Efesini 6

1 c) Le relazioni fra genitori e figliuoli: Efesini 6:1-4.

Figliuoli, ubbidite ai vostri i genitori, poichè gli è giusto

È giusto non «perchè conforme alla legge di Dio», come intesero Teodoreto ed il Calvino; ma perchè in cotesta obbedienza sta l'essenza, la base delle relazioni che passano tra figliuoli e genitori. Dice lo Eadie: Cotesta ubbidienza la natura l'esige, la Scrittura l'ordina, il figliuol di Dio la esemplifica». (Cfr. Colossesi 3:20).

2 «Onora tuo padre e tua madre» è il primo comandamento accompagnato da promessa

È la citazione del quinto comandamento Esodo 20:12; Deuteronomio 5:16. L'apostolo, che ha già affermato il precetto «giusto» perchè basato sul diritto naturale, mette qui, a base del medesimo precetto, la autorità ispirata della Parola di Dio. Quel dire è il primo comandamento accompagnato da promessa ha creato qualche difficoltà. Già Origene menzionava cotesta difficoltà relativa al valore di cotesto primo: «Primo» per rispetto a che? A tutti gli altri comandamenti mosaici? O per rispetto ai precedenti comandamenti del Decalogo? Origene, dico, rispondeva così: «Tutti quanti i comandamenti del Decalogo sono «primi» nel senso che furono «i primi» dati dopo l'esodo dall'Egitto». Ma v'è una risposta migliore di cotesta da dare. Questo comandamento è «il primo» che sia accompagnato da promessa, per rispetto agli altri precedenti del Decalogo. Va bene che anche il secondo comandamento ha una promessa; ma lo si osservi bene; codesta promessa è del tutto generica, e non è fatta in modo speciale dipendere dall'osservanza del precetto stesso. Naturalmente la prima soluzione del problema che si presenta alla mente, è questa: Questo è il primo comandamento con promessa della seconda tavola della legge. Ma disgraziatamente Filone e Giuseppe Flavio ci dicono che gli ebrei non dividevano i precetti nelle due tavole, come facciamo noi. Essi mettevano cinque comandamenti per tavola; di guisa che il nostro, invece d'essere come per noi il primo della seconda tavola, era l'ultimo della prima.

3 «Affinchè tu sia felice e viva lungamente sulla terra»

L'apostolo cita, secondo la Septuaginta, Esodo 20:12; ma omette, nella sua citazione, queste parole: «sulla buona la terra, che il Signore Iddio tuo ti dà. Il senso e la portata della promessa, per Israele, son cose chiare, trasparenti. La terra che il Signore Iddio dà al suo popolo, è la terra di Canaan; la promessa è fatta «collettivamente» al popolo, e significa questo: Onora tuo padre e tua madre; la tua ubbidienza Liliale sarà il termometro della tua vita religiosa e della tua vita morale; e s'ella sarà sempre quel che Dio vuole che sia, ti preserverà dalle aberrazioni e dai delitti che attirano sul capo dei colpevoli i tremendi giudici di Dio, e ti darà di viver felice e lungamente in quel paese che fu il sogno dei tuoi antenati. Questo dico è per Israele, ed è chiaro. Ma nell'ambito cristiano qual'è il valore di cotesta promessa? Cercar di spiegare la promessa volatilizzandola nel crogiuolo della interpretazione allegorica, come fecero Girolamo e l'Aquinate e qualche moderno l'Olshausen e lo Schrader che dissero: Canaan è tipo del cielo; e la felicità promessa qui e la felicità dell'«al di là» e cosa semplicemente assurda. La promessa qui non è una fantasmagoria; è un qualcosa di reale, di attuale, di profondamente vero, in un senso «collettivo» ed in un senso «individuale». Il senso «collettivo» è il Moro che lo ha scultoriamente ritratto, in questa frase: Patriam florere diu, ubi liberorum sit erga parentes reverentia. Ed è un fatto: La patria ove la pietà filiale è coltivata, è sempre in fiore. L'applicazione «individuale della promessa è il Rev. J. Aitken che l'ha colta magistralmente nel suo bel libro: «The abiding law». Ecco le sue parole: «La vita che comincia col circondare d'un rispetto sincero la prima autorità che incontra sul suo cammino; la vita che trova la propria educazione all'ombra d'un felice santuario domestico, e che ha nei genitori ch'ella rispetta ed ama un tale incoraggiamento alla virtù che non è superato se non dall'incoraggiamento che le viene dall'amore di Dio, è una vita che ha dalla sua ogni vantaggio fisico e morale; è una vita che ha «la promessa della vita presente» e «la promessa della vita a venire». Il giovine «che si fa beffe d'un padre e che disdegna d'obbedire ad una madre» Proverbi 30:17 ha già messo il piede in quella «via larga» che «mena alla distruzione», ed è ruinato per il tempo e per l'eternità. I figliuoli che ubbidiscono ai loro genitori, per correttezza d'istinto, per squisitezza di sentimento e per grazia di Dio hanno drizzato i loro primissimi passi in quella «via stretta», che così nell'al «al di qua» come nell'«al di là», «mena alla vita».

