Filippesi 4

1 Perciò, fratelli miei cari e desideratissimi, allegrezza e corona mia, state a codesto modo fermi nel Signore, o diletti.

I filippesi sono la gioia e l'onore dell'apostolo, in quanto stanno fermi nella fede. In quanto egli era stato lo stromento della loro conversione, i filippesi erano la sua corona d'onore 1Tessalonicesi 2:19.

State a codesto modo...

vale a dire: nel modo ch'io v'ho esortato, e come si conviene a dei redenti da Cristo.

Fermi nel Signore;

il che vuol dire: Dimorare nella sua comunione; amarlo senza rivali; servirlo senza compromessi.

Riflessioni

1. «Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi dai mutilati!» Filippesi 3:2. Cotesti dottori giudaizzanti non negavano che Gesù fosse il Messia nè che il Vangelo fosse «una salutare potenza di Dio», ma affermavano che i convertiti dal paganesimo, se volevano arrivare al completo godimento dei benefici dell'angelo, doveano passare sotto le forche caudine della Legge mosaica a farsi circoncidere. L'apostolo, che si e sempre ribellato contro cotest'affermazione, qui dice addirittura: La circoncisione, se voi la fate una condizione alla salvezza, sappiate che la non è altro se non una vana mutilazione. Anche oggi, guardiamoci da chi ci parla di riti esterni come di atti da cui dipende la nostra salvazione! I riti esterni sono santi e buoni, ma al loro posto ed entro i limiti del loro significato spirituale e del loro valore morale; la salvazione è Dio che l'assicura in Cristo; e non diventa fatto nostro che per la medianità della fede.

2. L'apostolo ci dà le tre caratteristiche della vera circoncisione Filippesi 3:3.

a) Adorar Dio in ispirito.

b) Uscir dal nostro io, ossia rinunziare ad ogni gloriola della carne.

c) Gloriarci e rallegrarci in Cristo Gesù. Sono le tre credenziali dei veri figliuoli d'Abramo secondo lo spirito.

3. Ci son vari modi coi quali possiam cercare di mettere in evidenza il valore d'un bene che ci sta a cuore. Possiamo illustrarne le belle qualità che ha; possiam presentarlo dal punto di vista della sua rarità, o possiam metterlo a contrasto con altri beni di minor valore. L'apostolo preferisce quest'ultimo modo, e mette la perla di gran prezzo a contrasto con le altre perle di prezzo inferiore Filippesi 3:4-9. E osservate quanti e quali contrasti! Sono sette.

1°) Contrasto fra l'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù e l'antico e divino sistema giudaico.

2°) Contrasto fra la conoscenza di Cristo e l'efficacia della virtù sacramentale.

3°) Contrasto fra la conoscenza di Cristo e la nobiltà della discendenza.

4°) Contrasto fra la conoscenza di Cristo e l'onore d'appartenere ad una special classe privilegiata.

5°) Contrasto fra la conoscenza di Cristo e la grande riputazione personale.

6°) Contrasto fra la conoscenza di Cristo e la soddisfazione che dà un carattere illibato.

7°) Contrasto fra la giustizia di Dio che vien dalla fede, e la giustizia umana che vien dalla legge.

4. Mentre le altre religioni si contentano di riti maestosi, di complicati sacerdozi, d'intricati sistemi dottrinali, il cristianesimo, che è creazione dello Spirito e che per lo Spirito vive e si evolve, cerca l'unione intima, vivente, personale col Salvatore.. Tutto il resto impallidisce dinanzi alla luce che circonda la gloriosa figura del Cristo di Dio Filippesi 3:8.

5. «Cristo Gesù, mio Signore!» Filippesi 3:8. In cotesto «mio Signore» sta tutta la grandezza e tutta la forza del cristianesimo. Conoscer Gesù intimamente, come l'amico del cuore, udirne sempre la voce, sentirne il battito del cuore, averlo con noi ed in noi nell'ora della tempesta, nell'incertezza della valle, sul monte della trasfigurazione, nel buio della delusione e dell'angoscia, è il tutto della vita; è cosa «che intendere non può chi non la prova».

6. Qual'ineffabile virtù è quella che emana dal Cristo risorto! Filippesi 3:10. «Cristo», dice il Meyer, «è il centro divino d'ogni energia eterna. «In lui abita ogni pienezza». Non v'è batteria elettrica che sia tanto piena di energia dinamica, quanto il Cristo è pieno di energia, di risurrezione e di vita. Non appena l'anima si unisce a lui per mezzo di una fede vivente, ella sperimenta nell'intimo suo quel che avviene quando tocchiamo una batteria con, la mano e la corrente ci passa per tutto il corpo. Questo è quel che l'apostolo vuol significare quando parla della «potenza della risurrezione» di Cristo. Egli vuol significare che quando «un'anima crede della vera fede, l'energia vitale che è in Cristo si comunica allo spirito credente; e lo spirito credente risorge dalla tomba delle passioni nella quale era stato imprigionato, ed entra trionfante nella gloriosa libertà dei figliuoli di Dio». E notevole è l'ordine nel quale l'apostolo pone le due cose Filippesi 3:10. E non dice: «Ch'io giunga a conoscer la comunione delle sue sofferenze e la potenza della sua risurrezione»; ma dice invece: «Ch'io giunga a conoscer prima la potenza della sua risurrezione, e poi la comunione delle sue sofferenze». Il palio non è la croce; è il trionfo. L'apostolo non ci vuol dei trappisti che, scavandosi tutti i giorni la fossa, non abbiano nella vita altro oggetto che il pensiero della morte. No; «cercate», egli dice, «cercate d'afferrare chi sia il Cristo risorto, qual sia la potenza della sua risurrezione, aprite il cuore a cotesta nuova energia vitale, e, nella pienezza della vostra gioia, molto men lieve vi sarà la «comunione delle sue sofferenze». L'esperienza del soffrire sarà come trasfigurata nella esultanza della vostra risurrezione con lui. Inutile ch'io ricordi che la nozione della fede, intesa come una unione personale col Salvatore, e le nozioni eminentemente mistiche della comunione del credente con la risurrezione e con le sofferenze di Cristo sono delle nozioni tutte speciali della teologia paulina che abbiam già incontrate altrove (Efesini 2:1,5-6; Colossesi 1:24; 2:12-13,20; 3:1-4; cfr. Galati 2:19 seg.; Romani 6:4 seg.; 2Corinzi 5:15 seg.), e sulle quali non mi fermo più qui.

