Nuova Riveduta:

Atti 25

Paolo davanti a Festo, il nuovo governatore
1 Festo, dunque, giunse nella provincia, e tre giorni dopo salì da Cesarea a Gerusalemme. 2 I capi dei sacerdoti e i notabili dei Giudei gli presentarono le loro accuse contro Paolo; 3 e con intenzioni ostili lo pregavano, chiedendo come un favore, che lo facesse venire a Gerusalemme. Essi intanto avrebbero preparato un'imboscata per ucciderlo durante il viaggio. 4 Ma Festo rispose che Paolo era custodito a Cesarea e che egli stesso doveva partire presto. 5 «Quelli dunque che hanno autorità tra di voi», disse egli, «scendano con me, e se vi è in quest'uomo qualche colpa, lo accusino».
6 Rimasto tra di loro non più di otto o dieci giorni, Festo discese a Cesarea; e il giorno dopo, sedendo in tribunale, ordinò che Paolo gli fosse condotto davanti. 7 Quando egli giunse, i Giudei che erano scesi da Gerusalemme lo circondarono, portando contro di lui numerose e gravi accuse, che non potevano provare; 8 mentre Paolo diceva a sua difesa: «Io non ho peccato né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare». 9 Ma Festo, volendo fare cosa gradita ai Giudei, disse a Paolo: «Vuoi salire a Gerusalemme ed essere giudicato in mia presenza intorno a queste cose?» 10 Ma Paolo rispose: «Io sto qui davanti al tribunale di Cesare, dove debbo essere giudicato; non ho fatto nessun torto ai Giudei, come anche tu sai molto bene. 11 Se dunque sono colpevole e ho commesso qualcosa da meritare la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle cose delle quali costoro mi accusano non c'è nulla di vero, nessuno mi può consegnare nelle loro mani. Io mi appello a Cesare». 12 Allora Festo, dopo aver conferito con il Consiglio, rispose: «Tu ti sei appellato a Cesare; a Cesare andrai».

Festo espone il caso di Paolo al re Agrippa
13 Dopo diversi giorni il re Agrippa e Berenice arrivarono a Cesarea, per salutare Festo. 14 E poiché si trattennero là per molti giorni, Festo raccontò al re il caso di Paolo, dicendo: «Vi è un uomo che è stato lasciato in carcere da Felice, 15 contro il quale, quando mi recai a Gerusalemme, i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei sporsero denuncia, chiedendomi di condannarlo. 16 Risposi loro che non è abitudine dei Romani consegnare un accusato prima che abbia avuto gli accusatori di fronte e gli sia stato dato modo di difendersi dall'accusa. 17 Quando dunque furono venuti qua, senza indugio, il giorno seguente, sedetti in tribunale e ordinai che quell'uomo mi fosse condotto davanti. 18 I suoi accusatori si presentarono, ma non gli imputavano nessuna delle cattive azioni che io supponevo. 19 Essi avevano contro di lui certe questioni intorno alla propria religione e intorno a un certo Gesù, morto, che Paolo affermava essere vivo. 20 E io, non conoscendo la procedura per questi casi, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme e là essere giudicato intorno a queste cose. 21 Ma siccome Paolo aveva interposto appello per essere rimesso al giudizio dell'imperatore, ordinai che fosse custodito finché non l'avessi inviato a Cesare».
22 Agrippa disse a Festo: «Vorrei anch'io ascoltare quest'uomo». Ed egli rispose: «Domani lo ascolterai».
23 Il giorno seguente, dunque, Agrippa e Berenice giunsero con gran pompa, ed entrarono nella sala d'udienza con i tribuni e con i notabili della città; e, per ordine di Festo, fu condotto Paolo.
24 Allora Festo disse: «Re Agrippa, e voi tutti che siete qui presenti con noi, voi vedete quest'uomo, a proposito del quale una folla di Giudei si è rivolta a me, in Gerusalemme e qui, gridando che non deve più restare in vita. 25 Io però non ho trovato che avesse fatto qualcosa meritevole di morte, e poiché egli stesso si è appellato all'imperatore, ho deciso di mandarglielo. 26 Siccome non ho nulla di certo da scrivere all'imperatore, l'ho condotto qui davanti a voi, e principalmente davanti a te, o re Agrippa, affinché, dopo questo esame, io abbia qualcosa da scrivere. 27 Perché non mi sembra ragionevole mandare un prigioniero senza rendere note le accuse che vengono mosse contro di lui».

C.E.I.:

Atti 25

1 Festo dunque, raggiunta la provincia, tre giorni dopo salì da Cesarèa a Gerusalemme. 2 I sommi sacerdoti e i capi dei Giudei gli si presentarono per accusare Paolo e cercavano di persuaderlo, 3 chiedendo come un favore, in odio a Paolo, che lo facesse venire a Gerusalemme; e intanto disponevano un tranello per ucciderlo lungo il percorso. 4 Festo rispose che Paolo stava sotto custodia a Cesarèa e che egli stesso sarebbe partito fra breve. 5 «Quelli dunque che hanno autorità tra voi, disse, vengano con me e se vi è qualche colpa in quell'uomo, lo denuncino».
6 Dopo essersi trattenuto fra loro non più di otto o dieci giorni, discese a Cesarèa e il giorno seguente, sedendo in tribunale, ordinò che gli si conducesse Paolo. 7 Appena giunse, lo attorniarono i Giudei discesi da Gerusalemme, imputandogli numerose e gravi colpe, senza però riuscire a provarle. 8 Paolo a sua difesa disse: «Non ho commesso alcuna colpa, né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare». 9 Ma Festo volendo fare un favore ai Giudei, si volse a Paolo e disse: «Vuoi andare a Gerusalemme per essere là giudicato di queste cose, davanti a me?». 10 Paolo rispose: «Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente. 11 Se dunque sono in colpa e ho commesso qualche cosa che meriti la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle accuse di costoro non c'è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Io mi appello a Cesare». 12 Allora Festo, dopo aver conferito con il consiglio, rispose: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai».
13 Erano trascorsi alcuni giorni, quando arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce, per salutare Festo. 14 E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re il caso di Paolo: «C'è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, contro il quale, 15 durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono con accuse i sommi sacerdoti e gli anziani dei Giudei per reclamarne la condanna. 16 Risposi che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l'accusato sia stato messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall'accusa. 17 Allora essi convennero qui e io senza indugi il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell'uomo. 18 Gli accusatori gli si misero attorno, ma non addussero nessuna delle imputazioni criminose che io immaginavo; 19 avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita. 20 Perplesso di fronte a simili controversie, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme ed esser giudicato là di queste cose. 21 Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio dell'imperatore, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare». 22 E Agrippa a Festo: «Vorrei anch'io ascoltare quell'uomo!». «Domani, rispose, lo potrai ascoltare».
23 Il giorno dopo, Agrippa e Berenìce vennero con gran pompa ed entrarono nella sala dell'udienza, accompagnati dai tribuni e dai cittadini più in vista; per ordine di Festo fu fatto entrare anche Paolo. 24 Allora Festo disse: «Re Agrippa e cittadini tutti qui presenti con noi, voi avete davanti agli occhi colui sul conto del quale tutto il popolo dei Giudei si è appellato a me, in Gerusalemme e qui, per chiedere a gran voce che non resti più in vita. 25 Io però mi sono convinto che egli non ha commesso alcuna cosa meritevole di morte ed essendosi appellato all'imperatore ho deciso di farlo partire. 26 Ma sul suo conto non ho nulla di preciso da scrivere al sovrano; per questo l'ho condotto davanti a voi e soprattutto davanti a te, o re Agrippa, per avere, dopo questa udienza, qualcosa da scrivere. 27 Mi sembra assurdo infatti mandare un prigioniero, senza indicare le accuse che si muovono contro di lui».

Nuova Diodati:

Atti 25

Paolo compare davanti a Festo e si appella a Cesare
1 Quando Festo giunse nella provincia, tre giorni dopo salì da Cesarea a Gerusalemme. 2 Il sommo sacerdote e i capi dei Giudei gli presentarono le loro accuse contro Paolo e lo supplicavano, 3 chiedendogli nei riguardi di Paolo il favore di farlo trasferire a Gerusalemme; così essi lo avrebbero ucciso in un'imboscata lungo la strada. 4 Ma Festo rispose che Paolo era custodito a Cesarea, e che egli stesso sarebbe presto andato . 5 «Perciò le persone influenti tra di voi», disse egli, «scendano con me; e se vi è alcuna colpa in quest'uomo, lo accusino». 6 Fermatosi tra loro non più di otto o dieci giorni, Festo discese a Cesarea; il giorno seguente sedette in tribunale e ordinò che gli fosse portato Paolo. 7 Quando egli giunse, i Giudei che erano discesi da Gerusalemme lo attorniarono, portando contro a Paolo molte e gravi accuse, che però non potevano provare. 8 Paolo diceva a sua difesa: «Io non ho peccato né contro la legge dei Giudei né contro il tempio né contro Cesare». 9 Ma Festo, volendo far cosa grata ai Giudei, rispose a Paolo e disse: «Vuoi tu salire a Gerusalemme per esservi giudicato davanti a me intorno a queste cose?». 10 Allora Paolo disse: «Io sto davanti al tribunale di Cesare, dove devo essere giudicato; io non ho fatto alcun torto ai Giudei, come tu stesso sai molto bene. 11 Se ho fatto del male e ho commesso qualche cosa degna di morte, non rifiuto di morire; ma se non c'è nulla di vero nelle cose delle quali costoro mi accusano, nessuno può consegnarmi nelle loro mani. Mi appello a Cesare». 12 Allora Festo, dopo aver conferito col consiglio, rispose: «Ti sei appellato a Cesare; a Cesare andrai».

Paolo davanti al re Agrippa
13 Alcuni giorni dopo, il re Agrippa e Berenice arrivarono a Cesarea per salutare Festo. 14 E poiché vi si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re il caso di Paolo, dicendo: «Felice ha lasciato prigioniero un certo uomo, 15 contro il quale, quando io fui a Gerusalemme, i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei presentarono accuse, chiedendo la sua condanna. 16 Io risposi loro che non è abitudine dei Romani di consegnare alcuno per la morte prima che l'accusato sia stato messo a confronto con i suoi accusatori, e gli sia stato dato modo di difendersi dall'accusa. 17 Perciò, quando essi si radunarono qui, senza frapporre indugi, il giorno seguente mi sedetti in tribunale e ordinai di portarmi quest'uomo. 18 Quando i suoi accusatori si alzarono, non addussero contro di lui alcuna accusa delle cose che io sospettavo. 19 Ma avevano solamente dei punti di disaccordo sulla loro religione e intorno a un certo Gesù, morto, che Paolo diceva essere vivente. 20 Ora, essendo io perplesso davanti a una controversia del genere, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme e là essere giudicato intorno a queste cose. 21 Ma, essendosi Paolo appellato ad Augusto per rimettersi al suo giudizio, ordinai che fosse custodito finché non potrò mandarlo da Cesare». 22 Agrippa disse a Festo: «Vorrei ascoltare anch'io quest'uomo». Ed egli rispose: «Domani l'ascolterai». 23 Così il giorno seguente Agrippa e Berenice vennero con grande pompa e, entrati nella sala dell'udienza con i tribuni e con i notabili della città, per ordine di Festo Paolo fu condotto . 24 Allora Festo disse: «Re Agrippa, e voi tutti che siete qui presenti con noi, voi vedete costui circa il quale tutta la moltitudine dei Giudei si è rivolta a me in Gerusalemme e qui, gridando che non è più degno di vivere. 25 Io però, avendo riscontrato che non ha fatto alcuna cosa degna di morte ed essendosi egli stesso appellato ad Augusto, ho deliberato di mandarlo. 26 E, siccome non ho nulla di certo da scrivere all'imperatore nei suoi confronti, l'ho condotto qui davanti a voi, e principalmente davanti a te, o re Agrippa, affinché dopo questa udienza io possa avere qualcosa da scrivere. 27 Mi pare infatti irragionevole mandare un prigioniero senza indicare le accuse fatte contro di lui».

Riveduta 2020:

Atti 25

Paolo si appella a Cesare davanti a Festo, il nuovo governatore
1 Festo dunque giunse nella sua provincia e tre giorni dopo salì da Cesarea a Gerusalemme. 2 I capi dei sacerdoti e i notabili dei Giudei gli presentarono le loro accuse contro Paolo 3 e lo pregavano, chiedendolo come favore contro di lui [Paolo], che lo facesse venire a Gerusalemme. Essi intanto avrebbero preparato un'imboscata per ucciderlo lungo il percorso. 4 Festo rispose che Paolo era custodito a Cesarea e che egli stesso doveva partire presto. 5 “Quelli dunque di voi”, disse, “che sono in autorità, scendano con me e, se vi è in quest'uomo qualche colpa, lo accusino”.
6 Rimasto presso di loro non più di otto o dieci giorni, discese a Cesarea e il giorno seguente, postosi a sedere in tribunale, comandò che Paolo gli fosse condotto davanti. 7 E come egli fu giunto, i Giudei che erano discesi da Gerusalemme lo circondarono, portando contro lui molte e gravi accuse, che non potevano provare, mentre Paolo diceva a sua difesa: 8 “Io non ho peccato né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare”. 9 Ma Festo, volendo fare cosa grata ai Giudei, disse a Paolo: “Vuoi salire a Gerusalemme ed essere giudicato davanti a me riguardo a queste cose?”. 10 Ma Paolo rispose: “Io sto qui davanti al tribunale di Cesare, dove devo essere giudicato; io non ho fatto torto alcuno ai Giudei, come anche tu sai molto bene. 11 Se dunque sono colpevole e ho commesso cosa degna di morte, non rifiuto di morire, ma, se nelle cose delle quali costoro mi accusano non c'è nulla di vero, nessuno mi può consegnare nelle loro mani. Io mi appello a Cesare”. 12 Allora Festo, dopo aver conferito con il consiglio, rispose: “Tu ti sei appellato a Cesare; a Cesare andrai”.

Festo espone il caso di Paolo al re Agrippa
13 Dopo diversi giorni il re Agrippa e Berenice arrivarono a Cesarea, per salutare Festo. 14 Poiché si trattenevano là per molti giorni, Festo raccontò al re il caso di Paolo, dicendo: “Vi è un uomo che è stato lasciato in carcere da Felice, contro il quale, 15 quando fui a Gerusalemme, i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei sporsero denuncia, chiedendomi di condannarlo. 16 Risposi loro che non è usanza dei Romani di consegnare nessuno, prima che l'accusato abbia avuto gli accusatori di fronte e gli sia stato dato modo di difendersi dall'accusa. 17 Quando dunque furono venuti qua, senza indugio, il giorno seguente, sedetti in tribunale e comandai che quell'uomo mi fosse condotto davanti. 18 I suoi accusatori però, presentatisi, non gli imputavano alcuna delle cattive azioni che io supponevo, 19 ma avevano contro lui certe questioni intorno alla propria religione e intorno a un certo Gesù morto, che Paolo affermava essere vivente. 20 E io, essendo in dubbio sul come procedere in questi casi, gli dissi se voleva andare a Gerusalemme e là essere giudicato riguardo a queste cose. 21 Ma, avendo Paolo interposto appello per essere rimesso al giudizio dell'imperatore, io comandai che fosse custodito, finché lo mandassi a Cesare”.
22 E Agrippa disse a Festo: “Anch'io vorrei ascoltare quest'uomo”. Ed egli rispose: “Domani lo ascolterai”.

Paolo davanti al re Agrippa e a sua sorella Berenice
23 Il giorno seguente, dunque, essendo venuti Agrippa e Berenice con molta pompa, entrarono nella sala d'udienza con i tribuni e con i principali della città, dove, per ordine di Festo, fu condotto Paolo.
24 Festo disse: “Re Agrippa e voi tutti che siete qui presenti con noi, voi vedete quest'uomo, a proposito del quale una folla di Giudei si è rivolta a me, in Gerusalemme e qui, gridando che non deve vivere più oltre. 25 Io però non ho trovato che avesse fatto cosa alcuna degna di morte ed essendosi egli stesso appellato all'imperatore, ho deciso di mandarglielo. 26 Siccome non ho nulla di certo da scriverne al mio signore, l'ho condotto qui davanti a voi e principalmente davanti a te, o re Agrippa, affinché, dopo esame, io abbia qualcosa da scrivere. 27 Perché non mi pare cosa ragionevole mandare un prigioniero, senza notificare le accuse che gli sono mosse contro”.

La Parola è Vita:

Atti 25

1 
Tre giorni dopo aver assunto l'incarico nella sua provincia, Festo lasciò Cesarèa e si recò a Gerusalemme. 2 Allora vennero da lui i capi sacerdoti e i Giudei più importanti per presentargli le loro accuse contro Paolo; 3 e pregarono Festo di mandarlo a Gerusalemme. La loro intenzione era di tendergli un agguato e ucciderlo durante il viaggio. 4 Ma Festo rispose che Paolo era tenuto in custodia a Cesarèa, dove egli stesso doveva tornare quanto prima. 5 «Quelli che si occupano di questo affare», aggiunse Festo, «devono venire con me a Cesarèa per il processo».

Inizia il processo.
6 Dopo una decina di giorni, Festo tornò a Cesarèa e, il giorno successivo, aprì il processo contro Paolo.
7 Quando Paolo arrivò in tribunale, i Giudei venuti da Gerusalemme lo circondarono, lanciandogli contro accuse molto pesanti, che però non potevano provare. 8 Paolo diceva in sua difesa: «Io non ho fatto niente di male né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, e neppure contro Cesare».
9 Allora Festo, per entrare nelle grazie dei Giudei, chiese a Paolo: «Accetti di andare a Gerusalemme? Per queste accuse potresti essere processato là in mia presenza...»
10 Ma Paolo rispose: «No, anzi, chiedo il privilegio di essere ascoltato dall'imperatore stesso! Voi sapete molto bene che non sono colpevole. Se ho fatto qualche cosa che merita la morte, non sarò io a tirarmi indietro! Ma se sono innocente, né tu, né nessun altro avete il diritto di consegnarmi a costoro che mi vogliono morto. M'appello a Cesare!»
11  12 Allora Festo, dopo aver conferito con i suoi consiglieri, rispose: «Benissimo, ti sei appellato a Cesare e da Cesare andrai!»
13 Dopo alcuni giorni, il re Agrippa, insieme con sua sorella Berenice, venne a far visita a Festo. 14 Siccome si trattennero per diversi giorni, Festo parlò al re del caso di Paolo. «Abbiamo qui un prigioniero», gli disse, «il cui caso mi è stato lasciato da Felice. 15 Quand'ero a Gerusalemme, i capi sacerdoti e gli anziani mi hanno dato la loro versione dei fatti ed hanno chiesto di condannarlo. 16 Naturalmente ho subito detto loro che non rientra nella legge romana condannare un uomo prima del processo. Gli si deve dare la possibilità di difendersi faccia a faccia con i suoi accusatori.
17 Quando i capi sacerdoti e gli anziani Giudei sono venuti per il processo, io, senza perdere tempo, ho fissato l'udienza per il giorno dopo e ho ordinato che fosse portato Paolo. 18 Ma le accuse fatte contro di lui non erano proprio quelle che mi aspettavo. 19 Si tratta di una questione che riguarda la loro religione... un certo Gesù che morì, ma che, secondo Paolo, è tuttora vivo. 20 Io ero molto perplesso. Come portare avanti un caso di questo genere? Allora ho chiesto a Paolo se voleva andare a Gerusalemme per essere processato in quella città. 21 Invece lui si è appellato a Cesare. Così ho ordinato che fosse di nuovo rinchiuso in prigione, dove resterà finché non lo manderò dall'imperatore».
22 «Mi piacerebbe proprio sentire quest'uomo!» esclamò Agrippa.
«Domani ne avrai l'occasione», rispose Festo. 23 Il giorno seguente, il re Agrippa e Berenice arrivarono in pompa magna nella sala d'udienza, accompagnati dagli ufficiali e dagli uomini importanti della città. Festo allora ordinò che fosse portato Paolo.
24 Poi si rivolse ai presenti: «Re Agrippa e voi tutti qui presenti», disse, «questo è l'uomo, per cui i Giudei di questa città e quelli di Gerusalemme chiedono la pena di morte! 25 Secondo me, però, costui non ha fatto niente che meriti tale condanna. Siccome lo stesso imputato s'è appellato a Cesare, non ho altra alternativa: glielo manderò. 26 Ma che cosa devo scrivere all'imperatore? In effetti, non ci sono contro di lui accuse che reggano. Perciò l'ho portato qui, davanti a tutti voi, e specialmente davanti a te, re Agrippa, perché dopo quest'esame, tu mi dica cosa devo scrivere. 27 Mi pare assurdo mandare un prigioniero all'imperatore, senza precisare di che cosa sia accusato!»

La Parola è Vita
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Riveduta:

Atti 25

Paolo dinanzi a Festo
1 Festo dunque, essendo giunto nella sua provincia, tre giorni dopo salì da Cesarea a Gerusalemme. 2 E i capi sacerdoti e i principali dei Giudei gli presentarono le loro accuse contro a Paolo; 3 e lo pregavano, chiedendo per favore contro a lui, che lo facesse venire a Gerusalemme. Essi intanto avrebbero posto insidie per ucciderlo per via. 4 Festo allora rispose che Paolo era custodito a Cesarea, e che egli stesso dovea partir presto. 5 Quelli dunque di voi, diss'egli, che possono, scendano meco; e se v'è in quest'uomo qualche colpa, lo accusino. 6 Rimasto presso di loro non più di otto o dieci giorni, discese in Cesarea; e il giorno seguente, postosi a sedere in tribunale, comandò che Paolo gli fosse menato dinanzi. 7 E com'egli fu giunto, i Giudei che eran discesi da Gerusalemme gli furono attorno, portando contro lui molte e gravi accuse, che non potevano provare; mentre Paolo diceva a sua difesa: 8 Io non ho peccato né contro la legge de' Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare. 9 Ma Festo, volendo far cosa grata ai Giudei, disse a Paolo: Vuoi tu salire a Gerusalemme ed esser quivi giudicato davanti a me intorno a queste cose? 10 Ma Paolo rispose: Io sto qui dinanzi al tribunale di Cesare, ove debbo esser giudicato; io non ho fatto torto alcuno ai Giudei, come anche tu sai molto bene. 11 Se dunque sono colpevole e ho commesso cosa degna di morte, non ricuso di morire; ma se nelle cose delle quali costoro mi accusano non c'è nulla di vero, nessuno mi può consegnare per favore nelle loro mani. Io mi appello a Cesare. 12 Allora Festo, dopo aver conferito col consiglio, rispose: Tu ti sei appellato a Cesare; a Cesare andrai.

Paolo dinanzi ad Agrippa
13 E dopo alquanti giorni il re Agrippa e Berenice arrivarono a Cesarea, per salutar Festo. 14 E trattenendosi essi quivi per molti giorni, Festo raccontò al re il caso di Paolo, dicendo: V'è qui un uomo che è stato lasciato prigione da Felice, contro il quale, 15 quando fui a Gerusalemme, i capi sacerdoti e gli anziani de' Giudei mi sporsero querela, chiedendomi di condannarlo. 16 Risposi loro che non è usanza de' Romani di consegnare alcuno, prima che l'accusato abbia avuto gli accusatori a faccia, e gli sia stato dato modo di difendersi dall'accusa. 17 Essendo eglino dunque venuti qua, io senza indugio, il giorno seguente, sedetti in tribunale, e comandai che quell'uomo mi fosse menato dinanzi. 18 I suoi accusatori però, presentatisi, non gli imputavano alcuna delle male azioni che io supponevo; 19 ma aveano contro lui certe questioni intorno alla propria religione e intorno a un certo Gesù morto, che Paolo affermava esser vivente. 20 Ed io, stando in dubbio sul come procedere in queste cose, gli dissi se voleva andare a Gerusalemme, e quivi esser giudicato intorno a queste cose. 21 Ma avendo Paolo interposto appello per esser riserbato al giudizio dell'imperatore, io comandai che fosse custodito, finché lo mandassi a Cesare. 22 E Agrippa disse a Festo: Anch'io vorrei udir cotesto uomo. Ed egli rispose: Domani l'udrai. 23 Il giorno seguente dunque, essendo venuti Agrippa e Berenice con molta pompa, ed entrati nella sala d'udienza coi tribuni e coi principali della città, Paolo, per ordine di Festo, fu menato quivi. 24 E Festo disse: Re Agrippa, e voi tutti che siete qui presenti con noi, voi vedete quest'uomo, a proposito del quale tutta la moltitudine de' Giudei s'è rivolta a me, in Gerusalemme e qui, gridando che non deve viver più oltre. 25 Io però non ho trovato che avesse fatto cosa alcuna degna di morte, ed essendosi egli stesso appellato all'imperatore, ho deliberato di mandarglielo. 26 E siccome non ho nulla di certo da scriverne al mio signore, l'ho menato qui davanti a voi, e principalmente davanti a te, o re Agrippa, affinché, dopo esame, io abbia qualcosa da scrivere. 27 Perché non mi par cosa ragionevole mandare un prigioniero, senza notificar le accuse che gli son mosse contro.

Ricciotti:

Atti 25

Paolo dinanzi a Festo
1 Festo pertanto, essendo giunto nella provincia, dopo tre giorni salì da Cesarea a Gerusalemme. 2 E i capi dei sacerdoti e i più ragguardevoli de' Giudei gli si presentarono contro Paolo; e lo pregavano, 3 chiedendogli in grazia che lo facesse venire a Gerusalemme; intanto gli avrebbero teso insidie per ucciderlo lungo la via. 4 Ma Festo rispose che Paolo era tenuto in custodia a Cesarea, dove egli stesso sarebbe tornato fra breve. 5 «Quelli dunque di voi», diss'egli «che hanno autorità di farlo, vengano con me, e lo accusino, se alcun delitto è in quest'uomo». 6 Rimasto non più di otto o dieci giorni tra loro, ridiscese a Cesarea; e il giorno appresso, sedendo in tribunale, comandò che Paolo fosse condotto. 7 Venuto, i Giudei, che eran discesi da Gerusalemme, lo circondarono, movendogli molte e gravi accuse che non potevano provare, 8 mentre Paolo si difendeva: «Io non ho fatto nulla di male nè contro la legge de' Giudei, nè contro il tempio, nè contro Cesare». 9 Ma Festo, volendo entrar nelle grazie de' Giudei, chiese a Paolo: «Vuoi tu salire a Gerusalemme, ed esservi giudicato di queste cose in mia presenza?». 10 Ma Paolo rispose: «Io sto al tribunale di Cesare, e qui mi si deve giudicare. A' Giudei non ho fatto torto, come tu sai molto bene. 11 Dato ch'io sia colpevole e abbia fatto cosa degna di morte, non ricuso di morire; ma se nelle accuse di costoro non c'è nulla di vero, nessuno mi può donare ad essi. Mi appello a Cesare!». 12 Allora Festo, conferito col suo consiglio, rispose: «Ti sei appellato a Cesare? A Cesare andrai».

Paolo dinanzi ad Agrippa
13 Passati alcuni giorni, il re Agrippa e Berenice arrivarono a Cesarea per salutare Festo. 14 Ed essendosi trattenuti vari giorni, Festo parlò di Paolo al re, dicendo: «È qui un cert'uomo, lasciato in prigione da Felice. 15 Quando fui a Gerusalemme, vennero i capi dei sacerdoti e gli anziani, chiedendo la sua condanna. 16 Risposi loro che non era usanza de' Romani di condannare un uomo, prima che l'accusato si trovi in faccia degli accusatori, e abbia modo di difendersi dall'accusa. 17 Quindi, essi vennero qua, e io, senza indugio, il giorno appresso, sedendo in tribunale, comandai che quell'uomo mi fosse menato innanzi. 18 I suoi accusatori, presentatisi, non gli attribuivano alcun delitto di quelli ch'io sospettavo; 19 avevan solo contro di lui certe quistioni riguardanti la loro particolare superstizione e un certo Gesù morto, che Paolo affermava esser vivente. 20 E stando io in dubbio sulla faccenda, gli proposi se voleva andar a Gerusalemme ed esservi giudicato di queste cose. 21 Ma, essendosi Paolo appellato per esser riservato al giudizio d'Augusto, io comandai fosse tenuto in custodia finchè lo mandassi a Cesare». 22 E Agrippa disse a Festo: «Vorrei udirlo anch'io codest'uomo». Quello rispose: «Domani l'udrai». 23 Il giorno appresso, Agrippa e Berenice vennero in gran pompa, e, entrati nella sala d'udienza coi tribuni e co' notabili della città, Paolo, per ordine di Festo, fu menato innanzi. 24 E Festo disse: «Re Agrippa, e tutti che siete qui presenti, voi vedete quest'uomo contro il quale tutta la moltitudine de' Giudei s'è rivolta a me in Gerusalemme, gridando non esser più degno di vivere. 25 Io però ho riconosciuto che non ha fatto nulla che meriti la morte; e siccome egli stesso s'è appellato ad Augusto, io ho deciso di mandarlo. 26 Ma non ho nulla di ben certo da scriverne al sovrano; perciò l'ho fatto venire davanti a voi, e principalmente davanti a te, o re Agrippa, affinchè, dopo questo esame, io abbia qualcosa da scrivere. 27 Sembra infatti del tutto fuor di ragione mandare un carcerato senza dir le accuse contro di lui».

Tintori:

Atti 25

Paolo innanzi a Pesto appella a Cesare
1 Festo dunque, tre giorni dopo essere arrivato nella provincia, da Cesarea salì a Gerusalemme. 2 E comparvero dinanzi a lui, contro Paolo, i principi dei sacerdoti, gli anziani e i più ragguardevoli dei Giudei; 3 e lo pregavano, chiedendogli in grazia, che ordinasse di condurlo a Gerusalemme, e intanto gli tendevano insidie per ucciderlo nel viaggio. 4 Ma Festo rispose che Paolo era custodito in Cesarea e che egli stesso partirebbe tra breve, 5 e soggiunse: Quelli che tra voi hanno autorità, vengano assieme e lo accusino, se c'è alcun delitto in quest'uomo. 6 Rimasto poi tra loro non più di otto o dieci giorni, andò a Cesarea, e il giorno seguente stando in tribunale, ordinò che fosse presentato Paolo. 7 Ed essendogli stato condotto, lo circondarono i Giudei venuti da Gerusalemme, portando contro di lui molte e gravi accuse che non potevano provare, 8 mentre Paolo faceva la sua difesa: Non ho fatto niente di male, nè contro la legge dei Giudei, nè contro il tempio, nè contro Cesare. 9 Festo, però, volendo far cosa grata ai Giudei, rispondendo a Paolo, disse: Vuoi tu venire a Gerusalemme ed esservi giudicato di queste cose alla mia presenza? 10 Ma Paolo disse: Sto dinanzi al tribunale di Cesare: qui, devo essere giudicato. Ai Giudei, non ho fatto alcun torto, come tu ben sai. 11 Che se ho fatto ingiustizia o se ho commessa qualche cosa degna di morte, non ricuso di morire, ma se non c'è nulla di vero nelle cose di cui questi mi accusano, nessuno può consegnarmi ad essi. Appello a Cesare. 12 Allora Festo, avendo trattato in consiglio, rispose: Hai appellato a Cesare? A Cesare andrai.

Paolo dinanzi a Festo e al re Agrippa
13 E, passati alcuni giorni, il re Agrippa e Berenice si recarono a Cesarea a salutare Festo. 14 Ed essendosi trattenuti per vari giorni, Festo parlò al re di Paolo, dicendo: Da Felice è stato lasciato in prigione un certo uomo, 15 per cagion del quale quando fui a Gerusalemme vennero a trovarmi i principi dei sacerdoti e i seniori dei Giudei, chiedendone la condanna. 16 Risposi non essere costume dei Romani di condannare alcuno prima che l'accusato abbia presenti gli accusatori e gli sia dato modo di difendersi dalle accuse. 17 E così essendo essi immediatamente accorsi qua, il giorno seguente, sedendo in tribunale, ordinai che fosse condotto quell'uomo. 18 I suoi accusatori, presentatisi, non gli imputavano alcun delitto di quelli che io sospettavo; 19 ma avevan contro costui certe questioni intorno alla loro superstizione e intorno a un certo Gesù morto che Paolo affermava esser vivo. 20 Standomene irrisoluto intorno a tal questione, gli proposi se voleva andare a Gerusalemme ed esservi giudicato di queste cose. 21 Ma avendo Paolo interposto appello per essere riserbato al giudizio di Augusto, l'ho fatto ritenere fino a quando non lo mandi a Cesare. 22 Allora Agrippa disse a Festo: Anch'io vorrei sentire quest'uomo. E l'altro disse: Domani lo sentirai. 23 Il giorno dopo essendo andati Agrippa e Berenice con gran pompa, ed entrati nell'udienza coi tribuni e coi notabili della città, fu per ordine di Festo condotto Paolo. 24 E Festo disse: Re Agrippa e voi tutti che siete qui con noi, voi vedete quest'uomo, contro il quale tutta la moltitudine dei Giudei ha fatto ricorso a me in Gerusalemme, gridando che non deve più vivere. 25 Io però ho riconosciuto che non ha fatto nulla degno di morte. Ma avendo lui stesso appellato ad Augusto, ho determinato di mandarglielo. 26 Or non avendo niente di certo da scrivere di lui al sovrano, l'ho fatto venire dinanzi a voi, e principalmente dinanzi a te, o re Agrippa, affinchè, esaminatolo, io abbia qualche cosa da scrivere. 27 Chè mi sembra irragionevole mandare uno legato, senza accusarne i motivi.

Martini:

Atti 25

Pesto non condiscende a' Giudei, i quali con frode chiedevano, che Paolo fosse condotto a Gerusalemme; ma ascolta in Cesarea gli accusatori, e la risposta di Paolo, il quale interrogato, se volesse essere giudicato in Gerusalemme, appella a Cesare. Festo dà notizia della causa di Paolo ad Agrippa, il quale brama di udirlo, e il dì seguente per ordine di Festo egli e condotto dinanzi ad Agrippa, e a Berenice.
1 Festo adunque entrato nella provincia, tre giorni dopo andò da Cesarea a Gerusalemme. 2 E comparvero dinanzi a lui i principi de' sacerdoti, e i più ragguardevoli Giudei contro Paolo: e lo pregavano, 3 Chiedendogli grazia contro di lui, che comandasse di farlo condurre in Gerusalemme, tendendogli insidie per ammazzarlo nel viaggio. 4 Ma Pesto rispose, che Paolo era custodito in Cesarea: e che egli stesso partirebbe in breve. 5 Quegli adunque (disse egli) di voi, che possono farlo, vengano insieme, e se alcun delitto è in quest'uomo, lo accusino. 6 Ed essendo restato tra di loro non più di otto, o dieci giorni andò a Cesarea, e il dì seguente sedendo a tribunale, ordinò, che fosse condotto Paolo. 7 Ed essendo egli stato condotto, lo circondarono que' Giudei, che eran venuti da Gerusalemme, portando molte, e gravi accuse contro di Paolo, le quali non potevano provare. 8 Difendendosi Paolo con dire: non ho niente peccato né contro la legge de' Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare. 9 Ma Festo volendo far cosa grata ai Giudei, rispose a Paolo, e disse: vuoi tu venire a Gerusalemme, e quivi esser sopra queste cose giudicato dinanzi a me? 10 Ma Paolo disse: sto dinanzi al tribunale di Cesare, ivi fa di mestieri, ch'io sia giudicato. A' Giudei non ho fatto torto, come tu sai benissimo. 11 Imperocché se ho fatto torto, o se ho fatta cosa degna di morte, non ricuso di morire: che se non è nulla di tutto quello, onde questi mi accusano, nissuno può ad essi donarmi. Appello a Cesare. 12 Allora Festo avendone discorso in consiglio, rispose: Hai appellato a Cesare? A Cesare andrai. 13 E passati alcuni giorni, il re Agrippa, e Berenice si portaron a Cesarea per salutare Festo. 14 Ed essendovisi trattenuti per vari giorni, Festo parlò di Paolo al re, dicendo: Havvi un cert'uomo lasciato in catene da Felice, 15 Per cagion del quale, essendo io a Gerusalemme, venner a trovarmi i principi de' sacerdoti, e i seniori de' Giudei, chiedendo, ch'ci fosse condannato. 16 A' quali io risposi: Non esser costume de' Romani di condannare alcun uomo prima, che l'accusato abbia presenti gli accusatori, e gli sia dato luogo di difesa per purgarsi dalle accuse. 17 Eglino adunque essendo immediatamente concorsi qua il dì vegnente, sedendo a tribunale ordinai, che fosse condotto quell'uomo. 18 Di cui presentatisi gli accusatori non gli opponevano delitto alcuno di quelli, che io sospettava: 19 Ma aveano alcune dispute contro di lui intorno alla loro superstizione, e intorno a un certo Gesù morto, che Paolo diceva esser vivo. 20 E stando io irresoluto sopra tal questione io diceva, se avesse voluto andare a Gerusalemme, ed ivi eser giudicato sopra queste cose. 21 Ma avendo Paolo interposto appello, affine di essere riserbato al giudizio di Augusto, ordinai, che fosse custodito sino a tanto, che io lo mandi a Cesare. 22 E Agrippa disse a Festo: Ancor io bramerei di sentire quest'uomo. E quegli: Domane, disse, lo sentirai. 23 E il dì seguente essendo andati Agrippa, e Berenice con molta magnificenza, ed entrati nell'uditorio co' tribuni, e colle persone principali della città, fu per ordine di Festo condotto Paolo. 24 E Festo disse: Agrippa re, e voi tutti, che siete qui insieme con noi, voi vedete quest'uomo, contro del quale tutta la moltitudine de' Giudei ha fatto ricorso a me in Gerusalemme, gridando, che non conviene, ch'ei viva più. 25 Io però ho riconosciuto, che non ha fatto nulla, che meriti morte. Ma avendo egli stesso appellato ad Augusto, ho determinato di mandarglielo. 26 Intorno ai quale nulla ho di certo da scrivere al Signore. Per la qual cosa l'ho fatto venire dinanzi a voi, e principalmente dinanzi a te, o re Agrippa, affinché disaminatolo io abbia qualche cosa da scrivere. 27 Imperocché contro ogni ragione mi sembra mandare un uomo legato, senza accennare i motivi.

