Romani 15

1 SEZIONE C Romani 15:1-13 Il dovere della mutua tolleranza fondato sull'esempio di Cristo

Trattando un argomento analogo in 1Corinzi 8-10, Paolo dopo aver fatto valere le ragioni della carità, cita il proprio esempio di abnegazione, poi ricorda gli avvertimenti contenuti nella storia d'Israele, concludendo con queste parole: «... fate tutto alla gloria di Dio. Non siate d'intoppo nè ai Giudei, nè ai Greci, nè alla Chiesa di Dio; sì come anch'io compiaccio, a tutti in ogni cosa, non cercando l'utile mio proprio, ma quello dei molti, affinchè sieno salvati. Siate miei imitatori, come anch'io lo sono di Cristo» 1Corinzi 10:31-33; 11:1. Scrivendo ora ad una chiesa con cui non ha avuto relazioni personali, egli non può citare il proprio esempio, ma non tralascia di additare quello di Cristo, accennando di passata alla miniera di ammaestramenti contenuti nelle Sacre Scritture ad incoraggiamento dei cristiani. L'esempio di Cristo viene presentato imprima sotto un aspetto, negativo e più generale: egli, per salvare gli uomini, non compiacque a sè stesso Romani 15:3, poi sotto un aspetto positivo avente attinenza più diretta col caso dei credenti romani. Per giungere all'ideale d'una umanità redenta che, di un sol cuore, lodasse Iddio, Cristo ha accolto Giudei e pagani Romani 15:7. Incarnandosi, volle farsi Giudeo, perchè splendesse la fedeltà di Dio alle promesse fatte ai Giudei; ma è divenuto il Salvatore anche degli sprezzati pagani, affinchè splendesse in loro tutta la misericordia di Dio ed essi lo potessero celebrare un giorno con Israele, secondo l'annunzio datone dai profeti.

Romani 15:1 formula il dovere dei forti verso i deboli in modo abbastanza generale da abbracciare tutti i casi concreti che potevano presentarsi. Di fronte al pericolo d'indurre i deboli a peccare Romani 14:23, Paolo mettendosi nel numero dei forti, dice:

Or noi che siamo forti,

la cui fede è abbastanza salda ed illuminata da liberarci da scrupoli legali, come quelli mentovati nel cap. 14 od altri di simil genere, abbiamo l'obbligo morale,

dobbiamo,

per i motivi esposti,

sopportare le debolezze dei deboli,

di cui ha dato esempi in Romani 14. «Il forte deve mostrare la sua forza, non col farne pompa e col compiacersi nel Sentimento, della sua superiorità, in modo da umiliare il debole; ma portando con mansuetudine, con condiscendenza ed affetto, il carico che gli viene, imposto dalla debolezza dei suoi fratelli. Servire è sempre, nel Vangelo, il vero segno della forza» (Godet). Ma questo esige abnegazione; perciò aggiunge:

e non compiacere a noi stessi.

come fa chi non si dà pensiero degli altri. «La compiacenza di sè è la radice dell'intolleranza e dell'impazienza» (Philippi).

2 Invece di questo,

Ciascun di noi,

di noi forti, in particolare,

compiaccia al prossimo

specie se debole; e questo, non già per ottenerne lode o per alcun altro fine egoistico Galati 1:10; 1Tessalonicesi 2:4, ma

in vista del bene,

avendo di mira il vero bene del prossimo che Paolo definisce più precisamente colle parole:

per l'edificazione.

3 Così dobbiamo fare,

Poichè anche Cristo

ch'è il modello perfetto del cristiano (Cfr. Galati 6:2; 2Corinzi 8:9; Filippesi 2:5; 1Pietro 2:21; Ebrei 12:2)

non compiacque a sè stesso,

non cercò la propria soddisfazione; anzi, per il bene eterno, degli uomini e la gloria del suo Padre, egli accettò d'essere vituperato dai nemici di Dio:

anzi.

si è avverata in lui la parola del salmista,

siccome è scritto

Salmi 69:9:

I vituperi di quelli che ti vituperano son caduti su me..

Su Salmi 69, cfr. Romani 11:9. Davide descrive l'odio, l'abbandono, i vituperi cui la sua pietà ed il suo zelo per Dio, lo hanno esposto. Gesù ch'è stato, come niun altro, roso dallo zelo della casa di Dio ha provato in grado superlativo l'odio di cui parlava colui che, ne fu il tipo imperfetto.

4 Avendo citato un passo dell'Antico Testamento ove son descritte le, esperienze dell'uomo pio, Paolo coglie di passata l'occasione per ricordare ai cristiani qual miniera d'insegnamenti atti all'edificazione, sia contenuta nelle Scritture dell'Antico Testamento

Perchè,

non solo il passo citato, ma

tutto quello che fu scritto per l'addietro

dagli uomini di Dio

fu scritto per il nostro ammaestramento; affinchè mediante la pazienza, e mediante (testo emend.) la consolazione delle Scritture,

impartita, cioè, dalle Scritture; di cui esse sono perenne sorgente cogli esempi, colle esortazioni colle speranze che offrono,

noi possediamo la speranza

cristiana e la gioia di cui essa è fonte Romani 5:2; 12:12. Per l'utilità delle Scritture cfr. 2Timoteo 3:15-17; Giovanni 5:39. Nella sua carriera apostolica, Paolo aveva sperimentato l'efficacia delle Scritture per incoraggiare alla pazienza costante, per consolare nelle ore, di scoramento, e così raffermare la speranza. «Coloro che trascurano le Scritture dell'Antico Testamento faranno bene a ricordare questa esperienza d'un apostolo ispirato» (Schaff). La Scrittura, però, è soltanto il mezzo di cui si serve Iddio. Egli rimane l'autore di ogni «buona donazione». A lui quindi Paolo eleva lo spirito per implorare che Egli, col riempire i cuori di pazienza e di consolazione, produca nella chiesa di Roma quella comunione fraterna che risulterà alla di Lui lode.

5 Or l'Iddio della pazienza e della consolazione,

che può e vuole comunicare queste grazie tanto necessarie all'unione fraterna,

vi dia di avere fra voi un medesimo sentimento

ciascuno preoccupandosi del bene del fratello e della gloria di Dio, secondo Cristo Gesù, in armonia coll'esempio e collo spirito di Cristo Filippesi 2:1-8.

6 affinchè d'un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Iddio, il Padre del nostro Signor Gesù Cristo.

«Quando una comune aspirazione regna nella Chiesa, le diversità secondarie non separano più i cuori, e da quella interna comunione e risulta, simile all'armonia di molti strumenti, bene accordati, i azione comune. Tutti i cuori essendo fusi in uno, tutte le bocche formano come una sola bocca. Un essere solo appare a tutti come degno d'essere glorificato» (Godet). «In questa, unanime glorificazione di Dio... la concordia trova la sua più santa espressione» (Meyer). Si può tradurre: l'Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo; ed il concetto non ha nulla che sia contrario alla Scrittura (cfr. Efesini 1:17; Matteo 27:46; Giovanni 20:17). Ma risponde meglio al senso dell'espressione ed allo scopo del contesto (cfr. 2Corinzi 1:3; 11:31; Efesini 1:3.; Colossesi 1:3; 1Pietro 1:3 Apocalisse 1:6; Efesini 5:20) il tradurre: Dio, il Padre, ovvero col Diodati: Dio [ch'è] Padre. La Chiesa glorifica Dio come solo vero Dio e creatore d'ogni cosa; ma essa lo glorifica altresì come il Padre del, Signor Gesù, come colui che non ha risparmiato il suo proprio Figlio anzi l'ha dato per tutti noi (cfr. Giovanni 3:16).

