Giacomo 2

1 §3. Giacomo 2:1-13. RIGUARDI PERSONALI BIASIMEVOLI

Giacomo ha insistito sulla necessità di guardar bene addentro nella legge perfetta per metterla in pratica ed ha di già accennato in Giacomo 1:26-27 a qualche difetto incompatibile con la professione cristiana; egli prosegue ora segnalandone più esplicitamente un altro, che consiste nell'aver dei riguardi personali per i ricchi e nel disprezzare i poveri.

Fratelli miei, la vostra fede nel Signor Gesù Cristo, il Signor della gloria, non sia associata a dei riguardi personali.

Dice letteralmente Non abbiate la fede del Signor Nostro Gesù Cristo della gloria framezzo a riguardi...; frase alquanto insolita che ha dato luogo a divergenze d'interpretazione su alcuni punti. L'aver la fede in mezzo a riguardi... significa unire, associare nel cuore e nella vita due cose che sono incompatibili. La Riveduta italiana rende il senso col dire: "La vostra fede... sia scevra da riguardi...". Le parole della gloria sono dagli uni connesse con la fede e intendono fede fondata sul Signor Gesù, di possedere un giorno la gloria celeste; ma le due parole sono troppo lontane l'una dall'altra per esser così connesse, e d'altronde, l'espressione fede del Signor Gesù Cristo, come dimostrano altri esempi del N.T., non vuol dire altro che "fede nel Signor Gesù Cristo" (cfr. Marco 11:22; Galati 2:16), fede che fa dell'uomo un cristiano. È più semplice il connettere l'idea di "gloria" con "il Signore", tanto più che sono frequenti nell'A.T., e non estranee al N.T., locuzioni in cui il genitivo serve a caratterizzare una cosa o una persona. Es. "L'Iddio della gloria" Salmi 29:3; Atti 7:2; "i cherubini della gloria" Ebrei 9:5. Anzi, in 1Corinzi 2:8, Gesù è chiamato appunto, come qui, "il Signor della gloria". Si allude con questo alla sua risurrezione, alla sua ascensione e al potere sovrano ch'egli esercita su tutte le cose. Torna a dire: il Signor nostro glorificato e glorioso. La risurrezione di Gesù era stata quella che avea condotto Giacomo alla fede. Ora l'aver fede in Gesù qual Signore nostro glorioso, in lui che diede sulla terra avvertimenti così severi ai ricchi e mostra tanta compassione ai poveri, in lui che assicura a tutti i credenti i beni imperituri del regno dei cieli, e in pari tempo far stima delle persone in base, non al loro valore morale, ma alla loro condizione esterna e passeggera di ricchezza o di povertà, così da usar riguardi onorevoli a chi è ricco e trattar con disprezzo chi è povero, sono cose che non vanno d'accordo. Una condotta simile è la negazione della fede cristiana. Il termine composto prosopolempsía con i suoi affini, è derivato dalla versione greca della locuzione ebraica nasah panim che vale: accoglier con favore una persona, ed anche: mostrarsi parziale verso di lei, come farebbe ad es. il giudice che assolvesse o condannasse il ricco perchè ricco, o il povero perchè povero Levitico 19:15; Salmi 82. Nel N.T. è adoprato sempre a designare i riguardi personali biasimevoli. (Confr. Luca 20:21; Atti 10:34; Romani 2:11; Efesini 6:9; Colossesi 3:25). «Collo stimare i cristiani secondo i loro terreni vantaggi, uno si allontana dallo spirito del Vangelo e dalla fede in Gesù Cristo il Signor della gloria. Difatti chi riconosce Gesù Cristo come tale, deve considerare l'appartenergli come onore così alto da ecclissare ed annientare tutti i vantaggi terreni quali ch'essi possano essere» (Neander).

2 Perchè, se nella vostra raunanza entra un uomo con l'anello d'oro, vestito splendidamente, e v'entra pure un povero vestito malamente,

Il difetto che Giacomo combatte ei lo descrive graficamente in una delle sue manifestazioni più scandalose. Chiama συναγωγη (sinagoga) la raunanza cristiana raccolta in un locale fornito di posti a sedere, perchè era quello il termine usuale più familiare ai Giudei; ma col dire "la nostra raunanza" esclude manifestamente l'idea che si tratti di una sinagoga giudaica ove i cristiani non avrebbero avuto alcun diritto di assegnare i posti agli ospiti. Le raunanze cristiane erano aperte a chiunque si presentava per udire il Vangelo, fosse o no credente. Nel caso supposto dall'autore, è più probabile che si alluda a persone ricche e povere che non sono ancora membri della chiesa ma che possono diventarlo. Essi appaiono distinti dalla raunanza, e quel che si dice in Giacomo 2:6-7 della condotta dei ricchi si spiega meglio se riferito ai ricchi giudei o pagani. La condizione sociale di un uomo si giudica di solito dal suo modo di vestire: il ricco porta degli anelli d'oro è delle gemine alle dita ed ha una veste splendida, per finezza e per bellezza, mentre il povero non porta anelli ed ha un vestito se non addirittura sozzo, come può tradursi il greco ρυπαρος, per lo meno molto dimesso e misero.

3 e voi avete riguardo a colui che porta il vestimento splendido,

come se anche per voi, come per il mondo, l'abito facesse l'uomo,

e gli dite: Tu siedi qui onorevolmente

ed anche comodamente. Chi è che parla così? Dietro certe indicazioni contenute in uno scritto apocrifo del 3° secolo si è creduto che si trattasse dei diaconi; ma non risulta che al tempo di San Giacomo i diaconi fossero di già incaricati di assegnare i posti nelle raunanze cristiane. L'autore si rivolge ai suoi fratelli tutti Giacomo 2:1 che sono collettivamente responsabili di quel che uno o più membri della chiesa fanno a nome degli altri. Nel caso in questione, siccome chi parla accenna al suo sgabello, deve trattarsi di persona autorevole in seno alla comunità cristiana.

e al povero dite: Tu stattene là in piè, o siedi appiè del mio sgabello,

nell'un caso come nell'altro, il povero è trattato, non senza disprezzo, come un inferiore la cui presenza è appena tollerata. Era l'uso che gl'inferiori sedessero ai piedi dei superiori, gli scolari ai piedi dei loro maestri Atti 22:3 e sappiamo che nelle sinagoghe giudaiche c'erano dei posti distinti che gli Scribi e Farisei solevano prescegliere Matteo 23:6; Marco 12:39.

