Giovanni 9

1 CAPO 9 - ANALISI

1. Guarigione di un cieco nato. I tentativi fatti per separare questo miracolo dalla Festa dei Tabernacoli, terminata in quei dì, e per unire tutto questo capitolo e i 21 primi vers. del seguente alla festa della Dedicazione, non hanno fondamento alcuno; anzi il nesso fra la fine del cap. 8 e i primi versetti di questo sono così intimi da far supporre che i fatti narrati in entrambi accadessero il medesimo giorno. Il cieco, essendo al tempo stesso un mendicante Giovanni 9:8, trovavasi probabilmente in una delle vie che conducevano al tempio. La conversazione fra Cristo e i suoi discepoli, relativamente alla causa della disgrazia di quest'uomo; il modo tenuto da Gesù nel compiere questo miracolo; la sua perfetta riuscita; lo stupore dei vicini del cieco nato, i quali dubitano perfino della sua identità; la testimonianza franca e sincera che egli rese del modo in cui era stato guarito: tali sono i fatti narrati nella prima parte di questo capitolo Giovanni 9:1-12.

2. I Farisei investigano il fatto, probabilmente perché quell'uomo era stato guarito di sabato. A motivo di questo miracolo, nacque nel Sinedrio una disputa riguardo a Gesù; il cieco guarito venne sottoposto a rigoroso interrogatorio; gli stessi suoi genitori furono fatti comparire per dichiarare in qual modo il loro figlio avesse ricoverato la vista; ma, ricusando essi di dir nulla, salvoché lo riconoscevano pel loro figlio, e sapevano che era nato cieco, fu richiamato il figlio stesso per esser nuovamente interrogato. Il suo rifiuto di dichiarar "peccatore" colui dal quale aveva ricevuto la guarigione, gli valse di venire insultato come discepolo di Gesù e sbandito dalla sinagoga Giovanni 9:13-34.

3. Gesù gli si rivela qual Figliuol di Dio, e lo conforta. Fino a quel momento, il cieco guarito aveva considerato Gesù come un benefattore sconosciuto; contemplandolo ora cogli occhi ai quali avea dato la vista, e con un cuore pieno di gratitudine, egli crede in lui come "luce del mondo", e lo adora. In risposta alla domanda ironica di alcuni Farisei lì presenti se essi pure erano ciechi, il, Signore risponde che, se fossero stati veramente ciechi, cioè ignoranti, sarebbero stati assai meno biasimevoli; ma siccome pretendevano di vedere e di conoscere la verità, mentre pure rigettavano il Messia, il loro peccato diveniva di tanto più inescusabile Giovanni 9:35-41.

Giovanni 9:1-41. STORIA DEL CIECO NATO GUARITO IN GIORNO DI SABATO. MODO IN CUI QUESTI VIEN TRATTATO DAL SINEDRIO GESÙ LO CONFORTA, E GLI SI RIVELA QUAL FIGLIUOL DI DIO

Cristo apre gli occhi del cieco nato, Giovanni 9:1-14

1. E passando,

Queste parole indicano che abbiam qui la continuazione del racconto contenuto negli ultimi versetti del cap. 8. (Vedi Analisi più sopra)

vide un uomo ch'era cieco dalla sua natività.

Come fra noi i ciechi si appostano alle porte delle chiese per domandar la limosina, così nei tempi antichi, sedevano lungo le vie che conducevano ai templi, e il tempio di Gerusalemme aveva esso pure i suoi accattoni. Per la stessa ragione, vediamo che Pietro e Giovanni s'imbattono, alla porta del tempio detta Bella, in uno zoppo che guariscono Atti 3:2. L'uomo di cui è qui parlato era senza dubbio uno di tali mendicanti. Il fatto che la sua cecità datava dalla nascita era senza dubbio portato in qualche modo alla conoscenza dei passanti, affin di destare maggiormente la loro compassione. Il Vangelo ci racconta sei guarigioni di ciechi operate da Gesù; ma questo è il solo caso in cui una tale infermità risalisse alla nascita, ed è ciò che caratterizza specialmente questo miracolo, perché "non si è giammai udito, che alcuno abbia aperti gli occhi ad uno che sia nato cieco" Giovanni 9:32.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:32

2 2. E i suoi discepoli lo domandaron, dicendo: Maestro, chi ha peccato, costui, o suo padre e sua madre, perché egli sta nato cieco?

Ad una tal domanda può aver dato luogo l'attenzione colla quale Gesù guardò quel meschino; ad ogni modo prova che ben si sapeva da tutti che egli era cieco dalla nascita. Una questione di natura speculativa come questa sembra strana sulle labbra di uomini senza educazione; essa però procedeva da una credenza profondamente radicata nella mente degli Ebrei, che cioè tutte le sofferenze fisiche sono la conseguenza immediata del peccato. Non è questo il solo passo in cui si manifesti una tale credenza: i fatti dei Galilei il cui sangue Pilato aveva versato nel recinto stesso del tempio, e degli uomini sui quali, era caduta la torre di Siloè Luca 13:2-4, erano stati considerati come prove evidenti di una tale dottrina, finché Gesù, non la condannò in modo reciso. Il caso di quest'uomo offre ai discepoli una buona occasione di arrivare ad una soluzione dei loro dubbi, epperciò domandano al loro Maestro di sciogliere una volta per sempre l'arduo problema. Fermamente persuasi che ogni malattia fisica era la conseguenza di qualche peccato speciale, essi non concepiscono che due spiegazioni possibili di questo caso: ovvero quell'uomo pativa per peccati propri commessi anteriormente alla nascita, ovvero egli portava la pena di peccati di cui si erano resi colpevoli i suoi genitori, prima che egli venisse al mondo. A sostegno di questa seconda alternativa eranvi alcuni passi dell'Antico Testamento, "e fra gli altri il secondo comandamento", nei quali vien dichiarato che i peccati dei padri sono visitati sopra i loro figliuoli Esodo 20:5; 34:7; Numeri 14:18,33; Geremia 32:18; ma come mai spiegare l'altra alternativa, che cioè egli potesse esser nato cieco in conseguenza del proprio peccato? È insostenibile la spiegazione che consiste a dire che questo castigo gli fu inflitto in anticipazione del proprio peccato. La dottrina della preesistenza e della trasmigrazione delle anime insegnata da Pitagora, e adottata dipoi da non pochi Giudei della scuola platonica, non incontrò mai il favore dei Farisei, né divenne parte delle credenze del popolo, dimodoché i discepoli non possono voler suggerire che quell'uomo fosse punito per peccati commessi in una vita precedente. La sola e la più probabile spiegazione che si possa dare della prima parte della domanda dei discepoli si è, che essi ritenevano la strana opinione corrente fra i loro concittadini, che cioè i bambini già potessero peccare nel seno della madre, essendo fin d'allora capaci di emozioni, che potevano essere e spesso erano peccaminose Luca 1:41-44. A sostegno di questa idea citavansi Genesi 25:22; 38:28-29. "Il racconto di Genesi 25, sembrando indicare che l'odioso carattere di soppiantatore apparteneva a Giacobbe anche prima della sua nascita, dava una certa autorità Scritturale a tale opinione" (Milligan).

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:34; Matteo 16:14

3 3. Gesù rispose: Né costui, né suo padre né sua madre han peccato; anzi ciò è avvenuto, acciocché le opere di Dio sien manifestate in lui.

I discepoli non avevano la più lontana idea che vi potesse essere, per la cecità di quell'uomo, una causa differente dalle due che avevano ricordate. Ma Cristo mostra loro, in questo versetto, che vi è una terza spiegazione dei nostri mali, ed è che hanno per scopo la manifestazione della gloria di Dio, col guarire le malattie, o col dare, a chi ne è afflitto, di sopportarle con pazienza. Gesù non dice punto che quest'uomo e i suoi genitori non fossero peccatori al pari di tutti noi; solo dichiara che in questo caso speciale la cecità non ha per causa il peccato, che non v'era nesso alcuno fra un peccato individuale o di famiglia e la cecità di cui questo misero era afflitto, sicché era al tempo stesso erroneo e poco caritatevole fondarsi su questa loro disgrazia per accusarli di qualche peccato particolare. L'idea che chi soffre molto dev'essere stato un gran peccatore era stata già condannata in Luca 13:2-3; ma qui ci vien di più rivelato che Dio, nella sua provvidenza, decreta molte cose, e le sofferenze in ispecie, collo scopo espresso di manifestare la sua sapienza e il suo potere, sicché dobbiamo stare in guardia contro giudizi precipitosi e severi. "Il peccato della umanità e i suoi dolori sono uniti da una catena, è vero; ma gli anelli di quella sfuggono alla nostra vista. Nessun uomo portò mai un cotanto peso di dolori, come Colui che non conobbe il peccato" (Watkins).

