Romani 1

1 

IL PREAMBOLO DELL'EPISTOLA

Romani 1:1-7

Il Preambolo comprende:

A) Il saluto di Paolo ai Cristiani di Roma Romani 1:1-7;

B) l'espressione del vivo interesse ch'egli, da tempo, nutre per loro Romani 1:8-15;

C) l'indicazione dell'argomento che tratterà nell'Epistola Romani 1:16-17.

A) IL SALUTO APOSTOLICO (Romani 1:1-7)

Secondo l'uso antico di cui abbiamo esempi Atti 23:26; 15:23, la lettera ai Romani, al pari delle altre contenute nel Nuovo Testamento, principia con un saluto mandato dall'autore ai destinatari di essa. Trattandosi, però, di presentarsi ad una chiesa da lui non fondata, nè visitata mai fino ad ora, Paolo non si limita alla menzione del suo nome (cfr. Filippesi 1:1; 1Tessalonicesi 1:1; 2Tessalonicesi 1:1); ma vi aggiunge, con insolita ampiezza, quella dell'ufficio apostolico per cui si sente in obbligo di scrivere ai cristiani della capitale. Tutti i redenti sono «servi» di Cristo, inquantochè, comperati a prezzo dal Redentore, non si appartengono più e devono porre al suo servizio ogni cosa Romani 6:22; 1Corinzi 7:22; Efesini 6:6. Lo sono però, in senso speciale, coloro ai quali il Signor Gesù affida un ufficio nella Chiesa Filippesi 1:1; Colossesi 4:12; 2Timoteo 2:24; Giacomo 1:1.

Paolo

si chiama perciò,

servo di Cristo Gesù;

ed infatti, dal giorno in cui è stato arruolato, mente, cuore, volontà, forze del corpo, tempo, beni, tutto è stato consacrato all'opera che il suo Signore gli ha dato da compiere. L'ufficio nel quale Paolo serve a Cristo è il più alto: l'apostolato. Egli è

chiamato ad essere apostolo

cioè «inviato», «ambasciatore» speciale di Cristo 2Corinzi 5:20, al par dei Dodici. E poichè le circostanze in cui avvenne la sua vocazione le davano carattere straordinario, unico Atti 26:16-18, Paolo, riconoscendo in questo la manifestazione d'un disegno misericordioso di Dio (cfr. Galati 1:15-16), aggiunge:

appartato per l'Evangelo di Dio,

cioè scelto di fra le moltitudini umane, eletto fra i credenti stessi e messo da parte per proclamare la Buona Novella di quella salvazione di cui Dio è l'autore. L'Evangelo è il centro del disegno di Dio riguardo all'umanità, e perciò, secoli prima che fosse compiuta la salvazione, Dio l'avea preannunziata.

2 Evangelo

ch'Egli avea già prima promesso, per mezzo dei suoi profeti, nelle Sante Scritture,

che contengono quanto di più essenziale Dio ha rivelato a quei suoi servi Tito 1:2-3. E qual è il centro dell'Evangelo? Qual'è l'oggetto principale su cui, nei tempi antichi, fissavasi l'occhio profetico? Il Figlio di Dio, di cui i profeti descrivevano «i patimenti e le glorie che li doveano seguire» 1Pietro 1:11. Quindi è che l'Evangelo annunziato dai profeti e predicato dagli Apostoli, è chiamato Romani 1:9 l'Evangelo del suo Figliuolo.

3 e che concerne il suo Figliuolo,

l'Unigenito ch'era ab eterno nel seno del Padre, partecipe della sua natura e oggetto del suo amore Giovanni 1:1-18; ma che si è incarnato, assumendo la natura umana in quel popolo d'Israele ed in quella famiglia di Davide da cui, secondo le Scritture, doveva uscire il Messia. Esso è

nato dal seme di Davide

o «dalla stirpe di Davide»

secondo la carne,

cioè per quanto spetta la sua natura umana (cfr. Giovanni 1:14; Romani 9:5). Quando Paolo scrive, è ben nota la discendenza davidica di Gesù, per la sua madre Maria (cfr. Ebrei 7:14). Ma in lui non vi è soltanto il lato terreno, meramente umano; vi è un lato superiore, una essenza spirituale e santa che non appartiene alla terra, che viene da alto Giovanni 8:23, che è divina Romani 8:3; 9:5.

4 Colui che nella sua umiliazione volontaria nacque dalla Vergine, è stato

dichiarato Figliuol di Dio, con potenza, secondo lo Spirito di santità, mediante la sua risurrezione dai morti;

Il verbo ὁριζω (definire, stabilire, designare, da ὁρος limite, confine), conserva sempre, nel Nuovo Testamento, l'idea fondamentale del determinare, del fissare, del costituire o stabilire. Si parla di «fissare» un giorno, di determinare le epoche Ebrei 4:7; Atti 17:26; si dice di Cristo ch'è stato «costituito» giudice Atti 10:42; 17:31. Nel nostro passo però, il verbo è stato variamente tradotto ed inteso. Lasciando da parte il praedestinatus della Volgata ch'è riconosciuto erroneo, gli uni vi hanno veduto l'idea dell'insediamento solenne di Cristo nel suo glorioso ufficio di Signore di tutte le cose e rendono: costituito, stabilito (cfr. Salmi 2:7; Filippesi 2:9-11), al che si obietta che il titolo di Figliuol di Dio non indica l'ufficio, ma la natura divina del Cristo per contrapposto alla sua natura umana. È quindi preferibile rendere il participio come fanno i più: dichiarato, dimostrato, designato Figliuol di Dio.

Il Cristo era Figliuol di Dio prima della sua incarnazione; ma sulla terra, la sua natura e dignità divine sono state per poco velate. Al battesimo, alla trasfigurazione il velo è stato rimosso per un istante dalla voce del Padre; ma coll'atto di potenza della risurrezione che ha suggellato la parola e l'opera di Gesù Atti 4:32-33, egli è stato solennemente proclamato Figliuol di Dio ed è rientrato «in quella gloria che possedeva presso il Padre avanti che il mondo fosse» Giovanni 17:5. Così, mentre la sua nascita lo ha designato figlio di Davide «secondo la carne», la sua risurrezione lo ha designato Figlio di Davide «secondo lo spirito di santità», cioè per quanto concerne la sua essenza spirituale superiore, sfolgorante di santità. «Se la croce rizzata dice: Qui muore, secondo la carne, il Messia; la tomba aperta risponde: Secondo lo spirito di santità, è qui Colui che è la risurrezione e la vita» (Kögel). In Ebrei 9:14, la natura divina di Gesù è chiamata «lo spirito eterno» (cfr. Giovanni 4:24).

5 Paolo non cerca di spiegare il mistero della unione delle due nature in Cristo; ma nel Salvatore oggetto della sua fede e della sua predicazione, egli riconosce il vero uomo e il vero Dio, il Cristo, l'Unto di Dio profetizzato ab antico, il Signore di tutte le cose e in ispecie dei redenti. Perciò aggiunge:

cioè Gesù Cristo nostro Signore, per mezzo del quale noi abbiam ricevuto grazia

e vuol dire la salvazione gratuita ch'è stata concessa a lui qual peccatore (cfr. 1Timoteo 1:12-16)

ed apostolato,

cioè la missione di annunziar la salvezza ad altri. Se dice: noi abbiam, ricevuto di leggieri s'intende che vuol parlare di sè solo, nessun'altro avendo ricevuto l'apostolato speciale affidato a lui e di cui nota qui lo scopo, il campo speciale, ed il movente.

per trarre all'ubbidienza della fede tutti i Gentili per amor del suo nome.

Lo scopo è ubbidienza di fede Romani 16:26, cioè ubbidienza che consiste nella fede. Il credere in Cristo non è infatti un semplice atto intellettuale, ma è, ad un tempo, convinzione dell'intelletto, fiducia del cuore, e sottomissione della volontà. Quindi è che l'incredulità è chiamata una «disubbidienza», in quanto respinge l'invito di Dio. Si confronti: Romani 10:3,16,21; 15:31; 2Tessalonicesi 1:8; 1Pietro 2:8; Ebrei 3:18-19; 4:11; Giovanni 5:40 «Voi non volete venire a me» e Giovanni 7:17. Il campo sono tutte le Genti pagane senza esclusione d'alcuna, sia essa barbara od incivilita, vicina o lontana. Paolo è, in modo speciale, l'Apostolo dei Gentili, il che non toglie che prenda profondo interesse nei suoi connazionali Giudei Romani 9-11. Il movente del ministerio apostolico sta nelle parole per amor del suo nome, letter. per lo suo nome. Il nome è quel che caratterizza la persona, l'espressione di quel ch'essa, è. Il proposito di glorificare il Signor Gesù nel mondo intiero, ecco l'anima dell'attività di Paolo ed il suo fine ultimo (cfr. Atti 9:15).

