Romani 13

1 §4 - Il dovere verso le autorità (Romani 13:1-7)

Nell'enumerare rapidamente i doveri generali del cristiano, Paolo è partito da quello fondamentale della consacrazione personale a Dio; ha toccato poi della modestia nel far valere i doni ricevuti a pro della Chiesa; quindi, allargando la cerchia, ha indicato i doveri della carità verso tutti i fratelli ed anche verso i nemici.. Ora, uscendo dalla sfera delle relazioni, soavi o penose create dalla fede, l'Apostolo delinea il dovere verso le autorità dello Stato Romani 13:1-7, al quale farà seguire una esortazione di natura ancor più generale Romani 13:8-14.

All'epoca in cui scrive, Paolo sente bene che l'estendersi del Vangelo non può mancare di provocare, in seno al paganesimo, una ostilità sempre più aperta. Il paganesimo non si lascerà uccidere senza una feroce resistenza. Efeso ne ha di recente fornito un saggio, per quanto incruento. Egli non ignora l'accusa che volentieri si fa ai cristiani d'esser dei ribelli alle leggi dello Stato Atti 17:6-7; non ignora la tendenza irrequieta dei Giudei di fronte al potere pagano Atti 5:37; 18:2 ed il pericolo che i cristiani vengano confusi con loro: sente l'importanza speciale che, da quel lato, può avere la condotta corretta dei credenti della capitale e perciò espone loro più lungamente il dovere della sottomissione coscienziosa alle autorità costituite. Sì confronti un passo analogo in 1Pietro 2:13-17, scritta nell'Oriente, in quel giro di anni; come pure Tito 3:1; 1Timoteo 2:2.

Ogni persona

(lett. ogni anima)

sia sottoposta alle autorità superiori,

che sono, cioè, preposte al reggimento della società civile. Il primo motivo di ubbidienza sta nella divina istituzione dell'autorità civile:

perchè non vi è autorità se non da Dio.

Essa procede da Dio perchè Dio la vuole; senza di essa non è possibile un vivere, sociale ordinato, diverso da quello dei bruti. L'anarchia, oltre all'essere impossibile nella pratica, è contraria al pensiero divino. «Dio non è Dio di disordine» 1Corinzi 14:33. L'autorità procede da Dio ancora perchè è lui che la dà. Essa non è una semplice delegazione di poteri da parte degli uomini, ma è una delegazione di podestà da parte di Dio; perciò i magistrati son chiamati servi e ministri di Dio, e, nell'Antico Testamento, perfino degli dei (elohim). È dunque pienamente giustificata la formula: per grazia di Dio e per volontà della nazione... Nè solo l'autorità in astratto, come principio, procede da Dio; ma il cristiano deve considerare come stabilita da Dio, provvidenzialmente, l'autorità esistente di fatto, in una data forma storica e rappresentata da dati individui.

E quelle che esistono

(autorità qui va cancellato)

sono da Dio ordinate,

o stabilite. Le autorità di allora erano l'Imperatore, il, Senato, i proconsoli o governatori di provincia, i magistrati municipali. Il caso eccezionale dei rivolgimenti politici e della condotta che i cristiani devono tenere in. quelle circostanze, non è qui contemplato da Paolo. «Paolo formula il principio e sta all'applicazione generale. I casi di coscienza, li lascia alla coscienza» (Oltram). Certo si è, però, che i cristiani d'oggi, per la più larga partecipazione del popolo al governo della casa pubblica, hanno una maggior responsabilità nella scelta dei governanti. La cerchia dei loro doveri si è venuta allargando a misura che nelle democrazie sono stati riconosciuti i loro diritti.

2 talchè,

data l'istituzione divina dell'autorità nel suo principio e l'intervento divino, nella concreta manifestazione di essa,

chi resiste all'autorità, si oppone all'ordine voluto da Dio.

L'ubbidienza è dunque, per il cristiano, questione di coscienza e non di semplice convenienza od utilità. Anche qui, l'Apostolo non considera il caso di ordini dell'autorità contrari alla volontà di Dio. Gli Apostoli hanno additata la condotta da tenere in tali circostanze, in Atti 5:29,40-42.

e quelli che vi si oppongono, si attireranno addosso una pena;

lett. un giudicio, cioè, non la condannazione eterna, ma una punizione temporale (cfr. Matteo 26:52; Apocalisse 13:10); per senso analogo 1Corinzi 11:29. Di solito, tale punizione viene inflitta per mezzo dell'autorità stessa. «Ogni ribellione ha per effetto di scuotere, per un tempo più o meno lungo, il sentimento del rispetto dovuto ad una istituzione divina; ecco perchè il castigo di Dio non può mancare di colpire il colpevole» (Godet).

