Ebrei 12

1 Sezione 5. Ebrei 12:1-3. QUINTO MOTIVO DI PERSEVERANZA: L'ESEMPIO SUPREMO DEL SIGNOR GESÙ.

Nel delineare il gran quadro dei trionfi della fede Ebrei 11, l'autore non aveva detto esplicitamente quale fosse l'intento suo; ma, giunto alla fine, egli lascia chiaramente scorgere che lo scopo suo è stato di far servire gli antichi d'esempio e d'incoraggiamento ai lettori. Però al disopra di tutti gli altri c'è un esempio supremo e perfetto quello del Signor Gesù. In lui devono quindi gli Ebrei concentrare i loro sguardi per attingere da esso consiglio e coraggio in mezzo alle loro difficoltà e sofferenze.

L'esortazione a perseveranza ripetuta al principio di Ebrei 12 (cfr. Ebrei 10:23,36), prende forma da un'immagine adoperata più volte da Paolo 1Corinzi 9:24-26; Filippesi 3:12-14, quella cioè della corsa ch'era uno dei giuochi più in voga nell'antichità e, sotto varii aspetti, poteva rappresentare adeguatamente la carriera cristiana.

Adunque, ancora noi, poichè ci sta tutto intorno un cotanto nuvolo di testimoni.

È evidente che con questo inciso entriamo nell'immagine che domina tutta la frase, quella della corsa: «Corriamo con perseveranza». Gli atleti erano incoraggiati dal sapersi l'oggetto dell'attenzione intensa di quella moltitudine di spettatori che aveva l'occhio fisso su di loro. Ora gli atleti che corrono nell'arringo della vita cristiana hanno anch'essi tutto intorno una grande moltitudine di spettatori che li eccitano a correre in modo da riportare il premio. Questa nube di testimoni sono gli uomini di fede che li hanno preceduti nell'arringo. Nella parola nube scorgiamo semplicemente l'idea di moltitudine innumerevole: «una cotanta» moltitudine, non già quella che i testimoni siano accolti in cielo e meno ancora quella ch'essi costituiscano un'ombra ed una protezione per i lottatori, nozione questa affatto estranea all'immagine. Ma in qual senso ha da prendersi il termine μαρτυρες (testimoni, martiri)? Gl'interpreti greci e varii moderni l'intendono di coloro che hanno testimoniato della loro fede (cfr. Apocalisse 2:12; 17:6), ovvero di quelli che sono i testimoni della bontà, fedeltà e potenza di Dio. Ma per quanto sia vero che gli antichi sono stati testimoni di Dio nel mondo e che sono stati encomiati per la loro fede, in questo luogo la parola riveste il suo senso usuale di testimoni, di spettatori. (Cfr. Ebrei 10:28; 1Timoteo 6:12; 2Timoteo 2:2 ecc.) Resta però a sapersi se siamo qui nel campo delle immagini o in quello della realtà. Che l'esempio, reso parlante e vivente dalla Scrittura, degli antichi eroi della fede, debba servirci d'incoraggiamento, destare in noi una santa emulazione, nel bene, farci arrossire della nostra, rilassatezza e codardia, non fa dubbio alcuno; e questo è sufficiente a giustificare l'immagine ardita dell'autore. «Gli eroi del passato sono presenti con noi nel loro spirito o nel loro esempio, come nelle gesta da loro operate. Ci attorniano come una nube e noi abbiam coscienza della lor presenza, anche senza supporre ch'essi abbian coscienza della nostra» (A. Davidson). Si può egli andar più oltre? Gli spiriti dei giusti contemplano essi le vicende della chiesa militante quaggiù? L'affermarlo esplicitamente sarebbe un oltrepassare quello che ci è chiaramente rivelato. Però taluni indizi raccolti qua e là nel N.T. dànno una qualche probabilità ad una tale opinione. Nella parabola del ricco e Lazaro, l'epulone sa di aver cinque fratelli sulla terra; le anime dei giusti Apocalisse 6:10-11 domandano a Dio: «Infino a quando non vendichi tu il nostro sangue?» I ventiquattro anziani della visione apocalittica lodano Dio quando una vittoria è riportata dal suo regno in terra. Quindi senza attribuire agli spiriti dei giusti una onniscienza che non possono avere, nè un potere protettore che non hanno, non si può dire contraria alla Rivelazione l'idea che la Chiesa trionfante sia, in qualche misura, messa a parte delle vicende della Chiesa militante: poichè si tratta dello svolgimento del regno di Dio che interessa quelli che non hanno da giungere al compimento a senza di noi».

Deposto ogni peso.

Chi correva il palio si disfaceva d'ogni peso che potesse renderlo meno spedito ed agile nella sua corsa. Per il cristiano possono costituire un peso, le preoccupazioni, le cure, le sollecitudini, gli affetti terreni, anche legittimi in sè, ma che assorbono in grado eccessivo la vitalità spirituale. Per questa ragione, Paolo, sconsigliava perfino il matrimonio, in tempi di persecuzioni 1Corinzi 7:29 e segg. Per l'atleta il deporre ogni peso facevasi prima d'incominciare la corsa; per il cristiano è cosa da rinnovare anche lungo la via.

Ed il peccato che facilmente [ci] avvolge.

L'aggettivo speciale ὑπεριστατον non s'incontra altrove e può aver senso intransitivo: «che sta facilmente d'intorno», o senso attivo: «che circonda facilmente», ovvero senso passivo «ch'è facilmente circondato». Il contesto deve decidere quale di questi sensi sia più adatto. Trattandosi dell'atleta che corre, e di cosa ch'egli deve deporre insieme ad ogni peso superfluo, non si può accettare altro senso che quello espresso dalla versione Ostervald: «qui [nous] enveloppe aisément». Il peccato considerato in genere, nelle sue varie forme, non l'apostasia, ma piuttosto quel finale che affievolisce la fede, e ritarda, la corsa, il peccato è paragonato ad una veste, o ad un ampio mantello che avvolgendo le gambe non può che dar impaccio a chi corre. Gli atleti correvano quasi intieramente nudi, ed il cristiano deve parimenti spogliarsi del peccato che lo fa inciampare del, continuo.

Corriamo con perseveranza l'arringo che ci è posto innanzi.

Questo è il punto importante sul quale lo scrittore apostolico insiste in tutta l'epistola e particolarmente nella parte pratica. I cristiani Ebrei avevano principiato bene la corsa, ma si trattava per essi di sostenerla con costanza fino alla fine. «Correre l'arringo» è espressione tecnica corrispondente all'altra «correre il palio». L'arringo «posto dinanzi» ai corridori è la distanza da percorrere fissata dai direttori dei giuochi. Per il cristiano è il corso tracciato ad ognuno da Dio, nella vita presente, colle sue difficoltà, colle sue lotte e sofferenze speciali.

2 Fissando lo sguardo sopra Gesù, il capo ed il compitore della fede.

L'esempio degli antichi dev'essere sprone al corridore cristiano, il deporre ogni peso ed impaccio lo deve rendere spedito, la costanza lo deve preservare dalla rilassatezza e dallo scoramento; ma chi gli deve servir di guida e di modello perfetto è Gesù, l'uomo ideale, che ha compiuto anch'egli un corso seminato di ben altri ostacoli che non il nostro, ed ha riportato piena vittoria. Su lui quindi deve portarsi lo sguardo del cristiano, su lui fissarsi distogliendolo ( αφοραν) da quanto ci potrebbe distrarre o fuorviare o ritardare. Egli è il capo o duce della fede, com'è il duce della salvazione Ebrei 2:10. Egli è colui che guida l'esercito dei credenti. Intendere τελειωτης (duce) nel senso di autore, di iniziatore o creatore della fede nel cuore, ci porta assolutamente fuori dell'immagine della corsa. Egli è del pari il compitore della fede non dice della nostra fede, perchè non vuol dire ch'egli conduce a compimento in noi ciò che vi ha iniziato, e neppure considera Cristo come il premiatore della fede o come colui che dà «ai soldati della fede il potere e la certezza della final vittoria» (Delitzsch). ma lo chiama compitore della fede perchè ne ha dato in sè stesso, durante la sua vita quaggiù, il più perfetto esempio, ne ha realizzato l'ideale e ne mostra, nella sua persona, il coronamento glorioso. Cfr. per l'idea Ebrei 2:13; 3:2; 5-9; 6:20 ed i passi ove Gesù è presentato quale modello perfetto ai credenti.

Il quale per l'allegrezza che gli era posta innanzi sopportò la croce, avendo sprezzati l'ignominia, e si è posto a sedere alla, destra del trono di Dio.

La fede di Cristo si è manifestata in cento circostanze diverse della sua vita; ma c'è in lui più che degli atti isolati di fede. Il segreto della vita intera di abnegazione e di sacrificio da lui menata, è un continuo, grande atto di fede per cui le cose sperate diventavano realtà presenti ed egli contemplava, quelle non ancora apparenti. Dinanzi all'occhio della sua fede era posta una allegrezza futura, ma ineffabile ed eterna: quella riservatagli nel cielo per aver compiuta col sacrificio di se stesso la salvazione del mondo perduto. Se un Paolo chiama i peccatori da lui condotti a salvazione coll'opera sua missionaria, la sua «allegrezza» e la sua «corona», qual non dev'essere la pienezza di gaudio di Colui che ha dato l'anima sua per prezzo di riscatto per molti? «Egli, diceva il profeta Isaia 53:11, vedrà il frutto della fatica dell'anima sua e ne sarà saziato».

