Giacomo 1

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IL SALUTO EPISTOLARE. Giacomo 1:1.

Giacomo, servitore di Dio e del Signor Gesù Cristo.

Abbiamo esposto nell'Introduzione [Giacomo - L'autore] le ragioni che ci fanno ritenere quale autore dell'epistola, Giacomo, il fratello di Gesù, il presidente del presbiterio di Gerusalemme. S'intende bene, quindi, ch'egli non si chiami apostolo, ma con designazione più generale, servitore di Dio e del Signor Gesù Cristo. Lo è come cristiano, ma lo è in ispecie come ministro dell'evangelo chiamato a presiedere la chiesa di Gerusalemme e a lavorare all'edificazione dei giudeo-cristiani sparsi in Palestina e in altre regioni più lontane. Servendo il Signor Gesù Cristo, il Figliuol di Dio, da lui mandato per esser Salvatore e Re del suo popolo, egli serve il Dio dei suoi padri. I ministeri in seno alla Chiesa cristiana sono un servizio in cui l'apostolo, l'evangelista, il dottore, il pastore o il diacono, son chiamati non a fare la loro propria volontà o quella d'un altro uomo, ma la volontà del Signor Gesù ch'è identica colla volontà di Dio.

Alle dodici tribù che sono nella dispersione, salute.

Tacendo delle opinioni meno plausibili circa il senso da dare all'espressione colla quale l'autore designa i lettori cui è rivolto il suo scritto, notiamo solo che le dodici tribù sono, all'epoca apostolica, il nome, più poetico che altro, del popolo d'Israele considerato nella sua ideale totalità, nonostante il fatto della sparizione completa, o quasi, di parecchie tribù nei successivi disastri nazionali sotto Salmanezer e sotto Nebucadnezar (722 e 586 A. C.). Paolo, parlando davanti ad Agrippa, dice: «Son chiamato in giudizio per la speranza della promessa fatta ai nostri padri; della qual promessa le nostre dodici tribù che servono con fervore a Dio notte e giorno, sperano di vedere il compimento» (Atti 26:6-7; cfr. Apocalisse 7:4-8; 21:12; Matteo 19:28). I resti d'Israele si trovano nella dispersione cioè sparsi in tutti i paesi fra i popoli pagani, sia perchè vi sono stati deportati o cacciati dalla persecuzione, sia perchè vi sono andati volontariamente per i loro commerci. Un quadro di questa dispersione giudaica l'abbiamo in Atti 2:9 ove son mentovati come presenti in Gerusalemme, per la Pentecoste, dei Giudei provenienti dall'Oriente: Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia (diaspora detta babilonese); dei giudei provenienti dal Nord-Ovest: Cappadocia, Ponto, Asia proconsolare, Frigia, Panfilia (diaspora detta dei Greci Giovanni 7:35), dei Giudei provenienti dal Sud: Egitto, Libia cirenaica, Arabi e finalmente dei Giudei provenienti dall'Occidente: Cretesi, Romani. L'elenco non è completo, ma si è calcolato che, nel primo secolo dell'era cristiana, la popolazione israelitica dispersa fuori della Palestina ammontasse a tre o quattro milioni. Giacomo scrive egli a quei milioni dispersi? Ci vieta il crederlo il fatto innegabile ch'egli si rivolge a gente che fa professione di cristianesimo. «Fratelli miei, dice in Giacomo 2:1, la vostra fede nel nostro Signor Gesù Cristo...». Per lui, i veri Israeliti, quelli che formano l'Israele secondo lo spirito, sono i credenti nel Messia ed è a quelli ch'egli rivolge le sue esortazioni. Vero è che nel N.T., più d'una volta, il popolo dei credenti d'ogni nazione, considerato come il successore spirituale dell'antico popolo di Dio, vien chiamato «l'Israele di Dio», «il popolo che Dio s'è acquistato», la «gente santa», il «real sacerdozio», e i singoli componenti la Chiesa universale sono chiamati «figli d'Abramo» perché imitatori della fede d'Abramo Galati 6:16; 1Pietro 2:9; Romani 4:9-18; ma la lettera di Giacomo non ha, in origine, una così vasta destinazione. Egli è stato chiamato a lavorare fra i circoncisi insieme con Pietro e Giovanni Galati 2:9; egli appare come il rappresentante dei giudeo-cristiani in Atti 15:13; 21:18, e nell'Epistola ai Galati; e non risulta ch'egli sia mai uscito da quella sua speciale sfera d'azione. Ai suoi fratelli giudeo-cristiani sparsi per il mondo fuori della Palestina, e con molti dei quali aveva potuto stringere relazioni personali in occasione delle feste giudaiche di Gerusalemme, egli manda il suo saluto nella forma più breve usata nello stile epistolare (Cfr. Atti 15:23; 23:26).

2 §1. Giacomo 1:2-18. ESORTAZIONE RELATIVA ALLE PROVE E ALLE TENTAZIONI

A. Giacomo 1:2-12. Le prove

Fratelli miei, considerate come argomento di completa allegrezza le prove svariate in cui venite a trovarvi.

Giacomo chiama i lettori fratelli suoi, sia perché sono suoi connazionali, sia sopratutto perchè uniti a lui dai legami di una medesima fede nel Signor Gesù. Egli esordisce in modo austero, conciso ed ex abrupto. «Ecco un uomo, nota il Chapuis, che non perde tempo ed entra in materia risolutamente». Fin dalla sua prima frase, ei si rivela uomo pratico, di poche parole, ma piene queste di sapor cristiano e rivestenti non di rado una forma paradossale atta a colpire la mente e a fissarsi nella memoria. Si osserva qualcosa di simile nel Cantico di Maria sua madre Luca 1:52-53 e, in grado superiore, nell'insegnamento di Colui ch'era stato suo fratello secondo la carne ed era ora il suo Signore glorioso. Il greco dice alla lettera: "Reputate tutta allegrezza... quando vi avvenga di cadere in diverse prove". Non solo non le devono riguardare come argomento o motivo di tristezza e di scoramento, non solo devono accettarle con rassegnata sottomissione, ma le devono considerare come argomento di vera, di piena allegrezza, di gioia non turbata da alcuna segreta amarezza. Cosa questa impossibile all'uomo mondano che vive per il piacere, ma non al credente che ha l'occhio fisso su quel che v'è in lui di più elevato, d'imperituro, su quell'uomo interno «che si rinnova di giorno in giorno» anche quando l'uomo esterno si disfa 2Corinzi 4:16-18. Tutto quel che serve a liberar l'anima dal male, a staccarla da ciò che perisce, a spingerla in alto, a renderla più simile al suo perfetto modello, dev'esser per il cristiano argomento di sincera allegrezza. Gesù ha esortato i suoi discepoli oltraggiati e perseguitati a rallegrarsi e a giubilare perchè grande è il loro premio nei cieli Matteo 5:11-12. Gli apostoli escon dalla presenza del Sinedrio che li ha fatti battere, «rallegrandosi d'essere stati reputati degni d'esser vituperati per il nome di Gesù» Atti 5:41. Ai giudeo-cristiani l'autore dell'Epistola agli Ebrei scrive Ebrei 10:34: «Accettaste con allegrezza la ruberia dei vostri beni sapendo d'aver per voi una sostanza migliore e permanente». E Paolo dice di se e dei suoi compagni: «contristati e pur sempre allegri» 2Corinzi 6:10 e in Romani 5:3 scrive: «ci gloriamo anche nelle afflizioni sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e la esperienza speranza» (Cfr. 1Pietro 1:6).

Abbiam tradotto il greco πειρασμοι (peirasmoí) prove mentre il Diodati portava tentazioni; la parola greca, infatti, ha i due significati e dipende dal contesto il dar la preferenza all'uno anziché all'altro. Il senso di prova per via di afflizioni si incontra ad es. Luca 22:28: "siete perseverati meco nelle mie prove"; Atti 20:19: "fra le prove che mi son venute dalle insidie dei Giudei". Il senso di tentazione ossia di spinta al male predomina in Matteo 6:13: "Non ci esporre alla tentazione ma liberaci dal maligno"; in Giacomo 1:13-14: "Nessuno quand'è tentato dica: Io son tentato da Dio...". Gesù fu condotto nel deserto per esser tentato ( πειρασθηναι) dal diavolo ch'è chiamato il tentatore ὁ πειραζων Matteo 4:3; 1Tessalonicesi 3:5; cfr. 1Corinzi 7:5; 10:13. Certo ogni tentazione costituisce anche una prova della fede e della fedeltà cristiana, come ogni prova può diventare una tentazione sotto l'influenza delle male inclinazioni nostre e dell'opera di Satana; ma le due nozioni restano distinte. I lettori dell'epistola erano provati da svariate avversità quali ad es. le persecuzioni, le beffe, l'odio dei loro connazionali giudei, la povertà dei più fra loro, le angherie, le ingiustizie inflitte loro da cattivi ricchi; senza contare le distrette, le malattie, i dolori che sono a tutti comuni. Queste avversità mettevano alla prova le forze dell'anima, manifestavano quel ch'essa possedesse realmente in fatto di fiducia in Dio, di abnegazione di se, di ubbidienza alla volontà divina; ma dovevano servire a render più salda la fede e più rigogliosa la vita spirituale.

