Efesini 4

1 

III. PARTE ESORTATIVA E PRATICA

L'ALTEZZA DELLA SANTITÀ ALLA QUALE I LETTORI DEBBONO ASSORGERE PER RISPONDERE DEGNAMENTE ALLA VOCAZIONE DI COLUI CHE LI HA REDENTI

Efesini 4:1-6:20

La «parte esortativa e pratica» della lettera si divide in quattro sezioni, ciascuna delle quali è suddivisa nel modo che segue:

1): COME CHIESA: Efesini 4:1-16 .

    a) LAVORANDO A MANTENERE L'UNITÀ DEL CORPO: Efesini 4:1-6 .

b) CONSACRANDO I DONI DIVERSI CHE HANNO RICEVUTO, ALL'ACCRESCIMENTO NORMALE DELL'INSIEME DEI CORPO DI CUI SONO MEMBRA: Efesini 4:7-16 .

2): COME INDIVIDUI: Efesini 4:17-5:20 .

    a) SPOGLIANDO L'UOMO VECCHIO: Efesini 4:17-24 .

b) RIVESTENDO L'UOMO NUOVO: Efesini 4:25-5:20 .

Le otto antitesi, nelle quali Paolo ai vizi dell'uomo vecchio contrappone le virtù del nuovo:

    1. Menzogna e verità Efesini 4:25 .

2. Livore e perdono: Efesini 4:26-27 .

3. Furto e beneficenza: Efesini 4:28 .

4. Parole vane e discorsi benefici: Efesini 4:29-30 .

5. Malignità e carità: Efesini 4:31-5:2 .

6. Impurità e castità: Efesini 5:3-14 .

7. Insensataggine e saviezza: Efesini 5:15-17 .

8. Ebbrezza carnale e gioia spirituale: Efesini 5:18-20 .

3): COME FAMIGLIE: Efesini 5:21-6:9.

    a) LA BASE DELLA MUTUA SOTTOMISSIONE: Efesini 5:21 .

b) LE RELAZIONI CONIUGALI: Efesini 5:22-33 .

c) LE RELAZIONI FRA GENITORI E FIGLIUOLI: Efesini 6:1-4.

d) LE RELAZIONI FRA PADRONI E SCHIAVI: Efesini 6:5-9 .

4): LA CHIESA MILITANTE O LA COLLETTIVITÀ DEI CREDENTI CHE NON È CHIAMATA SOLTANTO AD EVOLVERSI E PROGREDIRE, MA CHE È ANCHE CHIAMATA A LOTTARE: Efesini 6:10-20 .

1) COME CHIESA: Efesini 4:1-16 .

a) Lavorando a mantenere l'unità del corpo. Efesini 4:1-6 .

Io dunque, il carcerato nel Signore, v'esorto a vivere in modo degno della vocazione della quale foste chiamati

Il dunque è l'addentellato fra la parte dottrinale e la parte pratica della lettera.

Il carcerato nel Signore.

L'apostolo non si chiama così per sollecitare la simpatia dei suoi lettori o per esortarli a consolarlo nella sua solitudine con la loro ubbidienza; ma lo fa per dare più autorità, che mai alle sue parole. Chiamandosi così, egli dice implicitamente fino a che punto l'abbia tratto la sua abnegazione per quella causa alla quale anch'essi hanno dato il loro nome ed il cuor loro.

Nel Signore;

è una delle solite formule sintetiche di Paolo. S'egli è in carcere, non è per circostanze fortuite nè per motivi disonoranti; in questo «nel Signore» è la ragione ultima della sua prigionia.

V'esorto a vivere in modo degno...

Letteralm. «Che camminiate condegnamente alla vocazione, della quale siete stati chiamati». La vocazione è l'atto per il quale Iddio invita il peccatore a ravvedersi, a credere ed a perseverare sulla via della santificazione. Ecco la formula che riassume il principio morale considerato dal punto di vista della sua applicazione: «Vivere in modo degno della vocazione celeste». «Non si tratta dunque d'una teoria filosofica, di una legge che l'uomo darebbe a se stesso; ma si tratta d'una norma determinata esclusivamente dall'elemento religioso. Il dovere, secondo il punto di vista cristiano, sgorga dalla natura delle relazioni dell'uomo con Dio» (Reuss).

2 Con tutta umiltà, con mansuetudine, con longanimità, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l'unità dello Spirito col vincolo della pace

L'apostolo ha dunque posto, come abbiamo visto Efesini 4:1, il principio generale. Eccolo passare adesso dal principio generale ai doveri particolari. D'onde prenderà egli le mosse? Le prenderà dall'idea che gli è suggerita dal complesso del suo insegnamento dottrinale che ha dato or ora ai suoi lettori. Egli ha insistito sul fatto della fusione di tutte le nazionalità in una unica e grande famiglia di Dio in Cristo; in primo luogo, quindi, egli raccomanderà ai credenti tutto quello che devegli essere come una conseguenza di cotesta idea di fratellanza. E lo raccomanderà anzi caldamente, perchè l'apostolo sa bene che le abitudini contratte, le antipatie precedenti, le numerose cause di divisione che ordinariamente rilassano i legami della società civile, sono cose che non scompaiano lì per lì dalla realtà della vita, neppur quando, teoricamente, si è giunti ad assegnare loro il valore che hanno. L'«unità dello spirito», che in teoria è la caratteristica speciale della società cristiana, ha da estrinsecarsi, in pratica, nella mutila sopportazione, nella pazienza, nella dolcezza, nelle tendenze pacifiche (Reuss).

Con tutta umiltà.

La ταπεινοφροσυνη è umiltà, modestia, è la negazione dello estollersi dello spirito. Il sentimento contrario a questo, è in Romani 12:16. La ταπεινοφροσυνη «è quella profonda umiltà che sta all'estremo opposto della superbia, dell'arroganza, della vanità, e che è prodotta da un giusto concetto di noi stessi, delle relazioni nostre con Cristo e con gloria alla quale siamo chiamati. Ogni benedizione che ci arricchisce, od ogni speranza che ci fa bella la vita, è cosa di Dio. Non v'è nulla che siam riusciti a procurarci da noi; non v'è quindi luogo a parlare di «importanza» nostra. Questa modestia dell'animo, dice il Crisostomo «è la base d'ogni virtù» (Eadie).

Con mansuetudine.

La «mansuetudine» è dolcezza, mitezza di spirito Galati 5:22. «Non è soltanto quella mitezza che quando riceve un'ingiuria non s'altera e non s'adira; ma è quella gentilezza di temperamento che pensa con candore, sente serenamente e dà quelle «risposte dolci» che «acquetano il cruccio» Proverbi 15:1» (Eadie).

Con longanimità.

La «longanimità» è l'opposto della irritabilità, dell'«uscire dei gangheri» di chi perde presto la pazienza. «È quel paziente possedersi che dà all'uomo di prender con calma quelli che non sanno contenersi e regolarsi come fa lui, o che gli danno addosso con ostinazione turbolenta ed irosa. È dell'uomo che sa sorridere ed aspettare finchè gli altri sian tratti a più equo giudizio ed a miglior sentire». (Eadie).

Sopportandovi gli uni gli altri con amore.

Sopportandovi... «La parola greca, nella sua forma media, vuol dire: «Tenersi su, in alto, in sospeso...» E nel morale è «aver pazienza», «sapersi contenere, trattenere» finchè la raffica della provocazione sia passata.»

L'amore è lo spirito nel quale cotesta pazienza va esercitata.

3 Sforzandovi di conservare l'unità dello spirito col vincolo della pace.

Di conservare; l'apostolo dunque suppone codesta unità già esistente fra i suoi lettori.

L'unità dello spirito.

Parecchi interpreti intendono che si tratti qui dello «spirito umano», della «animorum concordia» (Anselmo, Erasmo, Calvino, Estio, Meier ecc.). Noi col Crisostomo, con Teofilatto, con lo Harless, con il Meyer e lo Eadie, intendiamo invece che si tratta dello Spirito di Dio o di quella unità che lo Spirito di Dio crea e mantiene. Ed è interpretazione confermata dal vers. Efesini 4:4.

Col vincolo della pace.

Anche qui due interpretazioni diverse. Alcuni interpreti prendono questo genitivo «vincolo della pace» per un genitivo d'oggetto, e intendono così, «Sforzandovi di conservare l'unità dello Spirito col vincolo che mantiene la pace, e che si chiama l'amore» (Teofilatto, Bengel, Meier, Harless, Stier). E l'idea, senza dubbio, non è estranea alla mente di Paolo; ma qui non è questo ch'egli, secondo me, vuol dire. Io prendo quindi il genitivo come un genitivo d'apposizione, e intendo: «Sforzandovi di conservare l'unità dello spirito con quel vincolo che si chiama: la pace» (Meyer, Olshausen, Eadie). È la pace che costituisce quel legame per il quale l'unità dello Spirito è tutelata e conservata.

4 Non v'è che un corpo, che uno Spirito, come non v'è che una speranza; quella della vocazione onde foste chiamati.

La menzione che ha fatta adesso dell'«unità dello Spirito» lo riconduce, per associazione d'idee, al principio generale che ha ispirato la sua esortazione. Codesto principio egli enuncia adesso in due parole, semplicente e nella forma più breve che la lingua gli consenta. L'idea fondamentale della unità della Chiesa che è l'idea dominante in tutta la lettera, torna adesso qui due volte: una volta, in forma figurata; un'altra volta, senza figura.

1a) Ecco qui la torna figurata: Un corpo, uno Spirito. E 1Corinzi 12 ci dà il miglior commentario che possiam desiderare, del passo. Come l'unità del corpo umano ch'è composto di elementi così vari e così eterogenei è determinata dall'unità del principio vitale che costituisce la personalità, così la Chiesa, considerata come un organismo complicato, ha la sua unità e la sua vitalità dalla presenza e dall'azione dell'unico Spirito di Dio.

