Luca 4

1 CAPO 4 - ANALISI

1. La tentazione di Cristo nel deserto. Era consiglio di «Colui, per cagione di cui, e per cui son tutte le cose, di consacrare per sofferenze il principe della salute» Ebrei 2:10, affinché «essendo stato tentato in ogni cosa simigliantemente a noi, senza peccato» Ebrei 4:15, potesse imparare a simpatizzare coi suoi redenti in tutte le loro sofferenze e tentazioni. Per realizzare questo piano, piacque a Dio di ordinare che il secondo Adamo, sulla soglia stessa del suo ministero terrestre, dovesse lottare col vincitore del primo Adamo ed essere esposto alle sue più terribili tentazioni. Perciò ci vien detto che, ben lungi dal prendere spontaneamente una tale decisione, Gesù «fu sospinto dallo Spirito nel deserto». Le incolte e spopolate colline che formavano tutta la parte orientale del territorio di Giuda, scendendo fino al Mar Morto, portavano il nome di «deserto di Giuda» Matteo 3:l; la regione centrale era chiamata «la montagna» (aar) Giudici 1:19, o «la contrada delle montagne» (oreinè) Luca 1:39; la larga striscia di terra che giaceva fra la «montagna» e il Mar Mediterraneo, e che apparteneva primitivamente ai Filistei, era chiamata «la valle» o «la pianura» (ashefala) Giudici 1:9; mentre la regione limitrofa al gran deserto dell'Arabia, era chiamata «il Mezzodì» (anegeb) Giudici 1:9. Dal linguaggio usato da Luca, e corroborato da quello di Marco, è evidente che Satana assediò nostro Signore colle sue tentazioni, più o meno, durante tutti i 40 giorni del suo digiuno, quantunque sieno ricordate solamente le tre ultime tentazioni, nelle quali la sua furberia, malizia ed empietà raggiunsero il loro apogeo. La malvagità non è mai soddisfatta, neanche dopo la sconfitta essa ritorno, all'assalto per il mero piacere di tormentare. Perciò Satana, quando vide tutte le sue tentazioni respinte, si ritirò, vinto ma non senza speranza, risoluto a rinnovare i suoi tentativi; e le parole «il diavolo si partì da lui infino od un certo tempo» indicano chiaramente che essi furono rinnovati segretamente ad intervalli, durante tutto il ministero pubblico di nostro Signore, finché scoppiarono, con raddoppiata virulenza, - con furia prodotta dalla disperazione, a Getsemane ed al Calvario. Ambo gli evangelisti concordano nell'assegnare il primo posto alla tentazione presentata nella proposta di mutare le pietre in pane, affin di Soddisfare il bisogno della fame, ma differiscono relativamente all'ordine delle altre due. Gesù trovandosi solo durante la tentazione, o l'ha narrata egli stesso ai suoi discepoli, nel qual caso l'ordine conservatoci da Matteo è probabilmente quello in cui le cose realmente accaddero; ovvero i particolari della tentazione sono stati rivelati direttamente a ciascuno evangelista, dallo Spirito di ispirazione, ed in questo caso la differenza nella distribuzione degli eventi implica sicuramente che la quistione di precedenza non è di vitale importanza Luca 4:1-13.

2. Il principio del pubblico ministero di Cristo in Galilea. Come Matteo e Marco, Luca comincia la sua storia della vita pubblica di Gesù colla entrata nel ministero in Galilea, la quale coincideva probabilmente coll'incarceramento di Giovanni Battista. L'evangelista Giovanni, scrivendo molto tempo dopo, ci fornisce il solo resoconto che abbiamo del ministero di Gesù fra la sua tentazione e l'incarcerazione del Battista, durante il qual periodo egli fece una breve visita in Galilea; ritornò a Gerusalemme per celebrarvi la prima pasqua dopo il principio del suo ministero; quindi continuò a predicare per breve tempo in Giudea, mentre i suoi discepoli battezzavano, finché il contegno ostile dei Farisei lo indusse a ritirarsi, imperocché in quel primo stadio dell'opera sua, desiderava evitare ogni conflitto con loro. L'omissione per parte dei Sinottici delle cose mentovate in Giovanni non toglie nulla affatto alla loro credibilità, perché essi considerano il pubblico ministero di Gesù come principiante solo allorquando fissò la sua dimora in Galilea Luca 4:14-15.

3. La visita di Cristo a Nazaret. Gesù ora cittadino di Nazaret, ivi avea passato tutta la sua vita all'eccezione delle brevi ultime settimane, ed i suoi concittadini si figuravano di aver essi i primi diritti su di lui nel dispiego dei suoi doni miracolosi; ma, essendo pervenuta sino a loro la sua fama, da Cana, da Capernaum e da altri luoghi di quel vicinato, mentre egli non faceva visita al loro paese, ne nacque una gelosia, che produsse nel cuor loro un rancore, pertinace verso di lui. A suo tempo però Gesù andò pure in Nazaret, presentandosi in giorno di sabato in quella sinagoga, dove, per tanti anni, egli si era recato regolarmente a render culto a Dio; ed essendo chiamato a compiere l'uffizio di lettore, lesse quella porzione degli scritti profetici che era indicata per quel giorno e l'applicò a sé stesso, con tale chiarezza e potenza, che «tutti si maravigliavano delle parole di grazia che procedevano dalla sua bocca». I Nazariti avrebbero forse dimenticato il primiero affronto, se il Signore stesso non avesse ricordato quel soggetto, per riprendere la loro stoltizia e per ammonirli che nell'operar miracoli, o nell'accordar guarigioni, egli sarebbe guidato non dal desiderio di contentare la curiosità altrui, ma dal suo proprio e sovrano beneplacito. Una tal dichiarazione procedente da colui che essi consideravano unicamente come figlio del loro concittadino Giuseppe produsse uno scoppio d'ira e d'indignazione, in seguito al quale essi cercarono di uccidere Gesù, precipitandolo dall'alto del ciglione del monte sul quale era edificata la loro città Luca 4:16-30.

4. Cristo sceglie Capernaum come sua residenza. Questo vien dichiarato più esplicitamente da Matteo che da Luca. L'onore ed il privilegio di aver Gesù dimorante in mezzo a loro, i quali avrebbero potuto appartenere ai Nazariti, se non fosse stato del loro orgoglio, della loro incredulità e della loro violenza, furono trasferiti a Capernaum. Ivi Gesù fissò la sua dimora, insieme alla madre ed ai fratelli, e durante il breve periodo del suo ministero terrestre, gli evangelisti parlano di Capernaum come della «sua città». Quivi egli insegnò nella sinagoga, scacciò demonii, sgridò la febbre della suocera di Pietro, e guarì i malati nelle strade. Ivi egli ritornò sempre dopo ciascuna delle escursioni che faceva attraverso la Galilea, predicando l'evangelo e risanando qualsiasi specie di infermi che gli venissero presentati. Non v'ha dunque da stupirsi se più tardi egli dice di quella città che essa fu «innalzata infino ai cieli» in quanto a privilegi, ma «abbassata fino all'inferno» per la sua trascuranza e la sua incredulità Luca 4:31-44.

Luca 4:1-13. CRISTO TENTATO DA SATANA NEL DESERTO Matteo 4:1-11; Marco 1:12-13

Per l'esposizione Vedi Matteo 4:1-11.

1. Or Gesù, ripieno dello Spirito, Santo se ne ritornò dal Giordano; e fu sospinto dallo Spirito nel deserto; 2. E fu quivi tentato dal diavolo quaranta giorni;

Il tentatore che si presentò in persona al nostro Signore nel deserto, era il gran nemico di Dio e dell'uomo, un angelo ribelle cacciato dal cielo, l'autore della rovina dei nostri primi parenti. Nelle narrazioni dei Sinottici, gli vengon dati due nomi diversi: il diavolo, che significa un calunniatore, uno che porta false accuse contro ad un altro (e da ciò proviene quell'altro suo nome: «l'accusatore dei fratelli» Apocalisse 12:10); e Satana, che significa un avversario, uno che tende agguati o fa guerra ad un altro. Nelle Scritture gli vengono dati pure altri nomi che descrivono diversi tratti del suo carattere o delle sue azioni. Che gli evangelisti credessero alla realtà di questo fatto della tentazione, riesco evidente da ciascuna delle parole di cui fanno uso per raccontarlo, e guidati come essi erano dallo Spirito d'ispirazione, non si può neppure aver l'idea di accusarli di mendacio o di inganno. Ciononostante varie difficoltà sono state sollevate contro a questo racconto (la maggior parte di esse invero provenienti dal diniego tacito od espresso della esistenza e della azione personale degli spiriti maligni); e molte e varie teorie sono state messe innanzi riguardo all'agente nella tentazione ed al modo in cui esso si avvicinò a Gesù. È stato asserito che una apparizione corporea del diavolo, una temporanea (ensarkosis) del principe delle tenebre, è cosa contraria all'analogia della Sacra Scrittura; eppure vi sono esempi di cotali apparizioni nel caso degli angeli buoni e Satana istesso assunse, una volta almeno, una forma corporea reale, quando tentò Eva. Che Satana apparisse a nostro Signore nel deserto in forma personale (angelica, umana, o bestiale, lo Spirito d'ispirazione non l'ha rivelato), noi lo crediamo fermamente, ritenendo l'azione personale del principe delle tenebre non solo essenziale all'intelligenza dei due racconti Matteo 4; Luca 4 e della parabola Matteo 12:29; Luca 11:21, ma pure al perfetto parallelismo fra la tentazione del primo e quella del secondo Adamo, al principio della loro carriera di prova.

