Nuova Riveduta:

Ecclesiaste 2

Vanità dei piaceri, delle ricchezze e del lavoro
1 Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità. 2 Io ho detto del riso: «È una follia», e della gioia: «A che giova?» 3 Io presi in cuor mio la decisione di abbandonare la mia carne alle attrattive del vino e, pur lasciando che il mio cuore mi guidasse saggiamente, di attenermi alla follia, per vedere ciò che è bene che gli uomini facciano sotto il cielo, durante il numero dei giorni della loro vita. 4 Io intrapresi grandi lavori: mi costruii case, mi piantai vigne, 5 mi feci giardini e parchi, e vi piantai alberi fruttiferi di ogni specie; 6 mi costruii stagni per irrigare con essi il bosco dove crescevano gli alberi. 7 Comprai servi e serve ed ebbi dei servi nati in casa; ebbi pure greggi e armenti in gran numero, più di tutti quelli che erano stati prima di me a Gerusalemme. 8 Accumulai argento, oro e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti e delle cantanti e ciò che fa la delizia dei figli degli uomini, cioè donne in gran numero. 9 Così divenni grande e superai tutti quelli che erano stati prima di me a Gerusalemme; la mia saggezza rimase essa pure sempre con me. 10 Di tutto quello che i miei occhi desideravano io nulla rifiutai loro; non privai il cuore di nessuna gioia, poiché il mio cuore si rallegrava di ogni mia fatica, ed è la ricompensa che mi è toccata di ogni mia fatica. 11 Poi considerai tutte le opere che le mie mani avevano fatte, e la fatica che avevo sostenuto per farle, ed ecco che tutto era vanità, un correre dietro al vento, e che non se ne trae alcun profitto sotto il sole.

La stessa sorte per tutti
12 Allora mi misi a esaminare la saggezza, la follia e la stoltezza. - Che farà l'uomo che succederà al re? Quello che già è stato fatto. - 13 E vidi che la saggezza ha un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. 14 Il saggio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre; ma ho riconosciuto pure che tutti e due hanno la medesima sorte. 15 Perciò ho detto in cuor mio: «La sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me; perché dunque essere stato così saggio?» E ho detto in cuor mio che anche questo è vanità. 16 Infatti, tanto del saggio quanto dello stolto non rimane ricordo eterno; poiché nei giorni futuri tutto sarà da tempo dimenticato. Purtroppo il saggio muore, al pari dello stolto! 17 Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento. 18 Ho anche odiato ogni fatica che ho sostenuta sotto il sole, e di cui debbo lasciare il godimento a colui che verrà dopo di me. 19 Chi sa se egli sarà saggio o stolto? Eppure sarà padrone di tutto il lavoro che io ho compiuto con fatica e con saggezza sotto il sole. Anche questo è vanità. 20 Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza su tutta la fatica che ho sostenuta sotto il sole. 21 Infatti, ecco un uomo che ha lavorato con saggezza, con intelligenza e con successo, e lascia il frutto del suo lavoro in eredità a un altro, che non vi ha speso nessuna fatica! Anche questo è vanità, è un male grande. 22 Allora che profitto trae l'uomo da tutto il suo lavoro, dalle preoccupazioni del suo cuore, da tutto ciò che gli è costato tanta fatica sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio; perfino la notte il suo cuore non ha posa. Anche questo è vanità.
24 Non c'è nulla di meglio per l'uomo del mangiare, del bere e del godersi il benessere in mezzo alla fatica che egli sostiene; ma anche questo ho visto che viene dalla mano di Dio. 25 Infatti, chi senza di lui può mangiare o godere? 26 Poiché Dio dà all'uomo che egli gradisce saggezza, intelligenza e gioia; ma al peccatore lascia il compito di raccogliere, di accumulare, per lasciare poi tutto a colui che è gradito agli occhi di Dio. Anche questo è vanità e un correre dietro al vento.

C.E.I.:

Ecclesiaste 2

1 Io ho detto in cuor mio: «Vieni, dunque, ti voglio mettere alla prova con la gioia: Gusta il piacere!». Ma ecco anche questo è vanità.
2 Del riso ho detto: «Follia!»
e della gioia: «A che giova?».
3 Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita. 4 Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. 5 Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d'ogni specie; 6 mi sono fatto vasche, per irrigare con l'acqua le piantagioni. 7 Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. 8 Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell'uomo. 9 Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. 10 Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d'ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. 11 Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole.
12 Ho considerato poi la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che farà il successore del re? Ciò che è già stato fatto». 13 Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre:
14 Il saggio ha gli occhi in fronte,
ma lo stolto cammina nel buio.
Ma so anche che un'unica sorte
è riservata a tutt'e due.
15 Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d'esser saggio? Dov'è il vantaggio?». E ho concluso: «Anche questo è vanità». 16 Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.
17 Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. 18 Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. 19 E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! 20 Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole, 21 perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.
22 Allora quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! 24 Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. 25 Difatti, chi può mangiare e godere senza di lui? 26 Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d'ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!

Nuova Diodati:

Ecclesiaste 2

Piaceri e ricchezze non procurano felicità
1 Io ho detto in cuor mio: «Vieni ora, ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere». Ma ecco anche questo è vanità. 2 Del riso ho detto: «È follia», e della gioia: «A che serve?». 3 Ho cercato nel mio cuore come soddisfare il mio corpo col vino, spronando nello stesso tempo il mio cuore alla sapienza e a stare attaccato alla follia, finché vedessi qual è il bene che i figli degli uomini dovrebbero fare sotto il cielo, tutti i giorni della loro vita. 4 Così feci grandi lavori: mi costruii case, mi piantai vigne, 5 mi feci giardini e parchi, piantandovi alberi fruttiferi di ogni specie; 6 mi costruii vasche per l'acqua con le quali poter irrigare il bosco per far crescere gli alberi. 7 Comprai servi e serve ed ebbi servi nati in casa; ebbi anche grandi averi in armenti e greggi, più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme. 8 Ammassai per me anche argento, oro e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti e delle cantanti, le delizie dei figli degli uomini e strumenti musicali di ogni genere. 9 Così divenni grande e prosperai più di tutti quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme; anche la mia sapienza rimase con me. 10 Tutto quello che i miei occhi desideravano, non l'ho negato loro; non ho rifiutato al mio cuore alcun piacere, perché il mio cuore si rallegrava di ogni mio lavoro; e questa è stata la ricompensa di ogni mio lavoro. 11 Poi mi volsi a considerare tutte le opere che le mie mani avevano fatto, e la fatica che avevo impiegato a compierle; ed ecco tutto era vanità e un cercare di afferrare il vento; non c'era alcun vantaggio sotto il sole.

Sapienza e follia sono entrambe vanità
12 Allora mi volsi a considerare la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che cosa farà l'uomo che succederà al re, se non ciò che è già stato fatto?». 13 Poi mi resi conto che la sapienza ha un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. 14 Il saggio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre; ma ho pure compreso che ad entrambi è riservata la stessa sorte. 15 Così ho detto in cuor mio: «La stessa sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me. A che pro dunque essere stato più saggio?». Perciò dissi in cuor mio: «Anche questo è vanità». 16 Non rimane infatti alcun ricordo duraturo né del saggio né dello stolto, poiché nei giorni a venire sarà tutto dimenticato. E come muore lo stolto, allo stesso modo muore il saggio. 17 Perciò ho preso in odio la vita, perché tutto ciò che si fa sotto il sole mi è divenuto disgustoso, perché tutto è vanità e un cercare di afferrare il vento.

L'inutilità della fatica
18 Così ho odiato ogni fatica che ho compiuto sotto il sole, perché devo lasciare tutto a colui che verrà dopo di me. 19 E chi sa se sarà saggio o stolto? Ma comunque egli sarà padrone di tutto il lavoro che ho compiuto con fatica e in cui ho usato sapienza sotto il sole. Anche questo è vanità. 20 Così sono arrivato al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che ho compiuto sotto il sole. 21 Poiché qui c'è un uomo che ha lavorato con sapienza, con intelligenza e con successo, ma deve lasciare la sua eredità a un altro, che non vi ha speso alcuna fatica! Anche questo è vanità e un male grande. 22 Che cosa rimane infatti all'uomo per tutta la sua fatica e per l'affanno del suo cuore, con cui si è affaticato sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolori e il suo lavoro penoso. Il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità. 24 Per l'uomo non c'è nulla di meglio che mangiare e bere e godersela nella sua fatica; ma mi sono accorto che anche questo viene dalla mano di DIO. 25 Chi può infatti mangiare o godere più di me? 26 Poiché Dio dà all'uomo che gli è gradito sapienza, conoscenza e gioia; ma al peccatore dà il compito di raccogliere e di accumulare, per lasciare poi tutto a colui che è gradito agli occhi di DIO. Anche questo è vanità e un cercare di afferrare il vento.

Riveduta 2020:

Ecclesiaste 2

I piaceri e le ricchezze non procurano la felicità
1 Io ho detto in cuor mio: “Andiamo! Io ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!”. Ma ecco che anche questo è vanità. 2 Io ho detto del riso: “È una follia”; e della gioia: “A che giova?”. 3 Io presi in cuor mio la decisione di abbandonare la mia carne alle attrazioni del vino e, pur lasciando che il mio cuore mi guidasse saggiamente, di attenermi alla follia, per vedere ciò che è bene che gli uomini facciano sotto il cielo, durante il numero dei giorni della loro vita. 4 Io intrapresi grandi lavori: mi costruii delle case, mi piantai delle vigne, 5 mi feci dei giardini e dei parchi e vi piantai degli alberi da frutto di ogni specie, 6 mi costruii degli stagni per irrigare con essi il bosco dove crescevano gli alberi. 7 Comprai servi e serve, ed ebbi dei servi nati in casa; ebbi pure greggi e armenti in gran numero, più di tutti quelli che erano stati prima di me a Gerusalemme. 8 Accumulai argento, oro, e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti e delle cantanti, e ciò che fa la gioia dei figli degli uomini: donne in gran numero. 9 Così diventai grande, superai tutti quelli che erano stati prima di me a Gerusalemme, e la mia sapienza rimase sempre con me. 10 Di tutto quello che i miei occhi desideravano io non rifiutai loro nulla, non privai il cuore di nessuna gioia, poiché il mio cuore si rallegrava di ogni mia fatica, ed è la ricompensa che mi è toccata di ogni mia fatica. 11 Poi considerai tutte le opere che le mie mani avevano fatto, e la fatica che avevo sostenuto per farle, ed ecco che tutto era vanità e un correre dietro al vento, e che non se ne trae nessun profitto sotto il sole. 12 Allora mi misi a esaminare la sapienza, la follia e la stoltezza. - Che farà l'uomo che succederà al re? Quello che è già stato fatto. - 13 E vidi che la sapienza ha un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. 14 Il saggio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre; ma ho pure riconosciuto che entrambi hanno la stessa sorte. 15 Perciò ho detto in cuor mio: “La sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me; perché dunque essere stato così saggio?”. E ho detto in cuor mio che anche questo è vanità. 16 Poiché, tanto del saggio quanto dello stolto, non rimane ricordo eterno; infatti, nei giorni futuri, tutto sarà da tempo dimenticato. Purtroppo, il saggio muore al pari dello stolto! 17 Perciò io ho odiato la vita, perché tutto ciò che si fa sotto il sole è diventato per me odioso, poiché tutto è vanità e un correre dietro al vento. 18 E ho odiato ogni fatica che ho sostenuto sotto il sole, e di cui devo lasciare il godimento a colui che verrà dopo di me. 19 E chi sa se egli sarà saggio o stolto? Eppure sarà padrone di tutto il lavoro che io ho compiuto con fatica e con saggezza sotto il sole. Anche questo è vanità. 20 Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza riguardo tutta la fatica che ho sostenuto sotto il sole. 21 Poiché, ecco un uomo che ha lavorato con saggezza, con intelligenza e con successo, e lascia il frutto del suo lavoro in eredità a un altro, che non vi si è per nulla affaticato! Anche questo è vanità, e un male grande. 22 Infatti, che profitto trae l'uomo da tutto il suo lavoro, dalle preoccupazioni del suo cuore, da tutto ciò che gli è costato tanta fatica sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio; perfino la notte il suo cuore non ha riposo. Anche questo è vanità. 24 Non c'è nulla di meglio per l'uomo del mangiare, del bere e del far godere alla sua anima il benessere in mezzo alla fatica che egli sostiene; ma anche questo ho visto che viene dalla mano di Dio. 25 Infatti, chi, senza di lui, può mangiare o godere? 26 Poiché Dio dà, all'uomo che egli gradisce, sapienza, intelligenza e gioia; ma al peccatore dà il compito di raccogliere, di accumulare, per lasciare poi tutto a chi è gradito agli occhi di Dio. Anche questo è vanità e un correre dietro al vento.

Riveduta:

Ecclesiaste 2

I piaceri e le ricchezze non procurano la felicità
1 Io ho detto in cuor mio: 'Andiamo! Io ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!' Ed ecco che anche questo è vanità. 2 Io ho detto del riso: 'È una follia'; e della gioia: 'A che giova?' 3 Io presi in cuor mio la risoluzione di abbandonar la mia carne alle attrattive del vino, e, pur lasciando che il mio cuore mi guidasse saviamente, d'attenermi alla follia, finch'io vedessi ciò ch'è bene che gli uomini facciano sotto il cielo, durante il numero de' giorni della loro vita. 4 Io intrapresi dei grandi lavori; mi edificai delle case; mi piantai delle vigne; 5 mi feci dei giardini e dei parchi, e vi piantai degli alberi fruttiferi d'ogni specie; 6 mi costrussi degli stagni per adacquare con essi il bosco dove crescevano gli alberi; 7 comprai servi e serve, ed ebbi de' servi nati in casa; ebbi pure greggi ed armenti, in gran numero, più di tutti quelli ch'erano stati prima di me a Gerusalemme; 8 accumulai argento, oro, e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti e delle cantanti, e ciò che fa la delizia de' figliuoli degli uomini, delle donne in gran numero. 9 Così divenni grande, e sorpassai tutti quelli ch'erano stati prima di me a Gerusalemme; e la mia sapienza rimase pur sempre meco. 10 Di tutto quello che i miei occhi desideravano io nulla rifiutai loro; non privai il cuore d'alcuna gioia; poiché il mio cuore si rallegrava d'ogni mia fatica, ed è la ricompensa che m'è toccata d'ogni mia fatica. 11 Poi considerai tutte le opere che le mie mani avevano fatte, e la fatica che avevo durata a farle, ed ecco che tutto era vanità e un correr dietro al vento, e che non se ne trae alcun profitto sotto il sole. 12 Allora mi misi ad esaminare la sapienza, la follia e la stoltezza. - Che farà l'uomo che succederà al re? Quello ch'è già stato fatto. - 13 E vidi che la sapienza ha un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. 14 Il savio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre; ma ho riconosciuto pure che tutti e due hanno la medesima sorte. 15 Ond'io ho detto in cuor mio: 'La sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me; perché dunque essere stato così savio?' E ho detto in cuor mio che anche questo è vanità. 16 Poiché tanto del savio quanto dello stolto non rimane ricordo eterno; giacché, nei giorni a venire, tutto sarà da tempo dimenticato. Pur troppo il savio muore, al pari dello stolto! 17 Perciò io ho odiata la vita, perché tutto ciò che si fa sotto il sole m'è divenuto odioso, poiché tutto è vanità e un correr dietro al vento. 18 Ed ho odiata ogni fatica che ho durata sotto il sole, e di cui debbo lasciare il godimento a colui che verrà dopo di me. 19 E chi sa s'egli sarà savio o stolto? Eppure sarà padrone di tutto il lavoro che io ho compiuto con fatica e con saviezza sotto il sole. Anche questo è vanità. 20 Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza circa tutta la fatica che ho durata sotto il sole. 21 Poiché, ecco un uomo che ha lavorato con saviezza, con intelligenza e con successo, e lascia il frutto del suo lavoro in eredità a un altro, che non v'ha speso intorno alcuna fatica! Anche questo è vanità, e un male grande. 22 Difatti, che profitto trae l'uomo da tutto il suo lavoro, dalle preoccupazioni del suo cuore, da tutto quel che gli è costato tanta fatica sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio; perfino la notte il suo cuore non ha posa. Anche questo è vanità. 24 Non v'è nulla di meglio per l'uomo del mangiare, del bere, e del far godere all'anima sua il benessere in mezzo alla fatica ch'ei dura; ma anche questo ho veduto che viene dalla mano di Dio. 25 Difatti, chi, senza di lui, può mangiare o godere? 26 Poiché Iddio dà all'uomo ch'egli gradisce, sapienza, intelligenza e gioia; ma al peccatore dà la cura di raccogliere, d'accumulare, per lasciar poi tutto a colui ch'è gradito agli occhi di Dio. Anche questo è vanità e un correre dietro al vento.

Ricciotti:

Ecclesiaste 2

Vanità de' piaceri.
1 Dissi [allora] in cuor mio: «Suvvia, nuoterò nelle delizie e godrò la felicità!». E m'accorsi che pur questo è vanità. 2 Il riso reputai scipitaggine, e alla gioia dissi: «Perchè vanamente t'illudi?». 3 Tentai in cuor mio d'attirare la mia carne al vino, - pur gridando con sapienza il mio cuore - e d'appigliarmi a follia, fin ch'io vedessi quel ch'era meglio per gli uomini e necessario a farsi sotto il sole ne' giorni di lor vita. 4 Feci opere grandiose, mi fabbricai palazzi, e piantai vigne; 5 mi feci giardini e verzieri, e ci piantai ogni sorta d'alberi [fruttiferi]; 6 mi costrussi peschiere d'acqua per irrigare il bosco germogliante di piante; 7 acquistai schiavi e schiave ed ebbi servitù numerosa; [possedetti] anche armati e greggi copiosi, più di quanti furon prima di me in Gerusalemme; 8 m'ammassai argento e oro e tesori di re e di province; mi procurai cantori e cantatrici e delizie d'uomini, coppe e vasi da mescere i vini. 9 E superai in ricchezze quanti furon prima di me in Gerusalemme: anche la sapienza restò con me. 10 Di tutto quello che desiderarono i miei occhi, nulla sottrassi loro, nè vietai al mio cuore di goder d'ogni gioia, e d'allietarsi di tutte le cose da me preparate; chè questa credetti esser la mia parte, fruir del mio lavoro. 11 Ma voltomi a [considerar] le opere tutte delle mie manie le fatiche con le quali vanamente m'ero travagliato, vidi in tutto vanità e afflizione di spirito, e come nulla v'ha di durevole sotto il sole!

La sapienza è meglio della stoltezza; tuttavia una stessa sorte sovrasta al savio e allo stolto.
12 Mi volsi [allora] a contemplar la sapienza e l'insipienza e la stoltezza. «Che cos'è mai l'uomo - dissi -perchè possa tener dietro al Re, suo creatore?». 13 E vidi che la sapienza di tanto vantaggia la stoltezza, quanto la luce differisce dalle tenebre: 14 il saggio ha gli occhi in capo, lo stolto cammina tra le tenebre. E[ppure] dovetti accorgermi che una stessa morte gli aspetta entrambi! 15 E dissi [allora] in cuor mio: «Se una stessa sarà la fine dello stolto e la mia, a che mi giova l'essermi maggiormente applicato alla sapienza?». E ragionando con la mia mente riconobbi che anche questa è vanità! 16 Non c'è infatti ricordanza del saggio, come non c'è dello stolto, in eterno; ma i tempi avvenire tutto ugualmente seppelliranno nell'oblio: muore il saggio allo stesso modo dello stolto! 17 Perciò mi disgustai della vita, vedendo che tutti i mali son sotto il sole, e tutto è vanità e afflizione di spirito!

Vanità dell'umano industriarsi.
18 E odiai tutta la fatica con cui m'ero travagliato sotto il sole, che dovrò lasciare in eredità a chi verrà dopo di me. 19 Io non so s'egli sarà saggio o stolto, e [tuttavia] sarà padrone di tutto il mio lavoro, nel quale mi sono affaticato e affannato. E v'ha egli maggior vanità di questa? 20 Perciò smisi, e il mio cuore rinunziò a più travagliarsi sotto il sole. 21 Dopo infatti che uno ha lavorato con sapienza, scienza e premura, a un altro, che se n'è stato ozioso, ha da lasciare i suoi acquisti. E quest'è davvero vanità e miseria grande! 22 Che vantaggio ha infatti l'uomo di tutta la sua fatica e dell'affanno del suo cuore, onde si travagliò sotto il sole? 23 Son pieni di dolore e di cruccio tutti i suoi dì, e neppure la notte e' non riposa col cuore. E questo non è vanità? 24 Non è meglio [per l'uomo] mangiare e bere e procacciar benessere all'anima sua col proprio lavoro? E anche questo vien dalla mano di Dio. 25 Chi si satollerà e se la godrà quanto me? 26 All'uomo ch'è buono al suo cospetto Iddio dà sapienza, scienza e godimento; ma al peccatore dà il travaglio e l'inutile ansia di raccogliere e ammassare, per lasciar poi [tutto ciò] a chi piace a Dio. Anche questo è vanità e inutile affanno di mente!

Tintori:

Ecclesiaste 2

Vanità del piacere
1 Io dissi in cuor mio: «Vo' andare a tuffarmi nelle delizie, a godere i piaceri». Ma riconobbi che anche questo è vanità. 2 E il riso mi sembrò una pazzia, e dissi alla gioia: «Perchè perdi il tempo a ingannarmi?» 3 Risolvei allora in cuor mio di divezzare la mia carne dal vino, e di rivolger l'animo alla sapienza, per fuggir la stoltezza, finché non venissi a capire qual fosse il meglio per gli uomini, e che debban fare sotto il sole nei pochi giorni della loro vita. 4 Io feci grandi cose: mi fabbricai palazzi, piantai vigne, 5 feci orti e giardini, ove misi ogni specie di piante; 6 mi costruii delle vasche per annaffiare i vivai delle mie piante; 7 comprai servi e serve, ed ebbi molta famiglia, e armenti e numerosi greggi di pecore, sorpassando tutti quelli che furono avanti di me in Gerusalemme. 8 Ammassai argento ed oro, e i tesori dei re e delle provincie; mi procurai cantanti e cantatrici, e le delizie dei figli degli uomini, e coppe e vasi per mescervi il vino. 9 E superai nelle ricchezze tutti quelli che furono avanti di me in Gerusalemme, conservando però anche la mia sapienza. 10 Ai miei occhi non rifiutai nulla di quanto desideravano, nè vietai al mio cuore di godere ogni sorta di voluttà, e di deliziarsi nelle cose che io avevo preparate, credendo che questa fosse la mia sorte, di poter godere delle mie fatiche. 11 Ma riflettendo a tutte lo cose fatte dalle mie mani e alle fatiche nelle quali avevo inutilmente sudato, vidi in ogni cosa vanità ed afflizione di spirito, e che niente dura sotto il sole.

Vanità di ogni sapienza e industria umana
12 Passai poi a contemplare la sapienza, gli errori, la stoltezza «e che è l'uomo - dissi - da poter seguire il re suo creatore?». 13 E vidi che la sapienza è tanto superiore alla stoltezza quanto la luce alle tenebre. 14 Il saggio ha occhi in testa, lo stolto cammina al buio, ma riconobbi che tutt'e due aspetta la medesima morte. 15 Allora io dissi in cuor mio: «Se la medesima morte attende lo stolto e me, a che pro mi sono affannato tanto per la sapienza? E dopo aver parlato col mio spirito riconobbi che anche questo è vanità. 16 Infatti tanto del saggio che dello stolto non durerà per sempre la memoria, e l'avvenire ugualmente coprirà d'oblio tutte le cose; il dotto e l'ignorante muoiono allo stesso modo. 17 E presi in uggia la vita, vedendo che sotto il sole ci son tutti i mali, e che tutto è vanità e afflizione di spirito. 18 E allora tornai a detestare ogni mio lavoro intorno al quale mi ero con tanta sollecitudine affaticato, dovendo avere un erede dopo di me. 19 E non so se sarà sapiente o stolto; eppure possederà le mie fatiche che a me costarono tanti sudori ed affanni. Ci può essere cosa più vana? 20 Per questo mi diedi al riposo, e il mio cuore rinunzio ad altri affanni sotto il sole. 21 Infatti, dopo che uno ha faticato con sapienza, prudenza e sollecitudine, lascia i suoi acquisti ad un infingardo. Ed anche questo senza dubbio è vanità e male grande. 22 Qual vantaggio trarrà dunque l'uomo da tutte le sue fatiche, dall'afflizione di spirito con cui si è straziato sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni son pieni di dolori e dispiaceri, neanche la notte ha riposo il suo spirito. E questo non è vanità? 24 Non è forse meglio mangiare e bere e mostrare all'anima propria il frutto delle proprie fatiche? Ma anche questo vien dalla mano di Dio. 25 Chi potrà mai mangiare e nuotar nelle delizie come ho fatto io? 26 All'uomo che è retto dinanzi a lui Dio ha data la sapienza, la scienza, la gioia; al peccatore invece ha data l'afflizione, l'affanno di accumulare, perchè accresca e accumuli e poi lasci a colui che piace a Dio. Ma anche questo è vanità e inutile affanno dello spirito.

Martini:

Ecclesiaste 2

Vanità de' piaceri, delle ricchezze, dei grandi edificj, e dei tesori accumulati per un erede non conosciuto.
1 Io dissi in cuor mio: Anderò a provarla copia delle delizie, e a godere dei beni. E riconobbi, che questo pure è vanità. 2 Il riso lo condannai di pazzia: e al gaudio dissi: Come vanamente ti inganni! 3 Risolvei in cuor mio di divezzar la mia carne dal vino per rivolgere l'animo alla sapienza, e per fuggir la stoltezza; sino a tanto che io avessi veduto quel, che sia utile pe' figliuoli degli uomini, e quel, che sia necessario di fare sotto del sole nei giorni contati della sua vita. 4 Or io feci opere grandi, fabbricai delle case, e piantai delle vigne. 5 Piantai orti, e giardini, e vi messi ogni specie di piante. 6 E formai delle peschiere di acque per annaffiare la selva de' giovani arboscelli. 7 Ebbi in mio dominio dei servi, e delle serve con molta famiglia, ed armenti, e greggi di pecore numerosi, sorpassando tutti quelli, che furono avanti a me in Gerusalemme: 8 Ammassai argento, ed oro, e quel, che aveano di più prezioso i regi, e le provincie: e mi scelsi de' cantori, e delle cantatrici, e le delizie de' figliuoli degli uomini, delle coppe, e de' vasi per mescere i vini. 9 E superai nelle ricchezze tutti quei che furono prima di me in Gerusalemme; e la sapienza ancora fu sempre meco. 10 E non negai agli occhi miei nulla di tutto quel, ch'ei desiderarono, e non vietai al mio cuore, il godere di ogni piacere, e il deliziarsi in tutte queste cose preparate da me, e questa credetti la mia porzione, il godere di mie fatiche: 11 Ma volgendomi poi a tutte le opere fatte dalle mie mani, e alle fatiche, nelle quali io avea sudato inutilmente, in ogni cosa io vidi vanità, e afflizione di cuore, e che niente dura sotto il sole. 12 Passai a contemplar la saggezza, e gli errori, e la stoltezza. Che è egli l'uomo (dissi io) che seguir possa il re suo Creatore? 13 E riconobbi, come tanto va avanti la sapienza alla stoltezza, quanto la luce è distante dalle tenebre. 14 Il saggio ha occhi in testa: lo stolto cammina al buio: ma io appresi, che e l'uno, e l'altro vanno egualmente alla morte. 15 Onde io dissi in cuor mio: Se e lo stolto, ed io egualmente morremo, che giova a me l'aver fatto maggior studio della sapienza? E dopo averla discorsa coll'animo mio, conobbi, che questo stesso è vanità: 16 Perocché non sarà eterna la memoria del saggio, come neppure dello stolto; e i tempi avvenire seppelliran nell'oblio tutte a un modo le cose: muore il dotto appunto, come l'indotto. 17 E perciò mi venne a noja la vita o in veggendo come i mali tutti si trovano sotto del sole, e che tutto è vanità, ed è afflizione di spirito. 18 Detestai di poi tutta la mia sollecitudine, onde con tanto studio mi affannai sotto del sole, mentr'io son per avere un erede dopo di me, 19 Il quale io non so se sia per essere sapiente, o stolto, e il quale possederà le mie fatiche, che a me costarono sudori, ed affanni. Or v'ha egli cosa vana più di questa? 20 Per la qual cosa io mi presi riposo, e il cuor mio rinunziò a travagliarsi mai più sotto del sole. 21 Conciossiachè dopo che uno ha faticato con saggezza, e prudenza, e sollecitudine, gli acquisti suoi lascia ad un infingardo: e questo è certamente vanità, e male grande. 22 Imperocché qual vantaggio trarrà l'uomo di tutte le sue fatiche, e delle afflizioni di spirito, ond'egli si è straziato sotto del sole? 23 Di dolori, e di amarezze sono pieni tutti i suoi giorni, e neppure la notte ha posa il suo spirito: e questo non è egli vanità? 24 Non è egli meglio mangiare, e bere, e far del bene all'anima propria colle proprie fatiche? E questo è pur dalla mano di Dio. 25 Chi consumerà, e accumulerà delizie, come ho fatto io? 26 All'uomo, che è retto dinanzi a lui, ha data Dio la sapienza, e la scienza, e la letizia; ma al peccatore ha date le afflizioni, e la inutile cura di accumulare, e ammassare de' beni per lasciarli a chi Dio vorrà: e questo pure è vanità, e inutile angoscia di animo.

Diodati:

Ecclesiaste 2

1 IO ho detto nel cuor mio: Va' ora, io ti proverò con allegrezza, e tu goderai del bene; ma ecco, questo ancora è vanità. 2 Io ho detto al riso: Tu sei insensato; ed all'allegrezza: Che cosa è quel che tu fai? 3 Io ho nel mio cuore ricercato il modo di passar dolcemente la vita mia in continui conviti; e, reggendo il mio cuore con sapienza, di attenermi a stoltizia; finchè vedessi che cosa fosse bene a' figliuoli degli uomini di fare sotto il cielo, tutti i giorni della vita loro. 4 Io ho fatte dell'opere magnifiche; io mi ho edificate delle case; io mi ho piantate delle vigne. 5 Io mi ho fatti degli orti e de' giardini; ed ho piantati in essi degli alberi fruttiferi di ogni maniera. 6 Io mi ho fatte delle pescine d'acqua, per adacquar con esse il bosco ove crescono gli alberi. 7 Io ho acquistati de' servi e delle serve, ed ho avuti de' servi nati ed allevati in casa; ho eziandio avuto molto grosso e minuto bestiame, più che tutti quelli che sono stati innanzi a me in Gerusalemme. 8 Io mi ho eziandio adunato dell'argento, e dell'oro, e delle cose le più care dei re, e delle provincie; io mi ho acquistato de' cantori e delle cantatrici; ed ho avute delle delizie degli uomini, d'ogni maniera: musica semplice, e musica di concerto. 9 E mi sono aggrandito ed accresciuto più che tutti quelli che sono stati innanzi a me in Gerusalemme; la mia sapienza eziandio mi è restata. 10 E non ho sottratta agli occhi miei cosa alcuna che abbiano chiesta; e non ho divietato il mio cuore da niuna allegrezza; anzi il mio cuore si è rallegrato d'ogni mia fatica; e questo è stato quello che mi è tocco in parte d'ogni mia fatica. 11 Ma, avendo considerate tutte le mie opere che le mie mani aveano fatte; e la fatica che io avea durata a farle, ecco, tutto ciò era vanità, e tormento di spirito; e non vi è di ciò profitto alcuno sotto il sole.
12 Laonde mi son rivolto a vedere la sapienza, e le follie, e la stoltizia; perciocchè, che cosa sono gli altri uomini, per poter seguitare il re? essi fanno ciò che hanno già fatto. 13 Ed ho veduto che la sapienza è più eccellente che la stoltizia; siccome la luce è più eccellente che le tenebre. 14 Il savio ha i suoi occhi nel capo, e lo stolto cammina in tenebre; ma pure eziandio ho conosciuto che un medesimo avvenimento avviene ad essi tutti. 15 Laonde ho detto nel cuor mio: Egli avverrà anche a me il medesimo avvenimento che allo stolto; che mi gioverà egli adunque allora d'essere stato più savio? perciò ho detto nel cuor mio che ciò ancora è vanità. 16 Perciocchè non vi sarà giammai più memoria del savio, come nè anche dello stolto; conciossiachè nei giorni vegnenti ogni cosa sarà già dimenticata. E come muore il savio così muore anche lo stolto.
17 Perciò ho odiata questa vita; imperocchè le opere che si fanno sotto il sole mi son dispiaciute; perchè ogni cosa è vanità, e tormento di spirito. 18 Ho eziandio odiata ogni mia fatica che io ho durata sotto il sole, la quale io lascerò a colui che sarà dopo di me. 19 E chi sa s'egli sarà savio, o stolto? e pure egli sarà signore d'ogni mia fatica, intorno alla quale mi sarò affaticato, ed avrò adoperata la mia sapienza sotto il sole. Anche questo è vanità. 20 Perciò, mi son rivolto a far perdere al mio cuore la speranza d'ogni fatica, intorno alla quale io mi sono affaticato sotto il sole. 21 Perciocchè vi è tale uomo, la cui fatica sarà stata con sapienza, con conoscimento, e con dirittura; il quale pur la lascia per parte a chi non s'è affaticato intorno. Anche questo è vanità, e gran molestia. 22 Perciocchè, che cosa ha un tale uomo di tutta la sua fatica, e del tormento del suo spirito, con che egli si affatica sotto il sole? 23 Conciossiachè tutti i suoi giorni non sieno altro che dolori, e le sue occupazioni altro che molestia; anche non pur di notte il cuor suo non riposa. Questo ancora è vanità. 24 Non è egli cosa buona nell'uomo, ch'egli mangi e beva, e faccia goder di beni l'anima sua, con la sua fatica? Anche questo ho veduto esser dalla mano di Dio. 25 (Perciocchè, chi mangerebbe, e chi goderebbe, se io nol facessi?) 26 Conciossiachè Iddio dia all'uomo, che gli è grato, sapienza, conoscimento ed allegrezza; ed al peccatore, egli dà occupazione di adunare e di ammassare, per dare a colui che è grato a Dio. Questo ancora è vanità, e tormento di spirito.

Commentario completo di Matthew Henry:

Ecclesiaste 2

1 INTRODUZIONE A Ecclesiaste CAPITOLO 2

Salomone, avendo pronunciato tutta la vanità, e in particolare la conoscenza e l'erudizione, di cui era così lontano dal darsi gioia da scoprire che l'aumento di essa non faceva che aumentare il suo dolore, in questo capitolo continua a mostrare quale ragione ha per essere stanco di questo mondo, e con quale piccola ragione la maggior parte degli uomini lo ama.

Egli mostra che non c'è vera felicità e soddisfazione da avere nell'allegria e nel piacere, e nelle delizie dei sensi, Ecclesiaste 2:1-11.

II. Egli riconsidera le pretese della saggezza, e le permette di essere eccellente e utile, eppure la vede intasata da tali diminuzioni del suo valore che si dimostra insufficiente a rendere felice un uomo, Ecclesiaste 2:12-16.

III. Egli chiede fino a che punto gli affari e le ricchezze di questo mondo andranno a rendere felici gli uomini, e conclude, dalla sua esperienza, che, a coloro che vi ripongono il cuore,

"È vanità e vessazione dello spirito",

(Ecclesiaste 2:17-23), e che, se c'è qualcosa di buono in esso, è solo per coloro che siedono liberi in esso, Ecclesiaste 2:24-26.

Ver. 1. fino alla Ver. 11.

Salomone qui, alla ricerca del summum bonum, la felicità dell'uomo, esce dal suo studio, dalla sua biblioteca, dal suo laboratorio, dalla sua camera del consiglio, dove l'aveva invano cercata, nel parco e nel teatro, nel suo giardino e nella sua casa estiva; scambia la compagnia dei filosofi e dei seri senatori con quella degli ingegni e dei galanti. e i beaux-esprit, della sua corte, per cercare se riusciva a trovare vera soddisfazione e felicità tra loro. Qui egli fa un grande passo verso il basso, dai nobili piaceri dell'intelletto a quelli brutali dei sensi; Eppure, se decide di fare un processo approfondito, deve bussare a questa porta, perché qui una gran parte dell'umanità immagina di aver trovato ciò che cercava.

Decise di provare ciò che l'allegria avrebbe fatto e i piaceri dell'ingegno, se sarebbe stato felice se avesse costantemente intrattenuto se stesso e gli altri con storie allegre e scherzi, battute e scherzi; se si fosse procurato tutti i giri e le battute piuttosto ingegnose che avrebbe potuto inventare o raccogliere, degne di essere derise, e tutte le bufale, gli errori grossolani e le sciocchezze di cui avrebbe potuto sentir parlare, degni di essere ridicolizzati e derisi, in modo da poter essere sempre di buon umore.

1. Questo esperimento fatto (Ecclesiaste 1:1):

"Trovando che in molta sapienza c'è molto dolore, e che coloro che sono seri tendono ad essere malinconici, ho detto in cuor mio " (al mio cuore): "Va' fin qui, ti metterò alla prova con allegria; Ci proverò, se questo ti darà soddisfazione."

Né l'umore della sua mente né la sua condizione esteriore avevano in sé nulla che gli impedisse di essere allegro, ma entrambi erano d'accordo, come tutti gli altri vantaggi, di favorirlo; Perciò decise di prendere un affitto per questa strada e disse:

"Goditi il piacere e sazialo; gettate via le preoccupazioni e decidete di essere allegri".

Così un uomo può essere, e tuttavia non avere nessuna di queste belle cose con cui ha avuto modo di intrattenersi qui; molti che sono poveri sono molto allegri; i mendicanti in un fienile sono così come un proverbio. L'allegria è l'intrattenimento della fantasia e, sebbene non sia all'altezza dei solidi piaceri dei poteri razionali, tuttavia è da preferire a quelli che sono semplicemente carnali e sensuali. Alcuni distinguono l'uomo dai bruti, non solo come animale razionale, ma come animale risibile, un animale che ride; perciò colui che gli aveva detto: Riposati, mangia e bevi, aggiunse: E rallegrati, perché era per quello che avrebbe mangiato e bevuto.

"Cercate dunque", dice Salomone, "di ridere e di essere grassi, di ridere e di essere felici".

2. Il giudizio che emise su questo esperimento: Ecco, anche questa è vanità, come tutte le altre; non produce vera soddisfazione, Ecclesiaste 1:2. Ho detto del riso: È una follia, oppure: Tu sei pazzo, e quindi non voglio avere nulla a che fare con te; e dell'allegria (di tutti i giochi e le ricreazioni, e di tutto ciò che pretende di divertirsi), che cosa fa? oppure: Che fai? L'allegria innocente, sobria, opportuna e moderatamente usata, è una buona cosa, adatta agli affari e aiuta ad attenuare le fatiche e i dispiaceri della vita umana; ma, quando è eccessiva e smodata, è sciocca e infruttuosa.

(1.) Non fa bene: cosa fa? Cui bono: a che serve? Non servirà a placare una coscienza colpevole, no, né a calmare uno spirito triste; nulla è più ingrato che cantare canzoni a un cuore pesante. Non soddisferà l'anima, né le darà mai il vero contenuto. Non è che una cura palliativa per le lamentele di questo tempo presente. Una grande risata di solito finisce con un sospiro.

(2.) Fa molto male: è pazzo, cioè fa impazzire gli uomini, li trasporta in molte indecenze, che sono un rimprovero alla loro ragione e alla loro religione. Sono pazzi coloro che si abbandonano ad essa, perché essa allontana il cuore da Dio e dalle cose divine, e divora insensibilmente il potere della religione. Coloro che amano essere allegri dimenticano di essere seri e, mentre prendono il tamburo e l'arpa, dicono all'Onnipotente: Allontanati da noi, Giobbe 21:12,14. Possiamo, come Salomone, metterci alla prova , con allegria, e giudicare lo stato delle nostre anime da questo: come possiamo esserne influenzati? Possiamo essere allegri e saggi? Possiamo usarlo come salsa e non come cibo? Ma non abbiamo bisogno di cercare, come fece Salomone, se ci farà una felicità, poiché possiamo crederci sulla sua parola: È una follia; e cosa fa? Il riso e il piacere (dice Sir William Temple) provengono da affezioni molto diverse della mente; perché, come gli uomini non hanno alcuna disposizione a ridere delle cose che gli piacciono di più, così sono molto poco contenti di molte cose di cui ridono.

II. Trovandosi non contento di ciò che soddisfaceva la sua fantasia, decise poi di provare ciò che avrebbe soddisfatto il palato, Ecclesiaste 1:3. Poiché la conoscenza della creatura non lo soddisfaceva, egli vedeva ciò che ne avrebbe fatto l'uso liberale: cercavo in cuor mio di darmi al vino , cioè al buon cibo e alla buona bevanda. Molti si dedicano a questi senza consultare affatto il loro cuore, non guardando oltre la mera soddisfazione dell'appetito sensuale; ma Salomone vi si applicò razionalmente, e come uomo, in modo critico, e solo per fare un esperimento. Osservare

1. Non si concesse alcuna libertà nell'uso dei piaceri dei sensi finché non si fu stancato dei suoi severi studi. Fino a quando la sua saggezza non si rivelò un aumento del dolore, non pensò mai di darsi al vino. Quando ci siamo spesi per fare il bene, possiamo allora ristorarci più comodamente con i doni della munificenza di Dio. Allora le delizie dei sensi sono usate correttamente quando sono usate come usiamo i cordiali, solo quando ne abbiamo bisogno; come Timoteo beveva vino per la sua salute, 1Timoteo 5:23. Ho pensato di attingere la mia carne con il vino (così lo legge il margine) o con il vino. Coloro che si sono dediti al bere, all'inizio hanno messo una forza su se stessi; hanno attirato la loro carne ad essa, e con essa; ma dovrebbero ricordare a quali miserie si trascinano.

2. Allora la considerò una follia, e fu con riluttanza che si diede ad essa; come San Paolo, quando si lodava, la chiamava una debolezza, e desiderava essere sopportato nella sua stoltezza, 2Corinzi 11:1. Cercò di aggrapparsi alla follia, di vedere il massimo che quella follia avrebbe fatto per rendere felici gli uomini; ma gli sarebbe piaciuto aver spinto lo scherzo (come diciamo noi) troppo oltre. Decise che la follia non si sarebbe impadronita di lui, non avrebbe avuto il dominio su di lui, ma l'avrebbe afferrata e tenuta a distanza; eppure lo trovava troppo difficile per lui.

3. Aveva cura allo stesso tempo di familiarizzarsi con la saggezza, di gestirsi saggiamente nell'uso dei suoi piaceri, in modo che non gli facessero alcun pregiudizio né lo disdessero per essere un giudice competente di essi. Quando traeva la sua carne con il vino, guidava il suo cuore con sapienza (così è la parola), continuava le sue ricerche verso la conoscenza, non faceva di se stesso, né diventava schiavo dei suoi piaceri, ma i suoi studi e i suoi banchetti erano complementi l'uno per l'altro, e cercava se entrambi mescolati insieme gli avrebbero dato quella soddisfazione che non poteva trovare in nessuno dei due separatamente. Questo Salomone si propose, ma lo trovò vanità; poiché coloro che pensano di darsi al vino, e tuttavia di familiarizzare il loro cuore con la sapienza, forse inganneranno se stessi tanto quanto coloro che pensano di servire sia Dio che mammona. Il vino è una presa in giro; È un grande imbroglio, e sarà impossibile per qualsiasi uomo dire che fin qui si dedicherà ad esso e non oltre.

4. Ciò a cui mirava non era soddisfare il suo appetito, ma scoprire la felicità dell'uomo, e questo, poiché pretendeva di esserlo, doveva essere provato tra gli altri. Osservate la descrizione che dà della felicità dell'uomo: è quel bene per i figli degli uomini che dovrebbero fare sotto il cielo tutti i loro giorni.

(1.) Ciò che dobbiamo indagare non è tanto il bene che dobbiamo avere (possiamo lasciarlo a Dio), ma il bene che dobbiamo fare; questa dovrebbe essere la nostra cura. Buon Maestro, che cosa devo fare di buono? La nostra felicità non consiste nell'essere oziosi, ma nel fare bene, nell'essere ben impiegati. Se facciamo ciò che è buono, senza dubbio ne avremo conforto e lode.

(2.) È bene che si faccia sotto il cielo, mentre siamo qui in questo mondo, mentre è giorno, finché dura il nostro tempo di fare. Questo è il nostro stato di lavoro e di servizio; È nell'altro mondo che dobbiamo aspettarci la punizione. Là ci seguiranno le nostre opere.

(3.) Deve essere fatto tutti i giorni della nostra vita. Dobbiamo perseverare nel fare il bene fino alla fine, finché dura il nostro fare il tempo, il numero dei giorni della nostra vita (quindi è al margine); i giorni della nostra vita ci sono contati da Colui nelle cui mani sono i nostri tempi e devono essere tutti trascorsi come Egli comanda. Ma che un uomo si desse al vino, nella speranza di scoprire in ciò il miglior modo di vivere in questo mondo, era un'assurdità per la quale Salomone qui, nella riflessione, si condanna. È possibile che questo sia il bene che gli uomini dovrebbero fare? No; E' chiaramente molto brutto.

III. Comprendendo subito che era follia darsi al vino, tentò poi gli intrattenimenti e i divertimenti più costosi dei principi e dei grandi uomini. Aveva un reddito enorme; Le entrate della sua corona erano molto grandi, e la dispose in modo che potesse piacere al suo umore e farlo sembrare grande.

1. Si dedicò molto all'edilizia, sia in città che in campagna; e, avendo dovuto sostenere spese così grandi all'inizio del suo regno per costruire una casa per Dio, era tanto più scusabile se in seguito si compiaceva della sua fantasia nel costruire per se stesso; iniziò il suo lavoro dal punto giusto (Matteo 6:33), non come il popolo (Aggeo 1:4), che copriva le proprie case mentre Dio era devastato, e prosperò di conseguenza. Nell'edilizia, ebbe il piacere di dare lavoro ai poveri e di fare del bene ai posteri. Leggiamo degli edifici di Salomone (1Re 9:15-19), ed erano tutte grandi opere, come si addiceva alla sua borsa, al suo spirito e alla sua grande dignità. Vedi il suo errore; Chiese quali fossero le buone opere che avrebbe dovuto fare (Ecclesiaste 1:3), e, nel perseguire l'indagine, si applicò alle grandi opere. Le buone opere sono veramente grandi, ma molte sono reputate grandi opere che sono ben lungi dall'essere buone, opere meravigliose che non sono graziose, Matteo 7:22.

2. Ha iniziato ad amare un giardino, che per alcuni è ammaliante come costruire. Si piantò delle vigne, che il suolo e il clima della terra di Canaan favorivano; si fece bei giardini e frutteti (Ecclesiaste 1:5), e forse l'arte del giardinaggio non era in alcun modo inferiore allora a quella che è ora. Non aveva solo foreste di alberi da bosco, ma alberi di ogni sorta di frutta, che lui stesso aveva piantato; e, se c'è un'attività mondana che può rendere felice un uomo, sicuramente deve essere quella in cui Adamo era impiegato mentre era nell'innocenza.

3. Ha speso una grande quantità di denaro in acquedotti, stagni e canali, non per lo sport e il divertimento, ma per l'uso, per innaffiare il legno che produce alberi (Ecclesiaste 1:6); non solo ha piantato, ma ha irrigato, e poi ha lasciato a Dio il compito di dare il prodotto. Le sorgenti d'acqua sono grandi benedizioni (Giosuè 15:19); ma dove la natura le ha fornite, l'arte deve dirigerle, per renderle utili, Proverbi 21:1.

4. Ha aumentato la sua famiglia. Quando si propose di fare grandi opere , dovette impiegare molte mani, e quindi si procurò servi e fanciulle, che furono comprati con il suo denaro, e da quelli aveva servi nati nella sua casa, Ecclesiaste 1:7. Così il suo seguito si allargò e la sua corte apparve più magnifica. Vedi Esdra 2:58.

5. Non trascurava gli affari di campagna, ma si intratteneva e si arricchiva con quelli, e non ne era distolto né dai suoi studi né dai suoi piaceri. Possedeva grandi possedimenti di bestiame grande e piccolo, mandrie e greggi, come aveva fatto suo padre prima di lui (1Cronache 27:29,31), senza dimenticare che suo padre, all'inizio, era un guardiano di pecore. Quelli che commerciano in bestiame non disprezzino il loro lavoro né si stanchino di esso, ricordando che Salomone pone il possesso di bestiame tra le sue grandi opere e i suoi piaceri.

