Efesini 2

1 3. IL PRELUDIO DELLA PARTE SPECIFICAMENTE DIDATTICA DELLA LETTERA: Efesini 2:1-10.

a) La risurrezione spirituale dei credenti mediante l'unione loro personale col Cristo risorto. Efesini 2:1-7.

E voi pure,

o lettori,

eravate morti nei vostri falli e nei, vostri peccati.

La «morte» di cui qui si parla, è morte spirituale e morale Luca 15:24,32. È una figura comunissima fra gli scrittori antichi e d'uso frequente fra i rabbini giudaici. Tra falli e peccati parecchi hanno voluto trovare questa differenza: ἁμαρτια, termine generale, che include la disposizione a peccare; παραπτωμα, atto peccaminoso concreto. E la distinzione potrebbe stare se avessimo al singolare; ma qui abbiamo due plurali («falli» e «peccati») che non si possono spiegare che come due sinonimi. E a giustificare cotesta sinonimia, confrontisi Romani 5:20; 4:25 con 1Corinzi 15:3.

2 Ai quali un tempo v'abbandonaste;

letteralmente, «nei quali un tempo camminaste»; ma è un ebraismo che tra noi non ha senso. Di questo ebraismo si compiacciono specialmente Paolo e Giovanni; Jacobo e Pietro, invece usano di preferenza il classico αναστρεφω , «mi aggiro», «mi conduco», «vivo» (lat. versor).

Seguendo l'andazzo di questo mondo.

È una parafrasi. La frase greca è intraducibile alla lettera: «Secondo l'evo o il secolo di questo mondo»; per intenderci, bisogna dire: «secondo il corso» o «secondo il costume» (Martini), o «secondo l'andazzo del mondo».

Seguendo il principe del potere che è nell'aria, vo' dire lo spirito che agisce adesso negli uomini ribelli.

Questo «principe» noi sappiamo chi è; è Satana Giovanni 12:31; 14:30; 16:11. Cotesto «principe» è principe «d'un potere che è nell'«aria»; e l'accenno a questo fatto non è senza difficoltà. Che mai vuol dire questo: «che è nell'aria?» Ecumenio dice che siccome il principato di Satana non è sopra ma sotto il cielo, così bisogna ch'egli sia o sulla terra, o nell'aria; ma poichè si tratta d'uno spirito, deve avere il suo principato nell'aria. Del resto, la nozione che l'aria fosse la dimora degli spiriti e specialmente degli spiriti maligni, fu nozione pitagorica, filonica e di tant'altri: ed ai tempi di Paolo era nozione familiare alla teologia giudaica. Drusio trae, per es., questa citazione dal commentario su Aboth... «sciendum, a terra usque ad expansum omnia plena esse turtnis et praefectis et infra plurimas esse creaturas credentes et accusantes, omnesque stare ac volitare in aere... quorum alii ad bonum, alii ad malum incitant». E che mal c'è ad ammettere che Paolo si riferisca a coteste nozioni, ch'eran nozioni popolari e comuni? E non v'è per questo da scandalizzarsi. Il Martini, nella sua nota al passo, dice: «È dottrina di tutti i dottori, dice S. Girolamo, che l'aria che è di mezzo tra il cielo e la terra sia piena di nimiche potestà». Il Reuss commenta così: «La vita del peccatore è considerata qui come dominata da un potere pernicioso ed opposto a Dio. Cotesto potere, dal punto di vista astratto, è il mondo, lo spirito del mondo o del secolo; termini che noi usiamo ancora in cotesto medesimo senso, ma che l'autore combina in questo luogo dicendo alla lettera: secondo il secolo del mondo. Dal punto di vista concreto, si tratta del diavolo, del male personificato, posto a capo d'un impero, che sta in guerra permanente con l'impero di Dio Efesini 6:11 e seg. Ogni impero è cosa locale; quindi, anche l'impero del diavolo è rappresentato come localizzato. L'impero di Dio è nel cielo; quello del diavolo è nelle regioni aeree (come pensava anche la teologia giudaica). Ambedue gli imperi si contendono la terra sulla quale s'incrociano le influenze loro. E ambedue i punti di vista., astratto e concreto, sono espressi nel testo».

Voglio, dire lo spirito che agisce adesso negli uomini ribelli.

Cotesto termine spirito è un'apposizione e va connesso non con «principe» ma con «potere». Cotesto «potere», vuol dire l'apostolo, consiste in una influenza spirituale; in quella influenza ch'egli chiama ai corinzi: «lo spirito del mondo» 1Corinzi 2:12. Cotesta influenza un tempo agiva anche in voi; adesso agisce «negli uomini ribelli»; o, alla lettera, «nei figliuoli della disubbidienza»; ebraismo che ha il suo contrasto nei «figliuoli d'ubbidienza», di 1Pietro 1:14. L'απειθεια non è «incredulità», come traduce il Martini, ma è «disubbidienza», «ribellione».

3 Nel numero dei quali anche noi tutti fummo altra volta

L'apostolo ha parlato finora in modo speciale dei Gentili: ora, parla dei giudei. Nel numero dei quali anche noi giudei, e tutti, vale a dire, senza eccezione, fummo altra volta, prima della nostra conversione.

Quando cedevamo alle nostre passioni carnali

o «vivevamo la vita nostra in mezzo alle» ecc. ( ανεστραφημεν = versabamur).

Ubbidendo ai capricci della carne e dei pensieri corrotti,

letteralmente: «facendo i voleri della carne e dei pensieri o degli appetiti».

Ed eravamo naturalmente dei figliuoli d'ira come gli altri.

Ecco il commento del Martini: «Queste parole contengono apertamente il domma cattolico del peccato originale, come osservò già Sant'Agostino ed altri Padri. Noi stessi Ebrei, popolo di Dio, per nascita e per la degradazione della umana natura, corrotta pel peccato del primo uomo, eravamo figliuoli dell'ira, cioè rei dell'ira e della vendetta divina, come tutti gli altri uomini, sopra dei quali nulla avevamo noi, quanto a ciò, distinzione o privilegio. Vedi Agost., in Joan. tract. XLIV. Così quegli ebrei medesimi, i quali dispregiavano come immondi e peccatori i gentili, perchè figliuoli di genitori idolatri, erano anche essi (per la condizione della natura ricevuta dai loro genitori benchè fedeli) rei dell'ira, rei della pena, rei dell'inferno, perchè peccatori. Vedi Romani 5. Ed è come se dicesse l'apostolo, gloriamoci noi giudei, quanto a noi pare, di avere Abramo per padre; ma ricordiamoci, che sebbene discendenti di quel Patriarca, noi siamo nati peccatori, come egli nacque e come tutti nascono gli uomini per la prevaricazione del padre comune di tutti, Adamo». Questo il pensiero cattolico ed anche, per quel che concerne il fatto fondamentale della imputazione del peccato d'Adamo, il pensiero di non pochi teologi protestanti. Ma varie cose son qui da osservare. Prima di tutto. La frase «figliuoli d'ira» è frase ebraica. E l'Antico T. con ripetuti esempi ci dice che il modo «figlio di...» seguito da termine esprimente una punizione, non può significar altro che: «degno di...» o: «in pericolo di...» cotesta punizione. Vedi Deuteronomio 25:2. «Se il reo è un figlio di battiture, lo faccia il giudice buttare in terra. ecc.»; 1Samuele 26:16: «Voi siete figliuoli di morte»; 2Samuele 12:5: «Colui che ha fatto questo, è un figlio di morte». Nei quali passi è evidente che niun altro senso è possibile fuori di quello di: «degno di morte». In Salmi 79:11;102:20 è il senso di «essere in pericolo di morte». Questi passi ci danno quindi il diritto di tradurre la frase nostra per: «degni dell'ira di Dio»; «meritevoli dell'ira di Dio.» E così interpretarono il Crisostomo ed Ecumenio; ed è interpretazione che meglio s'addice ad un contesto dove gli israeliti sarebbero chiamati «dei figliuoli dell'ira di Dio» con un modo che diventa più stridente che mai quando si pensa che, nello stesso passo, son chiamati il tenero oggetto dell'amore di Dio! E il φυσει «per natura» del testo, non urta affatto con cotesta interpretazione; che φυσις «natura» non vuol dire necessariamente «per nascita»; vedi Romani 2:14; 1Corinzi 11:14. Il φυσει corrisponde qui al nostro «naturalmente». E il termine da opporsi, come contrasto, a questo «naturalmente», siccome qui si tratta di giudei, sarebbe θεσει, la loro condizione, cioè, di gente del Patto; il che vuol dire che il passo, parafrasato, significherebbe questo: «Anche noi giudei, nè più nè meno che i pagani, naturalmente, ossia, astrazion fatta dal Patto, eravamo degni, meritevoli dell'ira di Dio.

Come gli altri;

vale a dire, «come i pagani»; cfr. 1Tessalonicesi 4:13.

