Romani 12

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PARTE QUARTA

Quale ha da essere la vita di chi ha creduto nell'Evangelo

Romani 12-15

All'esposizione dottrinale, Paolo, secondo il consueto, fa seguire le pratiche esortazioni; e dopo aver mostrato come l'Evangelo è la potenza di Dio per la salvezza d'ogni credente, del Giudeo imprima e poi anche del Greco», egli descrive ora, in brevi tratti, quale ha da essere la vita pratica di chi ha creduto nell'Evangelo della grazia. «Il domma e la morale sono strettamente uniti agli occhi suoi. La fede è la sorgente della vita religiosa» (Oltramare). Per Paolo, una morale indipendente è un edificio senza salde fondamenta.

Questa breve esposizione dei doveri cristiani parte da quelli più generali Romani 12:1-13:14 e termina Romani 14:1-15:13 con quelli che sono più speciali alla chiesa di Roma, nelle condizioni in cui trovasi.

Si possono raggruppare in sei paragrafi nel modo seguente:

§1 - Romani 12:1-2 Il dovere fondamentale della consacrazione a Dio per uniformarci alla sua volontà.

§2 - Romani 12:3-8 Il dovere della modestia nell'apprezzare e far valere a pro della Chiesa i doni ricevuti.

§3 - Romani 12:9-21 Il dovere della carità sincera verso i fratelli e verso i nemici.

§4 - Romani 13:1-7 Il dovere verso le autorità.

§5 - Romani 13:8-14 Il dovere di adempiere, mediante l'amore, a tutti gli obblighi verso il prossimo; ed, in genere, di attendere alla propria santificazione con tanto maggior zelo che si avvicina il giorno di Cristo.

§6 - Romani 14:1-15:13 Il dovere della mutua tolleranza nelle cose secondarie.

§1 - Il dovere fondamentale della consacrazione a Dio per uniformarci alla sua volontà (Romani 12:1-2)

Taluni critici (Renan, ecc..), hanno sollevato dei dubbi sull'autenticità dei capitoli Romani 12-14, perchè Paolo vi esorta una chiesa da lui non fondata. La ragione, puerile in sè quando trattasi dell'Apostolo delle Genti, è inoltre dimostrata vana dai fatti, come lo provano le esortazioni, contenute nei capitoli antecedenti Romani 6; 8; 11, o quelle della lettera circolare detta agli Efesini o quelle rivolte ai Colossesi.

Da quanto Paolo ha esposto fin qui, i lettori hanno potuto farsi un concetto adeguato della misericordia. di Dio verso di essi e verso il mondo, perciò prosegue:

Io vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio,

in nome, cioè, della infinita compassione che Dio ha avuto di voi, salvandovi. Tale è la potente molla dalla vita cristiana: la riconoscenza, l'amore per l'Iddio che ha avuto pietà di noi. «Noi l'amiamo, dice Giovanni, perchè egli ci ha amati il primo». Vi esorto

a presentare i vostri corpi

che sono gli strumenti di tutta l'attività esterna Romani 6:11-12 ed implicano l'offerta della persona e della vita tutta quanta,

in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio.

Paolo non dice: Vi esorto a retorica di parole, ad esaltazioni e sogni mistici; ma vi esorto a qualcosa di positivo e, reale: a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente. «L'amore vuol dare. Più ci ha donato Iddio nella sua grazia, e più ci sentiamo spinti a presentargli l'offerta della nostra riconoscenza. Non abbiamo da cercar lungi da noi, nel mondo un'offerta che esprima il nostro amore. Il nostro corpo ci è dato per questo. Le nostre membra, che sono gli organi della nostra attività nel mondo, devono essere consacrate a Dio. Questo sacrificio lo possono offrire i poveri, come i ricchi» (Cfr. Schlatter). Paolo usa spesso in senso figurato il linguaggio dei sacrifizi rituali. Così in Romani 15:16 ove dice di «esercitare il sacro servigio del Vangelo affinchè l'offerta dei Gentili sia accettevole». Così Filippesi 2:17 ove prevede di dover «essere offerto a modo di libazione sul sacrificio della fede» dei Filippesi. Cfr. 2Timoteo 4:6; Filippesi 4:18; 2Corinzi 2:14,16; 1Pietro 2:5: ove i fedeli sono «un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo». Chiama il sacrificio del corpo vivente; perchè non si tratta, come sotto la legge, di sostanza morta o di animali che si abbiano da sgozzare, ma della consacrazione di un vivente organismo e di tutte le energie di cui è l'istrumento Romani 14:8. È santo poichè il corpo non dev'essere più oltre al servizio del peccato, ma della santità Romani 6:12-13; 13:13; Colossesi 3:5; 1Corinzi 6:12-20; accetto a Dio, poichè risponde all'intento divino nella creazione, come nella redenzione, dell'uomo.

[il che è] il vostro culto razionale.

La parola tradotta «razionale» ( λογικην λ.) s'incontra in 1Pietro 2:2, ov'è applicata al latte «spirituale e puro» che nutre l'anima, per opposizione a quello che nutre il corpo. Si potrebbe, anche qui, rendere (cfr. la Riveduta): «È questo il culto spirituale che avete da rendere». Non si tratta di offrire a Dio un culto meramente rituale ed esterno, consistente in offerte di poco valore; Dio richiede da voi un culto di natura spirituale, i cui atti sono atti morali di servizio volontario, a cui presiede la mente rinnovellata. «Tutta la vita, tutto l'essere del cristiano deve diventare un culto, anzi un sacrificio» (Bonnet). Questo non esclude che il cristiano adoperi liberamente delle forme di culto esterno, ma esclude ogni opus operatum, ed ogni vuoto formalismo. Gli atti del culto esterno non hanno valore agli occhi di Dio se non come mezzo di alimentare e attivare il culto meramente razionale. «Ogni atto di culto che non fa capo alla santa consacrazione di colui che l'offre, è cristianamente illogico» (Godet).