PASSI PARALLELI

Giobbe 1:8-12; 2:3-6; 21:27; 22:5-30; 32:3; 42:7; Ecclesiaste 9:1-2; Luca 13:2-5

Atti 28:4

Giovanni 11:4,40; 14:11-13; Matteo 11:5; Atti 4:21

4 4. Conviene che io operi l'opera di colui che mi ha mandato, mentre è giorno; la notte viene che niuno può operare.

Fondandosi sui Codici del Vaticano, di Beza, del Sinai e di Parigi, nonché sopra alcune versioni, certi commentatori recenti hanno sostituito "noi" ad "io" al principio di questo versetto, coll'idea, che nel dovere qui proclamato, Cristo associa i suoi discepoli a sé stesso, e che questa verità è generale e concerne i discepoli non meno che il Maestro. Non si può mettere in dubbio che le scritture ingiungono a tutti i figliuoli di Dio di compier l'opere del Padre loro, per tutto il tempo in cui una tal cosa è loro possibile; ma per varie ragioni ci par poco probabile che le circostanze in cui egli si trovava potessero indurre il Signore a rivolgere una tale esortazione ai suoi discepoli.

1. I Codici che sostituiscono ad condannano da sé, poiché non fanno una simile correzione per che vien poco dopo, eppure così vorrebbe la logica.

2. Versioni antiche, quale la Peshito e l'Itala, stanno in favore del testo ordinario.

3. Poiché egli stava per rivelar la gloria di Dio, mediante la guarigione di quel cieco nato, par più naturale che Gesù facesse a sé medesimo l'applicazione di quelle parole, e questo ci par confermato dal titolo che dà a sé stesso in Giovanni 9:5, e "al quale certo i suoi discepoli non potevano in alcun modo pretendere. Essi non ebbero parte nell'adempimento di questo miracolo, e solo come riflettendo la luce del loro Maestro potevano venir detti 'luci del mondo'. Se compievano le opere di Dio, lo facevano solo in virtù di un mandato avuto dal Figlio, non direttamente dal Padre". "L'opere di colui che m'ha mandato" non erano limitate ai suoi miracoli, ma comprendevano pure il suo insegnamento, e tutte le opere di misericordia che egli compié nel corso del suo ministerio terreno Atti 10:38. Le parole "giorno" e "notte" devono intendersi semplicemente dei limiti naturali della attività giornaliera dell'uomo. "Allora l'uomo esce alla sua opera, e al suo lavoro, infino alla sera" Salmi 104:23. "Non vi sono eglino dodici ore del giorno? Se alcuno cammina di giorno, non s'intoppa, perciocché vede la luce di questo mondo; ma, se alcuno cammina di notte, s'intoppa, perciocché egli non ha luce" Giovanni 11:9,11. Dall'ultima di queste citazioni non si può dubitare che il Signore, sotto la figura, del giorno, indichi figurativamente il tempo del suo ministero terreno, il cui fine si avvicinava rapidamente. Taluni attribuiscono al giorno e alla notte dei sensi spirituali relativamente a Cristo medesimo e al mondo; ma tali applicazioni, eccellenti in se stesse, non hanno che fare collo scopo del Signore in questo passo, e non meritano di venir ricordate. Brown osserva che in questo versetto, "Cristo stesso ci dichiara che l'opera precisa che egli doveva compiere quaggiù, era stata determinata da 'Colui che lo aveva mandato', quale aveva assegnato un luogo ed un tempo, per ogni opera speciale, nonché il termine definito di tutta l'opera sua; dimodoché se qualsiasi opera speciale fosse stata protratta oltre il tempo fissato, l'insieme sarebbe stato disorganizzato, guastato e spinto al di là del periodo fissato per condurlo a compimento".

PASSI PARALLELI

Giovanni 4:34; 5:19,36; 10:32,37; 17:4; Luca 13:32-34; Atti 4:20

Giovanni 11:9-10; 12:35; Ecclesiaste 9:10; Isaia 38:18-19; Efesini 5:16; Colossesi 4:5

5 5. Mentre io sono nel mondo, io son la luce del mondo.

Molti traducono per quando, anziché per mentre, credendo che il Signore voglia qui parlare non solamente del suo soggiorno in terra, ma di tutte le rivelazioni che la Parola aveva date di se stessa al tempo dei patriarchi, della legge, dei profeti, e di quelle che darebbe ancora nelle età future della Chiesa. Ma in questo senso generico, non c'è stato un momento, dal principio del mondo in poi, nel quale Cristo non sia stato la luce del mondo Giovanni 1:5,9; 8:12; sicché le sue parole, intese in quel senso, non avrebbero nessun nesso speciale col caso che si presentava a lui in quel momento, mentre la dichiarazione di: Giovanni 9:4 "la notte viene" che il tempo del suo ministero terreno si avvicinava al suo fine, e le prime parole di Giovanni 9:6, provano che Gesù parlava del tempo presente, epperciò mentre ci par essere il senso vero di la parola "luce" ha qui lo stesso senso spirituale che nei capp. Giovanni 1:5-10; 8:12; ma contiene pure un'allusione significativa alla vista che Gesù stava per dare al povero cieco. Alford osserva su questo versetto: "Come prima di risuscitar Lazzaro, Gesù proclama se stesso 'la risurrezione e la vita' Giovanni 11:25, così qui egli dichiara di essere la sorgente di quella luce spirituale, di cui la luce naturale, che egli sta per conferire a, quell'uomo, non è che un derivato ed un simbolo".

PASSI PARALLELI

Giovanni 1:4-9; 3:19-21; 8:12; 12:35-36,46; Isaia 42:6,7; 49:6; 60:1-3; Malachia 4:2

Matteo 4:16; Luca 2:32; Atti 13:47; 26:18,23; Efesini 5:14; Apocalisse 21:23

6 6. Avendo dette queste cose, sputò in terra e fece del loto con lo sputo, e ne impiastrò gli occhi del cieco,

La virtù della saliva, nelle malattie degli occhi, era ben nota agli antichi, come ne fanno fede Tacito e Svetonio. Non è questo l'unico caso nel quale il Signore ne fece uso per guarire la cecità Marco 7:33; 8:23; ma solo in questo fece egli del loto colla saliva. Non si appartiene a noi di determinare la regola in virtù della quale il Signore, nel compiere i suoi miracoli, si serviva dei mezzi naturali di guarigione, o ne faceva a meno. Egli agiva con piena libertà, e secondo che parevagli meglio in ogni caso. Quali si fossero i mezzi impiegati, non in essi, ma in lui solo trovavasi la guarigione, e la fede di colui che ne era l'oggetto era il canale per cui venivagli comunicata. Lo sputar negli occhi, il mettere il dito nell'orecchio, l'ungere col fango ecc. erano meri accompagnamenti destinati ad imprimere più fortemente il fatto nella mente e nella memoria di coloro che venivano guariti, e dei testimoni del miracolo. I mezzi qui impiegati dal Signore eran probabilmente necessari alla fede di quell'uomo. L'ungere con saliva e più ancora l'impastar del loto in giorno di sabato erano cose rigorosamente vietate dalla tradizione giudaica (Lightfoot) epperciò Webster suggerisce che, siccome questo miracolo fu compiuto di sabato, il Signore avrà avuto qualche ragione speciale per scegliere un tal modo di operare questa guarigione. Il far del loto, l'ungerne gli occhi del cieco, il mandarlo a lavarsi nella fonte di Siloè avevano forse per scopo di confutare praticamente le nozioni dei Farisei sul sabato, e di dimostrare che certe opere potevansi compiere in tal giorno.

