Filippesi 3

1 

QUARTA SEZIONE

IL PROGRESSO COSTANTE DELLA VITA CRISTIANA

Filippesi 3:1-4:1

La quarta sezione ha tre parti:

1. LA GIOIA O LO STIMOLO D'OGNI PROGRESSO SPIRITUALE: Filippesi 3:1-3.

2. L'ESEMPIO DELL'APOSTOLO: Filippesi 3:4:14.

3. L'APPLICAZIONE DELL'ESEMPIO DI PAOLO AI LETTORI: Filippesi 3:15-4:1.

1. La gioia o lo stimolo d'ogni progresso spirituale: Filippesi 3:1-3.

Del resto, fratelli miei, rallegratevi nel Signore. A me non è grave lo scrivervi le stesse cose, e per voi è sicuro.

L'allegrezza nel Signore è la certezza dell'amor suo, la certezza della sua presenza e del suo soccorso, la speranza della sua gloria; è da tutto cotesto che viene quella libertà interiore, che è l'atmosfera dogni vero progresso (Godet).

A che allude l'apostolo quando dice: A me non è grave lo scrivervi le stesse cose? La risposta più semplice, checchè ne dica il Weiss, riman pur sempre questa: Allude a delle lettere precedenti, nelle quali egli avea dato ai filippesi gli stessi avvertimenti. Durante i dieci o undici anni ch'eran passati dalla fondazione della chiesa di Filippi, Paolo non era certo rimasto senz'alcuna relazione con quei filippesi, che gli stavan tanto a cuore. Avea dovuto scriver loro qualche volta, non foss'altro che per rispondere agli invii di danaro che gli aveano fatti, e per ringraziarli come fa qui questa volta Filippesi 4:15-16. È noto che Policarpo parla di coteste lettere, scritte da Paolo ai filippesi (Ad. Phil. III).

2 Guardatevi dai cani; guardatevi dai cattivi operai; guardatevi dai mutilati.

«Guardatevi dai cani». Il cane, secondo la legge levitica, era un animale impuro. I giudei chiamavan «cani» i pagani Matteo 15:27, e i maomettani chiamano anche oggi giaur, cane, il cristiano, s'intende, per odio e per disprezzo. Qui questi falsi dottori son chiamati cani, perchè, di fronte ai veri cristiani, son della gente impura e di carattere profano (Cfr. Apocalisse 22:15).

Guardatevi dai cattivi operai. Sono gli stessi tipi, considerati dal punto di vista della loro attività e della loro qualità morale. «Guardatevi dai mutilati.

Il greco ha qui un giuoco di parole, che non si può riprodurre in italiano. In latino e in tedesco sì: Decisi-Circumcisi; Zerschnittene-Beschnittene; in greco: κατατομη-περιτοπη. La περιτοπη è la «circoncisione» vera, propria, legittima. La κατατομη è la circoncisione che, vuotata del suo contenuto di fede, d'amore e di ubbidienza, si riduce a nient'altro che, come diceva il Crisostomo, «ad un taglio nella carne», ad una mutilazione. Il giuoco di parole, che non è già qui senza sarcasmo, diviene addirittura rovente in Galati 5:11, dove l'apostolo perde addirittura la pazienza ed esclama: «Eh, si evirassero pure, costoro, che vi mettono in iscompiglio!» In mancanza di meglio, io concretizzo l'astratto dell'originale ( την κατατομην) e dico: «Guardatevi dai mutilati!» E chi ha, egli in vista l'apostolo con queste sue forti espressioni? A questa domanda si risponde variamente. Il Weiss, per es., vede qui tre classi di persone: i pagani (cani); i tipi nominati in Filippesi 1:15 (cattivi operai); i giudei (quelli della κατατομη). A me sembra più naturale il veder qui gli eterni nemici di Paolo: «i giudaizzanti»; quelli che avrebbero voluto ricondurre sotto il giogo della legge i convertiti, i quali Paolo aveva introdotti nella gloriosa libertà di Cristo. Essi, che s'infiltravan da per tutto, è certo che non avean trascurata la chiesa di Filippi!

