Romani 5

1 SEZIONE C Romani 5:1-21 La giustizia recata dal secondo Adamo, celebrata nel suo trionfo sulle conseguenze del peccato recato dal primo Adamo.

È conforme all'uso di Paolo, pare anzi un bisogno dell'anima sua compenetrata dallo Spirito, il chiudere le esposizioni dottrinali più sistematiche, più ricche di dialettica, con la calma contemplazione, delle conseguenze derivanti dalle, verità insegnate. Egli si eleva allora alle maggiori altezze, della conoscenza e della eloquenza religiosa; e la sua parola ispirata diventa un canto, un inno di trionfo e di adorazione. Si confronti nella nostra Epistola Romani 8 e la fine di Romani 11; 1Corinzi 13 e la fine di Romani 15.

L'Apostolo ha mostrata la universale necessità della giustizia di fede, l'ha de scritta, nei suoi grandi caratteri e considerata nei suoi rapporti con le precedenti dispensazioni divine Romani 1:18-4:25. Ora, in un capitolo che ha l'intonazione d'un inno di vittoria, ne contempla, il trionfo sulle conseguenze del peccato.

a. Rispetto all'individuo, la, sua relazione con Dio è del tutto mutata: riconciliato con Dio, il suo presente è pace con Lui, l'avvenire che gli è assicurato sarà gloria presso di Lui Romani 5:1-11.

b. Rispetto all'umanità considerata nella sua grande unità organica come famiglia, Cristo, il nuovo Adamo, trionfa dell'opera del primo. Questi, colla sua disubbidienza, avea costituito l'umanità peccatrice e soggetta alla morte. Il nuovo Adamo la rialza e riabilita col dono della giustizia acquistata dalla sua ubbidienza. Al regno del peccato e della morte, sottentra per Cristo il regno della grazia e della vita Romani 5:12-21.

Romani 5:1-11 Rispetto all'individuo, la grazia che giustifica trasforma, la triste situazione del peccatore davanti a Dio, in una situazione felice e gloriosa.

Giustificati adunque per fede,

come lo sono stati tutti i cristiani fin dal momento in cui essi hanno creduto,

abbiamo pace con Dio, per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo.

La maggioranza dei codici e delle antiche versioni legge il soggiuntivo εχωμεν (facciamo d'aver pace), invece dell'indicativo εχομεν (noi abbiamo). Ma va notato che i due più antichi codici, il sinaitico ed il vaticano, portano come correzione di seconda mano l'indicativo. Inoltre non è senza importanza il fatto che lo scambio dell'o breve coll'o lungo s'incontra spesso nei MSC, anche quando come 1Corinzi 15:49; Galati 6:10, il soggiuntivo fa a pugni col contesto («come abbiam portato l'immagine del terreno, così porteremo anche (nella risurrezione) l'immagine del celeste» - non certo: cerchiamo di portare. «Così dunque mentre ne abbiamo l'opportunità...»). Viceversa si troverà pure l'o lungo mutato in o breve, come in Romani 14:19. La cosa si spiega quando si rifletta che i codici erano scritti sotto dettatura e che anche l'originale dell'Epistola ai Romani fu scritto da Terzio sotto la dettatura di Paolo. Di fronte alla facilità ed alla frequenza, dello scambio delle due vocali, le ragioni interne vengono ad esser decisive. Ora, nel caso presente, la quasi totalità degli interpreti riconosce che il brano non ha alcun carattere esortativo. Così Alford, pur conservando il soggiuntivo nel suo testo critico, scrive: «L'intero passo è inteso a proclamare le conseguenze della giustificazione per fede; non esorta, ma afferma». Così Scrivener, Godet, B. Weiss, Lipsius, Julicher, Feine, Lietzimann, Barth, Cornely (catt.), ecc. Kühl si esprime così: «Con accento di fiduciosa e vittoriosa certezza, l'Apostolo descrive ora le beate conseguenze della, giustificazione per fede dei cristiani. È scomparso lo stato di sfiducia e d'inimicizia di fronte a Dio ed è entrato nei loro cuori un senso beato e giulivo di pace con Dio... quindi dobbiamo considerare la lezione εχωμεν senz'altro come inammissibile sebbene sostenuta da molti codici.

Il senso esortativo è derivato probabilmente, dal fatto che molti Padri interpretavano l'aver pace come equivalente al conservar la pace. Nestle stesso, costretto dai principi posti alla base della sua edizione critica ad accettare l'echõmen, ha dichiarato ch'egli personalmente riteneva l'indicativo, echomen come l'unica lezione giusta. Anche il P. Lagrange dice che «fin dal principio del di Romani 5: la giustificazione appare come cosa posseduta di cui non resta che ad enumerare i frutti... Il primo risultato, della riconciliazione è la pace con Dio».

L'aor. essendo stati giustificati che accenna ad un fatto oramai avvenuto, e il dunque, indicano chiaramente che Paolo intende ora dedurre dal fatto compiuto le conseguenze benedette ch'esso comporta. La situazione del peccatore di fronte a Dio, all'infuori di Cristo, è quella d'un «figlio d'ira» Efesini 2:3, sottoposto a condanna. Il giustificato trovasi in una situazione del tutto mutata: egli è entrato nello stato di grazia e seguita a starvi. La sua relazione con Dio è relazione, di pace, di riconciliazione, ottenuta mediante l'opera espiatoria garantita dalla, risurrezione e dalla intercessione di Cristo Isaia 53; Efesini 2:14-18; Colossesi 1:20-22.

2 Al Cristo Mediatore dobbiamo lo stato di pace in cui siamo: a Lui dobbiamo di conciliare in esso ed a Lui dobbiamo d'essere stati, fin dal principio, introdotti in esso:

mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo saldi.

Questa grazia s'intende dello stato di grazia in cui vivono i giustificati ed in cui Cristo li ha introdotti. Dio è per loro, non più contro di loro; perciò godono profonda pace. La lor posizione è stata totalmente mutata; «dopo le tenebre, risplende il dì».

E mentre prima, guardando all'avvenire, avevano da paventare l'ira di Dio «nel, giorno dell'ira», essi possono ora guardare innanzi con esultante sicurezza ad una eredità di gloria:

e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio.

Gloriarsi, contiene l'idea d'una gioia trionfante e potrebbe rendersi: esultiamo. La ragione di questa esultanza è la speranza certa ch'essi hanno di aver parte un giorno a quella gloria che Dio possiede e di cui vuol rendere partecipi i redenti (cfr. Romani 8:18; 1Tessalonicesi 2:12; Giovanni 17:22; 2 Pietro 1:4; Apocalisse 21:10; 1Giovanni 3:2). «Si noti il contrasto fra il «gloriarsi» dei Giudei ch'è stato escluso Romani 3:27 e questo «gloriarsi» cristiano. Il primo poggia sopra supposti privilegi e meriti umani; il secondo trae ogni sua forza dalla certezza dell'amor di Dio» (Sanday).

