Colossesi 2

1 E con queste ultime parole, l'apostolo s'affretta a spiegare ai suoi lettori che il segreto della sua spirituale energia e della sua morale potenza egli non l'ha in se stesso, ma l'ha trovata e la trova in Cristo.

Desidero che sappiate quale ardua lotta io combatta per voi e per quelli di Laodicea e per quanti non mi conoscono personalmente.

Il gruppo delle chiese frigie è in questo momento causa di grande ansietà al cuore dell'apostolo. Nelle chiese di Colosse, di Laodicea, e forse di Ierapoli, Satana, sfolgorante come un angelo di luce, abbaglia gli occhi degl'incauti con l'allettatrice visione di nuove, trascendentali dottrine. I ceppi impediscono a Paolo di volare in soccorso dei fratelli; non solo, ma quei fratelli non hanno nemmeno il conforto dei corinzi, per esempio, di conoscer Paolo di persona e di poter quindi, nell'ora dello scoramento, far rivivere dinanzi ai propri occhi l'eroica immagine dell'apostolo, e ricordare qualcuna di quelle sue parole di fuoco che ferivano sempre a morte i nemici del Vangelo. E questo nuovo pensiero desta nella grande anima di Paolo un nuovo contrasto di timori e di speranze, d'ansietà e di preghiere; una nuova lotta, insomma; una lotta, che niuna parola può esattamente descrivere.

2 Siano confortati nei loro cuori. Confortati,

dico, ma è poco. Il verbo che Paolo adopera ( παρακαλεω) non ha riscontro esatto nelle nostre lingue moderne. È da codesto verbo che nasce il nome di Paracleto Giovanni 14:16,26; 15:26; 16:7; 1Giovanni 2:1, dato allo Spirito; il qual nome è ricco nell'originale, ma povero nelle nostre traduzioni. Il verbo di Paolo implica le idee di «esortare, consolare, fortificare», d'infondere, insomma, perfetta calma e sicura tranquillità in un cuore agitato dalla furia d'un'orrenda bufera.

«Affinchè, stretti assieme per amore; siano confortati nei loro cuori...» E qual conforto può mai recare ai tartassati cristiani di Frigia, il sapere «l'ardua lotta» che l'apostolo combatte per loro? Un conforto grande può recare, per quella legge di profonda simpatia, che è come l'anima del corpo mistico di Cristo 1Corinzi 12:26-27. «Mal comune è mezzo gaudio», dice il proverbio; a significare che le pene ed i mali che affliggono molti al medesimo tempo, si sopportano dall'uomo meno dolorosamente. Ma il pensiero di Paolo è più profondo. Quando i credenti soffrono, ed oltre al portare con eroismo la propria croce cercano di aiutare i fratelli a portare la loro, questo sentimento di cristiana simpatia passa come un rinvigorente fluido divino per le fibre della Chiesa, e rende meno grave la croce d'ognuno.

Stretti insieme per amore.

L'apostolo desidera di sapere i fratelli frigi non soltanto consolati da un sentimento di reciproca simpatia, ma anche da un sentimento di vivo affetto fraterno. Le due cose non si escludono; anzi, l'una è condizione all'altra. L'affetto fraterno, senza reciproca simpatia, non è che una triste forma d'egoismo; e la simpatia, senz'affetto fraterno, è una

«... bolla che da morta gora

pullula a un tratto, e si risolve in nulla».

E conseguano tutte, la dovizia della piena certezza intellettuale.

All'apostolo non basta una intelligenza parziale dei tesori che Dio ha rivelati in Cristo; egli ne desidera un'intelligenza, che abbracci l'insieme di codeste ricchezze. Non si tratta dell'intelligenza d'una verità, quindi; ma dell'intelligenza della verità, nella mirabile e perfetta armonia di tutte le sue parti. E neppur questo basta all'apostolo; egli desidera, di codesta verità, un'intelligenza completa ed al tempo istesso certa. A che giova infatti una vacillante intelligenza delle cose di Dio? A nulla; perchè non serve nè a rispondere ai bisogni del cuore di chi la possiede, nè vale a persuadere altrui.

3 Per conoscere il mistero di Dio Cristo, cioè, nel quale tutti i tesori della sapienza e della scienza stanno nascosti.

Le varianti qui si moltiplicano, nel testo originale, senz'alterare però il concetto fondamentale del passo. Fra tutte codeste varianti, io preferisco quella che legge nel modo che ho tradotto; la preferisco, perchè ha il suo stabile punto d'appoggio là dove abbiamo veduto che l'apostolo, parlando del «mistero occulto da secoli e da età ma ora svelato ai santi di lui», definisce codesto medesimo mistero dicendo: «Cristo fra voi la speranza della gloria» Colossesi 1:26-27. Cristo dunque è la verità che Dio rivela agli uomini e che Paolo predica. Conoscer Cristo superficialmente o confusamente, non basta, dice l'apostolo; l'ideale è conoscerlo con chiarezza, con limpidità, a fondo ( εις επιγνωσιν του μυστηριου του θεου), poichè «in lui stanno nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza». Ogni parola vuol esser qui ben ponderata; altrimenti, la forza e la grandezza del pensiero di Paolo ci sfuggirebbero, e sarebbe davvero peccato.

In Cristo,

che è quanto dire, nella persona, nell'opera, nella parola, nella dottrina, nell'esempio di Cristo, si trovano non soltanto dei tesori, ma tutti i tesori; la sintesi, cioè, di tutte le possibili e immaginabili ricchezze del mondo morale e spirituale. E l'apostolo specifica. Di questi tesori, parte si riferisce alla sapienza, e parte alla scienza.

Or qual'è il divario che passa fra «sapienza» e «scienza?» Sapienza ( σοφια) secondo Paolo, è tutto ciò che riguarda il viver pratico, la condotta giornaliera, la vita spicciola. E la «sapienza» di cui si parla in Proverbi 8 e nella lettera di Giacomo 1:5; 3:13,15,17; è quella parte dello scibile, insomma, che disegna praticamente il modo con cui la vita può conseguire il suo scopo. Scienza ( γνωσις) invece, è per l'apostolo cosa tutta dell'intelletto. Meno pratica e più speculativa della sapienza, è propria, della mente che sulle ali della speculazione si slancia alla conquista delle verità eterne che Cristo irradia col fulgor della sua luce. Tutti codesti tesori sono «in Cristo», afferma Paolo; ma, aggiunge, nascosti in lui. Non c'è dunque da immaginarsi che si trovino a fior di terra, in modo che anche lo sbadato viandante v'inciampi dentro e li trovi. Tutt'altro; sono come i tesori sepolti nelle viscere delle montagne; per iscoprirli e per giungere a possederli, ci vuole il lavoro arduo, intelligente, perseverante. «Tesori», «sapienza», «scienza», «nascosti», erano le parole favorite dei filosofi gnostici delle chiese frigie; e Paolo, da maestro provetto, le coglie a volo, e le rimanda ai colossesi non più vuote di senso ed inintelligibili, ma ricche d'un nuovo significato che può renderli savi a salvezza, mediante la fede che è in Cristo Gesù 2Timoteo 3:15.

Riflessioni

1. Le lotte e le aspirazioni dell'apostolo non sono senza insegnamento per noi Colossesi 1:29; 2:1. Ai ministri ed a tutti quelli che in un modo o in un altro lavorano nel campo di Dio per la propagazione del Vangelo, esse insegnano che il ministerio al quale sono chiamati, è una «fatica», una «lotta energica», che esige l'assorbimento di tutto il loro tempo e l'intera consacrazione delle loro forze. L'operaio che si sente pienamente soddisfatto quando ha materialmente compiuto il meno che può dei suoi quotidiani doveri, è uno scansafatiche. L'evangelista che alla fine d'una settimana di gestazione sale in pulpito e ne scende a rotta di collo, felice d'aver dato lassù alla luce il suo mostriciattolo, non è un evangelista; sarà un mestierante, sarà un manipolatore di pasticci omiletici, sarà un ammannitore di cibrei teologici, ma un evangelista, ripeto, no. L'apostolo, di tipi a quel modo non si preoccupa; è dell'evangelista serio, ch'egli si preoccupa; ed all'evangelista serio, che scende dal pulpito dopo aver fedelmente annunziato gli oracoli di Dio, l'apostolo s'accosta e susurra: E la preghiera che accompagni il sermone, e l'ansia per le anime deboli ed incerte, ed il santo entusiasmo per il trionfo del regno di Dio, e le angoscie dello scoramento, e le segrete lotte combattute nel silenzio della comunione con Cristo, dove sono?...

2. Com'è sublime quella corrente di simpatia che passa fra l'apostolo e le chiese di Frigia! Colossesi 2:1-2. I credenti di Frigia soffrono per la malaria dell'ambiente, e Paolo è in prigione. L'apostolo informa i colossesi delle sue fatiche, delle sue lotte e delle sue angoscie non già per atteggiarsi a martire o per strappare dal cuor loro una parola di commiserazione, ma perchè siano «confortati», ricordando che nella comunione del patire sta la prova più certa della legittimità della loro vocazione. La lettera di Paolo andrà fino a quei di Laodicea Colossesi 4:15; e quella ch'egli scrive ai laodicesi, andrà fino a Colosse; e mentre, imprigionando Paolo, i nemici del Vangelo crederanno di aver dato il colpo di grazia al cristianesimo, e mentre in Frigia i dottori faranno già conto di spartirsi le chiese che altri ha fondato, un fremito passerà per le membra di Cristo sparse in Frigia e nella solitudine del carcere apostolico; il fremito divino che ravviva gli oppressi e rende eroica la, fede abbattuta.

3. L'apostolo non ama gli eterni bambini della, fede Colossesi 2:2. Niuno fu senza dubbio più affettuoso e più mansueto di lui, verso quelli che «avea generati in Cristo mediante l'Evangelo» 1Corinzi 4:15. EGLI li allevava teneramente con la sollecitudine d'una balia 1Tessalonicesi 2:7 e li esortava e li consolava uno ad uno come un padre fa per i propri figliuoli 1Tessalonicesi 2:11; al tempo istesso però, egli bramava di vederli crescere, camminar da sè, diventar giovani e robusti, ed uomini maturi nella fede. Anche per i colossesi e per tutti i cristiani di Frigia egli ha questa brama; quindi, il grande ideale ch'egli fa muovere sul loro orizzonte: l'ideale «della dovizia d'una piena certezza intellettuale». E perchè non faremmo noi nostro codesto ideale? Quanta gente, che pur si chiama cristiana, vive incerta e nelle titubanze di chi si trova appena nelle prime crisi della fede! La lettura d'un libercolo, l'obiezione d'un avversario, lo scherno d'uno dei soliti «spiriti forti», bastano a totalmente ottenebrare il pensiero di codesta gente. E perchè mai? Perchè non ha mai procurato di giungere a quella «piena certezza» ed a quella profondità di convinzioni, che rendon l'uomo tranquillo in mezzo ai sussurri dello scherno e del dubbio; tetragono, in mezzo agli assalti ed alle spavalderie dei nemici.

4. Ma nell'ordine delle cose spirituali si può egli veramente arrivare ad una «piena certezza?» Senza dubbio, risponde Paolo. Il «mistero di Dio», che è quanto dire «Cristo, speranza della nostra gloria», può non solo esser «conosciuto», ma «conosciuto con chiarezza, esattamente, a fondo». In Cristo è la scienza della vita, è la soluzione del grande problema etico, è la risposta ad ogni tormentosa domanda del nostro spirito immortale. «In lui stanno nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» Colossesi 2:2-3. «Nascosti!...» Riflettiamo un istante su questa parola. Ci sono di quelli i quali pensano che i tesori di Cristo si scoprano senza sforzo, senza fatica; e che dico «si scoprono?...» che si trovino addirittura come si trovano i funghi per le selve. Parlate di studi accurati e seri? Per loro, son dei vecchiumi rabbinici. Parlate d'ebraico, di greco, d'archeologia biblica, d'ermeneutica, d'esegesi? Vi guardano in faccia stralunati e poi se ne vanno via, ponendo seriamente in dubbio la vostra eterna salvazione. Per loro, Cristo è nè più nè meno di ciò che è l'America per molti dei nostri poveri contadini; il paese dai fiumi di latte; dove il terreno è distribuito «gratis et amore» a tutti quelli che ne vogliono; dove le vie son lastricate d'oro, e dove la ghiaia delle strade è di diamanti in ciottolo. No, no, dice l'apostolo. I tesori che sono in Cristo, sono nascosti in lui, e richiedono, da chi aspira a possederli, lavoro, perseveranza, lotte, agonie.

