Matteo 13

1 CAPO 13 - ANALISI

1. Parabola del Seminatore. Come in Matteo 8-9, l'Evangelista, a dimostrare il mandato che Cristo aveva di guarire le infermità, racconta molti insigni miracoli da lui operati; così in questo capitolo egli rammenta alcune delle sue parabole come un saggio del suo ministero d'insegnamento. Sette sono queste parabole; e se si eccettua la prima, la quale serve di generale introduzione, le altre sei parabole sembrano dover esser ordinate a due per due. La seconda e la settima, la terza e la quarta, la quinta e la sesta, corrispondonsi tra loro ed esprimono le medesime verità generali. La prima, in questo capo, è quella del Seminatore, nella quale Gesù mostra le varie accoglienze e, gli ostacoli che la parola, o dottrina del regno, incontra nei cuori degli uomini Matteo 13:1-9.

2. I motivi per i quali Gesù parla in parabole. Rispondendo a una domanda dei suoi discepoli, egli spiega per qual ragione, nell'insegnare alla moltitudine, egli adotta un metodo siffatto. Coloro che bramavano intendere la verità, potevano agevolmente discernerla sotto la forma di un racconto, mentre soltanto a coloro che non sentivano desiderio di trovarla, rimaneva ella nascosta Matteo 13:10-17.

3. Spiegazione della parabola del Seminatore. Segue una completa spiegazione della parabola stessa, che Gesù fa ai suoi discepoli in particolare: spiegazione preziosissima, non solo perché autorevolmente ci chiarisce una verità importante, ma eziandio perché ci somministra la chiave per la retta interpretazione di tutte le altre parabole. Essa segue immediatamente la conversazione tenuta dopo la parabola; ma sembra assai probabile che non sia stata data in presenza della folla, bensì quando Gesù fu rientrato in casa coi suoi discepoli Vedi Matteo 13:36, confermato da Marco 4:34, e spiegò loro anche la parabola delle zizzanie Matteo 13:18-23.

4. Parabola delle Zizzanie. In questa parabola, il nostro Signore, paragonando il mondo, ov'egli aveva introdotto il suo regno di grazia, ad un campo, in una parte del quale un seminatore ha seminato del grano, descrive il carattere misto del presente stato di quel regno sulla terra, carattere che risulta dalla presenza in esso di coloro che, in tutto fuorché nei frutti da loro portati, rassomigliano al suo vero popolo; ad afferma che, nell'ultimo giorno, ei ne saranno assolutamente e per sempre separati. La rassomiglianza fra la zizzania e il grano è tale che perfino l'occhio più esperto non ne potrebbe scorgere, fino al tempo della messe, la differenza. Non proibisce qui adunque Cristo l'applicazione della disciplina nella Chiesa contro quelli che sono apertamente scandalosi ed immorali, ma bensì ogni tentativo che far potessero i suoi servi, non dotati di onniscienza, per distinguere fra i Cristiani sinceri e gl'ipocriti; tentativi che potrebbero condurre a deplorevoli risultati Matteo 13:24-30.

5. Parabole del Granel di senapa, e del Lievito. Queste parabole sono brevi, ed ambedue evidentemente relativa al soggetto medesimo, cioè alla natura espansiva, della vera religione, vuoi nel cuore dell'individuo, vuoi in mezzo alla società o dovunque lo Spirito l'ha seminata Matteo 13:31-33.

6. Cristo adempie un'antica profezia insegnando col mezzo di parabole. Avendo Gesù congedato la moltitudine senza dare di queste parole spiegazione alcuna, Matteo richiama, come suole, l'attenzione del lettore sopra questo fatto, che è l'adempimento di un'antica profezia, e quindi passa a dire che, solo coi discepoli, in casa, Cristo spiegò loro la parabola delle Zizzanie Matteo 13:34-43.

7. Parabole del Tesoro nascosto, della Perla di gran prezzo, e della Rete. Matteo aggiunge tre altre parabole esposte dal nostro Signore, per quel che sembra, nella medesima occasione ed allo stesso ristretto uditorio. La prima è quella del Tesoro nascosto; viene quindi quella della Perla di gran prezzo, ambedue dirette a dimostrare la preziosità inestimabile delle benedizioni dell'Evangelo, e il dovere che ha ciascuno di noi di procurarle ed assicurarle a se. La terza è quella della Rete tratta al lido, colla quale il Signore, dopo aver descritta la promiscuità in cui si trova la Chiesa, per la presenza degli ipocriti tra i figli del regno, annunzia che nel giudizio, alla fine del mondo, verrà fatta di loro una finale separazione, col rigettare i pravi, e conservare soltanto i buoni Matteo 13:44-52.

8. Seconda visita fatta a Nazaret. Il rimanente del capitolo contiene il racconto di una visita di Gesù ai luoghi della sua infanzia, in Nazaret, e la sfavorevole accoglienza che egli ebbe dagli antichi suoi concittadini Matteo 13:53-58.

Matteo 13:1-52. GESÙ INSEGNA COL MEZZO DI PARABOLE Marco 4:1-34; Luca 8:4-18;13:18-23

Matteo 13:1-3. Introduzione

1. In quel giorno Gesù, uscito di casa, si pose a sedere presso al mare. 2. E molte turbe si raunarono attorno a lui; talché egli, montato in una barca, vi sedette; e tutta la moltitudine stava sulla riva.

' Εν non significa sempre letteralmente «in quel giorno stesso», poiché in Atti 8:1, quelle parole hanno evidentemente un senso indefinito; ma in Marco 4:35 vanno, senza dubbio, intese alla lettera, e così qui. Nel medesimo giorno nel quale egli pronunziò il precedente discorso, sebbene probabilmente dopo un breve riposo Marco lo accenna in queste parole, poi prese di nuovo, egli espose le seguenti parabole. Luca 5:1 descrive una scena simile a questa, la quale dovette esser molto pittoresca ed interessante: una navicella, dalla quale Gesù poteva parlare con minor fatica ed esser veduto e udito da tutti, gli serviva di pulpito, mentre la moltitudine era lì presso, affollata sulla sponda.

PASSI PARALLELI

Marco 2:13; 4:1

Matteo 4:25; 15:30; Genesi 49:10; Luca 8:4-8

Marco 4:1; Luca 5:3

3 3. Ed egli insegnò loro molte cose, in parabole, dicendo:

Comincia qui un'epoca nuova nel ministero del nostro Signore, durante la quale egli insegnò principalmente per mezzo di parabole. Fino allora, egli aveva talvolta fatto uso di parabole per illustrare la sua dottrina, come in Matteo 11:6, ecc.; ma ora, perché i suoi miracoli sono stati malignamente attribuiti a Satana, egli, usa più largamente questo metodo di ammaestramento. La parabola non è una favola, né un mito, né un proverbio, né un'allegoria: essa è la rappresentazione di un vero, morale o spirituale, mediante una similitudine tratta dalla natura. Secondo la definizione di Unger De parabolis Jesu, ell'è una similitudine per via di piccolo racconto fittizio, ma verosimile, intesa a spiegare una verità più sublime. Nulla, in nessuna lingua, si trova che, per semplicità, leggiadria e varietà d'ammaestramenti spirituali, possa stare a fronte delle parabole del nostro Signore. Esse si adattano ad ogni classe e cultura sociale, ed ognuno le intende secondo il grado della sua capacità intellettuale e spirituale.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:10-13,34-35,53; 22:1; 24:32; Giudici 9:8-20; 2Samuele 12:1-7; Salmo 49:4; 78:2

Isaia 5:1-7; Ezechiele 17:2; 20:49; 24:3-14; Michea 2:4; Habacuc 2:6; Marco 3:23

Marco 4:2,13,33; 12:1,12; Luca 8:10; 12:41; 15:3-7; Giovanni 16:25

Marco 4:2-9; Luca 8:5-8

4 Matteo 13:4-17. PARABOLA DEL SEMINATORE. PERCHÉ IL NOSTRO SIGNORE INSEGNASSE PER MEZZO DI PARABOLE Marco 4:1-20; Luca 8:4-18

Parabola del Seminatore Matteo 13:4-9

Per la esposizione di questa parabola, Vedi Marco 4:1-20. Lo scopo di essa è di mostrare che l'effetto della Parola di Dio dipende dallo stato in cui si trova il cuore di colui che l'ode.

10 

Perché Cristo parlò in parabole Matteo 13:10-17

10. Allora i discepoli, accostatisi, gli dissero: Perché parli loro in parabole?

Questo cambiamento nel modo d'insegnare, sostituendo racconti senza commento o spiegazione di sorta agli antichi discorsi sparsi talvolta di parabole che servivano a ritrarre più al vivo i suoi concetti, meravigliò i discepoli, ed evidentemente li confuse. Tardi come erano d'intelletto, non potevano interpretare quelle parabole da se medesimi Marco 4:10; quindi chiesero al Maestro la ragione di un tal cambiamento.

PASSI PARALLELI

Marco 4:10,33-34

11 11. Ed egli, rispose loro: Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato.

Ecco la risposta del nostro Signore. Egli parlava in parabole, in parte per riguardo al carattere dell'argomento che trattava, in parte perché, valendosi della sovranità del proprio volere, gli piaceva di distinguere i suoi uditori in due classi. Egli prese per argomento del suo discorso «i misteri del regno dei cieli», Ossia la dispensazione dell'Evangelo nelle sue varie fasi, che stava per rivelare. La parola significa propriamente cose che sono nascoste. Essa non si usa già nella Scrittura, come nei classici, a denotare quei segreti religiosi che presso i pagani si custodivano accuratamente dai pochi che vi erano iniziati; e neppure significa cose affatto incomprensibili, né tanto astruse da non essere accessibili che alle menti privilegiate. Qui viene usata a significare cose di rivelazione puramente divina, che una volta rivelate facilmente si comprendono; ma che l'intelletto umano non avrebbe mai potuto concepire senz'aiuto; o veramente, cose incompletamente rivelate ed appena adombrate nella dispensazione del Testamento Antico, ma chiaramente rivelate nel Nuovo 1Corinzi 2:7,10; Efesini 3:3,6,8-9. L'Evangelo medesimo, nonché le sue speciali dottrine, velate per tanti secoli nei tipi, nelle profezie e negli insegnamenti preparatori del Testamento Antico, sono chiamati misteri Romani 11:25;16:25-26; 1Corinzi 15:51; Efesini 1:9; 3:3-6; Colossesi 1:26-27;1Timoteo 3:16. La capacità d'intendere queste parabole non fu data ai discepoli perché ne fossero in se medesimi più degni degli altri, ma unicamente per grazia divina. Appunto perché chiamati ad essere discepoli, avevano ricevuto uno spirito di docilità e di fede, e potevano raccogliere qualche verità da quelle parabole, mentre pure godevano del prezioso privilegio di poter ricorrerà direttamente a Cristo per ciò che non intendevano. In generale, le turbe non potevano penetrare al di là della corteccia, cioè del racconto parabolico perché il cuor loro era indurato contro la verità.