Molte teorie sono state messe avanti per spiegare la tentazione senza un tentatore sovrannaturale. È stato supposto che il tentatore non fosse altro che un uomo, il sommo sacerdote, o qualche membro del Sinedrio; ma tale mostruosa opinione è confutata dal fatto che i sacerdoti ed il Sinedrio, a quel momento della sua vita, ignoravano completamente l'esistenza di Gesù di Nazaret, e che il loro timore e la loro inimicizia nacquero solo molto tempo dopo la tentazione, e quando già il pubblico ministero di Cristo avea sparso la sua fama in tutto il paese. Schleiermacher ed altri sostengono che tutto questo racconto altro non è che una lezione morale, presentata sotto forma di parabola, per mezzo della quale Gesù inculcò ai suoi discepoli massime importanti per il loro futuro ministero, a mo' d'esempio, che essi non dovrebbero mai far miracoli per proprio vantaggio personale, o in uno spirito d'ostentazione, né associarsi coi malvagi neanche per raggiungere dei fini buoni. Ma se tale fosse stato lo scopo del maestro, egli avrebbe certamente presentato quell'insegnamento sotto una forma meglio adattata all'intelletto ottenebrato dei suoi discepoli, e meno calcolata a indurre la generalità dei lettori a riceverla come un fatto storico. È stato suggerito che tutta questa scena, nel deserto altro non sia stata che un sogno o una visione. «Ma, con questa, supposizione», osserva con ragione Oosterzee, «il racconto perde ogni importanza e significato. Qual sarebbe il valore di un conflitto prodotto da una mera illusione? E colui che combatte solo contro un fantasma merita egli il nome di vincitore?» Più orribile ancora è la teoria di Paulus, che queste tentazioni nacquero spontaneamente nell'anima del Redentore, e furono il prodotto della sua immaginazione. La risposta a questa orrenda bestemmia è breve e senza replica, perché ispirata: «Il principe di questo mondo viene e non ha nulla in me» Giovanni 14:30. «A noi conveniva un tal sommo sacerdote, santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori» Ebrei 7:26. Il cuore dal quale fosse provenuto quel sogno carnale più non potrebbe esser quello del «Santo di Dio», e la vita e la coscienza purissime di Gesù diverrebbero in tal caso inesplicabili. Vi sono finalmente scrittori perfettamente evangelici nei loro sentimenti, come Oosterzee, Godet, Pressensé ed altri, i quali risentono un tal ribrezzo all'idea di Gesù trasportato corporalmente per aria da Satana, e della letterale apparizione del Signore in vetta al tetto del tempio, che, pur, ammettendo una tentazione reale, cui il Signore fu esposto per parte di Satana, mantengono che essa fu interamente spirituale, e che, a dispetto della moltitudine e della precisione dei particolari raccontati da entrambi gli evangelisti, essa non uscì mai da quella sfera spirituale. Secondo noi, considerando che per iscopi grandi e santi, ogni facilità venne concessa a Satana, considerando che egli è il principe della podestà dell'aria, e capace di compiere dei «miracoli di menzogna», il senso datoci dall'adottare il linguaggio letterale dei Sinottici è aperto ad obbiezioni molto meno gravi che quel loro tentativo di conciliare dei fatti storici colla teoria di una tentazione meramente spirituale. «In quanto al racconto», dice Godet, «che dischiude agli occhi nostri quella scena misteriosa, esso non può essere altro che un quadro simbolico, per mezzo del quale Gesù si sforzò di far comprendere ai suoi discepoli un fatto, che per la sua natura non potesse esser descritto se non in linguaggio figurativo». Questo è veramente deplorabile. Il dire che Gesù usò coi suoi discepoli e lasciò in ricordo per l'uso della chiesa in tutte le età susseguenti un linguaggio siffattamente figurativo, senza il minimo indizio che esso fosse tale, è un accusarlo di ingannare deliberatamente! Siamo persuasi che niente è più lontano di questo dalla mente degli onorevoli scrittori, i quali confinano la tentazione in una sfera meramente spirituale, ma tale è la legittima conclusione della spiegazione che essi ci offrono di questo racconto. In quanto alla forma, umana od angelica, sotto la quale l'avversario si presentò, ed al modo in cui Gesù fu trasportato sul monte e in vetta al tempio, qualsiasi speculazione è altrettanto inutile che presuntuosa. Basti il ritenere fermamente che la presenza dello spirito maligno era cosa reale ed estranea al nostro Signore.

RIFLESSIONI

1. Il brano seguente della «Vita del Signor Gesù» del vescovo Ellicott riassume mirabilmente le nostre vedute sui punti controversi della tentazione di nostro Signore: «Primieramente non temo di confessare la mia solenne convinzione che gli eventi qui narrati non appartengono a quel regno dei sogni e delle visioni al quale, purtroppo, persino alcune forme migliori di speculazione antica e moderna hanno avuto la presunzione di riferirli, ma devono venire accettati come eventi reali e letterali, altrettanto reali e letterali, che la finale sconfitta del potere di Satana in sul Calvario, allorquando il Signore scacciò lungi da sé l'oste tumultuosa delle tenebre, e trionfò su di essa, in mezzo all'agonia della sua croce. In secondo luogo, dubiterei della mia propria esistenza, anziché della natura puramente esterna di queste forme di tentazione, e dell'aver desse per causa immediata l'attività personale del principe delle tenebre medesimo. Accetterei le formole peggiori dell'Arianismo più degradato, anziché credere che questa tentazione avesse origine da qualsiasi lotta o sollecitazione interna. Ammetterei la dottrina più repulsiva di un arido Socinianismo prima di consentire che la tentazione fosse resa; più pericolosa da qualsiasi specie di concupiscenza nel cuore di Gesù, o credere che essa, sia stata altra cosa che l'assalto, dato dal di fuori, da una malizia demoniaca e disperata, la quale riconobbe nella natura dell'uomo la possibilità di una caduta, ed ampiamente ardì far prova, persino nella persona del Figliuol dell'uomo, della sua energia, fino a quell'ora irresistibile».

2. Par probabile che Matteo ci dia l'ordine nel quale occorsero realmente le varie tentazioni, ma molti preferiscono adottar l'ordine in cui esse si seguono in questo Vangelo, perché, disposte a quel modo, si trova un parallelismo fra di esse e quelle tentazioni che introdussero la prima volta il peccato nel mondo, cioè: «la concupiscenza della carne, la concupiscenza dell'occhio, e l'orgoglio della vita» Genesi 3:6; 1Giovanni 2:16; ma qualunque sia l'ordine seguito, esse possono venir considerate come tre assalti spirituali distinti, diretti contro i tre componenti la nostra natura, il corpo, l'anima e lo spirito. Secondo questo modo di vedere, sarebbe stata presentata al corpo del nostro Signore la tentazione di soddisfare ai suoi bisogni, con una dimostrazione di potere colla quale egli avrebbe dichiarato di non voler più dipendere dal suo Padre celeste. All'anima, praticamente identica con il cuore, fu rivolta la tentazione di una dominazione messianica sopra tutti i regni della terra; ed allo spirito del nostro Redentore fu rivolta, con presunzione anche più orrenda, la tentazione di far noti, per via di un miracolo clamoroso, operato dalla sua propria divina potenza, i veri suoi rapporti verso l'uomo, verso gli angeli e verso Dio.

14 Luca 4:14-15. CRISTO PRINCIPIA IL SUO MINISTERO IN GALILEA Matteo 4:12; Marco 1:14-15

14. E Gesù, nella virtù dello Spirito,

La «virtù dello Spirito», nella quale egli ritornò in Galilea non indica solamente che abitava permanentemente in lui l'intera potenza e l'unzione dello Spirito Santo, ricevuto al suo battesimo nel Giordano; ma ci dice pure che un impulso diretto lo obbligò ad andarsene verso la Galilea, come lo aveva prima obbligato a volgere i suoi passi verso il deserto.

se ne tornò in Galilea; e la fama di esso andò per tutta la contrada circonvicina. 15. Ed egli insegnava nelle lor sinagoghe, essendo onorato da tutti.

