Romani 2

1 SEZIONE B Romani 2:1-3:8 La condannazione dei Giudei

L'Apostolo ha mostrato che il mondo pagano è sottoposto alla condannazione divina. A questo i Giudei erano pronti a far plauso. Ma se si trattava di riconoscer la propria colpa e perdizione, la cosa mutava aspetto. La predicazione del Vangelo della grazia veniva ad urtarsi contro ad un orgoglio e ad una carnale sicurezza che si alimentavano dai privilegi stessi concessi da Dio alla progenie di Abramo. A questo mondo giudaico mira l'Apostolo fin dal principio di Romani 2: coll'intento di convincerlo del suo stato di peccato e di condannazione innanzi a Dio. Ma non si volge ad esso in modo brusco, bensì con ogni precauzione, ricordando anzitutto i principi generali secondo cui avrà luogo il giudicio divino Romani 2:1-16; per farne quindi l'applicazione, diretta al privilegiato Giudeo Romani 2:17-29 e respingere da ultimo taluni suoi cavilli Romani 3:1-8.

1. Romani 2:1-16 Il giudicio di Dio è secondo verità e giustizia, basato sulle opere di ognuno, ed esente di parzialità verso chicchessia

La conoscenza avuta di Dio e della legge morale rende i pagani inescusabili per le loro iniquità! Ora, secondo questo stesso principio, accennato da ultimo Romani 1:32, chi si erige a giudice degli altri, per condannarli come peccatori, mostra, con questo, di saper discernere il bene dal male, di approvare la sentenza divina contro i trasgressori. Ma se poi questo giudice severo commette egli stesso il male che condanna in altri, egli si rende a sua volta inescusabile. Col dire:

Perciò, o uomo, chiunque tu sii, che giudichi, sei inescusabile;

Paolo non ha in mente nè i giudici, nè i migliori fra i pagani, ma il Giudeo che non rifiniva di vantar la propria superiorità sui pagani e non risparmiava loro i suoi giudici sommari e sprezzanti. Solo, l'accenno è ancora generico. «Giudicare» «viene a dire: erigersi a giudice, farla da giudice, approvando, biasimando, condannando.

poichè nel giudicare gli altri,

nell'atto stesso che fai giudicando,

tu condanni te stesso; perchè tu che giudichi, fai le medesime cose.

il peccato non aveva preso, presso i Giudei, le forme più ripugnanti mentavate in Romani 1:24-27; ma non erano perciò meno colpevoli dei pagani, davanti a Dio.

2 Or noi sappiamo,

non solo dalle Scritture, ma dalla coscienza universale,

che il giudizio di Dio su quelli che fanno tali cose è conforme a verità.

cioè alla realtà della condotta morale di ognuno, non secondo le apparenze, o secondo la qualità delle persone. È perciò un «giusto giudicio» Romani 2:5-6. «Non ci sarebbe più verità nell'universo se non ve ne fosse nel giudicio di Dio, e non ce ne sarebbe nel giudicio di Dio, se bastasse condannare altrui per essere assolti».

3 Dinanzi al fatto certo della rettitudine del giudicio di Dio, come si spiega la condotta dell'uomo che fa il giudice severo degli altri, pur praticando egli stesso il male? Quell'uomo, deve pascersi di una strana illusione da cui importa trarlo, facendogli aprire gli occhi sull'uso perverso che fa della benignità e pazienza di Dio. L'illusione in cui vive consiste nel figurarsi che il giudicio di Dio non si estenderà a tutti gli uomini e che proprio lui farà eccezione alla regola dell'universalità.

E pensi tu, o uomo che giudichi quelli che fanno tali cose, e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio?

Il Giudeo fondava questa sua illusione sull'esser egli membro del popolo eletto. Le Genti dovevano esser giudicate, ma Israele doveva andar esente dal giudicio in virtù del suo privilegio teocratico. Alla confutazione di questo calcolo erroneo, l'Apostolo non si ferma per ora. L'aver posta la domanda nel modo in cui l'ha fatto, basta a convincere ogni coscienza che una tale anomalia non è conciliabile colla giustizia di Dio. Chi pecca come il pagano ch'egli condanna, non può non esser sottoposto al giudicio. Ma, scartata la supposizione di una eccezione impossibile alla regola, che aspetto prende la condotta del consone dei suoi simili? Essa appare sotto una triste luce. In realtà, egli fa un uso perverso della bontà di Dio a suo riguardo. Invece di considerarla come un invito a pentimento, egli vi rimane insensibile, continuando a peccare, quasichè la pazienza di Dio gli fosse garanzia d'impunità perpetua.