PASSI PARALLELI

Marco 7:33; 8:23; Apocalisse 3:18

7 7. E gli disse: Va', lavati nella piscina di Siloè il che s'interpreta: Mandato

La piscina di Siloè (in Arabo: Birket Silwan) trovavasi al lato Nord Est della valle di Hinnom, prima della sua congiunzione con le valli del Tiropeone e di Giosafat. È lunga all'incirca 50 piedi, larga 18 e profonda 19, benché la profondità attuale dell'acqua sia assai scemata, a motivo del cattivo stato dei muri laterali. L'acqua vi giungeva da polle o da cisterne che esistevano nei sotterranei del tempio, passando attraverso quella che si chiama "la fonte della Vergine" (in Arabo: Um el Deraj, la madre dei gradi), nella valle di Giosafat, mediante una galleria artificiale che fu scoperta non più di 50 anni fa, dai viaggiatori americani Robinson e Barclay Vedi Note Luca 13:4. Le parole in parentesi, destinate ad interpretare il nome di Siloè, da molti commentatori vengono considerate come una interpolazione; ma così non è, poiché le riportano il maggior numero delle versioni e dei MSS. Analoghe spiegazioni occorrono di frequente in questo Vangelo. Questa fu senza dubbio data da Giovanni, non perché il nome della fonte si confacesse alla cerimonia, che ivi compievasi ogni giorno della festa dei Tabernacoli, e neppure al cieco, benché vi fosse "mandato", bensì perché era un simbolo di Cristo stesso, che così spesso si proclamò "mandato da Dio". "Come è atto ordinato al cieco ebbe uno scopo puramente simbolico, così, in unione con quello, l'evangelista fa notare il nome simbolico della piscina, quasiché essa rendesse in questo caso testimonianza a colui che era stato mandato a compiere quello che le sue acque simboleggiavano" (Brown). In Isaia 8:6 è mentovata questa piscina: "Le acque di Siloè che corrono quietamente", come simbolo della presenza di Dio in mezzo al popolo e del soccorso che egli era sempre pronto a dargli; in contrasto con le acque "forti e grandi" l'Eufrate, le quali simboleggiavano le forze nemiche combinate di Siria e di Israele.

Egli adunque vi andò e si lavò, e ritornò vedendo.

L'orgoglioso Naaman ricusò di lavarsi nel Giordano, perché quel fiume parevagli inferiore a quelli della Siria; ma quest'uomo, non appena ricevuto dal Signore l'ordine di lavarsi nell'acqua di Siloè, ubbidì con prontezza, lavò il loto dagli occhi suoi, e tornò possedendo nella sua pienezza il senso della vista. Come dovettero essere intensi il suo stupore e la sua allegrezza, allorquando tutti gli oggetti coi quali era famigliare gli si presentarono sotto così nuovo aspettò! Con quel nuovo dono della vista tornò al solito suo posto di mendicante, ma non vi trovò più Gesù, il quale aveva proseguito la sua via. Dal seguito del racconto parrebbe che il benefattore e il beneficato più non s'incontrarono, finché il cieco guarito non venne espulso dalla sinagoga, e Gesù non "lo trovò", come è detto al in Giovanni 9:35.

PASSI PARALLELI

2Re 5:10-14

Giovanni 9:11; Nehemia 3:15

Isaia 8:6

Giovanni 10:36; Romani 8:3; Galati 4:4

Giovanni 9:39; 11:37; Esodo 4:11; Salmi 146:8; Isaia 29:18-19; 32:3; 35:5; 42:7,16-18

Isaia 43:8; Luca 2:32; Atti 26:18

8 8. Laonde i vicini e coloro che innanzi l'avean veduto cieco dissero:

I critici sono quasi tutti d'accordo nel ritenere che la vera lezione qui non è "che egli era cieco" bensì "che egli era un mendicante", e si crede che qualche copista abbia messo cieco al posto di mendicante, perché quest'ultima parola non esprimeva abbastanza a parer suo, la grandezza del cambiamento avvenuto in lui. Quelli che mettevano così in questione l'identità di quest'uomo erano i suoi vicini, i quali conoscevano personalmente lui e tutta la sua famiglia, e lo vedevano ogni giorno seduto a mendicare al medesimo posto.

Non è costui quel che sedeva e mendicava?

Piuttosto: siede e mendica, perché nel greco troviamo il tempo presente, per indicare un'abitudine costante.

PASSI PARALLELI

Ruth 1:19; 1Samuele 21:11

1Samuele 2:8; Marco 10:46; Luca 16:20-22; 18:35; Atti 3:2-11

9 9. Gli uni dicevano: Egli è lo stesso. Gli altri, Egli lo rassomiglia. Ed egli diceva: io son d'esso.

Non ammettiamo che si tratti qui di gente diversa da quella mentovata in Giovanni 9:8: è evidente al parer nostro che l'Evangelista ricorda qui le, impressioni delle medesime persone. Alcuni erano certi della identità di quell'uomo; altri, pur ammettendo una gran rassomiglianza, erano ancora nel dubbio. Niente si potrebbe immaginare di più verosimile che una tal descrizione. Quella diversità di opinioni si spiega dalla differenza che doveva produrre nel suo aspetto esterno la sparizione di una così grande deformità, e l'acquisto di tutto ciò che l'occhio sano e chiaro aggiunge alla bellezza del volto umano. La sua dichiarazione che egli era veramente il cieco che mendicava lungo la via dissipò ogni dubbio. Su ciò Brown osserva: "La difficoltà dei suoi vicini a credere che egli fosse lo stesso che aveano conosciuto come il cieco accattone, e la necessità della propria testimonianza per stabilire il fatto, sono a prova migliore della sua perfetta guarigione". Tutto questo racconto ci presenta un quadro così vivace, da giustificar la supposizione che Giovanni l'avesse scritto quasi sotto la dettatura del cieco guarito.

10 10. Gli dissero adunque: Come ti sono stati apertigli occhi? 11. Egli rispose e disse: Un uomo, detto Gesù, fece del loto, e me ne impiastrò gli occhi, e mi disse: Vattene alla piscina di Siloè, e lavati. Ed io, essendovi andato e lavatomi, ho ricoverata la vista.

La curiosità dei suoi vicini e conoscenti, soddisfatta riguardo alla sua identità, si manifesta ora con domande premurose relativamente al modo della sua guarigione, ed a queste egli risponde colla semplice narrazione dei fatti. Che egli non avesse ancora la minima idea di chi era Gesù, è evidente dal modo in cui ne parla qui: "un uomo", e dal modo con cui parla a Gesù stesso in Giovanni 9:36. L'Evangelista non dice in che modo conoscesse il nome del suo benefattore. Non è impossibile che qualcuno di quelli che eran presenti, quando il Signore lo mandò a lavarsi alla fonte di Siloè, glielo abbia detto; ma è chiaro che di Gesù egli nulla sapeva, fuorché il nome.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:15,21,26; 3:9; Ecclesiaste 11:5; Marco 4:27; 1Corinzi 15:35

Giovanni 9:6-7,27; Geremia 36:17

12 12. Ed essi gli dissero: Ove è colui? Egli disse: io non so.

Questa domanda ci sembra, da; quanto vien detto nel ver. seguente, essere stata fatta con intenzioni ostili. Si voleva sapere dov'era Gesù per mettergli le mani addosso e condurlo ai rettori del popolo. La risposta data colla massima franchezza mostra che quell'uomo più non aveva visto Gesù, dopo essere stato da lui guarito.

PASSI PARALLELI

Giovanni 5:11-13; 7:11; Esodo 2:18-20

13 13. Ed essi condussero ai Farisei colui che già era stato cieco. 14. Or ora sabato, quando Gesù fece il loto, ed aperse gli occhi d'esso.

Parlando dei "Farisei" è chiaro che Giovanni vuole indicare il Sinedrio, composto in massima parte di loro. Secondo Reland, il Sinedrio sedeva ogni giorno; ma se anche così non fosse stato, era facile sempre riunire in poco tempo un numero sufficiente dei suoi membri. Essi erano i custodi ufficiali della religione e della moralità del popolo; epperciò i sospettosi faccendieri, che già avevano cercato di conoscere il modo nel quale quel miracolo era stato compiuto, conducono dinanzi al Sinedrio quell'uomo, affinché il caso, suo sia investigato a fondo. Giovanni 9:14 ci spiega il perché di questo modo di procedere dicendoci che Gesù aveva compiuto quel miracolo in giorno di sabato; è chiaro da ciò che quegli uomini volevano servirsi di questo fatto per fomentare la ostilità dei rettori verso Cesù, presentandolo ai loro occhi come un trasgressore del giorno del riposo, che già si era dimostrato tale, colla guarigione del paralitico di Betesda, operata anch'essa in giorno di sabato Giovanni 5:9,16.