7 Per realizzare quell'ideale di un popolo di credenti d'un sol cuore celebra la gloria di Dio, devono i cristiani fare accoglienza gli uni agli altri.

Perciò accoglietevi gli uni gli altri.

La parola adoperata è la stessa che in Romani 14:1; se non che l'esortazione è qui alquanto più generale ed è rivolta tanto ai deboli come ai forti. Tutti i credenti devono essere animati da spirito di fraterna tolleranza e bontà. E qui l'Apostolo presenta un'altra volta l'esempio di Cristo, il quale, per conseguire lo scopo che Dio fosse glorificato da tutti, ha accolto a sè i peccatori senza distinzione di Giudei e di pagani, di ricchi, e di poveri, d'ignoranti, e di dotti; di onorati o di sprezzati dal mondo:

siccome anche Cristo ha accolto noi per la gloria di Dio.

«L'accoglienza misericordiosa che Cristo ha fatta a tutti i membri della Chiesa individualmente deve incessantemente riprodursi nell'accoglienza benevola che essi fanno gli uni agli altri in tutte le relazioni della vita. Se vi è qualche concessione da fare, qualche antipatia da, vincere, qualche divario di opinioni da accettare, qualche offesa da perdonare, una cosa ci deve innalzare al di sopra di tutte codeste miserie: Al ricordo dell'amore col quale Cristo ci ha ricevuti in grazia al pari di quelli che abbiamo da sopportare» (Godet). Buona parte dei codici porta: «ha accolto voi...». lezione accettata anche dalla Riveduta inglese, mentre altri, fra cui il Nestle, danno la preferenza al noi del testo ordinario. La Diodatina reca: ci ha accolti nella gloria, e cosa futura, non passata. Meglio: per la gloria di Dio. e per promuovere la gloria di Dio, affinché Dio fosse glorificato da tutti i salvati: glorificato nella sua fedeltà particolarmente dell'Israele credente; glorificato nella sua misericordia particolarmente dai credenti d'infra le nazioni pagane. L'accenno alle due frazioni, giudaica ed etnica, di cui si componeva la chiesa di Roma, è particolarmente opportuno quando si tenga presente il fatto che le infermità dei deboli nella fede consistevano appunto in iscrupoli di provenienza giudaica.

8 Infatti,

(così quasi tutti i codici)

io dico che Cristo è stato fatto ministro

o: è divenuto servitore

dei circoncisi

ossia degli Israeliti; e s'intende: col nascere giudeo, col sottoporsi alla legge giudaica, col vivere e lavorare in mezzo ai Giudei Galati 4:4-5;. Matteo 3:15; 15:24

a dimostrazione della veracità di Dio,

per far risplendere la sua veracità e fedeltà,

per confermare,

adempiendole,

le promesse fatte ai padri;

lett. «dei padri». Si tratta delle promesse meccaniche secondo le quali il Redentore doveva nascere dalla progenie d'Abramo, nella famiglia davidica, ed essere gloria speciale d'Israele. Come la salvazione concessa a quel popolo abbia tratto dal cuor dei credenti giudaici un inno di lode alla fedeltà di Dio, si può vedere nei cantici di Maria Luca 1:54-55, di Zaccaria Luca 1:70, e di Simeone Luca 2:29-32, che salutarono la nascita del Messia promesso:

9 mentre i Gentili

ai quali non era stata fatta direttamente alcuna speciale promessa, e che pur sono stati accolti in grazia dal Salvator del mondo Giovanni 4:42,

glorificano Iddio per la sua misericordia

che risplende, nel caso loro, in tutta la sua gratuità. La versione di Diodati è, qui molto imperfetta. Come nella salvazione dei Giudei e dei pagani, così in quella di ciascun, individuo, splende di una luce più vivida una qualche perfezione di Dio; e nell'universal concerto di lodi Apocalisse 14:3, ciascuno reca la sua nota particolare.

A conferma della prospettiva gloriosa delle nazioni lodanti Iddio per la salvazione ricevuta, prospettiva che cominciava a realizzarsi nelle chiese della gentilità, Paolo reca vari passi della Scrittura che lo dovevano aver confortato, più d'una volta, nel suo apostolato.

secondo che è scritto: "Per questo io ti celebrerò fra i Gentili e salmeggerò al tuo nome".

La citazione è tratta da Salmi 18:49, ove Davide, liberato dai suoi nemici e sicuro ormai del suo trono, dichiara di voler lodare Dio fra le nazioni. Considerando il re teocratico come tipo del Messia, Paolo applica questa dichiarazione a Cristo, per la cui opera la misericordia di Dio ha da esser proclamata a tutte le genti, le quali, conosciuto e creduto che avranno l'amor di Dio in Cristo, lo celebreranno.

10 E dice ancora: "Rallegratevi, o Gentili, col suo popolo".

Deuteronomio 32:43. La citazione, come le altre, è fatta secondo la versione dei LXX che segue un testo ebraico alquanto diverso dall'attuale: ma che dà un senso migliore del testo ordinario. (Es. la Vulgata rende: Nazioni, lodate il suo popolo).

11 E di nuovo: "Lodate il Signore, voi tutte le Genti, e lo celebrino (testo-emendato) tuffi i popoli".

Salmi 117:1.

12 E Isaia torna a dire: "Vi sarà la radice di lesse, e colui che sorgerà a governare i Gentili: in lui spereranno i Gentili".

Isaia 11:10. La radice di Iesse significa il rampollo regale che uscirà dalla famiglia davidica, il cui capo fu Iesse. In una parola: il re Messia. Nell'ebraico è paragonato a una bandiera rizzata come segnale intorno a cui si raccolgono le Genti per seguirlo come lor capo. L'idea è resa libera mente nella versione greca. Quale gloriosa prospettiva, realizzata anche oggi solo in piccola parte, ma tale da infonder fede nel finale trionfo del Vangelo fra i popoli pagani!

13 Di fronte al quadro profetico di una umanità retta dallo scettro di Cristo, e celebrante le lodi del Dio della salvazione, l'Apostolo termina questa esortazione, e con essa la parte morale dell'Epistola, col voto che l'Iddio della speranza ne inondi il cuore dei credenti di Roma.

Or, l'Iddio della speranza,

che la dà e che l'accresce,

vi riempia d'ogni allegrezza e pace nel vostro credere,

Essi credono in Cristo; questa è la radice di ogni benedizione spirituale: dell'allegrezza della salvezza, della pace con Dio Romani 5:1, come pure delle dolcezze dell'amor fraterno. Dice infatti: ogni allegrezza e pace. E quando il cuore è ricolmo di quei frutti della fede, abbonda la speranza

affinchè abbondiate nella speranza

che si fonda sulle gloriose promesse di Dio in Cristo,

mediante la potenza dello Spirito Santo.

Non la energia dell'uomo, ma la potenza dello Spirito di Dio può alimentare nel cristiano la fiamma della speranza, sicchè nessuna tempesta valga a spegnerla o a diminuirla (cfr. Romani 5:5).

