Filippesi 1

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IL PROLOGO

Filippesi 1:1-11

Il prologo della lettera consta di tre parti

a) L'INDIRIZZO ED I SALUTI Filippesi 1:1-2.

b) AZIONI DI GRAZIE DELL'APOSTOLO Filippesi 1:3-8.

c) PREGHIERA D'INTERCESSIONE Filippesi 1:9-11.

a) L'indirizzo ed i saluti Filippesi 1:1-2.

Paolo e Timoteo, servitori di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi, coi vescovi e coi diaconi. Grazia, e pace a voi da Dio nostro Padre e dal Signor Gesù Cristo!

Timoteo era ben conosciuto a Filippi come il compagno e l'intimo amico di Paolo. Egli era stato con Paolo quando per la prima volta egli s'era recato in Macedonia Atti 16:1,3,10,13. Poi, più tardi, era tornato in Macedonia Atti 19:22; 20:1,4; e Paolo si proponeva di rimandarlo adesso in vece sua alla chiesa di Filippi Filippesi 2:19-23. Il suo nome qui, nella lettera, associato a quello di Paolo, non appare altrove che nel saluto. Ch'egli fosse l'amanuense dell'apostolo, può darsi; niuna indicazione v'ha però, nella lettera, di codesto fatto. Che Paolo qui non faccia valere il suo titolo ufficiale d'apostolo, non deve far meraviglia. Si tratta d'una lettera che non ha nulla d'ufficiale; d'una lettera intima, palpitante d'affetto fraterno; e in lettere di questo genere, i «titoli» son tante stonature. E poi si capisce che Paolo faccia valere la propria autorità d'apostolo in Galazia od a Corinto, dove i partiti giudaizzanti gli contestano la legittimità dell'apostolato; a Filippi non vi è bisogno ch'egli la faccia valere, perchè codesti partiti non v'esistono.

Servitori di Cristo Gesù.

È veramente lo schiavo; ma in questa nozione, come Paolo la concepisce, non è ombra d'elemento servile. Questa nozione, tolta dall'ambito della schiavitù sociale e trasportata nell'ambito del cristianesimo, per l'apostolo implica queste idee: l'idea che la vera libertà consiste nel volonteroso e lieto servigio prestato a Dio Romani 6:18,22; l'idea di assoluta subordinazione a Cristo; l'idea che il redento non appartiene più a se stesso, ma a colui che lo ha riscattato a prezzo della propria vita 1Corinzi 3:23; 7:22; l'idea di un identificarsi con Cristo in questo senso: che anch'egli «prese forma di servo» Filippesi 1:2-7.

A tutti i santi.

«Santità» è separazione dal male e consecrazione al bene. «Santo» vuol dire «messo da parte e consacrato» a Dio. E questa «santità» cristiana non è il monopolio di una casta, di una corporazione speciale di cristiani, ma è la sacrosanta vocazione di tutti quanti i redenti da Cristo. Vedi Efesini 1:1.

In Cristo Gesù.

Quell'in accenna al nuovo elemento in cui si evolve la nuova vita del cristiano. Il cristiano vive in Cristo, nello stesso senso ce l'uccello vive nell'aria, il pesce nell'acqua, e l'albero nel suolo in cui protende le radici. Cristo glorificato, Cristo come «spirito» 2Corinzi 3:17, è l'elemento normale della vita nuova del credente.

Per Filippi vedi la Introduzione.

In un coi vescovi e coi diaconi.

Il Reuss dice: «Noi preferiamo dire: sorveglianti e ministri perchè son termini che meglio di vescovi e diaconi ci permettono di fare astrazione dalle nozioni gerarchiche di età più recenti. In ogni caso, da questo passo (cfr. Atti 20:17,28) appar chiaro che, nella Chiesa primitiva, si potevano dare e si davano più vescovi in una stessa città e in una stessa comunità cristiana: il che implica che il vescovo d'allora era ben diverso dal vescovo di più tardi. La parola ministro, che significa propriamente servitore, s'applica bene alle funzioni del diaconato, di cui evidentemente qui si tratta, quantunque altrove ella abbia anche il senso che le si dà ai dì nostri nella Chiesa 2Corinzi 3:6. E il Godet nota: «È assai naturale che, proprio in questa chiesa, la più antica d'Europa, appaiano per la prima volta riuniti e costituiti questi due elementi essenziali dell'ordinamento ecclesiastico. Ma forse l'apostolo aveva anche una ragione più speciale per menzionarli qui come fa, se s'ha da credere che fossero loro quelli che avean mosso la chiesa a compier quell'atto delicato e fraterno per il quale, alla fine della lettera, egli esprime ai filippesi la propria gratitudine Filippesi 4:10 e seg.». Per ulteriori ragguagli sul «vescovato» ed il «presbiterato» primitivo, vedi il mio Commentario sui Atti 20:17, Atti 20:28 e riflessioni.

2 Grazia e pace a voi, da Dio nostro Padre e dal Signor Gesù Cristo.

Vedi Efesini 1:2.

3 b) Azioni di grazie dell'apostolo Filippesi 1:3-8.

Io rendo grazie all'Iddio mio di tutta la rimembranza che ho di voi; ed in ogni mia supplicazione, io fo sempre supplicazione per tutti voi con gioia.

Altri traduce... «di tutte le volte che mi ricordo di voi». La rimembranza che Paolo ha dei cristiani di Filippi, è ricca; ed ogni ricordo che il nome di codesta chiesa gli ravvivava nel cuore, gli era dolce e soave non solo, ma gli ispirava un inno di rendimento di grazie a Dio. Il suo primo ingresso in Filippi, l'oratorio in riva al fiume, il battesimo di Lidia, la conversione del carceriere... eran per lui «come i profumi di lontani fiori» Atti 16 passim.

4 Ed in ogni mia supplicazione...

Dico supplicazione e non preghiera. La «preghiera» in senso generico è προσευχη; qui l'apostolo dice: δεησις che è, più specificamente, «supplicazione»; il grido dell'anima che nasce da un un bisogno profondamente sentito ( δεω).

Con gioia.

A volte l'apostolo prega, supplica Iddio per altri, avendo il cuore in angoscia e l'anima coinvolta in un senso penoso d'incertezza e di dubbio; qui no; egli sa che la chiesa di Filippi è fedele, è vivente, è forte gli è affezionata, e la certezza di tutte codeste cose gli riempie il cuore di gioia. Del resto, è l'apostolo stesso che, in Filippesi 1:5-7, specifica il perchè di codesta «gioia».

5 A cagion della parte che avete presa nel progresso del vangelo, dal primo giorno fino ad ora

Letteralm. «A cagione della vostra comunione nell'Evangelo o in vista dell'Evangelo». Questa, che l'apostolo chiama «loro comunione» è l'oggetto del «rendimento di grazie» del Filippesi 1:3 e al tempo istesso il motivo della «gioia» del Filippesi 1:4. La κοινωνια «comunione», da κοινος «comune», esprime la relazione di vari individui, che implica un mutuo interesse e la partecipazione ad un oggetto comune. Qui esprime una fraterna partecipazione in attività, in fatiche, in pene spese e sopportate per amore della gran Causa evangelica. A toglier quindi ogni equivoco, e a rendere in modo intelligibile il pensiero dell'apostolo, invece di dire col Diodati: «per la vostra comunione nell'evangelo». o col Martini: «a motivo della partecipazione vostra al Vangelo», (modi che suscitano delle idee completamente diverse da quella che Paolo ha in mente), io traduco: «A cagion della parte che avete presa nel progresso del Vangelo».