In questi versetti Luca c'introduce nel ministero di Cristo in Galilea, e prima di entrare nei particolari di quello, ci indica brevemente l'effetto che esso produceva. Era questa la seconda volta che Gesù ritornava in Galilea dopo la sua tentazione, e fra la prima e la seconda volta interviene un intervallo considerevole, al quale i Sinottici non fanno allusione alcuna, poiché essi cominciano la loro narrazione col ritorno del nostro Signore in Galilea dopo l'incarceramento del Battista Matteo 4:12; Marco 1:14; Luca 4:14. Giovanni al contrario narra alcuni degli eventi accaduti in quell'intervallo Giovanni 1-4. Secondo lui, dopo la tentazione, il nostro Signore tornò a Betabara dove Giovanni tuttora battezzava, ed allora egli fu additato al popolo, come «l'agnello di Dio». Il giorno seguente Andrea e Giovanni seguitarono Gesù, credettero in lui, e condussero a lui Simon Pietro. Poi avvenne la chiamata di Filippo e di Natanaele. Da Betabara, Gesù tornò in Galilea; ed al terzo giorno dopo la partenza, presenziò le nozze di Cana in Galilea. Di là discese a Capernaum, dove rimase solo alcuni giorni. Andò quindi a Gerusalemme, per celebrarvi la pasqua, e principiò il suo ministero in Giudea, collo scacciare dai cortili del tempio i cambiatori di denaro, e colla sua conversazione con Nicodemo. Dopo la festa, si ritirò da Gerusalemme, con alcuni discepoli (probabilmente quelli che avevano per i primi creduto in lui), in qualche parte rurale della Giudea, ove continuò il suo ministero, mentre i suoi discepoli battezzavano i convertiti. Si fu mentre Gesù era in tal guisa occupato, che Giovanni testimoniò di lui che egli era il Messia, rispondendo ad alcuni che erano venuti ad interrogarlo, forse su qualche punto difficile della legge sulla purificazione levitica, o più probabilmente, come si vede dal contesto, sul merito comparativo del suo battesimo e di quello di Gesù. L'incarceramento del Battista e la notizia ricevuta dai Farisei che la fama di Gesù cresceva rapidamente e che egli faceva anche più discepoli che il Battista medesimo, furono probabilmente eventi contemporanei, e così Gesù, per non entrare in lotta coi Farisei, al principio del suo ministero, si ritirò in Galilea, attraversando la Samaria, e andò una seconda volta in Cana dove pronunziò la parola che guarì il figlio del Centurione di Capernaum

PASSI PARALLELI

Matteo 4:12; Marco 1:14; Giovanni 4:43; Atti 10:37

Luca 4:1

Matteo 4:23-25; Marco 1:28

Luca 4:16; 13:10; Matteo 4:23; 9:35; 13:54; Marco 1:39

Isaia 55:5; Matteo 9:8; Marco 1:27,45

16 Luca 4:16-30. VISITA DI CRISTO A NAZARET Matteo 14:13

16. E venne la Nazaret, ove era stato allevato;

Il sommario dei primi giorni del ministero di Gesù dato più sopra e tratto dal Vangelo di Giovanni, termina col suo ritorno in Cana di Galilea, cui è fatta speciale allusione a motivo di un secondo miracolo notevole che Gesù vi compì, come ci vien detto chiaramente, dopo che fu tornato dalla Giudea in Galilea. Da Cana egli visitò probabilmente Capernaum ed altre località, predicando nelle sinagoghe, ed operando dei miracoli, prima di tornare in Nazaret. Matteo 13:54-58; Marco 6:1-6 ci hanno tramandato entrambi il ricordo di una visita di Gesù «alla sua patria» (Nazaret); ma è tuttora aperto a molta discussione il sapere se trattasi della stessa visita riferita in questo passo da Luca, o di un'altra fatta posteriormente o in diversa occasione. L'opinione più generale è che il nostro Signore facesse due visite a Nazaret, la prima essendo quella, che vien qui ricordata, la seconda essendo quella mentovata da Matteo e da Marco, ed a quella opinione aderiamo, quantunque molte obiezioni sieno state mosse contro ad essa. Alcune delle ragioni che c'inducono a aderire a questa conclusione sono già state spiegate, Vedi Note Matteo 13:54. Oltre a quello che è stato detto in quel posto, si osservi:

1. che in Matteo 4:13, ed in Giovanni 4:44, è evidentemente fatta allusione a questa prima visita fatta a Nazaret, poiché Matteo dichiara che «lasciato Nazaret venne ad abitare in Capernaum», parole che quelli soli che hanno già giudicato anticipatamente spiegano come significando che Gesù proseguì il suo viaggio, lasciando Nazaret a destra o a sinistra; e Giovanni cita le parole stesse che Gesù rivolse ai Nazariti, in questa occasione, mentre essi lo scacciavano dalla loro città, come indicanti la ragione per la quale, ritornato dalla Giudea, fissò la sua dimora in mezzo ad altri Galilei e non in Nazaret. «Conciossiaché Gesù stesso avesse testimoniato che un profeta non è onorato nella sua patria», il vocabolo identico usato da Matteo 13:54, per descrivere Nazaret. Non era possibile che Giovanni parlasse in quel modo degli altri Galilei, poiché l'attitudine che questi presero sin dal principio verso di lui fu una ovazione completa.

2. Contro ad una seconda visita si arguisce che dopo la violenza, senza esempio, usatagli dai suoi conterranei, Gesù doveva naturalmente seguire il precetto che egli stesso diede più tardi ai suoi discepoli: «Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra» Matteo 10:23; e che è al più alto grado improbabile che egli li abbia mai più visitati. Se avessimo da fare con un uomo animato dalle nostre passioni malvagie, una tal conclusione darebbe perfettamente giusta; ma è contrario all'analogia della condotta tenuta da Gesù in altre circostanze verso coloro che «gli facevano torto e lo perseguitavano». È vero che nessun evangelista ci parla di una seconda visita ai Gadareni; ma Gesù comandò al demoniaco, che avea guarito, di predicar fra loro la salvezza, per mezzo di Colui stesso che essi aveano scacciato dai loro lidi; e quantunque il popolo di Gerusalemme, più di una volta, raccogliesse delle pietre per lapidarlo come bestemmiatore, egli non cessò di visitare la loro città, e di offrir loro la vita eterna, finché lo ebbero inchiodato sulla croce. La sua compassione per i suoi compaesani, i quali rigettavano ciecamente la grazia che veniva loro offerta, rende molto probabile una seconda visita a Nazaret.

3. In favore di una visita unica è stato detto che, se Gesù fosse tornato una seconda volta in Nazaret, egli non vi avrebbe trovato la stessa ostilità di prima e la loro opposizione non si sarebbe manifestata in ambo i casi colle medesime parole. La sperienza prova precisamente il contrario; quando l'orgoglio ferito ha generato l'odio, l'accoglienza che esso fa al supposto offensore, diviene, non già più cordiale, ma più rabbiosa col tempo, ed i vecchi insulti e le vecchie invettive divengono stereotipate sulle labbra delle moltitudini. L'orgoglio dei Nazariti era stato profondamente ferito perché Gesù non li aveva onorati dinanzi a tutti gli altri Galilei, ed essi si vendicarono così la seconda volta come la prima, col ricordarsi l'uno all'altro l'umiltà dei suoi natali, la povertà della sua famiglia e, per conseguenza, la sua mancanza di rispetto nel modo con cui li trattava.

Non entra nel nostro piano il tentare una completa armonia cronologica dei Vangeli, essendo nostra convinzione che non s'addiceva al piano di nessuno degli evangelisti il seguire rigidamente un tal sistema; ma l'idea, avanzata da alcuni critici moderni, che trascorse fra il battesimo di Cristo e l'incarceramento di Giovanni un anno intero, durante il quale il nostro Signore continuò il primo suo ministero in Giudea, e che i Sinottici sorvolarono a questo lungo periodo, quasi un terzo del ministero di Cristo, coi suoi miracoli e i suoi insegnamenti Giovanni 4:44, senza dirne una parola sola, è così incredibile, che non possiamo se non protestare contro di essa. Benché i Sinottici parlino principalmente del ministero in Galilea, è nondimeno erroneo il dire che «essi si sono quasi interamente limitati a quello».