5. Quant'è prezioso quel Cristo che ha in sè la risposta a tutti quanti i problemi della vita! Colossesi 2:3. Non già che in Cristo, vale a dire, nella persona, nell'opera, nell'esempio, nella dottrina di Cristo troviamo i milioni di risposte che corrispondano ai milioni di dettagli ond'è composta la nostra esistenza quotidiana; ma quei milioni di dettagli si riassumono nella sintesi di centinaia e centinaia di gruppi, che sono ancora riducibili ad un altro minor numero di gruppi più comprensivi che mai, i quali tutti son regolati da quei sublimi e sicuri principi che la scienza umana ignora, ma che Cristo rivela a chi «affamato ed assetato della vera giustizia» Matteo 5:6, a lui si avvicina. Non siamo dunque di quelli che «sognano», ma siamo di quelli che «cercano»; che cercano in Cristo, all'ombra di Dio, ed animati dal sovrumano potere dello Spirito eterno.

4 

TERZA PARTE

PARTE POLEMICA

Colossesi 2:4-23

La terza parte della lettera consta di sei sezioni, che intitoliamo così:

1. PAOLO, CONTEMPLANDO IN ISPIRITO LA PROSPERITÀ DEI CRISTIANI DI COLOSSE, MANDA LORO DAL SUO CARCERE UN GRIDO D'ALLARME ED UNA PAROLA D'ESORTAZIONE. Colossesi 2:4-7.

2. L'APOSTOLO METTE I COLOSSESI IN GUARDIA CONTRO L'APOSTASIA. Colossesi 2:8-10.

3. LA CIRCONCISIONE DEL NUOVO PATTO. Colossesi 2:11-12.

4. DA MORTE A VITA. Colossesi 2:13-15.

5. PAOLO ED I SUOI AVVERSARI. Colossesi 2:16-19.

6. L'ULTIMO ATTACCO. Colossesi 2:20-23.

1. Paolo, contemplando in ispirato la prosperità, dei cristiani di Colosse, manda loro dal suo carcere un grido d'allarme ed una parala d'esortazione. Colossesi 2:4-7.

Questo io dico, affinchè niuno vi tragga in inganno per via di seducenti parlari; chè, s'io di persona son lungi, pure in ispirito sono con voi, esultando e mirando l'ordine vostro e la stabilità della vostra fede in Cristo. Nel modo dunque che vivete ricevuto il Cristo, Gesù il Signore, in lui camminate, avendo in lui messo radice ed essendo edificati su lui e consolidati mediante la fede, come v'è stato insegnato, e abbondando in azioni di grazie.

L'apostolo, benchè in carcere, vive in ispirito coi suoi: e considerando lo splendido dramma che è l'evoluzione della vita spirituale dei colossesi, e sta come uno spettatore interamente assorbito dallo spettacolo che gli si va svolgendo dinanzi.

Esultando...

Epafra Colossesi 1:8 gli avea fatta palese la spiritualità dell'amore dei colossesi e gli avea recate tante altre consolanti notizie che gli riempivano il cuore di canti di riconoscenza e del bisogno profondo di pregare più che mai per la prosperità spirituale dei cari fratelli di Frigia. Ora l'apostolo esulta ed ammira due fatti: l'ordine e la stabilità dei fratelli di Colosse. Le due parole l'apostolo prende ad imprestito dal vocabolario militare. I cristiani della chiesa di Colasse erano senza dubbio pochi più d'un pugno, in mezzo al rimanente dei cittadini; ma un pugno di prodi, ordinati e compatti. La fede era l'anima di cotest'ordine e di cotesta compattezza; e non fede in genere, ma fede in Cristo; cioè, non soltanto in Gesù crocifisso, ma in quel Gesù che «Dio ha fatto Signore e Cristo» Atti 2:36. Disturbare l'ordine e ruinare la compattezza dei colossesi era il programma dei falsi dottori di Frigia. L'apostolo ha capito codesto programma; e mentre esulta e contempla, un grido d'allarme ed una vigorosa, parola di esortazione gli erompono dal cuore.

Niuno vi tragga in inganno per via di seducenti parlari!

È il grido d'allarme. Paolo non fa nomi, ma si sente subito a chi miri; a quei falsi dottori che con discorsi speciosi, subdoli, cercano di gabellare l'errore per verità schietta e sincera.

6 E al grido d'allarme tien dietro l'esortazione, che è il riassunto di quanto l'apostolo ha detto finora «Nel modo dunque...», e che contiene cinque idee importanti e preziose.

1°) Camminate in lui. Chi dice «Camminate» nel senso di Paolo, significa moto, evoluzione, attività; e comprende tutte le varie manifestazioni della vita spirituale e morale.

Camminate in Cristo, Gesù il Signore, secondo che lo avete ricevuto, o come v'è stato insegnato;

e allude evidentemente al ministerio che Epafra aveva esercitato fra loro Colossesi 1:7. Secondo dunque tutto quello che Epafra Colossesi 1:7 v'ha insegnato circa il Cristo, Gesù il Signore; circa colui, cioè, che è il Salvatore delle vostre anime immortali ed al tempo istesso il Signor dei signori Apocalisse 17:14; 19:16 e la speranza della vostra gloria Colossesi 1:27, vivete in modo che nella vostra condotta si vegga per riflesso la gloria della condotta di lui; e che il mondo possa dire, mostrandovi a dito: Ecco, nella vita dei discepoli, rivive la vita del Maestro!

7 2°) Per giungere a tanto, è necessario che abbiate messo radice in lui; vale a dire, è necessario che l'opera, la dottrina, il carattere di Cristo siano come il suolo in cui voi piantate le radici della vostra vita morale; il suolo da cui assorbite i succhi vitali di cui avete bisogno; ed in codesto suolo più profonde metterete le vostre radici, e più la vostra vita morale sarà duratura e feconda.

3°) Poste così le radici in cotesto suolo, si tratta di svilupparsi progressivamente, di dar dei frutti secondo la stagione Giovanni 15:16. E tutto questo l'apostolo esprime col suo essendo edificati su lui. Le nostre traduzioni non possono rendere in tutta la sua ricchezza l'idea della parola originale, che significa propriamente: dato un fondamento, su cotesto fondamento, per via, d'un lavoro progressivo e costante, trar su il resto del fabbricato ( εποικοδομεν: επι, sopra; οικοδομεω, fabbrico). L'idea dell'apostolo è dunque questa: Su lui, che è Cristo, ponete il fondamento; e sopra codesto fondamento, per via d'un lavoro continuo e perseverante, tirate su l'edificio della vostra vita morale. E il concetto che abbiamo qui in germe, troviamo sviluppato in Efesini 2:20-21.

4°) Consolidati mediante la fede. Fin qui Paolo ha considerato i colossesi dal punto di vista della loro condotta, del suolo in cui aveano a mettere radici e del fondamento sul quale doveano trar su l'edificio della propria vita morale. Ma per «camminare» e per «edificare» i colossesi hanno bisogno di forza: e cotesta forza essi avranno mediante la fede; mediante, cioè, la, comunione intima con Dio per mezzo di quel Cristo che, quando vive in noi, trasfonde una energia divina nella nostra umana debolezza.

5°) Abbondando in azioni di grazie. Mentre camminate in lui ed in lui mettete le vostre radici e su lui elevate con ardore l'edificio della vostra vita morale, s'odano d'ogn'intorno i vostri canti di riconoscenza e le vostre grida di giubilo. Il piacevole sguardo dell'Eterno riposa sempre sull'attività di colui che opera, non dimentico dei benefici passati e sicuro dei benefici avvenire.

Riflessioni

1. La chiesa di Colosse ci dà un esempio stupendo d'ordine, di compattezza, di stabilità nella fede in Cristo Colossesi 2:5. L'ordine rende possibile la presenza divina 1Corinzi 14:33; la compattezza e la stabilità nella, fede rendono vani gli attacchi del maligno 1Pietro 5:8-9; Giacomo 4:7. Ma è naturale; resistenza efficacemente difensiva e contrasto energicamente offensivo non sono possibili, senz'ordine e senza disciplina. Alcuni negano cotesta necessità d'ordine e di disciplina, accentuando in modo tutto loro l'idea di libertà che, senza dubbio è l'anima stessa del concetto di Chiesa cristiana. Ma esagerano, secondo me. La Chiesa cristiana è una creazione dello Spirito Atti 2 quindi è libera 2Corinzi 3:17; ma libera di una libertà che si esplica nell'ordine. Se aspiriamo quindi ad avere Iddio con noi ed a trionfare sul male in tutte le sue forme, imitiamo i colossesi, e siamo anche noi un esercito che si muove come un uomo solo, agli ordini del suo Capo celeste. Guardiamoci da tutto ciò che dissolve; non ci dispiaccia d'esser corretti dalla parola di Dio; e mentre guardandoci attorno, malgrado tanta diversità di doni e di condizioni sociali, possiamo esclamare con un sentimento di nobile soddisfazione: Siamo tutti fratelli! non rinunziamo alla gloria di poter anche aggiungere: Fratelli d'una famiglia bene ordinata e composta.

2. Il numero non importa. Non sono le moltitudini disorganizzate quelle che resistono all'impeto dei nemici; chi resiste e vince son quei pochi che saldi, serrati, tengono alti e ben compatti gli scudi della fede ed oppongono così ai dardi infocati del maligno una inespugnabile muraglia. Una cosa è necessaria però: che ogni individuo sia di tutto punto armato, per conto suo Colossesi 2:6. Niuno, nel combattimento della, fede, può difendersi con le armi altrui; niuno può coprirsi con lo scudo del vicino. E invece quanti ve ne sono, anche oggi, che si sdraiano comodamente al placido rezzo della religione dei padri, e quanti che credono di sfuggire «all'ira a venire» accoccolandosi tranquillamente sotto le tettoie della propria pieve!... Non è a quel modo che si combattono le lotte morali. L'elmo della salvazione, la spada dello Spirito e lo scudo della fede Efesini 6:16-17 non sono delle immagini intese ad abbellire un astratto fantasma di Chiesa, ma sono degli oggetti che debbon far parte del corredo particolare d'ogni soldato cristiano. «Nel modo che avete ricevuto il Cristo, Gesù il Signore, in lui camminate!» Se dunque, per la predicazione udita o per la lettura fatta del Vangelo abbiamo ricevuto Cristo come il Salvatore delle nostre anime immortali, come il Signor dei Signori e come il Re dei re, «camminiamo in lui»; si vegga, cioè, che la dottrina astratta, che avevamo afferrata con la mente, è divenuta un fatto reale nella nostra condotta, giornaliera; e che abbiamo sul serio capito che l'imitare quem colis è anche per noi il fine supremo della vita.

3. L'apostolo c'invita ad un serio esame del suolo su cui abbiamo cominciato a edificare il nostro edificio morale. Ricordiamocelo bene. La forza nostra non è nel suolo dell'io; è in un altro suolo; è nell'opera, nella vita, nell'amore di Cristo. Paolo, un tempo radicato nell'io, già si piegava tristamente, arido, in infecondo, ormai vicino a morire, ma, trapiantato da Dio nel terreno di Cristo, si ridrizzò come la palma e rifiorì come il giglio. Facciamo nostro pro dell'esperienza di Paolo, e lo «svilupparsi» e l'«edificare sul già posto fondamento» che riassumono tutta quanta la parte dell'etica cristiana che si riferisce ai doveri verso noi stessi, cesseranno d'essere il vano ed ingrato lavoro d'un tempo, e diverranno quel lavoro che non si può non amare, perchè ci prepara sempre delle nuove sorprese, ci consola ogni giorno con delle dolci ed inaspettate esperienze e trasforma tutta quanta la nostra vita in un inno di lode a quell'Iddio che ci è Padre.

