Romani 11

1 §3 - La reiezione d'Israele non è nè totale nè definitiva (Romani 11)

Quando l'Apostolo era venuto esponendo circa il diritto d'elezione di Dio, circa l'incredulità d'Israele e la vocazione delle Genti, pareva condurre alla conclusione che Dio avesse reietto il suo popolo. Ritornava così il problema della fedeltà di Dio alle sue gloriose promesse, relative ad Israele. Che cosa diventavano esse colla reiezione finale del popolo? D'altra parte, la sostituzione dei Gentili ad Israele poteva ingenerare nei cristiani etnici un sentimento pericoloso di orgoglio, mentre il dolore dei Giudeo-cristiani ne sarebbe accresciuto. Perciò, Paolo che ha di già respinta, una prima volta Romani 9:6, l'idea della completa reiezione d'Israele, si ferma più a lungo, in Romani 11, a dimostrarla infondata. Accade ora, egli dice, quel ch'è accaduto di già nel passato: che, cioè, la massa è infedele alla vocazione divina; ma non perciò è rigettato completamente il popolo, poichè un santo residuo rimane, che è come il germe vitale della pianta Romani 11:1-10. Inoltre la reiezione della maggioranza del popolo non è perpetua. Dopo che cotesto giudicio avrà servito ai fini della sapienza e bontà di Dio, cesserà, e verrà il tempo che tutto Israele sarà salvato Romani 11:11-36. A ragione, è stato questo paragrafo chiamato, rispetto ai due precedenti, il paragrafo della consolazione.

SEZIONE A Romani 11:1-10 La reiezione di Israele non è totale

Israele «non è giunto alla legge della giustizia», «ha intoppato», «ha ignorato la giustizia di Dio», «non si è sottoposto ad essa», «non ha ubbidito all'Evangelo», «non l'ha conosciuto, in modo da comprenderlo»; così si esprimeva Paolo in Romani 9:30-10:21. Era naturale che proseguisse nel modo che fa.

lo dico dunque: Iddio ha egli reietto il suo popolo?

Nella forma della domanda, come in quell'appellativo: «suo popolo» è implicata di già la risposta negativa che l'Apostolo formula col solito energico:

Così non sia;

Il popolo come ente distinto, strumento privilegiato per lo stabilimento del regno di Dio nel mondo, non è reietto in modo assoluto. Un albero può essere potato fino ad essere ridotto al solo tronco, senza perdere del tutto la sua vitalità. Tale è Israele (cfr. Romani 11:16-20; Isaia 6:13).

Come prima prova di fatto che Dio non ha reietto del tutto il suo popolo, Paolo reca il proprio esempio

perchè anch'io sono Israelita, della progenie d'Abramo, della tribù di Beniamino.

Egli, la cui discendenza ebraica è ben costatata Filippesi 3:5 e che si è mostrato, in gioventù, giudeo anche per l'accanimento col quale ha perseguitato i cristiani, è stato chiamato, non solo alla fede, ma all'apostolato Romani 1:5 e ad un apostolato ricco di frutti (cfr. Romani 15). Anche altrove Paolo cita il proprio esempio come avente uno speciale significato 1Timoteo 1:12-17. Come potrebbe mai sostenere che Dio ha reietto Israele, quand'egli stesso, e con lui i suoi colleghi nell'apostolato evangelico sono la vivente prova che Dio non ha rinunziato a servirsi dei discendenti d'Abramo per essere in benedizione a tutte le famiglie della terra?

2 No,

Dio non ha reietto il suo popolo,

e nel ripetere energicamente la sua denegazione egli aggiunge una parola che contiene una ragione derivata dal carattere di Dio:

ch'egli ha preconosciuto.

Quello che Dio ha scelto per esser suo popolo particolare, per associarlo più direttamente all'opera sua nel mondo, fu fin dall'eternità presente alla mente onnisciente ed al cuore di Dio. Egli non ha sbagliato nello scegliere Israele. Non ignorava le sue future ribellioni nè i giudicî che queste renderebbero necessari; ma contemplava altresì, frammezzo alla massa infedele, il residuo eletto, il tronco che conservava la vitalità dell'albero. Come in tutto Il capitolo, per popolo suo s'intende la nazione nel suo insieme.

Prima di arrivare al presente, Paolo cita, nel, passato, un caso analogo; un caso, cioè, in cui la massa era divenuta idolatra, senza che venisse meno il residuo vitale. L'esempio è tratto dalla storia d'Elia 1Re 19 ed è tanto più notevole che il profeta stesso, scoraggiato, crede perduta ogni speranza, vedendosi solo a sostener le ragioni di Giova.

Non sapete voi quel che la Scrittura dice nella storia di Ella (lett. in Elia?) Com'Egli ricorre a Dio contro Israele

(lett. interviene. Cfr. Atti 25:24; come pure Romani 8:27,34; Ebrei 7:25 ove si tratta d'intervenire in favore di altri),

3 dicendo: "Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno demolito i tuoi altari,

che in taluni luoghi del regno nordico servivano di centri per gli adoratori di Geova;

e io son rimasto solo, e cercano la mia vita?" Ma che gli rispose la voce divina? "Mi sono riservato settemila uomini,

lett. «ho lasciato di resto per me, per il mio servizio, e per mia possessione». L'espressione accenna ad un proponimento di grazia in virtù del quale l'apostasia totale non è avvenuta. Settemila sono pochi di fronte ai milioni d'idolatri che formano la massa del popolo; ma sono molti di fronte alla parola di scoramento del profeta. È questo il residuo che deve conservare il fuoco sacro finchè sia passato l'uragano dell'empietà. Sono uomini

che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal".

Il culto di Baal, dio del sole, con quello della dea Astarte, era stato largamente importato in Israele dalla Fenicia, per opera di Gesabele moglie di Acab. Nell'originale il nome è preceduto dall'articolo femminile, onde la naturale supposizione che si alluda alla statua di Baal. Così il Diodati che inserì la parola idolo. Secondo altri, quel femminile si spiega coll'abitudine degli Ebrei di non pronunziare il nome Baal nella lettura pubblica e di sostituirvi il nome femminile vergogna (Boschet). Com'è accaduto, nel tempo d'Elia ed in altri tempi posteriori, che solo un debole resto rimanesse fedele alla innovazione d'Israele, così accade anche nel presente.

5 E così anche nel tempo presente, v'è un residuo secondo l'elezione della grazia.

Il residuo che nel tempo presente forma il germe vitale d'Israele, è costituito secondo il beneplacito dell'elezione divina Romani 9:6,13, e l'elezione non avviene secondo alcun merito d'opera, ma procede dalla libera grazia di Dio. S'egli ha scelto un Pietro, una Maria Maddalena, un Zaccheo, un Saulo, non è in considerazione d'alcun merito loro; è effetto di grazia.