4 E voi, padri, non irritate i vostri figliuoli, ma allevateli in disciplina e in ammonizione del Signore

Cfr. Colossesi 3:21; Proverbi 19:18; Deuteronomio 6:7,20-25; Salmi 78:4.

E voi...

L'apostolo, con una rapida transizione, accentua il fatto che il dovere non è tutto dal lato dei figliuoli. «E voi, padri...»

E perchè «i padri» soltanto, e non anco le madri?...» «La disciplina», risponde lo Eadie, «è specialmente cosa dei padri, e sono loro che corrono il rischio di amministrarla esorbitando e lasciandosi trasportare dal loro malumore. La raccomandazione dell'apostolo non s'addirebbe tanto alle mamme le quali invece, se mai, corrono il rischio di sciupare i loro figliuoli per eccessiva indulgenza e per esuberanza di tenerezza». Per quanto tutto questo sia vero, forse è più corretto lo spiegare la cosa così. Egli parla ai «padri» perchè considera le madri come soggette ai mariti Efesini 5:22,24,33, i quali sono delle mogli i rappresentanti responsabili.

Non irritate i vostri figliuoli.

Cfr. Colossesi 3:21. E i figliuoli si irritano quando son trattati duramente, in modo sragionevole, o per ragioni che sanno tropo di parzialità e di favoritismo. Il figliuolo irritato, «si perde d'animo» Colossesi 3:21; lo spirito di piacere ai suoi genitori in lui si spenge; e spento come sia, l'ubbidienza cessa d'essere un sentimento filiale; ella diviene l'atto meccanico dell'individuo che si sottomette e si curva, perchè ha spavento della verga.

Ma allevateli in disciplina e in ammonizione del Signore.

La παιδεια, che rendiamo per disciplina, quantunque possa anche significare «correzione», «castigo» in senso speciale 1Corinzi 11:32; 2Corinzi 6:9, qui ha il significato largo, comprensivo, di «disciplina» «educazione», che troviamo anche in 2Timoteo 2:25; Tito 2:12.

L'ammonizione,

νουθεσια, è qualcosa di più limitato, di più determinato dello «educare»: è l'«ammonizione», è «la istruzione formale»; è, come dice il termine stesso, un «porre nella mente» un qualcosa di specifico.

Del Signore è genitivo che va unito ad ambedue i sostantivi: «disciplina» e «ammonizione». Il Signore qui, non è Dio, ma è Cristo. E il genitivo significa: «In quella disciplina e in quell'ammonizione, che vengono dal Signore; che son cosa del Signore; o che il Signore stesso amministra ed ispira».

5 d) Le relazioni fra padroni e schiavi: Efesini 6:5-9.

Schiavi, ubbidite a quelli che vi son padroni secondo la carne, con tintore e tremore, nella semplicità, del cuor vostro, come a Cristo.

Il mondo secondo la carne designa una relazione tutta materiale ed esterna (1Corinzi 1:26; 2Corinzi 5:16 ecc.): «A quelli che vi son signori di una signoria che è soltanto dell'ambito del corpo». Onde il Crisostomo ne inferiva questo pensiero: La tirannia di cotesti padroni non era dunque che un «dispotismo temporale e di breve durata».

Con timore e tremore

(Cfr. 1Corinzi 2:3; 2Corinzi 7:15; Filippesi 2:12). È modo che descrive graficamente la condizione dell'animo di colui che compie il dover suo con sollecitudine ansiosa.

Nella semplicità del cuor vostro

è l'opposto della «doppiezza d'animo, di cuore», propria di colui che fa e dice, come lo schiavo dovea purtroppo sentirsi spinto a fare e a dire: «Par che lavori, ma non lavoro!...».

Come a Cristo.

Ubbidite, cioè, ai vostri padroni secondo la carne... con lo stesso spirito col quale, servireste a Cristo.

6 Non servendoli soltanto quando v'hanno gli occhi addosso come se aveste da piacere agli uomini, ma da schiavi di Cristo, che fanno di buon cuore la volontà di Dio

Il termine scultorio οφθαλμοδουλεια «schiavitù dell'occhio» non si trova nel greco classico; nel Nuovo T. è soltanto qui e in Colossesi 3:22 ed è evidentemente una creazione di Paolo.

7 Serviteli con affezione, come se si trattasse del Signore e non degli uomini.

Con affezione;

rendendovi ben conto di questo fatto: che Colui che in realtà servite, non è un tiranno; è Cristo; un Signor buono e generoso. Il vostro servigio, esternamente, rimarrà un servigio fatto agli uomini; ma il suo motivo ed il suo spirito sia: Cristo! È per questo modo che anche il servizio più umile può diventare un sacrificio a Dio.

8 Ben sapendo che ognuno, schiavo o libero che sia, del bene che avrà fatto riceverà la retribuzione dal Signore.

9 E voi, padroni, fate altrettanto per «quel che concerne loro

Cfr. Colossesi 3:25 o Colossesi 4:1. È quel che il Calvino chiama: «Jus analogum»; il «diritto d'analogia».