ed entrò come era usato, in giorno di sabato nella sinagoga,

È questa una prova della pia educazione che avea ricevuta, imperocché prendiamo le parole come riferentisi solo al suo costume di frequentar la sinagoga nei sabati, e non già, come Bengel ed altri suppongono, al leggervi le Scritture; poiché egli aveva cominciato da troppo poco tempo il suo ministero, perché si potesse dire sempre esser suo costume il legger nelle sinagoghe. La frequentazione della sinagoga fu senza dubbio un mezzo importantissimo per lo sviluppo religioso ed intellettuale di Gesù. I bambini erano ammessi nelle sinagoghe all'età di 6 anni, e dovean frequentarle ad assiduamente dopo i 13. Prima della cattività di Babilonia, «le scuole dei profeti» fornivano al popolo l'istruzione religiosa, e la ripetuta menzione delle visite degli anziani del popolo ad Ezechiele 8: l; 14: l; 20: l; 23:31, implica il trasferimento, nella terra della cattività, dell'abitudine in tal guisa originata. Al ritorno del popolo nel proprio paese, nella mancanza del tempio, le abitudini della cattività presero radice in tutta la contrada. Delle sinagoghe furono costruite un po' per volta in tutte le città dove risiedevano 10 famiglie almeno, e delle proscuche, luoghi di preghiera nei villaggi la cui popolazione era anche più rada, di modoché al tempo di nostro Signore non v'era quasi un villaggio che non offrisse l'occasione di render culto a Jehova. Consisteva generalmente questo culto nel leggere porzioni della legge e dei profeti e nell'offrire preghiere, accompagnate da qualche parola di esortazione del capo della sinagoga. Sulla base del culto della sinagoga venne modellato il culto della chiesa apostolica. È appena possibile esagerare l'influenza del sistema di istruzione religiosa in tal modo sviluppato, e sostenuto dal potere crescente dei Farisei, dall'autorità degli Scribi, e dall'esempio dei loro fratelli della dispersione. Gli Israeliti aderirono sempre, apparentemente almeno, alla religione dei loro padri, e non ricaddero più nella idolatria. Non correvan più rischio di scordar la legge, né le osservanze cerimoniali, che erano come una siepe attorno a quella. La loro religione abituale ora associata più intimamente colla sinagoga che col tempio, mentre che gli Scribi, come dottori ed espositori della legge, minavano e indebolivano l'autorità, in altri tempi assoluta, del sacerdozio ereditario. Così andavasi preparando in silenzio la via per una nuova e più alta maniera di culto, la quale doveva sorgere «nella pienezza dei tempi» dalla decadenza del sacerdozio e dalla rovina del tempio.

e si levò per leggere.

Non si alzò spontaneamente, interrompendo il culto divino, ma senza dubbio vi fu invitato dal rettore, come accadde a Paolo in Antiochia Atti 13:15; e così cade in terra l'inferenza, che si è voluto trarre da questo fatto, in favore dell'ipotesi che la visita di Gesù a Nazaret deve essere avvenuta in un'epoca posteriore del suo ministero, e ciò a motivo del supposto modo magistrale in cui, sin dal principio, egli assunse l'uffizio di insegnante come quello che gli apparteneva di diritto. È probabile assai che prima di lasciar quella città, per cominciare il suo pubblico ministero, Gesù fosse stato spesso invitato, come in questa occasione, a fare l'uffizio di lettore nella sinagoga. Nella sinagoga moderna, mentre si leggono le porzioni assegnate della legge e dei profeti, si vede sempre un membro privato della congregazione al posto d'onore, alla destra del rabbino presidente, è questi il Lettore, il quale è stato invitato a leggere la porzione indicata per quel giorno, nella legge o nei profeti, secondo i casi. Il lettore mette la mano sul rotolo, ma non apre bocca; egli legge per mezzo di un sostituto, il Rabbino che presiede, liberandolo da un uffizio che egli è spesso troppo ignorante per compiere personalmente; ma l'avere il titolo di lettore, anche per breve ora, è stimato un grande onore, per il quale chi ne gode paga un equivalente in denaro ai fondi della sinagoga. Quello che non è più ora che un nome ed una forma era una realtà ai tempi di Cristo; era un uso nato forse colla sinagoga stessa, ed avea per iscopo di stimolare le classi lavoratrici, le quali formavano la gran maggioranza della nazione, ad acquistare una conoscenza più estesa e più pratica della lettera e della sostanza delle Scritture ebraiche.

PASSI PARALLELI

Luca 1:26-27; 2:39,51; Matteo 2:23; 13:54; Marco 6:1

Luca 4:15; 2:42; Giovanni 18:20; Atti 17:2

Atti 13:14-16

17 17. E gli fu dato in mano il libro del profeta Isaia;

I Giudei dividevano l'Antico Testamento in tre porzioni o volumi; la legge di Mosè (Torah), i Profeti (Nebiim), e gli Agiografi (Chetubim) chiamati pure «i Salmi» Luca 24:44, perché il volume contenente l'ultima parte del canone ebraico cominciava con quel libro. I volumi nei quali erano scritte le Scritture consistevano in un corto numero di fogli di pergamena, i quali erano o usati separatamente, o cuciti gli uni agli altri con strisce di cuoio. In ambo i casi stavano rotolate su due cilindri, per maggior comodità nel maneggiarle, e sono usati in questo modo nelle sinagoghe tuttodì. Siccome il volume dei Nebiim (profeti), il quale cominciava con Giosuè e terminava con Malachia, era molto grosso e pesante, esso veniva spesso diviso in volumi più piccoli, i quali contenevano uno o più profeti, ed è probabile che il rotolo dato in mano a Gesù fosse di quest'ultima specie, poiché vien chiamato col diminutivo e l'Evangelista gli dà il titolo speciale di «libro del profeta Isaia».

e, spiegato il libro,

Il vocabolo spiegato descrive esattamente l'atto di una persona che sta per leggere, come ripiegato (ver. 20) quello di chi ha finito la sua lettura.

trovò quel luogo, dov'era scritto:

La lettura della legge e dei profeti, come parte del servizio della sinagoga, rendeva necessaria la loro divisione in sezioni, affin di evitare le confusioni e le ripetizioni inutili. Non si sa quando questo sistema venisse introdotto per la prima volta, ma è certo che fu primieramente applicato al Pentateuco, e solo dopo molto tempo agli scritti profetici. Invero una tradizione dei Giudei dice che la lettura dei profeti nel culto della sinagoga, non fu introdotta che nei giorni di Antioco Epifane, perché esso proibì di leggere la legge. I Talmudisti dividono la legge in 54 (Parshiot o Sezioni), una per ogni Sabato dell'anno intercalare degli Ebrei, provvedendosi agli anni più corti coll'unire insieme due delle porzioni più brevi. Un nome diverso era usato per le sezioni dei profeti da leggersi nelle Sinagoghe cioè Aflarot, le quali doveano corrispondere ai Parshiot più grandi della legge, dimodoché ci fosse per ogni Sabato dell'anno una porzione distinta di entrambi. C'è diversità di parere sulla quistione se il «luogo» che Gesù «trovò» fosse l'Aftarot indicato per la lettura di quel Sabato speciale, o se fu scelto deliberatamente da Gesù sotto la direzione speciale dello Spirito Santo. In ogni caso, la mano di Dio è manifestamente visibile in quella scelta. Secondo le divisioni talmudi che (fatte probabilmente verso il nono secolo A. D.) il passo letto da Gesù era quello indicato per il giorno della purificazione (10 di Tizri = Ottobre), e procedendo dall'ipotesi che il nostro Signore leggesse il parshiot di quel giorno. Bengel ne inferisce che da questo fatto si può dedurre con certezza il tempo della sua visita in Nazaret. Ma oltreché è incerto se il passo non fosse uno scelto da lui medesimo, le lezioni o divisioni talmudiche differivan molto da quelle più antiche, dimodoché non si può dedurre dall'uso di questo passo nessuna conclusione cronologica degna di fede.

PASSI PARALLELI

Luca 20:42; Atti 7:42; 13:15,27

Isaia 61:1-3

18 18. Lo Spirito dei Signore è sopra di me;

Questa porzione è tolta da Isaia 61. Non c'è prova alcuna che la versione greca dell'Antico Testamento fosse mai in uso nelle sinagoghe della Palestina; e la guardia gelosa fatta dai Farisei e dai dottori della legge, affinché nessuna cosa estranea fosse mai introdotta nel loro culto, esclude la teoria (poeta innanzi da alcuni per spiegare la diversità che passa fra il testo ebraico e la traduzione di esso in questi versetti), che Gesù leggesse la pubblica lezione nella sinagoga in lingua greca. Il nostro Signore lesse il passo in ebraico, ma Luca, essendo egli stesso un Greco, e scrivendo in Greco, cita dai LXX, e cita probabilmente a memoria, poiché non concorda letteralmente nemmanco con quella versione. Diodati (ordinariamente così corretto), ha messo una sua trasposizione nel testo in un punto dove l'Ebraico, i 70 e Luca vanno tutti d'accordo. Questo non muta punto il senso, ma si deve tener conto di qualsiasi mancanza nell'accuratezza della traduzione. Il Greco legge egli mi ha unto per evangelizzare ai poveri, egli mi ha mandato per guarire i contriti di cuore, e può facilmente venir paragonato con Diodati (vedi il testo). La trasposizione consiste nel separare l'unzione dallo iscopo di essa, il quale segue immediatamente dopo, e nel fare il verbo esprimere solo lo scopo della missione del Messia invece di unirlo ad i Talmudisti sostengono che le parole di Isaia sono dette di lui medesimo, ed alcuni commentatori più recenti le considerano primieramente da quel punto di vista, ma le riferiscono pure al Messia. Però uno studio accurato dell'ultima sezione delle profezie di Isaia, cominciando dal capo 49, nella quale egli tratta della Chiesa di Dio nell'avvenire, e più specialmente di quel misterioso SERVO DEL SIGNORE, per mezzo del quale essa dovea ricevere tutte le benedizioni ivi indicate, deve convincerci che in questo passo è Cristo che parla di sé medesimo, per bocca del profeta, e che non v'ha qui nulla di personale ad Isaia, anche se non avessimo la testimonianza espressa di Gesù, che queste parole non ricevettero il loro adempimento se non quando vennero pronunziate da lui. Il Prof. Brown riassume mirabilmente le predizioni messianiche dei capitoli precedenti: «Disprezzato dagli uomini ed abborrito dalla nazione, ma dinanzi al quale, al suo mostrarsi, i re devono alzarsi ed i principi adorarlo; in viso trite più che qualsiasi uomo, ed in forma più che i figliuoli degli uomini, eppure spruzzando molte nazioni; lavorando apparentemente invano e spendendo la sua forza per nulla e indarno, eppure servo di Jehova per rialzare le tribù di Giacobbe, e per essere la sua salvezza fino ai confini del mondo».