Dal primo giorno nel quale i Filippesi ricevettero l'Evangelo Atti 10:13 fino ad ora.

6 E son persuaso che Colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù

Colui... è Dio.

Che ha cominciato non fra voi, ma in voi, «nel cuor vostro» (cfr. Filippesi 2:13).

L'opera buona è il loro aver accettato l'Evangelo, la loro attività cristiana, il sentimento generoso che li avea tratti a prender parte tanto attiva al progresso del Vangelo... tutto quello, insomma, che nel loro cuore non era frutto della carne ma era creazione dello Spirito di Dio.

La condurrà a compimento.

Per l'idea, cfr. 1Corinzi 1:8; 1Tessalonicesi 5:24; 2Tessalonicesi 3:3.

Fino al giorno di Cristo.

Che s'ha egli da intendere per questo «giorno di Cristo?» La espressione torna spesso nelle lettere pauline, e non sempre nella identica forma. In forma assoluta: il giorno 1Tessalonicesi 5:4; 1Corinzi 3:13; Romani 13:12. Poi: Quel giorno 2Tessalonicesi 1:10; il giorno di Cristo Filippesi 1:10; 2:16; il giorno del Signore 1Corinzi 5:5; 1Tessalonicesi 5:2; 2Tessalonicesi 2:2; il giorno del Signor nostro Gesù (Cristo) 1Corinzi 1:8; 2Corinzi 1:14. I commentatori, in generale, per questo «giorno di Cristo» intendono la Parousia; per Parousia intendono la seconda venuta del Signore e deducono da questo passo che l'apostolo considerasse come imminente codesta venuta. Così l'Alford, il Vincent e una folla d'altri. Quant'è a me, io dubito molto che l'apostolo, quando scriveva il nostro passo, credesse ancora all'imminenza di una seconda venuta di Cristo. In 2Tessalonicesi 2:2 l'apostolo protestava che l'idea di codesta «imminenza», che alcuni gli aveano attribuita, era idea senza fondamento e della quale nulla egli avea mai detto o scritto; e se ai primi tempi ai quali la seconda lettera ai tessalonicesi ci conduce (ella è la seconda fra, tutte le lettere che conosciamo dell'apostolo), se neppure a cotesti primi tempi, dico, l'apostolo non avea codesta idea così netta e precisa, com'è supponibile l'avesse ora, mentre scrive ai filippesi, ora, che tanti anni di esperienza gli hanno insegnato che codesta visibile apparizione del Cristo non soltanto non è avvenuta, ma chi sa mai quando avverrà? Ecco perchè, senza entrare nella complicata questione della Parousia, io inclino a credere che «il giorno di Cristo» sia qui o un «venir di Cristo» come Cristo stesso intese quando disse ai suoi: «Verrò di nuovo e v'accoglierò presso di me» Giovanni 14:3 (Eadie), o, meglio ancora, il momento solenne che il mondo chiama «morte», ma che per il cristiano è la porta della vita, la ascensione alla città di Dio, la venuta di Cristo ad abbracciar l'anima, redenta, il momento della visione immediata delle cose già credute e sperate.

7 Ed è ben giusto ch'io nutra questo sentimento relativamente a voi tutti; che io vi porto nel cuor mio; voi, che, tanto nei miei legami quanto nella difesa e nella conferma del Vangelo, avete tutti partecipato alla grazia che a me te è stata fatta

Nella frase: voi, che, tanto nei miei legami ecc. è il commentario della κοινωνια, «comunione», del Filippesi 1:4.

Nella difesa può alludere alla difesa ( απολογια) dell'apostolo dinanzi alle autorità romane; ma non è certo limitato a codesto: comprende ogni sforzo fatto dall'apostolo per mantenere alto e fermo il vessillo dell'Evangelo. «Nella difesa e nella conferma del Vangelo». La difesa è la lancia spezzata, la parola spesa a pro della causa buona e santa; la conferma di codesta, causa è il risultato della onesta e valida difesa.

Avete tutti partecipato alla grazia che a me è stata fatta.

Letteralm. «Essendo tutti compartecipi meco della grazia». La Vulgata e qualche padre hanno: «compartecipi del mio gaudio». Evidentemente i Padri latini che così tradussero, lessero χαρας invece di χαριτος; ma la lezione sicura è χαριτος; e la «grazia» è qui la grazia di Dio nelle sue speciali applicazioni alle prove dell'apostolo e dei lettori, e nelle sue speciali manifestazioni nella calda simpatia e nella zelante attività dei filippesi. Era la grazia di Dio che sosteneva l'apostolo in mezzo alle sue prove, ed era la stessa grazia che moveva i filippesi a render meno triste la prigionia dell'apostolo ed a lavorare con lui alla difesa e alla diffusione dell'Evangelo. A render trasparente il pensiero dell'apostolo ho quindi tradotto: «Avete tutti partecipato alla grazia che a me è stata fatta».

8 Poichè Dio mi è testimone com'io tutti vi brami con affetto sviscerato in Cristo Gesù

La frase: Dio mi è testimone corrisponde al nostro: «Sa Dio quant'io vi bramo tutti ecc.» Io traduco: «Com'io tutti vi bramo» perchè lo ὡς del testo qui non è semplicemente che, ma è come, quanto (cfr. Romani 1:9; 1Tessalonicesi 2:10) e lo επιποθω è più del semplice «v'amo...» è «vi desidero, vi bramo intensamente».

Con affetto sviscerato,

traduco; e rendo così esattamente il testo che, alla lettera, dice: nelle viscere di Cristo Gesù. Il termine greco σπλαγχνα comprende i visceri più nobili: il cuore, il fegato, i polmoni; e si distingue dagli intestini, che son chiamati τα εντερα. Codesti visceri i greci consideravano, collettivamente, come la sede dei sentimenti, degli affetti e dei gravi perturbamenti dell'ira e dell'amore. Noi, invece, diciamo: cuore; ma nella espressione «affetto sviscerato» abbiam le tracce del modo greco; l'amico «sviscerato» è l'amico più intimo, l'amico del cuore. Anche gli ebrei aveano codesto modo; con questa differenza, però; che per loro le viscere eran la sede degli affetti più teneri; specialmente della carità, della benevolenza e della misericordia Genesi 43:30; Deuteronomio 13:18 (testo ebr.); 1Re 3:26; Isaia 47:6; Salmi 25:6; 106:46. Per l'uso del modo nel Nuovo T., vedi Filippesi 2:1; 2Corinzi 6:12; 7:15; Colossesi 3:12; Filemone 7,12,20.

In Cristo Gesù.

L'affetto di Paolo per i filippesi non è un affetto «secondo la carne», naturale soltanto; è un affetto che sgorga da una vivente comunione con Cristo; è un affetto che ha in Cristo la sua sorgente, la sua ispirazione, la sua ragione ultima. Dice bene il Bengel: «In Paulo non Paulus vivit sed Jesus Christus: quare Paulus non in Pauli, sed Jesu Christi movetur visceribus».

9 c) Preghiera d'intercessione Filippesi 1:9-11.

E questa è la mia preghiera che l'amor vostro abbondi di più in più in ogni matura conoscenza e in ogni discernimento.

Che l'amor vostro;

vale a dire, «il vostro scambievole amore».

