Romani 7

1 SEZIONE B Romani 7:1-6 In Cristo il credente è morto alla legge, per appartenere al suo risorto Liberatore

A guisa d'incoraggiamento, Paolo ha detto Romani 6:14: «Voi non siete sotto la legge, ma sotto la grazia». Egli non si è però soffermato a dimostrare un'affermazione che dovea suonare strana ai giudeo-cristiani e fors'anche urtare la loro coscienza. Perciò, dopo aver mostrato che il credente, entrato per fede in Cristo «sotto la grazia», si è volontariamente fatto servo della giustizia, l'apostolo espone il perchè il cristiano non sia più «sotto la legge». Però, s'egli è morto alla legge, non è per restare senza guida morale, che anzi, simile alla donna cui è morto il marito duro e spietato, e che si è sposata a un marito che l'ama, il credente, morto alla legge, si è unito al Cristo vivente per appartenergli in una vita di amorevole e santa ubbidienza.

O,

se vi sorprende il mio dire che non siete più sotto la legge,

ignorate voi, fratelli (poichè io parlo a persone che hanno conoscenza della legge

di Mosè, essendo l'Antico Testamento letto nelle vostre assemblee, fonte di conoscenza per tutti, ed essendo, d'altronde, una parte d'infra voi di origine giudaica),

che la legge ha potere sull'uomo fintanto ch'egli vive?

e non oltre quel termine?

2 Ad illustrare questo principio generale, Paolo reca un esempio particolarmente atto a raffigurare la verità ch'egli vuol inculcare.

Infatti, la donna maritata è per la legge legata al marito mentre egli vive; ma se il marito muore, ella è sciolta,

completamente affrancata,

dalla legge del marito,

cioè dagli obblighi legali verso di esso. Colla di lui morte, la legge coniugale cessa di essere in vigore per la moglie. Ella, ridiventata libera, può passare ad altre nozze.

3 Ond'è che se, mentre vive il marito ella passa ad un altro uomo, sarà chiamata adultera; ma se il marito muore, ella è libera di fronte a quella legge; in guisa che non è adultera se divien moglie d'un altro uomo.

Or le norme che riguardano il vincolo matrimoniale si possono applicare al vincolo che univa l'uomo alla legge.

4 Cosicchè, fratelli miei, anche voi siete divenuti morti alla legge, per mezzo del corpo di Cristo,

La fede fa del credente una sola cosa con Cristo; e così, come ha esposto al principio di Romani 6, la crocifissione di Cristo è la morte del credente alla vita di prima. «Cristo è morto alla legge, in quanto, dopo aver col suo supplizio data soddisfazione alle minacce della legge, egli è stato, per quella morte stessa, affrancato dalla giurisdizione della legge sotto la quale avea passata la sua vita Galati 4:4; Romani 15:18... Il credente coll'appropriarsi la piena soddisfazione data alla legge mediante quella morte, diventa altresì partecipe dell'affrancamento dalla legge che ne fu per Cristo la conseguenza. Liberato dalla legge degli ordinamenti Efesini 2:15; Colossesi 2:14, egli entra con Cristo nella sfera superiore della comunione filiale con Dio» (Godet). Se infatti i credenti sono morti in Cristo alla legge, è

per appartenere ad un altro, cioè a colui ch'è risuscitato dai morti, e questo affinchè portiamo dei frutti per Dio.

Sono questi gli atti d'una vita, nuova di cui è fatto capace chi è unito a Cristo come il tralcio alla vite Giovanni 15. L'applicazione che Paolo fa, al cristiano del caso della vedova che contrae un secondo matrimonio, offre qualche difficoltà, perchè il caso del cristiano non sembra corrispondere esattamente a quello della vedova. La vedova è resa libera dalla morte del marito, mentre nel caso del cristiano non è il primo marito (la legge) che muore, bensì il credente stesso (rappresentato dalla donna) il quale muore con Cristo e diventa libero. Però, anche nel caso del credente, vale il principio che la morte scioglie il vincolo coniugale e pone fine al dominio della legge sui coniugi. Soltanto, bisogna qui tener presente che nel cristiano, ci sono due uomini: l'uomo vecchio, l'uomo carnale, l'uomo colpevole, che è stato crocifisso con Cristo Romani 6:6 ed ha subìto la pena portata dalla legge; quello è morto, morto al peccato, morto alla legge; ma c'è pure l'uomo nuovo, risorto a nuova vita con Cristo, e questo resta unito col Cristo vivente come la sposa al suo sposo, in un vincolo d'amore e di devozione, fecondo di frutti alla gloria di Dio. Questo glorioso risultato ch'è il fruttificare per Dio, non si poteva ottenere senza la morte alla legge e l'unione col Cristo risorto. Infatti, il risultato morale che si otteneva prima che avvenisse il mutamento prodotto dalla fede? Un risultato pessimo; mentre, avvenuta l'unione con Cristo, si è operata una radicale trasformazione.