Diodati:

Atti 25

1 Festo adunque, essendo entrato nella provincia, tre giorni appresso salì di Cesarea in Gerusalemme. 2 E il sommo sacerdote, ed i principali de' Giudei, comparvero dinanzi a lui, contro a Paolo. 3 E lo pregavano, chiedendo una grazia contro a lui, che egli lo facesse venire in Gerusalemme, ponendo insidie, per ucciderlo per lo cammino. 4 Ma Festo rispose, che Paolo era guardato in Cesarea; e che egli tosto vi andrebbe. 5 Quegli adunque di voi, disse egli, che potranno, scendano meco; e se vi è in quest'uomo alcun misfatto, accusinlo. 6 Ed essendo dimorato appresso di loro non più di otto o di dieci giorni discese in Cesarea; e il giorno seguente, postosi a sedere in sul tribunale, comandò che Paolo gli fosse menato davanti. 7 E, quando egli fu giunto, i Giudei che erano discesi di Gerusalemme, gli furono d'intorno, portando contro a Paolo molte e gravi accuse, le quali però essi non potevano provare. Dicendo lui a sua difesa: 8 Io non ho peccato nè contro alla legge de' Giudei, nè contro al tempio, nè contro a Cesare. 9 Ma Festo, volendo far cosa grata ai Giudei, rispose a Paolo, e disse: Vuoi tu salire in Gerusalemme, ed ivi esser giudicato davanti a me intorno a queste cose? 10 Ma Paolo disse: Io comparisco davanti al tribunal di Cesare, ove mi conviene esser giudicato; io non ho fatto torto alcuno a' Giudei, come tu stesso lo riconosci molto bene. 11 Perciocchè se pure ho misfatto, o commessa cosa alcuna degna di morte, non ricuso di morire; ma, se non è nulla di quelle cose, delle quali costoro mi accusano, niuno può donarmi loro nelle mani; io mi richiamo a Cesare. 12 Allora Festo, tenuto parlamento col consiglio, rispose: Tu ti sei richiamato a Cesare? a Cesare andrai.
13 E DOPO alquanti giorni, il re Agrippa, e Bernice, arrivarono in Cesarea, per salutar Festo. 14 E, facendo quivi dimora per molti giorni, Festo raccontò al re l'affare di Paolo, dicendo: Un certo uomo è stato lasciato prigione da Felice. 15 Per lo quale, quando io fui in Gerusalemme, comparvero davanti a me i principali sacerdoti, e gli anziani de' Giudei, chiedendo sentenza di condannazione contro a lui. 16 A' quali risposi che non è l'usanza de' Romani di donare alcuno, per farlo morire, avanti che l'accusato abbia gli accusatori in faccia e gli sia stato dato luogo di purgarsi dell'accusa. 17 Essendo eglino adunque venuti qua, io, senza indugio, il giorno seguente, sedendo in sul tribunale, comandai che quell'uomo mi fosse menato davanti. 18 Contro al quale gli accusatori, essendo compariti, non proposero alcuna accusa delle cose che io sospettava. 19 Ma aveano contro a lui certe quistioni intorno alla lor superstizione, ed intorno ad un certo Gesù morto, il qual Paolo dicea esser vivente. 20 Ora, stando io in dubbio come io procederei nell'inquisizion di questo fatto, gli dissi se voleva andare in Gerusalemme, e quivi esser giudicato intorno a queste cose. 21 Ma, essendosi Paolo richiamato ad Augusto, per esser riserbato al giudicio d'esso, io comandai ch'egli fosse guardato, finchè io lo mandassi a Cesare. 22 Ed Agrippa disse a Festo: Ben vorrei ancor io udir cotest'uomo. Ed egli disse: Domani l'udirai. 23 Il giorno seguente adunque, essendo venuti Agrippa e Bernice, con molta pompa, ed entrati nella sala dell'udienza, co' capitani, e co' principali della città, per comandamento di Festo, Paolo fu menato quivi. 24 E Festo disse: Re Agrippa, e voi tutti che siete qui presenti con noi, voi vedete costui, al quale tutta la moltitudine de' Giudei ha dato querela davanti a me, ed in Gerusalemme, e qui, gridando che non convien che egli viva più. 25 Ma io, avendo trovato ch'egli non ha fatta cosa alcuna degna di morte, ed egli stesso essendosi richiamato ad Augusto, io son deliberato di mandarglielo. 26 E, perciocchè io non ho nulla di certo da scriverne al mio signore, l'ho menato qui davanti a voi, e principalmente davanti a te, o re Agrippa, acciocchè, fattane l'inquisizione, io abbia che scrivere. 27 Perciocchè mi par cosa fuor di ragione di mandare un prigione, e non significar le accuse che son contro a lui.

Commentario completo di Matthew Henry:

Atti 25

1 INTRODUZIONE AGLI ATTI CAPITOLO 25

Alcuni pensano che Felice fu cacciato, e Festo gli succedette, subito dopo l'imprigionamento di Paolo, e che i due anni menzionati alla fine del capitolo precedente debbano essere calcolati dall'inizio del regno di Nerone; ma sembra più naturale calcolarli dal fatto che Paolo fu consegnato nelle mani di Felice. Tuttavia, qui abbiamo più o meno la stessa gestione del caso di Paolo che abbiamo avuto nel capitolo precedente; ne si prende qui conoscenza,

I. Da Festo il governatore; è portato davanti a lui dai Giudei, Atti 25:1-3. È stabilito che l'udienza avvenga non a Gerusalemme, come desideravano i Giudei, a Cesarea, Atti 25:4-6. Gli ebrei compaiono contro Paolo e lo accusano (Atti 25:7), ma egli si basa sulla propria innocenza (Atti 25:8); e per evitare che la causa fosse trasferita a Gerusalemme, alla quale era stato costretto ad acconsentire, alla fine si appella a Cesare, Atti 25:9-12.

II. Per mezzo del re Agrippa, a cui Festo riferisce il suo caso (Atti 25:13-21), e Agrippa desidera che egli stesso ne venga ascoltato, Atti 25:22. Di conseguenza viene fissata la corte, e Paolo viene portato alla sbarra (Atti 25:23), e Festo apre la causa (Atti 25:24-27), per introdurre la difesa di Paolo nel capitolo successivo.

Ver. 1. Diciamo comunemente:

"Nuovi signori, nuove leggi, nuovi costumi";

ma qui c'era un nuovo governatore, eppure Paolo ricevette da lui lo stesso trattamento che aveva ricevuto dal precedente, e non migliore. Festo, come Felice, non è così giusto con lui come avrebbe dovuto essere, perché non lo libera; e tuttavia non così ingiusto verso di lui come i Giudei avrebbero voluto che fosse, perché non lo condannerà a morire, né lo esporrà alla loro ira. Ecco qui

L'insistente applicazione che il sommo sacerdote e altri ebrei usarono presso il governatore per persuaderlo ad abbandonare Paolo; perché mandarlo a Gerusalemme significava in effetti abbandonarlo.

1. Vedete quanto furono veloci nelle loro domande a Festo riguardo a Paolo. Appena fu entrato nella provincia e si fu impossessato del governo nel quale, probabilmente, si era insediato a Cesarea, nel giro di tre giorni salì a Gerusalemme per mostrarsi lì, e subito i sacerdoti furono su di lui per procedere contro Paolo. Si fermò tre giorni a Cesarea, dove Paolo era prigioniero, e non troviamo che in quel periodo Paolo gli abbia fatto alcuna richiesta per liberarlo, anche se, senza dubbio, avrebbe potuto farsi buoni amici, per poter sperare di prevalere, ma non appena arriva a Gerusalemme i sacerdoti hanno tutta fretta di fare un interesse con lui contro Paolo. Guarda com'è irrequieta la malizia. Paolo sopporta con più pazienza il prolungamento della sua prigionia di quanto non sopportino i suoi nemici il ritardo della sua accusa fino alla morte.

2. Guarda quanto sono stati dispettosi nella loro domanda. Informarono il governatore contro Paolo (Atti 25:2) prima che fosse sottoposto a un processo equo, affinché potessero, se possibile, giudicare la causa in anticipo con il governatore e fare di lui una parte che doveva essere il giudice. Ma non potevano confidare in questo artificio, per quanto abbastanza vile; perché il governatore sarebbe sicuro di sentirlo lui stesso, e allora tutte le loro informazioni contro di lui cadrebbero a terra; e quindi formano un altro progetto molto più vile, e cioè assassinare Paolo prima che venisse al suo processo. Questi metodi infernali e disumani, che tutto il mondo professa almeno di aborrire, fanno ricorrere questi persecutori per gratificare la loro malizia contro il vangelo di Cristo, e anche questo sotto il colore dello zelo per Mosè. Tantum religio potuit suadere malorum - Tale era il loro terribile zelo religioso.

3. Guarda quanto era speciosa la finzione. Ora che il governatore era a Gerusalemme, desideravano che mandasse a chiamare Paolo e lo processasse lì, il che avrebbe risparmiato ai pubblici ministeri una grande quantità di lavoro, e sembravano molto ragionevoli, perché era accusato di aver profanato il tempio di Gerusalemme, ed è consuetudine che i criminali siano processati nel tribunale in cui è stato commesso il fatto; ma ciò che hanno progettato era di tendergli un agguato mentre era stato portato e di ucciderlo lungo la strada, supponendo che non fosse allevato sotto una guardia così forte come quella con cui era stato mandato giù, o che gli ufficiali che dovevano portarlo su potessero essere corrotti per dare loro l'opportunità della loro malvagità. Si dice: Desideravano grazia contro Paolo. Il compito dei pubblici ministeri è quello di chiedere giustizia contro uno che essi suppongono essere un criminale, e, se non viene dimostrato che lo è, è tanto giusto assolverlo quanto condannarlo se lo è. Ma desiderare il favore di un prigioniero, e anche del giudice, che dovrebbe essere il suo consiglio, è una cosa molto impudente. Il favore dovrebbe essere per il prigioniero, in favorem vitae, per favorire la sua vita, ma qui lo desiderano contro di lui. Prenderanno come un favore se il governatore condannerà Paolo, anche se non possono provare alcun crimine contro di lui.

II. La risoluzione del governatore che Paolo venga processato a Cesarea, dove si trova ora, Atti 25:4-5. Guarda come gestisce i pubblici ministeri.

1. Egli non farà loro il favore di mandarlo a chiamare a Gerusalemme, anzi ha dato ordine che Paolo fosse trattenuto a Cesarea. Non sembra che avesse alcun sospetto, e tanto meno alcuna informazione certa, del loro sanguinoso piano di ucciderlo lungo la strada, come aveva fatto il capitano in capo quando lo aveva mandato a Cesarea (Atti 23:30); ma forse non era disposto fino a quel momento a obbligare il sommo sacerdote e il suo seguito, o avrebbe mantenuto l'onore della sua corte a Cesarea e avrebbe richiesto la loro presenza lì, o non era disposto a prendersi la briga o l'incarico di allevare Paolo; qualunque fosse la ragione per cui l'aveva rifiutata, Dio se ne servì come mezzo per preservare Paolo dalle mani dei suoi nemici. Forse ora erano più attenti a mantenere segreta la loro cospirazione di quanto non lo fossero stati prima, affinché la sua scoperta non fosse ora, come allora, la sua sconfitta. Ma sebbene Dio, come allora, non lo porti alla luce, tuttavia trova un altro modo, altrettanto efficace, per portarlo a nulla, inclinando il cuore del governatore, per qualche altra ragione, a non trasferire Paolo a Gerusalemme. Dio non è legato a un solo metodo, nell'operare la salvezza per il suo popolo. Può permettere che i disegni contro di loro siano nascosti, e tuttavia non permettere che si realizzino; e può fare anche le politiche carnali dei grandi uomini per servire i suoi graziosi propositi.

2. Ma egli farà loro giustizia ascoltando ciò che hanno da dire contro Paolo, se scenderanno a Cesarea e quivi compariranno contro di lui.

"Quelli tra voi che ne sono capaci, capaci nel corpo e nel portafoglio

per un tale viaggio, o capace nella mente e nella lingua di gestire il

Che quelli tra voi che sono adatti a essere manager,

scendi con me e accusa quest'uomo; o, coloro che sono

testimoni competenti, che siano in grado di provare qualsiasi cosa

criminale su di lui, vadano a testimoniare,

se c'è in lui una tale malvagità come voi accusate

su di lui".

Festo non darà per scontato, come essi desiderano, che ci sia malvagità in lui, finché non sia stata provata su di lui, e non sia stato esaudito in sua difesa; ma, se è colpevole, spetta a loro dimostrarlo.

III. Il processo di Paolo davanti a Festo. Festo si fermò a Gerusalemme una decina di giorni, poi scese a Cesarea, e i procuratori, probabilmente, al suo seguito, perché aveva detto che dovevano scendere con lui; e, poiché sono così ansiosi nell'accusa, egli vuole che questa causa sia chiamata per prima; e, affinché possano affrettarsi a casa, la spedirà il giorno dopo. La rapidità nell'amministrare la giustizia è molto lodevole, purché non si faccia più fretta che una buona velocità. Ora eccoci qui,

1. Il tribunale si riunì e il prigioniero chiamò alla sbarra. Festo sedeva in tribunale, come era solito fare quando gli veniva presentata una causa importante, e ordinò che Paolo fosse portato e che comparisse, Atti 25:6. Cristo, per incoraggiare i suoi discepoli e tenere alto il loro spirito in tali terribili prove del loro coraggio come questa fu per Paolo, promise loro che sarebbe venuto il giorno in cui si sarebbero seduti su troni, giudicando le tribù d'Israele.

2. I pubblici ministeri che espongono le loro accuse contro il prigioniero (Atti 25:7): Gli ebrei stavano intorno, il che suggerisce che erano molti. Signore, come sono aumentati quelli che mi turbano! Indica anche che erano unanimi, che si sostenevano l'un l'altro e che erano intenti a fare causa e ansiosi di gridare contro Paolo. Stavano tutt'intorno, se possibile, per spaventare il giudice e indurlo a conformarsi al loro disegno malvagio, o, almeno, per spaventare il prigioniero e metterlo fuori di testa; ma invano: aveva una sicurezza troppo giusta e forte per essere spaventato da loro. Mi hanno circondato come api, ma si sono spente come fuoco di spine, Salmi 118:12. Quando gli stavano attorno, portavano molte e gravi accuse contro Paolo, così dovrebbe essere letto. Lo hanno accusato di gravi crimini e reati minori. Gli articoli dell'impeachment erano molti e contenevano cose di natura molto atroce. Lo rappresentavano a corte tanto nero e odioso quanto la loro arguzia e la loro malizia potevano escogitare; ma quando ebbero aperto la causa come credevano opportuno, e giunsero all'evidenza, lì fallirono: non poterono provare ciò che accusavano contro di lui, perché era tutto falso, e le accuse erano infondate e ingiuste. O il fatto non era come l'avevano aperto, o non c'era colpa in esso; Gli affidarono cose che egli non conosceva, né loro né loro. Non è una novità che i più eccellenti della terra si dicano falsamente contro di loro ogni sorta di male, non solo nel canto degli ubriaconi e sul trono degli schernitori, ma anche davanti al seggio del giudizio.

3. Il prigioniero insiste sulla propria rivendicazione, Atti 25:8. Chi lo biasimala, il suo cuore non lo fa, e perciò la sua lingua non lo farà; Anche se muore, non rimuoverà da lui la sua integrità. Quando venne il suo turno di parlare a sua difesa, insistette nella sua dichiarazione generale: "Non colpevole: né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare, ho offeso alcunché alcunché".

(1.) Non aveva violato la legge degli ebrei, né insegnato alcuna dottrina distruttiva di essa. Ha egli annullato la legge mediante la fede? No, ha stabilito la legge. Predicare Cristo, il fine della legge, non era un'offesa alla legge.

(2.) Egli non aveva profanato il tempio, né aveva disprezzato affatto il servizio del tempio; Il suo aiuto nell'allestire il tempio del Vangelo non offendeva affatto quel tempio, che ne era un tipo.

(3.) Non aveva offeso Cesare, né il suo governo. Da ciò risulta che ora che la sua causa era stata portata davanti al governo, per ingraziarsi il governatore e per sembrare amici a Cesare, lo avevano accusato di alcuni casi di disaffezione verso le attuali potenze superiori, il che lo obbligava a purgarsi su ciò e a protestare che non era nemico di Cesare, non tanto quanto quelli che lo accusavano di esserlo.

IV. L'appello di Paolo all'imperatore, e l'occasione per farlo. Questo diede alla causa una nuova svolta. Non risulta se l'avesse già progettata in precedenza, o se si trattasse di un'improvvisa decisione sulla presente provocazione; ma Dio gli mette in cuore di farlo, per realizzare ciò che gli aveva detto, che doveva rendere testimonianza a Cristo a Roma, perché lì c'era la corte dell'imperatore, Atti 23:11. Abbiamo qui,

1. La proposta che Festo fece a Paolo di andare a fare il suo processo a Gerusalemme, Atti 25:9. Festo era disposto a fare un piacere agli ebrei, incline a compiacere i procuratori piuttosto che il prigioniero, per quanto poteva spingersi con sicurezza contro uno che era cittadino di Roma, e quindi gli chiese se fosse disposto a salire a Gerusalemme e liberarsi lì, dove era stato accusato, e dove avrebbe potuto avere i suoi testimoni pronti a garantire per lui e confermare ciò che aveva detto. Non si offrì di consegnarlo al sommo sacerdote e al sinedrio, come lo avrebbero voluto i Giudei; ma: Vuoi tu andare là ed essere giudicato di queste cose davanti a me? Il presidente, se avesse voluto, avrebbe potuto ordinarglielo, ma non lo avrebbe fatto senza il suo consenso, il quale, se avesse potuto convincerlo a darlo, ne avrebbe tolto l'odio. Nei momenti di sofferenza, la prudenza del popolo del Signore è messa alla prova, così come la sua pazienza; Essendo dunque mandati come pecore in mezzo ai lupi, hanno bisogno di essere saggi come serpenti.

2. Il rifiuto di Paolo di acconsentire e le sue ragioni. Sapeva che se fosse stato trasferito a Gerusalemme, nonostante la massima vigilanza del presidente, gli ebrei avrebbero trovato in un modo o nell'altro la sua morte; e perciò desidera essere scusato, e supplica,

(1.) Che, come cittadino di Roma, era molto appropriato per lui essere processato, non solo dal presidente, ma in quello che era propriamente il suo tribunale, che sedeva a Cesarea: Io sto al tribunale di Cesare, dove dovrei essere giudicato, nella città che è la metropoli della provincia. Essendo il tribunale tenuto in nome di Cesare, e per la sua autorità e il suo incarico, davanti a uno che era stato delegato da lui, si potrebbe ben dire che fosse il suo tribunale, come, da noi, tutti gli atti vengono eseguiti in nome del sovrano, nel cui nome si tengono tutti i tribunali. L'ammissione di Paolo di dover essere giudicato al tribunale di Cesare prova chiaramente che i ministri di Cristo non sono esentati dalla giurisdizione dei poteri civili, ma dovrebbero esservi soggetti, per quanto possono con buona coscienza; e, se si rendono colpevoli di un vero crimine, di sottoporsi alla loro censura; se innocenti, devono ancora sottoporsi alla loro inchiesta e scagionarsi davanti a loro.

(2.) Che, come membro della nazione ebraica, non aveva fatto nulla per rendersi odioso ai loro: Ai Giudei non ho fatto alcun male, come tu sai molto bene. Si addice molto bene a coloro che sono innocenti dichiarare la loro innocenza, e insistere su di essa; è un debito che abbiamo verso il nostro buon nome, non solo per non rendere falsa testimonianza contro noi stessi, ma per mantenere la nostra integrità contro coloro che rendono falsa testimonianza contro di noi.

(3.) Che era disposto a rispettare le regole della legge e a lasciare che ciò facesse il suo corso, Atti 25:11. Se si rende colpevole di un delitto capitale che merita la morte, non si offrirà né di opporre resistenza né di fuggire, né fuggirà dalla giustizia né combatterà con essa.

"Io rifiuto di non morire, ma accetterò la punizione della mia iniquità."

Non che tutti coloro che hanno commesso qualcosa degno di morte siano obbligati ad accusare se stessi e ad offrirsi alla giustizia; ma, quando sono accusati e assicurati alla giustizia, devono sottomettersi e dire che sia Dio che il governo sono giusti; poiché è necessario che alcuni siano fatti esempi. Ma, se è innocente, come protesta di essere,

"Se non c'è nessuna di queste cose di cui questi accusano

me, -se l'accusa è maliziosa e sono

deciso ad avere il mio sangue giusto o sbagliato, - nessun uomo può

consegnami a loro, no, non il governatore stesso,

senza ingiustizie palpabili; perché è affar suo come

tanto per proteggere gli innocenti quanto per punire i colpevoli";

e reclama la sua protezione.

3. Il suo appello in tribunale. Poiché egli è continuamente in pericolo per gli ebrei, e si tenta uno dopo l'altro di metterlo nelle loro mani, le cui tenere misericordie erano crudeli, egli fugge verso il luogo di villeggiatura, l'ultimo rifugio dell'innocenza oppressa, e vi si rifugia, poiché non può che gli sia fatta giustizia in nessun altro modo.

"Mi appello a Cesare. piuttosto che essere consegnato agli ebrei"

(a cui Festo sembra incline ad acconsentire)

"lascia che io sia consegnato a Nerone".

Quando Davide fu sfuggito per par' volte all'ira di Saul e concluse che era un nemico così irrequieto che un giorno sarebbe perito per mano sua, giunse a questa decisione, essendo in un certo senso costretto a farlo: "Non c'è niente di meglio per me che rifugiarmi nel paese dei Filistei, 1Samuele 27:1. Quindi Paolo qui. Ma è difficile che un figlio di Abramo debba essere costretto a fare appello a un Filisteo, a un Nerone, da coloro che si definiscono la progenie di Abramo, e sarà più al sicuro a Gat o a Roma che a Gerusalemme. Come mai la città fedele è diventata una meretrice!

V. Il giudizio emesso sull'intera questione. Paolo non viene né liberato né condannato. I suoi nemici speravano che la causa si sarebbe conclusa con la sua morte; i suoi amici speravano che si sarebbe conclusa con la sua liberazione; ma non è stato né così né così, sono entrambi delusi, la cosa è rimasta com'era. È un esempio della lentezza con cui la Provvidenza a volte compie, non portando le cose a un punto così presto come ci aspettiamo, per cui spesso ci vergogniamo sia delle nostre speranze che dei nostri timori, e siamo tenuti fermi ad aspettare Dio. La causa era stata prima rinviata a un'altra volta, ora a un altro luogo, a un altro tribunale, affinché la tribolazione di Paolo operasse pazienza.

1. Il presidente riceve consigli in merito: conferiva con il consiglio-μετα του συμβουλιου, non con il consiglio degli ebrei (che si chiama συνεδριον), ma con i suoi consiglieri, che erano sempre pronti ad assistere il governatore con i loro consigli. Nella moltitudine dei consiglieri c'è sicurezza; e i giudici dovrebbero consultarsi sia con se stessi che con gli altri prima di emettere una sentenza.

2. Decide di mandarlo a Roma. Alcuni pensano che Paolo non intendesse appellarsi alla persona di Cesare, ma solo al suo tribunale, la cui sentenza si sarebbe attenuto, piuttosto che essere rimessa al consiglio degli ebrei, e che Festo avrebbe potuto scegliere se mandarlo a Roma, o, almeno, se avrebbe partecipato alla disputa con lui all'appello. Ma da ciò che disse Agrippa [Atti 26:32], dovrebbe sembrare che avrebbe potuto essere rimesso in libertà se non si fosse appellato a Cesare, che, secondo il corso del diritto romano, un cittadino romano potesse appellarsi in qualsiasi momento a un tribunale superiore, anche al supremo, come le cause da noi sono rimosse da certiorari, e i criminali con l'habeas corpus, e poiché gli appelli sono spesso fatti alla Camera dei Pari. Festo, dunque, o per scelta o per volentieri, giunge a questa risoluzione: Hai tu fatto appello a Cesare? Andrai da Cesare. Scoprì che c'era qualcosa di molto straordinario in quel caso, sul quale aveva quindi paura di dare un giudizio, in un modo o nell'altro, e la cui conoscenza pensava sarebbe stata un divertimento per l'imperatore, e quindi lo trasmise alla sua conoscenza. Nel nostro giudizio davanti a Dio coloro che, giustificandosi, si appellano alla legge, e la legge li condannerà; ma quelli che con pentimento e fede si appellano al vangelo, al vangelo andranno, ed esso li salverà.

13 Ver. 13. Abbiamo qui la preparazione che fu fatta per un altro uditorio di Paolo davanti al re Agrippa, non per giudicare su di lui, ma per dare consigli riguardo a lui, o piuttosto solo per soddisfare la sua curiosità. Cristo aveva detto, riguardo ai suoi seguaci, che dovevano essere portati davanti a governatori e re. Nella prima parte di questo capitolo Paolo fu condotto davanti a Festo il governatore, qui davanti al re Agrippa, per testimoniare ad entrambi. Ecco qui

La visita gentile e amichevole che il re Agrippa fece a Festo, ora che egli entrava nel governo di quella provincia (Atti 25:13): Dopo alcuni giorni, il re Agrippa venne a Cesarea. Ecco la visita reale. I re di solito pensano che basti mandare i loro ambasciatori a congratularsi con i loro amici, ma ecco un re che venne lui stesso, che fece cedere la maestà di un principe alla soddisfazione di un amico; perché la conversazione personale è la più piacevole tra amici. Osservare

1. Chi erano i visitatori.

(1.) Re Agrippa, figlio di quell'Erode (soprannominato Agrippa) che uccise l'apostolo Giacomo, e fu lui stesso mangiato dai vermi, e pronipote di Erode il Grande, sotto il quale nacque Cristo. Giuseppe Flavio chiama questo Agrippa il giovane; L'imperatore Claudio lo nominò re di Calcide, e tetrarca di Traconite e Abylene, menzionando Luca 3:1. Gli scrittori ebrei parlano di lui, e (come ci dice il dottor Lightfoot) tra le altre cose raccontano questa sua storia:

"Che la lettura della legge pubblicamente, nell'ultima parte del

anno di liberazione, come era stato ingiunto al re, quando sarebbe venuto

a quelle parole (Deuteronomio 17:15), Non metterai un estraneo

Re su di te, che non sei dei tuoi fratelli, le lacrime scorrevano

sulle sue guance, perché non era della stirpe d'Israele,

che l'assemblea, osservando, gridò: Siate buoni

consola, re Agrippa, tu sei nostro fratello; poiché era di

la loro religione, anche se non del loro sangue".

(2.) Bernice venne con lui. Era sua sorella, ora vedova, la vedova di suo zio Erode, re di Calcide, dopo la cui morte visse con questo suo fratello, che si sospettava la conoscesse troppo, e, dopo essersi sposata una seconda volta con Polemone, re di Cilicia, divorziò da lui. e tornò da suo fratello, il re Agrippa. Giovenale (Sabato 6) parla di un anello di diamanti che Agrippa diede a Berenice, sua sorella incestuosa:

-Berenice

In digito factus pretiosior; hunc dedit olim Barbarus incestae, dedit hunc Agrippa sorori.

Quella famosissima gemma che al dito brillava di Berenice (più cara di là), donata da un fratello incestuoso.

E sia Tacito che Svetonio parlano di un'intimità criminale tra lei e Tito Vespasiano. Drusilla, la moglie di Felix, era un'altra sorella. Quelle persone lascive erano le grandi persone in genere a quei tempi! Non dite che i giorni precedenti erano migliori.

2. Quale fosse lo scopo di questa visita: vennero a salutare Festo, a rallegrarlo della sua nuova promozione e ad augurargli gioia per essa; vennero a complimentarsi con lui per la sua ascesa al governo e a mantenere una buona corrispondenza con lui, che Agrippa, che aveva il governo della Galilea, poteva agire di concerto con Festo, che aveva il governo della Giudea; ma è probabile che venissero tanto per divertirsi quanto per mostrargli rispetto, e per partecipare ai divertimenti della sua corte, e per mostrare i loro bei vestiti, che non farebbero bene alla gente vana se non andassero all'estero.

II. Il racconto che Festo fece al re Agrippa di Paolo e il suo caso, che egli diede.

1. Per intrattenerlo e dargli un po' di diversivo. Era una storia davvero notevole, e degna di essere ascoltata da qualsiasi uomo, non solo perché era sorprendente e divertente, ma, se raccontata veramente e completamente, molto istruttiva ed edificante; e sarebbe stato particolarmente gradito ad Agrippa, non solo perché era un giudice, e c'erano alcuni punti di legge e di pratica che meritavano la sua attenzione, ma molto di più perché era un ebreo, e c'erano alcuni punti di religione in esso molto più meritevoli della sua conoscenza.

2. Avere il suo consiglio. Festo era appena venuto per essere un giudice, almeno per essere un giudice da queste parti, e quindi era diffidente di se stesso e delle proprie capacità, e desideroso di avere il consiglio di coloro che erano più anziani e più esperti, specialmente in una questione che aveva così tante difficoltà come sembrava avere il caso di Paolo, e perciò lo dichiarò al re. Vediamo ora il particolare racconto che fa al re Agrippa riguardo a Paolo, Atti 25:14-21.

(1.) Lo trovò prigioniero quando entrò nel governo di questa provincia; e quindi non poté a sua conoscenza rendere conto della sua causa fin dall'inizio: C'è un certo uomo lasciato in catene da Felice; e quindi, se c'è stato qualcosa di sbagliato nella prima presa in custodia di lui, Festo non deve risponderne, perché lo ha trovato in catene. Quando Felice, per fare un piacere ai Giudei, lasciò Paolo legato, sebbene sapesse che era innocente, non sapeva quello che faceva, non sapeva che sarebbe potuto cadere in mani peggiori di quelle in cui cadde, anche se non erano delle migliori.

(2.) Che il sinedrio ebraico era estremamente schierato contro di lui:

"I capi dei sacerdoti e gli anziani mi hanno informato contro di lui

come un uomo pericoloso e non adatto a vivere, e desiderava

potrebbe quindi essere condannato a morire".

Essendo questi grandi pretendenti alla religione, e quindi da supporre uomini d'onore e onesti, Festo pensa di dover dare loro credito; ma Agrippa li conosce meglio di lui, e perciò Festo desidera il suo consiglio in questa materia.

(3.) Che aveva insistito sulla legge romana a favore del prigioniero, e non lo avrebbe condannato inascoltato (Atti 25:16):

"Non è la maniera dei Romani, che qui governano

dalla legge di natura e dalle norme fondamentali

regole di giustizia, di consegnare a morte qualsiasi uomo, di concedere

lui alla distruzione"

(così è la parola),

"per gratificare i suoi nemici con la sua distruzione, prima che la

accusato ha gli accusatori faccia a faccia, per confrontare i loro

testimonianza, e gli sono stati concessi sia il permesso che il tempo di rispondere

per se stesso".

Sembra che li rimproveri come se riflettessero sui Romani e sul loro governo nel chiedere una cosa del genere, o si aspettassero che condannassero un uomo senza processarlo:

"No,"

dice:

"Vorrei che tu sapessi, qualunque cosa tu possa permettere in mezzo

voi stessi, i Romani non permettono un tale pezzo di

ingiustizia tra loro".

Audi et alteram partem - Ascolta l'altra parte, era diventato un proverbio tra loro. Dovremmo essere governati da questa regola nelle nostre censure private nella conversazione comune; Non dobbiamo dare agli uomini cattivi caratteri, né condannare le loro parole e le loro azioni, finché non abbiamo ascoltato ciò che deve essere detto nella loro rivendicazione. Vedere Giovanni 7:51.

(4.) Che lo aveva portato al suo processo, secondo il dovere del suo luogo, Atti 25:17. Che era stato sbrigativo in questo, e che i pubblici ministeri non avevano motivo di lamentarsi del suo essere dilatorio, perché non appena erano venuti (e siamo sicuri che non avevano perso tempo) senza alcun indugio, l'indomani, lui aveva addossato la causa. Anche lui lo aveva processato nel modo più solenne: sedeva sul seggio del giudizio, come si usava fare per le cause più importanti, mentre quelle di poco tempo si giudicavano de plano, su un terreno pianeggiante. Convocò di proposito una grande corte per il processo di Paolo, affinché la sentenza fosse definitiva e la causa fosse conclusa.

(5.) Che era estremamente deluso dall'accusa che avevano mosso contro di lui (Atti 25:18-19): Quando gli accusatori si alzarono contro di lui e aprirono la loro accusa, non portarono accuse di cose come supponevo.

[1.] Supponeva, con l'impazienza del loro processo, e con il fatto che lo spingevano così sui governatori romani uno dopo l'altro, che avevano qualcosa di cui accusarlo che era pericoloso sia per la proprietà privata che per la pace pubblica, che si sarebbero impegnati a dimostrarlo un ladro, o un assassino, o un ribelle contro il potere romano, che era stato in armi per capeggiare una sedizione, che se non era quell'egiziano che ultimamente aveva fatto tumulto e comandato un gruppo di tagliagole, come supponeva il capitano in capo, era comunque uno dello stesso rene. Tali erano le grida contro i cristiani primitivi, così forti, così feroci, che i presenti, che li giudicavano da quelle grida, non potevano che concluderle come i peggiori degli uomini; e rappresentarli così era il disegno di quel clamore, come era contro il nostro Salvatore. In secondo luogo, che avevano qualcosa di cui accusarlo che era riconoscibile nei tribunali romani, e di cui il governatore era propriamente il giudice, come si aspettava Gallione (Atti 18:14); altrimenti era assurdo e ridicolo disturbarlo con ciò, e davvero un affronto per lui.

[2.] Ma con sua grande sorpresa scopre che la questione non è né così né così; avevano certe domande contro di lui, invece di prove e prove contro di lui. Il peggio che avevano da dire contro di lui era discutibile se si trattasse di un crimine o no: punti controversi, che avrebbero resistito a un dibattito senza fine, ma non avevano alcuna tendenza ad addossare alcuna colpa su di lui, questioni più adatte alle scuole che al seggio del giudizio. Ed erano questioni della loro propria superstizione, così egli chiama la loro religione; o, piuttosto, così chiama quella parte della loro religione a cui Paolo fu accusato di fare del male. I Romani proteggevano la loro religione secondo la loro legge, ma non la loro superstizione, né la tradizione dei loro anziani. Ma la grande domanda, a quanto pare, riguardava un certo Gesù che era morto, che Paolo affermava essere vivo. Alcuni pensano che la superstizione di cui parla fosse la religione cristiana, che Paolo predicava, e che ne avesse la stessa nozione che avevano gli Ateniesi, che fosse l'introduzione di un nuovo demone, proprio Gesù. Guardate con quanta leggerezza questo Romano parla di Cristo, e della sua morte e risurrezione, e della grande controversia tra gli Ebrei e i Cristiani se egli fosse il Messia promesso o no, e la grande prova del suo essere il Messia, la sua risurrezione dai morti, come se non fosse altro che questo: C'era un solo Gesù che era morto, e Paolo affermò che era vivo. In molte cause la questione è unita a questa questione, se una persona che è stata a lungo assente sia viva o morta, e le prove sono portate da entrambe le parti; e Festo farà credere che non si tratta più di una questione di importanza. Mentre questo Gesù, di cui si vanta di essere così ignorante, come se fosse al di sotto della sua attenzione, è colui che era morto, ed è vivo, e vive per sempre, e ha le chiavi dell'inferno e della morte, Apocalisse 1:18. Ciò che Paolo ha affermato riguardo a Gesù, che è vivo, è una questione di così vasta importanza che se non è vero siamo tutti distrutti.

(6.) Che quindi aveva proposto a Paolo che la causa potesse essere aggiornata ai tribunali giudai, come meglio in grado di prendere conoscenza di un affare di questa natura (Atti 25:20):

«Perché dubitavo di questo tipo di domande, e pensavo

inadatto a giudicare le cose che non capivo,

gli chiese se sarebbe andato a Gerusalemme, comparire davanti a

il grande Sinedrio, e lì sia giudicato di queste questioni".

Non lo costringerebbe a farlo, ma sarebbe contento se Paolo acconsentisse, per non avere la coscienza oppressa da una causa di questa natura.

(7.) Che Paolo aveva scelto di trasferire la sua causa a Roma piuttosto che a Gerusalemme, aspettandosi un gioco più equo dall'imperatore che dai sacerdoti:

"Ha fatto appello per essere riservato all'udienza di Augusto

(Atti 25:21), non avendo altro modo per fermare il procedimento

qui in questa corte inferiore; e perciò ho comandato

che fosse tenuto prigioniero fino a quando non l'avessi mandato

a Cesare, perché non vedevo motivo di rifiutare il suo appello,

ma piuttosto ne era soddisfatto".

III. di condurlo davanti ad Agrippa, perché potesse essere ascoltato dalla sua causa.

1. Il re lo desiderava (Atti 25:22):

«Ti ringrazio per il tuo racconto su di lui, ma vorrei anche ascoltare quell'uomo io stesso».

Agrippa sa di più di Festo su questa questione, sulla causa e sulla persona; ha sentito parlare di Paolo, e sa quanto sia grande questa domanda, di cui Festo si prende tanto gioco, sia che Gesù sia vivo o no. E nulla lo avrebbe obbligato di più che ascoltare Paolo. Molti grandi uomini pensano che sia al di sotto di loro prendere coscienza delle questioni di religione, a meno che non possano sentirli come loro stessi nel seggio del giudizio. Agrippa non sarebbe mai andato a una riunione per ascoltare Paolo predicare, non più di quanto Erode per ascoltare Gesù; eppure sono entrambi contenti di averli portati davanti a loro, solo per soddisfare la loro curiosità. Forse Agrippa desiderava ascoltarlo lui stesso, per essere in grado di fargli una gentilezza, e invece non gliene fece nessuna, gli diede solo un po' di credito.