6 Ed a meglio rilevare questo pensiero, l'Apostolo soggiunge:

E se è per grazia, non è più per opere,

non può più essere in virtù delle opere,

altrimenti grazia non è più grazia:

perde la sua essenza ch'è l'assoluta gratuità, l'esclusione d'ogni considerazione di merito Romani 4; Efesini 2:1-8. «Gratia, nisi gratis sit, gratia non est» (Agostino). L'ultima parte del versetto Romani 11:6 va soppressa come chiosa marginale introdotta nel testo. Quel residuo di cui parla qui l'Apostolo, sono tutti quei Giudei che in Gerusalemme, nella Giudea e poi per tutto il mondo, hanno accettato Gesù il Messia (cfr. Giacomo 1:1; 1Pietro 1; Ep. Ebrei). A quanto salì il loro numero? Gli Atti parlano di migliaia, solo in Gerusalemme. Ma di fronte ai milioni rimasti increduli, essi non costituirono che un residuo eletto. Però a quel residuo dobbiamo quasi tutti i libri del Nuovo Testamento, che recano a tutti i popoli il genuino Evangelo di Cristo. Quando si rifletta all'influenza esercitata nel mondo dai soli scritti di Paolo, si comprende come al popolo da cui egli è uscito sia veramente riserbata una parte speciale nell'opera di Dio.

7 Che dunque?

Qual conclusione trarremo da questo fatto? Ecco:

Quello che Israele cerca con ardore

Romani 10:2, quel che va ricercando anche oggi con zelo, cioè la giustizia e la gloria del regno messianico.

non l'ha ottenuto, mentre l'elezione

(cioè il residuo eletto)

l'ha ottenuto,

perchè l'ha cercato per la via della fede nella grazia offerta

e gli altri

(il gran numero)

sono stati indurati,

non: «si sono incalliti»». Il senso è passivo come si vede dal contestò. Chi li ha resi insensibili, è Dio, per un suo giusto giudicio (cfr. Giovanni 12:37-40). «Indurare ( πωρουν) vale in senso proprio: privare un organo della sua naturale sensibilità. In senso morale: togliere al cuore la facoltà d'esser tocco da quello ch'è santo, divino; all'intelligenza, la facoltà di discernere il vero dal falso, il bene dal male» (Godet).

8 secondo che è scritto:

I passi che seguono non sono propriamente profezie relative al tempo della venuta del Messia; ma contengono descrizioni di quel giudicio d'induramento di cui Dio suole colpire anche il suo popolo, quando resiste alla verità conosciuta. Le citazioni sono libere. La prima:

Dio ha dato loro uno spirito di stordimento

o di torpore, è tolta da Isaia 29:10, ove, fa parte della descrizione del giudicio di Dio su Gerusalemme. «L'Eterno ha sparso su di voi uno spirito di torpore», cioè d'insensibilità spirituale. L'Apostolo volta la 2a in 3a persona, perchè applica le parole bibliche allo stato morale presente d'Israele. Le espressioni:

degli occhi per non vedere e degli orecchi per non udire infino al giorno d'oggi

sono tratte da Deuteronomio 29:4, ove Mosè riguarda il poco discernimento spirituale mostrato dal popolo in presenza dei grandi fatti di cui era stato testimone, come un giudicio divino su di loro. «Avete veduto tutto quello che l'Eterno ha fatto sotto gli occhi vostri... Ma l'Eterno non vi ha dato un cuor per comprendere, nè occhi per vedere, nè orecchi per udire fino a questo giorno». Questa parola amara di Mosè, Paolo la sente più vera che mai quando considera l'atteggiamento del popolo di fronte alla suprema rivelazione della grazia e della verità in Cristo. Han veduto, hanno udito quello che molti profeti e giusti hanno desiderato di vedere, ma non hanno compreso Matteo 13:10-17. «Le opere di Dio hanno due aspetti: l'uno, esterno ch'è il fatto materiale; l'altro interno ch'è il pensiero divino racchiuso nel fatto. Può dunque accadere quando sono paralizzati gli organi spirituali, che l'uomo veda le opere di Dio senza vederle ed oda le sue parole senza udirle» (Godet). Cfr. Isaia 6:10; Giovanni 12:40.

9 La terza citazione Romani 11:9-10 è tratta dal Salmi 69:23-24 che, nella soprascritta è attribuito a Davide. Coloro che ritengono esatta la soprascritta, considerano però i vers. Romani 11:34-37 come un'aggiunta, posteriore ad uso liturgico. Il Salmista, afflitto, perseguitato senza cagione dai suoi connazionali, abbandonato perfino dai suoi congiunti, invoca sui suoi nemici i giudici di Dio. Da varie, altre citazioni fatte di questo Salmo nel Nuovo Testamento Giovanni 15:25; 2:17; 19:29; Romani 15:3, appare evidente ch'esso era considerato come uno di quelli in cui, dietro alla figura del re teocratico giusto, eppur reietto, apparivano i lineamenti di un personaggio superiore ai mortali, cioè del Messia. Nella preghiera del Salmista che vive sotto l'economia della legge è contenuto il principio che agli occhi di Dio è giusto l'abbandonare alle conseguenze dei loro peccati coloro che soffocano la verità conosciuta, che perseguitano senza cagione il giusto roso dallo zelo della casa di Dio. Se il principio vale nel caso di servi imperfetti di Dio, quanto più ove trattisi del Giusto perfetto, del Figlio di Dio? Quando uno è colpito da questo giudicio divino, le benedizioni materiali, invece di, avvicinarlo a Dio, gli si volgono in danno spirituale. La ricchezza, per esempio, lo rende orgoglioso ed insolente (Proverbi 30:8-9; e le parole di Cristo sui ricchi). Da ciò la preghiera del Salmista.

E Davide dice: La loro mensa,

simbolo di prosperità materiale,

sia per loro un laccio, una rete

tolto da Salmi 35:8,

un inciampo e una retribuzione.

Quest'ultima parola è tolta dalla LXX che deve aver letto un po' altrimenti l'ebraico. Il testo quale l'abbiamo dice: «E, quando si credon sicuri, sia per loro un tranello». La loro prosperità diventa per loro quel che l'esca è per l'animale che si vuol trarre nella rete o nel tranello: un mezzo di perderli. Col trarli in laccio, serve loro di retribuzione per i loro misfatti. Come tutte le cose cooperano al bene a coloro che amano Dio, così a coloro che non l'amano tutte le cose volgono al male.