4 Ma Dio ricco com'è in misericordia, in virtù del grande amore del quale ci amava,

del quale, cioè, amava e voi Efesini 2:1, e noi Efesini 2:3, abbracciando così in un unico amplesso Giudei e Gentili,

5 benchè fossimo morti nei nostri falli

(cfr. Efesini 2:1),

ci ha fatti rivivere con Cristo.

La «morte» di cui l'apostolo ha più sopra parlato, era l'attuale morte spirituale e morale: ma va da se che la morte eterna; che è di cotesta prima la conseguenza, non va esclusa da cotesta nozione. Così, questo «far rivivere» è prima di tutto un «far rivivere» spiritualmente e moralmente; ma non esclude la partecipazione alla futura comunione di vita e di gloria con Cristo. In Efesini 1:20, 21 lo scrittore ha accennato alla risurrezione ed alla esaltazione di Cristo come ad una dimostrazione della potenza di Dio; qui adesso afferma che in virtù della nostra unione con Cristo, che è unione di membra col capo, noi siam tratti fuori dal sepolcro della nostra corruzione spirituale e morale, e fatti partecipi della vita, della immortalità e della gloria di Cristo.

(Egli è per grazia che siete salvati!)

«L'idea capitale che un effetto così straordinario non potrebbe aver per causa che la grazia, dice il Reuss, fa tal premura alla penna dell'autore, che questi è tratto a inserirla per anticipazione, sotto forma di parentesi, prima ch'egli abbia avuto il tempo di giungere a lei per evoluzione logica del proprio pensiero».

6 E con Gesù Cristo ed in Gesù Cristo ci ha risuscitati

L'«in Gesù Cristo», spiega meglio e completa il «con Gesù Cristo». Non e soltanto essendo «insieme col Cristo» che cotesta risurrezione spirituale ha avuto luogo, ma è

in Cristo; vale a dire, in virtù della sua unione spirituale col Cristo, che il credente risorge, vivrà e sarà glorificato.

E ci ha fatti sedere nei cieli;

e ci ha assicurato, un posto nei cieli; ci ha coronati di gloria e d'onore; ci ha fatti re Apocalisse 1:6.

7 Gli è così che in tutte le età a venire Ei mostra la straordinaria ricchezza della sua grazia, mercè la bontà ch'Egli ha avuta per noi in Gesù Cristo.

In tutte le età a venire.

Questa frase è intesa in tre modi differenti:

a) «In tutte le età» che si succedono nell'oceano del tempo, e che hanno per punto di partenza il fatto della redenzione. In questo senso i credenti della Chiesa apostolica sarebbero stati come la primizia di quella conquista universale promessa ed assicurata da Dio alla croce di Gesù (Lange).

b) «In tutte le età», in senso escatologico; vale a dire, nella vita a venire, oltre i confini del tempo. E in questo caso, quel plurale «le età» accennerebbe a fasi successive di una immensa evoluzione, nelle quali «la straordinaria ricchezza della grazia di Dio» si andrebbe facendo sempre più chiara, sempre più nitida e intelligibile (Abbott).

c) «In tutte le età», e del tempo e della eternità, considerate senza distinzione, nella loro maestosa continuità (Ellicott).

In Gesù Cristo.

Il motivo della bontà che Dio ci ha usata non è in noi; è in Gesù Cristo. Il Calvino, a questo punto, dice: «Notando repetitio nominis Christi quia nihil gratiae neque amoris a Deo sperari vult, nisi ipso intercedente».

Riflessioni

1. Fin dai tempi di Agostino si è da molti supposto che il Efesini 2:3, «... ed eravamo per natura dei figliuoli d'ira», si riferisse al peccato originale. Il Calvino, per es. commentava il passo così: «Qui Paolo attesta che noi siam messi al mondo col peccato, nello stesso modo che i serpenti portano dall'utero il veleno loro». Ora questa interpretazione non è ammissibile:

1) perchè dà al φυσει «per natura» un'enfasi che qui non ha;

2) perchè fa riferire quell'eravamo «per natura» ad un tempo anteriore al tempo a cui si riferisce il principio del passo: «nel numero dei quali anche noi tutti fummo altra volta, quando cedevamo alle nostre passioni... ed eravamo naturalmente meritevoli d'ira». E il così fare, è arbitrario;

3) perchè stona col contesto, il quale tratta del peccato attuale;

4) perchè a renderla logica ed armonica col contesto, convien sottintendere troppa roba.

Ecco la parentesi che bisogna sottintendere: «... Nel numero dei quali anche noi tutti fummo altra volta, quando cedevamo alle nostre passioni carnali ubbidendo ai capricci della carne e dei pensieri corrotti e (diventammo così oggetto dell'ira di Dio; e non basta; ma anche prima che commettessimo alcun peccato attuale, noi avevamo eredato una natura peccaminosa, in, guisa che già) per natura eravamo oggetto dell'ira di Dio». Con questo io non voglio negare che l'uomo nasca con una natura corrotta o propensa al male; ma fra il dir questo e il dire che la creaturina che non ha commesso ancora peccato attuale è un oggetto attuale dell'ira di Dio, v'è una bella differenza. Ad ogni modo stabiliamo qui questo: che l'apostolo non ci dà il diritto d'andar tant'oltre.

2. Se non è qui il caso di parlare del peccato di Adamo e della imputabilità di cotesto peccato ai successori d'Adamo, noi abbiamo però nel passo, relativamente al peccato in genere, delle nozioni che giova raccogliere.

a) Ecco l'essenza del peccato: Ribellione alla volontà di Dio Efesini 2:2 e ubbidienza, asservimento alle passioni ed ai capricci della carne; abbandono completo alla mercè della malefica influenza che nel mondo esercita il principe, che a Dio contende il dominio sull'universo Efesini 2:2-3.

b) Ecco la universalità del peccato: Esso ha inquinato i pagani Efesini 2:1-2 e i giudei Efesini 2:3; ed è quindi un fatto che interessa non soltanto questa o quella razza, ma che interessa tutta quanta l'umanità.

c) Ecco l'intensità dell'azione malefica del peccato: «Morti nei vostri falli e nei vostri peccati» Efesini 2:1,5.

Il peccato è la morte dell'anima. Dove prevale, cessa la vita dello spirito. Il peccatore è, spiritualmente e moralmente parlando, un morto perchè non ha più i principi e le energie della vita «da alto»; è lungi da Dio, la Fonte della vita. L'immagine della morte rende scultoria la completa incapacità nella quale si trova il peccatore, di partecipare a qualsiasi gaudio spirituale. Egli non brama più quella felicità che i santi godono nella perenne e feconda loro comunione con Dio. Non può più adorare nè, sa più ubbidire con gioia e per impulso d'amore. E nella condizione di un morto in mezzo ai piaceri, alle preoccupazioni, alle attività della esistenza.

3. L'apostolo ci dirà fra poco com'egli concepisca il gran fatto della salvazione. Intanto, preoccupato com'è di cotesto celeste soggetto, già nel nostro passo, così di passata, ci dà di cotesta salvazione, cinque nozioni, che noi avremmo torto se negligessimo.

1) La base di cotesta salvazione non è in noi; è in Dio: e più specialmente, nella misericordia, nell'amore Efesini 2:4, nella grazia Efesini 2:5,7, nella bontà Efesini 2:7 di Dio.

2) Il mezzo per cui cotesta salvazione è diventata un fatto reale, è Cristo Efesini 2:5-7. E l'apostolo specifica. La salvazione diventa un fatto reale, efficace nel mondo e nella vita degli individui non semplicemente perchè Cristo è venuto in terra; non semplicemente per il fatto storico dell'apparizione di Gesù in seno all'umanità, ma per il fatto della nostra comunione intima e vivente con lui; il che implica, come si vede, la nozione della fede che non è per Paolo l'adesione della mente ad una formula, ma l'abbandono del cuore ad una persona vivente. La formula di Paolo è importante; m editiamoci su: CON Gesù Cristo ed IN Gesù Cristo Dio ci ha risuscitati Efesini 2:6.

3) La natura della salvazione. È un rivivere; è una risurrezione spirituale e morale. Il peccatore è morto; ma per la misericordia, la grazia, la bontà e per l'amor di Dio, mediante il dono di Cristo, e per un atto di fede in Cristo che si trasfigura in una vera e propria comunione col Principe della vita, egli è risuscitato e ridato alla vita. È un Figliuolo di Dio che, da morto, torna a rivivere Luca 15:24-32.

4) E qui l'apostolo fa balenare l'idea che gli e così cara e che è una delle più belle creazioni del suo sano misticismo ispirato, e accenna alla estensione ed alla intensità del gran fatto redentore. Come Cristo è uscito dal sepolcro, è entrato trionfante nella beata immortalità e alla destra del Padre ha ricevuto la corona d'una gloria perfetta e imperitura, così il peccatore che si unisce a Cristo per una fede sincera e vivente, esce dal sepolcro della propria corruzione, acquista la certezza della propria immortalità, ed ottiene la corona della gloria Efesini 2:5-6.