5 2a) Ed ecco la forma senza figura:

Non v'è che un Signore, che una fede, che un battesimo

La «unità della Chiesa» è qui basata sulla unità della persona di Cristo, che è il Salvatore; sull'unità della fede, che è una per natura ed essenza e che ha un unico Salvatore per oggetto; e sull'unità del battesimo. L'idea fondamentale del battesimo è quella di «consacrazione a Cristo». Or non v'è che un modo solo di consacrarsi all'unico Signore. Il battesimo è il risultato e la espressione di «un'unica fede» in un «unico Signore»; e al tempo stesso, è l'unico modo con cui l'unico Spirito inizia i credenti in quell'unico corpo che è la Chiesa. Qualcuno si è poi domandato: E com'è mai che l'apostolo fa menzione del «battesimo» ma non dice verbo della «Santa Cena?» In tesi generale io reputo oziose tutte le domande di codesto genere. «Perchè ha detto questo e non ha detto quest'altro?...». Perchè gli è piaciuto di dir così, e basta. Io, per esempio, non vedo perchè egli avrebbe qui assolutamente dovuto accennare anche alla Santa Cena. La «fede» è una ed è la «conditio sine qua non» dell'ammissione alla Chiesa; il «Battesimo» è l'unico rito d'iniziazione nella società dei credenti; e le son cose che servono all'apostolo che vuol dar base alla sua grande idea dell'«unità del corpo»; ma la «Santa Cena» non gli serve; perchè la non sta a base di codesta «unità del corpo»; ella non è che la dimostrazione di una unità già riconosciuta nella Chiesa. La «fede» ed il «battesimo» sono un sentimento ed un rito individuali; la Santa Cena invece è il rito sociale di quelli che in piena comunione di fede riconoscono in Cristo il loro «unico Signore». E torniamo a noi. L'idea fondamentale dell'«unità del corpo» che ha così illustrata in figura e senza figura, l'apostolo arricchisce ancora di due elementi accessori, che completano mirabilmente la illustrazione. Il primo: «l'unicità della speranza» Efesini 4:4; il secondo: «l'unicità di Dio».

Non v'è, che una speranza; quella della vocazione onde foste chiamati

Efesini 4:4; «Quella, cioè, a cui mira la vocazione onde foste chiamati». Codesta speranza è una perchè ha un unico oggetto, che è la gloria; un'unica base, che è Cristo. La loro vocazione celeste Filippesi 3:14 è quella che li ha messi in possesso di codesta speranza. E, ho detto: unicità di Dio.

6 Non v'è che un Dio e Padre di tutti, che è sopra tutti, che agisce per mezzo di tutti, che è in tutti.

Che è sopra tutti

Romani 9:5, come sovrano, appiè del cui trono stanno l'universo e la Chiesa.

Che agisce per mezzo di tutti.

Molti, come lo Eadie, traducono il δια παντων del testo «in mezzo a tutti». «L'idea del testo, dice lo Eadie, par esser quella di «persuadere» e di «sostenere». Quantunque Egli sia «sopra tutti» Egli non se ne sta indifferente coinvolto nel suo remoto splendore. Egli è «fra tutti» in «mezzo a tutti». La sua influenza è sentita da per tutto perchè rianima, ravviva le energie di tutti. «Ma questa interpretazione dello Eadie non mi sembra render tutta la forza e la ricchezza del pensiero dell'apostolo. Io preferisco tradurre «per mezzo di tutti» e interpretare così col Reuss il pensiero del testo. «L'apostolo ha già in vista questa idea, che svolgerà in seguito: Ogni membro della Chiesa ha da Dio la sua missione particolare nella grande comunità; e per compierla con frutto, riceve dalla grazia di Dio dei doni speciali, che Gesù ha paragonato a dei talenti (a delle somme di denaro) che vanno fatti fruttare. Egli è che Dio si serve degli uomini come di stromenti per giungere ai suoi fini; come di collaboratori o d'operai nel vasto campo della educazione progressiva della umanità (1Corinzi 3:3,5 e seg.); è quindi Lui che agisce per loro mezzo; o, il che è poi lo stesso, è Lui che dà loro i mezzi d'agire nel senso della sua volontà e a condizione che a Lui ne rendano poi conto. Cotesti mezzi sono vari come son varie le funzioni assegnate a ciascuno; e sono anche ineguali, sia relativamente alla loro energia ed ai loro risultati immediati, sia per rispetto al posto che nella società procurano agli individui. Ma lo scopo e l'origine di codesti mezzi son gli stessi per tutti (1Corinzi 12:4-7; Romani 12:3 seg.). L'essenziale è che uno ne faccia buon uso, che non dimentichi che sono un dono gratuito di Dio e di Cristo e che per quel che concerne la sorgente onde derivano e la responsabilità che implicano, non v'è tra loro distinzione di sorta.»

Che è in tutti.

«In tutti noi» dice il Diodati, «in tutti voi» traducono altri; il testo più sicuro dice: in tutti, così in senso assoluto, perchè Dio non era nei lettori soltanto; non è soltanto nei credenti in ispecie, ma è, in generale, in tutti; più o meno, ma in tutti; dal povero pagano che vive in una condizione di miserando abbrutimento ma pure ha ancora nell'intimo suo un barlume di coscienza, al cristiano più evoluto che ha veramente la sua vita «nascosta con Cristo in Dio».

Riflessioni

1. «Io dunque, il carcerato nel Signore, v'esorto...» Efesini 4:1. L'autorità della esortazione ha qui la sua base più sul carattere personale che sulla dignità apostolica di Paolo. In un uomo nelle condizioni di Paolo, il «carattere personale» senza la «dignità apostolica» non avrebbe avuto nè forza nè diritto d'esortare gli altri; ma anche la «dignità apostolica» senza il carattere personale», sarebbe stata cosa senza sincerità e senza calore. «Vita clerici evangelium est populi. Non bene auditur qui non bene diligitur» diceva Gregorio Magno. S'è durato un pezzo a scindere negli individui l'«ufficio ecclesiastico» dal «carattere personale». Oggi comincia a spirare altro vento; e comincia a prevalere il concetto che ogni «ufficio» il quale non sia che l'esterno paludamento d'un carattere equivoco od ignobile, e «ufficio» che va preso con benefizio d'inventario. E chi ha il retto senso delle cose non può che rallegrarsi di questo nuovo orientamento dell'opinione pubblica nell'ambite ecclesiastico.

2. La «vocazione» Efesini 4:1 è l'atto di Dio con cui comincia la nostra vita cristiana. Vari sono i mezzi dei quali Dio si serve per chiamare: la predicazione, la, testimonianza dei già credenti, le Scritture, la vita dei veri cristiani, la coscienza, l'azione dello Spirito, improvvisa o lenta e graduale. Qualunque sia il mezzo col quale Dio ci ha chiamati, conviene che la nostra vita sia all'altezza, sia degna di codesta vocazione, dice l'apostolo.

3. La trinità di sentimenti a cui l'apostolo accenna Efesini 4:2, merita tutta la nostra attenzione: Umiltà, mansuetudine; longanimità. L'umiltà è l'anima del carattere cristiano. Un cristiano senza umiltà, un cristiano orgoglioso, è una contraddizione in termini. Più il cristiano si rende conto di quello ch'egli era, e più medita sul fatto che quello ch'egli è lo è per la grazia di Dio; più tiene il proprio «io» dinanzi allo specchio immacolato della santità di Cristo, e meno sente il bisogno di gloriarsi e di estollersi sugli altri. La mansuetudine non è qui una disposizione naturale alla mitezza, all'arrendevolezza; ma è la virtù per la quale il cristiano applica l'umiltà nelle relazioni che ha col mondo. Il cristiano «mansueto», anche quand'è frainteso, trattato spietatamente, oppresso e perseguitato, non s'adonta. Egli sa per esperienza che cosa e quanta sia la corruzione del cuor umano; e considera quindi colui che lo vitupera, più come un disgraziato invaso dalla tabe del male, che come un iniquo che faccia il male per amor del male e per procurarsi la gioia che dà, un illecito piacere. Egli è paziente perchè sa che anche il suo Dio è paziente verso «gli operatori d'iniquità; e risponde al vituperio degli altri con la preghiera della intercessione, perchè sa che quella misericordia di Dio che trasse lui dall'abisso del peccato, può trarre da cotesto abisso anche quelli che ora lo frantendono, lo trattano spietatamente, l'opprimono e lo perseguitano. La longanimità è il sentimento per il quale il cristiano, pur potendo punire i falli altrui, non lo fa, ma aspetta e sopporta. Sopporta non per debolezza, non per apatia, non serbando il veleno nel cuore, ma amando sempre, e dell'amor forte ed eroico del quale sanno amare la madre e l'amico. Il cristiano sa qual sia la longanimità della quale egli stesso fu ed è tuttavia l'oggetto da parte di Dio; e la sua longanimità verso gli altri, per grande che sia, non è che un pallido riflesso della longanimità di Dio verso lui.

4. L'affermazione dell'unità del corpo mistico di Cristo Efesini 4:4 è pur cosa solenne e degna di attenta considerazione. Ecco come a questo proposito bellamente si esprime lo Eadie: «Il «corpo» è uno. Non esistono delle comunità rivali. Il corpo, con le sue molte membra e col complesso ordine di organi così differenti e, per posizione e per funzione e per onore, rimane pur sempre uno. Il Corpo di Cristo, qualunque sia il posto ove si trovi, qualunque sia l'età nella quale esiste, qualunque siano la razza, il sangue, il colore delle sue membra, o le lingue in cui son offerti i suoi servizi, è uno; ed uno rimane, malgrado ogni distanza, ogni divario d'età ed ogni differenza fisica, intellettuale e sociale. E come nel corpo v'è un unico spirito, un unico principio vitale, senza duplicità di coscienza, senza dualismi di intelligenza, di motivi e di azione, così l'unico Spirito di Dio dimora nel Corpo, senza che vi sia luogo a rivalità di amministrazione o a conflitto di pretensioni. E qualunque siano nel corpo i doni conferiti, qualunque sia la varietà degli aspetti che cotesti doni possano assumere, tutti quanti posseggono una delicata facoltà di mirabilmente adattarsi ai tempi ed alle circostanze, perchè tutti procedono da «un unico Spirito», sgorgano da una stessa sorgente, ed hanno un identico disegno ed un identico risultato».

