Efesini 5

1 Fatevi dunque imitatori di Dio

La imitazione di Dio è limitata qui al dovere particolare che l'apostolo inculca (Cfr. Matteo 5:45,48). Clemente, nella Epistola a Diognete, dice: «Reagire contro uno che ci abbia recato del danno, è umano; non vendicarsi di lui è da filosofo; ma rispondergli con un beneficio, è cosa divina che rende gli uomini, in terra, seguaci del Padre che è nei cieli» (Ep. 193).

Da benamati figliuoli.

E un altro motivo che s'aggiunge ai molti che abbiamo già di essere imitatori di Dio. dobbiamo imitarlo non soltanto perchè Egli non si stanca di beneficarci, ma anche perchè siamo dei figliuoli suoi, e dei figliuoli amati d'un amor tenero, perfetto ed eterno. «Se Dio ci ha così amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» 1Giovanni 4:11.

2 Ed applicatevi ad amare, seguendo l'esempio di Cristo che anch'egli v'ha amati.

Letteralm. «E camminate nell'amore». E il modo nel quale deve affermarsi l'imitazione di Dio: amando; vivendo in modo che si vegga che l'amore è la regola della vita nostra. L'Iddio che siam chiamati ad amare, è amore 1Giovanni 4:8. Da chi impareremo ad amare come gli imitatori di Dio debbono amare? Da Cristo.

Seguendo l'esempio di Cristo che anch'egli v'ha amati

e v'ha detto: «Come v'ho amati io, anche voi amatevi gli uni gli altri» Giovanni 13:34.

E per noi ha dato se stesso a Dio in oblazione ed in sacrificio, qual profumo d'odor soave. In quest'oblazione e sacrificio

qualcuno ha voluto veder la distinzione fra offerte «incruente» (oblazioni) e offerte «cruente» (sacrifici); ma è distinzione che tanto il greco classico quanto il greco biblico non ammettono. Le due espressioni, son qui tolte ad imprestito da Salmi 40:6, citato in Ebrei 10:5, dove sono usate semplicemente ad abbracciare tutte quante le specie di offerte cerimoniali.

Qual profumo d'odor soave.

La frase è tolta dall'Antico T. (Cfr. Genesi 8:21; Levitico 1:9,13,17; 2:9,12; 3:5). In senso translato ella torna in 2Corinzi 2:14; e spiegata e ampliata, in Filippesi 4:18. L'immagine nacque, originalmente, dall'idea pagana che il profumo dei sacrifici arsi, dell'incenso e degli squisiti aromi orientali, saliva realmente fino agli dèi, i quali così partecipavano alla sacra festa, assieme agli adoratori. Il pensiero profondo che si nasconde sotto il velame dell'immagine, è questo: Che Dio gradì, e in modo tutto speciale, l'oblazione, il sacrificio che Gesù gli presentò quando se stesso offerse per noi. Che Paolo parla qui di Cristo come di un sacrificio offerto a Dio per noi, è un fatto; il negarlo sarebbe un negare la luce del sole. Ma, ecco il problema: Di qual sorta di sacrificio parla egli? Diciamolo pur subito. L'apostolo qui non parla affatto nè della natura nè del modo della espiazione. Delle relazioni che passano fra il sacrificio di Cristo e il perdono che Dio largisce, l'apostolo non si occupa affatto in questo passo. L'apostolo parla di Dio che in Cristo perdona, e di Cristo che addimostra l'amor suo dando se stesso. Egli si limita qui a presentare il sacrificio di Gesù sotto l'aspetto tutto speciale di una suprema dimostrazione d'amore tanto da parte del Padre quanto da parte del Figlio. E basta. Cercar quindi in questo passo una definizione della natura, della essenza della espiazione, e come taluno fa cercare addirittura la definizione dogmatica della dottrina della «sostituzione», è un cercare delle cose che il teologo non vi troverà mai, se non ce le mette da se. Il Reuss ha quindi ragione di dire: «Siccome l'idea del sacrificio non è in alcun modo sviluppata nel testo, non abbiamo alcun diritto di mettere sul conto dell'apostolo Paolo le definizioni, non del tutto scevre da contraddizioni, che le scuole hanno, a questo proposito, immaginate. Tutto quello che possiamo ritrarre dal nostro passo, si riduce ai due fatti seguenti:

1) Cristo ha versato il suo sangue per amore agli uomini;

2) è ugualmente per amore, che Dio ha gradito codesto sacrificio».

3 6. Impurità e castità: Efesini 5:3-14.

Nè fornicazione, nè alcuna impurità, nè cupidigia siano pur nominate fra voi, come si conviene a dei santi

Non a «dei santi» nel senso di gente arrivata a un grado speciale, raro, trascendentale di moralità. L'apostolo non conosce questa santa «aristocrazia» nell'ambito della vita cristiana; ma «come si conviene a dei cristiani», i quali, se son dei cristiani sul serio, debbono esser dei santi (Vedi Efesini 1:1).

4 Non parole disoneste, non buffonerie, non facezie scurrili, cose tutte sconvenienti, ma piuttosto azioni di grazia

Letteralmente «ma piuttosto rendimento di grazia» ( ευχαριστια). Molti commentatori, fra i quali Girolamo e Clemente Alessandrino, seguiti dal Calvino, dal Semler, dal Meier e da tanti altri, interpretano: «ma piuttosto parole graziose, pie, amabili» (Cfr. Colossesi 4:5); ma, come bene osserva il Reuss, l'uso costante della lingua Colossesi 3:15 è in favore della interpretazione nostra; e si capisce che un uomo i cui pensieri siano concentrati su quel che deve dire a Dio, non corra rischio che la sua lingua si perda in parole disoneste, in buffonerie o in facezie scurrili.