Astenetevi dalle minacce, ben sapendo che il Padrone e vostro e loro è nel cielo e che per lui non v'è preferenza personale.

La «minaccia» è stata sempre l'arma del padrone di schiavi. Or l'apostolo non dice: «Rallentate codeste minacce!» «Modificate il vostro modo di fare! No: egli dice addirittura: «Smettetela!» Lo Eadie ricorda che la «Lex Petronia» avea già proibito ai padroni di buttare a piacere loro gli schiavi alle belve; e che Catone avea detto: «Homines tamen esse memento» «Ricordatevi che i vostri schiavi son pur degli uomini!..;» ma niuno s'era mai sognato di esclamare in faccia a cotesti padroni, «Smettetela!» La parola προσωπολημψια che significa «parzialità», «preferenza. personale», non è del greco classico; si trova soltanto nel Nuovo T. Romani 2:11; Colossesi 3:25; Giacomo 2:1 e negli scrittori ecclesiastici.

Riflessioni

1. A ben valutare la raccomandazione che l'apostolo dà ai coniugi Efesini 5:22-33, bisogna, dice il Reuss, ricondursi al tempo in cui egli viveva. L'antichità in genere, e l'Oriente in ispecie, assegnavano alla donna un luogo secondario nella famiglia e non la consideravano altrimenti, si può dire, che come la prima fra le serve del padrone di casa. La predicazione evangelica, dando alla questione religiosa una base indipendente dalle condizioni sociali Galati 3:28, dovea necessariamente condurre ad un mutamento considerevole nelle relazioni domestiche e far penetrare l'idea della uguaglianza là dove le abitudini e perfino le leggi aveano fatto largo al dispotismo, che spesso e volentieri era dispotismo addirittura brutale. Ed è appunto in cotesta predicazione che sta una delle cause principali del grande progresso e dello incivilimento delle nazioni cristiane. Tuttavia, pur proclamando cotesta uguaglianza dei sessi dal punto di vista religioso, un pensatore come Paolo non potea disconoscere che ciascun sesso avea ricevuto dal Creatore un compito od un ambito speciale nella famiglia; e sapeva bene che sconvolgere cotest'ordine di natura per mezzo d'una specie di emancipazione rivoluzionaria, sarebbe stata cosa fatale. Ora, la esperienza quotidiana insegna chiaramente che gli uomini sono purtroppo facilmente inclinati a lasciarsi trascinare da un estremo all'altro; e non deve quindi far meraviglia se nella Chiesa primitiva scorgiamo certe velleità di sconfinata indipendenza fra delle donne che, dopo aver capito che l'antico regime doveva essere abolito, non sapevano lì per lì porsi sulla diritta via del dovere. Ed è a più riprese che Paolo (1Corinzi 11:2 seg.: 1Corinzi 14:34; cfr. 1Timoteo 2:12 seg. ecc.) si trova costretto a parlar di questo soggetto in modo da, farci intravedere quali gravi imbarazzi e malanni nascessero da un malinteso, volontario o involontario che fosse. Questo ci spiega il come sia che l'apostolo, mentre da un lato esorta i mariti all'amore, insista così sulla sottomissione quando parla alle mogli (Reuss).

2. «Mariti, amate le vostre mogli, nel modo che anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei! Efesini 5:25», dice l'apostolo. Quale ideale è questo che Paolo propone all'affetto dei mariti! Il Meyer osserva qui giustamente: «È impossibile di concepire per la vita coniugale un ideale più sublime di questo che, nel tempo stesso ch'è così sublime, sgorga immediatamente dalle viventi profondità della coscienza cristiana, e diventa quindi capace di pratica applicazione in tutte le concrete relazioni sociali». Il commento del Crisostomo, poi, a questo punto, è squisito: «Hai tu veduta la misura della ubbidienza? Odi adesso la misura dell'amore. Vorresti tu che tua moglie ti ubbidisse come la Chiesa ubbidisce a Cristo? Abbi tu cura di lei come Cristo ha cura della Chiesa; e se fosse necessario che tu dessi la tua vita per lei, o che tu fossi fatto a pezzi cento volte, o che tu soffrissi qualsiasi cosa, fallo. E se cotesto tu l'hai già sofferto, ricordatelo; tu non hai fatto quel che ha fatto Cristo; che tu l'hai fatto per una alla quale tu eri già unito; mentr'Egli l'ha fatto per colei che l'avea reietto e che l'odiava... Egli se la trasse ai piedi non per via di minacce, non per ispaventi o per qualcosa di simile; Egli se la trasse ai piedi per la sua gran sollecitudine».