RIFLESSIONI

1. Quanto diverso l'atteggiamento di Paolo verso i Galati che, essi pure, «osservavano giorni e mesi e stagioni ed anni», e praticavano la circoncisione, da quello che tiene verso i Romani «deboli nella fede»! Nel caso dei primi, egli si mostra assolutamente intransigente: «Se alcuno vi annunzia un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema». «Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla». «O Galati insensati, chi vi ha ammaliati...?». Nel caso dei secondi l'Apostolo si mostra pieno di riguardi ed esorta i forti a trattarli con tolleranza piena d'amore fraterno. Perchè una tale diversità di condotta? Il perchè sta in questo: che le pratiche inculcate ai Galati dai dottori giudaizzanti erano presentate come necessarie a salvezza («se voi non siete circoncisi, non potete esser salvati» Atti 15:1), e quindi sovvertivano dalla base l'evangelo della salvazione per grazia predicato da Paolo; mentre le astinenze dei deboli romani provenivano da scrupoli infondati sì, ma che non intaccavano l'essenza del Vangelo. I «deboli», infatti, erano credenti genuini nel Signor Gesù, professavano la loro fede e intendevano vivere per il Signore; ma la loro fede non era ancora abbastanza illuminata da liberarli dai loro scrupoli relativi a certi cibi e a certi giorni.

C'è per ogni cristiano una santa e doverosa, intransigenza quando si tratta di ritenere e difendere le verità fondamentali dell'evangelo. S. Giovanni, l'apostolo dell'amore, mette in guardia contro i «molti seduttori usciti per il mondo i quali non confessano, Gesù Cristo esser venuto in carne», ed esorta a «non ricevere in casa e a non salutare chi non reca la dottrina di Cristo» 2Giovanni. Ma tutto non è essenziale nelle dottrine e nelle pratiche cristiane ed abbiam bisogno d'implorar da Dio lo spirito di discernimento che ci faccia capaci di distinguere tra quel ch'è essenziale da quel ch'è secondario, onde non attribuire a cose per sè indifferenti un'importanza che non hanno e non trascurare come indifferenti le cose che hanno un valore supremo per la salvezza e per la vita cristiana.

2. Non c'è nel Nuovo Testamento uno scritto che meglio dell'Epistola ai Romani possa darci un'idea esatta di quello ch'è essenziale nel cristianesimo. Essa ci presenta Cristo il Figliuol di Dio e il Figliuol dell'uomo come la nostra sapienza mediante il suo insegnamento ed il suo esempio, come la nostra giustizia mediante la sua morte propiziatoria, come la nostra santificazione mediante la vita nuova che infonde nei credenti col suo Spirito, come la nostra redenzione finale, coronamento glorioso della salvazione. Siamo salvati per grazia, mediante la fede e non per meriti nostri. Il dovere fondamentale dei redenti è la consacrazione dell'intero essere loro a Dio per compiere la sua volontà nelle varie sfere ove son chiamati a vivere una vita di pietà, di giustizia di pace e d'amore, irradiata dalla speranza della gloria.

Di fronte a queste grandi realtà spirituali ed a queste alte direttive morali, quale importanza possono avere il mangiare o no di certi cibi o l'astenersi da certe bevande, o l'osservanza di certi giorni o il modo d'amministrare il battesimo e di celebrar la Santa Cena, o tante oltre questioni, opinioni e speculazioni che tengono tuttora separati da credenti che Cristo ha accolti e che gli appartengono nella vita e nella morte? Di fronte al sublime ideale del lodare Iddio d'un solo animo e d'una stessa bocca, le minuzie liturgiche passano in second'ordine. Ed a proposito delle divergenze in materia di ordinamenti ecclesiastici, è stato notato che l'Epistola ai Romani non parla della Chiesa e solo al cap. 16 mentova la chiesa di Cenerca, la chiesa che si raduna in casa di Aquila e Priscilla, e le chiese di Cristo che mandano i loro saluti ai fratelli romani. I cristiani formano un sol corpo in Cristo e quelli di Roma hanno fra loro diversi doni in piena attività; ma è pur sempre significativo il silenzio dell'Epistola riguardo alla Chiesa quando si pensi che, nel corso dei secoli, dovea svolgersi in Roma la, più formidabile organizzazione accentratrice, che fa della, Chiesa, anzi del suo clero sotto l'assoluta dipendenza del Pontefice il dispensatore di tutte le grazie, il regolatore di tutta la vita dei fedeli, il creatore inesausto di riti e di pratiche inceppanti le coscienze dei fedeli che devono tutto credere ciecamente e tutto praticare servilmente. Il silenzio dell'Epistola ci avverte che la farragine delle dottrine e dei comandamenti umani sono cose di secondaria importanza e vanno sottoposte al severo controllo della Parola di Dio che sola ha l'autorità di legar le coscienze.

3. La reazione contro la tirannia dell'assolutismo papale che schiaccia l'individuo, ha spinto la Riforma ad accentuare l'individualismo in modo eccessivo, e n'è nata quella molteplicità di chiese o di sette inalberanti ciascuna, accanto alle dottrine cardinali del Vangelo, una qualche particolarità secondaria o di dottrina o di liturgia o di organizzazione. «Com'è triste, scrive un anonimo francese, il vedere ai nostri giorni i veri cristiani divisi in un si gran numero di sette le quali, troppo spesso, difettano di mutua tolleranza e di amore! Com'è immensa la misericordia di Dio che, per amor di Cristo, sopporta i peccatori sebbene non si sopportino a vicenda e radunerà presso di sè nella beata immortalità coloro che non seppero vivere quaggiù nei legami dell'amor fraterno»!

4. A correggere lo sminuzzamento della cristianità evangelica, pur tenendosi lontani dall'assolutismo papale, si va delineando, ai giorni nostri ed in varie guise, un movimento verso una maggiore unione e una più efficace collaborazione tra le varie chiese. Esso ha condotto alla formazione di associazioni come l'Alleanza evangelica, universale e le Federazioni di Chiese cristiane; esso», ha portato anche alla fusione di grandi chiese presbiteriane, metodiste e battiste; ed esso mira ad affratellare sempre più quanti adorano lo stesso Padre, invocano lo stesso Salvatore e Signore e sono guidati dallo stesso Spirito secondo le Scritture. A raggiungere l'ideale di questa unità spirituale se non esterna gioverà tener presenti le direttive che stanno alla base dell'esortazione di Paolo a mutua tolleranza.

a) Conviene, anzitutto, adattarsi alla coesistenza legittima nella Chiesa di Cristo dei deboli e dei forti nella fede, di credenti che differiscono su cose secondarie. Essa è una realtà inevitabile giacchè non si può pretendere lo stesso grado di conoscenza e di esperienza cristiana nei «fanciulli pur ora nati» e negli «uomini fatti». Certo, l'ideale cui tutti devono tendere è l'arrivare «all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d'uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo» Efesini 4:13; ma a cotesto ideale non si giunge d'un tratto nè per imposizione d'autorità, bensì gradatamente e lentamente. Intanto il bambino, il giovanetto, il giovane hanno il loro posto legittimo nella famiglia, il pari dell'uomo maturo e del vegliardo. L'ignoranza, i pregiudizi, le vecchie abitudini non spariscono di colpo nei nuovi convertiti, e la chiesa, non ha il diritto di respingere coloro che Cristo ha accolti.

b) Convien recare, nelle relazioni coi fratelli, uno spirito di umiltà che rifugga dal criticare con asprezza chi non pensa ed agisce esattamente come noi, che si astenga dal giudicare e dal condannare chi al postutto appartiene a Cristo, che si preoccupi piuttosto della propria responsabilità di fronte al Signore e si sforzi di comprendere la mentalità dei fratelli e di riconoscerne le benemerenze.

c) Sopra tutto, non bisogna dimenticare la legge suprema dell'amore di cui Cristo ci ha dato così sublime esempio; di quell'amore che mira non a soddisfare le proprie ambizioni e vanità personali od ecclesiastiche, i propri interessi e piaceri, ma mira ad illuminare chi erra, a fortificare chi è debole, a non scandalizzare alcuno, a non distruggere l'opera di Dio nè ad ostacolarla, ma a favorirla e consolidarla colle parole e colla condotta. Per molti, il frazionamento dei credenti in base a dottrine o pratiche d'importanza secondaria è stato un intoppo che li ha tenuti lontani dal Vangelo.