10 Sieno gli occhi loro oscurati in guisa che non veggano:

s'intende, gli occhi dell'intelletto;

e piega loro del continuo la schiena.

Così la LXX. L'ebraico dice propriamente: «Fa' lor del continuo vacillar (per debolezza) i lombi». Il greco significa: Tienili del continuo in uno stato di umiliazione e di servitù. Vogliono il giogo della legge; non son disposti a ricevere la gloriosa libertà dei figli di Dio: restino schiavi. «Quel cieco che si trascina pel mondo, curvo sotto il pesante fardello del timore e dell'ubbidienza servile, è un'adeguata immagine dei Giudei talmudisti, schiavi della legge, dei lor Rabbini, di Dio e degli uomini» (Godet). Non si può non pensare alla sorte del popolo ebreo, dai tempi di Cristo infino ad oggi.

RIFLESSIONI

1. Un residuo eletto potrebbesi rintracciare nella storia degli Ebrei attraverso i secoli più oscuri del loro induramento e del loro servaggio. Ed anche ai giorni nostri i nomi di Neander, di Cappadosio, di Saphir, di Rabbinovitch, ecc., insieme col piccol numero di giudeo-cristiani che adorano Gesù, sono una prova di fatto, da aggiungersi in, quelle del passato, che la reiezione d'Israele non è stata mai totale.

2. Quel che è vero d'Israele, è vero della Chiesa cristiana. Essa ha avuto dei giorni d'ignoranza e d'infedeltà in cui ogni speranza di rinascimento pareva doversi spegnere. Eppure Dio non ha mai lasciato che la sua verità restasse senza testimoni nel mondo. I movimenti religiosi del Medio Evo, la Riforma del XVI secolo, i risvegli del secolo scorso e del nostro, l'odierna opera delle missioni, attestano che la grazia di Dio, è sempre potente. Quindi è che non dobbiamo lasciarci vincere dalla tentazione di veder tutto in nero. Sotto al pessimismo nascondonsi facilmente l'orgoglio, l'egoismo, la debolezza della fede, e lo scoramento. Piuttosto pensi ognuno che ha sperimentato personalmente l'efficacia dell'elezione misericordiosa di Dio, ad esaltar la bontà di Lui e a glorificarlo nella propria vita; anche se circondato dall'indifferenza o dall'odio dei più.

3. Le benedizioni esterne che riceviamo volgono esse al nostro bene spirituale? Nella risposta a questo quesito possiamo aver un indizio del nostro stato religioso.

4. Una parte considerevole dell'Antico Testamento è consacrata alla narrazione od alla severa censura dei difetti e dei peccati del popolo d'Israele e dei suoi capi. Più sono grandi i privilegi del popolo eletto e più è severa la disciplina cui Dio lo ha sottoposto. Ora, tanto i profeti che riprendono che quelli (spesso anch'essi profeti) che scrivono la storia di questo popolo, sono fra i più ardenti e puri patrioti israeliti, ed i loro libri, siano essi storici o profetici, sono stati conservati e letti con somma venerazione dalle successive generazioni. Non è questa una prova; evidente che, lo spirito che spira nelle pagine sacre e ne ha ispirato gli autori, non è uno spirito meramente umano, ma è lo Spirito del Dio di verità?

11 SEZIONE B Romani 11:11-36 La reiezione di Israele non è definitiva

La parziale reiezione d'Israele, esposta in Romani 11:1-10, rientrava nel dominio dei fatti storici. Quello che l'Apostolo, sta per esporre riguardo all'avvenire del popolo eletto, assume il carattere di un insegnamento profetico. Cfr. 1Corinzi 15; 1Tessalonicesi 4; 2Tessalonicesi 2; 1Timoteo 4 per altri esempi.

Romani 11:11-15. La reiezione d'Israele non è definitiva. La sua sorte resta indissolubilmente legata alle sorti del regno di Dio. La sua caduta stessa serve ad estenderlo e la sua conversione è sempre quella che ha da segnare il momento del massimo splendore terreno del regno di Dio.

Io dico dunque: Hanno essi così inciampato da cadere?

L'Apostolo adopera due verbi che significano ambedue cadere. Solo il secondo si applica ad una caduta definitiva. Sono essi caduti per non più rialzarsi mai, talchè la loro attuale incredulità, di fronte al Messia segni il termine, della loro missione religiosa? La domanda si riferisce non agli individui, ma al popolo come tale.

Così non sia; ma,

lungi dall'esser posti definitivamente da parte, la loro conversione fa sempre parte importante del piano di Dio. Non raggiunta al presente, egli vi mira con nuovi mezzi, facendo arrivare le benedizioni del Vangelo ai popoli pagani, affin di provocare Israele a santa gelosia. Cosicchè, anche colla sua caduta temporanea, la progenie d'Abramo è occasione di nuova estensione del regno di Dio.

per la lor caduta (parziale e temporanea), la salvazione. è giunta ai Gentili per provocar loro a gelosia.

L'incredulità dei Giudei è stata il fatto storico, l'occasione che ha affrettata l'evangelizzazione dei pagani (Atti 8:4; 11:19-21; 13:46; 18:6; 19:9; 22:21; 28:27-28: Cfr. le parabole della cena e dei vignaiuoli). Cotesto spostamento temporaneo del centro del regno di Dio finirà col produrre, in Israele, un sentimento di rimpianto ed. un desiderio di riprendere il posto perduto per colpa sua.

12 Ora se la loro caduta è la ricchezza del mondo,

ossia dell'umanità nella sua maggioranza pagana,

e la lor diminuzione la ricchezza dei Gentili quanto più lo sarà la loro pienezza!

Colla reiezione della maggioranza della nazione, Israele, qual popolo di Dio, ha sofferto una riduzione considerevole Romani 11:5; ma questo fatto è stato, dalla sapienza di Dio, fatto volgere al bene religioso delle Genti. Ora se Israele, anche quando è in maggioranza reietto, è occasione di benedizioni, cosa non dovrà mai essere quando scendano su di esso nuovamente le benedizioni di Dio e la nazione nella sua totalità sia convertita? La conversione nazionale d'Israele ha da segnare per le nazioni tutte del mondo, l'epoca del massimo spiegamento dell'efficacia del Vangelo, secondo la promessa fatta ad Abramo Genesi 18:18. (Cfr. Romani 11:15).

Paolo sente così vivamente l'importanza che la conversione d'Israele ha, per l'avvenire del regno di Dio, ch'egli non la perde mai di vista nel suo lavoro missionario a pro dei pagani! Anzi, sapendo che Israele dev'esser condotto alla fede dallo spettacolo dei frutti prodotti dal Vangelo fra i Gentili, egli si sforza di rendere il suo ministerio, più che gli sia possibile, fruttuoso fra i pagani, affin di giungere, per quel mezzo, a salvare almeno un certo numero dei suoi connazionali.