7. Il Filippesi 3:12 ha una di quelle espressioni scultorie, che ci aprono dinanzi agli occhi un vasto orizzonte di applicazioni pratiche. Il cristiano è un «afferrato da Cristo» il quale, appunto perchè fu da Cristo afferrato, ha un sacrosanto dovere: «Afferrare la scopo», che, è «la perfezione spirituale e morale». Chi, essendo stato afferrato da Cristo, perde di vista lo scopo, tradisce la propria missione.

8. «Dimenticando quel ch'è dietro e slanciandomi verso quel ch'è dinanzi...» Filippesi 3:14. Dice bene il Meyer: «Tutti quanti siam tentati a vivere nel tempo che fu, a contemplare i passati allori che appassiscono, e a dire: No, una cosa così bella come cotesta, io non la potrò far più; salir così in alto come allora, non mi riuscirà più; un quadro come quello là, non lo dipingerò più; una statua come quella là, non la scolpirò più. Dire a cotesto modo è cosa fatale. Non vi riposate su quel che avete conseguito nel passato. Dimenticatelo. Dimenticate l'incanto della vostra prima comunione, i vostri primi sermoni, i bei risultati dei vostri primi sforzi. don citate coteste cose come se fossero le più alte fra quelle alle quali potete e dovete assorgere. Non vi voltate a guardare addietro, che non abbiate a rimaner pietrificati, e, come la moglie di Lot, ridotti alla impossibilità d'andar più innanzi».

9. «Dal punto al quale siamo arrivati, continuiamo a camminare innanzi» Filippesi 3:16. «Paolo», nota qui il Neander, «dice che lo Spirito, il quale ha rivelato a loro la luce del Vangelo, completerà in loro codesta sua rivelazione; che li farà progredire nella conoscenza cristiana e darà loro di arrivare alla verità anche relativamente alle cose intorno alle quali essi ora sbagliano o hanno diversità di opinioni. Noi non dovremmo mai, quindi, entrare in quelle precipitate controversie, che allargano più che mai la distanza che ci separa; e molto meno, poi, dovremmo condannarci gli uni gli altri. Quel che dobbiamo fare si è, mantenere la unità di quello spirito cristiano, che si libra molto al di sopra d'ogni nostra differenza. E lo Spirito Santo farà l'opera sua per quelli ed in quelli che a lui si abbandonano».

10. «Il Signor Gesù Cristo trasformerà il miserabil corpo nostro...» Filippesi 3:21. I giudei speravano e credevano nella risurrezione del corpo attuale. L'idea di Paolo implica un qualche nesso col corpo attuale ma esclude addirittura ogni idea di risurrezione della carne. Il «corpo» che avremo, non sarà identico a quello che abbiamo. Avverrà un mutamento di σχημα, ma senza che sia distrutta la identità personale. L'apostolo svolge ampiamente quest'idea sua in 1Corinzi 15.

2 

QUINTA SEZIONE

ULTIME RACCOMANDAZIONI ED ESORTAZIONI

Filippesi 4:2-9

La quinta sezione consta di due parti:

1. ESORTAZIONI E RACCOMANDAZIONI PARTICOLARI A EVODIA, SINTICHE E SINZIGO: Filippesi 4:2-3.

2. ESORTAZIONI VARIE ALLA CHIESA: Filippesi 4:4-9.

1. Esortazioni e raccomandazioni particolari a Evodia, Sintiche e Sinzigo: Filippesi 4:2-3.

Io esorto Evodia ed esorto Sintiche ad avere un medesimo sentimento nel Signore. Sì, te pure, o vero Sinzigo, io prego che tu venga loro in aiuto; poich'esse hanno combattuto meco per l'evangelo assieme con Clemente e gli altri miei collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita.

Ecco la fisonomia generale del passo, com'è data dal Godet: «Perchè il buon andamento della chiesa non sia turbato, è necessaria l'unione di coloro che son chiamati a dirigerla. Paolo sa che un doloroso dissenso è scoppiato fra due donne che lo hanno strenuamente aiutato nel suo lavoro, e che esercitano non poca influenza nella chiesa. Egli le invita a por fine a cotesto dissenso, e prega un terzo, nel quale egli ha completa fiducia, a volerle aiutare perchè possano arrivare allo scopo. Questo terzo egli interpella chiamandolo γνεσιε συνζυγε «vero collega». La difficoltà del passo sta nel fatto che vi si tratta di persone e di cose che ci sono completamente ignote.

Evodia e Sintiche sono due nomi di donna. I pronomi femminili αυταις e αιτινες di Filippesi 4:3 (vieni loro in aiuto, poich' esse...) non ammettono altra interpretazione. Sono nomi che si ritrovano in varie iscrizioni, sempre come nomi di donne.

3 Queste donne hanno combattuto meco per l'Evangelo; «hanno, cioè, lottato e sofferto» (cfr. 1Tessalonicesi 2:2). Che le donne macedoni aiutassero strenuamente l'apostolo nell'opera sua, è confermato da Atti 17:4,12.

Ad avere un medesimo sentimento nel Signore.

Nel Signore; è l'atmosfera nella quale cotesta riconciliazione delle due donne ha da effettuarsi e da mantenersi. Elleno debbono unirsi di quella unione che ha Cristo per centro, per anima. Siano unite a Cristo, ed in Cristo saranno unite fra loro.

Sinzigo.

