Galati 1

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IL SALUTO EPISTOLARE

Galati 1:1-5

Il saluto epistolare posto, secondo l'uso del tempo, in capo alla lettera, consta di tre elementi:

la designazione dell'autore della lettera,

la designazione dei destinatarii,

il saluto propriamente detto.

Paolo si attiene all'uso per quel che concerne il quadro da riempire; ma i suoi saluti sono pieni di uno spirito nuovo, lo spirito cristiano, ed anche la forma non è stereotipata ma varia secondo le persone o le chiese cui scrive, facendo di già presentire talvolta quel che ferve nel cuore dello scrivente. Qui, ad esempio, come notò il Lightfoot, i due concetti dominanti nell'epistola: la difesa della propria autorità per parte dell'apostolo, e la difesa della dottrina della grazia sono insieme uniti nel saluto col quale si apre la lettera. Coll'amplificare il suo titolo ufficiale così da farne una affermazione della divina origine della sua missione, Paolo para di già l'attacco personale dei suoi avversarii; coll'accenno all'opera della redenzione in connessione, col nome di Cristo, egli protesta di già contro i loro errori dottrinali.

L'Autore dell'epistola così designa se stesso:

Paolo apostolo, non da parte degli uomini nè per mezzo d'alcun uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e i fratelli tutti che sono meco,

Nelle Epistole ai Tessalonicesi scritte prima di questa, in quelle a Filemone ed ai Filippesi, Paolo non fa uso del suo titolo d'apostolo; ma qui, scrivendo a delle chiese ove la legittimità della sua missione è posta in dubbio, egli ne accentua l'origine divina. Il suo apostolato non gli viene dagli uomini ( ουκ απο...) e neppure è amano l'intermediario per mezzo del quale gli è stata affidata la sua missione. Nè la causa prima, nè la causa istrumentale sono umane. Esso procede da Dio che ha appartato Paolo fin dal seno di sua madre Galati 1:15 e lo ha predestinato ad essere uno strumento eletto per lo spargimento del Vangelo nel mondo Atti 9:15; 22:14; 26:17. All'apostolato è stato chiamato direttamente da Cristo che gli è apparso sulla via di Damasco. Egli non è dunque un apostolo di seconda mano, inferiore agli altri; egli lo è per mezzo di Cristo Gesù e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti. Il per mezzo di applicato qui a Dio Padre implica il da parte di, cioè l'origine divina. Il Cristo risorto per mezzo del quale Paolo è stato chiamato, è stato risuscitato da Dio Padre ch'è l'autore primo della chiamata. Gli altri apostoli erano stati chiamati ed istruiti da Gesù durante il suo ministerio terrestre: Paolo ha ricevuto la chiamata e la rivelazione dell'Evangelo dal Cristo risuscitato. Non è dunque inferiore agli altri e può attestare egli pure la risurrezione di Gesù. Questo mettere in risalto l'origine divina del suo apostolato Paolo non lo fa per millanteria, come ha pensato lo Steck, ma perchè ciò importa per la difesa dell'evangelo. Nell'apostolo della libertà si attaccava la libertà cristiana stessa.

2 Paolo si associa i fratelli tutti che sono con lui. Si tratta egli dei membri della chiesa in mezzo alla quale ei si trova quando scrive la lettera? Ma Paolo non soleva comunicare le sue lettere alla chiesa prima di spedirle ai destinatari. Egli suole bensì associare a se come autore delle lettere gli evangelisti che sono suoi collaboratori, specialmente quando abbiano aiutato alla fondazione delle chiese cui si rivolge. Cfr. 1Tessalonicesi 1:1; 2Tessalonicesi 1:1; 1Corinzi 1:1. Risulta dai Fatti che Timoteo, Erasto, Aristarco e Gaio erano stati i suoi collaboratori in Efeso e a quelli vanno aggiunti Tito, Apollo, Aquila e Priscilla ed altri ancora Atti 19:22,29; 1Corinzi 16:12,19; 2Corinzi 2:13. Se li associa tutti quanti onde meglio persuadere i Galati che, seguendo i dottori giudaizzanti e le loro insinuazioni, essi si allontanavano dalla verità evangelica predicata non solo da Paolo, ma dagli altri servitori di Cristo. Quanti avevano a cuore l'opera di Dio, bramavano di vedere i fratelli di Galazia rimaner saldi nella grazia e nella libertà.

I destinatarii.

Alle chiese della Galazia.

Per la Galazia vedi l'Introduzione. Le chiese della Galazia sono mentovate 1Corinzi 16:1 ove si tratta delle direzioni date loro da Paolo circa la colletta per i poveri di Giudea. Nella 2Timoteo 4:10 l'apostolo dice di Crescente che si è recato in Galazia. Quante fossero e dove precisamente si trovassero queste chiese, non sappiamo. Da notare che Paolo non aggiunge parola di lode o di ringraziamento alla menzione asciutta delle chiese. La sua fiducia in loro è in parte scossa e non può dar lodi a chi si è lasciato così presto sviare dalla verità.

3 Il saluto.

Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signor nostro Gesù Cristo,

Sono questi i beni spirituali più preziosi che Paolo possa invocare da Dio, per mezzo di Cristo, sui suoi figli spirituali: la grazia ossia la misericordiosa e libera effusione dell'amor di Dio su creature indegne ma riconciliate in Cristo: la grazia che perdona, che sopporta, che consola, che ricolma di beni; la pace ossia la dolce e tranquilla coscienza dello stato di grazia, il sentimento del figlio riconciliato col Padre. Grazia e pace procedono da Dio per mezzo di Cristo che ha resa possibile la effusione della grazia mediante il suo sacrificio e che la spande ora dall'alto nei cuori per mezzo del suo Spirito.

4 In connessione col nome di Cristo, qual fonte di grazia. e di pace, Paolo in due parole definisce l'opera compiuta da Cristo a pro degli uomini ed il fine ultimo di essa.

il quale ha dato se stesso per i nostri peccati

Dar se stesso è espressione che fa risaltare il carattere volontario dell'opera d'amore di Cristo e che include il sacrificio della propria vita. «Niuno me la toglie, disse Gesù, io da me stesso la depongo» Giovanni 10:18. Si legga la prep. περι (lett. circa, per l'affare di) coi codici alef A D ed i critici Tischendorf, Hort, ovvero la prep. ὑπερ (a pro, a favore di) col cod. B. e Nestle, il senso non muta. In genere perì si usa parlando di cose e yper quando si tratta di persone. Esempio 1Pietro 3:18 ove s'incontrano le due. L'idea espressa dalla locuzione è questa: Cristo diede se stesso alla morte per espiare i nostri peccati col suo sacrifizio propiziatorio. Oltre a Isaia 53 si posson ricordare altre espressioni analoghe: Il Figliuol dell'uomo è venuto per «dar l'anima sua qual prezzo di riscatto per molti» Matteo 20:28; «Cristo Gesù ha dato se stesso qual prezzo di riscatto per tutti»; «Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi quale offerta e sacrificio di odor soave a Dio» 1Timoteo 2:6; Efesini 5:2. Inoltre l'Epistola agli Ebrei. Col prendere il nostro posto dinanzi alla giustizia ed alla legge di Dio, Cristo ha resa la nostra salvazione compatibile con la santità e col governo morale di Dio. Il fine ultimo del sacrificio volontario di Cristo è descritto così:

affin di strapparci al presente secolo malvagio

Il verbo εξαιρεισθαι racchiude l'idea del liberare con intervento potente da un pericolo imminente Atti 12:11; 23:27. Il secolo o l'era presente è lo stato presente delle cose del mondo, il corso attuale delle cose quale il peccato L'ha fatto. È chiamato presente o ancora "questo secolo" Romani 12:2, "il secolo attuale" (ὁ νυν αιων ) 1Timoteo 6:17, il "secolo di questo mondo" Efesini 2:2, per opposizione al "secolo che viene" Marco 10:30; Matteo 12:32. Il contrasto tra l'era presente e l'era futura è contrasto di tempo, ma più ancora di carattere morale. Infatti l'era attuale è chiamata malvagia perchè le disposizioni, i principii, il modo di vivere che caratterizzano lo stato presente del mondo sono in opposizione colla volontà di Dio, e il mondo «ch'è in balìa del maligno» 1Giovanni 5:19 è perciò sotto condanna e corre verso la perdizione. «Liberazione dal presente secolo malvagio abbraccia quindi la salvazione cristiana sotto i suoi varii aspetti: il perdono dei peccati, la redenzione da ogni iniquità e la liberazione dall'ira avvenire» (Brown). I cristiani sono per un tempo nel mondo, ma non sono più del mondo; sono divenuti cittadini dei nuovi cieli e della nuova terra ove giustizia abita. Questo fine: la salvazione finale, e questo mezzo: il sacrificio di Cristo, sono

secondo la volontà di Dio nostro Padre,

di Colui ch'è Dio sopra tutte le cose ed è anche il nostro Padre pieno d'amore. Si potrebbe pure tradurre: del nostro Dio e Padre.

5 al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

«Da lui, per mezzo di lui ed in vista di lui sono tutte le cose», da lui procede la salvazione. Egli ne ha concepito ab eterno il disegno, Egli ne ha preparata e disposta l'attuazione, Egli la condurrà al suo compimento. A lui quindi, e non alla creatura, ne spetta tutta la gloria. Le perfezioni di Dio spiegate nella salvazione devono suscitar nei cuori sentimenti di adorazione e di amore. Cfr. altre dossologie Romani 11:36; 16:27; 1Timoteo 1:17. Amen, nota Brown, è parola esprimente approvazione: è cosa giusta che sia così; esprimente fede: sarà così; esprimente desiderio: oh fosse pur così. Così dovrebbe essere, così sia, così sarà».