5 Chè, sappiatelo bene, niun impudico, niun impuro, niun avaro (che è un idolatra) ha parte nella eredità del regno di Cristo e di Dio

Per l'avaro che è un idolatra, cfr. Filippesi 3:19; Colossesi 3:5; (e Matteo 6:24).

6 Che niuno vi seduca con dei vani discorsi, perchè gli è per codeste cose che l'ira di Dio viene sugli uomini ribelli

I severi principi del cristianesimo relativi alla condotta eran dei principi nuovi per la pluralità dei greci; e quelli che s'erano aggiunti alla Chiesa, erano senza dubbio spesso esposti ai motteggi ed alle sollecitazioni dei loro antichi correligionari; ecco perchè l'apostolo li mette in guardia contro la «seduzione dei vani discorsi» coi quali la licenza dei costumi era presentata loro come cosa indifferente.

L'ira di Dio.

Dalla nozione d'ira, quando sia applicata a Dio, convien che naturalmente eliminiamo tutto quello che inquina l'ira umana, il risentimento personale, l'agitazione morale che dà alle manifestazioni della indignazione il carattere di vendetta,. In Dio, che è il bene vivente ed assoluto, l'ira è la santa disapprovazione del male e la ferma risoluzione di distruggerlo. Ella non è cosa soltanto del futuro, come vuole il Meyer; nè è cosa soltanto del presente, come intende il Calvino. È cosa del presente e dell'avvenire. Ella viene e «verrà» sugli uomini ribelli; letteralmente «sui figliuoli della disubbidienza, o della ribellione». Per la qual'espressione, vedi Efesini 2:2.

7 Non vi associate dunque con cotestoro...

8 Poichè un tempo eravate tenebre; ma adesso siete luce nel Signore. Conducetevi come figliuoli di luce.

Letteralmente: «Camminate come figliuoli di luce».

9 Chè il frutto della luce consiste in tutto ciò che è buono, e giusto e vero

Letteralmente: «in ogni bontà e giustizia e verità»; vale a dire: «in ogni specie di bontà ecc.». Per l'allegoria delle «luce» e delle «tenebre» vedi 1Tessalonicesi 5:4 seg. Romani 2:19; 13:12 ecc. La stessa antitesi abbiamo trovata più sopra in Efesini 2:11; 4:17: I «frutti della luce» sono le qualità di colui che cammina nella luce, ossia che è illuminato dallo Spirito di Dio. «La bontà», dice il Reuss, «si riferisce qui alle disposizioni interiori; la giustizia, al valore degli atti; e la verità, alla sincerità delle convinzioni».

10 Esaminate ciò che è piace al Signore.

11 e non prendete parte di sorta nelle opere sterili delle tenebre; anzi, piuttosto riprovatele:

Esaminate... L'ubbidienza del cristiano non è frutto di una cieca, passiva, irriflessiva o tradizionale sottomissione, ma è un atto ragionevole e ragionato, che si basa sopra una chiara percezione ed un esame scrupoloso della legge e della volontà di Cristo Romani 12:2; Filippesi 1:10; 1Tessalonicesi 5:20.

Le opere delle tenebre son chiamate sterili;

e s'intende, sterili di frutti per la vita; dei frutti per la morte ne portano, purtroppo, ad esuberanza. Girolamo commentò così: «Vitia in semet ipsa finiuntur et pereunt; virtutes frugibus pullulant et redundant».

Riprovatele!

Il Reuss traduce: «Additatele con severità»; e altri: «Condannatele»!

12 Poichè fa vergogna soltanto il dire quello che codesta gente fa in segreto

13 Ma tutte coteste cose, quando son così riprovate, sono manifestate dalla luce; che tutto quello che è manifestato, diventa luce

Il Reuss così commenta questo brano: «L'apostolo ha raccomandato ai suoi lettori di non partecipare a coteste opere delle tenebre. Ed aggiunge subito. E v'ha qualcosa di meglio a fare; stimatizzatele! ditelo alto e forte l'orrore che v'ispirano (il verbo greco del testo significa ad un tempo «dimostrare» e «biasimare»). Che è gli eccessi delle passioni più vergognose (Romani 1:26 seg.) sono mali che fanno disgusto soltanto a pensarvi e che, uno si perita a parlarne. Ragion di più per non tacersi per parlar alto e forte, affin di confondere gli uni e di mettere in guardia gli altri; che (letteralmente) ciò che è a cotesto modo segnato a dito (e biasimato) è manifestato dalla luce (è messo in piena luce); e tutto ciò che è manifestato, è luce (vale a dire, non può più rimanere nascosto). L'apostolo vuol ricordare che v'hanno dei vizi che non son pericolosi che fin tanto che rimangono nell'ombra; e che quando siano messi in piena luce, non esercitano più alcun fascino, ma l'anno piuttosto disgusto». A voler quindi tradurre il brano in modo limpido e trasparente, si potrebbe dire, parafrasando un po': «Cercate di scoprire ciò che piace al Signore Efesini 5:10 e non prendete parte di sorta nelle opere delle tenebre, dalle quali niun bene può venire; al contrario, stimatizzatele! Efesini 5:11. Poichè ell'è cosa degradante il soltanto parlare delle cose che codesta gente fa in segreto Efesini 5:12. Tutte coteste azioni, quando siano stimatizzate, hanno il loro vero carattere reso manifesto dalla luce; dappoiché tutto quello che ha il suo vero e proprio carattere reso manifesto, è chiaro come la luce Efesini 5:13».

