Efesini 3

1 2) LA PREGHIERA DELL'APOSTOLO: Efesini 3:1-21.

a) Il preludio della preghiera o il misterio che cessa d'esser tale da che Paolo, per ispeciale incarico di Dio, l'ha dichiarato: Efesini 3:1-13.

Ecco perchè io, Paolo, carcerato di Gesù Cristo a motivo di voi, o pagani...

«La tesi fondamentale della vocazione dei pagani e del grande scopo umanitario dell'Evangelo che deve tare scomparire le antiche distinzioni e inimicizie nazionali, ricorda naturalmente all'apostolo la parte ch'egli stesso ha avuta nella rivendicazione di cotesto principio. Egli è con giusto orgoglio e al tempo stesso con profonda umiltà, perchè a Dio solo attribuisce la gloria d'un compito così fatto, che l'apostolo viene a parlare del suo ministerio del quale egli e stato fin da principio incaricato dalla grazia di Dio, con questa missione speciale ed espressa: di rendersi l'interprete ufficiale di una verità prima ignorata, ma pur tanto eterna quanto è eterno il decreto di Dio di salvare gli uomini per mezzo di Cristo. Il brano che ci sta dinanzi, non è che un'amplificazione di questa idea semplicissima: Questa verità (relativa alla partecipazione alle dispensazioni della sua grazia alla quale Dio ha chiamato i pagani), questa verità ch'io vi ho adesso esposta in poche parole, sono io che ho avuto lo speciale incarico di recarla a conoscenza del mondo; ed è per aver fedelmente adempiuto a cotesta missione, ch'io mi trovo oggi in prigione (Reuss)».

Ecco perchè io, Paolo...

Questo nome, venerato in seno alle chiese, messo qui a questo modo, dovea toccare una corda delicata nel cuor dei lettori (Cfr. 2Corinzi 10:1; Galati 5:2; Colossesi 1:23; 1Tessalonicesi 2:18; Filemone 9).

Carcerato di Gesù Cristo

(Cfr. Efesini 4:1; 2Timoteo 1:8; Filemone 9). Egli non è un prigioniero di Cesare, ma un prigioniero di Cristo; in quanto non è per aver violato le leggi dell'impero ch'egli si trova in carcere, ma per aver adempiuto la missione che Cristo gli ha affidata.

A motivo di voi, o pagani...

Quello che esponeva l'apostolo alla furia dei giudei, alla persecuzione, e che l'avea tratto anche adesso in carcere, non era la sua predicazione in genere, ma era la sua predicazione ai pagani Atti 21:21,28; 22:22; 25:11; 28:16. E qui l'apostolo apre una parentesi che ci conduce sino alla fine del Efesini 3:13, dove egli riprende il filo dell'interrotto discorso: «Ecco perchè, dico, io piego le mie ginocchia ecc. Efesini 3:14».

2 (Poichè avete udito l'incarico che la grazia di Dio m'ha affidato a pro' vostro.

Questo avete udito pare escludere in modo categorico che l'apostolo scriva ad una chiesa ch'egli stesso abbia personalmente evangelizzata. Ma di questo nella Introduzione. L'incarico; letteralm. la economia, la dispensazione. «Che la grazia di Dio m'ha affidato a pro' vostro». L'incarico ha la sua ragione ultima, nella grazia di Dio. L'apostolo non se l'era meritato, nè il mondo pagano n'era degno. Fu la grazia di Dio che scelse lui per cotesto incarico e che gli rivelò il mistero di cui parlerà adesso; e ciò non perchè si godesse egoisticamente tanta luce, ma perchè di cotesta luce e facesse parte ad altri...

a voi

Galati 1:15; 2:8; Atti 22:21.

3 E come il mistero è venuto a mia conoscenza per via di rivelazione

E qui, per l'intelligenza del brano, convien che badiamo bene al senso paulino di questo termine: mistero.

«Mistero», nel senso paulino, è una verità rivelata di recente. In questo senso, l'Evangelo nel suo insieme è «un mistero»; e «un mistero» sarà questo o quest'altro elemento particolare dell'Evangelo. Qui, per esempio, si tratta appunto d'uno di cotesti elementi particolari; si tratta, cioè, della vocazione dei pagani che le età precedenti ignoravano e non intravedevano neppure. Se si ponga mente a tutto questo, il brano sarà sgombro d'ogni difficoltà. In che consista cotesto «mistero», l'apostolo ci dirà fra poco Efesini 3:6. Qui egli spiega il Efesini 3:2 e dice in qual modo la luce si sia fatta per lui, relativamente al «mistero».

Per via di rivelazione.

E qui vedi Galati 1:12.

Nel modo che più sopra v'ho esposto in poche parole.

Il Crisostomo, il Calvino e altri hanno supposto che qui l'apostolo si riferisca ad una lettera ch'egli avrebbe mandata ai suoi lettori precedentemente a questa. Ma è un errore; la traduzione nostra rende esattamente il pensiero del testo e toglie ogni equivoco: Qui si tratta di quello che l'apostolo ha detto più sopra, in questa medesima lettera, relativamente alla vocazione dei pagani.

4 Le quali leggendo, voi potete capire l'intelligenza, ch'io ho del mistero di cristo

Per mistero non ho bisogno di dire che cosa qui l'apostolo intenda; l'ho già detto poc'anzi: è il fatto, ignorato dagli antichi ma ora reso manifesto, della vocazione dei pagani; ed è chiamato il mistero di Cristo

perchè cotesta vocazione si effettua per l'intervento di Cristo (Efesini 2:11 e seg.); intervento che è, la conditio sine qua non, di cotesto fatto; perchè senza là venuta e senza l'opera di Cristo, cotesta vocazione non sarebbe stata possibile.

5 Il qual mistero

(il qual fatto, cioè, della vocazione dei pagani),

nelle altre età, i mortali non l'han conosciuto nel modo che oggi, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di Dio

I mortali, ho tradotto; il testo dice letteralmente: «i figliuoli degli uomini»; espressione ebraica, che nell'Antico T. significa semplicemente «uomini», «mortali» (Vedi Marco 3:28 cfr. con Matteo 12:31).