3. «Questo mistero è grande», dice l'apostolo Efesini 5:32. E la Vulgata traduce: «Sacramentum hoc magnum est». E non è il solo passo in cui la Vulgata traduca erroneamente per sacramentum la parola mistero ( μυστηριον) di San Paolo (Vedi Efesini 1:9; 3:3,9; Colossesi 1:27; 1Timoteo 3:16; Apocalisse 1:20). E non v'ha dubbio che fu l'autorità di questo passo così malamente tradotto e interpretato, che determinò il titolo alla dignità sacramentale che la Chiesa Romana volle conferita al matrimonio. Si quis dixerit, matrimonium non esse vere et proprie unum ex septem legis evangelicae sacramentis a Christo domino nostro institutum, sed ab hominibus in ecclesia inventum, neque gratiam conferre, anathema sit (Conc. Trident. Sess. 24, cap. 1). In una enciclica del 1832 (citata dallo Eadie) si trova questo passo: «Il matrimonio, secondo l'espressione di S. Paolo, è un gran sacramento in Cristo e nella Chiesa». Gregorio XVI non avea badato alla enfatica espressione di Paolo: «Io parlo (non del matrimonio, ma) di Cristo e della Chiesa!» Efesini 5:32. E codeste sbadataggini, se si capiscono in un semplice mortale che ammette la possibilità di prendere un marrone esegetico, mal si capiscono in un papa che, quando tratta ufficialmente l'esegesi, pretende di essere infallibile. Il marrone esegetico papale, del resto, non sono io che l'ho rilevato; l'hanno rilevato dei dottori, che nella Chiesa di Roma vanno per la maggiore. Ecco il cardinal Cafetano, per esempio, che, commentando il nostro passo paulino, dice: «Non habes ex hoc loco, prudens lector, a Paulo conjugium esse sacramentum. Non enim dixit esse sacramentum, sed mysterium». E nello stesso modo, Estio. E anche Erasmo: «Neque nego matrimonium esse sacramentum, sed an ex hoc loco doceri possit proprie dici sacramentum quemadmodum baptismus dicitur, excuti volo». Quant'è alla soluzione del problema se il matrimonio debba o no considerarsi come un sacramento, ella dipende interamente dalla definizione che si dà del sacramento stesso. Se per «sacramenti» s'hanno da intendere unicamente delle istituzioni che Gesù ha create, o delle istituzioni che, pur avendo esistito prima, hanno però ricevuto da Gesù un significato nuovo, specificamente cristiano, è un fatto che il matrimonio non è un sacramento. Il matrimonio è Dio che l'ha istituito Genesi 2:21-24. Gesù trovò dunque il matrimonio già in vigore, e ne accetta apertamente l'origine divina Marco 10:6-8. Anche a prendere la definizione di Agostino: «Il sacramento è un segno visibile di una grazia invisibile», vi sarebbe sempre luogo a domandarsi se proprio il matrimonio s'avesse a chiamare un sacramento. Un «segno visibile!» Ma il matrimonio non è un «segno»; non è un «simbolo»; è un fatto; è un contratto sociale che la religione sancisce. E poi: quale sarebbe mai la «grazia invisibile» nascosta sotto il velame del segno matrimoniale? Io, cotesta «grazia invisibile» la discerno a traverso il simbolo dell'acqua battesimale; la discerno sotto il velame del «pane» e del «vino» della comunione; ma, confesso la verità, non la so discernere in un fatto, che per me non ha assolutamente nulla di simbolico. E non basta. Bisogna andar adagio con questi «segni visibili di una grazia invisibile»; perchè, se ad ogni rito o ad ogni cerimonia che sia, o che racchiuda il segno di un qualcosa di spirituale s'ha da dare la dignità sacramentale, i sacramenti non saranno più nè due nè sette, ma s'avranno addirittura a contare a dozzine. E per finire; nello anatema tridentino (Sess. 24 cap. 1) va osservato che il Concilio dà il matrimonio come un sacramento a Christo domino institutum. Il che evidentemente costituisce un marrone conciliare, che ben s'accompagna col marrone papale del '32: marroni ambedue che non sarebbero forse mai stati presi, se Girolamo non avesse cominciato lui col fare un sacramento di quel «mistero» a proposito del quale Paolo, quasi avesse il presentimento di quel che sarebbe poi successo, esclamò nel passo efesino: «Badate!... Io parlo qui non del matrimonio, ma di Cristo e della Chiesa!».

4. La seconda specie di relazioni domestiche messe dall'apostolo sotto la sanzione dei principi evangelici, è quella delle relazioni che passano fra figliuoli e genitori e fra genitori e figliuoli Efesini 6:1-4. L'antichità regolava codeste relazioni affermando l'autorità assoluta del padre e imponendo così ai figliuoli una sottomissione tutta legale e paurosa. Paolo non vuole, no, che si vada all'estremo opposto; ma domanda una educazione cristiana che sia seria e dolce ad un tempo; ed una ubbidienza che sia spontanea, gioiosa e che venga dal cuore (Reuss).