AMMAESTRAMENTI

l. Le chiese di Galazia sono pericolanti nella loro fede, sovvertite dai giudaizzanti, ma una chiesa malata non cessa d'esser chiesa cristiana, come un cristiano imperfetto non cessa d'esser cristiano e un uomo malato non cessa d'esser uomo. Queste chiese sono intaccate dall'orrore, ma non hanno ancora rinnegato l'evangelo. Le chiese apostoliche, in genere, non sono chiese per ogni verso perfetto, tutt'altro. Basti ricordare, accanto a quelle di Galazia, quelle di Tessalonica e di Corinto, nonchè le sette chiese d'Asia cui sono dirette le lettere di Apocalisse 2-3.

2. Paolo proclama altamente la divina origine del suo apostolato. Quando sono in giuoco gl'interessi stessi del Vangelo ogni falsa modestia va messa da parte. Il rappresentare i principi cristiani, sia per l'ufficio che uno ricopre, sia per la professione che uno ne fa, implica una responsabilità nuova e crea dei doveri speciali tanto nei fedeli quanto nei ministri. Riguardo a questi ultimi, Lutero fa nel suo Commento le seguenti raccomandazioni: Sia ogni ministro della parola di Dio certo della propria vocazione... D'altronde venga la vocazione direttamente da Dio, o indirettamente per mezzo di uomini, l'essenziale è ch'essa proceda veramente da Dio... Se alcuno entra nel ministerio senza la certezza della propria vocazione, reca danno ed ingombro, poichè Dio non farà mai prosperare il lavoro di quelli che non son chiamati. Chi è chiamato dev'esser preparato a sostener gli assalti dei falsi apostoli, i sospetti dei cristiani, e le insidie continue di Satana.

3. Fin dalle prime linee dell'epistola Cristo e l'opera sua sono descritti, con rapidi tocchi, in modo rimarchevole.

Cristo non è un semplice uomo; egli è uno con Dio Padre nella sua natura, nei suoi intenti e nelle sue opere. Egli, è il Messia promesso dai profeti, l'Emmanuele, l'uomo-Dio. Come tale, in virtù della sua dignità divina e della sua umana santità, egli ha offerto se stesso in sacrificio espiatorio per i nostri peccati, affin d'essere, come l'indica il suo nome di Gesù, il Salvatore. Egli salva infatti chi lo accetta con fede dalla condanna che, sovrasta al mondo presente ribelle a Dio; egli salva dal male che corrompe e degrada l'umanità attuale e instaura nuovi cieli e nuova terra ove abita la giustizia. Col suo sacrificio egli ha posta la base necessaria della sua grande opera di affrancamento; egli, risorto dai morti ed esaltato alla destra di Dio, la prosegue costantemente, scegliendo e mandando i suoi ambasciatori a bandire la Buona Novella fra tutte le genti e spandendo del continuo grazia e pace nel cuore dei suoi fedeli. «Se non dimentichiamo quest'unica cosa: quel che Cristo ha fatto per noi, saremo preservati da ogni errore, staremo saldi nella grazia e non ci rivolgeremo alla legge. Allora non sprezzeremo la fede come cosa di poca importanza; ma ci stimeremo felici di poter poggiare sopra Cristo. "Egli ha dato se stesso per i nostri peccati". Qui sta il fondamento della fede, in questo amor di Cristo per virtù del quale, invece di starsene separato da noi a cagione dei nostri peccati, egli ha voluto per i nostri peccati appunto, dare se stesso alla morte della croce». (Schlatter).

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I. PARTE APOLOGETICA

L'APOSTOLO DEL VANGELO DELLA GRAZIA E DELLA LIBERTÀ

Galati 1:6-2:21

Prima di dare alle chiese di Galazia l'insegnamento dottrinale richiesto dal loro stato, Paolo sente il bisogno di distruggere i falsi concetti insinuati circa il suo apostolato dagli intrusi giudaizzanti. Egli si proclamava bensì apostolo di Cristo ma, dicevano essi, non era del numero dei Dodici ch'erano stati con Gesù; il suo apostolato non poteva essere che di seconda mano e quindi senza vera autorità. S'egli predicava la salvazione per fede senza obbligo di osservanze legali, lo faceva di testa sua, senza la sanzione dei Dodici e per smania di popolarità presso le chiese etnico cristiane. Non era dunque necessario dargli retta.

Da coteste insinuazioni Paolo si difende nella prima parte della Lettera che ha carattere apologetico-personale e che si può dividere in quattro Sezioni:

Nella Sez. Ia, Galati 1:6-10, Paolo esprime il doloroso stupore provato alla notizia che i Galati stavano abbandonando l'evangelo della grazia da lui predicato per dare ascolto ai perturbatori giudaizzanti i quali alteravano il vero ed unico evangelo della grazia di Dio, incorrendo nella maledizione.

Nella Sezione IIa, Galati 1:11-24, Paolo dichiara aver ricevuto direttamente da Dio l'evangelo ch'egli ha predicato e di non averlo imparato dagli apostoli coi quali non aveva avuto relazione prima d'entrare nella sua attività missionaria.

Nella Sezione IIIa, Galati 2:1-10, egli fa un passo di più, narrando come alla Conferenza di Gerusalemme la sua missione apostolica ed il modo in cui la compieva, avevano avuto l'approvazione cordiale degli apostoli più rinomati.

Nella Sez. IVa, Galati 2:11-21, ricorda come la coscienza dell'assoluta verità dell'evangelo della grazia e della libertà, gli abbia imposto il dovere di riprendere pubblicamente in Antiochia l'apostolo Pietro quand'egli, per timore dei giudaizzanti, veniva colla sua condotta, a compromettere la verità.

Paolo è per tal modo, come nota lo Schlatter, divenuto apostolo senza gli altri apostoli, il suo apostolato ha incontrato il consenso degli apostoli, ed egli ne ha mantenuta l'autorità e l'indipendenza anche contro un apostolo quando questi si allontanava dalla retta via.

Sezione A. Galati 1:6-10

LO STUPORE DI PAOLO DI FRONTE ALLA INCIPIENTE DEFEZIONE DEI GALATI.

Io mi stupisco che così presto voi passiate da Colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, ad un altro evangelo,

Paolo entra in materia bruscamente come chi ha il cuore pieno d'una preoccupazione cui gli preme di dare sfogo; ed invece dell'espressione di gratitudine a Dio, solita a trovarsi nelle altre epistole, comincia coll'espressione del doloroso stupore in cui l'ha immerso la notizia inaspettata e in parte per lui incomprensibile della defezione dei Galati dall'evangelo della grazia. Ciò lo stupisce tanto più che i Galati avevano accolto con entusiasmo il vangelo ed il suo araldo quando si era recato la prima volta da loro Galati 4:13-16, e che Paolo, dopo una sua seconda visita più recente, li aveva creduti raffermati nella fede (cfr. Atti 18:23). Così presto, s'intende: in così breve spazio di tempo, così presto dopo l'arrivo tra voi dei perturbatori giudaizzanti. Varii interpreti ricordano, a proposito della facilità dei Galati a lasciarsi trascinare dai nuovi dottori, la descrizione che Giulio Cesare fa del carattere mutabile dei loro progenitori delle Gallie: «Come nell'intraprendere le guerre è alacre e pronto l'animo dei Galli, così è la lor mente cedevole e per nulla resistente alle avversità... È debolezza dei Galli l'essere mutevoli nelle deliberazioni da prendere e amanti di novità». All'elemento dell'atavismo nazionale nel carattere va aggiunta la inesperienza di neofiti imperfettamente istruiti del Vangelo, poco capaci di misurare la portata religiosa di certi insegnamenti e di mantenersi all'altezza della religione dello Spirito. Il presente: voi passate, o "vi lasciate trasportare", indica che la cosa sta avvenendo, ma non è ancora un fatto compiuto irrimediabilmente; e Paolo spera di arrestare colla sua lettera quel movimento, facendo loro comprendere com'esso implichi l'abbandono del vangelo della grazia. Essi, senza rendersene ben conto, stanno passando da Colui che li ha chiamati mediante la grazia di Cristo, ad un evangelo diverso. L'autore della chiamata nel N. T. è, quasi senza eccezione, Dio Padre (Galati 1:15; 1Tessalonicesi 5:24; 2Tessalonicesi 2:14; Romani 8:30 ecc.).

L'espressione: chiamati εν χαριτι χριστου (lett. nella grazia di Cristo, ovvero: colla grazia di Cristo), non significa che li ha chiamati ad esser partecipi della grazia di cui Cristo è mediatore, ma che Dio li ha chiamati a salvezza mediante l'annunzio della grazia, non in base alla pratica di riti o di opere legali, ma in base alla grazia procurata in Cristo e accettata con fede. «La grazia di Cristo, dice Sieffert, è qui considerata come quella il cui annunzio nella predicazione del vangelo è stato il mezzo della lor chiamata». Se ora essi abbandonano il terreno della grazia e vengono a considerare le pratiche legali come condizione di salvezza, passano ad un evangelo diverso da quello di cui Dio si è servito per chiamarli a se. Il greco ha qui, Galati 1:6-7, due aggettivi: ἑτερος e αλλος che sono di solito resi nella versione italiana con la parola altro, ma di cui il secondo significa semplicemente: uno di più aggiunto agli altri, mentre il primo include l'idea di diversità: un altro di genere diverso. Così 2Corinzi 11:4: «So chi viene predica... un evangelo diverso ( ἑτερον) da quello che avete ricevuto...». Così qui: «passate ad un evangelo diverso, che però non è un altro» non è un evangelo di più, oltre l'unico vero, ma è semplicemente l'alterazione di questo.