6 fra i quali Gentili siete voi pure - chiamati da Gesù Cristo

Nel vasto campo pagano trovansi anche i Cristiani della capitale, ed è appunto questa la ragione per cui Paolo sente l'obbligo di lavorare alla loro edificazione. Sono chiamati da Gesù Cristo, perchè da lui hanno ricevuto quell'appello alla fede alla quale essi hanno risposto. Non già che Cristo in persona sia loro apparso come a Paolo, ma li ha chiamati col mezzo dei suoi servi, gli evangelisti che han fondato la chiesa di Roma, e, internamente mediante l'azione del suo Spirito.

7 a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati ad esser santi,

Sono diletti di Dio», in quanto riconciliati con lui per Cristo «Tutti gli uomini sono, in un senso, amati da Dio Giovanni 3:16; ma, all'infuori della fede, quel sentimento divino non può essere che un amor di compassione. Non diventa amore intimo, amor di comunione come quello che unisce un padre al suo figlio, se non per la riconciliazione concessa alla «fede» (Godet). Cfr. Giovanni 14:23. Sono «chiamati ad esser santi», cioè separati dal mondo e consacrati a Dio come suo popolo. Israele era per vocazione una «gente santa». Lo devono essere, in senso più profondo e più reale, non alcuni soltanto, ma tutti i redenti di Cristo. Esser chiamati da Cristo a far parte del suo popolo, quale privilegio per i Cristiani! Esser diletti di Dio Padre, quale dolcezza! Ma l'esser chiamati ad esser santi, qual sublime ideale e quale responsabilità!

grazia a voi e pace...

Il saluto apostolico è più elevato e più completo ad un tempo dell'augurio pagano o giudaico. Il pagano augurava «salute». Paolo prega «grazia» che include il perdono ed ogni altro favore più prezioso. Il giudeo augurava «pace», ma intendeva prosperità esterna. Paolo prega «pace», ma intende anzitutto quella calma, quella quiete soave e profonda di cui gode l'anima quando si sente riconciliata con Dio Romani 5:1. Non vi è vera pace senza grazia; e la pace con Dio fa si che le avverse circostanze non possono più turbare l'anima se non alla superficie. Queste benedizioni implora l'Apostolo

da Dio nostro Padre e dal Signor Gesù Cristo.

Dio è sorgente d'ogni grazia eccellente; Cristo è il Mediatore divino per mezzo del quale vengono conferiti i favori di Dio. Dio è chiamato nell'Antico Testamento Padre, perchè creatore degli uomini Malachia 2:10, Padre del popolo d'Israele perchè l'ha eletto ed adottato come suo popolo particolare, Padre del re teocratico e del Messia Deuteronomio 32:6; Isaia 53:16; Salmi 89:26, Padre degli orfani Salmi 68:5. Però è nel Nuovo Testamento che il titolo di Padre, pur conservando talvolta il senso di creatore Giacomo 1:17: Ebrei 12:9; Atti 17:29, assume tutta la sua profondità e dolcezza. «Niuno conosce appieno il Padre se non il Figlio e colui al quale avrà voluto rivelarlo» Matteo 11:27. Gesù chiama Dio suo Padre in senso ineffabile ed unico, ma insegna pure ai suoi ad invocare Dio come loro Padre e, parlando loro di Dio, lo chiama spesso «il Padre vostro ch'è nei cieli». Ogni credente infatti, riconciliato con Dio in Cristo, adottato come figlio diletto, lo invoca con tenero amor filiale col nome di «Abba, padre» Romani 8:15-16.

RIFLESSIONI

1. Qual densità di pensiero fili dalle prime righe di questa epistola! Nel presentare le sue credenziali ai cristiani di Roma., Paolo ci dà una definizione, quanto mai ricca nella sua concisione, dell'Evangelo di cui è l'araldo. Anzitutto, esso consiste non in una legge, sia pur superiore a tutte le altre; non in una mera dottrina, sia pur sublime; ma esso è una buona novella, la Buona Novella per eccellenza che annunzia al mondo la salvazione offerta da Dio gratuitamente. Il centro dell'Evangelo è la persona e l'opera di Cristo, Figliuol dell'uomo e Figliuol di Dio, morto e risorto e costituito Signore della Chiesa. In lui si sono adempiute le antiche promesse destinate a suscitare ed alimentare nei cuori la speranza della redenzione. Questa Buona Novella della salvazione in Cristo ha da essere annunziata a tutti gli uomini onde siano posti in grado di accoglierla colla fede del cuore. Cristo stesso ha scelto e chiamato all'ufficio di banditori autorevoli del Vangelo fra tutte le genti, gli apostoli, testimoni della sua risurrezione, ripieni in grado superiore dello Spirito di verità. Si va da taluni favoleggiando che il cristianesimo è diventato religione universale a Roma. Invece, è in virtù del suo carattere universale ch'esso è penetrato in Roma od è giunto fino alle estremità della terra. Come le rivelazioni profetiche non erano state abbandonate alla corrente poco sicura della tradizione orale, ma conservate nelle Sacre Scritture, così l'insegnamento di Cristo e degli Apostoli non è stato abbandonato alla tradizione orale, bensì fissato in iscritto dagli Apostoli stessi e da alcuni loro immediati collaboratori; e la Chiesa antica, guidata dallo Spirito, ha riunito gli scritti apostolici in una raccolta (il Nuovo Testamento) destinata ad esser la norma della fede e della vita dei cristiani di tutti i tempi

2. Va notata nell'insieme di questo saluto apostolico, la chiara coscienza che Paolo ha della divina origine del suo apostolato. Egli sente, del pari, la suprema importanza del messaggio ch'egli è chiamato a bandire. Il suo Evangelo non è un che di indefinito e vaporoso, ma è l'annunzio della salvazione di Dio. Per ogni servo di Cristo l'aver chiara coscienza della propria vocazione, l'aver una nozione esatta dell'opera da compiere il sentir profondamente la verità e la grandezza del Vangelo che predica, è sorgente di forza e di legittima autorità presso gli uditori.

8 B) IL VIVO INTERESSE DI PAOLO PER I ROMANI (Romani 1:8-15)

Se Paolo, nel saluto, si è presentato con una certa solennità nella veste dell'alto ufficio da cui deriva l'autorità del suo insegnamento, egli non tarda di aprirsi una via al cuore dei suoi lettori col far palesi i sentimenti del suo proprio cuore di Apostolo, dicendo del vivo interesse che prende nella chiesa di Roma.

a) Egli rende grazie a Dio per la fede dei cristiani della capitale e li mentova costantemente nelle sue preghiere Romani 1:8-9.

b) Egli brama visitarli per contribuire alla loro edificazione Romani 1:10-12.

c) Già molte volte ha formato il progetto, senza poterlo finora effettuare, di sdebitarsi anche presso i Romani dell'obbligo in cui egli è di predicar l'Evangelo a tutte le genti, senza distinzione Romani 1:13-15.

Tale il corso dei pensieri in questa parte del preambolo.

Romani 1:8-9

«Non c'è segno più reale di sincero affetto per alcuno, della intercessione a suo favore; perciò Paolo mentova in prima linea la sua preghiera per loro» (Godet). È d'altronde suo costume il principiare coi ringraziamenti (cfr. 1Corinzi 1;1Tessalonicesi 1 ecc.), che non sono però vacua forma come lo indica la loro varietà.

Prima di tutto io rendo grazie all'Iddio mio per mezzo di Gesù Cristo

L'Eterno è l'Iddio suo perchè è il Dio col quale vive in filiale ed intima comunione e di cui ha sperimentata la bontà. Rende grazie per mezzo di Gesù Cristo (cfr. Romani 7:25; Colossesi 3:17; Efesini 5:20; Ebrei 13:15), perchè Cristo è il Mediatore per le cui mani riceviamo i doni di Dio e per mezzo del quale offriamo il nostro culto; è il sommo sacerdote che presenta i nostri sacrifici spirituali. A tale riconoscenza lo muove il fatto da lui costatato nei suoi viaggi, che la fede dei Romani è divenuta notoria fra i cristiani delle varie regioni dell'impero. Rendo grazie

per tutti voi perchè la vostra fede è pubblicata per tutto il mondo.

S'intende la loro fede in Cristo, la loro conversione al Cristianesimo. A questa notorietà contribuivano l'importanza che da tutti si dava all'evangelizzazione della capitale dell'impero e la facilità con cui, da questa, le notizie arrivavano nelle provincie. Ma, perchè fosse così celebrata la fede dei Romani, bisognava pur che fosse genuina e salda 1Tessalonicesi 1:8.