8 2. L'apostolo mette i colossesi in guardia contro l'apostasia: Colossesi 2:8-10.

State attenti che alcuno non vi ghermisca come preda con la sua filosofia, e per via di vana frode, appoggiandosi sulla umana tradizione, sulle cose elementari del mondo e non su Cristo. Poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi avete pienamente ogni cosa in lui, che è il capo d'ogni principato e d'ogni potenza.

La parola usata da Paolo e che io traduco per alcuno non vi ghermisca come preda, è mirabilmente scultoria e non si trova in tutto il Nuovo T. che in questo passo soltanto.

Con la sua filosofia.

L'apostolo non intende qui condannare nè la filosofia in genere, nè alcun sistema filosofico speciale. E diciamolo pur subito: i commentatori i quali pensano che Paolo volesse qui sferzare o gli Epicurei, o i Platonici, o gli Stoici, o i Pitagorici, hanno preso un bel marrone. La specialità dell'apostolo non è la critica filosofica; e quanto al condannare così a test'alta la filosofia, bisogna aver di Paolo una conoscenza molto superficiale, per sospettarlo colpevole di esagerazioni tanto madornali. La filosofia è «la scienza delle ragioni ultime», dice il Rosmini; e la ragione ultima di tutte le cose è Dio, insegna l'Evangelo. Filosofia è «meditazione della morte», insegnava l'Isaia del profetismo pagano; intendendo ch'ella è studio di morire alla vita dei sensi per vivere alla vita dello spirito: e il concetto socratico pare addirittura un lampo del concetto etico maggiormente careggiato da Paolo Colossesi 3:5; Romani 8:13; Romani 6 e simili. E notisi, il termine «filosofia» non si trova che qui nel Nuovo T.; il che vuol dire che gli scrittori ciel Nuovo T. non ebbero mai la menoma idea d'accapigliarsi coi filosofi, e che la spiegazione del termine che appare qui come un solitario masso erratico, va cercata non fuori ma entro i limiti del testo, del contesto e dell'ambiente religioso della Frigia. Cerchiamovela dunque. La dottrina di quei falsi dottori a cui l'apostolo mira, era un miscuglio di nebulosa teosofia gnostica e d'ascetico essenismo giudaico; e cotesto miscuglio, col suo carattere speculativo, trascendentale, poteva benissimo esser gabellato per «filosofia» agli occhi di chi guardava le cose un po' così all'ingrosso, ed in un ambiente come quello in cui viveano le chiese alle quali Paolo scriveva.

Filosofia,

dicono quegli saccentoni che vengono a portarvi un nuovo Vangelo 2Corinzi 11:4; io, invece, esclama Paolo, la chiamo vana frode. Frode, perchè, cercando d'ingannare la vostra buona fede, tentano di farvi passare per sano cristianesimo quel che non è se non un impasto di corrotta speculazione e di giudaismo stantìo. Vana, perchè, non avendo in sè alcuna sostanza, non può esser utile nè al cuore, nè alla coscienza. E infatti, dove son'elleno le origini di cotesta filosofia: nell'insegnamento, nell'opera di Cristo? Nemmen per sogno. Sono in umane tradizioni ed in cose elementari del mondo. «Parádosi» tradizione, dice Paolo; e questa parola ha nel Nuovo T. due significati; l'uno, buono; l'altro, cattivo. Il primo si riferisce alla tradizione evangelica di cui abbiamo ormai tutto il contenuto nel Nuovo T., ed alla quale non c'è più nulla da togliere nè da aggiungere Luca 1:2; 1Corinzi 11:2,23; 15:3 e simili; il secondo si riferisce a quell'insieme d'insegnamenti orali non solo estraneo alla legge giudaica, ma in aperta contraddizione con lei, del quale Paolo fa cenno ai Galati 1:14 e Gesù pure ebbe a suo tempo ad occuparsi Matteo 15:1-9; Marco 7:1-3. Qui l'apostolo usa la parola «parádosi», «tradizione», in un senso generico; e dice «parádosi degli uomini», per accentuare il contrasto fra l'origine umana della pseudo-filosofia dei dottori di Frigia, e l'origine divina di quell'Evangelo che i colossesi hanno ricevuto da Epafra. E a che si riduce tutta codesta pseudo-filosofia? Si riduce ad un assieme di nozioni che, paragonate con le grandi verità e con i principi sublimi del Vangelo, non sono altro che delle cose elementari, delle cose da bimbi, dei primi rudimenti, insomma ( στοιχεια; Colossesi 2:8-20. Cfr. Galati 4:3,9). E che altro se non una cosa rudimentale può essere un concetto giudaico o pagano dinanzi a quell'Evangelo che per l'umanità intera è l'ultima e definitiva espressione della volontà di Dio?

9 E accennando a Cristo l'apostolo esclama: È in lui, è in Cristo, o colossesi, che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità!

Se mi fosse lecita: l'espressione, sarei tentato di dire che in queste parole è il perfetto ritratto metafisico di Cristo nella gloria. L'analogia fra la «casa» ed il «corpo» è familiare all'apostolo 2Corinzi 5:1. Anche Cristo, secondo Paolo, ha nei cieli la sua casa eterna: il suo corpo glorioso, cioè Filippesi 3:21; e in cotesta casa, o in cotest'involucro glorificato che dir si voglia, si manifesta non in modo incerto, passeggero, intermittente, ma abita, dimora, in modo costante e corporalmente, tutta la pienezza della divinità. Così, o colossesi, non badate ai filosofi gnostici che con le loro interminabili gerarchie vi danno una divinità sminuzzata in un confuso mosaico, ma a Cristo badate; il quale, vivente nei cieli, vi presenta nel suo corpo glorioso la pienezza della divinità in un tutto ineffabilmente armonioso e perfetto!

10 E voi avete pienamente ogni cosa in lui, che è il capo di ogni principato e d'ogni potenza.

E voi, che per la fede vivete in lui che riempie i cieli della sua gloria e regna sovrano sugli eserciti celesti Colossesi 1:16, avete pienamente ogni cosa.

Quali cose? Paolo non specifica. E chi mai potrebbe in questo caso specificare? Tutti i preziosi doni che arricchiscono il redento, il figliuolo di Dio; tutte le realtà gloriose che rispondono alle sue aspirazioni; tutta l'energia di cui ha bisogno per combattere il buon combattimento della fede e della vita; tutto quello, insomma, che per lui scaturisce dalla fonte inesausta di quella pienezza della divinità che abita in Cristo, è compreso in questo ispirato ogni cosa.

Riflessioni

A volte, mentre assorbiti dal pensiero delle sublimi cose che vi preoccupano ve ne andate taciti ma sereni per i fatti vostri, vi trovate ad un tratto accostati da qualche faccia sospetta. Sarà un tale che vedete per la prima volta; sarà un amico equivoco; sarà un libro che vi giunge in mano senza saper come, e lì per lì senza saper perchè. Quel tale, quell'amico, quel libro: Ma dimmi la verità, vi sussurrano: e tu ci credi proprio in codesta tua celeste eredità? Andiamo, via. sii filosofo! lascia codeste cose ai bimbi, alle donne, ai vecchi! Ci vuol altro a questi lumi di luna! Piglia la vita filosoficamente; godi quando puoi, e quanto all'avvenire... sarà quel che sarà. Questo vi sussurrano i filosofi da strapazzo, che pur troppo non sono tutti sepolti. in Frigia. E che hanno capito costoro di quella filosofia che è «amor di sapienza.» e che «cerca la morte della vita dei sensi a che libera si evolva la vita dello spirito che tende a Dio?» Ma che dite «filosofia!...» chiamatela «vana frode», esclama Paolo; e «state attenti che, per essa, qualcuno non vi ghermisca e vi faccia sua preda!» Un altro tale vi parla d'un cristianesimo profondo, difficile, di cui niun mortale può capir nulla se non sia illuminato da qualcuno che ne sappia più di lui. Codesto cristianesimo non è più quello che impara sulle ginocchia della mamma o nelle soavi e semplici pagine del Vangelo. E un altro cristianesimo, e un immenso «sistema filosofico». Nelle viscere di codesto sistema sta la dottrina di Cristo; ma su cotesta dottrina c'è, prima di tutto, un fitto strato di commenti e di pensieri patristici; poi, su cotesto strato, eccone un altro non men duro del primo: uno strato di decreti conciliari; poi eccone un terzo, ancor più fitto e più duro degli primi due: lo strato delle speculazioni dei dottori: poi ce n'è un quarto ancora, composto d'un miscuglio di nuovi decreti conciliare; e tutta questa immensa stratificata congerie di elementi così diversi, v'è gabellata da quel tale, per cristianesimo genuino. Sì, sì, lo so, egli vi dice: lo so che tu hai la parola di Dio; ma la parola di Dio non basta, perchè non ci si trova mica tutto quello che deve servir di norma alla fede!... Quante altre cose, che pur debbon servir di norma alla, fede, ci son venute per tradizione! Ed è in codesta «tradizione» che bisogna cercarle. Ma con tutta buona pace di quel tale, la «parádosi evangelica», norma legittima della fede, è tutta nel Nuovo T. Il resto, studiamolo pure, diamogli pure il pregio che merita dal punto di vista storico ed ermeneutico, ma non ci lasciamo andare fino alla inconcepibile profanazione di chi vorrebbe attribuire ad un decreto conciliare il medesimo valore d'una lettera apostolica. Quante volte ci figuriamo Gesù, turbato nello spirito, guardare quest'amalgama di cristianesimo divino ed umano! e quante volte ci sembra d'udirlo ancora esclamare, rivolto agli scribi responsabili del disgusto che gl'italiani hanno per le cose di Dio: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lungi da me!...» «Con la vostra tradizione che voi avete, ordinata, voi annullate la parola, di Dio!» Marco 7:6,13. Ed eccone un altro di codesti tali, che vi, dirà: Vangelo?! roba da medio evo! Oggi ci vuol altro!... Religione del dovere vuol'essere; religione di patria, religione della famiglia, religione della scienza, pace senz'armi, equilibrio fra capitale e lavoro... E sotto la scorza di codesti paroloni, ci sono, senza dubbio, delle idee nobili e grandi; delle idee, che appunto perchè vivono nella mente d'ognuno, io chiamerei gli elementi, «i rudimenti» della vita morale dell'umanità. «Dovere», «patria», «famiglia», «scienza», «pace», «felicità nel lavoro», non sono idee che i moderni tribuni abbiano create; sono ideali della coscienza universale. Chi pensò mai a farsi un ideale d'un diritto che divenga prepotenza, d'un dominio straniero che vi sbrani la patria, dell'immoralità dell'ignoranza, della guerra, della fame? Se così è, lo scopo della vita non potrà consistere nel bociare insensatamente qualche vano parolone, ma consisterà invece nel cercare e trovare il modo di dar corpo, realtà, alle grandi idee che sono nascoste sotto la scorza di cotesti paroloni. Facciamo dunque tanto di cappello a chi con savie leggi ed opportuni provvedimenti sociali cerca di rispondere a codesti supremi postulati della coscienza universale. Ma prim'ancora, fate largo a chi, discepolo di quel Cristo in cui abita tutta la pienezza della divinità, lavora con l'Eterno alla morale rigenerazione dell'individuo, memore della profonda parola del Maestro: «O voi fate l'albero buon, e il suo frutto sarà buono; o voi fate l'albero guasto, e il suo frutto sarà guasto. Dal frutto si conosce l'albero» Matteo 12:33.

11 3. La circoncisione del nuovo Patto: Colossesi 2:11-12.