PASSI PARALLELI

Matteo 11:25-26; 16:17; Salmo 25:8-9,14; Isaia 29:10; 35:8; Marco 4:11; Luca 8:10

Luca 10:39-42; Giovanni 7:17; Atti 16:14; 17:11-12; 1Corinzi 2:9-10,14; 4:7

Giacomo 1:5,16-18; 1Giovanni 2:27

Romani 16:25; 1Corinzi 2:7; 4:1; 13:2; 15:51; Efesini 1:9,18; 3:3-9; 5:32; 6:19

Colossesi 1:26-27; 2:2; 1Timoteo 3:9,16

12 12. Perché a chiunque ha, sarà dato, e sarà nell'abbondanza; ma a chiunque non ha, sarà tolto anche quello che ha.

Sebbene questo aforisma si possa con ogni appropriatezza riferire alla grazia, o alle spirituali influenze in generale, conviene notare che qui il nostro Signore lo applica in special modo alla grazia illuminante, alla conoscenza spirituale. Chi già possiede il senso spirituale ed ha con esso la capacità d'imparare e di intendere la verità divina, può esser certo che il suo fondo di cognizioni, per quanto esiguo, verrà sempre accresciuto. Parabole, avvenimenti, insegnamenti dello Spirito Santo mediante la parola, tutto contribuirà a farlo «crescere in grazia», a far sì che per lui «il sentiero dei giusti sia come la luce che spunta, la quale va vieppiù risplendendo finché sia giorno perfetto» Proverbi 4:18. Dall'altro canto, coloro che sono privi del senso spirituale, e non «hanno fame e sete di giustizia» nell'anima loro, diventano presto indifferenti alle cose divine, e quella poca vita, e quel poco discernimento spirituale che sembravano aver acquistato conversando con persone spirituali, presto cede il campo alla indifferenza ed all'errore, se non forse al peccato scandaloso. Esempi siffatti non di rado si videro nella Chiesa di Cristo. È questo un principio della massima importanza, e, insieme con altre massime importantissime del pari, sembra che il nostro Signore lo esprimesse in varie occasioni Vedi Matteo 25:29.

Come gran principio di etica, noi lo vediamo dovunque in azione sotto la legge generale dell'abitudine, in virtù della quale i principi morali si fanno vieppiù forti coll'esercizio, mentre per disuso, si affievoliscono via via, fino a svanire affatto. Anche nel mondo intellettuale e nell'animale, se non per avventura eziandio nel vegetale, regna questo principio stesso; i fatti della fisiologia lo provano abbastanza. Qui, però, viene riguardato come una regola divina, come una retribuzione giudiziaria operante continuamente sotto l'impero dell'amministrazione divina. Secondo questa regola, quelli che mettono a profitto le opportunità, avranno altre opportunità ed aiuti; mentre all'opposto, coloro che non sanno approfittare delle occasioni per migliorare se stessi, non avranno più occasione di farlo. Secondo questa regola, niuno che chieda la verità la chiede invano, e chiunque la ricerca non resterà a mani vuote.

PASSI PARALLELI

Matteo 25:29; Marco 4:24-25; Luca 8:18; 9:26; 19:24-26; Giovanni 15:2-5

Matteo 21:43; Isaia 5:4-7; Marco 12:9; Luca 10:42; 12:20-21; 16:2,25; Apocalisse 2:5

Apocalisse 3:15-16

13 13. Perciò,

per questo motivo o ragione si riferisce alla sentenza che precede.

parlo loro in parabole, perché veggendo non veggono, udendo non odono, e non intendono.

Essi vedevano, Perché la luce, come non aveva mai brillato prima, sopra essi brillava; ma non la vedevano perché chiudevano gli occhi. Essi udivano, perché li ammaestrava uno che «parlava come uomo non parlò mai»; ma non udivano, cioè non comprendevano, perché le parole di ammonimento e di vita, ch'egli rivolgeva loro, non penetravano al di là dell'orecchio esteriore. In Marco 4:12; Luca 8:10 invece di perché vedendo, si trova acciocché, talché ciò che è qui espresso come un fatto umano, viene rappresentato da loro come adempimento d'una volontà divina: «Acciocché veggendo, non veggano», ecc. La spiegazione di ciò riviene nella sentenza del versetto antecedente, che per, una legge fissa dell'amministrazione divina, quando gli uomini volontariamente ricusano di adempiere il loro dovere, divengono alla fine moralmente incapaci di compierlo.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:16; Deuteronomio 29:3-4; Isaia 42:18-20; 44:18; Geremia 5:21; Ezechiele 12:2

Marco 8:17-18; Giovanni 3:19-20; 9:39-41; 2Corinzi 4:3-4

14 14. E si adempie in loro la profezia di Isaia, che dice: Udirete coi vostri orecchi e non intenderete; guarderete coi vostri occhi e non vedrete 15. Perché il cuor di questo popolo s'è fatto insensibile, sono divenuti duri d'orecchi e hanno chiuso gli occhi, che talora non veggano con gli occhi, e non odano con gli orecchi, e non intendano col cuore, e non si convertano, ed io non li guarisca.

Essi erano così irrevocabilmente condannati alle tenebre e all'indurimento, ch'essi deliberatamente li preferivano alla luce ed alla salute recate loro da Cristo. Questo passo Isaia 6:10 noi lo troviamo, citato più d'una volta nel Nuovo Testamento rispetto agli Ebrei. Matteo in questo luogo, e Luca Atti 28:26 seguono con pochissimo divario la versione dei 70, mentre Giovanni 12:39-40 ha dato una traduzione sua propria, che esprime colla massima chiarezza l'idea dell'originale ebraico, usando le espressioni non potevano credere e acciocché non veggano. Le parole del profeta significano semplicemente che i profeti e Gesù stesso parlarono in parabole, affinché una parte di coloro a cui erano proposte non le potessero intendere. C'è ciononostante una notevole differenza, in quanto alla forma, tra la profezia d'Isaia e la citazione che ne fa Gesù. Il profeta comanda ed esorta ironicamente gli Ebrei a fare quello appunto da cui verrebbe la loro ruina; il nostro Signore involge quelle parole medesime ad ammonimento, o al più a predizione, ritenendo però la forma idiomatica dell'ebraico, nel quale si ripete talora sotto due diverse forme il verbo medesimo, per esprimere un'idea colla massima energia. La locuzione ebraica «cuore ingrassato» significa una inveterata insensibilità. Quello che qui si presagisce, come risultato della nazionale o personale depravazione, è l'acciecamento definitivo, il quale verrebbe affrettato dalla stessa predicazione del Vangelo.

PASSI PARALLELI

Isaia 6:9-10; Ezechiele 12:2; Marco 4:12; Luca 8:10; Giovanni 12:39-40; Atti 28:25-27

Romani 11:8-10; 2Corinzi 3:14

Salmo 119:70

Zaccaria 7:11; Giovanni 8:43-44; Atti 7:57; 2Timoteo 4:4; Ebrei 5:11

Isaia 29:10-12; 44:20; 2Tessalonicesi 2:10-11

Atti 3:19; 2Timoteo 2:25-26; Ebrei 6:4-6

Isaia 57:18; Geremia 3:22; 17:14; 33:6; Osea 14:4; Malachia 4:2; Marco 4:12; Apocalisse 22:2

16 16. Ma, beati gli occhi vostri, perché veggono; e i vostri orecchi, perché odono! 17. Perché, io vi dico in verità, che molti profeti, e giusti, han desiderato di veder le cose che voi vedete, e non l'han vedute; e dir le cose che voi udite, e non l'hanno udite.

Le parole contenute in questi versetti trovansi anche in Luca 10:23-24, se non che, invece della parola giusti, si dice re. I discepoli non solamente erano beati più assai dei ciechi volontari dei quali si è parlato prima, ma erano favoriti al di sopra degli uomini più onorati e migliori che vivessero sotto l'antica economia, i quali, delle cose relative al nuovo regno avevano soltanto una conoscenza elementare, atta ad accendere in essi delle bramosie, che non potevano ricevere soddisfazione durante la loro vita. Isaia e tutti i profeti avevano, fino ad un certo punto, l'occhio rivolto a Cristo; essi predissero le cose di lui e anelarono vedere l'adempimento delle loro profezie. Quindi Cristo dice «Abramo, giubilando, desiderò di vedere il mio giorno, e lo vide», sebbene lo scorgesse coi soli occhi della fede, «e se ne rallegrò». Vedi Giovanni 8:56; 1Pietro 1:10-12; Ebrei 11:13.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:3-11; 16:17; Luca 2:29-30; 10:23-24; Giovanni 20:29; Atti 26:18; 2Corinzi 4:6

Efesini 1:17-18

Luca 10:24; Giovanni 8:56; Efesini 3:5-6; Ebrei 11:13,39-40; 1Pietro 1:10-12

18 Matteo 13:18-23. GESÙ SPIEGA AI SUOI DISCEPOLI LA PARABOLA DEL SEMINATORE

Vedine l'esposizione in Marco 4:11-20.

24 Matteo 13:24-30. PARABOLA DELLE ZIZZANIE TRA MEZZO IL GRANO

24. Egli propose loro un'altra parabola, dicendo: il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò buona semenza nel suo campo.

Questa parabola si trova nel solo Matteo; nulla di parallelo ad esso c'è nei tre altri Evangeli. Al pari di quella del Seminatore, essa è seguita dalla esposizione infallibile che il nostro Signore ne dà ai suoi discepoli privatamente. Non s'intende che il regno dei cieli rassomigli all'uomo stesso, ma bensì al suo modo di operare. Quello che per tutto il mondo accade, nel regno di Cristo, rassomiglia a ciò che viene descritto nella parabola. Il vocabolo qui usato, sebbene applicabile ad un campo accuratamente cinto di siepi o muri, qui, giusta le usanze della Palestina e della Grecia, vuoi significare tutta la possessione, sia piccola, sia grande, di un uomo, anche divisa in vari appezzamenti, poiché il cinger di siepe o muro ogni pezzo di terra diversamente seminato, era, ed è tuttora, cosa sconosciuta in quei paesi. Si tenga a mente questa osservazione, se si vuole intendere rettamente il passo.