d) Al di sopra di ogni ideale particolare, ecclesiastico o nazionale, convien che sia tenuto sempre presente il supremo ideale d'un popolo cristiano che d'un sol animo e d'una bocca sola glorifichi Iddio, d'un popolo di credenti realmente uno, formante il gregge dell'unico Pastore Cristo, il quale ha dato la vita per tutti ed ha pregato perchè «fossero tutti uno».

e) Conviene imitare anche l'esempio di Paolo. Mentre dà i suoi, consigli e le sue istruzioni, egli non trascura d'innalzare il suo cuore in preghiera al Datore d'ogni grazia, che solo può creare negli animi l'umiltà e l'amore necessari. «L'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'aver fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù... L'Iddio della speranza vi riempia d'ogni allegrezza e d'ogni pace nel vostro credere» Romani 15:5,13. Nel Marzo 1928, si riuniva a Gerusalemme una conferenza intermissionaria cui presero parte 240 delegati rappresentanti più di 50 nazioni e appartenenti a quasi tutte le chiese evangeliche. La conferenza si chiuse con la celebrazione della Santa Cena in comune, sotto la presidenza di un vescovo metodista, assistito da un canonico anglicano, da un pastore presbiteriano cinese e da un pastore battista indiano. «Cercammo, in quel servizio, scrive un delegato, di dare forma visibile alla nostra unità e ci fu data l'unità che sorpassa tutte le barriere ecclesiastiche innalzate nel corso dei secoli... Non possiamo organizzare l'unità nè crearla per legge; ma mentre insieme cercavamo come estendere fra gli uomini il Regno di Dio, ci fu sopraggiunto questo maraviglioso dono di una unità che fece sparire ogni divisione di razza, di coltura, di chiesa, e ci tenne uniti dal principio alla fine».

5. «Nessun despota spirituale, nessuno che pretenda alla direzione autocratica delle coscienze, avrebbe potuto scrivere parole come queste: «Sia ciascuno pienamente congiunto nella propria mente...». «Chi sei tu che giudichi il domestico altrui»? Cotali Parole affermano non tanto il diritto, quanto il dovere, per il cristiano individuale, di riflettere con ogni riverenza, per proprio conto. Esse mantengono un vero e nobile individualismo sempre necessario per il bene stesso della chiesa. Guai alla chiesa in cui l'individuo è sommerso, in cui la chiesa tende a prendere il posto dell'individuo nella conoscenza di Dio, nell'amor di Cristo, nella potenza dello Spirito... La comunità non può esser forte che là dove le coscienze individuali sono delicate ed illuminate, dove le anime conoscono personalmente Dio in Cristo, dove ogni singola volontà è pronta, se chiamata da Dio, a sostener la verità conosciuta anche contro la società religiosa, spintavi non da un vanitoso spirito di contradizione, ma dal senso profondo di responsabilità personale verso il suo Signore, e rispettosa delle e convinizioni altrui» (Da Moule).

6. «Tutto ciò che non si fa con fede è peccato». «Fa male l'uomo che mangia contro coscienza». La coscienza è l'occhio col quale scorgiamo il bene ed il male. L'occhio può essere imperfetto e la coscienza può errare perchè non abbastanza illuminata, ma l'agire contro di essa, il resistere ai suoi avvertimenti è sempre colpevole, sia che lo facciamo per compiacere a noi stessi: ai nostri piaceri, vanità, interessi, sia che lo facciamo per compiacere agli altri o per far come loro. Un tal procedere, non solo toglie ogni pace all'anima, ma affievolisce la voce divina in noi, e, se non interviene, il pentimento, ci avvia sulla china che scende verso la perdizione. «La via, della perdizione è lastricata di coscienze calpestate». Da ciò la responsabilità di chi induce altri a mettersi sulla via pericolosa. Piuttosto cerchiamo di recar luce divina nelle coscienze ancora incerte, e ciò con amore e pazienza, giacchè nessuna costrizione otterrebbe lo scopo.

7. «Nello stato naturale, l'uomo ha un padrone: l'io. In vista di esso egli agisce o si astiene in ogni caso particolare. In vista di esso egli giudica le circostanze della vita e i rischi di morte. Ma la fede ha sostituito a quella dominazione dell'io quella di un nuovo padrone: il Cristo 2Corinzi 5:15; talchè non solo in ogni godimento o astensione particolare, ma nel lavoro della vita intera e nelle rinunzie estreme della morte, egli ha di mira, non la propria persona, ma Cristo stesso. Per lui vivere è servir Cristo e morire è l'andar con Cristo... In virtù, della sua consacrazione interiore, il cristiano è e rimane proprietà inalienabile del Signore nella vita e nella morte» (Godet). «Nell'antichità, l'individuo dovea vivere per lo Stato; ma l'orizzonte era sempre terreno. Quando il pensiero della morte si affaccia, il pagano se l'augura dolce quanto più si possa; lo stoico la sfida, ma troppo spesso si preoccupa anche allora di sè, coll'esagerata cura della propria dignità e gloria. Il cristiano consacra la sua vita al servizio del Signore e gli consacra pure la propria morte, non sempre nè di solito col martirio, ma perchè, anche nella morte, egli appartiene al Signore, perchè quegli ultimi istanti gli son dovuti come gli altri e non mutano per nulla le sue relazioni col suo Signore» (Lagrange).

8. «Il passo Romani 15:4 e l'altro classico 2Timoteo 3:16 stabiliscono in modo chiaro ed, esplicito la fede di Paolo nel valore permanente dell'Antico Testamento, fede su cui poggia l'uso che l'Apostolo ne fa. Però, mentre proclamano questo valore, vi assegnano dei limiti. Dobbiamo leggere le Scritture per la nostra educazione morale, giacché sono state scritte «per nostro ammaestramento» e sono «utili ad insegnare, a riprendere a correggere, a educare alla giustizia, affinchè l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona»; e dobbiamo leggerle pure perchè rendon salda la speranza cristiana fondata in Cristo. Paolo insegna pertanto qui due cose: il valore permanente delle grandi verità morali e spirituali dell'Antico Testamento, e la testimonianza che l'Antico Testamento rende a Cristo» (Sanday-Hd.). Esso inculca pazienza perseverante ed è fonte di consolazione e d'incoraggiamento per tutti i tempi, sia colle esortazioni, sia cogli esempi, sia colle profezie gloriose che contiene. Paolo ne parla per propria esperienza come dimostra l'uso che ne fa di continuo. E se ciò è vero dell'Antico Testamento, lo è a fortiori delle Scritture del Nuovo Testamento. Il proibire la lettura della Bibbia e l'ostacolarne la circolazione è uno dei segni più evidenti dell'apostasia della chiesa che si rende colpevole di quel peccato.

14 

LA CHIUSA DELL'EPISTOLA

Romani 15:14-16:27

Terminata anche la parte più speciale delle esortazioni (quella a mutua tolleranza), Paolo chiude la sua lettera con comunicazioni di natura personale, che fanno riscontro all'introduzione Romani 1:1-17.

La chiusa comprende tre Sezioni

A) Nella prima Romani 15:14-33, Paolo, giustificando la sua lettera ai Romani, viene a parlare della sua missione di Apostolo delle Genti e fa loro alcune comunicazioni intorno ai lavori che ad essa si riferiscono. Il suo compito gli pare finito in Oriente, per cui, dopo un'ultima visita a Gerusalemme, egli si propone di spingersi verso l'Occidente, facendo di Roma il suo futuro centro d'azione.