E qual'è la norma che il cristiano deve seguire nella sua nuova attività consacrata a Dio? Anzitutto, Paolo indica qual'è il modello che non si deve seguire.

2 E non vi conformate e questo secolo.

Lett. non vi adattate alla figura di... «La figura ( σχημα) indica qualcosa di più esterno che la forma ( μορφη) ed anche qualcosa di più passeggero che sa di moda. Paolo ci dice dunque qui di non adottare i modi di questo secolo che di lor natura hanno un che di caduco e imperfetto» (Lagrange). Questo secolo, detto anche «il presente secolo malvagio» per opposizione, al «secolo avvenire» Galati 1:4; Efesini 2:2; Luca 18:30 indica l'andazzo del mondo alieno da Dio e dalla salvazione; in una parola, la vita mondana. A questa non devono uniformarsi i credenti; anzi, poichè fino alla loro conversione hanno seguito l'andazzo naturale, devono essere trasformati:

ma siate trasformati

(o trasformatevi: la forma è passiva con senso riflesso) in modo da presentare un tipo di condotta, diverso da quello che il mondo offre. I lineamenti di questa nuova fisionomia morale che si va formando gradatamente, sono determinati dalla volontà di Dio. Esser resi conformi alla volontà di Dio, ecco l'ideale umano. Ma quest'ideale perfetto, come lo percepirà il cristiano? La mente ch'è lo strumento della conoscenza del vero e del bene è, per natura, ottenebrata Efesini 4:18; Colossesi 2:18; essa ha quindi bisogno di venir rinnovata dallo Spirito di luce. Fate di trasformarvi, dice Paolo,

mediante il rinnovamento della vostra mente acciocchè discerniate sicuramente qual'è la volontà di Dio.

Altri rende: acciocchè proviate (Diod.), o: conosciate per esperienza. L'idea contenuta nel verbo è quella d'un attento che conduce a riconoscere, in un modo certo, qual'è in ogni singolo caso la volontà di Dio, distinguendola dalle false apparenze. «Non è sempre facile al cristiano che vive in mezzo al mondo, anche un cuore sinceramente consecrato, il discernere chiaramente qual'è la volontà di Dio a suo riguardo, soprattutto rispetto alle cose esterne della vita» (Godet). Solo una mente illuminata e rinnovata dallo Spirito può riconoscere con sicurezza questa norma

ch'è buona

(lett. la buona), perchè pura espressione di quanto è moralmente eccellente e conduce al vero bene delle creature

accettevole

s'intende: a Dio che si compiace di vederla realizzata, in una vita umana:

e perfetta

perchè non le manca nulla: è esente da ogni difetto; atta quindi a modellare una vita umana compiuta Matteo 5:48.

RIFLESSIONI

1. Quale densità di pensieri essenziali per la vita cristiana in due versetti! Il dovere fondamentale di chi ha ricevuto la grazia di Dio in Cristo è una completa consacrazione del proprio essere e della propria attività a Dio. È questo il culto che risponde alla natura di Dio ed a quella dell'uomo ch'è una creatura dotata d'intelligenza e di coscienza. Il movente di una vita, consacrata non è la paura dello schiavo nè la brama di accumular meriti per «far la propria salvezza»; ma è l'amor riconoscente verso l'Iddio delle infinite compassioni. Il sacrificio che il cristiano offre di sè stesso a Dio, non è un sacrificio espiatorio: quello è stato offerto da Cristo, la vittima propiziatoria che ha versato il suo sangue per la remissione dei nostri peccati (cfr. Romani 3:25); ma è un sacrificio di consacrazione riconoscente, della propria vita redenta, al compimento della volontà di Dio percepita da una mente rinnovata dallo Spirito.

2. «I sacrifizi in tutte le antiche religioni dovevano essere puri e senza macchia; così dobbiamo noi offrire a Dio dei corpi che siano santi e mondi da ogni sozzura e macchia di peccato. Il cristianesimo non condanna il corpo, ma richiede che il corpo sia purificato e unito a Cristo. Le nostre membra devono essere armi di giustizia al servizio di Dio Romani 6:13; i nostri corpi hanno da essere membra di Cristo, templi dello Spirito Santo; dobbiamo esser santi di corpo e di spirito» 1Corinzi 6:15,19; 7:34 (Sanday). Il lavoro manuale più umile, le più dure fatiche corporali sono mobilitati, quando siano offerti a Dio come il sacrificio d'un cuore grato. Gesù, nei giorni della sua carne, servì gli uomini ordinariamente per mezzo del suo sacro corpo, facendo lunghi viaggi a piedi, toccando i malati colle sue mani, incontrando il loro col suo sguardo, pronunziando colle sue labbra parole che erano spirito e vita, soffrendo e morendo. E così «noi guardiamo, parliamo, ascoltiamo, scriviamo, nutriamo bambini, curiamo malati, viaggiamo, servendoci di questi servitori materiali che sono le nostre membra viventi. Senza il corpo di che utilità saremmo noi per gli altri uomini?» (Moule).