È in lui che voi siete stati circoncisi non d'una circoncisione che mano di uomo abbia fatta, ma della circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne; essendo stati sepolti con lui nel battesimo, in lui e con lui siete anche stati risuscitati mediante la fede nella potenza di Dio, che ha risuscitato lui dai morti.

I dottori coi quali Paolo qui polemizza, sono dottori giudaizzanti; sono di quelli, cioè, che hanno accettato il cristianesimo che Epafra ha predicato; ma che non potendo del tutto staccarsi dalle cerimonie giudaiche in mezzo alle quali sono cresciuti e sono stati educati, vorrebbero mantenerle anche in mezzo al nuovo ordine di cose. Ed ecco il loro ragionamento: Quant'è a noi, giudei di nascita, che ci convertiamo al cristianesimo, la cosa è naturale; facevamo già parte di quel popolo eletto da cui è uscita la Chiesa cristiana, e il nostro passaggio dalla Sinagoga alla Chiesa, è legittimo e chiaro. Ma tutti questi incirconcisi che sono stati finora «alieni dalla repubblica di Israele ed estranei ai patti della promessa» Efesini 2:12, non, possono saltare a piè pari dal paganesimo nel cristianesimo. Si facciano almeno prima circoncidere, e siano come quei servi e quei forestieri che, se voleano partecipare alla Pasqua dei nostri padri, doveano passare per codesta trafila Esodo 12:44,48. Per farla corta; a mente di cotesti dottori, un pagano non potea diventar cristiano, se non a patto di farsi prima giudeo. E fu teoria funesta alla giovine Chiesa cristiana; e Paolo, un po' da per tutto, ma specialmente in Galazia, ebbe a, lottare lotte sanguinose coi fautori di una così madornale aberrazione. A ben afferrare qui la profondità del ragionamento di Paolo, è necessario che prima di tutto ci rendiamo conto esatto di quel che fosse la circoncisione. La circoncisione era il sacramento dell'antico Patto. L'origine del rito si perde nella notte dei tempi. EGLI non pare essere stato un rito esclusivamente israelitico; ad ogni modo, è nella famiglia d'Abramo che per la prima volta lo vediamo introdotto con un significato eminentemente religioso Genesi 17. La circoncisione è due cose.

1°) È il simbolo del rinnovamento e della purificazione del cuore.

Genesi 17:1; Deuteronomio 10:16; 30:6; Romani 2:27-29. Ogni maschio era circonciso all'ottavo giorno dalla nascita; all'alba della sua esistenza; appena appena la madre ed il bimbo che allattava, cessavano d'esser considerati impuri Genesi 17:10-14; 21:4; Levitico 12:2-3. Il rito consisteva nell'operare il taglio del prepuzio nel membro virile del bambino; nell'operare dunque un taglio là d'onde sgorgano le sorgenti stesse di quella vita che dev'esser consacrata a Jahveh. All'atto della circoncisione, si dava il nome al neonato Luca 1:59; 2:21; Genesi 17:5; 21:3. La qual circostanza non è punto accidentale; perchè, se consideriamo che i proseliti quando si convertivano al giudaismo prendevano degli nomi nuovi, e che tutti cotesti nomi imposti tanto ai bambini d'origine giudaica quanto ai proseliti avean sempre un alto significato religioso, è chiaro che il nome dato nel momento della circoncisione, dovea, per dir così, indicare il posto che un giorno il circonciso avrebbe preso in quell'assemblea di Dio in cui stava per esser introdotto.

2°) È li segno esterno dell'alleanza che Jahveh ha fatto col suo popolo.

E in questo senso, la circoncisione è un rito sacramentale; è la tessera che dà diritto alla partecipazione di quelle promesse che sono l'esclusivo patrimonio della repubblica d'Israele. Chi dice «circonciso», dice quindi un qualcosa di grande, di nobile, di glorioso. «Incirconciso», per converso, è sinonimo di ignobile e di vituperevole. «Circonciso» è il cuore puro, ubbidiente; «incirconciso» è il cuore impuro, ribelle a Dio Levitico 26:41; Deuteronomio 10:16; 30:6; Geremia 4:4; 9:26; Ezechiele 44:7.

«Incirconciso» è l'orecchio che non vuole ascoltare la parola di Dio Geremia 6:10; e quando l'israelita vorrà gettare un insulto atroce in faccia al suo nemico: Incirconciso!... gli griderà, Giudici 14:3; 15:18; 1Samuele 14:6; 17:26,36; 31:4; 2Samuele 1:20.

E torniamo alla lettera. Colossesi, dice l'apostolo, questi dottori giudaizzanti vi vorrebbero circoncidere perchè venite all'Evangelo non dal giudaismo, ma dal paganesimo. Ebbene, rispondete loro che voi della loro circoncisione non avete affatto bisogno, per il semplice motivo che siete già stati circoncisi. E se vi domandano: Quando? rispondete: Quando, per la fede in Cristo, siamo entrati in comunione con Dio.

È in lui che voi siete stati circoncisi.

E se vi domandano ancora: In che modo? e voi rispondete: Non come voi, con un coltello di pietra Esodo 4:24-26; Giosuè 5:2-3, ma senz'opera di mano d'uomo, per la virtù di quello Spirito che voi non conoscete! E se continuano a chiedervi: Ma chi v'ha dunque circoncisi? e voi replicate: Cristo; perchè la vostra, o colossesi, non lo dimenticate, è circoncisione di Cristo.

E se v'incalzano più che mai e v i gridano: Ma in che consiste, insomma, questa vostra circoncisione? e voi, di rimando: Essa consiste nello spogliamento del corpo della carne; nell'energico rinunziamento non già a ciò ch'è del corpo, creazione di Dio, ma a quell'organismo sensuale che è l'uomo vecchio Colossesi 3:9; Romani 6:6 che si corrompe a capriccio delle seducenti voluttà Efesini 4:22, e che sempre agli ordini del principe della potestà dell'aria Efesini 2:2, va per la ruinosa china di questo mondo Efesini 2:2; 1Giovanni 2:16. La circoncisione a cui vorrebbero sottoporvi, non è ella un simbolo del rinnovamento e della purificazione del cuore? Non è dessa l'atto simbolico della individuale consacrazione all'Eterno? E voi, colossesi, non l'avete voi già ricevuto questo rinnovamento del cuore? E dandovi a Cristo come avete fatto, non vi siete voi consacrati con tutta l'anima, con tutte le forze, con tutto il cuore, a quel Padre che v'ha tratti dalle tenebre ad una luce maravigliosa? 1Pietro 2:9 Dite dunque a cotesta gente che il simbolo della circoncisione non val più nulla per voi, appunto perchè avete già la cosa simboleggiata. Ditelo a codesti maestri, che per chi vive fra le gloriose realtà del nuovo Patto, le incerte ombre dell'antico non hanno più che un valore molto relativo.

12 Ma i dottori, sconfitti su questo terreno, poteano ritentar la prova sopra un altro, e dire ai colossesi: Sia pur come volete su questo punto; ma la circoncisione non è soltanto l'atto simbolico della individuale consacrazione a Iahveh; ell'è anche il segno esterno dell'alleanza che Iahveh ha contratta col suo popolo. Ora, poichè la circoncisione fu il segno divino dell'antica alleanza, perchè non la riterremmo noi anche come segno della nuova? No, risponde l'apostolo. A cose nuove, segni nuovi Matteo 9:17; e il nuovo segno della nuova alleanza è il battesimo, il quale non solo ha in sè l'idea fondamentale della circoncisione, ma esplica, completa, spiritualizza cotesta idea, e divien così un rito degno dell'alleanza che inaugura Matteo 28:19. Il battesimo, nella lettera che studiamo, è il simbolo d'un fatto già avvenuto nella vita spirituale di colui che si battezza, ed ha essenzialmente il carattere di «testimonianza», perchè presuppone la fede; una fede viva, e tale, che ha stabilito fra colui che si battezza e il Salvatore, una comunione intima e profonda. Per codesta comunione, il credente e Cristo diventano carne una medesima persona; e tutte le fasi per le quali il Cristo è passato nella sua vita. fisica, il cristiano che si battezza, le ha già riprodotte nella sua vita spirituale e le simboleggia adesso nel rito del battesimo. Cristo è morto ed è stato seppellito; ma non è rimasto nel sepolcro; è risorto trionfante ad una vita nuova e gloriosa. Il credente, che s'è unito a Cristo per la fede, è morto anch'egli alla sua vita di prima; è «morto al peccato» Romani 6:11, ad ogni atto di ribellione contro al suo Dio. Morto; ma non è rimasto cadavere; per la virtù vivificatrice dello Spirito, è risorto ad una vita, nuova!; nuova per aspirazioni. per affetti, per ideali. E il battesimo simboleggia tutto ciò, nella maniera più vivida che si possa immaginare. La vasca battesimale è il sepolcro di Cristo; il credente v'entra ed è tuffato nell'acqua, per indicare ch'egli è sepolto. Codesto seppellimento vuol dire: «Quanto al suo passato, quest'uomo è morto». Ma eccolo ch'egli riappare fuori dall'acqua e ch'esce dalla vasca battesimale. Che significa quest'atto? significa che, come Cristo è risuscitato ad una vita nuova, così anche il credente, ch'era morto al peccato, risuscita ad una vita di santità e d'intera consacrazione al suo Dio. Risuscita, dico, ma chi è, o che cos'è che lo fa risuscitare? La virtù dell'acqua forse? o forse qualche misteriosa energia sacramentale? No, risponde l'apostolo; s'egli risuscita, gli è soltanto mediante la fede in quella potenza, di Dio che ha risuscitato dai morti anche Gesù Efesini 1:19,20; 2:1, 4, 5, 6; 1Pietro 3:21. Il battesimo di cui l'apostolo parla, è battesimo d'adulti. E il battesimo dei bambini?... domanderà forse qualcuno. A questa domanda io rispondo col prof. F. Godet: «Il battesimo dei bambini, in questo passo, non mi sembra nè supposto,escluso. Il battesimo supposto qui è senza dubbio quello degli adulti, e degli adulti soltanto. L'atto del battesimo è posto tra la fede con la morte al peccato mediante la fede da una parte, e il rinnovamento mediante lo Spirito Santo dall'altra. Il battesimo, inteso così, suppone dunque il fatto attuale della fede e della morte al peccato, nello stesso modo che il seppellimento suppone la morte di colui che è sepolto. Ma al tempo istesso è chiaro che Paolo cita il rito del battesimo, così com'è nel momento in cui egli scrive. Il battesimo degli adulti era, per la natura stessa delle cose, il battesimo convenevole alla prima generazione dei credenti: poichè prima di parlare d'introdurre nella Chiesa i bambini, bisognava che alla Chiesa appartenessero i genitori. L'apostolo dunque non pensa ad escludere una forma che potrà poi sorgere, quando le circostanze saranno cambiate e quando la vita di famiglia sarà divenuta un elemento integrale della vita della Chiesa. Il solo problema che si tratta di risolvere è, se cotesta modificazione sia o no conforme allo spirito evangelico» (F. Godet. Comment. sull'Ep. ai Romani 6:1-4). E come ognun capisce, non è questo il luogo nè di studiare, nè di tentar di risolvere il tutt'altro che facile problema.

Riflessioni

1. Il contrasto fra i dottori giudaizzanti e Paolo, nella controversia relativa alla circoncisione, è veramente degno di nota. I dottori sono schiavi dei simboli e delle forme; Paolo è l'uomo dello Spirito e delle realtà. Codesta controversia è oramai definita. L'errore dei giudaizzanti che voleano ristabilire la circoncisione nella Chiesa di Cristo, è morto; ma la manìa delle forme, ch'era l'anima di codesta controversia, perdura anche oggi in seno alle chiese, ed è causa di guai non minori di quelli che l'antica manìa generava tra le chiese di Frigia. «Unità dello spirito nella varietà delle forme... ecco l'ideale evangelico!...» dice il ritornello comune a, tutte quante le «Marsigliesi» delle varie denominazioni religiose. E il ritornello, che fino ad un certo punto ed in un certo senso è vero, diventa una profanazione quando glorifica il settarismo della torma. Ci preservi Iddio dal settarismo della forma! da quel settarismo che non è vero possa vivere senza intaccare l'unità dello Spirito; ma che aizzando i fratelli a mordersi e a divorarsi, porta un funereo squallore nella Chiesa di Cristo Galati 5:15.