Gli apostoli e i profeti di Dio sono gli apostoli, nel senso incontestato che tutti sappiamo; e i profeti nel senso di profeti del Nuovo T. come in Efesini 2:20. «L'oggi... e stato rivelato ai santi apostoli e profeti ecc.» impone cotesta interpretazione; e diciamo «gli apostoli e profeti di Dio,» perchè il contesto Efesini 3:2 richiede che «a Dio» si riferisca il pronome αυτου dell'originale. Sul fatto di questo chiamare santa una categoria d'uomini alla quale egli stesso appartiene, tornerò nelle «riflessioni». Qui mi preme di toglier di mezzo una difficoltà che potrebbe sorgere. Come mai l'apostolo che al vers. Efesini 3:3, al vers. Efesini 3:8 ed altrove afferma che questa dottrina specifica della vocazione dei pagani è specialità sua, come mai, dico, qui può affermare che «il mistero della vocazione dei pagani» è stato rivelato alla collettività «degli apostoli e dei profeti» del Nuovo T.? La difficoltà parve così grave al Reuss, da indurlo a supporre che la seconda parte di questo versetto 5 potess'essere una chiosa di qualche copista o di qualche lettore. Ma io non so proprio dove la difficoltà si trovi. La dottrina della vocazione dei pagani è una specialità di Paolo; è a lui ch'è stata da prima rivelata. Quando egli ne parla coi colleghi, essi rimangono incerti e dubbiosi, a cotesto proposito. Però, finiscon poi con l'accettare la dottrina tale e quale l'apostolo l'ha esposta, e l'han fatta loro molto tempo prima che Paolo scriva la lettera che commentiamo (Cfr. Atti 15; Galati 2:7 e seg.). E che v'è di strano se Paolo scrive nel passo nostro: «Cotesto mistero, oggi, per mezzo dello Spirito è stato rivelato ai santi e profeti di Dio?...»

6 Vale a dire, che i pagani sono (nostri) coeredi

eredi, cioè, nello stesso modo che noi giudei credenti, della eredità promessa alla fede 1Pietro 1:4.

Che fanno parte (con noi) del medesimo corpo.

Il corpo, qui, è la collettività ideale dei credenti; è il corpo mistico che ha Cristo per capo e i credenti per membra 1Corinzi 12:12 seg. I pagani non sono una escrescenza in cotesto «corpo»; non ne fanno parte come una sostanza estranea; essi ne fanno parte in modo che l'elemento addizionale pagano non vi si distingue affatto dall'elemento originale giudaico.

E sono con noi compartecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante quel vangelo del quale io son divenuto ministro.

E sono con noi (giudei credenti) compartecipi della promessa. La promessa non e qui alcuna promessa speciale; è la promessa della salvazione; di una parte nel regno del Alessia. Esser partecipi della promessa equivale ad essere incorporati nel numero di quelli ai quali la promessa era stata fatta.

In Cristo Gesù, dice il testo; non «mediante», Cristo Gesù. Cristo Gesù non fu soltanto il mezzo della salvazione, ma fu nella sua persona, in Lui, che la salvazione diventò un fatto compiuto ed universalmente benefico.

Ministro; letteralm. diacono, vale a dire; servo.

Paolo, come apostolo, non si pavoneggiava nel manto della dignità dell'ufficio; non sfruttava il senso di ammirazione suscitato dagli effetti dei suoi doni miracolosi; egli agiva; serviva, con grande abnegazione, con mirabile slancio e con zelo ardente.

7 Il che è il dono della grazia di Dio che n'è stato fatto per il suo potente intervento

La grazia è il contenuto, la sostanza del dono. E la «grazia di Dio» che ha preso forma concreta in questo «dono» di cui l'apostolo parla, non è altro, evidentemente, che, come in Efesini 3:2, il privilegio di annunziare l'Evangelo ai pagani.

Per il suo potente intervento.

Ho reso così la frase del testo, che letteralm. dice: «secondo l'energia della sua potenza». È una frase che esprime la profonda coscienza che l'apostolo ha, di questo fatto: che la sua missione come apostolo dei pagani non è a se stesso ch'egli la deve; ma egli la deve al potente intervento di quella grazia di Dio che fece di un giudeo, un cristiano; di un bestemmiatore, un santo; di un fariseo, un apostolo; di un persecutore, un missionario. Noti il lettore l'accumularsi di termini, intesi tutti a rendere scultoria l'assenza d'ogni merito umano e l'onnipotenza dell'intervento divino nella chiamata di Paolo: «dono», «grazia», «m'è stato fatto», «energia», «potenza».

8 Sì, è a me, che son da meno del minimo di tutti i santi, che è stata data questa grazia di evangelizzare, fra i pagani, la incommensurabile ricchezza di Cristo

«Da meno del minimo di tutti i santi» o «il minore del minimo di tutti i santi» è il modo più esatto di rendere questo ελαχιστοτερος che è una interessante combinazione di un superlativo con un comparativo. I santi qui sono i credenti in genere Efesini 3:1. In 1Corinzi 15:9 ei si pone a contrasto coi suoi colleghi nel ministerio; qui invece il paragone ch'egli stabilisce, è fra se ed i cristiani in genere.

La incommensurabile ricchezza di Cristo.

Le inesauribili benedizioni di cui è fonte il Salvatore. La salvazione resa accessibile alla umanità intera è infinitamente cosa più grande di tutto quello che potè esser promesso e accordato per l'addietro ad un piccolo popolo privilegiato. E pensando a tutto questo e all'immensità dei nuovi orizzonti su cui la grazia di Dio diffonde la sua luce e al valore intrinseco dei nuovi beni da codesta grazia mediante l'Evangelo universale largiti, che Paolo chiama «incommensurabile» la «ricchezza di Cristo» Romani 11:33 dov'è la stessa espressione che qui, e 1Corinzi 13:9-12; Filemone 3:10.

9 E di mettere in luce in che consista questa dispensazione il cui mistero era da secoli nascosto in Dio, il Creatore dell'universo

Che cosa sia il mistero, s'è visto a Efesini 3:6:

la vocazione dei pagani,

verità prima ignorata ed ora fatta palese. La dispensazione o letteralm., la «economia» è l'ordine, la disposizione del piano che dovea condurre a render codesta vocazione un fatto storico, compiuto. Codesta missione, codesta dispensazione. codesta economia fu affidata a Paolo Efesini 3:2. Il mistero, o la vocazione dei pagani, fu da secoli nascosto in Dio; altri traduce: «dal principio»; altri «da ogni eternità». Il greco ha: απο των αιωνων; espressione che non si trova che qui e in Colossesi 1:26.

il creatore dell'universo.

