Galati 4

1 Le nozioni di figliuolanza e di eredità sono strettamente connesse. I credenti uniti a Cristo sono figli di Dio ed eredi dei beni da Lui promessi. Questa immagine conduce l'apostolo ad una seconda illustrazione dell'ufficio della legge rispetto al popolo di Dio, prima della venuta di Cristo. In quell'epoca preparatoria in cui Israele guardava ai beni futuri di cui non poteva godere che in isperanza, la legge faceva l'ufficio che fanno rispetto ai pupilli i tutori ed i curatori. Il popolo di Dio infatti era in istato di dipendenza come sono i figli minorenni. Ma colla venuta di Cristo i credenti sono entrati nella pienezza dei loro diritti di figli come lo attesta il dono dello Spirito di adozione ch'essi hanno ricevuto.

Ora io dico: Fintanto che l'erede è fanciullo, egli non differisce in nulla dal servo, pur essendo padrone di tutto;

Fra gli uomini succede spesso che un figlio, erede delle sostanze paterne, debba rimanere per un tempo erede virtuale ma non di fatto, perchè troppo giovane per entrare nel possesso effettivo dei suoi beni. È quello un tempo per lui di dipendenza in cui la sua condizione non è dissimile da quella dello schiavo il quale non può far nulla senza il consenso del suo padrone. Fanciullo s'intende qui in senso largo, del figlio che non ha raggiunta l'età maggiore.

2 ma egli è sotto a tutori e curatori fino al tempo prestabilito dal padre.

Due termini: tutori e curatori, sono adoperati per dar rilievo all'idea di dipendenza, di servitù in cui si trova collocato l'erede minorenne. Il tutore ( επιτροπος) è colui al quale è affidato il pupillo affinchè prenda cura di lui e delle sue sostanze, tenendogli luogo di padre. Il curatore ( οικονομος, economo, amministratore) ha l'ufficio più limitato dell'amministratore dei beni, incaricato di farli fruttare Luca 16:1. Il nostro termine "curatore" designa colui che amministra un'eredità giacente o cura le sostanze di chi è inabilitato o non è ancora abilitato a farlo. Di solito cotali uffici si esercitano a beneficio di fanciulli orfani la cui tutela è stata affidata dalle disposizioni testamentarie del padre a persone di sua fiducia e fino a un'età determinata. Vero è che le leggi giudaiche, greche e romane fissavano l'età in cui il giovanetto ora considerato come maggiorenne. A tredici anni e un giorno il giovane giudeo era maggiorenne; tra il 12o e il 19o anno, a seconda delle epoche, il giovane romano lo era egli pure, sebbene una certa tutela potesse durare fino al 25o anno d'età. Si cita una legge del 2o secolo secondo la quale quando i tutori erano stabiliti fino al 18o anno d'età, dopo, essi diventavano semplici curatores e lo potevano essere fino all'anno 25mo. Entro certi limiti la volontà del padre faceva legge.

3 Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo tenuti schiavi sotto agli elementi del mondo.

L'applicazione della similitudine non è individuale, ma collettiva; quindi il noi non s'intende dei singoli individui ma del popolo di Dio considerato nella sua organica unità e negli studii successivi del suo sviluppo religioso. E siccome quando Paolo scrive il popolo di Dio, anche nelle chiese di Galazia, abbraccia Giudei ed etnici, il noi va inteso tanto degli uni che degli altri, poichè anche nel paganesimo c'è stata una preparazione provvidenziale dei popoli per la venuta del Salvatore, sebbene quella preparazione sia stata meno diretta e meno intensa che nel giudaismo. Il periodo della minorità religiosa del popolo di Dio, periodo di preparazione e di attesa, è descritto colle parole: quando eravamo fanciulli. L'espressione è applicata altrove allo stato d'imperfetta conoscenza ed esperienza religiosa dei cristiani nell'epoca presente, posto a confronto collo stato di conoscenza matura e perfetta: Efesini 4:13; 1Corinzi 13:11. Che cosa sono gli elementi del mondo? Alcuni padri, fra cui Agostino, ed alcuni interpreti moderni, vi hanno veduto gli elementi fisici di cui si compone l'universo materiale 2Pietro 3:10-12, il fuoco, l'aria, l'acqua, la terra, ovvero ancora i corpi celesti che formano il sistema planetario e sidereo. Paolo alluderebbe con questa espressione al culto che i pagani rendevano alle forze della natura, ovvero alluderebbe ai sabati, alle calende ecc, in quanto la loro ricorrenza è fissata dai movimenti dei corpi celesti i quali erano per giunta considerati come animati da esseri angelici aventi, per tal modo la dominazione del mondo pagano e giudaico. Però, un'allusione al culto della natura limiterebbe l'applicazione a una parte sola del popolo di Dio cioè a quella etnica, escludendo la parte giudaica, monoteista. Inoltre il considerare gli elementi o i corpi del mondo fisico come i tutori del popolo di Dio nella sua minorità spirituale è un'idea del tutto estranea all'insegnamento dell'apostolo e poco intelligibile. Di gran lunga preferibile è, il senso etico dell'espressione usata da Paolo. Gli elementi del mondo ( στοιχεια, le lettere che formano le parole, i rudimenti) sono la religione rudimentale nelle sue manifestazioni elementari; in altre parole sono le pratiche ed i riti esterni coi quali si estrinsecava il sentimento religioso nei tempi anteriori alla venuta del Cristo. Cotali riti e pratiche appartengono alla sfera del mondo, alla sfera delle cose fisiche, esterne, poichè si riferiscono all'offerta di sacrificii materiali, all'osservanza di giorni, di epoche speciali, al mangiare o no di dati cibi, al toccare o no certi oggetti o persone, a contaminazioni, a purificazioni ed abluzioni rituali. Nel v. Galati 4:9 Paolo chiama questi elementi «deboli e poveri» e li esemplifica dicendo: «Voi osservate certi giorni e mesi e periodi ed anni...» E nei Colossesi 2:8,20 li mette in relazione colla «tradizione degli uomini e li esemplifica coi precetti del «non maneggiare, non assaggiare, non toccare». Certo quelle forme inferiori della religiosità erano più pure in seno al popolo giudeo che aveva avuto dalla rivelazione una nozione più vera e più alta di Dio ed il cui sistema rituale era altamente educativo della coscienza ed ombra di cose più perfette; ma anche nelle sue più pure manifestazioni, la religione dei tempi anteriori al cristianesimo era pur sempre qualcosa di elementare, di rudimentale, d'infantile, paragonata col culto in ispirito e verità del Dio ch'è spirito, coll'amor filiale pel Dio ch'è Padre del Signor nostro Gesù Cristo e Padre nostro. Era quella la religione adatta all'infanzia spirituale degli uomini, aveva quindi carattere di legge, di obbligo imposto dal di fuori sotto pena di castigo, era sistema che teneva gli animi in servitù ed in timore; non era religione di spirito, d'amore e di libertà. Ma quel sistema era una necessaria preparazione ad uno stadio più elevato, e quelle prescrizioni elementari ed esterne che s'imponevano alle coscienze e le tenevano in istato di timorosa minorità, compievano rispetto al popolo di Dio non ancor maturo per la libertà spirituale, l'ufficio dei tutori e dei curatori rispetto al figlio minorenne.

4 Ma quando giunse la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da una donna, nato sotto la legge, affinchè riscattasse quelli ch'erano sotto la legge, affinchè ricevessimo l'adozione a figliuoli.

La pienezza dei tempi risponde al «tempo prestabilito dal padre» come termine della minorità del figlio, e designa il termine del lungo periodo di preparazione e di attesa dell'avvento del Messia, il termine quindi del periodo da Dio assegnato. alla minorità spirituale del popolo dei credenti. Quando Cristo nacque la parte pia d'Israele, conscia della propria impotenza ad osservar la legge, l'aspettava come la «consolazione d'Israele», e nel mondo pagano stanco di brancolar nelle tenebre si sospirava dietro una nuova luce.

Dio mandò il suo Figlio... Il composto greco mandò fuori, o d'appresso a se implica non solo la misteriosa e per noi incomprensibile distinzione personale tra il Padre e il Figlio, ma implica pure la preesistenza del Figlio. «Il Verbo era presso a Dio e il Verbo era Dio» Giovanni 1:1. Il Cristo, non è divenuto figlio di Dio semplicemente in virtù della sua nascita dalla Vergine, sebbene egli sia figlio di Dio anche in questo senso secondo Luca 1:35: non è divenuto figlio di Dio soltanto perchè modello di pietà, o perchè chiamato da Dio a regnare sul suo popolo Salmi 2:7-9: ma egli lo è per essenza e prima della sua incarnazione.

Nato da donna, indica la sua entrata nella nostra umanità per via della nascita e quindi la realtà della sua partecipazione alla nostra natura umana. Paolo non accenna in modo speciale alla nascita soprannaturale dalla Vergine, ma, resta pur sempre notevole ch'egli mentovi soltanto la madre del Cristo. Nato sotto la legge caratterizza un secondo aspetto dello stato del Figlio nella sua incarnazione. Non solo fu vero uomo, ma nacque in seno al popolo d'Israele che Dio avea posto sotto la rigida disciplina della legge mosaica; e ciò affin di mostrarsi ubbidiente ad ogni comandamento divino e soddisfare alle esigenze della legge a favor dei colpevoli.

5 Lo scopo della venuta del Figliuol di Dio è indicato coi due affinchè che seguono e che presentano sotto il duplice aspetto negativo e positivo l'opera del Redentore. Affinché riscattasse quelli che son sotto la legge: sono questi anzitutto i Giudei sottoposti alla legge rivelata come ad un rigido e duro padrone; in senso più largo sono tutti gli uomini posti sotto la legge della coscienza che ordina il bene e posti pure sotto un qualche sistema di riti imposti dalla tradizione alla coscienza religiosa. Cristo li ha riscattati dalla maledizione pronunziata dalla legge sui trasgressori Galati 3:13-15 e li ha in pari tempo affrancati dal giogo della legge considerata come un padrone che impone la sua volontà a degli schiavi. Affinchè ricevessimo l'adozione a figliuoli. È questo il beneficio positivo conferito a tutti i credenti nel Cristo. Uniti a lui entrano nel pieno possesso e godimento dei privilegi dei figli. Cessa lo stato di schiavitù ed il timor servile di fronte a Dio ed essi, riconciliati con Lui, lo possono chiamare col dolce nome di Padre, possono accostarsi a Lui, avere intima comunione con Lui, immedesimarsi coi suoi propositi e compiere con amore filiale la sua volontà. Finche sono quaggiù, però, v'è sempre qualche cosa d'imperfetto in questa relazione filiale con Dio; perciò in Romani 6:23 Paolo parla dei cristiani come «aspettanti l'adozione» e s'intende: il pieno e perfetto godimento dei loro privilegi di figli.