5 Quando infatti, eravamo nella carne,

quando, prima della fede, vivevamo della vita naturale dominata dalla carne, cioè dagli istinti della natura inferiore e corrotta (cfr. Romani 8:4-9),

le passioni peccaminose,

le passioni prodotte dalle diverse categorie di inclinazioni peccaminose,

provocate dalla legge, erano all'opera nelle nostre membra, per portar frutti per la morte.

Dice lett. «le quali [sono] per mezzo della legge»; ma s'intende che le passioni non sono soltanto rivelate, ma occasionate, provocate a manifestarsi dall'ostacolo della legge che, secondo l'immagine d'un teologo, fa l'effetto dell'acqua che si verserebbe sulla calce viva per smorzarne il calore. Le azioni peccaminose risultanti dal fermentare delle passioni sono un «fruttificare alla morte», perchè han per risultato di piombare l'uomo sempre più profondamente nella morte spirituale e nella condannazione (cfr. Romani 7:21-23; Giacomo 1:15).

6 Ma ora,

che abbiam creduto,

siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti (in Cristo) a quella che ci teneva soggetti;

Dice lett. nella quale eravamo ritenuti come uno lo è in una prigione, o nei legami Galati 2:19; 3:23; 4:3;

talchè serviamo (a Dio) in novità di spirito e non in vecchiezza di lettera.

Per l'opposizione tra lettera e spirito, cfr. 2Corinzi 3:6; Romani 2:29. Il nostro servizio è nuovo, diverso da quel di prima, che ormai è cosa antiquata come tutta l'economia legale. La novità sta in questo che invece d'essere scritta su tavole di pietra o su pergamena, e distribuita in centinaia d'articoli, la legge di Dio è ora scritta nello spirito, sulle tavole del cuore rigenerato Ebrei 8; Geremia 31:33; Ezechiele 36:26-27. Invece d'esser considerata come un giogo imposto ed intollerabile, la volontà di Dio è divenuta buona e gradita. Invece d'ubbidire per timore come schiavi, ubbidiamo con amore, come figli. Invece di ubbidire solo alla lettera del comandamento, ne intendiamo ed osserviamo lo spirito. Il figliuol maggiore della parabola Luca 15, può rappresentare il servizio della lettera. Giovanni e Paolo, rappresentano il servizio in ispirito quando esclamano: «Noi l'amiamo perchè Egli ci ha amati il primo», e: «l'amor di Cristo ci costringe». Si confronti d'altronde Romani 8 ove Paolo additerà lo Spirito quale fonte della vera libertà.

RIFLESSIONI

1. Si può vivere in piena economia evangelica, e servire a Dio con spirito legale o di timor servile. È necessario per ogni cristiano il penetrarsi dello spirito del patto di grazia. Cristo ci dice: Ti ho liberato dalla condannazione e dal giogo della legge, tu sei mio, togli il mio giogo che non è pesante, il mio carico, poichè esso è leggero.

2. La Scrittura adopera, le immagini più svariate per dipingere l'unione del credente con Cristo. Sono vite e tralci, capo e membra, due piante diventate una sola, e qui, come Efesini 5: l'immagine è tolta dall'unione terrestre più intima: quella del marito e della moglie. L'anima credente si unisce a Cristo d'un legame di fedeltà e di amore, d'un legame di perpetua devozione.

3. Si ha un bell'essere sotto una legge rigida ed eccellente, finchè il cuor non è mutato, non c'è una base sicura di vita santa. A un dato momento, può sempre accadere che lo schiavo getti via la catena e si abbandoni senza freno alle passioni, con tanta maggior veemenza che la pressione della legge è stata più lunga. Il torrente impetuoso, fermato per poco da una diga, quando rovesciata, scorre con impeto più terribile e devastatore. Quando è rinnovato il cuore, sono risanate le fonti della vita; ma questo non avviene che per opera dello Spirito in chi è unito a Cristo.

