7 Perché mancano delle parole in questi versetti in alcune versioni? I versetti 1Gv 5:7-8 hanno una storia interessante. La Vulgata inserisce fra "testimonianza" e "lo Spirito" le parole "in cielo: il Padre, la Parola e lo Spirito Santo; e questi tre sono uno. 8 Tre ancora sono quelli che rendono testimonianza sulla terra:". Ma le parole non appaiono in nessuno delle migliaia di manoscritti greci del Nuovo Testamento che sono stati copiati prima del quindicesimo secolo, non appaiono nelle traduzioni del NT in altre lingue (tranne in latino - e comunque non nel testo latino di Girolamo, che tradusse la Vulgata, né in molti dei manoscritti latini più antichi), e non furono mai citate in greco da un Padre della chiesa (nonostante il fatto che sarebbero state molto utili nei dibattiti sulla Trinità).
Quando Erasmo creò la prima edizione stampata del Nuovo Testamento in greco nel 1516, non mise la frase nelle prime due versioni del testo, non avendola trovata in nessun manoscritto greco. Quando alcuni gli chiesero di inserirla, rispose che l'avrebbe fatto se ci fosse un solo manoscritto greco con la frase. Ma qualcuno, nel 1520, scrisse velocemente un manoscritto con la frase, e Erasmo fu costretto "a causa del suo giuramento", ma comunque protestando, ad includere la frase nella terza edizione del suo NT greco nel 1522. Dopo la tolse di nuovo. Ma le altre Bibbie che furono stampate la inclusero, perché era in alcune edizioni di Erasmo, e così entrò in quello che è chiamata il Textus Receptus, cioè il testo ricevuto comunemente. Di solito, il Textus Receptus segue la maggioranza dei manoscritti greci (ma non in 1Gv 5:7-8), ma non i più vecchi, che non erano ancora scoperti. Così, le versioni moderne che traducono il Textus Receptus (per esempio in italiano la Diodati e la Nuova Diodati) o la Vulgata (alcune versioni cattoliche) contengono la frase, ma le versioni che traducono i manoscritti greci non la contengono. Ci sono altri versetti che mancano in alcune versioni, di solito perché i manoscritti greci più antichi non li contengono mentre la maggior parte dei manoscritti li contengono, per esempio Mc 9:44,46; At 28:29. L'inclusione o non inclusione dei versetti è una questione di critica testuale, che si può approfondire in altri testi, e i traduttori di ogni versione decidono se includere i versetti o non. Ma 1Gv 5:7-8, che non è in nessun manoscritto greco prima del sedicesimo secolo, chiaramente non era nel testo originale scritto dall'apostolo Giovanni. Vedi i commenti su Marco 16:9-20; Giovanni 7:53-8:11.
14 È vero che riceviamo da Dio ogni cosa che chiediamo? Vedi il commento su Matteo 7:7-8.
16 Qual è il peccato che conduce a morte? Giovanni in questi versetti distingue dai peccati che conducono a morte, e quelli che non conducono a morte, in quanto dice di pregare per cui commette un peccato che conduce a morte. Nella storia della chiesa, e ancora oggi, ci sono stati molti suggerimenti per il peccato che conduce a morte. Qui presento solo quello che io penso, da una lettura del contesto dell'intera epistola. Secondo 1Giovanni, il vero Cristiano ha già la vita eterna e lo sa (1Gv 3:14; 5:13), e Dio lo protegge (1Gv 5:18). Anche quando pecca, ha il perdono (1Gv 2:1-2) e quindi non la morte. Dall'altra parte, i peccati che conducono a morte sono il non amare (1Gv 3:14), che è sinonimo di non essere un Cristiano (1Gv 3:19), e non essere in Gesù (1Gv 5:12). La realtà è che tutti i peccati in sé conducono a morte, perché ci rendono soggetti all'ira e al giudizio di Dio, cioè la morte eterna. Ma il Cristiano non riceve la morte che merita, perché è perdonato perché Gesù è morto invece di lui, cioè come sacrificio propiziatorio per lui (1Gv 1:8-2:2). Così dobbiamo pregare per il Cristiano che pecca, pregando per il suo