6 E perchè siete figliuoli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figliuolo nei cuori vostri, il quale grida: Abba, Padre.

Il dono dello Spirito ch'essi hanno ricevuto quando hanno creduto in Cristo Galati 3:25, e che ha mondato il loro cuore della pace del perdono e della ineffabile dolcezza del sentirsi figliuoli di Dio, è la prova sperimentale del loro passaggio dallo stato di servitù a quello dei figli maggiorenni. Lo Spirito è chiamato altrove: 'lo Spirito di adozione' per mezzo del quale gridiamo: Abba Padre, e che attesta al nostro ispirito che noi siamo figli di Dio Romani 6:15-16. Qui dice: il quale grida, grida cioè dentro di noi e per mezzo di noi. La parola aramaica Abba significa padre; l'abitudine, nella chiesa primitiva, di unire i due termini quasi formassero una sola parola ha potuto derivare dall'uso frequente fatto del termine Abba da Gesù, poi dai Giudeo-cristiani. Da loro passò nel linguaggio devozionale e liturgico al pari delle parole amen, alleluia, osanna, ecc., che sono ebraiche. Quasi tutti i manoscritti antichi leggono: «nei cuori nostri», ma siccome prosegue nel v. Galati 4:7 colla seconda persona adoprata al principio del Galati 4:6 è probabile che il nostro sia una svista di copista.

7 Talchè tu non sei più servo, ma figlio. E se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Coll'entrare in comunione con Cristo e col diventare partecipe dei privilegi dei figli, è cessato per i credenti lo stato di servitù che aveva caratterizzato la loro minorità spirituale prima dell'avvento della fede. Ora, in tutte le leggi, l'esser figliuoli implica il diritto all'eredità. La legge romana ammetteva in tutti i figli, maschi e femmine, questo diritto, mentre lo schiavo non poteva possedere nè eredare. In Romani 8 specifica che i figli di Dio sono anche «eredi di Dio e coeredi di Cristo» perchè entrano fin d'ora, ed entreranno a suo tempo più appieno, in possesso della vita eterna. Il greco porta: erede per mezzo di Dio, nel testo emendato. Il senso è: per grazia di Dio, la mercè di Dio. Il testo ordinario portava: «erede di Dio per mezzo di Cristo», ma è poco appoggiato. È chiaro che il credente, una volta entrato nel godimento dei suoi diritti come figlio di Dio ed erede dei beni promessi, è per sempre emancipato dalla legge ch'era stata per un tempo suo pedagogo e suo tutore. L'ufficio di essa è tramontato colla venuta del Redentore.

AMMAESTRAMENTI

1. Paolo parla agli Efesini dell'intelligenza ch'egli ha in grazia delle rivelazioni avute del piano di Dio per la salvazione, e si riferisce specialmente alla fusione in un sol popolo di Dio dei credenti Giudei e Gentili. Egli dimostra nella lettera ai Galati una non minore intelligenza del piano di Dio per quel che concerne l'ufficio della legge mosaica che non annulla, non contraddice la promessa di grazia che sta alla base del disegno divino; che, ha invece un ufficio subordinato e transitorio nella preparazione del popolo per la salvazione recata da Cristo.

Mentre incominciava un'era nuova ed avveniva il passaggio dell'economia della legge a quella della grazia, era necessario che una mente illuminata dallo Spirito gettasse potenti fasci di luce sul problema che si presentava ai credenti; e Dio suscitò l'apostolo Paolo.

A confermar la fede, a dissipare dubbi ed ansietà che redono l'anima e sono fonte di errori, è importante avere una nozione esatta del piano di Dio e del suo svolgimento storico. E lo è tanto più per il ministro chiamato a rispondere a domande, a confutare obiezioni, a dissipar malintesi, a combattere errori che poggiano sopra la ignoranza o la troppo imperfetta intelligenza del piano della salvazione. Dice l'autore del Pellegrinaggio del cristiano: «Chi è all'oscuro circa lo scopo, gl'intendimenti e la natura della legge, è all'oscuro pure circa lo scopo, la natura e la gloria del Vangelo».

2. Dio ha destinato, ab antico, Cristo ad essere il Salvatore, il Rivelatore e il Mediatore della sua grazia verso gli uomini che l'accettano. Ma Dio rispetta tanto la libertà morale da lui data all'uomo ch'Egli ha proceduto con un sistema di lenta educazione religiosa e morale dell'umanità, onde il popolo eletto, convinto di peccato e persuaso dell'impossibilità di rialzarsi da se, sospirasse dietro il Liberatore promesso, ed i popoli pagani abbandonati alle loro tenebre, stanchi di brancolare in esse e nauseati dei loro disordini morali, sospirassero dietro colui che veniva a rivelare il Dio sconosciuto e a portare, colla pace della coscienza, una potenza di vita nuova e santa.

Gesù stesso osservò che sono i malati i quali hanno bisogno del medico e lo apprezzano. Finche un uomo non sente il proprio peccato non può apprezzare la salvazione che gli è offerta. Perciò Dio lascia che l'uomo provi le proprie forze nell'ubbidire alla legge morale ch'egli conosce; se l'uomo è sincero e leale giungerà presto a costatare che, mentre approva e desidera il bene, non riesce a vincere la mala inclinazione ch'è in lui. Cfr. Romani 8. Purtroppo la mancanza di rettitudine spinge spesso l'uomo a dare esclusiva o soverchia importanza a una parte soltanto della legge: a quella ch'egli osserva più facilmente, mentre lascia nell'ombra e dimentica gli altri doveri. I Farisei pagavano la decima delle erbette e trascuravano la giustizia e la misericordia. Altri non pensa che ai doveri verso il prossimo e dimentica i doveri verso Dio. Ed anche tra i doveri verso il prossimo fa una cernita e mentre non ucciderà materialmente, commetterà adulterio e fornicazione, mentre non sarà adultero, sarà pieno di odio e di rancori, di maldicenza e di cupidigie.

Alla legge scritta nella coscienza o rivelata nell'Ant. Test. resta, dunque tuttora, nella educazione religiosa degli individui un compito importante. Essa mostra all'uomo quel che dovrebbe essere e non è. Essa traccia la via e dice: «Tu devi camminar per essa, ma non può dar la forza di camminare. La legge scopre le piaghe, ma non fornisce il rimedio per guarirle. La legge è luce che rivela le sozzure dell'anima, ma non le può lavare. S'insegni pure al fanciullo quello ch'è il suo dovere; ma non si nutra in lui l'illusione che lo può compiere colle sole sue forze, nè gli si faccia credere che se non riesce a compierlo, Dio non l'ama. Le esperienze, per quanto amare, che l'uomo fa della propria impotenza morale, devono fargli sentire la necessità della grazia ed essere il pedagogo che conduce l'anima al Cristo.

3. L'apostolo Paolo distingue nella storia del popolo di Dio due grandi periodi che rappresentano i due stadii principali della evoluzione religiosa dell'umanità. Il primo è rappresentato dall'antico Patto, il secondo dal nuovo Patto. Il punto che segna storicamente la fine del primo stadio e il principio del secondo è il momento storico più importante negli annali dell'umanità. Dionisio il piccolo ebbe un'intuizione profonda della filosofia della storia quando emise l'idea tradotta di poi in pratica che un'era nuova dovesse datare dalla nascita del Cristo.

Il primo stadio religioso ha le seguenti caratteristiche:

1) Ha un'impronta legale: tutta la vita religiosa e morale è regolata da altrettanti articoli di legge imposti come condizioni del favor di Dio. Quasi nulla è lasciato alla spontaneità del cuore.

2) I riti esterni vi hanno una proponderante importanza e questi riti e cerimonie che sono le estrinsecazioni dei varii sentimenti religiosi, sono connessi col mondo materiale: col corpo, coll'acqua delle abluzioni, coll'olio dell'unzione, colle offerte varie e coi sacrifizii d'animali, in dati santuari, con l'osservanza di dati tempi, coll'astinenza da certi cibi e via dicendo.

3) Il sentimento dominante nell'adoratore è il terrore della divinità nelle forme pagane, il timore servile nel giudaismo sottoposto alla legge rivelata così piena di tremende minaccie e di sanzioni penali.

4) Questo stadio è proprio dell'età minore del popolo di Dio, che non ha libertà spirituale e non gode dei privilegi più grandi e più dolci dei credenti.

5) Un tale stadio era temporaneo, poichè avea per fine di preparare il popolo per uno stato superiore e meglio rispondente alle aspirazioni delle anime pie. Questo stadio, rappresentato storicamente dalla religione israelita fondata sulla legge mosaica, trova riscontro nelle religioni pagane, quantunque in queste la nozione della Divinità si fosse miseramente corrotta.

Ma i due stadii percorsi dal popolo di Dio nella sua educazione religiosa corrispondono a due tipi di religione che si riproducono nella storia delle chiese cristiane e nella vita religiosa degli individui. V'è il tipo inferiore in cui il cristianesimo è considerato come una nuova legge che la Chiesa s'incarica di tradurre in minuti precetti che vanno fino a ordinare quel che si debba mangiar di Venerdì: tipo prevalentemente rituale, in cui l'anima del credente resta perpetuamente minorenne sotto la tutela del clero che si è interposto tra l'uomo e Dio, e non assorge mai alla certezza del perdono, alla libertà dei figli, all'ubbidienza giuliva ispirata dall'amore, all'esultanza della speranza cristiana. È il tipo che troviamo nel cattolicesimo romano meno corrotto, frutto di un regresso dal cristianesimo genuino nella religione legale e rituale della paurosa servitù. Dovunque le anime trasformano la religione in un sistema di pratiche cisterne da compiere, dovunque il sentimento che domina nei cuori è il timore, siamo in presenza del tipo inferiore in cui tutto non è cattivo, ma che dovrebbe esser sempre come la disciplina attraverso la quale passano i minorenni per arrivare al pieno godimento dei loro privilegi di figliuoli.

