Giovanni 2

1 CAPO 2 - ANALISI

1. Le nozze di Cana, il primo miracolo di Cristo. Da Betabara a Nazaret, Gesù impiegò due giorni compreso quello della partenza. Lì trovò la madre ed i fratelli: ebbe l'invito alle nozze di Cana, e al terzo giorno partì per quel villaggio posto alcune miglia a Nord, colla madre, gli altri membri della famiglia dei discepoli. Mediante la sua presenza a quelle nozze e il miracolo che vi compì, Gesù suggellò il matrimonio come uno stato onorevole e santo. Dall'intimità di Maria con questa famiglia par probabile che fossero parenti. Le nozze, anche dei più poveri, duravan sette giorni; non è dunque probabile che la provvista di vino fosse così scarsa da durare appena per i primi giorni; dobbiam perciò credere che Gesù arrivò solo in sul finir delle feste, quando il vino era pressoché tutto bevuto, e la presenza di non pochi nuovi convitati doveva rendere difficile la posizione dell'ospite. Maria comunicò subito a Gesù le loro difficoltà; ma egli, con rispettosa fermezza, ripudiò il suo intervento, dandole al tempo stesso a conoscere quali dovevano essere i loro rapporti da quell'ora in poi. Giunto il momento, comandò ai servi di riempire d'acqua sei grandi vasi, e quando quest'acqua fu attinta e presentata a colui che dirigeva la festa, si trovò che, per la potenza miracolosa di Cristo, era stata mutata in vino. L'attestazione di questo miracolo, per parte di quelli che aveano riempito i vasi, e di colui che, avendo assaggiato il vino, lo trovò migliore di quello fino allora bevuto, fu completa ed innegabile. Questo fatto ci è riferito da Giovanni come il primo di una serie di miracoli mediante i quali Gesù Cristo fece risplendere la gloria della sua divinità, e fortificò potentemente la fede dei discepoli che già avevano cominciato a credere in lui come Messia Giovanni 2:1-11.

2. Breve visita a Capernaum. Da Cana Gesù tornò probabilmente a Nazaret, e di lì, colla famiglia e i cinque discepoli, scese a Capernaum per quale scopo, l'Evangelista non lo dice; forse fu per prepararvi il trasferimento della famiglia. Non è probabile che Gesù compiesse in questa occasione, i miracoli che eccitarono l'ira degli abitanti di Nazaret, poiché questa visita non durò più di tre giorni. Si avvicinava la Pasqua che reclamava la sua presenza in Gerusalemme non solo per ubbidire alla legge di Mosè, ma per cominciarvi il suo pubblico ministero Giovanni 2:12.

3. Prima visita officiale di Cristo a Gerusalemme e prima purificazione del tempio. Si calcola che la prima Pasqua, dopo il battesimo di Gesù, fu quella dell'anno 27 dell'era nostra. Giovanni non ci dice che i cinque discepoli accompagnassero il Signore a Gerusalemme; ma le parole di Giovanni 2:17,22 rendono la cosa quasi certa. Conveniva che il ministero pubblico del Messia principiasse nella Giudea, nella Santa Città e più specialmente nel Tempio. Fu probabilmente nel pomeriggio della vigilia di Pasqua (Vedi Nota Luca 22:7), al momento in cui ogni famiglia in Gerusalemme e in tutto il paese era occupata nel ripulire la propria casa da ogni vestigio di lievito, che il Figliuol di Dio si presentò nella Casa di suo Padre, affin di adempiervi il medesimo uffizio. Egli trovò il cortile esterno (il cortile dei Gentili), cambiato in un vero e proprio mercato ove vendevano gli animali per i sacrifici, e cambiavano le monete romane in monete giudaiche. Una tal profanazione accese il suo, sdegno. Senza dubbio egli l'aveva osservata già in altre sue visite a Gerusalemme; ma allora non era venuto per lui il momento di agire; oggi egli viene per fare la volontà del Padre che lo ha mandato, e con una frusta di cordicella, simbolo di autorità, piuttosto che strumento di castigo, scaccia mercanti ed animali, senza che alcuno si faccia ardite di resistere all'autorevole suo comando: "Non fate della casa di mio Padre una casa di mercato". Un atto consimile egli lo compì verso la fine del suo ministero Matteo 21:12; Marco 11:15; Luca 19:45; ma come lo compì questa volta, fu una proclamazione aperta della sua divina autorità, al tempo stesso che una pubblica riprovazione della malvagia condotta dei sacerdoti e dei rettori d'Israele nel permettere una tal profanazione del tempio di Dio. Benché la sua condotta debba avere destato la sorpresa universale, nessuna misura ostile fu presa contro di lui, forse perché i rettori sentivano in coscienza che egli aveva ragione. Si limitarono a chiedergli "un segno", della sua autorità divina, al che egli diede una risposta enigmatica, ricordata poi dal Sinedrio mentre lo giudicava Matteo 26:61; da gli schernitori intorno alla croce Matteo 27:40, e dai suoi discepoli, nel suo vero senso, dopo la risurrezione dai morti Giovanni 2:22. Benché il Signore ricusasse di dare un segno ai rettori de Giudei, diede, durante i giorni della festa, amplissime prove della sua divina potenza ed autorità, mediante i miracoli che compiè, e molti credettero in lui. Ma siccome la loro fede riposava unicamente su miracoli che avevano veduti, e non sopra l'intelligenza morale delle sue opere, l'Evangelista soggiunge "ch'egli conoscendo tutti, non fidava loro sé stesso" e (coll'eccezione di Nicodemo) non strinse con nessuno in Gerusalemme le strette relazioni che lo univano ai suoi discepoli di Galilea Giovanni 2:13-25.

Giovanni 2:1-11. IL PRIMO MIRACOLO DI CRISTO ALLE NOZZE DI CANA IN GALILEA, E LA BREVE SUA VISITA A CAPERNAUM

1. E, tre giorni appresso,

Lett. al terzo giorno, contando dall'ultima data mentovata Giovanni 1:42, quando Filippo fu chiamato, e Gesù partì da Betabara per tornare in Galilea. Il viaggio prese probabilmente la parte migliore di due giorni, e verso la fine della seconda giornata, Gesù giunse in Nazaret, partendone la mattina seguente colla madre, la famiglia e i discepoli affin di prendere parte a delle nozze.

si fecero delle nozze in Cana di Galilea;

Non mancano le leggende fantastiche sulla famiglia in cui si fecero queste nozze; non perderemo tempo però a riferirle; la sola cosa certa è il luogo dove dimorava. Due villaggi attualmente esistenti si disputano l'onore di esser questo Cana, cioè Kefr-Kenna, circa un'ora e mezza al nord di Nazaret, sopra una delle strade che conducono a Tiberiade; e Kana Jelil, che si trova tre ore a Nord-Ovest di Nazaret, vicino al villaggio di Sefúriyeh (l'antica Sepporis). Le tradizioni in favore del primo sono recenti invenzioni fratesche, di cui non c'è traccia prima della metà del sedicesimo secolo, mentreché, oltre alla perfetta identità del nome, una serie di viaggiatori, da Seawulf, (A. D. 1103), in giù, rendono testimonianza, in favore di Kana Jelil. Il diligente esploratore americano Robertson si pronunzia chiaramente in questo senso, e il suo concittadino Thomson, benché un pò a malincuore, confessa che egli ha ragione. In entrambi quei villaggi si trovano frammenti moderni di orci di terra cotta, ma nessuna traccia di pile di pietra.

e la madre di Gesù era quivi

Giovanni non mentova mai Maria per nome; né la chiama mai Vergine, ma sempre la "Madre di Gesù", forse, a motivo del rispetto che nutriva per lei, osserva Brown, soprattutto dopo che l'ebbe ricevuta in casa sua Giovanni 19:27. Non essendoci verbo della presenza di Giuseppe, marito di Maria, alle nozze di Cana (e invero il suo nome è ricordato per l'ultima volta in occasione della prima visita di Gesù al tempio in età di dodici anni), si crede che fosse morto, benché le parole di quei di Nazaret, più tardi, rendano la cosa incerta (Confr. Giovanni 6:42; Matteo 13:55; Luca 4:22).