3 Romani 13:3-4 contengono un secondo motivo di ubbidienza collegato col primo, e cioè, l'alta missione morale dell'autorità civile. Essa deve proteggere, incoraggiare il bene, ed incutere spavento al male. Se fa altrimenti, fallisce alla sua missione.

poichè i magistrati non son di spavento alle opere buone

(lett. secondo il testo emendato: all'opera buona...). ma alle cattive. Per opera buona, ed opera malvagia s'intende quella ch'è riconosciuta tale dalla morale naturale nel consorzio civile. Il dominio della coscienza e della religione resta all'infuori dei limiti cui si estende l'autorità. Roma subordina lo Stato alla Chiesa; il Cesarismo, sotto tutte le sue forme, subordina la Chiesa allo Stato; «Paolo distingue nettamente la sfera cristiana dalla sfera civile nei capp. Romani 12-13. L'una appartiene all'ordine psichico o naturale; l'altra, è spirituale».

Vuoi tu non aver paura dell'autorità? Fa quel ch'è bene e avrai lode da essa;

Data la missione morale del magistrato, ne segue che chi fa bene non ha nulla da temere dall'autorità, anzi ne riceve lode, cioè un'approvazione che si manifesterà sotto forma di giustizia resa, di protezione esercitata, talvolta di onori conferiti.

4 perchè il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene;

civile, terreno.

ma se fai quel ch'è male, temi, perchè egli non porta la spada invano; poich'egli è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione

(lett. vendicatore in ira)

contro colui che fa il male.

Chi fa il male ha ragione di temere, dell'autorità, poichè essa ha per missione di punire i malvagi. La spada è considerata come simbolo esterno dell'ufficio e del diritto punitivo dell'autorità, diritto che si estende fino alla pena capitale, la sola cui servisse materialmente la spada (cfr. Genesi 9:6). «È il rispetto stesso per la vita umana che impone, in caso di omicidio volontario il sacrificio della vita umana. Non si tratta di una semplice misura di utilità sociale; si tratta di mantenere nella coscienza umana il sentimento profondo del valore che Dio stesso annette alla persona umana. La morte sola può espiare l'omicidio» (Godet). Il diritto, di vita e di morte sull'uomo, non risiede nell'individuo, ma nell'autorità che n'è investita da Dio. Nel fatto, i paesi ov'è più alto il rispetto per la vita umana, conservano la pena di morte. Il limitare il compito dell'autorità alla difesa della società ed alla correzione dei malviventi è un mutilare la solenne missione ch'èssa tiene da Dio.

5 Perciò,

per l'istituzione divina e per l'alta missione dell'autorità,

è

moralmente necessario per il cristiano

star soggetti non soltanto a motivo della punizione, ma anche per motivo di coscienza:

avuto riguardo alla volontà di Dio.

6 Poichè è anche per questa ragione,

perchè i magistrati sono ministri di Dio per il bene dei cittadini,

che voi pagate i tributi; perchè si tratta di ministri di Dio i quali attendono del continuo a quest'ufficio.

A confermare l'obbligo della sottomissione, Paolo adduce il fatto del pagamento delle imposte. Che cosa implica questa pratica vigente in tutte le società? Pagando le imposte si riconosce che l'autorità compie una funzione, regolare e necessaria, a beneficio della società civile. Se così non fosse, perchè si dovrebbero pagare tributi? Si vede che i cristiani di Roma non avevano tendenze rivoluzionarie e pagavano onestamente la loro parte d'imposte. Paolo chiama qui i magistrati ministri o funzionari di Dio (Greco liturgi), perchè Dio affida loro una funzione pubblica regolare, un ministerio costante al quale consacrano il tempo e le forze. L'adempimento, dei vari doveri civili è dunque un debito, un obbligo al quale si deve soddisfare.