2. Al formalismo degli giudaizzanti l'apostolo oppone i benefici che sgorgano dalla redenzione compiuta da Gesù; e codesti benefici ei presenta come se fossero dei fatti dei quali il cristiano gode già pienamente. Vi si predica la circoncisione come simbolo del rinnovamento del cuore, dic'egli; ebbene, rispondete loro che voi codesto rinnovamento l'avete già ricevuto. Vi si predica la circoncisione come segno esterno del Patto che Dio ha fatto col suo popolo; e voi rispondete loro che il vostro «segno» è il battesimo; quel battesimo che avete ricevuto quando, essendovi uniti a Cristo per la fede, siete morti al peccato e risuscitati ad un'esistenza nuova. Or questa «morte» e questa «risurrezione» si può egli proprio dire che siano in tutti dei fatti realmente compiuti? Cerchiamo la risposta nello spirito del Vangelo. Ruggero Bonghi disse che «la Bibbia è il libro degli ideali.»; ed ebbe ragione. Anche il peccatore ed il credente vi sono presentati da un punto di vista ideale. Il peccatore, dico. E infatti, leggete la definizione che del peccatore è data nell'Antico T., e che è riassunta dall'apostolo nella sua lettera ai romani. Il peccatore, egli dice, è «un traviato, un uomo da nulla» Salmi 14:1-3; Romani 3:12; «un fraudolento» Salmi 5:9; Romani 3:13; «un essere velenoso» Salmi 140:3; Romani 3:13, «pieno di maledizione e di amaritudine» Salmi 10:7; Romani 3:14; «un assetato di sangue» Proverbi 1:16; Romani 3:15. E Pietro: Peccatore è l'uomo «che cammina in lascivie, in cupidigie, in ubriachezze, in gozzoviglie, sbevazzando, in nefande idolatrie» 1Pietro 4:3. E Paolo, agli efesini e nella nostra stessa lettera: Il peccatore è «un morto negli falli e negli peccati» Efesini 2:1; Colossesi 2:13. Evidentemente, codesto è il peccatore ideale. Tutti quanti siamo peccatori; tutti quanti, più o meno, siamo scesi giù per codesta scala di degradazione morale; ma diciamolo pure; quelli che arrivano a codest'ideale, si contano sulle dita. E, per converso, che cos'è il credente? E un individuo «passato dalla morte alla vita» Giovanni 5:24; è «un cittadino dei santi e un membro della famiglia di Dio» Efesini 2:19: è uno che «dimora in Cristo e che, dimorando in lui, non pecca più» 1Giovanni 3:6: è uno che «essendo stato risuscitato da Dio, è fin da ora seduto nei luoghi celesti» Efesini 2:6; uno, che «non vive più sulla terra, ma vive nei cieli come nella sua città» Filippesi 3:20, perchè «è morto, e la sua vita, è stata ed è nascosta, con Cristo in Dio» Colossesi 3:3. E c'è egli bisogno di dimostrare che qui si tratta del cristiano ideale? Anche Paolo, quando nel brano che abbiamo studiato ci parla del cristiano che s'è già «spogliato del corpo della carne» e che, morto alla sua, vita passata, vive adesso una vita nuova, pura, immacolata, santa, perfetta in Cristo, ci presenta il cristiano non già nel momento della lotta, ma nel momento del trionfo; in una parola, egli ci parla del cristiano ideale. Tutti quanti siamo ancora nella lotta; e se l'apostolo scrive di cose che sono al di là dei limiti della nostra esperienza morale, egli non lo fa mica per disanimarci; tutt'altro; è l'ideale, ch'egli pone dinanzi agli occhi della nostra fede: quell'ideale che sgomenta gl'imbelli, ma sorride e dà forza agli eroi. L'ideale cristiano non è un incerto e vaporoso fantasma; egli non esiste soltanto nella idea, ma vive in quel Figliuol dell'uomo che è «la speranza della nostra gloria». Egli stesso è l'ideale del credente; e chiunque combatte le proprie lotte morali avendo in lui fisso lo sguardo. «acquista sempre nuove forze; prende il volo come l'aquila; corre, e non s'affatica; cammina, e non si stanca» Isaia 40:31.

13 4. Da morte a vita: Colossesi 2:13-15.

E voi, che eravate morti nei falli e nella incirconcisione della, vostra carne, voi, dico, Egli ha insieme con lui richiamati in vita, avendoci condonati tutti i falli; avendo cancellato l'atto scritto contro di noi che coi suoi precetti c'era nemico, l'atto ch'Egli ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ed avendo spogliato i principati e le potestà, che ha trascinati in pubblico spettacolo, dopo averli mediante la croce debellati.

L'apostolo comincia enfaticamente con questo e voi, quasi volesse chiamare l'attenzione dei colossesi dalle preoccupazioni dottrinali dei dottori, ad un serio esame di loro medesimi. voi... ricordatevi che eravate morti nei falli.

La parola fallo ( παραπτωμα) significa qui l'adesione libera e volontaria dell'io alla naturale inclinazione corrotta; il volontario abbandono delle nostre facoltà, delle nostre forze, delle nostre membra al servigio di codesta segreta inclinazione.

E nella incirconcisione della vostra carne.

Quello che significhi questa incirconcisione abbiam già visto studiando il Colossesi 2:11.

Incirconcisione, dal punto di vista giudaico, è tutto ciò che è sordo alla voce di Dio, e tutto ciò che a Dio si ribella Deuteronomio 10:16; Geremia 4:4. Tali dunque eravate, o colossesi; separati da quel Dio in cui soltanto sono le fonti della vita Atti 17:28; da lui separati a cagione delle vostre ribellioni e della vostra corrotta natura; quindi, morti; morti alla vita dello spirito e ad ogni vera e feconda esistenza morale.

Voi, dico, Egli ha insieme con lui richiamati in vita.

Dio, cioè, per mezzo di quel Cristo nel quale avete creduto e col quale siete divenuti una medesima cosa, vi ha risuscitati. Iddio, come ha liberato Gesù dai lacci della morte fisica, ha così liberati voi dai lacci della morte morale.

Vi ha richiamati in vita,

dice l'apostolo; usando un passato. Che vuol egli dire? Vuol dire che la risurrezione, ridotta da molti ad un fatto meccanico e confinata lontan lontano fra le nebbie di un imperscrutabile avvenire, è senza dubbio un fatto che si completerà nell'avvenire, ma è al tempo stesso un fatto che comincia nel passato e che si esplica nel presente. L'io risuscita nel momento della conversione, al contatto di Gesù morente; s'evolve durante la sua progressiva santificazione per via d'una continua comunione spirituale col Cristo che vive, ed è glorificato nel momento istesso in cui godrà della visione immediata della gloria del Signore Colossesi 3:4; 1Pietro 1:5,7; Filippesi 3:21; Romani 13:11. Fra le molte crisi della nostra esistenza, la morte fisica è la suprema: è la crisi in cui l'io non dice alla terra «la vita che mi desti, ecco, ti rendo», ma dice piuttosto, «la carne che mi desti, ecco, ti rendo»; quella carne che «non può eredare il regno di Dio» 1Corinzi 15:50, e che, uscita dalla polvere, alla polvere deve tornare Genesi 3:19; Ecclesiaste 12:9. La morte fisica, dunque, nel senso volgare di «cessazione di vita», non è un fenomeno del mondo spirituale; è un fenomeno del mondo sarchico, carnale. Nel regno di Dio è la vita che regna; la morte non v'esiste più che come un fatto secondario. Cristo, in teoria, ha recisamente negata la importanza della morte per colui che crede; e coi fatti, producendo in luce l'immortalità e la vita per mezzo del Vangelo 2Timoteo 1:10, ha tolto al «re degli spaventi» Giobbe 18:14 tutto quello che anche per il credente egli potrebbe avere di tormentoso e di ripugnante. La, ragione ultima di cotesta spiritual risurrezione degli colossesi è nella croce di Gesù. L'apostolo alza in ispirito la croce di Gesù in mezzo ai suoi lettori; e mentre sembra esclamare: Questa è la causa della vostra risurrezione!... addita loro i vasti orizzonti che si aprono dinanzi a codesta croce. Ai piedi della croce, è il perdono di tutti i nostri peccati. Più in là, è l'abrogazione completa della legge. Più in là ancora, ove l'occhio si perde e dove non è più possibile di scorgere ogni cosa distintamente, è la completa sconfitta di tutti quei principati e di tutte quelle podestà, che cercavano d'arrestare il progresso del regno di Dio. E sulle tre sublimi visioni, la croce stende la sua grande e benefica ombra; quella croce, un giorno bagnata del sangue del Giusto Atti 3:14-15, oggi coronata di gloria celeste.

avendoci condonato tutti i falli.

È il primo fatto. «ci ha condonato»; non «vi ha condonato», come si è soliti tradurre. L'apostolo passa ad un tratto dalla seconda alla prima persona, e ci passa piuttosto bruscamente; ma come potrebb'egli accennare in modo freddo e obiettivo ad un fatto come quello del perdono dei peccati? Paolo dimenticherebbe egli il Saulo perdonato sulla via di Damasco? 1Timoteo 1:12-17. Ci ha condonato tutti i falli; fatti scientemente o per ignoranza; palesi od occulti, tutti quanti, Iddio, per un atto di quella grazia che ha nella croce la sua più sublime espressione, li ha perdonati; ed è nell'atto di perdonarceli, ch'Egli ha detto a ciascuno di noi ch'era morto nella incirconcisione della sua natura corrotta: «Sorgi e cammina!».

14 Cammina!... ma con qual norma? Secondo la legge, rispondono i dottori giudaizzanti. No, risponde Paolo, accennando una seconda volta alla croce. Iddio ha cancellato l'atto scritto contro di noi, che coi suoi precetti c'era nemico; e l'ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce.

Ho tradotto l'atto; l'apostolo dice il chirografo; l'atto legale, cioè, che porta obbligazione per via di tanti precetti specifici e ben definiti. Di qual legge intende parlare l'apostolo? Della legge cerimoniale? Della legge morale? Codeste distinzioni non esistevano ai tempi di Paolo; quindi, egli non ci poteva pensare. Nella legge, il rito, la morale, la dottrina formano un tutto omogeneo, e sono così strettamente, collegati, che mal si potrebbero separare. Quando dunque l'apostolo parla di legge, intende l'insieme di quei riti, di quei precetti morali e dottrinali, che noi, figli di altri tempi e d'altre idee abbiamo diviso, suddiviso e risuddiviso. Codesta legge, dice l'apostolo, ci era nemica.

Ed ecco in che senso. La legge è un severo pedagogo che dice al suo scolaro: «Non far questo, non far quest'altro», senza porgli però in cuore nè l'inclinazione al bene, nè la forza di fare quel ch'ei, gli comanda. Immaginatevi un tale, che non abbia ancora conosciuto nè il Vangelo nè Cristo. EGLI sospira per un ideale a cui, cosa moralmente snervato com'è, non si può accostare. Il bene che vorrebbe, non lo può fare; il male che vorrebbe fuggire, è quello invece ch'egli si sente costretto a fare. E qui, la legge gli si presenta; la legge, che accigliata e severa gli dice: Ecco; questo era il bene che dovevi compiere; cotesto, il male che dovevi evitare; ma questo bene non l'hai mai compiuto, e cotesto male, non l'hai mai evitato; quindi, io t'accuso. Tu sei reo nel cospetto di Dio; e Dio non ti lascerà impunito; un giorno o l'altro ti colpirà, perché, leggi!... «Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge, per metterle in atto» Deuteronomio 27:26; Galati 3:10. E ciò detto, se ne va lenta, minacciosa, con tanto di cipiglio, rigida come un inquisitore. Diremo noi che la legge si presenta «amica» al peccatore? Amica, quando gli propone l'impossibile, quando lo accusa, quando lo minaccia, quando non gl'infonde nel cuore alcun principio di vita per cui egli possa elevarsi all'altezza di quel bene che gli propone? No certo, la legge gli è nemica.