Il cristianesimo genuino è la religione definitiva appunto perchè rappresenta il tipo superiore, il tipo compiuto della pietà religiosa. Qui troviamo l'adorazione in ispirito ed in verità; qui la libertà dei figli che si sentono amati e perdonati, ammessi nell'intima comunione del loro Padre, che fanno la volontà di Dio non perchè è loro imposta, ma perchè l'amano, perchè il loro cuore rinnovato sente e sperimenta che la volontà del Padre è buona, gradita e perfetta. Essi sono guidati e governati dallo Spirito di Cristo abitante nei loro cuori, la cui potenza vitale li rende vincitori della carne e li trae alla gloriosa perfezione.

4. Nel Galati 4:6 sono nominate le tre persone della divina Trinità: Dio il Padre che manda il suo Figlio nella pienezza dei tempi e manda poi lo Spirito nei cuori; Dio il Figlio che viene d'appresso al Padre e si abbassa fino ad assumere nel seno della Vergine la nostra natura umana, fino a rendersi ubbidiente, alla legge onde prender davanti ad essa il nostro posto e portare il peccato del mondo, redimendo i peccatori; lo Spirito Santo ch'è chiamato qui lo Spirito del Figlio e altrove lo Spirito di Dio, il quale opera nei cuori per farli consci dei beni della salvazione e infondere in loro la fiducia e la libertà che sono proprie dei figli. Meglio che in una formula dommatica è accennata qui la parte speciale che spetta a ciascuna persona della santa Trinità nella grande opera della salvazione.

5. «S. Paolo, da quell'eccellente dottore della fede ch'egli è, ha sempre sulle labbra queste parole: mediante la fede, colla fede, per la fede che è in Cristo Gesù. Non dice: Voi siete figliuoli di Dio perchè siete circoncisi, perchè avete udito la legge e fatto le opere ordinate, secondo se l'immaginavano i Giudei e l'insegnavano i falsi apostoli; (e neppure dice: siete figli di Dio perchè siete nati da genitori cristiani, perchè siete stati battezzati d'acqua, perchè siete membri di una chiesa) ma dice: "Mediante la fede in Cristo Gesù ". La fede dunque in Cristo ci fa figliuoli di Dio e non la legge Giovanni 1:12. Non v'è lingua d'uomini nè d'angeli che possa abbastanza celebrare la grandezza del privilegio concesso a noi miseri peccatori e per natura figli d'ira, coll'esser fatti figli ed eredi di Dio, coeredi col Figlio di Dio, signori del cielo e della terra, e tutto questo per mezzo della fede in Gesù Cristo» (Lutero ad Gal.)

L'esser figli di Dio implica non solo la dolcezza del sentirsi teneramente amati da Dio, la libertà d'accostarsi a lui per esporgli tutti i nostri bisogni, ma implica pure che il movente della nostra intera attività sarà l'amore per Colui che ci ha amati il primo. E di fronte agli altri uomini implica un legame di fratellanza spirituale con tutti i figli del Padre che è nei cieli, con tutti coloro che sono per fede uniti a Cristo il Fratello maggiore. Implica del pari l'uguaglianza fondamentale di tutti i redenti, senza distinzione di nazionalità, di condizione sociale o di sesso. Queste differenze sono cose secondarie che determinano la sfera speciale di attività in cui dobbiamo glorificare il Padre durante la vita terrena; ma non tolgono nulla alla uguaglianza dei credenti di fronte ai beni della salvazione.

8 

Sezione C

Galati 4:8-5:12

LA FOLLIA DEL REGRESSO DALLA LIBERTÀ NELLA SERVITÙ

L'apostolo ha mostrato che i beni della salvazione sono assicurati alla fede; che la legge non ha, nel piano di Dio, se non un ufficio subordinato e preparatorio che cessa colla venuta del Salvatore. Per la fede in lui i credenti sono figli di Dio e quindi eredi delle promesse; e Paolo si sforza, nell'ultima sezione della sua dimostrazione dottrinale, di persuadere i Galati ch'è una follia l'abbandonar la libertà dei figli procurata loro da Cristo, per riporsi di bel nuovo sotto il giogo di pratiche le quali rappresentano uno stadio religioso rudimentale.

In una prima suddivisione Galati 4:8-20, Paolo rievocando i ricordi della loro conversione, fa lor sentire come il dare ora ascolto ai giudaizzanti sia un regresso che contrasta colla conoscenza superiore dì Dio ricevuta dal Vangelo e coll'accoglienza entusiastica fatta a colui che per il primo l'aveva predicato in Galazia.

In una seconda suddivisione Galati 4:21-31, l'apostolo fa vedere come chi torna sotto le pratiche legali mostra di non intendere la superiorità del patto della libertà simboleggiato da Sara e dai suoi figli, sopra il patto della, servitù simboleggiato dalla schiava Agar e dai suoi figli.

Nella terza suddivisione Galati 5:1-12 Paolo scongiura i Galati di non lasciarsi smuovere dalla libertà cristiana dai perturbatori giudaizzanti, poichè ciò implica il rinunziare assolutamente alla grazia di Dio in Cristo per ricollocarsi sotto il regime della legge.

Galati 4:8-20. Il tornare sotto un sistema di pratiche legali costituisce un regresso che contrasta con la superiore conoscenza di Dio ricevuta dal Vangelo e coll'accoglienza entusiastica fatta dai Galati a chi per primo l'avea predicato fra loro

Già nel Galati 3:1 e segg. allorchè Paolo ha rievocato le grandi esperienze religiose fatte dai Galati ai tempi della loro conversione, ponendole a confronto con le loro presenti tendenze ritualistiche, egli non ha potuto trattenersi dall'esclamare: O Galati insensati! Così ora, dopo aver ricordati i privilegi dell'adottazione a figli di Dio assicurata in Cristo, non può trattenere l'espressione della sua dolorosa sorpresa nel vedere i credenti far sì poco caso di quei privilegi e mostrarsi pronti a tornare sotto il giogo delle pratiche legali.

In quel tempo, è vero, non avendo conoscenza di Dio, voi avete servito a quelli che per natura non sono dei; ma ora che avete conosciuto Dio, o piuttosto che siete stati da Dio conosciuti, come mai vi rivolgete di nuovo ai deboli e poveri elementi dei quali volete tornare a farvi di bel nuovo schiavi?

L'in quel tempo si riferisce al periodo anteriore alla loro conversione, allorchè, schiavi delle pratiche del paganesimo, non potevano neppur sognare di diventar figli del Dio vivente e di chiamarlo col nome di Padre. Essi servivano allora a quelli che per natura non sono dei, cioè a quegli esseri immaginarii che la fantasia traviata degli uomini chiama divinità, ma che, stando alla natura reale delle cose, non solo non sono dèi, ma non esistono affatto. «L'idolo non è nulla nel mondo e non v'è altro Dio all'infuori di un solo» 1Corinzi 8:4. V'era però a quel loro servire un'attenuante: essi non avevano allora conoscenza del Dio vivente e vero; erano di fronte a Lui degli atei, «senza Dio e senza speranza nel mondo». L'ignoranza spiegava il carattere rudimentale e superstizioso della loro religione.

9 Ma quale attenuante trovare alla condotta attuale dei Galati? Essi hanno, mediante la predicazione del Vangelo, conosciuto Iddio, il vero Dio ed il suo carattere misericordioso; più che questo, essi sono stati da Lui conosciuti, poichè non sono essi che per i primi hanno cercato di conoscer Dio e di entrare in relazione con Lui, ma è Dio che ha volto lo sguardo verso loro, che ha fatto loro annunziar il Vangelo, che li ha tratti alla salvezza e li ha riconosciuti per suoi figliuoli infondendo il suo Spirito nei loro cuori, ed entrando in relazione intima con loro. L'essere stati dalla bontà di Dio elevati ad un tale privilegio rende inescusabile l'aberrazione che, li spinge a voler tornare da capo nello stato di servitù sottoponendosi alle pratiche di uno stadio religioso elementare. Paolo mostra qui di associare il ritualismo giudaico col sistema dei riti pagani in quanto questi esprimevano venerazione, dipendenza, timore di fronte alla divinità, sebbene la nozione di questa fosse corrotta. Ambedue quelle forme di culto non rappresentavano che il vestibolo del santuario della comunione filiale con Dio. Perciò, sebbene i giudaizzanti li spingessero a praticare i riti giudaici e non pagani, Paolo dice dei Galati che vogliono da capo tornare a servire gli elementi che chiama deboli perchè incapaci di procacciare la riconciliazione con Dio, e poveri perchè non possono dare all'anima le ricchezze di pace, di vita, di allegrezza, di speranza che solo Cristo le assicura.

10 Di quel sistema nuovo e pur sempre lo stesso di osservanze legali cui si vanno assoggettando i Galati, Paolo reca qualche esempio:

Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi ed epoche speciali ed anni.

Il verbo composto ha senso intensivo: Voi osservate scrupolosamente, col timor servile di chi fa consistere in simili osservanze esterne l'essenza della pietà o le riguarda come necessarie alla salvezza. I giorni designano i sabbati che ricorrevano ogni settimana e forse anche i giorni fissati tradizionalmente per il digiuno. I mesi non sono tanto dei mesi interi poichè non esistevano nella legge giudaica dei mesi appartati a scopo religioso; quanto i novilunii che segnavano il principio del mese lunare. Le epoche speciali ( καιροι) sembrano designare le varie feste, annuali alcune delle quali, come la Pasqua ed i Tabernacoli, duravano una settimana, mentre altre duravano uno o due giorni. Gli anni sarebbero gli anni sabbatici ricorrenti ogni sette anni ed anche i giubilei. Il passo Colossesi 2:16 può servire a chiarire in qualche punto i termini generici del nostro versetto: «Niuno vi giudichi in fatto di cibi o bevande o in materia di feste o di noviluni o di sabbati, le quali cose sono l'ombra delle future, ma il corpo è di Cristo». Cfr. Romani 14:5. Quel che Paolo biasima in queste osservanze non è tanto la celebrazione in se di un giorno di riposo, per es., che può avere grande utilità fisica, spirituale e sociale, ma è l'opinione erronea e dannosa che una tale osservanza fosse necessaria per la salvezza.