14 Per questo è detto: - Risvegliati, o tu che dormi - e risorgi dai morti - e t'illuminerà Cristo

Il senso di queste parole non è difficile in se. Si tratta evidentemente d'un appello energico rivolto a quelli che sono come immersi nel torpore mortale del peccato, perchè aprano finalmente gli occhi alla luce vivificante di Cristo. La difficoltà, dico, non è nel senso delle parole, nè nel nesso delle parole col contesto; la difficoltà, qui, è d'altra natura. Si tratta di una citazione:

Per questo è detto...:

Ma di dove l'apostolo citi, è addirittura, un mistero. Il passo è un fatto che, così com'è, non si trova nelle Scritture canoniche. Girolamo stesso l'ammette, dicendo: «Omnes editiones veterurn scripturarum ipsaque Hebraeorum volumina eventilans numquam hoc scriptum reperi». E allora? Allora la fantasia dei commentatori s'è sbrigliata. Non pochi moderni hanno creduto trovare l'originale della citazione in Isaia 60:1; citazione che sarebbe riprodotta dall'apostolo non verbalmente, ma nell'essenza, nella sostanza sua. Il male è che, invece, lo studio del testo dimostra che, se mai, in cotesto caso, si tratterebbe di una citazione che sarebbe simile all'originale, quanto alla forma; ma ciel tutto a lui dissimile, quanto alla sostanza. Altri hanno cercato l'originale della citazione in una combinazione di vari passi, quali Isaia 9:2; 26:19; 52:1; ma con poca fortuna. Quando le parole del profeta son così completamente mutate, non v'è più luogo a parlare di «citazione», e il per questo è detto è fuor di luogo. Il Meyer si sforza di conciliare il fatto che qui si tratta di una citazione da un libro canonico col fatto che nei libri canonici cotesta citazione non si trova, dicendo che Paolo, per un errore di memoria, cita qui il passo d'un apocrifo come se fosse un passo canonico. Ma l'apostolo conosceva di sicuro il suo Antico T. molto meglio di quello che il Meyer s'immagini. L'idea che si tratti della citazione da un qualche libro apocrifo, l'ebbe già Girolamo; e altri, messisi in questo diri zzone, hanno rincarato la dose, e hanno dato addirittura il nome del libro citato: per Epifanio era la Profezia di Elia; per Giorgio Syncello, un libro di Geremia; per il chiosatore marginale del Codice G, il libro di Enoc. Ma come si spiega quel Cristo nel passo di un apocrifo dell'Antico T.? E poi, l'impronta del passo, non è chi nol vegga, è impronta manifestamente cristiana. E non ci occupiamo delle stramberie che si son dette a questo proposito. La difficoltà è remossa se ammettiamo, come deve essere ammesso, che l'è detto non vuol sempre significare esclusivamente: «Dio dice», o: «nelle scritture è detto». La formula λεγει significa: Dice... È detto, in generale. E perchè non si tratterebbe qui di una citazione da qualche formulario liturgico o da qualche inno? Il carattere ritmico della citazione non accenna egli a cotesta soluzione del problema? Il Reuss ha un bel dire: «Cotesto libro di cantici della Chiesa primitiva non ha esistito che nella immaginazione di qualche commentatore moderno». Ma, in una Chiesa come la primitiva in cui troviamo abbondanza di profeti improvvisatori e di poeti, le espressioni liturgiche e gl'inni ispirati non dovevano mancare. Cfr. Efesini 5:18-19; Colossesi 3:16. Chi sa che l'apostolo non ci abbia qui dato un esempio di quei «salmi e di quegl'inni spirituali ch'erano ad un tempo degli «inni» e degli «ammaestramenti» e delle «esortazioni». L'idea che qui si tratti di una citazione liturgica è sostenuta dal Barry, dall'Ewald, dal Braune, dal von Soden e dall'Abbott. Anche 1Timoteo 3:16 ha probabilmente un'origine analoga.

15 7. Insensataggine e saviezza: Efesini 5:15-17.

Guardate dunque, con diligenza, com'è che vi conducete

Il dunque qui equivale a, «Per tornare a noi», «per tornare alla nostra esortazione». Letteralmente: «Come è che camminate».

16 Non da insensati, ma da gente savia; approfittando delle opportunità, perchè i tempi (lett. i giorni) sono cattivi.

Lo εξαγαραζομενοι τον καιρον che io rendo per «approfittando delle opportunità» è variamente tradotto. Il Diodati dice: «Ricomperando il tempo»; ma, disgraziatamente, il tempo non è merce che si possa comperare. L'idea inclusa nel termine originale, e questa «Comperare o riscattare dalle mani d'un altro, per conto proprio (forma media del verbo), non il tempo (che direbbe: τον χρονον), ma l'opportunità ( τον καιρον). L'idea è chiara: Si tratta di riscattare, di far sua, di cogliere l'opportunità, l'occasione che si presenta, per servircene a fine buono e pietoso. Insistere troppo sull'idea del «comperare» per fantasticare sul da chi la si deve comprare («dagli scellerati» secondo il Bengel e «dal diavolo» secondo il Calvino) o sul prezzo a cui la si deve comprare («a costo d'ogni cosa» dice il Crisostomo), è un arzigogolare sterile e vano.

Perché i tempi sono cattivi:

s'intende: moralmente cattivi; ragione più urgente che mai, quindi, di cogliere a volo l'opportunità che si presenta per seminare il buon seme.

17 Perciò non siate sconsigliati, ma capite bene qual sia la volontà del Signore.

Perciò,

non perchè «i tempi sono cattivi», ma perchè siamo esortati a condurci bene Efesini 5:15, non siate αφρονες. Lo αφρων è colui che non fa uso delle sue facoltà razionali.

18 8. Ebbrezza carnale e gioia spirituale: Efesini 5:18-20.

E non v'inebriate di vino; ciò porta alla dissolutezza

(Cfr. 1Tessalonicesi 5:7; Proverbi 20:1; 23:20).

Ciò porta alla dissolutezza.