3 Poichè siam noi i circoncisi; noi, il cui culto è nello Spirito di Dio; che ci gloriamo in Cristo Gesù, e che non confidiamo nella carne.

La loro è circoncision della carne soltanto; la nostra è circoncisione del cuore (Cfr. Romani 2:25-29; Efesini 2:11; Colossesi 2:11; cfr. Levitico 26:41; Deuteronomio 10:16; 30.6; Geremia 6:10; 9:25-26; Ezechiele 44:7). E la prova che la nostra è la vera circoncisione del cuore, eccola: Il nostro culto non è nè il culto rigido e formalistico dell'Israele secondo la carne, nè il culto meschino e bigotto di quei «mutilati» là, ma è un culto ispirato dallo Spirito di Dio e quindi, pieno di lode, di espansione, di gratitudine, di vita; noi non ci gloriamo in noi stessi, o in qualcosa di nostro; non nella circoncisione, non nel fatto che discendiam dai lombi d'Abramo, ma in Cristo Gesù ci gloriamo, ch'è l'unica sorgente di ogni vera giustizia (Cfr. Romani 2:17; 1Corinzi 1:31; 2Corinzi 10:17; Galati 6:14); e, finalmente, noi non confidiamo nella carne; non confidiamo, cioè, in quei privilegi esterni che quei giudaizzanti là vantano tanto, come se potessero di per sè assicurare o render più facile la salvazione.

Carne,

qui (Cfr. 2Corinzi 11:18; Galati 6:13-14), equivale alla somma di tutti i privilegi esterni fuori di Cristo; osservanze legali, circoncisione, discendenza da Abramo, prescrizioni rituali senza spirito di fede e di assoluta filiale sottomissione a Dio, e tutto quanto riassunto da Paolo in una parola: carne.

4 2. L'esempio dell'apostolo: Filippesi 3:4-14.

Non già che non possa anch'io confidar nella carne. Se altri pensano di poter confidare nella carne, io posso farlo molto di più; io, circonciso l'ottavo giorno, della razzi d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'ebrei; quant'è alla legge, fariseo; quant'è allo zelo, persecutore della Chiesa; e in fatto di giustizia legale, irreprensibile.

«In fatto di giustizia giudaica», dice l'apostolo, io non rimarrei addietro ad anima viva». E a conferma del suo dire, enumera le prerogative che possiede in quanto è giudeo. Egli comincia dalle prerogative che ha per eredità.

5 E queste prerogative, che in Galati 2:15 sintetizza in una frase unica, qui dà invece in dettaglio. Sono quattro.

1°) Circonciso l'ottavo giorno. La prima è la prerogativa delle prerogative: la circoncisione. «Io sono stato circonciso nel giorno designato dalla legge; son dunque un israelita autentico, genuino Genesi 17:12;Levitico 12:3» L'ismaelita, per esempio, era invece circonciso a tredici anni Genesi 17:25.

2°) Della razza d'Israele. Sono un ebreo di sangue puro; ebreo dai miei antenati; non un proselita; io discendo direttamente dai lombi del gran patriarca, che Dio stesso onorò del nome di Israel Genesi 32:28, cfr. Romani 11:1.

3°) Della tribù di Beniamino. «Io conosco la mia genealogia». Ed era cosa che non tutti potean dire a codesto tempo. Cfr. Romani 11:1. «Beniamino era il figlio della diletta moglie di Giacobbe Genesi 3:17-18. La tribù di Beniamino dette ad Israele il suo primo re 1Samuele 9:1-2. Al tempo della separazione sotto Roboamo 1Re 12:21. La tribù di Beniamino fu la sola che rimanesse fedele a Giuda. Dopo il ritorno dall'esilio. Ella formò con Giuda il nucleo di una nuova colonia in Palestina Esdra 4:1. In battaglia, occupava il posto d'onore: d'onde il grido di guerra: Dietro a te, Beniamino! Giuda 5:14; Osea 5:8. Dei dodici patriarchi Beniamino era il solo che fosse nato nel paese della promessa. La grande liberazione nazionale che si commemorava alla festa dei Purim, era dovuta a Mordecai, un beniaminita: Lo stesso nome che l'apostolo portava, Saul, gli era stato dato, probabilmente, in memoria del figliuolo di Kish, il re beniaminita». (Vincent).