7 Rendete a tutti quel ch'è loro dovuto.

Dagli esempi, che seguono risulta che il tutti va ristretto qui ai vari rappresentanti del poter civile,

il tributo,

cioè l'imposta personale e fondiaria, l'imposta diretta

a chi [dovete] il tributo; la gabella

o il diritto di dogana per le mercanzie,

a chi la gabella; il timore,

ossia la maggior riverenza dovuta alle autorità superiori, aventi il diritto di vita e di morte,

a chi il timore; l'onore a chi l'onore

cioè alle autorità inferiori. Ma l'espressione, ormai, è così generica che si presta ad una più larga applicazione, e serve così di transizione alle esortazioni seguenti.

RIFLESSIONI

1. Il brano della nostra Epistola concernente i doveri dei cristiani verso le autorità dello Stato è breve; ma, nella sua brevità, contiene sull'origine della società civile, sulla missione delle autorità e sui doveri dei sudditi, specie cristiani, dei principi che sono fondamentali.

È volontà di Dio che gli uomini vivano, nei vari paesi che occupano, in società ordinata, retta da leggi ispirate a giustizia, e amministrate da autorità integre regolarmente costituite. Lo Stato non poggia sopra un immaginario contratto sociale meramente umano, nè sopra ragioni utilitarie; ma è istituzione divina con fine essenzialmente morale. La forma ch'esso ha da assumere: monarchia repubblicana, oligarchica od altra, è lasciata alla libertà umana e potrà quindi variare secondo i luoghi, i tempi e le circostanze. Pietro chiama «creazione umana» le autorità di fatto.

Nello scegliere e nello stabilire le autorità di fatto, concorrono elementi umani quali la nascita, le capacità, le vittorie riportate, la ricchezza, e perfino la prestanza della persona come nel caso di Saulle: ma, al disopra delle agitazioni umane, la Provvidenza di Dio governa gli eventi. L'uomo si agita e Dio lo conduce. «L'Eterno abbassa ed anche innalza... trae su il povero dal letame per farlo seder coi principi, per farlo erede d'un trono di gloria» 1Samuele 2:4. E Dio permette talvolta, per castigo d'un popolo, che sia oppresso da governanti indegni.

Gesù riconobbe come, autorità di fatto in Palestina il Cesare di Roma, e Paolo, senza entrare nell'esame dei casi speciali di competizioni, di poteri dubbiosi o contestati colle armi e presupponendo il possesso pacifico del potere, dice delle autorità di fatto che «sono ordinate da Dio» e in poche parole ne definisce l'alta missione. Siano imperatori, o re, o presidenti di repubbliche, o governatori di provincie, o magistrati di ordine inferiore, la loro missione, sebbene a loro affidata da mani umane, è divina; essi sono «ministri di Dio», «funzionari di Dio» al servizio del popolo.

Scopo dell'autorità civile è il bene del popolo. Il magistrato è «ministro di Dio per il bene» dei sudditi: bene fisico, bene intellettuale, bene morale. La sfera spirituale della coscienza religiosa, ossia delle relazioni dell'uomo con Dio, non è compresa nei limiti del potere civile. Gesù ha proclamato chiaramente la distinzione tra la sfera civile e la sfera spirituale, quando ha detto: «Rendete a Cesare quel ch'è di Cesare e a Dio quel, ch'è di Dio». Nei capitoli Romani 12-13, osserva il Godet, Paolo distingue nettamente la sfera cristiana dalla sfera civile. «L'una appartiene all'ordine psichico, l'altra all'ordine spirituale. L'una ha per principio l'obbligo della giustizia, l'altra l'amore. All'una si convengono i mezzi di costringimento; l'altra appartiene al campo della libertà, perchè l'amore è cosa spontanea che la legge umana non può esigere da alcuno, giacchè è frutto di quell'atto libero ch'è la fede. V'è dunque, secondo l'insegnamento di Paolo, distinzione profonda tra lo Stato e la Chiesa, ma non opposizione... Lo Stato, col reprimere i delitti, mantiene l'ordine pubblico e, con ciò, le condizioni nelle quali la Chiesa può attendere tranquillamente all'opera sua che sta nel trasformare i cittadini della terra in cittadini dei cieli. Bisogna però guardarsi di andar più oltre. La Chiesa non deve chiedere allo Stato nient'altro che la sua libertà di azione, cioè il diritto comune. E dal canto suo lo Stato non ha da far suoi gl'interessi della Chiesa nè da imporre ad una Società ch'esso non ha contribuito a formare, una credenza o una direzione qualsiasi. L'essenza e l'origine delle due società essendo diverse, la loro amministrazione deve rimanere distinta».