7 il quale poi non è un altro evangelo; soltanto, vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire l'Evangelo di Cristo.

In realtà non c'è che un solo evangelo, come non c'è che una via di salvazione, un solo Dio il Padre, un unico Signore e Salvatore, una fede, una speranza. Quindi non si può chiamar evangelo quel che predicano i giudaizzanti sebbene essi diano la loro dottrina per la sola autentica dottrina di Cristo mettendo innanzi il fatto che Cristo aveva osservata la legge, che non era venuto ad abolir la legge ed i profeti, che gli apostoli e la chiesa di Gerusalemme non s'erano bruscamente separati dal tempio ecc. Ma siccome essi mutavano sostanzialmente la condizione della salvezza col porre al posto della fede od accanto ad essa l'osservanza della legge mosaica Galati 2:16; Atti 15:1, così Paolo definisce la loro dottrina un sovvertimento del vangelo di Cristo.

Chi sono quei pochi che turbano le chiese? Manifestamente degli emissari giudaizzanti i quali recano lo scompiglio nelle menti e nelle coscienze dei Galati che hanno accettato per genuino il vangelo predicato da Paolo. Essi, invece dipingono Paolo come un apostolo spurio che predica un vangelo spurio al quale manca qualcosa di essenziale. Questi dottori erano venuti dal di fuori, probabilmente da Antiochia o da Gerusalemme, ma senza mandato od autorizzazione degli apostoli, poichè questi alla Conferenza di Gerusalemme avevano dato la mano di associazione a Paolo ed ai suoi compagni. «Sappiamo, scrive il Godet (Introd. Epp. Paul. 226), che c'era a Gerusalemme un partito opposto agli stessi apostoli, partito che aveva avuto la peggio nella Conferenza ma che non si dava per vinto: erano coloro che facevano colpa a Pietro d'essere entrato da Cornelio Atti 11, quelli che Luca chiama, Atti 11:2, «quei della circoncisione» ovvero «alcuni della setta dei Farisei che avevano creduto» Atti 15:5. Essi erano senza dubbio del numero di quei «sacerdoti che avevano ubbidito alla fede» Atti 6:9. Miravano a togliere agli apostoli senza cultura e poveri la direzione della res christiana, per farla servire ai loro fini, cioè alla propagazione nel mondo intero del mosaismo unito alla croce. Era questa linea di condotta in cui il cristianesimo non era più che un mezzo per fondare il regno universale del giudaismo, che Paolo caratterizzava quando chiamava quegli uomini dei "falsi fratelli" Galati 2:4... Non è difficile capire con quali argomenti fossero giunti a smuovere i Galati. Il Cristo è stato promesso ad Israele: per aver parte alla sua salvazione bisogna dunque farsi israelita; si diventa israelita mediante la circoncisione, dunque...». Ed è appunto questo far della circoncisione la condizione assoluta della salvezza che Paolo considera come un tentativo di sovvertire ( μεταστρεψαι) di rovesciare l'Evangelo di Cristo ossia l'evangelo che Cristo ha proclamato e di cui egli stesso è l'oggetto essenziale. Lo sovvertono perchè, se la salvezza dipende dall'osservanza di pratiche legali, non è più per grazia e l'opera di Cristo diventa vana Galati 5:2-4.

8 Ma se anche noi, se anche un angelo venuto dal cielo vi annunziasse un evangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema.

Il ma si spiega così: Ci sono di quelli che vogliono sovvertire l'evangelo, ma l'evangelo della salvazione non è cosa che dipenda dall'uomo e che possa essere alterata secondo il capriccio di una qualsiasi creatura. L'evangelo è verità divina, inviolabile, è l'annunzio veridico e fedele di ciò che Dio ha fatto e vuol fare per la salvazione del mondo per mezzo di Cristo. Quindi, come l'uomo non può mutare il piano eterno di Dio, nè i fatti compiuti, non è neanche in poter suo l'alterare la verità relativa a questi fatti. Qualora lo tenti, egli commette un delitto di lesa verità e, di lesa divinità, alterando la verità inviolabile di Dio. Incorre perciò nella maledizione divina. Questa sentenza di maledizione l'apostolo non esita a pronunziarla su se stesso, sui suoi collaboratori che possono ritenersi inclusi nel noi, e perfino sopra gli angeli del cielo, nel caso puramente ipotetico ch'egli od un angelo si rendessero colpevoli di pervertire l'evangelo eterno. Esso è superiore a tutte le creature celesti e terrestri. Il greco ha qui una preposizione ( παρ ὁ) ch'è stata tradotta in due modi:... vi evangelizzasse oltre a ciò... ovvero contro a ciò... La Vulgata porta: praeterquam quod... e Diodati: "oltre a ciò". Le versioni moderne preferiscono: "contro" (Weitzsaeker, Segond, Revised, Sinodale fr., Crampon, Revel ecc.) Anche traducendo: "oltre a ciò", il contesto mostra che non potrebbe trattarsi mai di fare qualche aggiunta innocente al vangelo apostolico, ma si tratterebbe sempre di un andare oltre il limite fissato, aggiungendo alle condizioni di salvezza divinamente stabilite, altre condizioni specificamente diverse da quelle e quindi a quelle contrarie. Ma l'uso della preposizione παρα nel N. T. giustifica il senso più grave di "contro a ". In Romani 16:17 si parla di chi commette scandali «contro ( παρα) alla dottrina che avete imparata». Così Atti 18:13, "contro la legge" Romani 1:26 "l'uso contro natura" Romani 4:18 "contro speranza credette". Sia anatema: è chiaro che non si tratta qui di una semplice sentenza di scomunica o di esclusione dalla chiesa, in questo senso la formula non occorre nel N. T. ma soltanto nel linguaggio ecclesiastico posteriore di qualche secolo, D'altronde non si potrebbe parlare di scomunicare un angelo. C'è chi interpreta: Sia un tale da voi tenuto per "interdetto", per una persona da evitare. Cfr. Romani 16:17; 2Giovanni 1:10-11: "non lo salutate ". Ma anche questo non risponde all'uso del N. T. nè alla solennità del contesto. La parola anatema vale una cosa appesa in alto, come le offerte votive di cui si adornavano i templi. Scritto coll'e lungo ( η) ha conservato questo senso anche nel N. T. Luca 21:5. Scritto coll'e breve (ε) come lo è generalmente nella LXX e nel N. T. designa una cosa votata a Dio ma per esser sacrata a distruzione e risponde all'interdetto ebraico (chérem) di Levitico 27:28-29; Deuteronomio 7:26; Giosue 6:21. Vedi anche note Romani 9:3; 1Corinzi 12:3; 1Corinzi 16:22. Il senso qui sarebbe: Sia un tale maledetto. L'imprecazione racchiude una vera e propria sentenza colla quale l'apostolo, quale ambasciatore di Cristo che ha ricevuto la podestà di sciogliere e legare, dichiara sacrato alla maledizione divina chiunque pervertisce scientemente l'evangelo di Cristo. Così 1Corinzi 16:22 dichiara anatema chi avendo conosciuto Cristo non ha affetto per lui.

9 Ed affinchè non si creda ch'egli pronunzia questo anatema ab irato, sotto l'impressione sgradevole delle notizie ricevute dalla Galazia, egli ricorda che già anteriormente aveva fatto udire dichiarazioni come quella che ora ripete in iscritto.

Come l'abbiamo detto prima d'ora, torno a ripeterlo anche ora: se alcuno vi annunzia un evangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema.

Il προ (prima) del verbo, potrebbe riferirsi alla sentenza del versetto precedente che sarebbe ripetuta per mostrar che l'ha scritta pensatamente: ma vi sono ragioni per riferirlo ad una occasione precedente in cui l'apostolo, avendo notato il subdolo lavorio giudaizzante, avrebbe avvertito i Galati del carattere sovvertitore di quell'insegnamento. L'ora ( αρτι al presente, adesso) è opposto ad un tempo anteriore ( προ) che non può esser soltanto l'istante precedente in cui Paolo avea tracciato il v. 8. Sappiamo dai Fatti che prima di venirsi a stabilire in Efeso, Paolo, al principio del suo terzo viaggio missionario, aveva fatto una seconda, visita alla Galazia. Dalle Epistole ai Corinzi appare come in questi anni sia stato intenso il lavoro dei giudaizzanti per scalzare l'autorità apostolica di Paolo ed il suo insegnamento.