2. Festo lo concesse: domani lo ascolterai. C'era una buona provvidenza in questo, per l'incoraggiamento di Paolo, che sembrava sepolto vivo nella sua prigionia, e privato di ogni opportunità di fare il bene. Non sappiamo di nessuna delle sue epistole che risalivano alla sua prigione di Cesarea. L'opportunità che aveva di fare del bene ai suoi amici che lo visitavano, e forse a una piccola congregazione di loro che lo visitavano ogni giorno del Signore, non era che una sfera bassa e ristretta di utilità, così che sembrava che fosse gettato via come un disprezzato vaso rotto, in cui non c'era piacere; ma questo gli dà l'opportunità di predicare Cristo a una grande congregazione, e (che è di più) a una congregazione di grandi. Felice lo ascoltò in privato riguardo alla fede in Cristo. Ma Agrippa e Festo concordano che sarà ascoltato in pubblico. E abbiamo ragione di pensare che il suo sermone nel capitolo successivo, anche se potrebbe non essere così strumentale come alcuni dei suoi sermoni per la conversione delle anime, ridondò tanto all'onore di Cristo e del cristianesimo quanto qualsiasi sermone che egli abbia mai predicato in vita sua.

3. Fu fatta una grande preparazione per questo (Atti 25:23): Il giorno dopo ci fu una grande apparizione nel luogo dell'udienza, Paolo e la sua causa furono molto discussi, e tanto più perché si parlò molto contro di loro.

(1.) Agrippa e Berenice colsero l'occasione per mostrarsi in pompa magna e per fare una figura, e forse a questo scopo desiderarono l'occasione, che potessero vedere ed essere visti; poiché vennero con grande pompa, riccamente vestiti, d'oro e di perle, e di abiti costosi; con un grande seguito di valletti in ricche livree, il che faceva uno splendido spettacolo e abbagliava gli occhi della folla che guardava. Sono venuti μετα πολλης φαντασιας - con grande fantasia, così è la parola. Nota: la grande pompa non è che una grande fantasia. Non aggiunge alcuna vera eccellenza, né guadagna alcun vero rispetto, ma alimenta un umore vano, che gli uomini saggi preferirebbero mortificare piuttosto che gratificare. Non è che uno spettacolo, un sogno, una cosa fantastica (così significa la parola), superficiale, e passa. E la pompa di questa apparizione avrebbe fatto perdere per sempre la presunzione con la pompa, quando la pompa in cui apparivano Agrippa e Berenice era:

[1.] Macchiati dal loro carattere lascivo, e tutta la sua bellezza macchiata, e tutte le persone virtuose che li conoscevano non potevano che disprezzarli in mezzo a tutta questa pompa come persone vili, Salmi 15:4.

[2.] Eclissato dalla vera gloria del povero prigioniero alla sbarra. Quale onore era dei loro bei vestiti, in confronto a quello della sua sapienza, della sua grazia e della sua santità, del suo coraggio e della sua costanza nel soffrire per Cristo! I suoi legami per una causa così buona erano più gloriosi delle loro catene d'oro, e le sue guardie del loro equipaggiamento. Chi sarebbe affezionato allo sfarzo mondano che qui vede una donna così cattiva carica di essa e un uomo così buono caricato con il contrario?

(2.) I capitani principali e gli uomini principali della città colsero l'occasione per rendere omaggio a Festo e ai suoi ospiti. Rispondeva alla fine di un ballo a corte, riuniva la brava gente nei loro bei vestiti e serviva per un intrattenimento. È probabile che Festo abbia inviato a Paolo un avviso durante la notte, per essere pronto per un'udienza il mattino seguente davanti ad Agrippa. E Paolo aveva tanta fiducia nella promessa di Cristo, che in quella stessa ora gli sarebbe stato dato ciò che doveva dire, che non si lamentò del breve avvertimento, né ne fu messo in confusione. Sono incline a pensare che coloro che dovevano presentarsi in pompa magna si lasciassero perplessi più per la cura dei loro vestiti di quanto Paolo, che doveva apparire come un prigioniero, lo facesse con cura per la sua causa; perché sapeva a chi aveva creduto e chi gli stava accanto.

IV. Il discorso con cui Festo presentò la causa, quando fu fissata la corte, o piuttosto l'udienza, che è molto simile al racconto che aveva appena fatto ad Agrippa.

1. Si rivolse rispettosamente all'azienda:

"Re Agrippa, e tutti gli uomini che sono qui presenti con noi."

Egli parla a tutti gli uomini, παντες ανδρες, come se volesse una tacita riflessione su Berenice, una donna, per essere apparsa in una riunione di questa natura; non rimette nulla al suo giudizio né desidera il suo consiglio; ma,

"Tutti voi che siete presenti che siete uomini (così le parole sono

Desidero che prendiate atto di questa questione".

La parola usata è quella che significa uomini in distinzione dalle donne; che cosa doveva fare qui Bernice?

2. Egli rappresenta il prigioniero come uno contro cui gli ebrei avevano un grandissimo dispetto; non solo i governanti, ma la moltitudine di loro, sia a Gerusalemme che qui a Cesarea, gridano che non dovrebbe vivere più a lungo, perché pensano che abbia già vissuto troppo a lungo, e se vivrà più a lungo sarà per fare più male. Non potevano accusarlo di alcun crimine capitale, ma volevano toglierlo di mezzo.

3. Egli confessa l'innocenza del prigioniero; ed è stato molto per l'onore di Paolo e dei suoi legami che ha avuto un riconoscimento pubblico come questo dalla bocca del suo giudice (Atti 25:25): Ho scoperto che non aveva commesso nulla che meritasse la morte. Dopo un'udienza completa del caso, sembrò che non ci fossero prove a sostegno dell'accusa: e quindi, sebbene fosse abbastanza incline a favorire i pubblici ministeri, tuttavia la sua coscienza portò Paolo non colpevole. E perché non lo congedò allora, poiché egli rimase in piedi sulla sua liberazione? Perché, in verità, perché era tanto clamore contro di lui, e temeva che il clamore si sarebbe ritorto contro di lui se lo avesse rilasciato. È un peccato, ma ogni uomo che ha una coscienza dovrebbe avere il coraggio di agire in base ad essa. O forse perché c'era così tanto fumo che concluse che non poteva non esserci un po' di fuoco, che alla fine sarebbe apparso, e lo avrebbe tenuto prigioniero in attesa di esso.

4. Li informa dello stato attuale delle cose, che il prigioniero si era appellato all'imperatore stesso (con il quale dava onore alla propria causa, sapendo che non era indegna della conoscenza del più grande degli uomini), e che aveva ammesso il suo appello: ho deciso di mandarlo. E così la causa ora stava in piedi.

5. Desidera il loro aiuto nell'esaminare la questione con calma e imparzialità, ora che non c'era pericolo che venissero interrotti, come lo era stato con il rumore e l'indignazione dei pubblici ministeri, per poter avere almeno una visione della causa necessaria per esporla all'imperatore, Atti 25:26-27.

(1.) Pensava che fosse irragionevole mandare un prigioniero, specialmente fino a Roma, e non significare i crimini che gli venivano imputati, affinché la questione potesse essere preparata il più possibile, e messa in condizione di essere pronta per la decisione dell'imperatore; perché si suppone che sia un uomo di grandi affari, e quindi ogni affare deve essere posto davanti a lui nel minor tempo possibile.

(2.) Non poteva ancora scrivere nulla di certo riguardo a Paolo; le informazioni che venivano date contro di lui erano così confuse, e così incoerenti, che Festo non poté farne nulla. Perciò desiderava che Paolo fosse così interrogato pubblicamente, per poter essere consigliato da loro su cosa scrivere. Guardate a quale grande disagio e vessazione furono sottoposti, e a quale ritardo, anzi, a quale rischio, nell'amministrazione della giustizia pubblica, coloro che abitavano a tanta distanza da Roma, eppure erano soggetti all'imperatore di Roma. Lo stesso fu messo a questa nostra nazione (che è quasi altrettanto lontana da Roma dall'altra parte) quando negli affari ecclesiastici era soggetta al papa di Roma, e in ogni occasione si facevano appelli alla sua corte; e gli stessi mali, e mille peggiori, porterebbero su di noi coloro che ci avvolgono di nuovo in quel giogo di schiavitù.

Commentario del Nuovo Testamento:

Atti 25

1 4. Paolo dinnanzi a Festo (Atti 25:1-12)

Festo

Vedi Atti 24:27.

2 E il sommo sacerdote ed i principali dei Giudei

Più esattamente: i capi dei sacerdoti ed i principali fra i giudei... La frase: i capi dei sacerdoti accenna qui ai sadducei, i quali, sappiamo già, costituivano la parte aristocratica del Sinedrio.

Comparvero dinnanzi a lui contro a Paolo. E lo pregavano

ecc. Meglio: Gli sparsero querela contro a Paolo ed insisterono presso lui, chiedendo come in favore (ma con intendimento ostile), ch'ei lo facesse ricondurre a Gerusalemme. Nel tempo stesso aveano l'idea di preparare un agguato per disfarsene per via. Festo rispose che Paolo era tenuto in custodia a Cesarea, e ch'egli stesso dovea recarvisi quanto prima: Quelli dunque d'infra voi che ne hanno il diritto, aggiuns'egli, mi accompagnino; e formulino la loro accusa, se in cotest'uomo v'è qualche colpa.

3 Chiedendo una grazia...

Erano i più ragguardevoli fra i giudei e credevano di aver quasi diritto ad un favore di Festo.

Ponendo insidie...

Aveano dunque in mente il vecchio piano che andò già a monte Atti 23:14-21.

4 Ma Festo rispose

con un rifiuto. Ebbe egli sentore dei segreti piani dei giudei? Non aveva egli proprio altro motivo, del suo rifiuto che il poco tempo che gli rimaneva disponibile a Gerusalemme? Lo storico non lo dice; ma è evidente che, in un modo o in un altro, anche qui è Dio che sapientemente dirige le cose.

5 Il che potranno

della diodatina non è chiaro; bisogna dire: Quelli che hanno il diritto, l'autorità di farlo.

Accusinlo.

Cioè: La querela che fanno qui a me in modo privato e confidenziale, vengano a farla a Cesarea pubblicamente e nelle forme dovute.

7 Molte e gravi accuse

Ve ne furono dunque, fra quei giudei, di quelli che risposero all'invito di Festo; ed eccoli qua che affollano l'apostolo, adducendo molte e gravi accuse contro di lui. Quali fossero queste molte e gravi accuse, non è detto; ma lo ricaviamo dalla risposta di Paolo.

8 Dicendo lui a sua difesa: io non ho peccato né contro alla legge dei Giudei, né contro al tempio, né contro a Cesare

Ecco le accuse: sono le tre solite accuse che gli erano state scagliate contro, dinnanzi a Felice: accuse di eresia, di sacrilegio, di sedizione Atti 24:5-21.

9 Ma Festo, volendo far cosa grata ai Giudei...

Festo ha capito subito che l'accusato era innocente dal punto di vista della legge romana; e, quanto all'abbandonare un cittadino romano in balia d'un tribunale straniero, non c'era neppur da pensarlo. Ma a Festo ripugna l'idea d'inaugurare la sua amministrazione con un atto, che avrebbe senza dubbio esasperato il partito aristocratico del Sinedrio; quindi è che cerca un mezzo di soddisfare ad un tempo la sua coscienza di giudice e le esigenze della sua politica. Egli propone a Paolo di farsi giudicare i n Gerusalemme davanti a lui. Egli stesso, Festo, avrebbe tutelato, nella misura del possibile, gli interessi di Paolo; e i giudei avrebbero intanto ottenuto quello che a lui aveano domandato a Gerusalemme. Festo non può forzar Paolo ad accettare la proposta che gli fa; forse, anzi, s'aspetta un rifiuto; ma non gliene importa; quello che gl'importa si è di mostrare ai giudei che ha fatto quello che era in lui per compiacerli.

10 Ma Paolo disse: io comparisco...

Ma Paolo rispose: io son qui davanti al tribunale di Cesare; ed è qui ch'io debbo esser giudicato. Io non ho fatto alcun torto ai giudei, come tu stesso lo sai molto bene. Se sono colpevole, ed ho fatto qualche cosa degna di morte, io non ricuso di morire; ma, se nelle accuse di costoro non v'è nulla di vero, niuno ha il diritto di consegnarmi a loro per atto di compiacenza. Io m'appello a Cesare. Paolo fa un passo al quale Festo non s'aspettava. Egli si vale d'un privilegio, ch'era fra i più importanti che godesse un cittadino romano, in base alla Lex Julia. Un cittadino sotto processo bastava che dicesse: - Appello! e, senz'altra formalità, il processo era sospeso ed il cittadino venia deferito alla corte imperiale. L'importanza di questo diritto era immensa, perché proteggeva il cittadino romano da ogni giudizio falso o capriccioso d'una corte locale. Paolo qui si appella a Cesare non contro una sentenza che non era peranco stata pronunciata, ma per protestare contro la competenza di un giudice che pareva assai disposto a far piegare il diritto in favore di quelli che non volea disgustare. Notisi com'è stringente il ragionamento di Paolo. Egli divide i vari capi di accusa in due categorie. Nella prima, include i torti contro i giudei e le loro leggi; quant'è a questi torti, il governatore sa molto meglio di quello che non mostri, che non esistono se non nella mente degli accusatori; quindi, non c'è luogo ad un rinvio dell'accusato al Sinedrio. Nella seconda categoria, la sola di cui si possa qui legittimamente trattare, sarebbe quella dei delitti contemplati dalla legge romana. E, quant'è a questi, non se n'esce: o io son colpevole, dice Paolo, e mi si giudichi e mi si condanni; o sono innocente, e niuno ha il diritto di mandarmi ad un altro tribunale. E, seccato di tutte queste chiacchiere e di tutte queste perdite di tempo, ei domanda d'esser giudicato dalla corte dell'imperatore.

11 Niuno può donarmi loro nelle mani

La diodatina qui non rende bene il senso e la forza del verbo greco ( χαριζομαι). Bisogna dire: niuno ha il diritto di consegnarmi loro per atto di compiacenza. Paolo ha letto nell'animo di Festo e sa di che si tratta.

A Cesare.

A togliere ogni equivoco, si potrebbe tradurre: all'imperatore. Ma ognuno sa che Cesare è il titolo che si dà agl'imperatori e che viene da Cesare Augusto, che fu il fondatore dell'impero a Roma. Vedi Matteo 22:17; Marco 12:14; Luca 20:22 e seg. In tutti questi passi si legge Cesare; ma è inteso che il Cesare dei tempi di Gesù era Tiberio, e che il Cesare dei tempi di Paolo era Nerone.

12 Tenuto parlamento...

Allora Festo, dopo aver conferito col suo Consiglio, rispose: A Cesare ti sei appellato, ed a Cesare andrai. Il Consiglio era formato dai legali assessori, che in ogni corte provinciale avean l'ufficio d'illuminare i procuratori su tutto quello che si riferiva alle leggi romane. Si chiamavano: Consiliarii (Svetonio, Tiber. c. 33) e Assessores (Svetonio, Galba c. 19). Il diritto d'appello, che era negato in certi casi speciali, come quelli di briganti, di pirati ecc., non poteva esser negato nel caso di Paolo. La forma interrogativa della diodatina: Ti sei richiamato a Cesare?... è condannata dai migliori interpreti, come il Griesbach, il Mever l'Alexander ecc. Ella toglie molto peso alla solennità della decisione del Consiglio; gli è per questo che anch'io non l'accetto

Riflessioni

1. I re muoiono; i governatori si succedono gli uni agli altri Atti 25:1, e più o meno si somigliano; ma Cristo, il supremo Pastore della Chiesa, vive in eterno e rimane "lo stesso, ieri, oggi ed in eterno" Ebrei 13:8.

2. L'agire di Festo l'abbiamo esaminato e conosciuto. I giudei pensano ai loro interessi; Festo pensa ai suoi; ma intanto, la vita di Paolo è in pericolo; e da questo pericolo è la Provvidenza che lo salva, senza ch'ei forse neppure conosca l'esistenza di cotesto pericolo, Atti 25:3-5. Chi sa da quanti pericoli la Provvidenza ci ha liberati, senza che noi ne abbiamo mai saputo nulla? Lo sapremo quando saremo dinnanzi al trono di Dio.

3. Festo "comanda che Paolo gli sia condotto dinnanzi" Atti 25:6. Paolo non è di quelli che alla più piccola occasione ricorrono ai tribunali: Egli aspetta finché gli comandino di comparire dinnanzi al giudice; e, quand'è dinnanzi al giudice, espone con calma e con verità i fatti, senz'ombra di spirito di vendetta o di risentimento. Anch'egli come Gesù, "si rimette nelle mani di Colui che giudica giustamente" 1Pietro 2:23; e così deve fare ogni vero cristiano.

4. Festo non era uno scellerato; era un uomo integro, come ho detto commentando Atti 24:27; nondimeno, ei non era un uomo rigenerato dallo Spirito di Dio. Quindi, qual meraviglia s'egli batte una via di conciliazione fra la propria coscienza e la propria politica? (Atti 25:9). Quando s'ha da fare con uomini cosiffatti, è pur sempre vera la parola del Salmista che dice:

"È meglio cercare un rifugio nell'Eterno,

che fidarsi dell'uomo;

È meglio cercare un rifugio nell'Eterno,

che fidarsi nei grandi." Salmi 118:8-9

5. Privilegi legali, salvacondotti, diritti civili e cose simili, sono dei mezzi dei quali la Provvidenza, che li ha creati, si serve per il trionfo del Regno di Dio. La lex Julia che dà a Paolo il diritto d'appellarsi a Cesare Atti 25:11, è il mezzo per il quale Paolo andrà a Roma come testimone di Cristo. A Roma ei non avrà grandi speranze che giustizia gli sarà fatta, ch'è il Cesare che siede sul trono di Roma, si chiama Nerone; non importa; quel che importa si è che il desiderio da anni nutrito nel cuore sarà soddisfatto Atti 19:21, e che il vaticinio di Dio avrà il suo compimento Atti 23:11.

6. E Paolo andrà a Roma Atti 25:12. Notiamolo bene; andrà a Roma non perché la lex Julia lo concede, non perché Festo lo propone, non perché il Consiglio lo delibera; vi andrà perché Iddio lo vuole Atti 23:11. La Provvidenza procede maestosa per la via reale della verità e della giustizia; per la via, che mena al trionfo dei disegni di Dio; gli uomini, che lo vogliano o no, debbono cooperare a cotesto trionfo.

13 5. Paolo ed il re Agrippa (Atti 25:13-26:32)

a) Festo e Agrippa (Atti 25:13-27)

Il re Agrippa

Questo Agrippa era Erode Agrippa II, figlio del re Erode Agrippa che fece trucidare Giacomo, e la cui fine è narrata nel capo 12 Atti 12:1-2,21-23. L'imperatore Claudio gli avea dato il piccolo principato di Calcide, che era al nord-est della Palestina, sul versante orientale del Libano. Questo, nel 48: Quattro anni più tardi, egli ricevette la tetrarchia ch'era stata governata da Filippo e da Lisania Luca 3:1, e s'ebbe il titolo di re. Nel 55, Nerone gli aggiunse alcune città della Galilea. Quando suo padre morì, ei non avea che diciassette anni. Visse tanto da vedere la distruzione di Gerusalemme, e morì sotto Traiano (anno 100) a 73 anni. Con lui si spense la famiglia degli Erodi (Giuseppe Flavio Ant. 19:9, § 1; 20:1, § 3; 8 § 5).

Bernice

Bernice o Berenice è lo stesso. Bernice sembra essere una forma macedone del nome Pherenice. Questa donna, che era sorella del re Agrippa del nostro passo (e quindi sorella di Drusilla Atti 24:24), ha lasciato nella storia dei ricordi infami, che non hanno riscontro se non in quelli di Messalina e di Lucrezia Borgia. Era la figlia maggiore di Erode Agrippa I e fu, giovinetta ancora, data in moglie allo zio; all'Erode, che fu re di Calcide. Morto lui, rimase vedova per parecchi anni; ma fama corre che vivesse incestuosamente col fratello, il quale, come si vede nel nostro passo, le dava onori regali. Per mettere al coperto il suo incesto, indusse Polemone, re della Cilicia, a sposarla; e Polemone, per isposarla, si fece circoncidere. Ma Berenice lo abbandonò; a Polemone non parve vero di dirle addio, e ritornò pagano. Era una donna che possedeva un fascino infernale. Ammaliò tutti e due i Flavii; Vespasiano e Tito. Tito pare che avesse promesso addirittura di sposarla; e che l'avrebbe fatto, se la pubblica opinione non gli fosse stata contro; e finì col mandarla via, ma molto a malincuore. Dimisit invitus invitam, dice Svetonio (Svet. Titus, c. 7; Tacito, Hist. 2:81; Giuseppe Flavio Ant. 20.7. § 3. Vedi anche Giovenale Sat. vi. 155-9.

Per salutar Festo.

La visita ch'egli fa al nuovo governatore, è l'atto di omaggio d'un piccolo vassallo dell'impero al rappresentante del governo dell'imperatore: e questo atto era tanto più significativo, se Agrippa veniva direttamente dalla sua provincia per fare la sua prima visita a Festo; se non veniva che da Gerusalemme, ove stava abitualmente, e dove esercitava una certa influenza sui pubblici affari, la visita consisteva senza dubbio soltanto nella restituzione di un atto di cortesia.

14 Per molti giorni

I primi giorni passarono, si capisce, in mezzo alle feste che si davano in onore dei nobili ospiti. E quando la gazzarra di quei primi giorni fu calmata, Festo ripensò a Paolo.

15 Chiedendo sentenza di condannazione contro di lui

Domandando la sua punizione. È un particolare importante, che chiarisce quello che non e specificamente detto in Atti 7:1 giudei dunque volevano strappare a Festo una sentenza di condanna; probabilmente, senza passar neppure per la trafila del processo.

16 Ai quali risposi

ecc. Traduciamo meglio. Ai quali risposi che i romani non hanno l'abitudine di consegnar chicchessia per far atto di compiacenza ad alcuno, prima che l'accusato sia posto a confronto con i suoi accusatori, e ch'egli abbia avuto i mezzi di giustificarsi dell'accusa che gli è mossa. Le parole per farlo morire mancano nei codici maggiori (A. B. C. E. Sinaitico) e non sono che un'aggiunta di qualche copista; debbono quindi esser cassate. L'esposizione che Festo fa della causa ad Agrippa, fino qui, è semplice e naturale dal punto di vista del diritto romano. Noti soltanto questo il lettore; che quel: non hanno l'abitudine di consegnar chicchessia per far atto di compiacenza ad alcuno, Festo non lo pronunciò subito, come avrebbe dovuto, in faccia ai giudei; ei cercava delle scappatoie per dare un colpo al cerchio e l'altro al tino, come ho mostrato Atti 25:7-9. Quelle parole è Paolo che le ha ricordate a Festo; è Paolo che gli ha mostrato quale sarebbe stata la via ch'egli Festo, avrebbe dovuto seguire, se avesse voluto fare il proprio dovere. E Festo cita, tale e quale, l'espressione di Paolo Atti 25:11: ουδεις με δοναται αυτοις χαρισασθαι; e qui: ουκ εστιν... χαριζεσθαι τινα ανθρωπον.

19 Intorno alla loro superstizione

La parola dell'originale δεισιδαιμονια (deisidaimonia) vuol dire, letteralmente: timor degli dei ( δειδω, δαιμων); quindi, in buon senso, pietà; in senso cattivo, superstizione. Festo è pagano; ma parla ad un re giudeo, che avea rispetto per la legge e per il tempio; non è supponibile quindi ch'ei volesse usare la parola in senso sprezzante ed offensivo, come non è supponibile che Paolo la usasse in senso sprezzante ed offensivo, quando la usa nell'Areopago d'Atene (Atti 17:22 κατα παντα ὡς δεισιδαιμονεσερους... per ogni rispetto voi siete religiosissimi). Quindi, il vero modo di tradurla qui è, senza dubbio, questo: l'attaccarono su certe controversie relative alla loro propria religione e ad un certo Gesù ecc.

Intorno ad un certo Gesù morto...

ecc. Non c'è sprezzo, né offesa, è vero; ma le parole di Festo tradiscono qui una certa indifferenza sdegnosa, che, si sente, sarebbe stata più ironica, se il governatore non avesse temuto di urtare le suscettibilità di Agrippa. Queste parole di Festo ci mostrano che del discorso di Paolo dinnanzi al Sinedrio Atti 23:16 e della sua difesa dinnanzi a Felice Atti 24:10-21 noi non abbiamo nel nostro libro che un rapido schizzo. In cotesto discorso ad in cotesta difesa non troviamo il nome di Gesù; eppure, da queste parole risulta che di Gesù aveva parlato, e largamente parlato.

20 Stando in la dubbio

Festo dà la proposta fatta a Paolo di farsi giudicare a Gerusalemme, come una proposta fatta con rette e pure intenzioni. La spiega come nata dal desiderio di affidare la istruttoria del processo di Paolo ad un tribunale più competente del suo. Ma noi sappiamo già che Festo era convinto dell'innocenza di Paolo; e che, sebbene non fosse uomo, come sarebbe stato Felice, di rendersi complice del delitto che i giudei meditavano Atti 25:3, pure non era neanche uomo da posporre i propri interessi politici alle esigenze della serena giustizia.

21 Ad Augusto

L'originale greco ha Σεβαστος, Sevastòs. La qual parola viene da un verbo ( σεβαζομαι) che vale: prima, son compreso da ribrezzo o da terrore; poi, rispetto, venero. L'appellativo di Sevastòs, che corrisponde al latino Augustus, Augusto, fu dato per la prima volta dal Senato ad Ottaviano (Svetonio, Aug. c. 7) e fu poi adottato dai successori di lui. Traccia di cotest'uso troviamo nel nome del mese di Agosto, che fu dedicato al primo imperatore, come Luglio era stato dedicato a Giulio; e coteste tracce si continuano nei nomi di Augsburg e di Sebastopoli. Trattandosi quindi di un termine che esprime ossequio profondo e riverenza, io credo che corrisponda esattamente al nostro Sua Maestà, con cui designamo il re. Quindi traduco: Ma Paolo avendo chiesto l'appello perché la sua causa fosse rimessa al giudizio di Sua Maestà, ho ordinato ch'ei fosse tenuto in custodia, finché io possa mandarlo a Cesare.

22 Ben vorrei ancor io udir cotest'uomo

Più esattamente: Volevo giusto anch'io udir cotest'uomo!... L'originale vuol far capire che Agrippa aveva anche egli sentito parlare di Paolo, e che già da tempo desiderava di vederlo e di udirlo.

23 Coi capitani

L'originale ha: coi chiliarchi, che traduciamo coi tribuni, come in Atti 21:31. S'intende i tribuni delle coorti.

I principali della città

sono le persone più cospicue della città.

Il per comandamento di Festo,

va unito con quel che segue; non con ciò che precede; quindi si potrebbe dir meglio, a scanso d'equivoci:... Ed entrati nella sala d'udienza, accompagnati dai tribuni e dalle persone più cospicue della città, Paolo, per ordine di Festo, fu fatto venire.

25 Essendosi richiamato ad Augusto

Anche qui il greco ha Σεβαστος, Sebaste come in Atti 25:21; quindi traduciamo, come in cotesto versetto: Essendosi egli stesso appellato a Sua Maestà.

26 E perciocchè io non ho nulla di certo

ecc. Traduciamo esattamente: E siccome non ho, in proposito, alcun che di positivo da scrivere al mio Signore, l'ho fatto comparire dinnanzi a voi, e principalmente davanti a te, o re Agrippa, affinché, in seguito a questo esame, io sappia che cosa debba scrivere; poichè mi sembra assurdo il mandare un prigioniero senza notificare al tempo istesso, le accuse che gli son mosse contro.

Al mio signore;

è il titolo col quale in quei tempi dei quali parliamo, si designavano gli imperatori. È il Dominus latino. Augusto e Traiano l'aveano rifiutato (Svetonio, Octav. c. 53; Tiber. c. 27), ma Caligola e Nerone l'aveano accettato. Questi due versetti Atti 25:26-27 delineano nettamente la natura di quest'assemblea. Non si tratta di un atto giudiziario, d'un incidente ufficiale del processo di Paolo. Dal momento che il governatore, consenziente il suo consiglio di prefettura, aveva ammesso l'appello, ei non aveva più il diritto di manipolare la causa. Ma ecco come stavano le cose. Il prigioniero doveva esser tradotto dinnanzi alla corte imperiale, a Roma; a questo scopo, Festo dovea presentare una relazione sulla causa e sul punto a cui la causa si trovava attualmente. Festo sarebbe stato disposto a fare una relazione favorevole a Paolo, poichè lo sapeva innocente di ogni delitto contemplato dalla legge romana; ma le grida fanatiche dei giudei Atti 25:24 lo avevano un po' intimidito; fa vista di non veder chiaro in tutto cotest'affare e domanda il parere del re Agrippa e dei più cospicui giudei di Cesarea, ch'egli suppone esser meno prevenuti a danno di Paolo, ch'erano meno accecati dalla passione, e che, col loro assentimento, poteano mettere al coperto la, responsabilità di lui. Quindi è che ho tradotto: in seguito a questo esame; perché, in realtà, non si trattava che di un esame, fatto da persone intelligenti e competenti; non di una vera e propria inchiesta giudiziaria; non di un interrogatorio, non di una inquisizione, come dice il Diodati.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Atti 25

1 Capitolo 25

Paolo davanti a Festo, si appella a Cesare At 25:1-12

Festo si confronta con Agrippa riguardo a Paolo At 25:13-27

Versetti 1-12

Vedete com'è irrequieta la malizia. I persecutori considerano un favore particolare l'appagamento della loro cattiveria. Predicare Cristo, fine della legge, non era un'offesa alla legge. Nei tempi di sofferenza la prudenza del popolo del Signore è messa alla prova, così come la sua pazienza; ha bisogno di saggezza. È proprio di chi è innocente insistere sulla propria innocenza. Paolo era disposto a rispettare le regole della legge e a lasciare che questa facesse il suo corso. Se meritava la morte, avrebbe accettato la punizione. Ma se nessuna delle cose di cui lo accusavano era vera, nessuno poteva consegnarlo a loro, con giustizia. Paolo non viene né liberato né condannato. È un esempio dei passi lenti della Provvidenza, che spesso ci fanno vergognare delle nostre speranze e dei nostri timori e ci fanno aspettare Dio.

13 Versetti 13-27

Agrippa aveva il governo della Galilea. Quanti giudizi ingiusti e affrettati la massima romana, a At 25:16, condanna! Questo pagano, guidato solo dalla luce della natura, seguiva esattamente la legge e la consuetudine, eppure quanti cristiani non seguono le regole della verità, della giustizia e della carità nel giudicare i loro fratelli! Le questioni relative al culto di Dio, alla via di salvezza e alle verità del Vangelo possono apparire dubbie e prive di interesse agli uomini di mondo e ai semplici politici. Vedete come questo romano parla poco di Cristo e della grande controversia tra Giudei e Cristiani. Ma è vicino il giorno in cui Festo e il mondo intero vedranno che tutte le preoccupazioni dell'impero romano non erano che inezie e di nessuna importanza rispetto alla questione della risurrezione di Cristo. Coloro che hanno avuto i mezzi di istruzione e li hanno disprezzati, saranno terribilmente convinti del loro peccato e della loro follia. Qui c'era una nobile assemblea riunita per ascoltare le verità del Vangelo, anche se intendevano solo appagare la loro curiosità assistendo alla difesa di un prigioniero. Molti, anche oggi, frequentano i luoghi di ascolto della parola di Dio con "grande sfarzo", e troppo spesso senza un motivo migliore della curiosità. E sebbene i ministri non si presentino come prigionieri per difendere la propria vita, tuttavia un certo numero di persone siede in giudizio su di loro, desideroso di renderli colpevoli per una parola, piuttosto che imparare da loro la verità e la volontà di Dio, per la salvezza delle loro anime. Qual era l'onore della loro bella apparizione, rispetto a quello della saggezza, della grazia e della santità di Paolo, del suo coraggio e della sua costanza nel soffrire per Cristo? Non è una piccola misericordia che Dio chiarisca la nostra giustizia come la luce, e il nostro giusto agire come il giorno di mezzogiorno; che non ci venga addebitato nulla di certo. E Dio fa sì che anche i nemici del suo popolo lo rendano giusto.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Atti 25

1 Ora quando venne Festo - Vedi le note su Atti degli Apostoli 24:27.

Nella provincia - La provincia della Giudea; perché la Giudea a quel tempo era una provincia romana.

Dopo tre giorni - Essendo rimasto tre giorni a Cesarea.

Ascese - Questo era il linguaggio consueto per descrivere un viaggio a Gerusalemme. Così gli inglesi parlano di salire a Londra, perché è la capitale. Vedi le note su Atti degli Apostoli 15:1.

A Gerusalemme - I governatori della Giudea in quel periodo risiedevano solitamente a Cesarea; ma come Gerusalemme era stata l'antica capitale; essendo ancora sede delle solennità religiose; mentre il Sinedrio vi teneva le sue riunioni; e siccome vi risiedevano i grandi, ricchi e dotti ei sacerdoti, è evidente che solo lì si poteva ottenere una piena conoscenza dello stato della provincia. Festo, quindi, dopo aver assunto i doveri del suo ufficio, si recò presto a Gerusalemme per informarsi sugli affari della nazione.

2 Quindi il sommo sacerdote - Il sommo sacerdote in quel momento era Ismaele, figlio di Fabi. Era stato promosso a quell'ufficio da Agrippa (Giuseppe, Antiq., libro 20, capitolo 8, sezione 8). È probabile, tuttavia, che la persona qui destinata fosse Anania, che era stato sommo sacerdote e che avrebbe mantenuto il nome. Vedi le note su Atti degli Apostoli 23:2.

Alcuni mss. leggi qui “sommi sacerdoti” al plurale, e questa lettura è approvata da Mill e Griesbach. Non è tuttavia improbabile supporre che anche il sommo sacerdote Ismaele fosse infuriato contro Paolo quanto gli altri.

Lo informò contro Paolo - Lo informò dell'accusa contro di lui, e senza dubbio si sforzò di pregiudicare la mente di Festo contro di lui. Hanno così mostrato la loro disposizione inesorabile. Si sarebbe potuto supporre che dopo due anni questa ingiusta accusa sarebbe stata abbandonata e dimenticata. Ma la malizia non dimentica così il suo oggetto, e lo spirito di persecuzione non è così soddisfatto.

È evidente che qui c'erano tutte le probabilità che sarebbe stata fatta un'ingiustizia a Paolo e che la mente di Festo sarebbe stata prevenuta contro di lui. Era estraneo a Paolo e ai sentimenti amareggiati del carattere ebraico. Vorrebbe conciliare il loro favore entrando nei doveri del suo ufficio. Una forte rappresentazione, quindi, fatta dai capi della nazione, probabilmente lo pregiudicherebbe violentemente contro Paolo e lo renderebbe inadatto all'esercizio della giustizia imparziale.

3 E desideravano il favore contro di lui - Desideravano il favore di Festo, affinché potessero realizzare il loro malvagio proposito su Paolo.

Lo avrebbe mandato a chiamare a Gerusalemme - Probabilmente con il pretesto che potesse essere processato dal Sinedrio; o forse volevano che Festo ascoltasse lì la causa e la decidesse mentre era a Gerusalemme. Il loro vero motivo è immediatamente dichiarato.

Aspettando nel modo per ucciderlo - Cioè, starebbero in agguato, o impiegherebbero una banda di Sicarii, o assassini, per togliergli la vita durante il viaggio. Vedi le note su Atti degli Apostoli 21:38; Atti degli Apostoli 23:12.

È del tutto probabile che se questa richiesta fosse stata accolta, Paolo sarebbe stato ucciso. Ma Dio gli aveva promesso che avrebbe reso testimonianza alla verità a Roma Atti degli Apostoli 23:11 , e la sua provvidenza fu notevole nell'influenzare così la mente del governatore romano e sconfiggere i piani del consiglio ebraico.

4 Ma Festus rispose... - Non si sa cosa abbia indotto Festus a rifiutare la loro richiesta. È probabile, tuttavia, che sia stato informato che Paolo era un cittadino romano e che il suo caso non poteva essere presentato al Sinedrio ebraico, ma doveva essere ascoltato da lui stesso. Poiché Cesarea era anche a quel tempo la residenza del governatore romano e il luogo dei tribunali, e poiché Paolo vi era alloggiato al sicuro, non sembravano esserci motivi sufficienti per trasferirlo a Gerusalemme per il processo. Festo, tuttavia, concesse loro tutto ciò che potevano ragionevolmente chiedere e assicurò loro che avrebbe avuto un processo rapido.

5 Chi di voi è in grado - Goda di tutti i vantaggi della giusta prova, ed esibisce le sue accuse con tutto il sapere e il talento in suo potere. Questo era tutto ciò che potevano ragionevolmente chiedere alle sue mani.

6 Più di dieci giorni - Vedi il margine. Il siriaco lo legge, "otto o dieci". La Vulgata, "non più di otto o dieci". Il copto, “otto o dieci”. Griesbach suppone che questa sia la vera lettura e l'ha inserita nel testo.

Seduto in sede di giudizio - In tribunale; o tenere un tribunale per il processo di Paolo.

Ha ordinato a Paolo di essere portato - di essere portato per il processo. Era stato messo in sicurezza, ma era stato affidato alle cure di un soldato, a cui era stato ordinato di lasciargli tutta la libertà che era coerente con la sua sicurezza.

7 Lamentele gravi - Accuse pesanti. Senza dubbio lo stesso di cui lo avevano accusato prima di Felice, Atti degli Apostoli 24:5. Confronta Atti degli Apostoli 25:19.

Cosa che non potevano provare - Atti degli Apostoli 24:13 , Atti degli Apostoli 24:19.

8 Mentre rispondeva... - Si veda più ampiamente questa risposta in Atti degli Apostoli 24:10. Poiché le accuse contro di lui erano le stesse di allora, rivolse loro la stessa risposta.

9 Ma Festo, disposto a fare un piacere agli ebrei, desideroso di assicurarsi il loro favore, poiché era appena entrato nella sua amministrazione. Confronta Atti degli Apostoli 24:27. In questo manifestava più un desiderio di popolarità che un'inclinazione a fare giustizia. Se fosse stato disposto a fare subito il bene, avrebbe immediatamente licenziato Paolo.