ravvedimento, in modo che ottenga il perdono e la vita da Dio, e pregando che il suo peccato non peggiori né diventi abituale. Quindi il peccato che non conduce a morte è il peccato commesso da un Cristiano (chiamato qui da Giovanni "fratello"), in quanto perdonato, mentre il peccato che conduce a morte è il peccato commesso da un non Cristiano. Infatti Giovanni non dice che un Cristiano può commettere un peccato che conduce a morte; nota solo l'esistenza di un tale peccato. Non dice neanche che non dobbiamo pregare per chi commette un tale peccato; dice solo che non sta dicendo che dobbiamo pregare per (il perdono di) una tale persona. Secondo questa interpretazione, il peccato che conduce a morte è un concetto diverso dal peccato imperdonabile e dalla caduta da cui è impossibile essere ricondotto al ravvedimento, anche se alcuni affermano che sono uguali. Vedi i commenti su Marco 3:29; Ebrei 6:4-6. Alcuni ritengono che i peccati che conducono a morte siano quelli più gravi oppure quelli commessi consapevolmente (come nell'AT, alcuni peccati erano perdonabili attraverso i sacrifici, mentre altri no e furono puniti con la morte Lev 4:2,13,22,27; 5:15-18; Num 15:27-31; 18:22; Dt 17:12; 22:26). Ma nel NT, e soprattutto in questa lettera di Giovanni, è chiaro che la morte di Gesù sia sufficiente per pagare per ogni peccato. Questa interpretazione è però giusta in parte: qualcuno che dice di essere un Cristiano, eppure consapevolmente persiste nel peccare, nel senso di 1G 3:6-10 (vedi il commento su 1Giovanni 3:6-10), in realtà non è un Cristiano, e il suo peccato conduce a morte. Altri ancora ritengono che siano peccati che per cui Dio prende la vita fisica di una persona, per esempio At 5:1-11; 1Cor 11:30 e forse 1Cor 5:5. Ma Giovanni in questa lettera usa sempre "morte" e "vita" nel senso spirituale, non nel senso fisico, per cui sarebbe strano se si riferisse alla morte fisica qui.
I versetti 1Gv 5:7-8 hanno una storia interessante. La Vulgata inserisce fra "testimonianza" e "lo Spirito" le parole "in cielo: il Padre, la Parola e lo Spirito Santo; e questi tre sono uno. 8 Tre ancora sono quelli che rendono testimonianza sulla terra:". Ma le parole non appaiono in nessuno delle migliaia di manoscritti greci del Nuovo Testamento che sono stati copiati prima del quindicesimo secolo, non appaiono nelle traduzioni del NT in altre lingue (tranne in latino - e comunque non nel testo latino di Girolamo, che tradusse la Vulgata, né in molti dei manoscritti latini più antichi), e non furono mai citate in greco da un Padre della chiesa (nonostante il fatto che sarebbero state molto utili nei dibattiti sulla Trinità).
Quando Erasmo creò la prima edizione stampata del Nuovo Testamento in greco nel 1516, non mise la frase nelle prime due versioni del testo, non avendola trovata in nessun manoscritto greco. Quando alcuni gli chiesero di inserirla, rispose che l'avrebbe fatto se ci fosse un solo manoscritto greco con la frase. Ma qualcuno, nel 1520, scrisse velocemente un manoscritto con la frase, e Erasmo fu costretto "a causa del suo giuramento", ma comunque protestando, ad includere la frase nella terza edizione del suo NT greco nel 1522. Dopo la tolse di nuovo. Ma le altre Bibbie che furono stampate la inclusero, perché era in alcune edizioni di Erasmo, e così entrò in quello che è chiamata il Textus Receptus, cioè il testo ricevuto comunemente. Di solito, il Textus Receptus segue la maggioranza dei manoscritti greci (ma non in 1Gv 5:7-8), ma non i più vecchi, che non erano ancora scoperti. Così, le versioni moderne che traducono il Textus Receptus (per esempio in italiano la Diodati e la Nuova Diodati) o la Vulgata (alcune versioni cattoliche) contengono la frase, ma le versioni che traducono i manoscritti greci non la contengono.