3. Coll'abbandonarsi fiducioso alle compassioni di Dio in Cristo, il credente è stato giustificato, è entrato nello stato di grazia, ha rotto col peccato ed ha principiato una vita nuova; ma questa è quella di un neonato e deve crescere gradatamente fino a raggiungere la perfezione. E si svolge attraverso difficoltà ed errori e pericoli e lotte e sofferenze. L'uomo vecchio ha la vita dura, le seduzioni del mondo sono tenaci, Satana non abbandona facilmente la sua preda. Da ciò la necessità delle esortazioni rivolte ai fedeli dai loro fratelli e principalmente dai ministri del Vangelo: esortazioni che stabiliscano i principi fondamentali e le direttive essenziali della vita cristiana, quali son contenute nelle Sacre Scritture; che applichino alle circostanze particolari, dei tempi e delle persone quei principi e quelle direttive, onde aiutare i credenti a discernere la volontà di Dio nella loro vita quotidiana nella famiglia, nella chiesa e nella società; che insegnino come si può essere coniugi cristiani, genitori, figliuoli, servitori, padroni, vicini, sudditi cristiani. A Timoteo Paolo ingiunge: «Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida, esorta con grande pazienza e sempre istruendo 2Timoteo 4:2. «La sapienza cristiana consiste appunto nel ritener fermamente e nel tradurre in pratica nei compiti grandi e piccoli della vita quotidiana, quel che siamo diventati internamente mediante la fede in Cristo» (Schlatter).

4. Aver sperimentato le compassioni di Dio, esserci consacrati al Dio, che ci ha salvati, essere stati rinnovati nella mente per discerner la volontà di Dio, sola norma perfetta della vita, ecco l'unico mezzo efficace di tagliar dalle radici la mondanità, rinunziando all'andazzo ed alla; moda, ai gusti ed alla mentalità del mondo.

3 § 2 - Il dovere della modestia nell'apprezzare e far valere, a pro della Chiesa, i doni ricevuti (Romani 12:3-8)

Con Romani 12:3 principia la serie dei doveri pratici nei quali si esplica la consacrazione a Dio. Per mostrami come la vita cristiana deve modellarsi, non sull'andazzo, del mondo, ma sulla bene intesa volontà di Dio,

Per la grazia che m'è stata data,

coll'autorità e coi lumi dell'apostolato conferitomi (cfr. 1Corinzi 3:10; Galati 2:10; Efesini 3:7-8. In Romani 15:15 dirà esplicitamente: «...a motivo della grazia che mi è stata fatta da Dio, d'esser ministro di Cristo Gesù per i Gentili», per istruirli così nella dottrina come nei doveri cristiani),

lo dico quindi a ciascuno fra voi,

a chiunque fa parte della fratellanza cristiana in Roma, qualunque, sia la posizione che occupa in seno alla chiesa,

che non abbia di sè un concetto più alto di quel che deve avere,

un concetto esagerato,

ma abbia di sè un concetto sobrio.

Il giuoco di parole dell'originale non si può tradurre, ma convien ricordare che il greco φρονειν include il concetto e il sentimento. La tendenza naturale, quella che regna nel mondo, è di esagerare a sè stesso ed agli altri le proprie capacità, facendo di queste alimento all'orgoglio. Il cristiano deve invece imparare, anzitutto, a considerare le capacità naturali che lo Spirito santifica ed accresce come dei doni di grazia 1Corinzi 4:7. Di questi doni non deve esagerarsi nè il numero, nè il valore; ma cercare di farsene un concetto sobrio, esatto e modesto,

secondo la misura della fede che Dio ha assegnata a ciascuno.

Ciascuno ha la sua misura di doni; piccola o grande che sia, si tratta di rendersene conto, invece però di parlar della misura dei doni distribuiti, l'Apostolo parla della misura della fede. Perchè? La fede è, in senso generale, la condizione soggettiva, per essere fatti partecipi della grazia di Dio. Tuttavia, è presentata, in un senso speciale, come il carisma (dono) ch'è la condizione degli altri carismi 1Corinzi 12:9; 13:2. Qui si tratta di fede in questo senso speciale; ed è implicato il principio che lo splendore, l'intensità dei doni, ed anche la loro varietà, dipendono dalla intensità della fede che lo Spirito dà (cfr. Matteo 17:20; Luca 17:6; Giovanni 3:34).

4 Poichè, siccome in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra. non hanno un medesimo ufficio,

Il paragone della chiesa col corpo umano è stato svolto da Paolo in 1Corinzi 12 (cfr. Efesini 4:16; Colossesi 1:18) ed è specialmente atto a mostrare come la prosperità dell'organismo spirituale della Chiesa sta appunto in questo: che ciascuno dei molti membri compia con modestia e fedeltà la funzione particolare che gli è assegnata. Se un membro non sa limitarsi e si stima capace di tutto, e troppo abbraccia, farà male la propria parte e invaderà quella di altri, abituando all'inerzia chi avrebbe dovuto compiere una qualche utile funzione. La divisione del lavoro secondo le capacità individuali sempre limitate, è regola di somma importanza dovunque; in ispecie poi nella Chiesa (Esemp. Atti 6). Invece di «operazione» (Diod.) o «ufficio» (Rived.) si può tradurre funzione.

5 Così noi che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l'uno dell'altro.

L'espressione un sol corpo in Cristo vale: nell'unione con Cristo ch'è il centro vitale da cui emana la vita e l'unità del corpo Efesini 4:15; 5:23; Colossesi 2:19. Siamo un organismo vivente in cui ciascuno ha da ricevere e da dare.

6 E siccome abbiamo dei doni differenti secondo la grazia che ci è stata data,

Lett. doni di grazia. «Carisma accenna ad una attitudine spirituale comunicata al credente colla fede, e mediante la quale deve concorrere allo sviluppo della vita spirituale nella Chiesa. Per lo più, è un talento naturale che lo Spirito di Dio si appropria e di cui accresce la potenza e santifica l'esercizio» (Godet). Questi doni di atti è sorgente e regolatrice la grazia sono diversi per la lor natura, come per il fine pratico cui devono servire. L'enumerazione qui non è completa. Cfr. Efesini 4, e soprattutto 1Corinzi 12-14. La chiesa di Roma pare aver posseduto piuttosto i doni più utili e di natura permanente, mentre Corinto abbondava di doni più straordinari.

se abbiam dono di profezia, profetizziamo secondo la proporzion della nostra fede.