perciocché egli mi ha unto;

«Egli» non ai riferisce qui allo Spirito, bensì a Dio suo padre, lo Spirito Santo essendo l'unzione divina, mediante la quale il Messia fu reso atto all'opera, sua. Questo fu fatto ab eterno nei consigli della Divinità, ma quella profezia avea ricevuto ultimamente un adempimento visibile al Giordano, quando lo Spirito di Dio era sceso sopra Gesù in forma di colomba. Nei tempi antichi, i profeti, i sacerdoti ed i re, erano messi a parte per il loro uffizio, mediante l'unzione d'olio, e questo emblema indicava che essi erano resi atti ad adempierlo; per il dono dello Spirito. Gesù fu nello stesso modo qualificato per il suo uffizio di Mediatore coll'unzione dello Spirito, la realtà, non il semplice emblema, «l'olio di letizia sopra i suoi consorti» Salmi 45:8. Egli è a motivo di questa unzione che il nostro adorabile Redentore è chiamato Messia e Cristo, perché ambo questi nomi significano colui che è stato unto.

egli mi ha mandato per evangelizzare ai poveri,

Nel messaggio che Gesù mandò al prigione Giovanni, per mezzo di due suoi discepoli, questa predicazione dell'evangelo ai poveri, viene pur messa innanzi come una delle prove che egli ora il promesso Messia. In tutti i sistemi di filosofia, come pure in tutto le false religioni in allora prevalenti, non si teneva conto alcuno dei poveri; il benefizio speciale, qualunque egli potesse essere, era riserbato ai soli iniziati, e non si pensava mai a educare la plebe, le masse illetterate, affinché esse pure ne derivassero qualche benefizio. Tale era pure il caso fra i Giudei. I Farisei e gli Scribi avevano i loro misteri cabalistici, le loro fantastiche interpretazioni della legge e dei profeti che alla gente povera non venivano mai insegnate. Il Sinedrio non si vergognava di proclamare: «Questa moltitudine, che non sa la legge, è maledetta Giovanni 7:49. È una benedetta particolarità dell'evangelo di Cristo che le sue gloriose dottrine e le sue ricompense sono pubblicate così ai poveri ed agli illetterati, come ai ricchi ed ai sapienti. Ma il termine «povero» nell'Antico Testamento si riferisce spesse volte alla disposizione, anziché alla condizione della vita; esso significa umile in ispirito, spoglio di orgoglio naturale, e così particolarmente preparato a ricevere l'evangelo. Egli è di tali che Cristo dice: «Beati i poveri in ispirito, perciocché il regno del cieli è loro» Matteo 5:3. Ambo queste idee sono quivi espresse.

per guarire i contriti di cuore;

Il vocabolo greco dal quale è derivata questa parola «contriti» significa rompere, schiacciare sotto un peso, come fanno le grandi afflizioni e i grandi dolori; indi venne a significare profondo convincimento di peccato, che conduce a penitenza ed a vera contrizione di cuore. «I sacrificii di Dio sono lo spirito rotto; o Dio, tu non isprezzi il cuor rotto e contrito» Salmi 51:18. Così fu predetto che il gran Medico mitigherebbe il dolore, acqueterebbe il timore e dissiperebbe l'angoscia delle anime risvegliate e tremanti, ed il precipuo rimedio che egli impiega a questo scopo si è l'applicazione del proprio preziosissimo sangue al cuore contrito.

PASSI PARALLELI

Salmi 45:7; Isaia 11:2-5; 42:1-4; 50:4; 59:21

Salmi 2:2,6

Daniele 9:24; Giovanni 1:41; Atti 4:27; 10:38

Luca 6:20; 7:22; Isaia 29:19; Sofonia 3:12; Zaccaria 11:11; Matteo 5:3; 11:5; Giacomo 2:5

2Cronache 34:27; Salmi 34:18; 51:17; 147:3; Isaia 57:15; 66:2; Ezechiele 9:4

Salmi 102:20; 107:10-16; 146:7; Isaia 42:7; 45:13; 49:9,24-25; 52:2-3

Zaccaria 9:11-12; Colossesi 1:13

Salmi 146:8; Isaia 29:18-19; 32:3; 35:5; 42:16-18; 60:1-2; Malachia 4:2

Matteo 4:16; 9:27-30; 11:5; Giovanni 9:39-41; 12:46; Atti 26:18; Efesini 5:8-14

1Tessalonicesi 5:5-6; 1Pietro 2:9; 1Giovanni 2:8-10

Genesi 3:15; Isaia 42:3; Matteo 12:20

19 19. Per bandir liberazione ai prigioni (piuttosto captivi, prigioni di guerra), e racquisto della vista ai ciechi;

Quest'ultima clausola non è tolta dal testo ebraico. È stata sostituita dalla LXX alle parole: apritura di carcere ai prigioni, e siccome era cosa molto comune nell'Oriente il togliere la vista a quelli che stavano per essere cacciati in prigione, si è congetturato che la LXX riguardasse «il riacquisto della vista ai ciechi», come complemento del «bandir liberazione ai prigioni». In Isaia 42 (che è strettamente parallelo a questo passo), le due idee sono unite: «Per aprire gli occhi de' ciechi, per trarre di carcere i prigioni, e quelli che giacciono nelle tenebre della casa della prigione». In un senso spirituale la liberazione dalla schiavitù di Satana e l'apertura degli occhi della mente significano entrambe la stessa cosa, vale a dire la condizione del peccatore salvato per Cristo.

per mandarne in libertà i fiaccati,

Questa clausola non si trova né nel testo ebraico, né nei 70, e fu probabilmente aggiunta da Luca sotto la guida dell'ispirazione, togliendola da Isaia 58:6, dove vengono usate le stesse parole che trovansi qui nel testo greco a fin di esprimere l'intero significato delle benedizioni indicate nel Capo 61.

e per predicare l'anno accettevole del Signore.

Gesù sembra aver terminata la sua lettura a questo punto, di proposito deliberato e con speciale convenienza, poiché le parole che seguono immediatamente dopo nella profezia sono: «ed il giorno della vendetta del nostro Dio», parole che non sarebbero state adattate alla prima sua visita in Nazaret, e sarebber parse in contraddizione coll'amorevolezza colla quale si sforzava di attirare a sé i cuori di quegli abitanti. «L'anno accettevole» è un'allusione all'anno del Giubbileo, che il Signore aveva ordinato di celebrare ogni 50esimo anno, in tutto il paese d'Israele Levitico 25:9-17. In quell'anno i debiti venivano rimessi i prigioni posti in libertà, gli schiavi affrancati, e le terre che erano state vendute venivano restituite ai loro possessori originali. Era un periodo ansiosamente desiderato, ed accolto con gioia da tutto il popolo ad ogni suo ritorno, e specialmente dai poveri e da quelli che erano in distretta. Era un tipo del periodo, assai più glorioso ancora, della liberazione spirituale, tanto ansiosamente desiderato da tutti quelli che «aspettavano la redenzione d'Israele», e veramente «accettevole», perché in quello il Signore riceverebbe in grazia chiunque si volgerebbe a lui per essere salvato. Quando Cristo apparve, predicando il regno di Dio, egli suonò, per dir così, la tromba del giubileo del vangelo; proclamò liberazione ai captivi di Satana; propose «le eccellenti ricchezze della sua grazia» ai poveri in ispirito, ed invitò gli erranti e gli smarriti a tornare a Dio, per prendere possesso della porzione dei figliuoli di quaggiù, come caparra della «eredità incorruttibile, ed immacolata, e che non può scadere» 1Pietro 1:4.

PASSI PARALLELI

Luca 19:42; Levitico 25:8-13,50-54; Numeri 36:4; Isaia 61:2; 63:4; 2Corinzi 6:1

20 20. Poi, ripiegato il libro e rendutolo al ministro, si pose a sedere;

In ogni sinagoga un po' numerosa, v'erano tre ufficiali:

1. Il capo della Sinagoga, rash akeneset, archisunagogos il quale dirigeva tutti gli affari appartenenti alla sinagoga.

2. Sheliach Atzibor, legatus ecelesiae, «l'Angelo della Chiesa», il quale, nelle adunanze della sinagoga, agiva come presidente o pastore leggendo le preghiere e conducendo il servizio della congregazione

3. Il Chasan, huperétes, il Ministro, corrispondente ad un diacono, nelle chiese evangeliche, il cui dovere ora d'invigilare sui libri sacri, di aprire le porte e di preparare ogni cosa per il culto.