Non è il vino che porta alla dissolutezza, ma l'eccesso del vino, l'«inebriarsi di vino che mena alla ασωτια, alla «dissolutezza». Se il termine va fatto derivare da σωζω con l' α privativo, in cotesta parola è tutto il quadro degli effetti tremendi della intemperanza: «una condizione che non lascia più speranza di salvezza». E difatti, l'aggettivo ασωτος si trova nei classici usato nel senso di «al di là dei limiti d'ogni possibile redenzione». E non è dir troppo. In cotesto vizio è tale un abbandono di tutto l'io alla mercè del demone della intemperanza, che ogni limite è rotto e che sembra vano ogni tentativo di correggere l'individuo che par fatalmente condannato a sempre più sprofondare nel fango e nell'abisso della miseria morale. Sono pochi i vizi che come cotesto lascino così poca speranza di guarigione.

Ma siate ripieni dello Spirito.

E qui il contrasto e il giuoco delle parole è evidente: «Non cercate la ebrietà del vino, ma cercate le sante ebbrezze dello Spirito». «Non v'inebriate di vino, ma siate ripieni dello Spirito».

19 Parlatevi gli uni gli altri con dei Salmi, con degli inni e dei cantici spirituali, cantando e salmodiando di tutto cuore al Signore

Parlatevi gli uni gli altri.

Plinio dice: «Carmen Christo quasi Deo dicere secum invicem» (Ep. X. 97). Il canto sacro antico era di questa natura antifonale. Niceforo Callisto, nella sua Storia XIII. 8, dice addirittura che cotesto modo di cantare era stato tramandato dagli apostoli. Il Salmo, originalmente vien da ψαλλειν «pizzicar la lira», ed era un canto sacro, cantato con accompagnamento di musica strumentale. Col tempo perdette cotesto significato specifico e rimase, così in generale, un componimento poetico, di carattere sacro. La espressione i Salmi serve anche talvolta a significare il «libro dei Salmi» Luca 20:42; Atti 1:20; 13:33. L'inno è pure un componimento poetico di carattere sacro, che ha per nota fondamentale la lode. Agostino definisce così l'inno: «Oportet ut, si sit hymnus, habeat haec tria, et laudem, et Dei, et canticum». L'«inno» nella sua struttura era più elaborato e più solenne dell'ode. I cantici spirituali (letteralm. le odi pneumatiche) erano la espressione improvvisa. di quello che il cor dettava dentro. Sono dette odi spirituali perchè pronunziate per impulso ed ispirazione dello Spirito. I «Salmi» rispondevano bene al bisogno del cuore ed alla mentalità dei convertiti dal giudaismo; gl'inni rispondano meglio al bisogno ed alla mentalità dei convertiti dal paganesimo. Le odi pneumatiche eran cose di natura tutta individuale e momentanea, che aleggiavano per le assemblee cristiane come tante immediate creazioni dello Spirito di Dio.

Cantando.

La caratteristica speciale della Chiesa primitiva è questa: il canto; vale a dire, la espressione di una «allegrezza ineffabile e gloriosa».

Di tutto cuore.

Non con le labbra soltanto, ma con sincerità e con tutta l'anima.

20 Rendete del continuo grazie d'ogni cosa a Dio e Padre

Una vita cristiana senza gratitudine è un fiore senza profumo. E la gratitudine del credente dev'esser continua; non che debba esser «continuamente» espressa a parole; è «il sentimento» della gratitudine, che deve aver la presidenza fra i sentimenti che albergano nel cuore del credente. Cotesta «gratitudine» dev'essere il diapason in mezzo al concerto dei sentimenti cristiani. E di ogni cosa conviene che il credente renda grazie. Non solo delle cose che gli recano piacere, ma anche di quelle che gli recano dolore ma che hanno pur tanta parte nella educazione morale del suo carattere.

A Dio e Padre.

A Dio, cioè, che è anche Padre; vale a dire «Padre nostro».

Nel nome del Signor Gesù Cristo.

Quando il cristiano prega nel nome del suo Signore, prega nella sua qualità di discepolo e con un sentimento di assoluta subordinazione a lui. Quando preghiamo nel nome di Cristo, noi contempliamo in fede Gesù, il nostro Sommo Sacerdote, supplichiamo il Padre nostro inginocchiati in ispirito appiè della croce, profondamente consci di questo fatto; che è soltanto perchè offerta dalle mani di Gesù che la nostra prece sarà gradita a Dio, e che è soltanto per le mani di Gesù che giungerà fino a noi la risposta del Padre.

Riflessioni

1. Cominciamo con una riflessione d'ordine generale. Fra le raccomandazioni dell'apostolo ve ne hanno alcune che fanno l'impressione d'essere tanto elementari, da parer quasi superflue; e ve ne hanno di quelle che fanno esclamare: E com'è possibile che dei cristiani che si trovano ancora nei primi entusiasmi della loro conversione, abbiano bisogno di cosiffatte raccomandazioni?... Non bisogna dimenticare, risponde bene il Reuss «che le predicazioni del genere di questa dell'apostolo eran cose presso che sconosciute in mezzo alla società pagana; e che fintanto che la Chiesa cercava fra gli adulti quelli che dovevano comporla, coteste raccomandazioni erano a cotesti adulti molto più necessaire di quel che non possano parere a noi, che noi viviamo in tempi ed in ambienti nei quali l'educazione domestica o prende in parte il loro posto, o per lo meno prepara loro il terreno.

2. L'apostolo comincia con l'inculcare il dovere della sincerità Efesini 5:25. Naturalmente, parlando come fa della falsità, l'apostolo stimmatizza ogni sorta di falsità voluta, cosciente; la falsità, cioè, definita da Agostino per «falsa significatio cum voluntate fallendi». La parola del cristiano, in tutte quante le sue relazioni, dev'essere: Sì Sì, no no» Matteo 5:37. Dalla grande immagine che i cristiani «sono membra gli uni degli altri», il Crisostomo trae argomento per una grafica analogia: «L'occhio non mentisca al piede, nè il piede all'occhio. Se v'è là una buca profonda con l'apertura nascosta da canne e da verdura in guisa da dare all'occhio l'apparenza di terreno sodo, l'occhio non farà egli uso del piede per accertarsi se sotto vi sia del vuoto o se si tratti di terreno stabile e resistente? E il piede dirà egli una bugia o dirà la verità com'è? E se l'occhio scoprisse un serpente o una belva, che farà? mentirà egli al piede?»