5. «Dio, il Padre di tutti, è sopra tutti; agisce per mezzo d'i tutti; è in tutti Efesini 4:6». Riassumiamo il pensiero profondo che si muove sotto il velame di queste tre mirabili formule dell'apostolo.

È sopra tutti.

Anche i pagani conoscevano, in un certo senso, questa verità. Essi, che aveano tanti dèi nel loro Olimpo, aveano anch'essi un «dio sopra tutti». Era il fato, il destino; l'iddio cieco, senza cuore, crudele. Ma. come diverso dal destino antico è l'Iddio del nostro passo! «V'è un Dio unico, Padre di tutti, il quale è sopra tutti». Notate quella parola Padre che è nella prima parte del passo, ma che dà l'intonazione al passo tutto quanto. Anche l'Iddio del testo è un Dio sopra tutti; ma un Dio che signoreggia su tutti, come Padre. E Iddio che «e sopra tutti», nel mondo e specialmente nella Chiesa, agisce per mezzo di tutti. La Chiesa, in un senso speciale, l'umanità, in un senso generico, sono la famiglia di Dio. In questa famiglia ciascuno ha da Dio la sua particolare missione, il particolare talento ch'egli e in dovere più mettere a frutto. Il Creatore non ha fatto l'universo senza uno scopo; lo scopo è il trionfo del bene; è il trionfo del suo Regno. In vista di cotesto scopo Egli educa poco a poco l'umanità; ed in cotesta opera di educazione Ei chiama gli uomini a collaborare con sè (1Corinzi 3:3,5 seg.). È Dio che agisce mediante cotesti collaboratori, perchè è Dio che fornisce loro i mezzi per agire. Cotesti mezzi sono vari; sono anche disuguali, perchè non tutti hanno la medesima potenza, non tutti producono i medesimi risultati; e non son tutti affidati a dei collaboratori scelti nella Chiesa; ma molti, e di non poca importanza ed energia, sono affidati a dei collaboratori fuori della Chiesa che, nell'ambito delle lettere, delle arti o delle scienze, fanno fare alla umanità un passo innanzi, verso il palio della sua superna vocazione. E l'Iddio che «è sopra tutti», che «agisce per mezzo di tutti», è anche in tutti. Mirate le grandi e potenti manifestazioni dello spirito umano nella musica, nella pittura, nella scultura, nelle lettere, nelle scienze. Che sono queste opere grandi che v'entusiasmano, che vi riempiono di meraviglia, che vi suggeriscono un mondo di pensieri buoni, che con la ispirazione che vi danno, v'aiutano e v'incoraggiano sull'erta via della virtù? Che sono questo rapire dei segreti alla natura, questo passare continuo d'invenzione in invenzione che rendono la vita più bella e che unendo sempre più intimamente le nazioni, fanno più che mai della umanità intera una vera e propria famiglia? E in noi che cos'è questa pace del cuore; che cos'è questa voce che così distintamente approva il bene e condanna il male; che cos'è questa virtù nuova che «in ogni cosa», se vogliamo, «ci rende più che vincitori»; che cos'è questo mondo d'affetti nuovi e di nuove aspirazioni; che cos'è questa certezza di un avvenire che mentre per altri è «d'ogni lice muto», per noi è circonfuso di gloria paradisiaca ed echeggiante per inni di creature sovrumane e d'intelligenze celesti? L'apostolo risponde: È Dio in tutti!»

7 b) Consacrando i doni diversi che hanno ricevuto, all'accrescimento normale dell'insieme del corpo di cui sono membra: Efesini 4:7-16.

Ma a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura della liberalità di Cristo

L'apostolo passa qui dal generale al particolare. Ha parlato finora del «corpo», adesso parla dei singoli individui. Nell'unità del corpo v'è luogo per una immensa varietà; tutte quante le membra che lo costituiscono, hanno la loro funzione; non una d'esse è dimenticata. Vedi Romani 12:4-6; 1Corinzi 12:4 seg., dove l'idea è svolta con gran ricchezza di dettaglio. «Ma a ciascuno di noi la grazia...» vale a dire, la grazia ch'egli possiede, il dono speciale, la speciale funzione, come l'apostolo ci dirà fra poco, «è stata data secondo la misura del dono di Cristo», dice esattamente il testo. A me piace la traduzione dello Stapfer e dell'Oltramare, che dice: «secondo la misura della liberalità di Cristo»; mi piace, perchè è modo trasparente, che al tempo stesso rende con esattezza l'idea del testo. Il dono è dunque misurato; ed ogni individuo lo riceve nella misura che piace alla sovrana volontà del supremo donatore.

8 Ecco perchè è detto: Salito in alto, egli ha seco menato un gran numero di prigioni ed ha fatto dei doni agli uomini

Il testo dice letteralmente così: Perciò dice... Chi dice? Se un soggetto si deve porre, egli non può essere che ἡ γραφη «la Scrittura»; ma è meglio prendere il verbo impersonalmente e dire come diciamo noi: Perciò o, Ecco perchè è detto...

L'apostolo desidera qui illustrare quanto ha detto, con un testo scritturale. Ei cita il passo Salmi 68:19, nel quale è parlato d'un trionfatore che, salito in alto, distribuisce dei doni. Chi sarà mai, questo trionfatore? si domanda l'apostolo. Niun mortale è salito in cielo; Dio non ne è disceso; non si, può dunque trattare qui che del Cristo, che è il solo il quale sia ad un tempo disceso e risalito; e siccome egli vi risiede definitivamente, è anche lui che distribuisce i doni dello Spirito Atti 2:33 e vivifica così il corpo intero della Chiesa. «Il ragionamento», dice il Reuss, «è perfettamente chiaro; non v'è che una difficoltà soltanto da risolvere; questa: che la citazione non è d'accordo nè col testo ebraico, nè col testo greco del Salmo, nei quali manca precisamente la parola essenziale su cui riposa tutta quanta l'argomentazione». Difatti, non soltanto nell'originale e nel greco dei LXX i verbi son tutti alla seconda persona mentre qui sono alla terza: ma l'ultima clausola del passo ha una disperante discrepanza. L'ebraico ed il greco dicono:

TU HAI RICEVUTO dei doni fra gli uomini;

e Paolo, invece:

EGLI HA FATTO dei doni agli uomini.

E come si spiega ella questa discrepanza? Diremo noi col Whiston che la lezione di Paolo è quella vera e che quella dell'ebraico e dei LXX è lezione corrotta? Ma coteste le son delle eccentricità, per non dire addirittura delle pazzie. Andrem noi arzigogolando un mondo di fantasticherie con Girolamo, Agostino e con una folla di antichi e moderni? Coteste fantasticherie dimostrano la ingegnosità dell'interprete ma non fanno che torturare inutilmente il testo da cui cercano invano di spremere una qualche soluzione della difficoltà, che soddisfi. Diremo noi che Paolo qui, citando a memoria, non si sia ricordato bene dell'originale e abbia detto uno svarione? Io andrei adagio con questi svarioni apostolici. Gli apostoli avean memoria più felice di quello che c'immaginiamo; e «lo Spirito di verità che li guidava in tutta la verità» Giovanni 16:13, era una guida sicura. Supporremo noi una qualche antica variante nel testo originale? E perchè no? Intanto è notevole il fatto che la versione Siriaca ed Araba e Jarchi, uno dei Targum, hanno il testo nel modo citato da Paolo e dicono: Tu hai dato dei doni ai figliuoli degli uomini. Quant'è a me, io mi fermo all'opinione di Teodoro di Mopsuesta. San Paolo qui non intende nè di citare esattamente nè d'interpretare; ma, secondo l'usuale modo giudaico, adatta al caso suo il passo, sapendo bene che quelli fra i suoi lettori ch'eran familiari col salmo, riconoscerebbero a colpo sicuro e l'alterazione e lo scopo di lei. Dice l'Oltramare, Paolo vuol parlare di doni spirituali accordati al cristiano nella misura della liberalità di Cristo asceso in cielo. Gli passa per la mente una espressione scritturale che lo colpisce, com'essendo «le mot de la situation». Siccome nell'originale il passo dipinge il trionfo di Dio, gli sembra ch'esso mutatis mutandis esprima bene il trionfo di Cristo; e se ne serve in questo senso, senza però identificare nè i fatti nè le persone. E insomma un modo rabbinico d'interpretare del quale Paolo si compiace, e che si trova seguito, per esempio, anche in 1Corinzi 10:4. E chi è che costituisce questo gran numero di prigioni che Cristo ha menato seco? Il Crisostomo risponde «Satana, il peccato e la morte». E sostanzialmente è così; ma non v'è bisogno di specificare troppo. Qui la figura è generica; è la figura di un conquistatore che trionfa, e che si trascina dietro, nel seguito, quelli che ha soggiogato (cfr. Colossesi 2:15. Il testo dice letteralmente così: «Egli menò seco prigione un corpo di prigioni». Cfr. Giudici 5:12 d'onde è forse nata l'espressione del Salmo. Per quel che concerne i doni fatti agli uomini, vedi Atti 2:33.

9 Or questa espressione «salito» che vuol ella dire se non che egli era anche disceso in queste regioni inferiori della terra,

Che s'ha egli da intendere per queste regioni inferiori della terra?