4 non avete voi fatto una differenza in voi medesimi,

cioè nella vostra mente? Il verbo διακρινομαι vale propriamente "fare per proprio conto una distinzione". Così, nella forma attiva, Atti 15:9; 1Corinzi 11:29; Matteo 16:3, "discernere". Il sostantivo diàcrisis che ne deriva, ha nel N.T. il senso di "discernimento" tra cosa e cosa. Es. Ebrei 5:14; 1Corinzi 12:10. Questo senso fondamentale quadra bene qui col contesto, poichè Giacomo intende appunto condannare come contrario allo spirito cristiano questo distinguere, questo fare una differenza tra uomo e uomo in base alla sua esterna condizione di povertà o di ricchezza. È evidente che il diverso modo in, cui ricevono il povero ed il ricco nella lor raunanza è la conseguenza di un giudizio interno sulle persone, fondato sul criterio mondano del possedere o meno dei beni che non hanno alcun valore morale e che sono passeggeri. Buona parte degli interpreti preferisce però attenersi, anche qui, al senso del verbo in Giacomo 1:6 e altrove, e spiega: Non avete voi dubitato, esitato in voi medesimi tra il sentimento cristiano che vi diceva esser la condizione esterna di nessuna importanza agli occhi di Dio, e l'andazzo del mondo che vi portava ad onorare il ricco e sprezzare il povero? Avete esitato, avete vacillato, ed il criterio mondano ha vinto.

e non siete diventati dei giudici dai pensieri malvagi?

Hanno portato negli animi loro un giudizio ispirato dà pensieri, da ragionamenti malvagi, da motivi indegni. Onorano il ricco perchè ne sperano per la chiesa maggior considerazione agli occhi del mondo, o perchè ne aspettano doni cospicui, e non badano al suo valore morale e religioso. Sprezzano il povero perchè non ne sperano vantaggi materiali e al valore spirituale non danno importanza. Sono perciò assimilati al giudice malvagio che, invece di ubbidire alla sua coscienza, condanna ed assolve secondo il proprio tornaconto o secondo le proprie simpatie.

5 Giacomo 2:5-7 presentano all'attenzione dei lettori, sotto forma affettuosa e concisa, due ragioni che condannano il loro modo parziale di agire. Essi disonorano il povero mentre Dio l'onora; essi usano dei riguardi ai ricchi che sono i nemici dei cristiani e bestemmiano Cristo.

Ascoltate, fratelli miei diletti: Iddio non ha egli eletto quei che son poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a coloro che l'amano?

L'espressione poveri τω κοσμω (al mondo) può significare: "poveri di beni di questo mondo", ovvero: "poveri agli occhi del mondo", secondo il suo modo di giudicare, ch'è il senso da preferire. Questi poveri Dio li ha eletti a vita eterna, non perchè sono poveri, ma per grazia sua. «La loro povertà non è un titolo all'elezione, ma è un mezzo di cui si serve Iddio nella sua provvidenza e nella sua grazia. Il sentimento della loro miseria terrena, dell'oppressione, e delle privazioni in cui vivono, desta in loro, molto più facilmente che nei ricchi, il bisogno di quella grazia che li arricchisce e di quel regno che sarà per loro un sì largo compenso. Dio, d'altronde, si compiace di innalzare ciò ch'è baso onde confondere tutto ciò che si eleva contro a lui» (Bonnet). Con ciò l'autore non intende affermare che Dio abbia eletto tutti i poveri ed escluso tutti i ricchi dalla salvazione: ma fa appello ai fatti innegabili ch'erano a conoscenza di ognuno. Durante il breve ministerio di Cristo in mezzo ai Giudei, chi aveva accolto l'evangelo erano i poveri, con rare eccezioni di ricchi. La stessa esperienza si era ripetuta nel periodo dell'evangelizzazione apostolica, tanto che Paolo poteva scrivere ai Corinzi: "Non ci son tra voi molti savi secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili... ma Dio ha scelto le cose pazze... le cose deboli del mondo... le cose ignobili del mondo e le cose sprezzate..." 1Corinzi 1:26-29. Le comunità giudeo-cristiane alle quali Giacomo scrive erano senza dubbio composte in gran maggioranza di persone non ricche. Dio li ha eletti ad esser ricchi in fede. La maggior parte degli interpreti intende: ricchi nella sfera della fede, ricchi come credenti, ricchi d'una ricchezza ch'essi posseggono per fede aspettando di possederla nella realtà. Però, il senso più ovvio sembra essere ricchi fin d'ora di quella ricchezza spirituale ch'è la fede nel Signor della gloria, ricchezza che procura loro la pace con Dio, la forza di vincere il male, la consolazione nelle prove, la certezza dell'eredità dei figli di Dio. Cfr. Efesini 2:4; 1Corinzi 1:5; 1Timoteo 6:18. Questa eredità consiste nei beni ineffabili del "regno promesso da Dio a quelli che l'amano", regno ch'è futuro in quanto che non sarà realizzato nella sua perfezione se non quando «Dio sarà tutto in tutti» 1Corinzi 15:25-28.