Secondo alcuni scrittori vi erano quattro ufficiali, il Rash akeneset, ossia presidente; il Sheliach-Atzibor, ossia il predicatore; il Chasan o il lettore; e l'huperétes il ministro. Fra i Giudei, il Dottore od Insegnante stava a sedere; il fatto che Gesù assume quella posizione è prova che voleva rivolgere la parola alla congregazione Matteo 5:1; Marco 4:1; Luca 5:3.

e gli occhi di tutti coloro ch'erano nella Sinagoga erano affissati in lui.

Aspettando senza dubbio con maraviglia quello che egli stava per dire o fare, dopo quanto aveano udito delle sue opere in Capernaum.

PASSI PARALLELI

Luca 4:17; Matteo 20:26-28

Luca 5:3; Matteo 5:1-2; 13:1-2; Giovanni 8:2; Atti 13:14-16; 16:13

Luca 19:48; Atti 3:12

21 21. Ed egli prese a dir loro: Questa scrittura e oggi adempiuta ne' vostri orecchi.

L'evangelista non ci riferisce i particolari del discorso di nostro Signore, ma ricorda semplicemente le parole colle quali Gesù cominciò o chiuse il suo dire, come quelle che ne contenevano un sommario completo, intendendo con ciò indicare che tutto il discorso non era che una dettagliata applicazione a sé medesimo, della profezia che egli aveva pure allora letta. Le parole sue possono intendersi in questo senso: «La predicazione che ora udite è in se stessa la realizzazione di questa profezia».

PASSI PARALLELI

Luca 10:23-24; Matteo 13:14; Giovanni 4:25-26; 5:39; Atti 2:16-18,29-33; 3:18

22 22. E tutti gli rendevano testimonianza e, si maravigliavano delle parole di grazia che procedevano dalla sua bocca;

La «testimonianza» qui significa che essi consentivano nei rapporti favorevoli che erano giunti sino a loro, così per la sostanza che per il modo della sua predicazione, la potenza persuasiva di questa, la freschezza e la forza di quella, in paragone dei discorsi poco attraenti e punto profittevoli dei loro proprii Dottori Matteo 7:29; Giovanni 7:46. Provavano per propria esperienza che non c'era stata esagerazione alcuna negli effetti straordinari che la sua predicazione produceva altrove. Vi era nella sostanza e nella forma della predicazione di Cristo una influenza indescrivibile, un'attrazione potente, che li costringeva ad ascoltarlo, per un tempo, fossero favorevoli od ostili i loro sentimenti; ma quella «testimonianza» non implicava punto un'impressione profonda e salutare prodotta sui loro cuori. Al contrario, si maravigliavano indica il punto al quale l'interesse e l'entusiasmo suscitato in loro, sì dalla forma che dalla sostanza delle parole del Salvatore, presero una falsa direzione; invece di prender possesso dei loro cuori e di costringerli a credere in lui, si svaporarono in una fredda operazione dell'intelletto, cioè in istupore, in curiosità, dove mai l'umile loro concittadino avesse potuto acquistare tanta sapienza e tanta eloquenza. È questo uno dei modi nei quali il «seme della parola» è spesso «affogato nelle spine». Un notevole esempio dello stesso genere lo abbiamo nel caso della donna di Samaria. Quando il Signore ebbe convinto la sua coscienza di peccato, stringendo così d'assedio il suo cuore, essa cercò di sfuggirgli, sollevando la quistione: quale delle due religioni fosse la vera, la Samaritana o l'Israelitica. Ma il Signore, nella sua misericordia, la ricondusse sul vero terreno, e la sua parola le penetrò, nel cuore.

e dicevano: Non è costui li figliuol di Giuseppe?

Gesù era vissuto nel mezzo di loro fin dalla sua infanzia, come figlio di Giuseppe ed avea lavorato egli stesso da falegname Marco 6:3; non aveva ricevuto l'educazione rabbinica; non avea frequentato le scuole degli Scribi, epperciò essi si perdevano in congetture come questo giovane, che non aveva mai attirato nessuna attenzione speciale, avesse potuto acquistare tanta conoscenza e ardisse di predicare delle cose tanto straordinarie.

PASSI PARALLELI

Luca 2:47; 21:15; Salmi 45:2,4; Proverbi 10:32; 16:21; 25:11; Ecclesiaste 12:10-11; Cantici 5:16

Isaia 50:4; Matteo 13:54; Marco 6:2; Giovanni 7:46; Atti 6:10; Tito 2:8

Matteo 13:55-56; Marco 6:3; Giovanni 6:42

23 23. Egli disse loro:

È evidente dalla fine di questo versetto, che v'era già stato, prima della sua visita, un sentimento di invidia verso quelle altre città dove Cristo avea cominciato il suo ministero, e di amarezza e di indegnazione verso di lui medesimo, per non aver scelto la propria città come scena dei suoi primi miracoli, i quali avrebbero senza dubbio recato fama e profitto alla povera e disprezzata Nazaret. Gesù s'accorge che, mentre egli predicava, tali sentimenti si erano risvegliati e si mescolavano alla loro curiosità, e naturalmente lascia loro travedere che avea penetrato il segreto del loro cuore.

Del tutto voi mi direte questo proverbio:

Il vocabolo greco qui usato è parabola, il quale denota ogni specie di discorso figurativo; così un racconto completo, come una breve frase racchiudente una immagine, come i proverbi.

Medico, cura te stesso

il significato del quale nella bocca dei Nazariti doveva essere presso a poco quello del proverbio moderno: «Il primo prossimo è se stesso». È questa una prova molto convincente che Gesù era «giudice de' pensieri e delle intenzioni del cuore» Ebrei 4:12, poiché conosceva i mormorii dei Nazariti, anche prima che venissero loro in sulle labbra.

fa eziandio qui, nella tua patria, tutto le cose che abbiamo udite essere stato fatte in Capernaum.

"La fama delle grandi cose che tu hai operate altrove è giunta ai nostri orecchi. Perché hai tu scelto Capernaum, con cui non hai legami, ed hai fatto alla tua patria ed ai tuoi concittadini l'affronto di trascurarli completamente?" Forse le seguenti parole esprimeranno pure il pensiero che si nascondeva nella mente dei compaesani di Gesù: «Se tu vuoi che riconosciamo i titoli che ora metti innanzi, fa' dinanzi a noi alcuni de' miracoli che hai fatti già in Capernaum». Il Signore non fece mai miracoli per ostentazione, o per soddisfare una vana curiosità, perché tali miracoli non potevano in verun modo appartenere alle «opere che il Padre mi ha date ad adempiere, le quali testimoniano di me, che il Padre mi ha mandato» Giovanni 5:36.

PASSI PARALLELI

Luca 6:42; Romani 2:21-22

Matteo 4:13,23; 11:23-24

Giovanni 4:48

Giovanni 2:3-4; 4:28; 7:3-4; Romani 11:34-35; 2Corinzi 5:16

Matteo 13:54; Marco 6:1

24 24. Ma egli disse: Io vi dico in verità, che niun profeta è accetto nella sua patria.

Matteo 13:57; Marco 6:4; Giovanni 4:44. È dubbioso che questo detto, il quale è ora divenuto proverbiale, a motivo della diffusione delle Scritture, corresse già fra il popolo, prima che Gesù ne facesse uso. Inchiniamo decisamente a credere di no, poiché esso viene qui introdotto con quella forma di affermazione, di cui nostro Signore faceva uso per le sue più solenni parole: In verità io vi dico; come pure perché gli altri evangelisti, benché riferiscano l'idea, differiscono però nel modo di esprimerla, il che sarebbe stato impossibile trattandosi di qualche proverbio famigliare e ben conosciuto Vedi Matteo 13:57; Marco 6:4; Giovanni 4:44. Queste parole contengono la risposta di Gesù alla lagnanza mormoratrice: «Perché ci hai tu trascurati ed hai onorati gli altri?» Esse si riferiscono al ben noto fatto che gli uomini sono proclivi a rendere maggiore onore ai forestieri, che a quelli coi quali essi vivono in giornaliera intimità, perché giudicano i primi solo dai loro atti pubblici, senza che motivo interessato alcuno intervenga a falsare il loro giudizio, laddove considerazioni egoistiche, interessi locali, e pregiudizii nati da una lunga familiarità, si mescolano alla stima che fanno dei secondi. Il significato della sua risposta, applicato ai suoi concittadini, è semplicemente questo: «Non venni da voi, perché ben sapevo che non credereste in me, che la mia lunga dimora fra voi vi indurrebbe a negare i miei diritti come Messia, come lo prova la vostra accoglienza di quest'oggi, epperciò me ne sono andato da quelli che erano in certo modo stranieri a me, e i quali avrebbero creduto».

