Nuova Riveduta:

Daniele 9

Preghiera e confessione di Daniele
1 «Nell'anno primo di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi, che fu fatto re del regno dei Caldei, 2 il primo anno del suo regno, io, Daniele, meditando sui libri, vidi che il numero degli anni di cui il SIGNORE aveva parlato al profeta Geremia e durante i quali Gerusalemme doveva essere in rovina era di settant'anni. 3 Volsi perciò la mia faccia verso Dio, il Signore, per dispormi alla preghiera e alle suppliche, con digiuno, sacco e cenere. 4 Feci la mia preghiera e la mia confessione al SIGNORE mio Dio, e dissi: "O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e serbi la misericordia verso quelli che ti amano e osservano i tuoi comandamenti! 5 Noi abbiamo peccato, ci siamo comportati iniquamente, abbiamo operato malvagiamente, ci siamo ribellati e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni. 6 Non abbiamo dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in nome tuo ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese. 7 A te, o Signore, la giustizia; a noi la confusione della faccia in questo giorno, agli uomini di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme e a tutto Israele, vicini e lontani, in tutti i paesi dove li hai dispersi per le infedeltà che hanno commesse contro di te. 8 O SIGNORE, a noi la confusione della faccia, ai nostri re, ai nostri prìncipi e ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te. 9 Al Signore, che è il nostro Dio, appartengono la misericordia e il perdono; poiché noi ci siamo ribellati a lui 10 e non abbiamo ascoltato la voce del SIGNORE, del nostro Dio, per camminare secondo le sue leggi che egli ci aveva date mediante i profeti, suoi servi. 11 Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge, si è sviato per non ubbidire alla tua voce. Così su di noi si sono riversate le maledizioni e le imprecazioni che sono scritte nella legge di Mosè, servo di Dio, perché noi abbiamo peccato contro di lui. 12 Egli ha messo in pratica le parole che aveva pronunciate contro di noi e contro i nostri governanti, facendo venire su di noi un male così grande, che sotto il cielo non è mai accaduto nulla di simile a quello che è stato fatto a Gerusalemme. 13 Come sta scritto nella legge di Mosè, questo disastro ci è piombato addosso; tuttavia, non abbiamo implorato il favore del SIGNORE, del nostro Dio. Non ci siamo ritirati dalla nostra iniquità e non siamo stati attenti alla sua verità. 14 Il SIGNORE ha vigilato su questa calamità e ce l'ha fatta venire addosso; perché il SIGNORE, il nostro Dio, è giusto in tutto quello che ha fatto, ma noi non abbiamo ubbidito alla sua voce. 15 Ora, o Signore nostro Dio, che conducesti il tuo popolo fuori dal paese d'Egitto con mano potente e ti facesti una fama che hai ancora oggi, noi abbiamo peccato e abbiamo agito malvagiamente. 16 O Signore, per tutti i tuoi atti di giustizia, ti prego, fa' che la tua ira e il tuo sdegno si ritirino dalla tua città, Gerusalemme, dal tuo monte santo; poiché per i nostri peccati e per le iniquità dei nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono esposti al disprezzo di tutti quelli che ci stanno intorno. 17 Ora, o Dio nostro, ascolta la preghiera e le suppliche del tuo servo; per amor tuo, Signore, fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario che è desolato! 18 O mio Dio, inclina il tuo orecchio e ascolta! Apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni, guarda la città sulla quale è invocato il tuo nome; poiché non ti supplichiamo fondandoci sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia. 19 Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, guarda e agisci senza indugio per amore di te stesso, o mio Dio, perché il tuo nome è invocato sulla tua città e sul tuo popolo".

Le settanta settimane
20 «Io parlavo, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo Israele, e presentavo la mia supplica al SIGNORE, al mio Dio, per il monte santo del mio Dio. 21 Mentre stavo ancora parlando in preghiera, quell'uomo, Gabriele, che avevo visto prima nella visione, mandato con rapido volo, si avvicinò a me all'ora dell'offerta della sera. 22 Egli mi rivolse la parola e disse: "Daniele, io sono venuto perché tu possa comprendere. 23 Quando hai cominciato a pregare c'è stata una risposta e io sono venuto a comunicartela, perché tu sei molto amato. Fa' dunque attenzione al messaggio e comprendi la visione. 24 Settanta settimane sono state fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la perversità, per mettere fine al peccato, per espiare l'iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo. 25 Sappi dunque e comprendi bene: dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane e sessantadue settimane; essa sarà restaurata e ricostruita, piazza e mura, ma in tempi angosciosi. 26 Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo di un capo che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione, ed è decretato che vi saranno devastazioni sino alla fine della guerra. 27 Egli stabilirà un patto con molti per una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta. Sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore. Il devastatore commetterà le cose più abominevoli, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore"».

C.E.I.:

Daniele 9

1 Nell'anno primo di Dario figlio di Serse, della progenie dei Medi, il quale era stato costituito re sopra il regno dei Caldei, 2 nel primo anno del suo regno, io Daniele tentavo di comprendere nei libri il numero degli anni di cui il Signore aveva parlato al profeta Geremia e nei quali si dovevano compiere le desolazioni di Gerusalemme, cioè settant'anni. 3 Mi rivolsi al Signore Dio per pregarlo e supplicarlo con il digiuno, veste di sacco e cenere 4 e feci la mia preghiera e la mia confessione al Signore mio Dio: «Signore Dio, grande e tremendo, che osservi l'alleanza e la benevolenza verso coloro che ti amano e osservano i tuoi comandamenti, 5 abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi, siamo stati ribelli, ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue leggi! 6 Non abbiamo obbedito ai tuoi servi, i profeti, i quali hanno in tuo nome parlato ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese. 7 A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto, come avviene ancor oggi per gli uomini di Giuda, per gli abitanti di Gerusalemme e per tutto Israele, vicini e lontani, in tutti i paesi dove tu li hai dispersi per i misfatti che hanno commesso contro di te. 8 Signore, la vergogna sul volto a noi, ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te; 9 al Signore Dio nostro la misericordia e il perdono, perché ci siamo ribellati contro di lui, 10 non abbiamo ascoltato la voce del Signore Dio nostro, né seguito quelle leggi che egli ci aveva date per mezzo dei suoi servi, i profeti. 11 Tutto Israele ha trasgredito la tua legge, s'è allontanato per non ascoltare la tua voce; così si è riversata su di noi l'esecrazione scritta nella legge di Mosè, servo di Dio, perché abbiamo peccato contro di lui.
12 Egli ha messo in atto quelle parole che aveva pronunziate contro di noi e i nostri governanti, mandando su di noi un male così grande quale mai, sotto il cielo, era venuto a Gerusalemme.
13 Tutto questo male è venuto su di noi, proprio come sta scritto nella legge di Mosè. Tuttavia noi non abbiamo supplicato il Signore Dio nostro, convertendoci dalle nostre iniquità e seguendo la tua verità. 14 Il Signore ha vegliato sopra questo male, l'ha mandato su di noi, poiché il Signore Dio nostro è giusto in tutte le cose che fa, mentre noi non abbiamo ascoltato la sua voce. 15 Signore Dio nostro, che hai fatto uscire il tuo popolo dall'Egitto con mano forte e ti sei fatto un nome, come è oggi, noi abbiamo peccato, abbiamo agito da empi. 16 Signore, secondo la tua misericordia, si plachi la tua ira e il tuo sdegno verso Gerusalemme, tua città, verso il tuo monte santo, poiché per i nostri peccati e per l'iniquità dei nostri padri Gerusalemme e il tuo popolo sono oggetto di vituperio presso quanti ci stanno intorno.
17 Ora ascolta, Dio nostro, la preghiera del tuo servo e le sue suppliche e per amor tuo, o Signore, fa' risplendere il tuo volto sopra il tuo santuario, che è desolato. 18 Porgi l'orecchio, mio Dio, e ascolta: apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni e la città sulla quale è stato invocato il tuo nome! Non presentiamo le nostre suppliche davanti a te, basate sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia.
19 Signore, ascolta; Signore, perdona; Signore, guarda e agisci senza indugio, per amore di te stesso, mio Dio, poiché il tuo nome è stato invocato sulla tua città e sul tuo popolo».
20 Mentre io stavo ancora parlando e pregavo e confessavo il mio peccato e quello del mio popolo Israele e presentavo la supplica al Signore Dio mio per il monte santo del mio Dio, 21 mentre dunque parlavo e pregavo, Gabriele, che io avevo visto prima in visione, volò veloce verso di me: era l'ora dell'offerta della sera.
22 Egli mi rivolse questo discorso: «Daniele, sono venuto per istruirti e farti comprendere.
23 Fin dall'inizio delle tue suppliche è uscita una parola e io sono venuto per annunziartela, poiché tu sei un uomo prediletto. Ora sta' attento alla parola e comprendi la visione:
24 Settanta settimane sono fissate
per il tuo popolo e per la tua santa città
per mettere fine all'empietà,
mettere i sigilli ai peccati, espiare l'iniquità,
portare una giustizia eterna,
suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei
santi.
25 Sappi e intendi bene,
da quando uscì la parola
sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme
fino a un principe consacrato,
vi saranno sette settimane.
Durante sessantadue settimane
saranno restaurati, riedificati piazze e fossati,
e ciò in tempi angosciosi.
26 Dopo sessantadue settimane,
un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui;
il popolo di un principe che verrà
distruggerà la città e il santuario;
la sua fine sarà un'inondazione e, fino alla fine,
guerra e desolazioni decretate.
27 Egli stringerà una forte alleanza con molti
per una settimana e, nello spazio di metà settimana,
farà cessare il sacrificio e l'offerta;
sull'ala del tempio porrà l'abominio della
desolazione
e ciò sarà sino alla fine,
fino al termine segnato sul devastatore».

Nuova Diodati:

Daniele 9

La preghiera di Daniele
1 Nell'anno primo di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi, che fu costituito re sul regno dei Caldei, 2 nel primo anno del suo regno, io, Daniele, compresi dai libri il numero degli anni in cui, secondo la parola dell'Eterno indirizzata al profeta Geremia, dovevano essere portate a compimento le desolazioni di Gerusalemme, è cioè settant'anni. 3 Volsi quindi la mia faccia verso il Signore DIO, per cercarlo con preghiera e suppliche, col digiuno, col sacco e con la cenere. 4 Così feci la mia preghiera e confessione all'Eterno, il mio DIO, dicendo: «O Signore, Dio grande e tremendo, che conservi il tuo patto e la tua misericordia con quelli che ti amano e osservano i tuoi comandamenti, 5 abbiamo peccato e abbiamo agito perversamente, siamo stati malvagi e ci siamo ribellati, allontanandoci dai tuoi comandamenti e dai tuoi decreti. 6 Non abbiamo ascoltato i profeti, tuoi servi, che hanno parlato nel tuo nome ai nostri re, ai nostri capi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese. 7 O Signore, a te appartiene la giustizia, ma a noi la confusione della faccia, come avviene oggi stesso agli uomini di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme e a tutto Israele, a quelli vicini e a quelli lontani, in tutti i paesi in cui li hai dispersi, a motivo delle infedeltà che hanno commesso contro di te. 8 O Signore, a noi la confusione della faccia, ai nostri re, ai nostri capi e ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te. 9 Al Signore nostro DIO appartengono la misericordia e il perdono, perché ci siamo ribellati contro di lui, 10 e non abbiamo ascoltato la voce dell'Eterno, il nostro DIO, per camminare nelle sue leggi, che ci aveva posto davanti per mezzo dei suoi servi, i profeti. 11 Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge, si è sviato per non ubbidire alla tua voce; perciò si è riversata su di noi la maledizione e l'imprecazione scritta nella legge di Mosè, servo di DIO, perché abbiamo peccato contro di lui. 12 Così egli ha mandato a compimento le sue parole che aveva pronunciato contro di noi e contro i nostri giudici che ci hanno governato, facendo venire su di noi una grande calamità, perché sotto tutto il cielo non è mai stato fatto nulla di simile a ciò che è stato fatto a Gerusalemme. 13 Come è scritto nella legge di Mosè, tutta questa calamità ci è venuta addosso; tuttavia non abbiamo implorato l'Eterno, il nostro DIO, per convertirci dalle nostre iniquità e prestare attenzione alla tua verità. 14 Perciò l'Eterno ha tenuto in serbo questa calamità e l'ha fatta venire su di noi, perché l'Eterno, il nostro DIO, è giusto in tutte le cose che fa, mentre noi non abbiamo ubbidito alla sua voce. 15 E ora, o Signore, DIO nostro, che facesti uscire il tuo popolo dal paese d'Egitto con mano potente e ti facesti un nome qual è oggi, noi abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente. 16 O Signore, secondo tutta la tua giustizia, fa', ti prego, che la tua ira e il tuo furore si allontanino da Gerusalemme, la tua città, il tuo monte santo, per i nostri peccati e per le iniquità dei nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono divenuti oggetto di vituperio per tutti quelli che ci circondano. 17 Perciò ora ascolta, o DIO nostro, la preghiera del tuo servo e le sue suppliche e fa' risplendere, per amore del Signore, il tuo volto sul tuo santuario che è desolato. 18 O mio DIO, porgi il tuo orecchio e ascolta; apri i tuoi occhi e guarda le nostre desolazioni e la città sulla quale è invocato il tuo nome, perché noi non presentiamo le nostre suppliche davanti a te per le nostre opere giuste, ma per le tue grandi compassioni. 19 O Signore, ascolta; Signore, perdona; Signore, presta attenzione e opera. Non indugiare, per amor di te stesso, o mio DIO, perché il tuo nome è invocato sulla tua città e sul tuo popolo».

La risposta portata da Gabriele e la spiegazione delle settanta settimane
20 Mentre io stavo ancora parlando, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo d'Israele e presentavo la mia supplica davanti all'Eterno, il mio DIO, per il monte santo del mio DIO, 21 sì, mentre stavo ancora parlando in preghiera, quell'uomo Gabriele, che avevo visto in visione all'inizio, mandato con rapido volo, mi raggiunse verso l'ora dell'oblazione della sera. 22 Egli mi ammaestrò, mi parlò e disse: «Daniele, io sono venuto ora per metterti in grado di intendere. 23 All'inizio delle tue suppliche è uscita una parola e io sono venuto per fartela conoscere, perché tu sei grandemente amato. Fa' dunque attenzione alla parola e intendi la visione: 24 Settanta settimane sono stabilite per il tuo popolo e per la tua santa città, per far cessare la trasgressione, per mettere fine al peccato, per espiare l'iniquità, per far venire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e per ungere il luogo santissimo. 25 Sappi perciò e intendi che da quando è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino al Messia, il principe, vi saranno sette settimane e altre sessantadue settimane; essa sarà nuovamente ricostruita con piazza e fossato, ma in tempi angosciosi. 26 Dopo le sessantadue settimane il Messia sarà messo a morte e nessuno sarà per lui. E il popolo di un capo che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà con un'inondazione, e fino al termine della guerra sono decretate devastazioni. 27 Egli stipulerà pure un patto con molti per una settimana, ma nel mezzo della settimana farà cessare sacrificio e oblazione; e sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore, finché la totale distruzione, che è decretata, sarà riversata sul devastatore».

Riveduta 2020:

Daniele 9

La preghiera di Daniele
1 “Nel primo anno di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi, che fu fatto re del regno dei Caldei, 2 il primo anno del suo regno, io, Daniele, meditando sui libri, vidi che il numero degli anni di cui l'Eterno aveva parlato al profeta Geremia, durante i quali Gerusalemme doveva essere in rovina, era di settant'anni. 3 Volsi la mia faccia verso il Signore Iddio, per dispormi alla preghiera e alle suppliche, con digiuno, con il sacco e con la cenere. 4 Feci la mia preghiera e la mia confessione all'Eterno, al mio Dio, dicendo: 'O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e serbi la benignità verso quelli che ti amano e osservano i tuoi comandamenti! 5 Noi abbiamo peccato, ci siamo comportati iniquamente, abbiamo agito malvagiamente, ci siamo ribellati e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni; 6 non abbiamo dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in nome tuo ai nostri re, ai nostri capi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese. 7 A te, o Signore, la giustizia; a noi la confusione della faccia, come avviene ancora oggi agli uomini di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme e a tutto Israele, vicini e lontani, in tutti i paesi dove li hai dispersi, a causa delle infedeltà che hanno commesso contro di te. 8 O Signore, a noi la confusione della faccia, ai nostri re, ai nostri capi e ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te. 9 Al Signore, che è il nostro Dio, appartengono la misericordia e il perdono; poiché noi ci siamo ribellati a lui 10 e non abbiamo dato ascolto alla voce dell'Eterno, del nostro Dio, per camminare secondo le sue leggi, che egli ci aveva posto davanti mediante i profeti suoi servi. 11 Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge, si è sviato per non ubbidire alla tua voce; così si sono riversate su di noi le maledizioni e le imprecazioni che sono scritte nella legge di Mosè, servo di Dio, perché noi abbiamo peccato contro di lui. 12 Egli ha mandato a effetto le parole che aveva pronunciato contro di noi e contro i nostri giudici che ci governano, facendo venire su di noi una calamità così grande, che sotto tutto il cielo non è mai stato fatto nulla di simile a quello che è stato fatto a Gerusalemme. 13 Come è scritto nella legge di Mosè, questa calamità ci è piombata addosso; tuttavia noi non abbiamo implorato il favore dell'Eterno, del nostro Dio; non ci siamo allontanati dalle nostre iniquità e non siamo stati attenti alla sua verità. 14 L'Eterno ha vigilato su questa calamità e ce l'ha fatta piombare addosso; perché l'Eterno, il nostro Dio, è giusto in tutto quello che ha fatto, ma noi non abbiamo ubbidito alla sua voce. 15 Ora, o Signore, Iddio nostro, che facesti uscire il tuo popolo fuori dal paese d'Egitto con mano potente e ti facesti il nome che hai oggi, noi abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente. 16 O Signore, secondo tutte le tue opere di giustizia, fa', ti prego, che la tua ira e il tuo furore si allontanino dalla tua città, Gerusalemme, dal tuo monte santo; poiché per i nostri peccati e per le iniquità dei nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono esposti al disprezzo di tutti quelli che ci circondano. 17 Ora dunque, o Dio nostro, ascolta la preghiera del tuo servo e le sue suppliche; per amore tuo, Signore, fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario che è desolato! 18 O mio Dio, inclina il tuo orecchio e ascolta! Apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni e la città sulla quale è invocato il tuo nome; poiché noi umilmente presentiamo le nostre suppliche nel tuo cospetto, fondandoci non sulle nostre opere giuste, ma sulle tue grandi compassioni. 19 O Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, sii attento e agisci; non indugiare, per amore di te stesso, o mio Dio, perché il tuo nome è invocato sulla tua città e sul tuo popolo!'.

Le settanta settimane
20 Mentre io parlavo ancora, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo Israele, e presentavo la mia supplica all'Eterno, al mio Dio, per il monte santo del mio Dio, 21 mentre stavo ancora parlando in preghiera, quell'uomo, Gabriele, che avevo visto nella visione all'inizio, mandato con rapido volo, si avvicinò a me, verso l'ora dell'oblazione della sera. 22 Mi ammaestrò, mi parlò, e disse: 'Daniele, io sono venuto ora per farti comprendere. 23 Quando hai cominciato a pregare, c'è stata una risposta e io sono venuto a comunicartela, poiché tu sei molto amato. Fa' dunque attenzione alla parola e comprendi la visione! 24 Settanta settimane sono state fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la trasgressione, per mettere fine al peccato, per espiare l'iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia, e per ungere un luogo santissimo. 25 Sappi dunque e comprendi! Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane e sessantadue settimane; essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi. 26 Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo di un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione ed è decretato che ci saranno delle devastazioni fino alla fine della guerra. 27 Egli stabilirà un patto con molti, durante una settimana; in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e offerta; sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore; questo finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore'”.

Riveduta:

Daniele 9

Le settanta settimane
1 Nell'anno primo di Dario, figliuolo d'Assuero, della stirpe dei Medi, che fu fatto re del regno dei Caldei, 2 il primo anno del suo regno, io, Daniele, meditando sui libri, vidi che il numero degli anni di cui l'Eterno avea parlato al profeta Geremia, e durante i quali Gerusalemme dovea essere in ruine, era di settant'anni. 3 E volsi la mia faccia verso il Signore Iddio, per dispormi alla preghiera e alle supplicazioni, col digiuno, col sacco e con la cenere. 4 E feci la mia preghiera e la mia confessione all'Eterno, al mio Dio, dicendo: 'O Signore, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e continui la benignità a quelli che t'amano e osservano i tuoi comandamenti! 5 Noi abbiamo peccato, ci siam condotti iniquamente, abbiamo operato malvagiamente, ci siamo ribellati, e ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue prescrizioni, 6 non abbiam dato ascolto ai profeti, tuoi servi, che hanno parlato in tuo nome ai nostri re, ai nostri capi, ai nostri padri, e a tutto il popolo del paese. 7 A te, o Signore, la giustizia; a noi, la confusione della faccia, come avviene al dì d'oggi: agli uomini di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme e a tutto Israele, vicini e lontani, in tutti i paesi dove li hai cacciati, a motivo delle infedeltà che hanno commesse contro di te. 8 O Signore, a noi la confusione della faccia, ai nostri re, ai nostri capi e ai nostri padri, perché abbiam peccato contro di te. 9 Al Signore, ch'è il nostro Dio, appartengono la misericordia e il perdono; poiché noi ci siamo ribellati a lui, 10 e non abbiam dato ascolto alla voce dell'Eterno, dell'Iddio nostro, per camminare secondo le sue leggi, ch'egli ci avea poste dinanzi mediante i profeti suoi servi. 11 Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge, s'è sviato per non ubbidire alla tua voce; e così su noi si son riversate le maledizioni e imprecazioni che sono scritte nella legge di Mosè, servo di Dio, perché noi abbiam peccato contro di lui. 12 Ed egli ha mandato ad effetto le parole che aveva pronunziate contro di noi e contro i nostri giudici che ci governano, facendo venir su noi una calamità così grande, che sotto tutto il cielo nulla mai è stato fatto di simile a quello ch'è stato fatto a Gerusalemme. 13 Com'è scritto nella legge di Mosè, tutta questa calamità ci è venuta addosso; e, nondimeno, non abbiamo implorato il favore dell'Eterno, del nostro Dio, ritraendoci dalle nostre iniquità e rendendoci attenti alla sua verità. 14 E l'Eterno ha vegliato su questa calamità, e ce l'ha fatta venire addosso; perché l'Eterno, il nostro Dio, è giusto in tutto quello che ha fatto, ma noi non abbiamo ubbidito alla sua voce. 15 Ed ora, o Signore, Iddio nostro, che traesti il tuo popolo fuori del paese d'Egitto con mano potente, e ti facesti il nome che hai oggi, noi abbiamo peccato, abbiamo operato malvagiamente. 16 O Signore, secondo tutte le tue opere di giustizia, fa', ti prego, che la tua ira e il tuo furore si ritraggano dalla tua città di Gerusalemme, il tuo monte santo; poiché per i nostri peccati e per le iniquità de' nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono esposti al vituperio di tutti quelli che ci circondano. 17 Ora dunque, o Dio nostro, ascolta la preghiera del tuo servo e le sue supplicazioni, e fa' risplendere il tuo volto sul tuo desolato santuario, per amor del Signore! 18 O mio Dio, inclina il tuo orecchio ed ascolta; apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni, e la città sulla quale è invocato il tuo nome; poiché noi umilmente presentiamo le nostre supplicazioni nel tuo cospetto, fondati non sulle nostre opere giuste, ma sulle tue grandi compassioni. 19 O Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, sii attento ed agisci; non indugiare, per amor di te stesso, o mio Dio, perché il tuo nome è invocato sulla tua città e sul tuo popolo!' 20 Mentre io parlavo ancora, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo d'Israele, e presentavo la mia supplicazione all'Eterno, al mio Dio, per il monte santo del mio Dio, 21 mentre stavo ancora parlando in preghiera, quell'uomo, Gabriele, che avevo visto nella visione da principio, mandato con rapido volo, s'avvicinò a me, verso l'ora dell'oblazione della sera. 22 E mi ammaestrò, mi parlò, e disse: 'Daniele, io son venuto ora per darti intendimento. 23 Al principio delle tue supplicazioni, una parola è uscita; e io son venuto a comunicartela, poiché tu sei grandemente amato. Fa' dunque attenzione alla parola, e intendi la visione! 24 Settanta settimane son fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la trasgressione, per metter fine al peccato, per espiare l'iniquità, e addurre una giustizia eterna, per suggellare visione e profezia, e per ungere un luogo santissimo. 25 Sappilo dunque, e intendi! Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi. 26 Dopo le sessantadue settimane, un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. E il popolo d'un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione; ed è decretato che vi saranno delle devastazioni sino alla fine della guerra. 27 Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare sacrifizio e oblazione; e sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore; e questo, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore'.

Ricciotti:

Daniele 9

Preghiera di Daniele per il suo popolo.
1 Era il primo anno di Dario, figlio di Assuero della stirpe dei Medi che regnò sopra l'impero dei Caldei. 2 Nel primo anno dunque del suo regno, io Daniele, mi posi a considerare nei libri il numero degli anni, di cui era stata fatta parola dal Signore a Geremia profeta, perchè avesse termine la desolazione di Gerusalemme, cioè i settanta anni. 3 E mi rivolsi al Signore Dio mio per pregarlo e supplicarlo nei digiuni, nel cilicio e nella cenere. 4 E feci orazione al Signore Dio mio e gli professai adorazione e dissi: - O Signore, Dio grande e terribile, che mantieni il patto e la misericordia con coloro che ti amano e che osservano i tuoi comandamenti. 5 Noi abbiamo peccato, siamo stati iniqui, empi ribelli, e ci siamo discostati dai tuoi comandamenti e dai tuoi precetti. 6 Non abbiamo dato ascolto ai tuoi servi, i profeti, che in nome tuo parlarono ai re, ai principi, ai padri nostri e a tutta la popolazione del nostro paese. 7 A te, o Signore, la giustizia; a noi la confusione della faccia quale è oggi per la gente di Giuda, per gli abitanti di Gerusalemme e per tutto Israele, per quei da vicino e per quei di lontano, in tutti i paesi dove li hai cacciati, a causa delle loro colpe colle quali ti avevano offeso. 8 A noi, o Signore, la confusione della faccia, ai re, ai principi, e ai padri nostri che hanno peccato; 9 a te, Signore Dio nostro, usar misericordia ed esser propizio, perchè ci siamo ritirati da te, 10 e non abbiamo dato ascolto alla voce del Signore Dio nostro di camminare nella sua legge che a noi aveva stabilita per mezzo dei suoi servi, i profeti. 11 E tutti quei d'Israele hanno trasgredito la tua legge e si discostarono non volendo dare ascolto alla tua voce, e si riversò su di noi la maledizione, e l'esecrazione che è stata scritta nel Libro di Mosè, servo di Dio, perchè abbiamo peccato. 12 E adempì le parole che aveva pronunciate, contro di noi e contro i nostri principi che ci avevano governato, facendo venire sopra di noi quella sciagura immane quale mai non fu sotto al cielo, così come è avvenuto in Gerusalemme. 13 Come sta scritto nella Legge di Mosè, così è venuto tutto questo male sopra di noi, e noi non abbiamo implorato la tua faccia, o Signore Dio nostro, per ravvederci dalle nostre iniquità, per riflettere alla tua impreteribile verità. 14 E il Signore, vigile sul male, fu pronto e lo fece venire sopra di noi: giusto è il Signore Dio nostro in tutte le sue opere che ha fatto: siamo noi che non abbiamo ascoltato la sua voce! 15 E ora, o Signore Dio nostro, che hai, con poderosa mano, condotto fuor dell'Egitto il tuo popolo e facesti risuonar alto il tuo nome, come è al giorno presente; noi abbiamo peccato e siamo stati iniqui. 16 O Signore, per quanto può la tua giustizia, distogli, te ne scongiuro, la tua collera e il tuo sdegno dalla tua città, da Gerusalemme e dal tuo santo monte. Perchè a cagione dei nostri peccati e delle iniquità dei nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono in obbrobrio a tutti quelli che ci circondano. 17 Or dunque, ascolta, o Dio nostro, la preghiera del tuo servo e le sue suppliche, e mostra benigno il volto sopra il tuo santuario che è rimasto deserto, avendolo Tu stesso permesso. 18 Porgi l'orecchio, o Dio mio, e ascolta; apri gli occhi e mira la nostra desolazione e la città sulla quale è invocato il tuo nome, perchè, non fiduciosi nelle nostre opere di giustizia, noi umiliamo le nostre preci davanti alla tua faccia, ma nella tua grande misericordia. 19 Esaudisci, o Signore, placati, o Signore, presta ascolto e opera, non tardare, per amor di te stesso, o Dio mio, perchè è invocato il tuo nome sopra la tua città e sopra il tuo popolo. -

Termine fisso di settanta settimane per la venuta di Cristo.
20 Io parlava ancora e pregava e confessava i miei peccati e i peccati del mio popolo Israele, e umiliava le mie suppliche davanti al mio Dio per il santo monte del mio Dio. 21 Stando dunque ancora in preghiera, ecco quell'uomo, Gabriele, che da principio mi era comparso in visione, volando subitamente mi toccò; era l'ora del sacrificio della sera. 22 Volle istruirmi, e volgendomi la parola disse: - Daniele, sono uscito or ora per istruirti e farti consapevole. 23 La parola è uscita al principio delle tue preghiere e io sono venuto per notificartela, perchè sei un uomo ben accetto: tu dunque bada bene alle parole e a comprendere la visione. 24 Settanta settimane son state fissate pel tuo popolo e per la tua santa città, affinchè abbia termine la prevaricazione e sia chiusa l'èra del peccato e cancellata l'iniquità, e condotta la giustizia sempiterna e si compiano le previsioni e le profezie, e sia Unto il santo dei santi. 25 Sappi dunque e considera bene: dall'emanazione della parola affinchè sia edificata di nuovo Gerusalemme, fino a un Unto, un principe, vi saranno settimane sette e settimane sessantadue; e di nuovo saranno riedificate le piazze e le mura in tempi di angustia. 26 E dopo sessantadue settimane, un Unto sarà messo a morte e non sarà il suo popolo che lo rinnegherà. E un popolo col suo duce che verrà, distruggerà la città e il santuario; e il suo termine sarà la devastazione, e dopo il termine della guerra, devastazione decretata. 27 Salderà l'alleanza con molti in una settimana; e alla metà della settimana, cesserà l'offerta e il sacrificio, e nel tempio vi sarà l'abominazione della desolazione, e fino alla consumazione e al termine perdurerà la desolazione-».

Tintori:

Daniele 9

Profezia delle settanta settimane
1 L'anno primo di Dario figlio d'Assuero, della stirpe dei Medi, che dominò sul regno dei Caldei, 2 il primo anno del regno di lui, io Daniele considerai nei libri il numero degli anni di cui aveva parlato il Signore al profeta Geremia, che dovevan compirsi per Gerusalemme settanta anni di desolazione. 3 E volsi la mia faccia al Signore Dio mio, a pregarlo, a supplicarlo, digiunando nel cilizio e nella cenere. 4 Fatta al Signore Dio mio la preghiera e la confessione, dissi: «A te mi raccomando, o Signore, Dio grande e terribile, che mantieni il patto e la misericordia con quei che ti amano e osservano i tuoi comandamenti. 5 Noi abbiamo peccato, abbiamo commessa l'iniquità, siamo stati cattivi, ribelli, ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue leggi. 6 Non abbiamo obbedito ai profeti tuoi servi, che in nome? tuo parlarono ai nostri re, ai nostri principi, ai nostri padri, a tutto il popolo della terra. 7 A te, o Signore, la giustizia, a noi la confusione della faccia, come infatti avviene oggi agli uomini di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme, a tutto Israele, a quei che son vicini e a quei che son lontani, in tutte le regioni dove li hai dispersi per le loro colpe colle quali t'hanno offeso. 8 A noi, o Signore, ai nostri re, ai nostri principi, ai nostri padri che peccarono, il rossore del volto; 9 a te, o Signore la misericordia e il perdono, perchè da te ci siamo allontanati, 10 e non abbiamo ascoltata la voce del Signore Dio nostro per camminare nella sua legge dataci dai profeti suoi servi. 11 Tutto Israele ha prevaricato dalla tua legge, s'è allontanato per non ascoltare la tua voce, ed è piovuta sopra di noi la maledizione e l'imprecazione che sta scritta nel libro di Mosè servo di Dio, perchè contro di lui abbiamo peccato. 12 Egli ha mantenute le parole pronunziate contro di noi, e contro i nostri principi che ci governavano, mandando sopra di noi un male sì grande che non ci fu mai sotto il cielo, e non avvenne mai a Gerusalemme. 13 Secondo quanto è scritto nella legge di Mosè, tutto questo male è venuto sopra di noi, e noi, o Signore Dio nostro, non siamo ricorsi a te, per ritrarci dalle nostre iniquità e meditare la tua verità. 14 Il Signore stette attento al castigo e lo fece cadere sopra di noi. Il Signore Dio nostro è giusto in tutte le opere che egli ha fatte, perchè noi non abbiamo ascoltata la sua voce. 15 Ed ora, o Signore Dio nostro, che traesti il tuo popolo dall'Egitto con mano forte, e ti facesti un nome quale ora possiedi, noi abbiamo peccato, abbiamo commesso l'iniquità. 16 Signore, per tutta la tua giustizia, ti prego ad allontanare l'ira e il tuo furore dalla tua città, Gerusalemme, dal tuo monte santo, che a causa dei nostri peccati e delle iniquità dei padri nostri, Gerusalemme e il tuo popolo sono lo scherno di tutti quelli che ci stanno d'intorno. 17 Ed ora, esaudisci, o Dio nostro, la preghiera del tuo servo, le sue suppliche, e pel tuo onore rivolgi la tua faccia al tuo santuario devastato. 18 O mio Dio, porgi il tuo orecchio ed ascolta, apri i tuoi occhi e mira la nostra desolazione, e la città sulla quale è stato invocato il tuo nome. Non appoggiati alla nostra giustizia, ma fiduciosi nelle tue molto misericordie, umiliamo davanti a te queste preghiere. 19 Ascoltale, o Signore, placati, o Signore, guarda e mettiti all'opera, pel tuo onore, non tardare, o mio Dio, perchè la città e il popolo tuo han nome da te». 20 Mentre io tuttora parlavo, pregando, confessando i miei peccati e quelli del mio popolo d'Israele, mentre umiliavo le mie preghiere al cospetto del mio Dio a favore del monte santo del mio Dio; 21 mentre seguitavo a parlare pregando, ecco Gabriele, l'uomo che avevo visto da principio nella visione, subito volando mi toccò nel tempo del sacrifizio della sera. 22 M'istruì, mi parlò e disse: «Daniele, or son venuto ad istruirti a farti comprendere. 23 Dal cominciar della tua preghiera è uscita la parola, ed io son venuto a fartela conoscere, perchè sei l'uomo dei desideri. Or dunque stai attento alla parola e comprendi la visione. 24 Settanta settimane sono state fissate pel tuo popolo, per la tua città santa, affinchè sia tolta la prevaricazione, abbia fine il peccato, sia cancellata l'iniquità, venga l'eterna giustizia, sia compita la visioni e la profezia e sia unto il Santo dei Santi. 25 Comprendilo dunque e notalo bene: Da quando uscirà l'editto per la riedificazione di Gerusalemme fino a Cristo, al Principe, vi saranno sette settimane e sessantadue settimane. Saranno riedificate Le piazze e le muraglie in tempo di angustia. 26 Dopo sessantadue settimane il Cristo sarà ucciso, e non sarà più suo il popolo che lo rinnegherà. La città e il santuario sarà distrutto da un popolo con un condottiero che verrà, la sua fine sarà la devastazione, e, finita la guerra, (verrà) la desolazione decretata. 27 Egli confermerà il testamento con molti in una settimana; e alla metà della settimana verran meno le ostie e i sacrifizi, e sarà nel tempio l'abominazione della desolazione, e la desolazione durerà fino alla consumazione, sino alla fine».

Martini:

Daniele 9

Orazione di Daniele. Rivelazione delle settanta settimane fino alla unzione del Santo de' santi, e alla morte di Cristo, dopo la quale sarà sterminato il suo popolo, e l'abbominazione della desolazione sarà nel tempio.
1 L'anno primo di Dario figliuolo di Assuero della stirpe de' Medi, il quale governò il regno de' Caldei. 2 Il primo anno del regno di lui, io Daniele considerai ne' libri il numero degli anni, di cui parlò il Signore a Geremia profeta, che dovean essere settanta anni completi della desolazione di Gerusalemme, 3 E rivolsi la mia faccia al Signore Dio mio per pregarlo, e supplicarlo ne' digiuni, nel cilizio, e nella cenere; 4 E feci orazione al Signore Dio mio, e a lui diedi laude, e dissi: Invoco te, Signore, Dio grande, e terribile, che mantieni il patto, e la misericordia con que', che ti amano, e osservano i tuoi comandamenti: 5 Noi abbiam peccato, abbiam commessa l'iniquità, abbiamo operato empiamente, e ci siamo tirati indietro, e siamo usciti della strada de' tuoi comandamenti, e de' tuoi giudizj: 6 Non abbiamo ubbidito a' tuoi servi, i profeti, i quali in nome tuo parlarono a nostri regi, e a' nostri principi, e a' padri nostri, e a tutto il popolo della terra. 7 A te, o Signore, la giustizia, ma a noi il rossore del volto, come avvien ora agli uomini di Giuda, e agli abitatori di Gerusalemme, ed a tutto Israele, a que' che sono dappresso, e a que' che sono lontani in tutti i luoghi, dove tu gli hai dispersi pelle loro colpe, colle quali han peccato contro di te: 8 A noi, Signore, il rossore del volto a nostri regi, a' nostri principi, e a padri nostri, i quali peccarono; 9 Ma a te, Signore Dio nostro, misericordia, e propiziazione; perchè noi ci ritirammo da te, 10 E non abbiamo ascoltata la voce del Signore Dio nostro, per camminare nella sua legge data a noi da' servi di lui, i Profeti. 11 E tutto quanto Israele è stato prevaricatore della tua legge, e si è sviato per non udir la tua voce, ed è piovuta sopra di noi la maledizione, e l'anatema, che sta scritto nel libro di Mosè servo di Dio, perchè noi abbiam peccato contro di lui. 12 Ed egli ha adempiuta la parola pronunziata da lui sopra di noi, e sopra i principi nostri, che ci reggevano, mandando sopra di noi un male grande, qual mai non fu sotto il cielo, e quale è avvenuto a Gerusalemme; 13 Secondo che era scritto nella legge di Mosè, tutto questo male è venuto sopra di noi: e noi non siamo ricorsi a te, o Signore Dio nostro, per ritrarci dalle nostre iniquità, e meditare la tua verità. 14 E il Signore fu vigilante al gastigo, e lo fe' cadere sopra di noi: giusto il Signore Dio nostro in tutte le opere, ch'egli ha fatte: perocché noi non ascoltammo la sua voce. 15 E ora, Signore Dio nostro, che traesti il tuo popolo dall'Egitto con mano forte, e facesti a te un nome, qual tu l'hai adesso, noi abbiam peccato, abbiam commessa l'iniquità. 16 Signore, per tutta la tua giustizia io ti prego, rimuovi l'ira, e il furor tuo dalla tua città, Gerusalemme, e dal tuo monte santo; imperocché per ragion de' nostri peccati, e pelle iniquità de' padri nostri, Gerusalemme, e il popol tuo sono lo scherno di tutti quegli, che ci stanno all'intorno. 17 Adesso adunque esaudisci, o Dio nostro, l'orazione del tuo servo, e le sue suppliche; e per te medesimo mostra ilare la tua faccia sopra il tuo santuario, che è deserto. 18 Porgi, Dio mio, il tuo orecchio, ed ascolta, apri gli occhi tuoi, e mira la nostra desolazione, e la città, che ha avuto nome da te: imperocché sulla fidanza non della nostra giustizia, ma delle molte tue misericordie queste preci umiliamo davanti alla tua faccia, 19 Esaudisci, o Signore, placati, o Signore: mira, ed opera; per amor di te stesso, non esser lento, Dio mio, perchè la città, e il popol tuo hanno nome da te. 20 E mentr'io tuttor parlava, e ora va, e confessava i peccati miei, e i peccati del mio popolo d'Israele, e umiliava le mie preghiere al cospetto del mio Dio a favore del monte santo del mio Dio, 21 Mentr'io tuttora orando parlava, ecco che l'uomo, ch'io a principio avea veduto nella visione, Gabriele, subitamente volando mi toccò nel tempo del sacrifizio della sera, 22 E m'istruì, e parlommi, e disse Daniele, io son venuto adesso per istruirti, e perchè tu abbi intelligenza. 23 L'ordine fu dato (a me) fin dal cominciamento di tua orazione, ed io sono venuto a dare a te cognizione; perocché tu se' uomo di desideri. Tu adunque bada alle (mie) parole, e com prendi la visione: 24 Sono state fissate settanta settimane pel popol tuo, e per la tua città santa, affinchè la prevaricazione sia tolta, ed abbia fine il peccato, e sia cancellata l'iniquità, e venga la giustizia sempiterna, ed abbia adempimento la visione, e la profezia, e riceva l'unzione il Santo de' santi. 25 Sappi adunque, e nota attentamente: Da quando uscirà l'editto per la riedificazione di Gerusalemme fino al Cristo principe vi saranno sette settimane, e sessantadue settimane: e saran di nuovo edificate le piazze, e le muraglie in tempo di angustia. 26 E dopo sessantadue settimane il Cristo sarà ucciso, e non sarà più suo il popolo, che lo rinnegherà. E la città, e il santuario sarà distrutto da un popolo con un condottiere, che verrà, e la sua fine sarà la devastazione, e dopo che la guerra avrà fine, sarà la desolazione stabilita. 27 Ei confermerà il testamento con molti in una settimana, e alla metà della settimana verran meno le ostie, e sagrifizj, e sarà nel tempio l'abbominazione della desolazione, e la desolazione durerà sino alla consumazione, e sino al fine.

Diodati:

Daniele 9

1 NELL'anno primo di Dario, figliuol di Assuero, della progenie di Media, il quale era stato costituito re sopra il regno de' Caldei; 2 nell'anno primo di esso, io Daniele avendo inteso per i libri che il numero degli anni, de' quali il Signore avea parlato al profeta Geremia, ne' quali si dovevano compiere le desolazioni di Gerusalemme, era di settant'anni; 3 volsi la mia faccia verso il Signore Iddio, con digiuno, con sacco, e con cenere, per dispormi ad orazione, e supplicazione; e feci orazione, e confessione al Signore Iddio mio, e dissi:
4 Ahi! Signore, Dio grande, e tremendo, che osservi il patto, e la benignità, a quelli che ti amano, ed osservano i tuoi comandamenti; 5 noi abbiam peccato, ed abbiamo operato iniquamente, ed empiamente; e siamo stati ribelli, e ci siam rivolti da' tuoi comandamenti, e dalle tue leggi. 6 E non abbiamo ubbidito a' profeti tuoi servitori, i quali hanno, in Nome tuo, parlato a' nostri re, a' nostri principi, ed a' nostri padri, ed a tutto il popolo del paese. 7 A te appartiene la giustizia, o Signore; ed a noi la confusion di faccia, come appare al dì d'oggi; agli uomini di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme, ed a tutto Israele, vicini, e lontani, in tutti i paesi dove tu li hai scacciati per lo misfatto loro, che han commesso contro a te. 8 O Signore, a noi appartiene la confusion di faccia, a' nostri re, a' nostri principi, e a' nostri padri; conciossiachè abbiam peccato contro a te. 9 Al Signore Iddio nostro appartengono le misericordie, e i perdoni; perciocchè noi ci siam ribellati contro a lui; 10 e non abbiamo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro, per camminar nelle sue leggi, ch'egli ci ha proposte per li profeti suoi servitori. 11 E tutto Israele ha trasgredita la tua Legge, e si è tratto indietro, per non ascoltar la tua voce; laonde è stata versata sopra noi l'esecrazione, e il giuramento, scritto nella Legge di Mosè, servitor di Dio; perciocchè noi abbiam peccato contro a lui. 12 Ed egli ha messe ad effetto le sue parole, ch'egli avea pronunziate contro a noi, e contro a' nostri rettori, che ci han retti, facendo venir sopra noi un mal grande; talchè giammai, sotto tutti i cieli, non avvenne cosa simile a quello ch'è avvenuto in Gerusalemme. 13 Tutto questo male è venuto sopra noi, secondo quello ch'è scritto nella Legge di Mosè; e pur noi non abbiam supplicato al Signore Iddio nostro, convertendoci dalle nostre iniquità, e attendendo alla tua verità. 14 E il Signore ha vigilato sopra questo male, e l'ha fatto venir sopra noi; perciocchè il Signore Iddio nostro è giusto in tutte le sue opere ch'egli ha fatte; conciossiachè noi non abbiamo ubbidito alla sua voce. 15 Or dunque, o Signore Iddio nostro, che traesti il tuo popolo fuor del paese di Egitto, con man forte, e ti acquistasti un Nome, qual'è al dì d'oggi; noi abbiam peccato, noi abbiamo operato empiamente. 16 Signore, secondo tutte le tue giustizie, racquetisi, ti prego, l'ira tua, e il tuo cruccio, inverso Gerusalemme, tua città; inverso il monte tuo santo; conciossiachè, per li nostri peccati, e per l'iniquità de' nostri padri, Gerusalemme, e il tuo popolo, sieno in vituperio appo tutti quelli che sono d'intorno a noi. 17 Ed ora, ascolta, o Dio nostro, l'orazione del tuo servitore, e le sue supplicazioni; e per amor del Signore, fa' risplendere il tuo volto sopra il tuo santuario, che è desolato. 18 Inchina, o Dio mio, il tuo orecchio, ed ascolta; apri gli occhi, e vedi le nostre desolazioni, e la città che si chiama del tuo Nome; perciocchè noi non presentiamo le nostre supplicazioni nel tuo cospetto, fondati sopra le nostre giustizie, anzi sopra le tue grandi misericordie. 19 Signore, esaudisci; Signore, perdona; Signore, attendi, ed opera, senza indugio, per amor di te stesso, o Dio mio; perciocchè la tua città, e il tuo popolo, si chiamano del tuo Nome.
20 Ora, mentre io parlava ancora, e faceva orazione, e confessione del mio peccato, e del peccato del mio popolo Israele; e presentava la mia supplicazione davanti al Signore Iddio mio, per lo monte santo dell'Iddio mio; 21 mentre io parlava ancora, orando, quell'uomo Gabriele, il quale io avea veduto in visione al principio, volò ratto, e mi toccò, intorno al tempo dell'offerta della sera. 22 Ed egli m'insegnò, e parlò meco, e disse: Daniele, io sono ora uscito per darti ammaestramento, ed intendimento. 23 Fin dal cominciamento delle tue supplicazioni, la parola è uscita; ed io son venuto per annunziartela; perciocchè tu sei uomo gradito; ora dunque pon mente alla parola, e intendi la visione. 24 Vi sono settanta settimane determinate sopra il tuo popolo, e sopra la tua santa città, per terminare il misfatto, e per far venir meno i peccati, e per far purgamento per l'iniquità, e per addurre la giustizia eterna, e per suggellar la visione, ed i profeti; e per ungere il Santo de' santi. 25 Sappi adunque, ed intendi, che da che sarà uscita la parola, che Gerusalemme sia riedificata, infino al Messia, Capo dell'esercito, vi saranno sette settimane, e altre sessantadue settimane, nelle quali saranno di nuovo edificate le piazze, e le mura, e i fossi; e ciò, in tempi angosciosi. 26 E dopo quelle sessantadue settimane, essendo sterminato il Messia senza, che gli resti più nulla, il popolo del Capo dell'esercito a venire distruggerà la città, e il santuario; e la fine di essa sarà con inondazione, e vi saranno desolazioni determinate infino al fine della guerra. 27 Ed esso confermerà il patto a molti in una settimana; e nella metà della settimana farà cessare il sacrificio, e l'offerta; poi verrà il desertatore sopra le ale abbominevoli; e fino alla finale e determinata perdizione, quell'inondazione sarà versata sopra il popolo desolato.

Commentario completo di Matthew Henry:

Daniele 9

1 INTRODUZIONE A DANIELE CAPITOLO 9

In questo capitolo abbiamo,

I. La preghiera di Daniele per la guarigione degli ebrei che erano in cattività, in cui confessa il peccato e riconosce la giustizia di Dio nelle loro calamità, ma implora le promesse di misericordia di Dio che aveva ancora in serbo per loro Daniele 9:1-19.

II. Una risposta immediata inviatagli da un angelo alla sua preghiera, in cui:

1. Gli viene assicurata la pronta liberazione degli ebrei dalla loro cattività Daniele 9:20-23. E

2. Egli è informato riguardo alla redenzione del mondo da parte di Gesù Cristo (di cui quello era un tipo), quale dovrebbe essere la natura di essa e quando dovrebbe essere compiuta Daniele 9:24-27. Ed è la profezia più chiara, più luminosa, del Messia, in tutto l'Antico Testamento.

Ver. 1. fino alla Ver. 3.

Abbiamo lasciato Daniel, alla fine del capitolo precedente, occupato negli affari del re; ma qui lo abbiamo impiegato in affari migliori di quelli che qualsiasi re aveva per lui, parlando a Dio e ascoltando da lui, non solo per se stesso, ma per la chiesa, la cui bocca era per Dio, e per il cui uso gli oracoli di Dio erano affidati a lui, relativi ai giorni del Messia. Osservare

1. Quando fu che Daniele ebbe questa comunione con Dio (Daniele 9:1), nel primo anno di Dario il Medo, che fu appena fatto re dei Caldei, Babilonia fu conquistata da lui e da suo nipote, o nipote, Ciro. In quest'anno finirono i settant'anni di cattività degli ebrei, ma il decreto per la loro liberazione non era ancora stato emanato; così che questo discorso di Daniele a Dio sembra essere stato pronto in quell'anno, e, probabilmente, prima che fosse gettato nella fossa dei leoni. E un potente incentivo, forse, era per lui allora quello di tenersi così vicino al dovere della preghiera, anche se gli costava la vita, che ne aveva sperimentato così recentemente il beneficio e il conforto.

2. Che cosa provocò il suo discorso a Dio con la preghiera (Daniele 9:2): Egli comprese dai libri che settant'anni era il tempo fissato per la continuazione delle desolazioni di Gerusalemme. = Daniele 9:2. Il libro con cui comprese questo era il libro delle profezie di Geremia, in cui lo trovò espressamente predetto (Geremia 29:10), Dopo settant'anni essere compiuti in Babilonia (e quindi devono essere contati dalla prima cattività, nel terzo anno di Ioiachim, che Daniele aveva motivo di ricordare con un buon segno, poiché fu in quella cattività che fu portato via lui stesso, Daniele 1:1), Ti visiterò, e manderò in pratica la mia buona parola verso di te. Fu similmente detto (Geremia 25:11), Tutto questo paese sarà per settant'anni una desolazione (chorbath), la stessa parola che Daniele usa qui per le desolazioni di Gerusalemme, che mostra che aveva quella profezia davanti a sé quando scrisse questo. Benché Daniele fosse egli stesso un grande profeta, e uno che conosceva bene le visioni di Dio, tuttavia era uno studente diligente delle Scritture, e non pensava che fosse un disprezzo per lui consultare le profezie di Geremia. Era un grande uomo politico e primo ministro di stato di uno dei più grandi monarchi della terra, eppure riusciva a trovare il cuore e il tempo per conversare con la parola di Dio. Gli uomini più grandi e migliori del mondo non devono pensare di essere al di sopra delle loro Bibbie.

3. Quanto serio e solenne fu il suo discorso a Dio quando capì che i settant'anni stavano per scadere (poiché sembra, dalla datazione delle profezie di Ezechiele, che essi calcolarono esattamente gli anni della loro cattività), allora mise la sua faccia a cercare Dio con la preghiera. Nota, le promesse di Dio non hanno lo scopo di sostituire, ma di eccitare e incoraggiare le nostre preghiere; e, quando vediamo avvicinarsi il giorno in cui si compiono, dovremmo supplicarli più sinceramente presso Dio e metterli in sequestro. Così ha fatto Daniele qui; pregava tre volte al giorno e, senza dubbio, in ogni preghiera faceva menzione delle desolazioni di Gerusalemme; eppure non lo ritenne abbastanza, ma anche nel bel mezzo dei suoi affari si riservò del tempo per una straordinaria applicazione al Cielo in favore di Gerusalemme. Dio aveva detto a Ezechiele che, sebbene Daniele, tra gli altri, stesse davanti a lui, la sua intercessione non avrebbe prevalso per impedire il giudizio (Ezechiele 14:14), tuttavia spera, ora che la guerra è compiuta == (Isaia 40:2), la sua preghiera possa essere ascoltata per la rimozione del giudizio. Quando sorge il giorno della liberazione, è tempo per il popolo di Dio che prega di darsi da fare; Qualcosa di straordinario è quindi atteso e richiesto da loro, oltre al sacrificio quotidiano. Ora Daniele cercava con preghiere e suppliche, per paura che i peccati del popolo lo provocassero a differire la loro liberazione più a lungo di quanto fosse previsto, o piuttosto che il popolo potesse essere preparato dalla grazia di Dio per la liberazione ora che la provvidenza di Dio stava per compierla per loro. Ora osservate,

(1.) L'intensità della sua mente in questa preghiera; Volgo il mio volto al Signore Dio per cercarlo, che denota la fissità dei suoi pensieri, la fermezza della sua fede e il fervore dei suoi affetti devoti, nel dovere. Dobbiamo, nella preghiera, porre Dio davanti a noi, e porci come alla sua presenza; A lui dobbiamo dirigere la nostra preghiera e dobbiamo guardare in alto. Probabilmente, in segno del suo volgere il viso verso Dio, egli volse, come al solito, il viso verso Gerusalemme, per colpire ancora di più il suo cuore con le sue desolazioni.

(2.) La mortificazione del suo corpo in questa preghiera. In segno della sua profonda umiliazione davanti a Dio per i suoi peccati, e per i peccati del suo popolo, e per il senso che aveva della sua indegnità, quando pregava digiunava, indossava sacco, e giaceva in cenere, tanto più per influenzarsi con le desolazioni di Gerusalemme, per le quali pregava per la riparazione, e di rendersi conto che ora si trattava di un'opera straordinaria.

4 Ver. 4. fino alla Ver. 19.

Abbiamo qui la preghiera di Daniele a Dio come suo Dio, e la confessione che egli ha unito a quella preghiera: Ho pregato, e ho fatto la mia confessione. Nota, In ogni preghiera dobbiamo fare confessione, non solo dei peccati di cui ci siamo resi colpevoli (che comunemente chiamiamo confessione), ma della nostra fede in Dio e della dipendenza da lui, del nostro dolore per il peccato e delle nostre risoluzioni contro di esso. Deve essere la nostra confessione, deve essere il linguaggio delle nostre convinzioni e ciò che noi stessi sottoscriviamo di cuore.

Esaminiamo le diverse parti di questa preghiera, che abbiamo ragione di pensare che egli offrì molto più ampiamente di quanto sia qui riportato, essendo queste solo le teste di essa.

I. Ecco il suo umile, serio, riverente discorso a Dio,

1. Come un Dio da temere, e di cui è nostro dovere avere sempre soggezione:

"O Signore! il grande e terribile Dio, quell'arte capace di affrontare il più grande e terribile dei nemici della chiesa.

2. Come un Dio di cui fidarsi, e sul quale è nostro dovere fare affidamento e riporre fiducia: Mantenendo il patto e la misericordia verso coloro che lo amano, e, come prova del loro amore per lui, osservare i suoi comandamenti. Se adempiamo alla nostra parte dell'accordo, lui non mancherà di adempiere alla sua. Egli sarà per il suo popolo fedele alla sua parola, poiché mantiene il patto con loro, e nemmeno un briciolo della sua promessa cadrà a terra; anzi, egli sarà migliore della sua parola, perché conserva verso di loro misericordia qualcosa di più di quanto non fosse previsto dal patto. Era appropriato che Daniele avesse lo sguardo rivolto alla misericordia di Dio ora che doveva esporgli le miserie del suo popolo, e al patto di Dio ora che doveva fare causa per l'adempimento di una promessa. Nota: Dobbiamo, nella preghiera, guardare sia alla grandezza di Dio che alla sua bontà, alla sua maestà e misericordia in combinazione.

II. Ecco una confessione penitente del peccato, la causa procuratrice di tutte le calamità sotto le quali il suo popolo aveva gemito per tanti anni, Daniele 9:5-6. Quando cerchiamo a Dio la misericordia nazionale, dobbiamo umiliarci davanti a lui per i peccati nazionali. Questi sono i peccati di cui Daniele si lamenta qui; e possiamo qui osservare la varietà di parole che usa per esporre la grandezza delle loro provocazioni (poiché si addice ai penitenti caricarsi addosso): Abbiamo peccato in molti casi particolari, anzi, abbiamo commesso iniquità, abbiamo commesso un commercio di peccato, abbiamo agito malvagiamente con cuore duro e collo duro, e qui abbiamo ribellato, abbiamo preso le armi contro il Re dei re, la sua corona e la sua dignità. Due cose aggravavano i loro peccati:

1. Che avevano violato le leggi espresse che Dio aveva dato loro per mezzo di Mosè:

"Ci siamo allontanati dai loro precetti e dai tuoi giudizi, e non ci siamo conformati ad essi. E (Daniele 9:10) non abbiamo ubbidito alla voce del Signore nostro Dio."

Ciò che parla della natura del peccato, che è la trasgressione della legge, ne esprime a sufficienza la malignità; se il peccato è fatto per apparire peccato, non può essere fatto apparire peggiore; la sua peccaminosità è la sua più grande odio, Romani 7:13. Dio ha posto le sue leggi davanti a noi chiaramente e pienamente, come la copia che dovremmo scrivere dopo, eppure non le abbiamo camminate , ma ci siamo allontanati, o siamo tornati indietro.

2. Che avevano disprezzato i giusti avvertimenti che Dio aveva dato loro per mezzo dei profeti, che in ogni epoca aveva mandato loro, alzandosi per tempo e mandando == (Daniele 9:6):

"Non abbiamo dato ascolto ai tuoi servi, i profeti, che ci hanno ricordato le tue leggi e le loro sanzioni; Anche se hanno parlato nel tuo nome, non li abbiamo considerati; sebbene abbiano trasmesso fedelmente il loro messaggio, con un rispetto universale a tutti gli ordini e gradi di uomini, ai nostri re e principi, ai quali hanno avuto il coraggio e la fiducia di parlare, ai nostri padri, e a tutto il popolo del paese, ai quali hanno avuto la condiscendenza e la compassione di parlare, eppure noi non li abbiamo ascoltati, né li abbiamo ascoltati, né li abbiamo ascoltati, né li abbiamo rispettati".

Deridere i messaggeri di Dio e disprezzare le sue parole era la misura di Gerusalemme che riempiva i peccati, 2Cronache 36:16. Questa confessione di peccato è ripetuta qui, e su cui si insiste molto; I penitenti dovrebbero accusarsi e rimproverarsi ancora e ancora fino a scoprire che il loro cuore è completamente spezzato. Tutto Israele ha trasgredito la tua legge, = Daniele 9:11. È Israele, il popolo professante di Dio, che ha conosciuto meglio, e dal quale ci si aspetta di meglio: Israele, il popolo peculiare di Dio, che egli ha circondato con i suoi favori; non qua e là uno, ma è tutto Israele, la maggior parte di essi, il corpo del popolo, che hanno trasgredito andando e togliendosi di mezzo, affinché non possano sentire, e quindi non obbedire, la tua voce. Questa disobbedienza è ciò che tutti i veri penitenti si addebitano più sensatamente (Daniele 9:14): Non abbiamo ubbidito alla sua voce, e == (Daniele 9:15) abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente. Coloro che vogliono trovare misericordia devono quindi confessare i loro peccati.

III. Qui c'è un riconoscimento auto-umiliante della giustizia di Dio in tutti i giudizi che sono stati portati su di loro; ed è sempre più il modo dei veri penitenti di giustificare così Dio, affinché egli sia chiaro quando giudica, e il peccatore possa portare tutta la colpa.

1. Riconosce che è stato il peccato a gettarli in tutti questi problemi. Israele è disperso attraverso tutti i paesi intorno, e quindi indebolito, impoverito ed esposto. La mano di Dio li ha spinti qua e là, alcuni vicino, dove sono conosciuti e quindi più vergognosi, altri lontano, dove non sono conosciuti e quindi i più abbandonati, ed è a causa della loro trasgressione che hanno trasgredito == (Daniele 9:7); essi si mescolarono con le nazioni per essere corrompiti da esse, e ora Dio li mescola con le nazioni affinché possano essere spogliati da esse.

2. Egli riconosce la giustizia di Dio in esso, che non aveva fatto loro alcun torto in tutto ciò che aveva fatto loro piovere, ma li aveva trattati come meritavano (Daniele 9:7):

"O Signore! la giustizia appartiene a te; non abbiamo nulla da ridire sulla tua provvidenza, né eccezioni da fare contro i tuoi giudizi, perché (Daniele 9:14) il Signore nostro Dio è giusto in tutte le opere che fa, anche nelle gravi calamità a cui siamo ora sottoposti, perché non abbiamo obbedito alle parole della sua bocca, e quindi giustamente sentiamo il peso della sua mano."

Questo sembra essere preso in prestito da Lamentazioni 1:18.

3. Egli prende atto dell'adempimento della Scrittura in ciò che è stato portato su di loro. In molta fedeltà li ha afflitti; poiché era secondo la parola che egli aveva pronunziato. La maledizione è stata riversata su di noi e il giuramento, cioè, la maledizione che è stata ratificata da un giuramento nella legge di Mosè, Daniele 9:11. Questo giustifica ulteriormente Dio nelle loro tribolazioni, che egli non ha fatto altro che infliggere la pena della legge, di cui aveva dato loro giusto avvertimento. Era necessario per preservare l'onore della veridicità di Dio, e salvare il suo governo dal disprezzo, che le minacce della sua parola fossero adempiute, altrimenti non sembravano che degli spauracchi, anzi, non sembravano affatto spaventosi. Perciò egli ha confermato le sue parole che parlavano contro di noi perché abbiamo infranto le sue leggi, e contro i nostri giudici che ci hanno giudicato perché non hanno punito secondo il dovere del loro luogo la violazione delle leggi di Dio. Disse loro molte volte che se non avessero eseguito la giustizia, come terrore per i malvagi, avrebbe dovuto e avrebbe preso l'opera nelle sue mani; E ora ha confermato ciò che ha detto portando su di noi un grande male, in cui gli stessi principi e giudici hanno profondamente partecipato. Notate, Contribuisce molto al nostro trarre profitto dai giudizi della mano di Dio osservare come esattamente concordano con i giudizi della sua bocca.

4. Egli aggrava le calamità in cui si trovavano, affinché non sembrassero, essendosi abituati a loro, di prenderle alla leggera, e così di perdere il beneficio del castigo del Signore disprezzandolo.

"Non sono alcuni dei problemi comuni della vita di cui ci lamentiamo, ma ciò che ha in sé alcuni segni speciali del dispiacere divino; poiché sotto tutto il cielo non è stato fatto come è stato fatto su Gerusalemme,"

Daniele 9:12. È il lamento di Geremia a nome della chiesa, È mai stato un dolore simile al mio dolore? che deve supporre un'altra domanda simile, Il peccato è mai stato simile al mio peccato?

5. Egli getta vergogna su tutta la nazione, dal più alto al più basso; e se diranno Amen alla sua preghiera, come era giusto che facessero se volessero entrare per partecipare al beneficio di essa, devono tutti mettere la mano sulla bocca e la bocca nella polvere.

"A noi appartiene la confusione dei volti come oggi == (Daniele 9:7); Noi giaciamo sotto la vergogna della punizione in questo giorno, e dobbiamo adattarci ad essa, e accettare la nostra iniquità, perché la vergogna ci è dovuta".

Se Israele avesse conservato il suo carattere, e avesse continuato ad essere un popolo santo, sarebbe stato alto al di sopra di tutte le nazioni in lode, criniera e onore == (Deuteronomio 26:19); ma ora che hanno peccato e agito malvagiamente la confusione e il disonore appartengono a loro, a gli uomini di Giuda e gli abitanti di Gerusalemme, gli abitanti della campagna e della città, poiché sono stati tutti ugualmente colpevoli davanti a Dio; appartiene a tutto Israele, sia alle due tribù, che sono vicine, presso i fiumi di Babilonia, sia alle dieci tribù, che sono lontane, nel paese d'Assiria.

"La confusione appartiene non solo alla gente comune della nostra terra, ma ai nostri re, ai nostri principi e ai nostri padri (Daniele 9:8), che avrebbero dovuto dare un esempio migliore e usare la loro autorità e influenza per controllare il torrente minaccioso della profanazione del vizio".

6. Attribuisce la continuazione del giudizio alla loro incorreggibilità sotto di esso (Daniele 9:13-14):

"Tutto questo male è venuto su di noi, ed è rimasto a lungo su di noi, eppure non abbiamo fatto la nostra preghiera davanti al Signore nostro Dio, non nel modo giusto, come avremmo dovuto farla, con un cuore umile, umile, penitente e obbediente. Siamo stati colpiti, ma non siamo tornati a colui che ci ha colpiti. Non abbiamo invocato la faccia del Signore nostro Dio"

(così è la parola);

"non ci siamo preoccupati di fare pace con Dio e di riconciliarci con lui".

Daniele diede ai suoi fratelli un buon esempio di preghiera continua, ma era dispiaciuto di vedere quanti pochi erano quelli che seguivano il suo esempio; nella loro afflizione ci si aspettava che avrebbero cercato Dio presto, ma non lo cercarono, per poter convertirsi dalle loro iniquità e comprendere la sua verità. La missione su cui vengono inviate le afflizioni è quella di portare gli uomini a convertirsi dalle loro iniquità e a comprendere la verità di Dio; così Elihu li aveva spiegati, Giobbe 36:10. Dio per mezzo di loro apre le orecchie degli uomini alla disciplina e comanda che ritornino dall'iniquità. E se gli uomini fossero portati correttamente a comprendere la verità di Dio, e a sottomettersi alla potenza e all'autorità di essa, si convertirebbero dall'errore delle loro vie. Ora il primo passo verso questo è fare la nostra preghiera davanti al Signore nostro Dio, affinché l'afflizione possa essere santificata prima di essere rimossa, e che la grazia di Dio possa andare di pari passo con la provvidenza di Dio, per farla rispondere al fine. Coloro che nella loro afflizione non fanno la loro preghiera a Dio, che non piangono quando li lega, non sono suscettibili di allontanarsi dall'iniquità o di comprendere la sua verità.

"Perciò, poiché non abbiamo migliorato l'afflizione, il Signore ha vegliato sul male, poiché il giudice si preoccupa che l'esecuzione sia eseguita secondo la sentenza. Poiché non siamo stati fusi, ci ha tenuti fermi nella fornace, e ha vegliato su di essa, per rendere il calore ancora più intenso";

poiché quando Dio giudicherà, vincerà e sarà giustificato in tutte le sue azioni.

IV. Qui c'è un appello credente alla misericordia di Dio, e agli antichi segni del suo favore per Israele, e alla preoccupazione della sua gloria per i loro interessi.

1. È un po' di conforto per loro (e non poco) che Dio sia sempre stato pronto a perdonare il peccato (Daniele 9:9): Al Signore nostro Dio appartengono misericordie e perdono; questo si riferisce a quella proclamazione del suo nome, Esodo 34:6-7, Il Signore Dio, misericordioso e misericordioso, perdona l'iniquità. Nota, è molto incoraggiante per i poveri peccatori ricordare che le misericordie appartengono a Dio, poiché è convincente e umiliante per loro ricordare che la giustizia appartiene a lui; e coloro che gli danno la gloria della sua giustizia possono prendere per sé il conforto delle sue misericordie, Salmi 62:12. Ci sono abbondanti misericordie in Dio, e non solo il perdono ma perdono; egli è un Dio del perdono == (Neemia 9:17, marg.); egli moltiplica per perdonare, Is 55:7. Anche se ci siamo ribellati contro di lui, tuttavia presso di lui c'è misericordia, misericordia che perdona, anche per i ribelli.

2. È anche un sostegno per loro pensare che Dio si era precedentemente glorificato liberandoli dall'Egitto; finora guarda indietro per l'incoraggiamento della sua fede (Daniele 9:15):

"Tu hai precedentemente fatto uscire il tuo popolo dall'Egitto con mano potente, e non vuoi ora con la stessa mano potente tirarlo fuori da Babilonia? Furono allora formati in un popolo, e non saranno ora riformati e riformati? Sono essi essi ora peccatori e indegni, e non lo erano allora? I loro oppressori sono ora potenti e superbi, e non lo erano allora? E Dio non ha forse detto che la loro liberazione da Babilonia supererà anche quella dall'Egitto?"

Geremia 16:14-15. La forza di questo motivo risiede nel fatto che,

"Ti sei fatto fama, ti sei fatto un nome"

(così si dice)

"come oggi, fino ad oggi, portandoci fuori dall'Egitto; E perderai tu il merito di ciò lasciandoci perire in Babilonia? Hai ottenuto fama per quella liberazione che abbiamo così spesso commemorato, e non vuoi ora ottenere fama per questa per cui abbiamo così spesso pregato e così a lungo aspettato?"

V. Ecco una patetica lamentela sul biasimo sotto il quale giaceva il popolo di Dio e sulle rovine in cui giaceva il santuario di Dio, entrambe le quali ridondavano molto al disonore di Dio e alla diminuzione di quel nome e di quella fama che Dio aveva guadagnato portandoli fuori dall'Egitto.

1. Il popolo santo di Dio era disprezzato. Con i loro peccati e le iniquità dei loro padri avevano profanato la loro corona e si erano resi spregevoli, e poi, sebbene fossero, di nome e per professione, il popolo di Dio, e per questo veramente grandi e onorevoli, tuttavia diventano un biasimo per tutti coloro che sono intorno a loro. I loro vicini li deridono fino a disprezzarli, e trionfano nella loro disgrazia. Notate, Il peccato è un rimprovero per qualsiasi popolo, ma specialmente per il popolo di Dio, che ha più occhi su di sé e ha più onore da perdere rispetto ad altre persone.

2. Il luogo santo di Dio era desolato. Gerusalemme, la città santa, era un obbrobrio (Daniele 9:16) quando giaceva in rovina; Era un stupore e un sibilo a tutti quelli che passavano. Il santuario, la santa casa, era desolato (Daniele 9:17), gli altari furono demoliti e tutti gli edifici ridotti in cenere. Nota: Le desolazioni del santuario sono il dolore di tutti i santi, che contano tutte le loro comodità in questo mondo sepolti tra le rovine del santuario.

VI. Ecco un'insistente richiesta a Dio per la restaurazione dei poveri ebrei prigionieri ai loro antichi godimenti. La richiesta è molto pressante, perché Dio ci dà il permesso in preghiera di lottare con Lui:

"O Signore! Ti supplico, = Daniele 9:16. Se mai vorrai fare qualcosa per me, fa' questo; È il desiderio e la preghiera del mio cuore. Ora dunque, o Dio nostro, ascolta la preghiera del tuo servo e la sua supplica == (Daniele 9:17), e concedi una risposta di pace."

Ora, quali sono le sue richieste? Quali sono le sue richieste?

1. Che Dio allontani da loro la sua ira; questo è ciò che tutti i santi temono e deprecano più di ogni altra cosa: Oh che la tua ira si allontani dalla tua Gerusalemme, il tuo monte santo! = Daniele 9:16. Egli non prega per la conversione della loro cattività (che il Signore faccia di loro ciò che sembra bene ai suoi occhi), ma prega prima per l'allontanamento dell'ira di Dio. Togliete la causa, e l'effetto cesserà.

2. Che alzasse su di loro la luce del suo volto (Daniele 9:17):

"Fa' che il tuo volto risplenda sul tuo santuario che è desolato; Torna a noi nella tua misericordia e mostra che sei riconciliato con noi, e allora tutto andrà bene".

Notate: Lo splendore del volto di Dio sulle desolazioni del santuario è tutto in tutto verso la sua riparazione; e su quel fondamento deve essere ricostruito. Se dunque i suoi amici vogliono iniziare il loro lavoro dal punto giusto, devono prima essere sinceri con Dio in preghiera per il suo favore, e raccomandare il suo santuario desolato ai suoi sorrisi. Fa' risplendere il tuo volto e allora saremo salvati, = Salmi 80:3.

3. Che egli perdonasse i loro peccati, e poi affretterebbe la loro liberazione (Daniele 9:19): O Signore! ascolta; O Signore! perdonare.

"Affinché la misericordia per la quale si prega possa essere concessa nella misericordia, che il peccato che minaccia di venire tra noi e di farlo sia rimosso: O Signore! ascolta e fa', non ascoltare e parlare soltanto, ma ascolta e fa'; fai per noi ciò che nessun altro può fare, e che rapidamente... non rimandare, o mio Dio!"

Ora che vedeva avvicinarsi il giorno fissato, poteva pregare con fede che Dio si affrettasse a raggiungerli e non si rimettesse. Davide prega spesso, Affrettati, o Dio! ad aiutarmi.

VII. Ecco diversi motivi e argomenti per far rispettare le petizioni. Dio ci dà il permesso non solo di pregare, ma di supplicare con Lui, che non è per commuoverlo (Lui stesso sa quello che farà), ma per commuovere noi stessi, per eccitare il nostro fervore e incoraggiare la nostra fede.

1. Disdegnano la dipendenza da qualsiasi giustizia propria; fingono di non meritare nulla dalla mano di Dio se non l'ira e la maledizione (Daniele 9:18):

"Non presentiamo le nostre suppliche davanti a te con la speranza di accelerare per la nostra giustizia, come se fossimo degni di ricevere il tuo favore per qualsiasi bene in noi, o fatto da noi, o potremmo esigere qualsiasi cosa come un debito; Non possiamo insistere sulla nostra giustificazione, no, anche se eravamo più giusti di quanto siamo; anzi, sebbene non sapessimo nulla di sbagliato di noi stessi, tuttavia non siamo giustificati in tal modo, né risponderemmo, ma faremmo supplica al nostro Giudice."

Mosè aveva detto a Israele molto tempo prima che, qualunque cosa Dio avesse fatto per loro, non era per la loro giustizia, = Deuteronomio 9:4-5. Ed Ezechiele aveva recentemente detto loro che il loro ritorno da Babilonia non sarebbe stato per il loro bene, = Ezechiele 36:22,32. Nota: Ogni volta che ci rivolgiamo a Dio per avere misericordia, dobbiamo mettere da parte ogni presunzione e fiducia nella nostra giustizia.

2. Essi prendono il loro incoraggiamento nella preghiera solo da Dio, come se sapessero che le sue ragioni di misericordia sono prese da dentro di lui, e quindi da lui dobbiamo prendere in prestito tutte le nostre suppliche di misericordia, e così dargli onore quando chiediamo grazia e misericordia da lui.

(1.) "Fa' per amor di te == (Daniele 9:19), per l'adempimento del tuo consiglio, l'adempimento della tua promessa e la manifestazione della tua gloria."

Notate, Dio farà la Sua opera, non solo nel Suo modo e nel Suo tempo, ma per il Suo bene, e quindi dobbiamo prenderla.

(2.) "Fallo per amore del Signore, cioè, per amore del Signore Cristo",

per amore del Messia promesso, che è il Signore (così lo intendono i più e i migliori dei nostri interpreti cristiani), per amore di Adonai, così Davide chiamò il Messia (Salmi 110:1), e si prega per la misericordia per la chiesa per amore del Figlio dell'uomo == (Salmi 80:17), e per amore della tua Parola, lui è il Signore di tutto. È per amor suo che Dio fa risplendere il suo volto sui peccatori quando si pentono e si volgono a lui, a causa della soddisfazione che ha fatto. In tutte le nostre preghiere questa deve quindi essere la nostra supplica; dobbiamo fare menzione della sua giustizia, anche della sua unica, = Salmi 71:16. Guarda il volto dell'unto. Egli stesso ci ha ordinato di chiedere nel suo nome.

(3.) "Fa' secondo tutta la tua giustizia == (Daniele 9:16), cioè intercedi per noi contro i nostri persecutori e oppressori secondo la tua giustizia. Anche se noi stessi siamo ingiusti davanti a Dio, tuttavia in riferimento a loro abbiamo una giusta causa, che lasciamo al giusto Dio perché compaia in difesa."

O, piuttosto, per giustizia di Dio qui si intende la sua fedeltà alla sua promessa. Dio, secondo la sua giustizia, aveva eseguito la minaccia, Daniele 9:11.

"Ora, Signore, non farai tu secondo tutto la tua giustizia? Non vuoi essere fedele alle tue promesse come lo sei stato alle tue minacce e non le manterrai?"

(4.) "Fa' che tu sia un Dio misericordioso".

Le cose buone che chiediamo a Dio le chiamiamo misericordie, perché le aspettiamo puramente dalla misericordia di Dio. E, poiché la miseria è l'oggetto proprio della misericordia, il profeta qui diffonde la deplorevole condizione della chiesa davanti a Dio, per così dire per muovere la sua compassione:

"Apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni, specialmente le desolazioni del santuario. Oh, guarda con pietà un caso pietoso!"

Nota: Le desolazioni della chiesa devono essere deposte in preghiera davanti a Dio e poi lasciate con lui.

(5.) "Fallo per il bene della relazione che abbiamo con te. Il santuario che è desolato è il tuo santuario (Daniele 9:17), dedicato al tuo onore, impiegato al tuo servizio, e il luogo della tua residenza. Gerusalemme è tua città e il tuo monte santo == (Daniele 9:16); è la città su cui si chiama il tuo nome,"

Daniele 9:18. Era la città che Dio aveva scelto tra tutte le tribù d'Israele, per mettervi il suo nome.

"Il popolo che è divenuto obbrobrio è il tuo popolo, e il tuo nome soffre nell'obbrobrio gettato su di loro (Daniele 9:16); sono chiamati con il tuo nome, = Daniele 9:19. Signore, tu hai una proprietà su di loro, e perciò ti interessi dei loro interessi; Non provvederai tu per i tuoi e per quelli della tua casa? Sono tuoi, salvali,"

Salmi 119:94.

20 Ver. 20. fino alla Ver. 27.

Abbiamo qui la risposta che fu immediatamente inviata alla preghiera di Daniele, ed è molto memorabile, poiché contiene la più illustre predizione di Cristo e della grazia del vangelo che esiste in tutto l'Antico Testamento. Se Giovanni Battista era la stella del mattino, questa era l'alba del Sole di giustizia, la aurora che viene dall'alto.

Ecco qui

I. Il momento in cui è stata data questa risposta.

1. Era mentre Daniele era in preghiera. Questo egli osservò e pose una forte enfasi su: Mentre parlavo == (Daniele 9:20), sì, mentre parlavo in preghiera == (Daniele 9:21), prima che si alzasse dalle sue ginocchia, e mentre c'era ancora molto che intendeva dire.

(1.) Menziona le due teste su cui ha insistito principalmente nella preghiera, e che forse ha intenzione di approfondire ulteriormente.

[1.] Confessava il peccato e si lamentava che...

"sia il mio peccato che il peccato del mio popolo Israele."

Daniele era un uomo molto grande e buono, eppure trova il peccato da confessare davanti a Dio ed è pronto a confessarlo; perché non c'è un uomo giusto sulla terra che fa il bene e non pecca, né che pecca e non si pente. Giovanni si mette nel numero di coloro che si ingannano se stessi se dicono che non hanno peccato, e che quindi confessano i loro peccati, = 1Giovanni 1:8. Gli uomini buoni trovano un sollievo per la loro coscienza riversare le loro lamentele davanti al Signore contro se stessi; e questo è confessare il peccato. Ha anche confessato il peccato del suo popolo, e si è lamentato di ciò. Coloro che si preoccupano sinceramente della gloria di Dio, del benessere della chiesa e delle anime degli uomini, piangeranno per i peccati degli altri così come per i propri.

[2.] Stava facendo supplica davanti al Signore suo Dio, e gliela presentava come intercessore per Israele; e in questa preghiera la sua preoccupazione era per il monte santo del suo Dio, Monte Sion. Le desolazioni del santuario erano più vicine al suo cuore di quelle della città e del paese; e la riparazione di ciò, e l'istituzione di nuovo del culto pubblico di Dio d'Israele, erano le cose che egli aveva in vista, nella liberazione per la quale si stava preparando, più che ristabilire i loro interessi civili. Ora

(2.) Mentre Daniele era così occupato,

[1.] Gli fu concessa la misericordia per cui pregava. Notate che Dio è molto pronto ad ascoltare la preghiera e a dare una risposta di pace. Ora si è adempiuto ciò che Dio aveva detto Isaia 65:24, Mentre ancora parlano, io ascolterò. Daniele divenne molto fervente nella preghiera, e i suoi affetti erano molto forti, Daniele 9:18-19. E, mentre parlava con tanto fervore e ardore, l'angelo venne da lui con una risposta graziosa. Dio si compiace delle devozioni vive. Non possiamo ora aspettarci che Dio ci mandi risposte alla nostra preghiera per mezzo degli angeli, ma, se preghiamo con fervore per ciò che Dio ha promesso, possiamo per fede prendere la promessa come una risposta immediata alla preghiera; poiché colui che ha promesso è fedele.

[2.] Gli fu fatta la scoperta di una redenzione molto più grande e gloriosa che Dio avrebbe operato per la sua chiesa negli ultimi giorni. Nota, coloro che vogliono essere portati a conoscere Cristo e la sua grazia devono essere molto in preghiera.

2. Era circa l'ora dell'oblazione della sera, = Daniele 9:21. L'altare era in rovina, e non c'era alcuna oblazione offerta su di esso, ma, dovrebbe sembrare, i pii Giudei nella loro cattività riflettevano ogni giorno sul momento in cui avrebbe dovuto essere offerta, e a quell'ora erano pronti a piangere al ricordo di esso, e desideravano e speravano che la loro preghiera fosse esposta davanti a Dio come incenso, e l'alzata delle loro mani, e dei loro cuori con le loro mani, dovrebbe essere accettevole ai suoi occhi come il sacrificio della sera, = Salmi 141:2. L'oblazione della sera era un tipo del grande sacrificio che Cristo doveva offrire alla sera del mondo, ed era in virtù di quel sacrificio che la preghiera di Daniele veniva accettata quando pregava per amore del Signore; E per questo gli è stata fatta questa gloriosa scoperta dell'amore redentore. L'Agnello aprì i sigilli in virtù del suo stesso sangue.

II. Il messaggero da cui è stata inviata questa risposta. Non gli fu data in sogno, né da una voce dal cielo, ma, per la maggiore certezza e solennità di ciò, un angelo fu inviato apposta, apparendo in forma umana, per dare questa risposta a Daniele. Osservare

1. Chi era questo angelo, o messaggero; era l'uomo Gabriele. Se l'arcangelo Michele non è, come molti suppongono, nient'altro che Gesù Cristo, questo Gabriele è l'unico angelo creato che è nominato nelle Scritture. Gabriele significa il potente di Dio; poiché gli angeli sono grandi in potenza e potenza, = 2Pietro 2:11. Era lui che avevo visto nella visione all'inizio. Daniele lo sentì chiamare per nome, e da lì lo apprese (Daniele 8:16); e, sebbene allora tremasse al suo avvicinarsi, tuttavia lo osservava così attentamente che ora lo riconosceva, lo riconosceva come lo stesso che aveva visto all'inizio, e, conoscendolo un po' meglio, non era ora così terrorizzato alla sua vista come lo era stato all'inizio. Quando questo angelo disse a Zaccaria, Io sono Gabriele == (Luca 1:19), intendeva con ciò ricordarlo di questo avviso che aveva dato a Daniele della venuta del Messia quando era lontano, per confermare la sua fede nell'avviso che stava per dare come alla porta.

2. Le istruzioni che questo messaggero ricevette dal Padre della luce a cui Daniele pregò (Daniele 9:23): All'inizio delle tue suppliche la parola, il comandamento, uscì da Dio. Fu data notizia agli angeli in cielo di questo consiglio di Dio, che essi desideravano esaminare; e fu dato ordine a Gabriele di andare immediatamente a riferire la notizia a Daniele. Da ciò risulta che non fu alcuna cosa che Daniele disse a muovere Dio, poiché la risposta fu data quando cominciò a pregare; ma Dio si compiacque del suo serio e solenne discorso al dovere, e, in segno di ciò, gli inviò questo grazioso messaggio. O forse fu all'inizio delle suppliche di Daniele che la parola di Ciro, o comandamento, uscì per restaurare e ricostruire Gerusalemme, quella parola di Daniele 9:25.

"La cosa è stata fatta questo stesso giorno; la proclamazione della libertà agli ebrei è stata firmata questa mattina, proprio quando tu pregavi per essa";

ed ora, alla fine di questo giorno di digiuno, Daniele ne ebbe notizia, poiché, alla fine del giorno dell'espiazione, la tromba del giubileo suonò per proclamare la libertà.

3. La fretta che ha fatto per consegnare il suo messaggio: È stato fatto volare rapidamente, = Daniele 9:21. Gli angeli sono messaggeri alati, veloci nei loro movimenti, e non tardano ad eseguire gli ordini che ricevono; corrono e ritornano come un lampo, = Ezechiele 1:14. Ma, a quanto pare, a volte sono più rapidi che in altri momenti, e fanno un invio più rapido, poiché qui l'angelo è stato fatto volare rapidamente; Cioè, gli è stato ordinato ed è stato messo in grado di volare rapidamente. Gli angeli compiono il loro lavoro in obbedienza al comando divino e in dipendenza dalla forza divina. Sebbene eccellono in saggezza, volano più veloci o più lentamente secondo Dio comanda; e, sebbene eccellono in potenza, volano solo come Dio li fa volare. Gli angeli stessi sono per noi ciò che egli li fa essere; sono i suoi ministri, e fanno il suo piacere, = Salmi 103:21.

4. Le prefazioni o le introduzioni al suo messaggio.

(1.) Lo toccò == (Daniele 9:21), come prima (Daniele 8:18), non per svegliarlo dal sonno come allora, ma per dargli un suggerimento per interrompere la sua preghiera e prestare attenzione a ciò che ha da dire in risposta ad essa. Nota: Per mantenere la nostra comunione con Dio non dobbiamo solo essere pronti a parlare con Dio, ma altrettanto avanti ad ascoltare ciò che egli ha da dirci; Quando abbiamo pregato, dobbiamo guardare in alto, dobbiamo badare alle nostre preghiere, dobbiamo metterci sulla nostra Torre di Guardia.

(2.) Lui parlava con lui == (Daniele 9:22), parlava familiarmente con lui, come un amico parla con un altro, affinché il suo terrore non lo facesse paura. Lo informò per quale missione era venuto, che era stato mandato dal cielo apposta con un messaggio gentile per lui:

"Sono venuto per mostrarti == (Daniele 9:23), per dirti ciò che prima non sapevi."

Gli aveva mostrato i problemi della chiesa sotto Antioco, e il periodo di quei problemi (Daniele 8:19); Ma ora ha cose più grandi da mostrargli, perché a chi è fedele nel poco sarà affidata di più.

"No, io sono ora venuto per darti abilità e intelligenza == (Daniele 9:22), non solo per mostrarti queste cose, ma per farti capire loro."

(3.) Gli assicurò di essere il favorito del Cielo, altrimenti non gli sarebbe stata mandata questa notizia, e avrebbe dovuto prenderla per un favore:

"Sono venuto a mostrartelo, perché sei molto amato. Tu sei un uomo di desideri, accettevole a Dio, e per il quale egli ha un favore."

Nota, Sebbene Dio ami tutti i suoi figli, tuttavia ce ne sono alcuni che sono più degli altri grandemente amati. Cristo aveva un solo discepolo che giaceva nel suo seno; e quel discepolo amato era colui a cui erano state affidate le visioni profetiche del Nuovo Testamento, come Daniele lo era con quelle dell'Antico. Quale segno più grande può esserci del favore di Dio per un uomo se non quello di avere con lui i segreti del Signore? Abramo è l'amico di Dio; e quindi Nasconderò ad Abramo ciò che faccio? = Genesi 18:17. Notate, Coloro possono considerarsi molto amati da Dio al quale, e nel quale, egli rivela suo Figlio. Alcuni osservano che il titolo che questo angelo Gabriele dà alla Vergine Maria è molto simile a quello che egli dà qui a Daniele, come se volesse ricordarglielo- Tu che sei altamente favorito; come Daniele, molto amato.

(4.) Richiede la sua seria attenzione alla scoperta che stava per fargli: Quindi comprendi la questione, e considera la visione, = Daniele 9:23. Ciò suggerisce che era una cosa ben degna della sua considerazione, al di sopra di tutte le visioni di cui era stato precedentemente favorito. Nota: Coloro che vogliono comprendere le cose di Dio devono considerarle, devono applicare la loro mente ad esse, meditare su di esse e confrontare le cose spirituali con quelle spirituali. La ragione per cui siamo così all'oscuro riguardo alla volontà rivelata di Dio, e ci sbagliamo riguardo ad essa, è la mancanza di considerazione. Questa visione richiede e merita considerazione.

III. Il messaggio stesso. Fu pronunciato con grande solennità, ricevuto senza dubbio con grande attenzione e registrato con grande esattezza; ma in esso, come è consuetudine nelle profezie, ci sono cose oscure e difficili da capire. Daniele, che dal libro del profeta Geremia comprese la scadenza dei settant'anni della cattività, è ora onorevolmente impiegato per far conoscere alla chiesa un'altra liberazione più gloriosa, di cui quella non era che un'ombra, alla fine di altri settant'anni, non anni, ma settimane di anni. Pregò su quella profezia e la ricevette in risposta a quella preghiera. Aveva pregato per il suo popolo e per la città santa, affinché fossero liberati, che fosse ricostruita, ma Dio gli rispose al di sopra di ciò che era in grado di chiedere o di pensare. Dio non solo esaudisce, ma supera i desideri di coloro che lo temono, Salmi 21:4.

1. I tempi qui determinati sono un po' difficili da capire. In generale, si tratta di settanta settimane, cioè settanta volte sette anni, che fa solo 490 anni. I grandi affari che devono ancora venire riguardo al popolo di Israele, e alla città di Gerusalemme, si troveranno nell'ambito di questi anni.

(1.) Questi anni sono quindi descritti da settimane,

[1.] In conformità allo stile profetico, che è, per la maggior parte, astruso e fuori dal comune modo di parlare, affinché le cose predette non siano troppo evidenti.

[2.] Dare un onore alla divisione del tempo in settimane, che è fatta puramente dal giorno di sabato, e significare che ciò dovrebbe essere perpetuo.

[3.] Riguardo ai settant'anni della cattività, come erano stati così a lungo tenuti fuori dal possesso della loro terra, così, essendo ora restituiti ad essa, dovrebbero essere tenuti in possesso sette volte più a lungo. Dio si compiace molto di più nel mostrare misericordia che nel punire. La terra aveva goduto dei suoi sabati, in senso malinconico, settant'anni, Levitico 26:34. Ma ora il popolo del Signore godrà, in senso comodo, dei suoi sabati sette volte settant'anni, e in essi settant'anni sabbatici, il che fa dieci giubilei. Tali proporzioni sono presenti nelle disposizioni della Provvidenza, affinché possiamo vedere e ammirare la saggezza di colui che ha determinato i tempi precedentemente stabiliti.

(2.) Le difficoltà che sorgono riguardo a queste settanta settimane sono,

[1.] Riguardo al momento in cui iniziano e da dove devono essere calcolati. Essi sono qui datati dall'emanazione dei comandamenti di restaurare e ricostruire Gerusalemme, = Daniele 9:25. Sarei molto incline a capire questo dell'editto di Ciro menzionato Esdra 1:1, poiché per mezzo di esso il popolo fu restaurato; e, sebbene non vi si faccia espressa menzione della costruzione di Gerusalemme, tuttavia ciò è supposto nella costruzione del tempio, ed è stato predetto che sarebbe stato fatto da Ciro, Isaia 44:28. Egli dirà a Gerusalemme: Tu sarai ricostruita. Questo fu, sia nella profezia che nella storia, il decreto più famoso per la costruzione di Gerusalemme; anzi, dovrebbe sembrare, questo emanare il comandamento (che potrebbe benissimo essere inteso per il comandamento di Dio riguardo ad esso come per quello di Ciro) è lo stesso con quello emanare il comandamento menzionato Daniele 9:23, che era all'inizio delle suppliche di Daniele. E sembra molto grazioso che le settanta settimane inizino immediatamente dopo la scadenza dei settant'anni. E non c'è nulla da obiettare a ciò se non che, secondo questo calcolo, la monarchia persiana, dalla presa di Babilonia da parte di Ciro alla conquista di Dario da parte di Alessandro, durò solo 130 anni; mentre, dal particolare resoconto dato dei regni degli imperatori persiani, si calcola che durò 230 anni. Così calcolano Tucidide, Senofonte e altri. Coloro che lo fissano a quel primo editto mettono da parte questi calcoli degli storici pagani come incerti e su cui non ci si può fidare. Ma altri, disposti a riconciliarli, iniziano i 490 anni, non con l'editto di Ciro ( Esdra 1:1), ma con il secondo editto per la costruzione di Gerusalemme, emanato da Dario Nothus oltre 100 anni dopo, menzionato da Esdra VI. Altri fissano il settimo anno di Artaserse Mnemone, che mandò Esdra con un incarico, Esdra 7:8-12. Il dotto signor Poole, nella sua Sinossi latina, ha una vasta e più elaborata raccolta di ciò che è stato detto, pro e con, riguardo ai diversi inizi di queste settimane, con cui i dotti possono intrattenersi.

[2.] Riguardo alla loro cessazione; e anche qui gli interpreti non sono d'accordo. Alcuni li fanno terminare alla morte di Cristo, e pensano che le parole esplicite di questa famosa profezia ci garantiscano di concludere che da questa stessa ora in cui Gabriele parlò a Daniele, al tempo dell'oblazione della sera, fino all'ora in cui Cristo morì, che era anch'essa verso sera, furono esattamente 490 anni; e sono abbastanza disposto ad essere di questa opinione. Ma altri pensano, poiché è detto che in mezzo alle settimane (cioè l'ultima delle settanta settimane) farà cessare il sacrificio e l'oblazione, esse finiscono tre anni e mezzo dopo la morte di Cristo, quando, avendo i Giudei rigettato il vangelo, gli apostoli si rivolsero ai Gentili. Ma coloro che li fanno terminare proprio alla morte di Cristo lo leggono così:

"Egli renderà forte il testamento per i molti; gli ultimi sette, o l'ultima settimana, sì, metà di quei sette, o metà di quella settimana (cioè, la seconda metà, i tre anni e mezzo che Cristo trascorse nel suo ministero pubblico), porranno fine al sacrificio e all'oblazione".

Altri fanno sì che questi 490 anni finiscano con la distruzione di Gerusalemme, circa trentasette anni dopo la morte di Cristo, perché si dice che queste settanta settimane siano determinate sul popolo degli ebrei e sulla città santa; E qui si parla molto della distruzione della città e del santuario.

[3.] Riguardo alla divisione di essi in sette settimane, sessantadue settimane e una settimana; e la ragione di ciò è difficile da spiegare come qualsiasi altra cosa. Nelle prime sette settimane, o quarantanove anni, furono costruiti il tempio e la città; e nell'ultima settimana Cristo predicò il suo vangelo, con il quale l'economia ebraica fu demolita, e furono gettate le fondamenta della città e del tempio del vangelo, che dovevano essere costruiti sulle rovine del primo.

(3.) Ma, per quanto ci si possa dibattere nell'incertezza riguardo all'esatta fissazione di questi tempi, c'è abbastanza chiarezza e certezza per rispondere ai due grandi fini della loro determinazione.