6 Ma voi avete disprezzato (letteralmente disonorato) il povero!

Dio li onora, ma voi colla condotta descritta Giacomo 2:3, (cfr. 1Corinzi 11:22), disonorate i poveri, trattandoli con disprezzo. L'espressione è quella della Settanta in Proverbi 14:21: «Chi disonora i poveri, pecca». E il peccato appare viepiù odioso alla luce della misericordia di Dio che si estende a tutti, ma specialmente ai poveri.

Non sono forse i ricchi quelli che vi opprimono e che vi traggono ai tribunali?

Altro argomento per dimostrare la stoltezza della loro condotta. Essi onorano di speciali riguardi coloro che ne sono i meno degni, che si rivelano anzi nemici dei cristiani e di: Cristo. Si domanda: Cotesti ricchi sono dei cristiani di professione? Sebbene non manchino nella storia delle chiese apostoliche e post-apostoliche gli esempi di ricchi oppressori e si possa citare quel che Giacomo stesso rimprovera ai ricchi in Giacomo 5:1-6, crediamo che qui si tratti dei ricchi non cristiani. Essi sono nettamente distinti dai cristiani (greco: opprimono voi... traggono voi... bestemmiano il nome invocato su voi, non su loro); poi, stando al senso più sicuro del "bestemmiano", non si può supporre che dei cristiani, a quell'epoca della storia, bestemmiassero il nome di Cristo. D'altronde, l'argomento dell'autore non perde nulla del suo valore quando sia tolto dalla condotta dei ricchi giudei o pagani. La parola καταδυναστευουσιν (opprimono) vale propriamente: usare della propria potenza contro, cioè a danno di altri (cfr. parole analogamente composte Matteo 20:25; 1Pietro 5:3). Essa descrive bene gli svariati e costanti abusi della forza e della influenza cui si abbandonano, a danno dei poveri, coloro che posseggono la ricchezza. Uno di questi abusi consiste nel trarre (anche con la forza) dinanzi ai tribunali giudei o pagani chi non si piega alla loro volontà in materia di salari, di debiti, di pigioni, di fitti ecc. Non risulta che si tratti qui di persecuzione religiosa aperta, ma non si può escludere che l'avversione alla fede cristiana fosse in molti casi il segreto movente delle oppressioni e dei processi intentati dai ricchi.

7 Non sono essi quelli che bestemmiano il buon nome ch'è stato invocato su di voi?

Il buon nome, il nome benedetto e caro, è il nome di Cristo, il loro Salvatore, nome ch'è stato pronunziato su di loro fin dal giorno in cui furono battezzati nel nome di Cristo, battezzati cioè per appartenere a Cristo, pel tempo e per l'eternità. Come credenti in Cristo ed a lui appartenenti essi ricevettero dai pagani e dai Giudei il nome di "cristiani" ma qui non si allude al soprannome, bensì al nome che vi diede origine. Nell'A.T. si parla spesso d'Israele come del popolo «sul quale è invocato, o pronunziato il nome dell'Eterno» per significare che il popolo che porta il nome dell'Eterno, è quello che gli appartiene Deuteronomio 28:10; 2Cronache 7:14; Geremia 14:9; Geremia 15:16; Amos 9:12. Cf. Isaia 4:1. Il dolce nome di Gesù il Cristo, ch'è quello del Signore dei cristiani, i ricchi non credenti lo bestemmiano, cioè l'oltraggiano colle loro parole, lo coprono d'insulti come facevano i capi giudei mentre Cristo era quaggiù, chiamandolo impostore, seduttore, bestemmiatore, posseduto da Satana ecc. Quelli che pensano trattarsi qui di ricchi cristiani attenuano il senso del bestemmiare e interpretano: colla loro condotta essi provocano gli oltraggi degli increduli contro a Cristo. Ma non è quello il senso del βλασφημειν. Coll'onorare servilmente i ricchi che li opprimono e bestemmiano Cristo, i cristiani sono non solo inconseguenti ma si rendono perfino complici della bestemmia dei loro avversari.

8 Tuttavia, se adempite la legge reale, secondo che dice la Scrittura: "Ama il tuo prossimo come, te stesso", fate bene;

Dopo aver caratterizzati i riguardi personali come incompatibili colla fede cristiana, come opposti al procedere di Dio verso i poveri e come irragionevoli di fronte alla condotta dei ricchi verso i cristiani, Giacomo fa un passo di più e li caratterizza apertamente come una violazione della legge suprema dell'amore. Il nesso di Giacomo 2:8-11 con quel che precede è implicito nella particella μεντοι (tuttavia); ma è stato inteso in modi diversi. Si è tradotto: Se dunque voi... ovvero: Certo, se voi..., nella supposizione che l'autore risponda a una obiezione sottintesa da parte dei lettori: "ma, facendo così, noi osserviamo la legge dell'amore...". "Sì, risponderebbe Giacomo, se lo fate, voi fate bene; ma il disprezzare i poveri è una violazione di quella legge". Attenendoci più strettamente al senso restrittivo della particella nel N.T. Giovanni 4:27; 2Timoteo 2:19; Giuda 1:8, abbiamo questo senso: "Tuttavia, parlando a questo modo dei ricchi, non voglio dire che li dobbiate odiare, no; se adempiete, anche verso di loro, la legge regale... fate bene; ma le vostre parzialità sono un peccato". Chiama regale la legge dell'amor del prossimo perchè è la legge sovrana che domina tutte le altre, da cui le altre dipendono. Ne esalta per tal modo la maestà, l'autorità, l'importanza suprema. Gesù chiamò l'amar Dio con tutto il cuore, "il grande e il primo comandamento" e l'amare il prossimo "il secondo simile al primo" ed aggiunse: "Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti" Matteo 22:37-39; "L'amore, scrive Paolo, è l'adempimento della legge"; e ancora: "Tutta la legge è adempiuta in quest'unica, parola: Ama il tuo prossimo come te stesso" Romani 13:8-10; Galati 5:14. La formula della legge si trova nella Scrittura dell'A.T. Levitico 19:18; ma il prossimo è ivi limitato ai "figli del tuo popolo". Gesù è quegli che ha dato alla formula il suo senso più profondo, la sua importanza suprema e la sua autorità universale Matteo 5:43-48; Luca 10:25-37.