Il Crisostomo e i Padri greci in generale, rispondono: «la tomba»; e citano: Genesi 44:29; Salmi 142:7. Tertulliano, Ireneo e Girolamo e molti moderni, fra i quali il Bengel, lo Olshausen. il Meyer (ultime edizioni), l'Alford, lo Ellicott ed altri, rispondono invece:«lo Hades, o il luogo dove vivono gli spiriti dei trapassati». Tomaso d'Aquino, il Beza, il Calvino, il Grozio, il Bengel, il Meier, il Meyer, il De Wette, lo Eadie, lo Abbott, il Reuss e tanti altri, dal canto loro rispondono: «la terra». Per loro quell'inferiori aggiunto alle regioni della terra, non è che l'antitesi delle regioni superiori dei cieli. E noi accettiamo quest'ultima interpretazione e diciamo col Reuss: «L'espressione: Egli è disceso nelle regioni inferiori della terra è presa qui semplicemente nella sua antitesi con le altezze del cielo; il parallelismo è completo e basta a precisare il pensiero dell'autore. Nondimeno i commentatori hanno insistito su codesto comparativo ed hanno creduto poter inferirne che si deve qui alludere ad una località sotterranea, e quindi a quel che si è chiamato la discesa agl'inferi (cfr. 1Pietro 3:18 e seguente). Cotesta idea è positivamente estranea al nostro testo e non servirebbe affatto a completarne o a corroborarne l'argomentazione».

10 Colui che è disceso, è lo stesso di colui che è salito al disopra di tutti i cieli, allo scopo di completare ogni cosa

Lo stesso Gesù che discese in terra è lo stesso Gesù che salì al cielo. Il mutamento di luogo e di condizione non ha mutato la persona; e per conoscere a fondo il carattere del Signore asceso, del Donator munifico, convien meditare, riflettere sulla evoluzione della sua vita in terra. E qual maraviglia se un cuore che si addimostrò in terra così tenero, così ricco di simpatia e d'amore, così generoso, qual meraviglia, dico, se si compiace oggi, di lassù, diffonder fra gli uomini tanti doni e tanti tesori spirituali?

Al di sopra di tutti i cieli.

V'è qui probabilmente un'allusione ai sette cieli dei giudei (cfr. 2Corinzi 12:2; Ebrei 4:14). Nel

completare ogni cosa

è un'eco evidente di Efesini 1:23.

11 Ed è lui che ha dato agli uni d'essere apostoli; ad altri d'esser profeti; ad altri d'esser evangelisti; ad altri d'esser pastori e dottori...

L'apostolo passa a mostrare i doni di cui ha parlato, nella realtà della storia e dell'esperienza, e sopra tutto a presentarli dal punto di vista dello scopo loro. Ma mentre altrove egli ne presenta delle categorie più svariate 1Corinzi 12:8 seg. e 1Corinzi 12:28 seg; Romani 12:4-8, qui egli si limita a menzionare quei doni che servono immediatamente alla direzione spirituale della Chiesa, alla educazione religiosa e morale dei componenti la Chiesa. E questo fa, non per restringere l'ambito dell'azione divina, ma per non divagare; per non perdere di vista l'idea particolare dell'unità fondamentale della Chiesa che rimane tale malgrado l'immensa varietà dei doni; idea che lo preoccupa, e dalla quale non si dipartirà mai dal principio alla fine del brano.

È lui che ha dato.

E qui abbiamo l'addentellato intimo con la citazione del Salmo: «Ed ha fatto dei doni agii uomini...» È come se dicesse: «E questi sono i doni ch'Egli ha fatto». L'apostolo non vuole accentuare semplicemente il fatto della istituzione degli uffici nella Chiesa; ma vuole accentuare il fatto che cotesti uffici eran tanti doni che Cristo avea fatto alla Chiesa. Cristo dette e dà le persone, la Chiesa affidò ed affida loro l'ufficio Atti 13:2; 14:23.

Agli uni d'essere apostoli. Apostolo

(messo, mandato, messaggero) è titolo vasto, eminentemente comprensivo. V'è un apostolato generico e v'è un apostolato speciale. All'apostolato generico appartennero Barnaba Atti 14:4,14; a quel che pare, anche Jacobo, il fratello del Signore 1Corinzi 15:7; Galati 1:19 e Silvano 1Tessalonicesi 2:6. In Ireneo e Tertulliano anche i «settanta» son chiamati apostoli (Iren. II,21,1; Tert. adv. Marc. IV. 24). Secondo i Padri greci, seguiti dal Lightfoot e dal Godet, anche Andronico e Giunia son chiamati «apostoli» in Romani 16:7. In 2Corinzi 8:23; Filippesi 2:25 i messaggeri delle chiese son chiamati: «apostoli delle chiese». All'apostolato speciale appartennero soltanto «gli apostoli di Cristo». Per esser tali essi dovevano

1) aver veduto Cristo 1Corinzi 9:1-2;

2) e sopra tutto, essere stati testimoni oculari della risurrezione di Cristo Atti 1:8,21-23. L'ufficio dell'apostolo non era limitato ad alcuna località speciale.

Ad altri, d'esser profeti.

Il profeta (colui che parla, annunzia, che espone, che spiega; e quindi l'interprete, colui per mezzo del quale Iddio parla) è nominato assieme agli «apostoli» in Efesini 2:20;3:5. Il Crisostomo distingue cosa fra «dottore» o «colui che insegna» e «profeta»: Il «profeta» esprime unicamente quel che lo Spirito gli detta dentro: il «dottore», invece, in quel che esprime mette molto del suo. Lo Eadie dice: «I profeti del Nuovo T. erano, nelle assemblee cristiane, degli ispirati «improvvisatori» che, con istile vibrato e spinti da un impulso irresistibile. ammaestravano la Chiesa e completavano le lezioni degli apostoli i quali eran sempre in giro e non potevano restare a lungo fissi in una identica località. Gli apostoli piantavano e i profeti annaffiavano. I germi innestati dall'uno eran coltivati e tratti a maturazione dall'altro. «Questo è da notare con cura: che l'idea dell'indovinare, del l'annunziare il futuro è idea estranea al termine, tanto etimologicamente, quanto nell'uso classico e nell'uso del Nuovo T: Negli scrittori classici il «profeta» è «l'interprete degli dèi». Per l'uso del Nuovo T. vedi Matteo 26:68; Tito 1:12; Matteo 15:7; e specialmente 1Corinzi 14:3; Atti 15:32. Il corrispondente moderno dell'antico «profeta» è il predicatore cristiano che «edifica, esorta, consola» (cfr. 1Corinzi 14:3; Atti 15:32).

Ad altri d'esser evangelisti.

Gli evangelisti (annunziatori, apportatori di una buona notizia) erano quelli che, subordinati agli apostoli, recavano ai pagani il buon annunzio della salvazione per mezzo di Cristo. Essi se ne andavano di luogo in luogo, recando la meravigliosa istoria della salvazione per la croce; che è la funzione loro era per natura sua, didattica. Entrando in contatto con quelli che non frequentavano i luoghi di culto cristiano, li esortavano, li supplicavano d'accettare Cristo come loro Salvatore, senz'alcuna preoccupazione relativa a dettagli di organizzazione, di rito, di disciplina ecclesiastica. Il termine si trova tre volte soltanto nel Nuovo T., qui, e in Atti 21:8; 2Timoteo 4:5.

Ad altri, d'esser pastori e dottori.

Il pastore (colui che conduce il gregge a pascere e quindi colui che pasce la mente ed il cuore) e il dottore (il precettore, colui che insegna, che ammaestra) si distinguono dagli uffici già mentovati per questo rispetto: che sono uffici esercitati nell'ambito di una chiesa particolare. L'ufficio che figuratamente si chiama l'ufficio del pastorato, abbraccia senza dubbio gli uffici che ordinariamente e senza velo d'immagini, sono designati col nome giudaico di anziani (greco: presbiteri, riferentesi alla età di colui a cui ufficio è affidato) e col nome greco di sorvegliante (episcopo, vescovo, riferentesi alla qualità, alla natura dell'ufficio stesso). Confr. difatti 1Pietro 5:2; 1Pietro 2:25; Atti 20:28. Siccome il testo non dice: Ad altri d'esser pastori; ad altri, d'esser dottori; ma dice: Ad altri d'esser pastori e dottori (senza ripetere l'articolo τους δε) si può supporre ch'esso intenda considerare l'episcopato e il dottorato come due uffici affidati ad una medesima persona; per il qual senso s'avrebbe ad ammettere che l'insegnamento, regolare e continuo nella Chiesa era allora affidato ai capi delle comunità cristiane, debitamente costituiti. E avrebbe quindi ragione Girolamo che interpretò: «Non enim ait: alios autem pastores et alios magistros, sed alios pastores et magistros, ut qui pastor est, esse debeat et magister». Difatti, il pastore ( ποιμην) di una chiesa cristiana doveva insegnare e governare al tempo stesso. Vedi 1Timoteo 3:2: «Bisogna che il vescovo sia atto ad insegnare» ( δει τον επισκοπον... διδασκικον ειναι) e Tito 1:9. Ciò però non toglie che vi potessero essere e che vi fossero degli altri «dottori» che non aveano cotesta medesima autorità, che non costituivano una categoria speciale, e che si trovavano con gli «episcopi» in relazioni meno strette di cotesti altri.

12 Per il perfezionamento dei santi, in vista del ministerio e della edificazione del corpo di Cristo

In vari modi s'è inteso il nesso di questi tre pensieri del testo. Il nesso più naturale mi par questo, che è raccomandato dal Ruckert, dal Meier, dal De Wette, dall'Eadie e dall'Abbott. «Tutti cotesti doni sono stati dati da Cristo in vista del ministerio e della edificazione del suo corpo, con questo fine ultimo in vista: «il perfezionamento dei santi»». Così, noi facciamo dipendere i due ultimi pensieri, dal primo.

per il perfezionamento dei santi

Pelagio intese «il completamento del numero degli eletti»; e Pelagio sbagliò all'ingrosso. L'idea inclusa nel καταρτισμος, che traduciamo perfezionamento, è questa: «di apparecchiare, disporre uno ad una impresa, col perfezionarlo e renderlo atto alla bisogna». Qui si tratta del lavorio inteso alla evoluzione spirituale e morale dei credenti, il cui ideale dev'essere la perfezione cristiana. Per quel che concerne l'espressione dei santi, vedi Efesini 1:1.

