Filippesi 2

1 b) L'umiltà e l'abnegazione, radici dell'unione: Filippesi 2:1-4.

Orientiamoci bene, chè ve n'è grande bisogno, in un brano come questo. L'apostolo ha insistito sullo spirito di pace e di concordia che deve animare una chiesa cristiana. Cotesto spirito di pace e di concordia non mancherà ai filippesi se sapranno spogliarsi d'ogni egoismo e darsi gli uni per gli altri in uno slancio di santa abnegazione. E a così fare esorta ora l'apostolo i suoi lettori, basando i suoi caldi e vibranti appelli su due considerazioni: l'una, tutta personale, ch'ei tocca soltanto alla sfuggita; sull'altra che più gli preme, vale a dire, la considerazione dell'esempio di Cristo, lo vedremo fermarsi a lungo e con evidente compiacimento. Qui dunque, la considerazione personale: «Se nell'ambito della esperienza cristiana l'esortazione ha qualche efficacia, se l'amor fraterno ha qualche virtù persuasiva per incitarvi a concordia, se siete in real comunione con lo Spirito di Dio, se il vostro cuore alberga un qualche sentimento di misericordia e di delicata compassione, fatelo per amor mio, rendete perfetta la mia gioia, vivendo d'accordo, avendo un medesimo amore, una stessa anima, uno stesse sentimento. Non fate nulla per ispirito di rivalità o per vana gloria; ma ciascun di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri come superiori a se stesso, ognuno avendo riguardo non al suo proprio interesse; ma anche all'interesse d'altrui». L'esortar dell'apostolo è caldo, vibrante, ed ha la sua ragion d'essere. Paolo non è uomo da batter l'aria, le virtù alle quali esorta i suoi lettori, sono il contrapposto dei guai ch'egli sa esser nati nella chiesa di Filippi che, per quanto bella e spirituale e cara, non è però neppur lei una chiesa perfetta. I passi Filippesi 2:14; 4:2,5,7 non accennano a dei pericoli immaginari, ma accennano a dei pericoli esistenti e reali. E veniamo al dettaglio.

Se v'è adunque qualche esortazione in Cristo, se v'è qualche virtù persuasiva nell'amore, se v'è qualche comunione di Spirito, se v'è qualche affetto sviscerato e qualche compassione.

Se v'è adunque qualche esortazione in Cristo:

«Se dunque, nell'ambito della esperienza cristiana, della vita vissuta in comunione con Cristo, l'esortazione ha qualche efficacia...» Traduco esortazione, e non conforto, incoraggiamento, come parecchi preferiscono rendere il testo. È il senso che l'apostolo suol dare usualmente a cotesta espressione: Romani 12:8; 1Corinzi 14:3; 2Corinzi 8:4; 1Tessalonicesi 2:3,11.

Se v'è qualche virtù persuasiva nell'amore.

Traduco dall'originale per la dolce, mite, soave persuasione, che la parola che amor detta, produce. Il testo ha: «Se qualche persuasione d'amore»; e quel genitivo «d'amore» è, naturalmente, un genitivo d'origine.

Se v'è qualche comunione di Spirito.

Parecchi intendono qui «comunione di spirito» dei filippesi tra loro; ma lo spirito di cui si tratta; non è lo «spirito» dei filippesi, ma e «lo Spirito Santo»; e il genitivo «comunione di Spirito» non può essere, secondo l'uso paulino, che un genitivo della cosa della quale uno partecipa 1Corinzi 1:9; 10:16; 2Corinzi 8:4; 13:13; Efesini 3:9; Filippesi 3:10. E il senso della frase è: «Se per davvero voi siete partecipi dello Spirito Santo, dei suoi doni, delle sue energie, delle sue influenze...».

Se v'è qualche affetto sviscerato e qualche compassione.

Letteralmente il testo ha, come il Diodati traduce: «Se alcune viscere e misericordie». Il Martini: «Se viscere di compassione». Io traduco: «affetto sviscerato» per mantenere l'idea dello σπλαγχνα (viscere) del testo; per il qual termine e per l'idea, che racchiude, vedi Colossesi 3:12 e relativo commento. Il senso della frase è chiaro: «Se l'amore sviscerato, se la profonda compassione, che son le caratteristiche speciali di una vita veramente cristiana, non son tra voi delle frasi vuote di senso...» E qui l'allusione a se stesso e alla sua condizione presente, è pur naturale. «Se è vero che svisceratamente vi amate gli uni gli altri ed amate me, se è vero che avete un po' di simpatia e pietà per me che sono in carcere...».

2 Rendete perfetta la mia gioia, essendo concordi, avendo uno stesso amore, una stessa anima, un unico e medesimo sentimento.

Il Diodati dice: «Avendo un medesimo sentimento... sentendo una stessa cosa»; il che non è, in fin dei conti, che tutt'uno. Il testo ha, questa sfumatura: La prima frase ha un senso largo e generico; la seconda ha un senso più specifico, che rafforza il pensiero di cotesta prima. Ecco perchè traduco: «Essendo concordi... avendo un unico e medesimo sentimento».

3 Non pensate a nulla per ispirito di rivalità o per vanagloria; ma ciascun di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri come superiori, a se stesso.

Dico non pensate a nulla invece di non fate nulla come il Diodati, il Martini e tanti altri, perchè l'apostolo, in tutto quest'ordine di pensieri, non si occupa del fare, ma del sentire, del pensare, di disposizioni morali, insomma. Paolo tace il verbo; noi, che lo dobbiamo esprimere, è meglio che ne esprimiamo uno, in armonia con tutto il resto del pensiero apostolico.

4 Ognuno avendo riguardo non al suo proprio interesse, ma anche all'interesse d'altrui.

Questo pensiero accentua una fase speciale del dovere di «considerare gli altri come superiori a noi stessi. «Degno di nota è quell'anche. Esso ci dice chiaramente che l'apostolo non vuol dire che uno non abbia assolutamente a dare alcun pensiero all'interesse proprio. V'è un legittimo interesse individuale a cui è doveroso il badare; ma il badare a quello solo, è egoismo; il badare al proprio ed anche all'altrui, è generoso e cristiano. L'interesse di cui qui si parla, si riferisce non alle cose passeggere del mondo, ma alle cose permanenti ed eterne dello spirito.

5 c) L'esempio di Gesù Cristo: Filippesi 2:5-11.

L'esempio di Gesù che Paolo propone in modo così grafico alla imitazione dei suoi lettori, eccolo qui riassunto. Gesù, che si trovava in un modo d'essere divino, e che avrebbe quindi potuto apparir quaggiù circonfuso d'una gloria simile a quella di Dio, non reputò buono il ritenere con avidità cotesta gloria; e s'è invece spogliato di cotesto suo divino modo d'essere, di cotesta sua condizione divina; ha preso la condizione d'un servo, è venuto quaggiù come un semplice uomo, ed ha vissuto all'umana; e come uomo, s'è abbassato ancora di più, perchè ha spinto la sua dipendenza volontaria fino a morire, ed a morir sopra una croce. Ed è appunto per questo che, quanto più profondamente egli s'era abbassato, Iddio tanto più l'ha sovranamente innalzato; lo ha coronato della corona gloriosa della signoria messianica, gli ha dato il nome ch'è superiore ad ogni altro nome, affinchè nel nome di Gesù si genufletta ogni creatura fra i glorificati, sulla terra, nel soggiorno dei morti; ed ogni lingua renda omaggio a lui come al Signore, a gloria di Dio Padre.

Abbiate in voi lo steso sentimento che Gesù Cristo ha avuto.

Qualcuno traduce: «Abbiate fra voi...» È un errore: l'apostolo dice: in voi, nei più intimi recessi del pensiero e del sentimento.

6 Lui, che, essendo in forma di Dio, non ritenne con avidità il suo esser uguale a Dio ma annichilò se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini.

«Lui che, esistendo in forma di Dio... εν μορφη θεου, in forma di Dio». Forma, diciam noi, in mancanza di meglio; ma la μορφη non designa la forma qualunque che un essere può assumere; designa la forma organica, nella quale l'essenza, la vita intima di cotest'essere si manifesta al di fuori. Non così invece lo σχημα della frase: «prendendo la forma ( σχημα) d'un servo», ch'è più sotto, e che esprime la parvenza esterna d'un essere; parvenza, che è il risultato di circostanze più o meno accidentali. La μορφη, insomma, si connette intimamente ed organicamente con la essenza, con la natura permanente della cosa a cui ella serve d'involucro o di estrinsecazione; lo σχημα, invece, non è che la configurazione esterna, transitoria della cosa, senz'alcuna relazione con l'essenza, con la natura permanente della cosa stessa. E la distinzione la facciamo anche noi quando parliamo, per esempio, di «morfologia», e non intendiamo parlare soltanto di «forme», ma di «forme organiche» e delle loro leggi; di «metamorfosi», e non intendiamo parlar soltanto di cambiamenti di «forma», ma dei cambiamenti di farina e di struttura, che alcuni animali ed alcune piante fanno, sviluppandosi. Mentre, per converso, quando parliamo dello «schema» d'un sermone, d'un discorso qualunque, d'una lezione, noi intendiam parlare del disegno, dell'ossatura, della forma esterna della cosa, senz'alcuna relazione con la sostanza della cosa stessa. «Esistendo in forma di Dio», dico, invece di «essendo in forma di Dio; l'esistendo rende meglio dell'essendo lo ὑπαρχων del testo.