2. Per rispondere al fine della società civile, i Magistrati devono incoraggiare, promuovere sostenere tutto quel ch'è bene nel campo fisico, economico, intellettuale e morale. Devono quindi garantire le libertà necessarie, protegger la vita, le proprietà, i diritti tutti dei sudditi colle leggi e coll'amministrazione della giustizia. D'altra, parte devono esser di spavento a chi fa il male, colla giusta punizione dei colpevoli, punizione che, nei casi gravissimi, può estendersi fino alla pena di morte Genesi 9:6. Ai giudici israelita Mosè faceva questa ingiunzione: «Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali; darete ascolto al piccolo come al grande, non temerete alcun uomo». E più tardi Giosafat: «Voi amministrate la giustizia non per servire ad un uomo, ma per servire all'Eterno». Triste stato d'un popolo quando la giustizia è prostituita al, sevizio delle passioni di parte od a rancori e favori personali, o peggio, ad amor di lucro e di rapina!

Paolo esorta in 1Timoteo 2:1, a «far supplicazioni e preghiere... per tutti gli uomini per i re e per tutti quelli che sono in autorità, affinché possiamo menare una vita tranquilla e quieta in ogni pietà ed onestà». Dove non è possibile a dei cristiani pii ed onesti di menar vita tranquilla, è segno che le autorità civili mandano ai doveri elementari della loro sacra missione.

3. I doveri dei sudditi verso le autorità sono:

a) l'onorare chi è stabilito ministro di Dio per il bene pubblico «L'onore a chi l'onore» «Temete Iddio, rendete onore al re» 1Pietro 2:17. Non sarà facile onorare a parole e a fatti chi, sembra esser ministro del diavolo anzichè di Dio; ma attraverso le imperfezioni e i mostruosi traviamenti umani, il cristiano deve pur sempre scorgere l'istituzione divina. Le infedeltà degli uomini lo spingeranno a pregare con vie maggior fervore affinchè Dio inclini i cuori dei governanti a giustizia. Clemente romano insegnava ai Corinzi a pregar per quelli «a cui Dio avea dato gloria ed onore» affinchè «dirigesse il lor consiglio secondo quel ch'è bene ed accetto a Lui». E Policarpo ai Filippesi: «Pregate anche per i re, per i magistrati e principi e per quelli che vi perseguitano e vi odiano». È chiaro che là dove il popolo può influire, sia pure indirettamente col voto, sulla scelta di buoni governanti, è dovere cristiano di non trascurare quella opportunità.

b) L'ubbidienza alle leggi ed alle autorità che le applicano: è presentata come il dovere fondamentale del suddito cristiano; ubbidienza dettata non dalla sola paura del castigo, ma dalla coscienza, poichè ubbidendo al magistrato si ubbidisce ad un ministro di Dio, all'istituzione voluta da Lui. «Ricorda loro, scrive Paolo a Tito, che stiano soggetti ai magistrati e alle autorità» Tito 3:1; e Pietro: «Siate soggetti, per amor del Signore, ad ogni autorità creata dagli uomini, al re come al sovrano, ai governatori come mandati da lui per punire i malfattori e per dar lode a quelli che fanno il bene; come liberi, ma non usando della libertà qual manto che copra la malizia, ma come servi di Dio» 1Pietro 2:12-17.

c) Il contribuire equamente col pagamento delle imposte alle spese necessitate dai servizi dello Stato, è mentovato da Paolo come dovere speciale, con la motivazione che i servitori dello Stato sono «ministri di Dio che attendono del continuo al loro ufficio». «Ecco, dice il Moule, un modo elevato di considerare i problemi prosaici e le necessità della finanza pubblica. Così intese, le tasse non si pagano più col freddo assenso dato ad una esazione forzosa, ma col sentimento ch'esse rientrano nel piano sociale di Dio».

Inculcando l'ubbidienza alle autorità, Paolo parla del dovere normale dei cittadini verso un'autorità normale. Purtroppo è avvenuto ed avviene che l'autorità, esorbitando dai limiti ad essa assegnati ed invadendo il campo della religione, abbia ordinato od ordini cose contrarie alla volontà di Dio. Così il Sinedrio giudaico quando ingiunge agli apostoli «di non parlare nè insegnare affatto nel nome di Gesù» Atti 4:18-19; 5:28-29,40. Così i magistrati romani quando comandavano ai cristiani di offrire incenso all'imperatore o di adorar gli idoli; così la Chiesa di Roma quando ha voluto e vuole costringere gli evangelici ad agire contro la loro coscienza illuminata dal Vangelo. La risposta dei cristiani fedeli di tutti i tempi, in casi simili, è quella di Pietro: «Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini», ubbidire all'autorità suprema anzichè a quella inferiore che tradisce la propria missione. E sono andati incontro alla morte, come Paolo stesso, a centinaia di migliaia.