3 E non soltanto questo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni

inerenti alla vita presente, specie per chi è seguace di Cristo (cfr. Romani 8:35; 2Corinzi 12:9-10; 11:23-33). Mutata la nostra posizione innanzi a Dio, trasfigurata la prospettiva dell'avvenire, ne resta trasfigurata la vita di quaggiù. Mentre per chi è in istato di inimicizia con Dio, le afflizioni, considerate come manifestazioni del cruccio divino, inducono gli uomini a rivolta ed a bestemmia; per chi è in pace con Dio, esse appaiono, come sono realmente, una disciplina del Padre celeste intesa al bene eterno del suo figlio. Può quindi esclamare col poeta:

Felice, se per giusto, provvido tuo comando, Con amore battuto, so con amor soffrir.

(Cfr. Ebrei 12; Giacomo 1). Il come le afflizioni possano essere trasfigurate in modo da diventare argomento di santo vanto, o di esultanza, l'apostolo lo spiega nelle parole che seguono. Esse sono il mezzo di render sempre più corta la speranza del Cristiano.

sapendo

per esperienza,

che l'afflizione produce costanza,

o, come altri traduce, pazienza, ch'è la virtù di chi perdura, nella fede in mezzo alle prove cui è, sottoposto Ebrei 10:36; 2Timoteo 2:12; Matteo 24:13; Ebrei 11; Giacomo 1:3.

4 «La, prova della vostra fede produce costanza, o pazienza», e

la costanza esperienza,

cioè quel grado superiore di saldezza ch'è proprio di coloro che hanno subito vittoriosamente la prova, e che si dicono, per ciò, cristiani sperimentati, provati Giacomo 1:12,

e la esperienza speranza.

sempre, più ferma, più certa nel cuore. Crescendo l'esperienza cristiana, cresce il sentimento della fedeltà e dell'amor di Dio, e per esso diventa più incollabile la speranza 2Tessalonicesi 1:5. «Quanti Cristiani hanno dichiarato di non aver ottenuto l'allegrezza della fede, la speranza viva, se non per mezzo dell'afflizione!» (Godet) Matteo 5:12; 1Pietro 1:3-9.

5 Or la speranza non rende confusi.

La speranza cristiana non è come le speranze mondane che sono, per lo più, fallaci e lasciano delusi e vergognosi coloro che le vedono crollare una dopo l'altra. Qui spes sarà res. Fondata sull'amor di Dio, garantita dalle sue promesse e dall'opera passata e presente di Cristo, la speranza cristiana non è di quelle che il vento può disperdere. Il giustificato ne ha l'intima certezza

perchè l'amor di Dio è stato sparso [con abbondanza] nei cuori nostri, per opera dello Spirito Santo che ci è stato dato.

L'amor di Dio per noi è stato manifestato in fatti positivi, come l'Apostolo espone nei versetti seguenti; ma lo Spirito, colla sua opera illuminatrice, colla testimonianza che rende nel cuor del credente, gli monda il cuore della conoscenza e del senso ineffabile di quell'amor che non ha pari Galati 4:6; Romani 8:15-16,35; Efesini 3:18-19. Fin dal loro battesimo, i cristiani dell'epoca apostolica ricevevano una speciale effusione dello Spirito Atti 8:15-17; 10:44; ecc. La certezza della speranza riposa, per tal modo, sui fatti obiettivi che dimostrano l'amor di Dio - e sulla esperienza soggettiva che lo Spirito ha fatto fare al credente. L'amore di Dio è di tale natura e grandezza che, dal momento in cui il cristiano lo contempla e lo sente, acquista la certezza che niente lo potrà separare da esso Romani 8:35.

6 Romani 5:6-8 mettono in luce la natura unica e la grandezza dell'amor di Dio per i peccatori. Essa risplende nel fatto che il Figlio di Dio ha dato la sua vita per dei ribelli.

Infatti,

è tale l'amor di Dio che,

mentre eravamo ancor senza forza,

privi di ogni forza spirituale, impotenti a rialzarci ed a camminar nel bene Matteo 26:41; cfr. Romani 7,

Cristo, a suo tempo,

nel tempo più opportuno, fissato dal consiglio di Dio, cioè quando fu compiuta la preparazione voluta da Dio, nel mondo pagano e giudaico,

è morto per degli empi,

a favore di gente che sconosceva Dio e non lo glorificava. Se la mancanza di forza metteva in risalto il bisogno di soccorso del peccatore, la sua empietà dimostra il carattere inaudito dell'amor che lo soccorse, a prezzo del massimo fra i sacrifici: quello della vita. Giovanni 3:16; Romani 8:32; Galati 2:20; Efesini 5:2,25. Quando si guardi ai maggiori atti di abnegazione, nulla si trova che sia paragonabile all'amor di Dio. Esso torreggia, unico nella storia.

7 Poichè a mala pena uno muore per un giusto.

Difficilmente succede fra gli uomini il caso di uno che dia la vita per un uomo virtuoso, umanamente irreprensibile;

ma forse, per colui ch'è buono, qualcuno avrebbe anche il coraggio di morire.

S'intende per colui che non solo non facesse male ad alcuno, ma fosse noto come un angelo di compassione e, di bontà. Colui ch'è buono non può significare un benefattore individuale, e non è conforme allo scopo che Paolo ha in vista in questo paragone, l'intenderlo (come permetterebbe il greco) del bene o di una, «causa buona». Dio dimostra la superiorità del suo amore su ogni più generoso atto dell'uomo verso i suoi simili, in questo? che Cristo ha dato la vita in favor di chi non era nè giusto nè buono.

8 Ma Iddio mostra la grandezza dell'amor suo per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

La morte di Cristo rivela tutta la grandezza dell'amor di Dio in quanto Egli od il Padre sono uno. Il Padre dà il Figlio, il Figlio dà sè stesso. «Se l'amor di Cristo per noi non fosse quello di Dio, ma d'un semplice uomo, crollerebbe tutto il ragionamento dell'Apostolo» (Godet).

9 Avendo esposta la grandezza infinita dell'amor di Dio manifestato nella morte di Cristo, Paolo ne deduce la certezza del compimento della salvezza cui è rivolta la speranza dei giustificati. Se Dio ha fatto per loro il più, farà anche il meno. Se Dio li ha amati prima d'esser con loro riconciliato, li amerà fino alla fine, ora che lo è. Talchè, l'amore impareggiabile di Dio rivelato al cuor loro dallo Spirito, è veramente garanzia che la loro speranza di gloria non li farà confusi.

Quanto più dunque, essendo ora giustificati, per il suo sangue,

cioè per la virtù espiatoria del suo sangue,

saremo per mezzo di lui salvati dall'ira

avvenire Matteo 3:7; 1Tessalonicesi 1:10 che travolgerà nella ruina finale i reprobi. Egli, infatti, vive sempre per intercedere per noi Ebrei 7:25; 1Giovanni 2:1; Giovanni 14:19; Romani 8:34. Come sarebbero ancora oggetti d'ira coloro che sono, stati giustificati in virtù di un tanto sacrificio e per i quali intercede un cotanto Mediatore? Nota il Sanday: «Non si può citare alcun passo più chiaro di questo e del versetto seguente in favore della distinzione fra la sfera della giustificazione e quella della santificazione. La prima è un fatto obiettivo compiuto senza di noi; l'altra è un mutamento operato dentro di noi. Ambedue, sebbene per vie diverse, procedono da Cristo. La prima è connessa col sangue versato da Cristo, mentre la seconda è connessa colla vita di Cristo».