PASSI PARALLELI

Giovanni 1:43

Genesi 1:27-28; 2:18-25; Salmi 128:1-4; Proverbi 18:22; 19:14; 31:10-12

Efesini 5:30-33; 1Timoteo 4:1-3; Ebrei 13:4

Giovanni 4:46; 21:2; Giosuè 19:28

2 2. or anche Gesù, con i suoi discepoli, fu chiamato alle nozze

Se esistevano legami di parentela fra le due famiglie di Cana e di Nazaret, l'invito a Gesù ed a Giacomo e Giovanni suoi cugini ci spiega subito; e gli altri due discepoli furono probabilmente convitati solo come compagni ed amici suoi, poiché Gesù, in questo primo principio del suo ministero ancora non poteva esser conosciuto come un capo scuola religioso, né quelli che eran con lui come discepoli di una nuova fede. Notisi che questa è la prima volta che questi già discepoli di Giovanni ci vengono presentati come raggruppati intorno al loro nuovo e maggiore Maestro. Ryle fa osservare che la presenza di Gesù, di sua madre e dei suoi discepoli a queste nozze è una condanna della dottrina patristica e romana della imperfezione dello stato matrimoniale paragonato a quello del celibato. Il vietare il maritarsi è dottrina dell'Anticristo, non di Cristo 1Timoteo 4:3. L'argomento papista, che Cristo colla sua presenza a Cana fece del matrimonio un sacramento, non ha nessunissimo valore. Se così fosse, anche i conviti e i funerali dovrebbero essere sacramenti, poiché Gesù fu presente pure a quelli. "Per fare un sacramento occorre una parola di istituzione; dov'è quella parola in questo passo? E se Cristo fece del matrimonio un sacramento, perché lo chiamano essi opera della carne? Sono i sacramenti opera della carne?" (Dyke citato da Ryle).

PASSI PARALLELI

Matteo 12:19; Luca 7:34-38; 1Corinzi 7:39; 10:31; Colossesi 3:17; Apocalisse 3:20

Matteo 10:40-42; 25:40,45

Ebrei 13:4

3 3. Ed essendo venuto meno il vino,

Non è punto probabile che essendosi fatta una provvista per sette giorni di festa, il vino mancasse al convito il giorno stesso delle nozze. Par più ragionevole il supporre che Gesù venne in sul finir della festa, e che l'arrivo di sette nuovi convitati avesse presto esaurito il poco vino che rimaneva.

la madre di Gesù gli disse: Non han più vino

Qual fu lo scopo di Maria nel dir questo a suo Figliuolo? Non certo di invitarlo a ritirarsi, per dar l'esempio agli altri, e risparmiare agli sposi la mortificazione di vedere esposta la loro povertà (Bengel); non di consigliargli di rivolgere agli astanti alcune pie esortazioni, affin di volgere altrove l'attenzione dei convitati, e risparmiare allo sposo un pò di vergogna (Calvino); neppure si può dire che Maria avesse già visto Gesù far dei miracoli poiché in Giovanni 2:11 è detto chiaramente che questo di Cana fu "il principio dei suoi miracoli". Essa non chiedeva nulla; ma le sue parole stesse sono una preghiera. Aveva evidentemente la convinzione che suo Figlio potrebbe supplire a quella mancanza, e siccome egli era, sempre stato ubbidiente infino allora ai desideri della madre, non dubitava che lo sarebbe ancora in questa occasione. Sperava essa un miracolo? e se sì, onde questa sua esperanza? Per molti anni, avea conservate in cuore le parole dette dagli angeli e dai pastori, da Simeone e da Anna, del bambino miracolosamente nato, ansiosa di vedere il giorno in cui comincerebbero ad avverarsi, è probabile, aveva udito da lui medesimo, o dai discepoli, la sera prima in Nazaret, o la mattina stessa per via, quanto Giovanni avea detto di suo Figlio, e il modo nel quale egli leggeva i cuori, doveva, senza dubbio, aspettarsi che tosto si manifesterebbe la sua potenza. Da ciò a suggerirgli che la posizione di quella famiglia gliene presentava una occasione propizia era breve il passo.

PASSI PARALLELI

Salmi 104:15; Ecclesiaste 10:19; Isaia 24:11; Matteo 26:28

Giovanni 11:3; Filippesi 4:6

4 4. Gesù le disse: Che v'è tra te e me, o donna?

La parola greca donna, nulla ha di duro e di meno che rispettosa. Questo stesso Vangelo ci mostra che non è fuor di posto anche quando si vuole esprimere il più profondo amore e la più viva compassione Giovanni 19:26; 20:13,15. Però il contrasto fra "madre" e "donna" indica che le loro relazioni di prima sono mutate, e questo risulta più evidente ancora dalle parole che seguono: "che v'è fra te e me?" A queste parole certi scrittori papisti han dato dei significati impossibili, come: "Che è questo a te ed a me?" cioè "Perché ci daremmo noi pensiero di questa mancanza di vino?" Questa forma di domanda si trova spesso nelle Scritture, e sempre indica che chi parla non vuole aver nulla di comune con quello cui egli parla, e ne rigetta l'intervento (Confr. Giosuè 22:24; Giudici 11:12; 2Samuele 16:10; 19:22; 1Re 17:18; Apocalisse 3:13; 2Cronache 35:21; Matteo 8:29; Marco 1:24; Luca 8:28). Qui Gesù dichiara che, per quanto sia prezioso l'affetto di una madre, esso non può entrare nella posizione che egli ora occupa, e che, coi suggerimenti che ora essa gli dà, Maria invade una provincia dalla quale tutte le creature vanno escluse. È finito per lui il tempo dell'ubbidienza e della disciplina silenziosa Luca 2:51. Da ora in poi, ogni suo atto originerà da lui solo, e sarà sempre compiuto al suo proprio tempo. Era un dolce ma pure un deciso rimprovero. La stessa idea si trova in Matteo 12:46-50 e nei passi paralleli. Abbiamo in queste parole un argomento irresistibile contro la mariolatria della Chiesa di Roma. Se il Signore non permise a sua madre nemmeno di suggerirgli un miracolo, devono certo offenderlo apparirgli blasfematorie delle preghiere in cui si supplica la Vergine Maria di comandare a suo Figlio, quasiché avesse autorità su di lui!

l'ora mia non, è ancora venuta

Due altre volte, il Signore parla, in questo Vangelo, di un'ora, come essendo specialmente sua Giovanni 12:23; 17:1, e tre volte Giovanni parla dell'ora di Cristo, sia come non essendo ancora venuta, sia come finalmente giunta Giovanni 7:30; 8:20; 13:1, e questi passi gettano luce su quello che ci occupa. In ognuno di questi oasi, vediamo che l'ora non era scelta da Gesù, ma fissata dal Padre. Egli è venuto per far la volontà di suo Padre, ad adempiere ogni opera assegnatagli al tempo fissato per ciascuna, e quel tempo neppure il Figlio poteva affrettarlo o rimandarlo indietro. In questo caso, non era giunto per lui il momento di intervenire. La provvista di vino non era forse esaurita e perciò poteva alla divina saviezza apparir necessario un lieve indugio per non lasciar dubbio alcuno sulla realtà dei miracolo; e perciò il Figlio aspettò il momento preciso scelto dalla volontà del Padre.

PASSI PARALLELI

Giovanni 19:26-27; 20:13,15; Matteo 15:28

Deuteronomio 33:9; 2Samuele 16:10; 19:22; Luca 2:49; 2Corinzi 5:16; Galati 2:5-6

Giovanni 7:6,30; 8:20; 12:23; 13:1; Ecclesiaste 3:1

5 5. Sua madre disse ai servitori: Fate tutto ciò ch'egli vi dirà

È chiaro che Maria non intese le parole di Cristo, come un rifiuto assoluto, di far qualcosa per gli sposi; forse le parole "non ancora venuta" le fecero sperare che qualcosa farebbe a tempo opportuno: Maria si contenta dunque di comandare ai servi di ubbidirgli.

