Efesini 1

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I PRELIMINARI DELLA LETTERA

Efesini 1:1-2

I «preliminari» della lettera contengono:

1. La firma (Efesini 1:1a)

2. L'indirizzo (Efesini 1:1b)

3. Il saluto (Efesini 1:2)

1. La firma Efesini 1:1a

Paolo, apostolo di Gesù Cristo, per volontà di Dio.

E la firma nella forma più semplice che l'apostolo adoperi in queste sue lettere. Egli non ha bisogno d'aggiungere altro; il nome basta. Non è uno straniero che abbia bisogno di presentarsi ai suoi lettori, come deve fare quando scrive ai romani Romani 1:1; non ha dei nemici in vista che contestino la legittimità dell'esser suo, come quando scrive ai galati Galati 1:1; non è giunto ancora così vicino alla fine della sua vita, che l'ora del tramonto lo muova ad aggiungere alla propria firma un qualche pensiero solenne che si riferisca all'«al di là», come quando scrive le sue Pastorali 1Timoteo 1:1; Tito 1:1; i cristiani ai quali scrive, lo conoscono; quindi è che la firma:

Paolo,

è sufficiente. «Siccome però egli non scrive qui una lettera privata ad alcuni amici, o un biglietto confidenziale come fa quando scrive a Filemone, ma scrive una lettera di apostolica importanza destinata ad una larga cerchia di lettori, il suo titolo ufficiale non può mancare; quindi:

Paolo, apostolo di Gesù Cristo o apostolo di Cristo Gesù,

come leggono altri codici (Colossesi 1:1). Apostolo e un ambasciatore, un mandato con un messaggio o con un incarico speciale; e la parola si trova con questo suo significato primitivo e naturale in 2Corinzi 8:23; Filippesi 2:25. Cristo è per eccellenza

l'apostolo,

l'ambasciatore di Dio Ebrei 3:1; Paolo è uno degli apostoli, degli ambasciatori di Cristo; uno dei messi di Cristo; ed è tale

per volontà di Dio.

Queste parole si trovano anche in 1Corinzi 1:1; 2Corinzi 1:1; Colossesi 1:1; 2Timoteo 1:1, ed accentuano semplicemente questo fatto che l'apostolo non dimentica mai: il

va!...

dell'apostolato Matteo 28:19 gli è stato detto non perch'egli se lo meritasse, ma per una grazia speciale della ineffabile provvidenza di Dio 1Corinzi 15:10; Efesini 3:8.

2. L'indirizzo: Efesini 1:1b

Ai santi e fedeli in Gesù Cristo, che sono a...

Per i problemi che quest'indirizzo suscita, rimando il lettore alla introduzione generale alla lettera. Basti qui il notare che quest'indirizzo, secondo noi, va letto alla luce di quello della lettera ai colossesi Colossesi 1:2. Tanto qui che là i credenti, i «fratelli», son chiamati:

santi e fedeli in Gesù Cristo. Santo

e termine importato nell'ambito del Nuovo T., dall'Antico; e vale: «messo a parte», «consacrato al servigio di Dio». È la parola che ricorda l'opera divina che ci ha tratti dalla schiavitù del male e ci ha chiamati al libero e filiale servigio dell'Iddio salvatore.

Fedele,

è la parola che ricorda l'atto per cui noi abbiamo risposto alla chiamata divina e, camminiamo con perseveranza in modo degno della nostra celeste vocazione. La formula:

in Gesù Cristo

è formula sintetica che abbraccia il

santi

ed il

fedeli,

in quanto Cristo è la sorgente della santità e l'oggetto della fedeltà del cristiano.

2 3. Il saluto: Efesini 1:2

Grazia e pace a voi, da parte di Dio nostro padre e da parte del Signor Gesù Cristo.

La

grazia

è la base della santificazione; la

pace

è lo scopo della fede. I lettori della lettera, per il fatto ch'eran dei «santi» e dei «fedeli», avean già gustato le primizie della «grazia salutare» Tito 2:11 e della «pace di Dio, che sorpassa ogni intelletto» Filippesi 4:7. Ora si trattava di fare esperienza più vasta e più profonda di coteste «benedizioni spirituali» Efesini 1:3. «Grazia e pace vi siano moltiplicate» è detto in 1Pietro 1:2; 2Pietro 1:2. E se non lo dice esplicitamente, è un fatto però che, scrivendo la frase nostra, l'apostolo ha in cuore il sentimento che si muove nell'involucro di coteste parole. Il

da parte di Dio nostro padre e del Signor Gesù Cristo

accenna alle sorgenti prime di cotesta «grazia» e di cotesta «pace» ( απο) non solo, ma contiene due parole preziose che mettono in rilievo due fatti, i quali garantiscono i lettori che, se sapranno mantenersi e «santi» e «fedeli» il saluto dell'apostolo non sì risolverà in una frase vana ed infeconda Le due parole sono:

Padre e signore;

i due fatti: la «paternità di Dio» «l'assoluta signoria di Cristo». Dio, appunto perchè «padre», è largo, generoso donatore e di grazia e di pace: e grazia e pace non son mai negate da Colui, a cui Dio stesso ha dato «ogni potestà, in cielo e sulla terra» Matteo 28:18.

Riflessioni

1. Agli apostoli, vale a dire a coloro che hanno un messaggio di perdono, di conforto e d'amore da recare in nome di Dio all'umanità peccatrice e sofferente, l'apostolo dice: «Ricordatevi che quello che siamo, lo siamo perchè Dio lo vuole e perchè Cristo ci manda». Questi due fatti tarpano le ali al nostro orgoglio e danno al ministerio nostro la dignità che gli conviene.

2. Santi e fedeli.

Anche i sacerdoti del Nuovo Patto, per esser veramente tali, debbono portare scritto m fronte: «Santità al Signore»: «Separati dal male e consacrati al bene»; tal'è il motto della vita del credente, tal'è l'essenza della santità cristiana. «Santi e fedeli», dice l'apostolo; ed è per cotesta fedeltà che il credente dice al suo Dio ed al suo Salvatore: «Si, Signore. Ora e sempre! Per il tempo e per l'eternità!» Ma come fare perchè cotesta aspirazione alla santità non si riduca ad un vano, inconcludente sospiro, e perchè cotesta promessa non cada miseramente nel vuoto? L'apostolo risponde: «Riguarda a Gesù! Vivi in comunione con lui; per cotesta comunione, Gesù, che è la nostra santificazione 1Corinzi 1:30, renderà un fatto concreto la santificazione tua; e per cotesta comunione, Gesù, che è «il fedel testimone» per eccellenza Apocalisse 1:5; 3:14, renderà possibile e perseverante la tua fedeltà verso lui, in mezzo alle tempeste della vita.

3. «Grazia»

ci è stata fatta se, credendo in Cristo, abbiam ricevuto da Dio il perdono dei nostri peccati; e la

«pace»

di cui l'apostolo parla dev'essere per noi non una aspirazione vaga ed incerta ma un incrollabile fatto d'esperienza se, avendo creduto in Gesù, noi siamo veramente riconciliati con Dio. Ma non basta. Noi non siamo che sulla riva; e dinanzi a noi si stende l'oceano sconfinato di quella grazia e di quella pace, che procedono da Dio e dal Cristo di Dio. Su cotest'oceano è lo Spirito che ci sospinge e che fa sì che di giorno in giorno «grazia e pace ci siano moltiplicate», mentre, sicuri all'ombra della paternità di Dio e della signoria del Cristo, noi aspettiamo che suoni l'ora solenne in cui la grazia sarà coronata con la visione immediata di Dio, e la pace sarà trasfigurata in allegrezza perfetta.

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I. PREAMBOLO

UN INNO, UN VOTO DELL'APOSTOLO E IL PRELUDIO ALLA PARTE SPECIFICAMENTE DIDATTICA DELLA LETTERA

Efesini 1:3-2:10

Il «preambolo» ha tre parti, l'ultima delle quali si suddivide in due capi:

1): L'INNO DI AZIONI DI GRAZIE DELL'APOSTOLO: Efesini 1:3-14.

2): IL VOTO INCESSANTE DI PAOLO PER I SUOI LETTORI: Efesini 1:15-23.

3): IL PRELUDIO ALLA PARTE SPECIFICAMENTE DIDATTICA DELLA LETTERA: Efesini 2:1-10.

   a) LA RISURREZIONE SPIRITUALE DEI CREDENTI MEDIANTE L'UNIONE LORO PERSONALE COL CRISTO RISORTO: Efesini 2:1-7.

b) LA SALVAZIONE, DAL PUNTO DI VISTA DELLA SUA CAUSA, DEL SUO MEZZO, DEL SUO SCOPO: Efesini 2:8-10.

1. L'INNO DI AZIONI DI GRAZIE DELL'APOSTOLO: Efesini 1:3-14.

Benedetto sia Iddio, il padre del nostro Signor Gesù Cristo, che ci ha benedetti d'ogni sorta di benedizioni spirituali, in Cristo, nei cieli.

La formula con cui l'inno incomincia:

Benedetto sia Iddio, il padre del nostro Signor Gesù Cristo,

e che ritroviamo tale e quale in 2Corinzi 1:3; 1Pietro 1:3; cfr. Romani 15:6; 2Corinzi 11:31; Colossesi 1:3; Apocalisse 1:6, è la formula cristiana che nel Nuovo Patto ha preso il posto dell'antica formula israelitica: «L'Iddio d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe» Esodo 3:6,15-16; Matteo 22:32.

Il quale ci ha benedetti

donandoci Cristo e «chiamandoci dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» 1Pietro 2:9. Teodoreto nota qui molto a proposito che mentre noi benedicendo Iddio non possiamo far altro che espanderci in inni o in parole che non recano a Lui alcun pratico beneficio, Iddio, benedicendo noi fa seguire il fatto alla parola, e ci ricolma di benefici uno più prezioso dell'altro.

D'ogni spirituale benedizione,

dice l'apostolo; e chiama coteste benedizioni

spirituali

perchè appartengono all'ambito pneumatico, spirituale della vita dell'uomo. Sta bene che le son tutte benedizioni che procedono dallo Spirito Santo; ma qui, quello che l'apostolo vuol accentuare, non è l'origine ma è la natura di coteste benedizioni. Il Crisostomo, seguito dal Grozio e da altri, interpreta queste «benedizioni spirituali» come se fossero qui messe a contrasto con le benedizioni materiali, temporali dell'Antico T.; ma di un cosiffatto contrasto non è traccia nel testo. Altri vorrebbero limitare queste benedizioni agli speciali «carismi pneumatici», di cui è parola in Romani 1:11; 1Corinzi 12:1; 14:1; ma quell'ogni ( παση) del testo dimostra sufficientemente che cotesta limitazione non ha ragion d'essere. Come osserva Teodoreto, queste benedizioni includono «la speranza della risurrezione, le promesse della immortalità, la promessa del regno dei cieli la dignità dell'adozione» e possiamo aggiungere, più generalmente ancora, tutti i frutti dello Spirito che Paolo enumera in Galati 5:22 ed ogni virtù cristiana. L'apostolo, del resto, ci darà fra poco egli stesso qualche splendido esempio di coteste benedizioni (Efesini 1:4,7 ecc.).

Nei luoghi celesti.

Che vuoi mai dire l'apostolo con questa misteriosa espressione? Gli interpreti l'hanno intesa variamente; e la difficoltà di afferrarne il senso vero sta nel fatto che si tratta di un, modo idiomatico tutto particolare dell'apostolo. L'apostolo dice εν τοις επουρανιοις:

nei celesti.

Si tratta quindi, per completare il pensiero, di supplirvi o πραγμασι o τοποις, e dire o

nelle COSE celesti

o

nei LUOGHI celesti.