10 Romani 5:10 rincalza e rinforza, sotto nuova forma, l'argomentazione di Romani 5:9.

Infatti, se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figliuolo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Riconciliazione implica uno stato di precedente inimicizia tra le parti. Che l'uomo sia in istato d'inimicizia più o meno cosciente, contro a Dio per il fatto ch'egli è ribelle all'autorità di Dio, trasgressore della sua legge, empio ed anche bestemmiatore è cosa largamente attestata, nelle Scritture. Paolo stesso dice «Ciò a cui la carne pensa, ed ha l'animo è inimicizia contro a Dio» Romani 8:7-8. «Voi che già eravate estranei e nemici nella vostra mente e, nelle vostre opere malvage, ora Iddio vi ha riconciliati... per mezzo della morte di Cristo» Colossesi 1:21. «... l'amicizia del mondo è inimicizia contro Dio. Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio» Giacomo 4:4. Chi non compie il dovere fondamentale di amare Dio ch'è il supremo bene, di necessità vive in istato di avversione, di ostilità, d'inimicizia più o meno incosciente verso Iddio. Ma si può egli dire che Dio sia in istato d'inimicizia contro il peccatore? È quello che a molti ripugna di ammettere. Eppure, è innegabile che nella misura in cui l'uomo identifica se stesso col peccato, egli diventa l'oggetto della santa avversione, dell'inimicizia del Dio di santità e di giustizia. In Romani 1:18 e segg. non ha egli proclamato che l'«ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà ed ingiustizia degli uomini... che Dio li ha abbandonati alla impurità... ad una mente reproba... che sono «abbominevoli» a Dio»? Non ha egli detto, in Romani 2:5, che il Giudeo impenitente si accumula «un tesoro d'ira per il giorno dell'ira». Non dirà in Efesini 2:3: «Eravamo per natura figliuoli d'ira come gli altri»? E non ha egli ricordato ai Galati in Galati 3:10, che nella legge è «maledetto» chi non la mette in pratica? Non parla egli nel nostro stesso capitolo Romani 5:9 dell'esser «salvati dall'ira» per mezzo di Cristo? È egli impossibile ammettere che, fino a tanto che l'uomo non si è completamente identificato col male, esista in Dio, accanto all'inimicizia verso il peccatore come tale, un sentimento di compassione verso la sua creatura decaduta? In Romani 11:28 il popolo d'Israele è ad un tempo oggetto di avversione (nemico) e di amore per parte di Dio (amato). Nel nostro passo l'argomento a fortiori dell'Apostolo esige che al temine «nemici» sia dato il senso di «odiosi a Dio». Da oggetti di avversione quali eravamo, siam diventati oggetti della dilezione divina mediante la morte del Figliuol di Dio; tanto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la vita d'esso.

Dal modo d'intendere l'inimicizia tra Dio e gli uomini dipende il concetto che uno si fa della riconciliazione. La riconciliazione ( καταλλαγη) cristiana ha due aspetti. Essa è anzitutto l'atto di grazia col quale Dio depone la sua ira contro i peccatori e li riceve nel suo favore; riconciliazione questa ch'è stata resa possibile dal sacrificio propiziatorio offerto sulla croce. L'esser riconciliati così è un esser ricevuti in grazia da Colui al quale eravamo divenuti odiosi. Cfr. nota 2Corinzi 5:18-19. In senso secondario e subordinato l'esser riconciliati con Dio indica pure il mutamento delle disposizioni del cuore umano ostili a Dio. L'uomo che si pente e che si abbandona a Cristo per la sua salvezza, ha cessato di odiare Dio e l'amor di Dio per lui fa nascere l'amor di lui per Dio, amore che andrà crescendo di giorno in giorno. Vi sono senza dubbio, osserva il Sanday, dei passi in cui si tratta di questa riconciliazione dell'uomo con Dio; ma prendendo il linguaggio della Scrittura nel suo insieme un tal concetto non basta a spiegarlo. In Romani 5:11, l'espressione «abbiamo ricevuto la riconciliazione» implica ch'essa è venuta da parte di Dio all'uomo recando «grazia e pace da Dio Padre». Infatti «tutto viene da Dio che ci ha riconciliati a sè per mezzo di Cristo... Dio era in Cristo riconciliando a sè il mondo» 2Corinzi 5. È Dio che ha preso l'iniziativa della riconciliazione; è Dio che ha provveduto il mezzo di rendere possibile la rimozione dell'ira dal capo del peccatore, senza rinnegar la propria giustizia. La morte indica la profondità del sacrificio; del suo Figliuolo ne indica il valore infinito. Riconciliazione e giustificazione, sono due modi di esprimere, in linguaggio e con immagini umane, una stessa realtà spirituale; sono due atti di grazia compiuti una volta per sempre, non continuativi nè progressivi di lor natura. Però «la giustificazione non è tutta la salvezza; non n'è che l'entrata. Se il peccato continuasse a regnare nei credenti come prima del loro perdono, l'ira si ritroverebbe alla fine, poichè «senza la santificazione nessuno vedrà il Signore» Ebrei 12:14. Ma la comunicazione della vita completa la mediazione del sangue e assicura la santificazione, e con essa la finale liberazione... Non saremo salvati in quel giorno che se, dopo essere stati riconciliati mediante la morte, saremo trovati santificati dalla vita del Cristo» (Godet). Ma il perdono già ottenuto da Cristo è arra della nostra finale salvezza. Colui che diede la vita in croce per riconciliarci a Dio, non vorrà ora, nella gloria celeste, disinteressarsi di noi e lasciarci ripiombare sotto all'ira. La sua vita alla destra del Padre, continua l'opera fondata dal suo abbassamento.

11 E, non soltanto questo, ma anche ci gloriamo in Dio per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, per il quale (mediante il quale) abbiamo ora ottenuto la riconciliazione.

Non solo abbiamo la certezza che saremo fino alla compiuta salvazione gli oggetti della costante bontà ed attività di colui che per noi patì la croce, ma, per mezzo di lui, ci gloriamo in Dio stesso; poichè l'opera del suo Figlio e la testimonianza del suo Spirito ci attestano che il Padre stesso ci ama d'ineffabile amore. Nessuna barriera più ci separa, ora che abbiam ricevuta, per Cristo, la riconciliazione con Lui. Possiamo quindi esultare in Dio come nel nostro Dio e nel nostro Padre, abbandonandoci nelle braccia, dell'amor suo, che vorrà coronarci della gloria che già risplende in Gesù.