9 ma ne avete dei riguardi personali, voi commettete un peccato essendo dalla legge convinti quali trasgressori.

Coi loro riguardi personali essi trasgredivano la legge verso i ricchi perchè, in loro, amavano la ricchezza, non la creatura di Dio; verso i poveri, perchè in loro disprezzavano l'uomo, il loro simile. In atti che potevano sembrare di poca importanza, si celava un sentimento ch'era la negazione della legge dell'amore.

10 Poiché chiunque avrà osservata tutta la legge e avrà fallito (letteralmente sarà caduto) in un sol punto (o: in un sol comandamento) è divenuto colpevole su tutti i punti (o: riguardo a tutti i comandamenti).

I lettori giudeo-cristiani, abituati al formalismo, avevano bisogno d'esser resi attenti alla natura stessa della legge, «la quale essendo un tutto organico e indivisibile in cui si rivela la volontà e la santità divina, reclama una ubbidienza assoluta; di guisa che in ogni infrazione particolare, la legge intera è infranta» (Neander). Si tratta però qui di violazione voluta ed abituale, non di un atto isolato ed involontario. La trasgressione volontaria di un sol comandamento mostra che il cuore da cui procedono le fonti della vita morale come della fisica, non è sottomesso alla volontà di Dio.

11 Poiché Colui che ha detto: "Non commettere adulterio", ha detto anche: "Non uccidere". Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, sei diventato trasgressore della legge.

Essendo un solo il Legislatore, non è necessario che uno trasgredisca tutti i comandamenti dati da Lui, per dimostrare il proprio stato di ribellione a Dio: basta la disubbidienza voluta ad un solo comandamento. Se anche non sono violati esternamente gli altri, è chiaro che ciò non avviene per timore o per amore di Dio, ma per altri motivi. Basta una pagliuzza per indicare la direzione della corrente; basta una breccia perchè il nemico entri nella città. Gesù disse: «Chi avrà violato uno di questi minimi comandamenti ed avrà così insegnato gli uomini sarà chiamato minimo nel regno dei cieli». I rabbini stessi dicevano: «Se uno osserva tutti i comandamenti, ma ne tralascia uno solo, egli è colpevole della trasgressione di ciascuno di essi».

12 Parlate e operate come dovendo essere giudicati dalla legge della libertà.

Concludendo la sua esortazione, San Giacomo volge i pensieri dei lettori al giudizio futuro. Il legislatore sarà anche il giudice delle creature morali alle quali domanderà conto della loro condotta. Questa comprende anzitutto le parole che sono la prima manifestazione del cuore e sull'importanza delle quali l'autore torna spesso (cfr. Giacomo 1:19,26; 3:1-18; 4:11; 5:9,12). Poi comprende gli atti, l'operare; quanto ai sentimenti del cuore che ispirano le parole e gli atti, essi sono implicati nell'accenno fatto alla legge che servirà di norma al giudicio come ha dovuto servir di norma alla vita. Quella legge è chiamata legge di libertà, come Giacomo 1:25, perchè non imposta al cristiano dal di fuori, dalla forza, ma scritta nel cuore rinnovato e quindi osservata volontariamente con animo di figlio riconoscente, non di schiavo. In queste condizioni, l'essenziale non è l'osservanza esterna, ma il grado di amore che ispira la vita. A questo devono i credenti por mente. Se manca in loro l'amore per il prossimo, quell'amore che nasce dal sentimento della propria indegnità e miseria davanti a Dio, dal sentimento della infinita grazia da Lui ricevuta, dal bisogno di uniformarsi alla bontà del Padre, essi non possono aspettarsi che un giudizio severo.

13 perchè il giudicio è senza misericordia per colui che non ha usato misericordia: la misericordia trionfa del giudicio.

La misericordia è una delle manifestazioni dell'amore. L'autore la presceglie perchè contiene un'allusione alla loro condotta sprezzante verso i poveri Giacomo 2:3-4 e perchè di misericordia divina ogni cristiano sente il bisogno quando pensa al giudicio divino. La misericordia nei sentimenti, nelle parole e negli atti praticata verso il prossimo e implicante pentimento, umiltà, perdono ricevuto in chi la pratica, trionfa del giudicio, cioè va incontro al giudicio senza timore, anzi con balda confidanza. Gesù proclamò «beati i, misericordiosi perchè a loro misericordia sarà fatta» Matteo 5:7; cfr. Matteo 6:14-15; 18:23-35.

AMMAESTRAMENTI

1. La fede nel Signor Gesù Cristo, morto per i nostri peccati, risorto e glorificato, è quel che fa dell'uomo un cristiano. È questa la fede di cui fa professione allorchè chiede d'esser battezzato "nel nome del Signor Gesù", il buon nome al quale vuole appartenere nella vita e nella morte. La condotta del cristiano dev'essere perciò in armonia colla fede che sta alla base della sua vita nuova e tutto ciò che a quella fede contraddice va eliminato.