In vista del ministerio:

letteralm. In vista della diaconia, (del servigio); o più esattamente ancora: In vista d'un'opera di servigio. N'è l'uno nè l'altro dei due sostantivi ha l'articolo ( εις εργον διακονιας); ciò vuol dire, che l'apostolo non ha inteso parlar qui «dell'opera del ministerio cristiano» in senso specifico ( το εργον της διακονιας).

Diaconia ( διακονια) e il suo verbo ( διακονεω) sono spesso usati a significare un servizio spirituale, in senso generico (Matteo 20:28; Giovanni 12:26; Atti 6:2; Ebrei 6:10; Atti 6:4; 11:29; 1Corinzi 16:15; 2Corinzi 9:12-13; 11:8; 2Timoteo 4:11; Apocalisse 2:19). E questo è il significato che la parola ha qui nel caso nostro. Che se diaconia ha qui il senso speciale di «ministerio cristiano», bisogna dire che, secondo il passo, tutti quanti «i santi» sono destinati al pastorato ufficiale; il che, evidentemente, non è che volle dunque dire l'apostolo? Questo: I santi, nella loro collettività, godono di questo perfezionamento: e nella loro collettività sono preparati per quest'opera di servigio. La Chiesa, quando difende e promuove con tutti i mezzi leciti e puri la causa di Cristo, compie un servigio in onore del suo glorificato Signore; e cotesto è un ministerio, al quale i santi sono incoraggiati e preparati dal pastorato cristiano.

E della edificazione del corpo di Cristo.

Il «corpo di Cristo» è la sintesi dei credenti. I credenti sono le mistiche membra del corpo mistico di Cristo. L'idea dello edificare, continuare a costruire, ad evolvere, a consolidare il corpo di Cristo, è chiara e non ha bisogno di commento. Le idee contenute nel termine edificazione, abbiamo vedute in Efesini 2:22; quelle contenute nella espressione corpo di Cristo, in Efesini 1:2-3. Notiamo soltanto che l'idea ch'è nascosta sotto il velarne dell'immagine dell'«edificare» e quella ch'è nascosta sotto il velame dell'altra immagine del «corpo» sono idee che non si corrispondono esattamente; ma, come abbiamo già avuto luogo d'osservare in Efesini 3:18, gli antichi erano, in questo, meno schizzinosi di noi.

13 Finchè tutti siamo arrivati all'unita della fede e della conoscenza, del Figliuolo di Dio, a una maturità virile, all'altezza della statura perfetti di Cristo.

Finchè tutti. Girolamo intendeva: «tutti gli uomini»; ma errava perchè non teneva conto del contesto. I tutti sono i santi del contesto: «tutti i credenti».

L'unità della fede ha per suo contrapposto lo «sballottati dalle onde» ed il «portati via da ogni vento di dottrina» di Efesini 4:14. «Contrarius unitati est omnis ventus» dice il Bengel.

E della conoscenza.

Conoscenza qui non è un semplice esplicativo di fede, ma esprime un altro concetto a se; è la επιγνωσις; una conoscenza non superficiale, ma intima, profonda, sperimentale (vedi Efesini 1:17). del Figliuol di Dio.

Il Figliuol di Dio è per l'apostolo l'oggetto specifico della fede e di cotesta conoscenza cristiana.

A una maturità virile contrapposto al «non siam più bambini» di Efesini 4:14. Cfr. 1Corinzi 2:6; 3:1. Che cosa l'apostolo intenda per questa maturità virile, dice con la espressione parallela, 1all'altezza della statura perfetta di Cristo. Il Diodati traduce «alla misura dell'età matura della pienezza di Cristo»: e il Martini: «alla misura dell'età piena di Cristo». Il testo dice letteralm., «all'altezza della statura (o alla misura dell'età piena) della pienezza (o perfezione) di Cristo». L'espressione εις μετρον ἡλικιας può significar le due cose: l'«altezza della statura» o la «misura dell'età». Si tratta di scegliere; ed io, con Erasmo, col Beza, col Grozio, col Bengel, con lo Stier, col Reuss opto per: «l'altezza della statura» perchè è il modo che mi sembra più in armonia con la immagine dell'apostolo. Il corpo, dice l'apostolo, «cresce... per arrivare a colui che è il capo» Efesini 4:15. «Da Cristo il corpo trae il proprio sviluppo» Efesini 4:16. Evidentemente qui si tratta di uno sviluppo della statura. E il corpo arriva alla «maturità virile» che l'apostolo chiama «la statura perfetta di Cristo», quando sarà in tutto e per tutto diventato simile al Figliuolo di Dio. Allora, sarà arrivato alla perfezione.

14 Egli vuole intanto che noi non siam più dei bambini, sballottati qua e là e portati via da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per la furberia loro a macchinar l'errore

L'originale dice: «Affinchè non siamo più dei bambini ecc.» Ma l' ινα del testo non si connette qui con Efesini 4:13; perchè è evidente che noi non arriviamo alla «maturità virile» affin di continuare a crescere ecc.» Efesini 4:14-15. Efesini 4:13 esprime l'ideale a cui il cristiano deve tendere: «la maturità virile, l'altezza della statura perfetta di Cristo». Efesini 4:14 esprime quel che conviene che tacciamo adesso, mentre muoviamo verso lo scopo. L' ινα dunque si connette logicamente non con Efesini 4:13 ma con tutto quanto il brano; e introduce un pensiero nuovo, ch'è la grande lezione pratica che preme all'apostolo inculcare. Ecco la ragione del mio «punto fermo» e dell'«intanto» nella mia traduzione.

Egli vuole intanto... che non siamo più dei bambini,

i quali sono naturalmente più degli altri esposti ad ogni sorta. di perniciose influenze.

Sballottati qua e lì e portati via da ogni vento di dottrina.

Cfr. Giacomo 1:8; Giuda 1:12; Ebrei 13:9.

1Per la frode

degli uomini. Il termine κυβεια del testo significa «il giuoco dei dadi»; e poi, «baratteria, imbroglio, inganno, frode».

Per la furberia loro a macchinar terrore.

Letter «Per furberia mirante all'astuzia (alle macchinazioni) dell'errore (con cui l'errore si fa strada)».

15 Ma che, fedeli alla verità, noi continuiamo a crescere in ogni rispetto nell'amore

Il verbo αληθευειν che il Diodati rende per «seguitando verità» io traduco «fedeli alla verità». Questi verbi in ευω esprimono sempre l'attuazione, la pratica dell'idea ch'è implicata nel loro corrispondente sostantivo εια. Qui il sostantivo è αληθεια «verità»; il verbo quindi esprime il «vivere conformemente alla verità», il «mettere in pratica quel che la verità comanda», il «mantenersi, in una parola, fedeli alla verità». Quanto a quell'inciso nell'amore, esso è variamente inteso. Il Diodati, con vari interpreti, come il Valla, Erasmo, Calvino ecc., lo mette in immediato contatto col «fedeli alla verità, nell'amore»; o, più chiaramente: «fedeli alla verità in uno spirito d'amore». Io, con lo Harless, l'Olshausen., lo Eadie, preferisco connetterlo col «continuiamo a crescere». L'atmosfera naturale in cui l'io rinnovato dallo Spirito di Dio si evolve, è l'amore.

In ogni rispetto;

così rendiamo il τα παντα. In tutto quello che propriamente si riferisce a cotesto «corpo», il cristiano è chiamato a crescere.

Per arrivare ai colui che è li capo, cioè a Cristo

che è l'ideale e dal quale tutto quanto il corpo trae il proprio sviluppo Efesini 4:16. L'apostolo è partito dall'idea del bambino che deve tendere ad un'ideale di maturità virile; la menzione dell'ideale ( εις αυτον) gli suggerisce adesso un altro concetto; il concetto profondo delle relazioni che passano tra Cristo, il capo, e lo sviluppo del corpo Efesini 4:16.

16 Da lui li corpo intero, ben organizzato, ben concatenato mediante l'aiuto fornito da tutte le articolazioni, da lui, dico, trae il proprio sviluppo, nella, misura del vigore di ogni singola parte, per edificar se stesso nell'amore.

Traduco: Il corpo intero ben organizzato; il verbo συναρμολογεω del testo, che equivale a συναρμοζω, significa: «dispongo in ordine, collego, riunisco»; qui, dunque, trattandosi del corpo, diremo «ben coordinato» o «solidamente organizzato» e simili.

Ben concatenato;

il verbo è συμβιβαζω che vale «metto assieme, unisco, concateno ecc.».

Mediante l'aiuto fornito da tutte le articolazioni.

La traduzione qui non è facile. Il Diodati dice: «Per tutte le giunture della somministrazione», ed è un «rebus». Il Martini: «Per via di tutte le giunture di comunicazione»; ed è più intelligibile. Lo ἁφη del testo è stato variamente tradotto. Chi lo rende per «giuntura, congiuntura» (Vulgata, Diodati, Martini e una folla di moderni); altri, per «sensazione» (Teodoreto, Meyer), altri, finalmente, per «contatto» (Abbott, Lightfoot). Io, col più degli interpreti, lo prendo, nel senso di Colossesi 2:19 e traduco con la Vulgata: «junetura», giuntura: e qui, trattandosi del corpo: articolazione. La επιχορηνια, vale, in senso generale, «prestazione d'aiuto, di soccorso». Io, con il Grozio, il De Wette e lo Eadie, la prendo qui nel senso dell'aiuto, del soccorso che l'articolazione dà nel tener ben coordinato e concatenato il corpo. «Da lui il corpo intero, ben organizzato, ben concatenato per mezzo d'ogni articolazione la cui funzione è appunto di concorrere a cotest'opera di coordinamento e di concatenamento...» E traduco quindi: «Mediante l'aiuto fornito da tutte le articolazioni».