4. Può parer paradossale, ma è così. Siamo affrancati dalla legge, ma per meglio osservare la legge, per praticare di cuore la volontà di Dio. Non è infatti la farisaica osservanza della lettera quella che può piacere a Dio, ma, è l'ubbidienza d'un cuor di figlio.

7 SEZIONE C Romani 7:7-25 La legge, santa in sè, non può se non manifestar la potenza del peccato e l'impotenza dell'uomo a vincerlo

Impotente a giustificare l'uomo, la legge è del pari per santificarlo. «La questione dell'influenza della legge non interessava soltanto i giudeo-cristiani, ma era d'interesse generale. Infatti, la nuova rivelazione evangelica trovavasi nel mondo intiero in concorrenza coll'antica rivelazione legale, e importava, a tutti di conoscere il loro valore rispettivo per l'opera della santificazione dell'uomo, trattandosi di sapere, per gli uni, se dovessero rimanere, per gli altri, se dovessero collocarsi sotto all'egida della legge» (Godet).

Che diremo dunque? La legge è ella peccato?

L'obbiezione potea sorgere da quanto l'Apostolo avea detto Romani 7:5 della funesta attività del peccato provocata dalla legge (cfr. Romani 3:20; 4:15; 5:20; 6:14). La legge sarebbe ella una cosa cattiva in sè?

Così non sia.

Lungi da noi un simile pensiero. E nel respingere la falsa deduzione, Paolo svolge questi concetti: La legge rivela alla coscienza, la presenza, della inclinazione peccaminosa nell'uomo; e, col provocarne la manifestazione in trasgressioni molteplici, piomba l'uomo nella morte: lo rende cioè conscio del suo stato di ribellione contro a Dio e di giusta condannazione Romani 7:11. Ma di questo risultato del contatto della legge coll'uomo, non ha colpa la legge che prescrive il bene, bensì il peccato dell'uomo che appare così in tutta la sua ribelle perversità ed anche nella sua tirannica potenza sull'uomo, di cui rende sterili ed impotenti le più alte morali aspirazioni Romani 12:23. Per tal modo, la legge ci rende bensì consci di questo miserando stato di schiavitù; ci fa sentire il peso e la forza delle nostre catene: ma la potenza liberatrice che le spezza non sta in lei, bensì nella, grazia di Dio in Cristo Romani 7:24-25.

La legge non è peccato;

Anzi,

ben lungi dall'esser responsabile della mala inclinazione, essa ne svela la perversa natura e gli effetti. È la medicina diagnostica che determina lo scoppio della malattia.

il peccato lo non l'ho conosciuto,

non ho avuto coscienza, della presenza del male in me,

se non per mezzo della legge; e infatti, non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: "Non concupire".

Paolo adopera, da questo punto fino alla fine del capitolo, anzi, fino a Romani 8:2, la prima persona; non già perchè egli intenda, personificare l'umanità nella sua storia di primitiva innocenza e di susseguente nè perchè voglia personificare il popolo giudaico; ma semplicemente perchè, dovendo descrivere l'effetto del contatto morale tra, la legge e l'uomo decaduto, egli trova: preferibile, tracciare questo quadro di vita intima secondo la sua propria personale esperienza, certo com'è che, quanto è avvenuto in lui può servire d'illustrazione alla, verità che intende inculcare, e rispecchia l'esperienza degli altri. «Nulla, dice il Moule, nulla nella letteratura: nè le Confessioni di S. Agostino, nè la Grazia abbondante di Bunyan, è più intensamente individuale. E, d'altra parte, nulla si applica più universalmente col scendere in fondo alle coscienze». A modo d'esempio dell'azione rivelatrice della legge, Paolo cita l'effetto prodotto in lui dal decimo comandamento che si riferisce appunto agli interni moti dell'animo. E siccome in questi versetti, peccato significa l'inclinazione peccaminosa, s'intende bene com'egli non abbia imparato a conoscere la concupiscenza, se non quando si è trovato di fronte al comandamento che dice: Non concupire. «La concupiscenza designa quel moto istintivo dell'anima verso l'oggetto esterno che risponde al desiderio. Quello slancio dell'anima verso gli oggetti che la possono soddisfare è così naturale, ch'esso si confonderebbe coll'insieme della corrente vitale e sfuggirebbe all'occhio della coscienza, qualora la legge non lo segnalasse col suo: «non Concupire». È stata necessaria questa proibizione per condur Paolo, a notare quel fatto morale e discernere in esso il sintomo di una interna ribellione contro la volontà divina» (Godet). Finchè osservava solo l'esterno, egli potea dirsi irreprensibile, come il giovane ricco Filippesi 3:6; Luca 18:21. Ma il decimo comandamento, quando vi ebbe guardato addentro, a guisa di specchio, gli rivelò le magagne del suo cuore. Il peccato infatti, lungi dall'essere sfolgorato dalla proibizione divina penetrata nella coscienza, divampò vie maggiormente.