Nemica, ma di una nimicizia che finisce per concorrere anch'ella al bene di lui; perchè è appunto per via di quell'ideale che la legge gli propone, o per via delle terribili accuse o delle tremende minaccie di lei, che il peccatore giunge al risveglio della sua coscienza, alla convinzione della propria debolezza, al disgusto per il male ed alla sete di ciò che è veramente buono e bello. Per la legge l'uomo è tratto non lungi dai confini del regno di Dio; e quando la legge gli ha strappato dal cuore il grido: «Misero me uomo! chi mi libererà da questo corpo di morte?...» il grido dell'esperienza morale di colui che ha ricevuto il Vangelo, non tarderà a farsi sentire: «Ringraziato sia Iddio, che per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo ci dà la vittoria!» 1Corinzi 15:57; Romani 7:25. E quando questo secondo grido è uscito dal cuore d'un convertito a Cristo, che darem noi a questo convertito come norma per la sua nuova condotta? Gli daremo la legge? No, dice Paolo; perchè codesta legge Iddio l'ha cancellata, l'ha tolta di mezzo, l'ha inchiodata sulla croce.

La legge avea Cristo per termine Romani 10: 4; arrivati quindi a Cristo, la legge ha finito il suo compito. Ella è stata «il nostro pedagogo per condurci a Cristo» Galati 3:24; giunti quindi a Cristo, noi «non siamo più sotto il pedagogo» Galati 3:25. E Gesù stesso, non ha egli detto che «la legge ed i profeti sono stati fino a Giovanni?» Luca 10:16; a Giovanni che è l'araldo della nuova «economia»? La legge dunque è stata, certo, divinamente rivelata; ma ha avuto una missione temporanea; e venuto Cristo a recare i «futuri beni» da lei adombrati nella sua parte cerimoniale Ebrei 10:1 ed a completarne, e vorrei quasi dire a trasfigurarne la parte morale con la sfolgorante luce del Vangelo Matteo 5:17, la legge, nella sua forma primitiva, cessa perchè la sua missione è finita. Cristo solo, la sua vita, la sua morte, il suo Vangelo sono la norma del cristiano. Cristo, l'ideale dell'umano e la realtà del divino. Tutto questo non è un menomare il valore della legge; è un inquadrare la legge nella sua vera e propria cornice storica. Niuno dica: «Allora, se e così come tu dici, commettiamo pur l'adulterio; tanto, il comandamento «non commettere adulterio» non ha più da servirci di norma!...» Codesto sarebbe un ragionare da bimbi. Come se, nel Vangelo, Cristo non proibisse l'adulterio! Come se, anzi, a proposito dell'adulterio, Cristo non entrasse nell'anima del soggetto, e non facesse l'anatomia morale d'un fenomeno che la legge non considerava che da un punto di vista sarchico e superficiale! Matteo 5:27-28. Come se il caso stesso dell'adulterio non fosse per l'appunto citato da Gesù quale illustrazione d'un gran principio ch'egli stesso enunciava, per stabilire nel modo più limpido e più chiaro che si potesse immaginare, la vera relazione che è fra la Legge e l'Evangelo! Matteo 5:17: «Non crediate ch'io sia venuto per disfare la legge o i profeti; io non son venuto per disfare, ma per completare». Nel qual passo, il πληροω non ha il senso di Romani 8:4; 13:8; Galati 5:14 ma quello di Colossesi 1:9; Matteo 13:48; Filippesi 4:19; quello, cioè, di completare, perfezionare, eliminare ogni lacuna, riempiendola, ecc.

15 E finalmente:

Egli ha spogliato i principati e le potestà, che ha trascinati in pubblico spettacolo, dopo averli mediante la croce debellati,

conclude l'apostolo. È una visione, che corrisponde a quella che abbiamo ammirata in Colossesi 1:20. Là, era la luce della croce di Cristo che si proiettava fino nei cieli, fra le intelligenze celesti; qui, è la medesima luce che squarcia le tenebre delle potenze sotterranee. Quei principati e quelle potestà del regno delle tenebre, che fanno contrasto coi principati e con le potestà del regno della luce Colossesi 1:16, Iddio li ha debellati per mezzo della croce; li ha spogliati delle loro armi, dei loro indumenti; ed imposta loro la veste degli schiavi, li ha trascinati in pubblico spettacolo, incatenati al suo cocchio glorioso. Anche Gesù, fissando in ispirito lo sguardo in quella croce sulla quale, morendo, avrebbe trionfato, esclamava un giorno: «Ora sarà cacciato fuor il principe di questo mondo!» Giovanni 12:31; e in quel momento, l'anima sua poc'anzi turbata dovea calmarsi ed esultare, contemplando «Satana, cadente dal cielo, a guisa di folgore» Luca 10:18.

Riflessioni

1. Chi non ha la cittadinanza del regno di Dio è moralmente «morto», a cagione della sua corrotta natura e delle sue volontarie ribellioni all'Eterno Colossesi 2:13, Egli è ben vero che l'apostolo, dicendo «morti», considera le cose da un punto di vista ideale; nondimeno, a codesto ideale corrisponde una dolorosa realtà nella vita pratica dell'uomo lungi da Dio. Iddio solo è la fonte della vita, e noi viviamo in quanto siamo «in lui»; fuor di lui, diventiamo dei rami inariditi, inutili a noi stessi ed inutili e dannosi a quelli che ci stanno d'attorno.

2. Dio, però, non vuole cotesta «morte». Egli vuol risuscitare i «morti nei falli e nella incirconcisione della loro carne» Colossesi 2:13 Ed è per questo che ha mandato il suo Figliuolo nel mondo «acciocchè il mondo sia salvato» non per via di circoncisione come voleano i dottori giudaizzanti; non per via di astruse speculazioni come voleano gli gnostici; non per via di segrete virtù sacramentali come vorrebbero altri, ma «per mezzo di Cristo» Giovanni 3:17. «Io, dice Gesù, sono venuto affinchè abbiano vita, e ne abbiano abbondantemente» Giovanni 10:10. Più intima quindi sarà la nostra comunione con Dio mediante la fede in Cristo, e più abbondantemente la vita di Dio inonderà il nostro cuore.

3. Il sepolcro d'ogni «morto» è chiuso da una pietra, su cui sta scritto:

Egli

qui giace

non per volere di Dio

ma

per i propri peccati.

La parola di Cristo, che perdona tutti i falli al peccatore, ha un doppio effetto: rimuove la pietra che chiude il sepolcro e risuscita il povero morto. Una delle parole più consolanti del Vangelo è senza dubbio questa: «Egli perdona tutti i falli» Colossesi 2:13 cfr. Salmi 103:1-3. Se diciamo di non aver peccato, è vero che diamo una sfacciata smentita a Dio, il quale ci accusa peccatori; ma al tempo istesso è pur vero che, così dicendo, noi siam vittime d'una fatale illusione e ben lungi dalla verità. Se confessiamo invece a Dio i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterceli e da purgarci d'ogni iniquità 1Giovanni 1:8-10.

4. E voi, o risorti a vita nuova, dice l'apostolo, non vi ispirate più alle cerimonie d'un culto che è morto per sempre; non ad una legge che ha compiuto la sua missione, ma a Cristo ispiratevi; a Cristo, che col suo spirito vi fortifica; che col suo esempio v'offre l'ideale, e con la sua parola vi conduce per i sentieri del bello e del vero. E se talora, in su la sera, quando il sole tramonta al di là delle colline, e le prime ombre della notte dànno all'anima stanca un senso d'infinita stanchezza, se talora, dico, invade anche voi un senso di scoramento, come se il vostro lottare fosse vano e la speranza del trionfo di Cristo una illusione, volgete uno sguardo al passato e ritempratevi nelle pagine della storia, del mondo che segnan tutte un qualche trionfo della croce. Oppure, spingetelo innanzi, sul lontano orizzonte; e meditando la parola dell'apostolo, risuscitate la visione che abbiamo adesso contemplata. Salutate in fede il giorno della vittoria; il giorno in cui quel virtuale trionfo che Cristo ha già riportato sulla croce, diventerà un trionfo effettivo per tutto l'universo. E che dico? In quell'ora, rientrate in voi medesimi; in voi, ch'eravate «morti nei falli e nella incirconcisione della vostra carne». Non vi ha Iddio vivificati col Cristo? E voi, che siete, se non una parte di quel gran tutto che Dio ha «tanto amato?...» Giovanni 3:16. Certo, se il virtuale trionfo che Cristo ha riportato sulla croce non dovesse un giorno diventare effettivo, la redenzione sarebbe una battaglia perduta. Ma Dio non perde le sue battaglie; e la storia della nostra individuale redenzione, è l'epitome della futura, storia della redenzione universale Colossesi 2:13-15.

16 5. Paolo ed i suoi avversari: Colossesi 2:16-19.

Niuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o quanto a solennità annue od a feste mensili od a sabati; codeste cose sono ombre delle cose future; ma il corpo (cioè, la realtà) è di Cristo. Niuno a suo talento vi derubi del vostro premio per via d'affettata umiltà e di culto degli angeli mentre s'ingolfa nelle proprie visioni, si lascia vanamente gonfiare dalla sua mente carnale, e non s'attiene al capo, da cui tutto il corpo, ben fornito di giunture e ben compatto per via di legami, riceve quello sviluppo ch'e dato da Dio.

I dottori giudaizzanti voleano ristabilire nella Chiesa cristiana le prescrizioni levitiche circa il mangiare ed il bere; non solo, ma voleano ristabilirle, esagerandole; quasi mirassero a creare una sorta di ascetismo supererogatorio, squisitamente spirituale, e quindi più che mai accettevole a Dio. La legge levitica, per esempio, avea diverse distinzioni e diverse proibizioni circa il cibo Levitico 7:10-27; ma non proibiva il vino che a coloro i quali avessero fatto voto di nazireato Numeri 6:2-3; ed ai sacerdoti durante il tempo del loro servigio Levitico 10:9. Qui invece, ponendo le restrizioni circa il bere sullo stesso livello di quelle del mangiare cfr. Romani 14:21, i giudaizzanti andavano al di là dei limiti del precetto legale. E non contenti di ciò, voleano anche ristabilire le loro antiche feste. Codeste feste 1Cronache 23:31; 2Cronache 2:4 si dividevano in tre grandi gruppi.

1°) Le feste annue, ch'erano tre: quella di Pasqua, quella della Pentecoste e quella dei Tabernacoli Esodo 23:14-16; delle quali, la prima ricordava il fatto storico dell'esodo; e le altre due solenneggiavano le date principali dell'anno agrario; vale a dire, la mietitura ed il raccolto autunnale.

2°) Le feste mensili, che si riducevano alla neomenia o giorno delle calendi in cui, al suono delle trombe sacre, con olocausti e con sacrifici di lode, si celebrava, secondo l'uso di molti altri popoli antichi, il giorno della luna nuova Numeri 10:10; 28:11.

3°) Le feste settimanali, che si riducevano al sabato; il quale, a sua volta, diventava il centro di tutto un sistema di cicli sabatici: Sabato settimanale riposo per tutti Esodo 20:8-11. Settimana sabatica riposo ed esultanza al settimo mese d'ogni anno: Levitico 23:39-41. Anno sabatico Riposo della terra ogni ottavo anno: Esodo 23:10. Giubileo del sabato anno di grazia e di franchigia il cinquantesimo anno; ossia, ogni sette settimane d'anni: Levitico 25:8,12,39,40,54. Questa condizione di cose i dottori giudaizzanti voleano di nuovo mettere in vigore nella Chiesa cristiana.

Niuno dunque...

Questo dunque ci prova che questo brano della lettera è la conclusione di quello che Paolo ha scritto prima. Egli ha dimostrato che la legge mosaica e stata da Cristo «cancellata, tolta di mezzo, confitta sulla croce» Colossesi 2:14. Se così è, per qual ragione e con qual diritto risuscitarla?