Il dono di profezia, nel Nuovo Testamento, consiste nella capacità di esporre, sotto l'impulso diretto dello Spirito, il consiglio di Dio a fine di edificazione o di consolazione. Talvolta il profeta annunzia anche l'avvenire. Era un dono molto utile alla chiesa (cfr. 1Corinzi 14). Era una funzione piuttostochè un ufficio ecclesiastico. Le parole: «secondo la proporzion (in greco: analogia) della fede», sono state variamente intese. Gli uni interpretano: in armonia colla fede, nel senso di verità evangelica rivelata nelle Sacre Scritture, o: in armonia col contenuto della fede già esistente negli uditori. Tornerebbe a dire che il profeta non dove mettersi in contraddizione colla regola della fede. Confrontar le esortazioni alla chiesa di «provar gli spiriti» Matteo 14:11,24; 1Tessalonicesi 5:19-21; 1Timoteo 4:1; 1Pietro 4:10-11; 1Giovanni 4:1; 1Corinzi 12; Galati 1:8-9,11; Giuda 3. Ma questa reazione si allontana alquanto dallo scopo di Paolo in questo paragrafo. Dà alla parola fede un senso che s'incontra solo negli scritti posteriori del Nuovo Testamento (cfr. Atti 6:7; 1Timoteo 4:6; 2Timoteo 4:7; 3:8), e si allontana dal significato, proprio del greco analogia che Diodati rende esattamente: proporzione. È preferibile dunque l'intendere la fede come in Romani 12:3, cioè del dono che determina la misura degli altri. Si viene così a interpretare: Profetizziamo secondo la proporzione del dono di profezia ricevuto, senza andare al di là di quanto ci è rivelato, ma tenendoci scrupolosamente nei limiti del dono concessoci.

7 Se di ministerio

(il che implica le attitudini relative)

attendiamo al ministerio.

Che si intende per ministerio? La parola originale (diaconia) ha senso molto generale. Si applica al servizio di una donna di casa Luca 10:40, come a quello dei magistrati in uno Stato Romani 13:4 o degli angeli nel mondo Ebrei 1:14. Riferiti alla chiesa, i termini «ministerio» e «ministro» sono adoperati per tutti i ministeri o servizi nella chiesa 1Corinzi 12:5; in ispecie per il ministerio della parola, evangelistico, pastorale o apostolico Efesini 4:12; Colossesi 4:17; 2Timoteo 4:5; Atti 1:17; 6: 4; 20:24; Romani 11:13. In senso speciale, si applicano all'ufficio del diaconato Filippesi 1:1 a cui spetta l'amministrazione degli affari materiali della chiesa, la cura dei poveri, delle vedove, dei malati o dei forestieri Atti 6:1-6; 11:29; 12:25; Romani 15:31; 16:1; 2Corinzi 8:4; 1Timoteo 3:8. Alcuni prendono qui la parola ministerio in questo senso speciale, perchè distinta sia dalla profezia sia dall'insegnamento e dall'esortazione (cfr. 1Pietro 4:11; 1Corinzi 16:15); mentre altri la estendono ai ministeri regolari stabiliti nelle chiese apostoliche Atti 14:23, cioè al presbiterato ed al diaconato che si esercitavano più coll'azione che colla parola. «Non dobbiamo aspirare a funzioni per le quali non abbiamo i doni necessari» (Oltram.). «L'anziano non deve aspirare a salire sul, tripode del profeta, nè il diacono pretendere alla dignità di vescovo o di dottore» (Godet).

Parimente chi insegna attenda all'insegnare;

Per colui che ha il dono di insegnamento, s'intende il catechista, o il dottore che spiega ed espone sistematicamente la verità rivelata rivolgendosi specialmente all'intelligenza (cfr. 1Corinzi 12:8; Efesini 4:11; 1Timoteo 3: 2). La funzione del dottore venne poi gradatamente unita al pastorato.

8 Chi esorta attenda all'esortare;

Chi, senza esser profeta nè istruito come il dottore, ha il dono di applicare praticamente la verità in modo da agire sul cuore per consolarlo e commuoverlo, sulla volontà per fortificarla e spingerla all'azione, coltivi e faccia valere il suo dono.

Chi fa parte dei suoi beni,

non chi distribuisce elemosine a nome della chiesa Atti 4:35 la parola è diversa, ma chi dona del suo, perchè, avendo da Dio ricevuto dei beni materiali, non li vuol tesoreggiare per sè, ma sceglie di esser ricco per Dio Luca 12:21

faccialo in semplicità;

Adottando questa traduzione, il senso è: senza secondi fini come Anania e Saffira o come chi fa suonar la tromba, ma colla sincerità di un cuore che cerca di far del bene. Però in 2Corinzi 8:2; 9:11,13, ove si tratta di doni per i poveri di Gerusalemme, la parola significa generosità, che implica larghezza nei doni proporzionata ai mezzi, e benevolenza del cuore;

colui che presiede con diligenza.