Cfr. Luca 10:17-21 ove l'anima di Cristo è come inondata da un raggio di quell'allegrezza ed i passi ove traduce in parole la gloriosa visione di un mondo salvato: «Ne verranno d'Oriente e d'Occidente... Io quando sarò innalzato sopra la terra trarrò tutti a me...». In cambio di ( αντι) quell'allegrezza, cioè per procurarsela, sopportò la croce; si sottopose con pazienza, lui il santo ed il giusto, alle sofferenze, non escluse quelle della morte in croce, crudele fra tutte ed ignominiosa; ma senza la quale non era possibile compiere la salvazione del mondo (Cfr. Filippesi 2:8). Di fronte ai gloriosi ma futuri risultati dell'opera sua, essa appare un atto supremo di fede, che andava ricordato agli Ebrei tentati di perdersi d'animo. Si sono dati alle parole «in cambio dell'allegrezza che gli era posta dinanzi» altri sensi: per es. «In cambio della gioia di cui godeva nel cielo prima dell'incarnazione...», ovvero: «In vece della vita di pace e di felicità che Cristo, esente di peccato, potea menare quaggiù...» Cotali sensi, oltrechè poco adatti alle parole stesse, non lo sono affatto al contesto ove Cristo è presentato qual modello supremo di fede, non di abnegazione. L'ignominia da lui sprezzata, è quella che andava congiunta colla crocifissione, supplizio destinato agli schiavi, ai traditori ecc. Sprezzò l'ignominia non già come fa chi non misura la gravità di un pericolo o di una sofferenza, ma come chi non si lascia scoraggiare o dominare dal pensiero dell'onta, anzi riguardando alla infinita gioia del di poi, considera come cosa di poco momento, al paragone, l'onta passeggiera per cui gli convien passare. V'è come un accento di trionfo nella espressione paradossale «sprezzar l'ignominia». Compiuto da atleta perfetto il corso, Cristo ha raggiunto il premio, si è posto a sedere alla destra del trono di Dio, cioè sul trono stesso dal lato destro; talchè in lui contempliamo il fine glorioso cui mena la fede perseverante. La sofferenza è stata passeggiera, la gloria è permanente ed infinita. «A chi vince io darò di seder meco sul mio trono, come io ancora ho vinto e mi sono posto a sedere col Padre mio sul suo trono» Apocalisse 3:21.

3 Perocchè, fate ragione a colui che sostenne una, cotale opposizione contro a sè per parte dei peccatori, affinchè non vi stanchiate venendo meno nelle anime vostre.

Se li esorta a riguardare a Gesù come al supremo modello della fede, è perchè, più lo considereranno con attenzione, e più si sentiranno incuorati a perseverare. Paragonando il corso da lui compiuto con quello che sta loro dinanzi, troveranno agevole quello che prima sembrava impossibile. Il verbo greco che Diodati traduce fate ragione (αναλογιζομαι ) significa «pensare comparando» cosa a cosa, rendersi ben conto, farsi un concetto esatto per via di analogie. Qui ove si tratta di una persona, torna a dire: Cercate di farvi del modello dei credenti una giusta idea, riflettendo all'opposizione ch'egli dovette incontrare nel mondo e paragonandola con quelle che avete incontrato voi. «C'è tra le esperienze del condottiero dei credenti e quelle dei suoi seguaci, una reale analogia; ma nel caso di Cristo, l'opposizione è stata più intensa; egli ha dovuto soffrire assai più» (Bruce). Se tengono conto di questo, sentiranno vergogna di abbandonarsi a stanchezza mentre la via da percorrere è relativamente tanto meno aspra. È preferibile dare al termine antilogìa il suo senso più largo di opposizione, invece di quello più ristretto di «contradizione» che sembrerebbe accennar soltanto alle parole (Cf. Ebrei 6:16 e per il senso più largo Giovanni 19:12; Luca 2:34). Dell'opposizione multiforme alla dottrina, all'attività benefica, alla persona di Cristo per parte dei peccatori impenitenti, fanno fede ad ogni pagina gli Evangeli; la si vede crescere sempre più maligna, più audace, più violenta, finchè ottiene la crocifissione di Gesù. Cotesta opposizione cieca e maligna per parte di coloro ch'ei veniva a salvare, ha dovuto essere tanto più profondamente sentita da lui inquanto egli era senza peccato. Se si dovesse stare unicamente alle prove esterne, sarebbe qui da adottarsi il testo εις εαυτους dei codd. alef D E ed altri minori. Ma qual senso plausibile avrebbe in questo contesto la «opposizione per parte dei peccatori contro sè stessi?» I critici si attengono perciò al testo di A: (εις εαυτον: contro a sè) che ha, in favor suo la forza dell'evidenza interna. L'immagine contenuta nel partic. εκλυομενοι (venendo meno) è quella dallo sfasciarsi, del dissolversi delle forze dell'anima fino allora tenute insieme da salda volontà. È nella parte spirituale dell'uomo, nelle anime che la lotta del cristiano si combatte e si vince. Ivi nasce il senso di stanchezza che segna un affievolimento del vigor morale. Se il male è lasciato progredire, conduce alla ruina finale. Ma i cristiani Ebrei non hanno fondato motivo di stancarsi poichè se hanno incontrato dei nemici che li hanno privati dei loro beni e talvolta della libertà, essi non hanno ancora «resistito fino al sangue lottando contro al peccato» - mentre il loro Duce, combattendo per essi, ha sofferto la croce.

Ammaestramenti

1. La vita della fede quaggiù è simile ad una corsa nell'arringo. È compito del cristiano il correre così da riportare il premio.

a) Egli deve correre perciò con perseveranza; non basta il cominciarla con slancio, convien sostenere fino alla fine sormontando le difficoltà, vincendo la stanchezza, il dolore e lo scoramento.

b) L'esperienza degli altri e nostra ci avverte che per correre spediti ci sono delle cose da deporre: dei pesi che rallentano la corsa, ed in ispecie il peccato che avvolgendoci ci fa cadere. «Il sacrificio, l'abnegazione, il rinunziamento, il deporre quel ch'è d'impaccio, sono il primo requisito per la corsa. Ahimè! gli è questo che ha ridotta la vita cristiana odierna ad essere l'opposto di una corsa. Si cerca di godere quanto più si può delle ricchezze, dei piaceri e degli onori che il mondo offre... Persuadetevi bene di questo, che i tre elementi della buona riuscita in una corsa sono: l'abnegazione che rinunzia a tutto ciò ch'è d'impaccio; la decisione che concentra le energie del cuore sul da fare e corre; la perduranza che riprende a nuovo, ogni giorno la corsa» (Murray).

c) Ad incoraggiamento nostro sta l'esempio della fede, vittoriosa dei credenti di tutti i tempi che sono come i testimoni del nostro correre.

d) Al disopra di ogni esempio umano sta l'esempio supremo e solo perfetto di Gesù il duce dei credenti, e l'ideale della vita della fede

e) Nell'esempio di lui ci è additata pure la mèta gloriosa della carriera cristiana: l'allegrezza santa e la gloria celeste nel seno del Padre.

2. C'è nell'esempio dei credenti, che sono uomini come noi, soggetti alle medesime infermità, collocati in circostanze analoghe, avviati verso la stessa mèta, oggetti della stessa grazia, un eccitamento a correre con perseveranza il palio cristiano. Il loro esempio ci addita la via da seguire, ci avverte degli impacci da deporre, e ci mostra come sia possibile giungere coll'aiuto che Dio non nega a chi l'invoca, alla vittoria. Se essi hanno vinto perchè non vinceremmo ancora noi? Se essi sono andati ad ingrossare la nube degli spiriti giunti alla perfezione, perchè avremmo a rimanere indietro e a cader par la via, noi che abbiamo ricevuto una più completa rivelazione della grazia e della verità?

3. Gli scrittori del N.T. sono i soli che ci diano di Gesù un ritratto completo. Essi non ci fanno vedere un lato soltanto della sua persona e dell'opera sua; ma ce li presentano tutti. La nostra Epistola esalta il Cristo come il Figlio di Dio cui servono gli angeli, e ce lo mostra in pari tempo come avendo partecipato a carne e sangue, come fatto simile a, noi in ogni cosa innocente. Ce lo presenta quale Apostolo della verità, quale Re e quale Sacerdote perpetuo; ma non tralascia di additarcelo come l'uomo ideale e compiuto, e in ispecie quale esempio perfetto della vita della fede. Anch'egli ebbe dinanzi a sè l'arringo assegnatogli dal Padre e da lui accettato. Davanti agli occhi della sua fede brilla la promessa divina: l'allegrezza ineffabile di salvare il mondo perduto. Quante volte quel fine supremo della sua carriera viene da lui - mentovato nelle sue parole riportate nei Vangeli! Nell'ora dei primi trionfi sussulta di gioia lo spirito suo perchè in questi vede l'arra della ruina del regno di Satana; e nelle ore di oscurità e di turbamento, egli ripete a sè stesso: «Ma per questo sono io venuto per quest'ora. Padre glorifica il tuo nome!» Giovanni 12. «S'egli è possibile, trapassi da me questo calice... Tuttavia, non ciò ch'io voglio, ma ciò che tu vuoi». La sua fede ebbe i suoi aiuti ed incoraggiamenti, ma ebbe pur le sue tentazioni e le sue crisi supreme. Essa non l'abbandona nelle necessità materiali, nelle difficoltà dell'opera sua spirituale, di fronte ai lenti progressi dei suoi, alla crescente incredulità della sua nazione, all'abbandono delle moltitudini, all'odio mortale dei capi. È l'anima delle sue costanti preghiere e della sua attività; lo fa uscir calmo dalle agonie del Getsemani e trionfante dalle torture corporali e morali della croce. «Oggi sarai meco in paradiso... Tutto è compiuto... Padre, io rimetto lo spirito mio nelle tue mani». Compiuto il corso, il compitor della fede si è posto a sedere alla destra del trono di Dio. Ma, diss'egli ai suoi, «io verrò di nuovo e vi accoglierò presso di me, acciocchè dove io sono, siate ancora voi» Giovanni 14:3. Più consideriamo il Duce dei credenti e più ci appare, come in ogni altra cosa, il nostro perfetto modello. Onde il motto della vita del cristiano deve essere in ogni tempo: «Riguardando a Gesù».

4. «Si dice spesso che la vita pratica e la vita contemplativa del cristiano sono in opposizione l'una all'altra. Qui le vediamo invece in perfetta armonia. Corriamo - ecco lo sforzo pratico intenso del corpo e dell'anima - fissando lo sguardo sopra Gesù - ecco la vita interiore dello spirito, il cuore fissato del continuo su Gesù in fede e adorazione, il cuore che trae ispirazione e forza dall'esempio e dall'amore di lui» (A. Murray).