[1.] Serviva loro per suscitare e sostenere le aspettative dei credenti. C'erano promesse generali della venuta del Messia fatte ai patriarchi; I profeti precedenti avevano spesso parlato di lui come di uno che doveva venire, ma fino ad ora non era mai stato fissato il tempo per la sua venuta. E, sebbene ci potessero essere così tanti dubbi sulla data di questo calcolo che non potevano accertare il tempo di un anno, tuttavia alla luce di questa profezia furono guidati su quale tempo aspettarlo. E troviamo, di conseguenza, che quando Cristo venne fu generalmente cercato come la consolazione d'Israele, e la redenzione a Gerusalemme da lui, Luca 2:25,38. C'era chi per questo pensava che il regno di Dio dovesse apparire immediatamente == (Luca 19:11), e alcuni pensano che sia stato questo a portare a Gerusalemme un concorso di persone più che ordinario, Atti 2:5.

[2.] Serve ancora a confutare e mettere a tacere le aspettative dei non credenti, che non ammetteranno che Gesù è colui che dovrebbe venire, ma ancora cercheranno un altro. Questa predizione dovrebbe metterli a tacere, e li condannerà; perché, calcolate queste settanta settimane da quale dei comandamenti per costruire Gerusalemme ci piace, è certo che sono scaduti più di 1500 anni fa; così che gli ebrei sono per sempre senza scuse, che non ammetteranno che il Messia è venuto quando sono andati così lontano dal loro massimo calcolo per la sua venuta. Ma con questo siamo confermati nella nostra credenza che il Messia è venuto, e che il nostro Gesù è lui, che è venuto proprio al tempo prefissato, un tempo degno di essere ricordato in eterno.

2. Gli eventi qui predetti sono più chiari e facili da comprendere, almeno per noi ora. Osservate ciò che è qui predetto,

(1.) Riguardo al ritorno degli ebrei ora rapidamente alla loro terra, e al loro nuovo insediamento lì, che era la cosa per cui Daniele ora pregava principalmente; eppure è solo brevemente accennato qui nella risposta alla sua preghiera. Che questo sia di conforto per i pii Giudei, che un comandamento uscirà per restaurare e ricostruire Gerusalemme, = Daniele 9:25. E il comandamento non sarà vano; poiché anche se i tempi saranno molto difficili e questa buona opera incontrerà grande opposizione, tuttavia sarà portata avanti e infine portata a perfezione. La strada sarà ricostruita, spaziosa e splendida come non lo è mai stata, e le mura, anche in tempi difficili. Nota, finché siamo qui in questo mondo dobbiamo aspettarci tempi difficili, per un motivo o per l'altro. Anche quando abbiamo momenti gioiosi dobbiamo rallegrarci con tremore; non è che un bagliore, non è che un lucido intervallo di pace e prosperità; le nuvole torneranno dopo la pioggia. Quando gli ebrei saranno restituiti in trionfo alla loro terra, dovranno ancora aspettarsi tempi difficili, e prepararsi per loro. Ma questo è il nostro conforto, che Dio porterà avanti la sua opera, edificherà la sua Gerusalemme, la abbellirà, la fortificherà, anche in tempi difficili; no, le difficoltà dei tempi possono per la grazia di Dio contribuire al progresso della chiesa. Più è afflitta, più si moltiplica.

(2.) Riguardo al Messia e alla sua impresa. Gli Ebrei carnali cercavano un Messia che potesse liberarli dal giogo romano e dare loro potere e ricchezze temporali, mentre qui era stato detto loro che il Messia sarebbe venuto per un altro incarico, puramente spirituale, e per il quale sarebbe stato il più benvenuto.

[1.] Cristo è venuto per togliere il peccato, e per abolirlo. Il peccato aveva creato una lite tra Dio e l'uomo, aveva alienato gli uomini da Dio e provocato Dio contro l'uomo; fu questo che mise il disonore su Dio e portò miseria sull'umanità; Questo è stato il grande combinaguai. Colui che vuole rendere a Dio un vero servizio, e all'uomo una vera gentilezza, deve essere la distruzione di questo. Cristo si impegna ad esserlo, e per questo scopo si manifesta, per distruggere le opere del diavolo. Non dice di porre fine alle vostre trasgressioni e ai vostri peccati, ma trasgressione e peccato in generale, perché egli è la propiziazione non solo per i nostri peccati, che sono ebrei, ma per i peccati di tutto il mondo. Egli venne, Primo, Per porre fine alla trasgressione, per frenarla (così alcuni), per spezzarne il potere, per schiacciare la testa di quel serpente che aveva fatto tanto male, per togliere il dominio usurpato di quel tiranno, e per stabilire un regno di santità e amore nei cuori degli uomini, sulle rovine del regno di Satana, che, dove il peccato e la morte avevano regnato, la giustizia e la vita attraverso la grazia potessero regnare. Quando morì disse: È finito; il peccato ha ora avuto la sua ferita mortale, come quella di Sansone, Lasciami morire con i Filistei. Animamque in vulnere ponit - Egli infligge la ferita e muore. In secondo luogo, per porre fine al peccato, per abolirlo, affinché non sorga in giudizio contro di noi, per ottenerne il perdono, affinché non sia la nostra rovina, per sigillare i peccati (così recita il margine), affinché non appaiano o scoppiano contro di noi, per accusarci e condannarci, come, quando Cristo gettò il diavolo nell'abisso, pose un sigillo su di lui, = Apocalisse 20:3. Quando il peccato è perdonato è cercato e non trovato, come ciò che è sigillato. In terzo luogo, fare la riconciliazione per l'iniquità, come con un sacrificio, soddisfare la giustizia di Dio e così fare la pace e riunire Dio e l'uomo, non solo come arbitro, o arbitro, che porta solo le parti contendenti a una buona comprensione l'una dell'altra, ma come garante, o becchino, per noi. Egli non è solo il pacificatore, ma pace. Egli è l'espiazione .

[2.] È venuto per portare una giustizia eterna. Dio avrebbe potuto giustamente porre fine al peccato facendo la fine al peccatore; ma Cristo ha trovato un'altra via, e ha posto fine al peccato in modo da salvare il peccatore da esso, provvedendo una giustizia per lui. Noi tutti siamo colpevoli davanti a Dio, e saremo condannati come colpevoli, se non abbiamo una giustizia con cui comparire davanti a lui. Se fossimo rimasti in piedi, la nostra innocenza sarebbe stata la nostra giustizia, ma, essendo caduti, dobbiamo avere qualcos'altro da invocare; e Cristo ci ha dato una supplica. Il merito del suo sacrificio è la nostra giustizia; Con questo rispondiamo a tutte le esigenze della legge; Cristo è morto, sì, anzi, è risorto. Così Cristo è il Signore la nostra giustizia, perché egli è fatto da Dio per noi giustizia, affinché noi potessimo essere fatti la giustizia di Dio in lui. Per fede applichiamo questo a noi stessi e lo supplichiamo a Dio, e la nostra fede ci è imputata per la giustizia, = Romani 4:3,5. Questa è una giustizia eterna, perché Cristo, che è la nostra giustizia, e il principe della nostra pace, è il Padre eterno. Era dall'eternità nei suoi consigli e sarà all'eternità nelle sue conseguenze. L'applicazione di esso fu fin dall'inizio, perché Cristo fu l'Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo; e sarà fino alla fine, perché egli è in grado di salvare fino all'ultimo. È di eterna virtù (Ebrei 10:12); è la roccia che ci segue fino a Canaan.

[3.] Egli venne per sigillare la visione e la profezia, tutte le visioni profetiche dell'Antico Testamento, che si riferivano al Messia. Egli li ha sigillati, cioè, li ha portati a compimento, ha risposto loro fino all'apice; tutte le cose che erano scritte nella legge, nei profeti e nei salmi, riguardo al Messia, si sono adempiute in lui. Così confermò la verità di essi e la sua missione. Egli li sigillò, cioè, mise fine a quel metodo di Dio di scoprire la sua mente e la sua volontà, e prese un'altra strada completando il canone delle scritture nel Nuovo Testamento, che è la parola di profezia più sicura di quella per visione, = 2Pietro 1:19; Ebrei 1:1.

[4.] Egli venne per ungere il Santissimo, cioè se stesso, il Santo, che fu unto (cioè, nominato per il suo lavoro e qualificato per esso) dallo Spirito Santo, quell'olio di letizia che ricevette senza misura, al di sopra dei suoi simili; o per ungere la chiesa evangelica, il suo tempio spirituale, o luogo santo, per santificarlo e purificarlo, e appropriarsene a sé (Efesini 5:26), o per consacrare per noi una nuova e vivente via nel santissimo, con il suo stesso sangue (Ebrei 10:20), come il santuario è stato unto, = Esodo 30:25, ecc. Egli è chiamato Messia == (Daniele 9:25-26), che significa Cristo- Unto == (Giovanni 1:41), perché ha ricevuto l'unzione sia per se stesso che per tutti quelli che sono suoi.

[5.] Per tutto questo il Messia deve essere stroncato, deve morire di morte violenta, e quindi essere tagliato fuori dalla terra dei viventi, come è stato predetto, Isaia 53:8. Quindi, quando Paolo predica la morte di Cristo, dice che non ha predicato nulla, ma ciò che il profeta ha detto che doveva venire, = Atti 26:22,23. E così conveniva a Cristo soffrire. Egli deve essere stroncato, ma non per se stesso-non per un peccato suo, ma, come Caifa profetizzò, deve morire per il popolo, al nostro posto e per il nostro bene,-non per qualche vantaggio suo (la gloria che acquistò per se stesso non era più della gloria che aveva prima, Giovanni 17:4-5); no; era per espiare i nostri peccati, e per comprare la vita per noi, che è stato tagliato fuori.

[6.] Deve confermare l'alleanza con molti. Egli introdurrà un nuovo patto tra Dio e l'uomo, un patto di grazia, poiché era diventato impossibile per noi essere salvati da un patto di innocenza. Egli confermerà questo patto con la sua dottrina e i suoi miracoli, con la sua morte e risurrezione, con le ordinanze del battesimo e della cena del Signore, che sono i sigilli del Nuovo Testamento, assicurandoci che Dio è disposto ad accettarci nei termini del vangelo. La sua morte ha reso il suo testamento di forza, e ci ha permesso di rivendicare ciò che è stato lasciato in eredità da esso. Lo confermò ai molti, alla gente comune, i poveri erano evangelizzati, quando i governanti e i farisei non credettero in lui. O, lo confermò con molti, con il mondo dei Gentili. Il Nuovo Testamento non era (come l'Antico) confinato alla chiesa ebraica, ma era impegnato in tutte le nazioni. Cristo ha dato la sua vita riscatto per molti.

[7.] Egli deve far cessare il sacrificio e l'oblazione. Offrendo se stesso in sacrificio una volta per tutte, egli porrà fine a tutti i sacrifici levitici, li sostituirà e li metterà da parte; quando la sostanza verrà, le ombre saranno eliminate. Egli fa cessare tutti i sacrifici di comunione, quando ha fatto la pace con il sangue della sua croce e con esso ha confermato l'alleanza di pace e di riconciliazione. Con la predicazione del suo vangelo al mondo, che fu affidato agli apostoli, egli tolse gli uomini dall'aspettarsi la remissione mediante il sangue di tori e capri, e così fece cessare il sacrificio e l'oblazione. L'apostolo nella sua epistola agli Ebrei mostra quale sacerdozio, altare e sacrificio migliori, abbiamo ora di quelli che avevano sotto la legge, come motivo per cui dovremmo mantenere salda la nostra professione.

(3.) Riguardo alla distruzione finale di Gerusalemme, e della chiesa e della nazione giudaica; e questo segue immediatamente dopo lo sterminio del Messia, non solo perché è stata la giusta punizione di coloro che lo hanno messo a morte, che è stato il peccato che ha riempito la misura della loro iniquità e ha portato la rovina su di loro, ma perché, per come stavano le cose, era necessario per perfezionare uno dei grandi propositi della sua morte. Egli è morto per togliere la legge cerimoniale, per abolire quella legge dei comandamenti, e per annullare l'obbligo di essa. Ma gli ebrei non si lasciarono convincere a lasciarla; eppure lo mantennero con più zelo che mai; non avrebbero sentito parlare di separarsene; lapidarono Stefano (il primo martire cristiano) per aver detto che Gesù avrebbe dovuto cambiare le usanze che Mosè aveva loro trasmesso == (Atti 6:14); così che non c'era modo di abolire l'economia mosaica se non distruggendo il tempio, e la città santa, e il sacerdozio levitico, e quell'intera nazione che così inguaribilmente li adorava. Questo è stato effettivamente fatto in meno di quarant'anni dopo la morte di Cristo, ed è stata una desolazione che mai potuto essere riparata fino ad oggi. E questo è ciò che è qui largamente predetto, affinché gli Ebrei che tornarono dalla cattività non fossero troppo sollevati con la ricostruzione della loro città e del loro tempio, perché nel corso del tempo sarebbero stati infine distrutti, e non come ora solo per settant'anni, ma avrebbero potuto piuttosto rallegrarsi nella speranza della venuta del Messia, e l'istituzione del suo regno spirituale nel mondo, che non dovrebbe mai essere distrutto. Ora,

[1.] È qui predetto che il popolo del principe che verrà sarà lo strumento di questa distruzione, cioè gli eserciti romani, appartenenti a una monarchia ancora a venire (Cristo è il principe che verrà, e sono impiegati da lui in questo servizio; sono i suoi eserciti, = Matteo 22:7), o i Gentili (che, sebbene ora stranieri, diventeranno il popolo del Messia) distruggeranno gli Ebrei.

[2.] Che la distruzione sarà con la guerra, e la fine di quella guerra sarà questa desolazione determinata. Le guerre degli Ebrei con i Romani furono per la loro stessa ostinazione rese molto lunghe e molto sanguinose, e alla fine sfociarono nella completa estirpazione di quel popolo.

[3.] Che la città e santuario saranno in modo particolare distrutte e completamente devastate. Tito, il generale romano, avrebbe voluto salvare il tempio, ma i suoi soldati erano così adirati contro i Giudei che non poté trattenerli dal bruciarlo fino al suolo, affinché questa profezia si adempisse.

[4.] Che tutta la resistenza che sarà fatta a questa distruzione sarà vana: La fine di essa sarà con un diluvio. Sarà un diluvio di distruzione, come quello che spazzò via il vecchio mondo, e contro il quale non ci sarà modo di opporsi.

[5.] Che con la presente il sacrificio e l'oblazione saranno fatti cessare. E deve necessariamente cessare quando la famiglia dei sacerdoti è stata così estirpata, e le genealogie di essa sono state così confuse, che (dicono) non c'è uomo al mondo che possa provare di essere della stirpe di Aronne.

[6.] che ci sarà una diffusione di abominazioni, una corruzione generale della nazione ebraica e un abbondanza di iniquità tra loro, per cui sarà resa desolata, = 1Tessalonicesi 2:16. O si deve piuttosto intendere degli eserciti dei Romani, che erano abominevoli per gli ebrei (non potevano sopportarli), che diffusero la nazione, e dai quali fu resa desolata; poiché queste sono le parole a cui si riferisce Cristo, Matteo 24:15, Quando vedrete l'abominio della desolazione, di cui parla Daniele, stare nel luogo santo, allora fuggite quelli che saranno in Giudea, che è spiegato Luca 21:20, Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora fuggite.

[7.] Che la desolazione sarà totale e definitiva: Egli la renderà desolata, fino alla consumazione, cioè, la renderà completamente desolata. È una desolazione determinata, e sarà compiuta al massimo. E quando sarà reso desolato, dovrebbe sembrare, c'è qualcosa di più determinato che deve essere versato sul desolato == (Daniele 9:27), e cosa dovrebbe essere se non spirito di sonno == (Romani 11:8,25), quella cecità che è accaduta a Israele fino a quando non verrà la pienezza dei Gentili? E allora tutto Israele sarà salvato.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Daniele 9

1 Capitolo 9

Daniele considera il tempo della cattività Dan 9:1-3

La confessione del peccato e la preghiera Dan 9:4-19

La rivelazione della venuta del Messia Dan 9:20-27

Versetti 1-3

Daniele apprese dai libri dei profeti, in particolare da Geremia, che la desolazione di Gerusalemme sarebbe durata settant'anni, che stavano per finire. Le promesse di Dio servono a incoraggiare le nostre preghiere, non a renderle inutili; e quando vediamo che l'adempimento di esse si avvicina, dovremmo implorarle più seriamente presso Dio.

4 Versetti 4-19

In ogni preghiera dobbiamo confessare non solo i peccati di cui ci siamo resi colpevoli, ma anche la nostra fede in Dio e la nostra dipendenza da Lui, il nostro dolore per il peccato e i nostri propositi contro di esso. Deve essere la nostra confessione, il linguaggio delle nostre convinzioni. Ecco il discorso umile, serio e devoto di Daniele a Dio, in cui gli dà gloria come Dio da temere e come Dio di cui fidarsi. Nella preghiera dovremmo guardare sia alla grandezza di Dio che alla sua bontà, alla sua maestà e alla sua misericordia. Qui c'è una confessione penitente del peccato, causa dei problemi che il popolo ha sofferto per tanti anni. Tutti coloro che vogliono trovare misericordia devono confessare i loro peccati. Qui c'è il riconoscimento della giustizia di Dio da parte di se stessi; ed è sempre così che i veri penitenti giustificano Dio. Le afflizioni sono mandate per far sì che gli uomini si allontanino dai loro peccati e comprendano la verità di Dio. Ecco un appello credente alla misericordia di Dio. È una consolazione che Dio sia sempre stato pronto a perdonare il peccato. È incoraggiante ricordare che le misericordie appartengono a Dio, così come è convincente e umiliante ricordare che la giustizia gli appartiene. In Dio ci sono abbondanti misericordie, non solo perdono, ma anche perdono. Qui si fa riferimento alla riprovazione del popolo di Dio e alle rovine del santuario di Dio. Il peccato è un rimprovero per qualsiasi popolo, specialmente per il popolo di Dio. La desolazione del santuario è un dolore per tutti i santi. Qui c'è una richiesta accorata a Dio di restituire ai poveri ebrei prigionieri i loro antichi piaceri. O Signore, ascolta e fai. Non solo ascolta e parla, ma ascolta e fai; fai per noi quello che nessun altro può fare; e non rimandare. Qui ci sono diversi appelli e argomenti per rafforzare le petizioni. Fatelo per il Signore Cristo; Cristo è il Signore di tutti. Per lui Dio fa risplendere il suo volto sui peccatori quando si pentono e si rivolgono a lui. In tutte le nostre preghiere questo deve essere il nostro appello, dobbiamo menzionare la sua giustizia, anche la sua unica. L'umile, fervente, credente serietà di questa preghiera dovrebbe essere sempre seguita da noi.

20 Versetti 20-27

Alla preghiera di Daniele fu inviata immediatamente una risposta, molto memorabile. Oggi non possiamo aspettarci che Dio mandi le risposte alle nostre preghiere per mezzo degli angeli, ma se preghiamo con fervore per ciò che Dio ha promesso, possiamo prendere per fede la promessa come una risposta immediata alla preghiera; perché Egli è fedele che ha promesso. A Daniele fu scoperta una redenzione molto più grande e gloriosa, che Dio avrebbe operato per la sua Chiesa negli ultimi giorni. Chi vuole conoscere Cristo e la sua grazia deve pregare molto. L'offerta della sera era un tipo del grande sacrificio che Cristo avrebbe offerto alla sera del mondo: in virtù di quel sacrificio la preghiera di Daniele fu accettata e per questo gli fu fatta questa gloriosa scoperta dell'amore redentore. Nei versetti Dan 9:24-27 abbiamo una delle più notevoli profezie su Cristo, sulla sua venuta e sulla sua salvezza. Essa mostra che i Giudei sono colpevoli della più ostinata incredulità, nell'aspettarsi un altro Messia, così a lungo dopo il tempo espressamente fissato per la sua venuta. Le settanta settimane significano un giorno per un anno, o 490 anni. Verso la fine di questo periodo sarebbe stato offerto un sacrificio che avrebbe fatto piena espiazione per il peccato e avrebbe portato la giustizia eterna per la completa giustificazione di ogni credente. Allora i Giudei, con la crocifissione di Gesù, avrebbero commesso quel crimine con cui la misura della loro colpa sarebbe stata colmata e i guai si sarebbero abbattuti sulla loro nazione. Tutte le benedizioni concesse all'uomo peccatore provengono dal sacrificio espiatorio di Cristo, che ha sofferto una volta per i peccati, il giusto per l'ingiusto, per portarci a Dio. Ecco la nostra via d'accesso al trono della grazia e il nostro ingresso in cielo. Questo suggella la somma delle profezie e conferma l'alleanza con molti; e mentre ci rallegriamo delle benedizioni della salvezza, dovremmo ricordare quanto sono costate al Redentore. Come possono sfuggire coloro che trascurano una così grande salvezza!

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Daniele 9

1 Analisi del capitolo

Questo capitolo è propriamente diviso in tre parti, ovvero comprende tre cose:

I. L'indagine di Daniele sul tempo in cui sarebbero continuate le desolazioni di Gerusalemme e la sua determinazione a cercare il Signore, a pregare affinché il suo proposito riguardo alla restaurazione della città e del tempio potesse essere rapidamente realizzato, Daniele 9:1. Daniele dice Daniele 9:1 , che questo avvenne nel primo anno di Dario del seme dei Medi.

Era impegnato nello studio dei libri di Geremia. Imparò da questi libri che dovevano trascorrere settant'anni durante i quali il tempio, la città e la terra dovevano essere desolati. Con un calcolo sul momento in cui questo è iniziato, è stato in grado di accertare il periodo in cui si sarebbe chiuso, e ha scoperto che quel periodo era vicino e che, secondo la previsione, ci si poteva aspettare che il tempo della restaurazione era a portata di mano.

La sua mente era, ovviamente, colma della più profonda sollecitudine. Non sembrerebbe improbabile che non percepisse alcuna preparazione per questo, o alcuna tendenza ad esso, e non poteva essere che fosse pieno di ansia al riguardo.

Non sembra aver nutrito alcun dubbio sul fatto che le predizioni si sarebbero avverate, e il fatto che fossero così chiare e così positive era una forte ragione per cui avrebbe dovuto pregare, ed era la ragione per cui pregava così ardentemente in quel momento. La preghiera che ha offerto è un'illustrazione della verità che gli uomini pregheranno con più fervore quando hanno motivo di supporre che Dio intenda impartire una benedizione, e che la certezza che un evento sta per accadere è uno dei più forti incoraggiamenti e incitamenti a preghiera.

Quindi gli uomini pregheranno con più fede quando vedranno che Dio sta benedicendo i mezzi per ristabilire la salute, o quando vedranno indicazioni di un raccolto abbondante; così pregheranno con più fervore che Dio benedica la sua Parola quando vedranno prove di un risveglio della religione, o che è giunto il tempo in cui Dio sta per mostrare la sua potenza nella conversione dei peccatori; e così indubbiamente pregheranno con tanto più fervore man mano che si moltiplicheranno le prove che Dio sta per adempiere tutte le sue antiche predizioni nella conversione del mondo intero a se stesso.

La convinzione che Dio intenda fare una cosa non è mai un ostacolo alla vera preghiera; la convinzione che sta per farlo fa più di ogni altra cosa per suscitare nell'anima di invocare con serietà il suo nome.

II. La preghiera di Daniele, Daniele 9:4. Questa preghiera è notevole per la sua semplicità, il suo fervore, la sua appropriatezza, la sua serietà. È una confessione franca che il popolo ebreo, nel cui nome è stato offerto, aveva meritato tutte le calamità che erano avvenute su di loro, accompagnata da una sincera intercessione che Dio avrebbe ora ascoltato questa preghiera, e rimosso i giudizi dal popolo e compiuto il suo proposito di misericordia verso la città e il tempio.

La lunga prigionia di quasi settant'anni; l'assoluta desolazione della città e del tempio durante quel tempo; le innumerevoli privazioni e mali a cui durante quel periodo erano stati esposti, avevano dimostrato la grandezza dei peccati per i quali queste calamità erano avvenute sulla nazione, e ora Daniele, in nome, e esprimendo i sentimenti, del popolo prigioniero, confessarono la loro colpa e la giustizia dei rapporti divini con loro.

Non c'è mai stato un caso in cui la punizione abbia avuto più il suo effetto progettato e appropriato che nel suscitare i sentimenti che sono pronunciati in questa preghiera: e la preghiera, quindi, è solo l'espressione di ciò che "dovremmo" sentire quando il la mano del Signore è stata lunga e severa su di noi a causa dei nostri peccati. Il peso della preghiera è la confessione; l'obiettivo che cerca colui che lo offre è che Dio faccia cessare la severità dei suoi giudizi e la città e il tempio siano restaurati. I punti particolari della preghiera saranno più opportunamente chiariti nell'esposizione di questa parte del capitolo.

III. La risposta alla preghiera, Daniele 9:20. La principale difficoltà nell'esposizione del capitolo è in questa parte; e invero forse non c'è parte delle profezie dell'Antico Testamento che sia, per certi versi, più difficile da esporre, come non ce n'è, per certi aspetti, più chiara e più importante.

È notevole, tra le altre cose, come non essere una risposta diretta alla preghiera, e come non avere alcuna attinenza con l'oggetto della richiesta - che la città di Gerusalemme potesse essere ricostruita e il tempio restaurato; ma dirige la mente in avanti verso un altro e più importante evento: la venuta del Messia, e la chiusura finale del sacrificio e dell'oblazione, e una distruzione più completa e duratura del tempio e della città, dopo che avrebbero dovuto essere ricostruiti, di quanto non fosse ancora avvenuto.

Per dare questa informazione, un angelo - lo stesso che Daniele aveva visto prima - fu mandato dal cielo, si avvicinò a lui e lo toccò, e disse che era stato incaricato di impartirgli abilità e intelligenza, Daniele 9:20. “La rapidità della sua venuta indica un messaggero gioioso. La sostanza di quel messaggio è la seguente: Come compenso per i settant'anni in cui il popolo, la città e il tempio erano stati interamente prostrati, sarebbero state loro assicurate settanta settimane di anni, sette volte settanta anni di rinnovata esistenza. dal Signore; e la fine di questo periodo, lungi dal portare a termine le misericordie di Dio, le concederebbe per la prima volta alla teocrazia nella loro misura completa e piena”. - Hengstenberg, "Cristologia", it. 293. I “punti” di informazione che l'angelo dà circa la condizione futura della città sono questi:

(a) Che l'intero periodo determinato rispetto alla città santa, per porre fine alla trasgressione, e per porre fine ai peccati, e per fare la riconciliazione per il popolo, e per introdurre la giustizia eterna, e per sigillare la visione e la profezia , e per ungere il Santissimo, erano settanta settimane - evidentemente settanta settimane profetiche, cioè considerando ogni giorno come un anno, quattrocentonovanta anni, Daniele 9:24.

Il tempo in cui questo periodo sarebbe "cominciato" - il " terminus a quo " - non è infatti chiaramente specificato, ma la giusta interpretazione è, da quel momento in cui la visione apparve a Daniele, il primo anno di Dario, Daniele 9:1. Il significato letterale della frase "settanta settimane", secondo il prof. Stuart ("Suggerimenti sull'interpretazione della profezia", ​​p.

82), è settantasette, cioè settantasette di anni, o quattrocentonovanta anni. “Daniele”, dice, “aveva meditato sul compimento dei settant'anni di esilio per i Giudei, che Geremia aveva predetto. Al termine della fervida supplica per il popolo che egli rivolge, in connessione con la sua meditazione, appare Gabriele e gli annuncia che '"settantasette" sono nominati per il suo popolo", in quanto rispetta il tempo poi futuro, in cui devono verificarsi eventi molto gravi e molto importanti.

Daniele aveva meditato sulla fine dei settant'anni dell'esilio ebraico, e ora l'angelo gli rivela un nuovo periodo di settanta volte sette, in cui devono aver luogo eventi ancora più importanti”.

(b) Questo periodo di settantasette, o quattrocentonovanta anni, è diviso dall'angelo in porzioni più piccole, ciascuna delle quali determina un evento importante nel futuro. Dice, quindi Daniele 9:25 , che dall'emissione del comando di ricostruire il tempio, fino al momento in cui dovrebbe apparire il Messia, l'intero periodo potrebbe essere diviso in due parti - una di "sette sette", o quaranta -nove anni, e l'altro di “settanta e due sette” - sessantadue sette, ovvero quattrocentotrentaquattro anni, per un totale di quattrocentottantatrè anni.

Questa affermazione è accompagnata dall'assicurazione che "la strada sarebbe stata ricostruita di nuovo, e il muro, anche in tempi difficili". Di questi periodi di sette settimane, sessantadue e una settimana, la fine del primo si distingue per il completamento della ricostruzione della città; quella del secondo con l'apparizione dell'Unto, o il Messia, il Principe; quello del terzo dalla conferma compiuta dell'alleanza con i molti per i quali sono destinate le benedizioni salvifiche designate in Daniele 9:24 , come appartenenti alla fine di tutto il periodo.

L'ultimo periodo di una settimana è nuovamente diviso in due metà. Mentre la conferma dell'alleanza si estende attraverso di essa, dall'inizio alla fine, la cessazione del sacrificio e dell'offerta di carne, e la morte dell'Unto, da cui questo dipende, avvengono nel mezzo di essa.

(c) Il Messia sarebbe apparso dopo le sette settimane - arrivando al tempo di completare la ricostruzione della città - e le sessantadue settimane successive (cioè sessantanove settimane in tutto) sarebbero state terminate. Per tutta la metà dell'altra settimana, dopo la sua apparizione, avrebbe lavorato per confermare l'alleanza con molti, e poi morire di morte violenta, per cui i sacrifici sarebbero cessati, mentre la conferma dell'alleanza sarebbe continuata anche dopo la sua morte .

(d) Un popolo di un principe straniero sarebbe venuto e avrebbe distrutto la città e il santuario. La fine di tutto sarebbe un "diluvio" - una calamità traboccante, fino a quando non si sarebbe determinata la fine delle desolazioni, Daniele 9:26. Questa spaventosa desolazione è tutto ciò che il profeta vede alla fine, tranne che c'è un oscuro indizio che ci sarebbe stata una conclusione.

Ma il disegno della visione evidentemente non è arrivato fino a questo punto. Doveva mostrare la serie di eventi dopo la ricostruzione della città e del tempio fino al momento in cui sarebbe venuto il Messia; quando sarebbe stata fatta la grande espiazione per il peccato, e quando le oblazioni ei sacrifici del tempio sarebbero finalmente cessati; cessare di fatto e naturalmente, perché l'unico grande sacrificio, superandoli tutti, sarebbe stato offerto e perché il popolo di un principe straniero sarebbe venuto a spazzare via il tempio e l'altare.

Il disegno di tutta l'annunciazione è, evidentemente, di produrre consolazione nella mente del profeta. Era impegnato in una profonda meditazione sullo stato presente e sulle desolazioni di lunga durata della città e del tempio. Dedicò la sua mente allo studio delle profezie per sapere se queste desolazioni non sarebbero finite presto. Accertò al di là di ogni dubbio che il periodo si avvicinava. Si dedicò alla fervida preghiera affinché la desolazione non continuasse più; che Dio, provocato dai peccati della nazione, non avrebbe più eseguito i suoi paurosi giudizi, ma si sarebbe graziosamente interposto e avrebbe restaurato la città e il tempio.

Confessava ingenuamente e umilmente i peccati del suo popolo; riconobbe che i giudizi di Dio erano giusti ma perorati ardentemente, in vista delle sue precedenti misericordie verso lo stesso popolo, che ora avrebbe avuto compassione e avrebbe adempiuto alle sue promesse che la città e il tempio sarebbero stati restaurati.

Una risposta non è data “direttamente”, e nella forma esatta in cui si sarebbe potuta sperare; ma viene data una risposta, in cui è "implicito" che queste benedizioni così ardentemente ricercate sarebbero state elargite, e in cui è "promesso" che ci sarebbero state benedizioni molto più grandi. È "assunto" nella risposta Daniele 9:25 che la città sarebbe stata ricostruita, e quindi la mente è diretta alla certezza che sarebbe sopravvissuta sette volte settanta anni - sette volte di quanto fosse ora desolata, e che “poi” si sarebbe realizzato ciò che era stato l'oggetto del desiderio del popolo di Dio; ciò per cui la città e il tempio erano stati costruiti si sarebbe adempiuto: sarebbe venuto il Messia, sarebbe stato compiuto il grande sacrificio per il peccato e tutte le disposizioni tipiche del tempio avrebbero avuto fine.

Così, in effetti, sebbene non nella forma, la comunicazione dell'angelo era una risposta alla preghiera, e ciò accadde a Daniele che spesso viene in mente a coloro che pregano: che la preghiera diretta che viene offerta riceve una risposta graziosa, e questo; accompagna la risposta innumerevoli altre misericordie che si trascinano nel treno; o, in altre parole, che Dio ci dà molte più benedizioni di quelle che gli chiediamo.

Nel primo anno di Dario - Vedi le note a Daniele 5:31 , e Introduzione a Daniele 6 Sezione II. Il re qui indicato sotto questo nome era Ciassare II, che viveva tra Astiage e Ciro, e nel quale era il titolo di re.

Fu l'immediato successore di Baldassarre, e fu il predecessore di Ciro, e fu il primo dei principi stranieri che regnarono su Babilonia. Sulle ragioni per cui è chiamato in Daniele Dario, e non Ciassare, si veda l'Introduzione a Daniele 6 , Sezione II. Naturalmente, poiché precedette Ciro, che diede l'ordine di ricostruire il tempio Esdra 1:1 , ciò avvenne prima della fine dei settant'anni della prigionia.

Il figlio di Assuero - O il figlio di Astiage. Vedi Introduzione a Daniele 6 Sezione II. Non era insolito che i re d'Oriente avessero diversi nomi, e uno scrittore poteva riferirsi a loro con un nome e un altro con un altro.

Del seme dei Medi - Della razza dei Medi. Vedi come sopra.

Che fu fatto re sul regno dei Caldei - Per conquista. Riuscì Baldassarre, e fu l'immediato predecessore di Ciro. Ciassare II salì al trono della Media, secondo la cronologia comune, 561 aC Babilonia fu presa da Ciro, agendo sotto l'autorità di Ciassare, 538 aC, e, naturalmente, il regno di Ciassare, o Dario, su Babilonia iniziò in quel momento. punto, e quello sarebbe stato considerato come il "primo anno" del suo regno.

Morì nel 536 aC e gli successe Ciro; e poiché l'ordine di ricostruire il tempio era nel primo anno di Ciro, il tempo a cui si fa riferimento in questo capitolo, quando Daniele si rappresenta mentre meditava sulla fine della prigionia e offriva questa preghiera, non può aver preceduto a lungo quell'ordine. Aveva accertato che il periodo della prigionia era vicino alla fine, e naturalmente ha chiesto in che modo doveva essere effettuata la restituzione degli ebrei alla loro terra e con quali mezzi il tempio doveva essere ricostruito.

2 I Daniele compreso dai libri - Dai libri sacri, e specialmente dagli scritti di Geremia. È stato fatto un motivo di obiezione alla genuinità di Daniele che menziona “libri” in questo luogo ( ספרים s e phârı̂ym ) come se esistesse a quel tempo una raccolta di libri sacri, o come se fossero stati iscritti insieme in un volume.

L'obiezione è che lo scrittore parla come se il canone delle Scritture fosse completato, o che usi un linguaggio come facevano gli Ebrei quando il canone delle Scritture era terminato, e così tradiva se stesso. Vedi Bertholdt, “Commento” p. 78. Confronta DeWette, "Einl". Sezione 13. Questa obiezione è stata esaminata da Hengstenberg, "Beitrag". pp. 32-35. È sufficiente replicare che è molto probabile che gli ebrei di Babilonia fossero in possesso dei libri sacri della loro nazione e che, sebbene il canone delle Scritture non fosse ancora completato, esisterebbero collezioni private di quegli scritti.

La parola usata qui da Daniele è proprio quella che impiegherebbe supponendo che si riferisse a una raccolta privata degli scritti dei profeti. Confronta Lengerke, in loc. Si veda l'Introduzione, dove viene esaminata l'obiezione.

Il numero degli anni, durante i quali la parola del Signore fu rivolta a Geremia - Il numero degli anni rispetto ai quali la parola del Signore fu rivolta a Geremia; cioè, che aveva rivelato a Geremia. I “libri” a cui si fa riferimento, quindi, erano evidentemente una raccolta degli scritti di Geremia, o una raccolta che comprendeva i suoi scritti.

Che avrebbe compiuto settant'anni nelle desolazioni di Gerusalemme - Che Gerusalemme sarebbe rimasta così a lungo desolata. Questo fu espressamente dichiarato da Geremia Geremia 25:11 : “E tutto questo paese sarà una desolazione e uno stupore; e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settant'anni.

E avverrà che, quando saranno compiuti settant'anni, io punirò il re di Babilonia e quella nazione, dice il Signore, per la loro iniquità, ecc. Così anche Geremia 29:10 : "Poiché così dice il Signore , Che dopo settant'anni saranno compiuti a Babilonia, io ti visiterò e adempirò la mia buona parola verso di te, facendoti tornare in questo luogo.

Il tempo della desolazione e della prigionia, quindi, era fisso e positivo, e l'unica difficoltà nel determinare quando si sarebbe "chiusa", era nell'accertare l'anno esatto in cui "cominciava". C'erano diversi eventi che potevano, forse, essere considerati come l'inizio delle desolazioni e della prigionia - il " terminus a quo " - e, a seconda che uno o l'altro di essi fosse fissato, la fine sarebbe stata considerata come più vicina o più a distanza.

Daniel, a quanto pare, studiando attentamente, aveva soddisfatto la sua mente su quell'argomento, ed era stato in grado di fissare un periodo che era senza dubbio l'inizio corretto, e quindi, calcolare il momento in cui si sarebbe chiuso. Il risultato ha mostrato che il suo calcolo era corretto, perché, al momento previsto, l'ordine è stato dato da Ciro per ricostruire la città e il tempio. Quando istituì questa indagine e si impegnò in questo solenne atto di preghiera, sarebbe stato impossibile congetturare in che modo ciò potesse essere realizzato.

Il monarca regnante era Ciassare II, o, come viene chiamato qui, Dario, e non c'era nulla nel "suo" carattere, o in tutto ciò che aveva fatto, che potesse essere una base di calcolo per favorire il ritorno di gli ebrei e la ricostruzione della città, e non c'era quindi alcuna probabilità che Ciro sarebbe salito così presto al trono, e nulla nel suo carattere, come noto, che potesse essere un motivo di speranza che si interponesse volontariamente e realizzasse il Propositi e promesse divine riguardo alla città santa.

Furono probabilmente circostanze come queste che produssero l'ansia nella mente di Daniele, e che lo portarono a offrire questa fervente preghiera; e le sue ferventi suppliche dovrebbero portarci a confidare in Dio che realizzerà i suoi scopi, e dovrebbero indurci a pregare con fervore e con fede quando non vediamo in alcun modo in cui lo farà. In tutti i casi può facilmente escogitare un modo in risposta alla preghiera, come potrebbe rimuovere Ciassare dal trono e inclinare il cuore di Ciro a intraprendere la ricostruzione di Gerusalemme e del tempio.

3 E ho rivolto la mia faccia al Signore Dio - Probabilmente il significato è che ha rivolto la sua faccia verso Gerusalemme, il luogo dove Dio aveva abitato; il luogo della sua santa dimora sulla terra. Vedi le note a Daniele 6:10. Il linguaggio, tuttavia, non sarebbe inopportuno per denotare la preghiera senza tale supposizione. Ci rivolgiamo a colui a cui ci rivolgiamo, e così la preghiera può essere descritta come “rivolgendo il volto verso Dio.

L'idea essenziale qui è che si sia impegnato in una preghiera fissa e formale; si dedicò a una devozione sincera. Evidentemente ha riservato un tempo per questo, poiché si è preparato digiunando e vestendosi di sacco e cenere.

Cercare con la preghiera e le suppliche - Cercare il suo favore; pregare che avrebbe realizzato i suoi scopi. Le parole "preghiera e suppliche", che spesso si trovano unite, sembrerebbero denotare la preghiera "seria", o preghiera quando veniva implorata misericordia - la nozione di "misericordia" o "favore" implorata entrando nel significato della parola ebraica resa "suppliche".

Con digiuno - In vista delle desolazioni della città e del tempio; le calamità che erano avvenute sul popolo; i loro peccati, ecc.; e anche perché la mente fosse preparata alla preghiera sincera e fervente. L'occasione era di grande importanza, ed era giusto che la mente vi si preparasse con il digiuno. Lo scopo di Daniele era umiliarsi davanti a Dio e ricordare i peccati della nazione per i quali ora soffrivano, e il digiuno era un mezzo appropriato per farlo.

E tela di sacco - La tela di sacco era un tipo di stoffa ruvida, solitamente fatta di capelli, e impiegata allo scopo di fare sacchi, borse, ecc. Poiché era scura, ruvida e ruvida, era considerata un vero e proprio distintivo di lutto e umiliazione, ed era indossato come tale di solito passandolo o cingendolo intorno ai lombi. Vedere le note in Isaia 3:24; Giobbe 16:15.

E cenere - Era consuetudine gettare cenere sulla testa in un momento di grande dolore e dolore. I principi su cui questo è stato fatto sembrano essere stati,

(a) che l'aspetto esteriore corrisponda allo stato della mente e del cuore, e

(b) che tali circostanze esterne tenderebbero a produrre uno stato di cuore ad esse corrispondente - o produrrebbero vera umiliazione e pentimento per il peccato.

Confronta le note di Giobbe 2:8. La verità pratica insegnata in questo versetto, in connessione con il precedente, è che il fatto che una cosa sia certamente predetta, e che Dio intenda realizzarla, è un incoraggiamento alla preghiera e condurrà alla preghiera. Non potremmo avere incoraggiamento a pregare se non negli scopi e nelle promesse di Dio, poiché noi stessi non abbiamo il potere di compiere le cose per le quali preghiamo, e tutto deve dipendere dalla sua volontà. Quando quella volontà è nota, è proprio ciò che ci incoraggia nei nostri approcci a lui, ed è tutta la sicurezza di cui abbiamo bisogno per indurci a pregare.

4 E ho pregato il Signore mio Dio - Evidentemente una preghiera fissa e formale. Sembrerebbe probabile che; offrì questa preghiera e poi ne registrò la sostanza. Non abbiamo motivo di supporre di averla tutta, ma abbiamo senza dubbio i suoi temi principali.

E ho fatto la mia confessione - Non come individuo, o non solo dei suoi peccati, ma una confessione a nome del popolo e in suo nome. Non c'è motivo di supporre che ciò che dice qui "non" esprimesse i loro sentimenti. Erano stati a lungo in cattività, lontani dalla loro città e tempio desolati. Non potevano non essere consapevoli che queste calamità erano avvenute su di loro a causa dei loro peccati; e non potevano non sentire che le calamità non potevano essere rimosse se non con la confessione dei loro peccati e riconoscendo la giustizia dei rapporti divini verso di loro.

Quando siamo stati afflitti - quando siamo chiamati a passare attraverso dure prove - e quando, spinti dalla prova, andiamo da Dio e preghiamo che il male sia rimosso, la prima cosa che si richiede è che confessiamo i nostri peccati, e riconoscere la giustizia di Dio nei giudizi che sono venuti su di noi. Se tentiamo di rivendicare e giustificare noi stessi, non possiamo avere alcuna speranza che il giudizio venga evitato. Daniele, quindi, a nome del popolo, iniziò la sua preghiera con l'umile e penitente riconoscimento che tutto ciò che avevano sofferto era meritato.

O Signore, il Dio grande e terribile - Un Dio grande, da temere o da venerare - הנורא hanôrâ'. Questo non significa "terribile" nel senso che c'è qualcosa di severo o di sgradevole nel suo carattere, ma soprattutto che è da considerare con venerazione.

Osservare l'alleanza e la misericordia - Osservare la sua alleanza e mostrare misericordia. Questo è spesso attribuito a Dio, che è fedele alla sua alleanza; cioè, che è fedele alle sue promesse al suo popolo, oa coloro che mantengono una certa relazione con lui, e che sono fedeli ai "loro" voti di alleanza. Se c'è alienazione ed estraniamento, e mancanza di fedeltà da entrambe le parti, non comincia con lui.

Egli è fedele a tutte le sue promesse, e la sua fedeltà può sempre essere assunta come base di calcolo in tutti i nostri rapporti con lui. Vedi la parola “patto” in “Concordanza” di Cruden. La parola misericordia sembra essere aggiunta qui per indicare che la misericordia entra nei suoi rapporti con noi anche nell'osservanza dell'alleanza. Noi stessi siamo così peccatori e così infedeli, che se “lui” è fedele alla sua alleanza, lo deve essere mostrandoci misericordia.

A coloro che lo amano... - Le condizioni del patto non si estendono oltre, poiché, in un patto di qualsiasi genere, si è tenuti ad essere fedeli solo finché i termini sono mantenuti dall'altra parte. Quindi Dio si impegna a mostrare favore solo mentre siamo obbedienti, e noi possiamo perorare la sua alleanza solo quando siamo obbedienti, quando confessiamo i nostri peccati e invochiamo le sue promesse in questo senso - che ci ha assicurato che ci ripristinerà e ci accoglierà se siamo penitenti.

Era questo che Daniel supplicava in questa occasione. Non poteva supplicare che il suo popolo fosse stato obbediente, e quindi aveva qualsiasi pretesa al favore divino; ma poteva affidare se stesso e loro alla misericordia di un Dio che osservava l'alleanza, che si sarebbe ricordato della sua alleanza con loro se si fossero pentiti, e che avrebbe graziato perdono.

5 Abbiamo peccato - Sebbene Daniele fosse solo, parlò a nome del popolo in generale - raccontando senza dubbio la lunga serie di crimini nella nazione che avevano preceduto la cattività, e che furono la causa della rovina della città e del tempio.

E hanno commesso iniquità... - Queste varie forme di espressione sono progettate per dare “intensità” a ciò che dice. Equivale a dire che avevano peccato in ogni modo possibile. La mente, in uno stato di vero pentimento, si sofferma sui suoi peccati, e racconta le varie forme in cui è stata fatta l'iniquità, e moltiplica le espressioni di rammarico e di dolore a causa della trasgressione.

Dai tuoi precetti - I tuoi comandi; le tue leggi.

I tuoi giudizi - le tue leggi - la parola "giudizio" nella Scrittura che denota ciò che Dio giudica giusto che noi facciamo, così come ciò che è giusto che lui infligga.

6 Né abbiamo dato ascolto ai tuoi servi, i profeti, che ci hanno invitato a convertirci dai nostri peccati; che ha fatto conoscere la volontà di Dio e che ha annunciato che questi giudizi sarebbero venuti su di noi se non ci fossimo pentiti.

Che parlò in tuo nome ai nostri re... - A tutte le classi del popolo, invitando re e governanti a voltare le spalle alla loro idolatria, e al popolo ad abbandonare i propri peccati e a cercare il Signore. Era una caratteristica dei profeti che non risparmiavano le classi della nazione, ma pronunciavano fedelmente tutta la parola di Dio. I loro ammonimenti non erano stati ascoltati, e il popolo sbalordito vide chiaramente che queste calamità erano avvenute su di loro perché "non" avevano ascoltato la loro voce.

7 O Signore, la giustizia ti appartiene - Margine, "o, tu hai". L'ebraico è: "a te è la giustizia, a noi la vergogna, ecc." Lo stato d'animo in colui che fa la preghiera è quello di attribuire giustizia o giustizia a Dio. Daniel sente e ammette che Dio ha avuto ragione nei suoi rapporti. Non è disposto a biasimarlo, ma a prendere tutta la vergogna e la colpa sul popolo. Non ci sono mormorii o lamentele da parte sua come se Dio avesse fatto qualcosa di sbagliato in qualche modo, ma c'è la massima fiducia in lui, e tra l'altro nel suo governo.

Questo è il vero sentimento con cui presentarci davanti a Dio quando siamo afflitti e quando imploriamo la sua misericordia e il suo favore. Dio dovrebbe essere considerato giusto in tutto ciò che ha fatto e santo in tutti i suoi giudizi e pretese, e ci dovrebbe essere la volontà di chiamarlo santo, giusto e vero, e di prendere di fronte a noi stessi la vergogna e la confusione . Confronta Salmi 51:4.

Ma per noi confusione di volti - ebraico, "vergogna dei volti"; cioè, quel tipo di vergogna che abbiamo quando ci sentiamo colpevoli, e che comunemente si manifesta nel volto.

Come in questo giorno - Come siamo effettivamente in questo momento. Cioè, sentiva che in quel momento erano un popolo calpestato, umiliato, condannato. Il loro paese era in rovina; erano prigionieri in una terra lontana e tutto ciò di cui si erano vantati fu devastato. Tutti questi giudizi e cose umilianti, dice, li avevano meritati, perché avevano gravemente peccato contro Dio.

Agli uomini di Giuda - Non solo alla tribù di Giuda, ma al regno di quel nome. Dopo la rivolta delle dieci tribù - che divenne nota come il regno di Efraim, perché Efraim era la tribù più numerosa, o come il regno d'Israele - l'altra parte del popolo, le tribù di Giuda e di Beniamino furono conosciute come il regno di Giuda, poiché Giuda era di gran lunga la tribù più numerosa dei due.

Di questo regno si parla qui, perché Daniele vi apparteneva, e perché le dieci tribù erano state rapite molto tempo prima e disperse nei paesi dell'Oriente. Le dieci tribù erano state portate in Assiria. Gerusalemme è sempre rimasta la capitale del regno di Giuda, ed è a questa porzione del popolo ebraico che si rivolge più particolarmente la preghiera di Daniele.

E agli abitanti di Gerusalemme - In particolare a loro, poiché le più gravi calamità erano avvenute su di loro, e poiché erano stati preminenti nei peccati per i quali questi giudizi erano ricaduti sul popolo.

E a tutto Israele - Tutto il popolo che è discendente di Israele o di Giacobbe, ovunque si trovi, comprendendo non solo quelli del regno di Giuda propriamente detto, ma tutti quelli che appartengono alla nazione. Erano tutti dello stesso sangue. Avevano avuto un paese comune. Si erano tutti ribellati, e una serie di pesanti giudizi si era abbattuta sulla nazione in quanto tale, e tutti avevano avuto occasione di vergognarsi e confondersi il viso.

Che sono vicini e che sono lontani - Sia in Babilonia, in Assiria, o in paesi più remoti. Le dieci tribù erano state portate via circa duecento anni prima che questa preghiera fosse offerta da Daniele, e furono disperse in terre molto lontane.

Per tutti i paesi dove li hai scacciati... - In Babilonia, in Assiria, in Egitto, o in altri paesi. Erano sparsi ovunque, e ovunque si trovavano avevano un motivo comune di umiliazione e vergogna.

8 O Signore, a noi appartiene la confusione... - A tutti noi; a tutto il popolo, alto e basso, ricco e povero, i governanti e i governati. Tutti erano stati partecipi della colpa; tutti furono coinvolti nelle calamità conseguenti alla colpa. Poiché tutti avevano peccato, i giudizi erano venuti su tutti, ed era giusto che la confessione fosse fatta a nome di tutti.

9 Al Signore nostro Dio appartengono le misericordie e il perdono - Non solo gli appartiene la giustizia nel senso che ha fatto bene, e che non può essere biasimato per ciò che ha fatto, ma la misericordia e il perdono gli appartengono nel senso che egli solo può perdonare, e che questi sono attributi della sua natura.

Sebbene ci siamo ribellati contro di lui - La parola usata qui e resa "però" ( כי kı̂y ) può significare sia "sebbene" sia "per". Cioè, il passaggio può significare che la misericordia appartiene a Dio, e possiamo sperare che lo mostrerà, "sebbene" siamo stati così malvagi e ribelli; oppure può significare che gli appartiene, e solo lui può mostrarlo, “perché” ci siamo ribellati contro di lui; cioè, la nostra unica speranza ora è nella sua misericordia, "perché" abbiamo peccato e abbiamo perso tutte le pretese in suo favore.

L'una o l'altra di queste interpretazioni ha buon senso, ma quest'ultima sembrerebbe più conforme allo sforzo generale di questa parte della preghiera, che è di fare confessione umile e penitente. Quindi la Vulgata latina “quia”. Quindi Teodotion , ὅτι hoti. Così Lutero e Lengerke, "denn". Allo stesso modo, il passaggio in Salmi 25:11 è reso, "Per amore del tuo nome, o Signore, perdona la mia iniquità, perché ( כי kı̂y ) è grande" - anche se questo passaggio ammette l'altra interpretazione, "sebbene è grande."

10 Né abbiamo obbedito alla voce del Signore - I comandamenti di Dio resi noti dai profeti, Daniele 9:6.

11 Sì, tutto Israele ha trasgredito... - Abbracciando non solo la tribù e il regno di Giuda, ma l'intera nazione. La calamità, quindi, era venuta su tutti loro.

Anche allontanandosi - Allontanandosi dai tuoi comandamenti; o per ribellione contro di te.

Affinché non possano obbedire alla tua voce - Rifiutando di obbedire alla tua voce, o ai tuoi comandi.

Perciò la maledizione si riversa su di noi - Come scende la pioggia, o come viene versata l'acqua. La "maledizione" qui si riferisce a ciò che fu così solennemente minacciato da Mosè nel caso in cui la nazione non avesse obbedito a Dio. Vedi Deuteronomio 28:15.

E il giuramento che è scritto nella legge di Mosè... - La parola qui resa “giuramento” ( שׁבועה sh e bû‛âh ) significa, propriamente, un “giuramento” o “un giuramento”; e quindi, o un giuramento di promessa come in un patto, o un giuramento di maledizione o imprecazione, cioè una maledizione. È evidentemente usato in quest'ultimo senso qui. Vedi Gesenius, "Lexicon" Daniele vide chiaramente che i mali che erano stati minacciati da Mosè Deuteronomio 28 erano effettivamente venuti sulla nazione, e vide chiaramente che la causa di tutte queste calamità era quella che Mosè aveva specificato. Egli, quindi, confessò con franchezza e penitenza questi peccati a nome di tutto il popolo e implorò ardentemente la misericordia.

12 E ha confermato le sue parole... - Portando sul popolo tutto ciò che aveva minacciato in caso di loro disobbedienza. Daniele vide che c'era un completo adempimento di tutto ciò che aveva detto sarebbe accaduto su di loro. Poiché tutto questo era stato minacciato, non poteva lamentarsi; e siccome aveva confermato le sue parole riguardo alla minaccia, aveva lo stesso motivo di pensare che lo avrebbe fatto riguardo alle sue promesse.

Quello che qui Daniele dice era vero nel suo tempo, e in riferimento al suo popolo si troverà vero in ogni momento, e in riferimento a tutte le persone. Nulla è più certo che Dio “confermerà” tutte le parole che ha pronunciato, e che nessun peccatore può sperare di fuggire per il fatto che Dio sarà trovato falso alle sue minacce, o che le ha dimenticate, o che è indifferente a loro.

Contro i nostri giudici che ci hanno giudicato - I nostri magistrati o governanti.

Perché sotto tutto il cielo - In tutto il mondo.

Non è stato fatto come è stato fatto su Gerusalemme - Per quanto riguarda il massacro, la prigionia e la completa desolazione. Nessuno può dimostrare che a quel tempo questo non era letteralmente vero. La città era in uno stato di completa desolazione; il suo tempio era in rovina; la sua gente era stata uccisa o portata in cattività.

13 Come è scritto nella legge di Mosè - La parola legge è stata data a tutti gli scritti di Mosè. Vedi le note a Luca 24:44.

Eppure non abbiamo fatto la nostra preghiera davanti al Signore nostro Dio - Margine, "non abbiamo pregato di fronte a". La parola ebraica usata qui ( חלה châlâh ) significa, propriamente, “essere levigato”; poi logorarsi in forza, essere debole; poi essere malato, o ammalato; poi in Piel (la forma qui usata), strofinare o accarezzare il viso di chiunque, lenire o accarezzare, e quindi, supplicare o supplicare.

Vedi Gesenius, "Lexicon" Qui significa che, come popolo, non era riuscito, quando aveva peccato, a invocare il perdono di Dio; confessare i propri peccati; implorare la sua misericordia; per deprecare la sua ira. Sarebbe stato facile deviare i suoi giudizi minacciati se fossero stati pentiti e avessero cercato la sua misericordia, ma non l'avessero fatto. Ciò che qui si dice di loro può e si dirà di tutti i peccatori quando il giudizio divino verrà su di loro.

Affinché possiamo allontanarci dalle nostre iniquità - Affinché possiamo cercare la grazia per volgerci dalle nostre trasgressioni. "E comprendi la tua verità." La verità che Dio aveva rivelato; equivale a dire che potrebbero essere giusti.

14 Perciò il Signore ha vegliato sul male - La parola qui usata e resa vigilata - שׁקד shâqad - significa, propriamente, “risvegliarsi; essere insonne; guardare." Allora significa vegliare su qualsiasi cosa, o essere attenti ad essa. Geremia 1:12; Geremia 31:28; Geremia 44:27.

- Gesenius, “Lexicon” Il significato qui è che il Signore non era stato disattento al progresso delle cose, né incurante della sua minaccia. Non si era mai addormentato, ma aveva osservato attentamente il corso degli eventi ed era stato attento a tutto ciò che avevano fatto ea tutto ciò che aveva minacciato di fare. La "verità" pratica insegnata qui - ed è di grande importanza per i peccatori - è che Dio non è disattento alla loro condotta, per quanto possa sembrare, e che a tempo debito mostrerà di aver mantenuto un sonno insonne occhio su di loro. Vedi le note in Isaia 18:4.

Perché il Signore nostro Dio è giusto in tutte le sue opere... - Questo è il linguaggio del vero penitente; linguaggio che è sempre usato da chi ha sentimenti giusti quando riflette sui rapporti divini con lui. Dio è visto come giusto nella sua legge e nelle sue azioni, e l'unica ragione per cui soffriamo è che abbiamo peccato. Questo sarà sempre vero; e qualunque calamità subiamo, dovrebbe essere un principio fisso con noi "attribuire giustizia al nostro Creatore", Giobbe 36:3.

15 Ed ora, o Signore nostro Dio, che hai fatto uscire il tuo popolo dal paese d'Egitto - Nei giorni passati. Il riferimento a ciò mostra che è appropriato usare "argomenti" davanti a Dio quando lo supplichiamo (confronta le note a Giobbe 23:4 ); cioè suggerire considerazioni o ragioni per cui la preghiera dovrebbe essere esaudita.

Tali ragioni devono, naturalmente, essere tali da venire in mente alle nostre menti come sufficienti per rendere appropriato che Dio conferisca la benedizione, e quando gli vengono presentate, deve essere con sottomissione alla sua visione più elevata dell'argomento. Gli argomenti che è opportuno sollecitare sono quelli derivati ​​dalla divina misericordia e fedeltà; dalle promesse di Dio; dai suoi precedenti rapporti con il suo popolo; dai nostri peccati e miseria; dal grande sacrificio fatto per il peccato; dalla desiderabilità che il suo nome fosse glorificato.

Qui Daniele si riferisce propriamente alla precedente interposizione divina a favore del popolo ebraico, e adduce il fatto che Dio li aveva liberati dall'Egitto come ragione per cui ora dovrebbe interporsi e salvarli. Si può supporre che la forza di questo argomento consista in cose come le seguenti:

(a) nel fatto che c'era tanto motivo di interporsi ora quanto ce n'era allora;

(b) nel fatto che la sua interposizione poi potrebbe essere considerata come una prova che intendeva essere considerato il loro protettore e difenderli come suo popolo;

(c) nel fatto che colui che aveva manifestato un potere così potente in quel momento deve essere in grado di interporli e salvarli ora, ecc.

E ti ho reso famoso - Margin, "ti ha fatto un nome". Così l'ebreo. L'idea è che quel grande evento fosse stato il mezzo per farlo conoscere come un Dio fedele e un Dio capace di liberare. Come era così noto, Daniele pregò che si interponesse di nuovo e che ora mostrasse che era in grado di liberare il suo popolo come in passato.

Come in questo giorno - Cioè, come Dio era allora considerato. Il ricordo della sua interposizione era stato diffuso all'estero, ed era stato trasmesso di epoca in epoca.

Abbiamo peccato... - Questa svolta nel pensiero mostra quanto profondamente l'idea della loro peccaminosità premesse sulla mente di Daniele. Il corso di pensiero naturale e ovvio sarebbe stato che, come Dio si era interposto quando il suo popolo era stato liberato dalla schiavitù egiziana, ora si sarebbe interposto di nuovo; ma invece di ciò, la mente di Daniele è sopraffatta dal pensiero che avevano peccato gravemente contro uno che aveva mostrato di essere un Dio così grande e glorioso, e che li aveva posti sotto tali obblighi di amarlo e servirlo.

16 O Signore, secondo tutta la tua giustizia - La parola giustizia qui sembra riferirsi a tutto ciò che era eccellente e glorioso nel carattere di Dio. L'occhio di Daniele è fisso su ciò che aveva fatto in precedenza; sul suo carattere di giustizia, misericordia e bontà; sulla fedeltà di Dio al suo popolo e, in considerazione di tutto ciò che era eccellente e amabile nel suo carattere, supplicò che si sarebbe intromesso e avrebbe allontanato la sua ira dal suo popolo ora. È il carattere di Dio che è il fondamento della sua supplica - e cos'altro c'è che può darci incoraggiamento quando ci troviamo davanti a lui in preghiera.

Lascia che la tua ira e il tuo furore si allontanino... - L'ira che era scesa sulla città, e che sembrava posarsi su di essa. Gerusalemme era in rovina e sembrava ancora giacere sotto l'ira di Dio. La parola resa furia è quella comune per denotare ira o indignazione. Non implica altro che rabbia o indignazione e si riferisce qui al dispiacere divino contro i loro peccati, manifestato nella distruzione della loro città.

La tua montagna santa - Gerusalemme è stata costruita sulle colline e la città in generale potrebbe essere designata con questa frase. O, più probabilmente, si allude o al monte Sion, o al monte Moriah.

Perché per i nostri peccati... - Non c'è, da parte di Daniele, alcuna disposizione a incolpare Dio per ciò che ha fatto. Non c'è mormorio o lamento, come se fosse stato ingiusto o severo nei suoi rapporti con il suo popolo. Gerusalemme era davvero in rovina e il popolo era prigioniero in una terra lontana, ma sentiva e ammetteva che Dio era giusto in tutto ciò che aveva fatto. Era troppo manifesto per negare che tutte queste calamità fossero avvenute su di loro a causa dei loro peccati, e questo Daniele, a nome del popolo, lo riconobbe umilmente e pentitamente.

Un rimprovero a tutto ciò che è intorno a noi - Tutte le nazioni circostanti. Ci rimproverano dei nostri peccati e dei giudizi che sono venuti su di noi, come se fossimo particolarmente malvagi e fossimo abbandonati dal cielo.

17 Ora dunque, o nostro Dio, ascolta la preghiera del tuo servo: A favore del popolo. Pregò per il suo popolo e il suo paese e pregò ardentemente il Signore di essere misericordioso. Il suo argomento si basa sulla confessione del peccato; sul carattere di Dio; sullo stato della città e del tempio; sulle precedenti interposizioni divine a favore del popolo; e con tutte queste considerazioni supplica Dio di avere misericordia del suo popolo e della sua terra.

E fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario - Sul tempio. Cioè, che lo guarderebbe con benevolenza e favore. Il linguaggio è comune nelle Scritture, quando favore e gentilezza sono denotati innalzando la luce del volto, e con frasi simili. L'allusione è in origine, forse, al sole, che, quando risplende, è emblema di favore e di misericordia; quando è coperto di nubi, è un emblema dell'ira.

Per amore del Signore - Cioè, che sarebbe stato propizio per se stesso; vale a dire, che la sua gloria potrebbe essere promossa; che il suo eccellente carattere potesse essere mostrato; affinché si mostrasse la sua misericordia e compassione. Ogni vera preghiera ha la sua sede nel desiderio che la gloria di Dio possa essere promossa e l'eccellenza del suo carattere possa essere mostrata. Questo è più importante del "nostro" benessere e della gratificazione dei "nostri" desideri, e questo dovrebbe essere al primo posto nei nostri cuori quando ci avviciniamo al trono della grazia.

18 O mio Dio, porgi l'orecchio e ascolta, supplicando ardentemente la sua attenzione e il suo favore, come si fa a un uomo.

Apri gli occhi - Come se i suoi occhi fossero stati chiusi sulla condizione della città, e non la vedesse. Naturalmente, tutto questo è figurativo, ed è il linguaggio di una supplica forte e sincera quando il cuore è molto interessato.

E la città che è chiamata con il tuo nome - Margin, "dove è chiamato il tuo nome". Il margine esprime il senso più letteralmente; ma il significato è che la città era stata consacrata a Dio, ed era chiamata sua - la città di Geova. Era conosciuta come il luogo del suo santuario, la città dove si celebrava il suo culto e che era considerata la sua peculiare dimora sulla terra.

Confronta Salmi 48:1; Salmi 87:3. Questo è un nuovo motivo di supplica, che la città apparteneva a Dio, e che avrebbe ricordato lo stretto legame tra la prosperità di quella città e la gloria del proprio nome.

19 O Signore, ascolta... - Il linguaggio di questo versetto non richiede alcuna spiegazione particolare. La ripetizione - le varie forme espressive - indicano una mente intenta all'oggetto; un cuore molto interessato; una serietà che non si può negare. È un linguaggio rispettoso, solenne, devoto, ma profondamente serio. Non è vana ripetizione, perché la sua forza non è nelle “parole” impiegate, ma nel manifesto fervore, serietà e sincerità di spirito che pervadono la supplica.

È una sincera intercessione e supplica che Dio ascolti, che perdoni, che ascolti e agisca, che non rimandi la sua graziosa interposizione. I peccati del popolo; la desolazione della città; le promesse di Dio; il rimprovero che la nazione stava soffrendo - tutti questi vengono correndo sull'anima, e spingono alla supplica più sincera che forse sia mai uscita da labbra umane.

E queste cose giustificavano quella fervida supplica, perché la preghiera era quella di un profeta, un uomo di Dio, un uomo che amava il suo paese, un uomo che era intento a promuovere la gloria divina come l'oggetto supremo della sua vita. Tale sincera intercessione; tale confessione di peccato; una tale indugiare su argomenti per cui una preghiera dovrebbe essere ascoltata, è sempre gradita a Dio; e sebbene non si possa supporre che la Mente Divina abbia bisogno di essere istruita, o che i nostri argomenti convincano Dio o lo influenzino come gli argomenti fanno gli uomini, tuttavia è indubbiamente corretto sollecitarli come se lo volessero, perché può essere solo in questo modo in cui le nostre menti possono essere portate in uno stato appropriato.

Il grande argomento che dobbiamo sollecitare perché le nostre preghiere dovrebbero essere ascoltate è il sacrificio che è stato fatto per il peccato dal Redentore e il fatto che Egli ha acquistato per noi le benedizioni di cui abbiamo bisogno; ma in relazione a ciò è opportuno sollecitare i nostri peccati e le nostre necessità; i desideri dei nostri amici o del nostro paese; pericolo nostro e degli altri; l'interposizione di Dio nei tempi passati a favore del suo popolo, e le sue graziose promesse e propositi. Se abbiamo lo spirito, la fede, la penitenza, la serietà di Daniele, possiamo essere sicuri che le nostre preghiere saranno ascoltate come le sue.

20 E mentre parlavo... - Proprio nel momento in cui supplicavo così.

Per il monte santo del mio Dio - Vedi le note a Daniele 9:16.

21 Sì, mentre parlavo in preghiera - Per quanto "lungo" la preghiera è continuata non siamo informati. È probabile che ne abbiamo solo la sostanza, e che Daniele abbia registrato solo gli argomenti sui quali si è soffermato più a lungo. L'argomento era di grande importanza, ed è ragionevole supporre che una giornata fosse stata dedicata all'esame delle profezie e alla preghiera solenne.

Anche l'uomo Gabriel - Che aveva l'aspetto di un uomo, e quindi, così chiamato.

Che avevo visto nella visione all'inizio - Cioè, in una "precedente" visione. Vedi le note a Daniele 8:16. Non può riferirsi a quanto menzionato in questo (nono) capitolo, poiché

(a) non aveva ancora avuto visione, ma tutto ciò che è registrato è una preghiera;

(b) non c'è alcun indizio che Gabriele gli fosse apparso all'inizio della preghiera; e

(c) si dichiara che all'inizio della preghiera, Gabriele, allora evidentemente in cielo, aveva ricevuto il comandamento di andare da Daniele e di comunicargli il messaggio, Daniele 9:23.

Il significato è indubbiamente che il personaggio che ora gli apparve, riconobbe essere lo stesso che era apparso in una precedente visione sulle rive dell'Ulai. Il significato proprio dell'ebraico qui è "in una visione all'inizio", come nella nostra traduzione. Quindi la Vulgata, “un principio”; e così Teodozione - ἐν τῇ ἀρχῇ en archē.

La parola ebraica תחלה t e chı̂llâh significa, propriamente, “principio”, Osea 1:2; Proverbi 9:10; ma, in connessione con la preposizione, come qui - בתחלה batt e chı̂llâh - significa anche, “prima, prima”, Genesi 13:3; Genesi 41:21; Genesi 43:18 , Genesi 43:20; Isaia 1:26.

Essere indotti a volare rapidamente - Margine, "con stanchezza" o "volo". Sulla difficile espressione ebraica qui - ביעף מעף mu‛âp bı̂y‛âp - si può consultare Lengerke, in loc. Le parole, secondo Gesenius, derivano da יעף yâ‛ap, andare rapidamente, e poi, essere stanco, svenire, o con la corsa, Geremia 2:24 , o con un duro lavoro, Isaia 40:28 , o con dolori, Isaia 50:4.

Se derivato da questa parola, il significato in Hophal, la forma usata qui, sarebbe "stanco di correre veloce", e il senso è che Gabriel gli aveva portato il messaggio rapidamente e gli era apparso davanti come fa chi è stanco con un corso rapido. Se questa è l'idea, non c'è un'allusione diretta al suo “volare”, ma il riferimento è alla rapidità con cui era arrivato nel lungo viaggio, come sfinito dal viaggio.

La Vulgata latina lo rende cito volans - volare velocemente; Teodotion , πετόμενος petomenos - volare; il Codex Chisianus, τάχει φερόμενος tachei feromenos - " nato rapidamente". Il siriaco, “con un volo veloce volò e venne dal cielo.

Non si può stabilire con certezza, dalle parole qui usate, che la venuta di Gabriele sia avvenuta per un atto di “volare” come con le ali. La rappresentazione comune degli angeli nell'Antico Testamento non è con le ali, sebbene i cherubini ei serafini ( Isaia 6:2 , seg.) siano rappresentati con le ali; e in Apocalisse 14:6 abbiamo la rappresentazione di un angelo in volo. Probabilmente l'idea più esatta qui è quella di un corso rapido, in modo da produrre stanchezza, o come produrrebbe naturalmente fatica.

Mi ha toccato - Daniel era senza dubbio impegnato in questo momento nella preghiera.

Circa l'ora dell'oblazione serale - Il sacrificio serale. Era l'ora nona del giorno, o verso le tre del pomeriggio.

22 E mi ha informato - Ebraico, mi ha dato intelligenza o comprensione. Cioè, sul progetto della sua visita e su ciò che sarebbe accaduto in seguito.

E ha parlato con me - Mi ha parlato.

O Daniele, ora sono venuto fuori per darti abilità - Margine, "rendere abile di te". L'ebraico è, letteralmente, "per renderti abile, o saggio, nella comprensione". Il progetto era di dargli informazioni su ciò che sarebbe accaduto.

23 All'inizio delle tue suppliche - Non sappiamo a che ora Daniele ha cominciato a pregare, ma come notato sopra, è più naturale supporre che abbia dedicato la giornata alla preghiera e che avesse iniziato questi solenni atti di devozione al mattino.

Il comandamento è venuto fuori - Margine, "parola". Cioè, la parola di Dio. Ciò significa evidentemente, in cielo; e l'idea è che non appena iniziò a pregare, Dio diede a Gabriele il comando di visitare Daniele e di trasmettergli l'importante messaggio riguardo agli eventi futuri. È giusto concludere che aveva subito lasciato il cielo in obbedienza all'ordine, e su questo alto ambasciatore, e che aveva superato l'incredibile distanza tra cielo e terra nel breve tempo durante il quale Daniele era impegnato nella preghiera.

Se è così, e se il cielo - la sede peculiare di Dio, la dimora degli angeli e dei giusti - è al di là della regione delle stelle fisse, un luogo centrale in questo vasto universo, allora questo può darci un'idea della sorprendente rapidità con cui gli esseri celesti possono muoversi. Si calcola che ci siano stelle così lontane dalla nostra terra, che la loro luce non sarebbe scesa fino a noi per molte migliaia di anni.

Se è così, quanto più rapidi possono essere i movimenti degli esseri celesti che anche la luce; forse più di quello del lampo - del fluido elettrico sui fili telegrafici - sebbene "quello" si muova alla velocità di più di 200.000 miglia in un secondo. Confronta "Filosofia di uno stato futuro" di Dick, p. 220. “Durante i pochi minuti impiegati nel pronunciare questa preghiera”, dice il dottor Dick, “questo messaggero angelico discese dalle regioni celesti al paese di Babilonia.

Questa era una rapidità di movimento che superava la comprensione della più vigorosa immaginazione e superava di gran lunga anche la sorprendente velocità della luce”. Con una tale rapidità può essere nostro privilegio ancora passare da un mondo all'altro in commissioni di misericordia e di amore, o contemplare in parti lontane dell'universo le meravigliose opere di Dio.

E io sono venuto per mostrarti - Per farti conoscere ciò che sarà ancora.

Perché tu" sei "molto amato - Margin, come in ebraico, "un uomo di desideri". Cioè, era uno la cui felicità era molto desiderata da Dio; o, un uomo della delizia di Dio; cioè, come nella nostra versione, molto amata. Fu per questo motivo che la sua preghiera fu esaudita e che Dio gli mandò questo importante messaggio riguardo a ciò che sarebbe accaduto.

Quindi comprendi la questione - La questione rispetto a ciò che doveva ancora accadere riguardo al suo popolo.

E considera la visione - Questa visione - la visione delle cose future che ora stava per presentare alla sua vista. Da questo passaggio, che descrive l'apparizione di Gabriele a Daniele, possiamo apprendere,

(a) Che le nostre preghiere, se sincere, siano ascoltate in cielo “non appena” vengono offerte. Entrano subito negli orecchi di Dio, ed egli li guarda all'istante.

(b) Un comando, per così dire, può essere immediatamente impartito per rispondere loro - "come se" avesse diretto un angelo a sopportare la risposta immediatamente.

(c) Gli angeli sono pronti ad accorrere agli uomini, per comunicare la volontà di Dio. Gabriel è venuto evidentemente con piacere al suo ambasciatore, e per un essere benevolo ovunque non c'è niente di più grato dell'essere incaricato di portare la lieta novella ad altri. Forse questo potrebbe essere una parte dell'impiego dei giusti per sempre.

(d) L'idea è interessante, se ci è permesso di prenderla in considerazione, che gli angeli buoni possano essere costantemente impiegati come lo era Gabriele; che ogni volta che viene offerta la preghiera sulla terra, possono essere incaricati di portare risposte di pace e misericordia, o inviati a prestare aiuto, e che così l'universo può essere costantemente attraversato da questi santi esseri che servono coloro che sono "eredi della salvezza", Ebrei 1:1 , Ebrei 1:4.

24 Settanta settimane sono determinate - Qui inizia la celebre profezia delle settanta settimane - una parte della Scrittura che ha suscitato tanta attenzione e ha portato a una grande varietà di interpretazioni, come forse qualsiasi altra. Di questo passaggio, il professor Stuart ("Suggerimenti sull'interpretazione della profezia", ​​p. 104) osserva: "Ci vorrebbe un volume di notevole grandezza anche per dare una storia delle opinioni sempre diverse e contraddittorie dei critici riguardo a questo "locus vexatissimus; “e forse ancora più grande per stabilire un'esegesi che reggesse.

Sono pienamente dell'opinione che nessuna interpretazione ancora pubblicata resisterà alla prova di un'approfondita critica grammatico-storica; e che una "critica" sincera, attenta e approfondita qui è ancora un "desideratum". Possa qualche espositore, pienamente adeguato al compito, apparire rapidamente!” Dopo queste osservazioni di questo eminente biblista, è senza grande fiducia nel successo che entro nell'esposizione del brano.

Tuttavia, forse, anche se "tutte" le difficoltà non possono essere rimosse, e sebbene io non possa sperare di apportare qualcosa di "nuovo" nell'esposizione del brano, può essere scritto qualcosa che possa sollevarlo da alcune delle perplessità che lo accompagnano, e che può tendere a mostrare che il suo autore era sotto l'influenza dell'ispirazione divina. Il brano può essere opportunamente diviso in due parti. Il primo, in Daniele 9:24 , contiene un'affermazione “generale” di ciò che sarebbe avvenuto nel tempo specificato - le settanta settimane; il secondo, Daniele 9:25 , contiene una dichiarazione “particolare” del modo in cui ciò si sarebbe realizzato.

In questa affermazione, tutto il tempo delle settanta settimane è suddiviso in tre porzioni più piccole di sette, sessantadue e una - designando evidentemente alcune epoche o periodi importanti Daniele 9:25 , e l'ultima settimana è nuovamente suddivisa in tale un modo, quello, mentre si dice che tutta l'opera del Messia nel confermare l'alleanza occuperebbe l'intera settimana, eppure che sarebbe stato troncato a metà della settimana, Daniele 9:27.

Nella dichiarazione “generale” Daniele 9:24 si dice che c'era un tempo definito – settanta settimane – durante il quale si sarebbe realizzato l'oggetto della predizione; cioè, durante il quale tutto ciò che doveva essere fatto in riferimento alla città santa, o nella città santa, per porre fine alla trasgressione, per porre fine al peccato, ecc.

, verrebbe effettuato. Le cose specificate in questo versetto sono "ciò che doveva essere fatto", come dettagliato più particolarmente nei versi successivi. Lo scopo in questo verso sembra essere stato quello di fornire una dichiarazione "generale" di ciò che sarebbe accaduto riguardo alla città santa - di quella città che era stata scelta con lo scopo peculiare di essere un luogo dove doveva essere fatta un'espiazione per la trasgressione umana.

È abbastanza chiaro che quando Daniele mise da parte questo periodo per la preghiera e si impegnò in questo solenne atto di devozione, il suo disegno non era di indagare sugli ultimi eventi che sarebbero accaduti a Gerusalemme, ma semplicemente di pregare che lo scopo di Dio, come predetto da Geremia, riguardo alla cattività della nazione, e la ricostruzione della città e del tempio, potrebbe essere compiuta. Dio ha colto l'occasione da ciò, tuttavia, non solo per dare un'implicita assicurazione sulla realizzazione di questi scopi, ma anche per affermare in modo straordinario l'"intero" ultimo disegno riguardo alla città santa, e il grande evento che è stato sempre in avanti per caratterizzarlo tra le città del mondo.

Nella considerazione dell'intero brano Daniele 9:24 , sarà opportuno, prima, esaminare il significato letterale delle parole e delle frasi, e poi indagarne l'adempimento.

Settanta settimane - שׁבעים שׁבעים shâbu‛ı̂ym shı̂b‛ı̂ym. Vulgata, Settanta ebdomadi. Quindi Teodotion , Ἑβδομήκοντα ἑβδομάδες Hebdomēkonta hebdomades. Il prof. Stuart ("Suggerimenti", p. 82) rende questo "settantasette"; cioè settanta volte sette anni: per il fatto che la parola che denota “settimane” in ebraico non è שׁבעים shâbu‛ı̂ym, ma שׁבעות shâbu‛ôth.

“La forma che si usa qui”, dice, “che è un regolare plurale maschile, è senza dubbio scelta apposta per designare il plurale di sette; e con grande proprietà qui, in quanto sono molti sette che devono essere riuniti in una somma comune. Daniele aveva meditato sulla fine dei settanta "anni" dell'esilio ebraico, e l'angelo ora gli rivela un nuovo periodo di "settanta volte sette", in cui devono aver luogo eventi ancora più importanti. Settantasette, o (per usare la fraseologia greca), "settanta ettadi", sono determinati sul tuo popolo.

Eptidi di cosa? Di giorni o di anni? Nessuno può dubitare della risposta. Daniel aveva fatto ricerche diligenti nel rispetto dei settanta "anni"; e, in tale connessione, si potrebbe ragionevolmente supporre che l'angelo non si riferisca a nient'altro che settanta ettadi di anni». L'indagine sul “genere” della parola, di cui tanto si è detto (Hengstenberg, “Chris.” ii. 297), non sembra essere molto importante, poiché allo stesso risultato si giunge sia che si renda “settanta sette" o "settanta settimane.

Nella prima facilità, come proposto dal prof. Stuart, significa settantasette di "anni", o 490 anni; nell'altro settanta “settimane” di anni; cioè, come una "settimana di anni" è sette anni, settanta di queste settimane, o come prima, 490 anni. Il significato consueto e proprio della parola usata qui, tuttavia - שׁבוּע shâbûa‛a è un "sette", ἐβδομάς hebdomas, cioè una settimana. - Gesenius, “Lexicon” Dagli “esempi” dove ricorre la parola sembrerebbe che le forme maschili o femminili fossero usate indiscriminatamente.

La parola ricorre solo nei passaggi seguenti, in tutti i quali è resa "settimana" o "settimane", tranne in Ezechiele 45:21 , dove è resa "sette", vale a dire, giorni. Nei passaggi seguenti la parola ricorre alla forma maschile plurale, Daniele 9:24; Daniele 10:2; nel seguito al femminile plurale, Esodo 34:22; Numeri 28:26; Deuteronomio 16:9 , Deuteronomio 16:16; 2 Cronache 8:13; Geremia 5:24; Ezechiele 45:21; e nel seguente nel numero singolare, genere comune, reso “settimana”, Genesi 29:27 , e nel duale maschile inLevitico 12:5 , Levitico 12:5 “due settimane.

Da questi passaggi è evidente che nulla di certo si può determinare sul significato della parola dal suo genere. Sembrerebbe denotare "settimane", periodi di sette giorni - "hebdomad" - in entrambe le forme, ed è senza dubbio così usato qui. La traduzione corretta sarebbe, le settimane settanta sono determinate; cioè, settanta volte sette giorni, o quattrocentonovanta "giorni". Ma qui ci si può chiedere se questo debba essere preso alla lettera, indicando quattrocentonovanta giorni? Se no, in che senso va inteso? e perché lo intendiamo in un senso diverso? È chiaro che deve essere spiegato letteralmente come denota quattrocentonovanta "giorni", o che questi giorni devono durare per anni, e che il periodo è quattrocentonovanta "anni". Che quest'ultima sia la vera interpretazione, come è stato sostenuto da tutti i commentatori,

(a) Questo non è raro negli scritti profetici. Vedi le note a Daniele 7:24. (Vedi anche la Prefazione dell'editore al volume sull'Apocalisse.)

(b) Daniele aveva fatto ricerche riguardo ai settanta "anni", ed è naturale supporre che la risposta dell'angelo riguardasse anche gli "anni"; e, così intesa, la risposta avrebbe soddisfatto l'indagine in modo pertinente - "non settant'anni, ma una settimana di anni - sette volte settant'anni". Confronta Matteo 18:21. "In tale connessione, si potrebbe ragionevolmente supporre che l'angelo non si riferisca a nient'altro che settanta ettadi di anni". - “Suggerimenti” del Prof. Stuart, ecc., p. 82.

(c) Gli anni, come osserva il prof. Stuart, sono la misura di tutti i considerevoli periodi di tempo. Quando l'angelo parla, quindi, in riferimento a certi eventi, e dichiara che avranno luogo durante “settanta ettadi”, è ovvio supporre che si riferisca agli anni.

(d) Le circostanze del caso richiedono questa interpretazione. Daniele cercava conforto in considerazione del fatto che la città e il tempio erano ormai desolati da settant'anni. L'angelo viene per portargli consolazione, e per dargli assicurazioni sulla ricostruzione della città e sui grandi eventi che vi sarebbero avvenuti. Ma quale consolazione sarebbe sentirsi dire che la città sarebbe stata davvero ricostruita, e che sarebbe durata settanta settimane ordinarie, cioè poco più di un anno, prima che una nuova distruzione si abbattesse su di essa? Non si può dubitare, quindi, che per il tempo qui designato, l'angelo intendesse riferirsi a un periodo di quattrocentonovanta anni; e se ci si chiede perché questo numero non sia stato letteralmente ed esattamente specificato in così tante parole, invece di scegliere un modo di designazione relativamente così oscuro,

(1) che il numero "settanta" è stato impiegato da Daniele come il tempo rispetto al quale stava facendo l'inchiesta, e che c'era una proprietà che ci fosse un riferimento a quel fatto nella risposta dell'angelo - "uno" numero settanta si fosse adempiuto nelle desolazioni della città, ci sarebbe stato “un altro” numero settanta negli eventi ancora da verificarsi;

(2) questo è nel solito stile profetico, dove c'è, come osserva Hengstenberg ("Chris." ii. 299), spesso una "definizione nascosta". È consuetudine designare i numeri in questo modo.

(3) Il termine era sufficientemente chiaro per essere compreso o, in ogni caso, è reso chiaro dal risultato. Non c'è motivo di dubitare che Daniele l'avrebbe capito così, o che sarebbe stato così interpretato, fissando nella mente del popolo ebraico il periodo in cui il Messia stava per apparire. Il significato allora è, che ci sarebbe un periodo di quattrocentonovanta anni, durante i quali la città, dopo l'ordine della ricostruzione dovrebbe andare avanti Daniele 9:25 , fino all'intera consumazione del grande oggetto per il quale dovrebbe essere ricostruito: e che poi lo scopo sarebbe compiuto, e sarebbe consegnato a una rovina maggiore. Ci doveva essere questo lungo periodo in cui le transazioni più importanti dovevano avvenire in città.

Sono determinati - La parola usata qui ( נחתך nech e ttak da חתך chatak ) si verifica in nessun altro luogo nelle Scritture. Significa propriamente, secondo Gesenius, tagliare, dividere; e quindi, determinare, destinare, nominare. Teodozione lo rende, sunetmeetheesan - sono troncati, decisi, definiti.

La Vulgata lo rende "abbreviare sunt". Lutero, "Sind bestimmet" - sono determinati. Il significato sembrerebbe essere che questa porzione di tempo - le settanta settimane - è stata "tagliata fuori" dall'intera durata, o tagliata fuori, per così dire, e fissata da sola per uno scopo definito. Ciò non significa che sia stato tagliato fuori dal tempo che la città sarebbe naturalmente rimasta, o che questo tempo è stato "abbreviato", ma che una porzione di tempo - vale a dire quattrocentonovanta anni - è stata designata o nominata con riferimento alla città, per realizzare il grande e importante oggetto che viene subito precisato.

Era fissato un certo, definito periodo, e quando questo fosse passato, sarebbe venuto il Messia promesso. Per quanto riguarda la costruzione qui - il verbo singolare con un sostantivo plurale, vedi Hengstenberg, “Christ. dentro, loc.” Il vero significato sembra essere che le settanta settimane sono parlate di "collettivamente", come denotano un periodo di tempo; cioè, è determinato un periodo di settanta settimane. Il profeta, nell'uso del verbo singolare, sembra aver contemplato il tempo, non come settimane separate, o come porzioni particolari, ma come un periodo.

Sul tuo popolo - Il popolo ebraico; la nazione a cui apparteneva Daniele. Questa allusione è fatta perché chiedeva la fine del loro esilio e la loro restituzione alla loro terra.

E sulla tua città santa - Gerusalemme, di solito chiamata la città santa, perché era il luogo dove si celebrava il culto di Dio, Isaia 52:1; Nehemia 11:1 , Nehemia 11:18; Matteo 27:53.

Si chiama "la tua città santa" - la città di Daniele, perché qui stava facendo una ricerca speciale riguardo ad essa, e perché era uno del popolo ebraico, e la città era la capitale della loro nazione. Essendo uno di quella nazione, potrebbe essere chiamato "suo". Allora era davvero in rovina, ma doveva essere ricostruita, ed era giusto parlarne come se fosse allora una città. Il significato di "sul tuo popolo e sulla tua città" ( על al ) è "rispetto" o "riguardo".

Lo scopo delle settanta settimane “riguarda” il tuo popolo e la tua città; oppure c'è un importante periodo di quattrocentosettanta anni determinato o designato rispetto a quel popolo e a quella città.

Per finire la trasgressione - L'angelo procede affermando quale era l'oggetto da realizzare in questo scopo, o cosa sarebbe accaduto durante quel periodo. La prima cosa, "per finire la trasgressione". Il margine è "trattenere". La Vulgata lo rende, ut consummetur proevaricatio. Teodozione, τοῦ συντελεσθῆναι ἁμαρτίαν tou suntelesthēnai hamartian - per finire il peccato.

Thompson lo rende "per finire le offerte per il peccato". La differenza tra la lettura marginale (“restrain”) e il testo (“finish”) nasce da un dubbio sul significato della parola originale. La lettura comune del testo è כלא kallē', ma in 39 Codici esaminati da Kennicott è כלה . La lettura nel testo è senza dubbio quella corretta, ma ancora non c'è assoluta certezza sul significato della parola, se significhi "finire" o "trattenere". Il significato proprio della parola nella lettura comune del testo ( כלא kâlâ' ) è, tacere, confinare, reprimere - come è reso a margine.

Il significato dell'altra parola che si trova in molti manoscritti ( כלה kâlâh ) è da completare, finire, chiudere - e in Piel, la forma qui usata, completare, finire - come viene tradotta nella versione comune. Gesenius ("Lessico") suppone che la parola qui sia "per" - כלה kallēh - che significa finire o completare.

Hengstenberg, che è seguita in questa vista da Lengerke, suppone che il significato è quello di “tacere la trasgressione”, e che la vera lettura è che nel testo - כלא - anche se, come quella parola non è usata in Piel, e come il masoreti dubitando della derivazione del vocabolo, gli diedero non il suo “puntamento” appropriato in questo luogo - che sarebbe stato כלא k e loh - ma l'indicazione dell'altra parola ( כלה kalēh ) a margine.

Secondo Hengstenberg, il senso qui di "chiudere" deriva dalla nozione generale di "trattenere" o "impedire", appartenente alla parola; e suppone che questo si accordi meglio con le altre parole in questo membro del versetto - "coprire" e "sigillare".

L'idea secondo lui è che "il peccato, che fino ad ora giaceva nudo e aperto davanti agli occhi di un Dio giusto, è ora per sua misericordia chiuso, sigillato e coperto, così che non può più essere considerato come esistente - un descrizione figurativa del perdono dei peccati”. Così Lengerke lo rende, "Ura einzuschliessen (den) Abfall". Bertholdt, "Bis der Frevel vollbracht". Sembra molto probabile che la vera idea qui sia quella indicata a margine, e che il senso non sia quello di "finire", ma quello di "trattenere, chiudere, tacere", ecc.

Così è reso dal Prof. Stuart - "reprimere la trasgressione". - “Comm. su Daniele, in loc.” La parola è usata in questo senso di "chiudere" o "contenere", in diversi punti della Bibbia: 1 Samuele 6:10 , "e rinchiudere i loro vitelli a casa;" Geremia 32:3 , "Sedechia lo aveva rinchiuso"; Salmi 88:8 , "Sono chiuso e non posso uscire;" Geremia 32:2 , "il profeta Geremia fu rinchiuso".

Il senso di "chiudere" o "trattenere" si accorda meglio con la connessione rispetto a quello di "finire". Il riferimento dell'intero brano è indubbiamente al Messia e a ciò che si sarebbe fatto durante le "settanta settimane"; e il significato qui è, non che avrebbe "finito la trasgressione" - il che non sarebbe vero in alcun senso proprio, ma che avrebbe fatto un'opera che avrebbe "limitato" l'iniquità nel mondo, o, più strettamente, che avrebbe " chiudilo” - chiudilo - come in una prigione, perché non uscisse più e prevalesse.

L'effetto sarebbe quello che si ha quando si sta rinchiusi in carcere e non si va più alla larga. Ci sarebbe un potere e un'influenza restrittivi che bloccherebbero il progresso del peccato. Ciò non si riferisce, a quanto mi risulta, alle trasgressioni particolari per le quali il popolo ebraico aveva sofferto nella sua lunga prigionia, ma al peccato ( הפשׁע hapesha‛ ) in generale - il peccato del mondo.

Ci sarebbe un'influenza che lo trattenerebbe e lo dominerebbe, o che lo chiuderebbe così che non regnerebbe più e vagherebbe largamente sulla terra. È vero che questo potrebbe non essere stato così compreso da Daniele in quel momento, perché il "linguaggio" è così generale che "potrebbe" aver suggerito l'idea che si riferisse ai peccati del popolo ebraico. Questo linguaggio, se non ci fosse stata ulteriore spiegazione, avrebbe potuto suggerire l'idea che nel tempo specificato - settanta settimane - ci sarebbe stato qualche processo - qualche punizione - qualche disciplina divina - per mezzo della quale le iniquità di quel popolo, o la loro la propensione al peccato, per la quale questa lunga prigionia era venuta su di loro, sarebbe stata coibita, o trattenuta.

Ma il linguaggio non è tale da limitare necessariamente l'interpretazione a quello, e le successive affermazioni, e l'effettivo compimento nell'opera del Messia, ci portano a intendere questo in un senso molto più alto, come riferito al peccato in generale, e come destinato a riferirsi a qualche opera che sarebbe in definitiva un efficace freno al peccato, e che tenderebbe a coabitarlo, o a trattenerlo del tutto nel mondo. Così inteso, il linguaggio descriverà bene l'opera del Redentore, quell'opera che, mediante il sacrificio compiuto sulla croce, è adattata e destinata a reprimere del tutto il peccato.

E per porre fine ai peccati - Margine, "sigillare". La differenza qui nel testo e nel margine deriva da una differenza nelle letture in ebraico. La lettura comune nel testo è חתם châthēm - da חתם châtham - “sigillare, sigillare”. Ma la lettura marginale ebraica è una parola diversa - התם hâthēm, da תמם tâmam - “completare, perfezionare, finire.

La “puntatura” nel testo nella parola חתם châtēm non è la puntatura propria di quella parola, che sarebbe stata חתם chetom, ma i Masoreti, come non di rado accade, hanno dato alla parola nel testo l'indicazione di un'altra parola che misero a margine. La lettura marginale si trova in cinquantacinque manoscritti (Lengerke), ma il peso dell'autorità è decisamente a favore della lettura comune nel testo ebraico - "sigillare" e non "finire", come è nella nostra traduzione .

La lettura marginale, “finire”, fu senza dubbio sostituita da alcuni trascrittori, o meglio “suggerita” dai masoreti, perché sembrava trasmettere un significato migliore dire che “il peccato sarebbe finito”, che dire che sarebbe stato "sigillato." La Vulgata ha seguito la lettura in margin- et finem accipiat peccatum ; Teodozione ha seguito l'altra lettura, σφραγίας ἁμαρτίας sphragisai hamartias.

Anche Lutero ce l'ha, "per sigillare". Coverdale, "che il peccato possa avere una fine". La vera traduzione è, senza dubbio, "sigillare il peccato"; e l'idea è quella di sottrarlo alla vista; per rimuoverlo dalla vista. "L'espressione è presa", dice Lengerke, "dall'abitudine di sigillare quelle cose che si mettono da parte e si nascondono". Così in Giobbe 9:7 , "E sigilla le stelle;" cioè, li rinchiude così nei cieli da impedire il loro splendore, in modo da nasconderli alla vista. Sono nascosti, nascosti, chiusi - come il contenuto di una lettera o di un pacco è sigillato, indicando che nessuno deve esaminarli.