In 1Tessalonicesi 5:12; 1Timoteo 5:17 sono designati i conduttori della chiesa come coloro che presiedono. Può darsi però che si debba applicarlo a ogni cristiano avente un dono di direzione che lo renda capace di stare a capo d'un'opera. Egli deve recare a quell'ufficio, la cura, lo zelo di uno cui sta a cuore la buona riuscita dell'opera che dirige. Il presiedere sarà un onore, ma è prima di tutto un onere; chi presiede deve mostrar ch'egli è degno dell'onore, faticando più d'ogni altro.

chi fa opere pietose

anche senza denaro, consolando, visitando gli orfani e le vedove, i malati, i derelitti, lo faccia

con allegrezza,

non sospirando, nè per forza. La parola (ilarotes) «indica la volonterosa premura, la grazia piacevole, l'affabilità spinta fino alla gaiezza, che fanno del visitatore o della visitatrice un raggio di sole che penetra nella, camera del malato e nel cuore dell'afflitto» (Godet).

RIFLESSIONI

1. La consacrazione del credente a Dio non ha da esaurirsi in mistica contemplazione od in vaporoso sentimentalismo. L'apostolo di Cristo, esercitando l'ufficio affidatogli «dottore dei Gentili», si affretta a mostrare ai cristiani in quali campi svariati di attività pratica essi devono compiere la volontà di Dio. Tacendo qui dei doveri famigliari esposti in altre epistole (Efesini 5:22 e segg.; Colossesi 3:18), ecco la famiglia dei fratelli in fede coi suoi vari bisogni spirituali e materiali; ecco la cerchia più larga dei non credenti, spesso nemici; ecco lo stato colle sue autorità e le sue esigenze: tutta una catena di doveri nella pratica dei quali sono chiamati a manifestare la loro devozione e fedeltà all'Iddio che li ha salvati.

2. I molti membri della Chiesa nel suo insieme, ed anche quelli di ogni singola congregazione di fedeli, sono «un sol corpo in Cristo»; sono, cioè, un organismo vivente di cui l'anima è Cristo, il quale comunica la vita a quanti sono a lui uniti per fede. I nomi possono figurare sui registri di una chiesa cristiana; possiamo essere fra i suoi membri più influenti, ed anche fra il suoi ministri; ma se non siamo «in Cristo», uniti a lui come i tralci sono, uniti alla vite, non siamo membri viventi del suo Corpo. Come nel corpo, così nella Chiesa di Dio, ogni membro ha la sua funzione più o meno importante, più o meno onorevole, ma sempre utile all'organismo. C'è chi insegna, c'è chi esorta, vi sono quelli che aiutano i fratelli poveri, vi sono quelli che presiedono raunanze di, fedeli o sono a capo di opere di beneficenza e vi sono quelli che fanno opere pietose. Ogni membro ha bisogno degli altri e, a sua volta, contribuisce in qualche misura al loro bene. Quella chiesa può dirsi prospera che, per impartire l'insegnamento cristiano sotto le sue varie forme, per compiere i doveri della carità nelle sue molteplici applicazioni, possiede molti volonterosi e capaci lavoratori i quali attendono con zelo, ciascuno all'opera che gli è affidata.

3. Ogni membro del corpo di Cristo ha la sua funzione ed ha per questa ricevuto le capacità necessarie. Si tratta, per ciascuno, di rendersi conto esattamente del dono ricevuto. Ora c'è chi, per scusare la propria neghittosità il proprio egoismo ed anche la ripugnanza ad assumere delle responsabilità, cerca di persuadersi che non ha ricevuto il dono di cui, però, Dio gli domanderà conto. C'è per contro chi, per ambizione o per vanità, esagera a sè stesso ed agli altri, il numero e l'entità dei doni ricevuti e si crede atto ed ogni cosa. L'Apostolo insegna a seguir la via di mezzo: a non far poca stima dei doni ricevuti, svalutandoli; e d'altra parte, a non aver di sé e delle proprie capacità un concetto troppo alto. Al dover di valutar sobriamente, i doni ricevuti, va unito quello di farli valere al servizio degli altri con zelo, con assiduità, con spirito di amor fraterno. «Deh ch'io possa (così pregava il dott. Chalmers), aver, di me stesso un concetto umile e sobrio..., ch'io possa conoscer qual'è il posto che mi è assegnato e compierne con assiduità i doveri... Perdona le mie imperfezioni. come professore e, se tale è la tua volontà liberami da, ogni altra incombenza ond'io possa attendere a quest'alta vocazione senza; distrazione».

9 §3 - Il dovere della carità sincera verso i fratelli e verso i nemici (Romani 12:9-21)

Dalla liberalità e dalle opere pietose alla carità ch'è l'anima della beneficenza e della compassione cristiana, il passo è breve. L'amore è il dono che tutti possono avere e che deve informare le relazioni diverse coi fratelli e coi non fratelli. Ma per essere il movente dell'attività cristiana dev'esser sincero.

L'amore sia senza ipocrisia

2Corinzi 6:6; 1Pietro 1:22. «L'amor che le labbra esprimono, ma ch'è smentito dall'egoismo del cuore... è male odioso» (Oltram). Quante volte sorridono le labbra cortesemente, e la mano stringe la mano, mentre nel cuore c'è indifferenza, disprezzo, od avversione. La condotta dei fedeli in cui opera l'amore senza ipocrisia è descritta con una serie di participi e di aggettivi. Volendo conservare, nella versione, questo legame tra la carità e le sue manifestazioni, si potrebbe supplire l'imperativo: amate... aborrendo dal male...

Aborrite il male, e attenetevi fermamente al bene.

«L'amor non è puro se non quando è nemico dichiarato del male, anche nella persona di quelli che amiamo, e mette ogni energia nel farli progredire nel bene. Privo di quella rettitudine morale ch'è lo spirito di santità, l'amore non è se non una forma dell'egoismo 1Corinzi 13:6» (Godet). Verso i fratelli in fede, l'amore prende la forma speciale di affetto fraterno 1Tessalonicesi 4:9; Ebrei 13:1; 1Pietro 1:22.