17 Codeste cose sono ombre delle cose future.

Delle ombre; un qualcosa che annunzia e che suppone un corpo, ma che di per se stesso non ha ne vita nè sostanza.

Il corpo è di Cristo.

Il corpo, cioè la sostanziale realtà delle cose, è di Cristo; vale a dire, appartiene a colui che è il capo, il Signore, il glorioso inauguratore di quelle che gli antichi chiamarono cose future. Noi l'abbiamo codesta realtà: ne godiamo per fede; viviamo della luce che emana da lei; e voi, o dottori, vorreste ricondurci a brancolare in mezzo al regno incerto delle ombre?!...

Niuno vi giudichi,

dice l'apostolo, con una parola che definisce stupendamente il come il cristiano debba contenersi di fronte a codesto ed a qualunque altro analogo ordine di cose. EGLI non dice: «Tutte codeste proibizioni o distinzioni di cibi e di bevande, e tutta codesta varietà di feste, sprezzatele! non dice, ridetene! non dice: fulminatele! egli dice: Niuno vi giudichi quant'è a codeste cose; in codest'ordine di fatti, cioè, non date ad alcuno il diritto nè di imporvi comandamenti, nè di pronunciare sia pure una parola di giudicio. È a libertà che l'Evangelo vi chiama! «State dunque fermi nella libertà della quale Cristo vi ha francati, e non vi piegate di nuovo sotto un giogo di schiavitù» Galati 5:1. Questo dell'apostolo è un grido di libertà fatto echeggiare nel regno delle cose di secondaria importanza. Sulla bandiera di questo regno sta dunque scritto a lettere d'oro quello: In non necessari libertas, che non è d'Agostino; ma che anche prima d'essere di Ruperto Meldenio, fu di Paolo di Tarso. Ed all'ombra di codesta bandiera non è un comandamento d'uomo che possa far legge, ma è la coscienza individuale che diventa legge a se stessa Romani 14 passim.

18 Niuno a suo talento vi derubi del vostro premio.

Niuno; l'apostolo non fa nomi, ma «a buon intenditor poche parole»; e i colossesi lo sanno a chi egli miri.

Niuno a suo talento vi derubi del vostro premio traduco io. Altri rendono invece il passo per «Niuno vi suppianti a suo capriccio... Martini, o per «Niuno vi condanni a suo arbitrio...» Diodati. Ma è un fatto che, traducendo così, fanno sparire tutta quanta la bellezza che adorna il pensiero apostolico. L'espressione di Paolo è tolta ad imprestito dal vocabolario di quei certami non solo noti ma cari a chi abitava l'ambiente in cui viveano le chiese alle quali l'apostolo scrive. Ad ognuno di quei certami presedeva un giudice; colui, cioè, che dovea decidere a chi fosse da conferirsi il premio stabilito. Il verbo che l'apostolo usa, nell'originale, esprime «l'intenzione ostile del giudice verso uno che s'è legittimamente guadagnato il premio». Quindi la mia traduzione: «Niuno a suo talento vi derubi del vostro premio». Anche la cosiddetta «guicciardiniana» corregge bene la diodatina dicendo: «Niuno vi rapisca il palio a suo arbitrio...» Il vostro premio è sicuro, vuol dunque dire l'apostolo; esso consiste in una «corona incorruttibile» 1Corinzi 9:25, nella «corona della giustizia» 2Timoteo 2:5; 4:8, «della vita» Giacomo 1:12, «della gloria» 1Pietro 5:4. Da Cristo v'è aggiudicato; ed è Cristo che ve lo darà, alla fine della vostra corsa terrestre. Vegliate dunque a che costoro, sviandovi dal retto cammino, non vi derubino a lor talento d'un premio che «negli cieli è riserbato per voi» Colossesi 1:5; 1Pietro 1:4. E la fisonomia morale e religiosa di questi «costoro» eccola data in quattro magistrali pennellate.

Affettata umiltà.

Sono umili di quell'umiltà che nasconde un orgoglio sconfinato Matteo 7:15; Atti 20:29.

Culto degli angeli.

Predicano codesto culto appunto perchè son umili!

Iddio, vi dicono codesti collitorti, è troppo grande per la povera, meschina creatura. E come mai la creatura oserebb'ella accostarsi a Dio?... Egli è nell'immensità dello spazio, nello splendore d'una gloria eterna... e noi?... Noi, miserabili creature, rannicchiamoci nell'angolo più oscuro della nostra miseria! Che fortuna, che fra codest'angolo ed il trono dell'Eterno ci sia quella scala d'angeli che sapete! Se no, che sarebbe di noi?... Sussurriamo dunque umilmente la nostra supplicazione nell'orecchio dell'angelo di codesta scala, che ci è più vicino; e la nostra supplicazione, passando dai troni alle signorie, dalle signorie ai principati, dai principati alle potenze, giungerà di certo fino a Dio!... Più tardi, a Colosse, s'offriva un culto speciale all'arcangelo Michele, perchè si diceva che avesse fatto un miracolo. Si vociferava che avesse aperto il baratro in cui si precipitava il Lico. In un Concilio tenuto nella vicina Laodicea l'anno 364, codesta pratica fu condannata insieme all'altra delle preghiere dirette agli angeli. No, esclama Paolo, che nasconde il suo pensiero sotto il velo dell'ironia; no, codesta non è umiltà sincera; è affettazione d'umiltà; e ve lo dirò io chi son costoro; sono gente che s'ingolfa nelle proprie visioni. Altri traduce «che s'ingerisce in quel che non vide» (Martini); oppure: «che pone il piè nelle cose che non ha vedute» (Diod.). La variante, che dà luogo a questo diverso modo di tradurre, non è senza interesse. Alcuni codici il Textus Receptus e molti manoscritti, fra i quali non pochi di grande importanza, parecchie versioni, l'Ellicott ed altri hanno, come il Martini ed il Diodati, la forma negativa: «che non ha vedute». Altri invece il Sinaitico, l'Alessandrino e il Vaticano; il Lachmann, il Meyer, l'Alford, il Tregelles e la Revisione inglese del 1881 hanno la forma positiva: «che ha vedute». Quindi, due interpretazioni. Secondo la prima lezione, il senso sarebbe questo: Essi entrano e si seggono maestosamente a concilio in mezzo a cose che non hanno vedute; vi ragionano degli angeli come di loro vecchi amici, e vi parlano degli uffici di codesti angeli come se ne avessero ricevuto particolare rivelazione, o come se dipendesse da loro il determinarli. Secondo l'altra lezione, invece, il senso è: S'addentrano, si ingolfano in cose che loro, non altri, hanno vedute; in cose, cioè, che s'immaginano d'aver vedute: che non sono delle realtà, ma soltanto delle fisime di sovreccitate fantasie. In una parola, essi non sono altro che dei visionari e dei poveri illusi. Illusi di mala fede, però; perchè si lasciano vanamente gonfiare dalla loro mente carnale.

È la carne, che li domina; è l'orgoglio che li rode. Essi cercano una santificazione più nobile, più elevata, più spirituale di quella che Epafra ha predicato, e di quella alla quale Paolo esorta i cristiani di Frigia. Quindi, navigano nell'ignoto, nell'oceano delle fantasticherie, delle assurdità, delle illusioni. Come finiranno?... Male, senza dubbio. E l'apostolo, che non è soltanto un grande artista ma è anche un filosofo profondo, ci darà la ragione ultima dello strano fenomeno religioso che stiamo studiando.

19 Costoro non s'attengono al capo.

L'apostolo suppone che anche i dottori giudaizzanti e gli altri mistici a cui s'è rivolto, cerchino, a modo loro, si capisce, l'incremento del regno di Dio nella Frigia; e la immagine che usa, è qui appunto intesa a dimostrare quanto s'ingannino nei mezzi che scelgono a conseguire il fine. La Chiesa è il corpo di Cristo; i credenti sono le membra e Cristo è il capo di cotesto corpo mistico. Codesto corpo non è composto di membra sparse, sconnesse; esso ha giunture e legami.

È ben fornito di nervi; di veicoli, cioè, delle sensazioni da tutte le parti del corpo al cervello; ed è ben commesso per via di muscoli, che danno al corpo compattezza, stabilità e possibilità di moto Efesini 4:11-16. Codesto corpo non è dunque un corpo rachitico, ma un corpo sano, robusto, che cresce e si sviluppa. Dio stesso dirige codesto sviluppo, e ne è anzi l'autore.

E lo sviluppo Egli produce per mezzo di quel Cristo, che ha dato appunto come capo al corpo della Chiesa Efesini 1:22. Cercare quindi lo sviluppo del corpo di Cristo, separando codesto corpo dal suo capo; e cercarlo indipendentemente da Dio per via del legalismo giudaico o d'astruse speculazioni orientali, non è un volerne lo sviluppo ma è un prepararne addirittura la ruina.

Riflessioni.

Lo spirito giudaizzante dei dottori di Frigia non è del tutto spento; anche oggi rivive nelle cento distinzioni fra cibo e cibo, fra bevanda e bevanda, fra giorno e giorno, che vediam promulgate come leggi e imposte alla coscienza dei fedeli, tra sorde minacce d'anatema per i ribelli, e fra un concerto di rugiadose promesse per chi curva il capo ed obbedisce senza ragionare. Riassumiamo quindi, poi che ve n'è proprio bisogno, la linea di condotta che a questo proposito l'Evangelo ci traccia. Le distinzioni levitiche fra cibi puri ed impuri, fra pane azzimo e lievitato, le proibizioni circa le bevande e cose simili, sono radicalmente abolite; fanno parte di una legge che Cristo ha «cancellata, tolta di mezzo, inchiodata sulla croce» Colossesi 2:14. Sulle ruine di coteste distinzioni e proibizioni Cristo ha issata una nuova bandiera che porta scritto: «Non ciò che entra nella bocca contamina l'uomo, ma ben lo contamina ciò che esce dalla bocca» Matteo 15:11. E l'apostolo, facendo eco alla parola di Cristo: «Ogni cosa creata da Dio è buona, scrive a Timoteo; e niuna è da riprovare purchè usata con rendimento di grazie» 1Timoteo 4:4. In tesi generale, dunque, l'Evangelo ci emancipa dal legalismo dell'antico Patto. Ma se ci emancipa da cotesto legalismo giudaico, non è per farci schiavi d'un nuovo legalismo ecclesiastico più duro del vecchio; è per farci respirare a pieni polmoni l'aria fresca e sana di quello Spirito che, dove regna, produce vera libertà 2Corinzi 3:17. Infatti «Io so e son persuaso nel Signor Gesù che niuna cosa è per se stessa immonda» dice Paolo ai romani Romani 14:14; quindi, scrivendo ai corinzi «Mangiate pure, di tutto quello che si vende al macello senza farne scrupolo alcuno per la coscienza; perchè la terra, con tutto ciò ch'ella contiene, è del Signore» 1Corinzi 10:25-26. Nel qual passo, 1Corinzi 10:25 si riferisce, senza dubbio, a questo caso particolare: È cosa legittima o illegittima, per un cristiano, il mangiar carne già prima sacrificata agl'idoli? 1Corinzi 10:26, però, ci dà evidentemente il diritto di sviscerare, dal caso particolare, il principio generale che v'è contenuto. Ma se un tuo fratello che è debole in fede ha qualche scrupolo relativamente a quest'ordine di cose, non lo scandalizzare; fa' in modo di non urtarlo, ricordandoti che, urtandolo, potresti far perire un'anima per la quale Cristo è morto; quel Cristo, che con tutta quanta la sua vita t'ha insegnato che «i forti debbon sopportare le debolezze dei deboli» e che «quando si tratti del bene, devi esser sempre compiacente col prossimo» Romani 14; 15:1-3. Il digiuno entra nella cerchia di quei fatti che Paolo definisce «esercizi corporali» utili a poca cosa di fronte a quella pietà che è utile ad ogni cosa e che ha la promessa della vita presente e della futura 1Timoteo 4:8. Osservisi bene: l'apostolo non dice «è assurdo»; «non val nulla»; egli dice, «è utile a poca cosa»; a qualcosa, dunque, può esser utile. E poichè c'è un misterioso legame che unisce lo spirito alla materia, se tu credi che in certi giorni di speciale umiliazione o di speciale concentramento il tenere la materia incatenata col digiuno permetta allo spirito tuo d'espandersi più liberamente, fàllo pure. Cristo non te lo proibisce Matteo 9:15; Luca 5:35; basta che tu non v'annetta alcuna superba idea di merito Luca 18:12 e che tu non lo faccia per ipocrisia Matteo 6:16. Fàllo in segreto, e il tuo digiuno sarà anch'egli uno di quei sacrifici spirituali che non sfuggono agli occhi del Padre Matteo 6:18. E quanto alle feste, tu sai che Cristo istituì la domenica, coronandola della corona divina e gloriosa della propria risurrezione; che gli apostoli la raccomandarono con l'uso che ne fecero, e che lo Spirito finì con lo stabilirla quando, per via di lenta evoluzione, egli l'ebbe del tutto liberata dagli impacci del sabato giudaico. Hai tu però qualche giorno al quale tu annetta una speciale importanza? che tu stimi più degli altri? Per te, che lavori ai campi, è forse il giorno della ricolta? Per te, cittadino, è forse il giorno che ti ricorda una data che ti fa fremere, piangere, esultare? Per voi, genitori, è forse il giorno d'una qualche soave rimembranza domestica? E sia; festeggiate, festeggiate pure; senza dimenticare, s'intende, che la divozione che avete al giorno, va fatta salire al Signore Romani 14:5-6. In cotesto mangiare, in cotesto bere, in cotesti digiuni, in cotesta speciale osservanza di giorni, niuno vi giudichi dunque. Tutte coteste cose, cioè, non siano atti d'ubbidienza ad ordini o a proibizioni d'alcuno; siano la libera e sincera espressione di quello che la vostra coscienza individuale vi «detta dentro».