6. Divenne molto ricco, e non fu affatto impoverito dalla sua costruzione e dal suo giardinaggio, come lo sono molti che, solo per questa ragione, se ne pentono e lo chiamano vanità e vessazione. Salomone si disperse e tuttavia aumentò. Riempì il suo erario d'argento e d'oro, che ancora non vi ristagnavano, ma che furono fatti circolare nel suo regno, così che fece sì che l'argento fosse a Gerusalemme come pietre (1Re 10:27); anzi, aveva il segullah, il tesoro particolare dei re e delle province, che era, per ricchezza e rarità, più considerato dell'argento e dell'oro. I re vicini e le lontane province del suo impero gli mandarono i doni più ricchi che avevano, per ottenere il suo favore e le istruzioni della sua saggezza.

7. Aveva tutto ciò che era affascinante e divertente, tutti i tipi di melodia e musica, vocali e strumentali, cantanti singers@ uomini e donne, le migliori voci che riusciva a raccogliere e tutti i fiati e gli strumenti per banda che erano allora in uso. Suo padre aveva un genio per la musica, ma dovrebbe sembrare che la usasse più per servire la sua devozione che il figlio, che la faceva più per il suo svago. Queste sono chiamate le delizie dei figli degli uomini; poiché le gratificazioni dei sensi sono le cose su cui la maggior parte delle persone pone i propri affetti e in cui si compiace di più. Le delizie dei figli di Dio sono di tutt'altra natura, pure, spirituali e celesti, e le delizie degli angeli.

8. Godeva, più di quanto mai abbia mai fatto un uomo, di una composizione di piaceri razionali e sensibili allo stesso tempo. Era, sotto questo aspetto, grande, e accresciuto più di tutti quelli che erano stati prima di lui, che era saggio in mezzo a mille gioie terrene. Era strano, e non si incontrava mai una cosa simile,

(1.) Che i suoi piaceri non corrompevano il suo giudizio e la sua coscienza. In mezzo a questi divertimenti la sua saggezza rimase con lui, Ecclesiaste 1:9. In mezzo a tutte queste delizie infantili egli conservava il suo spirito virile, conservava il possesso della propria anima e manteneva il dominio della ragione sugli appetiti dei sensi; Aveva una tale scorta di saggezza che non era sprecata e compromessa, come lo sarebbe stata quella di qualsiasi altro uomo, da questo corso di vita. Ma nessuno sia incoraggiato da questo a mettere le redini al collo dei propri appetiti, presumendo di poterlo fare e tuttavia conservare la loro saggezza, poiché non hanno una forza di saggezza simile a quella che aveva Salomone; anzi, e Salomone fu sedotto; Infatti, come rimase in lui la sua sapienza quando perse la sua religione fino al punto di erigere altari a dèi stranieri, per l'umore delle sue mogli straniere? Ma fino a quel momento la sua saggezza rimase con lui , che era padrone dei suoi piaceri e non schiavo di essi, e si manteneva capace di giudicarli. Passò nel paese dei nemici, non come disertore, ma come spia, per scoprire la nudità della loro terra.

(2.) Eppure il suo giudizio e la sua coscienza non frenavano i suoi piaceri, né gli impedivano di estrarre la quintessenza stessa delle delizie dei sensi, Ecclesiaste 1:10. Si potrebbe obiettare contro il suo giudizio in questa materia che, se la sua saggezza rimaneva con lui , non poteva prendersi la libertà necessaria per una piena conoscenza sperimentale con essa:

«Sì», disse, «mi sono preso la libertà più grande che chiunque possa prendersi, perché tutto ciò che i miei occhi desideravano, non lo tenevo lontano da loro, se poteva essere raggiunto con mezzi legali, anche se così difficili o costosi; e come non ho trattenuto dal mio cuore alcuna gioia che avessi in mente, così non ho trattenuto il mio cuore da alcuna gioia, ma, con un non ostinato, con il pieno esercizio della mia saggezza, ho avuto un'alta folata dei miei piaceri, li ho gustati e goduti tanto quanto qualsiasi Epicureo";

né c'era nulla né nelle circostanze della sua condizione né nell'indole del suo spirito per inasprirli o amareggiarli, o dare loro alcuna lega. Insomma

[1.] Aveva tanto piacere nei suoi affari quanto mai un uomo: il mio cuore si rallegrava di tutto il mio lavoro; così che la fatica e la fatica di ciò non erano umide per i suoi piaceri.

[2.] Non aveva meno profitto dai suoi affari. Non incontrò alcuna delusione per dargli fastidio: questa era la mia parte di tutto il mio lavoro; A tutti gli altri piaceri si aggiungeva questo, che in essi non solo vedeva, ma mangiava il lavoro delle sue mani; e questo era tutto ciò che aveva, perché in realtà era tutto ciò che poteva aspettarsi dalle sue fatiche. Addolciva la sua attività il fatto che ne godesse il successo, e addolciva i suoi piaceri il fatto che fossero il prodotto della sua attività; cosicché, nel complesso, era certamente felice quanto il mondo poteva renderlo.

9. Abbiamo, infine, il giudizio che egli ha deliberatamente dato su tutto questo, Ecclesiaste 1:11. Quando il Creatore ebbe fatto le sue grandi opere, le esaminò, ed ecco, tutto era molto buono; ogni cosa gli piaceva. Ma quando Salomone passò in rassegna tutte le opere che le sue mani avevano fatto con il massimo costo e cura, e le fatiche che aveva faticato a fare per rendersi facile e felice, nulla rispose alla sua aspettativa; ecco, tutto era vanità e tormento di spirito; non ne aveva alcuna soddisfazione, né alcun vantaggio; Non c'era profitto sotto il sole, né per le occupazioni né per i godimenti di questo mondo.

12 Salomone, avendo provato quale soddisfazione si potesse avere nell'apprendimento prima, e poi nei piaceri dei sensi, e avendo anche messo insieme entrambi, qui li confronta l'uno con l'altro ed emette un giudizio su di essi.

I. Si propone di considerare sia la saggezza che la follia. Li aveva già considerati in precedenza (Ecclesiaste 1:17); ma per timore che si pensi che sia stato troppo precipitoso nell'emettere un giudizio su di loro, qui si volge di nuovo a guardarli, per vedere se, a un secondo sguardo e a un ripensamento, potrebbe ottenere più soddisfazione nella ricerca di quanto non avesse fatto nella prima. Era stanco dei suoi piaceri e, come nauseandoli, se ne allontanò, per potersi applicare di nuovo alla speculazione; e se, dopo questa riudienza della causa, il verdetto sarà ancora lo stesso, il giudizio sarà sicuramente decisivo; poiché che cosa può fare l'uomo che viene dopo il re? specialmente un re del genere, che aveva così tanto di questo mondo su cui fare l'esperimento e così tanta saggezza con cui farlo. Il processo sconcertato non ha bisogno di essere ripetuto. Nessun uomo può aspettarsi di trovare nel mondo più soddisfazione di quanto non abbia fatto Salomone, né di acquisire una maggiore comprensione dei principi della moralità; Quando un uomo ha fatto ciò che poteva ancora, è ciò che è già stato fatto. Impariamo,

1. Non indulgere in un'affettuosa presunzione di poter riparare ciò che è stato ben fatto prima di noi. Stimiamo gli altri più di noi stessi, e pensiamo a quanto siamo inadatti a tentare di migliorare le prestazioni di teste e mani migliori delle nostre, e piuttosto ammettiamo quanto siamo in debito con loro, Giovanni 4:37-38.

2. Acconsentire al giudizio di Salomone sulle cose di questo mondo, e non pensare di ripetere il processo; perché non possiamo mai pensare di avere i vantaggi che ha avuto lui per fare l'esperimento, né di poterlo fare con uguale applicazione della mente e così poco pericolo per noi stessi.

II. Egli dà la preferenza alla saggezza molto prima della follia. Nessuno lo inganni, come se, quando parla della vanità della letteratura umana, avesse intenzione solo di divertire gli uomini con un paradosso, o stesse per scrivere (come fece una volta un grande ingegno) l'Encomium moriae, un panegirico in lode della follia. No, egli sta mantenendo le verità sacre, e perciò sta attento a non essere frainteso. Ben presto vidi (dice) che c'è un'eccellenza nella sapienza più che nella stoltezza, tanto quanto ce n'è nella luce al di sopra delle tenebre. I piaceri della saggezza, sebbene non bastino a rendere felici gli uomini, tuttavia trascendono enormemente i piaceri del vino. La saggezza illumina l'anima con scoperte sorprendenti e con le indicazioni necessarie per il retto governo di se stessa; ma la sensualità (perché sembra che questa sia specialmente la follia qui intesa) offusca ed eclissa la mente, ed è come l'oscurità per essa; cava gli occhi agli uomini, li fa inciampare sulla strada e allontanarsene. Oppure, sebbene la sapienza e la conoscenza non rendano felice un uomo (San Paolo mostra una via più eccellente dei doni, e questa è la grazia), tuttavia è molto meglio averli che farne a meno, per quanto riguarda la nostra attuale sicurezza, comodità e utilità; Poiché gli occhi del saggio sono nella sua testa (Ecclesiaste 1:14), dove dovrebbero essere, pronti a scoprire sia i pericoli che devono essere evitati sia i vantaggi che devono essere migliorati; un uomo saggio non ha la sua ragione per cercare quando dovrebbe usarla, ma si guarda intorno ed è perspicace, sa dove mettere i piedi e dove fermarsi; mentre lo stolto cammina nelle tenebre, ed è di tanto in tanto smarrito, o in picchiata, o sconcertato, perché non sa da che parte andare, o imbarazzato, perché non può andare avanti. Un uomo discreto e premuroso ha il comando dei suoi affari, e agisce decentemente e con sicurezza, come quelli che camminano di giorno; ma chi è temerario, ignorante e impertinente, commette continuamente errori, correndo su un precipizio o sull'altro; I suoi progetti, i suoi affari, sono tutti sciocchi e rovinano i suoi affari. Acquistate dunque saggezza, acquistate intelligenza.

III. Eppure egli sostiene che, per quanto riguarda la felicità e la soddisfazione durature, la saggezza di questo mondo dà all'uomo ben poco vantaggio; per

1. I saggi e gli stolti se la cavano allo stesso modo.

"È vero che l'uomo saggio ha molto vantaggio dello stolto per quanto riguarda la preveggenza e l'intuizione, eppure le più grandi probabilità sono così spesso inferiori al successo che io stesso ho percepito, per mia esperienza, che un evento accade a tutti loro (Ecclesiaste 1:14); Quelli che sono più cauti riguardo alla loro salute si ammalano tanto quanto quelli che ne sono più incuranti, e i più sospettosi vengono imposti".

Davide aveva osservato che gli uomini saggi muoiono, e sono coinvolti nella stessa calamità comune con lo stolto e l'uomo brutale, Salmi 49:12. Vedi Ecclesiaste 9:11. Anzi, si è osservato anticamente che la fortuna favorisce gli sciocchi, e che gli uomini insensati spesso prosperano di più, mentre i più grandi progettisti prevedono il peggio per se stessi. La stessa malattia, la stessa spada, divora i saggi e gli stolti. Salomone applica a se stesso questa osservazione mortificante (Ecclesiaste 1:15), affinché, sebbene fosse un uomo saggio, non potesse gloriarsi della sua sapienza; Ho detto al mio cuore, quando ha cominciato ad essere orgoglioso o sicuro: Come accade allo stolto, così accade a me, proprio a me; poiché così enfaticamente è espresso nell'originale:

"Quindi, per quanto mi riguarda, succede a me. Sono ricco? Lo stesso vale per molti Nabal che se la cavano sontuosamente come me. Un uomo stolto è malato, cade? Anch'io, anche io; e né la mia ricchezza né la mia sapienza saranno la mia sicurezza. E perché allora ero più saggio? Perché dovrei prendermi tanta pena per ottenere la sapienza, quando, in quanto a questa vita, mi sarà di così poco aiuto? Allora dissi in cuor mio che anche questa è vanità".

Alcuni fanno di questo una correzione di ciò che è stato detto prima, in questo modo (Salmi 77:10),

"Ho detto: Questa è la mia infermità; è mia follia pensare che i saggi e gli stolti siano sullo stesso piano";

ma in realtà sembra che lo siano, per quanto riguarda l'evento, e quindi è piuttosto una conferma di ciò che aveva detto prima, che un uomo può essere un profondo filosofo e politico e tuttavia non essere un uomo felice.

2. I saggi e gli stolti sono dimenticati allo stesso modo (Ecclesiaste 1:16): Non c'è ricordo del saggio più che dello stolto. Ai giusti è promesso che saranno ricordati in eterno, e la loro memoria sarà benedetta, e presto risplenderanno come le stelle; Ma non c'è una tale promessa riguardo alla sapienza di questo mondo, che perpetuerà i nomi degli uomini, poiché si perpetuano solo quei nomi che sono scritti in cielo, e altrimenti i nomi dei saggi di questo mondo sono scritti con quelli dei suoi stolti nella polvere. Ciò che è ora nei giorni a venire sarà tutto dimenticato. Ciò di cui si parlava molto in una generazione è, in quella successiva, come se non fosse mai esistito. Persone nuove e cose nuove scuotono il ricordo stesso del vecchio, che in poco tempo viene guardato con disprezzo e alla fine completamente sepolto nell'oblio. Dov'è il saggio? Dov'è il contesore di questo mondo? 1Corinzi 1:20. Ed è per questo motivo che egli chiede: Come muore il saggio? Come il pazzo. Tra la morte di un uomo pio e di un malvagio c'è una grande differenza, ma non tra la morte di un uomo saggio e di uno stolto; lo stolto è sepolto e dimenticato (Ecclesiaste 8:10), e nessuno si è ricordato del povero che con la sua saggezza ha liberato la città (Ecclesiaste 9:15); così che per entrambi la tomba è una terra di oblio; e gli uomini saggi e dotti, quando sono stati lì per un po' lontano dalla vista, crescono fuori di testa, sorge una nuova generazione che non li conosceva.

17 Gli affari sono una cosa che piace agli uomini saggi. Sono nel loro elemento quando sono nei loro affari e si lamentano se sono fuori dal mercato. A volte possono essere stanchi dei loro affari, ma non ne sono stanchi, né disposti a lasciarli fuori. Qui dunque ci si aspetterebbe di aver trovato il bene che gli uomini dovrebbero fare, ma Salomone provò anche questo; Dopo una vita contemplativa e una vita voluttuosa, si dedicò a una vita attiva, e non trovò in essa più soddisfazione che nell'altra; Eppure è tutta vanità e vessazione dello spirito, di cui dà conto in questi versetti, dove osservate:

Che cosa fosse l'affare di cui egli fece la prova; era l'affare sotto il sole (Ecclesiaste 2:17-20), riguardo alle cose di questo mondo, alle cose sublunari, alle ricchezze, agli onori e ai piaceri di questo tempo presente; era l'affare di un re. C'è un affare al di sopra del sole, un affare perpetuo, che è la beatitudine perpetua; ciò che facciamo in conformità a quell'affare (facendo la volontà di Dio come è fatto in cielo) e nel perseguimento di quella beatitudine, si trasformerà in un buon profitto; non avremo motivo di odiare quel lavoro, né di disperare per esso. Ma è fatica sotto il sole, fatica per la carne che perisce (Giovanni 6:27; Isaia 55:2, di cui Salomone parla qui con così poca soddisfazione. Era il tipo migliore di affari, non quello dei taglialegna e dei raccoglitori d'acqua (non è così strano se gli uomini odiano tutto quel lavoro), ma era nella saggezza, nella conoscenza e nell'equità, Ecclesiaste 2:21. Era un affare razionale, che riguardava il governo del suo regno e l'avanzamento dei suoi interessi. Era un lavoro gestito dai dettami della saggezza, della conoscenza naturale e acquisita, e dalle indicazioni della giustizia. Era il lavoro nel consiglio comunale e nelle corti di giustizia. Fu il lavoro in cui si mostrò saggio (Ecclesiaste 2:19), che supera tanto il lavoro in cui gli uomini si mostrano forti quanto le doti della mente, per le quali siamo alleati degli angeli, fanno quelle del corpo, che abbiamo in comune con i bruti. Ciò che molte persone hanno negli occhi più di ogni altra cosa, nel perseguire i loro affari mondani, è di mostrarsi saggi, di ottenere la reputazione di uomini ingegnosi e di uomini di buon senso e di applicazione.

II. Il suo litigio con questa faccenda. Ben presto si stancò.

1. Odiava tutto il suo lavoro, perché non incontrava quella soddisfazione che si aspettava. Dopo aver avuto per un po' le sue belle case, i suoi giardini e i suoi acquedotti, cominciò a nausearli e a guardarli con disprezzo, come bambini che all'inizio sono ansiosi di un giocattolo e ne sono affezionati, ma, dopo averci giocato un po', ne sono stanchi, lo buttano via e devono averne un altro. Questo non esprime un odio benevolo per queste cose, che è nostro dovere, amarle meno di Dio e della religione (Luca 14:26), né un odio peccaminoso per loro, che è la nostra follia, essere stanchi del posto che Dio ci ha assegnato e del suo lavoro, ma un odio naturale per loro, derivante da un eccesso su di loro e da un senso di delusione in loro.

2. Fece disperare il suo cuore per tutto il suo lavoro (Ecclesiaste 2:20); si preoccupò di possedere un profondo senso della vanità degli affari mondani, affinché non portassero il vantaggio e la soddisfazione di cui si era precedentemente lusingato con le speranze. I nostri cuori sono molto riluttanti a smettere di aspettarsi grandi cose dalla creatura; Dobbiamo andare in giro, dobbiamo prendere una bussola, per discutere con loro, per convincerli che non c'è nulla nelle cose di questo mondo che siamo inclini a prometterci da loro. Ci siamo così spesso annoiati e sprofondati in questa terra per una ricca miniera di soddisfazione, e non ne abbiamo trovato il minimo segno o segno, ma siamo sempre stati frustrati nella ricerca, e non dovremmo alla fine tranquillizzare i nostri cuori e disperare di trovarlo mai?

3. Giunse a ciò, alla fine, che odiava la vita stessa (Ecclesiaste 2:17), perché è soggetta a tante fatiche e problemi, e a una serie costante di delusioni. Dio aveva dato a Salomone una tale grandezza di cuore e tali vaste capacità mentali, che egli sperimentò più degli altri uomini la natura insoddisfacente di tutte le cose di questa vita e la loro insufficienza a renderlo felice. La vita stessa, che è così preziosa per un uomo, e una tale benedizione per un uomo buono, può diventare un peso per un uomo d'affari.

III. Le ragioni di questo litigio con la sua vita e le sue fatiche. Due cose lo stancavano di loro:

1. Che la sua attività era una fatica così grande per se stesso: il lavoro che aveva fatto sotto il sole era doloroso per lui, Ecclesiaste 2:17. I suoi pensieri e le sue preoccupazioni al riguardo, e quell'applicazione intima e costante della mente che gli era richiesta, erano per lui un peso e una fatica, specialmente quando invecchiava. È l'effetto di una maledizione su cui dobbiamo lavorare. Si dice che il nostro lavoro sia il lavoro e la fatica delle nostre mani, a causa della terra che il Signore ha maledetto (Genesi 5:29) e dell'indebolimento delle facoltà con cui dobbiamo lavorare, e della sentenza pronunciata su di noi, che con il sudore del nostro volto dobbiamo mangiare pane. Il nostro lavoro è chiamato la vessazione del nostro cuore (Ecclesiaste 2:22); è per la maggior parte una forza su se stessi, tanto è naturale per noi amare il nostro agio. Un uomo d'affari è descritto come inquieto sia nel suo uscire che nel suo entrare, Ecclesiaste 2:23.

(1.) Egli è privato del suo piacere di giorno, perché tutti i suoi giorni sono dolore, non solo doloroso, ma dolore stesso, anzi, molti dolori e vari; il suo travaglio, o lavoro, tutto il giorno, è dolore. Gli uomini d'affari incontrano di tanto in tanto ciò che li irrita ed è per loro occasione di rabbia o di dolore. Coloro che sono inclini ad agitarsi scoprono che più affari hanno nel mondo, più spesso sono costretti ad agitarsi. Il mondo è una valle di lacrime, anche per coloro che ne hanno molta. Si dice che coloro che lavorano sono oppressi, e quindi sono chiamati a venire a Cristo per riposare, Matteo 11:28.

(2.) È disturbato nel suo riposo di notte. Quando è sopraffatto dalla fretta del giorno, e spera di trovare sollievo quando posa la testa sul cuscino, ne rimane deluso; le preoccupazioni trattengono i suoi occhi al risveglio, o, se dorme, il suo cuore si sveglia, e questo non riposa durante la notte. Guardate quali stolti sono quelli che si fanno affatichi al mondo e non fanno di Dio il loro riposo; notte e giorno non possono che essere inquieti. Così, su tutta la questione, è tutta vanità, Ecclesiaste 2:17. Questa è la vanità in particolare (Ecclesiaste 2:19,23), anzi, è vanità e un grande male, Ecclesiaste 2:21. È un grande affronto a Dio e una grande offesa a se stessi, quindi un grande male; È una cosa vana alzarsi presto e sedersi fino a tardi alla ricerca dei beni di questo mondo, che non sono mai stati progettati per essere il nostro bene principale.

2. Che i guadagni della sua attività devono essere tutti lasciati ad altri. La prospettiva del vantaggio è la molla dell'azione e lo sprone dell'industria; perciò gli uomini lavorano, perché sperano di farcela; se la speranza viene meno, il lavoro viene meno; e perciò Salomone litigò con tutte le opere, le grandi opere, che aveva fatto, perché non sarebbero state di alcun vantaggio duraturo per lui.

(1.) Deve lasciarli. Alla morte non poteva portarli via con sé, né alcuna parte di loro, né doveva più tornare a loro (Giobbe 7:10), né il ricordo di loro gli avrebbe fatto alcun bene, Luca 16:25. Ma devo lasciare tutto all'uomo che verrà dopo di me, alla generazione che salirà nella stanza di ciò che passa. Come molti prima di noi hanno costruito le case in cui abitiamo e nei cui acquisti e lavori siamo entrati, così dopo di noi ci saranno molti che abiteranno nelle case che costruiamo e godranno del frutto dei nostri acquisti e delle nostre fatiche. La terra non è mai stata persa per mancanza di un erede. Per un'anima graziosa questo non è affatto disagio; Perché dovremmo rimproverare agli altri il loro ruolo nei piaceri di questo mondo, e non piuttosto essere contenti che, quando ce ne saremo andati, coloro che verranno dopo di noi se la passeranno meglio per la nostra saggezza e operosità? Ma per una mente mondana, che cerca la propria felicità nella creatura, è una grande irritazione pensare di lasciarsi alle spalle l'amato pelf, in questa incertezza.

(2.) Deve lasciarli a coloro che non si sarebbero mai presi tanta pena per loro, e quindi si scuserà dal prendersi qualsiasi pena. Colui che ha allevato la proprietà lo ha fatto lavorando in saggezza, conoscenza ed equità; ma chi ne gode e lo spende (può essere) non vi ha lavorato ( Ecclesiaste 2:21), e, per di più, non lo farà mai. L'ape lavora duramente per mantenere il fuco. Anzi, si rivela per lui un laccio: gli è lasciata per la sua parte, nella quale riposa e prende, ed è infelice nell'esserne rimandato per una porzione. Mentre, se un patrimonio non gli fosse venuto così facilmente, chi lo sa se non sarebbe stato sia industrioso che religioso? Tuttavia non dobbiamo lasciarci perplessi su questo, poiché potrebbe risultare il contrario, che ciò che è ben ottenuto possa arrivare a colui che lo userà bene e ne farà del bene.

(3.) Non sa a chi deve lasciarlo (perché Dio crea eredi), o almeno cosa dimostrerà a chi lo lascia, se un uomo saggio o uno stolto, un uomo saggio che lo farà di più o uno sciocco che lo ridurrà a nulla; eppure egli dominerà su tutta la mia fatica e disfarà stoltamente ciò che suo padre ha saggiamente fatto. È probabile che Salomone scrisse queste parole con molto sentimento, temendo ciò che Roboamo avrebbe dimostrato. San Girolamo, nel suo commento a questo passo, lo applica ai buoni libri che Salomone scrisse, nei quali si era mostrato sapiente, ma non sapeva nelle mani di chi sarebbero caduti, forse nelle mani di uno stolto, il quale, secondo la perversità del suo cuore, fa cattivo uso di ciò che era ben scritto. Così, su tutta la questione, egli chiede (Ecclesiaste 2:22): Che cosa ha l'uomo di tutta la sua fatica? Che cosa ha per se stesso e per il proprio uso? Che cos'ha colui che andrà con lui in un altro mondo?

IV. Il miglior uso che si deve quindi fare delle ricchezze di questo mondo, ed è quello di usarle allegramente, di trarne il conforto e di farne del bene. Con questo egli conclude il capitolo, Ecclesiaste 2:24-26. Non c'è vera felicità in queste cose. Sono vanità, e, se ci si aspetta da loro la felicità, la delusione sarà una vessazione dello spirito. Ma egli ci metterà in modo da trarne il meglio e da evitare gli inconvenienti che aveva osservato. Non dobbiamo né affaticarci troppo, in modo da, alla ricerca di qualcosa di più, privarci del comfort di ciò che abbiamo, né dobbiamo accumulare troppo per l'aldilà, né perdere il nostro godimento di ciò che abbiamo per metterlo da parte per coloro che verranno dopo di noi, ma servirci prima di tutto. Osservare

1. Che cos'è quel bene che qui ci viene raccomandato; e che è il massimo piacere e profitto che possiamo aspettarci o estrarre dagli affari e dal profitto di questo mondo, e il massimo che possiamo andare per salvarlo dalla sua vanità e dalla vessazione che è in esso.

(1.) Dobbiamo fare il nostro dovere con loro, ed essere più attenti a come usare bene un patrimonio, per i fini per i quali ci è stato affidato, che a come aumentare o aumentare un patrimonio. Questo è suggerito Ecclesiaste 2:26, dove si dice che hanno il conforto di questa vita solo coloro che sono buoni agli occhi di Dio, e di nuovo, buoni davanti a Dio, veramente buoni, come Noè, che Dio vide giusto davanti a lui. Dobbiamo mettere Dio sempre davanti a noi, e dare diligenza in ogni cosa per approvarci a lui. La parafrasi caldea dice: L'uomo dovrebbe far godere il bene alla sua anima osservando i comandamenti di Dio e camminando nelle vie che sono proprio davanti a lui, e Ecclesiaste studiando le parole della legge, e avendo cura del giorno del grande giudizio che sta per arrivare.

(2.) Dobbiamo prenderne conforto. Queste cose non faranno una felicità per l'anima; tutto il bene che possiamo avere da loro è per il corpo, e se ne facciamo uso per il comodo sostentamento di esso, in modo che possa essere adatto a servire l'anima e in grado di stare al passo con essa nel servizio di Dio, allora essi si rivolgono a un buon conto. Non c'è dunque nulla di meglio per l'uomo, riguardo a queste cose, che concedersi un uso sobrio e allegro di esse, secondo il suo rango e la sua condizione, per avere cibo e bevande da esse per sé, per la sua famiglia, per i suoi amici, e così deliziare i suoi sensi e far godere alla sua anima il bene, tutto il bene che si può ottenere da loro; non perdere questo, alla ricerca di quel bene che non si può ottenere da loro. Ma osservate, Egli non vuole che abbandoniamo gli affari e ci prendiamo la nostra calma, per poter mangiare e bere; no, dobbiamo godere del bene nel nostro lavoro; Dobbiamo usare queste cose non per scusarci, ma per renderci diligenti e allegri nelle nostre faccende mondane.

(3.) Dobbiamo qui riconoscere Dio; dobbiamo vedere che viene dalla mano di Dio, cioè,

[1.] Le cose buone stesse di cui godiamo sono così, non solo i prodotti della sua potenza creatrice, ma i doni della sua provvidenziale munificenza verso di noi. E allora ci sono veramente piacevoli quando li prendiamo dalla mano di Dio come un Padre, quando guardiamo la sua sapienza che ci dà ciò che è più adatto a noi, e acconsentiamo ad essa, e gustiamo il suo amore e la sua bontà, li assaporiamo e ne siamo grati.

[2.] Un cuore che ne gode è così; questo è il dono della grazia di Dio. A meno che non ci dia la saggezza per fare un buon uso di ciò che ci ha concesso, nella sua provvidenza, e con la pace della coscienza, affinché possiamo discernere il favore di Dio nei sorrisi del mondo, non possiamo far godere in essi alcuna buona cosa.

2. Perché dovremmo avere questo nei nostri occhi, nella gestione di noi stessi riguardo a questo mondo, e guardare a Dio per questo.

(1.) Perché Salomone stesso, con tutti i suoi beni, non poteva mirare a nulla di più e non desiderare di meglio (Ecclesiaste 2:25):

"Chi può affrettarsi a questo più di me? Questo è ciò di cui ero ambizioso: non desideravo di più, e coloro che hanno poco, in confronto a quello che ho io, possono arrivare a questo, per accontentarsi di ciò che hanno e goderne il bene".

Eppure Salomone non poteva ottenerlo con la sua saggezza, senza la grazia speciale di Dio, e quindi ci ordina di aspettarlo dalla mano di Dio e di pregarlo per esso.

(2.) Perché le ricchezze sono una benedizione o una maledizione per un uomo a seconda che abbia o non abbia cuore per farne buon uso.

[1.] Dio li rende una ricompensa per l'uomo buono, se con essi gli dà sapienza, scienza e gioia, per goderne lui stesso con gioia e per comunicarli con carità agli altri. A coloro che sono buoni agli occhi di Dio, che sono di buon spirito, onesti e sinceri, che hanno deferenza verso il loro Dio e hanno un tenero interesse per tutta l'umanità, Dio darà saggezza e conoscenza in questo mondo, e gioia con i giusti nel mondo a venire; così i Caldei. Oppure darà quella sapienza e quella conoscenza nelle cose naturali, morali, politiche e divine, che saranno per loro una gioia e un piacere costanti.

[2.] Li rende una punizione per un uomo malvagio se gli nega un cuore per trarre conforto da loro, poiché essi non fanno altro che stuzzicarlo e tiranneggiare su di lui: Al peccatore Dio dà il travaglio, lasciandolo a se stesso e ai suoi stolti consigli, per raccogliere e ammucchiare ciò che, quanto a se stesso, non solo lo appesantirà come argilla spessa (Abacuc 2:6), ma sarà testimone contro di lui e mangerà la sua carne come se fosse fuoco (Giacomo 5:3); mentre Dio progetta, con una provvidenza dominante, di darla a colui che è buono prima di lui; poiché le ricchezze del peccatore sono riservate ai giusti e raccolte per chi ha pietà dei poveri. Notate, in primo luogo, che la pietà, con la contentezza, è un grande guadagno; e hanno vera gioia solo coloro che sono buoni agli occhi di Dio, e che l'hanno da lui e in lui. In secondo luogo, l'empietà è comunemente punita con il malcontento e un'insaziabile cupidigia, che sono peccati che sono la loro stessa punizione. In terzo luogo, quando Dio dà abbondanza agli uomini malvagi, è con l'intenzione di costringerli a rassegnarsi in favore dei suoi propri figli, quando saranno maggiorenni e pronti per questo, come i Cananei mantennero il possesso del buon paese fino al tempo stabilito per l'ingresso di Israele.

[3.] Il fardello del canto è sempre lo stesso: anche questo è vanità e vessazione dello spirito. È vanità, nel migliore dei casi, anche per l'uomo buono; quando ha tutto ciò che il peccatore ha racimolato insieme, non lo renderà felice senza qualcos'altro; ma è una vessazione di spirito per il peccatore vedere ciò che aveva accumulato goduto da lui che è buono agli occhi di Dio, e quindi male ai suoi. Così, come volete, la conclusione è ferma, tutto è vanità e vessazione dello spirito.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Ecclesiaste 2

1 Capitolo 2

La vanità e il dolore dell'allegria, del piacere sensuale, della ricchezza e dello sfarzo Ec 2:1-11

L'insufficienza della sapienza umana Ec 2:12-17

Vivere in questo mondo secondo la volontà di Dio Ec 2:18-26

Versetti 1-11

Salomone scoprì molto presto che l'allegria e il piacere non sono che insoddisfazioni. Forse rende veramente felici la rumorosa e caduca allegria? I diversi atteggiamenti del cuore degli uomini per cercare la soddisfazione nelle cose del mondo, e il loro dedicarsi a una cosa e poi all'altra, sono come l'inquietudine di un uomo in uno stato febbrile. Goderne è come darsi al vino perché poi se ne proveranno le dolorose conseguenze. I poveretti, quando si sentono interpellati, subito si rattristano. Ma il rimedio a tutto ciò è nel fermarsi a riflettere su essi. Tutto è vanità e un inseguire il vento: e così alla fine anche noi la penseremmo come Salomone. Avendo di che cibarci e vestirci, accontentiamoci di questo. La saggezza umana è una grande sapienza e una provata conoscenza umana, ma ogni piacere terreno, quando non condiviso con le migliori benedizioni, non fa altro che lasciare la mente in uno stato ansioso e insoddisfatto. La felicità non deriva dalla situazione in cui crogioliamo: solo attraverso Gesù Cristo la beatitudine finale può essere raggiunta.

12 Versetti 12-17

Salomone scoprì che la saggezza e la prudenza sono da preferirsi all'ignoranza e alla follia, perché la saggezza e la conoscenza umana non rendono un uomo felice. Il più dotto degli uomini, estraneo a Cristo Gesù, perirà allo stesso modo del più ignorante, e che bene porteranno gli elogi terreni al corpo nella tomba, o all'anima all'inferno? Così se è tutto qui, non possiamo che essere indotti a odiare la nostra vita, perché tutto è vanità e tormento di spirito.

18 Versetti 18-26

I nostri cuori sono molto restii a capire che non c'è da aspettarsi molto dalle creature, ma Salomone lo comprese. Il mondo è una valle di lacrime, anche per quelli che sperano tanto in esso. Guardate come sono sciocchi coloro che si fanno servi del mondo, perché non otterranno altro che una migliore esistenza del corpo. E il massimo che possono raggiungere in questo mondo è quello di concedersi una più sobria ed allegra esistenza, secondo la condizione e il rango. Ma dobbiamo pure godere del nostro lavoro, usando ogni cosa per essere diligenti e allegri nelle attività giornaliere: questo è un dono di Dio. Le ricchezze possono essere una benedizione o una maledizione per un uomo, secondo come egli le userà. A coloro che sono accetti al Signore, Egli dà gioia e soddisfazione nella sua conoscenza e nell'amore per lui, ma al peccatore Egli dà lavoro, dolore, insoddisfazione e difficoltà, cose che l'uomo mondano ricerca nel suo sforzo giornaliero, anche se poi quel che otterrà comunque passerà in altre mani migliori. Che il peccatore mediti seriamente il suo fine ultimo! Cercare la benedizione nell'amore di Cristo e in quel che Lui ci dà è il solo modo per godere veramente ed essere soddisfatti anche in questo mondo.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Ecclesiaste 2

1 La prova di Salomone del secondo dono di Dio, cioè le ricchezze, e il godimento che le ricchezze procurano; questo lo ha portato al risultato sano (confronta Ecclesiaste 1:12 ).

Confrontando l'azione di Salomone con Luca 12:16 , va ricordato che l'obiettivo di Salomone era l'acquisizione della saggezza, non l'autoindulgenza, e che non mancava di attendere con impazienza la certezza della morte che lo colse.

3 Ho cercato ... - Piuttosto, ho deciso (letteralmente "mi sono voltato nel mio cuore") di attingere la mia carne con il vino (vedi il margine), il mio cuore mi guidava con saggezza. Nel corso del suo tentativo di rispondere alla domanda di Ecclesiaste 1:3 , mentre il suo cuore lo guidava (come un auriga dirige i suoi cavalli o un pastore le sue pecore) con saggezza, e mentre seguiva quella guida, decise di attirare con lui la sua carne dal vino, facendo così la sua carne, di cui parla come distinto da se stesso (confronta Romani 7:25 ), un confederato e sussidiario nel suo tentativo.

4 Confronta 1 Re 7:1; 1 Re 9:15; 1 Re 10:14; e 2 Cronache 8:4.

5 Frutteti - letteralmente, "paradisi", cioè parchi o campi di piacere (confronta la nota di Nehemia 2:8 ). Sono state segnalate indicazioni di almeno tre di queste; uno a Gerusalemme vicino alla piscina di Siloe, chiamato “il giardino del re” Nehemia 3:15; Geremia 52:7; un secondo vicino a Betlemme (confronta Ecclesiaste 2:6 ); e un terzo nel remoto nord, sulle alture dell'Ermon Cantico dei Cantici 4:8; Cantico dei Cantici 8:11.

6 Piscine - A breve distanza a sud di Betlemme, in una valle nella gola di Urtas, sono ancora mostrate tre "Piscine di Salomone" e una collina adiacente porta ancora il nome del "Piccolo Paradiso".

7 Ho preso - Anzi, ho comprato, a differenza di quelli nati in casa. I “figli dei servi di Salomone” (confronta Esdra 2:55 , Esdra 2:58 ) erano più probabilmente di origine cananea 1 Re 9:20; 1 Re 5:15 di Ebrei 1 Re 9:22.

Possedimenti di bovini grandi e piccoli - Piuttosto, mandrie di buoi e pecore.

Tutti ... prima di me - gli armenti e le greggi del re Davide sono menzionati in 1 Cronache 27:29 , 1 Cronache 27:31 : ma non abbiamo un resoconto specifico della ricchezza di altri abitanti cananei o ebrei di Gerusalemme prima di Salomone.

8 Re - Entrambi tributari 1 Re 10:15 e indipendenti 1 Re 5:1; 1 Re 9:14; 1 Re 10:2; le “province” corrispondono probabilmente ai regni menzionati in 1 Re 4:21.

Come musicale... specie - Piuttosto, Molte donne (confronta 1 Re 11:1 ).

10 Porzione - Una parola che ricorre frequentemente. Con esso Salomone descrive il piacere trovato nell'atto di lavorare e forse anche il piacere provato nel processo di acquisizione della saggezza; questo piacere è ammesso come buono, se ricevuto da Dio ( Ecclesiaste 2:26; Ecclesiaste 5:18; confronta 1 Timoteo 4:4 ); ma essendo transitorio è soggetto alla vanità, e quindi non dà una risposta sufficiente alla domanda ripetuta: "Quale profitto ecc.?" Ecclesiaste 1:3.

12 Salomone, avendo trovato che sapienza e follia concordano nell'essere soggette alla vanità, ora contrappone l'una all'altra Ecclesiaste 2:13. Entrambi sono portati sotto la vanità dagli eventi Ecclesiaste 2:14 che accadono al saggio e si sentono simili dall'esterno - morte e oblio Ecclesiaste 2:16 , incertezza Ecclesiaste 2:19 , delusione Ecclesiaste 2:21 - tutto accade per una legge esterna al di là del controllo umano.

In mezzo a questa vanità, il bene (vedi Ecclesiaste 2:10 nota) che spetta all'uomo, è il piacere che prova Ecclesiaste 2:24 nel ricevere i doni di Dio, e nel lavorare con e per loro.

Ecclesiaste 2:12

Cosa può fare l'uomo ... - cioè, "Che cosa è un uomo - in questo studio di saggezza e follia - dopo uno come me, che, dalla mia posizione, ha avuto vantaggi così speciali (vedi Ecclesiaste 1:16 , e confronta Ecclesiaste 2:25 ) per averlo portato avanti? Ciò che l'uomo ha fatto in passato, non può che farlo di nuovo: non è probabile che si aggiunga al risultato delle mie ricerche, né che le eguagli. Alcuni sostengono che "l'uomo" sia un riferimento al successore di Salomone - non nelle sue indagini, ma nel suo regno, cioè Geroboamo.

Ecclesiaste 2:14

Evento - O, “hap” Rut 2:3. Il verbo da cui deriva sembra in questo libro riferirsi soprattutto alla morte. La parola non significa caso (confronta Ecclesiaste 9:1 ), indipendentemente dall'ordine della Divina Provvidenza: la nozione gentile di "mero caso" o "destino cieco", non è mai contemplata dall'autore di questo libro, e sarebbe incoerente con i suoi principi del potere e dell'attività illimitati di Dio.

Ecclesiaste 2:16

Vedendo che... - Confronta Ecclesiaste 1:11. Alcuni rendono, "come nel tempo passato, così nei giorni a venire, tutto sarà dimenticato"; altri, “perché nei giorni a venire tutto sarà stato molto prima dimenticato”.

Ecclesiaste 2:17

Odiavo la vita - Confronta questa espressione, estorta a Salomone dalla percezione della vanità della sua saggezza e grandezza, con Romani 8:22. Le parole di Mosè Numeri 11:15 , e di Giobbe 3:21; Giobbe 6:9 , sono appena meno energici. Con alcune persone, questo sentimento è un potente motivo di conversione Luca 14:26.

Ecclesiaste 2:19

Lavoro - Confronta Ecclesiaste 2:4.

Ecclesiaste 2:20

Sono andato in giro - cioè, sono passato da una linea d'azione a un'altra.

Ecclesiaste 2:23

Sono dolori ... dolore - Piuttosto, dolori e dolore sono la sua fatica. Vedi Ecclesiaste 1:13.

Ecclesiaste 2:24

Niente di meglio per un uomo, di quello... - letteralmente, nessun bene nell'uomo che ecc. L'unica gioia di lavorare o ricevere, che, sebbene sia transitoria, un uomo riconosce come un vero bene, anche quello potere dell'uomo di assicurarsi: quel bene è dono di Dio.

Ecclesiaste 2:26

La dottrina della retribuzione, o il fatto rivelato che Dio è il Governatore morale del mondo, è qui affermato per la prima volta (confronta Ecclesiaste 3:15 , Ecclesiaste 3:17 ss) in questo libro.

Anche questo è vanità - Non solo il travaglio del peccatore. Anche i migliori doni di Dio, sapienza, conoscenza e gioia, in quanto sono dati in questa vita, non sono permanenti, e non sono sempre (cfr Ecclesiaste 9:11 ) efficaci per lo scopo per il quale sembrano essere dati .

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Ecclesiaste 2

1 INTRODUZIONE A ECCLESIASTE 2

Salomone, dopo aver messo alla prova la sapienza e la conoscenza naturale nella sua massima estensione, e aver scoperto che era vanità, procede all'esperimento del piacere, e prova se in ciò c'era qualche felicità, Ecclesiaste 2:1. Quanto a ciò che a prima vista era vano, spumeggiante e scherzoso, lo spedisce subito e lo condanna come folle e inutile, Ecclesiaste 2:2 ; ma per quanto riguarda quei piaceri che erano più virili, razionali e leciti, si sofferma su di essi e ne dà un elenco particolare, come ciò di cui aveva fatto piena prova; come il buon mangiare e bere, in modo moderato, senza abusi; edifici belli e spaziosi; deliziosi vigneti, giardini e frutteti; parchi, foreste e recinti; pozze per i pesci e fontane d'acqua; un grande seguito e l'equipaggiamento dei servitori; grandi possedimenti, immense ricchezze e tesori; una collezione delle più grandi rarità e curiosità della natura; tutti i tipi di musica, vocale e strumentale, Ecclesiaste 2:3-8 ; in tutto ciò superava tutti quelli che lo precedevano; né si negò di alcun piacere, in modo lecito, che potesse essere goduto, Ecclesiaste 2:9,10. Eppure, dopo un esame dell'insieme, e dopo un'esperienza approfondita di ciò che si potrebbe trovare qui, egli pronuncia tutta la vanità e la vessazione dello spirito, Ecclesiaste 2:11 ; e ritorna di nuovo al suo precedente argomento, la sapienza; e lo guarda di nuovo, per vedere se poteva trovarvi la vera felicità, essendo tristemente deluso in quello del piacere, Ecclesiaste 2:12. Egli infatti loda la sapienza, e la preferisce alla stoltezza, e il saggio allo stolto; Ecclesiaste 2:13,14 ; e tuttavia osserva alcune cose che ne diminuiscono il valore; e mostra che non c'è felicità in esso, gli stessi eventi accadono a un uomo saggio e a uno stolto; entrambi dimenticati allo stesso modo, e muoiono allo stesso modo, Ecclesiaste 2:15,16. E poi prende in considerazione gli affari della vita e un'industria laboriosa per ottenere ricchezze; e questo egli lo condanna come grave, odioso e vessatorio, perché, dopo tutte le acquisizioni di un uomo, egli non sa a chi le lascerà, se a un uomo saggio o a uno stolto, Ecclesiaste 2:17-21. E poiché l'uomo stesso non ha riposo per tutti i suoi giorni, nient'altro che dolore e afflizione, Ecclesiaste 2:22,23 ; pertanto conclude che è meglio per un uomo godere egli stesso delle buone cose di questa vita; che egli conferma con la sua esperienza personale, e con un'antitesi tra un uomo buono e uno malvagio, Ecclesiaste 2:24-26

Versetto 1. Ho detto nel mio cuore:

Comunicava con il suo cuore, pensava e ragionava dentro di sé, e giunse a questa risoluzione nella sua mente; che, poiché non poteva trovare la felicità nella saggezza e nella conoscenza naturale, l'avrebbe cercata altrove, anche nel piacere; in cui, osservava, alcuni uomini riponevano la loro felicità; o, comunque, l'ho cercata lì: o, "Ho detto al mio cuore", come la versione siriaca;

Vai a ora; oppure, "va', ti prego" ascolta ciò che sto per dire, e segui la pista che ora ti indicherò;

Io ti metterò alla prova con allegria; con quelle cose che causeranno allegria, gioia e piacere; e prova se si può godere di felicità in questo modo, dal momento che non si potrebbe avere in saggezza e conoscenza. Jarchi e Aben Esdra lo rendono "Io mescolerò", il vino con l'acqua o con le spezie; o, "verserò", vino in abbondanza da bere, "con gioia" e per promuovere l'allegria: ma le versioni Targum, Settanta, Siriaca e Araba, lo interpretano come noi, e di questo senso Aben Esdra fa menzione;

quindi godete del piacere; di cui l'uomo è naturalmente amante; egli era così nel suo stato di innocenza, e questa fu l'esca che gli fu tesa, e con la quale fu attirato nel peccato; e ora ama, vive e serve piaceri peccaminosi; che sono piuttosto immaginari che reali, e durano solo per una stagione, e finiscono nell'amarezza: ma tali sordide concupiscenze e piaceri non sono qui intesi; Salomone era un uomo troppo saggio e buono per cedere a questi, come al "summum bonum"; o mai pensare che ci possa essere una qualche felicità in loro, o anche solo farne una prova a tale scopo: non si intendono qui piaceri criminali, o una vita impura, sotterranea ed epicurea; ma piaceri virili, razionali e leciti, poiché nessun altro è menzionato nei dettagli dei particolari che seguono; e, nella ricerca del tutto, fu guidato e governato dalla sua sapienza, e questa rimase in lui, Ecclesiaste 2:3,9. Si può tradurre: "dunque vedi bene"; guarda tutte le cose buone, piacevoli e deliziose della vita; e goderne in modo tale che, se possibile, la felicità possa essere raggiunta in esse;

ed ecco, anche questa [è] vanità; Si troverà, facendo l'esperimento, che non c'è felicità solida e sostanziale in esso, come lo era da lui stesso

2 Versetto 2. Ho detto del riso, [è] folle,

La ridicola facoltà nell'uomo gli è data per una certa utilità; e quando è usata in modo moderato, e mantenuta entro i debiti limiti, gli è utile, e conduce alla salute del suo corpo, e al piacere della sua mente; ma quando è usata in ogni occasione banale, e in ogni cosa sciocca che viene detta o fatta, e indulgere all'eccesso, è pura follia, e fa sembrare un uomo più un pazzo e uno sciocco che un saggio; dura solo per un po', e la fine è la pesantezza, Ecclesiaste 7:6; Proverbi 14:13. Oppure: "Ho detto al riso, [sei] pazzo"; e quindi non avrò nulla a che fare con te in modo eccessivo e criminale, ma ti eviterò, come si farebbe con un pazzo: questo quindi non deve essere annoverato nel piacere a cui ha ordinato alla sua anima di andare a godere;

E di allegria, che cosa fa? Che cosa fa di buono? Di quale profitto e vantaggio è per l'uomo? Se la domanda riguarda l'allegria innocente, la risposta può essere data da Proverbi 15:13 17:22 ; ma se dall'allegria peccaminosa carnale, non ne deriva alcun bene per il corpo o per la mente; o qualsiasi tipo di felicità da godere in questo modo, e quindi non si deve fare alcuna prova su di essa. Ciò che il saggio si propose di processare, e fece, segue nei versetti successivi

3 Versetto 3. Ho cercato nel mio cuore di darmi al vino,

Non in modo smodato, in modo da inebriarsi di esso, in cui non ci può essere piacere, né alcuna manifestazione di felicità; ma in modo moderato, ma liberale, in modo da essere innocentemente allegro e piacevole, e con ciò provare quale bene e felicità si debbano possedere in questo modo. Per "vino" si intende, non solo, ma tutto ciò che è buono e bevibile; significa ciò che si chiama buon vivere, buon mangiare e bere: Salomone visse sempre bene; fu allevato come un principe e, quando salì al trono, visse come un re; ma essendo cresciuti in ricchezze e desiderosi di mettere alla prova il bene che c'era in tutte le creature di Dio, per vedere se in esse c'era qualche felicità; decide di tenere ancora una tavola migliore, e decide di avere tutto da mangiare o da bere che si possa avere, costi quel che costi; delle provviste quotidiane di Salomone per la sua casa, vedi 1Re 4:22,23 ; il Midrash lo interpreta, del vino della legge. Può essere tradotto: "Ho cercato nel mio cuore di estrarre la mia carne con il vino", o "il mio corpo"; di estenderlo e renderlo grasso e paffuto; che potrebbe essere ridotto a pelle e ossa, a un semplice scheletro, attraverso severi studi di saggezza e conoscenza. Il Targum è,

"Ho cercato in cuor mio di attirare la mia carne nella casa della festa del vino";

come se ci fosse in lui una certa riluttanza a una simile condotta; e che egli, per così dire, si è messo una forza addosso, per fare l'esperimento;

(ma facendo conoscere al mio cuore la saggezza); oppure: "Eppure il mio cuore mi ha guidato in sapienza": era guidato e governato dalla saggezza in questa ricerca della felicità; stava in guardia, per non cadere in alcuna stravaganza peccaminosa, o in eccessi criminali nel mangiare e nel bere;

e di aggrapparsi alla follia; affinché potesse conoscere meglio che cosa fosse la follia, e quale fosse la follia dei figli degli uomini di riporre la loro felicità in tali cose; o meglio, cercava diligentemente di afferrare la follia, di trattenerla, e se stesso da essa, affinché non avesse l'ascendente su di lui; così che non sarebbe in grado di formarsi un giusto giudizio se ci sia una vera felicità in questo tipo di piacere, o no, di cui sta parlando; perché l'epicureo, la persona voluttuosa, non ne è giudice;

finché non avessi visto quale [era] il bene per i figli degli uomini, che avrebbero fatto sotto il cielo tutti i giorni della loro vita; dove risiede il "summum bonum", o la felicità principale dell'uomo; e che dovrebbe sforzarsi di cercare e perseguire, per poterne godere per tutta la sua vita, mentre è in questo mondo: e per poterlo conoscere ancora più pienamente, se possibile, ha fatto le seguenti cose

4 Versetto 4. Ho fatto delle grandi opere,

Non passava il suo tempo in cose insignificanti, come Domiziano, a catturare e uccidere le mosche, ma a ideare, progettare, dirigere e sovrintendere a grandi opere d'arte e di abilità, diventando la grandezza del suo stato e la grandezza della sua mente: il Midrash lo confina al suo grande trono d'avorio, ricoperto d'oro, 1Re 10:18, ma è un'espressione generale, che include tutte le grandi cose che ha fatto, di cui quella che segue è un'enumerazione particolare;

Mi sono costruito delle case; tra i quali non deve essere annoverata la casa di Dio, sebbene sia stata costruita da lui, e in primo luogo; eppure questo fu costruito, non per il suo proprio piacere e grandezza, ma per l'adorazione e la gloria di Dio: ma si intende principalmente la sua casa e il suo palazzo, che richiese tredici anni di costruzione; e la casa della foresta in Libano, che forse era la sua residenza di campagna; con tutte le altre case e uffici, per le sue provviste, per i suoi servi, i suoi cavalieri e i suoi carri; vedi 1Re 7:1,2; 9:1,19 ; e negli edifici belli e spaziosi gli uomini traggono molto piacere e si promettono molta felicità nel dimorarvi e nel perpetuare i loro nomi ai posteri per mezzo di essi; vedi Salmi 49:11 Giobbe 21:21. Il Targum è,

"Ho moltiplicato le opere buone in Gerusalemme; Mi sono costruito delle case; la casa del santuario, per fare espiazione per Israele; la casa di ristoro del re, il conclave e il portico; e la casa del giudizio, di pietre squadrate, dove i magi siedono e giudicano; Ho fatto un trono d'avorio per il trono reale";

Ho piantato vigneti; forse quelli di Engedi erano di sua piantagione; tuttavia, ne ebbe uno a Baalhamon, e senza dubbio in altri luoghi, Cantici 1:14 8:11 ; il Targum fa menzione di uno a Jabne, piantato da lui; questi aggiungono anche al piacere della vita umana; è delizioso camminare in essi, raccogliere il frutto e bere del loro vino; vedi Cantici 7:12

5 Versetto 5. Mi sono fatto giardini e frutteti,

Del giardino del re, leggiamo Geremia 39:4. Adrichomius fa menzione di un giardino reale nei sobborghi di Gerusalemme, recintato con mura; ed era un paradiso di alberi da frutto, erbe, spezie e fiori; abbondava di ogni sorta di frutta, estremamente piacevole e deliziosa per i sensi: e, poiché Salomone era un grande botanico, e conosceva la natura e l'uso di tutti i tipi di alberi ed erbe, 1Re 4:33 ; senza dubbio ma ha un giardino di erbe aromatiche, ben fornito di tutto ciò che è del genere, curioso e utile; vedi 1Re 21:2. I giardini sono fatti per il piacere e per il profitto; Adamo, appena creato, fu messo in un giardino, per aumentare il suo piacere e la sua felicità naturali, così come per il suo lavoro, Genesi 2:8 ; e il piacere di passeggiare in un giardino, e di prenderne parte, sono allusi da Salomone, Cantici 4:12,13,16; 5:1; 6:9 ;

e vi piantai alberi di ogni frutto; di cui, come già osservato, aveva una conoscenza approfondita, e molti dei quali gli erano stati portati da parti straniere; e tutto ciò serviva a rendere i suoi giardini, frutteti, parchi, foreste e recinti molto piacevoli e deliziosi. Il Targum aggiunge:

"Alcuni per il cibo, altri per bere e altri per la medicina".