9 Poichè Iddio, al quale servo nello spirito mio annunziando l'Evangelo del suo Figliuolo, mi è testimone ch'io non resto dal far menzione di voi in tutte le mie preghiere,

Lett. sempre nelle mie preghiere Quest'ultima clausola viene da molti connessa col verbo che segue: «chiedendo in tutte le mie preghiere». La riconoscenza che Paolo spande innanzi a Dio è sentimento intimo, la cui sincerità non può venir costatata dall'uomo, ma di cui è testimone Colui che investiga i cuori. Perciò l'Apostolo fa solenne appello (cfr. 2Corinzi 1:23; Filippesi 1:8) all'Iddio al quale egli ministri, non esternamente soltanto, ma dal più profondo dell'essere suo: lo spirito (cfr. Giovanni 4:24; Efesini 5:19); al quale ministra consacrando tutto sè stesso alla predicazione dell'Evangelo che ha per centro il Figlio di Dio. L'uso della parola λατρευειν (servire, ministrare) sta ad indicare che, per lui, l'apostolato è una specie di sacerdozio (cfr. Romani 15:16) e la predicazione del Vangelo un atto di culto, Dio che scruta il suo servo sa ch'egli non cessa di far menzione di loro nelle sue preghiere; e ciò, non solo per render grazie, ma per chieder nuove benedizioni.

10 Romani 1:10-12

Infatti nelle preghiere di Paolo per i Romani ricorre con insistenza una speciale domanda che denota quanto sia vivo l'interesse che nutre, per loro e quanto brami visitarli.

chiedendo che, in qualche modo, mi sia porta finalmente, per la volontà di Dio, l'occasione propizia di venire a voi.

Al momento in cui scrive, egli considera come compiuta l'opera sua in Oriente e si propone di portar l'Evangelo in Occidente. Perciò è particolarmente intensa la sua preghiera perchè l'Iddio sol savio e potente disponga le circostanze in modo ch'egli possa recarsi in seno alla chiesa di Roma che ha da servir di base ai suoi ulteriori lavori. Per il modo e per il tempo, egli se ne rimette alla volontà di Dio (cfr. Giacomo 4:15). La sua preghiera fu esaudita due anni dopo in circostanze ch'egli era lungi dal prevedere Atti 21-28.

11 Poichè desidero vivamente di vedervi.

Non per vana curiosità, brama vederli, ma, dice egli

per comunicarvi qualche dono spirituale, affinchè siate fortificati,

«Dono spirituale» può significare alcuno dei doni miracolosi o carismi di cui nella 1Corinzi 12-14; ma la parola χαρισμα pare doversi intender qui in modo più generico di quei benefici spirituali che doveano risultare dal ministerio di Paolo in mezzo ai Romani, come, ad esempio: accrescimento di conoscenza, di fede, di amore. Così potevano esser resi sempre più saldi nella loro vita cristiana. Non basta l'esser bene avviati convien crescere in forza.

12 L'espressione «affinchè io ti comunichi» potea parer presuntuosa, quasichè l'Apostolo avesse tutto da dare e loro tutto da ricevere. Perciò la chiarisce e completa in un modo che attesta la sua profonda umiltà:

o meglio, perchè quando sarò tra voi, ci confortiamo a vicenda mediante la fede che abbiamo in comune, voi ed io.

Egli conforterà, ma, per la comunione fraterna con coloro che, come lui, credono nel Signor Gesù, sarà a sua volta confortato Romani 15:32. In virtù della legge di solidarietà, ogni cristiano esercita e subisce una influenza buona o cattiva, nelle relazioni coi fratelli. «Riceviamo una parte della forza che comunichiamo» (Godet).

13 Romani 1:13-15

Non da ieri soltanto l'Apostolo s'interessa ai Romani. Anzi, più che pregare e desiderare, egli già varie volte ha formato il progetto di venire a Roma. E questo vuole che lo sappiano i suoi fratelli, affinchè, per avventura, non trovino strano ch'egli, in venti e più anni d'apostolato, non sia ancor venuto nella Capitale.

Or, fratelli, non voglio che ignoriate che molte volte mi sono proposto di recarmi da voi (ma finora ne sono stato impedito),

Non gli è mancata la volontà, ma la possibilità. L'impedimento principale, erano state, come accenna Romani 15:22-23, le necessità imprescindibili dell'opera in Asia Minore ed in Grecia. Venendo a Roma non si propone solo di fortificare i credenti, ma di condurre altri molti loro concittadini alla fede.

per avere qualche frutto anche fra voi come fra il resto dei Gentili.

Le anime strappate al mondo e condotte a Cristo le chiama il suo frutto (cfr. Giovanni 4:36-38), in quanto sono il risultato di cui Dio coronerà le sue fatiche apostoliche, come l'ha fatto in tanti luoghi nell'Oriente.

14 lo son debitore tanto ai Greci quanto ai Barbari; tanto ai savi quanto agli ignoranti;

Il proposito di venire a predicare in Roma più che da inclinazione personale, gli è dettato da un obbligo che sa di avere ugualmente verso tutti i pagani, senza distinzione di nazionalità, di lingua o di cultura. L'Evangelo gli è stato affidato come un messaggio salutare da recare tanto ai Greci, cioè a chi possiede la lingua e la civiltà greca, come ai Barbari che non possiedono nè l'una nè l'altra; tanto a chi è intellettualmente colto (i savi), come a chi è incolto, ignorante (lett. i pazzi). Avendo dal Signore ricevuto un tale incarico, egli si sente debitore verso tutti ugualmente. Così, per quanto da lui dipende, è pronto e disposto ad annunziar la Buona Novella ai dotti ed agli ignoranti della Roma incivilita.

15 ond'è che, per quanto sta in me, io son pronto ad annunziar l'Evangelo anche a voi che siete in Roma.

RIFLESSIONI

1. Se nei Romani 1:1-7 spiccava la chiara coscienza della propria vocazione, nei Romani 1:8-15 spicca invece l'amore ardente alle anime che rese così fruttuoso l'apostolato di Paolo. L'esempio del vivo suo interesse per la chiesa di Roma ricorda, a chi deve pascere una greggia di Cristo, che il pastore cristiano:

a) vive nella comunione del suo Dio mediante la preghiera e lo serve dal più profondo dell'essere suo, nell'adempiere ai doveri del suo ministerio;

b) si rallegra e rende grazie per le benedizioni spirituali concesse a ciascun membro della sua chiesa;

c) li mentova tutti, senza stancarsi, davanti al trono di Dio, nelle sue orazioni;

d) prova allegrezza nel visitarli e lo fa più spesso che può, mirando sempre a recar loro qualche giovamento spirituale;

e) e mentre cerca il bene altrui, è pronto a ricavare, con ogni umiltà, profitto per sè stesso, dall'esempio dei fedeli e dalla comunione con loro.

2. Devono i fedeli ricordare ch'essi possono confortare il migliore dei pastori tanto coll'esempio della loro fede, che colle loro parole e colla loro affettuosa simpatia. Nè solo i pastori rallegra lo spettacolo d'una fede genuina; dovunque ne giunge il profumo vivificante, esso ricrea le anime; ed è tanto più estesa una cotal benefica influenza, quanto è più cospicua la posizione occupata nel mondo dal credente

3. La Chiesa Cristiana , erede del mandato apostolico di predicar l'Evangelo a tutte le genti, è ben lungi, dopo diciannove secoli, dall'essersi sdebitata verso le centinaia di milioni di pagani a cui il nome di Cristo non è stato mai annunziato.

4. Coloro a cui è affidato dal Signor Gesù un campo speciale di evangelizzazione, si devono considerare come in obbligo di far giungere l'Evangelo in tutte le parti del loro campo, a tutte le classi sociali, dalle più alte e colte ed agiate, fino alle più povere ed incolte.

16 C) L'ARGOMENTO DELL'EPISTOLA (Romani 1:16-17)

Paolo si è dichiarato pronto a predicare il Vangelo nella capitale dell'impero ove convenivano, da tutte le parti del mondo conosciuto, potenti e dotti. Una tale prospettiva non ha nulla che lo spaventi. Egli infatti non si vergogna dell'Evangelo. Dopo averlo predicato nei grandi centri dell'Oriente: Gerusalemme, Antiochia., Efeso, Atene, Corinto, agli ben sa che esso è «scandalo ai Giudei e pazzia ai Greci»; ma sa altresì per l'esperienza fattane in sè stesso ed in migliaia di altri, in più di vent'anni di vita missionaria ricca di frutti, che la Parola della croce ch'è «pazzia a coloro che si perdono è, per coloro che si salvano, potenza di Dio» (1Corinzi 1:18 ; cfr. Giacomo 1:21). Egli è quindi pronto ad annunziarla, a fronte alta, con pienezza di convinzione, con entusiasmo d'apostolo, ai membri del Sinedrio giudaico, ai governatori romani in Cesarea, al re Agrippa, all'Imperatore, come allo schiavo Onesimo (cfr. Atti 21-28: Filemone; 2Timoteo 1:8).