4°) Ebreo figlio d'ebrei. Il giudeo «ebreo» che, dovunque fosse nato, ritenea gelosamente l'antica lingua, l'educazione, i costumi dei suoi padri, si stimava di gran lunga superiore al giudeo «greco» o «ellenista» che finiva con l'assimilarsi la lingua, il modo di pensare ed i costumi dei pagani che lo circondavano. San Paolo combinava in sè questi due vantaggi: era un ebreo autentico; educato alla scuola di Gamaliele, ed era al tempo stesso un «ellenista di Tarso, conoscitore della lingua, della letteratura e del modo di pensare dei greci. (cfr. Atti 22:3-4). Il Vincent nota: «Qui, l'ebreo d'ebrei accenna alla lingua. Sebbene Paolo fosse un ellenista, era stato abituato a far uso della lingua ebraica da genitori che parlavano ebraico. Quantunque nato fuori di Terra Santa, pure, da buon discendente da antenati ebrei e da «figliuol di farisei» Atti 23:6, per quel che concerneva la lingua e il modo di vivere, era rimasto intimamente connesso col popolo di Palestina. Avrebbe potuto essere un israelita che non parlava ebraico; ma no; egli accentua qui il fatto ch'era un vero israelita, ed al tempo istesso un israelita che parlava la lingua dei suoi padri. Era stato istruito da un maestro ebreo, a Gerusalemme Atti 22:3, parlava ebraico; vale a dire, aramaico Atti 21:40; 22:2, e quando cita le Scritture, le cita spesso dal testo ebraico».

Accennato così alle prerogative che egli ha per eredità, l'apostolo passa ora alla enumerazione di quelle che ha personalmente, e che sono di natura teologica ed ecclesiastica.

Quant'è alla legge, fariseo.

Quant'è alla legge mosaica, vi basti questo: ero fariseo; appartenevo cioè al partito dove la legge mosaica era difesa, osservata, esposta, secondo la più rigida ortodossia. E in queste parole non manca un po' d'ironia.

6 Quant'è allo zelo, persecutore della Chiesa.

E l'ironia è più forte che mai.

Dello zelo

per la casa di Dio e per la legge, non ve ne dico nulla: «Fui persecutore della Chiesa... e basti» (cfr. Atti 21:20; 22:3; Romani 10:2)(cfr. Atti 1:58; 8:1,3; 9:1 seg.; Atti 26:10-12; 1Corinzi 15:9; Galati 1:13; 1Timoteo 1:13).

E in fatto di giustizia legale, irreprensibile.

E per quel che si riferisce al conformar la mia vita a quella norma suprema di condotta che è la legge, la legge di Mosè, espressione della voce di Dio, tutto è detto in una parola: irreprensibile; non ho omesso alcun dovere, non ho commesso violazione ad alcun precetto della legge. A giudizio suo e d'altri, per quel che concerneva l'osservanza esterna della legge che era giusto esigere da un giudeo sincero, egli potea dirsi senza macchia.

7 Ma le cose che eran per me tanti guadagni, io le ho reputate un danno, a cagione di Cristo. Certo, ed io considero anche ora tutte codeste cose come un danno di fronte al valore immenso della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, a motivo del quale mi son privato di tutti codesti guadagni e li reputo tanta spazzatura affin di guadagnar Cristo e d'esser trovato in lui avendo non una giustizia mia, quella che vien dalla legge, ma quella che si ha mediante la fede. In Cristo; la giustizia che vien da Dio, e basata sulla fede.

