Romani 9

1 

PARTE TERZA

Nonostante l'induramento attuale d'Israele

l'Evangelo ha da essere "potenza di Dio a Salvezza" per esso e per tutte le nazioni.

Romani 9-11

Romani 9:1-11:36 sono tanto intimamente connessi tra loro da formare un tutto; ma non è indicato esplicitamente il nesso che li unisce ai primi otto capitoli dell'Epistola. Svolgendo il programma enunciato Romani 1:16-17, l'Apostolo ha dimostrato Romani 1:1-5:21 che l'Evangelo è potenza di Dio a salvezza perchè rivela come, in Cristo, il peccatore può essere giustificato. Egli ha esposto poi Romani 6:1-8:39 come l'Evangelo sia potenza di Dio a salvezza, perchè nel provvedere alla giustificazione, provvede, in pari tempo, alla trasformazione del credente all'immagine perfetta e gloriosa di Cristo.

La fine della seconda parte Romani 8 come già quella della prima Romani 5 aprivano dinanzi ai lettori la splendida prospettiva d'una terra affrancata dalla servitù della corruzione, d'una umanità in cui la grazia recata dal Nuovo Adamo avrebbe trionfato del peccato e della morte recati dal primo. Ma per qual via si potrà mai giungere ad una cotanta meta?

Nel suo programma, l'Apostolo aveva scritto: Al Giudeo imprima e poi anche al Greco; e con queste parole, pareva accennare al piano divino secondo il quale il popolo giudeo, preparato dalla legge e dalla profezia, avrebbe dovuto ricevere, per primo; il Messia, e quindi farsene l'araldo nel mondo pagano. Questo piano, i profeti l'aveano colorito ed illustrato colle immagini più smaglianti. Al monte di Sion doveano, negli ultimi giorni, accorrere tutte le genti e da Gerusalemme dovea uscire la parola del Signore. Le genti doveano camminare alla sua luce ed i re allo splendor del suo levare Isaia 2:60; Zaccaria 8:23; ecc.

Ma, intanto, cos'era succeduto e cosa stava succedendo? Nella sua maggioranza, il popolo privilegiato avea rigettato il Messia e si era mostrato sempre più avverso all'Evangelo proclamato dagli Apostoli; talchè, non potea tardare l'ora del giudicio di reiezione annunziato da Cristo sul popolo giudeo 1Tessalonicesi 2:14-16; Ebrei 13:13. La triste realtà dei fatti non annientava ella il piano di Dio? La missione assegnata ad Israele dalla profezia non era ella tramontata insieme coll'ufficio preparatorio delle istituzioni mosaiche? È facile comprendere come un tale problema dovesse preoccupare le chiese apostoliche ed in ispecie i Giudeo-Cristiani.

La risposta di Paolo si fonda sopra un duplice principio. Da una parte, la sorte dei popoli, come quella degli individui, dipende dalla posizione di fede o d'incredulità ch'essi prendono di fronte all'Evangelo di Cristo. A questa regola che presiede allo svolgimento del regno di Dio, non può fare eccezione il popolo d'Israele. L'attuale incredulità della massa d'esso è cagione della sua reiezione. D'altra parte, Dio non lascia cadere i suoi disegni. Un residuo eletto esiste sempre, in Israele, che risponde alla vocazione divina. Se il disegno di Dio pare subire un ritardo nella sua effettuazione, questa avverrà, però, indubbiamente. Israele sarà salvato e la sua conversione determinerà la risurrezione spirituale di tutte le famiglie della terra.

La trattazione comprende tre paragrafi.

§1 - Romani 9:1-29 Dopo espresso il proprio dolore per lo stato d'Israele, Paolo dimostra che la reiezione, anche della maggioranza d'esso, non contraddice alle dichiarazioni della Parola di Dio, la quale proclama la sovranità di Lui nella scelta delle persone che hanno da far parte del suo popolo.

§2 - Romani 9:30-10:21 La reiezione d'Israele è cagionata dalla sua cecità spirituale e dalla sua disubbidienza di fronte alla proclamazione del Vangelo della grazia.

§3 - Romani 11 La reiezione d'Israele non è però nè totale, nè definitiva, ed è fatta volgere, dalla sapienza di Dio, al bene dei pagani; i quali, a loro volta, serviranno alla finale conversione d'Israele che segnerà il punto culminante dello svolgimento del Regno di Dio sulla terra.

§1 - La reiezione dell'Israele carnale non contraddice alle dichiarazioni della Parola di Dio sulla condotta di Lui verso il popolo privilegiato (Romani 9:1-29)

SEZIONE A Romani 9:1-5 Il dolore di Paolo di fronte all'incredulità dei suoi connazionali

L'Apostolo ha celebrato, nella fine di Romani 8, la certezza della salvezza pei credenti. Egli ha tenuto a lungo il suo sguardo fisso sull'amor di Dio in Cristo. Ma appena egli lo riporta di nuovo sulla terra, come Gesù quando scese dal monte della trasfigurazione, v'incontra tali scene da strappargli un grido di dolore. Quell'amore di Dio in Cristo com'è accolto dagli uomini? Com'è stato accolto dal popolo privilegiato al quale Paolo appartiene? Egli lo sa troppo bene, i suoi lettori lo sanno. Non sarà necessario neppure ch'egli esprima a parole la dolorosa realtà. Ma di fronte a coloro che lo rappresentano come nemico e traditore del suo popolo, egli protesta nel modo più solenne dell'immenso desiderio che egli ha del vero bene di esso.

lo dico la verità in Cristo

cioè: non solo alla presenza di Cristo, ma come uno che vive nella comunione di Colui ch'è la verità:

non mento

(cfr. 1Timoteo 2:7) espressione negativa destinata a rafforzare l'affermazione della sua perfetta sincerità. Non faccio frasi: non esagero:

la mia coscienza me lo attesta anch'essa per lo Spirito Santo:

La coscienza naturale è l'eco della voce di Dio nell'uomo; ma quella, del cristiano è resa viepiù chiara, delicata e retta, sotto l'influenza dello Spirito di verità e di santità che dimora nel credente:

2 lo ho una gran tristezza e nel mio cuore un continuo dolore;

È questo lo stato d'animo ch'egli attesta così solennemente. La ripetizione del pensiero ne esprime tutta l'intensità. Il dolore o interno lamento è più acuto della tristezza e parte dal più profondo dell'esser suo: il cuore; e non è soltanto grande, è incessante. Il dolore di Paolo ricorda le lagrime di Geremia sopra la sua, patria e quelle di Gesù sopra Gerusalemme.

3 perchè vorrei essere io stesso anatema [separato] da Cristo, per i miei fratelli, miei parenti secondo la carne.