Da lui, dico, trae il proprio sviluppo, nella misura del vigore di ogni singola parte.

Qualche interprete connette il «nella misura del vigore ecc.» Col participio «ben concatenato»: e intende: «Da lui il corpo intero, ben coordinato, ben concatenato mediante l'aiuto fornito da tutte le articolazioni, nella misura dell'energia ecc.» Ma è un errore. Il solido concatenamento di tutto il corpo non dipende soltanto dal vigore o dall'energia (secondo l'originale) che pervade ogni singolo membro del corpo; ma dipende dal retto funzionamento delle articolazioni. È «lo sviluppo» del corpo, invece, che dipende dalla energia vitale delle singole membra. Quindi, il nostro modo di tradurre.

Per edificar se stesso nell'amore.

Il grande scopo dello sviluppo è «l'edificar se stesso nell'amore»; o, per uscire dall'immagine: «il crescere, l'evolversi, il perfezionarsi nell'amore». L'amore, anche qui, è l'elemento, l'atmosfera che rende possibile lo sviluppo del corpo.

Riflessioni

1. Riflettiamo al conforto che sgorga da questa identificazione che l'apostolo fa del Cristo «disceso» col Cristo «salito al di sopra, di tutti i cieli» Efesini 4:10. Quel Gesù che nacque povero, che scampò per miracolo dall'ira d'Erode, che passò dall'infanzia alla maturità crescendo in statura, in sapienza ed in grazia, che pronunziò le divine parabole, che diè da mangiare agli affamati, consolò gli afflitti, calmò gli ossessi, toccò il lebbroso, risuscitò i morti e pianse al sepolcro di Lazaro; quel Gesù che si fermò stanco al pozzo di Giacobbe, che dall'alto della croce esclamò con le labbra riarse: Ho sete! e in uno slancio di paradisiaco affetto filiale affidò la vedovata madre alle cure del discepolo del cuore, è lo stesso Gesù che dall'alto della sua gloria, con lo stesso amore, con la stessa simpatia e con la stessa generosità d'un tempo, dispensa i suoi doni, che son così essenziali all'unità spirituale della Chiesa.

2. Riassumiamo il pensiero pratico di Efesini 4:11. Cristo dà alla Chiesa i ministri con una varietà di doni, corrispondente alla grande varietà dei bisogni di lei. E la Chiesa, per mezzo di chi ella delega a rappresentarla, riconosce cotesti doni e insedia cotesti ministri nell'ufficio che loro individualmente compete. In questo principio così limpido e trasparente sta implicita la condanna di tre teorie, che hanno anche oggi i loro numerosi e forti rappresentanti:

1) Della teoria che dice: Oggi, Cristo dà alla sua Chiesa dei Pastori e dei Dottori, ma non le dà più nè uomini apostolici, nè profeti, nè evangelisti. È la teoria di quell'aristocrazia ieratica che arriccia il naso quando le si parla dei Moffat, dei Moody, dei Coillard, di Evan Roberts.

2) Della teoria dei Quacqueri e del Plimuttismo, i quali dicono: Cristo non vuole alcun ministerio ufficiale e regolare nella Chiesa. Quello che v'esiste, non è Cristo che l'ha dato; è di creazione umana.

3) Della dottrina irvingiana e cattolico-romana, secondo la quale cotesti «ministri» che Cristo dette e continua a dare alla sua Chiesa, debbono essere o ridotti a un numero determinato, e preciso (Irvingiani), o ficcati nel complicato ingranaggio d'una gerarchia sacerdotale (Cattolicesimo-romano).

3. All'«unità della fede e della conoscenza del Figliuol di Dio», alla «maturità virile», all'«altezza della statura perfetta di Cristo», in una parola, all'ideale Efesini 4:13, può l'uomo arrivare già nella vita presente, o v'arriverà egli soltanto nella vita a venire? Fra gli antichi, il Crisostomo, Teofilatto, Ecumenio. Girolamo pensarono ch'egli vi potesse già arrivare nella vita presente; Teodoreto pensava ch'ell'era cosa dell'avvenire. Dalla allegoria del «crescere del corpo fino alla maturità virile» risulta che, dal punto di vista cristiano, la perfezione non è ottenuta che quando l'uomo sia divenuto in tutto e per tutto simile al Figliuol di Dio. Ora, siccome non v'è alcuno che possa aver la pretensione di dirsi arrivato a tant'altezza, ne consegue che il lavorio del perfezionamento spirituale e morale è un lavorio infinito. «Così, l'unità della fede e della conoscenza di Cristo» dice il Reuss, «nel nostro testo, non è il punto di partenza della carriera cristiana, ma n'è l'ideale, sempre in vista, sempre ambito, mai raggiunto. Questo non stupirà quelli che sanno che cosa Paolo intenda per fede. Certo, s'egli non si trattasse per gli uomini che di mettersi d'accordo intorno ad una serie di tesi teologiche, nulla sarebbe stato più spiccio dell'arrivare a cotesta unità; e la Chiesa cattolica, per esempio, sarebbe già da gran tempo in pieno possesso di cotesto bene supremo, nello stesso modo che le diverse Chiese protestanti hanno creduto d'essere a codesto arrivate con le loro confessioni di fede». Ma è di ben altro che qui si tratta!

4. A proposito dell'«ogni vento di dottrina che porta via i bambini» della fede Efesini 4:14, lo Eadie fa questa riflessione: «Codesti venti mettono gli inesperti in infecondo orgasmo ed in sussulto. È un fenomeno morale comunissimo. V'ha della gente che ha appunto quel tanto d'intelligenza che basta, per disorientarla e per renderla facile preda d'ogni frivola idea ed il trastullo d'ogni novità religiosa. Quanti son quelli che vanno girottolando per tutte le sette, per tutti i partiti, per tutte le confessioni religiose senza sentirsi mai soddisfatti?! Se nell'orgoglio della loro ragione precipitano nel razionalismo, quando si rianno, vanno a cascare nel misticismo. Dagli estremi del legalismo vanno a finire negli estremi dell'antinomianismo dopo aver percorso, a brevi tappe, tutte quante le distanze intermedie. Il Channing discese gradualmente dal Calvinismo all'Unitarismo. Altri, come lo Schlegel, passarono con veloce transizione dal nichilismo protestante, al pietismo ed alla superstizione del papismo. Ogni vero progresso spirituale richiede come cose indispensabili: determinazione e fermezza. Non v'è che un'unica forma di dottrina che sia utile; tutte quante le deviazioni da codesta forma sono dannose».

5. L'immagine di Efesini 4:16 è divinamente grafica, scultoria. Il corpo ha dal capo la sua vitalità e l'energia onde si sviluppa. La Chiesa ha il suo nesso vivente col suo vivente Capo; ed ove codesto nesso venisse a rompersi, la morte spirituale sarebbe inevitabile. Il corpo è ben costruito e ben tenuto assieme per il regolare funzionamento delle articolazioni. Niuna delle parti che lo compongono, è superflua; ognuna è al suo posto; e niuna potrebbe esser mutata dal posto suo senza grave danno. Similmente la Chiesa è stupendamente organizzata e tenuta assieme. Dottrina, disciplina, istituzioni, tutte le cose in lei sono dotate di una mirabile possibilità di reciproco adattamento e addimostrano una ineffabile armonia nel tutto a cui appartengono. Il corpo trae il proprio sviluppo nella misura non soltanto della energia che passa per i meandri del tutto, ma anche nella misura della energia che passa per i meandri d'ogni singola parte. Lo sviluppo del corpo non si ottiene per agenti esterni. È il corpo stesso che elabora i materiali che determinano il proprio sviluppo. E così è nel corpo spirituale. Ei possiede un'energia divina; e codesta energia egli possiede in tutte quante le sue parti, che son quelle che danno al corpo di arrivare al suo sviluppo spirituale. L'energia divina pervade pastori e membri di chiesa, evangelisti, anziani e diaconi, maestre e maestri e in tutti e per tutti determina un qualche progresso. E non v'ha individuo o istituzione che nella Chiesa sia di troppo. Il risultato di tutto codesto è che la Chiesa è edificata per l'amore. L'amore è l'elemento d'ogni progresso spirituale. L'amore riempie di se stesso la natura che lo Spirito ha rinnovata, ed è la misteriosa ma pur reale virtù onde il corpo mistico di Cristo si evolve, mirando all'ideale.

17 2) COME INDIVIDUI: Efesini 4:17-5:20.

a) Spogliando l'uomo vecchio: Efesini 4:17-24.

Ecco dunque duello ch'io vi dico, e di cui v i scongiuro nel nome del Signore

L'apostolo comincia qui a contrapporre la vita nuova in Cristo con le sue tendenze e le sue manifestazioni, alla vita anteriore, alla vita pagana dei suoi lettori. La vita ch'egli descrive, forse, non era stata precisamente la vita di tutti quanti i suoi lettori presi individualmente; la descrizione ch'ei ne dà, egli la desume dalla esperienza generale; la quale, appunto perchè così «generale», non dava alle «eccezioni» il diritto di protestare in nome della loro nazione o della loro religione (cfr. 1Corinzi 6:11).

Nel nome del signore.

Cfr. Romani 9:1; 1Tessalonicesi 4:1. Si tratta di un precetto apostolico, e Paolo afferma, con questa formula, ch'egli parla «con autorità». Ma v'è di più; egli vive in comunione col Signore, e in comunione col Signore vivono anche i cristiani ai quali egli scrive; egli s'aspetta quindi che i suoi lettori vogliano accettare il precetto nello spirito nel quale lo detta l'apostolo; vale a dire: «nello spirito del Signore».

Che non viviate più come vivono i pagani che, nella vacuità della loro ragione, avendo l'intelligenza loro oscurata, sono estranei alla vita di Dio».

