Giacomo 5

1 §8. Giacomo 5:1-6. IL GIUDICIO CHE ATTENDE I CATTIVI RICCHI

Giacomo s'è rivolto nel § ai commercianti mondani intenti ad acquistar ricchezza; con la stessa brusca apostrofe si, rivolge ora ai ricchi possidenti intenti ad accrescere ed a godersi i loro averi senza riguardo nè a Dio nè al prossimo.

A voi ora, o ricchi; piangete, urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso.

Lett. piangete urlando per le vostre calamità che stanno sopravvenendo. La prima domanda che si affaccia è questa: Cotesti ricchi erano essi membri di comunità cristiane? Molti hanno risposto negativamente, perchè Giacomo non li chiama fratelli, come suol fare altrove: Giacomo 1:19; 2,14; 3:1; 4:11; 5:7 ecc.; e perchè si può difficilmente ammettere che gente di tali sentimenti e di tale condotta facesse parte di una chiesa cristiana. Gli espositori che rispondono affermativamente alla domanda si fondano sulle seguenti ragioni:

1°. Non sempre l'autore chiama "fratelli" coloro ai quali si rivolge (Cfr. Giacomo 4:1,13).

2°. Il modo in cui apostrofa i ricchi è identico a quello usato verso i commercianti Giacomo 4:13 che sono considerati dai più come cristiani di professione.

3°. L'apostrofe ai ricchi si trova inserita fra molte altre tutte rivolte a dei cristiani, e d'altronde come ammettere che, in un'epistola destinata ai giudeo-cristiani, Giacomo si rivolga a dei ricchi giudei o pagani ai quali la lettera doveva restare sconosciuta?

4°. Non c'è da farsi molte illusioni sullo stato morale delle comunità alle quali Giacomo scrive; basta ricordare i gravi difetti ch'egli cerca di correggere in questa stessa epistola. E se si esce dalla cerchia dei giudeo-cristiani, si dovrà riconoscere che le chiese apostoliche erano lungi dall'essere perfette. Valga come esempio, Corinto coi suoi partiti, coll'incestuoso tollerato, coi processi tra cristiani, colla profanazione della Santa Cena ecc. Ad una chiesa oggetto di molte lodi, Paolo iscrive: «...Molti camminano (ve l'ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo) da nemici della croce di Cristo; la fine dei quali è la perdizione, il cui dio è il ventre..., gente che ha l'animo alle cose della terra» Filippesi 3:18-19. E si confrontino gli avvertimenti di Paolo 1Timoteo 6:9-10; 2Timoteo 3:1-4. Quanto alla cristianità attuale, essa non difetta di cattivi ricchi ai quali si applicano le parole severe ispirate all'uomo di Dio.

Egli chiama i ricchi a piangere urlando, come sogliono fare gli orientali nei casi di grave dolore. «Urlate, dice Isaia agli abitanti di Babilonia, perchè il giorno dell'Eterno è vicino; esso viene come una rovina mandata dall'Onnipotente» Isaia 13:6. Non si tratta del pianto del pentimento, come in Giacomo 4:8; ma dell'urlo di dolore cagionato dall'avvicinarsi del giudicio di Dio sugli empi che non hanno voluto pentirsi. Gesù esclama Luca 6:24: «Guai a voi ricchi, perchè avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora ridete, perchè farete cordoglio e piangerete». Certo, col descrivere come farebbe un profeta le calamità che attendono i cattivi ricchi, Giacomo nutre ancora la speranza che un salutare terrore li porti a mutare strada; ma nelle sue parole non c'è neppur l'invito a ravvedersi. Ad ogni modo, se non serve ai ricchi, l'avvertimento potrà giovare a tenere altri lontani dalla passione d'arricchire e a consolare della loro povertà gli umili. Si noti il dunque di Giacomo 5:7. Giacomo considera come vicino il giudicio; e in Giacomo 5:8, dirà esplicitamente: «la venuta del Signore è vicina». Alcuni credono che a ciò fosse indotto dai segni che facevano prevedere prossima la ruina di Gerusalemme e della nazione giudaica; ma era opinione generale dei cristiani del primo secolo che fosse vicina la fine dell'era attuale e ciò tanto dopo che prima degli eventi dell'anno 70.

L'invito a piangere, a urlare fin d'ora a motivo delle sciagure che stanno per venir loro addosso, è un modo profetico di annunziare vicina l'ora in cui il giudicio di Dio li piomberà nel dolore più amaro.

Piangeranno anzitutto nel veder distrutti quei tesori in cui avevano messo il loro cuore, su cui contavano, e che avevano accumulato con tante cure. Eran beni perituri e son periti sotto il giudicio di Dio. Si confrontino i lamenti dei re, dei mercanti, dei naviganti sulla caduta della gran Babilonia, in Apocalisse 18:8-19.

2 Le vostre ricchezze son marcite, e le vostre vesti son rose dalle tignuole; il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti;

Come i profeti antichi, San Giacomo descrive come già avvenuto quel che deve avvenire. Le grandi provviste, ammassate nei granai son marcite; le vesti preziose in gran numero costituenti in Oriente una notevole parte della ricchezza (cfr. Giacomo 2:2) sono state rose dalle tignuole, e l'oro e l'argento accumulato negli scrigni è consumato anch'esso.

3 La ruggine propriamente non s'attacca, all'oro che perde solo la sua lucentezza; ma nel suo linguaggio lirico l'autore applica ai metalli preziosi quel ch'è proprio dei metalli in genere, per rappresentare il carattere perituro dei beni materiali. Le parole di Giacomo ricordano quelle di Cristo: "Non vi fate tesori sulla, terra ove la tignola, e la ruggine consumano è dove i ladri sconficcano e rubano..." Matteo 6:19-21. Cfr. 1Timoteo 6:17: "Che non ripongano la loro speranza nell'incertezza delle ricchezze...". V'è però un altro elemento nel dolore dei cattivi ricchi, ed è il rimorso d'aver lasciato senza alcun uso le ricchezze loro affidate affinchè le amministrassero secondo la volontà, di Dio e per il bene del prossimo. Questo rimorso roditore del cuore è assomigliato, con immagine adita, a una, ruggine che rode le carni a guisa di fuoco.

e la loro ruggine sarà una testimonianza contro a voi e divorerà le vostre carni a guisa di fuoco.

Dice letteralmente vi servirà di testimonianza, e l'espressione è stata intesa da alcuni espositori in questo senso: "Vi attesterà, vi avvertirà che come ha divorato il vostro denaro, divorerà anche voi". Meglio intendere: "Sarà per voi una testimonianza che vi ricorderà dei continuo il peccato d'egoismo commesso col lasciar inutilizzate delle ricchezze, che avrebbero potuto far tanto bene. Perciò quella ruggine accusatrice roderà le vostro carni come fuoco, cioè sarà il vostro tormento". Paolo esorta, i ricchi a "far del bene, ad esser ricchi in buone opere, pronti a dare, a far parte dei loro averi, in modo da farsi un tesoro ben fondato per l'avvenire, affin di conseguire la vera vita" 1Timoteo 6:18-19. Confronta la parabola dell'economo infedele Luca 16:1-12.

Avete accumulato tesori negli ultimi giorni!