Da questo appare, senza che Paolo la esprima altrimenti, la cagione del suo dolore: essa sta nello stato di cecità spirituale dei Giudei di fronte al Vangelo ch'essi respingono per la loro perdizione. Ad evitare la ruina cui va incontro il suo popolo, Paolo sarebbe disposto a sacrificare non solo i suoi beni materiali, non solo la vita del corpo, ma perfino la eterna felicità dell'anima sua. Paolo sa che ciò non è possibile; ma il suo voto attesta quanto fosse intenso l'amore ch'egli nutriva per i suoi compatrioti. Anatema, letteralmente: una cosa appesa, esposta designa una cosa consacrata a Dio e che non si può riscattare. Quindi dev'essere o conservata religiosamente Luca 21:5, o assolutamente distrutta, com'era il caso per le cose votate allo sterminio Levitico 27:28; Giosuè 6:21. Essere anatema viene a dire: esser maledetto, votato a distruzione, a perdizione Atti 23:14; 1Corinzi 16:22; Galati 1:8-9. A meglio definire la portata del suo desiderio, Paolo dice: separato da o lungi da Cristo, lungi dalla sua comunione, dalla sua presenza, dalla felicità e gloria di cui egli è la fonte. L'amor di Paolo, ad imitazione di quello di Cristo Filippesi 2; Galati 3:13, è pronto ai più profondi sacrifici per il bene d'Israele. Per quali motivi? Altrove, dichiara che egli è disposto a «farsi ogni, cosa a tutti», «a sopportare ogni cosa per gli eletti» 2Timoteo 2:10, affinchè siano salvati; ma vi sono qui dei motivi speciali. I Giudei sono suoi fratelli, perchè sono, come lui, progenie d'Abramo Romani 11:1; sono suoi congiunti; poichè nelle, vene di tutti scorre uno stesso sangue. Il Vangelo non distrugge gli obblighi speciali creati dai legami del sangue e della nazionalità. Più che questo, essi sono il popolo che Dio ha onorato dei maggiori privilegi.

4 che sono Israeliti

ch'è, quanto dire membri del popolo che Dio si è appartato d'infra tutti per farlo suo Romani 11:1; 2Corinzi 11:22; Giovanni 1:48; Atti 2:22; Genesi 32:28. Quante siano le prerogative degl'Israeliti appare dall'enumerazione seguente.

ai quali appartengono l'adozione:

Israele è infatti, chiamato da Dio «suo figlio, suo primogenito» Esodo 4:22; Deuteronomio 14:1; 32:6; Osea 11:1;

e la gloria

cioè la visibile, manifestazione della gloriosa presenza dell'Eterno concessa al popolo od ai suoi rappresentanti, sul Sinai Esodo 19:1-25; 24:16-17, nella nuvola e nella colonna di fuoco Esodo 40:34-38, nel tabernacolo Levitico 9:23-24, nel tempio 1Re 8:10-11, nelle visioni Isaia 6; Ezechiele 1:28; 43:4;

e i patti

(cfr. Efesini 2:12). È adoperato il plurale, perchè, il patto concluso con Abramo, Dio lo rinnovò coi suoi discendenti e col popolo intiero. In Atti 3:25 però, a dimostrare la fondamentale unità dei patti, è adoperato il singolare.

e la legislazione

cioè il dono e la promulgazione della legge per mezzo di Mosè.

e il culto

ossia tutto il sistema d'istituzioni e di riti relativi al culto di Dio, contenuti nella legge Ebrei 9:1-7.

e le promesse;

s'intende, in ispecie, le promesse messianiche, così gloriose per l'avvenire d'Israele.

5 dei quali sono i padri,

i patriarchi ch'erano, ad un tempo, i padri, i modelli, e la, gloria della nazione. Si allude specialmente ad Abramo, Isacco e Giacobbe.

E dai quali è venuto, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen.

«Se i patriarchi sono come la radice dell'albero, il Messia ne, è come il fiore» (Godet). L'essere il popolo, da cui è uscito il Salvatore del mondo, è il massimo dei privilegi concessi ad Israele; e perciò viene mentovato dopo gli altri quasi a coronare tutto, il resto che avea carattere preparatorio Giovanni 4:22. Il Cristo, però, esce da Israele solo secondo la carne cioè per quanto riguarda la sua natura inferiore, umana Romani 1:3; Giovanni 1:14. Quanto alla sua natura superiore, egli è Figlio di Dio, anzi addirittura Dio. L'ultima parte del versetto è stata, torturata, in molte guise, da coloro a cui ripugna il titolo di «Dio» dato da Paolo a Cristo. Tuttavia, (come, riconoscono molti di costoro), è questo il solo senso non forzato che la frase possa avere. Il troncarla mettendo un punto dopo: il Cristo, per fare del resto una dossologia rivolta a Dio: Colui che è Dio sopra tutte, le cose [sia] benedetto in eterno! rende incompleta la frase relativa a, Cristo, poichè l'accenno alla sua origine giudaica «quanto alla carne», cioè quanto alla, sua. umanità, mostra che Paolo intendeva parlare di un'altra origine e di una natura superiore all'umana (cfr. Romani 1: 3-4). La dossologia poi, rivolta a Dio, avrebbe carattere di un ex abrupto, non essendo preparata da quel che precede. Inoltre, si osserva, che la, formula costante delle dossologie, così nel greco come nell'ebraico, colloca al primo posto la parola più importante: «Benedetto sia Iddio...». D'altronde, Paolo non chiama egli ordinariamente Cristo «il Signor nostro?» ed in Tito 2:13, non parla egli della «apparizione della gloria del Dio e Signor nostro Gesù Cristo?». In Filippesi 2:6, dice che, prima dell'incarnazione, era «in forma di Dio», «uguale a Dio»; in Colossesi 2:9 dice che «tutta, la pienezza della divinità abita in lui corporalmente»; quindi, non può recare meraviglia che, volendo qui porre in rilievo la grandezza divina, del Messia, lo chiami «Dio sopra tutte le cose» (Cfr. 1Corinzi 10:4; 2Timoteo 4:18; Giovanni 1:1-2; Ebrei 1). «Colui al quale appartengono attributi divini come l'eternità (Colossesi 1:15,17) l'onnipresenza Efesini 1:23; 4:10, il diritto di grazia, Romani 1:7; 1Corinzi 1:3 colui al quale sono attribuite opere divine quali la creazione e la conservazione del mondo Colossesi 1:16-17, il giudicio Romani 14:10; 2Corinzi 5:10; 2Tessalonicesi 1:7-10; colui al quale vien tributato culto divino Romani 10:13; Filippesi 2:10-11 non può essere che Dio» (Philippi). Su tutte le cose anzichè su tutti come potrebbesi anche tradurre il primo modo indica meglio la universale sovranità divina del Cristo ch'è degno d'essere adorato nei secoli Giovanni 20:28. Difficilmente potrebbesi riconoscere, in modo più completo e la, divinità di Cristo ch'è l'Iddio sovrano degno di eterna, adorazione, ed il fatto storico della sua incarnazione nel seno d'una madre israelitica.