5) Finalmente, la certezza del fatto. «Ci ha fatti rivivere con Cristo...» Efesini 2:5; «Ci ha risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli...» Efesini 2:6. Per l'apostolo son dei fatti compiuti. Ed ha ragione; tutto è virtualmente compiuto, e per tutti, nella morte, nella risurrezione, nella glorificazione di Gesù. E quel che è virtualmente compiuto, diventa un fatto storico, nella vita di ciascun individuo, all'atto della sua conversione, durante la evoluzione della sua vita spirituale, nel momento solenne in cui passa «all'altra riva» e quando riceve da Dio la corona della giustizia e della immortalità. Dio non poteva rendere il fatto della salvazione più certo di quello che è; ed i nostri «forse», «vedremo», «chi sa?...» non sono le conseguenze dell'oprare di Dio; sono le miserabili espressioni della nostra ostinata incredulità.

4. Una nota sembra qui stonare in mezzo a questo immenso concerto d'amore; ed è la menzione dell'ira di Dio nel Efesini 2:3. Origene, Agostino, il Turrettini e tanti altri hanno cercato di ridurre questa espressione ad un mero antropomorfismo, o ad un'espressione generale intesa ad esprimere l'avversione che Dio prova per il peccato e il suo proponimento di punirlo. E il Ritschl che imputa al farisaismo l'invenzione dell'idea della giustizia retributiva e nega ch'ella esista nella Scrittura, è costretto ad escogitare dei nuovi sensi per cotesta «ira di Dio». Nell'Antico T. cotest'«ira», per lui, non ha che uno scopo: proteggere l'Alleanza divina; e non significa altro che i castighi subiti e violenti coi quali Iddio colpisce tanto i nemici dell'Alleanza, quanto i membri di cotesta Alleanza che violano apertamente le condizioni che Dio ha posto a fondamento di lei. E in ambedue i casi Dio lo fa non per punire, ma per mantenere quaggiù l'opera sua di grazia. Nel Nuovo T. poi, sempre secondo lui, l'idea rimane in sostanza la stessa, ma si modifica nelle applicazioni. E «l'ira» di Dio, nel Nuovo T. non può più avere che un'applicazione escatologica; e si riferisce difatti al giudizio finale, quando Iddio eliminerà i nemici della salvazione, non per punirli, ma per impedire loro di mettere ostacoli al trionfo del suo Regno 1Tessalonicesi 1:10; Romani 5: 9. Or tutto questo può essere ben trovato; ma è lungi dall'esser vero. La nozione «dell'ira» nel nostro passo, ch'è pur passo del Nuovo T., è intanto tutt'altra che nozione escatologica; e dei passi analoghi al nostro se ne potrebbero citare parecchi. Ma lasciamo tutto questo. «L'ira di Dio», tanto nell'Antico quanto nel Nuovo Testamento, si può definire, così genericamente, come un'energia della natura divina che si esplica dinanzi ad una sfacciata e petulante affermazione del peccato e ch'esprime la protesta della Santità di Dio contro cotesta affermazione; protesta che non si riduce ad una vana parola, ma che si concreta nella punizione e nello annichilamento del peccatore. Osservisi bene, però; quest'«ira», nell'Antico e nel Nuovo T., non è; come nelle religioni pagane, il mero sfogo di una capricciosa bollente passione; ella non va mai disgiunta dall'idea della santità divina; di quella santità, cioè, che è assoluta separazione dal male, intera e perfetta consacrazione al bene, ed implica la necessità morale di punire ogni manifestazione di quel peccato, che è un'onta, alla maestà dell'Iddio perfettamente santo. Ridurre quindi l'ira di Dio ad un mero antropomorfismo per dare espressione ad un concetto vago e generale, è ridurla a troppo poco. Ella è una vera e propria e profonda commozione della natura divina che deve creare nel cuor degli uomini una santa apprensione Salmi 2:11-12; Ebrei 10:31. E a chi obietta che questa nozione non è in armonia con la nozione che abbiamo della perfezione divina, noi rispondiamo che un Rettore dell'universo il quale non potesse commuoversi d'intensa indegnazione morale dinanzi allo spettacolo del peccato e che, data l'occasione, non potesse esplicare alcuna punitrice e consumatrice energia, sarebbe un Rettore moralmente imperfetto; un Rettore del quale anche la giustizia e la misericordia non potrebbero ispirare che una fiducia relativa.

8 b) La salvazione, dal punto di vista della sua casa, del suo mezzo, del suo scopo. Efesini 2:8-10.

L'apostolo, che ha già per anticipazione toccato di volo il soggetto della salvazione, entra qui nel dettaglio e sviscera l'argomento.

Poichè gli è per la grazia che siete salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi, ma è un dono di Dio

Questo e ciò è riferito dal Crisostomo, da Teodoreto e da Girolamo alla «fede»; «e questa fede non vien da voi, ma è un dono di Dio». E grammaticalmente, l'interpretare così non è inammissibile; però è poco naturale; naturale, invece, è il riferire cotesto e ciò a tutto quanto il fatto espresso dal brano, e intendere cosa: «Gli è per la Grazia che siete salvati, mediante la fede; e questo fatto della salvazione per grazia mediante la fede non vien da voi, ma è un dono di Dio». Così interpretano Teofilatto, lo Zanchio, lo Holzhausen, il Reuss ed altri.

9 Non è l'effetto delle opere vostre, affinchè niuno abbia a gloriarsene

Il monaco che nel segreto della sua cella contempla il crocifisso, ma al tempo stesso, nella speranza di guadagnarsi il paradiso, si dà la disciplina fino a grondare sangue, e a forza di privazioni e di macerazioni giunge alle porte della eternità nel fiore degli anni ma scarno e consunto, può dire a Gesù «Si, o Signore, tu hai fatto molto per me quando sei morto in croce per salvarmi; ma anch'io, vedi, per amor del paradiso, ho fatto sacrificio dell'esistenza mia!...» «No, no, risponde l'apostolo; ogni vanto è fuor di luogo. La gloria della salvazione non è tutta dell'uomo, ne metà dell'uomo e metà del Cristo. Ella è tutta per grazia. Non viene dall'uomo, ma è un dono di Dio. Non è l'effetto delle opere vostre. Ed è per questo che niuno ha il diritto di gloriarsene.

10 Perchè noi siamo opera sua;

il che non si riferisce, come intesero Tertulliano, Gregorio Nazianzeno, Fozio e Girolamo, alla creazione fisica; quel che segue ci dice che l'apostolo pensava alla nuova creazione spirituale.

Siamo stati creati in Gesù Cristo, per fare delle opere buone.

«Creati» perchè «se uno è in Cristo è una nuova creazione» (2Corinzi 5:17; cfr. Galati 6:15). «Delle opere buone»; vale a dire che sgorghino da un cuore purificato e da uno spirito rinnovato dalla grazia. Opera veramente buona non è sempre quella che il mondo giudica tale; ma è quella che nasce dalla fede, che ha per anima l'amore, e che ha per fine la gloria di Dio.

E perchè potessimo farle, è Dio stesso che ha cominciato col rendercene capaci.

Il come tradurre è qui molto discusso. I modi più importanti coi quali si rende il pensiero dell'apostolo, sono due: «Iddio ha già innanzi preparate le opere affinchè noi camminiamo in esse»; ossia, «affinchè noi le mettiamo in pratica». L traduzione della Siriaca, della Vulgata, della versione inglese, della nostra diodatina e del Martini. L'altro modo di tradurre, che noi preferiamo, è questo «Noi siamo opera di Dio; siamo stati creati in Gesù Cristo per fare delle opere buone, per le quali Iddio ci ha per l'innanzi preparati»; o «per le quali Iddio comincia col prepararci affinchè le facciamo». Ed è il modo di Lutero, del Semler, del Meier, e del più dei traduttori moderni. Il Reuss dice: «L'apostolo vuol dire che noi siamo oggi delle nuove creature; che la nostra natura è mutata e che con lei è mutata anche la nostra prospettiva. L'antica natura produceva delle opere cattive; la natura nuova ci è data per produrne delle buone. Le buone opere sono dunque lo scopo della nuova creazione, senza la quale non sarebbero possibili. Gli è per farci camminare su cotesta via che Dio ci ha preparati; vale a dire, ci ha dato i mezzi e le forze per lo Spirito suo, onde potessimo così camminare. Chi traduce: «per le buone opere che Dio ha preparate perchè noi camminassimo in esse» dice cosa che non ha senso; e traduce così perchè non s'accorge che la costruzione della frase è costruzione ebraica».