4 Sezione 6. Ebrei 12:4-17. SESTO MOTIVO DI PERSEVERANZA: LO SCOPO EDUCATIVO DEL CASTIGO.

Il pensiero contenuto nel v. 4 circa la non estrema gravità delle sofferenze finora sostenute dai lettori per cagion della fede, si riannoda all'idea centrale della sezione antecedente, e più propriamente Ebrei 12:3 all'utilità di ben considerare l'esempio di Gesù; ma si connette per la costruzione, colla frase che prosegue in Ebrei 12:5 e segg. I cristiani Ebrei dànno segni di stanchezza, eppure se paragonano la intensità della lotta ch'essi hanno finora sostenuta con quella di Cristo, non hanno motivo di mostrarsi sfiniti, quasichè la lotta fosse stata troppo aspra.

Voi non avete ancora resistito fino al sangue, combattendo contro al peccato.

Molti fra gli eroi antichi l'hanno fatto ed il nostro Duce supremo è stato crocifisso. Ma per voi la lotta non è giunta finora a tanta intensità. L'immagine qui, come già in Ebrei 12:3 ove accennava all'opposizione dei peccatori contro a Gesù, non è più quella della corsa; bensì quella del pugilato, o di un combattimento corpo a corpo in cui è in gioco la vita ed in cui, per difenderla, si tratta di lottare fino al sangue. Il nemico mortale della vita cristiana è il peccato e per non esser vinti da esso, è necessario talvolta sacrificare anche la vita del corpo. Ora, dice l'autore, voi non siete finora stati chiamati a far l'estremo sacrificio della vita per la vostra fede. Ne avete fatti dei minori, alcuni dei vostri conduttori hanno sofferto il martirio, ma voi siete stati risparmiati. La prova è stata moderata, quindi non è il caso di perdersi d'animo.

La ragione vera per cui si è rallentato il loro ardore sta nel fatto ch'essi hanno perduto di vista un insegnamento prezioso della Scrittura sul fine alto e misericordioso cui Dio fa servire le sofferenze ch'egli dispensa al suo popolo. Queste sofferenze lungi dall'essere inutili o dannose, come essi stimano, sono invece una disciplina paterna colla quale il loro padre celeste li educa a santità. Così le devono essi considerare e ricevere Ebrei 12:5-11 sforzandosi di corrispondere all'intento divino collo sradicare ogni germe malvagio che minacci di viziare ed infiacchire il loro organismo morale Ebrei 12:12-17.

5 Ed avete dimenticata l'esortazione che vi parla come a dei figliuoli: «Figliol mio, non far poco caso della disciplina del Signore e non perdere animo quando sei da lui ripreso. Perocchè il Signore castiga colui ch'egli ama, anzi flagella ogni figliuolo ch'egli gradisce».

L'esortazione ch'essi hanno, come dice lo scrittore, con delicato rimprovero, dimenticata, è quella contenuta nei Proverbi 3:11-12. Essa è qui personificata, ella parla o discorre διαλεγεται, chi parla è il savio che ammaestra il suo figlio. Ma siccome questa è semplicemente la forma di cui è rivestito un ammaestramento rivolto a tutto il popolo, così l'autore può dire: Vi parla come a dei figliuoli; egli sembra anzi considerare addirittura questa esortazione come proferita da Dio, l'ispiratore del savio (cf. Ebrei 12:7).

6 La traduzione, secondo il consueto, è quella dei LXX, salvo piccole varianti. Il testo ebraico ordinario porta: «l'Eterno castiga, come fa un padre riguardo al figlio ch'egli gradisce». Invece di ukeàb (e come un padre), la LXX deve aver letto, come in Giobbe 5:18, ikeìb (egli flagella) che risponde anche meglio alle leggi del parallelismo ebraico. Il pensiero non è mutato da questa variante. Le sofferenze che Dio manda ai suoi non devono considerarsi come cosa fatale ed inutile, come indizio di capriccioso malanimo, come manifestazioni d'ira o di vendetta, bensì come una prova dell'amor paterno col quale Dio prende cura dei suoi figli, procacciando il loro bene. Non devono quindi ispirare né uno stoico disprezzo più apparente che reale, né una irragionevole ripugnanza (l'ebraico dice: «Non provar disgusto per il suo castigo»). Devono esser ricevute con sottomissione e con fiducia filiale.

7 Riportata la citazione biblica, l'autore, come usa altrove, ne fa l'applicazione ai lettori, accennando a tre motivi che devono spingerli ad accettare con sentimento filiale la disciplina del Signore. Anzitutto ella è inseparabile dalla condizione di figli genuini. Così è nelle relazioni terrene tra genitori e figli e così è nelle relazioni di figliolanza con Dio. Chi è oggetto della disciplina paterna e perciò stesso riconosciuto e trattato come figlio. L'andarne esenti sarebbe segno che uno non è riconosciuto per figlio legittimo ed è quindi oggetto di minori cure. Chi desidera di non aver nulla da soffrire, mostra di non apprezzare la sua condizione di figlio di Dio.

Quel che sopportate [lo sopportate] a fine disciplinare.

Il principio del v. 7 offre una difficoltà. Il testo ordinario seguito ancora da alcuni critici porta «Se voi ( ει) sostenete la disciplina...»; ma non si appoggia ad alcun documento autorevole, mentre tutti i codici antichi colle versioni siriaca e latina leggono εις παιδειαν (per disciplina). Se si riguarda il verbo come imperativo il senso sarebbe il seguente: «Sostenete come una disciplina paterna le vostre prove», accettatele con paziente sottomissione come una disciplina educativa poiché Dio vi tratta come suoi figli. Se si prende il verbo come un indicativo, il che pare preferibile, il senso sarà questo: «Gli è come paterna disciplina, intesa al vostro bene, che voi avete da sostenere delle afflizioni». Quel che soffrite lo dovete considerare così, come v'insegna la Parola di Dio, e non altrimenti.

Dio si comporta con voi come con dei figli,

vi tratta come un buon padre tratta i suoi figli.

Qual è infatti il figlio che il padre non castighi?

La disciplina paterna di cui è parte importante il castigo, è inseparabile dalla relazione tra genitori e figli. Cfr. Apocalisse 3:19 «Coloro ch'io amo, li riprendo e li castigo». Non abbiamo in italiano un termine che risponda appieno a quello greco di paideia (derivato da pais figlio) che abbraccia tutta la disciplina educativa che un padre è tenuto ad adoprare verso i figli. «Castigo» è troppo ristretto; «disciplina» e «educazione» sono troppo vasti. Abbiamo adoprato i due primi termini come più vicini all'originale.

8 Che se siete senza castigo, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, voi siete dunque bastardi e non figliuoli.

La storia dei credenti antichi mostra come tutti sono sottoposti alla paterna disciplina delle sofferenze. Bastino gli esempi ricordati in Ebrei 11. Se per supposto, gli Ebrei fossero esenti di quel mezzo educativo ch'è la prova, sarebbe segno che non appartengono alla famiglia di Dio, che sono figli illegittimi abbandonati a sè stessi, di cui nessuno cura l'educazione morale. Tale non può essere l'ideale dei lettori dell'epistola.

9 Il castigo fa parte delle cure paterne di Dio per i suoi figli; il movente ne è l'amore; questo il primo motivo per accettarlo con filiale sottomissione, il motivo che parla al cuore. Il secondo motivo, che si rivolge piuttosto all'intelligenza, sta nella grandezza infinita di Colui che dispensa il castigo. La sua grandezza divina è garanzia non solo del diritto assoluto ch'egli ha di sottoporci a disciplina; ma è garanzia della infallibile sapienza con cui egli adopera questo mezzo. Per mettere in piena luce la grandezza del Padre celeste, lo scrittore lo paragona col padre terreno.

Inoltre, noi abbiamo avuto per castigatori i padri della nostra carne e li abbiano rispettati; non ci sottoporremo noi molto più al padre degli spiriti e vireremo?

L'inoltre denota l'intenzione di aggiungere altri motivi di sottomissione a quello già accennato. Dice lett. avevamo per... ed allude al periodo di tempo, oramai passato per i lettori, in cui da fanciulli erano sotto la disciplina dei loro genitori terreni e li rispettavano sebbene fossero semplici uomini, autori, per volontà di Dio, della loro vita corporale. Or se hanno avuto riverenza per i padri del corpo, devono con molto maggior ragione sottoporsi a Colui ch'è L'autore della vita superiore in loro, al padre degli spiriti. Quest'ultima espressione, posta com'è in contrasto coll'altra di «padri della nostra carne», designa Iddio qual padre dei nostri spiriti umani. È vero d'altronde ch'egli è anche il padre degli spiriti angelici; ma l'idea è estranea al paragone. L'autore sembra fare eco a taluni passi dell'A.T. ove l'Eterno è chiamato il «Dio degli spiriti di ogni cane» (Numeri 16:22; 27:16; Cfr. Zaccaria 12:1; Ecclesiaste 12:7; Genesi 2 la creazione del primo uomo). Questo non vuol dir soltanto che Dio è il creator della vita nuova, spirituale nell'uomo, l'autore della rigenerazione - per la quale gli uomini sono «nati da Dio», «nati di Spirito» - nè vuol dire solamente che lo spirito è quella parte dell'uomo mediante la quale egli entra in relazione. con Dio; ma indica che quell'elemento costituente della personalità umana ch'è lo spirito ( πνευμα) deve la sua esistenza ed origine, in modo più diretto che non la parte corporale ( σαρξ) all'azione di Dio. Il passo è inteso da Delitzsch come favorevole al creazianismo; ma non va dimenticato che l'altro Ebrei 7:10 ha invece sapore di traducianismo. Fatto sta che sul modo di origine dello spirito nostro dobbiamo contentarci, per ora, di «conoscere in parte». L'esser Dio padre degli spiriti nostri mostra ch'egli ci è padre in senso più profondamente vero che non il nostro padre umano e ch'egli ha un maggior diritto alla nostra ubbidienza. E garanzia altresì di una perfetta conoscenza delle leggi e dei bisogni dello spirito. Talchè se l'uomo conosce ed intende le necessità della vita terrena, naturale, e può a questo riguardo darci buone direzioni, Dio solo investiga i cuori, conosce a fondo i caratteri, e può provvedere alla vera educazione degli spiriti in modo sicuro ed infallibile. L'ultima parola e viveremo accenna di già al pensiero svolto di poi, cioè allo scopo elevato della disciplina divina. Torna a dire: E sottoponendoci alla disciplina di Dio, arriveremo a godere di quel supremo bene ch'è la vita superiore, la vita vera ed eterna, ch'è infatti il fine ultimo cui mira l'educazione del Padre celeste.