4 Ovvero,

poichè in fondo torna a questo,

sprezzi tu le ricchezze

ossia, l'abbondanza, la pienezza (cfr. Romani 9:23; Efesini 1:7; Colossesi 1:27)

della sua benignità,

Benignità è l'amore che si compiace nel beneficare. Niun popolo era stato ricolmo di favori come il Giudeo:

della sua pazienza,

Pazienza è l'amore che sopporta, che tollera indulgente Romani 3:26

e della sua longanimità,

ossia lentezza all'ira.

non riconoscendo che la benignità di Dio ti trae a ravvedimento?

Sotto i suoi svariati aspetti la bontà di Dio veniva dal Giudeo sprezzata in quanto non ne faceva quel caso e quell'uso che avrebbe dovuto. Essa era intesa a trarlo, non a forza, ma per via di persuasione morale Giovanni 6:44 a ravvedimento facendolo vergognoso della sua condotta passata; mentre egli veniva a considerarla quasi come una debolezza od una connivenza col male. Il disgiungere la bontà di Dio dalla sua santità, conduce a sprezzarla.

5 Tu, invece, seguendo la tua durezza ed il tuo cuore impenitente,

Letteralm. «secondo la tua durezza», secondo la tua vecchia ed abituale lirica di condotta, lasciandoti guidare dal tuo cuore insensibile agli appelli di Dio Atti 7:51,

ti vai accumulando

a guisa di tesoro che si accresce gradatamente (cfr. 1Tessalonicesi 2:14-16; Matteo 23:35),

un tesoro d'ira pel giorno dell'ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere:

I singoli atti di peccato paiono, per la longanimità di Dio che non li punisce subito, passare inosservati; non sono però dimenticati. Viene il gran giorno della finale retribuzione, ch'è chiamato il «giorno dell'ira», in cui il giusto giudicio di Dio, che ora è come coperto dal velo della sua pazienza, verrà rivelato agli occhi degli angeli e degli uomini. Rispetto al popolo giudeo fu giorno d'ira la distruzione di Gerusalemme. Ma rispetto agli individui (poichè qui si tratta di loro), il giorno del giudicio è al di là della vita presente. «Dopo la morte segue il giudicio» Ebrei 9:27. Dio, allora, renderà a ciascuno, ad ogni singolo individuo, senza eccezioni o parzialità, secondo le sue opere: In questo sta la giustizia del giudicio di Dio Romani 2:5: si estende a tutti ugualmente, ed è basato sulla condotta tenuta da ognuno. (cfr. Matteo 16:27).

7 I versetti Romani 2:7-10 svolgono il concetto di Romani 2:6. Come ci sono due generi di condotta, due opposte direzioni morali della vita, così ci saranno due opposte retribuzioni.

Vita eterna,

vita nella sua pienezza perfetta e nella sua eterna durata,

a quelli che con la perseveranza nel bene oprare

giacchè il giudicio è fondato sulle opere e sulla direzione morale della vita

cercano gloria, onore ed incorruttibilità.

Gloria, cioè: «l'esistenza esente da sozzura e infermità, tutta splendente del fulgore della perfezione divina che in essa si spiega»; onore, cioè «l'approvazione di Dio che rende per sempre onorevole chi ne è l'oggetto»; incorruttibilità, cioè: «l'assoluta impossibilità d'un termine od anche di una interruzione qualsiasi in quello stato» (Godet). Altri traduce: immortalità.

8 Ma a quelli che,

seguendo la via del male,

sono contenziosi

cioè dominati da uno spirito fazioso, «ribelle e contraddicente» Romani 10:21, che, invece di piegarsi con docilità alla verità, è sempre pronto a contestare, a resistere;

e non ubbidiscono alla verità

da loro conosciuta, per mezzo, sia delle rivelazioni naturale e mosaica, sia di quella evangelica,

ma ubbidiscono,

invece,

all'ingiustizia,

A loro, dice Paolo laconicamente, secondo il testo emendato,

ira e indignazione.