Festo si accorse che il caso non rientrava equamente nella giurisdizione di un magistrato romano; che riguardava unicamente i costumi e le questioni tra gli ebrei Atti degli Apostoli 25:18; e perciò propose che il caso fosse giudicato davanti a lui a Gerusalemme.

È notevole, tuttavia, che avesse un tale senso della giustizia e della legge da non permettere che il caso gli sfuggisse di mano. Propose ancora di ascoltare la causa, ma chiese a Paolo se era disposto che fosse processato a Gerusalemme. Poiché la domanda che fece a Paolo era una domanda sulla quale era libero di seguire il proprio corso, e poiché Paolo non aveva motivo di aspettarsi che il suo andare a Gerusalemme avrebbe facilitato la causa della giustizia, non è degno di nota che abbia rifiutato l'offerta , come forse Festo supponeva.

10 Allora disse Paolo... - I motivi per cui Paolo rifiutò la proposta di essere processato a Gerusalemme sono evidenti. Aveva sperimentato così tante violente persecuzioni da parte dei suoi compatrioti, e le loro menti erano così piene di pregiudizi, idee sbagliate e inimicizie, che non aveva né giustizia né favore da sperare nelle loro mani. Sapeva anche che in precedenza avevano tramato contro la sua vita e che era stato trasferito a Cesarea per motivi di sicurezza.

Sarebbe una follia e una follia gettarsi di nuovo nelle loro mani, o dare loro un'altra opportunità di formare un piano contro la sua vita. Non essendo, quindi, obbligato a tornare a Gerusalemme, e poiché Festo non lo proponeva perché si potesse supporre che da essa sarebbe promossa la giustizia, ma per gratificare i Giudei, Paolo prudentemente declinò la proposta, e si appellò al imperatore romano.

Sto al tribunale di Cesare - Gli imperatori romani dopo Giulio Cesare furono tutti chiamati "Cesare"; così, Augusto Cesare, Claudio Cesare, ecc., poiché tutti i re d'Egitto erano chiamati "faraone", sebbene ciascuno avesse il suo nome proprio, come faraone Neco, ecc. L'imperatore in questo momento (60 d.C.) era Nerone, uno degli uomini più crudeli ed empi che mai si siano seduti su un trono. Fu sotto di lui che Paolo fu poi decapitato.

Quando Paolo dice: "Io sto al tribunale di Cesare", intende dire che considerava il tribunale davanti al quale si trovava allora, e sul quale sedeva Festo, come realmente il tribunale di Cesare. Il procuratore, o governatore, riceveva il suo incarico dall'imperatore romano, ed era, di fatto, il suo tribunale. Il motivo per cui Paolo fece questa dichiarazione può essere così espresso: “Sono cittadino romano. Ho diritto alla giustizia.

Non ho alcun obbligo di rimettermi nelle mani degli ebrei. Ho diritto a un processo equo e imparziale; e rivendico la protezione e i privilegi che tutti i cittadini romani hanno davanti ai loro tribunali: il diritto a un processo equo e giusto”. Fu perciò un severo rimprovero di Festo per aver proposto di discostarsi dalla nota giustizia delle leggi romane, e, per amor di popolarità, proponergli di mettersi nelle mani dei suoi nemici.

Dove dovrei essere giudicato - Dove ho il diritto di chiedere e aspettarmi giustizia. Ho il diritto di essere giudicato dove di solito si tengono i tribunali, e secondo tutte le forme di equità che si osservano di solito.

Non ho fatto nulla di male - non ho ferito le loro persone, proprietà, carattere o religione. Questo era un appello coraggioso, che la sua coscienza di innocenza e l'intero corso del procedimento gli consentirono di fare senza la possibilità che loro lo smentissero.

Come ben sai, Festo sapeva, probabilmente, che Paolo era stato processato da Felice, e che nulla era stato provato contro di lui. Ora aveva visto lo spirito degli ebrei e il motivo per cui lo accusavano. Aveva processato Paolo, e aveva invitato i Giudei ad addurre i loro uomini “capaci” ad accusarlo, e dopotutto nulla era stato provato contro di lui. Festo sapeva, quindi, di essere innocente.

Questo appare abbondantemente anche dalla sua stessa confessione, Atti degli Apostoli 25:18. Poiché lo sapeva, e poiché Festo proponeva di discostarsi dal normale corso della giustizia per amore della popolarità, era appropriato che Paolo usasse il linguaggio forte del rimprovero e affermasse ciò che sapeva che Festo non osava negargli , la tutela delle leggi romane.

L'innocenza cosciente può essere audace; ei cristiani hanno il diritto di insistere sulla giustizia imparziale e sulla protezione delle leggi. Ahimè! quanti magistrati ci sono stati come Festo, che, quando i cristiani sono stati chiamati in giudizio davanti a loro, sono stati pienamente soddisfatti della loro innocenza, ma che, per amor di popolarità, si sono allontanati da tutte le norme di diritto e da tutte le pretese di giustizia .

11 Perché se sono un offensore - Se ho offeso gli ebrei per meritare la morte. Se si può dimostrare che ho fatto del male a qualcuno.

Mi rifiuto di non morire, non desidero sfuggire alla giustizia. Non desidero eludere le leggi, né approfittare di alcuna circostanza per proteggermi da una giusta punizione. L'intero corso di Paolo ha mostrato che questo era lo spirito nobile che lo animava. Nessun vero cristiano vuole sfuggire alle leggi. Li onorerà e non cercherà di evitarli. Ma, come le altre persone, ha dei diritti; e può e deve insistere affinché giustizia sia fatta.

Nessun uomo può consegnarmi a loro - A nessuno sarà permesso di farlo. Questa dichiarazione audace e fiduciosa Paolo poteva fare, perché sapeva ciò che la legge richiedeva, e sapeva che Festo non avrebbe osato consegnarlo contro la legge. L'audacia non è incompatibile con il cristianesimo; e l'innocenza, quando i suoi diritti sono invasi, è sempre audace. Gesù ha affermato fermamente i suoi diritti sotto processo Giovanni 18:23 , e nessun uomo ha l'obbligo di sottomettersi ad essere calpestato da un tribunale ingiusto in violazione delle leggi.

Faccio appello a Cesare - mi appello all'uomo imperatore, e porto la mia causa direttamente davanti a lui. Per le leggi Valeriano, Porciano e Semproniano era stato promulgato che se qualche magistrato fosse in procinto di percuotere o mettere a morte un cittadino romano, l'imputato poteva appellarsi al popolo romano, e questo appello portava la causa a Roma. . La legge fu così modificata sotto gli imperatori che la causa doveva essere portata davanti all'imperatore invece che al popolo.

Ogni cittadino aveva diritto a questo ricorso; e quando fu fatto, l'imputato fu mandato a Roma per essere processato. Così Plinio Ef. 10,97 dice che quei cristiani che furono accusati, e che, essendo cittadini romani, si appellarono a Cesare, li mandò a Roma per essere processati. Il motivo per cui Paolo fece questo appello era che vedeva che giustizia non gli sarebbe stata fatta dal governatore romano. Era stato processato da Felice, e gli era stata negata la giustizia, ed era stato tenuto prigioniero in violazione della legge, per gratificare i Giudei; ora era stato processato da Festo, e vedeva che seguiva la stessa strada; e si risolse adunque di far valere i suoi diritti, e di allontanare la causa lontano da Gerusalemme, e dal popolo prevenuto in quella città, subito a Roma.

Fu in questo modo misterioso che il desiderio a lungo accarezzato di Paolo di vedere la chiesa romana e di predicarvi il vangelo doveva essere soddisfatto. Confronta le note su Romani 1:9. Per questo aveva pregato a lungo Romani 1:10; Romani 15:23 , e ora finalmente questo scopo doveva essere adempiuto.

Dio risponde alla preghiera, ma spesso in un modo che poco anticipiamo. Così ordina il corso degli eventi; ci mette così in mezzo a una pressione delle circostanze, che il desiderio è esaudito in un modo che non avremmo mai potuto prevedere, ma che mostra nel modo migliore che è un ascoltatore di preghiera.

12 Quando aveva conferito con il consiglio - Con i suoi giudici associati, o con coloro che erano suoi consiglieri nell'amministrazione della giustizia. Erano formati dalle persone principali, probabilmente militari oltre che civili, che gli stavano intorno e che erano suoi assistenti nell'amministrazione degli affari della provincia.

Tu andrai da Cesare - In questo modo voleva liberarsi della prova e della vessazione che la accompagnava. Non osò consegnarlo ai Giudei in violazione delle leggi romane, e non era disposto a rendere giustizia a Paolo, rendendosi così impopolare tra i Giudei. Era quindi probabilmente rallegrato dall'opportunità di liberarsi così da tutti i problemi del caso in un modo contro il quale nessuno poteva obiettare.

13 Dopo alcuni giorni, re Agrippa - Questo Agrippa era figlio di Erode Agrippa Atti degli Apostoli 12:1 e pronipote di Erode il Grande. Il nome di sua madre era Cypros (Josephus, Jewish Wars, libro 2, capitolo 11, sezione 6). Quando suo padre morì era a Roma con l'imperatore Claudio.

Giuseppe Flavio dice che l'imperatore era incline a concedergli tutti i domini di suo padre, ma fu dissuaso dai suoi ministri. La ragione di ciò era che si riteneva imprudente concedere un regno così vasto a un uomo così giovane e così inesperto. Di conseguenza, Claudio inviò Cuspio Fado come procuratore della Giudea e dell'intero regno (Giuseppe, Antiq., libro 19, capitolo 9, sezione 2).

Quando Erode, fratello di suo padre, Agrippa il Grande, morì nell'ottavo anno del regno di Claudio, il suo regno - il regno di Calcide - fu conferito da Claudio ad Agrippa (Giuseppe, Antiq., libro 20, capitolo 5, sezione 2). In seguito, gli conferì la tetrarchia di Filippo e Batanea, e vi aggiunse Trachonitis con Abila ( Antiq., libro 20, capitolo 7, sezione 1). Dopo la morte di Claudio, Nerone, suo successore, aggiunse ai suoi domini Giulia in Perea e una parte della Galilea.

Agrippa era stato allevato a Roma ed era fortemente attaccato ai Romani. Quando iniziarono i disordini in Giudea che si conclusero con la distruzione di Gerusalemme, fece tutto il possibile per preservare la pace e l'ordine, ma invano. In seguito si unì alle sue truppe con quelle dei Romani e le aiutò alla distruzione di Gerusalemme. Dopo la prigionia di quella città si recò a Roma con la sorella Bernice, dove terminò i suoi giorni. Morì all'età di settant'anni, circa 90 dC. Il suo modo di vivere con la sorella dava occasione a rapporti che lo rispettavano ben poco a suo vantaggio.

E Bernice - Era sorella di Agrippa. Era stata sposata con Erode, re di Calcide, suo zio al fianco di suo padre. Dopo la sua morte propose a Polemone, re del Ponto e parte della Cilicia, che se fosse circonciso lo avrebbe sposato. Lui obbedì, ma lei non continuò a lungo con lui. Dopo averlo lasciato, tornò dal fratello Agrippa, con il quale visse in modo tale da suscitare scandalo. Giuseppe Flavio la accusa direttamente di incesto con suo fratello Agrippa ( Antiq., libro 20, capitolo 7, sezione 3).

Per salutare Festo - Per mostrargli rispetto come governatore della Giudea.

14 Festo dichiarò la causa di Paolo - Lo fece, probabilmente, perché Agrippa, essendo ebreo, avrebbe dovuto interessarsi al caso. Era naturale che questo processo fosse un argomento di conversazione, e forse Festo poteva essere disposto a chiedere che cosa fosse giusto fare in tali casi.

Lasciato in obbligazioni - greco: "un prigioniero" - δέσμιος desmios. Fu lasciato in custodia, probabilmente in custodia di un soldato, Atti degli Apostoli 24:23 , Atti degli Apostoli 24:27.

15 Di chi... - Vedi Atti degli Apostoli 25:1.

Per avere giudizio contro di lui - Per averlo condannato.

16 Non è il modo... - Qui espone le ragioni che addusse ai Giudei per non aver consegnato Paolo nelle loro mani. In Atti degli Apostoli 25:4 , abbiamo un resoconto del fatto che non avrebbe acconsentito alle richieste degli ebrei; e qui afferma che la ragione del suo rifiuto era che era contrario al diritto romano.

Appiano, nella sua Storia romana, dice: "Non è loro abitudine condannare gli uomini prima che siano ascoltati". Filone (DePraesi. Rom.) dice la stessa cosa. In Tacito (Storia, ii.) si dice: "A un imputato non deve essere proibito di addurre tutte le cose con le quali può essere stabilita la sua innocenza". Fu per questo che l'equità della giurisprudenza romana fu celebrata in tutto il mondo. Possiamo notare che è motivo di sincera gratitudine al Dio della nostra nazione che questo privilegio sia goduto nella più alta perfezione in questa terra.

È un diritto che ogni uomo ha: di essere ascoltato; conoscere le accuse contro di lui; confrontarsi con i testimoni; fare la sua difesa; ed essere provati dalle leggi, e non dalle passioni e capricci della gente. Sotto questo aspetto la nostra giurisprudenza supera tutto ciò che Roma abbia mai goduto, e non è inferiore a quella della nazione più favorita della terra.

Consegnare - Rinunciare a lui come favore χαρίζεσθαι charizesthai al clamore e al capriccio popolare. Eppure il nostro Salvatore, in violazione delle leggi romane, fu così rinunciato da Pilato, Matteo 27:18.

Avere gli accusatori faccia a faccia - Che sappia chi sono e ascolti le loro accuse. Niente contribuisce di più alla giustizia di questo. I tiranni permettono alle persone di essere accusate senza sapere chi sono gli accusatori e senza la possibilità di rispondere alle accuse. È un grande principio della giurisprudenza moderna che l'imputato possa conoscere gli accusatori, e gli sia permesso di confrontarsi con i testimoni, e di addurre tutte le testimonianze possibili a propria difesa.

E avere licenza - greco: "luogo di scuse" - può avere la libertà di difendersi.

17 Perciò quando vennero qua... - Vedi Atti degli Apostoli 25:6.

18 Nessuna accusa... - Nessuna accusa come mi aspettavo di violazione della pace; di una violazione del diritto romano; di atroci delitti. Era naturale che Festo supponesse che avrebbero accusato Paolo di una tale offesa. Era stato chiamato in giudizio davanti a Felix; era stato due anni in custodia cautelare; e i Giudei erano estremamente violenti contro di lui. Tutto ciò, supponeva Festo, doveva essere nato da qualche flagrante e palese violazione delle leggi.

19 Ma aveva certe domande: certe inchieste, o argomenti contenziosi e controversi; alcuni punti di controversia in cui differivano - ζητήματα τινα zētēmata tina.

Della loro stessa superstizione - δεισιδαιμονίας deisidaimonias. Questa parola denota propriamente “l'adorazione o timore dei demoni”; ma fu applicato dai Greci e dai Romani al culto dei loro dei. È la stessa parola che è usata in Atti degli Apostoli 17:22 , dove è usata in senso buono. Vedi le note su quel luogo. Ci sono due ragioni per pensare che Festo abbia usato la parola qui in senso buono, e non nel senso in cui usiamo la parola "superstizione":

(1) Era la parola con cui si denotava il culto dei Greci e dei Romani, e quindi dello stesso Festo, ed egli la userebbe naturalmente in un senso simile applicandola ai Giudei. Descriveva il loro culto nel linguaggio che era solito usare quando parlava di religione.

(2) Sapeva che Agrippa era ebreo. Festo probabilmente non parlerebbe della religione del suo ospite reale come superstizione, ma ne parlerebbe con rispetto. Intendeva quindi dire semplicemente che avevano alcune indagini sulla loro religione, ma lo accusavano di nessun crimine contro le leggi romane.

E di un Gesù, che era morto - greco: "di un Gesù morto". È evidente che Festo non credeva che Gesù fosse stato risuscitato, e in questo si aspettava che Agrippa fosse d'accordo con lui. Paolo aveva ammesso che Gesù era stato messo a morte, ma sosteneva che era stato risuscitato dai morti. Poiché Festo non ci credeva, ne parlava con il massimo disprezzo. “Avevano una disputa su un Gesù morto, che Paolo affermava essere vivo.

Così un magistrato romano poteva parlare di questa gloriosa verità della religione cristiana, e ciò mostra lo spirito con cui la gran massa dei filosofi e degli uomini di Stato considerava le sue dottrine.

20 E poiché dubitavo di questo tipo di domande - Vedi il margine. Perché esitavo sul modo giusto di smaltirli; poiché ignoravo la loro natura e il loro portamento, ho proposto di andare a Gerusalemme, affinché la cosa potesse essere lì investigata più a fondo. È ovvio che se Paolo non fosse stato riconosciuto colpevole di alcuna violazione delle leggi, avrebbe dovuto essere immediatamente congedato. Alcuni interpreti interpretano questo come affermando che non era soddisfatto della questione dell'innocenza di Paolo, o certo se dovesse essere messo in libertà o meno.

21 Ma quando aveva fatto appello - Atti degli Apostoli 25:11.

Da prenotare - Da conservare; non per essere processato a Gerusalemme, ma per essere mandato a Roma per essere processato.

All'udienza - Margine, "il giudizio". Che Augusto potesse sentire e decidere la causa.

Di Augusto - L'imperatore regnante in quel periodo era Nerone. Il nome Augustus Σεβαστός Sebastos denota propriamente "ciò che è venerabile, o degno di onore e riverenza". Fu applicato per la prima volta a Cesare Ottaviano, che era l'imperatore romano al tempo in cui nacque il nostro Salvatore, e che di solito è inchiodato a Cesare Augusto. Ma il titolo continuò ad essere usato dai suoi successori in carica, come denotando la venerazione o riverenza che era dovuta al grado di imperatore.

22 Allora Agrippa disse... - Agrippa aveva senza dubbio sentito parlare molto della fama di Gesù, e della nuova setta dei cristiani, e probabilmente era stato indotto dalla semplice curiosità di ascoltare ciò che Paolo poteva dire a spiegazione e difesa del cristianesimo. Questa volontà di Agrippa diede occasione alla più nobile difesa che sia mai stata fatta davanti a qualsiasi tribunale, e alla splendida eloquenza che si può trovare in qualsiasi lingua. Vedi Atti degli Apostoli 26:23.

23 Con grande pompa - greco: “con molta fantasia” φαντασίας phantasias; con molto spettacolo, parata e splendore. Era un'occasione in cui poteva esibire gran parte dello splendore della regalità, e scelse di farlo.

Nel luogo dell'udienza - L'aula del tribunale, ovvero il luogo in cui i giudici hanno ascoltato e processato le cause.

Con i capi capitani - Greci: i chiliarchi; i comandanti di 1.000 uomini. Significa che qui si sono riuniti gli ufficiali militari. “I principali uomini della città.” Gli ufficiali civili, o gli uomini di fama e influenza.

24 Si sono occupati di me - Sono apparsi davanti a me, desiderando che lo provassi. Mi hanno esortato a condannarlo.

Piangere... - Confronta Atti degli Apostoli 22:22. Avevano chiesto che fosse messo a morte.

26 Di chi - Rispettando il suo carattere, le opinioni e il modo di vivere; e rispettando le accuse contro di lui.

Nessuna cosa certa - Nulla di definito e consolidato. Non avevano accusato Paolo di alcun delitto contro le leggi romane; e Festo si professa troppo ignorante dei costumi dei Giudei per informare distintamente l'Imperatore della natura delle accuse e dell'oggetto del processo.

Al mio signore - All'imperatore - a Cesare. Questo nome Signore, gli imperatori Augusto e Tiberio avevano rifiutato e non avrebbero permesso che fosse applicato a loro. Svetonio (Vita di Augusto, v. 53) dice "l'appellativo di Signore che sempre aborriva come abominevole ed esecrabile". Vedi anche Vita di Tiberio di Svetonio, v. 27. Gli imperatori che succedettero loro, tuttavia, ammisero il titolo e si lasciarono chiamare con questo nome. Niente sarebbe più soddisfacente per Nerone, l'imperatore regnante, di questo titolo.

Potrei avere qualcosa da scrivere - Poiché Agrippa era ebreo, e conosceva i costumi e la dottrina dei giudei, Festo supponeva che, dopo aver ascoltato Paolo, sarebbe stato in grado di informarlo dell'esatta natura di queste accuse, così che poteva presentare il caso in modo intelligibile all'imperatore.

27 Perché mi sembra irragionevole - Festo si sentiva messo in una situazione imbarazzante. Stava per mandare a Roma un prigioniero che era stato giudicato da lui stesso, e che aveva fatto appello dalla sua giurisdizione, e tuttavia ignorava le accuse contro di lui, e la natura dei suoi delitti, se ne fossero stati commessi. Quando i prigionieri furono così mandati a Roma per essere processati davanti all'imperatore, sarebbe opportuno che le accuse fossero tutte specificate e le prove fornite dalle quali erano sostenute, eppure Festo non poteva fare né l'uno né l'altro, e non è meraviglioso che si sentisse lui stesso perplesso e imbarazzato, e che era lieto di avvalersi del desiderio che Agrippa aveva espresso di ascoltare Paolo, per poter specificare le accuse contro di lui.

Withal - anche; allo stesso tempo.

Significare - Specificare o far conoscere. In conclusione di questo capitolo, possiamo osservare:

(1) Che nel caso di Agrippa abbiamo un esempio delle ragioni che inducono molte persone ad ascoltare il Vangelo. Non ci credeva; non aveva alcun interesse per la sua verità o le sue promesse; ma era portato dalla curiosità a desiderare di ascoltare un ministro del vangelo di Cristo. La curiosità attira così moltitudini al santuario. In molti casi rimangono indifferenti e indifferenti. Ascoltano, sono impassibili e muoiono nei loro peccati.

In altri casi, come Agrippa, sono quasi convinti di essere cristiani, Atti degli Apostoli 26:28. Ma, come lui, resistono agli appelli e muoiono disinteressati al piano di salvezza. In alcuni casi si convertono e la loro curiosità, come quella di Zaccheo, diventa il mezzo per abbracciare il Salvatore, Luca 19:1. Qualunque sia il motivo che induce le persone a desiderare di ascoltare, è dovere del ministero con gioia e gratitudine, come Paolo, affermare la verità e difendere la religione cristiana.

(2) In Festo abbiamo un esempio del modo in cui i grandi, i ricchi e gli orgogliosi di solito considerano il cristianesimo. Ritengono che sia un argomento in cui non hanno interesse una domanda su "un Gesù morto", che i cristiani affermano essere vivo. Che sia vivo o no; se il cristianesimo sia vero o falso, suppongono che sia una questione che non li riguarda. Strano che a Festo non venisse in mente che se era vivo, la sua religione era vera; e che era possibile che fosse da Dio.

Ed è strano che le persone di questo mondo considerino la religione cristiana come un argomento in cui non hanno alcun interesse personale, ma come uno di cui solo i cristiani dovrebbero indagare, e di cui solo loro dovrebbero provare qualche preoccupazione.

(3) In Paolo abbiamo l'esempio di un uomo diverso sia da Festo che da Agrippa. Provava un profondo interesse per l'argomento, un argomento che riguardava tanto loro quanto lui. Era disposto non solo a guardarlo, ma a scommettere la sua vita, la sua reputazione, tutto se stesso, sulla sua verità. Era disposto a difenderlo ovunque, e davanti a qualsiasi classe di persone. Allo stesso tempo, rivendicava i suoi diritti di cittadino romano, ma era principalmente per predicare il vangelo.

Allo stesso tempo, era ansioso di assicurarsi giustizia, ma la sua principale preoccupazione era dichiarare la verità di Dio. davanti a qualsiasi tribunale; prima di ogni classe di persone; in presenza di principi, nobili e re, di romani e di ebrei, era pronto a riversare eloquenza e argomenti irresistibili in difesa della verità. Chi non preferirebbe essere Paolo che Festo o Agrippa? Chi non preferirebbe essere un prigioniero.

come lui, che investito di autorità come Festo, o vestito di splendore come Agrippa? E chi non preferirebbe essere un credente del vangelo come Paolo, piuttosto che, come loro, essere freddi dispregiatori o trascuratori del Dio che li ha fatti e del Salvatore che è morto e risorto?

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Atti 25

1 Versetto 1. Quando Festo giunse nella provincia,

della Giudea, che era una provincia romana, sulla quale fu fatto governatore da Nerone, l'imperatore romano, al posto di Felice; ora era sbarcato in una parte della provincia, cioè a Cesarea, e quindi si poteva dire che ne avesse assunto il governo, come la frase sopporterà di essere resa;

dopo tre giorni salì da Cesarea a Gerusalemme; molto probabilmente venne per mare dall'Italia in Giudea, e sbarcò a Cesarea; perché, sebbene Giaffa fosse il porto più vicino a Gerusalemme, Cesarea era il porto più sicuro e più comodo, essendo stato reso tale da Erode; vedi Gill su "Atti 18:22", e inoltre, sembra che fosse la residenza dei re e dei governatori della Giudea, Atti 12:19 23:23,33 qui Festo si fermò tre giorni dopo il suo sbarco, per riposarsi dopo la fatica del viaggio, e poi salì a Gerusalemme, la metropoli della provincia della Giudea

2 Versetto 2. Allora il sommo sacerdote,

Anania, come in Atti 23:2, 24:1 la copia alessandrina, la versione latina della Vulgata e tutte le versioni orientali, legge: "i sommi sacerdoti", l'intero collegio dei sacerdoti:

e il capo dei Giudei; i loro governanti e anziani, i membri del sinedrio ebraico;

lo informò contro Paolo; colsero la prima occasione per servirlo, quando fu giunto a Gerusalemme; sperando che potesse essere favorevole per loro, dal momento che stava appena entrando nel suo governo, e potesse essere disposto a gratificare il capo della nazione, e guadagnare il loro affetto e la loro stima, e poiché non era ancora a conoscenza delle loro malvagie disposizioni e artifici; e portò un atto di informazione contro Paolo, e fece un ampio resoconto di lui, di quanto fosse malvagio e di quali mali avesse commesso; gli imputarono molte cose e lo accusarono molto pesantemente e cercarono di impadronirsi del governatore e di pregiudicarlo contro di lui.

e lo supplicò; che avrebbe esaudito loro la seguente richiesta

3 Versetto 3. e chiese favore contro di lui,

Paolo; chiedevano che cosa sarebbe stato un favore per loro e un pregiudizio per lui: o "di lui", cioè di Festo; gli chiesero un favore, e lo desiderarono come tale, come ciò che sarebbero stati da loro accettati e riconosciuti con gratitudine; il cui senso è confermato dalla versione siriaca; la versione araba lo rende "a" o "su di loro"; cioè, gli chiesero di concedere loro un favore, o di concederne uno, che è il seguente:

che lo avrebbe mandato a chiamare a Gerusalemme; affinché il suo caso potesse essere ascoltato davanti a lui, e potesse essere processato e giudicato da lui, come pretendevano:

tendendo un'imboscata sulla strada per ucciderlo; questo era il loro piano, anche se lo nascondevano, e non pretendevano altro che che la giustizia potesse avvenire: il loro piano era che, se avessero potuto convincere Festo a mandare a chiamare Paolo a Gerusalemme, da Cesarea, avrebbero fornito uomini, forse gli stessi quaranta e più di prima, in Atti 23:12,13 per tendergli un'imboscata lungo la strada per il suo arrivo, e di averlo ucciso: tutto ciò mostra la malizia di questi uomini, la malvagità della loro causa, l'infaticabilità e la diligenza per raggiungere il loro scopo, il pericolo in cui si trovava l'apostolo e la cura della Provvidenza su di lui

4 Versetto 4. Ma Festo rispose che Paolo doveva essere trattenuto a Cesarea,

O che fosse tenuto lì, e fosse in debita custodia, sotto la cura di un centurione, e dovesse rimanervi; né c'era alcuna ragione per cui dovesse essere allontanato, tanto più che doveva tornarvi rapidamente, come aggiunge:

e che lui stesso sarebbe partito di lì a breve; La risposta fu molto saggia e prudente, e le ragioni addotte furono giuste e forti; come che Paolo era stato inviato a Cesarea, era stato lasciato legato dal suo predecessore lì; Lì lo trovò, e lì era sotto una guardia adeguata, e lì era giusto che continuasse; e inoltre egli stesso non doveva fermarsi a Gerusalemme, ma doveva partire per Cesarea entro pochi giorni, e quindi era molto improprio mandarvi a chiamare Paolo

5 Versetto 5. Quelli dunque che fra voi ne sono capaci, disse,

Coloro che sono a loro agio, possono risparmiare tempo, e ai quali sarà conveniente, senza interrompere altri affari, intraprendere un tale viaggio; e che siano in grado di sostenerne le spese, senza nuocere alle loro famiglie, e la cui salute e età lo permettano; e soprattutto, che sono padroni di questa faccenda, e sono capaci di formare accuse, e di sostenerle con prove e prove adeguate: che tali

scendi con me; da Gerusalemme a Cesarea, e accusa quest'uomo, secondo le regole della legge, di ciò che è colpevole e può essere provato su di lui.

se c'è in lui qualche malvagità; o da lui commesso, qualsiasi cosa che sia assurda e irragionevole, notoriamente flagrante e criminale; cioè contrari alle regole della ragione, al buon senso dell'umanità e alle leggi di Dio e degli uomini; e specialmente dell'impero romano, o che sia blasfemo o sedizioso

6 Versetto 6. E dopo essersi trattenuto in mezzo a loro più di dieci giorni,

La copia alessandrina, e tre copie di Beza, e alcune altre, e la versione latina della Vulgata recitano: "non più di otto o dieci giorni"; e le versioni siriaca ed etiopica omettono la frase "non più" e leggono "quando vi era rimasto", come la prima; cioè a Gerusalemme; o "quando era rimasto in mezzo a loro", come quest'ultimo; gli ebrei, i sommi sacerdoti e altri, "otto o dieci giorni"; Lo storico, non essendo certo di un giorno, si esprime in questo modo:

scese a Cesarea; donde veniva e dov'era Paolo.

e il giorno dopo sedersi in tribunale; il giorno dopo essere venuto a Cesarea, sedette sul banco del tribunale per giudicare le cause, e particolarmente quella degli apostoli, che egli desiderava molto conoscere, per cui prese così presto il banco.

comandò che Paolo fosse portato; dal luogo in cui era tenuto prigioniero, alla sala del giudizio dove si trovava Festo

7 Versetto 7. E quando fu venuto,

In tribunale:

i Giudei che erano scesi da Gerusalemme; insieme a Festo, forse il sommo sacerdote con gli anziani, e Tertullo l'oratore, come prima:

stava tutt'intorno; o l'apostolo Paolo, o il seggio del giudizio; i testimoni e gli accusatori dovevano comparire, così come la persona accusata; vedi Gill su "Marco 14:57"

E presentarono molte e gravi lamentele contro Paolo, che non poterono provare; poiché la sua condotta morale, sia prima che dopo la conversione, era molto severa e conforme alle leggi di Dio e dell'uomo; eppure, puro e inoffensivo com'era, non era esente dalle calunnie degli uomini; e questi molti e molto dolorosi; ma era la sua felicità, e il suo onore per la grazia di Dio, che i suoi nemici non potevano far valere nessuno contro di lui

8 Versetto 8. Mentre rispondeva per se stesso,

Come gli era permesso dalle leggi romane, perorò la propria causa e mostrò la falsità delle accuse mosse contro di lui; osservando che, poiché i crimini che gli venivano addebitati erano riducibili a tre capi, nessuno di essi era giusto e vero:

né contro la legge dei Giudei; la legge di Mosè, sia morale, cerimoniale o giudiziaria; non la legge morale, di cui era un rigoroso osservante, sia prima che dopo la sua conversione; né la legge cerimoniale, perché, sebbene fosse stata abolita, ed egli sapesse che lo era, tuttavia per amore della pace, e in condiscendenza verso la debolezza di alcuni, e per guadagnare altri, si sottomise ad essa, e stava eseguendo un ramo di essa, quando fu preso nel tempio; né la legge giudiziaria, che riguardava gli ebrei in quanto ebrei, e le loro vicende civili: né contro il tempio; a Gerusalemme, di cui era accusato di profanazione, introducendovi un Gentile; il che era una falsità, almeno un errore:

né contro Cesare, ho offeso affatto; poiché era accusato di sedizione, Atti 24:5. Cesare era un nome comune per gli imperatori romani, come il faraone lo era per i re d'Egitto; e che presero da Giulio Cesare, il primo di loro, al quale successe Augusto Cesare, sotto il quale nacque Cristo; e lui da Tiberio, sotto il quale soffrì; il quarto fu Caio Caligola; il quinto era Claudio, menzionato in Atti 11:28, 18:2 e l'attuale Cesare, a cui Paolo ora si appellava, era Nerone; e sebbene gli imperatori successivi portassero questo nome, fu anche dato al secondo nell'impero, o al presunto erede di esso: gli autori sono divisi intorno all'originale di Cesare, il cognome di Giulio; alcuni dicono che l'avesse dal colore dei suoi occhi, che erano "Caesii", grigi; altri da "Cesari", la sua bella chioma; altri dall'uccisione di un elefante, che, nella lingua dei Mori, è chiamato "Cesare": l'opinione più comune è che abbia preso il nome dal grembo di sua madre, essendo "Caeso", tagliato alla nascita, per far posto al suo passaggio nel mondo; in questo modo venne al mondo anche il nostro re Edoardo VI

9 Versetto 9. Ma Festo, volendo fare un piacere ai Giudei,

Come fece il suo predecessore Felice, Atti 24:27, essendo appena entrato nel suo nuovo governo, e avendo ricevuto alcune carezze e cortesia dai Giudei a Gerusalemme, dai quali era stato molto pressato e sollecitato riguardo all'affare dell'apostolo:

Paolo rispose e disse: «Vuoi tu salire a Gerusalemme e quivi essere giudicato davanti a me per queste cose?». intendendo per sinedrio giudaico, essendo presente Festo: questo era ciò che gli Giudei gli avevano chiesto quando era a Gerusalemme, che vi mandasse a chiamare Paolo, e lì lo lasciasse giudicare, e la richiesta che egli aveva respinto; ma essendo stato sollecitato e importunato dai Giudei, forse mentre scendevano insieme, era incline a gratificarli, e ad ammettere che sarebbe stato processato a Gerusalemme, davanti al sinedrio, essendo lui presente; eppure non era disposto a farlo senza il consenso del prigioniero, essendo un uomo libero di una città romana; temendo di essere accusato di consegnare un romano nelle mani degli ebrei, cosa che avrebbe potuto essere risentita dall'imperatore e dal senato romano, se ne fossero venuti a conoscenza

10 Versetto 10. Allora Paolo disse: "Io sto al tribunale di Cesare,

Non che qui ci fosse un seggio nell'aula del giudizio costruita da Erode perché Cesare stesso vi si sedesse, se mai vi fosse venuto, come alcuni hanno pensato; ma il seggio su cui sedeva Festo è chiamato seggio del giudizio di Cesare, perché era in un tribunale di giustizia di Raman, e perché Festo, che lo occupava, rappresentava Cesare stesso:

dove dovrei essere giudicato: essendo cittadino romano, e non a Gerusalemme dal sinedrio dei Giudei, che non avevano nulla a che fare con lui.

ai Giudei non ho fatto alcun torto, come tu sai benissimo; potrebbe essere dal suo predecessore Felice, che lo aveva informato di questo caso; o dalla lettera di Lisia, che poteva capitargli tra le mani; o dalla risposta dell'apostolo e dalla rivendicazione di se stesso, che ora faceva

non ho fatto nulla di male, come tu sai molto bene; potrebbe essere dal suo predecessore Felice, che lo aveva informato di questo caso; o dalla lettera di Lisia, che poteva capitargli tra le mani; o dalla risposta dell'apostolo e dalla rivendicazione di se stesso, che ora faceva

11 Versetto 11. Perché se io fossi un delinquente,

contro la legge di Mosè, o il tempio di Gerusalemme, o Cesare l'imperatore romano,

o aver commesso qualcosa degno di morte; secondo le leggi dei Romani, come la sedizione, l'omicidio, ecc.