10 Perocchè cerco io attualmente di conciliarmi il favore degli uomini, o quello di Dio? O cerco io di piacere agli uomini? Se ancora cercassi di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Osserva l'Olshausen che dopo il ripetuto anatema si aspetterebbe una affermazione come quella del v 11: "Poichè l'evangelo che vi ho annunziato non viene dall'uomo ma da Dio". Prima però di giungere a questa affermazione circa l'origine divina del messaggio, Paolo proclama ancora l'assoluta dipendenza da Dio del messaggere. S'egli è così reciso nel condannare chi sovverte l'evangelo, se ciò facendo egli parrà o troppo autoritario o poco caritatevole, non monta; poichè nel pronunziare questo anatema, come in tutto il suo parlare e scrivere, egli non si preoccupa di conciliarsi il favore degli uomini, ma di ottener l'approvazione di Dio. L'attualmente ( αρτι) è stato inteso dell'istante medesimo in cui Paolo scrive, quasi dicesse: Scrivendo queste righe così severe, cerco io forse, come vanno dicendo di me gli avversari, di conciliarmi il favore degli uomini? Sarebbe questo uno strano modo di ingraziarsi la gente. Sembra però migliore il senso più largo dell'attualmente: Non rifuggo dal condannar, come fo, i sovvertitori del Vangelo, poichè è passato il tempo in cui mi preoccupavo di ottener l'approvazion degli uomini. Dacchè Cristo mi ha preso a se, quello non è più affar mio; sono servo di lui, e cerco di piacere a Dio. Questo senso si accorda bene con quel che segue: "Se ancora cercassi di piacere agli uomini non sarei servo di Cristo"; parole che suppongono esservi stato un tempo nella vita di Paolo in cui, non essendo servo di Cristo, cercava il favore degli uomini. Il senso che diamo colle versioni moderne alle parole ανθρωπους πειθω (lett. persuado gli uomini) è il solo che risponda al contesto. Non si tratta infatti di «indurre a credere agli uomini» (Diodati) e meno ancora di «predicar gli uomini, vale a dire dottrine e tradizioni umane» (Martini), ma di conciliarsi il favore degli uomini colle proprie parole. Cfr. Atti 12:20: "avendo guadagnato il favore di Blasto". L'espressione è chiarita dall'altra più generale che segue: «Cerco io di piacere agli uomini?» Il "piacere agli uomini" e l'esser servo di Cristo sia come apostolo sia in genere come cristiano, sono cose incompatibili come lo è il servire a due padroni di opposte volontà.

AMMAESTRAMENTI

1. Il doloroso stupore di Paolo nell'apprendere il mutamento inaspettato dei Galati, si ripete attraverso i secoli nel cuore dei missionari, dei pastori, dei genitori, degli educatori tutti che dopo aver lavorato con amore e perseveranza all'istruzione e all'educazione religiosa e morale di persone che davano loro le più belle speranze, poi le vedono ad un tratto per l'influenza di letture malsane, di falsi amici, di seminatori di zizzania, ovvero per un ridestarsi di antiche passioni, ritrarsi dalla via della verità e cadere. Il dolore è tanto più grande quando la defezione avviene in breve spazio di tempo, dopo che si era conosciuto l'evangelo della grazia e si era risposto con entusiasmo alla chiamata di Dio. I neofiti sono piante non radicate ancora profondamente e che il vento sradica facilmente. «Quanta fatica, nota Lutero, ci vuole per preparare un popolo perfetto al Signore! Si lavora dieci anni per istruire settimanalmente e fedelmente una piccola chiesa, poi sopraggiunge qualche spirito storto è magari anche ignorante che non sa far altro che dir del male dei fedeli banditori della Parola, e rovescia in un momento tutto quel ch'era stato preparato. Chi non si commoverebbe di fronte a tale malvagità?»

C'è sempre nell'uomo vecchio che dorme in fondo al cuore anche dei cristiani, l'amore delle novità, la disposizione ad ascoltar chi adula, chi solletica l'orgoglio umano presentando la salvezza dell'uomo come dovuta, in parte almeno, al fare nostro. Sonnecchiano sempre in fondo al cuore le passioni, pronte a risvegliarsi appena cessi la vigilanza. Lo stupore, il dolore non spengono però in Paolo l'amore pei suoi figli spirituali e come la madre fa di tutto per strappare al morbo che la minaccia la vita della sua creatura, così l'apostolo non abbandona al lupo le giovani chiese di Galazia, ma si sforza di ricondurle alla verità. Le vite tenere vanno continuamente difese, protette, rinsaldate.

2. Circa l'anatema di Paolo è da notare: a) Ch'esso è pronunziato da un apostolo di Cristo, cioè da uno ch'è debitamente autorizzato a dichiarare quel ch'è conforme e quel ch'è contrario all'Evangelo. Gli apostoli possedevano, per compier la loro missione, lo Spirito di Cristo in misura speciale. Nè chiese, nè papi, nè concilii, nè dottori hanno autorità apostolica. b) Esso è pronunziato su chi sovverte dalle fondamenta l'Evangelo della grazia insegnando un'altra via di salvazione. Non è pronunziato su chi propugna per es. la libertà di coscienza e di culto, o la separazione della Chiesa dallo Stato o su chi sostiene le Società bibliche, ecc. (Vedi Sillabo di Pio IX); e neppure è pronunziato su chi differisce dall'apostolo in cose secondarie, ecclesiastiche, rituali od anche dottrinali; ma è pronunziato su coloro che mutano le basi stesse del Vangelo divino della salvazione. S. Paolo è largo quando si tratta di materie secondarie; ma è intransigente quando si tratta di quel ch'è essenziale: la salvazione per grazia mediante la sola fede in Cristo.

3. L'anatema pronunziato da Paolo, osserva il Godet F., non solo sui falsi dottori giudaizzanti, ma ancora ipoteticamente sopra un angelo del cielo e su di se stesso, non avrebbe senso s'egli avesse coscienza che il suo insegnamento non era altro che il risultato ed anche il risultato affatto recente delle sue proprie riflessioni. Quale che sia l'idea che uno si fa dell'apostolo, non gli si può ragionevolmente attribuire una condotta così assurda». Fin da quando Cristo gli era apparso, Dio avea rivelato alla mente ed al cuor di Paolo il suo Figliuolo ed i tesori della grazia di cui egli è il Mediatore.

L'affermazione recisa di Paolo sul carattere assoluto, immutabile perchè divino, dell'unico Evangelo di Cristo è del pari inconciliabile col simbolo-fideismo secondo il quale la verità religiosa sarebbe un'ombra evanescente e mutevole che ciascuna generazione crede di afferrare ma che non si afferra mai. Che siano mutevoli le affermazioni dell'ordine scientifico, ciò s'intende; poichè le verità scientifiche non sono stato rivelate ma lasciate all'investigazione umana. A misura quindi che si scoprono nuovi fatti, che i fatti sono meglio osservati e coordinati, le teorie scientifiche, sempre provvisorie, muteranno. Ma i fatti cristiani non sono da scoprire, sono dati dalla storia bene attestata ed hanno per centro la persona e l'opera di Cristo. Il significato di questi fatti non è lasciato alla speculazione umana, ma è stato esposto da Cristo stesso e dai suoi apostoli sotto la guida dello Spirito. Fatti e dottrine costituiscono l'Evangelo obiettivo, immutabile perchè è l'espressione del disegno di Dio per la salvazione degli uomini. Questi fatti e queste dottrine rivelate nessuna creatura ha l'autorità di mutarli, di togliervi o di aggiungervi; n'è ministri, nè apostoli, nè concilii, nè gli angeli stessi. Fatti e dottrine sono consegnati in iscritto nei libri del Nuovo Testamento che sono i soli documenti autentici ed autorevoli del cristianesimo apostolico. Il Nuovo Testamento costituisce perciò per noi la pietra di paragone delle dottrine che si pretendono cristiane; esso è il giudice delle controversie. Non la Chiesa è giudice del Nuovo Testamento ma il Nuovo Testamento è giudice della Chiesa la quale attestandone storicamente l'origine apostolica ne proclamò in pari tempo l'autorità suprema.

Certo la verità evangelica avrà bisogno per esser compresa dell'opera interna dello Spirito, e dovrà trovare nei cuori la disposizione ad accoglierla e ad ubbidirle; certo l'assimilazione di essa sarà cosa graduale nell'individuo, come sarà graduale nella, società umana la penetrazione del lievito della di lei influenza; certo le formule umane colle quali la Chiesa definirà la verità per rispondere ai bisogni speciali di ciascuna epoca saranno cosa mutevole; ma tutto ciò non toglie alcun che al carattere obiettivo ed intangibile dell'Evangelo proclamato da Cristo e dai suoi apostoli.

Dal carattere assoluto e normativo dell'Evangelo apostolico deriva la grave responsabilità di chi in qualsiasi modo lo modifica, lo altera, lo sovverte nelle sue dottrine fondamentali. Un, tale attenta al piano eterno di Dio sostituendovi orgogliosamente le proprie elucubrazioni. Esso getta il turbamento nelle chiese e scuote la, fede di molti. Una tale condotta trae su di se il giudicio di Dio. Ogni ministro, ogni insegnante che vuol tagliar rettamente il pane della verità deve nutrirsi delle sane parole del Signor Gesù e dei suoi apostoli, non torcerle e piegarle a suo piacimento. Così, mediante l'assistenza dello Spirito, ch'egli deve implorare del continuo, edificherà le chiese invece di sovvertir la fede.

Nè vale il mettere innanzi la teoria secondo la quale la rivelazione evangelica non è che un germe in cui stanno potenzialmente racchiusi tutti i dommi che la Chiesa ne viene traendo man mano nel corso della storia. Saranno, si, varie ed anche nuove le applicazioni della verità cristiana col progredir del tempo; ma ogni insegnamento dottrinale e morale, ogni pratica, ogni rito che contraddice all'Evangelo apostolico, che lo altera, che lo annulla, non può essere un rampollo genuino della vita di Dio. Il seme non può produrre che piante e frutti conformi alla propria specie. Le aggiunte giudaizzanti sovvertivano l'evangelo della grazia e così hanno fatto le dottrine papiste della salvazione mediante le opere, i sacramenti, le pratiche esterne.

4. In Galati 1:8-9 Paolo si presentava a noi in sublime maestà e diceva: La mia parola è santa ed eterna, verità intangibile di Dio, recante la vita a chi la riceve con fede, recante maledizione e giudicio a chi vi si oppone. Ora scorgiamo Galati 1:10 qual sia il fondamento di quella eccelsa superiorità. Questo fondamento sta nella completa sottomissione a Cristo. Io sono servo di Cristo; la mia parola non è mia, la mia forza non è mia, i fini del mio operare non son miei ed il frutto d'esso non è mio. Il Signore ha parlato, il Signore ha ordinato, il Signore ha dato, al Signore tutto appartiene. Questa è la sincera umiltà di Paolo e da essa scaturisce il suo coraggio» (Schlatter).