9 E ad inculcare più esplicitamente ancora la universale applicazione della regola enunciata, senza eccezione di sorta, l'Apostolo dice più esplicitamente:

Tribolazione ed angoscia

(la seconda più profonda della prima)

sopra ogni anima d'uomo che fa il male,

senza privilegio per alcuno; e perchè non resti dubbio, Paolo nomina espressamente, il Giudeo, che aveva in vista fin dal principio del capitolo:

del Giudeo imprima e poi anche del Greco,

Non, solo il Giudeo non scampa, ma deve essere il primo a venire in giudicio. Primo nei privilegi (cfr. Romani 1:16), ha da esser primo a render conto ed a portar la pena della sua disubbidienza. E come non è escluso dalla perdizione il Giudeo perchè tale, così non è escluso dalla felicità eterna il pagano solo perchè non discende da Abramo.

10 ma gloria e onore

conferiti dal Giudice supremo,

e pace a chiunque opera bene; al Giudeo prima e poi anche al Greco;

pace viene a significare il tranquillo e sicuro godimento della vita nella comunione con Dio.

11 Or, se le conseguenze, quali che sieno, del giudicio si estendono al Giudeo come al pagano, ciò avviene in virtù dell'assoluta giustizia di Dio,

poichè, dinanzi a Dio, non c'è riguardo a persone.

Non si guarda a nascita o posizione, ma si tien conto solo della condotta. (cfr. Deuteronomio 10:17; 2Cronache 19:7; Giobbe 34:17-19; Atti 10:34-35; Galati 2:6; Efesini 6:9; 1Pietro 1:17). Se la conoscenza fosse la base del giudicio, certo coloro che hanno posseduto la legge scritta sarebbero superiori al pagano. Ma così non è: si tratta del praticare, non del solo conoscere.

12 Infatti, tutti coloro che hanno peccato senza legge,

s'intende senza la legge mosaica, rivelata,

periranno altresì senza legge.

Al peccato risponderà la perdizione. Ma essi non saranno giudicati secondo la norma più rigorosa della legge rivelata che non hanno conosciuta, bensì a norma della legge naturale.

e quanti hanno peccato avendo la legge,

lett. «nella legge», cioè: dentro alla cerchia della legge (cfr. 1Corinzi 9:21), vivendo in quel dominio al quale si estende la conoscenza e l'impero della legge Romani 3:19. Si potrebbe, tradurre anche: «con una legge». Ma è chiaro che, con queste espressioni, vengono designati i pagani ed i Giudei:

saranno giudicati con la legge;

Il possesso della legge, ben lungi dall'esimerli dal giudicio, renderà questo più severo a loro riguardo (cfr. Luca 12:47-48). Nè può essere altrimenti davanti alla giustizia imparziale di Dio. Poichè la legge non è data soltanto per essere studiata o ascoltata, ma per servir di norma alla vita pratica. La legge richiede dei facitori e non degli uditori solamente. Uditori lo erano ed anche assidui e zelanti i Giudei. La legge era letta ogni sabato ed esposta nelle loro sinagoghe; ed essi si recavano ad ascoltarla.

13 Ma non per questo sono giusti davanti a Dio;

poichè non quelli che ascoltano la legge son giusti dinanzi a Dio; ma quelli che osservano la legge,

che ne sono facitori,

saranno giustificati,

cioè non: «resi moralmente giusti», poiché si tratta della sentenza di Dio nel giorno del giudicio: ma «riconosciuti», «dichiarati» giusti, o in regola colla legge.

14 Romani 2:14-15 costituiscono una specie di parentesi che si collega col pensiero fondamentale di Romani 2:13: Non gli uditori, ma gli osservatori della legge saranno tenuti per giusti nel giudicio. E questo principio, vuol dire l'Apostolo, è applicabile non solo ai Giudei che hanno la legge di Mosè, ma anche ai pagani che, se non hanno la legge scritta sulle tavole di pietra, hanno però anch'essi una legge, la legge morale scritta nei cuori, e saranno, essi pure, in caso di adempimento di questa legge interna, giustificati.