Mi rifiuto di non morire; a significare che non rifiutò di andare a Gerusalemme, né per coscienza di colpa, né per paura della morte; perché se si poteva provare qualcosa contro di lui, che era di natura capitale, non desiderava sfuggire alla morte; era pronto a morire per questo; Non si trattava di un sotterfugio, o di un cambiamento, per eludere o rinviare la giustizia:

ma se non c'è nessuna di queste cose; essere trovati, o provati, e fatti comparire:

di cui questi mi accusano; additando i Giudei, che erano scesi per essere i suoi accusatori, e avevano mosso contro di lui molte e gravi accuse:

Nessuno può consegnarmi loro nelle mani di loro; non giustamente, o secondo le leggi romane; suggerendo che Festo stesso non poteva farlo legalmente;

Mi appello a Cesare; a ciò l'apostolo fu indotto, in parte dalla condotta del governatore, che sembrava incline a favorire gli ebrei; e in parte per la consapevolezza che avrebbe potuto avere della loro intenzione di tendergli un'agguato, se fosse salito a Gerusalemme; e principalmente dalla visione che aveva avuto, che gli assicurava che doveva rendere testimonianza di Cristo a Roma, Atti 23:11

12 Versetto 12. Allora Festo, dopo aver conferito con il sinedrio,

Non con il sinedrio ebraico, o qualsiasi parte di esso che è venuto giù in questa occasione; ma con i consiglieri romani, che doveva assisterlo nel giudizio, quando gli si presentavano questioni difficili; le versioni siriaca ed etiopica lo rendono "con i suoi consiglieri"; e l'arabo legge al singolare, "con il suo consigliere"; con questi consigliava, se fosse appropriato ammettere l'appello di Paolo, o no; e dopo aver avuto la loro opinione,

Egli rispose: «Hai tu fatto appello a Cesare?» andrai da Cesare. La domanda è posta, in parte per una conoscenza più certa della cosa, affinché non vi sia alcun errore, e in parte a causa dei Giudei, affinché si rendessero conto che, sebbene egli fosse disposto a fare loro un favore, non era in suo potere. a causa di questo appello; e può essere con un certo risentimento in se stesso, poiché portava in sé una sorta di riflessione su di lui, come se fosse incapace di affrontare questa faccenda, o non fosse giusto e fedele in essa

13 Versetto 13. E dopo certi giorni,

Diversi giorni dopo il suddetto appello fatto da Paolo:

Il re Agrippa e Berenice vennero a Cesarea per salutare Festo: questo re Agrippa era figlio di Erode Agrippa, che uccise Giacomo, fratello di Giovanni, e della cui morte si fa menzione in Atti 12:1,2 il cronologo ebreo lo chiama Agrippa II, figlio di Agrippa il primo, quinto re della famiglia di Erode: non era re della Giudea, questa fu ridotta di nuovo a provincia da Claudio; e alla morte di suo zio Erode, re di Calcide, fu fatto re di quel luogo dal detto imperatore, il quale poi lo trasferì di là in un regno più grande, e gli diede la tetrarchia, che era di Filippo, suo prozio; vale a dire, Batanea, Traconitide e Gaulanite, a cui aggiunse il regno di Lisania; (vedi Luca 3:1) e la provincia che aveva Varo; e a queste Nerone aggiunse quattro città, con ciò che apparteneva loro; in Perea, Abila e Giulia, e in Galilea, Tarichea e Tiberiade. Gli scrittori ebrei fanno spesso menzione di lui, chiamandolo, come qui, re Agrippa; vedi Gill su " Atti 26:3", e così fa Giuseppe Flavio. Secondo il cronologo di cui sopra, fu condotto a Roma da Vespasiano, quando andò per essere fatto Cesare, e fu messo a morte da lui, tre anni e mezzo prima della distruzione del tempio, sebbene altri dicano che visse alcuni anni dopo, e alcuni scrittori ebrei affermano che ai suoi giorni il tempio fu distrutto. Agrippa, sebbene fosse ebreo, il suo nome era un nome romano; Augusto Cesare aveva un parente di questo nome, che aveva un figlio con lo stesso nome e una figlia chiamata Agrippina; ed Erode il grande, essendo molto obbligato ai Romani, prese il nome da loro e lo diede a uno dei suoi figli, padre di questo re. che alla nascita non uscirono prima con la testa, come è il modo consueto delle nascite, ma prima con i piedi, e che è considerata una nascita difficile; e "ab aegritudine", dal dolore, dall'afflizione e dalla stanchezza di esso, tali sono chiamati Agrippa. Berenice, che si dice sia con il re Agrippa, non è il nome di un uomo, come alcuni hanno supposto, perché si dice che sieda nella sala del giudizio con il re, ma di una donna; così chiamata, nel dialetto dei Macedoni, per Pheronice, che significa colei che porta via la vittoria; e questa stessa persona è, in Svetonio, chiamata regina Beronice, per la quale si dice che l'imperatore Tito avesse un grandissimo amore, e stava per sposarla: non era moglie di Agrippa, come dice la versione araba, ma sua sorella; suo padre lasciò oltre a lui tre figlie, Berenice, Mariamne e Drusilla, che fu l'ultima moglie di Felice, Atti 24:24. Berenice sposò in prime nozze suo zio Erode, re di Calcide, e dopo la sua morte Polemone, re di Cilicia, dal quale si separò, e visse in troppa familiarità con suo fratello Agrippa, come aveva fatto prima del suo secondo matrimonio, come si sospettava, a cui si riferisce l'incesto di Giovenale.; e con chi si trovava ora, che si riunì per fare una visita a Festo, al suo arrivo al suo governo, e per congratularsi con lui per questo

14 Versetto 14. E quando furono là da molti giorni,

Concedendosi al piacere e trascorrendo il tempo a conversare su vari argomenti; e per continuare la conversazione e passare il tempo,

Festo dichiarò al re il caso di Paolo; nel modo seguente:

dicendo: C'è un certo uomo lasciato in catene da Felice; l'ex governatore di Cesarea, cioè Paolo

15 Versetto 15. Del quale, quando ero a Gerusalemme,

Poco dopo il suo arrivo al governo:

i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei mi informarono; gli presentò un'accusa, gli mostrò le accuse contro di lui, gli presentò un documento informativo, esponendo vari crimini di cui si era reso colpevole:

desiderando avere un giudizio contro di lui; non solo per far giudicare la sua causa, ma per avere una sentenza di condanna emessa su di lui; alcune copie leggono "condanna", come la copia alessandrina, e due di Beza; e che la punizione sia designata, e anche la morte stessa, è evidente dalle seguenti parole

16 Versetto 16. Al quale risposi:

Come segue:

non è usanza dei Romani consegnare qualcuno a morire, né dare qualcuno alla distruzione; di emettere una sentenza di morte su di lui, senza ascoltare la sua causa, e puramente su richiesta di un altro, e semplicemente per gratificarlo:

prima che colui che è accusato faccia faccia a faccia gli accusatori; per parlare in faccia a lui, o davanti a lui, di ciò che hanno da accusarlo:

e ha la licenza di rispondere per se stesso, riguardo al crimine che gli è stato commesso; e questo era anche secondo la legge dei Giudei, Giovanni 7:51 sebbene Festo, da una tale richiesta da parte dei sommi sacerdoti e degli anziani, potesse concludere che il loro modo era diverso, ignorando le loro leggi e costumi; ma il loro pregiudizio verso l'apostolo li portò ad agire una parte così illegale, o almeno a desiderare che fosse messa in atto: è uno dei canoni ebraici, che è illegale per un giudice ascoltare una delle parti contendenti, prima che l'altra sia entrata

17 Versetto 17. Perciò, quando furono giunti qui,

A Cesarea, cioè ai sommi sacerdoti e agli anziani dei Giudei:

il giorno dopo, senza alcun indugio, mi sedetti in tribunale: cioè, il giorno seguente, dopo che furono scesi, Festo entrò nella sala del giudizio e vi prese posto, per ascoltare questa causa; circostanza che menziona, per mostrare quanto fosse stato svelto.

e ordinai a quell'uomo di essere portato fuori: dal suo luogo di reclusione, alla sala, per rispondere di se stesso

18 Versetto 18. contro il quale quando gli accusatori si sono sollevati,

Come erano obbligati a fare, mentre esponevano le loro accuse, portavano le loro testimonianze e producevano le loro prove; Atti 25:7

Non portarono alcuna accusa di cose come supponevo: perché per il fatto di essere stato lasciato in catene, e per le informazioni dei sommi sacerdoti e degli anziani, e per la loro violenza contro di lui, immaginava di dover essere accusato di qualche noto crimine capitale

19 Versetto 19. ma avevano contro di lui certe domande sulla loro stessa superstizione,

O la religione; quanto alla loro legge, contro la quale dicevano che Paolo aveva parlato; e intorno al loro tempio, che pretendevano egli avesse contaminato; e della risurrezione dei morti, che egli affermava, e alcuni negavano:

e di un certo Gesù che era morto, che Paolo affermò essere vivo; sembra infatti che da ogni parte si dicesse più di quanto non sia riportato da Luca: gli Giudei gli obiettavano, tra l'altro, la sua fede in Gesù di Nazaret, che essi descrivevano come un impostore e un ingannatore; Paolo, d'altra parte, sosteneva che lui era il vero Messia; e a prova di ciò, affermò che, sebbene lo avessero messo a morte, era risorto dai morti, e quindi era stato dichiarato Figlio di Dio con potenza: Festo, è molto probabile, non aveva mai sentito parlare di Gesù prima, e quindi parla di lui in questo modo; o, se l'aveva avuta, aveva avuto un'opinione spregevole di lui, così come della religione ebraica; e che esprime, anche in presenza del re, che almeno esteriormente l'aveva abbracciata

20 Versetto 20. E poiché dubitavo di questo tipo di domande,

O li ignorava e non sapeva che cosa farsene o dire loro, e non sapeva che cosa fare in questa faccenda.

Gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme e lì essere giudicato su queste questioni; prima del sinedrio ebraico, chi meglio li comprendeva

21 Versetto 21. Ma quando Paolo aveva fatto appello ad essere riservato,

In custodia a Cesarea:

all'orecchio di Augusto; che la sua causa fosse ascoltata, giudicata e giudicata dall'imperatore romano Nerone, qui chiamato Augusto; poiché era consuetudine che un imperatore romano si chiamasse Cesare, da Giulio Cesare, il primo di loro, così si chiamava Augusto, da Ottaviano Augusto, il secondo imperatore: il suo cognome originale era Turino, ma poiché questo gli fu contestato come un rimprovero, prese poi il nome di Cesare, e poi di Augusto; l'uno per volontà del suo prozio, l'altro per consiglio di Munazio Planco; quando alcuni pensarono che dovesse chiamarsi Romolo, come se fosse il fondatore della città, prevalse che dovesse piuttosto chiamarsi Augusto; non solo questo cognome era nuovo, ma anche più grandioso, visto che i luoghi religiosi, e in cui qualsiasi cosa era consacrata con la divinazione, erano chiamati "Augusta, ab auctu, vel ab avium gestu, gustuve", secondo Ennio: nel testo greco il nome è Sebastos, che significa venerabile e venerabile

Ordinai che fosse trattenuto; a Cesarea, per mezzo di un centurione, e non mandata a Gerusalemme.

finché io non lo mandi da Cesare, finché non abbia l'opportunità di mandarlo a Roma per essere processato davanti all'imperatore

22 Versetto 22. Allora Agrippa disse a Festo:

Dopo che gli ebbe dato il racconto di cui sopra:

Avrei anche ascoltato l'uomo io stesso; Agrippa era ebreo di professione, e sapeva di queste cose più di Festo, e molto probabilmente aveva sentito parlare molto di Gesù Cristo; e se non dell'apostolo, tuttavia della religione cristiana; e perciò era molto desideroso, non solo per curiosità di vedere quell'uomo, ma anche per udirlo; e ottenere ulteriori informazioni e conoscenze sulle cose in discussione, tra Giudei e Cristiani, in cui Festo era molto pronto a gratificarlo:

Domani, disse, tu lo ascolterai: e prima non si potrebbero preparare bene le cose per un affare di questo genere e per un incontro così grandioso

23 Versetto 23. E il giorno dopo, quando Agrippa fu arrivato,

Nella sala, o tribunale di giudizio:

e Bernice; sua sorella, insieme a lui:

con grande pompa: in abiti ricchi, con le "regalie", o insegne della regalità portate davanti a loro, e accompagnate da un grande corteo e seguito di servitori:

ed è stato fatto entrare nel luogo dell'udienza; le cause che sono state giudicate in tribunale, quella particolare parte della sala, che è stata assegnata a tale scopo; Poiché, come c'erano i posti appropriati per il giudice e il consiglio, e per i querelanti e gli imputati, così per coloro che venivano ad ascoltare:

con i capitani in capo; o tribuni, che avevano il comando dei soldati romani; e che avevano ciascuno di loro mille uomini sotto di loro, come significa il loro titolo:

e gli uomini principali della città; cioè di Cesarea; i magistrati e i principali abitanti del luogo,

al comando di Festo Paolo fu generato; e divenne uno spettacolo per un gran numero di uomini, come egli stesso dice; e che in parte adempiva ciò che Cristo aveva predetto ai suoi discepoli, che sarebbero stati condotti davanti a re e governatori per causa sua; vedi 1Corinzi 4:9 Matteo 10:18

24 Versetto 24. Festo disse: "Re Agrippa,

Si rivolse a lui in primo luogo, come la persona principale, e di grande dignità, oltre che conoscenza:

e tutti gli uomini che sono qui presenti con noi; i capi dei capitani e i principali abitanti della città:

Vedete quest'uomo , il prigioniero alla sbarra, che intende Paolo:

riguardo al quale tutta la moltitudine dei Giudei si è occupata di me, si è rivolta a lui, ha interceduto presso di lui, e con grande insistenza ha insistito e lo ha pregato di giudicare contro di lui.

sia a Gerusalemme che qui; a Cesarea, dove erano venuti da Gerusalemme per accusarlo.

pianto: in modo molto rumoroso e clamoroso:

che non doveva vivere più a lungo; come fecero davanti a Lisia, il capo capitano, Atti 22:22 e così in presenza di Festo; perché cercavano la sua morte, e nient'altro li avrebbe soddisfatti

25 Versetto 25. Ma quando ho scoperto che non aveva commesso nulla che meritasse la morte,

Che era una testimonianza pubblica dell'innocenza dell'apostolo, con grande mortificazione dei suoi nemici, alcuni dei quali potevano essere presenti; una testimonianza simile fu data di lui da Lisia, Atti 23:29

e che egli stesso si è appellato ad Augusto; l'imperatore Nerone; vedi Atti 25:21

Ho deciso di mandarlo; avendo avuto l'opinione del suo consiglio su di esso

26 Versetto 26. Di cui non ho nulla di certo,

Nessun crimine, accusa o accusa certa; niente di un momento o di una conseguenza, niente di particolare, nient'altro che un mucchio di nozioni confuse, di non so chi o cosa:

per scrivere al mio signore; intendendo l'imperatore romano, sotto il quale prestò servizio come governatore della Giudea:

perciò l'ho condotto davanti a voi; Tutta l'azienda presenta quindi:

e soprattutto davanti a te, o re Agrippa; come uomo non solo di eminenza, dignità e autorità, ma anche di conoscenza in tali questioni, di cui gli ebrei accusavano Paolo; vedi Atti 26:2,3

Che dopo l'esame aveva; di Paolo, e il suo caso;

Potrei avere qualcosa da scrivere; su di lui, e le accuse mosse contro di lui all'imperatore

27 Versetto 27. Perché mi sembra irragionevole mandare un prigioniero,

Un uomo legato come se fosse un malfattore, colpevole di alcuni crimini efferati, a Roma, per essere giudicato davanti a Cesare.

e non per significare i crimini contro di lui; per cui è prigioniero, e per il quale è mandato dall'imperatore: a Festo sembrava una cosa assurda, e che poteva essere giustamente considerata dal suo padrone, un atto di condotta sciocco, sciocco e stupido, e privo di buon senso e ragione, pura follia e follia; di mandargli un prigioniero, e di non significare nella sua lettera a lui indirizzata, ciò che gli era stato affidato; eppure questo era così oscuro e oscuro, che non sapeva dire che cosa farne, né che cosa scrivere al suo signore al riguardo; e sperava quindi, dopo questo riesame di Paolo davanti ad Agrippa, che egli sarebbe giunto a una conoscenza più certa di questa faccenda, e sarebbe stato meglio fornito per darne conto a Nerone, al quale l'apostolo si era appellato

Commentario del Pulpito:

Atti 25

1 Feto quindi essendo venuto per ora quando Foetus era venuto, A.V.; salì perché ascese, A.V.; a Gerusalemme da Casarea per da Cesarea a Gerusalemme, A.V. La provincia ejparcia; sopra, Atti 23:34. Dopo tre giorni, ecc. È una prova della diligenza di Feto che non perse tempo a recarsi a Gerusalemme, il centro della disaffezione verso il governo romano

Versetti 1-12.- Odio persistente

C'è un'amarezza e un'ostinata persistenza nell'inimicizia di un orientale, e un'inestinguibile sete di vendetta, che sono diverse da qualsiasi cosa conosciamo tra noi. Una certa conoscenza e percezione di ciò sono necessarie per permetterci di comprendere molte cose nell'Antico Testamento, comprese le allusioni ai suoi nemici in alcuni dei Salmi di Davide. La condotta degli ebrei verso San Paolo è un esempio notevole di questo odio perseverante, che nulla poteva evitare o placare. Sorvolando sulle precedenti manifestazioni di esso in ogni luogo dell'Asia e dell'Europa dove l'apostolo predicò il vangelo, dal primo scoppio di esso a Damasco all'ultima cospirazione contro di lui a Corinto, Atti 9:23; 20:3 notiamo l'allusione alla sua esistenza, e alla causa di essa, da parte di Giacomo in Atti 21:21. Abbiamo poi visto i passi compiuti da San Paolo per conciliare quei nemici e convincerli che il loro pregiudizio contro di lui era infondato. Ma quanto vani siano stati questi sforzi appare presto. Proprio nel cortile del tempio, dove si stava sforzando di assecondare i loro pregiudizi e di ammorbidire il loro odio, quell'odio si trasformò in una fiamma di violenza senza pari. In un attimo tutta la città fu su di lui e lo avrebbe fatto a pezzi se i soldati romani non lo avessero liberato dalle loro mani. Una momentanea tregua mentre ascoltavano il discorso ebraico di Paolo fu seguita da un'esplosione di passione più furiosa di prima. Quando la violenza non era riuscita a togliere la vita odiata, ricorrevano all'astuzia e alle arti dell'assassino segreto. Di nuovo confusi a Gerusalemme, lo seguirono fino a Cesarea. Assunsero un avvocato per diffamarlo davanti al giudice romano. Accumularono accuse su accuse e menzogne su menzogne nella speranza di ottenere la sua condanna, e quando per due anni interi la loro malizia fu sconfitta, mentre l'oggetto del loro odio rimaneva prigioniero fuori dalla loro portata, e in un momento in cui le miserie del loro paese richiedevano tutta la loro attenzione e sollecitudine, Lungi dal fatto che il tempo avesse attenuato l'orlo della loro malizia, o che i richiami del patriottismo avessero distolto i loro pensieri dall'oggetto della loro vendetta, erano più intenti che mai alla distruzione di Paolo. Sembra che il loro primo pensiero riguardo al cambiamento di governo non sia stato la gratitudine per la cessazione dell'oppressiva tirannia di Felice, ma la speranza di lavorare sull'inesperienza di Festo in modo da portare Paolo in loro potere. Di nuovo gli assassini sconcertati erano pronti a piombare sull'uomo condannato, lungo la strada; di nuovo l'odio inquieto dei sommi sacerdoti li portò a Cesarea per giudicare ciò che le false accuse potevano provocare. Ma questo spettacolo di odio instancabile e senza scrupoli e di persistente malizia, per quanto orribile, acquista un valore proprio quando lo mettiamo in contrasto con l'amore e la gentilezza del vangelo di Cristo. Da dove devono essere scaturiti quei precetti di pazienza, di perdono e di amore per i nostri nemici, che risplendono come gioielli preziosi nelle pagine della Bibbia? Oppure guardate San Paolo. Era un ebreo come loro: erano ebrei? anche lui. Eppure, mentre essi maledicevano, cospiravano, perseguitavano e bestemmiavano ed egli amava, egli amava, sopportava, perdonava, si sforzava di vincere il male con il bene. Muovevano cielo e terra per togliere la vita a colui che non aveva mai fatto loro alcun torto; e il desiderio e la preghiera del suo cuore a Dio per loro, per i suoi crudeli persecutori, e anche per la fatica di tutta la sua vita, era che potessero essere salvati. È un contrasto meraviglioso. Espone l'origine divina del vangelo e il suo carattere celeste con una forza singolare. È un commento molto luminoso alle parole di nostro Signore: "Voi siete di sotto; Io sono dall'alto" Giovanni 8:23 La stella luminosa dell'amore risplende tanto più ai nostri occhi perché siamo così, per così dire, circondati dalle fitte tenebre di un odio persistente

OMELIE DI W. CLARKSON. Versetti 1-16.- L'illuminato, il non illuminato e il grande Sovrano

Questo pezzo di storia sacra suggerisce:

CHE A VOLTE LE AZIONI PIÙ OSCURE GIACCIONO ALLA PORTA DEGLI ILLUMINATI. Chi era più illuminato di questi ebrei, per quanto riguardava i privilegi esteriori? Avevano la più completa opportunità di conoscere la verità e di agire rettamente. Essi "avevano la mente" di Dio; La rivelazione aveva risplendere sul loro cammino con una luce piena e forte. Eppure li troviamo Versetti. 2, 3 che cercano di portare Paolo in loro potere, per poterlo assassinare deliberatamente. E li troviamo di nuovo che preferiscono ferocemente accuse contro di lui che non potevano provare Versetto 7. E di nuovo li troviamo a chiedere un giudizio contro di lui quando non era stato accertato alcun crimine Versetto 15. In quale luce oscura appare la loro azione! Gli uomini che avrebbero rabbrividito di fronte a una piccola e veniale scorrettezza o omissione non si fanno scrupolo di commettere un'ingiustizia grossolana, di commettere un omicidio! Non furono né i primi né gli ultimi a commettere questo errore fatale: Luca 11:42; Matteo 7:21-23 Ci sono state, e ci sono, molte anime che si sono rese conto e sono state annoverate da altri, particolarmente sante, alla cui porta giacciono i peccati più gravi, che vivono vite completamente malvagie agli occhi di Dio, e che si risveglieranno per la condanna e la retribuzione all'ultimo Salmi 139:23,24

II CHE A VOLTE I NON ILLUMINATI MOSTRANO VIRTÙ AMMIREVOLI. I romani erano stati molto meno favoriti degli ebrei nella grande questione del privilegio religioso. Non a lui erano stati «affidati gli oracoli di Dio», non a lui avevano cantato salmisti e profetizzato profeti. Eppure troviamo che il romano a volte esibisce virtù di un ordine eccellente. Lo troviamo qui. Festo, infatti, desiderava "fare piacere ai Giudei" Versetto 9. Quale governatore non lo farebbe? Ma egli non ha commesso alcun atto di illegalità o di ingiustizia per farlo, e lo troviamo in due occasioni rifiutare risolutamente di cedere alle pressioni quando non poteva farlo senza allontanarsi dall'equità Versetti. 4, 5, 15, 16. Questo valore di comportamento può essere dovuto al rispetto della legge piuttosto che al rispetto del diritto individuale; ma era onorevole ed eccellente, per quanto andasse. L'autocontrollo che esso indica contrasta fortemente con l'abbandono all'odio appassionato che ha disonorato gli ebrei. La virtù a volte si trova non associata alla religione

1 Può essere il risultato indiretto e inconscio dell'influenza religiosa;

2 o può essere il risultato della nobiltà della natura originariamente conferita dal Creatore;

3 o può essere la conseguenza persistente delle prime abitudini in cui la vita è stata addestrata. In ogni caso, non è radicato nella religione

a insoddisfacente per Dio nella sua natura, ed è

b durata incerta. Tutta l'eccellenza morale dovrebbe essere costruita su convinzioni spirituali. Allora, e solo allora, è gradito a Dio e sicuramente durerà

III CHE LA DIVINA PROVVIDENZA PRESIEDE A TUTTI GLI EVENTI. Se Festo, "desideroso di fare piacere ai Giudei", avesse acconsentito che Paolo fosse portato a Gerusalemme Versetto 3, sarebbe caduto vittima delle loro macchinazioni omicide. Allora la Chiesa di Cristo non avrebbe mai avuto alcune di quelle Epistole che ora arricchiscono la nostra letteratura sacra, e che non potremmo risparmiare dal volume sacro. Ma "la sua ora non era ancora venuta": la sua ora del martirio, la sua ora del santo trionfo, la sua ora della liberazione e della redenzione. "Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi santi", e invano il braccio del persecutore si alza se Dio non vuole che il colpo venga meno. Cantici con tutti gli eventi. Il Divino Sovrano 'modella i fini' di tutte le cose, dirige la condotta e traccia il limite delle nostre attività, costringendo anche l'ira dell'uomo a lodarlo, conducendo ogni cosa a una giusta e benedetta discendenza. - C

OMELIE di E. JOHNSON Versetti 1-12.- Tenacia nel diritto

Paolo viene portato davanti a un nuovo giudice. Egli difende i principi del dovere e del diritto con lo stesso spirito di prima, con perfetta audacia, come esige lo stato delle cose, e allo stesso tempo con il dovuto rispetto per l'ufficio del giudice

LA COSTANZA NELLA DIFESA DEL DIRITTO. Vediamo questo in contrasto:

1. All'audacia dell'ipocrita. Portarono contro Paolo molte e pesanti accuse, che non furono in grado di provare. Ancora, "il servo è come il suo Signore". Anche la sostanza delle accuse, sempre la stessa: trasgressione della Legge, profanazione del tempio, rivolta contro l'imperatore. Semplice e sincera, è la difesa, in entrambi i casi comp. Versetto 8 con Giovanni 18:20,21

2. All'insolenza del furfante. Paolo rifiuta di non fare alcuna indagine legale. Egli si erge fermamente sulla costituzione dello Stato, davanti al tribunale di Cesare. Egli insegnò che i "poteri costituiti" erano stati divinamente ordinati per la repressione dei malfattori e per la difesa dei giusti

3. All'ostinazione dell'uomo litigioso. Si sottopone volentieri a qualsiasi indagine equa e a una giusta decisione del suo caso

II L'APPELLO ALL'IMPERATORE. Da ciò si possono trarre alcune lezioni allegoriche generali. Il cristiano può e deve fare appello:

1. Dalla sentenza dell'ingiusto al giudizio del giusto

2. Dalle passioni del momento al pacato verdetto dei posteri

3. Dalle opinioni del mondo esterno alla testimonianza del mondo interiore della coscienza

4. Dal tribunale umano al trono eterno

E in quanto alla decisione: "Da Cesare andrai!" Fu in parte di Festo, in parte di Paolo e, soprattutto, della Provvidenza. Cantici nelle nostre crisi di vita. C'è una coincidenza dei nostri desideri con la decisione esterna di un altro. Al di sotto o al di sopra di entrambi c'è la divinità che modella i nostri fini, la mano di colui che fa cooperare tutte le cose per il bene.

OMELIE di R.A. Redford Versetti 1-12.- La strada aperta a Roma

UNA VIA CHE DOVEVA ESSERE TAGLIATA ATTRAVERSO L'ASTUZIA E LA MALIZIA EBRAICA da un lato, e l'indifferenza e l'avarizia romana dall'altro. Putrefanti: un vero pagano, ignorante, mondano, pronto a usare il potere per l'auto-esaltazione, che odia le lotte provinciali. Gli ebrei: odiatori incalliti, che mantengono il loro dispetto per due anni; cospiratori dalla mente sottile, che usano la visita di Festo a Gerusalemme per portare Paolo in loro potere; assolutamente privi di principi e falsi, pronti a spergiurare; e spudorati nel loro fanatismo

II INTERPOSIZIONE PROVVIDENZIALE PER RIMUOVERE GLI OSTACOLI. Festo desiderava rimanere solo per poco tempo a Gerusalemme. Probabilmente Felice aveva lasciato delle informazioni che lo indussero a essere cauto nei rapporti con Paolo. L'orgoglio romano fu suscitato dalla trasparente ipocrisia degli ebrei. Un rifiuto dei leader ebrei all'inizio potrebbe essere utile per governare la provincia

III L'APPARIZIONE DI PAOLO IN TRIBUNALE conquistò la mente del sovrano e lo aiutò ad ascoltare rispettosamente la sua affermazione di innocenza. Ma il punto critico era il riferimento del caso alla giustizia romana in quanto tale. Festo stava dimenticando se stesso; Paolo lo portò al suo dovere: "Io sto al seggio del giudizio di Cesare". Un colpo di onesta verità abbatte una schiera di menzogne Confronta Lutero a Worms. Gli assessori erano a portata di mano. Festo avrebbe potuto fare qualcosa di sbagliato se fosse stato da solo, ma con il suo consiglio a testimoniare, era in gioco la sua stessa vita. "Appello a Cesare" fu finalmente aperta la porta e nessuno poté chiuderla. C'era una voce che parlava a Paolo e che egli sapeva poteva comandare a Roma stessa di obbedire.

2 E per allora, A.V.; sommi sacerdoti per i sommi sacerdoti, A.V. e T.R.; uomini principali per il capo, A.V.; e implorarono e cercarono, A.V. sommi sacerdoti; come in Versetto 15 e Atti 22:30. Ma la lettura del T.R., "il sommo sacerdote", è più in accordo con Atti 24:1, ed è approvata da Alford. Il sommo sacerdote in quel tempo non era più Anania, ma Ismaele, figlio di Fabi, che fu nominato dal re Agrippa verso la fine del governo di Felice Giuseppe Flavio, 'Ant. Jud:,' 20:8:8. Si recò a Roma per appellarsi a Nerone riguardo al muro che i Giudei avevano costruito per proteggere il tempio dall'essere trascurato, e che Agrippa aveva ordinato di abbattere; ed essendo trattenuto a Roma come ostaggio, gli successe nel sommo sacerdozio Giuseppe Cabi figlio di Simone. Possiamo essere certi che in questa occasione era presente davanti a Festo, perché non era ancora andato a Roma. Lo ha informato. ejnefanisan; vedi Atti 24:1, nota. Gli uomini principali degli Ebrei oiJ prwtoi Nel Versetto 15; Festo parla di loro come oiJ presbuteroi. Ci si chiede se le due frasi siano identiche nel loro significato. Meyer pensa che il prwtoi includa uomini di spicco che non erano anziani, cioè non sanedristi. Giuseppe Flavio chiama i principali ebrei di Cesarea oiJ prwteuontev twn jIoudaiwn. 'Ant. Giuda', 20:8:9

3 Chiedendo e desiderando, A.V.; di ucciderlo lungo la strada per nel modo di ucciderlo , A.V. Chiedere favori, ecc. Evidentemente gli ebrei pensavano di approfittare dell'inesperienza di Festo, e del suo naturale desiderio di compiacerli al primo inizio, per realizzare le loro intenzioni omicide contro Paolo

OMELIE DI R. TUCK

versetto 3.- Cercare favori per coprire dispositivi malvagi

Approfittando dell'ansia di accontentare i suoi nuovi sudditi che avrebbe caratterizzato il nuovo governatore, i nemici di san Paolo si presentarono a Festo chiedendo un favore; non, però, che chiedessero direttamente ciò che realmente desideravano. Chiesero che Paolo fosse processato in un tribunale di Gerusalemme, dove solo i reati ecclesiastici di cui era accusato potevano essere adeguatamente considerati. Avevano intenzione di approfittare del suo viaggio per attaccare il partito e uccidere Paolo, un piano che solo il fanatismo religioso poteva escogitare, perché era un piano che prometteva scarso successo. I soldati romani non erano soliti perdere i loro prigionieri. L'incidente dà una dolorosa illustrazione del miserabile servilismo del fanatismo religioso. Farrar dice: "Festo non era uno dei procuratori vili e deboli che avrebbero commesso un crimine per guadagnare popolarità. Gli ebrei palestinesi scoprirono presto che avevano a che fare con uno che assomigliava più a un Gallione che a un Felice". "Festo vide abbastanza attraverso di loro da sventare il loro piano con il pretesto di una cortese offerta che, poiché Paolo era ora a Cesarea, vi sarebbe tornato quasi immediatamente, e avrebbe dato un uditorio completo e giusto alle loro lamentele. Alla loro continua insistenza, Festo diede loro la risposta altezzosa e genuinamente romana che, qualunque fossero le loro nozioni orientali di giustizia, non era abitudine dei Romani concedere la vita di una persona ai suoi accusatori per fare un favore, ma mettere l'accusato e gli accusatori faccia a faccia, e dare all'accusato una piena opportunità di autodifesa. Felice potrebbe aver dato a Festo qualche indizio dell'inimicizia provata contro questo particolare prigioniero, e qualche resoconto del complotto per assassinarlo, da cui era stato preservato da Lisia. Esaminando il carattere e le trame di questi nemici di San Paolo, notiamo:

I LORO PREGIUDIZI IRRAGIONEVOLI CONTRO DI LUI. Erano completamente "prevenuti", e i pregiudizi religiosi sono i più accecanti e i più dannosi che gli uomini possano assumere. Nessun tipo di argomento, nessuna affermazione di fatto, è mai sufficiente a correggere tali pregiudizi, come si può illustrare sia dalla sfera religiosa che da quella politica dei nostri giorni. Cose corrette o negate cento volte, il pregiudizio persisterà nel credere. Quando il pregiudizio dice: "Deve essere", tutto il mondo può stare invano e supplicare: "Ma non lo è". Il pregiudizio di questi uomini dichiarò che Paolo aveva contaminato il tempio, ma non l'aveva fatto; si diceva che egli avesse insultato l'onorato sistema di Mosè, ma non lo fece. I loro occhi furono accecati, il loro cuore si indurirono e ogni discussione fu persa su di loro

II IL SENTIMENTO PERSONALE INTENSIFICÒ IL PREGIUDIZIO RELIGIOSO. Ricordate la scena nel cortile del sommo sacerdote, quando la persona che occupava temporaneamente quell'ufficio fu rimproverata dall'apostolo. Nulla accresce l'odio in un uomo malintenzionato come il fatto che venga pubblicamente rimproverato o umiliato. I Sadducei, che erano il partito a cui apparteneva il sommo sacerdote, si consideravano insultati nell'insulto che gli veniva rivolto. E il partito dei Farisei era, senza dubbio, intensamente infastidito dall'essere stato trascinato, nella stessa occasione, in una mera disputa teologica, che si presentò, e li portò a perdere l'opportunità di uccidere Paolo. Cantici, spesso il sentimento personale, l'orgoglio ferito, è alla radice del pregiudizio religioso e della persecuzione. La finta lealtà a Dio del persecutore religioso è in realtà una stravagante ansietà riguardo a se stesso

IL FALLIMENTO DI ALCUNI SCHEMI AGGRAVÒ IL PROPOSITO MALVAGIO. Il piano di uccidere Paolo era stato sventato dal nipote di Paolo e dall'ufficiale romano; ma il fastidio del fallimento impedì loro di vedere nel fallimento un rimprovero. Ciò che i maligni non possono realizzare con metodi aperti, lo cercheranno con metodi segreti, abbassandosi a qualsiasi abisso di meschinità per raggiungere i loro fini, persino adulando nuovi governanti e implorando favori personali. Guardatevi dall'influenza degradante dei pregiudizi cari.

4 Comunque per ma. A.V.; era tenuto in carica per dovrebbe essere mantenuto, A.V.; stava per partire lì poco per sarebbe partito poco dopo, A.V. È stato mantenuto in carica. Festo non menzionò soltanto il fatto, che gli Ebrei già sapevano, che Paolo era prigioniero a Cesarea, ma la sua determinazione di tenerlo lì finché non fosse sceso e lo avesse processato. L'A.V. dà il significato. O dein deve essere inteso, come se Feto dicesse: "Paolo è un cittadino romano; Cesarea è il luogo adatto per essere processato davanti al procuratore, e quindi deve esservi tenuto in custodia", o alcune parole come: "Ho dato ordini" devono essere comprese prima di "che Paolo sia tenuto".

5 Dice per detto, A.V.; che hanno potere tra voi per i quali tra voi sono capaci, A.V.; se c'è qualcosa di sbagliato in quell'uomo, lo accusino per accusare quest'uomo, se c'è qualche malvagità in lui, A.V. che sono potenti tra voi; cioè i vostri uomini principali, o, come dovremmo dire, i vostri uomini migliori, il che includerebbe la capacità di condurre l'accusa così come la mera posizione. Giuseppe Flavio usa frequentemente dunatoi nel senso di "uomini di rango, potere e influenza", jIoudaiwn oiJ dunatwtatoi; 'Ant. Jud:,' 14:13:1 hkon jIoudaiwn oiJ dunatoi, 'Campana. Giud:, 1:12:4 ecc. vedi 1Corinzi 1:26; Apocalisse 6:15 -- ; e i passaggi di Tucidide, Senofonte e Filone, citati da Kuinoel La traduzione dell'A.V., sebbene difendibile, è meno naturale e meno conforme al genio della lingua. Sbagliato; atopon, ma molti manoscritti omettono atopon, lasciando però il senso stesso

6 Non più di otto o dieci giorni per più di dieci giorni, A.V. e T.R.; l'indomani per il giorno successivo, A.V.; si è seduto ... e comandato per la seduta comandato, A.V. L'indomani vedi Versetto 17. A lui ha portato ajcqhnai. La parola tecnica per portare un prigioniero davanti agli Atti 6:12; 18:12; Luca 21:12, 23:1 -- , ecc

7 Era sceso per essere sceso, A.V.; su di lui per circa, A.V; portare contro di lui per e contro Paolo, A.V.; spese per reclami, A.V. Spese; aijtiamata, solo qui nel Nuovo Testamento, e raro nel greco classico. L'A.V. "complaints" significa in inglese antico esattamente lo stesso di "charges" o "accusations" comp. "querelante"

8 Paolo disse in sua difesa perché rispondeva per se stesso, A.V. e T.R.; né per nessuno dei due, A.V.; contro per ancora contro, A.V; ha peccato per aver offeso qualcosa, A.V. Detto in sua difesa ajpologoumenou; Atti 24:10, nota. La Legge il tempio, Cesare. Le accuse contro di lui ricadono sotto questi tre capi: Atti 24:5 era il capo di una setta illegale, aveva profanato il tempio e aveva fomentato un'insurrezione contro il governo tra i Giudei. Le accuse erano false sotto ogni capo

Proteste di innocenza

Il contrasto tra i due processi richiede molta attenzione. "Nella seconda occasione, quando Paolo fu processato davanti a Festo, gli ebrei non avevano un oratore che li difendesse, così il processo degenerò in una scena di clamore appassionato, in cui San Paolo rispose semplicemente alle molte accuse contro di lui con calmi dinieghi". Sembra che gli ebrei non abbiano portato testimoni, e l'apostolo sapeva abbastanza bene che nessun giudice romano avrebbe ascoltato semplici accuse non sostenute da testimonianze. Da una parte c'era l'accusa senza testimoni; bastava che, dall'altra parte, ci fosse la dichiarazione di "non colpevolezza" e la solenne protesta di innocenza. Le accuse fatte in modo così clamoroso erano:

1. Dell'eresia di Paolo. Fu dichiarato che era un ebreo rinnegato, i cui insegnamenti si stavano dimostrando molto dannosi e colpivano le fondamenta stesse del sistema religioso mosaico. San Paolo rispose con un netto diniego. Egli non faceva altro che proclamare quelle stesse verità per le quali il sistema mosaico era stato dato, e di cui aveva testimoniato, e per le quali era stato la preparazione

2. Del sacrilegio di Paolo. Questo era, secondo il punto di vista dei religiosi formali, l'apice di tutti i crimini. La loro accusa si basava su un'affermazione di fatto: questo Paolo aveva portato Trofimo, un efeso, nel tempio, per contaminare il loro tempio e offrire loro un aperto insulto. Paolo semplicemente negò. Non c'era un fatto del genere. Non aveva portato Trofimo nel tempio; e, se il governatore romano avesse preso nota di questa accusa, avrebbe certamente chiesto testimoni per provare il fatto, e avrebbe gettato l'onere di trovare i testimoni necessari sugli accusatori, e non sul prigioniero. 3. Del tradimento di Paolo. Gli ebrei potevano solo insinuare, ma speravano che questo punto avrebbe influito in modo particolare su Festo. Un uomo del genere deve essere pericoloso per lo Stato; Tumulti popolari hanno accompagnato la sua presenza in ogni città in cui si è recato. Non dovrebbe essere messo in libertà. Festo non era minimamente incline a spaventarsi e a commettere un'ingiustizia, e poteva leggere troppo bene il carattere del suo prigioniero per prestare attenzione al loro clamore e alle loro insinuazioni. "Se c'era un solo granello di sporcizia nelle accuse ebraiche, Paolo non era stato colpevole di nulla che si avvicinasse a un crimine capitale". Potrebbe essere impressionato dal fatto che

1 Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui è chiamato a difendersi completamente da qualsiasi accusa che possa essere mossa contro di lui. Ciò è particolarmente necessario quando le cariche prendono una forma definita. e sembrano avere sanzione e sostegno. Ma

2 Ci sono momenti nella vita in cui un uomo non dovrebbe tentare alcuna difesa, ma rimanere fermo sulla sua dichiarazione di innocenza, e aspettare il suo momento affinché la sua giustizia diventi chiara come il mezzogiorno, Questo è meglio quando le accuse sono vaghe, ed evidentemente il risultato di false dichiarazioni e calunnie. È inutile tentare di correggere tali mali; possiamo solo sminuirli. La nostra condotta deve dipendere dalla natura dell'attacco che ci viene fatto. Anche se vengono fatte accuse specifiche, potremmo trovare più saggio fare come fece l'apostolo, e gettare l'onere della prova interamente sui nostri accusatori.