Cotesto modo si trova altre quattro volte in questa medesima lettera Efesini 1:20; 2:6; 3:10; 6:13; e tutte le volte implica evidentemente l'idea di località; e siccome non v'è ragione per cui l'idea di località sabbia da escludere dal modo com'è usato nel passo nostro, è naturale che lo riteniamo significare anche qui:

nei luoghi celesti

o

nei cieli.

Ma e che vogliono (lire queste benedizioni Spirituali delle quali Dio ci ha benedetti nei luoghi celesti?... Il Beza risponde: La cosa si può intendere in due modi: Le sono benedizioni spirituali nei luoghi celesti o perchè Colui che benedice, vale a dire, Dio, è nel cielo, o perchè le benedizioni di cui qui si tratta sono cosa di cielo, cosa goduta dai credenti, al tempo stesso che dagli abitanti del cielo. E il Calovio diceva pur felicemente: «Le benedizioni spirituali di cui qui si parla sono εν τοις επου ανιοις ratione et originis, qualitatis et finis; per questa ragione, cioè, che vengono dal cielo, che sono essenzialmente cosa di cielo e che avranno nel cielo il loro glorioso coronamento». E sta tutto bene; ma, come ho già detto, si tratta qui d'uno di quei modi idiomatici tutti propri di Paolo che, tradotti alla lettera, non rendono il pensiero dell'apostolo; bisogna quindi fare tutto il possibile per penetrare al di là della lettera ed afferrare lo spirito della cosa. Ho detto che la frase che studiamo, implica senza dubbio l'idea di località. Vediamo dunque. Iddio ci benedice; se domandiamo. Con che sorta di doni ci benedice Egli? l'apostolo risponde: «Con ogni benedizione spirituale»; e se domandiamo. Dove? l'apostolo risponde: «Nei luoghi celesti». Ora, negli scritti di Paolo, cotesti «luoghi celesti» non significano sempre, in modo assoluto, come afferma erroneamente l'Olshausen,

il cielo.

Cotesti «luoghi celesti», per Paolo, significano talvolta un ambito spirituale più basso del cielo ed a noi molto più vicino. Difatti, dice l'apostolo: Iddio «ci ha risuscitati con Cristo e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti»

Efesini 2:6.

Or è certo che cotesto nostro «sedere con Cristo nei luoghi celesti» è un onore, una gioia attuale, un qualcosa di cui godiamo

adesso.

Noi, dice ancora l'apostolo, «lottiamo contro ai principati, alle potestà... contro gli spiriti maligni nei luoghi celesti» Efesini 6:12; e certo, cotesti spiriti maligni non sono nel cielo; e la nostra lotta con loro, è lotta attuale, d'ogni giorno, d'ogni ora. La conclusione quindi è questa: che v'hanno dei ««luoghi celesti» anche quaggiù in terra. E così è, difatti. Gesù ha avvicinato il cielo all'uomo. Le benedizioni di cui parla il nostro passo, creano il cielo nel santuario dell'io nostro; e gli ambiti dove si evolvono le spirituali benedizioni di cui Dio ci è largo, sono «i luoghi celesti», il cielo dell'anima, della coscienza purificata dall'Evangelo, del cuore santificato dall'azione rinnovatrice dello Spirito eterno. Là dove l'anima è inondata dalla luce e circondata dall'atmosfera della presenza di Dio, quivi è il cielo. E si capisce che l'apostolo aggiunga:

in Cristo.

Il che non vuol soltanto dire come intesero il Crisostomo e il Lutero: «per mezzo di Cristo». Se avesse voluto dir soltanto cotesto, Paolo avrebbe scritto: δια Χριστου; invece, scrive: εν Χριστου, perchè vuol dire di più; perchè vuol dire «in Cristo», in virtù della nostra unione con lui, e come membra del suo corpo. Il «cielo» come Paolo qui intende, è Cristo che lo crea; ed è un «cielo» che, tutto quanto, in Cristo consiste. L'esperienza ed il gaudio di cotesto «cielo» non sono possibili, che nella comunione intima, profonda, vivente con Cristo.

4 Difatti, in Cristo Ei ci ha eletti, prima della creazione del mondo, affinchè fossimo santi ed irreprensibili nel suo cospetto.

Il καθως del testo non è qui in senso causale; nel senso, cioè, di: «Dio ci ha benedetti perchè ci ha eletti», ma accentua l'armonia che è tra le benedizioni di cui Dio ci ha benedetti, e il piano che ab eterno ha concepito per il nostro bene. Il numero, la varietà, l'adattamento, la forma il modo di coteste benedizioni. non sono cose capricciose; le son tutte cose in perfetta armonia col piano eterno che Dio ha concepito nella sua mente infinita. Ecco perchè invece di tradurre oscuramente:

Siccome in lui...

come fa il Diodati, io dico:

DIFATTI, in Cristo Ei ci ha eletti.

Il significato che generalmente si dà a questo eleggere, è quello di «scegliere d'infra la massa dell'umanità». Ora questo senso di «scegliere fra altri che rimarrebbero non scelti» è nella parola originale, ma non è, il solo ne è sempre quello ch'essa vuole accentuare. Per esempio, in Luca 9:35, quando Iddio chiama Gesù «l'eletto figliuol mio» vera lezione del testo), è chiaro che cotesto senso di «scegliere» fra altri che rimangono non scelti, sarebbe assolutamente fuori di luogo. (Cfr. Luca 23:35). Quello che l'eletti del testo nostro vuol accentuare, non è il fatto di una «selezione», ma «lo scopo» per il quale l'elezione ebbe lungo: «affinchè fossimo santi e irreprensibili nel suo cospetto». L'Oltramare nota che la forma d'aoristo del verbo ( εξελεξατο) implica che il fatto della elezione si ripete ogni volta che Dio chiama un'anima al ravvedimento ed alla fede. Dio, prima della creazione del mondo, concepì questo piano: Salvare i peccatori, vale a dire, l'umanità, per mezzo di Cristo. Nel che è implicitamente contenuta la condizione della fede. Il piano di Dio diventa una realtà storica, ogni volta che Dio chiama un'anima immortale a ravvedersi e ad accettare la salvazione che Gesù le ha rassicurata con l'opera sua. Ed ogni individuo che così chiamato risponde alla vocazione di Dio e accetta per fede Gesù come suo personale Salvatore, è un «eletto». L'idea fondamentale, in questa grande dottrina della elezione, è questa: che il mutare delle nostre relazioni con Dio non è opera che l'uomo possa compiere; ella è tutta opera di Dio. Non e l'uomo che di sua prima iniziativa è tornato a Dio, ma è Dio che ha riconciliato l'uomo con se. (Cfr. 2Corinzi 5:19).

Difatti, dice l'apostolo, è lui che Ci ha eletti. Ci ha eletti,

vale a dire, «me e quanti sono i lettori credenti della mia lettera». Se Dio non ci avesse eletti, noi certo non avremmo mai eletto Iddio.

In Cristo.

La vera lezione è: εν αυτω, riferito a Cristo; e non è ἑαυτω come legge la Vulgata, che traduce: in ipso (in se stesso... in lui ci elesse ecc.). «In Cristo». Cristo è il capo spirituale dell'umanità, nello stesso modo che Adamo n'è il capo naturale. «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati» 1Corinzi 15:22. La elezione dell'Israele secondo la carne era «in Abramo»; l'elezione dell'Israele secondo lo spirito, è «in Cristo». Niuno poteva diventar partecipe dei benefici del Patto antico, se per la circoncisione della carne non diventava un figlio d'Abramo, un cittadino della repubblica d'Israele. Niuno può oggi diventar partecipe dei benefici del nuovo Patto, se non risponde alla chiamata di Dio e se per la circoncisione del cuore, vale a dire, se per il ravvedimento e la fede in Cristo, non torna ad essere un figliolo di Dio. Iddio ha così stabilito, quando s'è proposto di «ricapitolare ogni cosa in Cristo» Efesini 1:10. «In Abramo per la circoncisione: è la formula del periodo preparatorio: «In Cristo per il ravvedimento e la fede» è la formula dei periodo definitivo.

Prima della creazione del mondo.

Cfr. Matteo 13:35; Giovanni 17:24; 1Pietro 1:20. È lo stesso che: «da ogni eternità»; ed accentua l'idea "che si tratta, di un fatto in cui non è traccia d'opera d'uomo. Il piano era già nella mente di Dio quando l'uomo e l'universo non esistevano ancora.

Affinchè fossimo santi ed irreprensibili nel suo cospetto. Ed eccoci allo scopo della elezione, che l'apostolo vuole in modo tutto speciale mettere in rilievo in tutto il passo. E lo scopo della elezione, come di tutta quanta l'opera di Cristo è la santificazione. Cfr. Colossesi 1:22; 1Tessalonicesi 4:7; 5:23; 2Tessalonicesi 2:13; Tito 2:14. Il

santi e irreprensibili esprimono una identica idea, con questa sfumatura: il santi si riferisce alla intima consacrazione dell'individuo a Dio; al principio direttivo della vita; lo irreprensibili, al risultato che appare in una vita governata e diretta da cotesto principio. Dice bene lo Eadie: «La pulsazione di un cuor santo dà una vita immacolata».

Nel suo cospetto; cioè «nel cospetto di Dio»; è un modo ebraico (dinanzi alla sua faccia), che vuol dire: «santi e irreprensibili» non come gli uomini intendono e giudicano, ma come Dio intende e giudica. Non tutto quello che il mondo chiama santo e irreprensibile è tale «nel cospetto o agli occhi di Dio»; e v'è tal pietà che gli uomini prendono per oro di zecchino, e che agli occhi di quell'Iddio il quale scruta al di là delle maschere umane, non è altro che smagliante ipocrisia.

5 Dopo avere per amor suo predestinati a diventare, per mezzo di Gesù Cristo dei suoi figliuoli adottivi, secondo il beneplacito della sua volontà.

Lo εν αγαπη che traduco: per amor suo (di Dio) ecc. è stato ed è variamente inteso. Alcuni lo connettono col ci ha eletti ( εξελεξατο)(Flacio, Baumgarten, Flatt e altri) e fanno dell'amore la base dell'elezione; e l'idea è buona, ma il male sta che fra il ci ha eletti e il per amore si trova una quantità di parole e di pensieri, che rendono cotesta costruzione addirittura inammissibile. Altri connettono il per amore intimamente col santi e irreprensibili (Erasmo, Lutero, Calvino, Beza, Grozio, Alford, Holge, Diodati, Martini); e per questa connessione, l'amore diverrebbe come la corona di tutte quante le virtù cristiane. E la dottrina è bella, attraente, perchè è un fatto: tutte quante le grazie cristiane finiscono col perdersi nell'amore, Dello stesso modo che il fiore finisce col perdersi nel frutto. Ma, prima di tutto, quell' εν αγαπη non è assolutamente necessario a completare il concetto del santi e dell'irreprensibili, che l'apostolo, per es. anche in Colossesi 1:22, usa così, da se, senz'altro. E poi, se almeno e' fosse vicino al santi a irreprensibili!... ma quell'esser così diviso da cotesti due termini mediante il κατενωπιον αυτου (nel suo cospetto), mi par dire assai chiaramente che a mente dell'apostolo egli non era, qui almeno, destinato a stare in loro compagnia. Rimane quindi un'altra costruzione, che e quella che noi accettiamo, nella buona compagnia di Crisostomo, Teodoreto, Teofilatto, Agostino, Girolamo, Bengel, De Wette, Olshausen, Holzhausen, Stier, Eadie, Ellicott, Meyer, Bleek, Griesbach, Scholz, Lachmann, Tischendorf... e può bastare. Per questa costruzione, lo εν αγαπη si connette col προορισας con cui comincia il vers. Efesini 1:5; e si ha questo senso:

Per amore avendoci... o ci ha Egli predestinati a diventare dei suoi figliuoli adottivi

ecc. A questa costruzione non si può nulla obiettare. L' εν αγαπη che sta prima del participio (avendoci predestinati) non è una difficoltà. I passi Efesini 3:18; 6:19 dimostrano che cotesta costruzione non è estranea all'uso ed allo stile dell'apostolo. Messo a cotesto modo, quel per amore diventa enfatico; e l'enfasi si capisce, quando si afferri bene l'intonazione di questo passo in cui l'amor di Dio è dato come la ragione ultima e come l'unica ragione della nostra adozione.