B) Nella seconda Sezione Romani 16:1-20, Paolo fa delle raccomandazioni. Raccomanda ai Romani la diaconessa Febe; li prega di salutare i suoi conoscenti stabiliti in Roma, e li mette in guardia contro i perturbatori giudaizzanti che potrebbero capitare fra loro.

C) Nella terza Sezione Romani 16:21-27, Paolo manda i saluti di varie persone e termina con un atto di adorazione.

Alla fine di ciascuna delle due prime sezioni, l'Apostolo pare voler deporre la penna (Cfr. le benedizioni Romani 15:33; 16:20 nel testo emendato); ma poi la riprende per aggiungere ancora qualcosa prima di chiudere la sua lettera.

SEZIONE A Romani 15:14-33 Comunicazioni di Paolo intorno ai suoi lavori apostolici

Ora, fratelli miei,

se io vi ho rivolte queste esortazioni e questi insegnamenti, non è perchè io abbia una meschina opinione di voi od, abbia ricevuto cattive informazioni sul vostro conto, anzi

sono io pure persuaso, a vostro riguardo, che anche voi siete pieni di bontà,

cioè di buoni sentimenti, di eccellenti disposizioni d'animo

ricolmi d'ogni conoscenza

della verità cristiana,

capaci anche di ammonirvi gli uni gli altri,

senza il mio intervento. Non è questo un vano complimento con cui Paolo voglia adulare i Romani; è l'espressione sincera della buona opinione ch'egli aveva dello stato religioso e morale, della chiesa. Ciò non toglie che vi fosse tra loro il più e il meno in fatto di conoscenza, di fede e di bontà. Ma, anche il più avanzato, ha bisogno di progredire ancora Filippesi 3:12-16; e qual è il cristiano che non abbia profitto da trarre da uno scritto come quello di Paolo? Si noti che, per essere capaci di ammonire gli altri, non basta la conoscenza; è necessaria ancora la bontà dell'animo.

15 Ma vi ho scritto alquanto arditamente,

Letteralmente: più arditamente, più liberamente di quanto pareva ch'io dovessi farlo, stante la buona opinione che ho di voi.

come per ricordarvi quel che già sapete.

Una buona parte di quello che vi ho scritto, l'avete già imparato da altri, e non ho fatto che richiamarvelo alla memoria Filippesi 3:1; 2Pietro 1:12-15). Le parole απο μερους (in parte) sono dagli uni intese nel senso di alquanto, da altri nel senso di qua e là alludendo ai passi più severi della lettera; da altri ancora son connesse col ricordarvi: in parte per ricordarvi... Il secondo senso è accettato da valenti esegeti. Con tutta l'autorità di cui è rivestito, Paolo usa sempre della massima delicatezza.

a motivo della grazia che m è stata fatta da Dio,

Si tratta dell'Apostolato affidato a Paolo e dei doni inerenti a quell'alto ufficio (cfr. Romani 1:5-6; 12:3).

16 d'essere ministro

(o funzionario; cfr. Romani 13:6; Filippesi 2:17)

di Cristo Gesù per i Gentili

in vista dei pagani,

esercitando il sacro servigio del Vangelo di Dio, affinchè l'offerta dei Gentili sia accettevole, essendo santificata dallo Spirito Santo.

Paolo paragona qui le sue funzioni di Apostolo delle Genti a quelle del sacerdote antico. Anch'egli si preoccupa di presentare a Dio un'offerta accettevole; ma questa non sarà di animali senza difetto di frutti scelti; sarà composta di migliaia di pagani convertiti dalla predicazione del Vangelo, rinnovati e suggellati dallo Spirito Santo e che Paolo, in certo modo, presenterà a Dio come frutto delle sue fatiche apostoliche Colossesi 1:28-29. Ma per preparare quest'offerta, egli deve vacare alle sacre funzioni della proclamazione del Vangelo colla parola e cogli scritti. Nell'epistola ai Filippesi 2:17, egli paragona perfino il sangue del suo martirio alla libazione versata sul sacrificio, della fede dei convertiti. Siamo qui nel campo delle similitudini; e se, per porre in risalto il carattere sacro e solenne del ministerio evangelico, lo si vuol chiamare un sacerdozio, lo si faccia nel senso di Paolo. Non si pretenda di rinnovare il sacrificio di Cristo offerto una volta per sempre Ebrei 9; ma si pubblichi nel mondo la virtù eterna di quel sacrificio. Non pretenda il ministro di essere mediatore tra gli uomini e Dio (cfr. 1Timoteo 2:5-7), ma sia l'ambasciatore di Dio presso agli uomini per trarli a salvazione 2Corinzi 5:20. «Questo, scrisse Teofilatto, è il mio sacerdozio: bandire l'Evangelo. Questo è il mio coltello: la Parola. Il sacrificio siete voi». D'altronde, ogni cristiano è sacerdote (cfr. Romani 12:1; 1Pietro 2:5; Ebrei 13:15-16; Apocalisse 1:6).

17 lo ho dunque di che gloriarmi

(o, secondo il testo Nestle: Io ho dunque il [mio] vanto)

in Cristo Gesù, per quel che concerne le cose di Dio;

Chiamato all'apostolato delle Genti, ho di che gloriarmi pei risultati ottenuti; ma il vanto che ho non è fondato sopra quel che sono o quel che ho fatto; ma è fondato in Cristo Gesù che mi ha chiamato, che mi ha data la capacità necessaria e che ha operato per mezzo di me, debole strumento (cfr. 1Corinzi 15:9-10): «non io ma la grazia di Dio» 2Corinzi 3:5; 7:7; 10:17; 12:5-10. Le cose di Dio: letter. «le cose che riguardano Dio» Ebrei 2:17; 5:1, che hanno da compiersi per il suo servizio, per l'estensione del suo regno. Più sono grandi i successi di Paolo, e più profonda è la sua umiltà.

18 Questi successi non li esagera, ma neppure li sconosce per falsa modestia. Facendogli parrebbe di diminuire la gloria che spetta a Cristo.

perchè io non ardirei dir cosa che Cristo non abbia operata per mio mezzo, in vista dell'ubbidienza dei Gentili

cioè per conseguire l'ubbidienza delle Genti alla fede in Cristo. Tutto ha fatto, nulla ha tralasciato;

in parola ed in opera,

Sono questi i due mezzi adoperati dall'Apostolo. Parola si riferisce alla predicazione del Vangelo in tutte le sue forme. In vista di quella, Paola avea ricevute da Cristo delle speciali rivelazioni e dei doni straordinari d'insegnamento di cui sono monumenti duraturi i suoi scritti. La parola predicata da lui colla potenza dello Spirito, era stata dal medesimo Spirito resa efficace nei cuori (cfr. 1Corinzi 2:3-5). In opera allude, anzitutto, ai miracoli esterni coi quali Cristo accreditava il suo ambasciatore.

19 E infatti, aggiunge:

con potenza di segni e prodigi.

«I miracoli sono detti segni in ragione del, senso che Dio vi annette e che gli uomini vi devono discernere; prodigi perchè spiccano nettamente sullo sfondo del corso ordinario della natura e delle sue leggi» (Godet). Anche altrove Paolo mentova i miracoli da lui operati (2Corinzi 12:12; cfr. Atti 14:3,10; 15:12; 16:16; 19:11; ecc.). Che Paolo e Luca si siano ambedue illusi, come dei poveri esaltati?

con potenza dello Spirito di Dio

(o semplicemente: di Spirito) operante in me ed in coloro che mi ascoltavano Colossesi 1:29; 1Tessalonicesi 1:5. Lo Spirito che Cristo dà è la vera potenza che rende il ministerio efficace, con o senza miracoli esterni.