6 Versetto 6. Mi sono fatto delle pozze d'acqua,

Per le cascate e le opere d'acqua in cui giocare, così come per conservare e produrre pesci di ogni specie: si fa menzione delle piscine del re, Neemia 2:14 ; le piscine dei pesci a Heshbon, presso la porta di Bathrabbim, forse appartenevano a Salomone, Cantici 7:4 ; A poco più di una lega da Betlemme ci sono pozze d'acqua, che oggi sono chiamate le pozze dei pesci di Salomone; sono grandi riserve scavate nella roccia, l'una all'estremità dell'altra; il secondo è un po' più basso del primo, e il terzo del secondo, e così comunicano l'acqua dall'uno all'altro quando sono pieni; e del quale il signor Maundrell dà il seguente resoconto:

"Sono a circa un'ora e un quarto di distanza da Betlemme, verso sud; sono in numero di tre, giacenti in fila l'uno sopra l'altro, essendo disposti in modo tale che le acque del più alto possano scendere nel secondo, e quelle del secondo nel terzo; la loro figura è quadrangolare; la larghezza è la stessa in tutti, ammontando a oltre novanta passi; Nella loro lunghezza c'è qualche differenza tra loro, il primo è lungo circa centosessanta passi; il secondo, duecento; il terzo, duecentoventi; sono tutti rivestiti da un muro, intonacati e contengono una grande profondità d'acqua".

E a questi, egli osserva, insieme ai giardini adiacenti, si suppone che Salomone alluda, Ecclesiaste 2:5,6. Si possono vedere, egli dice, alcuni resti di un antico acquedotto, che anticamente trasportava le acque dalle piscine di Salomone a Gerusalemme; si dice che questa sia l'opera genuina di Salomone, e si può benissimo ammettere che sia in realtà ciò per cui si pretende. Così Rauwolff dice:

"oltre la torre di Ader, in un'altra valle, non lontano da Betlemme, mostrano ancora oggi un grande frutteto, pieno di cedro, limone, arancio, melograno e fichi, e molti altri, che il re Salomone piantò ai suoi giorni; con stagni, canali e altre opere d'acqua, molto piacevolmente preparate, come dice lui stesso, Ecclesiaste 2:5 ; questo è ancora ai nostri giorni pieno di alberi buoni e fruttiferi, degni di essere visti per amor loro, e di fossati lì: perciò credo davvero che sia lo stesso di cui Giuseppe Flavio fa menzione, chiamato Ethan, a circa dodici miglia da Gerusalemme, dove Salomone aveva piacevoli giardini e pozze d'acqua, alle quali era solito cavalcare la mattina presto.

Il signor Maundrell fa anche menzione di alcune cisterne, chiamate cisterne di Salomone, a Roselayn, a circa un'ora dalle rovine di Tiro; di cui ce ne sono tre intere in questo giorno; una a circa trecento metri dal mare, le altre due un po' più in alto; e, secondo la tradizione, furono costruite da quel grande re. in ricompensa al re Hiram, per aver fornito materiali per la costruzione del tempio: ma, come egli osserva, questi, sebbene antichi, non poterono essere costruiti prima del tempo di Alessandro; poiché l'acquedotto, che da qui convoglia l'acqua a Tiro, viene trasportato sopra il lembo di terra, attraverso il quale egli univa la città al continente. Jarchi interpreta queste pozze in questo testo di luoghi in cui tenere in vita i pesci, e così il Midrash intende con esse le pozze dei pesci; sebbene sembrino canali fatti nei giardini, nei frutteti e nei parchi;

per innaffiare con esso la legna che produce alberi; i giovani vivai, che col tempo sono cresciuti fino a diventare grandi alberi da frutto; che, essendo numerosi e fitti, sembrava un bosco o una foresta, come si dice; e quali canali e vivai aggiungevano entrambi molto alla delizia e al piacere di quei luoghi. In questo modo gli indiani innaffiano i loro giardini; che comunemente hanno in loro una grande fossa, o una specie di pozza per i pesci, che è piena di acqua piovana; e proprio accanto ad esso c'è una vasca di mattoni, rialzata di circa due piedi più alta del suolo: quando quindi hanno in mente di innaffiare il giardino, viene riempito con l'acqua della vasca dei pesci, o fossa; il quale, attraverso un foro che è in fondo, cade in un canale, che si divide in tanti rami, proporzionati per grandezza alla loro distanza dal bacino, e porta l'acqua ai piedi di ogni albero, e ad ogni appezzamento di erbe; e quando i giardinieri pensano di essere abbastanza annaffiati, tappano, o sviano, i canali con zolle di terra. La bellezza di una pianta, o albero, è così descritta da Eliano;

"rami generosi, foglie spesse, fusto o tronco fermo e stabile, radici profonde; i venti che lo scuotono; una grande ombra proiettata da esso; cambiando con le stagioni dell'anno; e l'acqua, in parte portata attraverso i canali, e in parte proveniente dal cielo, per irrigarla e nutrirla; e alberi così belli, ben irrigati e rigogliosi, contribuiscono molto al piacere dei giardini".

7 Versetto 7. Ho dei servi e delle ancelle,

Servi e serve; il Targum aggiunge:

"dei figli di Cam e del resto del popolo straniero";

questi erano quelli che aveva noleggiato o comprato con il suo denaro;

e ebbe servi nati nella mia casa; e questi erano tutti impiegati da lui; sia come suo seguito ed equipaggiamento, suoi servitori e guardie del corpo; o per prendersi cura della sua casa, dei suoi giardini e delle piscine; o per i suoi cavalli e carri, e per vari uffici; vedi 1Re 4:26,27; Esdra 2:58. Villalpandus calcola che il numero dei suoi servi sia di quarantottomila; se c'era un piacere e una felicità in una presenza così numerosa, Salomone l'aveva;

Avevo anche grandi possedimenti di bestiame grande e piccolo, oltre a quelli che erano a Gerusalemme prima di me; buoi, mucche, cavalli, asini, cammelli, muli, ecc. anche pecore e capre; il che, essendo redditizie, così era piacevole vederle pascolare sulle colline e nelle valli, nei campi, nelle montagne e nei prati

8 Versetto 8. Mi sono anche raccolto argento e oro,

In grande quantità: il peso dell'oro che gli giungeva in un anno era di seicentosessantasei talenti; vedi 1Re 9:14,28; 10:14,22,27 ;

e il tesoro peculiare dei re e delle province; tutto ciò che era prezioso e prezioso, come è riposto negli armadi dei re, come gioielli e pietre preziose; e tutto ciò che è raro e curioso, che si trova in tutte le province della terra, o che gli è stato portato da lì come dono; il Targum è,

"e i tesori dei re e delle province, dati a me come tributo":

perciò, se da queste cose nasce qualche piacere, come ai virtuosi, Salomone ne godeva. Inoltre, tra i tesori dei re c'erano vesti preziose di vario genere, come quelle del tesoro di Assuero; e quando Alessandro prese Susa, trovò nei tesori del re, di porpora erminica, per un valore di cinquemila talenti, che erano stati accumulati lì per quasi duecento anni; e a tale tesoro allude Cristo: Matteo 6:19 ;

Mi sono procurati cantanti uomini e cantanti donne; l'armonia e la musica delle cui voci deliziano grandemente; vedere 2Samuele 19:35 ; il Targum lo interpreta sia come strumenti musicali che i Leviti dovevano usare nel tempio, sia come uomini e donne che cantavano in una festa: e tali persone erano impiegate tra le altre nazioni, in tali occasioni, per intrattenere i loro ospiti; e sono chiamate gli ornamenti delle feste; come lo erano anche "choraules", o pifferai;

e le delizie dei figli degli uomini; [come] strumenti musicali, e quelli di ogni sorta, come quelli inventati da Davide suo padre; e ai quali poteva aggiungere di più, e in effetti otteneva tutto ciò che si poteva ottenere; vedi

Amos 6:5. Le due ultime parole, rese strumenti musicali, di ogni sorta, sono interpretate in modo diverso; il Targum le interpreta delle acque calde e dei bagni, con tubi per far uscire l'acqua calda e fredda; Aben Esdra, di donne fatte prigioniere; Jarchi, di carri e carri coperti; le versioni dei Settanta, siriaca e araba, di coppieri, uomini e donne, che versano il vino e lo servono; e la versione latina della Vulgata, di coppe e pentole, per versare il vino. Sembra meglio intenderlo degli strumenti musicali, o delle composizioni musicali, cantate o con una sola voce, o in concerto, che, secondo Bochart, erano chiamate sidoth, da Sido, una donna fenicia di grande nota, l'inventore di essi, o piuttosto per aver dato suoni ineguali, che, per la loro grata mescolanza e temperamento, si spezzarono e si distrussero l'un l'altro

9 Versetto 9. Quindi sono stato fantastico,

Divenne famoso per le grandi opere da lui compiute prima menzionate;

e crebbe più di tutti quelli che erano stati prima di me a Gerusalemme; il Targum aggiunge, "nelle ricchezze"; ma sembra piuttosto rispettare la sua fama e gloria tra gli uomini; sebbene in generale possa includere il suo aumento di ricchezza, potere e onore, e tutto ciò che contribuiva alla sua felicità esteriore;

anche la mia sapienza rimase con me; il Targum aggiunge: "e mi ha aiutato"; che esercitava e mostrava nel governo del suo regno, nella condotta della sua famiglia, nel suo comportamento e nel suo comportamento personale; In mezzo a tutti i suoi piaceri, non trascurò lo studio della conoscenza naturale, né si abbandonò a sordide e peccaminose concupiscenze; e così era meglio giudicare il piacere, che in esso consistesse o meno la vera felicità

10 Versetto 10. E tutto ciò che i miei occhi hanno voluto, non l'ho trattenuto da loro,

Sebbene questo senso sia solo menzionato, tutti sono progettati; non si negava nulla di ciò che gli era gradito, che era piacevole all'occhio, all'orecchio, al gusto o a qualsiasi altro senso; si abbandonava a tutto, osservando un giusto decoro e mantenendosi entro i dovuti limiti di sobrietà e buon senso;

Non ho trattenuto il mio cuore da alcuna gioia: il Targum dice: "da ogni gioia della legge"; ma si deve intendere il piacere naturale e le gratificazioni dei sensi in modo saggio e moderato;

perché il mio cuore si rallegrava di tutte le mie fatiche; Prendeva tutto il piacere che si poteva trarre dalle opere che faceva a tale scopo prima enumerate;

e questa era la mia parte di tutto il mio lavoro; il piacere era ciò a cui mirava, e che gli piaceva; Questo era il frutto e il risultato di tutte le sue laboriose opere; la parte che gli era stata assegnata, l'eredità che possedeva e la cosa che cercava

11 Versetto 11. Poi guardai tutti i lavori che le mie mani avevano fatto e il lavoro che avevo faticato a fare,

Li aveva guardati, e li aveva guardati, più e più volte, e ne aveva tratto piacere; ma ora si siede e prende in seria considerazione di loro, a quali spese prodigiose aveva corso; Quale cura e pensiero, quale fatica e fatica d'animo, aveva impiegato nell'escogitare, progettare e portare a perfezione queste opere; quale piacere e delizia aveva trovato in loro, e quale felicità nel complesso ne derivava: ora emette il suo giudizio e dà i suoi sentimenti riguardo a queste cose, avendo avuto in suo potere di diventare padrone di tutto ciò che di dilettevole, cosa che faceva; era un giudice competente e pienamente qualificato per dare una giusta valutazione delle questioni; ed è il seguente;

ed ecco, tutto [era] vanità e vessazione di spirito; nulla di solido e sostanziale nell'insieme; nessun vero piacere e vera gioia, e nessuna soddisfazione o felicità in quel piacere; Queste cose piacevoli perirono con l'uso, e il piacere di esse svanì e morì nel godimento di esse; e invece di produrre un solido piacere, si dimostravano solo vessazioni, perché il piacere era così presto finito, e lasciava una sete di più, e di ciò che non si poteva avere; al massimo e nel migliore dei casi, solo i sensi esteriori erano nutriti, la mente non era affatto migliorata, né il cuore migliorato, e molto meno soddisfatto; Era solo piacere alla fantasia e all'immaginazione, e nutrirsi del vento;

e [non c'era] alcun profitto sotto il sole; da quelle cose; per migliorare e soddisfare la mente dell'uomo, per elevarlo alla vera felicità, per essergli utile nell'ora della morte, o per renderlo adatto a un mondo eterno. Alshech interpreta il lavoro menzionato in questo testo del lavoro della legge, che non porta alcuna ricompensa a un uomo in questo mondo

12 Versetto 12. E mi volsi a contemplare la sapienza, la follia e la stoltezza,

Essendo deluso dalla sua ricerca del piacere, e non trovando soddisfazione e felicità in ciò, se ne allontana e riprende il suo studio della saggezza e della conoscenza naturale, per fare una nuova prova e vedere se ci possono essere alcune cose che aveva trascurato nelle sue precedenti indagini; e se, dopo aver rivisto ciò che aveva esaminato, non avrebbe trovato più soddisfazione di prima; Essendo però convinto che la ricerca del piacere fosse meno soddisfacente dello studio della sapienza, e quindi abbandonò l'uno per amore dell'altro, e per ottenere se possibile una maggiore soddisfazione in questo punto, decise di guardare più da vicino, di penetrare nei segreti della saggezza e di scoprirne la natura, ed esaminare i suoi contrari; affinché, mettendoli in contrasto e confrontandoli insieme, potesse essere meglio in grado di formarsi un giudizio su di loro. Jarchi interpreta la "saggezza" della legge, e la "follia" e la "follia" della punizione della trasgressione. Alshech intende anche con "saggezza" la saggezza della legge, e con follia la saggezza esterna, o la conoscenza delle cose esteriori. Ma Aben Esdra intende per "follia" il vino, con il quale gli uomini intossicati diventano pazzi; e con la "follia" costruendo case e arricchendosi;

Che cosa può fare l'uomo che viene dietro al re? intendendo se stesso; Che cosa può fare un uomo che viene dopo un re come lui, che aveva tali parti naturali da cercare e acquisire ogni sorta di conoscenza; che possedeva ricchezze così immense, da potersi procurare tutto ciò che era necessario per aiutarlo nella sua ricerca della conoscenza; E chi non ha voluto l'industria, la diligenza e l'applicazione, e chi ha avuto successo prima o dopo di lui? Perciò, che cosa può fare un uomo comune, o chiunque venga dopo una tale persona, e gli succeda nei suoi studi, e segua le sue orme, e segua il suo esempio e il suo piano, che cosa può fare di più di quanto già fatto? O può aspettarsi di superare un simile principe, o scoprire ciò che non è riuscito a fare? anzi, è come se dicesse che non è solo una cosa vana che un altro uomo venga dietro di me alla ricerca della conoscenza, nella speranza di trovare più di quanto ho fatto io; ma è un tentativo infruttuoso da parte mia riprendere questa faccenda; perché, dopo tutto quello che ho fatto, che cosa posso fare di più? così che queste parole non sono una ragione per la sua ricerca della saggezza, ma una correzione di se stesso per essa; Penso che le parole possano essere tradotte: "ma che cosa può fare quell'uomo che viene dopo il re?" così la particella è talvolta usata; intendendo se stesso, o il suo successore, o qualsiasi altra persona; dal momento che stava solo ripassando la stessa cosa, correndo di nuovo intorno al cerchio della conoscenza, senza alcun nuovo miglioramento, o nuova soddisfazione, secondo la seguente risposta;

[anche] ciò che è già stato fatto; è solo fare la stessa cosa più volte. Il Targum e il Jarchi lo interpretano come il vano tentativo di un uomo di supplicare un re dopo che un decreto è stato emesso ed eseguito. Il Midrash del re comprende Dio stesso, e lo interpreta della follia degli uomini che non sono contenti della loro condizione, o di come sono stati fatti da lui. Così Gussezio lo rende "che lo ha fatto"; cioè, il re; anche Dio, le tre Persone divine, Padre, Figlio e Spirito; la parola è plurale

13 Versetto 13. Allora vidi che la sapienza supera la stoltezza,

Tuttavia, dopo un esame delle cose, non poteva non ammettere che la saggezza e la conoscenza naturali, sebbene non ci fosse vera felicità e soddisfazione in esse, tuttavia superavano di gran lunga la follia e la follia;

nella misura in cui la luce supera le tenebre; come la luce del giorno, l'oscurità della notte; l'uno è piacevole e delizioso, l'altro molto scomodo; l'uno utile a dirigere nel camminare, l'altro molto pericoloso a camminare: la luce a volte significa gioia e prosperità, e l'oscurità avversità; l'uno è usato per esprimere la luce della grazia, e l'altro le tenebre del peccato e dell'ignoranza; Ora, come la luce naturale supera le tenebre, la prosperità supera le avversità e le calamità, come la grazia supera il peccato e la malvagità, così la sapienza supera la stoltezza

14 Versetto 14. Gli occhi del saggio sono nella sua testa,

E così sono gli occhi di ogni uomo; ma il senso è che se ne serve, si guarda intorno e cammina con circospezione; presta attenzione alle sue vicende, prevede il male e lo evita; o il pericolo a cui è esposto, e si difende da esso. Alcuni lo comprendono, in senso più spirituale ed evangelico, di Cristo, che è il capo del corpo della chiesa, e di ogni vero credente; di chiunque è saggio per la salvezza, i cui occhi sono su di lui solo per la giustizia, la salvezza e la vita eterna; o su chi sono gli occhi di Cristo; che si dice abbia sette occhi, con i quali guida, custodisce e protegge il suo popolo;

ma lo stolto cammina nelle tenebre; i suoi occhi sono fino all'estremità della terra; cammina incautamente, senza alcuna circospezione o guardia; non sa dove si trova, né dove va, né dove porgerà il piede, né in che cosa inciamperà; perciò il saggio è da preferire allo stolto, come la sapienza alla stoltezza. Il Midrash interpreta il saggio di Abramo e lo stolto di Nimrod;

e io stesso mi accorsi anche che un solo evento accade a tutti; il saggio e lo stolto; o, "ma io stesso ho compreso", ecc. sebbene sia ammesso che un uomo saggio sia migliore di uno stolto, tuttavia si deve ammettere anche questo, che l'esperienza di Salomone ha dimostrato, e che ogni uomo fa, che le stesse cose accadono agli uomini saggi e agli stolti, che sono soggetti alle stesse malattie del corpo e ai disastri della vita, alla povertà e all'angoscia, alla perdita di proprietà, figli e amici, e alla morte stessa

15 Versetto 15. Allora dissi in cuor mio: Come accade allo stolto, così accade anche a me,

Il più saggio dei re e il più saggio degli uomini; cioè, guardava le cose nella sua mente e considerava ciò che gli era accaduto, o quali erano le sue circostanze attuali, o quale sarebbe stato il suo caso, specialmente alla morte; e disse tra sé: Le stesse cose accadono a me, che ho raggiunto il più alto grado di sapienza, come allo stolto più errante; e quindi nessuna vera felicità può esserci in questo tipo di saggezza. Il Targum lo parafrasa così:

"come avvenne a Saul, figlio di Kis, il re che si sviò perversamente, e non osservò l'ordine che aveva ricevuto riguardo ad Amalek, e il suo regno gli fu tolto; così accadrà a me";

e perché allora ero più saggio? il Targum aggiunge, di lui, o di qualsiasi altro uomo, o anche di uno sciocco; perché mi sono dato tanta pena per ottenere la saggezza? cosa sono meglio per questo? Che felicità c'è in esso, vederlo non mi dà alcun vantaggio, preferenza ed eccellenza per uno sciocco; O mi mette al sicuro dagli eventi che mi accadono?

Allora dissi in cuor mio: "Anche questo [è] vanità; Questa sapienza mondana non ha nulla di solido e di sostanziale in sé, così come il piacere; ed è cosa vana cercare in essa la felicità, poiché è così, che gli eventi sono gli stessi per gli uomini che la possiedono, come per chi non la ha

16 Versetto 16. Poiché non c'è ricordo del saggio più che dello stolto in eterno,

Il Targum lo interpreta, nel mondo che verrà; Ma anche in questo mondo il ricordo di un uomo saggio, non più che di uno stolto, non sempre dura; Un uomo saggio può non solo essere accarezzato in vita, ma può essere ricordato dopo la morte per un po'; la sua fama può continuare per un po' di tempo, e le sue opere e i suoi scritti possono essere applauditi; ma a poco a poco sorge un altro genio più brillante di lui, o almeno così si pensa, e lo supera; e allora la sua fama è oscurata, i suoi scritti sono trascurati e disprezzati, e lui e le sue opere sono sepolti nell'oblio; E questo è il corso comune delle cose. Questo dimostra che Salomone sta parlando della sapienza naturale, e dell'essere saggio dell'uomo rispetto ad essa; e il suo ricordo per questo motivo; altrimenti coloro che sono veramente buoni e saggi, la loro memoria è benedetta; sono in eterno ricordo, e non saranno mai dimenticati in questo mondo, né in quello a venire, quando la memoria degli empi marcirà; i cui nomi sono scritti solo nella polvere Geremia 17:13; Giovanni 8:6, e non nel libro della vita dell'Agnello;

Vedendo ciò che ora [è], nei giorni a venire sarà tutto dimenticato: ciò che ora è nella stima degli uomini, e da essi altamente applaudito; ciò che è nella bocca degli uomini, e nelle loro menti e ricordi, tra non molto, tempo futuro, dopo la morte di un uomo, come il Targum, o in qualche tempo dopo, non si penserà più, e sarà come se non fosse mai esistito, o come se non ci fossero mai stati uomini simili al mondo. Molti uomini saggi sono stati nel mondo, i cui nomi sono ora sconosciuti, e alcuni solo i loro nomi sono conosciuti, e le loro opere sono andate perdute; e altri le cui opere rimangono, ma non sono in alcuna stima: questo si deve intendere in generale, e per la maggior parte; altrimenti ci possono essere alcune eccezioni a questa osservazione generale

E come muore il saggio? come lo stolto; entrambi sono passibili di morte; è stabilito che gli uomini, saggi o non saggi, dotti o incolti, muoiano, ed entrambi muoiono; la saggezza non può assicurare a un uomo di morire; e allora i saggi e gli stolti sono ridotti alla stessa condizione e alle stesse circostanze; tutta l'erudizione, la conoscenza e la saggezza di un uomo cessano quando egli muore, ed egli è proprio come lo è un altro uomo; In quel giorno tutti i suoi pensieri appresi periscono, ed egli è allo stesso livello dello stolto. Salomone, il più saggio degli uomini, morì come gli altri; una prova completa della sua osservazione, e che suo padre fece prima di lui, Salmi 49:10. Ma questo non è vero per chi è spiritualmente saggio, o saggio per la salvezza; La morte di un uomo giusto è diversa dalla morte di un uomo malvagio; entrambi muoiono, ma non allo stesso modo, non allo stesso modo; l'uomo buono muore in Cristo, muore nella fede, ha speranza nella sua morte e risorge alla vita eterna. Il Targum è,

"E come diranno i figlioli degli uomini, che la fine dei giusti è come la fine degli empi?"

17 Versetto 17. Perciò ho odiato la vita,

Non strettamente e semplicemente intesa, poiché la vita è dono di Dio; ed è una grande benedizione, più che un vestito, e così caro all'uomo, che darà tutto ciò che ha per esso: ma comparativamente, in confronto all'amorevolezza di Dio, che è migliore della vita; o in paragone della vita eterna, che un uomo buono desidera lasciare da questo mondo, per il gusto di goderne. Sembra che il senso sia questo, che, poiché il caso dei saggi e degli stolti era uguale, egli aveva meno amore per la vita, meno riguardo per essa, meno desiderio di continuare in essa; non c'è nessuna felicità solida da godere in nulla sotto il sole: sebbene alcuni pensino che fosse persino stanco della vita, impaziente di essa, come lo sono stati Giobbe, Giona e altri. Il Targum è,

"Odio ogni vita malvagia":

Alshech lo interpreta delle cose buone di questo mondo, che sono state per lui causa di dolore; e Aben Esdra intende, per vita, le persone viventi;

perché l'opera che si compie sotto il sole [è] dolorosa per me; che è stato fatto da lui stesso; in particolare i suoi duri studi e l'ardente ricerca della conoscenza e della saggezza, che erano una stanchezza per la sua carne; o che sono stati fatti da altri, soprattutto da quelli malvagi: così il Targum,

"poiché il male per me è un'opera malvagia, che viene compiuta dai figli degli uomini sotto il sole in questo mondo";

poiché tutto [è] vanità e tormento dello spirito; vedi Gill su "Ecclesiaste 1:14"

18 Versetto 18. Sì, ho odiato tutta la mia fatica che avevo preso sotto il sole,

Le grandi opere che ha fatto, le case che ha costruito; le vigne, i giardini e i frutteti che ha piantato, ecc. ciò che ha ottenuto con il suo lavoro, le sue ricchezze e ricchezze; e ciò che ottenne anche, non con il lavoro delle sue mani, ma con la sua mente. Alcuni lo capiscono dei libri che ha scritto; che erano una stanchezza per il suo corpo e una stanchezza per la sua mente; e di cui potrebbe temere che alcune persone ne farebbero un cattivo uso: Aben Esdra lo interpreta del suo lavoro in questo libro. Tutto ciò non aveva grande riguardo, poiché doveva essere lasciato a un altro;

perché dovrei lasciarlo all'uomo che verrà dopo di me; perché non poteva godere dei frutti del suo lavoro da solo, almeno per un tempo molto breve: ma doveva essere obbligato a lasciare tutto a un altro, i suoi beni, le sue proprietà, le sue ricchezze e i suoi tesori; che un uomo non può portare con sé quando muore, ma deve lasciare tutto dietro di sé, ai suoi eredi e successori. Il Targum è,

"perché lo lascerò a Roboamo, mio figlio, che verrà dopo di me; Geroboamo, suo servo, verrà e prenderà dieci tribù dalle sue mani e prenderà possesso della metà del regno".

19 Versetto 19. E chi sa se sarà un savio o uno stolto?

Il re che sarebbe venuto dopo di lui, come il Targum, che sarebbe stato il suo successore ed erede; e quindi se avrebbe fatto un buon o cattivo uso di ciò che era rimasto; se lo avrebbe conservato e migliorato, o lo avrebbe sperperato; suggerendo che, se fosse stato sicuro di essere un uomo saggio che si fosse messo nelle sue fatiche, sarebbe stata una certa soddisfazione per lui aver lavorato, e un tale uomo ne avrebbe avuto beneficio; ma poiché era una cosa precaria ciò che sarebbe stato, non poteva provare piacere nel rivedere le sue fatiche che stava per lasciare. Alcuni pensano che Salomone qui dia un indizio del sospetto che aveva, che suo figlio Roboamo, suo successore ed erede, sarebbe diventato un uomo sciocco, come fece;

eppure egli dominerà su tutta la mia fatica in cui ho faticato e in cui mi sono mostrato savio sotto il sole; Qualunque sia ciò che vuole, tutto verrà nelle sue mani; ed egli avrà il potere di disporre di tutto a suo piacimento; non solo di goderne, ma di cambiare e alterare le cose; e forse molto peggio, se non distrugge completamente ciò che è stato fatto con tanta cura e industria, fatica e fatica, saggezza e prudenza; il pensiero di tutto ciò che era afflittivo e angosciante: e perciò aggiunge:

Anche questa [è] vanità; e mostra che non c'è felicità in tutto ciò che un uomo fa, ha o gode; e questa circostanza, prima raccontata, si aggiunge alla sua irritazione e infelicità

20 Versetto 20. Perciò sono andato sul punto di far disperare il mio cuore,

Di trovare la felicità in qualsiasi cosa quaggiù. Egli "si voltò", come significa la parola, abbandonò i suoi severi studi di saggezza e le sue ansiose ricerche del piacere; e desistette da quelle faticose opere, in cui si era impegnato; e passò da una cosa all'altra, e si fermò e si fermò davanti a nulla, con lo scopo di rilassare la sua mente, come la rende la versione siriaca; di spogliarla di ogni pensiero e preoccupazione ansiosa, e lo distoglie dalle sue imprese vane e infruttuose; e non essere più preoccupato o premuroso

di tutto il lavoro che ho preso sotto il sole; e quali saranno le conseguenze e i problemi di esso; ma lascia tranquillamente tutto a una Provvidenza onnisciente e disponente; e non cercare la felicità in nulla che è sotto il sole, ma in quelle cose che sono al di sopra di esso; non in questo mondo, ma nel mondo a venire

21 Versetto 21. C'è infatti un uomo che si dipenda dalla sapienza, dalla scienza e dall'equità,

Che fa tutto ciò che fa, nelle cose naturali, civili e religiose, nello Stato, nella sua famiglia e nel mondo, e in qualsiasi affare in cui è impegnato, nel modo più saggio e migliore, con la massima onestà e integrità, secondo tutte le regole della saggezza e della conoscenza, della giustizia e dell'equità; intendendo se stesso; il Midrash interpreta questo di Dio;

ma a chi non vi ha faticato la lascerà [per] la sua parte; a suo figlio, erede e successore; che non si è mai preso la briga, né si è unito a lui, di acquistarne la minima parte; eppure tutto passa nelle sue mani, come suo possesso ed eredità: il Targum interpreta questo di un uomo che muore senza figli; e così gli altri capiscono che egli lascia le sue sostanze agli estranei, e non ai suoi figli

Anche questo [è] vanità, e un grande male; non nulla di peccaminoso e criminale, ma vessatorio e angosciante

22 Versetto 22. Che ne ha infatti l'uomo di tutta la sua fatica e della tormento del suo cuore?

Che profitto ne trae, quando vi è tanta irritazione, sia nell'ottenerlo, sia nel pensare di lasciarlo ad altri? Che vantaggio c'è per lui, quando è tutto acquistato per un altro e posseduto da un altro; E soprattutto a che cosa gli serve dopo la sua morte? Anche di tutti

in che cosa ha faticato sotto il sole? il Targum aggiunge, "in questo mondo"; Sebbene abbia lavorato tutti i suoi giorni, tuttavia non c'è una sola cosa che abbia ottenuto con il suo lavoro che gli sia di vero vantaggio, o che possa procurargli un solido conforto e soddisfazione, o portargli vera felicità, o condurlo ad essa

23 Versetto 23. Poiché tutti i suoi giorni sono dolori, e il suo travaglio dolore,

Tutti i suoi giorni sono pieni di dolori, di una varietà di essi; e tutti i suoi affari e le operazioni della sua vita sono accompagnati da dolore e difficoltà; Non solo i giorni della vecchiaia sono giorni malvagi, nei quali non può trarre piacere; o quei momenti che superano l'età comune dell'uomo, quando è arrivato a ottant'anni o più, e quando la sua forza è la fatica e il dolore; ma anche tutti i suoi giorni, siano essi di meno o di più, dalla sua giovinezza in poi, sono tutti malvagi e pieni di afflizione, Genesi 47:9; Giobbe 14:1 ;

sì, il suo cuore non si riposa nella notte; che è stabilito per il riposo e l'agio; e quando si sdraiò sul suo letto per questo, come significa la parola; eppure, sia per un ardente desiderio di ottenere ricchezza, sia per preoccupazioni ansiose e angoscianti per mantenerla quando l'ha ottenuta, non può dormire tranquillamente e comodamente, le sue preoccupazioni e i suoi pensieri ansiosi lo tengono sveglio; o, se dorme, la sua mente è angosciata da sogni e spaventose apprensioni delle cose, così che il suo sonno non è dolce e ristoratore per lui

Anche questa è vanità; o una delle vanità che appartengono alla vita umana

24 Versetto 24. [Non c'è] nulla di meglio per un uomo [che] mangiare e bere,

Non in modo smodato e voluttuoso, come l'epicureo e l'ateo, che non credono in uno stato futuro e nella risurrezione dei morti, e si abbandonano a tutte le gratificazioni peccaminose e sensuali, ma in modo moderato, godendo in modo allegro e confortevole delle buone creature di Dio, che egli ha dato, accontentandosi di esse, grati per loro, e considerandoli come le benedizioni della bontà divina, e come se scaturissero dall'amore di Dio per lui; e quindi utilizzandoli liberamente, ma senza abusarne. Alcuni lo rendono "non è bene per un uomo mangiare", ecc. in modo smodato ed eccessivo, e riporre la sua felicità in esso: oppure, "non c'è nulla di buono nell'uomo"; non è in potere dell'uomo usare correttamente le creature. Jarchi lo rende a mo' di interrogazione, "non è buono?" che ha lo stesso senso del nostro, e quindi la versione latina della Vulgata;

e [affinché] facesse godere il bene della sua anima nel suo lavoro; non smettere di lavorare; né mangiare e bere ciò per cui non ha lavorato, o ciò che è frutto del lavoro di altri uomini; ma qual è l'effetto del suo, e in cui continua; e questo è il modo di andare avanti in esso con allegria, quando gode del bene, e ne raccoglie il beneficio e il vantaggio; il che è certamente preferibile a mettere da parte la sua sostanza, e lasciarla a non sa chi

Vidi anche questo, che [era] dalla mano di Dio; non solo le ricchezze che un uomo possiede, ma il godimento di esse, o un cuore per farne uso; vedi Ecclesiaste 5:18,19. Il Midrash interpreta questo mangiare e bere, della legge e delle buone opere: e il Targum lo spiega, facendo sì che l'anima goda del bene di osservare i comandamenti e di camminare nelle vie giuste; e osserva che l'uomo che prospera in questo mondo, viene dalla mano del Signore, ed è ciò che è decretato riguardo a lui

25 Versetto 25. Perché chi può mangiare?

Chi dovrebbe mangiare, se non un tale uomo che ha lavorato per esso? o, chi ha il potere di mangiare, cioè di godere allegramente, comodamente e liberamente delle buone cose della vita di cui è in possesso, a meno che non gli sia dato da Dio? vedi Ecclesiaste 6:1,2 ;

o chi altri può affrettarsi più di me? la parola "chush", nel linguaggio rabbinico, è usata per i cinque sensi, vedere, udire, sentire, olfare e gustare: e R. Elias dice, ci sono alcuni che lo interpretano così, "chi ha il [suo] senso migliore di me?" un senso più rapido, in particolare di annusare e gustare ciò che mangia, in cui risiede gran parte del piacere di mangiare; e questo è da Dio; la cui interpretazione non deve essere disprezzata. Oppure, "chi può preparare?" secondo il senso arabo della parola; cioè, una tavola migliore di me? Nessuno aveva una maggiore abbondanza di cose buone di Salomone, o aveva una maggiore varietà di cibi e bevande; o avesse nelle sue mani il potere di vivere bene e di far godere il bene alla sua anima; o era più desideroso di partecipare al piacere, e si affrettava di più a farne l'esperimento in modo appropriato; eppure scoprì che un cuore per fare questo veniva dal Signore; che questo era un suo dono; e che, sebbene abbondasse nelle benedizioni della vita, tuttavia se Dio non gli avesse dato un cuore per usarle, non ne avrebbe mai veramente goduto

26 Versetto 26. Poiché [Dio] dà all'uomo che [è] buono ai suoi occhi,

Nessuno è di per sé buono, o lo è per natura, ma cattivo, molto cattivo, come lo sono tutti i discendenti di Adamo; ci sono alcuni che sono buoni ai loro occhi e agli occhi degli altri, eppure non sono veramente buoni; sono veramente buoni solo coloro che lo sono agli occhi di Dio, che vede il cuore e sa cosa c'è nell'uomo; sono tali coloro che sono resi buoni dalla sua grazia efficace; che lo sono interiormente, e non solo esteriormente; che sono buoni di cuore, o che hanno un cuore buono, un cuore puro, spiriti nuovi e giusti creati in loro; che hanno una buona opera di grazia nei loro cuori, e le diverse grazie dello Spirito lì impiantate; che hanno in sé il buon Spirito di Dio, nel cui cuore abita Cristo per fede; e che hanno la buona parola di Cristo che dimora in loro, e hanno un buon tesoro di ricca esperienza della grazia di Dio; e che, in una parola, sono nati di nuovo, rinnovati nello spirito della loro mente, e vivono nella fede in Gesù Cristo. La frase è tradotta: "a chi piace a Dio", Ecclesiaste 7:26 ; ed è uno che è accettato presso Dio in Cristo, suo diletto Figlio, nel quale si è compiaciuto; che è rivestito della sua giustizia, reso avvenente dalla sua bellezza, e quindi è irreprensibile ai suoi occhi; e che per fede guarda a questa giustizia e la afferra, e fa tutto ciò che fa nell'esercizio della fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio. A un tale uomo Dio dà

sapienza, conoscenza e gioia; saggezza per acquisire conoscenza, per conservarla, usarla e migliorarla; e la gioia, di essere allegro e grato per le buone cose della vita: o piuttosto questo può designare, non la saggezza naturale, ma la saggezza spirituale, la saggezza nella parte nascosta, in modo da essere saggi per la salvezza, e camminare con saggezza e circospezione, i passi di un uomo buono sono ordinati dal Signore; e la conoscenza di Dio in Cristo, e di Cristo, e delle cose del Vangelo, e che si riferiscono alla vita eterna; e così la gioia spirituale, la gioia e la pace nel credere, alla presenza di Dio, e la comunione con Lui; gioia in Cristo e nella speranza della gloria di Dio, gioia ineffabile e piena di gloria; tutto ciò che, più o meno, in un momento o nell'altro, Dio dona a coloro che sono veramente buoni; e che non si trova nella saggezza, nel piacere, nelle ricchezze, nel potere e nell'autorità mondani: il Targum è,

"all'uomo, le cui opere sono rette davanti a Dio, egli dà sapienza e conoscenza in questo mondo, e gioia con i giusti nel mondo futuro";

ma al peccatore dà il travaglio, per raccogliere e ammucchiare; per raccogliere mammona e ammucchiare un grande possedimento, come il Targum; di accumulare una grande quantità di ricchezze, ma senza sapienza e conoscenza per usarle, senza alcun godimento o piacere in esse; tutto ciò che ha è un affare di problemi e la cura di ottenere ricchezze, senza alcun conforto in esse, e non le ha per il suo proprio uso: il Midrash illustra questo dell'uomo buono e del peccatore, con gli esempi di Abramo e Nimrod, di Isacco e Abimelec, di Giacobbe e Labano, degli Israeliti e dei Cananei, di Ezechia e di Sennacherib, di Mardocheo e di Aman. Ma

affinché possa dare a [colui che è] buono davanti a Dio; così a volte è ordinato dalla divina Provvidenza, che tutto ciò che un uomo malvagio ha lavorato per tutti i suoi giorni finisca nelle mani di coloro che sono veramente uomini buoni, e faranno un giusto uso di ciò che viene loro comunicato

Anche questo [è] vanità e tormento dello spirito; non all'uomo buono, ma all'uomo malvagio: così il Targum,

"è vanità per il peccatore, rottura dello spirito";

lo addolora che un uomo simile abbia ciò per cui ha lavorato; o lo farebbe, se lo sapesse

Commentario del Pulpito:

Ecclesiaste 2

1 Vers. 1-11. - Sezione 2

Vanità della ricerca del piacere e della ricchezza

Insoddisfatto del risultato della ricerca della saggezza, Koheleth intraprende un corso di piacere sensuale, se così fosse, questo potrebbe produrre qualche effetto più sostanziale e permanente. Ho detto in cuor mio: Va' fin d'ora, io ti metterò alla prova con allegria. Il cuore è indirizzato come sede delle emozioni e degli affetti. La Vulgata manca del discorso diretto al cuore, che le parole, rettamente interpretate, implicano, traducendo, Vadam et offluam delieiis. La Settanta dà correttamente, Deuro dhsw se ejn eujfrosunh. È come il linguaggio del ricco stolto nella parabola di Cristo: "Dirò all'anima mia: Anima, tu hai molti beni accumulati per molti anni; Riposati, mangia, bevi, sii allegro". Luca 12:10 Godetevi dunque il piacere; letteralmente, vedi bene. Ecclesiaste 6:6 "Vedere" è spesso usato in senso figurato nel senso di "sperimentare, o godere". Wright confronta le espressioni "vedere la morte", Luca 2:26 "vedere la vita". Giovanni 3:36) Possiamo trovare qualcosa di simile in Salmi 34:13; Geremia 29:32; Abdia 1:13. Ecclesiaste 9:9 Il re ora cerca di trovare il summum bonum nel piacere, nel godimento egoistico senza pensare agli altri. I commentatori, come hanno visto lo stoicismo nel primo capitolo, hanno letto l'epieureismo in questo. Avremo occasione di fare riferimento a questa idea più avanti. vedi Ecclesiaste 3:22 Di questo nuovo esperimento il risultato fu lo stesso di prima. Ecco, anche questo è vanità. Questa esperienza è confermata nel versetto successivo

Vers. 1-11.