Il Diodati traduce: leal consorte; il Martini: compagno fedele. La parola greca significa: Coniuge, o Consorte, o Compagno, o Collega, ( συνζυγος da συξευγνυμι, «accoppiato sotto un unico giogo»). La questione sta tutta qui. Questo sinzigo è egli un nome comune o un nome proprio? Per il Diodati, per il Martini, per il Reuss, per la Versione inglese (Revised Version), per Lutero, per il Segond, il Crampon, il Revel, è un nome comune; per il Meyer, l'Oltramare, il Vincent, e già per parecchi antichi, come accenna il Crisostomo, egli sarebbe un nome proprio. Anche il Godet e lo Stapfer ammettono che, molto probabilmente, si tratta d'un nome proprio. Anch'io lo prendo per nome proprio, e intendo il passo: «Sì, te pure, o vero Sinzigo, io prego che tu venga loro in aiuto», così: «Sì, te pure, o Sinzigo, che non porti per nulla cotesto nome»; o «che ben a ragione ti chiami così (Sinzigo, come ho detto, vuol dire compagno, collega), io prego che tu venga loro in aiuto». La terza persona, insomma, in cui Paolo ha completa fiducia, ed a cui egli si rivolge perchè s'adoperi alla riconciliazione delle due donne, Evodia e Sintiche, si sarebbe chiamata Sinzigo, e l'apostolo avrebbe qui fatto una specie di giuoco di parole, come ha fatto col nome di Onesimo, nella lettera a Filemone Filippesi 4:11. Sola obiezione che si fa a questa mia interpretazione. Cotesto nome non si trova in alcuna iscrizione. E me ne duol molto, ma non è per me argomento sufficiente a farmi rinunziare a cotesta interpretazione. Se è vero che cotesto nome non si trova in alcuna iscrizione, è pur vero che non v'è nulla di più comune di cotesti nomi descrittivi, o che si prestano a dei giuochi di parole. Chi non ricorda Onesimo, Cresto, Cresimo, Onesiforo, Sinforo ecc.? Inutile dire che quelli i quali prendono il Sinzigo come un nome comune, hanno fatto degli sforzi erculei per rispondere alla domanda: «E chi sarà mai stato questo leal collega a cui l'apostolo si rivolge?» E gli uni hanno detto: Era Pietro; e altri: Era il marito o il fratello di Evodia o di Sintiche: per Lutero, lo Ewald, lo Hilgenfeld, era invece il presidente della chiesa o il capo del collegio degli anziani. Per il Grozio, lo Hofmann e il Lightfoot, invece, era Epafrodito. Per altri, Timoteo o Sila. Il Wieseler ebbe una idea originale. Disse: Con quel , l'apostolo si interrompe e comincia ad un tratto a pregare: «, o leal consorte; te pure io prego: Vieni loro in aiuto!...» E in questo caso, il «leal consorte». per il Wieseler, è Cristo. E non basta. Quello (leale, vero, reale), vocativo maschile, ci dice che questo misterioso individuo dev'essere un uomo. Ma nossignori; eccovi Clemente Alessandrino ed Erasmo, che credono di aver trovato la soluzione del problema; e mutando il sesso al misterioso, incognito, vi dicono, in barba a 1Corinzi 7:7-8: «È la moglie di Paolo!» E il Renan rincara la dose, e dà addirittura il nome a cotesta moglie: «La ricca Lidia, che l'apostolo chiamava la sua vera sposa, non lo dimenticava» (L'Antéchrist. p. 19). E questa volta, basta davvero.

Che tu venga loro in aiuto.

S'intende: Che tu venga loro, moralmente, in aiuto; che tu le aiuti a mettersi d'accordo, a riconciliarsi. E il fatto ch'esse hanno combattuto con l'apostolo per l'Evangelo è una ragione perchè Sinzigo intervenga come paciere. Clemente dev'essere stato un cristiano zelante, fervente, di Filippi; e identificarlo, come già fece Origene, col Clemente di Roma, è semplicemente assurdo. Se vi fu chi vi pensa per lo passato, oggi nessuno più ci pensa. I due Clementi non hanno a comune che il nome; del resto, l'uno differisce tanto dall'altro, quanto Roma differisce da Filippi. L'idea del libro della vita viene dalla escatologia del giudaismo posteriore Daniele 12:1; ed è idea che, nel Nuovo T., fuori di questo luogo, non si trova che nell'Apocalisse 3:5; 13:8; 17:8; 20:12,15; 21:7; 22:19. E una metafora tratta dai «registri civili», che contenevano i noni dei cittadini. Essere iscritto nel libro della vita equivale ad esser riconosciuto come un cittadino del regno di Dio; esser cassato dal libro della vita equivale ad aver rotta ogni comunione con Dio e ad essere espulso dalla cittadinanza del Regno. La menzione più antica di questa immagine e in Esodo 32:32 (Cfr. Isaia 4:3; Ezechiele 13:9).

4 2. Esortazioni varie alla chiesa: Filippesi 4:4-9.

Rallegratevi sempre nel Signore. E lo dirò ancora: Rallegratevi! La vostra dolcezza sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino.

Qualcuno, come il Lightfoot qui e in Filippesi 3:1 traduce il χαιρετε per: Addio! E non v'è dubbio che nel greco classico cotesta parola è usata a modo di saluto di chi arriva e di chi parte; ma nel Nuovo T. ella non ha mai cotesto senso.

Rallegratevi sempre,

anche quando l'ora è grigia e imperversa la bufera; anche allora, perchè al di sopra della bufera sta l'Iddio, il Padre che ha fatto le maravigliose promesse, e che ama d'un amore immutabile ed eterno.

Nel Signore.

Se dovessi tradurre in una parola tutto quello che l'apostolo comprende in cotesto «nel Signore», direi: «Rallegratevi sempre cristianamente».

E lo dirò ancora: Rallegratevi!

Qual contrasto fra questa reiterata esortazione e la condizione triste e disperata di Paolo! E come diventa eloquente cotesta esortazione quand'esce dalla bocca d'un uomo che si trova appunto in codeste circostanze!