3 È questa la ragione per cui i credenti devono considerar le prove come motivo di allegrezza:

sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.

Il cristiano sa dalla rivelazione, dall'esempio degli altri, dalla propria esperienza, che le prove sono il mezzo di cui Dio si serve per farlo progredire, per accrescerne le forze morali. Come l'albero agitato dai venti pianta le sue radici sempre più profondamente nel suolo, così la fede provata dalle avversità scende sempre più profondo nel cuore e lo unisce strettamente a Dio. Il cristiano esce così dalla prova più fermo, più saldo, più capace di resistere al male e di operare il bene con perseveranza.

4 E la costanza compia appieno l'opera sua in voi.

Diciamo costanza ( ὑπομονη) e non "pazienza" ch'è virtù più passiva; perché il termine greco accenna alla perseveranza nella fede e nella pietà malgrado le circostanze avverse e l'opposizione degli uomini. Questa virtù, dice letteralmente l'autore, abbia un'opera perfetta, s'intende: in voi; sia cioè perfetta quanto alla sua durata fino alla fine; sia perfetta nelle sue manifestazioni pratiche in tutta la vita del cristiano: perfetta nella fiducia in Dio, dator di ogni grazia ed esauditor delle preghiere; perfetta nel sopportar senza mormorare, anzi con santa allegrezza, le prove sempre rinascenti; perfetta nell'estirpare il male dentro di noi; perfetta nell'operare il bene a pro dei fratelli; perfetta nella speranza del ritorno del Signore;

onde siate perfetti e completi, di nulla mancanti.

Tale il fine ultimo della costanza prodotta dalle prove: la formazione di un carattere cristiano completo e perfetto. Il primo termine ( τελειος, perfetto) caratterizza il cristiano che ha raggiunto il fine a lui assegnato da Dio sulla terra, che non è rimasto nell'infanzia spirituale ma è giunto alla maturità dell'uomo fatto; in cui la conoscenza, la fede, le virtù cristiane non sono rimaste ai loro deboli ed imperfetti inizi, ma sono giunti a quella maturità ch'è possibile sulla terra, per quanto non sia ancora la perfezione assoluta del cielo. Paolo, pur dichiarando di non esser giunto alla perfezione, chiama però se stesso ed altri credenti di Filippi maturi (letteralmente perfetti: τελειοι Filippesi 3:12,15; Cfr. 1Corinzi 14:20; Ebrei 5:14; Colossesi 1:28 ecc.). L'altro termine: completi ( ὁλοκληρος) caratterizza il cristiano come completo "in tutte le sue parti", fornito cioè di tutte le virtù che devono trovarsi normalmente in lui, ed è spiegato dalle parole: di nulla mancanti. Così il credente che mancasse di sapienza Giacomo 1:5, o di padronanza sulla propria lingua, o di umiltà, o di misericordia verso i fratelli bisognosi, non sarebbe un cristiano completo. Il modello dell'uomo "perfetto e completo" in senso assoluto, è Cristo.

5 Che se alcuno di voi manca di sapienza...

Sapienza ( σοφια) è parola che occorre nell'A.T. e nel Nuovo con senso un po' diverso a seconda dell'aspetto particolare sotto il quale la si considera. Se la si considera dal suo lato teoretico o intellettuale, essa vien definita dagli Stoici ed anche da Clemente alessandrino «la scienza delle cose divine ed umane e delle loro cause». I Greci si appassionarono nelle loro scuole filosofiche intorno ai problemi che l'universo offre alla mente umana. Ma ottenebrati nel loro intelletto dal peccato, non giunsero meglio di altri popoli alla conoscenza della verità. «Dicendosi savi, son divenuti stolti» Romani 1:22. «Colla propria sapienza il mondo non ha conosciuto Iddio» ond'è che a Dio è piaciuto di salvare gli uomini mediante l'evangelo della croce "ch'è uno scandalo per i Giudei e una pazzia per i Greci". Ma se la rivelazione evangelica non è una filosofia umana, ciò non toglie ch'essa contenga la vera sapienza, poichè essa dà la conoscenza della verità riguardo al mondo, all'uomo, a Dio, ai disegni suoi misericordiosi, alla sua volontà. Quindi è che Paolo può esclamare: «Nondimeno... noi esponiamo una sapienza... non di questo secolo nè dei principi di questo secolo, ma esponiamo la sapienza di Dio...», il piano eterno di Dio per la salvazione del mondo in Cristo, «nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti» Colossesi 2:3. Egli esalta la grazia di Dio che gli ha dato «ogni sorta di sapienza e di intelligenza» col fargli conoscere la volontà divina Efesini 1:8-10, e chiede per i credenti che il Padre della gloria dia loro «uno spirito di sapienza e di rivelazione per la piena conoscenza di lui», della ricchezza della gloria alla quale son chiamati, dell'immensità della sua potenza e del suo amore Efesini 1:17. Lo stesso apostolo, però, parla di sapienza cristiana in un senso più pratico, e si tratta allora della capacità di discernere la volontà di Dio a nostro riguardo e, di tradurla in pratica in tutte le circostanze ella nostra vita individuale o sociale. Così egli esorta i Colossesi Colossesi 4:5 a «condursi con saviezza verso quelli di fuori, approfittando delle opportunità» e scrive agli Efesini: «Guardate dunque con diligenza come vi conducete; non da stolti, ma da savi; approfittando delle occasioni, perchè i giorni sono malvagi. Perciò non siate disavveduti ma intendete bene quale sia la volontà del Signore» Efesini 5:15-17. Di una tale sapienza pratica ragiona San Giacomo nella sua Epistola Giacomo 1:5 e più esplicitamente Giacomo 3:13-17. Il cristiano non può giungere all'ideale dell'esser "perfetto e completo" senza la sapienza che sta alla base della vita quale Iddio la vuole; in ispecie non può, discernere il fine santo e buono delle prove per le quali Dio lo fa passare. Per poco che conosca se stesso ogni credente deve riconoscere che manca, in grado più o meno elevato, di una tale sapienza e Giacomo esorta perciò ognuno a chiederla a Dio colla preghiera:

la chiegga a Dio che dona a tutti generosamente e senza infliggere umiliazioni e gli sarà donata.

«L'Eterno dà la sapienza» dice Proverbi 2:6. «Ogni sapienza viene dal Signore», dice Ecclesiaste 1:1; e Giacomo stesso dice della vera sapienza ch'essa «scende dall'alto» Giacomo 3:15, cioè da Dio al quale, per conseguenza, bisogna chiederla. A ciò siamo incoraggiati dal fatto che Dio dona a tutti senza riguardi personali, a, ricchi e a poveri, ai cristiani colti e agli incolti, ai meno degni come ai più degni Matteo 5:45; e dona generosamente. L'avverbio che s'incontra solo qui nel N.T. ( ἁπλως) vale: semplicemente, ossia di buon grado, con animo generoso e nobile, senza secondi fini e senza tirchieria; viene quindi reso da molti: "liberalmente" tanto più che il sostantivo ἁπλοτης che viene usato da San Paolo in 2Corinzi 8:2; 9:11-13 accenna alla generosità dei doni. Una terza caratteristica del donar di Dio è espressa in forma negativa colle parole μη ονειδιζοντος che sono intese in modi diversi. È fuori questione qui il senso che ha il verbo p. es. in Matteo 5:11; 27:44; Romani 15:3 ove significa oltraggiare, vituperare. Non è provato che la parola significhi mai rifiutare, respingere. Più conforme al contesto è il significato attenuato che troviamo p. es. Matteo 11:20; Marco 16:14. Dio non fa rimproveri umilianti a chi gli chiede, rinfacciandogli i doni già concessi o il suo tornar sempre a supplicare. È un Padre che non domanda se non di beneficare sempre i suoi figli, purchè siano nelle condizioni morali volute per ricevere (Cfr. Matteo 7:7-11; Luca 18:1-14).

6 La condizione essenziale per ottener da Dio la sapienza è la fede:

Ma chiegga con fede, senza star punto in dubbio.

Fede è qui la fiducia del cuore nella potenza, nella bontà e nella fedeltà di Dio che ha promesso di concedere ai suoi figli le cose che sono conformi alla sua volontà, e la sapienza lo è certamente. Senonchè la fede di chi prega, per esser piena, deve sgorgare da un cuore integro che brami e voglia sinceramente quel che domanda; altrimenti la preghiera sarà inquinata dal dubbio, da una certa esitazione che non è quella di chi è tormentato da difficoltà intellettuali e neppur quella di chi pesa le sue ragioni prima di prendere una decisione; ma è l'esitazione del cuore che non ha rotto risolutamente col peccato. «Noi domandiamo a Dio di convertirci e forse ci rincrescerebbe ch'ei lo facesse; noi gli domandiamo d'allontanar da noi le tentazioni e forse bramiamo d'incontrarle sul nostro cammino; noi gli domandiamo di preservarci dal male e volgiamo al male lo sguardo della moglie di Lot» (Chapuis). Questa non è "la preghiera della fede" di cui Giacomo 5:15, alla quale Cristo ha fatto così splendide promesse Matteo 21:21; Marco 11:23; Giovanni 14:13-14; 15:7; 16:23 ecc. Il significato di stare in dubbio dato qui al verbo διακρινομαι è giustificato da altri passi del N.T. come i due primi ora citati e Romani 4:20; 14:23.

perchè chi dubita è simile all'onda del mare agitata dal vento e spinta qua e là.