Cercar l'approvazion di Dio, servire a Cristo, tale dev'essere la parola d'ordine di ogni ministro del Vangelo. Tacere la parte più sgradevole della verità cristiana, smussar gli angoli della morale, per non urtare le opinioni dominanti, per non ferire l'orgoglio, o le passioni degli uditori, è tentazione che assalirà ogni banditore della verità; ma è tentazione che va respinta poichè l'adattar la verità ai gusti degli uomini è un essere infedele a Cristo, ed un tradir gl'interessi stessi degli uomini che hanno bisogno di conoscere il loro stato reale e l'unica via di salvazione.

11 

Sezione B. Galati 1:11-24.

PAOLO HA RICEVUTO L'EVANGELO CHE PREDICA, NON DAGLI UOMINI, MA DA DIO.

L'apostolo comincia Galati 1:11-12 con l'affermare in modo solenne l'origine divina e non umana dell'evangelo ch'egli predica e che i giudaizzanti vogliono sovvertire. Poi Galati 1:13-17, la dimostra ricordando com'egli sia divenuto apostolo per mezzo di una chiamata diretta e di una personale apparizione di Cristo, e non abbia avuto bisogno dell'insegnamento d'alcun uomo per dar principio alla sua attività missionaria. La dimostra ancora ricordando Galati 1:18-24 come soltanto dopo tre anni di lavoro in Arabia, egli abbia fatto a Gerusalemme la personale conoscenza dell'apostolo Pietro in una visita durata 15 giorni, dopo la quale fu condotto da Dio ad evangelizzare in Siria e Cilicia.

Galati 1:11-12. Paolo afferma l'origine divina del suo evangelo.

Poichè, fratelli, io vi dichiaro che l'evangelo da me annunziato non è cosa umana;

Il poichè ( γαρ invece di δε) è la lezione accettata dai maggiori critici e si appoggia ai codd. alef B D It. ecc. Il poichè si riferisce alla sentenza di condanna pronunziata dall'apostolo contro ai pervertitori dell'Evangelo: "poichè", segue egli a dire, non si tratta qui di una dottrina umana ma della verità divina. E questo Paolo lo dichiara in modo solenne usando il termine γνωριζω come 1Corinzi 15:1; 12:3; 2Corinzi 8:1. Dice lett. che l'evangelo della grazia e della libertà da lui annunziato non è secondo l'uomo cioè non è cosa d'uomo, nè per la sua origine poichè non è nato in cuor d'uomo e non è frutto d'elucubrazione umana, nè per la sua essenza poichè proclama l'incapacità dell'uomo a salvarsi e annunzia una salvazione per mezzo della croce «ch'è scandalo ai Giudei e follia per i Greci». Si tratta di cose che «non son salite in cuor d'uomo»; che Dio ha divisate nell'eterno amor suo e procurato ai peccatori mediante il sacrificio del Cristo. Che il suo evangelo non sia cosa umana, risulta dal fatto che Paolo stesso non l'ha ricevuto da alcun uomo.

12 Infatti io stesso

che ve l'ho annunziato

non l'ho ricevuto nè imparato da alcun uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione da Gesù Cristo.

Vi sono di solito due stadii successivi nella conoscenza del Vangelo: v'è il primo annunzio di esso che crea la fede in chi ha cuore aperto alla verità e v'è l'istruzione più sistematica e completa che dove tener dietro al primo annunzio. Alla Pentecoste Pietro addita Gesù come il Cristo promesso, e nasce la fede in migliaia di persone, le quali poi perseverano nell'insegnamento degli apostoli. Hanno ricevuto il Vangelo e l'hanno poi imparato in modo più completo. Ora a Paolo l'Evangelo non è giunto per mezzo d'un predicatore umano nè egli è stato a scuola di alcun uomo, neanche d'un apostolo. Cristo gli è stato evangelista e catechista. Invece di giungere alla fede per via di predicazione umana, vi è giunto per la rivelazione che di se stesso fece a lui il Cristo sulla via di Damasco. Invece di arrivare ad essere il dottor dei Gentili per via di lunghi studii o stando ai piedi di altri dottori evangelici, Paolo vi è giunto per la rivelazione della verità a lui fatta direttamente e in alto grado da Cristo stesso. La rivelazione ( αποκαλυψσις apocalissi), ch'è propriamente l'atto dello scoprire una cosa rimovendo il velo che la nasconde, dà una visione quasi immediata delle cose, talchè la conoscenza n'è certa al pari di quella che risulta dall'esperienza personale. Gli altri apostoli hanno dunque, di fronte a Paolo, il privilegio dell'anzianità («sono stati apostoli prima di me» Galati 1:17), ma non hanno quello d'esser stati loro soli alla scuola di Cristo. Quel ch'essi hanno imparato seguendo il Maestro quando era sulla terra, Paolo l'ha imparato dalle rivelazioni fattegli dal Cristo vivente e glorioso. Quando? Corto egli si riferisce anzitutto (cfr. Galati 1:16) alla Cristofania avvenuta sulla via di Damasco e che rivelò d'un tratto al persecutore che Gesù non era un impostore bensì il Figliuol di Dio morto, risorto ed innalzato alla destra di Dio. Ma non è necessario limitar la rivelazione a quell'unica occasione. In Atti 26:16 Gesù stesso dice a Saulo: «Ti sono apparito... per costituirti testimone delle cose che hai vedute e di quelle per le quali ti apparirò». In 2Corinzi 12:1 Paolo allude alle molte «visioni e rivelazioni» a lui concesse e ne ricorda una importante avvenuta verso il 44. Così Atti 22:17-22 narra di un'estasi in cui il Signore gli avea parlato in occasione della sua prima visita a Gerusalemme Sappiamo di una visione avuta in Troas, di altra in Corinto. Nella 1Corinzi 11 Paolo dice aver «ricevuto dal Signore» quello che ha insegnato sulla S. Cena e in Efesini 3:3 ricorda che il piano di Dio concernente la salvezza dei Gentili gli è stato fatto conoscere per via di rivelazione. Paolo è stato quindi in continua comunicazione col Cristo risorto e nei tre anni del soggiorno in Arabia egli ha dovuto ricevere le rivelazioni che hanno fatto del Fariseo fanatico l'apostolo della giustificazione per fede, e della libertà cristiana. Con tutto ciò non è da escludere che Paolo abbia potuto imparar diverse cose circa la vita e gl'insegnamenti di Gesù da coloro ch'erano stati con lui; ma la luce che gli ha fatto comprendere il significato e la portata dei fatti e delle parole gli è venuta dal Cristo risorto.

13 2. Galati 1:13-17. Paolo dimostra di non aver ricevuto l'Evangelo dagli uomini ricordando le circostanze della propria vocazione.

Il Lightfoot così riassume il pensiero di questi versetti: «Fui allevato in una scuola di rigido ritualismo in diretta opposizione colla libertà del Vangelo. Fui per età e per temperamento un fervido partigiano dei principii di quella scuola, ed in conseguenza di questi principii, io perseguitai strenuamente la fratellanza cristiana. Nessuna strumentalità umana avrebbe potuto operare il mutamento avvenuto in me. Era necessario l'intervento diretto di Dio». E quest'intervento ci fu.

Difatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta d'una volta nel giudaismo, come io perseguitavo cosa furore straordinario la chiesa di Dio e la devastavo.

Avete udito da me stesso prima che da altri, poichè Paolo soleva raccontar la sua conversione, che faceva in certo modo parte della sua predicazione. La narra al popolo tumultuante in Gerusalemme Atti 22; la narra davanti al re Agrippa in Cesarea Atti 24 e più volte nelle sue lettere allude al suo passato 1Corinzi 15:8-10; 1Timoteo 1:13; Filippesi 3:6. Condotta d'una volta ( ποτε) perchè sono trascorsi ormai più di 15 anni da quell'epoca. Il giudaismo è il modo di credere, di pensare, di sentire e di operare dei Giudei. La sua condotta da Giudeo, lungi dal rivelar simpatie per il cristianesimo era stata quella del fanatico persecutore della chiesa di Dio ch'egli considerava allora come una setta d'illusi o di pervertitori contro i quali bisognava agire colla massima energia e violenza. La perseguitava oltre misura ( καθ' ὑπερβολην) cioè con straordinario accanimento. Luca dice del giovane Saulo che «spirava minaccia e uccisione» contro i discepoli, e Paolo stesso riconosce d'aver «perseguitato a morte quella credenza, incatenando e gettando nelle prigioni uomini e donne» (Atti 22:4 cfr. Atti 26:9; 1Timoteo 1:13). Aveva approvato l'uccisione di Stefano e custodito le vesti di quelli che lo lapidavano. Luca riferisce che nella persecuzione capitanata da Saulo la chiesa di Gerusalemme fu dispersa.

14 e come io mi segnalavo nel giudaismo più di molti miei coetanei della mia nazione, essendo sommamente zelante per le tradizioni dei miei padri.