2. Il Vangelo non mira a cancellane ogni distinzione sociale, non, sovverte il diritto naturale di proprietà, non esclude le diversità provvidenziali, in fatto di averi, più che non escluda le diversità in fatto, di forze fisiche ed intellettuali. Se, sotto l'impulso dell'amore fraterno creato dallo Spirito, e nella persuasione (errata) dell'imminente ritorno di Cristo, i cristiani di Gerusalemme vendettero i loro beni per metterli a disposizione della comunità, non si deve dimenticare che il loro atto, mirabile per il sentimento che l'avea dettato, ma non scevro d'imprudenza come apparve dalla susseguente storia della chiesa, il loro atto non diventò norma nelle chiese primitive, nè fu prescritto come dovere dagli apostoli. Quello che resta la norma cristiana permanente è il sentimento della perfetta uguaglianza di tutti i credenti, poveri e ricchi, in Cristo, cioè nel possesso dei beni e privilegi spirituali assicurati dalla unione con lui; essi sono tutti ugualmente figli di Dio e quindi fratelli tra loro; l'amor fraterno resta perciò il gran dovere permanente con tutte le manifestazioni ch'esso comporta. Esso è che deve dare del continuo il loro vero, alto valore ai legami che uniscono i credenti in Cristo e ridurre al loro misero, passeggero valore le condizioni esterne che li separano; esso è che deve escludere le preferenze personali basate unicamente sulla ricchezza e senza riguardo al valore morale, alla; condotta dei ricchi; esso è che deve escludere ogni disprezzo del credente perchè povero, e ciò, non solo nei posti occupati nelle assemblee di culto, ma nell'assegnazione delle cariche ecclesiastiche, nel modo d'esercitar la beneficenza, nelle relazioni personali tra cristiani. L'amor fraterno renderà meno sensibili, meno accentuate le ineguaglianze sociali terrene di coloro che sono ugualmente poveri fuor di Cristo, e ugualmente ricchi di beni spirituali ed eterni in Lui.

3. Una volta di più constatiamo qui due cose: primo, che, la morale cristiana aliena com'è dà ogni formalismo e da ogni casuistica, risale costantemente dai fatti particolari, anche minimi in apparenza, ai principii, ai sentimenti di cui essi sono la manifestazione. Dal modo in cui si assegnavano i posti in un locale di culto Giacomo risale ai pensieri; ai giudizi interni, ai sentimenti da cui procedono gli atti; risale alla grande legge dell'amore. In secondo luogo, e come conseguenza del fatto ora notato, osserviamo che la soluzione dei problemi sociali, specialmente delle relazioni fra ricchi e poveri, fra una classe e l'altra, fra una nazione e l'altra, non si trova in alcuna teoria economica, in alcun assetto politico, imposti colla violenza. L'odio non crea che rovine e la violenza non crea nulla di stabile. Chi non vuol mettere il carro avanti i buoi, chi non si vuol pascere d'illusioni, non dimentica la parola di Cristo: "Fate l'albero buono e il suo frutto sarà buono". Egli cercherà di seminar nei cuori principii di giustizia, di rispetto per la persona umana come tale, sentimenti sopratutto di fraternità e d'amore. Sotto i raggi celesti dell'amore matureranno i frutti che nessuna teoria, nessuna rivoluzione esterna può produrre.

4. La vita morale dell'uomo è un tutto organico la cui unità profonda risulta da tre fatti:

1°. Dio, il creatore ed il Legislatore supremo è uno; chi si ribella alla di lui volontà sopra un punto, rinnega l'autorità di Dio sopra gli altri punti. Perciò l'amar Dio con tutto il cuore e con tutte le forze è chiamato il primo ed il grande comandamento.

2°. La legge ch'è l'espressione della volontà di Dio riguardo all'uomo è un tutto le cui parti sono strettamente connesse; talchè ad es. chi non ama Dio, non amerà il prossimo ch'è creatura di Dio e viceversa; chi odia, insulta e maledice il prossimo è sulla via dell'omicidio, anzi è già omicida nel cuore; chi commette adulterio ha cominciato col concupire la moglie del prossimo; chi concupisce i beni altrui è avviato al furto. I vari comandamenti dipendono gli uni dagli altri; formano una catena i cui anelli sono stretti gli uni agli altri in guisa che chi ne rompe uno è come se li avesse rotti tutti. Formano come le note di una sinfonia, e basta una nota discordante per guastare il tutto.

3°. Il cuore ch'è la sede della vita morale è uno. Non è fatto a compartimenti stagni talchè si possa esser pii da una parte e immorali dall'altra, sani da un lato e corrotti dall'altro. Chi è fedele nelle piccole cose, sarà fedele anche nelle grandi; e chi non è fedele nelle piccole cose non lo è nemmeno nelle grandi. In realtà, il Vangelo, pur essendo qualcosa di molto superiore ad un sistema di filosofia, contiene una filosofia morale assai più profonda dei sistemi umani.

14 §4. Giacomo 2:14-26. FEDE SENZA OPERE

«Il gran nemico che Giacomo si sforza di combattere è il formalismo; dovunque egli distingue con cura l'apparenza dalla realtà e mette in guardia i lettori contro il pericolo di prender l'una per l'altra. L'abbiamo visto insorgere contro una conoscenza della legge divina meramente intellettuale, senza rispondenza nella vita, e contro un culto esterno non congiunto all'amore. Seguendo lo stesso ordine di pensieri, egli volge ora le sue armi contro una fede che non si manifesti nelle buone opere» (Neander).

Che giova, fratelli miei, se uno dice d'aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?