Il paragone mira a descrivere lo stato d'animo agitato, mutevole e tormentato di chi dubita. Egli oscilla tra lo slancio della fede e l'indietreggiare dell'incredulità; vuole e disvuole; v'è in lui un misto di desideri e di timori, di passioni e di pietà, d'amor del mondo e d'amor di Dio che lo agitano fin nelle sue preghiere e gli tolgono la quiete e la tranquilla pace di chi crede ed ama con tutto il cuore e con tutta l'anima sua.

7 Non pensi già quel tale (letteralmente quell'uomo) di ricever nulla dal Signore, essendo uomo d'animo doppio, instabile in tutte le sue vie.

Giacomo 1:8 spiega il senso del linguaggio figurato di Giacomo 1:6. La preghiera non può esser dal Signore, cioè da Dio, esaudita perchè non parte dal fondo di un cuore integro; essa difetta di sincerità.

8 Chi la presenta colle labbra ha due anime (è διψυχος), l'una che lo attira verso Dio e l'altra che lo trae verso il mondo. Chiede la sapienza che vien dall'alto, ma non è risoluto a lasciarsi guidare da essa. Il suo cuore è diviso; e siccome manca l'unità nella sua vita interna, egli è instabile anche in tutte le sue vie, cioè in tutta la sua condotta esterna. Il suo agire di oggi è contradetto da quello di domani. Da un tale pericoloso stato d'animo si sforza Giacomo di trarre i suoi fratelli quando li avverte che le loro preghiere esitanti, senza sincerità, non possono essere esaudite dal Dio che conosce i cuori; quando li esorta a non esser soltanto uditori ma facitori della parola; a non contentarsi di una fede morta, incapace di manifestarsi nelle opere; a non esser nel loro parlare come una fonte da cui sgorghi l'amaro e il dolce; quando esclama in Giacomo 4:4,8: «O gente adultera, non sapete voi che l'amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio... Nettate le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d'animo!» Gesù aveva del pari messo in guardia i suoi discepoli contro l'impossibilità morale di servire due padroni: «Voi non potete servire a Dio ed a Mammona Matteo 6:24; e Paolo insiste sulla necessità di una «buona coscienza» onde la vita cristiana abbia il suo normale sviluppo.

9 E poichè l'amore ai beni del mondo è quel che cagiona la doppiezza d'animo di tanti cristiani, l'autore esorta poveri e ricchi a considerare la loro passeggera condizione terrena dal puntò di vista elevato della sapienza cristiana ch'è quanto dire delle realtà vere ed eterne.

Or il fratello d'umil condizione si glorii della sua elevazione.

La povertà, la condizione umile, colle sue fatiche, le sue privazioni, le sue umiliazioni, i disprezzi del mondo, costituivano per molti lettori una delle prove che San Giacomo esortava Giacomo 1:2 a considerare come argomento d'allegrezza. Ribadendo lo stesso pensiero con forma diversa egli invita il fratello, cioè il cristiano, umile (ταπεινος tapino), quanto a condizione esterna, a gloriarsi della sua elevazione, a considerarla come argomento non effimero di vanto e di vera esultanza poichè ella sorpassa ogni mondana grandezza. Cotale elevazione è di natura spirituale e gli viene da Dio. In Giacomo 2:5 dirà: «Dio non ha egli scelto quei che sono poveri secondo il mondo perchè siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a coloro che l'amano?» vedete, dice San Giovanni, di quale amore ci è stato largo il Padre, dandoci d'esser chiamati figliuoli di Dio!... Diletti, ora siamo figliuoli di Dio e non è ancor reso manifesto quel che saremo...» 1Giovanni 3:1:2. «Se siamo figliuoli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pur soffriamo con lui, affinchè siamo anche glorificati con lui» Romani 8:17. Con una grandezza così reale, il cristiano povero può gloriarsi della sorte toccatagli giacchè essa lo eleva siffattamente al disopra delle parvenze terrestri da fargli apparire come cose del tutto secondarie la ricchezza o la povertà, gli splendori o l'oscurità di quaggiù, quando li si contempla dalle altezze del regno dei cieli. «Beati voi, poveri, esclama Gesù, perchè il regno di Dio è vostro! Luca 6:20.

10 E il ricco [si glorii] della sua umiliazione, perchè passerà come fior d'erba.

Alcuni interpreti hanno creduto che Giacomo volesse parlare qui di ricchi non credenti, di ricchi orgogliosi, prepotenti ed anche persecutori dei fedeli, ed hanno inteso in senso ironico l'invito a gloriarsi dell'umiliazione che li attende allorchè il giudicio di Dio li spoglierà delle ricchezze di cui menano vanto e dei godimenti in cui trascorrono i giorni fugaci. Ma non è naturale sottintendere il verbo si glorii e non l'appellativo di fratello quando si tratta del ricco e, d'altronde, a che pro rivolgersi ai ricchi increduli in uno scritto destinato a dei credenti di professione? Saranno stati poco numerosi i ricchi nelle chiese giudeo-cristiane, ma come ce n'era a Gerusalemme ve ne dovevano essere nelle comunità della dispersione. L'umiliazione di cui i fratelli ricchi devono trionfare è di natura esterna e materiale; è quella che poteva, da un momento all'altro, piombar loro addosso quando la persecuzione li spogliasse dei loro beni e li riducesse alla miseria. Ad un caso simile allude l'Epistola agli Ebrei 10:34: "e accettaste con allegrezza la ruberia dei vostri beni, sapendo...". La storia della Chiesa sovrabbonda di casi analoghi. Ovvero l'umiliazione potea venire per uno dei tanti rovesci di fortuna da cui non vanno esenti i cristiani; e ad ogni modo l'umiliazione viene per tutti senza fallo, quando la morte priva d'ogni ricchezza terrena chi la possedeva. In tutti quei casi si può dire che il ricco, come tale, passa come fior d'erba, perchè la sua fiorente condizione esterna non esiste più. Il gloriarsi del cristiano ricco implica il riconoscere la vanità dei beni esterni di fronte al valore infinito dei beni spirituali; il proclamare apertamente che il possesso temporaneo della ricchezza non costituisce alcuna superiorità reale; il dimostrarlo a fatti con tutto il tenore della vita; coll'astenersi dal lusso, dall'ostentare la propria agiatezza, dal trattare come inferiore chi non l'ha, coll'uso cristiano dei beni a sostegno di ogni opera buona ecc. «Il ricco, dice Herder, sia come se non possedesse nulla e il povero come se possedesse ogni cosa. Il ricco deve vivere e sentire come se tutto quel ch'egli possedeva gli fosse già rapito». 'Dio solo, dice Filone in una sua opera, ha da essere il suo vanto e la sua suprema gloria. Non ti gloriare nè delle ricchezze nè degli onori, nè della situazione elevata, nè della bellezza corporale, nè della forza nè di alcuna cosa simile, solita a gonfiar chi non ha senno; giacché cose siffatte non hanno che fare coll'essenza del bene e poi sono soggette a rapidi mutamenti e appassiscono anche prima di fiorire'.

11 Le espressioni poetiche del v.11 sono tolte in gran parte dall'A.T. (Cfr. Giobbe 14:2; Salmi 103:15-16; Isaia 40:6). I verbi al passato danno alle parole la vivacità della descrizione di un quadro presente agli occhi dello scrittore:

Il sole s'è levato col suo calore ardente

(o: col vento infocato, che sarebbe il ben noto vento di Sud-Est proveniente dal deserto, lo scirocco),

ed ha fatto seccare l'erba; il fiore d'essa è caduto e la bellezza della sua apparenza è perita. Così anche il ricco appassirà nelle sue imprese.

Così cioè colla stessa rapidità, sogli stessi effetti di radicale mutamento esterno. Il sostantivo πορειαι, (trasformato nel Codice Alessandrino in ποριαι=averi per effetto della pronunzia itacista), è sinonimo di ὁδοι vie e accenna ai progetti, alle imprese a tutto il tener di vita fastosa dei ricchi. Tutto questo svanirà come svanisce la freschezza rigogliosa della tenera pianticella sotto l'ardore del samoum del deserto.

12 Beato l'uomo che sostiene la prova;

Col v. 12 l'autore, chiude la sezione relativa alle prove e la chiude con una esclamazione piena di conforto che ricorda la beatitudini del Cristo e quelle che s'incontrano nei Salmi. Quando si tratterà della tentazione al male, egli esorterà a resistere Giacomo 4:7; ma trattandosi di prove della fede egli proclama beato chi le sostiene con costanza e fermezza senza cedere allo scoramento, mostrando in tal guisa la sua fedeltà ed il suo amore al Signore. La ragione di questa beatitudine sta in questo:

perchè, essendosi reso approvato

(letteralmente divenuto approvato come l'oro quando è passato nel crogiuolo)

riceverà la corona della vita che il Signore ha promessa a quelli che l'amano.