Letteralmente: «Che non camminiate più»; è la vita abituale, che l'apostolo suole esprimere con la figura di un «camminare» (Vedi Efesini 2:2).

Nella vacuità della loro ragione.

La ματαια che traduco per vacuità esprime la falsità e la vanità del pensiero di qualcuno (cfr. Romani 1:21). Osservisi qui la grafica descrizione del carattere morale e intellettuale del paganesimo. Ogni sua energia si perdea senza frutto. Per l'«oscuramento della intelligenza» cfr. Romani 1:21.

18 Sono estranei alla vita di Dio.

Questa frase non vuol dire: «Sono estranei alla vita secondo Dio», o «conforme ai comandamenti di Dio». S'ella volesse dir semplicemente codesto, l'apostolo affermerebbe qui cosa molto debole, per non dire addirittura «oziosa» come nota il Reuss. No; qui v'è qualcosa di più profondo. La «vita di Dio» è la vita, come dice il Beza, «qua Deus vivit in suis»; la vita spirituale della quale il Bengel diceva «accenditur in credentibus ex ipsa Dei vita». La «vita di Dio», insomma qui non è semplicemente la vita onesta e virtuosa, ma è la vita che vien da alto, la vita reale, la vita che ha in se il germe della pace, della gioia, della eternità.

A motivo della ignoranza nella quale si trovano in seguito all'induramento del cuor loro.

«Sono estranei alla vita divina, alla vita spirituale», ha detto l'apostolo. Per qual motivo ne sono essi così estranei? A motivo della loro ignoranza; «ignoranza», s'intende, di Dio, del carattere e delle dispensazioni di Dio. E d'onde viene ella codesta ignoranza? Qual'è la causa di codesta ignoranza? L'apostolo risponde: la causa di codesta ignoranza è nell'induramento del cuor loro. La malattia, dunque, comincia nel cuore che va man mano indurandosi. Il cuore così indurito, ridotto al punto da non ricever più alcuna salutare impressione, crea l'indifferenza, l'apatia, il confusionismo, l'ignoranza della mente, la quale a sua volta aliena le anime dalla vera e feconda vita spirituale; e l'io, così alienato da codesta vita divina, non vive più ma vivacchia e finisce inesorabilmente nel fango; e per il fango, nella tenebria della morte.

19 Avendo finito col perdere ogni senso morale, si sono abbandonati alla dissolutezza fino a commettere ogni sorta d'impurità con insaziabile cupidigia

Questo εν πλεονεξια ch'io rendo «con insaziabile cupidigia» «con insaziabile avidità», non è senza difficoltà, ed è quindi variamente inteso. Io accetto l'idea dello Eadie, il quale si ferma al significato usuale del termine, che è «avidità», «cupidigia.», e dice: Questo spirito di ingordigia, di avidità, di cupidigia accompagnava sempre il loro sensuale libertinaggio. L'io li dominava e la loro prevalente sollecitudine era questa: concentrare nell'io tutto quel che potevano qua e là carpire e ch'era atto a recare all'io un qualche lenocinio. Questa «avidità» ed il «sensualismo» che l'accompagna, procedono da una identica radice; e l'una non è che una forma dello sviluppo dell'altro. Il mondo pagano possedette nel modo più intenso codesto spirito di avidità; avidità che si esplicò in una licenza sconfinata ed in una inestinguibile sete d'oro. II mondo pagano potea scialacquare nelle sue dissolutezze e nelle sue lascivie ma in mezzo a tutto codesto, non cessava d'essere insaziabilmente cupido. Il suo valore era emulato dalla sua sordida ingordigia. πλεον! dell'altro! dell'altro! E giunto a posseder quel che agognava, πλεον, πλεον! dell'altro! dell'altro ancora! E tutto, per arrivare a possedere i mezzi di godere per trovare di che pagare il prezzo del suo lusso e della sua libidine».

20 Ma quanti è a voi, non è così che avete imparato a conoscere Cristo

Letteralmente «non è così che avete imparato Cristo».

21 Poichè lo avete udito;

naturalmente, non lui personalmente, ma lui, nella predicazione degli apostoli (Cfr. Efesini 3:2; 1Corinzi 1:23).

Ed in lui siete stati ammaestrati (conformemente alla verità in Gesù).

In lui, vale a dire, nella sua comunione, in unione spirituale con lui. L'ammaestramento che aveano ricevuto dagli apostoli, non era soltanto un qualcosa di teorico; dagli apostoli aveano imparato a conoscere Cristo, avean creduto in lui, ed eran quindi «in lui»; e in questa comunione di spirito con lui, in questa armonia dello spirito loro con lo spirito di Cristo, erano stati ammaestrati.

(Conformemente alla verità in Gesù).

Quest'inciso è variamente inteso. Io intendo così: «Ed in lui siete stati ammaestrati (e l'ammaestramento che è stato dato è perfettamente armonico col genuino insegnamento ( αληθεια, verità) di Gesù), a far questo: per quel che concerne la vostra condotta di prima, a disfarvi ecc...; per quel che concerne lo spirito che ispira ecc...». «Verità», quindi, prendo, con l'Abbott, nel senso di «insegnamento genuino».

In Gesù;

non dice: «in Cristo». Quando si tratta delle antiche promesse fatte ad Israele che prendono forma e corpo e si trasfigurano in una gloriosa realtà vivente, l'apostolo dirà:

Cristo; ma quando inculcherà, come fa qui, l'ubbidienza all'insegnamento pratico del Maestro, è il nome della persona storica che userà, e dirà: Gesù.

22 Per quanto concerne la vostra condotta di prima, a disfarvi del vecchio uomo, che va corrompendosi, cedendo alle ingannatrici passioni

Letteralmente «a spogliare l'uomo vecchio, corrotto secondo le concupiscenze della seduzione». Cfr. Colossesi 3:9.

L'uomo vecchio è l'«io» carnale Romani 7:14,18 detto qui vecchio perchè esisteva già prima della conversione. Questo vecchio «io» nella creatura rigenerata è un usurpatore, e va cacciato. Il termine che traduco per passione ( επιθυμια) esprime ogni desiderio smodato, eccessive. Coteste passioni, dice l'apostolo, col loro fascino diabolico seducono l'«io» carnale, e poco a poco lo corrompono e lo ruinano.

23 Per quel che concerne lo spirito che ispira la vostra intelligenza, ad essere rinnovati

Cfr. Colossesi 3:10. Notisi: Non è la intelligenza che va rinnovata, ma è lo spirito che ispira la intelligenza, quello che ha bisogno d'esser creato a nuovo.

24 E a rivestire l'uomo nuovo che è creato all'immagine di Dio

Cfr. Colossesi 3:10. L'«uomo nuovo» che fa contrasto con l'«uomo vecchio», è la sintesi di quei santi principi e desideri ed affetti che hanno una comune origine, ed un medesimo scopo. Cotest'«io» nuovo non è opera d'uomo: è una creazione; quindi, è un'opera di Dio. E come il primo uomo portò l'Immagine del suo Creatore, così nel nuovo io è l'impronta di Dio Genesi 1:27.

In una giustizia e in una santità, che la verità produce.

La giustizia è quella rettitudine morale che guida l'uomo nuovo in tutte le sue relazioni col prossimo. Riassume tutta quanta la morale cristiana. È la pratica del bene. La santità, invece, o la «pietà», come si potrebbe anche tradurre, concerne le nostre relazioni con Dio, e riassume tutti quanti i sentimenti di fiducia, di venerazione, d'amore, di assoluta subordinazione e d'intera consacrazione, che debbono albergare nel cuor sincero d'un figliuolo di Dio. Le due cose si corrispondono e si completano. La giustizia priva di santità o di pietà, e giustizia monca, difettosa; la santità o la pietà senza giustizia, è una ipocrisia.

Che la verità produce.

Letteralmente: «In giustizia e santità della verità». E in questo genitivo sta, evidentemente, la origine della giustizia e della santità; ond'è che a scanso d'ogni equivoco traduco: «In una giustizia e in una santità che la verità produce».

Riflessioni

1. Nel paganesimo lo smarrimento morale è la conseguenza dell'errore religioso Efesini 4:17-18. (Cfr. Romani 1:19 e seg.); e la storia del paganesimo, in tutte le età ed in tutti i paesi, è una storia di quella che l'apostolo chiama, «varietà della ragione». E cotesta storia, «mutatis mutandis», continua anche oggidì, con questa unica differenza: che la colpa ch'essa implica, è oggi più grave; il danno che fa, più spaventevole e la sua vacuità più meschina che mai. Ed è storia che si evolve anche nel cuore. Fate che nella vacuità del suo ragionare e sedotto dal fascino del male, egli si abitui, a dir di no, ed ostinatamente di no agli appelli della grazia di Dio e dell'amore di Cristo; egli finirà per «indurire»; e nel suo induramento perderà man mano la visione delle cose disopra, comincerà a brancolare nella tenebra della «ignoranza», e andrà man mano allontanandosi da Dio, finchè diventi addirittura estraneo ad ogni «vita divina» e cada morto nella tomba della propria corruzione e del proprio peccato.

2. Efesini 4:18 ha un principio di cui va tenuto conto. «Sono estranei alla vita di Dio», dice l'apostolo, «a motivo della ignoranza nella quale si trovano in seguito all'induramento del cuor loro». La «ignoranza», così di per se, non costituisce una colpa. E una condizione dell'anima suscettibile d'essere illuminata e quindi migliorata. Fra i primi lettori di questa lettera che studiamo, ve n'eran parecchi ch'erano stati e chi sa per quanti anni ciechi della cecità spirituale del paganesimo; ma quando la «ignoranza» risponde agl'inviti di colui ch'è «la luce» con l'induramento del cuore, è allora ch'ella diventa una colpa.