La vanità del piacere: un esperimento in tre fasi

IO LA VIA DEL GODIMENTO SENSUALE. (Vers. 1, 2). In questa prima fase Salomone, sia il re reale che quello personificato, può essere visto come il rappresentante dell'umanità in generale, che, quando mette da parte gli insegnamenti e le restrizioni della religione, esclude dalla sua mente il pensiero di un Essere Divino, cancella dal suo petto tutte le convinzioni del dovere e rifiuta di guardare nel futuro. comunemente si dedicano al piacere, dicendo: "Godimento, sii tu il mio dio", prescrivendo a se stessi come compito principale della loro vita quello di provvedere alla propria gratificazione, e adottando come credo la ben nota massima: "Mangiamo e beviamo; perché domani moriamo". 1Corinzi 15:32

1. L' indagine è stata condotta con vigore. Il Predicatore era serio, non solo pensando nel suo cuore, ma rivolgendosi ad esso, un po' come il ricco agricoltore della parabola Luca 12:19 che come il cantore del salmo, Salmi 16:2 e lo suscitava come facevano gli uni gli altri fabbricanti di mattoni di Babele: "Va' ora!". Genesi 11:3,4 Che l'indagine sia stata condotta in questo modo dal vero Salomone può essere dedotto dai dettagli conservati della sua storia; 1Re 10:5 11:1,3 che sia stata spesso condotta in questo modo, poiché, non solo nella finzione, come dal "Faust" di Goethe, ma nella vita reale, come da "Abelardo ed Eloisa" nell'undicesimo secolo, ammette una dimostrazione; che attualmente è condotta in questo modo da molti il cui scopo principale nella vita non è quello di obbedire agli impulsi più nobili dell'anima, ma ostacolare l'appetito inferiore del corpo è palpabile senza dimostrazione

2. Il risultato è stato registrato in modo chiaro. Il Predicatore trovò che la via del piacere era poco adatta a condurre alla felicità come quella della saggezza; scoprì, infatti, che il riso suscitato dall'indulgenza nei piaceri sensuali non era che una specie di follia, una specie di ebbrezza delirante che stordiva la ragione e rovesciava il giudizio, se non conduceva all'autodistruzione, e che da essa non ne derivava mai una solida felicità. ma solo vanità e lotta al vento. Cantici ha trovato chiunque abbia cercato il suo bene principale in tale godimento. Coloro che vivono nel piacere sono morti mentre vivono 1Timoteo 5:6 -morti a tutte le aspirazioni superiori dell'anima; sono autoingannati; Tito 3:3 e alla fine avranno un brusco risveglio, quando scopriranno che i loro piaceri di breve durata (Ebrei 11:25 li hanno nutriti solo per il massacro. Giacomo 5:5

II LA VIA DEL BANCHETTO E DELLA BALDORIA. versetto 3.) In questa seconda fase dell'esperimento, né Salomone né il Predicatore (se era diverso) rimasero soli. Il sentiero su cui l'antico investigatore ora si raffigura come entrante era stato ed è tuttora:

1. Ha viaggiato molto. Il numero di coloro che si abbandonano al vino e alla sanda, all'ubriachezza e alla dissipazione, alla camerata e alla sfrenatezza, può non essere così grande come quello di coloro che si uniscono alla ricerca del piacere, molti dei quali disdegnerebbero di prendere la coppa inebriante; ma è tuttavia sufficientemente grande da giustificare l'epiteto impiegato

2. Spaventosamente fatale. A parte il tutto la giustezza o l'ingiustizia dell'astinenza totale, che il Predicatore non loda e nemmeno a cui non sta nemmeno pensando, è evidente questo, che nessuno ha bisogno di sperare per assicurarsi la vera felicità arrendendosi senza ritegno all'appetito dell'intemperanza. Né la questione è diversa quando l'esperimento è condotto con moderazione, cioè senza perdere l'autocontrollo, o abbandonare la ricerca della saggezza. Salomone e il Predicatore scoprirono che il risultato era, come prima, la vanità e il correre dietro al vento

3. Perfettamente evitabile. Non bisogna camminare in questo modo per percepire dove conduce. Basta osservare l'esperimento, come purtroppo altri lo stanno conducendo, per discernere che il suo scopo non è la felicità

III LA VIA DELLA CULTURA E DELL'AFFINAMENTO. (Vers. 4-11.) Nella terza fase di questo esperimento l'immagine è tratta dalle esperienze di Salomone: se da Salomone stesso o dal Predicatore è irrilevante, per quanto riguarda gli scopi didattici. Solomon viene presentato mentre racconta la sua storia

1. La sua magnificenza era stata la più splendente

(1) Le sue opere erano grandiose. Si era preparato edifici di bellezza architettonica, come "la casa della foresta del Libano, il portico della sala a colonne, la sala del giudizio, il palazzo destinato a lui e alla figlia del faraone"; 1Re 7:1-12 aveva rafforzato il suo regno con l'erezione di città come Tadmor nel deserto, le città-magazzino di Amat e Baalat, con le due fortezze di Bet-Erone l'Superiore e di Bet-Erone l'Inferiore; 2Cronache 8:3-6 aveva piantato vigne, fra cui Baal-Hamon, con il suo vino più prelibato, era una, Cantici 8:11 e forse quelle di Engedi Cantici 1:14 Altri; Aveva fatto costruire, senza dubbio in connessione con i suoi palazzi, giardini e frutteti, con ogni sorta di alberi da frutto, e "pozze d'acqua per innaffiare da lì la foresta dove venivano allevati gli alberi". Cantici 4:13 6:2

(2) I suoi possedimenti erano vari. Oltre a quelli sopra menzionati, aveva schiavi, maschi e femmine, acquistati con denaro, Genesi 37:28 e nati nella sua casa, Genesi 15:3 17:12 con grandi possedimenti di greggi e armenti. Il numero dei primi era così grande da suscitare lo stupore della regina di Saba, 1Re 10:5, mentre l'abbondanza dei secondi era provata sia dalle provviste quotidiane per la casa di Salomone, 1Re 4:22,23, sia dalle ecatombe sacrificate alla consacrazione del tempio. 1Re 8:63

(3) La sua ricchezza era enorme. Di argento e d'oro, e del tesoro particolare dei re e delle province, ne aveva ammassato un mucchio. Le navi di Hiram gli avevano portato da Ofir quattrocentoventi talenti d'oro; 1Re 9:28 la regina di Saba gli offrì centoventi talenti d'oro; 1Re 10:10 il peso dell'oro che gli giunse in un anno fu di seicentosessantasei talenti; 1Re 10:14 mentre in quanto all'argento "il re lo fece stare a Gerusalemme come pietre". 1Re 10:27 "Il particolare tesoro dei re e delle province" può significare quei gioielli rari e preziosi che erano apprezzati dagli stranieri sovrani e stati e a lui presentati come tributo; o descrivere la ricchezza di Salomone come reale e pubblica, in contrapposizione a quella dei privati cittadini

(4) I suoi piaceri erano deliziosi. Aveva cantanti e cantanti per deliziare i suoi sensi stanchi con la musica ai banchetti di corte, alla maniera dei sovrani orientali; mentre oltre a ciò aveva "le delizie dei figli degli uomini", o "concubine moltissime" - "un amore e amori" (Wright), "padrona e amanti" (Delitzsch). Chiaramente Salomone aveva condotto l'esperimento di estrarre la felicità dalla gloria mondana nelle circostanze più favorevoli; quindi un interesse speciale è attribuito al risultato che ha ottenuto. Che cosa è stato?

2. La sua miseria era più pronunciata. Benché avesse avuto tutte le soddisfazioni che l'occhio poteva desiderare, il cuore o procurargli, aveva scoperto con dispiacere che la vera felicità gli sfuggiva come un fantasma, che tutto era vanità e un correre dietro al vento, che, in effetti, non c'era profitto di un tipo duraturo che potesse essere ricavato dal piacere nella sua forma più alta non più che nelle sue forme più basse

Imparare:

1. La via del piacere, per quanto invitante, non è la via della sicurezza o la via della pace

2. Anche se non può impartire felicità a nessuno, può portare a infelicità e vergogna eterne

3. La ricerca del piacere non solo è incompatibile con la religione, ma anche nel migliore dei casi i suoi dolci non possono essere paragonati alle gioie della religione

OMELIE DI D. THOMAS Versetti 1-11.-

La vanità della ricchezza, del piacere e della grandezza

C'è certamente uno strano capovolgimento dell'ordine dell'esperienza che è usuale e atteso. Gli uomini, delusi dai possedimenti terreni e sazi dai piaceri sensuali, a volte si rivolgono alla ricerca di qualche studio avvincente, alla coltivazione di gusti intellettuali, ma il caso descritto nel testo è diverso. Qui abbiamo un uomo, convinto dall'esperienza della futilità e del carattere deludente delle ricerche scientifiche e letterarie, che si applica al mondo e cerca soddisfazione nei suoi piaceri e nelle sue distrazioni. L'esperienza qui descritta è possibile solo a chi si trova in una stazione di eminenza; e se Salomone è dipinto come deluso dal risultato del suo esperimento, non c'è grande incoraggiamento per gli altri, in una posizione meno favorevole, a sperare in risultati migliori da sforzi simili

IO LO SCOPO DELL'UOMO MONDANO. Questo è imparare ciò che il cuore umano e la vita possono derivare dai doni e dai piaceri di questo mondo. La natura dell'uomo è impulsiva, avida, bramosa, aspirante. È sempre alla ricerca di soddisfazione per i suoi desideri e desideri. Si volge ora di qua e ora di là, cercando in ogni direzione ciò che non trova mai in nulla di terreno, in nulla che si chiami "reale".

II I MEZZI DELL'UOMO MONDANO PER QUESTO FINE. Come si troverà soddisfazione? Il mondo si presenta in risposta a questa domanda e invita i suoi devoti all'acquisizione e all'appropriazione dei suoi doni. Questo passo dell'Ecclesiaste offre un notevole ed esaustivo catalogo degli emolumenti e dei piaceri, degli interessi e delle occupazioni con cui il mondo pretende di soddisfare lo spirito bramoso dell'uomo. Vi sono elencati:

1. Il piacere del corpo, in particolare il piacere dell'abbondanza di vino scelto

2. Società femminile,

3. Ricchezze, consistenti in argento e oro, di greggi e armenti

4. Grandi opere, come palazzi, parchi, ecc

5. Magnificenza domestica

6. Tesori d'arte, e soprattutto di intrattenimenti musicali

7. Studio e saggezza, associati a tutti i divertimenti e distrazioni di ogni tipo

Sembra poco credibile che un uomo possa essere in possesso di così tanti mezzi di godimento, e non c'è da meravigliarsi che "Salomone in tutta la sua gloria" debba essere menzionato come l'esempio più sorprendente della grandezza e delle delizie di questo mondo. Ci voleva una natura poliedrica per apprezzare una così vasta varietà di beni e occupazioni; la grandezza di cuore che è attribuita al monarca ebreo deve aver trovato abbondante spazio nei palazzi di Gerusalemme. È istruttivo che la Sacra Scrittura, che presenta una visione così giusta della natura umana, registri una posizione così elevata e opulenta e una carriera così splendida come quelle di Salomone

III L'INCAPACITÀ DELL'UOMO MONDANO DI ASSICURARE IL FINE CON L'USO DEI MEZZI DESCRITTI

1. Tutte le gratificazioni qui elencate sono di per sé insufficienti a soddisfare la natura spirituale dell'uomo. C'è una sproporzione tra l'anima dell'uomo e i piaceri dei sensi e i doni della fortuna. Anche se si potesse godere della ricchezza e del lusso, delle delizie e dello splendore di un monarca orientale, il risultato non sarebbe la soddisfazione che ci si aspetta. Ci sarebbe ancora "il vuoto doloroso che il mondo non potrà mai riempire".

2. Bisogna anche ricordare che, secondo una legge della nostra costituzione, anche il piacere non si ottiene al meglio quando è cercato consapevolmente e deliberatamente. Cercare il piacere significa perderlo, mentre spesso non viene cercato nel sentiero del dovere ordinario

3. Quando sono considerati come il bene supremo, i beni e i godimenti mondani possono nascondere Dio all'anima. Esse oscurano lo splendore del volto divino, come le nuvole nascondono il sole che splende dietro di loro. Le opere della mano di Dio assorbono talvolta l'interesse e l'attenzione che sono dovuti al loro Creatore; la munificenza e la beneficenza del Donatore sono a volte perse di vista da coloro che partecipano ai suoi doni

4. Le cose buone della terra possono essere legittimamente accettate e godute quando sono ricevute come doni di Dio, e tenute sottomesse e con gratitudine "con mano leggera".

5. I piaceri della terra possono essere una vera benedizione se, non soddisfacendo l'anima, inducono l'anima a volgersi da essi a Dio, nel cui favore è la vita

OMELIE DI W. CLARKSON Versetti 1-11.-

La prova del piacere

Dobbiamo considerare...

I LA DOMANDA COSTANTE DEL CUORE UMANO. In che cosa troveremo il bene che renderà preziosa la nostra vita? Che cosa c'è che soddisferà le voglie del cuore umano e coprirà tutta la nostra vita con il sole del successo e della contentezza?

II UN RESORT MOLTO NATURALE. Ricorriamo a una sorta di eccitazione. Può essere ciò che agisce sui sensi (vers. 3, 8). O può essere ciò che gratifica la mente; il senso del possesso e del potere (vers. 7-9). Oppure lo si può trovare in attività piacevoli e invitanti (vers. 46)

III IL SUO SUCCESSO TEMPORANEO. "Il mio cuore si rallegrò" (ver. 10). Sarebbe semplicemente falso sostenere che non c'è alcun piacere, nessuna soddisfazione, in queste fonti di bene. C'è, per un po'. C'è uno spazio durante il quale riempiono il cuore come il vino riempie la coppa in cui viene versato. Il cuore gioisce; esprime la sua gioia nel canto; si dichiara completamente felice. "Si siede al sole", fa rotolare il boccone dolce tra i denti. Si lusinga di aver trovato la sua fortuna, mentre gli angeli di Dio piangono per la sua attuale follia e la sua prossima rovina

IV LA SUA EFFETTIVA E TOTALE INSUFFICIENZA. versetto 11.) Il piacere può essere grossolano e condannabile; può scendere fino alle gratificazioni carnali (vers. 3, 8); può essere raffinato e casto, può spendersi in disegni ed esecuzioni; può essere moderato e regolato con il calcolo più fine, in modo da avere la misura più ampia distribuita sul periodo più lungo possibile; può "guidare se stesso con sapienza" (Ver. 3). Ma sarà un fallimento; si romperà; finirà in una triste esclamazione di "Vanità!" Tre cose lo condannano come soluzione della grande ricerca del bene umano

1. Esperienza. Ciò dimostra, sempre e ovunque, che la ricerca deliberata e sistematica del piacere non riesce ad assicurare il suo fine. Il piacere non è un raccolto, da seminare e mietere diligentemente; È una pianta che cresce, non cercata e incolta, lungo tutto il cammino del dovere e del servizio. Cercarlo e lavorare per esso significa perderlo. Tutta l'esperienza umana mostra che presto si impallidisce sul sapore, che svanisce rapidamente nelle mani del suo devoto; che non c'è compagnia di uomini così stanchi e così miserabili come i cacciatori stanchi in cerca di una piacevole eccitazione

2. Filosofia. Questo ci insegna che un essere fatto per qualcosa di tanto più alto del piacere non può mai essere soddisfatto con qualcosa di così basso; certo non possiamo aspettarci che il cuore capace di adorazione, di servizio, di santo amore, di consacrazione eroica, di nobiltà spirituale, sia riempito e soddisfatto con "le delizie dei figli degli uomini".

3. Religione. Perché questo introduce le pretese sovrane del Supremo, pone l'uomo alla presenza di Dio, mostra che una vita di frivolezza è una vita di egoismo colpevole, di peccato, di vergogna. Chiama a una ricerca più pura e più saggia, a una condotta più degna e più nobile; promette la pace che si basa sulla rettitudine, offre la gioia che solo Dio può dare e che nessun uomo può togliere.

OMELIE di J. WILLCOCK Versetti 1-3.-

Un esperimento: l'allegria sfrenata

Salomone aveva riscontrato che la sapienza e la conoscenza non sono i mezzi con cui la ricerca della felicità è portata a buon fine. Decise allora di provare se l'indulgenza nei piaceri sensuali avrebbe prodotto una soddisfazione duratura. Questo, come vedeva, era un percorso su cui entravano molti che, come lui, desideravano la felicità, e lui avrebbe scoperto da solo se erano più vicini alla meta di lui. E così decise di godere del piacere, di "dare il suo cuore al vino" e di "aggrapparsi alla follia". Come il ricco della parabola, che disse alla sua anima: "Anima, hai molti beni accumulati per molti anni; riposati, mangia, bevi e sii allegro", così si rivolse al suo cuore, "Vieni, ti metterò alla prova con l'allegria". Aveva provato la saggezza, e l'aveva trovata infruttuosa per il suo scopo, e ora avrebbe tentato la follia. Mette da parte il carattere e le occupazioni di uno studente ed entra in compagnia degli sciocchi, per unirsi alla loro baldoria e allegria. La convinzione che la sua cultura fosse inutile, sia per soddisfare le proprie voglie sia per rimediare ai mali che esistono nel mondo, gli rese facile gettare via, almeno per un po' di tempo, le occupazioni intellettuali in cui si era impegnato, e vivere come fanno gli altri che si abbandonano ai piaceri sensuali. Stanco della fatica del pensiero, disgustato dalle sue illusioni e dalla sua infruttudine, trovava la tranquillità e la salute della mente nella frivola allegria e nell'allegria. Questo non era un tentativo di soffocare le sue brame di sommo bene, perché decise deliberatamente di analizzare la sua esperienza in ogni punto, al fine di scoprire se la sua ricerca in questo nuovo quartiere avesse ottenuto un guadagno permanente. "Ho cercato", dice, "nel mio cuore di darmi al vino, ma familiarizzando il mio cuore con la sapienza; e di afferrare la stoltezza, finché non vedessi quale fosse il bene per i figli degli uomini, che avrebbero fatto sotto il cielo tutti i giorni della loro vita". Per il bene degli altri e per se stesso, avrebbe provato questo sentiero e avrebbe visto dove avrebbe condotto. Ma l'esperimento fallì. In brevissimo tempo scoprì che anche qui c'era la vanità. Il riso degli stolti era, come dice altrove, Ecclesiaste 7:6 come il crepitio delle spine ardenti; la fiamma durò solo un momento, e l'oscurità che seguì fu solo più profonda e duratura. Dove c'era stato il fuoco della gioviale baldoria e dell'allegria chiassosa, non rimaneva che cenere fredda e grigia. Lo stato d'animo del godimento sconsiderato fu seguito da quello della cinica sazietà e dell'amara delusione. Disse del riso: "È pazzesco" e dell'allegria: "Che cosa fa?" Nei suoi momenti di calma riflessione, quando comunicava con il proprio cuore, riconosceva l'assoluta follia del suo esperimento, e sentiva che dalla sua esperienza acquistata a caro prezzo avrebbe potuto enfaticamente avvertire tutti a venire di non cercare soddisfazione per l'anima nei piaceri sensuali. Non in questo modo si possono placare la fame e la sete con cui si consuma lo spirito dell'uomo. Atti di più, un breve periodo di oblio può essere assicurato, da cui il risveglio è ancora più terribile. Il senso di responsabilità personale, la sensazione di essere chiamati a cercare il bene supremo e di essere condannati all'inquietudine e alla miseria finché non lo troviamo, la convinzione che i nostri fallimenti non fanno che rendere più dubbio il successo finale, non possono essere placati da un tale grossolano anodino. Si possono trovare varie ragioni per spiegare perché questo tipo di esperimento è fallito e deve fallire

In primo luogo, consisteva in un abuso delle facoltà e degli appetiti naturali. Una certa misura di gioia e piacere è necessaria per la salute della mente e del corpo. L'allegria innocente, il godimento dei doni che Dio ci ha elargito, la ragionevole soddisfazione degli appetiti inculcati in noi, hanno tutti un posto legittimo nella nostra vita. Ma l'eccessiva indulgenza in uno di essi viola l'armonia della nostra natura. Non sono mai stati intenzionati a governarci, ma ad essere sotto il nostro controllo e a servire la nostra felicità, e non possiamo permettere loro di governarci senza gettare tutta la nostra vita nel disordine

II In secondo luogo, IL PIACERE ECCITATO È SOLO TRANSITORIO. Dalla natura stessa delle cose non può essere mantenuto per molto tempo con il semplice sforzo della volontà; Il cervello si stanca e le forze corporee si esauriscono. Un libro di scherzi è proverbialmente una lettura molto noiosa. Agisce prima può divertire, ma l'attenzione comincia presto a diminuire, e dopo un po' l'esemplare più brillante di arguzia riesce a malapena a evocare un sorriso. L'ubriacone e il ghiottone scoprono di poter portare i piaceri della tavola solo fino a un certo punto; Dopo che questo è stato raggiunto, l'organismo corporeo rifiuta di essere ulteriormente stimolato

III In terzo luogo, TALE PIACERE PUÒ ESSERE GRATIFICATO SOLO DALL'AUTODEGRADAZIONE. È incompatibile con il pieno esercizio delle facoltà intellettuali che distinguono l'uomo dal bruto, e distruttiva di quelle facoltà più elevate e più spirituali per mezzo delle quali Dio è appreso, servito e goduto. L'autoindulgenza nei piaceri grossolani di cui stiamo parlando riduce effettivamente l'uomo al di sotto del livello delle bestie che periscono, perché esse sono preservate da tale follia dagli istinti naturali di cui sono dotate

IV In quarto luogo, IL RISULTATO INEVITABILE DI UN TALE ESPERIMENTO È UN'OSCURITÀ PIÙ PROFONDA E DURATURA. Il rimprovero, l'indebolimento della mente e del corpo, la sazietà e il disgusto, si manifestano quando l'attacco di follia è passato e, ciò che è ancora peggio, l'apprensione dei mali che devono ancora venire: la consapevolezza che le passioni eccitate e indulgenti rifiuteranno di spegnersi; che hanno una vita e un potere propri, e stimoleranno e quasi costringeranno il loro schiavo a riprendere le cattive vie che egli ha tentato per la prima volta di sua spontanea volontà e con un cuore leggero. La prospettiva che ha davanti è quella di essere schiavo di abitudini che sa non gli procureranno alcun piacere duraturo, e molto poco del tipo fugace, e devono comportare l'indebolimento e la distruzione di tutte le sue forze. L'allegria, le risate e il vino non scacciarono la malinconia di Salomone; ma dopo che l'eccitazione febbrile che producevano fu passata, lo lasciarono in un'oscurità più profonda che mai. "Come il fosforo sul laccio di un morto, sentiva che era tutto un trucco, una menzogna; e come la risata di una iena tra le tombe, scoprì che la baldoria del mondano non potrà mai rianimare le gioie che la colpa ha ucciso e sepolto". "Ho detto del riso: È una follia, e dell'allegria: Che cosa fa?" La ben nota storia del malinconico paziente a cui un medico consigliò di andare a vedere Grimaldi, e rispose: "Io sono Grimaldi", e quella di George Fox che fu raccomandato da un ministro che aveva consultato per dissipare le ansie che le sue paure spirituali, dubbi e aspirazioni avevano suscitato in lui, "bevendo birra e ballando con le ragazze" (Carlyle, 'Sartor Resartus,' 3:1), può essere usato per illustrare l'insegnamento del nostro testo. Anche alcune strofe dell'ultima poesia di Byron danno un'espressione patetica ai sentimenti di sazietà e delusione che sono la punizione della sensualità:

"I miei giorni sono nella foglia gialla; I fiori e i frutti dell'amore sono scomparsi; Il verme, il cancro e il dolore sono solo miei!

"Il fuoco che preda sul mio petto è solitario come un'isola vulcanica; Nessuna torcia è accesa al suo divampo, un mucchio funebre

"La speranza, la paura, la cura gelosa, la parte esaltata del dolore e il potere dell'amore non posso condividere, ma indosso la catena".- J.W

2 A proposito delle risate, ho detto: "È pazzesco". La risata e l'allegria sono personificate, quindi trattate come maschili. Usa il termine "pazzo" in riferimento all'affermazione contenuta in Ecclesiaste 1:17 : "Ho dato il mio cuore per conoscere la follia e la follia". Settanta: "Ho detto al riso: Error (perifora) Vulgata, Risum reputavi errorem. Nessuno di questi è accurato come la Versione Autorizzata. Di allegria, Che cosa fa? Che effetto ha sulla vera felicità e appagamento? In che modo aiuta a colmare il vuoto, a dare soddisfazione duratura? Cantici abbiamo in Proverbi 14:13 : "Anche nel riso il cuore è triste; e la fine dell'allegria è la pesantezza", sebbene il contesto sia diverso. La Vulgata rende liberamente, Quid frustra deeiperis?

3 Ho cercato nel mio cuore; letteralmente, ho visto come Ecclesiaste 1:13) nel mio cuore. Dopo aver dimostrato l'inutilità di una sorta di piacere sensuale, fece un altro esperimento di spirito filosofico. per darmi al vino; letteralmente, attingere (mashak) la mia carne con il vino; cioè di sfruttare l'attrazione dei piaceri della tavola. Eppure familiarizzando il mio cuore con la saggezza. Questa è una frase tra parentesi, che Wright traduce: "Mentre il mio cuore agiva guidando con saggezza". Cioè, mentre, per così dire, sperimentava il piacere, conservava ancora abbastanza controllo sulle sue passioni da non essere completamente dedito al vizio; Era nella posizione di uno che viene trascinato lungo un torrente impetuoso, eppure ha il potere di fermare la sua corsa precipitosa prima che gli diventi fatale. Tale controllo era dato dalla saggezza. Intraprendere deliberatamente un corso di autoindulgenza, anche con una possibilmente buona intenzione, deve essere una prova molto pericolosa, e che lascerebbe segni indelebili nell'anima; e non una persona su cento sarebbe in grado di fermarsi prima della rovina, Il Salomone storico, con il suo esperimento, ha subito perdite infinite, che nulla poteva compensare. La Settanta rende con poco successo: "Ho esaminato se il mio cuore avrebbe tratto (eJlkusei) la mia carne come vino; e il mio cuore mi guidò nella sapienza". La Vulgata dà un senso del tutto contrario all'intenzione dello scrittore; "Ho pensato in cuor mio di ritirare la mia carne dal vino, per poter trasferire la mia mente alla sapienza". E di aggrapparsi alla follia. Queste parole dipendono da "Ho cercato nel mio cuore" e si riferiscono ai piaceri sensuali a cui si concedeva per un certo oggetto. "Dulce est desipere in loco", dice Orazio (Canto, 4:12. 28); jEn menoiv mala mainomai (Theognis, 313). Finché non potrò vedere. Il suo scopo era quello di scoprire se c'era in queste cose un bene reale che potesse soddisfare le voglie degli uomini ed essere per loro un oggetto degno da perseguire tutti i giorni della loro vita

4 Inizia così una nuova esperienza nella ricerca del suo scopo. Lasciando questa vita di autoindulgenza, si dedica all'arte e alla cultura, i dettagli sono tratti dai racconti del Salomone storico. Ho fatto grandi le mie opere; letteralmente, ho fatto grandi le mie opere; Septuaginta, jEmegaluna poihma per; Vulgata, Magnificavi opera mea. Tra queste opere il tempio, con tutte le sue mirabili preparazioni strutturali, non è particolarmente menzionato, forse perché nessuno poteva pensare a Salomone senza collegare il suo nome a questo magnifico edificio, ed era superfluo richiamarne l'attenzione; oppure perché non si tratta qui dell'aspetto religioso delle sue operazioni, ma solo del suo gusto e della sua ricerca della bellezza. Ma l'omissione è fortemente contraria alla paternità salomonica del libro. Mi sono costruito delle case. Salomone aveva la passione di erigere magnifici edifici. Abbiamo vari resoconti delle sue opere di questa natura in 1Re 7 e 1Re 9; 2Cronache 8. C'era l'enorme palazzo tutto per lui, che richiese tredici anni per essere costruito; c'era la "casa della foresta del Libano", una splendida sala costruita con colonne di cedro; il portico di pilastri; la sala del giudizio; l'harem per la figlia del faraone. Poi c'erano fortezze, città-magazzino, città-carro, opere nazionali di grande importanza; città in terre lontane che fondò, come Tadmor nel deserto. Ho piantato i miei vigneti. Davide possedeva vigne e uliveti, 1Cronache 27:27,28 che passarono in possesso di suo figlio; e leggiamo in Cantici 8:11 di una vigna che Salomone possedeva a Baal-Hamon, che alcuni identificano con Belamon, RAPC Jdt 8:3 un luogo vicino a Sunem, nella pianura di Esdraelon

Vers. 4-11.

Un altro esperimento: la voluttà raffinata

Poiché l'allegria tumultuosa non era riuscita a dargli la felicità stabile che cercava, il nostro autore registra un altro e più promettente esperimento che fece, la ricerca della felicità in una vita di cultura: "la ricerca della bellezza e della magnificenza nell'arte". Era più promettente, perché metteva in gioco emozioni più alte e più pure di quelle a cui fa appello la sensualità ordinaria; Coltivava il lato della natura che confina con lo spirituale, e quasi si fonde con esso. La Legge di Mosè, che proibiva la realizzazione di immagini o rappresentazioni di oggetti naturali o di creature viventi a scopo di culto, aveva impedito che si facessero molti progressi nella scultura e nella pittura; Ma c'erano ancora ampi campi di sviluppo artistico da coltivare. L'architettura e il giardinaggio offrivano abbondanti possibilità di esposizione e gratificazione di un gusto raffinato. Salomone costruì splendidi palazzi, piantò vigne, preparò parchi e giardini, li riempì con gli alberi da frutto più scelti e scavò pozze per l'irrigazione delle sue piantagioni in tempo di siccità estiva. Non fu omesso nulla che potesse servire al suo senso del bello, o che potesse accrescere il suo splendore e la sua dignità. Una grande casa, grandi greggi di bestiame, mucchi d'argento e d'oro, tesori preziosi provenienti da terre lontane, i piaceri della musica e dell'harem sono tutti enumerati come procurati dalla sua ricchezza e dal suo potere, e impiegati per la sua gratificazione. Tutto ciò su cui l'occhio poteva posarsi con gioia, tutto ciò che il cuore poteva desiderare, era portato alla sua portata. E per tutto il tempo la sapienza era con lui, guidandolo nella ricerca del piacere, e non abbandonandolo nel godimento di esso. Non accadde nulla che impedisse che l'esperimento fosse portato a termine fino alla fine. Le delizie che enumera erano di per sé lecite, e quindi vi si indulgeva senza alcuna inquieta sensazione di trasgressione contro la Legge di Dio o i dettami della coscienza. Anzi, il fatto stesso che egli avesse in vista un fine morale quando iniziò l'esperimento sembrava dargli un'alta sanzione. Non era interrotto dall'intrusione di altri pensieri e preoccupazioni. Nessun nemico straniero turbava la sua pace; la malattia non lo rendeva inabile; La sua ricchezza non si esaurì a causa delle grandi richieste che gli venivano fatte per sostenere la sua magnificenza e il suo lusso. E così si spinse fino ai limiti estremi del raffinato godimento, e trovò molte cose che per un certo tempo lo ripagarono ampiamente degli sforzi che aveva fatto. "Il mio cuore", dice, "si rallegrò di tutta la mia fatica" (versetto 10). La sua mente occupata era tenuta occupata; I suoi sensi erano affascinati dalla bellezza e dalla ricchezza dei tesori che aveva raccolto e delle grandi opere che davano una prova così abbondante del suo gusto e della sua ricchezza. Il suo esperimento non fu del tutto infruttuoso, quindi. La gratificazione presente la trovava nel corso delle sue fatiche; ma quando furono completati, il piacere che avevano dato svanì. Il fascino della novità era scomparso. Il possesso non dava la gioia e il piacere che l'acquisizione aveva dato. Quando i palazzi furono finiti, i giardini piantati, le gemme e le rarità accumulate, la lussuosa casa stabilita, e non rimase altro da fare che riposare nella felicità che ci si aspettava che queste cose assicurassero, il senso di sconfitta e di delusione cadde di nuovo sul re. "Allora guardai tutte le opere che le mie mani avevano fatto e la fatica che avevo faticato a fare: ed ecco, tutto era vanità e tormento di spirito, e non c'era profitto sotto il sole". Non cerca di spiegare la causa del suo fallimento, ma semplicemente registra il fatto che ha fallito. "Non fa la morale, e ancor meno predica; Egli dipinge solo il quadro delle tristi peregrinazioni della sua anima, dello sforzo sconcertato di un cuore umano, e passa oltre". Ma possiamo trovare molto utile indagare quali siano state le cause per cui la vita della cultura - che, senza asprezza, può essere chiamata una raffinata voluttà - non riesce a dare soddisfazione all'anima umana

I In primo luogo, È UNA VITA DI ISOLAMENTO DA DIO. Poiché Salomone rappresenta la condotta che seguì, vediamo che il pensiero di Dio fu escluso dalla sua mente. Si è goduto dei doni divini, si è appagato l'amore del bello che è insito nell'anima dell'uomo, si è indulgeto a ogni squisita sensazione di cui siamo capaci, ma è stata omessa l'unica cosa necessaria per santificare la felicità ottenuta e renderla perfetta. "Dio - dice sant'Agostino - ci ha fatti per sé, e noi non possiamo riposare finché non riposiamo in lui". I sentimenti di gratitudine, di adorazione, di umiltà e di auto-consacrazione al Suo servizio non possono essere soppressi senza una grande perdita-la perdita anche di quella sicurezza e tranquillità di spirito che sono essenziali per la vera felicità. Tutte le risorse a cui Salomone attinse possono fornire aiuto alla felicità, ma nessuna di esse, né tutte insieme, potrebbero, senza Dio, assicurarla. Confrontate con il fallimento di Salomone il successo di coloro che spesso, in circostanze di estremo disagio e sofferenza, hanno goduto della pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza. Il salmo sessantatresimo, scritto da Davide nel tempo dell'esilio e delle difficoltà, illustra la verità che nella comunione con Dio l'anima gode di una felicità che non si può trovare altrove. "La vita di un uomo non consiste nell'abbondanza delle cose che possiede." A parte il favore di Dio e il servizio di Dio, i possedimenti più ricchi e l'uso più abile di essi non possono assicurare alcuna soddisfazione duratura. Noi infatti siamo costituiti in modo tale che la nostra vita non è completa se siamo separati dal nostro Creatore

II In secondo luogo, È UNA VITA EGOISTICA. Tutto ciò che Salomone descrive sono i suoi sforzi per assicurarsi certi risultati duraturi; di assecondare il suo amore per il bello nella natura e nell'arte, e di circondarsi di lusso e splendore. Avrebbe avuto più successo nella sua ricerca della felicità se si fosse sforzato di alleviare i bisogni degli altri: vestire gli ignudi, nutrire gli affamati, confortare gli afflitti e istruire gli ignoranti. L'abnegazione e il sacrificio di sé per il bene degli altri lo avrebbero avvicinato alla gemma del suo desiderio. La punizione della sua ricerca egoistica cadde pesantemente su di lui. Non poteva vivere a lungo al di sopra dell'umanità, nel godimento della propria felicità; "L'enigma della terra dolorosa" lo riempì di pensieri di disprezzo di sé e di disperazione, che mandarono in frantumi tutta la sua felicità. Qualunque cosa potesse, la vecchiaia, la malattia e la morte erano nemici che non poteva sconfiggere, e tutto intorno a lui nella società umana poteva discernere mali morali e disuguaglianze che non riusciva a correggere e nemmeno a spiegare. Un isolamento egoistico come quello in cui si era ritirato per un po' di tempo non riuscì a garantire l'obiettivo che aveva in mente, perché non poteva veramente separare la sua sorte da quella dei suoi simili, o sfuggire ai mali che li affliggevano. L'idea di una vita di lussuosi agi, non disturbata dalla vista o dal pensiero delle miserie e delle difficoltà della vita, era un sogno vano, dal quale si svegliò presto. Nel suo poema, "The Palace of Art", Tennyson ha dato un commento molto luminoso e suggestivo su questa parte del Libro dell'Ecclesiaste. In esso egli rappresenta l'anima che cerca il perdono per il peccato dell'isolamento egoistico attraverso la penitenza, la preghiera e la rinuncia a se stessa, e che anticipa una ripresa di tutte le gioie della cultura e dell'arte in compagnia degli altri. In comunione con Dio, in comunione con gli altri, tutte le cose che sono nobili, pure e amabili sono prese in santa custodia e formano una fonte duratura di gioia e felicità.

5 Mi sono fatto giardini e frutteti. L'amore di Salomone per i giardini appare in tutti i Cantici. Cantici 6:2), ecc Aveva un giardino da re sul pendio delle colline a sud della città; 2Re 25:4 e Bet-Acchemm, "la Casa della Vite", ad Ain Karim, circa sei miglia a est di Gerusalemme; Geremia 6:1 e a Baal-Hamon un'altra estesa vigna. Cantici 8:11 La parola tradotta "frutteto" (parder) ricorre anche in Cantici 4:13 e deiov Neemia 2:8. È una parola persiana, ed è passata nella forma greca para (Senofonte, 'Anab.,' 1:2.7), che significa "un parco" piantato con boschi e alberi da frutto, e contenente mandrie di animali. Probabilmente deriva dallo Zend oairidaeza, "un recinto". Per gli alberi di tali parchi, vedi Cantici 4:13,14) ; e per una stima delle opere di Salomone, Giuseppe Flavio, 'Ant.,' 8:7. 3

6 Pozze d'acqua. Salomone esercitò grande cura nel fornire acqua alla sua capitale, e a questo scopo furono intraprese vaste operazioni. "La piscina del re", menzionata in Neemia 2:14, potrebbe essere stata costruita da lui (Giuseppe Flavio, 'Bell. Giud:,' 5:4:2); ma l'opera più celebre a lui attribuita è l'approvvigionamento idrico a Etham, a sud-ovest di Betlemme, e l'acquedotto che da lì conduce a Gerusalemme. La maggior parte dei viaggiatori moderni ha descritto queste piscine. Sono in numero di tre e, secondo la misurazione di Robinson, sono di dimensioni immense. Il primo, a est, è lungo 582 piedi, largo 207 e profondo 50; il secondo, 432 per 250 e profondo 39 piedi; il terzo, 380 per 236 e profondo 25 piedi. Sono tutte, tuttavia, più strette all'estremità superiore e si allargano gradualmente, confluendo l'una nell'altra. C'è una copiosa sorgente che conduce nella pozza più alta da nord-est, ma questa riserva è aumentata da altre fonti ora soffocate e rovinate. L'acqua delle piscine veniva convogliata intorno al crinale su cui sorge Betlemme in tubi di terra fino a Gerusalemme. Il Dr. Thomson ('The Land and the Book,' p. 326) dice: "Vicino a quella città fu trasportato lungo il lato occidentale della Valle di Ghihon fino all'estremità nord-occidentale della Piscina inferiore di Ghihon, dove attraversò il lato orientale, e, serpeggiando intorno al declivio meridionale di Sion sotto Neby Daud, entrò infine nell'angolo sud-orientale dell'area del tempio, dove l'acqua veniva impiegata nei vari servizi del santuario". Etham è, a ragione, identificata con la bella valle di Urtas, che si trova a sud-ovest di Betlemme, nelle immediate vicinanze delle piscine di Salomone. La fontana vicino all'attuale villaggio innaffiava i giardini e i frutteti che vi erano piantati, le colline terrazzate intorno erano coperte di viti, fichi e ulivi, e la prospettiva doveva essere deliziosa e rinfrescante in quella terra assetata. per irrigare con esso il legno che produce alberi; Versione riveduta, per innaffiare da lì la foresta dove venivano allevati gli alberi; letteralmente, per irrigare un bosco che germoglia da alberi; cioè un vivaio di alberelli. Cantici leggiamo come il Giardino dell'Eden fu irrigato Genesi 2:10 13:10 - una caratteristica molto necessaria nei paesi orientali, dove i ruscelli e le piscine non sono costruiti per motivi pittoreschi, ma per usi materiali

7 Mi sono procurato, ho comprato, procurato servi e fanciulle. Questi sono distinti da quelli menzionati subito dopo, servi nati nella mia casa; Settanta, oijkogeneiv: chiamati in ebraico, "figli della casa". Genesi 15:3 Erano molto più stimati dai loro padroni e mostravano un attaccamento molto più stretto alla famiglia rispetto agli schiavi comprati o agli aborigeni conquistati, che spesso erano ridotti a questo. 1Re 9:20,21 Il numero dei servitori di Salomone suscitò la meraviglia della regina di Saba, 1Re 4:26), ecc.; 1Re 10:5 e con buone ragioni, se si deve credere al racconto di Giuseppe Flavio. Questo scrittore afferma che il re aveva un migliaio o più di carri e ventimila cavalli. I conducenti e i cavalieri erano giovani di bell'aspetto, alti e ben fatti; avevano lunghi capelli fluenti, e portavano tuniche di porpora di Tiro, e incipriavano i loro capelli con polvere d'oro, che brillava ai raggi del sole ('Ant.,' 8:7. 3). Accompagnato da una cavalcata così allestita, Salomone era solito recarsi nel suo "paradiso" a Etham, per godere della rinfrescante frescura dei suoi alberi e delle sue piscine. Bovini grandi e piccoli; buoi e pecore. L'enorme quantità di armenti e greggi di Salomone è dimostrata dalla straordinaria moltitudine di sacrifici alla consacrazione del tempio, 1Re 8:63 e dalle generose provviste fatte ogni giorno per i suoi bisogni. 1Re 4:22,23 Il bestiame di Davide era molto numeroso e richiedeva sorveglianti speciali. 1Cronache 27:29-31 Giobbe Giobbe 1:3 aveva, prima delle sue tribolazioni, settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asini, e questi oggetti furono tutti raddoppiati al ritorno della sua prosperità. Tra i possedimenti di Salomone, i cavalli non sono qui menzionati, sebbene costituissero una parte non trascurabile del suo bestiame, e aggiungessero molto alla sua magnificenza. Koheleth, forse, evitò di vantarsi di questa stravaganza in considerazione del sentimento religioso che era fortemente contrario a tale caratteristica. Che erano a Gerusalemme prima di me. così Versetto 9; vedi Ecclesiaste 1:16 Ma il riferimento qui potrebbe non essere necessariamente ai re, ma ai capi e agli uomini ricchi, che erano celebrati per l'estensione dei loro possedimenti

8 Raccolsi anche me stesso argento e oro. Si parla molto della ricchezza del Salomone storico, che aveva tutti i suoi vasi d'oro, armava la sua guardia del corpo con scudi d'oro, sedeva su un trono d'avorio ricoperto d'oro, riceveva tributi e doni d'oro da tutte le parti, inviava le sue flotte in terre lontane per importare metalli preziosi e rendeva l'argento comune a Gerusalemme come le pietre. vedi 1Re 9:28; 10:14-27; 2Cronache 1:15; 9:20-27 Il tesoro particolare dei re e delle province. La parola tradotta "le province" (hammedinoth), nonostante l'articolo, sembra significare non i dodici distretti in cui Salomone divise il suo regno per scopi fiscali ed economici, 1Re 4:7), ecc., ma paesi generalmente esterni alla Palestina, con i quali aveva relazioni commerciali o politiche, e che gli inviavano le produzioni per le quali ciascuno di essi era più celebre. Cantici, i distretti dell'impero persiano, erano tenuti a fornire al monarca una certa parte delle loro principali merci. La sua amicizia con Hiram di Tiro lo mise in contatto con i clan dei Feni, la più grande nazione commerciale dell'antichità, e attraverso di loro accumulò ricchezze e ricchezze provenienti da terre lontane e varie oltre i limiti del Mar Mediterraneo. La parola hn; ydim (medinah) ricorre di nuovo in Ecclesiaste 5:7 e in 1Re 20:14, ecc.; ma si trova altrove solo nei libri esiliano o post-esiliano Lamentazioni 1:1) ; Estere 1:1, ecc.; Daniele 2:48), ecc. I "re" possono essere i monarchi tributari, come quelli dell'Arabia; 1Re 4:21, 24; 10:15 o l'espressione nel testo può semplicemente implicare quel tesoro che solo i re, e non i privati, potevano possedere. Cantanti e cantanti donne. Questi, naturalmente, non sono il coro del tempio, di cui le donne non facevano parte, ma i musicisti introdotti nei banchetti e nelle feste mondane, per aumentare i piaceri della scena. Sono menzionati ai giorni di Davide 2Samuele 19:35 e successivi. vedi Isaia 5:12; Amos 6:5; Ecclesiaste 35:5; 49:1 Le femmine che prendevano parte a questi spettacoli erano generalmente di una classe abbandonata; da qui l'avvertimento di Ben-Sira: "Non usare molto la compagnia di una donna che è una cantante, per non essere presa dai suoi tentativi" (Ecclesiaste 9:4. Tali esibizioni erano solitamente accompagnate da danze, il cui carattere nei paesi orientali è ben noto. Gli ebrei, con il passare del tempo, impararono a tollerare molti usi e pratiche, spesso importati da altri paesi, che tendevano ad abbassare la moralità e il rispetto di sé. e le delizie dei figli degli uomini; i piaceri sensuali di cui godono gli uomini. L'espressione è eufemistica. Cantici 7:6 Strumenti musicali, e quelli di ogni sorta (shiddah veshiddoth). La parola (data qui prima al singolare e poi al plurale per esprimere enfaticamente la moltitudine) non ricorre da nessun'altra parte, ed è stata, quindi, soggetta a varie interpretazioni. La Settanta dà, oijnocoon kaiav, "un coppiere maschio e coppiere femmine; " e così il siriano e. Vulgata, Scyphos et urceos in ministerio ad vina fundenda, che introduce piuttosto un bathos nella descrizione. Dopo la frase immediatamente precedente, ci si potrebbe aspettare di menzionare i numerosi harem di Salomone, 1Re 11:3; Cantici 6:8 e la maggior parte dei commentatori moderni ritiene che la parola significhi "concubina", l'intera espressione denota molteplicità, "moglie e mogli". La Versione Autorizzata non è molto probabile, anche se in qualche modo sostenuta dal Kimchi, da Lutero, ecc., e dal Greco Veneziano, che ha, dudthma kaimata, un termine musicale che significa "combinazione di toni" o armonia. Altre interpretazioni sono "prigionieri", "lettighe", "carrozze", "bagni", "tesori", "forzieri", "demoni". Ewald, seguito da Motais e altri, suggerisce che la parola implica un grado forte o alto di una qualità, cosicché, collegando insieme le due proposizioni, dovremmo rendere: "E in una parola, tutte le delizie dei figli degli uomini in abbondanza". Questa sembra una conclusione più appropriata per il catalogo che qualsiasi specificazione di ulteriori fonti di piacere; ma non c'è una ragione etimologica molto forte per raccomandarlo; e non possiamo supporre che, nell'enumerazione delle prodigalità di Salomone, il suo serraglio moltitudinario sarebbe stato omesso. Piuttosto, qui entra in scena naturalmente come il culmine e il completamento della sua ricerca del piacere terreno

9 Cantici: Sono stato fantastico. vedi Ecclesiaste 1:16 Questo si riferisce alla magnificenza e all'estensione dei suoi possedimenti e del suo lusso, come il primo passaggio all'incomparabile eccellenza della sua sapienza. Possiamo confrontare la menzione di Abramo, Genesi 26:13 "L'uomo divenne grande e crebbe sempre più fino a diventare molto grande". sc Giobbe 1:3 E la mia sapienza rimase con me; perseveravit mecum (Vulgata); ejstaqh moi (Settanta). In conformità con lo scopo menzionato nel Versetto 3, mantenne il controllo di se stesso, studiando filosoficamente gli effetti e la natura dei piaceri di cui partecipava, e tenendo sempre in vista l'oggetto della sua ricerca. La voluttà non era il fine che cercava, ma uno dei mezzi per ottenere il fine; e ciò che egli chiama la sua saggezza non è pura sapienza divina che viene dall'alto, ma una prudenza e un autocontrollo terreni

10 Qualunque cosa i miei occhi desiderassero. La concupiscenza degli occhi, 1Giovanni 2:16 tutto ciò che vedeva e desiderava, prese le misure per ottenerlo. Non si negò alcuna gratificazione, per quanto sciocca (ver. 3). Perché il mio cuore si rallegrava di tutta la mia fatica; cioè ho trovato gioia in ciò che il mio lavoro gli ha procurato. Proverbi 5:18 Per questo non trattenne il suo cuore da alcuna gioia, ma lo tenne per così dire pronto a gustare qualsiasi piacere che i suoi sforzi potessero ottenere. Questa era la mia parte di tutto il mio lavoro. Tale gioia fu quella che ottenne dal suo lavoro, ebbe la sua ricompensa, tale fu Matteo 6:2; Luca 16:25 Questo termine "porzione" (cheleq) ricorre spesso, ad esempio Versetto 21; Ecclesiaste 3:22; 5:18, ecc.; quindi RAPC Sap 2:9 nel senso del risultato ottenuto dal lavoro o dal duetto. E che scarno e insoddisfacente risultato ottenne! Confrontate con l'insegnamento dell'apostolo: "Tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la vana gloria della vita, non viene dal Padre, ma è dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno". 1Giovanni 2:16,17

11 Poi guardai, mi voltai a contemplare, tutte le opere che le mie mani avevano fatto. Egli ha esaminato attentamente gli effetti della condotta e dei procedimenti menzionati nella vers. 1-10, e ora dà il suo giudizio maturo riguardo a loro. Essi non avevano contribuito in alcun modo alla sua ansiosa ricerca del vero bene dell'uomo. La sua triste conclusione è che tutto era vanità, una caccia al vento; in tutte le occupazioni e le fatiche che gli uomini intraprendono non c'è vero profitto, Ecclesiaste 1:3 nessuna felicità duratura, nulla che soddisfi le brame dello spirito

12 Vers. 12-26. - Sezione 3. Vanità della saggezza, di fronte alla sorte che attende il saggio allo stesso modo dello stolto, e all'incertezza del futuro delle sue fatiche, tanto più che l'uomo non è padrone del proprio destino

E mi voltai a contemplare la saggezza, e la follia, e. Ecclesiaste 1:17 Egli studiò i tre nella loro reciproca connessione e relazione, confrontandoli nei loro risultati ed effetti sulla natura e sulla vita dell'uomo, e deducendo da ciò il loro vero valore. Da una parte poneva la saggezza, dall'altra l'azione e le abitudini che giustamente chiama "follia e follia", e le esaminava con calma e critica. Poiché che cosa può fare l'uomo che viene dietro al re? Anche ciò che è già stato fatto. Sia la Versione Autorizzata che la Versione Riveduta rendono il passaggio in questo modo, sebbene quest'ultima, a margine, fornisca due versioni alternative della seconda clausola, vale a dire. anche colui che hanno fatto re molto tempo fa, e, come nel margine della Versione Autorizzata, in quelle cose che sono già state fatte. La LXX, dopo una lettura diversa, dà: "Poiché chi è l'uomo che seguirà il consiglio in qualunque cosa l'abbia impiegato?" Vulgata: "Che cos'è l'uomo, dissi, perché possa seguire il Re, il suo Creatore?" Wright, Delitzsch, Nowack, ecc., "Che cos'è l'uomo che deve venire dopo il re che hanno fatto tanto tempo fa?" cioè, chi può avere un'esperienza maggiore di Salomone, fatto re nei tempi antichi, tra l'acclamazione universale? 1Cronache 29:22 o, chi può sperare di eguagliare la sua fama? - il che non sembra del tutto adatto, poiché sono le anormali opportunità di indagine date dalla sua posizione unica che sarebbero il punto della domanda. La Versione Autorizzata dà un significato abbastanza soddisfacente (e grammaticalmente ineccepibile): Che cosa può ottenere chi tenta lo stesso esperimento del re? Non potrebbe farlo in condizioni più favorevoli, e ripeterà solo lo stesso processo e raggiungerà lo stesso risultato. Ma il passaggio è oscuro, e ogni interpretazione ha le sue difficoltà. Se il ki con cui inizia la seconda parte del passaggio ("per cosa", ecc.) assegna la ragione o il motivo della prima parte, mostra quale fosse il disegno di Koheleth nel contrasto tra saggezza e follia, la traduzione della Versione Autorizzata non è inappropriata. Molti critici ritengono che Salomone stia parlando del suo successore, chiedendosi che tipo di uomo sarà colui che verrà dopo di lui, l'uomo che alcuni hanno già scelto? E certamente c'è qualche fondamento per questa interpretazione nella vers. 18, 19, dove si lamenta che tutta la grandezza e la gloria del re saranno lasciate a un successore indegno. Ma questo punto di vista richiede la paternità salomonica del libro, e lo induce a riferirsi a Roboamo o a qualche usurpatore illegittimo. La formulazione del testo è troppo generica per ammettere questa spiegazione; né si adatta esattamente al contesto immediato, né collega debitamente le due clausole del versetto. Sembra meglio prendere il successore, non come uno che viene nel regno, ma come uno che persegue indagini simili, ripetendo gli esperimenti di Koheleth

Vers. 12-16.