Vedi la nota in quel passaggio. Così anche in Giobbe 37:7 , riferendosi all'inverno, si dice: "Egli suggella la mano di ogni uomo, affinché tutti conoscano la sua opera". Cioè, in inverno, quando la neve è per terra, quando i torrenti sono gelati, le fatiche del contadino devono cessare. Le mani non possono più essere usate nel lavoro ordinario.

Ad ogni uomo è impedito di andare all'estero al suo lavoro abituale, ed è, per così dire, "sigillato" nella sua dimora. Confronta Geremia 32:11 , Geremia 32:14; Isaia 29:11; Cantico dei Cantici 4:12.

L'idea nel passaggio davanti a noi è che i peccati della nostra natura saranno, per così dire, sigillati, o chiusi, o nascosti, in modo che non siano visti, o non si sviluppino; cioè, "saranno inerti, inefficienti, impotenti". - Prof. Stuart. Il linguaggio è applicabile a tutto ciò che li nasconderebbe alla vista o li sottrae alla vista - come un libro la cui scrittura è così sigillata che non possiamo leggerla; una tomba così chiusa che non possiamo entrarvi e vederne il contenuto; un pacco così sigillato che non sappiamo cosa ci sia dentro; una stanza così chiusa che non possiamo entrarvi e vedere cosa c'è dentro.

Non si deve supporre che Daniele vedesse chiaramente come ciò doveva essere fatto; ma noi, che abbiamo ora una piena rivelazione del metodo con cui Dio può rimuovere il peccato, possiamo comprendere il metodo in cui ciò viene compiuto mediante il sangue dell'espiazione, vale a dire che "mediante" quell'espiazione il peccato è ora perdonato, o viene trattato come se fosse nascosto alla vista, e un sigillo, che non può essere rotto, posto su ciò che lo copre.

Il linguaggio così usato, così come siamo ora in grado di interpretarlo, è sorprendentemente applicabile all'opera del Redentore e al metodo con cui Dio rimuove il peccato. In non pochi manoscritti ed edizioni la parola resa “peccati” è al singolare. La quantità di autorità è a favore della lettura comune - peccati - sebbene il senso non sia materialmente variato. L'opera farebbe riferimento al "peccato", e l'effetto sarebbe quello di sigillarlo e nasconderlo alla vista.

E per fare la riconciliazione per l'iniquità - Più letteralmente, "e per coprire l'iniquità". La parola tradotta con “fare riconciliazione” - כפר kâphar - significa propriamente “coprire” (dalla nostra parola inglese cover); coprire, sovrapporre, come con il passo Genesi 6:14; e quindi, per coprire il peccato; cioè, espiare per esso, perdonarlo, perdonarlo.

È la parola comunemente usata in riferimento all'espiazione o all'espiazione, e sembra che sia stata così intesa dai nostri traduttori. Non si riferisce necessariamente ai mezzi con cui il peccato è coperto, ecc., da un'espiazione, ma è spesso usato nel senso generale di "perdonare o perdonare". Confronta le note di Isaia 6:7 e più ampiamente.

Vedi le note in Isaia 43:3. Qui non c'è allusione necessaria all'espiazione che il Messia farebbe per coprire il peccato; cioè, la parola è di un carattere così generale nel suo significato che non implica necessariamente questo, ma è la parola che sarebbe naturalmente usata supponendo che avesse un tale riferimento. In effetti, indubbiamente, il mezzo con cui ciò doveva essere fatto era l'espiazione, ea ciò si riferiva lo Spirito di ispirazione, ma questo non è essenzialmente implicato nel significato della parola.

In qualunque modo ciò dovrebbe essere fatto, questa parola sarebbe propriamente usata per esprimerla. La Vulgata latina rende così, et deleatur iniquitas. Theodotion, ἀπαλεῖψαι τὰς ἀδικίας apaleipsai tas adikias - "cancellare le iniquità". Lutero, “riconciliare per la trasgressione”. Ecco tre cose precisate, dunque, a proposito del peccato, che si farebbe. Il peccato sarebbe

trattenuto,

Sigillato,

Coperto.

Queste espressioni, sebbene non della natura di un climax, sono intense e mostrano che la grande opera a cui si fa riferimento riguardava il peccato e sarebbe stata progettata per rimuoverlo. Il suo rapporto sarebbe sulla trasgressione umana; sul modo in cui potrebbe essere perdonato; sui metodi con cui sarebbe stato rimosso dalla vista e impedito di sollevarsi per condannare e distruggere. Tali espressioni porterebbero indubbiamente la mente a sperare in qualche metodo che doveva essere svelato mediante il quale il peccato potesse essere coerentemente perdonato e rimosso. Nel resto del versetto, ci sono tre cose aggiuntive che sarebbero necessarie per completare l'opera: -

Per portare una giustizia eterna;

Per sigillare la visione e la profezia; e

Ungere il Santissimo.

E portare la giustizia eterna - La frase "portare dentro" - letteralmente, "far venire" - si riferisce a qualche agente diretto mediante il quale quella giustizia sarebbe stata introdotta nel mondo. Sarebbe un'agenzia tale da farla esistere; o come lo stabilirebbe nel mondo. La "modalità" di fare ciò non è infatti qui specificata e, per quanto riguarda la "parola" usata qui, sarebbe applicabile a qualsiasi metodo con cui ciò sarebbe fatto - sia facendo un'espiazione; o dando l'esempio; o per persuasione; o ponendo il tema della morale su un fondamento migliore; o dall'amministrazione di un governo giusto; o in qualsiasi altro modo.

Il termine è del carattere più generale, e la sua esatta forza qui può essere appresa solo dai fatti successivamente rivelati sul modo in cui ciò si sarebbe realizzato. L'idea essenziale nel linguaggio è che questo sarebbe stato "introdotto" dal Messia; cioè, che ne sarebbe stato l'autore.

Anche qui la parola “giustizia” ( צדק tsedeq ) è di carattere generale. Il giusto significato sarebbe che sarebbe stato introdotto un metodo con cui gli uomini sarebbero diventati "giusti". Nella prima parte del versetto il riferimento era al “peccato” - al fatto della sua esistenza - al modo in cui sarebbe stato smaltito - alla verità che sarebbe stato costretto, sigillato, coperto.

Qui l'affermazione è che, contrariamente a ciò, verrebbe introdotto un metodo mediante il quale l'uomo diventerebbe, di fatto, giusto e santo. Ma la "parola" non implica nulla riguardo al metodo con cui ciò sarebbe fatto. Sia che si tratti di un nuovo modo di giustificazione, sia di un'influenza che renderebbe gli uomini santi personalmente - sia che ciò sia il risultato dell'esempio, o dell'istruzione, o un sacrificio espiatorio - non è necessariamente implicato nell'uso di questo parola. Che, come nei casi già citati, si poteva apprendere solo da successivi sviluppi. menti.

Sarebbe, senza dubbio, capito che c'era un riferimento al Messia - perché questo è specificato nel versetto successivo; e da questa parola si dedurrebbe che, sotto di lui, regnerebbe la giustizia, o che gli uomini sarebbero giusti, ma non si potrebbe argomentare da essa sui metodi con cui si farebbe. È appena il caso di aggiungere che, nei profeti, si dice costantemente che la giustizia caratterizzerà il Messia ei suoi tempi; che sarebbe venuto a rendere giusti gli uomini e a stabilire un regno di giustizia sulla terra.

Tuttavia, l'esatto modo in cui doveva essere fatto sarebbe stato, naturalmente, spiegato in modo più completo quando il Messia stesso sarebbe apparso effettivamente. La parola "eterno" è usata qui per indicare che la giustizia sarebbe permanente e perpetua. In riferimento al metodo per diventare giusti, sarebbe immutabile - il metodo permanente con cui gli uomini diventerebbero santi; in riferimento agli individui che dovrebbero diventare giusti sotto questo sistema, sarebbe una giustizia che durerebbe per sempre.

Questa è la caratteristica che è data ovunque della giustizia che sarebbe introdotta dal Messia. Così in Isaia 51:6 : “Alza gli occhi al cielo e guarda la terra sottostante: poiché i cieli svaniranno come fumo, e la terra invecchierà come un vestito, e coloro che vi abitano invecchieranno muori allo stesso modo: ma la mia salvezza sarà per sempre, e la mia giustizia non sarà abolita.

Datemi ascolto, voi che conoscete la giustizia, popolo nel cui cuore è la mia legge; non temete il vituperio degli uomini, né temete le loro ingiurie. Poiché la tignola li divorerà come una veste e il verme li divorerà come lana; ma la mia giustizia sarà per sempre e la mia salvezza di generazione in generazione». Così Isaia 45:17 : “Ma Israele sarà salvato nel Signore con una salvezza eterna; non sarai confuso né confuso, mondo senza fine”.

Confronta Geremia 31:3. Il linguaggio usato nel brano davanti a noi, inoltre, è tale da non poter essere applicato propriamente a nient'altro che a quella giustizia che introdurrebbe il Messia. Non poteva essere usato in riferimento alla prosperità temporale degli ebrei al loro ritorno in terra santa, né a tale giustizia come la nazione aveva in passato.

Il significato giusto e corretto del termine è che sarebbe "eterno" - ciò che " durerebbe per sempre" - עלמים צדק tsedeq ‛olâmı̂ym. Porrebbe la giustizia su un fondamento permanente e duraturo; introdurre ciò che durerà attraverso tutti i cambiamenti, ed esisterà quando i cieli non esisteranno più. Nel piano stesso non ci sarebbe stato alcun cambiamento; nella giustizia che chiunque possiederebbe sotto quel sistema ci sarebbe durata perpetua - esisterebbe per sempre e per sempre.

Questa è la natura di quella giustizia per la quale gli uomini sono ora giustificati; questo è ciò che effettivamente possiedono tutti coloro che sono interessati allo schema della redenzione. Il “modo” in cui verrebbe introdotta questa “giustizia eterna” non è qui indicato, ma è riservato a future rivelazioni. Probabilmente tutto ciò che le parole avrebbero trasmesso a Daniele sarebbe stato che sarebbe stato svelato un metodo con cui gli uomini sarebbero diventati giusti, e che questo non sarebbe stato temporaneo o mutevole, ma sarebbe stato permanente ed eterno. Non è improprio che "noi" lo intendiamo, come è spiegato dalle successive rivelazioni nel Nuovo Testamento, quanto al metodo con cui i peccatori sono giustificati davanti a Dio.

E per sigillare la visione e la profezia - Margine, come in ebraico, "profeta". Il significato evidente, tuttavia, qui è "profezia". La parola sigillo si trova, come già spiegato, nella prima parte del versetto: "sigillare i peccati". La parola "visione" (per il suo significato, vedere le note a Isaia 1:1 ) non deve essere intesa come riferita in particolare alle visioni viste da Daniele, ma dovrebbe essere intesa, come la parola "profezia" o "profeta" qui, in senso generale - come denota tutte le visioni viste dai profeti - la serie di visioni relative al futuro, che era stata resa nota ai profeti.

L'idea sembra essere che in quel momento sarebbero stati tutti “sigillati”, nel senso che sarebbero stati chiusi o zittiti – non più questioni aperte – ma che il compimento li avrebbe, per così dire, chiusi per sempre. Fino a quel momento sarebbero stati aperti per le pene e per lo studio; allora sarebbero chiusi come un volume sigillato che non si legge, ma che contiene materia nascosta alla vista.

Confronta le note di Isaia 8:16 : “Lega la testimonianza; suggella la legge tra i miei discepoli». Vedi anche Daniele 8:26; Daniele 12:4. In Isaia Isaia 8:16 il significato è che la profezia era completa e fu data la direzione di fasciarla, o arrotolarla come un volume, e sigillarla.

In Daniele 8:26 , il significato è, sigillare la profezia, o farne una registrazione permanente, che quando si è adempiuta, l'evento può essere paragonato alla profezia, e si può vedere che l'uno corrisponde all'altro . Nel passaggio davanti a noi, Gesenius ("Lexicon") lo rende "completare, finire" - nel senso che le profezie si sarebbero adempiute.

Hengstenberg suppone che ciò significhi che “non appena l'adempimento ha luogo, la profezia, sebbene mantenga, sotto altri aspetti, la sua grande importanza, raggiunge la fine della sua destinazione, in quanto l'opinione dei credenti, che stanno in bisogno di consolazione e di incoraggiamento, non è più rivolto ad essa, alla futura prosperità, ma a ciò che è apparso”.

Lengerke suppone che significhi confermare, corroborare, ratificare - bekraftigen, bestatigen; cioè, "la giustizia eterna sarà data ai pii, e le predizioni dei profeti saranno confermate e adempiute". Sigillare, dice, ha anche l'idea di confermare, poiché il contenuto di una scrittura è assicurato o assicurato da un sigillo. Dopotutto, forse, l'idea stessa qui è quella di "fare un veloce", come fa una serratura o un sigillo - poiché, come è noto, un sigillo era spesso usato dagli antichi dove una serratura è con noi; e il senso può essere che, come un sigillo o un lucchetto fissavano e fissavano il contenuto di uno scritto o di un libro, così l'evento, quando la profezia si adempiva, lo rendeva "veloce" e "sicuro".

Sarebbe, per così dire, rinchiuderlo o sigillarlo, per sempre. Avrebbe determinato tutto ciò che sembrava essere indeterminato al riguardo; sistemare tutto ciò che sembrava indefinito e non lasciare più incerto il significato. Secondo questa interpretazione il significato sarebbe che le profezie sarebbero state sigillate o risolte dalla venuta del Messia. Le profezie terminarono su di lui (confronta Apocalisse 19:10 ); in lui troverebbero il loro compimento; sarebbero completati in lui - e potrebbero quindi essere considerati chiusi e consumati - come un libro che è completamente scritto e sigillato.

Tutte le profezie, e tutte le visioni, avevano un riferimento più o meno diretto alla venuta del Messia, e quando sarebbe apparso potevano essere considerate complete. Lo spirito di profezia cesserebbe ei fatti confermerebbero e suggellerebbero tutto ciò che era stato scritto.

E per ungere il Santissimo - C'è stata una grande varietà nell'interpretazione di questa espressione. La parola resa “ungere” - משׁח m e shocha - infinito da משׁח mâshach (dalla parola Messia, Daniele 9:25 ), significa, propriamente, colpire o tirare la mano su qualsiasi cosa; spalmare con qualsiasi cosa, spalmare, dipingere, ungere.

È comunemente usato con riferimento a un rito sacro, ungere, o consacrare con l'unzione, o ungere a qualsiasi ufficio o uso; come, ad esempio, un sacerdote, Esodo 28:41; Esodo 40:15; un profeta, 1 Re 19:16; Isaia 61:1; un re, 1Sa 10:1 ; 1 Samuele 15:1; 2Sa 2:4 ; 1 Re 1:34.

Quindi è usato per denotare la consacrazione di una pietra o colonna come futuro luogo sacro, Genesi 31:13; o vasi e vasi consacrati a Dio, Esodo 40:9 , Esodo 40:11; Levitico 8:11; Numeri 7:1.

La parola indicherebbe quindi una messa a parte per un uso sacro, o la consacrazione di una persona o di un luogo come santo. A tale scopo era comunemente impiegato l'olio, o un unguento, preparato secondo una determinata regola, ma la parola può essere usata in senso figurato - come denotare mettere da parte o consacrare in qualsiasi modo "senza" l'uso di olio - come nel caso del Messia. Quanto a questa parola, dunque, ciò a cui si fa riferimento può essere avvenuto senza l'uso letterale dell'olio, con alcun atto di consacrazione o dedizione a un uso sacro.

La frase "il Santissimo" ( קדשׁים קדשׁ qôdesh qādāshı̂ym ) è stata interpretata in modo molto vario. Da alcuni è stato inteso che si applichi letteralmente al luogo santissimo - il santo dei santi, nel tempio; da altri a tutto il tempio, considerato santo; da altri a Gerusalemme in generale come luogo santo; e da altri, come Hengstenberg, alla chiesa cristiana come “un” luogo santo.

Da alcuni la cosa qui riferita sarebbe stata la consacrazione del luogo santissimo dopo la ricostruzione del tempio; da altri la consacrazione dell'intero tempio; da altri la consacrazione del tempio e della città con la presenza del Messia, e da altri la consacrazione della chiesa cristiana, con la sua presenza. La frase significa propriamente "santo dei santi", o santissimo. È spesso applicato nelle Scritture al "santuario interno", o alla porzione del tabernacolo e del tempio contenente l'arca dell'alleanza, le due tavole di pietra, ecc.

Vedi le note a Matteo 21:12. La frase ricorre nei seguenti punti della Scrittura: Esodo 26:33; Esodo 29:37; Esodo 30:29 , Esodo 30:36; Esodo 40:10; Levitico 2:3 , Levitico 2:10 , “et al.

" - in tutto, in circa ventotto posti. Vedi la "Concordanza ebraica dell'inglese". Non è necessariamente limitato al santuario interno del tempio, ma può essere applicato a tutta la casa, oa tutto ciò che è stato consacrato a Dio in modo peculiarmente sacro. In un senso ampio, forse potrebbe applicarsi a Gerusalemme, sebbene non mi renda conto che ricorre mai in questo senso nelle Scritture, e in senso figurato potrebbe essere applicato indubbiamente, come suppone Hengstenberg, alla chiesa cristiana, sebbene è certo che non è altrove così utilizzato.

Riguardo al significato dell'espressione - importante e difficile, come tutti ammettono - ci sono cinque opinioni principali che è bene notare. La verità si troverà in uno di loro.

(1) Che si riferisce alla consacrazione con olio o unzione del tempio, che sarebbe stato ricostruito dopo la cattività, da Zorobabele e Giosuè. Questa era l'opinione di Michaelis e Jahn. Ma a questa opinione ci sono obiezioni insuperabili:

(a) Che, secondo la tradizione uniforme degli ebrei, nel secondo tempio mancava l'olio santo. Nel caso del primo tempio potrebbe esserci stata un'unzione letterale, anche se non ci sono prove di ciò, come c'era dell'unzione dei vasi del tabernacolo, Esodo 30:22 , ecc. Ma nel secondo tempio c'è ogni prova che ci può essere, che non c'era unzione letterale.

(b) Il "tempo" qui citato è un'obiezione fatale a questa opinione. Il periodo è di settanta settimane di anni, o quattrocentonovanta anni. Non si può dubitare (vedi le note alla prima parte del versetto) di essere il periodo a cui si fa riferimento; ma è assurdo supporre che la consacrazione del nuovo tempio sarebbe stata differita per tanto tempo, e non c'è la minima prova che lo fosse. Questa opinione, quindi, non può essere accolta.

(2) La seconda opinione è che si riferisca alla riconsacrazione e purificazione del tempio dopo gli abomini di Antioco Epifane. Vedi le note a Daniele 8:14. Ma questa opinione è soggetta sostanzialmente alle stesse obiezioni dell'altra. La purificazione del tempio, o del santuario, come è detto in Daniele 8:14 , “non” avvenne quattrocentonovanta anni dopo l'ordine di ricostruire il tempio Daniele 9:25 , ma in un periodo molto precedente. Per nessuna arte di costruzione, se il periodo qui indicato è di quattrocentonovanta anni, può applicarsi alla ridedicazione del tempio dopo che Antioco lo avesse profanato.

(3) Altri hanno supposto che questo si riferisse al Messia stesso, e che il significato fosse che lui, che era santissimo, sarebbe poi stato consacrato o unto come Messia. È probabile, come ha mostrato Hengstenberg (“Christ.” ii. 321, 322), che i traduttori greci lo abbiano capito così, ma è un'obiezione sufficiente a questo che la frase, sebbene ricorra molte volte nelle Scritture, non è mai applicato a "persone", a meno che questo non sia un caso. La sua uniforme e propria applicazione è alle “cose”, o “luoghi”, ed è senza dubbio tale da intendersi in questo luogo.

(4) Hengstenberg suppone (pp. 325-328) che si riferisca alla chiesa cristiana come "un" luogo santo, o "il Nuovo Tempio del Signore", "la Chiesa della Nuova Alleanza", come consacrata e fornita di i doni dello Spirito. Ma è una confutazione sufficiente di questa opinione che la frase non sia usata così altrove; che ha nell'Antico Testamento un significato fisso come riferito al tabernacolo o al tempio; che non è impiegato da nessuna parte per denotare un insieme di "persone", più che una singola persona - un'idea che lo stesso Hengstenberg rifiuta espressamente (p.

322); e che non c'è un senso proprio in cui si possa dire che la chiesa cristiana è "unta". La lingua è indubbiamente da intendersi come riferita a qualche “luogo” che doveva essere così consacrato, e l'uso uniforme dell'ebraico porterebbe a supporre che ci sia un riferimento, in un certo senso, al tempio di Gerusalemme.

(5) Mi sembra, quindi, che l'interpretazione ovvia e giusta sia riferirla al tempio - come il luogo santo di Dio; sua peculiare dimora sulla terra. Strettamente e propriamente parlando, la frase si applicherebbe alla stanza interna del tempio - il santuario propriamente detto (vedi le note a Ebrei 9:2 ); ma potrebbe applicarsi a tutto il tempio come consacrato al servizio di Dio.

Se si chiede, dunque, a quale unzione o consacrazione si riferisce qui, la risposta, come mi sembra, non è che fosse allora da mettere da parte di nuovo, o da dedicare; non che fosse letteralmente unto con l'olio consacrante, ma che doveva essere consacrato nel senso più alto e migliore dalla presenza del Messia - che con la sua venuta doveva esserci una consacrazione più alta e solenne del tempio al vero scopo per il quale fu eretto di quanto non fosse mai avvenuto.

Fu allevato come un luogo sacro; sarebbe diventato eminentemente santo per la presenza di colui che sarebbe venuto come l'unto di Dio, e la sua venuta ad esso avrebbe compiuto lo scopo per il quale era stato eretto, e in riferimento al quale erano stati ordinati tutti i riti ivi osservati, e poi , compiuta quest'opera, il tempio e tutti i riti ad esso relativi sarebbero passati.

A conferma di questa opinione, si può notare, che vi sono ripetute allusioni alla venuta del Messia al secondo tempio, allevato dopo il ritorno dalla cattività - come quella che conferirebbe una peculiare sacralità al tempio, e che fa' che superi in gloria tutto il suo antico splendore. Così in Aggeo 2:7 , Aggeo 2:9 : “E io scuoterò tutte le nazioni, e il desiderio di tutte le nazioni verrà: e riempirò questa casa di gloria, dice il Signore degli eserciti.

- La gloria di quest'ultima casa sarà maggiore della prima, dice il Signore degli eserciti: e in questo luogo darò pace, dice il Signore degli eserciti». Così Malachia 3:1 : “Il Signore, che voi cercate, verrà all'improvviso al suo tempio, il messaggero dell'alleanza di cui vi compiacete: ecco, verrà, dice il Signore degli eserciti. Ma chi può sopportare il giorno della sua venuta? e chi starà in piedi quando apparirà? poiché è come il fuoco di un raffinatore e come il sapone dei gualchieri”, ecc.

Confronta Matteo 12:6 : "Ma io vi dico che in questo luogo è uno più grande del tempio". Usando dunque la parola "unzione", come denotativa di consacrare, rendere santo, mettere da parte a un uso sacro, e la frase "santo dei santi" per designare il tempio in quanto tale, mi sembra molto probabile che il riferimento ecco alla più alta consacrazione che si potesse fare del tempio nella stima di un ebreo, ovvero, appunto, la presenza del Messia, come dare una sacralità a quell'edificio che nient'altro ha dato o potrebbe dare, e, quindi, , come rispondente a tutta la forza propria del linguaggio qui utilizzato.

Supponendo che fosse previsto che ci fosse un riferimento a questo evento, questo sarebbe un linguaggio che non sarebbe stato impiegato in modo innaturale da un profeta ebreo. E se è così, questo può essere considerato il probabile significato del passaggio. In questo senso, il tempio che doveva essere eretto di nuovo, e per il quale Daniele si sentiva così sollecito, avrebbe ricevuto la sua più alta, la sua più vera consacrazione, in quanto connesso con un evento che doveva portare una giustizia eterna, e suggellare la visione e la profezia.

(D) Contemporaneamente a questo evento, come risultato di ciò, dobbiamo anticipare una tale diffusione di verità e giustizia, e un tale regno dei santi sulla terra, come sarebbe simboleggiato propriamente dalla venuta del Figlio dell'uomo all'antico dei giorni per ricevere il regno, Daniele 7:13. Come mostrato nell'interpretazione di quei versetti, questo non implica necessariamente che ci sarebbe stata un'apparizione visibile del Figlio dell'uomo, o un regno personale (vedi la nota a questi versetti), ma ci sarebbe stato un tale rifacimento del regno al Figlio dell'uomo e ai santi come sarebbe propriamente simboleggiato da tale rappresentazione.

Cioè, ci sarebbero grandi cambiamenti; ci sarebbe un rapido progresso della verità; ci sarebbe stata una diffusione del Vangelo; ci sarebbe stato un cambiamento nei governi del mondo, così che il potere sarebbe passato nelle mani dei giusti, e loro di fatto avrebbero governato. Da quel momento i “santi” avrebbero ricevuto il regno, e le cose del mondo sarebbero state messe su un nuovo piano. Da quel periodo si potrebbe dire che sarebbe cominciato il regno dei santi; cioè, ci sarebbero tali cambiamenti in questo senso che ciò costituirebbe un'epoca nella storia del mondo - l'inizio proprio del regno dei santi sulla terra - l'instaurazione del nuovo e definitivo dominio nel mondo.

Se ci fossero tali cambiamenti - tali progressi notevoli - tali facilitazioni per la diffusione della verità - tali nuovi metodi per propagarla - e un successo così sicuro che lo accompagna, che ogni opposizione cesserà e la persecuzione cessa, come costituirebbe propriamente un'epoca o un'era nella storia del mondo, che sarebbe connessa con la conversione del mondo a Dio, ciò corrisponderebbe giustamente all'interpretazione di questa profezia; avvenendo questo, sarebbe avvenuto tutto ciò che potrebbe essere giustamente mostrato implicito nella visione.

(E) Dobbiamo aspettarci un regno di giustizia sulla terra. Sul carattere di ciò che dobbiamo giustamente aspettarci dalle parole della profezia, vedi le note a Daniele 7:14. La profezia ci autorizza ad anticipare un tempo in cui vi sarà una generale prevalenza della vera religione; quando il potere nel mondo sarà nelle mani di uomini buoni - di uomini che temono Dio; quando le leggi divine devono essere obbedite - essere riconosciute come le leggi che devono controllare gli uomini; quando le istituzioni civili del mondo saranno pervase dalla religione e plasmate da essa; quando non ci saranno ostacoli al libero esercizio della religione, e quando infatti il ​​potere regnante sulla terra sarà il regno che il Messia stabilirà.

Non c'è niente di più certo nel futuro di un tale periodo, ea ciò tutte le cose tendono. Un tale periodo soddisferebbe tutto ciò che è abbastanza implicito in questa meravigliosa profezia, ea quella fede e speranza dovrebbero guardare avanti con calma e fiducia. Perché coloro che amano il loro Dio e la loro razza dovrebbero lavorare e pregare; e dalla certezza che tale periodo verrà, dovremmo essere rallegrati in mezzo a tutta l'oscurità morale che esiste nel mondo, e in tutto ciò che ora ci scoraggia nei nostri sforzi per fare il bene.

25 Conosci, quindi, e capisci - Hengstenberg lo rende, "e tu conoscerai e capirai;" e suppone che il disegno di Gabriele sia quello di risvegliare l'attenzione e l'interesse di Daniele con l'assicurazione che, se avesse prestato attenzione, avrebbe capito l'argomento dalla spiegazione che stava per dare. Così anche Teodozione lo rende al futuro. L'ebraico è al futuro e probabilmente trasmetterebbe l'idea che potrebbe, o potrebbe conoscere e comprendere la questione.

Così Lengerke lo rende, "Und so mogest du wissen", ecc. L'obiettivo è senza dubbio quello di richiamare l'attenzione di Daniel sull'argomento, con la certezza che potrebbe comprendere i grandi punti della comunicazione che stava per fare riguardo al settanta settimane. Nel versetto precedente, l'affermazione era generale; in questo, l'angelo dichiara il tempo in cui doveva iniziare il periodo delle settanta settimane, e poi che l'intero periodo doveva essere spezzato o diviso in tre porzioni o epoche più piccole, ognuna delle quali evidentemente segnava un evento importante, o costituiva un importante era.

Il primo periodo di sette settimane doveva evidentemente essere caratterizzato da qualcosa in cui sarebbe stato diverso da quello che sarebbe seguito, o sarebbe arrivato a qualche epoca importante, e poi avrebbe seguito un periodo continuo di sessantadue settimane, dopo di che, durante la restante una settimana, per completare l'intero numero di settanta, il Messia sarebbe venuto e sarebbe stato stroncato, e sarebbe iniziata la serie di desolazioni che avrebbe portato all'intera distruzione della città.

Che da quando uscì del comandamento - ebraica, “della parola” - דבר dabar. Si usa, però, come in Daniele 9:23 , nel senso di comandamento o ordine. L'espressione “uscito” ( מצא môtsâ' ) si applicherebbe propriamente all'“emanazione” di un ordine o decreto.

Quindi, in Daniele 9:23 - דבר יצא yatsa' Dabar - ‘comandamento uscì’ La parola propriamente significa un'uscita, e si applica al sole che sorge, che esce da est, Salmi 19:6 (7); poi un “luogo” di uscita, come una porta, una fonte d'acqua, l'oriente, ecc.

, Ezechiele 42:11; Isaia 41:18; Salmi 75:6 (7). La parola qui ha indubbio riferimento alla promulgazione di un decreto o comando, ma non c'è nulla nelle parole per determinare "da chi" il comando doveva essere emesso.

Per quanto riguarda la "lingua", si applicherebbe ugualmente bene a un comando impartito da Dio, o dal re persiano, e nient'altro che le circostanze possono determinare a quale si fa riferimento. Hengstenberg suppone che sia il primo, e che il riferimento sia allo scopo divino, o al comando emesso dal "concilio celeste" di ricostruire Gerusalemme. Ma il significato più naturale e ovvio è, per intendersi, dell'ordine' effettivamente emesso dal monarca persiano di restaurare e costruire la città di Gerusalemme. Questa è stata l'interpretazione data dal grande corpo di espositori, e le ragioni sembrano essere perfettamente chiare:

(a) Questa sarebbe l'interpretazione ad esso apposta naturalmente, se non ci fosse una teoria a sostegno, o se non aprisse una difficoltà cronologica non facile da risolvere.

(b) Questa è l'unica interpretazione che può dare qualcosa di simile alla definizione del passaggio. Il suo scopo è quello di designare un periodo fisso e certo dal quale si potrebbe fare il conto del tempo in cui il Messia sarebbe venuto. Ma, per quanto sembra, non c'era un comando così definito e marcato da parte di Dio; nessun periodo su cui si possa fissare quando diede il comando di restaurare ed edificare Gerusalemme; nessun punto esatto e stabile da cui si potesse calcolare il periodo in cui sarebbe venuto il Messia.

Mi sembra quindi chiaro che l'allusione sia a qualche ordine di ricostruire la città, e poiché tale ordine poteva venire solo da colui che aveva allora giurisdizione su Gerusalemme, e sulla Giudea, e che poteva comandare le risorse necessario per ricostruire la città in rovina, quell'ordine doveva essere quello che emanasse dal potere regnante; cioè, in effetti, il potere persiano, poiché quello era il potere che aveva giurisdizione alla fine dei settant'anni di esilio.

Ma, poiché vi furono diversi ordini o comandi in merito al restauro della città e del tempio, e poiché vi è stata molta difficoltà nell'accertare l'esatta cronologia degli eventi di quel remoto periodo, non è stato facile determinare l'esatta ordine cui si fa riferimento, o per sollevare l'intero soggetto da perplessità e difficoltà. Lengerke suppone che il riferimento qui sia lo stesso che in Daniele 9:2 , alla promessa fatta a Geremia, e che questo sia il vero punto da cui partire per il conto.

L'editto esatto a cui si fa riferimento sarà più propriamente considerato alla fine del versetto. Tutto ciò che è necessariamente implicato qui è che il tempo da cui deve iniziare la resa dei conti è un comando o un ordine emesso per restaurare e costruire Gerusalemme.

Per ripristinare - Margine, "costruisci di nuovo". L'ebraico è, propriamente, "far tornare" - להשׁיב l e hâshı̂yb. La parola potrebbe essere applicata al ritorno dei prigionieri nella propria terra, ma è evidentemente usata qui in riferimento alla città di Gerusalemme, e il significato deve essere, “riportarla alla sua condizione precedente.

Era evidentemente lo scopo di farlo tornare, per così dire, al suo antico spendore; ripristinarla nella sua precedente condizione di città santa, la città dove si sarebbe celebrato il culto di Dio, ed è a questo scopo che qui si fa riferimento. La parola, in Hiphil, è usata in questo senso di restaurare uno stato precedente, o rinnovare, nei seguenti luoghi: Salmi 80:3 , “ Rivolgici di nuovo - השׁיבנוּ hăshı̂ybēnû - e fa' risplendere il tuo volto.

"Così Salmi 80:7 , Salmi 80:19. Isaia 1:26 , "E io "ripristinerò" i tuoi giudici come all'inizio", ecc. Il significato qui sarebbe soddisfatto dalla supposizione che Gerusalemme dovesse essere messa nella sua condizione precedente.

E per costruire Gerusalemme - Allora era in rovina. Il comando, cui qui si fa riferimento, deve essere quello di ricostruirlo: le sue case, il tempio, le mura; e il buon senso è che un tale ordine verrebbe emesso, e il computo delle settanta settimane deve "iniziare" all'emissione di questo comando. La corretta interpretazione della profezia richiede che "quel" tempo sia assunto nel tentativo di accertare quando le settanta settimane sarebbero terminate.

Nel fare ciò, è evidentemente necessario in tutta onestà che non dobbiamo prendere il tempo in cui il Messia "apparve" - ​​o la nascita del Signore Gesù, supponendo che sia il " terminus ad quem " - il punto in cui il settanta settimane dovevano estendersi - e poi calcolare "indietro" per uno spazio di quattrocentonovanta anni, per vedere se non possiamo trovare qualche evento che per una possibile costruzione potrebbe essere applicato come il " terminus a quo ", il punto da cui dobbiamo cominciare a fare i conti; ma dobbiamo accertare quando, di fatto, fu dato l'ordine di ricostruire Gerusalemme, e di fare di "quel" il " terminus a quo " - il punto di partenza della resa dei conti. La considerazione del compimento di ciò può essere opportunamente riservata alla chiusura del versetto.

Al Messia - La parola Messia ricorre solo quattro volte nella versione comune delle Scritture: Daniele 9:25 : Giovanni 1:41; Giovanni 4:25.

È sinonimo di significato con la parola "Cristo", l'Unto. Vedi le note a Matteo 1:1. Messia è la parola ebraica; Cristo il greco. La parola ebraica ( משׁיח mâshı̂yach ) ricorre frequentemente nell'Antico Testamento e, con l'eccezione di questi due luoghi in Daniele, è tradotta uniformemente "unto" e si applica ai sacerdoti, ai profeti e ai re, come originariamente riservati ai loro uffici con atti solenni di unzione.

Per quanto riguarda la “lingua” qui, essa potrebbe essere applicata a chiunque abbia sostenuto questi uffici, e l'applicazione corretta è da determinare dalla connessione. I nostri traduttori hanno introdotto l'articolo - "al Messia". Questo manca nell'ebraico, e non avrebbe dovuto essere introdotto, poiché dà alla profezia una definizione che la lingua originale non richiede necessariamente.

I nostri traduttori lo hanno indubbiamente inteso come riferito a colui che è conosciuto come il Messia, ma questo non è necessariamente implicito nell'originale. Tutto ciò che la lingua trasmette equamente è "fino a un unto". Chi fosse "quello" deve essere determinato da circostanze diverse dal mero uso della lingua, e nell'interpretazione della lingua non si deve presumere che il riferimento sia a un particolare individuo.

Che sia designato un personaggio eminente; qualcuno che per eminenza sarebbe stato giustamente considerato unto da Dio; qualcuno che avrebbe recitato una parte così importante da caratterizzare l'età, o determinare l'epoca in cui dovrebbe vivere; qualcuno così importante da poter essere definito "unto", senza un appellativo più definito; qualcuno a cui si potrebbe fare riferimento per il solo uso di questo linguaggio, può essere ragionevolmente dedotto dall'espressione usata - poiché l'angelo intendeva chiaramente implicare questo e dirigere la mente verso qualcuno che avrebbe un tale rilievo nella storia del mondo.

L'obiettivo ora è semplicemente accertare il significato del "linguaggio". Tutto ciò che è abbastanza implicito è che si riferisca a qualcuno che avrebbe avuto una tale importanza come unto, o messo a parte all'ufficio di profeta, sacerdote o re, che si potrebbe intendere che fosse indicato con l'uso di questa lingua. Il riferimento non è all'unto, come di uno che era già conosciuto o atteso come tale - perché allora l'articolo sarebbe stato usato; ma per qualcuno che, quando sarebbe apparso, avrebbe avuto caratteristiche così marcate che non ci sarebbe stata difficoltà a determinare che fosse lui il previsto.

Hengstenberg ben osserva: "Dobbiamo, quindi, tradurre "un unto, un principe" e presumere che il profeta, in accordo con il carattere uniforme della sua profezia, scelse la designazione più indefinita, invece della più definita, e parlò solo di UN unto, un principe, invece dell'unto , il principe - κατ ̓ ἐξοχήν kat' exochēn - e lasciò che i suoi ascoltatori attingessero una conoscenza più profonda rispetto a lui, dalle aspettative prevalenti, fondata su precedenti profezie di un futuro grande King, dalle restanti dichiarazioni del contesto, e dal compimento, la cui coincidenza con la profezia deve essere qui più evidente, essendo stata data una data precisa». - Christol. ii. 334, 335.

La Vulgata rende questo, Usque ad Christum ducem - "anche a Cristo il capo", o governante. Il siriaco, “all'avvento di Cristo re”. Theodotion, ἕως Χριστοῦ ἡγουμένου heōs Christou hēgoumenou - "Cristo il capo", o governante. La questione se questo si riferisca a Cristo sarà considerata più appropriatamente alla fine del versetto.

Si verificherà poi anche l'inchiesta, se questo si riferisce alla sua nascita, o al suo aspetto come l'unto - la sua presa su di sé pubblicamente l'ufficio. Il linguaggio si applicherebbe a entrambi, anche se forse si riferirebbe più propriamente a quest'ultimo - al momento in cui dovrebbe apparire come tale - o dovrebbe essere unto, incoronato o messo a parte all'ufficio, ed essere pienamente istituito in esso. Non è stato possibile dimostrare che nessuna di queste domande sarebbe una deviazione dall'interpretazione equa delle parole, e l'applicazione deve essere determinata da altre circostanze, se ne sono espresse. Ciò che sono nel caso sarà considerato alla fine del versetto.

Il principe- נגיד nāgı̂yd. Questa parola significa propriamente un capo, un prefetto, un principe. È una parola di carattere molto generale e potrebbe essere applicata a qualsiasi leader o governante. Si applica a un sorvegliante, o, come dovremmo dire, a un "segretario" del tesoro, 1 Cronache 26:24; 2 Cronache 31:12; un sorvegliante del tempio, 1 Cronache 9:11; 2 Cronache 31:13; del palazzo, 2 Cronache 28:7; e degli affari militari, 1 Cronache 13:1; 2 Cronache 32:21.

È anche usato in modo assoluto per denotare un principe di un popolo, uno di dignità regale, 1 Samuele 9:16; 1 Samuele 10:1; 1 Samuele 13:14.

- Gesenio. Per quanto riguarda questa parola, dunque, si applicherebbe a qualsiasi principe o condottiero, civile o militare; chiunque di dignità reale, o che dovrebbe distinguersi, o farsi capo negli affari civili, ecclesiastici o militari, o che dovrebbe ricevere un incarico a tale posizione. È una parola che sarebbe applicabile al Messia come a qualsiasi altro leader, ma che non ha nulla in sé che renda necessario applicarla a lui.

Tutto ciò che si può dedurre equamente dal suo uso qui è che sarebbe un leader di spicco; qualcuno che sarebbe conosciuto senza più designazione definita; qualcuno su cui la mente si sarebbe posata naturalmente, e qualcuno a cui, quando fosse apparso, sarebbe stato applicato senza esitazione e senza difficoltà. Non c'è dubbio che un ebreo, nelle circostanze di Daniele, e con le opinioni e le aspettative conosciute del popolo ebraico, applicherebbe una frase del genere al Messia.

Saranno sette settimane - Vedi le note a Daniele 9:24. Il motivo per dividere l'intero periodo in sette settimane, sessantadue settimane e una settimana non è dichiarato formalmente e sarà considerato alla fine del versetto. Tutto ciò che è necessario qui per una spiegazione del linguaggio, e di ciò che deve essere anticipato nel compimento, è questo:

(a) Che, secondo l'interpretazione di cui sopra Daniele 9:24 , il periodo sarebbe di quarantanove anni.

(b) Che questa doveva essere la "prima" porzione di tutto il tempo, non il tempo che sarebbe stato adeguatamente sottratto a qualsiasi parte dell'intero periodo.

(c) Che alla fine dei quarantanove anni si sarebbe verificato un evento che avrebbe designato un periodo, o una divisione naturale del tempo, o che la parte designata dai quarantanove anni doveva essere distintamente caratterizzato dal periodo successivo indicato come sessantadue settimane, e il periodo successivo come una settimana.

(d) Nelle parole non viene data alcuna indicazione sulla natura di questo periodo, o su ciò che distinguerebbe una porzione dalle altre, e ciò che doveva essere deve essere appreso dalle spiegazioni successive, o dall'effettivo corso di eventi. Se un periodo è stato caratterizzato dalla guerra, e un altro dalla pace; uno nella costruzione della città e delle mura, e l'altro nella tranquilla prosperità; uno per abbondanza, e l'altro per carestia; uno per malattia e l'altro per salute - tutto ciò che è abbastanza implicito nelle parole sarebbe soddisfatto. È predetto solo che ci sarebbe stato qualcosa che avrebbe designato questi periodi, e sarebbe servito a distinguere l'uno dall'altro.

E sessanta e due settimane - Sessantadue settimane; cioè, come sopra ha spiegato Daniele 9:24 , quattrocentotrentaquattro anni. Il giusto significato è che ci sarebbe qualcosa che caratterizzerebbe quel lungo periodo, e servirebbe a distinguerlo da ciò che lo ha preceduto. In effetti non è detto che cosa sarebbe, e la natura del caso sembra richiedere che dovremmo guardare agli eventi - ai fatti nel corso della storia per determinare cosa sia stato. Che si trattasse di pace, prosperità, quiete, ordine o prevalenza della religione in contrasto con il periodo precedente, tutto ciò che le parole giustamente implicano si sarebbe adempiuto in entrambi.

La strada deve essere ricostruita - Questa è un'affermazione o una previsione generale, che non sembra avere alcun riferimento speciale al "tempo" in cui sarebbe stata fatta. La giusta interpretazione dell'espressione non richiede di capire che dovrebbe essere dopo il periodo unito delle sette settimane e delle sessantadue settimane, né durante uno di questi periodi; cioè, la lingua non è tale che siamo necessariamente tenuti a fissarla a qualsiasi periodo.

Sembra essere un'assicurazione generale volta a confortare Daniele con la promessa che le mura e le strade di Gerusalemme, ora desolate, sarebbero state ricostruite e che ciò sarebbe avvenuto durante questo periodo. La sua mente era particolarmente ansiosa riguardo alla condizione desolata della città, e qui viene fatta la dichiarazione che sarebbe stata restaurata. Per quanto riguarda le lingue - la costruzione grammaticale, mi sembra che ciò si realizzerebbe se fosse fatto o al momento dell'emissione del comandamento, o durante uno dei periodi designati, o anche dopo questi periodi .

È, tuttavia, più naturale, in relazione, intenderlo del "primo" periodo - le sette settimane, o i quarantanove anni - poiché si dice che "il comandamento uscirebbe per restaurare, e per costruire Gerusalemme;" e siccome tutto il periodo successivo è diviso in tre parti, si può presumere che la cosa che caratterizzerebbe la prima parte, o ciò che si farebbe prima, sarebbe eseguire il comandamento, cioè restaurare ed edificare il città.

Queste considerazioni porterebbero, quindi, a supporre che la cosa che caratterizzerebbe il primo periodo - i quarantanove anni - sarebbe la ricostruzione della città; e "il tempo" - un tempo che, considerando l'estensione e l'interezza delle rovine, la natura dell'opposizione che si potrebbe incontrare, la difficoltà di raccogliere abbastanza tra gli esuli per tornare e farlo, la mancanza di mezzi, e gli imbarazzi che una simile impresa potrebbe supporre comportare non possono, probabilmente, essere considerati troppo lunghi.

La parola resa "strada" - רחוב r e chôb - significa "strada", così chiamata dalla sua "ampiezza", e sarebbe quindi appropriatamente applicata a una strada larga. Quindi denota un mercato, o un foro - l'ampio luogo aperto alle porte delle città orientali dove si tenevano processi pubblici e le cose esposte per la vendita, 2 Cronache 32:6.

In Esdra 10:9 , la parola si riferisce all'area o corte davanti al tempio: "E tutto il popolo sedeva nella strada ( ברחוב bı̂r e chôb ) della casa di Dio", ecc. Confronta Nehemia 8:1 , Nehemia 8:3 , Nehemia 8:16.

Il riferimento in questo luogo, quindi, può essere a quella zona o tribunale; o può essere a qualsiasi luogo di concorso, o qualsiasi arteria. È un linguaggio che verrebbe naturalmente usato per indicare che la città sarebbe stata riportata alla sua condizione precedente. La frase "sarà ricostruita" è, a margine, "ritorna e sarà ricostruita". Questo è in accordo con l'ebraico. Cioè, sarebbe riportato al suo stato precedente; sarebbe, per così dire, tornare indietro e ricostruirsi.

Hengstenberg lo rende "una strada è restaurata e costruita". La frase implica correttamente che assumerebbe la sua condizione precedente, la parola "costruito" qui usata nel senso di "fatto", mentre parliamo di "fare una strada". Lengerke lo rende, wird wieder hergestellt - "sarà di nuovo restaurato". Teodozione lo rende, ἐπιστρέψει epistrepsei - "ritornerà", intendendolo nel senso che ci sarebbe stato un ritorno, vale a dire, dall'esilio. Ma il significato più corretto è senza dubbio che la strada ritornerebbe al suo stato precedente e sarebbe ricostruita.

E il muro - Margine, "fosso". Hengstenberg rende questo, "ed è fermamente determinato"; sostenendo che la parola חרוּץ chârûts qui significa fisso, determinato, risoluto, e che l'idea è che lo scopo che la città dovesse essere ricostruita era fermamente deciso nella mente divina, e che il disegno di ciò che è detto qui era di confortare ed animare gli Ebrei ritornati nei loro sforzi per ricostruire la città, in tutti gli scoraggiamenti e le angustie che sarebbero seguite a tale impresa.

L'interpretazione comune, tuttavia, è stata che si riferisca a un fossato, trincea o muro, che sarebbe stato costruito al momento della ricostruzione della città. Quindi la Vulgata, “muri, mura”. Quindi Teodotion , τεῖχος teichos - muro. Il siriaco lo rende: "Gerusalemme, i villaggi e le strade". Lutero, Mauren, muri. Lengerke lo rende, come fa Hengstenberg, "ed è determinato". Maurer intende le due espressioni, "strada e muro", come equivalenti a "dentro e fuori" - nel senso che la città sarebbe stata completamente e interamente ricostruita.

La parola ebraica חרוּץ chârûts significa, propriamente, ciò che è tagliato, o scavato, da חרץ chârats - incidere. La parola è tradotta “cose appuntite” in Giobbe 41:30; "oro, oro fino, oro scelto", in Salmi 68:13; Proverbi 3:14; Proverbi 8:10 , Proverbi 8:19; Proverbi 16:16; Zaccaria 9:3; uno strumento per trebbiare, Isaia 28:27; Amos 1:3; tagliente (riferito a una Isaia 41:15 ), Isaia 41:15; “muro”, Daniele 9:25; e "decisione", Gioele 3:14.

Non ricorre altrove nelle Scritture. La nozione di "oro" collegata alla parola deriva probabilmente dal fatto che è stata scavata o cercata avidamente dagli uomini. Questa idea, ovviamente, non è applicabile qui. Gesenius suppone che qui significhi "fosso o fossato" di una città fortificata. Questo mi sembra il probabile significato. In ogni caso, ciò ha il concorso del grande corpo di interpreti; e questo si accorda bene con la connessione.

La parola non significa propriamente "muro" e non è mai usata così altrove. Non c'è bisogno di dire che era comune, se non universale, nelle città gemiti fare un profondo fossato o trincea intorno a loro per impedire l'avvicinamento di un nemico, e tale linguaggio sarebbe stato naturalmente impiegato nel parlare della ricostruzione di una città. Il prof. Stuart lo rende, "con ampi spazi e stretti limiti".

Anche in tempi difficili - Margine, "stretto di". Hengstenberg, "in un momento di angoscia". Lengerke, Im Druck der Zeiten - in una pressione di tempi. Vulgata, In angustia temporum. Teodozione, nella Settanta, lo rende, "E questi tempi saranno svuotati" (Thompson) - καὶ ἐκκενωθήσονται οἱ καιροί kai ekkenōthēsontai hoi kairoi.

Il significato proprio della parola ebraica ( צוק tsôq ) è, angoscia, turbamento, angoscia; e il riferimento è, senza dubbio. a tempi che sarebbero stati caratterizzati da difficoltà, perplessità e angoscia. L'allusione è chiaramente alla ricostruzione della città, e l'uso di questo linguaggio farebbe pensare che tale impresa incontrerebbe opposizione o imbarazzo; che ci sarebbe stata difficoltà nel realizzarlo; che il lavoro non sarebbe stato portato avanti facilmente e che sarebbe stato necessario un tempo considerevole per finirlo.

Dopo aver esaminato il significato delle parole e delle frasi di questo versetto, siamo ora pronti a indagare più in particolare a cosa si riferisce e se le predizioni si sono adempiute. I punti che occorre esaminare sono i seguenti: - A chi fa riferimento il Messia Principe; il tempo designato dall'uscita del comandamento - o il “ terminus a quo;” la questione se l'intero periodo si estenda alla “nascita” di colui qui indicato come il Messia il Principe, o all'assunzione della carica o all'apparizione come tale; il tempo abbracciato nelle prime sette settimane - e l'adempimento - o la domanda se, dal momento dell'emissione del comandamento all'apparizione del Messia, il periodo dei quattrocentonovanta anni può essere equamente distinto. Questi sono evidentemente punti importanti, e non c'è bisogno di dire che su di essi ha prevalso una grande varietà di opinioni, e che sono seguiti con non poca difficoltà.

I. A cui si fa riferimento come il Messia il Principe. Nell'esposizione del significato delle parole, abbiamo visto che non c'è nulla nel linguaggio stesso che lo determini. È applicabile a chiunque debba essere messo a parte come sovrano o principe, e potrebbe essere applicato a Ciro, a qualsiasi re unto, o a colui che è correttamente designato ora come il Messia, il Signore Gesù. Confronta le note di Isaia 45:1.

Non è necessario mostrare che si è intrattenuta una grande varietà di opinioni, sia tra i rabbini ebrei che tra i commentatori cristiani, riguardo alla questione a cui ciò si riferisce. Tra i Giudei, Jarchi e Jacchiade supponevano che si riferisse a Ciro; Ben Gersom, e altri, a Zorobabele; Aben Esdra a Neemia; rabbino Azaria ad Artaserse. Bertholdt, Lengerke, Maurer e questa classe di espositori in generale, suppongono che il riferimento sia a Ciro, che è chiamato il Messia, o l'“Unto”, in Isaia 45:1.

Secondo questa interpretazione, si suppone che il riferimento sia ai settant'anni di Geremia, e che il significato sia che "sette settimane", o quarantanove anni, sarebbero trascorse dalla desolazione della città fino al tempo di Ciro. . Vedi Maurer, in loc. Confronta anche Lengerke, pp. 444, 445. Come esempi delle opinioni di coloro che negano il riferimento al passaggio al Messia, e delle difficoltà e assurdità di tali opinioni, possiamo notare quelle di Etchhorn e Bertholdt.

Eichhorn sostiene che i numeri a cui si fa riferimento sono numeri tondi, e che non dobbiamo aspettarci di poter distinguere un'esatta conformità tra quei numeri e gli eventi. Il "comandamento" menzionato in Daniele 9:25 si suppone si riferisca all'ordine di Ciro di restaurare e ricostruire la città, ordine che fu dato, secondo Usher, A.

M. 3468. Da questo momento in poi si devono contare le “sette settimane”, ovvero i quarantanove anni; ma, secondo il suo punto di vista, la resa dei conti deve essere "avanti e indietro"; cioè, sono sette settimane, o quarantanove anni, indietro rispetto a Nabucodonosor, che qui è chiamato "Messia il Principe", che distrusse il tempio e la città, AM 3416 - o circa cinquantadue anni prima dell'uscita del editto di Ciro. Da quel momento si deve cominciare il computo delle sessantadue settimane.

Ma ancora, questo non deve essere calcolato letteralmente dal tempo di Nabucodonosor; ma poiché i Giudei, secondo Geremia 25:11 , calcolarono settant'anni, invece del tempo vero, il punto da cui deve iniziare la stima è il quarto anno del regno di Ioiachim, e questo avvenne, secondo Usher, A.

M. 3397. Calcolando da questo punto in poi, le sessantadue settimane, o 434 anni, ci porterebbero al tempo di Antioco Epifane (AM 3829). Alla fine delle sessantadue settimane, nel primo anno di Antioco Epifane, il sommo sacerdote, Onia III (il Messia di Daniele 9:26 ), fu destituito - “troncato” - יכרת yı̂kârēth - e Giasone fu nominato in il suo posto, e Menelao l'anno dopo lo rimosse.

Tito Onias non ebbe propriamente successori, ecc. Questa assurda opinione Bertholdt (p. 605, seg.) tenta di accantonare - compito che si esegue molto facilmente, e poi propone il proprio - un'ipotesi non meno assurda e improbabile. Secondo la sua teoria (p. 613, in seguito), i settant'anni hanno infatti una base storica, e il tempo in essi abbracciato si estende dalla distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor alla morte di Antioco Epifane. Si divide in tre periodi:

(a) I primi sette ebdomad si estendono dalla distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor fino al re Ciro, che diede agli esuli il permesso di tornare nella loro terra. Questo è il periodo durante il quale Gerusalemme deve giacere desolata Daniele 9:2; e dopo la chiusura di questa, con il favore di Ciro Daniele 9:25 , la promessa di Geremia ( Daniele 9:25 - דבר Dabar - “comandamento”), che Gerusalemme deve essere ricostruita, va avanti.

(b) Le successive sessantadue settimane si estendono dal ritorno degli esuli all'inizio dei disordini e delle persecuzioni sotto Antioco. Questo è il periodo della ricostruzione di Gerusalemme Daniele 9:25.

(c) L'ultimo periodo di una settimana si estende dal tempo delle oppressioni e dei torti iniziati sotto Antioco, fino alla morte di Antioco. Vedi questa visione completamente spiegata e illustrata in Bertholdt, "ut supra". La grande massa degli interpreti cristiani, però, ha supposto che il riferimento sia al Messia propriamente detto - il promesso Salvatore del mondo - il Signore Gesù. A sostegno di tale opinione si possono suggerire le seguenti considerazioni, che mi sembrano risolutive:

(1) La lingua stessa è quella che gli è propriamente applicabile, e che gli suggerirebbe naturalmente. È vero, come vediamo in Isaia 45:1 , che il termine Messia può essere applicato ad un altro, come lo è a Ciro (vedi la nota al significato della parola in quel luogo, e nell'esposizione di questo versetto ), ma è anche vero che se il termine sta da solo, e senza spiegazioni, suggerirebbe naturalmente colui che, per eminenza, è conosciuto come il Messia.

In Isaia 45:1 è espressamente limitato a Ciro, e non può esserci pericolo di errore. Qui non c'è tale limitazione, ed è naturale, quindi, applicarla nel senso in cui tra gli ebrei sarebbe ovviamente intesa. Anche Bertholdt ammette la forza di questo. Così (p. 563) dice: “Che alle parole נגיד משׁיח mâshı̂yach nāgı̂yd (Messia il Principe) dovremmo essere portati a pensare al Messia, Gesù, e a quelle, Daniele 9:26 , לו ואין משׁיח יכרת yı̂kârēth mâshı̂yach v e 'ēyn (sarà reciso ma non per se stesso), della sua crocifissione, sebbene non assolutamente necessaria, è ancora molto naturale”.

(2) Questa sarebbe l'interpretazione che sarebbe data alle parole dagli ebrei. Erano così abituati a sperare in un grande principe e liberatore, che sarebbe stato per eminenza l'Unto del Signore, che, a meno che non ci fosse qualche limitazione o designazione speciale nella lingua, l'avrebbero naturalmente applicato al Messia , propriamente detto. Confronta Isaia 9:6.

All'inizio della storia degli ebrei, la nazione si era abituata all'aspettativa che un tale liberatore sarebbe arrivato, e le sue speranze erano incentrate su di lui. In tutti i tempi di problemi e calamità nazionali; in tutte le loro più brillanti visioni del futuro, erano abituati a guardare a lui come a uno che li avrebbe liberati dai loro problemi e che avrebbe esaltato il loro popolo a un livello di gloria e di onore, come non avevano mai conosciuto prima.

A meno che, quindi, non ci fosse qualcosa nella connessione che richiedesse una diversa interpretazione, il linguaggio sarebbe stato ovviamente applicato al Messia. Ma non si può pretendere che vi sia qualcosa nella connessione che richieda tale limitazione, né che vieti tale applicazione.

(3) Per quanto le versioni antiche gettano luce sull'argomento, mostrano che questa è l'interpretazione corretta. Così la Vulgata latina, usque ad Christum ducem. Quindi il siriaco, "al Messia, il santissimo" - letteralmente, "santo dei santi". Quindi Theodotion - ἔως Χριστοῦ heōs Christou - dove non ci possono essere dubbi che il Messia fosse inteso come riferito. Lo stesso si trova in arabo. Il Codex Chisianus è in totale confusione su tutto questo passaggio, e non se ne può fare nulla.

(4) Tutte le circostanze a cui si fa riferimento in relazione a colui che qui è chiamato “Messia il Principe” sono tali da essere propriamente applicabili all'opera che il Signore Gesù è venuto a compiere, e non a Ciro, o Antioco, o qualsiasi altro capo o governante. Vedi le note a Daniele 9:24. A nessun altro, secondo l'interpretazione che il passo di quel versetto sembra esigere, si possono applicare le espressioni ivi usate.

In quell'esposizione è stato mostrato che il versetto è progettato per dare una visione generale di ciò che sarebbe stato realizzato, o di ciò che è espresso più in dettaglio nei restanti versi della visione, e che il linguaggio ivi usato può essere applicato correttamente al opera che il Signore Gesù è venuto a compiere. Sicuramente a nessun altro le frasi "per frenare la trasgressione", "per sigillare i peccati", "per coprire l'iniquità", "per introdurre la giustizia eterna", "per sigillare la visione e la profezia" e "per consacrare il luogo santissimo”, sia così ben applicato.

Lo stesso vale per il linguaggio nella parte successiva della profezia, "Il Messia sarà stroncato", "non per se stesso... confermerà il patto... farà cessare l'oblazione". Chiunque può vedere le perplessità in cui è coinvolto adottando un'altra interpretazione, consultando Bertholdt o Lengerke sul passaggio.

(5) L'espressione qui usata ("principe" - נגיד nāgı̂yd - è applicata al Messia senza dubbio in Isaia 4:4 : "Gli ho dato in testimonianza al popolo, un capo - נגיד nāgı̂yd - e un comandante alle persone."

(6) La perplessità che accompagna qualsiasi altra interpretazione è un'ulteriore prova di questo punto. A piena illustrazione di ciò, è necessario solo fare riferimento alle vedute di Bertholdt ed Eichhorn come sopra esposte. Qualunque cosa si possa dire delle difficoltà sulla supposizione che si riferisca al Signore Gesù - il vero Messia - nessuno può impegnarsi a conciliare le applicazioni che hanno proposto con qualsiasi convinzione dell'ispirazione del brano.

Queste considerazioni mi sembrano chiarire che la profezia si riferiva al Messia propriamente detto, la speranza e l'attesa del popolo ebraico. Non c'è dubbio che Daniel lo capirebbe così; non c'è dubbio che sarebbe così applicato dagli ebrei.

II. La domanda successiva è: da che punto dobbiamo calcolare il tempo in cui il Messia sarebbe apparso - il " terminus a quo ?" È importante rimediare a questo, perché da esso dipende tutta la questione dell'adempimento, e “l'onestà” richiede che si determini senza riferimento al tempo a cui arriverebbero i quattrocentonovanta anni – ovvero il “ terminus ad quem”.

Chiaramente non è corretto fare come fa Prideaux, presumere che si riferisca alla nascita di Cristo, e poi fare i conti a ritroso fino a un tempo che potrebbe significare "l'uscita del comandamento". Il vero metodo, indubbiamente, sarebbe quello di fissare un tempo che si accordasse con l'espressione qui, senza alcun riferimento alla questione del compimento perché solo in questo modo può essere determinato come una vera "profezia", ​​e in questo solo così sarebbe stato utile a Daniel, oa coloro che gli sarebbero succeduti.

È superfluo dire che è stata mantenuta una grande varietà di opinioni riguardo al tempo designato dall'«uscita del comandamento». Bertholdt (pp. 567, 568) cita non meno di tredici opinioni che sono state nutrite su questo punto, e in una tale varietà di sentimenti, sembra quasi senza speranza poter accertare la verità con certezza. Ora, nel determinare ciò, ci sono alcuni punti che possono essere considerati certi. Sono come questi:

(a) Che il comandamento a cui si fa riferimento è uno emesso da qualche principe o re che ha autorità, e non lo scopo di Dio. Vedi le note sopra sulla prima parte del verso.

(b) Che il comando distinto sarebbe stato quello di “restaurare ed edificare Gerusalemme”. Questo è specificato, e quindi sembrerebbe distinto da un comando di costruire il tempio, o di restaurarlo dal suo stato di rovina. È vero che l'uno può sembrare implicito nell'altro, eppure ciò non segue necessariamente. Per varie ragioni sarebbe stato permesso agli Ebrei di ricostruire il loro tempio, e potrebbe esserci un'ordinanza reale che ordinasse che, mentre non c'era alcuno scopo di riportare la città al suo antico potere e splendore, e anche mentre potevano esserci forti obiezioni a esso.

Per l'uso degli ebrei che ancora risiedevano in Palestina, e per quelli che stavano per tornare, potrebbe essere una questione di politica permettere loro di ricostruire il loro tempio, e persino di aiutarli in esso, mentre tuttavia potrebbe essere considerato quanto pericoloso consentire loro di ricostruire la città e di riportarla nella sua precedente condizione di forza e potenza.

Era un luogo facilmente fortificabile; era costato molto tempo al monarca babilonese e gli aveva causato molte perdite, prima che fosse stato in grado di conquistarlo e sottometterlo, e, anche per Ciro, poteva essere una questione di politica molto discutibile permettere che fosse costruito e fortificato ancora. Di conseguenza troviamo che, in effetti, il permesso di ricostruire il tempio, e il permesso di ricostruire la città, erano cose del tutto diverse, e venivano concesse separatamente da diversi sovrani, e che l'opera veniva eseguita da persone diverse.

Il primo potrebbe, senza scorrettezza, essere considerato come la fine della prigionia - o la fine dei "settant'anni" di Geremia - poiché un permesso di ricostruire il tempio era, infatti, un permesso di tornare nel proprio paese, e uno scopo implicito per aiutarli in esso, mentre un considerevole intervallo potrebbe, e probabilmente sarebbe trascorso, prima che fosse emesso un comando distinto per restaurare e ricostruire la città stessa, e anche allora potrebbe intercorrere un lungo periodo prima che fosse completato.

Di conseguenza, nell'editto pubblicato da Ciro, il permesso di ricostruire il tempio è quello che è accuratamente specificato: “Così dice Ciro, re di Persia: Il Signore Dio del cielo mi ha dato tutti i regni della terra; e mi ha incaricato di "costruirgli una casa" a Gerusalemme, che è in Giuda. Chi c'è tra voi di tutto il suo popolo? il suo Dio sia con lui, e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, e "edifichi la casa del Signore Dio d'Israele" (egli è il Dio), che è in Gerusalemme", Esdra 1:2.

In quest'ordine non si dice nulla della restaurazione della città, e che infatti avvenne in un tempo diverso, e sotto la direzione di diversi capi. La prima impresa fu quella di ricostruire il tempio; era ancora una questione se sarebbe stata una questione politica consentire la ricostruzione della città, e ciò è stato infatti realizzato in un momento diverso. Queste considerazioni sembrano rendere certo che l'editto qui richiamato non fosse quello emanato da “Ciro”, ma dovesse essere un decreto successivo che riguardava particolarmente la ricostruzione della città stessa.

È vero che il comando di ricostruire il tempio implicherebbe che o vi fossero persone residenti tra le rovine di Gerusalemme, o in terra di Palestina, che vi avrebbero adorato, e che vi sarebbero stati degli abitanti a Gerusalemme, probabilmente quelli che avrebbero andate da Babilonia - perché altrimenti il ​​tempio non sarebbe di alcun servizio, ma potrebbe esserlo ancora, e non ci sarebbe il permesso di ricostruire la città con un qualsiasi grado della sua antica forza e splendore, e nessuno per circondarla di mura - un materiale molto cosa nella struttura di una città antica.

(c) Questa interpretazione è confermata dall'ultima parte del versetto: "la strada sarà ricostruita e il muro, anche in tempi difficili". Se la parola resa "muro" significa "trincea o fossato", come ho supposto, si trattava comunque di una trincea o di un fossato che è stato progettato come "difesa" di una città, o che è stato scavato per fare un muro, allo scopo di fortificare una città murata per renderla più forte, e l'espressione è una che non sarebbe applicata al mero scopo di ricostruire il tempio, né sarebbe usata se non in un comando di restaurare la città stessa.

Siamo, quindi, nella giusta interpretazione del passaggio, ora richiesto per mostrare che un tale comando è uscito dal re persiano per "restaurare e ricostruire" la città stessa - cioè un permesso per metterla in una tale condizione di forza come prima.

Per vedere come questa interpretazione si accorda con i fatti di causa, e per determinare se si possa trovare un tale periodo che corrisponda propriamente a questa interpretazione, e ci consenta di accertare il momento qui indicato - il " terminus a quo ” - è doveroso indagare quali sono i fatti che la storia ha conservato. A questo scopo, ho esaminato questo punto dell'indagine sul "Commonwealth ebraico" di Jahn (pp.

160-177), opera non scritta con alcun riferimento al compimento di questa profezia, e che, infatti, nella parte relativa a questo periodo del mondo, non fa alcuna allusione a Daniele. La domanda che era necessario risolvere era se sotto qualcuno dei re persiani ci fosse un ordine o un comando che corrispondesse propriamente a quello che abbiamo accertato essere il giusto significato del passaggio.

Una brevissima sinossi dei principali eventi registrati da Jahn come attinenti alla restaurazione degli ebrei nel proprio paese, sarà tutto ciò che è necessario aggiungere per determinare la questione che abbiamo di fronte.

I re della monarchia universale persiana, secondo Tolomeo, erano dieci e l'intera somma del loro regno duecentosette anni - dal tempo di Ciassare II al tempo di Alessandro Magno. Ma essendo l'oggetto specifico di Tolomeo la cronologia, omise quelli che non rimasero sul trono un anno intero, e riferì i mesi del loro regno, in parte al precedente, e in parte al monarca successivo. Il numero totale dei sovrani era in realtà quattordici, come risulta dalla tabella seguente:

avanti Cristo

Anni

Mesi

538

regnò Ciassare II

2

0

536

Ciro

7

0

529

Cambise

7

5

522

Smerdis

0

7

521

Dario Istaspis

36

0

485

Serse I

21

0

464

Artaserse Longimano

40

3

424

Serse II

0

2

424

Sogdianus

0

7

423

Darius Nothus

19

0

404

Artaserse Mnemon

46

0

358

Darius Ochus

21

0

337

asini

0

2

335

Dario Codomanus

0

4

Sotto il regno di quest'ultimo principe, 331 aC, il regno fu interamente sottomesso da Alessandro Magno.

In merito alla questione se sia stato emesso un ordine o un comando relativo alla ricostruzione della città di Gerusalemme che corrisponda al significato della previsione come sopra spiegato, i seguenti fatti forniranno probabilmente tutta la conoscenza che si può ottenere:

(a) Ciassare II Naturalmente non c'era nulla al tempo di Ciassare II, il Dario di Daniele Daniele 6:1; Daniele 9:1 , poiché fu sotto di lui che Babilonia fu conquistata, e non ci fu alcun movimento verso una restaurazione degli ebrei nella propria terra iniziata da lui, il primo movimento di quel tipo fu sotto Ciro.

(b) Ciro. Qual era la natura dell'ordine emesso da lui che abbiamo visto sopra. Era un comando per costruire il tempio, ed era limitato a quello, e non implicava alcun riferimento alla città. Il comando, come abbiamo veduto sopra, non si estendeva a quello, e c'erano probabilmente buone ragioni per cui non si contemplava che fosse ricostruita nelle sue antiche forze e fortificata come prima. Lo scopo di fortificare la città, o di circondarla da un muro o da un fossato, o anche di costruirla del tutto, non poteva essere stato portato all'interno dell'ordine di Ciro, come riportato in Esdra, e questa è l'unica forma dell'ordine che abbiamo.

La lingua di Daniele, quindi, sembra essere stata scelta di proposito quando dice che sarebbe stato dato il comando di ricostruire la città, non il tempio. Ad ogni modo, tale è la lingua, e tale non era l'ordine di Ciro.

(c) Cambise. Dopo la morte di Ciro i Samaritani scrissero a Cambise (chiamato, da Esdra, Assuero) contro gli ebrei. Non sappiamo quale effetto abbia prodotto questa lettera, ma possiamo facilmente giudicare dal carattere di questo degenerato figlio di Ciro, come è rappresentato nella storia. Era un "guerriero sconsiderato, goloso e furioso, che era considerato pazzo furioso anche dai suoi stessi sudditi". - Jahn.

Invase follemente l'Egitto, e al suo ritorno seppe che Smerdi, suo fratello, aveva usurpato il trono in sua assenza; e morì per una ferita ricevuta dalla caduta della sua spada dal fodero, mentre montava a cavallo. Durante il suo regno non viene menzionato alcun ordine relativo alla ricostruzione né della città né del tempio.

(d) Smerdi. Ha mantenuto il trono circa sette mesi. Nella Bibbia ha il nome di Artaserse. Confronta, rispetto a lui, Ctesia, x.; Giustino, io. 9; Erode. ii. 61-67. “A questo monarca si rivolsero nuovamente i Samaritani, lamentandosi che i Giudei costruissero (cioè fortificassero) la città di Gerusalemme, cosa che non avevano mai pensato di fare; e in conseguenza di questa falsa accusa, Smerdis ha emesso un divieto positivo del loro lavoro”. - Jahn. Due cose, quindi, possono essere osservate riguardo a questo regno:

(1) l'ordine o comandamento a cui fa riferimento Daniele non poteva essere emesso durante questo regno, poiché vi era un'espressa “proibizione” contro i lavori di costruzione e fortificazione della città; e

(2) ciò conferma quanto detto sopra circa l'improbabilità che qualsiasi ordine sarebbe stato emanato da Ciro per ricostruire e fortificare la città stessa.

Non si poteva non prevedere che un tale ordine avrebbe potuto suscitare l'opposizione dei Samaritani, e causare dissensi interni e difficoltà in Palestina, ed è improbabile che il governo persiano avrebbe permesso la ricostruzione di una città che avrebbe portato a tali collisioni.

(e) Dario Istaspis. Regnò trentasei anni. Era un sovrano mite e benevolo. "Poiché Smerdis era un semplice usurpatore, il suo divieto di ricostruire il tempio non aveva alcuna autorità". - Jahn. Nel secondo anno del suo regno, apparvero Aggeo e Zaccaria, che supplicarono il governatore Zorobabele, il sommo sacerdote Giosuè e tutto il popolo, con tali potenti appelli ai comandi divini, che la costruzione della casa di Dio fu ripresa ancora una volta. .

Su questo, Tatnai, il governatore persiano sul lato occidentale dell'Eufrate, venne con i suoi ufficiali per chiedere un conto agli ebrei, che lo riferirono al permesso di Ciro, e gli ebrei furono autorizzati a procedere. L'intera faccenda fu però portata a conoscenza di Dario, il quale fece ricercare negli archivi dello stato in riferimento al presunto decreto di Ciro. Fu trovato l'editto di Ciro, che ordinava che un tempio fosse costruito a Gerusalemme a spese del re, e di dimensioni molto più grandi del primo.

Una copia di questo fu inviata a Tatnai, e gli fu comandato di fare in modo che il lavoro fosse inoltrato e che le spese fossero sostenute dal tesoro reale e che i sacerdoti fossero forniti di tutto ciò che era necessario per mantenere il quotidiano sacrificio. L'opera fu quindi portata avanti con rinnovato vigore, e nel sesto anno del suo regno il tempio fu completato e consacrato. Il resto del suo regno fu speso in guerre inutili con Scizia, Tracia, India e Grecia.

Ha subito un rovesciamento a Maratona, e si stava preparando per una più energica campagna in Grecia quando morì, e lasciò il suo dominio e le sue guerre a Serse. Durante il suo regno non fu emesso alcun ordine per la ricostruzione della città di Gerusalemme. Tutti i suoi editti riguardano la concessione originale di Ciro - il permesso di costruire il tempio.

(f) Serse I. La carriera di Serse è ben nota. Si distinse per gola, voluttà e crudeltà. È celebrato per la sua invasione della Grecia, per lo scacco che incontrò alle Termopili e per il rovesciamento delle sue forze navali a Salamina da parte di Temistocle. Nel ventunesimo anno del suo regno fu assassinato da Artabano, comandante del suo bagnino. Morì nell'anno 464 a.C. Secondo Jalm, è probabile che "l'Artaserse di Esdra, che è menzionato dopo Dario Istaspi, e l'Assuero di Ester, siano nomi di Serse I.

Se è così, fu sotto di lui che la seconda carovana di ebrei andò in Giudea, sotto la direzione di Esdra Esdra 7 Serse, se era il principe di cui si parlava, diede a Esdra un ampio incarico riguardo al tempio di Gerusalemme, concedendogli pieno potere di fare tutto ciò che era necessario per mantenere lì il culto pubblico, e affidargli i vasi d'oro e d'argento in Babilonia, relativi al tempio, ecc.

Il decreto può essere trovato in Esdra 7:13. Questo decreto, tuttavia, si riferisce interamente al tempio, la "casa di Dio". Non c'era alcun ordine per ricostruire la città, e non ci sono prove che sia stato fatto qualcosa di materiale nella costruzione della città o delle mura. Riguardo a questo regno, Giovanni osserva: “Sembra che la colonia ebraica in Giudea non sia mai stata in una condizione molto fiorente.

L'amministrazione della giustizia era particolarmente carente e né le istituzioni civili né quelle religiose erano saldamente stabilite. Di conseguenza, il re diede nuovamente il permesso a tutti gli ebrei di emigrare in Giudea”, p. 172. Esdra fece il viaggio con la carovana in tre mesi; depose i doni preziosi nel tempio, fece leggere e spiegare le Scritture; ha iniziato una riforma morale, ma non ha fatto nulla, per quanto sembra, nella ricostruzione della città - per la sua commissione non si estendeva a questo.

(g) Artaserse Longimano. Secondo Jahn, iniziò a regnare nel 464 aC e regnò quaranta anni e tre mesi. Fu durante il suo regno che Neemia visse e agì come governatore della Giudea. La colonia in Giudea, dice Jahn, che era stata così fiorente al tempo di Esdra, era molto diminuita, in conseguenza del fatto che la Siria e la Fenicia erano state l'appuntamento degli eserciti di Artaserse.

“Neemia, coppiere di Artaserse, apprese l'infelice condizione degli Ebrei, nel 444 aC, da un certo ebreo di nome Hanani, che era venuto dalla Giudea a Susa con una carovana. Dei regolamenti introdotti da Esra aC 478 rimaneva poco e, tra le confusioni della guerra, la condizione degli ebrei peggiorava continuamente. Questa informazione colpì così tanto Neemia che il re notò la sua malinconia e, indagandone la causa, lo nominò governatore della Giudea, "con pieni poteri per fortificare Gerusalemme", e così proteggerla dai disastri a cui i luoghi non protetti sono sempre esposti nel tempo di guerra.

Furono inviati ordini agli ufficiali reali a ovest dell'Eufrate di “assistere alla fortificazione della città” e di fornire il legname necessario dalla foresta del re; probabilmente sul monte Libano, vicino alle sorgenti del fiume Kadisha, poiché quello era il luogo celebrato per i suoi cedri. Così incaricato, Neemia si recò in Giudea, accompagnato da ufficiali militari e cavalleria”, pp. 175, 176. Jahn aggiunge inoltre, “non appena Neemia, al suo arrivo in Palestina, fu riconosciuto governatore della Giudea dagli ufficiali reali, egli fece conoscere i suoi preparativi per fortificare Gerusalemme agli anziani che componevano il consiglio ebraico.

Tutti i capi delle case e il sommo sacerdote Eliasib si dedicarono con zelo all'opera. I capi dei Samaritani, Sanballat, Tobiah e Gheshem, si sforzarono di ostacolare la loro impresa con insulti, insinuazioni maligne che era una preparazione per la rivolta, con complotti e minacce di un attacco ostile. Gli Ebrei, tuttavia, procedettero con serietà nei loro affari, armarono gli operai, li protessero ulteriormente da una guardia di cittadini armati, e alla fine completarono felicemente le mura della loro città”.

Siamo quindi giunti a un punto, nella storia dei re di Persia, in cui c'era un ordine distinto per restaurare e fortificare Gerusalemme, e quando fu intrapresa una spedizione esplicita per ottenere questo risultato. Nella storia di questi re, come riportato da Jahn, questo è il primo ordine che sembrerebbe corrispondere al linguaggio di Daniele - "il comandamento di restaurare e ricostruire Gerusalemme" e l'affermazione che "la strada dovrebbe essere ricostruita, e il muro, anche in tempi difficili.

Può essere bene, quindi, soffermarsi qui, e guardare più distintamente a questo ordine di Artaserse Longimano, e indagare sulla sua conformità con il linguaggio di Daniele. Le circostanze, quindi, come affermato nel libro di Neemia, sono queste:

(a) Neemia apprese da Hanani lo stato dei suoi fratelli in Giudea, e il fatto che "le mura della città furono abbattute e che le porte furono bruciate con il fuoco", e che le persone che erano a Gerusalemme erano in una stato di "grande afflizione e biasimo", e si diede al pianto, al digiuno e alla preghiera, per questo motivo, Nehemia 1:1.

(b) Entrando alla presenza di Artaserse, per svolgere il consueto dovere di presentare il vino al re, il re vide la tristezza e l'angoscia di Neemia e ne chiese la causa, Neemia Nehemia 2:1. Questo, Nehemiah Nehemia 2:1 è attento a notare che avvenne nel ventesimo anno del suo regno.

(c) Egli afferma chiaramente che era perché Gerusalemme era ancora in rovina: “Perché il mio aspetto non dovrebbe essere triste, quando la città, il luogo dei sepolcri dei miei padri, è desolata, e le sue porte sono consumate dal fuoco? " Nehemia 2:3.

(d) La richiesta di Neemia, in accordo con la lingua di Daniele, era che gli fosse permesso di andare a Gerusalemme e "ricostruire la città": "E dissi al re: Se piace al re, e se il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi, affinché tu mi mandi in Giuda, nella città dei sepolcri dei miei padri, affinché io possa edificarla», Nehemia 2:5.

(e) L'editto di Artaserse contemplava la stessa cosa predetta dall'angelo a Daniele “E una lettera ad Asaf, custode della foresta del re, affinché mi dia legname per fare travi per le porte del palazzo che apparteneva a la casa e per le mura della città”, ecc., Nehemia 2:8.

(f) L'opera che Neemia fece, sotto questo editto, era ciò che si suppone nella predizione di Daniele. La sua prima opera fu di uscire di notte per esaminare lo stato della città: “E uscii di notte per la porta della valle, ecc., e vidi le mura di Gerusalemme, che erano state distrutte, e le sue porte furono consumati dal fuoco”, Nehemia 2:13.

La sua opera successiva fu quella di proporre di ricostruire di nuovo queste mura: “Allora dissi loro: Vedete l'angoscia in cui ci troviamo, come Gerusalemme è devastata e le sue porte sono bruciate dal fuoco: venite e ricostruiamo il mura di Gerusalemme, affinché non siamo più un biasimo”, Nehemia 2:17. L'opera successiva fu quella di ricostruire quelle mura, di cui abbiamo una descrizione completa in Nehemia 3:1; Nehemia 4:1.

La città fu così fortificata. Fu ricostruita secondo il proposito di Neemia e secondo il decreto di Artaserse. Riprese il suo posto come città fortificata, e l'opera promessa di restaurarla e ricostruirla fu; completare.

(g) La costruzione della città e delle mura sotto Neemia avvenne proprio nelle circostanze previste da Daniele. L'angelo dice: "Il muro sarà ricostruito, anche in tempi difficili". Chiunque legga il resoconto della ricostruzione in Neemia - la descrizione dei "problemi" che furono prodotti dall'opposizione di Sanballat e quelli a lui associati Nehemia 4 , e vedrà la sorprendente accuratezza di questa espressione - un'accuratezza tanto completa quanto se fosse stato impiegato dopo l'evento nel descriverlo, invece di essere stato usato prima nel prevederlo.

Può confermare questa interpretazione fare tre osservazioni:

(1) Dopo questo decreto di Artaserse non fu emanato alcun ordine dai re persiani relativo al restauro e alla ricostruzione della città. Né Serse II, né Sogdiano, né Dario Noto, né Artaserse Mnemone, né Dario Oco, né Arse, né Dario Codomano, emanarono alcun decreto che corrispondesse a questa predizione, né alcuno relativo alla ricostruzione di Gerusalemme. Non c'era occasione per nessuno, perché il lavoro era fatto.

(2) Una seconda osservazione è che, nel linguaggio di Hengstenberg, “Fino al ventesimo anno di Artaserse, la nuova città di Gerusalemme era un villaggio aperto, scarsamente abitato, esposto a tutte le aggressioni dei suoi vicini, mantenendo lo stesso rapporto con la prima e la seconda città come le capanne erette dopo l'incendio di una città per la prima protezione davanti alla pioggia e al vento fanno a quelle che sono ancora illese, o che sono state ricostruite.

"- Cristo. ii. 381. Ciò risulta del tutto evidente dalle osservazioni già fatte sullo stato della città. La mancanza di qualsiasi permesso per ricostruire la città e le mura; il fatto che il permesso di tornare si estendesse solo al diritto di ricostruire il tempio; le improbabilità sopra esposte, che la ricostruzione della città nella sua forza sarebbe stata consentita al loro ritorno, e il resoconto che Neemia fa della condizione di Gerusalemme nel momento in cui chiese il permesso di andare a "costruirla", tutto tende a per confermare questa supposizione. Vedi Hengstenberg, come sopra, pp. 381-386.

(3) Una terza osservazione è che una conferma di ciò può essere trovata nel libro dell'Ecclesiastico, che mostra come Neemia fosse considerato rispetto alla ricostruzione della città: “E tra gli eletti c'era Neemia, la cui fama è grande, che ha rialzato per noi le mura che erano cadute, ha rizzato le porte e le sbarre e ha rialzato le nostre rovine», Ecclesiastico 49:13. D'altra parte, Giosuè e Zorobabele vengono esaltati solo come ricostruttori del tempio: “Come magnificheremo Zorobabele? anche lui era come un sigillo sulla mano destra:" "così era Gesù figlio di Josedec: che ai loro tempi edificò "la casa" e eresse un "tempio santo" al Signore", Ecclesiastico 49:11, 12.

Queste considerazioni rendono chiaro il caso, mi sembra, che l'epoca a cui si fa riferimento - il “ terminus a quo ” - secondo la giusta interpretazione, fosse il ventesimo anno di Artaserse. A ciò siamo condotti dalla corretta e necessaria esposizione della lingua, e dagli ordini effettivamente emessi dalla corte persiana riguardo al tempio e alla città.

Se si dovesse obiettare - unica obiezione di rilievo che le è stata addotta - che ciò non risponderebbe all'inchiesta di Daniele; che stava cercando il tempo in cui la prigionia sarebbe cessata e la sua fine come predetto da Geremia; che non lo consolerebbe riferirsi a un periodo così remoto come qui si suppone - il tempo della ricostruzione della città; e, ancor più, che, non conoscendo quel tempo, la profezia non gli avrebbe fornito alcuna base di calcolo circa l'apparizione del Messia, si può rispondere:

(a) Che la predizione conteneva tutta la consolazione e l'assicurazione che Daniele cercava - l'assicurazione che la città "sarebbe stata ricostruita" e che un ordine "sarebbe stato emanato" per la sua restaurazione.

(b) Che l'angelo non professa di rispondere al punto preciso dell'indagine che Daniele aveva suggerito. La preghiera di Daniele fu l'occasione per pronunciare una profezia più alta di quella che la menzogna stava contemplando.

(c) Non è necessario supporre che il progetto fosse che "Daniele" fosse in grado di calcolare l'ora esatta in cui sarebbe apparso il Messia. Gli bastava che avesse la certezza che sarebbe apparso, e se gli fosse fornita una base da cui si potesse calcolare quando sarebbe apparso, dopo che fosse uscito l'ordine di ricostruire la città.

(d) In ogni caso, la profezia deve essere sembrata a Daniele avere un significato molto più importante di quello che sarebbe stato implicato semplicemente da una risposta diretta alla sua preghiera - relativa alla fine dell'esilio. La profezia si estendeva indubbiamente negli anni futuri. Daniele deve aver visto subito che conteneva un'importante rivelazione riguardo agli eventi futuri e, poiché implicava che l'esilio sarebbe finito e che la città sarebbe stata ricostruita, e poiché aveva già un'indicazione sufficiente quando l'esilio sarebbe finito, da le profezie di Geremia, possiamo supporre che la mente di Daniele si sarebbe riposata su questo come più di quanto avesse desiderato sapere - una rivelazione ben oltre ciò che aveva previsto quando ha riservato questo giorno per una preghiera speciale.

L'unica difficoltà rimasta riguardo al tempo indicato come inizio delle settanta settimane - “il terminus a quo ” - è quella di determinare l'esatta cronologia del ventesimo anno di Artaserse - il punto da cui fare i conti. Il tempo, però, varia solo di qualche anno secondo le diverse stime cronologiche, e non tanto da incidere materialmente sul risultato. Di seguito le principali stime:

Jahn

444 aC

Hengstenberg

454 aC

Hales

414 aC

Calmet

449 aC

Usciere

454 aC

Si vedrà da ciò che la differenza nella cronologia è, al massimo, di dieci anni, e in una questione del genere, dove le antiche registrazioni sono così indefinite, e così poco ci si è preoccupati di fare date esatte, è non ci si può forse aspettare che il tempo possa essere determinato con precisione esatta. Né, poiché i numeri usati dall'angelo sono in un certo senso numeri "rotondi" - "settanta settimane", "sessantadue settimane", "una settimana", è necessario supporre che l'ora possa essere calcolata con l'esattezza di un anno o di un mese, anche se questo è stato spesso tentato.

È sufficiente che la predizione fosse così accurata e determinata che non ci potesse essere alcun dubbio, in generale, sul tempo dell'apparizione del Messia, e così che quando apparve fosse manifesto che si trattava di lui. Hengstenberg, tuttavia, suppone che la cronologia possa essere stabilita con precisione letterale. Vedi Cristo. ii. 394-408.

Prendendo le date sopra riportate come “ terminus a quo ” della profezia - il tempo da cui computare l'inizio delle sessantanove settimane al “Messia Principe” - ovvero i quattrocentottantatrè anni, si ottiene , rispettivamente, le seguenti conseguenze:

Il periodo del 414 a.C., il periodo di Jahn e Hales, si estenderebbe fino al 39 d.C.

Quello del 455 a.C., il periodo di Hentstenberg e Usher, al 29 d.C.

Quello del 449 aC, il periodo di Calmet, al 31 dC.

È notevole come tutti questi periodi terminino all'incirca nel momento in cui il Signore Gesù iniziò la sua opera, o assunse, al suo battesimo, l'ufficio pubblico del Messia, quando aveva trent'anni. È innegabile che, qualunque sia il calcolo corretto, o qualunque calcolo si possa supporre che sia stato impiegato dagli ebrei, l'aspettativa sarebbe stata eccitata nella mente del pubblico che il Messia stava per apparire in quel momento.

Forse la vera verità può essere vista in una luce ancora più forte supponendo che se un sagace impostore avesse deciso di assumere l'ufficio di Messia e avesse modellato i suoi piani in modo tale da soddisfare le aspettative nazionali scaturite da questa predizione di Daniele , avrebbe indubbiamente affermato le sue affermazioni all'incirca nel momento in cui il Signore Gesù apparve pubblicamente come Messia. Secondo le cronologie comuni, non ci sarebbe stata una variazione di più di nove anni nel calcolo, e, forse, dopo tutto, se si considera quanto poco sia stata considerata o risolta la cronologia dei tempi antichi, è molto più da stupirsi se ci dovrebbe essere una precisione così grande che il tempo non è più certo determinato.

Se, nonostante la confusione delle date antiche, il tempo è così vicino determinato con accuratezza, non è piuttosto da presumere che se i fatti della storia antica potessero essere accertati, il periodo esatto sarebbe stato predetto dall'angelo?

III. Il punto successivo propriamente è, qual è il tempo a cui si riferisce la frase "al Messia il Principe" - il " terminus ad quem ". Qui non ci possono essere che due opinioni: cosa lo riferisce alla sua nascita e quello che lo riferisce alla sua manifestazione pubblica come Messia, o al suo incarico su se stesso. Le osservazioni sotto l'ultimo titolo ci hanno condotto alla probabilità che quest'ultimo sia inteso.

Anzi, è moralmente certo che sia così, se abbiamo accertato con esattezza il “ terminus a quo ”. L'unica domanda allora è se questa sia la costruzione giusta, o se il linguaggio possa essere correttamente applicato in questo modo. Abbiamo visto, nell'interpretazione della frase di cui sopra, che la costruzione grammaticale della lingua è quella che potrebbe, senza scorrettezza, essere applicata a entrambi gli eventi.

Si tratta solo di esaminare le probabilità che quest'ultimo fosse il progetto. Si può ammettere, forse, che prima che si verificasse l'evento, potrebbe esserci stata qualche incertezza sull'argomento, e che con molti, leggendo la profezia, si supponesse che si riferisse alla nascita del Messia. Ma un'attenta considerazione di tutte le circostanze del passaggio potrebbe anche allora aver portato a un'aspettativa diversa, e potrebbe aver mostrato che le probabilità erano che si trattasse della manifestazione pubblica del Messia.

Quelle possono essere considerate più forti ora, e possono essere tali da non lasciare alcun ragionevole dubbio nella mente; cioè, ora possiamo vedere ciò che probabilmente non sarebbe stato visto allora - come nel caso di tutte le profezie. Tra queste considerazioni ci sono le seguenti:

(a) Una tale interpretazione può essere, dopo tutto, la più probabile. Se concepiamo uno che avrebbe dovuto prevedere l'apparizione o la venuta di Jenghis Khan, o Alarico, o Attila, come conquistatori, non sarebbe innaturale riferire ciò al loro pubblico che appare in quel personaggio, come al momento in cui sono stati conosciuti in quanto tale, e ancor più vero sarebbe questo di chi dovesse essere inaugurato o messo a parte ad un pubblico ufficio.

Se, per esempio, ci fosse stata una profezia di Gregorio Magno, o Leone X, come “Papi”, sarebbe molto naturale, a meno che non ci fosse un chiaro riferimento alla loro nascita, riferire questo alla loro elezione e consacrazione a Papi. , perché quello sarebbe in effetti il ​​periodo in cui apparivano come tali.

(b) Nel caso di questa profezia, non vi è alcuna allusione alla nascita del Messia. Non è "alla sua nascita" o "alla sua incarnazione", ma "al Messia il Principe"; cioè, più manifestamente, quando appariva come tale, ed era di fatto tale. In molti casi nelle profezie ci sono allusioni alla nascita del Messia; e così numerosi e precisi erano diventati, che c'era un'aspettativa generale dell'evento all'incirca nel momento in cui era effettivamente nato.

Ma, nel passaggio che ci precede, il linguaggio è quello che verrebbe usato supponendo che il riferimento designato fosse al suo entrare come Messia nelle funzioni del suo ufficio, e non quello che sarebbe stato così naturalmente impiegato se il riferimento fosse stato alla sua nascita.

(c) La sua assunzione su di sé dell'ufficio del Messia mediante il battesimo e la discesa dello Spirito Santo su di lui fu, infatti, l'evento più importante della sua opera. Prima di allora, aveva passato la sua vita nell'oscurità. L'opera che fece come Messia iniziò a quel tempo e doveva essere datata a quel periodo. In effetti, non era il Messia, in quanto tale, finché non fu messo a parte per l'ufficio - più di quanto un erede di una corona sia re finché non viene incoronato, o un capo magistrato eletto sia presidente prima di aver prestato giuramento di ufficio. La posizione che occupava era quella di essere designato o destinato all'ufficio del Messia, ma di fatto non vi era entrato e non si poteva ancora parlare di tale.

(d) Questo è il metodo usuale per registrare il regno di un re - non dalla sua nascita, ma dalla sua incoronazione. Quindi, nella tabella sopra, rispetto ai re persiani, i periodi inclusi sono quelli dall'inizio del regno, non dalla nascita alla morte. Così in tutti gli statuti e leggi, come quando diciamo il primo di Giorgio III, o il secondo di Vittoria, ecc.

(e) A queste considerazioni si può aggiungere un argomento esposto da Hengstenberg, che sembra rendere irrefragabile la dimostrazione. È nelle seguenti parole: “Dopo il corso di settanta settimane l'intera opera di salvezza, che sarà compiuta dal Messia, sarà completata; dopo sessantanove settimane, e, come risulta dalla determinazione più accurata in Daniele 9:27 , a metà della settantesima, sarà stroncato.

Poiché ora, secondo il brano davanti a noi, passeranno sessantanove settimane prima del Messia, da quell'evento al compimento della salvezza rimane solo un periodo di sette, fino alla sua morte violenta, di tre anni e mezzo; una prova certa che 'al Messia' deve riferirsi non alla sua nascita, ma all'apparizione del Messia come tale”. - Cristo. ii. 337.

IV. La domanda successiva quindi è se, secondo questa stima, l'ora può essere calcolata con un certo grado di accuratezza. La data dei decreti di Artaserse risulta essere, secondo il calcolo comune dei cronologi, o 444, o 454, o 449 a. ad, e al 34 d. Uno di questi (29) varia poco dal momento in cui il Salvatore fu battezzato, all'età di trent'anni; un altro (34) non varia affatto dal momento in cui fu messo a morte; e l'uno e l'altro è sì esatto, che la mente di chi avesse fatto la stima quando fosse uscito il comando di edificare la città, sarebbe stata diretta con grande precisione all'attesa del vero tempo della sua apparizione; e a coloro che vissero quando apparve, il tempo era così preciso che, nel computo di uno qualsiasi dei metodi prevalenti di cronologia, sarebbe stato sufficientemente chiaro per portarli all'aspettativa che stava per venire. Su questo punto, tuttavia, si possono fare due o tre osservazioni.