11 «Cosa era ella diventata, esclama il Godet, la vita dello Spirito apparsa in seno a quei popoli? Stava ella dunque per spegnersi sotto la cenere delle osservanze legali? Come spiegare un tale mutamento?»

Io temo quanto a voi d'aver faticato invano per voi.

Il regresso dei Galati dalla religione dello Spirito a quella delle pratiche esterne, dalla libertà filiale al timor servile, sgomenta l'animo dell'apostolo. Il ricordo del passato dei Galati e della loro conversione ha rievocato alla sua mente le fatiche durate nell'evangelizzarli in mezzo ad infermità corporali, ed egli da sfogo alla sua, ansietà di padre esprimendo il timore d'aver speso invano le sue fatiche per loro. Son parole queste, dice Lutero, che stillano lagrime. Ed una volta toccata la corda delle relazioni sue personali coi Galati, Paolo lascia parlare il suo cuore, e rievocando la loro condotta passata verso di lui, cerca di ritrarli sulla via della fedeltà al Vangelo ch'essi avevano accolto con tanta gioia.

12 Siate come son io, fratelli, io ve ne prego, poichè anch'io sono come voi.

Non c'è in questa esortazione soltanto l'invito a ricambiargli l'affetto che nutre per loro; c'è piuttosto l'invito ad imitar Paolo nella intelligenza e nella pratica della libertà cristiana che i figliuoli di Dio hanno in Cristo. Anch'egli è stato una, volta zelante di osservanze legali e di tradizioni umane; ma non lo è più dacchè ha creduto in Cristo. Quantunque nato Giudeo e appartenente alla setta dei Farisei egli ha abbandonato i suoi privilegi nazionali e le osservanze giudaiche per divenir come i credenti etnici, non sottoposti alla legge mosaica, per considerarsi nè più nè meno come loro uguale perchè ha compreso che in Cristo non c'è più nè Giudeo nè Greco, che in lui «circoncisione ed incirconcisione non hanno alcun valore», l'essenziale, essendo «la fede operante per mezzo della carità». Siate liberi come lo sono io, vuol dire l'apostolo, e non vi riponete, voi credenti etnici, sotto il giogo della legge che io Giudeo ho gettato via in virtù della mia libertà di figlio maggiorenne. Non vi domando che di imitare il mio esempio. A questo li invita affettuosamente chiamandoli fratelli, anzi di questo li prega. E a meglio persuaderli ricorda ch'essi lo hanno accolto e trattato sempre bene fin dal principio delle loro relazioni.

13 Voi non mi avete per nulla trattato male; anzi sapete bene che io vi annunziai la prima volta l'Evangelo a cagione d'una infermità della carne, e quella mia infermità corporale che costituiva per voi una prova, voi non la sprezzaste né l'aveste a schifo; al contrario mi accoglieste come un angelo, come Cristo Gesù stesso.

Perchè non risponderebbero i Galati alla preghiera di Paolo, essi che l'hanno sempre, e soprattutto al principio, accolto con tanto affetto! Perchè muterebbero il loro atteggiamento a suo riguardo? L'espressione greca ( δι' ασθενειαν) non permette di tradurre: nel corso di una malattia (Vulg.), o: "con infermità"; ma soltanto: a cagione d'una infermità. Siamo quindi condotti a supporre, in mancanza d'altri dati più precisi, che Paolo aveva intenzione, nel corso del suo secondo viaggio missionario Atti 16:6 di attraversare rapidamente la Galazia per recarsi nelle provincie settentrionali dell'Asia Minore, ma sorpreso da una malattia fu costretto di fermarsi sull'altipiano più di quanto avesse divisato e fu così condotto da una direzione provvidenziale ad evangelizzare i Galati fondando fra loro varie chiese. Dice: la prima volta, perchè aveva di poi, al principio del suo terzo viaggio, fatto una seconda visita a quella regione Atti 18:23.

14 I più antichi manoscritti colla Vulgata, la Siriaca e le edizioni critiche, leggono al v. Galati 4:14: la vostra prova ch'era nella mia carne, invece di: la mia prova del testo ordinario. Si tratta non della povertà di Paolo o delle persecuzioni mossegli al suo venire in Galazia, ma dell'infermità corporale che l'avea costretto a sostare nel paese. Essa costituiva una prova o tentazione ( πειρασμος ha i due sensi) per i Galati, in quanto che avrebbero potuto toglierla. a pretesto per respingere il messaggero ed il suo messaggio, invece, dice l'apostolo, voi non la disprezzaste nè l'aveste a schifo: letter. «non la sputaste via» come si farebbe di cosa disgustosa e nauseante. Alcuni hanno veduto in questa espressione un'allusione all'uso superstizioso di sputare addosso ai malati di epilessia come per cacciare il demonio creduto autor del male o per guardarsi dalla contagione. Ma lo «sputar via» la malattia è un termine che esprime qui in modo più energico e più grafico l'idea del disprezzo che i Galati avrebbero potuto avere, ma non avevano avuto, per l'infermità di Paolo. Ben lungi dallo sprezzarlo per via di essa, l'avevano accolto come un angelo di Dio, come il Signor Gesù stesso, tanto era stato il rispetto, tanti i riguardi, così vivo l'affetto dimostratigli.

15 Dov'è dunque quel vostro proclamarvi felici? Poichè io vi rendo testimonianza che, se la cosa fosse stata possibile, vi sareste cavati gli occhi e me li avreste dati.

S'erano proclamati felici della visita di Paolo che avea lor recato l'Evangelo della grazia. Dov'e è ora, dov'è ita, cosa è divenuta quella loro gioia? Un mutamento è avvenuto in loro, l'animo loro sembra staccarsi dal loro padre spirituale per lasciarsi adescare dalle premure dei giudaizzanti. Eppure l'affetto con cui avevano accolto l'apostolo nella sua prima visita era stato quanto di più premuroso e di più generoso si potesse immaginare; tanto che, se fosse stato possibile, si sarebbero cavati gli occhi per darli al missionario. Molti espositori non vedono in queste parole di Paolo che un'espressione proverbiale, comune anche ad altre lingue, per indicare la intensità d'un affetto capace dei maggiori sacrifizi. L'utilità suprema degli occhi li ha fatti prendere come termine di paragone in parecchi detti popolari come ad es.: «prezioso come la pupilla degli occhi». Coloro che nell'infermità di Palo vedono o l'epilessia, o le febbri malariche od altre malattie non interessanti la vista, sono costretti ad accontentarsi del senso generico delle parole dell'apostolo. Un tale linguaggio però, se non contiene allusione alla infermità di Paolo, appare abbastanza strano e «poco preparato dal contesto», come notò l'Alford. Anche l'espressione: «e me li avreste dati» il cui senso ovvio è: "me li avreste dati perch'io me ne servissi", non può aver quel senso se si esclude un'allusione ad una malattia degli occhi. Sieffert interpreta: Me li avreste dati come pegno d'affetto cosa fuori di natura. Inoltre Paolo non dice: "se fosse stato necessario", ma: "se fosse stato possibile", il che fa supporre che la necessità ci sarebbe stata ma mancava la possibilità. L'espressione non ha dunque il suo pieno senso e la sua opportunità se non si ammette ch'essa contiene una allusione ad una malattia degli occhi che avea costretto l'apostolo a fermarsi in Galazia, ma non gl'impediva di annunziar l'Evangelo, sebbene dovesse farlo in mezzo a sofferenze e con una presenza personale per lui umiliante. Ho accennato nelle note a 2Corinzi 12:7 le varie ipotesi fatte circa la scheggia nella carne di cui soffriva Paolo, dando la preferenza a quella che vi scorge una forma di oftalmia, infermità ad un tempo dolorosa ed umiliante. «In Atti 9 si narra che fu accecato dall'apparizione del Signore e che tre giorni dopo caddero come delle scaglie dagli occhi suoi. Paolo soleva dettare le sue lettere e quando scriveva di proprio pugno, il carattere era molto alto Galati 6:11; 2Tessalonicesi 3:17; Romani 16:22. In Atti 23:15 Paolo dichiara intorno a colui che lo avea fatto percuotere in Sinedrio: Io non sapevo che fosse sommo sacerdote. Se la sua vista era debole, la cosa si spiega facilmente» (2Corinzi 12:7 nota). Il dato fornito da questo passo intorno alla circostanza che portò Paolo a fermarsi in Galazia non è in favore dell'ipotesi che vede nelle chiese galate quelle della Licaonia e della Pisidia fondate nel primo viaggio. Dai Fatti non risulta per nulla che Paolo fosse infermo quando evangelizzò quelle regioni.

16 Sono io dunque divenuto vostro nemico dicendovi la verità?

Dal tempo del primo amore dei Galati per il loro apostolo è sopravvenuto un mutamento nei loro sentimenti, come l'attesta la loro condotta attuale. Quale n'è la causa? Starebbe essa forse nel fatto ch'egli ha seguitato, anche nella sua seconda visita, ad esporre loro con franchezza la verità? Egli mette la cosa in forma interrogativa perchè non vorrebbe attribuire il cambiamento delle loro disposizioni ad un motivo così poco degno di chi si professa cristiano. L'espressione: vostro nemico potrebbe significare: uno che vi odia, ma è più conforme al contesto l'intenderlo in senso passivo: oggetto della vostra inimicizia od antipatia. La coscienza dei Galati dovea condannare un sentimento di avversione originato dalla fedeltà di Paolo nel confermarli viepiù nella verità evangelica. Una tale devozione al loro bene spirituale avrebbe dovuto anzi accrescere il loro amore per lui.

17 Sono pieni di premure per voi, ma non per fini onesti; anzi vogliono separarvi da noi affinchè siate pieni di premura per loro.