3. L'ira provocata dallo spettacolo della iniquità è santa, è un principio istintivo in chi vive nell'atmosfera della virtù, e non può esser quindi un peccato. Peccato diventa quando, avendo noi debolmente fatto dinanzi a lei una successiva serie di atti di dedizione, ella si fa nostra tiranna e ci signoreggia a capriccio. Se un nonnulla ci fa perdere il lume degli occhi, se ad ogni piè sospinto usciam dei gangheri e se quando nessun ci tocca noi arzigogoliamo ogni sorta d'insulti fantastici e diamo in escandescenze, è allora che pecchiamo. E guai se non ci liberiamo subito da cotesti sentimenti. Covati nell'animo, degenerano in inimicizia, in odio, in sete di vendetta. Quindi santa e giusta è la esortazione apostolica: «Il sole non tramonti sul vostro cruccio» Efesini 5:26; vale a dire: Quando il sole tramonti sia cessata l'ira vostra; onde il giorno del vostro cruccio sia anche il giorno della vostra riconciliazione.

4. La menzione del furto Efesini 5:28 dà all'apostolo occasione di formulare un gran principio di morale cristiana: L'astenersi dal male positivo, non è tutto; bisogna a codesta astensione aggiungere la pratica del bene opposto (qui: dare, invece di prendere) e prevenire così, con questa nuova abitudine, ogni tentazione o il pericolo di una ricaduta.

5. Ogni parola equivoca, ogni epiteto inteso a vituperare altrui, ogni frase che nasconda un sentimento d'invidia, di sprezzo, di frode, è parola ed è frase che non dovrebbe mai contaminare labbra cristiane Efesini 5:29-30. La parola del cristiano ha una missione sacra in questa breve ora che fugge, e che si chiama la vita: edificare. Non sempre nè a tutti i costi; ma, come ben diceva Girolamo: «Juxta opportunitatem foci, temporis et personae». E la parola «buona» del cristiano fa sempre del bene a chi l'ode. Può non sempre esser gradita, bene accetta a chi l'ode; e il cristiano non la deve aver questa preoccupazione del «piacerà?...» o: «non piacerà?...». Il cristiano dev'essere sempre onesto, sincero, retto, nel suo parlare; e se anche cotesto suo parlare dovesse spiacere a chi l'ode, non rimarrà neppur allora senza far qualche bene; perchè avrà dato, a chi l'ha udito, motivo a riflettere e pensare.

6. Dio è il prototipo, l'originale; Cristo è la espressione della immagine del Padre, e quindi l'esempio del suo popolo; il cristiano è la «imitazione» la riproduzione di cotesto esempio Efesini 5:1-2. Quello che di Dio è qui proposto alla imitazione cristiana è il perdono generoso. Ed a proposito di questo «perdono cristiano», il Crisostomo ha uno squisito commento. V'è una gran differenza, dic'egli, fra il perdono di Dio ed il nostro; che «se tu perdoni, anche l'altro ti risponderà perdonando; ma a Dio tu non hai perdonato nulla. E tu perdoni uno che è un servo come te; ma Dio perdona al suo servo, al suo nemico, a colui che l'odiava. Ed Egli non perdonò senza danno; ma perdonò col danno del Figliuol suo. Che è, per poterti perdonare, Egli sacrificò il Figliuolo; ma tu, benchè spesso tu vegga che il perdonare ti sarebbe cosa senza danno e senza costo, pur non perdoni!»

7. Nel brano Efesini 5:3-14 l'apostolo si riferisce in modo speciale ai due vizi di cui si è già precedentemente occupato Efesini 4:19, e che erano i più vistosi e i più sparsi nella società pagana: il libertinaggio e la cupidigia. Colossesi 3:5 seg. presenta una utilissima serie di paralleli. Codesti vizi, però, non sono morti; nè dentro nè attorno alle chiese; e dinanzi al dilagare del libertinaggio moderno, e dinanzi alla sfrenata libidine di ricchezze, di potere e di onori che miete migliaia e migliaia di vittime intorno a noi, le esortazioni e le raccomandazioni dell'apostolo sono purtroppo a proposito anche oggi ed assumono una solennità tutta eccezionale. Riflettiamoci sopra, e sul serio.

8. «Conducetevi... non da insensati, ma da gente savia Efesini 5:15». La «saviezza» a cui siam qui esortati, non è saviezza teorica; è saviezza pratica. Dice lo Eadie: Si tratta di quella saviezza «che ci mantiene sulla via della rettitudine, ci guida in mezzo alle tentazioni, e ci addimostra sempre coerenti nel cospetto di quelli che ci osservano. Non v'ha infatti insensatezza maggiore di quella di cui dà prova colui che stimmatizza un peccato, ch'egli stesso commette; che, per esempio, tona contro la bestemmia, e lardella di sagrati la propria filippica!».

9. Con Efesini 5:18 l'apostolo torna alle raccomandazioni speciali, che sono tutte quante unite per un intimo vincolo spirituale. All'ebrietà del vino contrappone le sante ebbrezze create dalla effusione dello Spirito di Dio. Della quale effusione tre effetti egli qui nota, come giustamente osserva il Reuss:

1) Il canto religioso propriamente detto, che serve alla mutua edificazione;

2) La musica sacra, in senso figurato; vale a dire gli accordi che riempiono di celesti armonie l'intimo del cuore e che portano le anime fino a Dio;

3) La preghiera dettata da un senso profondo di riconoscenza Efesini 5:18-20.