8 Ma il peccato, colta l'occasione, per mezzo del comandamento, produsse in me ogni concupiscenza.

In due modi ha il peccato fatto questo: coll'accusare ogni moto disordinato del cuore, mentre, prima, questo contator morale non esisteva. Poi col provocare nel cuore una maggior effervescenza di concupiscenza come fa la diga contro alla quale romoreggia e schiuma il torrente. Ci attrae quel ch'è proibito, bramiamo quel che ci è negato, come confessava il pagano Orazio.

9 Difatti, senza [la] legge, il peccato è morto,

cfr. Romani 4:15. Questo principio generale non significa che il peccato non esista nel cuore di chi non ha la legge; ma che vi è allo stato latente, vi sonnecchia come un germe di malattia che aspetta l'occasione propizia per manifestar la sua virulenza. In questo caso, l'uomo non ne ha coscienza, non sente ch'egli è in guerra con Dio, ch'egli è colpevole e condannato. Egli vive di una vita d'innocenza relativa e d'incoscienza. Paolo è stato un tempo in quello stato quando, per la giovane età, non aveva nè la conoscenza profonda della legge, nè l'esperienza della vita.

e ci fu un tempo nel quale io, senza legge, vivevo;

della vita di un pio giovanetto israelita che non è ancora entrato nell'aspra lotta delle passioni in contrasto colla legge di Dio;

ma, venuto il comandamento,

venuta la legge, coi suoi precetti particolari e precisi, in contatto diretto colla mia coscienza,

il peccato prese vita ed io morii;

mi sentii morto, separato da Dio e condannato. «La morte del peccato è la vita dell'uomo. Per contro, la vita del peccato è la morte dell'uomo» (Calvino).

10 e il comandamento ch'era inteso a darmi vita,

qualora io l'avessi osservato Levitico 18:5; Deuteronomio 5:33; Luca 10:28; Romani 10:5; Galati 3:12,

risultò che mi dava morte;

11 Però, di questo funesto risultato, contrario alla destinazione normale del comandamento, non è responsabile la legge, bensì l'inclinazione malvagia del cuore che presa l'occasione del comandamento e valendosi di esso, ha fatto, riguardo a Paolo, quel che il serpente avea fatto riguardo ad Eva: l'ingannò e l'uccise; gli fece apparire come desiderabile e buono quel che dovea riuscirgli fatale, e gli fece considerare Dio, fonte di vita e di felicità, come un padrone duro e male intenzionato. Anche qui è meglio tradurre:

perchè il peccato, colta l'occasione, per mezzo del comandamento mi sedusse, e per mezzo d'esso mi uccise

(cfr. Romani 7:8).

12 Si può dunque concludere che la legge non è in sè cosa cattiva.

Talchè, ad ogni modo, la legge è santa

quale espressione della pura e perfetta volontà di Dio,

ed il comandamento

(ciascun articolo speciale della legge)

è santo e giusto

in quanto prescrive quel ch'è retto ed equo in fatto di dover verso gli altri esseri,

e buono,

cioè, atto a procurare il vero bene delle creature.

13 Ma, di fronte a questa affermazione, ecco risorge l'obbiezione. Sarà la legge santa e giusta; ma com'è possibile chiamarla buona, o benefica, di fronte al risultato cui conduce?

Ciò ch'è buono, diventò dunque morte per me?

Non è questa una impossibilità morale? Si, certo. E Paolo la respinge mostrando che la responsabilità del fatale risultato ricade, non sul comandamento divino, ma sulla corruzione umana che ha mutato in mortifero veleno quel che altrimenti sarebbe stato benefico. Però, anche così, un fine utile è stato raggiunto, poichè il peccato è apparso, in tutta la sua perversa natura, agli occhi della coscienza. Il volgere, infatti, ad un fine funesto una cosa in sè benefica, è prova di suprema perversità; è nella natura del tradimento. Perciò dice:

Così non sia; ma è il peccato che m'è divenuto morte, onde si palesasse come peccato, cagionandomi la morte mediante ciò ch'è buono; affinchè, per mezzo del comandamento, il peccato diventasse eccessivamente peccante.