Come in Giacomo 2:1, la fede è qui presupposta come caratteristica fondamentale del cristiano. Infatti i cristiani sono chiamati "i credenti", i "fedeli" Atti 16:1; 2Corinzi 6:15;1Timoteo 5:16. Ma vi è fede e fede. C'è una fede che può avere per oggetto anche il Cristo, la sua vita e la dottrina che riguarda il Cristo, ma ch'è una semplice credenza intellettuale la quale non interessa il cuore e non agisce sulla vita. È paragonabile alla fede nelle verità scientifiche, matematiche, storiche che possono convincere il cervello, senza esercitare alcuna influenza sulla vita morale. I demoni sapevano e dicevano che Cristo era "il Santo di Dio", ma rimanevano spiriti malvagi. C'è, per contro una fede che riconosce si, colla mente, la verità riguardo a Cristo, ma, lo abbraccia altresì col cuore assetato di perdono, di riconciliazione con Dio, in una parola, di salvezza; si abbandona con fiducia a lui come Salvatore, a lui si unisce in una comunione di vita da cui resta trasformata e rinnovata la vita spirituale e morale del credente. È questa la fede che salva perchè si appropria la salvezza offerta in Cristo e questa fede manifesta la sua energia vitale nelle buone opere che produce; essa è, secondo la parola di Paolo, "operante per mezzo dell'amore" Galati 5:6: La fede mera credenza, la fede senza opere, è quella che Giacomo combatte come "inutile", come "incapace di salvare", come "morta per se stessa", "senza valore". Invece, la fede che salva è vivente, è operante, e Giacomo la chiama "compiuta". Alle due interrogazioni del v. 14 la risposta sottintesa è negativa. A che giova la fede che non è accompagnata dalle opere, che non le ha come suo frutto necessario? A nulla di essenziale. Può ella salvare chi se ne contenta e vi fa sopra assegnamento? No, di certo. Non ha il potere di dargli quaggiù la pace del perdono e l'energia di una vita nuova; non avrà il potere di allontanar da lui la condanna avvenire. Alcuni sottolineano le parole: "se alcuno dice di avere..." quasi volesse l'autore mettere in dubbio l'esistenza stessa della fede che quel tale professa di avere. Non sembra però che Giacomo lo consideri come ipocrita; ma certo in quel suo contare per la sua salvezza sopra una fede ch'è mera credenza, Giacomo vede la più pericolosa delle illusioni.

15 L'impotenza a salvare e quindi l'inutilità della fede superficiale, della fede senza opere, viene illustrata coll'esempio della carità a parole alla quale l'autore l'assomiglia in Giacomo 2:15-17.

Se un fratello o una sorella son nudi

letteralmente si trovano ad esser per una qualsiasi circostanza nudi ossia privi delle vesti necessarie per difendersi dal freddo,

e mancanti del cibo quotidiano,

16 e un di voi

cristiani che avete dei doveri speciali verso i fratelli,

dice loro: Andatevene in pace,

formula del commiato giudaico,

scaldatevi,

con buone vesti, e

satollatevi,

con cibo abbondante,

ma non date loro le cose necessarie al corpo, che giova?

Che utilità pratica hanno le vostre parole di simpatia che suonano come amara ironia a chi ha bisogno di vesti e di cibo anzichè di vane parole?

17 Così è della fede; se non ha opere è per se stessa morta.

Considerata in se stessa, in quel suo isolamento dalle opere, una tal fede, incapace di creare un palpito, di determinare un movimento, di spingere all'azione buona, è un cadavere che potrà aver nome e apparenza di fede, ma non ne possiede l'energia vitale perchè non unisce l'anima a Colui ch'è la Vita.

18 Più che inutile, peggio che impotente a salvare, la fede di testa, la fede ch'è una mera professione di aderenza al cristianesimo, è incapace di provare financo la sua esistenza e, sotto questo aspetto, è inferiore perfino alla fede dei demoni.

Anzi, qualcuno dirà: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere ed io, con le mie opere, ti mostrerò la mia fede.

La particella αλλα (ma, anzi) e in genere il v. 18 han dato luogo a interpretazioni varie. C'è chi ci vede una obiezione mossa a Giacomo da qualcuno che considera come ugualmente in regola l'uomo in cui predomina la fede e quello in cui predomina l'azione: Ma perchè volere unire fede ed opere? Chi ha una cosa (prevalentemente) e chi ha l'altra; ambedue sono buoni cristiani. Al che Giacomo risponderebbe: "Mostrami la tua fede...". Però, se si trattasse d'un'obiezione da parte di chi si contenta di fede inattiva, dovremmo avere: "Io ho la fede, tu hai le opere". Tralascio altre interpretazioni più, complicate, per attenermi a quella che risulta dalla traduzione. La fede scompagnata dalle opere non giova più di una cosa morta; anzi è perfino incapace di fornir le prove della sua esistenza; talchè qualcuno può lanciare a chi si professa credente questa sfida: Tu hai, a quel che dici, la fede, io ho le opere; mostrami un po' la tua fede senza le opere; tu non lo puoi; io invece, colle mie opere, ti mostrerò che posseggo la fede salutare, vivente, attiva.

19 Tu credi che v'è un sol Dio, e fai bene;

è questo il grande articolo di fede del popolo d'Israele, chiamato a preservar la conoscenza dell'unico vero Dio in mezzo al dilagare del politeismo pagano. L'accettare una tale verità è cosa buona in sè; ma non basta l'esserne intellettualmente convinto; le fede nel vero Dio, se è cosa seria, deve produrre i suoi effetti nella vita pratica, altrimenti non servirà che ad, aggravare la condannazione di chi ha conosciuto la verità e non vi ha uniformata la propria condotta.

anche i demoni lo credono e tremano.

Creature intelligenti, gli angeli caduti non possono fare a meno di credere all'esistenza del vero Dio e conoscendone la santità e la potenza, essi tremano al pensiero del giudicio che li aspetta. Il credere non ha alcun effetto salutare in loro che sono incapaci di pentimento; ma un effetto lo ha, perchè li fa tremare. In ciò la, lor fede è più seria, più efficace di quella di tanti membri di chiese cristiane.

20 Ma vuoi tu o uomo vano, conoscere che la fede senza le opere è priva di efficacia?

Come ultimo argomento inteso a mostrare che la fede senza le opere non assicura la salvezza, Giacomo reca due esempi tratti dalle Scritture: quello di Abramo e quello di Raab. Chiama uomo vano, letteralmente vuoto, l'antagonista ch'egli combatte, non perchè sian vuoto d'intelligenza, ma perchè è vuoto di serietà morale, perchè è uomo leggero, che considera le grandi realtà del peccato e della salvezza in modo superficiale e si contenta perciò di una adesione della mente a certe verità. Dice inefficace (αργη , testo dei codd. B C da α-εργης : senza energia) la fede senza opere, perchè incapace di assicurar la giustificazione. Per il senso, il termine risponde all'inutile di Giacomo 2:14, al "morta" di Giacomo 2:17.