La corona della vita torna a dire l'ornamento glorioso, l'onore insigne che il Gran Re conferisce a coloro che l'amano e soffrono per lui, onore che consiste nella vita eterna, perfetta e beata di cui fin da questa terra essi sperimentano di già, il valore infinito. Non si tratta di corona regale e neppure evvi allusione alle corone di lauro che i greci davano ai vincitori nelle gare 1Corinzi 9:25; 2Timoteo 4:8; l'immagine ha qui il suo senso generale di ornamento dato in segno di onore. Così in Apocalisse 2:10): «Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita» e in 1Pietro 5:4: «Quando sarà apparito il sommo Pastore, otterrete la corona della gloria che non appassisce»: La stessa idea è espressa, senza l'immagine, in 1Pietro 1:7. La certezza della ricompensa sta nella promessa del Signore. Giacomo non allude ad una parola speciale delle Scritture registrata in questa forma precisa; ma alle numerose parole dell'A.T. e del Signor Gesù in cui trovasi espressa la sostanza di questa promessa. Notevole l'importanza fondamentale qui, riconosciuta all'amore per Dio come manifestazione della fede che ha le sue radici nel cuore (Cf. Giacomo 2:5). Nel testo emendato (alef A B) è sottinteso il soggetto: il Signore che trovasi invece espresso nei Codd. C K L P, mentre la Siriaca e la Vulgata suppliscono: Dio.

AMMAESTRAMENTI

1. L'esortazione a considerar le prove come argomento di allegrezza appare al mondo come dettata dal fanatismo e non attuabile. Eppure l'autore che la dettava era un carattere equilibrato e pratico il quale poteva recare, a sostegno del suo precetto, parole analoghe del Signor Gesù e dei suoi apostoli. Più che questo, egli poteva avvalorare il precetto coll'esempio degli apostoli battuti dal Sinedrio e felici d'esser chiamati a soffrir qualcosa per il loro Salvatore, nonchè coll'esempio dei giudeo-cristiani di cui parla l'Epistola agli Ebrei 10:34. Fatto sta che la gioia nelle prove, impossibile se si giudica delle cose con criteri mondani e carnali, diventa una realtà in chi considera le prove alla luce superiore della rivelazione e dal punto di vista della loro utilità per lo sviluppo della vita spirituale. Esse ci mettono di fronte a noi medesimi quali siamo realmente colle nostre debolezze e imperfezioni; esse distruggono tutto ciò che non è reale nella nostra pietà; esse ci rivelano sempre meglio la potenza, la pazienza e l'amore del nostro Padre celeste e ci mettono in più intima comunione con Colui ch'è stato l'uomo dei dolori. Per tal modo esse rendono più cosciente e più salda la fede, accrescendo la costanza del cristiano, facendolo sempre più certo della sua elezione a salvezza. La via che lo deve condurre ad esser «perfetto e completo, di nulla mancante» non può esser nè breve, nè seminata di fiori in un mondo che giace nel male e data la tenacità delle cattive inclinazioni del cuore. Ma se ci possiamo rallegrare al pensiero che un medico competente e buono veglia sulla nostra vita fisica, tanto più lo possiamo fare al pensiero che Dio, il Padre degli spiriti, l'infallibile educatore delle anime, veglia sulla nostra vita spirituale e ci applica le cure e i rimedi necessari con sapienza infinita e con amore paterno.

2. «Se alcuno manca di sapienza...» E qual è il cristiano che non ne difetti? Si tratta non solo della capacità di considerar le prove dal lato della loro utilità spirituale, ma si tratta, per il discepolo di Cristo, di saper regolare la sua condotta intera, nelle piccole cose come nelle grandi, secondo la volontà di Dio. Si tratta di discernere questa volontà nelle svariate circostanze della vita individuale per approfittar delle occasioni e spendere tutte le forze, e far valere tutti i talenti nel modo migliore; si tratta di discernerla, e di metterla in pratica nell'ambito della famiglia, come figli, come sposi, come genitori chiamati a educare la prole cristianamente; si tratta di comprendere e tradurre in atto i doveri che abbiamo come membri della chiesa di Cristo e come cittadini di una patria terrena e ciò in mezzo al tumulto delle dottrine più opposte e allo scatenarsi delle passioni.

È di sommo conforto al credente l'invito a chiedere a Dio la sapienza di cui abbiam necessità e son preziosi gl'incoraggiamenti di Giacomo alla preghiera: Dio è il donatore d'ogni "buona donazione e d'ogni dono perfetto"; egli dona a tutti; egli dona con animo generoso e non umilia chi chiede. È lui che gradì ed esaudì la preghiera del giovane Salomone riempiendolo di sapienza; è lui che la diede a Giuseppe, a Mosè, a Daniele; che secondo la promessa di Cristo, dette a tanti martiri una parola e una sapienza alle quali non potevano contrastare tutti i loro avversari» Luca 21:15. A tutti quelli che lo chiedono Dio è disposto a dare il suo Spirito di sapienza.

3. La preghiera è la condizione richiesta per attingere alla sorgente celeste ch'è l'amor del Padre. Essa è che stabilisce la sola relazione possibile, nel dominio spirituale, fra Colui che da e colui che riceve. Essa consiste essenzialmente nella disposizione a rivolgerci a Dio, procedente così dal sentimento della nostra indigenza come dall'intima certezza che Dio solo può sopperirvi; essa è il sospiro ardente d'un'anima affamata e assetata che si volge a Dio. Un tale atto, però, non merita il nome di preghiera se non in quanto esprime quel che v'ha di più intimo in fondo all'anima nostra. La fiducia in Dio è perciò la disposizione essenziale da cui deve emanare la preghiera. Ma siccome la preghiera è l'eco della vita, se l'animo è diviso tra il mondo e Dio, anche la preghiera sarà mancante di sincerità, di ardore, di fede, tale da non poter esser esaudita. Essa dev'esser invece l'eco d'una vita orientata interamente verso Dio. Chi ci darà la fede necessaria alla preghiera efficace? L'Iddio che esaudì il grido angosciato di un padre: "Credo Signore, ma sovvieni alla mia incredulità" Marco 9:17-27 (Da Neander).

4. «Tu, povero, che cosa sei colla tua povertà, colle tue fatiche, le tue privazioni, le tue ansietà, le tue umiliazioni, la tua dipendenza, colla tua dimora fredda e nuda? E tu ricco, colla tua ricchezza, la tua influenza, le tue distinzioni, i tuoi piaceri, le tue feste e la tua dimora opulenta? In verità non siete nè superiori nè inferiori l'uno all'altro poichè quel che vi distingue non è che un'apparenza. Palazzo o capanna, cenci o manto di porpora, un soffio più potente del vento del deserto sta per portar via ogni cosa. Riguardate in alto, a quel che non muta e non appassisce, alle cose invisibili, alle non lontane realtà, a ciò che costituisce la gloria dell'uno e dell'altro.

«Sono queste, si dice, delle verità banali, dei luoghi comuni. Sarà, ma queste verità che pretendiamo conoscere sono troppo spesso assenti dai nostri pensieri e le dimentichiamo volentieri, poco le sentiamo e non le viviamo. Ad ogni modo, ricordiamoci ch'esse sono verità eterne, non d'un'epoca nè d'un paese, ma di tutti i tempi e di tutti i luoghi, il ritrovo di tutti gli spiriti, gli ospiti di tutte le coscienze, il patrimonio comune, il frumento che da il pane universale dell'umanità» (F. Chapuis).

«Perchè soffre la nostra società moderna d'un malessere che si va aggravando? Non è egli a causa dei cattivi poveri e dei cattivi ricchi? L'egoismo, l'indifferenza, il lusso degli uni eccita del continuo l'invidia, la, concupiscenza, l'odio degli altri. E così si scava sempre più l'abisso tra coloro che dovrebbero incontrarsi e sostenersi a vicenda... Com'è terribile la ruina e la morte del cattivo, ricco! Essersi creduto possessore di grandi averi e vedersi precipitato d'un tratto nella più squallida miseria, che spaventevol sorte! E d'altra parte, infelici coloro che sono in miseria ad un tempo materiale e morale! Sono i più sfortunati di tutti gli uomini. Son due volte poveri! Nessun compenso glorioso alla lor miseria e alle loro privazioni, poichè costretti a soffrir le angoscie dell'indigenza, il loro cuore non possiede le speranze è le consolazioni dell'Evangelo!» (P. Borel).

13 B) Giacomo 1:13-18. Le tentazioni

Nella sezione Giacomo 1:2-12, l'autore ha mostrato qual dev'esser la vita interiore del cristiano nella lotta contro gli assalti del di fuori, cioè contro alle tribolazioni. Ora egli mostra, in una seconda sezione quale ha da essere la nostra vita interiore nella lotta contro gli attacchi del di dentro, cioè contro alle passioni e alle concupiscenze. Il nesso tra le due Sezioni sta non solo nel fatto che le tribolazioni colle quali è provata la fede del cristiano possono essere occasione di tentazioni vere e proprio; ma sta nel fatto che il greco ha una parola sola ( πειρασμοι) per indicare le "prove" destinate a irrobustire la fede e le "tentazioni" che mirano a farli cadere nel peccato. Vedi la nota a Giacomo 1:2. Le prove sono le tribolazioni esterne di natura diversa per le quali la Provvidenza fa passare i fedeli per il loro bene spirituale: le tentazioni sono gli incitamenti, le istigazioni al male che vengono dall'interno di noi medesimi e che ci sorprendono, non soltanto quando attraversiamo circostanze dolorose, ma più spesso quando viviamo sicuri e tranquilli. Davide fu assalito dalla tentazione all'adulterio, non quando era perseguitato, ma quando se ne stava nel suo palazzo di Gerusalemme. Nelle prove il cristiano può trovare argomento d'allegrezza; non così nelle tentazioni dalle quali dobbiam pregare Dio di tenerci lontani Matteo 6:13; Luca 22:40.