10 In cotesto fine superiore cui mira e conduce la disciplina divina, sta appunto il terzo motivo di sottomissione, ed è quello che si rivolge più specialmente alla coscienza.

Quelli infatti, per pochi giorni, secondo che parea loro, ci castigavano; ma questi [ci castiga] per li [nostro] utile, affinchè siamo partecipi della sua santità.

Nel v. precedente ha chiamato il fine della disciplina divina il vivere della vera vita; qui lo caratterizza come l'utile o il vantaggio nostro, non in senso relativo; ma in senso assoluto, tenuto conto dei bisogni più alti dell'essere nostro. E quell'utile supremo consiste nell'esser resi partecipi della santità di Dio. L'arrivare ad esser santi come Dio è santo, perfetti com'egli è perfetto è, secondo la Scrittura, l'ideale morale dell'uomo. Il termine ἁγιοτης (santità) come l'altro di ἁγιωσυνη denota non solo l'esser puri da ogni male, ma l'esser vestiti di ogni virtù, «figli della luce», il «camminar nella luce» come Dio ch'è luce. In Ebrei 12:11 il bene risultante dalla prova; è descritto ancora colla parola giustizia, la quale, presa nel suo senso largo, significa tutto ciò ch'è giusto verso Dio come verso gli uomini: il bene morale. L'utile del credente, tale è adunque il fine della disciplina divina, e questo utile consiste nella santità e nella giustizia perfetta. Giunto a quel punto, si può dire che l'uomo gode della vera vita di un essere morale.

Quanto questo fine sia più elevato, meglio rispondente agli eterni destini dell'uomo, di quello cui mira la disciplina dei genitori terreni, è cosa evidente. Quest'ultima è caratterizzata colle espressioni: per pochi giorni e secondo che pareva loro. La preposizione προς unita a locuzioni di tempo ( π. ὡραν Giovanni 5:35; π. καιρον Luca 8:13 ecc.; προς ολιγον Giacomo 4:14; e qui al v.11. π. το παρον) non ha il senso che alcuni le dànno in questo luogo, cioè «in vista di» pochi giorni; ma significa per la durata di un dato tempo. I pochi giorni che dura sono quelli dell'infanzia e della fanciullezza e talvolta la morte toglie anche all'infanzia il beneficio delle cure dei genitori. L'idea ch'essa mira alla breve vita terrena è implicata anzichè espressa. La sua breve durata indica ch'essa ha una importanza ristretta paragonata alla disciplina del Padre degli spiriti che dura per tutta la vita e mira all'utile eterno. L'altra espressione caratterizzante la disciplina dei genitori: «secondo che parea loro», serve a mostrare come, colla migliore buona volontà, ella riesca di necessità, imperfetta e fallibile. Il capriccio, la passione, l'errore, hanno larga parte, nei castighi umani. Il giudizio dei genitori è spesso imperfetto quando si tratta di conoscere i caratteri e le inclinazioni, di scegliere i mezzi disciplinari adatti a ciascun caso, di non eccedere nè per severità nè per debolezza, di mirare ad un fine buono. Questo carattere d'incertezza, di fallibilità non esiste nella disciplina divina. Il Padre degli spiriti conosce a fondo i nostri spiriti, discerne con infallibile saviezza i mezzi da adoperare per la nostra educazione, li adopera al momento voluto e per tutto il tempo necessario. Il fine che si propone non è monco o sbagliato, ma è l'utile nostro vero, non apparente, l'utile nostro eterno, non passeggero.

11 Ora ogni castigo non sembra, per il presente, esser [cagione] di allegrezza ma di tristezza; però alla, fine rende un frutto pacifico di giustizia a coloro che sono per mezzo di esso esercitati.

La divina disciplina non mira soltanto ad un altissimo fine, ma, a suo tempo, lo raggiunge. Solo, come il frutto dell'albero non matura, che lentamente, così il frutto della educazione di Dio non si scorge subito. Anzi nel momento in cui uno è chiamato a sostenere la divina ed anche l'umana paideia, qualunque sia la sua natura o forma speciale (ogni castigo) essa non appare quale sorgente di allegrezza, ma solo di tristezza per il dolore che cagiona, poichè la verga fa piangere e non se ne scorge subito il movente ch'è la bontà, nè il fine ch'è il nostro bene: ma in seguito, essa produce il suo frutto prezioso consistente in giustizia. Quel frutto è qualificato pacifico perchè si raccoglie in pace dopo la lotta, dopo la fatica dell'esercizio, allorquando son cessati il turbamento, l'angoscia e le lagrime ed è tornato a splendere il sole in un cielo sereno. L'osservazione è intesa a produrre pazienza e fede nei lettori che sono sottomessi alla disciplina di Dio come gli atleti ad un esercizio ginnastico regolare, faticoso, pieno di privazioni. Il risultato ultimo sarà non solo utile (un frutto), ma buono (giustizia), e dolcissimo (pacifico). Talchè, i tre raggi dell'ideale biblico sparsi e divisi nelle teorie umane, si trovano qui riuniti in sintesi superiore: l'utilità, la giustizia e la vera felicità.

12 Ebrei 12:12-17 contengono una esortazione a corrispondere all'intento educativo della paterna disciplina di Dio che mira alla loro santificazione.

Perciò,

poichè il movente da cui parte la disciplina è l'amore, poichè la norma di essa è l'infallibile sapienza del padre degli spiriti, poichè il suo fine è il nostro supremo utile,

ridirizzate le mani cadenti e le ginocchia vacillanti e fate sentieri diritti ai vostri piedi affinchè ciò ch'è zoppo non di svii, ma piuttosto sia guarito.

La prima immagine di cui si serve qui l'autore è tolta da Isaia 35:3-8 di cui il v.12 è una reminiscenza. Si tratta di proseguire la marcia principiata. Le mani cadenti, le braccia abbandonate sui fianchi, le ginocchia vacillanti, come paralizzate nei loro muscoli, sono segno di fiacchezza o di stanchezza. In senso morale significano il rilassamento, lo scoramento, ch'era appunto lo stato in cui trovavansi parecchi tra i cristiani Ebrei. Codesta rilassatezza va scossa con uno sforzo morale vigoroso che richiami in attività tutte le energie latenti.

13 L'immagine del v.13 è tolta da Proverbi 4:26. In senso proprio τροχια (sentiero) è il solco che fa la ruota, ossia la rotaia; quindi in senso lato la via od il sentiero. Il pensiero è questo: Camminate con rettitudine e con franchezza cristiana senza compromessi col giudaismo ormai dichiarato nemico di Cristo, nè in genere, col mondo alieno da Dio. Così facendo, voi che siete ancora più forti aiuterete a mantenersi sulla retta via i membri della chiesa che sono più deboli e vacillanti. Quel ch'è zoppo torna a dire quanti vi sono nella greggia o nell'esercito, che zoppicano. Alcuni interpreti dànno qui al verbo εκτρεπεσθαι il senso di slogarsi e a ορθος (diritto) il senso di piano: Fatevi dei sentieri piani affinchè ciò ch'è zoppo, invece di slogarsi le membra cadendo, piuttosto guarisca col trovare un, sentiero ben tracciato. Noteremo soltanto che non è questo il senso usuale sia del verbo che dell'aggettivo. Nelle Epistole pastorali il verbo significa sempre sviarsi, allontanarsi, deviare, e cotale senso basta per le esigenze del contesto. Se chi zoppica trova la via ben preparata da chi va innanzi, invece di sviarsi e restare indietro, riprenderà animo e raggiungerà il grosso. Così coloro che sono deboli nella chiesa, che esitano fra giudaismo e cristianesimo, se trascinati dall'esempio fermo e coraggioso dei più forti, potranno esser confermati e guariti spiritualmente.

14 Lasciando da parte le immagini, lo scrittore indica, con esempi pratici, il modo col quale i lettori devono rispondere al fine della disciplina divina.

Procacciate pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore.

«Pace, nota Schlatter, li unisce con gli uomini, la santificazione li unisce ed assomiglia a Dio, mettendoli in grado di poter vedere il Signore». La pace la devono procacciare, ossia procurare con isforzo sincero e costante, con tutti, con tutti i fratelli, senza dubbio Ebrei 13:1, e forse vuol dire con tutti gli uomini come Paolo prescrive esplicitamente Romani 14:19; 12:18. Tuttavia la pace non ha da mantenersi a scapito della santità. Santificazione non è qui come nei capp. precedenti. la purificazione e la consacrazione a Dio mediante il sacrificio; ma è il lavorìo morale che consiste nel graduale spogliarsi del vecchio uomo per rivestire il nuovo. Santificati in virtù del sacrificio di Cristo, i credenti devono camminar in santità. È questa la preparazione necessaria alla visione di Dio. «Beati i puri di cuore, perciocchè vedranno Iddio» (Matteo 5:8 e cf. Salmi 15).

15 Nè solo per sè devono procacciar santità, ma ancora per i fratelli, e ciò mediante una fraterna ed affettuosa sorveglianza.

Prendendo guardia che alcuno non rimanga privo della grazia di Dio.

C'è un episcopato ( επισκοπουντες) cioè una sorveglianza che spetta a tutti i fratelli. «Non gettate tutto sui maestri, non tutto sui conduttori, potete ancora voi edificarvi a vicenda» (Crisost.). Cfr. Ebrei 3:12-13; 10:24. La locuzione ( ὑστερων απο) qui adoperata accenna al rimaner privo della grazia di Dio per volontario allontanamento da essa. E quel che fa chiunque si mette sulla via dell'apostasia. Prima che sia troppo tardi, i fratelli devono cercare di rimettere sulla buona strada chi se ne scosta.

che alcuna radice d'amarezza crescendo su non dia molestia e che per mezzo di quella siano infetti i molti.