12 Romani 5:12-21 Rispetto all'intiera famiglia umana, la grazia recata da Cristo, il secondo Adamo, trionfa del peccato e della morte recati dal primo

L'Apostolo ha descritto il felice mutamento operato dalla giustificazione nella situazione del peccatore di fronte a Dio. Allo stato di disarmonia è subentrata la riconciliazione e la pace con Dio; alla paurosa aspettazione dell'ira, è subentrato il dolce sentimento dell'amor di Dio per noi e la trionfante speranza della gloria finale. A chi è dovuto un tanto mutamento? Al Cristo ed all'opera sua. Per mezzo di lui siamo stati introdotti nello stato di grazia; per lo suo sangue, abbiamo ottenuta la giustificazione e la riconciliazione; per mezzo di lui abbiamo pace con Dio; per la vita d'esso saremo salvati dall'ira; per mezzo di lui possiamo perfino gloriarci in Dio come nel nostro Padre. E tutti questi benefici, a chi sono assicurati? Ad ogni figlio d'Adamo unito per fede al Signor Gesù. Contemplando nel loro insieme i benefici effetti derivanti all'umanità dall'opera di Cristo, l'Apostolo vede in lui il secondo Adamo, il nuovo capo e rappresentante donato da Dio alla famiglia umana, e che trionfa dell'opera del primo. Mentre il primo ha introdotto nel mondo il regno del peccato e della morte, il secondo introduce il regno della grazia che giustifìca e assicura vita eterna. Così per mezzo di Cristo si avvera la promessa della vittoria della progenie della donna sulla progenie del serpente, pronunziata da Dio sul campo stesso in cui era caduto il primo rappresentante della razza. La stessa legge di solidarietà che servì ad estendere ai discendenti del primo Adamo le conseguenze del suo peccato servirà ad estendere all'intiera famiglia umana i frutti salutari dell'opera del, secondo.

Perciò,

considerando i benefici recati da Cristo ai peccatori, risulta evidente ch'egli occupa, di fronte alla famiglia umana, la stessa posizione di capo e rappresentante avuta dal primo Adamo. Egli è fonte di salvazione, come il primo è stato fonte di perdizione. Già in 1Corinzi 15, Paolo avea dato un analogo insegnamento.

siccome per mezzo d'un sol uomo

Questo siccome accenna all'intenzione d'istituire un paragone. Ma, in realtà, l'Apostolo non giunge a formularne le due parti contrapposte che in Romani 5:18-19; sebbene, fin da Romani 5:14 e segg. si accenni a Cristo come al nuovo Adamo, la cui opera deve trionfare di quella del primo. Dalla parte d'Adamo come da quella di Cristo, l'opera di un solo ha coinvolto la sorte di una moltitudine. Se Eva non è mentovata, si è perchè il vero capo e padre della razza è Adamo.

Il peccato

nella sua spaventevole unità, considerato qual principio di ribellione a Dio e qual potenza che domina la razza,

è entrato nel mondo,

nel mondo terrestre, e più propriamente nella famiglia, proceduta da Adamo. Nell'universo esisteva di già.

e, per mezzo del peccato, v'è entrata la morte,

in virtù del nesso da Dio stabilito tra il peccato e la morte qual salario del peccato Genesi 2-3. Per sua natura il corpo, essendo polvere, era corruttibile; ma il termine cui dovea far capo la vita terrena, non era il disfacimento della persona umana. Il corpo quale organo dello spirito ne dovea seguire lo sviluppo, e gradualmente trasformarsi col crescere della vita superiore. Morte ha nella Scrittura tre sensi: morte corporale Filippesi 1:20, ecc.; morte spirituale 1Giovanni 3:14; Matteo 8:22; Efesini 2:1,5; Colossesi 2:13; morte eterna 1Giovanni 5:16; Giacomo 5:20; Apocalisse 20:6,14; 21:8. Qui però, come nella Genesi, trattasi specialmente della morte corporale. «Tuttavia, conviene tener presente che la morte è da Paolo considerata come l'effetto ed il monumento visibile d'una condanna e quindi d'uno stato, morale dell'uomo opposto alla volontà di Dio e potendo condurre, se persiste, alla condannazione eterna» (Godet);

e in questo modo,

per questa entrata del peccato nell'umanità quando la razza era tutta virtualmente racchiusa nel suo capo,

la morte è passata su tutti gli uomini, perchè tutti hanno peccato...

Tale è la traduzione più semplice, e meglio confermata dall'uso fatto nel N. T. 2Corinzi 5:4; Filippesi 3:12; Matteo 19:9; Atti 3:16 della locuzione εφ' ω (perchè). La Volgata ha tradotto in quo, seguita dal Diodati: nel quale; ma il fatto stesso che il Diodati è costretto a inserire le parole: «per esso uomo nel quale...», mostra quanto sia forzato il riferire il pronome relativo all'uomo mentovato al principio del versetto; senza contare che l'in quo corrisponderebbe al greco εν ω ed il Lagrange stesso dice esplicitamente «L'ef' ô non può significare nel quale. Questo è riconosciuto dagli esegeti cattolici più autorevoli». Ma come s'intende che «tutti peccarono? Si tratta egli del peccar di tutti dietro all'esempio di Adamo? Ma tutto il contesto mira a stabilire che morte e peccato ci son venuti dall'opera di Adamo (cfr. Romani 5:15,17), come la vita ci viene da Cristo; inoltre Romani 5:13-14 affermano il regno della morte su coloro che non trasgredirono, come Adamo, una legge positiva, ed i bambini muoiono prima che possano dirsi responsabili. Se ognuno fosse libero di seguire o no l'esempio d'Adamo, come spiegare la universalità assoluta del peccato e della morte? Qualche eccezione dovrebbe pur trovarsi.

Resta dunque che s'intenda tutti peccarono in Adamo, nell'atto stesso in cui peccò il loro padre e rappresentante. In senso analogo, leggesi di Cristo in 2Corinzi 5:15: «Se uno morì per tutti, tutti adunque morirono», essendo la morte del rappresentante considerata come morte dei rappresentati. Il peccato d'Adamo è peccato di tutta, la razza (cfr. Romani 5:17,19; 1Corinzi 15:22). «Ma qual concetto dobbiam farci di quella misteriosa solidarietà tra il padre della specie e la specie stessa, e come si può concepire che la eterna sorte degli individui possa dipendere da un atto al quale non hanno partecipato se non in modo incosciente ed impersonale? Non c'è mistero più impenetrabile nella vita della natura, di quello della relazione tra l'individuo e la specie. Da un lato, ogni individuo è l'incarnazione della specie; dall'altro, la specie stessa proviene dal prototipo individuale nel quale era racchiusa. La scienza constata, questi fatti, ma non li spiega. La questione posta, appartiene a quel campo impenetrabile che l'Apostolo stesso non si peritava d'investigare, a fondo» (Godet). E riguardo alla sorte eterna degli individui, lo stesso autore nota: «La solidarietà degli individui col primo Adamo rimane limitata alla sfera della natura fisica e psichica, non si estende a quella dello spirito. Ora gli è in quest'ultima che si decidono le questioni relative all'eternità». Nessuno è perduto definitivamente senza aver avuto campo di esercitare la sua libertà morale in modo cosciente. Altra infatti è la responsabilità collettiva ed altra la responsabilità individuale.

Qui avrebbe dovuto seguire il secondo membro del paragone. Come per un sol uomo... così per un sol uomo, Cristo, la giustizia è entrata nel mondo e per essa la vita. ecc. L'Apostolo però si ferma onde assodare bene il primo membro del parallelo Romani 5:13-14 e restringere i limiti di questo Romani 5:15-17.