PASSI PARALLELI

Giovanni 15:14; Genesi 6:22; Giudici 13:14; Luca 5:5-6; 6:46-49; Atti 9:6; Ebrei 5:9; 11:8

6 6. Or quivi erano sei pile di pietra, poste secondo l'usanza della purificazione dei Giudei,

Innumerevoli erano le abluzioni dei Giudei - quando offrivano sacrifizi Ebrei 9:10; quando tornavano dal mercato Marco 7:4; o dalla passeggiata Luca 7:44; prima di mangiare Luca 11:38; ecc. Oltre alle proprie persone lavavano le coppe, i vasi di terra o di rame, perfino i letti di legno, sui quali reclinavano mangiando Marco 7:4. In ogni casa eravi un orcio di pietra o di terracotta, o anche parecchi, secondo il numero della famiglia, e questi eran sempre pieni d'acqua per tali purificazioni. In questa casa di Cana, eranvi sei di questi vasi, benché dalle parole di Gesù al ver. Giovanni 2:7 si veda che i più erano vuoti. Il nome "Giudei" non si applica qui ai rettori come in Giovanni 1:19 e generalmente in questo Vangelo, ma alla nazione in genere, e questa spiegazione di Giovanni prova che egli scrisse in primo luogo per lettori di origine gentile, i quali non conoscevano gli usi dei Giudei.

le quali contenevano due o tre misure grandi per una

La parola greca che Diodati traduce "misure grandi" è metretàs ciascuna delle quali era uguale a un bath, ossia ad una anfora romana e mezza, = 34,10 litri italiani (Vedi Tavola di Monete e Misure al principio del Volume), di modoché il contenuto delle sei pile di varia grandezza ammonterebbe a sei o sette ettolitri, sicché, terminata la festa, doveva pur sempre restare agli sposi una certa quantità di vino, come ricordo del loro convitato. Ci vuol proprio una natura sensuale per parlar di "lusso", "di roba scialacquata", "di soddisfazione data alle passioni", come han fatto taluni a proposito di questo dono del Signore!

PASSI PARALLELI

Giovanni 3:25; Marco 7:2-5; Efesini 5:26; Ebrei 6:2; 9:10,19; 10:22

7 7. Gesù disse loro: Empiete d'acqua le pile. Ed essi l'empierono fino in cima

Il maggior numero delle pile era vuoto; da ciò il comando di Cristo ai servitori. È, detto di più che le empierono fino in cima; nessun inganno era dunque possibile, poiché né Gesù né i suoi discepoli toccarono le pile, ed essendo queste piene fino all'orlo non sarebbe stato possibile aggiungervi vino o qualche materia colorante.

PASSI PARALLELI

Giovanni 2:3,5; Numeri 21:6-9; Giosuè 6:3-5; 1Re 17:13; 2Re 4:2-6; 5:10-14; Marco 11:2-6

Marco 14:12-17; Atti 8:26-40

8 8. Poi egli disse loro: Attignete ora,

Il senso ovvio delle parole attignete ora, venendo esse subito dopo l'annunzio che le pile erano state riempite, è che da esse si attinse il vino con secchi od anfore, e si portò allo scalco. Westcott ha messo di recente avanti una strana teoria. Secondo lui, le parole: "Attignete ora non si riferiscono alle pile, bensì al pozzo o alla fonte da cui erano state riempite, e da cui i servi attinsero l'acqua mutata in vino". Ma in quel caso perché mai avrebbe il Signore comandato di riempire le pile? Esse già contenevano l'acqua necessaria per le abluzioni. Se le pile nulla ebbero che fare col miracolo, perché se ne occupò Cristo? Il mandar servi al pozzo non era precisamente esporsi all'inganno, che, secondo quell'autore, Gesù volle evitare?

e portatelo allo scalco. Ed essi gliel portarono

Alcuni mantengono che il cambiamento miracoloso si operò solo nella porzione dell'acqua che i servi portarono allo scalco, e nel mentre essi la portavano però altro argomento non si adduce in appoggio di questa teoria sennonché "qui, come in ogni azione divina, vi è economia nell'uso della forza!" Ma il Greco, al ver. Giovanni 2:9, sembra indicare che tutta l'acqua era divenuta vino, imperocché non è fatta distinzione fra quella parte che era stata fatta vino, e quella che nelle pile continuava ad esser acqua. Il momento del miracolo andrebbe posto fra i vers. Giovanni 2:7-8 cioè dopo che le pile furono state ripiene, e prima del comando di attignere, imperocché, dicendo: "attignete ora", Gesù indica che il cambiamento è stato compiuto. Il Signore qui non opera creando dal nulla, ma muta un liquido in un altro, il che d'altronde è virtualmente una nuova creazione. Colui che poté crear la materia dal nulla, tanto maggiormente poteva mutare una materia in altra materia. È incerto qual fosse l'esatta posizione di colui che vien qui chiamato (scalco). I Greci avevano in tali circostanze due funzionari il Mastro di tavola, o Capo dei camerieri, il cui uffizio era di assaggiar le vivande ed i vini, di accomodare le tavole, e di dirigere il servizio; e il Rex convivi, Arbiter o Magister bibendi, Mastro della festa, il quale era uno dei convitati, eletto a sorte fra tutti, "che doveva far regnare l'armonia nel convito, ed osservare che ciascuno bevesse la sua giusta proporzione, mentre ai suoi comandi tutti dovevano ubbidienza" (Potter, Archceologia Greca). Il titolo di architriclinius davasi ad entrambi, benché più frequentemente al primo. Nel libro apocrifo dell'Ecclesiastico, parlando però di conviti Giudaici, egli è al secondo che Sidrac dà il titolo di "Maestro della festa", e considerando le circostanze della famiglia di Cana, par più probabile che Gesù comandasse di portare il vino ad uno dei convitati, il quale non conosceva le circostanze della famiglia, anziché ad un servo, cui le sue risorse dovevano esser ben note. Quel vocabolo non si ritrova in alcun altro passo del Nuovo Testamento.

PASSI PARALLELI

Giovanni 2:9; Proverbi 3:5-6; Ecclesiaste 9:6; Romani 13:7

9 9. E, come lo scalco ebbe assaggiata l'acqua ch'era stata l'atta vino or, egli non sapeva onde quel vino si fosse; ma ben lo sapevano I servitori che aveano attinta l'acqua, chiamò lo sposo; 10. E gli disse: Ogni uomo presenta prima Il buon vino; e, dopo che si è bevuto largamente, Il meno buono; ma tu hai serbato Il buon vino infino ad ora

Queste osservazioni dello scalco allo sposo, eran naturalissime se lo scalco era uno dei convitati; per parte di un servo sarebbero state quasi una impertinenza. Avendo assaggiato il vino preso nelle pile, e trovatolo migliore, cominciò a scherzare collo sposo, rimproverandogli di aver invertito l'uso abituale di simili conviti, che era quello di mettere in tavola primieramente il vino migliore, serbando la qualità meno buona per quando il molto bere avrebbe reso i palati meno delicati, perché egli aveva tenuto il migliore per la fine. Da queste parole dello scalco si è voluto follemente inferire che i convitati di Cana avessero bevuto molto, e che Gesù, colla sua presenza, avesse acconsentito a tali eccessi; ma queste supposizioni, oltreché sono empie, non hanno fondamento, perché lo scalco ricorda semplicemente quello che si era uso di fare in tali circostanze, e non dice minimamente che i convitati di Cana avessero bevuto troppo. D'altra parte si volle dare a queste sue parole il seguente senso simbolico: Più si serve al mondo, più sono scipite e ingannevoli le sue gioie; Cristo invece serba ai suoi, le cose migliori, cioè il riposo, la gloria e la corona per la fine. Ma né chi parlava poteva avere un tal concetto in mente, né l'Evangelista ci dà il minimo indizio di avere inteso in tal senso quelle parole. Unico scopo di Giovanni è di costatare la doppia testimonianza resa al miracolo; la dichiarazione cioè del capo della festa, il quale non solo pronunziò quello che gli si presentava esser vino, ma lo dichiarò migliore di quello bevuto sino a quel momento; e quella dei servi che sapevano che le pile altro non contenevano se non acqua, che essi stessi avevano attinta alla fonte. "Da qualunque sorgente esso provenga, questo è vino, e vino squisito", dice lo scalco. "Qualunque cosa sia ora, era, poco fa, acqua di fonte", tale è la testimonianza che possono rendere i servi. L'uno dichiara che cosa è quel liquido; gli altri che cosa esso era, e questa duplice testimonianza è tanto più forte quanto è più chiara e semplice.