9 Desideroso di ottenere il favore degli ebrei per aver voluto fare loro un piacere, A.V. Per ottenere favori, ecc. vedi sopra Atti 24:27 -- , nota Non era innaturale che Festo, ignorante com'era ancora della malizia, del fanatismo e della violenza ebraica, nella tranquillità di Paolo, e ansioso di conciliare un popolo così difficile da governare come gli ebrei avevano dimostrato di essere, facesse la proposta. Nel fare ciò, insisteva ancora che il processo dovesse essere davanti a lui. Prima di me; ejp ejmou, come Atti 23:30 e 26:2; ejpi sou "davanti a te", cioè il re Agrippa nell'ultimo caso, e Felice nel primo. L'espressione è un po' ambigua, e potrebbe semplicemente significare che Festo sarebbe stato presente in tribunale per garantire il fair play, mentre il Sinedrio giudicava Paolo secondo la loro Legge, e così sembra che Paolo, dalla sua risposta, l'abbia capito

10 Ma Paolo disse, perché allora disse Paolo, A.V.; Io sto in piedi per Io sto in piedi, A.V.; prima per a, A.V.; anche tu per te, A.V. Sono in piedi davanti al tribunale di Cesare eJstwv eijmi. Il seggio del giudizio, che amministrava il giudizio in nome di Cesare e con la sua autorità, era giustamente chiamato "seggio del giudizio di Cesare". Essendo cittadino romano, Paolo aveva il diritto di essere processato lì, e non davanti al Sinedrio. La pretesa che egli avesse offeso la legge ebraica, e che quindi dovesse essere giudicato dal tribunale ebraico, era falsa, come Festo ben sapeva; perché aveva davanti a sé il verbale del processo precedente

OMELIE DI P.C. BARKER

Versetti 10, 11.- Coraggio di vivere

Paolo sa di essere "in piedi" vedi la versione riveduta già alla sbarra di Cesare. Lì sceglie di candidarsi ancora. E il suo appello formale a Cesare non è che la registrazione pubblica e legale della sua scelta deliberata e decisiva in tal senso. C'erano, senza dubbio, due aspetti della questione che Paolo aveva davanti, anche se per lui sapeva ben poco della natura di una domanda. Le due parti erano queste: che la giustizia era più vicina a lui quando era davanti a Cesare di quanto non lo fosse quando poteva essere davanti a loro di "Gerusalemme"; e che tuttavia acconsentire ad andare, e scegliere di andare, da Cesare, a Roma, e alla più probabile prospettiva di giustizia, implorava, nel caso e nel carattere speciale di Paolo, un coraggio molto vero, il coraggio di vivere. Si noti, quindi, che la decisione riportata in questi versetti era la decisione di:

I LA COSCIENZA DELL'INNOCENZA. Non di rado accade, in casi che non toccano la questione della vita, ma toccano quelle del principio e del dovere, che anche l'innocenza cosciente preferisca la via più facile della non resistenza e della non difesa, quando la resistenza e l'autodifesa sarebbero la strada giusta. La natura, senza dubbio, dovrebbe essere spesso mortificata. Ma c'è anche una natura che dovrebbe essere osservata, seguita e obbedita. Difendere la propria innocenza a volte significa difendere tutta l'innocenza

II PAZIENZA CRISTIANA. Il soldato cristiano, il corridore, l'operaio, deve combattere fino alla fine, deve correre verso la meta, deve lavorare fino al calar della notte. E questo richiede a volte una grande pazienza. Con Paolo e altri dei primi cristiani, i cui nomi non sono ora in nessun altro luogo se non nel posto migliore: "il libro della vita", questo era vero a tal punto, che una massima divina fu formulata nella Scrittura per il bene di essa, e così fu scritto: "Poiché avete bisogno di pazienza, che, dopo aver fatto la volontà di Dio, Ebrei 10:36 Paolo deve aver sentito spesso, come disse una volta: "Partire e stare con Cristo sarebbe molto meglio". Molti spiriti vili svengono. Molti falliscono molto prima di aver "resistito fino al sangue".

III LA SAPIENZA CRISTIANA. Il vero apostolo, di qualsiasi tempo, considererà molte questioni, non in riferimento alla sua individualità, ma in relazione alla causa che gli sta a cuore. Molti in questo caso possono sbagliare, perciò, "mancando di sapienza". Paolo capì che era dettato dalla sapienza non permettere che se stesso e la sua causa fossero sconcertati. Per non parlare di altri aspetti del caso, era la politica, e una politica giusta e santa appellarsi a Cesare

IV DOVERE CRISTIANO. Lì attendevano ancora Paolo alcune delle più grandi opportunità di utilità, lungo tutto il cammino verso Roma e a Roma. I suoi legami dovevano essere manifestati "nel palazzo e in tutti gli altri luoghi" Filippesi 1:13 Doveva guadagnare molti convertiti, anche "della casa di Cesare". Una "porta grande ed efficace" doveva ancora essere aperta davanti a lui e il Vangelo che egli predicava e amava così bene, così fedelmente. Cantici era il dovere di stare all'altezza dei suoi colori, anche se gli uomini avrebbero potuto schernirlo dicendo che stava piuttosto difendendo la sua vita

V LA GUIDA DELLO SPIRITO. Abbiamo già sentito una volta che l'angelo del Signore, che gli stava accanto di notte, assicurò che "anche a Roma" avrebbe reso testimonianza a Gesù, come aveva fatto a Gerusalemme. È una soddisfazione infinita per l'incertezza del cuore, per l'occasionale diffidenza che una coscienza prova nei confronti dei propri verdetti, quando la guida del Cielo è portata su di lei. Questa soddisfazione ebbe Paolo. E sebbene la vista che la sua stessa scelta gli rivelava terminasse in un'arena di conflitto molto visibile, ma la sua gravità, la sua quantità, i suoi terrori invisibili e non da valutare, tuttavia né la lingua né il cuore vacillano. Si appella a Cesare, e "se perisce, perirà" lì. - B

11 Se allora sono un torto, perché se sono un trasgressore, A.V. e T.R.; e per or, A.V.; se nessuna di queste cose è vera, perché se non c'è nessuna di queste cose, A.V.; può darmi per può liberarmi, A.V. Non rifiuto; Ouj paraitoumai. Qui solo negli Atti, e tre volte in Luca 14. Altrove, quattro volte nelle Epistole pastorali e due volte in Ebrei. Frequente nel greco classico. Nessuno può rinunciare a me carisasqai, come nel Versetto 16, "per consegnarmi per una questione di compiacenza". San Paolo vide subito il pericolo in cui si trovava a causa dell'inclinazione di Festo a ingraziarsi gli ebrei. Con la sua solita intrepidezza, quindi, e forse con la stessa prontezza d'animo che gli faceva chiamare Anania "un muro imbiancato", disse: "Nessun uomo nemmeno il potente governatore romano può affidarmi a loro su loro richiesta, per compiacerli", e con la prontezza di spirito che lo caratterizzava, e con una conoscenza dei diritti che la Lex Julia, oltre alle altre leggi, conferitegli come cittadino romano, aggiunse subito: Mi appello a Cesare

Appello a Cesare

Nell 'introdurre questo argomento, si dovrebbe mostrare la difficoltà in cui si trovava Festo. Il suo predecessore era stato appena richiamato, a causa dell'opposizione di quegli stessi ebrei che ora cercavano un favore da lui, e resistere loro alla loro prima richiesta avrebbe sicuramente suscitato un forte pregiudizio contro di lui. Cantici tentò persino la debolezza di un compromesso. Vide che la questione non era di quelle di cui poteva occuparsi un tribunale romano. Era davvero una disputa religiosa locale. Cantici pensò di poter affrontare il caso convincendo Paolo a recarsi a Gerusalemme per essere processato, sotto la sicurezza della sua protezione. Ma l'apostolo conosceva gli ebrei molto meglio di Festo. Forse era piuttosto stanco di queste prove vane e di questa prolungata incertezza. Sembra che improvvisamente si sia deciso a rivendicare il suo diritto di appello come cittadino romano, che lo avrebbe messo al sicuro dalle macchinazioni dei suoi nemici ebrei. Ci sono momenti in cui i cristiani possono appellarsi ai loro diritti di cittadini in loro difesa. Ciò può essere illustrato da un caso come quello dell'Esercito della Salvezza e del loro diritto di processione per le strade. In tempi di persecuzione religiosa gli uomini hanno trovato adeguata difesa e rifugio nella richiesta di giustizia legale e politica. La loro speranza è stata spesso riposta nel far sì che i loro casi venissero rimossi dalle atmosfere accese e appassionate dei tribunali religiosi alle atmosfere tranquille di quelli strettamente legali, sebbene anche i nostri tribunali non mantengano sempre la dovuta calma quando vengono sottoposte loro questioni relative alla religione. In questo incidente potremmo notare:

I SICUREZZA DI SAN PAOLO COME ROMANO. Spiega i privilegi della cittadinanza romana. Nessun governatore poteva consegnarlo agli ebrei senza il suo consenso Versetto 16. Ricordate le circostanze in cui la cittadinanza di Paolo aveva dimostrato la sua difesa

II IL DIRITTO DI SAN PAOLO COME PRIGIONIERO ROMANO. Un diritto di appello da parte di qualsiasi inferiore alla corte suprema di Roma presieduta dall'imperatore. In teoria, questa era una salvaguardia per la giustizia, ma in pratica si rivelò piuttosto un favoreggiamento dell'ingiustizia. Probabilmente l'apostolo non sapeva tutto ciò che era implicato nel suo appello. "C'è ovviamente qualcosa di simile a un ghigno nell'accettazione da parte del procuratore della decisione di San Paolo. Egli sapeva, forse, meglio dell'apostolo a quale specie di giudice si appellava, quali lunghi ritardi ci sarebbero stati prima che la causa fosse ascoltata, quante poche possibilità ci fossero infine di un giusto giudizio". L'appello deve essere stato una sorpresa per tutti coloro che lo hanno ascoltato

1 Agli amici di Paolo, che hanno perso l'ultima speranza di vederlo loro liberato

2 Ai nemici di Paolo, che sapevano che ora era completamente fuori dalla loro portata. E

3 a Festo, che sentiva che il prigioniero riconosceva la sua incapacità di seguire ciò che sapeva essere giusto, e che non poteva fare a meno di vergognarsi del debole compromesso da lui suggerito. Tuttavia, in questo possiamo pensare che l'apostolo fu divinamente comandato, secondo la promessa: In quell'ora vi sarà dato ciò che dovrete dire". Con questo appello la Provvidenza aprì la strada a quella che sembrava essere una cosa improbabile, e anzi quasi impossibile, che San Paolo vedesse Roma, e vi abitasse anche come maestro cristiano. Stiamo spesso dimostrando che le circostanze funzionano con le provvidenze divine; abbiamo anche bisogno di vedere che le libere azioni degli uomini, liberamente prese, operino le provvidenze divine con altrettanta certezza.

12 Tu l'hai per te? A.Vand, per quanto riguarda la punteggiatura, T.R. Il consiglio. Non i membri del Sinedrio che erano presenti, ma i suoi stessi consiliarii, o assessores, come venivano chiamati, in greco paredroi, con i quali il governatore romano si consigliava prima di emettere un giudizio. Andrai da Cesare. Allo stesso modo, Plinio citato da Kuinoel dice di certi cristiani che si erano appellati a Cesare, che, "poiché erano cittadini romani, egli aveva ritenuto giusto mandarli a Roma per essere processati" 'Epist., 10:97. Festo, anche se, forse, piuttosto sorpreso dall'appello di Paolo, forse non era dispiaciuto di essere così liberato da un caso difficile, e allo stesso tempo di lasciare gli ebrei con l'impressione che lui stesso fosse disposto a mandare il prigioniero a Gerusalemme per essere processato, se fosse stato possibile

13 Ora, quando passavano certi giorni per e dopo certi giorni, A.V.; Agrippa il re e Berenice arrivarono a re Agrippa e Bernice giunsero a, A.V.; e salutato per salutare, A.V. e T.R. Agrippa il re. Erode Agrippa II, figlio di Erode Agrippa I, Atti 12 e quindi fratello di Drusilla Atti 24:24 Aveva solo diciassette anni alla morte di suo padre, e quindi non era considerato da Claudio una persona sicura a cui affidare i grandi domini di suo padre. Ma gli diede degli Chalet, e in seguito, in cambio, altri domini. Fu lui che fece di Ismaele, figlio di Fabi, sommo sacerdote e che costruì il palazzo di Gerusalemme che sovrastava il tempio e offese molto i Giudei. Fu l'ultimo degli Erode e regnò più di cinquant'anni. Bernice era sua sorella, ma si pensava che avesse un rapporto incestuoso con lui. Era stata la moglie di suo zio Erode, principe degli chalet; e alla sua morte visse con suo fratello. Divenne poi per un po' la moglie di Polemo, re di Cicilia, ma presto tornò da Erode Agrippa. In seguito divenne l'amante di Vespasiano e di Tito in successione Alford. E salutato; ajspasomenoi, che la lettura di Meyer e Alford conservano entrambi. La lettura del R.T. è ajspasamenoi. È del tutto conforme alla posizione di un re dipendente, che egli venga a rendere omaggio al nuovo governatore romano a Cesarea

Versetti 13-27.-" Audi alteram pattem."

È un nobile principio qui attribuito da Festo alla giustizia romana, quello di non condannare mai su accusa di nessuno senza dare all'accusato il potere di affrontare i suoi accusatori e rispondere per se stesso. La legge inglese si distingue così tanto per la sua equità nei confronti dei prigionieri che non c'è bisogno di insistere su questa massima per quanto riguarda le corti di giustizia. Ma c'è un grande bisogno di insistere affinché lo stesso principio giusto governi le nostre censure e i nostri giudizi privati sui nostri vicini. Non dovrebbe essere il modo dei cristiani di credere al male degli altri, e ancor meno di diffondere notizie contro di loro, su dichiarazioni unilaterali e accuse non difese. L'imputato ha il diritto di difendersi prima di essere condannato. Un giudice equo sospenderà il suo giudizio fino a quando non avrà ascoltato la difesa. La legge inglese non è disposta a condannare se non sulla base della più chiara prova di colpevolezza. Che ci sia la stessa riluttanza a censurare un vicino, a meno che la colpa non sia inevitabile. Alcune accuse sono fatte con malizia, altre con ignoranza; Alcune cose sono decisamente false; alcuni sono veri, ma perdono la loro verità essendo separati dai loro concomitanti; alcune cose sono cattive se fatte per un motivo, ma buone se fatte per un altro; Una spiegazione può fare tutta la differenza nell'aspetto di un'azione. Perciò dovrebbe essere un principio stabilito per ogni uomo giusto quello di non condannare nessuno senza essere ascoltato, anche solo con il pensiero, e di dare a chiunque sia accusato un'opportunità di difesa prima che l'accusa sia creduta a suo danno, o che sia stata messa in atto a suo danno. "Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati".

Versetti 13-27.- Giudizio mondano in materia religiosa

I LA SUA MIOPIA. Non vede oltre i principi del diritto civile Versetti, 13-18. Erode Agrippa

II era venuto a salutare il nuovo procuratore vedi Giuseppe Flavio, Vita, §11; e Campana. Giud:,' 2:1. Fu solo dopo che Agrippa fu arrivato alcuni giorni, che Festo colse l'opportunità di sottoporgli la questione, probabilmente sperando, dalla sua conoscenza delle questioni giudaiche, che lo avrebbe aiutato a prendere una decisione riguardo a Paolo. Festo enuncia la regola dell'equità, l'usanza romana dell'imparzialità Versetto 16. Fa una parata di giustizia, ma i suoi sentimenti segreti non sono affatto in armonia con la sua professione. Voleva essere popolare tra gli ebrei Versetto 9, e fu trattenuto solo dall'appello di Paolo a Cesare di mandarlo a Gerusalemme. Festo avrebbe tagliato le vele al vento. Egli ha uno scopo mondano, ma agirebbe su basi plausibili e renderebbe sfoggio delle forme di giustizia

III IL SUO ATTEGGIAMENTO SPREZZANTE NEI CONFRONTI DELLA RELIGIONE. Versetti 19-21. La parola da lui usata è letteralmente "timore della divinità", e non necessariamente esprime il senso sprezzante di "superstizione". Ma tutto il suo tono è di disprezzo: "Riguardo a un certo Gesù, che era morto, che Paolo disse essere vivente". Egli considera il punto di svolta della predicazione di Paolo e della sua contesa con gli ebrei come una questione insignificante, indegna della seria considerazione degli uomini istruiti. Eppure, a parte la mera opinione personale, quanto nella storia del mondo si è concentrata su questa questione! La famiglia di Agrippa aveva avuto molto a che fare con "questo Gesù", e la menzione del suo Nome è come una rinnovata sollecitazione al cuore del re. Il portamento di Festo è quello di un uomo che si vanta piuttosto della sua superiorità in tutte le questioni religiose ed ecclesiastiche ; e forse non c'è da stupirsi, considerando la mescolanza di religioni nel mondo romano dell'epoca

III LA SUA OZIOSA CURIOSITÀ. Questo è rappresentato dal portamento di Agrippa Versetto 22. Gli piacerebbe ascoltare questo straordinario prigioniero, la sua storia e la sua confessione di fede. E, forse, c'era qualcosa di più della curiosità: un barlume di interesse superiore, un presentimento della verità. Il giorno dopo Agrippa e sua sorella entrano nella sala delle udienze di Festo con grande pompa, che presto impallidisce davanti alla semplice maestà del Verbo Divino e del suo messaggero

IV LA SUA MANCANZA DI INTELLIGENZA DEL CARATTERE SPIRITUALE. "Ecco l'uomo!" Giovanni 19:5 Portato davanti ad Agrippa, come Pilato aveva mandato Gesù da Erode Luca 23:7 Sembra giustamente irragionevole allo statista mandare un prigioniero senza indicare le accuse contro di lui Versetto 27 . Ma l'arte di governare ebbe la meglio sull'equità nel caso di Pilato Matteo 23:3 A meno che i governanti non si preoccupino di mettersi pienamente al corrente dei fatti, l'esibizione di equità non vale nulla. Come può un uomo che non ha simpatia per le convinzioni di coscienza nella religione, giudicare giustamente di un uomo che le professa? Qui, dunque, il giudizio mondano è chiamato a pronunciarsi su fatti che resistono al giudizio del mondo. La sala di Cesarea è la scena di una pomposa esibizione mondana, che presto sarà convertita nel luogo in cui si porta la sacra dottrina e si giudica la maestà divina.

Versetti 13-27.- Paolo alla presenza del re Agrippa

HO UNA GRANDE OPPORTUNITÀ per il carattere cristiano di mostrarsi, imperturbabile in presenza di splendori mondani, ingenuo e modesto, non tentato da quel timore dell'uomo che porta un laccio

Come occasione avidamente colta dall'apostolo per insegnare sia ai pagani che agli ebrei, che il vangelo non era una semplice domanda oziosa, o un sogno fanatico, o un'illusione, ma una grande realtà, per la quale il suo predicatore era pronto a morire se necessario

III UN CONTRASTO STRIDENTE tra l'ebreo di mentalità spirituale e l'apostata e il mero mondano, come Agrippa

IV UNA PROVVIDENZIALE PREPARAZIONE per il futuro. L'esame avrebbe eliminato il pregiudizio contro Paolo e avrebbe posto l'intera questione più favorevolmente davanti all'imperatore, dove il semplice fanatismo e l'intolleranza giudaica avrebbero avuto poco peso.

14 Come si attardarono per quando erano stati, A.V.: deposto per dichiarato, A.V.; causa per causa, A.V.; prima per unto, A.V.; un prigioniero per in catene, A.V. Molti giorni pleiouv hJmerav. Non necessariamente molti, ma, Atti 24:17 margine "alcuni" o "diversi". Il numero indicato dal grado comparativo, pleiwn, dipende da ciò con cui viene confrontato

Qui significa più giorni di quelli necessari per adempiere allo scopo della loro visita, che era quello di salutare Festo. Rimasero qualche giorno in più. Presentò il caso di Paolo al re; ajneqeto ta kata ton Paulon. La parola ricorre solo nel Nuovo Testamento qui e in Galati 2:2 : "Ho posto davanti a loro l'evangelo che predico fra i pagani". In RAPC 2Ma 3:9, jAneqeto peritov ejmfanismou, "Eliodoro presentò al sommo sacerdote Onia le informazioni che erano state date riguardo al tesoro nel tempio" vedi altri passaggi citati da Kuinoel. La parola potrebbe essere resa semplicemente "raccontata", la cosa raccontata essendo all'accusativo, e la persona a cui è detta nel dativo. Era molto naturale che Festo cogliesse l'opportunità di consultare Agrippa, un ebreo ed esperto in tutte le questioni della legge ebraica, sulla causa di Paolo

15 Chiedendo la condanna per aver voluto essere giudicato, A.V. e T.R. I sommi sacerdoti Versetto 2, nota. Mi ha informato vedi sopra, Versetto 2, e Atti 24:1 -- , nota

16 Che sia per esso è, A.V.; consuetudine per la maniera, A.V.; rinunciare per consegnare a morire, A.V. e T.R.; l'imputato per colui che è accusato, A.V.; ha avuto l'opportunità di fare la sua difesa in merito alla questione per avere la licenza di rispondere per se stesso in merito al crimine, A.V. Rinunciare sopra, Versetto 11, nota. Hanno avuto l'opportunità di fare la sua difesa topon ajpologiav laboi; vedi Atti 22:1, nota

17 Quando quindi per quindi, quando, A.V.; insieme qui per qui, A.V.; Non ho indugiato perché senza alcun indugio, A.V.; ma il giorno dopo per l'indomani, A.V.; mi sono seduto per mi sono seduto, A.V.; portato per generato, A.V. Da portare sopra, Versetto 6

Versetti 17-21.- Errata misurazione del grande e del piccolo

C'è qualcosa di ridicolo e istruttivo nella scena che Festo qui descrive ad Agrippa. Nulla potrebbe essere più incongruo di un giudice romano che presiede un tribunale davanti al quale sono state sollevate "sottigliezze della religione ebraica". Si sarebbe sentito del tutto inadatto per il lavoro, e si avvalse abbastanza volentieri della presenza di Agrippa per farsi un'idea dell'argomento che lo aveva così completamente perplesso. Gli sembrava che gli uomini sui quali era chiamato a regnare si lasciassero assorbire appassionatamente da questioni che non meritavano un momento di riflessione. Probabilmente gli venne anche in mente che almeno si era sorprendentemente e inspiegabilmente indifferenti a quelle cose alle quali solo lui stesso attribuiva importanza. Quanto accuratamente ha misurato male tutto ciò che vediamo se consideriamo...

CHE LA SUA POSIZIONE DI PROCURATORE DELLA GIUDEA ERA UNA QUESTIONE DI MINIMA IMPORTANZA. Senza dubbio questo gli sembrava l'unico fatto sostanziale in confronto al quale "certe questioni della superstizione" religione degli ebrei e di "un solo Gesù" erano davvero piccole. Ora, siamo interessati a Festo solo a causa della sua associazione accidentale con queste domande. Ma per questo legame non uno su mille che ora sa qualcosa di lui avrebbe mai sentito parlare del suo nome. Quanto sembra importante per ciascuno di noi il proprio affare personale: il proprio reddito, la propria posizione, la propria reputazione, la propria proprietà! In quanto breve tempo queste cose saranno come nulla: i suoi possedimenti dispersi, il suo nome dimenticato, il suo ufficio consegnato a un altro! Sarebbe bene per tutti noi chiederci di tanto in tanto: Quale sarà il valore delle cose che apprezziamo così tanto "quando verranno alcuni anni"?

II CHE LE QUESTIONI RELATIVE ALLA FEDE EBRAICA NON SONO DI POCA IMPORTANZA. "Certe questioni della religione" degli ebrei sembrerebbero molto banali a un governante romano. Ma sappiamo che sono degni dell'attenzione dell'umanità. Non solo la grande questione del Messia ebraico, ma altre questioni inferiori riguardanti i sacrifici e le ordinanze, hanno un posto nella nostra storia che è sopravvissuto e sopravviverà alle dinastie più orgogliose e agli imperi più potenti. Gli studenti leggeranno e indagheranno il Levitico e il Deuteronomio quando gli annali dell'impero vengono ignorati. Tutto ciò che ha a che fare con il nostro rapporto con Dio, e tutto ciò che è anche lontanamente legato a quell '"unico Gesù", ha un interesse che non morirà

III CHE IL "SOLO GESÙ", AL QUALE FESTO ALLUDEVA COSÌ SPREZZANTEMENTE, ERA IL SOVRANO PREDESTINATO DELLA RAZZA. Nulla poteva superare la sprezzante indifferenza con cui Festo parla del Salvatore Versetto 19. Nulla era più lontano dal suo pensiero che Costui avrebbe vissuto per sempre nell'onore e nell'amore del mondo. Ma la Pietra che i costruttori ebrei rifiutarono è diventata la Lapide dell'angolo, e il Prigioniero che i soldati romani incoronarono e rivestirono di crudele scherno ora regna con tanta maestà ed esercita un potere che la corona d'oro e la porpora imperiale non simboleggieranno affatto. Colui che era morto, e che Paolo, il prigioniero, così innocentemente e inspiegabilmente "affermò essere vivo", è ora adorato come il Signore e Sovrano risorto, regnante, vivente del genere umano. Come si sono scambiati di posto il Procuratore e il Malfattore! Come mai i primi sono diventati gli ultimi, e gli ultimi sono diventati i primi! Farci

1 gioire nell'esaltazione del nostro Signore un tempo crocifisso;

2 benedica Dio per l'esaltazione di molti dei suoi servitori, un tempo tenuti in disprezzo o derisione e poi onorati;

3 sperare e lottare per la nostra esaltazione; poiché per il più umile servitore del Salvatore c'è la prospettiva di un trono d'onore, di una corona di gloria, di una sfera di beatitudine e utilità. - C 2Timoteo 2:12; 4:8; Apocalisse 3:21

18 Riguardo a pro contro, A.V.; nessuna accusa per nessuna accusa, A.V.; cose malvagie per cose, A.V. e T.R. Non hanno presentato alcuna accusa. L'espressione, comune negli scrittori classici, ejpiferein aijtian, risponde alla frase legale latina, crimen inferre Cicerone, 'Contr. Verrem.,' 5:41; 'Ad Herenn.,' 4:35. Quelle cose malvagie che supponevo, cioè sedizione, insurrezioni, omicidi e simili, che erano così diffuse in quel momento

Versetti 18, 19.- Accuse di partito

Da Festo apprendiamo quali furono le accuse mosse all'apostolo dai suoi nemici ebrei, e vediamo chiaramente che essi si preoccupavano solo degli interessi di partito, non della verità. Diventa evidente che il punto di difficoltà era la risurrezione di nostro Signore, sulla quale San Paolo ha sempre insistito con tanta fermezza. Questo fatto è il fatto centrale del cristianesimo; e su di esso si basa l'intero schema della dottrina cristiana. Nota-

I IN CUI GLI ACCUSATORI DI PAOLO HANNO FALLITO. Non riuscirono a provare alcun crimine che fosse riconoscibile dalle autorità romane. Correvano il rischio di essere accusati di violenza fatta a un cittadino romano

II IN CUI GLI ACCUSATORI DI PAOLO ERANO DEBOLI. Portavano davanti a un giudice civile solo questioni di opinione. Su questi era permessa la libertà, purché questa libertà non portasse ad atti di ribellione o di disordine. Non portavano nemmeno questioni di opinione che erano di interesse pubblico, ma solo quelle che erano state fatte oggetto di contesa di partito. Pensavano che i loro piccoli ismi fossero più importanti del governo dell'impero. Festo dice altezzosamente che le domande riguardavano la loro stessa superstizione

III IN CUI GLI ACCUSATORI DI PAOLO CONFERMARONO IL SUO INSEGNAMENTO. Esposero in modo prominente la grande verità di Paolo, che Gesù era vivo e aveva il potere presente di salvare. Dai suoi nemici apprendiamo ciò che Paolo predicò: Cristo risorto; Cristo vivente; Cristo che salva ora. Cristo, come "vivente dai morti", è dichiarato

1 innocente,

2 accettato,

3 Divino,

4 relativi a noi in qualità di Mediatore

Sappiamo chiaramente cosa spinse il partito ebraico ad arrabbiarsi così tanto contro l'apostolo. Nessun altro apostolo o discepolo aveva mostrato, come aveva fatto lui, ciò che era implicato nella risurrezione del nostro Signore. Tuttavia, se la nostra predicazione deve essere un potere salvifico sugli uomini, dobbiamo dichiarare Cristo risorto dai morti, e "capace di salvare fino all'estremo tutti coloro che vengono a Dio per mezzo di lui". -R.T

19 Religione per la superstizione, A.V.; per cui, A.V. Certe domande zhthmata; Atti 15:2, 18:15, 23:29, ecc. Religione deisidaimoni seerouv, Atti 17:22 -- , deisidaimoneste dove c'è lo stesso dubbio di qui se prenderlo in senso buono o cattivo. Qui, poiché Festo, un uomo di mondo, stava parlando a un re che era ebreo, è improbabile che intendesse usare una frase offensiva. Cantici è meglio renderla "religione", come fa la R.V. Ma il vescovo Wordsworth rende la sua superstizione, quella di Paolo, che concorda con il contesto. Questi dettagli devono essere stati tra quelle "lamentele" di cui si parla nel Versetto 7. Che Paolo affermò essere vivo. Notate l'accento costante posto dall'apostolo sulla risurrezione del Signore Gesù. Se la sua superstizione è la traduzione corretta, abbiamo qui la natura di essa, secondo Festo, la fede nella risurrezione di Gesù

Deprivazione spirituale

La traduzione che ci dà la parola "superstizione" in questo versetto della nostra versione inglese, non può essere accettata come trasmissione del significato di Festo. Non avrebbe parlato di quella che era, in ogni caso, nominalmente la religione di Agrippa, come di una "superstizione". Possiamo tranquillamente adottare la parola ordinaria "religione" - una parola, anche dal punto di vista degli ebrei, poco apprezzata da un funzionario romano - come si trova nella Revised Version. Grande come fu l'ingiustizia pratica in alcune direzioni di Festo, per esempio, nel tenere Paolo in prigione; Eppure non possiamo non notare una certa veridicità delle sue labbra. Ha già parlato a sufficienza dell'assoluzione del suo prigioniero. Lo fa di nuovo, in privato, in conversazione con Agrippa; E ancora domani, senza mascheramento, nella pubblicità della corte pubblica. A quello stesso labbro era anche dato di pronunciare , in ogni caso, la verità centrale su Gesù nel suo rapporto con gli uomini, per quanto poco la credesse o la capisse. Possiamo notare qui:

LA GRANDE DISTANZA CHE SEPARA L'UOMO CHE NON HA ALCUNA CONOSCENZA DELLA RIVELAZIONE DA COLUI CHE HA UNA TALE CONOSCENZA. Presumibilmente, Festo non aveva la minima inclinazione a parlare con disprezzo ad Agrippa della religione degli ebrei di Gerusalemme. Ciononostante, il suo tono è quello di un uomo che parla di ciò che gli è del tutto incomprensibile. Il culto di un romano era una cosa strana; la sua religione era un prodotto strano in qualsiasi circostanza, forse in nulla di così strano come in questa loro qualità invalidante. Ma il fenomeno, dopo tutto, è il più tipico. È tipico di tutti coloro che, nella loro misura, cioè nella misura del loro tempo e del loro posto nella storia del mondo intero, sono privi di vera rivelazione. Li mostra nel duplice aspetto, e negli aspetti apparentemente contraddittori, di credere che il catrame sia troppo e troppo poco

1. Credono troppo; perché sono sicuri di costruire il loro sovrumano e soprannaturale. Avranno il loro pantheon in qualche modo

2. E credono troppo poco; perché le verità della vera rivelazione del sovrumano e del soprannaturale sono molto contrari a riceverle. Qualunque sia il resoconto di ciò, non è che l'espressione della cosa del perpetuo ritorno. Il dominio così vasto, così tetro della superstizione si trova dove l'ignoranza della vera rivelazione è il segnale designato per gli uomini a rendere i materiali della rivelazione irreali e incongrui per se stessi. "Professandosi saggi, diventano stolti", non meno in ciò che accettano che in ciò che rifiutano. Quale mondo di pensiero e di sentimento, di significato e di verità, era precluso a Festo, come lo tradisce il suo linguaggio attuale! E quale mondo di pensiero e di sentimento, di significato e di verità, è precluso a qualsiasi uomo e a ogni uomo che è privo di vera rivelazione! Se non è ancora arrivato fino a lui, è attualmente il suo destino misterioso. Se lo ha fatto, e lui lo rifiuta, è la sua innegabile follia e colpa. La religione e la superstizione non sono differenziate dal fatto che una non introduca il soprannaturale, mentre l'altra lo introduce. Entrambi lo introducono ed entrambi ci credono sinceramente. Esse si differenziano in quanto l'uno conosce quali cose sono reali e quali ci interessa conoscere, al di là della comprensione dell'occhio mortale o della ragione; ma l'altro ci offre immaginazioni, forse in tutte le sue forme, per la verità e pietre per il pane

II HA BREVEMENTE ESPRESSO IL FATTO VITALE DI TUTTA LA VERITÀ CRISTIANA, DI TUTTA LA FEDE CRISTIANA, DI OGNI IMPULSO CRISTIANO. "Un solo Gesù, che era morto e che", ora non più solo Paolo, ma una vasta parte del mondo, "afferma di essere vivente". Sarebbe stato al di là di ogni suo merito che fosse dato alle labbra di Festo di pronunciare queste parole, la carta della nostra fede, speranza e religione, quel giorno, e di farle registrare come sue. Eppure lì sono stati pronunciati da lui, e qui giaceranno per sempre. Il Morto e non vivente è il centro della fede cristiana, della speranza, dell'amore. È la descrizione che dà di se stesso: "Io sono colui che vive, ed ero morto, ed ecco, vivo per sempre" Apocalisse 1:18 Tre sorgenti perenni, sorgenti di verità e influenza celesti, scaturiscono da queste parole più semplici e fredde pronunciate da Festo

1. La morte di Cristo ha

1. un significato tutto suo;

2. una pienezza illimitata di significato; una continuazione infinita di significato

2. La vita di Cristo, dopo la sua morte, ha per noi un grande splendore, se la pensiamo semplicemente per ciò che ci insegna su di sé. Lo proclama, tutto considerato, diverso da ogni altro, unico tra gli uomini, Principe della vita, Vincitore della morte. Queste sono le sue dignità. Egli risplende meraviglioso in mezzo a loro, se tutti noi adorassimo lontano con meraviglia e ammirazione ma mistero perduto

3. Quella vita risorta, e ciò che l'ha seguita, la vita ascesa, hanno fiumi di significato gioioso per noi, quando ricordiamo tutto ciò che è distintamente rivelato come implicato in essa per l'umanità e per noi stessi

1 Ci si può fidare di lui in ogni modo, poiché in questo si è dimostrato fedele

2 Ci dà la vita che ha per se stesso

3 Egli è l'Esemplare, il Caparra, la Primizia manifesta della vita che sarà, per tutti coloro che dormono in lui

4 Egli è anche ora, sebbene invisibile, in qualche luogo sicuramente, e si ricorda del suo popolo, e veglia su di esso, il loro unico Mediatore e Sommo Sacerdote sempre vivente e simpatizzante

5 Egli vive lassù, aspettando di ricevere, giudicare e poi benedire il suo popolo per sempre e eVersetto Sì, i germi vitali di tutta la più alta speranza e fede cristiana risiedono nelle parole di Festo.