Non ritenne con avidità il suo essere eguale a Dio; così io rendo col Revel la frase del testo. La qual frase è molto variamente tradotta, secondo che lo ἁρπαγμον della frase ἁρπαγμον ἡγησατο è presa in senso attivo o in senso passivo. Se preso in senso attivo, si ha l'idea di «un atto di rapina», di un «afferrare», e quindi il «non riputò rapina l'essere uguale a Dio» del Diodati, e il «non credette che fosse una rapina quel suo essere uguale a Dio» del Martini. Se preso in senso passivo, si ha l'idea di un «premio, di un qualcosa da essere afferrato, ritenuto con ansia, con avidità, e quindi la traduzione di quasi tutti i moderni (Reuss, Stapfer, Revis. franc., Revised Vers, Weymouth, Crampon). E quest'ultimo modo di tradurre è evidentemente più d'ogni altro in armonia col pensiero generale dell'apostolo. «Questo suo esser uguale a Dio, Gesù non lo ritenne con avidità, quantunque si trattasse di cosa legittimamente sua, ma vi rinunziò spontaneamente. Ed è quest'atto d'abnegazione, la cui descrizione l'apostolo continuerà a darci adesso, che è proposta come ideale all'abnegazione dei fratelli di Filippi.

Il suo essere uguale a Dio equivale esattamente all'essere in forma di Dio. Sono due espressioni che scolpiscono la divinità di Cristo.

7 Ma annichilò se steso;

letteralm. «vuotò se stesso». E qui, dice egregiamente il Vincent: «Questa frase non è intesa qui a definire in un senso metafisico le limitazioni del Cristo nella sua condizione incarnata; ella non è altro che una espressione grafica e forte del suo atto di rinunciamento. Ella include tutti i dettagli della umiliazione che seguono, ed è da cotesti dettagli definita. Le definizioni ulteriori appartengono alla teologia speculativa». Cercare sotto il velame di questo «vuotò se stesso» delle precise affermazioni relative ai limiti della umanità di Cristo, è un voler cercare l'introvabile. Lo εκενωσεν del passo non ad altro mira che a questo: ad esprimere scultoriamente l'ineffabile atto di abnegazione di Gesù, e ad accentuare il contrasto fra la gloria da lui posseduta anteriormente alla incarnazione, e la sua umiliazione posteriore. Il commentario più eloquente di questo passo è in 2Corinzi 8:9: «Voi conoscete la grazia del Signor Gesù Cristo il quale, essendo ricco, s'è fatto povero, affinchè per la sua povertà voi siate arricchiti,». E in armonia col passo nostro sono parecchie parole del Vangelo gioannico, come questa, per esempio: «Padre, glorificami della gloria ch'io ho avuta presso di te, prima che il mondo fosse» Giovanni 17:5. Tutto questo è nel passo, ma nulla di più.

Prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini.

Anche qui: « μορφη di servo»: non soltanto l'apparenza esterna d'un servo; ma «entrando nella condizione d'un servo vero e proprio». E questo δουλος non vuol dire che Gesù diventasse «uno schiavo». Il «servo» accentua qui l'idea del servizio, della sottomissione, della subordinazione di Gesù a Dio, in contrasto con l'idea della sua uguaglianza con Lui. Il contrasto è dunque fra Gesù «vero Dio» ed «uguale a Dio» e Gesù «vero servo di Dio» «subordinato a Dio».

E divenendo simile agli uomini.

L'apostolo dice «simile agli uomini», e chi dice «somiglianza» non vuol significare «identità completa». La manifestazione di Gesù, in terra fu tale, ch'egli apparve «simile agli umani». E codesta sua «somiglianza» non fu fittizia, fantasmagorica; fu vera, reale; ma cotesta somiglianza, che agli occhi dei mortali diceva eloquentemente quel ch'egli era per gli uomini, non esprimeva tutto Gesù; esprimeva solo quel tanto che di Gesù appariva agli umani; e dietro il velame di cotesta parvenza umana, stavan tutti i non investigabili tesori di quella μορφη divina, di cui l'apostolo ci ha parlato poc'anzi.

Divenendo simile agli uomini. Il testo ha: γενομενος che sta a contrasto con lo ὑπαρχων. Lo ὑπαρχων è l'essere (essendo, esistendo in forma di Dio Filippesi 2:6); il γενομενος è il diventare: (essendo diventato, essendo stato fatto simile agli uomini).

8 Ed essendo apparso come un semplice uomo, abbassò se stesso, facendosi ubbidiente sino alla morte, ed alla morte della croce.

Letteralm. «Ed essendo trovato, quant'è alla sua forma esteriore, siccome un uomo...» Quindi, il Diodati: «E trovato nell'esteriore simile ad un uomo»; e il Martini: «E per condizione riconosciuto uomo..:.» Il greco ha: «Ed essendo trovato, quant'è allo σχημα come un uomo...» Se riandiamo a quel che abbiam detto più sopra relativamente alla, differenza che passa tra μορφη e σχημα, il senso è chiaro: «E trovato (dagli uomini), vale a dire; e riconosciuto dagli uomini, o: apparso agli occhi degli uomini come uno di loro, come un uomo..., abbassò se steso; umiliò se stesso. In qual modo? «Facendosi ubbidiente sino alla morte, ed alla morte della croce». La differenza che passa fra la κενωσις di Filippesi 2:7 e la ταπεινωσις del nostro passo, è questa: «Lui, che era Dio, vuotò se stesso diventando uomo; e diventato uomo umiliò se stesso, facendosi ubbidiente ecc.

Il sino alla morte ( μεχρι) va inteso com'esprimendo il grado e non il tempo. Ubbidiente, cioè, non fino al momento alla morte; ma ubbidiente sempre, e fino a costo della vita».

Ed alla morte della croce.

Il greco ha una grandissima espressione ed efficacia. «Ubbidiente fino alla morte... ed alla più ignominiosa delle morti: la morte della croce!».

9 Per questo, Dio pure lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome ch'è al di sopra, d'ogni nome.

Per questo (διο ): perciò... Questo che l'apostolo dice della, sovrana esaltazione di Gesù, sta dunque con quel che precede e che descrive la, umiliazione di lui, in relazione di effetto a causa. L'umiliazione, la causa; l'esaltazione, l'effetto. L'umiliazione, l'atto; l'esaltazione, il premio, la corona dell'atto. «Chi s'abbassa, sarà innalzato» avea detto Gesù ai suoi; e lui che s'è abbassato ineffabilmente, Iddio ha dal canto suo ineffabilmente innalzato. Dico dal canto suo perchè tale è veramente il senso del διο del testo: Per questo, Dio pure lo ha innalzato... o: «anche Dio...» o: «Dio, dal canto suo...» ecc. Lo ὑπερυψωσεν che si traduce per «sovranamente innalzato» non si trova che qui in tutto il N. T. Letteralm. vuol dire: «lo ha innalzato in modo superlativo (ὑπερ ). E come Dio lo abbia innalzato, è spiegato da quel che segue: E gli ha dato il nome che è al di sopra d'ogni nome. Il Vincent nota qui che forse non e estranea al passo l'allusione al modo di dare dei nuovi nomi alle persone, nelle crisi più importanti della loro vita (Cfr. Genesi 17:5; 32:23; Apocalisse 2:17; 3:12). Di che nome si tratta qui? Notisi la lezione che seguiamo, perchè è la più attendibile: «E gli ha dato il nome» e non «un nome...» «Il nome» dunque per eccellenza; e questo nome è: GESÙ CRISTO; la combinazione del nome umano col nome messianico. Gesù (Salvazione di Jahveh) è il nome umano del Signore: il nome che sintetizza il programma della sua vita terrena: «ricondurre l'umanità salvata nelle braccia di Jahveh». Cristo, «l'Unto», «l'Unto per eccellenza», «l'Unto da Dio», è il suo nome messianico. Quello che Gesù ricevette come premio della sua umiliazione, fu qualcosa ch'egli non aveva prima della sua incarnazione, e che non avrebbe potuto arrivare ad avere senza la incarnazione. Come premio, non ricevette l'uguaglianza con Dio; cotesta uguaglianza egli la possedeva di già prima della incarnazione Filippesi 1:6. Come premio, ricevette quella divinità messianica, ch'egli non potea conseguire che per il tramite della incarnazione e della umiliazione. Il nome che quindi Iddio gli dona come premio della umiliazione che ha subita, non è Signore, come vogliono il Lipsius ed il Weiss: cotesto nome egli l'avea di diritto e di fatto anche prima; non è Gesù, come vogliono lo Ellicott e lo Eadie; cotesto nome è il nonne umano di lui, e nient'altro; ma è Gesù Cristo; il nome che ricorda la missione terrena del Salvatore e che lui corona di quella dignità messianica, alla quale è assorto per la via dell'abnegazione e dell'ubbidienza, fino al sacrificio.