Che gli mancava dunque, dal punto di vista giudaico, perch'egli potesse riporre la sua fiducia nella propria giustizia? Nulla. E nondimeno egli ha riconosciuto la insufficienza di tutti codesti tesori con tanta pena acquistati, ed ha tutto buttato a mare quando gli è apparsa in Cristo la vera giustizia; e in questo istante medesimo egli butta via da lui come tanta spazzatura tutto quello che gli uomini chiamano «beni», perchè lo paragona con quel bene supremo, che e la conoscenza di Cristo il suo Signore (Godet).

8 Io considero anche ora.

Non me ne sono pentito; io continuo a, considerare... perchè sono sempre più profondamente convinto che non ho errato nel mio giudizio.

Di fronte (letteralm. a motivo del) al valore immenso della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore.

Di qual conoscenza qui si tratti, è detto chiaramente in quel «mio Signore». Non si tratta di una conoscenza teorica, intellettuale, teologica; si tratta di una conoscenza intima, profonda, personale, sperimentale di Gesù, inteso ed amato come «personal Salvatore». Conoscere colui che Dio ha mandato, come Cristo, vale a dire, conoscerlo come il Messia, o conoscerlo come Gesù, vale a dire, come il Salvator del mondo, è già possedere una conoscenza che ha un gran valore; ma potersi mettere in ispirito dinanzi alla croce di Gesù e dinanzi al sepolcro aperto di Giuseppe d'Arimatea, e poter gridare con gli occhi pieni di lagrime di riconoscenza: «Signor mio!» «Dio mio!» «Salvator mio!...» è possedere di colui che Dio ha mandato, una conoscenza che ha «un valore immenso» e dinanzi alla quale impallidisce ogni altra conoscenza, perchè ella è cosa non del tempo soltanto, ma del tempo e della eternità.

Mi son privato...

all'atto della mia conversione.

Tanta spazzatura.

Nel greco ha σκυβαλα che non si trova che qui, e che significa «escremento», «sterco» e, per metafora, «cosa vilissima, di nessuna importanza».

Affin di guadagnar Cristo.

«Guadagnar Cristo» equivale a «posseder Cristo». L'idea del «guadagnare» è suggerita all'apostolo da quel che ha già detto a proposito del «danno» o della «perdita» che ha fatto quando ha rinunziato a tante cose che il mondo reputa e ch'egli stesso un tempo reputò «guadagni».

9 E d'esser trovato in lui...

D'esser trovato sempre e da tutti in lui; vale a dire, in comunione intima, vivente, personale con lui. Parecchi intendono: «D'esser trovato all'ultimo giorno...» Ma qui, in questi passi, l'apostolo parla della sua vivente, personale comunione con Cristo di tutti i giorni, della vita attuale; l'idea dell'ultimo giorno verrà anch'essa, ma a Filippesi 3:11.

Non una giustizia mia, quella che vien dalla legge;

che consiste, cioè, nell'osservanza del precetto esterno della legge.

Ma quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che vien da Dio, e basata sulla fede

Il mezzo per cui si arriva al possesso della vera giustizia, è dunque la fede (e qui il contrasto e con «una giustizia mia); l'origine di codesta giustizia è in Dio (e il contrasto è: non nella legge); la sua base, il suo vero fondamento è la fede; e con quest'ultimo pensiero, l'apostolo non fa che specificare e. rafforzare l'idea del «mezzo». La fede è il mezzo per cui l'uomo giunge al possesso di codesta giustizia; e non solo il mezzo; ma la vera giustizia non ha altra base, altro fondamento, che la fede non sia.

10 In guisa che io giunga a conoscer lui e la potenza della sua risurrezione e la comunione delle sue sofferenze, assimilandomi alla sua morte, nella speranza di giunger anche alla risurrezione d'infra i morti.

Anche qui si tratta sempre di conoscenza non teorica, intellettuale, ma, di conoscenza intima, profonda, personale, sperimentali.