5 La vostra dolcezza sia nota a tutti gli uomini.

Tutti gli uomini; non soltanto i vostri fratelli nella fede, ma tutti, il mondo giunga a conoscere il vostro spirito mite, le vostre virtù domestiche, i vostri costumi puri, la vostra concordia, la vostra beneficenza. «Sarà cotesto», dice il Reuss, «il modo più sicuro di disarmare la critica iniqua e le preoccupazioni del fanatismo».

Il Signore è vicino.

Prima di tutto, Lutero, Calvino, ed altri riferiscono quell'il Signore a Dio, ma Filippesi 2:11; 3:20; 4:1-3 e il modo d'esprimersi di Paolo a questo proposito, ci obbligano a riferirlo a Cristo. Poi,» v'è chi connette la frase intera con quel che precede: (La vostra dolcezza sia nota a tutti gli uomini perchè tanto, il Signore è vicino, e sarà lui, come dice il Bengel, «judex vobis propitius, vindex in malos»); e v'è chi la connette invece con quel che segue: (Il Signore è vicino; quindi, non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna ecc.). Ma è perchè non la connetteremmo noi e con quel che precede e con quel che segue? Così fanno lo Alford, lo Ellicott ed il Vincent, per esempio «La vostra dolcezza sia nota a tutti gli uomini; il Signore è vicino e penserà lui a dare a ciascuno il suo. Non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna. Il Signore è vicino». E, finalmente, questo è vicino come va egli inteso? E inteso e lo si può intendere in tre modi; e il lettore può scegliere:

1°) Il Signore è sempre vicino ai suoi, ora, nella vita presente; è lui che li difende; e con un difensore come codesto, non hanno nulla a temere di quel che i nemici posson tramare a loro danno Matteo 13:11; 1Pietro 4:7.

2°) Il Signore, che è sempre vicino ai suoi, verrà verrà presto a liberarli da ogni prova e da ogni sollecitudine, e ad introdursi nel luogo del riposo, nella casa del Padre Giovanni 14:3; Romani 13:11 seg.

3°) Il Signore è vicino, e non tarderà a manifestarsi personalmente; non tarderà «a tornare» a stabilire il suo regno.

6 Non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna; ma in ogni cosa, siano le vostre richieste presentate a Dio con la preghiera e la supplicazione accompagnate da azioni di grazie.

Il termine preghiera ( προσευχη), è il termine generale con cui si esprime questo grido dell'anima che va a Dio sulle ali della fede. L'altro termine supplicazione ( δεησις) è più specifico; esprime il grido dell'anima ispirato dal sentimento profondo del bisogno ch'ell'ha di lui ( δεω)(Cfr. Filippesi 1:4).

Accompagnate da azioni di grazie

per i beni che avete già ricevuti. L'apostolo insiste continuamente sul dovere della gratitudine. Vedi Romani 1:21; 14:6; 2Corinzi 1:11; 4:15; 9:11-12; Efesini 5:20; Colossesi 1:3; 2Tessalonicesi 1:3.

7 E la pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù.

Questa pace di Dio è la pace interna dell'anima che procede da Dio, e che nelle promesse e nella certezza della presenza di Dio ha la sua base; è il sentimento di tranquillità e di riposo che l'anima prova quando, per la preghiera, s'abbandona in Dio.

Che sorpassa ogni intelligenza.

Chi non conosce cotesta pace per esperienza intima e propria non può averne idea, di sorta; per intenderla bisogna sentirla. Ell'è di tal natura «che intenderla non può chi non la prova».

Custodirà.

E un termine militare. Cfr. 1Pietro 1:5. È l'immagine è eminentemente grafica. È la pace di Dio che, come una sentinella, sta a guardia del cuore del credente.

I vostri cuori ed i vostri pensieri.

Il cuore, qui nel Nuovo T. in genere, è la sede della volontà, del sentimento e del pensiero. Il pensiero qui abbraccia tutto quello che esce dal cuore: atti di volontà, pensieri, sentimenti.

In Cristo Gesù.

È l'atmosfera, l'ambito in cui si esercita cotesta divina protezione. Questa del testo è una promessa: ma non per tutti; per quelli soltanto che son di Cristo e vivono in Cristo.

8 Del rimanente, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama in cui è qualche virtù e qualche lode, sien le cose alle quali pensate.

Quel del rimanente ci dice che la lettera volge rapidamente alla sua conclusione. L'esortazione dell'apostolo è qui come una ricapitolazione dei vari precetti della morale cristiana. È una specie d'analisi del pensiero formulato in Filippesi 1:27. Ed il Reuss nota bene a proposito: «Quando ci troviamo dinanzi a delle enumerazioni di questo genere, è un errore il voler troppo precisare la definizione di ciascun termine; e, sopra tutto, il considerare la nomenclatura come la norma d'una classificazione di tutte quante le virtù. Si tratta piuttosto di punti di vista differenti dai quali le medesime virtù si raccomandano man mano al sentimento cristiano».

Tutte le cose vere,

sia che si riferiscano a Dio o all'uomo; alla Chiesa o al mondo; a loro stessi od agli altri.

Tutte le come onorevoli.

Il pudica della Vulgata è troppo limitato. Sono tutte le cose che, per la loro dignità, gravità, nobiltà, ben s'addicono al carattere ed alla vocazione del cristiano.

Tutte le cose giuste.

Tutte le cose in armonia con la giustizia; in armonia con quel dobbiamo a Dio, con quel che dobbiamo al prossimo, e con quel che dobbiamo a noi stessi.

Tutte le cose pure,

nel senso di 2Corinzi 6:6; 7:11; 1Timoteo 5:22; Giacomo 3:17; tutte le cose incorrotte, nitide, terse, tali, che non lasciano macchia nè sulla coscienza nè sul carattere.

Tutte le cose amabili;

amabili in sè e che ispirano amore.

Tutte le cose di buona fama;

non le cose che il volgo e tutti chiaman buone; ma le cose che hanno buona fama perchè son realmente ed essenzialmente buone.