10 Affinchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra.

È lo scopo di cotesta sovrana esaltazione.

Nel nome di Gesù;

vale a dire: rendendo omaggio a Gesù; pienamente riconoscendo la maestà, la legittima autorità di colui, dinanzi al quale il ginocchio è piegato. Gli επουρανιοι sono gli «esseri celesti»; quindi, gli angeli, gli arcangeli, tutte le intelligenze celesti, insomma Efesini 1:21; 3:10; Ebrei 1:4-6; 1Pietro 3:23; gli επιγειοι sono gli «esseri terrestri» 1Corinzi 15:40; i καταχθονιοι sono «quelli che stanno sotterra». E chi son dessi? I morti in genere (Alford, Ellicott)? Gli abitanti dello Hades (Teodoreto, Grozio, Mever, De Wette)? I demoni (Crisostomo, Teofitatto, ed altri)? Io intendo i dipartiti, gli abitanti nelle misteriose regioni degli spiriti, senza distinzione di carattere; gli abitanti dello Hades, direi; se a questa parola rivolesse qui dare quel senso generico di abitazione degli spiriti buoni o cattivi, che è senso scritturale: se si volesse insomma considerar lo Hades come una personificazione degli effetti della morte, nel modo che fecero Paolo, in 1Corinzi 15:55, e Giovanni, in Apocalisse 20:13-14. E qui sta bene una idea dello Eadie. «L'apostolo sembra voler qui designare ogni ordine di esseri nell'universo; vale a dire, ogni forma di esistenza nazionale, che è nell'universo. Quel che l'apostolo accentua qui, è la idea della universalità - il nome sopra ogni altro nome - ogni ginocchio si pieghi - ogni lingua confessi Isaia 45:23. Il nome ch'è sopra ogni altro nome, domanda una sottomissione universale. Niun ambito se ne può esimere; niun ordine di creatore sta oltre i limiti della sua giurisdizione. Tutti hanno da piegare, il ginocchio: gli angeli e gli spiriti umani felici; tutti quelli che hanno vissuto o che vivranno sulla terra; le anime che nella loro condizione finale si troveranno impenitenti, e Satana stesso».

11 Ed ogni lingua confessi, alla gloria di Dio Padre, che Gesù Cristo è il Signore.

Confessi che colui il quale «vuotò se stesso» facendosi uomo, e che fatto uomo si umiliò fino alla morte ed alla morte ignominiosa della croce, è stato coronato della corona gloriosa della dignità messianica ed è adesso il Signor dei Signori, il Signore di una universal Signoria. L'inciso alla gloria di Dio padre va riferito alla «confessione» e, non al fatto che «Gesù Cristo è il Signore». Dice il Crisostomo: «Dovunque il Figlio è glorificato, anche il Padre è glorificato; dovunque il Figlio è disonorato, anche il Padre è disonorato» Luca 10:16; Giovanni 2:23. E qui mi piace concludere lo studio analitico di questo passo classico, con una giustissima osservazione del Vincent: «Buona parte della difficoltà che presenta questo passo, dipende dall'immaginarsi che molti fanno questo che Paolo abbia qui avuto per iscopo di formulare una dottrina circa la natura del modo di esistere di Cristo prima e durante la incarnazione. Or questo urta col tono piano e familiare della lettera e col carattere evidentemente pratico del passo intero, che ha per oggetto principale di inculcare il dovere dell'umiltà. Come suprema illustrazione di codesta virtù, l'apostolo cita l'esempio di Gesù Cristo, che volontariamente rinunciò alla sua, maestà preincarnata e s'identificò con le condizioni della umanità. I vari punti della illustrazione son fatti passar dinanzi agli occhi del lettore, in rapida successione; son semplicemente affermati, e non elaborati; e tutti quanti son fatti convergere verso il centro comune della esortazione: «Ognuno abbia riguardo non al suo proprio interesse, ma anche all'interesse d'altrui». «Paolo, sicuro, si eleva qui al di sopra del livello ordinario del piano stile epistolare, ma l'impulso che lo fa assorgere così in alto, non è filosofico; è piuttosto l'impulso della emozione, è impulso affettivo».

Riflessioni

1. «Ciascun di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri come superiori a se stesso» Filippesi 2:3. La parola dell'originale che traduciamo per «umiltà», ταπεινοφροσυνη è una creazione dell'evangelo. Non la si trova prima del cristianesimo. Il greco classico ha ταπεινος «tapino, di squallida condizione»; tutt'al più, la si trova nel senso di «modestia». Qui, il termine nostro implica una virtù che si fonda sul giusto apprezzamento che l'io in cui è viva la coscienza del peccato, fa di se stesso nelle sue relazioni con Dio e col prossimo. Questo spirito di umiltà che l'apostolo contrappone allo spirito della «rivalità» e della «vanagloria», è quello che ci deve animare in tutte le nostre relazioni coi fratelli e col prossimo. Il programma di chi è animato dallo spirito di rivalità e di vanagloria si riassume tutto in questa formula: «il primo di tutti, o nulla!» Il sentimento di chi ha il cuore pieno di «umiltà» cristiana dice invece con l'apostolo: «Io son da meno del minimo fra i santi» Efesini 3:8. (Eadie).

2. «Non il nostro proprio interesse, ma anche l'altrui» Filippesi 2:4. Non che abbiamo a negligere il nostro proprio interesse. Ve ne sono di quelli che trascurano il proprio interesse per occuparsi unicamente dell'interesse altrui. Cotesta è la esagerazione virtù cristiana che qui l'apostolo inculca. E una delle tante forme morbose di sentire, che screditano il cristianesimo. È vero che l'amor cristiano «non cerca le cose sue proprie» 1Corinzi 13:5; ma ha un qualcosa «in proprio» che ha il dovere di curare e conservare; e niuno è più atto a prendere a cuore l'interesse altrui, di colui che ha cristianamente imparato a prendere a cuore l'interesse proprio. Va da sè che quando l'apostolo parla d'«interesse altrui» non vuol parlare dell'immischiarsi nei fatti altrui, delizia di quei ficcanasi che son la peste delle nostre chiese. Qui si tratta della calda, vivente simpatia, della santa sollecitudine per il vero bene spirituale degli altri. E qui mi piace citare una buona e savia riflessione del Martini: «L'amore di se stesso, del proprio comodo, del proprio onore, unito al disprezzo di altrui, è la sorgente delle divisioni e delle discordie. Per questo l'apostolo vuole che nissuno preferisca, il suo privato vantaggio alla comune utilità ed alla salute di tutti».

3. Ed eccoci al passo classico, che ha dato e dà tanto da fare agli interpreti. La nostra esegesi mena dritto dritto alle conclusioni del Reuss, ch'io fo mie, e trascrivo qui tali e quali «La teologia della Chiesa s'è impossessata di questo passo per basarvi su il dogma del duplice stato (status duplex) di Cristo, lo stato d'inanizione e lo stato di esaltazione (status exinanitionis et exaltationis), com'ella li chiama; ma gli esegeti, calvinisti e luterani non hanno potuto intendersi sulla vera portata dei diversi elementi del testo; per non parlare delle numerose interpretazioni date dai commentatori antichi e moderni, i quali, divisi per quel che concerne la sostanza del dogma, hanno cercato di appoggiare le loro opinioni particolari sul valore vero o immaginario di questo o di quest'altro termine. Ma quando si esamini il passo senza preoccupazione dogmatica, e soprattutto senza pretendere di estorcere dall'apostolo delle risposte a delle domande sottili e scolastiche di cui il suo secolo non aveva la menoma idea, sarà facile toccar con nano che il senso del brano è semplicissimo e perfettamente adatto alle circostanze. Quel che Paolo domanda ai filippesi è che non prendano esclusivamente in considerazione i loro propri interessi; che non pensino a far di preferenza valere i loro diritti personali, ma che subordinino e gli uni e gli altri agli interessi ed ai bisogni dei loro fratelli. Egli non contesta neppur per sogno ne la legittimità di codesti diritti personali, nè la realtà del merito o del valore di qualsiasi membro della Chiesa; ma afferma che, dal punto di vista cristiano, non è su cotesta base che si debbono costituire le relazioni sociali; che non è da cotesto punto di vista che si deve misurare il dovere. Ognuno, al contrario, deve agire come se l'altro gli fosse superiore, quello che merita di più, che è più degno di maggiore interesse. Ed è precisamente così che ha fatto anche il Cristo; e non l'ha fatto soltanto come un uomo lo farebbe di fronte ad altri uomini, come un uomo che si trova con gli altri uomini in relazioni di naturale uguaglianza; l'ha fatto, quantunque e per natura, e per origine, e per condizione, egli si trovasse a una immensa distanza dai mortali e immensamente a loro superiore. Tuttociò non gli ha impedito di consacrarsi al loro servizio, di rinunciare volontariamente a tutte le sue prerogative (prerogative che niuno poteva contestargli, mentre quelle degli uomini sono talvolta di molto contestabili); di spingersi nella pratica di cotest'abnegazione fino al limite estremo non soltanto di quel che si può domandare, ma fino al limite estremo di quel ch'è materialmente possibile; vale a dire, fino alla morte, e fino alla morte più orribile e più ignominiosa che si possa immaginare... Ecco tutto quello che Paolo dice. Il testo non ha che codesto. Egli non dice nulla nè del problema metafisico dell'unione delle due nature, nè della questione della consustanzialità, nè dell'altra: se il figliuol di Dio, facendosi uomo, abbia soltanto nascosto i suoi attributi divini, o v'abbia momentaneamente rinunziato. Tutti cotesti problemi, e tanti altri analoghi, sono stati lungamente discussi e variamente risoluti nelle scuole cristiane di tutte le età e di tutti i partiti. Son dei problemi che hanno tutti la loro ragion d'essere, da che la premessa è posta; e noi non disconosciamo che l'una soluzione possa esser più logica dell'altra; ma quel che affermiamo si è, che Paolo a cotesti problemi non ha pensato, e che ad ogni modo egli non li ha qui risoluti». E basti questo per la fisonomia e per la portata generale del passo. E se Paolo non pensa a cotesti problemi, nè ad ogni modo dà loro soluzione di sorta, tratterebbe davvero troppo superficialmente il passo, chi negligesse di tesoreggiare tutte le importanti affermazioni cristiane, ch'esso contiene. E coteste affermazioni sono cinque.