PASSI PARALLELI

Giovanni 4:46; 7:17; Salmi 119:100

Genesi 43:34; Cantici 5:1; Salmi 104:15; Proverbi 9:1-6,16-18; Luca 16:25; Apocalisse 7:16-17

11 11. Gesù fece questo principio di miracoli in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria;

Il Signore fece dipoi un altro miracolo in Cana, ma non è in relazione con tal miracolo posteriore che l'Evangelista chiama questo "il principio di miracoli"; bensì vuol dire che questo fu il primo di tutti quanti i miracoli o segni o prodigi che Gesù mai compì in terra, e così dicendo, dichiara falsi molti miracoli apocrifi attribuiti a Gesù nella sua infanzia - miracoli che non hanno il minimo fondamento nella Scrittura, e sono affatto immeritevoli d'ogni credenza. Delle tre parole usate nel Nuovo Testamento per indicare un miracolo: poteri, prodigi, segni, la prima non si trova mai in questo Vangelo, e la seconda una volta sola Giovanni 4:48, mentre la terza vi è impiegata non meno di diciassette volte. È la parola usata qui, e il senso ne è chiaramente definito da Esodo 15:8, dove occorre la prima volta a proposito dei miracoli di Mosè. Essi dovevano essere "segni" che Dio era invisibilmente presente con Mosè e perciò testimoniare delle sue parole. Così pure tutti i miracoli di Cristo, di cui questo fu il primo, eran segni della gloriosa presenza di Dio con lui, e manifestavano pure la sua gloria individuale quale Figliuol di Dio, Vedere Note Giovanni 1:14. Il mutare l'acqua in vino, attestò il suo mandato divino e ratificò le sue parole, rivelando al tempo stesso la sua gloria, mediante la manifestazione evidente del suo potere, poiché fu un atto subitaneo ed inesplicabile quanto una nuova creazione. Oltre ai benefizi individuali che essi conferivano, i miracoli di Cristo avevano per iscopo progressivo, di manifestare la sua gloria e di condurre gli uomini a credere in lui Giovanni 20:30-31. Niente di simile ci vien detto dei miracoli dei profeti e degli apostoli, né potrebbesi dire, senza bestemmia, di qualsiasi creatura.

e i suoi discepoli credettero in lui

Par strana questa osservazione, dopo quanto ci è detto di loro in Giovanni 1:41-51; essa non può significare che Andrea e i suoi compagni ancora non avessero creduto in Gesù, bensì che la loro fede, già sincera fu da questo fatto grandemente fortificata ed ogni dubbio ed ogni difficoltà rimossi per sempre. La loro fede in Gesù quale l'Agnello di Dio "ebbe origine dalla testimonianza di Giovanni; crebbe mediante i loro rapporti personali con Gesù, sicché da seguaci divennero discepoli, e questa manifestazione di miracolosa potenza, segno di una grazia più divina ancora, li fa passare dallo stato di discepoli a quello di credenti personali. Da quest'ora in poi crederanno più fiduciosamente, più implicitamente, più certamente che colui che essi aveano cominciato a seguire era senza dubbio il Messia". Credettero una prima, poi una seconda volta, raggiungendo nuovi gradi di fede; così è stato e sarà sempre nella chiesa, nel continuo e provvidenziale sviluppo dello spirito cristiano, qual lievito che penetra gradatamente tutta la pasta (Alford).

RIFLESSIONI

1. Questo mutamento dell'acqua in vino deve considerarsi come un miracolo vero ed attuale. Giovanni ce lo riferisce quale testimone oculare nel modo più semplice e più chiaro. Chiunque attenua il fatto o cerca di toglierne il miracolo, contraddice alle parole ed allo scopo dell'Evangelista, e mette in questione o la sua credibilità, o il suo criterio come osservatore. Eppure, tentativi di ogni sorta sono stati fatti per ridurre questo miracolo ad un fatto naturale; alcuni sono troppo ridicoli per meritare un momento di attenzione, altri provano a quali mezzi disperati sono ridotti quelli che, pur non volendo negare la genuinità del testo, ricusano di accettare il miracoloso.

2. Dinanzi a Cristo, il matrimonio è uno stato onorevole. Dio lo istituì per la felicità genere umano, prima della caduta dei nostri primi parenti, Genesi 11:21-24 Cristo lo conferma e lo onora, mediante il suo primo miracolo, mentre più tardi condanna severamente la disgustosa leggerezza colla quale spesso lo dissolvevano i Giudei Matteo 5:32; 19:3-9.

Il matrimonio non è un sacramento come asserisce la chiesa romana, ma, è una istituzione divina e perciò non si deve contrarre alla leggera, né parlarne con leggerezza o con disprezzo. Non v'è in terra contratto più importante di quello, nessuno che più contribuisca alla nostra felicità quaggiù, forse nessuno che possa aver maggiori effetti sul nostro destino nel mondo avvenire. Si deve dunque contrar matrimonio nel timore del Signore. Nessuna società può prosperare, né vi può esser vera religione laddove si fa poca stima del legame matrimoniale. Paolo ci dice, nel testo Greco, che "il matrimonio è onorevole in tutti, e il letto immacolato" Ebrei 13:4.

3. Trattenimenti sociali, inviti a nozze, sono cose legittime, purché vi si osservino le regole della sobrietà, quali sono prescritte nella parola di Dio. In quanto alle feste e ai divertimenti di società, ecco una regola semplicissima, che c'indicherà sempre chiaramente se sieno leciti o no. Dovunque possiamo portare il nostro Redentore con noi, ci è lecito andare; ma dove sarebbe incongrua ed impossibile la sua presenza, tale pure deve essere la nostra. La vera religione non tende punto a render l'uomo malinconico, bensì aumenta le nostre gioie e la nostra felicità. Il servo di Cristo non ha che fare di divertimenti che conducono alla frivolezza o alla dissipazione, forse al peccato; ma non gli sono vietate le ricreazioni innocenti, le riunioni di famiglia, la società dei suoi simili. Uno spirito allegro e benevolo è una gran raccomandazione per un credente. Tale innocente felicità il nostro benedetto Signore la sanzionò colla sua presenza alle nozze di Cana; colla quale egli marcò pure la differenza che dovea necessariamente passare fra lo spirito dell'intero suo ministero, e il ritiro ascetico imposto a Giovanni Battista dalla sua posizione legale Matteo 11:18-19.

4. È impossibile negare che le parole di Gesù a sua madre sono un rimprovero, come già lo riconobbero Crisostomo, Teofilatto ed Eutimio. Essa errò forse, per un affettuoso desiderio di vedere onorato suo Figliuolo. Le parole: "che v'è fra me e te?" erano intese a ricordarle che, da ora innanzi, dovrà lasciare al Signore la scelta così di quel che deve fare come dei tempo e del modo. Era terminato il periodo della sua sottomissione a Giuseppe e a lei; cominciava il suo pubblico ministerio, nell'esercizio del quale essa non doveva pretendere di suggerirgli cosa alcuna. L'opposizione spiccata fra questo versetto e gl'insegnamenti della chiesa romana intorno alla Vergine Maria è troppo palpabile per poterla dissipare.

5. Si osservi la parola: "assaggiata" detta del capo della festa. Essa ci fornisce, per incidenza, un potente argomento contro la dottrina romana della transustanziazione. Il miracolo di Cana è il solo caso in cui Gesù mutò un liquido in un altro, e la realtà del cambiamento è subito provata dal gusto. Perché, dunque il preteso mutamento del vino sacramentale nel sangue di Cristo non può esso venir rivelato dai sensi perché il vino ha esso dopo la consacrazione, lo stesso gusto di prima? A queste domande i cattolici romani non possono dar risposte soddisfacenti. La Parola di Dio non ci domanda mai di credere a quello che contraddice all'evidenza dei nostri sensi (Ryle).

PASSI PARALLELI

Giovanni 1:17; Esodo 4:9; 7:19-21; Ecclesiaste 9:7; Malachia 2:2; 2Corinzi 4:17; Galati 3:10-13

Giovanni 1:50; 3:2; 4:46

Giovanni 1:14; 5:23; 12:41; 14:9-11,13; Deuteronomio 5:24; Salmi 72:19; 96:3; Isaia 40:5

2Corinzi 3:18; 4:6

Giovanni 11:15; 20:30-31; 1Giovanni 5:13

12 

Breve visita a Capernaum Matteo 2:12

12. Dopo questo discese In Capernaum, egli, e sua madre, e i suoi fratelli, e I suoi discepoli; e stettero quivi non molti giorni