Abbondi,

«continui ad abbondare» di più in più, direi per esprimere anche più esattamente l'idea del presente progressivo del greco. Il Crisostomo nota: «Si tratta d'un bene, a proposito del quale non esiste sazietà».

In matura conoscenza.

Rendo così la επιγνωσις del testo, che significa «conoscenza più esatta, più accurata, più profonda» della γνωσις.Cfr. Efesini 1:17. È termine caro all'apostolo. L' αισθησις non si trova che qui, in tutto il Nuovo T. Nel greco classico vale «sensazione, percezione per mezzo dei sensi, il sentire, il sentimento» e simili. Fisicamente parlando, è la percezione ottenuta per mezzo dei sensi; e al plurale, significa gli organi di codesta percezione; vale a dire. i sensi stessi. E la transizione dal fisico allo spirituale è naturale. Dice lo Eadie «Si potrebbe render così: Il tatto etico, la facoltà di discernimento morale che è pronta e sicura nei suoi giudizi, e che, per un intuito tutto speciale, arriva in modo facile e sicuro alle proprie conclusioni».

«In ogni discernimento»; perchè codesto discernimento opera in molti modi, secondo le varie relazioni nelle quali l'individuo si trova coi fatti d'esperienza. Il Vincent osserva qui molto opportunamente: «Paolo prega per una sovrabbondanza d'amore, in questi due aspetti: progredita conoscenza e retto discernimento spirituale; per un amore credente e sincero, che non s'abbia a ridurre ad un mero impulso senza regola. Anche l'amore naturale ha una percezione pronta, una conoscenza intuitiva; ma senza il principio regolatore della, ragione spirituale, non è del tutto scevro dal pericolo di veder parzialmente ed erroneamente. La επιγνωσις è la guida, il principio regolatore generale. La αισθησις applica la επιγνωσις ai più delicati dettagli della vita individuale e si addimostra compiuto nelle varie fasi del tatto cristiano».

10 Per fare il saggio delle cose che (moralmente) differiscono

Il δοκιμαζειν è il «saggiare» «fare il saggio» dei metalli e specialmente dell'oro. Cfr. 1Corinzi 3:13; 1Pietro 1:7; il διαφερειν del τα διαφεροντα può significare due cose: «eccellere» «esser da più» Matteo 6:26; 10:31; 12:12; Luca 12:7,24 e «differire», «esser differente» e simili 1Corinzi 15:41; Galati 4:1; 2:6. Quindi i due modi di tradurre il τα διαφεροντα del nostro passo: «saggiare le cose che differiscono», s'intende, «per sceglier poi fra loro» (Alford, Eadie, De Wette, Weiss, Diodati, Revisione francese (Commission des versions bibliques), e «discernere le cose proficue, eccellenti, o ciò ch'è meglio» (Ellicott, Meyer, Beet, Vulgata (però, con var. margin.), Martini, Oltremare, Crampon, Revel). Sostanzialmente le due traduzioni si combinano; in quanto che il risultato di codesto «saggiare le cose che differiscono» e di codesto «discernere ciò ch'è meglio» rimane il medesimo: l'approvazione di ciò ch'è buono; ma il primo modo è da preferirsi, a motivo di quel «discernimento che l'apostolo desidera per i filippesi, e che ha la sua applicazione speciale là dove sorgono dei problemi morali, là dove uno ha da scegliere fra cose che sono moralmente differenti fra loro. Il pensiero dell'apostolo si potrebbe quindi parafrasare così: «E questa è la mia preghiera: che l'amor vostro abbondi di più in più in matura conoscenza e in sicurezza di discernimento, talchè, in ogni caso, voi possiate fare rettamente il saggio delle cose che a voi si presentano con delle differenze morali, e possiate a colpo sicuro arrivare a una decisione vera ed equa». (Cfr. Efesini 5:10; 1Tessalonicesi 5:21; Ebrei 5:14.)

Affinchè, siate puri e non cagione d'intoppo ad altrui per il giorno di Cristo, ripieni di frutti di giustizia, mediante Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio

Lo ειλικρινεις non si trova che qui e in 2Pietro 3:1. L'etimologia del termine non è sicura: Chi lo fa derivare da ειλη e κρινω = «esaminato alla luce del sole» e quindi «schietto, puro, sincero, senza macchia»; e chi da ειλος (ειλη) e κρινω = provato, giudicato per rapido scotimento, «volubili agitatione». Lo αποροσκοποι può voler dire: «che non dà spinta al peccato, che non è cagione d'intoppo o di caduta ad altrui» (Meyer, Eadie) o: «che non s'intoppa» «illeso, inoffeso», e quindi., innocente». (Alford, Ellicott, Weiss, Lightfoot). Qui è preferibile il primo significato perchè si tratta di quel discernimento dell'amore, che trova la sua speciale applicazione nell'ambito delle relazioni fraterne. Per questo primo senso da noi preferito di «non esser cagione d'intoppo ad altrui», cfr. 1Corinzi 10:32; 2Corinzi 6:3. Per il secondo senso di «illeso, inoffeso, che non s'intoppa», vedi Atti 24:16. Il commentario pratico del nostro testo è Paolo stesso che lo dà, in Romani 14:13; 1Corinzi 10:32; 2Corinzi 6:3 e specialmente in 1Corinzi 8:13.

Per il giorno di Cristo;

non «fino al giorno...» ma «per il giorno di Cristo» come gente che ha sempre in vista il giorno di Cristo e che per codesto giorno si prepara. Per il giorno di Cristo vedi Filippesi 1:6.

11 Ripieni di frutti di giustizia,

letteral.: «di frutto di giustizia»; è frase ebraica (cfr. Proverbi 11:30; Amos 6:13) e significa: il frutto che la giustizia produce; che sgorga dalla giustizia; che è la estrinsecazione della giustizia; nel senso, insomma, di Galati 5:22; Efesini 5:9; Giacomo 3:18. Non è qui nel senso tecnico e dogmatico di «giustizia per la fede», ma è nel senso pratico dell'Antico T. nel senso, cioè, di rettitudine di vita, di pratica del bene.

Mediante Gesù Cristo.

Codesto frutto di giustizia l'uomo non può produrre da sè; egli lo produce per la misteriosa ma reale virtù che Gesù gli esercita nel cuore, per lo Spirito suo. E osservisi bene; a produrre codesto frutto non basta neppur l'adesione della mente alla dottrina, per completa che sia, relativa al Cristo: ci vuole il contatto immediato con la persona vivente del Cristo: «mediante Gesù Cristo» (cfr. Giovanni 15:5,8,16).

L'inciso a gloria e lode di Dio non va riferito unicamente al «frutto di giustizia»; va riferito a tutto quanto il paragrafo. L'amore dei figliuoli di Dio che abbonda in conoscenza piena di discernimento, il loro esser pieni di frutti di giustizia, son tutte cose che ridondano ad onore e gloria dell'Iddio redentore. Ogni carattere veramente «santo», vale a dire interamente separato dal male e completamente consacrato a Dio ed al bene, è una vivente testimonianza resa al carattere di Dio ed alla reale efficacia della grande opera della redenzione. La «gloria», dice lo Eadie, «è la manifestazione della natura e del carattere di Dio; la «lode» è il grato omaggio col quale il popolo di Dio saluta codesta manifestazione». Cfr. Efesini 1:6.