PASSI PARALLELI

Matteo 21:33; Giudici 14:12-13; Isaia 28:10,13; Ezechiele 17:2

Matteo 13:33,44-45,47; 3:2; 20:1; 22:2; 25:1; Marco 4:30; Luca 13:18,20

Matteo 13:19,37; 4:23; Colossesi 1:5; 1Pietro 1:23

25 25. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico,

Se qui si accenna alla notte, non è per lanciar biasimo d'infedeltà o di poca vigilanza sui servi dormienti, altrimenti il Signore non avrebbe passato sotto silenzio una circostanza così rilevante nella susseguente spiegazione della parabola. Questo incidente è narrato soltanto per far risaltare vieppiù la fine astuzia del nemico nello scegliere, per l'opera sua maligna, il momento in cui era certo che nessuno poteva scoprirlo o interromperlo.

e, seminò delle zizzanie in mezzo al grano, e se ne andò. 26. E, quando l'erba fu nata, ed ebbe fatto frutto, allora apparvero anche le zizzanie.

Atti di vendetta simili a questo vengono esercitati anche al giorno d'oggi nella Palestina. Il nome comune arabo per la zizzania, zowan, è probabilmente la radice del vocabolo greco che quasi tal quale venne introdotto nella lingua italiana. Nell'Oriente, la zizzania abbonda e danneggia molto i seminati. È dessa il Lolium temulentum, la sola pianta venefica nella gran famiglia donde si traggono le diverse granaglie. Il seme della zizzania è disposto lungo la parte superiore dello stelo che sta perfettamente diritta. Il sapore n'è amaro, ed amarognolo rende il pane in cui si trova mescolato, cagionando capogiri e talora operando come un emetico. Anche al pollame vengono le vertigini quando ne mangia. Insomma è un veleno soporifero violento, e chi vuol mangiare pane sano deve badare a separare la zizzania dal grano, chicco per chicco, prima di mandare questo al mulino i campagnoli fanno di tutto per sterminarla, ma è quasi impossibile. Quando è in erba, riesce assai difficile il distinguerla dal grano o dall'orzo; ma, apparsa che sta la spiga, la differenza si manifesta anche all'occhio più disattento.

PASSI PARALLELI

Matteo 25:5; Isaia 56:9-10; Atti 20:30-31; Galati 2:4; 2Timoteo 4:3-5; Ebrei 12:15

2Pietro 2:1; Apocalisse 2:20

Matteo 13:39; 2Corinzi 11:13-15; 1Pietro 5:8; Apocalisse 12:9; 13:14

Matteo 13:38; Marco 4:26-29

27 27. E i servitori dei padrone di casa vennero a dirgli: Signore, non hai tu seminato buona semenza nel tuo campo? Come mai dunque c'è della zizzania? 28. Ed egli disse loro: Un uomo nemico ha fatto questo.

Coloro i quali non ammettono che per la porzione di terra seminata a grano s'intenda la Chiesa visibile, spiegano la parola servitori come significante gli angeli, che sono anche i raccoglitori; ma siccome il nostro Signore passa sopra questa parte della parabola senza spiegarla, ella è probabilmente introdotta qui unicamente per completare la narrazione. La cosa essenziale è la dichiarazione del proprietario che questa era l'opera d'un nemico.

PASSI PARALLELI

1Corinzi 3:5-9; 12:28-29; 16:10; 2Corinzi 5:18-20; 6:1,4; Efesini 4:11-12

Romani 16:17; 1Corinzi 1:11-13; 15:12-34; Galati 3:1-3; Giacomo 3:15-16; 4:4

Luca 9:49-54; 1Corinzi 5:3-7; 2Corinzi 2:6-11; 1Tessalonicesi 5:14; Giuda 22-23

28 E i servitori gli dissero: Vuoi tu che l'andiamo a cogliere? 29. Ma egli rispose: No; che talora, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano.

Il rischio che il padrone vuole evitare è doppio:

1. Scambiare il grano in erba col loglio,

2. Pur supponendo che i servitori non commettessero una tale inavvertenza nello sbarbare il loglio, era difficile ch'essi non sradicassero qualche pianta di grano.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:29

30 30. Lasciate che ambedue crescano assieme, fino alla mietitura; e, al tempo della mietitura, io dirò a' mietitori: Cogliete prima le zizzanie, e legatele in fasci, per bruciarle; ma il grano raccoglietelo nel mio granaio.

L'usanza cui qui si fa allusione regna pur sempre nella Siria, ove gli Arabi, mietendo, strappano gli steli di questa pianta velenosa, e ne fanno poi dei fasci per bruciarli. Di queste nocive zizzanie se ne faceva quell'uso che anche ora si fa di altre erbe secche e degli steli che crescono a dismisura: se ne riscaldano i forni Vedi Matteo 6:30.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:39; 3:12; 22:10-14; 25:6-13,32; Malachia 3:18; 1Corinzi 4:5

Matteo 13:39-43; 1Timoteo 5:24

1Samuele 25:29

Isaia 27:10-11; Ezechiele 15:4-7; Malachia 4:1; Giovanni 15:6

Matteo 3:12; Luca 3:17-33

31 Matteo 13:31-33. PARABOLE DEL RE DI SENAPA E DEL LIEVITO Marco 4:30-32; Luca 13:18-22

Il nostro Signore in queste parabole si propone di mostrare la estensione e la universalità che il regno suo, nel primordi così piccolo, devono raggiungere sulla terra. La pianta della senapa mostra tipicamente il fatto della estensione, e il lievito mostra il modo con cui avverrà. Alcuni però credono che la prima significhi l'estensione del regno dei cieli per intrinseca vitalità; la seconda indichi la sua crescenza per contagiosa influenza.

Il granello di Senapa Matteo 13:31-32

31. Egli propose loro un'altra parabola, dicendo: il regno dei cieli è simile ad un granel di senapa che un uomo prende, e semina nel suo campo. 32. Esso è bene il più piccolo di tutti i semi; ma, quando è cresciuto, è maggiore dei legumi, e diviene albero, tantoché gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami.

Questa parabola è ricordata anche da Marco e da Luca. Nella parabola del Seminatore sono rappresentati gli ostacoli che si frappongono all'avanzamento del regno di Dio sulla terra; qui si mostra come, ad onta di quelli, esso va innanzi. L'idea principale di questa similitudine emerge dal contrasto fra un effetto gigantesco ed un principio in apparenza piccolo e poco promettente. Un albero, sui rami del quale si riparano gli uccelli dell'aria, non ha in se nulla di meraviglioso; ma bene stupendo è il fatto che un'erba da giardino possa diventare un albero. La pianta scelta da nostro Signore, credono alcuni sia quella specie di senapa chiamata dai botanici Solvadora persica, che nasce da piccolo seme, cresce in albero grande e ramosissimo, e si trova, a quel che dicono, su qualche sponda del Mar Morto. Thomson consente colla generale opinione, che qui si tratti del Khardal, o senapa comune. «Nella ricca pianura di Akkar, ho visto», dic'egli, «quella pianta crescere alta quanto un uomo a cavallo». Che il seme della senapa sia il più piccolo del mondo, non è da supporre; esso era il più piccolo fra quelli che gli agricoltori solevano seminare, e per tale passava proverbialmente fra gli Ebrei; ma, fatto «albero», arrivato al suo pieno sviluppo, grandeggiava d'assai sulle altro erbe dei giardini. Chi volesse spingere più oltre il senso letterale, violerebbe una delle regole della semplice interpretazione. Basta all'intendimento ed al senso della parabola, che la pianta cresca grande e per ogni verso ramosa, benché nata da minutissimo seme. Solamente in questo senso, il regno dei cieli è simile ad un granello di senapa; né il Signore scelse quella pianta per le qualità medicinali od altre che le sieno inerenti. Queste considerazioni sono estranee del tutto allo scopo cui egli mirava.

Simile a questo piccolo seme era il piccolo cominciamento del regno celeste, quando nacque a Betleem il Figliuol dell'uomo. Pescatori e pubblicani, gente semplice ed illetterata, furono i suoi primi discepoli e messaggeri; e la Chiesa di Gerusalemme non contava più di 120 membri, compresi gli apostoli, quand'egli lasciò questa terra per tornare alla gloria. Nonostante la rabbia di Satana, la inimicizia del cuor naturale, e la violenta opposizione dei re e dei principi della terra, questo regno, mediante la predicazione dell'Evangelo, è divenuto già vasto, e cresce tuttavia, e la profezia ci assicura che verrà un tempo in cui «la terra sarà piena della conoscenza della gloria dell'Eterno, come l'acque coprono il fondo del mare» Habacuc 2:14.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:24; Luca 19:11; 20:9

Marco 4:30-32; Luca 13:18-19

Salmo 72:16-19; Isaia 2:2-4; Ezechiele 47:1-5; Daniele 2:34-35,44-45; Michea 4:1-3

Zaccaria 4:10; 8:20-23; 14:7-10; Atti 1:15; 21:20

Romani 15:18-19; Apocalisse 11:15

Ezechiele 17:23-24; 31:6; Daniele 4:12

33 

Il lievito Matteo 13:33

33. Disse loro un'altra parabola: il regno dei cieli è simile al lievito,

Questa parabola, al pari dell'ultima, dimostra l'estendersi del regno dei cieli ad universale dominio sugli uomini, ma in diversa maniera. Nella prima parabola, sono messi in rilievo solamente gli estremi: il piccolo seme e il grande albero che ricetta tutti gli uccelli dell'aria; in questa, si mette in rilievo il processo mediante il quale si ottiene il fine, vale a dire il lievito che penetra in ogni particella della farina, finché tutta la pasta non ne abbia sentita l'influenza. Il lievito adoperato in Palestina è fatto, come in Italia, di pasta inacidita, ridotta cioè a quel grado di decomposizione che produce la fermentazione. Nei sacrifici ebraici era vietato Levitico 2:11;6:17. La parola lievito, usata nella Scrittura, denota per solito, figuratamente, l'errore, il peccato, e la influenza loro corruttrice Matteo 16:6; 1Corinzi 5:6-8; Galati 5:9. Vi sono autori, i quali sostengono esser tale il suo significato in questa parabola, interpretandola qual profezia delle eresie e delle corruzioni che verrebbero ad adulterare le pure dottrine dell'Evangelo: una profezia, insomma, dell'azione futura del «mistero d'iniquità». Se questa interpretazione fosse la vera, se, in un'epoca qualunque, si potesse dire che la Chiesa è stata compenetrata dal lievito della falsa dottrina, «le porte degl'inferi» sarebbero veramente prevalse contro di essa; né sarebbe facile intendere come mai potrebbe venire di bel nuovo purificata. Stando però questo versetto in connessione stretta col precedente, è chiaro che siffatta interpretazione è da rigettarsi come erronea; poiché lo scopo del Signore è di mostrare la possente influenza che il regno dei cieli doveva esercitare in mezzo ad un mondo giacente nella malvagità. Si osservi inoltre, che l'azione della fermentazione è salutare, e rende la pasta leggera ed acconcia a servire d'alimento. Il regno di Dio di cui il Signore parla, non può essere che un lievito buono. L'errore degli interpreti da noi riferito sta in ciò, che essi non comprendono che la virtù espansiva e, trasformatrice del lievito, virtù ch'esso possiede, sia buono o cattivo, è l'unica cosa. In esso, che Gesù paragona col Vangelo. I principi buoni e cattivi, aventi origini piccole e nascoste, si diffondono con potenza e trasformano gl'individui e la società.

che una donna prende, e nasconde...