Siccome i fratelli di Cristo non sono mentovati in occasione delle nozze di Cana, è probabile che Gesù e sua madre li raggiunsero in Nazaret (Vedi Note Matteo 13:55) e di lì, tutti insieme scesero a Capernaum per la strada che, verso la fine, scende ripidamente alle sponde del Gennezaret (Vedi Note Matteo 4:13). Non vien parlato qui delle sorelle del Signore, le quali erano probabilmente maritate, e l'assenza del nome di Giuseppe, capo naturale della famiglia, conferma la supposizione che già fosse morto, quando Gesù fu battezzato nel Giordano. I discepoli sono i cinque la cui conversione vien narrata in Giovanni 1. Nulla ci dice l'Evangelista dello scopo di questo trasferimento della famiglia di Gesù. Può darsi che egli volesse stabilire sua madre in Capernaum prima di cominciare il suo ministerio; ma è, pure possibile che volesse solo aggiungersi ad una delle carovane di adoratori, che ivi formavansi, a quell'epoca, per salire a Gerusalemme; tutte queste però sono mere supposizioni. Alcuni sogliono identificare questa gita in Capernaum con quella ricordata in Matteo 4:13; ma ciò ci sembra impossibile perché la presente gita deve esser occorsa una settimana o due dopo le nozze di Cana, ossia dopo che Giovanni ebbe proclamato Gesù, come "l'Agnello di Dio", mentreché il "venne ad abitare, in Capernaum" di Matteo, accadde sei mesi più tardi, se pur si ammette che il ministerio di Giovanni sì prolungò sei mesi parallelamente a quello di Cristo, e la data ne vien fissata da due eventi contemporanei, cioè: il ritorno del Signore in Galilea, dopo il primo periodo del suo ministerio in Giudea, e l'incarceramento di Giovanni Battista. Il ritorno di Cristo dalla Giudea in Galilea, qual ci è riferito in Giovanni 4:45-54, ci par corrispondere con quello di Matteo 4:13. Oltre a ciò ci vien detto in questo passo: "stettero quivi non molti giorni", e non è che, sconosciuto quale egli era allora, Gesù avesse in sì breve tempo fatto qui molti miracoli. Eppure è chiaro da Luca 4:23 che prima della sua visita a Nazaret riferita in quel passo, egli aveva compiuto molti miracoli; ne concludiamo adunque che quella visita fu fatta in epoca posteriore, allorquando cioè, nel corso del suo ministero, egli "andava attorno per le castella insegnando" Marco 6:1-6.

L'ordine cronologico dei fatti ci par che debba essere il seguente:

1) Da Cana Gesù va a Nazaret, poi a Capernaum;

2) da Capernaum si reca a Gerusalemme, e ne segue il periodo del suo ministerio in Giudea;

3) dalla Giudea ritorna in Galilea e a Cana per la Samaria;

4) fissa la sua dimora in Capernaum, e di lì evangelizza la Galilea;

5) così facendo, visita Nazaret.

PASSI PARALLELI

Giovanni 6:17; Matteo 4:13; 11:23

Giovanni 7:3-5; Matteo 12:46; 13:55-56; Marco 6:3; Atti 1:13-14; 1Corinzi 9:5; Galati 1:19

13 -560Giovanni 2:13-25. GESÙ COMINCIA IL SUO PUBBLICO MINISTERO IN GERUSALEMME, E PURIFICA IL TEMPIO

13. Or la pasqua dei Giudei era vicina;

La conclusione che alcuni vorrebbero trarre dalle parole: "dei Giudei", che al tempo in cui, questo Vangelo fu scritto (cioè circa A.D 90), celebravasi già una Pasqua cristiana, distinta dalla giudaica, noti ha sufficiente autorità; ma esse indicano certamente che Giovanni scrisse fuori di Palestina, ed inserì questa spiegazione per dei lettori gentili, che egli considera come suoi fratelli di fede. Delle tre grandi feste che Dio comandò ai Giudei di osservare questa era tenuta per la più sacra, imperocché commemorava la liberazione d'Israele dalla schiavitù d'Egitto Esodo 12:21-27.

Abbiam qui la prima Pasqua cui fu presente il Signore dopo che ebbe cominciato il suo pubblico ministero; ed è istruttivo notare che egli osservò sempre rigorosamente tutte le feste e tutti i riti della legge di Mosè. Egli fu "sottoposto alla legge, affinché riscattasse coloro che eran sotto la legge" Galati 4:4-5, perciò "gli conveniva adempiere ogni giustizia" Matteo 3:15; e poiché tuttora durava la dispensazione dell'Antico Testamento, egli le tributò ogni dovuto onore, per quanto ne fossero immeritevoli coloro che l'amministravano. Oltre alla Pasqua mentovata in questo versetto, si suppone generalmente che egli ne celebrò tre altre, due delle quali sono mentovate in questo Vangelo Giovanni 6:4; 11:55. Di un'altra testa; è parlato in Giovanni 5:1; ma i commentatori non vanno d'accordo nel riconoscere in quella, una Pasqua, Vedere Note Giovanni 5:1. Finalmente c'è il sabato deutero-proton (secondo primo), contando dal primo giorno degli azzimi, Vedi Nota Luca 6:1, che ci fornisce la prova di una quarta Pasqua. Ci schieriamo dunque con quelli che contano quattro Pasque nel ministerio del Signore. Questa questione deriva la sua importanza dal fatto che dal numero delle Pasque osservate da Cristo, si può determinare la lunghezza del suo ministero terreno. Siccome esso cominciò poco prima di una Pasqua, e finì con una Pasqua pure, se ne ammettiamo tre solamente, ciò vuol dire che il suo ministero fu solo di due anni a tre; se ne contiamo quattro, avrebbe durato invece da tre anni a quattro. Ciascuna delle due teorie ha molti appoggi; ma non essendovi altri dati oltre ai suesposti, non si conoscerà mai la cosa con certezza, di quà dalla tomba. Poco monta d'altronde; sia stato più lungo o più breve il suo ministero, Gesù ha terminato completamente l'opera che suo Padre gli avea data a fare.

e Gesù salì in Gerusalemme

I Sinottici non dicono verbo di questa visita di Gesù a Gerusalemme, né del suo primo ministero in Giudea; i loro racconti principiano tutti con quanto egli fece dopo il suo ritorno in Galilea. Siccome il tempio e il suo culto dovevano trovare la loro realizzazione in Cristo; siccome Gerusalemme, "la città dei gran Re" era il centro dell'autorità e dell'influenza teocratiche; siccome la Pasqua vi riuniva non solo tutta la popolazione maschile del paese, ma ancora moltitudini provenienti dalle colonie giudaiche in tutto l'impero, per tutte queste ragioni, conveniva a Gesù di cominciare il suo pubblico ministero in Gerusalemme, nella Pasqua, per asserire il suo diritto, qual Figliuol di Dio, di governare la casa di suo Padre, e restaurarvi quella purità di culto che, da tempo, vi era profanata. In ciò fu adempiuta la profezia di Malachia: "Subito il Signore, il quale voi cercate, e l'Angelo del Patto, il quale voi desiderate, verrà nel suo tempio" Malachia 3:1.

Mentre i Giudei aspettavano un Messia conquistatore e glorioso, il vero Messia comparve inaspettatamente nel tempio, e si fece conoscere, non già collo spiegare un potere temporale, bensì col richiedere maggior purezza nel culto, come la cosa più necessaria al popolo.

PASSI PARALLELI

Giovanni 2:23; 5:1; 6:4; 11:55; Esodo 12:6-14; Numeri 28:16-25; Deuteronomio 16:1-8,16; Luca 2:41

14 14. E trovò nel tempio,

La parola "tempio", nel suo senso più largo, racchiudeva non solo il sacro edificio stesso, ma pure tutti i cortili dai quali esso era circondato. Eran questi in numero di quattro, Vedi Nota Luca 1:10, e il più esterno di tutti veniva detto: "cortile dei Gentili". Quivi avvenne il fatto narrato in questi versetti.

coloro che vendevano buoi, e pecore, e colombi; e i cambiatori, che sedevano

Pare che questo mercato sorgesse dopo la cattività, per il comodo dei Giudei venuti di lontano a offrire sacrifici, e che potevano trovare a pochi passi dall'altare, buoi, pecore e colombi, senza avere il disturbo di comprarli in città, mentre i cambiatori, da "denaro spicciolo", eran pronti a barattare le monete straniere e imperiali, per dei sicli sacri, didramma, coi quali solamente potevasi pagare il denaro dei riscatti ed altri diritti del tempio. I sacerdoti, o perché avean la parte loro nei profitti di quel commercio, o perché affittavano i posti ai mercanti, chiudevano gli occhi a tanta profanazione, quietando forse la loro coscienza col dire che tutto ciò veniva fatto a fin di bene. Eppure il semplice fatto di un mercato tenuto nel tempio era una scandalosa mescolanza di sacro e di profano, senza parlar degli abusi inerenti ad ogni commercio.