La menzione della creazione qui a questo punto e in quest'ordine d'idee è un punto interrogativo a cui si è variamente risposto. Chi, l'ha presa per una mera espressione di reverenza (Hodge). Chi, per un accenno al diritto assoluto che Dio ha di far come meglio gli aggrada (Alford). Chi, per un'affermazione, dell'onnipotenza di Dio (Ellicott). Chi, per la espressione di questo fatto: Dio, come Creatore dell'universo ha necessariamente un piano, secondo il quale, nell'oceano del tempo si evolvono poco a poco tutti i fatti ch'egli avea meditati nella sua mente eterna. Or quand'Egli trasse l'universo dal non essere all'essere, anche il fatto della vocazione dei pagani faceva parte dell'ineffabile suo schema creatore (Eadie). Secondo me, il modo più semplice e più naturale di spiegare la cosa, è questo: Colui che è il «Creatore» di tutte le cose, è perfettamente libero di tener nascosto il suo consiglio quanto vuole, e di rivelarlo quando più gli piaccia. Questo accenno alla creazione è una implicita risposta a chi fosse tentato di domandare: «E perchè tener questo «mistero» così nascosto da secoli?...».

10 Affinchè oggi, finalmente, i principati e le potestà nei cieli imparassero a conoscere, per mezzo della Chiesa, la svariatissima sapienza di Dio.

L'affinchè non si riferisce a quel che precede immediatamente, ma a tutto il precedente contesto generale. L'apostolo non ha voluto dire: «Il mistero è stato da secoli nascosto in Dio... affinchè oggi, finalmente, ecc.», ma ha voluto dire invece: «A me è stata data questa grazia di evangelizzare... Efesini 3:8 e di mettere in luce in che consista questa dispensazione Efesini 3:9, affinchè oggi, finalmente, i principati ecc. Efesini 3:10.

I principati e le potestà

Qui la fantasia degli espositori antichi s'è sbrigliata. E chi ha visto in «questi principati» e in queste «potestà» le autorità terrene in generale; chi i rettori giudei, in ispecie; chi i sacerdoti pagani; chi le autorità della Chiesa; e tutto questo per non ammettere il grandioso concetto dell'apostolo, che la sapienza di Dio, come si estrinseca nell'opera della redenzione, è oggetto di ammirazione anche in mezzo alle intelligenze celesti. Per quel che concerne i «principati e le potestà», vedi Efesini 3:21. Per il nei cieli, ch'è locale, vedi Efesini 1:3,20.

Per mezzo della Chiesa.

La chiesa, che è la riunione, la collettività dei salvati, è la maestra delle intelligenze celesti. Ella non è un'idea, un'astrazione, ma un glorioso fatto concreto che con la propria esistenza è prova e dimostrazione di quella sapienza divina che si estrinseca in un piano di salvazione che non abbraccia nè pochi nè molti, ma che abbraccia tutti. «La svariatissima sapienza di Dio», dice l'apostolo, perchè è una sapienza che si estrinseca in una immensa varietà di forme e di modi, che rimane pur sempre ineffabilmente armonica e perfetta.

11 In questo proposito eterno ch'Egli ha mandato ad effetto nel nostro Signore Cristo Gesù.

Coteste lezioni della svariatissima sapienza di Dio date alle intelligenze celesti relativamente alla vocazione dei pagani non sono un qualcosa di accidentale, d'impreveduto, un capriccio della Chiesa, no, esse erano in armonia e facean parte di quel piano, di quel proposito eterno che Dio ha mandato ad effetto nel Signor nostro Cristo Gesù; vale a dire, assicurando la salvazione a tutti, mediante la fede in quel Messia (Cristo) che ha preso forma e corpo nella persona storica di Gesù di Nazaret. Noto qui di volo che qualcuno rende il προθεσιν των αιωνων dell'apostolo in questo modo, che a dir la verità mi tenta: «In questo proposito dei secoli...» o «In questo proposito, che va a traverso le età, e ch'egli ha mandato ad effetto ecc.

Ha mandato ad effetto;

ho tradotto:

Il quale egli ha fatto,

dice invece il Diodati. I due modi sono ugualmente corretti, per quel che concerne la frase greca, che vuol dire «formare un proposito» e «mandare ad effetto un proposito», il secondo modo di tradurre, che è il nostro, è preferito da Teodoreto, dal Grozio, dallo Holzhausen, Ball'Olshausen, dal Meyer, dallo Stier, dal De Wette ecc. L'altro modo è preferito dal Calvino, dal Beza, dal Bengel, dal Meier ecc. io mi decido per il «mandare ad effetto» perchè tutto il ragionamento dell'apostolo qui s'aggira non intorno al proposito eterno concepito da Dio, ma intorno al proposito eterno mandato finalmente ad effetto nella persona storica di Gesù. E mi domando se non è a bello studio, e per accentuare codesta idea del proposito «mandato ad effetto», che l'apostolo dice:... «nel nostro Signore il Cristo, il promesso Messia, apparso storicamente in Gesù di Nazaret.

12 Al quale dobbiamo la libertà d'accostarci a Dio, con piena fiducia mediante la fede in lui

Cfr. Efesini 2:18.

Con piena fiducia;

non con timore e tremore, ma con la certezza che non saremo nè respinti, nè rimandati con le nostre preghiere inesaudite.

13 Quindi è ch'io vi chieggo di non perdervi d'animo a motivo delle afflizioni ch'io patisco per voi

Il testo è suscettibile anche di quest'altra interpretazione: «Io prego ch'io non abbia a perdermi d'animo...» ma non è interpretazione che armonizzi con quel che sappiamo del carattere di Paolo. Ei non era uomo da venir così presto e così per poco meno nell'animo Romani 5:3; 2Corinzi 12:10; Colossesi 1:24; Cfr. Romani 8:38-39. Invece, è naturale ch'egli temesse che qualcuno dei convertiti dal paganesimo potesse sentirsi scosso a vedere di quali persecuzioni l'apostolo era vittima perchè predicava la dottrina di cui qui si tratta, e che concerneva appunto cotesti convertiti; vale a dire, la partecipazione dei pagani alle benedizioni del regno messianico.