5. Della schiavitù e delle sue relazioni con l'Evangelo avremo a riparlare a proposito della lettera a Filemone. Qui intanto, a proposito di Efesini 6:5-9, riproduco soltanto a larghi tratti alcune osservazioni dello Eadie. La schiavitù esisteva in tutte le città della Ionia e dell'Asia minore; e in parecchie di codeste città, gli schiavi eran più numerosi dei liberi. Si sa che il più degli artigiani e dei manifattori si trovava nella classe degli schiavi; ed è certo che moltissimi di codesti schiavi accettarono l'Evangelo e divennero membri delle chiese primitive; infatti, Celso (vedi Origene, Contra Cetsum, I. 3) diceva che i più attivi propagatori del cristianesimo si trovavano fra i tessitori, i ciabattini, i purgatori di panni, fra la gente rustica e illetterata. Ma il cristianesimo non s'impose per via di rivoluzioni; non prese addirittura d'assalto le forme che trovò di vita sociale. Se avesse fatto così, avrebbe finito con l'affogare nel sangue la religione bambina. L'Evangelo compiè una ben più nobile impresa. Non si trasse sdegnosamente in disparte, rifiutando di parlare allo schiavo finch'egli non avesse conquistata la propria libertà; no; andò a cercare lo schiavo: lo prese per mano; gli sussurrò parole d'affetto, e gli dette una libertà che le catene non potevano menomare, nè la tirannia poteva strozzare. Aristotele avea descritto lo schiavo come nient'altro che un εμψυχον ὁργανον; uno «stromento con un'anima»; la legge romana gli avea detto ch'egli non poteva aver diritti di sorta (quia nullurn caput habet), perchè non era una persona; ma l'Evangelo lo introduceva nelle simpatie di una nuova fratellanza: lo richiamava alla dignità delle nature immortali, e gli accendeva nel cuore la sacra fiamma della speranza di una libertà gloriosa ed eterna. Prima, gli aveano insegnato che al povero schiavo niuna altra speranza di liberazione rimaneva, fuor di quella che dava la tomba; ora, imparava a spinger lo sguardo oltre la tomba; e nella gioia della comunione con Cristo, e nel gaudio di quella gloriosa libertà dei figliuoli di Dio ch'era per lui un'arra della libertà completa che l'aspettava nella casa del Padre, sentiva meno pesanti le inique catene del suo sciagurato servaggio. Ma il cristianesimo non si limitava a codesto; egli proclamava, al tempo stesso quei grandi principi, che dovevano gradualmente condurre all'abolizione della schiavitù. E si dovette infatti al cristianesimo ed alla sua influenza, se, nello stesso impero romano, nel giro di tre secoli dal tempo del quale parliamo, la schiavitù non era altro che un triste ricordo del passato.

10 4) LA CHIESA MILITANTE O LA COLLETTIVITÀ DEI CREDENTI CHE NON È CHIAMATA SOLTANTO AD EVOLVERSI E PROGREDIRE, MA CHE È ANCHE CHIAMATA A LOTTARE: Efesini 6:10-20.

Del resto, fortificatevi nel Signore e nella sua forza onnipotente

L'apostolo sta per terminare. Con questo del resto egli suole cominciare le sue formule di conclusione 2Corinzi 13:11; Galati 6:17; Filippesi 4:8; 2Tessalonicesi 3:1).

11 Rivestitevi della completa armatura di Dio, perchè possiate resistere alle insidie dei diavolo

L'originale dice:

Rivestite la panoplia di Dio;

vale a dire, «la panoplia che Dio provvede». Il termine «panoplia» (greco πανοπλια) si trova nel Nuovo T. anche in Luca 11:22 e significa l'intera armatura, la grave armatura del soldato a piedi, il quale si chiamava «oplite» ( ὁπλιτης). L'armatura completa consisteva di questi differenti attrezzi: Scudo, elmo, corazza, gambieri, spada e lancia. L'apostolo pensa evidentemente all'armatura completa del soldato romano; ma si serve di codesta armatura con tutta libertà. Nell'applicazione sua, per esempio, omette la «lancia» e aggiunge la «cintura» ed i «calzari», che sebbene non facessero, a rigore di termini, parte della panoplia, pure erano pel soldato delle cose di prima necessità.

12 Poichè non abbiamo a combattere contro carne e sangue, ma contro i principati, contro le podestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti maligni che son nei luoghi celesti.

Il modo: contro carne e sangue vuol dire semplicemente: «contro un nemico di questo mondo, contro un nemico mortale, e quindi debole e relativamente temibile»; non abbiamo a combattere, a parità di forza, contro un nemico mortale, ma contro un nemico formidabile, contro degli spiriti che dispongono di forze spaventose; ragione di più per indossare la panoplia che Dio fornisce a chi la desidera e gliela domanda. Per i principati e le podestà vedi Efesini 1:21.

Contro i dominatori di questo mondo di tenebre.

Evidentemente qui si tratta di dominatori del misterioso mondo degli spiriti. Gesù chiamo Satana «il principe di questo mondo» (Giovanni 14:30); e l'apostolo in 2Corinzi 4:4 lo chiama «l'iddio di questo secolo». La stessa potenza che in cotesti passi è attribuita a Satana, qui l'apostolo attribuisce agli spiriti che a lui fanno corona.

Contro gli spiriti maligni che son nei luoghi celesti.