RIFLESSIONI

1. I capitoli Romani 9:1-11:36 ove Paolo considera il problema dell'atteggiamento del suo popolo di fronte al Vangelo, richiamano alla mente una delle più dolorose esperienze dell'Apostolo. Egli era stato un giudeo sincero, zelante fino al fanatismo nell'osservare e nel difendere le tradizioni dei Padri; ma l'anima sua non vi aveva trovato pace; anzi, più era stato serio nei suoi sforzi di praticar la legge divina e più avea dovuto riconoscere la, sua profonda miseria morale. Era venuto allora l'appello del Cristo glorioso alla fede ed all'apostolato; ed egli non era stato disubbidiente alla visione celeste». Le S. Scritture s'erano illuminate di nuova luce, avea trovato nel Cristo colla pace del perdono, la forza di vincere il peccato; ma l'aver dovuto «cambiar religione», abbandonando quella professata dalla maggioranza, del suo popolo così come la intendevano i suoi sacerdoti e rabbini, gli avea tratto addosso un odio inestinguibile. Era stato accusato di tradimento, di avversione «il suo popolo; era stato calunniato, perseguitato, insidiato a morte dai suoi connazionali. Eppure, quel suo Popolo egli non avea cessato di amarlo, di apprezzarne i privilegi, di per esso ed ora pronto per la, salvezza d'esso ai maggiori sacrifici. Ma non era creduto, e ciò non disarmava l'odio dei Giudei verso di lui e verso chi seguiva, il suo esempio. La stessa esperienza dovevano fare i cristiani usciti dal paganesimo e accusati di odio al genere umano perchè non facevano come gli altri, e d'infedeltà alla patria perchè non adoravano l'imperatore.

Un'esperienza analoga s'è venuta ripetendo, nel corso dei secoli, dovunque delle anime profondamente religiose sono risalite alla fonte della verità cristiana nelle Scritture del Nuovo Testamento e per esse al Cristo vivente ed hanno abbandonato la corrotta religione, tradizionale delle moltitudini, sostenuta per lo più dalla forza del potere civile fattosi suo servo.

Come Paolo preferì restar fedele a Cristo ed alla sua Parola con una esigua minoranza, così i nuclei di credenti genuini non piegarono davanti le scomuniche e roghi nel tenebroso Medio-Evo. Così possano le minoranze evangeliche dell'oggi restar fedeli all'Evangelo ed all'amore per il loro popolo, anche quando per ignoranza, o mala fede vengano presentate come antipatriottiche dalla Chiesa che, nel suo Sillabo, ha maledetto la libertà d'esame di coscienza e di culto e proclamato la soggezione del potere civile a quello della Chiesa, romana persecutrice.

2. «L'esempio di S. Paolo c'insegna quali debbano essere i nostri sentimenti, quando vediamo alcuni dei nostri congiunti che vivono lungi da Dio ed in pericolo d'esser da lui reietti. Come l'Apostolo, dobbiam sentire una dolorosa ansietà al loro riguardo. Coloro che sono nostri parenti secondo la carne hanno diritto alla nostra sollecitudine e dobbiamo esser pronti, come Paolo, a soffrire ogni cosa piuttostochè lasciarli perire. Vero è che non possiamo portare la maledizione di Dio, al loro posto, come fece Cristo. Il riscatto d'un'anima oltrepassa il nostro potere. Ma ben possiamo e dobbiamo pregare per loro, ammonirli del pericolo ch'essi corrono, e spiegar loro la via, della salvezza..» (Anon.). «Oh avessi io pure lo stesso amore per le anime dei miei parenti e vicini, che animava il santo apostolo!» (Chalmers).

3. Il Cristianesimo non annulla il patriottismo, ma lo nobilita e lo santifica. Vi è una scala, nei doveri verso il prossimo. Vengono primi quelli che si riferiscono alla famiglia, poi quelli relativi alla patria ch'è una famiglia allargata, ed infine quelli verso i nostri simili in genere, che formano la grande famiglia, umana. Il patriottismo cristiano non mira soltanto alla prosperità materiale, alla libertà, all'onore, della patria, ma si preoccupa della, salvezza della nazione. Il Vangelo creduto e praticato è infatti il lievito che conserva, fa prosperare e benedette le nazioni.

Paolo avrebbe dato l'anima per vedere il suo popolo credente in Cristo. Quali sacrifici di tempo di lavoro, di denaro, ecc.. facciamo noi i perchè i nostri connazionali vengano a Cristo?

4. Appartenere alla Chiesa visibile di Dio, godere dei, suoi privilegi, è un favore divino di cui dobbiam render grazie. Ma i maggiori privilegi esterni, sono senza valore per la salvazione, se il cuore non riceve la grazia di Dio per la fede in Cristo Gesù.

5. Grande fu il privilegio del popolo giudeo nel dare i natali al Figlio di Dio incarnato. Ma più grande è quello del credente che lo riceve nel cuore, ch'è unito a lui come le membra al corpo come il tralcio alla vite, ch'è uno spirito con Lui».

6 SEZIONE B Romani 9:6-13 La reiezione di una parte del popolo giudeo non invalida le promesse di Dio, riguardo al vero Israele

Il popolo che ha ricevuto tanti privilegi da cui è uscito il Salvatore del mondo, nella sua maggioranza resta, escluso dalla salvazione. Il fatto è sorprendente, è doloroso; ma non se ne può concludere leggittimamente che le promesse di Dio siano state vane.

Però non è che la parola di Dio sia caduta, a terra,

letteralmente decaduta; s'intende: dalla posizione che le spetta quale manifestazione del pensiero e della volontà del Dio fedele. Se la parola della promessa divina riguardo ad Israele restasse senza adempimento, avrebbe perduto il suo valore sarebbe invalidata Romani 3:3. Ma così non è. Si tratta solo di veder chi sono coloro che formano il vero popolo di Dio a cui son fatte le promesse.

perchè non tutti i discendenti d'Israele, sono Israele.

Non tutti coloro che sono, per via di naturale discendenza, membri del popolo d'Israele, appartengono al vero Israele cui sono riservate le benedizioni messianiche.

7 Nè, per il fatto che son progenie d'Abramo, sono tutti [suoi] figli.

Anche qui per «progenie d'Abramo» s'intendono i discendenti carnali, mentre i «figli» sono i discendenti secondo lo spirito, imitatori della fede del patriarca Romani 4:12; Giovanni 1:47; Romani 2:28-29; Galati 4:29; Giovanni 8:33,39; Matteo 3:9. I figli d'Abramo nel senso spirituale sono «figli di Dio» Romani 9:8. Fin dai tempi antichi, i profeti (Cfr. Amos. Isaia, Geremia) dovettero lottare contro il falso concetto che bastasse aver sangue israelita nelle vene per aver diritto alle divine benedizioni ed essere esenti dai giudici. Tali pretese orgogliose ebbe a combattere il Battista e quindi Gesù. In Romani 2, Paolo ha dovuto di già mostrare che i privilegi esterni non esentano dalla condanna l'uomo che pecca. Qui, togliendo ad esame i primordi stessi della storia della progenie d'Abramo, fa vedere come, fin d'allora, Dio non abbia considerato come eredi della promessa tutti i discendenti naturali d'Abramo, ma fra quelli, abbia operato una selezione secondo la sua libera e sovrana volontà.

Anzi,

cosa dice la Scrittura?

8 In Isacco ti sarà nominata una progenie (Genesi 21:12); cioè, non i figliuoli della carne sono figliuoli di Dio; ma i figliuoli della promessa sono considerati come progenie.

Abramo ha avuto molti figli all'infuori d'Isacco. Ebbe, da Agar, Ismaele, e da Ketura sei figli. Ma tutti questi discendenti non furono da Dio considerati come la progenie cui si riferivano le promesse fatte al patriarca. Il solo Isacco, il figlio nato in virtù di una promessa divina, fu scelto. Il che dimostra che i figli di Dio, gli eredi delle divine promesse, non sono da confondere con i discendenti naturali Giovanni 1:12-13.