13 Lo scopo di Romani 5:13-14, che formano una disgressione di mostrare che, infatti, la morte universale ha per ragione il peccato di tutti in Adamo, loro rappresentante. Soltanto la trasgressione del primo padre può spiegare il fatto storico innegabile del regno della morte nei secoli che precedettero la rivelazione della legge positiva mosaica.

Poichè fino alla legge di Mosè, il peccato era nel mondo;

era in tutti come potenza che li trascinava al male.

Ma

questo peccato, non rivestendo (nella maggior parte dei casi) carattere di trasgressione d'un ordine divino, stante l'assenza di legge esterna, non avrebbe potuto trarre sul capo di tutti la sentenza di morte, poichè, secondo il principio enunciato Romani 4:15, e qui ripetuto,

Il peccato non è imputato quando non v'è legge.

Non è messo in conto di disubbidienza positiva meritevole di morte. Quindi avrebbero dovuto morir soltanto coloro ch'ebbero, per rivelazione o per chiara coscienza naturale, una conoscenza tale della volontà divina da dare al lor peccato una speciale gravità. Ma questi sono stati una infima minoranza; e come spiegar la morte di tanti milioni di bambini, di giovanotti o di adulti più o meno incoscienti della gravità dei lor peccati individuali?

14 Eppure, è

un fatto che

la morte regnò

sovrana

da Adamo fino a Mosè anche su quelli che,

per non aver avuto dinanzi a sè un ordine positivo di Dio con esplicita minaccia Genesi 2,

non aveano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale,

per questo suo carattere di rappresentante della razza, la cui opera è opera di tutti i rappresentati,

è il tipo di colui che dovea venire.

Tipo, ossia impronta, immagine, «designa nella Scrittura un evento o una persona che realizza, a una certa epoca, una legge del regno di Dio di cui si ritroverà la più perfetta realizzazione in un evento o in un personaggio di un'epoca posteriore» (Godet, cfr. Meyer). Cristo è chiamato l'Adamo, avvenire dal punto di vista dei tempi che precedettero l'incarnazione. In 1Corinzi 15:45-48, Paolo l'avea di già chiamato «l'ultimo Adamo», «il secondo uomo». Con questo cenno, egli indica ove miri il paragone cominciato con Romani 5:12.

L'essere il primo Adamo tipo del secondo, indica che vi è tra di loro una singolare rassomiglianza, per la posizione che l'uno e l'altro occupano di fronte alla famiglia umana. Però se vi è somiglianza non vi è parità tra l'opera dei due Adami; poichè vi è in quella del secondo tale una eccellenza e virtù superiore, tale una ricchezza, da assicurarle completa vittoria su quella del primo. Questi elementi di superiorità riempiono a tal segno l'anima di Paolo mentre scrive quest'inno di trionfo, ch'egli sente il bisogno di porli in evidenza in Romani 5:15-17, anche prima di dare, in Romani 5:18, la formula del suo parallelo tra Adamo e Cristo. Adamo è tipo di Cristo.

15 Però, la grazia non è come il fallo.

Il dono gratuito per eccellenza ( χαρισμα) di cui è qui parola, è il «dono della giustizia» in Cristo Romani 5:17. Questo massimo «favore» ed il «fallo» sono i due fatti concreti da cui derivano le maggiori conseguenze alla umanità. Vi è tra loro una certa rispondenza, ma non mancano le disparità.

La natura superiore dei fattori all'opera, della parte del secondo Adamo, costituisce un primo punto di superiorità.

Perchè, se per il fallo di quell'uno i molti,

cioè la totalità degli uomini considerati nella immensità del loro numero (cfr. 1Corinzi 10:17; Romani 12:5),

sono morti,

di fatto o di diritto,

molto più la grazia di Dio

ch'è la sorgente prima della salvazione

ed il dono fattoci dalla grazia dell'unico uomo Gesù Cristo, hanno abbondato verso i molti.

Il «dono» ha da intendersi secondo Romani 5:16-17,19,21, del «dono della giustizia» imputata alla fede. Questo dono ci è venuto «per la grazia» di uno solo, cioè di colui che, in un atto d'infinita abnegazione, ha voluto divenire uomo affin di gustar la morte per ognuno 2Corinzi 8:9; Atti 15:11. «Qual non ha dovuto essere l'impressione prodotta da Gesù sui suoi contemporanei perché, poco più di vent'anni dopo la sua morte, Paolo potesse, contando sul pieno assenso dei suoi lettori Romani, presentare quell'uomo, quel crocifisso, come il riscontro del padre dell'umanità?» (Godet). Così, dalla parte del primo Adamo, abbiamo un semplice uomo al principio del suo svolgimento morale; abbiamo un fallo, cioè un atto d'ingratitudine e di disubbidienza a Dio. Questi fattori, per lor natura, debole l'uno, e l'altro moralmente cattivo, hanno prodotto, sotto il governo del giusto Iddio, la morte dei milioni della razza umana. Dalla parte del secondo Adamo, abbiamo come fattori all'opera Dio stesso, il Figlio di Dio che interviene nella storia dell'umanità incarnandosi nell'uomo perfetto, Gesù. Invece d'un fallo, abbiamo all'opera le compassioni paterne di Dio, la carità, spinta fino all'estremo sacrificio dell'uomo-Dio. È egli mai possibile, sotto al governo del Dio di perfezione, che il male abbia conseguenze fatali e il bene non abbia conseguenze vitali? Che il debole Adamo caduto, eserciti influenza sulle creature umane e non ne eserciti la grazia del Creatore stesso dell'umanità, la grazia del Figlio umanato che si offre qual vittima espiatoria per acquistare al mondo il dono della giustizia? Per la loro natura divina, e moralmente perfetta, i fattori all'opera dalla parte del secondo Adamo devono trionfare di quelli che hanno agito dalla parte del primo. Questa certezza del trionfo della grazia recata da Cristo è espressa colla parola: ha abbondato, che accenna alla virtù superiore dell'opera di Cristo per salvare quelle moltitudini umane che il fallo d'Adamo sottopose alla morte. Se i miasmi e la polvere della terra hanno fatto intristire la pianta umana, non la ristoreranno, non la rifaranno rigogliosa, e fruttifera la pioggia benefica, l'aria pura, e il sole che l'inondano dal cielo? Dio non è Dio che favoreggi il male, o segua con indifferenza la lotta tra il bene ed il male. Egli vuole il bene delle sue creature e dà più volentieri campo libero alla grazia che non all'ira, alla vita che non alla morte.

16 Secondo punto di disparità, Romani 5:16-17. L'opera, del secondo Adamo è superiore a quella del primo per la grandezza dei risultati Da una parte abbiamo una sentenza di condannazione proporzionata alla colpa d'un sol fallo, quello del capo dell'umanità; dall'altra, il risultato è una sentenza di piena giustificazione che non cancella solo la colpa collettiva che ci viene dal peccato d'Adamo, ma cancella le innumerevoli colpe aggiunte a quella dagli innumerevoli individui che sono proceduti dal primo padre.