La sostanza della Sez. Giacomo 1:13-18 è così espressa dal Ropes: «Quando siete tentati non cercate di scusarvi col dire che le tentazioni procedono da Dio. Esse vengono dalle male passioni dell'uomo. Dio non ci manda se non dei buoni doni, giacche siamo suoi figli e le primizie della sua creazione».

Nessuno, quand'è tentato, dica: Io son tentato da Dio;

Giacomo non allude qui ad alcuna dottrina formulata a quel modo da una scuola filosofica o da una setta religiosa; ma semplicemente alla tendenza universale del cuore umano ad attenuare le proprie colpe riversandone la responsabilità, almeno in parte, sopra Dio. Così fece Adamo nell'Eden gettando sopra la compagna che Dio gli avea dato la colpa della propria disubbidienza e noi, troppo volentieri, l'imitiamo. Due ragioni strettamente connesse adduce l'autore in sostegno della sua esortazione:

perchè Dio non può esser tentato dal male (lett. da mali, cioè da alcun male) ed Egli stesso non tenta alcuno.

La santità di Dio è così perfetta ed assoluta che il male non può toccarlo; anzi l'idea della possibilità del male in Dio è la negazione della nozione stessa di Dio. "Dio è luce e non vi sono in lui tenebre di sorta" 1Giovanni 1:5.

14 Essendo Egli l'autore di ogni bene e il nemico di ogni male, come potrebbe istigare al male le sue creature? D'onde viene dunque la tentazione? Giacomo risponde: dall'uomo.

Ma ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo adesca.

La genesi, lo sviluppo e le funeste conseguenze del peccato sono descritte da Giacomo in brevi tratti resi più vividi da una serie di personificazioni. Senza ricercare l'origine prima del male nel mondo, egli parte dal fatto innegabile dell'esistenza della concupiscenza nell'uomo e in essa scorge la sorgente prima del peccato. Il desiderio in sè, quando sia regolato dalla volontà di Dio, norma suprema del bene, non è un male; ma quando si volge a quel che Dio ha proibito e prende carattere di appetito sregolato e sfrenato, diventa concupiscenza ( επιθυμια), parola che, nella Scrittura, è usata in senso cattivo. La concupiscenza è già peccato allo stato d'inclinazione, di tendenza, di natura viziata; e come tale la considera Paolo in Romani 7; ma non è ancora il peccato tradotto in atto concreto e visibile ch'è il senso in cui Giacomo parla qui del peccato. La concupiscenza è da lui assimilata ad una mala femmina che cerca di trarre al male colle sue arti il giovane incauto (Cfr. Proverbi 5; 7). Così essa trae la volontà dell'uomo ad acconsentire ai suoi appetiti e la mala passione vien prendendo forma definita nel cuore finchè si traduce alla fine in atto concreto.

15 È la concupiscenza che diventa incinta e poi partorisce il peccato.

Poi la concupiscenza, avendo concepitovi partorisce il peccato; e il peccato, quand'è compiuto, produce la morte.

L'amartia (il peccato, che in greco è femminile) figlia della concupiscenza, una volta giunta al suo pieno sviluppo, diventa madre a sua volta e partorisce la morte ch'è così rappresentata come la conseguenza naturale e necessaria della trasgressione della legge. Non c'è ragione per limitare qui il senso della parola morte che il N.T. applica:

1° alla morte "spirituale", separazione dell'uomo da Dio e conseguente paralisi dell'anima: "Lascia i morti seppellire i lor morti"; "Eravate morti nei vostri falli e nei vostri peccati" Luca 9:60; Efesini 2:1; 1Timoteo 5:6;

2° alla morte "fisica", separazione dell'anima dal corpo Ebrei 9:27; Ecclesiaste 12:9 ecc.;

3° alla morte eterna detta anche morte seconda e ch'è l'opposto della vita di Giacomo 1:12.

In tutti quei sensi «la morte è il salario del peccato» Romani 6:23, cioè la giusta punizione di esso. Potrebbe mai Dio tentar la sua creatura a commettere il peccato che la conduce, alla sua perdizione?

16 Non errate, fratelli miei diletti.

Il credere che la spinta al male venga da Dio sarebbe un errore grave dal quale i lettori non devono lasciarsi sedurre. Il tono ad un tempo stringente ed affettuoso di Giacomo lascia intendere ch'egli combattesse tendenze funeste costatate nei suoi lettori. Lungi dall'attribuire a Dio l'istigazione al male, essi devono riguardare a lui come alla fonte d'ogni bene.

17 Ogni donazione buona e ogni dono perfetto vengon dall'alto, discendendo dal Padre degli astri luminosi.

Non il male, che procede dall'uomo, ma il bene, ma ogni bene viene dall'alto cioè dal Dio sovrano di tutte le cose. Non è facile distinguere fra δοσις (dono) e δωρημα (presente generoso e spontaneo). Il primo è stato reso nelle versioni francesi "grazia eccellente". L'agg. τελειον caratterizza il dono come moralmente perfetto. Da Dio non posson venire che doni di quella specie. E poichè la luce è il simbolo più perfetto della verità e del bene morale, mentre le tenebre sono il simbolo del male, lo scrittore chiama Dio il Padre delle luci, volendo con ciò significare ch'egli è il creatore degli astri che brillano nel firmamento. In Giobbe 38:28-29 Dio è presentato come il "padre" della pioggia, come colui che genera le gocce della rugiada, che dà alla luce il ghiaccio. I grandi luminari posti da Dio nel cielo son chiamati nella versione greca di Salmi 136:7 delle "luci" ( φωτα) come qui. L'Iddio che è il creator della luce fisica e il formatore dei grandi ed innumerevoli astri lucenti è del pari l'autore di ogni luce intellettuale e morale. Dio è luce e dator di luce. V'è però tra gli astri del cielo e il loro Creatore una differenza: la loro luce è soggetta a variazioni e ad intermittenze; non così il Padre d'ogni luce;

presso il quale non c'è variazione nè ombra prodotta da rivolgimento.

Il linguaggio di Giacomo non è quello tecnico dell'astronomia, ma quello delle apparenze. La luna ha le sue fasi, le sue variazioni; il sole nasce, splende appieno al mezzodì, poi tramonta e le ombre della notte coprono la terra. Quegli astri hanno le loro ecclissi e così le costellazioni; mutano posto per noi. Non così Dio che è immutabile nella sua bontà. «Dio, fonte di verità, Sole di grazia non dipende come il sole della natura dalle leggi di un creatore. Brilla sempre di un medesimo splendore, è sempre lo stesso, sempre perfetto, sempre indipendente, sempre, degno della fiducia e dell'amore delle sue creature» (Cellerier). «Non ha come noi le sue alternative di luce e di tenebre, i suoi accessi di benevolenza e d'indifferenza, i suoi tempi di aiuto e di abbandono, le sue fasi di zelo e di languore. Egli è immutabile» Ebrei 13:8; Malachia 3:6; cfr. Isaia 60:19-20.

18 A confermare che da Dio non procede che bene Giacomo ricorda un fatto d'esperienza personale per tutti i suoi fratelli. Dio, dopo aver dato loro la vita, ha fatto loro un altro gran dono: li ha rigenerati a vita nuova.

Egli ci ha di sua volontà generati mediante la parola di verità affinchè siamo in certo modo le primizie delle sue creature.

L'autore non parla dell'umanità in genere, creata da Dio, e neppure del popolo d'Israele che Dio si è formato per un fine speciale; ma il suo ci, si riferisce ai cristiani tutti. Sono stati generati da Dio, s'intende: a vita; nuova. Il termine usato ( αποκυεω) non è quello solito col quale gli scrittori del N.T. esprimono il fatto della rigenerazione ( αναγενναν e derivati) 1Pietro 1:3,23. Mette in rilievo l'idea che Dio è il nostro padre. D'altronde l'esser "generati" accenna a quel rinnovamento morale che altrove è chiamato un "esser nati da Dio" 1Giovanni 3:9, un esser "nati dall'alto" Giovanni 3:3; una "paligenesi", un "rinnovamento dello Spirito Santo" Tito 3:5. Questo dono Dio l'ha concesso per un atto determinato della, sua volontà, il che, implica un disegno e un disegno misericordioso. Disegno ed esecuzione procedono da Dio. Il mezzo adoperato da lui per crear la vita nuova nel cuore è la parola di verità cioè l'Evangelo della salvazione in cui sono rivelati chiaramente i piani di Dio riguardo all'umanità perduta. Cfr. 1Pietro 1:23-25: "E questa è la Parola della Buona Novella che vi è stata annunziata". Appunto perchè la conoscenza della verità è il mezzo di crear la fede, Dio ha provveduto a che l'evangelo fosse predicato ad ogni creatura in tutto il mondo Marco 16:15. Giacomo chiama primizie le prime comunità di credenti, con figura ben nota agli Ebrei. Le primizie erano i primi frutti maturi degli alberi, le prime spighe della messe, i primi parti dei greggi e degli armenti e dovevano esser consacrati all'Eterno in riconoscimento dei suoi larghi doni. Così le comunità cristiane erano i primi frutti della seminagione evangelica, arra della gran messe di una umanità rinnovata. Più che questo, essi dovevano esser le primizie delle creature tutte di Dio. Da essi la vita nuova dovea spandersi lontano finchè il mondo intero, l'uomo e le altre creature, penetrato da quel principio divino, fosse trasformato in modo da apparire una nuova creazione.