L'originale dice: nei celesti; ed è espressione che abbiamo già trovata in Efesini 1:3,20; 2:6; 3:10. La difficoltà qui sta non nella espressione in se, ma nel fatto della presenza di questi «spiriti maligni nei luoghi celesti». Alcuni interpreti, per uscire dalla difficoltà, hanno proposto di leggere il testo: ὑπονρανιοις (sotto i cieli) invece di επουρανιοις (nei cieli). Ad Erasmo ed al Beza, per esempio, sorrideva cotesta lezione; e Lutero traduceva addirittura: unter dem Hinimel, «sotto il cielo». Ma la lezione ordinaria ( επουρανιοις) è lezione sicura e non la si può così accomodare al gusto degli interpreti. Lo Eadie spiega il passo così: « Τα επουρανιοις sono i «luoghi celesti» occupati dalla Chiesa Efesini 1:3; 2:6; ed è in cotesti luoghi che si svolge il combattimento. Gli spiriti maligni hanno invaso la Chiesa; cercano con ogni mezzo di macchiarla, di dividerla, di mondanizzarla, di sconvolgerla; tentano continuamente di trascinare i membri di lei nel peccato e nella apostasia; contrastano sempre contro tutto ciò che è buono; ed è per questo che i credenti debbono impegnare con loro la lotta, «nei luoghi celesti». Quant'è a me, io accetto l'opinione dell'Abbott, il quale dice: Nel Libro dei segreti di Enoch, che è precristiano e che forse risale al 30 av. C., si trova uno schema di sette cieli che, nelle sue linee più salienti, combina con lo schema immaginato da S. Paolo. Il Paradiso v'è situato nel terzo cielo, come in 2Corinzi 12:2-3; poi, v'è ammessa la presenza del male in qualche parte dei cieli. Il Charles mette in evidenza anche degli altri punti di contatto fra la «Lettera agli efesini» e il «Libro dei segreti di Enoch» (per es.3:10; 4:10,25). E anche nel passo nostro non v'è difficoltà ad ammettere che si trovi un'eco di coteste speculazioni.

13 Perciò, prendete la completa armatura di Dio, affinchè possiate tenere il campo nel mal giorno, e restare in piè dopo aver tutto superato.

L'apostolo entra nel dettaglio dell'armatura spirituale. Il 1mal giorno è il giorno in cui ferve la mischia; il giorno in cui il conflitto è più acuto; il giorno in cui il cristiano può dire col suo Salvatore: «Questa è l'ora vostra e la potenza delle tenebre» Luca 22:53.

14 State dunque saldi, «avendo la verità a cintura dei fianchi, essendo rivestiti della corazza della giustizia, avendo i piedi, calzati delle buone disposizioni che dà l'evangelo della pace.

Per la verità a cintura dei fianchi cfr. Isaia 11:5. La cintura era una parte necessaria alla divisa militare, e serviva a rendere svelti e rapidi i movimenti del soldato; occasionalmente serviva anche a reggere la spada o la faretra. La verità qui non e la verità oggettiva dell'evangelo, che e la spada di Efesini 6:17, ma è la verità in senso soggettivo di sincerità, di integrità di carattere e di convinzione profonda che le cose credute sono realmente «le cose grandi di Dio». Il Reuss inclina a dare qui a questo termine il senso ebraico di «fedeltà», di «costanza», di «adesione tenace».

Rivestiti della corazza della giustizia.

Cfr. Isaia 11:5; 59:17. La giustizia qui è quella rettitudine del carattere, che è la miglior difesa del cuore contro gli attacchi del maligno. È il carattere santificato e nuovo che si produce soltanto nella comunione con Cristo.

15 I piedi calzati delle buone disposizioni che dà l'evangelo della pace.

Letteralm. «Avendo i piedi calzati con la preparazione dell'evangelo della pace»; traduzione che non si sa molto quel che voglia significare. Cfr. Isaia 52:7. L'idea qui si connette con le caligae o coi «sandali» dei guerrieri antichi. I piedi calzati a cotesto modo, sono il simbolo della alacrità, della prontezza nei movimenti, dello zelo, del fuoco coi quali il cristiano si slancia alla pugna. Qui non si tratta di «preparazione a predicare l'evangelo»; perchè l'apostolo si rivolge a tutti i cristiani indistintamente. Ecco perchè, a rendere il pensiero dell'apostolo, io traduco, con parecchi moderni:

I piedi calzati delle buone disposizioni,

o dello zelo, o dell'ardore, col quale uno difende la Causa di Dio; disposizioni, zelo, ardore, che son cose non della carne, ma cose che l'Evangelo produce; quell'Evangelo che è il buon annunzio della pace, o che mette in contatto con quel Gesù, che assicura la pace con Dio e degli uomini fra loro.

16 Prendete sopra tutto lo scudo della fede, mediante il quale potrete spegnere i dardi infocati del maligno

Lo scudo della fede; vale a dire: lo scudo che è la fede.

I dardi infocati

alludono ai malleoli antichi ch'eran dei fasci di giunchi legati a foggia di martello, intrisi di zolfo e di pece e lanciati a dar fuoco alle navi. Per la fede che vince il mondo, vedi 1Giovanni 5:4-5; per il maligno, Matteo 5:37; 6:13; 13:19; Giovanni 17:15.