20 6. L'ultimo attacco: Colossesi 2:20-23

Se siete morti con Cristo alle cose elementari del mondo, perchè come se viveste ancora nel mondo vi lasciate imporre dei precetti quali: «Non pigliare», «non assaggiare», «non toccare»: Coteste cose, che son tutte destinate a perire con l'uso e son fondate sopra ordini e dottrine d'uomo, hanno è vero qualche, riputazione di saviezza in quanto sono l'espressione d'un culto volontario, di una tal quale umiltà e d'un austero modo di trattare il corpo, ma non valgono per nulla a dominare le cupidigie carnali.

Fuvvi un tempo, dice l'apostolo, nel quale, ancora lontani dall'Evangelo, vivevate, in fatto di religione, in mezzo a cose elementari; vale a dire, schiavi di precetti relativi a pratiche esteriori, pieni di aspirazioni buone ma sempre insoddisfatte, imbevuti d'idee incomplete circa la vostra condizione morale e circa il modo di tornare nelle braccia di Dio. In quel tempo, eravate all'abbiccì della religione; ma quel tempo è passato; e voi siete morti a cotesta grama, esistenza, e siete risuscitati ad una esistenza nuova dagli orizzonti sconfinati. E ciò, nel giorno in cui, dopo aver udito da Epafra la predicazione dell'Evangelo, vi siete uniti a Cristo per una fede viva e personale.

21 E se mediante la vostra unione con Cristo siete così morti a codesto passato, perchè, come se foste ancora viventi in quel mondo d'incertezze e di cose elementari, i dottori vengono a dirvi: «Questo non si può assaggiare!...» «Quest'altro non si deve toccare?...». Ed ecco in che consistono le cose a cui si riferiscono i precetti di cotesti dottori.

22 Elleno son tutte destinate a perire con l'uso.

Letteral. «Le quali cose vale a dire le cose ch'essi proibiscon di toccare son tutte destinate alla corruzione nel loro consumo». Sono cose che concernono il mangiare ed il bere. E come potreste voi mai, o colossesi, essere indotti a credere che per via di «mangiare» o di «bere» l'uomo possa giungere ad un grado qualunque di perfezione morale? Matteo 15:16-18. E qual'è la base di tutti codesti precetti? È Dio, forse? No, è l'uomo. Essi son fondati sopra ordini e dottrine d'uomo.

Non sono l'espressione della volontà di Dio secondo la legge mosaica, perchè l'oltrepassano e là svisano; non sono l'espressione della volontà di Dio secondo l'Evangelo di Cristo, perchè lo contraddicono; sono l'espressione di quella ch'essi chiamano tradizione. Si tratta dunque o d'ubbidire alla parola di Dio, o d'ubbidire alle tradizioni degli uomini. È un bivio, e bisogna scegliere Matteo 15:14.

23 Ed hanno è vero qualche riputazione di saviezza.

Quei dottori dicono che cotesti precetti appartengono ad un ambito di cose molto elevate e sublimi, e che savio è colui che li accetta e li pratica; ma io vi dico, che cotesta saviezza non è che apparente. Non è oro; è orpello. E infatti, d'onde viene a codesti precetti la reputazione di saviezza che hanno? Viene, prima, dal fatto che sono l'espressione di un culto volontario. Bel culto volontario, cotesto, che esercitate a capriccio, con l'idea di fare un'opera supererogatoria e che offrite a Dio per mediazione d'una folla di creazioni cervellotiche! Giovanni 4:24; 14:6. Poi, cotesta «riputazione di saviezza» viene anche dal fatto che quei precetti sono l'espressione d'una tal quale umiltà.

Ma codesta umiltà non è altro che carnale ostentazione. Quale umiltà quella di questi dottori che hanno paura d'avvicinarsi a Dio che è «Padre» Colossesi 1:2,12, e non si fanno scrupolo di penetrare, strisciando come serpi, in mezzo alle chiese, e di minare con le loro angelologie la comunione che è fra i credenti e Dio! E finalmente, cotesta riputazione nasce dal fatto che i loro precetti mirano ad un austero modo di trattare il corpo.

Sono degli asceti, costoro, e condannano il corpo ad austere astinenze. Ma codesto ascetismo, che fa, colpo su chi lo considera superficialmente, si fonda su due gravi errori. Il primo sta nel credere che, come dicono quei dottori, il peccato sia nella materia, e, che sia quindi la materia che bisogni flagellare. Ma il peccato, cioè la ribellione alla volontà di Dio, non è nella materia; è nel cuore, e la materia non è che lo stromento, fatto muovere dagli impulsi del cuore Matteo 15:19. Torturare il corpo, dunque, è nulla; è curare il male alla superficie; bisogna purificare ed educare il cuore, se si vuol veramente una cura logica e radicale. Il secondo errore poi consiste nel credere che cotesto sprezzo del corpo sia veramente legittimo. Ma abbiamo noi proprio il diritto di rovinare a forza di pratiche ascetiche questo corpo che è il tempio dello Spirito Santo 1Corinzi 6:19, che è una creazione di Dio Genesi 1:27; 2:7 e che non ci appartiene in senso assoluto 1Corinzi 6:19-20 ma è uno di quei doni dei quali un giorno dovremo render conto? Colossesi, «non giudicate secondo le apparenze» Giovanni 7:24; e coteste cose d'apparenza così ingannevole, giudicatele a questo modo: L'uomo è chiamato a santità; vale a dire, a separarsi da ogni cupidigia carnale, a consacrarsi interamente al Signore ed a tutto ciò che è vero, grande, nobile e puro. Ora, i precetti che cotesti dottori vi predicano, sono essi dei mezzi adatti a conseguire quel fine supremo a cui siete chiamati? Guardatevi d'intorno: fate un paragone tra voi che v'attenete al puro Vangelo, e gli altri che se ne discostano, inebriati dalle novità che vi regalano in Frigia; e un fatto vi salterà subito agli occhi; un fatto, che si commenda di per se stesso a chi ha fior di senno, perchè è un fatto d'esperienza morale. Mentre per voi, che v'attenete a Cristo, il Vangelo è un'arma che vale a farvi «più che vincitori» in tutte le lotte della vita Romani 8:37, a loro, che da Cristo si scostano, il legalismo giudaico e le mistiche speculazioni gnostiche non servono a nulla per quel che si riferisce al dominare le cupidigie carnali.

Così interpreto io quest'ultima frase del testo, che è fra le più difficili di tutta quanta la lettera, e che appunto per questo è molto variamene tradotta. La mia traduzione ha cinque argomenti in suo favore. 1° È grammaticalmente possibile. 2° Offre uno spiccatissimo contrasto col μεν del principio di Colossesi 2:23. 3° Pone bene in rilievo la differenza che è fra i due termini del testo: ( σωμα) corpo e ( σαρξ) carne. 4° Dà al προς un significato telico che, con la costruzione che abbiamo qui, gli è naturale. 5° Accentua il significato cattivo del πλησμονη ( πιμπλημι) che vale proprio ripienezza, sazietà, il riempirsi di colui che mangia e beve a crepapelle.

Riflessioni

In mezzo al turbinio di dottrine e di teorie che mettono a soqquadro l'ambiente religioso d'Italia, è necessario che abbiamo qualche criterio sicuro col quale possiamo sempre, con animo sereno e con coscienza tranquilla, discernere la verità dall'errore. Cotesti criteri è l'apostolo che ce li dà; facciamone tesoro.

1°) Qualunque sia la dottrina, qualunque sia la teoria, qualunque sia la pratica religiosa che vi vien proposta, o consigliata, badate al fondamento su cui ella, posa. Cotesto fondamento consiste egli in «ordini e dottrine d'uomo?» Rinunciamoci recisamente. Consiste egli in «ordini e dottrine di Cristo e del suo Vangelo?»Accettiamole con slancio, sicuri che, praticando tutto ciò che Cristo comanda, progrediremo nella vita spirituale al di là d'ogni nostra speranza.

2°) In tutte le cose, ma specialmente in cose di religione, non giudicate dall'apparenza; cercate sempre la sostanza. Non ve ne state alla scorza; cercate l'anima. Non vi lasciate ingannare dal lusso delle foglie; cercate il frutto e la radice. Così ha fatto l'apostolo, il quale ci ha mostrato che la «riputazione di saviezza» dei dottori di Frigia non era che una riputazione scroccata; perchè, sotto il lusso del loro culto volontario, Paolo ha scoperto un culto che Dio condanna; sotto il manto ipocrito della loro umiltà, ha scoperto un orgoglio audace, e sotto la scorza del loro ascetismo, ha scoperto non solo la vanità d'una pratica insensata, ma l'anima d'un peccato che consiste nello sprezzare uno dei più bei doni di Dio.

3°) Ogni dottrina, od ogni teoria od ogni pratica religiosa che vi sia proposta o consigliata, non la considerate mai da sè; consideratela sempre in relazione allo scopo di tutta quanta la vostra vita. «Dominare le cupidigie carnali»; ecco lo scopo al quale siete chiamati; a dominare, cioè, tutto quello che, venendo dal cuore corrotto e malvagio, tende a tenervi in continua ribellione con Dio. Ora, quando le dottrine, le teorie, le pratiche religiose che vi si propongono, non dico già, valgono a farvi dominare quel tanto che dell'uomo vecchio è in voi perchè niuna di codeste cose, per eccellente che sia, sarà mai da tanto ma, se valgono, dico, a suscitarvi nell'anima dei sentimenti e degli affetti che in qualche modo vi fortifichino moralmente e v'incoraggino a proseguire con più zelo che mai per la via che vi conduce allo scopo, accettatele, perchè son cose di Dio, in armonia, con l'Evangelo di Cristo; ma se «non valgon per nulla a dominare le cupidigie carnali», e valgono anzi, se mai, a suscitarvi nel cuore dei sentimenti che eccitano e nutrono coteste cupidigie, guai a voi, se le accettate! Sono cose del maligno, e saranno la causa della vostra completa ruina.

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