E riguardo al dono non avviene quel ch'è avvenuto nel caso dell'uno che ha peccato;

Invece dell'uno che ha peccato ch'è la lez. dei codd. orientali, i codd. occidentali e le due versioni più antiche portano: di un solo peccato. Il senso rimane sostanzialmente lo stesso.

Poichè il giudizio, da un unico fallo, ha fatto capo alla condanna; mentre la grazia, da molti falli

che sono i peccati innumerevoli dei molti individui,

ha fatto capo alla giustificazione.

Il termine δικαιωμα si potrebbe rendere: a una sentenza di giustificazione colla quale i credenti sono assolti e dichiarati giusti in virtù dell'opera di Cristo. La certezza di quel grande risultato ch'è la piena giustificazione dell'umanità credente, viene dimostrata in (Romani 5:17) con un ragionamento a fortiori. L'effetto ha da esser proporzionato alla causa. Ora se l'effetto d'un sol fallo fu il dominio della morte sull'umanità, non sarà più, certo ancora il regno della vita quale effetto benefico dell'abbondanza della grazia di Dio e del dono della giustizia in Cristo, in tutti che si appropriano per fede una cotanta ricchezza?

17 Perchè, se per il fallo di quell'uno la morte ha regnato mediante quell'uno, tanto più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia, regneranno nella vita per mezzo di quell'uno che è Gesù Cristo.

Dicendo: «Coloro che ricevono l'abbondanza accenna alla fede individuale quale condizione della efficacia della grazia; e questo aggiunge certezza al risultato. Infatti l'eredità d'Adamo, che riceviamo incoscienti, ha effetto certo sulla nostra sorte individuale, quanto più lo dovrà avere una appropriazione cosciente e libera della grazia di Cristo? Invece di dire: «ha vita, regnerà», Paolo dice: regneranno in vita o nella vita. Sono stati schiavi tremanti dinanzi, al «re degli spaventi»; ora sono affrancati, fatti re con Cristo nel regno, ove tutto è vita, ove la morte non è più, perchè è stata «inabissata nella vittoria» 1Corinzi 15:54. L'accenno al futuro regno conduce a dare alla parola vita il suo senso più completo, includendovi la pace con Dio, la vita spirituale di comunione con lui e la risurrezione del corpo «Regnar nella vita!», non è questo l'ideale supremo dell'uomo? A quella meta di gloria e di santa felicità sono i peccatori condotti dall'opera feconda del secondo Adamo, Gesù Cristo.

18 Dopo le spiegazioni intercalate in Romani 5:13-17, l'Apostolo può riprendere ora il parallelo principiato a Romani 5:12, colla certezza che il senso di esso sarà chiaro ai suoi lettori. Alla condannazione venuta all'umanità dal peccato del primo Adamo, può contrapporre vittoriosamente la giustificazione venuta alla stessa umanità dall'adempimento, d'ogni obbligo di giustizia effettuato dal secondo Adamo.

Come dunque da (lett. mediante) un sol fallo è risultata per tutti gli uomini così ancora, da (lett. mediante) un solo atto di giustizia, è risultata per tutti gli uomini giustificazione di vita.

La parola tradotta qui «atto di giustizia» (δικαιωμα ) significa altrove «giusta disposizione» della legge Romani 2:26; 8:4. In Romani 5:16, ov'è opposta a condannazione, vale «dichiarazione di giustizia». Qui ove fa riscontro al fallo, ha il senso di adempimento della giustizia, di giustizia adempiuta (cfr. Apocalisse 19:8): «le opere giuste dei santi»). Cristo ha adempiuta ogni giustizia colla sua vita e colla sua morte espiatoria. L'opera sua è sufficiente per procurare a tutti gli uomini la giustificazione che li introduce nella vita: vita di pace, di santità, di speranza quaggiù, di perfezione e di gloria nel regno celeste (cfr. Romani 5:21). Solo, mentre nel caso del primo Adamo, il legame di solidarietà che unisce gli uomini a lui non è volontario e risiede nella carnale parentela che ci fa con esso un sol corpo; nel caso del secondo Adamo, il legame di solidarietà che lega l'individuo a lui, è volontario e risiede nella fede che ci fa «uno spirito con lui» 1Corinzi 6:16-17. Per tal modo, l'opera di Cristo che, in diritto, è tutti, resta, nel fatto, limitata ai credenti.

19 Romani 5:19 svolge sotto una forma più personale e vivente lo stesso parallelo di Romani 5:18, a cui serve così di spiegazione e di conferma.

Poichè, siccome per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'ubbidienza d'un solo, i molti saranno costituiti giusti.

Al termine generico di fallo Paolo sostituisce qui quello di disubbidienza che caratterizza meglio la gravità del peccato d'Adamo come trasgressione volontaria di un comandamento esplicito di Dio e come ribellione alla giusta autorità del suo Signore, Per questa disubbidienza del padre e rappresentante della razza i molti, cioè la intera moltitudine dei suoi discendenti, sono stati costituiti peccatori ossia, non resi moralmente peccatori, ma collocati di fronte a Dio nella situazione di esseri peccatori per via della loro solidarietà con Adamo, e quantunque essi stessi, come individui, non avessero partecipato al peccato d'Adamo. Non ci allude qui all'inclinazione al male ereditata dal loro progenitore. È questa un'altra conseguenza della loro solidarietà con Adamo. Alla disubbidienza del primo Adamo è contrapposta l'ubbidienza del secondo Adamo, Cristo, il quale visse una vita di sottomissione al Padre e la coronò col rendersi ubbidiente fino alla morte Giovanni 6:38; Luca 22:42; Ebrei 5:8; Filippesi 2:7-8. Mediante questa ubbidienza attiva e passiva del secondo Adamo, saranno costituiti giusti ossia collocati, per imputazione di giustizia, nella posizione di chi è giusto, i molti, cioè la moltitudine degli uomini che sono uniti a Cristo in virtù della solidarietà spirituale, creata dalla fede, tra loro ed il Salvatore. Nel caso di volontario rifiuto della grazia, Dio non annulla la libertà morale della creatura Filippesi 3:19; 2Tessalonicesi 1:9; Matteo 25:46; Apocalisse 20:15; 1Giovanni 5:16; Ebrei 6; Matteo 12:32; 1Pietro 3:18-20. Saranno s'intende da ora innanzi e fino alla fine, giacchè «la fonte della giustificazione che è in Cristo sarà aperta ancora per numerosi credenti oltre a quelli che già l'hanno ricevuta» (Lagrange).

Parlando di un regno della morte inaugurato dal primo Adamo e di un regno della vita inaugurato dal secondo, l'Apostolo pareva non tener alcun conto della economia della legge data da Dio. Eppure, su quella faceva il Giudeo assegnamento per aver la vita eterna. Senza scostarsi dall'ordine di pensieri che sta seguendo, Paolo accenna di Passata all'ufficio assegnato alla legge mosaica in una economia transitoria: essa ha servito a rivelare alla coscienza la gravità del peccato e la corruzione del cuore. Ma in questo, appunto sta il maggior trionfo del secondo Adamo, che anche là dove la malattia si è mostrata più maligna, è stata vinta dal rimedio della grazia recata da Cristo.