Saggezza e follia

IO SONO UNA FOLLIA BUONA COME LA SAGGEZZA. Tre cose sembravano proclamare questo:

1. Le possibilità della vita. Questi sembravano essere favorevoli tanto allo stolto quanto al saggio. Le esperienze di entrambi furono molto simili; il destino di ciascuno un po' diverso. "Ho percepito", disse, "che un solo evento accade a tutti loro" (versetto 14). Come accade allo stolto, così accadrà anche a me; e perché allora ero più saggio?" (Ver. 15). A quanto pare questa osservazione lo aveva colpito con molta forza, poiché egli vi si riferisce più di una volta. Ecclesiaste 8:14 9:2 Non era un'osservazione originale, poiché molto tempo prima Giobbe aveva notato l'apparente indifferenza con cui venivano fatte le provvidenziali assegnazioni ai giusti e agli empi. Giobbe 9:22 21:7 Tuttavia, era ed è una vera osservazione che, per quanto riguarda le circostanze puramente esterne, può essere dubbio se l'uomo saggio se la passi meglio dello stolto

2. L'impeto dell'oblio. Con spietate fauci questo divora sia il saggio che lo stolto (ver. 16). Se il cuore umano brama una cosa più di un'altra, è una garanzia che il nome e la memoria non scompariranno del tutto dalla terra quando uno stesso se ne sarà andato. Coloro che sono indifferenti a un'immortalità personale oltre la tomba in un regno di felicità celeste, si trovano spesso ad essere sommamente desiderosi di questa immortalità minore che gli uomini chiamano fama postuma. Per questo i faraoni egizi eressero piramidi, templi, mausolei; per questo gli uomini si sforzano di porsi sui pinnacoli del potere, della fama, della ricchezza o della saggezza prima di morire; Eppure il numero di coloro che vengono ricordati molte settimane al di fuori della cerchia dei loro amici più stretti è piccolo. Anche dei cosiddetti grandi che sono fioriti sulla terra, quanti pochi sono stati salvati dall'oblio!

"La loro memoria e il loro nome sono scomparsi, inconsapevoli e sconosciuti".

Chi, al di là di pochi studiosi, sa qualcosa dei faraoni che costruirono le piramidi, o di Assurbanipal, il patrono del sapere in Assiria, di Omero, di Socrate o di Platone? Se ci si pensa, la quantità di memoria accordata a quasi tutti i leader dell'umanità consiste in questo: che i loro nomi si troveranno nei dizionari

3. La discesa della morte. L'uomo saggio avrebbe potuto trarre consolazione dal fatto, se fosse stato un fatto, che, sebbene dopo la morte il suo destino sarebbe stato difficilmente distinguibile da quello dello stolto, tuttavia prima e dopo la morte, o nel modo di morire, ci sarebbe stata una grande distinzione. Ma anche questo povero briciolo di comodità gli viene negato, secondo il Predicatore. "Come muore il saggio? come lo sciocco!" (Ver. 16). Almeno per l'apparenza, è così, perché in realtà una differenza grande come i poli separa il morire di colui che è scacciato nella sua malvagità, e colui che ha speranza nella sua morte". Proverbi 14:32 Ma contemplando la morte dall'esterno, come un fenomeno puramente naturale, è esattamente lo stesso nell'esperienza del saggio come in quella dello stolto. In entrambi i casi, il processo culmina con l'allentamento del cordone d'argento e la rottura della coppa d'oro. Ecclesiaste 12:6

II LA SAGGEZZA È SUPERIORE ALLA FOLLIA. Come la luce supera le tenebre, così la saggezza supera la follia. Tre motivi di superiorità

1. La via della sapienza è una via di luce; quello della follia, una via delle tenebre. Che quest'ultima sia essenzialmente una via di tenebre, e quindi di incertezza, difficoltà e pericolo, era stato dichiarato da Salomone. Proverbi 2:13 4:19 Il predicatore aggiunge una spiegazione paragonando l'uomo stolto a una persona che cammina all'indietro, o "con gli occhi dietro", in modo che non sappia né dove sta andando, né dove sta inciampando, né il pericolo in cui sta avanzando. Se il predicatore non avesse detto altro che questo, avrebbe avuto diritto a un ringraziamento speciale. Migliaia di persone vivono nell'illusione che la via del piacere, della frivolezza, della dissipazione, della stravaganza, della prodigalità, sia la via della luce, della saggezza, della sicurezza, della felicità, e così via. non lo è. Il viaggiatore che vuole viaggiare in comodità e sicurezza deve camminare con gli occhi in avanti, considerando la direzione in cui si muove, ponderando i percorsi dei suoi piedi e non voltandosi né a destra né a sinistra. Proverbi 4:25-27 In altre parole, gli occhi del saggio devono essere nella sua testa, esercitando allo stesso tempo previdenza, circospezione e attenzione

2. La fonte della sapienza dall'alto; quello della follia dal basso. Come la luce scende dalle pure regioni dell'aria superiore, così questa sapienza di cui parla il Predicatore, come quella a cui parla Giobbe, Giobbe 28:23 Davide, Salmi 51:6 Salomone, Proverbi 2:6 Daniele, Daniele 2:23

1Corinzi 1:30 e Giacomo Giacomo 1:5; 3:15 alludono, viene da Dio (ver. 26). Come si può dire che le tenebre scaturiscono dalla terra, così la follia ha il suo luogo di nascita nel cuore. L'individuo che si allontana dalla luce della saggezza che gli viene presentata nelle intuizioni morali del cuore, nelle rivelazioni delle Scritture o negli insegnamenti della natura, e che agisce condanna il suo spirito a dimorare nelle tenebre

3. La fine della saggezza, della sicurezza; quello della follia, della distruzione. La luce della sapienza illumina il sentiero del dovere per l'individuo, le tenebre della follia lo coprono di oscurità. Specialmente vero per la sapienza celeste in contrasto con la malvagità e il peccato. Anche per quanto riguarda la saggezza ordinaria, la sua superiorità sulla follia non deve essere negata. L'uomo saggio ha almeno la soddisfazione di sapere dove sta andando, e di rendersi conto del carattere insoddisfacente della condotta che sta seguendo. Può non essere un grande vantaggio quello che l'uomo saggio ha sullo stolto, il fatto che, mentre lo stolto è un pazzo e non lo sa, l'uomo saggio non può seguire la saggezza (in sé e per sé) senza scoprire che è vanità; ma è pur sempre un vantaggio, un vantaggio simile a quello che ha un uomo che cammina dritto davanti a sé, con gli occhi nella testa e rivolti in avanti, rispetto a colui che cava gli occhi, o si benda, o volge gli occhi all'indietro prima di cominciare a viaggiare

LEZIONI

1. Ottieni saggezza, soprattutto la migliore

2. Evita la follia, in particolare quella irreligiosa

3. Impara a discriminare tra i due; in tal modo si eviterà molto male

Vers. 12-17.

Il confronto tra saggezza e follia

Per l'osservatore ordinario il contrasto tra la condizione degli uomini e le circostanze è più espressivo di quello tra il loro carattere. I sensi sono attratti, l'immaginazione eccitata, dallo spettacolo della ricchezza accanto alla squallida povertà, della grandezza e del potere accanto all'oscurità e all'impotenza. Ma per il riflessivo e il ragionevole c'è molto più interesse e istruzione nella distinzione tra la natura e la vita dello sciocco, spinto dalle sue passioni o dall'influenza delle sue associazioni; e la natura e la vita dell'uomo che considera, delibera e giudica, e, come si addice a un essere razionale, agisce in conformità con la natura e con convinzioni ben ponderate. Molto nobili sono le parole che il poeta mette sulle labbra di Philip van Artevelde:

"Per tutta la vita ho guardato con il massimo rispetto l'uomo che conosceva se stesso e conosceva le vie davanti a lui; E tra loro sceglievano deliberatamente, e con chiara preveggenza, non con coraggio bendato; e avendo scelto, con mente ferma perseguì i suoi propositi".

I IL NATURALE CONTRASTO TRA SAPIENZA E FOLLIA

1. La distinzione è fondata sulla natura stessa delle cose, ed è simile a quella che, nel mondo fisico, esiste tra la luce e le tenebre. Questo è come dire che Dio stesso è il Più Saggio, e che gli esseri ragionevoli, nella misura in cui partecipano della sua natura e del suo carattere, si distinguono per la vera saggezza; mentre, d'altra parte, l'allontanamento da Dio è la stessa cosa dell'abbandono alla follia

2. La distinzione è messa in evidenza dal giusto esercizio o dall'uso colposo e improprio della facoltà umana. "Gli occhi del saggio sono nella sua testa", che è un modo proverbiale e figurato per dire che l'uomo saggio usa i poteri di osservazione e giudizio di cui è dotato. La posizione e le doti degli organi visivi sono una chiara indicazione che erano destinati a guidare i passi; L'uomo che guarda davanti a sé non perderà la strada e non cadrà in pericolo. Parimenti, le facoltà dell'intelletto e della ragione che sono conferite all'uomo hanno lo scopo di dirigere le azioni volontarie, le quali, divenendo abituali, costituiscono la vita morale dell'uomo. L'uomo saggio è colui che non solo possiede tali poteri, ma ne fa un buon uso e ordina rettamente la sua via. Lo stolto, al contrario, "cammina nelle tenebre"; cioè è come colui che, avendo gli occhi, non ne fa uso, chiude gli occhi o cammina bendato. La conseguenza naturale è che si allontana dal sentiero, e probabilmente cade nei pericoli e nella distruzione

II L'APPARENTE UGUAGLIANZA TRA LA SORTE DEL SAGGIO E QUELLA DELLO STOLTO. L'autore di questo Libro dell'Ecclesiaste fu colpito dal fatto che in questo mondo gli uomini non incontrano i loro meriti; che, se c'è una punizione, è di carattere molto incompleto; che la fortuna degli uomini non è determinata dal loro carattere morale. Questo è un mistero che ha oppresso le menti degli uomini osservanti e riflessivi di ogni epoca, ed è stato per alcuni l'occasione di cadere nello scetticismo e persino nell'ateismo

1. Il saggio e lo stolto in molti casi incontrano la stessa fortuna qui sulla terra: "Un solo evento accade a tutti loro". La saggezza non sempre trova la sua ricompensa nella prosperità terrena, né la follia attira sempre sullo stolto la punizione della povertà, della sofferenza e della vergogna. Un uomo può essere ignorante, irriflessivo e malvagio; tuttavia con l'esercizio dell'astuzia e dell'astuzia può progredire. Un uomo saggio può essere indifferente ai fini mondani e può trascurare i mezzi con cui la prosperità può essere assicurata. I mezzi morali assicurano fini morali; ma ci può essere una prosperità spirituale che non è coronata dalla grandezza e dalla ricchezza mondana

2. Il saggio e lo stolto sono ugualmente dimenticati dopo la morte. "Tutto sarà dimenticato"; "Non c'è ricordo del saggio più che dello stolto per sempre". Tutti gli uomini hanno una certa sensibilità per la reputazione che sopravviverà loro: l'autore di questo libro sembra essere stato particolarmente sensibile su questo punto. Era impressionato dal fatto che non appena un uomo saggio e buono ha lasciato questa vita, gli uomini cominciano subito a dimenticarlo. Sono passati alcuni anni, e la memoria dei morti stessa muore, e il bene e il male vengono dimenticati da una generazione interessata solo ai propri affari. Tutti noi ci prende un oblio comune: queste considerazioni hanno portato l'autore di questo libro nell'angoscia e nello sconforto. Era tentato di odiare la vita; era grave per lui, e tutto era vanità e tormento di spirito. Una voce interiore, plausibile e seducente, esorta: Perché preoccuparsi dei principi morali da cui si è guidati? Che tu sia saggio o sciocco, non sarà presto lo stesso? Anzi, non è tutto uguale anche adesso?

Se dovessimo guardare solo alcuni versetti di questo libro, potremmo dedurre che la mente dell'autore era del tutto sconvolta dallo spettacolo della vita umana; che dubitava veramente della sovrintendenza della Divina Provvidenza; che non si curava di fare il bene per la verità, la rettitudine e la bontà. Ma sebbene avesse dubbi e difficoltà, sebbene passasse attraverso stati d'animo di carattere pessimistico, appare chiaro che quando giunse a dichiarare le sue convinzioni deliberate e ragionate, si mostrò credente in Dio e non nel destino; nella virtù risoluta e abnegata, e non nell'autoindulgenza e nel cinismo. In questo passaggio sono riuniti fatti che causano perplessità nella maggior parte degli uomini, che portano alcuni uomini allo scetticismo. Eppure la conclusione deliberata a cui giunge l'autore è questa: "Vidi che la sapienza supera la follia". Egli aveva, come tutti noi dovremmo avere, un migliore e più alto livello di giudizio, e una migliore e più alta legge di condotta, di quanto i fenomeni di questo mondo possano fornire. Non è in base ai risultati temporali e terreni che dobbiamo formare i nostri giudizi sulla morale e sulla religione; abbiamo un metro più nobile e più vero, anche la nostra ragione e la nostra coscienza, la voce del Cielo da ascoltare, la candela del Signore con cui guidare i nostri passi. Giudicato come Dio giudica, giudicato secondo la Legge e la Parola di Dio, "la sapienza supera la stoltezza". Che l'uomo saggio e buono sia afflitto nel suo corpo, che sia immerso nelle avversità, che sia abbandonato dai suoi amici, che sia calunniato o dimenticato; tuttavia ha scelto la parte migliore, e non ha bisogno di invidiare la buona sorte dello sciocco. Anche gli antichi stoici lo sostenevano. Quanto più i seguaci di Cristo, che incorsero egli stesso nella malizia e nella derisione degli uomini; che fu disprezzato, rigettato e crocifisso, ma che, nondimeno, fu approvato e accettato da Dio il Più Saggio, e fu esaltato al dominio eterno! La sapienza dei suoi figli è giustificata". L'uomo saggio non deve essere scosso né dalle tempeste dell'avversità né dagli scherni degli stolti. La sua è la retta via, e persevererà in essa; e non solo è sostenuto dall'approvazione della sua coscienza, ma è soddisfatto della comunione del suo Maestro, Cristo.

Vers. 12-14-

Sagacia e stupidità

La "saggezza" e la "follia" del testo sono forse meglio rappresentate dalle parole "sagacia" e "stupidità". La distinzione è della testa piuttosto che del cuore; dell'intelletto piuttosto che dell'intero spirito. Siamo invitati, quindi, a considerare:

IL VALORE DELLA SAGACIA

1. Si trova molto più in basso della sapienza celeste; che è il prodotto diretto dello Spirito di Dio, e rende gli uomini benedetti con un bene che non può essere tolto. Li pone al di sopra della portata delle avversità e li rende invulnerabili ai dardi della morte stessa (vedi Versetto 14)

2. Ha i suoi vantaggi distinti. "Gli occhi del saggio sono nella sua testa", egli vede dove sta andando; Non si illude con l'idea di poter violare impunemente tutte le leggi della sua natura. Egli sa che il salario del peccato è la morte, che se semina per la carne mieterà corruzione; capisce che, se vuole godere della stima degli uomini e del favore di Dio, deve sottomettere il suo spirito, controllare le sue passioni, regolare la sua vita secondo i criteri della verità e della virtù. Questa sagacia della volontà saggia quindi

(1) salvarlo da alcuni degli errori più eclatanti e fatali;

(2) tenerlo sufficientemente vicino al sentiero della virtù per essere salvato dagli eccessi più oscuri e dai dolori più schiaccianti della vita;

(3) assicurare a se stesso e alla sua famiglia una certa misura di conforto e rispetto, e mettere alcuni dei piaceri più puri alla sua portata;

(4) tenerlo all'interno dell'udito della verità di Dio, dove è più probabile che trovi la sua strada nel regno di Dio

II LA PIETÀ DELLA STUPIDITÀ. "Lo stolto cammina alla cieca."

1. Non ha occhio per vedere il bello e il bello intorno a lui, non ha cuore per apprezzare la nobiltà che potrebbe essere dentro di lui o le glorie che sono al di sopra di lui

2. Non riesce a discernere la vera miseria della sua condizione attuale: la sua miseria, la sua condanna, il suo esilio

3. Non si tira indietro di fronte al male che incombe. Cammina verso il precipizio, sotto il quale c'è la rovina totale, la morte eterna. Veramente "il timore del Signore è il principio della sapienza, e allontanarsi dal male, questo è l'intelligenza" - C

Vers. 12-17.

Il valore e l'inutilità della saggezza

Salomone aveva fatto molti esperimenti per cercare di scoprire qualcosa che fosse buono in sé, che fosse un fine per cui si potesse lavorare, un obiettivo per cui si potesse tendere, un luogo di riposo per l'anima. L'acquisizione della conoscenza lo aveva prima di tutto attratto, ma dopo un lungo corso di studi, in cui attraversò tutto il campo del sapere e raggiunse i limiti del pensiero umano, si rese conto dell'inutilità delle sue fatiche. Poi si rivolse ai piaceri sensuali e vi si diede per un po' di tempo, con il deliberato proposito di cercare di scoprire se ci fosse in questo settore un guadagno permanente; se fosse possibile prolungare i piaceri della vita in modo da mettere a tacere, se non soddisfare, le voglie dell'anima. L'esperimento fu breve; Ben presto scoprì che il piacere è di breve durata e che l'allegria e le risate sono seguite dalla stanchezza e dalla malinconia. Le sue risorse, tuttavia, non erano ancora esaurite. Gli si apriva una nuova strada, e una che la sua natura riccamente dotata lo qualificava a tentare, e il suo potere regale e la sua ricchezza gli si aprivano. Questa era la coltivazione di quelle arti con cui la vita umana è abbellita; la gratificazione di quei sapori che distinguono l'uomo dalle creature inferiori, e che hanno in sé qualcosa di nobile e puro. Costruì palazzi signorili, piantò giardini e foreste; si circondò di tutto il lusso e lo sfarzo di una corte orientale; accumulò tesori che solo i re potevano permettersi di procurarsi; La musica e il canto, e tutto ciò che poteva deliziare un gusto raffinato e l'amore per il bello, erano diligentemente coltivati. Ma tutto invano; L'estetismo si dimostrò infruttuoso quanto la ricerca della conoscenza, o l'indulgenza degli appetiti più grossolani, per dare riposo all'anima. E ora, in sobria meditazione, passò in rassegna tutta la sua esperienza; Giunto alla fine delle sue risorse, indaga sui risultati effettivi raggiunti e si pronuncia su di essi. Prima di tutto, è convinto di aver dato un giusto processo a tutti i vari mezzi con cui gli uomini cercano il sommo bene. Non era riuscito a trovare quella soddisfazione, ma non perché fosse stato mal equipaggiato per portare avanti la ricerca. Nessuno che venne dopo di lui (versetto 12) poté superarlo con un'indagine più completa e approfondita. Dio gli aveva dato "un cuore saggio e intelligente" e lo aveva dotato di ricchezza e potenza; e in entrambi i particolari eccelleva tutti i suoi simili. Di conseguenza, egli non esita a stabilire grandi principi generali tratti da un'attenta osservazione dei fenomeni della vita umana

IL GRANDE VANTAGGIO CHE LA SAGGEZZA HA SULLA FOLLIA. Il saggio cammina nella luce e ha l'uso dei suoi occhi; Lo stolto è cieco e cammina nelle tenebre. La sapienza qui lodata non è quella santa facoltà spirituale che scaturisce dal timore di Dio e dall'obbedienza al suo Giobbe 28:28; Deuteronomio 4:6; Salmi 111:10 e che è così sorprendentemente personificato, quasi divinizzato, nel Libro dei Proverbi e in quello di Giobbe Proverbi 8; Proverbi 9; Giobbe 28:12-28 ma è scienza ordinaria, conoscenza delle leggi della natura, dei poteri e dei limiti della vita umana. Questa saggezza può essere acquisita solo con un lavoro lungo e doloroso, e sebbene con essa non possiamo scoprire Dio o trovare il modo di conquistare e conservare il suo favore, o provvedere ai bisogni dell'anima, essa ha, nella sua sfera, un alto valore. Dà un po' di piacere; offre una guida e una direzione al suo possessore. Gli permette di acquisire qualcosa di buono; Gli insegna a evitare alcuni mali. Il progresso della civiltà è possibile solo coltivando questa saggezza. Una più ampia conoscenza delle leggi della salute, per esempio, ha permesso agli uomini di sradicare certe forme di malattia, o, in ogni caso, di prevenire le loro frequenti ricorrenze, e di alleviare le sofferenze causate da altre. Considerate l'immenso beneficio per la razza che il progresso della scienza medica ha assicurato. Le invenzioni che dobbiamo alla coltivazione della conoscenza naturale sono innumerevoli, e per questo hanno portato benefici incalcolabili alla nostra portata: una migliore coltivazione del suolo, un lavoro meno estenuante, la scoperta degli usi dei metalli immagazzinati nelle viscere della terra, una più rapida distribuzione delle produzioni della natura e dell'industria umana, mezzi di comunicazione più rapidi tra una parte e l'altra del mondo. "Il miglioramento della conoscenza naturale", dice una grande autorità, "qualunque direzione abbia preso, e per quanto bassi siano gli scopi di coloro che l'hanno iniziata, non solo ha conferito benefici pratici agli uomini, ma così facendo ha operato una rivoluzione nelle loro concezioni dell'universo e di se stessi, e ha profondamente alterato i loro modi di pensare e le loro opinioni su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato" (Huxley, 'Sermoni laici'). Questo non giustifica ampiamente l'affermazione di Salomone che "la sapienza supera la stoltezza, come la luce delle tenebre; che il saggio ha l'uso degli occhi, lo stolto è cieco"?

II LA FUTILITÀ DELLA SAPIENZA. Tutto il piacere per il fascino della saggezza è spento dal pensiero del potere livellatore della morte, che travolge indistintamente sia i saggi che gli stolti (versetti 14b-17). Per un breve periodo c'è una distinzione tra loro: l'uno dotato di doni inestimabili, l'altro ignorante e povero. Ma a che cosa serviva, dopo tutto, la superiorità di breve durata? Come una fiaccola spenta, la saggezza del saggio viene spenta dalla morte, e il ricordo stesso delle sue conquiste e dei suoi trionfi è sepolto nell'oblio. Per un po', forse, ci manca, ma il vuoto viene presto riempito, il mondo indaffarato va per la sua strada, e in brevissimo tempo si dimentica di lui. Così anche la fama postuma, alla quale le menti più pure e nobili hanno anelato, per assicurarsi la quale si sono accontentate di sopportare la povertà, le privazioni e l'abbandono durante la loro vita, è negata alla stragrande maggioranza, anche a coloro che l'hanno ampiamente meritata

C'erano uomini saggi prima di Salomone, 1Re 4:31 ma di loro non sopravvive nessun ricordo tranne i loro nomi; non viene data nessuna illustrazione della loro sapienza per spiegare la loro reputazione. E quanto è debole l'impressione che la saggezza di Salomone stesso fa sulla vita reale del mondo attuale! Per quanto custodito nel volume sacro, sembra estraneo ai nostri modi di pensare; La sua voce non si sente nelle nostre scuole di filosofia. Il fatto della morte è una certezza sia per il saggio che per lo stolto; il modo in cui lo fa può essere simile; I dubbi, i timori e le ansietà riguardanti la vita a venire possono lasciare perplessi entrambi. Che cosa possiamo suggerire per alleviare il triste quadro, o per contrastare l'effetto paralizzante che lo spettacolo della futilità della saggezza e dello sforzo è calcolato per produrre? La convinzione che questa vita non è tutto, che c'è una vita oltre la tomba, è il grande correttivo all'oscurità in cui altrimenti ogni mente pensante sarebbe avvolta. Questa vita presente è uno stato di infanzia, di prova, in cui riceviamo un'educazione per l'eternità. E chiedersi in tono malinconico a che serve acquistare la saggezza se la morte sta per interrompere così presto la nostra carriera qui, è tanto sciocco quanto chiedersi a che serve un alberello che cresce vigoroso in un vivaio se deve essere poi trapiantato. Il luogo da cui è stato preso potrebbe presto non saperlo più. Ma la perdita è lieve; l'albero stesso vive e fiorisce ancora sotto l'occhio e la cura dell'onnipotente Agricoltore. Nessun infruttuoso rimpianto per la brevità e l'incertezza della fama umana deve interferire con lo sforzo presente. Potremmo presto essere dimenticati sulla terra, ma nessuna conquista in saggezza o santità che abbiamo fatto sarà stata vana; ci avranno qualificato per un servizio più elevato e un godimento di Dio più vero di quanto avremmo potuto altrimenti conoscere. - J.W

13 Allora (e) vidi che la sapienza supera la stoltezza, nella misura in cui la luce supera le tenebre; o, c'è profitto, vantaggio perisseia Septuaginta, Ecclesiaste 1:3) alla sapienza sulla follia, come il vantaggio della luce sulle tenebre. Questo risultato, in ogni caso, fu ottenuto: imparò che la sapienza aveva un certo valore, che era tanto superiore alla follia, nei suoi effetti sugli uomini, quanto la luce è più benefica delle tenebre. È una metafora naturale rappresentare lo sviluppo spirituale e intellettuale come luce, e la depravazione mentale e morale come oscurità comp. Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5

14 Gli occhi del saggio sono nella sua testa, ma lo stolto cammina nelle tenebre. Questa frase è strettamente connessa con il versetto precedente, mostrando come la sapienza superi la follia. L'uomo saggio ha gli occhi del suo cuore o dell'intelletto illuminati; Efesini 1:18 egli guarda nella natura delle cose, fissa il suo sguardo su ciò che è più importante, vede dove andare, mentre gli occhi dello stolto sono all'estremità della terra; Proverbi 17:24 egli cammina immobile nelle tenebre, inciampando mentre va, senza sapere dove lo porterà la sua strada. E anch'io ( io sì) ho percepito che un solo evento accade a tutti loro. "Evento" (mikreh); sunanthma (Septuaginta); interitus (Vulgata); non il caso, ma la morte, l'evento finale. La parola è tradotta "hap" in Rut 2:3 e "chance" in 1Samuele 6:9 ; ma la connessione qui indica una fine definita; né sarebbe coerente con la religione di Kohelet riferire questa fine al destino o al caso. Con tutta la sua esperienza, poteva solo concludere che sotto un aspetto importante la superiorità osservata della saggezza sulla follia era illusoria e vana. Vide con i suoi occhi, e non aveva bisogno di un istruttore per insegnare, che sia il saggio che lo stolto dovevano soccombere alla morte, il livellatore universale. Orazio, in molti passaggi, canta di questo: così 'Carm.', 2:3. 21-

"Divesne prisco natus ab Inacho, Nil interest, an-pauper et infima Deuteronomio gente sub dive moreris, Victima nil miserantis Orci."

(Comp, ibid., 1:28. 15, ecc.; 2:14. 9, ecc.) Platone (Fedone, 57. p. 108, A) si riferisce a un passaggio di Telefo, una commedia perduta di 2; Eschilo, che è restaurato così:

JAplh gantev eijv Aidou ferei

"Un unico sentiero conduce tutti alla tomba."

15 Allora dissi in cuor mio: Ecclesiaste 1:16 Come avviene allo stolto, così accade anche a me. Egli applica l'affermazione generale del Versetto 14 al suo caso. Il fine che raggiunge lo stolto lo raggiungerà presto; e prosegue: Perché allora ero più saggio? "Allora" (za) può essere inteso sia logicamente, cioè con questa facilità, poiché tale è il destino dei saggi e degli stolti; sia temporalmente, nell'ora della morte considerata come passata. Egli pone la domanda: A quale scopo, con quale disegno, è stato così eccessivamente saggio, o, come può essere, troppo saggio? Ecclesiaste 7:16 La sua sapienza si è come ritorta su di lui, gli ha insegnato molto, ma non è contenta; lo ha reso acuto nel vedere la vacuità delle cose umane, ma non ha soddisfatto le sue voglie. Allora dissi in cuor mio che anche questo è vanità. Questa somiglianza di destino tra filosofo e sciocco rende la vita vana e priva di valore; o piuttosto, il significato può essere, se la superiorità della saggezza sulla follia non conduce ad altro fine che a questo, che la superiorità è una vanità. La LXX ha glossato il passaggio, seguito qui dal siriaco: "Inoltre, ho detto nel mio cuore che in verità anche questa è vanità, perché lo stolto parla della sua abbondanza" - versetto 16 dando la sostanza dei pensieri dello stolto. Vulgata, Locutusque cum mente mea, animadverti quod hoc quoque esset vanitas. Il nostro testo ebraico non conferma questa interpretazione o aggiunta

16 Poiché non c'è ricordo del saggio più che dello stolto per sempre; Versione riveduta, più enfaticamente, poiché dell'uomo saggio, anche come dello stolto, non c'è ricordo per sempre. Questo, ovviamente, non è assolutamente vero. Ci sono uomini i cui nomi sono storia, e dureranno finché durerà il mondo; ma parlando in generale, l'oblio è la parte di tutti; I posteri dimenticano presto la saggezza dell'uno e la follia dell'altro. Dove la fede nella vita futura non era un motivo forte e animatore, la fama postuma esercitava una potente attrazione per molte menti. Essere il fondatore di una lunga stirpe di discendenti, o lasciare una testimonianza che dovrebbe essere fresca nella mente delle generazioni future, questi erano oggetti di intensa ambizione, e valutati come degni delle più alte aspirazioni e dei migliori sforzi. Le parole dei poeti classici torneranno alla nostra memoria; ad esempio Orazio, 'Carm.,' 3:30

"Exegi monumentum aere perennius Non omnis metier, multaque pars mei Vitabit Libitinam."

Ovidio, 'Amor.,' 1:15. 4-

"Ergo etiam, cum me supremus adederit ignis, Vivam, parsquc mei multa supersteserit."

Ma Koheleth mostra la vanità di tutte queste speranze, che si basano su suoni che l'esperienza dimostra essere inconsistenti. Sebbene la fama di Salomone smentisca l'affermazione ricevuta senza limitazioni, cfr. Rapc Sap 8:13, tuttavia le sue riflessioni potrebbero benissimo aver preso questa piega, e lo scrittore è del tutto giustificato nel mettere il pensiero in bocca, poiché il re non poteva sapere come le epoche successive avrebbero considerato la sua saggezza e le sue conquiste. Vedendo ciò che è ora, nei giorni a venire, tutto sarà dimenticato. La clausola è stata variamente tradotta. Settanta: "Poiché i giorni avvenire, sì, tutte le cose sono dimenticate"; Vulgata: "E i tempi futuri copriranno tutte le cose allo stesso modo con l'oblio". Gli editori moderni dicono: "Poiché nei giorni che devono venire sono tutti dimenticati"; "Come in passato, così nei giorni a venire, tutto sarà dimenticato... Nei giorni che verranno si dirà tra poco: Tutti loro sono stati dimenticati da molto tempo'". Questo è un esempio dell'incertezza dell'interpretazione esatta, in cui il significato inteso è ben accertato. "Tutti" (lkh) può riferirsi sia ai saggi e agli stolti, sia alle circostanze della loro vita. E come muore il saggio? come lo stolto. Meglio prendere come una frase, con un'esclamazione, Come muore l'uomo saggio con (anche come) lo stolto io (Per "con" ira), equivalente a "come", comp. Ecclesiaste 7:11; Giobbe 9:26; Salmi 106:6 "Come" (Dyae) è sarcastico, come Isaia 14:4, o doloroso, come 2Samuele 1:19. Lo stesso lamento esce dalle labbra di un salmista: "Egli vede che i saggi muoiono; lo stolto e il bruto insieme periscono"

Salmi 49:10 Cantici David piange la morte del capo assassinato: "Abner dovrebbe morire come un pazzo?".2Samuele 3:33 Plumptre ritiene che l'autore del Libro della Sapienza espanda questa visione con l'intenzione di smascherare la sua fallacia e di introdurre una speranza migliore. Ecclesiaste 2:1-9 Ma quello scrittore non avrebbe designato i sentimenti di Salomone come quelli degli "empi" (ajsebeiv), né avrebbe imposto queste espressioni di sensualisti e materialisti a una fonte così onorata. Agisce nello stesso tempo, è solo in quanto vittime, nil miserantis Opel, preda della tomba spietata e indiscriminata, che il saggio e lo stolto vengono collocati nella stessa categoria. C'è la più grande differenza tra i letti di morte dei due, come testimonierà l'esperienza di chiunque li abbia osservati, quello felice della coscienza del dovere fatto onestamente, per quanto imperfettamente, e luminoso della speranza dell'immortalità; l'altro ottenebrato da vani rimpianti e da una disperazione che si ritrae, o svogliato in una brutale insensibilità

17 Perciò odiavo la vita; Et idcirce taeduit me vitae meae. Sia un uomo saggio o sciocco, la sua vita conduce a un solo fine e viene presto dimenticata; quindi la vita stessa è gravosa e odiosa. L'amara lamentela di Giobbe Giobbe 3:20), ecc.; Giobbe 6:8,9 è qui riecheggiato, anche se le parole non indicano il suicidio come soluzione dell'enigma. È la noia e l'inutilità di tutta la vita e di ogni azione in vista dell'inevitabile conclusione, che viene qui lamentata. Perché l'opera che si compie sotto il sole mi è dolorosa; letteralmente, per il male verso di me Ester 3:9) è l'opera che si fa sotto il sole. La fatica e gli sforzi degli uomini premevano su di lui come un fardello troppo pesante da portare. Symmachus, Kakon moi ejfanh to ergon; Septuaginta, Ponhron ejp ejme tohma k.t.l.. Egli ripete l'espressione "sotto il sole", quasi a mostrare che egli considerava il lavoro umano solo nel suo aspetto terreno, intrapreso ed eseguito solo per considerazioni temporali ed egoistiche. L'apostolo insegna una lezione migliore, e l'operaio che adotta la sua regola è salvato da questa schiacciante delusione: "Qualunque cosa facciate, fatela di cuore, come al Signore e non agli uomini; sapendo che dal Signore riceverete la retribuzione dell'eredità: servite il Signore Cristo". Colossesi 3:23,24 Poiché tutto è vanità. Ritorna allo stesso miserabile ritornello, è tutto vuoto, che corre dietro al vento

Vers. 17-20.

La vanità della fatica

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ NON STA NEGLI AFFARI. Ammettendo che ci si applichi agli affari e si riesca con l'abilità, la perseveranza e l'abilità a costruire una fortuna, se si cerca la felicità sia nel lavoro che nelle ricchezze, ci si troverà in errore. Tre cose sono fatali per le possibilità di un uomo di trovare la felicità nelle ricchezze che derivano dal successo negli affari

1. Dolore per averli ottenuti. Faticare e faticare, lavorare e lottare, faticare e schiavizzare, pianificare e complottare, tramare e escogitare, alzarsi presto e sdraiarsi tardi, affrettarsi e preoccuparsi: con questi mezzi per la maggior parte si accumulano fortune. Quanto è espressivo il linguaggio del Predicatore riguardo all'uomo d'affari di successo, che "tutti i suoi giorni sono dolori, e il suo travaglio è dolore", o "tutti i suoi giorni sono dolori, e l'affanno è la sua occupazione", "sì, anche di notte il suo cuore non trova riposo" (versetto 23)!

2. Dolore nel custodirli. Un'ansia costante assale il ricco, notte e giorno, per timore che le ricchezze che ha accumulato prendano improvvisamente il volo e fuggano via; di giorno alla ricerca di investimenti sicuri, e di notte chiedendosi se le sue imprese si riveleranno buone, se il denaro che ha faticosamente raccolto non potrà un giorno scomparire e lasciarlo nei guai. E anche se ciò non accadesse, quante volte si vede che quando un uomo ha fatto la sua fortuna, scopre che non c'è nulla in essa; che il successo si è fatto attendere troppo a lungo, e che ora, quando ha ricchezza, vuole il potere di goderne ver. 22; Confronta; Ecclesiaste 6:2 come dice il duca a Claudio in prigione:

"E quando sarai vecchio e ricco, non avrai né calore. affetto, né membra, né bellezza, per rendere piacevoli le tue ricchezze".(' Misura per misura', atto 3. sc. 1.)

3. Dolore nella separazione da loro. I risultati di tutto il suo lavoro deve lasciarli all'uomo che verrà dopo di lui, senza sapere se quel successore sarà un uomo saggio o uno stolto versetti 18, 19; Confronta; Ecclesiaste 5:15 E sebbene ciò non turbi molto il cristiano, che sa che in cielo è riservata per lui una sostanza migliore e più duratura, tuttavia per l'uomo mondano o insinceramente religioso è un pensiero agitante. Mazzarino, cardinale e primo ministro di Luigi XIV, era abituato, mentre camminava per le gallerie del suo palazzo, a sussurrare a se stesso: "Devo smetterla con tutto questo"; e Federico Guglielmo IV di Prussia una volta, mentre si trovava sulla terrazza di Potsdam, si rivolse al cavaliere Bunsen accanto a lui e osservò, mentre guardavano insieme il giardino: "Anche questo devo lasciarmi alle spalle" (vedi Plumptre, in loco)

GLI AFFARI POSSONO SERVIRE AL GODIMENTO DELL'UOMO. Il Predicatore non vuole insegnare che la felicità è al di là della portata dell'uomo, ma piuttosto che è raggiungibile, se cercata nel modo giusto. Egli riconosce:

1. Che non c'è niente di sbagliato nel cercare la felicità, o anche il godimento terreno. Egli ammette che non c'è nulla di meglio, di più lecito o desiderabile, tra gli uomini che uno "mangi e beva, e faccia godere la sua anima del bene nel suo lavoro" (ver. 24). Egli ammette persino che ciò provenga dalla mano di Dio, il che rende chiaro che ora non sta alludendo all'indulgenza peccaminosa dell'appetito corporale, ma parlando di quel moderato godimento delle buone cose della vita che Dio ha così riccamente provveduto per il sostegno e l'intrattenimento dell'uomo. Non è desiderio di Dio, egli dice, che l'uomo sia escluso o che si interrompa da ogni godimento. Piuttosto, è suo sincero desiderio che l'uomo mangi e beva e goda di ciò che è stato fornito per il suo divertimento, non si trasformi in un asceta, con il pretesto della religione che nega a se stesso piaceri e gratificazioni leciti, ma ne faccia uso in modo da contribuire al suo più alto benessere

2. Che nessun uomo può fare buon uso delle provviste della vita se non in connessione con il pensiero di Dio. "Chi può mangiare o gioire, all'infuori di lui, cioè Dio?" (Versione riveduta, margine): Questo pensiero correttivo il Predicatore espone ai suoi lettori, che mentre le cose buone del mondo non possono impartire felicità da sole e separatamente da Dio, possono farlo se godute insieme a lui, cioè se riconosciute come provenienti da lui 1Cronache 29:14; 1Timoteo 6:17; Giacomo 1:17 e usato per la sua gloria. 1Corinzi 10:31 Gli ultimi passaggi mostrano che questo era l'ideale di vita del Nuovo Testamento. 1Timoteo 4:4

3. Che chi cerca la felicità in questo modo avrà successo. "Poiché Dio dà all'uomo ciò che è buono ai suoi occhi, cioè 'ciò che gli piace', sapienza, conoscenza e gioia" (ver. 26). Cantici, lungi dal dichiarare la felicità un sogno, un bene irraggiungibile, un'ombra senza sostanza, il Predicatore crede che se un uomo porterà con sé Dio e la religione nel mondo e, ricordando sia la brevità del tempo che la certezza di una vita futura, godrà delle cose buone del mondo con moderazione e gratitudine, Ne trarrà, se non una felicità assoluta e non mescolata, la più vicina ad essa che l'uomo può aspettarsi di raggiungere sulla terra. Dio assisterà benignamente un tale uomo a raccogliere i migliori frutti di sapienza e conoscenza, sia umana che divina, e gli ispirerà una gioia che il mondo non può né dare né togliere Giobbe 22:21; Salmi 16:8,9; 112:1,7,8; Giovanni 16:22 Questo, se non la felicità, è almeno di gran lunga superiore a quello che Dio assegna al peccatore, cioè all'uomo che esclude Dio, la religione e l'immortalità dalla sua vita. La sorte di un tale uomo è spesso, come descrive il Predicatore, di faticare per fare soldi, di ammucchiarli fino a farli diventare un mucchio, e poi morire e lasciarli dispersi ai venti, goduti da non si sa chi, e non di rado dai buoni uomini che ha disprezzato Giobbe 27:16,17; Proverbi 13:22 28:8

LEZIONI

1. Sii diligente negli affari. Romani 12:11 "Tutto quello che la tua mano trova da fare", ecc. Ecclesiaste 9:10

2. Ma siate "ferventi nello spirito, servendo il Signore". Romani 12:11

3. Cercate la felicità in Dio stesso piuttosto che nelle sue dorate: Salmi 4:7, 9:2, 40:16; Luca 1:47; Filippesi 3:1

18 Questa era stata la sua visione generale delle azioni degli uomini; ora egli porta il pensiero al suo caso, il che rende la sua angoscia più struggente. sì (e), odiavo tutto il mio lavoro che avevo preso sotto il sole. È disgustato a riflettere su tutte le difficoltà che ha preso nella vita, quando pensa a ciò che ne sarà dei prodotti del suo genio e dei tesori che ha accumulato. Perché dovrei lasciare questo (il mio lavoro, cioè i suoi risultati) all'uomo che verrà dopo di me. È impossibile che Salomone abbia potuto parlare così di Roboamo; e supporre che egli abbia scritto così dopo il tentativo di Geroboamo, 1Re 2:26, ecc. e in contemplazione di un possibile usurpatore, non è garantito da alcuna dichiarazione storica, essendo l'assoluta sicurezza della successione sempre attesa, e il crescente malcontento essendo perfettamente sconosciuto al re, o sprezzantemente ignorato da esso. Il sentimento è generale, e ricorre più di una volta; ad esempio, Ecclesiaste 4:8; 5:14; 6:2. Così Orazio, 'Epist.,' 2:2. 175-

"Sic quia perpetuus nulli datur usus, et heres Heredem alterius velut unda supervenit undam, Quid vici prosunt aut horrea?"

Vers. 18-23.

Preoccupazione per i posteri

È caratteristico dell'uomo essere un essere che guarda prima e dopo; non può accontentarsi di considerare solo il presente; indaga i giorni passati, e gli antenati da cui ha derivato la vita e le circostanze; specula sui giorni a venire, e "tutte le meraviglie che devono ancora venire". Al "Predicatore" di Gerusalemme sembrava che una sollecitudine troppo grande nei confronti della nostra posterità fosse un elemento della "vanità" che è caratteristica di questa vita

È NATURALE CHE GLI UOMINI ATTENDANO LA LORO POSTERITÀ CON INTERESSE E SOLLECITUDINE. La vita familiare è così naturale per l'uomo che non c'è nulla di strano nell'ansia che la maggior parte degli uomini prova nei confronti dei propri figli, e anche dei figli dei propri figli. Agli uomini non piace la prospettiva che la loro posterità affondi nella scala sociale. Gli uomini prosperi trovano piacere e soddisfazione nel "fondare una famiglia", nel perpetuare il loro nome, nel preservare i loro possedimenti e possedimenti ai loro discendenti, e nella prospettiva di essere ricordati con gratitudine e orgoglio dalle generazioni non ancora nate. Nel caso dei re e dei nobili, tali sentimenti e anticipazioni sono particolarmente potenti

II È UN DATO DI FATTO CHE IN MOLTI CASI LE ASPETTATIVE DEGLI UOMINI RIGUARDO AI POSTERI SONO DELUSE. Le ampie e accurate osservazioni dell'autore dell'Ecclesiaste lo convinsero che le cose stavano così

1. I discendenti del ricco disperdono le ricchezze che ha accumulato per mezzo del lavoro e dell'abnegazione. Non c'è bisogno di dimostrare, perché il fatto è evidente a tutti, che è lo stesso sotto questo aspetto ai nostri giorni come lo era nello stato ebraico. In effetti, abbiamo un proverbio inglese: "Una generazione fa soldi; il secondo lo conserva; il terzo lo spende".

2. Il discendente del saggio si dimostra uno sciocco. Nonostante quella che è stata ritenuta una legge del "genio ereditario", è indiscutibile il fatto che ci sono molti casi in cui i dotti, i realizzati, gli intellettualmente grandi, sono succeduti da coloro che portano il loro nome, ma in nessun modo ereditano la loro capacità. E il contrasto è doloroso da testimoniare, e umiliante per coloro a cui è a svantaggio

3. I discendenti dei grandi in molti casi cadono nell'oscurità e nel disprezzo. La storia ci offre molti esempi di tale discendenza; narra della posterità dei nobili, titolati e potenti che lavorano con le loro mani per il pane quotidiano, ecc

LA PROSPETTIVA DI UNA DISCENDENZA SFORTUNATA SPESSO ANGOSCIA E TURBA GLI UOMINI, SPECIALMENTE I GRANDI. Il "saggio" sapeva cosa significasse rimuginare su una prospettiva che si apriva alla sua mente lungimirante. Arrivò a odiare il suo lavoro e a far disperare il suo cuore; tutti i suoi giorni furono dolore e il suo travaglio dolore; il suo cuore non si riposava nella notte; e la vita gli sembrava solo vanità. Perché dovrei affaticarmi, e prestare attenzione, e preoccuparmi, e rinnegare me stesso? è la domanda che molti uomini si pongono nelle sessioni di pensiero silenzioso. I miei figli o i figli dei miei figli possono sperperare le mie fiches, alienare i miei beni, infangare la mia reputazione; La mia opera può essere disfatta e le mie care speranze possono essere derise. Che cos'è la vita umana se non vuoto, vanità, vento?

IV LA VERA CONSOLAZIONE SOTTO LA PRESSIONE DI TALI PRESENTIMENTI. È vano cercare di consolarsi negando i fatti o nutrendo speranze infondate e irragionevoli. Quello che dobbiamo fare è riporre tutta la nostra fiducia in un Dio saggio e misericordioso, e lasciare il futuro alla sua cura provvidenziale; e allo stesso tempo fare il nostro dovere, non preoccupandoci troppo della condotta degli altri, di coloro che verranno dopo di noi. Sta a noi "riposare nel Signore", che non ha promesso di ordinare e dominare tutte le cose per la nostra gloria o felicità, ma che sicuramente le ordinerà e le dominerà per l'avanzamento del suo regno e l'onore del suo Nome.

Vers. 18-24.