Riflessioni

1. Notiamo prima di tutto il concetto che l'apostolo ci dà del «cristiano», del «salvato». Il «salvato» non è l'effetto delle opere d'un uomo; è l'effetto d'un' opera di Dio. E che dico?... Egli è addirittura una nuova creazione per la stromentalità di Gesù Cristo. Come la prima creazione fu l'opera di Dio per la stromentalità di Gesù Cristo Giovanni 1:3; Colossesi 1:16-17; Ebrei 1:2, così il salvato sorge per un atto libero e per uno spontaneo moto d'amore di quel Dio che dona Cristo e che in Cristo ci fa morire al peccato e ci risuscita a novità di vita.

2. In secondo luogo è notevole il modo enfatico con cui l'apostolo s'affanna ad affermare quale non sia l'origine della salvazione: «Non da voi!» «Non per opere!» «Niuno ha da gloriarsene!»

3. In terzo luogo, l'apostolo afferma in modo positivo qual sia cotesta origine; e lo fa con tre parole: grazia; dono; fede. La grazia si riferisce al sentimento che mosse Dio a compiere la grand'opera: il dono definisce il modo con cui Dio estrinseco il suo sentimento; la fede indica il mezzo col quale l'uomo può giungere al godimento del dono.

4. In quarto luogo, l'apostolo addita lo scopo della salvazione. Codesto scopo sono «le buone opere». Il salvato, dunque, non è chiamato all'inerzia, non alla contemplazione, non al misticismo; ma all'opra, è chiamato, ed all'opra «buona»; all'opra; cioè, che nasce dalla fede, che ha per anima l'amore, che ha per iscopo la gloria di Dio; non all'opra dello schiavo, che lavora o per paura dello scudiscio o per amor del guadagno: ma all'opra del figlio, che lavora per amor di Colui che t'ha tanto amato il primo. Quanto all'ultimo pensiero del passo e che si riferisce ancora «alle opere», io ho già detto nel mio commento come sia qui difficile il tradurre e non ho taciuto la mia preferenza. Nondimeno, io non vorrei essere così esclusivo com'è il Reuss che ho citato. Il modo di tradurre della Siriaca, della Vulgata e della nostra diodatina non è così naturale come l'altro, ma non è nemmeno da disprezzarsi. Non ha nulla che urti col pensiero cristiano e può esser fonte di gran conforto. Se crediamo in Gesù e in quel che Gesù è ed ha fatto per noi, noi siamo salvati. È un fatto. Iddio ci ha riaperte le porte della casa paterna e noi siamo nelle braccia di un padre. Adesso, a che siam noi chiamati? Ad operare. Diciamoci quindi gli uni altri, qualunque sia l'opera nella quale siamo impegnati: Quest'opera che fo, è opera grave, difficile, penosa; ma non importa; è l'opera che Dio ha preparata per me; o se così non è, questa è però l'opra per la quale Egli stesso mi prepara. Comunque sia io non sarò confuso, ed il suo nome sarà glorificato.

5. A proposito di un passo importante come questo, non è male che sentiamo un po' la campana cattolica.. «Le opere buone» commenta il Martini, «le quali non sono cagion della grazia (bisogna proprio far da sordi per ostinarsi a parlar di opere cagion della grazia, dopo tutto quello che l'apostolo dice in questo brano!), sono effetti della grazia; per produr buone opere fummo da Dio novellamente creati e rigenerati; il perchè nessun creda che l'essere salvati per grazia tolga l'obbligazione e la necessità di fare il bene; ma questo stesso fare il bene è un dono di Dio, e perciò queste stesse opere ha disposto Iddio ab eterno di darle a noi; dappoiché egli è che dà il volere ed il fare, cooperando noi col nostro libero arbitrio aiutato dalla grazia alle medesime opere; le quali sono anche nostre perchè in esse mediante la grazia noi camminiamo, come dice l'Apostolo». E chi ci capisce qualcosa, è bravo! Il pensiero dell'apostolo è troppo terso, è troppo limpido è troppo in contraddizione con l'insegnamento ufficiale della Chiesa Romana; e qui si trattava non di chiosare per chiarire; ma si trattava, se fosse stato possibile, d'ingarbugliare le cose, e di far passare nella tenebria di un commento filigginoso per d'oro di zecchino le monete false delle «opere buone, causa della grazia!» E non v'è che dire. Il buon arcivescovo fiorentino ha fatto del suo meglio.

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II. PARTE SPECIFICAMENTE DIDATTICA

LA MAGNICENZA DELLA GRAZIA DI CUI I LETTORI SONO STATI L'OGGETTO

Efesini 2:11-3:21

La «parte specificamente didattica» della lettera si divide in due sezioni, ciascuna delle quali ha tre suddivisioni

1) LA REDENZIONE DEI GENTILI: Efesini 2:11-22.

   a) IL LORO RIAVVICINAMENTO A DIO PER MEZZO DI CRISTO: Efesini 2:11-13.

b) LA LORO UNIONE CON ISRAELE IN CRISTO: Efesini 2:14-18.

c) IL LORO LUOGO, COME PIETRE VIVENTI, NEL GRANDE EDIFICIO DELLA CHIESA DI DIO: Efesini 2:19-22.

2) LA PREGHIERA DELL'APOSTOLO: Efesini 3:1-21.

   a) IL PRELUDIO DELLA PREGHIERA O IL MISTERIO CHE CESSA D'ESSER TALE DA CHE PAOLO, PER ISPECIALE INCARICO DI DIO, L'HA DICHIARATO: Efesini 3:1-13.

b) LA PREGHIERA: Efesini 3:14-19.

c) LA DOSSOLOGIA: Efesini 3:20-21.

1) LA REDENZIONE DEI GENTILI: Efesini 2:11-22.

a) Il loro riavvicinamento a Dio per mezzo di Cristo: Efesini 2:11-13.

Perciò, ricordatevi che un tempo, voi, pagani di nascita

Perciò «a motivo di tutte codeste benedizioni»... ricordatevi. «Riandate, cioè, con la rimembranza del cuore a tutte le benedizioni delle quali v'ho parlato, e valga cotesta rimembranza a ravvivare la vostra gratitudine ed a corroborare la vostra fede». Vegga il lettore com'io abbia spogliata la traduzione mia di tutti gli ebraismi, che qui abbondano nel testo.

Che eravate chiamati i «non circoncisi» da quelli che si diceano «circoncisi» perchè eran tali per man d'uomo e nella carne

«Che eravate, cioè, chiamati con dileggio, per disprezzo, i «non circoncisi» da coloro che si diceano «i circoncisi» benchè non avessero che nella carne soltanto il segno della circoncisione, il segno del Patto». Notisi qui la delicatezza, la equanimità e la profondità del pensiero dell'apostolo. Egli ricorda ai lettori convertiti dal paganesimo la triste condizione in cui si trovavano prima della loro conversione, e la ricorderà più energicamente ancora fra poco Efesini 2:12. Facean parte di quella «incirconcisione» che così collettivamente designava il mondo pagano e lo stimmatizzava com'essendo assolutamente estraneo ad ogni privilegio religioso Genesi 34:14; Levitico 19:23; Giudici 14:3; 1Samuele 14:6; Isaia 52:1; Ezechiele 28:10. Al tempo stesso, però, l'apostolo, che vuol sempre dare a ciascuno il suo, aggiunge con gran finezza: «Non crediate però che quelli là che nella ebrietà del loro orgoglio nazionale vi buttavano in faccia come un insulto la parola: «Incirconcisi!...» non crediate però, che fossero eglino stessi tutto quello che avrebbero dovuto essere! Tutt'altro. Essi non eran che dei falsi «circoncisi»; dei circoncisi nella carne soltanto; e la vera circoncisione, a mente di Dio, non consiste unicamente in una operazione chirurgica, ma in una purificazione del cuore; purificazione della quale il segno effettuato là d'onde origina la vita, non è che il simbolo esterno Romani 2:28-29; Galati 5:6; Filemone 3:3; Colossesi 2:11; 3:11.

12 Voi, dico, ricordatevi che allora eravate senza Cristo

In qual senso, «senza Cristo?» Anselmo, il Calovio ed altri intendono.: «Senza la conoscenza di Cristo». Ma, secondo me, l'interpretazione del De Wette, che in questo caso non fece che seguitare il Calvino, il Bucero, il Bullinger ed il Grozio, è migliore: «Senza la promessa del Cristo». Non bisogna dimenticare che qui, nella mente dell'apostolo si muove il contrasto che è fra la squallida condizione del paganesimo, ed il privilegio teocratico d'Israele. Israele, in un certo senso, aveva il Cristo, il Messia; l'avea in promessa; il paganesimo, no; era senza Cristo.

Alieni dalla repubblica di Israele.