La prima concerne la preesistenza di Cristo. Delle affermazioni come questa del Filippesi 2:6 e come quelle di 1Corinzi 1:24; 8:6; 11:3; 10:3-4; 2Corinzi 8:9, dimostrano chiaramente che Paolo concepiva la preesistenza del Figliuol di Dio, come una preesistenza reale, e non semplicemente ideale. Per Paolo, Gesù, prima della incarnazione, non esisteva soltanto nella mente di Dio, come i giudei pensavano che avvenisse di tutte le persone e le cose di qualche importanza; non esisteva soltanto in cielo a mo' di un ideale a cui non corrispondesse in terra che una realtà imperfetta, come i greci immaginavano; ma esisteva come personalità morale capace di consciamente concepire un piano, un disegno, un proposito.

La seconda concerne la divinità di Gesù. L'esegesi che abbiam fatto della espressione «forma di Dio» esige che consideriamo il passo come un'affermazione della divinità di Cristo. La scuola di Tubinga riduceva il senso di cotesta espressione all'idea di un corpo etereo, luminoso, del quale Cristo, l'uomo celeste sarebbe stato rivestito. Il Beyschlag, il Sabatier ed altri intendono invece, per cotesta «forma di Dio», «una virtù divina», «una capacità di ricevere la pienezza della vita divina», «un'idea divina»; insomma, un qualcosa di divino. Ma come può «vuotarsi» «ritenere con avidità» ecc. un qualcosa che non è persona, e che quindi non riflette e non ha libertà? Sono tutte delle fantasie codeste. Chi legge il testo com'è, e non a traverso alle lenti del preconcetto teologico, ragiona come fa il Reuss: «Questa esposizione ha per premessa la convinzione che Gesù, il Cristo, non è stato un semplice mortale come gli altri; poichè è detto chiaramente ch'egli ha dovuto umiliarsi, abbassarsi, per diventar simile agli uomini; che ha dovuto spogliarsi di qualcosa, per mettersi sullo stesso livello degli uomini; che ha dovuto lasciare una condizione (letteralm. una forma d'esistenza,) divina, vale a dire anteriore alla sua vita terrestre e superiore alla vita dell'umanità, per accettare una condizione di schiavo; vale a dire, la condizione più infima che il mondo conosca. E soltanto a codesto modo che ha potuto fare quello che ha fatto; egli non ha indietreggiato dinanzi ad un cotanto sacrificio.

La terza concerne l'annichilamento, o per dir la cosa con la parola greca che l'apostolo usa in Filippesi 2:7 e che in teologia è diventata parola tecnica, la Kénosi di Cristo. Che cosa significhi per l'apostolo codesta «Kenosi», l'ho già detto e ridetto; e non ci tornerò più sopra. Soltanto, non foss'altro che per non aver l'aria di girar di bordo quando si tratta d'una questione scottante, farò qui una digressione dogmatica, e la chiamerò appunto: «digressione kenótica». Il problema fondamentale, a cui la «kenosi» ha dato e dà origine in Dogmatica, è questo: Il Figliuol di Dio, venendo in terra, lasciò egli letteralmente da parte la sua gloria divina? Cessando d'essere «in forma di Dio», entrò egli per via di nascita umana nelle condizioni di terrena povertà e debolezza? Sì, rispondono il Thomasius, il Gess, lo Ebrard, il Kahnis, il Luthardt e tanti altri, in Germania: il De Pressensé, il Gretillat e il Godet, fra i teologi di lingua francese. Sì, rispondono col Prof. F. Godet: «Il Logos divino, letteralmente rinunziò, mise da parte i suoi attributi divini alla incarnazione ed entrò nell'ambito del finito come un neonato incosciente». (Vedi Comm. su Giovanni 1:14). L'oggetto di questa teoria è evidentemente quello di assicurare la realtà della umanità di Cristo ed il fatto del vero sviluppo umano della vita terrena di Gesù; cose, che pareano compromesse dalla teoria «kenotica» più antica, secondo la quale Cristo non avrebbe potuto rinunziare alla sua divinità, ma l'avrebbe tenuta nascosta per qualche tempo, in guisa che non apparisse sotto l'infermità della carne. Egli si sarebbe così «spogliato» della sua gloria dinanzi agli uomini, non già menomandola, ma tenendola coperta. Malgrado il favore con cui la teoria «kenotica» moderna è accolta nel campo dogmatico, è molto dubbio s'ella sia destinata ad aver lunga vita nel seno della Chiesa. È una teoria che implica una impossibilità.; in questo senso, che ci chiede di ammettere la sospensione momentanea della coscienza e la cessazione da ogni funzione divina del Cristo di Dio. E tutto questo è ben lungi dall'armonizzare con quel che la Scrittura ci dice. La S. Scrittura insegna che il Cristo sapea ch'era venuto da Dio e che a Dio se ne andava; che fin prima della fondazione del mondo avea presso il Padre una gloria, che gli sarebbe poi stata restituita; che non soltanto tutte le cose furon create per mezzo di lui, ma che in lui tutte le cose consistono, e ch'egli porta tutte le cose con la sua potente parola. E questa sua relazione con l'universo, che è una relazione essenziale, in codesta teoria kenotica moderna, è ridotta ad una relazione completamente non essenziale e contingente. No, la «kénosi» non consiste in quel che il Sabatier descrive come «l'eresia ad un tempo moderna e semipagana, secondo la quale la divinità preesistente ed eterna si suicida, incarnandosi, per rinascer poi gradualmente e ritrovarsi Dio di nuovo alla fine della sua vita umana». Questo «suicidio» non esiste che nella mente del Sabatier. L' εν μορφη θεου ὑπαρχων, come il Gifford ha dimostrato conclusivamente, significa «esistendo originalmente, e continuando ad esistere nella forma essenziale di Dio». Il possesso personale degli attributi divini in Cristo, non scompare con la «kénosi»; rimane inalterato nello stesso modo ch'egli rimane il Logos; quel che nella «kenosi» si modifica, è la manifestazione e l'esercizio di codesti attributi. Il Figliuol di Dio, in sè, era senza dubbio onniscente ed onnipresente Giovanni 5:19-21; ma il Figliuol di Dio incarnato mostra col fatto di non conoscere ogni circostanza contingente Marco 7:24; 11:13; Giovanni 11:34, e di esser limitato, in modo speciale, non certo nel possesso ma nell'esercizio del potere miracoloso. E tant'è vero che codesto «suicidio» non esiste, che, quando l'opera sua di servo è completa, egli diventa o torna ad essere non Dio, che tale non cessò d'esser mai, ma «Signore». Nel suo stato prekenotico, Gesù è «Signore» per essenza; nello stato-kenotico ch'egli ha assunto volontariamente, egli non è «Signore» che di diritto; nello stato postkenotico, è «Signore» di diritto e di fatto. Definire più profondamente e più esattamente la cosa, è per ora impossibile. La psicologia moderna pero, che, ci parla di differenti strati della coscienza in un medesimo essere personale, è lei che ci prepara, senza dubbio la via, la quale ci menerà alla soluzione, ch'io m'auguro definitiva, dello spinoso problema kenotico.