Cercarono alcuni di attribuire nella parabola, un particolare significato alla donna, considerandola come emblema della sapienza divina o della Chiesa; ma dessa vi sta evidentemente e solamente per completare il quadro in cui una donna doveva rappresentare la sua parte. Come arare e seminare il campo era compito dell'uomo, così intridere la farina, manipolare la pasta, infornare e sfornare erano faccende donnesche. L'uomo prende il granel di senapa e nel suo campo lo semina: la donna prende il lievito e lo intride nella farina. Le due parabole, in questo rispetto, sono strettamente parallele; l'uomo del granello, la donna del lievito, hanno il medesimo significato. La mano divina che seminò la parola di vita eterna, come un granel di senapa, nel terreno, depose altresì la parola di vita eterna come lievito, nella farina.

In tre staia di farina, finché la pasta sia tutta lievitata.

Lo staio, scrivono i Rabbini, è la terza parte di un efa; e Girolamo, nel suo commentario a questo passo, lo lice equivalente ad un modio e mezzo dei Romani 1Samuele 25:18; 2Re 7:1. Le tre staia facevano un efa, quantità di farina impiegata, per solito, da una famiglia ebraica per una fornata di pane, come risulta da parecchi passi del Testamento Antico Genesi 18:6; Giudici 6:19. Parecchie fantastiche spiegazioni furono date di queste tre misure come, ad esempio, ch'elle rappresentino i tre figli di Noè, dai quali era stata ripopolata la terra; le tre parti componenti l'uomo: corpo, anima, e spirito, le tre parti del mondo allora conosciuto, e via discorrendo. Queste sono fanciullaggini da non meritare che se ne parli. Questa parabola ha un'applicazione individuale nonché una generale. Essa mette in rilievo il mistero della rigenerazione, il quale consiste nella formazione della vita divina nell'anima. e nella susseguente santificazione per mezzo dello Spirito Santo, il quale, simile al lievito, va operando in modo continuo e progressivo.

PASSI PARALLELI

Marco 13:20

Luca 13:21; 1Corinzi 5:6-7; Galati 5:9

Giobbe 17:9; Proverbi 4:18; Osea 6:3; Giovanni 15:2; 16:12-13; Filippesi 1:6,9; 2:13-15

1Tessalonicesi 5:23-24: 2Pietro 3:18

34 34. Tutte queste cose disse Gesù in parabole alle turbe; e senza parabola non diceva loro nulla; 35. affinché si adempiesse quel ch'era stato detto per mezzo dei profeta: Aprirò la mia bocca in parabole; esporrò cose occulte fin dalla fondazione del mondo.

La citazione è tolta dal versetto 2 del Salmo 78:2 di cui, secondo il titolo, fu autore Asaf, e la prima parte combina colla versione dei 70. Le parole dei Salmo non sono una profezia, ma una descrizione dell'ufficio profetico, ed i profeti che lo adempievano rappresentavano Cristo; cosicché, nell'uso delle parole oscure ed enigmatiche, l'insegnamento di Gesù corrispondeva alla descrizione che i profeti davano del loro proprio insegnamento. Abbiamo qui un altro esempio della premura con cui Matteo mette innanzi ai suoi compatrioti, per i quali specialmente scriveva, i vari punti in cui era una corrispondenza notevole fra le predizioni dei profeti antichi e le opere di Cristo; poiché alla venuta ed al regno del Messia si riferiscono tipicamente i fatti rammentati nel Salmo 78.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:13; Marco 4:33-34; 14 21:4-5

Salmo 78:2

Salmo 49:4; Isaia 42:9; Amos 3:7; Luca 10:14; Romani 16:25-26; 1Corinzi 2:7

Efesini 3:5,9; Colossesi 1:25-26; 2Timoteo 1:9-10; Tito 1:2-3; Ebrei 1:1; 1Pietro 1:11-12

Matteo 25:34; Giovanni 17:24; Atti 15:18; 1Pietro 1:20-21; Apocalisse 13:8; 17:8-43

36 Matteo 13:36-43. SPIEGAZIONE DELLA PARABOLA DELLE ZIZZANIE

36. Allora Gesù, lasciate le turbe, tornò a casa; e i suoi discepoli gli si accostarono, dicendo: Spiegaci la parabola delle zizzanie del campo.

Questo lasciar le turbe, e questo ritorno di Gesù a casa, donde egli era uscito per andare a predicare sulla sponda del lago Matteo 13:1, sembra indicare una successione cronologica nelle quattro precedenti parabole. Probabilmente la spiegazione della parabola del Seminatore, sebbene introdotta da Matteo subito dopo la parabola stessa, fu data anche essa dopo il ritorno di Gesù a casa. «Discepoli» non sono i dodici soltanto, ma anche coloro che gli stavano intorno coi dodici», i quali, secondo Marco 4:10, erano quelli che chiedevano la spiegazione della parabola del Seminatore.

PASSI PARALLELI

Matteo 14:22; 15:39; Marco 6:45; 8:9

Matteo 19:28; Marco 4:34

Matteo 13:11; 15:15-16; Marco 7:17; Giovanni 16:17-20

37 37. Ed egli, rispondendo, disse loro:

Gesù sì compiacque rispondere subito a cotesta domanda, perché a loro «era dato conoscere i misteri del regno». Siccome lo scopo della parabola del Seminatore accenna alla diversa accoglienza che la Parola avrebbe trovata nelle varie classi degli ascoltatori; così lo scopo di questa parabola accenna allo stato misto del regno di Cristo, risultante dalla malizia di Satana; stato che verrà a finire nel giorno del giudizio, quando Gesù assumerà il suo stato finale di gloria e di beatitudine,

Colui che semina la buona semenza è il Figliuol dell'uomo;

È questo il titolo di cui Gesù fa uso frequentemente parlando di se medesimo; da altri non gli è dato mai, se non in un solo caso Atti 7:56, in cui sembra significare soltanto che il glorificato Salvatore apparve agli occhi di Stefano in forma corporea. Non era questo un nome dato dagli Ebrei al Messia, ché anzi giungeva ad essi strano, siccome si apprende dalla domanda: Chi è questo Figliuol dell'uomo? Giovanni 12:34.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:24,27

Matteo 13:41; 10:40; 16:13-16; Luca 10:16; Giovanni 13:20; 20:21; Atti 1:8; Romani 15:18

1Corinzi 3:5-7; Ebrei 1:1; 2:3

38 38. Il campo è il mondo,

Si osservi come il nostro Signore dichiari espressamente che il gran campo di questo mondo è suo Matteo 13:24. Di questa parabola si è molto valso Agostino nelle sue controversie coi Donatisti nel quarto secolo, in referenza all'esercizio della disciplina contro gli scandalosi nella Chiesa di Cristo d'allora in poi, una gran confusione ha dominato nella interpretazione della medesima. Crediamo, colla massima parte dei critici e dei commentatori, che il campo» raffiguri la Chiesa visibile, di Cristo, sparsa nel mondo, ma protestiamo contro lo idee esagerate di quelli che, di fronte alla spiegazione che Cristo dà del «campo». sostengono che «la Chiesa è commisurata al mondo». Lo scopo di siffatta interpretazione è di coprire la peccaminosa trascuratezza della disciplina che caratterizza le Chiese che permettono a tutti, senza distinzione di sorta, di prendere la comunione, e che perciò vengono chiamate moltitudiniste. Il ragionamento col quale, quelli elle adottano questa interpretazione acchetano la loro coscienza, è semplicissimo. Essi dicono: «La Chiesa è il mondo; grano e zizzania vi crescono insieme, e Gesù, vietando di sbarbarne la zizzania, ha voluto proibire ogni disciplina esercitata dagli uomini, e serbare ogni retribuzione al finale giudizio». Esistono altri passi della parola di Dio nei quali l'obbligo di applicare la disciplina, nella Chiesa, ai membri apertamente scandalosi, è così chiaramente insegnato, da imprimere un marchio d'infedeltà, e verso Cristo e verso il peccatore, ad ogni Chiesa che trascuri di esercitarla Vedi Matteo 18:15-17; 1Corinzi 5:4-5; Tito 3:10; ma in questa parabola non possiamo riconoscere alcun insegnamento intorno alla disciplina ecclesiastica, perché gli individui raffigurati dalle zizzanie non sono peccatori scandalosi, anzi essi imitano così bene la vita e le azioni del popolo del Signore, da non poter mai venire colpiti dalla disciplina, in quantoché i direttori della Chiesa potrebbero, al più, sospettare la falsità della loro fede, la quale solamente Colui che scruta i cuori può conoscere. Dalla descrizione già data della zowán o zizzania, in Matteo 13:25, siccome rassomigliante nella forma, nelle foglie, nel colore, e nel modo di crescere, al grano, chiaro apparisce che il nostro Signore non intendeva con essa significare le nazioni pagane nella loro idolatria, né tampoco gli uomini apertamente immorali, profani, adoratori di Mammona e amatori del piacere, fra i quali il suo popolo credente si trova mescolato su questa terra. Le differenze che passano tra i veri cristiani e costoro sono tali, che ciascuno può, di colpo, scorgerle. Gesù raffigura nelle zizzanie gl'ipocriti i quali, non uniti a lui, ma, per somiglianza di, professione religiosa, uniti al suo popolo, sono tanto simili a questo, che il distinguete i veri dai falsi Cristiani supera sovente l'avvedutezza dell'uomo.

la buona semenza sono i figliuoli del regno,

Figli non per mezzo della alleanza esterna soltanto, come quelli di cui trattasi in Matteo 8:12 ma per la grazia efficace dell'adozione.

le zizzanie sono i figliuoli del maligno;

Questo medesimo nome viene dato al diavolo nel vers. 19. Son figli suoi quelli che partecipano della sua natura e sono destinati a dividerne la sorte nel giorno del giudizio, sebbene sieno mescolati coi figliuoli del regno.