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 14:23-26; Matteo 21:12; Marco 11:15; Luca 19:45-46

15 15. Ed egli, fatta una sferza di cordicelle,

Il Greco giunchi, indicherebbe una frusta fatta lì per lì, col giunco sul quale il bestiame giaceva, e perciò più atta a servile come simbolo di autorità che come arma offensiva.

li cacciò tutti fuor del tempio, insieme coi buoi, e le pecore; e sparse la moneta dei cambiatori, e riversò le tavole

Gesù non percosse colla frusta né uomo né bestia. Ciò non era necessario; l'atto minaccioso, la maestà del suo contegno, e la rigidezza del suo e modo bastarono a mettere in fuga tutto l'esercito dei mercanti profanatori; mentre il Signore, colle proprie mani, rovesciò le tavole, e sparse in terra i denari dei cambia moneta. Questi ultimi sono qui chiamati cambiavalute; la differenza fra Kermatistes Giovanni 2:14, e Kollubistes essendo, che il primo nome indica, chi baratta una moneta di maggior valore contro altre più piccole mentre il secondo nome è derivato dal guadagno fatto mediante tal mestiere.

PASSI PARALLELI

Giovanni 18:6; Zaccaria 4:6; 2Corinzi 10:4

16 16. Ed a coloro che vendevano i colombi. disse: Togliete di qui queste cose;

Se Gesù parve trattare meno severamente i venditori di colombi, non è già perché i colombi eran l'offerta dei poveri, ma perché non era possibile scacciarli dal tempio nel modo stesso che i quadrupedi. I colombi si custodivano senza dubbio in gabbie, e il modo migliore di liberamente il sacro recinto, senza recare perdita ai loro padroni, era ordinarne la rimozione, come fa Gesù con queste parole. "Il successo di questo atto disciplinatore", dice Godet, "si spiega dalla maestà dell'aspetto di Gesù, dall'irresistibile ascendente prodotto in lui dalla coscienza del potere sovrannaturale che avrebbe potuto spiegare in caso di bisogno, dal sentimento della sua sovranità in quel posto, quale lo vediamo espresso nelle parole: 'mio Padre', e finalmente dalla coscienza accusatrice di quelli che si sapevano colpiti dalla sua condanna".

non fate della casa del Padre mio una casa di mercato

Queste parole non furon rivolte solamente ai trafficanti, ma a tutti i testimoni di quella scena. La profanazione del tempio aveva senza dubbio prodotto in Gesù indignazione e dolore ogni qualvolta, negli anni precedenti, egli era salito in Gerusalemme per le feste solenni; ma egli non si sentì il diritto d'intervenire, né poteva sperare di essere ascoltato, finché non fosse giunta l'ora indicatagli dal Padre; però uno dei primi atti del suo ministerio messianico si è di denunziare sdegnosamente l'insulto fatto al Padre suo celeste da tale profanazione del tempio. Che nella confusione che seguì, i Giudei abbiano o no posto mente alle parole: "La casa del Padre mio" esse sono ben degne di nota, come quelle, colle quali egli, presentandosi ad Israele quale Figliuol di Dio, ad un tempo onora suo Padre, e si proclama il vero Messia. Se in epoca posteriore del suo ministero, quando l'incredulità avea raggiunto il culmine, più non volle che fosse fatto pubblicamente noto il suo rango Matteo 16:20; 17:9, vediamo però che alla fine come al principio della sua pubblica carriera, ci si proclama Figlio di Dio, e come tale rivendica la purità della casa di suo Padre. Queste parole ci ricordano quelle che egli aveva pronunziate nel medesimo luogo, essendo tuttora fanciullo: "Non sapevate voi ch'egli mi conviene attendere alle cose del Padre mio?" "In ambo i casi, egli si mostra, conscio di avere intrinseca relazione col tempio, qual sede del culto augusto di suo Padre, e simbolo di quanto ad esso è dovuto in terra" (Brow).

Le parole: "una casa di mercato" contrastano il tumulto e la confusione di un traffico mondano, colla quiete e la devozione che dovrebbero regnare sempre in una casa di orazione. L'effetto di questa severa riprensione fu di breve durata; alla fine del suo ministero, circa tre anni dopo, Gesù trovò nuovamente i cortili del tempio affollati da compratori e venditori; lo stato morale delle cose era peggiorato, e i suoi rimproveri si fecero assai più severi: "Voi ne avete fatto una spelonca di ladroni!" Matteo 21:13.

Alcuni scrittori persistono nell'identificare questa purificazione del tempio con quella che i Sinottici mettono all'ultima Pasqua del ministero di Cristo; ma a noi non riesce vedere che vantaggio vi sia in tale identificazione. Se il Signore purificò il tempio una volta sola, c'è un errore madornale di cronologia o in Giovanni, o nei Sinottici. È egli possibile che Giovanni, il quale era col Signore in ambe le Pasque, si sia a quel punto sbagliato? E Matteo che era con Gesù all'ultima sua Pasqua, avrebbe egli narrato come avvenuto in quella, un fatto che, secondo Giovanni, era accaduto un anno prima che il, Signore lo chiamasse dal banco della gabella? E incredibile che dei coetanei di Gesù abbiano perduto la memoria a segno di cadere in un tale errore; mentre è naturale che i Sinottici non parlino della prima purificazione del tempio, poiché cominciano tutti il loro racconto col ministero di Gesù in Galilea.

PASSI PARALLELI

Isaia 56:5-11; Geremia 7:11; Osea 12:7-8; Matteo 21:13; Marco 11:17; Atti 19:24-27

1Timoteo 6:5; 2Pietro 2:3,14-15

Giovanni 5:17; 8:49; 10:29; 20:17; Luca 2:49

17 17. E i suoi discepoli si ricordarono ch'egli è scritto: Lo zelo della tua casa mi ha roso

Questo primo atto pubblico del ministerio di Cristo, questa sua dichiarazione di esser Figlio di Dio, produsse per la prima volta pubblicamente, fede da un lato, e dall'altro incredulità. Mentre i Giudei e i loro rettori gli domandarono un segno dell'autorità che egli assumeva su di sé, i discepoli si ricordarono una testimonianza dell'Antico Testamento in appoggio della condotta, del lor Maestro. Questo passo è citato dal Salmi 59:9, che il Nuovo Testamento spesso riferisce al Messia, benché dai Giudei non fosse ritenuto Messianico. Qui lo zelo significa "ardente gelosia per la santità della casa del Signore, e del popolo che doveva celebrarvi il suo culto, non meno che per l'onore di Dio stesso" (Wescott) Giovanni 2:22.

L'Evangelista c'insegna che, benché i discepoli capissero il senso di questa parola dei Salmi solo dopo la risurrezione, la citazione stessa tornò loro in mente al momento in cui il loro Maestro purificava il tempio, e così ci prova incidentalmente quanta conoscenza delle Scritture possedessero anche i più poveri fra i Giudei.

PASSI PARALLELI

Salmi 69:9; 119:139

18 18. Perciò i Giudei gli fecer motto, e dissero: Che segno ci mostri, che tu fai coteste cose?

L'atto stesso, le parole che l'accompagnarono, l'obbedienza immediata, a danno del proprio interesse di quelli che "compravano e vendevano" e guadagnavano, erano prove sufficienti dell'autorità di Gesù; ma gl'increduli Giudei e i loro rettori non rimasero convinti. Però rimasero colpiti di timore, poiché, se quando il Signore tornò di nuovo in Gerusalemme Giovanni 5:18, cercarono di ucciderlo perché aveva, come in questo caso, detto esser Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio, in questa, prima occasione si contentano di chiedergli un segno.

PASSI PARALLELI

Giovanni 6:30; Matteo 12:38-42; 16:1-4; Marco 8:11; Luca 11:29

Giovanni 1:25; Matteo 21:23; Marco 11:27-28; Luca 20:1-2; Atti 4:7; 5:28

19 19. Gesù rispose, e disse loro: Disfate questo tempio,

Il Signore non usa qui la parola "l'haram", ossia tutto il recinto del tempio, che troviamo al ver. Giovanni 2:14, ma il santuario l'abitacolo di Dio, come distinto da quello. Non ricusa un segno; ma, come in Matteo 12:39, il segno che egli dà, si riferisce alla sua risurrezione. Un segno è per sua natura un enigma, e, nel caso attuale, l'enigma è basato sul doppio senso della parola "tempio".

Il tempio di pietra e di legname non era che la imagine della divina presenza; il vero santuario della divinità era il corpo del Verbo incarnato, e quel santuario era in quel momento in mezzo a loro. Di quello parlava Gesù; esso era il suo corpo che doveva risorgere dopo tre giorni dal sepolcro, ma i suoi uditori lo intesero come se parlasse del tempio materiale, nel cui recinto trovavansi in quel momento.

e in tre giorni io lo ridirizzerò

Si è obiettato che qui il Signore attribuisce la sua risurrezione al proprio potere, mentre vien detto altrove nella Scrittura che egli fu risuscitato dal Padre e dallo Spirito Santo; ma non vi ha in questo difficoltà alcuna; le parole di Gesù: "Io ho podestà di diporla la mia vita ed ho altresì podestà di ripigliarla" Giovanni 10:18 ce ne dànno una spiegazione completa. Queste parole, considerate in connessione con quelle che ci occupano, meritano attenzione speciale ai tempi nostri, poiché molti asseriscono che Gesù Cristo non è risuscitato per il proprio potere, e questo è una eresia pericolosa che contraddice precisamente la testimonianza di Gesù (Hurrion, citato da Ryle).