Lett. Avete tesoreggiato negli ult... La Vulgata ha aggiunto arbitrariamente al testo la parola iram tolta probabilmente da Romani 2:5. Il Diodati ed altri han tradotto: "Voi avete fatto un tesoro per gli ultimi giorni". Ma non si può dare alla preposizione εν (in) il senso di per ( εις). Sembra piuttosto che l'autore intenda aggiungere un'aggravante alla follia di questi ricchi: essi hanno accumulato tesori perituri, non ne hanno fatto alcun uso buono; ed hanno fatto questo proprio negli ultimi giorni, cioè nell'epoca critica che precede la venuta di Cristo, ed il giudicio. Invece di pentirsi e prepararsi un tesoro nei cieli, essi hanno tesoreggiato sulla terra cose prive di valore permanente, come chi si affaticasse a raccogliere mucchi di foglie quando già s'ode il sibilo del vento che le porterà via.

4 L'aver agito stoltamente, il non aver fatto fruttare in bene i tesori posseduti, non è la sola colpa che tragga sui cattivi i ricchi il giudicio di Dio; essi nella brama di accumulare, si sono resi colpevoli di gravi ingiustizie.

Ecco, il salario dei lavoratori che han mietuto i vostri campi, e del quale li avete frodati (letteralmente il quale è stato da voi ritenuto) grida; e le grida di quelli che han mietuto sono giunte agli orecchi (letteralmente sono entrate negli orecchi) del Signor degli eserciti.

Trattandosi di ricchi proprietari fondiari, l'esempio dell'ingiustizia dei ricchi malvagi, è scelto nella condotta che tengono verso i lavoratori delle loro terre i quali sono i fattori principali della lor ricchezza; e sono nominati i mietitori perchè il loro lavoro è uno dei più faticosi e serve ad accumulare nei granai enormi provviste. Il privare del loro salario, ch'è quanto dire del pane, quotidiano quelli che ammontano il grano, rivela una durezza di cuore particolarmente odiosa. Era questo d'altronde espressamente proibito dalla legge: «Non defrauderai il mercenario povero e bisognoso..., gli darai il suo salario il giorno stesso prima, che tramonti, il sole..., così egli non griderà contro di te all'Eterno...» Deuteronomio 24:14-15; Levitico 19:13; Malachia 3:5. La metafora del grido che sale dalla terra al cielo ad implorare aiuto, a domandar giustizia, risponde all'espressione: "gridar vendetta". La Scrittura l'adopera del sangue d'Abele Genesi 4:10, dei peccati di Sodoma, dell'oppressione degli Israeliti in Egitto Genesi 18:20; Esodo 2:23 ecc. Le grida degli oppressi giungono agli orecchi del Signor degli eserciti, perchè egli è un giusto giudice che occorre gli oppressi e punisce gli oppressori. Egli è chiamato, come spesso nell'A.T., il Signore degli eserciti, per ricordar la sua onnipotenza. Egli è Colui che regge gli astri innumerevoli e le miriadi degli angeli che sono ubbidienti ai suoi comandi. «È cosa spaventevole cader nelle mani dell'Iddio vivente» ed onnipotente Ebrei 10:30-31.

5 Terzo peccato dei cattivi ricchi: l'essersi dati a una vita di delizie e di godimenti sensuali

Voi siete vissuti sulla terra nelle delizie e vi siete dati ai piaceri;

La loro vita voluttuosa è descritta dal punto di vista del giudizio, come cosa passata; essi non sono più sulla terra, ma son nell'oltre tomba dinanzi al loro giudice. Le delizie alle quali accenna il verbo τρυφαω sono quelle di una residenza sontuosa, del vestire splendidamente, di bisso e di porpora come il ricco di Luca 16:19, della tavola fornita in abbondanza di tutti i cibi più fini, più rari e delicati. Mentre fanno mancare ai loro operai il pane guadagnato dalle dure fatiche, essi profondono tesori nelle delizie della tavola, nel lusso sfrenato delle case e delle vesti. Il verbo tradotto col darsi ai piaceri accenna alla prodigalità con cui si procurano godimenti sensuali, all'intemperanza e alla lussuria.

avete pasciuto i vostri cuori per il giorno del macello.

Si danno sensi diversi a queste parole. La traduzione che diamo viene a significare ch'essi hanno pasciuto largamente i loro corpi in modo da soddisfare tutti i desideri dei loro cuori (cfr. Atti 14:17) e questo, negli "ultimi giorni", quando s'avvicinava il giorno del giudicio che li dovea colpire. Rassomigliano quindi agli animali che sono ingrassati per il giorno del macello. Un tale senso si adatta bene al contesto e il significato insolito dato alla prep. εν (in) non è senza qualche analogia per es. in 1Tessalonicesi 3:13. Torna a dire: avete pasciuto in modo, da esser grassi nel giorno... Diciamo "nel giorno" perchè è evidente che l'autore allude al giorno del giudicio, ossia della condanna degli empi. La mancanza dell'articolo nel greco non ha nulla di straordinario in espressioni di questo genere (Cfr. Romani 2:5; 1Pietro 2:12) e nella Settanta Geremia 12:3. Quelli che mantengono il senso usuale dell'in spiegano così: avete pasciuto i vostri cuori anche in questi tempi critici, come fan le bestie che mangiano gustosamente nel giorno, stesso in cui vanno al macello. Calvino seguito da altri, ritenendo con pochi codici la parola come e dando al giorno del macello il senso di "giorno di sacrificio", giorno cioè, in cui nelle feste giudaiche si scannavano molte vittime e si facevano conviti, ha veduto qui l'idea di una vita trascorsa come in un perpetuo convito. È però senza esempio il chiamar "giorno di strage" un giorno di sacrifizi.

6 Ultimo tocco nel triste quadro della condotta dei cattivi ricchi.

Avete condannato, avete ucciso il giusto; egli non vi resiste.

Alla vita di piaceri si accoppia una vita di odio e di violenza contro i giusti. Il singolare: il giusto è stato talvolta inteso del Giusto per eccellenza, Gesù, condannato a morte dai Giudei. Ma non furon soltanto i ricchi a condannarlo e tanto meno i ricchi della Diaspora; inoltre a ciò si oppone il presente: "non vi resiste". Si tratta del giusto in senso collettivo, cioè dei credenti umili, onesti, poveri per lo più, che si trovano in relazione di vicinato o di dipendenza o di affari, coi ricchi e che, sono oggetto del loro odio perchè la vita di quelli è la condanna della loro propria, o perchè la loro rapacità li porta a farli condannare dai tribunali appena se ne offra l'occasione, od a privarli dei mezzi di sussistenza. L'espressione avete ucciso va intesa probabilmente in quest'ultimo senso. Nella Sapienza del Siracide si legge: «Il pane degli indigenti è la loro vita; chi gliela toglie è uomo di sangue. Chi priva uno del necessario per vivere, uccide il prossimo e chi fa mancare all'operaio il suo salario sparge il sangue» Siracide 31:21. E Gesù stesso chiama "uccidere" il non soccorrere i bisognosi Marco 3:4. Come aggravante all'odio omicida dei cattivi ricchi, l'autore aggiunge la non resistenza del giusto, sia ch'essa provenga dalla loro debolezza, sia, come pare il caso qui, dalla lor volontà di non opporre violenza a violenza.