Nello stato di peccato dell'uomo, ed in vista della sua salvazione, era necessario che l'uomo avesse piena coscienza del suo vero stato. Così la legge, se non potè recar salvezza, ne fece almeno sentire alla coscienza la necessità e fu pedagogo per condurre a Cristo.

14 Alla bontà della legge da una parte, e dall'altra alla funesta potenza del peccato, rende testimonianza l'esperienza morale dell'umanità in quanto essa ha di più doloroso. La lotta disperata, che nelle anime rette e di profondo sentire, si stabilisce tra il bene conosciuto, e bramato, ed il male soverchiante, è qui descritta da Paolo in un quadro di esperienza intima ch'è stato chiamato un «lamento», «l'elegia più dolorosa che sia uscita da un cuor d'uomo».

Noi sappiamo infatti, che la legge è spirituale

di sua natura, in quanto traccia le condizioni della vita vera dell'uomo, ch'è vita di comunione tra lo spirito umano e l'Iddio sorgente di ogni bene. Quel ch'essa ordina è, così, conforme a quel che lo Spirito viene ad operare nei cuori Romani 8:3, e che si riassume nel gran comandamento dell'amore Romani 13:8-10;

ma io sono carnale,

dominato dagli istinti sensuali ed egoisti

venduto schiavo al peccato.

Venduto accenna al fatto che lo stato di corruzione dell'uomo non è da attribuirsi esclusivamente alla volontà individuale, essendo eredato dal primo padre Romani 5. Sotto al peccato (trad. lett.) contiene l'idea che egli è nella situazione dello schiavo passato sotto al dominio del padrone, che si chiama il peccato. E che tale sia lo stato dell'uomo, lo prova il fatto che, anche nelle migliori condizioni morali, come quelle in cui si era trovato il giovane Saulo, l'uomo non è padrone di sè stesso.

15 Perchè io non approvo quello che faccio;

lett. non conosco; però il senso pare essere: io, nella mia mente e coscienza, non riconosco come mio, non approvo quel che compio. E difatti, non mette in pratica quel che vorrebbe, ma quello che ripugna alla sua natura morale.

poichè non faccio quel che voglio, ma faccio quello che odio.

Il filosofo frigio Epitteto lasciò scritto: «Colui che pecca non fa quel che vuole e fa quello che, non vuole». E Ovidio: «Vedo il meglio e l'approvo, ma seguo il peggio».

16 Ora, se faccio quello che non voglio io ammetto che la legge è buona; e allora non son più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me.

La contraddizione tra il buon desiderio e la pratica, prova che, nel fondo della sua coscienza, egli è d'accordo colla legge di Dio e l'approva come buona. In tal condizione Romani 7:17, non è l'io migliore, superiore, quello che opera il male, ma la potenza tirannica del peccato da cui vorrebbe esser liberato. Quel tiranno, però, non lo costringe dal difuori, ma ha la sua sede, dentro l'uomo, il quale si sente responsabile di quanto opera sotto il suo impulso. Per tal modo, l'uomo «non è padrone in casa propria... Quale umiliazione! quale miseria! È lo stato di peccato dal punto di vista di quel ch'esso ha di doloroso piuttosto che di colpevole» (Godet).

L'Apostolo adopera il presente, perchè non si tratta più qui di raccontar fatti, ma di descrivere la propria natura qual'è, all'infuori dell'opera della grazia. L'intender questo come pittura dello stato morale di Paolo, sotto la grazia, è in contraddizione collo scopo di tutto il paragrafo, ove lo stato di grazia è presentato appunto come uno stato in cui il peccato non signoreggia più sull'uomo Romani 6:14; 7:6; 8:1-11. Nulla in questa descrizione accenna allo stato di chi è rigenerato dallo Spirito. In quest'ultimo caso, il contrasto è tra la carne e lo spirito Galati 5:22; Romani 8. Romani 7:24-25 indicano che questo è il quadro della lotta interna dell'uomo lasciato a sè in presenza dei requisiti della legge, e prima che sia intervenuta quella potenza liberatrice, dietro cui sospira e per cui, dopo averla sperimentata, può render grazie. Nulla, nelle dichiarazioni di Paolo fatte altrove, lascia supporre ch'egli qui descriva il suo stato come Cristiano (cfr. Romani 1:9; 8; Galati 2:20; Filippesi 3:15-17; 4:13), ecc. D'altronde la quintessenza del passo è data da Paolo in Romani 8:3, come già in Romani 7:5: «Ciò ch'era impossibile alla legge, in quanto era senza forza, per via della carne, Dio l'ha fatto...».