Dopo averci per amor suo predestinati... Due cose sono qui da notare: il verbo e la forma del verbo. Il verbo προοριζω significa «pre-designo, pre-stabilisco, pre-destino». Iddio quindi ci ha «pre-designati, pre-stabiliti, pre-destinati» per essere adottati ecc. Ora in cotesto pre (greco προ) è accentuato un fatto che si riferisce al tempo e non alle persone. Non v'è cioè accentuato questo fatto: Iddio ha predestinato noi all'adozione, ad esclusione di altri che rimarrebbero senza essere adottati, e quindi fuori dei limiti della grazia di Dio; ma v'è unicamente accentuato quest'altro fatto: Iddio, da ogni eternità, ha stabilito quell'adozione Che poi, nell'oceano del tempo, sarebbe diventata un fatto storico. Dico che anche la forma del verbo, va qui notata. Si tratta di un participio ( προορισας) che il Diodati ben rende traducendo: «Avendoci predestinati a ecc.». Ed è soltanto per amore di maggior chiarezza che io traduco: «Dopo averci... predestinati... ecc.». Questa «predestinazione» ha quindi un nesso cronologico con la «elezione» del vers. Efesini 1:4; e il nesso si può esprimere così: «Iddio, dopo che ci ebbe predestinati a diventare dei figliuoli suoi adottivi per mezzo di Gesù Cristo, ci elesse in Cristo». A mente dell'apostolo, quindi, la predestinazione è prima, e l'elezione e poi; e l'elezione non è che il modo con cui Dio effettua la predestinazione. E sta bene; ma non lo dimentichiamo; l'ordine de decreti divini è soggetto troppo alto per noi, a cui è impossibile afferrare l'infinito, misurare l'eternità e renderci conto chiaro e preciso di questo fatto: che per l'Eterno non v'ha nè passato, nè futuro; ma il passato ed il futuro si perdono nelle eternità del presente: che nella mente di Dio è unità costante di pensiero, e non successione di pensieri; che in Lui è simultaneità d'idea, e non consecutivo ordinamento d'idee e di piani. La dottrina fondamentale che in questi passi è implicata, teniamone ben conto, è questa: Il tesoro di benedizioni di cui è sintesi questa parola «adozione», non diventa nostro perchè ce lo siamo meritato, ma diventa nostro per sola grazia e misericordia di Dio. Il figliuol prodigo non torna alla casa paterna, perchè abbia un qualche diritto di così fare. Il proposito di riceverci a braccia aperte Iddio l'avea fatto prim'ancora che fosse avvenuta la nostra apostasia, prim'ancora che fosse creato il mondo, prim'ancora che cominciasse il tempo. Concepito in seno all'eternità, è un proposito che non rientra nei limiti della cronologia terrena.

A diventare dei suoi figliuoli adottivi per mezzo di Gesù Cristo. L'idea dell'adozione ( ὑιοθεσια) è cara al cuor dell'apostolo. Vedi Romani 8:14-15,19,23; 9:4; Galati 4:5-7; 3:7,26; 2Corinzi 6:18. Cristo è figlio di Dio per natura sua; noi non diventiamo figliuoli di Dio che per adozione mediante lui. Cfr. Galati 4:5; 3:26; Ebrei 2:10 seg. Questa adozione è già fin da ora un fatto acquisito Galati 4:6; è senza dubbio una realtà spirituale di cui facciamo l'esperienza, da che, come dice l'apostolo in

Romani 8:14-16, abbiamo "già «lo Spirito del Padre nostro»; ma la condizione nostra di «figliuoli di Dio» non sarà completa che quando alla santità dello Spirito si saranno aggiunte la gloria e la perfezione del corpo Romani 8:23. Questa idea dell'adozione che i giudei ignorarono, l'apostolo la tolse ad imprestito dal diritto romano.

A diventare dei SUOI figliuoli adottivi; traduciamo noi. Il Diodati dice: «Ad adottarci a se stesso»: il senso è il medesimo ( εις αυτον) ma la forma nostra è forse migliore.

Per mezzo di Gesù Cristo. Non soltanto «per amor di Gesù Cristo» ma «per la mediazione di Gesù Cristo». Se non fosse stato per quello che Gesù ha fatto, la famiglia di Dio non si sarebbe mai potuta costituire. Gesù è «il primogenito» della vasta famiglia Romani 8:29; Ebrei 2:11-12. Una fraterna relazione con Cristo costituisce una filiale relazione con Dio.

Secondo il beneplacito della sua volontà. Ευδοκια, secondo San Girolamo, è parola coniata dai LXX, i quali «ad esprimer cose nuove dovevano coniare delle nuove parole» (rebus novis nova verba fingentes). La ευδοκια non è soltanto «volere»; è un «buon volere»; è «benevolenza»; è come un qualificativo del θελημα (volontà), in quanto significa il modo in cui cotesta volontà si estrinseca. Il θελημα (volontà) che in se non è che un semplice proposito, assume per noi l'aspetto di ευδοκια, di benevolenza, di benignità. Dio ci ama, ci adotta per suoi figliuoli, non perchè gli convenisse di così fare, non perchè ci meritassimo che così facesse, ma soltanto perchè, nella generosità del cuor suo, Egli volle che così fosse.

6 A lode della manifestazione gloriosa della sua grazia, di cui, nell'amato suo, Egli ci ha fatti l'oggetto.

È il fine ultimo dell'amore per il quale Iddio ci adotta per figliuoli. Il fine prossimo di cotesto amore è la salvezza dell'uomo; ma il suo fine ultimo è la gloria di Dio stesso; la manifestazione della sua eccellenza morale 2Corinzi 1:20; Filippesi 1:11; 2:11. Grazia ( χαρις) qui, è «favore»; il favore divino il quale prova che l'uomo non soltanto non ha meriti, ma che, malgrado i suoi demeriti, è salvato e benedetto da Dio (vedi Efesini 2:5-8). La gloria di cotesta grazia consiste nella sua pienezza, nella sua spontaneità, nella sua liberalità, nella sua condiscendenza; ed alla manifestazione gloriosa di cotesta grazia dà luogo quella redenzione, che è l'oggetto degli inni di lode della Chiesa e dell'ammirazione dell'universo. Il Guyse ha qui questa nota: «Ecco una nobile, bella e commovente gradazione; dalla sua grazia alla gloria della sua grazia; e dalla gloria della sua grazia alla lode della sua gloria».

Di cui nell'amato suo, Egli ci ha fatti il oggetto.

Il testo dice: εχαριτωσεν ἡμας; ed a questo verbo si sono dati due significati. Il primo, che è quello del Crisostomo e dei Padri greci che per solito seguono il Crisostomo, di molti dei interpreti cattolici, e del Beza, Lutero, Calvino, Olshausen, della versione inglese, e del nostro Diodati, è questo: gratos et acceptos reddidit: rese grati ed accetti; o, come dice il Diodati: ««per la quale (grazia) Egli ci ha resi graziosi». E l'uomo che ripieno della «grazia» diviene «grazioso» agli occhi di Dio. Il Crisostomo illustra così l'interpretazione sua: «Egli è come se uno prendesse un lebbroso ruinato dalla malattia, dall'età, dalla miseria e dalla fame, e lo mutasse ad un tratto in un caro giovine, che sorpassasse tutti gli uomini in bellezza, dalla fisionomia sfolgorante, che eclissasse il raggio del sole col lampo degli occhi suoi; e che, rimessolo nel fior dell'età, lo vestisse di porpora, lo cingesse d'un diadema e lo adornasse di tutti i paludamenti reali. Così ha Dio abbigliato e adornato l'anima nostra, e l'ha resa un oggetto di bellezza, di delizia, d'amore». Ma cotesto non è il senso in cui Paolo suole usare il termine «grazia»; e il contesto Efesini 1:7 non favorisce cotesto senso; e l'idea fondamentale del passo tutto quanto è la benignità di Dio, che noi abbiamo tutt'altro che meritata. Il secondo significato che alcuni degli antichi commentatori e il più dei commentatori moderni, come il Bengel, il Meyer, lo Harless, il De Wette, il Meier, e dei moderni traduttori, come il Reuss, il Segond, l'Oltramare, lo Stapfer, il Revel e la revisione cosiddetta «guicciardiniana» della diodatina adottano, è questo: «la quale (grazia) Egli ci ha largita...» (Revel); o, come diciamo noi: «della quale (grazia) Egli ci ha fatti l'oggetto». E questo significato, che è in armonia col senso che l'apostolo suole dare al χαρις (grazia), col contesto, e con l'idea fondamentale di tutto il passo, è il solo significato che s'addica al verbo χαριστοω. I verbi in οω significano «mettere in azione la cosa, o la qualità specificate dal nome che corrisponde al verbo». Così, per es. πυροω vuol dire «appicco il fuoco»; θανατοοω «metto a morte»; μορφοω «dò una forma»; e, nello stesso modo, χαριστοω significa una comunicazione della χαρις. A mantenere la alliterazione che è nel testo, si potrebbe dire: «la grazia della quale Egli ci ha gratificati». Ed è alla luce di questo χαριτοω del nostro passo, che va spiegato il κεχαριτομενη «dell'Ave Maria», che la Vulgata traduce «gratia plena» e il Martini «piena di grazia», con questa nota: «Vale a dire (secondo la forza della parola greca!), arricchita della pienezza di tutti i doni di grazia, pei quali si è renduta (Maria) gratissima e accettissima a Dio» Luca 1:28. Ma il vero senso del κεχαριτομενη non è «piena di grazia»; ma «ricevuta in grazia». Quindi l'angelo non fu mandato a Maria perchè le facesse un complimento dicendole: «Ave, o piena di grazie!...» ma fu mandato a lei con un messaggio divino, salutare, ineffabile: «Ave, o tu cui grazia è stata fatta!» la grazia, di portare in seno il Salvator del mondo!

Nell'amato suo; in colui che è per eccellenza «l'Amato suo» Matteo 3:17; 17:5; Colossesi 1:13. Questa espressione non si trova, così tale e quale, in alcun altro luogo del Nuovo T.; ma la si trova per contro nei Padri Apostolici applicata anche quivi a Gesù. Per es., nella lettera di Barnaba 3. Alcuni Mss. D. E. F. G. aggiungono ὑιω αυτου; ma si tratta evidentemente di una glossa, e la Vulgata ed il Martini hanno avuto torto di seguirli e di tradurre come fanno: «in dilecto filio suo» «nel diletto suo Figlio». Gesù è l'oggetto dell'eterno, sconfinato, immutabile amore del Padre; e in lui, non soltanto per amore o per mezzo di lui, ma in lui, nella comunione intima, personale con lui, il credente diviene ricco della grazia di Dio.

7 In lui noi abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, vale a dire, il perdono dei peccati, secondo le ricchezze, della sua grazia.

L'apostolo accenna qui a qualcuno dei frutti della grazia.

In lui,

cioè, «in Cristo» Colossesi 1:14; nella sua persona. L'opera di Cristo è inseparabile dalla sua persona; noi abbiamo la redenzione non nella stia opera senza la sua persona, ma nella sua persona che con l'opera sua costituisce una vivente unità.

Noi abbiamo;

non è un'idea, non è l'oggetto d'una vaga ed incerta speranza, è un fatto.

La redenzione.