La storia offre però dei casi in cui i cristiani perseguitati hanno preso le armi, per difendere ad un tempo i loro averi, le loro famiglie e la loro fede. Tali gli Ugonotti delle Cevenne ed i Valdesi delle Alpi Cozie. Quando, ad esempio, nel 1686, Vittorio Amedeo II, minacciato dal tiranno francese, coll'editto del 31 Gennaio, impose ai Valdesi la cessazione del loro culto, la demolizione dei templi, l'abiura o l'esilio entro quindici giorni, grande fu l'angoscia di quelle popolazioni di cui l'autorità riconosceva la fedeltà e devozione. Si ricorse invano al Duca. I pastori e buona parte del popolo erano per accettar l'esilio; gli altri per la resistenza, facendo valere le clausole del trattato di Torino del 1664, nonchè la pace di Cavour del 1561, ricordando i tradimenti della Trinità (1560) e del marchese di Pianezza (1665) contro la parola data ed anche il dovere di non lasciare spegnere la fiaccola evangelica nell'ultimo canto d'Italia dove non era stata affogata nel sangue. E quando il 9 Aprile, il Duca impose la consegna delle armi, tutti previdero il tradimento e decisero la resistenza. Sono essi da biasimare?

Si cita, è vero, il rifiuto che Cristo, oppose agli apostoli nel Getsemani quando si offrivano a difenderlo colla spada: «Riponi, disse a Pietro, la tua spada nel fodero»; ma il caso del sacrificio volontario di Cristo non è identico col caso dei cristiani perseguitati e non va dimenticata un'altra parola Luca 22:36 rivolta dal Signore ai suoi, mentre stavano per uscir dalla Palestina per andar nel vasto mondo a predicar l'evangelo: Finora non avete avuto bisogno nè di borsa nè di sacca da viaggio; «ma ora chi, ha una borsa la prenda... e chi non ha spada venda il mantello e ne compri una». Certo la spada non dovea servire a convertir la gente, ma ben potea servire a loro difesa. E se ci son dei casi in cui è legittima, per un apostolo, la difesa personale, ci possono essere anche dei casi, siano pur rari, in cui, per una popolazione evangelica, che ha nei suoi monti dei baluardi atti alla difesa, è legittima e preferibile la resistenza attiva, con tutti i suoi rischi, ad una resistenza meramente passiva. «La resistenza al male (o piuttosto al malvagio, Matteo 5:39, è spesso una forma necessaria della protezione dei deboli. Io posso rinunziare al diritto di difendermi; ma devo io rinunziare al dovere di proteggere?» (Wilf. Monod).

La questione della condotta del cristiano nei casi di rivoluzioni intese a deporre un'autorità indegna, non si può risolvere con una regola generale, tanto possono esser diverse le circostanze in cui un tal caso si verifica.

Il dubbio che agita il cuore di molti cristiani circa la legittimità del servizio militare quando li ponga di fronte al dover di uccidere il prossimo in guerra, si può risolvere considerando che il soldato non è se non l'esecutore degli ordini dell'autorità, la quale ha da Dio il diritto di vita e di morte ed ha il dovere di difendere la patria dagli assalti nemici oppressori.

8 §5 - Il dovere di adempiere, mediante l'amore, a tutti gli obblighi verso il prossimo; ed in genere, di attendere alla propria santificazione con tanto maggior zelo che si avvicina il giorno di Cristo (Romani 13:8-14)

Al dovere di soddisfare agli obblighi verso l'autorità, l'Apostolo aggiunge quello, affatto, generale, di non lasciare alcun obbligo da soddisfare verso alcun uomo.

Non abbiate altro debito con alcuno, se non d'amarvi gli uni gli altri; perchè chi ama il prossimo ha adempiuto la legge.