18 In Romani 7:18-20, e poi nuovamente in Romani 7:21-23, riprendono in forma poco diversa, ma con un crescendo nell'energia delle espressioni, la descrizione della morale impotenza di cui in Romani 7:14-17. Come chi è sotto l'impressione d'un grande dolore non rifinisce dal ripetere, anche sotto la stessa forma, quel che ha provato, così Paolo, tuffatosi nel ricordo delle sue lotte morali, riprende tre volte la, descrizione dell'esperienza, spesso rinnovata, dello slancio generoso verso il bene contemplato, bramato, e dell'umiliante ricaduta nel male.

Difatti, io so che in me, vale a dire nella mia carne, non abita alcun bene.

Nell'uomo che non ha lo Spirito, ma la cui coscienza risvegliata è travagliata dal desiderio del bene, si accentua il dualismo tra il senso morale che vuole il bene e la inclinazione carnale che trascina al male. C'è quindi l'io della coscienza e c'è l'io della carne ch'è corrotto e ribelle.

poichè ben trovasi in me il volere, ma il modo di compiere il bene, no.

Non c'è la forza necessaria per l'esecuzione. Vuole il bene, ma non lo fa; non vuole il male, eppur lo pratica Romani 7:19. L'io migliore è così soverchiato dalla potenza della mala inclinazione Romani 7:20.

19 Perchè il bene che voglio, non lo fo; ma il male che non voglio quello fo. Ora, se ciò che non voglio, è quello che fo, non son più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me.

Come dinanzi in Romani 7:17, Paolo «non dice questo a mo' di scusa, ma come espressione del suo stato di profonda miseria» (Godet).

21 Nè questo è fenomeno isolato o passeggero. Le forze opposte operanti nell'uomo che si trova, da solo, alle prese col male, hanno carattere costante; sono due tendenze, due inclinazioni; perciò le chiama leggi.

io mi trovo dunque sotto questa legge: che, volendo io fare il bene, il male si trova in me.

lett. «sta presso di me». Mentre, secondo L'uomo interno, prende intimo diletto nella legge di Dio, un'altra legge lo rende schiavo del peccato.

22 Poichè io mi diletto nella legge di Dio, secondo l'uomo interno;

Non solo riconosce ed ammette Romani 7:16 che la legge di Dio è santa e buona; ma trova in essa un intimo diletto. L'«uomo interno» è la sede del senso morale che discerne e sente quel ch'è bene; corrisponde alla coscienza., o al cuore su cui è scritta la legge (cfr. 2Corinzi 4:16; Efesini 3:16; Romani 2:15). L'uomo interno non è lo stesso che l'uomo nuovo, poichè esiste anche in chi non è rinnovato dallo Spirito. Si è creduto che il prender diletto nella legge di Dio non possa dirsi se non di chi è nato di nuovo. Certo, non è il caso di applicarlo a tutti gli uomini, poichè vi sono dei gradi nella corruzione come nella vita nuova (cfr. Romani 1:32). Paolo lo dice qui di un uomo che, come lui, si è seriamente posto all'opera per praticare la legge divina a lui ben nota. Si confrontino gli esempi di Cornelio, di Zaccaria ed Elisabetta, ecc. D'altronde, chi può fissare ove principia e ove termina l'azione dello Spirito di Dio sull'uomo? Giovanni 3:8. Egli è all'opera per convincere di peccato, prima di rivelare all'anima il Cristo Liberatore.

23 Il Romani 7:23 descrive l'interno dualismo con immagini tolte dalla vita militare e che dànno una idea grafica della lotta a corpo a corpo che si combatte dentro all'uomo, ed in cui la vittoria resta al male.

ma veggo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente, e mi rende prigione della legge del peccato che è nelle mie membra.

La legge del male la vede nelle «membra», non solo perchè nel corpo han sede gli istinti sensuali, ma perchè nel corpo quale organo dell'attività umana si manifesta ed estrinseca il peccato in isguardi, in parole, in atti. Legge della mente chiama la legge di Dio, in quanto la mente l'approva e se l'appropria. Queste due forze opposte combattono l'una contro all'altra come avversari in guerra; ma l'esito della lotta è la disfatta del campione del bene, talchè l'uomo è come un prigione di guerra, restando in potere della legge del peccato ch'è nelle sue membra.