Le parole con cui Paolo dichiara perchè non si vergogna del lieto annunzio della salvazione, si possono giustamente considerare come l'enunciazione del tema, dell'Epistola.

Poichè io non mi vergogno dell'Evangelo

(le parole di Cristo sono un'aggiunta inautentica);

perchè esso è potenza di Dio per la salvezza d'ogni credente,

Malgrado la sua apparenza di debolezza, in quanto è semplice messaggio recato da inermi e deboli banditori, intorno ad un Crocifisso, l'Evangelo è potenza di Dio, cioè: il mezzo potente, pienamente efficace, di cui Dio si serve per salvare. «Quella, parola è come il braccio onnipotente col quale Dio strappa il mondo dalla perdizione e gli comunica la salvezza» (Godet). Per mezzo del Vangelo che non, è parola vana, Dio produce nel peccatore pentimento, pace, vita nuova, allegrezza, e speranza. La natura di quella potenza è indicata dalle parole: a salvezza. Essa ha per iscopo e per risultato la salvazione, ch'è quanto dire la liberazione dallo stato di condannazione e di schiavitù in cui trovasi l'uomo per via del peccato. Le parole: d'ognuno che crede indicano, ad un tempo, la universale destinazione dell'Evangelo, e l'unica, condizione della sua efficacia salutare: la fede. L'Evangelo non è potenza di Dio che operi dal di fuori sull'uomo volente o nolente; ciò non sarebbe conforme alla natura morale dell'uomo. La salvezza è offerta: dev'essere ricevuta dalla mano della fede che si appropria la grazia di Dio. Sotto quell'unica condizione individuale, l'Evangelo è per ogni uomo, senza distinzione alcuna, il mezzo della salvazione.

del Giudeo prima, e poi anche del Greco.

Salva il pagano come il Giudeo, sebbene a questi, per il privilegio che gli viene dalla vocazione sua di depositario e banditore delle rivelazioni di Dio, spetti l'onore di essere primo evangelizzato. Nato Giudeo, Gesù ha consacrato la sua, attività terrena ai Giudei ed i suoi apostoli hanno cominciato a predicare in Gerusalemme. Paolo stesso, in ogni città, principia l'opera dalla sinagoga per estenderla poi alla popolazione pagana. La missione d'Israele, come popolo, sussiste d'altronde, nonostante l'attuale sua reiezione ed avrà il suo compimento Romani 9-11.

Ma come avviene egli che l'Evangelo sia potenza di Dio a salvezza dei credenti? Questo spiega l'Apostolo, in modo molto conciso, in Romani 1:17, con espressioni di cui la prima parte dell'Epistola sarà il necessario commento.

17 Poichè in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede.

L'espressione giustizia di Dio significa talvolta la perfezione morale di Dio. Così Romani 3:5: «Se la nostra, ingiustizia fa risaltare la giustizia, di Dio...». Più spesso designa l'attributo in virtù del quale Dio rende a ciascuno secondo le, sue opere. Così Atti 17:31: «Dio ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia...». Cfr. Romani 2:5: «... il giorno della rivelazione del giusto giudicio di Dio». In Romani 3:25-26, Paolo parla della morte espiatoria di Cristo come di una «dimostrazione della giustizia di Dio» qual Vindice della sua legge.

Ma di questa perfezione di Dio non si potrebbe dire che sia stata rivelata dal Vangelo, giacchè la legge mosaica ed i profeti la mettono in piena luce e Paolo stesso vede nella degradazione dei popoli pagani una rivelazione dell'ira del Dio santo. D'altronde più appare fulgida la giustizia retributiva di Dio e più la coscienza ne rimane terrorizzata. Invece, qui si tratta di una giustizia di Dio ch'è intesa a salvare l'uomo, di un dono divino ch'egli si appropria mediante la fede.

L'esegesi cattolica vede in questa giustizia di Dio la perfezione morale inerente alla essenza divina, ma che Dio comunica all'uomo per «giustificarlo», cioè, secondo il concetto cattolico della giustificazione, per renderlo moralmente giusto. Il padre Semeria paragrafa così il Romani 1:17: «Nel Vangelo la santità che da Dio discende nell'uomo si rivela come connessa con un procedimento di fede...». Altrove: «La giustizia di Dio è bontà, santità, onestà divina che nel cristianesimo deve comunicarsi anche a noi...». «La fede giustifica, cioè comunica all'uomo la giustizia stessa e la santità di Dio... Pensiamo che l'uomo sia giustificato parafrasi di Romani 3:28 per mezzo della fede e colla fede senza le opere della legge». Nessun dubbio che, nel concetto di Paolo, come degli altri apostoli, come di Cristo stesso, la salvezza includa la liberazione dal male morale e debba far capo alla perfetta santità. I cristiani sono «chiamati ad esser santi» Romani 1:7; affrancati dal peccato diventano «servi della giustizia». Ma questa trasformazione morale è opera lenta e progressiva a cui Paolo dà il nome di santificazione Romani 6:19,22 e lo chiama un «frutto» perchè Dio lo fa crescere secondo le sue savie leggi da una pianta che lo precede. L'esegesi cattolica, invece, capovolge ogni cosa e confonde la giustificazione colla santificazione che n'è la conseguenza. Il Lagrange dice: «La giustificazione e la santificazione sono una stessa cosa». Certo, nell'esperienza religiosa del cristiano, pentimento, fede, perdono divino, inizio di vita nuova, sono fenomeni simultanei; ma non è questa una ragione per confonderli.

Ad ogni modo, Paolo distingue nettamente la giustificazione dei credente dalla sua santificazione. «Cristo ci è stato fatto da Dio sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1Corinzi 1:30; cfr. Romani 8:29-30). Dopo aver parlato della giustificazione nei cinque primi capitoli della sua Epistola, egli mostrerà come la fede ch'è mezzo della giustificazione unisce il credente a Cristo, creando così in lui una vita nuova. Quando un uomo si pente dei suoi peccati e, rinunziando ad ogni suo preteso merito, si abbandona con fede del cuore a Cristo, la sua fede gli è imputata a giustizia ed egli è assolto, perdonato e trattato come giusto. Codesto atto è fondamentale nella sua esperienza religiosa e lo introduce in un relazione nuova col suo Dio, in uno stato di grazia. «Giustificato per fede egli è, oramai, in pace con Dio, per mezzo di Gesù Cristo» Romani 5:1. Ma quell'atto fondamentale è compiuto una volta per sempre, e non si ripete, nè è progressivo di sua natura, sebbene, col crescere dell'esperienza, il cristiano acquisti una coscienza sempre più profonda della sua importanza. Il credente nasce ad una vita nuova, ma il nascere spirituale non si ripete più che non si ripeta la nascita fisica. Il figliuol prodigo pentito è accolto a braccia aperte dal padre e reintegrato nella posizione di figlio, non a poco per volta, ma pienamente, una volta per sempre. La peccatrice penitente riceve da Cristo la certezza del suo completo perdono e se ne va in pace. Il pubblicano che ha gridato al Dio misericordioso «Sii placato verso me, peccatore», se ne torna a casa «giustificato», cioè non reso moralmente giusto, ma ricevuto in grazia da Dio Luca 18:14. All'inizio della vita cristiana di Paolo, sta un grande atto di grazia da lui ricordato 1Timoteo 1:12-16. Dopo i tre giorni angosciosi passati, a Damasco, nelle tenebre, nel digiuno e nella preghiera, Anania, mandato da Cristo viene ad imporgli le mani perchè ricoveri la vista, e poi a dirgli: «Levati, sii battezzato e lavato dai tuoi peccati, invocando il suo nome». Il battesimo d'acqua è per lui il suggello e il segno del perdono completo di Dio, in risposta alla sua fede: e mentre l'occhio fisico contempla di nuovo la natura, l'occhio suo interno vede ora in Dio il volto d'un Padre riconciliato: «Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figliuolo... L'amor di Dio è stato sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato» Romani 5:10,5.

Certo, a far capo dal momento decisivo in cui uno è passato dall'angoscia del rimorso alla gioia ineffabile del perdono, comincia per lui una vita nuova. La peccatrice perdonata farà di tutto per mostrare al suo Salvatore il proprio amore riconoscente; il figlio riammesso nella casa paterna vorrà vivere una vita di amore e di ubbidienza filiali; il credente che avrà gustato «le compassioni di Dio» si sentirà in obbligo di offrirgli l'intera sua persona in sacrificio vivente Romani 12:1; ma questa vita nuova si svolgerà progressivamente, avrà la sua infanzia e la sua età matura, avrà le sue lotte e i suoi trionfi, giacchè si tratterà di far morire l'uomo vecchio e di rivestire il nuovo che si va rinnovando ad immagine di Cristo; sarà, insomma, una, vita di progressiva santificazione sotto l'influsso dello Spirito.