Infatti, quando,

in certi casi,

dei Gentili che non hanno la legge

mosaica,

adempiono per natura,

spinti dal naturale istinto del cuore,

le cose della legge,

le cose ordinate nella legge, specialmente nella seconda Tavola del Decalogo,

essi che non hanno legge, son legge a sè stessi;

in quanto le prescrizioni della lor natura morale tengono lor luogo di legge esterna,

15 essi mostrano,

coll'energia del loro senso morale interno,

che l'opera della legge,

prescritta dalla legge,

è scritta nei cuori loro,

per mano di Dio che ha lor dato questi impulsi superiori. (cfr. Romani 1:32; 1Corinzi 5:1; 1Timoteo 5:8; Atti 28:2).

rendendo di ciò testimonianza anche la lor coscienza;

La legge interna è attestata non solo dal cuore che li spinge a operare il bene, ma ancora dalla coscienza o riflessione morale. Coscienza viene da conoscere e «indica per conseguenza una funzione della mente ( νους) di quella facoltà del discernere di cui è dotata l'anima umana e che applicasi tanto alla distinzione del vero dal falso (come intelligenza) quanto alla distinzione del bene e del male (come coscienza). Il con (conscienza) pone in risalto il carattere intimo di quella conoscenza interna» (Godet),

e, tra di loro, i pensieri accusandosi od anche scusandosi.

Questo dibattito interno vertente sul carattere morale delle azioni compiute, è la grafica descrizione del come funziona la coscienza. Essa è come la risultante sentenza di questo dibattito dei pensieri che tra di loro discutono del valore morale degli atti, quasi fossero testimoni d'accusa e di difesa in un tribunale. E siccome l'accusa è in forze preponderanti, dice: accusano, od anche, caso più raro, difendono. Il risultato di questo dibattito, la convinzione morale pensata, costituisce la testimonianza della coscienza all'esistenza della legge morale.

16 Tutto ciò si vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini,

non ciò che si vede soltanto, ma le cose nascoste, gli intimi moventi dell'azione. Queste parole vanno connesse, non con quelle che precedono immediatamente, ma con quelle di Romani 2:13: «I facitori della legge saranno giustificati (e fra questi possono trovarsi dei pagani; Romani 2:14-15) nel giorno in cui Dio giudicherà...». Per maggior chiarezza, la Riveduta fa di Romani 2:16 una frase separata, premettendovi le parole: Tutto ciò si vedrà, che non si trovano nel greco. Aggiungendo:

per mezzo di Cristo Gesù, secondo il mio Evangelo,

Paolo ricorda il carattere spirituale ed universale dell'Evangelo ch'egli predica e che comprende, insieme con l'annunzio della salvazione per tutti gli uomini, anche quello del giudicio di tutti per mezzo del Messia. Egli, dopo essere stato il mediatore della grazia, sarà l'Agente della Giustizia. (cfr. Matteo 25; Atti 17:31).

Tali i principi o criteri secondo, i quali Dio giudicherà gli uomini. Ma si domanda: Come mai questi principi possono essi conciliarsi coll'insegnamento di Paolo sulla giustificazione per fede e non per opere?

Anzitutto è da notare che Paolo, mente logica quant'altra mai, non ha scorto contraddizione tra questo insegnamento e quello che dà in Romani 3: poichè, anzi, quanto dice qui è destinato a preparare la esposizione della giustificazione per grazia.

Paolo espone qui dei principi; non si preoccupa per ora di sapere se vi sarà chi possa esser giustificato come osservatore della legge, o, se ve ne saranno, per qual via saranno giunti a quello stato. Solo intende stabilire che il giudicio di Dio sarà universale, ed imparziale, conforme alla realtà della condotta morale di ognuno. Se vi hanno da essere dei salvati, non lo saranno per via di eccezione che violi la giustizia e non abbia riguardo al loro stato morale. Se Dio giustifica, non è col cessar d'esser giusto Romani 3:26.

Va notato, inoltre, che il principio secondo il quale Dio giudicherà, all'ultimo giorno, gli uomini secondo le loro opere, è contenuto nell'intiero Nuovo Testamento. Si cfr. Matteo 25:31-46; Giovanni 5:27-29; 2Corinzi 5:10; Apocalisse 20:11-15, ecc.