A conoscer lui, personalmente, prima: poi, la potenza della sua risurrezione.

Il Cristo risorto diventa la potenza delle potenze nella evoluzione della vita spirituale del credente. La nostra evoluzione spirituale non è altro che l'effetto delle energie spiegate in noi dal Cristo che vive, e nel quale noi viviamo per la fede. Noi ci moviamo qui nello stesso ordine d'idee di Romani 6:4-11 (cfr. Colossesi 3:1 seg.)

E la comunione delle sue sofferenze;

la partecipazione, cioè, alle stesse sofferenze che Gesù ebbe a patire, quando era in terra. «Essere in Cristo» vuol dire partecipare a tutte le fasi della vita per le quali Cristo passò: umiliazione, ubbidienza, sofferenze, morte, gloria. (Cfr. 2Corinzi 1:5; 4:10-11; Galati 6:17; Colossesi 1:24; 1Pietro 4:13). E notisi bene; l'ordine delle cose è osservato con scrupolosa esattezza; prima, «conoscer la potenza della sua risurrezione»; e poi, «la comunione delle sue sofferenze». Soffrire con Cristo e per amor di Cristo e nello spirito di Cristo non è possibile, se prima non abbiamo fatto l'esperienza «della virtù della risurrezione, o della vita di Cristo». nella nostra vita morale (cfr. 1Corinzi 4:10-13; Isaia 31; 2Corinzi 4:8-12; Galati 6:17).

11 Divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere, se mi sia possibile, alla risurrezione d'infra i morti.

Questo «divenendo conforme a lui nella sua morte», è stato ed è spiegato variamente. La spiegazione più semplice e più naturale è però questa: Dall'idea delle sofferenze a quella della morte, il passo non è grande. Il processo della sua conformità con Cristo in ogni cosa va svolgendosi fino alle sue ultime conseguenze. Conforme a lui nelle sofferenze... e fra poco conforme a lui anche nella morte, che l'apostolo prevede sarà per lui come per Gesù, morte violenta. «Poco importava qual fosse per essere la forma esterna di codesta morte; se per la spada, sulla croce o nell'arena... la conformità desiderata dall'apostolo, era una conformità nello spirito della cosa. L'apostolo bramava d'esser conforme al suo Signore, in ogni cosa anche nel soffrire e nel morire. Egli sapeva bene che la vita di Cristo era stata la vita più nobile fra tutte le vissute in seno alla umanità; per questo agognava di rassomigliarle in tutto e per tutto».

Il per giungere, se mi sia possibile, alla risurrezione d'infra i morti non implica un dubbio; implica un senso di umiltà e di coscienza della propria fragilità. Tutte le difficoltà che questo passo ha creato nella mente di molti interpreti svaniscono, se si pon mente al fatto a cui l'apostolo allude. Egli non allude qui alla risurrezione di tutti gli uomini indistintamente. La fede in codesto fatto facea già parte del suo credo giudaico antico; del credo, che possedeva prima della sua conversione Atti 23:6. Qui, è alla risurrezione dei credenti, ch'egli allude, alla risurrezione, a quella vita eterna e gloriosa che Cristo ha assicurata, e che è il privilegio e l'eredità di tutti quelli che, dopo aver creduto in Cristo, hanno con Cristo e per Cristo vissuto. (Cfr. 1Corinzi 15:12 seg.) Dico che questa non è un'espressione di dubbio. Come si potrebbe ammettere il dubbio in un apostolo che ha scritto: Romani 8:38-39; 5:17-18,21; 2Corinzi 5:1 seg.; Filippesi 1:22-23? Ma l'apostolo, che sa mettere i suoi fratelli in guardia contro la possibilità di una fatal caduta nell'agone della fede Filippesi 2:12; 1Corinzi 10:12; Galati 3:3; 5:4. non dimentica che anch'egli, come credente, è esposto agli stessi pericoli degli altri 1Corinzi 9:27. Quali incertezze può creare un passo come questo, quando si rifletta che la nostra gloria a venire, la nostra eredità, è assolutamente sicura, per quel che concerne Iddio; perchè è Lui che la tiene in serbo nei cieli per noi, e niuno certo la strapperà dalle sue mani; ma, che, per quanto concerne noi, ella dipende dalla nostra volontà, dal nostro tenerci o no in umile e perseverante comunione con colui nel quale abbiamo creduto?