La dottrina cattolica, col confondere giustificazione e santificazione, priva il credente della gioia del perdono e dell'adottazione a figlio di Dio, e lo tiene per tutta la vita in uno stato di paura e d'incertezza riguardo alla sua salvezza. Se «giustificare» vuol dire «render moralmente giusti» chi è che passa dire come Paolo: «Essendo dunque stati giustificati ( δικαιωθεντες) per fede, abbiam pace con Dio?». Nessun cristiano, infatti può ritenersi moralmente perfetto.

Siamo dunque condotti a vedere nella «giustizia di Dio» rivelata nel Vangelo, non un attributo di Dio, non una perfezione morale infusa nell'uomo, ma un mezzo di giustificazione che la misericordia divina ha preparato per l'umanità priva di giustizia propria. Se, infatti, l'uomo osservasse perfettamente la legge di Dio, sarebbe giusto di giustizia propria Romani 10:3, o possederebbe quella «che vien dalla legge» Romani 10:5. Sarebbe quindi proclamato giusto in virtù delle sue opere Romani 2:13. Ma la nostra epistola dimostra che di giusti in quel senso non ce n'è neppure uno Romani 3:10; che nessuno sarà giustificato al cospetto di Dio per le opere della legge Romani 3:20. Ma l'evangelo proclama che l'amor di Dio ha provveduto un mezzo nuovo di ristabilir la relazione normale, rotta dal peccato, tra Dio e l'uomo un mezzo accessibile a tutti. Ed è chiamato giustizia perchè dà soddisfazione alla legge e non contraddice ad alcuna perfezione divina. È di Dio perchè viene non dall'uomo, ma dalla grazia di Dio Filippesi 3:9; Romani 3:24; 5:17. Il Romani 1:17 non dice in che consista questo mezzo di giustificazione, ma basta ricordare che, secondo Romani 1:3 il centro del Vangelo è Cristo; basta riferirsi a Romani 3:21-26 ove la redenzione mediante il sacrificio di Cristo è l'oggetto della fede che giustifica; basta ricordare che, nella 1Corinzi 1:30, si legge che Cristo «ci è stato fatto da Dio sapienza, giustizia, santificazione...», e che nella 2Corinzi 5:21, Paolo scrive di Cristo che «Dio l'ha fatto esser peccato per noi affinchè noi diventassimo giustizia di Dio in lui»; basta ricordare espressioni simili per comprendere che la giustizia di Dio rivelata nel Vangelo non consiste in altro che nel dono del Figliuol di Dio e nell'opera redentrice da lui compiuta e offerta alla fede.

La Riveduta, seguendo qui fin troppo letteralmente il testo greco, traduce: «...la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede...». Altri, con maggior chiarezza traduce: «Poichè in esso è rivelata una giustizia di Dio ch'è di fede e per la fede», ed altri ancora: «Poichè la giustizia di Dio è rivelata in esso come giustizia di fede e destinata alla fede». La Diodatina «di fede in fede» esprime l'idea che questa giustizia di Dio annunziata dal Vangelo si rivela sempre più completamente al credente a misura che, col crescere della sua esperienza, egli sale da una fede iniziale ad una fede più illuminata e salda. L'idea di un progresso nella fede è giusta in sè, ma secondaria, mentre, qui, l'apostolo vuole insistere semplicemente sulla fede come condizione soggettiva, individuale, dell'appropriazione della salvezza: L'Evangelo, è potenza di Dio salutare per chiunque crede; la giustizia che vien da Dio è giustizia di fede ossia che vien dalla fede ( εκπιστεως) non dalle opere, ed è destinata a chi la riceve con fede. Son giustizia, par che dica, di fede e non di merito, quindi mi rivolgo, non a chi merita, ma a chi crede (cfr. Romani 3:22). Son dono di Dio, non posso appartenere che alla fede e vo cercando chi con fede mi riceva.

Tale giustizia è rivelata nel Vangelo (cfr. Romani 3:21: è stata manifestata). Se prima era una, cosa nascosta, un mistero Romani 16:25; Efesini 3:3-9; Colossesi 1:26, ora ogni velo è stato rimosso. Però, onde mostrare che la giustificazione per fede, pur essendo rivelata solo nel Vangelo, è conforme al piano eterno di Dio, l'apostolo cita una parola, dei profeti da cui risulta che era ab antico annunziato un tale metodo di salvezza:

secondo che è scritto: Ma il giusto vivrà per fede.

Il passo trovasi Habacuc 2:4, e viene citato parimenti in Galati 3:11; Ebrei 10:38. È probabile che quella parola abbia avuto, nella vita interna dell'Apostolo, una parte simile a quella ch'ebbe più tardi nella vita di Lutero (Godet). Il passo è citato secondo il testo ebraico quale lo possediamo. La versione greca detta dei LXX rende, secondo un testo leggermente variato: «Il giusto viverà per la mia fede» (emounati); mentre l'ebraico dice letteralmente: «per la sua fede» (emounatô). Il profeta ha contemplato l'invasione dei Caldei ed in risposta al suo: «Fino a quando?» Geova gli mostra il giudicio che si avanza per colpire l'oppressore gonfio d'orgoglio e senza rettitudine; ma, soggiunge, il giusto viverà per la sua fede, cioè scamperà alla distruzione a motivo della fiducia costante e ferma ch'egli ha avuto in Me. L'applicazione di questa parola è circoscritta in Habacuc al popolo d'Israele oppresso dai Caldei; ma il principio posto ha una portata assai più vasta. È il gran principio del Nuovo Patto. Molti traducono: «Il giusto per fede, vivrà», che torna allo stesso senso, ma risponde meno bene all'ebraico.

RIFLESSIONI

1. Nella fede forte di Paolo, nella sperimentata potenza salvatrice del Vangelo, sta il segreto del suo entusiasmo missionario. In un tempo in cui è potente la tentazione di sminuire, di ridurre a proporzioni naturali il Vangelo, i suoi banditori hanno bisogno di una doppia misura dello «Spirito di forza, di amore e di senno, per non vergognarsi della testimonianza del nostro Signore» 2Timoteo 1:7. Chi è incerto, dubbioso e timido non è fatto per l'apostolato evangelico.

2. Paolo non si vergogna dell'Evangelo. Perchè? Forse perchè è strumento di cultura e di civiltà? Forse perchè inculca una morale perfetta? Forse perchè uomini notevoli l'hanno abbracciato? No. Ma perchè esso è «potenza di Dio, in salvezza ad ognuno che crede»: perchè «innalza l'uomo dal peccato alla giustizia, dalla morte alla vita dall'inferno fino al cielo, dal regno di Satana al regno di Dio, e gli dà eterna salvezza» (Lutero). - «L'Evangelo non si è vergognato di noi ribelli, avvolti dalle tenebre delle cupidigie e dell'errore. Potremmo noi, nel mondo quant'è grande, vergognarci dell'Evangelo? Il Figlio di Dio non si è vergognato di chiamarci fratelli, e noi ci vergogneremmo del Principe della nostra salvezza?» (R. Kögel).

3. Tre grandi caratteri del Vangelo vengono qui accennati. Esso è da Dio: è potenza di Dio, rivela una giustizia di Dio. Esso è per tutti gli uomini. La sua efficacia salutare è condizionata dalla fede individuale.

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PARTE PRIMA

L'Evangelo è "potenza di Dio a salvezza"

in quanto rivela all'umanità condannata il mezzo della sua giustificazione

Romani 1:18-5:21

«Se vi è salvezza, nota il Godet, è segno che vi è pericolo». Donde viene quel pericolo? Dall'ira divina che pesa sull'umanità e che dev'essere allontanata. Ed in qual modo questo pericolo è egli dall'Evangelo allontanato? Mediante la sentenza di Giustificazione resa in virtù dell'opera di espiazione compiuta da Cristo, ricevuta per fede, offerta a tutti» e vittoriosa delle conseguenze del peccato introdotto dal primo Adamo.

Prima adunque di ragionare della giustizia di fede, Paolo dimostrerà com'essa sia necessaria a tutti senza eccezione. Intitoliamo il §1, L'ira di Dio sull'umanità Romani 1:18-3:20, e il § 2, La giustificazione per fede procurata da Dio al mondo intero Romani 3:21-5:1.