21 Abramo, nostro padre, non fu egli giustificato per le opere quando offri il suo figliuolo Isacco sull'altare?

L'autore giudeo-cristiano, scrivendo a dei cristiani d'origine giudaica, chiama Abramo nostro padre sia perchè da esso discendeva il popolo d'Israele, sia perchè Abramo era il padre spirituale, il grande modello posto dinanzi agli Ebrei, fin dai primordi della loro storia. Paolo lo chiama il "padre dei credenti" anche di origine etnica Romani 4:11. L'esempio d'Abramo è citato spesso dagli scrittori ebrei all'infuori della Scrittura, nonchè dagli scrittori del N.T. Romani 4; Galati 3; Ebrei 11; Giovanni 8. La parola giustificare ha qui senso forense, come nelle lettere di Paolo e negli altri luoghi del N.T. Risponde all'ebraico hitsedîk e vale "dichiarar giusto", trattare come innocente, ed è l'opposto del "condannare". Cfr. Esodo 23:7; Deuteronomio 25:1; Proverbi 17:15; Isaia 5:23; Luca 18:14; Matteo 12:37 ecc. Narra la Genesi 15 che quando Iddio rinnovò ad Abramo la promessa d'un figlio e di una discendenza numerosa come le stelle del cielo, «Abramo credette all'Eterno che gli contò questo come giustizia» Genesi 15:6. Il patriarca avea già compiuto un grande atto di fede e di ubbidienza quando avea lasciata la sua patria per recarsi nel paese che, Dio gli prometteva come eredità. La sua fede raggiunse il suo apice allorchè chiamato ad offrire il figliuolo della promessa, Isacco, egli fidando nella potenza e nella bontà di Dio, si accinse a compiere il grande sacrifizio (Cfr. Ebrei 11:8-9,17-19). In conseguenza di ciò, Dio gli promette nel modo più solenne di benedirlo, di moltiplicare la sua posterità e di far di essa una benedizione per tutte le famiglie della terra Genesi 22:15-18. Non si parla in quel testo di "giustificazione" di Abramo, ma certo n'è implicita la rinnovata assicurazione, poichè Dio dichiara apertamente come il patriarca sia e sia per essere oggetto della grazia divina. E questo in base alle opere e più propriamente all'atto di ubbidienza assolata da lui compiuto; atto ch'era la manifestazione più evidente e il frutto più sublime della fede di Abramo, come ben nota l'autore dell'Epistola agli Ebrei.

22 Giacomo non lo ignora poichè aggiunge:

Tu vedi che la fede operava insieme con le opere di lui e che per le opere la sua fede fu resa compiuta.

Egli è ben lungi dal voler sostituire le opere alla fede, o dal negare l'importanza della fede; quel che gli preme è di mostrare come, nel padre dei credenti, la fede non fosse disgiunta dalle opere. Fede salutare e opere sono dice cose inseparabili. In Abramo la fede agiva colle opere di cui era l'anima, l'ispiratrice, la forza. D'altra parte le opere resero compiuta o perfetta la fede che, altrimenti, sarebbe rimasta incompleta, imperfetta, incapace di raggiungere il suo scopo. Se dinanzi alle prove successive cui fu sottoposta la sua fede, il patriarca avesse indietreggiato, non avesse compiuto le opere che la traducevano in atto e in pari tempo la fortificavano, Abramo non sarebbe divenuto il modello dei credenti e il capo stipite del popolo eletto. L'albero si presenta "completo", non quando è coperto di foglie e di fiori, ma quando è carico di buoni frutti.

23 e così fu adempiuta la Scrittura che dice: «E Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto di giustizia»; e fu chiamato «amico di Dio».

Citando Genesi 15:6, l'autore lo cita secondo la versione dei LXX. Egli applica a tutta la vita del patriarca, vita di fede operante, quel che nella Genesi è detto di un atto compiuto in una circostanza particolare. Ma dinanzi agli occhi di Abramo sta sempre la stessa grande promessa ed egli, credendo e operando in conformità della sua fede, credendo cioè con fede completa, adempie quella parola che riassume la sua vita religiosa e il modo in cui fu trattato da Dio. L'espressione amico di Dio, potrebbe significare: uno che ama Dio; ma è più conforme al contesto l'intenderla nel senso passivo: uno amato da Dio, oggetto di speciale benevolenza. La tradizione ebraica chiama il patriarca "amico di Dio" e così lo chiamano gli Arabi al dì d'oggi. Nell'A.T. si legge di Abramo in Isaia 41:8: "il quale io amai" e così 2Cronache 20:7 Giosafat dice nella sua preghiera: "Abramo il tuo amato".

24 Voi vedete che l'uomo è giustificato per opere e non per fede soltanto,

cioè non per una fede che sia senza opere, che non sia operante per mezzo dell'amore. Fede ed opere sono i due aspetti di un medesimo atto morale ch'è il più profondo e il più decisivo nella vita d'un uomo. Le opere non sono qui quelle che Paolo chiama «le opere della legge» cioè le opere (esterne principalmente) che l'uomo compie o pretende di poter compiere in osservanza della legge, colle sole sue forze, e allo scopo di farsi riconoscere per giusto in forza della legge dinanzi al tribunale di Dio. Di quelle, che in realtà non esistono, o son tutte macchiate, Paolo dice: «per le opere della legge nessuno sarà giustificato al cospetto di Dio; giacche mediante la legge è data la conoscenza del peccato» Romani 3:20. Le opere di cui parla Giacomo, come risulta da tutto il § e in ispecie dall'esempio d'Abramo, sono quelle che vanno necessariamente unite alla fede vera di cui sono il frutto è la manifestazione. Sotto formule diverse Paolo e Giacomo esprimono la stessa verità sostanziale: cioè che l'uomo è perdonato e trattato da Dio come giusto, quando pentito dei suoi peccati ei crede di cuore nella grazia di Dio in Cristo. La fede che lo unisce a Cristo non è mera adesione della mente ad una verità, ma è potenza di vita nuova che si manifesta nelle opere. La diversità delle formule mette in luce due aspetti della verità di cui l'uno dovea dissipare l'illusione del borioso fariseo che si vantava d'esser in regola colla legge di Dio, l'altro doveva distruggere l'illusione del cristiano superficiale che contava esser salvato in virtù d'una fede di testa, incapace di produrre opere.