In cui è qualche virtù e qualche lode, sien le cose alle quali pensate.

Questo in cui si riferisce a tutte quante le cose che l'apostolo ha menzionate. A quel tanto di virtù, di lode, di degno d'un redento da Cristo e da un santificato dallo Spirito che è in tutte coteste cose, pensate.

9 Quello che avete anche imparato e ricevuto e udito e veduto in me, fatelo; e l'Iddio della pace sarà con voi.

Il Bengel nota qui: «Facit transitionem a generalibus ad Paulina». Quello che avete imparato da me che vi ho istruiti Romani 16:17; Colossesi 1:7 e ricevuto; vale a dire, quello che avete imparato da me e che poi voi avete fatto vostro, avete abbracciato con sincerità di cuore e con entusiasmo di fede;

e udito e veduto in me nelle vostre relazioni personali con me.

E l'Iddio, della pace, sarà con voi.

E l'Iddio, che è fonte di pace, e che dà la pace (cfr. Romani 15:33; 16:20; 1Tessalonicesi 5:23; Ebrei 13:20).

Riflessioni

1. Filippesi 4:2-3. «I cristiani che per qualsiasi motivo vivono separati, non debbono rimanere in codesto stato. Sono di scandalo ai fratelli, disonorano Cristo dinanzi al mondo, danneggiano l'anima loro. Rechino essi ai piedi del Signore le loro differenze, facciano la pace alla sua presenza, e camminino uniti ricercando non la propria gloria ma la gloria del Signore. E se è in tuo potere di metter la pace fra due fratelli divisi, fallo senza indugio. Porterai la consolazione in due cuori infelici, turerai una breccia fatta da Satana nelle mura della Sion di Dio, e ti meriterai la benedizione pronunciata da Cristo per i pacifici: «Beati loro, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio!» (E. Meille).

2. A proposito di Clemente Filippesi 4:3 vale la pena di trascriver qui la noterella del Martini, che ci addimostrerà una volta ancora quanta mai roba si possa costruire sulla base incerta d'un elemento puramente fantastico. «Origene, S. Girolamo, Eusebio, Epifanio ed altri credono che questo Clemente sia lo stesso che fu poi successore di Pietro dopo. S. Lino e S. Cleto; e la Chiesa latina ha dato peso a questa opinione col leggere all'altare, nel giorno della festa di S. Clemente Papa, questo luogo dell'epistola ai Filippesi. Gli altri che egli non nomina ma dice che sono con lo stesso Clemente scritti nel libro della vita, si può credere che fossero i sacerdoti ed altri ministri di quella Chiesa, alla fondazione della quale molto aveano contribuito come aiuti del nostro Apostolo». E scusate se è poco!

3. «Rallegratevi sempre nel Signore!» Filippesi 4:4. «L'allegrezza continua è una utopia, un assurdo, per l'uomo del mondo; per il cristiano, è una realtà. Egli può rallegrarsi del continuo nel Signore perchè

a) i suoi peccati gli sono stati rimessi, e la sua coscienza e in pace Romani 5:1; 8:31-39;

b) perchè tutto, anche l'afflizione più acerba, deve concorrere al bene di lui Romani 8:28; 1Corinzi 3:21 seg.;

c) perchè sa che nulla varrà a strapparlo dall'amore di Cristo Giovanni 10:28-29» (E. Meille).

4. «La vostra dolcezza sia nota a tutti gli uomini» Filippesi 4:5. La dolcezza dev'esser la caratteristica del cristiano; per essa egli si fa noto al mondo non solo nelle circostanze ordinarie della vita, ma sopra tutto in quelle in cui l'uomo naturale suol dare sfogo all'ira. Ciò nonostante, mentre molti sono i cristiani noti per la loro fede, per la loro carità, per la loro attività, per il loro coraggio, per la purità di tutta la loro condotta, pochissimi son quelli noti per la loro dolcezza» (E. Meille).

5. «Il Signore è vicino!» Filippesi 4:5. Qual pensiero! E fosse pure che questa gran verità vivesse nel cuore di tutti quanti i credenti! Vicino, sempre vicino, e sempre vicino per beneficare. Vicino, per assicurarci che è lui che farà le nostre vendette, e che la nostra dolcezza non ha ragione d'essere avvelenata da pensieri di ribellione, d'impazienza, d'ira. Vicino, per rendersi del continuo conto di tutte le nostre necessità spirituali, morali, fisiche, e per stendere verso noi la sua mano generosa e benefica. Vicino, per abbracciare, nell'ora solenne dell'ultima crisi, lo spirito nostro immortale e per portarlo nella casa del Padre.

6. «Non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna...» Filippesi 4:6. «L'esser con ansietà solleciti è una prova d'incredulità; è un'offesa alla misericordia di Dio. Vuoi tu non esser sollecito di cosa alcuna? Prega per ogni cosa; e prima di domandare, ringrazia di ciò che hai già ottenuto; e dopo aver domandato, ringrazia di ciò che otterrai» (E. Meille).

7. «E la pace di Dio... custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù» Filippesi 4:7. Robert Hall scriveva a questo proposito: «Cerca il tuo riposo nella preghiera! Se sei oppresso, schiacciato dai dolori e dalle ansietà, rifugiati nella presenza di Dio. Esponigli il caso tuo... Egli darà subito pace allo spirito tuo; ti darà quel che desideri, o ti farà essere più felice che mai, anche senza ch'Egli te lo dia; e se confidi in lui, Egli sarà il tuo eterno conforto. Egli porterà un'aura di pace nell'anima tua e calmerà le tempeste tue più tremende».