La redenzione sta nella mente e nel cuore dell'apostolo come un fatto per sua natura unico nella vita della umanità, e quindi ha qui l'articolo determinativo: «la redenzione»; «quella redenzione... che voi ben sapete che cosa sia». Απολυτρωσις, «redenzione», vale: in senso generico «liberazione», «emancipazione»; in senso più specifico: «liberazione effettuata dopo aver ricevuto il prezzo del riscatto». Quello che la parola implica sempre, è l'idea di «redenzione da una schiavitù»; e la schiavitù dalla quale Cristo ci redime, è la schiavitù del peccato: Romani 7:23; Tito 2:14; 1Pietro 1:18.

Per mezzo del suo sangue.

È il prezzo che ha costato la nostra redenzione.

Vale a dire il perdono dei peccati

Il «perdono» qui è la αφεσις che è «liberazione completa da un qualcosa che lega, che opprime; dalle catene che avvincono il prigione Luca 4:19; dal debito o dal tributo che schiaccia il popolo Ester 2:18. I «peccati» sono qui i παραπτωματα; cioè, non il peccato considerato come principio, come condizione nella quale tutta quanta l'umanità si trova ( ἁμαρτια Romani 6:6) ma le cadute individuali, quei peccati attuali, quelle serie di atti che sono la manifestazione di cotesta sciagurata condizione nostra e dei quali ciascuno e per conto suo responsabile. Quel vale a dire non è nel testo, ma, come ha fatto Lutero, lo si può aggiungere senza tema di alterare il pensiero (dell'apostolo. I due fatti: la redenzione e la remissione dei peccati, qui si spiegano e si completano l'un l'altro. L'idea fondamentale nel fatto della redenzione, come s'è già visto, è quella di «liberazione da una schiavitù» e specialmente «dalla schiavitù del peccato» Romani 8:23; Tito 2:14; Ebrei 9:15; 1Pietro 1:18-21. A cotesta schiavitù l'uomo s'è ridotto da se, per sua colpa; la misericordia di Dio lo redime da cotesta schiavitù, ed è una redenzione che costa un prezzo ineffabile Giovanni 3:16; Romani 7: 24-25. L'idea fondamentale, nel fatto del perdono dei peccati mediante il sangue di Cristo, è quella di una «propiziazione»; vale a dire, dell'offerta di «un sacrificio completo, perfetto, sufficiente» per lo peccato, fatta da uno che è il Capo ed il Rappresentante della razza umana Romani 3:25; 1Giovanni 2:2; 4:10. Così l'apostolo, con la prima frase, considera l'espiazione dal punto di vista di Dio; con la seconda, la considera dal punto di vista dell'uomo. Tanto la redenzione quanto il perdono dei peccati son l'opera di Colui che è ad un tempo il figliuol di Dio ed il figliuol dell'Uomo; e i due fatti, messi assieme, ci danno tutta quanta la verità.

Secondo le ricchezze della sua grazia.

Lo Eadie illustra così lo spirito di questa frase: «Il favore dell'uomo verso gli offensori si esaurisce presto; e meschino com'è, l'uomo si stanca ben presto di perdonare. La grazia di Dio, invece, non si stanca mai; è di una liberalità sconfinata. È, ricca, è piena, è sovrabbondante. Molta n'è spesa; molti sono i peccatori d'ogni paese, d'ogni età, d'ogni delitto, ch'ella perdona, ch'ella spesso e generosamente perdona; nondimeno, quel tanto di grazia che rimane ancora, è un tesoro d'un valore incalcolabile».

8 La qual grazia egli ha fatto abbondare su noi

(cfr. Romani 5:20).

insieme ad ogni sorta di sapienza e di prudenza.

È chiaro dal nostro modo di tradurre, che noi consideriamo la σοφια (sapienza) e la φρονησις (prudenza) come due doni a se, che Dio ci largisce in un col perdono dei peccati. Di cotesti due doni, la sapienza e senza dubbio il più sublime in quanto che consiste nella conoscenza del vero scopo della vita; conoscenza che è in noi un lampo di quella «sofia di Dio» che in Cristo ha preso forma e corpo 1Corinzi 1:24,30; 2:6-10,16. Ond'è che di cotesta «sapienza» l'apostolo suol sempre parlare in connessione con altri doni, i quali non son altro che delle parziali estrinsecazioni di lei. Qui, ella è mentovata in connessione con la φρονησις, prudenza, che non è altro se non la sapienza in azione, o, come diceva Cicerone, la «rerum expetendarum fugiendarumque scientia», la scienza delle cose da bramare e da fuggire» (De Offic. 1. 43). In Colossesi 1:9, è mentovata in connessione con la «intelligenza», che è la sapienza che si esplica nel giudizio; in 1Corinzi 12:8; Colossesi 2:3, in connessione con la «conoscenza», che è la sapienza diventata percezione; e qui, in questo medesimo capitolo Efesini 1:17 la troviamo connessa con la «rivelazione», che è il mezzo per il quale si arriva alla sofia.

9 Svelandoci, nella sua benevolenza, il segreto della sua volontà, che in se stesso avea formato per tradurlo in atto quando i tempi fossero maturi, e, che consiste in questo.

Il segreto, dico; la parola greca e mistero, μυστηριον, che nel Nuovo T. ha sempre il significato di «verità un tempo nascosta, ma ora rivelata». La definizione precisa di cotesto mistero è l'apostolo stesso che la dà in Romani 16:25: cosa «celata durante lunghi secoli, ma adesso rivelata». Il della sua volontà è un genitivo dell'oggetto, e vale: «il segreto concernente la sua volontà».

Nella stima benevolenza.

La rivelazione di cotesto segreto è in altro effetto della benevolenza di Dio.

il disegnato che in se stesso avea formato.

Il piano, il disegno, e in Cristo che diventa una realtà storica; ma è nel cuore di Dio che ne sta la genesi.

10 Per tradurlo in atto quando i tempi fossero maturi, e che consiste in questo: nel riunire in Cristo, come sotto un capo unico, tutte le cose; tanto quelle che son nei cieli, quanto quelle che son sulla terra.

La traduzione letterale del passo sarebbe questa: «In vista della, o più esattamente, di una dispensazione della pienezza de tempi». La parola «dispensazione», nell'originale, è οικονομια, «economia» (Cfr. Luca 16:2-4), ed esprime graficamente il fatto che la «dispensazione o la economia cristiana è un tutto compatto, armonico, ben regolato, come compatto, armonico, ben regolato è l'ordinamento domestico in una casa esemplare. La maturità dei tempi, nel testo, è detta il πληρωμα των καιρων. Il pleroma qui è considerato come un vasto ricettacolo in cui sono stati gettati i secoli e i millenni, ma che adesso è riempito (cfr. Marco 1:15; Giovanni 7:3; Luca 21:24). Il commentario di questa parola è in Galati 4:4: «Quando fu venuta la maturità del tempo, Dio mandò ecc.».

Nel riunire in Cristo;

la parola greca è ανακεφαλαιωσασθαι, che il latino rende esattamente per «recapitulare»; e significa «raunare, raccogliere in Cristo, come sotto un capo unico...» La Vulgata traduce: «Instaurare omnia in Christo», parole che, come si sa, son diventate il motto del pontificato di Pio X. Ma la traduzione della Vulgata che accentua l'idea di un «restaurare, riparare, rifare, rinnovare tutte le cose», di un ricondurle, cioè, ad essere quello che erano e che adesso non son più, non è traduzione esatta; l'idea che l'apostolo accentua, è invece quella di un «riassumere, ricapitolare, raccogliere sotto lo scettro di Cristo tutte te cose; tanto quelle che son nei cieli, quanto quelle che son sulla terra. Le quali ultime parole sono state variamente interpretate. Chi le ha intese comprendere Dio e l'uomo; chi, i Giudei ed i Gentili; chi gli spiriti dei buoni, specialmente nell'Antico T., e la Chiesa attuale; chi, gli spiriti nel cielo, angeli o d'altra specie, e gli uomini sulla terra. Tutte coteste interpretazioni contengono un frammento di verità, come la contiene ogni piccolo pezzo dello specchio ch'è andato in frantumi; ma chi potrà mai delimitare con una definizione i confini del τα παντα del testo? La espressione di quell'infinito a cui accenna questo τα παντα è in Colossesi 1:16. Il Cristo che appare sulla scena della storia e compie l'opera sua redentrice, raccoglie sotto il suo scettro il cielo e la terra. Fu già tempo in cui egli era il re dell'universo. Tutte le cose non erano elleno passate dal non essere all'essere per mezzo di lui? Giovanni 1:3; Colossesi 1:16. Ma il peccato aizzò gli uomini alla ribellione; gli uomini insorsero, e il regno fu scisso. Il Calvario rese possibile la riconciliazione e la pace nell'universo; e gli angeli che si tennero fedeli al Re, adorano lo stesso Cristo ch'è adorato dai redenti per il sangue di lui. È l'universale inno a Dio ed all'Agnello che incomincia coi santi, è continuato dagli angeli ed echeggia per tutta quanta la creazione.

11 Ed è pure in lui che siam divenuti eredi...

è il vero modo di tradurre lo εκληρωθημεν del testo; e così intendono e traducono il Valla, il Lutero, il Calvino, il Beza, il Wolf, il Rosenmuller, le Harless, il Meyer, lo Scholz e il Meier. Il termine greco che l'apostolo qui adopera ha le sue radici nell'Antico T. nell'idea della eredità teocratica (Vedi Deuteonomino 4:20 e passim.). La «eredità» era la benedizione caratteristica dell'ambito teocratico; ed a cotesta «eredità» si riconnettevano tutti i sentimenti religiosi e tutte le speranze più care del popolo d'Israele: «L'Eterno vi ha presi e vi ha fatti uscire da quel forno da fondere il ferro che è l'Egitto, affinchè diventaste un popolo d'eredità» Deuteronomio 4:20. E in due sensi Israele è nell'Antico T. «un popolo d'eredità»; nel senso che egli stesso è la eredità, la proprietà speciale di Jahveh Salmi 28:9, e nel senso che e lui che Jahveh ha chiamato ad eredare «il buon paese» Deuteronomio 4:21. L'idea del κληρος, «sorte» e della κληρονομια «porzione ereditaria, eredità» torna spesso negli scritti apostolici. Traducendola, convien che non ci attacchiamo servilmente al termine, ma che nel termine cerchiamo l'idea e l'idea traduciamo. Sbagliarono quindi il Crisostomo e i suoi imitatori. greci, la Vulgata, Agostino, l'Aquinate, Erasmo e tanti altri, quando tradussero: «In quo etiam nos sorte vocati sumus...» «In lui, nel quale eziandio fummo noi chiamati a sorte...» (Martini). Sbagliarono, perchè l'apostolo, col suo κληρος, «sorte», non vuol mai accentuare il modo con cui noi arriviamo al possesso di quel che godiamo come credenti, ma vuol accentuare il fatto del possesso stesso: non vuole accentuare «la sorte» con cui si tirava su la parte della eredità, ma vuol accentuare «l'eredita» vera e propria. Il Bengel, il Semler, lo Holzhausen, il De Wette, lo Stier intendono il nostro passo come se volesse dire che «noi siam diventati il κληρος, la parte, l'eredità, il possesso speciale, il popolo peculiare di Dio». E il senso non è da disprezzarsi, ma Colossesi 1:12 e nella lettera nostra Efesini 1:18 ci dicono chiaramente che l'apostolo non pensava ad un qualcosa di subiettivo dei lettori, ma ad un qualcosa di obiettivo, a cui i lettori effettivamente partecipano, e che effettivamente posseggono. A voler quindi ben rendere il senso del testo convien che diciamo: «Ed è pure in lui che siam divenuti eredi».