24 Questo stato di schiavitù e d'impotenza morale strappa al cuor del vinto un grido di dolore, in cui è espressa tutta la miseria che l'opprime e che lo porta a sospirare dietro ad un liberatore.

Misero me uomo!

Si chiama infelice uomo perchè si tratta infatti qui della miseria dell'uomo che lotta da solo contro al male e cerca invano di scuoterne le catene. Spossato, è costretto di riconoscersi vinto, prigione, e di esclamare:

Chi mi libererà dal corpo di questa morte?

Chi mi strapperà vittoriosamente al nemico, come fa un rinforzo di truppe fresche il quale libera i prigionieri? La costruzione più semplice porta a rendere: «dal corpo di, questa morte», anzichè: «da questo corpo di morte». Questa morte s'intende di questo stato di morte spirituale, cioè di schiavitù, d'impotenza e di miseria morale. Corpo viene (cfr. Romani 6:6) inteso dagli uni come, figura del peccato considerato nella sua unità, quale principio mortifero; da altri si spiega in senso letterale del corpo, delle membra considerate come sede di sensuali concupiscenze, e come strumento al servizio della legge del peccato Romani 8:13; Colossesi 3:5. Non è un sospiro dietro alla morte del corpo, ma verso uno stato morale in cui le membra, invece di servire al peccato, servano di armi alla giustizia.

25 Al momento però, in cui descrive questa lotta dell'uomo col peccato, e manda il suo grido di dolore, Paolo già conosce, da molti anni, il Liberatore ed, ha sperimentata la potenza dello Spirito. Perciò, il ricordo della miseria da cui lo ha tratto la grazia di Dio, lo fa prorompere in un grido di riconoscenza che è un'anticipazione su quanto esporrà in Romani 8:

io rendo grazie a Dio, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

Da lui infatti, è proceduta la potenza salutare. Egli offre il suo ringraziamento per mezzo di Gesù Cristo, perch'egli è stato e rimane il Mediatore che agli uomini reca salvazione, e a Dio presenta l'adorazione delle creature salvate. Il Cod. Vaticano, invece di rendo grazie, porta: Grazie siano rese a Dio... , lezione adottata da Tisch. Nestle, W.-H., ecc., come più probabile, sebbene meno appoggiata.

Il Romani 7:25 riassume e chiude il quadro che Paolo ha tracciato del dualismo morale esistente nell'uomo. Ecco, viene egli a dire, qual'è, in breve, la testimonianza, della mia propria esperienza morale, come uomo posto sotto l'influenza della legge di Dio, ma prima dell'intervento della grazia liberatrice: La legge è santa e buona, io stesso sono costretto a riconoscerlo colla mia mente, col mio interno senso morale che ne accetta gli obblighi.

Così adunque, io stesso, colla mente, servo alla legge di Dio,

le rendo omaggio, mi diletto in essa, faccio sforzi per osservarla. Se non ci riesco la colpa non è della legge,

ma

di me, che,

colla carne,

colla mia natura corrotta, servo

alla legge del peccato.

In teoria sto pel bene, ma in pratica, lasciato alle sole mie forze, sono schiavo del male.

RIFLESSIONI

1. Una conoscenza estesa ed esatta della legge morale, una sana educazione possono non dare quei risultati che se ne attendono. Questo non vuol dire che si debba preferire l'ignoranza all'istruzione; ma ci deve ricordare che la conoscenza non basta a rinnovare il cuore e la volontà. Or «dal cuore procedono le fonti della vita». Chi non vede nel Vangelo che un codice più perfetto di morale, ed in Cristo che un dottore ed un modello, si trova di fronte a un ideale altissimo, in posizione più disperata del Giudeo che si accingeva, da solo, ad osservare la legge di Mosè. Abbiamo bisogno di forza, ancor più che la conoscenza, nella lotta contro il male. Gesù è quello che, mentre, dà l'ordine: «Lèvati e cammina», ne somministra la capacità. «Da quod jubes, et jube quod vis», era la profonda preghiera di S. Agostino.