12 Non è ch'io abbia digià conseguito il premio o che sia già arrivato alla perfezione: ma io proseguo, allo scopo di afferrarlo; giacche anch'io sono stato da Cristo afferrato.

La perfezione è qui la perfezione morale e spirituale; è l'ideale della vita cristiana.

Giacchè anch'io sono stato da Cristo afferrato.

«La grazia divina, addimostratasi nella conversione di Paolo, è la forza motrice nello svolgimento della vita cristiana dell'apostolo. Il palio che invita l'apostolo, è la realtà di quell'ideale che Cristo contemplava quando trasformò lui, da persecutore in apostolo. Egli non ha più che un'ambizione: afferrare quell'ideale per il quale fu da Cristo afferrato». (Vincent).

13 Fratelli, no, io non reputo d'averlo ancora, conseguito; ma una, cosa fo; dimenticando quel ch'è dietro e slanciandomi verso quel ch'è dinanzi, corro verso lo scopo, per ottenere il premio della superna vocazione di Dio in Cristo Gesù.

Dimenticando quel che è dietro.

Non s'ha da intendere qui per le cose di cui l'apostolo ha parlato nei vers. Filippesi 3:5-7. Codeste eran cose esistenti prima della sua conversione; e la corsa, per l'apostolo, comincia dal momento della sua conversione. Tutto quello che ha ottenuto, sperimentato, nello spazio che ha già percorso dal momento della conversione a quello in cui scrive, l'apostolo lo dimentica; non lo sprezza, non ne menoma la importanza, non ne disconosce il valore fino a non esserne più grato al suo Dio; no; lo dimentica; e lo fa, perchè il riposarvi su il pensiero, e il riposarvelo soverchiamente, potrebbe spiritualmente rilassarlo, potrebbe generargli in cuore un pericoloso senso di molle compiacenza, potrebbe finire con lo snervarlo anzichè temprarlo per il resto della corsa. Il motto degli uomini e delle chiese che hanno un glorioso passato nella storia del palio cristiano, non è: Riposiamoci all'ombra dei palmizi e lungo le dolci acque nello Elim delle nostre rimembranze! ma è invece: Dimentichiamo il passato! Slanciamoci allo scopo! Avanti, e sempre in alto!

Slanciandomi...

la parola dell'apostolo ( επεκτεινομενος) è di per se stessa una statua. E il corridore, col corpo piegato innanzi, con la, mano tesa come per afferrar lo scopo, e l'occhio pieno d'ansietà, di speranza, di fuoco.

14 Lo scopo è l'ideale; la perfezione spirituale e morale della vita cristiana.

Il premio della superna vocazione di Dio in Cristo Gesù.

Il premio è la «corona della giustizia» di 1Corinzi 9:24-27; 2Timoteo 4:8; Apocalisse 2:10; o la partecipazione della gloria di Cristo: Romani 8:17; 2Timoteo 2:10-11 (cfr. 1Tessalonicesi 2:12; 1Timoteo 6:12). Il pensiero dell'apostolo è chiaro ma ricchissimo ed eminentemente sintetico: La vocazione è l'atto per il quale il peccatore è chiamato ad uscir dal fango della sua degradazione morale. Codesta «vocazione» vien da Dio; ma è «vocazione di Dio in Cristo Gesù; perchè è mediante Gesù ch'ella ci giunge; il sacrificio della croce la consacra e la parola del Salvatore risorto ce la trasmette. È «vocazione superna» non soltanto perchè viene dall'Altissimo, ma anche perchè si riferisce ad un ambito, che è tanto moralmente puro, elevato, sublime, quanto l'ambito in cui prima si moveva il peccatore era impuro, ignobile e basso. Inerente a codesta vocazione e un premio: «il premio della superna vocazione» (genitivo soggettivo; è la vocazione che si reca seco ed offre il premio); e il premio, come s'è detto, è «la corona della giustizia» o la partecipazione alla gloria di Cristo (cfr. Filippesi 1:18).