PASSI PARALLELI

Giovanni 8:3-8; 11:46-47,57; 12:19,42

Giovanni 5:9,16; 7:21-23; Matteo 12:1-14; Marco 2:23-28; 3:1-6; Luca 6:1-11; 13:10-17

Luca 14:1

15 

Il sinedrio interrotta ripetutamente il cieco guarito, per indurlo a rinnegare il suo benefattore, come colpevole di trasgressione delle legge. Non riuscendo in questo intento, lo scomunica, Giovanni 9:15-34

15. I Farisei adunque da capo gli domandarono anch'essi come egli avea ricoverata la vista.

"da capo" non significa che abbiamo qui un secondo interrogatorio di quell'uomo per parte del Sinedrio, bensì che, dopo avere udito, da quelli che lo avevano condotto, quanto era accaduto, i giudici decisero di farglielo nuovamente raccontare da lui stesso.

Ed egli disse loro: Egli mi mise del loto in su gli occhi, ed io mi lavai, e veggo.

Sapendo che i giudici già conoscevano appieno i fatti, il cieco guarito risponde più brevemente di prima; non pronunzia il nome del suo benefattore; ci fa l'impressione di uno che risponde contrariamente alla propria volontà, e già si sente nel suo tuono quell'impazienza, che scoppierà appieno più tardi.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:10-11,26-27

16 16. Alcuni adunque del Farisei dicevano: Quest'uomo non è da Dio, perciocché non osserva il sabato. Altri dicevano: Come può un uomo peccatore far cotali miracoli? E v'era dissensione fra loro.

La testimonianza del cieco guarito produce l'effetto medesimo che tutte le manifestazioni di Gesù stesso: alcuni sono attratti, altri respinti. Alcuni, fondandosi sulla inviolabilità della legge del sabato, rifiutano di riconoscere a Gesù, che a parer loro l'aveva trasgredita, qualsiasi missione divina e per logica conseguenza negano il suo miracolo. Altri, come Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea, dal fatto del miracolo deducono la conseguenza della santità di Gesù, negando così implicita niente che egli abbia trasgredito il sabato.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:24,30-33; 3:2; 5:36; 14:11; 15:24

Giovanni 7:12,43; 10:19; Luca 13:31-33; Atti 14:4

17 17. Dissero adunque di nuovo al cieco: Che dici tu di lui, ch'egli ti ha aperti gli occhi?

"che" qui significa, "perché ha aperto". L'accento della frase è sopra "tu": "Vedendoci di opinioni contrarie, che pensi tu di lui?" È possibile che ciascuno dei due partiti cercasse l'opinione di quell'uomo per corroborar la propria. Però sembra più probabile che i nemici di Gesù tentassero di cavar di bocca al cieco guarito qualche giudizio, o qualche fatto che li aiutasse a condannar Gesù. Se tale era il loro scopo, furono sconfitti.

Egli disse: Egli è profeta.

La domanda rivolta a quell'uomo non si riferiva alla realtà del miracolo, bensì alla persona che lo aveva compiuto, e da questo punto di vista la seconda risposta del cieco guarito non fu meno chiara e franca della prima. Considerando con ragione quel miracolo come un segno della divina missione di Cristo, egli proclama la sua convinzione che il suo benefattore è un profeta.

PASSI PARALLELI

Giovanni 4:19; 6:14; Luca 24:19; Atti 2:22; 3:22-26; 10:38

18 18. Laonde i Giudei non credettero di lui, ch'egli fosse stato cieco e avesse ricoverata la vista; finché ebbero chiamati il padre e la madre di quell'uomo che avea ricoverata la vista.

Sconfitti dalla risposta del cieco, e ben sentendo che, riconosciuta la verità della sua guarigione, più non avrebbero potuto negare la divina missione di Gesù, i Giudei cambiano tattica ad un tratto e cercano di provare che quell'uomo mentiva quando diceva di esser nato cieco. A questo scopo fanno venire i suoi parenti nella speranza di metterlo in contraddizione con loro. Le parole "finché" indicano che, solo dopo ricevuta dai genitori la conferma delle parole del figlio, abbandonarono questo piano di attacco.

PASSI PARALLELI

Giovanni 5:44; 12:37-40; Genesi 19:14; Isaia 26:11; 53:1; Luca 16:31; Ebrei 3:15-19

Ebrei 4:11

19 19. E quando furon venuti li domandarono, dicendo: È costui il vostro figliuolo, il qual voi dite esser nato cieco? Come dunque vede egli ora?

Il Sinedrio rivolge a quei genitori tre domande espresse in linguaggio perfettamente legale: "È questi il vostro figliuolo? Potete assicurarci che nacque cieco? Come spiegate il fatto che ora egli vede?" Tali domande avevano evidentemente per scopo di intimidire quelle persone, e di cavar loro di bocca una risposta tale da dar appiglio ad accusare il loro figliuolo di impostura. Ecco a quali arti ricorrono quelli che sono decisi a negare la verità! Se questi Giudei avessero avuto, per ricevere la verità, solo la metà della inclinazione, che li moveva a respingerla, le loro difficoltà sarebbero state presto tolte. Lo stesso dicasi di tutti gli uomini in genere: se inclinassero a ricevere la verità, quanto inclinano a rigettarla, sarebbero tosto finite le obbiezioni e i cavilli contro l'Evangelo.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:8-9; Atti 3:10; 4:14

20 20. E il padre e la madre di esso risposero loro e dissero: Noi sappiamo che costui è nostro figliuolo, e ch'egli è nato cieco. 21. Ma come egli ora vegga, o chi gli, abbia aperti gli occhi noi nol sappiamo; egli è già in età, domandateglielo; egli parlerà di se stesso.

Alle due prime domande, i genitori del cieco rispondono immediatamente in modo affermativo, perché si riferivano a dei fatti, e non implicavano rischio alcuno per loro. Prevaricano sulla terza. È inammissibile che non conoscessero almeno il nome del benefattore del loro figliuolo: ma si trincierano dietro la scusa di non esser stati presenti al fatto, e di non poterne perciò rendere una testimonianza legale. È chiaro che nascondono il loro convincimento, per timore di venire accusati essi pure. Il timore li spinge perfino a cercare di togliersi d'addosso ogni responsabilità, per metterla tutta quanta sulle spalle del figlio: "egli è già in età, risponda per se medesimo!" Fra i Giudei, un giovane diveniva responsabile dinanzi alla legge, subito dopo compiuto i tredici anni, Vedi nota Luca 2:42. "Tutta la loro risposta è caratteristica di genitori onesti e ragionevoli, ma al tempo stesso timidi e prudenti fino all'egoismo" (Lange).

22 22. Questo dissero il padre e la madre d'esso; perciocché temevano i Giudei; conciossiaché i Giudei avessero già costituito che, se alcuno lo riconosceva il Cristo, fosse sbandito dalla sinagoga. 23. Perciò il padre e la madre d'esso dissero: Egli è già in età; domandate lui stesso.

Qui l'Evangelista ci spiega il perché della reticenza di quei genitori nel rispondere alle domande del Sinedrio: essi temevano di compromettersi, e di venir colpiti dalla sentenza di scomunica testé promulgata dal Sinedrio contro chiunque in Gesù riconoscerebbe il Cristo, Quando venisse promulgato un tal decreto, non ci vien detto; alcuni credono che fu dopo il tentativo di lapidare Gesù Giovanni 8:59; ma il tempo trascorso fra quel fatto e gli eventi narrati in questo capitolo ci par troppo breve perché un tal decreto si potesse discutere, votare e far noto al popolo: ci par più ragionevole farlo risalire alla festa della Dedicazione, quando il Sinedrio aveva mandato delle guardie, coll'ordine espresso di arrestare Gesù Giovanni 7:32. L'essere scacciato dalla sinagoga non era cosa di poca entità; il Signore vi fa spesso allusione come ad una delle prove più dolorose che aspettavano i suoi discepoli. Era castigo che variava di grado e di intensità; la forma più mite consisteva in una esclusione di trenta giorni, durante i quali l'offensore veniva trattato come un pagano, rimanendogli vietata qualsiasi comunicazione colla sua famiglia, e coi suoi conoscenti. Se non dava segni di pentimento, lo si poteva colpire con una sentenza più grave, accompagnata da una esecrazione. L'ostinata perseveranza nel male poteva condurre ad una esclusione definitiva e completa dalla congregazione, ad una separazione assoluta dalla comunione del popolo di Dio.