In Israele religione e politica si confondevano l'una nell'altra; il «temi Iddio» e «l'onora il Re» erano un identico dovere per tutti; la, nazione era la Chiesa dell'Iddio vivente, e il suo archivio di Stato era al tempo stesso il santuario dei documenti della propria fede; niuna distinzione era fra il «civile» ed il «sacro»; e a base di tutto codesto ordinamento stava la gloriosa promessa del Messia. I pagani non aveano codesta promessa, e non eran quindi inclusi in cotesta repubblica.

Estranei alle alleanze della promessa.

Le «alleanze» erano tutte quante caratterizzate dalla promessa del Messia Atti 13:32. Il plurale «alleanze» si riferisce alle alleanze antiche contratte con Abramo Genesi 12:3; 22:18; con Isacco Genesi 26:3; con Giacobbe Genesi 28:13; col popolo Esodo 21:8 e con Davide 2Samuele 7:12 (Vedi anche Geremia 31:34; Malachia 3:1; Romani 11:27). Il Patto mosaico non è qui da escludersi; come qualcuno vorrebbe; esso non fu che una nuova ratificazione del patto abramico Romani 11:4.

Non avendo nè speranza.

«Speranza», così senz'articolo che la specifichi, è in generale l'attesa, con ardente desiderio, d'un qualche bene. «Senza speranza» che vi confortasse e vi rallegrasse. Il vostro avvenire non era il cielo d'Israele in cui sorridean gli astri della promessa; il vostro avvenire era una notte buia, un cielo oscuro e senza stelle.

Né Dio.

Il greco ha: atei; parola che descrive lo stadio più infimo della miseria morale del paganesimo. La parola non si trova nè nei Settanta, nè negli apocrifi; e nel Nuovo T. si trova soltanto in questo passo. Gli scrittori greci la usano in tre sensi, nel senso di

a) uno che non crede Dio; e questo senso qui non può ammettersi, perchè i pagani qualche fede in un potere superiore l'aveano; nel senso di

b) empio, antiteista; e anche questo senso qui non si può accettare, perchè i pagani col loro politeismo addimostravano una certa devozione istintiva; e poi ve n'eran molti, tra loro, che sospiravano per quel Dio unico che il cristianesimo soltanto era destinato a dar loro; nel senso di

c) senz'aiuto di Dio.

Ed è in questo senso che molto probabilmente l'apostolo usa la sua espressione; nel senso, cioè, non tanto di mancanza d'ogni fede in Dio, quanto di mancanza d'ogni soccorso di Dio. L'apostolo, è vero, pone in evidenza l'assurdità del politeismo e della idolatria Romani 1:20;1Corinzi 10:20 ed afferma che i pagani sacrificavano ai demoni e non a Dio; nondimeno, non si trova mai ch'egli trattasse d'atei codesti adoratori. Il mondo pagano non aveva, come Israele, Jahweh che nella sua gloria, nella sua unità, nella sua spiritualità, nella sua sapienza, nella sua onnipotenza e nella sua grazia viveva nella pia mentalità e nel cuor credente della teocrazia; esso era senza Dio a cui poter volare, sulle ali della fede, nell'ora solenne del dubbio, dell'incertezza, del pericolo, dell'angoscia.

Nel mondo.

Questa espressione si può intendere in due modi. O la si connette con l'inciso antecedente: «Senza Dio»; e in questo caso significa: «Senza Dio in un mondo così iniquo come questo, in cui si ha tanto bisogno di una speranza sicura, di affidarci ad un Dio onnipotente e misericordioso!... «O la si connette con tutto quanto il brano che descrive il paganesimo; la si considera come intesa ad accentuare l'ambiente disgraziato e miserando in cui si muove codesto paganesimo; e in questo caso, significa... «senza speranza, senza Dio, là nel mondo; vale a dire, in tutta quella regione che è fuor della Repubblica d'Israele; e quindi, regione di ogni luce muta, ostile ad ogni cosa buona e schiava del principe delle tenebre:»

13 Ora, invece, per l'unione vostra con Cristo Gesù.

«Ora, invece», ecco il rovescio della medaglia, il contrasto. Il testo dice: «Ora, invece, in Cristo Gesù, voi che già eravate lontani...» In Cristo Gesù» è modo sintetico e di una ricchezza immensa. «Ora che non soltanto non siete più «senza Cristo, senza Messia», ma siete invece uniti a Cristo, in comunione col Messia, non solo, ma col Messia che è apparso sulla scena della storia e che si chiama «Gesù», ora, dico, voi che già eravate lontani, vi siete avvicinati per mezzo del sangue di Cristo. Voi che già eravate lontani. Le espressioni «lontani» e «vicini» si riconnettono con Isaia 57:19. Quivi, come in Atti 2:39 coteste espressioni hanno un significato locale e non si riferiscono alla introduzione dei pagani nella teocrazia; nondimeno, elleno si prestavano bene a, significar codesta idea; e difatti le troviamo frequentemente usate dagli scrittori rabbinici a proposito di proseliti, dei quali essi diceano: «Sono stati avvicinati». Nell'Antica Alleanza, i due avverbi «lontano» e «vicino» avevano un significato letterale e geografico. Iahweh si manifestava nel Tempio; ed il tempio era nel cuore della Giudea; le nazioni fuori della Palestina erano «lontane» dal Tempio, e cotesta lontananza geografica diventò naturalmente il simbolo d'una lontananza morale. Israele era «vicino»; ma colui che non era israelita era «lontano»; e tale sarebbe rimasto, se non fosse stato per Gesù; o, per dirla con la esattezza dell'apostolo, se non fosse stato per il sangue di Cristo, per la strumentalità dell'ineffabile sacrificio espiatorio della croce.

Riflessioni

1. «Ricordatevi!...» Efesini 2:11 dice l'apostolo; e anche noi «ricordiamoci» e sovente delle «benedizioni spirituali delle quali Iddio ci ha benedetti in Cristo» Efesini 1:3. Cotesto ricordo rende la nostra umiltà sempre più profonda; allarga sempre più il concetto che abbiamo della grazia di Dio, e fa della nostra gratitudine, ch'è così fredda e intermittente, un sentimento caldo e perseverante.

2. «Incirconciso !...» esclamava voltandosi in là, con aria di sprezzo, il giudeo che si vedeva passare da canto un pagano. E Paolo: «E tu, figlio d'Abramo, vali proprio molto più di lui, tu che porti il segno della circoncisione nella carne soltanto...» Efesini 2:11 cfr. Galati 6:15. Prima di giudicare gli altri e di ferirli col dardo del nostro apprezzamento severo, è sempre bene che domandiamo a noi stessi: «Quello che tu devi essere dinanzi a Dio e dinanzi agli altri, lo sei tu in realtà o soltanto in apparenza...

3. Efesini 2:13 contiene in poche parole tutto quanto l'Evangelo. La colpa «allontana» l'uomo da Dio; è il peccato che effettivamente aliena la creatura dal suo Creatore. Ma il sacrificio espiatorio di Cristo rimuove la colpa, assicura il perdono, e «riavvicina» il peccatore al suo Dio. In qual modo questo avvenga per quel che concerne le relazioni di Dio con noi, l'apostolo non dice; egli dice però in qual modo questo avvenga, per quel che concerne le relazioni nostre con Dio; e lo dice col suo solito modo sintetico:

In Cristo Gesù:

vale a dire, mediante la fede nel Messia promesso (Cristo) che sul terreno della storia è diventato Gesù di Nazaret. Per la qual fede, l'apostolo non intende già la mera adesione della mente ad una astratta formula di dottrina per quanto ortodossa ella possa essere, ma intende l'unione del cuore, intima, profonda, sincera, personale, col Cristo che vive e regna.

14 b) La loro unione con Israele in Cristo: Efesini 2:14-18.

L'apostolo dimostra ora come la morte di Cristo abbia abolito l'esclusivismo della teocrazia giudaica. Abrogata la legge, il giudeo ed il pagano si trovano sul medesimo livello; e tanto per l'uno quanto per l'altro non v'è che un mezzo per giungere alla riconciliazione con Dio Gesù e la fede in Gesù. E il passo in cui l'apostolo esprime queste idee così grandiose e profonde, è di uno stile meraviglioso. Il Bengel, che aveva un gusto squisitissimo, ebbe a dire a proposito di questo brano: «Ipso verborum tenore et quasi rythmo canticum imitatur».

Poichè è Lui che è la nostra pace

Il poichè è l'addentellato con quel che precede. L'apostolo sta per dar la ragione di quanto ha testè affermato.

È Lui la nostra pace.

Mettendo così l'accento su quell'è Lui noi rendiamo esattamente l'enfasi dell'originale. Di che «pace» si tratta qui? Il contesto dimostra che si tratta principalmente della pace fra giudei e pagani; ma siccome la cosa supremamente importante non era cotesta unione in se ma era l'unione e dei giudei e dei pagani in un corpo, in Cristo, è evidente che l'idea della pace con Dio non doveva nè poteva esser qui estranea alle preoccupazioni dell'apostolo, quando egli diceva: «È Lui la nostra pace !»