17 Prendete anche «l'elmo della salvezza» e «la spada dello spirito»,

vale a dire «la Parola di Dio».

Per l'elmo della salvezza vedi Isaia 59:17. In 1Tessalonicesi 5:8, l'elmo è la speranza della salvezza»; qui è la salvezza; la salvezza non in senso oggettivo, ma in senso soggettivo; nel senso, cioè, di possesso, di certezza della salvazione. Il cristiano che non si limita a dir vagamente, come molti fanno: «Si, spero d'esser salvato», ma dice: «Io so in chi ho creduto e son quindi certo della mia salvezza», è il cristiano ben preparato, che non ha nulla da, temere dal «mal giorno».

La sparla dello Spirito

(cfr. Isaia 49:2) equivale a dire: «la spada, che lo Spirito fornisce e mette in grado di usare». La «Parola di Dio» è la Bibbia. Vedi Ebrei 4:12. Come la spada che lo Spirito fornisce debba esser usata e possa esser usata trionfalmente, è Gesù che ci ha insegnato a tutti con l'esempio Matteo 4:1-12.

18 Pregate in ogni tempo, mediante lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni

Per l'in ogni tempo, vedi Luca 21:36; 1Tessalonicesi 5:17.

Mediante lo Spirito.

È lo Spirito che c'insegna, come dobbiamo pregare, e quel che dobbiamo chiedere (Romani 8:26; cfr. Giuda 20) che vuol dire: «Pregando nell'atmosfera, sotto la ispiratrice influenza, in pieno possesso della divina energia dello Spirito Santo».

Con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni.

La προσευχη è «preghiera in genere»; è addirittura una definizione della preghiera: ευχη, voto, desiderio, espresso ad alta voce, con fiducia; προσ verso... τον θεον (Dio): «Desiderio ardente che sulle ali della fede va verso Dio». La δεησις è la preghiera specifica, che nasce dal bisogno profondamente sentito della mancanza δεω d'un qualche cosa di speciale. Quindi traduco: «preghiere» e «supplicazioni».

Con ogni sorta di...

Vale a dire: Pubbliche e private; segrete e domestiche; orali e non espresse a parole... tutte le forme, insomma, che la preghiera e la supplicazione possono assumere.

Vegliate a cotesto fine con ogni perseveranza ed orazione a pro di tutti i santi e in favore mio.

Per la «vigilanza», vedi Marco 13:33,35; Luca 21:36.

19 Affinchè, quand'apro la bocca, mi sia data la parola per far conoscere francamente il mistero dell'evangelo, per il quale io sono ambasciatore in catena

Per il mi sia data la parola vedi Matteo 10:19-20; Marco 13:11; Luca 21:14. Per il mistero dell'evangelo, vedi Efesini 1:9.

20 Per l'io sono ambasciatore in catene, cfr. Colossesi 4:2. «Per far conoscere francamente il mistero dell'evangelo; e gli è per il fatto ch'io proclamo cotesto evangelo, ch'io mi trovo qui nella condizione di un ambasciatore in catene», Altri, come il Reuss, per esempio, dà alla frase quest'altro giro: «Per far conoscere francamente il mistero dell'evangelo, del quale, malgrado queste catene, io son pur sempre un ambasciatore».

affinchè, dico, io ne parli coraggiosamente, com'è doveroso che io ne parli.

Riflessioni

1. L'impero del male, come lo concepisce e lo descrive l'apostolo, ci dà una idea scultoria dell'immane pericolo a cui ci troviamo moralmente esposti ad ogni piè sospinto Efesini 6:11-12. A capo dell'impero sta il diavolo Efesini 6:11; 2:2; 4:27; sotto di lui è una misteriosa gerarchia Efesini 6:12; 3:10, cfr. Efesini 1:21, che domina il mondo. La natura di cotesti nemici di Dio e nostri è «spirituale» Efesini 6:12; quindi, temibile quant'altra mai. Il loro carattere è scolpito in questo termine: «malignità» Efesini 6:12,16. Il loro metodo di lotta: il tradimento; l'«insidia» Efesini 6:11.

2. E due cose sono da notare con arra, relativamente a questa lotta; la prima ch'essa è lotta «individuale»; «a tu per tu»; è lotta in cui ogni cristiano è impegnato; la seconda che si tratta di una lotta «attuale», d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni momento. «Vegliate, dunque» dice il Maestro Luca 21:36.

3. L'uomo, abbandonato a se stesso ed alle proprie forze, non ha speranza alcuna di vincere: è perduto. Chi lo mette in grado di vincere è Dio, che lo fornisce d'un'«armatura completa»; d'un'armatura, cioè, che, coprendolo tutto quanto, rende inaccessibili al nemico e invulnerabili anche i punti più deboli di lui, i quali, appunto perchè più deboli, sarebbero anche più esposti d'ogni altro ai dardi infocati del maligno Efesini 6:13 seg..