Paolo sopravanzava molti giovani Giudei suoi coetanei per le sue conoscenze, per la sua rigida, scrupolosa osservanza della legge e delle tradizioni farisaiche; ma si segnalava soprattutto per lo zelo violento nel combatter tutto quello ch'era contrario al giudaismo come l'intendevano i Farisei Atti 22:3. Le tradizioni dei padri, ricevute cioè dagli antenati, potrebbero includere gl'insegnamenti delle S. Scritture qual documento scritto delle rivelazioni concesse agli uomini di Dio israeliti, ma dall'uso fatto nei Vangeli dell'espressione analoga: "la tradizione degli anziani ", per es. in Matteo 15:2-6; Marco 7: 3-13, si vede che «le tradizioni dei padri» designavano, in bocca ad un Giudeo, le interpretazioni e le aggiunte tradizionali (incluse dipoi nella Mishna) considerate come distinte dal testo su cui si fondavano e di cui pretendevano essere il supplemento» (Lightfoot). Gesù le combattè come essendo, invece, spesse volte, la negazione della legge di Dio; di modo che erra il Curci quando, nella sua tenerezza per altre tradizioni, afferma che le tradizioni giudaiche avevano «sostanzialmente la loro origine da Dio».

15 La grande rivoluzione morale nella vita di Paolo, la sua conversione dal fanatico tradizionalismo farisaico alla fede nel Figliuol di Dio ed all'apostolato cristiano è stata l'opera diretta di Dio, senza intervento d'uomini.

Ma quando piacque a Dio che mi ha appartato fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato per la sua grazia, di rivelare in me il suo Figliuolo affinchè io lo annunzi fra i Gentili,

Il predicatore della salvazione per grazia è stato egli stesso un monumento della grazia, poichè in lui Dio ha voluto dimostrare tutta la sua longanimità affinchè servisse d'esempio ad altri. Prima che nascesse, Dio nella sua libertà sovrana e nella sua sapienza, lo aveva appartato cioè scelto e destinato ad essere l'araldo del Vangelo. In Romani 1:1 si dichiara «appartato per l'evangelo di Dio». Cfr. Isaia 49:1; Geremia 1:5. Il proponimento eterno di Dio è stato manifestato nel tempo e tradotto in atto colla chiamata rivolta al giovane che, nella sua ignoranza, combatteva Dio e perseguitava il Cristo nella persona dei cristiani. Non si tratta infatti qui di una chiamata soltanto intenzionale, ma di una chiamata reale quale fu quella rivoltagli da Gesù sulla via di Damasco. Dice lett. "chiamato mediante la sua grazia", non, in considerazione d'alcun merito, non in virtù d'alcun obbligo, ma per effetto della sua bontà e misericordia. L'appello divino lo chiamava ad un tempo alla fede e all'apostolato.

16 La rivelazione a Paolo di Gesù qual Figliuol di Dio incarnato, morto per i nostri peccati, risuscitato a suggello della ottenuta giustificazione dei peccatori, è la verità fondamentale che determinò il radicale mutamento del persecutore che fino allora avea considerato Gesù come un impostore. Dice: rivelare in me, cioè al mio spirito, perchè la visione esterna fu accompagnata da quella interna sola salutare. La luce che gli chiuse gli occhi del corpo gli aperse quelli dello spirito. Il comprendere tenne dietro al vedere e all'udire. Secondo le sue espressioni 2Corinzi 4:6, «l'Iddio che disse: Splenda la luce, fra le tenebre, è quel che risplendè nei nostri cuori perchè poi facessimo brillar la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nella faccia di Cristo». Questa interna rivelazione del Salvatore, necessaria per l'apostolato di Paolo, era avvenuta senza l'istrumentalità d'alcun uomo, per mezzo dell'apparizione personale di Gesù e per l'opera interna. del suo Spirito. Il presente: affinchè io lo annunzi mostra come Paolo non consideri la sua missione come terminata e infatti egli sta lavorando a tutt'uomo in una delle cittadelle del paganesimo:

io non mi consigliai con carne e sangue e non salii in Gerusalemme presso a coloro che prima di me erano stati apostoli, ma subito me n'andai in Arabia, poi tornai di nuovo a Damasco.

Carne e sangue è locuzione ebraica che non indica qui i vincoli del sangue o, le inclinazioni personali quasi Paolo volesse dire: Non badai alla rottura dei legami terreni cui mi esponevo nè alla perdita della mia posizione in seno al giudaismo nè alle persecuzioni cui andavo incontro. Carne e sangue designa semplicemente l'uomo in quanto è carne e sangue, cioè debole e mortale. Cfr. Efesini 6:12; Matteo 16:17. Il verbo che rendiamo 'consigliarsi con' 'consultare' vale letteralmente nella voce media: 'prender su di se un peso di più', quindi in senso traslato, col dativo della persona: recarsi da uno per aggiungere il suo consiglio al nostro, per consultarlo. Si usa nel senso di 'consultare' gl'indovini intorno a un dato segno (Diodoro Sic. τοις μαντεσι προσαναθεμενος περι του σημειου). Nel Galati 2:6 vale: aggiungere qualcosa del suo a quel che un altro possiede.

17 Il senso della frase è: Non appena ebbi ricevuta direttamente da Dio la conoscenza del suo Figliuolo e la missione di predicarlo fra i Gentili, io non sentii il bisogno di consultare alcun mortale e neppur gli apostoli ch'erano in Gerusalemme. La conoscenza della verità evangelica centrale io l'avevo ricevuta da un maestro superiore agli uomini e la missione apostolica m'era stata data dal Signore stesso che l'aveva data anche agli altri apostoli. Come Matteo o Bartolomeo non avevano ricevuto l'ufficio loro per mezzo di Giovanni o di Andrea, così io non avea bisogno dell'investitura nè delle istruzioni degli altri apostoli. Di fronte ad un ordine diretto del Signore si trattava per me d'ubbidire senza por tempo in mezzo ed è quel ch'io feci dando subito principio al mio apostolato in Damasco e nell'Arabia. Il termine geografico Arabia è abbastanza elastico. Serve talvolta a designare la penisola che sta tra il Mar Rosso e il Golfo Persico, l'Arabia d'oggi; ma designa pure talvolta una regione più estesa includente Damasco e perfino i monti del Libano e dell'Antilibano. In questo senso lato va intesa nel nostro passo ove pare accennare ai distretti poco popolati dell'Hauran al Sud-Est di Damasco. La regione rispondeva bene allo stato d'animo del giovane neofita che dovea sentir l'assoluto bisogno di raccoglimento, di meditazione per assimilarsi la verità rivelatagli e rifare la sua teologia. Gesù dopo il battesimo fu condotto nel deserto. Crisostomo stette nel cenobio fin al 40esimo anno della sua età. D'altra parte risulta dal libro dei Fatti che, appena convertito, Saulo sentì il dovere di render testimonianza della sua fede nel Cristo. E il nostro passo implica pure ch'egli andò in Arabia per dar principio, sia pure umilmente, all'opera sua missionaria tra i Giudei, aspettando d'esser mandato più lungi, ai popoli pagani (Cfr. Atti 22:21; 13:1-3). La minore importanza del lavoro compiuto in Arabia da Paolo e la brevità del soggiorno fatto colà spiegano il perchè Luca non ne faccia cenno nei Fatti, ma si limiti a mentovar la predicazione in Damasco e le conseguenze ch'essa ebbe. Ed anche nel far questo, non entra in minuti particolari e fonde in una la duplice testimonianza di Paolo in Damasco, lasciando però intravedere che il soggiorno in quella capitale fu diviso in due da una parentesi. Nel Atti 9:20 Luca dice: «Paolo dimorò coi discepoli di Damasco alcuni giorni e subito, nelle sinagoghe, annunziò Gesù...» Egli stesso in Atti 26:19-20 dice: "Non fui disubbidiente alla visione celeste, ma prima a quei di Damasco, poi a Gerusalemme... annunziai..." Negli Atti 9:22 Luca aggiunge poi che «Saulo si fortificava e confondeva i Giudei abitanti in Damasco, provando che Gesù è il Cristo. E passato un certo tempo ( ἡμεραι ἱκαναι) i Giudei congiurarono di ucciderlo». Il provare che Gesù è il Cristo risponde meglio al secondo soggiorno in Damasco avvenuto dopo un periodo di raccoglimento ed il complotto suppone un'opera di attiva propaganda durata parecchio tempo, Complessivamente questi primi saggi dell'attività apostolica di Paolo durarono un tre anni, senza ch'egli avesse avuto il minimo contatto cogli apostoli di Gerusalemme, tanto era indipendente per ogni verso la sua missione.

18 3. Galati 1:18-24. Paolo dimostra di non aver ricevuto l'Evangelo dagli uomini ricordando le circostanze della sua prima visita a Gerusalemme.

Di poi, in capo a tre anni, salii a Gerusalemme per far la conoscenza di Cefa e dimorai presso lui quindici giorni.

Potevano gli avversarii di Paolo valersi delle sue visite a Gerusalemme per farlo apparire come discepolo e mandatario dei Dodici; perciò l'apostolo seguitando a dimostrare com'egli non abbia ricevuto l'evangelo da alcun uomo, fa cenno qui della prima visita da lui fatta a Gerusalemme dopo la sua conversione, precisandone le circostanze onde far vedere l'impossibilità materiale di quanto insinuavano i giudaizzanti.