La denuncia del vincitore

L'uomo che lavora e che non riesce ad acquisire può essere compatito, e se scopre che la sua vita ha una grande dose di vanità può essere scusato per essersi lamentato; ma ecco qui...

I LA DENUNCIA DEL SUCCESSO. L'oratore (del testo) è reso (o si rende) infelice perché ha guadagnato molto spendendo tempo e forza, e deve lasciarselo alle spalle quando muore; Deve lasciarlo a uno che " non ha lavorato" (Ver. 21), e possibilmente a un uomo che non è saggio come lui, Bat è "uno sciocco" (Ver. 19), e può disperderlo o abusarne. E il pensiero dell'insicurezza della vita, insieme alla certezza di lasciare tutto all'uomo che verrà dopo, chiunque o qualunque cosa egli sia, rende il giorno e la notte infelici (ver. 23)

II IN CUI È SANO. È giustissimo che un uomo si chieda che cosa ne sarà della sua acquisizione. Accontentarsi del piacere presente è ignobile; essere incuranti di ciò che verrà dopo di noi - "Après moi le deluge" - è vergognosamente egoistico. Spetta ad ogni uomo considerare quali saranno i risultati a lungo termine del suo lavoro, siano essi soddisfacenti o infruttuosi

III IN CUI È INSANO

1. Non c'è nulla di doloroso nel pensiero di separarsi dal nostro tesoro. Abbiamo ereditato molto da coloro che ci hanno preceduto, e possiamo essere ben contenti di trasmettere tutto ciò che abbiamo a coloro che verranno dopo di noi. Non abbiamo speso alcun lavoro per ciò che abbiamo ereditato: perché dovremmo essere addolorati se i nostri eredi non avranno speso nulla per ciò che ci hanno preso?

2. Se non abbiamo accumulato i nostri tesori, ma li abbiamo distribuiti mentre eravamo in vita, mettendoli nelle mani dei sapienti, o se scegliessimo i nostri eredi secondo le loro affinità spirituali piuttosto che carnali, ci risparmieremmo la miseria di accumulare le sostanze che lo stolto disperde. Ma diamo un'occhiata a un aspetto migliore dell'argomento

IV L'EREDITÀ E LA SPERANZA DEI SAGGI

1. La sua migliore eredità. Possiamo e dobbiamo spendere il nostro tempo e le nostre forze in modo che ciò che lasciamo dietro di noi non sia una ricchezza che può essere dissipata o rubata, ma un valore che non può non benedire: la verità divina albergata in molte menti, i buoni principi piantati in molti cuori, un carattere puro e nobile edificato in molte anime. Questo è ciò che nessuno sciocco può deviare o distruggere; Questo è ciò che vivrà, e si moltiplicherà e benedirà, quando saremo lontani da tutte le scene mortali. L'eredità dell'influenza santa è incommensurabilmente migliore di quella delle "ricchezze incerte"; la prima deve essere una benedizione duratura, la seconda può essere una maledizione incalcolabile

2. La sua speranza migliore e più pura. Che dire se il morente sente che la sua presa sul guadagno terreno sta per essere finalmente allentata? non sta egli per aprire la sua mano in una sfera celeste, dove il Padre divino lo arricchirà di un'eredità celeste, che farà sembrare davvero poveri tutti i tesori materiali?

Vers. 18-23.

Le ricchezze, anche se ottenute con molta fatica, sono vanità

Il pensiero della morte, che spazza via il saggio come lo stolto, e dell'eterno oblio che inghiotte il ricordo di entrambi, era molto deprimente; Ma una nuova causa di più profondo abbattimento dello spirito è la riflessione che l'uomo che ha faticato nell'accumulazione delle ricchezze deve lasciarle tutte a un altro, di cui non sa nulla, e che forse le dissiperà in brevissimo tempo

I Il primo pensiero mortificante è: EGLI NON FA CHE RADUNARSI PER UN SUCCESSORE. versetto 18.) Lui stesso, quando giunge il momento della morte, deve lasciare i suoi beni e andarsene nel mondo delle ombre nudo come lo era quando è entrato nella vita. Il fatto che una tale riflessione debba essere amara dimostra quanto profondamente l'anima sia corrosa dalla cupidigia e dall'egoistica esaltazione. Il cuore è assorto nelle cose del presente e l'attesa delle gioie celesti e spirituali si affievolisce e si spegne. Essere strappati dalle ricchezze e dai possedimenti acquisiti sulla terra è considerato come perdere tutto; Essere costretti a lasciarli a un altro, anche a un figlio, è quasi altrettanto grave che essere depredati da un ladro. Questo sentimento di amaro rammarico per aver dovuto rinunciare a tutto ciò che possiedono al richiamo della morte, è stato spesso sperimentato da coloro che hanno trovato la loro principale occupazione e felicità nella vita nell'acquisizione di tesori terreni. "Mazzarino cammina attraverso le gallerie del suo palazzo e dice a se stesso: 'Il taut quitter tout cela'. Federico Guglielmo IV di Prussia si rivolge al suo amico Bunsen, mentre si trovano sulla terrazza di Potsdam, e dice, mentre guardano il giardino: 'Das auch, das soil ich lassen' ("Anche questo! deve lasciarmi alle spalle")" (Plumptre)

II Il secondo pensiero mortificante è: CHE È DEL TUTTO INCERTO DI QUALE CARATTERE SARÀ IL SUCCESSORE, E QUALE USO FARÀ DELLA SUA EREDITÀ. VERSETTO 19.) Può essere un uomo saggio, o può essere uno sciocco; Può fare un uso prudente della sua eredità, o può disperderla al vento in brevissimo tempo. Il cambiamento stesso delle sue circostanze, la novità della sua nuova situazione, possono fargli girare la testa e condurlo a corsi di follia che altrimenti avrebbe potuto evitare. Alcuni hanno pensato che il carattere del giovane Roboamo fosse già così sviluppato da suggerire a Salomone questa mortificante riflessione. Ma questo è abbastanza congetturale. L'inizio della carriera del sovrano testardo e arrogante la cui follia distrusse il regno d'Israele è un'illustrazione della verità di questa affermazione generale, e potrebbe essere stato nei pensieri dello scrittore, se non fosse stato Salomone ma qualche saggio successivo. Non c'è bisogno di insistere sul riferimento speciale a questo esempio storico di un'eredità dissipata da un figlio indegno. Perché, sfortunatamente, in ogni generazione ci sono troppi casi di questo tipo. Cantici sono frequenti, infatti, da suggerire riflessioni molto umilianti a chiunque abbia speso la sua vita ad acquisire ricchezze o a collezionare tesori d'arte. Quando vede le fortune sperperate e le collezioni di rarità spezzate, il pensiero deve tornare alla sua mente di chi saranno le cose che ha custodito con tanta cura Salmi 39:6; Luca 12:20

III Il terzo pensiero mortificante è: CHE IL CARATTERE DEL SUCCESSORE NON POSSA ESSERE OGGETTO DI DUBBIO; potrebbe essere un uomo di indole decisamente sciocca e viziosa (ver. 21). Si presenta il caso di un uomo che ha lavorato in saggezza, conoscenza ed equità che deve lasciare a un altro che è privo di queste virtù, che non ha mai cercato di acquisirle, tutto ciò che la sua prudenza e diligenza gli hanno permesso di acquisire. C'è quindi un culmine nei pensieri dello scrittore. Prima di tutto, c'è qualche motivo di irritazione, specialmente per una mente egoista, nell'idea di cedere a un altro ciò che si è passato anni di laboriosa fatica a raccogliere. Poi c'è il dubbio tormentante sul possibile carattere del nuovo proprietario, e sull'uso che farà di ciò che gli rimane. Ma la cosa peggiore è la convinzione che egli sia sia sciocco che vizioso. Questo è sufficiente ad avvelenare ogni godimento presente e a paralizzare ogni ulteriore sforzo. Perché un uomo dovrebbe passare giorni laboriosi e notti insonni, se questo deve essere il fine di tutto? Che cosa gli resta da mostrare nonostante tutti i suoi sforzi? Che cosa se non la stanchezza e la stanchezza, e l'amara riflessione che tutto è stato vano? Eppure, poco tempo dopo, è stato costretto dalla morte a separarsi dai suoi beni, ed essi saranno costretti a servire la frivolezza e il vizio di uno che non ha mai lavorato per loro, e alla fine saranno dispersi come pula al vento. Così si fa una scoperta finale della vanità di tutte le occupazioni terrene. L'acquisizione della saggezza e della conoscenza, la gratificazione dei piaceri dei sensi, la coltivazione e l'indulgenza dei gusti artistici, erano state tutte tentate come possibili vie per una felicità duratura, e tentate invano. A questi si deve ora aggiungere l'accumulo, con mezzi prudenti e legali, di grandi ricchezze. Anche questa si scoprì essere vanità. Non poteva essere realizzato che con anni di fatica, e portava con sé nuove preoccupazioni; e alla fine tutto ciò che era stato guadagnato doveva essere dato ad un altro. Per quanto mortificanti si fossero rivelati gli esperimenti, essi avevano almeno avuto un valore negativo. Anche se non avevano rivelato dove si trovava la felicità, avevano rivelato dove non si trovava. L'ultima delusione, la scoperta della vanità delle ricchezze, insegnò la grande verità che poteva diventare un indizio per condurre alla felicità tanto desiderata, che "la vita di un uomo non consiste nell'abbondanza delle cose che possiede". Luca 12:15

19 Chi sa se sarà un uomo saggio o uno stolto? L'amara sensazione di dover lasciare i frutti del lavoro della sua vita ad un altro è aggravata dal pensiero di non conoscere il carattere di questo successore, se sarà degno o meno. Come dice il salmista: "Egli accumula ricchezze e non sa chi le raccoglierà". Salmi 39:6 Di nuovo nella parabola: "Le cose che hai preparate, di chi saranno?". Luca 12:20) ; comp. Eccl. 11:18, 19 Eppure egli avrà il potere, ecc. Qualunque sia il suo carattere, avrà libero uso e controllo di tutto ciò che ho raccolto con il mio lavoro diretto dalla prudenza e dalla saggezza. Vulgata, Domina-bitur in laboribus meis quibus desudavi et sollicitus fui

20 Perciò sono andato sul punto di far disperare il mio cuore; jEpestreya ejgw (Septuaginta). "Mi sono voltato" per esaminare più da vicino. Cantici nel Versetto 12 abbiamo "Mi sono girato", anche se i verbi non sono gli stessi nei due passi, e nel primo la LXX ha ejpebleya. Mi allontanai dalla mia ultima linea d'azione per abbandonarmi alla disperazione. Persi ogni speranza nel lavoro; Non aveva più alcun fascino o futuro per me. Septuaginta, Tou ajpotaxasqai than mou ejn panticqw mou k.t.l

21 C'è infatti un uomo che opera nella sapienza. "In", B, "con", diretto ed eseguito con saggezza. L'autore parla di se stesso oggettivamente, come dice San Paolo 2Corinzi 12:2 : "Io conosco un uomo in Cristo", ecc. La sua lamentela ora non è che il suo successore possa abusare della sua eredità (versetto 19), ma che questa persona avrà ciò a cui non ha conferito alcuna abilità o fatica, godrà di ciò che la fraseologia moderna definisce "incremento non guadagnato". Questo, che è stato presentato come una delle benedizioni della terra promessa, Deuteronomio 6:10,11 Koheleth non può sopportare di contemplare dove si tocca, non per invidia o rancore, ma per il sentimento di insoddisfazione e mancanza di energia che genera. In (con) conoscenza e in (con) equità. Kishron, tradotto "equità" nella Versione Autorizzata; ajndreia "virilità", nella Settanta: e sollicitudina nella Vulgata, sembra piuttosto significare qui "abilità" o "successo". Si trova anche in Ecclesiaste 4:4 e Ecclesiaste 5:10, e lì solo nell'Antico Testamento

22 Che cosa ha l'uomo di tutta la sua fatica? Cioè, quale sarà il risultato per l'uomo? Ginetai ejn tw ajnqrwpw; (Settanta); Quidenim proderit homini? (Vulgata). C'è, infatti, il piacere che accompagna la ricerca degli obiettivi e il successo dell'impresa; ma questo è povero, inconsistente e amareggiato. e dell'angoscia del suo cuore; lo sforzo, lo sforzo della sua mente per dirigere il suo lavoro verso grandi fini. Cosa produce tutto questo? La risposta che si intende dare è: "Niente". Questo sforzo, con tutta la sua saggezza, conoscenza e abilità (ver. 21), è per l'operaio infruttuoso

23 Tutti i suoi giorni sono dolore, e il suo travaglio dolore comp. Ecclesiaste 5:16,17 Questi sono i veri risultati dei suoi sforzi per tutta la vita. Tutti i suoi giorni sono pene e dolori, portano con sé guai, e tutta la sua fatica finisce nel dolore. "Dolori" e "dolore" sono trattati rispettivamente di "giorni" e "travaglio". I sostantivi astratti sono spesso usati in questo modo. Così Ecclesiaste 10:12, "Le parole della bocca del saggio sono grazia". I liberi pensatori in RAPC Sap 2:1 si lamentano che la vita è breve e noiosa (luphrov). sì, il suo cuore non si riposa nella notte. Non riesce a dormire pensando ai suoi piani, alle sue speranze e alle sue delusioni. Non fa per lui il dolce sonno dell'uomo che lavora, che fa il suo lavoro quotidiano, si guadagna il suo riposo e non si preoccupa del futuro. Da una parte la cura, dall'etere la sazietà, l'omicidio del sonno e il tormento notturno

24 Vers. Da ciò che è stato detto, Koheleth conclude che l'uomo può certamente godere delle buone cose che ha provveduto, e trovare in esse una certa felicità, ma solo secondo la volontà e il permesso di Dio; e pretendere di ottenere il piacere secondo il proprio capriccio è vano

Non c'è niente di meglio per un uomo che mangiare e bere. La Vulgata rende interrogativa la frase, che l'ebraico non sancisce: Nonne melius est comedere et bibere? La Settanta Oujk estin ajgaqopw o fagetai kaietai, "Non c'è nulla di buono per un uomo da mangiare o bere"; San Girolamo e altri inseriscono misi, "eccetto un uomo da mangiare", ecc. Questa e la Versione Autorizzata, che sono più o meno approvate dalla maggior parte dei critici, fanno sì che lo scrittore enunci una sorta di epicureismo modificato, le cui citazioni a conferma si troveranno esposte da Plumptre. Non si pretende che l'attuale testo ebraico ammetta questa esposizione, e i critici hanno accettato di modificare l'originale per esprimere il senso che danno al passo. Così com'è, la frase recita: "Non è buono in (B; ) l'uomo che dovrebbe mangiare", ecc. Si suppone che questo si scontri con le dichiarazioni successive; ad esempio Ecclesiaste 3:12,13 8:15 ; e di condannare ogni piacere corporeo, anche nella sua forma più semplice. Quindi i commentatori inseriscono m ("than") prima di lkaOYv, supponendo che l'iniziale mere sia caduto dopo il terminale della parola precedente, adam comp. Ecclesiaste 3:22 Questa soluzione di una difficoltà potrebbe essere permessa se l'ebraico fosse altrimenti incapace di spiegare senza fare violenza ai sentimenti espressi altrove. Ma non è così. Come Metals ha visto, il punto principale sta nella preposizione b, e ciò che viene affermato è che non dipende dall'uomo, non è in suo potere, egli non è libero di mangiare e bere e di divertirsi semplicemente a suo piacimento; la sua potenza e la sua capacità procedono interamente da Dio. Un'autorità superiore alla sua decide la questione. La frase "mangiare e bere" è semplicemente una perifrasi per vivere nell'agio, nella pace e nell'opulenza. San Gregorio, il quale sostiene che qui e in altri luoghi Koheleth sembra contraddirsi, fa un'osservazione che è di applicazione generale: "Colui che guarda al testo, e non si familiarizza con il senso della Santa Parola, non si fornisce tanto di istruzione quanto si confonde nell'incertezza, in quanto le parole letterali a volte si contraddicono; ma mentre con la loro opposizione sono in disaccordo con se stessi, indirizzano il lettore a una verità che deve essere compresa" ('Moral.,' 4:1). Coloro che leggono l'epicureismo nel testo cadono nell'errore qui denunciato. Essi prendono l'espressione "mangiare e bere" nel senso più stretto di piacere fisico, mentre non era affatto così confinata nella mente di un ebreo. Mangiare pane nel regno di Dio, prendere posto al banchetto celeste, rappresenta la più alta beatitudine dell'uomo glorificato. Luca 14:15 Apocalisse 19:9), ecc. In un grado inferiore significa prosperità terrena, come in Geremia 22:15, "Tuo padre non ha forse mangiato e bevuto e non ha praticato il diritto e la giustizia? allora per lui è andato tutto bene". Cantici nel nostro brano troviamo solo l'umiliante verità che l'uomo in se stesso è impotente a rendere felice la sua vita o le sue fatiche di successo. Non c'è epicureismo, nemmeno in una forma modificata, nel testo ebraico così come è giunto fino a noi. Di altre presunte tracce di questa filosofia dovremo occuparci in seguito (vedi on. Ecclesiaste 3:12; 6:2 E che egli faccia godere il bene della sua anima nel suo lavoro; cioè gustare il godimento del suo lavoro, ottenere il piacere come ricompensa di tutti i suoi sforzi, o trovarlo nella ricerca vera e propria. Vidi anche questo, che veniva dalla mano di Dio. Questo è il punto: il potere del godimento dipende dalla volontà di Dio. Il versetto successivo conferma questa affermazione

Ogni bene viene da Dio

La rivelazione presenta sempre all'uomo un modello di condotta egualmente lontano dalla gratificazione egoistica e dall'orgogliosa ascetismo. Condanna l'abitudine, troppo comune tra i ricchi e i fortunati, di cercare tutta la fazione dei sari nei piaceri e nei lussi del mondo, nei godimenti dei sensi; e allo stesso tempo condanna la tendenza a disprezzare il corpo e le cose del tempo e dei sensi, come se tale indipendenza dalla terra fosse necessariamente il mezzo per l'arricchimento e la benedizione spirituale. Da una parte, siamo invitati a partecipare liberamente e volentieri ai doni della Divina Provvidenza; dall'altro, siamo esortati a ricevere tutte le cose come "dalla mano di Dio".

LA MUNIFICENZA DI DIO PROVVEDE I FAVORI CON I QUALI LA VITA TERRENA DELL'UOMO È ARRICCHITA. Il cibo e le bevande sono qui menzionati come esempi dei buoni doni del Padre Eterno, che "apre la sua mano e supplisce ai bisogni di ogni essere vivente". Molteplice è la provvista della beneficenza divina. L'intero mondo materiale è un apparato mediante il quale la munificenza del Creatore provvede ai bisogni delle sue creature. E tutti i doni di Dio hanno un significato e un valore che vanno oltre se stessi; rivelano il carattere divino, simboleggiano la bontà divina. Disprezzarli è disprezzare il Donatore

II LA BONTÀ DI DIO DONA FACOLTÀ ADATTE AL GODIMENTO DEI SUOI DONI. L'adattamento è ovvio e istruttivo tra i doni della provvidenza di Dio e la costituzione corporea in virtù della quale l'uomo è in grado di appropriarsi e godere di ciò che Dio elargisce. Il cibo e le bevande presuppongono il potere di prenderne parte e di usarli per la continuazione della vita, della salute e del vigore del corpo. La corrispondenza può essere rintracciata in tutta la nostra natura fisica; tra l'occhio e la luce, tra l'udito e il suono, tra i polmoni e l'atmosfera, in effetti, tra l'organismo e l'ambiente

III DIO SI ASPETTA CHE NOI USIAMO I SUOI DONI COME EGLI COMANDA E PER LA SUA GLORIA. Tutte le donazioni divine sono una specie di prova e di prova per l'uomo, che non segue necessariamente l'appetito, ma che può esercitare la sua ragione e la sua volontà nell'affrontare le circostanze del suo essere, con le disposizioni della munificenza di Dio. Tutti sono suscettibili di uso e di abuso. Il Predicatore ci dà la chiave per un giusto uso dei doni provvidenziali, quando ci ricorda che tutto è "dalla mano di Dio". L'uomo che vede il Donatore nel dono, che partecipa con gratitudine a ciò che gli viene dato, riconoscendone il significato spirituale e usandolo come mezzo per il miglioramento spirituale, un tale uomo adempie correttamente la sua prova e non vive la vita terrena invano

IV DALL'OSSERVANZA O DALLA NEGLIGENZA DELL'ESIGENZA DIVINA DIPENDE L'EFFETTO DEI DONI DI DIO SU DI NOI, SIA CHE SIANO UNA BENEDIZIONE O UNA MALEDIZIONE. Sarebbe molto facile leggere male l'insegnamento di questo Libro dell'Ecclesiaste. Lasciate che un uomo lo legga quando è sotto l'influenza di un temperamento d'animo edonistico e ottimista, e può essere incoraggiato ad abbandonarsi ai piaceri della vita, alle gioie dei sensi, a cercare il suo benessere e la sua soddisfazione in ciò che questo mondo può dare. Lasciate che un uomo legga il libro quando passa attraverso l'amara esperienza dei mali, dei guai e delle delusioni della vita, in uno stato d'animo pessimista, e può essere incoraggiato allo sconforto, allo sconforto e al cinismo. Ma la vera lezione del libro è questa: la vita è una disciplina divina, e il suo scopo non dovrebbe mai essere perso di vista; i doni della Provvidenza sono destinati al nostro godimento, alla nostra grata appropriazione, ma non alla soddisfazione della natura spirituale; La sapienza divina ci chiama al servizio reverenziale dell'Eterno stesso; dovremmo allora ricevere con gioia ciò che Dio ci elargisce e rinunciare senza eccessivo lutto a ciò che Dio toglie, perché tutta la vita è "dalla mano di Dio". -T

Ver. 24.- Vedi omelia su Ecclesiaste 3:12,13,22 -C

Vers. 24-26.

La condizione del puro godimento

Fino a questo punto i pensieri del nostro autore sono stati cupi e disperati. La saggezza è migliore, egli dichiara, della follia, ma la morte spazza via sia i saggi che gli stolti. L'erudizione del saggio, la fortuna accumulata dal lavoratore di successo, rappresentano le fatiche di una vita; Ma alla fine, quanto valgono? I risultati sono duplici, in parte interni e in parte esterni. Lo studente o l'operaio acquista abilità nell'uso delle sue facoltà, sviluppa la sua forza, diventa, man mano che la sua vita va avanti, più abile nella sua professione o mestiere; ma la morte spegne tutte queste conquiste. Lascia a coloro che forse non ne sono degni tutti i risultati esteriori delle sue fatiche, e forse in pochissimo tempo sarà difficile trovare qualcosa che ricordi di lui. Noi che abbiamo la luce della verità cristiana possiamo avere molto da consolarci e darci forza, anche quando ci troviamo faccia a faccia con i fatti oscuri e tristi su cui si sofferma il nostro autore. Possiamo pensare a questa vita come a una preparazione per una nuova e più alta esistenza nel mondo a venire, e credere che ogni sforzo che facciamo per usare correttamente le facoltà che Dio ci ha dato tenderà a prepararci meglio per servirlo in un altro stato dell'essere. Ma nella mente del nostro autore il pensiero di una vita futura non è abbastanza vivido da essere fonte di consolazione e di forza. E allora? Non trova scampo dal cupo labirinto del dubbio avvizzito, e decide che la felicità è un dono per il quale si può sospirare invano? No; Stranamente, proprio nel momento in cui la depressione è più profonda, la luce irrompe su di lui da una parte inaspettata. Gioie semplici, speranze moderate, contentezza della propria sorte, accoglienza riconoscente dei doni di Dio, possono produrre una pace e una soddisfazione sconosciute a coloro che sono consumati dall'ambizione, che fanno della ricchezza, dello stato, del lusso, l'oggetto dei loro desideri. L'oscurità della notte presto chiuderà la nostra vita. Il possesso dei nostri beni è estremamente precario, ma una certa misura di gioia è alla portata di tutti noi. In poche ma suggestive parole il predicatore descrive:

" Non c'è nulla di meglio per l'uomo che mangiare e bere, e che faccia godere il bene della sua anima nel suo lavoro". Atti per prima cosa si potrebbe pensare che il giudizio qui espresso sia un po' povero e grossolano, e indegno della reputazione del re saggio a cui è attribuito, per non dire della Parola di Dio in cui lo troviamo. Ma quando guardiamo più da vicino l'è, queste impressioni scompaiono. Non è una vita oziosa e inutile di godimento personale che ci viene qui raccomandata, ma una in cui il lavoro utile è condito da piaceri sani. L'uomo mangia e beve, e fa godere la sua anima del bene nel suo lavoro. Il godimento non è tale da sprecare ed esaurire le energie dell'anima, altrimenti sarebbe di brevissima durata. Il rischio di abusare dell'avvocato nella prima parte della frase è evitato prestando attenzione alla salvaguardia implicita nelle parole conclusive. Non è la decisione del sensualista: "Mangiamo e beviamo; perché domani moriamo", 1Corinzi 15:32 ma l'ammonimento di chi percepisce che una partecipazione riconoscente alle cose buone della vita è compatibile con la pietà più sincera. Mangiare e bere significa soddisfare gli appetiti naturali e non soddisfare le voglie artificiali e auto-create; e l'eccessiva indulgenza nel farlo è tacitamente vietata. Le parole ci suggeriscono la vita semplice e sana e le abitudini del contadino o dell'operaio industrioso, che si compiace del suo lavoro quotidiano e trova nelle gioie innocenti che addolciscono la sua sorte una felicità che. La mera ricchezza non può comprare

"La casalinga cagliata del pastore, la sua bevanda fredda e sottile dalla sua bottiglia di cuoio, il suo sonno abituale all'ombra di un albero fresco, tutto ciò di cui gode sicuro e dolce, è ben oltre i delicati di un principe, le sue vivande scintillanti in una coppa d'oro, il suo corpo adagiato in un letto curioso, quando la cura, la diffidenza e il tradimento lo aspettano".(' Enrico VI,' Parte III, agisci. così. 5.)

II In secondo luogo, il nostro autore ci dice LA FONTE DI QUESTA FELICITÀ: È IL DONO DI DIO. versetto 24b.) "Vidi anche questo , che veniva dalla mano di Dio. Poiché chi può mangiare o chi può godere senza di lui?" (Margine della versione rivista). Queste parole sono del tutto sufficienti a convincerci che un basso epicureismo è ben lontano dai pensieri dello scrittore quando parla di non c'è nulla di meglio per un uomo che " mangiare e bere, e far godere la sua anima del bene nel suo lavoro". Una cosa è necessaria per il raggiungimento di questo fine, ed è la benedizione divina. La fazione dei sari nel lavoro e nel piacere è un dono da lui concesso a coloro che lo meritano. "Ciò che otteniamo qui è il riconoscimento di ciò che abbiamo imparato a chiamare il governo morale di Dio nella distribuzione della felicità. Si scopre che non dipende dalla condizione esteriore ma da quella interiore, e la principale condizione interiore è il carattere che Dio approva. Il Predicatore praticamente confessa che la vita del cercatore di piacere, o dell'ambizioso, o del filosofo, che cerca la saggezza come fine, non era buona davanti a Dio, e quindi non riusciva a portare soddisfazione" (Plumptre). La fonte, quindi, della felicità nella vita è nell'obbedienza alla volontà divina. Ai doni della sua provvidenza Dio aggiunge l'indole con cui goderne; dalla sua mano bisogna cercare entrambi. Coloro che cercano di essere indipendenti da lui scoprono che tutto ciò che possono acquisire è insufficiente a soddisfarli; Coloro che ripongono tutta la loro fiducia in Lui si accontentano anche della sorte più difficile. Filippesi 4:11-13 "La sapienza, la scienza e la gioia" sono la parte dei buoni, siano essi poveri o non poveri del mondo; ma il peccatore ha solo il lavoro infruttuoso da cui non può trarre alcuna soddisfazione (versetto 21). E più volte il Predicatore scrive la triste frase: "Anche questa è vanità e vessazione dello spirito", sulla vita in cui Dio non c'è.

25 Chi infatti può mangiare, o chi altri può affrettarsi a farlo, più di me? Questa è la traduzione del testo ricevuto. "Mangiare" significa divertirsi, come nel verso precedente; "affrettarsi qui" implica l'ansiosa ricerca del piacere; e Koheleth chiede: Chi ha avuto un'opportunità migliore di lui per verificare il principio che tutto dipende dal dono di Dio? Vulgata, Quis ita devorabit, et deliciis affluet ut ego? La Settanta aveva una lettura diversa, che si ritrova anche nella versione siriaca e araba, ed è stata adottata da molti critici moderni. Invece di yNiMmi, leggono Wnm,mi, "senza di lui", cioè tranne che da Dio. "Perché chi mangerà o chi berrà senza di lui (parex aujtou)?" Questo non fa che ripetere il pensiero dell'ultimo versetto, in accordo con il detto di San Giacomo, Gc 1:17: "Ogni dono buono e ogni dono perfetto viene dall'alto, discendendo dal Padre della luce". Ma la lettura ricevuta, se ammette la resa della Versione Autorizzata (il che è alquanto dubbio), è in stretta connessione con l'osservazione personale che precede, "Anche questo vidi", ecc., ed è una conferma più sensata di quanto possa esserlo un'osservazione tautologica. Il versetto successivo porta avanti l'idea che il godimento sostanziale è interamente dono di Dio, e concesso da lui come Governatore morale del mondo

26 Poiché Dio dà all'uomo ciò che è buono ai suoi occhi. Il soggetto "Dio" non è, in ebraico, un'omissione che dovrebbe giustificare il suo inserimento virtuale nel Versetto 25. La Vulgata lo fornisce coraggiosamente qui, Homini bone in conspectu sue dedit Deus. All'uomo che trova grazia agli occhi di Dio 1Samuele 29:6; Neemia 2:5) cioè chi gli piace, dà benedizioni, mentre le trattiene o le toglie all'uomo che gli dispiace. Le benedizioni specificate sono la saggezza, la conoscenza e la gioia. L'unica vera sapienza che non è tristezza, l'unica vera conoscenza che non è tristezza, Ecclesiaste 1:18 e l'unica gioia nella vita, sono i doni di Dio a coloro che egli considera buoni. Ma al peccatore egli dà il parto, per radunare e ammucchiare. Il peccatore si dà molta forza, spende un lavoro continuo, per poter accumulare ricchezze, ma queste passano in altri. mani (più degne). Orazio, 'Carm.', 2:14. 25 - "Absumet heres Caecuba dignior Servata centum clavibus".

Il governo morale di Dio è qui riconosciuto, come sotto, Ecclesiaste 3:15, 17, ecc., e un ulteriore pensiero è aggiunto sul tema della retribuzione: Affinché possa dare a lui ciò che è buono davanti a Dio. Questa idea si trova in Proverbi 28:8, "Chi accresce le sue sostanze con l'usura e l'accrescimento, le raccoglie per chi ha pietà del povero; " e Ecclesiaste 12:2, "La ricchezza del peccatore è riservata al giusto" comp. Giobbe 27:16,17 Cantici nella parabola dei talenti, il talento del servo inutile è dato a colui che aveva fatto il miglior uso del suo denaro. Matteo 25:28 Anche questo è vanità. Si tratta di chiedersi a quale sia il riferimento qui. Delitzsch lo considera come la lotta per il piacere nel e dal lavoro (vers. 24); Knobel, la distribuzione arbitraria delle cose buone di questa vita; ma, detto in questo modo, questo difficilmente potrebbe essere definito un "nutrirsi del vento"; né questa espressione potrebbe essere applicata ai "doni di Dio" a cui Bullock limita il riferimento. Wright, Hengstenberg, Gratz e altri ritengono che ciò che si intende sia la raccolta e l'accumulo di ricchezze da parte del peccatore, che è già stato deciso essere vanità (vers. 11, 17, 18); e ciò limiterebbe la conclusione generale a un caso particolare. Prendendo il punto di vista contenuto in Versetto 24 come l'idea centrale del brano, vediamo che Koheleth sente che la restrizione al godimento del lavoro da parte dell'uomo imposta dal governo morale di Dio rende vana quella fatica perché il suo risultato non è nelle mani degli uomini, ed è uno sforzo o un nutrirsi di vento perché il risultato è insoddisfacente e svanisce nella morsa

Punizione

Qui il Predicatore propone a lungo la dottrina del governo morale di Dio, che nella prima parte del libro è stata tenuta in sospeso. Una cosa è trattare della vita umana, e un'altra cosa è trattare della teologia. Il primo può, e lo fa per la mente riflessiva, suggerire il secondo; Ma sono in tanti quelli che non fanno mai il passo dall'uno all'altro. L'autore di questo libro ha registrato la sua esperienza, con quelle generalizzazioni e lezioni ovvie che tale esperienza naturalmente suggerisce; Ha tratto tali conclusioni che uno studioso attento e riflessivo difficilmente potrebbe evitare. Ma finora si è astenuto dal campo della fede, dell'intuizione, della rivelazione. Ora, tuttavia, egli afferma coraggiosamente il fatto che il mondo è la scena della retribuzione divina; che dietro ogni legge naturale c'è una legge che è soprannaturale; che il Giudice di tutta la terra pratica il diritto

DIO È INTERESSATO AL CARATTERE E ALLA VITA UMANA. L'antica nozione epicurea secondo cui gli dèi erano soprattutto attenti agli interessi degli uomini non è estinta; poiché molti ancora oggi ritengono dispregiativo per la Divinità che si debba ritenere che si interessi sia alle esperienze che al carattere degli uomini. Questo passaggio dell'Ecclesiaste presume giustamente che ciò che gli uomini sono e ciò che attraversano sono questioni di reale preoccupazione per il Creatore e Signore di tutto

DIO LASCIA NELLA VITA UMANA SPAZIO PER LO SVILUPPO DEL CARATTERE MORALE DEGLI UOMINI. Egli dota l'uomo di una costituzione propriamente soprannaturale, di capacità e facoltà superiori a quelle che sono suscettibili di legge fisica. Per quanto interessante sia lo sviluppo necessario dell'universo sotto il controllo delle forze naturali, molto più interessante è lo sviluppo del carattere morale degli uomini. Questa, infatti, è per noi la più significativa e importante di tutte le cose che esistono. L'uomo è fatto non solo per godere o per soffrire, ma per formare il carattere, per acquisire abitudini di virtù e di pietà; per essere assimilato, nella disposizione morale e nel proposito, all'Autore Divino del suo essere. A questo scopo tutte le circostanze possono condurre; Perché l'esperienza ci mostra che non c'è condizione della vita umana, nessuna gamma di esperienze umane, che non possa servire al miglioramento spirituale e al benessere

III DIO È IL LEGITTIMO SOVRANO E GIUDICE DEGLI UOMINI. Tutte le relazioni umane non riescono a esporre adeguatamente il carattere e gli uffici dell'Eterno; eppure molte di queste relazioni servono a permetterci di intravedere le eccellenze di colui che è giuridicamente e moralmente il Supremo. Non c'è incompatibilità tra la rappresentazione che Dio è un Padre, e quella che gli attribuisce le funzioni di Giudice. Le relazioni umane sono basate sul Divino, ed è ingiusto considerare l'umano semplicemente come una figura del Divino. Avendo ogni potere, Dio è in grado di ripartire la sorte della creatura; essendo infinitamente giusto, tale ripartizione da parte sua deve essere al di là di ogni critica e censura. La vita dell'uomo dovrebbe essere vissuta sotto un costante senso dell'osservazione e del giudizio divini; poiché in tal modo il probatore della terra si assicurerà il vantaggio del più alto standard di rettitudine, e il motivo di rettitudine e di progresso che il governo divino è in grado di fornire. La giustizia distributiva - per usare l'espressione familiare nella filosofia morale - è la funzione del Supremo

IV DIO STESSO DETERMINA LA MISURA IN CUI LA RETRIBUZIONE SARÀ EFFETTUATA IN QUESTA VITA TERRENA. Il passo ora in esame pone l'accento sulla ricompensa e la punizione terrena, sebbene non le rappresenti come esaustive e complete. "Dio dà all'uomo che è buono agli occhi suoi, sapienza, e gioia." Questo è qualcosa di molto diverso da ciò che viene chiamato "giustizia poetica"; questi sono doni che sono coerenti con le avversità e le afflizioni. In effetti, sembra che la lezione sia trasmessa che la bontà morale incontra una ricompensa morale, a differenza della dottrina dei libri di fiabe per bambini, che insegnano che "la virtù sarà ricompensata con una carrozza e sei"! E il peccatore è avvertito che riceverà la ricompensa del suo peccato nel travaglio, nella delusione e nell'insoddisfazione. "Tutto quello che l'uomo semina, quello pure mieterà". Deve essere cieco un uomo che non vede nella costituzione della natura umana e della società umana le tracce di un giusto Legislatore e Amministratore; E allo stesso tempo, deve essere miope l'uomo che non rileva segni di incompletezza in queste disposizioni giudiziarie

V DIO CI DÀ NELLA PARZIALE RETRIBUZIONE DEL PRESENTE UN SUGGERIMENTO DI UNA VITA FUTURA, IN CUI IL SUO GOVERNO SARÀ COMPLETATO E RIVENDICATO. Nessuno avrebbe obiettato che le convinzioni e le aspettative degli antichi ebrei riguardo a un'esistenza futura fossero così sviluppate e decisive come quelle dei cristiani. Ma questo e altri libri indicano che gli ebrei illuminati avevano un'anticipazione del giudizio avvenire. Se questo mondo fosse tutto, la vanità e l'irritazione dello spirito sarebbero state l'unica impressione prodotta dall'esperienza e dalla contemplazione della vita umana. Ma si è visto, anche se vagamente, che questo stato terreno richiede, per la sua completezza, un'immortalità che è la scena del giudizio divino e della retribuzione umana.

Pietà ed empietà; Indennizzo e penalità

Poniamo e rispondiamo alla duplice domanda, vale a dire: che cos'è...

I LA NOSTRA ASPETTATIVA. Dovremmo certamente aspettarci due cose, a giudicare antecedentemente

1. Che la pietà sarebbe stata riccamente ricompensata; poiché chi non si aspetterebbe che il Padre generoso, giusto e pieno di risorse avrebbe dato generosamente, in molti modi, a coloro che cercavano il suo favore ed erano "buoni ai suoi occhi"?

2. Che l'empietà porterebbe chiari segni della disapprovazione divina; poiché chi supporrebbe che gli uomini sfiderebbero il loro Creatore, infrangerebbero le sue leggi, danneggerebbero i suoi figli, guastarono il suo santo e benigno proposito e non soffrirebbero mali marcati e molteplici come giusta punizione della loro presunzione e della loro colpa? Naturalmente cerchiamo molta felicità e prosperità per i primi, molta miseria e sconfitta per i secondi

II LA NOSTRA ESPERIENZA. Cosa troviamo?

1. Che Dio ricompensi i suoi servitori. Il Predicatore menziona tre buoni doni della sua mano; essi non sono esaustivi, anche se includono o suggeriscono gran parte dell'eredità dell'uomo giusto

(1) Conoscenza. Più di tutto, e meglio di tutto, la conoscenza di Dio stesso; e conoscere Dio è l'essenza e la sostanza stessa della vera vita umana. Accanto a questo, la conoscenza dell'uomo. In verità, è solo l'uomo buono che comprende la natura umana. Il vizio, l'iniquità, si lusinga di avere questa conoscenza. Ma è sbagliato; La sua concezione dell'umanità è distorta, errata, fatalmente sbagliata. Non sa che cosa sia nell'uomo essere, fare e diventare. "Solo i buoni discernono i buoni", e solo loro hanno una conoscenza della nostra razza che è profondamente vera

(2) Saggezza. Una concezione illuminata della vita umana, perché la sua bellezza e la sua beatitudine siano apprezzate e perseguite, perché invece la sua bruttezza e la sua malvagità siano riconosciute ed evitate. La saggezza dei saggi include anche quel buon senso pratico che preserva i suoi discepoli dagli errori e dai grovigli che portano all'indigenza, che conduce anche i suoi possessori ad altezze di onore e di benessere

(3) Gioia. Nell'adorazione di Cristo, nel servizio all'uomo, nella cultura del nostro carattere, nel camminare lungo il sentiero del sacro dovere e della santa utilità, c'è una gioia abbondante e duratura

2. Che il peccato è punito con la punizione. Troviamo che Dio dà "al peccatore il parto, perché raccolga e accumuli"? Noi lo facciamo

(1) Il peccato richiede la peggiore di tutte le cattive fatiche: quella di abbattere deliberatamente e persistentemente i muri della coscienza, di sfondare gli steccati che il Dio di giustizia e di amore ha eretto per proteggere i suoi figli dal male morale

(2) Il peccato include molte lotte dolorose e dannose contro la volontà e contro le leggi dei saggi e dei buoni. Gli uomini cattivi devono affrontare e sfidare l'opposizione dei retti

(3) Il peccato significa spesso una fatica bassa e degradante. Il "peccatore" è abbassato così in basso che gli è disposto ad "andare nei campi a pascere i porci", a fare ciò da cui una volta si sarebbe indignato

(4) Il peccato condanna costantemente il lavoratore a lavorare in totale scontentezza, se non in positiva miseria dell'anima. La vita senza la luce della verità celeste e il canto del sacro servizio si rivela un peso intollerabile. - C

Illustratore biblico:

Ecclesiaste 2

1 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:1

Va' ora, io ti metterò alla prova con allegria.-La triplice visione della vita umana:

In questo notevole capitolo vengono fornite tre visioni della vita umana

(I.) La visione teatrale della vita (vers. 1-11). Lo scrittore cerca di dimostrare il suo cuore con l'allegria e le risate; tratta la sua carne con il vino; raccoglie tesori particolari; è innamorato della grandezza, della magnificenza e dell'abbondanza; Si diletta nell'architettura, nel paesaggio, nella letteratura, nella musica, nel canto. Tutto è spettacolare, abbagliante, meraviglioso. Questa è un'idea molto fuorviante del mondo in cui ci troviamo

1.) È parziale. Qui non si dice nulla dei problemi che ci interpellano: del dovere, dell'intraprendenza, della disciplina, del lavoro, del sacrificio, della sofferenza; nulla sul carattere o sulla condotta. In realtà lascia fuori due terzi della vita, e i due terzi più nobili

2.) È esagerato. Contempla grandi opere, grandi possedimenti e grande fama. La vita è in gran parte fatta di compiti banali, facce familiari, giornate tranquille, esperienze monotone

3.) È egoistico. Si vede dappertutto quanto sia prominente l'individuo. È tutto "io". Lo scrittore non pensa mai ad altre persone, a meno che non possano aumentare il suo piacere, o essere spettatori della sua gloria

4.) È superficiale. Non c'è una parola sulla coscienza, sulla rettitudine, sulla responsabilità. Ora guardatevi dalla visione teatrale della vita, del grande, del sfarzoso, del luccicante. La vera vita, di regola, è semplice, sobria e severa. Diffidate dei compagni che vorrebbero rappresentarvi la vita in una luce gaia e voluttuosa. Guardatevi anche dalla vostra lettura, e fate in modo che non dia un'idea falsa e illusoria della vita che vi aspetta. Il mondo non è un teatro, non è la caverna di un mago, non è un carnevale; È un tempio dove tutte le cose sono serie e sacre

(II.) La visione sepolcrale della vita (vers. 12-23). Gli uomini di solito partono dal roseo ideale della vita, e poi, scoprendo la sua falsità - che ci sono lacrime oltre che risate - sprofondano nell'irritazione e nella disperazione, e dipingono tutte le cose nere come la notte. Ma il mondo non è vuoto; È una coppa profonda e grande, deliziosa e traboccante. La pienezza, non il vuoto, è il segno del mondo. C'è la pienezza della natura, della vita intellettuale, della società, della vita pratica, il molteplice e duraturo dispiegarsi degli interessi, dei movimenti e delle fortune dell'umanità. C'è la pienezza della vita religiosa. Un vero uomo non ha mai l'impressione che il mondo sia limitato, magro, superficiale. Dio non è una presa in giro e non si prenderà gioco di noi

(III.) La visione religiosa della vita (vers. 24-26)

1.) La purificazione e il rafforzamento dell'anima ci assicureranno tutto lo splendore e la dolcezza della vita

2.) E come lo Spirito di Cristo conduce alla realizzazione del lato luminoso del mondo, così vi fortificherà contro il lato oscuro. Porta lo Spirito di Cristo in questo lato oscuro, e gioirai anche nella tribolazione. In una delle riviste illustrate ho notato una foto del mercato dei fiori di Madrid in una tempesta di neve. Le glorie dorate e purpuree si mescolavano alla neve dell'inverno. E in una vera vita cristiana la tristezza si mescola stranamente alla gioia. L'inverno in Siberia è una cosa, l'inverno nel mercato dei fiori del sud è un'altra; e così il potere del dolore è spezzato e addolcito nella vita cristiana da grandi convinzioni, consolazioni e speranze. Non accettare la visione teatrale della vita; La vita non è fatta solo birra e birilli, opere, banchetti, serate di gala e burlesque. Non accettare la teoria sepolcrale della vita; È assolutamente falso. Tocqueville disse a Sumner: "La vita non è né un dolore né un piacere, ma un affare serio, che è nostro dovere portare a termine e concludere con onore". Questa è una concezione vera e nobile della vita, che può realizzarsi solo quando Cristo ci rinnova e ci fortifica. (W. L. Watkinson.)

I piaceri del peccato e i piaceri del servizio di Cristo erano in contrasto:

(I.) Quali sono i piaceri del peccato?

1.) Sono piaceri presenti; ora e qui; non in lontananza; non nell'altro mondo, ma in questo

2.) Sono vari e molti: adatti a tutti i gusti, capacità, età, condizione

3.) Cadono nei desideri e nelle brame della nostra natura carnale

4.) Possiedono il potere di eccitare in misura meravigliosa: la fantasia, la mente, le passioni, l'ambizione, la lussuria, l'orgoglio, ecc

(II.) Quali sono i piaceri o le ricompense del servizio di Cristo?

1.) Sono reali e sostanziali, non fittizi e immaginari o ingannevoli

(1) Una buona coscienza

(2) Una mente soddisfatta

(3) Godimento e soddisfazione razionale

(4) Elevazione dell'essere

(5) Una quieta e crescente consapevolezza dell'approvazione di Dio

(6) Un dolce senso di vivere e respirare in una sfera di pensiero e di vita santificati, illuminata dalla luce del sole del Cielo, e riccamente delle gioie e delle armonie che procedono dal Calvario

2.) Non sono tutti nel futuro. Una parte non piccola di loro è qui, e si gode giorno dopo giorno. Il cielo è l'ultimo stato di beatitudine, la ricompensa finale nel servizio di Cristo. Ma il cielo è iniziato in ogni anima riconciliata e santificata in una sola volta e progredisce verso il compimento

3.) Il servizio di Cristo soddisfa l'anima. Tocca, eleva, espande, dà dignità, armonizza e rallegra la natura più alta dell'uomo

4.) Il piacere, la ricompensa del servizio di Cristo è duratura. Non teme la morte, non conosce fine. È perpetua, eterna, sempre crescente. (J. M. Sherwood, D.D.)

Uno strano esperimento:

Ora decide di abbandonare i "chiostri studiosi". Alla loro quiete egli sostituirà l'eccitazione del piacere febbrile. Ma questa tremenda reazione delle gioie del filosofo al piacere animale più grossolano non è facile. Deve pungolare la sua mente prima che sia pronta per questa nuova e bassa direzione. Deve dire al suo cuore: "Va' ora, io ti metterò alla prova con l'allegria". Che caduta c'è qui, dalla contemplazione dei temi alti della verità, delle opere di Dio e dell'uomo, al piacere meramente sensuale! Ma l'esperimento è breve. Lo sarebbe. Perché un uomo di saggezza non poteva tardare a scoprire l'assoluta inutilità della gratificazione sensuale; brusca e rapida arriva la conclusione: "Ho detto del riso: È folle, e dell'allegria: Che cosa fa?" A volte le persone riflessive si sono chieste come l'uomo saggio potesse spingersi a tentare questo secondo esperimento, lo sforzo di trovare la felicità nella "concupiscenza della carne" e nella "concupiscenza dell'occhio". Questo, di solito si pensa, è la delizia degli sciocchi. Ma che un uomo che potesse dire di "aver visto le opere che si fanno sotto il sole", la cui filosofia avesse spaziato sulle cose nuove fino a renderle le cose vecchie ricorrenti, che potesse veramente dire di aver "acquistato più sapienza di tutti quelli che erano stati prima di lui a Gerusalemme", perché un tale volasse dalla filosofia al piacere, dalla meditazione all'allegria, è considerata fenomenalmente strana. Ma non lo è. Proprio attraverso questi estremi vola lo spirito irrequieto che non ha ancora imparato che la felicità non è la creatura delle circostanze, ma il risultato della vita. E come magnifica questo carattere interiore della felicità riflettere che anche la saggezza perseguita per se stessa può essere vista come così vuota che l'anima volerà alla massima distanza da essa, deducendo che anche la follia sensuale può essere un sollievo dalla vacuità della conoscenza! (C. L. Thompson, D.D.)