21 3) COME FAMIGLIE: Efesini 5:21-6:9.

a) La base della mutua sottomissione: Efesini 5:21.

Sottomettetevi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

Questo passo, per quanto strettamente connesso con quel che precede, dal punto di vista della costruzione, appartiene già ad un nuovo ordine d'idee e si connette naturalmente e logicamente con quel che segue. Si tratta qui di quella mutua sottomissione che è caratteristica speciale della vita cristiana, sia che si tratti della vera e propria subordinazione di certe classi a certe altre, sia che si tratti dei doveri che incombono a coteste classi. La base di cotesta sottomissione è il timore di Cristo; nella qual frase, φοβος, timore, non è terrore, spavento servile ma è quel sentimento alto, solenne, che l'autorità di Cristo ispira. Non è dunque di paura di Cristo che l'apostolo parla; egli parla di una rispettosa e reverente sottomissione a Cristo 2Corinzi 5:11; Atti 9:21; 1Pietro 2:18.

22 b) Le relazioni coniugali: Efesini 5:22-33.

Mogli, siate soggette ai vostri mariti, come al signore,

Nei vostri doveri verso i vostri mariti, siate ispirate da codesto spirito di sottomissione «nel timor del Signore» Efesini 5:21. Il come al Signore riproduce il concetto di Efesini 5:21 e dà esplicitamente una sanzione religiosa ai doveri coniugali.

23 Poichè il marito è capo della donna, come anche Cristo è capo della Chiesa, del suo corpo, del quale Egli è il Salvatore

Il marito è capo della donna.

(Cfr. 1Corinzi 11:3).

Come anche Cristo è capo della Chiesa, del suo corpo, del quale Egli è il Salvatore.

Quest'ultimo inciso può essere inteso in due modi:

1) Come se continuasse il parallelo fra le relazioni di Cristo con la Chiesa, e le relazioni del marito con la moglie; e in questo caso, bisogna dare al termine Salvatore ( σωτηρ) un senso lato, molto più lato di quello che gli si dà di solito. Etimologicamente, la parola greca significa colui che rende qualcuno sano e salvo, che gli assicura la vita e gli procura la salute ed il benessere. In questo senso, il marito sarebbe il «conservatore», l'assicuratore del benessere» della moglie, nello stesso modo che Cristo è il «Conservatore», l'«Assicuratore del benessere «della Chiesa. Così interpretarono il Bucero, il Bullinger, lo Zanchio, Erasmo, il Grozio, il Beza, il De Wette, il Reuss. Ma in codesto senso il nel Nuovo T. non si trova e il parallelismo stiracchiato a codesto punto fa l'impressione d'esser cosa poco naturale.

2) Quest'altra interpretazione par più raccomandabile. L'apostolo, dopo avere stabilito il parallelo fra il primato del marito e quello di Cristo, sente subito quanto v'abbia di imperfetto in codesto parallelo; e s'affretta a mettere in rilievo il punto in cui il parallelo non regge più; e si esprime come se volesse dire: «Il marito è il capo di sua moglie, nello stesso modo che anche Cristo è il capo della Chiesa; quantunque la differenza che passa fra i due primati sia enorme; che è Cristo è egli stesso il Salvatore di quel corpo del quale è il capo; ma pure, nondimeno cotesta enorme differenza, nello stesso modo che la Chiesa è soggetta ecc. Efesini 5:24. «Habet quidem id peculiare Christus, quod est servator ecclesiae; nihilominus sciant mulieres, sibi maritos praesse, Christi exemplo, utcunque pari gratia non polleant» (Calvino).

24 Ma nello stesso modo che la Chiesa è soggetta a Cristo, debbon le mogli esser soggette ai mariti loro, in ogni cosa.

In ogni cosa,

si capisce, che rientri nell'ambito del dovere coniugale. Se il marito oltrepassi i limiti di cotest'ambito, o imponga cosa che offenda la coscienza, cessa, da parte della moglie, il dovere d'ubbidire. L'ubbidienza da parte della moglie, dice lo Eadie «sgorga, dall'affetto e dalla dolcezza stessa della natura della donna, che non è fatta per la virile, robusta indipendenza, ma sente la necessità di qualcuno che la sostenga e la protegga».

25 Mariti, amate le vostre mogli, nel modo che anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei

Il marito che tiranneggia il santuario domestico, tradisce la propria missione. Il suo regno non ha ragion d'essere, se non è un regno clamore. L'apostolo, nello stesso tempo che pone dinanzi agli occhi delle mogli l'esempio della Chiesa nelle sue relazioni con Cristo, pone dinanzi agli occhi dei mariti l'esempio di Cristo nelle sue relazioni con la Chiesa.

26 Affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell'acqua, mediante la Parola, per far comparire dinanzi a se codesta Chiesa, gloriosa, senza, macchia, senza ruga o alcuna cosa simile, ma santa e senza difetto.

Affin di santificarla.

Santificazione è mettere qualcuno o qualcosa da parte, per consacrarlo o consacrarla a Dio; e poi, e «render santo» è comunicazione, cioè, di un nuovo principio di vita divina, per cui il santificato, separato dal male e consacrato al bene, non più per se vive, ma per il suo Signore. Tutte queste idee sono incluse nel «santificarla» del testo.

Dopo averla purificata col lavacro dell'acqua.

Come nello ἁγιαζω (santificare) è l'idea positiva che ho definito, della «santificazione», qui nel καθαριζω (purificare) è l'idea negativa del «purificare» del «rimuovere tutto quello che contamina», dello «allontanare i peccati passati».

Col lavacro dell'acqua.