3. «Per quel che concerne lo spirito che ispira la vostra intelligenza, ad essere rinnovati», dice l'apostolo Efesini 4:23. Il «rinnovamento» che si opera nel cristiano convertito, non si effettua nelle sue facoltà, ma nello spirito che anima coteste facoltà. La memoria, le facoltà onde giudichiamo ed amiamo, non mutano nella loro essenza e nel loro modo d'operare; muta lo «intimum mentis», come lo chiamava il Bengel; muta il principio vitale, che dà un nuovo orientamento a coteste facoltà e crea loro tutto un ambito nuovo in cui hanno da esercitarsi.

4. Efesini 4:24 ci offre un prezioso dato dogmatico. In che consista quell'«immagine di Dio» in cui l'uomo fu creato Genesi 1:27, è cosa molto discussa. Per gli uni ella consiste nelle nostre facoltà razionali; per altri, nella nostra immortalità; per altri ancora, nel dominio sulla natura al quale siamo chiamati. Per Paolo ella consiste in quella «giustizia» ed in quella «santità» che sgorgano dalla Verità. Il che basta a dare il crollo a due errori; ad un errore pelagiano e ad un errore cattolico romano. L'errore pelagiano dice che l'uomo fu creato senza carattere morale; l'errore cattolico romano dice che nell'uomo la giustizia originale non fu cosa inerente all'essenza della natura di lui, ma semplicemente un dono addizionale (accedens) fattogli per via di una comunicazione soprannaturale. «Originalis justitiae donum admirable addidit, ac deinde caeteris animantibus praeesse voluit» Catech. Romani I. 2,19. L'uomo, creato «in puris naturalibus», per cotesto dono straordinario, fu dunque primordialmente messo in grado di conoscere e di glorificare il suo Creatore. Ma egli perdette codesto dono a causa del peccato, e diventò quello che diventò. E quanto questa dottrina abbia di artificiale e di meccanico, non è chi non vegga. I riformatori del sec. XVI ben fecero quindi ad abbandonarla e a tornare al pensiero di Paolo, affermando che la «justitia originalis» non fu nell'uomo un qualcosa di meccanicamente aggiuntogli dopo, ma un vero e proprio ed originale elemento della sua natura, quale uscì dalla mano creatrice di Dio. Martin Lutero quindi commentava così il passo genesiaco: «Justitiam originalem non fuisse quoddam donum, quod ad extra accederet, sed fuisse vere naturalem, ita ut natura Adae esset diligere Deum, credere Deo, cognoscere Deum».

25 b) Rivestendo l'uomo nuovo: Efesini 4:25-5:20.

Le otto antitesi nelle quali Paolo ai vizi dell'uomo vecchio contrappone le virtù del nuovo.

1. Menzogna e verità: Efesini 4:25.

Perciò, dunque, rinunziate alla falsità: «Ognuno dica la verità al suo prossimo»; perchè siamo membra gli uni degli altri.

L'apostolo comincia col proscrivere la menzogna per la semplice ragione che l'ultima parola ch'egli avea pronunciata alla fine ciel brano precedente, era stata: «la verità» Colossesi 3:9. L'ognuno dica ecc. è una citazione da Zaccaria 8:16. Il dovere della veracità è qui basato sull'idea religiosa che l'apostolo ha svolta precedentemente, dell'unità del corpo di Cristo:

Perchè siamo membra gli uni degli altri;

e le membra d'un medesimo corpo si suppongon dirette da un medesimo spirito e non si concepisce che possano ingannarsi e nuocersi vicendevolmente.

26 2. Livore e perdono: Efesini 4:26-27

«Nell'ira, non peccate»; il sole non tramonti sopra il vostro cruccio e non date appiglio al diavolo.

La citazione è da Salmi 4:4. L'ira non è qui condannata in modo assoluto. Si danno a volte dei motivi, che legittimamente indignano l'anima Marco 3:5; e Dio stesso e detto talvolta «adirarsi». L'ira degenera in peccato, quando non è provocata da un'ingiustizia, quando eccede, o quando reca danno per soltanto dare sfogo a se stessa. A evitare ch'ella degeneri in peccato, l'apostolo dice: Il sole non tramonti sopra il vostro cruccio; tornate subito alla calma; il giorno dell'ira vostra sia anche il giorno della vostra riconciliazione (il nuovo giorno, per i giudei, cominciava col tramonto).

27 E non date appiglio al diavolo;

letteralm. «non date luogo al diavolo» (cfr. Romani 12:19); non gli date, cioè, luogo ad agire; che è il diavolo approfitta dei momenti nei quali l'uomo non è più padrone di se, per spingerlo nella via del male.

28 3. Furto e beneficenza: Efesini 4:28.

Il ladro non rubi più, ma s'affatichi piuttosto in qualche buon lavoro, con le proprie mani, onde abbia di che dare a colui che è nel bisogno.

Alcuni, non potendosi adattare all'idea che fra i lettori dell'apostolo potessero esserci dei ladri, hanno cercato di attenuare il significato dell' ὁ κλεπτων dell'originale. Cominciò Girolamo col tradurre: Qui furabatur; e lo seguirono il Lutero, il Calvino, Erasmo, il Grozio, il Bullinger, lo Zanchio, lo Holzhausen e altri. Ma non se n'esce; il miglior modo di tradurre il testo è pur sempre quello di dire, come diciamo noi: il ladro. L'apostolo condanna qui ogni sorta di furto. Può darsi ch'egli alluda a qualche forma di furto careggiata specialmente dai fannulloni di cotesti paraggi; ad ogni modo, non c'è poi tanto da far le meraviglie di cotesta espressione. Possiam noi proprio dire che la sarebbe assolutamente fuori di luogo in una lettera indirizzata a qualcuna delle chiese nostre? Il ladro che ubbidisce al precetto dell'apostolo e non soltanto cessa dal rubare agli altri ma permette agli altri di partecipare al frutto dell'onesto suo lavoro, fa anch'egli a modo suo l'esperienza di quanto sia vero il detto del Maestro, che «il dare è più felice cosa del ricevere» Atti 20:35.

29 4. Parole vane e discorsi benefici: Efesini 4:29-30.

Niuna cattiva parola v'esca di bocca; ma se ne avete alcuna buona che edifichi, secondo il bisogno ditela, affinchè faccia del bene a chi l'ode.

Le parole cattive possono essere o quelle che turbano la pace fra gli uomini, o quelle che tradiscono delle inclinazioni malvagie, offendono il pudore e i buoni costumi ed eccitano al male. Gli effetti comuni a tutte coteste parole, possono esser paragonati a una distruzione, a una ruina, operate nella coscienza individuale o nella coscienza sociale. Il contrario di cotesto lavoro di demolizione morale, per l'apostolo è l'edificare; vale a dire, il far crescere, il consolidare moralmente altrui, nel senso del bene.

30 E non contristate quello Spirito Santo di Dio, del quale avete ricevuto il suggello per il giorno della redenzione.

L'apostolo parla a dei cristiani; a degli individui, quindi, che hanno ricevuto lo Spirito Santo. Essi sono la dimora, il tempio dello Spirito 1Corinzi 6:19; Romani 8:9,11; e lo Spirito sarebbe contristato, addolorato, disgustato, se si trovasse costretto a subire una compagnia così equivoca e così antipatica alla sua propria natura, quale sarebbe la compagna di coteste «male parole». L'apostolo, mentovando lo Spirito Santo di Dio, aggiunge:

del quale avete ricevuto il suggello per il giorno della redenzione.

L'idea generale qui è questa: I credenti portano l'impronta di un suggello speciale: cotesto suggello è il suggello dello Spirito Santo; di quello Spirito, cioè, che crea in loro la santità della vita; vale a dire, la loro intera separazione dal male e la loro completa consacrazione al bene. Dio, nel giorno della redenzione, nel giorno cioè in cui li chiamerà da questa vita nell'altra, riconoscerà i suoi da cotesto suggello. E, in immagine, la riproduzione del pensiero di Ebrei 12:14b. Per il dettaglio, vedi Efesini 1:13 per quel che concerne il «suggello dello Spirito»; e Efesini 1:14; Romani 8:23 per la «redenzione». Se in questo passo s'abbia o non s'abbia da cercare la dottrina della «perseveranza finale» dei santi, è questione oziosa. Il testo non ci dà alcun diritto di entrare in cotesti gineprai. Quando si dice ad, un figliuolo: «Bada, se tu fai così e così, tu contristi tuo padre!...» è perfettamente assurdo il mettersi a fantasticare: Cotesto figlio non è egli amato dal padre d'un amore eterno?... E se cotesto figlio contristerà suo padre, il padre che farà egli? lo caccerà egli per sempre dalla casa paterna?...

31 5. Malignità e carità: Efesini 4:31-5:2.

Siano banditi di fra voi ogni acrimonia, ogni collera, ogni animosità, ogni clamore, ogni ingiuria con tutto quello che è malignità.

Πικρια è l'acrimonia; la condizione dell'animo che tiene l'individuo in perpetua asprezza e avvelena ogni parola di lui. Il θυμος, collera, è piuttosto la temporanea tempesta della passione. La οργη è l'animosità, l'ira più calcolata, più duratura del θυμος. È la estrinsecazione violenta del malo animo che cova dentro. Il κραυγη clamore è l'escandescenza, la rovente invettiva dell'uomo giunto al grado più alto della esasperazione. Il greco bestemmia ( βλασψημια) significa è vero, talvolta, l'insulto empie ed atroce gettato in faccia a Dio; ma in generale è la invettiva scagliata a danno dell'onore e della reputazione altrui.

Con tutto quello che è malignità.

Cfr. Colossesi 3:8. Il κακια del testo è termine generico. Non è «cattiveria» in genere ma è «malizia», malignità. «Animi pravitas, quae humanitati et aequitati est opposita».

32 Siate invece buoni gli uni agli altri, pieni di tenerezza, perdonandovi reciprocamente, come anche Dio vi ha perdonati in Cristo

(Cfr. Luca 7:42-43; 2Corinzi 2:10; Colossesi 2:13; 3:13).


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