Talchè, da Gerusalemme e dai luoghi intorno fino all'Illiria, ho predicato dovunque l'Evangelo di Cristo;

Sostenuto e benedetto da Dio, egli aveva potuto, in una ventina d'anni compier l'ufficio suo di banditore del Vangelo nell'Oriente dell'impero. In Gerusalemme egli avea predicato solo occasionalmente Atti 9:29; Galati 1:18; Atti 12:25; 15:4; Galati 2:2, ma nomina quella città perchè era stata il punto di partenza della evangelizzazione. Fra i luoghi circonvicini sono da annoverare l'Arabia, ove avea passato tre anni; Damasco e le contrade della Siria e della Cilicia Galati 1:17-21; Atti 9:20-21. L'espressione και κυκγω (e intorno) viene da parecchi moderni congiunta, non con Gerusalemme, ma con quel che segue; e significherebbe che, da Gerusalemme, e abbracciando una cerchia sempre più vasta, fino all'Illiria, Paolo avea compiuto il suo ministerio. L'uso della locuzione nei Vangeli e nell'Apocalisse Marco 3:34; 6:6,36; Luca 9:12; Apocalisse 4:6, ecc. non sta in favore di questo senso e lo scopo di Paolo pare esser qui di precisare gli estremi limiti, orientale e occidentale, del campo missionario da lui finora coperto. Egli stesso dà il commento della locuzione in Atti 26:20. Spingendosi verso Occidente, aveva ormai evangelizzata l'Asia Minore, la Macedonia e l'Acaia coi suoi due grandi centri di Atene e di Corinto; anzi era arrivato fino all'Illiria. Questa regione, che comprendeva l'Albania, la Dalmazia, la Bosnia e l'Erzegovina attuali, non è mentovata negli Atti, come non lo è neppure l'Arabia. Paolo ha dovuto visitare quella contrada durante uno degli ultimi suoi soggiorni in Macedonia. Da Berea o da Tessalonica la distanza dall'Illirico era breve. L'espressione del testo: compiere l'Evangelo (cfr. Colossesi 1:25), si ha da intendere in relazione con quella del Romani 15:16 e vale: disimpegnare pienamente l'ufficio suo di banditore del Vangelo. Quell'ufficio di pioniere o di conquistatore, Paolo lo stimava compiuto quando avea piantato saldamente la bandiera del Vangelo nei centri più importanti. Da quei punti, doveva poi la luce irradiare gradatamente nelle contrade circostanti mercè l'opera delle chiese ivi fondate. Così infatti avveniva.

21 con questa ambizione, però, di predicare l'Evangelo, non dove Cristo fosse già stato nominato, per non edificare sul fondamento altrui; ma come è scritto: "Coloro ai quali nulla era stato annunziato di lui, lo vedranno, e coloro che non ne aveano udito parlare, intenderanno".

Nell'opera sua apostolica in Oriente. Paolo ha seguito come regola generale, anzi ha tenuto ad onore di proclamare Cristo, ove non era stato ancora annunziato da altri. Egli ha considerato come sua missione, non di edificare su di un fondamento già posto, consolidando chiese fondate da altri apostoli o missionari; ma di porre il fondamento di nuove chiese, lasciando poi che altri continuasse l'opera 1Corinzi 3:10. Dissodare terreni vergini, stendere su nuove contrade il dominio di Cristo, tale è stata la santa sua ambizione. Il suo motto è la parola d'Isaia 52:15, ove si tratta appunto del Servo dell'Eterno, del Messia, che «darà a molti popoli ragione di rallegrami di lui» (Ebrei). La condotta tenuta da Paolo fu conforme all'intesa avvenuta in Gerusalemme con Pietro e gli altri, Galati 2:9, ed ebbe per risultato di evitare conflitti penosi e nocivi. L'ambizione di Paolo è quella di ogni vero evangelizzatore.

22 Per questa ragione appunto sono stato le tante volte impedito di venire a voi;

S'intende: a motivo dei doveri inerenti al compito mio apostolico in Oriente, come spiega Romani 15:23. Nel suo secondo viaggio missionario (a. 53-54) egli si era spinto fino a Corinto ma lasciava dietro di sè Efeso. L'opera in quel centro importante dovea occuparlo non meno di tre anni, durante i quali ebbe a lottare strenuamente per difendere l'opera sua in Galazia (cfr. Epistola ai Galati) contro i giudaizzanti, ed in Corinto, contro lo spirito di parte (cfr. 1 e 2Corinzi).

23 ma ora non avendo più campo da lavorare In queste contrade, e avendo già da molti anni gran desiderio di recarmi da voi,

Ora (al principio del 59 o 58) che l'Evangelo è saldamente stabilito nei principali centri dell'Oriente, non c'è più spazio per il suo ufficio di fondatore di chiese, di conquistatore; e spera di poter finalmente appagare il suo desiderio di visitare Roma (cfr. Romani 1:8-13; Atti 19:21).

24 Il testo di Romani 15:24, probabilmente va letto così:

quando andrò in Ispagna, spero, passando, di vedervi

Le parole: verrò a voi mancano nella maggior parte dei MSS. antichi ed è a credere che il perciocchè vi sia stato mantenuto per una confusione. Roma, secondo il progetto di Paolo, dovrebbe essere per lui una seconda Antiochia. La chiesa di quest'ultima città doveva i suoi principi a degli umili evangelizzatori Atti 11:20-21, ma Barnaba e Paolo aveano lavorato al suo sviluppo facendone un centro di luce. Tale doveva essere la chiesa di Roma in Occidente. Iniziata o, per lo meno, sviluppata da discepoli di Paolo, egli, senza contraddire al suo principio, mira col suo scritto e colla sua visita a fortificarla. L'importanza della città in quell'Occidente che Paolo considera come il suo futuro campo, gli fa desiderare di farne un punto strategico sicuro.

Però non vi si fermerà a lungo; vedrà i Romani passando: l'obbiettivo suo è la penisola Iberica o Spagna.

e d'essere da voi aiutato nel mio viaggio a quella volta,

cioè fornito dei compagni ed anche dei mezzi necessari per quella lontana missione (cfr. Tito 3:13; 3Giovanni 6-8). Raramente Paolo è partito solo per una missione. (Esemp. Atene e Corinto). Di solito avea con sè vari compagni. Questi collaboratori disposti a seguirlo fino in Ispagna spera trovarli a Roma. La chiesa sarà per tal modo associata, all'opera del Vangelo in varie guise. Darà uomini, fornirà dei mezzi, e combatterà colle sue preghiere (cfr. Romani 15:30).

dopo che mi sarò in parte saziato di voi.

Per appagare appieno il suo desiderio di comunione fraterna con loro, sarebbe accorso un soggiorno più prolungato di quello che intendeva fare a Roma.

25 «Prima però di partire per l'Occidente, l'Apostolo ha un dovere ancora da compiere: egli vuol suggellare con un atto solenne l'unione tra le due frazioni della Chiesa in quella parte del mondo che sta per lasciare. Tale è lo scopo di un'ultima visita che intende fare a Gerusalemme» (Godet).

Ma per ora vado a Gerusalemme per il servizio dei santi;

I santi sono i cristiani in quanto sono consecrati al servizio di Dio (cfr. Romani 12:1). Paolo dice, letteralmente: servendo ai santi. È un servizio la sovvenzione in danaro ch'egli porta per i poveri, a sollievo dei lor bisogni; ma è un servizio altresì il viaggio stesso, faticoso e pericoloso, che, Paolo, intraprende per portar la sovvenzione insieme ai delegati delle, chiese. Il soccorso materiale dovendo servire anche ad uno scopo d'ordine più elevato, egli stima suo dovere pagare di persona.