E qui l'allusione al «battesimo» è evidente; e non ebbe torto il Bengel di chiamar questo passo: «Insigne testimonium de baptisrno». Ma siccome il brano contiene una bella immagine nuziale, prim'ancora del battesimo io vedo in questo lavacro dell'acqua con cui la Chiesa è purificata per prepararsi alle nozze col suo mistico Sposo, un'allusione alle lavande antenuziali, a quel bagno che ( λουτρον νυμφικον) la sposa prendea sempre il giorno prima del matrimonio. Poi vien l'allusione al battesimo il quale è anch'esso un simbolo, eminentemente grafico, della purificazione Atti 2:38; 22.16; Ebrei 10:22. Anche altrove l'apostolo chiama il battesimo il «lavacro della rigenerazione» ( λουτρον παλιγγενεσιας); frase ch'egli s'affretta subito a spiegare con un: «vale a dire», il rinnovellamento dello Spirito Santo» Tito 3:5; Romani 6:3, perchè niuno abbia ad attribuire all'acqua battesimale una virtù che non ha.

Mediante la Parola.

Questo εν ῡηματι è variamente connesso con gli altri membri del passo. Chi lo connette col «santificarla» e intende: «Affin di santificarla con la Parola, dopo averla purificata.., ecc.» (Girolamo, Baumgarten, Winer, Meyer, Reuss, Oltramare); e il senso sarebbe buono; ma cotesto trasporto costassù di un inciso da un punto così lontano della frase, non è di buon gusto esegetico. Chi lo connette col «lavacro dell'acqua» e gli dà il senso di «per mezzo della Parola». E fra questi è Agostino col suo classico: «Detrahe verbum, et quid est aqua nisi aqua? Accedit verbum ad elementum, et fit sacramentum, etiam ipsum tanquam visibile verbum» (Tran. 80 in Joan. 3. Vol. III, pa.g.1840. Migne). Ma cotesto senso di «per mezzo» o «in un con» e simili non è senso che si convenga facilmente all' εν. Altri connettono pure l' εν ῡηματι col «lavacro dell'acqua», ma gli danno un altro significato; quello di: «per l'azione divina della Parola». E fra questi è Lutero con la sua interpretazione classica: «Verbum Dei quod in et cum aqua est» (Picc. Catech.); per significare che il sacramento del battesimo ha un'efficacia salutare e deriva l'efficacia sua dalla Parola sacramentale. Ma io stimo con l'Eadie che se l'apostolo avesse proprio voluto qui insegnarci che il battesimo deriva la sua efficacia dalla Parola, non si sarebbe limitato a dir così troppo laconicamente εν ῡηματι, ma si sarebbe espresso più ampiamente e quindi più chiaramente. Io col Bengel, con lo Harless, con lo Eadie e con altri, connetto l'inciso «mediante la Parola» col «purificata». «Dopo averla purificata col lavacro dell'acqua mediante la Parola, per far comparire ecc.» e intendo così: La Chiesa è purificata simbolicamente «nel lavacro battesimale» ed è purificata effettivamente «mediante la Parola». Il lavacro battesimale simboleggia il perdono dei peccati e la rigenerazione del cuore. E mentre cotesta purificazione ha il suo simbolo nell'acqua, ha nella Parola il mezzo per cui diventa un fatto reale. Così, per me, il ῡημα, la Parola, è il Vangelo; il dativo τω λουτρω (lavacro) è un dativo di modo, e l' εν dello εν ῡηματι (nella Parola) è un εν stromentale. Quella purificazione; infatti, che il battesimo simboleggia, e l'Evangelo che la rende una realtà; l'Evangelo, che convince di peccato, trasforma il cuore e dà un nuovo orientamento alla coscienza.

27 Per far egli stesso comparire dinanzi a se codesta Chiesa, gloriosa, senza macchia, senza ruga o alcuna cosa simile, ma santa e senza difetto

Per far egli stesso comparire dinanzi a se codesta Chiesa...

o «Per presentare egli stesso a se codesta Chiesa». Si tratta della presentazione della sposa allo sposo 1Corinzi 11:2. Quell'egli stesso

mette l'accento sul fatto che Cristo, il quale dà se stesso per santificare la Chiesa, è anche colui che presenta a se stesso la sposa. E v'ha forse un altro che potrebbe presentargliela? Chi mai sarebbe da tanto? Questa presentazione è cosa che avviene già nella vita presente, ma che sarà più pienamente compiuta nell'«al di là». Qui dunque continua l'immagine nuziale. L'augusto Sposo non presenta a se la sposa, finch'ella non sia per cotesta presentazione degnamente preparata.

Gloriosa.

Per l'idea, vedi Apocalisse 19:7-8.

Senza macchia.

Il termine greco σπιλος (meglio σπιλος [con accento sull' ι]) significa fango, mota; quindi «macchia», e metaforicamente, onta.

Senza ruga.

Le rughe o le grinze della faccia sono segno di vecchiaia o di malattia. Per il santa ( ἁγια) vedi Efesini 1:1,4; e per il senza difetto o «immacolata» ( αμωμος) vedi Efesini 1:4.

28 In codesto stesso modo i mariti debbono amare la moglie loro, com'essendo i loro propri corpi. Chi ama sua moglie, se stesso ama.

Com'essendo i loro propri corpi.