"La causa efficiente della risurrezione di Cristo fu la infinita potenza di Dio, la quale essendo comune a tutte le persone della benedetta Trinità, è causa che la risurrezione è attribuita ora al Padre, ora al Figlio ed ora allo Spirito Santo. Che Cristo sia stato fatto tornare in vita dal Padre o dallo Spirito non toglie punto che sia risorto da sé, perciocché le cose che il Padre fa, il Figliuolo le fa anch'egli somigliantemente. Essendo una stessa cosa nella loro natura, sono una stessa. cosa altresì nelle loro opere". Questo detto di Cristo, pervertito nel suo senso, i rettori lì presenti lo conservarono, e se ne servirono come di una prova contro di lui, quando lo accusarono dinanzi al Sinedrio di bestemmia contro a Dio e contro al tempio Matteo 26:61; Marco 14:58; vedi anche Matteo 27:40; Atti 6:14. Matteo e Marco riportano l'accusa portata avanti al Sinedrio contro al Signore, ma non le parole di Gesù; Giovanni, che ricorda queste, non parla di quella. Tali coincidenze, punto intenzionali, sono una prova della veracità delle due narrazioni (Plummer).

PASSI PARALLELI

Matteo 26:60-61; 27:40; Marco 14:58; 15:29

Matteo 12:40; 27:63

Giovanni 5:19; 10:17-18; 11:25; Marco 8:31; Atti 2:24,32; 3:15,26; Romani 4:24; 6:4

Romani 8:11; 1Corinzi 15:3-4,12; Colossesi 2:12; 1Pietro 3:18

21 21. Ma egli diceva del tempio del suo corpo

Giovanni, parlando per ispirazione dello Spirito Santo, dichiara con queste parole il vero senso del detto enigmatico di Cristo, nel ver. Giovanni 2:20 Gesù, conoscendo fin dal principio, quello che accadrebbe in fine, e vedendo già all'opera nel cuore dei rettori, che guidavano il popolo a loro piacimento, la incredulità nascente, li sfida a distruggere il tempio del suo corpo, dichiarando loro che lo risusciterebbe in tre giorni e mediante quella risurrezione costituirebbe il vero ed imperituro tempio di Dio, del quale egli medesimo e "la pietra del capo del cantone", e tutti i credenti in lui "le pietre vive" Zaccaria 4:7; 1Pietro 2:4-5. Questa spiegazione di Giovanni è stata seguita da tutti i commentatori antichi, e dal maggior numero fra i moderni. Fra questi ultimi però anche lasciando da parte i razionalisti, alcuni mantengono che la prima parte del ver. Giovanni 2:20 si riferisce al tempio materiale, non meno che al corpo di Gesù, quasiché il Signore intendesse dire: Perseverate pure nel profanare il tempio, e nell'operare iniquità, finché non abbiate raggiunto, il culmine, col mettermi a morte; allora periranno la vostra nazionalità e il vostro santuario, ed io, per la mia risurrezione farò sorgere un tempio nuovo e spirituale, cioè la chiesa dell'Iddio vivente. Per la esposizione completa di questa teoria, vedi i Commentari di Stier, Alford e Godet. Val meglio però, seguendo la spiegazione ispirata di questo versetto, conchiudere, che la presenza di Cristo nei cortili del tempio, mentre pronunziò le parole del ver. 19 Giovanni 2:19 costituiva il volato enigma e che non era dunque al tempio di Erode, bensì a quello del proprio corpo, che il Signore allude in tutto questo passo. I tre giorni nei quali la profezia doveva avere un adempimento storico e definito confermano questo modo di vedere. Vedi Riflessione 1, sulla seconda purificazione del tempio.

PASSI PARALLELI

Giovanni 1:14

Colossesi 1:19; 2:9; Ebrei 8:2

1Corinzi 3:16; 6:19; 2Corinzi 6:16; Efesini 2:20-22; 1Pietro 2:4-5

22 22. Quando egli adunque fu risuscitato dal morti, i suoi discepoli si ricordarono ch'egli, avea lor detto questo;

Giovanni dice qui di se stesso, non meno che degli altri discepoli, che al tempo in cui Gesù pronunziò quelle parole, essi non le intesero punto meglio di quanti trovavansi nel cortile; ma eran parole troppo rimarchevoli perché si potessero dimenticare. Essi ne fecero tesoro nella loro memoria, e quando ebbero tempo di considerare le cose meravigliose avvenute al "terzo giorno", cioè al giorno della risurrezione, capirono il vero senso del "segno" chiesto dai Giudei Giovanni 2:18 e quelle parole fortificarono la loro fede in Gesù.

e credettero alla Scrittura, ed alle parole che Gesù avea dette

Quando il nostro Evangelista impiega la parola "Scrittura", al singolare, come fa spesso, egli allude generalmente a qualche passo speciale. Alcuni vogliono che qui egli avesse in mente Salmi 16:10; Salmi 69:9, citata Giovanni 2:17; ma è più soddisfacente una terza spiegazione, confermata, dall'uso del singolare in Giovanni 20:9, secondo la quale la Scrittura, abbraccia qui tutte le profezie dell'Antico Testamento relative alla risurrezione di Cristo:

Salmi 16:1-11; Isaia 26:19; Osea 6:2; e il libro di Giona. Il senso di queste parole sarebbe dunque, come ben le spiega Godet, che il primo punto sul quale si fece la luce nel cuore dei discepoli, dopo che Gesù fu tornato a vita, furono le profezie che annunziarono quella risurrezione, e dalle quali essi vennero condotti a comprendere chiaramente queste parole del Signore.

PASSI PARALLELI

Giovanni 17; 12:16; 14:26; 16:4; Luca 24:7-8,44; Atti 11:16

Giovanni 11; 20:8-9

23 23. Ora, mentre egli era in Gerusalemme (ma non più nel tempio), nella pasqua, nella festa, molti credettero nel suo nome, veggendo i suoi miracoli ch'egli faceva

Le parole: "nella festa", indicano l'intero periodo di sette giorni della pasqua. Che Gesù operasse in quei giorni molti segni, ce ne rendono testimonianza Giovanni qual testimone oculare; i molti che da quei miracoli furono costretti a riconoscerlo come Messia; Nicodemo, il quale li proclama appieno convincenti Giovanni 3:2; e i Galilei che erano stati in Gerusalemme per quella festa Giovanni 4:45; eppure, strano a dirsi, nemmeno uno di quei miracoli è qui ricordato o descritto. Sono da mettersi assieme ai "molti altri miracoli", mentovati in Giovanni 20:30. Questo ricordare solo incidentalmente tanti miracoli è una prova innegabile che lo scopo di Giovanni era diverso da quello dei Sinottici, e che egli non si propose di tramandarci un racconto completo di tutto ciò che egli sapeva. Le parole "credettero nel suo nome", implicano che Gesù fu da quei tali ritenuto come il Messia dei loro sogni carnali, senza che mettessero nella sua persona una fiducia ben profonda. Non credettero in lui, ma nel suo nome come Cristo. La loro fede era basata sui miracoli dei quali erano testimoni, ma senza entrare molto addentro nel loro senso profondo. Era una risposta data nell'impulso del momento, non basata sopra, alcuna preparazione antecedente, né risultante da una forte convinzione. Era fede di gran lunga inferiore a quella dei discepoli la cui storia ci è narrata alla fine del capitolo 1; questi ultimi, dall'insegnamento del Battista, erano stati preparati ad una vera conoscenza di Cristo, senza l'aiuto dei miracoli. "Il rapporto fra l'aoristo ed il participio presente caratterizza la loro fede, come essendo poco più durevole della vista, e ciò perché non aveva nulla d'intimo e di morale, ma risultava unicamente dal sentimento di meraviglia che svegliavano in essi i miracoli di Gesù" (Godet).