26 perchè la Macedonia e l'Acaia,

cioè le chiese di quelle due provincie.

si son compiaciute di raccogliere una contribuzione a pro dei poveri fra i santi che sono in Gerusalemme.

La colletta per Gerusalemme è mentovata, 1Corinzi 16; 2Corinzi 8; 9, nonchè Atti 24:17. Anche l'Asia e la Galazia vi presero parte. È piaciuto, accenna al carattere volonteroso dell'offerta. Le chiese macedoni si erano in questo dimostrate mirabili. Per contribuzione l'originale dice: comunione o partecipazione. Essi avevano, a dir così, preso una parte della povertà dei lor fratelli, e fatto parte a quelli della propria abbondanza. I poveri fra i santi è espressione che indica come non tutti fossero poveri ma certo molti. Le cause di questa povertà erano molteplici. Fin dal principio, la chiesa di Gerusalemme era stata, in maggioranza, composta di poveri, ai bisogni dei quali i fratelli più ricchi avevano provveduto con uno slancio di abnegazione noncurante dell'avvenire Atti 2:45; 4:32-35; 6:1-4. Quindi era sopravvenuta la persecuzione Atti 8, poi la carestia Atti 11:28-30. L'odio delle classi più elevate persisteva e bastava da solo a gettar nella miseria una quantità di famiglie giudicate apostate dal fanatismo giudaico.

27 Si sono compiaciute, dico; ed e anche un debito ch'esse hanno verso di loro;

Quello che ha contribuito a rendere le chiese etniche volonterose nel dare questa prova tangibile di simpatia fraterna, è stato il sentimento del debito che le chiese della gentilità avevano verso la chiesa-madre giudeo-cristiana da cui erano partiti tanti banditori del Vangelo in tutte le direzioni. Per mezzo di questi, coloro che prima erano «senza Dio e senza speranza, nel mondo», erano giunti alla conoscenza di Dio e della salvazione in Cristo: erano divenuti partecipi di quei, tesori spirituali e inapprezzabili, che sono la pace, con Dio, la speranza della gloria. Il meno che potessero fare in attestato della loro riconoscenza, era di sovvenire la chiesa-madre dei loro beni carnali i. e. materiali, connessi colla vita del corpo.

perchè se i Gentili sono stati fatti partecipi dei loro beni spirituali, sono anche in obbligo di sovvenir loro

(o: di somministrar loro l'aiuto)

con i beni materiali.

Su questo stesso principio Paolo fonda l'obbligo, per le chiese, di provvedere al mantenimento dei loro conduttori spirituali Galati 6:6; 1Corinzi 9:11.

28 Quando dunque avrò compiuto questo servizio ed avrò loro ufficialmente consegnato questo frutto, partirò per la Spagna, passando da voi;

Il testo dice: «avrò loro suggellato questo frutto»: espressione che non si può intendere del consegnare «ben sigillato il danaro, nè del consegnarlo «contro formale ricevuta»; ma piuttosto del consegnarlo in quel modo ufficiale e solenne che si conveniva al caso. Si trattava bensì di un soccorso materiale; ma per l'origine pagana delle chiese che una deputazione lo mandavano a mezzo di una deputazione capitanata dall'apostolo dei Gentili, e per il carattere giudeo-cristiano e l'importanza della chiesa che lo riceveva, l'atto veniva a rivestire un alto significato. Era il suggello dell'unione in Cristo dei Giudei e dei pagani e dovea far degno riscontro all'accordo, avvenuto nel 51, alla Conferenza di Gerusalemme Galati 2:1-10. Paolo chiama la sovvenzione un frutto, s'intende: della fede e della carità delle chiese.

29 e so che, recandomi da voi, verrò con la pienezza delle benedizioni di Cristo.

Le parole: «dell'Evangelo» non sono autentiche. Paolo era certo che, venendo, recherebbe loro una abbondanza di quelle benedizioni spirituali che Cristo dispensava, per mezzo suo (cfr. Romani 1:11). Ma potrebbe egli mai «venire a loro?». Egli non era certo della cosa, nè prevedeva che vi giungerebbe incatenato e con tre anni di ritardo. Quanto alla vagheggiata missione in Spagna, se pur gli fu dato di avviarsi a quella volta, non ci consta ch'egli la potasse compiere. Liberato una prima volta, nel 63, egli ha dovuto ritornare in Asia Minore ed in Grecia (Cfr. Epist. Filippesi, 1Timoteo, Tito); e quando lo ritroviamo in Roma, egli è nuovamente incatenato ed attende la morte (cfr. 2Timoteo). Come il Maestro, anche il discepolo ha dovuto camminare per fede, e «dalle cose che sofferse, imparare l'ubbidienza».

30 Le preoccupazioni che lo assalgono pensando al suo viaggio di Gerusalemme, lo spingono a domandare, con tutto il cuore, l'assistenza delle preghiere dei suoi fratelli. Si vede che la sua lettera dovea partire subito.

Ma io vi esorto, fratelli,

poichè, prima d'arrivare, a voi, devo incontrare non pochi pericoli; vi esorto

per il Signor nostro Gesù Cristo,

in nome di Lui ch'è il nostro comun Signore e per il servizio del quale io intraprendo questo viaggio.

e per la carità dello Spirito

cioè in nome di quel legame d'amor fraterno col quale lo Spirito di Dio ci unisce gli uni agli altri come membri di. una stessa famiglia. Vi esorto

a combatter meco nelle vostre preghiere a Dio per me.

Egli sa che dei nemici lo attendono. Sono, da una parte, i Giudei increduli che l'odiano a morte; dall'altra parte, sono i pregiudizi dei giudeo-cristiani a suo riguardo. Egli è pronto alla lotta, ma domanda ai, Romani di assisterlo. L'arma che possono maneggiare è la preghiera in suo favore, rivolta a Colui che tiene i cuori nella sua mano e senza la cui volontà non cade un capello del nostro capo. Così avea la chiesa di Gerusalemme lottato in favor di Pietro Atti 12:5,12.

31 affinchè io sia liberato dai disubbidienti di Giudea,

da quelli cioè, che ricusano di ubbidire all'invito divino del Vangelo (cfr. 2Tessalonicesi 1:8; Giovanni 5:40: «Voi non volete venire a me»). L'odio dei Giudei increduli contro Paolo cresceva in proporzione dei progressi del Vangelo. Fin dal principio del viaggio, le loro insidie costrinsero l'Apostolo a mutare il suo itinerario Atti 20:3; ed è noto il fanatismo implacabile di cui fu oggetto al suo arrivo in Gerusalemme Atti 21.

e che questo mio servizio, destinato a Gerusalemme, riesca accetto ai santi;

Alcuni codici leggono, invece di servizio, offerta, che è da ritenersi come una interpretazione marginale, d'altronde esatta, poichè il servizio compiuto da Paolo consisteva nel portare una sovvenzione ai cristiani poveri di Gerusalemme. L'apostolo teme che i pregiudizi giudeo-cristiani (cfr. Atti 21:20-21) facciano mancare in parte lo scopo ch'egli si è proposto.

Tutta la narrazione, del viaggio di Paolo contenuta negli atti (cap. 20 e segg.) dimostra quanto fossero fondati i timori che traspariscono da questo versetto.