Letteralm. «Come i loro propri corpi». Per il che non s'ha da intendere che i mariti debbano amare la moglie loro nel modo ch'essi amano il loro proprio corpo. Se fosse così, una ben povera cosa direbbe qui l'apostolo. L'amore che uno nutre, per il proprio corpo non è cosa di sentimento; è tutta cosa di ragione; è una legge di natura, che l'uomo ha da rispettare, e a cotesto si riduce il suo «dovere» per questo rispetto; ma l'amor coniugale ha la sua base non nella natura razionale ma nel, sentimento dell'uomo. Sta bene che la riflessione v'entra anche lei, e viene a proposito a rafforzare nell'individuo la coscienza del dovere; ma l'amor coniugale, che è eminentemente «altruistico», non potrà mai esser soltanto affar di «natura razionale» come l'amore ch'io porto al mio corpo, e che è eminentemente «egoistico». Altra cosa dunque, volle dire l'apostolo. Questa: «In codesto stesso modo (nel modo, cioè, che Cristo ha amato la Chiesa) Efesini 5:25 debbono i mariti amare la moglie loro. Ed è naturale, se pensate che la moglie è parte integrante del marito. La donna, difatti, è il «corpo» del marito, e il marito è il «capo» della donna». Quindi si capisce che chi ama sua moglie, non fa, in ultima analisi, che amar se stesso. E ad affermare sempre più enfaticamente cotesta «unità personale» della coppia coniugale, l'apostolo citerà, come vedremo, il noto passo genesiaco Efesini 5:31.

29 Chè niuno ebbe mai in odio la sua propria carne, ma la nutre, la circonda di tenere cure, nello stesso modo che Cristo fa per la Chiesa, perchè noi siamo membra del suo corpo.

Niuno ebbe mai in odio la sua propria carne.

Qui l'apostolo sostituisce la parola carne all'altra corpo; e così facendo, sempre ad accentuare il concetto della «unità» dei coniugi, mette il legame coniugale che unisce marito e moglie (capo e corpo), a parallelo col legame naturale che costituisce la persona umana (anima e carne). Tanto l'una quanto l'altra espressione equivale a dire: «Una parte di se stesso», «Cristo nutre la Chiesa, la sostenta con la sua Parola, la educa col suo Spirito, le dà il mezzo di crescere con la pienezza e la varietà dei suoi doni, la risveglia e la ravviva con la sua presenza, e, col suo braccio onnipotente la protegge da ogni danno e dalla distruzione» (Eadie).

30 Perchè noi siamo membra del suo corpo.

Parecchi manoscritti aggiungono qui: «della sua carne e delle sue ossa»; ma il numero e l'autorità di quelli che omettono coteste parole è preponderante, ed io son quindi per l'omissione; tanto più che le son parole che non si potrebbero spiegare che ricorrendo a delle strane stiracchiature. Evidentemente si tratta d'una noterella di qualche copista, al quale parve che il racconto genesiaco si potesse qui sfruttare non soltanto limitandosi come l'apostolo a Genesi 2:24, ma aggiungendo anche Genesi 2:23. Ma il copista non s'immaginava neppur per sogno i grattacapi che, con la sua trovata, avrebbe creato agli esegeti delle età posteriori. Il senso del siamo membra del suo corpo è trasparente. Siamo tali, in quanto siamo membra del corpo mistico che è composto di tutti i credenti; di quel corpo mistico che ha Cristo per capo.

31 Gli è per questo che l'uomo lascerà suo padre e sua madre per unirsi a sua moglie, e i due diverranno un'unica carne

Ed ecco la interpretazione di Girolamo: Il primo profeta Adamo questo profetò circa Cristo e la Chiesa: che il Signore e Salvator nostro avrebbe lasciato il suo Dio e sua madre, la celeste Gerusalemme; che sarebbe venuto in terra a motivo del corpo suo la Chiesa; che la Chiesa avrebb'egli tratta dal suo fianco e che a cagion di lei il Verbo sarebbe stato fatto carne». E così anche parecchi moderni, fra i quali l'Alford, lo Ellicott e il Meyer il quale anzi riferisce coteste parole alla seconda venuta di Gesù! E questo, diciamolo pur tutto d'un fiato, non è più commentare, ma è addirittura sognare o fantasticare. L'apostolo, in tutto questo brano, tratta del dovere dei mariti; l'idea delle relazioni fra Cristo e la Chiesa, non è l'idea principale; è un'idea incidentale, introdotta allo scopo di rinvigorire il precetto pratico che sta a cuore all'apostolo. Or io mi domando; come poteva l'apostolo trattare dei doveri del marito e dimenticare il passo genesiaco? Io non lo so concepire; come non so concepire che l'apostolo potesse qui citare le parole del passo genesiaco in altro senso, che non fosse il senso primo, semplice e naturale che hanno nel documento d'onde son tratte.

32 Questo mistero è grande - parlo di Cristo e della chiesa

Che cos'è questo mistero? E prima di tutto che vuol dire la parola mistero nel vocabolario paulino? L'ho già detto commentando Efesini 1:9. Per Paolo, mistero non è una cosa, o un detto che la tenebria renda impenetrabili, ma è una cosa rivelata, un fatto che fu fino ad ora tenuto nascosto, ma che adesso è dichiarato; è insomma un fatto che per lo passato fu come circondato da un velo, ma che oggi è completamente svelato. E a qual mistero allude egli l'apostolo? È evidente, dalle sue parole istesse, Ch'egli allude alla, unione mistica di Cristo con la Chiesa; a quella unione che se fu per lo passato «un mistero», oggi è circonfusa della luce gloriosa della rivelazione evangelica. Sulla traduzione che la Vulgata dà del passo «Sacramentum hoc magnum est; ego autem dico in Christo et ecclesia» conto di tornare nelle mie «riflessioni».

33 Così dunque ciascun di voi individualmente ami la propria moglie, nel modo che ama se stesso; e la moglie rispetti il marito

Lo Eadie fa qui un'osservazione giusta e profonda. Il sentimento che tanto nel marito quanto nella moglie è istintivo, l'apostolo non inculca; egli inculca quello che è necessario a dirigere e santificare cotesto istinto. La donna ama d'un amor profondo e che non muore; ma perchè impari a dare a cotesto amore il modo di permeare tutto l'ambito che gli è proprio, l'apostolo le dice: Rispetta tuo marito ed ubbidiscigli! L'uomo invece sente d'esser chiamato a governare; ma perchè impari in che consista la essenza e quali sieno i mezzi del suo governo, l'apostolo gli dice: Ama!


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