Abbiamo qui una reminiscenza di Deuteronomio 29:18. Può darsi che l'autore parlando, di persone che si privano della grazia di Dio e di radici di amarezza che infettano gli altri, abbia in vista gli stessi individui. Chi si mette sulla via dell'apostasia nuoce a sè stesso, ma nuoce anche alla chiesa; talchè per il bene di lui come per quello della chiesa tutta, devono i fratelli stare attenti. L'immagine della radice d'amarezza - la cui natura cioè è amarezza o malvagità ed i cui frutti non saranno dolci - è tolta dai campi ove una mala pianta, se lasciata crescere, e crescon presto, può danneggiare tutto un campo, come una pecora rognosa può danneggiare tutto il gregge. I molti ossia la maggioranza della chiesa restano infetti, contaminati per via del cattivo esempio, delle parole velenose, della influenza perniciosa, esercitata da chi è malvagio. «Un poco di lievito lievita tutta la pasta». Più che a dei principii astratti, sembra infatti che qui si alluda a delle persone incredule e corrotte ed alla mala influenza che possono avere sugli altri.

16 Che niuno [sia] fornicatore, o [sia] profano come Esaù il quale, per una sola vivanda, vendette il suo diritto di primogenitura.

In Ebrei 13:4 l'autore tornerà a prescrivere che «il matrimonio sia onorato fra tutti e che il letto sia immacolato, poichè Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri». Che anche fra gli Ebrei ci fosse rilassatezza nei costumi risulta dalla facilità dei divorzi, e da esortazioni come quelle di Giacomo 4:3-4. La taccia di fornicatore non pare che si debba applicare, insieme con quella di profano, ad Esaù. La tradizione sinagogale lo descrive come dato alla sensualità, ma la Scrittura, pur notando che tolse in moglie varie donne Cananee, non lo presenta come fornicatore, bensì come profano, come uno che non apprezza le cose spirituali e celesti, che ad esse antepone ciò che reca un immediato vantaggio materiale od un fugace piacere. Il carattere suo profano Esaù lo mostro quando per una sola vivanda, per mangiare una minestra, un giorno che giungeva stanco dai campi, rinunziò, con qualche sprezzo, al suo diritto di primogenito. Tale diritto non implicava soltanto una duplice porzione nell'eredità Deuteronomio 21:17, ma nel caso dei patriarchi implicava l'essere il primo erede ed il trasmettitore della promessa fatta ad Abramo: «Tutte le famiglie della terra saranno benedette nella tua progenie». Di una siffatta missione religiosa, costituente uno dei più alti privilegi, Esaù poco si curava. Le conseguenze del suo spirito profano furono alla fine amare.

17 Voi sapete, infatti, che anche volendo più tardi eredare la benedizione, fu riprovato, perocchè non trovò luogo a pentimento, sebbene l'avesse ricercato con lagrime.

Lo scrittore si rivolge a persone che conoscono bene l'Antico Testamento; quindi gli basta l'accennare alla storia d'Esaù quando Isacco aveva in animo di dargli quella benedizione ch'era l'atto solenne del trasferimento dell'eredità e rivestiva per lo più carattere profetico. Allora Esaù che forse avea già dimenticato il suo giuramento ed il suo sprezzo d'una volta, fu riprovato da Dio il quale si servì di strumenti umani. Costoro vi mescolarono il loro peccato, ma servirono, in ultima analisi, al disegno di Dio. Le parole non trovò luogo a pentimento, sono suscettibili d'una duplice spiegazione. Se per «pentimento» s'intende quello d'Esaù, il senso è questo: «Volendo eredar la benedizione fu riprovato (poichè non trovò luogo in sè ad un vero pentimento), quantunque l'avesse ricercata (quella benedizione) con lagrime». Si osserva però che la locuzione «non trovò luogo a pentimento» in sè stesso, è un po' strana. Inoltre non risulta affatto che Esaù cercasse di pentirsi ed il riferirsi il pron. αυτην alla benedizione invece che al ravvedimento ( μετανοια) che precede, è forzato. Se invece per «pentimento» s'intende un mutamento nelle disposizioni d'Isacco, la frase corre liscia e sparisce ogni difficoltà. Infatti quel che Esaù domandò piangendo fu che Isacco revocasse la benedizione data a Giacobbe od almeno concedesse a lui dei privilegi uguali; ma non gli fu possibile di ottenere dal suo padre un simile mutamento d'animo. Isacco ebbe, in quell'ora, chiara coscienza d'avere, suo malgrado, servito al disegno di Dio e non potè tornare indietro. «L'ho benedetto, ei disse, e sarà benedetto» Genesi 37:33. Ricordando quella triste scena, lo scrittore vuol mostrare che chi sprezza in modo profano i propri privilegi spirituali per godersi qualche vantaggio materiale o qualche soddisfazione passeggera, si espone ad essere definitivamente riprovato da Dio. Quando l'ora della retribuzione è sonata, a nulla più valgono i rimorsi e le lagrime, e sono tolti anche quel beni materiali che si stimavano sopra ogni altro. «Molti, dice Gesù, cercheranno d'entrare e non potranno» perchè il Padron di casa avrà serrato l'uscio Luca 13:24-27.

Ammaestramenti

1. Combattere contro al peccato è combattere un buon combattimento, poichè il peccato è il peggior nemico di Dio e dell'uomo. È quindi un combatter per la nostra salvezza e felicità. Ogni cristiano è chiamato a combatter contro a dottrine peccaminose, contro a pratiche peccaminose, contro a costumi ed abitudini peccaminosi, in lui stesso e negli altri (Da Henry). Ma se il combattimento è santo e buono esso è altrettanto serio e può richiedere da parte nostra i massimi sacrifizi.

2. Quanto spesso si applica a noi pure il rimprovero di aver dimenticato che le afflizioni sono una disciplina paterna colla quale il Padre nostro celeste educa a santità i suoi figli! Guardiamo alle cause seconde e strumentali delle nostre sofferenze: alla malvagità, ai pregiudizi od agli errori degli uomini, alle circostanze avverse, invece di levar lo sguardo a Dio senza la cui volontà non cade un capello dal nostro capo. Guardiamo alle privazioni, alle umiliazioni, ai dolori nostri, alla ruina di talune nostre speranze o di taluni nostri piani, e non all'amore del Padre che ci corregge con sapienza che non erra ed in vista di un risultato santo e buono. Se a questo pensassimo, la prova ci parrebbe meno lunga e meno dura, l'accetteremmo con maggior sottomissione, non ci perderemmo d'animo, e ne ritrarremmo un utile spirituale più grande. Ad ogni modo, non c'è credente che dalla lettura; di questa breve pagina della Scrittura non abbia ricevuto conforto, quando s'è trovato nel crogiuolo dell'afflizione. Quello, osserva Henry, che da parte degli uomini è persecuzione religiosa, da parte di Dio è riprensione e castigo paterno. Gli uomini perseguitano i fedeli perchè sono religiosi; Dio li castiga perchè non lo sono abbastanza. Gli uomini li perseguitano perchè non vogliono abbandonar la professione della loro fede; Dio li castiga perchè non hanno menato una vita conseguente colla loro professione. I migliori tra i figli di Dio hanno bisogno della paterna disciplina di Dio. L'andarne esenti sarebbe segno che sono stati abbandonati al loro peccato da un giudicio divino.

3. Dalla condotta del Padre celeste verso i suoi figli devono i genitori terreni trarre norma per l'adempimento dei loro propri doveri verso la prole. Fra questi è da porre il dovere della correzione. Sia il movente di essa non l'irritazione, o l'ira o l'odio, ma l'amore. Sia la regola di essa la saviezza così nel discernere i caratteri come nel proporzionare il castigo alla colpa. Ed il fine sia il bene terreno ed eterno dei figli. D'altra parte, è accennato qui il dovere dei figli di sottomettersi con ogni rispetto a coloro da cui han ricevuto la vita terrena, anche se la loro correzione non sia esente di peccato e di errore.

4. Il sapere che tutte le prove di questa vita hanno, nell'intento di Dio, un alto fine educativo ci deve portare a un serio e scrupoloso esame di noi stessi onde scoprire le nostre lacune, le nostre negligenze e colpe individuali per portarvi rimedio. Da ogni prova, esce un qualche avvertimento divino cui non dobbiamo restar sordi. E quando la tribolazione colpisce una comunità, c'è in essa un invito collettivo all'umiliazione ed al pentimento. A ciascun membro incombe, oltre alla propria santificazione individuale, anche la responsabilità dell'esempio da dare ai pericolanti per incuorarli; della sorveglianza da esercitare sui fratelli onde la società non venga poi ad esser danneggiata dalla mala condotta di persone che avrebbero dovuto e potuto essere riprese in tempo e ricondotte nella retta via. C'è un episcopato che spetta ad ogni fedele.

5. «Pace e santità sono intimamente connesse. Non ci può esser vera pace senza santità. Ci potrà esser prudenza, tolleranza piena di discrezione, un'apparenza di amicizia e di benevolenza verso tutti; ma la vera disposizione pacifica del cristiano non è mai separata dalla santità. Non dobbiamo, sotto pretesto di vivere in pace con tutti, abbandonar le vie, della santità; piuttosto coltiviamo la pace nella via della santità» (Henry).

6. Profano è chiunque è inclinato a sacrificare i beni superiori ed eterni, ai vantaggi od ai godimenti terreni e fugaci. La Scrittura ne offre un tipo in Esaù; ma lo spirito profano, in tempi di materialismo, prende forme anche più ributtanti. Invano però cercasi di soffocare le aspirazioni ed i bisogni superiori dell'anima. Chi beve unicamente dell'acqua delle fonti terrene avrà ancor sete. Non si appagano i bisogni dell'anima con una minestra di lenticchie. Viene il «poi appresso» in ogni esistenza profana; viene il tempo in cui si risvegliano irrefrenabili i bisogni calpestati o derisi, in cui le leggi che reggono il mondo morale rivelano le conseguenze ultime ed ineluttabili della, condotta profana. «Guai a voi che ora ridete, ha detto il Signor Gesù, perocchè farete cordoglio e piangerete» Luca 6:25. «A Dio non si fanno beffe, quello infatti che l'uomo avrà seminato, quello ancora mieterà. Chi semina in vista della sua carne, mieterà dalla carne corruzione; ma chi semina in vista dello spirito, mieterà dallo spirito vita eterna» Galati 6:7-8.