In lui,

vale a dire, in Cristo. Al possesso effettivo della eredità non si arriva che mediante la comunione intima, personale col Salvatore. Notisi come la Vulgata ed Erasmo abbiano sbagliato il vero luogo del και enfatico del testo: «In quo etiam nos sorte vocati sumus» ecc. (Vulgata). «In lui, nel quale eziandio fummo noi chiamati» ecc. (Martini). E un errore. L'apostolo dice: «Ed è pure in lui che siam divenuti eredi». E di chi parla l'apostolo? Chi son questi ἡμεις, questi noi del «siam divenuti ecc.»? Escludiamo in modo assoluto che Si tratti esclusivamente degli apostoli e dei ministri della religione (Barnes, Koppe); se mai egli si potrebbe riferire all'apostolo ed ai giudeo-cristiani, tenendo conto dello stretto nesso logico ch'è fra il nostro passo ed Efesini 1:12 (Grozio, Bengel, Harless, Stier); ma, più probabilmente, egli si riferisce all'apostolo e senz'altra distinzione, così in generale, ai «santi e fedeli» ai quali la lettera è diretta.

Essendo stati predestinati a cotesta eredità per il proposito di Colui che fa tutto secondo il consiglio della propria volontà.

Θελμα e βουλη dice il testo. Θελμα è il «voluntas», la volontà, ch'è il risultato del desiderio. Βουλη è il consiglio, il risultato di una decisione formale, il «propositum». La mente di Dio non è tale che rimanga immobile, indifferente, come in uno stato di letargica abulia. No, ella vive, si muove, e diventa «voluntas», prima; poi, «propositum»; «proposito», ch'ella manderà senza dubbio ad effetto. E «tutto Iddio fa secondo il consiglio della sua volontà». La mente di Dio è mente onnisciente che ha concepito il piano dell'universo intero; e tutti gli eventi hanno da evolversi, nell'oceano del tempo, armonicamente con cotesto piano. E tutto questo l'apostolo afferma per concluderne che la nostra «eredità in Cristo» non ha per ragione ultima un merito, nè è un dono accidentale fatto per qualche passeggero motivo o in mezzo a qua che fortuita circostanza, ma da Dio viene; da Dio che l'ha preordinata e concepita con quella stessa indipendenza e sovranità con cui guida e regola l'universo.

12 Affinchè noi, a lode della sua gloria, fossimo quelli che già anteriormente hanno sperato in Cristo.

L'apostolo ha parlato di «predestinazione»; e qui ci dà di cotesta predestinazione il duplice scopo: prossimo e remoto; lo scopo prossimo è questo : «affinchè noi fossimo quelli che già anteriormente hanno sperato in Cristo»; e lo scopo remoto: «a lode della sua gloria», vale a dire «della gloria di Dio» che è lo scopo ultimo, supremo, di tutte le cose. Chi son cotesti noi? Il contrasto fra questo ἡμεις (noi) del v. 12 e lo ὑμεις (voi) del v. 13, ci persuade a rispondere: Sono: l'apostolo e tutti i convertiti dal giudaismo; vale a dire, tutti i giudeo-cristiani. E che vuoi egli dire l'apostolo con quell'anteriormente hanno sperato in Cristo? Ei vuol dire: «Anteriormente alla conversione dei Gentili, hanno sperato in Cristo». E per amor di maggior chiarezza parafrasiamo il passo intero: «Ed è pure in lui che tanto io, Paolo, quanto voi, o miei lettori, siam divenuti eredi; essendo stati predestinati a cotesta eredità per il proposito di Colui che fa tutto secondo il consiglio della propria volontà, affinchè noi, convertiti dal giudaismo, fossimo quelli che già hanno sperato in Cristo, prim'ancora che i Gentili fossero convertiti dal paganesimo, e tutto codesto, a lode della gloria di Dio».

13 E voi pure, dopo aver udita la parola della verità, la buona novella della vostra salvazione, avete creduto in lui.

Questi voi sono i convertiti dal giudaismo. Sono qui notevoli le due definizioni del messaggio che in nome di Dio gli apostoli hanno recato al mondo:

La parola della verità.

Qui il messaggio è considerato dal punto di vista del suo contenuto, ed è detto: «Parola della verità» (cfr. 2Timoteo 2:15); quando sia considerato dal punto di vista della sua origine, sarà detto: «Parola di Dio» Atti 13:46, e quando sia considerato dal punto di vista dell'effetto che produce, sarà detto: «Parola della vita» 1Giovanni 1:1. Il messaggio divino è la espressione non di una verità qualsiasi, ma della Verità, in senso assoluto. Della verità relativamente a che cosa? Della verità relativamente a Dio, relativamente a noi e relativamente al di là». E l'apostolo specifica ancora e definisce ancora più concretamente cotesto messaggio divino, e lo chiama: la buona novella della vostra salvazione: il buon annunzio di questo gran fatto, che Dio vi salva; il che per San Paolo vuol dire: che Dio vi perdona i vostri peccati passati; vi dà un nuovo principio di vita per il quale possiate combattere e vincere il male; vi dà la incrollabile certezza della gloria a Venire.

E siete stati suggellati col suggello di quello Spirito santo che v'era stato promesso.

La promessa a cui si allude, è evidentemente quella contenuta nell'Antico T., e relativa alla effusione dello Spirito «negli ultimi giorni» Geremia 31:31-34; Gioele 2:28-33 L'immagine del suggello, poi, ha qui un valore tutto speciale ed importante. In generale, lo σφαργις, il «suggello» ha nell'ambito biblico gli stessi due significati che ha nelle nostre lingue moderne il primo: di serrare in modo sicuro, ermeticamente: e in questo senso, il «libro dell'avvenire» che Giovanni vide, era sigillato con sette suggelli, vale a dire, in modo perfetto Apocalisse 5:1 e seg. Il secondo: di assicurare tutti, con l'impronta che lascia sulla persona o sulla cosa, che si tratta non di un anno, non di una mistificazione, ma di persona o di cosa legittima, autentica, fede degna. Così Paolo dirà ai corinzi: «Se io non sono apostolo per gli altri, io lo sono per voi; che voi siete «il sigillo» del mio apostolato nel Signore!» (1Corinzi 9:2; cfr. Apocalisse 9:4 e contesto). Nel nostro passo l'immagine sarà tosto spiegata se porremo bene l'accento là dove va posto. L'accento qui va messo su quel santo, ch'è l'attributo dello Spirito. «E siete stati suggellati col suggello di quello Spirito che è santo», in quanto, oltre all'esser puro in se, produce nel credente la santità della vita, quella santità, che consiste nella separazione dal male e nella consacrazione al bene. La «santità della vita», ecco l'impronta che lo Spirito avea stampata nella vita morale dei credenti d'Efeso. I convertiti d'Efeso eran dei veri sacerdoti del Nuovo Patto; il motto che portavano impresso in fronte, diceva: «Santità al Signore». E Paolo, con un evidente senso di compiacimento, nota il fatto di questa chiesa che, avendo cominciato col ricevere l'annunzio dell'Evangelo, avea creduto in Cristo e respirava ora a pieni polmoni l'aura libera, pura e santificante dello Spirito di Dio.

14 E che è una caparra della nostra eredità mentre aspettiamo una redenzione che di cotesta eredità ci metterà in pieno possesso, a lode della gloria di lui.

Lo Spirito Santo, dice l'apostolo, è «una caparra della nostra eredità» «Caparra» diciamo, e non «pignus» «pegno» come ha la Vulgata. Il «pegno» si rende quando il contratto è fatto; la «caparra», invece, e già parte della somma pattuita a norma del contratto.. E lo αρραβων , parola semitica che dai fenici passò ai greci e, dai greci ai romani, significa appunto «caparra». Nel Nuovo T. si trova soltanto qui e in 2Corinzi 1:22. L'eredità che ci aspetta «nell'al di là», differirà da quella che già ora spiritualmente possediamo, non per qualità ma per grado e quantità il presente è la caparra. dell'avvenire; e giunti che saremo all'altra riva, la caparra non ci sarà ritirata; il «cielo» che ci aspetta, non sarà che il complemento del «cielo» che già godiamo adesso nella intimità della vita «nascosta con Cristo in Dio». «Lo Spirito, dunque, è una caparra della nostra celeste eredità alla redenzione dell'acquisto», traduce il Diodati; e traducendo alla lettera (εις απολυτρωσιν της περιποιησεως ) esce dalla difficoltà... ma lasciando i lettori nel buio pesto. L'espressione dell'apostolo è, idiomatica e non si può rendere che con una perifrasi; e anche relativamente alla perifrasi da adottarsi, i pareri son vari. Il sostantivo περιποιησις 1Tessalonicesi 5:9; 2Tessalonicesi 2:14; Ebrei 10:39 vale: «l'acquisto, il conseguimento, il guadagno», o anche: «la cosa acquistata, la proprietà». Il Revel traduce, p. es.: «per la redenzione degli acquistati»; lo Stapfer: «della redenzione di quelli che appartengono a Dio»: e nello stesso modo il Reuss. Lutero invece mette i due sostantivi «redenzione» ed «acquisto» in relazione di causa ed effetto, e dice: «Zu unserer Erlösung, dass wir sein Eigenthum würden»: «per la nostra redenzione affinchè fossimo suo possesso». Lo Eadie ed altri con lui, intendono invece: «Lo Spirito è la caparra della nostra eredità fino alla completa liberazione di tutto quanto il popolo di Dio». «Noi abbiamo la redenzione, non appena crediamo; continuiamo ad averla finchè siamo sulla terra; e quando Gesù tornerà a por fine alla economia della grazia l'avremo in modo completo e finale». Quant'è a noi, il contesto ed il confronto di questo passo col concetto escatologico espresso dall'apostolo in altri luoghi ci hanno deciso a rendere la sintesi idiomatica della frase del testo con questa perifrasi: «Lo Spirito Santo è una caparra della nostra eredità fino a... o mentre aspettiamo (εις ) una redenzione (απολυτρωσιν ), che di cotesta eredità ci metterà in pieno possesso (της περιποιησεως )». E il commentario di questo concetto è in Romani 8:22-25.

A lode della gloria di lui

È l'apostolo che accenna al cielo con un atto che gli è abituale, e che ripete:... «E tutto, a lode della sua gloria!»

Riflessioni

1. La lettera, incomincia con un inno di benedizione. È la gratitudine che, in forma d'inno, erompe dalle santificate anime degli uomini di Dio (Cfr. Salmi 103; 1Pietro 1:3; 2Corinzi 1:3). Se riandando col pensiero ai benefici della croce dei quali Dio ci ha fatti in Cristo l'oggetto, noi non proviamo il bisogno di sciogliere un inno di riconoscenza per Colui che ci ha così redenti, vuol dire che non abbiamo ancora che un'idea meschina e della profondità della nostra miseria morale, e del valore ineffabile del sacrificio di Cristo, e della immensità della misericordia di Dio.

2. «La vita è un inferno!...» dice chi la vive senza Dio, senza Cristo e senza speranza. «La vita è un purgatorio!...» dice chi attribuendo alle proprie sofferenze una virtù espiatoria, s'illude d'aver trovata la soluzione del gran problema del dolore. «La vita è il cielo!...» dice Paolo e con lui dicono tutti coloro che nera comunione con Cristo sono arrivati a poter dire: Noi sappiamo che «le benedizioni spirituali» di cui Dio ci ha benedetti in Cristo, non sono delle vuote fantasmagorie, ma sono le più, grandi fra le verità sperimentali che il mondo morale possegga.