A motivo delle afflizioni ch'io patisco per voi,

in quanto io sono l'apostolo vostro, l'apostolo dei pagani (Cfr. Filippesi 2:17).

Coteste afflizioni sono la vostra gloria.

E in qual modo? Le afflizioni che toccavano a Paolo in quanto egli era l'apostolo dei pagani, tornavano non ad onta ma a «gloria» delle chiese sorte dal paganesimo, in quanto codeste persecuzioni non soltanto erano la prova dei trionfi che il ministerio dell'apostolo riportava: ma mettevano al tempo stesso in evidenza la grandezza e la intangibilità dei privilegi che il paganesimo credente possedeva e che, per l'eroismo dell'apostolo, il fanatismo giudaico era oramai impotente a distruggere o a menomare.

Riflessioni

1. A proposito delle parole... le quali leggendo, voi potete capire l'intelligenza ch'io ho del mistero di Cristo Efesini 3:4, i critici che mettono in dubbio la genuinità della lettera, si ringalluzziscono ed esclamano: Sentite che boria! Cotesto dire è egli proprio convenevole alla dignità d'un apostolo? E come no?! E non è egli naturale che scrivendo a delle chiese alle quali egli non era noto di persona e in mezzo alle quali scorrazzavano dei dottori la cui dottrina era inquinata di paganesimo Efesini 5:11-14 e che minacciavano di creare uno scisma fra i cristiani convertiti dal giudaismo e quelli convertiti dal paganesimo, non e egli naturale, dico, che l'apostolo, il quale combatte appunto codesti errori e mette in evidenza la verace natura di quei privilegi ai quali i pagani son chiamati, ricordi ai suoi lettori che delle cose delle quali parla ei può parlare con autorità?

2. Anche quel «mistero... rivelato ai santi apostoli ecc. Efesini 3:5, vo' dire quel «santi apostoli...» modo per il quale Paolo viene a dare del santo a se stesso, ha dato e dà sui nervi a qualcuno. Naturalmente ciò avviene quando si dà al termine «santo» il significato che gli abbiamo appiccicato noi moderni, e si dimentica il significato ch'esso ha originalmente. Santo, originalmente vuol dire separato, messo a parte e consacrato a Dio. Così si hanno i «santi profeti» Luca 1:70; Atti 3:21. Tutti i cristiani sono in cotesto senso «santi» per vocazione, e Paolo usa spesso il termine in frasi che includono anche lui 2Corinzi 6:2; Colossesi 1:26. Ora s'egli chiama «santi» tutti quanti i cristiani, io non so per quale strano senso di delicatezza egli dovrebbe trattenersi dal chiamar così gli apostoli per il solo fatto che è un apostolo anch'egli!

3. Il «mistero», vale a dire, la vocazione dei pagani, «nelle altre età, dice l'apostolo, i mortali non l'han conosciuto nel modo che oggi, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di Dio» Efesini 3:5. E qui va tesoreggiato un elemento prezioso, relativamente alle relazioni che passano fra l'Antico ed il Nuovo T. Dice lo Eadie: «L'apostolo non sembra negare al mondo antico ogni conoscenza del «mistero»; soltanto, egli mette cotesta conoscenza ch'egli ne avea, e che quand'era nella sua pienezza pareva nient'altro che una specie d'incerta «chiaroveggenza», a confronto con la rivelazione completa e dei termini e del contenuto che di cotesto «mistero» è stata data ai moderni apostoli e profeti... Nell'Antico T., le allusioni alla vocazione dei pagani sono frequenti ma non complete; accennano al fatto, ma ne lasciano nell'ombra il metodo. Però, dopo la morte di Cristo, che abrogando la legge cerimoniale (o io direi più esattamente con Paolo: abrogando la legge), fu il gran mezzo che doveva unire giudei e pagani, una Chiesa senza distinzioni di razza non tardò a formarsi. La caratteristica speciale del Vangelo diventò questa: la salvazione d'uomini peccatori d'ogni razza; e l'incorporamento nella Chiesa di quelli che non erano israeliti, rivelato dallo Spirito a Pietro ed a Paolo, fu reso sempre più chiaro e intelligibile dai risultati della esperienza quotidiana, e dai frutti dell'opera missionaria Atti 11:17-18; 15:7,13.

4. «Di cotesto Evangelo io son divenuto diacono, servo», dice l'apostolo Efesini 3:7; ed è la sua gloria. Il termine diákonos non viene, come s'è detto spesso, da dià e kónis=«uno coperto di polvere»; ma viene da un'antica radice ( διακω) che significa; «m'affretto»; e diacono vale un «servo», in senso generico. Il «diacono», o ministro, o servo del Vangelo, non è uno che fornito di gradi accademici e rivestito d'una dignità ecclesiastica abbia legittimo diritto alla considerazione, all'ossequio ed all'incenso di quanti a lui s'avvicinano; il «diacono», o ministro del Vangelo è un servo che «s'affretta»; che non ha tempo da perdere in solleticamenti dell'io, perchè l'amore per le anime lo sospinge e la grande idea della causa di Cristo lo assorbe. L'assenza d'ogni amore per le anime e d'ogni ardente preoccupazione per il trionfo del Regno di Dio crea il vuoto nell'anima e nella coscienza del ministro del Vangelo: vuoto che Satana non tarda ad adocchiare ed a riempire di quella boria ecclesiastica, di quella vana ostentazione di autorità che è la negazione dello Spirito di Cristo.