(a) Uno è che ora è forse impossibile determinare con precisione precisa il periodo storico di eventi così remoti. Il tempo non era allora misurato con la stessa precisione di adesso; gli eventi attuali non sono stati registrati così distintamente; le tabelle cronologiche non sono state mantenute come sono ora; non esisteva un metodo uniforme per determinare la durata dell'anno e le registrazioni erano conservate in modo molto meno sicuro. Ciò è manifesto, perché, anche in un evento così importante come l'emanazione dell'ordine di ricostruire la città al tempo di Artaserse, evento che si suppone di tempo sufficiente per meritare un'esatta memoria, almeno tra gli ebrei. C'è ora, tra i migliori cronologi, una differenza di dieci anni per quanto riguarda il calcolo del tempo.

(b) C'è una variazione derivante dalla differenza dell'anno lunare o dell'anno solare - alcune nazioni calcolano dall'una, e altre dall'altro - e la differenza tra loro, nel periodo ora considerato, sarebbe maggiore di quella ora si verifica nei calcoli ordinari della cronologia.

c) Fino a che non sia accertata l'esatta durata dell'anno, come allora inteso, non vi può essere speranza di fissare l'ora con l'esattezza di un mese o di un giorno; e se si adottasse la consueta e generale comprensione della lunghezza dell'anno, allora il tempo a cui si fa riferimento sarebbe così intelligibile che non ci sarebbero difficoltà nell'accertare a che ora doveva apparire il Messia, o quando apparve in determinare che era lui. Questo era tutto ciò che era veramente necessario riguardo alla profezia.

(d) Eppure si è supposto che l'ora possa essere rilevata, anche in presenza di questi svantaggi, con quasi totale accuratezza. L'esame del caso può essere visto a lungo a Hengstenberg, Chris. ii. 394-408. Tutti concordano sul fatto che l'inizio del regno di Serse avvenne nell'anno 485 avanti Cristo e che Ariaserse morì nel 423. La differenza riguarda solo l'inizio del regno di Ariaserse.

Se ciò avvenne nell'anno 464 aC, allora il problema è risolto, poiché allora il decreto del ventesimo anno di Artaserse si verificherebbe nel 444 aC; e se a questo si aggiunge 483, il risultato è 29 dC - una differenza, quindi, anche nel computo degli anni interi e dei numeri tondi, di un solo anno tra quello e il tempo in cui Gesù fu battezzato da Giovanni. La prova completa di questo punto, circa l'inizio del regno di Ariaserse, può essere vista in Hengstenberg, come sopra. L'argomento, sebbene lungo, è così importante, e così chiaro, che può essere inserito senza scorrettezza in questo luogo:

“Secondo la profezia, il “ terminus a quo ”, il ventesimo anno di Ariaserse, è separato dal “ terminus ad quem ”, l'apparizione pubblica di Cristo, da un periodo di sessantanove settimane di anni, o quattrocento ottantatre anni. Se, ora, confrontiamo la storia con ciò, deve apparire, anche ai più prevenuti, in sommo grado rimarchevole, che, tra tutte le attuali determinazioni cronologiche di questo periodo, nessuna differisca oltre dieci anni dalla testimonianza della profezia .

Questo prodigio deve elevarsi al più alto grado, quando risulta da un accurato esame di queste determinazioni, che l'unica tra esse corretta fa corrispondere la profezia e la storia anche ad un anno.

“Fortunatamente, per raggiungere questo scopo, non siamo costretti a coinvolgerci in un labirinto di indagini cronologiche. Ci troviamo, nel complesso, su un terreno sicuro. Tutti i cronologi concordano che l'inizio del regno di Serse cade nell'anno 485 avanti Cristo, la morte di Artaserse, nell'anno 423. La differenza riguarda solo l'anno dell'inizio del regno di Ariaserse. Il nostro problema è completamente risolto, quando abbiamo mostrato che questo cade nell'anno 474 avanti Cristo.

Allora il ventesimo anno di Ariaserse è l'anno 455 avanti Cristo, secondo il calcolo consueto. :

299 UC

Aggiungi a questo,

483 anni,

- - - - -

782 UC

«Probabilmente ci saremmo risparmiati la fatica di questa indagine, se l'errore di un uomo acuto e la mancanza di indipendenza nei suoi successori non avessero oscurato ciò che era in sé chiaro. Secondo Tucidide, Ariaserse iniziò a regnare poco prima della fuga di Temistocle in Asia. Ingannato da certe pretese argomentazioni, da qui in poi esaminate, Dodwell, nell'“Annal. Tucidide”, colloca entrambi gli eventi nell'anno 465 avanti Cristo.

La completa confutazione di Vitringa, nel trattato citato, rimase, per quanto strano possa apparire, sconosciuta ai filologi e agli storici, come sembra a quelli d'Olanda, come Wesseling. La visione di Dodwell, adottata anche da Corsini nella “Fasta Attica”, divenne quella prevalente, di cui non ci si può meravigliare, se si considera quanto raramente, nei tempi moderni, le indagini cronologiche in generale siano state fondamentali e indipendenti; quando e.

g., osserviamo che Poppo, un recente editore generalmente stimato di Tucidide, in un voluminoso volume, intitolato In Thucydidem Commentarii politici, geograph., chronologici, fornisce, in riferimento a quest'ultimo, nient'altro che una ristampa del edizione scolastica delle tavole cronologiche raccolte da Dodwell, scusandosi con un “ odio quodam inveterato totius hujus disciplina ”! Clinton anche (“Fasti Hellenici, lat.

vert. Kruger”, Leipz., 1830), sebbene percepisca chiaramente che Dodwell ha confuso l'intera cronologia di questo periodo (cfr. p. 248-253), non ha saputo liberarsene nei punti più importanti, sebbene gli si sia opposto con successo in parecchie; e così la confusione diventa solo ancora maggiore, poiché ora non rimane più né l'effettiva successione cronologica degli eventi, né quella ingegnosamente inventata da Dodwell.

Tuttavia, la verità è avanzata da questa crescente confusione. Per ora l'armonia introdotta da Dodwell nella storia fittizia è distrutta. L'onore, però, di aver ritrovato la vera via spetta al solo Kriiger, il quale, dopo più di cento anni, come indagatore del tutto indipendente, coincide con Vitringa, nello stesso risultato, e in parte nell'impiego del stessi argomenti.

Nel trattato acuto, "Ueber den Cimonischen Frieden (in the Archiv f. Philologie und Padagog. von Seebode", I. 2, p. 205, sgg.) colloca la morte di Serse nell'anno 474 o 473, e il volo di Temistocle un anno dopo. Questo trattato può servire a svergognare coloro che rigettano nella massa i fondamenti della nostra opinione (alla cui costituzione ora procediamo), con l'osservazione, che l'autore ha trovato solo ciò che cercava.

Chi non si sente in grado di intraprendere autonomamente l'indagine, dovrebbe almeno essere impedito di condannare, per la circostanza, che un uomo dotto, il quale non ha altro disegno in vista che di chiarire un periodo cronologicamente confuso della storia greca, dà, per l'evento che serve a determinare il “ terminus a quo ” della nostra profezia, l'anno preciso, che pone profezia e compimento nella più esatta armonia.

“Esaminiamo prima i motivi che sembrano favorire l'opinione che il regno di Artaserse iniziò nell'anno 465.

(1) «La fuga di Temistocle deve precedere di parecchi anni il trasferimento del dominio della Grecia da Atene a Sparta. Per questo avvenne durante l'assedio di Bisanzio, quando cominciarono i primi sforzi di tradimento di Pausania; la fuga di Temistocle, tuttavia, fu una conseguenza della querela, che fu sollevata contro di lui, dai documenti trovati dopo la morte di Pausania. Ma Isocrate dice, nel “Panathenaikos”, che il dominio degli Spartani era durato dieci anni.

La spedizione di Serse, presa come " terminus a quo ", questo trasferimento cade nell'anno 470.' Ma possiamo risparmiarci il lavoro che Vitringa compie per invalidare questa presunta testimonianza di Isoerate, poiché tutti gli studiosi recenti, in parte indipendenti l'uno dall'altro, concordano che Isocrate parla di un dominio di dieci anni, non prima, ma dopo quello degli Ateniesi ; confronta Corny su "Pan". C. 19; Dahlmann, "Forschungen", I. p. 45; Kruger, p. 221; Clinton, pag. 250, ff.

(2) Che Temistocle nell'anno 472 fosse ancora ad Atene, Corsini deduce (Fasti Att. III. p. 180) da AEl. lib. 9, cit. 5. In base a ciò, Temistocle rimandò Gerone, che veniva ai giochi olimpici, affermando che, chi non aveva preso parte al più grande pericolo, non poteva essere partecipe della gioia. (Il fatto è anche riferito da Plutarco.) Ora, come Hiere, Ol. 75, 3 (478), cominciarono a regnare, solo l'Ol.

77 (472) potrebbe essere inteso. Ma chi non percepisce subito che il riferimento ai giochi dell'Ol. 76 (476) era molto più ovvio, dal momento che l'evento presupponeva che il μέγιστος τῶν κινδύνων megistos tōn kindunōn fosse ancora fresco nel ricordo?

(3) Secondo questa supposizione, Serse avrebbe regnato solo undici anni; Artaserse, invece, cinquantuno. Ciò è in contrasto con la testimonianza del “Can. Tolomeo." (confronta sopra Ideler, I. p. 109, ss.), che dà a Serse ventuno, e ad Artaserse quarantuno anni, e di Ctesia, che dà ad Artaserse quarantadue anni, e di alcuni altri scrittori; confrontare i passaggi in Bahr su Ctesia, p.

181. " Ceteris paribus ", questo argomento sarebbe del tutto decisivo. Ma quando altre autorevoli autorità vi si oppongono, non è di per sé sufficiente superarle. Il canone ha un'alta autorità, solo dove si basa su osservazioni astronomiche, il che qui non è il caso. Altrimenti si colloca sullo stesso terreno di tutte le altre fonti storiche. Tutta l'errore è stato commesso, non appena solo ια ia in un antico autorità è stata confusa con una κα ka ; poiché quando a Serse fu così attribuito un regno di ventun anni, ne seguì necessariamente l'accorciamento del regno di Artaserse a quarantun anni.

Wesseling (su Diod. 12, 64) attribuisce quarantacinque anni ad Artaserse, rifiutando così senza esitazione l'autorità del canone. A questi argomenti, già addotti da altri, aggiungiamo quanto segue.

(4) Sembra essere evidente da Ctesia, capitolo 20, che Artaserse nacque molto tempo dopo l'inizio del regno di Serse. Ctesia, dopo relativo esso, procede - γαμει δε Ξερξης Ὀνοφα θυγατερα Αμιστριν και γινεται αὐτω παις Δαρειαιος, και ἑτερος ματα δυο ἐτη Υ̓στασπης, και ἐτι Ἀρταξερξης GAMEI de Serse Onofa thugatera Amistrin kai ginetai AUTO pais Dareiaios, kai etero meta duo ETE Ustaspē, kai eti Artaxerxēs.

Se riporta gli eventi nel vero ordine cronologico, Artaserse nell'anno 474 aC potrebbe avere al massimo sette anni. Al contrario, tuttavia, tutti i resoconti concordano sul fatto che alla morte di Serse, sebbene ancora giovane (confronta Giustino, 3, 1), aveva ancora un'età sufficiente per essere in grado di regnare da solo. Non dobbiamo accontentarci della risposta che è molto improbabile che Serse, nato all'inizio del trentaseiesimo anno del regno di Dario (confronta Erode.

7, 2), e alla sua morte aveva già trentaquattro o trentacinque anni, non si sposò fino a tanto tardi. Lo stesso Ctesia ci libera dall'imbarazzo in cui siamo stati gettati dalla sua imprecisione. Secondo il capitolo 22, Megabizo era già sposato, prima della spedizione contro la Grecia, con una figlia di Serse, la quale, già menzionata (capitolo 20), se Ctesia vi è cronologicamente accurato, non potrebbe essere nata prima di quel momento. Secondo il capitolo 28, Megabizo, subito dopo il ritorno di Serse dalla Grecia, si lamentò con lui della condotta vergognosa di questa sua moglie.

(5) Non c'è dubbio che l'Assuero del libro di Ester sia lo stesso di Serse. Ma il dodicesimo anno di questo re è qui espressamente menzionato, Ester 3:7 , e gli eventi narrati nel seguente contesto cadono, in parte, verso la fine dello stesso anno. Ma questa difficoltà svanisce, non appena includiamo gli anni della co-reggenza di Serse con Dario.

Secondo il racconto autunnale in Erodoto 7, capitoli 2-4, Serse, due anni prima della morte di Dario, fu da lui stabilito come re: confrontare ad esempio, capitolo 4 - ἀπέδεξε δὲ βασιλῆα Πέρσῃσι Δαρεῖος Ξέρξεα apedexe de basilēa Persēsi Dareios Xerxea.

Dell'usanza degli scrittori ebraici di includere gli anni di una co-reggenza, dove esisteva, abbiamo un esempio notevole nel racconto relativo a Nabucodonosor (confronta Bietr. I. p. 63). Ma troviamo anche nel libro di Ester stesso chiare indicazioni di questo modo di fare i conti. Il racconto della grande festa Ester 1 è posto nella sua vera luce da questa supposizione.

L'occasione fu l'inizio effettivo del regno di Serse, anche se per questo non è necessario escludere, ciò che finora è stato considerato l'oggetto esclusivo, le consultazioni con i nobili sulle spedizioni che stavano per essere intraprese. Ciò che racconta Ester 2:16 cade poi proprio nel tempo del ritorno di Serse dalla Grecia, mentre altrimenti, e questo è atteso con difficoltà, circa due anni dopo quell'evento.

“Procediamo ora a porre le basi positive per il nostro punto di vista; e in primo luogo le prove immediate, e poi quelle mediate, le quali sono molto più numerose e forti, poiché mostrano che la fuga di Temistocle, che deve precedere il regno di Artaserse, non può essere collocata dopo il 473 avanti Cristo. .

“Alla prima classe appartengono:

1. Deve sembrare molto strano a coloro che presumono un regno di Serse di ventun anni, che l'intero periodo dall'undicesimo anno sia una " tabula rasa " completa . I racconti biblici si fermano alla fine del decimo anno. Ctesia riferisce solo un evento insignificante dopo la guerra greca (capitolo 28), che si è verificato immediatamente dopo la sua conclusione. Nessuno scrittore successivo ha osato introdurre qualcosa nei dieci anni, che, secondo la nostra opinione, la permutazione di un ι ( i ) e κ ( k ) aggiunge alla sua età.

“2. Possediamo una duplice testimonianza, che pone il ritorno di Serse dalla Grecia, e la sua morte, in così stretta connessione, che, senza respingerla, non possiamo assolutamente assumere un regno di quindici anni dopo questo ritorno, ma siamo piuttosto costretti a porre la sua morte non oltre l'anno 474. La prima è quella di AElian, Var. storico 13, 3: α ἐπανελθὼν, αἴσχιστα ἀνθρώπων ἀπέθανεν, ἀποσφαγεῖς νύκτωρ ἐν τῇ ἐυνῇ ὑπὸ τοῦ ὑιοῦ eita epanelthōn, aischista anthrōpōn apethanen, aposphageis nuktōr en eunē hupo tou huiou.

La seconda, quella di Giustino, 3,1 : « Serse rex Persarum, terror antea gentium, bello in Graeciam infeliciter gesto, etiam suis contemtui essecoepit. Quippe Artabanus proefectus ejus, deficiente quotidie regis majestate, in spem regni adductus, cum septem robustissimis filiis, ecc.

“3. Le testimonianze di Giustino I. c., riguardo all'età dei suoi figli alla sua morte, non sono conciliabili con i ventun anni di regno di Serse: ' Securior de Artaxerxe, puero admodum, fingit regem a Dario, qui erat adolescens , quo maturius regno potiretur occisum.' Se Serse regnò ventun anni, il suo primogenito, Dario, secondo un confronto di Ctesia (capitolo 22), alla sua morte non poteva essere un adolescente, ma aveva almeno trentun anni.

Al contrario, se si suppone un regno di undici anni, queste determinazioni sono del tutto adatte. Dario aveva allora verso i ventun anni; Artaserse, secondo Ctesia (capitolo 20), quasi quattro anni più giovane di Dario, circa diciassette. Questa determinazione mostra anche che non si può obiettare a un regno di Artaserse di cinquantun anni che gli darebbe un'età troppo grande. Il suggerimento può essere confutato dalla semplice osservazione, che la durata della sua vita rimane esattamente la stessa, sia che regnò cinquantuno o quarantuno anni. Se saliva al trono a diciassette anni, la sua vita terminava a sessantotto.

“4. Secondo le testimonianze più numerose e autorevoli, la pace di Cimone fu probabilmente conclusa dopo la battaglia dell'Eurimedonte (ante Cristo 470). Ora, poiché tutti concordano che questa pace fu conclusa con Artaserse, l'inizio del suo regno deve, in ogni caso, essere posto prima del 470. Confronta Kruger, 1. c., p. 218.

“5. La storia di Neemia è difficilmente conciliabile con la supposizione che Artaserse regnò solo quarantasette anni. Dopo che Neemia ebbe compiuto tutto ciò che è riferito in Neh. 1-12, tornò in Persia per adempiere ai doveri del suo ufficio, a corte. Questo avvenne, secondo Nehemia 13:6 , nell'anno trentaduesimo di Artaserse.

Il momento del suo ritorno non è determinato con precisione. Dice semplicemente, dopo un tempo considerevole, il ימים לקץ l e qēts yāmı̂ym. Che la sua assenza, però, debba essere continuata per tutta una serie di anni, risulta dal rapporto di quanto avvenuto nel frattempo. La legge contro il matrimonio con donne straniere, alla cui osservanza il popolo si era nuovamente vincolato, Nehemia 10:30 , fu violata per la prima volta durante la sua assenza; poi di nuovo, per decreto del popolo, eseguito con ogni severità, Nehemia 13:1; e poi di nuovo spezzato, come risulta dal fatto che Neemia, al suo ritorno, secondo Neemia Nehemia 13:23 , trovò nella colonia un gran numero di donne straniere.

Che questi matrimoni esistessero già da tempo appare da Nehemia 13:24 , dove si dice che i loro figli parlassero per metà nella lingua di Asdod, e non potessero parlare l'ebraico. Una lunga assenza è implicata anche negli altri abusi che Neemia, secondo Neemia Nehemia 13:10 , in seguito, trovò al suo ritorno.

Vide quasi distrutti i frutti delle fatiche precedenti. Lo stesso è evidente anche dalle profezie di Malachia, che furono pronunciate esattamente nel periodo compreso tra i due periodi della presenza di Neemia a Gerusalemme: si confronti l'ottimo Disserto di Vitringa. de AEtate Mal., nel suo Obs. ss. vi. 7, t. 2, pag. 353, a seguire La condizione del popolo appare qui, come poteva essere solo dopo che era stato già privato, per lungo tempo, dei suoi due fedeli capi, Esdra, il quale, arrivato tredici anni prima, aveva collaborato per un considerevole tempo con Neemia e Neemia stesso.

Ma, se si considera appena il primo fatto, i matrimoni con donne straniere, sarà evidente che sarebbe necessario un periodo più lungo di nove anni. Per ogni cambiamento saranno quindi consentiti solo tre anni; e poiché questo è innegabilmente troppo poco per il terzo, secondo Nehemia 13:24 , i primi due devono essere ancora più abbreviati, il che è inammissibile.

Inoltre, non abbiamo nemmeno nove anni per questi eventi, se il regno di Artaserse è fissato in quarantun anni. Poiché la relazione di Neemia presuppone che Artaserse fosse ancora vivo al momento della sua composizione. Ciò, tuttavia, non può essere collocato nel tempo immediatamente successivo al ritorno di Neemia, poiché deve essere stato preceduto dall'abolizione di tutti questi abusi. Se, tuttavia, siamo guidati dall'autorità di Neemia, che non può fare eccezione, poiché era contemporaneo e strettamente connesso con Artaserse, pochi anni su quarantuno, abbiamo guadagnato molto. Perché allora l'unica obiezione alla nostra determinazione, la testimonianza del canone, è del tutto messa da parte.

“Dobbiamo premettere un'osservazione, prima di portare avanti le nostre prove indirette, per giustificare la connessione in cui collochiamo l'inizio del regno di Artaserse con la fuga di Temistocle. Questa connessione non ha, infatti, a suo favore la testimonianza unanime degli antichi scrittori. I buoni per esso sono, Tucidide (capitolo 137), dove si narra di Temistocle, che era venuto in Asia, ἐσπεμπει γραμματα ἐς βασιλεα Ἀρταξερξην τον Ξερξου, νεωστι βασιλευοντα espemtei Grammata, es basilea Artaxerxēn tonnellata Xerxou, neōsti basileuonta, e Caronte di Lampsaco, che secondo Plutarco (Them.

capitolo 27), lo fa volare allo stesso modo ad Artaserse. Al contrario: altri, come Eforo, Dinone, Klitarca ed Eraclide (confronta Plut. 1. c.), lo rappresentano come andando a Serse. Se, ora, esaminiamo queste testimonianze, secondo le autorità dei testimoni la decisione sarà senza dubbio favorevole a quella di Tucidide e Caronte. Tucidide era contemporaneo di Ariaserse e nacque all'incirca all'epoca della fuga di Temistocle.

Questo principe degli storici greci adduce (capitolo 97) come motivo per cui riferisce gli eventi tra la guerra di Media e quella del Peloponneso, che tutti i suoi predecessori avevano taciuto su questi eventi e che l'unico che li aveva toccati, Ellanico, βραχέως τε και τοις χρονοις οὐκ ἀκριβως ἐπεμνησθη bracheōs te kai tois chronois ouk akribōs epemnēsthēloro, da cui è evidente, in primo luogo, quanto poco certi siano i resoconti di questo periodo negli autori successivi, perché non possono avere alcun giustificativo contemporaneo credibile, poiché non poteva essere sconosciuto a Tucidide; e, in secondo luogo, che Tucidide stesso pretende di essere considerato uno storico attento e accurato di questo periodo, e quindi deve essere stimato tale, perché un uomo così onesto non assumerebbe nulla per sé che non gli appartenesse.

L'altro testimone, Caronte, era il meno soggetto a sbagliare, poiché, proprio al momento di questo evento, era uno scrittore di storia, e viveva anche in Asia. D'altra parte, i più antichi testimoni della supposizione opposta vissero oltre un secolo dopo l'evento. Eforo (vedi sul suo Akrisic, Dahlmann) sopravvisse al dominio di Alessandro in Asia; Dinon era padre di Kiltarch, che accompagnò Alessandro.

“Nel soppesare questi motivi, l'autorità di Tucidide e di Caronte è stata seguita senza esitazione nei tempi antichi. Plutarco (1. c.) fa questo, con l'osservazione, che la testimonianza di Tucidide concorda meglio con le opere cronologiche. Nepote dice: ' Scio plerosque ita scripsisse, Themistoclem Xerxe regnante in Asiam transiisse: sed ego potissimum Thucydidi credo, quod aetate proximus de his, qui illorum temporum historias reliquerunt et ejusdem civitatis fuit.

' Suida, e lo Scholiast su Aristoph. “ Equites ” , da cui il primo ha mutuato testualmente il suo secondo articolo su Temistocle, lo fa fuggire, πρὸς τὸν Ἀρταξέρξην, τὸν Ξέρξου τοῦ Πέρσον παῖδα pros ton Artaxerxēn, ton Xerxou tou Persou paida, senza nemmeno menzionare l'altra supposizione.

E sotto questo aspetto abbiamo meno paura della contraddizione, poiché, per quanto ne sappiamo, tutti i critici moderni, senza eccezione, seguono Tucidide e Caronte. Osserviamo ancora solo che l'opinione contraria può essere respinta tanto più facilmente, poiché la sua origine può essere così facilmente spiegata, o dal fatto che questo evento cadde al confine del regno di Serse e di Artaserse, o da un semplice confondere di i due nomi, la cui assunzione è tanto più facile quanto più ricorre; lo troviamo anche in Aristotele, il contemporaneo di quegli scrittori, Pol.

5, 8 e due volte in Ctesias, capitolo 35, dove Bahr avrebbe fatto un cambiamento in opposizione a tutti i manoscritti, e capitolo 44. Confronta Bahr sul passaggio e Reimarus su Dio Cass. II. P. 1370. Infine, l'errore potrebbe nascere anche dalla circostanza che la fuga di Temistocle fu collocata nell'anno giusto; ma a Serse furono attribuiti ventuno anni, da cui ne consegue necessariamente che si rifugiò presso Serse. Quest'ultima opinione è favorita dalla coincidenza di più scrittori contemporanei nello stesso errore, che ne presuppone una ragione plausibile.

“Procediamo ora a stabilire le nostre prove indirette.

(1) cominciamo con la testimonianza che dà appunto l'anno della fuga di Temistocle, quello di Cicerone, Lael. cap. 12. È vero, Corsini, 1. c. 3, pag. 180, afferma, che Cicerone parla dell'anno in cui Temistocle fu bandito da Atene; ma basta esaminare il brano per convincersi del contrario: « Themistocles - fecit idem, quod viginti annis ante apud nos fecerat Coriolanus.

La fuga di Coriolano ai Volci cade nell'anno 263 uc, 492 a. il più adatto all'oggetto di Cicerone, come il più accurato diciannove, per i cronologi. Se il punto di vista di Dodwell fosse corretto, ci sarebbe lo spazio di ventisette anni tra i due eventi.

“2. Diodoro Siculo, che (11, 55) colloca la fuga di Temistocle in Ol. 77, 2 (471 aC), comunque favorisce la nostra determinazione, che sale solo di due anni più in alto, molto più di quella opposta. Notiamo, tuttavia, che colloca nello stesso anno anche la residenza di Temistocle a Magnesia, e la sua morte; e così è evidente che, per errore o per disegno, comprime gli eventi della vita di Temistocle, che riempirono alcuni anni, nell'anno della sua morte.

Se ciò avvenne nell'anno 471, il volo deve essere datato almeno al 473. La nostra determinazione differisce solo di un anno da quella di Eusebio, che riferisce la fuga di Temistocle in Ol. 77, 1.

“3. Ma ciò che costituisce l'argomento principale, l'intera serie di transazioni, come sono state registrate in un ordine accurato, specialmente da Tucidide, ci costringe senza riserve a non considerare la fuga di Temistocle. basso l'anno 473. Che la spedizione dei Greci alleati sotto la direzione di Pausania, contro Cipro e Bisanzio, la cattura di quest'ultima città, e il trasferimento della supremazia dai Lacedemoni agli Ateniesi, causata dall'insolenza di Pausania, caduta nell'anno 477, possiamo considerare come stabilito incontestabilmente da Clinton, p.

270, seg. L'opinione di O. Muller (Dorier, ii. p. 498), che distribuisce questi eventi in un periodo di cinque anni, è contraddetta dall'espressione ἐν τῇδε τῇ ἡγεμονίᾳ en tēde hēgemonia di Tucidide, capitolo 94, per cui la cattura di Bisanzio viene portata nello stesso anno con la spedizione contro Cipro.

Che queste parole non possano essere collegate a quanto segue, senza un mutamento del testo in contrasto con ogni autorità critica, lo dimostra Poppo. Inoltre, l'ultimo di questi eventi è collocato, per unanime testimonianza dell'antichità, nell'anno 477.

Clinton mostra, p. 249, che tutti i calcoli del tempo della supremazia degli Ateniesi, partendo da questo anno, differiscono l'uno dall'altro solo in riferimento alla presunta fine. Inoltre, Tucidide capitolo 128, la spedizione contro Cipro e quella contro Bisanzio, sono collegate come immediatamente successive l'una all'altra. Se, tuttavia, Dodwell fosse costretto dalla forza degli argomenti a riconoscere che questi eventi, che egli comprime in un anno, non lo fanno, come presume (p.

61), appartengono all'anno 470, ma all'anno 477, sarebbe sicuramente costretto, ritenendo impossibile allungare il filo degli eventi fino all'anno 465, a rinunciare all'intera ipotesi. L'insoddisfazione degli alleati fu seguita dal richiamo di Pausania. Che questo appartenga ancora allo stesso anno appare chiaramente, in parte dalla natura del caso stesso, poiché presuppone una continuazione della supremazia, in parte da Tucidide, capitolo 95: ἐν τούτῳ δε οἱ Λακεδαιμόνιοι μετεπέμποντο Παυσανίαν ἀνακρινοῦντες ὧν en περὶ utοντο de hoi Lakedaimonioi metepemponto Pausanian anakrinountes hōn peri epunthanonto.

Pausania, giunto a Sparta e là rimesso in libertà, si trasferì di nascosto in galea a Bisanzio. Ciò non può essere accaduto molto tempo dopo, poiché Tucidide, capitolo 128, lo sottomette immediatamente, e ciò che è più importante, Pausania trova la flotta ancora a Bisanzio. Che la sua residenza non durò a lungo appare dal racconto di Tucidide, capitolo 131, che fu espulso con la forza dagli Ateniesi.

Si ritirò ora nella colonia di Troade; da lì fu richiamato a Sparta, dopo che era stato riferito che aveva mantenuto un'intesa con i barbari. Gli Efori lo gettarono in prigione, ma poco dopo lo rilasciarono. In questo momento sembra luogo il suo rapporto con Temistocle, il quale, essendo già stato espulso da Atene, risiedeva ad Argo, e quindi fece escursioni nel resto del Peloponneso.

Plutarco asserisce che Pausania per la prima volta attirò Temistocle nel suo piano, quando quest'ultimo era stato cacciato da Atene, e un rapporto personale tra loro è reso certo da tutti i resoconti.

Che non ci sia stato un periodo considerevole tra questa liberazione di Pausania e la sua morte è chiaro. Pausania non fu condannato, perché non c'erano prove certe contro di lui. È però psicologicamente improbabile che non se lo permise presto, che prudentemente si trattenne dal offendere apertamente per una serie di anni, quando si considera che fu privato di ogni prudenza dalla sua superbia, arrivando alla follia; che egli stesso rese impossibile l'esecuzione del suo piano di tradimento; che, secondo Tucidide, capitolo 130, andò in giro in abito medio, e si fece accompagnare in un viaggio attraverso la Tracia con i satelliti medi ed egiziani, apparecchiò una tavola persiana, rese difficile l'accesso alla sua persona, diede libero corso alle sue passioni, di cui lo stesso Tucidide osserva molto significativamente,και κατεχειν την διανοιαν οὐκ ἡδυνατο ἀλλ ̓ ἐργοις βραχεσι προυδηλου, alfa τη γνωμη γνωμη μειζονως ἐρεπειτα ἐμελλε πραξειν kai katechein dieci dianoian ouk ēdunato all' ergois brachesi proudēlou, ha TE GNOME meizonōs erepeita Emelle praxein, e di cui arroganza senza senso lo stesso storico, capitolo 132, ne fa un esempio, anche fuori tempo immediatamente successivo alla battaglia di Platea. La scoperta fu effettuata da colui che doveva portare ad Artabazo le ultime lettere al re.

Con quanta fretta si svolgessero gli affari, e che non si consumasse affatto uno spazio di quattro anni, è evidente dal fatto che il re, per accelerarli, aveva espressamente inviato Artabazo in Asia Minore. La sua morte seguì immediatamente la scoperta (confronta Tucidide 133). Sicuramente non ci assumiamo troppo poco quando diamo a questi eventi un periodo di tre anni. Che non dobbiamo andare oltre questo è dimostrato da Dione.

dorus, che comprime tutti questi eventi nell'anno 477 (Ol. 75, 4). Come avrebbe potuto fare questo, o come avrebbe potuto sorgere un tale errore, se l'inizio e la fine fossero stati separati l'uno dall'altro da un periodo di otto o nove anni?. Quanto fosse impossibile per lui, con le sue fonti, collocare la distruzione di Pausania ben oltre questo tempo appare dalla sua finzione, che non può essere altrimenti spiegata, di una duplice accusa di Temistocle. Se, ora, dobbiamo collocare la morte di Pausania intorno all'anno 474, e in nessun caso oltre, la fuga di Temistocle non può essere collocata più indietro dell'anno 473.

Perché Temistocle, alla morte di Pausania, era già stato un tempo considerevole nel Peloponneso. La sua accusa seguì immediatamente dopo l'evento (confronta Tucidide, I. 135); e gli interessi congiunti dei Lacedemoni, per i quali nulla potrebbe essere più desiderabile che avere gli Ateniesi partecipi della loro disgrazia, e dei nemici di Temistocle ad Atene (Plut. Them. c. 23: κατεβόων μὲν αὐτοῦ Λακεδαιμόνιοι, κατηγόρουν δ ̓ οἱ φθονοῦντες τῶν πολιτῶν kateboōn men autou Lakedaimonioi, katēgoroun d' hoi phthonountes tōn politōn, farebbe sì che la decisione venga accelerata il più possibile.

Temistocle, perseguitato sia dagli Ateniesi che dai Lacedemoni, fugge ora dal Peloponneso a Corcira. Gli viene negata la residenza, si ritira nell'altro continente. In pericolo di essere sopraffatto dai suoi persecutori (Tucidide capitolo 136: καὶ διωκόμενος ὑπὸ τῶν προστεταγμένων κατὰ πύστιν ᾖ χωροίη kai diōkomenos hupo tōn prostetagmenōn kata pustin ē chōroiē, toans.

Né può avervi dimorato a lungo, perché, secondo Tucidide, capitolo 137, fu mandato avanti da Admeto, non appena i suoi persecutori vennero. E come possiamo supporre che sarebbero stati a lungo dietro di lui? Per quanto tempo il suo luogo di residenza poteva rimanere un segreto? È espressamente detto da Tucidide, che la venuta dei suoi persecutori, e la fuga di Temistocle in Asia, avvennero molto presto ( ὕστερον ου ̓ πολλῷ husteron ou pollō ).

È vero, che se potessimo accreditare il racconto di Stesimbroto, in Plut. capitolo 24, dobbiamo presumere che la residenza di Temistocle con Admeto durò alcuni mesi, poiché riferì che i suoi amici gli portarono lì la moglie ei figli, che avevano segretamente condotto fuori da Atene. Ma che non vi sia alcuna dipendenza è evidente dall'assurda finzione di Stesimbroto che segue immediatamente, che con sorpresa anche di Plutarco ( εἶτ ὐκ οὐκ οἶδ ̓ ὅπως ἐπιλαθόμενος τούτων, η τὸν Θεμιστοκλέα ποιῶν ἐπιλαθόμενον, πλεῖσαι φησιν, κ.

.λ. eit' ouk oid' hopōs epilathomenos toutōn, ē ton Themistoklea poiōn epilathomenon, pleisai phēsin, etc.) egli porta avanti, senza osservare che l'una favola cancella l'altra - cioè, che Temistocle era stato inviato da Admeto in Sicilia, e aveva desiderato di Hiero sua figlia in matrimonio, con la promessa di sottomettergli la Grecia.

Plutarco designa Stesimbroto come un bugiardo spudorato, Pericle, capitolo 13. Che i figli di Temistocle rimasero ad Atene è evidente da una relazione in Suida e dalla testimonianza di Tucidide, capitolo 137, e di Plutarco, che l'oro fu inviato per la prima volta a Temistocle dai suoi amici dopo il suo arrivo in Asia, per consentirgli di ricompensare il servizio del capitano che lo condusse in Asia, mostra allo stesso tempo l'erroneità dell'affermazione di Stesimbroto, e conferma l'opinione che Temistocle non rimase in nessun luogo di il suo volo abbastanza lungo perché i suoi amici gli mandassero lì l'oro necessario.

Temistocle fu condotto da Admeto a Pidna, e da lì si trasferì su una barca direttamente in Asia. Ciò dunque, poiché tra la morte di Pausania e la venuta di Temistocle in Asia non poteva passare che un anno al massimo, può essere avvenuto al più tardi nell'anno 473, forse nel 474; e anche nel primo caso siamo del tutto giustificati nel collocare nell'anno 474 l'inizio del regno di Artaserse, che non può ancora coincidere immediatamente con la venuta di Temistocle.

“4. Supponendo che l'inizio del regno di Artaserse, e la fuga di Temistocle, cadano nel 465, si deve attribuire a Caronte di Lampsaco una vecchiaia stravagante. Secondo Suida, era ancora fiorente sotto il primo Dario, Ol. 69, 504 a.

Questo non è, infatti, assolutamente impossibile; ma, in un caso dubbio, deve essere respinta come l'alternativa più improbabile. ' Historice enim, non sunt explicandae - dice Vitringa (Proll. in, Zach. p. 29) - ex raris et insolentibus exemplis, sed ex communi vivendi lege et ordine. Si res secus se habeat, in ipsa historia ascribitur ne fallat incautos.' Confronta le sue ulteriori eccellenti osservazioni su questo argomento.

Che questo argomento non sia privo di forza, è evidente anche dagli sforzi di alcuni sostenitori della falsa cronologia per metterlo da parte tagliando il nodo. Suida, dopo aver citato la suddetta determinazione del tempo di Caronte, come l'ha trovata nelle sue autorità più antiche, sottoscrive, μᾶλλον δὲ ἦν ἐπὶ τῶν Περσικῶν mallon de ēn epi tōn Persikōn. Creuzer, sul Frag. storico Groec., p. 95, respinge questa data senza ulteriori esami, perché attribuisce un'età troppo grande a Caronte.

“5. Secondo Tucidide 1, 136, Temistocle, nel suo passaggio in Asia, si scontrò con la flotta ateniese, che stava assediando Naxos. Questo assedio di Nasso però, secondo la testimonianza di Tucidide, capitolo 100, che rende superflui tutti gli altri argomenti, avvenne prima della grande vittoria degli Ateniesi sull'Eurimedonte, che, secondo Diodoro, appartiene all'anno 470, e non può essere collocato in seguito, perché questa fu la prima notevole impresa degli Ateniesi contro i Persiani, la guerra con i quali costituì l'unico motivo per le importanti requisizioni che fecero ai loro alleati.

Confronta Tucidide i. 94. Finora, poiché la supremazia era passata agli Ateniesi, non era stato fatto nulla contro i Persiani, tranne la presa dell'insignificante AEgon. Anche Tucidide ci porta all'incirca allo stesso anno indicato da Diodoro, il quale collega la defezione di Taso (467) con χρόνῳ ὕστερον chronō husteron, che non sopporta dove gli eventi si susseguono immediatamente.

Anche per questi motivi, l'assedio di Naxos e la fuga di Temistocle, non cadono dopo il 471. Se però si considera che Naxos fu la prima città confederata con cui gli Ateniesi furono coinvolti in discordia (cfr. Tucidide, p. 1, 98) - che, per la natura del caso, come è reso particolarmente chiaro dalle osservazioni di Tucidide e da un confronto degli storici successivi, difficilmente avrebbe potuto accadere dopo sette anni - e se consideriamo ulteriormente il modo in cui Tucidide ( capitolo 98) collega gli eventi, dal trasferimento della supremazia fino alla cattura di Naxos, tra loro, collocheremo senza esitazione quest'ultimo alcuni anni prima, nell'anno 474 o 473.

“6. La fuga di Temistocle cade almeno tre anni prima della battaglia sull'Eurimedonte, perché con ogni probabilità era morto prima di quest'ultimo evento. La sua morte, tuttavia, deve essere avvenuta alcuni anni dopo la sua venuta in Asia (confronta Tucidide capitolo 138). Passò un anno nell'apprendimento della lingua, e del tempo, in ogni caso, fu necessario per ciò che è implicato in ταύτης ἦῤχε τῆς χώρας, δίντος, κ.

.λ. tautēs ērche tēs chōras, dontos, ecc. Tucidide riferisce che, secondo il racconto di alcuni, Temistocle prese il veleno, ἀδύνατον νομίσαντα εἶναι ἐπιτελέσαι βασιλεῖ α ὑπέεσχετο adunaton nomisanta einai epitelesai basilei a hupescheto.

Ciò presuppone che Temistocle fosse costretto a mantenere le sue promesse; e se questo non fosse stato il caso alla sua morte, non avrebbe potuto sorgere la notizia che Tucidide solo in questo caso si è basato su se stesso. Plutarco collega espressamente la morte di Temistocle con la spedizione di Cimone. Questo viene fatto da diversi scrittori, con la menzione delle circostanze più speciali (confronta i passaggi di Staveren su Nep.

Loro. 10) tutto ciò può essere considerato, come lo sono da Cicerone (Brut. cap. 11) e da Nepote, come fittizio, eppure la base storica da cui solo tutto dipende, "il fatto" che Tucidide morì prima della battaglia sull'Eurimedonte è saldamente stabilito.

“7. Kruger (1. cp 218) ha mostrato che il racconto di Plutarco, secondo cui Temistocle raggiunse l'età di sessantacinque anni, vieta di collocare la sua morte oltre l'anno 470, e quindi la sua fuga oltre l'anno 473. Secondo un resoconto che ha prove interne di credibilità, in AElian, Var. storico ii. 21, Temistocle, come un ragazzino proveniente dalla scuola, ha rifiutato di togliersi di mezzo il tiranno Pisistrato.

Supponendo che ciò avvenisse nell'ultimo anno di Pisistrato, 529 aC, e che Temistocle avesse allora sei anni, doveva essere nato nel 535 e morto nel 470. Né è valida obiezione che, secondo Plutarco, Temistocle viveva ancora al tempo della spedizione cipriota di Cimone (449 aC), ed era ancora giovane alla battaglia di Maratona. Per il primo si basa su una chiara confusione del primo evento con la vittoria sulla flotta persiana a Cipro, che si suppone abbia immediatamente preceduto la vittoria sull'Eurimedonte (confronta Diodor.

11, 60; Dahlmann, Forschungen, ip 69), e quest'ultimo solo su una conclusione tratta da questo errore. "Chiunque", osserva Dahlmann, p. 71, 'legge senza pregiudizio il passo, Tucidide 1, 138, si accorgerà che la morte di Temistocle seguì poco dopo il suo insediamento in Persia; probabilmente nel secondo anno, se Tucidide è degno di credito».

“Fino a quando tutti questi argomenti non saranno confutati, resta vero che l'interpretazione messianica della profezia è l'unica corretta, e che il presunto pseudo-Daniele, così come il vero Daniele, possedeva una visione del futuro, che avrebbe potuto essere dato solo dallo Spirito di Dio; e quindi, poiché questo favore non avrebbe potuto essere mostrato a nessun ingannatore, ne consegue necessariamente la genuinità del libro, e l'inutilità di tutte le obiezioni contro di esso è già manifesta».

V. L'unico punto di indagine rimasto su questo versetto riguarda la divisione dell'intero periodo di sessantanove settimane in due parti più piccole di sette settimane e sessantadue settimane; cioè dei quattrocentottantatre anni in un periodo di quattrocentotrentaquattro anni, e uno di quarantanove anni. Questa indagine si risolve in un'altra, se, dopo l'emanazione del comando nel ventesimo anno di Artaserse, ci sia stato un periodo di quarantanove anni che fosse in qualche modo distinto da quello che seguì, o qualche "motivo" per cui un'epoca dovrebbe essere fatto lì? Se il comando nel ventesimo di Artaserse era nell'anno 454 a.

c., quindi la sottrazione di quarantanove anni da questo renderebbe l'anno 405 aC il periodo segnato; vale a dire, in quel periodo si sarebbe verificato qualche importante cambiamento, o avrebbe avuto inizio una nuova serie di affari che avrebbe separato adeguatamente il periodo precedente da quello successivo.

Ora, la giusta interpretazione di questo passaggio riguardo alle sette settimane, o quarantanove anni, è senza dubbio che quel tempo sarebbe richiesto per ricostruire la città e per sistemare i suoi affari su una fondazione permanente, e che, dalla fine del quel tempo, sarebbe trascorso un altro periodo di sessantadue settimane, o quattrocentotrentaquattro anni, fino all'apparizione del Messia. È vero che questo non è specificato chiaramente nel testo, ed è vero che nel testo la frase “la strada sarà ricostruita e il muro, anche in tempi difficili”, non è limitata espressamente a nessuno dei due periodi, ma è anche detto nel versetto successivo, che il periodo di sessantadue settimane sarebbe terminato con l'apparizione del Messia, o con la sua eliminazione, e, quindi, è lecito ritenere che il precedente periodo di sette settimane fosse da caratterizzare particolarmente come i “tempi torbidi” in cui la strada e il muro dovevano essere ricostruiti. L'indagine ora è: se quel tempo fosse effettivamente occupato nella ricostruzione e nel ripristino della città? A questo proposito si può osservare,

(1) Che c'è una forte "probabilità" che sarebbe necessario un tempo considerevole per ricostruire le mura della città e riportare Gerusalemme a una condizione come quella in cui era prima della cattività. Dobbiamo ricordare che era rimasto a lungo in rovina; che la terra era desolata; che Gerusalemme non aveva alcuna importanza commerciale per rendere rapida la sua crescita; che c'erano pochi nella città su cui si poteva fare affidamento per ricostruirla; che gran parte dei materiali per ricostruirla doveva essere portata a distanza; che l'opera fu contrastata con molta determinazione dai Samaritani; che era necessario, come ci informa Neemia, nella costruzione delle mura, che gli operai avessero un'arma di difesa in una mano mentre lavoravano con l'altra, e che coloro che vi erano impegnati erano per lo più poveri. Quando si considerano queste cose,

(2) Una questione più materiale, tuttavia, è se i fatti nel caso lo confermino, o se ci fu una tale conclusione della ricostruzione della città all'incirca in quel periodo, che si potrebbe dire che il tempo occupato era di sette settimane anziché, per esempio, sei, cinque o nove. Potrebbe non essere necessario in modo tale da determinare l'anno preciso, o la fine di quarantanove anni.

ma in una divisione generale del tempo, è necessario, senza dubbio, determinarlo in modo da vedere che quel tempo avrebbe dovuto essere designato, piuttosto che uno ugualmente generale alla fine di una settimana, o due, o sei, o nove , o qualsiasi altro numero. Ora che quello era il periodo del completamento dell'opera contemplata dal decreto emanato sotto Artaserse, e l'opera intrapresa da Neemia, non è difficile mostrare:

(a) È ragionevole presumere che il tempo di cui alle sette settimane sarebbe la ricostruzione della città, e il ripristino dei suoi affari al suo stato precedente - o il completamento delle disposizioni per ripristinare la nazione dagli effetti di la cattività, e per rimetterla sulle sue antiche basi. Questa era l'indagine principale di Daniel; questo sarebbe un periodo segnato; questo sarebbe quello per cui il "comandamento uscirebbe"; e ciò costituirebbe una divisione naturale del tempo.

(b) In effetti, il completamento dell'opera intrapresa da Neemia, sotto il comando dei re persiani, arrivò al periodo qui designato; e il suo ultimo atto come governatore della Giudea, nel restaurare il popolo e nel porre gli affari della nazione sulle basi precedenti, avvenne all'incirca nel periodo dei quarantanove anni dopo l'emissione del comando da parte di Artaserse Longimano. Tale evento, come supposto sopra, si è verificato 454 b.

C. La fine delle sette settimane, o dei quarantanove anni, sarebbe quindi il 405 aC Questo sarebbe circa l'ultimo anno del regno di Dario Noto. Vedi la tabella sopra. Neemia fu due volte governatore della Giudea e l'opera di restaurazione che intraprese non fu completata fino a quando non fu per la seconda volta in quell'ufficio. La prima volta rimase dodici anni in carica, poiché ricevette la sua commissione nel ventesimo anno di Artaserse, e nell'anno trentaduesimo tornò di nuovo a lui, Nehemia 13:6.

Questo, secondo il calcolo di cui sopra, lo ridurrebbe al 442 aC Per quanto tempo rimase con il re di Persia, non lo afferma con certezza, ma dice che furono "certi giorni", Nehemia 13:6. Dopo questo, ottenne di nuovo dal re il permesso di tornare a Gerusalemme, e tornò una seconda volta come governatore della Giudea, Nehemia 13:6.

Il tempo dal suo primo ritorno in Persia, dopo i dodici anni che trascorse in Giudea fino all'anno 405 aC, sarebbe di trentasette anni. Secondo questo, la fine delle “sette settimane”, e il completamento dell'impresa di “ricostruire e restaurare” la città, doveva essere alla fine di quei trentasette anni. In riferimento a ciò, si può osservare,

(1) Che Neemia è noto per essere vissuto fino a tarda età (Giuseppe); tuttavia, supponendo che avesse trent'anni quando fu nominato per la prima volta governatore della Giudea, e che il tempo indicato alla fine delle "sette settimane", o quarantanove anni, fosse il completamento della sua opera nella restaurazione del affari di Gerusalemme, l'intero periodo avrebbe raggiunto solo il settantanovesimo anno della sua età.

(2) L'ultimo atto di Neemia nel restaurare la città avvenne nel quindicesimo anno del regno di Dario Notbus - secondo Prideaux (Cost. II. 206, seg.) - cioè nel 408 a. calcolo della cronologia, una differenza dalla stima di cui sopra di soli tre anni, e, forse, considerando che il tempo di “sette settimane” è un calcolo in cifre tonde, questa sarebbe una stima di sufficiente accuratezza.

Ma, oltre a ciò, va ricordato che la cronologia esatta ad un anno o ad un mese non può essere ricavata con assoluta certezza; e prendendo in considerazione tutte le circostanze, è notevole che il periodo designato nella profezia coincida così quasi con il record storico. Le uniche indagini rimaste, quindi, sono se l'ultimo atto di Neemia a cui si fa riferimento sia avvenuto al momento menzionato - il 15 di Dario Nothus, o il 408 a.

C. - e se ciò fosse di sufficiente rilievo e importanza per dividere i due periodi delle profezie, o per essere un'adeguata chiusura dell'opera di restaurazione e ricostruzione di Gerusalemme. Ciò che fece nel suo ufficio di governatore della Giudea, alla sua seconda visita a Gerusalemme, è riportato in Nehemia 13:7.

Gli atti particolari da lui compiuti consistevano nel rimuovere certi abusi subiti a crescere in sua assenza rispetto al servizio del tempio, per cui il tempio era diventato molto inquinato Nehemia 13:7; nel riportare il sabato alla sua giusta osservanza, che era stata grandemente trascurata Nehemia 13:15; e nel costringere quegli ebrei che avevano contratto matrimoni illeciti a separarsi dalle loro mogli Nehemia 13:23.

Questi atti erano necessari per porre gli affari del tempio, e la condizione della città, sulle loro precedenti basi. L'ultimo di questi atti - la separazione di coloro che avevano contratto matrimoni illeciti dalle loro mogli, è quello che designa la fine delle "sette settimane", e rispetto alla quale va ricercata la data. Questo è affermato nel libro di Neemia Neemia Nehemia 13:28 come avvenuto al tempo di "uno dei figli di Ioiada, figlio di Eliasib, il sommo sacerdote, genero di Sanballat il Coronita". Cioè, avvenne quando Joiada era sommo sacerdote.

Ma, secondo il “ Chr. Alexandrinum ”, Joiada successe a suo padre nell'ufficio nell'undicesimo anno di Darius Nothus, e Prideaux suppone, senza improbabilità, che questo evento possa essersi verificato fino a quattro anni dopo essere entrato nell'ufficio di sommo sacerdote, il che lo avrebbe portato al quindicesimo di Darius Nothus, o 408 aC Confronta Jahn, Ebr. Com. pp. 179-182; e Prideaux, Con.

ii. 206-210. Il tempo, dunque, se questo è l'evento a cui si fa riferimento, è sufficientemente preciso da farlo coincidere con la profezia - sufficientemente da dividere il periodo precedente da quello che gli è succeduto. L'evento stesso era di importanza sufficiente per avere un posto qui. Si stava, infatti, ultimando quanto era necessario fare per portare a compimento lo scopo di “restaurare e ricostruire Gerusalemme.

Era infatti "il ripristino degli affari ebraici sotto l'editto persiano", o ciò che è stato realizzato di fatto sotto quell'editto nel porre gli affari ebraici sulla base corretta - la base su cui erano sostanzialmente prima della prigionia.

Questa fu la fine di quella prigionia nel senso più pieno, e divise il passato dal futuro - o costituì un "periodo o epoca" nella storia del popolo ebraico. Resta solo da aggiungere, su questo versetto - e l'osservazione sarà ugualmente applicabile all'esposizione dei due rimanenti versi del capitolo - che sul presupposto che questo fosse stato scritto dopo la venuta del Messia, e fosse stato progettato per inquadrare quella che sembrerebbe una profezia o una predizione di questi eventi, il linguaggio qui sarebbe tale da essere stato opportunamente impiegato.

Dal momento dell'emissione del comando di ricostruire la città, tutta la durata sarebbe stata accuratamente suddivisa in due grandi porzioni: quella necessaria per il completamento dell'opera di restauro della città, e quella che si estendeva alla venuta del Messia , e il primo sarebbe stato fatto terminare dove ora si suppone che il periodo di "sette settimane", o quarantanove anni, sia effettivamente terminato. Se questa sarebbe stata la ripartizione corretta in una recensione “storica”, è corretta come recensione “profetica”.

26 E dopo sessanta e due settimane - Dopo il completamento dell'ultimo periodo di quattrocentotrentaquattro anni. L'angelo aveva mostrato nel versetto precedente quale sarebbe stata la caratteristica del primo periodo di "sette settimane" - che durante quel periodo il muro e la strada sarebbero stati costruiti in circostanze di generale angoscia e ansia, e ora procede ad affermare cosa avverrebbe in relazione alle restanti sessantadue settimane.

La cosa particolare che caratterizzerebbe quel periodo sarebbe che il Messia sarebbe stato stroncato e che avrebbe avuto inizio la serie di eventi che sarebbero terminati con la distruzione della città e del tempio. Non dice che questo sarebbe immediatamente alla fine delle sessantadue settimane, ma dice che sarebbe "dopo" אחרי 'achărēy - "successivo" alla fine di quel periodo.

La parola non significa necessariamente immediatamente, ma denota ciò che deve succedere - seguire - e sarebbe ben espressa dalla parola “dopo”: Genesi 15:14; Genesi 23:19; Genesi 25:26 , et al.

Vedi Gesenius, Lexicon Il significato naturale qui sarebbe che questo sarebbe il "prossimo evento" nell'ordine degli eventi da considerare; sarebbe quello su cui si sarebbe posato l'occhio profetico dopo la fine del periodo di sessantadue settimane. Ci sono due circostanze nella profezia stessa che dimostrano che non è detto che ciò sarebbe immediatamente successivo:

(a) Uno è che nel versetto precedente si dice che le "sessantadue settimane" si estenderebbero "fino al Messia"; cioè, o alla sua nascita o alla sua manifestazione come tale; e non è implicito da nessuna parte che sarebbe stato "tagliato fuori" subito alla sua apparizione, né è ragionevole una tale supposizione, o una che sarebbe stata abbracciata da un antico studioso delle profezie;

(b) l'altro è che, nel versetto successivo, è espressamente detto che ciò che avrebbe compiuto nel far cessare l'oblazione sarebbe avvenuto "nel mezzo della settimana"; cioè della restante settimana che completerebbe la settantina. Questo non potrebbe accadere se dovesse essere "tagliato fuori" immediatamente alla fine delle sessantadue settimane.

L'attento studioso di questa profezia, quindi, anticiperebbe che il Messia sarebbe apparso alla fine delle sessantadue settimane, e che sarebbe continuato durante almeno una parte della restante settimana prima di essere stroncato. Questo punto avrebbe potuto essere chiaramente dedotto dalla profezia prima della venuta del Messia.

Shall Messiah - Note, Daniele 9:25.

Essere tagliato - La parola usata qui ( כרת kârath ) significa, propriamente, tagliare, tagliare, come parte di un indumento, 1 Samuele 24:5 (6), 11 (12); un ramo di un albero, Numeri 13:23; il prepuzio, Esodo 4:25; la testa, 1 Samuele 17:51; 1 Samuele 5:4; per abbattere alberi, Deuteronomio 19:5; Isaia 14:8; Isaia 44:14; Geremia 10:3; Geremia 22:7.

Quindi significa stroncare le persone, distruggere, Deuteronomio 20:20; Geremia 11:19; Genesi 9:11; Salmi 37:9; Proverbi 2:22; Proverbi 10:31 , et al.

scettro. La frase "quell'anima sarà stroncata dal suo popolo", "di mezzo al popolo", "da Israele", "dalla congregazione", ecc., ricorre frequentemente nelle Scritture (confronta Genesi 17:14; Levitico 7:20; Numeri 15:30; Numeri 19:13 , Numeri 19:20; Esodo 12:19 , et al.

), e denota la pena di morte in generale, senza definirne le modalità. "Non è mai la punizione dell'esilio". - Gesenius, Lexicon La nozione o il significato proprio qui è, senza dubbio, quello di essere tagliato fuori dalla morte, e suggerirebbe l'idea di una morte "violenta", o una morte per opera di altri.

Si applicherebbe a chi è stato assassinato, o assassinato da una folla, o che è stato nominato a morte da un decreto giudiziario; o potrebbe essere applicato a uno che è stato abbattuto in battaglia, o dalla pestilenza, o dal fulmine o dal naufragio, ma non sarebbe applicato naturalmente o correttamente a uno che aveva vissuto i suoi giorni ed è morto di morte pacifica . Ora colleghiamo sempre alla parola l'idea di qualche interposizione insolita, come quando si parla di uno che viene abbattuto nella mezza età.

Gli antichi traduttori la intendevano di morte violenta. Quindi il latino “Vulgata, occidetur Christus ;” siriaco, "il Messia sarà ucciso", o messo a morte. Non c'è bisogno di dire qui che questa frase troverebbe un compimento completo nel modo in cui il Signore Gesù fu messo a morte, né che questo è il linguaggio stesso in cui è proprio ora descrivere il modo in cui fu rimosso.

È stato tagliato fuori dalla violenza; da un decreto giudiziario: da una folla; in mezzo al suo cammino, ecc. Se si ammettesse che l'angelo intendeva descrivere il modo della sua morte, non avrebbe potuto trovare una sola parola che l'avrebbe espresso meglio.

Ma non per se stesso - Margine, "e non avrà nulla". Questa frase ha suscitato non poche discussioni e non poche diversità di opinioni. La Vulgata latina è, "et non erit ejus populus, qui eum negaturus est" - "e non saranno il suo popolo che lo rinnegherà". Teodozione (nella Settanta), καὶ κρίμα οὐκ ἔστιν ἐν ἀυτῷ kai krima ouk estin en autō - “e non c'è crimine in lui.

"Siriaco, "E non è con lui". L'ebraico è לו ואין v e 'ēyn - e l'interpretazione ruota sul significato della parola אין 'ēyn. Hengstenberg sostiene che non è mai usato nel senso di לא lo' (non), ma che trasmette sempre l'idea di "nulla" o "non-esistenza", e che il significato qui è, che, allora, "ci non era niente per lui; " cioè, che ha cessato di avere autorità e potere, come nell'eliminazione di un principe o di un governante il cui potere giunge al termine.

Di conseguenza lo rende, "e non è per lui"; cioè, il suo dominio, autorità o potere sul popolo dell'alleanza come un principe unto, cesserebbe quando fu stroncato, e un altro sarebbe venuto a desolare il santuario ea prenderne possesso. Bertholdt lo rende, Ohne Nachfolger von den Seinigen zu haben - “senza successori propri” - nel senso che la sua famiglia, o che la dinastia sarebbe stata stroncata, o sarebbe finita con lui.

Sostiene che l'intera frase denota "una morte improvvisa e inaspettata", e che qui significa che non avrebbe avuto successori della sua stessa famiglia. Lo applica ad Alessandro Magno. Lengerke lo rende, Und nicht ist vorhanden, der ihm, angehoret - e spiega che l'insieme significa: "L'unto (come il legittimo re) sarà stroncato, ma allora non sarà uno che appartiene alla sua famiglia (a spirito, sul trono), ma verrà un principe al quale non apparteneva la corona, al quale il nome unto non poteva propriamente appartenere”.

Maurer lo spiega: "Non ci sarà per lui alcun successore o erede legittimo". Il prof. Stuart lo rende: "Uno sarà stroncato e non ce ne sarà nessuno" (il popolo). CB Michaelis, "e non essere sarà il suo destino". Jacch. e Hitzig, "e nessuno gli è rimasto". Rosch, "e nessuno era presente per lui". La nostra traduzione - "ma non per se stesso" - è stata indubbiamente adottata dalla visione comune dell'espiazione - che il Messia non è morto per se stesso, ma che la sua vita è stata data in riscatto per gli altri.

Non possono esserci dubbi su questo fatto per coloro che sostengono la dottrina comune dell'espiazione, e tuttavia forse dubitava che i traduttori non abbiano involontariamente permesso alle loro opinioni sull'espiazione di modellare l'interpretazione di questo passaggio, e se può essere equamente ricavato dall'ebraico. Il significato ordinario della parola ebraica אין 'ēynè, indubbiamente, “niente, vuoto” - nel senso che non c'è niente (vedi Gesenius, Lexicon); e, così applicato, il senso qui sarebbe, che dopo essere stato tagliato, o in conseguenza del suo essere tagliato, ciò che prima possedeva cesserebbe, o non ci sarebbe "niente" per lui; cioè, o la sua vita cesserebbe, o il suo dominio cesserebbe, o sarebbe stato tagliato fuori come il Principe - il Messia. Questa interpretazione sembra essere confermata da quanto viene subito detto, che sarebbe venuto un altro e avrebbe distrutto la città e il santuario, o che il possesso sarebbe passato nelle sue schiere.

Mi sembra probabile che questa sia la giusta interpretazione. Il Messia sarebbe venuto come un "Principe". Ci si potrebbe aspettare che sarebbe venuto a governare, a fondare un regno. Ma sarebbe stato improvvisamente interrotto da una morte violenta. L'atteso dominio sul popolo come principe non si sarebbe instaurato. Non sarebbe di sua competenza. Così, improvvisamente troncate, le aspettative di una tale regola verrebbero deluse e vanificate.

Egli infatti non avrebbe instaurato un tale dominio come ci si potrebbe naturalmente aspettare da un principe unto; non avrebbe avuto successori; la dinastia non sarebbe rimasta nelle sue mani o nella sua famiglia, e presto sarebbe arrivato il popolo di un principe straniero e avrebbe spazzato via tutto. Questa interpretazione non suppone che il vero scopo della sua venuta sarebbe ostacolato, o che non avrebbe istituito un regno secondo la predizione correttamente spiegata, ma che un regno come si sarebbe aspettato dal popolo non sarebbe stato istituito. .

Sarebbe stato tagliato fuori subito dopo il suo arrivo, e il dominio previsto non sarebbe appartenuto a lui, o non si sarebbe trovato "nulla" di esso in lui, e subito dopo sarebbe arrivato un principe straniero e avrebbe distrutto la città e il santuario. Questa interpretazione, invero, toglierà questo passo come un testo-prova della dottrina dell'espiazione, o come affermante il disegno della morte del Messia, ma fornisce un significato altrettanto conforme alla tensione generale della profezia. , e con i fatti nell'opera del Messia.

Perché era un'aspettativa naturale che quando fosse venuto avrebbe stabilito un regno - un regno temporale - e questa aspettativa era ampiamente amata tra la gente. Fu, tuttavia, presto stroncato, e tutte queste speranze perirono subito nella mente dei suoi veri seguaci (confronta Luca 24:21 ) e nella mente delle moltitudini che, sebbene non i suoi veri seguaci, cominciarono a domandarsi se potrebbe non essere il Messia predetto, il Principe che siederà sul trono di Davide. Ma di un tale dominio o governo anticipato, non c'era "niente" per lui.

Tutte queste aspettative furono rovinate dalla sua morte improvvisa, e presto, invece di liberare la nazione dalla schiavitù e istituire un regno visibile, un principe straniero sarebbe arrivato con le sue forze e avrebbe spazzato via tutto. Non è ora possibile stabilire se questa sarebbe stata l'interpretazione apposta a queste parole prima dell'avvento del Messia. Abbiamo pochi resti dei metodi con cui gli Ebrei interpretavano le antiche profezie, e possiamo facilmente supporre che non sarebbero stati disposti ad abbracciare un'esposizione che mostrasse loro che il regno del Messia, come lo anticipavano, non sarebbe avvenuto , ma che non appena fosse apparso, sarebbe stato messo a morte, e il dominio sarebbe passato, e la nazione sarebbe stata soggetta alle devastazioni di una potenza straniera.

"E il popolo del principe che verrà." Margin, “E loro (i Giudei) non saranno più suo popolo; o, il futuro popolo del Principe (Messia)”. Questa sembra essere piuttosto una spiegazione del significato, che una traduzione dell'ebraico. La traduzione letterale sarebbe "e la città e il santuario, il popolo di un principe che viene, saranno devastati". Nell'ipotesi generale che l'intero brano si riferisca al Messia e al suo tempo, il linguaggio qui utilizzato non è di difficile interpretazione e denota con indubbia accuratezza gli eventi che seguirono presto alla “tronizzazione” del Messia.

La parola "popolo" ( עם am ) è una parola che può essere applicata a sudditi o eserciti - un popolo come un principe invasore o un guerriero porterebbe con sé per scopi di conquista. Denota correttamente

(a) un popolo, o tribù, o razza in generale; e poi

(b) il popolo in contrapposizione a re, principi, governanti (confrontare λαός laos, il popolo in opposizione ai capi in Omero, Iliade ii. 365, XIII. 108, XXIV. 28): e poi come soldati, Giudici 5:2. Quindi si può applicare, come qui si intenderebbe, ai soldati del principe che dovessero venire.

Del principe che verrà - La parola "principe" qui ( נגיד nāgı̂yd ) è la stessa che ricorre in Daniele 9:25 , "Messia il principe". È chiaro, tuttavia, che qui si intende un altro principe, perché

(a) si è appena detto che quel principe - il Messia - sarebbe stato "stroncato", e questo si riferisce chiaramente a quello che sarebbe seguito;

(b) la frase “che deve venire” ( הבא habbâ' ) implicherebbe anche questo.

Suggerirebbe naturalmente l'idea che sarebbe venuto dall'estero, o che sarebbe stato un principe straniero, perché sarebbe "venuto" con lo scopo di distruggere. Nessuno può non vedere l'applicabilità di ciò alla distruzione di Gerusalemme da parte del potere romano, dopo che il Signore Gesù fu messo a morte. Se quello era il disegno della profezia, o se si ammetteva che la profezia lo contemplava, la lingua non avrebbe potuto essere scelta meglio, o la predizione più esatta.

Nessuno può ragionevolmente dubitare che, se gli antichi Ebrei avessero inteso la prima parte della profezia, nel senso che il vero Messia sarebbe stato messo a morte subito dopo la sua apparizione, non potevano non prevedere che presto sarebbe arrivato un principe straniero e devasta la loro città e il loro santuario.

Distruggerà la città e il santuario - Il "luogo santo" - il tempio. Questa è la fine della profezia. Inizia con il comando di "ricostruire e restaurare" la città e termina con la sua distruzione. Il tempo non è fissato, né c'è nella profezia alcun indizio diretto quando si sarebbe verificato, a meno che non si trovi nella dichiarazione generale in Daniele 9:24 , che “settanta settimane furono determinate sul popolo e sulla città.

L'intera portata della profezia, tuttavia, porterebbe alla supposizione che ciò sarebbe accaduto presto dopo che il Messia sarebbe stato "stroncato". La serie di eventi sotto i Romani che portarono alla distruzione della città e del tempio, infatti, iniziò molto presto dopo la morte del Signore Gesù, e cessò solo quando il tempio fu completamente demolito e la città fu eretta alle sue fondamenta .

E la sua fine - ebraico, "la sua fine" o "la sua fine" - קצו qı̂tsô. Non è certo a cosa si riferisca qui la parola “esso” ( ו ô ). Può essere o la fine della città, o del principe, o della profezia, per quanto riguarda la costruzione grammaticale. Poiché il soggetto principale e immediato della profezia è però la città, è più naturale riferirsi ad essa. Hengstenberg lo rende “finirà”, supponendo, con Vitringa, che si riferisca al soggetto del discorso: “la cosa – tutta la vicenda – tutto ciò che è qui predetto in questa serie di eventi – finirà con un diluvio. " Questo si accorda bene con l'intero disegno della profezia.

Con un diluvio -בשׁטף basheṭeph. Cioè, sarà come un diluvio straripante. La parola usata qui significa "sgorgare, effusione", come di pioggia, Giobbe 38:25; di un torrente, Proverbi 27:4; uno straripamento, inondazione, inondazione, Salmi 32:6; Nahum 1:8.

Quindi, indicherebbe appropriatamente le devastazioni di un esercito, spazzando via tutto. Sarebbe come un'inondazione improvvisa, portando tutto davanti a sé. Nessuno può dubitare che questo linguaggio sia applicabile sotto ogni aspetto alle desolazioni portate su Gerusalemme dagli eserciti romani.

E fino alla fine della guerra sono determinate le desolazioni - Margine, "sarà troncato dalle desolazioni". Hengstenberg rende questo, "e fino alla fine è la guerra, un decreto di rovine". Così Lengerke - e i suoi aufs Ende Krieg und Beschluss der Wusten. Bertholdt lo rende, "e le grandi desolazioni continueranno fino alla fine della guerra". La Vulgata latina lo rende, et post finem belli statuta desolatio - “e dopo la fine della guerra si determina la desolazione.

"Il prof. Stuart lo traduce, "e fino alla fine sarà la guerra, una misura decretata di desolazioni". Il significato letterale del passaggio è "e fino alla fine della guerra sono decretate le desolazioni", o determinate. La parola resa “determinata” ( חרץ chârats ) significa, propriamente, tagliare, incidere, incidere; poi decidere, determinare, decretare, emettere sentenza.

Vedi le note a Daniele 9:24. Qui il significato è naturalmente che tali desolazioni furono risolte o determinate come da un decreto o da uno scopo. C'era qualcosa che li rendeva certi; cioè, faceva parte del grande piano qui riferito nella visione delle settanta settimane, che ci fossero tali desolazioni che si estendevano durante la guerra. Le cose che sarebbero, quindi, essere anticipate da questo passaggio sarebbero,

(a) che ci sarebbe stata la guerra. Questo è implicito anche nell'assicurazione che il popolo di un principe straniero sarebbe venuto e avrebbe preso la città.

(b) Che questa guerra sarebbe stata di carattere “desolante”, o che si sarebbe estesa in maniera notevole e avrebbe seminato rovina sul paese. Tutte le guerre sono così caratterizzate; ma sembrerebbe che ciò lo farebbe in maniera notevole.

(c) Che queste desolazioni si sarebbero estese durante la guerra, o fino alla sua fine. Non ci sarebbe stato intervallo; nessuna cessazione. È appena il caso di dire che questo fu, infatti, proprio il carattere della guerra che i Romani condussero con gli Ebrei dopo la morte del Salvatore, e che si concluse con la distruzione della città e del tempio; il rovesciamento dell'intera comunità ebraica; e la rimozione di un gran numero di persone in una prigionia lontana e perpetua.

Nessuna guerra, forse, è stata nel suo corso più segnata dalla desolazione; in nessuno lo scopo della distruzione è stato più perseverantemente manifestato fino al limite. Il “linguaggio” qui, infatti, potrebbe applicarsi a molte guerre - in un certo senso a tutte le guerre; a nessuno, tuttavia, sarebbe più appropriato che alle guerre dei romani con gli ebrei.

27 Ed egli confermerà il patto - letteralmente, "egli renderà forte" - והגביר v e hı̂g e bı̂yr. L'idea è quella di dare forza, o stabilità; di rendere fermo e sicuro. La parola ebraica qui si riferisce evidentemente al "patto" che si dice che Dio stabilisca con il suo popolo - così spesso indicato nelle Scritture come espressione della relazione tra Lui e loro, e quindi usato, in generale, per denotare le leggi e le istituzioni della vera religione - le leggi che Dio ha fatto per la sua chiesa; le sue promesse di essere il loro protettore, ecc.

, e le istituzioni che nascono da tale relazione. Il margine lo legge, più in accordo con l'ebraico, "a", nel senso che avrebbe confermato o stabilito "un patto" con i molti. In base a ciò, non è necessario supporre che fosse un patto esistente a cui si riferisse, ma che avrebbe ratificato ciò che si intendeva con la parola "alleanza"; cioè che avrebbe condotto molti ad entrare in una vera e propria alleanza con Dio.

Ciò si realizzerebbe se svolgesse un'opera tale da porre i “molti” in una relazione con Dio corrispondente a quanto gli è stato sostenuto dal suo antico popolo; cioè, portali ad essere suoi veri amici e adoratori.

Il significato dell'espressione qui non può essere sbagliato, che durante il tempo specificato, "egli" (chiunque possa essere indicato) avrebbe, per "una settimana" - seguire un corso che tenderebbe a stabilire la vera religione; per renderlo più stabile e fermo; per dargli maggiori sanzioni nell'approvazione dei “molti”, e per portarlo a pesare più decisamente e potentemente sul cuore. Se questo sarebbe stato emanato da qualche legge a suo favore; o dalla protezione estesa alla nazione; o con il presente esempio; o per istruzione; o da qualche opera di nuovo genere, e da nuove influenze che avrebbe esposto, non è menzionata, e in anticipo forse non si sarebbe potuto prevedere bene in che modo ciò sarebbe stato.

C'è stata una divergenza di opinioni, tuttavia, sul nominativo proprio del verbo "confermare" - הגביר hı̂g e bı̂yr - se si tratta del Messia, o del principe straniero, o di "una settimana". Hengstenberg preferisce quest'ultimo e lo rende: “E una settimana confermerà il patto; con molti."

Così lo rende anche Lengerke. Bertholdt lo rende "lui", cioè "si unirà saldamente a molti per una settimana" - o, un periodo di sette anni, ein Jahrsiebend lang. Mi sembra che sia una costruzione innaturale fare della parola “settimana” il nominativo del verbo, e che l'interpretazione più ovvia sia riferirla a qualche persona a cui si riferisce l'intero soggetto. Non è consueto rappresentare il tempo come un agente nella realizzazione di un lavoro.

Nel linguaggio poetico e metaforico, infatti, noi personifichiamo il tempo come un abbattitore di uomini, come un distruttore, &e., ma questo uso non giustificherebbe l'espressione che "il tempo confermerebbe un patto con molti". Questo è, evidentemente, il lavoro di un agente cosciente e intelligente; ed è perciò molto naturale intenderlo come di uno dei due agenti di cui si parla nel passo. Questi due agenti sono il "Messia" e il "principe che dovrebbe venire".

Ma non è ragionevole supporre che si parli di quest'ultimo, perché si dice Daniele 9:26 che l'effetto e lo scopo della sua venuta sarebbe quello di «distruggere la città e il santuario». Doveva venire "con un diluvio", e l'effetto della sua venuta sarebbe stato solo desolazione. L'interpretazione più corretta, quindi, è riferirla al Messia, che è il soggetto principale della profezia; e l'opera che, secondo questo, doveva svolgere era, durante quella "una settimana", esercitare un'influenza tale da tendere a stabilire un'alleanza tra il popolo e Dio.

L'effetto del suo lavoro durante quella settimana sarebbe stato quello di assicurare la loro adesione alla "vera religione"; per confermare loro le promesse divine e per stabilire i principi di quella religione che li avrebbe condotti a Dio. Nulla si dice del modo con cui ciò sarebbe fatto; e qualsiasi cosa, quindi, che assicurerebbe questo sarebbe un adempimento della profezia. In effetti, se si riferisce al Signore Gesù, ciò è stato fatto dalle sue istruzioni personali, dal suo esempio, dalle sue sofferenze e dalla sua morte e dalle disposizioni che ha preso per assicurare il giusto effetto della sua opera sulle menti della gente - tutti destinati a procurare loro l'amicizia e il favore di Dio, e ad unirli a Lui nei vincoli di un'alleanza duratura.

Con molti -לרבים lârabı̂ym. Oppure, per molti; o, a molti. Avrebbe compiuto un'opera che sarebbe appartenuta a molti, o che avrebbe riguardato molti, conducendoli a Dio. Non c'è nulla nella parola qui che indichi chi fossero, se i suoi seguaci immediati o coloro che erano già nell'alleanza. L'idea semplice è che questo riguarderebbe "molte" persone, e si realizzerebbe se l'effetto della sua opera confermasse "molti" che erano già nell'alleanza, o se portasse "molti" altri in un rapporto di alleanza con Dio.

Nulla potrebbe essere determinato dal significato della parola usata qui su quale di queste cose è stata progettata, e di conseguenza si troverebbe un giusto adempimento se si verificasse una di esse. Se si riferisce al Messia, si compirebbe se infatti l'effetto della sua venuta fosse o per statuto o per istruzioni per confermare e stabilire coloro che già sostenevano questa relazione con Dio, o se raccogliesse altri seguaci e li confermasse nella loro fedeltà a Dio.

Per una settimana - La giusta interpretazione di questo, secondo i principi adottati durante questa esposizione, è che questo include lo spazio di sette anni. Vedi le note a Daniele 9:24. Questa è l'unica settimana che costituisce i settantasette di loro, o quarantanove anni, che abbraccia il periodo dal comando di ricostruire la città e il tempio al suo completamento sotto Neemia; sessantadue, o quattrocentotrentaquattro anni, all'apparizione pubblica del Messia, e questa settimana per completare tutti i settanta, o quattrocentonovanta anni "per porre fine alla trasgressione e per porre fine ai peccati e per fare la riconciliazione per l'iniquità, e per portare una giustizia eterna”, ecc.

, Daniele 9:24. È indispensabile, quindi, trovare qualcosa di fatto, occupando questi sette anni, che vada a “confermare l'alleanza” nel senso sopra spiegato. In considerazione di ciò, l'attenzione viene catturata dall'annuncio di un avvenimento importante che doveva avvenire “nel mezzo della settimana”, cioè, nel far cessare il sacrificio e l'oblazione, mostrando che doveva esserci un importante cambiamento avvenuto durante la "settimana", o che mentre egli avrebbe, di fatto, confermato il patto attraverso la settimana in un certo senso proprio, il sacrificio e l'oblazione cesserebbero, e quindi la conferma dei molti nel patto deve dipendere da qualcos'altro che la continuazione del sacrificio e dell'oblazione.

Riguardo a questo linguaggio, come a tutto il resto della profezia, ci sono, infatti, solo due domande: una è, che cosa si deve intendere equamente con le parole, o qual è l'interpretazione corretta, indipendente da qualsiasi cosa nel risultato; l'altro è, se in ciò che è considerato come l'adempimento sia avvenuto qualcosa che corrisponde al linguaggio così interpretato.

(1) La prima domanda quindi è: Qual è il significato equo della lingua? O che cosa intenderebbe con ciò chi avesse una conoscenza corretta dei principi propri dell'interpretazione? Ora, a questo proposito, mentre si può ammettere, forse, che ci sarebbe qualche responsabilità a una differenza di vista nell'interpretarlo senza alcun riferimento all'evento, o senza che il suo significato dasse forma all'evento, le seguenti cose sembrano per essere chiari:

(a) che "una settimana" avrebbe compreso sette anni, immediatamente successivi all'apparizione del Messia, o le sessantadue settimane, e che c'era qualcosa che avrebbe fatto nel "confermare il patto" o nello stabilire il principi della religione, che si estenderebbe per quel periodo di sette anni, o che quello sarebbe, in un certo senso proprio, "un periodo" di tempo, avente un inizio - vale a dire, la sua apparizione, e un'adeguata chiusura o conclusione al fine dei sette anni: cioè, che ci sarebbe qualche ragione per cui quello dovrebbe essere un periodo marcato, o perché il tutto dovrebbe terminare lì, e non in un altro momento.

(b) Che nel mezzo di quel periodo di sette anni, si sarebbe verificato un altro evento importante, che serviva a dividere quel tempo in due parti, e specialmente a essere conosciuto come causa della cessazione del sacrificio e dell'oblazione; in qualche modo incidere sull'offerta pubblica di sacrificio, cosicché da quel momento ci sarebbe di fatto una cessazione.

(c) E che ciò sarebbe seguito dalla consumazione di tutta la questione espressa nelle parole: "e per la diffusione dell'abominio la renderà desolata", ecc. Non è detto, tuttavia, che quest'ultima si verificherebbe immediatamente , ma questo sarebbe uno degli eventi che riguarderebbero l'adempimento della profezia. Non c'è nulla, infatti, nella predizione che vieti l'aspettativa che ciò accada subito, né c'è nulla nelle parole che renda imperativo che lo comprendiamo in questo modo.

Si può ammettere che questa sarebbe l'interpretazione più naturale, ma non si può dimostrare che ciò sia necessario. Si può aggiungere, inoltre, che questo potrebbe non riguardare il disegno diretto della profezia - che era quello di predire la venuta del Messia, ma che questo è stato aggiunto per mostrare la fine dell'intera cosa. Quando il Messia sarebbe dovuto venire e avrebbe fatto l'espiazione per il peccato, il grande progetto di ricostruire Gerusalemme e il tempio sarebbe stato compiuto, ed entrambi sarebbero potuti scomparire.

Che ciò avvenga immediatamente o meno potrebbe essere di per sé una questione di indifferenza; ma era importante affermare qui che sarebbe avvenuto, perché quello era propriamente un completamento del progetto di ricostruire la città e dello scopo per il quale era stata sempre messa a parte come città santa.

(2) L'altra domanda è se ci fosse quello in quello che è considerato come l'adempimento di questo, che corrisponde abbastanza con la previsione. Ho cercato sopra (su Daniele 9:25 ) di mostrare che questo si riferisce al Messia propriamente chiamato - il Signore Gesù Cristo. La domanda ora è, quindi, se possiamo trovare nella sua vita e morte quale sia un giusto adempimento di queste ragionevoli aspettative. Per vedere ciò, è opportuno rivedere questi punti nel loro ordine:

(a) Il periodo, quindi, che è abbracciato nella profezia, è di sette anni, ed è necessario trovare nella sua vita e opera qualcosa che sarebbe compiuto durante questi sette anni che potrebbe essere propriamente indicato come "conferma del patto con molti." La principale difficoltà del caso è su questo punto, e riconosco che questa mi sembra la parte più imbarazzante della profezia, e che le soluzioni che se ne possono dare sono meno soddisfacenti di quelle che riguardano qualsiasi altra parte .

Se non fosse stata aggiunta la notevole clausola "nel mezzo della settimana farà cessare il sacrificio e l'oblazione", ammetto che l'interpretazione naturale sarebbe che lo farebbe personalmente e che potremmo cercare qualcosa che egli stesso avrebbe realizzato durante l'intero periodo di sette anni. Quella clausola, tuttavia, sembra che a metà di quel periodo si verificasse un evento straordinario, poiché il fatto che egli tendesse a cessare il sacrificio e l'oblazione - cioè, porterebbe a termine i riti del tempio - mostra che ciò che si intende per "conferma dell'alleanza" è diverso dal culto ordinario nell'antica economia.

Nessun ebreo penserebbe di esprimersi così, né vedrebbe come fosse praticabile “confermare l'alleanza” nello stesso momento in cui tutti i suoi sacrifici dovevano cessare. La conferma del patto, quindi, durante quella "una settimana", deve essere coerente con qualche lavoro o evento che farebbe cessare il sacrificio e l'oblazione a metà di quel periodo.

(b) Il vero compimento, mi sembra, si trovi nel portare l'opera del Salvatore sul popolo ebraico - l'antico popolo dell'alleanza di Dio - per circa sette anni dopo che egli iniziò la sua opera . Poi cessò il rapporto particolare della sua opera con il popolo ebraico. Potrebbe non essere praticabile distinguere il tempo esatto di "sette anni" in riferimento a questo, e si può ammettere che questo non sarebbe stato compreso dalla profezia prima che le cose avvenissero; ma ci sono ancora un certo numero di circostanze che mostreranno che questa interpretazione non solo è plausibile, ma che ha per sua stessa natura una forte probabilità a suo favore. Sono come questi:

(1) Il ministero del Salvatore stesso era interamente tra gli ebrei, e la sua opera era ciò che, nel loro linguaggio comune, sarebbe stato definito come “conferma dell'alleanza; “vale a dire, sarebbe rafforzare i principi della religione, portare le promesse divine sulla mente e condurre gli uomini a Dio, ecc.

(2) Questa stessa opera fu continuata dagli apostoli mentre lavoravano tra gli ebrei. Si sforzarono di fare la stessa cosa che aveva fatto il loro Signore e Maestro, con tutte le sanzioni aggiuntive, ora derivate dalla sua vita e morte. Tutta la tendenza del loro ministero sarebbe stata propriamente espressa in questa lingua: che si sforzassero di “confermare l'alleanza” con il popolo ebraico; cioè, per portarli a giuste visioni del carattere della loro alleanza naturale con Dio; per mostrare loro come è stato confermato nel Messia; per stabilire le antiche promesse; e per far valere su di loro le sanzioni della loro legge come era ora adempiuta, ratificata e ampliata attraverso il Messia.

Se il Salvatore stesso fosse riuscito in questo, o se i suoi apostoli fossero riusciti, in effetti sarebbe stato solo "confermare l'antico patto" - il patto stipulato con Abramo, Isacco e Giacobbe; il patto stabilito sotto Mosè e sancito da tante leggi e consuetudini fra il popolo. L'intera portata delle istruzioni del Salvatore, e dei suoi seguaci, era di realizzare e realizzare il vero disegno di quell'antica istituzione - di mostrare la sua vera natura e significato, e di imprimerlo nel cuore degli uomini.

(3) Questo è stato continuato per circa il periodo qui indicato; almeno per un periodo così lungo da poter essere rappresentato correttamente in numeri tondi come "una settimana" o sette anni. Il ministero del Salvatore continuò per circa metà di quel tempo; e poi gli apostoli proseguirono la stessa opera, lavorando con i Giudei per circa l'altra parte, prima che rivolgessero la loro attenzione ai Gentili, e prima che il proposito di attirare il popolo ebraico fosse abbandonato.

Rimasero a Gerusalemme; predicavano nelle sinagoghe; osservavano i riti del servizio del tempio; rivolsero ovunque la loro prima attenzione al popolo ebraico; non avevano ancora appreso che dovevano allontanarsi dal "popolo dell'alleanza" e andare ai Gentili. È stato un processo lento attraverso il quale sono stati portati a questo. Ci volle un miracolo per convincere Pietro di ciò, e per mostrargli che era giusto andare da Cornelio Atti degli Apostoli 10, come rappresentante del popolo dei Gentili, e ci volle un altro miracolo per convertire Saulo di Tarso, "l'apostolo dei Gentili", e per prepararlo all'opera di portare il Vangelo al mondo pagano, e una serie di dure persecuzioni fu chiesto di indurre gli apostoli a lasciare Gerusalemme e ad andare all'estero sulla faccia della terra per trasmettere il messaggio di salvezza.

La loro prima opera fu tra il popolo ebraico, e sarebbero rimasti tra loro se non fossero stati scacciati da queste persecuzioni, e fossero stati così costretti ad andare in altre terre. È vero che non si può dimostrare che questo fosse un periodo di esattamente "mezza settimana", o tre anni e mezzo dopo l'ascensione del Salvatore, ma, in una profezia di questa natura, era un periodo che potrebbe, in numeri tondi, sii ben espresso da quello; oppure il tutto potrebbe essere adeguatamente descritto da "settanta settimane", o quattrocentonovanta anni, e l'ultima parte dopo l'apparizione del Messia come una di queste settimane.

C'è stata molta inutile ansia per stabilire l'ora esatta in un mese o un giorno riguardo a questa profezia - non ricordando il suo disegno generale e non riflettendo quanto incerte siano tutte le domande nell'antica cronologia. Confronta le osservazioni sensate di Calvino su Daniele 9:25.

(4) Quando ciò si è verificato; quando gli apostoli si allontanarono dal popolo ebraico e si dedicarono alle loro fatiche tra i pagani, l'opera di “confermare l'alleanza” con coloro ai quali erano state fatte le promesse e ai quali era stata data la legge, cessò. Furono considerati come "rotto" e se ne andarono, e la speranza di successo era nel mondo dei Gentili. Vedi il ragionamento dell'apostolo Paolo in Romani 11.

Gerusalemme fu data subito dopo alla distruzione e l'intera opera, come contemplata in questa profezia, cessò. L'obiettivo per il quale furono ricostruiti la città e il tempio fu compiuto, e qui si verificò una corretta conclusione della "profezia". Non era necessario, infatti, che questi fossero subito distrutti, ma da allora in poi si ritenevano che avessero compiuto l'opera progettata e che ora fossero lasciati alla rovina.

La rovina non avvenne subito, ma i sacrifici da allora in poi offerti furono senza significato e si preparava costantemente il corso degli eventi che avrebbero spazzato via insieme città e tempio. Suppongo, quindi, che quest'ultima “una settimana” abbia abbracciato il periodo che va dall'inizio del ministero del Salvatore a quello in cui gli sforzi diretti ed esclusivi di far valere i principi della sua religione sul popolo ebraico, come l'adempimento del cessò il disegno dell'alleanza fatta da Dio con i loro padri, e confermata con tante promesse, e si iniziò il grande sforzo per evangelizzare il mondo pagano.

Poi fu la fine delle settanta settimane; ciò che viene aggiunto è semplicemente una dichiarazione della conclusione dell'intera faccenda nella distruzione della città e del tempio. Ciò avvenne, infatti, alcuni anni dopo; ma in questo tempo era avvenuto tutto ciò che era materiale riguardo a quella città, e perciò era tutto ciò che era necessario precisare circa la fine giusta del disegno di riedificare la città e il tempio.

E nel mezzo della settimana - La parola qui resa “in mezzo” - חצי chētsı̂y - significa, propriamente, metà, metà parte, Esodo 24:6; Numeri 12:12; poi il mezzo, o il mezzo, Giudici 16:3.

La Vulgata lo rende, in dimidio ; il greco, ἐν τῳ ἡμίσει en hēmisei. Hengstenberg, "la metà". Quindi Lengerke, muori Halfte; Lutero, guanto. L'interpretazione naturale e ovvia è quella espressa nella nostra traduzione, e che trasmetterà l'idea essenziale nell'originale. Si riferisce a qualcosa che doveva accadere all'incirca verso la metà di questo periodo, o quando era trascorso circa la metà di questo periodo, o a qualcosa che avrebbe richiesto metà di "una settimana" o sette anni per essere realizzato.

Il significato del passaggio è pienamente soddisfatto dalla supposizione che si riferisca al Signore Gesù e alla sua opera, e che la cosa esatta che si intendeva con la profezia fosse la sua morte, o il suo essere "stroncato", e quindi causando il sacrificio e oblazione a cessare.

Qualunque siano le difficoltà che possono esserci riguardo al tempo "preciso" del ministero di nostro Signore, e se ha celebrato tre o quattro pasquali dopo essere entrato nel suo lavoro pubblico, è convenuto da tutte le mani che è durato circa tre anni e mezzo - il tempo di cui qui. Sebbene alcuni abbiano supposto che sia stato occupato un periodo più lungo, tuttavia la credenza generale della chiesa ha coinciso in questo, e ci sono pochi punti nella storia meglio risolti.

Supponendo che questo riguardi la morte del Signore Gesù, e che fosse qui il disegno della profezia riferirsi agli effetti di quella morte, questo è lo stesso linguaggio che sarebbe stato usato. Se il periodo di "una settimana" fosse menzionato a qualsiasi titolo, allora sarebbe indispensabile supporre che ci fosse un'allusione all'evento importante - in effetti, il grande evento che doveva accadere a metà di quel periodo, quando si sarebbero compiuti i fini dei tipi e delle cerimonie del popolo ebraico, e si sarebbe compiuto un sacrificio per i peccati del mondo intero.

Farà cessare il sacrificio e l'oblazione - La parola "egli", in questo luogo, si riferisce al Messia, se l'interpretazione della prima parte del versetto è corretta, perché non c'è dubbio che sia la stessa persona menzionata nella frase "confermerà l'alleanza con molti". Le parole “sacrificio” e “oblazione” si riferiscono alle offerte fatte nel tempio.

La prima parola denota più propriamente offerte “sanguinanti”; queste ultime “offerte” di qualsiasi tipo, siano esse di farina, frutta, grano, ecc. Vedi queste parole spiegate nelle note di Isaia 1:11 , Isaia 1:13. La parola resa “cessare” ( ישׁבית yash e bı̂yt ) significa, propriamente, riposare (dalla parola Sabbath), e poi in Hiphil, far riposare, o far cessare.

Trasmette l'idea di "porre fine a" - come, ad esempio, "guerra", Salmi 46:9; “contesa”, Proverbi 18:18; “esultanza”, Isaia 16:10.

- Gesenio. Il significato letterale qui sarebbe soddisfatto dalla supposizione che si sarebbe posto fine a questi sacrifici, e ciò avverrebbe o per il fatto che in quel momento cessassero del tutto di essere offerti, o per il fatto che l'oggetto della loro nomina fosse compiuto, e che d'ora in poi sarebbero stati inutili e sarebbero estinti.

In effetti, per quanto riguarda l'intenzione divina nella nomina di questi sacrifici e offerte, essi "cessò" alla morte di Cristo - nel mezzo della "settimana". Allora fu offerto il grande sacrificio che avevano adombrato. Poi hanno cessato di avere alcun significato, non esistendo alcuna ragione per la loro più lunga permanenza. Poi, poiché non avevano mai avuto alcuna efficacia in se stessi, cessarono anche di avere alcuna proprietà come tipi, poiché ciò che avevano prefigurato era stato compiuto.

Iniziarono anche allora una serie di eventi e influenze che portarono alla loro abolizione, poiché presto furono interrotti dai Romani, e il tempio e gli altari furono spazzati via per non essere più ricostruiti. La morte di Cristo è stata, infatti, la cosa che li ha fatti cessare, e il fatto che la grande espiazione sia stata fatta, e che ora non ci sia più bisogno di quelle offerte, è l'unica ragione filosofica che può essere data perché gli ebrei non sono mai più stati in grado di ricostruire il tempio, e per questo per milleottocento anni non hanno trovato un luogo dove poter offrire di nuovo un sacrificio cruento.

Il “sacrificio e l'oblazione” furono fatti, come risultato della venuta del Messia, per “cessare” per sempre, e nessuna potenza dell'uomo potrà ristabilirli di nuovo a Gerusalemme. Confronta il resoconto di Gibbon del tentativo di Giuliano di ricostruire il tempio di Gerusalemme: dicembre e caduta, ii. 35-37.

E per il dilagare degli abomini la renderà desolata - Ben diversa è qui la lettura marginale, che mostra chiaramente la perplessità dei traduttori: “Sui bastioni saranno gli idoli del desolatore”. C'è una grande varietà, inoltre, nelle versioni antiche nel rendere questo passaggio. La Vulgata latina è: “E vi sarà nel tempio l'abominio della desolazione.

Il greco: "E sul tempio sarà un abominio di desolazioni". Il siriaco. "E alle estremità dell'abominio riposerà la desolazione". L'arabo: "E sopra il santuario sarà l'abominio della rovina". Lutero lo rende: "E sulle ali starà l'abominio della desolazione". Lengerke e Hengstenberg lo rendono: “E sulla sommità dell'abominio viene il distruttore.

" Prof. Stuart, "E l'acqua sarà su un uccello alato di abomini". Queste diverse traduzioni mostrano che c'è una grande oscurità nell'originale, e forse escludono la speranza di poter liberare interamente il passaggio da ogni difficoltà. Un esame delle parole, tuttavia, può forse consentirci di formulare un giudizio sul suo significato. Il senso "letterale" e "ovvio" dell'originale, per come lo capisco, è: "E sull'ala degli abomini uno causa desolazione" - משׁמם שׁקיצים כנף ועל v e ‛al kenap shı̂qqytsı̂ym m e shomēm.

Il vocabolo reso “ sovraffollamento ” ( כנף kânâp ) significa, propriamente, un' “ala”; così chiamato come “coprire”, o perché “copre” - da כנף kânap ), coprire, nascondere. Quindi denota qualsiasi cosa che abbia una somiglianza con un'ala, come un'estremità, un angolo, come

(a) di un indumento, la gonna, o lembo, 1 Samuele 24:4 (5), 11 (12); Numeri 15:38 , e quindi, poiché l'indumento esterno era usato dagli orientali per avvolgersi di notte, la parola è usata per l'estremità o il bordo di una coperta da letto, Deuteronomio 22:30 Deuteronomio 23:1; Rut 3:9.

(b) Si applica alla terra, o alla terra - come la terra è paragonata a una veste stesa, Isaia 24:16; Giobbe 37:3; Giobbe 38:13.