La vera ragione del raffreddarsi dell'affetto dei Galati per Paolo è da cercare nell'opera nefasta dei giudaizzanti che l'hanno calunniato e coperto di vituperio. Senza neppur nominarli, poichè non si nomina volentieri la gente di cui non si ha stima, l'apostolo denunzia i fini loschi, egoistici, settarii dello zelo che i giudaizzanti spiegavano attorno ai cristiani di Galazia. Il verbo ζηλουσιν (son zelanti) è stato tradotto da Calvino, da Beza, Diodati ecc.: "Son gelosi di voi"; ma siccome i giudaizzanti non erano stati i fondatori delle chiese, anzi erano degli intrusi che cercavano di staccare i credenti da chi li aveva generati alla vita spirituale, quel senso non si può accettare. Il verbo ha qui il suo senso più ovvio: si mostrano zelanti, sono pieni di premure per voi. Ma, soggiunge Paolo, non onestamenze ossia, non con motivi e con fini che siano onesti, che siano moralmente belli ( ου καλως). Quali sono i loro fini? Vogliono escludervi o separarvi, staccarvi... Da chi o da che? Crisostomo risponde: Dalla vera conoscenza; Erasmo: Dalla libertà cristiana; Lightfoot: Da Cristo o dalla salvezza; altri: Dalla comunione dei cristiani, in ispecie dei cristiani che intendono e praticano la libertà cristiana. Forse bisogna restringere ancora il senso e intendere: Vogliono separarvi, staccarvi da noi che vi abbiamo predicato l'Evangelo della libertà. L'intento dei giudaizzanti era infatti separatista, settaria. Volevano formare un partito che li seguisse nel loro fanatico attaccamento ai riti giudaici da loro considerati come necessari a salvezza, e non avesse più relazioni fraterne con Paolo nè coi seguaci della libertà cristiana.

18 Ora è bello di essere oggetto di premure nel bene, in ogni tempo, e non solamente quando io sono presente fra voi.

Alcuni traducono: È bello esser zelanti per il bene...; ma consideriamo coi più il verbo ( ξηλουσθαι) come passivo, non medio, e traduciamo quindi: "esser oggetto di premure" o di zelo da parte di altri, perchè nel contesto è questione di zelo premuroso verso le persone. Paolo ha denunziato come zelo di cattiva lega quello dei giudaizzanti per i Galati, perchè mirava ad attirare sopra se stessi le premure dei credenti; ma ciò non vuol dire ch'egli condanni, in se stesso, lo zelo che i maestri spiegano verso i loro discepoli ed i discepoli verso i loro maestri. Ma per essere cristiano quello zelo deve spiegarsi nel bene cioè deve ispirarsi a moventi moralmente puri, non egoistici e settarii, e mirare a fini buoni; e qui s'intende che accenna al bene morale e religioso delle persone. Inoltre, quello zelo deve essere costante (in ogni tempo), e non un fuoco di paglia che dura solo per breve tempo. A chi si applicava, nella mento dell'apostolo, questa sua osservazione? Ai Galati ovvero ai loro maestri? Se a questi, il pensiero sarebbe: Io non condanno il desiderio dei maestri d'essere oggetto delle premure dei fedeli, poichè è cosa bella e buona, è cosa confortante per gli evangelizzatori d'esser circondati di affettuose premure, purchè sia per il bene, cioè con fini retti da ambo le parti: purchè i maestri non ricerchino queste premure per fini egoistici e purchè i fedeli alla lor volta lo facciano per incoraggiare i banditori del vangelo, per sostenerli, per meglio istruirsi nella verità, per crescer nella vita cristiana, non già per soddisfare la vanità o i loschi fini settari di dottori intrusi. È bello quando lo zelo per i maestri è costante e non come pare sia stato il vostro verso di me, durato finchè sono stato presente fra voi, ma svanito, o quasi, dacchè io vi ho lasciati per recarmi altrove. Se l'oggetto dello zelo sono i Galati il senso sarebbe il seguente: Non è in se un male anzi è un bene per i cristiani l'essere l'oggetto di zelo per parte, di altri, soprattutto dei maestri, purchè ciò si faccia per il bene, con fini retti, elevati, miranti alla salvazione, non con fini settari e meschini; purchè ì mezzi siano degni dell'alto fine e purchè un tale zelo sia perseverante e non duri solamente finche il maestro è personalmente presente tra i fedeli. Il mio interesse per voi non è cosa passeggera, vi porto nel cuore e mi preoccupo del vostro bene anche quando son lontano da voi. Il primo senso si connette più strettamente col v. precedente e rende più facilmente ragione delle ultime parole: «E non soltanto quando io sono presente fra voi».

19 Figliuotetti miei, pei quali io soffro di nuovo le doglie del parto, finche Cristo sia formato in voi.

I manoscritti ed i critici si dividono tra le lezioni τεκνα (figliuoli) e τεκνια (figlioletti) ch'è più rara in Paolo e si adatta bene al paragone che l'apostolo fa di se ad una madre che soffre le doglie del parto. Sotto ambedue le forme la parola esprime il profondo affetto di Paolo per i suoi figli spirituali. Egli si chiama altrove il padre di coloro ch'egli ha generati alla fede per mezzo del Vangelo 1Corinzi 4:14; qui si assomiglia alla madre che soffre nel mettere alla luce i suoi figliuoli. Già una volta, quando aveva evangelizzati i Galati, avea provato le emozioni, le ansietà, le angoscie ed anche le gioie d'una madre a loro riguardo; ed ora la loro incipiente apostasia dal Vangelo della grazia lo rimpiomba nella perplessità, e negli affanni. Come la madre non è liberata dalle doglie se non quando il suo bambino pienamente formato nasce ad una vita nuova, così Paolo è dolorosamente perplesso finche Cristo sia formato nei suoi figli spirituali, finche siano sicuramente ricondotti a riporre in Cristo e nell'unione con lui mediante la fede, il fondamento della loro salvazione. Fintanto che poggiano, anche solo in parte, sulla legge e sulle opere loro, non sono cristiani vitali pienamente e normalmente formati. Convien che Cristo sia «formato» nella loro mente mediante una più vera ed esatta conoscenza di lui, nel loro cuore mediante una fede più completa in lui, nella loro coscienza diventando in essi fonte di vita nuova e santa. Cristo deve diventare il centro della loro vita spirituale, la loro sapienza, la loro giustizia, la loro santificazione e la loro redenzione finale. «Non più io vivo, ma Cristo vive in me» Galati 2:20.

20 Ben vorrei essere ora fra voi e mutare il tono della mia voce, perchè sono perplesso riguardo a voi.

Lo scrivere gli pare un mezzo di persuasione troppo freddo e inadeguato; vorrebbe vederli e parlare con loro per cercar di ritenerli nella verità. Sembra che tema di essere stato forse troppo severo nella sua ultima visita in Galazia e vorrebbe assumere il tono più affettuoso, gli accenti supplichevoli e commossi di un cuor di madre che teme per il suo figlio e cerca di ritrarlo da una via perniciosa. Nella 1Corinzi 4:4-11; 7:8-9, Paolo accenna alle ansietà in cui si era trovato dopo spedita la Prima ai Corinti, temendo d'esser stato troppo severo nelle suo riprensioni. Egli è perplesso riguardo allo stato spirituale dei Galati, riguardo ai mezzi da usare per giungere fino al loro cuore.

AMMAESTRAMENTI

1. L'uomo è stato definito «un animale religioso» perchè il bisogno di adorare la divinità è universale nell'umanità. Lo s'incontra in tutti i tempi, presso tutte le razze, sotto tutti i climi, e in ogni grado di coltura. Ma la natura e qualità del culto che l'uomo rende alla Divinità è in stretta correlazione colla conoscenza ch'egli ha di Dio.

Presso ai pagani che hanno perduto quasi interamente la conoscenza del vero Dio e son ridotti ad adorar certe forze e certi esseri della creazione od anche degli esseri immaginarii, il culto è non solo esterno e rituale, dettato dalla paura dello schiavo più che dall'amore, ma è frammisto ad elementi crudeli ed anche immorali.

Presso i Giudei che hanno la conoscenza di Dio, per quanto imperfetta, il culto è rituale e minutamente regolato dalla legge, è ispirato dal timore, ma è rivolto non alla creatura, bensì al Dio vivente, onnipotente, onnisciente, che governa il mondo, e, negli uomini che hanno meglio compresa la, bontà di Dio, il culto assurge ad una fervida adorazione dello spirito.

Nei cristiani che hanno conosciuto e sperimentato in Cristo l'amore di Dio ch'è Padre e Salvatore, il culto dovrebbe essere non solo in ispirito e verità, ma penetrato dal soave profumo dell'amore riconoscente e filiale di coloro che non son più schiavi ma figli ed eredi di Dio. Il loro ha da essere un «nuovo cantico» all'Iddio della salvazione. È quindi grave colpa in coloro ai quali Dio ha rivelato i tesori della sua grazia ed ha fatto gustare i privilegi e la libertà dei figli, il tornare indietro ad una religione elementare fatta di precetti e di riti esterni operanti magicamente, e praticata col fine di rendersi meritevoli del favor di Dio ch'è invece offerto gratuitamente in Cristo a chiunque lo accoglie con fede.

2. L'esperienza individuale dei cristiani e la storia della Chiesa dimostrano che la tendenza a ricadere nel ritualismo e nel legalismo che sono tra loro strettamente connessi, rinasce sempre e trova sostenitori e propagatori. Perchè? Perchè c'è nell'uomo l'inclinazione ad attribuire a se anzichè alla grazia di Dio, il merito della propria salvazione. Quindi è proclive ad osservare certi riti o a compier certe opere con spirito legale, per fare almeno in parte la propria salvezza.

Perchè il compiere un rito esterno specie se ha virtù miracolose è più facile alla pigrizia spirituale dell'uomo che non il pentimento, la fede del cuore, l'adorazione in ispirito e verità.

Perchè l'uomo guasto dal peccato è attratto verso la materia anzichè verso lo spirito; le sue cadute ed imperfezioni, l'ambiente del mondo in cui vive lo traggono e lo tengono giù, avvinto alla materia, e senza la forza costante e vittoriosa dello Spirito che lo rialzi e lo tragga sempre più in alto nella sfera e nella vita dello spirito, non riesce a vincere la tendenza a tornare sotto il giogo dei «deboli e poveri elementi».

3. «Voi osservate scrupolosamente giorni, mesi, e periodi speciali ed anni». In questa enumerazione l'apostolo include egli l'osservanza del sabato? Di fronte ai passi paralleli di Romani 14:5 («C'è chi stima un giorno più di un altro e c'è chi stima tutti i giorni uguali... Chi stima un giorno più dell'altro lo fa per il Signore») e di Colossesi 2:16 («Niuno vi giudichi in materia di feste, di noviluni o di sabati»), ci pare evidente che l'osservanza del sabato è inclusa nelle parole di Paolo, poichè il 7o giorno è il più regolare, il più frequente dei giorni di riposo ed è il centro dei cicli sabbatici della legge mosaica.