13 Lo dico a voi Gentili:

o: Dico questo a voi Gentili, che costituite la gran maggioranza della chiesa:

In quanto io (di nascita Giudeo) sono (come lo sono per volontà di Dio) apostolo dei Gentili rendo glorioso il mio ministerio, per veder di provocare a gelosia quelli del mio sangue (lett. della mia carne) e di salvarne alcuni.

Il senso è: Io mi sforzo di render glorioso a fatti il mio ministerio, cercando di condurre a Cristo il maggior numero dì pagani, e di, spingere I convertiti a santificazione (cfr. 2Tessalonicesi 3:1; Romani 15:16), affin di attrarre al Vangelo, dimostrato per tal modo efficace a salvezza, alcuni dei miei connazionali. E tornando sul pensiero già espresso in Romani 11:12, Paolo ripete in altra forma che il motivo per cui non può perder di vista la salvazione d'Israele, anche lavorando alla conversione dei pagani, sta appunto nella somma importanza che deve avere per il mondo la reintegrazione del popolo eletto.

15 Poichè ne la loro reiezione,

parziale e temporanea,

è la riconciliazione del mondo.

ha avuto per risultato la riconciliazione del mondo pagano con Dio, in quanto che Dio ha mandato alle Genti il suo Vangelo ed ha, adottato il mondo pagano credente come strumento dei suoi disegni, mentre prima esso era estraneo alle promesse Efesini 2:18-22;

che sarà mai la loro riammissione

per parte di Dio, la loro reintegrazione nel posto d'onore, mediante la loro conversione a Colui che han trafitto? Se il loro rigetto fu occasione d'un gran bene, la loro riabilitazione spirituale non potrà essere

se non una vita d'infra i morti?

cioè il segnale ed il mezzo di una tale abbondanza di benedizioni sul mondo, da produrre una vera risurrezione spirituale, una palingenesi. La conversione d'Israele non sarà, come intendono molti, il segnale della risurrezione del corpi che, per il mondo, segnerà l'ora del giudicio; ma inaugurerà l'èra del trionfo del Vangelo, sulla terra. Allora, «il deserto fiorirà come la rosa», e si avvereranno le splendide descrizioni dei profeti (cfr. Isaia 2;11;60; Apocalisse 20). Il mondo pagano non è più attualmente escluso dal regno di Dio; è riconciliato ma alla minoranza cristianizzati di esso manca la potenza della vita spirituale. «Non sentiamo noi che nell'attuale nostro stato ci manca qualcosa, anzi molto, perchè siano realizzate, nella lor pienezza, le promesse del Vangelo; che vi è come un misterioso impedimento all'efficacia della predicazione, una debolezza inerente alla nostra vita spirituale, un difetto di gioia e di forza che fa uno strano contrasto cogli squilli d'allegrezza dei profeti e dei salmisti; che, insomma, la festa nella casa paterna non è completa... perchè? Perchè un velo di tristezza si distende sulla famiglia di Dio, finchè le manca la presenza del figlio maggiore» (Godet). E le manca pure, finora, una troppo larga parte del mondo pagano stesso.

16 Romani 11:16-24

Data la vocazione divina in virtù della quale Israele è stato consacrato a Dio, la sua finale restaurazione è da aspettare come cosa, non solo possibile, moralmente naturale. Il giudicio di reiezione parziale e temporanea che colpisce gli Ebrei, non deve dunque fare insuperbire i cristiani etnici, anzi li deve tenere in salutare umiltà e timore.

Or se la primizia è santa, lo è anche la massa della pasta.

L'Apostolo ha fatto cenno della riabilitazione d'Israele e prosegue col mostrare che tale evento è da aspettare quale conseguenza della consacrazione impressa, al popolo dalla vocazione che, Dio rivolse ai suoi primi padri. L'immagine è tolta dalla legge Numeri 15:18-21, secondo la quale l'Israelita doveva prelevare dalla pasta, a guisa di primizia, una focaccia da offrirsi a Dio. Con questo, la massa della pasta veniva, in certo modo, dichiarata santa o consacrata.

E se la radice è santa, anche i rami [lo sono].

Questa seconda, immagine contiene la stessa idea della prima. In virtù dell'unione organica tra la radice ed i rami, questi partecipano alle qualità della radice. Questi rami, questa pasta sono il popolo nella sua totalità; e le primizie o la radice santa, cioè consacrata, sono i patriarchi che Dio, volle, insieme colla lor progenie, appartare e consacrare. Questo carattere, impresso al popolo, fin dalle sue origini, dalla elezione di Dio, non implica che tutti i discendenti d'Abramo saranno dei credenti; non esenta il popolo dal giudicio di temporanea reiezione; ma, d'altra, parte, sussiste nonostante la infedeltà di una parte considerevole del popolo. Paolo dà la spiegazione delle immagini qui adoperate, in Romani 11:28-29 (cfr. Romani 9:5).

17 E se pure,

nonostante questa consacrazione nazionale, è avvenuto che

alcuni dei rami,

una porzione anche larga del popolo,

sono stati troncati,

cioè reietti come non facenti parte del vero Israele di Dio,

mentre tu ch'eri ulivastro sei stato innestato in essi,

non c'è in questo, motivo d'insuperbirti. Col tu Paolo si rivolge al pagano divenuto credente. Egli non faceva parte del popolo di Dio rappresentato dall'ulivo domestico, coltivato con cura speciale in vista d'un frutto migliore (cfr. Isaia 5); ma, nel tempo stesso in cui avveniva) a reiezione parziale d'Israele, i pagani erano stati innestati nel popolo di Dio, quasi a prendere il posto dei rami tagliati. In essi (meglio che fra essi) ricorda il modo con cui l'innesto s'introduce nella fessura praticata in un ramo troncato e vi s'incastra. L'innesto, in agricoltura, è tolto dall'albero domestico e adattato all'albero selvatico, e non è il caso di ricercare se si usi talvolta di ringiovanire un vecchio ulivo con degli innesti di ulivastri. Paolo stesso ammette che questo innesto è contro l'uso naturale Romani 11:24; ma questo appunto vuol egli inculcare al credente pagano: cioè che la sua ammissione nel popolo di Dio è dovuta unicamente alla grazia, e se, in virtù di questo innesto,

sei diventato partecipe

coi rami naturali rimasti,

della radice della grassezza dell'ulivo

(testo più probabile) s'intende: della radice che fornisce all'ulivo la sua grassa linfa. Il testo ordinario porta: della radice e della grassezza Si accenna alle benedizioni di cui i pagani sono divenuti partecipi col diventar membri del popolo di Dio.