AMMAESTRAMENTI

1. La prava tendenza nell'uomo a rigettar su Dio la colpa delle proprie trasgressioni e ad accusar d'ingiustizia la sentenza che condanna il peccatore, è universale e riveste svariate forme. Presso gli uni, ha forma di teoria filosofica, quando, per es. nella teoria dell'evoluzione, si viene a considerare il male come un gradino necessario predisposto da Dio, e per conseguenza innocente, nell'ascensione dell'uomo. Presso altri la tendenza si rivela coll'addossare ogni colpa al temperamento, all'ambiente, all'eredità. Ora, che l'ambiente in cui uno cresce, e l'eredità che porta con sè siano delle attennanti delle colpe dell'individuo è cosa vera, riconosciuta dalle San Scritture; ma che l'attenuante sopprima la colpa e faccia del delinquente un povero malato è cosa che contraddice alla coscienza universale ed a quella stessa del peccatore. Come spiegare il rimorso, il senso d'indegnità di gran parte dei colpevoli? Il pentimento che nobilita l'uomo sarebbe egli segno d'inferiorità? Gesù che ama il peccatore, ma condanna energicamente il peccato e soffre e muore per affrancarne gli uomini, avrebbe egli fatto opera inutile, basata sull'errore.

2. Quanto più sublime e perfetta la nozione di Dio quale ci è data dal cristianesimo in confronto colle nozioni date dal paganesimo ove gli dei sono soggetti alle passioni umane, tentatori e colpevoli al par degli uomini! Qui invece Dio non può esser tentato dal male, non tenta alcuno, è il Donatore d'ogni cosa buona, il Padre degli astri luminosi, l'Iddio ch'è luce e in cui non sono tenebre, l'Iddio immutabile, l'Iddio salvatore che crea la vita nuova in chi riceve la parola del Vangelo. Tutto in lui è perfezione e trae l'anima all'adorazione, alla fiducia e all'amore.

3. Considerando la genesi dell'atto individuale peccaminoso, Giacomo nota tre stadi: la concupiscenza che nel suo lavorio interno trae a sè la volontà dell'uomo, poi l'atto concreto del peccato, e infine le sue funeste conseguenze riassunte nella parola morte, decretata dalla giustizia di Dio che altrimenti sarebbe complice del peccato. Tale sviluppo è pienamente conforme all'esperienza di ognuno di noi e ne deriva l'avvertimento: "principiis obsta", l'avvertimento a custodire il cuore sopra ogni cosa perchè da esso procedono le fonti della vita ed anche le fonti della morte. Ne risulta pure la necessità del rinnovamento del cuore per la potenza dello Spirito di Dio. "O Dio, crea in me un cuor puro".

4. L'epistola di San Giacomo non è di natura dottrinale; ma pure nei brevi cenni che abbiamo in Giacomo 1:13-18, quale ricchezza di dottrina su Dio, sul peccato, sulla vita nuova che procede dalla volontà e dalla bontà paterna di Dio, si effettua mediante la conoscenza della verità evangelica, come attesta l'esperienza dei secoli, ed è destinata nel piano di Dio ad estendere i suoi benefici alla intera creazione terrestre, la quale "sarà anch'ella liberata dalla servitù della corruzione, per entrare nella gloriosa libertà dei figliuoli di Dio"! Romani 8:21.

19 §2. Giacomo 1:19-27. DELL'UDIRE E DEL METTERE IN PRATICA LA PAROLA

Il paragrafo si connette colla fine del precedente. Rigenerati come sono dalla Parola della Verità, i credenti devono esser pronti, più che a parlare e a condannare gli altri, ad ascoltare con docilità quella parola salutare; ma non ad ascoltarla solamente, bensì a metterla in pratica; poichè vana è la religione di chi non tiene a freno la propria lingua e non pratica la misericordia e la santità.

Questo lo sapete, fratelli miei diletti;

La lezione dei quattro codici maggiori (alef A B C) accettata nelle edizioni critiche del testo, porta, invece di ὡστε (talchè) del testo ordinario, ιστε voi sapete e s'intende: questo fatto dell'esser stati da Dio generati a vita nuova mediante la Parola della verità, voi lo conoscete tutti per esperienza come io che sono vostro fratello lo conosco. Si tratta ora di tenere una condotta che risponda a cotesta vostra conoscenza. Il greco si potrebbe anche tradurre: Sappiate e si dovrebbe riferire a quel che segue; ma il vero imperativo sta nel sia ogni uomo... Cfr. Efesini 5:5; Ebrei 12:17.

ma sia ogni uomo pronto ad ascoltare, tardo al parlare, lento all'ira;

La rigenerazione mediante la Parola di Dio non è che l'inizio della vita nuova, la quale come ogni vita, per svilupparsi ha bisogno d'esser alimentata. 1Pietro 2:2 dice: «Come bambini pur ora nati, appetite il puro latte spirituale onde per esso cresciate per la salvezza...» E Giacomo esorta i suoi fratelli ad esser pronti ad ascoltare. Che cosa? Stando al contesto immediato di Giacomo 1:18: la "parola della verità", di Giacomo 1:21: la "parola ch'è stata piantata" nei lettori e di Giacomo 1:22 e seguenti: l'esser non uditore soltanto, ma facitore della Parola, si deve rispondere che Giacomo intende esortare i fratelli tutti (ogni uomo) ad esser pronto ad ascoltar sempre di nuovo la Parola della verità che, dopo essere stata il seme della nuova vita, ne dev'esser l'alimento continuo il latte che si confà ai bambini, il cibo sodo richiesto dagli uomini fatti spiritualmente. Il tardo a parlare non mira a chiuder la bocca a chi sente il bisogno di narrare le grandi cose concessegli da Dio; una tale testimonianza è un dovere cristiano; mira piuttosto a frenare la smania di chi vuol farla da maestro agli altri. I neofiti giudei erano per atavismo proclivi a far sentire la loro superiorità in fatto di conoscenza religiosa sui pagani. Erano, da Giudei, avvezzi a chiamarsi "guida dei ciechi, luce di quelli che son nelle tenebre, educatori degli scempi, maestri dei fanciulli..." Romani 2:17-23; e in Giacomo 3:1 l'autore ammonisce i suoi fratelli così: "non siate molti a far da maestri...", il che dimostra come fosse tenace il difetto anche nei convertiti; e non è questo, d'altronde, un difetto dei soli neofiti giudeo-cristiani. Il precetto del mostrarsi lento all'ira potrebbe come i due precedenti intendersi in senso affatto generico, senza riferenza speciale al contesto; sarebbero sempre dei buoni consigli morali; ma non si vede perchè sarebbero stati inseriti proprio qui. Inteso in connessione colla smania del parlare senz'aver prima ascoltato attentamente e praticato assiduamente la Parola di Dio, questo precetto mira a correggere l'impazienza, la carnale irritazione che s'impadronisce facilmente di chi non vede la sua parola subito ricevuta e incontra diffidenze, obiezioni e opposizioni talvolta acerbe, che attribuisce a caparbietà, a malvagità ecc.; ed alle quali risponde con sentimenti e parole d'ira. Invece di fare opera buona, questi irosi parlatori fanno il contrario.

20 perchè l'ira dell'uomo non compie quel ch'è giusto agli occhi di Dio.

Dice letteralmente non opera la giustizia di Dio e s'intende: la giustizia ordinata e approvata da Dio, in altri termini: il bene che Dio comanda all'uomo di praticare Atti 10:35. L'ira dell'uomo fa del male a chi la nutre nel proprio cuore e non può far del bene a chi ne è l'oggetto. Predicar con ira l'amor di Dio e l'amor del prossimo, sia pur coll'intenzione di servire a Dio, non può dar buoni frutti. «Chi è savio e intelligente fra voi? dice in Giacomo 3:13-14, mostri con la buona condotta le sue opere in mansuetudine di sapienza. Ma se avete nel cuor vostro dell'invidia amara (o: dello zelo amaro) e uno spirito di contenzione, non vi gloriate...; dove sono invidia e contenzione quivi è disordine ed ogni mala azione»; ch'è quanto dire l'opposto di quella giustizia ch'è, la caratteristica del regno di Dio.

21 Perciò, sbarazzandovi d'ogni lordura e d'ogni ingombro di malizia, ricevete con mansuetudine la Parola ch'è stata piantata in voi.