10 Quanto all'amor fraterno. siate pieni d'affezione gli uni per gli altri...

La parola originale φιλοστοογοι si applica all'affezione naturale tra i membri di una stessa famiglia. I cristiani sono membri della famiglia di Dio, i fratelli in Cristo, devono quindi amarsi d'un affetto pieno d'intimità e di tenerezza;

quanto all'onore, prevenitevi gli uni gli altri;

L'amore, come non esclude l'ubbidienza dei servi ai padroni 1Timoteo 6:1-2, non esclude i rispettosi riguardi dovuti al fratello in considerazione dei doni che possiede, o della carica che occupa, o dell'opera che compie, o semplicemente della sua qualità di figlio di Dio. Facendo a gara nell'onorare i fratelli, onorano l'Iddio che li ha adottati ed arricchiti dei suoi doni.

11 La carità è attiva; quindi aggiungo:

quanto allo zelo, non state pigri;

Si potrebbe tradurre invece di zelo, diligenza, o premura. «Studio» è equivoco. Si tratta della premurosa diligenza che dobbiamo adoperare nel compiere il lavoro affidatoci e, specialmente, nel procurare il bene dei fratelli, o nel render loro servizio (cfr. Tito 3:13-14; 2Pietro 1);

state ferventi nello spirito;

Per spirito s'intende lo spirito umano, ma compenetrato dal divino, e per «fervore» s'intende l'interno ardore o ribollimento prodotto dallo Spirito di Dio ed a cui nessuna facoltà rimane estranea. C'entra la salda convinzione della mente, l'affetto vivo del cuore, e l'energia della volontà (cfr. Atti 18:25; Apocalisse 3:15-16).

servite al Signore

Lo zelo che non avesse per fonte perenne il fervore interno dello spirito sarebbe artificiale, meccanico; ma il fervore e lo zelo che non avessero per supremo scopo e per norma il servire al Signor Gesù, potrebbero degenerare in zelo settario, carnale, stravagante, od in fanatismo (cfr. Romani 14:18; 16:18; Filippesi 1:15). «In ogni cosa che noi troviamo da fare, dobbiamo non solo essere attivi, ma possedere uno spirituale entusiasmo alimentato in noi dal sapere che tutta la nostra attività, per quanto umile, è al servizio di Cristo» (Schaff). Una variante occidentale legge: «servendo all'opportunità».

12 Come il servire al Signore è lo scopo supremo dell'attività spiegata dall'amor cristiano, così l'allegrezza della speranza è come il cordiale che la sprona, la pazienza nelle afflizioni è l'esercizio che la fortifica e la perseveranza nella preghiera è la fonte a cui attinge sempre nuove forze. Quindi è che, nell'enumerare gli svariati doveri connessi colla carità e prima di arrivare ai più difficili, Paolo addita in poche parole, quasi di passata, il modo in cui viene alimentata la fiamma interna del fervore caritatevole.

siate allegri nella speranza

ben fondata che voi avete della gloria di Dio (Romani 5:2,5; 8:18-25; cfr. 2Corinzi 13:11; Filippesi 2:17-18; 3:1; 4:4);

pazienti nell'afflizione

Romani 5:3; 1Tessalonicesi 1:3,

perseveranti nella preghiera;

«Che fare per mantenere nel cuore lo slancio giulivo della speranza e il perdurare della pazienza che tien fermo? Perseverare nella preghiera, dice l'Apostolo. Ivi sta il principio fecondo di quelle mirabili disposizioni» (Godet) Colossesi 4:2; Atti 1:14; 1Tessalonicesi 5:16-18. L'ordine delle parole nell'originale porterebbe: «nella speranza essendo allegri: nell'afflizione», ecc.

13 provvedete alle necessità dei santi,

lett. partecipate... cioè prendete la vostra parte delle necessità materiali dei cristiani bisognosi, non solo col simpatizzare con essi, ma col soccorrerli dei vostri beni Romani 15:27; Ebrei 13:3; Filippesi 4:14-15; Galati 6:6. Una variante porta: ai «ricordi» o alle commemorazioni dei santi. Se non è semplice svista di copista, l'origine posteriore ne è manifesta. Una delle forme speciali dell'assistenza verso i cristiani, è l'ospitalità, spesso raccomandata negli scritti apostolici, poichè erano, molti i fratelli perseguitati, cacciati di casa, erranti di luogo in luogo. La devono esercitare con premura:

esercitate con premura l'ospitalità.

(cfr. Ebrei 13:2; 1Timoteo 5:10; Tito 1:8; 1Pietro 4:9; 3Giovanni 5-10). «I cristiani, nota il Sanday-H., si consideravano come una fratellanza sparsa nel mondo, i cui membri vivevano come forestieri fuori del loro paese, ed erano perciò uniti, come le membra d'un sol corpo, come i fratelli d'una stessa famiglia. L'applicazione pratica di questo concetto, esigeva che un cristiano dovesse trovare una casa che l'accogliesse quando si recava da una città ad un'altra... L'unità e la forza alimentata da queste relazioni, contribuirono validamente alla saldezza del «cristianesimo». Siccome la persecuzione era quella che creava buona parte dei bisogni dei cristiani, così l'Apostolo intercala qui una esortazione al riguardo.

14 Benedite quelli che vi perseguitano.

Le sofferenze ch'essi cagionano a voi ed ai vostri fratelli, fanno sorgere nel cuore tale un fremito di sdegno che siete tentati di maledirli. Non vi lasciate vincere da quel sentimento:

benediteli e non li maledite.