AMMAESTRAMENTI

1. San Paolo esortava Timoteo a predicar la Parola, a insistere, a riprendere, a sgridare, a esortare con grande pazienza... e Giacomo offre qui un esempio del come vanno ripresi con coraggiosa fedeltà i peccatori induriti, denunziando i loro peccati e non tacendo la sorte terribile che aspetta quanti ricusano di pentirsi. Siano essi ricchi o poveri, ignoranti o colti, il banditore del Vangelo non deve avere riguardi personali che si risolverebbero in una infedeltà.

2. L'Epistola di Giacomo non condanna la ricchezza in se stessa, più che non lo faccia il Signor Gesù stesso il quale, però, ne segnalò, a varie riprese, i pericoli. Essa è data all'uomo non come proprietà assoluta, ma come un bene da amministrare. Certo è implicita in questo concetto una limitazione della proprietà, poichè la capacità amministrativa d'un uomo non è illimitata e non si può dire che amministri chi non ha mai neanche visitato i suoi poderi. Ad ogni modo, l'atto d'accusa che Giacomo rivolge ai cattivi ricchi, può servire a tracciare ai cristiani che hanno dei beni di fortuna il loro dovere. Dice loro:

a) Non lasciate marcire, guastare, arrugginire quel tanto di ricchezza che vi è affidato. Il servo della parabola che lasciò avvolto in un panno il talento ricevuto fu chiamato pigro e cattivo. «Direte invano che non avete fatto del male ad alcuno. Ma il vostro peccato sta appunto nel non: aver fatto del bene ad alcuno o nel non aver fatto tutto il bene che potevate fare. "Non far nulla" è precisamente quello che Dio vi rimprovera... Il vostro peccato non sta nelle ricchezze datevi, ma in quella ruggine che avete permessa e che testimonierà della durezza del vostro cuore» (Jean-Renaud).

b) Non sia la vostra ricchezza macchiata d'ingiustizia. Sia il lavoro dei vostri operai retribuito come dev'esserlo e nel tempo opportuno. Sia ogni frode tenuta lontana dal vostro commercio. Esaminate coscienziosamente le lagnanze degli operai. Vi saranno esagerazioni; ma ricordate che sé la miseria rende l'uomo ingiusto, il benessere lo rende egoista. Vedete che non salga al cielo contro di voi alcun grido che sia accolto dal Signor degli eserciti. I cristiani devono mostrare col loro esempio come si risolvono le questioni sociali che sono, in buona parte, questioni morali. L'Evangelo solo può affrancare l'uomo dal peccato.

c) Vivete in onesta e moderata agiatezza; ma fuggite la vita sensuale nell'intemperanza, nel lusso, nei piaceri e nella lussuria. Non contribuite ad accentuare il contrasto scandaloso che esiste tra la povertà e l'abbondanza. Non sia mai detto che spendete in un pranzo luculliano quanto basterebbe a far vivere una famiglia per sei mesi o per un anno. Non sia mai detto che spendete in un vostro vestito o in una collana, quanto basterebbe a coprire diecine di famiglie mancanti del necessario. Non dite che le vostre spese di lusso fanno vivere il commercio quando in realtà le fate per soddisfare i desideri del vostro cuore. Il lusso è per lo più uno sperpero di ricchezza, una forza perduta per l'umanità. Quel che soddisfa il gusto del bello, ha scritto Laveleye, non è tanto la ricchezza della materia quanto la perfezione della forma. Se invece di spender denaro in cose inutili, lo si consacrasse per es. a miglioramenti agricoli, si darebbe lavoro a molti operai e si accrescerebbe la produzione. Quando invece, i ricchi spiegano il loro lusso sfacciato, i loro conviti e le loro lussurie, si comprende che di fronte agli abusi scandalosi della ricchezza, salgano nel cuor dei miseri pensieri d'invidia, di ribellione, di vendetta.

d) Mentre i cattivi ricchi odiano o perseguitano il giusto, voi amatelo, difendetelo. colla vostra influenza; soccorrete i perseguitati, sostenete tutte le cause giuste, aiutate tutte le opere cristiane che, mirano ad estendere il regno di Dio sulla terra. Per tal modo la vostra ricchezza, invece di aggravar la vostra condanna e d'esservi causa di tormentoso rimorso, accrescerà la vostra allegrezza. Vi farete con essa degli amici che vi accoglieranno nei tabernacoli eterni.

7 §9. Giacomo 5:7-20. ESORTAZIONI VARIE

La fine dell'Epistola contiene varie esortazioni concernenti la vita cristiana, esortazioni che non hanno fra loro alcun nesso speciale, ma che rispondevano ai bisogni delle chiese della Diaspora giudeo-cristiana. Si possono raggruppare sotto quattro capi:

1. Giacomo 5:7-11. Esortazione ad esser pazienti aspettando la venuta del Signore.

2. Giacomo 5:12. Esortazione a non giurare in modo profano.

3. Giacomo 5:13-18. Esortazione a pregar con fede per ottener la guarigione dei mali fisici e morali.

4. Giacomo 5:19-20. Esortazione a ricondurre sulla retta via i fratelli fuorviati.

1. Siate pazienti aspettando la venuta del Signore. Giacomo 5:7-11

Siate dunque pazienti, fratelli fino alla venuta del Signore.

Giacomo ha urlato nel § precedente delle ingiustizie e delle violenze alle quali sono esposti i giusti per parte dei cattivi ricchi ed ha prospettato l'avvicinarsi del giudicio di Dio. A cotali pensieri si riannoda l'esortazione alla pazienza rivolta con un dunque ai credenti umili e sinceri che Giacomo chiama fratelli. Nota il Chapuis: «Tutto è mutato, l'esortazione e l'accento, come gli uditori. Non è più la voce che tuona sul Sinai, è il suono dolce e sommesso dell'Horeb; è l'incoraggiamento d'un amico, d'un padre ai suoi figli. Quei poveri e quegli oppressi a sui si rivolge, Giacomo li esorta ad esser pazienti, e la parola, sotto forme diverse, non torna meno di sei volte in questo frammento». Il verbo usato significa propriamente: Siate longanimi ( μακροθυμειν) e, secondo, il Trench, la longanimità o la lentezza all'ira è la pazienza dispetto alle persone, alle loro ingiustizie, ai loro mali trattamenti, alle loro provocazioni, o semplicemente alle minori offese, alle mancanze di riguardi, alle freddezze, a un procedere che non comprendiamo e che ci pare a noi contrario (Es. Ebrei 6:15; Efesini 4:2). L'altra parola adoprata da Giacomo in Giacomo 5:11 ( ὑπομονη) esprime la pazienza manifestata nel sopportare virilmente e con costanza le avversità senza lasciarsi abbattere; quindi si traduce più spesso "costanza", "perseveranza". La venuta del Signore è l'avvento glorioso del Signor da lui stesso promesso e descritto, come risulta dai Vangeli. Verrà come Re e Giudice, per liberare e premiare i suoi fedeli oppressi e per punire i suoi nemici impenitenti. I seguaci di Cristo devono pazientare, rattenendo l'ira, la vendetta e le violenze cui potrebbero esser tentati, fino a quel momento, che segnerà un'era nuova nel regno di Dio. A lui appartiene la vendetta; Egli renderà la retribuzione. Romani 12:19.