Si tratta degli obblighi di giustizia, sieno essi di natura morale o materiale. Il contrarre trarre debiti, ad esempio, che non si ha la certezza di poter pagare non è conforme all'onestà. C'è però un obbligo che non è mai finito di soddisfare, il debito eterno, come lo chiamava il Bengel. È quello dell'amore ch'è qui piantato come il mezzo sicuro di adempiere a tutti gli obblighi di giustizia verso il prossimo. Questi sono formulati nella legge (seconda parte dei Decalogo). Or l'amore, come riassume i doveri verso la fratellanza., riassume del pari quelli verso il prossimo in genere.

9 Infatti il "non commettere adulterio", "non uccidere", "non rubare", "non concupire" e qualsiasi altro comandamento, si riassumono in questa parola: "Ama il tuo prossimo come te stesso".

Levitico 19:18. Per un concetto analogo si confronti Galati 5:14; Giacomo 2:8; Matteo 22:37-40. I comandamenti non sono citati, in Romani 13:9, nel loro esatto ordine, nè nella loro totalità. Le parole: «Non dir falsa testimonianza» vanno cancellate secondo i manoscritti antichi.

10 L'amore non fa male alcuno al prossimo;

(cfr. 1Corinzi 13:4-7). Chi ama, non attenta nè all'onore, nè alla vita, nè alla riputazione, nè alla proprietà altrui, nè si mostra invidioso di quel che Dio ha dato al suo simile.

l'amore, quindi, è l'adempimento della legge.

11 E questo tanto più dovete fare conoscendo il tempo nel quale siamo.

Ai loro doveri tutti devono attendere con tanto maggior zelo che il tempo del ritorno di Cristo non è lontano, com'essi ben sanno per l'insegnamento ricevuto. Essi vivono nell'ultima epoca della storia del mondo attuale; e vi è in questo avvicinarsi della venuta del Salvatore, uno stimolo a santità ed, alla vigilanza tanto più, ch'essi ne ignorano il tempo preciso Ebrei 10:25; 1Corinzi 7:29-31; Matteo 24:36-51; 25:1-13. Nel passato le compassioni di Dio Romani 12:1, nell'avvenire, il regno della piena santità e gloria, ecco i motivi potenti che devono affrettare la santificazione nostra nel presente che fugge.

Poichè è ora, omai che vi svegliato dal sonno,

(Una variante porta che ci svegliamo). Paolo paragona l'epoca precedente alla venuta di Cristo, all'ora che precede l'alba. Il sorger del sole che tutto inonda di luce, è l'immagine dell'avvenimento di Cristo e della introduzione del suo regno di gloria. La notte è l'immagine del secolo, presente in cui regnano le tenebre del peccato. L'avvicinarsi dell'alba è l'epoca dell'aspettazione della chiesa che prega: «Vieni Signor Gesù» Apocalisse 22:17,20. Il sonno può esser più o meno completo. C'è il sonno della morte spirituale di chi, vive lungi da Dio; c'è il dormiveglia in cui anche il cristiano può trovarsi. Confrontar le vergini savie Matteo 25, e Luca 21:34-36, ove Gesù premunisce i suoi contro l'assopimento carnale.

perchè la salvezza ci è adesso più vicina di quando credemmo.

Per salvezza s'intende il compimento glorioso della salvazione Romani 8:24-25; 5:10; 10:10. Per Paolo son corsi ormai più di vent'anni dal momento in cui ha creduto in Cristo; per molti dei suoi lettori è forse passato un tempo più lungo ancora. In questi pochi lustri, l'Evangelo ha fatto dei progressi sorprendenti. Altri dieci, vent'anni di progressi simili, e l'Evangelo avrà echeggiato nel mondo allora conosciuto. Chi sa che non sia vicina l'ora della venuta di Cristo? Paolo non ignora che devono succedere ancora importanti eventi prima della fine 2Tessalonicesi 2; Romani 11:25-26. Ma ciò non toglie ch'egli parli talvolta come se dovesse vedere quel giorno prima di morire 1Tessalonicesi 4:17; 1Corinzi 15:51. Certo si è che ogni ora che passa avvicina noi, a quell'alba e quell'alba a noi.

12 La notte è avanzata, il giorno è vicino.

È quindi l'ora di scuotersi dal sonno. Indubbiamente, Paolo non sapeva che dovessero trascorrere secoli prima della venuta di Cristo. «A voi non è dato di conoscere i tempi ed i momenti» Atti 1:7; Matteo 24:36. Per la chiesa d'oggi, la parola dell'Apostolo acquista carattere di verità sempre più attuale.