Se al peccatore è offerta in Cristo la salvezza, essa non diventa efficace che quando è accettata dalla fede del cuore che, senza costituire un merito, è però l'atto morale più profondo e più decisivo nella vita. «Questa è l'opera di Dio che voi crediate in Colui che esso ha mandato» Giovanni 6:29. Per essa l'uomo, conscio della sua povertà, si appropria Cristo fattogli da Dio «sapienza, giustizia, santificazione e redenzione». Così può avvenire che chi è stato giustificato per fede in Cristo, sia poi giudicato dalle sue opere. «La giustificazione per la fede sola, nota il Godet, si applica all'entrata nella salvezza mediante il perdono gratuito dei peccati, non già al giudizio finale. Quando Dio riceve il peccatore in grazia al momento della sua conversione, non gli chiede che la fede; ma da quel momento principia per lui una responsabilità nuova; Dio esige dal credente graziato, i frutti della grazia... La fede non è la triste prerogativa di poter peccare impunemente; è il mezzo di vincere il peccato e di operare santamente. Se non produce un tale frutto di vita, essa è morta e sarà dichiarata vana... La giustizia imputata poggia unicamente sulla fede; la giustizia riconosciuta da Dio nel giorno del giudizio comprende la fede coi suoi frutti» (cfr. Romani 8:4).

«La giustificazione, osserva a sua volta il Sanday-H., è un atto passato che fa capo ad uno stato presente; appartiene propriamente al principio, non alla fine della carriera cristiana. Non v'è antitesi reale tra la fede e le opere in sè. Le opere sono la dimostrazione della fede e la fede ha la sua esplicazione necessaria nelle, opere. La vera antitesi sta tra il guadagnare la salvezza e il riceverla come un dono della bontà di Dio».

17 2. Romani 2:17-29 Dinanzi al giusto giudicio di Dio, il Giudeo è inescusabile, poichè, pur possedendo la legge e la circoncisione, egli è trasgressor della legge ed incirconciso di cuore

Romani 2:17-29 sono l'applicazione diretta al Giudeo dei principi esposti Romani 2:1-16, allo scopo di convincerlo ch'egli è sotto condanna come il pagano. In una forma alquanto ironica, Romani 2:17-18 mettono in risalto, sotto i suoi vari aspetti, il privilegio del Giudeo di posseder la legge rivelata.

Or se tu ti chiami Giudeo...

La lezione: Ecco, tu... poggia sopra uno solo degli antichi manoscritti mentre tutti gli altri e le antiche versioni hanno: se tu... I facitori della legge rivelata o naturale, saranno giustificati nel giorno del giudicio; or se tu, ovvero ma se tu che possiedi la legge rivelata, invece d'esserne l'osservatore, ne sei il trasgressore, non immaginarti che tu potrai esser giustificato. Il nome di Giudeo che designava dapprincipio i soli discendenti di Giuda, venne dopo la cattività a significare la nazione intiera privilegiata, per opposizione alle genti o nazioni pagane. Gli Ebrei lo portavano come titolo d'onore (cfr. Galati 2:15; Apocalisse 3:9).

e ti riposi sulla legge,

ti ritieni sicuro del favor di Dio perchè possiedi la sua legge,

e ti glorii in Dio.

ti glorii di aver per tuo Dio, l'Iddio solo vero, creatore dei cieli e della terra, il quale ha stretto il suo patto con Israele.

18 e conosci la [sua] volontà,

Lett. la volontà, che all'uomo importa di conoscere, cioè quella di Dio rivelata nella sua legge.

e discerni la differenza delle cose,

il bene dal male, nei casi concreti della vita quotidiana,

essendo ammaestrato dalla legge,

in grazia della quale il discernimento morale del Giudeo poteva essere superiore a quello del pagano. La Vulgata, seguita da una parte degli interpreti antichi e moderni, ha tradotto qui probas utiliora, cioè approvi non solo quel ch'è bene invece di quel ch'è male, ma fra le cose buone approvi le cose migliori. Le parole greche comportano questo senso; ma trattandosi qui della superiorità che la legge rivelata conferisce al Giudeo sul pagano, è meglio attenersi al primo senso ch'è più semplice (cfr. Romani 12:2).

19 Romani 2:19-20 descrivono, con tinta parimente ironica, la missione che, dal possesso della rivelazione, derivava al Giudeo e della quale andava superbo.

e ti persuadi d'essere guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre,

Fra questa la missione cui era destinato Israele, se fedele. Dovea esser luce religiosa delle genti, ma non colla nuda conoscenza intellettuale, bensì colla conoscenza unita al visibile commento della vita pratica. Nella sua maggioranza, esso fallì a tanta missione, ma il vuoto vanto lo conservò. I «ciechi», «coloro che son nelle tenebre» Matteo 15:14 indicano i pagani in quanto privi della luce della rivelazione.