Ecco, l'agricoltore spetta il prezioso frutto delta terra pazientando, finchè esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell'ultima stagione.

Come vi sono nella natura delle leggi secondo le quali il frutto prima d'arrivare a maturità richiede tempo e condizioni favorevoli, così allo svolgimento del regno di Dio, presiedono leggi secondo le quali la virtù risanatrice del Vangelo penetra lentamente nell'umanità come fa il lievito nella pasta. L'agricoltore si uniforma alle leggi della natura e aspetta la preziosa messe, i frutti d'estate e d'autunno, quando sui campi sian cadute le pioggie autunnali (Ottobre-Novembre) e le primaverili (Marzo-Aprile). Così devono pazientare i cristiani aspettando i tempi migliori promessi, ma di cui ignorano la data. Nel fatto, i credenti primitivi si figurarono erroneamente che lo svolgimento del Regno di Dio nel mondo non richiederebbe che alcune diecine d'anni, mentre in realtà richiede diecine di secoli.

8 Siate anche voi pazienti come l'agricoltore; rinfrancate i vostri cuori,

poichè per aspettar con pazienza ci vuol coraggio e forza morale; e questa vien da Dio 1Pietro 5:10); ma viene quando l'uomo si abbandona all'azione dello Spirito di forza, bramoso d'esser reso saldo.

perchè la venuta del Signore è vicina,

o non avrete quindi da aspettare a lungo. Gesù aveva inculcato ai suoi discepoli il dovere di vegliare e pregare, di tenersi pronti per il ritorno del loro Signore; ma non ne aveva fissata la data, anzi aveva dichiarato apertamente che nè gli angeli, nè Lui stesso la conoscevano, ma il Padre solo (Atti 1:7; Marco 13:32-37 e paralleli). Talune sue parabole facevano prevedere un lento sviluppo del regno (il lievito. il grano e la spiga, i talenti, le vergini): i suoi apostoli affermano la certezza del Ritorno di Cristo, ma non fissano alcuna data; anzi Paolo è costretto a frenare le impazienze dei fanatici di Tessalonica a quel riguardo. Ma ciò non toglie che essi personalmente considerassero come, vicina la venuta del Signore, al pari degli altri cristiani. Perciò di fronte agli schernitori Pietro ricorda che, per l'Eterno, un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno 2Pietro 3.

9 Fratelli non mormorate gli uni contro gli altri, onde non siate giudicati;

Li ha esortati ad esser pazienti di fronte alle ingiustizie e alle violenze degli uomini senza pietà cristiana; li esorta! ora alla pazienza di fronte ai loro compagni di fede e di prova. Accade, infatti, nota un vecchio commentatore, che quegli stessi i quali sopportano con calma le contumelie e i torti dei nemici e dei malvagi, non sopportino facilmente le offese molto più leggere dei fratelli. I torti cui sono esposti da parte degli oppressori rendono i fedeli più sensibili e più irritabili verso i loro fratelli. Dice propriamente non sospirate gemendo gli uni contro gli altri (Cfr. Romani 8:23; Ebrei 13:17; Marco 7:34), con che accenna alle lagnanze, ai mormorii espressi in parole, ed anche ai sentimenti di amarezza chiusi in fondo al cuore. Essi implicano un giudicio sfavorevole ed incompetente fatto dei fratelli e Gesù ha detto: "Non giudicate affinchè non siate giudicati". Implicano pure una violazione della legge dell'amore, di quell'amore di cui Paolo scrive ch'esso «è paziente, è benigno... non s'inasprisce, non sospetta il male... soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa» 1Corinzi 13. Giudicando i fratelli senza carità, si espongono ad esser giudicati anch'essi e condannati senza misericordia. Devono tanto meno cedere a cotali sentimenti che

ecco, il Giudice è alla porta,

cioè vicino ad entrare (Cf. Matteo 24:33; Marco 13:29). Il Giudice è il Signor Gesù la cui venuta gloriosa, come deve consolare i fedeli nell'oppressione, così li deve preservare dal venir meno al supremo dovere dell'amore fraterno.

10 Alle considerazioni accennate fin qui, Giacomo aggiunge l'esempio degli antichi uomini di Dio per meglio confortare i suoi fratelli ad esser pazienti.

Prendetevi fratelli, per esempio di sofferenza e di pazienza i profeti che han parlato nel nome del Signore.

Sebbene investiti dell'alta missione di parlare nel nome del Signore, cioè dietro l'ordine e coll'autorità del Signore di cui comunicavano al popolo le rivelazioni, pure i profeti furono chiamati a soffrire beffe, opposizioni, prigioni, morte, come mostrano gli esempi di Mosè, di Elia ed Eliseo, di Michea figlio d'Imla, di Amos, di Geremia e d'altri fino a Giovanni Battista ch'ebbe la testa troncata par ordine d'Erode. Non devono dunque i discepoli del Crocifisso trovare strano d'esser chiamati a soffrire anch'essi per la loro fede come Gesù l'ha predetto. Ma i profeti han sofferto con pazienza, e i fedeli devono in ciò imitarli. Per allusioni alle sofferenze e persecuzioni dei profeti, vedi Matteo 5:12; 23:34-37; Atti 7:52; Ebrei 11:32 e seguenti.

11 Un ultimo motivo di pazienza e di costanza sta nell'infinita misericordia di Dio che non mancherà di ricompensare largamente coloro che avranno sofferto per lui. "Beati i perseguitati per cagion di giustizia, poichè il regno dei cieli è loro. Beati voi quando v'oltraggeranno e vi perseguiteranno... Rallegratevi e giubilate, perchè il vostro premio è grande nei cieli..." Matteo 5:10-12.

Ecco, noi chiamiamo beati quelli che hanno sofferto con costanza,

fondandoci sulle dichiarazioni, della Scrittura, sul senso di giustizia che portiamo, in noi medesimi e sugli esempi ché ne offre l'A.T.

Avete udito parlare della costanza di Giobbe

Letteralmente avete udito la costanza... L'avete udita quando s'è letta la Scrittura nelle sinagoghe e l'avete udita dalle labbra dei vostri genitori (Cfr. 2Timoteo 3:15), fin dall'infanzia. Giobbe fu provato colla perdita delle sue ricchezze, dei suoi figli e della propria salute; ma nonostante le provocazioni della moglie e le ingiuste accuse degli amici, egli pur trascorrendo talvolta in parole amare ed ingiuste sotto il peso d'una prova di cui ignora il fine ultimo, rifiuta di abbandonare Iddio e se ne appella a Lui contro i suoi amici.

e avete veduto la fine riserbatagli dal Signore

Letteralmente la fine del Signore cioè la fine di cui fu autore il Signore rispetto a lui. È fuori questione veder in queste parole, come alcuni hanno fatto, un'allusione alla morte di Gesù; mentre la fine della storia di Giobbe al quale Dio volle ridare non solo la salute, la stima degli amici, ma anche dieci figliuoli e il doppio della ricchezza posseduta prima della prova, offre un esempio del modo misericordioso e generoso col quale Dio ricompensa, talvolta sulla terra, sempre nell'al di là, i fedeli che han sofferto con costanza perchè il Signore è pieno di compassione e misericordioso.