La quarta concerne il premio o la retribuzione della «kénosi». «Perciò, per questo, Iddio pure lo ha sovranamente innalzato» Filippesi 2:9 (cfr. Ebrei 2:9; 12:2). I teologi riformati fecero il viso dell'arme a questo concetto dell'apostolo; e il Calvino fece degli sforzi erculei per dare a quel del testo un altro senso. Ma il testo è chiaro, e non ammette tergiversazioni: la esaltazione messianica di Gesù fu il premio ch'egli ricevette da Dio per l'atto d'ineffabile abnegazione da lui compiuto. E il Reuss dice benissimo: «Gli è in ricompensa di quel che Egli ha compiuto sottomettendosi, che il Cristo è stato innalzato; che occupa oramai un posto, più in alto d'ogni altro posto; che è stato elevato a una dignità, dinanzi alla quale s'inchina l'universo intero: i morti ed i vivi, gli angeli ed i mortali; e al di sopra della quale 1Corinzi 3:23; 11:3. non v'è che la dignità di Dio, il Padre... I teologi scolastici faranno bene a meditare su codesta idea di una ricompensa, aggiudicata a colui che è stato il Salvatore della umanità».

La quinta concerne la dignità messianica di Gesù. E qui il Vincent dà forma mirabile ed esatta alla mia riflessione. «Dalla vita umana, dalla morte e dalla risurrezione di Cristo sgorga un tipo di sovranità che non potea diventar suo che per il tramite del suo trionfo sul peccato Ebrei 1:3, che per il tramite ciel suo identificarsi con gli uomini come loro fratello. La sovranità messianica egli non la potea possedere nel suo stato precedente alla incarnazione. Signore, nel senso messianico egli non poteva diventare che dopo la sua esperienza umana Atti 2:36. La signoria messianica è una funzione; non è una qualche potenza o maestà essenziale o inerente alla natura stessa d'un io. La frase «seduto alla destra di Dio» è frase messianica, ed esprime il trionfo messianico di Cristo, ma non a detrimento d'ogni dignità essenziale ch'egli possedeva anteriormente alla sua incarnazione. Ma l'incarnazione lo colloca, in un senso nuovo, in relazioni attuali, reali, con la vita collettiva dell'universo. Finchè il Cristo rimane un essere «in forma di Dio», l'inginocchiarsi d'ogni creatura e la confessione d'ogni lingua non è possibile; perchè siano possibili, convien ch'egli abbia fatto la purificazione dei peccati, che abbia redento la creazione, e che sia stata manifestato alla terra, al cielo, allo hades, come il Salvatore degli uomini».

12 2) ESORTAZIONE GENERALE ALLA FEDELTÀ: Filippesi 2:12-18.

a) Raccomandazione ai lettori in vista della loro salvezza personale: Filippesi 2:12,13.

Così, miei cari, come sempre siete stati ubbidienti, recate a compimento la vostra Propria salvezza con timore e tremore, non come se ciò doveste fare quando io son presente soltanto, ma molto più adesso ch'io sono assente.

Con questo così l'apostolo mostra ch'egli connette il suo pensiero con quanto ha detto precedentemente. Il nesso fra questo passo e i pensieri precedenti, è nel Filippesi 2:8. Il Reuss chiama questo brano Filippesi 2:12-18 una «perorazione», consistente in un invito a quella sottomissione, di cui il Cristo avea dato l'esempio. Come Gesù s'era sottomesso alla volontà di Dio, così debbono i fedeli, con uno spirito di assoluta sottomissione, lasciarsi guidare dallo Spirito di Dio sulla via della santificazione e della vita.

Come sempre siete stati ubbidienti: s'intende: a Dio prima, e poi a me, apostolo suo.

Recate a compimento, «lavorate a compire, a terminare» la vostra propria salvezza Ebrei 12:28. Non si dimentichi, perchè il dimenticarlo è fatale alla retta intelligenza del passo, che l'apostolo scrive a dei credenti; a della gente, che ha risposto col libero della fede al misericordioso appello del crocifisso risorto; a della gente, che non soltanto ha creduto in Cristo, ma che ha già «partecipato alle sofferenze di Cristo», in quanto ha già patito per lui e per la testimonianza del suo vangelo. Quando dunque l'apostolo dice a gente cosiffatta: «Recate a compimento, lavorate a compire, a terminare la vostra propria salvazione», egli non fa altro che incitarli alla santificazione. Essi sono già sulla via della salvezza, perchè hanno creduto in Gesù; si tratta ora di vegliare, di resistere alle tentazioni, d'essere attenti al dovere, di perseverare nelle buone risoluzioni, di continuare, insomma, «usque ad metam». E non è lavorìo da prendersi a gabbo, codesto; non è lavorio che si possa fare così a test'alta. E si convien farlo: Con timore e tremore. «Timore» non è «paura»: è il sentimento creato in noi dalla coscienza della nostra debolezza, e dall'esperienza che abbiam fatta e facciamo della forza che ha la tentazione. È il filiale orrore che proviamo alla idea di potere in qualche modo offendere quell'Iddio che tanto ci ama, ed a cui tutto dobbiamo. Il «tremore», dice bene il Crisostomo, non fa altro che intensificare l'idea del «timore».

Non come se ciò doveste fare quand'io son presente soltanto, ma molto più adesso ch'io sono assente.

Il testo dice, alla lettera: «Non come nella mia presenza soltanto...» Vari moderni traducono: «Non soltanto come facevate quand'io ero con voi...» (Revis. franc. Oltramare, Stapfer); ma è più conforme al testo il tradurre: «Non come se doveste adoprarvi a lavorare alla vostra santificazione soltanto quando io sono presente e poteste trascurarla quando son lontano... È anzi ora, appunto perchè son lontano, che dovete adoprarvi a cotesto lavorìo, con maggior cura e con maggior zelo che mai. Ora che vi mancano la mia presenza, la mia parola incoragiatrice, il mio fraterno consiglio, tocca a voi a raddoppiar la vigilanza, la energia, la diligenza.

13 Poichè è Dio che opera in voi la volontà e l'azione per amor del suo beneplacito.

La mia traduzione rende esattamente l'enfasi del greco. Ed è importante il notare che l'enfasi va posta sul fatto che è Dio che opera in voi ecc. In codest'enfasi è il segreto della retta interpretazione del passo. «Il volere e l'operare» dice il testo; ma son due infiniti sostantivati e nulla vieta quindi che traduciamo: «la volontà e l'azione». L'inciso ὑπερ της ευδοκιας è variamente tradotto. Chi traduce: «secondo il suo beneplacito» e vuol qui introdurre l'idea della. «predestinazione», esce addirittura di carreggiata; come di carreggiata esce il Conybeare quando, non si sa perché, vuole staccare di qui l'inciso, per appiopparlo a quel che segue. Lo ὑπερ non è da confondersi col κατα; ed il miglior modo, il vero modo di tradurlo, è come facciam noi «per amor del suo beneplacito». Il qual beneplacito ( ευδοκια)(vedi Filippesi 1:15) non è «arbitrio», «capriccio», «talento»; ma è il compiacimento del padre buono, pien d'amore, che è soddisfatto, quando i suoi figliuoli s'adoprano a condurre a compimento la loro salvazione. Riassumiamo dunque il pensiero dell'apostolo. «Adoperatevi a recare a compimento la vostra propria salvazione con timore e tremore; per questa ragione specialmente: che Dio si compiace, che è il suo buon volere, il suo beneplacito, che voi giungiate a codesto compimento. Ed è appunto perchè voi possiate così compiacerlo in questo suo paterno, ardente desiderio, ch'Egli comunica delle sempre nuove e più vive energie alla vostra volontà ed all'attività vostra». I Filippesi, un tempo lungi da Dio e da Cristo, udirono l'evangelo; all'invito di Cristo per l'evangelo, risposero con lo spontaneo, sincero, entusiasta della fede. E Dio, col soffio dello Spirito Santo, rinnovò e santificò in loro la volontà e diè all'agir loro un impulso nuovo; un impulso in una nuova direzione. Ciò fatto disse loro: Tocca a voi, adesso, a completare la santificazione vostra; tocca a voi a tenervi con santo timore su quella via che porta scritto in fronte «santificazione», e che è la sola che conduca al porto della salvezza. E questo dovete specialmente fare, perchè Dio non desidera che questo per voi: che, dopo avervi dato il primo impulso e dopo avervi additata la via, Egli possa un giorno stringervi effettivamente nelle sue braccia paterne. Ma che ciò avvenga, non dipende più da lui; dipende da voi; recate dunque a compimento la vostra salvazione. Quella «volontà» ch'Egli ha rinnovata e santificata, non la prostituite mettendola al servizio del male; mettetela tutta quanta al servizio del bene. Quell'«agire» vostro, a cui Egli ha dato un impulso così potente nella direzione di tutto ciò ch'è bello, grande, nobile e puro, si esplichi tutto quanto in cotesta direzione. Voi mi domandate: Ma... e sarem noi da tanto? Sicuro, perchè a tutti quelli che volevano rimanergli fedeli, che son decisi a non render vano il suo desiderio paterno di abbracciarvi nella gloria, è Lui stesso che, dopo aver dato il primo impulso, centuplica loro le energie e benedice ogni atto, ogni sforzo che fanno, in vista del bene. Tutto questo lavorìo di santificazione e di evoluzione morale compietelo però con sentimento di timor santo e di santa umiltà; non dimenticando mai che l'uomo è di per se stesso debole. e che è perduto, se gli manchi l'assistenza di Dio; compietelo come se tutto dipendesse da voi, non dimenticando mai che tutto dipende da Dio». E mi pare che il passo non potrebb'essere nè più chiaro, nè più semplice, nè più pratico di così.