§1 - L'ira di Dio sull'umanità (Romani 1:18-3:20)

Dal punto di vista religioso, l'umanità si divideva in due parti: i Giudei che soli possedevano la luce superiore della Rivelazione e le Genti pagane dotate unicamente dei lumi naturali. Ora, dinanzi al giusto giudicio di Dio, sono sotto condannazione così gli uni come gli altri. Il peccato è universale come attestano le Scritture. Abbiamo così tre Sezioni:

Sezione A - Romani 1:18-32: La condannazione del mondo pagano

Sezione B - Romani 2:1-3:8: La condannazione dei Giudei

Sezione C - Romani 3:9-20: La condannazione universale attestata dalle Scritture

SEZIONE A Romani 1:18-32 La condannazione del mondo pagano

Vi è necessità di una giustizia procurata da Dio all'uomo:

Infatti, l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà ed ingiustizia degli uomini...

L'ira di Dio è il sentimento di viva indignazione suscitato in Lui dal peccato dell'uomo: sentimento che si traduce in atti di repressione e di punizione in Dio che è la perfezione della vita, esiste l'amore perfetto al bene e, per necessità morale, l'odio perfetto al male. Solo dobbiamo eliminare dal concetto dell'ira divina, quanto vi è di peccaminoso in quella dell'uomo. Empietà è «ogni rinnegamento della essenza di Dio», ogni perversione religiosa. Ingiustizia o iniquità è «ogni rinnegamento della, volontà di Dio», ogni perversione morale. Empietà ed ingiustizia, sotto alle loro svariate forme, soli quelle che provocano l'ira, di Dio contro gli esseri responsabili che le commettono

che soffocano la verità con l'ingiustizia,

Verità è l'espressione esatta di una realtà. Qui si tratta della verità più alta, che concerne Dio, la realtà suprema, l'Ente assoluto, ed i doveri dell'uomo verso di Lui. Quando, secondo l'espressione del poeta pagano, «si vede il meglio e lo si approva, ma si va dietro al peggio», la verità è, ritenuta come in carcere, è impedita di esercitare la sua, azione, è soffocata nell'iniquità di una condotta, immorale. L'aver conoscenza, della verità, per quanto imperfettamente, è, il fondamento della responsabilità dell'uomo; il far, ciononostante, il male, è la sua colpa, Coloro che l'Apostolo ha in vista in questa frase generica sono come dimostra il seguito, i pagani, i quali ne non godono della luce della Rivelazione posseggono però quella della, ragione e della coscienza. In qual modo si rivela dal cielo, considerato come la residenza del Dio onnipotente e santo, l'ira sua sui peccati? Non nella lor coscienza soltanto, o nei flagelli esterni, bensì nello sfacelo morale, il quale Dio ha abbandonato il mondo pagano. (cfr. Romani 1:21-32).

19 Romani 1:19-20 spiegano come i pagani abbiano avuto conoscenza della verità.

Poichè, ciò che si può conoscere di Dio, è manifesto in loro...

La forma greca usata da Paolo significa sempre nel Nuovo Testamento quel che è noto Luca 2:44; Giovanni 18:15. Dieci volte negli Atti 1:19; 4:16; 9:42; 15:18, ecc.; ma occorre nei classici a significare: ciò che si può conoscere. Torna a dire: Quel tanto che la mente, nel suo stato naturale può afferrare di Dio, all'infuori di una rivelazione speciale. L'essenza infinita e perfetta di Dio non può venir compresa se non in parte dalla mente umana; tanto più poi se lasciata, a sè. Ma certe nozioni elementari sono evidenti anche alla mente e alla coscienza dei pagani. Perché?

avendolo Iddio loro manifestato,

E con qual mezzo? Mediante le opere della creazione le quali rivelano alla mente umana non solo l'esistenza, d'un Essere superiore, ma degli attributi tali che dànno a conoscere il carattere divino di quell'Ente.

20 poichè le perfezioni invisibili di lui, la sua eterna potenza e divinità

Le cose invisibili di lui, come porta letteralmente: il greco, sono gli attributi dell'Essere invisibile all'occhio della carne. L'immensità dell'universo e delle forze che in esso sono all'opera, fa, pensare alla potenza dell'origine d'esso. L'ordine perfetto, la infinita varietà, l'adattamento, dei mezzi allo scopo, l'abbondanza di beni provveduti per le creature, fanno pensare alla intelligenza, alla sapienza infinita, alla bontà di Colui ch'è la causa prima del mondo e lo mantiene in esistenza. E siccome le creature individuali passano, ma il mondo perdura attraverso i secoli e fin da tempi ignoti, questa permanenza del mondo e delle sue leggi mostra che la potenza di Dio è eterna. ora, tutte le perfezioni (cospicua fra l'altre la potenza) che la natura rivela nel suo Fattore, sono proprie solamente di un essere divino, sono raggi della sua divinità. Questi attributi di Dio

si vedono chiaramente sin dalla creazion del mando;

talchè tutte le generazioni hanno potuto leggerli nello stesso libro della natura. E, se sono invisibili all'occhio corporale, l'uomo possiede un occhio che può discernere le cose non materiali, una mente che ragiona sui fenomeni e ne trae delle conclusioni, delle idee. Per tal modo le perfezioni di Dio han potuto essere percepite intellettualmente,

essendo intese per mezzo delle opere sue affinchè

gli uomini

siano inescusabili.

Con questo è accennato il fine, o, quanto, meno, un aspetto secondario, condizionale, del fine di Dio nel rivelarsi all'uomo. Ogni dono concesso a una creatura morale è fatto a fine di bene, ma può esser volto a male. Dio si rivela affinchè l'uomo, conosciutolo, lo adori; ma nel caso (che si è verificato) di un cattivo uso della rivelazione naturale, i colpevoli hanno da essere senza scusa. La Riveduta italiana traduce: ond'è che essi sono inescusabili perchè... È questo, senza dubbio, il risultato della condotta dei pagani di fronte alla conoscenza ch'essi hanno avuto di Dio. Ma nel Nuovo Testamento come nel greco dei papiri, la locuzione εις το con un infinito esprime normalmente un fine diretto od indiretto.

21 Nel fatto, i pagani non hanno per scusa l'ignoranza,

perchè, pur avendo conosciuto Iddio, non l'hanno glorificato come Dio, nè l'hanno ringraziato;

Romani 1:21-23 descrivono l'uso perverso fatto dai Gentili della conoscenza religiosa da loro posseduta. - Paolo parla dei pagani in genere. Esempi di conoscenza dell'Essere supremo sono forniti dagli scritti dei filosofi. Aristotile dice: «Dio essendo divenuto invisibile ad ogni mortal natura, si vede per le stesse sue opere». Platone scrive che il mondo deve avere una causa, ed una causa buona. La chiama l'eterno Fattore, il Padre di tutte le cose. Cicerone: «Nulla è più chiaro della esistenza di una divinità di niente infinita, da cui i corpi celesti sono governati». La creatura intelligente che conosce Dio, deve proclamarne la gloria colla sua interna ed esterna adorazione Apocalisse 14:7. E chi è, come l'uomo oggetto di tardi benefici da parte di Dio (cfr. Atti 14:15-17; 17:25), deve sentirsi spinto dal proprio cuore a riconoscenza. L'adorazione ed il ringraziamento che è forma più personale di adorazione, sono due modi di onorare Iddio. Ma il mondo pagano ha offerto uno spettacolo ben diverso.

ma si son dati a vani ragionamenti, e l'insensato loro cuore s'è ottenebrato.

Lett. son divenuti vani (o conte traduce il Godet: sono stati colpiti da vanità) nei lor ragionamenti. La mente, invece di volgere la sua attività alla conoscenza di Dio, si è consumata in un'attività vana e disordinata, popolando il mondo, colle sue mitologie, di esseri che non hanno esistito mai se non nell'immaginazione. Più che questo, il cuore, centro della personalità e sede degli affetti, fatto stupido, senza intelligenza nei benefici non ha saputo scorgere il benefattore, onde le tenebre l'hanno vieppiù riempito e le sue energie vitali si sono volte alle creature, anzi sono state assorbite da passioni vituperevoli. Cfr. Efesini 4:17-19: «... come si conducono i pagani nella vanità dei lor pensieri con l'intelligenza ottenebrata, estranei alla vita di Dio, a motivo dell'ignoranza che è in loro, a motivo dell'induramento del cuor loro...».

22 Dicendosi savi, son divenuti stolti

I Greci, gli Egizi, i Romani vantavano la loro sapienza e in fatto di religione erano divenuti stolti o pazzi. «Che cos'è infatti il politeismo se non una specie di allucinazione permanente, di delirio collettivo, di alienazione in grande?» (Godet).

Di solito, l'errore morale e religioso è accompagnato, negli uomini, da un sentimento di orgoglio che li fa menar vanto dei propri lumi superiori. Triste spettacolo, quello d'un pazzo che vanta la sua sapienza. Informino i moderni sprezzatori o raffazzonatori dell'Evangelo.

23 e hanno mutato la gloria dell'incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell'uomo corruttibile, e d'uccelli e di quadrupedi e di rettili.