25 Parimenti, Raab la meretrice, non fu anch'ella giustificata per le opere quando accolse i messi e li mandò via per un'altra strada?

L'esempio di fede dato da Raab è ricordato pure in Ebrei 11:31. Giacomo la cita come secondo esempio scritturale in prova della verità che inculca, perch'essa apparteneva ad un altro sesso, ad una nazione pagana e ad una categoria di persone moralmente molto inferiore ad Abramo. Così dalle due estremità della scala sociale risultava confermato lo stesso principio. Il libro di Giosuè Giosuè 2:1-21; 6:17-25 non dice propriamente che Raab fu "giustificata" ma narra come quella donna di Gerico, convinta dai fatti relativi ad Israele che l'Eterno è l'Iddio dei cieli e della terra e che le sue promesse si adempirebbero, accolse le spie mandate da Giosuè e salvò loro la vita, ottenendo di aver salva la sua e quella dei suoi quando Gerico fu distrutta. Ella fu così incorporata al popolo di Dio. L'opera da lei compiuta, in base alla quale fu salvata dallo sterminio, era frutto e manifestazione della fede che aveva in cuore.

26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto così anche la fede senza le opere è morta.

In Giacomo 2:17 l'autore ha di già chiamata "morta in se stessa" la fede che non produce opere; e qui, come conclusione dell'intero paragrafo, ribadisce lo stesso concetto servendosi di un paragone tratto dalla persona umana; la quale, quando è normale, è composta di due elementi uniti insieme: il corpo e lo spirito. Quando manca lo spirito, il corpo non è che un cadavere. Parimente la fede comprende, si, la persuasione della mente e la fiducia del cuore, ma non è completa, non è vivente se le mancano le opere che ne manifestino e ne accrescano la vitalità. Omnis comparatio claudicat; il paragone pare attribuire alle opere la funzione dello spirito che dà la vita al corpo Genesi 2:7, mentre secondo, Giacomo 2:18,22 le opere sono soltanto là manifestazione della vitalità della fede.

AMMAESTRAMENTI

1. È piaciuto all'infinita sapienza di Dio di comunicare la sua verità agli uomini, non solo parlando «in molte volte e in molte maniere anticamente ai padri per mezzo dei profeti» e da ultimo mediante il suo Figliuolo Ebrei 1:1-2; ma quest'ultima e più completa rivelazione ch'è l'Evangelo della salvezza, Dio ha voluto che fosse predicato e comunicato in iscritto mediante personalità diverse per coltura, per origine, per temperamento: un Paolo, un Luca, un Giovanni, un Pietro, un Giacomo, onde la verità fosse presentata sotto tutti gli aspetti suoi e potesse rispondere ai bisogni diversi delle anime umane e alle situazioni diverse in cui possono trovarsi. Come osservò il Neander, «le individualità diverse dei grandi dottori della Chiesa primitiva si completano a vicenda; le loro concezioni della verità cristiana, benchè differiscano fra loro, lungi dall'essere esclusive l'una dell'altra, fanno invece parte del medesimo insieme. Come il sole fa passare i suoi mille raggi attraverso corpi differenti, così Cristo in cui non v'è variazione nè ombra, si rivela mediante organi diversi». Per quanto concerne la giustificazione del peccatore, la fede e le opere, Paolo e Giacomo, con formule che paiono contradittorie a prima vista, espongono in realtà: aspetti diversi di una medesima verità perchè hanno in vista situazioni morali diverse, e per tal modo, si completano a vicenda. La Chiesa è stata così messa in guardia ed armata contro errori e pericoli diversi che si sono presentati nel corso della storia e si presentano del continuo: il pericolo di, contar per la salvezza sui propri meriti sprezzando la grazia, e il pericolo di contentarsi d'una fede morta.

2. Se invece di battagliar all'infinito sulla pretesa contradizione tra Paolo e Giacomo, i cristiani prendessero seriamente a cuore l'avvertimento dato da Giacomo sulla inefficacia, sulla inutilità, sull'impotenza a salvare di una fede meramente intellettuale, e sulla necessità che le opere buone manifestino e completino la fede, lo scopo pratico cui mirava l'autore sacro sarebbe meglio raggiunto e i registri delle chiese non conterebbero tante persone "vane", vuote di serietà morale e religiosa, per le quali: Dio, peccato, pentimento, conversione, grazia, fede, santificazione non sono realtà sperimentate, ma semplici dottrine, idee astratte. «La predicazione di Paolo è un lieto annunzio per tutti quelli che sentono l'assoluta impossibilità d'esser salvati per loro propria virtù e forza; l'esortazione di Giacomo è un sano correttivo per tutti quelli che sono proclivi a dimenticare quel che Paolo stesso insegnò, che cioè la fede deve essere operante per mezzo dell'amore. Paolo mette in rilievo la grande antitesi fra grazia e peccato, Giacomo (come il Signore Giovanni 13:17) l'antitesi tra il conoscere e l'agire» (Lange).

3. «Il diavolo stesso non è ateo; che si deve dunque pensare di quelli che si vantano di non credere in nulla e di nulla paventare? Salmi 14:1. Alcuni sperano esser salvati da una fede che ha su loro un effetto minore di quel che non abbia sui demoni la fede ch'essi hanno» (Quesnel).

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