4. «Pregate e vegliate!» Efesini 6:18 dice l'apostolo; e nelle sue parole è distinta l'eco ciel solenne: «Vegliate e pregate» di Gesù ai suoi nel Ghetsemane Matteo 26:41. Le due cose si corrispondono e si completano. Il «vegliare» è dell'uomo; è della sentinella che non dorme ma vigila, pronta e decisa a non lasciarsi sorprendere dall'astuzia e dall'assalto del nemico. Il «pregare» è anche dell'uomo; ma dell'uomo che, conscio della propria debolezza, cerca in Dio il suo consiglio, la sua forza, il suo rifugio. Molti «vegliano» senza «pregare»; e son quelli che fanno troppo a fidanza con le loro forze e reputano inutile il cercare l'aiuto di Dio; e quando arrivano alla coscienza della loro debolezza... è troppo tardi; sono alla mercè del nemico. Altri «pregano» senza «vegliare»; e sono i mistici, non del sano misticismo di San Paolo, ma del misticismo morboso di chi, pregando, cammina ad occhi chiusi sull'orlo dei precipizi. E codesta gente poi si maraviglia se si trova a mal partito! Gesù e l'apostolo non dicono: «Vegliate» soltanto; o soltanto: «Pregate!» Essi dicono: «Vegliate e pregate!» (Gesù); o, «Pregate e vegliate»! (San Paolo).

5. L'apostolo raccomanda ai suoi lettori la preghiera d'intercessione, l'«orazione a pro di tutti i santi» Efesini 6:18. La lotta, ho detto più sopra, è lotta individuale; a tu per tu col maligno; ma il cristiano non è una monade perduta nell'immensità del tutto; noi siam tutti membra gli uni degli altri e membra di un corpo unico che è il corpo mistico di Cristo. La caduta di uno può condurre alla caduta d'un altro e forse di molti; la vittoria d'uno può tenere molti altri lontani dal pericolo di cadere. Il conflitto di cui parla l'apostolo e nel quale siamo tutti impegnati, è cosa che tutti concerne. L'umiliazione dell'uno è una umiliazione per la Chiesa e una sconfitta del Regno di Dio; la vittoria dell'uno è una vittoria della Chiesa ed è un passo innanzi che il Regno di Dio fa verso il suo glorioso compimento. Questa solidarietà nella lotta, nel pericolo, nella sconfitta, nel trionfo, implica naturalmente questa solidarietà nella preghiera, per la quale i cristiani si tengono a vicenda in quell'assoluta subordinazione a Dio in cui sta il segreto d'ogni vittoria morale.

21 

LA CONCLUSIONE

UNA RACCOMANDAZIONE, IL SALUTO E LA BENEDIZIONE DELL'APOSTOLO

Efesini 6:21-24

La «conclusione» della lettera ha due parti:

a) LA RACCOMANDAZIONE DI TICHICO: Efesini 6:21-22.

b) IL SALUTO E LA BENEDIZIONE: Efesini 6:23-24.

a) La raccomandazione di Tichico: Efesini 6:21-22.

Ora, affinchè, anche voi sappiate quello che mi concerne personalmente e quel chi io faccio, Tichico, il diletto fratello e fedel ministro del Signore, vi farà tutto conoscere.

Tichico, il latore della lettera è mentovato in Atti 20:4 come compagno di Paolo dalla Macedonia in Asia. Il poco che sappiamo di lui si desume da qualche fuggevole allusione: 2Timoteo 4:12; Tito 3:12; Colossesi 4:6 che commentiamo studiando la lettera ai colossesi.

22 V'e l'ho mandato apposta, affinchè abbiate conoscenza, della condizione nostra e consoli i cuori vostri.

Cfr. Efesini 3:13.

23 b) Il saluto e la benedizione: Efesini 6:23-24.

Pace ai fratelli e amore unito a fede, da Dio Padre e dal Signor Gesù Cristo:

L'«amore», qui è l'«amor fraterno»; ma l'apostolo non dice: «amore e fede», come se le due cose potessero star separate, indipendenti l'una dall'altra; no, egli dice: «amore unito a fede»; l'amore inseparabile dalla fede e che è della vera fede la bella e santa caratteristica (cfr. Galati 5:6).

24 La grazia sia con tutti quelli che amano il nostro Signor Gesù Cristo d'un amore incorruttibile:

Qualcuno, come il Soden, connette lo αφθαρσια con χαρις e intende: «grazia con immortalità» o «grazia immortale»; ma è far violenza alla costruzione naturale della frase. Altri interpreta lo εν αφθαρσια: «con sincerità». Ma l' αφθαρσια è più di «sincerità» è proprio «incorruttibilità» (cfr. Romani 2:7; 2Timoteo 1:10 e per l'aggettivo «incorruttibile», vedi Romani 1:23; 1Timoteo 1:17; 1Corinzi 15:52). Si tratta dunque d'un amore che non può corrompersi, che non può perire. E questa parola «incorruttibile», riferita ad un amore spirituale ed eterno, «corona degnamente», dice l'Alford, «questa lettera gloriosa».


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