PASSI PARALLELI

Matteo 24:14; 28:18-20; Marco 16:15-20; Luca 24:47; Romani 10:18; 16:26; Colossesi 1:6

Apocalisse 14:6

Salmo 22:30; Isaia 53:10; Osea 2:23; Zaccaria 10:8-9; Giovanni 1:12-13; 12:24

Romani 8:17; Giacomo 1:18; 2:5; 1Pietro 1:23; 1Giovanni 3:2,9

Matteo 13:19; Genesi 3:15; Giovanni 8:44; Atti 13:10; Filippesi 3:18-19; 1Giovanni 3:8,10

39 39. Il nemico che li ha seminate è il diavolo,

Coloro i quali negano l'esistenza del principe delle tenebre, o annullano colle loro spiegazioni l'insegnamento della Scrittura che lo riguarda, inveiscono contro la dottrina che fa di lui l'autore ed il mantenitore del male morale nel mondo. Essi considerano cotesta dottrina come oscura ed orribile; e però, sotto un certo aspetto, ella è una dottrina apportatrice di conforto, in quanto che dimostra che tutta la malvagità. e i delitti di cui il nostro mondo è pieno, non scaturiscono spontaneamente dalla pravità del cuore umano ma provengono dal di fuori. L'opposizione costante e gagliarda ad ogni movimento che ci porterebbe al bene, e ad ogni dottrina e massima dell'Evangelo e quel raffinato pervertimento che riduce tutte le dottrine a sostegni e rinforzi di malvagità, son tutte prove che dimostrano assai chiaro come Satana eserciti un reale sebbene usurpato impero su questo mondo. Da un altro lato, il fatto che tanta potenza è in facoltà di Satana ci dà motivo di credere che, quando egli sarà legato e gittato nell'abisso Apocalisse 20:2-3, il trionfo del Vangelo sui cuori degli uomini sarà, rapidissimo e universale.

la mietitura è la fine dell'età presente.

È questo il periodo della seconda venuta del nostro Signore, in gloria, per giudicare i vivi ed i morti, quando «i cieli passeranno stridendo, e gli elementi infiammati si dissolveranno; e la terra è le opere che sono in essa saranno arse» 2Pietro 3:10. Il vocabolo che qui si traduce «mondo» o età presente non è quello del versetto antecedente; denota il mondo materiale coi suoi abitanti, e il mondo soggetto alle divisioni del tempo, quindi l'era o l'età presente.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:25,28; 2Corinzi 2:17; 11:3,13-15; Efesini 2:2; 6:11-12; 2Tessalonicesi 2:8-11; 1Pietro 5:8

Apocalisse 12:9; 13:14; 19:20; 20:2-3,7-10

Matteo 13:49; 24:3; Gioele 3:13; Apocalisse 14:15-19

Matteo 25:31; Daniele 7:10; 2Tessalonicesi 1:7-10; Giuda 14

i mietitori sono gli angeli. 40. Come dunque, si raccolgono le zizzanie, e si bruciano col fuoco; così avverrà alla fine dell'età presente. 41. Il Figliuol dell'uomo manderà i suoi angeli,

cioè i ministri del Signore, predisposti a fare tutta la sua volontà, e ad essere o «spiriti amministratori a pro di coloro che hanno da eredar la salvezza», o messaggeri di distruzione agli empi. Gesù afferma espressamente la sua signoria sopra di loro, in questo versetto, come, nel vers. 24, egli l'afferma sul mondo quale suo campo. Vedi anche Matteo 16:27.

che raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali.

La parola scandali letteralmente significa lacci od inciampi, che l'uomo incontra sul cammino della vita; ma, sebbene neutra, viene applicata qui alle persone come alle cose che sono causa di caduta ai credenti.

e gli operatori d'iniquità.

Questi sono in contrasto coi precedenti quelli che praticano l'iniquità come fosse un boccone piacevole al loro palato.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:30; 24:31; Marco 13:27; Ebrei 1:6-7,14; Apocalisse 5:11-12

Matteo 13:49; 18:7; Romani 16:17-18; 2Pietro 2:1-2

Matteo 7:22-23; Luca 13:26-27; Romani 2:8-9,16; Apocalisse 21:27

42 42. E il gitteranno nella fornace del fuoco.

L'inferno viene rappresentato altrove sotto la figura della valle di Hinnom nella quale si mantenevano dei fuochi sempre accesi per bruciarvi i corpi degli animali e le immondizie che vi si trasportavano da Gerusalemme Vedi nota: Geenna, Matteo 5:22. Ma Gesù rappresenta qui l'inferno sotto la figura d'una fornace ardente, simile a quelle nelle quali si bruciano le zizzanie, o a quella in cui Nebucadnetsar fece gettare i tre giovani Ebrei Daniele 3:19-20. Questo supplizio, il più terribile che immaginar si possa, era in uso presso i Caldei e i Babilonesi, nei tempi antichi; e, secondo Chardin Voyages en Perse, di quando in quando anche fra i Persiani moderni, Siccome gli uomini rifuggono dall'idea della punizione eterna, essi si sforzano di attenuare il significato dei passi nei quali essa è chiaramente insegnata. Essi non possono però attenuare il senso di questo versetto e di Matteo 13:50, perché l'affermazione che alla fine del mondo gli operatori d'iniquità saranno gettati nella fornace del fuoco non è parte della parabola delle Zizzanie, ma della spiegazione che il nostro Signore ci dà di essa. Se dunque le espressioni «il figliuol dell'uomo», «il mondo», «i figli del regno, del maligno», «la fine dell'età presente», «gli angeli», debbono intendersi in senso positivo, sarebbe una inconseguenza, un mero arbitrio il supporre, in questo solo esempio, un cambiamento d'interpretazione, e ritenere che «la, fornace del fuoco» altro non sia qui che una figura retorica. Certo è che Gesù non avrebbe parlato dell'inferno, se questo non fosse esistito; e che l'Iddio di verità non avrebbe usato immagini così terribili per solamente spaventare l'umanità. Se dunque egli ne ha parlato, non è più lecito di dubitare che esistano e l'inferno e le sofferenze dei malvagi.

Quivi sarà il pianto e lo stridor dei denti.

Queste parole indicano i rimorsi della coscienza, le torture della mente, e un senso di dolore indicibile, congiunti ad una rabbia e ad una disperazione profonda. Gli articoli che nel greco precedono le parole pianto e stridore dànno loro una certa enfasi, come se Gesù avesse detto che le sofferenze più terribili sulla terra non meritano neanche questo nome a paragone di quelle dell'inferno.

PASSI PARALLELI

Matteo 3:12; 25:41; Salmo 21:9; Daniele 3:6,15-17,21-22; Marco 9:43-49; Luca 16:23-24

Apocalisse 14:10; 19:20; 20:10,14-15; 21:8

Matteo 13:50; 8:12; 22:13; Luca 13:28

43 43. Allora i giusti risplenderanno come il sole, nel regno del Padre loro. Chi ha orecchie oda.

Questo raccogliere i giusti nel regno del loro padre, corrisponde esattamente al raccogliere il grano nel granaio dell'agricoltore. Non è questa un'aggiunta all'interpretazione della parabola. Al contrario, siccome lo scopo di questa parabola è di descrivere lo stato misto della Chiesa di Cristo in questo mondo, ed il suo stato perfetto dopo il giudizio, questo sguardo al futuro stato di gloria era necessario per completare l'interpretazione. I giusti risplenderanno come il sole in un cielo senza nuvole Cfr. Daniele 12:3. È questa la gloria di cui godranno «nel regno del padre loro», e alla quale hanno diritto in quanto sono figli dell'Altissimo.

PASSI PARALLELI

Matteo 25:34,36; Daniele 12:3; 1Corinzi 15:41-54,58; Apocalisse 21:3-5,22-23

Matteo 26:29; Luca 12:32; 22:29; Giacomo 2:5

44 Matteo 13:44-46. PARABOLE DEL TESORO NASCOSTO, E DELLA PERLA DI GRAN PREZZO

Queste parabole ricordate solamente da Matteo corrispondono l'una all'altra nel mettere in rilievo l'alto valore dell'Evangelo; ma differiscono l'una dall'altra, nel descrivere due diverse classi di persone le quali, avendo scoperto quel carattere prezioso, danno tutto ciò che posseggono per assicurarsi il possesso dei beni del Regno.

Parabola del Tesoro nascosto Matteo 13:44

44. Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo,

Il campo non ha una speciale significazione; è menzionato qui unitamente per completare la parabola. Fra le nazioni orientali vigeva non solo nei tempi antichi, ma anche nel tempo presente, la costumanza di seppellire il denaro e le gioie sotterra, tanto poca è la sicurezza della proprietà per le frequenti rapine, le guerre l'oppressione dei governi dispotici, e il difetto di quel mezzi sicuri e fruttiferi d'impiegare il danaro, dei quali v'ha abbondanza fra noi. Se il proprietario veniva a morire senza aver palesato il suo segreto, il tesoro poteva rimanere nascosto per secoli. I viaggiatori europei che esplorano le rovine in Oriente, sono gelosamente sorvegliati dagl'indigeni, i quali credono comunemente ch'essi vadano cercando tesori nascosti.

che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde;

i miscredenti, per gettare il discredito sulla morale insegnata dal nostro Signore, fanno loro pro del contegno di quest'uomo, il quale nasconde di nuovo il tesoro, e compra poi il campo per un prezzo, al quale il proprietario non glielo avrebbe ceduto mai, se avesse saputo ciò che vi era; ma il Signore, rivestendo con questa similitudine una grande verità religiosa, e ponendosi nelle circostanze in cui si sarebbe trovato un uomo del suo tempo, non intende però di approvare tutto ciò che costui avrebbe fatto. Egli non commenda quest'uomo per aver di nuovo celato il tesoro, più di quel che commendi e lodi la condotta del Giudice iniquo Luca 18:1-6, o del fattore infedele Luca 16:18. La morale della parabola non ha nulla che vedere col nascondimento, il quale non ha alcun spirituale significato o, se ne ha, denota solamente l'ansietà e la premura dell'uomo di assicurarsi il possesso di quel tesoro.

e per l'allegrezza che ne ha, va, e, vende tutto ciò ch'egli ha, e compera quel campo.