20 educatore dei semplici, maestro dei fanciulli,

I semplici o scempi sono i destituiti di sapienza pratica per mancanza di conoscenza. I fanciulli, sono un'altra designazione dei pagani considerati nel loro, stato d'inferiorità religiosa, bisognosi d'essere ammaestrati nei primi elementi della verità. I proseliti venivano chiamati «fanciulli» dai Giudei.. La Diodatina: dottor degli idioti non risponde più al senso dell'originale. Nella lingua dell'oggi fanciulli e idioti non son la stessa cosa.

avente o: perchè hai la formula della conoscenza e della verità nella legge

Lett. la forma, cioè la precisa delineazione, l'espressione esatta, la formula. La verità è la realtà delle cose in sè, la conoscenza è la verità in quanto vien afferrata dalla mente. Si tratta qui della verità religiosa e morale rivelata, anzi formulata, nella legge di Mosè.

21 La costruzione regolare della frase sembra che dovesse essere la seguente: Ma se tu porti il nome... e ti persuadi d'essere, ecc., e poi nel fatto violi la legge, ben lungi dall'essere giustificato, sarai condannato più severamente. Ma la vivacità del sentire di Paolo in presenza delle inconseguenze del, Giudeo che vanta sì altamente la sua superiorità, lo spinge ad apostrofarlo più direttamente, ad investirlo con una serie di interrogazioni che sono altrettante accuse destinate a fiaccare il suo orgoglio...

o dunque, tu che ammaestri gli altri non ammaestri te stesso?

Che inconseguenza è questa? Matteo 23:3. Come va che non applichi a te stesso gl'insegnamenti che tu dài agli altri?

Tu che predichi che non si deve rubare, rubi?

colle frodi commerciali e coll'usura.

22 Tu che dici che non si deve commettere adulterio, commetti adulterio?

Colla facilità con cui pratichi il divorzio, ad anche colla licenza dei tuoi costumi, tu contamini la santità del matrimonio Romani 2:22.

Tu che hai in abominio gl'idoli, saccheggi i templi?

Il Giudeo doveva avere in orrore gl'idoli secondo l'ordine Deuteronomio 7:25 e segg.; Levitico 18:30. E dopo la cattività, era guarito dell'idolatria. Ma, pur professando questo orrore degl'idoli, attratto dall'amor dell'oro e dell'argento che ricopriva le statue che dava valore agli ex-voto, od anche riempiva i tesori ricchissimi dei santuari pagani, se non predava direttamente i templi, si faceva volentieri ricettatore degli oggetti sacri rubati. Era così complice dei depredatori sacrileghi. La Vulgata e la Diodatina commetti sacrilegio sono troppo deboli.

23 Tu che meni vanto della legge,

del possesso di essa,

disonori Iddio trasgredendo la legge?

La disubbidienza dei Giudei alla legge di Dio, specialmente alla legge morale, era un disonore inflitto al Dio ch'essi adoravano, agli occhi delle popolazioni pagane con cui venivano a contatto. Perciò, ai Giudei del suo tempo, Paolo applica la parola scritta da Isaia 52:5.

24 Poichè, siccome è scritto, il nome di Dio, per cagion vostra, è bestemmiato fra i Gentili.

Il profeta afferma in quel passo, citato secondo la LXX, che, a motivo della umiliazione del popolo in cattività, il nome di Dio era tuttodì dai pagani bestemmiato come se fosse impotente, a salvare i suoi adoratori. Paolo ben sapeva in che conto fossero tenuti i Giudei del suo tempo nel mondo pagano. Così, lungi dall'essere il popolo di Dio, in pratica lo disonoravano; lungi dall'insegnare ad altri a conoscerlo e servirlo, essi colla lor mala condotta portavano i pagani a bestemmiare il suo nome. Come mai potevano essi figurarsi di sfuggire al giudicio di Dio?

25 L'Apostolo non ignora però che il Giudeo faceva grande assegnamento sulla circoncisione, ch'era il segno esterno del Patto di Dio col suo popolo Filippesi 3:4-5. Secondo i rabbini, il circonciso non potea perire a meno che avesse addirittura apostatato dal giudaismo. Quindi è che, rispondendo alla tacita obbiezione del Giudeo: Ma io sono circonciso, Paolo prosegue:

Intatti, ben giova la circoncisione se tu osservi la legge; ma se tu sei trasgressore della legge, la tua, circoncisione diventa incirconcisione.