Ciò posto, quali conseguenze dobbiamo trarre dalla parola apostolica relativamente all'osservanza della Domenica? La conseguenza principale è questa: Sotto il nuovo Patto è abolita l'osservanza giudaica di qualsiasi giorno, anche del giorno del riposo. L'osservanza giudaica era legata in modo assoluto al 7o giorno della settimana, doveva farsi in un dato modo particolarmente rigido; dovea durar da un vespro all'altro, senza che si potesse fare alcun lavoro qualsiasi nè dalle persone (incluse le persone di servizio e i forestieri), nè dalle bestie, senza che si potesse accendere il fuoco nelle case ecc. Tutto questo doveva praticarsi sotto pena di morte perchè imposto dalla legge, da quella legge che dichiarava maledetto chiunque non osservasse tutte le cose scritte in essa. Una osservanza della Domenica fatta a quel modo ed in quello spirito non è consentanea col nuovo Patto. Si narra di un ammiraglio inglese che giunto il sabato alla mezzanotte in acque ove infieriva la febbre gialla, vi fece ciò nonostante gettar le ancore fino alla mezzanotte seguente per osservar la Domenica. Un bravo scozzese non apriva le lettere della madre giuntegli di Domenica finche fosse scoccata la mezzanotte. Contro quella osservanza legale sta la parola di Cristo: «Il Sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il Sabato»; parola che, mentre attesta essere il giorno del riposo una benefica istituzione divina, confermando così la narrazione della Genesi, indica in pari tempo con quale spirito di libertà debba essere osservata. In armonia con lo spirito del nuovo Patto ch'è spirito di libertà, i cristiani primitivi fin dal tempo degli apostoli hanno messo da parte il primo giorno della settimana, il giorno della Risurrezione del Signore, sostituendolo al settimo prescritto dalla legge; hanno lasciato cadere quel che v'era di eccessivamente rigido nell'osservanza giudaica, facendo anzi di questo giorno un giorno di benefico riposo, di comunione fraterna, di edificazione, di santa allegrezza nel loro Dio, un giorno di opere caritatevoli. Come l'abolizione della distinzione giudaica tra i cibi non sopprimeva il bisogno di mangiare nè l'utilità del cibo, così l'abolizione dell'osservazione legale del 7o giorno e di altre solennità non sopprime l'istituzione primordiale e divina del giorno del riposo (nè la celebrazione di talune solennità cristiane), ma infonde nell'osservanza di essa lo ispirito del Vangelo ch'è spirito di assennatezza spirituale e di filiale libertà.

«Se noi, dice Lutero, osserviamo i giorni di Domenica, di Pasqua, di Pentecoste od altri, lo facciamo in pura libertà. Noi non carichiamo la coscienza di quelle osservanze e non insegnamo ch'esse siano necessarie a salvezza... male osserviamo affinchè ogni cosa nella Chiesa si faccia con ordine e senza confusione e affinchè anche la concordia esterna non sia intaccata, poichè abbiamo un'altra concordia interna nello spirito... Osserviamo queste feste principalmente in vista del ministerio della Parola, acciocchè il popolo si aduni in dati giorni e tempi per udir la Parola, per imparar a conoscer Dio, per far uso dei sacramenti, per pregar pubblicamente per tutte le necessità e render grazie a Dio per tutti i suoi. benefizi spirituali e corporali.

4. Dalle circostanze in cui avvenne l'evangelizzazione della Galazia impariamo:

a) Che il Signore governa ogni cosa con sapienza. Quel che a noi può parer un grave contrattempo è invece l'occasione da lui predisposta per una grande opera.

b) Che i banditori del Vangelo e in genere tutti i cristiani devono afferrare le opportunità che si presentano per comunicare il loro messaggio a coloro coi quali la Provvidenza di Dio li mette a contatto, anche contro ogni loro aspettativa, Paolo costretto dalla sua infermità a fermarsi in Galazia vi fonda varie chiese.

c) Che gli uditori del Vangelo devono badare alla divina Buona Novella loro recata più che all'apparenza esterna del messaggero. Sarà povero, plebeo, malato, di meschina apparenza, ma il vaso d'argilla può contenere il più prezioso dei tesori. I Galati avevano accolto l'apostolo infermo come un angelo di Dio e si erano grandemente rallegrati della sua venuta.

d) Uno può essere stato istruito da un apostolo, aver accolto l'evangelo con entusiasmo essere istato partecipe di doni miracolosi, aver camminato bene per un tempo, e poi lasciare il suo ardore raffreddarsi, la sua conoscenza della verità oscurarsi, il suo spirito filiale mutarsi in spirito di servitù. Donde la necessità di vegliar su noi stessi e sui pervertitori del Vangelo che non mancano mai nel mondo, e neanche nella Chiesa.

5. Lo zelo, le premure verso le persone, l'interesse per il loro bene possono esser cosa buona o cattiva a seconda della causa al servizio della quale sono posti. In apparenza i dottori giudaizzanti mostravano maggiori premure per i Galati di quel che avesse fatto Paolo stesso. E la causa dell'errore sotto le sue varie forme è stata servita da uno zelo ardente e talvolta mirabile. Non è quindi la causa o la dottrina che dev'esser giudicata dallo zelo speso per essa, ma è lo zelo che dev'esser giudicato dalla causa buona o cattiva ch'esso serve. Lo zelo per le persone è buono se si tratta di istruirle o di mantenerle nella verità del Vangelo, ma non se si tratta di far loro abbandonar la grazia di Cristo.

Parimenti lo zelo può esser buono o cattivo seconda dei fini che si hanno di mira. Paolo accusa lo zelo dei giudaizzanti di fini egoistici e settari. Con tutte le lor premure e dimostrazioni d'affetto essi mirano in realtà a staccare i Galati dal loro padre spirituale per trarli a se ed al loro partito e menar vanto della loro conquista. Il fine dello zelo di Paolo è invece che «Cristo sia formato in loro». L'affettuosa relazione tra pastore e gregge non deve mirare a scopo meramente personale ed egoistico, ma dev'esser mezzo per stringer tutti più saldamente a Cristo.

Quando c'è nell'affetto umano l'elemento spirituale imperituro che lo sublima, l'affetto non sarà cosa passeggera, che dura quanto la presenza e corporale e poi svanisce, ma sarà costante e fedele anche nelle separazioni causate dalle vicende terrene e dalla morte.

6. Il brano Galati 4:8-20 ci da un quadro istruttivo della vita di Paolo quale evangelizzatore e pastore.

L'anima della sua attività è un amore quasi materno per le anime ch'egli vuol far nascere a vita nuova e far crescere nella grazia di Cristo.

È l'amore che lo spinge ad evangelizzare in mezzo ad infermità che intralciano il suo lavoro, che lo umiliano davanti agli uomini e lo espongono al disprezzo. Non ha gli occhi sani dei Galati, non ha la bella presenza di un, Barnaba nè l'eloquenza d'un Apollo, ma l'amor di Cristo lo sospinge ed egli annunzia l'evangelo.

È l'amore che lo porta a rallegrarsi vivamente della affettuosa accoglienza fatta in Galazia all'infermo araldo della salvezza.

È l'amore per i suoi figli spirituali che spiega le leali correzioni fatte nella sua 2a visita, il suo dolore quando si accorge dell'incostanza dei Galati, che 'spiega le sue ansietà, il suo timore di aver faticato invano fra loro, la sua perplessità circa i migliori mezzi da adoperare per ritrarli dalla via in cui si son lasciati trascinare, le preghiere ch'egli rivolge loro, il desiderio ch'egli ha di vederli per trasfondere colla viva voce vibrante d'emozione la sua fede nelle anime loro.

I figli che sono stati oggetto dell'amore, delle fatiche, delle cure ed ansietà e dolori dei loro genitori spirituali, assumono davanti a Dio una grave responsabilità quando non, perseverano nella verità e si lasciano travolgere dall'errore o dalle passioni.

21 2. Galati 4:21-31. Il tornare sotto alla legge è un mostrare di non intendere la superiorità del patto della libertà rappresentato da Sara e dai suoi figli, sopra il Patto della servitù rappresentato dalla schiava Agar e dai suoi figli

Libertà e servitù sono le caratteristiche rispettivamente del vangelo e della legge. Questo ha mostrato Paolo discorrendo dell'ufficio della legge nella storia della Redenzione. Il tornare dalla libertà evangelica nella schiavitù legale come accennano di voler fare i Galati gli pare un regresso incomprensibile. Con ciò essi non solo rinnegano l'accoglienza entusiastica fatta prima al Vangelo, ma mostrano di non aver compreso la superiorità del Nuovo Patto sull'antico; superiorità che, oltre all'essere predetta dai profeti (Cfr. Geremia 31), era anche adombrata dai tipi contenuti in quel libro stesso della legge ch'era la grande arma dei giudaizzanti. Ed egli reca in appoggio il senso allegorico dei figli di Abramo nati rispettivamente da Agar e da Sara.

Ditemi,

egli esclama rivolto a chi non comprende i privilegi dei cristiani,

voi che volete esser sotto la legge,

cioè porvi sotto il giogo delle osservanze legali,

non intendete voi la legge?

Legge qui non significa il codice mosaico soltanto, ma tutto il Pentateuco ch'era per i Giudei la parte più importante dell'Ant. T. e si chiamava La legge, nella divisione tripartita della Bibbia ebraica. Il fatto addotto da Paolo si legge nella Genesi. Dice lett.: non udite voi la legge? ma siccome si tratta di discernere il senso tipico di un fatto storico, l'udire va inteso non dell'udir leggere la legge nelle sinagoghe, ma del capire il senso delle Scritture. Cfr. 1Corinzi 14:2; Deuteronomio 28:49.

22 Poichè sta scritto che Abramo ebbe due figli, l'uno dalla schiava e l'altro dalla donna libera.

I lettori che hanno presenti i fatti della storia d'Abramo, sanno che si tratta di Agar la schiava egizia da cui nacque Ismaele, e di Sara moglie di Abramo che fa madre d'Isacco come narrano Genesi 16; 21.