PASSI PARALLELI

Matteo 13:57; Marco 6:4-5; Giovanni 4:41,44; Atti 22:3,18-22

25 25. Io vi dico in verità, che ai dì di Elia, quando il cielo fu serrato tre anni, e sei mesi, talché vi fu gran fame in tutto il paese, vi erano molte vedove in Israele;

Il nostro Signore avrebbe potuto basare il suo modo di procedere sulla sovranità della sua grazia, e il beneplacito di suo Padre, senza aggiungere una parola di più; ma era ansioso che i Nazariti sapessero che la sua condotta verso di loro, ben lungi dall'essere arbitraria, era perfettamente consentanea con quella degli antichi profeti, due dei quali, dietro l'ordine di Dio, aveano abbandonato i loro connazionali increduli, per operare dei miracoli a favore di pagani credenti. Il primo fu Elia, e il fatto qui ricordato è quello della gran fame che Dio mandò, a sua richiesta, sul paese d'Israele, in punizione della sua idolatria. Il Signore dichiara qui che quella fame durò «tre anni e sei mesi»; lo stesso dice pure Giacomo 5:17, mentreché nell'Antico Testamento troviamo che Elia dichiarò ad Achab che quella fame durerebbe solo tre anni 1Re 17:l; 18:1. Siccome in Palestina la pioggia cade periodicamente in Novembre e Aprile e fra queste due epoche ne cade appena qualche, gocciola. Gesù include probabilmente i bei mesi precedenti l'epoca in cui la fame cominciò colla mancanza delle pioggie primaverili, mentre Elia non parlava che del tempo che dovea realmente trascorrere fra quel suo discorso con Achab e la prima pioggia».

PASSI PARALLELI

Luca 10:21; Isaia 55:8; Matteo 20:15; Marco 7:26-29; Romani 9:15,20; Efesini 1:9,11

1Re 17:1; 18:1-2

Giacomo 5:17

26 26. E pure a niuna d'esse fu mandato Elia;

Attraverso tutto il reame d'Israele devono esservi state grandi sofferenze a misura che gli anni di siccità passavano l'uno dopo l'altro, e più di una vedova in quel paese deve essere stata ridotta alla disperazione, vedendosi mancare il necessario alla vita; ma esse erano divenute idolatre, e non avrebbero ricevuto Elia come profeta, se ad esse egli si fosse presentato nel nome del Signore, epperciò egli fu mandato ad una che avea fede in non piccola misura, sia che cosa fosse una pagana per nascita, sia che solo dimorasse in mezzo a pagani.

anzi ad una donna vedova in Sarepta di Sidon.

Per il Dio di Elia, essa non era una straniera, e benché ridotta all'ultima estremità, con la morte in prospettiva, accettò con fede indubitata la dichiarazione del profeta: «Il Signore Iddio d'Israele ha detto così: Il vaso della farina, né l'orciuol dell'olio non mancherà, fino al giorno che il Signore manderà della pioggia sopra la terra» 1Re 17:14, e con allegrezza lo cibò colle scarse sue provviste, prima di pensare a sé stessa ed al figliuolo. Sarepta, l'antica Zarefet, era posta quasi a metà strada fra Tiro e Sidon, sulla stretta pianura che corre fra il mare e la catena del Libano, la quale non raggiunge in quel punto una grande altezza. Il suo rappresentante moderno è un piccolo villaggio, posto sulla collina al disopra del piano, e chiamato Surafend, in cui non è difficile riconoscere il nome scritturale. L'antica città dov'essere stata grande, popolosa e ricca. Le rovine principali si estendono per quasi un miglio lungo la pianura; ma un altro gruppo se ne trova sulla riva di un promontorio vicino, dove probabilmente trovavansi la cittadella ed il porto di Zarefet. Quantunque quelle rovine abbiano servito, per generazioni, di cave di pietra per le costruzioni di Tiro e di Sidon, le colonne troncate, le lastre di marmo, i sarcofagi, e gli ammassi di macerie sparsi ancora dappertutto, attestano l'antica sua importanza.

PASSI PARALLELI

1Re 17:9-24

Abdia 20

27 27. Ed al tempo del profeta Eliseo vi erano molti lebbrosi in Israele; e pur niun di loro fu mondato; ma Naaman Siro.

È questo il secondo esempio portato da Gesù, affin di mostrare che il suo portamento inverso i Nazariti ora conforme alla condotta degli antichi profeti. Egli dichiara che molti in Israele erano afflitti da quella ributtante ed incurabile malattia della lebbra, mentre viveva Eliseo, ma niuno di essi ebbe fede nell'Iddio d'Israele e ricercò l'aiuto miracoloso del suo servitore. Il re Joram aveva persino completamente dimenticato l'esistenza di un tal uomo, e si figurò che il re di Siria cercasse un pretesto per muovergli guerra, allorquando ricevette da lui una lettera in cui chiedeva che Naaman fosse guarito dalla sua lebbra 2Re 5:5-7. In sulle prime, l'incredulità di Naaman era forte quanto quella di qualsiasi Israelita, ma essa nasceva da ignoranza, laddove la loro procedeva da una ostinata reiezione della luce e della verità, ed allorquando, dietro alle domando dei suoi servitori, la sua incredulità fu vinta e la sua malattia guarita, egli divenne un adoratore sincero del vero Dio 2Re 5:11-19.

PASSI PARALLELI

1Re 19:19-21

Matteo 12:4; Giovanni 17:12

2Re 5:1-27; Giobbe 21:22; 33:13; 36:23; Daniele 4:35

28 28. E tutti furono ripieni d'ira nella sinagoga, udendo queste cose,

Due ragioni possono darsi per il violento linguaggio di quelli che erano presenti nella sinagoga: la dichiarazione della sovranità di Dio nel salvare i peccatori (il che implicava che essi non ne erano degni), ed i favori dimostrati ai Gentili in preferenza agli Israeliti, che il nostro Signore avea loro ricordati, coll'evidente intenzione di ammonirli che se il popolo eletto da Dio non ci faceva attenzione, la stessa cosa potrebbe nuovamente accadere.

PASSI PARALLELI

Luca 6:11; 11:53-54; 2Cronache 16:10; 24:20-21; Geremia 37:15-16; 38:6; Atti 5:33

Atti 7:54; 22:21-23; 1Tessalonicesi 2:15-16

29 29. E levatene, lo cacciarono della città, e lo menarono fino al margine della sommità del monte, sopra il quale la lor città era edificata per traboccarlo giù.

I suoi uditori non permisero a Gesù di aggiungere una sola parola, ma interruppero il culto divino con un tumulto generale. Prima di tutto lo fecero uscire dalla città, quindi lo spinsero fino all'orlo del monte sul quale essa era costruita, risoluti a vendicarsi dell'affronto che egli avea fatto alla loro città, gittandolo nel precipizio. Era questo un presagio del modo in cui egli doveva essere trattato un giorno dall'intera nazione ebraica, ed un principio dell'adempimento della dichiarazione del Battista a suo riguardo: «Egli è venuto in casa sua, e i suoi non l'han ricevuto» Giovanni 1:11. V'ha pure una notevole rassomiglianza fra il modo in cui Gesù fu trattato a Nazaret, e quello in cui Stefano doveva poi esser trattato dal Sinedrio in Gerusalemme Atti 7:57-59, e dalle cui mani Paolo poté a malapena sfuggire molti anni dopo Atti 22:22-23. Nazaret non può mai essere stata un luogo di grande importanza, poiché non è mai ricordata né dell'Antico Testamento, né dallo storico giudeo Flavio. Al tempo delle crociate, quella città acquistò un'importanza momentanea, ma presto ricadde nella sua nullità di prima. La sua popolazione attuale è di circa 3000, e non avendo che poca acqua non può mai aver contenuto un numero molto maggiore di persone. È situata in uno stretto e fertile wadi, o valle, ben coperto di ulivi e rinchiuso da ogni lato da colline ramificantisi dalle montagne circostanti. La città moderna trovasi in un posto assai basso, sul declivio di una collina di circa 500 piedi di altezza, la quale forma il lato O. del wadi. I fianchi di questa collina sono in certi punti precipitosi, ma fra la città ed il fondo del wadi, non vi sono roccie o precipizii, epperciò, chi scrive, dopo avere esaminato accuratamente la località, comparandola colle parole di questo versetto, le quali mostrano che Cristo fu scacciato dalla città, prima di venire spinto sull'orlo del monte sul quale questa era edificata, è giunto alla conclusione che tanto la città come la sinagoga erano, al tempo di Cristo, situate molto più in su sul monte, se non affatto in vetta a quello. Cisterne sotterranee, segno infallibile che in quel vicinato trovavansi anticamente delle abitazioni umane vi si rinvengono tuttodì. Il Dott. Hanna, che ha visitato Nazaret dopo di noi, conferma appieno la nostra opinione. Se la situazione dell'antico Nazaret fosse identica a quella di quella città oggidì, il popolo avrebbe dovuto far salire Gesù sul ciglione del precipizio, per poi buttarvelo giù, il che è affatto incredibile uno di quei precipizi dell'altezza di 40 piedi all'incirca, ai piedi del quale trovasi ora la chiesa Maronita, è additato come la scena probabile di questo tentativo, e risponde alla descrizione data in questo passo; mentre «il Monte della Precipitazione» dei frati Latini, 2 miglia al S. della città, estremo termine della catena di monti che s'inalza all'altezza di 1000 piedi dalla pianura di Esdraelon, non vi corrisponde punto.