5. Il pensiero del vers. Efesini 3:10 non va negletto: «E per mezzo della Chiesa che le intelligenze celesti imparano a conoscere la svariatissima sapienza che si estrinseca negli ineffabili propositi di Dio». Sul frontone della Chiesa sta dunque scritto: «Questo è il luogo delle rivelazioni di Dio»: «Questa è la scuola degli angeli». Or «la Chiesa» siamo noi; ma affrettiamoci a dirlo; non siamo già noi i professori degli angeli; Iddio li mena di conoscenza in conoscenza, nell'oceano sconfinato della sua «svariatissima sapienza»; noi non siamo che i mezzi, dei quali Ei si serve per impartire le sue lezioni. Il Nuovo T. ci dimostra come fin da principio gli angeli abbiano seguito l'opera redentrice, stadio dopo stadio, nella sua evoluzione, Matteo 1:20; 2:13,19; Luca 1:11,26 e seg.; Matteo 4:11; Luca 22:43; Matteo 28:2 e seg.; 1Timoteo 3:16; 1Pietro 1:12.

14 b) La preghiera: Efesini 3:14-19.

Qui l'apostolo riprende il corso delle idee interrotto dalla parentesi costituita dai vers. Efesini 3:2-13. In Efesini 3:1 egli avea detto: «Ecco perchè io, Paolo, carcerato di Gesù Cristo a motivo di voi, pagani...» e s'era interrotto; qui, riprende il discorso e dice: «Ecco perchè, dico, io piego le mie ginocchia dinanzi al Padre, ecc.».

Ecco perché, dico, io piego le mie ginocchia dinanzi al padre

La posizione ordinaria, nella preghiera, era quella di stare in piè Marco 11:25; Luca 18:11,13; ma l'inginocchiarsi è mentovato in 1Re 8:54; Daniele 6:10; Luca 22:41; Atti 7:60; 20:36; 21:5. Eusebio dice che l'uso d'inginocchiarsi era uso proprio dei cristiani (St. Eccl., V,5). Giustino Martire e Basilio veggono nell'atto dell'inginocchiarsi un simbolo della nostra caduta quando peccammo. Comunque sia, cotesta attitudine è una muta ma eloquente espressione di omaggio, di umiltà, di supplicazione. L'inciso:

del Signor nostro Gesù Cristo

alla fine del vers. Efesini 3:14 (vedi diodatina) è spurio e va cassato.

15 Dal quale ogni famiglia, nei cieli e sulla terra, trae il suo nome.

Le famiglie in terra sono le nazioni, con la loro fondamentale divisione in giudei e pagani; quelle nei cieli sono gli angeli considerati come appartenenti a tanti gruppi o a tante tribù.

Trae il suo nome.

C'è qui come un giuoco di parole: Iddio è il πατηρ; le famiglie in terra ed in cielo sono le πατριαι, termine classico, che significa «razza» o «tribù». Ma il senso profondo della cosa è questo: Dio è il padre di tutte quante le sue creature; specialmente degli angeli e degli uomini; e come i popoli della terra si compongono di famiglie numerose, ciascuna delle quali trae il suo nome da un capo o da un patriarca, così tutte le famiglie d'esseri intelligenti, in cielo ed in terra, traggono il nome loro da cotesto Padre unico ed universale. Atanasio ha qui un bel pensiero: Dio è «il Padre» nel senso vero ed assoluto; ogni paternità creata non è che un'ombra di cotesta realtà assoluta.

16 Perch'Ei vi dia, nelle ricchezze della sua gloria, d'esser potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell'uomo interiore

Nelle ricchezze della sua gloria

o «secondo la sua gloriosa ricchezza» Romani 9:23. Ch'Ei vi dia non soltanto nella misura della sua «grazia» o della sua «potenza», ma ch'Ei vi dia nella misura di tutta quanta la sua gloriosa perfezione.

Nell'uomo interiore.

L'«uomo interiore» (Cfr. 1Pietro 3:4; Romani 7:22; 2Corinzi 7:16) non è l'«uomo nuovo», ma è la sintesi dell'intelletto, della volontà, di tutte quante le nostre facoltà morali. Quest'«uomo interiore», quando non è rigenerato, è schiavo della carne; vale a dire, degli appetiti che costituiscono la natura più bassa dell'uomo. Ha, quindi bisogno d'essere rigenerato; e quand'è rigenerato, va progressivamente rinnovandosi di giorno in giorno 2Corinzi 4:16, e diventando sempre più armonico col pensiero, con la volontà, col cuore di Dio. l'«uomo interiore», nei lettori della lettera, è rigenerato; ma come in tutti i credenti ha bisogno d'esser potentemente fortificato. E chi compie cotest'opera di rinvigorimento, che cioè, dà all'intelletto un'intuizione sempre più limpida e sicura delle realtà divine, rende la volontà capace di più pronte ed energiche decisioni per il bene, e riempie il cuore di santi affetti e di gloriose e sicure speranze, è lo Spirito di Dio.

17 E faccia sì che Cristo dimori nei vostri cuori mediante la fede

Che Cristo; non soltanto una formula di dottrina, per corretta che possa essere, ma Egli stesso, dimori nei vostri cuori Colossesi 1:27; Giovanni 14:23; Romani 8:9,11; Galati 2:20. «Dimori», vale a dire, non si limiti a delle apparizioni occasionali, ma abiti del continuo; e non nella mente soltanto, ma nei vostri cuori. Nell'io rinnovato, il tempio di Cristo è il cuore.

Mediante la fede;

quella fede che non è dunque l'adesione della mente ad una formula dottrinale, ma è il nostro contatto individuale con una persona vivente.