Lui, che ha riunito i due:

le due razze giudaica e pagana.

Ha abbattuto il muro di separazione.

L'apostolo pensava egli, scrivendo queste parole, al muro divisorio che separava il cortile dei pagani dal Tempio vero e proprio, muro che portava scritta la minaccia di morte a chiunque avesse ardito passare oltre senza diritto? Può darsi; e così difatti pensano molti. Io, considerando che non v'è prova che cotesto muro si chiamasse come lo chiama l'apostolo ( μεσοτοιχον), che la parte dei convertiti dal paganesimo nelle chiese frigie poco o nulla potea sapere del piano del tempio di Gerusalemme e che l'allusione di Paolo sarebbe stata in questo caso oscura e fuor di luogo per il fatto che quando ei scriveva queste parole cotesto muro divisorio del Tempio era ancora in piedi, tutto questo considerando, dico, io inclino a credere che l'apostolo non avesse qui in mente l'architettura del Tempio, ma usasse semplicemente un'immagine grafica che è, in fin dei conti, l'immagine che anche noi usiamo tutti i giorni senza pensare a Gerusalemme. Ogni peculiarità nazionale, ogni esclusivismo religioso, ogni spirito di «campanilismo» che tiene una nazione «sulle sue», separata da ogni comunione con le altre, noi diciamo «è una barriera, un muro che separa ecc.»

La loro inimicizia:

l'inimicizia ch'era fra giudei e pagani. E un'apposizione, un dichiarativo dell'inciso precedente «Ha abbattuto il muro di separazione, vale a dire, la inimicizia, ch'era fra loro».

15 Annientando, per mezzo della sua morte, la legge coi suoi comandamenti, coi suoi precetti.

«Per mezzo della sua morte»: letteralmente: «per mezzo della sua carne». I modi: «per mezzo del suo sangue» Efesini 2:13; «per mezzo della croce» Efesini 2:16; «per mezzo della sua carne» Efesini 2:15 son modi sinonimi ed equivalgono al «per mezzo della sua morte» della nostra traduzione. La legge è qui detta letteralmente: «la legge dei comandamenti espressi in dogmi». La legge cioè, che consisteva in comandamenti, i quali prendevano forma definita e concreta di dogmi; il che, nel Nuovo T., non significa altro che «decreti». Vedi Luca 2:1; Atti 17:7; 16:4; Ebrei 11:23 (testo Lachmann); Colossesi 2:14. E di che legge, o di qual parte della legge parla egli qui l'apostolo. A queste domande si suole rispondere così: La legge che qui l'apostolo dice Cristo aver distrutta per mezzo della sua morte, è la legge cerimoniale; non è la legge morale, che conserva sempre, anche dopo il Golgota, tutta quanta la sua maestosa e divina autorità. Ora sia ben posto in chiaro, e una volta per sempre: Queste distinzioni fra legge cerimoniale, legge morale ecc. son distinzioni che facciamo noi, per comodo nostro; ma sono delle distinzioni che l'apostolo non fece mai. Per lui la Legge è la Legge mosaica; un tutto indivisibile; è un pedagogo avente da Dio la missione di condurre l'uomo a Cristo. E quando l'apostolo dice ai romani, che Cristo è «la fine della Legge» Romani 10:4, ed ai galati che per il sopraggiungere della fede il pedagogo ha finita la sua missione Galati 3:25, non intende già parlare della legge cerimoniale, ma intende parlare della legge mosaica in genere; della Legge intera, che per lui è una e indivisibile. Ma allora si dirà: «Se Cristo per mezzo della sua morte ha annullato anche la parte della Legge che noi chiamiamo «morale», uccideremo noi, ruberemo noi, commetteremo noi adulterio senz'alcuno scrupolo?» Certo che no. Il cristianesimo degli omicidi, dei ladri e degli adulteri è evidente che non sarebbe più il cristianesimo di Cristo. La parte «morale» della Legge mosaica rimane legge normativa anche pel cristiano; ma riman tale non perchè è legge mosaica; rimane tale perchè è morale, perchè è in armonia con la legge universale Romani 2:14, perchè passa naturalmente a far parte integrale della legge di Cristo che è la legge dell'evangelo. Ecco qua un maomettano che si converte all'Evangelo. Il Corano cessa per lui d'esser la regola della sua condotta. La nuova regola della sua fede e della sua condotta è l'Evangelo. E ciò nondimeno cotesto maomettano, diventato cristiano, mette ancora in pratica tutti quanti i precetti morali che il Corano contiene. Che diremo noi? Che Cristo non ha abolito del Corano che la parte cerimoniale e che la parte morale del Corano rimane ancora normativa per i maomettani che si convertono all'Evangelo? Ma sarebbe semplicemente assurdo. Cotesto convertito non osserva i precetti morali del Corano perchè sono nel Corano; li osserva perchè cotesti precetti sono conformi allo spirito del cristianesimo, perchè sono all'unisono con l'Evangelo, perchè, in una parola, sono cristiani.

Affin di formare in se stesso, dei due un solo uomo nuovo, stabilendo la pace.

Ecco precisato lo scopo dell'abrogazione della legge mosaica. Formare dei due, vale a dire: del giudeo e del pagano. un unico uomo nuovo. L'idea di un profondo, radicale, spiritual mutamento espressa con l'immagine d'un «uomo nuovo», non è strana in Paolo. Cfr. Efesini 4:22; Colossesi 3:10; Galati 6:15; 2Corinzi 5:17.

Nuovo,

perchè non è il pagano che diventi giudeo o il giudeo che diventi pagano; ambedue assumono una natura nuova. Dice il Crisostomo: «Non è ch'Egli abbia fatto assorger noi pagani all'altezza di loro giudei; ma ambedue Egli ha fatto assorgere ad una nobiltà più grande ancora. Sarebbe come se uno fondesse assieme una statua d'argento ed una di piombo e dalla fusione risultasse una statua di oro».

In se stesso.

Non per mezzo di se stesso, ma in se stesso. La ragione ultima, la base di cotesta unità è Cristo stesso; e l'apostolo v'insiste a che, come dice il Calvino, i suoi lettori «ne alibi quam in Christo unitatem quaerant»; cfr. Galati 3:28.

Stabilendo la pace.

Per cotesta nuova creazione Egli stabilisce la pace. E queste parole spiegano lo «è Lui la nostra pace», di Efesini 2:14. La «pace» anche qui come là, il contesto ci dice che e la pace fra giudei e pagani; ma siccome cotesta pace non è possibile senza «pace con Dio», ecco che l'apostolo alla pace con Dio va col pensiero.

16 Ed affin di riconciliarli ambedue, riuniti in un corpo solo, con Dio, mediante la croce.

La parola che l'apostolo qui usa per designare la riconciliazione, è in se stessa tutta una definizione. Αποκαταλλασσειν dice l'apostolo; e questo termine, ignorato dal greco classico, non si trova che in Paolo; qui e in Colossesi 1:20. È un composto di tre parole: di due preposizioni, cioè, e di un verbo. La prima preposizione: απο, esprime l'idea di stacco, di separazione; la seconda: κατα, l'idea di conformità; il verbo, αλλασσω, l'idea di permutazione, di cangiamento. Riassumiamo il tutto ed avremo che la riconciliazione, secondo l'apostolo, è il fatto per cui la condizione di allontanamento e di separazione da Dio in cui prima si trovava l'universo, è stata mutata in una condizione di conformità alla volontà di Lui. La riconciliazione è stata fatta con Dio; il mezzo della riconciliazione, la croce; il risultato della riconciliazione, i due sono stati riuniti in un corpo solo.1 Sulla qual croce, nella sua persona, Ei fece morire la loro inimicizia.

«Sulla qual croce, col sacrificio di se stesso tolse di mezzo la inimicizia ch'era fra i giudei ed i pagani». La morte di Gesù, apportatrice di riconciliazione con Dio e di pace con Dio e fra gli uomini, diè il crollo a quel muro di separazione ch'era l'animosità fra il giudeo ed il pagano.

17 Egli è venuto a recare il buon annunzio «della pace» a voi «che eravate lontani, ed a quelli che eran vicini»

Egli è venuto...

quando? Non quando prima apparve sulla terra (Crisostomo, Anselmo, Estio); che qui si tratta di un evento posteriore alla risurrezione. Non quando risuscitò (Ruckert e Bengel); che è troppo restringere il senso della frase apostolica. Non esclusivamente quando Ei venne per lo Spirito (Olshausen e Meyer), nè esclusivamente quando parlò per bocca degli apostoli (Calvino); ma in questi ultimi due modi d'interpretazione è tutto il senso del passo. Lo Spirito recò pace ai cristiani efesini per la stromentalità degli apostoli. Qui facit per alium, facit per se.