2. Il colpo di morte, alla illusione ed alla boria farisaica di chi si crede giusto, basta a darlo uno sguardo attento alle prescrizioni della legge. Come può un uomo pretendere che esser in regola colla legge, quando si pone dinanzi ad un comandamento che si riferisca manifestamente alle disposizioni interne, come ad esempio: Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta, l'anima tua e con tutte le forze tue? La; concupiscenza è un moto interno; ma, secondo l'insegnamento di Paolo, che riproduce quello di Cristo Matteo 5:28, essa è peccato. Misurato a questa stregua, chi può dirsi puro?

3. L'essere in uno stato d'impotenza morale non sopprime la responsabilità. Il sentir l'obbligo del bene, il contemplarne la bellezza, mentre, uno si sente incapace, di realizzarlo, è la maggiore delle miserie umane, e dovrebbe spingere gli uomini a riguardare al secondo Adamo come al grande Liberatore.

4. Chi ha provato il peso della colpa, gusta con maggior riconoscenza il perdono. Valga l'esempio della, peccatrice penitente Luca 7:36-50. Parimente, chi ha sentito tutto il peso delle catene del peccato, prova maggior riconoscenza verso la grazia di Dio che, lo mette in possesso della, libertà dei figli.

5. Prima, di entrare nello stato di grazia di cui parlerà in Romani 8, Paolo avea trascorso, a Tarso, una infanzia e una giovinezza di relativa innocenza, gaia, ed incosciente, durante la quale egli «viveva» stimandosi in regola con Dio, perché ignorava ancora le serie lotte morali. Ma la grazia preveniente di Dio che lo destinava ad essere uno strumento eletto di salvezza, gli fece fare, col volgere degli anni, l'esperienza del conflitto tra l'obbligazione morale imposta dalla coscienza, meglio illuminata e le inclinazioni e passioni malvage del cuore.

L'ultima parte di Romani 7 in cui l'antico Fariseo ci fa penetrare nella sua storia intima prima della sua conversione, ci mostra quale lotta, tragica e dolorosa si andasse svolgendo nell'anima di Saulo a misura ch'egli comprendeva meglio le esigenze spirituali della Legge e la sua propria impotenza morale di fronte ad esso. Mentre la sua vita esteriore era irreprensibile di fronte alle esigenze più esterne della legge, l'uomo interno si dibatteva in una lotta impari col peccato e gemeva della sua schiavitù e sospirava dietro il perdono e la liberazione. Così, sotto l'azione dello Spirito di Dio, la legge andava diventando per Saulo un pedagogo per condurlo a Cristo. Se l'apparizione di Cristo sulla via di Damasco fu l'atto decisivo che determinò la conversione di Saulo, non dobbiamo dimenticare ch'essa fu preceduta da una lenta preparazione interna che ha potuto durare degli anni.

6. Questa sezione è stata oggetto di controversie tra coloro che vi scorgono la pittura dello stato morale del cristiano e coloro che vi vedono quella dell'uomo non rigenerato. Mentre crediamo che Paolo dipinga sè stesso nello stato in cui si è trovato «sotto alla legge», e non «sotto alla grazia», riconosciamo che una consimile lotta si prosegue nella esperienza dei cristiani, i quali però conoscono e sperimentano, nella misura della loro unione più o meno intima con Cristo, la sua potenza liberatrice. «L'Apostolo, osserva il Godet, sente profondamente che il giorno in cui gli accadesse di separarsi da Cristo, egli ritornerebbe quel giudeo legale che lotta invano contro al peccato, colle proprie forze, e che tosto è vinto dall'istinto carnale. Quel ch'egli dipinge adunque è la natura umana alle prese colla legge santa, ovunque questi due avversari s'incontrino, senza che tra di loro s'interponga la grazia del Vangelo. Ciò serve all'analogia tra questo quadro ed una moltitudine di esperienze fatte dai cristiani: analogia che ha indotto in errore tanti e si eccellenti interpreti. Come avviene egli al Cristiano di non più trovar nel Vangelo che una legge e una legge più grave ancora, di quella del Sinai (perchè più profonda)?... Semplicemente per il fatto ch'egli ha lasciato allentarsi il legame tra Cristo ed il proprio cuore e si trova così, solo di fronte alle esigenze del Vangelo, come il Giudeo legale di fronte a quelle della legge. È egli da stupire se fa allora le stesse esperienze, ed anche delle più penose di quello?... Il legame tra l'anima e Cristo, per, il quale siam, divenuti i suoi tralci, si allenta non appena noi cessiamo di mantenerlo e stringerlo attivamente. Principia, a rompersi ad ogni atto d'infedeltà non perdonata».

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