9 Romani 9:9 può tradursi: «questo infatti fu il tenore della promessa»; o meglio:

Poichè questa è una parola di promessa: "In questa stagione io verrò, e Sara avrà un figliuolo".

È una parola avente la natura di una promessa. La citazione è tolta da Genesi 18:14, ove Geova, apparso ad Abramo, promette che l'anno seguente, in quella stessa epoca dell'anno, un figlio nascerebbe a Sara. E non è questo che un saggio delle promesse relative alla nascita, d'Isacco. Per quanto concludente fosse l'esempio tolto dall'elezione del solo Isacco fra tutti i figli d'Abramo, Paolo ne adduce un altro, più decisivo ancora, tolto dalla storia stessa d'Isacco. Egli è figlio della promessa; da, lui ha da nascere il popolo eletto; eppure, fra i figli d'Isacco e di Rebecca, Dio opera ancora una selezione in cui appare luminosamente la libertà sovrana colla quale egli procede. Infatti, Esaù e Giacobbe sono figli, non solo dello stesso padre, ma della stessa madre; più che questo, sono gemelli; eppure Dio elegge Giacobbe e rigetta Esaù. Ed a meglio dimostrare come la scelta di Dio non dipenda nè da privilegio di nascita, nè da merito d'opere, il secondogenito vien preferito al primogenito Esaù, e questo proponimento divino è annunziato alla madre prima che i bambini siano nati e, per conseguenza, prima che abbiano rivelate le loro disposizioni morali nella lor condotta.

10 Romani 9:10 è molto conciso e si può completare in vari modi, di cui il più semplice consiste nel supplire il verbo mancante, col rendere:

Non solo; ma anche a, Rebecca avvenne la medesima cosa, quando ebbe concepito da uno stesso uomo, vale a dire Isacco nostro padre, due gemelli; poichè, prima che fossero nati e che avessero fatto alcun che di bene o di male, affinchè rimanesse fermo il proponimento dell'elezione di Dio (lett. secondo elezione) che dipende non dalle opere ma dalla volontà di Colui che chiama,

È nominata Rebecca, la madre, perchè a lei rivelò Iddio la sorte futura dei gemelli che portava in seno, e che aveano ambedue per padre Isacco. Dicendo nostro padre, Paolo pensa ai suoi connazionali. In Romani 9:11, il proponimento di Dio secondo elezione (o, l'elezione) è il proponimento relativo ai due gemelli ed ai due popoli che da loro doveano discendere, formato innanzi da Dio, non secondo la legge d'una discendenza carnale, nè secondo la norma di un preteso merito derivante dalle opere, ma secondo la libera elezione di Dio. La preferenza divina concessa al secondogenito fu rivelata alla madre, prima della nascita dei gemelli, affinchè dimorasse fermo il proposito di Dio, affinchè apparisse bene stabilito, e fosse ben chiaro che non si fondava su alcun merito d'opere. Dopo quanto è stato esposto in Romani 3-5 (da confrontarsi con Romani 10), il senso dell'espressione, non per opere è evidente. Non è in virtù di opere meritorie che Giacobbe è stato prescelto; e basterebbe a provarlo il fatto che, quando il proponimento divino gli fu più tardi confermato dalla benedizione d'Isacco, la sua condotta era lungi dal meritar lode, ma da Colui che chiama, cioè, in virtù del beneplacito di Colui al quale appartiene ogni iniziativa in fatto di favori, poichè non è tenuto di concederli a questo piuttostochè a quello, essendo essi tutti ugualmente immeritevoli. Il chiamar di Dio corrisponde al suo eleggere.

12 le fu detto: "Il maggiore servirà al minore"

(Genesi 25:23; 27:29,40). Il maggiore nel senso di primogenito Genesi 29:16, avente quindi doppia porzione di eredità, e autorità sui suoi fratelli dopo la morte del padre. L'oracolo si applica, nella Genesi, tanto ai due fratelli capi-stirpe, come ai popoli discesi da loro. Esaù e gli Edomiti di fronte a Giacobbe ed agli Israeliti hanno sempre occupato una posizione inferiore rispetto ai privilegi religiosi ed alla influenza esercitata sui destini dell'umanità. Anche dal lato politico, gli Edomiti, dopo un alternar di vassallaggio e di indipendenza, finirono coll'essere assorbiti sotto i Maccabei.

13 secondo che è scritto:

La citazione addotta, a conferma della profezia della Genesi è tolta da Malachia 1:2-3. «Vi ho amati, dice l'Eterno. E voi dite: In che ci hai amati? Esaù non è egli fratello di Giacobbe? dice l'Eterno. Eppure,

Ho amato Giacobbe ma ho odiato Esaù.

Ho ridotti i suoi monti una solitudine...». La citazione di Malachia fa allo scopo di Paolo, perchè mette in risalto appunto la comune origine dei due popoli discesi dai due fratelli, e la diversità di trattamento ricevuto, particolarmente dopo la cattività babilonese. Mentre i monti di Edom, restavano quasi deserti, i colli d'Israele si andavano ripopolando per la misericordia usata al residuo fedele, del popolo. Il senso dell'espressione: Ho amato, ho odiato, è relativo come in Genesi 29:30-31; Deuteronomio 21:15; Proverbi 13:24; Matteo 6:24; 10:37. Viene a dire: Ho avuto per Giacobbe un sentimento di particolare amore e l'ho trattato con favore speciale; mentre Esaù mi ha ispirato ripugnanza e ho dato corso al mio rigore a suo riguardo. «La preferenza data da Dio a Giacobbe non può essere nè meritata arbitraria. Meritata non è, secondo Romani 9:11... Sarebbe ella arbitraria? Questa parola non si confà al carattere di un Dio di cui tutte le decisioni sono improntate a sapienza e santità. Se il problema non è insolubile, la sua soluzione non può trovarsi che nel fatto della prescienza rivolta non ad alcuna opera meritoria, ma ad un elemento della vita umana che, pur essendo di natura morale, lasci sussistere nella sua pienezza la gratuità del proponimento divino. Quest'elemento è la fede» (Godet).

RIFLESSIONI

1. La benedizione di Dio non si trasmette, per generazione naturale, dai padri ai figli. Avere genitori od antenati pii, accresce bensì la nostra responsabilità, ma non ci salva. Solo lo Spirito Santo può mutare il cuore e farci veri figli di Dio. «Se uno non è nato dall'alto non può vedere il regno di Dio» Giovanni 3.

2. L'elezione sovrana di Dio deve ricordarci la nostra indegnità e tenerci in umiltà. Se la nostra mente non riesce a conciliare questa verità con atre pur chiaramente contenute nella rivelazione, dobbiamo ricordare che «ora conosciamo solo in parte. Quando la perfezione sarà venuta, allora conosceremo appieno come anche siamo, stati appieno conosciuti» 1Corinzi 13:9,12. Intanto restano i fatti, e quel tanto di luce che su di essi getta la Parola di Dio alla quale Paolo si riferisce. «Tutto è egli spiegato in questo mondo di tenebre e di peccato? Tuttavia, se tu vuoi una soluzione cercala, non nella tua ragione, ma nella tua morale esperienza» (L. Bonnet).