Della pace.

E qui al termine pace va dato il senso più largo; il senso, cioè, di pace fra giudei e pagani, e di pace dei giudei e dei pagani con Dio. Il limitare qui il senso del termine alla pace con Dio (Crisostomo) o alla pace fra le due razze (Meyer, De Wette) è un errore.

A voi che eravate lontani (i pagani) ed a quelli che eran vicini (i giudei). L'apostolo cita qui Isaia 57:19.

18 Poichè gli è per mezzo di lui che tutti e due abbiamo acceso al, Padre, in un medesimo spirito

È la prova il risultato di quel che Cristo ha compiuto con la sua morte tanto per i giudei quanto per i pagani. La pace è stata assicurata e proclamata. Con qual risultato? Con questo risultato: che ora, «per mezzo di lui (di Gesù), tutti e due (giudeo e pagano) abbiamo introduzione, accesso al Padre, in un unico, medesimo Spirito (lo Spirito Santo). E i tre divini agenti della salvazione sono stupendamente abbracciati dall'apostolo in un'unica intuizione. Il cristiano, per mezzo di Gesù che è morto, che è risuscitato e che vive per lui, ha libero accesso non al tetro fantasma di un Dio strano e terribile; non allo Jahweh Giudice inflessibile e giusto Rettor dell'universo, ma al santo, giusto e al tempo stesso dolce e benigno Jahweh, Padre di Gesù Cristo e nostro; e cotesto accesso è reso pratico, effettivo, reale, in quella comunione dello Spirito, che è la santa e nuova atmosfera in cui il credente oramai vive, si muove e respira.

Riflessioni

1. «È Lui la nostra pace» Efesini 2:14. La pace per cui l'anima nostra sospira, non è in noi, non è nella Chiesa, non è, in tutto quel che possiamo sapere e imparare intorno al Cristo, ma è Lui; è il Cristo stesso; il Cristo persona, che per noi visse, morì, tornò a vivere e regna; il Cristo dimorante in noi per la fede. «.Voi in me, io in voi» Giovanni 15:9; ecco il segreto della pace, della gioia, della vita. Abbiamo noi cotesta pace? Se non l'abbiamo, torniamo al Crocifisso del Golgota; perchè è da Lui ch'essa procede; e lasciamo che lo Spirito ci avvolga nella sua santificante atmosfera e ci metta di nuovo nella filiale comunione di quel Padre che avevamo offeso, ma che, per amor di Cristo, è così felice di darci il bacio del perdono e della riconciliazione!

2. «Egli è venuto a recare il buon annunzio...» Efesini 2:17. Ai banditori del Vangelo raccomando questi pensieri dello Eadie: «La predicazione degli apostoli avea per contenuto la verità di Cristo; per autorità, l'ordine d'«andare» ricevuto da Cristo; per suggello e per caratteristica speciale, lo Spirito di Cristo; ella potea ben quindi e nelle sue dottrine e nei suoi trionfi essere attribuita al glorificato Signore e Re della Chiesa, all'unica fonte e all'unico dispensatore di pace. L'apostolo sentiva che i suoi doni eran cose di Cristo; che tutte le opportunità che avea di annunziare l'Evangelo e tutte le sue conquiste erano risultati della potenza e della presenza di Cristo; che tutto il suo messaggio era di Cristo e relativo a Cristo; che non soltanto la pace ch'egli annunziava era assicurata dalla morte e dalla mediazione di Cristo, ma che fin anche i viaggi ch'egli faceva per proclamare cotesta pace, erano ispirati e preparati da lui; siccome quindi tutto era di Cristo, dalla ispirazione che gli agitava il cuore alla misteriosa ed irresistibile influenza che gli prescriveva i viaggi missionari, e tutta quanta l'opera che faceva, in ogni suo più minuto particolare, era veramente identificata con Cristo, l'apostolo si ritira umilmente nell'ombra affinchè Cristo risplenda in tutta la sua gloria, e scrive: «Non son io, ma è lui il venuto a recarvi il buon annunzio della pace».

3. Per quel che concerne la legge e la sua abrogazione, ecco in poche parole del Reuss riassunto l'insegnamento dell'apostolo: «Per la morte di Cristo si fonda e si cementa una nuova alleanza; e il fatto capitale in cotest'alleanza è questo: Che ella ha abrogato quello che altra volta teneva la maggioranza degli uomini lune dalla città di Dio; vale a dire, la legge. Questa legge era l'ostacolo che si opponeva all'accesso dei pagani; e le due parti della umanità si trovavano da lei separate in due campi nemici, come da un muro divisorio, da una siepe, letteralmente: da una stecconata insormontabile» «Per il fatto dell'abrogazione della legge, l'inimicizia delle due parti del genere umano non avea più ragion d'essere; ella morì con Cristo sulla croce; i giudei ed i pagani poterono avvicinarsi; e quel ch'è meglio ancora, riconciliarsi tutti e due, poichè tutti e due ne aveano ugualmente bisogno, con Dio, il comune loro padre. Da allora, l'umanità potea diventar una, ma al tempo stesso nuova; che per diventar una, convenia ch'ella diventasse, nei suoi due elementi, altra cosa da quello ch'ell'era stata fino allora».

19 c) Il loro luogo, come pietre viventi, nel grande edificio della Chiesa di Dio: Efesini 2:19-22.

Voi dunque non siete più né stranieri nè avventizi.

Stando così le cose, voi non siete dunque più nè stranieri avventizi, come eravate prima, per rispetto alla teocrazia. La teocrazia escludeva tutti dal suo seno, eccezion fatta d'Israele. Il non israelita era dunque un forestiero ( ξενος) o un προ-οικος, che letteralmente significa «uno che abita vicino, un vicino, un confinante, e poi l'estraneo che abita in una città senza godervi diritti di cittadinanza o il passante che soggiorna in una casa senza godervi però dei diritti dei veri e propri membri della famiglia. L'apostolo non usa questo termine che in questo luogo soltanto; ma lo si trova anche in Atti 7:6,29; e in 1Pietro 1:17; 2:11, definisce la condizione del cristiano per rispetto al mondo.

Ma siete dei concittadini dei santi e dei membri della famiglia di Dio.

Chi sono questi santi: I giudei come razza (Bengel)? i cristiani del tempo nel quale Paolo scriveva (Harless, Meyer)? o i soli santi dell'Antico Testamento (Crisostomo)? No. Sono i cristiani in generale. È il popolo di Dio che agli occhi dell'apostolo si presenta come un ordinamento, come una cittadinanza spirituale ( πολις). Un tempo, quando si diceva «santi», s'intendeva parlar d'Israele; ma ora esiste un Israele nuovo; l'Israele di Dio Galati 3:16, il vero seme d'Abramo Galati 3:7,16; Romani 4:16, la collettività, insomma, dei credenti. Per il termine santi in se, vedi Efesini 1:1.

E dei membri della famiglia di Dio.

La collettività dei credenti è spesso paragonata ad una famiglia Numeri 12.7; Osea 8:1; 1Timoteo 3:15; Ebrei 3:2,5-6; 10:20; 1Pietro 4:17. I credenti costituiscono la famiglia di Dio. In cotesta famiglia di Dio i credenti, dice lo Eadie, «non sono degli ospiti dell'oggi, assenti l'indomani; trattati con cortesia, ma pur tenuti fuori dell'intimità del santuario domestico ed estranei tanto alla protezione paterna, quanto all'armonia fraterna ch'è la gioia della famiglia. I membri di codesta «famiglia, che è la casa dell'Iddio vivente», posson chiamare il padrone di casa, loro padre, perché son «generati da Dio», hanno libero accesso a lui, godono dell'amor suo, ed hanno cara e quotidiana comunione non soltanto con lui, ma gli uni con gli altri, da «eredi di Dio e coeredi di Cristo» Romani 8:17».

20 Essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti.

Non essendo edificati come ha la diodatina. Essendo stati edificati. Il greco ha un aoristo e si riferisce al tempo della conversione dei lettori.

Sul fondamento degli apostoli e dei profeti.