2 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:2

A proposito delle risate, ho detto: "È pazzesco".-L'arguzia e il pazzo:-

Se vi chiedessero chi si è posato per il ritratto di un pazzo, sareste disposti a cercare qualche mostro, qualche flagello della nostra razza, in cui vasti poteri erano stati messi a disposizione di passioni ingovernate, e che avevano coperto un paese di pianti e di famiglie desolate; e in un primo momento potremmo essere tentati di concludere che Salomone usò termini un po' esagerati quando identificò il riso con la follia. Né dobbiamo supporre che tutte le risate siano condannate indiscriminatamente; come se la tristezza contraddistinguesse una persona sana di mente e l'allegria una follia. "Rallegratevi per sempre" è una direttiva scritturale, e la spensieratezza di cuore dovrebbe essere sentita e mostrata da coloro che sanno di avere Dio come loro Guardiano, e Cristo come loro Garante. Ma è il riso del mondo che il saggio chiama follia; e non ci sarà difficoltà a mostrarvi, in due o tre casi, quanto sia stretto il parallelo tra il maniaco e l'uomo da cui questa risata è eccitata. Vorremmo prima di tutto farvi notare come questo conflitto, di cui questa creazione è la scena, e i principali antagonisti in cui sono Satana e Dio, è un conflitto tra la menzogna e la verità. L'ingresso del male avveniva attraverso una menzogna; e quando Cristo promise la discesa dello Spirito Santo, il cui ufficio speciale doveva essere quello di rigenerare il genere umano, di restaurare la loro purezza perduta, e con ciò la loro felicità perduta, lo promise sotto il carattere dello Spirito di verità; come se la verità fosse tutto ciò che serviva per fare di nuovo di questa terra un paradiso. Ed è in conformità con questa rappresentazione di quella grande lotta, che considera gli ordini superiori di intelligenza, come una lotta tra la menzogna e la verità, che tanta criminalità è ovunque nella Scrittura collegata a una menzogna, e che coloro ai quali una menzogna può essere imputata, sono rappresentati come così più particolarmente odiosi all'ira di Dio. "Una lingua bugiarda", dice il saggio, "non è che per un momento"; come se ci si potesse aspettare che un'improvvisa vendetta scendesse sul bugiardo e lo spazzasse via prima che potesse ripetere la menzogna. E se c'è così, per così dire, una specie di terribile maestà nella verità, così che deviare da essa è enfaticamente un tradimento contro Dio e l'anima, ne consegue che tutto ciò che è calcolato per diminuire il rispetto per la verità, o per attenuare la falsità, è probabile che produca il danno più ampio che si possa ben immaginare. Voi siete tutti pronti, senza esitazione, ad ammettere che nulla andrebbe più lontano verso l'allentamento dei legami della società che la distruzione della vergogna che ora si attribuisce a una menzogna; e di conseguenza vi sollevereste come per un impulso comune a resistere a qualsiasi uomo o a qualsiasi autorità che si proponesse di proteggere il bugiardo, o di rendere la sua offesa relativamente poco importante. Ma mentre la menzogna audace e diretta guadagna così per sé l'esecrazione generale, forse soprattutto perché si sente che milita contro l'interesse generale, c'è una pronta indulgenza nella menzogna più sportiva, che è piuttosto giocare con la verità che fare una menzogna. È qui che troveremo il riso che è follia, e ci identificheremo con un pazzo, colui da cui il riso è suscitato. C'è molto spesso un allontanamento dalla verità in quel discorso allegro a cui si riferisce Salomone. Divertendo una tavola, e provocando spensieratezza e allegria in giro per la compagnia, gli uomini possono insegnare agli altri a considerare con meno orrore una menzogna, o sminuire in loro quella santità della verità che è allo stesso tempo una virtù ammirevole ed essenziale per l'esistenza di qualsiasi altra. Non temo l'influenza di uno che il mondo denuncia come bugiardo; ma lo faccio di uno che applaude come uno spiritoso. Lo temo per quanto riguarda la riverenza per la verità, una riverenza che, se non fa di per sé un grande carattere, deve essere forte ovunque il carattere sia grande. L'uomo che spaccia un'ingannevole finzione, o distorce in modo divertente un avvenimento, o travisa abilmente un fatto, può dire che intende solo essere divertente, e che nulla è più lontano dai suoi pensieri che fare un torto; ma nondimeno, poiché difficilmente può mancare di abbassare la maestà della verità agli occhi del suo prossimo, ci possono essere altrettanto ampie ragioni per acconsentire alla decisione del saggio: "Ho detto del riso: È folle, e dell'allegria: Che cosa fa?" Ma non abbiamo ancora dato il caso peggiore di quella risata che può essere identificata con la follia. È verissimo che tutto ciò che tende a diminuire l'orrore degli uomini per una menzogna, tende ugualmente alla confusione e alla miseria che dilagano, e può quindi essere giustamente classificato tra le cose che assomigliano alle azioni di un maniaco. È anche vero che questa tendenza esiste in gran parte di quella conversazione ammirata, la cui eccellenza risiede praticamente nella sua falsità; così che la corrispondenza è chiara tra l'arguzia e il pazzo. Ma forse è solo quando si rivolge il riso alle cose sacre che abbiamo davanti a noi la follia in tutta la sua natura selvaggia e in tutta la sua dannosità. L'uomo che in qualche modo esercita il suo ingegno sulla Bibbia trasmette senza dubbio l'impressione, che lo intenda o no, di non credere nell'ispirazione della Bibbia; poiché è del tutto insupponibile che un uomo che riconoscesse veramente nella Bibbia la Parola del Dio vivente, che sentisse che le sue pagine erano state tracciate dalla stessa mano che stendeva il firmamento, scegliesse da essa passaggi da parodiare, o espressioni che potrebbero essere gettate in una forma ridicola. Può essere vero che lo fa solo per scherzo, e senza alcun disegno malvagio; non intendeva mai, vi dirà, quando introduceva la Scrittura in modo ridicolo, o divertiva i suoi compagni con allusioni sarcastiche alle peculiarità dei pii - non intendeva mai raccomandare un disprezzo per la religione, o insinuare un'incredulità nella Bibbia, e forse non lo fece mai; tuttavia, anche se lo assolvete dall'accusa di intenzioni dannose, e lo supponete del tutto inconsapevole di operare un torto morale, colui che fa battute su cose sacre, o punta il suo ingegno con allusioni scritturali, può fare molto più male alle anime dei suoi simili che se si impegnasse apertamente ad attaccare le grandi verità del cristianesimo. Se avete sentito un testo citato in senso ridicolo, o applicato a qualche evento ridicolo, difficilmente sarete in grado di separare il testo da quell'evento; l'associazione sarà permanente; e quando ascolterai di nuovo il testo, anche se nella casa di Dio, o in circostanze che ti faranno desiderare la più completa concentrazione del pensiero sulle cose più terribili, tuttavia ti ritorceranno addosso tutti gli scherzi e tutte le parodie, così che la mente sarà dissipata e il santuario stesso profanato. E di qui la giustizia di identificare con la follia il riso suscitato dal riferimento alle cose sacre. Ora, il risultato di tutta la faccenda è che dovremmo mettere una guardia sulla nostra lingua, per pregare Dio di custodire la porta delle nostre labbra. "La morte e la vita sono nel potere della lingua". Di tutti i doni che ci sono stati affidati, il dono della parola è forse quello attraverso il quale possiamo operare la maggior parte del male o del bene, e tuttavia è quello del cui retto esercizio sembra che teniamo meno conto. Ci sembra un detto duro, che per ogni parola oziosa che diranno gli uomini daranno un resoconto alla fine, e noi non discerniamo quasi alcuna proporzione tra poche sillabe pronunciate senza pensare e quei giudizi retributivi che devono essere cercati in seguito; Ma se osservate come siamo stati in grado di rivendicare la correttezza dell'asserzione del nostro testo, anche se si tratta solo dell'ozioso chiacchierone, la cui risata è dichiarata follia, che produce gli stessi risultati e produce gli stessi mali della furia del maniaco incontrollato, vedrete che una parola può non essere una cosa insignificante, che le sue conseguenze possono essere ampiamente disastrose. e certamente l'oratore è responsabile delle conseguenze che possono eventualmente derivarne, per quanto Dio possa impedire che si verifichino effettivamente. La finzione può non fare un bugiardo, e lo scherzo può non fare un infedele, ma poiché la tendenza della finzione è quella di creare bugiardi, e la tendenza dello scherzo a rendere gli infedeli, colui che inventa l'uno, o pronuncia l'altro, è criminale come se il risultato fosse stato lo stesso della tendenza. (H. Melvill, B.D.)

11 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:11

Guardai tutti i lavori che le mie mani avevano fatto e il lavoro che avevo faticato a fare.-La recensione:-

Nostro Signore ha dichiarato i figli di questo mondo "saggi nella loro generazione"; e chi può dubitare che migliaia di persone perdute, con la benedizione di Dio, sarebbero salvate, se portassero la stessa prudenza, diligenza ed energia nel loro eterno, come fanno nei loro interessi temporali? Alcuni anni fa un uomo fu chiamato a decidere tra conservare la sua vita e separarsi dai guadagni della sua vita. Cercatore d'oro, si trovava sul ponte di una nave che, proveniente dalle coste australiane, aveva quasi raggiunto il porto in sicurezza, come alcuni raggiungono quasi il cielo. Ma, come dice il proverbio, c'è molto tra la tazza e il labbro. La notte scendeva; e con la notte una tempesta che ha fatto naufragare la nave, e le speranze, e le fortune, tutte insieme. La luce dell'alba rivelò solo una scena di orrore: la morte li guardava in faccia. Il mare, sferzato dalla furia, scorreva alto come le montagne; nessuna barca poteva vivere in lei. Rimaneva ancora una possibilità. Donne pallide, bambini piangenti, uomini deboli e timidi, devono morire; ma un nuotatore robusto e coraggioso, fiducioso in Dio e libero da tutti gli impedimenti, avrebbe potuto raggiungere la riva, dove centinaia di persone erano pronte a gettarsi nella risacca bollente e, afferrandolo, salvarlo. Un uomo è stato visto scendere. Si legò intorno alla vita una pesante cintura, piena d'oro, le dure conquiste della sua vita; e tornò sul ponte. Uno dopo l'altro, vide i suoi compagni di viaggio saltare fuori bordo. Dopo una breve ma terribile lotta, una testa dopo l'altra caddero a terra, affondate dall'oro per cui avevano lottato duramente e che erano riluttanti a perdere. Lentamente fu visto slacciarsi la cintura. Se se ne separa, è un mendicante; ma poi se lo conserva, muore. Lo mise in mano; l'ho bilanciato per un po'; lo guardò a lungo, tristemente; e poi, con uno sforzo forte e disperato, lo gettò lontano nel mare ruggente. Uomo saggio! Affonda con un tuffo cupo; e ora lo segue, non per affondare, ma, sgravato dal suo peso, per nuotare; a battere virilmente i flutti; e, cavalcando l'onda spumeggiante, raggiungere la riva. Ben fatto, coraggioso cercatore d'oro! Sì, ben fatto e ben scelto; Ma se "un uomo dà tutto ciò che ha per la sua vita", quanto più dovrebbe dare tutto ciò che ha per la sua anima! Meglio separarsi dall'oro che da Dio; a portare la croce più pesante che a perdere una corona celeste

(I.) Indagate su ciò che abbiamo fatto per Dio. Abbiamo avuto molte, ogni giorno, innumerevoli opportunità di servirLo, di parlare per Lui, di lavorare per Lui, non risparmiandoci per Colui che non ha risparmiato Suo Figlio per noi. Eppure, quanto poco abbiamo tentato; e quanto meno abbiamo fatto nello spirito delle parole del nostro Salvatore: "Non sapete che io devo occuparmi degli affari del Padre mio?" Non c'è brughiera nel nostro paese così sterile come i nostri cuori. Bevono le benedizioni di Dio come le sabbie della pioggia del cielo del Sahara

(II.) Indaga su ciò che abbiamo fatto per noi stessi. Nessun profitto? Rispondi tu, ho fatto grandi profitti, la mia attività mi ha pagato e ha prodotto grandi rendimenti, ho aggiunto acri alle mie terre. Ma, lasciatemi dire che questo, forse, non è tutto ciò che avete aggiunto. E se ogni giorno tu avessi vissuto senza Dio e per il mondo, avessi aggiunto difficoltà alla tua salvezza; catene alle tue membra; sbarre alla tua prigione; colpa per la tua anima; peccati al tuo debito; spine al tuo cuscino morente? Nessuno sia abbattuto; Cedete alla disperazione! Si perdono anni; ma l'anima non è ancora perduta. C'è ancora tempo da risparmiare. Affrettati, dunque, e via

(III.) Indaga su ciò che abbiamo fatto per gli altri. Supponiamo che il nostro benedetto Signore, sedendosi sull'Oliveto per ripercorrere gli anni della Sua vita indaffarata, avesse guardato tutte le opere che le Sue mani avevano compiuto, - quale folla, una lunga processione di miracoli e di misericordie fosse passata davanti a Lui! Credo che ci siano state più opere buone ammassate in un solo giorno della vita di Cristo di quante ne troverete sparse nella storia di qualsiasi cristiano. Mettendo alla prova la nostra pietà con questa prova, quale testimonianza porta la nostra vita passata al suo carattere? L'albero è noto per i suoi frutti. In conclusione...

1.) Questa recensione, con la benedizione dello Spirito di Dio, dovrebbe risvegliare i peccatori negligenti

2.) Questa rassegna dovrebbe stimolare il popolo di Dio. (T. Guthrie, D.D.)

Non amare il mondo:

(I.) L'abitudine degli uomini di perseguire gli obiettivi mondani

1.) Per oggetti mondani intendiamo quelli che terminano interamente sulla terra e che occupano il pensiero e la ricerca umana senza alcun legame con le cose spirituali ed eterne

2.) La causa a cui deve essere attribuita la ricerca di oggetti mondani è naturalmente di immensa importanza da assegnare e da ricordare; e che la causa deve essere trovata solo nella corruzione morale o nella depravazione della natura umana

(1) Gli uomini a causa della loro depravazione sono inclini a indulgere in un attaccamento smodato alle cose immediate e visibili

(2) Gli uomini, a causa della loro depravazione, sono inclini a indulgere in una totale e pratica incredulità nell'esistenza delle realtà eterne

(II.) I mali da cui è invariabilmente accompagnato il perseguimento di obiettivi mondani

1.) La ricerca di oggetti mondani è associata a molta delusione e dolore nello stato attuale

(1) Notate l'insoddisfazione e il dolore connessi con il raggiungimento degli obiettivi mondani. Quando il bene immaginato viene afferrato, lascia "un vuoto doloroso", un desiderio ancora insoddisfatto, che si rivela all'ultimo solo come un'impostura rilevata, che eccitava solo per esaurirsi, che prometteva solo che poteva tradire, e che attirava solo per pungere

(2) Osservate la delusione e il dolore connessi con la perdita effettiva o minacciata di oggetti terreni. Quante volte è accaduto che ciò che l'uomo ha faticosamente e faticosamente acquisito, è stato strappato via all'improvviso e rapidamente! Le fonti del piacere, dell'onore e del potere si prosciugano ed esalano, come la goccia di rugiada davanti al raggio del sole; e coloro che li hanno avuti sono alla fine lasciati in disgrazia, mendicanza e penuria enfaticamente come i veri falliti e poveri del mondo. E poi, mentre gli oggetti mondani sono effettivamente tenuti a portata di mano, quanta angoscia nasce dal pensiero che possano essere perduti, dalla complicata contingenza a cui sono soggette le cose umane; e soprattutto dalla riflessione che alla fine devono perdersi con l'arrivo della morte!

(3) Ancora: vi ricordiamo la delusione e il dolore connessi con il ricordo dei peccati commessi a causa degli oggetti mondani. Prendete in particolare i casi che si sono verificati nella ricerca, per esempio, della ricchezza, del piacere o del potere. C'è stata la flagrante violazione dei principi morali, la perpetrazione di frodi nella ricerca della ricchezza, la perpetrazione di dissolutezza nella ricerca del piacere, la perpetrazione dell'oppressione e della crudeltà nella ricerca del potere

2.) La ricerca di oggetti mondani mette in pericolo la felicità finale e immortale dell'anima

(III.) La grande importanza di distogliere la nostra attenzione dagli oggetti mondani e di cercare di ottenere benedizioni molto più elevate

1.) Poiché siamo devoti alla religione, nel mondo attuale otteniamo una solida soddisfazione e pace. Non c'è delusione nella religione; tutto ciò che conferisce è solido e duraturo; né c'è nessuno che sotto la grazia divina sia stato indotto a cedere il suo cuore alla sua potenza, che non trovi subito, secondo la sua legittima operazione, che le tempeste e le tempeste dello spirito si placano in una calma placida e bella

2.) Poiché siamo devoti alla religione, assicuriamo, al di là dello stato presente, la salvezza e la felicità immortale dell'anima. (J. Parsons.)

Il fallimento dei piaceri:

(I.) I piaceri degli uomini grandi e buoni possono essere vanità e vessazione dello spirito. Salomone era grande, ed era buono. Questo è il suo giudizio ispirato Neemia 13:26. Ma per il momento aveva deviato dalla grandezza, deviato dalla bontà, ed era in questa ricerca del piacere. Qui vediamo quanto degradato possa diventare un uomo di alto rango, di splendido genio, di ricco carattere. Veramente "il pinnacolo sovrasta il precipizio".

(II.) I piaceri dell'abilità e della fatica possono diventare vanità e vessazione dello spirito. Quelli che Salomone trovò così completamente insoddisfacenti non erano solo i piaceri dell'appetito e dell'indulgenza. C'erano pensiero, espedienti, gusto, sforzo. Così i piaceri sulla falsariga anche dell'arte, della scienza e della letteratura possono, come dimostrano Dundas, David Scott e Chesterfield, diventare vanità e vessazione dello spirito

(III.) I piaceri in se stessi adatti al piacere possono diventare vanità e vessazione dello spirito. L'abbondanza della vita, le sfumature dei fiori, la fragranza, le melodie e l'ombra, tutto rende i "giardini" fonti di squisita delizia, e può essere di innocente e alta delizia, perché Dio ha piantato un giardino per l'uomo non caduto. Eppure questi giardini non davano soddisfazione a Salomone; e similmente molti piaceri reali non danno gioia agli uomini. Così è diventato per molti un adagio, che "La vita sarebbe molto tollerabile se non fosse per i suoi divertimenti".

In tutti questi casi la ricerca egoistica del piacere ne ha fatto vanità e vessazione dello spirito. Così è stato per Salomone: sarà così per tutti. L'egoismo è il tarlo nel fiore di tali piaceri, la lega che il laboratorio di esperienze come Salomone scopre in tali presunte delizie. (R. Tommaso.)

La vanità della felicità mondana:

Non c'è uomo vivente che possa mai aspettarsi di trovarsi in circostanze esteriori più felici di quelle di Salomone, o di godere del bene di questo mondo più di quanto non abbia fatto Salomone. E se, dopo tutto, non ha trovato altro che fatica e difficoltà, insoddisfazione e vuoto, nessun vero profitto, nessun vantaggio in nessuna cosa mondana, che cosa dobbiamo aspettarci di trovare? Certamente non c'era fortuna migliore della sua. E se questo è il caso dell'umanità, quanto è inresponsabile che qualcuno di noi debba fissare i propri pensieri e progetti, le proprie comodità e aspettative su qualsiasi cosa sotto il sole. È proprio la stessa follia di cui sono colpevoli quegli uomini, che vengono sballottati su e giù in mare, ma tuttavia desiderano rimanere ancora lì, e non possono sopportare di pensare di arrivare in un porto. È la follia di coloro che, condannati a scavare nelle miniere, sono così innamorati della fatica e del lavoro, delle catene e delle tenebre, che disprezzano una vita in superficie, una vita di luce e di libertà. In una parola, è la fantastica punizione di Tantalo nei poeti che questi uomini desiderano per se stessi: desiderano trascorrere il loro tempo per sempre a bocca aperta dietro a quei frutti piacevoli e deliziosi che (immaginano) sembrano quasi toccare le loro bocche. Eppure tutto il loro lavoro è vano; e come non l'hanno mai fatto, così non potranno mai raggiungerli

1.) Consideriamo la continua fatica e il lavoro a cui è esposta l'umanità in questo mondo. La spedizione di un'azienda non è altro che il modo per fare spazio a un'altra, e forse più problematica, che sta per seguire. Lavoriamo fino a quando non siamo stanchi, e abbiamo esaurito le nostre forze e il nostro spirito, e poi pensiamo a rinfrescarci e reclutarci; Ma, ahimè! Quel ristoro serve solo a prepararci e a renderci capaci di sopportare il peso della prossima ora, che inevitabilmente ci verrà addosso

2.) Ma non è tutto: potremmo forse trovare un po' di conforto in quelle fatiche e fatiche che ci assumiamo in questo mondo, almeno sarebbero molto più sopportabili se fossimo sicuri che i nostri disegni riusciranno sempre; se fossimo sicuri di ottenere ciò per cui lavoriamo; Ma, ahimè! Spesso è del tutto diverso. Incontriamo frequenti delusioni nei nostri sforzi; anzi, non possiamo dire in anticipo di nulla di ciò che intraprendiamo che certamente accadrà come vorremmo. E questa è una questione che rende il mondo un luogo di ancora più inquietudine e inquietudine

3.) Supponiamo, dopo diverse delusioni, e con molta difficoltà, di raggiungere i nostri fini e di ottenere ciò che la nostra anima desiderava, tuttavia la cosa risponde alle nostre aspettative? Troviamo che sia adatto, buono e conveniente per noi? Se è così, allora sembra che abbiamo lavorato per uno scopo. Ma se non lo è, allora siamo ma siamo ancora dove eravamo; anzi, faremmo meglio a non preoccuparci mai di questo. In tutte le nostre fatiche o colpiamo, o falliamo; O ci riusciamo, o siamo delusi. Se siamo delusi, siamo certamente turbati; e se ci riusciamo, per quanto ne sappiamo, quello stesso successo può rivelarsi la nostra più grande infelicità

4.) Ma supponiamo di non aver causato alcun inconveniente a noi stessi con la nostra scelta. Supponiamo che i nostri disegni fossero ragionevoli, e che abbiano giustamente avuto successo, e che le circostanze della nostra condizione siano in ogni modo adatte e appropriate per noi; Eppure, questo è sufficiente per procurarci contenuti? Ahimé! Ci sono troppe ragioni per temere il contrario; poiché tale è la costituzione di questo mondo, che ci troviamo nelle circostanze in cui vogliamo, tuttavia incontreremo molti problemi e inconvenienti che derivano necessariamente dalla natura di quella condizione in cui ci troviamo, anche se altrimenti potrebbe essere la più adatta a noi di tutte le altre. Non c'è un bene sincero e non mescolato da incontrare. Ogni stato di vita, come ha in sé qualcosa di buono, così il migliore ha alcune appendici sgradevoli e malvagie che vi aderiscono inseparabili. Anzi, forse, in verità, la felicità mondana della condizione di un uomo non deve essere misurata dalla moltitudine di beni di cui gode in essa, ma piuttosto dalla pochi mali che essa gli procura

5.) Ma supponiamo di non trovare alcun inconveniente nelle circostanze della nostra vita: supponiamo di essere in possesso di molti beni dal cui godimento possiamo promettere a noi stessi una solida contentezza e soddisfazione. Questi sono i nostri pensieri attuali. Ma siamo sicuri che continueremo sempre con lo stesso pensiero? Siamo sicuri che ciò che ora è molto grato e piacevole, e ci colpisce con un piacere e una delizia sensibili, continuerà sempre a farlo? Al contrario, non abbiamo molte ragioni per temere che, in poco tempo, diventi noioso e insignificante; anzi, forse, molto fastidioso e sgradevole?

6.) A tutte queste cose aggiungiamo gli innumerevoli problemi quotidiani e gli sconforti della mente, non peculiari di alcuna condizione, come quelli di cui ho parlato prima, ma comuni a tutti, derivanti dalle menti e dai temperamenti degli uomini, e dalle cose e dalle persone con cui conversano nel mondo. È una considerazione malinconica; ma credo che l'esperienza dell'umanità renderà buono il fatto che non c'è quasi un giorno nella nostra vita in cui passiamo in perfetta pace e contentezza ininterrotta, ma ogni giorno accade qualcosa che ci dà problemi e ci mette a disagio con noi stessi

7.) Ma che cosa dobbiamo dire dei molti tristi incidenti e delle afflizioni più gravi e gravi che spesso esercitano la pazienza del genere umano? Se nelle migliori condizioni della vita umana gli uomini non sono felici, tutto è in grado di scompigliarli e disordinarli; Oh, come sono miserabili nel peggio! Finché avremo corpi mortali esposti a malattie e infermità, a tristi incidenti e vittime; finché abbiamo una natura fragile che ci tradisce a mille follie e peccati; finché avremo cari amici e parenti, o figli, di cui potremmo essere privati; finché possiamo dimostrarci sfortunati nel nostro matrimonio, o nella nostra posterità, o nella condizione di vita che abbiamo scelto; finché ci saranno uomini che ci calunnieranno, o ci deruberanno, o ci indeboliranno; finché ci sono tempeste in mare o fuoco sulla terraferma; finché ci saranno nemici all'estero, o tumulti, sedizioni e cambiamenti di stato in patria: dico, finché siamo esposti a queste cose, dobbiamo, ognuno di noi, aspettarci, in un modo o nell'altro, di partecipare alle miserie del mondo. Ed ora, considerate tutte queste cose, giudicate se questo mondo assomiglia a un luogo di riposo; se non si tratta piuttosto di una fase di calamità e di tristi eventi. Giudicate voi se la migliore delle cose umane non è "vanità"; ma la peggiore di esse è l'intollerabile "vessazione dello spirito".

8.) Il che apparirà ancora più evidente se aggiungiamo questo, che sebbene tutto ciò che abbiamo detto finora non sia servito a nulla; sebbene si potesse supporre che fossimo esenti da tutti quegli inconvenienti e malizie che ho menzionato; anche se si potrebbe supporre che siamo capaci di godere ininterrottamente delle cose buone di questa vita finché viviamo; eppure anche questo non soddisferebbe molto a rendere facile e felice il nostro stato in questo mondo; perché c'è ancora una cosa che rovinerebbe tutte queste speranze e finzioni, ed è la paura della morte, che ha reso l'umanità per tutta la vita soggetta alla schiavitù Ebrei 2:15. Oh, quale triste riflessione deve essere questa per un uomo che ha stabilito il suo riposo in questo mondo, e non sogna altra felicità che quella che ha qui! Pensare che tra qualche anno al massimo, ma forse tra pochi mesi o giorni, giacerà nella polvere, e allora tutto ciò che ha posseduto e goduto qui è perduto e scomparso, irrimediabilmente scomparso! Oh, se pensassimo seriamente a queste cose! Avremmo certamente questo vantaggio da questo, che non saremmo più stati ingannati con le appariscenti apparenze di questo mondo, ma avremmo dovuto occuparci di qualcosa di più solido, di più sostanziale, di qualsiasi cosa troviamo qui per cui vivere, su cui riporre i nostri cuori e i nostri affetti. (Abp. Sharp.)

La vanità della vita:

Consideriamo la vanità dello stato attuale dell'essere, considerato come il nostro unico stato. Supponiamo, in primo luogo, che venga emanato un decreto che perpetui la vostra condizione attuale, che dichiari che dovreste rimanere eternamente così come siete ora. Come ricevereste un simile decreto? C'è qualcuno di voi che sarebbe disposto a fermare la ruota della fortuna ora e per sempre? Se guarderete nel vostro cuore, scoprirete che state vivendo più nel futuro che nel presente, più nei vostri progetti che nei vostri beni, che dipendete più da ciò che pensate di mettere da parte per il tempo a venire che da qualsiasi mezzo di godimento effettivamente a portata di mano. Ma cosa vi porterà questo futuro su cui state costruendo? Incompletezza, vessazione, delusione, lutto, dolore. Pochi dei tuoi fiori matureranno in frutto; pochi dei tuoi piani saranno realizzati; Molto poco di ciò che ora vedete chiaramente nel futuro si modellerà come lo vedete voi. Più vai avanti nella vita, più speranze si spenseranno dietro di te, più posti vuoti ci saranno nella cerchia dei tuoi parenti e amici, più ci saranno nella tua condizione esteriore per farti sentire che non c'è riposo o casa per te da questa parte della tomba. Ancora, se voleste guardare nei vostri cuori, nei momenti più gaii e più lieti del godimento terreno, percepireste molto di questo stesso vuoto e vanità. Chi non è stato in quei momenti consapevole, per così dire, di un doppio io, di un'inquietudine in mezzo alla gratificazione, di un sentimento inquieto nella pienezza stessa della gioia apparente, di una voce che sussurra: "Alzati e stai facendo", mentre molte voci ci invitano a restare, e ad affogare tutti gli altri pensieri nella scena davanti a noi? Ma anche se in queste stagioni questi pensieri ci invaderanno, li spiazzamo. Ci sono, tuttavia, momenti in cui ci vengono imposte e non possiamo espellerle. Ci sono momenti di dolore improvviso e travolgente, in cui la calamità si abbatte su di noi come una rapida inondazione, e sembra spazzare via il terreno stesso su cui ci troviamo, che le dimore più belle della terra non sono altro che sepolcri imbiancati, il suo frutto più pregiato solo polvere e cenere. Allora siamo consapevoli della fragilità di ciò che ci rimane, non meno di ciò che ci è stato tolto, e possiamo dire con il cuore che non c'è nulla quaggiù su cui possiamo porre la minima dipendenza, nulla di cui osiamo amare come abbiamo amato, o fidarci come abbiamo confidato. Allora, se non fosse per le parole della vita eterna, potremmo dire con intensa angoscia: "Tutto è vanità e vessazione dello spirito, e non c'è profitto sotto il sole". Ma dopo tutto, anche se camminiamo in uno spettacolo vano, c'è gioia nella vita, nella nostra semplice vita terrena. Ma da che cosa scaturisce? Non dalla scena sempre mutevole, non dalle fontane ghiacciate d'inverno e prosciugate d'estate intorno a noi, ma dall'amore immutabile di Dio, la cui prua della promessa rimane fissa sul corso del tempo e sulle onde delle vicissitudini incessanti. Colui che dà ai corvi il loro cibo nutre anche i suoi figli umani, e riempiendo tutte le cose con il suo amore ci rende felici. E, sia benedetto Dio, c'è qualcosa nella vita che non è vanità o vessazione. L'uomo esteriore può perire, il desiderio degli occhi e l'orgoglio della vita possono venir meno; ma il segno dello spirito di Dio sul tempo interiore dell'uomo non può cancellare, o le onde della morte vengono spazzate via. L'anima, il carattere, la virtù, la pietà, rimangono, in mezzo ai rovesci della fortuna, alla desolazione delle nostre famiglie, al deperimento delle malattie e al fragore della morte. (A. P. Peabody.)

14 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:14

Gli occhi del saggio sono nella sua testa; ma lo stolto cammina nelle tenebre.-Il vantaggio della saggezza sulla follia:-

La saggezza ha lo stesso vantaggio sulla follia che la vista ha sulla cecità. L'uomo saggio, avendo tutto il suo ingegno intorno a sé, nel pieno possesso e nell'esercizio appropriato di tutte le sue facoltà, "guida i suoi affari con discrezione", guarda davanti a sé, pensa con maturità a ciò che sta facendo e, con la sua conoscenza degli uomini e delle cose, è diretto all'adozione di piani che promettono di essere redditizi, e alla loro prudente e fruttuosa prosecuzione. Egli "prevede il male e si nasconde". Egli mira a fini degni e impiega mezzi adeguati per il loro raggiungimento. Ma lo sciocco, l'uomo ignorante, sconsiderato e imprudente, è continuamente in pericolo di inciampare o di smarrirsi, come una persona sopraffatta dalle tenebre che "non sa dove va". Egli è sempre incline a lanciarsi ciecamente e incurantemente in progetti assurdi e dannosi, o a distruggere quelli che sono in sé buoni, sbagliando nell'eseguirli. Gli occhi dello stolto, si dice altrove, sono "ai confini della terra", vagando invano e pigramente all'estero, senza servire ai suoi scopi presenti e necessari; fissando, come gli organi di una mente vuota, oggetti lontani, e permettendogli di inciampare su ciò che gli si para immediatamente davanti. Senza l'accortezza di prevedere i mali probabili, senza nemmeno la sagacia di evitare quelli presenti, lo sciocco corre il rischio perpetuo di ferire e rovinare se stesso e tutti coloro che sono così sfortunati da trovarsi in contatto con lui, o da essere esposti alla sua influenza. (R. Wardlaw, D.D.)

La saggezza dell'occhio:

(I.) Per capire questo proverbio, si noti, in primo luogo, i contrasti che suggerisce. Uno di questi si esprime nel contesto; l'altro deve essere facilmente e chiaramente dedotto

1.) In primo luogo, c'è un contrasto tra le persone. Abbiamo davanti a noi il credente in Dio e il non credente, il figlio della luce e il figlio delle tenebre, il convertito e il non convertito, lo spirituale e il naturale. Qualunque sia il loro stato relativo di conoscenza o di ignoranza, di ricchezza o di povertà, nel senso della Bibbia di verità, e nel giudizio del Dio di verità, l'uno è saggio e l'altro stolto

2.) In secondo luogo, c'è un contrasto implicito: "Gli occhi del saggio sono nella sua testa, ma lo stolto cammina nelle tenebre". E perché il suo sentiero è nell'oscurità? Perché, a differenza del saggio, i suoi occhi non sono nella sua testa; Se fossero stati lì, sarebbe entrato leggero, sicuro, sicuro. Ma sono nel suo cuore, e così cammina in modo sciocco, errante, oscuro. L'occhio nella testa, l'occhio del saggio, vede sotto la direzione della ragione, della fede e del retto intelletto. L'occhio nel cuore, l'occhio dello stolto, vede sotto la direzione degli affetti, della disposizione e dei sentimenti. E così, mentre l'uno cammina nella luce, l'altro cammina nelle tenebre

(II.) Ma ora permettetemi di esporre in modo più preciso e pratico il significato di questo versetto. Prendiamo da sola ogni parte di questo proverbio e consideriamolo

1.) In primo luogo, quindi, è implicito che gli occhi dello stolto sono nel suo cuore. Egli vede tutte le cose per mezzo dei suoi desideri e delle sue inclinazioni; La sua ragione e la sua coscienza non lo controllano, ma sono possedute dalle sue inclinazioni

(1) Perciò credo, poiché l'occhio di molti è nel cuore, lo scetticismo che regna ai nostri giorni, specialmente lo scetticismo che regna nell'animo dei giovani. Nessuno, credo, è mai diventato un infedele contro la sua volontà. L'inclinazione, non l'evidenza, è stata carente per l'uomo. Il cuore malvagio dell'incredulità è alla radice dello scetticismo

(2) Da qui credo al pregiudizio con cui molti cristiani professanti si allontanano dalle dottrine della religione evangelica. Non mettono in discussione la loro realtà, ma semplicemente non amano le loro conseguenze pratiche

(3) Gli occhi dello stolto sono nel suo cuore, perché la sua schiavitù è verso le cose presenti e temporali, ed egli è indifferente ai pensieri invisibili ed eterni. La Bibbia, sebbene non sia una favola, è come un altro libro per lui, e niente di più. La verità, se non è una finzione, non è un fatto. La Terra è un regalo amato, posseduto; Il paradiso è un futuro dimenticato e lontano

2.) Ma "gli occhi del saggio sono nella sua testa". La luce di una santa conoscenza risplende su di loro, e in questa luce vede la luce l'occhio della ragione e della fede, l'occhio non della cieca inclinazione, ma della coscienza e della fiducia cristiana

(1) Quindi un cristiano sente il diritto e la responsabilità del giudizio privato sulla verità e sul servizio di Dio. L'autorità di Cristo è per lui l'autorità suprema. Egli non permetterà alcuna interferenza con esso; Non permetterà a nessun usurpatore di prendere il suo posto

(2) Quindi l'uomo cristiano prega per la luce dell'insegnamento divino. Il possesso della verità gli ha insegnato la possibilità e il pericolo dell'errore. Non si sarebbe mai fidato dell'uomo, ma avrebbe sempre pregato: "Ciò che non conosco, Signore, insegnami tu!"

(3) Di qui l'impressione che riceve delle cose intorno a lui e davanti a lui. La regola del dovere, letta dagli occhi nella sua testa, è proprio questa: la volontà di suo Padre. La misura della bontà, ammirata dall'occhio nella sua testa, è proprio questa: l'immagine del suo Salvatore

(4) Infine, quando i nostri occhi sono nella nostra testa, sotto il governo di una ragione illuminata e di una fede cristiana, essi renderanno sempre un servizio santo e santo alle nostre anime, mai un servizio dannoso. Non vagheranno, quindi, lussuriosamente dove non dovrebbero nemmeno rubare uno sguardo; Saranno allontanati da tutte le vanità. Guardando sempre, saranno trovati, a Gesù; saranno sempre trovati, ponendo il Signore davanti a loro; Saranno sempre pieni, pieni di luce, trasformando in luce anche tutto il corpo. (J. Eyre, M.A.)

Un solo avvenimento accade a tutti loro. - Sapienza e follia a confronto:

Guardando semplicemente alla conoscenza in quanto tale, e guardando solo al breve periodo della nostra esistenza "sotto il sole", dobbiamo confessare che l'uomo saggio è a volte impotente quanto lo sciocco. Due uomini prendono posto in un treno ferroviario. L'unico uomo è uno studioso affermato, o un matematico, o un filosofo. Ha disciplinato i suoi poteri mentali e ha accumulato grandi riserve di conoscenza. Ha anche acquisito, può essere una certa reputazione come uomo di cultura, o come leader dei pensieri degli altri. L'uomo che gli siede accanto non si preoccupa affatto della cultura intellettuale. Il piacere degli animali è il suo ideale. Offrigli una buona cena e potrai tenere i tuoi libri per te! Non riusciva mai a vedere nulla di buono nel scervellarsi per problemi difficili. Lì siedono questi due uomini nel vagone ferroviario, fianco a fianco: l'uno, forse, che legge l'ultimo libro di scienza; l'altro, forse, dando un'occhiata a qualche "Gazzetta dello Sporting". All'improvviso, in un attimo, arriva la collisione che era assolutamente impossibile per nessuno dei due prevedere: il treno è un relitto; e questi due giacciono insieme, schiacciati, straziati e morti! "Un evento, una possibilità, è accaduta a entrambi!" Ora, escludete il pensiero di Dio e il pensiero dell'immortalità, e quale "vantaggio" ha l'uno sull'altro? Lo studente ha avuto i suoi piaceri intellettuali: anche il devoto del piacere ha avuto i suoi godimenti. Lo studioso, insieme al suo godimento, ha avuto molte fatiche faticose e, forse, pensieri dolorosi; Il cercatore di piacere ha anche senza dubbio sperimentato, da parte sua, alcune delle punizioni dell'autoindulgenza. L'amante della conoscenza ha, infatti, avuto questo vantaggio, che i suoi "occhi" sono stati "nella sua testa": ha avuto una visione più ampia e più chiara; e ha vissuto un tipo di vita più elevato. Ma a quale scopo? Dov'è il vantaggio permanente? Questi due uomini hanno vissuto il loro breve periodo: ed ecco che è venuta la Morte, come la grande livellatrice! Per qualche anno, forse, si potrà parlare dello studioso; Il suo nome potrebbe anche entrare in qualche "dizionario biografico": ma, a meno che non sia uno dei pochi eletti, sarà poco più di un nome, e, nei secoli a venire, sarà completamente dimenticato. A quale scopo, dunque, ha "disprezzato le delizie e vissuto giorni faticosi"? Si può dire che egli abbia fatto il miglior uso della vita umana, se l'ha semplicemente spesa per acquisire una "saggezza" che lo rende, alla fine, indistinguibile dallo stolto? Così, quindi, sembra che siamo portati alla stessa conclusione di Ecclesiaste. Quali che siano i vantaggi della saggezza terrena, non può essere considerata il bene principale per l'uomo. L'accumulo di conoscenza come unico oggetto supremo dell'esistenza umana è una vana illusione: è un "nutrirsi di vento": non riesce a soddisfare le voglie più profonde dell'anima umana. (T. C. Finlayson.)

17 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:17

Perciò odiavo la vita.-La vita vale la pena di essere vissuta?"Vale la pena vivere la vita?" è una domanda che si pone continuamente all'attenzione del pubblico, in una forma o nell'altra. Quando il libro del signor Maddock è apparso, come molti di voi ricorderanno, c'è stato un tentativo di sdrammatizzarlo con il gioco di parole contenuto nella risposta del presunto dottore: "Dipende dal fegato.Questo è stato coronato dall'ecclesiastico di "Punch", che risponde: "Dipende dalla vita". Si deve, tuttavia, affrontare la questione con la massima serietà, poiché tocca le profonde verità e i principi fondamentali dell'esistenza, ed è un argomento troppo solenne per ammettere qualsiasi leggerezza nel nostro trattamento di esso. Il problema sarebbe affrontato da un'affermazione incondizionata laddove la vita è giovane, sana e attiva, e l'ambiente favorevole a una forma di esistenza ricca, varia ed esuberante. Sotto certi aspetti, quindi, il medico ha ragione; Dipende dallo stato di salute e dalla condizione fisica. Mi chiedo cosa direbbe uno scolaro felice, che si precipita fuori con il pallone sotto il braccio, se gli si chiedesse: "La vita vale la pena di essere vissuta?" La sua espressione sarebbe stata uno studio curioso mentre dava la sua risposta, e avrebbe trasmesso essa stessa un profondo significato. Che cosa felice sarebbe se quell'aspetto scolaretto della vita fosse scambiato solo con una più profonda convinzione del suo valore più pieno e delle sue nobili possibilità, e se non ci venisse mai in mente di chiederci se questo soffio di vita non possa cessare, e che forse tutto ciò sia stato un orribile errore! Le parole del Koheleth esprimono il sentimento di coloro che emettono in tal modo una sentenza avversa sul valore della vita, condannando sia la carriera dell'uomo saggio che quello dello stolto, e che sono arrivati a odiare la vita, perché "tutto è vanità e vessazione dello spirito" o "un correre dietro al vento". I grandi antichi Greci, con le loro condizioni di vita altamente raffinate e la vita stessa piena di ricchezza e varietà, finiscono per essere nobilitati dallo splendido idealismo delle belle arti, di tanto in tanto cadevano in questa triste vena. Persino l'antico poeta, il "solare" Omero, cantava:

"Perché non c'è nulla di più miserabile dell'uomo

Di tutte le cose che respirano e che si muovono sulla terra".

Abbiamo, inoltre, in Theognis, "Sarebbe meglio per i figli della terra non nascere ... la cosa migliore per loro, quando sono nati, di passare attraverso le porte dell'Ade il più presto possibile". C'è qualcosa di più toccante delle parole di Cassandra nell'"Agamennone" di Eschilo: "Guai alle condizioni dei mortali! Quando prosperano, un'ombra può rovesciarli; Se, tuttavia, sono in avversità, una spugna inumidita cancella il quadro". Poi troviamo Seneca, uno dei migliori stoici romani, le cui massime si avvicinavano così tanto a molti dei detti di San Paolo, che lodavano la morte come la "migliore invenzione della natura", e Marco Aurelio, "un cercatore di Dio", che esprimeva il suo disgusto per la vita umana, con l'apostrofo: "O morte, non tardare la tua venuta". C'è molto di simile nella letteratura della Persia e nella sfera della religione della "luce". Il Buddha dall'anima pura e serafica considera che "La vera saggezza è il desiderio di non essere nulla, di essere spazzati via, di entrare nel Nirvana, i.e. estinzione". Venendo ai tempi moderni, troviamo nella letteratura francese del periodo di Pompadour lo stesso ceppo di malinconia. Diderot scrisse: "Essere, in mezzo al dolore e al pianto, il giocattolo dell'incertezza, dell'errore, del bisogno, della malattia e delle passioni, ogni passo, dal momento in cui impariamo a parlare, al momento della partenza, quando la nostra voce vacilla, questo è chiamato il dono più importante dei nostri genitori e della natura: la vita". Questo è più che eguagliato dalle parole di Schelling: "La testa del morto non viene mai meno dietro la maschera che lo guarda, e la vita è solo il berretto e i campanelli che la non-entità ha indossato solo per fare un tintinnio, e poi per farlo a pezzi e gettarlo via". Questi esempi saranno sufficienti a indicare la tendenza pessimistica fortemente marcata tra alcuni dei migliori pensatori, e condurranno coloro che sono predisposti a questo tipo di filosofare all'inevitabile convinzione che, nel complesso, la vita non vale la pena di essere vissuta

1.) Il valore della vita, se giudicato dal punto di vista della felicità, dipende dalla somma delle sue attività funzionali e dei suoi interessi. Le nostre visioni pessimistiche riguardo alla vita sono in gran parte il risultato delle nostre idee errate sulla felicità. Siamo inclini a immaginare che la salute, l'ozio e uno splendido reddito siano assolutamente necessari alla nostra felicità; E quando c'è la prospettiva di perderli definitivamente, la vita non è più desiderabile. Nessun uomo è veramente infelice se si rende conto di avere del lavoro da fare e si mette seriamente a farlo. Il massimo del dolore e della tristezza può essere sopportato se solo si ha uno scopo nella vita. Gli uomini che gettano tutto per perduto sono quelli che hanno abbandonato, se mai l'hanno avuto, lo scopo della loro vita. Lasciate che una persona metta una volta la sua mente su uno scopo degno, e lasciate che il suo interesse si concentri su di esso, e lasciate che esso assorba le sue energie, e non penserà mai di mettere le mani violentemente su se stesso. Quando i cristiani si riunirono nelle catacombe non scopriamo nessuna di quelle tracce di pessimismo che sono così caratteristiche dei poemi di Orazio. Il loro interesse era centrato sul loro Signore e Padrone e sulla Sua volontà regale. Possiamo capire, quindi, come un uomo veramente cristiano, seguendo le esperienze dell'apostolo Paolo, riconosca che Cristo è il vero oggetto dell'esistenza. "Vivere è Cristo", imparare a conoscere Cristo, vivere per Cristo, guadagnare Cristo, e realizzare la vita e il carattere di Cristo dentro di sé, in modo che il vero principio dell'interiorità sia Cristo. Tale consapevolezza dà alla vita il suo valore

2.) Il valore della vita dipende inoltre dalla sua utilità estrinseca al servizio dei nostri simili. Abbiamo un debito di gratitudine verso il passato, che può essere pagato solo al futuro, per questo, ed è un punto d'onore, che ogni uomo dovrebbe riconoscere, per rendere la sua vita preziosa per gli altri, per coloro che verranno dopo di lui. Sarebbe ignobile disprezzare ciò che è costato tanto da sviluppare, e soprattutto perché ogni vita può essere resa utile in misura maggiore o minore

3.) Se siamo uomini di fede, apprezzeremo la vita per il bene del suo più alto sviluppo oltre la tomba. Anche se questa vita è stata trascorsa in un purgatorio di tortura, o in un inferno di dolore, che la vita non deve mai essere, nessuno che crede nel Cristo può negare che il grande aldilà cancellerà più che le tracce di questo mondo doloroso nelle gloriose attività dello stato celeste e in tutti i suoi grandi sviluppi. Rallegratevi, fratelli, e preparatevi allo sforzo virile. Non ci sono dolori o difficoltà che un uomo coraggioso, che confida in Dio, abbia bisogno di temere per incontrare. Quali che siano le difficoltà in cui ci si può trovare, non c'è nulla di così doloroso, così amaro o così faticoso da non poter essere addolcito e nobilitato dallo sforzo, e quello sforzo sarà la nostra gioia. (J. G. James, B.A.)