12 2. Non pronunziate vani giuramenti. Giacomo 5:12

L'esortazione del v. 12 non ha alcun nesso apparente con quella che precede. L'unico nesso sta nel fatto che come i lettori avevano bisogno di pazienza, così avevano bisogno d'esser corretti dell'abitudine invalsa nel giudaismo contemporaneo (Cfr. Matteo 5:34; Matteo 14:17; Matteo 26:72-74; Atti 23:12) e non estirpata presso i giudeo-cristiani, di giurare leggermente con formule varie mescolate alla conversazione ordinaria, le quali, invero, non contenevano il nome sacro di Dio, ma erano dei sostituti non innocenti. L'esortazione del fratello del Signore ricorda, perfino nella forma, quella di Gesù contenuta in Matteo 5:34-37.

Ma innanzi tutto, fratelli miei, non giurate nè per il cielo, nè per la terra, nè con altro giuramento;

L'innanzi tutto mostra quale importanza Giacomo annettesse a questa sua esortazione. Vuol che i suoi fratelli la prendano a cuore in modo speciale sebbene la faccia in poche parole. Parte degli espositori hanno veduto qui, come in Matteo, non la proibizione d'un abuso, ma la proibizione assoluta del giuramento. Ad es. il Reuss che scrive: «Non si tratta di un abuso del giuramento; ogni giuramento è un abuso, un peccato. Giacomo non vuol condannare solamente i giuramenti pronunziati alla leggera e con formule reputate poco serie, riservandosi di permettere i giuramenti solenni con invocazione diretta di Dio. No; la verità va detta semplicemente e francamente e ciò basta». Vi sono però, fortissime obiezioni a un tal modo d'intendere le parole del pastore di Gerusalemme. Anzitutto, egli non parla che di giurare per, il cielo o per la terra, e quando aggiunge nè con altro giuramento è chiaro che si tratta di altre formule consimili in uso presso i Giudei, nella conversazione ordinaria, ad es. "per Gerusalemme", "per il mio capo", "per il tempio", "per l'oro del tempio", "per l'altare", "per l'offerta ch'è sopra l'altare". Vedi la casistica rabbinica su quei giuramenti in Matteo 23:16-22. Se Giacomo avesse inteso condannare il giuramento solenne consistente nel prender Dio a testimone della verità di ciò che uno afferma, egli non avrebbe mancato di dirlo, in modo esplicito, tanto più ch'egli, nutrito dell'A.T., si rivolgeva a dei Giudeo-cristiani i quali non ignoravano che l'A.T. ordinava in certe circostanze di prestare giuramento per lo nome dell'Eterno Deuteronomio 6:13; 10:20; Numeri 5:19-21; Salmi 63:11. I profeti davano anzi questa come una delle caratteristiche dell'Israele restaurato: «Chi giurerà sulla terra giurerà per l'Iddio di verità» Isaia 65:16; Geremia 12:16. Nè poteva Giacomo ignorare che Gesù avea prestato giuramento dinanzi al Sinedrio dichiarando d'essere il Cristo Matteo 26:63-64. Paolo prende ripetutamente a testimone della verità delle sue parole l'Iddio vivente 2Corinzi 1:23; Romani 1:9, e che altro è questo se non un giuramento solenne? Giovanni riferisce in Apocalisse 10:5-7 di un angelo di Dio che "levò la sua man destra al cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli...". L'Autore dell'Epist. agli Ebrei, rilevando il fatto che "gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro e per essi il giuramento è la conferma che pone fine ad ogni contestazione", fa notare che Dio, non potendo giurare per alcuno maggiore, di lui, giurò per se stesso per mostrare l'immutabilità del suo consiglio Ebrei 6:13-18. Di fronte a tutti questi fatti, come può ammettersi che Giacomo, tanto conservatore rispetto all'A.T., abbia potuto con due righe, senza neppur mentovarlo esplicitamente e senza motivazione alcuna, proibire il solenne giuramento per il nome di Dio, giuramento ch'è in fondo un atto di culto, una professione di fede nell'onniscienza, nella giustizia, e nella potenza del Dio di verità. Si aggiunga che di una tal proibizione non c'era neppur bisogno poichè il rispetto per il nome sacro di Iahveh (l'Eterno) presso gli Ebrei era diventato perfino superstizioso; tanto che Gesù per combattere l'uso delle formule popolari di giuramento, si limita ad osservare ch'esse, in fondo, vengono ad esser dei giuramenti per il nome di Dio. Riservando dunque il giuramento vero e proprio, per le rare occasioni in cui è richiesto, quel che Giacomo prescrive è di bandire dalla conversazione usuale tutte quelle formule di pseudo-giuramenti che tolgono peso e valore alla semplice affermazione o negazione, la quale, invece, dev'esser sempre ritenuta come espressione sacra della verità:

ma sia il vostro sì, sì, e il vostro no, no, affinchè non cadiate sotto giudicio.

La sincerità è, la condizione annessa al magnifico dono della parola umana. L'offuscar quell'obbligo, quasichè senza un giuramento la parola umana non avesse valore, è un rendersi colpevole, un esporsi al giudicio di condannazione. Gesù ha espresso lo stesso pensiero col dire: "Il di più (del sì e del no) vien dal maligno".

13 3. Pregate in ogni circostanza; specialmente per ottener la guarigione dei mali fisici e morali. Giacomo 5:13-18

L'unità di questo brano, nota Cellérier, non sta nella forma, ma nel sentimento che lo pervade. Esso è tutto consacrato alla preghiera. Il servo del Signore vuol che i discepoli, in tutte le loro emozioni, nelle loro sofferenze e miserie come in quelle del prossimo, imparino a cercare il rimedio in Dio. Egli accenna alla preghiera individuale nel v. 13, alla preghiera degli anziani della chiesa in Giacomo 5:14-15, alla preghiera fraterna degli uni per gli altri in presenza dei mali di cui tutti soffrono Giacomo 5:16-18.

C'è fra voi qualcuno che soffre? Preghi. C'è qualcuno d'animo lieto? Salmeggi.

Sia la sofferenza fisica o, morale, Giacomo consiglia di volger l'anima a Dio, per umiliarsi, per implorar la sua pietà, per sottomettersi alla prova od al gastigo. È l'unico modo cristiano di comportarsi nella sofferenza e l'unico che possa dar pace e forza all'anima. Anche nella gioia convien che il cuore non dimentichi Iddio ch'è il donatore di ogni buon dono, convien che gli renda grazie e lo lodi nei suoi canti. Propriamente il salmeggiare ( ψαλλειν) significa cantare accompagnandosi con istrumenti da corda; ma è usato pure, in senso lato, del cantare inni di lode, anche senza strumenti (Cf. Efesini 5:19). La vita dev'essere pervasa dal sentimento della presenza e dell'azione di Dio e quindi una vita di preghiera espressa o non espressa.

14 Fra le sofferenze alle quali vanno soggetti, è mentovata in modo particolare la malattia.

C'è qualcuno fra voi infermo? Chiami gli anziani della chiesa e preghino essi su lui, ungendolo d'olio nel nome del Signore.