Questo genitivo è stato inteso variamente. Anselmo ed il Beza l'hanno preso per un genitivo possessivo: «sul fondamento sul quale, gli apostoli ed i profeti hanno costruito». «Supra Christum, qui est apostolicae et propheticae structurae fundamentum» (Beza). Altri, come il Bengel, basandosi su 1Corinzi 3:10, l'hanno preso per un «genitivus auctoris»: «sul fondamento ch'essi gettarono con la loro testimonianza». Il Crisostomo ed altri l'hanno preso invece per un genitivo di apposizione:, «sul fondamento, che sono gli apostoli ed i profeti». E questa è, secondo noi, la interpretazione da, preferirsi alle altre. (Cfr. Apocalisse 21:14). La più grave delle obiezioni che si è mossa a cotesto modo d'interpretare il genitivo del testo, è questa: «Cristo, fra gli apostoli ed i profeti, sarebbe qui considerato come un «primus inter pares». Ma l'obiezione cade, quando si pensi che gli orientali consideravano la pietra maestra angolare com'avendo maggiore importanza delle fondamenta; essa, che teneva connesso tutto l'edificio e ne sosteneva tutto il peso. (Cfr. Isaia 28:16; 2Pietro 2:6; Salmi 118:22; Atti 4:11; Matteo 21:42). E chi son dessi questi apostoli e questi profeti? Gli apostoli si sa chi sono; quanto ai profeti, il Crisostomo, per esempio, intendeva i profeti dell'Antico T.; ma quel nominare i «profeti» dopo gli «apostoli» e l'analogia dei passi Efesini 3:5;4:11 ove «apostoli» e «profeti» son anche nominati assieme e dove i profeti son profeti del Nuovo T., ci convincono che anche qui l'apostolo intenda parlare di cotesti profeti del N. T. Questi profeti del Nuovo T. costituivano una classe importante che, menzionata a lato agli apostoli; era menzionata al suo posto. Oltre Efesini 3:5; 4:11; Atti 19:6; Romani 12:6; 1Corinzi 12:10,28; 14; 1Tessalonicesi 5:20. Sono passi che dimostrano che cotest'ufficio, per dignità, venia subito dopo l'apostolato. Il profeta parlava per impulso immediato dello Spirito. Erano gli ispirati «improvvisatori» delle assemblee cristiane, i quali continuavano l'opera di edificazione degli apostoli che, chiamati a pellegrinar del continuo, non potevano rimanere a lungo in una stessa località. Gli apostoli piantavano, i profeti adacquavano. Riparleremo poi dei profeti, a proposito di Efesini 4:11.

Essendo però Cristo Gesù stesso la pietra angolare.

Il greco ha qui un pronome ( αυτου) che il Bengel, lo Holzhausen e vari traduttori moderni riferiscono al «fondamento», intendendo così, «Essendo stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, la cui pietra angolare è Cristo Gesù». Ma Gesù Cristo non è la pietra angolare del solo fondamento; Egli è la pietra angolare di tutto quanto l'edificio. Noi quindi intendiamo l' αυτου come un pronome enfatico mirante a stabilire un contrasto fra Cristo e gli apostoli e i profeti. E così intendendo, siamo d'accordo con l'Eadie, con l'Abbott, col Lange e col nostro Diodati. A meglio fare spiccare l'enfasi del pronome, ho tradotto: «Essendo però Cristo Gesù stesso la pietra angolare».

La pietra angolare.

Nell'architettura orientale la pietra angolare avea maggiore importanza delle pietre che costituivan le fondamenta. Le pietre delle fondamenta, quand'eran messe al loro posto, indicavano il piano della costruzione; ma la pietra maestra, ossia la pietra fondamentale che si collocava all'angolo, doveva essere di special grandezza e di special forza di resistenza. Era la pietra fondamentale che si metteva con ogni cura all'angolo della costruzione e su cui poggiavano e si tenevano assieme i muri dell'edificio. Per uscire dall'immagine: Gli apostoli ed i profeti con la loro testimonianza costituiscono la base dell'edificio spirituale ch'è la Casa di Dio; ma la pietra maestra, la pietra angolare, fondamentale, su cui tutto quanto l'edificio riposa e trova la sua perfetta compattezza e la sua spirituale unità, e Gesù Cristo: vale a dire, la persona, la testimonianza, l'opera di Gesù Cristo.

21 Sulla quale (pietra angolare) l'edificio intero, solidamente costruito, si va innalzando per diventate un tempio santo nel signore

Lo edificio intero.

Si tratta qui della collettività dei credenti, considerata come un tutto armonico, che si va man mano armonicamente completando. Il termine οικοδομη che appartiene al vocabolario del greco posteriore, è molto discusso e pare appunto voler dire «edificio in corso di costruzione» (Eadie).

Solidamente costruito.

L'originale συναρμολογουμενη significa, tenuta bene assieme, collegata, (riferentesi alla «casa spirituale»); è della casa le cui parti si corrispondono perfettamente e costituiscono assieme un qualcosa di solido, di compatto. Il participio, nell'originale, è presente, per indicare appunto che si tratta di un edificio in via di costruzione; di un edificio che si va tutti giorni completando.

Si va innalzando.

Letteralm. cresce. Traduco: «si va innalzando», per rendere la forza del presente «cresce», che indica la continuità dell'azione.

Per diventare un tempio santo nel Signore.

Per diventare «un santuario» nel Signore. È la visione profetica dell'edificio completo.

Un tempio.

E l'immagine non è nuova (Vedi 1Corinzi 3:16-17; 6:19; 2Corinzi 6:16; 1Pietro 2:3-4). Si tratta della collettività dei credenti.

Santo,

vale a dire: «separato interamente dal male» e «interamente consacrato al bene».

Nel Signore;

santo, cioè, non di una santità come il mondo la intende, ma della santità che sgorga dalla sorgente ch'è il Signore, e che si ha soltanto mediante una comunione intima, sincera, vivente col Signore.

22 E voi pure fate parte di questo edificio

Il greco qui è molto espressivo: «E voi pure, o cristiani frigi, voi pure siete delle pietre viventi che col loro mutuo contatto, con la loro reciproca unione, concorrono alla costruzione di questo spirituale edificio». E la parafrasi del pensiero dell'apostolo. Il voi, qui, si riferisce a tutti i credenti frigi; ma evidentemente in modo tutto speciale, a quelli convertiti dal paganesimo ed ai quali ha detto più sopra: «Voi non siete più ne stranieri, nè avventizi Efesini 2:19.

Inteso a servire di dimora a Dio in Ispirito.

L'idea di questo tempio spirituale in cui Dio dimora, ha le sue origini nell'Antico Testamento (Esodo 25:8,29,40; 1Re 6:12-13; cfr. 1Corinzi 6:16); e si connette col fatto del Tempio israelitico, dove Dio dimorava per ammaestrare il suo popolo coi suoi oracoli, e per accettare i servigi e le offerte del popolo.

Per lo spirito.

Letteralmente: In Ispirito. Queste due parole sono variamente spiegate. Il Crisostomo, Erasmo, lo Olshausen e lo Holzhausen intendono:. «Inteso a servire di dimora a Dio, spiritualmente». E secondo loro, l'apostolo avrebbe voluto contrapporre il nuovo Tempio «spirituale» al Tempio «materiale» antico. Teofilatto, Ecumenio, il Meyer ed alta, invece, connettono quest'inciso col «voi pure, per la stromentalità dello Spirito, fate parte di questo edificio, inteso a servire ecc.» Io, con lo Harless, lo Stier, il De Wette, il Meier, lo Eadie ed altri, intendo: «Voi pure fate parte di questo edificio, inteso a servire di dimora a Dio per lo Spirito». È ben vero che il greco non ha l'articolo ( εν πνευματι) ma è fuor di dubbio che qui si tratta dello Spirito Santo. Or Iddio dimora nel suo Tempio e nei singoli credenti, per mezzo dello Spirito suo. I cristiani sono il Tempio di Dio, in quanto hanno lo Spirito di Dio dimorante in loro 1Corinzi 3:16. E quel ch'è vero dei credenti uno ad uno, è vero anche dei credenti nella loro collettività Romani 8:9.

Riflessioni

1. Non farò qui che una riflessione. O meglio, la lascerò fare a Mons. Antonio Martini. Ecco il suo commento al nostro passo: «Il fondamento gettato dagli Apostoli e dai Profeti, egli è Cristo, predetto chiaramente da questi, e predicato da quelli. (Qui il Martini segue la interpretazione d'Anselmo e del Beza, che ho più sopra notata). Sopra questo fondamento è edificata la Chiesa; fondamento che dicesi anche pietra per dinotare la sua fermezza; e pietra maestra angolare, perchè siccome alla testata dell'angolo in una fabbrica si uniscono le due pareti, cosa i due popoli in Cristo, Sopra di questa pietra fondamentale tutto posa l'edificio, e tutte e ciascheduna delle parti dell'edificio, le quali, convenientemente disposte ai loro luoghi e unite al fondamento, vanno formando il Tempio Santo di Dio... Sopra lo stesso fondamento anche voi, gentili, siete (come gli altri fedeli venienti dal giudaismo) edificati con essi in abitacolo del Signore per operazione dello Spirito Santo, il quale con la sua carità vi lega insieme, e tutti riunisce in un solo corpo, in una sola fabbrica, in un solo tempio, di cui però anche ciascuna parte, nella stessa guisa, in ispecial tempio di Dio si lavora. 1Corinzi 3:16-17; 6:19; 2Corinzi 6:16». In mezzo al deserto della esegesi martiniana, questa è addirittura la carezza d'una brezza celeste.


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