18 non t'insuperbire contro i rami,

poichè, nè dalla reiezione di molti Giudei, nè dal favor concesso a te, c'è da trar materia di vanto. Che se non sai resistere a questa tentazione,

e se t'insuperbisci, sappi che,

ad ogni modo,

non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.

Chi è stato eletto a formare, il primo nucleo del popolo di Dio, nella sua manifestazione esterna, storica, sono i Giudei nella persona dei loro antenati; ad essi furon fatte le promesse, da essi è venuta la salvezza che poi si è estesa ai pagani, i quali sono stati aggregati al popolo di Dio.

19 Allora tu dirai:

Più che una obbiezione, è questa l'espressione di un intimo, persistente sentimento d'orgoglio che nasce in chi considera i fatti da un lato solo e li interpreta a modo suo:

Sono stati troncati dei rami

(l'articolo è inautentico).

perchè io fossi innestato.

Che siano stati recisi, è un fatto. Ma è presunzione l'assegnare per fine esclusivo ad una tale misura, una preferenza del pagano al giudeo, quasichè il primo avesse qualche eccellenza sopra il secondo. No, il fatto sussiste ed ha la sua ragione morale; ma questa è tale da produrre, anzichè superbia, salutare timore.

20 Bene; sono stati troncati per la loro incredulità

Cfr. Romani 10,

e tu sussisti

come ramo innestato,

per la fede;

ch'è quanto dire per grazia, poichè la fede, lungi dall'essere un merito, implica la confessione che non ne abbiamo alcuno.

non t'insuperbire, ma temi.

di quel timore ch'è la miglior garanzia contro la falsa sicurezza e contro l'orgoglio Filippesi 2:12. Temi di perdere la grazia, in virtù della quale sei quel che sei. E c'è di che temere; poichè se il cristiano etnico insuperbisce e abbandona il terreno della grazia, non gli sarà da Dio risparmiato il giudicio a cui sottostà il popolo eletto.

21 Perchè se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppur te.

(testo emend.). Dio non colpisce volentieri gli uomini, ma è troppo santo per mostrarsi debole di fronte al peccato. In quanto succede ai Giudei ed ai pagani, sono visibili le perfezioni di Dio ed il credente etnico è invitato a considerarle per trarne ammaestramento.

22 Vedi dunque la benignità,

la bontà vestita di graziosa condiscendenza,

e la severità di Dio,

cioè la santità sua che colpisce il peccatore ostinato anche se Israelita:

la severità (lett. il tagliar reciso) verso quelli che son caduti,

decaduti dalla loro posizione di membri del popolo di Dio;

ma verso te la benignità di Dio (testo emend.) se pur tu perseveri nella sua benignità:

se tu non cessi dall'attenerti alla grazia come unica, sorgente della tua salvezza Atti 13:43.

altrimenti anche tu sarai reciso.

Il giudicio di reiezione che colpì la maggioranza dei Giudei, colpirà nella sua maggioranza anche la cristianità d'origine pagana. Per contro, se viene a cessare nei Giudei la causa morale che ha motivato la loro reiezione, cioè l'incredulità, essi saranno riammessi nel loro primiero stato.

23 E anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perchè Dio è potente da innestarli di nuovo.

Nell'ordine naturale, i rami recisi dall'albero perdono ogni vitalità e periscono. Non così per l'albero che si chiama il popolo d'Israele. Esso giace privo della linfa vitale dell'Evangelo, ma non è sparito dalla scena del mondo. Dopo la lunga reiezione, dopo i secoli della sua avversione al Cristianesimo, Dio può ridonargli una tale abbondanza di vita spirituale che la Chiesa di Cristo lo saluti con gioia come il ramo privilegiato del popolo di Dio.

24 Poichè se tu sei stato tagliato dall'ulivo per sua natura selvatico, e sei stato contro natura innestato nell'ulivo domestico, quanto più, essi, che son dei rami naturali, saranno innestati nel proprio ulivo!

Se i pagani, estranei al popolo di Dio, vi sono stati introdotti e ivi hanno potuto occupare, per un tempo, il posto d'onore, quanto più certamente, vi saranno riammessi i Giudei fatti credenti, poichè si tratta per loro di rioccupare il posto, che loro spetta in virtù della originaria consacrazione della loro stirpe al servizio speciale di Dio.

25 Romani 11:25-29

La restaurazione finale d'Israele fa parte della rivelazione apostolica, conforme a quella dei profeti.

Il brano precedente Romani 11:16-24 faceva presentire come cosa, non solo possibile, ma moralmente la conversione finale d'Israele; questi versetti l'annunziano come cosa positivamente rivelata.

Perchè, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero.

L'Apostolo si rivolge alla chiesa come composta in gran maggioranza di pagani convertiti. Ad essi non vuol tener nascosta quella parte del piano di Dio che si riferisce all'avvenire d'Israele, perchè il conoscerla può preservarli dalla presunzione.

affinchè non siate presuntuosi.

(lett. savi, intendenti, avveduti, in voi medesimi, cioè nella vostra propria opinione.); il credere che Israele è rigettato definitivamente e che i pagani credenti ne hanno preso il posto, potrebbe ingenerare in questi ultimi dei sentimenti poco modesti riguardo alla parte che loro compete nell'avvenire. Mistero è adoperato spesso nel Nuovo Testamento Efesini 1:9; 3:3-5; Romani 16:25; 1Corinzi 2:7-10; Colossesi 1:26 di cose relative al disegno divino della salvazione, le quali la mente umana non potrebbe da sè scoprire e che la rivelazione dell'Antico Testamento non manifestava chiaramente (cfr. Matteo 13:11; 1Corinzi 15:51; 1Tessalonicesi 4:15). Non indica una cosa in sè incomprensibile, come sovente nell'uso odierno, ma una cosa che ha bisogno d'essere rivelata per esser conosciuta ed intesa. Che fosse parziale l'induramento d'Israele era cosa visibile per un osservator dei fatti (cfr. Romani 11:1-10); ma che fosse soltanto temporaneo era una cosa che oltrepassava i mezzi di conoscenza disponibili. Al più, si poteva dagli antecedenti arguire che la restaurazione di quel popolo fosse cosa sommamente desiderabile e perfino probabile; non già che fosse certa e che dovesse avvenire in date circostanze. Per verità, il tempo, Paolo non lo determina in cifre, ciò non essendo nell'indole della profezia biblica. Egli stesso, senza dubbio, non immaginava che dovessero trascorrere tanti secoli prima dell'avveramento della sua predizione. Questo egli sa, per rivelazione da lui ricevuta,