Gli anziani o presbiteri sono chiamati pure, negli scritti apostolici, episcopi ossia sovrintendenti, presidenti e pastori Atti 20:17,28; Filippesi 1:1; Romani 12:8; 1Timoteo 5:17; Efesini 4:11. C'erano degli anziani nelle sinagoghe e l'istituzione passò nelle comunità cristiane. Essi dovevano vegliare al bene spirituale delle chiese mentre ai diaconi erano affidati gl'interessi materiali e, quando vennero a cessare gradualmente i carismi, l'insegnamento fu affidato a quello o a quelli fra i presbiteri che avevano i doni richiesti. Al solo presbitero insegnante restò poi, in processo di tempo, il titolo di vescovo. Perchè far chiamare il collegio degli anziani? Non perchè possedessero il "dono delle guarigioni" al quale non c'è allusione, ma perchè dovevano essere normalmente le persone più pie e più istruite nella verità, e perchè erano i rappresentanti e organi naturali dell'intera congregazione di cui il malato era membro. Inoltre, venendo a pregare per il malato (letteralmente sopra luci perchè giacente nel suo letto), essi, seguendo un uso giudaico che vediamo mentovato in Marco 6:13 come praticato dagli apostoli in Palestina, lo ungevano in pari tempo d'olio nel nome del Signor Gesù; e questa cerimonia, in cui l'olio era il simbolo della guarigione implorata dalla potenza di Cristo, rivestiva un certo carattere ufficiale. S'è creduto da alcuni che l'olio fosse applicato come medicina perchè era largamente usato per l'igiene del corpo. Ma di ciò non v'è qui parola. Piuttosto, quest'uso giudaico che non appare praticato dagli apostoli fuori di Palestina, che non è mentovato se non nel passo di Marco, sembra essere connesso coll'uso simbolico dell'olio rappresentante lo Spirito o la grazia necessaria per compiere certe funzioni pubbliche in seno al popolo d'Israele.

15 L'essenziale, ad ogni modo, per San Giacomo, non è l'unzione da lui menzionata come uso popolare, ma è la preghiera fatta con fede in favor del malato:

e la preghiera della fede salverà il malato, e il Signore lo ristabilirà.

Letteralmente lo rialzerà, s'intende dal suo letto di malattia. Salverà potrebbe applicarsi alla salvezza dell'anima come alla guarigione del corpo; ma il contesto è in favore di quest'ultimo senso che troviamo anche nei Vangeli Matteo 9:21; Marco 6:56. Di quel che concerne l'anima è, questione nelle parole seguenti:

e s'egli ha commesso dei peccati, gli saranno rimessi.

Non si tratta qui di peccati in senso generale, poichè Giacomo stesso afferma che "tutti falliamo in molte cose"; ma si tratta di peccati speciali che hanno potuto avere come conseguenza naturale o, come gastigo la malattia. In questo caso speciale, la remissione dei peccati è strettamente connessa colla guarigione; l'una implica l'altra. Al paralitico Gesù concede in primo luogo il perdono dei peccati, poi la guarigione corporale Marco 2. È noto che su Giacomo 5:14-15 la Chiesa romana ha fondato il suo sacramento dell'estrema unzione mentovato come uno dei sette solo nel dodicesimo secolo e definito come tale dal Concilio di Trento. Ma perfino il cardinale Caietano dichiarava nel 1539 che le parole di Giacomo e l'effetto del rito mostrano non esser in questo brano questione del sacramento. Infatti si tratta di un uso giudaico accettato, fors'anche non generalmente dai giudeo-cristiani, ma non di un comandamento di Cristo e tanto meno di un sacramento da lui istituito. Chi pratica il rito sono gli anziani della chiesa riuniti presso al letto del malato per pregare per lui, non un sacerdote consacrato dal vescovo. Lo scopo è di ottener la guarigione del malato non di dargli una estrema unzione ed un viatico per l'oltre tomba. Finalmente non sono gli anziani che rimettono i peccati, ma è Dio che, col dar la guarigione, dà al malato la certezza del suo perdono.

Dalla malattia fisica l'autore risale alla malattia morale, al peccato già accennato nel v. 15; e dalla preghiera ecclesiastica alla preghiera fraterna. Egli invita, dice Cellérier, tutti i fedeli a pregare gli uni per gli altri, a chiedere gli uni dagli altri l'aiuto di quella preghiera semplice, libera e ardente che, sollecitata da un'anima contrita, concessa da un cuor pio e caritatevole, stabilisce tra i discepoli di Cristo una commovente e potente solidarietà. Con minor apparato e solennità, anche quella preghiera potrà impetrare per il peccatore le grazie divine. Egli ha parlato di una funzione dei presbiteri, egli ricorda ora quella dei semplici fedeli.

16 Confessate dunque i falli gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri onde siate guariti.

Il dunque del testo emendato poggia sui più antichi codici e versioni e si spiega col presupposto in se probabile che, nel caso di malattia causata da qualche peccato speciale Giacomo 5:15, il malato che invita i presbiteri a pregare per lui abbia riconosciuto e confessato dinanzi ad essi, umiliandosene, il proprio peccato. Una tale confessione era segno di umiltà e di verace pentimento. Dal caso speciale Giacomo trae la conclusione che il confessare liberamente gli uni agli altri i propri falli, le proprie difficoltà, per chiedere scambievolmente l'aiuto delle preghiere dei fratelli, sia cosa utile per tutti i fedeli senza eccezione. Non si tratta dunque qui della confessione sacramentale del papismo. «Qui nessun costringimento, nessun carattere obbligatorio e sacerdotale, nessun prete, nessuna assoluzione, nessuna penitenza; nulla infine che ricordi e autorizzi quella confessione auricolare che non divenne sacramento e legge della Chiesa se non nel 1215, al Concilio di Laterano, sotto Innocenzo III» (Chapuis). Si, è talvolta limitato alle sole offese fatte ai fratelli il consiglio della mutua confessione dei falli; ma il testo non autorizza una tale limitazione. Va da se che la confessione libera dei propri falli a un fratello non può avverarsi che nel caso in cui quel fratello ispiri piena fiducia per la sua provata pietà ed esperienza cristiana e sia disposto a pregare perchè sia guarito dalla sua malattia morale chi gli ha mostrato le piaghe del suo cuore. Alcuni espositori non vedono nell'onde siate guariti altro che una riferenza alle malattie fisiche di cui è stato questione prima. Sarebbe strana la insistenza sullo stesso pensiero. Il seguito, Giacomo 5:19-20, mostra che dalle malattie fisiche la mente dello scrittore, prima di por fine alla sua lettera, è passata a quelle ben altrimenti importanti concernenti la vita spirituale. Ad incoraggiare tutti i fedeli alla preghiera fraterna d'intercessione, Giacomo adduce dall'A.T. l'esempio d'Elia quale lo rappresentava la tradizione giudaica.

Molto può la supplicazione del giusto,

del credente la cui fede si manifesta nelle opere,

fatta con efficacia

cioè con energia di fede, di amore e di perseveranza.

17 Elia era un uomo sottoposto alle stesse passioni che noi,

cioè un semplice uomo colla stessa nostra natura. Giacomo fa questa osservazione preliminare per prevenir l'obiezione che l'esempio d'Elia non si attagliasse ai semplici fedeli.

e pregò ardentemente (letteralmente e pregò con preghiera) che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi.