PASSI PARALLELI

Giovanni 3:2; 6:14; 7:31; 8:30-31; 12:42-43; Matteo 13:20-21; Marco 4:16-17; Luca 8:13

Galati 5:6; Efesini 3:16-17; Giacomo 2:19-20

24 24. Ma Gesù, piuttosto (Gesù, per parte sua), non fidava (lo stesso verbo che vien generalmente tradotto, credere) loro se stesso,

Non li trattava come veri e sinceri discepoli, al più, erano per lui gli uditori del terreno pietroso Matteo 13:20-21; non li ammise a quella intima comunione nella quale ammetteva i discepoli che l'accompagnavano dovunque; essi non strinsero con lui relazione spirituale qualsiasi, ed egli non ne strinse alcuna con essi.

PASSI PARALLELI

Giovanni 6:15; Matteo 10:16-17

Giovanni 1:42,46-47; 5:42; 6:64; 16:30; 21:17; 1Samuele 16:7; 1Cronache 28:9; 29:17

Geremia 17:9; Matteo 9:4; Marco 2:8; Atti 1:24; Ebrei 4:13; Apocalisse 2:23

25 25. perciocché egli conosceva tutti; E perciocché egli non avea bisogno che alcuno gli testimoniasse dell'uomo, conciossiaché egli stesso conosceva quello ch'era nell'uomo

Uno dei doni miracolosi accordati agli Apostoli, e da essi conferiti ai loro seguaci immediati, consisteva nel "discernere gli spiriti" 1Corinzi 12:9; 1Giovanni 4:1, cioè nel formarsi un criterio esatto dello stato del cuore di un uomo, delle sue intenzioni, delle sue vedute, dei suoi sentimenti, Vedi esempi in Atti 5:1-10; 8:20; 13:10. Questo dono Gesù senza dubbio lo possedeva, poiché egli era un uomo perfetto, al quale lo Spirito non era dato a misura Giovanni 3:34. Ma il linguaggio di questo versetto va assai più oltre e non ci lascia dubbio alcuno che si tratti qui di una conoscenza divina. Discernere i pensieri e le intenzioni del cuore, conoscere tutte le cose in virtù della sua onniscienza, non aver bisogno di consigliere alcuno Isaia 40:13-14, è attributo di Dio soltanto Geremia 17:10; 20:12. Le parole dell'Evangelista affermano la divina onniscienza del suo Maestro e Signore. "Questa conoscenza era immediata (egli stesso), universale (tutti), completa (quello che era nell'uomo), cioè i pensieri, e i sentimenti, prima ancora che venissero espressi" (Westcott).

RIFLESSIONI

1. Tutti e quattro gli Evangelisti ci raccontano una purificazione del tempio; ma nessuno di essi ce ne dà più di una. Giovanni attribuisco questo fatto al principio del ministero di Gesù in Gerusalemme; i tre Sinottici lo mettono alla fine. Parlano tutti del medesimo fatto? Alcuni critici si sono provati a dimostrarlo; ma il maggior numero dei Padri, e i più autorevoli fra i commentatori moderni mantengono che il Signore purificò il Tempio due volte, e che Giovanni ci ricorda la prima, i sinottici la seconda purificazione. A sostegno di questa opinione si dànno le ragioni seguenti: (a) In ambo i casi ci vengon riferite le circostanze esatte in cui il fatto avvenne, e la differenza si vede a colpo d'occhio. (b) Il motivo dell'atto di Cristo è diverso nei due casi. Nel fatto narrato da Giovanni vediamo Gesù proclamare in modo indipendente la sua autorità e missione divina; in quello datoci dai Sinottici l'atto di Gesù è una conseguenza dell'omaggio popolare resogli in quel giorno, qual re d'Israele Luca 19:37-38. (c) Il rimprovero di Gesù, come ben si comprende, è assai più severo la seconda che non la prima volta: la profanazione non è più descritta come consistente nel far del tempio "una casa di mercato", bensì una spelonca di ladroni. (d) L'atto significante di fare una frusta di giunchi per scacciare i trafficanti, la domanda di un segno, e le notevoli parole da Gesù pronunziate in risposta a quella, sono cose così intimamente unite, che i Sinottici non avrebbero potuto tacerle, se parlassero del fatto medesimo di cui parla Giovanni, tanto più che dai loro scritti si vede che essi erano a conoscenza delle accuse contro Gesù, fondate sulle parole pronunziate in tale occasione, Confr. Giovanni 2:19; Matteo 26:61; Marco 14:58. (e) La prima volta i Giudei (il Sinedrio) si accontentarono di chiedere a Gesù un segno del suo diritto di comportarsi in tal modo nella casa di Dio; ma nella seconda, i principali sacerdoti e gli scribi ed i capi del popolo cercavano di farlo morire Marco 11:18; Luca 19:47, tanto li adirò la sua coraggiosa denuncia della loro profanazione del tempio prova evidente che era giunta la crisi della vita di Gesù. Supponendo che occorressero quattro Pasque durante il ministero di Gesù, e che rivendicasse la gloria di suo Padre e la santità della sua casa nella prima e nell'ultima di quelle solennità, si è chiesto perché non lo avesse fatto pure nelle due Pasque intermedie. È, certo che Gesù non salì in Gerusalemme per la seconda Pasqua ricordata in Giovanni 6:4 perché i Giudei cercavano di ucciderlo; ma, siccome di quelle Pasque i Vangeli non ci parlano in dettaglio, niente impedisce che la purificazione non sia stata ripetuta nella terza Pasqua. È più soddisfacente però la risposta, che Gesù, essendo stato rigettato la prima volta che si presentò come Messia, più non assunse quel contegno reale e messianico, contentandosi di agire come profeta, fino al giorno della sua entrata trionfale in Gerusalemme e nel tempio, come Re d'Israele, nel qual giorno manifestò dì nuovo l'irresistibile suo potere, unendo così la fine del suo ministero col principio.

2. "Diverso è lo scopo di DIO delle due purificazioni. Al termine del suo ministerio, Gesù vien salutato qual re d'Israele, e caccia sdegnosamente dalla casa di Dio quelli che praticamente non volevano dare in quella, parte alcuna ai Gentili. Ora, al principio del suo ministero, agisce qual Figlio di Dio, e si presenta come tale ai rettori e al popolo, affinché riconoscano la sua figliazione divina e ubbidiscano alla sua parola. 'Egli è venuto in casa sua' nella casa che gli si apparteneva qual Figlio di Dio, 'e i suoi non l'hanno ricevuto' Questo è il punto decisivo del suo ministero, da ora in poi egli è reietto dai Giudei. Ecco il senso del racconto che abbiamo dinanzi agli occhi" (Milligan).

3. Nella gelosia di Cristo per la santità e l'onore della casa di suo Padre, così quando egli apparve la prima volta qual Messia, come quando apparve per l'ultima volta, abbiamo un commento significante e glorioso alla profezia di Malachia a suo riguardo Malachia 3:1-3.

4. "Molti in Gerusalemme professarono di credere, ma Gesù non fidava loro se stesso, perché li sapeva indegni di fiducia. I suoi miracoli li stupivano; la lor mente era convinta che egli era il Messia; ma non erano 'veramente discepoli' Giovanni 8:31. Non erano convertiti, i loro cuori non avean fatto la pace con Dio, per quanto eccitati fossero i loro sentimenti; e il Signore vide chiaramente che, come gli uditori del terreno pietroso Matteo 13:21, non appena sorgerebbero persecuzioni per la parola, svanirebbe la pretesa lor fede. Qui si tocca col dito la differenza immensa che passa fra Cristo e i suoi ministri; questi sono del continuo ingannati dalla gente; Cristo non lo fu mai, né poteva esserlo. Anche quando accolse Giuda Iscariot fra i discepoli, ne conosceva a fondo il carattere. Questa solenne verità dovrebbe far tremare tutti gli ipocriti; posson bensì ingannare gli uomini; non inganneranno mai Cristo; egli investiga le reni ed i cuori" (Ryle).

5. "Lo scopo di Giovanni nello scrivere questo Vangelo essendo di dimostrare la divinità di Cristo, egli ne sparge delle prove quasi in ogni capitolo. Qui ci dichiara la sua onniscienza: egli conosceva quello che era nell'uomo; essendo cioè Iddio benedetto in eterno, egli possedeva una conoscenza esatta del cuore degli uomini, non in seguito a qualsiasi rivelazione avuta da Dio, ma per propria immediata intuizione. Ecco qui un'ampia testimonianza alla divinità di Cristo! la sua conoscenza dei segreti del cuore di ogni uomo, conoscenza che si appartiene solo a Dio: 'Tu solo conosci il cuore di tutti i figliuoli degli uomini'" 1Re 8:39 (Burkitt).


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