18 Affinchè, essendo radicati e fondati nell'amore

Il nesso tra questo passo e ciò che precede, è questo: «La dimora di Cristo nei loro cuori ha questo risultato: ch'essi sono saldamente radicati e fondati nell'amore; ed ha questa conseguenza: ch'essi sono messi in grado di capire con tutti i santi ecc...» Il radicati è dell'albero che tanto più è saldo, quanto più vaste e profonde ha le sue radici nel suolo; il fondati è invece della casa che, fondata su base sicura, resiste all'impeto della fiumana e all'imperversar della bufera Matteo 7:25. Qui, come in Colossesi 2:7 e in 1Corinzi 3:9, abbiamo un intreccio di metafore. Noi moderni non lodiamo lo scrittore che balza così d'immagine in immagine; ma gli antichi a questo proposito non andavano tanto per la sottile. Qualcuno si domanda com'è mai che Paolo, il quale altrove dice che «il fondamento» è la fede Colossesi 1:23; 2:7, quella fede che è la fonte dell'amore 1Timoteo 1:6, qui, invece, chiama l'amore, il fondamento. Prima di tutto io risponderei che non bisogna poi sempre pretendere di spremere da ogni immagine una formula dogmatica; e poi, a rigore di termini, qui non si tratta del fondamento; il fondamento, l'apostolo l'ha detto quale sia, in Efesini 2:20; qui si tratta piuttosto del modo di tenersi saldi ed immobili su cotesto fondamento. Di quale amore intende Paolo parlare? Qualcuno risponde: Dell'amore che Dio o che Cristo ha per noi (Crisostomo, Beza, Bengel). Altri invece: Dell'amore nostro per Cristo (Harless). Altri ancora: Dell'amore di Cristo per noi e dell'amor nostro per Cristo (Anselmo, Stier). Altri finalmente: Dell'amor fraterno esclusivamente (Meyer). Ora, se così fosse, non sarebbe mancato modo all'apostolo di ben definire e limitare il suo pensiero. Se dice εν αγαπη così senz'altro, ciò significa che l'apostolo intende parlare dell'amore in generale; di quell'amore che è il principio fondamentale del carattere cristiano, che nel mondo pneumatico è la forza motrice per eccellenza, che è l'atmosfera in cui il carattere cristiano si evolve e dà le sue foglie, i suoi fiori ed i suoi frutti.

Siate resi capaci di capire con tutti i santi qual sia la larghezza, la lunghezza, la profondità e l'altezza...

di che cosa? E le risposte a questa domanda, abbondano.

1. Alcuni dei Padri rispondono: Del mistero della croce (Gregorio Nisseno, Girolamo, Agostino. E poi Anselmo e Tomaso d'Aquino). Essi videro qui l'allusione al sacramentum crucis, che Agostino così interpretò: l'amore (larghezza); la pazienza (lunghezza); l'umiltà (profondità); la speranza (altezza). E il pensiero è bello, ma troppo sottile. Dice bene il Calvino: «Haec subtilitate sua placent, sed quid ad Pauli mentem?»

2. Il Crisostomo, invece, assieme a parecchi altri. risponde: Del mistero della Redenzione di cui l'apostolo ha pii sopra parlato. Ma tre cose sono qui da notare; la prima, che per andare a pescare il fatto con cui si connetterebbe questo pensiero di Paolo, bisogna tornare nientemeno che ai vers. Efesini 3:4-10; la seconda, che cotesto nesso è impossibile da che l'apostolo col vers. Efesini 3:14 è entrato in un ordine di idee addirittura nuovo; la terza, che il «mistero» di cui Paolo parla in vers. Efesini 3:4-10 non è il mistero della Redenzione, ma è, come abbiamo visto, «la vocazione dei pagani».

3. Altri, come Erasmo ed il Grozio, per esempio, rispondono: Dell'amore di Dio. Di quell'amore, dice Erasmo, «che è così alto che va fino agli angeli; così profondo che va fino nell'inferno; che è così lungo e così largo, che abbraccia tutto quanto il mondo». E il Grozio commentava così il passo: «La bontà di Dio, nella sua larghezza, benefica tutti gli uomini; nella sua lunghezza, va per tutte le età; nella sua profondità, giunge all'uomo più in basso caduto; e nella sua altezza, lo trasporta alle più sublimi sommità della gloria». E il pensiero è stupendo; ma un qualche addentellato col contesto che lo giustifichi, dov'è?...

4. Il Bengel, lo Eadie ed altri rispondono: «Del tempio, di cui l'apostolo ha parlato in Efesini 2:21-22». «L'ideale di un tempio si moveva ancora dinanzi agli occhi della fantasia dell'apostolo, e a lui naturalmente suggeriva questa caratteristica immagine della sua preghiera» dice lo Eadie. E l'idea lì per lì piace. Ma poi, a riflettervi su bene, bisogna abbandonarla. In Efesini 2:21-22 l'apostolo ha introdotto l'immagine del tempio; da allora in poi l'abbandona, e non vi torna più sopra. È nel suo stile; di lanciare un'immagine; sfruttarla lì per lì per gli scopi suoi, e poi non tornarvi più sopra. Secondo lo Eadie, invece, l'apostolo continuerebbe «ad infinitum» ad applicare l'immagine così lontana. E poi: Tutto codesto agglomerarsi di espressioni del nostro passo, a che mira? Mira, evidentemente, a render grafica l'idea della immensità della cosa che si muove nella mente dell'apostolo. Ora, che l'apostolo fosse poi tanto preoccupato di rendere qui scultoria unicamente l'idea della vastità del tempio ideale composto della collettività dei credenti, non mi pare ammissibile.

5. Io, con l'Abbott e con altri, non vado tanto lontano a cercare la risposta alla nostra domanda; io la trovo nel vers. Efesini 3:19 che segue, e dico: Dell'amore di Cristo; vale a dire, dell'amore che Cristo ha per noi. E traduciamo quindi il passo, così: «Affinchè... siate resi capaci di capire con tutti i santi qual sia la larghezza, la lunghezza, la profondità e l'altezza... affinchè, voglio dire, siate resi capaci di conoscere l'amor di Cristo che sorpassa ogni conoscenza». L'agglomeramento i termini in cui l'apostolo fa perfino entrare una proprietà di più di quelle che l'architettura consenta, non ci meraviglia. Quando l'apostolo ha l'anima piena di un soggetto e lo vuol comunicare, sovrabbonda in termini ed in immagini; non per fare sciupio di parole; ma perchè sente e par soffrirne, che il linguaggio umano è troppo povero ed inadeguato a significar le cose grandi di Dio (Cfr. 2Corinzi 4:17-18). Il pensiero dell'apostolo potrebb'essere fedelmente ed italianamente reso così: «... affinchè, con tutti i cristiani, siate messi in grado di afferrare in tutta la sua larghezza, lunghezza, profondità ed altezza, e di intendere per quanti egli sorpassi un intelletto l'amore di Cristo». Il con tutti i santi equivale a «con tutti i cristiani» Efesini 1:2.

19 affinchè, vo' dire, siate resi capaci di conoscere l'amor di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, e voi giungiate ad esser ripieni di tutta la pienezza di Dio.