Considerate, non solo il male che vi fanno, o la malvagità che dimostrano, ma altresì l'ignoranza in cui sono Luca 23:34; e ricordatevi dell'ordine e dell'esempio del Maestro Matteo 5:44; 1Pietro 2:21-24. Come il maledire implica l'odio e l'invocazione dell'ira di Dio su di loro, così il benedire implica l'amore, e invoca da Dio la conversione e la salvazione eterna degli accecati. D'altronde, si tratta qui di persecuzioni non ufficiali, ma private.

15 Come devono partecipare ai bisogni materiali dei cristiani poveri, o perseguitati, così devono, in modo generale, crocifìggendo l'egoismo del cuore, «prender parte a tutto quello che cagiona allegrezza o dolore ai loro fratelli:

Rallegratevi con quelli che sono allegri, piangete con quelli che piangono.

«Vedere un uomo felice e non solo non portargli invidia ma rallegrarsi con lui, è una disposizione divina... Partecipa alle lagrime del tuo fratello affine di alleviare il peso del suo dolore; partecipa alla sua gioia affin di renderla maggiore. L'amore che ti unisce a lui sarà più saldo quand'egli vedrà che tu non guardi di mal'occhio alla sua felicità» (Crisostomo).

16 Abbiate, gli uni verso gli altri, gli stessi sentimenti.

La reciprocità dei sentimenti di bontà, di amore, di simpatia, è quella che sola può assicurare l'armonia in seno alla comunità. L'esortazione torna in sostanza a quella di Romani 15:5; 2Corinzi 13:11; Filippesi 2:2; 4:2.

Non abbiate l'animo alle cose alte,

alle alte posizioni, cariche, relazioni, occupazioni, poichè si annida facilmente, in queste aspirazioni, l'orgoglio, la vanità personale ch'è di ostacolo alla concordia fraterna.

ma lasciatevi attirare dalle umili,

dai doveri, dalle occupazioni o cure che meno attraggono gli sguardi e la lode degli uomini. Spesso il lavoro più oscuro è il più utile e benedetto. Esemp. l'opera del colportore, del maestro, del pastore, della madre di famiglia, può esser più utile di quella più brillante del predicatore. Paolo non disdegnava di fabbricar tende, e Gesù volle lavare i piedi dei suoi discepoli (cfr. 1Tessalonicesi 4:11). Molti prendono τ. ταπεινοις come maschile ed il senso sarebbe: «ma vi attiri la società degli umili». Un vero cristiano, osserva Lagrange, trova meglio il suo posto nelle soffitte che non nei palazzi.

Non vi stimate savi da voi stessi.

Non vi tenete per avveduti, intendenti. Un alto sentir di sè è un pericolo per l'unione fraterna che prospera all'ombra dell'umiltà. Esso conduce facilmente ad esagerare le offese altrui ed a nutrire sentimenti di vendetta e di rancore (cfr. Proverbi 3:7).

17 In Romani 12:17-21, viene esposto il dovere più difficile della carità cristiana: quello che riguarda i nemici, siano essi cristiani o non cristiani. Già in Romani 12:14, Paolo ha fatto cenno dei persecutori; ma quelli possono non essere nemici personali. Qui viene alla condotta da tenere verso i nemici personali. Il dovere ha due gradi:

1) non render male por male;

2) rendere anzi bene per male, ch'è il maggior trionfo dell'amor cristiano.

Non rendete ad alcuno male per male.

(Cfr. 1Tessalonicesi 5:15; 1Pietro 3:9; Matteo 5:38-48). Anzichè pensare a ricambiare il male col male, il cristiano deve preoccuparsi delle cose che vanno alla pace, tenendo al cospetto di tutti gli uomini una condotta irreprensibile e pacifica, che riproduca l'esempio del Maestro. Così non darà, per colpa sua, occasione ad inimicizia e ad offese.

Applicatevi alle cose che sono oneste nel cospetto di tutti gli uomini.

2Corinzi 8:21; 1Timoteo 2:3; 1Pietro 3:9-12, non trascurando la moralità ordinaria, sotto pretesto di superiore santità. La pratica del bene è la predicazione più convincente per gli indifferenti ed i nemici Matteo 5:13-16; 1Pietro 2:12-15; 3:1-2,13. Quando, per il fatto altrui, la pace sia minacciata, il cristiano deve fare quanto da lui dipende per conservarla.

18 Non sarà sempre possibile, poichè non potrà impedire che altri gli sia nemico, ma, dice l'Apostolo,

Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini.

Non devono dare occasione a rotture, nè invelenirle se avvengono, ma adoperarsi ad evitarle ed a sanarle: poichè sono chiamati ad essere «figli di pace» e «facitori di pace» Matteo 5:9. «Se non dipende da noi il condurre il prossimo a disposizioni pacifiche verso di noi, dipende da noi l'esser sempre disposti a far la pace» (Godet).

19 Cercando di farsi giustizia da sè, non solo non dànno buon esempio al mondo, non solo mettono a repentaglio la pace che devono mantenere con ogni sforzo, ma essi usurpano un diritto che Dio si è riservato.

Non fate le vostre vendette, cari miei;

non tocca a voi quest'ufficio di giudici e di giustizieri;

Ma cedete il posto all'ira [di Dio];

cioè, non: lasciate sbollire l'ira vostra, nè: lasciate sbizzarrirsi quella del nemico; ma piuttosto cedete il posto, lasciate fare all'ira di Dio (cfr. Luca 14:9; 1Pietro 2:23; Romani 5:9). La citazione che segue (Romani 12:19) è, infatti, intesa a dimostrare che a Dio solo spetta la vendetta. Essa è presa da Deuteronomio 32:35, ma presenta una combinazione dell'ebraico colla versione dei LXX. La stessa particolarità s'incontra, Ebrei 10:30, e nelle parafrasi rabbiniche.

poichè sta scritto: "A me la vendetta; io darò la retribuzione" dice il Signore.