PASSI PARALLELI

Giovanni 7:13; 12:42-43; 19:38; 20:19; Salmi 27:1-2; Proverbi 29:25; Isaia 51:7,12; 57:11

Luca 12:4-9; 22:56-61; Atti 5:13; Galati 2:11-13; Apocalisse 21:8

Giovanni 9:34; 12:42; 16:2; Luca 6:22; Atti 4:18; 5:40

Giovanni 9:21

24 24. Essi adunque chiamarono di nuovo quell'uomo ch'era stato cieco, e gli dissero:

Pare che il figlio fosse stato fatto allontanare durante l'interrogatorio dei suoi genitori. Viene ora richiamato per subire un nuovo esame collo scopo di distruggere, ove fosse possibile, la primiera sua deposizione.

Dà gloria a Dio; noi sappiamo, che quest'uomo è un peccatore.

Le parole colle quali il Sinedrio comincia questo nuovo attacco si possono spiegare in due modi:

1. Possono essere un invito a dar gloria a Dio, quale autore del miracolo: "Glorifica Iddio solo, e non quest'uomo, per la tua guarigione. Non è mai possibile che costui ti abbia guarito, poiché egli è un trasgressore del sabato, cioè un peccatore".

2. Possono essere un solenne invito al cieco di dir la verità, e di cessare da ogni tentativo di ingannar Dio e gli uomini, sostenendo un'impostura.

Questo secondo senso ci pare il migliore, ed è adottato da moltissimi scrittori. Giosuè rivolse ad Achan una obiurgazione analoga Giosuè 7:19, affin di indurlo a confessar tutta la verità, dopo che il suo fallo era stato scoperto. I Farisei volevano far credere a quell'uomo di aver scoperta la frode, sicché non gli serviva a nulla di perseverare in essa. Ricorrevano all'artifizio spesso impiegato nei tribunali di indurre un accusato a confessare, col fargli credere che i suoi complici hanno confessato ogni caso, sicché danneggia se stesso, persistendo a negare. E la verità cui pretendono esser giunti sarebbe che essi hanno trovato in Gesù un grave trasgressore della legge, per cui era impossibile che Dio gli avesse concesso di compiere un tal miracolo; epperciò la storia del cieco doveva esser falsa dal principio alla fine.

PASSI PARALLELI

Giovanni 5:23; 8:49; 16:2; Giosuè 7:19; 1Samuele 6:5-9; Salmi 50:14-15; Isaia 66:5

Romani 10:2-4

Giovanni 9:16; 8:46; 14:30; 18:30; 19:6; Marco 15:28; Romani 8:3; 2Corinzi 5:21

Luca 7:39; 15:2; 19:7

25 25. Laonde colui rispose, e disse: Se egli è peccatore, io nol so; una cosa so, che, essendo, io stato cieco, ora veggo.

Quest'uomo era dotato di coraggio e di prontezza di spirito, e in ciò si mostra ben diverso dai suoi genitori. Ripetendo le parole di quelli che lo interrogavano, dichiara di non saper se Gesù fosse o no un peccatore, "il che non vuol punto dire che egli credesse la cosa possibile", e di non voler esser trascinato in questioni speculative di quella fatta. Ma ciò che egli sapeva con certezza, per esserne conscio nella propria sua persona per essere un fatto a lui medesimo accaduto, si era che laddove, prima di aver fatto l'incontro di Gesù, era cieco, ora egli vedeva perfettamente. Un tal fatto per lui non pativa contraddizione alcuna. Rifiuta di pronunziarsi in qualsiasi modo riguardo al carattere di colui che lo ha guarito; il punto sul quale rimane incrollabile è la realtà del miracolo, e la credibilità dei propri sensi. Se in tutto ciò eravi qualche difficoltà, essi l'avevano sollevata; ad essi toccava scioglierla, nel modo che loro sembrasse migliore. Le enfatiche sue parole: "una cosa so" ci fanno vedere che l'importante per lui era la sua guarigione; in confronto a quella, tutte le altre considerazioni divenivano insignificanti.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:30; 5:11; 1Giovanni 5:10

26 26. Ed essi da capo gli dissero: Che ti fece egli? come ti aperse egli gli occhi?

Queste ripetute domande provano che non si sentono sicuri; son consci che, nel fatto del miracolo, quell'uomo e molti altri con lui posseggono una prova indiscutibile della divina missione di Gesù, epperciò fanno un nuovo tentativo per scoprire qualche punto debole nella sua testimonianza; ma il cieco guarito indovina le loro mire, s'accorge che non cercano sinceramente la verità, e ricusa di farsi loro strumento.

27 27. Egli rispose loro: io Ve l'ho già detto, e voi non l'avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? volete punto ancora voi divenir suoi discepoli?

Egli è stanco di tutte le loro domande, il cui fine gli è oramai troppo chiaro, e la sua risposta non cela la sua irritazione. "A che pro tutto questo interrogatorio? Vi ho detto già tutto quello che sapevo; e ciò non è evidentemente bastato a persuadervi. A che giova ripeter sempre le stesse cose? Sarebbe egli mai possibile che abbiate mutato pensiero, e vogliate anche voi ascrivervi fra i suoi discepoli?" La risposta sarcastica di un uomo irritato e provocato da domande che sa perfettamente inutili. Le parole: "ancora voi" in questo versetto non ci sembrano voler dire: "al pari di me", perché se anche la sua fede fosse stata abbastanza progredita per indurlo a chiamarsi discepolo di Gesù, egli non si sarebbe probabilmente confessato tale dinanzi al Sinedrio. Egli fa evidentemente allusione alla comitiva dei discepoli di Gesù, ben nota in Gerusalemme.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:10-15; Luca 22:67

28 28. Perciò essi l'ingiuriarono, e dissero: Sii tu discepolo di colui; ma quant'è a noi, siam discepoli di Mosè. 29. Noi sappiamo che Iddio ha parlato a Mosè ma quant'è a costui, non sappiamo onde egli sia.

La parola "ingiuriarono" non si trova in nessun altro passo degli Evangeli, e solo tre volte nel resto del Nuovo Testamento Atti 23:4; 1Corinzi 4:12; 1Pietro 2:23. Essa esprime lo scoppio dell'ira del Sinedrio, in seguito alla ironica domanda del cieco nato. Lo si coprì di contumelie; la più grave di tutte sembra essere stata il chiamarlo: "discepolo di colui", come se quello fosse l'insulto più disonorevole che gli si potesse scagliare, e la distinzione più chiara fra lui ed essi, che volevan rimanere discepoli di Mosè. Ogni qualvolta la dottrina o la potenza di Cristo vengon messe in luce, come in questa occasione, i Farisei si trincierano dietro l'autorità di Mosè. Dichiarano la ferma loro fiducia in lui quale legislatore e dottore mandato direttamente da Dio, e proclamano che, seguitandolo, facevano quello che piaceva al Signore. Per ogni Israelita l'autorità di Mosè era suprema e finale. In quanto a Gesù, protestano di non sapere da dove egli venga; che niente prova che sia mandato da Dio, e che insegni ed operi miracoli per divina autorità. Forse alcuni di essi andavano fino al punto di pensare, benché non lo dicano apertamente, che, come già il signore ne era stato empiamente accusato, egli cacciava i demoni, per lo principe dei demoni Matteo 12:24.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:34; 7:47-52; Isaia 51:7; Matteo 5:11; 27:39; 1Corinzi 4:12; 6:10; 1Pietro 2:23

Giovanni 5:45-47; 7:19; Atti 6:11-14; Romani 2:17

Giovanni 1:17; Numeri 12:2-7; 16:28; Deuteronomio 34:10; Salmi 103:7; 105:26; 106:16; Malachia 4:4

Atti 7:35; 26:22; Ebrei 3:2-5

Giovanni 9:16,24; 1Re 22:27; 2Re 9:11; Matteo 12:24; 26:61; Luca 23:2; Atti 22:22

Giovanni 7:27,41-42; 8:14; Salmi 22:6; Isaia 53:2-3

30 30. quell'uomo rispose e disse loro: V'è ben di vero da meravigliarsi in ciò che voi non sapete onde egli sia; e pure egli mi ha aperti gli occhi.