Anzitutto, quella visita l'avea fatta soltanto in capo a tre anni, s'intende dopo la sua conversione, in capo cioè al primo periodo della sua attività in Damasco e nell'Arabia. A quest'epoca, sotto la guida del Signor Gesù e del suo Spirito egli avea, nelle sue meditazioni, ricostruito il sistema delle sue convinzioni religiose. Quel ch'egli chiama «il misterio non rivelato alle antiche età» della unione in un sol corpo, in Cristo, dei credenti Giudei e pagani, il misterio dell'ufficio preparatorio e quindi transitorio dell'economia mosaica, dovevano oramai esser stati chiaramente rivelati alla mente dell'apostolo delle Genti. Quindi, non per istruirsi, nè per ricever la conferma della sua missione, egli salì a Gerusalemme; ma per collegar fin da principio, mediante una fraterna conoscenza personale, l'opera sua speciale con quella degli altri apostoli di Cristo. Il termine qui usato ( ἱστορειν visitare) è derivato da ἱστωρ (histor) che a sua volta ha per base la radice ἱσημι sapere, conoscere. L'histor è uno che sa per aver veduto coi suoi occhi, esplorato personalmente. Etimologicamente l'historia ( ἱστωρια) è la conoscenza acquistata per via di osservazioni personali, quindi viene a significar la narrazione delle cose conosciute, dei fatti successi. Historiare un luogo od una persona significa, negli scrittori greci (Plutarco, Flavio Giuseppe): conoscere de visu, fare la conoscenza personale e risponde al nostro termine visitare ch'è un vedere ripetuto ed attento. Fra gli apostoli, Pietro (che nelle epistole di Paolo è designato ora col nome aramaico di Cefa ed ora con quello greco di Pietro) occupava fin dal principio il primo posto. Cristo stesso gli avea conferito il primato onorifico del primus inter pares, ed alla Pentecoste egli era stato il principale istrumento di cui Cristo si era servito per fondare la sua chiesa tra i Giudei. Era quindi naturale che Paolo desiderasse fare la sua conoscenza personale prima di intraprendere qualche missione più lontana. Fu sempre intento costante dell'apostolo dei Gentili il cementare l'unione dei due elementi, giudaico e d etnico, nell'unico corpo della Chiesa di Cristo, ma senza cedere in nulla alle pretese settarie dei giudaizzanti che implicavano la negazione della salvezza per grazia e della libertà cristiana. Che Paolo non visitasse Pietro per imparar da lui l'Evangelo risulta pure dalla brevità del tempo passato presso di lui. In quindici giorni, occupati d'altronde dalla predicazione nelle sinagoghe elleniste, Paolo avrà potuto udir dalla bocca di Pietro non pochi fatti della vita di Gesù ed avrà potuto raccontare a sua volta la sua vocazione e le sue prime esperienze, ma non ha potuto ricever da lui la sua profonda conoscenza del piano di Dio. Quanto allo scopo che taluni esegeti papisti hanno prestato a Paolo quasichè egli fosse venuto a Gerusalemme «per rendere onore al capo del collegio apostolico e di tutta la Chiesa», esso è non solo estraneo a questo contesto, ma è recisamente contradetto da tutto l'atteggiamento di Paolo durante la sua carriera, nè si trova nei suoi numerosi scritti una sillaba sola che accenni ad un primato di giurisdizione di Pietro sugli apostoli e sulla Chiesa.

19 Non vidi alcun altro degli apostoli; ma solo Jacobo il fratello del Signore.

È questa una terza circostanza che, al pari delle due già notate, esclude l'idea di una dipendenza di Paolo dai Dodici. Paolo non esclude che qualche altro apostolo, oltre a Cefa, si trovasse in Gerusalemme o nei dintorni; ma la maggior parte doveva essere partita in missione per contrade più o meno lontane. Non avendoli neppur veduti, come avrebbe potuto Paolo essere loro discepolo? Il greco dice lett.: se non Jacobo... il che potrebbe far credere che Jacobo sia considerato come apostolo. E potrebbe esserlo quando si dia al termine apostolo il senso più largo che ha per es. Romani 16:7; 2Pietro 3:2. Ma il fatto che è designato qual

fratello del Signore

per distinguerlo dagli altri Jacobi (Jacobo di Zebedeo e Jacobo d'Alfeo) ch'erano nel novero dei Dodici, mostra ch'egli è qui distinto dagli apostoli. Il se non viene a dire: se non che vidi ancora... (Cfr. per un uso analogo di ει μη Matteo 12:4; Luca 4:26-27; Galati 2:16; Apocalisse 21:27). Jacobo è mentovato a cagione dell'alta sua posizione in seno alla chiesa di Gerusalemme di cui è chiamato talvolta il primo vescovo. La sua situazione influente risulta anche da Atti 15; Galati 2 come pare da 1Corinzi 9:5; 15:7.

20 Dati questi particolari precisi sulla sua prima visita a Gerusalemme, particolari che annientavano le insinuazioni dei giudaizzanti sul carattere derivato del suo apostolato, Paolo ne afferma la verità nel modo più solenne;

Ora, quanto alle cose che vi scrivo, ecco, io dichiaro innanzi a Dio che non mento.

La formula non è esattamente quella del giuramento ma equivale ad esso per la sostanza.

La narrazione data da Luca di questa visita, in Atti 9:26-30, confrontata con quel che Paolo ne dice in Atti 22:17-21 e con quanto ne scrive qui ai Galati, offre il caso tipico di un medesimo fatto considerato da tre punti di vista differenti e arricchito in ciascun luogo di nuovi particolari. Luca riferisce che Saulo cercava di accostarsi ai discepoli, ma incontrava diffidenza, finche Barnaba lo prese sotto la sua protezione e lo presentò agli apostoli; aggiunge ch'egli rese testimonianza al Cristo nelle sinagoghe elleniste, che i Giudei cercarono di farlo morire e che i fratelli lo condussero a Cesarea donde partì per Tarso. Narra le cose secondo l'aspetto loro più esterno ch'è quello descritto dalla storia; mentre Paolo nelle sue difese personali è in grado di aggiungere dei particolari più intimi come sarebbero l'intenzione di far la conoscenza di Pietro e la dimora in casa di lui per 15 giorni, l'incontro con Jacobo, la visione nel tempio. La diffidenza dei cristiani verso l'ex persecutore si spiega quando si tenga conto che la di lui conversione era avvenuta lontano da Gerusalemme, che le comunicazioni erano scarse, che Saulo era sparito per un tempo dalla scena e che la sua opera missionaria in Damasco era cosa affatto recente. Barnaba potè venire più presto a conoscenza della realtà delle cose probabilmente perchè era della stessa regione di Saulo. Certo è difficile includere tutto quel che Luca narra nello spazio di soli 15 giorni, ma ciò non è necessario, poichè i 15 giorni sono il tempo passato in casa di Pietro ma non comprendono i giorni o le settimane in cui Saulo, pur parlando di Cristo nelle sinagoghe, avea cercato inutilmente di entrare in relazione coi cristiani. Quanto all'essere la sua pronta partenza attribuita al pericolo da parte degli avversari, al consiglio dei fratelli e ad una direzione speciale del Signore, la cosa non offre difficoltà poichè i tre motivi concorsero alla decisione presa. Le notevoli coincidenze tra le due, anzi tre, narrazioni indipendenti che completansi a vicenda, rendono vieppiù salda la certezza storica del fatto.

21 Poi, venni nelle parti della Siria e della Cilicia.

In regioni, cioè, dove non si trovavano nè apostoli nè chiese cristiane. Secondo gli Atti, vi si recò per mare da Cesarea. Lo Zahn e il Ramsay sostengono che Paolo non designa mai alcuna parte dell'Impero romano, se non col nome della provincia cui il luogo appartiene e non usa mai alcuno degli antichi nomi delle contrade eccetto che questi fossero diventati nomi di provincia. I fatti però non giustificano una così recisa affermazione. Parlando della Siria e della Cilicia Paolo non usa il primo per designare la provincia romana, che abbracciava la Cilicia e anche la Giudea da cui veniva; ma usa quei nomi come indicanti due regioni ben note della gran provincia romana, regioni che avevano rispettivamente a capitali Antiochia e Tarso. I nomi sono così adoperati anche in Atti 15:23,41: mentre la Siria designa la provincia intera in Matteo 4:24; Luca 2:2; Atti 18:18; 20:3; 21:3. Paolo stesso chiama Illirico (nome antico) e Dalmazia (nome della provincia romana) una medesima regione: Romani 15:19; 2Timoteo 4:10. È nominata qui prima la Siria forse perchè Paolo sbarcò a Seleucia per recarsi poi a Tarso e ritornare in Antiochia quando Barnaba ve lo chiamò (Cfr. Atti 9:30; 11:25-26). A dissipar sempre più completamente la favola ch'egli fosse stato allievo degli apostoli in Gerusalemme, Paolo aggiunge un altro fatto e cioè ch'egli era fin allora sconosciuto di persona alle chiese di Giudea.

22 Ma io era personalmente sconosciuto alle chiese della Giudea che sono in Cristo. Solo, esse sentivano dire: Colui che una volta ci perseguitava, ora annunzia la fede che altra volta cercava distruggere; e glorificavano Dio per cagion mia.

Anche Luca attesta che la testimonianza di Paolo erasi limitata a Gerusalemme ed era stata bruscamente troncata.

23 Le chiese dei dintorni non avevano quindi avuto l'occasione di vedere e di udire colui ch'era stato persecutore della loro fede e che alcuni dei loro membri potevano senza dubbio aver veduto in quei tempi. Il termine fede ha qui un senso obiettivo che si avvicina a quello di dottrina o verità cristiana divenuto frequente negli scrittori ecclesiastici. Così Atti 6:7: «ubbidivano alla fede», ove designa l'evangelo caratterizzato da quel che distingue i suoi aderenti, ossia la fede in Gesù qual Messia Salvatore.

24 Glorificavano Dio in me considerandomi come un esempio cospicuo della grazia e della potenza di Dio. Nota Crisostomo: «Non dice: Si stupivano di me, lodavano me, ammiravano me, ma attribuivano ogni cosa alla grazia. Essi glorificavano Dio in me». Sentimento questo ben diverso da quelli che verso l'apostolo nutrivano i giudaizzanti.