Il perciò si connette col fatto che l'ira non compie il bene voluto da Dio, come pure col dovere di esser pronti ad udire. Per accogliere. come si deve la Parola, è anzi tutto necessario sbarazzare il cuore di tutto quello ch'è lordura ed ingombro e che impedirebbe alla Parola di penetrare e di fruttificare. Un concetto analogo è espresso in 1Pietro 2:1-2; ma le espressioni qui usate offrono qualche difficoltà, specialmente la parola περισσεια che abbiamo tradotta ingombro ma che vale di solito "abbondanza" Romani 5:17, "superfluità". Il considerarla come equivalente a περισσευμα (resto, avanzo) di Marco 8:8, riferendola ai residui di malizia rimasti nel credente, darebbe un senso piano, ma non si può giustificare con alcun esempio. Il renderla "abbondanza di..." lascia supporre che una moderata quantità di malizia sia cosa tollerabile, il che di certo non rappresenta il pensiero di San Giacomo. Tradotto così, il senso non potrebbe esser che questo: "e la malizia che abbonda nel cuore". L'immagine che pare sia presente alla mente dello scrittore è quella stessa di cui Gesù si è servito nella parabola del Seminatore ove il cuore dell'uditore è raffigurato d'al terreno su cui cade la semenza: c'è il terreno duro, il leggero, e c'è anche il terreno impuro ed ingombro di radici di rovi che non permettono al seme di portar frutto. Solo nel buon terreno, sgombro di ogni impurità, di ogni radice cattiva, il seme porta fino al cento per uno. Le inclinazioni peccaminose tollerate sono la lordura; la malizia o malignità, specie verso il prossimo, è la superfluità o l'ingombro che va tolto dal cuore per far posto al seme divino. Filone chiama περισσαι i rami superflui, che ingombran l'albero e vanno potati. Nettato così il cuore, si può ricevere la Parola. La disposizione con cui si deve accoglier sempre, ogni volta che ci è presentata per mezzo dei ministri del vangelo o dei loro scritti, è la mitezza ( πραυτης) che non va ristretta all'assenza di sentimenti irosi ed ostili verso il prossimo, ma sembra accennare alla docilità dell'animo raccolto che dice a Dio: "Parla, Signore, il tuo servitore ascolta". Ricevuta in tal modo, la Parola della vita ch'è stata di già piantata nel credente e lo ha rigenerato, potrà compiere appieno l'opera sua di santificazione progressiva, giacchè la salvazione delle anime non è compiuta finchè non siano giunte alla perfezione. La virtù santificatrice della verità divina è espressa da Giacomo nelle parole:

e che può salvare le anime vostre.

Gesù l'espresse Giovanni 17:17; Cfr. Romani 1:16.

22 Ma siate facitori della Parola e non soltanto uditori, illudendo voi stessi.

Non basta udire, non basta ricevere la Parola della verità; perch'essa compia l'opera sua bisogna tradurla in pratica nella vita. È questa la nota fondamentale dell'Epistola, rivolta com'è a dei, cristiani che si contentavano della professione della fede, illudendosi che questo bastasse. Il verbo tradotto illudendo vale propriamente "ragionare, trarre delle conclusioni, accanto alla verità", cioè contrarie ad essa e così: ingannare (Cfr. Galati 6:3-4). «L'espressione dell'apostolo, dice Cellerier, energica e concisa, li presenta ad un tempo come ingannatori e ingannati. Essa dipinge con verità l'uomo che cerca di addormentar la propria coscienza, per darsi in pace al peccato». Si sente nella insistente esortazione di Giacomo l'eco delle parole del Maestro: «Chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo avveduto... ecc.» Matteo 7:24-27; Luca 8:21; 11:28. L'espressione: "facitori della Parola", "far la Parola" sono ebraismi di cui però è chiaro il senso (Cfr. Romani 2:13).

23 Perchè se uno è uditore della Parola e non facitore, è simile a un uomo che mira la sua faccia naturale in uno specchio; e quando s'è mirato se ne va e subito dimentica qual era.

L'aver veduto riflesso nella lastra metallica pulita ch'era lo specchio degli antichi, il proprio volto quale glielo ha dato la natura, non serve a nulla, se l'uomo che ha costatato le sozzure da lavare, il disordine da eliminare, se ne va, dimentica tutto, e non fa niente di ciò che lo specchio gli ha mostrato doversi fare. Così, a nulla serve l'aver udito la Parola che, a guisa di specchio, rivela all'uomo la sua figura morale: i peccati che han da esser perdonati, i difetti che han da essere eliminati, le virtù che devonsi acquistare, se poi chi ha conosciuta la verità non cerca il perdono presso Colui che lo può dare, non combatte le cattive inclinazioni, non abbandona i peccati conosciuti, non lotta per rivestire le virtù cristiane, in breve, non mette in opera quello che la Parola di Dio comanda. Chi si conduce in modo così poco serio, è simile all'uomo stolto che ha edificato la casa sulla rena.

25 Ma chi riguarda bene addentro nella legge perfetta ch'è la legge della libertà e vi riguarda con perseveranza.

Il verbo παρακυπτω contiene l'immagine di uno che si curva per riguardare bene una cosa Luca 24:12; Giovanni 20:5; 1Pietro 1:12, come fa ad es. chi si curva sullo specchio, posto dagli antichi orizzontalmente, per, veder bene il proprio volto. C'è l'idea del prender accurata conoscenza della legge divina, del "meditarla giorno e notte" come dice Salmi 1, per ben comprenderne il senso e la portata, e per metterla in pratica nella propria vita. A tal fine, non basta una guardata fugace e superficiale, ma è necessario chinarsi e rimanere quivi a riguardare a lungo (Cfr. Filippesi 1:25; Ebrei 7:23). San Giacomo chiama legge perfetta l'evangelo considerato nel suo contenuto morale. La norma della vita quale è presentata nel vangelo comprende quanto vi era di generale e di permanente nella legge mosaica. In Giacomo 2:8-12, si parla della "legge regale" dell'amor del prossimo, e dei comandamenti del decalogo. Gesù non ha abolito la legge mosaica, ma ne ha realizzati i simboli e ne ha perfezionato e spiritualizzata i precetti morali Matteo 5:17. La legge evangelica è quindi quel che di più completo, di più perfetto si può concepire in fatto di morale. È caratterizzata ancora come legge della libertà (cfr. Giacomo 2:12), due termini che sembrano escludersi a vicenda, poichè chi dice "legge" limita la libertà. Così avviene delle leggi imposte all'uomo dal di fuori. Ma nel caso del cristiano ch'è stato affrancato dalla condannazione mediante l'opera di Cristo, ch'è stato liberato dalla paura della morte e del giudicio, che non è più schiavo ma figlio, che è stato rigenerato a vita nuova da Dio e liberato dal giogo del peccato, la volontà di Dio non è più un giogo che gli è imposto, ma una norma di vita scritta nel suo cuore, norma ch'egli segue volontariamente, liberamente, con gioia, mosso dall'amore riconoscente. Perciò è "la legge della libertà", osservando la quale uno si sente libero; e se uno tien lo sguardo fisso in essa,

questi, non essendo un uditore dimentichevole ma facitore dell'opera che la legge prescrive, sarà beato nel suo operare.

«Il cristiano trova la sua felicità nel fare quel che Dio comanda, perchè questo suo modo di operare è la libera espressione dell'unione intima che esiste tra lui e l'Iddio suo e gliene dà il dolce e profondo sentimento» (Kern).

26 Se uno pensa d'esser religioso e non tiene a freno la sua lingua ma seduce il cuor suo, la religione di quel tale è vana.

I due ultimi versetti del capitolo ribadiscono, sotto forma d'esempi particolari suggeriti a San Giacomo dallo stato morale delle chiese, la verità generale della necessità di mettere in pratica la Parola. Dove manca l'ubbidienza della vita le pratiche religiose sono inutili. Non sono accette a Dio se non quando sono accompagnate dalle opere dell'amore e dalla santificazione personale. La parola θρησκος (religioso) usata dall'autore non s'incontra altrove nel N.T. ( θρησκια, religione, solo Colossesi 2:18; Atti 26:5) e designa lo zelante e diligente osservatore delle pratiche religiose, quali sono la partecipazione al culto di Dio, la preghiera, i riti, le elemosine ecc. Chi si figurasse d'esser religioso nel modo ch'è grato a Dio, perchè non trascura le forme esterne, rituali, della religione, mentre poi non si cura dell'ubbidienza morale e, a mo' d'esempio, non tiene a freno la propria lingua, ma lascia ch'essa serva alla menzogna, alla maldicenza, ai giudizi maligni, alla calunnia, all'insulto, alla leggerezza, alla disonestà (cfr. Giacomo 3:1-18), seduce il cuor suo cercando di persuadersi che bastano le forme, figurandosi che le parole sono cosa di poca importanza mentre esse sono invece l'indice dello stato del cuore. Una religione siffatta ch'è più di apparenza che di realtà, che non scende nel cuore, che non abbraccia la vita intera, che accoppia una condotta peccaminosa a delle pratiche di culto, è vana, è esosa che non raggiunge il suo fine, che non unisce l'anima a Dio, che non onora Dio e non dà all'anima nè pace, nè felicità.