In 1Re 17:1 si parla soltanto di un annunzio di siccità fatto da Elia al re Acab, non di una preghiera del profeta. Ma la tradizione rabbinica aveva veduto un'allusione alla preghiera nelle parole: "L'Eterno alla cui presenza io sto...", e: "non vi sarà nè rugiada nè pioggia se non alla mia parola". Anche la durata precisa della siccità non è indicata in 1Re 17:18, ove si parla di "molti giorni" e del «corso del terzo anno», ma la tradizione avea creduto di poterla determinare in modo più preciso (cfr. Luca 4:25).

18 Pregò di nuovo e il cielo diede,

per l'esaudimento concesso da Dio,

la pioggia, e la terra produsse il suo frutto.

Grandi cose dunque nel campo fisico e nel campo spirituale può operare la preghiera ch'è stata, chiamata la forza che muove la mano dell'Onnipotente.

19 4. Procurate di ricondurre sulla retta via quelli che si allontanano dalla verità, perchè così facendo, avrete compiuto un'opera ricca di grandi e benefiche conseguenze. Giacomo 5:19-20

San Giacomo ha esortato i suoi fratelli a intercedere a favore dei fratelli caduti in qualche fallo e lottanti contro il male; egli fa, negli ultimi due versetti del suo scritto, un passo di più e li esorta a preoccuparsi della salvezza non solo di quelli che cadono e confessano le loro cadute chiedendo aiuto, ma di quelli pure il cui stato è assai più grave perchè si sono sviati dalla verità. È dovere d'amor fraterno non abbandonarli, ma fare quanto è possibile colla preghiera e coll'opera per ricondurli sulla retta via. Ad incoraggiare i credenti alla pratica di un dovere non facile, l'autore pone davanti ad essi la grandezza benefica dei risultati ch'essi potranno ottenere.

Fratelli miei, se qualcuno fra voi si svia dalla verità e uno lo converte,

Si tratta qui di cristiani che, dopo aver conosciuta la verità evangelica per mezzo della quale sono stati generati a vita nuova Giacomo 1:18,21, si sviano poi gradatamente da essa tanto nella dottrina quanto nella pratica. Infatti, come nota il Ropes, «La verità non è soltanto oggetto della conoscenza, ma è un ideale morale e religioso. È la volontà di Dio rivelata alla quale deve rispondere la leale ubbidienza del cuore». Lo converte cioè lo riconduce, coll'aiuto indispensabile di Dio, sulla retta via abbandonata.

20 Sappia colui che chi converte un peccatore dall'errore della sua via,

dall'errore in cui cammina teoricamente e praticamente. Questo errare lungi dalla verità, ripiomba il cristiano nella categoria generale dei peccatori nemici di Dio, coll'aggravante dell'aver conosciuto e professato per un tempo la verità. Ad ogni modo, è applicabile al caso particolare dei fuorviati l'incoraggiamento formulato riguardo ai peccatori in genere.

salverà un'anima dalla morte

così porta il cod. vaticano B col K, L, mentre il sin. e l'aless. portano: "l'anima di lui" lezione adottata da Tischendorf e da Nestle. Ma è da preferire la lez. più breve. Per morte l'autore intende la morte eterna conseguenza ultima del peccato (Cfr. Giacomo 1:15).

e coprirà moltitudine di peccati.

perchè, col ricondurre a pentimento e a fede il peccatore, gli assicurerà il per dono dei suoi numerosi peccati passati. Il perdono divino è raffigurato nella Scrittura come un "coprire" i peccati, per modo che l'occhio di Dio, in certa guisa, non li vede più. «Beato l'uomo la cui trasgressione è rimessa, il cui peccato è coperto» Salmi 32:1; 85:2; Neemia 4:5. È completamente estranea al testo l'idea che chi converte un peccatore assicura a se stesso il perdono dei propri peccati. Giacomo mira a far sentire quanto grande sia il privilegio dell'essere, nelle mani di Dio, un istrumento per salvare delle anime dalla morte eterna ridonando loro, per prima cosa, la pace del perdono divino.

L'epistola finisce così con un altissimo incoraggiamento a tradurre in atti l'amor fraterno e in genere l'amor del prossimo. Termina in modo brusco e senza i saluti che di solito si trovano nelle epistole paoline. Ma va ricordato che lo scritto non è diretto ad una, chiesa particolare di cui l'autore conosca personalmente i membri. Giacomo non ha viaggiato attraverso la vasta Diaspora giudaica ove sono dispersi i cristiani ai quali scrive. Ne conosce senza dubbio molti per averli incontrati in Gerusalemme; ma giudica probabilmente ingombrante il salutare, in una lettera circolare, dei fratelli che, vivendo in paesi diversi, sono ignoti gli uni agli altri. Egli è d'altronde amante della più concisa brevità.

AMMAESTRAMENTI

1. L'esortazione alla pazienza longanime è di quelle che, per mutar di tempi e di circostanze, non perdon mai la loro attualità finchè siamo in un mondo ove regna il peccato. Abbiam bisogno di pazienza di fronte alle beffe, agli oltraggi, alle ingiustizie, alle persecuzioni dei nemici del Vangelo, o di qualsiasi religione; ne abbiam bisogno di fronte alle imperfezioni, alle incomprensioni, alle offese dei fratelli; ne abbiam bisogno di fronte al fatto della lentezza con cui viene svolgendosi il piano di Dio attraverso i secoli ed esclamiamo: "Fino a quando Signore?" La Sacra Scrittura ci addita parecchi aiuti atti ad accrescere la pazienza cristiana. Giacomo 5:7-11 ne accennano tre:

a) La certezza della venuta gloriosa di Cristo che segnerà la vittoria sulle potenze avverse e il coronamento dell'opera della redenzione. Essa è il solo scioglimento soddisfacente del dramma della storia umana. Non ne conosciamo la data; ma la certezza assoluta della promessa sussiste e ci deve aiutare a portar con pazienza la nostra croce.

b) Le leggi della natura ci forniscono un secondo aiuto. Esse ci mostrano come Dio suole operare per via di lenta evoluzione. Il seme del grano è gettato in terra in autunno, passa l'intero inverno senza grandi progressi apparenti e solo dopo le piogge primaverili e il ritorno del calore si avvia rapidamente alla maturazione. Gli alberi crescon lentamente, l'embrione animale si sviluppa a gradi lenti, e l'uomo stesso, dal lato fisico come dal lato intellettuale e morale, si evolve attraverso migliaia di giorni. Perchè dovremmo credere che il grande albero del regno di Dio che deve stendere i suoi rami su tutta la terra debba seguire leggi diverse da quelle che vediamo nella natura ed in noi medesimi: "La messe verrà a suo tempo"; aspettiamola colla pazienza dell'agricoltore.

c) Ci conforta a pazienza e costanza l'esempio degli uomini di Dio che furono anch'essi chiamati a soffrire con pazienza prima d'entrar nel loro riposo.

La Scrittura ci offre nelle sue parti storiche una, ricca miniera di esempi istruttivi (cfr. Ebrei 11) ai quali possiamo oggi aggiungere la storia della Chiesa che fa passare dinanzi a noi la moltitudine degli eroici testimoni di Cristo.