(c) È usato per indicare il punto più alto, o una merlatura, un pinnacolo - come avente una somiglianza con un'ala spiegata.

Quindi la parola πτερύγιον pterugion è usata in Matteo 4:5. Vedi le note in quel passaggio. Sembrerebbe molto probabile che l'allusione della parola applicata a un edificio non sarebbe, come supposto da Gesenius (Lexicon), e da Hengstenberg e Lengerke, al "pinnacolo o vertice", ma a qualche tetto, portico o piazza che aveva una somiglianza con le ali di un uccello spiegate - un uso della parola che sarebbe molto naturale e ovvio.

L'esteso portico che Salomone edificò sul lato orientale del tempio avrebbe, non improbabile, per chi si trovasse sull'opposto Monte degli Ulivi, l'aspetto delle ali di un uccello spiegate. Nulla di certo può essere determinato sull'allusione qui dall'uso di questa parola, ma la connessione ci porterebbe a supporre che il riferimento fosse a qualcosa che riguardava la città o il tempio, poiché l'intera profezia ha un riferimento alla città e al tempio, ed è naturale supporre che nella sua chiusura vi sia un'allusione ad essa.

L'uso della parola "ala" qui porterebbe a supporre che quanto si dice riguarderebbe qualcosa in connessione con il tempio che ha una somiglianza con le ali di un uccello, e la parola "su" ( על al ) porterebbe noi supporre che ciò che doveva accadere sarebbe in qualche modo su quello. La parola resa “abomini” ( שׁקוּצים shı̂qqûtsı̂ym ) significa cose “abominevoli”, cose da detestare, come cose impure, indumenti sporchi, ecc.

, e poi gli idoli, come cose da ripugnare. La parola שׁקוּץ shı̂qûts è resa abominio in Deuteronomio 29:17; 1 Re 11:5 , 1 Re 11:7; 2 Re 23:13 , 2 Re 23:24; Isaia 66:3; Geremia 4:1; Geremia 7:30; Geremia 13:27; Geremia 32:34; Ezechiele 5:11; Ezechiele 7:20; Ezechiele 20:7 , Ezechiele 20:30; Daniele 9:27; Daniele 11:31; Daniele 12:11;Osea 9:10; Zaccaria 9:7; idoli abominevoli in 2 Cronache 15:8 (a margine abomini); “detestabile” in Geremia 16:18; Ezechiele 11:18 , Ezechiele 11:21; Ezechiele 37:23; e "sporcizia abominevole" in Nahum 3:6. Non si verifica altrove.

Nella maggior parte di questi luoghi è applicato agli "idoli", e l'uso corrente ci porterebbe così ad applicarlo, se non ci fosse nulla in relazione a richiedere una diversa interpretazione. Potrebbe riferirsi a tutto ciò che era considerato abominevole, o che era detestabile e offensivo. La parola è quella che potrebbe essere usata per un dio idolo, o per qualsiasi cosa che inquinerebbe o contaminasse, o che fosse per qualsiasi causa offensiva.

Non è usato nell'Antico Testamento con riferimento a uno "stendardo o stendardo militare", ma non c'è dubbio che potrebbe essere applicato in modo tale da denotare lo stendardo di un nemico - di un pagano - piantato su qualsiasi parte del tempio - cosa che sarebbe particolarmente detestabile e abominevole agli occhi degli ebrei. La parola tradotta "egli la renderà desolata" - משׁמם m e shomēm - è "egli renderà la desolazione"; cioè “un desolatore.

” È un participio Poel da שׁמם shâmēm - stupire, essere devastato; e poi, in senso attivo, devastare, rendere desolato. - Gesenio. La stessa parola, e la stessa frase, ricorrono in Daniele 11:31 : "E metteranno l'abominio che rende desolato", o, come sta a margine, "stupisce".

Anche lì l'espressione è usata in relazione al "togliere i sacrifici quotidiani". La parola sarebbe resa più propriamente in questo luogo “desolatore”, riferendosi a qualcuno che avrebbe prodotto desolazione. C'è una grande asprezza nell'intera espressione, ed è evidente che non era intenzione di dare una previsione così chiara in questo che potesse essere pienamente compresa in anticipo.

Le altre parti della profezia riguardanti la costruzione della città, e la venuta del Messia, e l'opera che avrebbe compiuto, sono molto più chiare, e il loro significato avrebbe potuto essere compreso con molta più certezza. Ma, in riferimento a ciò, sembrerebbe, forse, che tutto ciò che è stato progettato è stato quello di lanciare suggerimenti - frammenti di pensiero, che preferirebbero alludere al soggetto piuttosto che dare un'idea continua.

Forse un metodo di traduzione molto più “brusco” di quello che tenta di esprimerlo in una costruzione grammaticale continua e facilmente analizzabile, esprimerebbe meglio lo stato d'animo di chi parla, e la lingua che usa, rispetto alle versioni ordinarie .

Anche l'indicazione masoretica può essere ignorata, e allora la vera idea sarebbe meglio espressa da una traduzione come la seguente: “Egli farà cessare il sacrificio e l'offerta. E - sull'ala - il portico del tempio - abomini! E un desolatore!» Cioè, dopo la cessazione del sacrificio e dell'oblazione, la mente è fissa sul tempio dove erano stati offerti.

La prima cosa che colpisce l'occhio è una parte del tempio, qui indicata con la parola "ala". Il prossimo è qualcosa di abominevole o detestabile - un oggetto da odiare e detestare nel tempio stesso. Il prossimo è un desolatore, uno che era venuto a portare la desolazione proprio in quel tempio. Se l'"abominio" è connesso con il "desolatore" o no non è suggerito dal linguaggio.

Potrebbe o non potrebbe esserlo. L'angelo usa il linguaggio quando questi oggetti colpiscono l'occhio, e si esprime in questo modo brusco mentre l'occhio si posa sull'uno o sull'altro. Sorge allora la domanda: cosa significa? O che cosa deve essere considerato come il giusto adempimento? Mi sembra che non ci siano dubbi che ci sia un riferimento allo stendardo o agli stendardi romani piantati in qualche parte del tempio, o all'esercito romano, o ad alcuni idoli eretti dai romani - oggetti di abominio per i Ebrei - come attirare l'occhio dell'angelo in un lontano futuro, e come indicare la fine della serie di eventi qui citati nella profezia. Le ragioni di tale opinione sono, in sintesi, le seguenti:

(a) Il "luogo o ordine" in cui si trova il passaggio nella profezia. È “dopo” la venuta del Messia; "dopo" la corretta cessazione del sacrificio e dell'oblazione, e alla fine dell'intera serie di eventi - la fine dell'intero progetto sulla ricostruzione della città e del tempio.

(b) Il "linguaggio" è tale da rappresentarlo adeguatamente. Niente potrebbe essere più appropriato, nella stima comune degli ebrei, che parlare di un tale oggetto come uno stendardo militare romano piantato in qualsiasi parte del tempio, come un "abominio"; e nessuna parola denotava meglio il carattere del conquistatore romano della parola "desolatore" - poiché l'effetto della sua venuta fu di gettare in rovina l'intera città e il tempio.

(c) Il linguaggio del Salvatore nel suo riferimento a ciò sembrerebbe richiedere tale interpretazione, Matteo 24:15 : “Quando, dunque, vedrete l'abominio della desolazione di cui parla il profeta Daniele stare nel luogo santo, ecc. Non ci possono essere dubbi ragionevoli. che il Salvatore si riferisca a questo passaggio in Daniele (vedi le note a Matteo 24:15 ), o che si siano verificati eventi nell'attacco a Gerusalemme e al tempio che corrisponderebbero pienamente al linguaggio qui usato.

Giuseppe Flavio, per esempio, dice che quando la città fu presa, i Romani portarono le loro insegne nel tempio, le posero sopra la porta orientale e lì sacrificarono loro. "E ora i Romani", dice, "quando i sediziosi fuggivano nella città, e dopo l'incendio della stessa santa casa e di tutti gli edifici intorno ad essa, portarono le loro insegne nel tempio e le posero sopra contro la sua porta orientale; e là offrivano loro sacrifici, e lì nominavano Tito “Imperator” con le più grandi acclamazioni di gioia.

" - "Guerre ebraiche", b. vi. cap. vi. Sezione 1. Questo fatto concorda pienamente con il significato della lingua come sopra spiegato, e il riferimento ad esso è stato richiesto affinché lo scopo della profezia fosse completo. La sua giusta conclusione è la distruzione della città e del tempio, poiché il suo inizio è l'ordine di ricostruirli.

Anche fino al compimento - Fino al completamento - ועד־כלה y e ‛ad - kâlâh. Cioè, la serie di eventi nella profezia raggiungerà infatti il ​​completamento di tutto ciò che riguarda la città e il tempio. L'intero scopo in merito a ciò deve essere completato. Il progetto per il quale è stata ricostruita la veste sarà consumato; i sacrifici da offrire lì saranno terminati e non saranno più efficaci né appropriati; scomparirà tutta la politica civile e religiosa connessa con la città e il tempio.

E quel determinato -ונחרצה v e nechĕrâtsâh. Vedi questa parola spiegata nelle note a Daniele 9:24 , Daniele 9:26. Vedi anche le note in Isaia 10:23.

Sembra esserci un'allusione nella parola qui al suo antico uso, come denotando che questo è il compimento della determinazione riguardo alla città e al tempio. L'idea è che ciò che è stato determinato, o deciso, cioè, in riferimento alle scene conclusive della città e del tempio, sarebbe stato realizzato.

Deve essere versato - תתך tıttak. La parola usata qui significa versare, versare, traboccare - come pioggia, acqua, maledizioni, rabbia, ecc. Può essere appropriatamente applicata a calamità o desolazione, poiché queste cose possono essere rappresentate come "versate" su un popolo , alla maniera di una tempesta. Confronta 2 Samuele 21:10; Esodo 9:33; Salmi 11:6; Ezechiele 38:22; 2 Cronache 34:21; 2 Cronache 12:7; Geremia 7:20; Geremia 42:18; Geremia 44:6.

Sul desolato - Margine, desolatore. La parola ebraica ( שׁומם shômēm ) è la stessa, sebbene in un'altra forma ( כל kal invece di פל pēl ) che è usata nella parte precedente del versetto, e resa "egli la renderà desolata", ma che è proposta sopra a essere reso “desolatore.

Il verbo שׁמם shâmēm è un verbo intransitivo, e significa, in “Kal”, la forma qui usata, stupirsi o stupirsi; poi «essere devastato, reso desolato» (Gesenius); e il significato in questo luogo, quindi, è ciò che è desolato o desolato: il desolato, il perito, il solitario. Il riferimento è a Gerusalemme vista come desolata o ridotta in rovina.

L'angelo forse la contempla, mentre parla, in rovina o come desolata, e vede in questo anche la conclusione dell'intera serie di predizioni, e, in vista dell'insieme, parla appropriatamente di Gerusalemme come “la desolata”.

Sebbene sarebbe stato ricostruito, sarebbe stato nuovamente ridotto alla desolazione, allo scopo della ricostruzione - la venuta del Messia - sarebbe stata compiuta. Come la profezia trova Gerusalemme una scena di rovine, così la lascia, e l'ultima parola nella profezia, quindi, è appropriatamente la parola "desolata". Lo stato intermedio infatti tra la condizione della città come si vede in un primo momento e alla fine è glorioso - poiché abbraccia tutta l'opera del Messia; ma l'inizio è una scena di rovine, e così è la fine.

La somma del tutto nell'ultima parte del versetto può essere espressa in una libera parafrasi: "Egli, il Messia, farà cessare il sacrificio e l'oblazione", avendo adempiuto nella propria vita il disegno delle antiche offerte, rendendoli così ora inutili, e al dispiegarsi - sul tempio considerato disteso, o su qualche ala o portico, si vedono cose abominevoli - insegne idolatriche, e il culto degli stranieri.

C'è anche un desolatore, venuto a seminare distruzione: un esercito o un capo straniero. E questo continuerà fino alla fine di tutta la faccenda - la fine degli eventi contemplati dalla profezia - la fine della città e del tempio. E ciò che è determinato - decretò la distruzione - si riverserà come una tempesta sulla città condannata alla desolazione - desolata come si osserva all'inizio della profezia - desolata alla fine, e perciò appropriatamente chiamata "la desolata".

Dopo questo lungo esame del significato di questa profezia, tutta l'osservazione che sembra opportuno fare è che questa previsione avrebbe potuto essere il risultato solo di ispirazione. C'è la prova più chiara che la profezia sia stata registrata molto prima del tempo del Messia, ed è manifesto che non poteva essere il risultato di alcuna sagacia naturale. Non c'è la minima prova che sia stato pronunciato fino alla venuta di Cristo, e non c'è niente di meglio determinato in relazione a qualsiasi argomento antico del fatto che sia stato registrato molto prima della nascita del Signore Gesù.

Ma è altrettanto chiaro che non avrebbe potuto essere il risultato di una mera sagacia naturale. Come avrebbero potuto prevedere tali eventi se non da Colui che conosce ogni cosa? Come avrebbe potuto essere determinato l'ordine? Come si poteva fissare l'ora? Come si poteva prevedere che il Messia, il Principe, sarebbe stato stroncato? Come si poteva sapere che avrebbe fatto cessare il sacrificio e l'oblazione? Come si sarebbe potuto accertare che il periodo durante il quale sarebbe stato impegnato in questo sarebbe stato una settimana - o circa sette anni? Come si poteva prevedere che nel mezzo di quel periodo si sarebbe verificato un evento straordinario che avrebbe di fatto cessato il sacrificio e l'oblazione? E come si potrebbe congetturare che un principe straniero sarebbe venuto e avrebbe piantato lo stendardo dell'abominio nella città santa, e spazza via tutto, gettando la città e il tempio in rovina, e ponendo fine all'intero sistema politico? Queste cose esulano dalla portata della saggezza naturale e, se sono abbastanza implicite in questa profezia, dimostrano che questa parte del libro proviene da Dio.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Daniele 9

1 INTRODUZIONE A DANIELE 9

Questo capitolo contiene una preghiera di Daniele, e la risposta ad essa. Il tempo, l'occasione e il modo della sua preghiera, o le circostanze di essa, sono osservati, Daniele 9:1-3, le parti di esso, un discorso a Dio, sotto vari epiteti e caratteri appropriati, Daniele 9:4 confessione del peccato, dei suoi, degli abitanti del paese, re, principi e popolo, che sono in gran parte soffermati ed esagerati, Daniele 9:5-15 e richieste di misericordia, Daniele 9:16-19, poi segue la risposta; sono espressi il tempo in cui fu ordinato e dato, e la persona da cui fu inviato, Daniele 9:20-23 che gli trasmise la visione delle settanta settimane che dovevano essere considerate da lui; in cui sia l'opera del Messia, sia il tempo della sua venuta, sono chiaramente indicati, Daniele 9:24-27

Versetto 1. Nel primo anno di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi,

Lo stesso vale per Dario il Medio, che prese il regno dopo la morte di Baldassarre; così chiamato, per distinguerlo da Dario il Persiano; eppure Porfirio ha la sfacciataggine di affermare che questi era Dario il Persiano, sotto il quale fu costruito il tempio, affinché Daniele potesse sembrare vissuto più tardi di quanto non visse: Assuero, di cui era figlio, non è colui che fu marito di Ester, e fu molti anni dopo di questo; ma lo stesso vale per Astiage, re dei Medi, chiamato Assuero, negli Apocrifi:

"Ma prima di morire seppe della distruzione di Ninive, che era stata presa da Nabucodonosor e Assuero, e prima di morire si rallegrò di Ninive". (Tobia 14:15)

il padre di Ciassare, lo stesso con questo Dario, che era zio di Ciro che conquistò Babilonia, e lo fece re di essa e di tutto l'impero; poiché questo non era il primo anno del suo regno sulla Media, dove aveva regnato molti anni prima, ma sulla Caldea, come segue:

che fu fatto re del regno dei Caldei; da Ciro suo nipote; il quale, presa Babilonia e sistemata le sue cose, intraprese un viaggio in Persia e fece della Media la sua via; dove si incontrò con suo zio Ciassare, lo stesso con questo Dario, e gli consegnò il regno di Babilonia, e sposò sua figlia, con la quale aveva in dote il regno di Media, come racconta Senofonte . Fu nel primo anno del suo regno sui Caldei che Daniele ebbe la seguente visione delle settanta settimane; che, secondo il vescovo Ussher e il signor Whiston, era nell'anno del mondo 3467 d.C. e 537 a.C. Dean Prideaux lo colloca nell'anno 538; e il signor Bedford nell'anno 536

2 Versetto 2. Nel primo anno del suo regno,

Che fu anche il primo di Ciro, che fu suo socio nel regno; in quell'anno finirono i settant'anni di cattività dei Giudei, e fu proclamato che la loro libertà sarebbe salita a Gerusalemme e avrebbero costruito il tempio, Esdra 1:1,2, facendo i conti dal terzo, o dall'inizio del quarto, di Ioiakìm re di Giuda, quando cominciò la desolazione del paese, e Daniele stesso fu portato prigioniero; e che fu il primo anno di Nabucodonosor re di Babilonia, durante il cui regno, e quello di suo figlio, e del figlio del figlio, gli ebrei dovevano essere tenuti prigionieri, Daniele 1:1 Geremia 25:1 27:1

Io, Daniele, capivo dai libri; le Sacre Scritture, che, sebbene profeta, non disdegnava di leggere; e, sebbene fosse un primo ministro di Stato, trovò tuttavia il tempo di esaminare questi oracoli divini; che leggeva, studiava, considerava a fondo e ben pesava nella sua mente; per mezzo del quale venne a conoscenza di

il numero degli anni in cui la parola del Signore fu rivolta al profeta Geremia, che egli avrebbe compiuto settant'anni nelle desolazioni di Gerusalemme; Daniele potrebbe aver udito questa profezia di Geremia dalla sua propria bocca, prima di andare a Babilonia; poiché il primo accenno di ciò avvenne nel primo anno di Ioiachim, Geremia 27:1,7, e dopo ciò la profezia poteva essere inviata a Babilonia per l'uso dei Giudei lì prigionieri; e in verità una copia di tutte le sue profezie fu senza dubbio portata lì all'ultima cattività del popolo; così che è facile spiegarne come Daniele ne sia venuto a conoscenza; ed è chiaro che ora era davanti a lui; poiché egli usa la stessa parola, חרבות, "desolazioni", che Geremia fa, Geremia 25:9,11, la profezia dei settant'anni di cattività, e della liberazione da essa allo scadere di quel termine, si trova in Geremia 25:12 29:10, che Daniele lesse attentamente, considerò attentamente, e poiché sapeva benissimo quale fu l'epoca di esse, o quando cominciarono, scoprì che erano appena pronti a scadere; e questo lo mise all'opera di preghiera, come nei versetti seguenti. Da qui è evidente che la legge non fu bruciata, né le Scritture perdute, nella cattività babilonica; così che nessuno sapeva cosa doveva o sarebbe stato fatto dal Signore, come è falsamente affermato negli Apocrifi:

Poiché la tua legge è bruciata, perciò nessuno conosce le cose che sono fatte da te, né l'opera che comincerà. ecc." (2 Esdra 14:21)

3 Versetto 3. E volsi la mia faccia verso il Signore Dio, per cercare con preghiere e suppliche,

Dedicò un po' di tempo a questo servizio, distinto dai suoi soliti orari di preghiera, così come dai suoi affari civili e dal suo impiego; e non solo volse il viso verso Gerusalemme, come era solito fare, Daniele 6:10, tanto più per influenzare la sua mente con le desolazioni in cui si trovavano la città e il tempio; ma verso il Signore Dio, il Signore sovrano di tutti, che fa secondo la sua volontà in cielo e in terra, il Governatore dell'universo, l'unico vero Dio, Padre, Figlio e Spirito: e questo denota l'intensità del suo spirito nella preghiera; la fissità del suo cuore; l'ardore della sua mente; il fervore della sua anima; la sua santa fiducia in Dio; la libertà e l'audacia che usava nella preghiera, e la sua costanza e perseveranza in essa; che è un mezzo principale e un modo appropriato di cercare Dio. La versione dei Settanta, in accordo con il testo ebraico, lo rende "cercare la preghiera e le suppliche"; quelle che erano adatte e pertinenti al caso presente; più utili e interessanti per lui e il suo popolo, e più accettevoli per il Signore:

con digiuni, sacco e cenere; come era consuetudine nelle occasioni straordinarie, nei momenti di lutto pubblico; e lo fece, per mostrare il suo senso dell'Essere divino, e della sua indegnità di chiedergli o ricevere qualcosa; la sua grande umiliazione per i peccati del popolo; e di distinguere questa sua preghiera da quelle ordinarie, e di influenzare in essa il proprio cuore, con la triste condizione in cui si trovavano la sua nazione, la sua città e il suo tempio; e quindi si astenne dal cibo per un po' di tempo, si mise un sacco sui fianchi e la cenere sul capo, o vi si sedette

4 Versetto 4. E pregai l'Eterno, il mio Dio,

Non agli idoli, né agli angeli o ai santi che se ne sono andati; ma al Signore Dio del cielo e della terra, che è onnisciente, onnipotente, onnipresente, ecc.: un Dio che ascolta e risponde alle preghiere; e al quale rivolse la sua preghiera, non solo come Dio della natura e della provvidenza, ma come Dio e Padre del suo patto; incoraggiando così la sua fede in lui e usando il suo interesse per lui: e ho fatto la mia confessione; dei suoi peccati e dei peccati del suo popolo; dei favori concessi a lui e a loro; della sua giustizia nell'affliggerli, e della sua misericordia nel fissare un tempo per la loro liberazione; della sua fede in lui, dell'amore per lui e della sottomissione alla sua volontà.

e disse: O Signore, Dio grande e tremendo; grande nel suo essere e nelle sue perfezioni, e in tutte le sue opere di natura, provvidenza e grazia; "e terribile" nelle sue minacce e giudizi, nella sua ira e vendetta; o, da essere "temuto"; e riverito da tutti gli uomini, specialmente dai suoi santi; e particolarmente quando si avvicinano a lui, come fece ora Daniele; e ciò a causa della sua grandezza e bontà: questo Daniele osserva per suscitare nella sua mente un giusto timore e riverenza verso Dio, alla cui presenza si stava ora avvicinando:

osservando l'alleanza e la misericordia verso coloro che lo amano e verso coloro che osservano i suoi comandamenti; fedele alla sua parola di promessa; grande e generoso nel distribuire la sua grazia e misericordia a coloro che lo amano sinceramente e di cuore; e, come prova di ciò, osservare i suoi precetti da un principio d'amore, e in vista della sua gloria: sembra che si abbia rispetto per Esodo 20:6, questo è osservato, dal profeta, per incoraggiare la sua fede, e quella degli altri, quanto all'adempimento della promessa della loro liberazione dalla schiavitù alla fine dei settant'anni; e di suscitare nella sua mente e nella loro l'amore a Dio, che era così misericordioso; e per mostrare gli obblighi che gravano, con gratitudine, di osservare i suoi comandamenti

5 Versetto 5. Noi abbiamo peccato, abbiamo commesso iniquità, abbiamo agito malvagiamente e ci siamo ribellati,

Alcuni pensano che ci sia una gradazione in queste parole; che avevano commesso alcuni peccati per errore e ignoranza; altri per infermità e obliquità, o per la perversità del loro spirito e la tortuosità delle loro vie; e altri volontariamente e con malizia, nella malvagità dei loro cuori; e altri erano atti di aperta ostilità contro Dio, che si liberavano dal suo giogo, rifiutavano l'obbedienza a lui e vi persistevano ostinatamente. Jacchiade li riferisce a peccati di azioni, parole e pensieri, che hanno commesso con orgoglio e presunzione. Questo mucchio di frasi sembra essere usato per comprendere ogni sorta di peccato da loro commesso, e piuttosto per esagerare che per attenuarli, e per confessarli con tutte le loro circostanze aggravanti; e Daniele si mette in mezzo al corpo del popolo, come membro di esso, e ben sapendo di non essere senza peccato; e quindi volentieri prese la sua parte nella colpa di esso, nella confessione di esso, e nella confusione per esso:

anche allontanandoti dai tuoi precetti e dai tuoi giudizi; sia di natura morale che positiva, che erano imposte dalla legge di Mosè, come regola della loro condotta; ma da questo si allontanarono

6 Versetto 6. e non abbiamo dato ascolto ai tuoi servi, i profeti,

Alle loro spiegazioni delle leggi e dei giudizi di Dio; alle loro ammonizioni, rimproveri e consigli; non ascoltarono attentamente e non diedero loro credito, né diedero loro obbedienza; ma li disprezzarono e li rigettarono, benché fossero i veri profeti e servi del Signore; come Osea, Isaia, Geremia, Ezechiele e altri:

che ha parlato in tuo nome; vennero per l'autorità di Dio, essendo stati inviati da lui; essi consegnarono il loro messaggio in suo nome, essendo i suoi ambasciatori; e che, come era un onore fatto a questo popolo avere tali uomini inviati a loro, così era un aggravamento del loro peccato che non mostrassero rispetto per loro; poiché le loro parole non erano le loro, ma quelle del Signore, e le dicevano a ogni sorta di persone,

ai nostri re; uno dopo l'altro, come ad Acaz, Manasse, Ioiachim, Ieconia e Sedechia; re della casa di Davide e del paese di Giuda,

i nostri principi; Principi del Sangue, nobili e cortigiani:

e i nostri padri; intendendo non solo i loro antenati immediati, ma i loro governanti subordinati, i magistrati civili, i giudici o gli anziani del popolo, come lo interpreta Jacchiade:

e a tutto il popolo del paese: della Giudea; il popolo comune, distinto dalle persone di rango e di figura precedentemente espresse. Queste diverse persone sono nominate, in parte per osservare quanto fossero fedeli i profeti nel trasmettere il loro messaggio a ogni sorta di persone, alte e basse, senza temere i volti di nessuno; e in parte per dimostrare che nessuno poteva invocare l'ignoranza, o scusarsi con ciò, poiché tutti avevano ricevuto sufficiente avvertimento e istruzione: come anche per osservare che il peccato di rigettare i veri profeti del Signore era universale tra loro, tutti ne erano colpevoli

7 Versetto 7. O Signore, la giustizia appartiene a te,

È essenziale per lui, è la sua natura, e appare in tutte le sue opere; Egli è perfettamente puro, santo e giusto; egli è giusto e senza iniquità; e non c'è in lui alcuna ingiustizia, né alcuno da imputargli, a motivo di qualsiasi cosa da lui fatta: a lui appartiene la giustizia punitiva; né si deve lamentarsi di lui a causa dei suoi giudizi, che sono del tutto giusti; né il profeta, o alcuno dei suoi compatrioti, aveva ragione di lamentarsi dei mali che erano stati loro causati; le desolazioni del loro paese, della loro città e del loro tempio, e la loro cattività in terra straniera; per mezzo di tutto ciò non è stata commessa alcuna ingiustizia, né si poteva imputare al Signore alcuna ingiustizia, e presso di lui è operata la giustizia per mezzo del suo Figlio, per giustificare i peccatori che credono in lui; l'ha accettata e la imputa senza opere

Ma per noi confusione di volto, come oggi; sia a causa dei loro peccati, che li guardavano in faccia, caricavano le loro coscienze di colpa e le riempivano di vergogna; e a causa della loro punizione, della miserabile condizione in cui si trovava il loro paese e loro stessi in quel giorno; i quali dichiararono a tutto il mondo quali peccatori erano stati e quali peccati avevano commesso, che avevano portato su di loro e in circostanze così tristi questa rovina.

agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme; o: "uomo di Giuda"; a tutti gli uomini delle tribù di Giuda e di Beniamino, che un tempo abitavano in quel paese dove scorre latte e miele, e ora in un paese straniero a causa dei loro peccati; e a tutti gli abitanti di quella rinomata città di Gerusalemme, la metropoli della nazione, la sede dei re di Giuda; la città del gran Re, dove sorgeva il tempio, e si celebrava il culto divino, ma ora giaceva in rovina, a causa dell'iniquità dei suoi abitanti, e quindi aveva ragione di vergognarsi:

e a tutto Israele, che è vicino e che è lontano, in tutti i paesi dove tu li hai cacciati, a causa della colpa che essi hanno commesso contro di te; la vergogna e la confusione della faccia appartenevano anche alle dieci tribù d'Israele; a quelli di loro che erano mescolati con i Giudei in Babilonia, o che si trovavano nelle parti dell'Assiria che le erano più vicine; e a quelli che erano più lontani, in Media, in Iberia, in Colchide e in altri luoghi; sì, in tutti i regni e paesi dove furono dispersi per la loro trasgressione contro il Signore; in particolare nell'adorazione dei vitelli a Dan e Betel, e in altri atti di idolatria ed empietà

8 Versetto 8. O Signore, a noi appartiene la confusione del volto,

Il che si ripete, per mostrare quanto la mente del profeta ne fosse influenzata, e per fissarne il senso nella mente degli altri; oltre a suggerire che voleva parole per esprimere pienamente quella vergogna che ognuno dovrebbe prendere per sé; e anche per introdurre ciò che segue, e per osservare che tutti i ranghi e i gradi degli uomini erano coinvolti in esso:

ai nostri re, ai nostri principi e ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te; Ciascuno di loro aveva peccato contro il Signore, non dando ascolto ai suoi profeti, che li rimproveravano per i loro peccati e li avvertivano del loro pericolo, Daniele 9:6 e quindi avevano motivo di vergognarsi di loro davanti a lui; così come osservare la bassa condizione in cui si trovavano la famiglia reale, i principi, gli anziani e il popolo di Babilonia, esposti alla vergogna e al biasimo davanti a tutto il mondo

9 Versetto 9. Al Signore nostro Dio appartengono misericordie e perdono,

La misericordia è la sua natura, e ciò in cui si diletta; è abbondante, ed egli ne è abbondante, la fonte della misericordia è con lui, e numerosi sono i ruscelli che da essa sgorgano, chiamati "la moltitudine delle sue tenere misericordie"; tutti i favori temporali scaturiscono da qui, e così tutte le benedizioni spirituali, le sicure misericordie di Davide; e in particolare il perdono dei peccati, che è prerogativa del Signore, ed è secondo le tenere misericordie del nostro Dio e le ricchezze della sua grazia; ed è di tutti i peccati e di ogni sorta di peccatori; egli perdona abbondantemente a tutti quelli che gli si rivolgono per questo, e perdona tutti i debiti; vedi Salmi 130:4,7 :

anche se ci siamo ribellati contro di lui, c'è misericordia presso il Signore e perdono presso di lui, anche per i ribelli, il che è un'esagerazione e un'illustrazione della sua grazia e misericordia di perdono, oppure: "Poiché abbiamo peccato contro di lui"; così che è evidente che egli è misericordioso e ha perdonato le nostre iniquità, poiché ci ha risparmiati e non ci ha distrutti, e ora sta per porre fine alla nostra cattività, secondo la sua promessa; e se non avesse avuto misericordia di noi e non avesse perdonato i nostri peccati, saremmo periti in essi, e non ci sarebbe per noi alcuna speranza di salvezza

10 Versetto 10. e non abbiamo ubbidito alla voce del Signore nostro Dio,

parlando secondo la legge e per mezzo dei suoi profeti; poiché ciò che è stato detto lì, e da loro, avrebbe dovuto essere considerato, non come la parola dell'uomo, ma come la parola di Dio, e avrebbe dovuto essere ascoltato e obbedito; poiché disprezzare quello e loro era interpretato come disprezzare il Signore e rifiutare di ascoltarlo e obbedire alla sua voce; il che era un peccato che lo provocava grandemente, e di cui si risentiva:

di camminare secondo le sue leggi, che egli ha posto davanti a noi per mezzo dei suoi servi, i profeti; da Mosè e altri; poiché sembra che includa il sistema di leggi che furono emanate da Mosè, e furono molte; e le dottrine dei profeti, che erano spiegazioni ed esecuzioni di essi: e queste il Signore le pose davanti per mezzo di entrambi, come regola per camminare, e per un sentiero da percorrere; e non far questo era molto peccaminoso in loro, e molto dispiaciuto per lui

11 Versetto 11. sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge,

Anche il popolo professante di Dio, al quale egli aveva concesso favori e benedizioni distintive, e aveva dato loro una legge tale che nessun altro popolo aveva, eppure l'hanno trasgredita; non pochi, o solo la maggior parte, ma l'intero corpo di loro: e in verità non c'è uomo che viva senza peccato, o trasgressione della legge, in pensieri, parole o opere; no, non un uomo giusto; Ma costoro trasgredirono la legge in modo molto odioso, sia la prima che la seconda tavola, commettendo idolatria e ogni sorta di empietà, nella quale continuarono:

anche andandosene, affinché non ubbidiscano alla tua voce; allontanandosi dalla legge e dai suoi precetti; da Dio e dal suo culto; dal tempio di Dio e dal suo servizio; e dalle tribù di Giuda e di Beniamino: sembra che abbia un certo rispetto per la separazione delle dieci tribù sotto Geroboamo, che stabilirono i vitelli a Dan e a Betel, affinché il popolo non ubbidisse alla voce del Signore, andando a pregare alle solenni feste a Gerusalemme.

perciò la maledizione è stata riversata su di noi, e il giuramento scritto nella legge di Mosè, servo di Dio, cioè è stato loro inflitto il giusto castigo dei loro peccati, o la maledizione che la legge minacciava i suoi trasgressori è venuta su di loro in tutta la sua estensione e li ha travolti come un diluvio, che Dio ha giurato di far venire su di loro, se avessero trasgredito la sua legge; o che con giuramento hanno imposto e pronunciato su se stessi, se non l'hanno ascoltata, ma l'hanno trasgredita e disubbidita.

perché abbiamo peccato contro di lui; e quindi questa maledizione non era senza causa; Il peccato, la trasgressione della legge, ne fu la causa

12 Versetto 12. Ed egli ha confermato le parole che aveva pronunziate contro di noi,

Cioè, egli ha adempiuto le sue minacce d'ira e di vendetta, in caso di disubbidienza alla sua legge.

e contro i nostri giudici che ci hanno giudicato; re e governatori inferiori che li dominavano, che pervertivano la giustizia e non eseguivano il giusto giudizio; e contro di loro l'Eterno eseguì ciò che aveva minacciato:

attirando su di noi un grande male; la desolazione di tutto il paese, la distruzione di Gerusalemme; la morte di molti per la spada, la carestia e la pestilenza, e la cattività degli altri; tutto ciò era una grande punizione considerata in sé, ma, se paragonata alle loro offese, era inferiore a quella che meritavano:

poiché sotto tutto il cielo non è stato fatto come è stato fatto a Gerusalemme; le sue mura crollate, le sue case bruciate dal fuoco, i palazzi del re e dei nobili e il tempio stesso del Signore; e tutti i suoi abitanti distrutti, dispersi o portati prigionieri; vedi Lamentazioni 1:12 Ezechiele 5:9,10

13 Versetto 13. Come sta scritto nella legge di Mosè, tutto questo male è venuto su di noi,

Come è lì minacciato dovrebbe essere minacciato, e come è stato predetto che sarebbe venuto su di loro, così è stato; anche le stesse cose, nello stesso modo e con le stesse circostanze, come lì predetto; che è una prova dell'onniscienza, dell'onnipotenza e della fedeltà di Dio, e una prova della verità della rivelazione divina; vedi Levitico 26:1; Deuteronomio 28:1 :

eppure non abbiamo fatto la nostra preghiera davanti al Signore nostro Dio; Durante i settant'anni di prigionia, avrebbero potuto pregare, e senza dubbio lo fecero, in modo formale e senza vita; ma non sinceramente e di cuore, con fede e con fervore, sotto il senso del peccato, con la confessione di esso, e il vero pentimento per esso, e in modo da abbandonarlo, come segue:

affinché ci convertissimo dalle nostre iniquità; poiché non pregavano contro il peccato e non supplicavano il Signore di dar loro la possibilità di allontanarsene e di abbandonarlo, ma continuavano a disubbidire, la loro preghiera non era considerata preghiera.

e comprendi la tua verità; o la verità e la fedeltà di Dio, nell'adempimento sia delle sue promesse che delle sue minacce; o la sua legge, che è la verità, come la interpreta Jacchiade; poiché, se avessero pregato rettamente, sarebbe stato dato loro un intendimento delle verità divine, sia per quanto riguarda la dottrina che la pratica; di cui erano ignoranti, come di solito lo sono le persone senza preghiera

14 Versetto 14. Perciò il Signore ha vegliato sul male e lo ha fatto venire su di noi,

Il male della punizione; egli osservò il momento opportuno e appropriato per portarlo su di loro; in verità, egli veglia sul male del peccato, per portare sugli uomini il male del castigo o della punizione, Giobbe 14:16, ma quest'ultimo è qui inteso; vedi Geremia 31:28; 44:27, la parola usata ha il significato di affrettarsi; e così Jarchi e Saadiah lo spiegano, "egli si è affrettato": il mandorlo, come osserva quest'ultimo, ha il suo nome da qui, perché impedisce agli altri alberi, ed è più veloce di loro a far fiorire, Geremia 1:11,19 e quindi questo può denotare la purezza del Signore; la sua dispietà nel peccato; la sua severa giustizia nel punirlo; e la sua diligenza e attività nell'eseguire il giudizio per esso, che non sonnecchia, come alcuni immaginano:

poiché l'Eterno, il nostro Dio, è giusto in tutte le opere che fa; il profeta è sempre attento a scagionare Dio da qualsiasi accusa di ingiustizia in una qualsiasi delle sue opere, anche nella sua strana opera, la giustizia punitiva; Benché vigili sul male per recarlo, tuttavia è giusto nel farlo; nessuna accusa di ingiustizia deve essere mostrata contro di lui per questo motivo:

perché non abbiamo ubbidito alla sua voce; né nella sua parola, né nelle sue provvidenze; né per mezzo dei suoi profeti, né per mezzo dei suoi giudizi; ed essendo colpevoli del male della colpa, era giusto che sopportassero il male della punizione

15 Versetto 15. E ora, o Signore nostro Dio,

Il Signore di tutta la terra in generale, il sovrano Sovrano dell'universo e l'Iddio d'Israele in modo speciale e peculiare; che è usato per incoraggiare la fede nella preghiera, e porta in sé un tacito argomento o supplica con Dio di essere ascoltato, in ciò che stava per dire a favore di Israele; e a questo scopo è anche la seguente descrizione di Dio, tratta da un antico beneficio che egli aveva concesso a quel popolo:

che hai fatto uscire il tuo popolo dal paese d'Egitto con mano potente; il che, sebbene possa essere considerato come un aggravamento del loro peccato, che dopo ciò si siano comportati così malvagiamente, da essere portati prigionieri per i loro peccati, fuori dalla terra in cui erano stati portati; eppure sembra che sia menzionato per far ricordare al Signore i suoi precedenti favori verso di loro, e la sua promessa che li avrebbe fatti uscire da Babilonia, come li aveva portati fuori dall'Egitto, Geremia 16:14,15 23:7,8 :

e ti hai fatto fama, come oggi; dai molti prodigi compiuti in Egitto e nel Mar Rosso, quando Israele fu portato di là; come in particolare uccidendo i primogeniti d'Egitto, dividendo le acque del mare e distruggendo gli Egiziani in esso, come osserva Saadiah; il cui ricordo e fama continuarono fino a quel giorno, e continueranno per tutti i secoli: e il profeta suggerisce che avrebbe anche ottenuto un nome o una fama nel mondo, e tra il suo popolo, se li avesse liberati dalla loro attuale cattività; ma per questo non avevano nulla da invocare se non la sua promessa e la sua misericordia; poiché, quanto a loro, erano obbligati a confessarsi peccatori e indegni di un tale favore:

abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente; Il profeta non sa come smettere di confessare il peccato; C'era stato tanto da commettere, e c'era tanto bisogno di confessarlo

16 Versetto 16. O Signore, secondo tutta la tua giustizia,

O "giustizie"; che egli era stato abituato ad esercitare nel mondo, in tutte le epoche di esso; o punendo gli uomini malvagi secondo i loro meriti, ai quali si può avere rispetto qui; poiché allontanando l'ira dal suo popolo ne deriverebbe volgendola contro i loro nemici, il che sarebbe nel giusto giudizio o nell'adempimento delle sue promesse; e così significa la sua fedeltà, di cui c'erano stati così tanti esempi in tempi passati, e dava incoraggiamento a credere all'adempimento di coloro che non erano ancora compiuti: o questo può essere compreso della sua bontà e gentilezza, che a volte è intesa dalla sua giustizia: vedi Salmi 31:1, 143:1 e così la Septuaginta e le versioni arabe lo rendono "in tutta la tua misericordia"; e Jacchiade parafrasa le parole così:

"O Eterno, secondo tutta la moltitudine della tua giustizia e della tua benignità che fai nel mondo":

Ti prego, la tua ira e il tuo furore siano allontanati dalla tua città, Gerusalemme; la città del gran Re, che egli scelse per la sua residenza, in cui si trovava il tempio, e dove era venerato; e il profeta supplica ardentemente che i segni del dispiacere divino, che erano su di esso, possano essere rimossi; affinché cessino le punizioni o i giudizi inflitti, come effetti dell'ira e dell'ira di Dio, e la città sia riedificata e riportata al suo antico splendore.

il tuo monte santo; il tempio, dedicato al culto e al servizio di Dio; o il monte Moria, sul quale sorgeva;

perché per i nostri peccati e per le iniquità dei nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono divenuti un obbrobrio per tutti quelli che ci circondano; i loro vicini, gli Edomiti, i Moabiti, gli Ammoniti, i Tiri e i Filistei; che si rallegravano della loro rovina, si facevano beffe di loro e della loro religione e dicevano con scherno: "Dov'era il loro tempio di cui si vantavano e il loro Dio in cui confidavano?". La causa di tutto ciò è riconosciuta, i loro peccati e i peccati dei loro antenati, nei quali essi sono rimasti la loro posterità; e quindi non addossare la colpa interamente a loro, ma prenderne la colpa su se stessi

17 Versetto 17. Ora dunque, o nostro Dio,

Essendo questo il nostro miserabile caso, e la cattività di settant'anni è giunta alla fine, e tu sei ancora il nostro Dio del patto, che noi professiamo e adoriamo.

ascolta la preghiera del tuo servo e le sue suppliche; che aveva innalzato in modo umile, consistente in varie richieste di grazia e misericordia prima espresse:

e fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario che è desolato; il tempio; le sue mura demolite, i suoi altari abbattuti e tutto in rovina; Una scena malinconica! il Signore, soffrendo queste cose, sembrava disapprovare ciò e il suo popolo, che era solito servirlo lì; perciò si supplica che egli sorrida di nuovo su di essa e su di loro, e faccia sì che sia riedificata, e il suo culto restaurato in essa: e questo è chiesto

per amore del Signore, cioè per amore di Cristo, che è il Signore di tutti, specialmente del suo popolo eletto, per la creazione, la redenzione e il matrimonio, così come per il loro consenso e la loro professione; e per il cui bene, e nel cui nome, tutte le richieste devono essere fatte a Dio, essendo egli l'unico Mediatore tra Dio e l'uomo; e per amore del cui sangue, la rettitudine e la mediazione, tutte le benedizioni della bontà sono date agli uomini; e che era anche Signore e proprietario del tempio, e doveva entrarvi, così come era l'antitipo di esso

18 Versetto 18. O mio Dio, porgi l'orecchio e ascolta,

Le petizioni ora presentate, per amore di Cristo:

apri i tuoi occhi e guarda le nostre desolazioni; la città e il tempio un mucchio di spazzatura, e l'intera terra abbandonata dei suoi abitanti, e giacente desolata e incolta, o, comunque, tutt'al più posseduta dai nemici; e stando così le cose, sembrò che il Signore avesse chiuso loro gli occhi, e perciò si desiderasse che li aprisse, e guardasse con pietà e compassione al caso del suo popolo, e lo liberasse da tutte le sue angosce.

e la città sulla quale è invocato il tuo nome; o, "sul quale è invocato il tuo nome"; come lo era Gerusalemme, essendo chiamata la città del nostro Dio, la città del gran Re, Salmi 48:1,2 e in cui anche il suo nome era invocato, sia dagli abitanti di essa nelle loro case private, sia dai sacerdoti e dai Leviti, e altri, nel tempio, che vi si trovava:

poiché non presentiamo le nostre suppliche davanti a te; o, "falli cadere davanti a te"; esprimendo il modo umile e umile con cui presentavano le loro richieste a Dio, e rispettando il gesto che usavano nella preghiera, inchinandosi a terra e prostrandosi su di esso; e come era usanza del popolo orientale quando supplicavano i loro principi: e questo Daniele, in nome del suo popolo, lo fece; non, dice lui,

per la nostra giustizia, ma per la tua grande misericordia; non invocando le loro buone opere e le loro azioni giuste, e i loro meriti, che non avevano in sé, e non erano altro che stracci sporchi, e non potevano raccomandarli a Dio, né essere usati come supplica e argomento per ottenere qualcosa di buono da lui; ma gettandosi sull'abbondante grazia e misericordia di Dio in Cristo, misericordia hanno implorato, e non merito; e hanno fatto menzione della giustizia di Cristo, e non della loro; come faranno tutti gli uomini buoni, che sono veramente sensibili a se stessi e alla grazia di Dio

19 Versetto 19. O Signore, ascolta; O Signore, perdona,

Cioè, ascolta le preghiere e le suppliche che sono state presentate e perdona i peccati che sono stati confessati; Mostra entrambi, rimuovendo le calamità presenti e ripristinando la prosperità e i privilegi di un tempo:

O Signore, ascolta e fa'; non solo ascoltate ciò che è stato detto e rispondete con le parole, ma operate la salvezza e la liberazione.

non differire, per amor tuo, o mio Dio; queste parole sembrano essere rivolte a Cristo, il Figlio di Dio, che è il vero Dio e il Dio del suo popolo; che in questo versetto è già chiamato tre volte Adonai, per amore del quale furono fatte preghiere e suppliche, Daniele 9:17 e anche qui, per amor suo, è supplicato di non "differire" l'adempimento della promessa di liberare gli ebrei dalla loro cattività in Babilonia, essendo i settant'anni ormai trascorsi, o appena scaduti; e anche che non avrebbe differito la sua venuta per la redenzione del suo popolo, che senza dubbio Daniele aveva in mente, e desiderava e aspettava:

poiché il tuo nome è invocato nella tua città e nel tuo popolo; Gerusalemme, la città del grande Re, Cristo, e un tipo della sua chiesa e del suo popolo, che pure sono chiamati con il suo nome, e lo invocano

20 Versetto 20. E mentre parlavo e pregavo,

Parlare con Dio nella preghiera; Sembra infatti che la sua preghiera fosse vocale, e non solo mentale:

confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo Israele; Daniele, sebbene fosse un uomo così santo e buono, non era senza peccato, e ritenne suo dovere confessarlo davanti al Signore; e ciò che fece in primo luogo, e poi il peccato del suo popolo; che è il modo per succedere con il Signore nell'applicazione della grazia di perdono e nel godimento di altre misericordie e benedizioni:

e presentando la mia supplica davanti al Signore mio Dio per il monte santo del mio Dio; per il tempio e per il servizio di Dio in esso; che era la prima e principale cosa che si trovava nel cuore del profeta, ed egli era molto importuno e sollecito

21 Versetto 21. Sì, mentre parlavo in preghiera,

Il che si ripete, affinché si possa osservare che, mentre era in preghiera, prima che l'avesse finita o si fosse alzato dalle ginocchia, gli fu mandata una risposta; vedi Isaia 65:24 :

anche l'uomo Gabriele, che avevo visto in visione all'inizio; o all'inizio del regno di Baldassarre, nel terzo anno di esso, Daniele 8:1, o piuttosto "prima", come lo rende la versione siriaca; prima di questo tempo, nella visione del montone e del capro, Daniele 8:16, quando vide questo angelo Gabriele che apparve in forma umana, e seppe che questo era il suo nome, da una voce di uomo che lo chiamava per mezzo di esso; e ora lo riconobbe essere lo stesso angelo dall'aspetto e dalla voce; alla vista del quale non sembra essere terrorizzato, come prima, avendo avuto libera conversazione con lui, ed essendo stato messo al corrente da lui di molti segreti; e senza dubbio si rallegrava interiormente di vederlo di nuovo, sperando e credendo di avere qualcosa da comunicargli:

essere fatto volare rapidamente; avendo un ordine dal Signore, ed essendo da lui rafforzato per fare un rapido invio a Daniele, il che è significato dal volare rapidamente; e per questo motivo gli angeli sono rappresentati come aventi le ali, per denotare la loro celerità e la rapidità di sbrigare gli affari: o "volando con stanchezza", come alcuni lo rendono; si affrettò così tanto da stancarsi con esso; quando apparve in forma di uomo, sembrava uno senza fiato, e ansimava per questo, occasionato dal suo rapido volo; e che esprime la fretta che fece, secondo i suoi ordini, e la sua ansia di portare a Daniele la gradita novella della venuta del Messia, e il tempo di essa, che gli angeli desideravano esaminare:

mi ha toccato verso l'ora dell'oblazione della sera; il momento dell'offerta del sacrificio della sera; che, sebbene ora non offerto, l'altare fu distrutto, e il popolo del Signore in terra straniera; eppure il tempo era osservato da loro, e quale fosse il tempo della preghiera, essendo circa l'ora nona del giorno, o le tre del pomeriggio, vedi Atti 3:1 10:3, poiché il tempo del sacrificio mattutino era un'altra ora di preghiera; in quel tempo molto probabilmente Daniele cominciò, e continuò fino ad ora, poiché stava digiunando, Daniele 9:3 e questo fu il tempo in cui Cristo, l'antitipo del sacrificio quotidiano, fu offerto; del tempo della cui venuta, delle sofferenze e della morte, l'angelo qui porta un resoconto: e, per eccitare l'attenzione di Daniele su di esso, "lo toccò"; poiché egli, essendo in ginocchio e intento in preghiera, potrebbe non osservarlo in un primo momento; e quindi gli dà un tocco gentile, per fargli sapere che era presente e aveva qualcosa da dirgli; e di suggerirgli di interrompere la sua preghiera, alla quale aveva dato una risposta, così come di sollevarlo e incoraggiare la familiarità con lui

22 Versetto 22. Ed egli mi informò, e parlò con me,

Lo informò, parlando con lui, della volontà di Dio di ristabilire la cattività del suo popolo, di ricostruire Gerusalemme e il tempio, e della venuta del Messia: oppure: "Mi fece assistere", "e parlò con me"; eccitò la sua attenzione su ciò che aveva da dire, e lo fece ascoltare al suo discorso, Per capirlo:

e disse: O Daniele, sono ora uscito; proprio ora vieni dal cielo, dalla presenza di Dio, e per suo ordine.

per darti abilità e intelligenza; o, "per istruirti nell'intelligenza"; per insegnarti la conoscenza e darti l'intendimento di cose segrete, che altrimenti non potrebbero essere conosciute, come in particolare il tempo della venuta di Cristo, che gli angeli stessi non conoscevano finché non fu rivelato; ed essendo stati messi al corrente di esso, uno di loro è impiegato per farlo conoscere a Daniele; che è l'unico profeta che ne fissa il tempo esatto, e fu favorito da questa divina e celeste abilità di conoscerlo e di esserne l'editore per gli altri

23 Versetto 23. Atti l'inizio delle tue suppliche,

Appena cominciò a pregare. Questa circostanza mostra quanto il Signore sia pronto ad ascoltare le preghiere del suo popolo; eppure non fu a causa delle preghiere del profeta, e di qualche virtù o merito intrinseco in esse, che il Signore fece ciò che in seguito dichiarò che si dovesse fare; e, inoltre, viene rivelato e promesso più di quanto Daniele abbia chiesto:

Il comandamento venne fuori; o l'ordine del Signore all'angelo, che lo mandava in questo incarico dal profeta, per fargli conoscere la sua mente e la sua volontà; o il proclama di Ciro, di lasciare libero il popolo dei Giudei e di salire a Gerusalemme per costruire la loro città e il loro tempio, pubblicato quella mattina, proprio nel momento in cui Daniele cominciò a pregare, essendo completamente terminati i settant'anni di cattività; vedi Daniele 9:25 :

e io son venuto per mostrartelo, perché tu sei grandemente amato; o, "sei desideri"; ogni desiderio, estremamente desiderato; molto amabile, amabile e dilettevole, agli occhi di Dio, e di tutti gli uomini buoni: o, "che tu sei grandemente amato"; così l'angelo venne da Dio, dal cielo, per mostrarglielo, per far apparire che era altamente nel favore di Dio, in quanto gli fece conoscere i suoi segreti:

quindi capisci la questione; o "parola"; prestare attenzione alla parola; riferirsi al modo di parlare usato, e sforzarsi di ottenere la conoscenza di esso;

e considera la visione; questa visione, come Japhet; la seguente visione o profezia delle settanta settimane; Pensatela bene, come se fosse una questione di grande importanza e conseguenza

24 Versetto 24. Settanta settimane sono stabilite per il tuo popolo e per la tua santa città,

. O, "riguardo al tuo popolo, e riguardo alla tua città santa"; cioè, un tale spazio di tempo è fissato; "tagliare", come significa la parola; o costituiti da Dio per il compimento di certi eventi, relativi al bene temporale della città e del popolo dei Giudei; come la ricostruzione della loro città e del loro tempio; la continuazione di essi come popolo, e della loro città; la venuta del Messia a loro, per ottenere benedizioni spirituali per loro e per tutto il popolo di Dio; che erano anche il popolo e la città di Daniele in senso spirituale, a cui egli apparteneva; e similmente ciò che era relativo alla completa rovina e distruzione degli ebrei come popolo, e della loro città: e questo spazio di "settanta" settimane non si deve intendere di settimane di giorni; che è un tempo troppo breve per il compimento di tanti eventi come quelli menzionati; né si sono adempiute in un tale spazio di tempo; ma di settimane di anni, e fanno quattrocentonovanta anni; entro il quale tempo, a partire da una data dopo menzionata, tutte le cose profetizzate si sono compiute; e questo modo di contare gli anni in giorni non è insolito negli scritti sacri; vedi Genesi 29:27; Levitico 25:8; Ezechiele 4:4,5; Apocalisse 12:6; 13:5. Il verbo usato è singolare, e, unito al sostantivo plurale, indica che ogni settimana veniva tagliata fuori e destinata a un evento o a un altro; e la parola, poiché significa "tagliare", esprime appropriatamente la divisione, o sezione di queste settimane in periodi distinti, come sette, sessantadue e uno. I primi eventi menzionati sono spirituali e non sono attribuiti a un periodo particolare; ma sono ciò che dovrebbe essere fatto entro questa bussola del tempo in generale, e sono stati fatti verso la fine di esso; e sono osservati per primi a causa della massima importanza, e sono i seguenti:

per porre fine alla trasgressione; non la trasgressione di Adamo, o il peccato originale, che, sebbene tolto da Cristo al suo popolo, tuttavia non a tutti gli uomini; né l'attuale trasgressione dell'uomo in generale, che non è mai stata così abbondante come nell'epoca in cui Cristo visse; ma piuttosto le trasgressioni del suo popolo si impegnò a soddisfare, e che gli furono inflitte, e da lui sopportate, e portate via, per non essere più visto, o per non avere alcun potere di condanna su di loro. Ora, sebbene il peccato abbondasse grandemente, sia tra gli Ebrei che tra i Gentili, nell'epoca del Messia, tuttavia non ci fu mai un'epoca in cui fu posto su di esso restrizioni maggiori che in questa, dal ministero di Giovanni Battista, e di Cristo in Giudea e dagli apostoli nel mondo dei Gentili.

e porre fine ai peccati; affinché non siano più, ma riposti e aboliti mediante il sacrificio e la soddisfazione di Cristo per loro, quanto alla colpa e alla punizione; in modo che coloro per i cui peccati è stata compiuta non si possa muovere loro alcuna accusa, né si possa giungere contro di loro la maledizione della legge, né si esegua alcuna sentenza di essa, né si infligga loro alcuna punizione; ma sono interamente e completamente salvati da tutti i loro peccati e dai loro tristi effetti. La nostra versione segue la lettura marginale; ma la scrittura testuale è: "sigillare i peccati"; che è espressiva del perdono di essi procurato da Cristo; poiché le cose sigillate sono nascoste e coperte, e così sono perdonati i peccati, Salmi 32:1,

e di fare la riconciliazione per l'iniquità, per espiarla e fare espiazione per essa, che è stata fatta per mezzo del sacrificio di Cristo, per le sue sofferenze e per la sua morte, per mezzo della quale la legge e la giustizia di Dio sono state pienamente soddisfatte, essendo stata fatta piena riparazione per l'ingiuria fatta dal peccato; e questo è stato fatto per ogni sorta di peccato, qui espresso con diverse parole; e per tutti i peccati, le iniquità e le trasgressioni del popolo del Signore; fare ciò fu il grande fine della venuta di Cristo nel mondo; vedi Ebrei 2:17 : e per portare giustizia eterna; il che è vero solo per la giustizia di Cristo, per mezzo della quale la legge è magnificata e resa onorevole, la giustizia soddisfatta e tutti coloro che credono in lui giustificati da tutti i loro peccati: questo Cristo, con la sua obbedienza, le sue sofferenze e la sua morte, ha operato e portato nel mondo; e quale fase disegna, non la manifestazione di essa nel Vangelo; né l'atto di imputazione di esso, che è l'atto di Jahvè Padre; né l'applicazione di esso, che è per mezzo dello Spirito di Dio; ma l'effettiva attuazione di Cristo mediante l'ubbidienza al precetto e la punizione della legge: e questo può essere veramente chiamato "eterno", o "la giustizia dei secoli", dei secoli passati; la giustizia mediante la quale i santi di tutte le epoche fin dall'inizio del mondo sono giustificati; e che resiste, e durerà, in tutti i secoli, a giustificazione di tutti coloro che credono; è un mantello di giustizia che non si consumerà mai; la sua virtù di giustificare continuerà sempre, essendo perfetta; Risponderà per i giustificati in un tempo avvenire, e ha la vita eterna collegata con esso:

e per sigillare la visione e la profezia; di non chiuderlo alla vista; piuttosto di mettervi un segno, con il quale potesse essere più chiaramente conosciuto; ma per consumarla e adempierla: ogni profezia è sigillata in Cristo e per mezzo di lui; egli ne è la somma e la sostanza; le visioni e le profezie dell'Antico Testamento si riferiscono a lui, e hanno il loro compimento in lui; alcuni si riferiscono alla sua persona e al suo ufficio; altri alla sua venuta al mondo, al tempo, al luogo e al modo in cui è venuta al mondo; altri alla grande opera di redenzione e di salvezza che egli ha compiuto; e altri ai suoi miracoli, alle sue sofferenze e alla sua morte, e alla gloria che ne sarebbe seguita; tutte queste cose si sono adempiute: o, "per sigillare la visione e il profeta"; i profeti erano fino a Giovanni e poi cessarono, e sono cessati fin dai tempi di Gesù; non c'è stato alcun profeta tra i Giudei, essi stessi non lo negano; Cristo è venuto, l'ultimo e grande Profeta di tutti, con una piena rivelazione della volontà divina, e non c'è da aspettarsi nessun altro; Tutti coloro che pretendono di stabilire un nuovo schema di cose, sia per quanto riguarda la dottrina che il culto, attraverso una pretesa visione o profezia, devono essere ignorati:

e ungere il Santissimo; non letteralmente il luogo più sacro del tempio; figurativamente, o il cielo stesso, unto e preparato per il suo popolo mediante l'ascensione del Messia e l'ingresso in esso; o piuttosto persone santissime, la chiesa e il popolo di Dio, tipificate dal santuario, il tempio di Dio; e in senso comparativo sono santissimi, e assolutamente tali, come lavati nel sangue di Cristo, rivestiti della sua giustizia e santificati dal suo Spirito; e da cui sono unti, alcuni in modo straordinario e altri in modo ordinario, e tutti per la grazia di Cristo: o forse è meglio di tutti capire questo del Messia, come fanno Aben Esdra e altri; che è santo nella sua persona, nelle sue due nature, umana e divina; santificato e appartato al suo ufficio, e santo nell'esecuzione di esso; uguale in santità al Padre e allo Spirito; superiore in esso agli angeli e agli uomini, che hanno da lui tutta la loro santità e dai quali sono santificati; e di cui il santuario o tempio era un tipo; e che fu unto con lo Spirito Santo come uomo, alla sua incarnazione, battesimo e ascensione al cielo; e Abarbinel lo ammette può essere interpretato del Messia, che può essere chiamato il Santo dei santi, perché è più santo di tutti gli altri Israeliti

25 Versetto 25. Conoscete dunque e comprendete,

Prendete nota e osservate, per una più chiara comprensione di queste settanta settimane e degli eventi che si adempiranno in esse, ciò che sarà ulteriormente detto riguardo ad esse, il loro inizio, i loro periodi distinti e ciò che si compirà in esse:

che dal momento in cui fu emanato il comandamento di restaurare e ricostruire Gerusalemme; Questo comandamento è l'inizio delle settanta settimane o quattrocentonovanta anni, e da esso si devono contare; e che non progetta la proclamazione di Ciro nel primo anno del suo regno, che era solo per ricostruire il tempio, e non la città di Gerusalemme, Esdra 1:1-3, né il decreto di Dario Istaspe, che anch'esso riguarda solo il tempio, ed è solo una conferma del decreto di Ciro, Esdra 6:1 e per le stesse ragioni non può essere il decreto nel settimo anno del regno di Artaserse; che ha solo confermato ciò che i suoi predecessori avevano concesso riguardo al tempio, e la disposizione per i sacrifici, e l'esenzione dei sacerdoti da pedaggi, tributi o consuetudini, Esdra 7:7,13,24, ma non ha una parola sulla costruzione delle mura e delle strade di Gerusalemme, come quella che è stata fatta nel ventesimo anno del suo regno; e sembra quindi essere il comandamento o decreto qui a cui ci si riferisce, Neemia 2:1,6-8, e questa è l'epoca generale delle settanta settimane, e dove iniziano le prime sette; sebbene Gussezio pensi che la parola דבר non significhi alcun editto o decreto, ma una cosa; e progetta la cosa stessa, restaurando e ricostruendo Gerusalemme; e che la data seguente deve essere calcolata, non da un ordine per ricostruire quella città, ma dalla cosa stessa, dal momento in cui ha cominciato ad essere ricostruita: e altrettanto singolare è la nozione di Tirino, che è dell'opinione che questo debba essere inteso dell'uscita, o la fine della parola; non con il quale fu ordinato di costruire la città santa, ma quando fu realmente costruita; e così inizia il racconto dalla dedicazione della nuova città, nel ventitreesimo anno di Artaserse, Neemia 12:27. Ci sono altri che suppongono che qui non si intenda una parola, un decreto, un comandamento o un ordine umano, ma divino; o la parola del Signore a Geremia, che prediceva i settant'anni di cattività dei Giudei, e la loro liberazione da essa; e calcolate questi quattrocentonovant'anni dalla distruzione del primo tempio, alla distruzione del secondo tempio, come Jarchi, Saadiah, Jacchiade e altri; ma tra queste due distruzioni ci fu un corso di seicentocinquantasei o seicentocinquantasette anni: altri considerano l'inizio delle settanta settimane dall'emanazione del comandamento all'angelo, all'inizio delle preghiere di Daniele, come Aben Esdra; e per finire con la distruzione del secondo tempio; ma, per una ragione simile, questo deve essere respinto come l'altro; poiché questo spazio di tempo supererà le settanta settimane vicine ai centoventi anni: è meglio quindi interpretare questo di un editto reale, l'ordine o il comandamento di un re di Persia di ricostruire Gerusalemme; e sembra corretto calcolare il numero dato, o dal settimo, o piuttosto dal ventesimo, di Artaserse Longimano prima menzionato; e o questi calcoli, come osserva il vescovo Chandler , sono sufficienti per il nostro scopo, per mostrare il completamento della profezia in Cristo:

"l'inizio delle settimane (come egli osserva) deve essere o dal settimo di Artaserse, che cade nel 457 a.C., o dal ventesimo di Artaserse; (aggiungi al 457 a.C., ventisei anni dopo Cristo, che è il numero che quattrocentottantatré anni, o sessantanove settimane, superano i quattrocentocinquantasette anni); e tu sei portato all'inizio della predicazione di Giovanni Battista sull'avvento del Messia; aggiungi sette anni o una settimana al primo, e arrivi al trentatreesimo anno di d.C., che fu l'anno della morte di Gesù Cristo, oppure calcola quattrocentonovanta anni, l'intero settanta settimane, dal settimo di Artaserse, sottraendo quattrocentocinquantasette anni (lo spazio di tempo tra quell'anno e l'inizio di A.D.) da quattrocentonovanta, e ne restano trentatré, l'anno della morte di nostro Signore. Sia il ventesimo di Artaserse la data delle settanta settimane, che è il 455 a.C. e si considerino sessantanove settimane di anni caldei; settant'anni caldei equivalgono a sessantanove giuliano; e così quattrocentosettantotto anni giuliani fanno quattrocentottantatré anni caldei, e terminano nel trentatreesimo anno dopo Cristo, o la pasqua successiva";

I diversi particolari in cui sono suddivise queste settanta settimane:

al Messia il Principe saranno sette settimane e settantadue settimane; con chi si intende, non Ciro, come Jarchi e Jacchiade; che, sebbene chiamato Messia o unto, Isaia 44:28 45:1, non può essere inteso; perché questo principe doveva essere stroncato dopo sette settimane e sessantadue o quattrocentottantatré anni; mentre Ciro morì molto prima di questo, e morì anche prima dello scadere delle sette settimane, o quarantanove anni; né Giosuè il sommo sacerdote, o Zorobabele, come Ben Gersom e altri, né Neemia come Aben Esdra; né Artaserse, che R. Azaria ritiene probabile; poiché a nessuno di questi si accorderà questo carattere, che denota qualche persona eminente conosciuta con questo nome; né l'opera a lui attribuita, Daniele 9:24, né si può dire di nessuno di loro che siano stati tagliati, e tanto meno in un periodo come è qui fissato: è giusto interpretarlo del Salvatore promesso e atteso, di cui il Salmista Davide aveva spesso parlato sotto il nome di Messia, e come Re e Principe; vedi Salmi 2:2,6,12; 18:50; 89:27,51; 132:17 ; e chi è Davide, il Principe Ezechiele prima che questo avesse profetizzato, Ezechiele 34:24; 37:25, ed è lo stesso con il Principe della pace, nella famosa profezia di lui in Isaia 9:6. La versione siriaca, anche se non letterale, dà il vero senso del passo, rendendolo:

"fino alla venuta del Re Messia";

A questi dovevano mancare sette, sessantadue settimane o sessantanove settimane, che fanno quattrocentottantatré anni; e intendendo questi anni orientali, usati dagli Egiziani, dai Caldei e dai Persiani, consistenti di trecentosessanta giorni, calcolando trenta giorni per un mese, e dodici mesi per un anno, ce n'erano solo quattrocentottantatré di questi dal ventesimo anno di Artaserse al trentatreesimo del volgo era di Cristo, e la diciannovesima di Tiberio Cesare, in cui soffrì. Sir Isaac Newton pensa che le sette settimane per il Messia, che egli separa dalle sessantadue, rispettino la seconda venuta di Cristo, quando egli verrà come un Principe, e distruggerà l'anticristo, e che essa assuma l'arco di un giubileo; ma quando comincerà e finirà non pretende di dirlo; ma la vera ragione per cui le sessantanove settimane sono divise in sette, e sessantadue, è a causa degli eventi particolari e distinti assegnati a ciascun periodo, come segue:

la strada sarà ricostruita, e il muro, anche in tempi difficili; cioè, entro lo spazio di sette settimane, o quarantanove anni, calcolando dal ventesimo di Artaserse; quando gli ebrei ebbero una concessione per ricostruire la loro città e le loro mura, e furono forniti di materiali per questo; e che è stato fatto in tempi molto difficili; Neemia, e i Giudei con lui, incontrarono molte difficoltà da Sanballat, Tobia e Ghesem l'Arabo, mentre erigevano le mura della città e riempivano le strade di file di case, i capitoli quattro e cinque di Neemia per i quali lo spazio di sette settimane, o quarantanove anni, furono tagliati e stabiliti; e che questo evento appartenga esclusivamente a questo periodo è chiaro dal fatto che la venuta del Messia è appropriata al periodo delle sessantadue settimane; che lascia tutto questo dove è fissato

26 Versetto 26. E dopo sessantadue settimane,

Da calcolare dalla fine delle sette settimane, o quarantanove anni, che, sommati ad esse, fanno quattrocentottantatré anni.

il Messia sarà sterminato, ma non per se stesso; dal quale è progettato lo stesso con il Messia il Principe in Daniele 9:25, non Onia il sommo sacerdote, come vorrebbe un ultimo scrittore, una persona retta, e di grande santità, tolta da una morte ingiusta, poiché era morto molti anni prima dello scadere di queste settimane; né Ircano il sommo sacerdote, ucciso da Erode, come pensa Eusebio, nel quale terminò la successione degli antichi sacerdoti, e con il quale perì l'unzione sacerdotale, che in verità è più bella della prima, ma non era una persona così importante da essere additata in una simile profezia; inoltre, il sacerdozio durò molto più a lungo: né è inteso il re Agrippa, come Jarchi e Abarbinel, che, dicono, fu l'ultimo re dei Giudei, e fu ucciso da Vespasiano alla distruzione di Gerusalemme; il che non è vero; non era propriamente re dei Giudei, avendo per giurisdizione solo la Galilea; non fu ucciso da Vespasiano; fu un alleato dei Romani, visse alcuni anni dopo la distruzione della città, e alla fine morì in pace; ma si intende Gesù il vero Messia, con il quale il carattere, le date, la morte e il modo di essa, concordano completamente: ora alla sua morte sarebbero passati quattrocentottantatré anni; i quali anni finirono, come abbiamo osservato, nel trentatreesimo anno dell'era volgare di Cristo, e nel diciannovesimo di Tiberio; quando Gesù, il vero Messia, fu stroncato in modo giudiziario; non per i suoi peccati, ma per i peccati del suo popolo, per soddisfarli e per ottenere la loro redenzione e salvezza; vedi Isaia 53:8 : o non è, come Jarchi, non più nella terra dei viventi, è morto; vedi Geremia 31:15, o non c'è, o non ci sarà, nessuno per lui, o con lui [i], per aiutarlo e assisterlo nella sua grande opera, Isaia 63:5. La versione latina della Vulgata è: non saranno il suo popolo; i Giudei, che lo respingono, avranno addosso una loammi e non saranno più il popolo di Dio. Gussezio lo rende meglio, non l'ha fatto; o non ha nulla, così Cocceo; tutte le cose gli mancavano, cioè Cristo; non aveva né ricchezze, né vestiti, né alcuno che gli stesse accanto o che lo accompagnasse.

e il popolo del principe che verrà distruggerà la città e il santuario; cioè, il popolo dei Romani, sotto Vespasiano loro principe, imperatore e generale, dovrebbe, in poco tempo dopo la distruzione del Messia, entrare nel paese di Giudea e distruggere la città di Gerusalemme e il tempio che vi sorgeva; sebbene alcuni comprendano questo del Messia il Principe che dovrebbe venire in suo potere, e in un modo di giudizio sulla nazione ebraica, e distruggerla per il loro rifiuto di lui; il cui popolo sarebbero stati i Romani, e sotto la cui direzione, e per ordine di chi, tutti questi giudizi sarebbero stati portati contro gli Ebrei; ma molti degli stessi scrittori ebrei lo interpretano di Vedpasiano, come Aben Esdra, Jarchi, Abarbinel e Jacchiade:

e la sua fine sarà con un diluvio: la fine della città e del tempio, e di tutta la nazione, sarà per mano dell'esercito romano, il quale, come un diluvio, estenderà il paese e porterà via tutto davanti a sé. Denota il numero, la potenza e la forza irresistibile del nemico, e la triste devastazione da esso compiuta:

e fino alla fine della guerra le desolazioni sono determinate; dall'inizio della guerra dei Romani con gli Giudei, fino alla fine di essa, non ci sarebbero state altro che continue desolazioni; un terribile scempio e rovina dappertutto; e tutto questo stabilito e determinato dal Signore, come giusta punizione per i loro peccati

27 Versetto 27. E confermerà l'alleanza con molti per una settimana,

Sessantanove delle settanta settimane sono state contate, e i diversi eventi osservati si sono adempiuti in esse; l'angelo procede a prendere nota della rimanente "una" settimana, o sette anni, e di ciò che dovrebbe essere fatto entro quello spazio di tempo: un patto dovrebbe essere confermato con molti, il che non deve essere inteso del Messia che conferma il patto di grazia con molti, o a causa di tutto il suo popolo, adempiendo le sue condizioni, e con il suo sangue e sacrificio, attraverso i quali tutti i suoi benefici vengono a loro; poiché questo non è solo per una settimana, ma per sempre; ma questo deve essere interpretato del popolo romano, di cui si è parlato nell'ultima parte del versetto precedente; i quali, per realizzare il loro disegno di distruggere la città e il tempio di Gerusalemme, fecero la pace con molte nazioni, entrarono in alleanza e alleanza con loro, in particolare con i Medi, i Parti e gli Armeni, per lo spazio di una settimana, o sette anni; Come sembra che abbiano fatto all'inizio di questa settimana:

e a metà della settimana farà cessare il sacrificio e l'oblazione; il sacrificio quotidiano dei Giudei e tutte le altre loro offerte; e che si è letteralmente adempiuto "nella mezza parte" di questa settimana, secondo quanto si può tradurre; verso la fine della seconda metà di essa, quando la città di Gerusalemme, essendo strettamente assediata da Tito a causa della vicinanza dell'assedio, delle divisioni del popolo e della mancanza di tempo e di uomini, e le bestie da offrire, il sacrificio quotidiano cessò, come dice Giuseppe Flavio , con grande dolore del popolo; né i Giudei, dopo la distruzione della loro città e del loro tempio, hanno offerto alcun sacrificio, stimando che fosse illecito farlo in terra straniera.

e allo stesso tempo, nella stessa metà della settimana,

poiché egli renderà desolato il diffondersi delle abominazioni; cioè, il popolo romano renderà desolato il paese della Giudea, per la diffusione delle sue abominazioni o idolatrie in esso. Le parole possono essere tradotte, come da alcuni, "sull'ala", i merli del tempio,

saranno le abominazioni, o "idoli del desolatore", o "di colui che rende desolato"; così il vescovo Lloyd, intendendo o le insegne dell'esercito romano, che avevano su di sé le immagini dei loro dèi o imperatori, ed essendo erette nel luogo santo, e sacrificate, nulla potrebbe essere un abominio più grande per gli ebrei; oppure il sangue degli zeloti uccisi su questi merli, per cui il luogo santo è stato contaminato; vedi Matteo 24:15 Luca 21:20 :

fino alla consumazione, e ciò che è determinato sarà versato sui desolati; cioè, o queste abominazioni rimarranno nel luogo in cui sono state poste fino alla completa distruzione della città e del tempio; o la desolazione che vi si faceva continuasse fino alla consumazione dell'ira e della vendetta di Dio su di loro; finché tutto ciò che ha stabilito sia riversato su questo popolo desolato; e che continua fino ad oggi, e sarà fino a quando i tempi dei Gentili siano compiuti, Luca 21:24. Alcuni, come il vescovo Lloyd, lo rendono sul desolatore [p], intendendo i Romani; e il senso che essi ritengono sia che questa vendetta continuerà sugli ebrei fino a quando non si rivolgerà sul capo di coloro che li hanno resi desolati: ora questa settimana, secondo il senso dato, deve iniziare nel sessantatreesimo anno dell'era volgare di Cristo, circa trent'anni dopo lo scadere delle sessantanove settimane; poiché termina nell'anno settantesimo della stessa era, in cui fu la distruzione di Gerusalemme, il grande evento assegnatole in questa famosa profezia; quando ci si sarebbe potuto aspettare che sarebbe dovuto iniziare alla fine delle sessantanove settimane, e proseguire in linea diretta con esse. La vera ragione per cui è stato così separato da loro è la longanimità e la pazienza di Dio verso il popolo dei Giudei, che ha dato loro, come al vecchio mondo, spazio per pentirsi; ma essendo stata disprezzata la sua grazia e la sua bontà, le cose cominciarono a lavorare all'inizio di questa settimana verso la loro rovina finale, che, alla fine di essa, fu pienamente compiuta: da tutta questa profezia appare chiaramente che il Messia deve essere venuto molte centinaia di anni fa. Gli ebrei sono sensibili alla forza di questo ragionamento; affinché, per terrorizzare le persone dal considerare questa profezia, denuncino la seguente maledizione, scoppino o marciscano le loro ossa, calcolando i tempi [q]. R. Neemia, che visse circa cinquant'anni prima della venuta di Cristo, dichiarò che il tempo del Messia, come significato da Daniele, non poteva essere prolungato più di quei cinquant'anni. Gli ebrei dicono anche che il mondo è diviso in sei parti, e l'ultima parte va da Daniele al Messia

Commentario del Pulpito:

Daniele 9

1 Vers. 1-27. - LE SETTANTA SETTIMANE. Questo è il capitolo di Daniele che ha suscitato la maggior parte delle controversie. Fu invocato da Tertulliano e dai primi Padri come dimostrazione della correttezza delle pretese di nostro Signore di essere il Messia. I commentatori critici hanno ora capito che a nostro Signore questa profezia non può riferirsi. Molti trattati sono stati scritti sulle "settanta settimane" di Daniele, e nessuno di essi ha chiarito completamente le difficoltà; anzi, c'è da dubitare che tutti insieme abbiano illuminato molto l'argomento

Vers. 1, 2.Nel primo anno di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi, che fu fatto re del regno dei Caldei; nel primo anno del suo regno, io, Daniele, compresi per mezzo dei libri il numero degli anni, di cui la parola del Signore al profeta Geremia, che avrebbe compiuto settant'anni nelle desolazioni di Gerusalemme. La versione dei Settanta parte dal presupposto che i critici abbiano ragione nel ritenere che l'autore di Daniele immaginasse un impero dei Medi tra quello babilonese e quello persiano

(1) "Nel primo anno di Dario, figlio di Serse, della stirpe dei Medi che", cioè i Medi - sembra che la LXX abbia letto malkoo invece di homlak - "regnarono sul regno dei Caldei

(2) Nel primo anno del suo regno, io, Daniele, compresi dai libri il numero degli anni in cui l'ordinanza (prostagma) sulla terra fu (rivelata) al profeta Geremia per compiere settant'anni per l'adempimento del biasimo di Gerusalemme". La teodozione è più vicina al massoretico, solo che non sembra aver letto l'hophal di "regno", ma il kal. Inoltre, Teodozione omette la seconda affermazione dell'anno di Dario, con la quale, sia nella LXX che nel Massoretico, inizia il secondo versetto. Abbiamo in Tertulliano alcuni versetti di questo capitolo dell'antica versione latina, chiamato talvolta Vetus. Non coincide esattamente né con la versione greca, né con quella massoretica, ma è in più stretta relazione con la Teodozione. La Pescitta nel primo concorda in linea di massima con il texf massoretico, ma rende il secondo verso così: "Nel primo anno del suo regno, io, Daniele, compresi nel libro il numero degli anni; Vidi qual era l'ordinanza del numero che il profeta Geremia aveva detto riguardo al completamento della desolazione di Gerusalemme: settant'anni". La Teodozione, il Vetus, la Peshitta, e anche Girolamo, trascurano il fatto che dlmh; (Hom'lak) è hophal, e si traduce come se la parola fosse kal

Questa trascuratezza è dovuta alla difficoltà di comprendere la posizione semi-satellitare occupata da Gobria. Agli ebrei fu conferito il potere regale di nominare satrapi nelle divisioni della provincia di Babilonia. Non è improbabile, inoltre, che potesse adempiere certe funzioni sacre che abitualmente solo un re poteva adempiere. Questo è l'unico caso in cui ricorre l'hophal di questo verbo. Un uso così unico di un verbo deve implicare circostanze uniche; tali circostanze uniche esistevano nella posizione di Gobria a Babilonia. Solo un contemporaneo avrebbe indicato questo singolare stato di cose con l'uso di una parte fuori mano di un verbo senza ulteriori spiegazioni. È singolare che i critici non diano il significato ovvio alle persistenti indicazioni che l'autore di questo libro dà, che egli considera Dario non come un sovrano indipendente, ma come una sorta di vassallo di un potere superiore, da cui dipende. Del seme dei Medi. Questa affermazione implica naturalmente che, pur essendo di discendenza mediana, Dario fu naturalizzato in una razza eterica. Nel primo anno del suo regno. Questa frase ha l'aspetto di rappresentare l'inizio originale della narrazione. Probabilmente in origine c'erano due recensioni di questo racconto, una delle quali iniziava con il primo verso, l'altra con qualche modifica del secondo versetto che è stato ulteriormente modificato fino a raggiungere la sua forma attuale. L'anno indicato corrisponde al 538 a.C., l'anno della presa di Babilonia, quindi sessantotto anni dal tempo in cui Daniele fu portato prigioniero. Il periodo, dunque, che era stato predetto da Geremia durante il quale gli ebrei sarebbero stati prigionieri e Gerusalemme desolata, volgeva al termine. Secondo l'ipotesi critica, che questa data deve essere calcolata dalla cattività di Ioiachin (598 a.C.), mancavano ancora dieci anni, e se si calcolava dalla presa di Gerusalemme durante il regno di Sedechia, c'erano vent'anni. C'è una certa drammatica adeguatezza, se non di più, nel fatto che Daniele studia le profezie di Geremia, con un entusiasmo sempre crescente man mano che si avvicinava il momento in cui Dio aveva promesso la liberazione. Io, Daniele, ho capito dai libri. La scuola critica ha supposto che questa frase "libri" si applichi, e debba applicarsi, al canone; quindi si conclude che questo libro è stato scritto dopo la formazione del canone, e quindi molto tardi. Ininterrottamente per l'assunto proposto, l'efareme non è affatto invariabilmente usato collettivamente per i libri della Bibbia, ma anche K'thubim, ad esempio il Talmud Babli Shabbath (Mishna), p. 115a, è stato usato. Molti dei casi in cui appare sephareem è usato in modo distributivo, non collettivo; ad esempio Talmud Babli Meghillà (Mishna), p. 8b. Dal fatto che la stessa parola era usata per la terza divisione del canone, e per i libri del canone nel suo insieme, c'era il rischio di creare una difficoltà, e quindi una confusione. Tracce di ciò si trovano nel prologo della versione greca dell'Ecclesiastico. Così, nella prima frase, il traduttore parla della "Legge, dei Profeti e degli altri (twn allwn)", come se twn bibliwn fosse stato fornito mentalmente prima di nomou. Mentre sepher è usato per ogni singolo libro delle Scritture, e sephareem usato per un gruppo di questi libri, come i Libri di Mosè, non è usato per la Bibbia nel suo insieme, proprio come in inglese non chiamiamo mai la Bibbia "i libri", ma non di rado "le Scritture"; d'altra parte, parliamo dei "Libri di Mosè", mai delle "Scritture di Mosè". Se sefreem non significa il canone, che cosa significa? Sappiamo da Geremia 29:1 che Geremia inviò agli esuli una "lettera", e in quella lettera (ver. 10) è detto: "Poiché così dice l'Eterno: Dopo che saranno compiuti settant'anni per Babilonia, io vi visiterò e manderò in pratica la mia buona parola verso di voi, facendovi tornare in questo luogo". È vero che questa lettera è chiamata sefer in Geremia, # 2Re 19:14 e in Isaia 37:14 abbiamo sephareem il plurale, usato per una singola lettera. Ciò è provato dal fatto che in Isaia tutti i suffissi che si riferiscono ad esso sono singolari; nei Re uno è al plurale per attrazione, ma l'altro è singolare come in Isaia. La traduzione corretta del passaggio, quindi, è: "Io, Daniele, compresi dalla lettera il numero degli anni, dei quali la parola del Signore fu rivolta al profeta Geremia". È chiaro che il riferimento in questo versetto è alla lettera di Geremia, perché abbiamo l'uso di hwjy, Jahw (Geova) che da questo capitolo non appare in questo libro; abbiamo in questo versetto taLim, che abbiamo in Geremia 29:10 ; è vocalizzato come infinito piel in Daniele, e infinito kal in Geremia, ma probabilmente c'è qualche errore in Daniele. Un'altra particolarità che collega questo passo con la "lettera" di Geremia è la forma che assume il nome del profeta. Nel resto della sua profezia è di solito chiamato Perché; mryi (Yir'myahoo); nella sezione di cui fa parte la 'lettera, come in questo versetto di Daniele, è chiamato hy; mryi (Yir'myah). È quindi chiaro che Daniele aveva in mente la "lettera" di Geremia; quindi è inverosimile immaginare che egli affermi di conoscere tutti i libri del canone ebraico, per conoscere il contenuto di una lettera. Anche un falsario della specie più ignorante difficilmente mancherebbe di evitare l'errore grossolano attribuito dai critici all'autore di Daniele. Come fanno i critici ad armonizzare la loro spiegazione di questo versetto con la loro teoria secondo cui il canone si chiuse nel 105 a.C., mentre Daniele fu scritto nell'anno 1687 a.C. Sarebbe impossibile per un autore parlare del canone in termini che denotano che è stato fissato da tempo, sessant'anni prima che fosse effettivamente raccolto, come quattrocento anni. L'impossibile non ha gradi. Che avrebbe compiuto settant'anni. Quei settant'anni avrebbero compiuto il periodo di desolazione di Gerusalemme. Va notato che la parola tradotta qui "compiere" ricorre nella lettera di Geremia in relazione a questo stesso periodo. Geremia 29:10 La parola per "desolazione" è collegata da Furst con "siccità"; è anche collegata con la parola per "una spada". La data in cui fu data la visione narrata nel capitolo fu, come abbiamo visto, poco dopo la caduta di Babilonia. Il periodo stabilito da Dio, se risaliamo alla cattività di Daniele, si stava rapidamente avvicinando alla sua conclusione. Fino a quel momento Ciro non aveva dato alcun segno che stava per trattare gli ebrei in modo diverso dalle altre nazioni. Il re di Ansan si era dichiarato, non possiamo dire se per fede o per politica, un fervente adoratore di Merodac e degli altri dèi di Babilonia: non sarebbe stato incline a seguire la politica dei re di Babilonia, di cui sosteneva di essere il successore? Gli Ebrei avevano certamente ordinato il ritorno nelle varie città delle immagini di quegli dèi che erano state portate a Babilonia da Nabunahid, ma non c'era alcuna notizia del ritorno dei prigionieri di Sion. Geova avrebbe mantenuto la sua promessa o no? Come i credenti di ogni tempo, Daniele si rifugia nella preghiera

Omelie DI H.T. ROBJOHNS Vers. 1-21.

L'avvocato della nazione alla sbarra di Dio

"Mentre parlavo in preghiera, anche l'uomo Gabriele mi toccò" (versetto 21). Il nostro argomento è la preghiera di Daniele, e i seguenti punti richiederanno una considerazione completa e attenta

IO IL MOMENTO NEL TEMPO. Questo era molto critico; per:

1.) Il momento era stato anticipato nella profezia. Geremia 25:11,12; 29:10-14 Come Daniele ha contato i settant'anni, e come gli altri lo hanno fatto, deve essere attentamente osservato. La deportazione a Babilonia si protrasse per oltre vent'anni; quindi uomini diversi presero una data di inizio diversa da cui contare i settanta. Daniele calcola dal primo assedio, la data della sua prigionia (606 a.C.). Zaccaria dal terzo assedio,

(1) dall'inizio di esso, 590 a.C.; Zaccaria 1:12

(2) dalla sua chiusura, 588 a.C. Zaccaria 7:1,5 I profeti scrissero ciascuno dal proprio punto di vista, e non ci sono discrepanze, anche se la scuola critica cerca di crearle

1.) Era subito dopo la caduta di Babilonia. (Ver

(1.) )

2.) Il Ciro della profezia era sul trono di Persia. Dario era solo vicegerente a Babilonia. Isaia 44:24-45:7 L'anno successivo Ciro emanò il suo decreto. Esdra 2:1,2

3.) Veniva offerto nel momento esatto del sacrificio della sera. (Ver. 21.)

II IL FONDAMENTO DELLA PREGHIERA. La Parola di Dio, contenuta nelle "Scritture". Dovremmo leggere il versetto 2 così: "Io, Daniele, compresi dalle Scritture il numero degli anni". L'espressione è, in verità, molto notevole, ed è stata presa per contestare la paternità di Daniele. Questo è detto in sostanza: l'espressione mostra che l'Antico Testamento, quando fu scritto il Libro di Daniele, era completo. Deve quindi essere stato scritto dopo la chiusura del canone dell'Antico Testamento; non allora da Daniele, ma da qualcuno molto più tardi. L'autore, chiunque fosse, ha inavvertitamente tradito se stesso. La risposta sarebbe meglio data mostrando storicamente la graduale formazione del canone fino a Mosè, e in particolare che dal suo tempo anche "le Scritture" ebbero un'esistenza riconosciuta. Vedi Westcott, su "The Canon", specialmente p. 251, nel "Dict. of the Bible" del Dr. Smith. Vedi anche Pusey su Giona 1:1 Ci basta notare che la preghiera di Daniele era fondata sulla profezia e sulla promessa del Dio di Daniele. Abbastanza per scopi pratici

III IL SUO CARATTERE SOLENNE E DELIBERATO. Immaginate vividamente la crisi. La prima grande potenza mondiale era già crollata. Quanto dureranno il secondo e il terzo, chi potrebbe dirlo? Allora sarebbe apparso il quarto, durante la cui esistenza sarebbe venuto "uno simile a un Figlio dell'uomo" "con le nuvole del cielo". Il liberatore dalla cattività (Ciro) era già apparso, era sul trono del potere

1.) Una simile preghiera non potrebbe essere respirata in mezzo agli affari della vita. Il ritiro, il tempo libero, la deliberazione, la solennità, erano tutti essenziali

2.) C'era stata una preparazione per questo. "Digiuno, sacco e cenere", cioè il ritiro dello spirito dal regno dei sensi, l'assunzione dell'abito del lutto, il segno dell'abbassamento e del dolore, cioè il gettare cenere sul capo

3.) Il modo di parlare di Daniele implica deliberazione e solennità. "Volgo la mia faccia", ecc. "Al Signore Dio", con forse la grata aperta "verso Gerusalemme".

IV IL SUO CONTENUTO. In un certo senso lo analizzeremmo; ma non per dissipare l'aroma del suo spirito devozionale dolcemente lamentoso

1.) L' invocazione. (Ver

(4.) ) In queste parole troviamo:

(1) Si fa riferimento ad alcuni dei gloriosi attributi di Dio. E:

(a) Sua Maestà. Tutto grande in lui

(b) Fedeltà al patto. Sia che i termini siano scritti nelle ordinanze del cielo, nella costituzione sociale dell'uomo, nello sviluppo della provvidenza, nel libro della Legge o nel vangelo di suo Figlio. Ma specialmente "il patto"

(c) Misericordia

(2) Un sentimento di risposta. Terrore. Non l'abiezione della paura, ma la prostrazione dell'amore riverente

2.) La confessione. In esso ci sono le seguenti specialità: Viene esposta l'iniquità della nazione:

(1) Nella sua grandezza. Termini che per noi sono quasi sinonimi nell'ebraico di Daniele espongono il peccato della nazione come fallimento, perversità, disordine, ribellione, allontanamento da tutto ciò che è più santo e migliore, disobbedienza all'unica voce suprema

(2) Nei suoi aggravamenti. La Legge disattesa. Profeti inascoltati. Vedi la storia. 2Cronache 36:14-16 Invano i giudizi divini

(3) Nella sua universalità. Le dieci tribù "lontane" e le due "vicine".

(4) Nei suoi effetti. L'adempimento del giuramento e della maledizione nelle desolazioni del tempio e della città, della Chiesa e della nazione

1.) La rivendicazione di Dio. (Vers. 7, 8, 11-14).

2.) Reclamo. L'obbrobrio del popolo e la rovina del santuario furono le grandi sofferenze del profeta (versetti 16, 17, 18). "Le nostre desolazioni".

3.) La petizione

(1) Il motivo. È destinato a:

(a) Nutrire l'ira. (Ver. 16.)

(b) Il riconoscimento della desolazione. (Ver. 18.)

(c) Il sorriso di favore di Dio. (Ver. 17.)

(d) Perdono. (Ver. 19.)

(e) Azione divina . (Ver. 19.)

(f) Soccorso immediato e rapido. (Ver. 19.)

(2) Il suo fondamento. Osservare:

(a) Daniele non ha mai dimenticato per un momento la relazione di patto di Dio. Nota: "Il Signore mio Dio"; "Il Signore nostro Dio";

(b) Verso la fine tutto l'argomento è tratto non da ciò che è l'uomo, ma da ciò che è Dio. "Secondo tutta la tua giustizia"; "Per amore del Signore"; "La città su cui è invocato il tuo nome"; "Per le tue grandi misericordie"; "Per amor tuo"; "La tua città e il tuo popolo sono chiamati con il tuo nome".

V LA RISPOSTA

1.) Istantaneo

2.) Più marcato

3.) Tramite un inviato angelico

In conclusione, osserva:

1.) Il nobile altruismo della preghiera. Tutti gli interventi

2.) La sua conseguente prevalenza. Ogni parola riceveva risposta. L'anno successivo uscì l'editto di Ciro per la restaurazione. - R

Omelie DI J.D. DAVIES Vers. 1-19.