Ci sono altri versetti che mancano in alcune versioni, di solito perché i manoscritti greci più antichi non li contengono mentre la maggior parte dei manoscritti li contengono, per esempio Mc 9:44,46; At 28:29. L'inclusione o non inclusione dei versetti è una questione di critica testuale, che si può approfondire in altri testi, e i traduttori di ogni versione decidono se includere i versetti o non. Ma 1Gv 5:7-8, che non è in nessun manoscritto greco prima del sedicesimo secolo, chiaramente non era nel testo originale scritto dall'apostolo Giovanni.
Vedi i commenti su Marco 16:9-20; Giovanni 7:53-8:11.
14 È vero che riceviamo da Dio ogni cosa che chiediamo?
Vedi il commento su Matteo 7:7-8.
16 Qual è il peccato che conduce a morte?
Giovanni in questi versetti distingue dai peccati che conducono a morte, e quelli che non conducono a morte, in quanto dice di pregare per cui commette un peccato che conduce a morte. Nella storia della chiesa, e ancora oggi, ci sono stati molti suggerimenti per il peccato che conduce a morte. Qui presento solo quello che io penso, da una lettura del contesto dell'intera epistola.
Secondo 1Giovanni, il vero Cristiano ha già la vita eterna e lo sa (1Gv 3:14; 5:13), e Dio lo protegge (1Gv 5:18). Anche quando pecca, ha il perdono (1Gv 2:1-2) e quindi non la morte. Dall'altra parte, i peccati che conducono a morte sono il non amare (1Gv 3:14), che è sinonimo di non essere un Cristiano (1Gv 3:19), e non essere in Gesù (1Gv 5:12). La realtà è che tutti i peccati in sé conducono a morte, perché ci rendono soggetti all'ira e al giudizio di Dio, cioè la morte eterna. Ma il Cristiano non riceve la morte che merita, perché è perdonato perché Gesù è morto invece di lui, cioè come sacrificio propiziatorio per lui (1Gv 1:8-2:2). Così dobbiamo pregare per il Cristiano che pecca, pregando per il suo ravvedimento, in modo che ottenga il perdono e la vita da Dio, e pregando che il suo peccato non peggiori né diventi abituale. Quindi il peccato che non conduce a morte è il peccato commesso da un Cristiano (chiamato qui da Giovanni "fratello"), in quanto perdonato, mentre il peccato che conduce a morte è il peccato commesso da un non Cristiano. Infatti Giovanni non dice che un Cristiano può commettere un peccato che conduce a morte; nota solo l'esistenza di un tale peccato. Non dice neanche che non dobbiamo pregare per chi commette un tale peccato; dice solo che non sta dicendo che dobbiamo pregare per (il perdono di) una tale persona.
Secondo questa interpretazione, il peccato che conduce a morte è un concetto diverso dal peccato imperdonabile e dalla caduta da cui è impossibile essere ricondotto al ravvedimento, anche se alcuni affermano che sono uguali. Vedi i commenti su Marco 3:29; Ebrei 6:4-6.
Alcuni ritengono che i peccati che conducono a morte siano quelli più gravi oppure quelli commessi consapevolmente (come nell'AT, alcuni peccati erano perdonabili attraverso i sacrifici, mentre altri no e furono puniti con la morte Lev 4:2,13,22,27; 5:15-18; Num 15:27-31; 18:22; Dt 17:12; 22:26). Ma nel NT, e soprattutto in questa lettera di Giovanni, è chiaro che la morte di Gesù sia sufficiente per pagare per ogni peccato. Questa interpretazione è però giusta in parte: qualcuno che dice di essere un Cristiano, eppure consapevolmente persiste nel peccare, nel senso di 1G 3:6-10 (vedi il commento su 1Giovanni 3:6-10), in realtà non è un Cristiano, e il suo peccato conduce a morte.
Altri ancora ritengono che siano peccati che per cui Dio prende la vita fisica di una persona, per esempio At 5:1-11; 1Cor 11:30 e forse 1Cor 5:5. Ma Giovanni in questa lettera usa sempre "morte" e "vita" nel senso spirituale, non nel senso fisico, per cui sarebbe strano se si riferisse alla morte fisica qui.