3. E veniamo al gran passo classico:

In Cristo Iddio ci ha eletti, prima della creazione del mondo, affinchè, fossimo santi ed irreprensibili nel suo cospetto, dopo averci per amor suo predestinati a diventare, per mezzo di Gesù Cristo, dei suoi figliuoli adottivi; secondo la benignità del suo volere, a lode della manifestazione gloriosa della sua grazia, di cui, nell'Amato suo, Egli ci ha fatti l'oggetto:

«Iddio», dice l'apostolo, «ci ha eletti (εξελεξατο ) in Cristo». Quando?... «Prima della creazione del mondo»; il che è lo stesso che dire: «da ogni eternità». Ora, prima di tutto, badiamo qui a mettere bene l'accento. L'accento non va messo sugli eletti; non sul fatto cioè della «selezione», ma sull'in Cristo. Difatti, l'apostolo non vuol qui dire che «Dio ci ha da ogni eternità eletti...» e basta, ma vuol dire invece: «Iddio, da ogni eternità formò il piano di salvare gli uomini (tutti quanti peccatori) per quest'unico mezzo che si chiama Cristo. La condizione della fede, qui, non è espressa in tante parole; ma è naturale che ve la vediamo implicitamente contenuta. Cotesto è il piano; ma è chiaro che il pian si attua storicamente sotto la forma di vocazione» (κλησις ) ed ogni individuo che alla chiamata risponde col «sì» della fede, diventa un «eletto» (εκλεκτος ). E poi: Qual è qui lo scopo di cotesta «elezione»? Forse la fede?... Certo che no. Forse la salvazione?... Neppure.

Affinchè fossimo santi ed irreprensibili nel suo cospetto.

Lo scopo dunque dello eleggere divino è la santità perfetta; una separazione dal male ed una consacrazione al bene, cioè, non come gli uomini se la immaginano, ma una separazione ed una consacrazione com'Egli la vuole; una santità ed una perfezione che sian tali dinanzi a lui, nel suo cospetto. E il pensiero dell'apostolo è perfettamente armonico con le altre espressioni di lui in 1Tessalonicesi 4:7; Tito 2:14 ecc. E tutto ciò,

dopo averci per amor suo predestinati a diventare, per mezzo di Gesù Cristo, dei suoi figliuoli adottivi, secondo la benignità del suo volere, a lode della manifestazione gloriosa della sua grazia, di cui, nell'amato suo, Egli ci ha fatti l'oggetto.

E qui l'apostolo dà la predestinazione come venendo prima, della elezione. Ma, come abbiamo detto a suo luogo, non v'è ragion d'insistere troppo su cotesta priorità. Nel consiglio di un Dio infinito ed eterno non v'è priorità di tempo. E l'apostolo, in questo passo classico, afferma cinque cose relativamente alla «predestinazione».

1) La sorgente di cotesta predestinazione, o il movente per cui Dio predestina, quel Dio dalla cui libera volontà dipende la salvazione della umanità peccatrice, è «l'amore che nutre per noi».

2) Lo scopo di codesta predestinazione non è la fede, ma è il fatto della adozione (ὑιοθεσια ); di quella adozione che comincia a diventare una realtà d'esperienza nel momento in cui il peccatore ravveduto crede Giovanni 1:12, e che sarà poi più tardi completa, nel momento solenne in cui il redento sarà chiamato a godere per visione immediata le cose nelle quali ha creduto e sperato Romani 8:23.

3) Cotesta adozione è possibile soltanto perchè Gesù ha compiuto l'opera sua sull'altare del Golgota: δια Ιησου Χριστου , dice qui Paolo: e il commentario di cotesta espressione è in Galati 4:5; 3:26; Ebrei 2:10 e seg. La causa, che rende possibile il fatto che noi siam dei figliuoli di Dio, insomma non è in noi ma è in Cristo.

4) E tutto cotesto, continua l'apostolo, non è che l'espressione «di quella benignità del suo volere» da cui, in ultima analisi, tutto dipende; e

5) ha per iscopo finale di mettere in gloriosa evidenza la grazia di Dio.

E qui le espressioni si accumulano per affermare energicamente la libertà della volontà di Dio e per dissipare in modo assoluto l'idea d'ogni merito e d'ogni intervento umano nella grande opera della salvazione. Come ognun sa, questo è uno dei passi classici che si sogliono porre a base della dottrina della «predestinazione». Ora, che l'apostolo insegni qui la «predestinazione», è un fatto; ma è anche un fatto fuor d'ogni dubbio che, per dirla col Reuss, «l'apostolo, in questo passo, non ha di mira il lato della questione al quale noi abbiam l'abitudine di pensare in modo tutto speciale, quando udiamo pronunciare la parola «predestinazione». Egli si preoccupa non dell'applicazione individuale del decreto di Dio (tant'è vero che non menziona neppure quelli che non sono l'oggetto della grazia), ma si preoccupa della teoria in se». «E io direi, per amore di maggior chiarezza: ma si preoccupa del fatto della salvazione in genere, nelle sue grandi linee; del fatto, cioè, ch'ella ha nell'amor di Dio, le sue radici; che ha nella nostra adozione che nasce sulla terra e finisce nel cielo, il suo scopo; che ha nell'opera e nella persona di Cristo, la sua ragione ultima; e che da qualunque lato la, si consideri, non porta tracce d'opera d'uomo, ma è tutta circonfusa di luce divina. «L'apostolo», continua il Reuss, «vuol qui giustificare o motivare il sentimento di gratitudine ch'egli esprime Efesini 1:3 e che deve animare tutti quelli che si trovano in coteste salutari relazioni con Dio, da che sanno che è soltanto alla grazia sua preveniente e non ai loro sforzi personali che debbono i beni di cui godono già o che osano sperare ancora».

4. In lui NOI ABBIAMO la redenzione.

Efesini 1:7. La redenzione è un fatto che Gesù ha virtualmente compiuto per tutti e una volta per sempre. Negli individui, il fatto «virtuale» ha da diventare «effettivo»; ed «effettivo» diventa non tutto ad un tratto, ma per via di una evoluzione che si compie poco a poco, sotto l'azione fecondatrice dello Spirito eterno. La evoluzione comincia nell'individuo col perdono dei peccati; continua nel lavorio della santificazione e si completa «nell'al di là» quando «ciò che in lui è mortale, sarà assorbito dalla vita». Quando il peccatore ha coscienza del perdono dei suoi peccati e sperimenta quella pace ch'è il frutto del suo riposarsi nelle braccia di quel Padre col quale Gesù lo ha riconciliato, egli può dire con Paolo: Io ho la redenzione; o: io sono un redento. È vero che della sua redenzione molto rimane ancora a compiersi; ma egli può nonostante dire: «Io sono un redento», perch'egli sa che se egli manterrà nell'intima comunione col Padre per mezzo del Figlio, la sua santificazione e la sua glorificazione non saranno che la naturale, necessaria evoluzione di quell'opera buona che Dio ha cominciata in lui.

5. Due grandi idee fermano la nostra attenzione su Efesini 1:10; l'idea della «maturità dei tempi», e l'idea della «recapitolazione di tutte le cose in Cristo». Anche Dio ha il suo calendario; e sul suo calendario segna le date che nella immensità del tempo saranno le colonne miliarie della storia del mondo. E riflettete un istante alla data che nel calendario di Dio segnò l'inizio della «economia cristiana». Le armi greche avean portato dovunque la lingua ellenica ed avean così preparato le nazioni a ricevere gli oracoli del Nuovo T. in un idioma ricco ed esatto, potente nel descrivere e delicato nelle sfumature delle sue squisite espressioni. L'ambizione romana avea fatto dei vari stati del mondo incivilito un unico potente impero; di guisa che gli araldi della croce potevano recare il loro messaggio senza impedimento di gelosie di stati rivali e all'ombra di una unica sovranità universale. L'Oriente sospirava per un qualcuno od un qualcosa che venisse a rispondere al grido della. sua esulcerata coscienza; e in Occidente i pensatori si ridevano degli dèi ed il popolo avea perduto ogni fede nelle antiche superstizioni. E quando il mondo fu così giunto alla esperienza dell'impossibilità in cui si trovava di redimersi da se, apparve il Redentore. Quanto alla «recapitolazione di tutte le cose in Cristo», quel che colpisce è il τα παντα , il «tutte le cose» dell'apostolo. Dai giorni di Origene in poi, i sostenitori della «restaurazione universale» hanno veduto in quel τα παντα un appoggio all'idea che era loro così cara. Ma la legittimità di cotesto appoggio è cosa contestata da molti. Lo Eadie, p. e., sostiene che in questa «recapitolazione» i non redenti non sono inclusi. «L'uomo non redento, qui,» dic'egli, «è ignorato. Ma la punizione dell'impenitente non turba l'unità del governo di Cristo. Il male ha perduto il suo potere di creare il disordine, perchè è punito, confinato, stretto come una cosa impotente nel pugno del Vindice Onnipotente». E nello stesso modo il Meyer: «Questa «recapitolazione» non si applica ad ogni singolo individuo, ma a tutto il complesso delle cose celesti e terrestri le quali, dopo che gl'individui saranno stati esclusi e mandati all'inferno, verranno riunite sotto Dio nel mondo rinnovato, nello stesso modo che tutte le cose nei cieli e sulla terra erano unite pria che il peccato apparisse». E può darsi che lo «irredento» sia qui ignorato nel passo dell'apostolo; ma se v'è ignorato, per carità, vorrei dire allo Eadie ed al Mever ed ai loro compagni, lasciatevelo ignorato, ma non me lo fate stritolare «dal pugno del vostro Vindice Onnipotente» e non me lo mandate così serenamente per sempre nell'inferno. Una «recapitolazione di tutte le cose in Cristo» come il cuore e la mente del mio Padre celeste debbono averla concepita in seno all'eternità, io non me la so figurare culminante in un inno d'angeli e di redenti interrotto dal pianto e dallo stridore dei denti di milioni di creature stritolate dal «Vindice Onnipotente» o brulicanti fra i tormenti d'un luogo di dannazione eterna. Quando studiamo questo passo, ignoriamolo pure l'irredento, e domandiamo ad altri passi la soluzione del grave problema dei suoi destini; ma se non lo vogliamo o no n lo possiamo ignorare, accordiamogli almeno, con Origene, con il Tholuck, con l'Olshausen e con tanti altri, il beneficio d'esser compreso in quel τα παντα che racchiude senza dubbio più misericordia del cuore di tanti e tanti suoi commentatori.

6. Efesini 1:13 è degno di nota tutta speciale perchè ci descrive la evoluzione della vita spirituale dei cristiani efesini nelle sue fasi più importanti. Cotesti cristiani

1) aveano udito la parola della verità, l'evangelo della loro salvezza;

2) per il tramite di codesta parola, erano giunti a mettersi in contatto intimo ed immediato con la persona del Salvatore;

3) la loro vita rinnovellata e pura portava come un'impronta di quello Spirito della santità che diceva a tutti.

L'opera di redenzione e di rigenerazione che qui si e fatta, non è un sogno, non è un'idea, ma è un fatto vero e reale. E vale la pena che vi riflettiamo bene. Che per questo o per quest'altro mezzo provvidenziale noi siam giunti alla conoscenza della parola della verità, dell'evangelo della nostra salvezza, è cosa bella, grande e proficua; che sotto il velame della lettera dell'Evangelo abbiamo saputo discernere «Gesù» ed abbiamo potuto metterci in contatto personale con lui mediante la fede, è cosa più bella, più grande e più proficua ancora; ma, se dopo tutto codesto, l'uomo vecchio non è andato morendo in noi e non è apparso quell'uomo nuovo che lo Spirito crea e che il Padre corona dell'aureola della santità del Figlio, tutto il resto a nulla ci giova. «Dai loro frutti li riconoscerete. Non chiunque mi dice «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma nel regno dei cieli entrerà chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» Matteo 7:20-21.