L'onnipotenza della preghiera

L'uomo di preghiera esercita un'influenza maggiore sugli affari nazionali persino delle teste coronate. "La preghiera muove la mano che muove il mondo." Daniele in ginocchio era un uomo più potente di Dario sul suo trono. Daniele era al servizio del Re dei re; fu ammesso nella sala delle udienze dell'Altissimo; e ricevettero gli annunci della volontà divina. Dario ora serve principalmente come punto di riferimento nel corso del tempo per indicare una data; Daniele è ancora il maestro e il plasmatore degli uomini

LA VERA PREGHIERA SI FONDA SULLA CONOSCENZA DELLA VOLONTÀ DI DIO. La ragione per cui Daniele pregò così fervidamente per questa speciale benedizione era che dalle profezie di Geremia conosceva il proposito di Dio riguardo a Israele. Questa conoscenza, invece di rendere inutile la preghiera, la rese più necessaria. Poiché Dio non è fatalista, Ebrei non fissa assolutamente una data per certi eventi senza una buona ragione, né la fissazione è fatta indipendentemente da altri eventi. Quella data per la fine della schiavitù d'Israele teneva conto, attraverso la presenza divina, del temperamento e dei sentimenti prevalenti tra gli ebrei, teneva conto anche di questa stessa preghiera di Daniele. Parlando alla maniera degli uomini, l'intercessione di Daniele era un anello previsto nella catena degli eventi, e non poteva essere risparmiata. Forse Daniele non si rese conto della piena portata della sua responsabilità; tuttavia, sentiva che era necessario un cambiamento nella marea delle fortune di Israele, che la promessa divina attendeva di adempiersi e che molto dipendeva da una preghiera sincera. La speranza libera la lingua della preghiera. Se Dio si è proposto di benedire, possiamo supplicare con fiduciosa aspettativa

II LA PREGHIERA TRAE LA SUA ISPIRAZIONE DAL CARATTERE E DAGLI ATTRIBUTI DI DIO. È molto istruttivo notare come in questa preghiera Daniele fissi il suo sguardo su Dio, contempli le sue molteplici perfezioni e trovi in esse il combustibile con cui alimentare i fuochi della sua anima. Ebrei si diletta a pensare alla grandezza di Dio, alle sue vaste risorse di bene. Ebrei riposa con fiducia nell'immutabile fedeltà di colui che si era abbassato a fare un patto con Israele. Se i peccati della nazione deprimono le sue speranze, la misericordia di Dio lo esalta molto di più. Ebrei si compiace di contemplare l'infinita giustizia di Dio; poiché quella giustizia egli può trasmettere e trasmetterà al suo popolo supplicante. Ebrei estrae speranza anche dall'inviolabile giustizia di Geova, in quanto questo attributo assicura agli uomini il massimo beneficio di ogni graziosa promessa. Ebrei supplica che l'ira possa essere deviata da Gerusalemme, "secondo la giustizia" di Dio. Più volte Daniele insiste con la sua richiesta "per amore del Signore", "per amor di te stesso, o mio Dio". Questo è il pozzo inesauribile del conforto umano, cioè che Dio è ciò che è. Non ostacola il successo nella preghiera il fatto che siamo così bisognosi e così indegni. Il bene supremo è accessibile, perché la Fontana è così vasta e così infallibile

III LA PREGHIERA SVUOTA IL SUPPLICANTE DI SÉ. Più gli uomini pregano, più si separano dalla fiducia in se stessi, dall'ipocrisia, dall'importanza personale, dall'egoismo. Si perdono in Dio. Ogni forma di peccato che Daniele poteva trovare nella sua coscienza o nella sua memoria veniva confessata, e confessata con vero dolore. Ebrei riconosce i peccati personali e pubblici in ogni varietà di lingua. La malvagità positiva, la sordità alla voce divina, la negligenza dei comandamenti chiari, il disprezzo dei messaggeri speciali, il disprezzo dell'autorità sovrana di Dio, tutto è confessato in uno spirito di candore e umiltà. L'ascia è posata fino alla radice estrema dell'orgoglio. La sua anima è ammantata di vergogna. C'è un completo svuotamento di sé, una preparazione necessaria per essere riempiti con Dio

LA PREGHIERA IV IDENTIFICA IL SUPPLICANTE CON GLI ALTRI: È UN ATTO VICARIO. Nella preghiera prendiamo il posto degli altri, portiamo i loro fardelli e intercediamo per loro. Qui Daniele intercede per l'intera nazione. Gli ebrei considerano propri i peccati dei governanti, dei re, dei sacerdoti e dei giudici. L'intera nazione è rappresentata nella sua persona. Come in un'occasione successiva, le vite dei passeggeri e dell'equipaggio della nave egiziana furono salvate per amore di Paolo, così ora la restaurazione di Israele era dovuta in modo strumentale al sostegno di Daniele. Un uomo ipocrita avrebbe ripudiato l'idea di essere colpevole quanto gli altri; si sarebbe vantato delle sue virtù superiori. Non così Daniel. I peccati della nazione egli si attacca a sé, si sentiva, in un certo senso, responsabile del tutto; e cerca il favore divino, non per se stesso individualmente, ma per la comunità di Israele

LA PREGHIERA, PER AVERE SUCCESSO, DEVE CONSISTERE IN UNA SERIA SUPPLICA. Consapevole che tanto dipendeva dal suo successo nella causa, Daniele vi mise tutta la sua anima e decise che non avrebbe fallito per mancanza di serietà. Gli ebrei erano saliti al culmine della grande emergenza. Gli ebrei sapevano che "il tempo fissato per favorire Sion era ora venuto". Altri ostacoli furono ora rimossi. Dio si svegliò per essere misericordioso, attese la preghiera umana come l'ultimo anello della catena; e Daniele fu scelto per completare la serie di preparativi. Ogni possibile argomento che Daniele poté concepire o elaborare, lo impiegò nel suo assedio della cittadella celeste. E Dio lo permise non per conto suo, ma per suscitare un fervente desiderio e sviluppare una fede eroica. Se un uomo vede chiaramente il male che deriva dal non successo, userà il più fervido appello. Oppure, se discerne l'entità del dono che è in vista, tenderà ogni nervo della sua anima per ottenerlo. Il languore nella preghiera è figlio dell'ignoranza. La serietà è solo sobria sapienza. - D

3 E volsi la mia faccia verso il Signore Dio, per cercare con preghiere e suppliche, con digiuni, sacchi e cenere. La Versione dei Settanta qui è pedissequamente vicina; rende anTa, ('etruria) in accordo con il suo significato più comune, edwak, e la frase idiomatica, "cercare preghiera e supplica", è resa euJrein proseuchn. La vera traduzione è, come sottolinea il professor Bevan, "mettersi in preghiera". La teodozione è quasi altrettanto servile; solo che omette "cenere" e fa "digiuni". La Pescitta è vicina, ma non segue il cambio di costruzione nell'ultima frase. Sembra che Girolamo abbia letto: "mio Dio". La cessazione del culto nel tempio, con i suoi sacrifici, era naturalmente adatta a portare la preghiera come modo di adorazione a un preminente che prima non aveva mai avuto prima. Eppure troviamo preghiere fatte mentre il primo tempio era ancora in piedi, come la preghiera di Ezechia, 2Re 19:15 di Giosafat. 2Cronache 20:6 Il paragone è più naturalmente paragonabile alle preghiere di Esdra e Neemia, poiché l'argomento della loro supplica è simile a quello della preghiera che abbiamo davanti

Vers. 3-8.

Confessione dei peccati

I IL DOVERE DELLA CONFESSIONE. Ciò implica, in primo luogo, un riconoscimento della colpa nella nostra coscienza; e in secondo luogo, un'ammissione di esso alla presenza di Dio

1.) Se abbiamo peccato, è sbagliato ignorare il fatto o dimenticarlo, finché non ci siamo pentiti e siamo stati perdonati. Farlo favorirà l'insincerità e l'autoinganno, e indurirà il cuore nel peccato. Dobbiamo prima ammettere la nostra colpa a noi stessi

2.) Se abbiamo peccato, siamo tenuti a dichiarare la nostra colpa davanti a Dio. La colpa non deve essere nascosta nell'oscurità segreta della nostra coscienza. Bisogna confessarlo. Anche se possiamo confessare i nostri peccati gli uni agli altri, il dovere supremo è quello di confessarli a Dio, perché

1.) Abbiamo peccato contro di lui;

2.) egli è il nostro Giudice;

3.) egli è nostro Padre;

4.) Solo Lui può liberarci dalle conseguenze e dal potere del peccato

II LE PROVE DELLA CONFESSIONE SINCERA. NESSUN dovere è più spesso obbedito solo in forma esteriore, eppure non c'è dovere in cui l'irrealtà e la superficialità siano più fatali

1.) Una prova di sincerità è la presenza di un vero dolore (ver. 3). Ci può essere una cruda ammissione di colpa senza alcun sentimento di rimorso. Questo non ha alcun valore

2.) Un'altra prova è il sentimento di vergogna: "confusione dei volti". C'è una confessione che si glorifica della malvagità. La vera confessione è autoumiliante. Genesi 3:7-10

III I MOTIVI DELLA CONFESSIONE

1.) Una considerazione della nostra condotta alla luce della natura e del carattere di Dio

(1) Realizzeremo la nostra colpa in confronto alla giustizia di Dio, che è lo standard di perfezione. È la luce del giorno della presenza di Dio che rivela i difetti del nostro lavoro

(2) Saremo spinti a confessare il nostro peccato a Dio quando vedremo la sua grandezza, che non può sopportare il peccato; la sua fedeltà, che è fedele alla sua parte del patto, sebbene noi siamo falsi alla nostra (versetto 4); e la sua misericordia, che perdona il penitente (versetto 9)

2.) Una considerazione della nostra condotta alla luce dei nostri obblighi

(1) Noi siamo sudditi del grande Re, quindi il nostro peccato è tradimento: "ci siamo ribellati".

(2) Viviamo sotto un governo spirituale, e non siamo lasciati alla nostra inclinazione a modellare la nostra condotta; quindi la nostra malvagità è la violazione della legge: ci siamo "allontanati dai precetti e dai giudizi di Dio".

(3) Siamo stati illuminati dalla rivelazione divina. Non possiamo invocare l'ignoranza. Anche i pagani hanno un po' di luce della coscienza e della natura. Romani 1:18-20 Abbiamo la luce più chiara della profezia, e la nostra colpa è che "non abbiamo dato ascolto ai servi di Dio, i profeti"

IV L'APPLICAZIONE PERSONALE DEL DOVERE DELLA CONFESSIONE

1.) È universale. Daniele include uomini di tutte le classi sociali e in tutte le situazioni. Non possiamo scrollarci di dosso la nostra colpa lasciando le scene dei nostri peccati. Portiamo con noi questo fardello (versetto 7). I ricchi e i grandi non ne sono esenti (ver. 8)

2.) È personale. Il profeta scrive in prima persona: "noi". La confessione deve essere individuale

(1) Dovremmo riconoscere e confessare i nostri peccati speciali, i nostri peccati che ci assillano, i peccati che sono in particolare i nostri difetti caratteristici, i diversi tipi di peccato, i singoli atti di peccato. La confessione della colpa generale è spesso vaga e non si associa strettamente alla nostra esperienza

(2) Dovremmo riconoscere la condizione peccaminosa del cuore di cui questi peccati speciali sono sintomi, e confessare il nostro peccato così come i nostri peccati. Salmi 51:5

V I FINI DELLA CONFESSIONE

1.) È giusto per se stesso, come prova di sincerità. 1Giovanni 1:8

2.) È una condizione necessaria del perdono. 1Giovanni 1:7

3.) È il primo passo verso una vita migliore. Quando ammettiamo il male del passato, siamo più in grado di fare meglio per il futuro. Salmi 51:7-10

4 E pregai l'Eterno, il mio Dio, e feci la mia confessione, e feci la mia serva, o Eterno, Dio grande e tremendo, osservando l'alleanza e la misericordia verso quelli che lo amano, e verso quelli che osservano i suoi comandamenti. Le versioni non richiedono commenti. La prima frase è in qualche modo una ripetizione della fine del versetto precedente, e può quindi essere l'indicazione che ci sono state due recensioni; allo stesso tempo, lo stile orientale consente una maggiore ripetizione e ridondanza rispetto a quanto sarebbe consentito nei paesi occidentali. C'è qui un riferimento a Deuteronomio 7:9, da cui quest'ultima frase è citata testualmente. È anche citato con uguale esattezza in Neemia 1:5. Il capitolo del Deuteronomio mostra l'amore di Dio per Israele, e quindi, poiché quell'amore è la sua supplica, Daniele si appella ad esso. Notiamo l'evidenza di un'attenta conoscenza della Scrittura precedente

5 Noi abbiamo peccato, abbiamo commesso iniquità, abbiamo agito malvagiamente e ci siamo ribellati, allontanandoci dai tuoi precetti e dai tuoi decreti. Anche se per il resto è vicina, nessuna delle versioni greche conserva il cambiamento di costruzione prima dell'ultima frase, che è esposto nelle versioni inglesi. La Pescitta fallisce in questo modo, ma usa i participi dappertutto. Questo verso ha una forte somiglianza con Neemia 1:6,7, solo che in Neemia c'è più elaborazione e tutti i segni di uno sviluppo successivo. C'è un climax qui dal semplice peccato alla ribellione; Allo stesso tempo, questo ammucchiare di termini così quasi sinonimi è più liturgico che letterario; queste parole potrebbero essere state usate nel servizio nella sinagoga di Babilonia

6 Non abbiamo dato ascolto ai tuoi servi, i profeti, che parlavano nel tuo nome ai nostri re, ai nostri capi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese. La Settanta, pur concordando in linea di massima con i massoretici, traduce "a tutto il popolo del paese" con "a ogni nazione della terra". La teodozione è più accurata, ma la Pescitta mantiene l'ambiguità. Daniele continua la sua confessione di peccato. Non solo non osserveranno i comandamenti di Dio, ma quando Dio mandò dei profeti, uomini dei loro fratelli, a parlare loro con voce umana, essi non vollero ascoltare. La designazione degli abitanti ordinari, la gente comune, come xrahAμ ('am ha'aretz.) è un uso che divenne più pronunciato in tempi successivi, quando tutti coloro che non erano istruiti come rabbino erano chiamati 'am ha'aretz. La somiglianza è sorprendente tra questo passaggio e Neemia 9:30-32. È, forse, impossibile stabilire su basi meramente critiche quale sia la forma più primitiva. C'è molto in entrambi i passaggi che suggerirebbe una terza forma, la fonte indipendente di entrambe. Non è improbabile che la fonte fosse una preghiera liturgica. Essendo il più breve, il passaggio davanti a noi potrebbe essere più vicino a questa fonte originale

7 Vers. 7, 8.-O Eterno, a te appartiene la giustizia, ma a noi la confusione dei volti, come oggi si fa agli uomini di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme e a tutto Israele, che sono vicini e lontani, in tutti i paesi dove tu li hai dispersi, a causa della loro colpa che hanno commesso contro di te. O Signore, a noi appartiene la confusione della faccia, ai nostri re, ai nostri principi e ai nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te. Le versioni sono tutte molto vicine al testo massoretico. La variazione più importante è la ripetizione da parte di Teodozione della prima clausola del versetto 7 all'inizio del versetto 8. Nessuna delle versioni inglesi mette in evidenza il contrasto in ebraico della seconda frase del versetto 7; è "l'uomo", non gli "uomini", di Giuda. Questo contrasto è osservato da Teodozione e Girolamo, ma non dalla LXX o dalla Peshitta. Questi due versetti hanno una forte somiglianza con RAPC Bar 1:15,16: "E voi direte: Al nostro Dio appartiene la giustizia, ma a noi la confusione delle facce, come avviene oggi all'uomo di Giuda, agli abitanti di Gerusalemme, ai nostri re, ai nostri principi e ai nostri sacerdoti, e ai nostri profeti e ai nostri padri". Questa confessione è introdotta nel testo di Baruc come citazione. I prigionieri del fiume Lud inviano denaro a Gerusalemme per offerte e sacrifici, e con il denaro inviano certi consigli. Poiché le circostanze in cui la versione di Baruc pretende di essere stata scritta non si adattano naturalmente alle parole usate, possiamo, pensiamo, non avere difficoltà a riconoscere che non si tratta di una recensione primitiva. Le parole hanno l'aspetto di una preghiera liturgica. La relazione tra il presente passaggio e Geremia è stretta; "confusione del volto" ricorre in Geremia 7:19 e in Esdra 9:7. Il caso più marcato è la collocazione "uomo di Giuda e inbabitanti di Gerusalemme". Questa frase è frequente in Geremia; ad esempio, Geremia 4:4, 11:2, 17:25. C'è anche una somiglianza con Ezechiele nella frase: "il loro fallo che hanno commesso contro di te"; ad esempio Ezechiele 15:8; 20:27. Il linguaggio è quindi in stretta drammaturgia per chi ha appena studiato i profeti della cattività. Ai nostri re, ai principi dei remi. Questo non poteva essere usato naturalmente dopo la data di Daniele. Per colui che ricordava i re e i principi di Giuda e di Gerusalemme, questo linguaggio è naturale. Nell'epoca di Epifane sarebbe assurdo e privo di significato. La frase è usata nella preghiera liturgica in Neemia, perché c'è una narrazione della storia del popolo. Quando confrontiamo il Salterio di Salomone, troviamo che l'unico Re d'Israele è Dio: eppure Alessandro Ianneseo, che non era morto da molto tempo quando fu scritto quel Salterio, aveva assunto la corona; e i suoi figli avevano fatto a gara per il possesso di esso

9 Vers. 9, 10.-Al Signore nostro Dio appartengono misericordie e perdono, anche se ci siamo ribellati contro di lui, e non abbiamo ubbidito alla voce del Signore nostro Dio, per camminare secondo le sue leggi, che egli ha poste davanti a noi per mezzo dei suoi servi, i profeti. La Settanta rende l'ultima frase: "La Legge che tu hai dato davanti a Mosè, e noi per mezzo dei tuoi servi i profeti". C'è un cambiamento qui che ha l'aspetto di marcare un'interpolazione. La preghiera cessa e inizia una narrazione esplicativa. Nel contenuto assomiglia al passaggio parallelo in Bar

(1.), ma è molto più breve, e quindi è più probabile che sia il più vecchio. "Perdono" ricorre solo qui e Neemia 9:17 in una preghiera che altrimenti sembra presa in prestito da quella che abbiamo davanti

11 Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge, anche se se ne sono andati, per non ubbidire alla tua voce; perciò la maledizione è stata riversata su di noi, e il giuramento che è scritto nella legge di Mosè, servo di Dio, perché abbiamo peccato contro di lui. Le versioni non presentano alcun punto degno di particolare considerazione. La preghiera viene ripresa durante la maggior parte di questo versetto. Il riferimento qui è a Levitico 26:14 e Deuteronomio 28:15, la probabilità è più a favore di quest'ultimo, dal riferimento al "giuramento". L'ultima frase è una nuova caduta nello stile narrativo. Nel passaggio parallelo di Baruch è narrativo in tutto. Questa frase potrebbe essere stata facilmente una glossa aggiunta da uno scriba e inserita nel testo da un copista. Tuttavia, potrebbe esserci semplicemente un errore nel suffisso prenominale

12 Ed egli ha confermato le parole che aveva pronunziate contro di noi e contro i nostri giudici che ci hanno giudicati, facendo venire su di noi una grande sventura, perché sotto tutto il cielo non è stato fatto ciò che è stato fatto a Gerusalemme. La LXX differisce alquanto : "Ed egli ha confermato contro di noi (esthsen hJmin) le sue parole (prostagmi), come ha detto contro di noi, e contro i nostri giudici, tali grandi mali che tu ci hai giudicato (ekrinav hJmin), per far venire su di noi". Il resto è falsamente in accordo con il Massoretico. È chiaro che nel testo precedente al traduttore dei LXX la parola era shephattanoo invece di shephatoonoo, vale a dire, t (tau) invece di w (vav). Queste lettere nelle scritture precedenti erano soggette a confusione. Il significato attribuito a shaphat in questa lettura è insolito; ma questo è piuttosto a favore del fatto che sia la vera lettura; e il ritorno alla seconda persona, sebbene imbarazzante, ha anche un peso. La Teodozione e la Pescitta non richiedono osservazioni. L'uso della parola "giudici" per i governanti in generale dovrebbe essere notato. Se prendiamo la lettura massoretica, ci può essere una reminiscenza di 2Re 23:22. Presso i Cartaginesi i principali magistrati portavano il titolo di suffetes, equivalente a shopheteen. Sotto tutto il cielo non è stato fatto come il bagno è stato fatto su Gerusalemme. Tale linguaggio deve essere considerato in ogni caso come l'esagerazione del dolore; ma avrebbe qualcosa di simile a una giustificazione due volte nella storia di Gerusalemme, e solo due volte: dopo la presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, e dopo la sua presa da parte di Tito. Nessuno ha sostenuto che l'origine di Daniele sia così tarda come quest'ultimo evento; quindi siamo rigettati sul primo. Avendo davanti a sé il fatto che i templi erano stati saccheggiati dappertutto, profanati e le città saccheggiate, lo scrittore non avrebbe potuto considerare il caso di Gerusalemme, e il suo tempio, ai giorni di Epifane, come unico sotto tutto il cielo. Dopo la presa di Gerusalemme da. Nabucodonosor, il tempio fu lasciato a rum e la città deserta. Tale misura, per quanto ne sappiamo, non fu applicata da Nabucodonosor a nessun'altra città. Solo raramente anche i monarchi niniviti si erano vendicati in modo così terribile sui sudditi ribelli

13 Com'è scritto nella legge di Mosè, tutto questo male è venuto su di noi, ma non abbiamo fatto la nostra preghiera davanti al Signore nostro Dio, per convertirci dalle nostre iniquità e comprendere la tua verità. La LXX rende "leggi", diaqhkh, "patto", che si applica alla "Legge" Ebrei 9:20, citando da Esodo 24:8; Deuteronomio 29:1. La Teodozione concorda in linea di massima con il testo massoretico. La Pescitta differisce solo per aver unito la prima frase del versetto successivo a questa. Ewald fa il suffisso prenominale alla fine del versetto in terza persona, non in seconda. La stessa goffaggine della costruzione è una prova a favore della lettura accettata: "Come è scritto nella Legge di Mosè". I passaggi a cui si fa riferimento sono quelli indicati in precedenza. Levitico 26 Deuteronomio 28 Tutto questo male è venuto su di noi, le maledizioni di cui si parla lì. Eppure non abbiamo fatto la nostra preghiera davanti al Signore nostro Dio; letteralmente, supplicare il viso. Essendo il volto il segno del favore, "non implorare il favore del Signore" sarebbe realmente ciò che si intende; quindi non proprio come rende Ewald, "non placato Jahve". Comprendi la tua verità. Hitzig pensa che qui il riferimento sia alla fedeltà di Dio, sia nelle promesse che nelle minacce. Keil obietta a questo, sostenendo che baamitheka con la preposizione be non può significare "fedeltà", ma "verità". Questo è un errore; La preposizione potrebbe alterare il significato del verbo che segue, ma non quello del sostantivo che governa. La verità è che la parola qui è estesa al suo significato più pieno, "la suprema realtà di Dio". L'essere Dio di Dio implica necessariamente che ogni parola che pronuncia di promessa o di minaccia sia vera; la veridicità e la fedeltà sono ugualmente implicate nel fatto che Geova sia Dio. Agisce nello stesso tempo, dalla connessione è il male - i giudizi - che aveva minacciato quella massa più ampiamente nella mente del profeta

14 Perciò l'Eterno ha vegliato sul male e l'ha fatto venire su di noi, perché l'Eterno, il nostro Dio, è giusto in tutte le opere che fa, perché noi non abbiamo ubbidito alla sua voce. Le versioni greche concordano con questo, salvo che la LXX ha "Signore Dio" sia nel primo caso che nel secondo. Anche la Peshitta, quando si ricorda la diversa divisione dei versetti, è identica. C'è un'evidente somiglianza qui con Geremia 44:27 : "Ecco, io veglio su di te per il male e non per il bene". Il verbo shaqad è piuttosto raro, ricorre solo dodici volte nelle Scritture e cinque di queste volte in Geremia. Non è sempre un guardare male; in Geremia 31:28 i due significati sono contrapposti. Segue poi un riconoscimento della giustizia di Dio nel trattare con loro in questo modo: RAPC Bar 2:9 è davvero una versione di questo versetto; l'originale ebraico sarebbe quasi identico. Ci sono poche indicazioni che, se questo versetto fosse da solo, permetterebbero di decidere quale sia il più primitivo

15 Ed ora, o Eterno, nostro Dio, che hai fatto uscire il tuo popolo dal paese d'Egitto con mano potente e ti hai reso famoso, come oggi, Abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente

Le versioni sono in accordo con il testo masoretico. Questo versetto ha anche molte somiglianze con Geremia 32:20,21. Hai fatto uscire il tuo popolo dal paese d'Egitto con mano potente In Geremia abbiamo: "Ha fatto uscire il tuo popolo Israele con segni, con prodigi e con mano potente". In Geremia è più pieno, in Daniele abbiamo solo un riferimento condensato. Ti hai fatto la fama, come oggi. Questa è una citazione esatta di Geremia. L'esattezza è oscurata nella nostra Versione Autorizzata, in cui), Geremia 32:20 è dato "Ti hai fatto un nome, come in questo giorno:" le parole rese, "ti ha fatto un nome", in Geremia, sono esattamente le stesse di queste rese sopra, "ti ha fatto fama". L'ultima frase è in gran parte una ripetizione dell'apertura del versetto 5, "abbiamo peccato", abbiamo mancato il bersaglio; "abbiamo agito malvagiamente", ha trasgredito violentemente

16 O Eterno, ti esorto, secondo tutta la tua giustizia, la tua ira e il tuo furore siano allontanati dalla tua città, Gerusalemme, monte santo, perché per i nostri peccati e per le iniquità dei nostri padri, Gerusalemme e il tuo popolo sono divenuti un obbrobrio per tutti quelli che ci circondano. La traduzione dei Settanta qui è in stretto accordo con quella massoretica. L'unico punto da notare riguardo a Teodozione è che egli dà il significato tardivo, e in questo caso inapplicabile, di "giustizia" di ejlehmosunh, "elemosina". La Peshitta, immaginando una certa mancanza di completezza nell'ultima frase, inserita dopo "Gerusalemme" "è sparsa in tutte le terre". L'appello è rivolto alla giustizia di Dio, perché ora i settant'anni si avvicinavano alla loro fine, e la giustizia di Dio era implicata nel fatto che il tempo non fosse superato. "'Giustizia' qui significa il giusto trattamento (wohlverhalten) di Dio verso il suo popolo in riferimento all'adempimento delle sue promesse" (Behrmann). "Giustizia" è in realtà giustizia, al plurale, il riferimento è alle molte prove che Dio ha dato in passato della sua benevolenza (Keil). "La tua città Gerusalemme, il tuo monte santo", forma un ulteriore argomento: "Il monte della tua santità". Salmi 2:6 Un vituperio per tutti quelli che ci circondano . C'è qui una sorprendente somiglianza con Geremia: ripetutamente nelle sue profezie gli ebrei sono minacciati che diventeranno un vituperio (herpa). Qui c'è una somiglianza particolare con Geremia 29:18, la lettera di Geremia, a cui si fa riferimento all'inizio del capitolo. Tutta questa preghiera è satura di frasi prese in prestito da Geremia. Anche l'apocrifo Libro di Baruc, che ha ampliato la preghiera di Tiffs, ha attinto da Geremia

Vers. 16-19.

Preghiera per il perdono

Nel suo tono e nel suo carattere, nei fini che cerca e nelle suppliche che sollecita, questa preghiera di Daniele può essere considerata come una preghiera modello per il perdono dei peccati

I IL SUO CARATTERE. L'atmosfera stessa di questa preghiera è purificatrice e ispiratrice. È caratterizzato da diverse caratteristiche importanti

1.) Contrizione. Segue una confessione del peccato (vers. 5-8), e ammette francamente che le calamità presenti sono le conseguenze meritate del peccato (vers. 16). Il perdono è possibile solo dopo il pentimento Atti 3:19) e la confessione. 1Giovanni 1:7

2.) Serietà. Questa è la caratteristica più sorprendente della preghiera: le sue brevi frasi appassionate, le sue ripetizioni, i suoi scopi pratici diretti, sono prove della realtà e dell'intensità del desiderio. Possiamo aspettarci che Dio ascolti le nostre preghiere in proporzione alla nostra serietà nell'offrirle. Dio attende una riverente importunità, e raggiunge il suo fine, come con Abramo, Genesi 18:23-33 Giacobbe, Genesi 32:26 Mosè, Esodo 32:7-14 e nella parabola di nostro Signore della vedova importuna. Luca 18:1-7

3.) Fede. Nella sua angoscia il profeta cerca il suo Dio, sebbene il peccato sia stato commesso contro il suo Dio. La fede confessa che non c'è aiuto se non in Dio. La fede persiste nell'implorare Dio e si affida alla sua misericordia

II IL SUO OGGETTO. L'oggetto di questa preghiera è il perdono dei peccati. Tutto il nostro male più grande viene dal peccato, e può essere rimosso solo quando il nostro peccato è perdonato. Il perdono porta con sé tutte le migliori benedizioni

1.) L'allontanamento dell'ira di Dio. (Ver. 16.) L'effetto peggiore del nostro peccato si vede nelle mutate relazioni tra le nostre anime e Dio. Dio è arrabbiato con noi. L'essenza del perdono non è la remissione delle pene, ma il ristabilimento di relazioni amichevoli tra Dio e l'uomo. Si tratta di una riconciliazione personale piuttosto che di un'assoluzione legale

2.) Il risveglio della simpatia di Dio. Il profeta prega: "Porgi l'orecchio e ascolta; apri i tuoi occhi". Il perdono non è semplicemente la cessazione negativa dell'ira di Dio. È il ripristino positivo della sua simpatia

3.) L'aiuto pratico di Dio. "Fa' risplendere il tuo volto"; "ascolta e agisci"; "Non rimandare", sono petizioni pratiche e sincere. Dopo la riconciliazione spirituale, possiamo naturalmente chiedere aiuto nelle calamità esterne che i nostri peccati hanno portato su di noi. Il perdono è la prefazione all'aiuto attivo

III I SUOI MOTIVI. Il profeta non ha alcuna eccezione di merito. Non possiamo chiedere nulla per la nostra giustizia. Tutte le nostre suppliche devono essere trovate, come Daniele trovò le sue, nel carattere e nelle azioni di Dio

1.) La giustizia di Dio. Questo è un appello,

(1) perché implica la sua fedeltà alle sue promesse di perdono al penitente; Levitico 26:40-44 e

(2) perché la giustizia è più onorata dal perdono che distrugge il peccato che dall'ira che lo punisce soltanto. Isaia 45:21

1.) L'onore di Dio. Gerusalemme è "il monte santo di Dio"; la città è "chiamata col suo nome". Dio è disonorato nell'umiliazione del suo popolo, ed è glorificato nella sua restaurazione. Numeri 14:13-16

2.) La misericordia di Dio. (Ver. 18.) Ogni preghiera dipende dalla grazia gratuita di Dio. La preghiera per il perdono si basa su quella grazia che ha pietà della miseria e trascura le offese, la grazia che chiamiamo misericordia. Questa supplica è espressa dalla frase cristiana, "per amore di Cristo", perché Cristo è sia la Rivelazione della misericordia di Dio che il Sacrificio attraverso il quale essa diventa raggiungibile

17 Ora dunque, o Dio nostro, ascolta la preghiera del tuo servo e le sue suppliche, e fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario che è desolato, per amore del Signore. La Settanta differisce qui: "Ora porgi orecchio, o Signore, alla preghiera del tuo servo e alle mie suppliche; per amor del tuo servo innalza il tuo volto sul tuo monte santo che è desolato, o Signore". L'omissione del vav in tahenoonayiv darebbe luogo alla traduzione della LXX "le mie suppliche". Avevano già letto ynda, Údb. Certamente la traduzione dei Settanta dà un senso migliore rispetto al cambiamento violento della terza persona dalla seconda. Keil avrebbe evitato la difficoltà traducendo "perché tu sei il Signore", una traduzione che è indipendente dalla grammatica ebraica. La congiunzione non sarebbe naturalmente lemaan (ml), ma forse 'eqeb asher (rva bq). Inoltre, il nome del patto sarebbe stato certamente usato in tale contesto, e sarebbe stato necessariamente seguito da "tu". Così com'è, in realtà afferma che le desolazioni sono dovute al Signore, un'affermazione che non sarebbe pertinente al tenore della preghiera. La lettura della LXX è quindi migliore qui. La teodozione è più vicina al testo massoretico, ma invece di "O nostro Dio", si legge "O Signore nostro Dio", ed evita il cambio di persona nell'ultima frase leggendo ynda come un vocativo, e inserendo sou. La Pescitta ha "la nostra supplica" ed evita l'imbarazzante cambiamento di persona leggendo "per amore del tuo nome". Girolamo dà una resa abbastanza accurata del Massoretico. solo nell'ultima frase omette "Signore" e rende temet ipsum. L'influenza del Salterio si può vedere in questo versetto. La prima frase è una versione leggermente modificata e condensata di Salmi 143:1. Il verbo che dovrebbe aprire il secondo membro viene omesso. La parola tahooneem non è molto comune. Fa' che il tuo volto risplenda sul tuo santuario ha una stretta somiglianza con Salmi 80:3,7,19. Poiché non avevano sacrifici nel tempio a Babilonia, gli ebrei prigionieri avrebbero avuto solo i salmi del santuario per mantenere vivo il senso dell'adorazione nei loro cuori

18 Vers. 18, 19.-O mio Dio, porgi l'orecchio e ascolta; apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni e la città sulla quale è invocato il tuo nome, perché non presentiamo le nostre suppliche davanti a te per le nostre giustizie, ma per le tue grandi misericordie. O Signore, ascolta; O Signore, perdona; O Signore. ascolta e agisci; non differire, per amor tuo, o mio Dio; perché il tuo nome è invocato nella tua città e nel tuo popolo. La versione dei Settanta differisce poco da quella massoretica; Leggono "ascoltami" invece di semplicemente "ascolta". Il traduttore collega anche la "desolazione" con la città, contro la grammatica. La LXX aggiunge: "Siate propizi a noi (su iJlateuson)". La ripetizione del vocativo nel diciannovesimo versetto è omessa, ma "Sion" e "Israele" sono inseriti rispettivamente dopo "città" e "popolo". Theodotion è in accordo ancora più stretto con il testo ricevuto. La Pescitta è molto vicina, ma aggiunge "rovina" alla "desolazione". La Vulgata non offre alcun motivo di osservazione. Le nostre desolazioni. La parola usata qui ricorre nelle Lamentazioni. Nelle profezie di Geremia viene usata una parola affine, che differisce da quella che ci precede solo nella vocalizzazione comp. Geremia 25:12, dove viene applicata a Babilonia dopo che i settant'anni di dominio babilonese sono finiti, Che è invocata con il tuo nome. Questa frase è usata ripetutamente nella Geremia 7. del tempio. Presentate le nostre suppliche. Le parole usate suggeriscono l'atteggiamento nel presentare una petizione: prostrarsi davanti alla persona a cui è indirizzata. È uno di quelli usati frequentemente in Geremia, a volte per le persone, Geremia 38:26 di Dio. Geremia 42:9 Non a motivo della nostra giustizia. C'è un notevole progresso nell'intuizione spirituale mostrato da questo. L'antica posizione era la ricompensa secondo la giustizia, e la misericordia a causa di essa. Gli ebrei prima della cattività avevano l'idea pagana di pagare Dio con il sacrificio per i benefici ricevuti o richiesti; ma la lunga cessazione del sacrificio li sollevò al di sopra di questo. Ma per la tua grande misericordia. Questa supplica a Dio, perché in passato ha moltiplicato le sue misericordie, si colloca sullo stesso piano elevato. Troviamo una frase simile in Neemia 9., solo come occasione di ringraziamento. Il professor Fuller osserva che la ripetizione della parola Adonai, e le brevi frasi, danno alla preghiera un senso di intensità adatto alle circostanze. Le parole usate sono tutte echi di Geremia; ad esempio, "perdonare", "ascoltare" sono usati in collegamenti che si addicono allo studio di Geremia da parte di Daniele. È impossibile non osservare quanto questa preghiera sia colorata da Geremia

Excursus su Baruc e Daniele

Il professor Ewald, nella sua "Storia di Israele" (v. 206), e successivamente nei suoi "Profeti di Israele", sottolinea la somiglianza tra i capitoli iniziali dell'apocrifo Libro di Baruc e il nono capitolo di Daniele. Dopo, in primo luogo, aver arbitrariamente assegnato Baruc al periodo persiano, egli assume una tendenza a ribellarsi contro i Persiani, cosa di cui non abbiamo alcuna prova. Certamente non abbiamo prove contro questo, perché non abbiamo alcuna storia di quel periodo. Ebrei presume che ci fosse una comunicazione costante tra la comunità ebraica di Gerusalemme e quella di Babilonia durante questo periodo, il che, sebbene possibile, non è certo. L'ulteriore supposizione, tuttavia, che la comunità ebraica babilonese avrebbe adottato un espediente così ingombrante come l'apocrifo Libro di Baruc per trasmettere il proprio consiglio agli ebrei di Gerusalemme, per evitare la ribellione, è strana per un uomo dell'acutezza di Ewald. Con l'ipotesi introduttiva del Libro di Baruc, la comunità ebraica di Babilonia invia una lettera di Baruc al resto degli ebrei di Gerusalemme. Se così fosse, allora è a Gerusalemme, non a Babilonia, che si potrebbe supporre che questa lettera, o una copia di essa, sia ritrovata. Perciò il falsario è da cercare tra i Giudei di Gerusalemme, non tra quelli di Babilonia. A Gerusalemme sarebbe stata, necessariamente, messa in scena la farsa di trovare questa epistola. Nel complesso, non sembra esserci alcun supporto per la data o l'origine assegnata da Ewald a questo libro. Naturalmente, se avessimo potuto presumere che la conclusione di Ewald riguardo alla data di Baruc fosse corretta, sarebbe stata vantaggiosa per la nostra ulteriore argomentazione

Ewald presume inoltre che la parte iniziale di Baruc sia stata l'originale da cui è stata imitata la preghiera nel nono capitolo di Daniele. La somiglianza non può essere negata, la domanda da risolvere è: qual è l'originale e quale l'imitazione? È una regola generale, e di applicazione quasi universale, che la forma più breve di un componimento poetico - e la preghiera in Daniele e in Baruc ha questo carattere - sia la più originale. Indiscutibilmente, se applichiamo questo test, la preghiera nel Libro di Baruc è successiva alla preghiera parallela in Daniele 9. In Baruc la preghiera occupa almeno sessanta versetti, in Daniele solo sedici. Non insisteremmo sul semplice fatto della brevità, se questo fosse da solo come prova della priorità di Daniele, come è possibile, ma pensiamo poco più che appena possibile, che la versione di Daniele possa essere un riassunto di quella di Baruc, anche se i riassunti sono molto più rari nella letteratura poetica delle espansioni. La natura delle differenze sembra essere più naturalmente dovuta all'espansione che alla sintesi

Così, se confrontiamo due passaggi strettamente paralleli, RAPC Bar 2:9-12 e Daniele 9:14,15, troviamo che le differenze sono tutte dovute a espansioni in Baruc su cambiamenti che potrebbero sembrare rendere più facile la successione del pensiero. Di questi ultimi, un esempio sono "le opere che egli ci ha comandato", paragonate a "le opere che egli compie". Il primo rende più facile il passaggio al pensiero della disobbedienza. È possibile che questo cambiamento sia dovuto al fatto che il traduttore ha interpretato male l'ebraico prima di lui. Le espansioni sono più ovviamente aggiunte al testo: hanno il carattere invariabile di tali cose, aggiunte alle parole di un passaggio senza essere alcuna vera aggiunta al senso. Così l'ultima frase di Daniele 9:14, "Poiché non abbiamo ubbidito alla sua voce", è ampliata in "Eppure non abbiamo dato ascolto alla sua voce per camminare nei comandamenti del Signore che egli ci ha posti dinanzi". Dopo le prime otto parole, che possono essere considerate esattamente equivalenti alle sei di Daniele, il resto è mera espansione. Di nuovo, l'ultimo ottuso di Daniele 9:15, "abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente", è espanso in "O Signore nostro Dio, abbiamo peccato, abbiamo agito empio, abbiamo agito ingiustamente in tutte le tue prescrizioni". Chiunque può vedere che qui le differenze sono mera espansione, senza alcuna aggiunta al pensiero. Potremmo portare avanti la nostra indagine, e renderemmo solo più chiaro il nostro punto; ma questa sarebbe una semplice perdita di tempo. Questa espansione e parafrasi dimostrano la dipendenza di Baruc da Daniele, e quindi la priorità di quest'ultimo

Più importante è la totale incapacità dello scrittore di Baruc di comprendere la condizione delle cose nel momento in cui suppone di scrivere. Nella barra RAPC 1:2 ci viene detto che i Caldei "presero Gerusalemme e la diedero alle fiamme". In seguito Gerusalemme cessò di essere abitata, poiché Ghedalia rimase a Mizpa. Eppure RAPC Bar 1:10 gli ebrei babilonesi dicono di aver inviato denaro "per comprarvi olocausti e sacrifici per il peccato", che sarebbe impossibile presentare davanti a Dio poiché il tempio era un ammasso di rovine. Geremia 41:5 non può essere citata contro questo, perché i Sichemiti e i Samariziani lì menzionati stanno portando un sacrificio incruento, che potrebbe essere offerto al Signore sulle rovine; ma non c'è parola di olocausti o di sacrifici per il peccato. E in armonia con ciò non c'è enfasi nella preghiera di Baruc, come c'è nella preghiera di Daniele, sull'assolutezza della desolazione di Sion. Secondo la supposizione del Libro di Baruc, Gerusalemme aveva ancora abitanti, e c'era ancora un sommo sacerdote, uno stato di cose del tutto in disaccordo con quello implicito nel Libro di Esdra. Non si può rilevare un simile anacronismo in Daniele; tutta la sua preghiera parla costantemente della desolazione di Gerusalemme. Menzioniamo solo il fatto che il sommo sacerdote "Gioacchino, sen di Cheleia, sen di Salem" RAPC Bar 1:7 non esiste nell'elenco dei sacerdoti che troviamo in Cronache e Neemia. in 1Cronache 6:15 ci viene detto che Iozadac "andò in cattività", e sappiamo che Giosuè era suo figlio. Non daremo l'accento all'altrimenti inaudito ritorno nella terra di Giuda dei vasi "che Sedecias, figlio di Joaias, re di Giuda aveva fatto", RAPC Bar 1:8 né sulla data nel primo versetto, "il quinto anno nel settimo giorno della bocca"; sono in perfetta armonia con il tono generale non storico dell'intero libro. Il Libro di Daniele non ha nulla di simile

Un altro errore storico deve essere notato, uno che dimostra la dipendenza di Baruc da Daniele, e confuta la visione opposta. Gli ebrei babilonesi dichiarano la loro intenzione di vivere "all'ombra di Nabucodonosor, re di Babilonia, e all'ombra di Baldassarre suo figlio". Questo fa di Baldassarre il figlio di Nabucodonosor, e il suo socio sul trono, in contraddizione con la storia come la conosciamo ora. Ora sappiamo che Baldassarre non era figlio di Nabucodonosor, ma di Nabunahid. Gli ebrei possono essere stati il nipote del grande conquistatore, ma non il suo vero figlio. Le affermazioni di Daniele, sebbene suscettibili di essere interpretate nel senso in cui l'autore di Baruc le ha prese, non necessitano di questo senso, come abbiamo mostrato sopra. In Daniele Baldassarre non è mai descritto come figlio di Nabucodonosor nello stesso modo in cui Dario è chiamato figlio di Assuero. È vero che Nabucodonosor è chiamato suo padre, ed egli stesso, secondo il testo massoretico, parla di lui come di suo padre; ma questo non significa altro, nel linguaggio di corte dell'Assiria, che egli era il suo predecessore ed era famoso. Poiché in Daniele non c'è alcuna nota di successione cronologica, l'occupazione del trono da parte di Baldassarre come rappresentante di suo padre Nabunahid potrebbe avvenire un numero qualsiasi di anni dopo la morte di Nabucodonosor, senza contraddire nulla in esso. Uno scrittore che conoscesse Daniele, e che vivesse molto tempo dopo gli avvenimenti, cadrebbe naturalmente nell'errore grossolano dello scrittore di Baruc, e farebbe di Baldassarre il figlio di Nabucodonosor. D'altra parte, è difficile immaginare che lo scrittore di Daniele - se fosse un romanziere - avesse Baruc in mano, e non introducesse Baldassarre accanto a Nabucodonosor. Le possibilità artistiche della situazione sarebbero state troppo grandi per essere resistite. Sentiamo allora la necessità di collocare Baruc molto posteriore a Daniele

È difficile stabilire la data di Baruc. Gli ultimi due capitoli, che sono certamente di mano diversa dai primi tre, e probabilmente successivi, hanno in essi dei segni che li rendono tardivi. Bar

(5.) è un'imitazione del Salterio di Salomone 11. L'assoluta incapacità di comprendere la cessazione dell'olocausto e dell'offerta per il peccato, implicita nella barra RAPC 1:10, mostra che fu scritta prima della distruzione del tempio sotto Vespasiano. È quasi impossibile che possa essere stato scritto dopo la desolazione del tempio da parte di Epifane. Questo rovescia definitivamente la teoria di Kneueker, secondo cui Baruc fu scritto a Roma dopo la presa di Gerusalemme da parte di Tito. Chi avesse visto la desolazione di Gerusalemme sotto i Romani non sarebbe stato sotto l'allucinazione dello scrittore di Baruc, né avrebbe immaginato che gli olocausti potessero essere offerti da un sommo sacerdote di Gerusalemme dopo la distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor. Non è improbabile che i primi tre capitoli siano stati composti durante il regno dei principi Lagidi, e avessero per oggetto di riconciliare gli ebrei alla sottomissione al giogo straniero. Israele era certamente ancora sparso tra i paesi. Le enormi comunità ebraiche in Egitto e a Babilonia, per non parlare delle comunità più piccole sparse in ogni città intorno al bacino del Mediterraneo, lo hanno ampiamente dimostrato. Non erano più una nazione indipendente, erano sempre stati soggetti a un certo potere, e questo era motivo di umiliazione. Se abbiamo ragione nella nostra idea della data del Libro di Baruc, e della relazione tra esso e il Libro di Daniele, abbiamo dimostrato che Daniele deve essere esistito molto prima della lotta dei Maccabei

20 Vers. 20, 21.-E mentre parlavo, pregavo e confessavo il mio peccato e il peccato del mio popolo Israele, e presentavo la mia supplica davanti al Signore mio Dio per il monte santo del mio Dio, mentre parlavo in preghiera, anche l'uomo Gabriele, che avevo visto nella visione all'inizio, fu fatto volare rapidamente, Mi ha commosso all'ora dell'oblazione della sera. Tutte le versioni sono praticamente in accordo con il testo massoretico, salvo che nessuna di esse dà il significato di hophal, "fatto volare rapidamente"; l'approccio più vicino è nella Septuaginta, in cui abbiamo tacei feromenov. Tutti, tuttavia, derivano la parola da py; "volare; " un'altra etimologia è possibile da py; Per quanto riguarda il significato di questa parola, c'è una differenza di opinione, Gesenius sostiene che significhi "stanco", un significato inadatto al soggetto o al contesto, sebbene in accordo con l'uso della parola altrove. Meinbold collegherebbe questa parola con la frase precedente, e la riferirebbe a Daniele, "quando ero debole". La difficoltà principale è la parola successiva. Furst suggerisce che significhi "splendente di splendore", un significato perfettamente adatto alle circostanze, ma per il quale sembra esserci poca giustificazione nell'etimologia delle lingue affini. Furst suggerisce una trasposizione da py; Winer lo dà, "celeriter ivit, cucurrit". Questo punto di vista è sostenuto da Hitzig, yon Lengerke e Havernick. La versione 20 è in gran parte un'espansione della prima clausola della versione 21. Genesi 24:15, "E avvenne che, prima che egli avesse finito di parlare" Questo mostra la rapidità della risposta divina alla preghiera; anche prima che noi chiediamo: "Il Padre nostro sa di quali cose abbiamo bisogno". L'uomo Gabriel. Il nome Gabriele, come menzionato sopra, significa "Eroe di Dio"; e la parola qui tradotta "uomo" è la parola ordinaria per "uomo", 'ish. Si può notare che nella Scrittura gli angeli sono sempre "uomini"; mai, come nell'arte e nella poesia moderne, "donne". Che avevo visto nella visione all'inizio. Questo significa in realtà "che avevo visto in precedenza in visione", e si riferisce a Daniele 8:16. Essere fatto volare rapidamente. Come accennato in precedenza, c'è una notevole difficoltà nel decidere quale significato debba essere preso come corretto. Il punto di vista di Kliefoth e Meinhold sarebbe il più semplice, se ci fosse la certezza che py significhi "debolezza". Mi ha commosso l'ora dell'oblazione della sera. Daniele è così assorto nelle sue devozioni che solo quando Gabriele lo toccò riconobbe la presenza di un angelo visitatore. L'ora dell'offerta serale non implica che quelle offerte fossero state fatte a Babilonia, ma semplicemente che, per tutto il mezzo secolo trascorso dalla presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, l'ora sacra era stata tenuta in ricordo, non è impossibile che fosse consacrata alla preghiera. Daniele aveva usato questo periodo per far conoscere la sua richiesta e la sua supplica a Dio. "Oblazione", minhah, l'offerta di carne incruenta. Levitico 2:1,4,14

Vers. 20-23.

Preghiera esaudita

Abbiamo qui un sollevamento del velo che comunemente nasconde alla nostra vista i processi che collegano le nostre preghiere con le risposte di Dio. La rivelazione così fatta del mondo invisibile dovrebbe confermare la nostra fede nella necessità e nel potere della preghiera, e aiutarci a comprendere in qualche modo il modo in cui Dio risponde ad essa

DIO DÀ ALCUNE BENEDIZIONI SOLO IN RISPOSTA ALLA PREGHIERA. La benedizione fu data a Daniele non appena pregò, ma non prima di allora. Probabilmente, se la preghiera fosse stata pronunciata prima, anche la risposta sarebbe stata gradita prima. Ci sono molte cose buone che perdiamo semplicemente perché non preghiamo per esse. Giacomo 4:2

1.) Ciò non è contrario all'idea dell'universalità e del carattere immutabile della legge naturale

(1) Perché la preghiera stessa è un fattore tra le forze spirituali che hanno influenze sul futuro; e

(2) perché Dio deve avere almeno non meno libertà d'azione nel disporre le forze del suo universo di quella che ci ha accordato , e quindi può agire con scopi speciali come facciamo anche noi, senza infrangere una delle sue leggi

2.) Questo non è contrario alla saggezza e alla bontà di Dio. Dio sa di cosa abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo. Matteo 6:8 Eppure ci possono essere cose che è saggio e giusto che Dio dia dopo che le abbiamo chieste, ma che non è giusto o saggio che egli dia prima che abbiamo pregato, perché il nostro riconoscimento del bisogno di esse e la nostra fiducia in Dio per esse, possono essere condizioni importanti per la giusta ricezione di esse. Matteo 7:7-11

II DIO RISPONDE ALLE PREGHIERE ATTIVAMENTE E PRONTAMENTE. La preghiera non è semplicemente un atto soggettivo che calma e solleva l'anima. Anche l'influenza soggettiva di esso dipende dalla nostra fede nella sua reale efficacia. Non dovremmo essere confortati dalla preghiera se non credessimo che Dio l'ha ascoltata e non l'ha esaudita

1.) Dio ascolta la preghiera. La preghiera non è solo il respiro della nostra anima. È parlare con un Dio che ascolta, assiste e simpatizza. Isaia 41:17

2.) Dio agisce in risposta alla preghiera. Gabriele è inviato da Dio e Daniele riceve una nuova luce. Potremmo riscontrare, specialmente nelle questioni spirituali, che c'è un vero sforzo di energia da parte di Dio in risposta alla preghiera. Ebrei non è un ascoltatore passivo della preghiera. Le sue risposte non sono semplici echi di simpatia. Portano aiuti attivi. Salmi 91:15

3.) Dio risponde prontamente alla preghiera. Daniele prega: "Non rimandare". Dio non differisce. La risposta viene inviata proprio all'inizio della supplica", e Gabriele viene "fatto volare rapidamente". Dio è troppo potente per aver bisogno di ritardare, e troppo misericordioso per essere disposto a ritardare. Se non riceviamo rapidamente le risposte alle nostre preghiere, non è perché Dio è lento, ma perché il momento in cui la benedizione deve essere data è una delle condizioni della sua utilità. Tuttavia, il decreto viene emanato immediatamente, e comincia ad essere eseguito a tempo debito. Habacuc 2:3

III LA RISPOSTA DI DIO ALLA PREGHIERA È CONFORME ALLA SUA VOLONTÀ E AL SUO ORDINE PROVVIDENZIALE

1.) Il modo in cui viene data la risposta non implica alcuna violazione dell'ordine della provvidenza. L'angelo viene inviato per comunicare la conoscenza a Daniele. Questo, secondo la Scrittura, è il metodo normale di aiuto spirituale. Ebrei 1:14

2.) La sostanza della risposta è in armonia con la volontà di Dio e con l'ordine della sua provvidenza. Daniele prega per la restaurazione del suo popolo. Dio risponde alla preghiera rivelando lo scopo già stabilito di questa restaurazione. Spesso Dio risponde alle preghiere in un modo diverso da quello che ci aspettiamo. A volte ci apre gli occhi su benedizioni già date, ma non riconosciute. Genesi 21:17 A volte egli cambia i nostri desideri e inclina i nostri cuori a riposare nella sua volontà, mostrandoci che essa è migliore della nostra volontà. La preghiera migliore è quella in cui cerchiamo di riconciliarci con la volontà di Dio. Matteo 26:37

Vers. 20-27.

La preghiera apre orizzonti più ampi del Regno di Dio

Abbiamo qui un esempio significativo del fatto che Dio non solo risponde alla preghiera umana, ma dà "più di quanto chiediamo" o concepiamo. La cosa che Daniele chiese era poca cosa in confronto a ciò che Dio aveva concesso. Rispetto agli uomini contemporanei, Daniele si ergeva sopra di loro con la testa e le spalle. In paragone con Dio, non era che un pigmeo

LA PREGHIERA È LA MIGLIORE PREPARAZIONE PER RICEVERE UNA RIVELAZIONE PIÙ AMPIA. L'esercizio della vera preghiera sviluppa l'umiltà, la dipendenza, l'oblio di sé; e questi stati d'animo sono favorevoli all'ingresso della luce. "Dio mostrerà la sua via ai mansueti"; "Guarderà a quell'uomo che è di cuore umile e contrito". La preghiera avvicina l'anima a Dio; ci eleva alle elevazioni celesti; Libera l'occhio dalla nebbia e dall'oscurità. L'apostolo Giovanni era impegnato in un culto solitario, quando gli fu fatta la rivelazione finale della Scrittura. Nostro Signore era in atto di preghiera quando il cielo scese sulla terra, e tutta la sua Persona fu avvolta nella gloria. La risposta alla preghiera di Daniele fu immediata. Gli ebrei non avevano smesso di pregare quando giunse la risposta. Più rapida della corrente elettrica arrivò la risposta dell'oracolo

Possiamo ragionevolmente concludere che gli angeli hanno una conoscenza della volontà di Dio più grande di noi, perché sono liberi dalle tenebre e dal dubbio che il peccato genera. Se non sono consiglieri nella corte celeste, sono araldi, ambasciatori, corrieri. Ciò che Dio vuole che accada, essi sanno che è saggio, giusto e buono. A loro giudizio è un onore incomparabile essere impegnati in commissioni divine. Veloci quanto la loro natura lo consente, volano per trasmettere istruzioni o aiuto agli uomini. È consono, non meno con la ragione che con la Scrittura, che ci sono schiere e ordini di esseri intelligenti con nature più eteree della nostra, e che la comunicazione tra noi e loro è possibile. Ogni forma di servizio è attribuita agli angeli. Un angelo ha provveduto alla fame corporale del nostro Salvatore. Un angelo lo rafforzò nel giardino. Un angelo fece rotolare la pietra dal suo sepolcro. Un angelo liberò Pietro dalla prigione. Gabriele interpretò la visione a Daniele. Gabriele annunciò a Zaccaria e a Maria l'imminente avvento di un Salvatore

III UNA RIVELAZIONE PIÙ AMPIA È UNA PROVA DELL'AMORE SPECIALE DI DIO. L'invio di un messaggero speciale dalla corte del cielo era di per sé un segno del favore di Dio. Non capitava spesso nella storia della nostra razza di essere stato mostrato un simile favore. Inoltre, Gabriele fu molto lieto di assicurare all'uomo di preghiera che, in cielo, era "grandemente amato". Ogni atto di devozione alla causa di Dio era stato scolpito nella memoria di Dio. Il suo carattere era oggetto della compiacenza di Dio. A causa del grande amore di Dio per Daniele, egli gli diede una comprensione più ampia e gli rivelò i propositi e i piani per la redenzione dell'uomo. L'intenzione di Dio era che Daniele allargasse l'area della sua visione e guardasse con sollecitudine non a Israele secondo la carne, ma al vero Israele di Dio. Eppure ogni rivelazione è un segno dell'amore di Dio per gli uomini. Poiché gli uomini sono "grandemente amati" da Dio, egli ha dato loro questo canone completo della Scrittura, quindi dà loro l'intelligenza per discernerne il significato, quindi li conduce ulteriormente nella verità

IV LA RIVELAZIONE PIÙ AMPIA È FONDATA SU UN PASSATO TIPICO. L'amore premuroso di Dio adattò questa nuova rivelazione alla capacità e allo stato d'animo dello spirito di Daniele. Daniele si era soffermato sui settant'anni che Geremia aveva dichiarato essere l'intero periodo della cattività di Israele. La sua speranza era riposta nel fatto che i settant'anni erano compiuti e che Dio era fedele alla sua parola. Gabriele fu incaricato di assicurare al profeta che la restaurazione era vicina, ma che si stavano aprendo altre epoche di "anni Settanta". La desolazione di Gerusalemme nel passato è stata un tipo di desolazione più triste che deve ancora venire. La riconciliazione visibile tra Dio e Israele (implicita nella restaurazione degli ebrei) era un tipo di riconciliazione più completa quando il peccato doveva essere eliminato. Identificandosi con la nazione e confessando i suoi peccati come propri, Daniele stesso era diventato un tipo di quel Liberatore che doveva "portare i nostri peccati" e "intercedere per i trasgressori". Il tempo è calcolato in settimane, per ricordare a Israele l'obbligo perpetuo del sabato. Dopo ogni ciclo di desolazione seguirà il riposo, finché il mondo entrerà nel godimento del riposo di Geova. La mente di Daniele è così portata avanti dal compimento che egli tanto desiderava a un compimento ancora più grande-l'apparizione del Messia d'Israele; e questa verità vitale è impressa nella sua anima, che nessun trionfo è reale o duraturo se non è il trionfo della giustizia sul peccato

V LA RIVELAZIONE PIÙ GRANDE SI CONCENTRA SULLA PERSONA E SULL'OPERA DEL MESSIA. Se di tanto in tanto Dio ci elevasse a una certa altezza spirituale e ci desse una visione più ampia del destino umano, saremmo divertiti e rattristati dalla piccolezza delle nostre richieste. Spesso preghiamo e imploriamo per qualcosa di buono, che ci sembra un vero e proprio compimento di benedizione; ma quando l'abbiamo ottenuto, scopriamo che ci sono possedimenti molto più grandi che ci aspettano. I desideri dell'anima di Daniele erano concentrati sul ritorno di Israele in Palestina; eppure, nel migliore dei casi, questo era solo un vantaggio temporale. Il cambiamento di luogo e la ripresa del potere mondano non assicurerebbero di per sé la nobiltà di carattere o la purificazione dell'anima. Le migliori benedizioni di Dio possono essere godute ovunque e in qualsiasi condizione esteriore. Ma Dio è troppo saggio e troppo benevolo per confinare i suoi doni entro i limiti della richiesta umana. "I suoi pensieri non sono come i nostri pensieri"; e dalla restaurazione inferiore al privilegio esteriore, come punto di partenza, egli conduce le nostre aspettative verso una restaurazione più nobile del carattere e della vita. Il centro della speranza del mondo (che il mondo la consideri così o no) è Gesù il Messia. Prima che Gabriele avesse soddisfatto Daniele riguardo alla fortuna terrena di Israele, gli versò all'orecchio ciò che era più importante nella sua mente: l'avvento del Figlio di Dio. La grandezza, il valore, i risultati trionfanti dell'opera del Messia, queste erano le notizie che egli si dilettava a trasmettere. La rivelazione di cui, in ogni epoca, l'uomo ha più bisogno è la rivelazione che riguarda la rimozione del peccato-la conoscenza di come la grande redenzione può essere compiuta. Nessuna novella dal cielo potrà mai essere così gioiosa come queste, cioè che il peccato incontrerà la distruzione finale e che la riconciliazione tra Dio e l'uomo sarà resa sicura. Una tale rivelazione abbraccia un'enorme ondata di benedizioni e comprende ogni possibile interesse dell'umanità. Il possesso della Canaan terrena è un beneficio di brevissima durata; L'eredità del cielo è un bene eterno

VI LA RIVELAZIONE PIÙ GRANDE ABBRACCIA IL TRIONFO FINALE DELLA GIUSTIZIA; Per il momento le prospettive di Israele sono punteggiate di luci e ombre. Come un giorno di aprile, la nostra esperienza attuale è un'alternanza di tempesta impetuosa e sole splendente. Le difese di Gerusalemme, fu assicurato a Daniele, sarebbero state ricostruite, ma sarebbero state ricostruite in mezzo a fastidiose difficoltà. Il Messia il Principe sarebbe apparso a tempo debito; ma il Messia dovrebbe essere stroncato. La città e il santuario dovrebbero risorgere dal biasimo della rovina presente, ma sarebbero di nuovo distrutti: la desolazione, come un'alluvione, li travolgerebbe. Il sacrificio dovrebbe essere restaurato nel tempio, ma il sacrificio e l'oblazione dovrebbero cessare di nuovo. Queste non erano che disposizioni temporanee per preparare il mondo a una vera espiazione. Ma il risultato finale sarà la distruzione dell'abominio. Sul desolato ci sarà desolazione. "Tutto ciò che contamina" sarà sterminato. La morte morirà. "La cattività sarà condotta prigioniera"; "Dio sarà tutto in tutti". -D

22 Ed egli mi informò, parlò con me, e disse: "O Daniele, io son venuto per darti abilità e intelligenza". La LXX e la Pescitta rendono la prima frase: "Ed egli si avvicinò e parlò con me". È difficile capire come questa lettura possa essere nata dal testo massoretico, o come, d'altra parte, il testo massoretie possa essere sorto da quello dietro la Settanta. La traduzione della Settanta nell'ultima frase è migliore di quella della nostra Versione Autorizzata, ed è in accordo con la nostra Riveduta, "per renderti abile nell'intendimento". La Teodozione concorda con la Massoretica. Benché Daniele avesse una grande dotazione e avesse davanti a sé le parole ispirate di Geremia, aveva bisogno di investiture ancora più elevate per comprendere i segreti del piano divino. Gli Ebrei sapevano che se contava settant'anni dal tempo in cui lui stesso era stato portato prigioniero, allora il periodo stava volgendo al termine, ma i peccati del popolo erano ancora lì. Può darsi che Dio impedisca l'adempimento della sua promessa; tanto più che, se la profezia di Geremia fosse stata contata dalla caduta di Gerusalemme, sarebbero dovuti trascorrere vent'anni. Daniele si preoccupa dei peccati del suo popolo, sapendo che, se non fossero stati rimossi, sarebbe toccato loro un nuovo castigo

23 All'inizio delle tue suppliche uscì il comandamento, e io sono venuto a mostrartelo, perché tu sei grandemente amato. Comprendete dunque la cosa e considerate la visione. La versione dei LXX differisce in qualche modo da questa: "All'inizio della tua preghiera è venuto un comandamento dal Signore, e io sono venuto a mostrarti, perché tu sei misericordioso, e comprendi (dianohqhti) il comando". Le altre versioni non presentano molto degno di nota. Agisce all'inizio delle tue suppliche. Questo è il motivo per cui fu mentre Daniele "parlava ancora" che Gabriele venne da lui; nel momento in cui il desiderio fu abbastanza forte da trasformarsi in parole, la risposta era in arrivo. Il comandamento venne alla luce. La parola tradotta "comandamento" è la parola ebraica molto comune, rbd (dabar), "una parola", "una cosa", "una questione", nel qual senso ricorre nella penultima frase di questo versetto. E io sono venuto a mostrartelo. L'angelo Gabriele è il messaggero inviato per illustrare a Daniele le vie di Dio con il suo popolo. L'angelo Gabriele è mandato a dare a Daniele un oracolo esplicativo o una parola affinché possa essere confortato riguardo al suo popolo. La ragione di ciò è: "Poiché tu sei grandemente amato". Questa frase ha causato notevoli divergenze di opinione. La LXX renderizza, ejleeinov; Theodotion, ajnhr ejpiqumiwn; la Peshitta, regee; Girolamo, vir desideriorum; La traduzione di Hitzig è "darling" (liebling); Ewald, "l'amato prediletto". Hemoodoth significa "desidera", "ama"; quindi può essere inteso sia soggettivamente che oggettivamente; in questo caso, molto probabilmente il secondo, "un uomo, l'oggetto dell'amore". Perciò comprendete la questione e considerate la visione. Il lettore avrà notato che l'ultima frase è omessa dalla LXX: C'è una falsa successione qui. A Daniele viene prima comandato di "capire la cosa" e poi di "considerare la visione". Un'altra traduzione del massoretico evita questo trascurando l' ethnach, e collegando ybi con la frase precedente, dice: "tu sei grandemente amato e comprensivo in materia".

24 Settanta settimane sono stabilite per il tuo popolo e per la tua santa città, per porre fine alla trasgressione, per porre fine ai peccati, per fare la riconciliazione per l'iniquità, per recare giustizia eterna, per sigillare la visione e la profezia e per ungere il Santissimo. La LXX qui differisce da quanto sopra: "Settanta settimane sono determinate (ejkriqhsan) sul tuo popolo e sulla città di Sion, per porre fine al peccato, per rendere rare le ingiustizie (spanisai), e per spazzare via le ingiustizie, e per comprendere la visione, e per dare (nominare) (doqhnai) giustizia eterna, e per porre fine alle visioni e al profeta, e per rallegrarsi del santo dei santi". Sembra che qui ci siano alcuni esempi di doppietto: taav spanisai e ajpaleiyai taav sono diverse interpretazioni di μtejl (lehathaym hattaoth), o come è nel Q'ri, leahthaym hattath (jwaFj μtejl). Nessuno di questi sembra essere l'originale del greco. Schleusner suggerisce di leggere sfragisai. Contro questo c'è il fatto che Paulus Tellensis rende lemaz' o, "portare a nulla". Geremia 10:24, Peshitta Come Wolf ('Siebzigwochen,' p. 26) possa dire che la LXX conferma il K'thib massoretico, è difficile da vedere. L'autore della prima traduzione di questa frase sembra aver letto ttj (ha-thath) invece di hatham; L'altro traduttore deve aver letto Mahah (hjm). La frase, dianohqhnai, "comprendere la visione", sembra un doppietto della frase, "sigillare la visione". Sembra che in uno dei manoscritti usati dal traduttore dei LXX ci fosse una trasposizione di parole; poiché uno di loro deve aver letto tjul (lehoothan) invece di aybij; l, poiché rende doqhnai. Questo è un cambiamento impossibile, ma confondere μjhl con thl è perfettamente facile da immaginare, se μthl fosse stato scritto al posto di aybhl, e fosse stato trasferito al posto nel testo massoretico occupato da yyhl, allora potremmo facilmente capire ybhl. Nell'ultima frase il traduttore della LXX deve aver letto jmç invece di jçm, una lettura chiaramente inferiore. L'impressione che si ha è che i traduttori siano stati in grado di non attribuire alcun significato intelligibile al passaggio, e abbiano reso le parole in successione il più vicino possibile senza tentare di dar loro un senso. Dobbiamo ammettere, però, che i fenomeni che provocano questa impressione possono essere dovuti alla corruzione del testo. La teodozione rende: "Settanta settimane sono determinate (sunetmhqhsan) sul tuo popolo e sulla città santa, per sigillare i peccati e cancellare l'ingiustizia, e per espiare il peccato, e per portare la giustizia eterna, e per suggellare la visione e il profeta, e per ungere il santo dei santi". La teodozione, si vedrà, come la LXX, ha "profeta" invece di "profezia", che certamente è più verbalmente accurata della nostra versione; Omette "per finire la trasgressione", avendo invece "per suggellare i peccati". La Pescitta ha seguito il K'thib e rende "porre fine alle trasgressioni", e invece di "profezia" ha i "profeti". Il testo del Vetus, come ci è stato preservato da Tertulliano, è: "Settanta settimane sono abbreviate (breviatae) sul tuo popolo e sulla città santa, finché il peccato non invecchierà, e le iniquità saranno segnate (signentur), e le giustizie sorgeranno, e la giustizia eterna sarà introdotta, e la visione e il profeta saranno segnati (signetur), e il santo dei santi (sanctus sanctorum) sia unto". Girolamo rende: "Settanta settimane sono abbreviate (abbreviato sunt) sul tuo popolo e sulla tua città santa, per porre fine alla falsità (prevarieatio), per porre fine al peccato, per spazzare via l'iniquità, per introdurre la giustizia eterna, per adempiere la visione e la profezia, e per ungere il santo dei santi (sanctus sanctorum) .” L'ebraico qui è particolare; La parola per "settimane" è al maschile, che non ha esempi altrove al plurale. Il maschile singolare si trova, per esempio 29:27; non c'è alcun caso di singolare femminile. Il signor Galloway (Shadow on the Sundial, p. 51) leggerebbe μyibuv μyibuv e renderebbe "per settimane è determinato". Sembra che ci siano poche prove per questa lettura; Contro alcuni manoscritti tardi c'è il consenso delle versioni. "Determinato" è anche una parola che ricorre solo Lore; è aramaico, ma non è comune nemmeno in quella lingua. Significa "tagliare". Potrebbe quindi riferirsi al fatto che queste settimane sono generalmente "tagliate" dal tempo; quindi "determinato". È singolare e il suo nominativo è plurale. Anche "finire" causa difficoltà; Così tradotto, implica che la parola dovrebbe essere scritta HL; Okay; ; ma è scritto alK che significa "trattenere", "racchiudere", "separare" (Furst). Quindi, se traduciamo così com'è, dovrebbe essere "frenare la trasgressione". "Porre fine a" significa anche "far cessare la trasgressione" Questo in una traduzione del Q'ri massoretico; se il K'thib fosse stato preso, la traduzione avrebbe dovuto essere piuttosto "sigillare". "Peccati": questa parola è plurale nel K'thib, ma singolare nel Q'ri. Un gran numero di manoscritti scrive la parola plurale; le versioni greche danno il plurale; il Pe-shista e la Vulgata, Aquila e Paulus Tellensis, singolare. "La profezia", è chiaramente un sta "il profeta". Girolamo è l'unica delle versioni che prende la parola nel senso in cui è presa nelle nostre versioni. Il professor Bevan lo rende "profeta" (così Hitzig e Hengstenberg). Si è tentati di adottare la lettura di Michaelis aybnj yyzh, "la visione del profeta", che ha una certa autorità manoscritta (Wolf, 'Siebzigwochen,' p. 15). La stragrande maggioranza delle prove è a favore del presente testo consonantico. Settanta settimane. Daniele 10:2 era occasionalmente una settimana di anni, come Genesi 29:27, "adempie la settimana di questa", cioè i sette anni di servizio. Tra gli ebrei successivi questo divenne un modo riconosciuto di fare i conti, come nel Libro dei Giubilei, ogni giubileo è diviso in settimane successive. Da ciò che segue è necessario che le settimane qui siano sette anni. "Sono determinati", come già indicato, significa "tagliato", non "abbreviato", che in ogni caso non sembra essere il significato della parola. "Sul tuo popolo e sulla tua città santa". Daniele ha pregato a lungo e sinceramente per il suo popolo; quindi non ci sarebbe stata l'impossibilità di capire cosa si intendesse con "la sua città e il suo popolo". "Porre fine alla trasgressione" equivale a "frenare la trasgressione". La trasgressione tende a diventare audace e imperiosa; È un grande affare quando è anche un po' "trattenuto". Va notato che, poiché la preghiera di Daniele era in gran parte una confessione dei peccati del popolo e una preghiera per il perdono, le promesse qui sono in gran parte morali; ma non c'era ancora da aspettarsi che il periodo messianico fosse un periodo in cui non ci sarebbe stato peccato, ma doveva essere limitato. "Porre fine ai peccati" - anche se "sigillare i peccati" sembra la lettura migliore diplomaticamente è il K'thib, e quello di alcune versioni. È difficile dare alla frase un significato intelligibile. Inoltre, la presenza di μtj così subito dopo è contro di esso. Qualcosa si può dire per hjm, che si verifica in una connessione simile a μmt che questo fa in Lamentazioni 4:22. Questa è la lettura di uno dei traduttori della LXX, ajpaleiyai: lo spirito dell'illegalità sarebbe stato trattenuto e le iniquità passate e la loro colpa cancellate. "Per fare la riconciliazione", "per fare un'espiazione". Il verbo usato è la parola tecnica "l'offerta di un sacrificio espiatorio". In questo senso ricorre una cinquantina di volte nel Levitico. Questo potrebbe applicarsi al rinnovo delle offerte sacrificali nel tempio dopo la cessazione di cinquant'anni durante la cattività babilonese, o al rinnovamento dopo la cessazione più breve sotto l'oppressione inflitta agli ebrei sotto Epifane. La clausola successiva implica un'applicazione più ampia e un sacrificio più elevato. Il professor Bevan ha ragione nel sostenere che, nonostante gli accenti, questa frase deve essere collegata con la successiva. per portare giustizia eterna. Questo è più che la semplice cessazione della causa di Dio contro il suo popolo. Isaia 27:7 La frase ricorre in Salmi 119:142 ed è applicata alla giustizia di Dio. Questi due, "l'espiazione per il peccato" e "la giustizia eterna", si trovano in Cristo: la sua morte espiatoria e la giustizia che Egli porta nel mondo. È vero che quando Daniele udì queste parole pronunciate da Gabriele, potrebbe non attribuire loro un significato molto distinto, in quanto non era altro che come gli altri profeti; I profeti non conoscevano il significato delle loro profezie. per sigillare la visione e la profezia; più correttamente, per sigillare la visione e il profeta, per porre su di loro il sigillo del compimento (von Lengerke, Hitzig, Bevan). Questo non si riferisce a Geremia, perché la sua profezia si riferiva semplicemente al ritorno da Babilonia, e questo si riferisce a un periodo che deve continuare a lungo dopo di ciò. La profezia di Geremia stava per avverarsi. Ci vollero quattrocentonovanta anni prima che questa profezia ricevesse la sua verifica. Un avvenimento che accadrà quasi mezzo millennio dopo Daniele è quello di dimostrare che la profezia che Dio gli ha dato è vera. e ungere il Santissimo. Questa frase, vrqo μyvidq (qodesh qodasheem), è usata una quarantina di volte nelle Scritture, ma quasi sempre per le cose, come l'altare e il santuario più interno (Bevan, 155). Hengstenberg ('Cristo.,' 3:119) sottolinea che la frase per "santuario" è "Qh vdqo", con l'articolo. Ebrei si appella a 1Cronache 23:13 come un caso in cui, senza l'articolo, la frase si applica a un individuo, yyq yyq wOvydiqhil roj lde BWiw (vayibba-dayl Aheron leheqdeesho qodesh qadasheem), "E separò Aaronne per santificarlo come un santo dei santi". Questa sembra quasi la traduzione necessaria, nonostante le versioni; poiché il suffisso prenominale deve essere l'oggetto, e "santo dei santi" deve essere in apposizione ad esso. L'atto dell'unzione come segno di consacrazione, anche se applicato al tabernacolo, Esodo 30:26 40:7 all'altare, Esodo 40:10 la conca, Esodo 40:11 non è mai applicato al santo dei santi. Viene applicato più frequentemente alle persone; quanto ad Aaronne, Esodo 40:13 a Saul, 1Samuele 10:1 a. 1Samuele 16:3 Le parole di Gabriele additano quindi un tempo in cui ogni iniquità sarà repressa, il peccato espiato e un sacerdote unto

Redenzione promessa

I LA CERTEZZA DELLA REDENZIONE

1.) Viene da Dio. Noi abbiamo peccato contro Dio, ma è Lui che ci purifica e ci rinnova. Dio manda le calamità che sono il castigo del peccato; ma Dio li rimuove anche e ristabilisce il suo popolo penitente nel suo favore. Salmi 103:3,4

2.) È stato determinato molto prima che fosse realizzato. Dalla Caduta fu deciso il restauro. Genesi 3:15 I santi dell'Antico Testamento erano confortati dalla speranza di esso. Tutta la storia precedente ha preparato la strada per questo. Sebbene "la grazia e la verità siano venute per mezzo di Gesù Cristo", Giovanni 1:17 non furono create al suo avvento. Il vangelo non è una rivelazione di una nuova misericordia, ma una nuova rivelazione dell'eterna misericordia di Dio. Salmi 136:1

3.) Il tempo del suo compimento è stato fissato in anticipo. Anche se Cristo non venne che molto tempo dopo che il peccato era entrato nel mondo, venne al momento più adatto. Gli Ebrei vennero quando il mondo era preparato per la sua venuta e quando gli uomini avevano più bisogno di lui. Galati 4:4

II LE CARATTERISTICHE DELLA REDENZIONE

1.) Per quanto riguarda il male del passato

(1) La vecchia vita del peccato è compiuta e abbandonata. Il "vecchio è scoraggiato". Colossesi 3:7 "La trasgressione è compiuta."

(2) Viene messo un freno al potere insito nel peccato per impedirgli di risorgere e governare sulle nostre anime. 1Giovanni 3:6 Si pone fine ai peccati, ed essi vengono "sigillati" per impedire che scoppiano di nuovo. Questo si compie completamente con "gli spiriti dei giusti resi perfetti". inizia con ogni cristiano quando inizia la sua redenzione. Anche se il peccato persiste ancora nel cristiano, non governa più

(3) Gli antichi peccati sono espiati e perdonati. Sono "coperti". Dio non si ricorderà più di loro. Isaia 43:25 Questo è considerato compiuto nell'atto di redenzione predetto solo a Daniele. Perciò dobbiamo capire che il perdono dei peccati dipende dal compimento della grande opera di Cristo

2.) Per quanto riguarda le benedizioni del futuro

(1) Viene introdotta la "giustizia eterna". L'essenza della redenzione non è la liberazione dalla miseria, ma la restaurazione alla giustizia. Il primo e principale scopo dell'opera di Cristo non è quello di assicurare la pace in questa vita e la felicità nella vita a venire, ma di renderci giusti. Romani 3:21,22La nuova giustizia dei Tessalonicesi è diversa dall'innocenza primitiva, che poggiava sulla base instabile dell'ignoranza. Genesi 3:5 Questo poggia su un fondamento ampio e solido di principi intelligenti accettati con amore e confermati dallo Spirito interiore di Dio. Geremia 31:33,34 Perciò è eterno

(2) Le fonti della fiducia non sono più le vaghe speranze di una futura redenzione, ma la chiara conoscenza del fatto compiuto. L'ebraismo viveva di profezia, il cristianesimo vive di storia

(3) La vergogna e l'umiliazione del peccato sono abolite; la desolazione che ha prodotto è eliminata; il mondo è di nuovo gioioso nell'amore di Dio; l'adorazione è lieta, profonda e reale, e tutta la vita è resa sacra dalla sua influenza; il "luogo santissimo è unto" e riconsacrato

Una sezione nel tempo

"Settanta settimane sono determinate per la tua città santa", ecc. (ver. 24). L'intima connessione tra questa brillante profezia e la preghiera di Daniele deve essere osservata attentamente. Atti alla fine dei settant'anni di cattività pregò per allontanare l'ira divina, ecc. (vedi omelia precedente, Daniele 4:5 (1), La risposta passò al successivo evento critico negli sviluppi di Dio: l'unzione del Redentore. Rispondeva all'anima della preghiera di Daniele, ma si muoveva ben oltre. Le risposte divine vanno ben oltre "tutto ciò che chiediamo o pensiamo". Efesini 3:20,21 Faremmo meglio ad anticipare qui la nostra linea di marcia omiletica indicando come leggiamo il passo. Letteralmente così: "Hebdomads sc. di giorni o anni settanta è stroncato riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per porre fine alla defezione, e per sigillare i peccati, e per coprire l'iniquità, e per portare giustizia eterna, e per sigillare visione e profeta, e per ungere il santo dei santi".

IO LA SEZIONE, cioè del tempo, qui si dice che è "tagliata". Ma quale parte del tempo è stata stroncata: settanta ebdomad di giorni o di anni? Si potrebbe dire dei giorni, ma poi pensiamo che ogni giorno rappresenti un anno. Da parte nostra, riteniamo che la teoria del giorno dell'anno sia molto dubbia. Diciamo dunque "settanta ebradi di anni", e per le seguenti ragioni:

1.) La Legge aveva reso familiari le ebdomad di anni. Levitico 25:1-4,8-10

2.) L 'entità degli eventi ha richiesto anni. Settanta settimane di giorni sarebbero solo un anno e quattro mesi, un tempo troppo breve per la restaurazione della città, l'avvento del Messia e il rovesciamento della città e della nazione

3.) Per la consolazione di Daniele. Che conforto per lui, che si strugge per la restaurazione, se tutto dovesse essere di nuovo in rovina entro un anno o giù di lì!

II LA SUA PREVISIONE. Nella sostanza e nella forma di questa predizione dei "settantasette" ci sono diverse specialità

1.) La lunghezza della sezione è data misticamente. "Seventy sevens" è di per sé mistico. Ma quando chiediamo: Da quale momento calcolato, a quale momento? Una nebbia di incertezza avvolge l'intero argomento. La data della preghiera di Daniele è circa del 538 a.C. Quattrocentonovant'anni dopo portano al 48 a.C. Crediamo che i quattrocentonovant'anni non debbano essere contati dal momento della preghiera di Daniele; Ma perché questa foschia e questo mistero? Perché:

(1) La profezia non deve essere troppo esplicita. Abbastanza esplicita da indurre all'attesa dell'evento, ma non così esplicita da suggerire il suo compimento o da contribuire alla sua sconfitta, la profezia non deve usurpare il posto della storia. Le relazioni morali dell'uomo non devono essere irrimediabilmente impigliate in rivelazioni premature e troppo nettamente definite

(2) La misericordia doveva essere fortemente contrapposta al giudizio. Di desolazione per settant'anni, di conforto e di ulteriore prova, settanta volte sette

(3) La perfezione del ciclo doveva essere suggerita. Con l'uso dei numeri sacri. "Sette" ha un posto peculiare nelle Scritture, basato forse su fatti ancora non scoperti nell'universo. È indicativo della perfezione. I seguenti sette formano un notevole accumulo: I colori prismatici; le note dell'ottava; le "sette età" di Shakespeare, i "sette sensi" di un uomo, anche se il volgo li fa cinque, lo scientifico di più; la settimana del creato; la nostra settimana di giorni; la settimana degli anni; i sette sette, e poi l'anno giubilare; i rami del candelabro; a Gerico, trombe, sacerdoti e giorni di peregrinazione; 'purificato sette volte; sette volte al giorno ti lodo; quando portarono l'arca dalla casa di Obed-Edom, offrirono "sette giovenchi e sette montoni"; nel Nuovo Testamento, sette chiese, candelabri, angeli, stelle, corna, occhi, lampade, spiriti di Dio, trombe, coppe e sigilli

2.) La lunghezza della sezione è data in modo molto preciso, tuttavia

(1) Abbastanza preciso da suscitare un'aspettativa generale del Messia. Che la profezia di Daniele lo facesse è noto

(2) Ma anche con esattezza numerica letterale, dall'arrivo di Esdra per restaurare Gerusalemme (457 a.C.) al 26 d.C., l'anno del battesimo del Signore è il 483. 483 equivale a sette sette e sessantadue sette. Un'altra mezza settimana di anni ci porta alla Crocifissione; e considerate altri tre anni e mezzo occupati dalla conferma del patto

1.) La sezione è considerata come un tutt'uno. Da qui il verbo singolare con sostantivo plurale: "Settanta sette è reciso".

2.) E isolato. "Tagliati." Una parte distinta della storia, come l'età antidiluviana, l'era della schiavitù egiziana, i quarant'anni del deserto, i settanta della cattività

3.) Nella predizione possiamo vedere la comunione di Dio con Daniele. Nella sua preghiera, Daniele riconobbe la simpatia di Dio per Gerusalemme; nella risposta, Dio riconobbe quella di Daniele. Daniele aveva detto: «La tua città, Gerusalemme, il tuo monte santo, il tuo popolo, la tua città e il tuo popolo, chiamati con il tuo nome». Dio ora dice: "Sul tuo popolo e sulla tua santa città". Tuo e mio

III LA SUA CHIUSURA I maestosi eventi che dovevano segnalare 2:1. La cessazione del peccato. Presso:

(1) La conclusione della grande ribellione. "Per porre fine alla defezione", il grande allontanamento della razza da Dio; per chiuderla, non realmente, ma potenzialmente. La storia della ribellione si avvicina al traguardo; e inizia la storia della restaurazione

(2) La limitazione dei peccati. "Per sigillare i peccati", per incarcerarli, e per mettere sulla porta della prigione il sigillo del re. La rottura del potere del peccato, la limitazione del numero dei peccati, il loro completo oblio, sono tutte idee che possono essere incluse qui

(3) La copertura dell'iniquità. "Per coprire l'iniquità". Nota: Nell'uso dell'Antico Testamento "coprire" è usato in un senso di Dio, in un altro dell'uomo, in relazione al peccato (vedi l'uso di dpK; nella concordanza ebraica)

(a) Dio 'copre' il peccato perdonandolo

(b) L'uomo, espiando per esso

Ora, in questa profezia non si dice nulla di chi "copre", ma la storia dichiara che è Cristo. Ma egli è Dio-Uomo; e quindi "copre" nel doppio senso: espia e perdona. Gli ebrei agiscono come uomo e come Dio

2.) L' avvento della giustizia. "Per recare giustizia eterna". Molti cristiani trascurano questo, si accontentano del perdono, dimenticano che il fine del vangelo è la giustizia nel cuore e nella vita. Notate, quindi:

(1) Il fatto che questa grande crisi doveva essere segnalata dall'avvento della giustizia

(2) L' agente. Non è qui nominato, ma il Cristo

(3) La modalità

(a) Con l'esempio divino

(b) Precetto elevato

(c) Persuasione amorevole

(d) Porre la morale su un fondamento migliore

e) Inaugurare un governo di carattere senza precedenti, cioè di mediazione.

(f) Un grande atto di sacrificio di sé, che dovrebbe risvegliare per la virtù l'entusiasmo dell'umanità

(g) Espiazione

(h) La venuta dello Spirito Santo

(4) Il suo attributo. "Eterno".

(a) Il metodo per rendere gli uomini giusti, una volta introdotto, dovrebbe essere immutabile e perpetuo

(b) La giustizia stessa dovrebbe essere tale che nessun cambiamento potrebbe influenzare, e nessuna dissoluzione fisica dovrebbe compromettere o decadere

1.) La chiusura della profezia. "Per sigillare la visione e il profeta". Passano quattrocentonovanta anni prima della fine del peccato, e l'avvento della giustizia mostra la grandezza di questi eventi. Il peccato di tutte le persone e di tutti i tempi doveva essere affrontato in modo efficace. Questa era l'aspirazione della profezia: profezia adempiuta, potrebbe cessare. (Spiegate dall'uso orientale il significato del sigillo). Le parole di Cristo illustrano: "Le cose che mi riguardano hanno una fine". Quando una volta la visione e il profeta si compiono con la manifestazione del Libro di Dio, sebbene la profezia rimanga ancora per certi aspetti immensamente importante, lo sguardo adorante della Chiesa è fisso sulla Vita e la Luce degli uomini

2.) L'unzione del Signore Gesù. "E ungere il santo dei santi". Schema dell'argomento per applicare questa frase alla consacrazione del Messia

(1) "Santo dei santi" è una frase indeterminata. Esaminate quindi il contesto e l'intero campo della rivelazione per determinarne l'applicazione qui

(2) Il genere grammaticale è incerto. Può essere maschile o neutro. Ma anche se neutro, può applicarsi a Cristo. Luca 1:35 Una certa grandezza di indefinitezza riguardo al neutro

(3) Il nome è appropriato a Gesù. Atti 3:14; 4:27; Marco 1:24

(4) Le clausole precedenti di questa profezia conducono naturalmente al Messia

(5) L'"Unto" deve essere lo stesso nei versetti 24, 25. "E ungere il Santissimo all'Unto, il Principe", ecc

(6) La cronologia favorisce, esige questa conclusione. I "settanta" si conclusero con l'avvento del Signore e la conferma della Divinità della sua missione

(7) Uso scritturale della parola "ungere" e la sua applicazione al Redentore. (Riassumi l'insegnamento delle Scritture sull'unzione letterale, sul suo significato spirituale e su Gesù come "il Messia" dell'Antico Testamento e "il Cristo" del Nuovo). Alla fine si potrebbe fare un appello molto potente sia ai credenti che ai non credenti per i seguenti motivi: la grande ribellione è spezzata; è stata posta una limitazione al peccato; l'espiazione è stata fatta; la giustizia eterna è stata introdotta; l'attenzione si è concentrata sulla Luce e sulla Vita degli uomini; il Re Salvatore è stato unto. Abbiamo rotto con la ribellione? Il nostro peccato viene forse messo a un limite? Abbiamo accettato l'espiazione? Stiamo indossando la veste della giustizia? Il nostro sguardo è rivolto alla Vita e alla Luce? L'Unto è il nostro Salvatore e Re?

25 Sappiate dunque e comprendete che dall'emanazione del comandamento di restaurare e ricostruire Gerusalemme al Messia il Principe ci saranno sette settimane e sessantadue settimane; la strada sarà ricostruita e le mura anche in tempi difficili. La versione dei LXX è molto diversa da questa: "E tu saprai, comprenderai e scoprirai che i comandamenti sono determinati, e costruirai Gerusalemme, una città dell'Eterno". Il cambiamento nella prima frase è dovuto a una lettura del doppietto: anche il tishmah viene letto così come il tishkayl, che potrebbe essere diventato confluente nel testo ebraico prima che il traduttore dei Settanta scrivesse. Invece di min-motza, deve aver letto v'timtza, derivando questo, non da ax; y; (yatza), "uscire", ma da axm (matza), "trovare" - una lettura a cui si oppone il fatto che molti manoscritti scrivono la parola plerum, axwm. Dabar deve essere stato al plurale, e una parola come neherotzeem deve essere stata fornita al posto di hasheeb. Il fatto, tuttavia, che lo stesso cambiamento avvenga nella Teodozione potrebbe rendere almeno possibile che questa fosse la parola nel testo, ma Paulus Tellensis deve aver avuto una lettura diversa: "Troverai i precetti per rispondere"; una lettura marginale aggiunge: "e per l'intelletto le settimane". Nella frase successiva, tynibW (oova-neetha) invece di twOnbli (libenoth), e invece di d ('adh) ri ('eer), deve essere stato letto, e "Messia il Principe" è stato par, formulato in Kuriw. L'ultima frase può essere considerata omessa. Non è impossibile che ciò sia dovuto al fatto che la fine di un versetto è così simile all'inizio del successivo. La traduzione di Teodozione è molto più in accordo con il testo ricevuto: "E tu saprai e comprenderai, dall'emanazione della parola per determinare e ricostruire Gerusalemme, fino a quando l'unto condottiero, sarà di sette settimane e sessantadue settimane, ed egli ritornerà, e i vasti luoghi e le mura saranno ricostruiti, e i tempi saranno angustiosi". Come osservato sopra, si legge harootz invece di hasheeb. La Pescitta differisce considerevolmente dal testo ricevuto: "Tu saprai e comprenderai dal decreto della parola di restaurare e ricostruire Gerusalemme, fino alla venuta del re unto, ci vorranno sette settimane e sessantadue settimane, per restaurare e ricostruire Gerusalemme, le sue mura e i suoi palazzi, alla fine dei tempi". La traduzione del Vetus, come ci è stata preservata in Tertuliian, recita così: "E tu saprai, percepirai e comprenderai dall'uscita della parola (sermo) per la restaurazione e la ricostruzione di Gerusalemme, fino a Cristo il Leader, sono sessantadue settimane e mezzo; e ritornerà e ricostruirà nella gioia, e il muro (convollationem), e i tempi saranno rinnovati". La traduzione di Girolamo è: "Sappiate e comprendete dall'emanazione della parola che Gerusalemme sarà riedificata, sì, a Cristo il Condottiero, saranno sette settimane e sessantadue settimane, e le piazze saranno di nuovo ricostruite e le mura in tempi difficili". Ciò che non può non impressionare è la confusione che esiste riguardo al testo originale. Per necessità si è fatto ricorso a correzioni congetturali, senza molto vantaggio. La più plausibile è l'ipotesi del professor Bevan di leggere lehosheeh, "ripopolare", invece di lehasheeb, "restaurare"; ma non c'è alcun segno nelle versioni che tale lettura sia accettata. Nel complesso, una lettura non molto lontana da quella ricevuta ha probabilità a suo favore. Adempimento del comandamento di restaurare e ricostruire Gerusalemme. A cosa si riferisce? Hengstenberg ('Cristologia', 3:128) dice: "Non ci può essere dubbio che motza dabar significhi l'emissione del decreto". Questo punto di vista ha il vantaggio che nel versetto 23 abbiamo la stessa combinazione, rbd axy (yatza dabar), "un comando uscì". La probabilità è sempre a favore di tenere una parola per non cambiare il suo significato in versi contigui, a meno che non ci sia qualche indicazione che un cambiamento abbia avuto luogo. Altri commentatori presumono con altrettanta forza che la parola debba essere la parola del Signore a Geremia; quindi Bevan rende dabar, "promessa", senza nemmeno un accenno che ci possa essere alcun dubbio in proposito. Behrmaun prende la l, il segno dell'infinito, come equivalente a ut, e che quindi questo è un caso di discorso indiretto, un uso seriamente sospettabile, come certamente non esemplificato altrove nell'ebraico biblico. Ebrei si riferisce alla "Grammatica" di Ewald, ma al suo riferimento Ewald dice che yKi è il segno della narrazione semi-obliqua usata in ebraico. In una nota Ewald si riferisce a rmal come introduzione ai discorsi; Ma non è questo il punto qui. Se qui dabar avesse significato "promessa" o "profezia", sarebbe stato seguito dalle parole con cui la profezia era stata annunciata. Se, d'altra parte, dabar è preso come "un decreto", l'infinito è naturale. Sorge quindi la domanda: "Di chi è il decreto a cui si fa qui riferimento?" Daniele sperava in un decreto emanato da Ciro; A questo penserebbe naturalmente, ma ciò che pensava non deve essere preso come necessariamente vero. I profeti non sempre conoscevano il significato delle loro profezie. Dobbiamo esaminare il verbale e vedere quale decreto si adatta meglio alle parole del nostro testo. Molti commentatori pensano che qui ci si riferisca a un decreto divino (Hengstenberg, Wolf, ecc.). La difficoltà di questo punto di vista è che in apparenza c'è un preciso punto di partenza dato per l'inizio del periodo nominato. Ora, un decreto di Dio non ha alcuna relazione temporale visibile. Questo punto di vista, quando è sostenuto da coloro che sostengono che si fa riferimento alla profezia di Geremia, può avere qualche giustificazione, solo che una profezia non è mai considerata come un decreto, rendendo certo il suo adempimento. Deve essere, quindi, un decreto umano. Il decreto di Ciro non comportava alcuna riedificazione della città di Gerusalemme. L'altare era stato allestito, ecco tutto; Il tempio, nemmeno, non fu costruito. I termini del decreto di Ciro, come lo troviamo in Esdra 1:2, sono: "Il Signore Dio del cielo mi ha incaricato di costruirgli una casa a Gerusalemme". Questo chiaramente non è il decreto voluto. Quando Dario Istaspe fondò il suo permesso di costruire il tempio su decreto di Ciro, non si seppe nulla che gli permettesse di ricostruire le mura della città. Quando, nel settimo anno di Arta-Serse, Esdra e i suoi compagni lasciarono Babilonia e giunsero a Gerusalemme, ancora, sebbene non fosse stato dato alcun ordine di ricostruire le mura di Gerusalemme, è più implicito che Gerusalemme fosse una città. Possiamo, quindi, iniziare dal 458 a.C. A Neemia, nel ventesimo anno del regno di Artaserse, fu dato un comando positivo di costruire le mura di Gerusalemme. Questa data ci porta al 445 a.C. A partire dalla prima data, la fine dei 490 anni è il 32 d.C., e la fine delle 69 settimane (equivalenti a 483 anni) è il 25 d.C. Se, ancora, partiamo da quest'ultima di queste date, la fine dei 490 anni è il 45 d.C., e dei 483 anni il 38 d.C. Nessuno può non essere colpito dal fatto che queste date sono molto vicine alla data più sacra di tutta la storia: quella della crocifissione di nostro Signore. Sappiamo che esiste una notevole diversità di opinioni sulla data in cui si è verificato l'evento. Ma, inoltre, non dobbiamo aspettarci che la profezia abbia l'accuratezza che abbiamo nelle effemeridi astronomiche. Ammettiamo che ci sono grandi difficoltà. Ammettiamo, inoltre, che sette settimane segnano, con meravigliosa precisione, il tempo trascorso dalla presa di Gerusalemme all'ascesa di Ciro al trono di Babilonia. L'intervallo fu in realtà di cinquant'anni. Non conosciamo gli avvenimenti che segnarono il rapporto del popolo ebraico con i suoi padroni persiani durante il secolo e più che trascorsero tra questo ventesimo anno di Artaserse e il rovesciamento dell'impero persiano da parte di Alessandro Magno. Le mura della città e gli edifici interni di Gerusalemme potrebbero aver richiesto cinquant'anni per essere eretti, semplicemente non possiamo dirlo. È, in ogni caso, una cosa singolare che la data della crocifissione di nostro Signore coincida così tanto con la fine dei 483 anni. Qual è il risultato di partire dalla data in cui è stata data la profezia? Supponendo che lo scrittore sia vissuto durante il regno di Epifane, e intendesse indicare la data di qualche evento vicino al suo periodo verso la fine del 490 o il 483 anni, vediamo ciò che segue. Se prendiamo la data massoretica della profezia, essa fu data nell'anno dell'ascesa al trono di Nabucodonosor, o l'anno successivo, il suo primo anno, secondo la cronologia babilonese, vale a dire il 606 a.C. o il 605 a.C. Sottraendo il 483 da uno di questi, si hanno gli anni del tutto poco appariscenti 122 a.C. e 123 a.C., vale a dire, dodici o tredici anni dopo la morte di Simone il Maccabeo. Se si aggiungono tre anni e mezzo, per arrivare alla metà della settimana, abbiamo il 119 a.C., un anno altrettanto poco appariscente. Il professor Bevan, tuttavia, segue Ewald e inizia con la distruzione di Gerusalemme. Che l'affermazione contraddica il testo, che risale "all'emanazione di una promessa al popolo e alla ricostruzione di Gerusalemme", secondo la traduzione del professor Bevan, non alla distruzione di Gerusalemme, è evidentemente considerato di nessuna importanza. Naturalmente, il rifugio è l'ignoranza dell'autore di Darnel, nonostante Geremia 25:1 data la sua prima profezia "il quarto anno di Ioiachim", e la sua lettera, Geremia 29:2 dopo la cattività di Jeconia, e subito dopo. Inoltre, ci vuole qualcosa di più dell'ignoranza per spiegare l'autore di Daniele che confonde l'emanare di una profezia per ricostruire Gerusalemme con la sua distruzione. Se prendiamo la data della distruzione di Gerusalemme, il 588 a.C., e aggiungiamo 483 anni, arriviamo al 105 a.C., un anno cospicuo solo per la morte di Giovanni Ircano. Questo è così ovvio, che molti espedienti sono stati provati per quadrare le cose. Ewald si ritira a settant'anni. Il professor Bevan definisce giustamente questo dispositivo fantastico. Hitzig avrebbe fatto i primi sette anni paralleli alle prime sette settimane dei sessantadue. Il professor Bevan respinge questo come "altamente artificiale e scarsamente conciliabile con il testo". Così, di nuovo, in compagnia di Graf e Cornill, si rifugia nell'ignoranza dell'autore. Se, ancora, prendiamo il 164 a.C., la data che i critici vogliono fare il terminus ad quem, che è scelto perché è l'anno della purificazione del tempio, se a quella data si aggiungono quattrocentottantatré anni, abbiamo il 647 a.C., una data che cade all'interno del regno di Manasse. Poiché, tuttavia, il punto del tempo è l'unzione di un santo, e in questo versetto si fa riferimento anche a un principe unto, una data più plausibile sarebbe il 153 a.C., l'anno in cui Gionatan fratello di Giuda il Maccabeo assunse il sommo sacerdozio; RAPC 1Ma 10:21 a questo aggiungi il 483, e il risultato è il 636, una data durante il regno di Giosia. Naturalmente, il rifugio è l'ignoranza del nostro autore; Non sapeva niente di meglio. La difficoltà è capire, se era così ignorante su ciò che era così relativamente vicino al suo tempo, come fosse così ben informato sugli affari babilonesi. I critici non possono rendere l'autore di Daniele eccezionalmente ignorante ed eccezionalmente ben informato. Se, tuttavia, prendiamo la lettura del signor Galloway ('Shadow on the Sundial,' p. 48) della versione LXX di questo versetto, abbiamo "sette e settanta settimane" o cinquecentotrentanove anni. Se calcoliamo questi anni dal decreto di Ciro, 538 a.C., arriviamo all'anno

(2.) Messia il Principe; "il principe unto". Sia i sacerdoti che i re venivano unti, in segno di consacrazione al loro ufficio. Molto raramente ci si riferisce ai sacerdoti come "unti", e mai senza una chiara dichiarazione che sono sacerdoti, mentre "gli unti del Signore" si applicano sempre ai re. I sacerdoti sono a volte chiamati "governanti", dygin (negeed), ma solo in relazione al tempio. Il principato e l'unzione non sono mai combinati per quanto riguarda il sacerdote. Queste idee sono collegate riguardo a Salomone. 1Cronache 29:22 Non neghiamo che questo titolo si applicherebbe ai Maccabei successivi, come Alessandro Ianneseo, che fu allo stesso tempo sommo sacerdote e re. Notiamo anche, tuttavia, che si applica a nostro Signore, che ha affermato di essere stato unto "per predicare la buona novella". Luca 4:18 La strada sarà riedificata. R e hob, "strada", è davvero "luogo ampio". Invece di mucchi di spazzatura confusa, la città doveva essere nuovamente disposta in strade e piazze ordinate, affinché si adempisse la profezia di Zaccaria, Zaccaria 8:5 "Le strade della città saranno piene di ragazzi e ragazze che giocano". E il muro, anche in tempi difficili. Questo si adempì certamente ai giorni di Neemia; basta leggere il Libro di Neemia per rendersene conto. La parola harootz, tradotta "muro", ha un significato alquanto dubbio. Significa Isaia 10:22 "una determinazione". In Giobbe 41:22 (30 è tradotto "un carro trebbiato", mentre in Proverbi 3:14 significa "oro fino". Furst lo farebbe significare qui "un quartiere delimitato di una città". Gesenius lo fa significare qui "un fosso" - una visione che anche Winer sostiene. Cornill ('Siebzig Jahrwochen,' p. 5) dice che la maggior parte degli interpreti spiega harootz, dal Targumic, come "fossati". Sembrerebbe che una traduzione di uno scommettitore sarebbe "una palizzata"; l'idea dominante di tutti i significati, tranne l'ultimo, come sottolineato da Winer, è "nitidezza". "Un fosso" o "un muro" non danno alcun suggerimento di nitidezza, ma "una palizzata" sì. Non è impossibile che, prima che le mura fossero erette, la città fosse protetta da "una palizzata", e sarebbe stata certamente eretta in tempi difficili. Va osservato che gli eventi a cui si fa riferimento in queste due ultime clausole non hanno una relazione temporale distinta con le settimane. Potremmo supporre che si riferisse al periodo durante il quale la città fu ricostruita - strada e palizzata - ma siamo privi di informazioni che potrebbero permetterci di confermare o contraddire questa opinione. Questo periodo potrebbe essere durante la lotta dei Maccabei; Non possiamo dirlo

I tempi come prova

"Sappiate dunque e comprendete", ecc

LO STATO D'ANIMO ESIGEVA DALLO STUDENTE DI PROFEZIA,

1.) Un certo temperamento. "Conoscere e capire". L'angelo anticipa le difficoltà di interpretazione. È necessaria una mente esperta e spirituale. Così anche l'industria, i dolori, la cura. Il peggior carattere sarebbe quello orgoglioso, autosufficiente e dogmatico. Confrontate le parole di Gesù: "Chi legge, capisca"; "Ebrei che hanno orecchi per intendere, oda".