14 SEZIONE C Romani 9:14-24 La libera elezione di Dio non costituisce ingiustizia, perchè, secondo le dichiarazioni della, Scrittura, Dio non ha verso alcun uomo l'obbligo di mostrarglisi misericordioso, nè la creatura peccatrice ha motivo di lagnarsi della sorte che le è assegnata

Dal fatto che l'elezione di Dio non tiene conto di diritti di nascita nè di merito d'opere, poteva sorgere nelle menti giudaiche abituate a giudicare delle cose secondo criteri legali e a far gran conto di privilegi esterni, il dubbio che un tal procedere non fosse conforme a giustizia. Paolo previene l'obbiezione col formularla egli stesso e quindi la confuta con dichiarazioni della Scrittura che facevano autorità presso i suoi contradditori. In genere, è da notare come, in questi capitoli, l'Apostolo lascia, per lo più, parlare la Scrittura, potendo la parola di lui, presso i Giudei, venir considerata come sospetta.

Che diremo dunque?

(Cfr. Romani 3:5; 6:1; 7:7; 8:31).

V'è forse ingiustizia in Dio?

Talchè egli non renda a ciascuno quel che gli è dovuto?

Così non sia.

15 A Mosè, infatti, egli dice: "Io avrò mercè di chi avrò mercè ed avrò compassione di chi avrò compassione".

Questa dichiarazione venne fatta da Dio quando Mosè gli domandò, come attestato del suo favore, dopo l'affare del vitello d'oro, di fargli vedere la sua gloria Esodo 33:19. Dio accondiscese, in parte, alla domanda del suo servitore, proclamando il principio della sovrana sua libertà nel conceder la sua grazia a cui vuole e in quella misura che a lui piace. Mosè non ha diritto alcuno, di ottenere quanto chiede; ed è come puro e libero favore che Dio gli concede una visione della sua gloria. Da questa dichiarazione, Paolo trae la conferma del principio espresso Romani 9:11 che, cioè, i favori di Dio, e per conseguenza la sua elezione, non dipendono da volontà, nè da opera d'uomo. «Quando Dio dona, non dona perchè una volontà umana o un'opera umana s'impongono a lui e lo forzano, a dare, per modo che, se non desse, fosse ingiusto. L'iniziativa di ogni dono risiede in lui. E lui che invita o chiama a ricevere. Egli dà, non perchè deve, ma per effetto del suo amore; il che non vuol dire che agisca in modo arbitrario. Tale supposizione resta esclusa dal solo fatto che trattasi di Dio, il quale non trova buono se non quel che è buono. Il principio qui posto racchiude il diritto di Dio di chiamare a salvazione chi gli piace, quindi anche i pagani quando a Dio piacerà di conceder loro quel favore» (Godet).

16 La espressione:

Non dipende dunque nè da chi vuole nè da chi corre, ma da Dio che fa misericordia,

significa che l'ottener grazia non in potere di chi vuole, ecc. Col «chi vuole» si allude alle arroganti pretese dei Giudei che stimavano avere diritto, perchè progenie d'Abramo, ai favori di Dio. Col «chi corre» (cfr. Romani 9:31) si allude al loro affaticarsi in opere esterne come se costituissero, un merito dinanzi a Dio. Esempio il Fariseo Luca 18:11-12.

17 Ad una parola che dichiara la libertà di Dio nel far grazia, Paolo ne aggiunge una che afferma il corrispondente diritto di sottoporre a giudicio d'induramento chi ei vuole. Il diritto, di far grazia, implica quello di non farla.

Dice infatti la Scrittura a Faraone:

Propriamente, le parole riferite sono state pronunziate da Mosè, ma dietro mandato divino. Sono attribuite alla Scrittura perchè in essa contenute Esodo 9:16. L'esempio, di Faraone fa contrasto con quello di Mosè suo contemporaneo. Di questi due uomini, cresciuti nello stesso palazzo, l'uno è preso, l'altro lasciato. L'ebraico dice: «T'ho fatto stare» o «sussistere», che si può rendere colla LXX: «fosti conservato in vita», ovvero, con Paolo: Ti ho suscitato, che torna a dire: Ti ho fatto nascere e collocato in questa posizione, pur sapendo quel che tu saresti affinchè... Il nome di Faraone non poteva a meno di ricordare quanto viene di lui narrato nell'Esodo, cioè l'induramento al quale fu abbandonato da Dio. Nel caso suo, si vede, non solo il diritto che Dio ha d'indurare chi egli vuole senza che lo si possa accusar d'ingiustizia (trattandosi d'un pagano, gl'Israeliti non ci aveano neppur pensato), ma altresì la sovranità colla quale fa servire alla sua gloria nel mondo, coloro stessi che non elegge.

Appunto per questo io t'ho suscitato: per mostrare in te la mia potenza,

collo schiacciar la tua resistenza,

e perchè il mio nome sia pubblicato per tutta la terra.

Infatti, la miracolosa liberazione, degli Israeliti dal giogo del Faraone egizio riempì di spavento le tribù cananee Esodo 15:14-15; Giosuè 2:9-10; 9:9, e, fino ad oggi, mediante le Scritture, il caso di Faraone ha servito alla gloria di Dio nel mondo intiero.

18 Così adunque Egli fa misericordia a chi vuole e indura chi vuole.

Tale è la conclusione da trarsi dai due esempi addotti. La Scrittura riconosce questo diritto di Dio. Non c'è dunque ingiustizia in lui se l'esercita. D'altronde, l'induramento di Faraone è semplicemente il giudicio divino col quale egli è abbandonato alle conseguenze del suo peccato (cfr. Romani 1:24,26,28). La narrazione biblica può, per tal modo, con pari verità, dire che Faraone «indurò sè stesso» e che «Dio l'indurò» (Cfr. Esodo 7:13-14,22; 8:15; 9:7,34-35; 9:12; 10:1,20,27; 11:10; 14:8).

19 Questa libertà d'indurare, Paolo non ignora che provoca nel cuor dell'uomo, sempre pronto a rigettare sopra Dio la propria colpa, una obbiezione. Se Dio indura chi vuole, vuol dire che resta soppressa la responsabilità morale degli indurati e che Dio non ha più il diritto di rimproverarli come ribelli, quando resistono.

Tu allora mi dirai: Perchè si lagna Egli ancora? Poichè chi può resistere alla sua volontà?

Di fronte alla, tracotanza del peccatore (Esemp. Adamo, Eva, Caino) che si da l'aria di lavarsi le mani delle sue ribellioni e di contestare a Dio il diritto di punirlo, l'Apostolo che sente quanto sia insolente cotesto orgoglio fissa il pigmeo umano che contesta e lo richiama bruscamente al sentimento della sua posizione di fronte a Dio.

20 Piuttosto

(testo più antico),

o uomo, chi sei tu' che replichi a Dio?

Come semplice creatura, debole, limitata nella sua conoscenza, fallibile nei suoi apprezzamenti l'uomo, non è competente per contestare con Dio (Cfr. Romani 11:33-35) e dovrebbe procedere con umiltà.

21 La cosa formata dirà essa a colui che la formò: Perchè mi facesti così? Il vasaio non ha egli potestà sull'argilla da trarre dalla stessa massa un vaso per uso nobile, e un altro per uso ignobile?