2. Che cosa provano le tribolazioni dei fedeli? Due cose: anzitutto che le sofferenze non sono sempre un castigo, ma possono esser un appello, come quando il capitano fa uscir dalle file un soldato per affidargli una missione perigliosa. Non è un'ostia, ma una gloria. Esse provano ancora la certezza d'una futura retribuzione. Dio non sarebbe Dio se non desse ai suoi servitori che la sofferenza quaggiù e il nulla dopo. Il nulla non può sostenersi di fronte alla prosperità degli empi, ed è meno sostenibile ancora di fronte alla sventura dei giusti. Quelle tribolazioni ch'essi sopportano per amore di Dio, quei dolori, quelle delusioni, quelle catene, quei roghi... sono altrettante voci che gridano alla coscienza scossa dalle prove: «Non, venir meno, rinfrancati, c'è una giustizia in cielo. Quelle prove si muteranno in gloria quando Gesù Cristo apparirà» (Da Chapuis).

3. L'ideale cristiano nell'uso della parola nelle conversazioni ordinarie, è quello espresso da Cristo e ripetuto da Giacomo: "Sia il vostro sì, sì; e il vostro no, no. Il filosofo Filone l'intravedeva quando iscriveva: "È cosa bella e convenevole che tutte le parole siano considerate come giuramenti" e non fu il solo ad esprimere una simile aspirazione. Purtroppo, l'esperienza della poca attendibilità della parola umana e la coscienza che l'uomo ha delle proprie deficienze a questo riguardo, hanno sempre mantenuto, sotto forme mutevoli, l'abitudine d'aggiungere alla semplice affermazione o negazione qualcosa che serva a rafforzarle. Senza parlar delle bestemmie, c'è l'uso frequente della parola "giuro", ci sono i pseudo-giuramenti per qualche persona o cosa ritenuta sacra e che sostituisce il nome di Dio; ci sono le imprecazioni contro se stesso le quali assumono talvolta le forme più macabre dell'esser scannati, ridotti in polvere, accecati, portati via dal diavolo ecc., e che sono in fondo un'invocazione perchè Dio vendichi subito la verità manomessa. Sotto tutte le sue forme, il giuramento leggero, inutile, dev'esser bandito dalla conversazione cristiana e non v'è chi non ne veda il bisogno nella cristianità odierna. Quanto al giuramento solenne esso va riservato a circostanze eccezionali e prestato colla dovuta serietà. Il richiederlo da chi non crede in Dio, da chi se ne fa beffe anticipatamente, il procedervi come si fa troppo spesso davanti a notai, giudici ecc. è una profanazione che le leggi dovrebbero abolire.

4. La religione delle forme ha in tutti i tempi la tendenza a fare nella vita una parte, piccola quanto si può, a Dio. Si rinchiude la religione entro le mura d'un tempio, la si riduce a certe pratiche le quali si compiono in dati giorni; è un vestito che si tira fuori per una festa e poi si ripone; Una tal religione è in realtà un ateismo pratico e la vita, restata mondana, si svolge senza Dio. La vita cristiana quale la descrive San Giacomo è invece tutta pervasa dalla presenza di Dio e il credente vive nella comunione costante col suo Padre mediante la preghiera d'adorazione e di rendimento di grazie nei giorni felici, mediante la preghiera di umiliazione e di supplicazione nei tempi della sofferenza morale o fisica. La preghiera è la respirazione dell'anima sua e secondo la parola di Paolo, ei non cessa mai di pregare. Il cristiano genuino prega da solo, prega colla famiglia, prega colla chiesa o coi rappresentanti di essa; prega per sè, prega per i fratelli infermi di corpo o di spirito. Prega coll'energia della fede, dell'amore, della perseveranza; chiede le preghiere degli altri per sè onde l'aiutino a riportar la vittoria nelle sue lotte contro il male. O Spirito di supplicazione, insegnaci a pregare anche con sospiri inesprimibili.

5. La scienza medicale, salvo in Grecia, non esisteva nel primo secolo, o almeno non era che ai suoi primordi. Essa è cresciuta ed ha cacciato gradatamente le pratiche superstiziose, le arti magiche a cui non si ricorre più che in certi paesi e in certe circostanze. Per il cristiano, delle preghiere inintelligibili, delle formule cui si attribuisse un potere sovrannaturale, sarebbero atti d'idolatria. Ma la medicina propriamente detta la condanneremo noi? Il Vangelo non condanna alcuna scienza degna del nome; c'insegna al contrario ad amare ogni verità anche nel campo delle cose passeggere. L'hanno affermato dei dotti autentici e non facciamo che ripeterlo, il magnifico sviluppo di tutte le scienze moderne è dovuto al lievito di fede e di amore della verità deposto nel mondo dal Signor Gesù Cristo. Ne segue egli che la medicina debba prendere posto essa sola nella camera del malato? Spesso, pur troppo, è così, per via dell'incredulità dei cristiani di nome; mentre all'altro estremo vi sono coloro che, escludono i medici e non vogliono che la preghiera per guarire le malattie. La via giusta è la via, media che consiste nell'adoperare con riconoscenza i soccorsi che l'arte medica può apprestare, ma senza trascurare la preghiera al Dio onnipotente e buono che può dare intendimento al medico, efficacia ai rimedi ed alle cure; od anche intervenire quando i mezzi umani si sono rivelati impotenti. "Je le pansai, Dieu le garit", diceva il pio medico francese Ambroise Paré (Da G. Henriod).

6. Il modo in cui s'è voluto dai teologi della Chiesa romana poggiare su Giacomo 5:14-15 il preteso sacramento dell'estrema unzione e su Giacomo 5:16 quello della confessione auricolare al sacerdote, è tipico del metodo senza scrupoli con cui si fa violenza ai testi biblici per far loro dire l'opposto di quello che insegnano alle anime amanti della verità.

7. Non dimentichiamo che uno può sviarsi dalla verità dopo averla conosciuta. La causa di cotali perversioni è di solito non intellettuale ma morale. Nel praticare la verità con buona coscienza sta la salvaguardia contro i funesti regressi verso l'errore ed il peccato 1Timoteo 1:19-20, regressi che avviano l'anima alla morte eterna lungi dal Dio della vita e della salvezza.

Quale privilegio per un peccatore salvato, ma debole ancora e indegno, d'essere scelto quale strumento per la salvezza eterna d'un'anima! «Ha salvato un'anima dalla morte, ha coperto moltitudine di peccati», quale magnifico epitaffio, quale corona di gloria e di gioia nell'eternità! (Cfr. Romani 11:14; 1Corinzi 7:16; 1Timoteo 4:16; 1Tessalonicesi 2:19-20).

Ma come fare, esclama il Chapuis, per ricondurre i traviati? È più difficile che di pregar per loro e il compito esige discernimento, tatto, prudenza, esperienza e buona coscienza. Il modo varierà secondo i luoghi, le persone e le circostanze. Non vi dico: Fate questo o quello, ma fate quel che potete, fate qualcosa! Il dovere è cosa obbligatoria. Tu, dice un pio dottore, trai fuor del fosso la pecora del tuo prossimo e lavori a spegnere l'incendio che consunta la di lui casa. Non aver meno compassione per l'anima di lui che per il suo bestiame e la sua abitazione! Non dir che ciò non ti riguarda; non dir che quello è l'affare dei pastori; non cercar altre scuse: ma con umiltà, con dolcezza, con amore, non negare quei consigli, quegli incoraggiamenti, quelle fraterne correzioni che potranno trar dall'abisso un peccatore per cui Cristo è morto (Cfr. 2Timoteo 2:24-26).

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