che cioè un induramento parziale s'è prodotto in Israele, finchè sia entrata la pienezza dei Gentili:

per cui non s'intende il supplemento Gentile che deve colmare la lacuna prodotta dalla incredulità israelitica, nel popolo di Dio, nè il numero completo degli eletti d'infra le Genti, ma semplicemente il numero completo, la totalità delle nazioni pagane (cfr. Romani 11:12). Siccome si tratta di nazioni, questo non significa che tutti gl'individui i quali formano queste nazioni abbiano ad essere convertiti; ma implica che l'Evangelo ha da esser prima predicato a tutte le genti (cfr. Matteo 24:14; Marco 13:10), e che ciascuna ha da fornire un contingente al regno di Dio. Sia entrata, s'intende nel regno, mediante la professione della fede in Cristo largamente abbracciata. Questo corrisponde alla profezia di Cristo in Luca 21:24: «Gerusalemme sarà calpestata dalle Genti finchè siano compiuti i tempi dei Gentili». I nostri tempi che van distinti per la loro attività missionaria, segnano un passo importante verso la meta additata da questa rivelazione. Il fatto solo che esistono, ormai circa 600 traduzioni della Bibbia è di per sè eloquente.

26 e così

avverata che sia quella condizione preliminare,

tutto Israele sarà salvato;

la nazione nel suo insieme sarà, per la sua conversione a Cristo, fatta partecipe della grazia. Questo non esclude che vi abbiano ad essere degli individui ostinati nella loro incredulità, come non include di necessità una restaurazione nazionale in senso politico; ma contiene l'annunzio della conversione della gran maggioranza a Cristo. Come debba succedere questa conversione e quale era di straordinarie benedizioni, pel mondo intiero, le debba tener dietro, l'Apostolo lo ha accennato in Romani 11:11-15. Cfr. anche Romani 11:31.

Enunziata questa consolante rivelazione, Paolo nota ch'essa è conforme alle antiche profezie e cita due passi d'Isaia combinandoli: Isaia 59:20; 27:9.

secondo ch'è scritto: "Il Liberatore verrà da Sion; egli allontanerà da Giacobbe,

cioè dalla nazione intera

le empietà;

Ambedue i passi sono messianici. Il primo serve come d'introduzione alla splendida profezia della gloria futura, di Gerusalemme Isaia 60; ed anche il secondo si riferisce agli ultimi tempi, gloriosi per Israele, dopo i castighi ricevuti. Le due idee contenute in quei passi sono quelle del perdono completo e del perdono generale dei peccati. Le citazioni sono fatte secondo la LXX alla quale però, Paolo fa un'alterazione di cui ci sfugge la spiegazione. Quell'antica, traduzione legge: «Il liberatore verrà per, ovvero da Sion», mentre Paolo dice: «Verrà da Sion»; il che, è bensì conforme ad altre dichiarazioni profetiche, ma non al senso d'Isaia 59. Forse l' εκ di Paolo è un'abbreviazione dell' ενεκεν della LXX. Questo perdono generale e completo sarà il fondamento del nuovo Patto che Geova stabilirà col suo popolo.

27 e questo sarà il mio patto con loro,

questa sarà la benedizione ch'io offrirò loro in questo patto di grazia (cfr. Geremia 31; Ebrei 8),

quand'io torrò via i loro peccati".

28 Considerando, da una parte, lo stato presente d'Israele e, dall'altra, il luminoso avvenire rivelato all'occhio profetico dell'Apostolo, il popolo giudeo, si trova ad essere oggetto, ad un tempo, della inimicizia e dell'amor di Dio.

Per quanto concerne l'Evangelo,

cioè: avuto riguardo al loro atteggiamento d'ostinata incredulità di fronte al Vangelo di Cristo,

essi sono nemici,

considerati e trattati da Dio come nemici, oggetti della sua santa riprovazione (cfr. Romani 5:10);

per via di voi;

lett. per cagion di voi, vale a dire: a vostro beneficio, come fu spiegato in Romani 11:11-12 e lo è ancora in Romani 11:30, inquantochè per il giudicio di cui Dio, li ha colpiti, l'Evangelo vi è giunto più rapidamente e forse più puramente talchè ne siete divenuti, per un tempo, i depositari ed i banditori.

ma per quanto concerne l'elezione,

l'atto sovrano con cui Dio scelse la progenie d'Abramo a suo popolo speciale,

essi sono amati da Dio per via dei padri,

della benevolenza dimostrata e delle promesse fatte ai padri della nazione, che furono fedeli Luca 1:54.

29 E questa persistenza dell'amor divino riguardo ad Israele, in virtù della quale esso non è stato nè totalmente nè definitivamente reietto, ha per ragione profonda la fedeltà di Dio al proprio proponimento.

perchè i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento.

I doni di grazia (greco: carismi) accennano, al privilegio concesso ad Israele ed alle attitudini speciali di cui fu dotato per servire all'avanzamento del regno di Dio. La vocazione è la missione affidatagli come nazione, dal piano di Dio.

30 Romani 11:30-36

Le meravigliose vie di Dio per condurre a salvazione pagani e Giudei, fanno vedere quanto profonda sia la sua sapienza.

Dio non abbandona il suo proponimento. Le vie che segue per arrivare allo scopo che si è prefisso possono essere indirette e lunghe, ma egli vi giunge con sicurezza per condurre i pagani al Vangelo, Dio ha fatto servire, l'incredulità giudaica; per condurre i Giudei alla meta loro assegnata, farà servire la grazia concessa ai pagani.

Poichè, siccome voi Gentili siete stati in passato disubbidienti a Dio

quando, nei tempi anteriori alla, venuta di Cristo, soffocavate nella corruzione la conoscenza che potevate avere di Dio e della sua volontà (Romani 1:18 e segg.),

ma ora avete ottenuto misericordia, per la loro disubbidienza,

la quale ha fatto passare a voi le benedizioni del regno;

31 così, anch'essi sono stati ora disubbidienti

all'invito di Dio nel Vangelo,

onde, per la misericordia a voi usata,

a suo tempo

ottengano essi pure misericordia.

coll'essere da voi condotti a Cristo.

32 Riassumendo, in brevi parole, il metodo seguito da Dio per realizzare a favore dell'umanità i fini della, sua misericordia, Paolo soggiunge:

Dio, infatti, ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.