15 3: L'applicazione dell'esempio di Paolo ai lettori: Filippesi 3:15-4:1.

Or dunque, noi tutti che siamo perfetti, siamo animati da cotesto sentimento; e se in alcuna cosa voi pensate altrimenti, Dio vi schiarirà anche su contesto. Soltanto, dal punto al quale siano arrivati, continuiamo a camminare innanzi.

Come mai può dir l'apostolo «noi tutti che siamo perfetti», quando poc'anzi ha detto enfaticamente: «Non è ch'io sia già arrivato alla perfezione...» Filippesi 3:12? Egli è che al Filippesi 3:12, egli parla della perfezione assoluta, dalla quale uno, per quanto possa essere spiritualmente evoluto, sarà sempre molto ma molto lontano (cfr. Matteo 5:48; Giacomo 1:4; 3:2). qui, invece, egli parla di quella perfezione relativa che è di quelli i quali, dopo avere spezzate le ritorte d'ogni schiavitù intellettuale e spirituale, vanno evolvendosi nell'ambito della vita divina, e in una comunione continua, vivente e personale col Cristo, progrediscono nella santità della vita e nella intelligenza delle forme più alte e più pure della verità cristiana. Il τελειος quindi è l'«uomo fatto», «maturo», in contrasto col bimbo debole e di limitata conoscenza 1Corinzi 2:6; 14:20; Ebrei 5:14. Praticamente, insomma, il τελειοι equivale esattamente al πνευματικοι di 1Corinzi 3:1; Galati 6:1. Il Reuss traduce quindi bene il pensiero dell'apostolo, quando dice: «Nous qui sommes plus avancés...» E bene pure lo traduce il Crampon dicendo: «Nous tous qui sommes arrivés à l'àge d'homme».

Siamo animati da cotesto sentimento;

e l'apostolo si riferisce immediatamente a quello che ha detto nei vers. Filippesi 3:12-14; ma non è da escludersi ch'egli si riferisca anche a tutto a quello ch'è venuto dicendo dal vers. Filippesi 3:7 in poi (Vincent).

Dio vi schiarirà,

o dandovi direttamente per lo Spirito suo un intuito più sicuro ed esatto delle cose, o per via dell'esperienza, o mediante l'insegnamento apostolico, o per qualcun altro dei modi svariati dei quali egli si serve per condurre i suoi per i sentieri della verità e della vita.

16 Soltanto, dal punto al quale siamo arrivati, continuiamo a camminare innanzi.

Iddio vi schiarirà, vi darà, maggior luce, e sta bene; ma ciò non vuol dire che abbiate intanto a negligere, a lasciare inattivo quel tanto di luce che già possedete, con la magra scusa che è luce imperfetta, manchevole, difettosa. No, dice l'apostolo. «Camminiate, intanto, alla luce che possedete! A chi fa buon uso di quello che ha, sarà dato dell'altro. Chi nella vita cristiana fa uso scrupoloso e diligente di tutta quella luce, poca o molta che sia, che ha ricevuta da Dio, prepara se stesso a delle rivelazioni sempre più maravigliose di codesta luce da alto».

17 Siate miei imitatoti, fratelli, e guardate a quelli che si conducono secondo l'esempio che avete in noi.

Siate imitatori di me 1Corinzi 4:16; 11:1; 1Tessalonicesi 1:6, e osservate quelli la cui condotta è simile alla mia: Epafrodito, per esempio, Timoteo e altri ben noti ai filippesi. E per via di contrasto, l'apostolo accenna alla condotta di altri, che è addirittura la negazione della condotta dell'apostolo e d'ogni cristiano.