8. Del rimanente, fratelli, tutte le cose...» Filippesi 4:8-9. «Pensa alle cose nominate dall'apostolo; falle, e glorificherai Iddio; e mostrerai al mondo che la vita del cristiano non è una vita vuota, inerte, travagliata da noia e da tristizia, ma una vita piena, attiva, traboccante d'energia, ricolma d'allegrezza; che non è vita gretta, chiusa in se stessa, insensibile a quanto avviene nel mondo, severa, intollerante, ma una vita larga, generosa, in simpatia con tutto ciò che v'ha di buono, di nobile nel mondo; una vita che estende la sua influenza santificante e consolante a tutto ed a tutti; una vita ricca di frutti di giustizia e di carità. Molti si contentano d'imparare quali siano le cose vere, nobili, pure, amabili e di buona fama. Altri si contentano di vederle in cristiani illustri, di udirle da cotesti cristiani, ch'essi non si stancano di ammirare e di lodare. Altri ancora si contentano di pensare ad esse. Ma tutto ciò non serve a nulla, se non conduce all'azione. È l'azione che prova la realtà della fede, la sincerità del servigio che rendiamo a Dio: «Queste cose fate! Matteo 7:21; Giovanni 15:14. E l'Iddio della pace sarà con voi!... Qual ricompensa?... Egli dona se stesso a chi si dona per lui» (E. Meille).

10 

CONCLUSIONE

Filippesi 4:10-23.

La conclusione della lettera ha cinque parti:

1. LA GIOIA DELL'APOSTOLO PER LA CURA CHE I FILIPPESI HANNO MOSTRATO D'AVER PER LUI: Filippesi 4:10-14.

2. IL RICORDO DI PRECEDENTI ATTI DI LIBERALITÀ: Filippesi 4:15-17.

3. IL RINGRAZIAMENTO DELL'APOSTOLO: Filippesi 4:18-20.

4. I SALUTI: Filippesi 4:21-22.

5. LA BENEDIZIONE: Filippesi 4:23.

1. La gioia dell'apostolo per la cura che i filippesi hanno mostrato d'aver per lui: Filippesi 4:10-14.

L'apostolo torna al soggetto che è l'occasione della lettera. Tre volte egli ha già mentovato i soccorsi che i filippesi gli hanno mandato Filippesi 1:5-11; 2:30; ma egli non ha ancora ringraziato i suoi generosi fratelli. Codesto ringraziamento l'ha serbato per la fine della lettera; e lo esprime qui nel modo più nobile e più delicato che immaginar si possa. Egli si rallegra che i filippesi si trovino ora in circostanze più favorevoli che per lo passato; in circostanze che permetton loro di compiere un dovere che non aveano dimenticato, come si sarebbe potuto supporre, ma avean sempre avuto vivo e sacro nel cuore. Quant'è a lui avrebbe anche potuto continuare nella condizione di povertà in cui s'è trovato; l'esperienza gli ha insegnato ad adattarsi a tutte le circostanze; ma ora e felice, e si rallegra per loro perchè vede col fatto che la simpatia ch'essi nutrono per lui, è grande e sincera.

Or io mi son grandemente rallegrato del Signore che finalmente ho visto rifiorire i sentimenti che altra volta nutrivate a mio riguardo; voi li avevate sì; ma vi mancava l'occasione.

La gioia; ecco la nota tematica di tutta quanta la lettera, che si fa di nuovo sentire Filippesi 1:18; 2:17-18,28; 3:1; 4:1.

Nel Signore.

Il dono, il suo motivo, la gioia dell'apostolo non son cose del mondo, ma son cose santificate dall'atmosfera dello Spirito di Dio. Non siamo nel mondo considerato come negazione di Dio, ma siamo nell'ambito di Cristo e dello spirito di Cristo. Inutile il dire che in queste parole dell'apostolo non v'è ombra di rimprovero; la fine del passo lo prova.

L'occasione,

molto probabilmente, di trasmettere il dono. A bene intendere qui queste espressioni, bisognerebbe che avessimo la lettera che i filippesi aveano scritta all'apostolo, e della quale egli evidentemente riproduce qui le frasi. Essi gli aveano certo scritto che avean pensato a soccorrerlo, ma che eran loro mancati i mezzi o l'occasione di farlo.

11 Non è ch'io voglia parlare dei miei bisogni; perché quant'è a me, io ho imparato ad esser contento dello stato nel quale mi trovo. Io so viver povero e so vivere nelle abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato ad esser saziato e ad aver fame; si esser nell'abbondanza e ad esser nella penuria. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica. Nondimeno avete fatto bene a prender parte alla mia afflizione.

Preme all'apostolo di non esser frainteso.

Ad esser contento.

La parola che traduco contento, nell'originale è αυταρκης «che basta a se stesso, che non ha bisogno dell'aiuto altrui, affatto indipendente». È parola che gli stoici usavano spesso ad esprimere questa loro dottrina: L'uomo in ogni cosa deve bastare a se stesso ed esser atto, per forza di volontà, a resistere ad ogni vento di circostanze. «Beatus est praesentibus, qualiacunque sunt, contentus» Seneca: De Vita Beata, 6, citato dal Vincent). Ora Paolo non basta a se stesso nel senso stoico; basta a se stesso per l'energia d'un nuovo io, per l'energia di Cristo in lui (cfr. 2Corinzi 3:5).

12 In tutto e per tutto ho imparato.

Letteralmente: In tutto e per tutto sono stato iniziato. Si potrebbe forse dire: «In tutto e per tutto ho imparato il segreto...». Il verbo μεμυημαι è il verbo sacro alle iniziazioni, nei misteri greci.

13 Io posso non soltanto le cose che ho mentovate; ma ogni cosa posso in lui che mi fortifica; o, più letteralmente: «in lui, che infonde forza in me». Lo in lui significa in Cristo; non «per mezzo di Cristo», ma «in Cristo», perchè l'apostolo vive in Cristo Filippesi 3:9; la sua vita è nascosta con Cristo in Dio. Non è più lui che vive, ma è Cristo che vive in lui Colossesi 3:3; Galati 2:20.

14 Nondimeno,

benchè io sia così superiore a tutto quel che è esterno e accidentale nella vita, non crediate ch'io tenga in poco conto la parte che prendete alla mia afflizione.

15 2. Il ricordo di precedenti atti di liberalità: Filippesi 4:15-17.

