristiana. Ei sta per andare ai Gentili; questa dimora in casa d'un coiaio gli è già una buona preparazione a vincere gli scrupoli che cotesta missione gli sveglierà nella coscienza. Entrando da Simone, fa già, ripeto, un bel passo innanzi. Il resto verrà da se. La luce gli risplenderà progressivamente più pura che mai; lo splendore della luce da alto gli andrà crescendo, finché diverrà luce meridiana Proverbi 4:18.

Riflessioni

1. Gazzella era "una discepola", dice Atti 9:36; e il resto ci dice ch'ell'era "una discepola" nel vero senso della parola. Un largo corredo d'opere d'amore commendava la legittimità della sua fede. Ce ne son molti che pur si chiamano "discepoli", i quali sono pieni di parole e vuoti di fatti. Gazzella non era di cotesta classe. Non era di quelle che chiacchierano; era di quelle che fanno. I cristiani come Gazzella muoiono, ma lasciano di sè una memoria benedetta, che resta fra i viventi come un'eco dolce d'armonia lontana.

2. Non possiamo dire se Gazzella fosse povera o ricca; una cosa però sappiamo; ch'ella è lodata non solo per le limosine che dava Atti 9:36, ma anche per il lavoro che faceva con le proprie mani, a scopo di carità Atti 9:39. Ogni cristiano, per povero ed in umile condizione che sia, troverà sempre modo, se vuole, di far del bene al prossimo. Potrà lavorare come Gazzella; potrà visitare gl'infermi; potrà in cento altri modi mostrare che la sua fede non è morta, ma "operante per l'amore" Galati 5:6.

3. Le donne come Gazzella sono di una santa e pratica utilità dovunque si trovino; e sono una predicazione vivente della bontà e della potenza del, Evangelo. Che misera figura fanno, di fronte a Gazzella, quelle donne che non sono d'altro preoccupate che d'ornarsi esternamente! che sciupano la vita nel soddisfare la loro insulsa vanità, mentre potrebbero fare tanto bene a tanto minor costo! Coteste donne muoiono, e niuno se ne accorge e niuno le piange. Le donne che quando Dio le chiama nella eternità lasciano nel tempo un vuoto che molti angoscia, son quelle che esistono più per gli altri che per se stesse; quelle, la cui vita intera è il più bel ornamento della fede che professano.

4. Ho già notato la somiglianza che c'è fra questo miracolo di Pietro e quello di Gesù in casa di Giairo Marco 5:40-42. Qui è il luogo di porre in rilievo una differenza tra i due fatti. Nel fatto di Giairo è detto: "E (Gesù) presa la fanciulla per la mano, le disse: - "Talithà kúmi"; il che interpretato vuol dire: - "Fanciulla, io tel dico, lévati!" Marco 5:41. Nel nostro caso, invece, Pietro "si mette in ginocchio e fa orazione. Poi, rivoltosi al corpo, esclama: "Tabithà! lévati!" Atti 9:40. Nel caso di Giairo, il miracolo è fatto da Gesù di propria autorità. Egli è "l'autor della vita" Atti 3:15, "la risurrezione e la vita" Giovanni 11:25. Nel caso di Gazzella non è Pietro, in realtà, che compie il miracolo; è Gesù, che Pietro ha invocato. Pietro è il mezzo per cui il miracolo s'opera; l'autor del miracolo è Gesù. È quei di Ioppe che capirono l'importanza ed il significato del miracolo, non scelsero Pietro, ma "il Signore" come oggetto della loro fede Atti 9:42.

5. Prima di lasciare questa pagina maravigliosa della vita di Pietro sarà bene ch'io noti che la critica negativa non ha lasciato in pace questi due fatti d'Enea e di Dorcas. Lo Holtzmann ci vede una riproduzione di tipi antichi, dei quali l'immaginazione popolare si dilettava di cercare il riscontro nella vita e nell'attività degli uomini di Dio di cui pel momento si preoccupava. Si voleva dare a Pietro una rinomanza uguale a quella degli antichi profeti e simile a quella di Cristo. Così, la guarigione d'Enea diviene una variante della guarigione del paralitico, operata dal Signore (Matteo 9:1-8 e paralleli); e la risurrezione di Dorcas riproduce quella della, figliuola di Giairo (Marco 5:35 e seg.) o forse anche quella del figliuolo della Sunamita 2Re 4. Ora, questi tipi antichi, prosegue sempre lo Holtzmann, sono dei miti; le loro riproduzioni sono ugualmente dei miti... e non vale a pena di occuparsene. Il Pfleiderer poi, pone addirittura questo principio: - "In ogni narrazione leggendaria è di moda il connettere dei racconti conservati dalla tradizione, che abbiano fra loro qualche analogia, è di moda, dico, il connetterli con persone diverse e con luoghi differenti, quando presentino qualche punto di contatto". Il Barde, a cui debbo questo accenno alla critica negativa, ha ragione: - "Sta bene, egli dice: il principio l'avete posto; ma su che si basa egli? Quali prove irrefutabili ci date voi che ci costringano ad accettarlo per vero? Noi le cerchiamo cotesto prove, ma non le troviamo. Scrivere, a un qualcosa come diciotto secoli di distanza dai, fatti: "Le cose, sapete? le sono andate così e così, e non altrimenti"; negare ai testimoni immediati dei fatti ogni capacità di vedere e di capire; confinarli superbamente fra gli allucinati o i semplicioni, diciamolo pure, è giocar di fantasia; non è più trattar le cose con ispirito scientifico".

6. Non c'è mestiere, per quanto spregevole ei paia agli occhi del mondo, che non possa esser santificato. La casa del coiaio di Ioppe era vista di mal'occhio dagli uomini, ma era ben nota nel cielo Atti 10:6 ed amata dal Signore. In quella casa, Pietro, visto che in Ioppe c'era da far molto per l'opera di Dio, prende il suo domicilio. Non va a stare in casa di Gazzella; Gazzella l'avrebbe senza dubbio accolto; ma a Pietro preme di evitare anche l'ombra del sospetto ch'egli cerchi la propria gloria, che cerchi di farsi largo tra la folla che visiterebbe la casa, o che domandi una ricompensa per l'esercizio dei suoi doni miracolosi. Quindi, non va a stare in casa di Gazzella, ma in casa del coiaio. Il Martini, che al vers. 32 chiamava Pietro il capo di tutta la Chiesa, non dice se quello che oggi egli chiama capo di tutta la Chiesa e successore di San Pietro si contenterebbe di stare un annetto in casa d'un conciator di pelli!

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