20 La carità cristiana non si limita, però, al lato negativo del dovere: al non rendere male per male; ma la sua vittoria completa consiste nel ricambiare il male col bene secondo il precetto di Cristo, e ciò allo scopo di conseguire il bene spirituale del nemico.

anzi,

(così i codd. più numerosi), invece di pensare a, vendicarti,

se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare, se ha sete, dagli da bere; poichè facendo così, tu raunerai dei carboni accesi sul suo capo.

La citazione è tratta da Proverbi 25:21-22. L'immagine dell'accumulare dei carboni accesi (lett. di fuoco) sul capo a uno, non può significare altro che fargli nascere in cuore il cocente, ma salutare dolore della vergogna e del rimorso pei suoi atti malvagi. Il pensare a trargli addosso la vendetta di Dio, sarebbe contrario allo spirito di tutta l'esortazione.

21 L'Apostolo riassume i precetti relativi ai nemici in una formula finale ch'è come un quadro grafico:

Non esser vinto dal male, ma vinci il male col bene..

L'incontro del cristiano colla malvagità umana sotto forma d'inimicizia personale, di offese di torti, di calunnie, di. persecuzioni, costituisce per lui un serio cimento, una lotta in cui la passione ha, per alleato, il sentimento stesso, della giustizia, ed in cui la sconfitta e la vittoria stanno appunto là dove il mondo ed il cuor naturale non le mettono. Il render male per male. Il lasciarsi travolgere dall'ira o dal rancore, il farsi giustizia da sè, anzichè rimettersi a Dio, è un esser vinto dal male, inquantochè il male, sotto forma d'inimicizia, volta contro a noi, è riuscito a trovare il nostro lato debole, ci ha feriti e fatti cadere. Per contro, il non cedere ai moti del cuor naturale, il render il bene per il male in modo da recare un turbamento salutare, fino nel cuore o nella coscienza del nostro nemico, è un vincere il male in lui mediante il bene fatto da noi: «il capolavoro della carità» (cfr. 1Corinzi 13; 1Pietro 2:2).

RIFLESSIONI

1. Le ventisette brevi esortazioni di questo paragrafo sono come collegate insieme da un filo d'oro che è l'amore cristiano, di cui Paolo dirà in Romani 13:10, ch'esso è «l'adempimento della legge». Quando si paragoni questa collana di doveri cristiani con 1Corinzi 13, colpiscono le molte analogie e il brano dell'Epistola ai Romani appare come la traduzione in prosa esortativa dell'inno alla carità dettato un anno prima. L'amor cristiano è sincero, è santo e aborre il, male anche in quelli che predilige, è pieno di fraterna tenerezza, di cortesi e rispettosi riguardi, di premura nel rendere servizi, di fervore spirituale al servizio del Signore. Attinge forza nella speranza, nella pazienza e nella preghiera perseverante; è benefico verso i bisognosi; benedice ai persecutori, simpatizza colle gioie, come coi dolori altrui, è umile e pacifico, non è vendicativo, ma trionfa del male col far del bene ai nemici.

2. «Si sviluppa spesso, nelle congregazioni dei fedeli, una tendenza aristocratica, forzandosi ognuno, in virtù della fraternità cristiana, di stringer relazioni con quelli che, per i loro talenti o per le loro ricchezze, occupano una posizione più elevata. Da ciò nascon piccole consorterie animate da spirito di alterigia, e che danno luogo ad esclusioni offensive e penose. L'Apostolo conosce queste piccinerie: e vuol prevenirle; raccomanda perciò ai membri della chiesa di stabilire relazioni con tutti ugualmente e, se voglion fare preferenze, di farle piuttosto a favore dei più meschini dei più indigenti, dei più ignoranti, dei meno influenti nella chiesa. L'antipatia che Paolo sente per ogni specie d'aristocrazia spirituale, per qualunque distinzione di caste in seno alla chiesa, si rivela anche nel precetto che condanna il sentire presuntuoso che ciascuno ha della propria saviezza, sentimento che porta a non tener conto dell'opinione degli umili ed a coltivar relazioni soprattutto con quelli che ci adulano ed il cui consorzio ci onora agli occhi degli uomini» (Godet).

3. Il non vendicarsi, il non maledire quelli che ci perseguitato anzi, l'invocar su di loro le benedizioni di Dio, il far loro del bene quando se ne offra l'occasione, è tal dovere che oltrepassa manifestamente le forze della natura e fa parte dello straordinario del Vangelo Matteo 5:47-48. Non lo può praticare se non chi ha ricevuto dallo Spirito un cuor nuovo e può esclamare con Paolo: «Io posso ogni cosa in Cristo, che mi fortifica». Gli stoici affermavano che «la voluttà della vendetta è propria d'un animo debole e piccino; ma è più facile l'avvolgersi orgogliosamente nel manto della propria dignità, che, non lo sradicar dal cuore i sentimenti dell'odio che maledice il nemico. Il cristiano non ottiene quella suprema vittoria se non dallo Spirito d'ella vita che lo porta a tener lo sguardo fiso in Dio ch'è il solo giudice infallibile e giusto, ma ch'è altresì l'Iddio delle infinite compassioni, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, che ha dato il suo Figliuolo per coloro ch'erano nemici, che ci ha riconciliati a sè mezzo di Cristo, che vuol salvati tutti uomini e non ignora quanta parte abbia l'ignoranza nei persecutori i quali «non sanno quello che fanno» e possono esser tratti a ravvedimento dall'amore che ricambia il loro odio.

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