Gettiam dunque via le opere delle tenebre e indossiam le armi della luce.

All'immagine del sonno e dello svegliarsi, Paolo sostituisce qui quella dello spogliarsi e del vestirsi, che convengono egualmente all'ora mattutina di fronte al sonno che rappresenta lo stato d'incoscienza, di torpore, d'inerzia spirituale più o meno profonda, l'esser desti rappresenta uno stato di chiara coscienza delle realtà spirituali e di attività delle facoltà. Ma la notte non è soltanto il tempo del sonno; è anche il tempo in cui si svolge tutta una attività che teme la luce: sono le opere delle tenebre, che sono proprie delle tenebre al fisico come al morale (cfr. Giovanni 3:19-21; 1Tessalonicesi 5:4-8; Efesini 5:11-14). Quel genere di attività va deposto come al mattino si fa degli indumenti notturni; mentre un altro ne va adottato ch'è rappresentato come un'armatura da rivestire, stantechè, mentre è in questo mondo, il cristiano è chiamato a guerreggiar la buona guerra (Cfr. Efesini 6). Per il termine armi (anzichè arnesi) cfr. Romani 6:13. Le armi della luce sono, non le armi lucenti, ma quelle che si confanno alla luce; sono le disposizioni e la santa attività che si convengono ai figli della luce.

13 Camminiamo onestamente come di giorno;

cioè come si fa di pien meriggio; facciamo di menar quaggiù una vita che sia come un'anticipazione di quella che meneremo nel regno della luce perfetta. «La santità cristiana è presentata come la decenza suprema, paragonabile alla tenuta piena di dignità che il levar del giorno impone a chi ci rispetta. La condotta mondana somiglia per contro a quelle indecenze alle quali l'uomo non ardisca abbandonarsi se non nascondendosi nella ombre della notte; anzi è una stessa cosa con quelle. Un tal modo d'agire non è compatibile colla situazione d'un uomo su cui splendono di già i primi albori del giorno che si avanza» (Godet). Sono indicate alcune delle opere delle tenebre che si devono abbandonare:

non in gozzoviglie

od orgie

ed ebbrezze,

negli eccessi del mangiare e del bere;

non in lussuria e lascivie

ossia in libertinaggi;

non in contese ed invidie

che ne son la fonte;

14 ma rivestitevi del Signor Gesù,

dei sentimenti e della santa condotta di Gesù, in modo da esser trasformati alla sua immagine. Per rivestir Cristo conviene vivere in intima e costante comunione con lui.

e non abbiate cura della carne,

qui: della parte materiale dell'esser vostro. Se non dice il corpo è per accentuare il carattere materialistico delle preoccupazioni che vuol escludere. Paolo non condanna però le cure del corpo 1Timoteo 5:23, purchè si tratti di provvedergli il necessario; ma il corpo dev'esser tenuto in servitù 1Corinzi 9:27, altrimenti diventa un padrone esigente, sede di sempre maggiori concupiscenze. Or la cura della carne non deve mirare a soddisfare concupiscenze. È una china sulla quale si scivola facilmente; perciò dice:

per soddisfarne le concupiscenze.

Romani 13:13-14 sono quelli su cui cadde Agostino, quando, udita una voce che gli diceva: «prendi e leggi», aperse L'Evangelo. Scorse nel vers. 13 il quadro della sua vita passata, e nel vers. 14, il programma della sua vita nuova.

RIFLESSIONI

1. L'amore è un debito che il cristiano ha verso tutti gli uomini perchè sono creature di Dio, decadute sì, ma suscettibili d'esser salvate in Cristo. È un debito che ha verso i suoi fratelli in fede, perchè sono tutti figli dello stesso Padre, redenti dallo stesso Salvatore, condotti dallo stesso Spirito e partecipi delle stesse gloriose speranze. È un debito superiore a tutti gli altri perchè li comprende tutti e assicura il compimento di tutti gli altri doveri, giacchè l'amore «non fa male alcuno al prossimo», anzi porta a fargli del bene per il corpo e, per l'anima. È un debito permanente, perchè l'«amore non verrà mai meno» 1Corinzi 13:8.