32 Se a Dio piacesse di liberarlo e di far prosperare la sua missione a Gerusalemme egli potrebbe partire per Roma col cuore contento per trovarvi ristoro. Il pensiero di questo ulteriore beneficio loro e dell'Apostolo renderà più fervide le preghiere dei Romani: perciò soggiunge:

in modo che, se piace a Dio, io possa recarmi da voi con allegrezza e possa con voi ricrearmi.

trovi, cioè, nella vostra comunione un riposo ricreativo e confortante per il mio spirito (cfr. Atti 28:15). Essi, alla lor volta, saranno ricreati dalla presenza di Paolo Romani 1:12.

33 Or l'Iddio della pace sia con tutti voi. Amen.

Ha parlato di nemici, di lotte, di pericoli cui va incontro, ed anche di un refrigerio che contempla in lontananza. Checchè avvenga di lui, ai Romani egli augura che l'Iddio datore della pace del cuore sia con ciascun di loro, per farli godere di quel, bene prezioso fra tutti.

RIFLESSIONI

1. Alla chiesa di Roma che forse non contava più di, dieci o quindici anni di vita, Paolo rivolge Romani 15:14 un elogio che a molte chiese assai più vecchie non si potrebbe applicare. I suoi membri sono «pieni di bontà, ricolmi d'ogni conoscenza, capaci d'ammonirsi a vicenda». L'epistola ch'egli manda loro, non si può dir che sia «latte per bambini» spirituali; essa è, anzi, «cibo sodo per uomini maturi». Perchè la nostra vita individuale e quella di tante chiese si svolge essa così lentamente?

2. Dopo Cristo, Paolo è l'ideale del missionario cristiano. Il passar degli anni non affievolisce, anzi accresce in lui la profonda coscienza della, sua vocazione, o, come dice, «della grazia fattagli da Dio d'esser ministro di Cristo Gesù per i Gentili». Il ministerio affidatogli, egli lo considera come la più alta forma del sacerdozio cristiano e la sua attività missionaria mira ti trarre il più gran numero possibile di pagani d'ogni nazione alla fede in Cristo, per presentarli a Dio come una «offerta accettevole». Non già ch'egli attribuisca a sè stesso il potere di convertire le anime; egli è un semplice istrumento nelle mani di Cristo e del suo Spirito. I risultati ottenuti finora non diminuiscono il suo zelo e dopo aver evangelizzato l'Oriente, vuol spingersi fino all'estremo Occidente. La sua ambizione è di predicar l'evangelo là dove il nome di Cristo è tuttora sconosciuto. «Ecco, dice Moule, un'ambizione ad un tempo nobile e lungimirante. Oh fosse pur stato il principio di Paolo meglio ricordato nella storia del cristianesimo e soprattutto ai nostri giorni! Una rovinosa sovrapposizione di sforzi e di sistemi non sarebbe oggi da deplorare così dolorosamente». Si sarebbero evitati tanti penosi attriti tra operai dello stesso Signore, si sarebbe fatta un'economia di uomini e di mezzi che avrebbe servito ad estendere a nuove contrade la missione cristiana e sopra tutto non si sarebbe dato a tanta gente, più ignorante che in mala fede, l'idea falsa che ogni missione evangelica rappresenti una religione diversa, un altro evangelo. Alla Conferenza intermissionaria di Gerusalemme (1928), un delegato cinese ebbe a dire: «Colle vostre divisioni occidentali, colla presentazione del cristianesimo in tante sezioni separate, esso ci è stato presentato in Cina da circa 137 chiese o società diverse... Non vedete voi che dobbiamo unire le forze cristiane? Se dobbiamo guidare la nazione a qualcosa di positivo e di cristiano, dobbiamo poter presentare Cristo in una forma più concorde che non mediante 137 agenzie diverse». Un post-scriptum al Messaggio della Conferenza, aggiunto dai delegati delle comunità nuove, esprime il desiderio, ardente delle chiese indigene di veder eliminata la complessità delle opere missionarie, per togliere così il discredito che dal gran numero, dalla diversità e perfino dalle competizioni delle denominazioni ricade sul nome cristiano; e si domanda alle vecchie chiese di considerar con simpatia le aspirazioni delle chiese più giovani verso una più rapida effettuazione dell'unione cristiana. Nella Cina e nell'India pare che si sia alla vigilia della formazione di una chiesa evangelica nazionale mediante l'unione delle varie denominazioni che hanno per base le Sacre Scritture.

3. Paolo parla con cuore esultante della sua visita a Roma, prima tappa sulla via della Spagna; ma quando mentova il suo imminente viaggio alla volta di Gerusalemme, egli si mostra preoccupato. Ha provato tante volte e in tante guise, l'odio crescente dei Giudei verso di lui, che l'avviarsi verso la città del Sinedrio e degli Zeloti, verso il focolare delle inimicizie più feroci, lo rende pensieroso. Il dono stesso ch'egli reca ai cristiani poveri di Gerusalemme, sarà esso bene accolto? Dati i pregiudizi di molti giudei-cristiani contro di lui, egli non n'è pienamente certo. «Paolo non è uno stoico inaccessibile ai timori, elevato da una esaltazione non naturale al disopra delle circostanze, per quanto egli sia pronto ad attraversarle colla forza di Cristo. Egli prevede oltraggi e vituperi ed il possibile sconvolgimento dei suoi piani; e perciò confida le sue preoccupazioni ai Romani, persuaso com'egli è della loro fraterna simpatia, e chiede l'aiuto delle loro preghiere... Il vedere l'uomo forte nell'ora della sua debolezza o meglio nell'ora in cui lascia scorgere la sua umana sensibilità e cerca l'appoggio di quelli che sono più deboli di lui, ha qualcosa di commovente. Il Signor Gesù stesso ricercò l'aiuto dei propri discepoli nel Getsemane: «Rimanete qui e vegliate meco»» (Da Moule).

4. La preghiera è la respirazione dell'anima cristiana Paolo invoca pace sui credenti di Roma; implora da Dio, per sè, protezione contro i Giudei increduli e accoglienza fraterna da parte dei fedeli di Gerusalemme. Chiede ai Romani di unir le loro preghiere alle sue, ond'egli possa recarsi da loro con allegrezza. La preghiera è la grand'arma ch'egli adopera di fronte all'inimicizia del mondo ed ai pregiudizi dei fratelli; per lui pregare è combattere e chi prega per lui combatte con lui, anche da lontano, perchè la preghiera muove il braccio dell'Onnipotente. Certo non è questa la preghiera delle «soverchie dicerie», delle distratte ripetizioni latine, ma è la preghiera del cuore, la preghiera umile, insistente, perseverante. Ed essa fu esaudita; ma non nel modo sperato da Paolo e dai Romani. Dal furore omicida dei nemici, l'Apostolo fu liberato per opera dell'autorità romana; dalla chiesa di Gerusalemme fu bene accolto; ma a Roma non potè giungere che in capo a due anni e, incatenato. «I fratelli gli andarono incontro sino al Foro Appio... e Paolo, quando li ebbe veduti, rese grazie a Dio e prese animo» Atti 28:15. Più tardi egli scriverà ai Filippesi: «Voglio che sappiate che le cose mie son riuscite piuttosto al progresso del Vangelo, tanto che a tutta la guardia pretoriana e a tutti gli altri, è divenuto notorio che io sono in catene per Cristo, e la maggior parte dei fratelli, incoraggiati dai miei legami, hanno preso vie maggior ardire nell'annunziare senza paura la Parola di Dio... La mia speranza è di non essere svergognato in cosa alcuna; ma che, con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà magnificato nel mio corpo, sia con la vita, sia, con la morte» Filippesi 1:12,14,20.

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