AMMAESTRAMENTI

1. L'Evangelo non è secondo l'uomo, non è d'invenzione umana, non è conforme agli insegnamenti, ai gusti, alle corrotte tendenze dell'uomo e perciò l'uomo lo mutila, lo altera, lo adatta in varie guise alle proprie inclinazioni; e specialmente gli sono "dure" le dottrine che oltrepassano la sua superba ragione, o feriscono l'alta opinione ch'egli ha di se: le dottrine del peccato e della salvazione per grazia. Gli "evangeli" umani che dan qualche merito all'uomo sono sempre accolti facilmente, come quello dei giudaizzanti in Galazia. Tuttavia se l'evangelo non è «secondo l'uomo», esso è per l'uomo, risponde al suo vero stato, ai suoi bisogni reali. L'anima che conosce se stessa è, come diceva Tertulliano, «naturaliter christiana», perchè aspira alla verità, alla pace con Dio, alla liberazione dal male. Anche la medicina che fa per il malato, raramente è «secondo» i gusti del malato.

2. Paolo non ha ricevuto l'evangelo dagli uomini ma direttamente da Cristo. Da questa esplicita affermazione che l'Apostolo dimostra in seguito storicamente e conferma con solenne giuramento, derivano parecchie conseguenze:

a) Non solo resta confermata la narrazione di Luca circa la conversione del giovane fariseo, ma abbiamo in Paolo per i fatti relativi al Cristo e per il senso di quei fatti un testimone indipendente dagli altri apostoli ed evangelisti.

b) Non ha base storica la teoria moderna secondo la quale Paolo sarebbe stato il massimo elaboratore, per non dire inventore delle dottrine cristiane, compresa la divinità di Cristo, l'espiazione dei peccati mediante il sacrificio della croce, la giustificazione per fede, il ritorno glorioso di Cristo. Invece d'aver, colla sua speculazione teologica, trasfigurato il Cristo, Paolo riconosce umilmente d'aver ricevuto ed imparato l'Evangelo dal Cristo glorioso. Le teorie dei critici avranno esse maggior valore della testimonianza di Paolo su se stesso?

c) Nel carattere divino dell'evangelo sta il segreto della indipendenza del cristiano, in ispecie del ministro della Parola, di fronte agli uomini; il segreto della sua irremovibile fedeltà alla verità ch'è un deposito affidato dal Cristo ai suoi discepoli.

3. Lo zelo del giovane Saulo è bello sotto certi aspetti. Esso parte da un giovane nel fior dell'età, e da un giovane colto e di condotta morale irreprensibile; esso è volto ad una causa alta qual'è l'interesse della religione, la difesa di quel che si stima vero, non al mero interesse materiale od alla vanità; esso accende il cuore, stimola le facoltà mentali, mette in moto le energie, lo spirito di sacrificio del giovane fariseo. Sotto altri aspetti, però, lo zelo di Saulo di Tarso è deplorevole e fu da lui deplorato quando conobbe la realtà delle cose.

a) Era infatti uno zelo senza vera conoscenza della verità, uno zelo per le «tradizioni dei padri» anzichè per la verità rivelata dall'Antico T; e incarnata nel Cristo storico. Invece di accertarsi che l'oggetto del suo zelo rispondeva ad una realtà certa, egli si abbandona ai pregiudizi dei suoi maestri e suoi, e combatte per difendere delle tradizioni che spesso annullavano la parola di Dio, combatte contro a Gesù che stima impostore senza conoscerlo, contro i cristiani la cui pietà ora esemplare. Per non correre su falsa strada lo zelo ha da essere illuminato.

b) Lo zelo di Saulo ha un altro grave difetto: esso adopera dei mezzi cattivi, suggeriti da cieco e crudele fanatismo. Le carceri, i legami, le torture, le battiture, tutto le invenzioni della violenza non sono mezzi atti a promuovere la causa della verità religiosa e Gesù li ha ripudiati. Se Saulo poteva avere per attenuante una educazione ispirata dall'Antico Patto, non hanno quella scusa coloro che sotto il Nuovo Patto hanno istituita l'Inquisizione o in qualsiasi modo posta la forza brutale al servizio del Cristianesimo.

c) Il caso di Saulo mostra di quale importanza sia il dare ai bambini ed ai giovani la conoscenza e l'amore della verità evangelica onde il loro zelo si accenda per cause nobili e giuste, e si spieghi con mezzi di cui non abbiano mai a pentirsi.

4. Sulla conversione di Paolo notiamo tre cose:

1o) Essa è stata preparata dalla misericordia di Dio che ab eterno aveva eletto quell'anima sincera ed ardente all'apostolato del Vangelo; è stata preparata dalla disciplina della legge mosaica e dall'esperienza che Saulo dovette fare della propria impotenza morale a raggiungere i suoi alti ideali morali (Cfr. Romani 7); è stata preparata pure dalla testimonianza resa dai cristiani perseguitati per la loro fede.

2o) È stata determinata dalla chiamata decisiva a lui rivolta dal Cristo stesso che gli apparve sulla via di Damasco. Ebbe luogo allora per Saulo una duplice rivelazione: l'apparizione del Cristo glorioso costituiva una rivelazione obiettiva che squarciava la benda dei suoi pregiudizii: l'opera interna dello Spirito gli apriva la mente e il cuore alla visione, all'adorazione del Figliuol di Dio che lo conquistò più coll'amore che colla potenza. Conoscenza esterna della verità, evangelica ed opera interna dello Spirito per aprir la mente e il cuore alla verità sono egualmente necessarie. Il momento essenziale in ogni conversione è quello in cui l'anima riconosce nel Cristo il Figliuol di Dio incarnato e si abbandona con fede a Lui come al suo unico Salvatore. Credenza in Dio, vita morale, zelo religioso possono esistere in chi non è cristiano.

3o) La conversione è seguita da un orientamento nuovo di tutta la vita, da una nuova attività al servizio di Cristo. In Paolo conversione e attività missionaria furon separate da breve intervallo. Chi ha conosciuto Cristo, testimonia di lui.

5. Paolo quando il Figliuol di Dio fu rivelato all'anima sua affinchè lo evangelizzasse, non si diede a consultar gli uomini, ma ubbidì con prontezza. Il consultar persone degne della nostra fiducia e capaci d'illuminarci può essere, in date circostanze, una prova d'umiltà, un sano diffidar di noi stessi. Ma in altre circostanze diventa un pretesto per procrastinare l'ubbidienza alla verità conosciuta.

Quando Dio rivela chiaramente nella sua Parola la via di salvazione per la fede nell'unico e divino Salvatore G. C., non c'è da andar consultando a destra o a sinistra questo o quel misero mortale, quasichè Dio avesse rivelata la verità in modo ambiguo, quasichè Gesù ed i suoi apostoli non avessero parlato chiaro. C'è semplicemente da credere adorando.

Quando Dio ordina di abbandonar l'errore, il male sotto ogni sua forma; quando traccia chiara dinanzi alla coscienza, mediante la sua Parola ed il suo Spirito, la via del dovere, non c'è da consultar nè parenti, nè amici, nè superiori e neppure l'opinione del volgo; c'è da ubbidire con prontezza.

Quando Dio mostra chiaramente ad un uomo la missione che gli è affidata quaggiù; non c'è da consultar gli uomini, ma c'è da ubbidire subito contando sul divino aiuto. L'ubbidir subito è fonte di pace e di intima gioia, preserva dalle funeste esitazioni che sono i prodromi dell'infedeltà ed è il segreto delle vite consacrate e benedette.

6. Pur non avendo da apprender la verità da Pietro nè da ricevere direzioni da, lui, Paolo ci tiene a far la conoscenza personale del rappresentante della missione fra i Giudei prima di recarsi in regioni più lontane fra i pagani. Sempre dipoi l'apostolo delle Genti si studiò di mantener fraterne relazioni colla chiesa madre di Gerusalemme e con quelle di Palestina. Egli non dimenticava che sotto al Nuovo Patto i credenti Giudei e Gentili dovevano formare insieme l'unico corpo di Cristo. Sempre si mostrò paziente di fronte agli scrupoli conservatori dei Giudei. Le relazioni personali e fraterne fra cristiani chiamati a lavorar in campi diversi, rappresentanti tendenze diverse in fatto di riti o di costituzioni ecclesiastiche o di dottrine secondarie, contribuiscono a cementare e ad accrescere l'unione fra quelli che invocano il Signor Gesù come loro comune Salvatore. «Unum corpus sumus in Christo».

7. Le Chiese di Giudea glorificavano Iddio per la trasformazione del Saulo persecutore in apostolo. «Anche noi oggi, nota il Barnes, possiam glorificar Dio per la grazia manifestata nella conversione di Saulo. Quanto gli devo il mondo! Quanto noi stessi gli dobbiamo! Niun uomo fece mai quanto egli fece per estendere la religione cristiana, niuno fra gli apostoli fu strumento di tante conversioni e niuno ha lasciato tanti e così preziosi scritti per l'edificazione della Chiesa». Ogni conversione fa esultar gli angeli, ma nella conversione di avversarii accaniti del Cristianesimo i credenti vedono risplender più fulgide la sua sovrana potenza, la sua clemenza infinita, la sua sapienza che sa scegliere i predicatori della grazia e i difensori della libertà cristiana anche fra i fanatici del merito umano e del ritualismo. Il modo sorprendente in cui sono suscitati gli operai più cospicui, ricorda alla Chiesa che il Cristo vive e regna ed opera del continuo.

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