2. La triade paolina: fede, speranza e carità, abbozzata in 1Tessalonicesi 1:3, formulata in 1Corinzi 13:13, domina il pensiero, anche dell'Epistola ai Romani. Della fede Paolo ha parlato ampiamente nei primi undici capitali; dell'amore discorre nei capitoli Romani 12-13, per tornarci ancora su in Romani 14; della isperanza non tratta ex professo nell'Epistola; ma, fra i libri del Nuovo Testamento, la nostra Epistola è quella in cui la parola ricorre più spesso (13 volte), quella in cui Dio è chiamato «l'Iddio della speranza».

Del contenuto della speranza cristiana che «non rende confusi», tocca di già Romani 5, poi più ampiamente Romani 8. Essa è presentata come il compimento della salvezza. «Siamo stati salvati in isperanza» Romani 8:24 perchè la parte più gloriosa della nostra redenzione è ancora invisibile e oggetto di paziente aspettazione. Siamo stati giustificati per il sangue di Cristo, riconciliati con Dio, «saremo salvati dall'ira», avrem «per fine la vita eterna» Romani 6:22, «ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio» Romani 5:1-11. Colui che ha risuscitato Cristo dai morti, vivificherà i nostri corpi mortali Romani 8:11. Se siamo figliuoli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo... godremo della «libertà dei figliuoli di Dio»; siamo destinati ad esser «conformi all'immagine del suo Figliuolo», ad esser «glorificati».

A misura che fuggon gli anni, il compimento della salvezza si avvicina, sempre più e in Romani 13 Paolo paragona l'avvento di Cristo nella gloria allo spuntar di un giorno sfolgorante di luce celeste, per opposizione alla notte della vita terrena dell'aspettazione. La luce del giorno di Cristo fugherà le tenebre dell'errore e dell'ignoranza: «Ora conosciamo in parte, allora conosceremo appieno». La luce del giorno di Cristo fugherà le tenebre orribili del peccato in tutte le sue forme. Saremo resi conformi all'immagine di Cristo in giustizia., in santità e in amore. Il giorno di Cristo fugherà le tenebre del dolore, della disperazione, della morte, e irradierà di gloria e di felicità perfetta i redenti. Sia prossima o lontana, la prospettiva del credente è luminosa. Non è l'ignoto, il nulla; non sono i terrori del giudicio che si avvicinano, ma la salvezza compiuta, l'esser sempre col Signore. E se tarda il giorno di Cristo, il fuggir degli anni ci avvicina, ad ogni modo all'incontro nostro Personale col Signore e, possiam far nostra la preghiera di Chalmers: «Certo, è ora per me di, svegliarmi, il tempo della mia vita in questo mondo di tenebre è ormai passato in gran parte ed è vicino un mondo nuovo. Deh, ch'io possa procedere innanzi nella luce di una vita cristiana in armonia colla mia profession di fede».

Con una tale speranza dinanzi agli occhi, come non esulterebbe il credente? «siate allegri nella speranza», dice Paolo Romani 12:12. E quando è nella valle oscura delle afflizioni, egli sa che «le sofferenze del tempo presente non sono da paragonare con la gloria che ha da esser manifestata su di noi» Romani 8:18, e ciò gli è argomento di grande consolazione. (cfr. 1Tessalonicesi 4:18). Più che questo, la speranza cristiana deve esercitare sul credente una potente influenza santificante. Splendon su di lui i primi raggi della luce eterna; è tempo per lui di, svegliarsi dal sonno dell'apatia, dell'indifferenza, dell'egoismo, della mondanità «È impossibile il sonnecchiare, scriveva Spurgeon, quando si sa che le porte del cielo stanno per aprirsi davanti, a noi e che gli angeli si preparano a darci il benvenuto». È tempo per il figlio della luce di gettar lungi da sè, come veste sconveniente e sozza, «le opere delle tenebre», ch'egli vede intorno a sè e forse ancora in sè stesso, per rivestir «le armi della luce» «Quand'egli (Cristo) sarà manifestato, dice 1Giovanni 3:2-3, saremo simili a lui perchè lo vedremo come egli è. E chiunque ha questa speranza in lui si purifica com'esso è puro». «Quelli che dormono dormon di notte, scrive Paolo, e quelli che s'inebriano, s'inebriano di notte; ma noi che siamo del giorno siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell'amore e per elmo la speranza della salvezza» 1Tessalonicesi 5:7-8. L'Iddio della speranza ci faccia «abbondar nella speranza» Romani 15:13, ond'essa tenga sempre in alto i nostri cuori, anche quando attendiamo ai doveri più prosaici della vita quotidiana!

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