7. «Ogni chiesa deve stare in guardia rispetto al peccato speciale della fornicazione; non aspettare che sia costatato, ma vegliare onde prevenirlo. I cristiani devono nella società mantenere il più alto livello morale e non tollerare il peccato nei grandi più che nei piccoli. In tutti i suoi membri e in ispecie nella sua gioventù, la chiesa dev'essere un testimone colla purezza nella vita, nelle parole e nel cuore» (A. Murray).

18 Sezione 7. Ebrei 12:18-29. SETTIMO MOTIVO DI PERSEVERANZA LA MAGGIOR RESPONSABILITÀ DERIVANTE DALLA SUPERIORITÀ DEL NUOVO PATTO.

Il settimo motivo di perseveranza che chiude a mo' di perorazione questa parte dell'Epistola, è tratto dalla dimostrata superiorità del nuovo Patto sull'antico. Esso è la realtà delle antiche promesse, poichè rivela la grazia di Dio in Cristo ed è perciò definitivo. Da questa superiorità deriva per i lettori una responsabilità maggiore. Se rigettassero la grazia offerta, nel patto definitivo, non resterebbe che il fuoco consumante del giudicio.

La superiorità del nuovo Patto è presentata in modo grafico e drammatico. Il carattere del patto legale si scorge in quel Sinai materiale, avvolto nel fuoco e nella caligine, scosso dal terremoto, e dal quale procede la voce della legge che fa tremare perfino il mediatore Mosè. Il carattere del nuovo Patto è simboleggiato nel monte di Sion e nella Gerusalemme celeste, ove Dio abita col suo popolo, ove ministra il sacerdote perfetto ed eterno, ove festeggiano le migliaia d'angeli, ove sono raccolti gli spiriti dei giusti antichi e dove la chiesa tutta degli eletti troverà stanza e riposo.

«Il pericolo cui va incontro chi non fa caso dei privilegi cristiani è proporzionato alla grandezza di quelli» (Westc).

Perciocchè non siete venuti al [monte] che si toccava e che ardeva in fuoco.

Il testo ordinario legge al monte (ορει ); ma la parola manca nei msc. più antichi (alef A C), nelle vers. Siriaca, Itala e nel cod. amiatino della Volgata. Tuttavia siccome nel secondo membro del paragone è mentovato il monte di Sion Ebrei 12:22 va sottintesa, la parola anche nel primo. Il connettere i due participi col sost. fuoco: «al fuoco palpabile ed ardente» (Vulg. tractabilem et accensibilem ignem), non offre un senso accettabile nè dal lato storico nè da quello della rispondenza tra il Sinai e Sion. Il fatto che il monte si poteva toccare con mano, palpare, serve ad indicare la sua natura materiale, terrena; mentre la nuova Gerusalemme è celeste e non appartiene alla creazione di quaggiù. (Cfr. Ebrei 11:10,16; 13:14). Il primo patto fu stabilito quando il popolo fu giunto nelle sue marce appiè del Sinai; perciò dice «non siete venuti...» cioè non siete entrati, come l'Israele antico, in un patto quale fu quello concluso al Sinai, ma voi siete entrati, per via di adesione volontaria, personale, spirituale, in un patto migliore. I passi da cui è tolta la descrizione del Sinai durante la teofania inducono a tradurre non «al fuoco ardente», bensì «al (monte) che ardeva in fuoco.» Cfr. Deuteronomio 4:11-12; 5:23; 9:15. Nell'Esodo 19:18 si legge che «il monte di Sinai fumava tutto, perciocchè l'Eterno era sceso sopra esso in fuoco e il fuoco ne saliva a guisa di fumo di fornace».

e alla caligine e all'oscurità.

prodotte dalla folta nuvola che avvolgeva il monte

ed alla tempesta.

C'erano infatti tuoni e lampi e tutto il monte tremava.

19 e al suono di tromba e alla voce delle parole

la voce di Dio che pronunziò le parole del decalogo;

tale che coloro che udirono domandarono che non fosse loro più parlato

direttamente, ma solo per mezzo di Mosè Esodo 20:19. Dio accondiscese a questo desiderio del popolo spaventato.

20 Perocchè non potevano tollerare quel ch'era prescritto: «Se anche una bestia tocca il monte, sia lapidata»

(testo em.). La severità delle disposizioni date per inculcare nel popolo il timor del Dio santo li faceva desiderare di ritrarsi dal piè del monte.

21 Ed era così terribile lo spettacolo, che Mosè disse: «Sono spaventato e tremante».

Il popolo tremava tutto; ma anche Mosè, il mediatore, fu preso da spavento dinanzi ai fenomeni terribili che accompagnarono la rivelazione del patto Sinaitico. Le parole attribuite a Mosè non si leggono nell'Esodo e neppure completamente in Deuteronomio 9:19. Paiono derivate da qualche narrazione tradizionale. Le circostanze in mezzo alle quali fu stabilito l'Antico Patto ne davano a conoscere i caratteri essenziali. Esso era un patto terrestre pieno di esteriorità e quindi transitorio. Esso era terribile perchè fondato sulla legge, rivelazione della santità di Dio. Il contatto di un popolo di peccatori colla santità di Dio era fatto per incutere spavento; e mentre la legge dava la conoscenza del peccato, non provvedeva ad una espiazione soddisfacente di esso.

22 Ben diverso è il Patto nuovo simboleggiato dal monte di Sion. «Là, dice Teodoreto, umore, qui giubilo ed assemblea festante; quello sulla terra, questo nei cieli; là migliaia di uomini, qui miriadi d'angeli; là degli increduli e trasgressori, qui la chiesa dei primogeniti scritti nei cieli e gli spiriti dei giusti compiuti; là il patto antico, qui il nuovo; là il servo per mediatore, qui il Figlio; là sangue di bestie senza ragione, qui il sangue dell'agnello dotato di ragione ( λογικου)»

Anzi voi siete venuti al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste.

Sion è nel linguaggio dei profeti il monte dell'Eterno Isaia 2:2-3; Salmi 24:3, il monte della Casa del Signore, il monte della sua santità Salmi 2:6; 15:1; Isaia 11:9; 56:7; 66:20. Ivi Dio abita e regna nella persona del suo Unto Gioele 3:17; Salmi 2:6. Su di esso siede la città di Gerusalemme da cui uscirà la parola di Dio, che sarà il centro del regno di Dio, ove Dio abiterà col suo popolo (Cfr. Apocalisse 14:1; 21:1-22:21). La Gerusalemme nuova è chiamata la città del, Dio vivente, perchè da lui edificata e destinata ad essere sua dimora. È celeste perchè non appartiene a questo mondo passeggiero, ma ai nuovi cieli ed alla nuova terra, al «mondo avvenire» Ebrei 13:14. Le descrizioni della Gerusalemme ideale, della città di Dio, detta anche nel N.T. «la santa Gerus.» «la nuova Gerus.» Apocalisse 21:2,10; 3:12; «la Gerus. di sopra» Galati 4:26 sono quanto v'ha di più sublime ed affascinante nei profeti. Basti ricordare Isaia 60; 66.

23 Ed alle miriadi che formano l'assemblea festante degli angeli, ed alla chiesa dei primogeniti registrati nei cieli.

Dopo la città gli abitanti. La frase è variamente punteggiata ed interpretata. Gli antichi espositori (Cfr. Vulg., Siriaca) seguiti da, alcuni moderni (Tischendorf, Reuss, Westcott, Meyer, Weiss), intendono: «alle miriadi di angeli in coro» ovvero «in festa», «in assemblea festante». Il sost. πανηγυρει sarebbe preso in senso avverbiale; ma si riconosce che la costruzione è poco elegante. Altri connette panèguris con quel che segue e ne viene il senso che abbiamo nella diodatina «alle miriadi d'angeli, all'universal raunanza ed alla chiesa dei primogeniti...» (Weizsäcker, Revised Vers., Nestle ecc.). Si obietta però che tutte le altre parti della descrizione cominciano con il loro και (e); che non c'è progressione da «assemblea festante» a «chiesa», mentre lo esigerebbe il passo ch'è in alto stile oratorio. Il nome πανηγυρις significa assemblea generale e, nell'uso, si applicava alle grandi assemblee popolari della Grecia in occasione di feste nazionali o di giochi. Vale quindi «assemblea festante» e ne abbiamo conservato un derivato nella nostra parola panegirico. Delitzsch e Alford spiegano «alle miriadi, formate così dall'assemblea festante degli angeli come dalla chiesa dei primogeniti.» Ma, nell'A.T., le miriadi è designazione che si applica di solito agli angeli Deuteronomio 33:2; Salmi 68:17; Daniele 7:10, non ad un'assemblea mista di angeli e d'uomini. Inoltre in questo caso non si intenderebbe che si mentovassero poi ancora «gli spiriti dei giusti compiuti». Tutto considerato, l'interpretazione che si urta a minori difficoltà è quella che considera le parole αγγελων πανηγ. come una spiegazione del termine tecnico sì, ma troppo conciso, di miriadi: «e alle miriadi, formanti l'assemblea festante degli angeli». Anche al Sinai v'erano degli angeli, ma erano ministri più che altro di terrore. Colla redenzione sono divenuti spiriti ministratori a favore degli eredi della salvazione. Salutano con canti la nascita del Salvatore, si rallegrano per un peccatore che viene a pentimento, portano le anime redente nel seno d'Abramo, e nel compimento del regno di Dio formano un'assemblea festante che loda Iddio e si rallegra cogli uomini pel trionfo finale della Redenzione.