14 b) Raccomandazione in vista della influenza salutare ch'essi debbono esercitare sul mondo. Filippesi 2:14-16.

Fate ogni cosa senza mormori e senza esitazioni, affinchè diventate irreprensibili e puri, dei figliuoli di Dio senza macchia in una generazione perversa e corrotta, in mezzo alla quale voi risplendete come degli astri nel mondo, tenendo alta la Parola della vita; in guisa che nel giorno di Cristo io possa gloriarmi di non aver corso nè faticato invano.

La raccomandazione dell'apostolo non è qui un masso erratico senza nesso di sorta con quel che precede, come taluno vorrebbe. Ella si connette con quanto precede. Si tratta di doveri che uno potrebbe compiere formalmente, così tanto per fare, e senza spirito veramente cristiano. E qual sia lo spirito nel quale l'apostolo intende che questi doveri siano compiuti, ce lo ha già detto prima. Il χωρις διαλογισμων che il Diodati rende per «senza questioni» e il Martini per «senza dispute», mi sembra meglio reso con la Vulgata (sine haesitationibus), col De Wette, il Meyer ed. il Weiss, dicendo senza esitazioni; «esitazioni», di fronte ai vari doveri da compiere.

15 Affinchè diventiate...

Il cristiano che s'adopra diligentemente a recare a compimento la propria salvezza, è il cristiano che va anche man mano «diventando» sempre più irreprensibile e puro. «Irreprensibili e puri non si diventa tutto ad un tratto, come per effetto di bacchetta magica; tali si diventa in proporzione della fedeltà con la quale, nella comunione con Cristo, noi attendiamo alla nostra individuale santificazione.

Irreprensibili e puri;

non soltanto al di sopra d'ogni possibile censura (irreprensibili); ma ricchi di quella integrità spirituale, che ci rende tetragoni quando la censura ci attacchi Matteo 10:16; Romani 16:19.

Voi risplendete.

Il Diodati ed il Martini, traducendo «fra la quale» o «tra di cui risplendete» ecc., sono equivoci perchè non si sa se quel «risplendete» è un presente o un imperativo. Il testo ha il presente ( φαινεσθε). E per il pensiero, vedi Matteo 5:14,16; Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5.

16 Tenendo alta la Parola della vita.

Il participio επεχοντες è variamente tradotto: «Possedendo» (Meyer); «ritenendo fermamente» (Lutero, Bengel, De Wette); «tenendo alta» (Erasmo, Grozio, Eadie, Oltramare). Ed è quest'ultimo il modo ch'io preferisco, quantunque anche gli altri modi abbiano tutti quanti la loro filologica e logica ragion d'essere. I filippesi «risplendono come degli astri in un mondo immenso nella fitta tenebra del male» o per il fatto che «posseggono» e ritengono gelosamente nel cuore la Parola della vita»; ovvero, «tenendo alta» la Parola della vita; proiettando intorno a loro i fasci luminosi della Parola della vita.

Parola della vita.

È l'Evangelo: che ha vita in sè, che mena il peccatore alla vita. Qui, per vita, non s'ha da intender «Cristo», nè la «vita eterna»; ma s'ha, da intendere la vita che i cristiani posseggono per la fede in Cristo, e che vivono nella comunione con Cristo Romani 6:13; 8:6,10. Il genitivo della vita accenna al contenuto della Parola. La Parola, che ha in sè un principio ed un messaggio di vita». O come dice giustamente il Meyer. «Il veicolo divinamente efficace dello spirito della vita.

In guisa che nel giorno di Cristo...

Per il «giorno di Cristo» vedi Filippesi 1:6.

Di non aver corso...

L'immagine è tolta dal correre nello stadio, come in Galati 2:2 (Cfr. Atti 20:24; 1Corinzi 9:24; 2Timoteo 4:7).

17 c) Raccomandazione in vista della condotta che debbono tenere rispetto al loro apostolo. Filippesi 2:17-18.

Ma quand'anche il mio sangue dovesse servir di libazione da aggiungere al sacrificio ed al servizio della fede vostra, io ne gioisco, e me ne rallegro con tutti voi; anche voi gioitene e rallegratevene meco.

L'idea generale è chiara. L'apostolo pensa con amore alla grand'ora nella quale gli sarà data la ricompensa più ambita da un apostolo: quella di vedere i suoi figliuoli nella fede accolti dal Signore come dei figliuoli di Dio, e d'udire al tempo istesso dalle labbra di lui le dolci parole: «Sta bene, buono e fedel servitore!» Filippesi 2:16. Poi, da questa visione tutta circonfusa di luce ideale, egli torna alla triste realtà della vita; intravede la possibilità di una tragica conclusione del suo processo; ma non si sgomenta.; egli riman sereno, tranquillo, non solo, ma la sua parola diventa addirittura un inno d'anticipato trionfo. Quello che non è così chiaro, è l'immagine di cui l'apostolo riveste il suo pensiero. Si tratta di due cose: di un sacrificio offerto sull'altare, e di una libazione; vale a dire, di un'aspersione di vino consacrato sulla vittima e sull'altare Numeri 15:5; 28:7. E l'immagine dell'apostolo è suscettibile di due interpretazioni. Di quella del Reuss, dello Eadie e di una folla d'altri. Dice il Reuss: «Il testo parla di due sacrifici distinti; e son due le immagini, differenti l'una dall'altra che si confondono nella mente dello scrittore. Prima, di tutto, la fede e la vita cristiana, la consacrazione dell'uomo al servigio esclusivo di Dio, sono più d'una volta paragonate ad un sacrificio che val molto di più dei sacrifici istituiti dalla legge Romani 12:1. E in quest'ordine d'idee, si tratta qui di un servigio, vale a dire di una cerimonia religiosa d'immolazione compiuta dai filippesi o dai cristiani in generale, e nella quale l'apostolo funge da sacerdote. Poi, bisogna ricordarsi che in codesta sorta di cerimonie, s'avea l'abitudine di versare sulla vittima del vino consacrato; di fare una libazione; e l'apostolo, pensando al suo sangue ch'egli potrebb'esser chiamato a versare nell'esercizio delle sue funzioni, si paragona al vino sparso sull'altare, nell'occasione di cotesto «servigio». In una parola; l'immagine dell'apostolo sarebbe qui quella di un altare, sul quale la fede dei filippesi sarebbe offerta da lui, sacerdote; mentre il suo proprio sangue sarebbe sparso su cotest'offerta a modo di libazione. L'altra interpretazione è quella del Lightfoot che se ne sta qui solitario in mezzo agli espositori moderni, e che non è seguito che dal Vincent e da qualche raro altro. E siccome il numero non fa sempre regola per me, questa volta mi schiero anch'io tra i pochi. E facciamo prima un po' d'esegesi.

Ma quand'anche il mio sangue...

letteralm. «Quand'anche io debba esser versato» ( σπενδομαι); e, naturalmente, s'intende del sangue. È il verbo tecnico per esprimer le «libazioni».

Quand'anche il mio sangue dovesse servire di libazione...

επι τη θυσια και λειτουργια της πιστεως ὑμων. Quell' επι può significare sul sacrificio e anche oltre, in aggiunta al sacrificio. E col De Wette, con l'Ellicott, col Weiss, col Lipsius e col Vincent, io gli do quest'ultimo significato. Il «sangue sul sacrificio» lo intendo: ma «il sangue sul servigio» non lo intendo più; mentre «la libazione del sangue aggiunta al sacrificio ed al servigio della fede» è cosa limpida e chiara. Il sacrificio non è l'atto che si compie, ma è la cosa che si sacrifica Luca 13:1; Atti 7:41; Romani 12:1; 1Corinzi 10:18; Efesini 5:2. Il servigio è il ministerio sacerdotale (gr. λειτουργια)(Atti 13:2; Ebrei 10:11; Luca 1:23 ecc.). Qui è preso metaforicamente; è uno spiritual ministerio di sacerdoti del Nuovo Patto.

Il della vostra fede è un genitivo oggettivo e dipende tanto da sacrificio quanto da servigio. I filippesi dunque mettono sull'altare il sacrificio spirituale della propria fede; e quest'atto che compiono, è un «servigio» fatto da sacerdoti della nuova e grande economia dello Spirito. L'immagine quindi è questa: «I filippesi, come tanti sacerdoti, offrono a Dio la loro fede in mezzo ad una prava generazione che ha già sparso del sangue dell'apostolo a Filippi, che l'ha imprigionato a Roma, e che sta probabilmente per trarlo adesso all'estremo supplizio. Se lo farà, il sangue di Paolo sarà la libazione, aggiunta al sacrificio offerto dai filippesi.