23 Ma quello della schiava nacque secondo la carne, mentre quello della libera nacque in virtù della promessa.

Ismaele deve la sua nascita al connubio carnale di Abramo con Agar; egli non è l'oggetto di alcuna promessa e nasce in virtù delle leggi naturali senza alcun intervento speciale della potenza di Dio. Non così Isacco il quale nacque in virtù di una promessa divina che implicava un intervento speciale di Dio per ridare ai vecchi genitori Abramo e Sara il vigore naturale necessario.

24 Le quali cose contengono un'allegoria; queste donne, infatti, sono due patti: l'uno dal monte Sinai che genera a servitù; questo è Agar.

Il verbo αλληγορεω (parlare allegoricamente) s'incontra soltanto qui, nel N. Test. Esso vale propriamente: dire altra cosa di quel che pare a prima vista ( αλλο αγορεω), cioè, fare un discorso che abbia, oltre al senso letterale, un senso mistico più profondo, o, come dice Ellicott, «esprimere o spiegare una cosa sotto la figura d'un'altra». Il passivo vale quindi: Queste cose sono dette allegoricamente, hanno un senso allegorico, tipico. Sotto al significato storico dei fatti relativi ad Abramo ed ai suoi figli si nasconde un significato religioso che concerne la storia della Redenzione. Le due madri, i due figli, sono tipici e adombrano i due patti che dovevano succedersi nella storia del popolo di Dio: il patto più carnale, concluso al Sinai, caratterizzato dalla servitù; e quello più spirituale, caratterizzato dalla libertà.

Il Reuss ha trovato qui un'occasione per puntellare la sua teoria del carattere leggendario della storia patriarcale. «E cosa evidentissima, dice egli, che Paolo considera la storia di Agar e di Sara e dei loro due figli come una mera allegoria, senza base reale ed obiettiva. Altrimenti il suo ragionamento, come Lutero bene osservò, non avrebbe il minimo valore». Veramente Lutero dice soltanto che, da sola, l'allegoria non basterebbe a stabilire la verità che Paolo espone; ma data la dimostrazione che precede, tratta dall'esperienza e dalla S. Scrittura, essa serve ad illustrare bellamente ed in modo attraente per il popolo, la verità. Egli la paragona alle pitture che adornano una casa saldamente costruita. Dalle osservazioni del Reuss, il Curci da buon gesuita piglia occasione per proclamare che «la esegesi eterodossa è travagliata da prevalente razionalismo, anche nei suoi più cospicui rappresentanti». È questa una esagerazione; poichè se non mancano interpreti i quali giudicano errata l'interpretazione allegorica data da Paolo attribuendola all'educazione rabbinica da lui ricevuta nelle scuole, non fanno difetto altri esegeti che non sono per nulla disposti a buttare a mare l'ermeneutica dell'apostolo. Alford nota: «Per colore che nella legge vedono un gran sistema di figure profetiche, non vi può esser difficoltà nel credere che gli eventi che prepararono la legge siano stati anch'essi delle figure profetiche atte a recare, a chi le intenda, il loro senso più profondo, senza perciò perdere alcun che della loro realtà storica». E Olshausen: «Secondo la Scrittura, il carattere tipico pare limitato ad alcuni pochi personaggi principali che sono, per così dire, dei caratteri centrali. A questi appartiene in senso speciale Abramo quale antenato del popolo di Dio. Quello che accade a lui e intorno a lui è suscettibile di esser inteso in senso prefigurativo: così le sue mogli e i suoi figli. il che non vuol dire che ogni moglie e ogni figlio debba esser così considerato. Gli scrittori sacri, illuminati dallo Spirito santo, intesero la storia, a dir così, fin nelle sue più profonde radici; guardarono all'anima delle cose e così contemplarono come già formato, a guisa di frutto nel suo primo germe, quel che dovea svilupparsi più tardi». L'avere i rabbini allegorizzato tutti i fatti dell'A. T., come si vede negli scritti di Filone alessandrino e come fecero Origene e molti Padri, introducendo così un sistema troppo soggettivo ed arbitrario nell'interpretazione delle Scritture, non prova che sia da condannare L'interpretazione qui data da Paolo. Egli non ne fa un sistema, ma in taluni fatti della storia israelitica o primitiva, egli vede prefigurati dei fatti più importanti. Il primo Adamo è tipo del secondo Romani 5. La storia d'Abramo e dei suoi figli gli appare altamente significativa. Quella degli Israeliti nel deserto è destinata a servir d'esempio (1Corinzi 10:11 τυπικως). I riti del culto sono ombre delle realtà cristiane (Colossesi 2:17 e l'Ep. agli Ebrei). Anche le profezie trovano una applicazione imperfetta nella storia d'Israele ed un'altra più spirituale e più perfetta negli eventi del regno messianico. La natura inferiore non è ella, per chi abbia come Gesù un intuito spirituale, una costante immagine delle realtà spirituali superiori? Non è dunque il caso di ritenere che Paolo si serva qui dell'allegoria per combattere i suoi avversari colle loro proprie armi e sul terreno da loro preferito.

Nè dobbiamo dimenticare che gli apostoli possedevano in grado più alto di noi la luce dello Spirito di verità per guidarli. A ragione quindi, l'Alford ammonisce quei che rigettano con tanto sprezzo le interpretazioni scritturali oltrepassanti la loro intelligenza a domandarsi se la conoscenza delle S. Scritture posseduta da un Paolo non superi per avventura la loro propria conoscenza.

Per quanto concerne la storia di Abramo e delle sue mogli, è istruttivo il confronto tra l'interpretazione allegorica datane da Filone e quella che ne da Paolo. Filone vede in Abramo l'anima umana che progredisce verso la conoscenza di Dio. Prima egli si unisce con Sara, poi con Agar. L'unione con Sara che rappresenta la divina sapienza è prematura, perciò sterile. Ad Abramo vien consigliato di unirsi con Agar il cui nome vale "soggiorno" e che significa l'educazione transitoria e preparatoria delle scuole: la scienza mondana. Dopo esser passato per questa preparazione, Abramo si unisce nuovamente con Sara e questa volta ne ha una progenie che moltiplica grandemente. Isacco rappresenta la sapienza o i sapienti, Ismaele i sofisti e i loro sofismi che devono alla fine cedere il posto alla sapienza. Da questo esempio si vede quanto più alto, più vero, sia l'intuito di Paolo secondo il quale, nella famiglia di Abramo ch'è, in miniatura, la Chiesa di Dio di quel tempo, abbiamo raffigurate in miniatura le grandi esperienze del popolo di Dio nel corso dei secoli.

25 Infatti, il Sinai è un monte nell'Arabia e corrisponde alla Gerusalemme presente; poichè ella è schiava coi suoi figliuoli.

Scopo del versetto è manifestamente di additare una analogia secondaria tra Agar e il monte Sinai da cui ebbe origine il patto legale. L'analogia riveste però una forma diversa, secondo che si segue l'una o l'altra delle varianti del testo. I codici alef C F G colle versioni Vulgata, etiopica, armena, leggono: infatti il Sinai è un monte nell'Arabia. È, il testo adottato dal Lachmann, dal Tischendorf, dal Godet, dal Lightfoot, dallo Zöckler ecc. L'analogia tra Agar e il Sinai starebbe nel fatto che il monte da cui ebbe origine il patto della servitù trovasi appunto nell'Arabia, il paese ove fuggì la schiava Agar ed ove abitano i suoi discendenti. È come se Paolo dicesse: Quel monte Sinai ove fu data la legge era proprio la patria che ci voleva per il patto della servitù rappresentato da Agar, perchè sorge là, fuori della terra promessa, nella patria stessa dei discendenti della schiava d'Abramo. I codici A B D K L, con alcuni Padri leggono: Or (o:) la parola Agar designa il monte Sinai, nell'Arabia ( το δε Αγαρ Σινα οπος εστιν). È il testo adottato dal Reuss, dallo Hort, dal Nestle ecc. L'analogia starebbe allora nel fatto che il Sinai, nel linguaggio degli Arabi abitanti quella regione, si chiama col nome di Agar. Quindi, poichè portano lo stesso nome, la madre d'Ismaele può ben simboleggiare il patto del Sinai. Senonchè, non esiste alcuna prova che il monte Sinai sia mai stato chiamato Agar dagli Arabi i quali invece lo chiamano Gebel Mousa o Ras Sufsafe. Nè vale l'addurre in appoggio la parola araba chajar che significa pietra, roccia, perchè le consonanti non corrispondono con quelle dell'ebraico Hagar. È quindi da preferire il testo che abbiamo adottato.

Il monte Sinai da cui procedette il patto della servitù corrisponde alla Gerusalemme presente, cioè alla Gerusalemme capitale e centro del giudaismo, per opposizione alla Gerusalemme di sopra, capitale del regno messianico, centro del popolo dei figli di Dio che godono della libertà data loro da Cristo. La Gerusalemme d'ora, come già Agar, è in istato di schiavitù spirituale sotto alla legge, insieme coi suoi figli che sono la nazione intera, finche ricusa d'accettare la libertà in Cristo.

26 Ma la Gerusalemme di sopra è libera, ed essa è la nostra madre.

Il parallelo incominciato al v. Galati 4:24 con «l'uno dal monte Sinai...» è lasciato incompiuto. Esso sarebbe stato di questo tenore: «... l'altro patto, è quello che procede dal Golgota e che genera a libertà. Esso rappresentato da Sara che risponde alla Gerusalemme di sopra, la quale è libera insieme coi suoi figli. Ed è questa Gerusalemme ch'è la nostra madre». La Gerusalemme di sopra (o da alto) non è una città materiale situata in qualche luogo nei cieli; ma è la capitale ideale del popolo dei credenti in Cristo, la capitale di quel regno messianico ch'è chiamato «il regno di Dio» e «il regno dei cieli», perchè d i natura non carnale e terrena, ma spirituale, santa e celeste. Questa Gerusalemme nuova ch'è la Chiesa degli eletti, ora militante e a suo tempo trionfante, è libera dal giogo della legge; vive sotto la grazia ed è animata e guidata dallo Spirito ch'è il principio della vita superiore dei redenti di Cristo Romani 6:2; Galati 5:18,25. Perciò Paolo la chiama la nostra madre, madre dei cristiani tutti, così etnici come giudei.

27 Giacchè sta scritto: «Rallegrati o sterile che non partorivi, prorompi in grida tu che non sentivi doglie di parto, perchè i figli della derelitta saranno più numerosi che quelli di colei che avea il marito».