Riflessioni

1. A proposito «dei vescovi e dei diaconi» della chiesa di Filippi Filippesi 1:1, è interessante il commento del Martini: «Fra tutti i santi, cioè fedeli di Filippi, l'apostolo distingue in primo luogo i vescovi, indi i diaconi. Ma eravi forse più d'un vescovo a Filippi? Vescovo di quella città comunemente credesi che fosse Epafrodito, il quale allora trovavasi in Roma presso di Paolo, come vedremo. Ma, in primo luogo, questa lettera è bensì scritta principalmente per la Chiesa di Filippi, la quale, per aver la prima di tutte abbracciata la fede, e per essere città primaria della M acedonia Atti 16:12,21, era considerata come capo e metropoli delle altre di quel paese; ma doveva anche a queste, secondo l'uso, comunicarsi; e per questa ragione può dirsi che nomini l'apostolo in plurale i vescovi. In secondo luogo, il nome di vescovi davasi in quel tempo anche ai sacerdoti, indicati talora anche col nome di Pastori, che noi diremmo adesso curati o parrocchiani delle Chiese, sia della città e sia ancora della campagna. Vedi il Grisostomo. Col nome di diaconi comprende tutti gli altri ministri inferiori». Nel. qual commento, la fantasia ed il cavillo ermeneutico fanno degli sforzi erculei per uscir dalle difficoltà che il passo paulino crea alla gerarchia di Roma. Ma è chiaro come la luce del sole: I vescovi non sono atro che i presbiteri (Vedi Atti 20:17,28). Il termine «presbitero» accenna all'età, alla maturità d'esperienza del titolare (anziano), e il termine «vescovo» definisce l'ufficio (sorvegliante); e la chiesa di Filippi non è retta da un vescovo, ma da un collegio di vescovi, o di presbiteri che dir si voglia. I diaconi sono i chiamati a soccorrere, in nome della chiesa, i bisognosi, le vedove, gli orfani, i malati, i fratelli di passaggio Atti 6;1Corinzi 12:28. Il primato romano crolla dinanzi ad un passo come questo, nello stesso modo che cade l'asserzione di coloro che credono, basandosi sull'esempio della Chiesa apostolica, di poter negare la legittimità del ministerio evangelico.

2. Il Filippesi 1:6 nel quale Paolo esprime la persuasione che «Colui che ha cominciato nei filippesi un'opera buona la condurrà a compimento», ha tratto molti a sconfinare ed a spaziare nelle regioni dogmatiche; e più specialmente, in quella della dottrina della «perseveranza dei santi». Ora è evidente che, in un caso tutto particolare come questo, l'apostolo non dogmatizza, non fa della dottrina, non si eleva all'altezza di principi generali; e tutto quello che da un passo come questo si può dedurre, ecco a che cosa si riduce: Tutto quello che v'è di buono nella Chiesa, ha la sua origine e la sua vita in Dio. E Dio quindi che ne va ringraziato; e la presenza di codesto bene deve a tutti ispirare la calda, fervida preghiera di colui che è profondamente persuaso che quell'Iddio il quale ha così cominciato un'opera buona, nella chiesa, non l'abbandonerà a capriccio, ma la completerà, «la condurrà a compimento». «Dio», dice Enrico Meille nelle sue «Note» sulla, lettera nostra, «non si contenta di porre in noi il principio della vita nuova, lasciando poi a noi la cura di svilupparlo e di addurlo a compimento, ma in ogni atto dell'opera della nostra santificazione ci circonda con la sua grazia, ci guida, ci soccorre, e con la propria mano suggella cotest'opera una volta compiuta. Egli pone la prima e l'ultima pietra all'edilizio della nostra perfezione spirituale». Il che non va inteso nel senso che l'oprar di Dio paralizzi la nostra responsabilità morale. Dio vuol compiere l'opera che incomincia in noi e nella Chiesa 1Corinzi 1:9; 10:13; 1Tessalonicesi 5:24; 2Tessalonicesi 3:3; Romani 11:29, ma all'uomo è possibile di render vano codesto buon volere di Dio, e di distruggere l'opera buona che ha cominciata in noi Ebrei 6:4-6; 10:26; 1Giovanni 5:16. E quando ciò avvenga, la colpa di un tanto disastro non è certo di Dio, ma è tutta dell'uomo.

3. Anche la preghiera dell'apostolo è ricca di ammaestramenti Filippesi 1:9-11. L'amor fraterno, unito ad una fede attiva, diventa la forza che pervade tutta quanta la personalità cristiana, ne dirige la vita, e la trae verso la perfezione. Per esso, internamente, il cristiano si va sempre più maturando nella conoscenza delle cose grandi di Dio, ed acquista un discernimento ed un intuito morale sempre più delicati, sempre più sicuri; e il risultato di tutto codesto è la purità della vita Filippesi 1:10. Esternamente, codesto amore dà al cristiano quello squisito tatto morale e quella sensibilità di coscienza, per cui egli evita con cura tutto quello che potrebbe esser d'intoppo al prossimo ed al fratello, e recar dolore a quell'Iddio che è Padre e Redentore di tutti.

12 

IL CORPO DELLA LETTERA

Filippesi 1:12-4:9

L'apostolo non segue un piano vero e proprio ch'egli abbia precedentemente stabilito. Egli passa da una notizia personale ad una esortazione e da una esortazione ad un'altra notizia personale, così come il cor gli detta dentro. Il corpo della lettera, per comodo dell'esegeta e del lettore, si può però dividere in cinque sezioni.

PRIMA SEZIONE

NOTIZIE PERSONALI

Filippesi 1:12-26

I filippesi, che s'interessavano vivamente in tutto ciò che concerneva la persona dell'apostolo, poteano temere che una prigionia così prolungata come la sua, finisse col ruinare completamente i suoi lavori apostolici. Paolo dice loro, invece, che cotesta sua prigionia, subìta per il nome di Cristo, è divenuta notoria in tutta la caserma pretoriana e più lungi ancora. Inoltre, riferisce che, in seguito al suo arrivo, un forte movimento missionario s'è determinato fra i cristiani di Roma. Senza dubbio non tutti lavoravano nel medesimo spirito. Ve n'erano di quelli che annunziavano Cristo con dei sentimenti maligni per l'opera e per la persona dell'apostolo; ma ve n'erano anche degli altri, che lo annunziavano nello spirito suo ed all'unisono con lui. «Però anche quelli che lavorano contro di me personalmente», dice l'apostolo, «contribuiscono alla propagazione della conoscenza di Cristo, e di questo mi rallegro» Filippesi 1:12-18. Cotesta propagazione dell'Evangelo condurrà alla sua, salvezza; e ciò, per le preghiere dei filippesi e per l'assistenza dello Spirito di Dio che continuerà a sostenerlo in modo, ch'egli non abbia mai a cessare dal glorificar Cristo Filippesi 1:19-20. Ecco il sentimento che gl'ispira la sua condizione attuale: Cristo è tutto per lui; quindi, morire, equivale ad andar da lui; il che è per l'apostolo un guadagno; vivere, equivale a portar del frutto alla gloria di Cristo. L'apostolo non sa che scegliere, e rimette la scelta nelle mani di Dio. Egli ha però il sentimento che sarà chiamato a vivere ancora, per lavorare alla edificazione dei suoi lettori e all'accrescimento della gioia loro; talchè, in Cristo Gesù, la gioia loro relativamente all'apostolo abbonderà più che mai, a cagione della sua presenza nel loro mezzo Filippesi 1:21-26.