7. A proposito della «caparra, della nostra eredità» Efesini 1:14 ecco alcuni splendidi pensieri dello Eadie: «Il possesso della caparra è una prova che l'anima è stata messa, per la fede, in comunione con Dio. L'anima ha detto al Signore «Tu sei il mio Signore». Questo patto, ch'è il fatto della «pace di Dio», si ratifica mediante la caparra. La caparra è meno della eredità futura: la non ne è che una semplice frazione. L'opera dello Spirito non va mai deprezzata, no; nondimeno ella non è che una piccola cosa in paragone della beatitudine futura. La conoscenza che lo Spirito comunica, non è che limitata; è la pallida alba che lotta con l'oscurità della notte che si dirada, messa a confronto con lo splendore meridiano, largo e puro di nubi. La santità ch'egli crea, è ancora imperfetta, e circondata, e sovente oppressa da perduranti infermità, di questo corpo di morte; e la felicità che comunica, è spesso come i deboli, pochi, incerti raggi del sole che tramonta in un giorno oscuro e nuvoloso. Ma la caparra, per quanto differente da lei per grado, è pur sempre della stessa qualità della eredità che ci aspetta. Il cielo non è che un'aggiunta al gaudio presente. La conoscenza, nel cielo, non è che una evoluzione della conoscenza che abbiamo sulla terra; la santità, nel cielo, non è che la purità del tempo, sublimata e perfezionata; e la felicità, nell'al di là, non è una fonte nuova che si apre nel seno santificato, ma non è altro che la espansione e la purificazione di quelle sensibilità che, sulla terra, la fiducia nel divino Redentore avea suscitate in noi. La «caparra», in breve, è la «eredità» in miniatura e al tempo stesso una garanzia che, alla fine giungeremo a godere della eredità in modo completo. Iddio non recederà dalla sua promessa; lo Spirito contrito, condurrà l'opera al suo compimento. Dare ai credenti un pregustamento della cosa e poi negare loro della cosa. il pieno godimento, sarebbe un'atroce tortura. La prelibazione sarà seguita dal banchetto. Considerato come una caparra della eredità, lo Spirito Santo è di codesta eredità la garanzia ed il pregustamento, in quanto dà ai credenti la incipiente esperienza del gaudio che codesto tesoro arreca, e infonde in loro la beata certezza che, quando che sia, giungeranno al definitivo e indisturbato possesso d'un tanto bene».

15 2. IL VOTO INCESSANTE DI PAOLO PER I SUOI LETTORI: Efesini 1:15-23.

Egli è per questo,

perchè, cioè, anche voi siete in Cristo e siete stati suggellati ecc... o meglio ancora: «Egli è per questo», perchè, cioè, la benedizione di cui Dio ci ha benedetti (connettendo la frase con tutto il brano Efesini 1:3-14) è così grandiosa e potente,

che anch'io, avendo udito parlare della vostra fede nel Signor Gesù e del vostro amore per tutti i santi, mentre rendo grazie per voi, non cesso di menzionarvi nelle mie preghiere...

16 Il Diodati ed il Martini subordinano il «facendo di voi memoria nelle mie orazioni» al «non resto di render grazie per voi»; però, secondo l'originale è meglio, come consiglia lo Abbott, fare l'inverso e subordinare il «mentre rendo grazie per voi», al ««non cesso di menzionarvi nelle mie preghiere».

17 Affinchè l'Iddio del nostro Signor Gesù Cristo, il Padre della gloria;

il Padre, cioè a cui la gloria appartiene (cfr. Atti 7:2; 1Corinzi 2:8). Siccome gli ariani si servirono di questo luogo per combattere la divinità di Cristo, molti degli antichi commentatori si lambiccarono il cervello per trovare il modo di spiegare cotesta frase: «l'Iddio del nostro Signor Gesù Cristo» in modo da escludere ogni idea di subordinazione del Figlio al Padre. Ma il senso del passo è ovvio, e tutte le torture inflitte al testo non concludono nulla, da che Gesù stesso ha chiamato Dio «l'Iddio mio» Giovanni 20:17; Matteo 27:46. L'idea della subordinazione, nel passo, la v'è; ma non è ne più ne meno energica di quella inclusa nelle parole di Gesù: «Il Padre è maggiore di me» Giovanni 14:28; parole che, come il Pearson ha dimostrato, i Padri riferirono alla natura divina del Cristo.

Vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione.

Sapienza è termine generico, e vale intelligenza, cognizione superiore, ed accenna ad una condizione continuata. Rivelazione invece, accenna in modo speciale a quei singoli sprazzi di luce, a quelle rapide intuizioni delle verità del Cristianesimo, della volontà di Dio in certi speciali frangenti della vita e del cuor umano, che ci giungono come tanti celesti raggi che ci rincorrano e ci assicurano che la vera via è quella sulla quale stiamo.

Perché possiate conoscerlo più a fondo.

Il «nella riconoscenza d'esso» del Diodati è un logogrifo; ed il «pel conoscimento di lui» del Martini rende fiaccamente ed incompletamente il significato dello εν επιγνωσει αυτου del testo. La preposizione επι unita alla γνωσις racchiude l'idea di un qualcosa che si aggiunge alla conoscenza ordinaria. La επιγνωσις quindi è una conoscenza piena, completa; è come diceva il Grozio, una «major exactiorque cognitio»: «una cognizione più vasta e più esatta dell'ordinaria» (Cfr. 1Corinzi 13:12).

18 Ed illumini gli occhi del vostro cuore.

«Gli occhi della mente» dice il Diodati. Ma, è meglio dire col Martini «del vostro cuore» perchè la lezione καρδιας è migliore, è ormai generalmente preferita all'altra: διανοιας. Va ricordato, qui, che gli antichi consideravano il cuore non soltanto come la sede delle emozioni, ma anche come la sede del pensiero e delle percezioni morali. Qui è la sede della «conoscenza» di cui l'apostolo ha parlato. L'antitesi di cotesta «illuminazione» è in «quell'ottenebramento del cuore» di cui l'apostolo parla in Romani 1:21.

Affinché sappiate a quale speranza,

vale a dire, a che sublime, immensa e sicura speranza

Ei v'abbia chiamati.

Qui l'astratto «speranza» sta per il concreto «cosa sperata». Naturalmente, e la conoscenza della cosa sperata, che sostiene e conforta il sentimento della speranza Tito 2:13; Colossesi 1:5.

Qual sia la ricchezza della gloria della sua eredità fra i santi.

L'apostolo accumula le espressioni e cerca invano di rendere in umano linguaggio lo splendore della visione che ha dinanzi agli occhi della fede. Per la «eredità» vedi Efesini 1:11; per il «santi», vedi Efesini 1:1. L'inciso εν τοις presenta qualche difficoltà ed è stato variamente interpretato. Noi, con il Ruckert, con lo Harless, col Meier, con l'Olshausen, con lo Eadie lo rendiamo per «fra i santi»; cfr. Atti 20:32; 26:18.

19 E qual sia l'infinita grandezza della potenza ch'Egli esercita in noi credenti.

La grandezza di cotesta potenza non si può misurare; è «infinita»; oltrepassa i limiti d'ogni umano intelletto. E la potenza che dà la vita ai morti nei falli e nei peccati.

Quando fa agire la virtù della sua forza.

Il Diodati dice: «Secondo la virtù della forza della sua possanza»; meglio, o almeno più intelligibilmente il Martini : «secondo l'operazione della potente virtù di lui». Il passo ha tre termini: ισχυς, che vale potenza inerente, o latente; potenza che uno ha, di cui egli può o non può far uso; κρατος, che è forza che si afferma quando supera un ostacolo, ed ενεργεια che è l'esercizio effettivo ed attuale di cotesta forza. La Vulgata traduce il pensiero dell'Apostolo, così: «Secundum operationem potentiae virtutis ejus». Il nostro modo ci sembra render conto più chiaramente e più esattamente della ricchezza, del testo: «Quando fa agire la virtù della sua forza».

20 Cotesta virtù Ei l'ha fatta agire in Cristo, risuscitandolo dai morti, facendolo sedere alla propria destra nei cieli

il che non accenna ad una vera e propria località; si tratta di una figura, di una colorita espressione di dignità e d'onore.

21 Al disopra di ogni autorità, potestà, potenza, e signoria o di ogni altro titolo che potrebbe esser dato non solo in questo mondo, ma anche nell'altro

Questo passo va letto parallelamente a Colossesi 1:16. Non v'è dubbio circa l'origine di questa terminologia. San Paolo prese cotesti nomi dalle speculazioni alle quali allude in Colossesi 2:18, e con le quali i lettori asiatici di questa lettera erano familiari. In Colossesi 1:16, l'apostolo combatte di proposto la dottrina della mediazione degli angeli; qui, nel passato nostro, egli non fa che accennare di volo a coteste angelologie. E qui molte cose si posson domandare, e si son domandate: Queste potenze a cui si allude, che cosa sono elleno: unicamente delle potenze celesti, o delle potenze celesti e terrene ad un tempo? E queste potenze celesti sono elleno buone o cattive, o buone e cattive ad un tempo? E v'è una qualche conclusione a cui si possa arrivare, in base a questo passo, relativamente ai gradi di subordinazione d egli angeli? Questo soltanto noi rispondiamo col Lightfoot (lettera ai colossesi): «In questo catalogo San Paolo non professa di descrivere delle realtà obiettive, ma si limita a ripetere delle mere opinioni subiettive». Prima di tutto, nè qui nè altrove, l'apostolo fa mai qualsiasi affermazione positiva circa gli ordini delle potenze angeliche. S'egli si fosse lasciato affidare ad una di coteste affermazioni qui, egli non avrebbe corroborato, ma avrebbe interrotta la esposizione che fa della dottrina relativa alla esaltazione del Cristo. Nè è da supporsi che, specialmente poi qui ed ai colossesi, scrivendo, vale a dire, a gente che correva il rischio di dar soverchia importanza all'angelologia e di vantarsi della conoscenza che avea dell'invisibile Colossesi 2:18, non è da supporsi, dico, che l'apostolo si sentisse disposto a dare delle informazioni angelologiche, le quali non avrebbero ottenuto altro scopo che quello di incoraggiare i suoi lettori nelle loro infeconde speculazioni. Il Lightfoot mi sembra avere afferrato il sentimento intimo di tutto quanto il passo, quando dice: «Egli scopa via tutte quante coteste speculazioni, se ne andare a cercare quanto molto o quanto poco di vero esse contengano. Le scopa via perchè non hanno nulla a che fare col soggetto che lo, preoccupa». Egli è come s'egli dicesse: «Poco importa qual titolo coteste potenze portino; poco importa se siano delle realtà o delle cervellotiche fantasmagorie. Siano quello che siano, il fatto è che Cristo è al di sopra di tutte quante». Si direbbe che in tutto questo v'è il tono seccato dell'uomo che ha a noia coteste tanto elaborate quanto inconcludenti angelologie.

22 Mettendo ogni cosa ai suoi piedi

è non una citazione come in 1Corinzi 15:27, ma una reminiscenza di Salmi 8:7 dove si parla dell'uomo. L'apostolo, seguendo il modo che sappiamo esser familiare agli scrittori giudaici, prende le parole e l'idea del Salmo e le applica al Cristo.

E dandolo come capo supremo alla Chiesa;

non nel senso di Capo sopra gli altri capi, quasi la Chiesa avesse più capi: ma nel senso di Capo sopra tutti e sopra tutto.

23 Che è il corpo di lui

il che significa che queste relazioni di Cristo con la Chiesa non si riducono soltanto all'autorità ed al governo che al Cristo spettano nella Chiesa, ma implicano un vero e proprio intimo nesso organico. È la vita della Chiesa che sgorga dall'unione sua col proprio Capo, che è Cristo.

Il complemento di colui che ogni cosa completa in tutti.