L'amore di Cristo,

qui è l'amore che Cristo ha per noi. La «conoscenza» però di qualunque genere che sia, non è lo scopo ultimo della vita cristiana; quindi l'apostolo aggiunge:

e voi arriviate ad esser ripieni di tutta la pienezza di Dio.

E questo pensiero non è di facile interpretazione. Fra i molti modi d'intendere queste parole, i due seguenti mi paiono i più degni d'esser presi in considerazione.

Il 1o) che è dell'Alford, dell'Olshausen, dell'Ellicott, dell'Eadie prende il πληρωμα (pienezza) nel senso della pienezza che Dio possiede; della pienezza che è caratteristica di Dio. Ora, dice lo Eadie «tutta quanta la pienezza non è supponibile che si possa concentrare e che venga ad abitare in un cuore creato; ma nondimeno i credenti possono essere riempiti di cotesta pienezza. Un vaso piccolo può esser benissimo riempito col contenuto di un vaso di dimensioni più grandi. La comunicabile pienezza di Dio può versarsi in un cuore capace e pronto a riceverla, e lo può riempire. La differenza fra Dio ed il credente non sarà quindi di qualità, ma sarà di grado e di quantità. La pienezza di Dio è infinita; quella dei credenti è circoscritta dalle condizioni proprie della natura creata. La pienezza loro è per rispetto alla pienezza di Dio, quello che è la miniatura rispetto alla grandezza naturale della faccia o della figura che rappresenta», Il Reuss esprime la stessa cosa, ma in modo più chiaro e più pratico. Per lui la frase... «e voi giungiate ad esser ripieni di tutta la pienezza di Dio» equivarrebbe a quest'altra: «E voi giungiate alla perfezione». La perfezione della vita cristiana, dice egli, dipende sempre dal grado del quale l'uomo si penetra (si riempie) dell'elemento divino; in altri termini, dal grado d'intimità della sua unione personale con Dio in Cristo».

Il 2o) è dell'Abbott, del Moule, del Meyer e di altri. Per questo modo il πληρωμα di Dio è la pienezza dei tesori di Dio; di quei tesori spirituali ch'Egli si compiace di comunicare ai santi, i quali sono «i partecipi della natura divina» 2Pietro 1:4. I credenti hanno tutti dei bisogni morali e spirituali. Non tutti hanno i medesimi bisogni; ma tutti hanno, più o meno, di cotesti bisogni. E ciascuno riceve da Dio di che soddisfare cotesti bisogni; e non in modo scarso, avaro; ma in modo pieno, intero, completo, perfetto. Dio dà a ciascuno nella misura della individuale capacità e dell'individuale bisogno; ed una chiesa in cui tutti gli individui siano così stati «riempiti» da Dio, è una chiesa che Paolo dice essere stata «ripiena di tutta la pienezza di Dio».

Riflessioni

1. Efesini 3:4 ci presenta l'apostolo in uno dei momenti epici della sua vita. E come sono sublimi codesti momenti! L'ultima parte di 2Corinzi 2 è il ricordo d'un campo di battaglia irto di difficoltà e di nemici. In mezzo a codesto campo sta eroicamente l'apostolo. A lui Dio ha detto: «La mia grazia ti basta»; e l'apostolo che sa che codesta grazia compie le sue meraviglie non nella, forza dell'uomo ma nella debolezza di lui, esclama, in uno dei suoi meravigliosi paradossi: «Quand'io son debole, è allora che sono forte». Una nave alessandrina è in rotta alla volta di Roma. Ha duecentosettantasei persone a bordo. La tempesta sorprende la nave, e per quattordici giorni i passeggeri digiuni, disperati, stanno sospesi fra la vita e la morte. A un tratto, mentre l'alba tarda ancora a spuntare, un uomo, sulla tolda del bastimento, s'erge in mezzo alla folla esterrefatta: «Io v'esorto a prender cibo; poichè neppure un capello perirà del capo d'alcun di voi» Atti 27:34. E così difatti avverrà. Chi parlava a cotesto modo era Paolo, il carcerato di bordo che la scorta militare conduceva a Roma. Anche il nostro passo ha il ricordo d'un momento epico della vita dell'apostolo. Qui l'apostolo non è imperterrito sul campo di battaglia: non è, calmo e sereno sulla tolda d'un bastimento che l'abisso sta per ingoiare; ma è nel fondo d'una prigione; in ginocchio appiè del trono del Padre; e quivi, dimentico di se, e di nient'altro preoccupato che del bene dei suoi fratelli nella fede, prega com'egli sa pregare, rapito nella visione di quella croce, nella quale soltanto sta per lui la certa speranza d 'ogni presente e d'ogni tuturo trionfo.

2. L'oggetto della preghiera dell'apostolo vale la pena qui di riassumere, per proporlo tale e quale alle preghiere nostre. Ecco che cos'è che l'apostolo domanda:

1) Il rinvigorimento dell'uomo interno mediante la comunicazione dello Spirito Santo 2Corinzi 4:16.

2) La presenza spirituale e permanente di Cristo nei cuori mediante quella fede che è non l'adesione dell'intelletto nostro a delle formule teoriche, ma la nostra unione personale con Cristo.

3) La intelligenza dell'amore infinito che Cristo ha avuto per gli uomini: di quell'amore che, per quanto la ragione s'affatichi a misurarne le «dimensioni», è tale che sorpassa pur sempre ogni intelletto.

4) La perfezione della vita cristiana (Reuss).

3. Da parte dell'uomo, il progresso nella intelligenza di cotesto infinito amore di Cristo dipende dall'amore Efesini 3:18. L'amor cristiano che non è un frutto della carne ma il primo dei frutti dello Spirito, o la sintesi di tutti gli altri frutti dello Spirito Galati 5:22, è «la radice e la base» del carattere dei figliuoli di Dio, da che ogni loro spiritual progresso dipende dalla esistenza e dall'attività di cotesto amore. «Ben prega colui che ben ama». Dice egregiamente il Reuss: «Il progresso nella nostra intelligenza dell'amore infinito di Cristo dipende dall'aver noi o no radice e fondamento nell'amore (per Cristo e per i fratelli); perchè non v'è che colui che fa la volontà del Pare che possa capire di cotesta volontà anche l'origine, il valore e la portata Giovanni 7:16. La scienza di Dio e dei suoi disegni è cosa così inesauribile che, se volessimo aspettare ad amare al giorno in cui potessimo dire di possederla tutta quanta, non vi arriveremmo mai. L'esperienza intima, la conoscenza acquistata per il tramite del cuore è il metodo migliore, è la via più sicura per giungere anche ad allargare gli orizzonti di quella intelligenza che rimarrà pur sempre cosa limitata 1Corinzi 13:9».