Un legame tutto speciale unisce l'apostolo ai filippesi fin dai primordi della sua predicazione in Grecia. Nell'atto di partire dalla Macedonia per il mezzogiorno, egli ha ricevuto da loro dei soccorsi in cambio dei doni spirituali che egli avea loro recati. Essi costituiscono la sola chiesa verso la quale egli sia così divenuto debitore al tempo istesso che creditore. Codeste relazioni hanno anzi cominciato dal giorno della sua dimora in Tessalonica. S'egli ricorda loro tutte queste cose, non è che gli premano i regali; egli se ne rallegra per loro, che raccoglieranno il frutto di questo loro modo di fare (Godet).

Anche voi lo sapete, o filippesi, che quando cominciai a predicar l'evangelo, allorchè lasciai la Macedonia, niuna chiesa aprì meco un conto di Dare e d'Avere, meno voi soli. Poichè anche a Tessalonica una prima volta e poi una, seconda mi avete mandato di che sovvenire ai miei bisogni. Non già che io cerchi i regali; io cerco il frutto che va abbondando a conto vostro.

Anche voi lo sapete come lo so io, che quando cominciai a predicar l'evangelo, s'intende, in Macedonia ecc. L'apostolo allude evidentemente a del danaro mandatogli dai filippesi prima o nel momento del suo partire dalla Macedonia Atti 17:14.

16 E anche prima, già a Tessalonica, gli avean dato delle prove della loro liberalità. La terminologia dell'apostolo è qui la vera e propria terminologia commerciale; ed io cerco di riprodurla tale e quale, nella mia traduzione.

Tessalonica

era una città macedone, vicina a Filippi, dove Paolo fondò una chiesa prima di partir per l'Acaia Atti 17:1-9. I soccorsi vennero all'apostolo da Filippi mentr'egli era a Tessalonica.

17 Il frutto che va abbondando a conto vostro,

2Corinzi 9:6.

18 3. Il ringraziamento dell'apostolo: Filippesi 4:18-20.

L'apostolo esprime il suo ringraziamento e domanda a Dio di provvedere a tutti i loro bisogni secondo la sua ricchezza ed alla sua gloria.

Or io ho tutto ricevuto e sono nell'abbondanza. Sono pienamente provvisto da che ho ricevuto da Epafrodito quel che m'avete mandato come un profumo d'odor soave, un'offerta che Dio accetta, e che gli è gradita. Or l'Iddio mio supplirà ad ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza, con gloria, in Cristo Gesù. A Dio e Padre nostro sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Per Epafrodito vedi Filippesi 2:25.

Un profumo d'odor soave. È espressione usuale nell'Antico T. a significare un sacrificio accetto a Dio. Vedi Genesi 8:21; Levitico 1:9,3,17; cfr. 2Corinzi 2:15-16; Efesini 5:2.

19 Or l'Iddio mio.

L'Iddio mio, che s'è servito di voi per provvedere alle mie necessità, supplirà ad ogni necessità vostra.

Secondo la sua ricchezza,

nella misura della infinita sua ricchezza.

Con gloria, esprime il modo con cui Dio supplirà a codeste necessità dei filippesi: in un modo glorioso: in modo che metterà in evidenza la gloria del largo e divino Donatore.

In Cristo Gesù;

è l'ambito in cui si esplica l'azione benefica di Dio. Egli supplirà ad ogni bisogno loro, in Cristo Gesù, per amor del quale Iddio dà sempre ogni cosa e dalla intercessione del quale debbon sempre i fedeli aspettarsi ogni cosa da lui. La contemplazione della ricchezza e della misericordia di Dio commuove l'apostolo, il quale manda a Dio la espressione della propria adorazione sulle ali di una dossologia.

20 A Dio e padre nostro sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Per dossologie simili a questa, negli scritti di Paolo, vedi Romani 11:36; Galati 1:5; Efesini 3:21; 1Timoteo 1:17.

Nei secoli dei secoli:

«negli evi degli evi». È un lungo spazio di tempo; un'età, un evo, un ciclo. Nella dossologia tutto quanto il periodo a cui ell'accenna, è concepito come una successione di cicli. È un oceano sconfinato in cui le onde che si succedono, sono tante età, tanti evi.

21 4. I saluti: Filippesi 4:21-22.

Siamo ai saluti. L'apostolo incarica l'assemblea di salutare ella stessa tutti quelli che la compongono; ed egli la saluta da parte dei collaboratori che lo circondano e da parte dei membri della chiesa di Roma, fra i quali menziona specialmente quelli della casa imperiale. Il Reuss vede in queste ultime parole una lieve espressione di vanità soddisfatta. Ma elleno contengono qualcosa di più e di meglio di codesto. Cotesta prima invasione dell'Evangelo in pieno palazzo imperiale è per l'apostolo il preludio d'una delle più grandi rivoluzioni della storia; ella suscita in lui il presentimento di un'altra invasione; di quella per la quale, tre secoli più tardi, il cristianesimo, ora condannato nella sua persona al carcere, salirà sul trono dei Cesari (Godet).

Salutate tutti i santi in Cristo Gesù. I fratelli che sono meco, vi salutano. Tutti i santi vi salutano, e principalmente quelli della casa di Cesare.

«Salutate tutti i santi in Cristo Gesù». Questo in Cristo Gesù può esser connesso col salutate («salutate in Cristo Gesù tutti i santi» come in 1Corinzi 16:19), o può esser connesso coi santi (salutate tutti i santi in Cristo Gesù» come in Filippesi 1:1); questo secondo modo, qui, è più probabile sia il modo inteso dall'apostolo. Per il santi vedi Filippesi 1:1.

22 I fratelli che sono meco

sono gli intimi, quelli coi quali l'apostolo è in immediato contatto.

Tutti i santi

sono, in generale, gli altri cristiani di Roma.

Principalmente quelli della casa, di Cesare.