A confermare l'affermazione che la Gerusalemme messianca è la madre dei credenti tutti senza distinzione, e quindi d'un popolo assai più esteso e numeroso del giudeo, Paolo adduce la profezia del Deutero-Isaia Isaia 54:1 che annunzia una numerosa figliuolanza alla nuova Gerusalemme, a quella che sarà riedificata dopo il ritorno dall'esilio e su cui riposerà di nuovo il favore dell'Eterno. Però, le profezie del secondo Isaia relative alla nuova Gerusalemme oltrepassano, di molto quanto poteva avverarsi nella capitale dei reduci (Cfr. le profezie di Isaia 60) e sotto la figura della Gerusalemme avvenire il profeta contemplava in realtà le glorie del nuovo Patto allorchè i pagani accorrerebbero a Sion ed ella sarebbe ripiena della presenza dell'Eterno. La citazione è fatta secondo la LXX; l'ebraico porta: «Prorompi in giubilo, manda un grido». La derelitta è, nella profezia., la Gerusalemme colpevole da cui Dio aveva ritirato il suo favore, ch'egli aveva abbandonata per un tempo Isaia 60:4-8, che poi egli richiama, quand'ella si è pentita, e la cui progenie è più numerosa di quel che fosse prima stata. In senso più largo, è la Gerusalemme capitale ideale del regno messianico, ch'era stata, come Sara, sterile per un tempo finchè era durato il patto legale antico con Israele, ma che dovea diventar madre di numerosa prole composta di credenti d'ogni nazione ed estendere i suoi padiglioni per tutta la terra.

28 Ora voi, fratelli, siete figli della promessa alla maniera d'Isacco.

Una parte dei codici legge: Ora noi siamo... Il voi siete rivolto ai Galati accentua l'affermazione che i credenti etnici sono figli non della carne com'era stato Ismaele e com'erano i Giudei legalisti, ma sono figli della promessa come lo era stato Isacco. cfr. Galati 4:23: il che torna a dire ch'essi sono membri del popolo di Dio, partecipi dei beni della salvazione non in virtù della discendenza carnale o di alcuna osservanza esterna, ma lo sono unicamente in virtù della libera grazia di Dio promessa ai credenti e da loro accettata con fede.

29 Ma come, in allora, colui ch'era nato secondo la carne perseguitava colui ch'era nato secondo lo Spirito, così avviene anche al presente.

I cristiani di Galazia sono partecipi dei privilegi del popolo di Dio secondo lo Spirito, ossia fatto tale per virtù non delle forze umane naturali, ma per la virtù rigeneratrice dello Spirito della vita; ma se hanno parte ai privilegi, hanno parte pure alle sofferenze che sono la sorte comune, dei figli di Dio nel mondo. E questo era di già prefigurato nella condotta d'Ismaele, il figlio della carne, rispetto ad Isacco, il figlio nato per virtù dello Spirito. Nella Genesi 21:9 si legge che Sara, nel giorno in cui fu svezzato Isacco, vide Ismaele che «si faceva beffe» d'Isacco. (Cfr. Genesi 19:14; 39:14,17). La LXX tradusse «che si divertiva con Isacco», ma è senso troppo debole poichè il divertirsi d'Ismaele non avrebbe provocata l'ira di Sara. La tradizione giudaica, invece nel trattato di Bereschit, narra che «Ismaele prese l'arco e le saette e colpì Isacco facendo finta di scherzare». In quelle beffe d'Ismaele, che secondo la tradizione nascondevano una cattiva intenzione, Paolo scorge l'immagine della persecuzione che i figli secondo lo Spirito avranno sempre da soffrire per parte degli uomini carnali. Se l'apostolo rileva questa ulteriore analogia tra la storia dei figli d'Abramo e quella dei loro antitipi attuali, certo non può esser senza ragione. I Galati dovevano aver provato di già la persecuzione per parte del mondo e forse più specialmente per parte dei partigiani fanatici del giudaismo. Nel Galati 3:4 diceva: «Avete voi sofferto tante cose invano?» (Cfr. 1Tessalonicesi 2:14).

Ma se nell'allegoria sono adombrate le persecuzioni dei credenti, vi si trova del pari l'assicurazione che le sofferenze sono passeggere e che la eredità finale appartiene ai figli di Dio secondo lo Spirito; quindi essi non devono lasciarsi abbattere.

30 Ma che dice la Scrittura? «Caccia fuori la schiava ed il di lei figlio; poichè il figlio della schiava non sarà per nulla erede col figlio della donna libera».

La fine della citazione di Genesi 21:12 è fatta liberamente in modo da includere l'applicazione allegorica che Paolo intende farne. Il testo dice: «Il figlio di codesta schiava non sarà per nulla erede col mio figlio Isacco». Secondo la legislazione ebraica i figli nati da concubina o da donna forestiera non avevano parte all'eredità del padre. Così Jefte secondo Giudici 11:2. Le parole di Sara sono date come della Scrittura perchè furon sancite dall'autorità divina. Perciò Paolo le considera come prefiguranti la sorte che aspetta il giudaismo carnale, persecutore della Chiesa di Cristo. Esso non avrà parte ai beni della salvazione, sarà escluso dall'opera di estensione del regno di Dio, reietto per la sua incredulità mentre ad esso subentreranno i pagani. Cfr. Romani 9-11.

31 Perciò, fratelli, noi non siamo figli della schiava ma della libera.

È questa la conclusione dell'allegoria. Noi che siamo figli della promessa, nati alla vita nuova per virtù dello Spirito, cittadini della Gerusalemme di sopra, siamo come Isacco, non degli schiavi, ma dei figliuoli che posseggono la libertà spirituale e non son fatti per tornare sotto il giogo della servitù legale.

AMMAESTRAMENTI

1. Nella storia di Agar, di Sara e dei loro figli, Paolo scorge un senso allegorico. Questo giustifica egli il sistema secondo il quale sono da ricercare in ogni brano della Scrittura parecchi sensi: il letterale, il morale, lo spirituale, il tipico? Un tale sistema ha imperversato nei primi secoli del cristianesimo, specialmente in Alessandria per opera d'Origene e dei suoi seguaci i quali, alla loro volta, non fecero che seguir le traccie di Filone e di altri dottori giudei. Esso ha gettato non poco discredito sulla Scrittura quasichè ella fosse un naso di cera che ognuno potesse foggiare a suo arbitrio. Notiamo però:

a) Che Paolo non fa dell'interpretazione allegorica un sistema, ma l'applica soltanto in rarissime occasioni quando si tratta di eventi connessi con personaggi tipici di speciale importanza, quale fu ad esempio Abramo il capostipite del popolo d'Israele, il modello dei credenti di tutti i tempi.

b) Paolo non distrugge il senso letterale dei fatti storici, nè menoma la loro importanza; ma vede in certi fatti storici, prefigurati. per disposizione provvidenziale di Dio, dei fatti e delle leggi d'ordine spirituale e generale.

c) Paolo era un apostolo di Cristo guidato dallo Spirito di Dio; egli possedeva in grado superiore «la mente di Cristo», 1Corinzi 2:16; il che non è il caso di ogni singolo credente. Perciò non dobbiamo esser «savi al di là di ciò ch'è scritto». Quando la Scrittura stessa ci autorizza a vedere in taluni fatti un senso allegorico, accettiamo l'insegnamento che ci è dato anche sotto questa forma illustrativa, ma non allontaniamoci dal senso piano, storico, di nostra propria volontà.

2. Agar ebbe da Abramo un figlio che nacque per virtù delle semplici leggi naturali, un figlio che dovea essere schiavo come sua madre, un figlio che nutrì odio e disprezzo verso il vero erede delle promesse.

Agar è il tipo del patto legale originato al Sinai, patto che dà grande importanza alla discendenza carnale da Abramo e che mantiene il popolo in servitù sotto il giogo della legge senza potergli dare il senso della pace con Dio.

Ma Agar può considerarsi ancora, per analogia, come il tipo di tutte le chiese, di tutti i sistemi dottrinali ed ecclesiastici che danno una importanza vitale a tutto quel ch'è esterno e rituale, fino ad attribuire per es. la rigenerazione dei cuori al battesimo d'acqua, fino a trasformare la commemorazione della morte di Cristo in una ripetizione del suo sacrificio, valevole per i vivi e per i morti; sistemi che insegnano ai loro adepti la salvazione per mezzo delle opere umane, e mantengono per tal modo le anime nella servitù di una perpetua paura di Dio, perchè resta lor nascosto l'amor del Padre manifestato da Cristo il quale solo può dare alla coscienza la pace e l'allegrezza della salvezza; sistemi che sono, per loro natura, intolleranti e persecutori perchè attribuiscono alla Chiesa visibile (talvolta ad una sezione di essa) dei poteri dommatici e disciplinari che Cristo non le ha mai conferiti.

Ogni sistema che, nell'ordine religioso, crea degli schiavi, dei minorenni perpetui, è in contraddizione collo spirito del nuovo Patto ch'è spirito di libertà filiale.

3. La Gerusalemme di sopra, la Chiesa del Nuovo Patto simboleggiata da Sara è qui descritta con rapidi tocchi che ne mettono in risalto i gloriosi privilegi.

a) Essa è libera: libera dalla maledizione e dal giogo della legge, perchè Cristo l'ha riscattata col suo sangue.

b) Essa è madre d'innumerevoli figli d'ogni nazione, d'ogni lingua e d'ogni paese, i quali sono stati generati a vita nuova mediante la predicazione del Vangelo della grazia a tutti i popoli.

c) Essa è madre dei figli che son nati non in virtù della carne, poichè quel ch'è nato dalla carne è carnale; ma son nati per la virtù divina dello Spirito che solo crea la vita spirituale unendo le anime al Cristo ch'è via, verità e vita.

d) Essa, coi suoi figli, è odiata dal mondo degli uomini che sono alieni dalla vita dello Spirito; ma le beffe e le persecuzioni del mondo non durano che per un tempo e non la possono distruggere.

e) I suoi figli possiedono fin d'ora le primizie dei beni della salvazione, la pace del perdono, l'adottazione, lo Spirito, la libertà, beni che nessuno può loro rapire e di cui godranno appieno nel tempo determinato da Dio.

Ben possono proclamarsi beati coloro che sono figli diuna tal madre spirituale.

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