Pessimismo e ottimismo (con Salmi 27:1 :-

Tutti noi siamo a turno seguaci del filosofo che ride e del filosofo che piange. La vita a volte appare piena di gioia, altre volte piena di dolore. Perciò è evidente la follia di etichettare le anime dei nostri simili, di chiamare un uomo ottimista e un altro pessimista. Le anime profonde si trovano entrambe in periodi diversi del loro sviluppo. Siamo tutti pellegrini; E così attraversiamo molti paesi molto diversi durante il nostro viaggio. Ed è molto auspicabile che gli uomini non siano così precipitosi nell'indovinare la meta o il capolinea verso cui stanno andando gli spiriti dei loro fratelli. A tutti noi che pensiamo veramente, è stato dato un nuovo comandamento: ed è questo: Non marchiare l'anima del tuo fratello. Il pessimismo è spesso come la muta degli uccelli, una cosa non piacevole in sé, ma pur sempre un processo necessario. Un'aquila in muta è molto più grande di un passero ben addestrato. Il pessimismo è spesso solo una sorta di muta prolungata delle ali divine dell'aquila della fede più svettante e della più nobile compassione e amore

1.) Il cristianesimo ha ovviamente molto in comune con il pessimismo. Non ha nulla in comune con il fantastico ottimismo di Emerson, che sceglie deliberatamente di ignorare il lato più oscuro della vita umana. Insegna chiaramente che l'attuale condizione del mondo è anormale e per molti aspetti malvagia. La nostra religione riconosce pienamente il fatto che qui siamo pellegrini e stranieri, e che la nostra vita è essenzialmente una guerra. Non ci richiede di essere sempre in uno stato d'animo trionfante. Sa che molti dei più grandi tra gli eletti sono destinati a passare lunghi anni nella valle oscura dell'ombra della morte. Benedice coloro che piangono

2.) Il cristianesimo non insegna da nessuna parte che il piacere, o anche la felicità, sia il fine o l'oggetto della vita. Al contrario, la nostra religione insegna che il progresso attraverso la sofferenza è il vero fine e l'oggetto della nostra vita. La dottrina della Croce, con la sua divina ampiezza di significato, consiste nell'utilizzare un prezioso sentiero di sicurezza scavato nella roccia tra l'ingannevole pantano di un fragile ottimismo emersoniano e gli orrendi abissi di un pessimismo disperato. Il fatto stesso che Dio abbia condotto la razza umana così lontano nel suo pellegrinaggio spirituale vieta ogni ragionevole disperazione. Il vecchio, sacro, fuoco guida dell'Eterno ci guida ancora. Gli splendori ardenti e ultraterreni del potente Ideale disperdono di tanto in tanto le spesse nubi dell'attuale. La meta lontana della razza umana brilla a trattino sui nostri occhi stanchi; anche in mezzo al dolore straziante di un prolungato fallimento morale, un angelo della pietà divina a volte "ci trasporta nello spirito su un monte grande e alto, e ci mostra quella grande città, la santa Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio". Lì, alla presenza più vicina di Dio, l'anima sofferente sa che un giorno crescerà bene e forte. (A. Crawford, M.A.)

Stanco della vita:

Quali sono le cause del suicidio? L'impressione generale è la pazzia: questo è per la maggior parte il verdetto delle giurie sul cadavere dell'uomo auto-ucciso. Ma la follia non è sempre la causa. Nella maggior parte dei casi di suicidio sono stati mostrati da parte dell'autore previdenza, deliberazione, piano. Che cosa può dunque spingere un uomo che non è realmente pazzo a compiere questa terribile azione?

(I.) Prove severe. Il sentimento che Salomone aveva, a volte si riversa nell'anima di non pochi. I figli d'Israele nel deserto lo ebbero quando dissero: "Volesse Dio che fossimo morti nel paese d'Egitto". Elia l'aveva quando disse: "Ora basta, o Signore! portami via la vita". Giobbe aveva ragione quando diceva: "Lo detesto: non vivrei per sempre".

(II.) Sazietà nauseante. Gli uomini dell'ozio e dell'opulenza, che sono liberati dalla necessità del lavoro, dell'intraprendenza e degli affari, che se la cavano sontuosamente ogni giorno e gestiscono il giro della vita alla moda e del piacere sensuale, hanno sempre mostrato la massima suscettibilità a questo disgusto per la vita. L'eccessiva indulgenza nei piaceri mondani raramente manca di produrre una nausea morale. C'è quella che i francesi chiamano la noia che ne deriva, "quell'orribile sbadiglio", dice Byron, "che il sonno non può diminuire". A riprova di ciò, nei paesi dove i lussi abbondano di più, i suicidi sono i più numerosi. Mentre in Svezia c'è solo un suicidio ogni novantaduemila persone, a Parigi ce n'è uno ogni tremila

(III.) Disgusto spirituale. Gli uomini le cui suscettibilità morali sono squisitamente tenere, il cui occhio intellettuale è acuto e forte abbastanza da penetrare nei motivi che governano la società, e le cui simpatie sono fortemente legate al giusto, al vero e al divino, provano spesso una repulsione così inesprimibile per certi sviluppi popolari del carattere e delle fasi della società, da indurli a dire con Salomone: "Odiavo la vita; perché l'opera che si fa sotto il sole mi è penosa".

(IV.) Malinconia caratteriale. L'atmosfera cupa del loro temperamento irritabile diventa così opprimente, che sono pronti ad afferrare la corda o il rasoio, o a tuffarsi nel fiume

(V.) Emotività smodata. Ci sono quelli la cui natura emotiva sembra più forte della loro forza intellettuale. I venti e le onde della passione sono troppo forti per il timoniere. La loro natura emotiva è come un mare profondo e tumultuoso, le cui onde si infrangono sempre sulle pareti della loro comprensione. A volte, ad esempio, la vendetta è una passione che spinge all'azione. Sansone ne era un esempio. A volte l'umiliazione spinge l'azione. Accade qualcosa che travolge l'uomo dalla vergogna. Ahitofel ne è un esempio. A volte la disperazione spinge all'azione. A volte la paura travolge l'uomo e spinge all'azione. Così avvenne per il carceriere di Filippi. A volte il rimorso spinge all'atto autodistruttivo. Nessuna passione che possa impadronirsi dell'anima è così insopportabile come questa; "Uno spirito ferito, chi può sopportarlo?" Così Giuda, quando vide che Cristo, che aveva tradito, era condannato a morte, la sua coscienza colpevole rese la vita così intollerabile che uscì e si impiccò. Si possono citare altre passioni, come la gelosia, che forse è la madre più prolifica dei suicidi di tutte le passioni. Imparo da questo argomento...

1.) Che i poveri non devono invidiare la condizione dei ricchi

2.) Che non tutti gli uomini hanno lo stesso amore per la vita

3.) Quella fiducia nella Provvidenza redentrice che è su di noi è l'unica sicurezza per una vita felice. La voce della Provvidenza per ogni uomo non è solo "Non farti del male"; ma liberati da tutte le preoccupazioni ansiose e confida nell'amore e nella guida del grande Padre Re. (Omileta.)

Disgusto per la vita:

La connessione del nostro testo con i versetti precedenti e seguenti, e la sua perfetta armonia con il disegno dell'uomo saggio, che era quello di denigrare il mondo e i suoi piaceri, e con la sua esperienza di disingannare coloro che ne facevano idoli, ci autorizzano a considerare le parole come provenienti dalla bocca di Salomone stesso, esprimendo i propri sentimenti e non quelli degli altri, e ciò che pensava dopo la sua riconversione, e non ciò che era la sua opinione durante la sua dissipazione

(I.) Sulla base di questo principio libereremo prima il testo da diversi falsi significati, che a prima vista può sembrare tollerare; Poiché, come c'è il disgusto per il mondo e il disprezzo per la vita, che la sapienza ispira, così c'è l'odio per il mondo che nasce dalle cattive disposizioni

1.) Possiamo odiare la vita perché siamo malinconici. Solo colui le cui idee sono sconcertate da un temperamento cupo e cupo può dire pienamente e senza riserve: "Odio la vita". Attribuire una tale disposizione all'uomo saggio è insultare lo Spirito Santo che lo ha animato

2.) Alcuni sono disgustati dalla vita per un principio di misantropia. Che cos'è un misantropo o un odiatore dell'umanità? È un uomo che evita la società solo per liberarsi dalla fatica di esserle utile. È un uomo che considera il prossimo solo dalla parte dei suoi difetti, non conoscendo l'arte di combinare le sue virtù con i suoi vizi, e di rendere tollerabili le imperfezioni degli altri riflettendo sulle proprie. Che società sarebbe quella che fosse composta di persone senza carità, senza pazienza, senza condiscendenza! Il mio testo non inculca sentimenti come questi. L'uomo saggio aveva incontrato un gran numero di eventi sgradevoli nella società che gli avevano causato molto dolore, ma, lungi dall'esserne cacciato, continuava a risiedere nel mondo, e a correggerlo e migliorarlo con i suoi saggi consigli e il suo buon esempio

3.) A volte uno spirito di malcontento produce disgusto per il mondo e disprezzo per la vita. A sentire la gente che intendo, si potrebbe pensare che sia impossibile che questo mondo sia governato da un essere saggio, perché, per fortuna, sono condannati con il resto dell'umanità a vivere in una valle di guai. Ma chi sei tu, miserabile uomo, per concepire idee così false e per formare opinioni così avventate!

4.) A volte siamo disgustati dal mondo a causa di un eccesso di affetto per il mondo, e odiamo la vita a causa di una sopravvalutazione di essa. L'uomo entra nel mondo come un luogo incantato. Finché dura l'incantesimo, l'uomo di cui parlo è in estasi e pensa di aver trovato il bene supremo. Immagina che le ricchezze non abbiano ali, che la splendida fortuna non abbia rovesci, che i grandi non abbiano capriccio, che gli amici non abbiano leggerezza, che la salute e la giovinezza siano eterne; ma poiché non passa molto tempo prima che riprenda i sensi, diventa disgustato dal mondo nella stessa proporzione in cui ne era stato infatuato, e il suo odio per la vita è esattamente stravagante come lo era stato il suo amore per essa

5.) Non è in nessuno di questi sensi che l'uomo saggio dice: "Odiavo la vita". Egli vorrebbe farci capire che la terra ha più spine che fiori, che la nostra condizione qui, sebbene incomparabilmente migliore di quanto meritiamo, è, tuttavia, inadeguata ai nostri desideri giusti e costituzionali, che i nostri inconvenienti in questa vita sembrerebbero intollerabili se non fossimo abbastanza saggi da indirizzarli allo stesso fine che Dio si proponeva esponendoci a soffrirli, in una parola, che nient'altro che la speranza in uno Stato futuro formato su un altro piano può rendere tollerabili i disordini di questo mondo. Tante cose possono servire a spiegare il significato dell'uomo saggio

(II.) Procediamo ora a giustificare il senso dato. I fantasmi che sedusero Salomone durante la sua dissipazione possono essere ridotti a due classi. I primi suppongono nell'uomo dissipato pochissima conoscenza e pochissimo gusto; ed è sorprendente che un uomo così eminentemente dotato di conoscenza possa porre il suo cuore su di essi. Il secondo può imporsi più facilmente a una mente illuminata e generosa. Li ho divisi in tre classi. Nella prima metto i vantaggi della scienza, nella seconda i piaceri dell'amicizia, nella terza i privilegi, intendo i privilegi temporali, della virtù e dell'eroismo. Cercherò di smascherare queste tre figure e di dimostrare che le stesse disposizioni che dovrebbero contribuire maggiormente al piacere della vita, le capacità mentali, la tenerezza del cuore, la rettitudine e la delicatezza della coscienza, sono in realtà le disposizioni che contribuiscono più di tutte ad amareggiare la vita

1.) Se mai i possedimenti hanno potuto rendere felice l'uomo, Salomone deve essere stato certamente il più felice dell'umanità. Immaginate il mezzo più appropriato e più efficace per acquisire la conoscenza, unita all'avidità di ottenerla, entrambi erano uniti nella persona di questo principe. Ora, che cosa dice questo grand'uomo riguardo alla scienza? Egli riconosce infatti che era preferibile all'ignoranza, gli occhi del saggio, egli dice, sono nella sua testa, cioè un uomo istruito è in possesso di alcune massime prudenziali per regolare la sua vita, mentre un uomo analfabeta cammina nelle tenebre; eppure egli dice: "A me accade proprio come accade allo stolto, e perché allora ero saggio?"

(1) Osservate prima i piccoli progressi compiuti nella scienza da coloro che la perseguono al massimo grado. Man mano che avanzano in questo immenso campo, scoprono, per così dire, nuove estensioni, o nuovi abissi, che non potranno mai scandagliare. Più si nutrono di questo ricco pascolo, più acuto diventa il loro appetito

(2) Osservi poi la poca giustizia fatta nel mondo a coloro che eccellono di più nella scienza

2.) La seconda disposizione, che sembra contribuire molto al piacere della vita, ma che spesso lo amareggia, è la tenerezza del cuore. È chiaro dagli scritti di Salomone, e ancor più dalla storia della sua vita, che il suo cuore era molto accessibile a questo tipo di piacere. Quante volte scrive encomi sugli amici fedeli Proverbi 17:17; 18:24. Ma dov'è questo amico che si attacca più di un fratello? Dov'è questo amico che ama in ogni momento? Che fantasma arioso è l'amicizia umana!

3.) Se qualcosa sembra in grado di rendere la vita piacevole, e se qualcosa in generale la rende sgradevole, è la rettitudine e la delicatezza della coscienza. So che qui Salomone sembra contraddirsi, e l'autore del Libro dei Proverbi sembra confutare l'autore del Libro dell'Ecclesiaste. L'autore del Libro dell'Ecclesiaste 101 informa che la virtù è generalmente inutile e talvolta dannosa in questo mondo; ma secondo l'autore del Libro dei Proverbi la virtù è molto utile in questo mondo. Come riconcilieremo queste cose? Dire, come fanno alcuni, che l'autore dei Proverbi parla delle ricompense spirituali della virtù, e l'autore dell'Ecclesiaste dello stato temporale di essa, è tagliare il nodo invece di scioglierlo. Di molte soluzioni ce n'è una che offre la giusta per rimuovere la difficoltà; cioè, che quando l'autore del Libro dei Proverbi trae vantaggi temporali dalle ricompense della virtù, parla di alcuni rari periodi della società, mentre l'autore del Libro dell'Ecclesiaste descrive lo stato generale comune delle cose. Forse il primo si riferisce al tempo felice in cui l'esempio della pietà di Davide, essendo ancora recente, e la prosperità del suo successore non avendo allora contagiato né il cuore del re né la morale dei suoi sudditi, la reputazione, le ricchezze e gli onori furono concessi agli uomini buoni; ma il secondo, probabilmente, parla di ciò che accadde poco dopo. Nel primo periodo la vita era amabile e la vita nel mondo deliziosa; ma del secondo il saggio dice: "Ho odiato la vita perché il lavoro che si fa sotto il sole mi è penoso". A quale dei due periodi appartiene l'epoca in cui viviamo? Giudicate dalla descrizione che ne fa il Predicatore, come egli stesso si definisce. Allora l'umanità era ingrata, il pubblico non ricordava i benefici conferiti loro dagli individui e i loro servizi non venivano ricompensati Ecclesiaste 9:14, 15. Allora i cortigiani meschini e ingrati abbandonarono vilmente il loro vecchio padrone e pagarono la loro corte all'erede apparente Ecclesiaste 4:15. Allora i forti opprimevano i deboli Ecclesiaste 4:1. Allora i tribunali di giustizia erano corrotti Ecclesiaste 3:16. Questa è l'idea che il saggio ci dà del mondo. Eppure questi oggetti vani e precari, questo mondo così adatto a ispirare disgusto a una mente razionale, questa vita così adatta a suscitare odio in coloro che sanno cosa è degno di stima, questo è ciò che ha sempre affascinato, e che ancora continua ad affascinare la maggior parte dell'umanità. (J. Saurin.)

Vita con e senza Dio:

Confrontate questo verdetto del Predicatore con quell'espressione calma, chiara, vittoriosa del grande apostolo, che risuona come una tromba, mentre pronuncia le parole: "Afferra la vita che è veramente vita", e avrai l'argomento del mio sermone - la vita senza Dio, e la vita con Dio - la miseria e la delusione dell'uno, la pienezza e la soddisfazione dell'altro; l'unica vanità e vessazione dello spirito, l'altra vita che è davvero vita

(I.) Guardiamo alla vita senza Dio. Permettetemi di riconoscere francamente che ci sono alcune cose nella vita, anche senza Dio, che sono piacevoli, deliziose e belle. Prima di tutto cominciamo la vita come bambini, e per i bambini il piacere successivo è più che sufficiente a rendere la vita degna di essere vissuta; i loro piccoli cuori non sono turbati dai profondi problemi della vita, e Dio non voglia che lo siano. E poi non nego che ci sia una vera soddisfazione e piacere, come tutti sanno, in ogni sana attività. Inoltre, nessuno può dubitare che ci sia molto di bello nell'amore umano. Alcuni giovani nei giorni d'oro della loro prima vita coniugale, quando l'amore è molto bello, e reale, e fresco, luminoso come un mattino di primavera, possono essere tentati di pensare che sia sufficiente. "Non vogliamo altra vita, questo ci soddisfa." Ora, lo ammetto liberamente e francamente; Ma oh, non risolve la questione. La domanda ritorna: "Soddisfa?" Ci sono molte indicazioni, al giorno d'oggi, che il mondo sta scoprendo ciò che ha scoperto questo vecchio predicatore, che la vita senza Dio è vanità e vessazione dello spirito. Lasciate che ve ne dia solo uno. Avete mai notato il fatto molto notevole che gran parte della nostra poesia superiore è indicibilmente triste? Prendiamo, per esempio, le poesie di Matthew Arnold: sono greche nella perfezione della forma e nella loro bellezza impeccabile, ma quanto sono tristi! Quella profonda tristezza che gravava sul mondo di cui canta così pateticamente aleggia come una nuvola sulla sua stessa poesia. E quando arrivi ad esaminare il motivo per cui egli ti deprime così tanto, la risposta è che non c'è in esso un Dio personale vivente: è la perdita di Dio che spiega tutto. Non fraintendetemi. Non sto immaginando che la vita debba essere vissuta esclusivamente con scopi religiosi e obiettivi religiosi. Non ho una visione ristretta, spero, della vita umana. Dio ci ha dato vari e ampi poteri, e ognuno di essi deve trovare la propria soddisfazione. Non condanno nessuna delle ambizioni generose della gioventù. Non vieterei nemmeno le ambizioni meno nobili della vita, purché siano subordinate alla volontà di Dio. Che un uomo guadagni conoscenza o fama, o distinzione, o ricchezza, o influenza, e se le guadagna onestamente, bene; ma desidero imprimere in voi quest'unica lezione: che non importa quale sia il fine che vi prefiggete nella vita, che si tratti di piacere, o di eminenza intellettuale, o di ricchezza, se lasciate fuori Dio vi deluderà tanto, vi deluderà miseramente, e avrete un tempo, nella vostra esperienza, quando te ne allontanerai con la maledizione mormorata: "Tutto è vanità e tormento dello spirito".

(II.) Chiediamoci cosa significa vivere con Dio. "Afferra la vita che è veramente vita". Devo dirvi di cosa si tratta? "Questa è la vita eterna per conoscere Te, l'unico vero Dio, e Gesù Cristo, che Tu hai mandato". Queste sono le parole di Gesù: questa è la definizione di Cristo della vita: conoscere Dio, il vero Dio, e Gesù Cristo, che Egli ha mandato. Nessuno ha bisogno di dimostrare che questa è davvero la vita. Non ne ha bisogno: la semplice affermazione della verità ne è la prova. Se c'è un Dio eterno e infinito da cui dipendo per tutte le cose, se mi ha creato e mi ama di un amore indicibile, se ha speso tutte le ricchezze del suo amore per redimermi dal peccato, se devo vivere con Lui per l'eternità una vita lontana da tutte le condizioni del tempo e dello spazio, allora, Di tutte le proposizioni auto-evidenti che si possono esprimere a parole, questa è la più evidente e certa, che io sono stato creato e redento unicamente per trovare la mia vita in Dio, sono troppo grande per trovare la mia vita in qualcosa di meno che Dio. Ah, "Chi ha il Figlio ha la vita, chi non ha il Figlio non ha la vita". Questa è davvero la vita. E ora vedete il significato di quello che siamo così inclini a chiamare il mistero del dolore, il mistero del dolore. L'altro giorno leggevo il diario di una vita che per molti aspetti è molto istruttiva e patetica. Era la storia di un uomo che aveva avuto una prosperità insolita, e sfogliando questo diario mi sono imbattuto in queste parole: "Dio ha rotto il silenzio con me". Un grande dolore schiacciante era caduto su di lui, e quell'uomo che aveva vissuto molti anni al sole della prosperità senza Dio, senza mai parlare di Dio o sentirLo parlargli, improvvisamente nelle tenebre si svegliò al fatto che Dio era vicino a lui, e che Dio era venuto da lui nella grande tribolazione della sua vita; e poi scrisse queste parole: "Dio ha rotto il silenzio con me". Ah, la vita davvero! Questa è la sua denominazione. Non dico che non avrà i suoi guai, le sue delusioni, forse anche i suoi fallimenti; ma i guai e le delusioni di quella vita la influenzano così poco come le tempeste che spazzano l'Atlantico toccano la profonda calma dell'oceano sottostante. È davvero la vita! Nulla turba la sua pace centrale, perché è fondata su Dio. E poi, quando verrà la fine - come verrà per tutti noi - e gli amici si metteranno intorno al letto, e gli ultimi addii saranno pronunciati, e gli occhi saranno chiusi nella morte, e noi faremo l'ultimo viaggio verso quel "bourne da cui nessun viaggiatore ritorna", e i nostri piedi toccheranno le acque del freddo fiume - in quell'ora suprema e terribile la vita ci riempirà davvero allora? Ascoltare! L'uomo che scrisse queste parole: "Afferra la vita, che è veramente vita", ci dice ciò che ha provato sulla soglia dell'eternità: "Ora sono pronto per essere offerto". (G. S. Barrett, D.D.)

18 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:18-19

sì, ho odiato tutta la mia fatica che avevo fatto sotto il sole, perché l'avrei lasciata all'uomo che verrà dopo di me.-Il canto funebre della mano morta:-

La vita di Salomone fu completa dal punto di vista naturalistico. Cercava il piacere con un gusto che oggi condanneremmo come licenza, ma che lo spirito di quei tempi era abituato a considerare lecito, almeno per i re. E più di questo, si dedicò a grandi e imponenti imprese, cercando diligentemente il benessere del suo popolo così come la propria accrescimento personale e familiare. Eppure il lavoro su un piano di idee non spirituali non poteva soddisfarlo del tutto. Aveva un'infelice previsione di cambiamenti imminenti, perché Roboamo non era un giovane ideale. Sembra già che stia sentendo il grido: "Il re è morto: lunga vita al re!" E come si sente male nel cuore quando tutti i segni sembrano indicare che il nuovo re sarà un iconoclasta, un reazionario, uno sciocco, o almeno un uomo che non la pensa allo stesso modo del suo predecessore! Ma questo pessimismo malato, come lo stesso temperamento dappertutto, era un errore di valutazione. Ciò che era ignobile nel suo lavoro periva e meritava di perire. Il suo dolore, al pensiero di quanto dei piani che aveva cercato di realizzare sarebbero stati modificati dai suoi successori, era rilevante solo per le fasce più basse del suo lavoro. Ma il predicatore reale non pensava tanto al suo lavoro quanto a se stesso. Voleva investire la sua mano morta di un potere perpetuo; ma questo non è permesso al migliore dei figli degli uomini. In questo lamento possiamo trovare tracce di auto-idolatria, e l'auto-idolatria è alleata con il disprezzo dei nostri simili e l'incredulità del Dio vivente

(I.) Questo temperamento rappresenta lo stato d'animo di chi sta facendo gran parte del suo lavoro sotto lo stimolo malsano dell'orgoglio e dell'ambizione. Perché anche Salomone avrebbe dovuto lusingarsi che tutte le sue opere fossero così perfette da non dover essere modificate e riaggiustate? C'erano uomini saggi prima di lui, e gli uomini saggi erano destinati a venire dopo di lui, e aveva contemporanei che, se non lo eguagliavano nell'ambito delle sue conoscenze, si erano almeno trattenuti dal precipitare negli stessi abissi della follia e dell'autoindulgenza; eppure il grande re aveva l'impressione di essere probabilmente l'ultimo dei saggi, e che l'illustre razza sarebbe scomparsa al suo stesso funerale. Ora sappiamo quanto fosse infondata la sua supposizione; perché in ogni epoca il mondo ha avuto in sé uomini i cui doni, acquisizioni e sagacia pratica hanno superato di gran lunga quelli di questo re tanto lodeato, che era sibarita e saggio, e che, attraverso un successo intemperante, sorsi troppo profondi di adulazione inebriante e animalismo poligamo, fu rovinato in un'ignobile vecchiaia. L'uomo che guarda alla vita dal punto di vista di Salomone ha evidentemente messo il cuore a realizzare quello che sarà un monumento duraturo della sua stessa reputazione, e, come le Piramidi, che non difendono nulla, non proteggono nulla, non proteggono nulla, non insegnano nulla, immortaleranno, in un edificio indistruttibile di colossale sterilità, l'impero sbiadito di una mummia reale. L'uomo vanitoso vuole fare qualcosa che sarà sacro dalle mani dell'aspirante riformatore, o non sarà un vero tributo alla sua infallibilità. Perché i posteri, per puro rispetto verso di noi, dovrebbero astenersi dal cercare di migliorare il nostro lavoro? Gli uomini sono mandati nel mondo in ondate sempre nuove di giovane speranza e vitalità per aiutare il bene comune della razza, e non per essere i nostri servi e satelliti. Altri possono riuscire a coltivare fiori più belli da mettere nei nostri giardini, alberi di statura più nobile per adornare i nostri parchi, erbe di più virtù medicinali da piantare nei nostri campi: sostituendo pietre più rare e più traslucide al materiale grezzo e grezzo con cui abbiamo costruito templi e palazzi

(II.) Questa affermazione implicava un disprezzo scortese per gli uomini che di lì a poco sarebbero saliti al potere. Di tutti gli uomini del mondo, Salomone non avrebbe dovuto essere duro con gli stolti. Non aveva dato uniformemente l'esempio più saggio nella sua persona, e i lussuosi harem che aveva acclimatato sul suolo ebraico non erano probabilmente le scuole della filosofia più sublime e i luoghi di riproduzione della virtù più coraggiosa. E in uno stato di società tiepida e non spirituale, una profezia malvagia di questo tipo tende sempre a compiersi. Non fidarsi di chi ci sta intorno, e che si aspetta di intraprendere il nostro lavoro, è solo il modo per corromperli e demoralizzarli. L'effetto è lo stesso prodotto dal sospettoso capofamiglia che tiene sotto chiave ogni sciocchezza a buon mercato. La diffidenza dei posteri è, forse, una cosa più meschina e più malvagia della diffidenza dei nostri contemporanei, perché i posteri non possono parlare per se stessi e alzare la voce per protestare contro questa condanna ingiusta e totale. Facciamo del nostro meglio per mettere in pericolo il nostro lavoro, quando supponiamo che nessuno sarà adatto a portarlo avanti dopo che lo scettro sarà caduto dalla nostra presa senza vita

(III.) Questo temperamento dell'animo implica una visione cupa del futuro della razza umana. L'uomo saggio mancava di fede nell'umanità e nelle sue possibilità sconosciute, mancava di quella fede che era l'intenzione specifica della promessa fatta ai suoi antenati di produrre. Alla sua stessa valutazione compiaciuta sembrava che la razza avesse toccato il punto più alto dell'intelligenza e del carattere in lui, e che ora l'inevitabile declino dovesse cominciare. Quanto erano inferiori nella fede a Samuele, a Elia e a Eliseo, che allevarono scuole per i futuri profeti e che, nonostante il duro lavoro che dovettero compiere, volsero una visione disperata al futuro. Gesù e i Suoi apostoli si aspettavano file ininterrotte di seminatori e mietitori per cooperare tra loro e per portare avanti l'opera vittoriosa del regno fino alla fine dei tempi. La Chiesa non poteva fallire, anche se le porte dell'inferno potevano inviare torrenti incandescenti di rabbia e di opposizione; e la discendenza dei lavoratori pii e perspicaci, non sarebbe mai stata recisa radice e ramo, come la casa di Eli. Se pensiamo, parliamo e agiamo come se i futuri lavoratori sorgessero e portassero avanti degnamente i nostri modesti inizi, le generazioni non nate e non cresciute risponderanno alla nostra fiducia, e non ci mancheranno uomini che stiano per sempre davanti al Signore nella nostra stanza. L'uomo è sia un ateo che un odiatore della sua specie che afferma che il mondo sta tornando indietro nell'abisso della barbarie e della follia

(IV.) Questo temperamento indica una profonda e minacciosa mancanza di fede religiosa. Colui che parla in un simile senso ha per il momento perduto la fede nella provvidenziale sovranità di Dio. C'è un tocco di manicheismo in questo pessimismo malato di cuore. Vede un semplice Puck installato sull'universo e rivestito di infiniti attributi, che soddisfa la sua anima con malizia e incoraggia gli sciocchi che fanno scompiglio con le conquiste dei saggi. Tutti questi vapori mostrano che c'è una metà pagana o infedele nella nostra personalità, che ha tristemente bisogno di essere esorcizzata in modo che possiamo diventare uomini sani, utili e felici. La fede in Dio è una cosa sola con il dono della profezia; e se questo regale predicatore avesse sempre suscitato il dono che era in lui, avrebbe sentito come tutto ciò che c'era di meglio nella sua opera sarebbe stato preservato attraverso l'apparente declino e la reazione, fino a quando alla fine fosse apparso uno più saggio e più grande di Salomone, per raccogliere nei suoi piani tutta l'opera vera e disinteressata del passato, e per realizzare i sogni giusti e santi dell'ardente gioventù del mondo

Questo temperamento infelice e corrosivo può corrodere i nostri cuori, non tanto perché ripudiamo la dottrina della sovranità provvidenziale di Dio, ma perché non viviamo e non operiamo in alta armonia con i Suoi consigli. Provvedendo così generosamente alle sue concupiscenze e ai suoi lussi, questo re stava facendo la sua volontà e il suo lavoro, piuttosto che quelli di Dio, e potrebbe essere stata la punizione designata del suo egoismo ornato che gli stolti facessero scompiglio dei suoi sogni realizzati non appena era morto. Parla di parchi, giardini di piacere, fontane, laghi artificiali, orchestre di palazzi, fortune, arricchimento personale, aggressione materiale. È vero che c'è stato un punto in cui è diventato patriottico e ha cercato la prosperità del suo popolo; Ma sembra che questo sia stato il suo secondo pensiero piuttosto che il primo. E questa politica di auto-esaltazione fu identificata con i matrimoni stranieri e le coalizioni pagane, che ebbero un effetto così demoralizzante sui suoi successori e sulla nazione in generale, e che prepararono la strada per gli scismi e le tragiche apostasie dei tempi a venire. Se non nutriamo una visione più elevata della vita, non possiamo contare sui buoni uffici della Divina Provvidenza per proteggere la nostra impresa dagli scherzi degli sciocchi. Che diritto ha quell'uomo di cercare la benedizione duratura di Dio che sceglie i suoi compiti con egoismo e orgoglio? Che il nostro lavoro sia santo, altruistico, spirituale, e Dio lo accetterà come un sacrificio per Sé, e lo preserverà in un futuro sconosciuto dalla violazione; poiché i figli della luce, visti dal veggente di Patmos, che circondano l'altare divino in cielo, si librano nei loro forti ministeri intorno a ogni altare sulla terra dove giace l'oblazione accettata del lavoro disinteressato. (Thomas G. Selby.)

24 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:24-26

Non c'è niente di meglio per un uomo che mangiare e bere e far godere la sua anima del bene nel suo lavoro.-Le semplici gioie dell'industria divina:

Non dobbiamo considerare queste parole come attinenti all'espressione del più vile epicureismo: "Mangiamo e beviamo, perché domani moriamo!" Non dobbiamo supporre che il filosofo ebreo, guardandosi intorno e trovando che tutto è "vanità e si nutre di vento", concluda che la cosa migliore che un uomo possa fare, date le circostanze, è darsi a una vita di godimento sensuale. Questo non può essere il suo significato qui; perché ha già mostrato la vacuità di una vita di gratificazione sensuale, e l'ha anche registrata come sua convinzione che "la saggezza è meglio della follia". Inoltre, le parole stesse non indicano una mera oziosa autoindulgenza; poiché parlano di un uomo che "gode del bene nel suo lavoro". Sembra che l'Ecclesiaste abbia davanti alla mente una vita in cui la fatica cordiale e onesta si fonde con il godimento soddisfatto dei frutti della fatica. Nella massima: "Mangiamo e beviamo, perché domani moriamo", mangiare e bere rappresentano ogni tipo di gratificazione sensuale, e anche di eccesso sensuale. Ma qui, "mangiare e bere" sembra piuttosto rappresentare le forme di vita più semplici, in contrasto con l'autoindulgenza lussuosa ed eccessiva. Che questo sia il significato di Ecclesiaste qui è ulteriormente evidente dal modo in cui egli prosegue parlando delle condizioni di questo contento e allegro godimento della vita. "Anche questo vidi, che viene dalla mano di Dio". Questa introduzione del pensiero di Dio è di per sé sufficiente a dimostrare che l'Ecclesiaste non parla qui come un sensualista, o come un semplice cercatore di piaceri. In mezzo alle molte anomalie della vita, l'Ecclesiaste si aggrappa alla certezza che c'è un governo morale di Dio in questo mondo. Ci sono davvero problemi sconcertanti in relazione a questo governo morale, che egli sentiva di non poter risolvere, e che lo portarono a guardare avanti verso un mondo oltre la morte, dove i rapporti di Dio con gli uomini sarebbero stati completati e rivendicati. Tuttavia, guardando i fatti generali della vita umana, ed escludendo casi apparentemente eccezionali e sconcertanti, vide che Dio fa una distinzione, anche qui e ora, tra il "peccatore" e l'"uomo che gli piace". L'uomo virtuoso e pio ha un vantaggio, anche in questo mondo, sui malvagi. Egli riceve da Dio una "sapienza e una scienza" che sono associate alla "gioia". Trova piacere nel suo lavoro ed è contento di mangiare i semplici frutti del suo lavoro. Può essere un pover'uomo, che lavora per il pane quotidiano; eppure può ricevere da Dio questo dono di godimento riconoscente. D'altra parte, invece, Ecclesiaste vide che il "peccatore" - l'uomo che non ha alcun pensiero dei comandamenti di Dio - può "raccogliere" e "accumulare" ricchezze, eppure non avere cuore per godere delle proprie ricchezze. Ora, la lezione che l'Ecclesiaste 101 pone qui davanti è una di quelle che tutti noi abbiamo bisogno di ricordare continuamente. Per quanto evidente possa essere per noi il fatto che la felicità superiore della vita è molto più strettamente associata al lavoro spontaneo, alle abitudini semplici e alla contentezza allegra, che alla ricchezza o al lusso, siamo tutti più o meno inclini a vivere nell'oblio di essa. L'atmosfera sociale che respiriamo è troppo febbrile e irrequieta. Siamo inclini a perdere le benedizioni di oggi a causa dell'eccessiva ansia per il domani. Siamo inclini a perdere il piacere che Dio ha messo per noi nelle semplici e comuni benedizioni della vita, attraverso la nostra ansiosa ricerca di qualcosa di più che potrebbe non essere davvero niente di meglio. Potrebbe essere una cosa desiderabile per alcuni uomini che stanno rovinando la loro vita con l'ambizione egoistica o il sordido mammonismo, sedersi per un po' anche ai piedi di Epicuro! Ma è molto meglio per tutti noi sederci ai piedi di Cristo. Tutto ciò che era veramente vero e prezioso nell'epicureismo superiore si trova, in una forma più elevata, nel cristianesimo. Non ci ordina di calpestare con orgoglio né il piacere né il dolore; ma ci invita a coltivare una pace interiore e una forza che ci impediranno di diventare semplici vittime e schiavi delle circostanze. Senza disprezzare alcuna "creatura di Dio", essa ci insegna tuttavia a valutare le cose secondo la loro importanza relativa. E se solo i nostri cuori fossero più fermamente rivolti a cose più elevate, se solo fossimo più inclini a "piacere a Dio", saremmo più in grado di "mangiare, bere e godere del bene nel nostro lavoro", di godere con uno spirito più sereno e contento delle benedizioni semplici e ordinarie che sono comuni all'umanità. (T. C. Finlayson.)

26 Capitolo 2

Ecclesiaste 2:26

Poiché Dio dà all'uomo ciò che è buono ai suoi occhi.-Vera bontà:-

(I.) Chi è buono davanti a Dio è buono

1.) Un uomo può essere buono nella sua stima, eppure non esserlo veramente. Il modo in cui a volte ci sbagliamo è del tutto pietoso

2.) Un uomo può essere buono nella stima della società, eppure non esserlo veramente. Il dottor Bushnell racconta di essere stato molto colpito dall'osservazione di un anziano signore che toccava il culto dell'eroe: "Dal momento in cui ho lasciato il college fino a quest'ora ho gradualmente perso il mio rispetto per i grandi nomi".

3.) Un uomo può essere accettato come buono dalla Chiesa, eppure non esserlo veramente. I giacimenti di diamanti del Sud Africa producono un gran numero di diamanti il cui colore giallo diminuisce immensamente il valore della gemma, e i furfanti hanno escogitato un metodo ingegnoso per falsificare questi gioielli; Vengono messi in una soluzione chimica, e per un po' dopo il bagno il diamante giallo appare perfettamente bianco, ingannando gli eletti. Anche il carattere è suscettibile di falsificazione; Possiamo apparire a noi stessi e agli altri più brillanti e più costosi di quanto siamo intrinsecamente

4.) Ma coloro che sono buoni davanti a Dio sono buoni. Chi ha la testimonianza che piace a Dio non ha bisogno di più

(II.) Chi è così buono davanti a Dio? Chi è quest'uomo, questa donna, questo bambino? La bontà che è buona davanti a Dio è la bontà che Dio ispira, e che mantiene nel nostro cuore e nella nostra vita per mezzo del Suo Santo Spirito. Tutto ciò che è veramente buono è reso tale dal suo motivo, dal suo principio, dal suo scopo; e chi è veramente buono agisce per il motivo più puro, obbedisce alla regola più alta, aspira al fine più alto. Ebbene, il motivo più puro è l'amore di Dio; la regola più alta è la volontà di Dio; il fine supremo è la gloria di Dio. In una parola, l'essenza della bontà è la pietà; e dove non c'è pietà non c'è bontà nel profondo significato scritturale di quella parola. Ma la bontà che viene da Dio, che vive per mezzo di Lui, che dà, agisce, soffre, spera per amore del Suo nome, questa è davvero bontà. (W. L. Watkinson.)

Sapienza, conoscenza e gioia. - Gioia nella religione:

Desidero richiamare la vostra attenzione sull'ultimo dono qui menzionato: la gioia. Avere bontà è da molti supposto ereditare il dolore in proporzione. Si ritiene che il conferimento di saggezza e conoscenza porti con sé l'aggiunta di molti problemi. Il testo ci dice che Dio dà a coloro che hanno trovato grazia ai Suoi occhi "sapienza e conoscenza" - la "gioia", o il senso di godimento, il piacevole apprezzamento delle delizie della vera sapienza e conoscenza, sono aggiunti per contrastare e ravvivare la stanchezza e la depressione che sempre accompagnano il possesso di una grande cultura. La gioia viene dopo, non prima, la saggezza e la conoscenza, come abbiamo scritto nel testo. È il risultato estatico della saggezza acquisita: l'equilibrio dato, la bellezza elargita, il gusto concesso per dissipare l'oscurità scoraggiante che troppo spesso è il risultato dell'attività mentale. Ora, ciò che è vero nelle cose secolari è chiaramente e ancora più vero nelle cose spirituali. Quando Cristo è fatto per noi sapienza e vera conoscenza, Egli dà all'anima la gioia, la Sua gioia; e il vero cristiano non solo si rallegra nel Signore, ma si rallegrerà di ogni bene che il Signore suo Dio gli ha dato. Avrà una natura gioiosa, vivace, lieta, esultando nel favore di Dio e aprendo la bocca per cantare, ridere e divertirsi; e in questo e in altri modi si sforzerà di mostrare le lodi del suo Signore davanti al mondo. Ci sono alcuni che sono soliti insistere sul fatto che il credente cristiano deve necessariamente, dalla condizione delle cose, essere un essere rimpicciolito, grave e persino malinconico; che nel portamento, nell'aspetto e nella condotta doveva essere l'esatto contrario di una creatura del mondo gioiosa, spensierata e amante delle risate. Con i suoi peccati, passati e presenti, da piangere, le mancanze sempre ricorrenti del dovere, gli incessanti scivolamenti di collera, la freddezza dei sentimenti e l'avvicinarsi troppo lento della nuova vita al livello fisso di quella perfezione che è del Padre nei cieli, come può quell'uomo, spesso si chiede, essere se non in lacrime nelle parole e nello sguardo? In verità tutto questo è sbagliato, produce risultati di un tipo molto doloroso, e la vita scorre con un suono lento, invariato, triste, finché tutto ciò che viene presentato all'occhio o all'orecchio riempie l'anima solitaria di miseria, dolore e paura. Credo che questa sia l'immagine vera di alcuni che, essendo morbosamente e orribilmente colpiti da una ferita profonda e immediabile, guardano sempre con occhi malinconici il lato notturno delle cose fino a quando il senso dei mali presenti non cessa mai di infastidirli. Agitato, febbricitante, cupo, che non scusa nulla e accusa tutti, il cervello stanco non trova mai sollievo dal cuore pesante. Ora, questo non dovrebbe essere così nel carattere cristiano, e quando esistono si dovrebbero fare gli sforzi più strenui, gli sforzi più decisi della volontà, per sbarazzarsene. Colui che ci ha fatti ci ha resi capaci di gioia. È una santa necessità della natura dell'uomo. Se Dio avesse voluto che fossimo sempre seri, seri e rivolti verso il basso, avrebbe potuto costituirci in modo che non potessimo essere nient'altro: non avrebbe scelto come emblema e immagine della Sua benedizione più grande, nemmeno la benedizione dell'amore redentore, il lieto simbolo della scena festiva, che Suo Figlio ci avrebbe dato "bellezza al posto della cenere, l'olio di gioia per il lutto, e la veste di lode per lo spirito di tristezza". La mente veramente cristiana, piena dell'amore del Salvatore, santificherà tutto ciò che è lecito con la presenza di un sentimento santo e gentile, e trarrà beneficio da tale concessione, consciamente o inconsciamente. Ma l'indulgenza della nostra suscettibilità alle impressioni piacevoli è di per sé un fine che, nel modo e nella misura dovuti, gli uomini cristiani possono cercare e il felice Dio dell'amore non disapprovare. Dio dà gioia. Egli non solo ri-elargisce il dono in Cristo, ma ci ha resi originariamente suscettibili del più vivo godimento. Il dono deve essere apprezzato; la suscettibilità deve essere incoraggiata e rafforzata; Ma è molto importante che un esercizio gioioso e castigato del dono rivendichi la gioia dei santi e presenti un esempio sicuro e adatto al mondo. Uno dei pregiudizi più forti che si sentono nei confronti della religione è quello del suo presunto carattere cupo. Coloro che sono privi di spirito religioso possono trovare poco o nessun piacere nell'occupazione religiosa, e sono naturalmente disposti a pensare che gli altri debbano essere come loro. Troppo spesso è stata colpa o sfortuna dei cristiani confermare questa impressione errata; e spetta a loro, con ogni metodo legale, sforzarsi di rimuoverlo. Se siamo di Cristo, preghiamo e sforziamoci che la nostra religione possa essere una religione di sole, una religione di felicità, una religione gioiosa. (G. H. Connor, M.A)

Riferimenti incrociati:

Ecclesiaste 2

1 Ec 2:15; 1:16,17; 3:17,18; Sal 10:6; 14:1; 27:8; 30:6,7; Lu 12:19
Ge 11:3,4,7; 2Re 5:5; Is 5:5; Giac 4:13; 5:1
Ec 8:15; 11:9; Is 50:5,11; Lu 16:19,23; Giac 5:5; Tit 3:3; Ap 18:7,8

2 Ec 7:2-6; Prov 14:13; Is 22:12,13; Am 6:3-6; 1P 4:2-4

3 Ec 1:17; 1Sa 25:36
Prov 20:1; 31:4,5; Ef 5:18
Ec 7:18; Prov 20:1; 23:29-35; Mat 6:24; 2Co 6:15-17
Ec 6:12; 12:13
Ge 47:9; Giob 14:14; Sal 90:9-12

4 Ge 11:4; 2Sa 18:18; Dan 4:30
De 8:12-14; 1Re 7:1,2,8-12; 9:1; 15:19; 10:19,20; 2Cron 8:1-6,11; Sal 49:11
1Cron 27:27; 2Cron 26:10; CC 1:14; 7:12; 8:11,12; Is 5:1

5 CC 4:12-16; 5:1; 6:2; Ger 39:4
Ge 2:8,9; Lu 17:27-29

6 Ne 2:14; CC 7:4
Sal 1:3; Ger 17:8

7 1Re 9:20-22; Esd 2:58; Ne 7:57
Ge 17:12,13
Ge 13:2; 2Re 3:4; 1Cron 27:29-31; 2Cron 26:10; 32:27-29; Giob 1:3; 42:12

8 1Re 9:14,28; 10:10; 14:21,22,27; 2Cron 9:11,15-21
2Sa 19:35; Esd 2:65
1Cron 25:1,6; Giob 21:11,12; Sal 150:3-5; Dan 3:5,7,15; Am 6:5

9 Ec 1:16; 1Re 3:12; 10:7,23; 1Cron 29:25; 2Cron 1:1; 9:22,23

10 Ec 3:22; 6:9; 11:9; Ge 3:6; 6:2; Giudic 14:2; Giob 31:1; Sal 119:37; Prov 23:5; 1G 2:16
Ec 2:22; 5:18; 9:9; Sal 128:2

11 Ec 1:14; Ge 1:31; Eso 39:43; 1G 2:16,17
Ec 2:17-23; 1:3,14; Abac 2:13; 1Ti 6:6

12 Ec 1:17; 7:25
Ec 2:25

13 Ec 7:11,12; 9:16; Prov 4:5-7; 16:16; Mal 3:18; 4:1,2
Ec 11:7; Sal 119:105,130; Prov 4:18,19; Mat 6:23; Lu 11:34,35; Ef 5:8

14 Ec 8:1; 10:2,3; Prov 14:8; 17:24; 1G 2:11
Ec 9:1-3,11,16; Sal 19:10; 49:10

15 Ec 1:16,18; 1Re 3:12
Ec 2:1; 1:2,14

16 Ec 1:11; Eso 1:6,8; Sal 88:12; 103:16; Mal 3:16
Ec 6:8; 2Sa 3:33; Sal 49:10; Eb 9:27

17 Nu 11:15; 1Re 19:4; Giob 3:20-22; 7:15,16; 14:13; Ger 20:14-18; Gion 4:3,8; Fili 1:23-25
Ec 1:14; 3:16; Ez 3:14; Abac 1:3
Ec 2:11,22; 6:9; Sal 89:47

18 Ec 2:4-9; 1:13; 4:3; 5:18; 9:9
Ec 2:26; 5:13,14; 1Re 11:11-13; Sal 17:14; 39:6; 49:10; Lu 12:20; 16:27,28; At 20:29,30; 1Co 3:10

19 Ec 3:22; 1Re 12:14-20; 14:25-28; 2Cron 10:13-16; 12:9,10
Ec 9:13; Lu 16:8; Giac 1:17; 3:17

20 Ge 43:14; Giob 17:11-15; Sal 39:6,7; 1Co 15:19; 2Co 1:8-10; 1Te 3:3,4

21 Ec 2:17,18; 9:18; 2Cron 31:20,21; 33:2-9; 34:2; 35:18; 36:5-10; Ger 22:15,17

22 Ec 1:3; 3:9; 5:10,11,17; 6:7,8; 8:15; Prov 16:26; 1Ti 6:8
Ec 4:6,8; Sal 127:2; Mat 6:11,25,34; 16:26; Lu 12:22,29; Fili 4:6; 1P 5:7

23 Ge 47:9; Giob 5:7; 14:1; Sal 90:7-10,15; 127:2
Ec 5:12; Est 6:1; Giob 7:13,14; Sal 6:6,7; 32:4; 77:2-4; Dan 6:18; At 14:22

24 Ec 3:12,13,22; 5:18; 8:15; 9:7-9; 11:9,10; De 12:12,18; Ne 8:10; At 14:17; 1Ti 6:17
Ec 3:13; 5:19; 6:2; Mal 2:2; Lu 12:19,20

25 Ec 2:1-12; 1Re 4:21-24

26 Ge 7:1; Lu 1:6
2Cron 31:20,21; Prov 3:13-18; Is 3:10,11; Giov 16:24; Rom 14:17,18; 1Co 1:30,31; Ga 5:22,23; Col 1:9-12; 3:16,17; Giac 3:17
Giob 27:16,17; Prov 13:22; 28:8

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