Per «quelli della casa di Cesare» non s'hanno da intendere proprio i membri della famiglia imperiale, ma s'hanno da intendere gli schiavi, i liberti, i domestici e gli altri subalterni che costituivano la «casa imperiale», e che spesso occupavano dei posti di non poca importanza e responsabilità. Si sa che gli «impiegati» della casa imperiale erano numerosissimi, e si sa pure ch'era fra loro che il cristianesimo avea fatto fin dal principio molte conquiste. Perchè mai quel principalmente? Lo Eadie dice: «Quelli della casa di Cesare devono aver circondato l'apostolo di cure tutte speciali; e, forse, furono dall'apostolo stesso convertiti durante la sua prigionia. Nella misura ch'era loro concesso, debbono aver provveduto ai bisogni materiali dell'apostolo; e ora non potevano non sentir viva simpatia per una chiesa che avea anche lei mandato Epafrodito con dei soccorsi». E può darsi che sia così; ma è più sobrio il dire che cotesto principalmente, non si può esattamente spiegare per mancanza di dati. E forse ha ragione il Vincent, il quale suppone semplicemente che questi «della casa di Cesare» e i filippesi si conoscevano già prima; e in questo caso, i saluti speciali non hanno più nulla di strano.

23 5. La benedizione: Filippesi 4:23.

La grazia del Signor Gesù Cristo sia con lo spirito vostro.

(Cfr. Filemone 1:25; Galati 6:18).

Riflessioni

1. «Quant'è a me, io ho imparato ad esser contento dello stato nel quale mi trovo ecc.» Filippesi 4:11-13. Questa è vera sapienza esser contenti nello stato in cui siamo; non invidiare le condizioni altrui. Questa è vera sapienza non solo sopportare senza mormorio le vicende della vita, le privazioni, le sofferenze, ma mantenersi, in loro presenza, calmi, forti, allegri; e neppure disprezzarle a modo degli stoici, ma sopportarle, trarne frutto e ringraziarne il Signore. Questa è vera sapienza: non lasciarsi trascinare dai beni di questo mondo all'orgoglio ed alla dissoluzione, ma non averli neppure in poca stima; riceverli con gratitudine, fruirne con moderazione, volgerli al bene altrui ed alla gloria di Dio. Questa sapienza, che al tempo istesso è potenza, nessuno la possiede per natura, e nessuno la può col proprio studio acquistare. Ella s'impara alla scuola di Cristo e si mette in opra per la potenza di Cristo» (E. Meille).

2. «Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica» Filippesi 4:13. È un grido di vittoria; è un'affermazione di morale onnipotenza. In questo passo dell'apostolo Filippesi 4:11-14 è un potente «crescendo». Dopo aver detto ch'egli ha imparato ad esser contento in qualunque condizione lo ponga la Provvidenza di Dio, egli conclude: E non soltanto questo, ma ogni cosa io posso in colui che trasfonde la sua forza divina nella mia umana debolezza. E notisi bene: Questa onnipotenza morale non è un miracolo operato da Dio a pro di Paolo apostolo, ma è un dono che la grazia di Dio fa a Paolo credente, e quindi a tutti quanti son credenti come lui.

3. «Avete fatto bene a prender parte alla mia afflizione» Filippesi 4:14. «Conviene che il tuo cuore accompagni il tuo dono; conviene che, mentre dài, il tuo cuore si unisca all'afflitto a cui tu rechi soccorso, e condivida le sue sofferenze. L'affetto nobilita il dono più piccolo e gli conferisce un altissimo valore morale» (E. Meille). Paolo è in carcere per Cristo e per la causa di Cristo. I filippesi, con la simpatia cristiana con la quale accompagnano il loro dono, addimostrano dei sentimenti che sono secondo la mente ed il cuore di Dio. E a loro il Figliuol dell'uomo dirà, nel momento solenne del giudicio: «Io fui in prigione e voi veniste a me». E se i filippesi gli chiederanno: «E quando t'abbiam noi veduto in prigione e siam venuti a te?» Il Re risponderà loro: «Io vi dico in verità che in quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, è a me che l'avete fatto» Matteo 25:36,39-40.

4. Quanta delicatezza, quanto tatto e quanta dignità nel modo con cui Paolo parla del dono che ha ricevuto dai filippesi! Filippesi 4:18-20. L'argomento del denaro è sempre un argomento spinoso; e specialmente spinoso diventa quando un pastore di sentimenti delicati ha da trattarlo con la sua chiesa. Immaginiamoci se dovesse essere o no spinoso per un apostolo come Paolo, che rappresentava una gran causa, che dovea far di tutto per evitare anche le più lontane possibilità dell'ombra d'un sospetto, e che era circondato da gente che cercava di scrutarlo nei più intimi penetrali e che era sempre pronta ad interpretare diabolicamente ogni sua più retta e più pura intenzione. Eppure, l'apostolo tratta qui l'argomento delicato con tale e tanto squisito tatto cristiano, che dai Padri ai commentatori più moderni ha suscitato un senso di generale ammirazione. Io non voglio sciupare il pensiero dell'apostolo, cercando di riassumerlo qui malamente; io rimando il lettore al dettaglio del mio commento; lo rilegga, e vi mediti su.

5. Filippesi 4:23. L'apostolo ha cominciato la sua lettera con la grazia Filippesi 4:1-2, e con la grazia ora la conclude. Che cosa l'apostolo intendesse chiedere quando per i suoi fratelli in fede implorava grazia da Dio, e impossibile il precisare. Luce per l'anima, amore per il cuore, forza per l'intelletto, purità per il carattere, soccorso nell'ora grigia del bisogno, consiglio in mezzo alle incertezze ed alle difficoltà della vita, tutto è incluso in questa divina parola: grazia. La grazia del Signor Gesù Cristo, la grazia salutare che inonda lo spirito nostro; è la calma recata in mezzo al turbinio delle nostre ricordanze passate; è la cara, divina immagine che bacia e santifica il nostro presente, è il celeste arcobaleno che promette gloria e trionfo al nostro avvenire.

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