Il rinchiudere contiene l'immagine, se non d'una prigione, d'un recinto dal quale non c'è via di scampo. Alla convinzione di peccato ed all'umiliazione del riconoscersi condannato, l'uomo cerca di sfuggire fin che può. Basta però che Dio lo abbandoni, per un giusto giudicio, a sè stesso, perchè il suo orgoglio sia fiaccato ed i suoi peccati gli chiudano la bocca. A questo punto è stato condotto il mondo pagano abbandonato alle sue aberrazioni religiose e morali; ed a questo punto sarà condotto anche il Giudeo dal giudicio che lo colpisce d'induramento, anch'egli, avrà la bocca chiusa, anzi menerà cordoglio sui suoi peccati come si fa per un figlio unico (cfr. Zaccaria 12). «Dio ha rinchiuso» non significa dunque solamente: Dio ha dichiarato disubbidienti, o Dio ha permesso che lo fossero; ma Dio ha esercitato i suoi giudici in modo che pagani e Giudei, ciascuno alla sua volta, sono stati condotti a toccar con mano la loro naturale corruzione. Tuttavia se i giudizi divini «facevano abbondare il peccato», essi miravano ad un fine di grazia, quello di far misericordia a tutti. Se, in armonia col contesto, la parola tutti non si può prendere in senso assoluto, della totalità degli individui componenti le due grandi categorie religiose dell'umanità, essa apre però dinanzi alla speranza cristiana una grandiosa prospettiva. «La salvazione finirà coll'abbracciare la totalità dei popoli viventi quaggiù e quel magnifico risultato apparirà allora come il fine delle dispensazioni umilianti per le quali Dio avrà successivamente fatto passare le due metà dell'umanità...».

33 «L'Apostolo ha principiato la vasta esposizione della salvazione col fatto della condannazione universale Romani 1:3; la termina con quello della misericordia universale». (Godet). E, nell'abbracciare collo sguardo la varietà ed, il sapiente uso dei mezzi da Dio adoperati per giungere a quel fine, egli chiude questa parte dell'Epistola con un inno di adorazione e di lode.

O profondità della ricchezza e della sapienza e della conoscenza di Dio!

La ricchezza di Dio accenna alla infinita abbondanza di risorse che Dio possiede per effettuare i suoi disegni; talchè egli non dipende dall'aiuto delle creature; anzi, dalla sua inesauribile pienezza, queste ricevono, ogni cosa Romani 10:12; 2:4. La sapienza di Dio si rivela nel modo con, cui, dato il fine ch'egli s'è proposto, egli dispone i mezzi per raggiungerlo, servendosi perfino degli ostacoli che la libertà umana oppone all'opera sua. La conoscenza di Dio abbraccia il passato ed il più lontano avvenire, penetra il fondo dell'essere umano e ne intuisce le libere determinazioni; misura la portata di ogni mezzo; cosicchè, nella scelta e nell'uso di questi, la divina sapienza non può sbagliare. Da quel tanto che Dio gliene ha rivelato, Paolo comprende quanto sia impossibile alla mente umana il farsi un concetto adeguato di queste perfezioni divine, e perciò esclama: O profondità! La mente umana, è, di per sè, incapace di scrutare le occulte e profonde ragioni dei suoi giudici:

quanto inscrutabili sono i suoi giudicii! ed incomprensibili o ininvestigabili le sue vie!

Chi avrebbe pensato che la reiezione dei Giudei avesse anche per fine di far giungere più sicuramente e puramente l'Evangelo ai pagani, ed avesse a servire, da ultimo, alla loro propria nazionale salvazione?

34 A conferma del pensiero espresso, Paolo adduce senza citarle esplicitamente, alcune parole della Scrittura, che esprimono il concetto della infinita, superiorità di Dio sull'uomo Isaia 40:13.

Poichè: chi ha conosciuto il pensiero (lett. la mente) del Signore? O chi è stato Il suo consigliere? O chi gli ha dato per il primo, e gli sarà contraccambiato?

Vi è un crescendo nelle tre domande: Chi ha conosciuto?... Chi è stato suo consigliere?... Chi gli ha dato? Niun uomo può, colle proprie forze, giungere a conoscere i disegni che sono nella mente del Signore; meno ancora è egli in grado di essere suo consigliere, quasichè l'Eterno avesse bisogno dei suoi consigli; e meno che mai, può la creatura anticipare alcunchè a Dio, come s'egli mancasse di mezzi ed avesse bisogno che la creatura gli prestasse qualcosa che poi le verrebbe restituito. L'idea della creatura divenuta creditrice del Creatore, più ricca di lui, non è senza ironia. Quest'ultima citazione, se pur non faceva, nella LXX seguito alle parole d'Isaia 40, è tratta dall'ebraico di Giobbe 41:2. Così, la prima domanda oppone la conoscenza umana, sempre limitata, alla conoscenza infinita di Dio di cui in Romani 11:33; la seconda va più oltre: si riferisce alla, relazione tra la sapienza umana e la sapienza di Dio; e la terza, infine, mette in contrasto la, povertà reale della creatura colle infinite risorse della ricchezza di Dio.

36 L'Eterno non dipende dalle creature;

Poichè da lui

come Creatore e fonte prima, procede ogni cosa.;

per mezzo di lui

sussistono le creature e si svolge il gran dramma della storia; in ispecie, si va «effettuando il piano della salvazione;

e per lui

cioè, in vista di lui, in vista della sua gloria che racchiude il bene vero delle creature,

sono tutte le cose.

A quel fine supremo esse mirano e poichè Dio è principio, mezzo e fine di ogni cosa, Paolo termina con una parola d'adorazione:

A Lui

che solo n'è degno, e non all'uomo,

sia la gloria in eterno. Amen.

RIFLESSIONI

1. Parlando, di questa parte dell'Epistola, il Reuss osserva «ch'essa ne rivela quel che oseremmo chiamare la filosofia, della storia, nel sistema di Paolo»; ed il Godet stima che «mai sguardo più vasto fu gettato sul piano divino della storia del mondo». Alla luce della rivelazione, la storia del mondo non ci appare più come una nave spinta qua e là dai venti, sopra un mare senza lidi. La nave ha la sua rotta tracciata, il suo capitano sapiente e forte che la guida con sicurezza al porto. Quando l'uomo pretende fare a meno di Dio e del suo Cristo, il mondo è buio profondo per lui, perchè n'è sparito il sole.

2. La fedeltà di Dio al suo proposito è un potente incoraggiamento a fidare nelle sue promesse, ed a temere delle sue minacce. «Egli non è uomo per mentire, nè figliuol d'uomo per pentirsi».

3. I giudici di Dio hanno di solito un lato luminoso, perchè anche dal male degli uomini, la sapienza di Dio sa trarre un qualche bene. Questo però, non attenua la responsabilità di chi è stato disubbidiente a Dio.