Questo tesoro rappresenta la intima beatitudine di coloro che sono salvati in Cristo. Il fatto che il tesoro è sepolto fuor della vista altrui è inteso forse a rappresentare le benedizioni dell'Evangelo, nascoste ab eterno nei consigli di Dio, o involte sotto i tipi e le cerimonie della dispensazione levitica. Certo però il significato più rilevante è questo: la luce spirituale è dal peccato nascosta all'intelletto ed al cuore dell'uomo 2Corinzi 4:3-4. L'uomo che trova questo tesoro così inopinatamente, è il tipo di quei molti a cui lo Spirito di Dio si rivelò mentre vivevano lontani dalle cose spirituali, ed ai quali la coscienza, destatasi ad un tratto, fece conoscere il pericolo del peccato. Del che sono esempi la Donna Samaritana, ed i Gentili convertiti dalla predicazione di Paolo e dei suoi compagni. La vendita di «tutto ciò che egli ha» per comprare quel campo, rappresenta la gioia di coloro che sono subitamente svegliati e messi in possesso di Cristo e di tutte le sue benedizioni. Veramente, il comprare e il vendere non han che fare colla religione di Cristo; e quando Roma fece di questa un mercato, dimenticò la dichiarazione del patriarca Giobbe relativa alla sapienza celeste: «Non la si ottiene in cambio d'oro, né la si compra a peso d'argento», ecc. Giobbe 28:15-19. Quando l'umano orgoglio vuol comprare il cielo col proprio merito, ei dimentica la dichiarazione di Paolo: «Nessuno sarà giustificato dinanzi a lui per le opere della legge; Essendo gratuitamente giustificati per la grazia d'esso, mediante la redenzione ch'è in Cristo Gesù» Romani 3:20,24. «Comperare» qui vale scambiare, perché il peccatore quando accetta Cristo ed una piena e gratuita salvazione per mezzo suo, cede, per tali beni, i propri piaceri, i vizi, i sogni dell'ambizione umana, ogni pensiero mondane; anzi egli è pronto e disposto ad abbandonare poderi, case, moglie, figliuoli, e perfino, se fa di bisogno, la vita, per non dipartirsi mai dal suo tesoro, che è Cristo.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:21; Proverbi 2:2-5; 16:16; 17:16; 18:1; Giovanni 6:35; Romani 15:4

1Corinzi 2:9-10; Colossesi 2:3; 3:3-4,16

Matteo 19:21,27,29; Luca 14:33; 18:23-24; 19:6-8; Atti 2:44-47: 4:32-35

Filippesi 3:7-9; Ebrei 10:34; 11:24-26

Proverbi 23:23; Isaia 55:1; Apocalisse 3:18

45 

Parabola della Perla di gran prezzo Matteo 13:45-46

45. Il regno dei cieli è anche simile ad un mercante, che va in cerca di belle perle;

La perla, gemma che si trova nelle ostriche orientali, è tenuta in alto pregio anche ai dì nostri; ma nei tempi antichi essa occupava nella pubblica estimazione quel posto che hanno fra noi i diamanti: le più grosse e lucenti costano prezzi favolosi. Questa similitudine sembra indicare l'antichità di una professione che tuttora vige in Oriente, quella, vo' dire, del gioielliere girovago. Costoro, nelle loro escursioni, talora si imbattono in qualche gemma di gran prezzo, e per aggruzzolare il denaro necessario ad acquistarla, vendono tutta la loro mercanzia, tutto ciò che posseggono.

PASSI PARALLELI

Matteo 16:26; 22:5; Proverbi 3:13-18; 8:10-11,18-20

Giobbe 28:18; Salmo 4:6-7; 39:6-7; Ecclesiaste 2:2-12; 12:8,13

46 46. e, trovata una perla di gran prezzo, se n'è andato ed ha venduto tutto ciò ch'egli aveva, e l'ha comperata.

Il senso spirituale dell'operazione compita da questo mercante è quello stesso dell'atto compiuto dall'uomo della parabola antecedente. La perla, al pari del tesoro, significa la salvazione che è in Cristo, quale viene apprezzata da un'anima illuminata dall'alto. Il mercante però indica una classe di uomini diversi da quelli dei quali parlammo, il tesoro fu trovato da un uomo che non cercava tesori; l'uomo che rinvenne la perla si era dato alla ricerca delle perle come a sua professione; e così egli, è il tipo di coloro i quali sentono esservi qualche cosa di più alto e di migliore che non i piaceri e le ricchezze di questo mondo; e questa qualche cosa essi vanno cercando. S'immaginano di meritare la salvazione coi digiuni, le penitenze, la stretta osservanza dei religiosi doveri; ma, giunti alla conoscenza di Cristo loro giustizia, essi si accorgono che tutte queste cose sono prive affatto di merito. Di questa classe, noi abbiamo esempi in Paolo, in Lutero e in molti altri nei quali si adempierono le parole del Salmista: «La luce si leva nelle tenebre per quelli che son diritti» Salmo 112:4. Si osservi quanto è grande la rassomiglianza fra il contegno del mercante che vende ogni cosa, e la condotta di Paolo quando ebbe trovato Cristo Filippesi 3:7-10.

PASSI PARALLELI

Proverbi 2:4; Isaia 33:6; 1Corinzi 3:21-23; Efesini 3:8; Colossesi 2:3; 1Giovanni 5:11-12

Apocalisse 21:21

Marco 10:28-31; Luca 18:28-30; Atti 20:24; Galati 6:14-52

47 Matteo 13:47-52. PARABOLA DELLA RETE E COLLOQUIO FINALE INTORNO AL REGNO

Trovansi nel solo Matteo.

Parabola della Rete Matteo 13:47-50

47. Il regno dei cieli è anche simile ad una rete che, gittata in mare, ha raccolto ogni sorta di pesci;

L'ultima parola non si trova nell'originale, ma conviene sostituirla colla parola pesci, essendo questa più conforme al contesto. Il vocabolo greco qui usato per rete è rete da tirare, che col mezzo d'una barca si getta nell'acqua in un gran semicircolo, e quindi, tirata alla sponda per i due capi, trascina seco tutto ciò che trova, e nulla le sfugge. Questa parabola è considerata generalmente come parallela a quella delle Zizzanie colla differenza però, che mentre quella tende principalmente a mostrare la condizione mista della Chiesa di Cristo nella sua terrestre esistenza, della quale non può liberami finché non venga il giudizio; questa mira essenzialmente a volgere la nostra attenzione verso la separazione finale, e verso il modo col quale essa si opererà nel giorno del giudizio. Questa parabola fu tratta in campo nella disputa dei Donatisti intorno alla disciplina ecclesiastica; ma ch'ella non vi abbia nulla che fare è evidente il Signore espressamente dichiara che la rete rappresenta «il regno dei cieli»; ne risulta che il mare deve rappresentare il mondo nel quale la rete è gittata, ed in cui essa raccoglie, non soltanto i veri discepoli ma eziandio gl'ipocriti e simili. Si osservi che Gesù non allude né alla Chiesa, quale esiste sulla terra, né ai suoi ministri. Il suo unico scopo è di rammentare al suoi uditori la separazione dei buoni dal cattivi, la quale avverrà alla fine dell'economia evangelica. Perciò egli spiega soltanto l'ultima parte della parabola, insegnando che i suoi angeli separeranno alla fine del mondo i buoni dai cattivi, come i pescatori separano i pesci buoni da quelli che non hanno nessun valore. Siccome dunque la rete rappresenta il regno del Vangelo che raccoglie tutti gli uomini, il ministero cristiano ne fa necessariamente parte; in modo che la distinzione che si volle fare tra due classi di pescatori, cioè i ministri della parola sulla terra e gli angeli alla fine del mondo, è affatto arbitraria.

PASSI PARALLELI

Matteo 4:19; Marco 1:17; Luca 5:10

Matteo 13:26-30; 22:9-10; 25:1-4; Luca 14:21-23; Giovanni 15:2,6; Atti 5:1-10

Atti 8:18-22; 20:30; 1Corinzi 5:1-6; 10:1-12; 11:19; 2Corinzi 11:13-15,26

2Corinzi 12:20-21; Galati 2:4; 2Timoteo 3:2-5; 4:3-4; Tito 1:9-11

2Pietro 2:1-3,13-22; 1Giovanni 2:18-19; 4:1-6; Giuda 4-5; Apocalisse 3:1,15-17

48 48. quando è piena, i pescatori la traggono a riva;

cioè quando il numero degli eletti di Dio è completo, e che i suoi fini per la sua Chiesa sono ottenuti.

e, postisi a sedere,

Queste ultime parole indicano l'attenzione e la minuta cura colle quali la separazione verrà fatta,

raccolgono il buono in vasi, e buttano via ciò che non val nulla.

significa letteralmente guasti, corrotti, e viene usato qui in un senso più ampio, per tutto quello che nulla vale, inclusovi, nel caso di un pescatore ebreo, tutti quei pesci che dalla legge levitica eran dichiarati immondi.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:30,40-43; 3:12

49 49. Così avverrà alla fine dell'età presente. Verranno gli angeli, e toglieranno i malvagi di mezzo al giusti; 50. E li getteranno nella fornace del fuoco. Ivi sarà il pianto, e lo stridor dei denti.

Vedi Matteo 13:41-42.

51 51. Avete intese tutte queste cose? Essi gli risposero: Sì.

I discepoli rispondono come fanciulli inconsapevoli della propria ignoranza. Solamente l'esperienza di lunghi anni a venire, sotto la direzione dello Spirito Santo, potrà far loro comprendere pienamente queste parabole. Ciò nonostante, il Signore non li vuole disanimare: le intendano quel tanto che, per il momento, è loro necessario o possibile.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:11,19; 15:17; 16:11; 24:15; Marco 4:34; 7:18; 8:17-18; Luca 9:44-45

Atti 8:30-31; 1Giovanni 5:20

52 52. Allora disse loro: Perciò, ogni scriba ammaestrato per il regno dei cieli,

Quel perciò viene a significare: «Bene, poiché, voi intendete, osservate quel che segue»; quindi, in un'altra parabola o figura, Gesù mette loro dinanzi ciò ch'egli aspetta da loro. In quei giorni lo Scriba, copista ed espositore delle Scritture, era riguardato come un uomo superiore agli altri nella conoscenza delle cose divine; perciò Gesù Cristo applica quel nome ai suoi discepoli ed a tutti coloro che in ogni secolo son bene ammaestrati nel regno della grazia.

è simile a un padrone di casa, il quale trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie.

Ecco la parabola: lo scriba dell'Evangelo è rassomigliato ad un padrone di casa, vivente probabilmente a qualche distanza dalla città ove potrebbe ogni bisogno venir subito soddisfatto, il quale provvede costantemente non solo ciò di cui la famiglia ha bisogno, ma riunisce alle provvisioni che via via va facendo, gli avanzi di quelle già fatte; ben sapendo che verrà un tempo in cui tutti questi resti saranno utili. Così, secondo l'occorrenza, egli trae fuori del vecchio e del nuovo. Lo stesso devono fare i ministri del Vangelo per dare a ciascuno ciò che gli conviene, «tagliando dirittamente la parola della verità». Essi debbono dedicarsi allo studio diligente della parola e della dottrina, e formarne un tesoro nelle anime loro. Queste infatti sono il tesoro, dal quale trarranno fuori le verità sperimentali, benefiche, man mano che potranno essere utili agli altri. Il rapporto, chiaramente insegnato dal nostro Signore, in questa parabola, fra l'accumulare e il trar fuori dal tesoro, è assai trascurato ai dì nostri, da molti, i quali, avendo a mala pena fatto qualche passo nella conoscenza del Vangelo ed essendo privi d'ogni tesoro, si reputano non pertanto «scribi bene ammaestrati!».