La chiesa dei primogeniti non è quella dei loro «maggiori» (Reuss), i santi dell'A.T. mentovati più sotto; nè è quella delle primizie soltanto dei credenti del Nuovo Patto, ne quella dei martiri. Piuttosto è la chiesa della nuova alleanza nella sua totalità: quella moltitudine d'ogni tribù e lingua e popolo venuta da tutti i canti della terra, che doveasi aggiungere ai fedeli dell'Antico Patto secondo le profezie Isaia 2; 60; Michea 4; Gioele 2. L'appellativo primogeniti li designa come gli eletti e privilegiati d'infra gli uomini, chiamati ad esser sacerdoti dell'Altissimo, come i primogeniti erano consacrati a Dio; chiamati ad esser eredi di Dio, coeredi del Primogenito per eccellenza. I lor nomi sono registrati nei cieli come lo sono nei censimenti i cittadini di una data città. La parola greca per censimento ( απογραφη) deriva dal verbo qui usato. Cotesta iscrizione nell'albo celeste è arra del diritto di cittadinanza nella città di Dio, diritto conferito loro dalla elezione del Padre ed acquistato loro dall'opera del Figlio. La Chiesa di Dio, è rappresentata nella sua ideale totalità come già raccolta nella sua città celeste, sebbene in realtà non ci sia ancora che in parte. Ma è vicino il tempo in cui vi sarà raccolta, insieme a quelli che ne formarono il primo nucleo: i santi dell'Antico Patto. I cristiani Ebrei han veduto levarsi l'aurora dell'universalismo contemplata da lungi dai profeti, e le genti adorare l'Iddio di Abramo.

E a Dio giudice di tutti.

Così rendono, e con ragione, gli espositori greci. Alcuni moderni traducono «e ad un Giudice ch'è Dio di tutti». Ma si domanda, come mai può il giudicio universale di Dio esser presentato come una delle attrattive del Nuovo Patto? Il giudicio di Dio è la manifestazione della giustizia e della verità assoluta; è la sentenza finale che raddrizza le cose storte, che cassa i pronunziati erronei od iniqui degli uomini. Per i membri del popolo di Dio oppressi, spogliati, calunniati, il venire al Dio giusto giudice di tutti è una, lieta prospettiva. Egli renderà a coloro che li affliggono la loro retribuzione e a loro darà riposo 2Tessalonicesi 1. L'epistola parla sempre di Dio qual giudice, senza notare che Dio giudicherà per mezzo di Cristo Ebrei 4:11; 10:30; 12:29; 13:4.

Ed agli spiriti dei giusti compiuti.

o fatti perfetti. Conf. Ebrei 11:40. Si tratta dei santi antichi giunti di già alla perfezione sebbene tuttora privi del corpo celeste. La prospettiva di essere riuniti ai loro antenati pii, doveva essere particolarmente lieta per degli Ebrei; nè vi è in queste parole allusione alcuna ad una invocazione dei santi; tutt'altro.

24 E al mediator del patto nuovo, Gesù

di tanto più perfetto e più grande del mediatore antico Mosè. L'aggettivo νεος (novus) qui usato vale propriamente nuovo nel senso di recente (cf. Il francese neuf); nuovo quanto al tempo, mentre καινος (kainos) vale nuovo quanto alla sostanza. Ed il Patto inaugurato da Cristo è nuovo in ambedue i sensi: Avendo mentovato il mediatore, mentova del pari il sangue su cui è stato fondato e dal quale è stato suggellato il Patto di grazia

e al sangue dello spruzzamento che parla meglio di Abele.

È «sangue dello spruzzamento» o dell'aspersione perchè sparso alla presenza di Dio stesso in espiazione dei peccati e capace di purificare la coscienza Ebrei 10:22. Il testo receptus appoggiato solo da qualche cod. minuscolo, legge κρειττονα (cose migliori). L'idea contenuta nel testo emendato è in fondo la stessa, poichè il sangue di Cristo parla meglio di Abele, certo non per la forma, ma per la sostanza. Abele ucciso chiedeva vendetta da Dio; il sangue di Cristo impetra ed ottiene il perdono dei peccati e l'assicura completo ed eterno.

25 Alla descrizione della superiorità del nuovo Patto, il quale rivela più completamente l'amor di Dio e le realtà eterne e beate che sono lo scopo ultimo del suo disegno, segue l'esortazione a non trascurare o sprezzare la Rivelazione superiore del nuovo Patto, anzi a ricevere i privilegi offerti da Dio con gratitudine e riverente adorazione.

Guardate che non ricusiate colui che parla;

Il verbo che rendiamo qui ricusare ( παραιτεω) riveste a seconda del contesto, dei sensi un po' diversi. Letteralm. vale: «domandare una cosa da qualcuno»; così in Ebrei 12:19; Atti 25:11. Poi viene a significare «domandare scusa», o scusarsi di un rifiuto. Così gl'invitati in Luca 14:18-19. Nelle Epistole pastorali vale «evitare, scansare, ricusare di udire o di ricevere». Tal'è il senso che ha 1Timoteo 5:11 e nel nostro passo. Colui che parla è Dio per mezzo di Gesù, il Rivelatore del nuovo Patto. Cf. Ebrei 2:2.

Perocchè se quelli non iscamparono per aver ricusato [di ascoltare] colui che faceva le rivelazioni divine sulla terra, molto meno scamperemo noi voltando le spalle a colui che [parla] dai cieli.

Nel rifiuto d'ascoltare la rivelazione antica, non è da vedere un'allusione alla domanda fatta dal popolo spaventato che Dio gli parlasse per mezzo del mediatore Mosè, anzichè direttamente. Dio gradì quel sentimento di timore come si vede in Deuteronomio 5:23-31. Piuttosto, il rifiuto di ubbidienza va cercato nelle numerose ribellioni alla legge di Dio che cagionarono la distruzione nel deserto di tutta la popolazione adulta uscita d'Egitto. Cf. Ebrei 2:2-3; 3:9-10; 10:28. In «colui che faceva le rivelazioni divine sulla terra» Crisostomo ed altri han veduto Mosè il mediatore della rivelazione antica. Ma nella Scrittura ed in ispecie nell'Epistola agli Ebrei, chi parla nella legge è Dio direttamente, o Dio per mezzo di Mosè o per mezzo degli angeli.

Nel contesto stesso si fa menzione della «voce delle parole» ch'è la voce di Dio proclamante il Decalogo. Quella voce scosse allora la terra Ebrei 12:26 quando parlò sul Sinai in mezzo ai fenomeni narrati nell'Esodo 19. «Colui che fa rivelazioni dal cielo» è Dio ancora, ma Dio che si rivela per mezzo del Figlio venuto dal cielo a farci conoscere il Padre, ed ora tornato in cielo donde manda lo Spirito della grazia e della verità. Il contrasto è tra Dio che parla sulla terra con mezzi inferiori, in modo più incompleto, nel primo Patto, e Dio che, negli ultimi tempi, parla nel Figlio stesso, rivelando in modo completo e definitivo il suo disegno di grazia. Il ricusare di dare ascolto alla Rivelazione per ogni verso superiore è assai maggior colpa che non fosse il ricusare la prima, ed è quindi passibile di maggior condannazione, come l'autore ha già esposto a varie riprese, specialmente Ebrei 2:1-4,7; 10:28-29.

26 Mentre l'ordine di cose connesso coll'antico Patto è transitorio, l'ordine di cose introdotto dal nuovo è destinato a sussistere per sempre.

La cui voce scosse allora, la terra; ma ora egli ha fatta questa promessa: «Ancora una volta io scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo». Ora, l'«ancora una volta» fa manifesto il passare delle cose scosse come quelle ch'erano state fatte, acciocchè dimorino quelle che non sono scosse.

A dimostrare l'importanza dell'evento succeduto al Sinai, Dio fece tremar la terra, ma non fu quello che un fenomeno passeggiero e parziale, indizio di una potenza capace di produrre nel mondo fisico ed anche morale, ben maggiori rivolgimenti. Ma la rivelazione sinaitica non era, se non un passo innanzi verso l'economia definitiva che sola introduce la perfezione. L'avvento dello stato di cose definitivo è presentato nei profeti come il rivolgimento maggiore della storia, e come tale ha da essere accompagnato da rivolgimenti nel mondo esterno, non paragonabili a quelli ch'ebbero luogo al Sinai. Allora, quando fu proclamata la legge e istituito l'antico Patto, la voce di Dio scosse la terra. Secondo ogni probabilità l'autore non ricava questo dato da Esodo 19:18 ove la LXX legge non che il monte (hahar) tremava, ma che il popolo (haham) era fuor di sè per lo stupore. Piuttosto l'avrà ricavato dai passi della LXX come Giudici 5:4: «i monti furono scossi, questo Sinai stesso...» o Salmi 113:7 (Ebr. Salmi 114).

27 Ma ora, nelle profezie che si riferiscono ai tempi messianici, che sono l'ultima epoca della storia, si trova la promessa di un ultimo grande rivolgimento che introdurrà lo stato di cose definitivo. La parola profetica qui citata si legge in Aggeo 2:7 ed è riportata secondo la versione greca con lievi varianti intese a sottolineare talune espressioni del testo. La profezia d'Aggeo si riferisce alla gloria di cui Dio riempirà il secondo tempio. Esso vedrà l'inaugurazione dell'era messianica in cui s'adempiranno le gloriose promesse fatte alla casa di David e al popolo d'Israele. La profezia, come al solito, abbraccia in un'unica prospettiva degli eventi che saranno separati da lunghi intervalli e contempla realizzato d'un tratto ciò che si effettuerà gradualmente (cf. Gioele 2). L'ebraico dice lett.: «ancora quest'unico poco», ed esprime l'idea che il tempo dell'aspettazione sarà breve e che sarà l'ultimo prima di quel rivolgimento messianico che sarà ad un tempo il massimo ed il definitivo, poichè condurrà seco «la pace», il coronamento finale dell'opera di Dio. La vers. dei LXX «ancora una volta» accentua il carattere finale dell'era messianica; ma l'idea risulta dall'insieme della profezia d'Aggeo come dalle profezie consimili. Qui non c'è più uno «scrollamento» parziale e transitorio, c'è un trasferimento, una rimozione ( μεταθεσις) di un ordine di cose, per sostituirvene un altro, per conseguenza un mutamento radicale e completo. Le cose che sono rimosse, o fatte passare sono la creazione attuale; quelle che subentrano sono i nuovi cieli e la nuova terra, lo stato definitivo, il regno di Dio compiuto. La creazione attuale che sarà scossa (cf. Luca 21:26) è caratterizzata dalle parole: come essendo state fatte, espressione che ha da spiegarsi in armonia con l'altra Ebrei 9:11: «di questa creazione» terrestre, per opposizione alla celeste. L'ordine di cose attuale, la terra ed i cieli «presenti», sono fatti per servire ad un dato modo di esistenza, psichica e terrena, ed essendo stati fatti per un dato fine son destinati ad esser disfatti quando hanno compiuto il loro tempo. Come il «corpo spirituale» è nuova creazione adatta allo stato superiore, così anche l'abitazione dell'umanità nello stato perfetto è chiamata una nuova creazione. Cf. 2Pietro 3; Apocalisse 21:22. I nuovi cieli e la nuova terra ove abita la giustizia sono le cose che non sono più smosse, ma che devono rimanere incrollabili come quelle che rispondono alla perfezione di Dio.