20 Or la legge è intervenuta affinchè il fallo abbondasse.

La legge è stata introdotta nel corso della storia tra il primo ed il secondo Adamo, allo scopo speciale di mettere in evidenza la gravità e la potenza del peccato esistente nel cuore, ponendolo di fronte alla volontà di Dio formulata nei comandamenti. Così la mala inclinazione latente si è rivelata nell'infinito numero delle trasgressioni. «È questo un gran mistero nella legge: essa fu data affinchè, crescendo il peccato, fossero umiliati i superbi, ed umiliati confessassero i loro falli, e confessatili, fossero guariti... Talvolta uno si crede sano ed è malato; e finchè è malato senza sentirlo, non manda pel medico: cresce la malattia, aumenta il dolore, vien cercato il medico e l'uomo è guarito del tutto» (Agostino).

Ma dove il peccato è abbondato, è sovrabbondata la grazia,

Anche là dove il peccato si è mostrato nelle sue forme più spiccate e colpevoli, stante la maggior conoscenza della volontà di Dio, la grazia per la sua esuberanza è stata vittoriosa. Essa ha coperto le più alte montagne del peccato, affinchè il suo regno salutare fosse assoluto ed universale com'era stato quello del peccato; anzi a quello si sostituisse eternamente.

21 affinchè come il peccato ha regnato nella morte...

S'intende: ha spiegato e mantenuto la sua infernale potenza sul mondo intero da esso sottoposto alla morte. «Il peccato regna a dir così, su di un carnaio; i sudditi del suo impero sono dei morti, morti in ogni senso: morti moralmente e spiritualmente e quindi condannati a morir fisicamente» (Sanday).

così anche la grazia regnasse, mediante la giustizia

di Cristo imputata ai peccatori, la quale cancella la condannazione e costituisce giusti i credenti,

a vita eterna.

per far capo alla vita eterna che principia quaggiù coll'unione del credente con Cristo, e raggiungerà la sua perfezione nel cielo. La grazia è la fonte della salvazione, la giustizia di fede, il mezzo, la vita eterna, il fine ultimo. Non c'è vita eterna senza che siano soddisfatte le esigenze della legge; ma non c'è per il peccatore giustizia valevole innanzi a Dio, all'infuori di quella procurata dalla grazia.

per [mediante] Gesù Cristo nostro Signore.

L'Apostolo non può terminare il suo inno sul trionfo della grazia che giustifica, senza proclamare ancora una volta il nome del secondo Adamo vittorioso dell'opera del primo. Il nome del trionfatore ha da suonare l'ultimo nell'inno del trionfo. Gesù è il dono della grazia, l'autore della giustizia e la fonte della vita.

RIFLESSIONI

1. Paolo non parla solo teoricamente della giustificazione per fede e delle sue felici conseguenze. Quando dice; Siamo stati giustificati.; abbiamo ricevuta la riconciliazione; abbiamo pace con Dio; abbiamo avuto introduzione nello stato di grazia; ci gloriamo della speranza della gloria; ci gloriamo nelle afflizioni; ci gloriamo in Dio stesso, - egli parla di esperienze fatte e adoperando il plurale, lascia intendere che tali esperienze sono il patrimonio comune di tutti i credenti in Cristo. A ciascuno di esaminare fino a qual punto sono sue.

2. Il parallelo tra il primo ed il secondo Adamo col quale Paolo chiude la parte dell'Epistola relativa alla giustificazione dei colpevoli, ci pone in presenza di due grandi leggi stabilite per l'uomo: la, legge morale colle relative sanzioni e la legge di solidarietà che unisce i discendenti al loro primo padre, i rappresentati al loro capo e rappresentante; per modo che gli atti del capostipite sono in certa guisa gli atti dei discendenti, le sanzioni penali in cui incorre il padre, si estendono alla sua progenie, i meriti del capo si estendono a quelli che gli sono uniti.

Adamo ha peccato, è caduto, ha disubbidito; in lui «hanno peccato» tutti i suoi discendenti uniti a lui dai legami del sangue, tutti «sono stati costituiti peccatori». Adamo ha meritato, la morte, è incorso nella «condanna» divina, e tutti i suoi discendenti sono morti come lui, «la morte è passata su tutti», «ha regnato su tutti», «la condanna si è estesa a tutti gli uomini».

Il secondo Adamo che è dono della grazia dì Dio, si è reso solidale cogli uomini assumendo la loro natura; Dio lo ha dato qual secondo Adamo per salvar l'umanità perduta; ma l'efficacia dell'opera sua riparatrice è fatta dipendere dall'atto individuale che crea una solidarietà spirituale con lui, e quest'atto è la fede del cuore che si abbandona a lui e lo abbraccia come Salvatore. In virtù di questa solidarietà, l'opera salutare compiuta dal secondo Adamo è imputata ai credenti come se fosse opera loro. L'ubbidienza di Cristo, la sua giustizia è ubbidienza e giustizia dei suoi; la sua morte qual propiziazione per i peccati, è morte loro: uno morì, tutti morirono. Talchè la condanna che pesava su loro è tolta ed essi sono dichiarati giusti di fronte alla legge; sono «costituiti giusti» e Dio può esser ad un tempo «giusto e giustificante colui ch'è unito a Gesù».

Non si tratta di una finzione legale. La legge di Dio, la sua giustizia, il peccato dell'uomo, la condanna meritata sono tremende realtà; ma sia ringraziato Iddio, la sua grazia è anch'essa una grande, superiore realtà; l'opera di Cristo anch'essa è una realtà che ebbe il suo lato tragico sulla croce; e l'atto della giustificazione del colpevole, in virtù del sangue del Cristo nel quale ha creduto, è anch'essa una realtà garantita dalla promessa divina e attestata al cuore dallo Spirito di Dio che lo inonda della gioia dell'avvenuta riconciliazione e della sicura speranza della finale salvezza. La giustificazione che ristabilisce la relazione normale con Dio qual Padre, chiude il passato del credente e inaugura lo stato di grazia. Paolo ne parla perciò come di un atto passato che ha segnato l'inizio della vita cristiana.

Secondo il Concilio di Trento «la giustificazione non è soltanto la remissione dei peccati, ma ancora, la santificazione e il rinnovamento dell'uomo intorno mediante la volontaria accettazione della grazia e dei doni». Ma se l'esser giustificati includesse l'esser resi moralmente giusti e santi, chi potrebbe mai dire: «Essendo stati resi moralmente giusti abbiam pace con Dio»? La giustizia infusa nel credente e che lo renderebbe moralmente giusto e santo, nell'atto del suo battesimo, è ella cosa che risponda alla realtà dell'esperienza religiosa? L'uomo vecchio è egli proprio morto nel battezzato? Certo, la fede che unisce il credente al Salvatore (non la semplice «adesione al cristianesimo»), segna il principio in lui di una vita nuova di cui l'apostolo parlerà nei capitoli seguenti, accennando all'opera progressiva dello Spirito della vita. Ma nei capitoli studiati finora è questione del come l'uomo colpevole, condannato, possa essere assolto e ricevuto in grazia. È questo un atto che può essere od è compiuto una volta per sempre, mentre il rinnovamento morale dell'uomo non avviene in un attimo, in modo quasi magico, nè si compie per, mezzo di un rito esterno qual'è il battesimo.