Or, fratelli, io voglio che sappiate che la condizione nella quale mi trovo, ha contribuito anzi che no, al progresso dell'Evangelo.

La condizione nella quale mi trovo,

io traduco. Il Greco dice: τα κατ' εμε: «le cose che spettano me», «le cose mie», «i fatti miei»; in una parola «l'esperienza mia come carcerato».

13 Al punto, che in tutta la caserma pretoriana e a tutti gli altri è divenuto notorio che io sono in catene per la causa di Cristo

Letteralm.: «Talchè i miei legami son venuti manifesti in Cristo»; il che evidentemente vuol dire: «Al punto, che è diventata cosa notoria che i miei legami non son la conseguenza d'una qualche mala azione, ma son dei legami «in Cristo»; vale a dire, dei legami sofferti per la causa di Cristo.

In tutta la caserma pretoriana.

Il greco dice: «In tutto il pretorio»; per il qual «pretorio» s'ha qui da intendere quel che i latini chiamavano castra praetoriana; vale a dire, la caserma delle «guardie del corpo» imperiale. Erano insomma i «corazzieri imperiali». I pretoriani erano diecimila; uomini scelti, presi da prima in Italia, e poi anche in Macedonia ed in Ispagna. Il corpo dei pretoriani fu istituito da Augusto che ne stabilì tre coorti in Roma e distribuì gli altri per le città adiacenti. Tiberio li concentrò tutti quanti in Roma. Vitellio ne aumentò il numero fino a sedicimila. Godevano di speciali privilegi ed avean doppia paga. Servivano da prima, dodici anni; poi sedici. Paolo era affidato a codesto corpo, i cui soldati, dandosi la muta, montavano la guardia alla casa privata ch'egli abitava (Vincent). «In tutta la caserma pretoriana era diventato notorio che Paolo era in catene per la causa di Cristo e non per qualche delitto ch'egli avesse commesso. I soldati che si davan la muta aveano evidente parlato di questo carcerato ch'era così diverso dagli altri e che, pur sapendo che il suo processo avrebbe potuto finire con una condanna a morte, era così tranquillo nella sua coscienza e così eroicamente sereno.

E a tutti gli altri,

oltre i pretoriani. La sua carcerazione come testimone di Cristo diventò nota, al di là della caserma pretoriana, per tutta la città. Appena arrivato, ei parlò ai principali giudei Atti 28:17; più tardi, a un numero di giudei più largo ancora Atti 28:23; e per due anni di seguito, egli ricevette quanti andavano a lui Atti 23:30.

14 E il più dei fratelli, ponendo a motivo delle mie catene una maggior fiducia nel Signore, sono più che mai arditi nello annunziare la Parola senza timore.

Le parole nel Signore sono variamente riferite. Chi le riferisce ai fratelli, e dice: «Il più dei fratelli nel Signore...» (Alford, Weiss, De Wette, Lutero, Crampon, Revel, Diodati). Altri, come l'Oltramare e il Reuss dicono «Il più dei fratelli, rassicurati, grazie al Signore, per quel che concerne le mie catene...» Noi seguiamo il Winer che consiglia di connettere il «nel Signore» col «ponendo una maggior fiducia», a modo di Filippesi 1:24; Galati 5:10; 2Tessalonicesi 3:4.

Ponendo a motivo delle mie catene una maggior fiducia nel Signore...

Le catene di Paolo sono il motivo della maggior fiducia del maggior numero dei fratelli, perchè coteste catene sono una testimonianza eloquente della verità, della potenza, della gloria dell'Evangelo. «Erano la prova della inflessibile integrità dell'apostolo e della sincerità delle sue convinzioni. Il più dei fratelli vi trovava argomento a fidarsi sempre più nel Signore... Così, quel che avrebbe sembrato doverli rattristare e scoraggiare, produceva l'effetto contrario: li rallegrava e li stimolava. E il risultato pratico di tutto codesto era naturale:

Essi diventavano più che mai arditi nello annunziare la Parola senza timore.

Quel senza timore non è pleonastico. Codesti cristiani non è che si tacessero prima; parlavano, e non senza qualche ardimento; ma ora sono più che mai arditi, dice Paolo. L'esempio eroico dell'apostolo trasformava cotesti cristiani, addirittura in eroi. Attorno a cotesto carcerato, che s'apprestava ad andare alla morte come ad una festa e ch'era pronto a suggellare col sangue la testimonianza della propria fede, si produceva un vero e proprio risveglio d'indomito coraggio e di ardente zelo cristiano.

15 Alcuni, è ben vero, predicano Cristo con ispirito d'invidia e di polemica; ma ve ne hanno anche degli altri, che lo fanno con dei sentimenti benevoli.

Quest'alcuni non si riferisce al «più dei fratelli» del Filippesi 1:14. L'apostolo entra qui in un nuovo ordine d'idee: e questi «alcuni» costituiscono una classe nuova e tutta speciale di oppositori di Paolo. E chi eran dessi questi «alcuni?» A questa domanda si è variamente risposto; e dal Bengel in poi ha prevalso l'idea ch'essi fossero dei cristiani giudaizzanti. Così la pensarono il Lightfoot, il Meyer, lo Ellicott, il Neander e una folla d'altri. Ma cotest'idea mal si concilia con le parole con le quali Paolo, in questa stessa lettera, stimatizza codesti giudaizzanti Filippesi 3:2 e con quello ch'egli ne dice nelle lettere ai galati e 2Corinzi. In coteste lettere, nota giustamente il Vincent, l'apostolo non ammette che i giudaizzanti predicassero Cristo; se essi predicano Cristo, è «un altro Cristo» quello che predicano 2Corinzi 11:4. Col Vincent e col Weiss, quindi, io ammetto che in cotesti «alcuni» può darsi si trovasse anche qualche giudaizzante; ma in generale dovea trattarsi di cristiani gelosi dell'apostolo, che cercavano in ogni modo di scalzare l'autorità sua. E la supposizione del Weiss merita qui d'esser considerata. Prima che Paolo arrivasse a Roma, dic'egli, la chiesa romana non aveva uno speciale e ben definito conduttore; e doveva quindi esser facile a qualche tipo di grande ambizione ma di poca levatura, l'accaparrarsi una qualche preminenza tra i fratelli. Arrivato l'apostolo, cotesta preminenza ci possiam figurare a che cosa dovesse ridursi. E ci possiamo anche figurare di che cosa non dovessero esser capaci dei tipi come codesti, che la luce del nome e dell'autorità dell'apostolo rivelava per quel che realmente valevano (Per una condizione di cose analoga a questa, vedi 1Corinzi 3:3-4.)

Con ispirito d'invidia per l'apostolo e di polemica personale, contro di lui. Paolo.

Ma ve ne hanno anche degli altri che lo fanno con dei sentimenti benevoli.

Con dei sentimenti benevoli ( δι ἑυδοκιαν) verso l'apostolo e verso la Causa. dell'Evangelo.

16 Questi son mossi dall'affetto, sapendo ch'io sono incaricato della difesa dell'Evangelo

Col sono incaricato io traduco il κειμαι del testo; il quale vuol propriamente dire:

1°) giaccio, riposo, sono posto (lat. quiesco; e

2°) sono collocato, sono stabilito, proposto, e simili.