27 La religione pura e immacolata dinanzi a Dio e Padre è questa:

La religione delle forme può essere ammirata dagli uomini che guardano alle apparenze; ma se va unita al peccato essa appare macchiata e impura agli occhi di Dio che guarda al cuore ed alla vita. Invece, la religione che dinanzi a Dio è pura e senza macchia d'ipocrisia, non rinnega già le forme esterne, ma non ne fa la cosa principale; anzi la sua essenza è spirituale e morale; in essa la fede si manifesta nelle opere della carità e della santità. Le prime sono rappresentate qui dal:

visitar gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni.

Gli orfani e le vedove essendo rimasti privi del loro naturale protettore umano, sono particolarmente esposti alle sopraffazioni ed alle ingiustizie degli uomini rapaci e senza cuore; talchè al dolore profondo cagionato dalla morte, s'aggiungono le afflizioni inflitte dalla malvagità o dall'indifferenza umane. Perciò nella legge e nei profeti sono frequenti le raccomandazioni relative a quelle persone derelitte Deuteronomio 27:19; 14:29; Isaia 1:17; Geremia 7:6. I cristiani che hanno conosciuto l'amor di Dio rivelatosi come il loro Padre devono, con maggior ragione dei credenti antichi, sentirsi spinti dall'amore, non solo ad astenersi dall'opprimere, l'orfano e la vedova, ma a visitarli nelle loro afflizioni per recar loro le consolazioni, la protezione, gli aiuti di cui possono aver bisogno. Il visitare esprime la simpatia cristiana assai meglio che non il soccorrere da lontano.

L'attività santa ch'è uno degli elementi della religione che Dio gradisce è rappresentata nel v. 27 dalle parole:

e conservarsi puri dal mondo.

Siccome la parola greca ασπιλος vale propriamente "senza macchia", "senza difetto", molti traducono addirittura: conservarsi puri dalle contaminazioni (o dalle sozzure) del mondo. Cfr. 1Timoteo 6:14; Efesini 5:27. Il mondo è la creazione terrestre, in ispecie l'umanità, in quanto essa è separata da Dio e vive sotto l'impero di Satana, il "principe di questo mondo". San Giovanni considera il mondo come dominato dalla concupiscenza della carne, dalla concupiscenza degli occhi e dall'orgoglio della vita. Il credente è stato generato a nuova vita e non appartiene più al mondo alieno da Dio; ma finchè vive sulla terra non è chiamato a separarsi materialmente dalla società per ritirarsi nelle solitudini; anzi deve far risplender tra gli uomini la luce delle sue buone opere; dev'essere il sale della terra, il lievito che agisce nella pasta. A questo fine, però, deve conservarsi puri dal mondo, cioè non lasciarsi contaminare dal peccato che regna in esso. "Non ti prego, dice Gesù nella sua preghiera sacerdotale, che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Santificali colla verità; la tua parola è verità" Giovanni 17:15-17. Per un verso è dunque Dio che conserva puri i suoi, ma non lo fa senza ch'essi stessi siano suoi collaboratori cogli sforzi onesti della loro volontà e della loro vigilanza 1Timoteo 5:22.

AMMAESTRAMENTI

1. Il § esalta l'eccellenza, sotto molteplici aspetti, della Parola del vangelo. Già in Giacomo 1:18 era chiamata la "parola della verità" perchè rivelazione della verità assoluta. "La legge, dice Giovanni, è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo". Essa è il mezzo di cui Dio si serve per generare a vita nuova di pentimento, di fede e di amore i credenti. Non sol questo ma, piantata nei cuori come seme di vita, essa ha la potenza di salvare appieno le anime, poich'essa è il mezzo che Dio adopera per «insegnare, riprendere, correggere, educare alla giustizia, affinchè l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni buona opera» 2Timoteo 3:16-17. Essa è lo specchio che rivela all'uomo ad un tempo le sue lacune, le sue brutture e l'ideale sublime al quale è chiamato, ideale ch'essa ci addita nella figura perfetta di Cristo. Perciò, San Giacomo, considerando la rivelazione evangelica sotto l'aspetto suo di norma della vita cristiana, la chiama "legge perfetta" e "legge della libertà", perchè scritta com'è nei cuori rinnovati dallo Spirito, essa è spontaneamente, volontariamente osservata sotto la spinta interna dell'amore. A misura che l'uomo se l'assimila, egli gusta la libertà dei figliuoli di Dio.

2. Di fronte a tante eccellenze della Parola di Dio, qual è l'atteggiamento che si addice ai cristiani? Anzitutto, siano "pronti ad ascoltare" la Parola, sia che venga predicata dai ministri di essa, sia che si presenti sotto forma di libro nelle pagine ispirate della Scrittura. Essa è potente da salvare le anime nostre. «Questo magnifico encomio, nota Calvino, si aggiunge qui affinchè impariamo a ricercare, ad amare, a magnificare quella Parola a guisa di tesoro incomparabile. C'è in questo un pungente stimolo atto a castigare la nostra ignavia».

Accolta una prima volta nel cuore, agli inizi della nostra vita spirituale, allorchè ella ci rivelò il nostro peccato e la via della salvezza in Cristo, la Parola ha da esser ricevuta del continuo con mite docilità di figli ubbidienti, in cuori sgombri di malignità e di sozzura, affinchè vi produca tutti i suoi effetti santificanti. Questo implica ch'essa è l'oggetto costante dello studio e della meditazione del cristiano al quale fornisce il latte o il cibo sodo di cui ha bisogno, a seconda del suo sviluppo spirituale. Ahimè! quanti somigliano all'uomo che getta uno sguardo. fuggevole e distratto sullo specchio e corre via dimenticando nel turbinio delle passioni gl'insegnamenti della Parola di verità! Quanto rari coloro che ricordano l'uomo chino sulla legge perfetta per scrutarne le profondità! Nulla lo distrae, egli è assorto in una contemplazione che incatena mente e cuore, in una visione della verità ch'ei non dimentica, che lo segue nella vita giornaliera, individuale, di famiglia, di società, e la trasforma tutta quanta. Con ciò abbiamo accennato al dovere capitale di mettere in pratica la Parola, d'essere non solo uditore, ma facitore dell'opera. Allora soltanto si può "parlare" agli altri, di quel che si è sperimentato, e le parole acquistano l'efficacia di una testimonianza di cose meditate e vissute.

3. Ripetutamente Giacomo mentova tra gli ostacoli da sormontare quando si vuole sul serio essere dei facitori della Parola, i falsi ragionamenti coi quali l'uomo illude e seduce se stesso. C'è l'illusione di chi si crede religioso quando della pietà non ha che le forme esterne mentre la sostanza dell'amore manifestato nelle opere di misericordia e di santità gli fa difetto. C'è l'illusione di chi si stima cristiano perchè sgorga torrenti di parole sul cristianesimo scambiando la petulante verbosità religiosa di una fede intellettuale colla pietà del cuore e cola pratica delle opere. C'è chi fa tacer la propria coscienza colla considerazione che la gran maggioranza dei cristiani di professione si adagia in una pietà mediocre, piena di compromessi col male. C'è chi trasforma la bontà di Dio in complicità col peccato e pecca pensando che "la grazia abbonda". C'è chi custodisce tutte le porte del proprio cuore... salvo quell'una per cui entra l'interdetto, dimenticando che la fedeltà nei nove decimi non copre l'infedeltà sul decimo punto, anzi ne rimane annullata. Ognuno di questi e di tanti altri ragionamenti o pretesti, quando sia esaminato alla luce della verità, non regge un istante; ma i cuori divisi e superficiali se ne lasciano facilmente sedurre. Da ciò la necessità di un esame severo di noi stessi giacchè nulla vi può esser di più triste che l'ingannar se stesso in cosa di tanto momento.

4. Se non mancano le difficoltà sulla via di chi vuol esser cristiano sul serio, se incontra le insidie di Satana e le seduzioni o le minacce del mondo, Dio non lo lascia senza i necessari avvertimenti ed incoraggiamenti onde perseveri nel mettere in pratica la Parola udita e ricevuta. San Giacomo gli ricorda che quella è la sola religione «pura ed immacolata dinanzi all'Iddio e Padre nostro», mentre ogni altra è vana. E che sia vana lo sentono, nei loro momenti di raccoglimento, anche le anime superficiali; lo sentono nei giorni della prova, perchè qual forza e qual conforto può dare una pietà di forme e d'ipocrisia. Lo sentono, perchè la loro coscienza non è soddisfatta di una professione religiosa cui non rispondono nè i sentimenti reali del cuore nè la pratica della vita. All'incontro chi si sforza di praticare la religione pura e immacolata che ascolta, riceve docilmente, e traduce in opera la Parola, vi si sente incoraggiato dal fatto ch'è «beato nel suo operare». La sua pietà risponde ai bisogni della sua coscienza e del suo cuore, lo fa crescere di luce in luce, di forza in forza, di virtù in virtù, di certezza in certezza, lo fa entrare in comunione sempre più intima col Padre, lo rende utile a sè ed agli altri, capace di glorificare sulla terra l'Iddio che l'ha salvato e che gli aprirà largamente l'entrata nel suo regno eterno 2Pietro 1:10-11.

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