20 Io, essendo perplesso su come informarmi su queste cose, chiesi perché dubitavo di questo tipo di domande, chiesi a lui, A.V. e T.R. Io, essendo perplesso, ecc. Lo zhthsiv di cui parla Festo non significa la sua propria inchiesta giudiziaria, sebbene sia usato così una volta in Polibio 6. 16:2, ma le dispute o le discussioni su argomenti come la Resurrezione, ecc. Giovanni 3:25; 1Timoteo 1:4; 6:4; Tito 3:9 in cui Festo si sentiva perso. L'A.V., quindi, esprime il senso più da vicino del R.V. Anche il T.R., che inserisce eijv prima di thn peritwn zhthsin, è preferibile al R.T., perché ajporoumai non governa un caso accusativo, ma è quasi sempre seguito da una preposizione. Coloro che seguono la lettura del T.R., peritou, o capiscono pragmatov o si riferiscono a Paolo o a Gesù

21 Da conservare per la decisione dell'imperatore per essere riservato all'udienza di Augusto, A.V.; dovrebbe per potenza, A.V. La decisione; diagnwsiv, qui solo nel Nuovo Testamento; ma è usato in questo senso in RAPC Sap 3:18 "il giorno del processo", o "udito", A.V., e da Giuseppe Flavio. 'Ant. Giud.', 15:3:8; Per il verbo diaginwskw, vedi Atti 23:15; 24:22, note. L'imperatore tou Sebastou; piuttosto, come l'A.V., Augusto. Augusto era il titolo conferito dal senato a Ottaviano Cesare, 27 a.C., che comunemente designiamo Augusto Cesare. Divenne in seguito il titolo distintivo dell'imperatore regnante e, dopo la fine del II secolo, a volte di due o anche tre co-imperatori, ed era ora Berna di Nerone. Il suo equivalente greco era Sebastov. Augusto può essere derivato, come dice Ovidio, da augeo, come faustus da farsa, ed essere affine a auguri, e significare uno benedetto e ingrandito da Dio, e quindi, pieno di maestà. Si parla di tutte le cose sante, templi e simili, "Et queocunque sua Jupiter auget ope" Ovidio, 'Digiuno.,' 1:609; e, come dice Ovidio nello stesso passo, è un titolo proprio degli dei. Infatti, confrontandolo con i nomi delle più grandi famiglie romane, Massimo, Magno, Torquato, Corvo, ecc., i loro nomi, dice, rivelano onori umani, ma di Augusto, dice: "Hie socium summo cum Jove nomen habet". E così il greco Sebastov rivela una venerazione molto simile all'adorazione. Cesare, originariamente il nome di una famiglia dei Giuliagine, divenne il nome di Ottaviano Cesare Augusto, come figlio adottivo di Giulio Cesare; poi di Tiberio, come figlio adottivo di Augusto; e poi dei successori di Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone, che avevano per discendenza o adozione qualche parentela con C. Giulio Cesare, il grande dittatore. Dopo Nerone, gli imperatori successivi di solito anteponevano il nome di Cesare agli altri nomi, e mettevano quello di Augusto dopo di loro. Elio Vero, adottato da Adriano, fu la prima persona che portò il nome di Cesare senza essere imperatore. Da questo momento divenne consuetudine per l'erede al trono portare il nome; e più tardi, per molti dei parenti dell'imperatore di essere chiamati così. Si trattava, infatti, di un titolo d'onore conferito dall'imperatore

22 E per allora, A.V.; Anch'io potrei desiderare di sentire, perché anch'io sentirei, A.V.; dice per detto: A.V. Potrei anche desiderare ejboulomhn; ma l'A.V.. "Vorrei" esprime abbastanza a sufficienza l'imperfetto ich wollte e il desiderio indiretto inteso. Meyer confronta bene hujcomhn Romani 9:3 e hqelon Galati 4:20

Versetti 22-27.- Potere, degenerazione e consacrazione

Quella era una scena suggestiva che viene suggerita alla nostra immaginazione da questi versetti. La narrazione sacra, infatti, non spreca parole in una descrizione di essa, ma fornisce abbastanza per porre l'immagine davanti ai nostri occhi vedi la "Vita di San Paolo" di Farrar, in loc.. Invita la nostra attenzione su tre argomenti. Abbiamo...

IO IL RAPPRESENTANTE DEL POTERE MONDANO. "Al comando di Festo" Versetto 23. Il procuratore romano poteva non essere stato presente con "grande pompa", ma poteva permettersi di fare a meno dello sfarzo e dello spettacolo; perché aveva l'autorità nelle sue mani, rappresentava il potere del mondo. Era un cittadino del regno che aveva in sé "della forza di Daniele 2:41 Era il successore di un altro romano che ultimamente aveva detto, con sufficiente sicurezza: "Non sai che ho il potere di crocifiggerti e il potere di liberarti?" Giovanni 19:10 Come sovrano romano, sentiva di avere un'influenza su coloro che lo circondavano, alla quale non potevano rivendicare alcun diritto e che non potevano disturbare. Il potere umano è:

1. Ambito da molte migliaia di persone

2. Alla portata di pochissimi, è quindi continuamente cercato e mancato, e il mancato raggiungimento di esso è fonte di una grande quantità di delusione e di infelicità umana

3. Godito molto meno, quando realizzato, di quanto il suo possessore si aspettasse; perché dimostra di essere limitato e controllato da molte cose invisibili dall'esterno, ma doloroso e irritante quando viene scoperto e sopportato

4. Presto si sdraiò di nuovo. Il respiro che fa può disfare; gli uomini sono spesso storditi dall'altezza e barcollano e cadono; Anni di intensa attività passano in fretta, e poi arriva la morte sovrana che abbatte il potere sotto i suoi piedi

II IL RAPPRESENTANTE DELLA DEGENERAZIONE SPIRITUALE. Versetto 23. Sia il fratello che la sorella, Agrippa e Berenice, ne furono esempi. Essi "videro la cosa migliore e approvarono; hanno seguito il peggio". Essi "credettero ai profeti"; Atti 26:27 conoscevano la santa Legge di Dio, ma, invece di osservarla, invece di vivere davanti a Dio e davanti al mondo in pietà, in purezza, in sapienza celeste, sacrificavano tutto al progresso mondano, agli onori terreni e persino ai piaceri profani. Come ci sembrano pietosi ora! Questa loro "grande pompa" non fa che servire a rendere più evidente la loro piccolezza morale. Elevarsi di rango esteriore o di ricchezza a spese del carattere e per perdita di principio significa:

1. Doloroso agli occhi di Dio

2. Doloroso per tutti coloro il cui giudizio vale la pena di essere considerato

3. Un errore miserabile, oltre che un peccato

4. Un atto, o una serie di atti, a cui gli agenti un giorno guarderanno indietro con profondo e terribile rimorso

III IL RAPPRESENTANTE DELLA CONSACRAZIONE CRISTIANA. "Paolo è stato generato" Versetto 23, "non aveva commesso nulla che valesse la pena di morire" Versetto 25, eppure "tutta la moltitudine dei Giudei" Versetto 24 "gridava che non doveva più vivere?" Con il suo attaccamento alla verità e la sua devozione alla causa di Gesù Cristo, si era messo lì in cattività, accusato di un reato capitale, oggetto del più amaro risentimento dei suoi compatrioti. Non aveva fatto nulla per meritare questo; aveva solo insegnato ciò che credeva onestamente e giustamente essere la vera verità di Dio. Accettò la sua posizione, come testimone perseguitato di Cristo, con perfetta rassegnazione; non avrebbe cambiato, in nessun modo, il posto con quel giudice romano o con quei magnati ebrei. La consacrazione cristiana è:

1. Una cosa ammirevole, su cui le menti dei più degni si diletteranno sempre a soffermarsi, elevando il suo soggetto molto al di sopra del livello del potere terreno o della dignità mondana

2. Servizio accettevole nella stima di Cristo; ad esso sono attribuite la più piena approvazione divina e la più grande parte della ricompensa celeste. - C

Interesse per il prigioniero per Cristo

Per i resoconti necessari di Agrippa e Berenice, si vedano le parti espositive di questo Commentario. Ci soffermiamo solo sull'interesse di Agrippa per San Paolo, come se gli desse l'opportunità di predicare il Vangelo davanti ai re. Gerok dà il seguente schema come indicativo di un discorso descrittivo, da cui si possono trarre lezioni pratiche generali: - La sala delle udienze del governatore a Cesarea può essere considerata da tre punti di vista

Era un salotto di gloria mondana, a causa dello splendore della nobiltà riunita

II ERA UN'AULA DI SACRA DOTTRINA, a causa della testimonianza resa dall'apostolo

III Era un'aula del giudizio della maestà divina, a causa dell'impressione prodotta dal discorso apostolico. Il discorso e i suoi effetti saranno trattati nel capitolo successivo. - R.T

23 Cantici per e, A.V.; erano per era, A.V.; il principale per il principale, A.V.; il comando di Festo per il comandamento di Festo, A.V.; portato dentro per portato avanti, A.V. Con grande pompa; metaav, qui solo nel Nuovo Testamento. In Polibio significa "mostrare", "mostrare", "aspetto esteriore", "impressione", "effetto" e simili. È di uso frequente tra gli scrittori medici per l'aspetto esteriore delle malattie. Inntasma Ebrei 12:21 -- tomenon è "l'apparenza", e fa Matteo 14:26; Marco 6:49 è "un'apparenza", "un fantasma". Il luogo dell'udienza. La parola ajkroathrion da ajkroaomai ascoltare, da cui ajkroathv, Giacomo 1:22,23,25 ricorre solo qui nel Nuovo Testamento. È letteralmente una "sala delle udienze" e a volte significa una "sala conferenze". Qui sembra che sia la sala in cui i casi venivano ascoltati e giudicati davanti al procuratore o ad un altro magistrato. Capitani in capo ciliarcoi. Tribuni militari, ascqh; Atti 21:31, e molto frequentemente negli Atti. Meyer nota che, poiché c'erano cinque coorti di guarnigione a Cesarea, ci sarebbero stati cinque chiliarchs, o tribuni. Agisce per ordine di Festo. Questi piccoli tocchi suggeriscono che San Luca era molto probabilmente nella sala, e vide la "grande pompa", e udì Festo dare l'ordine di portare a sorte Paolo. Portato in h vedi Versetto 6, nota

24 Dice per detto, A.V.; guarda per vedere, A.V.; ha fatto causa a noi per aver trattato con me, A.V.; qui per anche qui, A.V. Che non avrebbe dovuto Atti 22:22 Questo era stato evidentemente ripetuto dai Giudei davanti a Festo stesso Versetto 7 , ed è implicito nelle parole di Paolo in Versetto 11

25 Ho scoperto di aver determinato, perché quando ho scoperto di aver determinato, A.V. e T.R.; quanto a ciò, A.V. e T.R.; si appellò per ha fatto appello, A.V.; l'imperatore per Augusto, A.V. Nulla che meriti la morte -- , vedi Atti 23:29 -- ; e comp. Luca 23:4,15 ho determinato. L'A.V., "quando ho scoperto ... Ho determinato", non è certo una buona grammatica secondo il nostro uso attuale. Dovrebbe essere "determinato", a meno che "quando" non equivalga a "in quanto". Se "quando" esprime un punto del tempo passato da cui è iniziato l'atto di determinare, il perfetto è improprio nell'inglese moderno. La stessa osservazione si applica al versetto successivo: "Io l'ho generato... che potessi."

26 Re per O re, A.V.; può per forza, A.V. Mio signore tw kutiw. Svetonio ci dice 'Vita di Augusto', 53 che Augusto aborriva il titolo di "signore" e lo considerava una maledizione e un insulto quando applicato a se stesso. Anche Tiberio 'Vita di Tiberio', 27, una volta chiamato "signore" dominus da qualcuno, ripudiò indignato il titolo. Ma fu spesso applicato a Traiano da Pithy, e sembra che gli imperatori successivi lo abbiano accettato. Era probabile che crescesse prima in Oriente. Esame; ajnakrisewv, qui solo nel Nuovo Testamento; ma si trova in RAPC 3Ma 7:4 nello stesso senso che qui, cioè di un esame giudiziario la denuncia è che gli ebrei furono messi a morte aneu pashv ajnakrisewv kaisewv; specialmente il prezioso esame del prigioniero fatto per informazione del giudice che doveva giudicare il caso. Atti Atene l'ajnakrisiv è stato un esame preliminare tenuto per decidere se un'azione legale dovesse essere consentita. Il verbo ajnakrinw, esaminare, ricorre sei volte nel Vangelo di San Luca e negli Atti Luca 23:14; Atti 4:9, 12:19 -- , ecc., e dieci volte nelle Epistole di San Paolo vedi anche Hist. di Susanna 48

27 Nell 'invio non per inviare e non, A.V.; accuse per crimini poste, A.V.. Irragionevole; alogon, solo in 2Pietro 2:12 e Giuda 1:10, "senza ragione", si applicava alla creazione bruta; ma si trova nella LXX di Esodo 6:12 e RAPC Sap 11:15; e anche frequente negli scrittori medici. La frase opposta, katagon, "ragionevolmente", in Atti 18:14, è anch'essa molto frequente negli scrittori di medicina

Alogov ajlogwv ajlogia non sono rari anche in Polibio, e nel greco classico in generale. Le accuse contro di lui taav. Il termine tecnico legale per l'"accusa" o "accusa" formalmente fatta contro il prigioniero, e che doveva formare l'oggetto del processo viene Matteo 27:37; Marco 15:26

Illustratore biblico:

Atti 25

1 CAPITOLO 25

Atti 25:1-12

Ora, quando Festo giunse nella provincia.-Il cristiano in riferimento ai cambiamenti di governo: -I re possono morire e i governatori cambiati, ma Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e per eVersetto Il cristiano lo sa, e...

(I.) Ripensa ai governatori che se ne sono andati. l. Senza giudizio severo, poiché egli sa che stanno o staranno davanti al Giudice supremo.

(2.) Senza lode smodata, perché vede che tutta la gloria del mondo è vanità

(II.) Guarda al nuovo governo

(1.) Senza stravagante speranza, perché sa che non c'è nulla di nuovo sotto il sole

(2.) Senza ansioso timore, perché sa che Cristo regna. (K. Gerok.) Paolo davanti a Festo:

I. Le circostanze antecedenti. Avviso

1.) L'arrivo di Festo (Versetto Versetti 1). Dopo essere arrivato (verso il 60 d.C.) a Cesarea, sede del governo civile, e avervi proseguito "per tre giorni", sale a Gerusalemme, la metropoli del popolo ebraico, non solo per curiosità, ma per studiare lo spirito, le istituzioni e i costumi di un popolo con i cui interessi avrebbe, d'ora in poi, molto a che fare

(2.) L'appello degli ebrei riguardo a Paolo. Da 2 e 3 si manifestano due cose:

(1) L'importanza nazionale che il Sinedrio attribuiva a Paolo. Erano passati più di due anni da quando avevano sollevato la folla contro di lui. Si sarebbe potuto pensare che i cambiamenti che due anni avevano apportato al pensiero e al sentimento avessero quasi cancellato il suo stesso nome dalla loro memoria. Se si fosse trattato di una semplice inimicizia personale, sarebbe stato senza dubbio così. Ma fu l'influenza religiosa di quest'uomo, che operava potentemente davanti ai loro occhi e indeboliva le fondamenta stesse del loro sistema religioso, del loro prestigio e del loro potere.

(2) Il servilismo e l'ipocrisia del fanatismo religioso. Gli argomenti che hanno impiegato non sono dati. Senza dubbio si inchinarono davanti a Festo come sicofanti rabbrividiti, sollecitando ogni considerazione che il fanatismo potesse suggerire. Imploravano giustizia, ma intendevano uccidere

(3.) La risposta di Festo ( Versetti 4, 5 ). Forse aveva uno di quei presentimenti che spesso sono la progenie e l'organo di Dio nell'anima. Ma sebbene non fornisca il motivo del suo rifiuto, promette un processo anticipato e chiede loro di scendere con lui e portare la loro accusa

(II.) Le circostanze che ne sono derivate (Versetto Versetti, CAPITOLO 6). Festo si mostra un uomo di parola, e un uomo pronto all'azione. Le accuse dei nemici di Paolo, e il suo rinnegamento di loro (Versetto 7) .

(1) A giudicare dalla risposta di Paolo, erano i vecchi. Ma qualunque cosa fossero, non potevano "provarli".

(2) Il suo modo di trattarli era forse sostanzialmente lo stesso del Versetto xxiv. 10, 21; quindi lo storico non riporta la sua difesa

(2.) La richiesta di Festo a Paolo e il suo rifiuto.

(1) La richiesta di Festo (9). Finora non abbiamo scoperto nulla di censurabile nella sua condotta, ma qui si manifesta il male. La popolarità gli era più cara della giustizia. Gli Ebrei avevano visto abbastanza per pensare che Paolo fosse innocente e dovesse essere assolto, ma, per farsi un buon nome presso i Giudei, propone a Paolo un altro processo a Gerusalemme. Maledetto amore per la popolarità! Pilato condannò Cristo "per fare piacere ai Giudei". Felice tenne legato Paolo per due anni per lo stesso motivo. Tutto ciò che si può dire in palliativo è che Festo lo sottomise semplicemente alla scelta di Paolo.

(2) Il rifiuto di Paolo (10, 11). Si noti - (a) La sua richiesta di giustizia politica. Gli ebrei non avevano commesso alcun crimine riconoscibile dagli ebrei e non potevano sperare in alcuna giustizia da parte loro. Come cittadino romano, chiese giustizia romana. (b) La sua coscienza della rettitudine morale. Festo, senza dubbio, sapeva che Felice non aveva trovato nulla da ridire su di lui; Come uomo accorto deve aver visto che i suoi accusatori erano capaci di fabbricare le accuse più infondate e, dallo spirito dell'Apostolo, che era un uomo innocente. (c) Il suo sublime eroismo. (i) Gli ebrei sfidarono la morte. Per un uomo veramente grande la verità e l'onore sono molto più preziosi della vita. Il terrore della morte degli uomini è sempre proporzionale al loro disprezzo per i principi morali. (ii) Anche gli ebrei sfidarono il suo giudice. "Nessuno mi consegnerà loro nelle mani di nessuno". Il diritto di appellarsi a Cesare gli apparteneva in quanto cittadino romano, ed era severamente proibito porre qualsiasi ostacolo sulla strada di un cittadino romano quando aveva fatto appello. Paolo lo sapeva, e sfidò il suo giudice appellandosi a Cesare

(III.) Le circostanze che ne derivano (Versetto CAPITOLO 12). In questo "Andrai da Cesare", possiamo vedere

1.) Il trionfo della giustizia sulla politica. Festo, desiderando che andasse a Gerusalemme, pensò che fosse un colpo di politica, ma l'appello di Paolo a Cesare lo costrinse ad abbandonare il proposito

(2.) Il trionfo della generosità sull'egoismo. Una generosità ispirata dal vangelo di Cristo aveva risvegliato in Paolo un forte desiderio di andare a Roma (xix. 21; CAPITOLO Romani 1:11, xv. 23, 24). Questo è stato rafforzato negli anni. Ma come aveva operato l'egoismo, operando negli ebrei, per contrastarlo! Qui, però, nel fiat, "Andrai da Cesare", la porta di Roma è spalancata davanti a lui: la sua via è resa sicura, sicura e a buon mercato

(3.) Il trionfo del Divino sull'umano. Dio si era proposto che Paolo andasse a Roma (xxiii. 11). Lo scopo degli ebrei era di ucciderlo a Gerusalemme. Il Signore regna, e così controlla le passioni opposte e contrastanti del mondo fino a realizzare alla fine il Suo decreto. Come crediamo, in mezzo alle tenebre e alle desolazioni del più rigido inverno, che l'estate è in marcia e coprirà il mondo di vita e di bellezza, così crediamo, tra tutte le opere della depravazione umana, che il grande proposito di Dio di redimere il mondo verso la santità e la beatitudine sta marciando in maestosa certezza. (D. Thomas, D.D.) Paolo davanti a Festo:

(I.) Festo rappresenta una certa classe di mente. l. In riferimento al suo carattere generale. Quando Felice fu rimosso, Festo fu nominato a succedergli, perché era più giusto e incorruttibile, e più probabilmente popolare tra i Giudei. Il suo carattere generale si manifestava in queste transazioni.

(1) Ebrei era fermo nel suo proposito di non acconsentire al trasferimento di Paolo a Gerusalemme. Era una semplice richiesta da parte degli ebrei, e sembrava non implicare nulla di sbagliato. Ma la sua risposta fu in ogni modo quella di rappresentare la maestà del diritto romano (Versetto Versetti 4).

(2) Ebrei fu pronto a portare Paolo in giudizio. Felix lo aveva tenuto in prigione per due anni con la speranza di una tangente; Festo prese in mano il suo caso il giorno stesso dopo il suo ritorno.

(3) Gli ebrei concessero prontamente a Paolo il diritto di portare la causa davanti all'imperatore romano.

(4) Gli Ebrei espressero un nobile sentimento affermando un grande principio del diritto romano (Versetto 16). I processi nell'Inquisizione e nella Camera delle Stelle derivavano la loro enormità principalmente da una violazione di questo principio; e il principale progresso che la società ha fatto nell'amministrazione della giustizia è consistito in poco più che nel garantire, con sanzioni e provvedimenti adeguati, la legge qui enunciata da Festo

(2.) In riferimento ai sentimenti che nutriva sul tema della religione (18, 19). Festo considerò le "questioni" nel caso

(1) Come per quanto riguarda i Giudei, e di qualsiasi importanza per lui. La parola "superstizione" era comunemente impiegata da un greco per descrivere la religione. Festo non intendeva quindi mancare di rispetto alla fede del popolo che era appena venuto a governare. Era semplicemente una questione da risolvere da soli, una questione di cui non si occupava né come uomo né come magistrato, così come non si preoccupava della religione dei Greci o degli Egiziani. Sotto questo aspetto Festus è un rappresentante di una classe molto numerosa e rispettabile. Sono uomini che non insulterebbero la religione, né disturberebbero gli altri nel tranquillo godimento di essa. Il loro scopo è quello di condurre una vita morale; per risolvere questioni che li riguardano come magistrati, uomini d'affari, politici e filantropi. La nostra difficoltà con questi sta nel persuaderli a considerare la religione come se avesse un qualche diritto personale su di loro.

(2) Come uno di poca importanza, "di un solo Gesù", il che implica che Ebrei era una persona oscura, e forse anche che era di poca importanza se fosse vivo o morto. Festus non vedeva grandi risultati da allegare all'inchiesta. Non rappresenta questo il punto di vista di una classe molto numerosa riguardo a questo e, in verità, a tutte le questioni religiose? Se un uomo paga i suoi debiti, è gentile con i poveri e giusto con tutti, è, secondo loro, di poca importanza ciò che crede; né la sua convinzione riguardo alla risurrezione di Cristo, o qualsiasi dottrina, può influenzare materialmente il suo carattere o il suo destino. Il nostro lavoro con questi uomini è di convincerli che le questioni più importanti sono quelle che riguardano la religione.

(3) Festo non si preoccupò di indagare o di risolvere questi punti. Ebrei era intento ad altri oggetti. Essi vennero in effetti alla mente di Felice, poiché egli "tremava". Esse vennero effettivamente alla mente di Agrippa, poiché egli era "quasi persuaso". Ma non presero tale presa sulla mente di Festo. Anche sotto questo aspetto era il rappresentante di una grande classe. Sono impegnati in altre indagini; indagano punti della giurisprudenza, della storia, della scienza, dell'arte; ma non hanno alcun interesse ad accertare se Cristo è risorto dai morti. La nostra difficoltà con questi uomini è quella di mettere la questione davanti alla loro mente. Mettiamo la Bibbia nelle loro mani, non la leggeranno. Poniamo loro davanti opere sulle prove della religione, ma per loro non hanno alcuna attrattiva

(II.) È questo il modo corretto in cui trattare l'argomento della religione? Che quelli come Festo notino: 1. Che ogni uomo ha infatti un interesse per le grandi questioni che appartengono alla religione. L'uomo è fatto per essere un essere religioso; e non si avvicina mai alla perfezione della sua natura, né soddisfa il disegno della sua esistenza, fino a quando il principio religioso non è sviluppato. L'uomo si distingue per questo da ogni altro abitante del nostro mondo. Privarlo di questa capacità modificherebbe essenzialmente la sua natura come privarlo della ragione. Nella questione se c'è un Dio, e che cosa sia Ebrei, un uomo è tanto preoccupato quanto può esserlo qualsiasi altro uomo. Che l'uomo sia un essere decaduto, che sia stata fatta un'espiazione per il peccato, che la Bibbia sia stata data per ispirazione di Dio, ecc., sono cose che riguardano tutti gli uomini in comune

(2.) Ogni uomo è tenuto a svolgere i doveri che la religione richiede, e nessuno più di Festo stesso. C'è un errore molto comune, e non del tutto innaturale, su questo punto. Molti sembrano pensare che gli obblighi della religione siano il risultato di un patto volontario; che non c'è nulla dietro la professione di religione che obblighi qualcuno a svolgere i suoi doveri, non più di quanto non ci sia l'obbligo di obbligare un uomo ad arruolarsi come soldato, o a stipulare un contratto per la costruzione di un ponte. Quando è stata fatta una professione di religione, essi ammettono che essa è vincolante. Ora, i cristiani non hanno nulla da obiettare al fatto che siano tenuti a compiere i doveri della religione, che derivano dal loro patto involontario con Dio. Ma la professione religiosa non crea l'obbligo, lo riconosce solo

(3.) Ogni uomo ha bisogno delle disposizioni che il Vangelo ha fatto per la salvezza. Se Festo avesse indagato sulla "superstizione", alcune domande avrebbero aperto tali visioni di gloria, onore e immortalità che non erano mai apparse nella mente di un Romano. L'errore naturale che gli uomini commettono su questo punto è che, mentre una classe può aver bisogno delle disposizioni fatte nel Vangelo, ci sono altre per le quali queste non sono necessarie. È come il sentimento che abbiamo riguardo alle medicine: sono utili e desiderabili per i malati, ma non per coloro che sono in salute. Se dunque gli uomini si sentono peccatori, è opportuno che si applichino al sistema che annuncia e promette la pace. Ma dove questa necessità non è sentita, gli uomini non pensano che il Vangelo li riguardi. Eppure il vangelo presume che ognuno della razza si trovi in circostanze che rendono necessario per lui il piano di redenzione; che non c'è nell'uomo una virtù tale da soddisfare le esigenze della legge; e che nessuno entri in cielo se non è interessato alla morte del Salvatore

(4.) È certo di un uomo come di un altro, che se non è interessato alla religione sarà perduto. Se uno può essere salvato senza religione, un altro può essere salvato allo stesso modo; e di conseguenza la religione non è necessaria per nessuno. Conclusione:1. Gli uomini non sono semplicemente spettatori del mondo. Ogni uomo che passava davanti alla Croce aveva il più profondo interesse personale, se lo aveva conosciuto, nella grande transazione. Così Festo, se l'avesse saputo, aveva il più profondo interesse personale nella questione se l'uomo sconosciuto che si diceva fosse morto fosse davvero vivo. E così con chiunque ascolta il vangelo

(2.) L'interesse che un uomo ha per queste cose non è uno da cui può sfuggire. Lo accompagna dappertutto e in ogni momento

(3.) Nessun uomo dovrebbe desiderare di scacciare l'argomento dalla sua mente. Perché avrebbe dovuto? Perché non dovrebbe sentire di avere un Dio e un Salvatore? Perché non dovrebbe avere la speranza della felicità futura? (A. Barnes, D.D.Paolo davanti a Festo: - Un esempio istruttivo di come sia i figli del mondo che i figli della luce rimangano gli stessi

(I.) I bambini del mondo

(1.) Gli accusatori di Paolo. Non hanno imparato nulla e non hanno dimenticato nulla: portano avanti le vecchie menzogne e impiegano gli stessi artifici che avevano escogitato in precedenza nel caso di Paolo e di Cristo

(2.) I giudici di Paolo. Invece di un licenzioso Felice, un orgoglioso Festo, che all'inizio mostrò un nobile portamento (Versetto Versetti 4, 5), ma presto, come il suo predecessore, abbandonò la giustizia per piacere agli uomini (9) - in breve, sotto un altro nome, lo stesso uomo del mondo

(II.) I figli di Dio. Paolo è lo stesso in

1.) Coraggio imperterrito. I due anni di prigionia non gli avevano spezzato il coraggio né paralizzato la sua presenza di spirito: la sua difesa è chiara e ferma come l'eVersetto 2. Nella sua mitezza e pazienza. Nessun desiderio di vendetta contro i suoi malvagi nemici, nessuna congiura contro i suoi giudici ingiusti, nessuna impazienza per un processo così lungo; ma calma sottomissione alla legge romana e fiduciosa fiducia nella protezione divina. (K. Gerok.Sfortunatamente c'è una buona dose di furtività nella società; ma poiché non è cortese dare un esempio tratto dal vero, possiamo avere una nozione molto coerente dello spirito dell'offesa se notiamo quell'incarnazione di esso che si può vedere nel verme leone. Il verme leone è una piccola creatura curiosa e vorace, dalla forma affusolata, la testa è più appuntita della coda. Come il formicaio-leone, questo formidabile insetto, crea una specie di cavità nella terra smossa, e lì attende in agguato la sua preda. Una parte del suo corpo giace nascosta sotto la sabbia, il resto si estende sul fondo della tana, e appare così rigido e immobile che a prima vista potrebbe essere scambiato per un pezzo di paglia, lungo mezzo pollice. Se, tuttavia, a qualche insetto in cerca di cibo capitasse di entrare nella caverna del verme leone, il piccolo boccone di stoppia diventa in un istante tutto animato, cade come un serpente sulla sua preda e, avvolgendo il suo corpo in spire intorno alla sua vittima, la comprime a morte e succhia i succhi per mezzo di un paio di uncini fissati alla sua testa. Nessuno può osservare queste azioni senza giungere alla conclusione che la furtività negli uomini o nei vermi è proprio la stessa cosa, con un semplice cambiamento di metodo e di strumenti adatti al luogo e all'occasione. (Illustrazioni scientifiche.Siamo ora nel mezzo di grandi scene storiche. Il pittore non può lasciarli soli. Ci sono alcune cose che gli uomini lasciano morire volontariamente, ma ce ne sono altre che non moriranno

(I.) Che lunga vita ha l'odio! Erano trascorsi due anni, ma la furia degli ebrei non si era placata. Lasciamo alcune cose al tempo, chiamandolo "Tempo che tutto guarisce". Il tempo non può spegnere l'inferno! L'apostolo potrebbe ben avvertire le Chiese contro "amarezza e ira e ira e clamore"; Aveva sentito l'odio che deprecava. L'odio religioso è il peggiore. La Chiesa ha la colpa stessa per i pochi progressi che il cristianesimo ha fatto nel mondo. L'odio religioso pensava meno all'omicidio che all'inquinamento cerimoniale. Gli ebrei desideravano che Paolo venisse a Gerusalemme; e si sarebbero preoccupati di avere assassini sulla strada. Eppure questi uomini non mangiavano finché non si fossero lavati le mani! Più ti occupi di mere cerimonie, più sprechi la sostanza del tuo carattere

(II.) Come sono meravigliose le opportunità create dagli errori umani! Gli anziani cristiani pensarono che Paolo avrebbe fatto meglio a scendere a compromessi per eliminare i sospetti. Se fossero stati fuori a fare il tipo di lavoro di Paolo, avrebbero lasciato dietro di sé il compromesso a milioni di chilometri; ma erano stati nella metropoli a studiare, un'attività sempre molto pericolosa e rischiosa. Così tutta questa afflizione si abbatté su Paolo a causa dei loro consigli deboli di mente e sbagliati. Ma il Signore ha trasformato l'errore umano in un'opportunità divina. Diede a Paolo il suo pubblico più alto. Prima Ebrei parlava con la plebaglia - solo un predicatore all'aperto, un uomo che coglieva le opportunità che si presentavano - ma ora era un predicatore per procuratori e re. Non sappiamo quello che facciamo. Se potessimo stare indietro nell'eternità di Dio e osservare gli uomini, non saremmo turbati dalle loro azioni. Quando fabbricano armi contro di noi, dovremmo dire: "Nessuna arma formata contro di me prospererà". Perché i pagani si infuriano e il popolo immagina una cosa vana?" C'è solo un uomo che può farti un danno di tipo permanente, e quell'uomo sei tu stesso. Se hai ragione, non puoi essere ferito; I tuoi nemici creeranno solo opportunità per te. Il Signore fa sì che l'ira dell'uomo lo lodi; il resto di quell'ira Ebrei trattiene

(III.) Le difficoltà a lungo costanti non avevano inasprito la mente di Paolo. Questo è il test della sua qualità. Quando appare davanti a Festo, notiamo in lui la stessa tranquillità, la stessa dignità, la stessa difesa: questo è il cristianesimo. Se si trattasse di una lotta a parole, la battaglia potrebbe a volte andare male per la nostra causa, perché ci sono uomini contro di noi, abili nelle frasi e negli argomenti; ma è una questione di dolcezza dell'anima. La longanimità è eloquenza. Questo è un miracolo cristiano. A questo riguardo ci sono tre cose notevoli riguardo a Paolo. Ebrei rappresenta

1.) Influenza spirituale. Gli ebrei non possono essere lasciati soli. Incatenato a Cesarea, è ancora una presenza attiva a Gerusalemme. Non puoi sbarazzarti di alcuni uomini. Se li uccidi, ti perseguiteranno come Erode era perseguitato dall'uomo nuovo che sospettava fosse il decapitato Giovanni. Paolo rappresentava il tipo di influenza che segue la società, colorando le sue domande, sollevando la sua meraviglia, turbando la sua coscienza

(2.) Fiducia spirituale. Gli Ebrei avrebbero preferito combattere, ma il Signore lo aveva incaricato di aspettare. "La battaglia non è mia, ma di Dio. È meglio che io rimanga rinchiuso a Cesarea, per vedere come Dio può fare a meno di me". Presto capirà il significato di tutto ciò e scriverà ai suoi amici: "Le cose che mi sono accadute sono piuttosto cadute per promuovere il Vangelo". 3. L'aspetto più alto della cultura spirituale. Ebrei viene addestrato, addolcito. Tutta la terra è migliore per la pioggia che la addolcisce, sì, per il gelo che la riduce in polvere. Dal punto di vista umano, Paolo veniva punito; dal lato divino, veniva riposato e addestrato. Ci sono due lati in tutti gli eventi umani. Se prendiamo l'aspetto inferiore della nostra vita, gemeremo, ci agiteremo e ci irriteremo; ma se adottiamo la visione superiore, vale a dire, la guardiamo dall'alto in basso dal punto di Dio, vedremo tutte le cose cooperare per il bene. (J. Parker, D.D.)

7 CAPITOLO 25

Atti 25:7-12

I Giudei fecero molte e gravi lamentele contro Paolo.- La nobile fermezza del cristiano nel mantenimento dei suoi diritti: - È diverso.

(I.) Dalla sfrontatezza dell'ipocrita; perché il cristiano si serve solo di una difesa fondata sui fatti (Versetto 8)

(II.) Dalla sfida degli empi; perché il cristiano non rifiuta alcun esame giudiziario (Versetti 9, 10)

(III.) Dall'ostinazione del litigioso; perché il cristiano si sottomette ad ogni giusta decisione. (Bobe.Il cristiano e il mondo:

(I.) Il mondo ha molte gravi lamentele contro il cristiano. Gli Ebrei, che erano lo spirito del mondo incarnato, ne avevano davvero molti contro Paolo che erano perfettamente veri. Ebrei era una costante fonte di irritazione perché era una minaccia permanente per le loro corruzioni morali, le loro tradizioni superstiziose, la politica e l'ambizione dei loro sacerdoti e la loro totale apostasia da Dio. Così il cristiano è un nemico intransigente dei cari peccati del mondo, dei suoi vili piaceri, dei suoi metodi indegni e dei suoi bassi scopi. Quindi non ci può essere pace tra i due

(II.) Queste non sono le lamentele che si preferiscono. Gli ebrei sapevano che era meglio non esprimere le loro vere lamentele, così accusarono Paolo di offese contro le loro migliori istituzioni, la legge e il tempio, e di tradimento contro lo stato. Così il mondo maschera le sue vere lamentele e accusa il cristiano di inimicizia contro i migliori interessi dell'uomo

(1.) Felicità. Quante volte il cristianesimo è stato accusato di cupezza? Non solo priva gli uomini dei mezzi di godimento, ma inculca pratiche calcolate per produrre dolore positivo

(2.) Progresso. Come i suoi precetti avrebbero ostacolato il corso del commercio, delle armi, l'ingrandimento personale e nazionale, il pensiero, ecc

(3.) Ordine politico. Come può un uomo che vive per un altro mondo interessarsi in modo coinvolgente e influente a questo?