PASSI PARALLELI

Giovanni 8:37,40,59; 15:24-25; Atti 7:57-58; 16:23-24; 21:28-32

2Cronache 25:12; Salmi 37:14,32-33

30 30. Ma egli passò per mezzo di loro, e se ne andò.

Questo è stato da molti scrittori considerato come un miracolo, ma non occorre ricorrere a tale ipotesi, se il fatto si può spiegare diversamente. Attribuiamo la salvezza di Gesù alla sua gran dignità personale, dimostrata nella sua calma perfetta, nella sua fermezza, nel suo sguardo dominatore che colpirono di stupore i suoi nemici e tolsero loro l'ardire di mettergli le mani addosso; ed abbiamo una forte conferma di questa idea nel timore che colpì i soldati mandati ad arrestarlo nel giardino di Getsemane e li fece «andare a ritroso e cadere in terra» non appena egli ebbe pronunziato l'ineffabile suo nome: «IO SONO» Giovanni 18:5.

PASSI PARALLELI

Giovanni 8:59; 10:39; 18:6-7; Atti 12:18

RIFLESSIONI

1. I profanatori della Domenica e quelli che trascurano le occasioni che vengono loro offerte per render culto a Dio nel Suo santo giorno ponderino l'esempio dato loro dal Signor Gesù in Nazaret. Ci vien detto che egli «era usato» andare alla sinagoga e prendervi parte al culto. Il settimo giorno e la casa di adorazione erano stati associati nel suo cuore e nella sua vita, sin dal momento in cui era stato capace di riflessione, ed ora che avea principiato il suo pubblico ministero come Mediatore, mette la sua sanzione su quella unione di riposo e di culto nel giorno del Signore, «per ammonizion di noi, nei quali si sono scontrati gli ultimi termini de' secoli». Paolo pure, con queste parole: «Non abbandonando la comune nostra raunanza, come alcuni son usi di fare» Ebrei 10:25, stabilisce il dovere di frequentare il culto pubblico di Dio, come obbligatorio per tutti i Cristiani. Dio ha promesso la sua presenza e la sua benedizione speciale a quelli che lo cercano, nelle assemblee dei suoi santi Esodo 20:24; Salmi 132:13-17, ed ha istituito la predicazione e la spiegazione della sua parola, fatta da uomini convenientemente preparati e messi a parte per quell'opera, come uno dei mezzi principali per l'istruzione degli ignoranti e la conversione dell'anime degli uomini a Cristo 1Corinzi 1:21-24; 2Corinzi 5:18-20. Tutti quelli adunque che potrebbero frequentare il culto pubblico nella Domenica, e trascurano di farlo per qualsiasi ragione, fuorché per impedimenti voluti dalla provvidenza, son colpevoli di peccato contro le proprie anime. È questo un atto di suicidio contro la salute ed il benessere dell'anime loro, non meno che lo sarebbe il rifiutar di prender cibo per quel che riguarda il corpo. Oltre alla perdita ed all'impoverimento delle loro proprie anime, c'è di più il cattivo effetto che il loro esempio produce sugli altri, incoraggiandoli e indurandoli nella loro trascuranza del culto pubblico, e chi può dire quanti dovranno alzarsi al giorno del giudizio ed attribuire la loro eterna rovina all'influenza di un tale esempio? Lettore, è questo un soggetto sul quale le parole di S. Paolo a Timoteo ben possono venirti applicate: «Considera le cose che io dico, ed il Signore ti dia intendimento in ogni cosa» 2Timoteo 2:7.

2. «Gesù Cristo è l'istesso ieri e oggi e in eterno» Ebrei 13:8, epperciò conserva lo stesso carattere e prosegue la stessa opera di grazia che già ci son descritte nelle profezie che parlano di lui, e che egli attribuì a se stesso nel suo discorso di Nazaret. Qual conforto e qual gioia questo fatto deve recare, in tutti i secoli, a quelli che avendo sperimentato la vanità di salvatori terreni, si son rivolti finalmente a lui! Per mezzo dei suoi ministri e della sua parola, «l'evangelo è predicato ai poveri» sieno essi tali letteralmente o spiritualmente. Diamo dunque ascolto al suo invito: «Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, ed io vi alleggerò». «Inchinate il vostro orecchio e venite a me; ascoltate, e l'anima vostra viverà, ed io farò con voi un patto eterno, secondo le benignità stabili, promesse a Davide» Matteo 11:28; Isaia 55:3. Col suo Spirito egli continua a «guarire i contriti di cuore»; andato adunque a lui; raccontategli tutte le vostre prove e le vostre difficoltà, perché vi invita ad «accostarvi con confidenza al trono della grazia, acciocché otteniate misericordia e troviate grazia, per soccorso opportuno» Ebrei 4:16. Egli predica tuttora «liberazione ai prigioni e acquisto della vista ai ciechi, libertà ai fiaccati», perché egli ha «predato l'uomo possente (cioè Satana), delle sue masserizie», ad ora grida a tutti i suoi captivi: «Ritornate alla fortezza, o prigioni di speranza: ancor oggi ti annunzio che io ti renderò de' beni, al doppio» Zaccaria 9:12. Finalmente Cristo proclama tuttora «l'anno accettevole del Signore»: imperocché Iddio è pronto a far grazia a tutti quelli che vanno a lui. Cristo sta picchiando alla, porta del cuore degli uomini e dicendo: «Io ti consiglio di comprar da me dell'oro affinato col fuoco, acciocché tu arricchisca; e de' vestimenti bianchi, acciocché tu sii vestito, e non apparisca, la vergogna della tua nudità; e d'ugnere con un collirio gli occhi tuoi, acciocché tu vegga» Apocalisse 3:18, e nella prospettiva dell'arrivo del giorno della vendetta del nostro Dio, «lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. Chi ode dica parimente: Vieni. E chi ha sete venga, e chi vuole prenda in dono dell'acqua della vita» Apocalisse 22:17.

3. Una delle ragioni per l'ira violenta degli nomini di Nazaret fu senza dubbio la dottrina della sovranità di Dio nel salvare i peccatori. Gli uomini sono sempre rimasti offesi dalle dottrine di una grazia che sceglie, di una salvazione particolare, di una elezione incondizionata. Non è mai piaciuto loro l'udir parlare della sovranità di Dio, e della dottrina della predestinazione, quantunque, nella sua adorabile sapienza, quella, dottrina, non impedisca punto che a tutti sia; rivolto l'invito di accettare la sua libera grazia in Gesù Cristo. La dottrina della predestinazione non è contraria alla ragione, quantunque sia troppo misteriosa perché la nostra intelligenza limitata la possa comprendere, fuorché in quanto è piaciuto a Dio rivelarcela. Tale dottrina è insegnata nel modo più chiaro nella Parola di Dio, e devono crederla tutti quelli che ammettono l'autorità della Sacra Scrittura; essa d'altra parte fortifica la fede dei veri credenti, ed è per loro sorgente di gratitudine e di gioia infinita. La perseveranza dei santi nella grazia è una benedizione che va inseparabilmente unita colla elezione di Dio.

4. «Gli assalitori del Signore non furono colpiti di cecità; l'Evangelista par negarlo, quando dice che egli passò per mezzo di loro. Ma egli abbassò su di loro uno sguardo della sua maestà, la quale fino a quel punto egli aveva trattenuta, ed essi non lo possono più toccare; il timore li costringe a ritirarsi a destra ed a sinistra con profondo rispetto, e così, al momento della sua partenza, ricevono una prova della sua potenza spirituale. Si fermano, lo guardano, restano scossi e si vergognano; poi fuggono e si disperdono. Così pure quando nel giardino ei disse: "Io sono", i soldati andarono a ritroso e caddero in terra» (Jacobus).

31 Luca 4:31-32. PRINCIPIO DEL MINISTERO DI CRISTO IN GALILEA Matteo 4:13-17; Marco 1:16-22

Per l'esposizione Vedi Matteo 4:13-17.

33 Luca 4:33-41. GUARIGIONI MIRACOLOSE OPERATE IN CAPERNAUM SOPRA UN INDEMONIATO, LA SUOCERA DI PIETRO, E MOLTI ALTRI Matteo 8:14-17; Marco 1:23-34

Per l'esposizione Vedi Marco 1:23-34.

42 Luca 4:42-44. GESÙ SI RITIRA A PREGARE NEL DESERTO PRIMA D'INTRAPRENDERE LA SUA PRIMA GITA IN GALILEA Matteo 4:23-25; Marco 1:35-39

Per l'esposizione Vedi Marco 1:35-39.

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