28 Perciò ricevendo il regno che non può essere scosso, nutriamo gratitudine [e] per essa rendiamo a Dio un culto accettevole con riverenza e timore, poichè il nostro Dio è anche «un fuoco consumante».

Regno ( βασιλεια) può significare «potenza regia», ovvero, come qui, il mondo avvenire che prenderà il posto del presente dopo l'ultima crisi e sul quale Dio regnerà. Quello stato di cose perfetto non sarà più soggetto ad alcuno sconvolgimento come lo è il presente. Quel regno stabile di perfezione ci è offerto da Dio, può diventare nostra eredità. Le porte della città di Dio, della Gerusalemme celeste, sono aperte in Cristo a tutti i peccatori penitenti. A noi sta il ricevere da Dio ( παραλαμβανοντες) con fede e riconoscenza, come si riceve un dono d'infinito valore, il regno che non sarà mai scosso. Il testo offre per i due verbi che seguono delle varianti derivate anzitutto dalla facilità con cui un ω può scambiarsi con un ο da chi scrive sotto dettatura, poi dal senso clip veniva attribuito alla frase. Il Nestle, con i codd. A. C. D. L., Sir. (Bengel. Bleek, De Wette, Delitzsch, Alford, Westcott, Bruce) legge due soggiuntivi ( εχωμεν... λατρευωμεν). Il senso che ne deriva è il seguente: Ricevendo adunque da Dio, come spero siamo tutti disposti a fare, il regno incrollabile, guardiamo di nutrire nel nostro cuore la gratitudine che si conviene a chi è messo in possesso d'un tanto dono. E, mediante quella gratitudine, facciamo di offrire a Dio il nostro culto in modo a lui accettevole. Se glielo offriamo con cuori pieni di fede e di riconoscenza per le mani del nostro celeste sacerdote, certo sarà gradito. La locuzione εχειν χαριν (lett. aver grazia) è resa da alcuni nel senso della diodatina: «riteniamo [la] grazia»; ma dovremmo avere allora κατεχωμεν o κρατωμεν ed il sostantivo dovrebbe aver l'articolo. Il senso costante della locuzione è quello di «aver gratitudine», esser grati, riconoscenti. Segue di solito il dativo della persona cui si rivolge la riconoscenza (Luca 17:9; 2Timoteo 1:3; 1Timoteo 1:12; 2Maccabei 3:33 e cf. l'espressione χαρις τω θεω); qui il dativo a Dio è sottinteso, perchè vien dopo il secondò verbo. Quanto alle altre lezioni meno appoggiate, i codd. alef K hanno due indicativi: «noi abbiamo gratitudine (o grazia) per mezzo della quale noi rendiamo il culto...». La Vulg. seguita. da Tischendorf, ha il primo verbo all'indicativo ed il secondo al sogg.: «Noi abbiamo gratitudine (o grazia), mediante la quale facciamo di rendere il nostro culto a Dio in modo accettevole... Finalmente il cod. M e la versione armena seguiti dal Weiss leggono il primo sogg. ed il secondo indic. «facciamo di sentir gratitudine mediante la quale noi possiamo rendere il nostro culto a Dio in modo a lui accettevole». La lezione, per quanto trovi poco appoggio nei Msc., si raccomanda per semplicità e risponderebbe bene al contesto, poichè come nota il Weiss, la gratitudine alla quale gli Ebrei sono esortati forma il più aperto contrasto con l'attitudine di chi volta le spalle al Dio che ci offre l'entrata nel regno della perfezione. Il terminare poi con una esortazione come questa è in perfetta armonia con la tendenza pratica dovunque mostrata dallo scrittore. Anche in Ebrei 13:15 ritornerà sul dovere di offrir a Dio del continuo un culto di lode ispirato dalla gratitudine. Dalla riconoscenza non devono andar mai disgiunti, nel nostro culto, i sentimenti che si convengono alla creatura davanti a Dio: la pia riverenza di chi teme di offendere il Dio santo ed il timore di chi sente tutto il suo nulla davanti all'Onnipotente. Paolo dice: «con timore e tremore».

29 La ragione di cotesti sentimenti sta nel carattere santo di Dio che non può tollerare il peccato e che giudicherà i peccatori ribelli. La espressione fuoco consumante è tolta da Deuteronomio 4:24; 9:3. Come tale Dio si manifesterà contro a coloro che avranno sprezzata la sua salvazione. Dio è l'Iddio della grazia, ma è anche l'Iddio della santità e della giustizia.

Ammaestramenti

1. È colpevole chi ricusa di dare ascolto alla voce di Dio quale che sia il modo in cui tal voce gli giunge all'orecchio. Chi respinge la voce di Dio che gli parla per mezzo della coscienza non è tenuto per innocente; chi respinge la voce di Dio che gli parla per mezzo della legge mosaica, espressione della santità e della giustizia, non isfugge al giudicio. Ma chi respinge la voce di Dio che gli parla nel Figlio, che gli rivela l'amore e la grazia del Padre non disgiunte dalla santità, che gli apre largamente i tesori della verità ponendo in luce la vita e l'immortalità, come non sarebbe egli sottoposto ad un più severo giudicio? Quale scampo troverà chi avrà respinti gl'inviti più teneri dell'amor divino? Questo avvertimento circa la tremenda responsabilità di chi respinge la salvezza in Cristo, l'autore non si stanca di ripeterlo; ed è bene ch'esso risuoni del continuo alla coscienza di coloro che vivono nella, piena luce dei benefici del Nuovo Patto.

2. Mentre la rivelazione della legge era fatta per incutere spavento a uomini peccatori, e li teneva lontani e tremanti, la rivelazione della grazia nell'Evangelo è fatta per trarci a Dio per mezzo di Cristo. I cristiani che si ostinano a vivere «sotto la legge» hanno uno spirito pauroso e servile: solo quelli che non confondono i due patti ed accettano con fede piena i privilegi del Nuovo Patto ricevono lo spirito di adottazione e di libertà. Entrano come cittadini nella Gerusalemme libera Galati 4:22-26. Perchè staremmo dubbiosi? Ecco ci sono aperte le porte della città di Dio, non tenebrosa e corrotta, ma, tutta piena di luce, di pace, e di giustizia, ove Dio abita e regna, ov'egli terge ogni lagrima e da cui tien lontano ogni dolore ed ogni peccato. Ecco ci è aperta la società delle miriadi degli angeli che ci accolgono festanti, pieni di giubilo per la nostra salvazione. Ecco siam chiamati a far parte della chiesa dei redenti venuti d'ogni tribù, d'ogni lingua e d'ogni nazione; ivi ritroviamo gli spiriti eletti delle antiche età; ivi i testimoni di Cristo di tutti i tempi, i martiri ed i riformatori, i grandi ed i piccoli. Ecco il Mediatore del Nuovo Patto, Gesù il Figliuol di Dio, il sacerdote pieno di compassione che ci invita: «Venite a me voi travagliati ed aggravati» - e ci apre la via al trono della grazia col sangue del suo sacrificio, di valore infinito ed eterno. In verità, tutto qui ci attrae al Dio della salvazione: la rivelazione più luminosa attrae e soddisfa la mente; l'amore che ci perdona e ci rende felici attrae il cuore; il perdono che non è concesso a scapito della giustizia e della santità, anzi è fondamento di vita rinnovata, soddisfa la coscienza. «O Gerusalemme, i nostri piedi si fermano nelle tue porte». «Sia Sionne, la città di Dio, colle sue celesti gioie, colla sua santa bellezza, colla sua eterna potenza di vita, il luogo della nostra dimora! Lo Spirito di Cristo può e vuol farci sperimentare, fin da ora, la vita celeste».

3. Il regno di Dio che principia quaggiù e che troverà la sua perfezione nel mondo avvenire quando saranno maturi tutti i frutti della Redenzione in Cristo, - non è un regno che possa esser mai smosso. E regno di giustizia, di pace, di felicita, è regno di perfezione che risponde al disegno del Padre. All'opera di redenzione del Figlio ed all'interno rinnovamento creato dallo Spirito; come mai sarebbe egli smosso? Il cuore nostro, stanco del perpetuo crollare e mutare delle cose instabili di quaggiù, anela dietro a ciò ch'è stabile in eterno e su cui lo spirito può far sicuro assegnamento. Quando l'occhio della fede è fisso sopra quel che non ha da esser smosso, possiam guardare senza turbamento ai rivolgimenti che succedono nelle cose transitorie di quaggiù. «Qualunque cosa perisca, c'è sempre qualcosa d'infinitamente prezioso che resta. Anche quando la terra sia rimossa ed i monti sieno gettati in mezzo al mare e le acque di esso romoreggino, c'è un fiume di vita, c'è un forte rifugio, una città di Dio, un regno che non può essere smosso. Chi ha questa fede passa quieto e tranquillo fra mezzo i pericoli di un'epoca di transizione; mentre quelli che non intendono nè credono, vengono meno per sgomento nel veder le cose che stanno venendo sulla terra» (A. B. Bruce).

4. Il culto che i cristiani rendono a Dio ha per anima la riconoscenza. L'aver ricevuto tanti benefizi da Dio; per mezzo di Cristo suscita nei loro cuori il nuovo cantico della gratitudine. La loro vita dev'essere tutta un culto di riconoscenza. Ma, perchè vivono sotto la grazia ed hanno libero accesso al trono di Dio, come figli presso al loro Padre, non vien meno in loro il senso della loro pochezza e miseria, il senso della loro dipendenza da Dio che è pur sempre l'Altissimo, l'Onnipotente e che non ha cessato d'essere un fuoco consumante per la sua santità e giustizia. Dalla gratitudine non va disgiunto mai un sentimento di pia riverenza e di timore che tien lontana ogni sconveniente familiarità.

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