Lutero prese il verbo nel primo senso, ch'è il senso proprio, e tradusse «Diese aber sus Liebe; denn sie wissen dass ich zur Verantwortung des Evangelii hier liege». «Ma questi, per amore; chè sanno ch'io qui giaccio (in prigione, s'intende) per la difesa del Vangelo». Ma è idea sforzata e non necessaria. Il κειμαι, qui, è nel senso translato di Luca 2:34; 1Tessalonicesi 3:3; nel senso, cioè, di «esser appartato, designato, destinato». Quindi: «... sapendo ch'io sono incaricato della difesa (greco: apologia; vedi Filippesi 1:7) dell'Evangelo». «Gli amici dell'apostolo riconoscevano la sua condizione ed il suo compito e lavoravano in piena simpatia ed in pieno accordo con lui. Se s'eran così messi a, lavorare anche loro, non era perchè l'apostolo non fosse in grado di difender da sè l'Evangelo; era la sua prigionia che dava a loro un nuovo spirito e infondeva in loro un nuovo coraggio. Aveano capito qual fosse la special funzione dell'apostolo; la sua prigionia avea fatto vibrare una corda sensibilissima nel cuor loro; e per quanto era loro dato, volean continuarli loro i lavori dell'apostolo. Siccome sapean bene ch'egli era stato incaricato della difesa del Vangelo, essi sentivano che il modo migliore di addimostrargli l'affetto loro era quello di lavorare nello spirito nel quale egli avea sempre lavorato, e di mirare allo scopo al quale egli avea consacrata tutta quanta la sua vita» (Eadie).

17 Mentre quelli, spinti dallo spirito di rivalità, annunziano Cristo con delle intenzioni che non son pure, credendo suscitarmi afflizione nella mia prigionia

Credendo... ma non riuscendo nell'intento loro. Traduco, suscitare e non aggiungere perchè la lezione εγειρειν è da preferirsi all'altra επιφερειν del «Testo recepto». «Questa», dice E. Meille, «è la loro intenzione: rendere più dolorosamente sensibile all'apostolo la sua prigionia; infiggere una spina acutissima nel suo organismo morale, già stanco e logoro e affranto per le tante prove sofferte».

18 Ma che importa: Comunque sia, per pretesto o con sincerità, Cristo è annunziato, ed io me ne rallegro e me ne rallegrerò ancora.

Il per pretesto è in greco: προφασει che significa qui: Servirsi del nome di Cristo come di maschera per fini tutti personali ed egoistici.

Cristo è annunziato.

Il Vangelo progredisce, a volte, anche per la medianità di una predicazione ipocrita e partigiana. L'apostolo fa tacere il legittimo risentimento che cotesta predicazione, intesa a demolir lui, dovea destargli nel cuore; dimentica, per un istante, le conseguenze tristi che una predicazione come codesta dovea necessariamente avere per la comunità cristiana che l'udiva; in tutto cotesto lavorìo subdolo, partigiano, polemico, personale, egli non vuol vedere che una cosa: il fatto materiale della predicazione di Cristo. Cristo è predicato e ciò mi basta;

di ciò mi rallegro e me ne rallegrerò ancora;

o: «e continuerò ancora a rallegrarmene»...

19 Perchè so che codesto tornerà alla mia salvezza, mercè le vostre supplicazioni e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo

Si è molto discusso sul significato di cotesta espressione: «alla mia salvezza». Chi l'ha intesa per la sua liberazione dal carcere; chi per la sua salvazione dalla perdizione eterna ecc. Il Vincent osserva giustamente che la soluzione del problema è nei passi Filippesi 1:28; 2:12; Romani 1:16 e specialm. 2Tessalonicesi 2:13. Si tratta della salvazione nel suo significato più ampio, più comprensivo; non di un beneficio futuro, ma di tutta quanta l'opera redentrice e santificatrice del Cristo nella vita del credente.

Mercè le vostre supplicazioni e

(letteralm.) «la prestazione d'aiuto», (Diod. «somministrazione», Martini «soccorso») o, come traduco io, l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo.

Il senso del termine ( επιχορηγια, cfr. Efesini 4:16) è chiaro; soltanto bisogna badar bene di non far di «dello Spirito di Gesù Cristo» un genitivo oggettivo, come fecero Teofilatto, Ecumenio, Grozio, lo Zanchio, l'Alford e vari altri; il «dello Spirito di Gesù Cristo» è un genitivo soggettivo; lo Spirito, cioè, non è il somministrato, ma è lui che somministra, ad ogni momento e in ogni contingenza, «il soccorso opportuno».

20 Io ho questa ferma speranza che non avrò ad arrossire di cosa alcuna; ma che, parlando con piena libertà, ora come sempre Cristo sarà glorificato nella, mia persona, sia per la mia vita, sia per la mia morte

L'originale comincia, esattamente, così: «Secondo la mia ferma aspettazione e speranza...». E neppur questo rende con precisione l'idea del testo. «Aspettazione» diciamo noi; l'apostolo dice: αποκαραδοκια con un composito di tre parole, che non si trova che qui e in Romani 8:19: απο, «da», «lungi da», ecc.; καρα, «il capo»; δοκειν (ionico) «guardare», «fissare», tender la vista a scernere...» ecc. Quindi: o: «Tender la vista a scerner qualcosa col capo lungi da ogni altro oggetto (Vincent), o: «A capo levato, tender la vista a scernere un qualcosa che ha da venir da lontano» (Godet). Andate ora, se vi riesce, a trovare una parola che vi renda esattamente codesta folla d'idee!

Che non avrò ad arrossire di cosa alcuna.

Il Reuss traduce: «Che non sarò confuso relativamente ad alcuna delle mie speranze». Ed è l'idea del testo, che si potrebbe parafrasare così: Io ho questa ferma speranza che per nissun verso e in nissun modo finirò per far la figura d'un fanatico, d'un entusiasta sognatore, d'un predicatore di vuote ed impossibili fantasmagorie. Che anzi, al contrario,

parlando con piena liberti, ora come sempre Cristo sarà magnificato nella mia persona.

Il greco ha: εν παση παρρησια. Il significato completo di è «parlar libero e franco» «proferire ogni parola» ( παν, ῡημα).

Sarà magnificato

ed è la traduzione esatta del μεγαλυνω, che vale «rendere o dichiarar grande», e spesso nel senso di «lodare, glorificare».

Nella mia persona,

dice l'apostolo, invece di dir semplicemente: «in me»; e la ragione del suo dir così è in quel che segue:

Sia per la mia vita, sia per la mia morte.

«Inimicis suis insultat, quod ei nocere non valeant. Si enim sum occiderint, martyrio coronabitur. Si servaverint ad Christum annunciandum, plurimum facient fructum», dice Girolamo (cit. dal Vincent).

21 Chè Cristo è la mia vita e la morte mi è un guadagno

La transizione fra il Filippesi 1:20-21, nota il Reuss, è in questa idea facile a sottintendersi: «Cristo sarà magnificato nella mia persona, sia per la mia vita, sia per la mia morte».