A misura che la discussione progredisce, quell'uomo senza educazione acquista perspicacità, fede e coraggio. Egli non si contenta più di difendere la realtà del miracolo, rivendica ora il carattere del suo benefattore. Egli dice in sostanza: "Per quanto meraviglioso sia il miracolo che mi ha aperto gli occhi, v'ha in tutto questo affare una cosa più meravigliosa ancora, ed è che voi, che siete le nostre guide, voi che siete i custodi religiosi della nostra nazione, non abbiate modo alcuno di giudicare le pretese di Gesù, né idea alcuna da dove egli venga".

PASSI PARALLELI

Giovanni 3:10; 12:37; Isaia 29:14; Marco 6:6

Salmi 119:18; Isaia 29:18; 35:5; Matteo 11:5; Luca 7:22; 2Corinzi 4:6

31 31. Or noi sappiamo che Iddio non esaudisce i peccatori; ma, se alcuno è pio verso Dio, e fa la sua volontà, quello esaudisce egli.

Siccome tutti gli uomini sono peccatori, ed anche i più santi fra loro si rendono colpevoli dinanzi al Signore di giornaliere trasgressioni, è chiaro che la parola "peccatori" non deve venir qui presa nel suo senso generico, "se così fosse nessun figlio d'Adamo avrebbe accesso appo Iddio", bensì in un senso ristretto, come indicante persone che vivono nella pratica giornaliera del peccato, quelli insomma che sono servi di Satana, e non di Dio. È questo il senso che il cieco guarito dà a tale espressione, e il principio che "Iddio non esaudisce i peccatori", era una grande ed indiscutibile verità per i Giudei.

PASSI PARALLELI

Giobbe 27:8-9; 35:12; 42:8; Salmi 18:41; 34:15; 66:18-20; Proverbi 1:28-29; 15:29

Proverbi 21:13; 28:9; Isaia 1:15; 58:9; Geremia 11:11; 14:12; Ezechiele 8:18; Michea 3:4

Zaccaria 7:13

Salmi 34:15; Proverbi 15:29

Giovanni 4:34; 7:17; 15:16; Salmi 40:8; 143:10; Ebrei 10:7; 1Giovanni 3:21-22

Giovanni 11:41-42; Genesi 18:23-33; 19:29; 20:7; 1Re 17:20-22; 18:36-38

2Cronache 32:20-21; Salmi 99:6; 106:23; Geremia 15:1; Giacomo 5:15-18

32 32. Ei non si è giammai udito che alcuno abbia aperti gli occhi ad uno che sia nato cieco. 33. Se costui non fosse da Dio, non potrebbe far nulla.

Il ragionamento contenuto in Giovanni 9:31-33 è chiarissimo, e si potrebbe mettere sotto forma di sillogismo, nel modo seguente:

1) Iddio non esaudisce le preghiere di un peccatore impenitente.

2) Quest'uomo ha compiuto un miracolo di cui la storia del mondo non offre esempio, col dar la vista ad uno che era nato cieco.

3) Dunque egli deve essere da Dio, e non già un peccatore, come voi asserite; altrimenti "non potrebbe far nulla".

Su questo Whitby dice: "Abbiam qui un cieco ignorante, che giudica delle cose divine più rettamente che il consesso dei dotti Farisei. C'insegni ciò a non lasciarci sempre condurre dall'autorità di concili, o di papi, o di vescovi. Non è punto assurdo per dei laici avere opinioni diverse da quelle del clero; imperocché i conduttori della Chiesa sono spesso colpevoli di grandi errori".

PASSI PARALLELI

Giobbe 20:4; Isaia 64:4; Luca 1:70; Apocalisse 16:18

Giovanni 9:16; 3:2; Atti 5:38-39

34 34. Essi risposero e gli dissero: Tu sei tutto quanto nato in peccati, e ci ammaestri?

Il suo ragionamento era così stringente, che, non potendolo confutare, i Giudei ricorrono alle contumelie più maligne. "Non ce ne dobbiamo meravigliare, imperocché il linguaggio violento e gl'insulti personali sono il segno sicuro di una causa cattiva in religione. La verità può essere paziente; l'errore non lo può" (Ryle). Nella loro rabbia non s'avvedono che contraddicono a se medesimi. Si erano sforzati fin lì di provare che non vi era stato miracolo alcuno, e che la pretesa cecità di quell'uomo era un'impostura; ora invece ammettono che ha acquistato la vista, poiché gli rinfacciano, "secondo le loro proprie vedute", di aver portato i segni dell'ira di Dio, a motivo della cecità che risaliva alla sua nascita! evidente che essi pure, al pari dei discepoli di Gesù, ver. Giovanni 9:2, credevano alla possibilità per l'uomo di cadere nel peccato, anche prima della sua nascita, ed escludendo l'alternativa che egli potesse esser nato cieco per un peccato dei suoi genitori, ne dànno senza pietà la responsabilità tutta intera a lui solo. Qui si mostra in tutta la sua laidezza l'orgoglio dei Farisei. Essi contrastano enfaticamente il "tu", "noi". Tu, che porti le stimmate del peccato, pretenderesti insegnare a noi, che siamo i maestri e gli espositori riconosciuti della verità, le guide autorevoli del popolo in tutto ciò che si appartiene alle cose di Dio? Agostino osserva con molta opportunità: "Essi stessi avevano fatto di lui un maestro, colle molte loro questioni" - "e lo cacciarono fuori". Crisostomo, Godet ed altri non vedono in questo altro che la violenta espulsione di quell'uomo dalla sala dove il Sinedrio stava riunito, seguita più tardi dalla scomunica. Ci sembra però che queste parole abbiano un senso molto più grave e si debbano intendere della degradazione immediata di quell'uomo, e della sua espulsione dalla repubblica d'Israele, di cui questa espulsione dalla sala del Sinedrio era, al tempo stesso, il simbolo e. la prima conseguenza. Tale è il parere del maggior numero dei commentatori. Può darsi che la sentenza sia stata formalmente redatta più tardi, dopo la uscita del cieco guarito; ma siccome il Sinedrio era riunito al completo, incliniamo a credere, con Lange, che la scomunica gli venne inflitta immediatamente, coll'atto stesso della espulsione, preceduto dalle parole: "Tu sei tutto quanto nato in peccato" ecc.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:2; 8:41; Giobbe 14:4; 15:14-16; 25:4; Salmi 51:5; Galati 2:15; Efesini 2:3

Giovanni 9:40; 7:48-49; Genesi 19:9; Esodo 2:14; 2Cronache 25:16; Proverbi 9:7-8; 26:12; 29:1

Isaia 65:5; Luca 11:45; 14:11; 18:10-14,17; 1Pietro 5:5

Giovanni 9:22; 6:37; Proverbi 22:10; Isaia 66:5; Luca 6:22; 3Giovanni 9; Apocalisse 13:17

Matteo 18:17-18; 1Corinzi 5:4-5,13

35 

Cristo si fa conoscere allo scomunicato qual Figliuol di Dio, Giovanni 9:35-41

35. Gesù udì che l'aveano cacciato fuori e trovatolo, gli disse:

Il nesso intimo ed immediato che vi ha fra questo versetto e il precedente ci dà una prova novella della tenera compassione di Gesù verso i suoi, quando si trovano nell'afflizione, e specialmente quando soffrono persecuzione per amore del suo nome. Quell'uomo, tornando al posto dove avea ricevuto la vista, non vi trovò più Gesù; ma il Signore non lo aveva dimenticato. Si era informato di quanto eragli accaduto nel Sinedrio; aveva udito con qual coraggio e quale avvedutezza avea difeso la causa del suo benefattore, ed ora va in cerca di lui per confortarlo, per attirarlo a se come suo discepolo, e per ricevere nella sua comunione colui che i Giudei avevano scomunicato. A questo scopo, bisogna primieramente che gli si faccia conoscere per quello che egli è.

Credi tu nel Figliuol di Dio?