Col crescer delle tenebre nelle menti e nei cuori, si è fatta sempre più indistinta la nozione del Dio personale vivente di una vita che non conosce affievolimento nè tramonto e gli uomini sono arrivati Romani 1:23 al punto da sostituire al Dio incorruttibile e glorioso 1Timoteo 6:16 delle immagini materiali, riproducenti le fattezze, la figura, il tipo (tale il senso dell'immagine anche in Romani 8:29; Ebrei 10:1) di creature corruttibili: uomini, donne e perfino bestie d'ogni sorta. Tanta è stata la degradazione fatta subire alla nozione della Divinità, che l'uomo creato a immagine di Dio, stabilito re della creazione inferiore, si è prostrato davanti alle immagini dei rettili. Gli idoli del tipo umano erano adorati specialmente in Grecia ed in Italia, mentre gli Egizi, ad esempio, adoravano bovi, serpenti, uccelli, ecc. Secondo la Scrittura e secondo i dati forniti dalla storia delle religioni, l'idolatria invece di essere un progresso sopra un supposto feticismo anteriore, è invece una degenerescenza una apostasia dal monoteismo primitivo che sia alla base delle principali forme di paganesimo. L'Apostolo ha mostrato fin qui come i pagani han soffocata la conoscenza di Dio, giungendo coll'idolatria ad avvilire nel modo più abbietto la divinità. Ora dirà come l'ira di Dio si rivela dal cielo sopra una simile condotta. Essi han degradato, disonorato Iddio, Dio li ha dati in balia alla degradazione morale più vituperevole.

24 Per questo Iddio li ha abbandonati, nelle concupiscenze dei loro cuori, all'impurità perchè vituperassero fra loro i loro corpi;

Più che un permettere, l'abbandonare il dare in balìa denota un positivo atto giudiziale di Dio, in virtù del quale l'uomo non è più trattenuto, ma è lasciato in balia delle sue prave, tendenze, e il peccato vien punito col peccato. «Peccatum, poena peccati». Le concupiscenze, Sono come l'ambiente morale interno, saturo di appetiti sensuali, in cui vivono i pagani alieni da Dio. Frenate in parte tra i Giudei, queste concupiscenze han dato, nel paganesimo i loro più laidi frutti. Si può tradurre: «perchè vituperassero i loro corpi in loro stessi» (colla lezione εν ἑαυτοις ovvero colla lezione εν αυτοις) «perché i loro corpi fossero vituperati in loro» cioè nelle loro persone stesse. Essi han per quanto in loro stava, disonorato Iddio; Dio li ha puniti con una degradazione che colpisce la lor propria persona, non solo nella parte invisibile, ma eziandio in quella visibile: il corpo. Han deificato le bestie, Dio li ha fatti scendere nella bestialità. «L'uomo che può giungere fino ad adorar la materia, deve finire coll'abbrutir sè stesso e col non viver più che per soddisfare ai suoi più materiali appetiti» (Reuss). Cfr. 1Tessalonicesi 4:4-5. Questo giudicio divino ha luogo principalmente col ritrarre che Dio fa dall'uomo il suo Spirito, talchè esso rimane abbandonato, colle sole sue forze, alla potenza del peccato ed alle conseguenze di esso. La responsabilità non è perciò soppressa. Chi fa sforzi verso la virtù, cresce in forza morale; ma non si sente per questo meno libero. «A chi ha, dice Gesù, sarà dato... ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha (Matteo 13:12; cfr. i casi di Faraone, dei Giudei, Giovanni 12:37-43). In Efesini 4:19, Paolo dice dei pagani che «si sono dati in balìa alla dissolutezza fino a commettere ogni sorta d'impurità con insaziabile avidità».

25 Se è grave la punizione, i pagani l'hanno meritata colla enormità della loro offesa.

essi che hanno mutato la verità di Dio,

cioè: la reale e vera essenza del Dio vivente 1Tessalonicesi 1:9

in menzogna,

come sono gli idoli che non hanno realtà, che son «dèi falsi e bugiardi» 1Corinzi 8:4-5.

ed hanno tributato venerazione e culto alla creatura, anzichè al Creatore che è benedetto in eterno. Amen.

Coll'amen Paolo fa atto di personale adorazione a Dio che solo è degno di essere, e solo sarà, l'oggetto dell'eterna lode delle creature intelligenti.

26 Perciò, Dio li ha abbandonati a passioni infami,

lett. «passioni di disonore» , il cui carattere è ignominioso, turpe. Tanto le donne che gli uomini si sono abbandonati a vizi contro natura, di cui fanno parola molti scrittori greci e latini. Paolo parla di femmine e di maschi, perchè non accenna qui alle trasgressioni contro alla santità del vincolo matrimoniale, bensì ai vizi che pervertivano perfino la naturale destinazione del sesso. Cfr. Levitico 18:22-25; 20:13,15-16; 1Corinzi 6:9; 1Timoteo 1:10.

27 poichè le loro femmine hanno mutato l'uso naturale in quello che è contro natura; e similmente anche i maschi, lasciando l'uso naturale della donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri, perpetrando maschi con maschi cose turpi,

l'espressione si sono accesi denota il carattere violento e progressivo di queste passioni libidinose che non erano certo il fatto di tutti i pagani, ma che sono mentovate in connessione coi Fenici, cogli Egizi, coi Greci, coi Romani, coi Galati, cogli Asiatici (Asia proc.) e coi Persiani, e sembrano essere state più comuni fra le classi più colte.

e ricevendo in loro stessi,

cioè in questo immondo abbrutimento delle lor persone

l'adeguata retribuzione della loro aberrazione.

Riveduta: la condegna mercede del proprio traviamento. «Il senso morale nell'uomo ha per fondamento la nozione del Dio santo. Coll'abbandonare tale nozione, si paralizza il senso morale. Coll'onorar Dio, l'uomo nobiltà sè stesso; col rigettarlo, l'uomo infallantemente si pervertisce. Tal'è, a mente dell'Apostolo, la relazione tra il paganesimo e la corruzione del mondo antico, La morale indipendente, non è quella di Paolo» (Godet).

28 Gli ultimi versetti Romani 1:28-32 del capitolo allargano la descrizione della dissoluzione in cui è precipitato il mondo pagano per aver soffocata la conoscenza del vero Dio. Non solo la dignità della persona umana è stata calpestata nel fango, ma tutta quanta la vita sociale, nelle sue molteplici manifestazioni è stata inquinata e guastata dal disordine morale.

E siccome non si son curati di ritenere la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati ad una mente reproba perchè facessero le cose che sono sconvenienti.

Lett. «Non hanno approvato di aver Dio in esatta conoscenza». Non ne hanno fatto caso. C'è stato in tale condotta più che pigrizia morale disprezzo di Dio. E questo è stato da Dio punito coll'abbandonare i colpevoli ad una mente sempre più pervertita, sempre meno in grado di adempiere rettamente alle sue funzioni, incapace di discernere il vero dal falso, il bene dal male, il lodevole dal riprovevole. Non si son curati di conservare in sè il senso di Dio, e sono giunti a perdere il senso morale. Fanno così senza ripugnanza, ciò che secondo i principi stessi scolpiti nella lor coscienza, non sta bene, è moralmente difforme. Di questi atti e sentimenti condannati dalla coscienza naturale, l'Apostolo dà una lunga enumerazione in cui è difficile scorgere un ordine strettamente logico. Cfr. simili elenchi: 2Corinzi 12:20; Galati 5:19-21; Efesini 5:3,4;1Timoteo 1:9,10;2Timoteo 3:2-4.

29 essendo essi

(come infatti sono)

ricolmi d'ogni ingiustizia,

d'ogni forma d'iniquità concernente il prossimo,

malvagità, malizia,

Tale l'ordine dalle parole in due dei più antichi manoscritti; manca nei più il termine «fornicazione». Malvagità accenna più all'attività perversa che cerca l'altrui danno. Satana è chiamato enfaticamente «il malvagio». Malizia designa lo stato morale dell'uomo come cattivo, non rispondente al suo ideale,

cupidigia,

ossia dell'avida brama di possedere sempre di più. Spesso va congiunto colla immoralità Efesini 4:19, perchè molte volte si brama la ricchezza come mezzo di soddisfare appetiti sensuali.

pieni d'invidia,

avendo mente e cuore saturi di questi sentimenti e desideri. L'invidia è dolente del bene altrui;

di omicidio,

rivolgendo, cioè, in sè pensieri e propositi omicidi (cfr. Atti 9:1);

di contesa,

ossia di disposizione a contendere nelle relazioni quotidiane della vita:

di frode,

che consiste nel fare uso di mezzi non onesti e leali, specialmente negli affari;

di malignità

La parola può denotare il carattere permaloso che piglia ogni cosa in mala parte, ovvero la cattiveria, il maltalento.