PASSI PARALLELI

Matteo 23:34; Esdra 7:6,10,21; Luca 11:49; 2Corinzi 3:4-6; Colossesi 1:7

1Timoteo 3:6,15-16; 2Timoteo 3:16-17; Tito 1:9; 2:6-7

Matteo 12:35; Proverbi 10:20-21; 11:30; 15:7; 16:20-24; 18:4; 22:17-18; Ecclesiaste 12:9-11

2Corinzi 4:5-7; 6:10; Efesini 3:4,8; Colossesi 3:16

Cantici 7:13; Giovanni 13:34; 1Giovanni 2:7-8

RIFLESSIONI

1. Le sette parabole di questo capitolo costituiscono un grande insieme che incomincia colla fondazione della Chiesa, e termina col giudizio finale. Cercare un minuto e particolare riscontro di questa serie di parabole con diversi periodi della storia della Chiesa, noi non lo dobbiamo; e chi lo fece diede nel capriccio e nell'incoerenza.

2. Le parabole delle zizzanie e della rete c'insegnano come sia vano aspettare, nello stato presente, una Chiesa perfettamente pura. L'aspettazione di un millennio nel quale si troveranno sulla terra, in carne e sangue, solamente uomini rigenerati, non si trova in alcun luogo della Scrittura; non mai, secondo essa, accadrà che vi sia un campo di grano senza zizzanie. Dal che parrebbe conseguire che, sotto il Vangelo, vi hanno solamente due grandi stadi: la condizione presente mista della Chiesa, e la futura finale, assolutamente scevra d'ogni mistura. L'èra, del millennio sarebbe, in tal caso, una continuazione della condizione presente, grandemente migliorata, per vero, e con poca mistura; ma non differente da questa nella sostanza.

3. Coloro che tanto parlano della dolcezza e mitezza di Cristo, come se questi solamente fossero i pregi del suo carattere, ammettono essi il severo insegnamento contenuto in queste due parabole, cioè che le zizzanie rappresentano "i figli del maligno"; che «la fornace del fuoco» è preparata appositamente per loro; e che l'Agnello di Dio darà ordine ai suoi angeli di gettarveli perché vadano a finire nel «pianto e nello stridor dei denti?». Oh, se gli uomini lo sapessero! La mitezza appunto dell'Agnello è quella che spiega l'eventuale «ira dell'Agnello» Apocalisse 6:16.

4. Quelli che sostengono che il millennio sarà affatto diverso dalla presente dispensazione dell'Evangelo, ed accusano, come incoerente colla Scrittura, l'idea ch'esso non sarà altro che il perfetto sviluppo ed il trionfo della dispensazione evangelica, troveranno difficile interpretare, con altro principio, le parole del granello di senapa, e del lievito. Il graduale incremento dell'albero cristiano, finché il mondo intiero non sia ombreggiato dagli ampi suoi rami, e il silenzioso operare del lievito dell'Evangelo nell'umanità, finché l'abbia tutta quanta compenetrata, sono ammirabili rappresentazioni di quel che l'Evangelo è destinato a produrre prima del giudicio finale. Queste parabole rallegrano anche i servi di Cristo, dando loro, quando essi piantano sopra un terreno nuovo il vessillo della croce, la certezza d'un finale trionfo, o quando; sono esposti a tremende persecuzioni infondendo loro la sicurezza della vittoria definitiva.

5. Il tesoro nascosto e la perla di gran prezzo mostrano che Cristo è un valore inestimabile per quelli che hanno trovato in lui la salute dell'anima loro. Coloro che trovano Cristo senza cercarlo, godono solitamente la gioia più viva, la gioia d'una benedetta sorpresa; mentre, coloro che lo trovano dopo una lunga ed ansiosa ricerca provano ordinariamente un sentimento più profondo del suo valore. Lo stato dei primi viene rappresentato nella parabola del tesoro nascosto, e quello dei secondi nella parabola della perla di gran prezzo.

53 Matteo 13:53-58. VISITA DI CRISTO A NAZARET E L'ACCOGLIENZA CHE VI EBBE Marco 6:1-6

53. Ora, quando Gesù ebbe finite queste parabole, partì di là.

Secondo gli armonisti, fra questo versetto e il seguente trovano il loro posto cronologico gli avvenimenti narrati in Matteo 8:18;9:34.

PASSI PARALLELI

Marco 4:33-35

54 54. E recatosi nella sua patria

cioè Nazaret, così chiamata in opposizione a Capernaum, ov'egli risiedè nel tempo del suo ministero, e che fu quindi chiamata «la sua città» Matteo 9:1.

li ammaestrava nella loro sinagoga; talché stupivano, e dicevano: Onde ha costui questa sapienza, e queste potenti opere?

Sé la visita rammentata qui ed in Marco 6:1, sia la stessa di cui parla Luca 4:16-22, ne disputano i critici. Ecco le ragioni principali che sono addotte per sostenere la identità:

1. Ciascun evangelista parla di una sola visita a Nazaret, perciò è da presumere che, sebbene fra loro vi sia qualche diversità di ordine e di connessione, tutti parlino, del medesimo avvenimento.

2. È improbabile che, in una seconda visita, facessero quei cittadini i medesimi atti di maraviglia, e pronunziassero le stesse parole che nella prima.

PASSI PARALLELI

Matteo 2:23; Marco 6:1-2; Luca 4:16-30; Giovanni 1:11

Salmo 22:22; 40:9-10; Atti 13:46; 28:17-29

Giovanni 7:15-16; Atti 4:13

55 55. Non è questi il figliuol del falegname?

Così parlando, i suoi concittadini non intendevano abbassare Cristo sotto di loro, ma farne bensì, né più né meno, un loro eguale. Nel passo parallelo di Marco, la domanda suona così: «Non è costui il falegname, il figliuol di Maria?». Prova evidente, e, secondo noi decisiva, ch'egli aveva esercitato quella professione fino a trent'anni; né dobbiamo dimenticare che ogni fanciullo ebreo era istruito in qualche mestiere.

Sua madre non si chiama ella Maria? e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56. E le sue sorelle non sono tutte tra noi? Donde vengono dunque a lui tutte queste cose?

Questo passo per quelli che ne accettano con semplicità il senso letterale, non è in se stesso difficile; ma tale diviene per le varie spiegazioni datene col fine di sostenere la teoria della perpetua verginità di Maria, e la terrena parentela di alcuni degli apostoli con Cristo. Opinioni fondate su dubbie tradizioni vengono nondimeno propugnate con grande accanimento, come se costituissero la vera essenza del Vangelo. Le parole «fratelli» e «sorelle», distinte da «parenti» usate a significare i suoi consanguinei, Luca 2:44, noi le riguardiamo come intese a specificare i figli di Giuseppe e di Maria. Invece di trattare quest'argomento in modo incompleto, man mano che si presenta in diverse parti dei Vangeli, reputiamo miglior consiglio trattarlo qui una volta per tutte.

1. Si osservi che le locuzioni i fratelli del Signore, e i fratelli di lui, ricorrono nove volte negli Evangeli; una negli Atti, ed una nelle Epistole, lasciando da parte Matteo 28:10, Giovanni 20:17, dove, quanto è certo che queste espressioni sono applicate agli apostoli ed agli altri discepoli fedeli, altrettanto è dubbio che si riferiscano ai suoi parenti. I tre primi passi degli Evangeli Matteo 12:46; Marco 3:31; Luca 8:19 narrano che sua madre ed i suoi fratelli vennero a lui mentre insegnava; seguono quindi il versetto che commentiamo e Marco 6:3, nei quali luoghi essi sono rammentati insieme colla madre e colle sorelle. Gli ultimi quattro sono: Giovanni 2:12, ove dicesi ch'essi e la sua madre andaron con lui a Capernaum; e Giovanni 7:3,5,10, ove narrasi che i suoi fratelli, i quali allora non credevano in lui, lo spingevano a mostrarsi al mondo. Il passo degli Atti 1:14 dice che, fra l'Ascensione e la Pentecoste, «gli apostoli perseveravano in preghiera con le donne, e con Maria madre di Gesù, e coi fratelli di esso» i quali avevano da ultimo creduto in lui. La menzione finale che di loro si fa nella Scrittura, si legge in 1Corinzi 9:5, ove Paolo distingue tra i fratelli e gli apostoli di Cristo.

2. Le principali tradizioni intorno ai fratelli del Signore sono le seguenti: 1. Secondo l'uso orientale, il termine fratelli abbraccia tutti coloro i quali, con legame morale o naturale, sono congiunti a Gesù, e per conseguenza non indica di necessità alcun grado prossimo o remoto di parentela. Rispondiamo: Se tutti quelli che credevano in lui, tutti i suoi apostoli, e tutti i parenti di sua madre e di Giuseppe, avevano diritto ad esser chiamati suoi fratelli, perché mai gli uomini di Nazaret ristringevano essi, in una maniera così speciale, cotesto appellativo a Giacomo, Jose, Simone e Giuda, associandoli alle loro sorelle; e perché mai questi soli fra la moltitudine dei parenti vivevano essi con Giuseppe e Maria. 2. Giuseppe aveva avuto quei figliuoli da un'altra moglie. Epifanio, vescovo di Cipro, citato da Lardner Credibilità della storia evangelica, Parte 2, lib. 1, cap. 84, dice che Giuseppe sposò Maria all'età di 80 anni circa, ed aveva avuti, da una prima moglie, sei figliuoli; teoria adottata dalla Chiesa greca. Rispondiamo: Questa tradizione non risale al di là d'Epifanio. Fra l'epoca in cui visse, e l'avvenimento di cui si tratta, corre un periodo non minore di 400 anni, nel corso dei quali, niuno vi fu che nemmeno sognasse una tal soluzione; e ciò la rende al sommo grado sospetta. Di più, sebbene un cotal matrimonio non sia impossibile, pure è inverosimile che una donna giovane dell'età di Maria, accettasse per marito un uomo di 80 anni, con figliuoli più attempati di lei: È anche più improbabile che, essendo essi solamente figliastri, accompagnassero Maria ovunque ella andava, e che gli scrittori sacri non abbiano mai detto una parola per avvertire che il nome di fratelli non era da intendersi nel naturale suo senso di fratelli uterini.