2.) Intuizione spirituale. "L'emanazione della parola per ristabilire". Di chi è?

(1) Di Dio. Vedere una verità come questa richiede un'intuizione di tipo spirituale. La parola sovrana del Re Eterno!

(2) ma dato per mezzo dell'editto di Ciro

II LA CRONOLOGIA DEL PASSAGGIO. Potremmo studiare separatamente la profezia, e poi il compimento nella storia. Ma metteteli insieme: studiate la profezia alla luce del suo sviluppo storico. Ma consideriamo il tipo di accordo che possiamo aspettarci tra la previsione e la storia. Non più grande di quanto le circostanze permettano. L'esattezza cronologica va ricercata solo quando l'evento è definito e limitato a un certo momento nel tempo. Ma alcuni eventi si sviluppano lentamente; ad esempio, la restaurazione di una città, la conferma di un patto. Se gli eventi non sono definiti, la profezia deve essere indefinita. Suggeriamo il seguente schema per il predicatore, per rendere tutto chiaro (per i dettagli, vedi le storie, secolari e sacre):

1.) Prima della sezione temporale di quattrocentonovant'anni. Ottant'anni dal tempo della preghiera di Daniele alla "restaurazione", momento da cui si devono contare i quattrocentonovanta. Qui gli eventi principali sono: Gerusalemme una desolazione; la prima migrazione per decreto di Ciro; la sola costruzione del tempio; interruzione; Giosuè e Zorobabele; terminato in diciotto anni, 534-516 a.C. Poi cinquantotto anni, di cui la storia tace. Il tempio in piedi, ma senza mura; nessuna città

2.) Inizio del quattrocentonovanta (457 a.C.). L'arrivo di Esdra, la restaurazione e la ricostruzione della città. "Dall'emanazione della parola per ristabilire", ecc

3.) I quarantanove anni. "Hebdomads sette e", ecc. Questi sono composti così: Esdra al lavoro da sola circa dodici o tredici anni; prima visita di Neemia circa dodici anni; Il ritorno di Neemia in Persia, e la seconda visita al tempo in cui Ioiada divenne sommo sacerdote (suo padre, Eliasib, morì nel 413 a.C.), circa diciannove o vent'anni. Questo rappresenta quarantacinque su quarantanove. Gli altri quattro possono essere imputati alla morte di Neemia, ma la data della sua morte è perduta

4.) I quattrocentotrentaquattro anni. «Hebdomads sessantadue? Questo periodo si estende fino al battesimo di Gesù; cioè alla manifestazione pubblica del "Messia-Principe". Questo non poteva essere altri che il Redentore. (Dimostralo in dettaglio.)

5.) I sette anni. Tre e mezzo alla crocifissione; tre e mezzo all'instaurazione del cristianesimo e della Chiesa

III L'ARGOMENTO DELLA CRONOLOGIA PER LA DIVINITÀ DEL VANGELO

1.) Il suo posto. Strano che sia gli scettici che i cristiani si oppongano a questo tipo di evidenza. Lo scettico: "La fede non può dipendere dalla cronologia". Il cristiano: "Le questioni degli eventi e dei tempi non si addicono a chi ha una mente spirituale". Ma le prove per la rivelazione non sono tutte di un tipo, né tutte per la stessa classe di menti (vedi "Christology" di Hengstenberg, vol. 3:199, a cura di Clark).

2.) il suo valore. A questo proposito è meglio citare Preiswerk: "Non dobbiamo, considerando l'incertezza della cronologia antica, dare molta importanza al calcolo dell'anno esatto. Perché, sebbene il calcolo abbia molto successo, non appena un altro interprete segue, un altro sistema cronologico, ciò che è stato così faticosamente innalzato, sembra essere stato gettato giù. Ma se ammettiamo fin dall'inizio che la cronologia antica è incerta, e ci accontentiamo di indicare una coincidenza generale del tempo storico con quello profetico, se mostriamo che forse anche una piccola coincidenza ha avuto luogo, e almeno che nessuno può provare il contrario, avremo fatto abbastanza per dimostrare la verità dell'antica profezia, e la nostra opera non può essere rovesciata da altri".

3.) La sua disponibilità; cioè ai lettori ordinari della Scrittura. Prima di Cristo, gli ebrei sapevano da quando fare i conti, e quindi quando aspettarsi il Messia. E ora, anche se gli argomenti cronologici dotti possono non essere alla portata di molti, tuttavia le persone semplici possono giungere a quella semplice conoscenza della storia che insegnerà che la profezia si è adempiuta in Cristo.

26 E dopo sessantadue settimane il Messia sarà sterminato, ma non per se stesso; e il popolo del principe che verrà distruggerà la città e il santuario, e la sua fine sarà con un diluvio, e fino alla fine della guerra saranno determinate le desolazioni. La versione dei LXX è quasi incomprensibile così com'è, anche se la genesi di ogni frase separata da un testo simile al Massoretico può essere facilmente compresa: "E dopo le sette e settantadue, l'unzione sarà tolta, e non ci sarà, e il regno dei pagani distruggerà la città e il santuario con il Messia, e la sua fine verrà con ira, e sarà combattuta con guerra fino al tempo della fine". La prima frase si è allontanata dalla fine del versetto precedente, e μyibvi (shibeeem), "settanta", è confuso con μyibuvi (shibooeem), "settimane". È possibile che l'uso cabalistico dei numeri abbia qualcosa a che fare con questo numero, perché se questi numeri sono espressi in lettere, e le lettere prese come iniziali, abbiamo le iniziali di questa frase d mz lbb Tymls, "Il tempo fino al rovesciamento di Babilonia". Devono aver letto hjçm invece di jyçim; È difficile capire come si possa leggere "il popolo del principe che verrà", "il regno dei Gentili", se non supponendo una parafrasi un po' arbitraria. L'ultima frase ha probabilmente assunto la forma attuale attraverso l'inserimento di una parte del verbo μjl, e l'omissione della fine del verso. La traduzione della Teodozione è in più stretto accordo con il testo massoretico, ma è anche molto distante da esso: "Dopo le sessantadue settimane l'unzione sarà completamente distrutta, e il giudizio non sarà in esso (né 'lui', aujtw), ed egli distruggerà la città e il santuario con il capo che viene; saranno stroncati con un'alluvione, fino alla fine della guerra, dopo essere stati ordinati con le sparizioni in ordine". L'introduzione di krima è difficile da spiegare, se non come un'aggiunta esplicativa da Isaia 53:8. Ancora più difficile è comprendere la genesi dell'ultima frase. La Peshitta, sebbene considerevolmente più vicina al Massoretico all'inizio del versetto, è altrettanto distante nell'ultima frase: "E dopo le sessantadue settimane, l'unto sarà ucciso, e non c'era da lui, e la città del santo sarà distrutta con il re che viene e la sua fine sarà con un diluvio, fino alla fine della guerra dei frammenti di distruzione". Il Vetus, come rappresentato dalla citazione in Tertulliano, non è così vicino alla LXX come di solito è: "E dopo le sessantadue settimane, anche l'unzione sarà distrutta, e non lo sarà, e con il capo che verrà distruggerà la città santa, e così sarà distrutta alla fine della guerra, perché sarà distrutto fino alla morte". Questa versione non concorda né con la LXX né con la Teodozione. Girolamo traduce in un senso eminentemente cristiano: "E dopo sessantadue settimane Cristo sarà ucciso, e il suo popolo che lo rinnegherà non sarà. E il suo popolo, con un capo che sta per venire, distruggerà la città e il santuario, la sua fine si deperirà, e dopo la fine della guerra determinerà la desolazione". E dopo sessantadue settimane il Messia sarà sterminato. Il periodo di sessantadue settimane deve iniziare dopo che le sette settimane sono terminate, poiché il periodo completo per il Messia il principe è di sette settimane e sessantadue settimane. Il Messia: la parola non ha articolo, e, quindi, si sostiene, dovrebbe essere resa "un unto"; ma l'uso dell'articolo non è così rigido. È omesso in passaggi poetici e semi-poetici: es. la prima parola nella Bibbia ebraica è anarthreus, anche se siamo obbligati a tradurla con l'articolo. Inoltre, il Messia il Principe è già stato menzionato, e, perciò, rientra alquanto nella regione dei nomi propri, come Amos 7:12, "il santuario del re", invece di "il re"; così 1Re 21:13, "maledice Dio e re". Prendiamo qui "Messia" come equivalente a "il Messia" sopra menzionato. A chi ci si riferisce qui? La posizione critica comune che assume, senza alcuna ragione assegnata, che "unto" senza alcun soggetto possa riferirsi a un sacerdote, afferma che il riferimento qui è a Onia III. Il racconto del suo assassinio è dato in RAPC 2Ma 4:39. Ebrei era succeduto a suo padre, Simone If., come sommo sacerdote nel 198 a.C. In connessione con il suo sommo sacerdozio c'è la storia leggendaria raccontata da RAPC 2Ma 3 del tentativo di Eliodoro di saccheggiare il tempio. All'ascesa di Epifane, Giasone, fratello di Onia, tentò di indebolirlo presso il re, e ci riuscì: Onia, spodestato, in favore di Giasone, si ritirò ad Antiochia. Tre anni dopo Giasone, a sua volta, fu sostituito da Menelao, che, secondo 2 Maccabei, era un beniaminita. Onia rimproverò Menelao per aver venduto alcuni vasi sacri; Menelao corruppe Andronio per mettere a morte Onia, cosa che fece, attirandolo fuori dal santuario di Dafne, in cui si era rifugiato. Giuseppe Flavio dà un resoconto diverso delle cose ('Ant.'12:5), "In questo tempo, essendo morto Onia, egli (Epifane) dà il sommo sacerdozio a suo fratello Gesù, poiché il figlio che Onia ha lasciato era solo un bambino. Questo Gesù, che era fratello di Onia, fu privato del sommo sacerdozio. Il re, adirato con lui, lo diede al suo fratello minore Onia. Giuseppe Flavio aggiunge: "Questi due fratelli cambiarono nome: Gesù divenne Giasone e Onia Menelao. Dopo un po' di tempo, Onia (Menelao) fu espulso da Gerusalemme, si ritirò ad Antioco e abiurò la sua religione". In 1 Macccabei non c'è alcun riferimento alla morte di Onia. Certamente il Primo Libro dei Maccabei non occupa questa parte della storia, ma se questo Onia fu assassinato, e il suo assassinio influenzò così tanto il sentimento ebraico, da diventare una data di interesse superlativo nella storia ebraica, lo scrittore vi avrebbe almeno fatto riferimento. L'intera storia, come raccontata in 2 Maccabei, ha un aspetto dubbioso. Anche se ignoriamo del tutto la leggenda di Eliodoro, e il sospetto di tutta la storia che essa genera, abbiamo Menelao, un uomo che, secondo 2 Maccabei, è un Beniaminita, intromesso in un ufficio per il quale solo gli Aaronniti erano eleggibili, senza un accenno al fatto che lo scrittore lo considerasse un elemento aggiuntivo nella colpa dell'usurpatore. Giuseppe Flavio lo menziona come un punto contro Alcimo, che non era della famiglia dei sommi sacerdoti ('Ant.", 11:9. 5), eppure Alcimo era un discendente di Aaronne. RAPC 1Ma 7:13 Abbiamo inoltre un Giudeo zelante che si ritira ad Antiochia e, quando è in pericolo, si reca al santuario pagano di Dafne per mettersi in salvo. Conosciamo le orge che consacrarono i boschi di Dafne. Questi avrebbero fatto di Dafne l'ultimo luogo in cui un sommo sacerdote ebreo avrebbe cercato rifugio; se la sua stessa presenza nel santuario non fosse ritenuta dai Greci come inquinante. Tito, anche se non abbiamo avuto l'esplicita prova di Giuseppe Flavio contro di esso, la narrazione è auto-condannata. L'intera storia è priva di fondamento e, vera o falsa che sia, non ha influenzato l'immaginazione ebraica nel modo ipotizzato dai critici. Se la storia fosse stata che, mentre era sommo sacerdote, egli fu attirato dai sacri recinti del tempio di Gerusalemme e fu assassinato, allora la leggenda, anche se falsa, avrebbe potuto influire profondamente sugli ebrei. Ma un sommo sacerdote che aveva rinunciato al suo ufficio e si era ritirato in una città pagana era una persona meno sacra, e il suo lusingo da un santuario pagano e il suo assassinio erano un crimine meno odioso. L'intera idea che si possa pensare a Onia III qui è un'assurdità che sarebbe stata immediatamente scovata da questi critici, se la necessità di argomentazione lo avesse richiesto. L'origine di questa leggenda dell'assassinio di Onia IIl. è da ricercarsi per l'omicidio o l'esecuzione di Onia Menelao per ordine di Antioco Eupatore (Jos., 'Ant.", 12:9. 5; RAPC 2Ma 13:5). L'unto è Seleuco Filopatore? Bleek, von Lengerke, Maurer ed Ewald sostengono questa opinione. Si presume che Seleuco sia stato assassinato da Elio-doro: ciò si basa sulla sola autorità di Appiano, in una narrazione in cui ci sono prove di confusione. Anche se fosse concesso, è difficile immaginare un principe pagano chiamato "Messia". Certamente Ciro è chiamato così nel Secondo Isaia, ma questo è a causa dell'opera che deve compiere per Israele. Sembra necessario sostenere che fosse qualcuno che doveva essere l'unto principe del popolo ebraico, che doveva essere così stroncato. Ma non per se stesso. Esiste una grande differenza di opinioni sul significato preciso di questa frase. Il significato espresso dalla Versione Autorizzata avrebbe richiesto, almeno nell'ebraico normale, non wOl yaw (v'ayin lo), ma wOl aOlw (velo'lo). La versione riveduta è preferibile, "e non avrà nulla". Può significare "non sarà", ma non è così naturale. Il Rivisto, tuttavia, è vago, e si è inclini a cercare una spiegazione in un passaggio parallelo in Daniele 11:45, wOl riziwP yaew "E non c'era alcun soccorritore per lui.Non è una risposta sufficiente dire, come fa il professor Bevan, che Daniele 11:45 si applica a Epifane, e questo non lo fa. La stessa affermazione potrebbe essere fatta a due persone diverse. Sembra essere un'espressione più condensata di ciò che troviamo in Isaia 63:3 : "Del popolo non c'era nessuno con me". La traduzione di Behrmann è indifendibile: "Nessuno gli rimane, cioè lo segue", non dà alcun riferimento particolare. Questa visione presuppone che Onia III sia il Messia. Ebrei, secondo Giuseppe Flavio, alla sua morte fu succeduto prima dall'uno e poi dall'altro dei suoi due fratelli, perché suo figlio era troppo giovane per l'ufficio. Si deve inoltre supporre che, secondo l'opinione dei pii, essi non fossero successori di Onia. I pii di quel tempo non hanno lasciato traccia delle loro opinioni. E il popolo del principe che verrà distruggerà la città e il santuario. La parola tradotta "principe" è raramente resa "re". Gli unici casi sono quelli di Salomone 1Cronache 29:22 e di Ezechia. 2Re 20:5 Il primo fu unto, dygn, mentre suo padre era ancora in vita; il secondo ricorre in un passo poetico. I sacerdoti sono a volte chiamati "principi" o "governanti", ma questo è semplicemente in relazione alla casa di Dio e alle disposizioni sacerdotali. Se il versetto stesse da solo, sembrerebbe poco difficile accettare l'antica interpretazione ebraica che rendeva "il principe" Tito, che fu lasciato a portare avanti l'assedio di Gerusalemme mentre suo padre era a Roma, occupato con i doveri che incombevano sull'occupante del trono imperiale. Certamente i Romani, il popolo del principe, distrussero la città e il santuario in modo più completo di chiunque altro dopo Nabucodonosor. E la sua fine sarà con un diluvio. È difficile decidere il riferimento di "ciò" qui. Il riferimento grammaticalmente sembra essere ristretto al "popolo", poiché questo è il nominativo del verbo precedente. Può, tuttavia, senza molta fatica grammaticale, riferirsi al principe. Per quanto riguarda la profezia, in particolare la profezia apocalittica, la grammatica non può essere considerata come un canone definitivo per l'interpretazione. Il soggetto principale del versetto è il Messia che sarà stroncato. Ci potrebbe quindi essere un riferimento a lui, essendo "la sua fine" la vendetta che si abbatté sul popolo per averlo abbandonato. Questa è l'interpretazione della Settanta: "Il regno delle nazioni distruggerà la città e il santuario con il Messia", identificando il "principe" con il "Messia", e la sua fine verrà con ira". Teodozione si riferisce alla città e al santuario, poiché egli ha: "Saranno sterminati da un diluvio". La Pescitta si riferisce al re che viene. Il Vetus ha finem belli. Girolamo ha finis eius vastas, il suo riferimento è alla città. L'idea di Hitzig, che il suffisso prenominale si riferisca alla campagna, sembra la più naturale. Naturalmente, Hitzig lo riferisce alla campagna di Antioco, ma l'interpretazione non lo richiede. Con un'alluvione; non un diluvio letterale. Questa parola non si riferisce altrove a un certo numero di uomini, tranne che nell'undicesimo capitolo di questo libro; Questo capitolo, tuttavia, è di dubbia autenticità. Tutto ciò che ricaviamo dall'uso di shateph, "un diluvio", per "una moltitudine di uomini", e di shataph, "traboccare", "inondare", è che, secondo l'opinione dell'autore dell'undicesimo capitolo, la frase qui significa "una moltitudine di uomini". "Ira" o "devastazione" sembra essere il miglior significato della parola. Quest'ultimo sembra, nel complesso, la resa più naturale qui. Se è così, nessuno può non vedere quanto sia appropriata la descrizione che essa dà dello stato della Giudea, e specialmente di Gerusalemme, dopo la guerra che si concluse con la presa della città da parte di Tito. E fino alla fine della guerra le desolazioni sono determinate. Piuttosto, dovrebbe essere tradotto: "fino alla fine fu il decreto di desolazione", cioè la fine di questa campagna di cui sopra, e fino a quando tale fine non sarà raggiunto, la guerra, che è essa stessa un decreto di desolazione, è determinata. Presa così, questa clausola spiega ciò che è accaduto prima. Il testo qui, tuttavia, è evidentemente in uno stato così corrotto che nessuna decisione può essere presa con un sentimento di fiducia. Sembra che la Settanta abbia letto yillahaym invece di nehresheth, e ha omesso del tutto l'ultima parola. Theodotion ha, "per ordine nelle sparizioni", ma non si può dire quali parole ebraiche rappresentino. Il Vetus, che di solito è strettamente imparentato con la Settanta, omette un certo numero di parole. L'incertezza del testo rende cauti i significati suggeriti

Vers. 26, 27.-

La fine dell'economia ebraica

"E dopo sessanta e due settimane", ecc. (vers. 26, 27). L'angelo passò dalla restaurazione della città alla venuta del Messia e alla fine della dispensazione giudaica. Questo è il modo di profezia per cogliere le grandi epoche della storia e i rapporti divini con l'uomo

I LA MORTE DI CRISTO

1.) Doveva essere violento. "Il Messia doveva essere stroncato". Una frase inquietante e portentosa per ogni mente ebraica. Sempre usato della fine della carriera del malvagio Esodo 31:14 ; #Salmi 37:9; Proverbi 2:21,22La frase di Tessalonica implica anche un agente soprannaturale; quindi in questo caso. Atti 2:23

2.) Senza motivo. In ebraico, letteralmente, "Non c'è nulla in lui". La Settanta dà senza dubbio il significato: Kaima oujk estin ejn aujtw. "In lui non c'era peccato", "non commise peccato", "non conobbe peccato". Il verdetto di Pilato: "Non trovo in lui alcuna colpa".

II LA DISTRUZIONE DEL SISTEMA POLITICO EBRAICO

1.) Gli strumenti. "E il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario." Che il principe non sia il Cristo è evidente:

(1) A causa della sua designazione, semplicemente "un principe".

(2) Ebrei deve "venire" chiaramente dall'esterno dello stato ebraico

(3) La sua invasione doveva avvenire dopo la morte del Messia. Così indica il contesto. La storia dimostra che il principe era Tito

1.) La modalità. "E la sua fine con l'inondazione, e fino alla fine, la guerra; decreto di desolazione". L'esercito straniero dovrebbe spazzare via tutto ciò che gli si para davanti. La guerra doveva essere sterminatrice. Nessuna interruzione di calamità fino a quando non fosse rimasta nessuna città su cui la calamità potesse cadere

2.) Il motivo. Si noti la connessione interna del passaggio tra la distruzione del Messia e la caduta della città e della politica, tra il Calvario e la venuta di Tito. Luca 19:41-44 Quando Cristo pianse sulla città, la nazione lo aveva rigettato nel cuore. Formalmente, e con tante parole, nel giro di pochi giorni hanno scartato il loro unico Salvatore. Per quel rifiuto, la città e la nazione sono scese nell'abisso. Come fu alla fine dell'economia ebraica, così sarà alla fine di quella cristiana. La condanna non sarà il peccato, ma il rifiuto, o la negligenza del Salvatore del peccatore. Giovanni 3:18

III LA CONFERMA DEL PATTO

1.) Il Cresimatore. Il Signore Gesù. La sua augusta personalità è stata prominente per tutto il tempo. Le azioni descritte nel versetto 24 sono sue. in Isaia 42:1-7, specialmente nel versetto 6, Cristo è descritto come l'Alleanza Divina incarnata

2.) Il patto. Né l'antico né il nuovo, ma quell'unico patto completo di salvezza, di cui erano trascrizioni

3.) La sua conferma avvenne con le parole di grazia, di miracoli e di morte del Redentore; con l'effusione pentecostale; con la prima predicazione del vangelo, specialmente agli Ebrei

4.) L'ora. Dall'inizio del ministero del Signore fino all'incirca al tempo della morte di Stefano e della dispersione della Chiesa giudaica, circa sette anni. A quel tempo la nazione rigettò sia il Messia che quello Spirito che venne con la potenza e la grazia pentecostale. Allora la nazione morì, in attesa del fuoco dei giudizi divini. Le "ebdomadi" settanta erano finite. D'ora in poi la storia degli Atti degli Apostoli si rivolge ai Gentili

5.) Con chi. "Con molti." Ma tutti mostravano il peccato della nazione

IV LA CESSAZIONE DEL SACRIFICIO. "Gli Ebrei causeranno il sacrificio", ecc., cioè Cristo il Signore

1.) In misericordia. I sacrifici potrebbero cessare:

(1) o letteralmente;

(2) oppure, raggiunto il loro scopo, potrebbero diventare inutili e col tempo scomparire. In quest'ultimo senso sono stati fatti cessare. Non c'era bisogno del dito del tipo, quando la gloria dell'Antitipo riempiva il mondo. In questo c'è misericordia. Gli ebrei offrirono il sacrificio per i peccati del popolo "una volta, quando egli offrì se stesso". "Una volta alla fine del mondo", egli "tolse il peccato mediante il sacrificio di se stesso".

1.) In giudizio. Non passò molto tempo prima che in giudizio cessassero letteralmente

2.) In permanenza. Cessando, cessano per sempre, e nessun potere dell'uomo potrà mai restaurare ciò che è stato condannato da Dio. (Vedi la descrizione dei tentativi di Giuliano l'Apostata di restaurare i sacrifici, e il suo notevole fallimento, nel Dict. of the Bible del Dr. Smith, art. Gerusalemme, di James Fergusson, vol. 1:1015, b.) "La Parola del nostro Dio sussiste in eterno".

V LA CONSUMAZIONE Leggiamo: "E sull'ala delle abominazioni, un desolatore; fino a quando la distruzione, e ciò che è determinato, sarà versato sui desolati". Il passaggio sarebbe stato difficile prima degli eventi, intenzionalmente, ma non così difficile dopo. Lo scopo era, forse, quello di buttare via frammenti di pensiero piuttosto che dare un'idea continua; illuminare con i fulmini piuttosto che con il sole. Dopo aver parlato della cessazione del sacrificio, l'attenzione si fissa sul tempio, su un punto elevato di esso, sulla parte svettante, sull'"ala". Un'"ala di abominazioni", il tempio odioso a causa delle sue corruzioni. Il tempio deve diventare detestabile

(1) dalla corruzione;

(2) dall'interno, prima che a qualsiasi desolatore sia permesso di toccarlo. Nota bene la lezione. Ma essendo diventato abominevole, ecco! orologio! ecco il desolatore, cioè il romano! Ma fino a quando l'aquila romana guarderà minacciosamente il tempio? "Finché la distruzione, e ciò che è decretato, non si riverserà sui desolati". La preghiera di Daniele fu pronunciata in vista di una Gerusalemme desolata; La visione aperta dall'angelo termina con una desolazione più spaventosa. "Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e le sue vie inesplorabili!" -R

27 E confermerà l'alleanza con molti per una settimana, e a metà della settimana farà cessare il sacrificio e l'oblazione, e per la diffusione delle abominazioni la renderà desolata, fino alla consumazione, e ciò che è deciso sarà versato sulla desolazione. Il versetto della Settanta corrispondente a questo è evidentemente mescolato con letture e note confluenti riguardo ai versetti precedenti: "E il patto sarà forte su molti, ed egli si convertirà di nuovo ('pentirsi') ejpistreyei), e sarà costruito in larghezza e lunghezza, e secondo la fine dei tempi fino alla fine della guerra, e dopo sette e settanta volte e sessantadue anni fino alla fine della guerra; e la desolazione sarà tolta confermando (o 'quando egli confermerà') il patto per molte settimane; e alla fine della settimana il sacrificio e l'oblazione saranno tolti, e sul tempio sarà l'abominio della desolazione fino alla fine, e sarà data fine alla desolazione". In questa massa di confusione questo è chiaro: la clausola, "il patto sarà forte (dunasteusei) su molti", è un doppietto della frase, "quando egli confermerà il patto per molte settimane". La clausola, "e dopo sette e settanta volte e sessantadue anni", è un farsetto dell'inizio del ventiseiesimo versetto; "Fino alla fine della guerra, e la desolazione sarà tolta", è una versione alternativa dell'ultima frase del ventiseiesimo versetto. Quando questi elementi estranei sono stati eliminati, abbiamo lasciato una traduzione del ventisettesimo versetto, che può darci luce sul testo. "Il patto sarà forte su molti" è una possibile traduzione dell'ebraico. vedi Salmi 12:5 La lettura alternativa, "quando confermerà (ejn tw katiscusai) l'alleanza per molte settimane", implica l'infinito con la preposizione b, e "settimane" al plurale, e una omessa, quest'ultima è omessa, infatti, da entrambe. "E alla fine della settimana" - leggendo xqe (qaytz) invece di yxij (hatzee) - "il sacrificio e l'offerta saranno tolti, e sul tempio sarà l'abominio della desolazione" - leggendo vd, qo (qodesh), "santo", invece di jbz, (kenaph), "ala", "dispiegata", o può essere offerto "ala del tempio" - "fino alla fine, e sia data fine alla desolazione" - leggendo TTu (toottan), "è dato" o "nominato", invece di ËTTi (tittak), "versato". La teodozione è più vicina a quella massoretica: "E una settimana confermerà (dunamwsei) un patto con molti, e nel mezzo (hJmisei) della settimana il mio sacrificio e la mia offerta saranno tolti" - leggendo yjibzi (zebehee) invece di jbz, (zebah), e forse min.hath, invece di minhah..." e sul tempio (sarà) l'abominio delle desolazioni, e fino alla (alla) fine del tempo sarà posta (data) alla desolazione". Si osserverà che la Teodozione concorda con la LXX nel leggere vd,qo (qodesh) invece di pnKe (kenaph), e TTu (toottan) invece di ËTTi (tittak) La Pescitta è ancora più vicina al massoretico, ma l'ultimo verbo che il traduttore sembra aver letto come tanah, "si riposerà." Tertulliano, nella sua citazione dal Vetus, mostra che in questo versetto segue la Teodozione, o piuttosto la versione su cui egli ha fatto la sua base. Lui, tuttavia, collega "mezza settimana" con "una settimana". La traduzione della Vulgata è: "Una settimana confermerà anche il patto a molti, e a metà della settimana il sacrificio e l'offerta cesseranno" - leggendo tbvyi: (yishbath) -"e nel tempio sarà l'abominio della desolazione" - quindi leggendo con le versioni greche e il Vetus, vd,q invece di pn; k; -"e anche fino alla consumazione e alla fine la desolazione continuerà" - leggendo, quindi, bveTe invece di ËTTi, e omettendo la preposizione l ('al), "su": quest'ultima non è una lettura probabile. Da questo esame delle versioni una cosa è chiara: dobbiamo accettare, con tutte le sue difficoltà, "conferme". Gratz cambiava una lettera e traduceva: "Egli farà sì che molti trasgrediscano il patto". La supposizione più folle del professor Bevan, che cambierebbe due lettere e tradurrebbe: "il patto sarà annullato per molti", è altrettanto fuori dal tribunale. Il punto successivo è kenaph, "espansione". Qui le versioni greca e latina, compresa quella di Matteo 24:15, ma escludendo il doppietto mescolato nel testo del Vaticano e del Cod. Alessandrino, hanno letto vdqo. La Pescitta e l'autore della lettura intromessi nel Codice Alessandrino hanno letto pn (kenaph). Tuttavia, questi due non sono d'accordo per quanto riguarda l'interpretazione. La Pescitta rende "ali", gli scribi vaticani e alessandrini rendono pterugion, la parola Matteo 4:5 per un pinnacolo del tempio. Non c'è, a seconda di quale sia la preferenza, la minima giustificazione per il suggerimento di Kuenen che dovremmo leggere wONK invece di pnK. Il professor Bevan pensa che "questa correzione è quasi certa". Se è così, qualsiasi suggerimento di qualsiasi critico può essere ugualmente lodato. Qui abbiamo praticamente quattro versioni greche, due siriane se includiamo Paulus Tellensis, due latine, e nessuna di esse dà il minimo indizio che questa lettura "quasi certa" esistesse. L'equilibrio delle prove è decisamente a favore di vd,qo (qodesh), specialmente alla luce delle parole di nostro Signore. Se il testo che i suoi ascoltatori conoscevano conteneva la suggestiva parola pnKi, "ala", sarebbe stato impossibile, parlando come egli parlava dell'erezione delle aquile romane nel tempio, evitare di commentare la parola usata. Nostro Signore in questo caso deve aver avuto l'ebraico davanti a sé, poiché non rende come fanno le versioni greche, ejpi ton, ma ejn tolw aJgiw. Dobbiamo quindi ritenere che vd,qo sia stato il testo originale. Ed egli confermerà l'alleanza con molti. Qual è il soggetto del verbo qui? Hengstenberg, Hitzig e yon Lengerke fanno di una settimana il nominativo del verbo. Il professor Bevan obietta che rappresentare una settimana in cui si stipula un patto, o lo si rende gravoso, è senza analogia. Sia Hitzig che Hengstenberg si appellano a Malachia 3; Isaia 22:5; #Giobbe 3:3, dove un "giorno" è rappresentato come l'agire. Theodotion si traduce così. Il significato naturale, secondo l'ebraico, se non andiamo oltre la proposizione che abbiamo davanti per il soggetto del verbo, è tyriB (bereeth), "patto". Così dovremmo naturalmente rendere o - prendendo l'hiphil nel suo senso causale - "un patto", o "il patto confermerà"; cioè assicurare "una settimana a molti", o - e questo è meglio, come sostenuto da Salmi 12:5 (4, nel senso dato all'hiphil di rbg; (gabar) - "Il patto prevarrà per molti per una settimana". Questo concorda con la prima versione che troviamo nella Settanta: Il patto - il patto di Dio con Israele, e questo deve essere qui - "prevale su molti"; il suo patto di inviare un Messia, una parte del patto eterno con Israele, avrebbe prevalso sui cuori di molti d'Israele per una settimana. Se consideriamo che il ministero di nostro Signore è iniziato nell'anno 30 d.C., e la conversione di San Paolo nel 37 d.C., abbiamo l'intervallo richiesto. Dopo la conversione di San Paolo, i Gentili più degli Ebrei furono portati nella Chiesa. Un'altra teoria è che ci si riferisca al principe in arrivo. I critici ritengono che questo sia Antioco; ad esempio Ewald. Moses Stuart, che adotta questo punto di vista, si riferisce al patto fatto con Antioco da molti ebrei. Ma bereeth, così assoluto, non è usato per le alleanze, ma per il patto divino. La teoria che il principe che verrà sia Giasone, fratello di Onia, non si adatta all'idea di confermare il patto divino, quindi gli interpreti che sostengono questa visione - ad esempio Bevan - non fanno del "principe" il soggetto del verbo. Se bereeth è il patto divino, come lo è l'uso, allora il principe il cui popolo doveva devastare il tempio e la città non può essere colui che conferma il patto. Potremmo prendere l'ultima frase del versetto 26 come una parentesi, e considerare il soggetto del verbo "confermare" come il Messia che fu stroncato. Sembra, tuttavia, preferibile prendere la costruzione come abbiamo fatto sopra, e fare di bereeth il soggetto del verbo. E a metà della settimana farà cessare il sacrificio e l'oblazione. In conformità con la nostra interpretazione della clausola precedente, interpreteremmo questa: "Il patto farà cessare l'offerta e l'oblazione". Che patto è questo? Il nuovo patto messianico promesso in Geremia 31:31. L'autore dell'Epistola agli Ebrei 8:8 cita questo passaggio come messianico, e come prova che il sacrificio e l'offerta erano cessati con il sacrificio di Cristo di se stesso. Gli interpreti della scuola critica sono ridotti a notevoli difficoltà nei loro sforzi per far quadrare questo passaggio con le loro nozioni preconcette. Bevan ammette che il soggetto naturale del verbo yashbeeth è il "principe che verrà"; ma essendo giunto alla conclusione che questo principe futuro è Giasone, non si può dire che egli faccia cessare il sacrificio e l'offerta. Il professor Bevan è costretto a cambiare la lettura da hiphil a kal. Ebrei ha certamente la giustificazione che la Settanta e la Teodozione rendono la parola passiva. Ewald considera il principe in arrivo come Epifane. Se è così, allora deve essere lui il soggetto per tutto il tempo. In tal caso siamo obbligati a contraddire l'uso e a sostenere che il patto confermato si riferisce a un'alleanza fatta con gli ebrei apostati; Ma questo, come abbiamo detto, contraddice l'uso riguardo a "patto" in questa posizione assoluta. Inoltre, alla fine del versetto 26, si parla della "fine della guerra". Eppure, secondo questa interpretazione, dopo la fine della guerra il principe fa sacrifici e offre di cessare. Ewald, riconoscendo le difficoltà della sua interpretazione, dichiara: "Non appena il discorso tocca l'uomo e i suoi progetti, è subito agitato dal più profondo disordine". A metà settimana. Secondo l'interpretazione cristiana ordinaria, questo vale per la crocifissione di nostro Signore, che ha avuto luogo, secondo il calcolo ricevuto, durante il quarto anno dopo il suo battesimo da parte di Giovanni e la conseguente apertura del suo ministero. Hitzig e molti commentatori critici vedono un riferimento nella mezza settimana al tempo, ai tempi e alla metà del tempo, e lo identificano con il tempo durante il quale Antioco aveva eretto l'altare pagano nel tempio. Va osservato che questo punto di vista ha il sostegno di RAPC 1Ma 1:54, che applica la frase successiva ad Antioco. Se il punto di vista tradizionale è corretto - che la profezia pubblicata ai giorni di Ciro si applicava ai futuri Romani - allora era del tutto naturale che uno scrittore delle sembianze di Giovanni Ircano fosse incline a interpretare la profezia degli eventi del suo tempo. Come abbiamo già visto, il riferimento non può essere ad Antioco. L'estrema popolarità di Daniele al tempo in cui fu scritto 1 Maccabei, probabilmente intorno al 100 a.C., è da notare. Egli ridurrà le abominazioni per la diffusione delle abominazioni. Questo è reso nella Versione Riveduta: "E sull'ala delle abominazioni verrà colui che rende desolato"; a margine la traduzione è: "Sul pinnacolo delle abominazioni". Abbiamo visto che il grande equilibrio di prove era a favore dell'inserimento di vd,qo, "luogo santo", invece di pn; Okay; "ala."

Anche se prendiamo la lettura massoretica e la rendiamo secondo il testo o a margine, abbiamo delle difficoltà. Non abbiamo alcun esempio di un uccello che si sostenga con un'ala. Se si mantiene pnK (konaph), "ala", si può difficilmente resistere al riferimento alle aquile romane. La parola ha diversi significati derivati: "Il bordo" della terra, asgion; Isaia 24:16 ; da ciò deriva la traduzione nel Riveduto. Nel presente passaggio, Gesenius, Furst e Wirier lo considerano equivalente a pteru, ma tale significato non si trova altrove in ebraico. "Gli Ebrei la renderanno desolata". In ebraico, questa è solo una parola, meshomaym, il participio. La parola ricorre due volte in Esdra 9:1,4, e lì significa "stupito", "stupefatto". È imitato in Daniele 11:31, ma la parola precedente, xWQvi (shiqqootz), è al singolare, e concorda con meshomaym. Qui abbiamo il sostantivo shiqqootzeem al plurale mentre il participio è al singolare. Daniele 12:11 abbiamo un'altra variante, μmevo xWqvi. Le versioni si traducono come se la parola fosse stata al singolare; quindi possiamo dubitare che il sostantivo non fosse originariamente singolare, tanto più che nel passo parallelo Daniele 11:31 abbiamo usato il singolare. Una reduplicazione accidentale della m, che inizia μmevm, spiegherebbe la lettura attuale. Il professor Bevan suggerisce di leggere μymiv; mu, il participio ofal plurale di μWc, "sedere"; ma l'evidenza delle versioni è decisiva contro questo. La traduzione della clausola sarebbe così: "e sul tempio l'abominio della desolazione". L'uso di shiqqootz ci porta a pensare agli idoli pagani, come 1Re 11:1, Chemosh, l'abominio di Moab; Moloch, l'abominio dei figli di Ammon, 2Re 23:13 ; As-toreth, l'abominio dei Sidoni. Più importante è Ti Geremia 32:34, "Hanno posto le loro abominazioni nella casa che è invocata con il mio nome, per contaminarla". Abbiamo qui la combinazione suggerita dal professor Bevan. Dal fatto che Daniele sembra essere stato saturo di Geremia, la sua suggestione potrebbe aver avuto peso; ma l'assoluta mancanza di qualsiasi accenno nelle versioni che la lettura fosse anche solo dubbia, ci costringe ad essere contrari a questo punto di vista. Non c'è nessun caso in cui shiqqootz significhi "altare", ma molti in cui significa "idolo". Quindi l'erezione di un altare pagano non è ciò che verrebbe naturalmente pensato a questo proposito. L'opinione tradizionale, che questo si riferisca agli stendardi delle aquile romane, che erano in un certo senso "idoli", ed erano considerati specialmente come tali dagli ebrei, è certamente almeno plausibile per motivi grammaticali, e può essere considerata certa per altre ragioni; ad esempio, la sua adeguatezza al significato degli altri versetti. fino alla consumazione, e ciò che è determinato sarà riversato sui desolati. La Versione Riveduta è molto diversa qui: "E fino alla consumazione, e ciò che è determinato, l'ira si riverserà sul desolatore". Abbiamo già visto che ËT (tittak) "versato", deve essere abbandonato, in quanto non presente in nessuna delle versioni. La maggior parte di loro ha letto TTu. Dobbiamo, in primo luogo, assumere che il nominativo della frase sia il soggetto del verbo. In tal caso dovremmo tradurre, in conformità con la traduzione delle due versioni greche, "Finché non sia posta una fine e un limite alla desolazione". La lettura di Girolamo nella Vulgata, come abbiamo visto, sembra aver letto bveT (tayshayb), "abitare", "rimanere", poiché rende persecerabit; e non deve aver avuto la preposizione l ('al), "su", perché egli fa della desolazione il nominativo del verbo. L'interpretazione di Girolamo indica la fine del mondo, e la lettura che adottiamo indica anche lo stesso terminus ad quem, più indefinitamente. La fine fissata alla desolazione può essere la fine del tempo; ma potrebbe trattarsi di un periodo precedente; Ma questo non viene rivelato. Si presume che il significato di kalah sia "fine", non "rovina", come asserito da molti commentatori. Dove la parola significa "distruzione", è semplicemente come la fine totale di una persona o di una nazione: è la distruzione di quella persona o nazione; Ma non significa mai "distruzione" a parte questo. In relazione a questa domanda, devono essere considerati due passaggi in Isaia, dove Isaia 10:23; 28:23 kalah e neheretzeth ricorrono in connessione. La nostra interpretazione implica che prendiamo d come una congiunzione e non come una preposizione. Il professor Bevan renderebbe assoluto che quando d introduce una proposizione verbale, il verbo ha la precedenza sul soggetto, e quindi punterebbe dO, non d; ma in opposizione a questo detto c'è 1Samuele 2:15. La generalità del fenomeno è dovuta alla normale struttura della frase ebraica. Sarà posta fine alla desolazione di Sion, anche se tale fine può coincidere con "la fine di tutte le cose

Illustratore biblico:

Daniele 9

 

3 CAPITOLO 9

Daniele 9:3

E volsi la mia faccia verso il Signore Iddio.

Rivolgere il volto al Signore:

Daniele, quando voleva cercare Dio, "volse la sua faccia al Signore Dio, per cercarlo con la preghiera". Ebrei era un uomo eminentemente santo, e molto avanzato nella pietà. Il suo esempio non può essere inappropriato da seguire

1.) Ci devono essere grandi difficoltà per la ricerca corretta ed efficace di Dio. Alcune cose le facciamo senza difficoltà; La nostra mente va naturalmente e facilmente alla loro performance. Prima della caduta dell'uomo, la sua mente si rivolgeva naturalmente a Dio, si rallegrava in Lui e si elevava verso di Lui, come ora si diletta in un giorno luminoso e glorioso. Non è così ora. È una questione molto difficile porsi correttamente a cercare Dio. L'uomo non può cercare Dio rettamente a meno che la potenza di Dio non operi in lui per portarlo a farlo. Come si può portare un cuore spezzato e contrito, che è l'offerta appropriata davanti a Dio, a meno che Dio lo Spirito non lo rompa? Rinunciamo naturalmente al peccato o desideriamo naturalmente farlo? È facile confessare i nostri peccati, scoprirli, accertarli, siano essi peccati di cuore o di vita? Cercate con fervore e onestà di cercare Dio, e presto troverete la difficoltà. Vari sono gli ostacoli che si incontrano nel giungere al Propizio

2.) Moltitudini sono sempre alla ricerca di Dio che non si volgono a cercare. La Scrittura è chiara riguardo ai vacillanti. Ci sono molte persone di questo tipo, sincere oggi, morte di nuovo domani; con convulsioni di preghiera, e poi di nuovo senza preghiera. Costoro non ottengono nulla dal Signore. Altri, pur cercando, non rinunceranno a ogni peccato volontario. Chi può essere cristiano senza sacrificio? Chi può entrare nella porta dello stretto senza lottare? Cerchi invano se permetti uno spirito mondano; a meno che tu non venga a Dio e desideri onestamente e sinceramente che l'amore del mondo venga distrutto nel tuo cuore. C'è un solo modo di avvicinarsi a Dio, e uno solo; un solo nome e uno solo da invocare: il nome di Gesù Cristo

3.) Alcuni suggerimenti su come rivolgere il nostro volto al Signore nostro Dio. Dovete dare tempo per questo. Ci deve essere l'andare a lavorare sul serio; un'indagine diligente sui peccati della vita e sui peccati del cuore, e confessarli con vero dolore davanti a Dio. Fin dall'inizio della nostra ricerca, ci deve essere una ricerca e una fiducia nell'aiuto di Dio. E noi possiamo cercare il Suo aiuto. Il primo grido o sospiro onesto e sincero di un peccatore che ritorna viene notato da un Dio misericordioso. Quel grido non si alza mai invano per chiedere aiuto

4.) L'importanza di "volgere la faccia al Signore Dio per cercare". Ricordate che non possiamo avere successo senza questo. Pensate alle benedizioni che Dio elargisce a coloro che cercano in questo modo, alle meravigliose promesse che gli Ebrei hanno fatto loro. Meritano tutte le ricerche e i sacrifici che abbiamo dimostrato essere necessari. Vi è comandato così di cercare Dio. I comandamenti di Dio sono le cose più gentili e benefiche per noi che ci siano

5.) Ragioni speciali che possono essere date a diversi individui per cui dovrebbero immediatamente, risolvendosi, guardando a Dio per aiuto, fare questo:

(1) Coloro che non l'hanno mai fatto "volgono la faccia al Signore Dio". La tua felicità eterna dipende dalla tua ricerca, o dalla tua perdizione eterna

(2) Rivolgiti ad alcuni cristiani. Alcuni di voi sono ostacolati da qualcosa nel loro corso. Se seguiste l'esempio di Daniele, potreste essere liberati da questo ostacolo. Ancora una volta, qualcuno si trova in una situazione particolarmente ristretta e in difficoltà. Non si apre nessuna porta? La via è buia? Ricorrete a cercare così Dio. Vai subito a questo dovere. Deve essere fatto ora. Non ci siano ritardi. Cominciate ora, seriamente, risolutamente, nella preghiera e nella fiducia nell'aiuto misericordioso di Dio, e il risultato non sarà un fallimento o una delusione precoce. Dio aiuterà l'anima al suo primo grido veramente sincero e onesto a Lui per chiedere aiuto. (J. E. Dalton, B.D.)

La rettitudine non è una posizione, ma una direzione:

Questa è una buona parola sul giovane ebreo, Daniele, la dice lunga. "Volgo la mia faccia al Signore Dio". E questa è la vera domanda sulla vita: da che parte sei rivolto; In quale direzione stai davvero guardando e vivendo? La rettitudine, non una posizione, ma una direzione. Permettetemi innanzitutto di chiarire questa distinzione, e poi ne capirete l'importanza. L'idea comune, quindi, della differenza tra giusto e sbagliato è che giusto e sbagliato sono due territori separati, per così dire, e che c'è una linea di confine che li divide, come la linea di frontiera tra due paesi, e che ovunque sul lato destro di quella linea di confine è giusto. Oppure, le persone immaginano i peccati particolari come se fossero province separate nel territorio generale del torto, ogni peccato con la propria linea di confine, da un lato della quale sei nel peccato, ma che finché non hai effettivamente attraversato quella linea nel peccato, sei a posto. E gran parte della discussione morale del mondo è stata spesa per cercare di tracciare queste linee esatte dove finisce il giusto e inizia il sbagliato, la linea fino alla quale si può andare senza peccare. Ebbene, questo sembra molto plausibile, eppure uno sguardo alla vita reale, e ad alcune delle questioni più comuni di giusto e sbagliato, è sufficiente per dimostrare che, in ogni caso, c'è una grande quantità di vita in cui è del tutto impossibile tracciare una linea così netta tra il bene e il male! Cercate di tracciare una linea di demarcazione tra l'industria e l'ozio, e di dire esattamente quanto un uomo debba essere industrioso per non essere considerato un fannullone. Ma non puoi farlo! Oppure, prendi l'egoismo. Chi può stabilire esattamente fino a che punto dovrei considerarmi, e segnare il punto in cui inizia l'egoismo; o fino a che punto dovrei fare ciò che mi piace, o fino a che punto rinunciare agli altri? Perché non si può fare, se si dovesse discutere su questo per un anno! Oppure, prendete domande costantemente presenti come quella del bene e del male nel mangiare e nel bere, o qualsiasi tipo di indulgenza. C'è una linea chiara da tracciare tra ciò che è temperato e ciò che è intemperante? Certamente la concupiscenza è un peccato. Ma dove inizia esattamente ad essere così? Così è, in modo palpabile, per quanto riguarda una grande quantità di giusto e sbagliato. Ma in realtà, è così anche nelle cose che a prima vista sembrano così chiare e distinte nel loro profilo morale che si è inclini a dire che non ci può essere nebulosità o incertezza in esse. Prendiamo la verità, per esempio, o l'onestà. La verità tende ad apparire altrettanto esatta e precisa di una figura matematica - che una cosa sia vera o non vera, che tu stia dicendo la verità o no - sembra che dovrebbe essere possibile definirla in ogni caso. E onestà! C'è qualcuno che dirà che l'onestà e la disonestà si fondono l'una nell'altra, perché sembra indebolire la distinzione più chiara della moralità? Eppure è così. Non si può tracciare una linea esatta in nessuna delle due questioni. Se aveste dato rifugio a uno schiavo fuggiasco nei vecchi tempi della schiavitù, la verità vi avrebbe obbligato a rispondere alla domanda se egli era con voi? Oppure, se stai contrattando su alcuni beni che vuoi vendere, l'onestà richiede che tu dica tutto ciò che sai a loro svantaggio, o è sufficiente che tu risponda veramente a ogni domanda reale che ti viene posta? Bisogna dire la verità ai criminali quando li aiuterà in un crimine? E così potrei passare in rassegna ogni parte della condotta umana, e più la si esamina da vicino, più si scopre che non esiste una cosa come tracciare una linea assoluta tra il bene e il male da nessuna parte. Ma cosa significa? Che, quindi, non c'è alcuna differenza reale tra loro, o che la distinzione tra loro è impercettibile? Non per un momento. La differenza tra giusto e sbagliato è la distinzione più tremenda al mondo. Nessuna distinzione tra doloroso e piacevole può essere paragonato ad esso, solo che non è di quel tipo. A questo punto entra in gioco il pensiero, e penso che sia un pensiero utile, che non è una differenza di luogo o di posizione, ma di direzione. Una sola illustrazione te lo dà subito. È semplicemente come la differenza tra est e ovest. C'è una linea di demarcazione tra est e ovest? No! Chi può dire dove finisce l'est e inizia l'ovest? Nessuno; E tuttavia questo significa che non c'è differenza tra Oriente e Occidente, o che si tratta di una differenza nebulosa e oscura? Niente affatto. Semplicemente è questa stessa differenza non di due luoghi, ma di due direzioni. Non è possibile tracciare una linea di demarcazione tra est e ovest, ma si può capire in un attimo se si sta andando a est o a ovest, o se il viso è rivolto verso est o verso ovest. E così, anche se non è mai stata tracciata una linea che potesse dividere esattamente il bene dal male, si può capire in un attimo se si sta vivendo nella direzione del bene o nel male. Ecco, dunque, la vera distinzione, e ora seguiamola un po' e vediamo l'importanza di essa. Poiché inizia proprio all'inizio della vita, e sta alla radice di ogni giustizia chiara e forte. E, d'altra parte, l'idea che la giustizia consista nel non oltrepassare una linea di demarcazione con l'errore, è proprio la fonte più insidiosa e fertile di torto. Finché si immagina che il peccato inizi solo da una linea distinta, si è tentati di avvicinarsi il più possibile a quella linea, mentre in realtà il peccato è iniziato, e di continuare per tutto il tempo che si è rivolti in quella direzione! Puoi vedere come funziona, dalla culla in su. Voi madri, dite al vostro bambino, che giocate con voi mentre lavorate, di non uscire dalla stanza! E va alla porta, e guarda fuori, e se parli dice: "Non sono uscito!" E poi mette un piede proprio sulla soglia, molto probabilmente guardandoti per tutto il tempo, e poi si avventura un po' più in là, e ancora, quando scuoti la testa, dice: "Non sono uscito!" Sapete perché è così difficile insegnare ai bambini la vera lezione, non solo per evitare di oltrepassare una linea di torto reale, ma per evitare di guardare in quella direzione, o di andare in quella direzione? Perché molti di coloro che vogliono che si insegni ai bambini questa lezione non l'hanno imparata da soli! Uomini e donne sono sempre come quel bambino. Non hanno intenzione di peccare, o almeno sentono di non doverlo fare, e pensano che non lo faranno. Ma guarderanno verso di essa, e andranno fino all'orlo di essa, e guarderanno oltre, e forse metteranno un piede proprio sulla soglia... eppure, se la coscienza li porta su con una svolta a giro, cercano di giustificarsi dicendo che in realtà non hanno oltrepassato il limite! Ecco come avviene la totalità dei peccati del mondo! Giovani uomini, non sapete come questo funziona spesso nella vita di un giovane uomo, questo cercare di avvicinarsi al limite del peccato senza effettivamente oltrepassarlo? Un giovane torna da scuola, o da qualche casa di campagna, per prendere il suo posto nel grande mondo, e il falso fascino di esso comincia a impadronirsi di lui. Ma non intende peccare; Ha abbastanza grazia da rifuggire da ciò. No, non peccherà, dice; ma comincia ad andare con quelli che lo fanno; li sente parlare e vantarsi dei piaceri che hanno; Li invidia a metà l'audacia con cui peccano - e andrà in luoghi dove si tratta - e tuttavia quando la coscienza si fa sentire, nelle ore tranquille, cerca di trarre qualche misero conforto facendo credere a se stesso di non aver effettivamente peccato. Peccato? Ebbene, tutta la sua attitudine è peccato. Il suo volto e il suo cuore sono sempre protesi verso il peccato. Ed è lo stesso per tutta la vita. Basta guardare la storia di dieci uomini che sono finiti in prigione, e troverete che nove su dieci sono stati guidati dai primi passi del cammino che li ha portati lì da quell'idea maliziosa che ci fosse una qualche linea morta del peccato, che se non avessero attraversato, avrebbero avuto ragione. E non solo questa è la fonte del crimine vero e proprio - e di ciò che il mondo definisce definitivamente peccato - ma è anche la fonte di tutta la vita povera e indegna che c'è nel mondo. Le persone che non sono esattamente ladri, ma che si approfitteranno di te se possono; le persone che anche mentre lavorano non hanno il cuore veramente messo al lavoro, ma sono rivolte all'ozio e al divertimento; quel carattere che negli affari è sempre "navigare piuttosto vicino al vento" e, ancora più comune nel mondo, quel tipo di vita che forse si vanta di non infrangere mai un comandamento o di non fare nulla di sbagliato, e che tuttavia non ha un vero amore per la bontà, nessun genuino desiderio di bontà - questo è il tipo di vita che trattiene il mondo, e tiene indietro la chiesa, e mantiene il tono della società basso e meschino. Amici, questa è la chiamata di Dio per noi. Non solo per evitare certe cose proibite, o per oltrepassare qualche linea di peccato effettiva, ma per mettere le nostre facce in una direzione opposta, verso il giusto, verso tutta la vita giusta, pura, gentile, devota. Sono Cristo e tutta la Sua disposizione della vita che hanno fatto emergere pienamente questo per noi: non più la legge, ma l'amore, non più il semplice astenersi da una certa lista di cose proibite, ma il servizio attivo e lungimirante. Questo è il segreto di una vita efficace e di una vita felice: tenere la giustizia davanti a noi come l'intera direzione della nostra vita. Non c'è un giorno, appena un'ora, in cui questo principio - che la rettitudine non è una posizione, ma una direzione - si manifesta. Taglia dritto la casistica morale in cui i passi del dovere si impigliano così facilmente, nel discutere fino a che punto questa o quella via possa essere perseguita senza un peccato reale! Allora la giustizia, in questo pensiero, non diventa un peso, ma una forza motrice, non un freno, ma un'ispirazione, non una condanna, ma la gloria! Non dico che sia facile; Non c'è modo di guardarla che possa rendere facile la rettitudine. Si può rivolgere il proprio viso con tanta serietà nella giusta direzione, e ancora le passioni allettanti attireranno e la debole risoluzione si affievolirà e inciamperà. Il moralista romano confessò che, pur amando di più, a volte seguiva il peggio, e anche Paolo stesso dice che, sebbene si diletti nella legge di Dio secondo l'uomo interiore, tuttavia trova un'altra legge nelle sue membra che lo rende schiavo del peccato e della morte. No! Non c'è una grande vittoria morale nemmeno in questo modo, anche affrontando la retta via - e tuttavia, è l'unica vera via in avanti - e con il cuore e il viso veramente rivolti al giusto e a Dio, la forza deve continuare a crescere - e il senso di un aiuto divino che non ci abbandonerà, e la via verso l'alto non diventa così difficile; E anche attraverso la debolezza e il peccato, mantenere il cuore ancora rivolto verso il giusto è di per sé, no! non la vittoria, ma la promessa di una vittoria finale, la profezia di come finalmente potremo essere sollevati dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio! (Brooke Herford, D.D.)

Daniele, l'uomo di preghiera:

Con il passare degli anni, il profeta Daniele divenne un grande esperto sia nella preghiera penitenziale che in quella di intercessione. E giunse a quella grande competenza proprio come si arriva a una grande competenza in qualsiasi altra scienza o arte; vale a dire, con una pratica costante, incessante e intraprendente. Signore, insegnaci a pregare, disse un discepolo in un'occasione a nostro Signore. Ma nemmeno il nostro Signore, con tutta la Sua volontà e tutta la Sua capacità, può insegnare a nessuno di noi a pregare. Ogni uomo deve insegnare a se stesso questo il più personale, il più segreto e il più sperimentale; questa è la più grande e la migliore di tutte le arti. Ogni uomo deve trovare i modi migliori di pregare per se stesso. Non c'è una strada reale; Non c'è una strada breve o facile per diventare abili nella preghiera. Anche voi dovete avere momenti speciali e straordinari di preghiera, come quelli di Daniele, oltre alla sua abitudine quotidiana di pregare. Speciale e straordinario; Stagioni di preghiera originali e ineguagliabili, in cui letteralmente non si fa nient'altro giorno né notte se non pregare. Ora, è chiaro che non si può insegnare una vita di esperimenti e di conquiste come quella a qualsiasi uomo casuale; e, soprattutto, non si può insegnarlo a un uomo che ancora detesta il solo pensiero di tale preghiera. Fu il suo giogo in gioventù che insegnò per la prima volta a Daniele a pregare. Babilonia insegnò a Daniele e ai suoi tre amici a pregare e a pregare insieme nelle loro camere, come leggiamo. essere arrestati nelle case paterne dai soldati di Nabucodonosor; che le catene babilonesi fossero messe sulle loro mani e sui loro piedi; vedere le torri di Sion per l'ultima volta: essere invitati a cantare alcuni dei canti di Sion per divertire i loro padroni mentre si affaticavano sulle sabbie assire: sareste stati voi stessi esperti in una scuola di preghiera come quella di Geremia, una grande autorità sul perché alcuni uomini pregano, e perché altri uomini non pregano mai, ha questo su di te nel suo libro: "Moab si è trovato a suo agio fin dalla sua giovinezza; si è posato sulle sue fecce; non è stato svuotato da un vaso all'altro, e non è andato in cattività; e perciò il suo sapore rimane in lui, e il suo profumo non è cambiato". Il nono capitolo di Daniele è caro ad ogni antica mano devozionale. È delizioso con una delizia che non è nota ai neofiti. È davvero piacevole vedere il vecchio profeta seduto nella sua camera e che scandisce il libro del profeta Geremia, la cui prima copia è stata appena contrabbandata attraverso il deserto da Gerusalemme a Babilonia. Ci sediamo e scandiamo vecchi autori di letteratura e religione, se sono abbastanza vecchi; ma non convarrebbe fare un commercio di contrabbando degli autori e dei predicatori di oggi agli autori di oggi e nemmeno ai predicatori. Sfruttiamo e plagiamo i grandi predicatori del grande passato, ma non troviamo molto da ripagare sul pulpito dei nostri giorni. Solo Daniele studiò Geremia tanto quanto se Geremia fosse stato Mosè stesso, e anche di più. E non solo studiò un profeta che chiameremmo suo contemporaneo e suo collega, ma, vecchio profeta e vecchio sacerdote com'era, cominciò a digiunare, a vestirsi di sacco, a ricomporsi e a pregare di ogni genere, mentre sedeva sul nuovo libro di Geremia e cadde sul pavimento della sua camera stringendo il libro al cuore. Se fossimo stati al posto di Daniele, scommetto cosa avremmo detto leggendo quel brano di settant'anni sulla nuova pergamena: "Le vie del Signore - se questo è davvero il Signore - le sue vie non sono rette", avremmo detto. Eccomi qui a camminare verso la vecchiaia a Babilonia, e non mi è mai giunta alcuna intimazione come questa. Sicuramente ero l'uomo che ne aveva bisogno, e me lo ero guadagnato. Perché Geremia? Che cosa è stato fatto? E poi, non è egli caduto nelle mani dei nostri oppressori?" Ho la sensazione che non sarei stato di umore così mite come lo fu Daniele per quel libro, il cui inchiostro era ancora bagnato. O Daniele, uomo molto amato! e chi meritava di esserlo! "Perché", chiede Pascal, "perché Dio ha stabilito la preghiera?" E la prima delle tre risposte che Pascal dà a se stesso è questa: "Comunicare alle sue creature la dignità della causalità". E Daniel era della mente profonda, credente e originale di Pascal. Daniele, infatti, solo perché ha letto e ha creduto che la liberazione era alle porte, a maggior ragione si vede pregare come se la sua preghiera dovesse essere la causa unica e predestinata della liberazione futura. Daniele si vestì di sacco, digiunò, pregò e tornò sui peccati di tutti i suoi e di tutto il suo popolo, in un modo che ci confonde in faccia. Non possiamo capire Daniele. Non siamo abbastanza profondi. Gli Ebrei pregarono, digiunarono e tornarono in un'agonia di preghiera, come se non avesse mai sentito parlare della prossima liberazione; pregava in sua presenza, come se disperasse di vederla mai. Gli Ebrei digiunavano e pregavano come non aveva mai fatto in tutti questi settanta anni di digiuno e di preghiera. Leggete, voi tutti esperti in preghiera, leggete con tutta la vostra mente, e con tutto il vostro cuore, e con tutta la vostra esperienza, e con tutta la vostra immaginazione questo grande capitolo della causalità. È scritto da un esperto per esperti. È scritto da un grande santo di Dio per tutti questi. Leggetelo e pensate. Leggetelo con il vostro Pascal aperto davanti a voi. Leggetelo e immergetevi nelle cose profonde di Dio e dell'anima. Leggetelo e mettetelo in pratica finché non sapete per esperienza e per esperienza che il decreto, il patto, la profezia, la promessa e tutto il resto, per quanto sicuro e per quanto vicino, si adempiono solo in risposta immediata e dipendente alla preghiera penitenziale e importuna. Leggetelo e pregate come mai prima d'ora, dopo che la risposta è effettivamente iniziata. Guarda la risposta fino all'ultima sillaba prima di iniziare a frenare la penitenza e la preghiera. E dopo che la risposta è stata adempiuta, leggete ancora essa e i capitoli ancora più profondi che la seguono, finché non imparerete un nuovo digiuno, e un nuovo sacco, e nuove ceneri, e un nuovo pentimento, fino alla vostra più santa vecchiaia. Leggi la più grande preghiera di Daniele e "Conosci il tuo terribile potere, una creatura eppure una causa". (Alessio. Whyte, D.D.)

La preghiera di Daniele:

Conoscendo così Daniele la parola di Dio trasmessa dai profeti che avevano predetto la cattività e la restaurazione di Giuda, e confidando nell'immutabile fedeltà di quella parola, come tutta la sua vita attestava che egli aveva, il ritorno dei suoi connazionali a Gerusalemme fu un evento sul quale egli deve aver sicuramente contato, non solo come certa, ma anche come molto vicina. Né mancavano altre intimazioni molto inequivocabili per dare a Daniele la certezza che questo evento era vicino. Gli Ebrei videro nel conquistatore di Babilonia proprio la persona che era stata chiamata per nome nelle profezie di Isaia, centosettanta anni prima. Se mai ci fu un avvenimento futuro che si sarebbe potuto prevedere con assoluta certezza, fu la restaurazione dei prigionieri ebrei nella terra e nella città dei loro padri. Eppure, lungi dal supporre che non ci fosse posto per la preghiera, tra i vari mezzi che furono impiegati per realizzare quell'evento, fu proprio la sua ferma fede nella certezza e nella vicinanza di esso che spinse Daniele a supplicare ferventi e perseveranti per il suo compimento. Poiché contemplava l'avvicinarsi di questa liberazione, si dedicò a una preghiera speciale per l'adempimento della promessa

1.) La preghiera stessa non faceva altro che esprimere o incarnare in linguaggio lo stato d'animo di Daniele rivolto verso un oggetto, per la realizzazione del quale egli provava un interesse molto intenso. Il credente non può mai, senza smentire i suoi principi, desiderare deliberatamente qualcosa che sa essere contrario alla volontà e incompatibile con la gloria di Dio. Ebrei supplica in modo condizionale, qualificando la sua richiesta in modo che possa essergli data, se conforme alla volontà del suo Creatore, o favorevole alla manifestazione della gloria del suo Creatore. Ma, se è fedele ai suoi principi, non può mai cessare con veemenza di desiderare ciò che sa essere conforme alla volontà e sottomesso alla gloria di Dio

2.) Per quanto riguarda il posto che la preghiera di Daniele occupava tra i vari strumenti o mezzi che dovevano essere impiegati per realizzarne l'oggetto, egli aveva buone ragioni per credere che essa non fosse né priva di un posto definito né di per sé priva di efficacia. Daniele sapeva che l'avvenimento che desiderava e pregava implicava necessariamente in esso l'emendamento spirituale di Giuda. Gli ebrei videro che il ritorno del loro cuore a Dio era essenziale per il loro ritorno trionfale alla terra dei loro padri; E sentiva, quindi, che l'umiliazione e la confessione del peccato non erano solo un esercizio conveniente in lui in un momento simile, ma, in realtà, un adempimento in parte della stessa promessa in cui confidava. L'azione della preghiera è in verità una cosa meno ovvia e palpabile di quella cooperazione esteriore, per mezzo della quale l'umanità è resa asservita al compimento dei propositi divini. Ma non è forse un'agenzia di carattere indicibilmente più elevato? Non è forse la cooperazione di uno spirito immortale, che porta l'impronta dell'immagine divina e che in questo momento agisce all'unisono con la volontà divina? Con alcune di queste concezioni della preghiera cercherei di rimuovere le difficoltà di coloro che potrebbero essere stati perplessi da sottili speculazioni sul posto che essa occupa e sull'efficacia che le appartiene nell'economia della grazia; difficoltà che, in realtà, non hanno nulla a che fare con la preghiera più di quanto non abbiano nulla a che fare con l'agire umano. (R. Gordon, D.D.)

Preghiera per la prosperità nazionale:

Come il profeta fece suoi i peccati, i pericoli e i bisogni della sua nazione, e confessò e supplicò come per la sua vita, così dovremmo fare noi. I nostri peccati e le nostre trasgressioni sono tanto grandi quanto le nostre misericordie; I nostri pericoli sono reali, imminenti e spaventosi come la nostra esaltazione, le nostre opportunità e la nostra traboccante prosperità esteriore

(I.) Diamo un nome ad alcune delle nostre misericordie, privilegi e opportunità

1.) Prendete in considerazione il nostro patrimonio nazionale - la sua località, l'estensione, la ricchezza e le abbondanti risorse - senza precedenti nella storia delle nazioni

2.) La nostra storia provvidenziale. La nostra stirpe ancestrale, puritana, ugonotti, ecc. La nostra meravigliosa crescita e sviluppo. Le interposizioni speciali di Dio, come in guerra

3.) Il carattere delle nostre istituzioni. Un voto libero, una Bibbia libera

(II.) Non trascuriamo i nostri pericoli, perché sono molti e imminenti

1.) La decadenza dell'integrità personale e della moralità pubblica

2.) Il rapido afflusso di un elemento estraneo e alieno

3.) L'enorme crescita e l'influenza corruttrice delle nostre grandi città

4.) La crescente prevalenza del vizio, del pauperismo e del crimine in tutto il paese

5.) La politica di presa e l'influenza oscurante delle associazioni e dei monopoli

6.) La crescente alienazione della grande classe lavoratrice dalla Chiesa e dal cristianesimo

7.) L'audacia e la forza del Rum Power, alleate con la corruzione in politica, per legalizzare il traffico degli ubriaconi e del gioco d'azzardo negli ippodromi, e per mantenere in carica uomini disdicevoli e malvagi in molte delle nostre principali città. (J. M. Sherwood, D.D.)

Preghiera:

La preghiera è spesso fraintesa in tutte le chiese e da tutte le parti

1.) Il fine della preghiera, offerta in privato, non è informare Dio. Molte persone pregano come se volessero dire a Dio ciò che Dio non sa

2.) La preghiera non è parlare ad alta voce, o parlare molto, o qualsiasi forma speciale

3.) La preghiera non è prescritta nelle Scritture, né offerta da un vero credente, al fine di operare qualsiasi cambiamento in Dio

4.) Non dobbiamo associare la preghiera ad alcuna idea di espiazione o espiazione

5.) Alcune persone rinunciano a ogni speranza, perché Dio non le ascolta. Dicono: "Le nostre preghiere sono così mescolate a pensieri vaganti e semplici, e sono così imperfette che non possiamo pregare rettamente". Ciò implica l'idea persistente che le nostre preghiere siano espiatorie, o un titolo al Cielo

6.) Non dobbiamo pregare "per essere visti dagli uomini".

7.) La preghiera non deve essere una scusa o una scusa per la negligenza dei doveri

8.) Non è un esercizio adatto solo a una grande crisi

9.) La preghiera dovrebbe essere rivolta a Dio, come nostro Padre; e nel nome e per la mediazione di Cristo; e nella forza e con la guida dello Spirito Santo. (Giovanni Cumming, D.D.)

La preghiera di Daniele:

Questo capitolo, più di ogni altro del Libro di Daniele, ci apre la vita interiore del profeta. Mostra che colui che era così illustre nella sua saggezza e nelle sue relazioni pubbliche non era meno noto per la sua saggezza e le sue relazioni pubbliche, non era meno noto per la sua profonda spiritualità e le sue sincere devozioni private, mentre suggerisce che le prime erano in gran parte il risultato delle seconde. La vera fede e la pietà vivente aiutano a rendere saggi e grandi. Sembra che Daniele fosse uno studioso della profezia, della profezia non adempiuta, e specialmente dei numeri e delle date contenuti nelle sacre predizioni . Molti considerano tali studi e ansietà quanto di più sterile e pericoloso si possa fare. Ci sono molte ragioni per sospettare che una delle vere cause della superficialità e della magrezza della pietà moderna sia che il popolo professante di Dio non capisce o non crede più a ciò che i profeti hanno scritto, e rifiuta di studiare o ascoltare le cose a venire come Dio le ha rivelate per il nostro apprendimento. C'è molto materiale in questa preghiera di Daniele su cui soffermarsi con interesse e orgoglio. Il modo in cui lo faceva era deliberato, riverente, umile e autocastigante. Il carattere e gli attributi che questo pezzo di devozione attribuisce alla Divinità sono anch'essi molto impressionanti e sublimi. La grandezza e l'orrore dell'Eterna Maestà si fondono con l'imperscrutabile bontà e fedeltà, presentando alla nostra contemplazione "il grande e tremendo Dio, che mantiene l'alleanza e la misericordia verso coloro che Lo amano e osservano i Suoi meriti di comando", la cui mano onnipotente è in tutte le amministrazioni sulla terra e in Cielo, e tutte le cui vie sono rettitudine e verità. La preghiera è anche occupata dalla confessione del peccato come causa delle miserie di Israele. Le espressioni su questo punto sono le più esplicite, senza riserve e contrite. Il grande argomento della preghiera non era semplicemente che l'afflizione potesse essere rimossa, ma che la casa e le ordinanze di Dio potessero essere restaurate, e che si potesse operare una vera guarigione spirituale; poiché non serve a molto essere liberati dalle particolari punizioni del peccato se la causa interiore di esse non viene guarita. Perciò la supplica su cui si basa questa preghiera è la più vera e l'unica utile: non un merito dell'uomo, non un diritto o una pretesa da parte del peccatore, ma solo e interamente la misericordia di Dio e l'onore del Suo grande nome. (Joseph A. Seiss, D.D.)

Con digiuno, sacco e cenere.

Servizio nel giorno di digiuno:

Questa è la prima stella luminosa che brilla in mezzo alle tenebre dei nostri peccati. Dio è misericordioso. Ebrei è giusto, come se gli ebrei non fossero misericordiosi. Ebrei è misericordioso, misericordioso come se gli Ebrei non fossero giusti, e in effetti più misericordioso che se gli Ebrei fossero troppo indulgenti, invece di fondere una saggia severità di giustizia con una graziosa clemenza di longanimità. Dovremmo rallegrarci di non avere oggi la possibilità di rivolgerci agli dèi dei pagani. Oggi non devi inchinarti davanti al tonante Giove; Non c'è bisogno di presentarsi davanti a divinità implacabili, che si dilettano nel sangue delle loro creature, o meglio, delle creature che si pretende di aver creato. Il nostro Dio si compiace della misericordia e della liberazione della Gran Bretagna dai suoi mali. Dio sarà compiaciuto tanto quanto la Gran Bretagna; sì, quando la Gran Bretagna lo avrà dimenticato, e solo la pagina della storia registrerà le Sue misericordie, Dio ricorderà ancora ciò che gli Ebrei hanno fatto per noi in questo giorno delle nostre ristrettezze e difficoltà. Quanto alla speranza che gli ebrei 101 aiuteranno, questa è una certezza. Non c'è da temere che quando ci uniamo in preghiera Dio si rifiuterà di ascoltare. È sicuro come che c'è un Dio, che Dio ci ascolterà; e se glielo chiediamo, verrà il giorno in cui il mondo vedrà ciò che il Dio della Gran Bretagna ha fatto, e come gli Ebrei 50 'hanno udita gridare, e hanno risposto alla voce delle sue suppliche. (C. H. Spurgeon.)

Aiuti alla devozione:

Calvino osserva che Daniele, sebbene naturalmente attento nella preghiera a Dio, era tuttavia consapevole della mancanza di sufficienza in se stesso; e quindi aggiunge l'uso del sacco e della cenere e il digiuno. Ebrei osserva che chiunque sia consapevole della sua infermità dovrebbe raccogliere tutti gli aiuti che può comandare per correggere la sua pigrizia, e quindi stimolarsi all'ardore nel supplicare Dio

Il giorno del digiuno:

La necessità e la pratica del digiuno e del pentimento sono esposte sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. Dal testo apprendiamo che Daniele era solito digiunare e supplicare la Maestà del Cielo per il perdono di quei peccati nazionali che sapeva avrebbero giustamente attirato l'indignazione dell'Onnipotente. Notate i doveri speciali del digiuno, come un serio esame del nostro cuore e un attento esame di noi stessi. Strettamente connessa con questo è la confessione dei peccati. Quanto sorprendentemente questo si è manifestato nella preghiera del testo. Ancora una volta, le sante risoluzioni di emendamento dovrebbero essere trovate nella forza di Cristo, e con il dovuto riguardo per la Sua gloria. L'intercessione è anche un dovere particolare in questo periodo di umiliazione, non solo nella preghiera pubblica, ma anche in privato. La misericordia verso gli altri è un accompagnamento particolarmente adatto al digiuno e alla supplica. In questi giorni di pubblica umiliazione, in cui siamo chiamati a prostrare le nostre anime colpevoli davanti a Dio Onnipotente, è certo che dobbiamo avere una tale veduta delle devastazioni del peccato, e delle sue terribili conseguenze sui figli colpevoli di Adamo, da dirigere la nostra fede verso quell'unico grande sacrificio che solo può essere efficace per la guarigione delle nazioni, e per l'introduzione di quella dispensazione in cui apprendiamo qualcosa delle conquiste del Principe della Pace; la quale pace sarà realizzata con la sottomissione del peccato e la conquista di quelle passioni che combattono contro l'anima, e si rivelano così fatali per i migliori interessi dell'uomo, e così minano le sue prospettive di felicità futura. Impara che i giudizi del Signore sono calcolati per insegnare al mondo la rettitudine. Non si dovrebbe mai dimenticare che, nella visione dell'Onniscienza, Dio vede l'inizio e la fine di tutti gli eventi umani, dall'ora della nascita della Natura all'ultimo momento di ogni dissoluzione terrena. Possiamo riferire le azioni più oscure dell'Onnipotente all'Eterna Saggezza. (Nat. Meeres, B.D.)

6 CAPITOLO 9

Daniele 9:6

Né abbiamo ascoltato i tuoi servi, i profeti.

Il ministero profetico:

Era il disegno di Daniele, in questa frase, di guardare indietro all'intero corso del ministero profetico di cui le persone avevano goduto dal momento della sua istituzione fino al momento della loro umiliazione. Consideriamo ora il periodo che va dalla morte di Samuele alla fine della cattività babilonica, un periodo di oltre cinquecento anni

(I.) Alcuni fatti legati all'ordine profetico. Era una classe distinta da quella sacerdotale. Le loro scuole. I profeti furono i fondatori dei seminari di religione, di cultura e di filosofia, nei quali una classe di uomini di mente colta e di cuore santo fu innalzata per influenzare i loro simili. Per "figli dei profeti" non dobbiamo intendere bambini, ma discepoli. Sembra che Samuele sia stato il primo precettore di questi collegi

2.) Come furono chiamati i profeti? Non era una cosa ovvia che, poiché un uomo era stato in un istituto universitario, dovesse essere un profeta di Dio. Dio non ha mai limitato la Sua influenza, non ha mai limitato la Sua grazia a nessuna istituzione umana, per quanto sagge e ragionevoli possano essere. Così Amos dice: "Non ero un profeta, né ero il figlio di un profeta". La chiamata divina è stata molto discriminante

3.) Le usanze dei profeti. Erano conosciuti per il loro costume. Un indumento della specie più grossolana: un panno per capelli, e talvolta un sacco. Questi erano i segni del lutto; e indossavano quell'abito per indicare il loro dolore per le trasgressioni del popolo. Erano notevoli nella loro dieta. Il loro comportamento era molto riservato e solenne

4.) La natura del loro ministero. I loro discorsi orali furono, senza dubbio, abbondanti. Si rivolgevano alla folla come predicatori popolari. E a volte recitavano parabole. Le loro predizioni scritte erano una terza parte del loro ministero. Erano gli storici della chiesa e della nazione degli ebrei

(II.) Alcune ragioni per cui è stato ordinato il ministero dei profeti

1.) Era in parte per contrastare le tendenze di un sacerdozio stabilito. Sotto il sacerdozio gli uomini corrono il grande pericolo di perdere ogni visione della parte spirituale e morale del loro ufficio, e di sprofondare in ciò che è meramente cerimoniale e rituale. I profeti spesso accusano i sacerdoti, spesso li accusano, in termini molto chiari e fedeli, della loro malvagità. La moralità deve sempre prendere il comando delle istituzioni cerimoniali. Dio considera l'obbedienza piuttosto che il sacrificio

2.) Dovevano far rispettare l'autorità della legge divina. Nessun uomo può realizzare qualcosa di grande in riferimento ai suoi simili se prima non ha raggiunto la conquista di se stesso. I profeti erano uomini che avevano imparato a rinnegare se stessi, e poi uomini che avevano avuto visioni dell'eternità

3.) Correggere la tendenza del popolo a confidare negli oracoli pagani

4.) Suscitare la speranza della Divina Misericordia nelle menti del popolo

(III.) I soggetti inclusi nel ministero dei profeti

1.) Essi abbracciano l'intera condizione sociale degli ebrei per cinquecento anni. Diciamo che la storia è la chiave della profezia; ma la profezia tra gli ebrei era la chiave della storia

2.) Erano impiegati per annunciare le visite giudiziarie che sarebbero arrivate sui pagani

3.) Una terza classe di argomenti era una descrizione della dispensazione cristiana, come dovrebbe essere stabilita dal Messia. (J. Blackburn.)

8 CAPITOLO 9

Daniele 9:8-10

E noi non abbiamo ubbidito alla voce del Signore nostro Dio.

Stimare il nostro carattere:

Prendiamo le parole del testo nel loro riferimento più generale. Sono tali che tutti dovremmo usare. La gloria è attribuita a Dio; Viene presa una visione e una stima corrette del nostro carattere

(I.) Dio ci ha parlato. Daniele parla della "voce dell'Eterno, del nostro Dio". Così Paolo: "Dio, che parlò in passato ai padri", ecc., "in questi ultimi giorni ci ha parlato per mezzo del suo Figlio". E ci esorta a non "rifiutare Colui che parla dal cielo". Il significato è una comunicazione diretta. Non semplici indizi - come per segno, opere - lasciandoci raccogliere inferenze. Le Scritture sono, per l'ispirazione per mezzo della quale sono state date, la vera voce di Dio per noi, su tutti gli argomenti a cui si riferiscono. Realizza pienamente la solenne verità: il grande e terribile Dio ci ha parlato

(II.) "Per mezzo dei suoi servi, i profeti, egli ha posto le sue leggi davanti a noi". Ecco lo scopo della Sua voce. L'uomo si distingue da tutte le altre creature terrene per le sue capacità e facoltà morali. Ebrei è quindi fatto a immagine di Dio. Costituiva il suddito di Dio. Vincolati dalla volontà di Dio; quella volontà, espressa, è la legge divina. Questo è fatto nella Scrittura. I suoi principi, i suoi divieti, i suoi requisiti; per precetto diretto, per spiegazione più ampia, in vari esempi, ci vengono posti davanti, come la legge di Dio, l'espressione sanzionata della Sua volontà

(III.) A questa voce "non abbiamo obbedito". Non parlate ora della nostra condizione naturale, della nostra natura decaduta. Abbiamo seguito le nostre inclinazioni; e l'azione è stata come principio originario

(IV.) Siamo quindi colpevoli di ribellione. Dio è il nostro Sovrano. Noi, per quanto riguarda i nostri cuori e le nostre vite, abbiamo cercato di detronizzarLo. Abbiamo rifiutato alla Sua legge la sua giusta supremazia. Altri signori hanno così avuto il dominio su di noi

(V.) Per questo motivo, "la confusione del volto appartiene a noi". Vergogna una delle nostre emozioni naturali. Richiesto da un senso di umiltà della reale scorrettezza e torto. Possiamo essere induriti; possiamo mescolarci con la massa generale; Eppure, visto correttamente, il peccato è una cosa vergognosa. Quando la luce divina viene ricevuta e obbedita, sentiamo la nostra colpa personale. Non abbiamo scuse

(VI.) Tuttavia, "al Signore nostro Dio appartengono la misericordia e il perdono". È un dato di fatto, non solo un bene per gli obbedienti, ma anche longanime per i colpevoli. Le Sue parole lo rivelano come una perfezione della Sua natura. Descrive la saggezza che ha escogitato i mezzi per il suo esercizio appropriato e coerente. Dio è misericordioso, ed è in Cristo. Il perdono può essere ottenuto, è per mezzo di Cristo. La malvagità del peccato. È la ribellione contro una sovranità di purezza, saggezza, amore. (G. Cubitt.)

Al Signore nostro Dio appartengono le misericordie e i perdoni.

Delle misericordie e dei perdoni di Dio:

Non ci può essere un incentivo così persuasivo e prevalente al pentimento, non ci può essere un incantesimo così potente per conquistare i cuori dei peccatori e fonderli in un'indulgente conformità con la volontà divina, come la seria considerazione da un lato dei rapporti misericordiosi di Dio con noi, e dei nostri ritorni sgraziati dall'altro; delle Sue misericordie e dei Suoi perdoni, e delle nostre ribellioni e disobbedienze. L'intera faccenda della religione è compresa in questi due capi, la conoscenza di Dio e la conoscenza di noi stessi. Come possiamo giungere alla conoscenza di Dio meglio se non studiando quei Suoi attributi che costituiscono la perfezione della Sua stessa natura? E quale modo più probabile per noi di arrivare alla vera conoscenza e alla giusta comprensione di noi stessi se non contemplare la pravazione e la corruzione della nostra natura, e la provocante peccaminosità della nostra vita? Non c'è nient'altro in noi che possiamo veramente e propriamente chiamare nostro. La bontà divina ci è qui raccomandata con due termini di cortesia, di misericordia e di perdono

1.) La misericordia, carattere essenziale della sua natura. Il perdono, prodotto gratuito ed espressione della Sua volontà di grazia. Misericordia nell'io del Padre, perché Ebrei è il "Padre delle misericordie". Il perdono per amore di Suo Figlio, il Mediatore. La misericordia nel corso ordinario della Provvidenza; e il perdono nei termini e nel patto di grazia. Considerate, quindi, con quale Dio misericordioso abbiamo a che fare, la cui stessa natura e il cui essere consistono di misericordie e perdoni. Riempiamo la nostra anima di un amore reciproco e di un affetto responsabile al Signore nostro Dio. È questa misericordia del nostro Dio che lo rende Dio, ed è questa sua misericordia che dovrebbe obbligarci al Suo servizio, e fare di Lui il nostro Dio

2.) Che cosa ci si poteva aspettare di meno da un Dio misericordioso di questo, che gli Ebrei perdonassero i peccati? Questo è l'esempio speciale della misericordia, che Ebrei è un Dio che perdona i peccati e perdona le iniquità. Assicuriamoci che quale misericordia troveremo nelle Sue mani, poiché siamo Sue creature, otterremo da Lui lo stesso perdono che siamo Suoi redenti. (Adam Littleton, D.D.)