Ed io la morte non la temo,

perchè Cristo è la mia vita e la morte m'è un guadagno. «Nei momenti di fredda riflessione» dice il Reuss, «cotesta eventualità doveva affacciarglisi alla mente come una cosa possibilissima Filippesi 2:17,23. Ma, lungi dallo spaventarsene, l'apostolo avea saputo trarne un nuovo elemento di forza. La mia vita, la mia vera vita non consiste più in questa fragile esistenza che dipende dal capriccio d'un tiranno o dall'errore d'un giudice; la mia vita è Cristo; è l'unione col mio Salvatore, che mi fa vincere la paura della tomba e i terrori dell'estremo supplizio, perchè per lei io son già passato per la morte e per la risurrezione Filippesi 3:10-11; ed ell'è tale unione, che l'infrangersi delle barriere che separano il cielo dalla terra non farà che rendere più intima che mai (2Corinzi 5:6 seg.). La morte del corpo m'è un guadagno».

22 Ma s'io debbo continuare a vivere nella carne, ciò me è a frutto dell'opera, e quel ch'io debba, scegliere non so

Il testo non è qui facile a rendere; ma il senso del passo non può esser che questo: «Io ho questa ferma speranza che non avrò ad arrossire di cosa alcuna; ma che, parlando con piena libertà, ora come sempre Cristo sarà magnificato nella mia persona, sia per la mia vita sia per la mia morte Filippesi 1:20. La morte non la pavento; perchè la mia vera vita non sta più in questa caduca esistenza che dipende dal capriccio d'un tiranno o dall'errore d'un giudice; la mia vera vita è Cristo; il che vuol dire che la morte, la quale mi darà la immediata visione di lui e mi condurrà ad una comunione intima e perfetta con lui, la non m'è che un guadagno! Filippesi 1:21. Però, se è così da Dio determinato ch'io debba continuare ancora per dell'altro tempo a vivere in questo corpo, ciò non sarà che a profitto, a guadagno dell'opera ch'io fo, e che è l'opera di Dio; ond'è ch'io mi trovo nel caso di non saper davvero che cosa io m'abbia a preferire Filippesi 1:22.

23 Ed io son messo alle strette da due lati: avrei caro di partire e d'esser con Cristo, perchè sarebbe cosa di gran lunga migliore

Filippesi 1:23.

ma per voi è più necessario ch'io rimanga in questo corpo

Filippesi 1:24.

«Io son distretto dai due lati» dice il Diodati; meglio il Martini: io son messo alle strette dai due lati.

Avrei caro di partire;

l' αναλυσει è «levare il campo» «levar l'àncora» «partire dell'ultima dipartenza». In 2Timoteo 4:6 Paolo chiama la sua morte un' αναλυσις; e l'espressione è grande; se la vita è la sintesi dello spirito e della carne, la morte è un'analisi; vale a dire, una separazione, per la, quale lo spirito va con Cristo e la carne torna per sempre al gran tutto.

Perchè sarebbe cosa di gran luna migliore.

La frase dell'apostolo ha tutta l'esuberanza della nostra traduzione. E certo, personalmente, il partire sarebbe stato per l'apostolo cosa ben di gran lunga migliore del restare. Meglio per lui l'esser con Cristo, che l'esser lungi da Cristo; meglio il goder della visione immediata di Cristo, che il predicar Cristo; meglio il lodar Cristo che il soffrire per Cristo; meglio il trovarsi nella gloria con lui, che trovarsi per lui nel fondo d'un carcere!

24 Ma Paolo è un apostolo; egli è stato alla scuola di Cristo, il quale gli ha insegnato che anche sulla croce ci convien dimenticare noi stessi per non pensare che al bene d'altrui, e:

ma per voi, è più necessario ch'io rimanga in questo corpo.

25 E son persuaso e so che io rimarrò e che dimorerò con voi tutti per il progresso e la gioia della vostra fede.

26 2Affinchè per la sua presenza in mezzo a voi, abbiate in me ragion di gloriarvi più che mai, in Cristo Gesù.

L'apostolo è penetrato dal sentimento del dovere; dal sentimento ch'egli non appartiene a se stesso, ma che a Dio ed alla Chiesa appartiene; e n'è così profondamente penetrato, ch'egli giunge alla convinzione, alla persuasione, che non morrà per ora; parla di necessità della sua presenza e del suo lavoro; sa che rimarrà con le sue care chiese, perchè la sua presenza rafforzerà la loro fede, darà loro quella serenità che una catastrofe avrebbe potuto far loro perdere, e fortificherà in loro la coscienza ch'esse hanno già, di trovarsi sulla via della salvezza (Reuss). Il Filippesi 1:26 si può parafrasare così: «affinchè, quando mi avrete di nuovo fra voi, voi, nella vostra spiritual comunione con Cristo Gesù, abbiate nella mia persona un nuovo ed abbondante motivo di santa e gloriosa esultanza».

Riflessioni

1. «Ma che importa? Comunque sia, per pretesto o con sincerità, Cristo è annunziato, ed io me ne rallegro» dice l'apostolo Filippesi 1:18. È una parola generosa; dinanzi alla quale però, alcuni si son fermati dubbiosi ed incerti, perch'è sembrato loro di scoprirvi una stridente contradizione con l'anatema dell'apostolo contro i giudaizzanti di Galazia Galati 1:6,9. Ma contradizione non v'è; e la cosa è chiara se si riflette alla differenza che corre fra l'ambiente di Roma e l'ambiente di Galizia. In Galazia, si trattava di una predicazione giudaizzante, che mirava a sconvolgere delle chiese costituite ed a ruinarvi completamente l'opera apostolica; qua a Roma, si tratta d'un ambiente pagano del tutto estraneo all'evangelo. In Galazia, le chiese hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare, se si lasceranno persuadere a ricader sotto il giogo della legge; i pagani di Roma hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere, se udranno predicare il nome di Cristo, sia pur che chi lo predica covi nell'intimo del cuore la brama iniqua di demolir lui, Paolo. E qui appunto sta la gloria del grande apostolo: nell'aver saputo e potuto fare astrazione da ogni preoccupazione personale, fino a rallegrarsi del bene che ad altri poteva arrecare una predicazione intesa a minare l'autorità di lui.

2. Quelli soltanto la cui vita è Cristo, posson dire con l'apostolo: «la morte m'è un guadagno» Filippesi 1:21. E qual guadagno era la morte per l'apostolo! Ella troncava per lui ogni sofferenza; lo liberava dal carcere e lo metteva in presenza immediata del Salvatore. «Gli dava il cielo invece della terra, gaudio invece di penoso lavoro, spiritual perfezione invece di santità incompleta» (Eadie). Il guadagno che la morte reca al credente che vive in Cristo, per Cristo, e che ha Cristo vivente in sè, non si può umanamente calcolare. Noi conosciamo il poco che lasciamo sulla terra; ma non abbiamo che una pallida idea di quel santificato «molto», che Dio tiene in serbo per noi nei cieli.