4. La vera ricchezza del mondo non è l'oro o l'argento, non è la scienza, e neppur la civiltà, ma è il possesso della grazia salutare in Cristo rivelata in Romani 5:12.

5. L'avvenire è lieto per il popolo d'Israele e per il mondo. Lungi dal perire, l'Evangelo di Cristo ha, da estendere i suoi benefici a tutti i popoli; Israele, conservato fino ad oggi dalla Provvidenza, quasi ad attestare la sua missione non è finita, ha da convertirsi a Colui che egli ha trafitto; e la sua conversione ha da essere il segnale di uno spiegamento di vita spirituale che sarà come una risurrezione per le nazioni tutte della terra. Ecco di che aprire il cuore dei cristiani alla speranza ed alla gioia.

6. Lamentazioni conoscenza della parte riserbata ad Israele nella storia futura del popolo di Dio, animava Paolo a spiegare uno zelo crescente nell'opera sua missionaria, e a non perder di vista la conversione dei suoi connazionali. Così, ciascuno di noi deve compiere con zelo, l'opera affidatagli, pensando che concorre direttamente e indirettamente all'effettuazione del piano di Dio. In ispecie, dobbiamo nutrir simpatia per le missioni fra i Giudei. L'antisemitismo se per questo s'intende una opposizione alla stirpe giudaica come tale, non è conforme allo spirito del Vangelo. Si deve combatter dovunque il peccato, ma nel condannare come colpevole l'incredulità e l'usura giudaica, non devesi dimenticare che i Giudei son pur sempre amati da Dio «secondo l'elezione».

7. C'è, nei giudici di Dio sul suo antico popolo, un serio ammonimento per la Cristianità in genere e per ogni credente. «È pur troppo evidente, per chi ha occhi da vedere, che la nostra cristianità, d'origine pagana giunge oggidì, nella maggioranza dei suoi membri, al punto previsto da S. Paolo Romani 11:22. Nella sua superbia, essa calpesta perfino la nozione di quella grazia che, l'ha fatta quel ch'essa è. Essa si avvia, in conseguenza, verso un giudicio di reiezione simile a quello d'Israele, ma che non avrà, per lenirne il dolore, una promessa come quella che accompagna la decadenza giudaica (cfr. Romani 11:23)». (Godet). E quanto al credente individuale, scrive lo stesso autore: «Misero il fedele per il quale la grazia non è più la grazia, al centesimo ed al millesimo giorno come lo fu al primo; anzi più che al primo. Il minimo sentimento d'orgoglio che s'impadronisse di lui, in occasione della grazia ricevuta o dei frutti ch'essa ha prodotti, distruggerebbe per lui la grazia stessa e la paralizzerebbe».

8. La legge della solidarietà umana, nelle sue varie forme ed applicazione, occupa un posto cospicuo coll'insegnamento di Paolo. V'è tra i genitori ed i loro figli, fra i capostipiti dei popoli ed i loro discendenti, tra i primi progenitori della razza e l'intera famiglia umana, una solidarietà fisica e psichica. Di questa l'Apostolo, non si occupa. Ma v'è pure una solidarietà morale e spirituale, e questa egli afferma quando proclama «santi» i nati da coniugi cristiani od anche da un matrimonio divenuto misto 1Corinzi 7:12-16; questa egli afferma quando, parlando dei patriarchi e del popolo disceso da loro, egli dice che «se la radice dell'albero, è santa, lo sono anche i rami», che, gl'Israeliti sono «amati per via dei loro padri» Romani 11:16,28. In Romani 5, Poi, egli ha insegnato la solidarietà tra il primo uomo, Adamo, e l'intera razza proceduta da lui. Però, mentre l'individuo non ha controllo sulla eredità fisica, e psichica a lui trasmessa colla nascita, quando si tratta della solidarietà morale e spirituale, entrano in campo anche la libertà e la responsabilità dei singoli i quali possono accettare o rinnegare la loro solidarietà coi progenitori. Così gl'Israeliti che imitano la fede e la vita pia d'un Abramo, sono figli suoi nel pieno senso, mentre i discendenti naturali che sono increduli ed empi, sono chiamati da Gesù «figli del diavolo». Perciò i profeti, Giovanni Battista., Gesù stesso e Paolo combattono la vana pretesa dei Giudei d'essere esenti dal giudicio di reiezione semplicemente perchè son discendenti, carnali d'Abramo. I Rabbini, infatti, facevano dire alla congregazione d'Israele (cfr. Cantici 1:5): «Io son nera per via delle, mie opere, ma son bella per via delle opere dei miei padri». «Il Santo, si legge in altro trattato, ha parlato così ad Israele: Figli miei, se volete esser giustificati da me nel giudicio, mentovate dinanzi a me i meriti dei vostri padri; così sarete giustificati». Quale estensione abbia preso nella Chiesa romana la dottrina dei meriti supererogatori dei santi, applicati in suffragio di altri, è cosa che non è necessario dimostrare.

Ora, di meriti valevoli per sè o per altri, l'Apostolo della grazia certo non fa parola. Per lui la solidarietà implica, nei padri, il senso dell'obbligo loro particolare di dare ai loro discendenti un esempio di fede e di pietà e nei discendenti la disposizione a seguire le orme dei padri; implica l'aver parte alla benedizione promessa da Dio fino a in mille generazioni a coloro che l'amano; implica per gl'Israeliti il partecipare all'elezione che Dio ha fatta dei padri; implica la partecipazione a tutti i privilegi morali e religiosi concessi ai padri e ricordati Romani 9:3-5. Implica pure, l'aver parte all'alta vocazione d'essere gli araldi della salvazione nel mondo. La solidarietà nei privilegi trae con sè la solidarietà nei grandi doveri corrispondenti. Ond'è che chi sprezza la salvezza di Dio non è atto a compier la missione del popolo eletto, è un ramo sterile che ha da essere troncato. Soltanto chi è nel Cristo promesso e venuto fra i suoi, fa realmente parte della gran famiglia spirituale che Paolo chiama, l'«Israele, di, Dio».

In campi più ristretti la stessa legge di solidarietà trova la sua applicazione in seno alle famiglie cristiane, come in seno alle chiese che han dietro di, sè un «gran nuvolo di testimoni» Ebrei 12:1.

9. Quel tanto che la Rivelazione ci dà a conoscere delle vie di Dio, ed in ispecie dell'avvenire del suo regno, non è destinato a nutrire una vana curiosità; ma piuttosto deve alimentare in noi sentimenti di umiltà, di fiducia in Dio, e di adorazione. A questo, d'altronde, dovrebbe far capo ogni conoscenza che acquistiamo delle opere di Dio e delle sue perfezioni.

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