E qui ci troviamo dinanzi ad un passo che ha fatto disperare gli interpreti. Tutta la difficoltà sta in quel το πληρωμα che noi abbiamo tradotto per «complemento». E più specialmente sta nella risposta da dare a questa domanda: Il significato vero di cotesto πληρωμα è d'esso il significato attivo od il significato passivo? È il significato passivo, rispondono Teodoreto, Cocceio, Grozio, Röell, Wolf, Flatt, Cramer, Olshausen, Baumgarten Crusius, Matthies, De Wette, Meyer, Holzhausen e Stier. E secondo cotesta esegesi, prendendo il contenente per il contenuto, la Chiesa è chiamata il pleroma di Cristo, in quanto ella contiene la pienezza di Cristo. «Della sua pienezza noi abbiamo tutti ricevuto» Giovanni 1:16. La Chiesa è il recipiente d'ogni spiritual benedizione che da Cristo procede, pieno fino all'orlo; e in questo senso è il «pleroma di Cristo». In Efesini 4:10 è detto che la funzione di Cristo è quella di «empire tutte le cose, da che è asceso al cielo d'onde discende coi doni che comunica alla Chiesa». Cristo empie tutte le cose per la medianità della Chiesa; ma s'Egli ha da così riempire tutte le cose per la medianità della Chiesa, è chiaro che Egli ha da riempire prima di tutto la Chiesa. Ed è per quest'ordine d'idee che la Chiesa diventa il «pleroma di Cristo». Lo Eadie, che accetta anche egli questo senso passivo del pleroma, conclude così lo studio suo del passo: «La Chiesa, quindi, è il pleroma, il glorioso recipiente d'ogni spirituale benedizione. E siccome coteste benedizioni non le sono concesse in avara misura, da che esse la riempiono; e siccome ella ne è così carica ed arricchita da diventare la stessa «pienezza»; e siccome cotesta «pienezza» è qui vitalmente connessa con l'origine sua, la Chiesa è amorevolmente e veracemente chiamata la pienezza di Cristo». Questo il senso passivo che, tenuto conto di qualche speciale sfumatura, conviensi dire che è il senso adottato dal più dei comment atori moderni. Invece: No, il vero significato del pleroma del testo è il significato attivo, rispondono Crisostomo, Ecumenio, Teofilatto, Anselmo, Tomaso d'Aquino, Calvino, Beza, Zanchio, Calovio, Estio, Bodio, Richter, von Gerlach, Macknight, Abbott. In questo senso, il pleroma va tradotto per complemento, e va inteso per «ciò che completa». Questo è il senso in cui la parola pleroma, per esempio, è usata in Matteo 9:16; Marco 2:21. E se si adotta questa esegesi, il senso del passo diventa facile e naturale: La Chiesa, in quanto è il corpo di Cristo è il pleroma o il complemento di lui che n'è il Capo. «L'apostolo», nota il Crisostomo, «dice pleroma per significare appunto che il capo è completato dal corpo; che è il corpo è composto di tutte le parti e ha bisogno d'ognuna delle sue parti. Osservate com'egli ci presenta il Cristo come avendo bisogno di tutti. Dappoiché, se non siamo in molti, e se l'uno non è una mano, l'altro un piede, e l'altro una qualche altra parte, il corpo non può esser completo. È con tutti che si completa il suo corpo; e quando tutti quanti siamo messi assieme ed uniti in un tutto, allora il capo è completo e il corpo si può dire perfetto». A questa interpretazione si obietta ch'ella suppone che al Cristo, senza la Chiesa, mancherebbe qualche cosa. Ma l'obiezione non ha fondamento. Qui si tratta d'una figura. Quando Cristo è chiamato «il Capo», la figura implica che, quantunque Cristo sia completo in se, pure, in quanto è Capo, Ei non è completo se non ha il rimanente del corpo. Il Beza dice a questo proposito: «L'Amore che Cristo ha per la Chiesa è tale, ch'Egli, per dir così, si considera come incompleto, se non ha la Chiesa unita a se a mo' d'un corpo». E a tutto questo l'apostolo aggiunge: «Il complemento di colui che ogni cosa completa in tutti», per esprimere che Cristo non ha in se bisogno assoluto di cotesto complemento, perchè, anzi, è lui che «completa ogni cosa in tutti». Tali i due sensi possibili del pleroma. Quale scegliere? Filologicamente ci manca il criterio sicuro per deciderci, che il pleroma si trova nel senso attivo in Matteo 9:16; Marco 2:21; e nel senso passivo, in Marco 8:20; e in 1Corinzi 10:26. In teoria, la regola grammaticale è questa: Dei nomi verbali, quelli che terminano in μος riproducono la nozione intransitiva del verbo; quelli che terminano in σις hanno un senso attivo, e quelli che terminano in μα , come il nostro pleroma (da πληρουν ) hanno un significato passivo, o esprimono il risultato dell'idea transitiva contenuta nel verbo. Ma la teoria, anche qui, è spessissimo modificata dall'uso. Il nostro modo di tradurre il pleroma ha già detto al lettore che noi siamo per il significato attivo, e che staccandoci dai moderni ci mettiamo nella compagnia del Crisostomo, d'Anselmo, di Tomaso d'Aquino e del Calvino. Il senso del passo, con cotesta esegesi, mi diventa più semplice, più naturale e più pratico. E poi: che cotesto concetto per il quale la Chiesa è così piena, ricolma, di grazie da poter esser chiamata «la pienezza di Cristo», che cotesto concetto, dico, sia proprio un concetto paulino, io ci ho i miei dubbi. Da una Chiesa così «ricolma di grazie» ad una Chiesa sovrana «dispensatrice di grazie», non è che un breve passo; e cotesto breve passo... mi sgomenta.

Riflessioni

1. Avendo udito parlare... del vostro amore per tutti i santi...

dice l'apostolo Efesini 1:15. «Pregare per tutti gli uomini» 1Timoteo 2:1, «amare tutti i santi» sono le frasi che ci dicono qual cuore sia il cuore del cristianesimo. Amare tutti i cristiani! è bello, è presto detto, ma non è cosa che si trovi così spesso fatta. È già così difficile amar tutti i cristiani che la pensano esattamente come noi; amar tutti i cristiani della nostra piccola chiesuola! Immaginiamoci che cosa debba essere l'amar tutti quelli che pur non pensandola esattamente come noi e pur non appartenendo alla nostra chiesuola, son tanto cristiani quanto noi! Adoperiamoci a dare il primo luogo a «tutti i cristiani» che dobbiamo amare, a quelli verso i quali ci sentiamo il meno benevolmente disposti; e non tarderemo a scoprire quanto profondo sia il precetto implicito in quest'esempio che gli efesini ci danno, e quanto immensa sia la nostra meschinità spirituale.

2. Non cesso di menzionarvi nelle mie preghiere

Efesini 1:16. Quando ci separiamo gli uni dagli altri, noi ce lo diciamo l'affettuoso «Non mi scordare!» Tra i fiori più cari è senza dubbio il «non ti scordar di me». Ed è dolce il pensare che la nostra rimembranza vive nel cuore degli amici lontani. Ma v'è qualcosa di meglio: V'è il ricordare gli amici nostri e l'essere dagli amici nostri ricordati nelle ardenti preghiere d'intercessione a Dio.

3. Che mai domanda l'apostolo per i cristiani efesini già così forti nella vita spirituale? Due grandi cose domanda: Che possano assorgere :

1) ad una cognizione di Dio più vasta e più esatta di quella che già posseggono. Guai a chi, nel mondo dello spirito, si contenta di quel tanto che ha! La parola d'ordine della vita cristiana non è: Basta! ma è: Excelsior! E

2) che sia loro concessa una visione nitida e chiara di queste tre cose:

   a) della speranza alla quale Iddio li ha chiamati; ed è la speranza di veder, quando che sia, per visione immediata, le grandi cose nelle quali per ora non possono far altro che credere e sperare. E questa speranza non è una illusione; non è un sogno dorato d'innamorate fantasie; è una speranza che in mezzo alle molte ed ingannevoli speranze morte del mondo sta come la sola, vera, la sola grande speranza viva 1Pietro 1:3, perchè ha la sua base incrollabile in una vocazione divina;

b) della ricchezza della gloriosa eredità ch'Egli offre ai santi; ed è la ricchezza di quella eredità che neppur gli ispirati scrittori dell'Antico e del Nuovo T. hanno potuto definire in linguaggio umano. È «l'avvenire» di quelli che sono del Cristo di Dio 1Corinzi 3:22; è «l'eredità incorruttibile e che non può venir meno, perchè Dio stesso la tiene in cielo al sicuro per noi» 1Pietro 1:4 un'eredità «ricca, gloriosa», dice Paolo, «patrimonio non di tutti, ma solamente dei santi»; di quelli, cioè, che dopo essere stati perdonati da Dio, vivono separati dal male e consacrati al bene;

c) della infinita grandezza della potenza ch'Egli esercita nei credenti. L'apostolo accumula qui parole e idee perchè non può scolpire; come vorrebbe, in parole umane il concetto divino che gli palpita nel cuore. E qual formula umana potrebbe mai definire completamente quella «potenza» che Dio esercita nei credenti? Per codesta forza fummo salvati dalla morte eterna; per codesta forza siam fatti capaci di muovere alla conquista del bene; per codesta forza saremo tratti in salvo nella «casa del Padre...» ch'Egli esercita in noi credenti, dice l'Apostolo. Nulla al mondo può fermare il braccio con cui l'Eterno esplica l'infinita virtù della sua potenza; nulla, eccetto una cosa.: la incredulità. Là incredulità che fa sterile l'anima, che rende infeconda la vita, paralizza il braccio dell'Eterno. Esso può tutti condurre al trionfo; ma al trionfo effettivamente non conduce che chi per la fede a lui docilmente s'affida.

4. Grafiche, scultorie, sono le nozioni che l'apostolo ci dà della Chiesa in Efesini 1:23. Codeste nozioni sono tre e vanno notate:

1) La definizione della Chiesa: «La Chiesa è il corpo di Cristo». Immagine, che tre idee suggerisce:

    a) L'idea della spiritualità della Chiesa. Il «corpo» è un armonico assieme di membra e non ha nulla che fare con l'edificio ove il corpo si ripara e si raccoglie per adorare.

b) L'idea della vitalità della Chiesa. Quando Paolo dice che la Chiesa è un «corpo», non accenna ad un cadavere; ma accenna ad un qualcosa che si muove, che pensa, che ama, che gode, che soffre; ad un qualcosa, insomma, che vive.

c) L'idea, o meglio, l'ideale d'un'armonica varietà intesa a formare un concerto celeste. «Il corpo è uno» dice l'apostolo ai corinzi 1Corinzi 12:12, «ed ha molte membra; e tutte le membra di cotesto corpo, benchè siano molte, sono uno stesso corpo».

2) Le relazioni della Chiesa con Cristo: «La Chiesa è il corpo che completa il Cristo». La Chiesa, è necessaria al Cristo, perchè lo completa; perchè gli dà quello che senza di lei gli mancherebbe a formare quel corpo mistico che, sull'orizzonte apostolico, si muove come una delle più grandi creazioni dell'amore e della onnipotenza di Dio. La Chiesa è una necessità per il Cristo, nello stesso modo che il resto del corpo è una necessità per il capo. Gli è una necessità, perchè è per mezzo delle sue membra che il Cristo vuol compiere l'opera sua di redenzione nel mondo. È Lui il Salvator del mondo; ma è per mezzo nostro ch'egli vuol offrire al mondo la salvazione dell'Eterno.

3) Le relazioni di Cristo con la Chiesa: «Cristo è Colui che completa tutte le cose in tutti». Da Cristo, unico, infallibile, eterno Capo della Chiesa, invisibile agli occhi della carne ma sempre visibile agli occhi della fede, fluisce la vita, la vita vera, la vita spirituale per tutto il rimanente del corpo. Esaminiamo noi stessi e domandiamoci: «Che cos'è che nella mia vita cristiana è manchevole ed ha, bisogno d'esser completato?...» E poi: In alto lo sguardo! E Lui che completa ogni cosa in tutti!


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