Gesù spesso fa delle domande che superano le conoscenze già acquistate da quelli cui sono rivolte, affin di condurli più presto a verità più elevate. Di tal genere è la domanda contenuta in questo versetto. Il cieco guarito aveva proclamato dinanzi al Sinedrio il suo convincimento che il suo benefattore era "da Dio", il che equivaleva quasi a riconoscerlo come Messia. Con questa domanda il Signore vuol far salire di un grado la fede di quell'uomo, affinché egli lo conosca come Dio, e come tale si affidi pienamente a lui. E questa una delle poche volte nelle quali il Signore dà a se stesso il titolo di "Figliuol di Dio" Vedi Giovanni 3:18; 5:25; 10:36; 11:4. È vero che nei codici B, D, si legge "il Figliuol dell'uomo"; ma le prove in favore del testo ricevuto sono quasi di peso uguale, senza contare che esso armonizza maggiormente col contesto, poiché il oggetto della fede qui richiesta dal Signore era spirituale, cioè la sua relazione personale col Padre, il suo diritto alla, fede, alla ubbidienza e al servigio dell'uomo e coll'effetto prodotto sopra il cieco guarito, il quale subito si prostrò, e "l'adorò". Di più la lezione: "il Figliuol di Dio" risale almeno al secondo secolo, come si vede dalla citazione che di questo passo fa Tertulliano contro Praxeas. Finalmente si comprende che un copista, sapendo che Gesù si dava generalmente il nome di "Figliuol dell'uomo", potesse essere indotto a sostituirlo in questo passo al titolo più raro di: "Figliuol di Dio". Per tutte queste ragioni stimiamo che si debba ritenere il testo usuale.

PASSI PARALLELI

Giovanni 5:14; Salmi 27:10; Romani 10:20

Giovanni 1:49-50; 3:15-18,36; 6:69; 11:27; 20:28,31; Atti 8:37; 9:20; 1Giovanni 4:15

1Giovanni 5:5,10,13,20

Giovanni 1:18,34; 10:36; Salmi 2:7,12; Matteo 14:33; 16:16; Marco 1:1; Romani 1:4; Ebrei 1:2-9

1Giovanni 5:13

36 36. Colui rispose e disse: E chi è egli, Signore,

Il titolo di "Figliuolo di Dio" è troppo alto per essere al presente inteso da quell'uomo, epperciò, conformemente al semplice ed innocente suo carattere, domanda di venir maggiormente istruito riguardo ad esso. Perfino la congiunzione "e" mostra quanto fosse, vero il suo desiderio di venire istruito, mentre che la sua domanda tutta intera è esempio di prudenza lodevole. Un uomo meno umile, meno intelligente e meno serio non l'avrebbe probabilmente fatta, e forse avrebbe risposto con qualche ignorante affermazione.

acciocché io creda in lui?

Questo è evidentemente il linguaggio di uno che già credeva in colui che gli aveva data la vista, ed avea in lui tal fiducia da ricevere come "Figliuol di Dio" chiunque, egli gli avrebbe indicato. Era tuttora ignorante su molti punti, ma si dimostra pronto a ricevere istruzione.

PASSI PARALLELI

Giovanni 1:38; Proverbi 30:3-4; Cantici 5:9; Matteo 11:3

37 37. E Gesù gli disse: Tu l'hai veduto, e quel che parla teco è d'esso.

Questa risposta ricorda quella che Gesù già aveva fatta alla donna Samaritana: "Io che ti parlo, son d'esso" Giovanni 4:26, ed è argomento a gravi riflessioni il vedere che Gesù si rivela a quei due che il popolo d'Israele rigettava dal suo seno, mentre rimane nascosto alla nazione del patto. Le parole: "tu l'hai veduto" non si devono intendere di qualche incontro anteriore di quell'uomo con Gesù, bensì dell'occasione che in quel momento venivagli offerta di contemplare il Signore, e di conversare con lui. Alcuni intendono "l'hai veduto", della vista spirituale che era stata impartita all'anima sua; ma il primo senso ci pare armonizzare meglio col contesto. Il senso delle parole di Gesù è: "Già lo hai visto; dal momento che ti sei fermato a parlar con me, i tuoi occhi lo hanno contemplato, imperocché egli non è altri che colui che ti parla".

PASSI PARALLELI

Giovanni 4:26; 7:17; 14:21-23; Salmi 25:8-9,14; Matteo 11:25; 13:11-12; Atti 10:31-33

38 38. Allora egli disse: io credo, Signore, e l'adorò.

Più rifletteva alla propria miracolosa guarigione e a colui che l'aveva operata, più sentivasi disposto a credere in lui qual Messia. Alla rivelazione che gli vien fatta, egli risponde con una confessione in parole ed in atti. La immediata sua risposta: "Io credo, Signore", mostra quanto poco rimanesse da fare per rendere completa la sua fede nel Figliuol di Dio benché ancora intendesse molto imperfettamente tutto ciò che quel nome racchiudeva in se. L'attitudine di adorazione che assunse pure dinanzi a Cristo o quella che si tributava a Dio solo, imperocché Giovanni non fa mai uso della parola "prostrarsi a terra", per indicare la prostrazione, per mero rispetto, dinanzi ad un uomo.

PASSI PARALLELI

Giovanni 20:28; Salmi 2:12; 45:11; Matteo 14:33; 28:9,17; Luca 24:52; Apocalisse 5:9-14

39 39. Poi Gesù disse: io son venuto in questo mondo per far giudicio, acciocché coloro che non veggono veggano, e coloro che veggono divengan ciechi.

Questo detto di Gesù, pronunziato in quel momento stesso, ebbe per causa la presenza di un certo numero dei suoi avversari, che si erano riuniti intorno a lui, quando lo videro parlare coll'uomo ch'egli aveva guarito. In queste parole, il Signore descrive il rimarchevole risultato della sua venuta nel mondo, venuta che produce cecità spirituale per quelli che professano di essere i veggenti del popolo, ed illuminazione spirituale per quelli che si trovano nelle tenebre, come si vede dal caso di quest'uomo che era cieco spiritualmente, non meno che corporalmente. Diodati traduce erroneamente le parole quasiché fossero "per far giudicio", mentre che significano: affinché il giudicio uscisse dalla mia persona. Gesù non parla qui dell'atto di giudicare, bensì del risultato di esso, della decisione o della sentenza che è conseguenza Matteo 7:2; Marco 12:40; Romani 2:2-3. È una distinzione fra due partiti, favorevole all'uno, sfavorevole all'altro. Non v'ha contraddizione fra queste parole e quelle di Giovanni 12:47. Nella sua prima venuta in sulla terra, Gesù non si presentò in veste di giudice, e non ne esercitò l'ufficio; ma l'effetto diretto e la conseguenza inevitabile della sua venuta non potevano essere che un giudicio. Quelli che lo rigettano si condannano da se, e l'incredulità aggrava sempre più le tenebre e la durezza del cuore Matteo 11:25-26; Marco 4:25; Luca 8:18. "Quella conoscenza stessa della legge, della quale menavano così gran vanto i Farisei Romani 2:18-19, divenne un ostacolo che impedì loro di vedere in Gesù l'adempimento delle promesse; perciò divennero ciechi riguardo a ciò che l'Antico Testamento conteneva di più importante. Quelli invece, cui mancava questa conoscenza, ma che bramavano l'adempimento della promessa e il soddisfacimento dei loro bisogni spirituali, ricevettero da Gesù la vista, trovarono cioè in lui la verità dell'Antico Testamento, della rivelazione di Dio, e della comunione con lui" (Luthardt).

PASSI PARALLELI

Giovanni 3:17; 5:22-27; 8:15; Geremia 1:9-10; Luca 2:34; 13:30; 2Corinzi 2:16

Giovanni 9:25,36-38; 8:12; 12:46; Matteo 11:5; Luca 1:79; 4:18; 7:21; Atti 26:18

2Corinzi 4:4-6; Efesini 5:14; 1Pietro 2:9

Giovanni 3:19; 12:40-41; Isaia 6:9; 29:10; 42:18-20; 44:18; Matteo 6:23; 13:13-15

Luca 11:34-35; Romani 11:7-10; 2Tessalonicesi 2:10; 1Giovanni 2:11

40 40. E alcuni dei Farisei ch'eran con lui

quelli cioè la cui curiosità era stata destata dal vederlo in conversazione col cieco guarito,

udirono queste cose, e gli dissero: Siamo ancora noi ciechi?