Se giustificazione e santificazione fossero una sola cosa, perchè mai l'Apostolo contrapporrebbe egli, in tanti passi, la giustificazione alla condannazione? Perchè sarebbe la giustificazione così strettamente connessa col sacrificio di Cristo? Perchè, nei passi ove sono indicate nel loro ordine cronologico le varie fasi della salvazione, dice egli che Cristo ci è stato fatto da Dio «sapienza, giustizia, santificazione e redenzione»? 1Corinzi 1:30. Il pericolo della dottrina cattolica sta non soltanto nel privare il credente che sente le sue imperfezioni, della certezza e della gioia del perdono divino, ma più ancora nell'insinuare, accanto alla grazia e ai meriti di Cristo, una parte di merito umano. Ed un tal pericolo non è illusorio, come dimostrano le credenze popolari circa il modo di esser salvati. Si parla comunemente di «salvarsi» di «far la propria salute» di «espiare, i propri peccati», di «espiare i peccati degli altri», di «lucrare il perdono», di «meriti» che si acquistano anche in sovrabbondanza, di «indulgenze» che assicurano il perdono divino, ecc. Cose tutte che sono la negazione dell'insegnamento apostolico.

3. Per un'anima d'uomo, quali tesori sono mai questi: la pace con Dio, l'esultanza nella gloria di Dio, il gloriarsi perfino nelle afflizioni, il gloriarsi in Dio! È misero chi è ricco di oro, di onori, di scienza, di gioie terrene, e non possiede questi beni. Che cosa impedisce ai più il godimento di ciò che Dio dà gratuitamente a chi crede in Cristo? - L'orgoglio.

4. Il mondo considera i dolori della vita presente come una fatalità e li subisce con sordo mormorio o con fiero stoicismo. Altri considera come sufficiente espiazione dei propri peccati. Non così il cristiano ammaestrato dal Vangelo. Le afflizioni sono dolorose anche per lui Ebrei 12:11; ma egli sa, per le dichiarazioni della Scrittura, e per la propria esperienza, il fine benefico cui sono dirette da un Dio d'amore (cfr. Ebrei 12) perciò le può accettare con sottomissione come una disciplina paterna, trionfando per la sua fede di quello che in esse ripugna alla carne. È il caso per ognuno di ricercare come ha considerato o considera le sue personali afflizioni e qual frutto hanno portato.

5. La speranza del cristiano non poggia sulle nuvole; bensì sopra dei fatti: sopra l'amor di Dio che ha dato il suo Figlio, sopra l'amor di Cristo che ha dato sè stesso alla morte, sopra l'interna esperienza che lo Spirito ci dà di fare, quando inonda il cuore nostro dell'amore di cui Dio ci ha amati.

6. Paolo guarda a Cristo come a colui che visse quaggiù una vita di perfetta ubbidienza, che morì sulla croce per noi; guarda altresì al Cristo risorto, intercedente nel cielo ed operante a favor dei suoi. Un Cristo morto per non rivivere più non sarebbe un Salvatore.

7. Vi è in questa pagina dell'Epistola ai Romani più verità e filosofia profonda circa il peccato che non in tutte le speculazioni della sapienza umana.

Per la sua natura esso riceve diversi nomi che lo dipingono sotto vari aspetti. Considerato come atto della volontà in opposizione a quella di Dio rivelata all'uomo, è chiamato «disubbidienza», «trasgressione» e mette il ribelle in istato di guerra con Dio. Considerato come negazione dell'omaggio dovuto dalla creatura al suo Creatore, è caratterizzato come «empietà» Romani 5:6, (cfr. Romani 1:18; 3:18). Rispetto all'alta meta assegnata da Dio all'uomo ed alla quale ha fallito, è un «fallire il segno» ( αμαρτια, tradotto di solito peccato); rispetto allo stato d'innocenza, è «fallo» o caduta; e di fronte all'ideale di una creatura moralmente sana, che consacra volonterosamente le sue svariate energie, al servizio del suo Dio, il peccato è «debolezza», anemia.

Riguardo all'origine della sua dominazione sull'umanità, essa deve ricercarsi nella volontaria trasgressione di un esplicito ordine divino per parte del primo uomo, allorquando la specie era tutta racchiusa in colui che fu ad un tempo suo padre e suo rappresentante. In Adamo, cadde e peccò l'umanità che viene qui considerata, non come aggregazione d'individui senza legame tra di loro, ma come una famiglia, un tutto organico le cui parti sono tra loro legate da una profonda solidarietà. Il peccato non è dunque, come insegnano i panteisti, una necessaria imperfezione o limitazione della natura umana, nè sono gl'individui indipendenti dal capo della specie da cui eredano la mala inclinazione e la morte. L'antica idea pelagiana che i bambini nascono nello, stato in cui si trovava Adamo nell'Eden, è oggi battuta in breccia dagli studi accurati sulla legge dell'eredità. Solo, l'esagerazione di quest'ultima tende ad offuscare quell'altro lato, della verità, ch'è la responsabilità individuale. L'Evangelo riconosce questa come riconosce la responsabilità collettiva. Parla di falli individuali Romani 5:16 come parla del fallo di tutti in Adamo; e di fronte alla grazia offerta, fa pesare sull'individuo la responsabilità dell'accettazione o del rifiuto che decide della eterna sorte di ognuno. Se la libertà individuale è materia d'esperienza lo è del pari la solidarietà umana tanto nel male come nel bene. Non serve ribellarsi contro a questa legge. Piuttosto dobbiamo benedire la grazia di Dio che in Cristo, ha dato all'umanità un nuovo capo, per la cui opera sono salvati tutti coloro che con lui vogliono essere uniti per fede. La stessa legge di solidarietà che ci ha costituiti peccatori in Adamo, se credenti, ci costituisce giusti in Cristo.

8. La legge della solidarietà, se da un lato attenua la responsabilità dei singoli individui, dall'altro l'accresce. Il padre è responsabile per sè, ma lo è pure in misura notevole, per la salute fisica e morale dei propri figli. Ogni membro di chiesa può essere un onore o un disonore, una benedizione o una maledizione per i suoi fratelli; e così dicasi del cittadino rispetto al suo popolo.

9. La legge non giustifica e non rigenera l'uomo; gli rivela tutta la virulenza del peccato ch'è in esso, come lo specchio rivela le macchie. Quel che la legge di Dio non potè fare non lo può l'istruzione, nè un insegnamento morale per quanto elevato. Più è chiara, davanti alla coscienza la visione del dovere umano e più si allarga la visione del peccato umano e della sua potenza. Ben altra leva è necessaria a dar vita nuova all'individuo ed alla società.

10. La sovrabbondanza della grazia deve persuadere i più indegni fra i peccatori a gettarsi con fiducia nelle braccia del Padre che accoglie anche il figliuol prodigo.

11. Paolo celebra il trionfo della grazia recata dal secondo Adamo. Il suo inno è sostanzialmente quello di tutti i redenti sulla terra Apocalisse 1:5-6 e nel cielo Apocalisse 5:9-10. Sia d'esso il nostro quaggiù, per esserlo appieno lassù.

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