La domanda mette in viva luce l'assurdità della cosa. L'essere una «cosa formata», un «vaso» (Romani 9:21) implica inferiorità profonda in intelligenza in potenza, in ogni cosa, insomma, di fronte al formatore; quindi naturale incompetenza a trovar da ridire a quel ch'egli fa. E tale è la posizione dell'uomo di fronte a Dio. Il paragone dell'argilla e del vasellaio s'incontra varie volte nell'Antico Testamento Isaia 45:9-10; 64:8; Giobbe 10:8-9; Geremia 18:1-10, ove il profeta ricorda come Geova spezza i vasi che non sono all'intento suo e, così fa delle nazioni. Va notato qui lo scopo cui è diretto il paragone. Esso non mira a stabilire il diritto di Dio di creare degli esseri moralmente buoni, o cattivi. La creazione d'esseri perversi per parte del Dio di perfezione ripugna al senso morale. Nè si tratta, di questo nel cotesto; bensì del diritto di Dio di trattare, secondo il suo beneplacito le varie parti (nazioni o individui) componenti la massa dell'umanità peccatrice. Cotesta massa è paragonata alla pasta, argillosa, da cui il vasaio trae dei vasi destinati ad usi diversi, più o meno onorevoli, e ciò secondo le regole dell'arte sua e la sua intelligenza. Come l'argilla è in potere del vasellaio, così l'umanità peccatrice è in potere di Dio che può far grazia o condannare senza che alcuno abbia alcun diritto a reclamare. Il vaso ad onore, cioè destinato ad usi onorevoli, simboleggia i popoli od individui che la grazia e la sapienza di Dio costituiscono testimoni della sua bontà, strumenti per l'effettuazione dei suoi disegni misericordiosi. Esempi: L'Israele fedele, Mosè, Paolo, Agostino, Lutero, ecc. Il vaso a disonore rappresenta coloro che come Faraone, Saulle, Giuda, sono fatti bensì servire gloria di Dio, ma col dimostrare la sua giustizia e, la sua potenza (Cfr. Romani 11:22; 2Pietro 2:6; Giuda 7). Li chiama nei versetti seguenti, rispettivamente, «vasi di misericordia» o «vasi d'ira». Si confronti lo stesso paragone adoperato in altro contesto 2Timoteo 2:20-21.

Dio ha il diritto di far servire il peccatore alla gloria della, sua grazia o gloria della sua giustizia. Al peccatore non spetta il contestare, bensì l'umiliarsi, l'implorare mercè, e se Dio apre una via di scampo, l'entrarvi con riconoscenza e prontezza. La frase principiata al versetto Romani 9:22 è incompiuta (Cfr. Giovanni 6:62) c'è da supplire un pensiero tratto dalla similitudine dell'argilla. L'idea fondamentale espressa nella forma vivace d'una interrogazione si può formulare così: L'argilla non ha diritto di criticare il vasellaio per l'uso che fa di essa; e qual diritto ha il peccatore di lagnarsi, se Dio, pur volendo manifestare la sua ira e, potenza sopra coloro ch'egli giudica dover adoperare quali vasi d'ira, li ha sopportati con molta longanimità; e se, volendo far conoscere la ricchezza della sua gloria sopra coloro ch'egli si degna adoperare quali vasi di misericordia, li chiama dove gli, piace, tanto d'infra i pagani come d'infra, i Giudei? La sua pazienza verso i vasi d'ira dimostra qual uso, moderato egli fa della sua giusta severità, e il suo sovrano largheggiare in grazia, anche verso i pagani, dimostra quanto è grande la sua benignità.

22 E che v'è mai da replicare se Dio, volendo mostrare l'ira sua e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con molta longanimità dei vasi d'ira, preparati per la perdizione, e se, per far conoscere le ricchezze della sua gloria verso dei vasi di misericordia che avea già innanzi preparati per la sua gloria, li ha anche chiamati (parlo di noi) non soltanto di fra i Giudei, ma anche di fra i Gentili?

«Vasi d'ira» significa: destinati a subir l'ira, ad esser monumenti dell'ira di Dio. «Preparati», «apprestati per la perdizione», non dice da chi ma, mentre resta vero che si sono da sè, colla loro impenitenza, resi sempre più maturi per la perdizione Romani 2:5, è vero pure che Dio, governando lo sviluppassi del male in loro e le, circostanze della loro punizione, li prepara con i suoi successivi giudici (cfr. Romani 1:24-32), alla loro ruina finale, facendola servire a dimostrazione della sua giustizia. «Dio ha fatto ogni cosa per uno scopo; anche l'empio per il dì della sventura Proverbi 16:4, come ha preparato la calamità per i malvagi Matteo 25:41». La predestinazione in quanto concerne gli individui, non è limitata, alla loro sorte più o meno onorevole, più o meno utile religiosamente, nel tempo presente; ma concerne, in una che Dio solo conosce, anche l'avvenire.

Qui, però, quel che sta, dinanzi alla mente dell'Apostolo è la sorte del suo popolo di cui vede avvicinarsi la reiezione. Di loro egli aveva scritto ai Tessalonicesi 1Tessalonicesi 2:15: «... Essi hanno ucciso il Signor Gesù e i profeti, hanno cacciato noi e non piacciono a Dio e sono avversi a, tutti, gli uomini; divietandoci di parlare ai Gentili perchè sieno salvati. Essi vengono così colmando senza posa la misura dei lor peccati; ma oramai li ha raggiunti l'ira finale». La molta longanimità di Dio ha concesso al fico sterile un ultimo rinviò della sentenza; ma Paolo sente avvicinarsi la tempesta del LXX che piomberà il popolo ribelle nell' απωλεια (distruzione, perdizione) per la quale è maturo.

23 D'altra parte, che v'è da replicare se Dio, volendo far conoscere le ricchezze della sua gloria, cioè la pienezza delle perfezioni spiegate nella salvazione degli eletti, in ispecie il suo amore infinito, usa della sua sovrana libertà nello scegliere gli oggetti della sua misericordia, chiamandoli non solo di fra i Giudei ma anche di fra i pagani? Egli è libero di chiamare anche dei Gentili, com'è libero di rigettare anche dei Giudei.