(III.) Per le palesi lamentele del mondo il cristiano dovrebbe avere una pronta risposta. La risposta di Paolo fu un modello di prontezza: ed era vera. Gli ebrei avevano messo la legge al suo giusto posto e ne avevano rivendicato dappertutto le vere funzioni. Quanto al tempio, lo aveva onorato, e con quello stesso atto aveva messo in pericolo la sua vita. Quanto a Cesare, l'imperatore non aveva sudditi più leali e nessuno più sollecito di promuovere la lealtà in tutto l'impero. E contro l'accusa del mondo il cristiano può dire

1.) Che solo il cristianesimo può promuovere e promuove la vera felicità dell'uomo

(2.) Che il cristianesimo è stato ed è il più vero amico del progresso del mondo

(3.) Che il cristiano, secondo la dottrina di una vita futura, è tenuto a mantenere i migliori interessi di questa

(IV.) Il cristiano dovrebbe rifiutare di essere citato in giudizio davanti ai tribunali di questo mondo e dovrebbe fare il suo appello al più alto. Paolo sapeva che la giustizia per mano dei suoi accusatori era fuori questione, e quindi si appellò all'unico ostacolo in cui era probabile che la si ottenesse. Perciò il cristiano, se è saggio, rifiuterà l'arbitrato del mondo. Da essa egli è già condannato. A che serve dunque appellarsi ad essa? Ma c'è Colui che giudica con giudizio giusto e infallibile, e può appellarsi a Lui con fiducia. Che gli uomini aggrottano le sopracciglia come possono, chiassono quanto possono: il cristiano non deve spaventarsi e non deve cedere per un istante. La sua corte d'appello è il tribunale di Cristo. (J. W. Burn.Ma Festo, disposto a fare un piacere agli ebrei.-Popolarità:-

I. Il motivo per cui viene azionato. Festo era disposto a fare piacere ai Giudei per poter stare al di sopra della loro stima. Questo era necessario per il suo benessere personale, perché conosceva la razza che doveva governare. Questo era desiderabile per i fini ultimi che aveva in vista: un'amministrazione di successo; favore reale. È notevole che, con gli esempi di Pilato e Festo davanti a lui, egli possa sperare di avere successo

(1.) Questo motivo è vile. L'ambizione di piacere ai buoni e di migliorare i cattivi è lodevole; Ma l'ambizione di compiacere i più vili è autodegradazione

(2.) Questo motivo raramente ha successo. Testimone di Pilato e Festo

(II.) I sacrifici che comporta. Festo propose di intraprendere il faticoso viaggio verso Gerusalemme. Ma a quali inconvenienti è costretto a sottoporsi un cacciatore di popolarità. Gli Ebrei devono andare dove vogliono coloro che desiderano, e fare ciò che vogliono che faccia. Da qui i giorni faticosi e le notti insonni del predicatore popolare o del politico. Gli ebrei che vogliono veramente servire la loro razza non sono esenti dal sacrificio; ma ha compensazioni che il semplice cercatore di popolarità non conosce

(III.) Il degrado a cui si abbassa. Ecco un giudice romano armato di tutta l'autorità che Cesare poteva conferire, disposto a cedere quell'autorità e a inchinarsi a ciò che era già screditato. E l'uomo che vuole essere popolare deve spesso scendere dal livello più alto a quello più basso, dal senso della giustizia, dell'onore e dall'idoneità delle cose ad assecondare le inclinazioni o le passioni più basse della folla

(IV.) Gli incidenti di cui è responsabile. Supponiamo che Paolo fosse stato processato a Gerusalemme. Se il caso fosse andato contro di lui, avrebbe certamente fatto appello, e Festo avrebbe dovuto approvare l'appello. In tal caso, la sua popolarità sarebbe stata davvero breve. E quanta piccola cosa è bastata spesso per gettare a terra un idolo popolare! Sia i predicatori che gli uomini di stato lo sanno

(V.) La frustrazione a cui è condannato. Supponendo che Festo ci fosse riuscito, per quanto tempo avrebbe goduto della sua popolarità? In due brevi anni era dove gli oggetti dell'idolatria e dell'esecrazione della folla si trovano insieme. Sic transit gloria mundi. Conclusione: La cosa migliore da fare è fare il bene e quindi cercare il compiacimento di Dio, che l'uomo sia contento o meno. Mi appello a Cesare.-L'appello a Cesare: -Questa è una prova

1.) Di coscienza priva di offesa davanti a Dio e agli uomini

(2.) Di un'umile sottomissione all'autorità divinamente ordinata

(3.) Di un evangelico e sobrio evitare un martirio non necessario

(4.) Di uno zelo instancabile per l'estensione del regno di Dio. (K. Gerok.L'appello a Cesare: - Dove può un cristiano cercare i suoi diritti negati? Gli ebrei possono fare appello

1.) Dalla sentenza degli empi al giudizio dei giusti

(2.) Dalle passioni del momento alla giustizia del futuro

(3.) Dalle opinioni del mondo alla testimonianza della propria coscienza

(4.) Dal tribunale dell'uomo al tribunale di Dio. Tu andrai da Cesare.-

(I.) Da dove proveniva questa sentenza decisiva

(1.) Da Festo come oratore

(2.) Da Paolo come colui che ne desidera

(3.) Dal Signore come ideatore e confermatore di esso

(II.) A chi si riferiva

(1.) A Paolo come soggetto

(2.) Ai Romani, che presto ne sarebbero stati colpiti, molti furono convertiti da Paolo

(3.) Al mondo in generale

(III.) I risultati che ne sono seguiti

(1.) Il piano degli ebrei per l'assassinio di Paolo fu frustrato

(2.) Il desiderio di Paolo di andare a Roma fu esaudito. (J. H. Tasson.)

13 CAPITOLO 25

Atti 25:13-27

E dopo certi giorni, il re Agrippa e Berenice giunsero a Cesarea. - Agrippa e Berenice: - Ciascuno dei personaggi così introdotti sulla scena ha una storia alquanto memorabile

(1.) Il primo chiude la linea della casa erodiana. Ebrei era il figlio di Agrippa la cui tragica fine è raccontata in xii. 20-23, e aveva solo diciassette anni al momento della morte di suo padre, nel 44 d.C. Gli Ebrei non succedettero al regno di Giudea, che fu posto sotto il governo di un procuratore; ma alla morte di suo zio Erode, re di Calcide, nel 48 d.C., ricevette da Claudio la sovranità di quella regione, e con essa la sovrintendenza del tempio e la nomina dei sommi sacerdoti. Quattro anni dopo ricevette le tetrarchie che erano state governate dai suoi prozii Filippo e Lisania (Luca 3:1), con il titolo di re. Nel 55 d.C. Nerone accrebbe il suo regno aggiungendo alcune delle città della Galilea (Jos. "Ant." xix. 9, § 1; xx. 1, § 3; 8, § 4). Gli Ebrei vissero abbastanza a lungo da vedere la distruzione di Gerusalemme e morirono sotto Traiano (100 d.C.) all'età di settantatré anni

(2.) La storia di Berenice, o Berenice (il nome sembra essere stato una forma macedone di Pherenice), si legge come un orribile romanzo, o una pagina delle cronache dei Borgia. Era la figlia maggiore di Erode Agrippa I, e sposò in tenera età suo zio, il re di Calcide. Alleanze di questa natura erano comuni nella casa di Erode, e l'Erodiade dei Vangeli passò da un matrimonio incestuoso a un adulterio incestuoso (Vedi Matteo 14:1). Alla sua morte Berenice rimase vedova per alcuni anni, ma cominciarono a diffondersi voci oscure che suo fratello Agrippa, che era succeduto al principato di Calcide e che le aveva dato, come nel caso che abbiamo preceduto, qualcosa di simile agli onori regali, viveva con lei in una forma ancora più oscura di incesto e produceva in Giudea i vizi di cui l'amico di suo padre, Caligola, aveva dato un esempio così terribile (Sueton. "Calig." c. 24). Al fine di proteggersi da questi sospetti, persuase Polemone, re di Cilicia, a prenderla come sua regina e a professarsi convertito al giudaismo, come Azizo aveva fatto con sua sorella Drusilla, e ad accettare la circoncisione. Il matrimonio nefasto non prosperò. Le passioni sfrenate della regina presero ancora una volta il sopravvento. Lasciò il marito, e lui si sbarazzò subito di lei e della sua religione. I suoi poteri di fascino, tuttavia, erano ancora grandi, e sapeva come trarne profitto nell'ora della rovina del suo paese. Vespasiano era attratto dalla sua dignità regale, e ancor più dalla magnificenza dei suoi doni regali. Suo figlio Tito prese il suo posto nella sua lunga lista di loVersetti. Venne come sua amante a Roma, e si diceva che le avesse promesso il matrimonio. Questo, tuttavia, era più di quanto anche il senato dell'impero potesse tollerare, e Tito fu costretto dalla pressione dell'opinione pubblica a licenziarla, ma il suo dolore nel farlo era materia di notorietà.Dimisit invitus invitam"(Sueton. " Tito "c. 7; Tacito, "Hist." ii.81; Jos. "Formica." xx. 7, § 3) L'intera storia fornì a Giovenale un'immagine di depravazione che si erge quasi come un pendant di quella di Messalina ("Sat." vi. 155-9). (Dean Plumptre.) L'introduzione di Paolo ad Agrippa: - Qui abbiamo...

(I.) Antagonismo amaro. Questo si rivela negli ebrei. Odiavano "colui che Gesù predicava come morto e risuscitato". Ci sono uomini ora che odiano il cristianesimo: i suoi principi, i suoi autori, i suoi sostenitori e i suoi discepoli. L'opposizione, tuttavia, è tanto inutile quanto malvagia

(II.) Curiosità oziosa. Questo è rivelato in Agrippa. "Ascolterò anch'io quell'uomo". Essendo un ebreo, non poteva ignorare Paolo, e ora gli si presentò l'opportunità di vedere quell'uomo e ascoltare la sua storia. Il suo desiderio non era un desiderio di istruzione spirituale. Moltitudini ora vanno ad ascoltare predicatori con lo stesso motivo

(III.) Orgogliosa indifferenza. Questo è rivelato in Festo. Agli ebrei non importava nulla di "questo Gesù che era morto, e che Paolo affermò essere vivo". L'indifferentismo religioso è il peccato prevalente della cristianità. Questo è peggio, per molte ragioni, dell'infedeltà teorica

(IV.) Fede vitale. Questo è rivelato in Paolo

(1.) Paolo aveva una fede

(2.) La sua fede era in Cristo

(3.) La sua fede era la sua stessa vita. Per essa egli visse, e per essa era pronto a soffrire e a morire. "Per me il vivere", disse, "è Cristo, e morire è un guadagno". (D. Thomas, D.D.Paolo davanti ai principi e ai governanti: - Un quadro nobile, da cui riconosciamo -

(I.) La gloria di Dio, che apre le porte davanti ai suoi servi anche in catene, e bussa con la sua parola ai palazzi come alle capanne

(II.) La fedeltà del Suo servo che rende testimonianza al Signore ovunque, non abbagliato dallo splendore della grandezza umana e non ostruito dalle catene della sua stessa afflizione. (K. Gerok.) I principi di una sana amministrazione:

(I.) Dovrebbe fare tutto ciò che appartiene al suo ufficio

(1) Nei confronti degli accusatori: riceverli e ascoltarli con pazienza (Versetti 15-18)

(2) Nei confronti degli accusati: ascoltare la loro difesa in modo imparziale e proteggere le loro persone contro l'astuzia e la violenza dei loro nemici (Versetti 16, 18, 21)

(II.) Dovrebbe omettere tutto ciò che non appartiene al suo ufficio. Non dovrebbe presumere alcun giudizio in materia di fede

(2.) Non deve anticipare arbitrariamente il giudice supremo (Versetto Versetto Versetti 25), ma preparare coscienziosamente la strada. Il giudizio degli uomini del mondo in materia di fede:

1.) Il loro punto di vista più alto è quello del diritto civile, come qui con Festo

(2.) Il loro giudizio è svalutato: li considerano appartenenti al dominio della superstizione e si vantano di non comprendere tali questioni (Versetto 19-21)

(3.) La loro simpatia è, come con Agrippa, una questione di curiosità e moda (Versetti 22). (Lisco.La cecità della mera educazione mondana in materia di verità cristiana:

1.) I preziosi articoli della fede cristiana sono per essa la progenie della superstizione, che non vale la pena di essere accuratamente istruiti in essa (Versetto 19, 20)

(2.) Il Capo vivente della Chiesa è "un solo Gesù" che è morto, della cui potenza e presenza non c'è traccia (Versetti 19)

(3.) I servitori eletti di Dio sono per esso uomini incomprensibili e capricciosi, di cui non si può fare nulla (24-27). (K. Gerok.Quando un membro della chiesa del signor Kilpin a Exeter veniva con i dettagli di ferite reali o presunte ricevute da un altro membro, dopo aver ascoltato il giornalista, il signor Kilpin chiedeva se avevano menzionato queste lamentele al loro fratello o sorella offensivo. Se la risposta era negativa - e di solito era così - ordinava con calma a un messaggero di andare a prendere l'offensore, osservando che sarebbe stato ingeneroso decidere, e antiscritturale agire, semplicemente ascoltando la dichiarazione di una delle parti. Questa determinazione produceva sempre allarme e la richiesta che non si potesse dire nulla alla parte coinvolta. Le affermazioni e le prove sono basi molto diverse per l'esercizio del giudizio, e sono più distinte di quanto immaginino le persone arrabbiate

19 CAPITOLO 25

Atti 25:19

Un Gesù, che era morto, che Paolo affermò essere vivo.-Cristo vivo, un argomento di dibattito:-

I. Perché Cristo, tra tutte le persone, è stato oggetto di così tante osservazioni e dibattiti? 1. Perché gli Ebrei rivendicavano la discendenza più alta

(2.) C'erano prove incorporate nelle Sue circostanze e nel Suo carattere che nessuno poteva o può negare, che erano all'altezza delle Sue pretese e assicuravano una notorietà senza pari al Suo nome

(3.) A causa delle strane circostanze connesse con la Sua storia antica

(II.) Perché è stata posta tanta enfasi sul fatto che Egli era vivo? Se vivo... l. La veridicità del Suo carattere è confermata

(2.) L'importanza vitale del Suo insegnamento è stabilita

(3.) L'opera che gli Ebrei erano venuti a compiere fu compiuta

(4.) Il successo della Sua causa è assicurato. (D. Jones.La risurrezione di Cristo come vista dall'uomo del mondo e dal credente fervore: - Non si può non essere colpiti dal contrasto tra i risultati prodotti da essa in Festo e Paolo. Nell'apostolo la fede in essa aveva acceso un fuoco di devozione che tutto sacrificava, e lo aveva sostenuto con un coraggio che nessun terrore poteva placare. Ma Festo lo accolse con totale indifferenza. Se si fosse trattato di politica o di diritto, quel giudice acuto avrebbe messo in campo tutta la forza del suo intelletto; ma poiché si riferiva a un mondo invisibile, lo respinse senza preoccuparsi nemmeno per un momento di chiedersi se fosse falso o vero, e forse si chiese come un uomo dotato come Paolo potesse sprecare le sue forze nel proclamare una storia così oziosa. Notate, quindi, l'aspetto della risurrezione di Cristo così come è stato visto:

(I.) Dall'uomo del mondo

(1.) Che cos'è la mondanità? La preferenza del piacevole al giusto, del visibile all'invisibile, del transitorio all'eterno. Da qui le terribili domande: Che cos'è Dio? Che cosa sono io? Cosa c'è oltre la morte? vengono spacciate come domande sognanti e inutili. E che questo fosse il temperamento di Festo, lo deduciamo dal carattere della sua epoca e dalla sua opinione sulla pazzia di Paolo. Il benessere della sua provincia, il successo della sua politica, la visione di una vecchiaia coronata di ricchezze e splendente del sole del favore dell'imperatore: queste erano le grandi speranze della sua anima

(2.) A un uomo in quello stato l'affermazione di Paolo apparirebbe inevitabilmente come una favola oziosa. Dalla dichiarazione di Paolo avrebbe appreso che Cristo era

(1) Il Maestro di una nuova verità. Ma sapeva che l'odio, la persecuzione, la morte, erano generalmente le pene per la proclamazione di idee che il mondo non poteva capire, o che si scontravano con i pregiudizi esistenti. Verità! Che cos'era se non un nome vuoto; Quale entusiasmo e altruismo se non debolezza infantile?

(2) Il fondatore di una nuova religione. Anche questa era una storia familiare. Come la maggior parte dei romani colti, Festo ha perso la fede in tutte le religioni.

(3) Un rivelatore di mondi soprannaturali. Se c'era qualcosa che poteva risvegliare il suo interesse e suggerire un'indagine, lo avrebbe fatto. Ma per una mente mondana l'idea dell'immortalità è vaga. Il suo campo visivo e la sua simpatia sono limitati al visibile e al tangibile. Quando crediamo nell'immortalità? Quando le aspirazioni spirituali sono più forti delle tendenze corporee, o quando il dolore ha steso il velo sulle attrazioni della terra. Dalla stessa fonte viene che il Cristo risorto è per migliaia di persone solo "un solo Gesù", ecc. Perché sentire la risurrezione di Cristo come una potenza nella vita richiede simpatia spirituale con Cristo. L'egoista non può vedere la bellezza dell'altruismo, né i sensuali la bellezza della purezza

(II.) Dal cristiano fervore. Passate da Festo a Paolo. Per lui la risurrezione di Cristo era... l. Un segno della Divinità del Suo insegnamento. Ebrei era venuto rivelando un nuovo mondo di verità, ed Ebrei si appellava alla Sua futura risurrezione come prova di quella verità. Gli Ebrei morirono, ma se gli Ebrei non fossero risuscitati, tutta la Sua dottrina sarebbe diventata priva di significato. Ma gli Ebrei risuscitarono, e il sigillo del Cielo si posò sul Suo insegnamento. Se questo fosse falso, Paolo era davvero un sognatore; ma era vero; da qui il suo potente zelo

(2.) Una testimonianza della perfezione della Sua espiazione. La domanda dei secoli è: Chi ci libererà dalla maledizione e dal fardello del male? Ma Uno venne manifestamente portando questo fardello, e l'unica conferma della verità della Sua espiazione stava nell'essere in grado di portarla senza essere vinti. Se gli Ebrei fossero morti in silenzio per sempre, la Morte lo avrebbe vinto. Ma Ebrei si alzò e presentò l'espiazione perfetta nella Sua Persona in cielo

(3.) Un pegno dell'immortalità dell'uomo. L'uomo ha bisogno di una testimonianza vivente di una vita oltre la morte. Ebrei ce l'ha in Cristo. Paolo lo aveva: da qui il suo zelo divorante. (E. L. Hull, B.A.La morte e la vita di Gesù:

(I.) Gesù morì. In questo abbiamo

1.) Una prova della Sua umanità. Gli ebrei hanno pagato il debito della natura umana. "La morte passò su tutti gli uomini", non eccettuato se stesso

(2.) Un'esibizione del peccato umano. Oltre questo il peccato non poteva andare. Il diabolismo qui raggiunse il suo culmine

(3.) Un esempio di supremo sacrificio di sé. "Nessuno ha un amore più grande di questo", ecc. Ma Cristo è morto per i suoi nemici

(4.) Una dimostrazione dell'amore divino. "Dio loda", ecc

(5.) Un'espiazione per la colpa del mondo. "Gli Ebrei portarono i nostri peccati nel Suo corpo sul legno". 6. Un anodino per il dolore del mondo. La morte viene derubata dei suoi terrori quando ricordiamo che Gesù è morto. Soffrire in comunione con Cristo è gloriarsi nelle tribolazioni

(II.) Gesù è vivo. In questo fatto abbiamo

1.) Una prova della Sua Divinità. Ebrei è dichiarato essere il Figlio di Dio con potenza mediante la Sua risurrezione

(2.) Una dimostrazione della Sua potenza. Ebrei ha sconfitto colui che aveva il potere della morte

(3.) Una garanzia della Sua presenza. "Ecco, io sono con te tutti i giorni". 4. Una chiamata al Suo servizio. Ebrei è il Signore dei morti e dei vivi

(5.) Speranza eterna: "Poiché io vivo, anche voi vivrete". (J. W. Burn.Gesù è ora un Salvatore vivente: - In piedi nella cripta della cattedrale di St. Paul a Londra, il tuo occhio è attratto da un'enorme massa di porfido, per ottenere la quale hanno cercato il continente europeo. Volevano qualcosa di grande, enorme, grandioso. Atti di lunghezza si sono imbattuti in Cornovaglia, in Inghilterra. Lo tagliarono, lo modellarono, lo lucidarono, infine lo sollevarono sul suo piedistallo di granito di Aberdeen e lo dedicarono come la tomba del loro uomo più grande. Su un lato si legge: "Arthur, duca di Wellington, nato il 1° maggio 1769; morto il 14 settembre 1852. Un grande uomo è stato sepolto quando lo hanno sepolto. La sua mano era stata per molti anni al timone dell'Impero britannico. La sua influenza rimane, certo, ma la sua personalità se n'è andata. Oltrepassate la Manica, e a Parigi prendete posto sotto la cupola dorata dell'Hôtel des Invalides, e ammirate il sepolcro più magnifico del mondo. Stai guardando ora il luogo di sepoltura del principale antagonista di Wellington. Ma lo stesso Napoleone se n'è andato. La sua influenza rimane, ma non è nel mondo. Né lui né la Francia può avere in alcun modo una presenza personale. Vai a Roma, fermati per un momento sotto la cupola che circonda il Pantheon. Raffaello amava quell'edificio maestoso, più maestoso anche di San Pietro. Era suo desiderio che potesse essere sepolto lì. Guardare! Lì sul muro c'è scritto: "Ecco la tomba di Raffaele". Ma Raffaello non c'è. Potrete guardare estasiati la sua "Trasfigurazione" in Vaticano, forse commossi e addolciti mentre le sue meravigliose Madonne vi raccontano la storia di quella maternità vergine con i suoi dolori, i suoi misteri, le sue beatitudini. Ma Raffaello aveva chiuso con questo mondo a trentasette anni. Ebrei non mette più il colore sulla tela. Dappertutto a Roma si può vedere qualcosa che egli ha fatto; Da nessuna parte puoi vedere nulla di ciò che sta facendo. Le sue opere durano; è andato per eVersetto I grandi eroi, pittori, poeti, insegnanti: sono stati; ma, per quanto riguarda questo mondo, non lo sono più. Sono andati altrove. Hanno portato con sé la loro presenza. Sono ricordi, non sono presenze. Ma Cristo è un Salvatore presente, personale, vivente. (Età cristiana.)

20 CAPITOLO 25

Atti 25:20

E poiché dubitavo di questo tipo di domande, gli chiesi se sarebbe andato a Gerusalemme.Cortesia e pietà:

1.) Festus era allo stremo delle forze a causa della cattiva gestione del caso da parte di Felix. Ora, chiunque abbia mai visto la ridicola goffaggine di un politico improvvisamente costretto a rispondere a una domanda religiosa può apprezzare l'imbarazzo di Festo. Gli ebrei accusarono Paolo di eresia, tradimento e sacrilegio. Del tradimento poteva formare un giudizio; Ma che ne sapeva lui dell'eresia o del sacrilegio? Ed era abbastanza acuto da capire che l'unico tradimento di cui Paolo era colpevole era quello di sostenere un Re teologico. Evidentemente l'intera faccenda era del tutto fuori dalla sua portata. Ma era di un certo valore che facesse amicizia con i suoi sudditi. E fu sorpreso di scoprire che il suo primo atto di governo lo avrebbe messo in una posizione di così pietoso svantaggio; così propose che Paolo salisse a Gerusalemme e fosse regolarmente processato dal Sinedrio. Allora l'apostolo si rivolse a Cesare. Qui cadde un nuovo imbarazzo su questo sfortunato governatore, che doveva, per legge, inviare con ogni prigioniero il rapporto completo del suo caso all'imperatore. E nessuno può dire cosa avrebbe fatto di Paolo se non si fosse verificato in quel momento un incidente che prometteva di essere molto promettente

(2.) Erode Agrippa, il re nominale dei Giudei, dichiarò improvvisamente la sua intenzione di fare visita a Festo. Questo piacque moltissimo al governatore. Paolo aveva i suoi diritti. Anzi, di più; aveva avuto i suoi torti. E Festo non seppe difendere l'uno o attenuare l'altro. Ma Agrippa, un ebreo istruito, avrebbe capito tutte le complicazioni che lo confondevano tanto. Così gli ha presentato il caso

(3.) Festo è il tipo di una grande classe di persone istruite ed educate che considerano le questioni religiose come appartenenti esclusivamente a persone religiose. Essi "dubitano di questo tipo di domande". A volte si abbandonano a una piccola discussione paternalistica; ma quando sono invitati personalmente alle prove di un'esperienza religiosa, ammettono di non capirli, di non esserne interessati, e rispettosamente rimandano ogni considerazione su di essi a quelle persone che daranno loro un apprezzamento intelligente, e alla cui peculiare "superstizione" appartengono. Ora non c'è bisogno di insinuare rimproveri sul carattere di questa classe. C'è la possibilità di dire una parola onesta anche per Festo. La storia fa un resoconto molto lodevole della sua amministrazione, così come della sua reputazione in generale per il candore, il coraggio e il comportamento da gentiluomo verso tutti, e questo racconto lo mostra in una luce amabile

(4.) Ora, il moderno Festo non è appena arrivato, come Festo in Giudea. Tutta la sua giovinezza è stata trascorsa alla portata delle pratiche e dei costumi del Vangelo. Hebrews è cresciuto sotto la forza e il fervore del fascino religioso. Che cosa pensa di tutte queste cose? Molto dipenderà da quanto lontano sembreranno propensi a spingersi. Festo poteva andare molto d'accordo con Agrippa, perché il re era uno di quei tipi di farisei freddi che in tutte le epoche tengono in mano la loro pietà in tutta tranquillità. Ma quando Paolo cominciò a predicare, e grandi e oneste parole di argomento e di ardente appello cominciarono a volare nella sala delle udienze, fu costretto a uscire dal suo discreto riserbo ed esclamò: "Paolo, tu sei fuori di te; molta scienza ti fa impazzire". E questo rappresenta abbastanza bene il sentimento con cui molti uomini del mondo considerano i fenomeni ordinari di una vita religiosa. Sono scrupolosamente educati nei confronti dei cristiani. Alcuni di loro sono ottimi vicini e cittadini degni. Lascia solo che un uomo si mantenga entro i limiti ed eviti l'eccitazione sconsiderata. C'è una cosa come andare troppo oltre, e quindi diventare invadenti. E poi insinuano con fredda cortesia che la buona educazione può essere mostrata anche nel proprio stile di pietà; È meglio stare sempre attenti, altrimenti si può inconsciamente diventare grossolani

(5.) Non può essere sfuggito all'attenzione di nessuno che non sembra essere passato per la mente di Festo il pensiero di esaminare il cristianesimo. Per quanto la sua condotta tradisca, si potrebbe pensare a lui come a uno che si eleva al di sopra dell'imbarazzante necessità di essere salvato. E questa è esattamente la mancanza che si osserva in molti uomini del mondo. Essi contemplano la religione semplicemente come una fase della natura umana, con la quale non hanno nulla in comune. Si potrebbe pensare che questi calmi filosofi avessero dimenticato di avere un'anima propria

(6.) Si dà il caso che uno dei principi della nostra religione ci richieda di suscitare gli altri su questa negligenza. Qui si vede un altro passo di questa educata tolleranza. Chiamiamo gli uomini a pensare, a indagare, a decidere. Essi rispondono: "Ci sono tante sette e credi nella Chiesa; per prima cosa, dubito di questo tipo di domande; Sono fuori dal mio modo di pensare: appartengono ad altre persone". Ci si sente tentati di rispondere: "Ebbene, anche la tua anima, il tuo Creatore, gloria del cielo, appartiene ad altri uomini; O l'opera della terra, o il lamento e il dolore dell'inferno? Come hai raggiunto quell'altezza serena di soddisfazione indisturbata, il tuo passato impeccabile, il tuo presente senza rimproveri, il tuo futuro sicuro, in modo da poter guardare dall'alto in basso la passione umana, il conflitto e la fatica, e sorridere mentre dici: 'Sembra che tutti questi abbiano qualche domanda sulla loro stessa superstizione'"? Fa parte della semplice gentilezza andare avanti, anche a rischio di essere scortesi. Il pericolo è troppo urgente; il dovere è troppo pressante; Le sanzioni sono troppo pesanti. Gli uomini sbagliano se suppongono che l'adesione al cristianesimo possa essere contemplata come si critica un nuovo dipinto con un occhiale o guardando con la mano. (C. S. Robinson, D.D.)

22 CAPITOLO 25

Atti 25:22-27

Allora Agrippa disse a Festo: "Anch'io voglio ascoltare quell'uomo".-Il desiderio del voluttuario di una nuova sensazione:-La scena è molto caratteristica. Il giro di festeggiamenti in onore degli illustri visitatori cominciava a diminuire: sarebbe stato auspicabile un nuovo spettacolo. Un eretico ebreo avrebbe interessato Agrippa, che era egli stesso un ebreo. Berenice era intelligente e colta, e tutte le donne amavano l'eloquenza e il genio, e Paolo aveva entrambi; e Berenice amava anche le nuove e strane eccitazioni. Le classi superiori, allora come oggi, sazie di lusso e raffinatezza, trovavano un certo fascino nella vita carceraria, nelle scene fuori mano connesse con i tribunali di polizia, nel crimine umano e nella miseria. A loro piaceva una causa criminale célébre allora proprio come oggi. Un pomeriggio con Paolo era proprio quello che andava bene ad Agrippa e Berenice. (H. R. Haweis, M.A.Motivi per l'ascolto: - Il desiderio di Agrippa può essere inteso in vari modi:

(I.) Come il desiderio di una curiosità altezzosa, che non cerca altro che un intrattenimento passeggero

(II.) Come espressione di un desiderio mondano di conoscenza, che si preoccupa solo di informazioni interessanti

(III.) Come il sincero desiderio del ricercatore di salvezza, che sente il bisogno di istruzione spirituale. Applicazione per andare in chiesa, ascoltare sermoni, leggere libri, ecc. (K. Gerok.E l'indomani, quando Agrippa e Berenice, con grande pompa, entrarono nel luogo dell'udienza.- La vanità della pompa regale: - È in questo momento più che mai che siamo giustificati a dire con il saggio: "Vanità delle vanità; tutto è vanità". Dov'è ora lo splendore del consolato? Dove il loro splendore di lampade e torce; La festa delle assemblee gioiose? Dove sono le corone e i magnifici ornamenti? Dove le lusinghiere notizie della città, le acclamazioni del circo, le adulazioni di migliaia di spettatori? Tutti sono morti! Il vento ha spazzato via le foglie, e ora ci mostrano un albero morto strappato dalle radici, tanto violenta è stata la tempesta. Giace in una rovina distrutta. Dove sono i finti amici, lo sciame di parassiti, le tavole cariche di lusso, il vino che circola per intere giornate; Dove le varie raffinatezze del banchetto, il linguaggio flessuoso degli schiavi? Che ne è stato di tutti loro? Un sogno della notte che svanisce con il giorno! Un fiore di primavera, che appassisce d'estate, un'ombra che passa! un vapore che si disperde! una bolla d'acqua che scoppia! una tela di ragno che viene divelta: "Vanità di tutte le vanità; tutto è vanità". Scrivete queste parole sui vostri muri, sui vostri paramenti, sui vostri palazzi, sulle vostre strade, sulle vostre finestre, sulle vostre porte; Scrivili nella tua coscienza, affinché possano rappresentarla incessantemente nei tuoi pensieri. Ripetile ogni mattina, ripetile la sera, e nelle assemblee della moda, che ciascuno ripeta al suo prossimo: "Vanità delle vanità; tutto è vanità". (Crisostomo. Il valore della gloria mondana: - Come il naturalista osserva della gloria dell'arcobaleno, che è fatto nell'occhio, e non nella nuvola, e che non c'è una tale piacevole varietà di colori come vediamo; così la pompa, la ricchezza e la gloria di questo mondo non sono di per sé nulla, ma sono l'opera della nostra opinione e le creazioni della nostra fantasia, e non hanno valore o prezzo se non quello che le nostre concupiscenze e i nostri desideri pongono su di loro. (A. Farindon.) La sala delle udienze di Cesarea:

(I.) Un salotto di gloria mondana, allo splendore della nobiltà riunita (Versetto 23)

(II.) Un'aula di sacra dottrina, secondo la testimonianza dell'apostolo (CAPITOLO xxvi. 1-23)

(III.) Una sala del giudizio della maestà divina, per l'impressione del discorso apostolico che svela il segreto del cuore (CAPITOLO xxvi. 24-32). (K. Gerok.Come il cristiano è considerato dal mondo: - Ci sono argomenti su cui il mondo ha una sola opinione, e verso i quali mantiene un atteggiamento tollerabilmente coerente, ma il cristianesimo non è uno di questi. Chiedete agli uomini del mondo le loro opinioni riguardo al profitto, al piacere, alla salute, alla morte, ecc., e otterrete una sola dichiarazione; chiedi loro della religione di Cristo e le risposte saranno quasi altrettanto varie quanto gli uomini che le danno. Ma in pratica possono essere ridotti a quattro quando vengono analizzati rigorosamente, anche se mescolati, e si trovano spesso in combinazione. Il cristiano e la sua religione sono considerati con:

(I.) Odio. Gli ebrei (Versetto 24) consideravano così Paolo. Di tutto ciò che il corrotto giudaismo aveva a cuore, l'apostolo era un antagonista intransigente. E così gridarono "che non dovrebbe vivere più a lungo", un grido che si è sentito spesso da allora, e che si sente ora. L'aviatore di denaro, il gaudente, il vizioso odiano il cristiano e la sua fede. L'atteggiamento del cristianesimo verso la mera accumulazione di ricchezze, verso la sensualità, l'oppressione, ecc., suscita necessariamente la più aspra ostilità. Non ci può essere tregua tra loro. La vittoria in un caso significa sterminio nell'altro

(II.) Perplessità. Festo (Versetti 26, 27) era quasi preoccupato per il problema. Paolo era una minaccia permanente per la pace della sua provincia, eppure non era colpevole di nulla, per quanto poteva vedere, che potesse portarlo sotto il bando della legge romana. Da qui il suo desiderio che il caso fosse ascoltato da esperti in materia religiosa come il Sinedrio e Agrippa. E Paolo si era appellato a Cesare per motivi di cui era deplorevolmente ignorante, Festo era dolorosamente imbarazzato su ciò che doveva dire di lui al suo signore imperiale. Festo non è un caso isolato di perplessità riguardo ai cristiani e alla loro fede. Molti ora non riescono a fare nulla di nessuno dei due; ma abbastanza spesso sono pronti a consultare autorità come il Sinedrio o Agrippa, che non possono dare una soluzione soddisfacente del problema. Perché Festo non si diede lo stesso disturbo di Felice e non si mise in comunione con Paolo? E così la domanda ovvia in relazione ai perplessi di oggi è: Perché non consultano i cristiani o le loro Scritture? L'irragionevolezza della posizione è evidente. Che cosa si penserebbe di un uomo, turbato da questioni scientifiche, politiche o storiche, che non ha mai consultato le autorità competenti!

(III.) Curiosità. Probabilmente Agrippa rise a crepapelle sia dell'animosità degli ebrei che della perplessità di Festo. Eppure, "desiderando udire Paolo da sé", manifestò un temperamento un po' più ragionevole. Questo è tutto ciò che il cristianesimo chiede, e il cristiano si crede felice quando ha la possibilità di rispondere per se stesso davanti a un "esperto" (CAPITOLO XXVI, 2, 3), qualunque sia il risultato. Il risultato, tuttavia, è spesso solo quello raggiunto dagli esperti di scienza, ecc. Il cristiano deve essere preso in considerazione, e quando viene formulata un'ipotesi che soddisfa la curiosità, viene etichettato, come un campione geologico, e dimenticato. Così viene studiato dallo storico, dal politico, dal religioso comparato, ecc. Che lui o i suoi principi abbiano qualche interesse oltre a questo non è ammesso per un momento

(IV.) Indifferenza e disprezzo. Cosa pensasse Berenice non è detto, per ovvie ragioni. Non odiava, non era perplessa, non era curiosa di Paolo. La prova fu una sensazione nuova, e forse sia l'occasione che l'apostolo furono allontanati dai suoi pensieri. Che cosa le importava delle questioni teologiche o del destino di un appassionato. E così ci sono molti per i quali una cerimonia religiosa può avere un interesse passeggero, ma che non conoscono né si preoccupano delle questioni in questione. Il sordido uomo d'affari, o un voluttuoso cercatore di piacere, può assistere a una rappresentazione religiosa senza aiuto di un ente di beneficenza religioso, ma che cura hanno per l'oggetto promosso. Conclusione:1. Il contatto con il cristianesimo diventa una prova di carattere

(2.) Il contatto con esso, anche per una volta, può decidere un destino. Gli ebrei, Festo, Agrippa, Berenice: che cosa accadde loro in seguito? Cosa sono adesso? (J. W. Burn.)

Riferimenti incrociati:

Atti 25

1 At 23:34
At 25:5; 18:22; 21:15

2 At 25:15; 24:1; Giob 31:31; Prov 4:16; Rom 3:12-19

3 At 9:2; 1Sa 23:19-21; Ger 38:4; Mar 6:23-25; Lu 23:8-24
At 23:12-15; 26:9-11; Sal 37:32,33; 64:2-6; 140:1-5; Ger 18:18; Giov 16:3; Rom 3:8

5 At 25:16; 23:30; 24:8
At 25:18,19,25; 18:14; 1Sa 24:11,12; Sal 7:3-5; Giov 18:29,30

6 At 25:10,17; 18:12-17; Mat 27:19; Giov 19:13; 2Co 5:10; Giac 2:6

7 At 25:24; 21:28; 24:5,6,13; Esd 4:15; Est 3:8; Sal 27:12; 35:11; Mat 5:11,12; 26:60-62; Mar 15:3,4; Lu 23:2,10; 1P 4:14-16

8 At 25:10; 6:13,14; 23:1; 24:6,12,17-21; 28:17,21; Ge 40:15; Ger 37:18; Dan 6:22; 2Co 1:12

9 At 25:3,20; 12:3; 24:27; Mar 15:15

10 At 16:37,38; 22:25-28
At 25:25; 23:29; 26:31; 28:18; Mat 27:18,23,24; 2Co 4:2

11 At 18:14; Gios 22:22; 1Sa 12:3-5; Giob 31:21,38-40; Sal 7:3-5
At 16:37; 22:25; 1Te 2:15
At 25:10,25; 26:32; 28:19; 1Sa 27:1

12 At 25:21; 19:21; 23:11; 26:32; 27:1; 28:16; Sal 76:10; Is 46:10,11; Lam 3:37; Dan 4:35; Rom 15:28,29; Fili 1:12-14,20

13 At 25:22,23; 26:1,27,28
1Sa 13:10; 25:14; 2Sa 8:10; 2Re 10:13; Mar 15:18

14 At 24:27

15 At 25:1-3; Est 3:9; Lu 18:3-5; 23:23

16 At 25:4,5
At 26:1; De 17:4; 19:17,18; Prov 18:13,17; Giov 7:51

17 At 25:6

19 At 25:7; 18:15,19; 23:29
At 17:22,23
At 1:22; 2:32; 17:31; 26:22,23; 1Co 15:3,4,14-20; Ap 1:18

20 At 25:9

21 At 25:10; 26:32; 2Ti 4:16
At 27:1; Lu 2:1
At 25:12

22 At 9:15; Is 52:15; Mat 10:18; Lu 21:12

23 At 12:21; Est 1:4; Ec 1:2; Is 5:14; 14:11; Ez 7:24; 30:18; 32:12; 33:28; Dan 4:30; 1Co 7:31; Giac 1:11; 1P 1:24; 1G 2:16
At 9:15

24 At 25:2,3,7
At 22:22; Lu 23:21-23

25 At 23:9,29; 26:31; Lu 23:4,14; Giov 18:38
At 25:11,12

26 At 26:2,3

27 Prov 18:13; Giov 7:51

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