La circoncisione ti è utile, ti è garanzia dell'adempimento delle promesse di Dio; ma a condizione che tu adempia da parte tua all'obbligo che t'incombe come membro del popolo di Dio; quello cioè di mettere in pratica la legge. Che se tu manchi a quest'obbligo, la tua circoncisione perde ogni valore e significato; è come se non esistesse. La circoncisione era in sè simbolo dello spogliamento d'ogni sozzura, e come tale, era stato scelto ad esterno segno del popolo consacrato a Dio. D'altra parte, se l'incirconciso osserva le giuste prescrizioni della legge, la mancanza del segno esterno della circoncisione non lo escluderà dalla retribuzione promessa a chi pratica il bene.

26 E se l'incirconciso

(lett. l'incirconcisione)

osserva le giuste prescrizioni della legge, non sarà la sua incirconcisione contata come circoncisione?

Dice letteralmente: Se dunque... perchè si tratta di una conseguenza del principio della importanza suprema nell'osservar la legge, applicata questa volta al pagano. Paolo non afferma che l'incirconciso sia in grado di far questo, ma dice: se avviene... È una supposizione destinata a porre in rilievo il fatto che la circoncisione è nulla senza l'osservanza dei comandamenti 1Corinzi 7:19; Galati 5:6-9. D'altronde, se nessun pagano è giunto mai ad osservare neppure tutta la legge morale a lui nota, certo molti pagani erano moralmente migliori di tanti Giudei privilegiati. Dio guarda tanto al fare e così poco al nudo segno esterno che agli occhi suoi, diventa pagano il Giudeo ribelle, ed Israelita il pagano ubbidiente Atti 10:34-35. Il caso del Gentile, che sebbene incirconciso, di carne qual'è di nascita, adempie la legge morale, servirà indirettamente ad aggravare la colpa, del Giudeo che ha avuto la Rivelazione (cfr. Luca 11:31-32; Matteo 12:41-42).

27 E così colui che è per natura incirconciso, ed è rimasto tale, se adempie la legge, giudicherà te che, con la lettera,

in possesso, cioè, della formula scritta della legge,

e con la circoncisione

che doveva ricordarti l'obbligo della consacrazione a Dio,

sei un trasgressore della legge.

Nessun rabbino, nota il P. Lagrange, sembra aver compreso abbastanza l'importanza della legge morale, da tenere il linguaggio qui tenuto da Paolo.

28 Romani 2:28-29 spiegano la ragione del nessun valore della circoncisione davanti al giudicio di Dio. Dio non guarda all'esterno, ma all'interno dell'uomo. Onde, non quegli che ha i distintivi visibili del Giudeo quali sono la circoncisione, la discendenza da Abramo, la conoscenza della legge, il culto esterno è agli occhi suoi vero Giudeo, rispondente all'ideale di un membro del popolo di Geova.

Poichè Giudeo non è colui che è tale all'esterno; nè è circoncisione quella che è esterna, nella carne;

Non è circoncisione, nel suo vero e pieno significato religioso, quella che consiste nel tagliare un pezzo di pelle del corpo. Quella è «nella carne», non è che un nudo simbolo al quale deve rispondere una interna realtà morale.

29 ma Giudeo è colui che lo è interiormente,

lett. in segreto, che in fondo al cuore è adoratore e servo di Dio; quello è il vero Giudeo (cfr. Giovanni 1:47).

e la circoncisione vera è quella del cuore,

come già nell'Antico Testamento veniva insegnato Levitico 26:41; Deuteronomio 10:16; 30:6; Geremia 9:25; Ezechiele 44:9; Atti 7:51; (cfr. Filippesi 3:3). Per meglio spiegare questa circoncisione del cuore, aggiunge: In

Ispirito, non in lettera

Non è, cioè, quella che, in conformità colla lettera della legge, si eseguisce esternamente, l'ottavo giorno dopo la nascita, sul fanciulletto maschio; ma è quella che avviene nella sfera morale e spirituale, che si opera mediante la santificazione dei pensieri della mente, degli affetti del cuore, degli atti della volontà, che insomma, è di natura spirituale, non carnale o letterale.

D'un tale

(lett. del quale)

[Giudeo], la lode procede non dagli uomini

che non hanno competenza nè autorità per pronunziarla,

ma da Dio.

che solo legge nei cuori ed il cui ha valore assoluto ed eterno.

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