Io ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi; e per la stessa ragione, anche voi gioitene e rallegratevene meco.

«Io ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi» perchè tutto ciò contribuirà al vostro bene spirituale, all'incremento della grande opera salutare che si va già compiendo in voi e tra voi. Il sangue dei martiri è il seme della Chiesa. Nè vi turbi il pensiero che il beneficio che a voi ne verrà, costerà a me la vita: io voglio piuttosto che siate compartecipi meco della gioia ch'io provo, quando penso che e per il vostro vero bene ch'io sto forse per essere immolato.

18 Per la stessa ragione;

vale a dire: La ragione della mia gioia è il pensiero del bene che voi ne avrete; per questa stessa ragione, per la ragione, cioè, del beneficio che a voi ne verrà, «gioitene anche voi e rallegratevene meco».

Riflessioni

1. «Recate a compimento la vostra propria salvezza... poichè è Dio che opera in voi la volontà e l'azione» Filippesi 2:12-13. Molti teologi hanno trovato in questi passi una quantità di cose: la necessità della «grazia preveniente» (gratia praeveniens) nell'opera della salvazione individuale; e v'han trovato la base a una quantità di discussioni interminabili sul «libero arbitro», sulle relazioni del «libero arbitrio» con «la grazia», e che so io. Tutte codeste son delle grandi e belle e sante cose; ma qui son delle cose fuori di posto. Se l'apostolo parlasse a della gente inconvertita, sarebbe un altro affare; ma egli parla a dei credenti, a della gente che vive già in comunione con Cristo, e che ha già sofferto per la testimonianza dell'Evangelo. A cotesti cristiani Paolo addita la via della santificazione: «Ora che, avete ricevuto il perdono dei vostri peccati: ora che sapete per esperienza che cosa sia la pace che viene alla coscienza ed al cuore del riconciliato con Dio; ora che l'energica virtù della fede avete sperimentata nel crogiuolo della prova; ora, «recate a compimento la vostra propria salvezza!» E l'atto al quale l'apostolo esorta i filippesi è un atto perfettamente libero, volontario. «Poichè è Dio che opera in voi la volontà e l'azione». I filippesi sono ora perfettamente liberi di volere e d'agire; ma cotesta possibilità di volere il bene e d'agire per la gloria di Dio chi l'ha data loro? È Dio che l'ha data loro, quando, per la virtù del suo Spirito rinnovò e santificò la loro corrotta volontà, e diede alla loro vita morale un impulso nuovo; l'impulso verso il bene. Il volere e l'operare, nella vita del redento, e sulla via della santificazione, son degli atti liberi; i quali, appunto perchè liberi, implicano una enorme responsabilità; ma, in origine, son degli atti divini; degli atti, che da Dio procedono. La forza, la vis originale, iniziale, del volere e dell'operare non est nativa, sed dativa; non è cosa innata, ma è cosa data. Lo Eadie illustra così la cosa. «Quando Lazaro uscì dalla tomba, compiè un atto suo; ma prima ch'egli potesse compierlo, la vita gli era stata ridata da colui che è la vita. Gli ebrei, faticosamente, e coi loro propri piedi percorsero la, distanza che separa l'Egitto da Canaan; e nondimeno è giustamente a Dio che si attribuisce l'esodo loro dall'un paese e l'ingresso loro nell'altro». Riassumiamo dunque l'insegnamento scritturale. Che la salvazione non è cosa dell'uomo ma è un dono della grazia di Dio, è un fatto Efesini 2:8. Codesta grazia, in chi se l'appropria per l'atto libero e volontario della fede, rinnova le facoltà morali e determina un nuovo impulso nella direzione del bene. E il credente è moralmente obbligato ad operare, perchè grazia gli è stata fatta Romani 6:8-19; 2Corinzi 6:1. Mentre opera, mentre tutti i giorni fa qualche passo innanzi sulla via della santificazione, la grazia di Dio non l'abbandona; anzi, lo sorregge e lo sostiene del continuo; e cotesta grazia «gli basta» 2Corinzi 12:9-10. E in che cosa cotesto operare consista, l'apostolo dice in Efesini 4:13-16,22 seg.; Colossesi 2:6-7 e ce lo dirà in Filippesi 3:10; 4:1-7.

2. I vers. Filippesi 2:14-17 mi suscitano tre pensieri. Il primo: Qual definizione, breve ma scultoria, dell'ambiente nel quale i filippesi eran chiamati a vivere! «Una generazione perversa e corrotta»! Una generazione che somigliava molto a quella in mezzo alla quale visse Gesù Matteo 11:16. ecc.), e non molto dissimile a quella nella quale viviam noi. Il secondo: Che condizione critica, delicata, gelosa, quella di «cristiani» chiamati a vivere in un ambiente cosiffatto! Chiamati a «farvi ogni cosa senza mormori e senza esitazioni...» in guisa da apparirvi come «dei figliuoli di Dio senza macchia!» E qual responsabilità! Il terzo è un pensiero d'ammirazione per cotesti cristiani i quali, in mezzo alla tenebria morale che li avvolgeva, risplendeano «come degli astri». Essi non si limitavano a godere egoisticamente della luce che possedevano; la rifletteano; ed era la luce loro che diradava le tenebre dell'ambiente in cui viveano. L'elogio che Paolo fa ai suoi filippesi, un apostolo che ci scrivesse, lo potrebb'egli fare a noi? Potrebb'egli dirci: «In mezzo alla generazione perversa e corrotta voi risplendete come degli astri nel mondo, tenendo alta la Parola della vita...»

3. «Ma quand'anche il mio sangue dovesse servir di libazione... Filippesi 2:17-18». «Quand'anche...» è un dubitativo; ma siccome colui che stava sul trono si chiamava Nerone, e siccome l'odio dei giudei era così violento, poco di buono rimanea davvero a sperare. Ma codesto pensiero non turba l'apostolo; il quale, anzi, si preparava al martirio, come se si trattasse di prepararsi a una festa. Fu così che i martiri andaron sempre all'estremo supplizio; col cuore pieno di gioia per l'onore ch'era loro fatto d'essere stimati degni di patire per il nome di Cristo. Essi aveano afferrato il vero significato della vita; viveano già fin da quaggiù nei cieli, come nella loro città; l'avvenire non era per loro, com'è per molti di noi, un misterioso punto interrogativo, per non dire addirittura, un salto nel buio; l'avvenire era per loro «la partecipazione alla gloria del Cristo»; e nella ispirata visione di codesto trono di gloria, trovavan la forza, di «sprezzare il vituperio e di patire la croce».

19 

TERZA SEZIONE

NOTIZIE DI TIMOTEO E DI EPAFRODITO

Filippesi 2:19-30

La terza sezione si può dividere in due parti:

1. L'APOSTOLO SPERA DI MANDAR TIMOTEO AI FILIPPESI Filippesi 2:19-24.

2. ANNUNZIO DELLA PARTENZA DI EPAFRODITO CHE VA DAI FILIPPESI Filippesi 2:25-30.

1. L'apostolo spera di mandar Timoteo ai filippesi: Filippesi 2:19-23.

Or io spero, con l'aiuto del Signor Gesù, di mandarvi tosto Timoteo, affinchè anch'io sia incoraggiato ricevendo delle vostre notizie.

Il greco dice: «Or io spero nel Signor Gesù»; modo, che evidentemente equivale al nostro: «Con l'aiuto del Signor Gesù». L'apostolo, dopo aver esortato i lettori, torna alle notizie personali; e le notizie che sta per dare, concernono i suoi due compagni d'opera che in modo tutto speciale interessavano i filippesi: Timoteo, che aveva concorso con Paolo alla fondazione della loro chiesa e ch'egli si proponeva di mandar loro quanto prima; ed Epafrodito ch'era, stato il loro messaggero presso l'apostolo.

20 Poiché non ho alcuno che come lui condivida tutti i miei sentimenti e s'interessi sinceramente a quel che vi concerne; che tutti cercano il loro proprio interesse e non quello di Cristo Gesù.

Quando Paolo dice «tutti cercano il loro proprio interesse...», codesta censura non colpisce certo nè Luca nè Aristarco, i quali non si trovavan più con l'apostolo; colpisce dei tipi come Dema ed altra gente di codesto stampo. Luca ed Aristarco, i due amici che aveano accompagnato Paolo dalla Palestina a Roma Atti 27:1-2, si trovavano ancora, con l'apostolo quand'egli scriveva la sua lettera ai colossesi Colossesi 4:10,14; ma è cosa evidente che non eran più con lui quand'egli scriveva la lettera ai filippesi. S'essi fossero stati ancora con lui, i loro saluti non avrebbero potuto mancare nella lettera; perchè Aristarco era macedone e Luca era stato lungamente a Filippi.