Perdono dei peccati:

Tale è l'espressione delle labbra profetiche. Qui Daniele parla, lottando con Dio e rifiutando coraggiosamente un rifiuto. Le parole brillano come una gemma luminosa nel suo diadema di preghiera. È superfluo affermare che questo annuncio non si limita a supplicare Daniele; pervade il libro dell'Apocalisse come il profumo del giardino più dolce. (Esodo 34:7). (Isaia 55:7). (Atti 13:38, 39). Per valutare correttamente il perdono, bisogna vederne distintamente la necessità. Sarà scarsamente apprezzato, a meno che il suo valore non sia pesato sulla bilancia della verità. Che cos'è, allora, il perdono in quanto appartenente al peccato? È la remissione delle pene dovute, l'obliterazione della colpa subita, il ritiro del giusto dispiacere, la cancellazione della calligrafia accusatrice, il seppellire tutte le offese nell'oblio, il tacere del forte tuono della legge, l'annullamento della sua tremenda maledizione, la consegna a un fodero della spada della giustizia. È il cipiglio di Geova che si addolcisce in sorrisi eterni. Incontra il peccato e lo spoglia del suo potere distruttivo. Quindi, evidentemente, il perdono implica che il peccato ha preceduto. Dove non esiste alcun reato, non può essere necessario alcun perdono; Non possono essere guariti coloro che hanno i piedi sempre sulla retta via. Così arriviamo alla posizione fondamentale che il peccato dà occasione per il perdono. Il peccato è il bisogno che richiede il suo intervento

(I.) L'essenza del peccato. In cosa consiste il suo carattere? Non viene qui posta alcuna domanda senza risposta riguardo al genitore della sua nascita; qui non c'è alcuna ricerca sulla sua causa originaria. La semplice domanda è: dov'è la sua sfera di lavoro e qual è la sua natura distintiva? La Scrittura afferma in termini intelligibili e incontrovertibili: "Il peccato è la trasgressione della legge". (1Giovanni 3:4). Dio, come supremo in tutto il Suo universo, stabilisce il Suo modo di governare. Questa essenza appare in una spaventosa enormità quando si considera il significato di questa legge. La somma dei suoi bisogni è degna del grande Legislatore. Nella semplicità divina richiede solo amore. Tutto l'uomo interiore deve essere luminoso in una sola carnagione: l'amore. Qualsiasi deviazione da questa condotta costituisce peccato. Questa sublimità mostra chiaramente che l'origine della legge è divina. Come uno specchio riflette l'eccellenza di Geova; è la trascrizione del Suo essere glorioso; è la santità sul suo trono più alto; è la purezza nella sua forma più bella; È la perfezione senza lega. Quanto è abominevole, dunque, quel principio che odia e resiste a tale codice, e si sforza di schiacciarlo con passi ingiuriosi! Ne consegue che il bisogno del perdono è universale, perché il peccato esercita un'influenza coestensiva con tutta la vita umana. Afferra il figlio di ogni madre tra le sue vili braccia e non trattiene i suoi assalti finché dura il tempo

(II.) Questa necessità diventa più evidente man mano che si avanza dall'essenza del peccato ad alcuni dei suoi sviluppi. Qui appare un'idra dalle molte teste, un demone di varie forme. Il suo irrompere verso Dio, verso l'anima interiore, verso il mondo circostante, lo tradisce

(1) Che le diverse istanze mostrino la sua condotta verso Dio. I suoi sentimenti possono essere classificati in questo modo. Alienazione. Tutto ciò che si allontana dal governo di Dio si allontana da Se stesso. La contrarietà alla Sua legge separa dalla Sua mente. La riluttanza alla Sua volontà si muove del tutto in un corso avverso. Odio. "La mente carnale" - e ogni mente è tale in cui lo Spirito non dimora - "è inimicizia contro Dio; poiché non è soggetto alla legge di Dio, né può esserlo". (Romani 8:7). Il peccato ha forti inclinazioni, e tutti sono schierati contro le Sue vie giuste. Ha un pregiudizio empio verso le cose abominevoli che Dio odia. Disprezzo. Con sguardo altero si fa beffe dei sacri precetti. Li disprezza come debole precisione. Respinge le restrizioni del cammino divino in quanto dispregiative per la libertà dell'uomo. Sfida. Solleva una testa offensiva. Sfida il dispiacere. Ridicolizza tutte le conseguenze penali. Ribellione. Fa tremare il giogo. Rompe le bande di contenimento. Ignora la sottomissione. Tradimento. Entra in cospirazione con tutti i nemici del Cielo. Si unisce a ogni avversario. Rapina. Dio, in quanto Sovrano, ha il diritto di esigere obbedienza. Il peccato lo defrauda di ciò che gli è dovuto. Tali, e molti altri, sono gli sviluppi del peccato in riferimento a Dio. Così si stabilisce la posizione che il bisogno di un perdono è vasto

(2) Il quadro si oscura quando si osservano gli sviluppi del peccato in riferimento all'anima. Trasforma questo giardino del Signore in un deserto desolato e ululante. I fiori profumati cessano di sbocciare; Spine e rovi usurpano il loro posto. Oscura il gioiello più nobile della creazione di Dio

(3) Il caso assume una tonalità più spaventosa quando si aggiungono le incursioni del peccato nel mondo circostante. Senza dubbio il peccato è innato. È una malattia ereditaria; I semi di ogni male sono innati in ogni cuore. Senza l'aiuto del contagio esisterebbe universalmente; ma tuttavia con il contatto, l'influenza, l'esempio, si moltiplica e diventa più dilagante. Una scintilla dall'esterno accende la stoppia secca; Gli uomini cattivi peggiorano a causa della cattiva compagnia. Al perdono dei peccati l'attenzione ora ritorna. L'argomento giustamente rivendica una grande parte del pensiero pio. Gli angeli possono guardare e meravigliarsi, ma hanno esperienza delle sue gioie; perché nessuno di quella pura compagnia esulta per il perdono. È la proprietà sentita dei redenti

(I.) La colpa del peccato. La colpa è quella proprietà del peccato che la lega all'ira di Dio. Costituisce la sua criminalità e vieta l'immunità. Che il peccato abbia questa proprietà è chiaro; è un condannato confesso, non può dichiararsi innocente; quindi merita dichiaratamente una punizione. Così in riferimento a Dio è stato dimostrato che si tratta di alienazione, odio, disprezzo, sfida, rapina, tradimento, ribellione. Può essere questo il suo stato colpevole; può evidentemente operare scompiglio in tutta la creazione, e Dio siederà indifferente, come se gli Ebrei non vedessero il male? Il solo pensiero lo spoglia delle glorie della sua santità. La giustizia non è più giusta se trattiene la giusta condanna. La verità giace in una vergogna ignominiosa, se le parole non si adempiono: "Il salario del peccato è la morte". (Romani 6:23). Quindi i colpevoli non possono essere giudicati come innocenti. Senza dubbio Dio è ricco della Sua misericordia; La sua misericordia dura in eterno; La sua misericordia giunge fino ai cieli. "Al Signore nostro Dio appartengono le misericordie". Ma la misericordia non può annientare gli attributi che siedono come conquistatori sul trono glorioso. Vive alla pari con loro. Il suo diletto è di esaltarli, di magnificarli, di glorificarli. Chi può ora non sentire che il peccatore colpevole ha bisogno di misericordia e di perdono? Lasciate che la pagina dell'esperienza sia letta la prossima volta. E' scritto dappertutto con la testimonianza che tremendi indizi del dispiacere divino perseguono la colpa. Tra dolci raggi di misericordia che si sforzano di scoppiare, spesso scendono grosse gocce d'ira. L'aspetto attuale della terra è tristemente significativo; L'intera creazione geme e soffre insieme. Lacrime e sospiri e angoscia in multiforme miseria raccontano ciò che il peccato ha portato su questa terra; Le sofferenze e l'agonia puntano al loro prolifico genitore. Così l'ampia diffusione della miseria dimostra che la colpa del peccato risveglia solo il dispiacere. Marco, poi, i terrori della coscienza quando viene svegliato dal sonno apatico dallo Spirito. Guardate l'uomo risvegliato ai veri pericoli di uno stato di colpa. Ebrei viene portato in un nuovo mondo, dove tutto è sgomento. Il passato non può essere ricordato; il presente deve andare avanti; al futuro non si può sfuggire. In quale specchio si vedono questi terrori? Sicuramente nello specchio della colpa del peccato. La coscienza, alla luce dello Spirito, è convinta di peccato. La colpa è la sua compagna inseparabile; la vendetta dal cielo segue da vicino. La coscienza risvegliata lo sa e trema. Gli annali del passato confermano questa affermazione; esibiscono terribili scoppi d'ira divina. Lasciamo che il vecchio mondo racconti la sua terribile storia. La sua malvagità superava tutto ciò che è denunciato come malvagio; il suo fallo crebbe fino al cielo. L'enormità del male gridava forte, e l'enormità della vendetta non dormiva. Finora la colpa del peccato è stata considerata, come mostrata nel tempo, e come sopportata nel piccolo spazio di questa scena passeggera. Ma le conseguenze del peccato non finiscono con il breve momento della terra

(II.) Il destino finale del peccato ora ci incontra. La Scrittura abbonda di avvertimenti; la loro semplicità è eguagliata solo dal loro timore reverenziale; I loro terrori sono tutta fedeltà e verità. Parlano ad alta voce affinché gli uomini possano riflettere e fuggire. (2Tessalonicesi 1:7-9). (Romani 2:8, 9). Tali sono le pene a cui la sua colpa è giustamente suscettibile. Questa è la sua sicura condanna. Sarà felice se attraverso questo triste passaggio si raggiungerà una prospettiva gloriosa. Sarà così per tutti coloro che ora stringono a cuore grato la buona notizia: "Al Signore nostro Dio appartengono misericordie e perdono, benché ci siamo ribellati contro di lui". Che dunque la verità rivivificante abbia ora libero corso e sia glorificata. Viene fornito un rimedio. Viene eretto un rifugio. Che la novella sia devotamente apprezzata: "Cristo ha sofferto i giusti per gli ingiusti". In Lui ogni sorta di peccato è perdonato ai figli degli uomini. Che gli uomini siano saggi a cercare in un tempo accettato questo dono inestimabile. Non si disprezzi l'unica speranza. Risplende in Cristo e in Cristo solo. Ebrei è la casa del tesoro in cui è conservato il perdono. (Dean Law.)

Opinioni sulla colpa e opinioni sulla misericordia:

(I.) I nostri primi punti di vista sono punti di vista sul senso di colpa. L'uomo è un soggetto ribelle, in quanto:

1.) Abbiamo rifiutato il tributo. Il tributo, in quanto rispetta i governi umani, è la somma raccolta per il loro mantenimento. Poiché rispetta il governo di Dio, implica semplicemente l'omaggio reso alla sua validità e gloria

2.) Abbiamo disobbedito alla legge. Sia i precetti che i divieti. Nei nostri pensieri, nelle nostre conversazioni, nel nostro comportamento. Abbiamo commesso peccati contro noi stessi, contro i nostri simili e contro il nostro Dio

3.) Abbiamo favorito il nemico. Gli Ebrei che commettono il peccato sono del diavolo, cioè gli assomigliano e lo servono

(II.) Il nostro secondo punto di vista è il punto di vista della misericordia. Dio è un Sovrano misericordioso e che perdona. Il termine misericordie sarebbe troppo generico. Nel termine di perdono c'è qualcosa di specifico

1.) Considerate ciò che a volte osserviamo, e ciò che non manchiamo mai di ammirare, tra i mortali. Non è forse la dimostrazione di compassione, tolleranza e generosità? Dio sprofonderà nel paragone?

2.) Considera i precetti divini

3.) Considera le assicurazioni divine. Felici per noi che siano troppo numerosi per essere raccontati

4.) Considera la mediazione di Gesù Cristo

5.) Considera l'esperienza e i fatti. Credi in Gesù Cristo, molto più sei testimone. (L'evangelista.)

17 CAPITOLO 9

Daniele 9:17-19

Fa' che il tuo volto risplenda sul tuo santuario che è desolato.

Il dovere del cristiano verso la Chiesa nei tempi attuali:

(I.) Lo stato della chiesa quando Daniele scrisse era di rovina e desolazione. Gerusalemme, la città di Dio, era desolata e senza abitanti, e il tempio, che era la dimora della gloria misteriosa, era desolato. L'intera nazione e l'intera chiesa erano andate in cattività. Ma Dio abbandona mai il Suo popolo o abbandona la Sua chiesa? La promessa di Dio, su cui fu fondata la chiesa d'Israele, fu fatta ad Abramo, ed era una promessa incondizionata. Questa promessa fu rafforzata e confermata da un giuramento. Essendo tale la promessa di Dio su cui fu fondata la chiesa, è evidente che egli non poteva abbandonare completamente la Sua chiesa. Gli Ebrei potrebbero, per sagge ragioni, allontanare il Suo volto per un po' di tempo. Ma il possesso indisturbato del paese di Canaan e la salvezza da tutti i nemici che li circondavano in quel paese, tutto questo non faceva parte della promessa originale fatta ad Abramo. Erano in una promessa successiva; una promessa condizionata, una promessa a condizione di obbedienza. Ovunque si alluda a queste benedizioni temporali, è sempre connesso con questa condizione di obbedienza. Dio non ha mai permesso che la Sua verità o la Sua fedeltà venissero meno. Dio mandò il Suo popolo in cattività. Avevano peccato; Erano disubbidienti. Dio non abbandonerà mai il Suo popolo, ma per i suoi peccati gli Ebrei permetteranno che perda tutta la sua prosperità temporale. Il nostro unico rimedio contro tali giudizi è quello di Daniele: andare come lui davanti a Dio, umiliarci ai Suoi occhi, confessare i nostri peccati e chiedere perdono

(II.) Il carattere della preghiera del profeta. È caratterizzata da un profondo senso del peccato, un riconoscimento molto umile della peccaminosità della nazione e della chiesa; e sebbene la preghiera abbia un riferimento generale a Israele come nazione, è impossibile leggerla senza sentire che il profeta sta anche confessando i propri peccati mentre confessa i peccati del popolo. Qui c'è uno spirito di sincera penitenza, uno spirito di confessione, un pieno e ampio riconoscimento che tutta la cattività della nazione, e tutta la desolazione della chiesa, sono state pienamente e ampiamente meritate. Gli Ebrei riconobbero anche che le azioni di Dio erano state tutte predette e preavvertite, e, quindi, i peccati erano peccati contro la luce, la conoscenza e l'avvertimento, e quindi il giudizio di Dio era coerente con tutta la giustizia di Dio e la fedeltà alla Sua stessa parola. Nella preghiera del profeta c'è anche uno spirito di profonda umiltà, di profonda umiliazione di sé, e allo stesso tempo un sincero spirito di supplica a Dio, affinché Egli risparmiasse, avesse pietà e restaurasse la chiesa d'Israele. E se imploriamo la giustizia di Dio come fece Daniele, non imploreremo mai invano. Chiedi ciò che vuoi, ti sarà concesso... C'è una lezione impressionante per noi in relazione alla storia generale di Israele. Dovremmo pensare un po' alle benedizioni, e considerare un po' i peccati, della nostra nazione d'Inghilterra, e della nostra Chiesa d'Inghilterra. (M. Hobart Seymour, M.A.)

Preghiera per la Chiesa:

Un credente sincero non vive per se stesso. Dove c'è abbondanza di grazia e grande forza d'animo nel servizio di Dio, c'è sicuramente uno spirito di altruismo. Nessuna presenza del potente monarca o dei suoi ospiti festosi poteva distoglierlo dal consegnare il suo fatidico messaggio. Eppure Daniele non era soddisfatto. Qualunque fosse la sua condizione, ricordava che cosa era Gerusalemme e che cosa era il popolo a cui apparteneva; e, nel profondo della sua anima, si addolorava nonostante tutto ciò che la grazia di Dio aveva operato in lui. Credo fermamente che, quanto migliore diventa il carattere di un uomo, quanto più egli ha nel suo cuore la gioia nel Signore, tanto più egli è capace di compassionevole dolore; e, probabilmente, più ne avrà. Daniele era anche un uomo dalle molte visioni. Con l'eccezione di Giovanni, al quale Daniele assomiglia molto, non è toccato quasi mai a nessuno, a meno che non si tratti di Ezechiele, avere tante meravigliose visioni di Dio; Eppure le sue visioni non lo resero visionario. Ci sono molte persone di cui non ci si può fidare per vedere la punta dell'ala di un angelo; perché sarebbero diventati così orgogliosi, da allora in poi, che non ci sarebbe stato modo di trattenerli; ma colui che è pienamente consacrato a Dio può vedere una visione dopo l'altra, e farà un uso pratico di ciò che vede, e cercherà di trovare qualcosa da fare, qualcosa di cui pentirsi, qualcosa per cui pregare, qualcosa che sarà per il bene della Chiesa di Dio. Anche Daniele aveva studiato le profezie e sapeva, da ciò che aveva scoperto, quando si sarebbero adempiute certe predizioni; Ma non era, come alcuni studiosi di profezia dei nostri giorni, del tutto poco pratico. Sembrano così presi dal futuro che non fanno nulla nel presente. Ciò che Daniele apprese dallo studio dei Libri Sacri lo trasformò in un racconto pratico; e vedendo che era vicino un certo tempo, di cui erano state predette cose buone, volse il viso verso il Signore e cominciò a pregare, non per se stesso, ma per il suo popolo, molti dei quali erano a Gerusalemme, a centinaia di chilometri da lui, o sparsi in vari luoghi su tutta la faccia della terra. Per loro, usò quell'occhio luminoso e scintillante che aveva guardato in alto nel fuoco superno. Non si dica mai che la Chiesa di Dio non ha alcun sentimento di patriottismo per la Città Santa, per la Terra Celeste e per il suo glorioso Re in trono. Per noi, il patriottismo cristiano significa amore per la Chiesa di Dio

(I.) Prima, quindi, Daniele parla del luogo santo: "il tuo santuario". Naturalmente si riferisce al tempio di Gerusalemme, che allora era in completa rovina. Era stato distrutto e incendiato dai Caldei; e Daniele, quindi, giustamente la chiama desolata, ma prega ferventemente che Dio faccia risplendere il Suo volto anche sulle sue rovine. La mia prima osservazione è che il tempio di Gerusalemme era tipico della Chiesa di Dio. Così apprendiamo che, come il tempio era tipico, così era anche unico. C'era un solo tempio, e c'è una sola Chiesa. Il tempio di Gerusalemme era, inoltre, il tessuto della saggezza. Poteva essere stato costruito solo da un Salomone; e Salomone trovò un gruppo di uomini, che Dio aveva preparato per compiere l'opera straordinaria del tempio; perché, dalle sue meravigliose fondamenta, che sono state recentemente scoperte, fino al suo pinnacolo più alto, superava tutta l'architettura che il mondo avesse mai visto. Ma la Chiesa, che Dio sta erigendo, è un'opera molto più meravigliosa di una sapienza infinitamente superiore a quella di Salomone. Quando tutto sarà finito, sarà la meraviglia di tutte le intelligenze quando vedranno quale santuario incomparabile Dio, e non l'uomo, ha innalzato, e noteranno come, in ogni singolo dettaglio, la Sua infinita saggezza sia manifesta. Anche il tempio costruito da Salomone fu il risultato di un grande costo. Immense ricchezze furono profuse su di esso; e non c'è bisogno che io cerchi di dirvi a quale prezzo il Signore sta edificando il Suo vero santuario qui tra gli uomini. Il costo di ognuno di noi, se siamo davvero pietre vive, nessuna aritmetica potrà mai calcolarlo. Ancora una volta, il tempio, nell'antichità, era il santuario della dimora interiore di Dio. Era l'unico luogo, sotto l'antica dispensazione dei tipi, ora abolito, in cui Dio dimorava in manifestazione visibile tra il suo antico popolo. Ci viene detto che una luce particolare brillava tra le ali dei cherubini sopra l'arca dell'alleanza, e da quella colonna, che sembrava una nuvola di giorno, e fiammeggiava come un potente faro di notte. Era lì che gli uomini dovevano andare, o, almeno, in quel luogo che dovevano guardare, se cercavano il Signore; e fu per questo che Daniele adorò e pregò con le finestre aperte verso Gerusalemme. Agisce nel tempo presente, l'unico luogo, in tutto il mondo, dove Dio abita, è la Sua Chiesa. Puoi trovarlo ovunque sulla terra come il Creatore; ma la gloria della Divinità si manifesta in modo più brillante nella redenzione, poiché è del Suo popolo redento che è scritto: "Abiterò in loro e camminerò in loro; e io sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo". Il tempio di Gerusalemme era anche il luogo del particolare culto di Dio; e dove è adorato Dio ora se non nella Sua Chiesa vivente? Il tempio di Gerusalemme era anche il trono della potenza di Geova. Fu da Sion che gli Ebrei mandarono la Sua verga; e da quel sacro santuario che gli Ebrei pronuncivano, per mezzo dei Suoi antichi profeti, la Parola che era piena di potenza. Chi poteva opporsi a Lui quando Ebrei era adirato e parlava con il Suo furore dal Suo santuario? E la potenza di Cristo, tramite lo Spirito Santo, esce ancora dalla Sua Chiesa

(II.) Ora, in secondo luogo, devo parlare della fervida preghiera: "Fa' che il tuo volto risplenda sul tuo santuario". E, in primo luogo, noto che è una preghiera del tutto libera dall'egoismo. Daniele non dice nemmeno al Signore: "Fa' che il tuo volto risplenda su di me". Non avete avuto a volte l'impressione di poter quasi rinunciare alla luce del volto di Dio se gli Ebrei benedicessero la Sua Chiesa? Inoltre, la preghiera di Daniele era figlia del pensiero. Gli Ebrei avevano riflettuto sulle condizioni del tempio di Gerusalemme; e, ripensandoci, si era inquietato nella mente. Giaceva desolata, ma sapeva che c'era la promessa che sarebbe stata ricostruita. Gli ebrei pensarono a queste due cose; lasciò che la sua anima giacesse immersa nella verità riguardo al santuario di Dio, e poi pregò. Era, inoltre, una preghiera che si rivolse interamente a Dio: "Fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario". Ebrei non dice: "Signore, manda altri profeti"; o, "Suscita nuovi re"; oppure: "Fai questo o quello"; ma solo: "Fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario". Oh, che potessimo imparare a pregare in modo che Dio sia il soggetto e l'oggetto delle nostre suppliche! O Dio, la tua Chiesa ha bisogno di te sopra ogni altra cosa! C'era anche una grande fede in questa preghiera: "Fa' che il tuo volto risplenda sul tuo santuario". Sembra che Daniele dica: "Signore, non c'è bisogno del tuo comando, vuole solo che tu sorrida nel tuo santuario, e tutto andrà bene". Ma, Daniele, il tempio è tutto in rovina. "Ah," disse, "è vero; ma, Signore, fa' risplendere il tuo volto sul tuo santuario". Il volto di Dio è come il sole quando risplende nella sua forza. Il favore di Dio non è semplicemente qualcosa per la Sua Chiesa, ma è tutto; la rivelazione del Suo amore al Suo popolo non è semplicemente una benedizione, ma è tutte le benedizioni dell'alleanza in una. Era, tuttavia, una preghiera molto completa; perché, dovunque il volto di Dio risplende sulla Sua Chiesa, notate ciò che accade. Per prima cosa, le sue mura vengono ricostruite. Le desolazioni, quando Dio risplende su di esse, risplendono fino alla perfezione. Quando il Signore risplende su una chiesa, allora la sua adorazione Gli sarà gradita; anche la forma più umile di esso sarà accettabile ai Suoi occhi. Anche allora la verità sarà proclamata in tutta la sua chiarezza. Non dovremo lamentarci della predicazione nebulosa di cui sentiamo tanto parlare al giorno d'oggi. Allora, inoltre, vedremo la bellezza della santità in tutti i membri della Chiesa spirituale di Dio. O Signore, fa' risplendere il tuo volto sulla tua Chiesa, perché tutto il tuo popolo cammini nella bellezza della santità! Allora, inoltre, ci sarà una deliziosa compagnia. E, allora, ci sarà potere nella testimonianza. Con il volto di Dio che risplende sul Suo santuario, la Sua Parola esce dai Suoi servi con energia e forza a cui nessuno può resistere. Unisciti a questa preghiera. Fatelo per il bene della Chiesa. Unitevi a questa preghiera anche per il bene del mondo. Se la Chiesa non ha il Signore che risplende su di essa, che cosa deve fare il povero mondo? E poi, per amore di Dio, per amore di Cristo, per amore dello Spirito Santo, per una chiesa senza vita è un disonore per Dio

(III.) La condotta che è coerente con questa preghiera. Bene, prima considereremo lo stato della Chiesa. Alcuni cristiani professanti non mi sembrano affatto aver pensato alla Chiesa. La prossima cosa che dobbiamo fare è prendere a cuore il male o il bene di Sion. Consideralo bene, e poi sii addolorato se vedi trionfare il peccato, o l'errore dilagare, e non percepisci che la causa di Dio sta avanzando nel mondo. Allora, se cominciamo a pensare, e cominciamo a preoccuparci, cercheremo di fare ciò che possiamo per la Chiesa di Dio. Va benissimo che un uomo preghi, ma il valore della sua preghiera dipende molto dalla sua sincerità, e quella sincerità sarà dimostrata dal fatto che egli farà qualcosa che lo aiuterà a rispondere alla sua preghiera. Il mignolo mancherebbe se venisse tagliato, e non c'è una minuscola valvola vicino al cuore, né un minuscolo vaso in nessuna parte del sistema umano, che possa essere portato via senza infliggere una ferita a tutto il corpo. Proprio così è nella Chiesa di Cristo; non possiamo permetterci di risparmiare nessuna parte del corpo mistico di Cristo. Ma a cosa ti serve il benessere dei tuoi simili? Ma quando abbiamo fatto tutto quello che possiamo, preghiamo molto più di quanto abbiamo mai fatto. Oh! per una Chiesa che prega! (C. H. Spurgeon.)

Lo stato depresso della Causa di Dio deplorava:

1.) Osservate come Daniele deplora le desolazioni di Sion e confessa i peccati che le avevano causate. Daniele si sentiva più come un santo per la rovina della chiesa che come un patriota per le desolazioni della Giudea

2.) Osservate con quanta fervore Daniele prega per il favore restaurato di Dio per il suo popolo e per l'adempimento delle Sue graziose promesse verso di loro. Gli ebrei trovarono nella preghiera la sua risorsa e il suo rifugio. Ogni uomo buono ha la ferma certezza dell'efficacia della preghiera. Questa convinzione li spinge a correre alla preghiera e a perseverare fino al successo. Notate quale appello prevalente usò Daniele: egli si appella all'onore di Dio, al Suo interesse per la Sua Chiesa. (A. W. Coggeshall.)

Il cristiano in tempo di calamità nazionale:

1.) Ciò che Dio è qui implorato di contemplare. "Le nostre desolazioni e la città sulla quale è invocato il tuo nome". Per quanto gli sviluppi possano variare, i principi dell'amministrazione di Dio sono, come la Sua natura, immutabili. Le desolazioni sono ancora la punizione dell'iniquità, la liberazione è ancora concessa in risposta alla preghiera. Le desolazioni di Gerusalemme, come ci viene detto espressamente, furono la diretta conseguenza del suo peccato. Chi può negare che il profeta abbia versato troppo fedelmente la nostra metropoli quando ha detto a proposito della città condannata e devota, non più santa al Signore: "In te hanno posto la luce per mezzo del padre e della madre; in mezzo a te hanno affrontato con l'oppressione lo straniero; in te hanno tormentato l'orfano e la vedova; tu hai disprezzato le mie cose sante e hai profanato i miei sabati". Fortunatamente per noi, la corrispondenza non è completa. A Gerusalemme la degenerazione era totale, la delinquenza era universale. Ma non è così tra noi. E se la "preghiera efficace e fervente anche di un solo "uomo giusto giova molto", come possiamo dubitare che le suppliche congiunte e concomitanti della Chiesa entreranno nelle orecchie del Signore Dio di Sabaoth?

2.) Il modo in cui dovremmo supplicare il Signore. La nostra speciale supplica in questo giorno, sia nella casa di preghiera, sia nella cerchia domestica o nella solitudine della camera interna, non dovrebbe essere solo quella di una supplica contrita e umile, ma anche di una sincera intercessione. (T. Dale, M.A.)

20 CAPITOLO 9

Daniele 9:20-23

O Signore, ascolta.

Risposta alla preghiera di Daniele:

Un credente potrebbe dire a chi mette in dubbio il valore della preghiera, che Dio lo ha autorizzato e comandato di pregare, con l'espressa promessa che la preghiera della fede, offerta nel nome di Cristo, sarà ascoltata ed esaudita, e che egli può tranquillamente lasciarla a Dio stesso per provvedere al compimento della Sua promessa, in perfetta coerenza con l'immutabilità dei suoi consigli. Ebrei è anche autorizzato a sostenere che la preghiera è profondamente interessata alla determinazione di tutti i propositi di Dio riguardo al Suo popolo; che ogni supplica credente che è stata, o che mai sarà offerta, era oggetto della prescienza divina tanto quanto qualsiasi altra azione o evento che doveva aver luogo nel mondo morale. L'evento per il quale Daniele aveva pregato, cioè la restaurazione dei loro fratelli prigionieri nel loro paese e dei loro privilegi, era stato oggetto di molte predizioni variamente espresse, e di promesse speciali ripetute frequentemente. Ogni circostanza concorreva a dargli la certezza che l'evento che desiderava era infallibilmente assicurato. Eppure si dedicò alla preghiera, evidentemente con la convinzione che, per dare efficacia a tutte le cause subordinate che cospiravano per realizzare quella liberazione di Giuda, era necessaria un'immediata determinazione della mente divina, un atto della volontà di Colui che "parla ed è fatto; che comanda e tutte le cose stanno saldi". La preghiera del profeta costituiva una parte essenziale del piano con il quale Dio si compiaceva benignamente di portare in esecuzione i Suoi propositi. Su di esso, infatti, era sospeso, per così dire, quell'atto della volontà divina che doveva dare efficienza a ogni altro agente per mezzo del quale si doveva realizzare l'evento desiderato. Se la concepissimo come dovremmo, se sapessimo che cos'è che costituisce l'onore, la dignità e la beatitudine della nostra natura, non c'è nulla in cui dovremmo considerarci più altamente onorati, o più riccamente privilegiati, che nell'essere autorizzati e incoraggiati a pregare. Delle verità di queste osservazioni, abbiamo un'illustrazione molto sorprendente e istruttiva nel passaggio che abbiamo davanti. Di nessuno è mai stato più vero che di Daniele, che "l'efficace fervente preghiera dell'uomo giusto giova molto". Eppure, nonostante il posto onorevole e distinto che era stato assegnato a Daniele tra i servi di Dio, mai un'anima ha respirato i suoi desideri sotto un senso più profondo della propria indegnità di quando "ha rivolto la sua faccia al Signore Dio". E l'esperienza dei credenti non testimonia forse ancora la stessa verità? Tale è l'onore che Dio si degna di mettere sul Suo popolo quando gli Ebrei gli dà il permesso di pregare; e tale è la tendenza di quell'onore a generare uno spirito di umiltà e di dipendenza da parte di coloro che ne godono. Se, quindi, consideriamo la preghiera come glorificare Dio, riconoscendo la Sua supremazia e risolvendo la nostra volontà nella Sua; o sia che lo consideriamo come portarci in quello stato che è il più salutare per noi stessi, non siamo privi di abbondante incoraggiamento ad avvalerci di questo distinto privilegio. Il nostro testo fornisce altre considerazioni atte ad eccitarci a pregare frequentemente, sinceramente e perseverantemente. Ma il punto su cui rivolgo l'attenzione in modo particolare è il fatto qui dichiarato dall'angelo, che all'inizio della supplica di Daniele uscì il comandamento, un fatto che pone in una luce molto sorprendente il posto importante che la preghiera del profeta occupava, tra i vari mezzi che Dio si compiaceva di impiegare, nell'effettuare la liberazione di Giuda. Per quanto riguarda la condiscendenza di Dio e l'incoraggiamento che Ebrei 101 ha dato a pregare, il nostro testo ci dice virtualmente che la benedizione era pronta, che aspettava, per così dire, solo di essere richiesta, e che la sua comunicazione effettiva era sospesa alla supplica del profeta. Né questo era un privilegio limitato a particolari individui come Daniele, o a tempi speciali come quelli in cui visse. Sembra, dall'intero tenore del contesto precedente, che l'oggetto immediato dell'ansia e della preoccupazione del profeta fosse la redenzione dei suoi fratelli dalla schiavitù di Babilonia; che sentiva come se fosse possibile che si potesse ancora attribuire a loro tanta della loro precedente impenitenza e dimenticanza di Dio da provocarlo a prolungare il periodo della loro prigionia; e che sarebbe stata, secondo la stima del profeta stesso, una risposta piena e soddisfacente alla sua preghiera se avesse semplicemente ricevuto l'assicurazione che i "pensieri di Dio verso Giuda erano ancora pensieri di pace". Ma quanto era straordinariamente abbondante, al di sopra di tutto ciò che egli aveva chiesto o concepito, la comunicazione che gli fu fatta in risposta alla sua preghiera! Non possiamo supporre che quando "volse la sua faccia al Signore Dio" anticipò l'estensione della risposta che gli era stata concessa. Se dunque questi sono gli incoraggiamenti con cui siamo eccitati alla preghiera, come penseremo, senza umiliazione e vergogna, alla riluttanza che possiamo aver spesso provato a impegnarci in quel santo esercizio, e alla formalità con cui l'abbiamo così spesso osservato? L'abitudine mentale - la preparazione alla preghiera - non sarà coltivata solo da un semplice senso del dovere. La preghiera è in verità la protezione, la salvaguardia del cristiano. (R. Gordon, D.D.)

Il potere della preghiera:

Da questa scena straordinaria apprendiamo diverse lezioni in riferimento alla preghiera

(I.) Questa preghiera è un metodo legittimo ed efficace di comunicazione tra l'uomo sulla terra e il mondo degli spiriti

(II.) La ricezione e il riconoscimento della vera preghiera sono immediati, anche se la risposta può essere ritardata. "All'inizio delle tue suppliche uscì il comandamento".

(III.) Quella preghiera assicura a chi la offre il servizio del più grande ed eccelso dei servitori di Dio

(IV.) Quella preghiera è un aiuto prezioso nello studio delle cose divine. "Ora sono venuto per darti conoscenza e intelligenza".

(V.) Che il successo della preghiera dipende dalla posizione morale che l'offerente occupa davanti a Dio. "Perché tu sei grandemente amato." (J. H. Morgan.)

Le devozioni di Daniele:

Daniele era un uomo di alto lignaggio, di talenti straordinari, di tatto singolare negli affari di governo, di forte magnanimità, di grande generosità e di singolare simpatia. Tre cose che lo riguardano sono degne di nota. Ebrei era uno studente di teologia

Ebrei si distingueva per il suo disinteresse e il suo spirito pubblico. E si distingueva per lo spirito di preghiera

(I.) L'occupazione del profeta in questo tempo. Ebrei era isolato dal trambusto degli affari e dal tumulto della società, e si dedicava alla meditazione sulle cose di Dio e alla comunione con il proprio cuore. Mentre il pensionamento è occasionalmente necessario per tutti gli uomini, è particolarmente necessario per coloro che sono occupati attivamente nelle preoccupazioni della vita pubblica. Ci sono due estremi in cui è possibile cadere su questo argomento. Ci sono due impieghi devozionali in cui Daniele era occupato

1.) Confessione penitenziale dei peccati. Questo era sia personale che relativo

2.) Supplica di intercessione

(II.) La stagione in cui Daniele era così impegnato

1.) Era l'ora serale

2.) Era un tempo in cui desiderava e si aspettava un risveglio della Chiesa e il ritorno del popolo di Dio

(III.) Il successo che seguì l'impiego devozionale di Daniele

1.) La prontezza dell'elargizione

2.) Il messaggero che ha trasmesso l'intelligenza

3.) La natura della comunicazione che Daniele ricevette per mezzo di questo messaggero Celeste

In parte rispettava il suo carattere personale. E in parte ottenne una visione più chiara e molto più copiosa dei disegni di Dio in riferimento a un mondo decaduto e rovinato. Imparate, quindi, che la preghiera umile e devozionale a Dio è uno dei mezzi migliori per garantire una visione chiara delle profezie di Dio e una visione chiara della prosperità della Chiesa negli ultimi giorni. (Giovanni Clayton, A.M.)

21 CAPITOLO 9

Daniele 9:21-27

Anche l'uomo Gabriele.

Parole dell'Angelo:

La storia di Daniele è in ogni modo profondamente interessante, e si pone in connessione con i fenomeni spirituali più sorprendenti e sublimi. Questi versetti sono le parole di un angelo, il cui nome era Gabriele (la forza di Dio). Gabriele fornisce questa intelligenza in obbedienza al comando di un'altra intelligenza dell'ordine celeste, forse di un rango ancora più elevato nella gerarchia angelica. Daniele aveva già visto questo angelo (cap. 8:15-27). Lo scopo della presente visita era quello di esaudire la preghiera di Daniele, e quella risposta l'abbiamo nelle parole che abbiamo davanti. I seguenti pensieri sono suggeriti da questo linguaggio angelico in relazione alla preghiera umana

(I.) Che il grande Dio dell'universo è attento alla preghiera genuina degli uomini buoni. Diciamo una preghiera genuina, perché questa è la preghiera che abbiamo davanti. Com'è intensamente serio! Com'è profondamente umile! Quanto completamente vicario! Dio non è mai disattento a tale preghiera; tocca sempre il Suo grande cuore, gli Ebrei non mancano mai di rispondergli

(II.) A volte Dio risponde alla vera preghiera mediante il ministero degli angeli. Quando Cristo disse a Pietro: "Non credi che io possa pregare il Padre mio ed egli mi manderebbe dodici legioni di angeli", la dottrina è implicita che gli angeli sono impiegati per rendere sollievo divino al sincero supplicante. Nota:

1.) Questo angelo si rivolse con prontezza al supplicante

2.) Questo angelo si occupò della mente del supplicante. Gli Ebrei gli assicurarono la considerazione divina; e gettò luce sull'argomento che gli stringeva il cuore. Tre epoche sono scoperte dagli interpreti in questo passaggio

(1) Il ritorno degli ebrei nel loro paese

(2) L'avvento del Messia. Atti alla fine di questo periodo ci viene detto che sarebbero accadute due cose. La partenza del Liberatore del mondo; e l'avvento del distruttore degli ebrei

(3) L'instaurazione del sistema del Messia sulla terra e la distruzione di Gerusalemme. Evidentemente, quindi, Dio esaudisce la preghiera agendo in base alla mente del supplicante. Questa è la risposta vera ed efficace alla preghiera. (Omilestico.)

Ministero degli Angeli nella Vita Individuale:

"Qualche tempo fa ho visitato il negozio di un rivenditore di mobili nella zona ovest di Londra. L'uomo era ebreo e, notando il mio abito clericale, cominciò a parlare di questioni religiose. Facemmo un'interessante conversazione e, mentre montavo in bicicletta e dicevo "Arrivederci", l'uomo gridò in ebraico: "Pace a te", usando il pronome al plurale. «Perché non hai usato il singolare?» Ho chiesto. "Chi era l'altro a cui auguravi la pace?" "Non sai," rispose l'ebreo, "che ho detto: Pace a te e all'angelo sopra la tua spalla." Non tutta la poesia è sparita dalla vecchia Londra... no, non ancora!» (G. A. Johnston Ross.)

Il Grande Mondo degli Spiriti:

Veniamo portati in un mondo di visioni, trance e immagini mistiche. L'Oriente ci ha toccato con i suoi sogni cupi, con il suo vasto simbolismo. Ci muoviamo tra le esaltazioni e sentiamo strane voci. C'è un mondo all'interno di un mondo; C'è una vita oltre la vita, e con essa facciamo comunione. È abbozzato con contorni ombrosi e popolato da figure che possono essere conosciute e nominate. Non è semplicemente raccolto nel nome dell'Eterno Dio, ma ci sono presenze mediatrici. C'è organizzazione e regola, ci sono livelli e gradi. Questo regno misterioso si svela per metà in scorci che vanno e vengono. C'è uno sforzo e un paziente proposito elaborato lentamente fino a conclusioni prestabilite. Ci sono attività, principati e domini. È un ospite. È un regno. Si muove secondo la legge. Ha questioni lontane dalla nostra portata: "Il principe del regno di Persia mi ha resistito ventuno giorni, ma ecco! Michele, uno dei principi principali, venne ad aiutarmi, e io rimasi lì con i re di Persia". Di cosa stiamo parlando? Chi può dirlo? Chi può dire cosa è simbolico e cosa è reale? Ma nel Libro di Daniele queste rare presenze passano sotto il controllo della sola volontà direttiva dell'Altissimo. Non si moltiplicano all'infinito. Non fissano su di sé l'immaginazione, l'interesse e la curiosità. Sono assorbiti dagli atti morali. Essi sono piegati e trattati come strumenti solenni del destino spirituale. Ed è evidente quanto queste presenze siano tenute vicine all'uomo. Non sono geni informi, ma simili a un figlio dell'uomo. Questa è la forma che riceve la visione. Ogni eccesso, ogni esuberanza è potata. Non c'è fantasia fantastica all'opera che si lasci andare a un'immaginazione ariosa e arbitraria. Non sono nemmeno alati. "Mi ha toccato uno come un uomo", così recita il testo. In tutto il libro insistiamo sulla natura umana come organo tipico della manifestazione divina. L'uomo fornisce la forma attraverso la quale Dio può essere rivelato. Così, in questa vigilia di San Michele e di Tutti gli Angeli, possiamo ben rassicurarci notando come nei nostri giorni successivi questa vita circostante e misteriosa di spirito mediatore, in cui i Libri di Daniele ed Ezechiele 101 introducono, sia stata ancora una volta avvicinata a noi. Ci stiamo rendendo di nuovo conto di quanto poca conoscenza cosciente e riflessiva abbia coperto le possibilità all'interno delle quali ci muoviamo. Sappiamo quanto abbiamo cercato così duramente e così a lungo di isolare il campo dell'esperienza conosciuta, di tagliarlo completamente fuori dagli elementi di disturbo che non sono stati esaminati. Ci eravamo prefissati di assicurarci un controllo completo e certo su ciò che abbiamo fatto nostro, e di eliminare completamente da esso tutto ciò che attraversava o rendeva perplesso il nostro schema certificato di cose. Dovevamo essere positivi riguardo a tutto ciò che sapevamo, per quanto potesse esserci al di fuori di ciò che non sapevamo. Questo era il nostro vecchio programma agnostico. Ciò che non sapevamo era di essere trascurati nell'affrontare ciò che sapevamo. E questo è il programma che è stato spezzato. I fatti sono stati troppo per questo. Un tale isolamento non è concepibile. Dentro e fuori la vita che possiamo coprire con la nostra esperienza razionalizzata, ci sono influenze, forze, poteri, che giocano e passano sempre, che appartengono a un mondo al di là dei nostri metodi scientifici. Galleggiamo in un etere misterioso a cui non si applicano limitazioni fisiche. I suoni, i movimenti si trasmettono attraverso questo mezzo, in condizioni che trasformano tutta la nostra idea di ciò che lo spazio o il tempo possono significare. Ancora e ancora, attraverso e al di là di questo mistero semi-fisico, un mondo di attività spirituale si apre su di noi. Ha capacità che non abbiamo mai sognato; Permette il contatto apparente dello spirito con lo spirito, nonostante la distanza materiale e l'ostruzione fisica. Le comunicazioni passano tra coloro che sono separati, senza mediazioni visibili o tangibili. Ci sono modi di comunione che sono del tutto incomprensibili ai nostri presupposti scientifici ordinari, ma che l'esperienza reale tende sempre più a verificare. Se vogliamo vedere la visione del profeta, dobbiamo essere in grado di recitare la preghiera del profeta. E che preghiera è! È una delle più grandi di quelle preghiere che hanno dato la forma finale all'ideale ebraico della supplica, e che è passata per sempre nella liturgia cristiana. Come in alcuni Salmi, come nella grande preghiera attribuita a Salomone all'apertura del tempio, così qui sembrerebbe impossibile che le effusioni dell'uomo prendessero una forma più fine o più pura. Tutto il segreto dell'ebreo parla in quella preghiera; la sua costante sensazione che il buon proposito di Dio per lui non viene mai meno, anche quando il male più oscuro cade su di lui, perché è ancora quel giudizio, un giudizio che conduce al perdono e alla restaurazione. Nulla spezzerà la sua fede nella paternità fedele che colpisce solo perché gli uomini possano cercarlo di nuovo. "Perciò", egli grida, "il Signore ha vegliato sul male e lo ha fatto venire su di noi, poiché il Signore nostro Dio è giusto in tutte le sue opere". Ma non potrebbe essere la nostra preghiera a Lui affinché possiamo convertirci dalle nostre iniquità e comprendere la verità? Così confessa. E ancora, dice, l'antico patto è in piedi, il pegno dato ai padri. Torniamo a questo, come a una garanzia infallibile. Ebrei si rivolge all'appello. "Ed ora, o Signore nostro Dio, tu hai fatto uscire il tuo popolo dall'Egitto con mano potente, e lo hai reso famoso, come avviene oggi. Abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente. O Signore, secondo tutta la Tua giustizia Ti supplico che la Tua ira e il Tuo furore si allontanino dalla Tua città, Gerusalemme, dal Tuo monte santo. O mio Dio, porgi l'orecchio e ascolta. Apri i tuoi occhi e guarda la nostra desolazione e la città sulla quale è invocato il tuo nome, poiché non presentiamo suppliche davanti a Te per la nostra giustizia, ma per la Tua grande misericordia. O Signore ascolta; O Signore, perdona; O Signore, ascolta e agisci; non differire, per amor Tuo, o mio Dio, per la Tua città e per il Tuo popolo che è invocato con il Tuo nome". C'è la preghiera, una preghiera in cui c'è l'intensità più alta e più pura, e a una preghiera come quella che nella sua appassionata supplica viene la visione, la Presenza si fa sentire, il mistero si disvela. L'uomo Gabriele vola veloce e lo tocca nell'ora dell'oblazione della sera. Ripeto, per sapere che cosa significassero quelle visioni, bisogna prima essere trovati così a pregare. E noterete che non è per se stesso, ma per il suo popolo, che il profeta ha innalzato quella preghiera. Ebrei aveva capito, ci dice cosa intendeva l'antica profezia di Geremia sulle desolazioni di Gerusalemme. È per il peccato pubblico che egli si propone, con il digiuno, il sacco e la cenere, pregare il suo Dio. È la restaurazione nazionale del Santo Monte per la quale egli eleva le sue suppliche. In vista di quella terribile desolazione non può che volgersi alla preghiera. Possiamo noi guardare la nostra Gerusalemme come egli la guardò nell'antichità, e non volgerci con qualcosa del suo dolore struggente, con qualcosa della sua bruciante vergogna, per fare come fece quando volse il viso al Signore Dio e fece la sua confessione, dicendo: "O mio Dio, porgi l'orecchio e ascolta; apri i tuoi occhi e guarda la nostra desolazione; O Signore ascolta, o Signore perdona, o Signore ascolta e fa'; non differire per amor Tuo, o mio Dio, per la Tua città e per il Tuo popolo che è chiamato con il Tuo nome". Pregate come lui pregò. Pregate come fece lui, in spirito di contrizione e pazienza, per le indegnità che vengono recate sulla Chiesa di Dio. Pregate nel cuore di una grande speranza, come fece lui nel modo profetico di una vittoria che deve ancora essere ottenuta. Pregate a lungo, e intensamente, e umilmente; È il nostro potere di intercessione e di supplica che ora è così debole. (H. S. Holland.)

23 CAPITOLO 9

Daniele 9:23

Agisci, il principio delle tue suppliche, il comandamento è uscito.

L'alba del risveglio, o preghiera, fu prontamente esaudita:

La preghiera è utile in mille modi. È spiritualmente ciò che gli antichi medici cercavano naturalmente, cioè un catholicon, un rimedio di applicazione universale. Non c'è caso di bisogno, angoscia o dilemma, in cui la preghiera non si rivelerà un aiuto molto presente. Nel caso che abbiamo davanti, Daniele aveva studiato il libro di Geremia, e aveva appreso che Dio avrebbe compiuto settanta settimane nella desolazione di Gerusalemme, ma sentiva che c'era ancora molto da imparare, e si mise in cammino per impararlo. La sua era una mente nobile e acuta, e con tutte le sue energie cercava di curiosare nel significato profetico; ma non si affidò al proprio giudizio; Si mise subito a pregare. La preghiera è quella grande chiave che apre i misteri. A chi dovremmo rivolgerci per una spiegazione se non siamo in grado di capire uno scritto, se non all'autore del libro? Daniele si appellò subito al grande Autore, nelle cui mani Geremia era stato la penna. Nel suo ritiro solitario, il profeta si inginocchiò e gridò a Dio che gli avrebbe rivelato il mistero della profezia, per poter conoscere il pieno significato delle settanta settimane, e ciò che Dio intendeva fare alla fine di esse, e come gli Ebrei avrebbero voluto che il Suo popolo si comportasse per ottenere la liberazione dalla loro prigionia. Daniele fece la sua supplica al Signore di sciogliere i sigilli e di aprire il volume del libro, e fu ascoltato e favorito con la conoscenza che avrebbe potuto cercare invano con qualsiasi altro mezzo. Il punto particolare del testo su cui vorrei indirizzare la vostra attenzione è che la preghiera di Daniele fu esaudita immediatamente, mentre stava ancora parlando, sì, e all'inizio della sua supplica. Non è sempre così. A volte la preghiera indugia come una supplicante alla porta, finché il re non esca per riempirle il petto delle benedizioni che lei cerca. Il Signore, quando gli Ebrei hanno dato grande fede, è noto per metterla alla prova con lunghi indugi. Se gli piace ordinare alla nostra pazienza di esercitarsi, gli Ebrei non faranno forse ciò che gli Ebrei vogliono con i suoi? I mendicanti non devono scegliere né per quanto riguarda il tempo, né il luogo, né la forma. Non dobbiamo accettare ritardi nella preghiera per negazione; Le fatture a lunga scadenza di Dio saranno puntualmente onorate; non dobbiamo permettere che Satana scuota la nostra fiducia nell'Iddio di verità additando le nostre preghiere non esaudite. Tuttavia, nel caso di Daniele, l'uomo molto amato, non c'era assolutamente da aspettare. Nel caso di Daniele la promessa era vera: "Prima che mi chiamino io risponderò, e mentre ancora parlano ascolterò". L'uomo Gabriele fu fatto volare molto rapidamente, come se anche il volo di un angelo fosse appena sufficiente per la misericordia di Dio. Oh, come viaggia veloce la misericordia di Dio, e quanto dura la sua ira! "Vola - disse - spirito luminoso, metti alla prova la tua massima potenza d'ala! Scendi dal mio servo in attesa e realizza il suo desiderio".

(I.) Primo, abbiamo qualche motivo per aspettarci che all'inizio delle nostre suppliche verrà alla luce il comandamento della misericordia? Siate certi che l'abbiamo fatto, se ci troviamo nella stessa posizione di Daniele, perché Dio agisce verso i Suoi servi secondo una regola fissa. Facciamo ora in modo che l'esame di coscienza sia in vigile esercizio mentre ci confrontiamo con il profeta di successo. Dio ascolterà il Suo popolo all'inizio delle loro preghiere, se la condizione del supplicante sarà adatta per questo. La natura di tale idoneità possiamo dedurla dallo stato d'animo di Daniele e dal modo in cui procedeva. Su questo punto la nostra prima osservazione degna di nota è che Daniele era determinato ad ottenere la benedizione che stava cercando. Notate attentamente l'espressione che ha usato nel terzo versetto: "Volgo la mia faccia al Signore Iddio per cercare con preghiera e supplica". Quell'impostazione del viso esprime un proposito risoluto, una ferma determinazione, un'attenzione indivisa, una perseveranza fissa e risoluta. "Volgo il mio volto verso il Signore". Non facciamo mai nulla in questo mondo finché non ci mettiamo completamente in gioco. I guerrieri che vincono le battaglie sono quelli che sono decisi a conquistare o morire. I mercanti che prosperano in questo mondo sono quelli che fanno i loro affari con tutto il cuore e guardano alla ricchezza con impazienza. L'uomo tiepido non è da nessuna parte nella corsa della vita; di solito è spregevole agli occhi degli altri e una miseria per se stesso. Se una cosa vale la pena di essere fatta, vale la pena di farla bene; e se non vale la pena di farlo fino in fondo, i saggi lasciano perdere. Specialmente questa è una verità nella vita spirituale. Non si fanno prodigi per Dio e per la verità gli uomini sui loro letti addormentati, o fuori dai loro letti, ma ancora addormentati. Un uomo, se vuole fare qualcosa per Dio, per la verità, per la croce di Cristo, deve volgere la faccia e con tutta la forza della sua volontà decidere di servire il suo Dio. Il soldato di Cristo deve rivolgere la faccia come una pietra focaia contro ogni opposizione, e nello stesso momento volgere la faccia verso il Signore con l'occhio attento della serva che guarda verso la sua padrona. Questa fu la prima prova che Dio avrebbe potuto dare subito a Daniele la benedizione, perché il cuore del profeta era fisso in una risoluzione immutabile, e non c'era modo di distoglierlo da quel punto. Poi Daniele sentì profondamente la miseria delle persone per le quali supplicava. Leggete questa espressione: "Sotto tutto il cielo non è stato fatto come è stato fatto a Gerusalemme". La condizione di quella città, che giaceva in rovina, i suoi abitanti prigionieri, i suoi figli più scelti esiliati fino ai confini della terra, lo affliggeva molto duramente. Gli Ebrei non avevano una conoscenza superficiale dei dolori del suo popolo, ma il suo cuore più intimo era amareggiato dall'assenzio e dal fiele della loro coppa. Se Dio intende darci delle anime, ci preparerà per l'onore facendoci sentire la profonda rovina dei nostri simili. In secondo luogo, Daniele era pronto a ricevere la benedizione, perché sentiva profondamente la propria indegnità di essa. Non so se anche il cinquantunesimo Salmo sia più penitenziale del capitolo che contiene il nostro testo. Leggete il capitolo e notate come egli riconosce umilmente i peccati di incarico, i peccati di omissione e soprattutto i peccati contro gli avvertimenti della parola di Dio e le suppliche dei Suoi servitori. Confessiamo la nostra indegnità, la nostra freddezza, la nostra morte, la nostra letargia, le nostre peregrinazioni del cuore e l'inversione di molti tra noi, e poi, dopo aver confessato le nostre colpe, possiamo aspettarci che proprio all'inizio Dio ci visiterà. Quando il vaso sarà vuoto, la fontana del Cielo lo riempirà; Quando la terra sarà secca e screpolata, e comincerà ad aprire la bocca per la sete, scenderà la pioggia per ingrassare la terra. Ma ancora una volta, non abbiamo esaurito i punti di Daniele che meritano la nostra imitazione; noterete che Daniele aveva una chiara convinzione della potenza di Dio nell'aiutare il suo popolo nella sua angoscia, e il suo vivo senso della potenza divina si basava su ciò che Dio aveva fatto nei tempi antichi. Nella storia degli ebrei si nota come in ogni ora buia e tempestosa le loro menti tornassero a un punto particolare della loro storia! Proprio come il Greco ricordava le Termopili e Maratona, e sentiva i suoi occhi brillare e ogni tendine diventare forte al pensiero dell'eroico giorno in cui i suoi padri uccisero i Persiani e spezzarono il giogo del grande re, così con sentimenti più nobili, perché più celesti, l'Israelita pensava sempre al Mar Rosso, e a ciò che il Signore fece all'Egitto quando gli Ebrei divisero le acque, e si alzarono in piedi come un mucchio, affinché il suo popolo potesse passare. Daniele nella preghiera dice: "Tu hai fatto uscire il tuo popolo dal paese d'Egitto con mano potente e ti sei reso famoso, come oggi". Ebrei si aggrappa a quell'atto di antica prodezza, e supplica in effetti in questo modo: "Tu puoi fare così, o Dio, e glorificare di nuovo il tuo nome, e mandare la liberazione al tuo popolo". Noi adoriamo il Dio che ama i Suoi eletti ora, proprio come facevano gli ebrei nell'antichità. Ma ancora una volta, il punto più evidente della preghiera di Daniele è la sua particolare serietà. Per moltiplicare espressioni come "O Signore! O Signore! O Signore!" potrebbe non essere sempre giusto. Ci può essere molto peccato in tali ripetizioni, che equivalgono a pronunciare il nome di Dio invano. Ma non è così per Daniele. Le sue ripetizioni sono forzate dal profondo della sua anima: "O Signore, ascolta! O Signore, perdona! O Signore, ascolta e agisci!" Queste sono le infuocate eruzioni vulcaniche di un'anima in fiamme, che si solleva terribilmente. È solo l'anima dell'uomo che vuole sfogarsi. Nessuna preghiera è in grado di ottenere una risposta immediata se non è una preghiera fervente. Dobbiamo sbarazzarci dei ghiaccioli che pendono dalle nostre labbra. Dobbiamo chiedere al Signore di sciogliere le grotte di ghiaccio della nostra anima e di rendere i nostri cuori come una fornace di fuoco sette volte più calda. Questo per questo primo motivo. Possiamo aspettarci una pronta risposta alla preghiera quando la condizione del supplicante è come Dio vuole. In secondo luogo, credo che abbiamo tutte le ragioni per aspettarci una benedizione quando consideriamo la misericordia stessa. Ciò che noi come chiesa stiamo cercando è, se capisco i vostri cuori e i miei, proprio questo: vogliamo vedere la nostra pietà personale approfondita e ravvivata, e vogliamo vedere i peccatori salvati. Ebbene, non è di per sé una cosa così buona che possiamo aspettarci che il donatore di ogni dono buono e perfetto ce lo faccia? Quello che chiediamo è la gloria di Dio. Non stiamo cercando un dono che possa glorificarci o che possa esaltare qualcuno dei nostri simili. Non bramiamo la vittoria per le armi di un guerriero; Non chiediamo il successo per le ricerche di un filosofo. In terzo luogo, c'è un'altra cosa che mi incoraggia, e cioè la natura delle relazioni che esistono tra Dio e noi. Non è forse una parola scelta: "O uomo grandemente amato"? "Sì", forse direte, "è facile capire perché Dio abbia dovuto mandare una risposta così rapida a Daniele, perché era un uomo molto amato". Ah! La tua incredulità ti ha fatto dimenticare che anche tu sei molto amato? Chi si rifiuterà di chiedere quando tali incoraggiamenti vengono suggeriti alla nostra mente?

(II.) Se vogliamo ottenere la benedizione all'inizio, in quale forma preferiremmo averla? Se potessi avere il desiderio del mio cuore, implorerei una benedizione per ognuno di voi. Stavo pensando a quanto sarebbe stata presto e dolce la benedizione se il Signore ci avesse concesso oggi delle conversioni. Ma non indugiare, o nostro Dio! Affrettatevi, nostro Amato. "Sii come un capriolo o un giovane cervo sulle montagne di Bether", per amore del Tuo nome. Amen. (C. H. Spurgeon.)

Poiché tu sei grandemente amato.

Un uomo molto amato:

Daniele era eminente sia come profeta del Signore che come uomo di pietà e bontà. La sua pietà era illuminata, decisa e perseverante. Gli Ebrei avevano, senza dubbio, le sue infermità; ma nulla è accusato contro di lui

(I.) Il carattere esaltato di Daniele

1.) L'inflessibile costanza con cui si attenne al servizio di Geova. Nessun onore poteva sottrargli la sua fedeltà al vero Dio; Nessun pericolo poteva impedirgli di mantenere e professare apertamente la vera religione

2.) Ebrei era un uomo di preghiera. Un'adesione così ferma e decisa alla vera religione come la sua poteva essere mantenuta viva solo da rapporti regolari e intimi con il Cielo. Gli ebrei pregavano spesso. Gli ebrei pregavano con uno spirito retto, lo si vede nelle sue giuste vedute di Dio; nella sua profonda umiliazione davanti a Dio; e nella serietà delle sue suppliche

3.) Ebrei fu eminentemente fedele nell'adempimento dei doveri del suo elevato rango. Gli atti insidiosi di progettare gli uomini non potevano mettere in discussione la sua integrità, o oscurare il lustro del suo carattere. Questa fedeltà e onestà nel suo ufficio erano davvero gli effetti naturali della sua eminente pietà. La religione è l'unico fondamento sicuro per l'adempimento regolare e fedele dei doveri del nostro ufficio e della nostra posizione nella società. I principi dell'onore, della prudenza e dell'interesse personale propriamente intesi, spesso contribuiscono molto a portare alla fedeltà nei trust secolari; ma i principi religiosi permetteranno agli uomini di resistere a tentazioni più grandi e di essere più uniformemente e perfettamente retti di qualsiasi motivo inferiore. Se la nostra religione non ha su di noi un'influenza simile a quella esercitata su Daniele, è vana e insincera. La fede in Dio conduce necessariamente a una condotta giusta verso l'umanità

4.) Daniele si distingueva per l'interesse pio e patriottico che aveva per il benessere dei suoi compatrioti. Ogni ebreo, in verità, aveva qualcosa di questo sentimento. In modo particolare, però, erano questi i sentimenti e i sentimenti di Daniele. Le sue opinioni sulle questioni nazionali erano di carattere più illuminato e spirituale di quelle dei suoi compatrioti in generale. Gli Ebrei videro che la gloria di Dio e gli interessi della vera religione erano intimamente connessi con il ristabilimento di Israele. Questo lo rese così particolarmente ardente nella causa del suo popolo e lo portò a usare tutta l'influenza della sua elevata posizione e tutta la potenza o il potere che possedeva presso Dio, affinché Sion non fosse più una desolazione. Il patriottismo è un sentimento onorevole per il personaggio. Ma come si santifica ed esalta questo sentimento quando si sente che, con la prosperità del nostro paese, la gloria di Dio e gli interessi eterni dell'umanità sono intimamente connessi

(II.) L'alto privilegio di Daniele

1.) Ebrei era molto amato da Dio. Tutto il popolo di Dio, infatti, è soggetto del suo affetto. Ma, oltre a questo, Ebrei porta in ciascuno di loro un amore di compiacimento fondato sulle qualità amabili e sante di cui sono dotati dallo Spirito di grazia. Nessun privilegio è più sorprendente di quello di cui fu favorito Daniele. Gabriele fu inviato dal Cielo con un'ampia risposta alla sua preghiera e un'acuta assicurazione di essere uno speciale favorito del Cielo

2.) Daniele era molto amato dagli uomini. È naturale per noi desiderare la stima e l'amicizia degli uomini, e la gratificazione di questo desiderio è, in non piccola misura, favorevole sia alla nostra utilità che alla nostra felicità. E Daniele ne godeva in misura non ordinaria. Allora

(1) Imitate la condotta e il carattere di Daniele. Come lui, siate saldi nella fede. Come lui, siate uomini di preghiera. Come lui, adempite con fedeltà i doveri della vostra posizione. Come lui, siate solleciti per il bene dell'Israele di Dio

(2) Ricorda che, se assomigli a Daniele nel carattere, sarai anche simile a lui nel privilegio. Sarai in grazia davanti a Dio e agli uomini. (James Kirkwood.)

24 CAPITOLO 9

Daniele 9:24

Settanta settimane sono determinate per il tuo popolo.

Chiudere, sigillare e coprire; o, L'opera gloriosa del Messia:

Il Signore Dio stabilì un tempo stabilito per la venuta di Suo Figlio nel mondo; Nulla era lasciato al caso. L'infinita sapienza dettava l'ora in cui il Messia doveva nascere e il momento in cui doveva essere reciso. Si noti, ancora, che il Signore disse al Suo popolo in modo un po' cupo, ma ancora con una buona dose di chiarezza, quando il Cristo sarebbe venuto. Così li rincuorò quando le pesanti nuvole di dolore incombevano sul loro cammino. Questa profezia brillò come una stella in mezzo ai dolori d'Israele; era così luminoso che nel periodo in cui Cristo venne c'era un'aspettativa generale su di Lui. Nel nostro testo si dice che il primo avvento di nostro Signore è stato ordinato prima che fossero finite le settanta settimane, e che la città fosse distrutta; E così avvenne proprio come il profeta aveva parlato

(I.) Per prima cosa, esaminiamo l'opera del Messia. La prima opera del nostro Signore Gesù Cristo è l'abbattimento del male, ed è così descritta: "Porre fine alla trasgressione, porre fine ai peccati e fare la riconciliazione per l'iniquità". Ma il lavoro di nostro Signore non è tutto speso in un lavoro di sradicamento; Ebrei viene per edificare, e la Sua seconda opera è l'instaurazione della giustizia nel mondo, descritta di nuovo da tre frasi: "Per portare la giustizia eterna, e per sigillare la visione e la profezia, e per ungere il Santissimo". La prima opera del Messia è il rovesciamento del male. Questo rovesciamento del male è descritto da tre parole. Se dovessi darvi una traduzione letterale dall'ebraico, potrei leggere il passaggio così: "Per mettere a tacere la trasgressione, per sigillare il peccato e per coprire l'iniquità". Secondo gli uomini dotti, queste sono le parole che vengono usate qui, e le tre messe insieme sono una descrizione singolarmente completa dell'eliminazione del peccato. In primo luogo, è "zitto"; È, per così dire, fatto prigioniero e confinato in una cella; la porta è chiusa e trattenuta; è fuori dalla vista; tenuto in un raggio d'azione ristretto: incapace di esercitare il potere che un tempo possedeva. In una parola, è "trattenuta", così la legge il margine delle nostre Bibbie. La parola ebraica significa trattenere, trattenere, arrestare, tenere in prigione, chiudere o chiudere. Il suo dominio è finito, perché il peccato stesso è legato. Cristo ha condotto la cattività prigioniera. Ma non basta mettere a tacere il tiranno vinto, a meno che non sia zitto per sempre; e, quindi, affinché non ci sia alcuna possibilità che si liberi di nuovo, la frase successiva è: "Sigillare". Gli usi del sigillo sono molteplici, ma qui viene impiegato per la certezza della custodia. Così il peccato è doppiamente nascosto alla vista; Viene chiuso e sigillato, come un documento messo in una custodia e poi sigillato. "Finito" e "fatto fine di" sono le due parole utilizzate nella nostra versione autorizzata, e danno l'essenza del significato. Per prendere in prestito una figura: Arabi, il ribelle egiziano, è rinchiuso come nostro prigioniero, e la sua sconfitta è segnata, quindi la sua ribellione è finita e la sua fine è fatta. Così è anche con la trasgressione; nostro Signore ha sconfitto il male, e lo ha certificato sotto la mano e il sigillo dell'Onnipotente, e quindi possiamo con rapimento sentirLo dire: "È compiuto", e anche vederlo risorgere dai morti per sigillare la nostra giustificazione. Eppure, come se questo non bastasse, il termine successivo in ebraico è "coprire"; perché la parola fare riconciliazione o espiazione è di solito in ebraico per coprire. "Beato l'uomo la cui trasgressione è perdonata, il cui peccato è coperto." Cristo è venuto per coprire il peccato, per espiare il peccato, e così per nasconderlo. Le prime due frasi parlano di porre fine alla trasgressione e di porre fine al peccato, e queste espressioni sono piene e complete, mentre questa terza spiega i mezzi con cui l'opera viene compiuta, cioè con un'espiazione che copre ogni traccia di peccato. Così nei tre insieme abbiamo un'immagine della completa estinzione del peccato sia per quanto riguarda la sua colpa che per la sua potenza, sì, e la sua stessa esistenza; viene messo nella prigione sotterranea e la porta viene chiusa su di esso; Dopo di che la porta viene sigillata e poi coperta, in modo che il luogo del sepolcro del peccato non possa più essere visto per sempre. Osservate che i termini per il peccato sono lasciati in forma assoluta. È detto: "Porre fine alla trasgressione", "porre fine ai peccati", "fare la riconciliazione per l'iniquità". Di chi è questa trasgressione? Di chi sono questi peccati? Non è detto. Non c'è nessuna parola impiegata per indicare le persone per le quali viene fatta l'espiazione, come si fa in versetti come questi: "Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per essa"; "Offro la mia vita per le pecore". La massa del male non viene etichettata, affinché ogni peccatore pentito possa guardare al Messia e trovare in Lui colui che rimuove il peccato. Quale trasgressione è finita? Trasgressioni di ogni genere. Il Messia è venuto per spazzare via e distruggere completamente il peccato, e questo è, e sarà, l'effetto della Sua opera. Metti tutte e tre le frasi in una e questa è la somma di esse. Prendo le frasi separatamente e premo ogni gruppo da solo. E per prima cosa si noti che si dice che gli Ebrei siano venuti per porre fine alla trasgressione. Come alcuni capiscono, nostro Signore è venuto affinché nella Sua morte la trasgressione potesse raggiungere il suo più alto sviluppo, e firmare la propria condanna. Il peccato ha raggiunto il suo finis, il suo ultimatum, il suo culmine, nell'omicidio del Figlio di Dio. Non poteva procedere oltre; Il corso della malizia non poteva andare oltre. Ora il peccato ha finito se stesso, e ora Gesù è venuto a finirlo. "Fin qui", dice, "andrai, ma non oltre; Qui nelle mie ferite e nella morte saranno fermate le tue onde orgogliose". L'enorme leviatano del male ha incontrato il suo avversario ed è posto sotto il potere del Vendicatore. Così dice il Signore: "Ecco, io metterò il mio uncino nel tuo naso e il mio freno nelle tue labbra, e ti volgerò per la via per la quale sei venuto". Il Signore ha posto dei limiti alla trasgressione che un tempo aveva infranto tutti i limiti. Dove abbondò il peccato, abbondò molto di più la grazia. Il peccato è messo a tacere affinché la grazia possa avere libertà. Ora prendete la seconda frase, che nella nostra versione è: "Per porre fine al peccato". Il Messia è venuto a proclamare un perdono così libero, così ricco, così grazioso ai figli degli uomini che quando lo ricevono il peccato cessa virtualmente di esistere; è fatto un fine di. Ma l'ebraico dice che "sigillare i peccati". Ora lo prendo per significare proprio questo. Ci sono certe scritture che sono contro di noi, e sarebbero prodotte contro di noi in tribunale, ma per ordine del giudice tutte queste scritture sono sigillate e considerate come nascoste; nessuno osa rompere il sigillo, e nessuno può leggerli a meno che il sigillo non sia rotto; perciò non saranno mai portati contro di noi. Sono diventati praticamente nulli. Tutto ciò che può essere portato come accusa contro il popolo di Dio è ora sigillato e tolto di mezzo una volta per tutte, per non essere mai aperto e posto sotto la loro responsabilità dinanzi al Dio vivente. Oppure, se consideri il peccato come un prigioniero prigioniero, devi ora vedere che con la morte di Cristo la prigione in cui giace il peccato è così sigillata che il nemico non potrà mai più tornare nella sua antica potenza. Ma ora, l'ultima espressione è in italiano: Ebrei è venuto "per fare riconciliazione per l'iniquità"; cioè, porre fine alla lotta tra Dio e l'uomo con una gloriosa riconciliazione, un rifacimento della pace tra questi due; così che Dio ama l'uomo e, di conseguenza, l'uomo ama Dio. Nella benedetta espiazione di Cristo, Dio e l'uomo si incontrano in un luogo di incontro prescelto. Ora, prendete l'ebraico per questo, e leggete la frase così, per coprire l'iniquità. Oh, che beatitudine è questa; Pensare che il peccato è ora coperto una volta per tutte! Non riesco a descrivere questo trionfale rovesciamento del peccato e di Satana. Non ho né saggezza né linguaggio che rispondano a un tema del genere. Vi invito ora a considerare la seconda opera, cioè l'istituzione della giustizia. Questo ci viene presentato in tre espressioni; Primo, con le parole "per recare giustizia eterna". E che cos'è? Ebbene, la sua propria giustizia che è di eternità in eternità. Felici quegli spiriti ai quali Cristo dà una giustizia eterna, poiché di essi è il regno e in esso risplenderanno come il sole. Poi, per l'istituzione di un regno di giustizia, è venuto Ebrei affinché gli Ebrei possano "sigillare visione e profezia". Cioè, adempiendo in Sé tutte le visioni e le profezie dell'Antico Testamento, Ebrei pone fine sia alla profezia che alla visione. Ebrei sigilla le visioni e le profezie in modo che non siano più viste né pronunciate; sono chiuse e nessuno può aggiungervi nulla; E quindi - e questo è il punto da notare - il Vangelo è stabilito per sempre, per rimanere eternamente lo stesso. Cristo ha stabilito un regno che non sarà mai smosso. La sua verità non potrà mai essere cambiata da nessuna nuova rivelazione. C'era sempre qualcosa di meglio che doveva venire in tutti i tempi fino all'arrivo di Cristo; ma dopo il meglio non ne viene nessuno. Questo, dunque, è un elemento essenziale dell'istituzione di ciò che è buono, vale a dire, stabilire la verità su una base fissa, sulla quale possiamo rimanere saldi, immobili. Le candele si spengono perché il giorno stesso si affaccia dalle finestre del Cielo. Allora, come se ciò non bastasse, Ebrei è venuto anche per ungere il Santissimo, o il Santo dei Santi, come lo leggerete. E cosa significa questo? Nulla di materiale, per il Santo dei Santi, il luogo in cui l'antico Sommo Sacerdote era entrato è stato demolito e il velo è stato squarciato. Il luogo santissimo è ora la persona del Signore Gesù Cristo; Ebrei fu unto affinché Dio potesse abitare in Lui. Insieme a Cristo, il Santo dei Santi è ora la Sua Chiesa, e quella Chiesa fu unta o dedicata quando lo Spirito Santo scese a Pentecoste, per essere con noi e dimorare in noi per sempre. Questa fu una parte nobile dell'istituzione del grande regno di giustizia, quando lingue di fuoco scesero e si posarono su ciascuno dei discepoli, ed essi cominciarono a parlare in altre lingue secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi. Il cielo risuona delle lodi del Messia che venne per distruggere l'opera del peccato e per stabilire il regno di giustizia in mezzo al mondo

(II.) Esaminiamo ora la nostra partecipazione a queste due opere. Primo, Cristo è venuto nel mondo per fare tutta questa buona opera, ma gli Ebrei 50 'hanno fatta per noi? C'è un aspetto generale nell'espiazione, ma c'è sicuramente un oggetto speciale in essa. La prima domanda che vi aiuterà a rispondere a questa domanda è questa: Il vostro peccato è forse messo a tacere riguardo alla sua potenza? "Il peccato non avrà dominio su di te" se Cristo è in te. Com'è la situazione tra la tua anima e il male? C'è guerra o pace? La domanda successiva che emerge dal testo è: Il tuo peccato è sigillato per quanto riguarda il suo potere di condanna? Hai mai sentito la potenza dello Spirito Santo nella tua anima, che ti dice: "Va' in pace; I tuoi peccati, che sono molti, ti sono tutti perdonati"? "Non c'è pace, dice il mio Dio, per gli empi". Non c'è pace per nessuno di noi finché Cristo non avrà posto fine al nostro peccato. Com'è con i vostri cuori? E poi, il tuo peccato è coperto per quanto riguarda la sua apparizione davanti a Dio? Il Signore Gesù Cristo ha forse fatto una tale espiazione per il tuo peccato che non risplende più alla presenza dell'Altissimo, ma tu puoi venire a Dio senza timore? Inoltre, lascia che ti interroghi sul prossimo punto. Il Signore Gesù Cristo vi ha resi giusti? Ti glori del Suo sangue e della Sua giustizia, e cerchi ora ciò che è puro e santo? Inoltre, le profezie e le visioni sono sigillate riguardo a voi? Si sono forse adempiuti in te? Quando Dio dichiara che gli Ebrei 101 laveranno e ci renderanno più bianchi della neve, è così per voi? Quando Ebrei dichiara che Ebrei purificherà il nostro sangue, che non è ancora stato purificato, è così per voi? E questo non è tutto; Sei tu unto per essere santissimo al Signore? Sei stato messo da parte per poterlo servire?

(III.) Infine, i risultati della partecipazione a tutto questo. I risultati! Sono, prima di tutto, la sicurezza. Come può essere perduto quell'uomo la cui trasgressione è finita e il cui peccato ha cessato di esistere? Che cosa c'è da temere per lui sulla terra, in Cielo o all'inferno? Ed ora, nella misura in cui sei sicuro, sei anche riconciliato con Dio, e fatto per dilettarti in Lui. Dio è tuo amico, e tu sei uno degli amici di Dio. Rallegratevi di questa sacra amicizia e vivete nella certezza di essa. Ma ora, supponiamo che quando vi pongo la domanda, dobbiate scuotere la testa e dire: "No, non è così per me". Allora ascolta queste poche frasi. Se il Messia non ha fatto questo per te, allora il tuo peccato sarà finito in un altro modo: il peccato, quando è finito, genera la morte. Ti attende una morte orribile: la morte a Dio, la purezza e la gioia. Se Cristo non ha mai posto fine al tuo peccato, allora nota questo, il tuo peccato presto farà la fine di te, e tutte le tue speranze, i tuoi piaceri, il tuo vanto, la tua pace periranno. Cristo non vi ha forse riconciliati? Allora segna questo, la tua inimicizia aumenterà. Non vi è mai stata portata la giustizia di Cristo? Ricordate dunque questo, la vostra ingiustizia durerà in eterno. Uno di questi giorni Dio dirà: "Ebrei che sono profani, siano ancora profani; chi è impuro, sia ancora impuro". Non si sono forse adempiute in te le profezie, profezie di misericordia? Allora ascolta. Le profezie di guai saranno scritte a caratteri cubitali in tutta la vostra storia. "Gli empi saranno trasformati nell'inferno, con tutte le nazioni che dimenticano Dio". Infine, non sarete mai unti per essere santissimi? Allora ricorda, la santità e tu starai lontano per sempre, e essere lontani dalla santità deve necessariamente essere lontano dal Cielo e dalla felicità. (C. H. Spurgeon.)

I Settantasette:

Un riassunto generale di ciò che quei settantasette devono vedere realizzato è la prima cosa spiegata dall'angelo. Se ci chiediamo per cosa sono così suddivise queste merie, qui otteniamo la risposta

1.) "Per portare a compimento la trasgressione": finiscila, portala al suo punto di arresto finale, dopo di che non ce ne sarà più

2.) "Per porre fine ai peccati": sigillarli, chiuderli in prigione, in modo che non scoppiassero mai più

3.) "Per coprire l'iniquità": espiatela con adeguata soddisfazione, cancellatela, nascondetela per sempre

4.) "Per portare giustizia eterna": mettere l'uomo in relazioni normali con Dio, mettere la vita umana in completo accordo con la volontà e la legge di Geova, indurre una condizione di rettitudine morale, che da allora in poi non sarà mai più interrotta, ma durerà per tutti i secoli

5.) "Suggellare visione e profeta": autenticare e rivendicare mediante adempimento, rimediare e portare a termine nei fatti e nelle opere tutto ciò che Dio ha detto per bocca di tutti i Suoi santi profeti sin dall'inizio del mondo

6.) "Ungere" - consacrare, mettere in atto ed efficacia - una "santità di santità", che è il senso letterale delle parole in quest'ultima frase. Può riferirsi niente di meno che al risultato completo delle amministrazioni redentrici nel loro insieme, il risultato finale e la corona della grazia e della provvidenza, di cui tutti i profeti parlano. Tutto ciò che è stato promesso, profetizzato o mai sperato per Israele è così riassunto in ciò che questi settantasette anni devono portare. (Joseph A. Seiss, D.D.)

I tempi stabiliti da Dio:

Questo testo era la risposta a una preghiera, una delle preghiere più calorose, umili e sincere che siano mai state offerte. In risposta, l'angelo disse a Daniele del tempo in cui il Figlio di Dio sarebbe sceso, e di tutte le cose benedette che Ebrei doveva fare per la salvezza dell'uomo

1.) Per quanto riguarda l'ora. Settanta settimane. Puntualmente il Signore venne

2.) Vedi la descrizione di ciò che Ebrei doveva fare. Il suo nome è espressivo: "Santissimo". La Sua qualifica è "unto e consacrato", Qual era la Sua impresa? Qualcosa che gli ebrei sono venuti a eliminare. "Termina la trasgressione e poni fine al peccato". "E per fare la riconciliazione per l'iniquità". Gesù non solo elimina la colpa dei peccati che gli uomini hanno commesso, ma Ebrei spezza in loro il potere del peccato per il tempo a venire. Guardate cosa viene a fare Ebrei. "Per portare giustizia eterna". Gli ebrei "sigillarono la visione e la profezia" avverandola. Riflessioni

(1) Quale rispetto mostra il Signore a un supplicante umile e contrito

(2) Quanto è puntuale il Signore, quanto è fedele al tempo stabilito!

(3) Quale evento glorioso per l'uomo fu la prima venuta del Signore Gesù. (A. Roberts, M.A.)

e per portare giustizia eterna.

Una giustizia eterna:

1.) Cosa dobbiamo intendere con la parola "giustizia". Qualcuno direbbe "onestà morale", fare giustizia tra uomo e uomo. Significa anche santità interiore, operata in noi dallo Spirito di Dio. Penso che la parola qui usata significhi "giustizia imputata". Quando si parla della giustizia di Cristo, dobbiamo comprendere l'obbedienza e la morte di Cristo; tutto ciò che Cristo ha fatto e sofferto per un mondo eletto, per tutti coloro che crederanno in Lui. Si potrebbe chiamare una giustizia benedetta, una giustizia gloriosa, una giustizia inestimabile; Qui l'angelo la chiama "giustizia eterna".

2.) Per quale motivo è chiamata "giustizia eterna"?

(1) Poiché Dio ha voluto estenderlo all'umanità anche dall'eternità. Da tutti i secoli dell'eternità Dio ha comprato da noi

(2) Perché l'efficacia della morte di Cristo ebbe luogo immediatamente dopo la caduta di Adamo. Il cristianesimo in un certo senso è antico quanto la creazione

(3) Poiché la sua efficacia deve continuare fino a quando il tempo non sarà più

(4) Perché il beneficio che ne deriva è quello di perseverare per la vita eterna. Coloro che Goa giustifica, anche quegli Ebrei glorificano

3.) Che cosa dobbiamo intendere con l'introduzione di questa giustizia da parte di Cristo?

(1) Nostro Signore lo promulga e lo proclama al mondo. È stato introdotto sotto la legge, ma poi sotto i tipi e le ombre. Gesù Cristo ha portato alla luce la vita e l'immortalità mediante il Vangelo

(2) Gesù portò in ibis la giustizia, come gli Ebrei la operarono per i peccatori sulla croce

(3) L'espressione implica anche che Cristo la porterà, mediante il Suo Spirito benedetto, nei cuori dei poveri credenti. "Un Cristo non applicato non è affatto Cristo". C'è qualcuno qui che può essere d'accordo con me su questa dottrina? (G. Whitefield, A.M.)

25 CAPITOLO 9

Daniele 9:25

Anche in tempi difficili.

Il muro costruito in tempi difficili:

Gerusalemme era un simbolo della Chiesa di Dio; e come il primo è stato costruito "in tempi difficili", così lo è il secondo

(I.) Questo vale per gli individui. Questo mondo è la casa della disciplina in cui i cristiani sono spezzati al servizio divino da una severa gestione. Ci sono stagioni che in un senso particolare sono "tempi difficili". Ed è in tali stagioni più di ogni altra che crescono in grazia, e così si preparano a innalzare le mura della Gerusalemme celeste, o ad allargare la Chiesa trionfante. Le loro esperienze più pregiate si ottengono, e si acquisiscono le grazie scelte, nei momenti di difficoltà. Le afflizioni sono la verga che li castiga al dovere, la fornace in cui l'oro viene purificato dalle scorie

(II.) Le mura di Gerusalemme generalmente sono costruite in tempi difficili. In questi tempi sono stati fatti i maggiori progressi nell'interesse della Chiesa. Illustra con la storia della Chiesa dal tempo in cui furono poste le fondamenta nella promessa della progenie della donna. Per il mondo civilizzato in generale questi sono tempi difficili. Mentre il nemico svapasta e infuria; mentre, alleati contro ogni morale e religione, stanno portando via gli antichi punti di riferimento della società; mentre gli apostoli dell'infedeltà fanno rapidamente proselitismo nel mondo, e un terzo degli uomini se ne va dietro a Baal, anche in questi tempi le mura di Gerusalemme si innalzano. È probabile che le cose continuino allo stesso modo ai nostri giorni. Non lasciate che tempi difficili vacillino la fede dei cristiani. Non siamo terrorizzati "come se ci fosse accaduta una cosa strana". Abbiamo abbastanza compagnia in queste questioni. Dai tempi di Adamo tutti i santi hanno dovuto affrontare prove simili. (E. D. Griffin, D.D.)

La Chiesa edificata nei guai:

Era un residuo debole e spezzato quello che si snodava stancamente fuori da Babilonia per ricostruire la città dei loro padri e il Tempio del loro Dio. La lunga prigionia aveva svolto il suo lavoro sicuro sul popolo. Essi si erano "mescolati con i pagani e avevano imparato le loro vie". Essi furono così lenti a costruire il Tempio che le voci minacciose di Aggeo e Zaccaria 51 spinsero a malapena all'opera con ogni supplica, minaccia e giudizio. Con tali materiali mescolati, il Tirshatha e il sacerdote avevano un grande lavoro da fare. Sebbene l'editto del re fosse chiaro e il suo favore indubbio, gli ebrei avevano molti nemici, feroci, forti, senza scrupoli. La calunnia, la menzogna e la violenza, gli attacchi aperti e le astuzie segrete devono essere respinti. Eppure tutte le difficoltà furono superate. "La strada è stata ricostruita, e il muro", anche se i tempi erano inquietanti. Il Tempio di Dio è risorto dalle sue ceneri. Perché questo risultato poteva essere raggiunto solo attraverso queste difficoltà? Questi sono alcuni dei motivi. Essendo così processati, fu preso un provvedimento in base al quale, tra coloro che intrapresero il suo lavoro, i sinceri di cuore potessero essere vagliati dal falso e dal vuoto. Perché, sebbene alla fine la volontà di Dio debba essere fatta da tutti, dai buoni e dai cattivi, dagli obbedienti e dai disubbidienti, dai santi e dai reprobi, dagli angeli e dai diavoli; ma fare consapevolmente e con gioia la Sua volontà, questa è la benedizione solo dei fedeli. E non solo i buoni erano separati dai cattivi, dalle difficoltà con cui dovevano lottare, ma nei diversi cuori dei fedeli si svolgeva questa stessa opera. Era in corso un vaglio nella loro natura morale; una separazione del prezioso dal vile. E questa prova della loro fede li spinse a Dio nel loro lavoro. Che cos'è tutto ciò che abbiamo tracciato, se non la legge universale sotto la quale è posta la Chiesa di Cristo? Dal primo all'ultimo questa è la sua storia. Si è costruita, ma in tempi difficili. Com'è evidente questa caratteristica nella sua storia più antica! Che cos'era la vita terrena del nostro benedetto Maestro se non un servizio nella prova? Con quale tribolazione e sofferenza furono gettate le fondamenta della Chiesa. Fin dai tempi degli apostoli questa è stata la legge della Chiesa. Coloro che in ogni tempo hanno fatto grandi cose in esso, sono stati addestrati ed esercitati in molteplici sofferenze, interiori ed esteriori. Solo così la Chiesa può essere purificata. Solo così l'opera può essere compiuta nei servitori di Dio. Il controsegno dell'afflizione santificata dovrebbe essere sulla Chiesa; l'attesa paziente, le braccia lucidate, la preghiera sincera, i cuori uniti, l'instancabile vigilanza, la profonda umiltà, le intercessioni prevalenti, le fatiche instancabili, la gelosia divina di coloro che si tengono stretti a Dio in mezzo a una generazione che sceglie se stessa e, quindi, che è in contraddizione. C'è per ognuno di noi, come membri separati di Cristo, la stessa voce. Ecco il segreto della nostra vita più intima. Resistere in mezzo agli scoraggiamenti, elevare a Dio un volto spesso bagnato dalle lacrime e macchiato dal lutto, conoscere le prove esteriori e interiori, essere tentati, schiaffeggiati, sì, soprattutto, traditi! Questa è la nostra vita. Difficilmente, e dopo molte lotte, il male si allontana da noi. L'edificio procede lentamente, con le braccia in mano, in mezzo ai rimproveri, vigilando fino alla preghiera. Cerchiamo di saperlo da noi stessi con i fatti. (Vescovo Samuel Wilberforce.)

26 CAPITOLO 9

Daniele 9:26

Il Messia sarà forse fuori di sé, ma non per se stesso.

"Stroncato, ma non per se stesso":

Il Messia qui menzionato è il grande e unico Dio, che, in riferimento al Suo ufficio di unto Salvatore, fu chiamato Messia, e anche Cristo. Si dice che Ebrei sia "sterminato, ma non per se stesso". Il fatto che sia stato "stroncato" denota che sia stato fatto un sacrificio. Il Suo essere "stroncato", ma "non per Se Stesso", implica che Egli sia stato reso un sacrificio per noi, cioè come nostro sostituto. In nessun altro modo la giustizia può essere placata; In nessun altro modo i peccati possono essere perdonati. L'espressione implica che gli ebrei morirono come sacrificio per il bene generale e come sacrificio vicario. Cristo è morto per fare espiazione per i nostri peccati; e senza quell'espiazione non saremmo mai stati salvati. (W. Durham.)

Per il bene degli altri:

Sul fianco di qualche possente torre si può vedere spesso una fragile asta. L'asta salva la torre. Dirige la vaga fiamma elettrica che distrugge tutto, di cui l'aria tempestosa è piena e innocua, verso la terra. Un tale parafulmine è ogni uomo giusto per la città o la classe in cui vive. Il suo unico desiderio è quello di ottenere un bene meraviglioso per i suoi simili. Questo è ciò che Cristo ha fatto per tutto il mondo, e noi siamo veri cristiani nella misura in cui cerchiamo consapevolmente di fare per gli altri l'opera di Cristo. Non possiamo al massimo fare molto, abbiamo solo una vita, un secondo che è nell'eternità di Dio per farlo, ma che diventa maestoso quando viene considerato come parte di un tutto potente. (Dean Farrar.)

Riferimenti incrociati:

Daniele 9

1 Dan 1:21; 5:31; 6:1,28; 11:1

2 Dan 8:15,16; Sal 119:24,99,100; Mat 24:15; Mar 13:14; At 8:34; 1Ti 4:13; 2Ti 3:15-17; 1P 1:10-12; 2P 1:19-21; Ap 1:3
2Cron 36:21; Ger 25:11,12; 27:7; 29:10; Zac 7:5
Sal 74:3-7; 79:1,2; Is 6:11,12; 24:10-12; 64:10; Ger 7:34; 25:18; 26:6,18; Lam 1:1; Mic 3:12

3 Dan 6:10; Ne 1:4-11; Sal 102:13-17; Ger 29:10-13; 33:3; Ez 36:37; Giac 5:16-18
Dan 10:2,3; Esd 8:21; 9:5; 10:6; Ne 1:4; 9:1; Est 4:1-3,16; Sal 35:13; 69:10,11; Is 22:12; Gioe 1:13; 2:12; Gion 3:6-9; Lu 2:37; At 10:30; Giac 4:8-10

4 Dan 9:5-12; Lev 26:40-42; 1Re 8:47-49; 2Cron 7:14; Ne 9:2,3; Sal 32:5; Ger 3:13; 1G 1:8-10
Eso 20:6; 34:6,7; Nu 14:18,19; De 5:10; 7:9; 1Re 8:23; Ne 1:5; 9:32; Ger 32:17-19; Mic 7:18-20; Na 1:2-7; Lu 1:72; Rom 8:28; Giac 1:12; 2:5; 1G 5:2,3

5 Dan 9:15; 1Re 8:47-50; 2Cron 6:37-39; Esd 9:6; Ne 1:6-8; 9:33,34; Sal 106:6; Is 64:5-7; Ger 3:25; 14:7
Sal 18:21; 119:102; Is 59:13; Ez 6:9; Os 1:2; Mal 3:7; Eb 3:12

6 Dan 9:10; 2Re 17:13,14; 2Cron 33:10; 36:15,16; Is 30:10,11; Ger 6:16,17; 7:13,25,26; 25:3-7; 26:5; 29:19; 32:32,33; 44:4,5,16; Zac 1:4-6; 7:8-12; Mat 21:34-40; 23:37; Lu 20:10-12; At 7:51,52; 13:27; 1Te 2:15,16
Esd 9:7; Ne 9:32,34

7 Dan 9:8,14; De 32:4; Esd 9:13; Ne 9:33; Sal 51:4,14; 119:137; Ger 12:1; Lu 23:40,41
Esd 9:6,7; Sal 44:15; Is 45:16; Ger 2:26,27; 3:25; Ez 16:63; 36:31; Rom 6:21
De 4:27; 2Re 17:6,7; Is 11:11; Ger 24:9; Am 9:9; At 2:5-11
Lev 26:33,34

8 Dan 9:6,7
Ger 14:20; Lam 1:7,8,18; 3:42; 5:16

9 Dan 9:7; Eso 34:6,7; Nu 14:18,19; Ne 9:17,31; Sal 62:12; 86:5,15; 130:4,7; 145:8,9; Is 55:7; 63:7; Lam 3:22,23; Gion 4:2; Mic 7:18,19; Ef 1:6-8; 2:4-7
Dan 9:5; Ne 9:18,19,26-28; Sal 106:43-45; Ger 14:7; Ez 20:8,9,13

10 Dan 9:6; 2Re 17:13; 18:12; Esd 9:10,11; Ne 9:13-17; Eb 1:1

11 2Re 17:18-23; Is 1:4-6; Ger 8:5-10; 9:26; Ez 22:26-31
Lev 26:14-46; De 27:15-26; 28:15-68; 29:20-29; 30:17-19; 31:17,18; 32:19-42

12 Is 44:26; Lam 2:17; Ez 13:6; Zac 1:8; Mat 5:18; Rom 15:8
1Re 3:9; Giob 12:17; Sal 2:10; 148:11; Prov 8:16
Lam 1:12; 2:13; 4:6; Ez 5:9; Gioe 2:2; Am 3:2; Mat 24:21; Mar 13:19; Lu 21:22

13 Dan 9:11; Lev 26:14-46; De 28:15-68; Is 42:9; Lam 2:15-17; Giov 10:35
Giob 36:13; Is 9:13; Ger 2:30; 5:3; Os 7:7,10,14
De 29:4; Sal 85:4; 119:18,27,73; Is 64:7; Ger 31:18; 44:27; Lam 5:21; Lu 24:45; Giov 6:45; 8:32; Ef 1:17,18; 4:21; Giac 1:5

14 Ger 31:28; 44:27
Dan 9:7; Ne 9:33; Sal 51:14
Dan 9:10

15 Eso 6:1,6; 14:1-15:27; 32:11; 1Re 8:51; Ne 1:10; Ger 32:20-23; 2Co 1:10
Eso 9:16; 14:18; Ne 9:10; Sal 106:8; Is 55:13; Ger 32:10
Dan 9:5; Lu 15:18,19,21; 18:13

16 1Sa 2:7; Ne 9:8; Sal 31:1; 71:2; 143:1; Mic 6:4,5; 2Te 1:6; 1G 1:9
Dan 9:20; Sal 87:1-3; Gioe 3:17; Zac 8:3
Eso 20:5; Lev 26:39,40; Sal 106:6-48; Mat 23:31,32; Lu 11:47-51
1Re 9:7-9; Sal 41:13; 79:4; Is 64:9-11; Ger 24:9; 29:18; Lam 1:8,9; 2:15,16

17 Nu 6:23-26; Sal 4:6; 67:1; 80:1,3,7,19; 119:135; Ap 21:23
Lam 5:18
Dan 9:19; Giov 16:24; 2Co 1:20

18 1Re 8:29; 2Re 19:16; Sal 17:6,7; Is 37:17; 63:15-19; 64:12
Eso 3:7; Sal 80:14-19
Ger 7:10; 14:9; 15:16; 25:29; 1Co 1:2
Is 64:6; Ger 14:7; Ez 36:32
Ger 36:7; 37:20

19 Nu 14:19; 1Re 8:30-39; 2Cron 6:21,25-30,39; Am 7:2; Lu 11:8
Sal 44:23-26; 74:9-11; 79:5; 85:5,6; 102:13,14; Is 64:9-12
Sal 79:8-10; 102:15,16; 115:1,2; Ger 14:7,20,21; Ez 20:9,14,22; 36:22; 39:25; Ef 1:6,12; 3:10
Dan 9:18; Sal 79:6; Is 63:16-19; Ger 14:9; 25:29

20 Dan 10:2; Sal 32:5; 145:18; Is 58:9; 65:24; At 4:31; 10:30,31
Dan 9:4; Ec 7:20; Is 6:5; Rom 3:23; Giac 3:2; 1G 1:8-10
Dan 9:16; Sal 137:5,6; Is 56:7; 62:6,7; Zac 8:3; Ap 21:2,10

21 Dan 8:16; 10:16; Lu 1:19
Sal 103:20; 104:4; Is 6:2; Ez 1:11,14; Eb 1:7
Dan 8:18; 10:10,16,18; Is 6:6,7; At 12:7; Eb 1:14
1Re 18:36; Esd 9:5; Mat 27:46; At 3:1; 10:3,9

22 Dan 9:24-27; 8:16; 10:21; Zac 1:9,14; 6:4,5; Ap 4:1

23 Dan 10:12
Dan 10:11,19; Lu 1:28
CC 7:10; Ez 24:16; 26:12
Mat 24:15

24 Lev 25:8; Nu 14:34; Ez 4:6
Mat 1:21; 1G 3:8
Lam 4:22; Col 2:14; Eb 9:26; 10:14
Ez 28:12
Lev 8:15; 2Cron 29:24; Is 53:10; Rom 5:10; 2Co 5:18-20; Col 1:20; Eb 2:17
Is 51:6,8; 53:11; 56:1; Ger 23:5,6; Rom 3:21,22; 1Co 1:30; 2Co 5:21; Fili 3:9; Eb 9:12-14; 2P 1:1; Ap 14:6
Mat 11:13; Lu 24:25-27,44,45; Giov 19:28-30
At 3:22
Sal 2:6; 45:7; Is 61:1; Lu 4:18-21; Giov 1:41; 3:34; Eb 1:8,9; 9:11
Mar 1:24; Lu 1:35; At 3:14; Eb 7:26; Ap 3:7

25 Dan 9:23; Mat 13:23; 24:15; Mar 13:14; At 8:30
Esd 4:24; 6:1-15; 7:1,8,11-26; Ne 2:1-8; 3:1
2Sa 15:25; Sal 71:10
Giov 1:41; 4:25
Dan 8:11,25; Is 9:6; 55:4; Mic 5:2; At 3:15; 5:31; Ap 1:5; 19:16
Ne 4:8,16-18; Ef 5:16
Ne 6:15

26 Sal 22:15; Is 53:8; Mar 9:12; Lu 24:26,46; Giov 11:51,52; 12:32-34; 2Co 5:21; Ga 3:13; 1P 2:21,24; 3:18
Giov 14:30
Dan 11:17; Os 1:9
Mat 22:2,7; 23:38; 24:2; Mar 13:2; Lu 19:43,44; 21:6,24; At 6:13,14
Mat 24:6-14; Mar 13:7
Dan 11:10; Is 8:7; Ger 46:7; Am 8:8; 9:5; Na 1:8

27 Is 42:6; 53:11; 55:3; Ger 31:31-34; 32:40-42; Ez 16:60-63; Mat 26:28; Rom 5:15,19; 15:8,9; Ga 3:13-17; Eb 6:13-18; 8:8-13; 9:15-20,28; 10:16-18; 13:20,21
Mat 27:51; Eb 10:4-22
Dan 8:13; 11:36; 12:11; Is 10:22,23; 28:22; Mat 24:15; Mar 13:14; Lu 21:20,24; Rom 11:26
Lev 26:14-46; De 4:26-28; 28:15-68; 29:18-29; 30:17,18; 31:28,29; 32:19-44; Sal 69:22-28; 1Te 2:15,16

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