Godet richiama l'attenzione sulla distinzione delicata che Gesù fa, in Giovanni 9:39, fra quelli che non veggono perché la loro visione non è ancora appieno sviluppata, e i ciechi nei quali l'organo della vista è completamente distrutto. I Farisei lì presenti non avvertirono quella distinzione; sentirono solamente che le parole di Gesù avevano un senso figurativo, e in un modo o nell'altro si riferivano a loro stessi. La loro arroganza e la loro rabbia si manifestano nella sprezzante domanda: "Presumeresti tu di accusarci di esser ciechi, noi che siamo le guide costituite e riconosciate del popolo nelle cose spirituali?" Una tal cosa era senza dubbio l'ultima che i Farisei avrebbero permesso che venisse detta di loro. Il loro contegno ben si confà col ritratto che Paolo ci presenta di un Giudeo incredulo e pieno della propria giustizia: "Ti dài a credere d'esser guida dei ciechi, lume di coloro che son nelle tenebre, ecc." Romani 2:17-20.

PASSI PARALLELI

Giovanni 9:34; 7:47-52; Matteo 15:12-14; 23:16-28; Luca 11:39-54; Romani 2:19-22; Apocalisse 3:17

41 41. Gesù disse loro: Se voi foste ciechi, non avreste alcun peccato;

Se foste veramente in quella posizione nella quale negate di essere, se cioè foste totalmente ignoranti e senza possibilità alcuna di giungere alla verità; se solo vi mancasse la luce per conoscermi e ricevermi per quel che sono, la vostra cecità non vi verrebbe imputata a peccato, e non verreste accusati di rigettare la luce dell'Evangelo. Ben diverso è il caso vostro!

ma ora voi dite: Noi veggiamo; perciò il vostro peccato rimane.

Si vantano di non essere né ignoranti né ciechi di spirito; pretendono al contrario che la verità dimora in loro soli; eppure rigettano Cristo, e ciò suggella in sulla loro fronte il peccato dell'incredulità. Il loro è un caso disperato. Rigettano Cristo perché non conoscono la verità a suo riguardo; e la verità non la potranno mai scoprire, perché sono appieno persuasi di possederla già.

PASSI PARALLELI

Giovanni 15:22-24; Proverbi 26:12; Isaia 5:21; Geremia 2:35; Luca 12:47; 18:14; Ebrei 10:26

1Giovanni 1:8-10

RIFLESSIONI

1. Nelle parole; "Conviene che io operi mentre è giorno; la notte viene che niuno può operare" Giovanni 9:4, il Signore ci dà un solenne ammonimento riguardo all'uso del tempo. Quelle parole erano letteralmente vere di lui medesimo, poiché molto più della metà del suo ministero terreno era già trascorsa. Dalla mattina alla sera, egli proseguiva instancabilmente l'opera che suo Padre aveagli data da compiere. Il far la volontà di suo Padre, e condurre a compimento tutta l'opera da lui affidatagli, era per Cristo cibo e bevanda. Queste parole dovrebbero esser profondamente scolpite nella memoria di quanti si, professano cristiani. La vita che ora vivi nella carne è il tuo "giorno"; fanne buon uso, per la gloria di Dio, e per il bene così dell'anima tua come di quella del tuo prossimo, "perciocché sotterra, ove tu vai, non vi è né opera, né ragione, né conoscimento, né sapienza alcuna" Ecclesiaste 9:10. Compi la tua salute con timore e tremore, mentre è nominato quest'oggi, ricordandoti che a nessun uomo è concesso di rivivere questa vita, e che il tempo perduto non si ritrova più.

2. Dal fatto mentovato in Giovanni 9:13, che i vicini del cieco guarito lo condussero ai Farisei, impariamo che, ogni qualvolta il Signore comincia a far del bene all'anima di un uomo, anche se questi non possiede ancora se non una ben piccola conoscenza di lui, i suoi amici e parenti, i quali prima lo amavano e lo rispettavano, son pronti a perseguitarlo e a darlo, come accadde nel caso di quest'uomo, nelle mani dei più crudeli avversari di Cristo e dei suoi seguaci. La storia della Chiesa di Cristo, sin dai primi tempi, è piena di fatti che provano questa verità, e anche ai dì nostri, pochi hanno abbracciato Cristo con tutto il loro cuore, senza farne la dura esperienza. Ma tali persecuzioni non devono trattenere nessuno dal seguitare Gesù, imperocché, a suo tempo, egli darà loro la liberazione, affin di renderli capaci di sopportarle Giovanni 16:33; 1Corinzi 10:13; 2Timoteo 2:12.

3. "Mentre i parenti di questo giovane ci offrono un quadro vivace dei terrori che l'autorità spirituale può ispirare", e i preti di Roma, a questo riguardo, la sanno più lunga assai dei rettori dei Giudei, "il giovane stesso ci dà un bellissimo esempio del coraggio che infonde nel cuore la esperienza del potere e della grazia divina, della forza che l'esercizio di quel coraggio comunica nei momenti di maggior prova; e della sapienza, superiore a quella dell'uomo, che il Signore, adempiendo la sua promessa Matteo 10:19-20, ha così spesso comunicata ai suoi, quando dovevano, per amor del suo nome, comparire dinanzi ai rettori" (Brown).

4. Non si è vista mai una determinazione così virulenta di non credere a qualsiasi prova, una resistenza così pertinace alla dimostrazione oculare, come nel caso di questi Giudei, i quali, dopo aver provato invano di impaurire quel poveretto senza amici, finiscono collo scacciarlo ignominiosamente dalla, sinagoga, per non aver egli voluto mentire dinanzi a Dio, e rinnegare il suo ignoto benefattore. Ma un tale spirito vive tuttora fra gli uomini, e non v'ha dubbio che alla minima occasione, l'odio del mondo verso Cristo, la sua dottrina e i suoi seguaci, si manifesterà violente quanto mai.

5. La bontà e la condiscendenza di Cristo si rivelano nella ricerca che Egli fece del cieco guarito, per confortarlo, dopo che lo ebbero scacciato dalla sinagoga. Egli sapeva qual dura prova fosse per un Israelita una tale scomunica, epperciò lo conforta in due modi:

(1) conducendolo a conoscerlo e a credere in lui qual Figliuol di Dio;

(2) facendogli comprendere "mediante l'uso della parola giudicio", che a lui si appartiene di amministrare gli affari della propria Chiesa e del proprio popolo, come essendone il capo e il re; e che, qual risultato di tale amministrazione, tutte le cose che tendono al conforto dei suoi, sono i frutti del suo ministerio, mentre quelle che sono loro contrarie, altro non sono se non effetti accidentali, derivanti dalla corruzione dell'uomo (Hutchison).

6. Trench commenta come segue le parole di Giovanni 9:39: "Io Cristo" son la pietra di paragone: molto di quanto appariva vero, toccato da me, si dimostrerà falso, anzi mera scoria; molte cose invece, le quali non erano tenute in conto alcuno, per la loro nessuna apparenza, si vedranno essere metallo prezioso; molti che passavano per veggenti come i capi spirituali di questo popolo, appariranno ciechi; altri molti invece, da tutti ritenuti per ignoranti, non appena tocchi dalla mia luce, spiegheranno una potenza di visione spirituale non mai sognata fino a quel momento. Cristo è il re della verità, epperciò, alzando la sua bandiera nel mondo, costringe necessariamente gli uomini a schierarsi al loro vero posto, quali amanti della verità, o seguaci della menzogna. Egli dice qui di se medesimo quello che già aveva profetizzato di lui Simeone: "Costui è posto per la ruina e per lo rilevamento di molti in Israele... acciocché i pensieri di molti cuori sieno rivelati Luca 2:34-35. Egli è la pietra sulla quale gli uomini edificano, e contro la quale essi incespicano; ed è stato posto per entrambi questi scopi" 1Pietro 2:6-8; 2Corinzi 2:15-16.

7. "Il racconto di questo miracolo ha un valore speciale nell'apologetica. Quanto spesso non udiamo noi esprimere il desiderio, che i miracoli di Cristo fossero stati autenticamente registrati, ed assoggettati ad una completa investigazione giuridica? Qui abbiamo per l'appunto ciò che si domanda: dei giudici, e per giunta dei nemici di Cristo, investigano in vari modi un suo miracolo, e non lo possono distruggere. Ad un cieco dalla nascita era stato dato il vedere" (Tholuck).

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