24 RIFLESSIONI

1. Mentre la elezione misericordiosa di Dio è fonte, per i credenti che ne sono l'oggetto, di profonde consolazioni in mezzo alle avversità Romani 8, la reizione divina di popoli o di individui che n'è il contrapposto, offre dei problemi angosciosi come quelli che soli prospettati in Romani 9. L'argomento, non è mal trattato ex professo nelle Sacre Scritture che sono molto parche al riguardo. E anche, quando ne parlano, convien tener conto del fatto generale che un autore quando è intento a mettere in piena luce un lato della verità, di necessità lascia altri lati non meno importanti. Così Paolo quando rivendica la sovrana libertà di Dio, sembra dimenticare la responsabilità dell'uomo; ma, così non è, poichè, mentre in Romani 9 proclama la sovranità di Dio, in Romani 10 proclamerà non meno energicamente la colpa dell'incredulità umana. Non bisogna dimenticar poi che quanto Paolo dice dell'elezione divina, lo dice non come teoria astratta, ma in relazione col problema che gli sta dinanzi: quello della reiezione d'Israele. Le obbiezioni cui risponde gli vengono dal borioso Fariseo arrogante che tutto crede dovuto ad Israele e sprezza gli altri; gli argomenti dell'Apocalisse sono perciò tratti dalla Sacra Scrittura riconosciuta come autorità dall'avversario. Paolo non insegna che l'Iddio di perfezione abbia dato l'esistenza a individui o a popoli da lui destinati a perdizione. Sarebbe, una mostruosità. Ma insegna che Dio si serve degli individui e dei popoli che costituiscono l'umanità peccatrice, con sovrana libertà, per fini degni di lui e che, in ultima analisi, mirano alla salvazione di tutti gli uomini che non respingano volontariamente la grazia. La reiezione d'Israele giova alla evangelizzazione dei Gentili, e questa servirà a sua volta alla conversione finale d'Israele. L'umanità ribelle dei tempi di Noè, fu bensì «giudicata secondo gli uomini, quanto alla carne» e perì nel diluvio; ma poi l'evangelo fu loro annunziato da Cristo stesso «affinché vivessero secondo Dio quanto allo spirito» 1Pietro 3:19; 4:6. Certo, i motivi della elezione divina ci sono nascosti: «i suoi giudizi sono inscrutabili e le sue vie incomprensibili» Romani 11:33; ma sono giudizi e sono vie del Dio di sapienza, di giustizia e d'infinito amore.

2. Quando si rifletta all'orgoglio, alla presunzione dell'uomo sempre pronto a dimenticare il suo peccato ed il suo nulla, e a citare il Dio di perfezione alla sbarra del suo tribunaluccio, non si troverà strano se talvolta la Scrittura rivendica la grandezza infinita e la sovrana indipendenza di Dio, schiacciando la superbia umana. Questo ci deve insegnare a pensare ed a parlare con ogni riverenza ed umiltà di Dio e delle vie di Dio. Sono degli empi coloro «la, cui lingua passeggia per il cielo». Quanto diverso il sentimento del grande astronomo Newton che si levava il cappello ogni qualvolta il nome di Dio veniva sulle sue labbra!

3. Il consiglio di Dio può esserci nascosto; ma il dovere nostro di ubbidire all'invito della sua grazia in Cristo, e di non indurare il cuore quando udiamo la sua voce, è chiaro ed indubitato. Che altro dobbiam fare se non seguirlo con cuore riconoscente?

4. Ogni creatura deve, in definitiva, servire alla gloria di Dio. Possiamo glorificare la sua bontà accettando volonterosamente la sua grazia e ponendo noi stessi al servizio di Dio. Altrimenti, la nostra ruina glorificherà la giustizia e la potenza di Dio. A noi l'ubbidire con Mosè o il resistere come Faraone.

25 SEZIONE D Romani 9:25-29 La libertà sovrana colla quale Dio chiama a salvezza i pagani e rigetta la maggioranza dei Giudei, è conforme alle predizioni dei Profeti

Il suo diritto di far grazia a chi vuole, Dio non l'ha soltanto dimostrato nei primordi della storia Israelitica (Es. Isacco, Giacobbe Mosè); ma, intende usarne fino alla fine di questa intenzione fanno fede le dichiarazioni dei profeti circa l'avvenire più lontano d'Israele e del regno di Dio. Fra le molte che l'Apostolo poteva citare, ne presceglie due di Osea relative alla vocazione di coloro che non facevano parte del popolo di Dio, e due d'Isaia relative al giudicio sulla maggioranza d'Israele.

La chiamata delle Genti Romani 9:24 è conforme al piano preannunziato nei profeti:

Così Egli dice anche in Osea:

ossia nel libro d'Osea. Che rimaneva da obbiettare al contradditore giudeo, se anche i profeti predicevano quello che tanto ripugnava al suo orgoglio? Le citazioni sono tratte da Osea 2:23; 1:10 con qualche variazione alla LXX e qualche inversione del testo ebraico, che non cambiano nulla alla sostanza. La profezia d'Osea rivolta alle dieci tribù, durante la lunga agonia del regno nordico (ottavo sec. A. C.) annunziava la, reiezione del popolo idolatra sotto la figura, di nomi simbolici dati a figli nati da una meretrice: Lô-Ruchamah (non compatita, o amata), Lô-Ammî (non mio popolo). Ma annunziava in pari tempo che, nell'avvenire, la misericordia di Dio si manifesterebbe ancora col ricevere in grazia il popolo prima reietto; talchè Lô-ammî sarebbe nuovamente chiamato ammî (mio popolo) e Lô-Ruchamah sarebbe chiamata ancora Ruchamah (oggetto di compassione, amata).

"Io chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo e "amata" quella che non era amata;

In quest'annunzio, Paolo scorge la formula del principio di libertà sovrana secondo il quale Dio procede nel chiamare i pagani a salvezza. Che altro è questo, infatti, se non un chiamare ad essere suo popolo coloro che prima, egli avea considerati come estranei a tale privilegio? Allargando alquanto l'applicazione dell'annunzio profetico, egli scorge qui una profezia se non diretta, per lo meno implicita, della vocazione dei popoli pagani.

26 ed avverrà che nel luogo ov'era loro stato detto: "Voi non siete mio popolo", quivi saran chiamati figliuoli dell'Iddio vivente".

L'espressione indeterminata nel luogo dove... quivi... viene a significare, per Paolo: In ogni luogo della terra ove abita un popolo che prima era escluso dalla rivelazione della grazia, quivi risuonerà l'invito della misericordia.

27 Però, mentre vi sono dichiarazioni profetiche che fanno intravedere una assai più larga applicazione della misericordia di Dio, ve ne sono delle altre che annunziano la reiezione del popolo d'Israele ad eccezione soltanto di un debole residuo. Così le due parole d'Isaia ricavate da Isaia 10:22-23, e da Isaia 1:9, ove il profeta esclama, lett. grida cioè annunzia solennemente, quale araldo del Signore, che dalla gran moltitudine d'Israele, solo un resto scamperebbe, mentre il rimanente cadrebbe sotto l'Assiro.

E Isaia esclama riguardo ad Israele: "Quand'anche il numero dei figliuoli d'Israele fosse come la rena del mare, il rimanente solo sarà salvato;

Il testo d'Isaia dice propriamente: «il residuo soltanto tornerà» e s'intende, secondo Romani 10:21, «tornerà all'Iddio, potente».

28 A così debol numero, sarà ridotto il popolo, perchè Dio eseguirà su di esso un giudicio sommario di distruzione. La citazione quale la contengono i tre più antichi manoscritti e la versione Siriaca (2° sec.) è abbreviata dalla LXX che rende l'idea dell'Ebraico sebbene si scosti dalla lettera di esso. L'originale dice lett.: «La distruzione [completa] è risoluta; essa fa traboccar la giustizia: poichè il Signore, l'Eterno degli eserciti, opera in tutto il paese una distruzione decisiva». Paolo così:

perchè il Signore eseguirà sulla terra una sentenza (lett. una parola) in modo completo e reciso".

Il giudicio divino non sarà nè parziale soltanto, nè prorogato da ulteriore pazienza; ma colpirà la nazione tutta quanta e, la colpirà in modo pronto e decisivo. Tali erano stati i giudicî inflitti dagli Assiri e dai Caldei, e tale fu quello eseguito, nel LXX, dai soldati romani.