3. Cleopa e Giuseppe erano fratelli; il primo morì senza prole, e Giuseppe, per conformarsi alla legge sul levirato Deuteronomio 25:5-10, aveva sposato Maria vedova di suo fratello, cosicché questi figli, sebbene de lege fossero riguardati come stirpe di Cleopa, erano de facto. figli di Giuseppe, e, in questo senso, fratelli del Signore: opinione questa di Crisostomo e Teofilatto. Rispondiamo: Chi abbraccia cotale opinione deve di necessità rinunziare all'idea, generalmente ricevuta, che le parole: «la sorella di sua madre, Maria di Cleopa» Giovanni 19:25, indichino la stessa persona; perché altrimenti, Giuseppe sarebbe stato reo di incesto, e di una flagrante violazione del Levitico 18:18, nello sposare due sorelle. Ma dato pure che fra Maria moglie di Cleopa, e Maria madre del nostro Signore non vi fosse parentela, questa opinione non regge, perché la legge del levirato non vincolava gli uomini ammogliati, ma solamente il più prossimo parente celibe; cosicché, se Giuseppe, dopo il suo matrimonio colla vergine Maria, avesse sposato Maria vedova del suo supposto fratello Cleopa, avrebbe commesso un adulterio; come l'avrebbe commesso sposando la vergine Maria, dopo aver già contratto matrimonio con Maria vedova di Cleopa. Ora, poiché ambedue queste mogli, assegnate a Giuseppe, erano vive quando il nostro Signore fu crocifisso, è giocoforza che i sostenitori di quella opinione scelgano fra i due termini di tale dilemma.

4. La tradizione, ad un tempo più plausibile e più generalmente adottata, si è che le persone chiamate «fratelli del Signore» fossero i suoi cugini germani, figli d'Alfeo creduto lo stesso che Cleopa e di Maria supposta sorella della madre di Gesù. Rispondiamo: Questa opinione appoggiasi sopra una serie di. asserzioni fatte ad arbitrio; cioè che la Maria rammentata in Giovanni 19:25, fosse la moglie di Cleopa; ch'ella fosse sorella di Maria, madre del Signore; che fosse identica colla Maria, madre di Giacomo il minore, e di Jose Matteo 27:56; Marco 15:40; che quella Maria fosse la moglie di Cleopa; e che Alfeo, padre di Giacomo apostolo, fosse identico con Cleopa. Se tutti questi punti vengono senza esitazione ammessi, per certo, abbiamo una sorella della vergine Maria maritata ad Alfeo con figli chiamati Giacomo e Jose: donde naturalmente risulta che le persone rammentate nel testo erano cugini germani di Gesù, e che tre, d'infra quei quattro, si annoverarono fra i suoi apostoli. Ma che Alfeo e Cleopa sien due forme differenti del medesimo nome ebraico, non c'è prova alcuna; e se pur vi fosse, non basterebbe a dimostrare che questo Cleopa fosse il medesimo che Alfeo, padre di Giacomo apostolo. L'espressione ellittica, conforme l'uso ebraico, Maria di Cleopa Giovanni 19:25, vuol esser completata colla parola figlia, e non già colla parola moglie, come nel caso di Giacomo di Alfeo Matteo 10:3. Un esempio lampante di quest'uso si trova in Luca 3:24-38. Di più, l'espressione «sorella di sua madre» Giovanni 19:25, da molti dei più insigni espositori viene riguardata non già come intesa a precisare Maria di Cleopa, ma come indicatrice di tutt'altra persona. C'è inoltre una forte ragione per credere che la espressione summentovata, Giovanni l'adoperi qui a significare la sua propria madre. Era pur dessa presente insieme con altre donne di Galilea, a piè della croce; essa viene rammentata da Matteo siccome «madre dei figli di Zebedeo» Matteo 27:56, e da Marco sotto il nome di «Salome»; e se con questa nome non intendeva parlar di sua madre, Giovanni si è fatto reo di una strana omissione, veramente indegna d'un figlio. Maria di Cleopa era senza dubbio la moglie di Alfeo, ma se ella non fu moglie di Cleopa e sorella della madre di nostro Signore, le basi sulle quali si regge questa tradizione sprofondano, ed essa ruina.

Un'altra prova contraria è questa, che Cleopa e Maria sua moglie, secondo questa teoria, essendo, sempre vivi, è altamente improbabile che avessero cacciato di casa i propri figli e figliuole, per lasciare il peso del loro mantenimento al povero falegname e alla sua moglie; poiché essi, com'è chiaro, vivevano con loro in Nazaret, e accompagnavano Maria ovunque ella andasse. Di più, gli uomini di Nazaret, i quali conoscevano intimamente la famiglia, non avrebbero mai considerato costoro come figli di Giuseppe e di Maria, se veramente essi avessero appartenuto ad altri genitori, per quanto stretta corresse la parentela fra le due famiglie. Finalmente, chi voglia identificare, come fa la tradizione, Giacomo il minore e Jose, colle persone qui rammentate come fratelli del nostro Signore, cadrà in una stridente contradizione; poiché Giacomo il minore, figlio di Alfeo, insieme con altri due, nominati, Simone e Giuda, furono di buon'ora scelti dal nostro Signore come suoi apostoli mentre in un periodo molto più avanzato del suo ministero, ci viene detto che i suoi fratelli non credevano in lui Giovanni 7:5. A cagione probabilmente della loro persistente incredulità, Gesù, dalla croce, affidò sua madre al «diletto discepolo», Giovanni 19:26-27; poiché solamente dopo la risurrezione del Signore noi li troviamo, la prima volta, rammentati come compagni degli apostoli, sebbene distinti affatto da quella corporazione; e come tali ci appariscono ancora, quando, per l'ultima volta, si parla di loro nella Scrittura 1Corinzi 9:5. Se dunque noi ci atteniamo alla semplice testimonianza della Scrittura, sembra non esservi ragione alcuna di dubitare che i fratelli e le sorelle nominati dagli uomini di Nazaret, fossero i figli minori di Giuseppe e di Maria. Conviene rammentarsi sempre che il miracoloso concepimento del Signore Gesù nel seno della vergine Maria e la susseguente verginità perpetua della sua Madre, son due cose affatto distinte Vedi nota Matteo 1:25. Rispetto ai fratelli del nostro Signore, Vedi anche Matteo 10:1-3.

PASSI PARALLELI

Salmo 22:6; Isaia 49:7; 53:2-3; Marco 6:3; Luca 3:23; 4:22; Giovanni 1:45-46; 6:42

Giovanni 7:41-42; 9:29

Matteo 1:18-20; Luca 1:27; 2:5-7

Matteo 12:46,48; 27:56; Marco 15:40,47; 16:1; Luca 24:10; Giovanni 19:25; Galati 1:19

Matteo 13:56

57 57. E si scandalezzavano di lui.

La domanda precedente mostra che gli uomini di Nazaret erano certi che Gesù non poteva aver ricevuto la sua sapienza e potenza dall'educazione impartitagli in casa di Giuseppe. La sapienza dei suoi insegnamenti e i miracoli ch'egli operava erano una pietra d'inciampo per i suoi concittadini, i quali consideravano la sua umile nascita e le circostanze tutt'altro che prospere della sua famiglia come motivi sufficienti per rigettarlo. Siccome egli era cresciuto fra loro, i suoi concittadini, pieni d'invidia, non ammettevano ch'egli affacciasse delle pretese così alte.

Ma Gesù disse loro: Un profeta non è sprezzato che nella sua patria, e in casa sua.

Sembra che questo fosse un proverbio. Lungi dal considerar questo ricevimento quale offesa ed insulto personale e tale era infatti, il nostro Signore lo considera semplicemente come un esempio d'un fatto generale e comune: che i più altamente onorati! Strumenti ed agenti di Dio sono soggetti non solo ad essere disprezzati dai loro simili, ma ben'anche ad essere disonorati da quelli che meglio lo conoscono, e che sembrerebbero più particolarmente in obbligo di onorarli. La ragione di tal fatte è che gli estranei giudicano le persone soltanto dai loro atti pubblici, o dalla loro condotta ufficiale; mentre gli amici ed i vicini, anche i più benevoli, tanto si occupano dei più minuti particolari della vita degli individui, che, al confronto, le più eminenti loro qualità restano, se non travisate, almeno oscurate.

PASSI PARALLELI

Matteo 11:6; Isaia 8:14; 49:7; 53:3; Marco 6:3; Luca 2:34-35; 7:23; Giovanni 6:42,61

1Corinzi 1:23-28

Marco 6:14; Luca 4:24; Giovanni 4:44; Atti 3:22-23; 7:37-39,51-52

58 58. E non fece quivi molte opere potenti a cagione della loro incredulità.

Le parole di Marco sono non poteva fare. il difetto di capacità, del quale si parla, non è assoluto, ma relativo. La stessa voce che acquietava le tempeste non poteva imporsi eziandio dovunque, ed in ogni circostanza, alle malattie; ma ordinariamente nostro Signore, dagl'infermi che imploravano il suo aiuto richiedeva, la fede, mancando la quale, l'aiuto non era dato. Troviamo nella narrazione di Marco che in alcuni casi anche in Nazaret, quella fede esisteva; per conseguenza alcune guarigioni erano state operate; ma la miscredenza della maggior parte dei suoi conterranei ristringeva le benedizioni di Cristo. Erano troppo pregiudicati per poter esser convinti.

PASSI PARALLELI

Marco 6:5-6; Luca 4:25-29; Romani 11:20; Ebrei 3:12-19; 4:6-11

RIFLESSIONI

1. Vediamo in questa storia, dispiegarsi agli occhi nostri una triste pagina del libro della natura umana. Noi disprezziamo generalmente i beni che ci costano poco. Egli è dolorosamente vero che, in religione più che in ogni altra cosa, la familiarità genera il disprezzo. Purtroppo gli uomini, dimenticando che per quanto sia vecchia, la verità è pur sempre la verità, la disprezzano per la sua vecchiezza. Ahimè, operando in tal guisa, essi provocano Iddio a toglierla via da loro!

2. Il capitolo finisce con le parole: «Ed egli non fece quivi molte potenti opere a cagione della loro incredulità». Parole tremende, che chiudono in se il segreto della ruina eterna di migliaia di anime, le quali periscono per sempre per non voler credere! Nulla c'è nel cielo o sulla terra che loro impedisca la salvazione. I loro peccati, per quanto numerosi, possono essere perdonati, l'amore del Padre è pronto a riceverli, il sangue di Cristo a lavarli, la potenza dello Spirito a rinnovarli; ma a tutto questo essi oppongono una grande barriera: essi non vogliono credere. «Voi non volete venire a me», dice Cristo, «per aver la vita» Giovanni 5:40.


Visualizzare un brano della Bibbia

Aiuto Aiuto per visualizzare la Bibbia

Ricercare nella Bibbia

Aiuto Aiuto per ricercare la Bibbia

Ricerca avanzata