30 Non prestandosi la lingua sempre ad esprimere in modo astratto i lineamenti della fisionomia morale, l'apostolo prosegue la sua enumerazione con degli aggettivi.

maledicenti,

La parola erroneamente resa «gavillatori» nella Diodatina, accenna alla forma più privata della maldicenza. Vien tradotta ancora: sussurratori, rapportatori, delatori (Riveduta). Quella che segue è più grave e può rendersi:

diffamatori,

(cfr. 2Corinzi 12:20);

odiatori di Dio,

Tutti gli altri qualificativi indicano una forma di malvagia attività; il che rende meno probabile il senso passivo ordinario della parola: «a Dio odiosi», Sono questi gli atei orgogliosi e bestemmiatori

insolenti,

o insultatori, pronti sempre a vilipendere altrui, a offendere con ingiurie;

superbi, millantatori,

I superbi sentono e fanno sentire la propria superiorità (in parte, almeno, reale) sugli altri; mentre i millantatori vantano sè stessi senza ragione.

inventori di mali,

è termine generico che accenna allo studio di sempre nuovi modi di nuocere ad altri. Seguono cinque negativi:

disubbidienti ai genitori,

mentre l'ubbidienza è la più evidente manifestazione della pietà filiale ed è dovere largamente riconosciuto dai pagani. Colla disubbidienza si rinnega il sacro legame tra figli e genitori.

31 insensati,

cioè senza buon senso, incapaci di discernere il loro vero interesse o di seguire un buon consiglio;

senza fede nei patti,

per quanto la lealtà nell'osservarli fosse riconosciuta come un dovere sacro;

senza affezion naturale,

o snaturati verso quelli a cui li uniscono i legami del sangue. I bambini deboli o mal fatti venivano uccisi a Sparta, ed abbandonati i vecchi infermi,

spietati;

verso quei loro simili il cui stato deve destare pietà, come sarebbero i poveri, gli ammalati, i feriti, i moribondi, i deboli, gli schiavi, ecc. Basta ricordare i crudeli divertimenti dei Romani.

32 Romani 1:32 termina con un'ultima pennellata, il quadro delle colpe che hanno motivato il giudicio di Dio, dianzi descritto, sul paganesimo.

i quali, pur conoscendo che, secondo il giudizio di Dio, quelli che fanno codeste cose son degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette.

I pagani hanno conosciuto interiormente, nella loro coscienza, «la, giusta disposizione» divina secondo la quale chi fa le cose sopra enumerate incorre in un severo giudicio. Ne fanno fede gli scritti dei loro filosofi e dei loro poeti che parlano di una giustizia divina nella vita presente ed in quella avvenire (cfr. Atti 28:4). Le loro idee, sull'Hades sono come un presentimento che il peccato merita la morte eterna. Ma non si son curati di lasciarsi guidare dalla luce, morale accesa nella lor coscienza; l'hanno spenta gradualmente col fare le cose proibite, e sono giunti perfino ad approvare coloro che le facevano. «Vi è qualcosa ch'è più immorale del vizio stesso, il quale può essere effetto di debolezza o di cattiva educazione; ed è l'approvazione cosciente e pensata del vizio, il bisogno o il tentativo di giustificarlo erigendo così il f atto in teoria» di (Reuss). A questo era giunto il paganesimo; e lo prova il fatto che le più nefande scelleratezze non solo non erano oggetto di generale riprovazione, ma trovavano perfino dei difensori nei filosofi e negli uomini più influenti. In quella ruina della vita e del senso morale, Paolo legge una rivelazione dell'ira di Dio sul mondo pagano.

RIFLESSIONI

1. Salvazione implica perdizione. Niuno può abbracciar con fede la grazia in Cristo, che non abbia veduto sentito il suo stato di condannazione. Predicar la grazia senza svelare il peccato dell'uomo e l'ira di Dio sul peccatore, non è conforme al metodo di Cristo e degli Apostoli. La diagnosi della malattia deve precedere la somministrazione del rimedio. Giovanni Battista deve preparar la via al Salvatore.

2. Il peccato è la più terribile delle realtà. Esso è scolpito in caratteri larghi e profondi nella storia dei popoli e degli individui, e bisogna chiudere volontariamente gli occhi ai fatti per negarne le tristi e visibili conseguenze.

3. Dio non è soltanto il Creatore, che nelle sue opere, ha manifestato le perfezioni della sua spirituale, invisibile essenza; che si è mostrato qual Benefattore delle sue creature ed in ispecie dell'uomo; - Egli è altresì il Reggitore morale del mondo, che misura esattamente le responsabilità e le colpe, la cui santità non può rimanere impassibile dinanzi al male, anzi si traduce in ira ed in giusta retribuzione sul peccatore. Se Dio non fosse «Spirito di santità» che odia, che combatte, che punisce il male, la coscienza umana non lo potrebbe adorare. Se non rivelasse l'ira sua contro ad ogni empietà ed ingiustizia degli uomini, neppure avrebbe rivelato mai il suo amore e, la sua grazia, nella loro salvazione. Chi oscura l'ira, oscura del pari l'amor di Dio. Il Nuovo Testamento che rivela l'infinito amore di Dio, non rivela, meno chiaramente la sua santità e la sua, giustizia. Si confronti in proposito l'insegnamento di Cristo.

4. Lo studio della natura e della storia può fornire all'uomo svariate ed utili cognizioni; ma la più alta è quella di Dio. La mente che nel creato e nella storia non giunge a scorgere l'impronta divina, fallisce al suo più nobile compito, ed è ridotta ad investigare un mondo che resta per lei un tormentoso enimma. Quanto più confortante e luminoso il lavoro dello scienziato il quale, investigando la natura e la storia, mosso dal desiderio, di rintracciare il pensiero e l'azione, del suo Dio! È questa la vera santificazione della scienza, di cui non mancano esempi come quelli di Newton, Kepler, ecc.

5. La gravità del peccato essendo proporzionata alla conoscenza avuta della verità, coloro che han goduto della rivelazione dell'Antico Testamento sono più inescusabili di coloro che han goduto dei soli lumi naturali. E quanto a noi che godiamo non solo della rivelazione naturale resa tanto più fulgida dallo studio scientifico delle meraviglie del creato, non solo della rivelazione dell'Antico Testamento, ma della rivelazione più completa del cristianesimo, il nostro peccato non può esser che gravissimo. Se i pagani sono inescusabili perchè «adorano la creatura invece del Creatore», che cosa si dovrà pensare quando si vede una larga parte della cristianità prostrata davanti ad immagini del Dio ch'è spirito, davanti ad immagini di santi più o meno autentici, davanti a Madonne più o meno miracolose, davanti a reliquie quasi sempre false? I filosofi antichi cercavano si di nobilitar l'idolatria col notar che «le immagini erano venerate soltanto come la dimora e lo strumento del dio, ma nel fatto però, come riconosce il P. Lagrange, il culto dell'immagine era praticato dovunque». Così la teologia cattolica, colle sue sottili distinzioni tra latria e dulia cerca di giustificare la nuova forma dell'idolatria sedicente cristiana; ma i fatti dimostrano, ahi! quanto chiaramente, che il popolo non si cura di distinzioni sottili e, in realtà, lascia da parte il culto di Dio per rivolgere le sue preghiere, i suoi ringraziamenti la sua adorazione alle creature.

6. Per legge del governo morale di Dio, l'ubbidienza alla verità nota, accresce la capacità di conoscere altre verità Giovanni 8:31-32; mentre la resistenza alla verità nota, diminuisce la facoltà del discernimento religioso e morale fino a paralizzarlo quasi del tutto. Per tal modo, il più terribile castigo del peccato sta nell'essere abbandonati da Dio al peccato stesso: talchè chi soffoca la luce ch'è in lui è ripagato colle tenebre; chi non si cura della verità è abbandonato ad una mente incapace di discernerla; chi disonora Dio scende nel fango del proprio disonore; chi divinizza i bruti cade nell'abbrutimento di sè stesso; chi rinnega la relazione sua con Dio, avvelena e corrompe tutte le relazioni sociali, cominciando dalle più intime, fondate sui legami del sangue; chi rinnega la morale nella propria vita giunge a quel grado più diabolico di peccato che consiste nell'insegnare massime corrotte e nel giustificare i delitti più orrendi.

7. La verità è una ed ha il suo massimo centro in Dio. Il cuore umano è uno e da esso procede tutta la vita morale. Il separare religione e morale è cosa illusoria ed impossibile. È un'esperienza umana., ripetuta oramai le mille volte, che allo sfacelo religioso tien dietro lo sfacelo morale; talchè chi pone l'ateismo alla base di un rinnovamento sociale, somiglia a chi vuol cogliere fichi dai pruni.

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