3. «Avrei caro di partire e d'esser con Cristo, perchè mi sarebbe cosa di gran lunga migliore; ma per voi è più, necessario ch'io rimanga in questo corpo» Filippesi 1:23-24. La morte per Paolo non è soltanto «l'ultima dipartenza», l'«ultimo addio dato alla terra»; non è com'era per Socrate un vago e mesto «partire εις αλλον τοπον» «per un altro luogo» (Plat. Apolog. 32); ma è un andare «ad esser con Cristo». Lo so che Paolo, qui, non fa della dogmatica; lo so che un passo come questo, in una lettera tutta intima e familiare com'è la lettera ai filippesi, non si presta a delle elucubrazioni escatologiche; e son d'accordo col Vincent quando richiama all'ordine il Weiss ed il Klöpper che si lasciano andare a dei raffronti fra questo passo qui e i classici passi escatologici dell'apostolo ai corinzi ed ai tessalonicesi; ma non mi si dica che questo «avrei caro di partire, perchè il partire vuol dire per me esser con Cristo», non mi si dica che non significa nulla; un uomo che, nelle condizioni di Paolo, nel fondo d'un carcere, e con la prospettiva dell'estremo supplizio dinanzi agli occhi, dice: «io ho caro di levar l'àncora, perchè il tramonto della visione del mondo vuol dire per me l'alba della visione immediata di Cristo e l'inizio della mia perfetta ed eterna comunione con Dio», è un uomo che non ha pel capo le nebbie escatologiche, tristi, incerte, scoranti, delle quali la teologia tradizionale ha empito il capo nostro; è un uomo per cui l'avvenire non è nè il freddo gelido «sheol» della pietà giudaica, nè il luogo tormentoso «dove l'umano spirito si purga», nè il campo livido, squallido, nel quale le anime dormono di un sonno tante e tante volte secolare, ma è il luogo pieno di vita e di luce, perchè trasfigurato dalla gloriosa presenza di colui che, per il tempo e per l'eternità, è la luce e la vita.

27 

SECONDA SEZIONE

ESORTAZIONI ALL'UNIONE ED ALLA FEDELTÀ NELLA CONDOTTA

Filippesi 1:27-2:18

Questa seconda sezione si può dividere e suddividere nel modo che segue:

1. IL DOVERE DELL'UNIONE: Filippesi 1:27-2:11.

a) L'UNIONE È IL MEZZO PER CUI LA CHIESA ARRIVA ALLA VITTORIA: Filippesi 1:27-30.

b) L'UMILTÀ E L'ABNEGAZIONE, RADICI DELL'UNIONE: Filippesi 2:1-4.

c) L'ESEMPIO DI GESÙ CRISTO: Filippesi 2:5-11.

2. ESORTAZIONE GENERALE ALLA FEDELTÀ: Filippesi 2:12-18.

a) RACCOMANDAZIONE AI LETTORI IN VISTA DELLA LORO SALVEZZA PERSONALE: Filippesi 2:12,13.

b) RACCOMANDAZIONE IN VISTA DELLA INFLUENZA SALUTARE CH'ESSI DEBBONO ESERCITARE SUL MONDO: Filippesi 2:14-16.

c) RACCOMANDAZIONE IN VISTA DELLA CONDOTTA CHE DEBBONO TENERE RISPETTO AL LORO APOSTOLO: Filippesi 2:17-18.

1. IL DOVERE DELL'UNIONE: Filippesi 1:27-2:11.

a) L'unione è il mezzo per cui la Chiesa arriva alla vittoria: Filippesi 1:27-30.

Soltanto, conducetevi in modo degno dell'Evangelo di Cristo, affinchè, o che venga a vedervi o che sia assente, io odo di voi che state saldi in un medesimo spirito, combattendo assieme d'un medesimo animo, per la fede dell'Evangelo.

Il Diodati dice: «Sol conversate condegnamente...» L'originale ha: πολιτευεσθε che, letteralmente, significa: «siate cittadini» «esercitate la vostra cittadinanza». Questa parola non si trova che qui e in Atti 23:1. La «cittadinanza» di cui qui l'apostolo parla è, evidentemente, la cittadinanza spirituale; la comunione dei santi costituisce per lui la gloriosa repubblica dell'Israele secondo lo Spirito. Il termine che Paolo suol usare a significare la condotta cristiana, è περιπατειν «camminare» (Romani 6:4; 8:4; 1Corinzi 3:3; e col «condegnamente» come qui, Efesini 4:1; Colossesi 1:10). Nel nostro passo, egli prende il suo termine ad imprestito dal vocabolario politico; e lo fa intenzionalmente, perchè gli preme di porre in rilievo questa importante verità: che nella Chiesa non si tratta soltanto di virtù individuali, ma anche, e soprattutto, di relazioni sociali.

Degno dell'Evangelo di Cristo;

è un genitivo oggettivo: dell'Evangelo, che annunzia, che proclama Cristo».

In un medesimo spirito.

Non si tratta qui dello Spirito Santo, come intende il Diodati, che scrive «in uno Spirito»; ma si tratta, come intende il Martini che scrive «in un solo spirito», di quella disposizione morale, creata nei credenti dalla «dimora» del Cristo, che è fonte d'ogni santo affetto e d'ogni santo operare.

28 Senza lasciarvi per nulla intimidire dagli avversari: il che è per loro, una prova di perdizione; ma per voi, di salvezza; e ciò, per volontà di Dio.

Lo ενδειξις del testo significa «evidenza» «prova» «pegno evidente»; e il senso del passo è ben dato così dal Reuss: «si tratta di quel coraggio passivo ch'era così necessario ai cristiani d'allora, di fronte ad un mondo così mai disposto verso di loro. Cotesto coraggio invincibile, cotesta costanza pronta a soffrire e una prova della salvezza dei fedeli, in quanto Dio, facendo loro la grazia e dando loro l'onore di associarli alle sofferenze di Cristo, assicura loro al tempo istesso una parte della gloria di lui Romani 6:17 ed è per converso un indizio, un segno certo della condanna definitiva degli avversari, in quanto il mondo, addimostrandosi impotente a far cedere quelli che odia, pronunzia anticipatamente la propria condanna».

E ciò, per volontà di Dio.

Questo ciò non va riferito soltanto alla «salvazione» dei credenti, o alla «perdizione» degli avversari; ma va riferito anche all'indomito coraggio dei cristiani, in una parola, al complesso del brano.

29 Poichè, relativamente a Cristo, a voi è stato dato come una grazia, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui.

Traduco: relativamente a Cristo; ma il testo, letteralmente ha: «Poichè a voi è stato dato in grazia per Cristo non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui». E in questa frase quel primo «per Cristo» rimane in aria e ridondante. Evidentemente l'apostolo aveva da prima l'intenzione di far subito seguire quel pruno «per Cristo» dal verbo πασχειν «soffrire»; ma, ad un tratto, un nuovo pensiero gli traversa la mente, e non se lo lascia scappare; egli pianta lì in asso quell'inciso «per Cristo», esprime il nuovo pensiero, e riprende poi il pensiero di prima, concludendo la frese col... «soffrire per lui». E noi gli dobbiamo saper grado di non essersi lasciato sfuggire il bel pensiero, anche se la frase ne è stata un po' danneggiata. Il patire che il cristiano fa come cristiano, è un dono di Dio non meno del suo credere in Cristo. È un dono che presuppone quello della fede; perchè niuno può patire per Cristo, se prima non crede in lui. «Il patire è un dono» dice E. Meille nelle Note su questa lettera; «e qual grazia in cotesto dono! Quale onore, qual sorgente di felicità ineffabile sulla terra e nel cielo in questo aver potuto soffrir qualcosa per colui che ha tanto sofferto per loro e li ha cotanto arricchiti col suo martirio!»

30 Da che sostenete la stessa lotta che avete veduto sostener da me, e che, come ora udite, lo sostengo ancora.

Quel che avete veduto sostener da me si riferisce alle lotte sostenute dall'apostolo in Filippi: Atti 16:19; 1Tessalonicesi 2:2.

E che ora udite in me,

dice letteralmente il testo: E che come ora udite, leggendo la mia lettera e ascoltando quel che Epafrodito vi racconta a voce.

In me,

cioè, «nella mia persona».

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