29 E come Isaia avea già detto prima:

in Isaia 1:9 ove, descrivendo i giudicî che dilagano in tutto il paese, egli esce in questa esclamazione:

Se il Signore degli eserciti,

il sovrano degli angeli e degli astri,

non ci avesse lasciato un seme,

cioè un rampollo, un piccol residuo destinato a conservare il popolo,

saremmo divenuti come Sodoma, e saremmo stati simili a Gomorra,

ch'è quanto dire: Saremmo periti del tutto. Questa Paolo, facendola sua, l'applica alle condizioni del popolo d'Israele (cfr. Romani 11:5). «Lungi adunque dall'essere una violazione della parola di Dio, il suo procedere attuale riguardo ad Israele ne è l'esatto adempimento. Concludendo un patto speciale con Israele, Dio non ha rinunziato al diritto di giudicarlo, ne ha alienato la sua libertà, rispetto ad esso, più che non l'abbia fatto rispetto all'umanità. La sua promessa non aveva avuto mai una tale portata; e la reiezione d'Israele non la intacca minimamente. Dio rimane libero tanto nei suoi giudicî come nei suoi favori. Ben inteso che questa libertà è quella di Dio e non ha che f are coll'arbitrio» (Godet.).

RIFLESSIONI

1. Leggendo i profeti non dobbiamo perder di vista il fatto ch'essi, in virtù dell'intuizione superiore ricevuta dallo Spirito di Dio, mentre istruiscono ed ammoniscono e consolano il popolo in mezzo a cui vivono, formulano, per l'istruzione di tutte le epoche, i principi permanenti, le leggi eterne, secondo cui si svolge il regno di Dio sulla terra.

2. Se le predizioni relative ai giudicî che dovevano colpire Israele e le genti pagane si sono avverate, e se, in parte, si sono adempiute di già le promesse relative al Messia, ne, conforta la certezza che, a suo tempo, si avvereranno anche quelle altre più luminose al compimento del regno di Dio, nella pace, nella, giustizia e nell'amore.

3. L'esperienza morale espressa nell'ultima citazione d'Isaia, accenna, da una parte, al senso di responsabilità e di indegnità che provano i fedeli Israeliti e dall'altra al sentimento che la grazia di Dio è quella che li ha salvati dal naufragio. Se anche non sia capace di conciliare la responsabilità umana colla sovranità della grazia di Dio, il cristiano è accertato dalla esperienza che le due cose sussistono. Il sentirsi nelle braccia del Dio della grazia, è quel che gli dà la forza di combattere il buon combattimento.

30 §2 - Il motivo per cui Israele resta escluso dalla salvazione è il suo rifiuto di accettare la giustizia procurata da Dio in Cristo, a chiunque crede e da lui fatta proclamare nel mondo (Romani 9:30-10:21)

L'Apostolo ha mostrato, fin qui, come la ragione dell'attuale reiezione d'Israele non sta nel mancato adempimento delle promesse divine le quali non toglievano a Dio il suo diritto di sovrana elezione. Ma se quella non è la ragione dello strano fatto, dove si dovrà ricercare? Paolo risponde: Nella cieca ed inescusabile incredulità dei Giudei di fronte al Vangelo di Cristo.

SEZIONE A Romani 9:30-10:13 Israele non è salvato, perchè, nel suo zelo reale, ma cieco, egli si ostina a cercar giustificazione per le opere della legge, invece di accettare la giustizia che trovasi in Cristo, per chiunque crede in Lui

Che diremo dunque?

Dall'osservazione dei fatti quali si vanno svolgendo, in armonia colle profezie, noi non possiamo concludere nè che Dio sia ingiusto, nè ch'egli manchi alle sue promesse. Noi dobbiamo costatare questa apparente anomalia, che i pagani hanno ottenuto quello che non cercavano; mentre Israele non ha ottenuto quello che cercava.

Diremo che i Gentili, i quali non correvano dietro a giustizia, hanno conseguito giustizia, la giustizia, però, che viene dalla fede.

I pagani non procacciavano giustizia, cioè non si preoccupavano gran fatto d'esser trovati in regola con Dio, in istato da esser dichiarati giusti. Il loro politeismo, l'assenza di legge rivelata, contribuivano ad affievolire la nozione del. peccato quale trasgressione della volontà di Dio e meritevole di condannazione. Essi hanno conseguito (lett. afferrata) la giustizia, in quanto si sono trovati disposti a ricevere la giustizia procurata da Dio in Cristo, e fondata sulla condizione soggettiva della fede, all'infuori di ogni merito d'opere.

31 Mentre Israele che correva dietro alla legge della giustizia (o «a una legge di giustizia») non è pervenuto alla legge [della giustizia].

Alcuni interpretano: Israele, che si sforzava di osservare scrupolosamente la legge mosaica prescrivente la giustizia, non è arrivato che ad una osservanza esterna, in sufficiente agli occhi di Dio (Cfr. Romani 2-3) Meglio però intendere legge nel senso più generico di norma, regime di vita. Israele che si sforzava di raggiungere l'ideale di un regime di vita che potesse dirsi giustizia valevole davanti a Dio, non è arrivato, nella pratica, a conseguire quello stato normale. Le espressioni «correr dietro», «afferrare», «pervenire» sono tolte dalle corse (cfr. 1Corinzi 9:24; Filippesi 3:12-14).

32 Questo il fatto, a prima vista strano. Quale ne sarà la ragione morale, il

Perchè?

Paolo risponde:

Perchè [l'hanno voluta ottenere], non dalla fede, ma come dalle opere

(della legge, è aggiunta). Hanno preso una falsa strada. Hanno cercato giustizia per la via, impraticabile all'uomo peccatore, delle opere legali, mentre era loro offerta in Cristo sotto la condizione, sola possibile della fede. Hanno voluto cogliere uve dai pruni, e attingere acqua dolce da una sorgente amara. Così è avvenuto

ch'Essi hanno urtato nella pietra d'intoppo

di cui avevano parlato i profeti, cioè nel Messia.

33 La citazione che segue, Romani 9:33, è libera e combina insieme due passi d'Isaia Isaia 28:16; 8:14.

siccome è scritto: "Ecco, io pongo in Sion una pietra d'intoppo e una roccia d'inciampo; ma chi crede in lui non sarà svergognato".

La stessa immagine è adoperata in Salmi 118:22-23. Cristo l'ha applicata alla propria persona Matteo 21:42. Paolo può quindi applicarla al Messia ch'è infatti la suprema manifestazione di Geova, la pietra angolare su cui poggia la Chiesa. Per le anime assetate di giustizia vera, il Cristo fu, nella sua apparizione, il fondamento della loro pace con Dio; ma per coloro che si credevano giusti e non sognavano che un Messia mondano, Gesù doveva essere e fu una pietra d'intoppo. La sua umile apparenza, la spiritualità del suo regno, la sua morte in croce furono come una pietra contro cui vennero ad urtare i loro pregiudizi ed il loro orgoglio 1Corinzi 1:23. Quindi lo rigettarono e caddero come chi incappa in un sasso. A cui Cristo non è odor di vita, è odor di morte. Il contatto con lui determina una crisi nella vita degli individui ed in quella dei popoli Giovanni 9. Per i Giudei del tempo di Paolo la crisi fu fatale, poichè la maggioranza si chiarì avversa alla fede.

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