18 Poichè ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo, ve ne hanno molti che si conducono da nemici della croce di Cristo; la cui fine sarà la perdizione; il cui Dio è il ventre; la cui gloria è in quel che fa la vergogna loro, e che non hanno pensiero che per le cose della terra.

19 La cui fine sarà la perdizione

(cfr. Romani 6:21; 2Corinzi 11:15; Ebrei 6:8 ecc.)

Il cui Dio è il ventre

(cfr. Romani 16:18; 2Pietro 2:13) «Codesto Dio essi amavano e servivano. Niuna idolatria è quanto codesta indegna d'un essere razionale; niun altro culto è così brutale nella forma, e dà tanto bestiali risultati» (Eadie).

La cui gloria è in quel che fa la vergogna loro.

Vale a dire: Trovano la gloria loro in quel che in realtà non è che la loro vergogna.

20 Ma quant'è a noi, la nostra città è nei cieli, d'onde anche aspettiamo come Salvatore il Signor nostro Gesù Cristo, il quale trasformerà il miserabil corpo nostro, in modo da renderlo conforme al suo corpo glorioso in virtù della potenza ch'egli ha di assoggettarsi ogni cosa.

La nostra città è nel cieli

(cfr. Efesini 2:19; Colossesi 3:3).

Come Salvatore;

non come Giudice Giovanni 5:24; come colui che, trasformando il miserabil corpo nostro, coronerà quella grande opera della Salvazione che, cominciata quand'egli ci assicurò il perdono di Dio, e continuata quando, dimorando in noi, riproduce, giorno dopo giorno, nella vita nostra i lineamenti della propria fisonomia morale, si completa appunto quando, deposto il velo mortale, anche noi appariremo con Cristo nella gloria (Colossesi 3:3; cfr. Romani 8:23; 1Corinzi 15:51).

21 E che l'apostolo intenda qui «la salvazione» in questo senso escatologico che è anche il senso di Romani 8:24; 13:11 per esempio, dice egli stesso in quel che segue:

Il quale trasformerà il miserabili corpo nostro...

Letteralm. «il corpo della nostra miseria», «della nostra umiliazione»; per il che s'ha da intendere non soltanto della caducità e delle debolezze naturali del corpo, ma anche delle sofferenze positive che il mondo, nemico di Cristo, infligge ai fedeli (cfr. Filippesi 3:10; 2Corinzi 4:7 e seg.; Romani 8:20-24).

In modo da renderlo conforme al suo corpo glorioso.

Letteralm. «al corpo della sua gloria». Lo trasformerà, ha detto l'apostolo; e nel termine che usa ad esprimer codesta idea ( μετασχηματισει) va notato che si tratta di un mutamento di forma esterna, di schema ( σχημα); dunque, una codesta trasformazione, non «vi sarà distruzione di personale identità; non vi sarà distruzione del vero io; vi sarà soltanto un cambiamento esterno di forma. E che sarà mai questo corpo conforme al suo corpo glorioso? Sarà, dice Paolo ai corinzi, «un corpo spirituale» ( σωμα πνευματικον 1Corinzi 15:44); il che costituisce una contradizione in termini, è vero; ma una di quelle contradizioni e di quei paradossi evangelici, a cui corrispondono delle creazioni ineffabilmente divine nel gran mondo delle realtà vere ed eterne. Un'ombra di quel che la, realtà di codesto «corpo spirituale» sarà, è forse nelle manifestazioni del corpo di Cristo fra la, risurrezione e l'ascensione. Il suo corpo era già «pneumatico», ma non era però ancora «il corpo della sua gloria». Cfr. 1Tessalonicesi 4:16 e seg.; 1Corinzi 15:35 e seg.

In virtù della potenza ch'egli ha di assoggettarsi ogni cosa.

È la garanzia che rende certa codesta trasformazione. Non meravigli ch'egli possa compiere un'opera cosiffatta: la sua potenza è illimitata, il suo impero, è universale.

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