20 c) La dossologia: Efesini 3:20-21.

Or a Colui che può, secondo il potere che agisce in noi, fare infinitamente al di là di quel che domandiamo e capiamo, sia la gloria nella Chiesa, in Cristo Gesù, di generazione in generazione, nei secoli dei secoli. Amen.

Questa dossologia può esser considerata o come la chiusa della lettera (cfr. Romani 16:25), nel senso che l'apostolo, giunto qui, avrebbe avuto l'intenzione di fermarsi senz'andar più oltre; o come una formula conclusiva della preghiera che precede immediatamente. Ad ogni modo, in questa dossologia è evidentemente la chiusa solenne della prima parte della lettera. L'apostolo ha già domandato molto a Dio per quelli che gli stanno a cuore; ma egli sa che Dio può sempre dare molto ma molto più di quello che gli si domanda; perchè da un lato, l'uomo non sa neppure tutto quello che gli manca, e non domanda abbastanza; e dall'altro, i benefici di Dio sorpassano in ricchezza tutto quello che lo spirito dell'uomo può concepire. Ora, cotesti benefici sono i credenti che li godono; credenti, che costituiscono la Chiesa, fondata su Gesù Cristo ed animata dallo Spirito di lui; è quindi a lei che spetta di glorificare il supremo dispensatore della grazia, ora e sempre (Reuss). Questo per l'idea generale. E veniamo al dettaglio.

Colui che può... è Dio.

Secondo il potere che agisce in noi.

Di questo potere, in se e nei suoi risultati, l'apostolo ha ripetutamente parlato Efesini 1:19; 3:6. Si tratta della immanente energia dello Spirito nei credenti in Cristo.

21 La gloria nella Chiesa in Cristo Gesù.

La gloria è lo splendore della eccellenza morale. E a chi se non a Dio sarebb'ella tributata?

Nella Chiesa.

E dove la gli sarebb'ella tributata se non nella Chiesa che ne ha vedute tante e tante manifestazioni e la cui origine, la cui vita, le cui benedizioni e le cui speranze non son altro che degli esempi e delle estrinsecazioni di lei? E in qual modo la Chiesa tributerà ella a Dio cotesta gloria? Non lungi da Cristo; non semplicemente per amore di Cristo; ma in Cristo, in vivente, palpitante comunione con Cristo. I componenti la Chiesa tributano gloria a Dio con la profonda coscienza della loro intima comunione con lui e quindi, in. uno spirito di assoluta dipendenza da lui. Il luogo della dossologia è la Chiesa: l'inno dei credenti è nella Chiesa, un inno di gloria; e l'ispirazione dell'inno viene dalla comunione con Cristo.

Di generazione in generazione, nei secoli dei secoli.

I termini sono accumulati e la formula che ne risulta è un tentativo di esprimere in linguaggio umano il concetto di eternità. Abbiamo qui la combinazione di due frasi, che troviamo altrove separate: «Di generazione in generazione» Luca 1:50; cfr. Salmi 72:5; 102:25; «nei secoli dei secoli» Galati 1:5; cfr. 1Pietro 1:25; Ebrei 5:6; 6:20.

Amen.

È parola che vien dall'ebraico, dov'è un aggettivo verbale che vuol dire «fermo», «stabile» (dal verbo ebraico che significa sostenere, puntellare, fortificare e al Niph. esser fedele, sicuro, fededegno ecc.). Si trova nel Nuovo T. usato in quattro modi:

1) Come aggettivo; Apocalisse 3:14: «Queste cose dice l'Amen, il fedel testimonio e verace», ove le ultime parole spiegano la prima.

2) Come avverbio alla fine di una preghiera, d'un inno o d'una dossologia, com'è qui, e vale: Così sia o così è: Matteo 6:13; Romani 1:25; 9:5; Apocalisse 1:6; 5:14; 19:4; 1Corinzi 16:24; Ebrei 13:25 ecc.

3) Come avverbio al principio di una frase, di un discorso, a mo' di affermazione: «Sì», «veramente», «certamente», «in verità» ecc. Matteo 5:18; 16:28 cfr. con Luca 9: 27; Matteo 25:40; Luca 4:24-25. In Giovanni 3:3,5,11; 5:19; 8:51.

4) E nella stessa forma e nello stesso senso, ma molto raramente, in fine o a metà di frase: Apocalisse 1:7: «Sì, Amen»; «Sì, certo!» 2Corinzi 1:20: «Tutte le promesse di Dio sono in Gesù ed Amen»; «sono, cioè, certe di certezza assoluta e fedeli di una fedeltà incrollabile». L'uso dell'Amen è un uso che passò nella Chiesa dalla Sinagoga. Per cotest'uso, quando colui che leggeva o insegnava faceva delle solenni preghiere a Dio, gli astanti dicevano: Amen; e così facevano loro l'argomento della preghiera così pubblicamente espresso, e davano a cotesta preghiera il loro pieno assenso. Vedi 1Corinzi 4:16 cfr. Numeri 5:22; Deuteronomio 27:15 seg.; Neemia 5:13; 8:6.

Riflessioni.

1. Iddio può fare e fa per le sue creature «infinitamente al di là» di quel ch'esse possano domandare e capire Efesini 3:20. Hagar domanda poche gocce d'acqua e trova un pozzo Genesi 21:19; Saul cerca le asine di suo padre e trova una corona 1Samuele 9:3;10:1; Davide chiede del pane e riceve un regno 1Samuele 21:3. Il nostro Dio è un Dio onnipotente ed infinitamente buono. Impariamo a domandare delle cose grandi a un Dio grande com'è il nostro; e per grandi che siano le cose che chieggiamo, non dimentichiamo ch'Egli può fare e vuol fare ancora per noi molto al di là di quello che abbiamo chiesto e di quel che possiamo concepire.


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