22 Ma voi conoscete la sua provata fedeltà, e come s'è messo con me al servigio dell'Evangelo, quale un figlio col padre.

Dico: «la sua provata fedeltà»; si potrebbe anche dire: «il suo provato carattere». Il greco ha «la sua prova» «il suo esame» «il suo sperimento». Il termine δοκιμη significa, «prova» «experimentum», e poi la cosa provata: Romani 5:4; 2Corinzi 2:9; 9:13. La prova del carattere o della fedeltà di Timoteo che i filippesi aveano, è descritta in Atti 16. Osservisi la delicatezza dell'espressione dell'apostolo. Timoteo non s'è messo al servigio di Paolo; s'è messo con Paolo al servigio dell'Evangelo; il che vuol dire, al servigio del comune Maestro; e nelle sue relazioni con Paolo, che doveano essere necessariamente delle relazioni di subordinazione perchè Paolo gli era padre secondo lo spirito, Timoteo si è addimostrato sempre ed in tutto un «figlio» zelante ed affezionato.

23 Lui dunque spero mandarvi, non appena vedrò la piega che prenderanno le cose mie; ma ho questa fiducia nel Signore, che presto verrò io stesso.

L'apostolo, finchè le cose sue pendeano incerte, desiderava tener Timoteo presso di sè. Nutriva in cuore viva la fiducia d'esser presto liberato dal carcere. Quando ciò avverrebbe o quando Paolo sarebbe in grado di mandar loro Timoteo, eran tutti problemi incerti e nelle mani di Dio. Intanto, l'apostolo manderà loro un altro e quest'altro sarà Epafrodito.

25 2. Annunzio della partenza di Epafrodito che va dai filippesi: Filippesi 2:25-30.

Intanto, ho stimato necessario di mandarvi Epafrodito, mio fratello, compagno nei miei lavori e nelle mie lotte e vostro messo a me per provvedere ai miei bisogni.

Di questo Epafrodito, che non è menzionato che qui, non si sa assolutamente nulla. Il Grozio lo Schrader suppongono che si tratti di quell'Epafra ch'è mentovato nella lettera ai Colossesi 1:7; 4:12;Filemone 23. Era un nome comunissimo, ed «Epafra» potrebbe benissimo essere una contrazione di «Epafrodito»; ma, come ben osserva lo Eadie, «chi mai potrebbe supporre che l'Epafra asiatico, pastore a Colosse e nativo di Colosse, potess'essere l'Epafrodito inviato a Paolo con un clono speciale dalla lontana chiesa europea di Filippi, e da Paolo rimandato a, cotesta chiesa con lo splendido elogio che ce lo presenta come avente un interesse tutto speciale negli affari e nei componenti cotesta comunità filippese?» Da due allusioni che si trovano in Svetonio (Nerone, 49; Domiziano, 14), nacque la tradizione che fece di Epafrodito un segretario di Nerone.

Fratello, nella fede; compagno nei miei lavori, o «collaboratore» nella grande opera dell'Evangelo; compagno nelle mie lotte, letteralm.: «commilitone» nei conflitti con i nemici della fede (Cfr. Romani 16:3,9; Filemone 2; Filippesi 1:28,30; 2 Timoteo 2:3).

26 Poichè egli, desiderava ardentemente di raggiungervi; ed era angosciato perchè voi avevate saputo che egli era stato malato.

27 E infatti egli è stato malato, e ben vicino alla morte; ma Dio ha avuto pietà, di lui; e non soltanto di lui, ma anche di me, perch'io non avessi tristezza su tristezza.

Era già triste nella solitudine del carcere; la morte di Epafrodito gli avrebbe aggiunto a cotesta già grave, un'altra grave tristezza.

28 Con tanta maggior premura l'ho dunque mandato, affinchè, vedendolo di nuovo, vi rallegriate ed anch'io sia men rattristato.

Parecchi preferiscono tradurre: «affinchè, vedendolo, vi rallegriate di nuovo»; e adducono a ragione che Paolo suol mettere il παλιν (di nuovo) prima del verbo col quale egli si connette. Ed è difatti il modo comune dell'apostolo; ma non di regola assoluta; vedi, per es., 2Corinzi 10:7; Galati 4:9; 5:3. E qui mi sembra più naturale il senso dato dalla mia traduzione.

Ed anch'io sia men rattristato.

Qualcuno traduce lo αλυποτερος, che non si trova che qui, per «ed io abbia un dolore di meno» (Reuss). Il dolore che gli rimane, è quello della prigionia.

29 Accoglietelo quindi nel Signore, con gioia completa; ed onorate gli uomini cosiffatti.

30 Perchè è per l'opera di Cristo ch'egli è stato vicino alla morte, avendo messo la vita a repentaglio per supplire a quel che non potevate fare voi stessi nel servigio che mi rendevate.

«Accoglietelo quindi nel Signore»; vale a dire, con fervore ed entusiasmo cristiano.

È per l'opera di Cristo...

L'apostolo allude a tutti i rischi e a tutti i disagi del viaggio di Epafrodito a Roma e a tutto quello ch'egli ha fatto in Roma per aiutare l'apostolo nell'opera. Tutto codesto Epafrodito l'ha fatto per Paolo; ma, facendolo per lui, l'ha fatto al tempo istesso per Cristo.

Avendo messo la vita a repentaglio.

Il termine ch'io rendo così, non si trova che in questo luogo: παραβολευσαμενος. Il παραβαλλω «espongo, arrischio, metto per posta» è termine preso ad imprestito dal vocabolario dei giocatori. Egli mise in giuoco, arrischiò la propria vita. Il Vincent ricorda qui a proposito che, nella Chiesa antica, quelli che volontariamente visitavano i malati e che formavano una specie di fratellanza preseduta dall'episcopo, ci chiamavano Parabolani.

L'ultima frase che rendo: Per supplire a quel che non potevate fare voi stessi nel servigio che mi rendevate, letteralm. dice: Per supplire alla vostra deficienza nel vostro servigio a me.

La frase è oscura ma il senso è chiaro: Il servigio di cui qui si parla, è un dono che i filippesi hanno fatto a Paolo. È un dono non di pochi, ma della chiesa filippese come tale. La «deficienza», in questa bell'opera d'amor fraterno, o quel che le manca a renderla più cara che mai e a Paolo ed alla chiesa stessa, è questo: che la chiesa non può presentare il dono da sè, in persona. Ma se questo e impossibile, ecco Epafrodito che si presenta, a «supplire» a questa lacuna col suo ministerio affettuoso, zelante; così zelante, così affettuoso, così pieno d'abnegazione, che per poco non gli ha costato la vita.

Riflessioni

1. «Tutti cercano il loro proprio interesse e non quello di Cristo Gesù» Filippesi 2:21 dice l'apostolo. E il Martini nota: «Vuol dire l'apostolo che, tolto Timoteo, non saprebbe chi poter mandare a Filippi che perfettamente concordasse nei suoi sentimenti, e simil premura avesse delle cose di quella Chiesa, e per amor di lei si esponesse a sì lungo viaggio, perchè la maggior parte più erano intesi alla propria comodità, che agli interessi di Cristo». Le parole di Paolo mi hanno fatto riflettere: Quali sono, nel gran campo di Dio, le chiese più attive, più prospere, più feconde di frutti «permanenti» per il tempo e per l'eternità? La risposta non è dubbia. Sono quelle i cui pastori ed evangelisti cercano più l'interesse di Cristo che non il loro, sono quelle i cui pastori ed evangelisti, quando si tratta di rispondere ad un appello del Maestro che dice: Và!.. È là che devi andare!... vanno, ubbidendo come Timoteo avrebbe ubbidito, come i moravi ubbidiscono; «pensando agli interessi di Cristo» e non «alla propria comodità».

2. «Voi conoscete la sua provata fedeltà» Filippesi 2:22. Timoteo ha per sè la indiscutibile prova dei fatti. E qui mi piace citare un'osservazione di E. Meille: «Il vero diploma che dà ad un pastore o ad un evangelista facoltà di esercitare il Ministerio cristiano, non è quello che egli riceve dalla Facoltà dove ha fatto gli studi, o dai pastori che gli hanno «imposto le mani»; ma è quello ch'egli scrive a se stesso con le opere sue, e che ha il suggello della benedizione con cui Dio accompagna l'attività di lui».

3. «Timoteo s'è messo con me al servigio dell'Evangelo, quale un figlio col padre» Filippesi 2:22. Anche qui E. Meille postilla molto giustamente: «Tra i ministri di Cristo non v'ha da essere distinzione gerarchica di sorta; ma l'età, la lunga esperienza, il lavoro protratto, i frutti del ministerio, dànno ai ministri anziani un'autorità, che dai ministri giovani vuol essere riconosciuta. Ai giovani, però, non è richiesto che servano gli anziani; ma è richiesto che con gli anziani servano l'Evangelo; e che lo facciano, «come un figlio ha da farlo col padre».

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