Nuova Riveduta:

Galati 1

Indirizzo e saluti
1 Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia; 3 grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, 5 al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Rifiuto di un altro vangelo
6 Mi meraviglio che così presto voi passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo a un altro vangelo; 7 ché poi non c'è un altro vangelo, però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo.
8 Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema. 9 Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema.
10 Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Origine divina del vangelo di Paolo
11 Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d'uomo; 12 perché io stesso non l'ho ricevuto né l'ho imparato da un uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo.
13 Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; 14 e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. 15 Ma Dio che mi aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, 17 né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco.
18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; 19 e non vidi nessun altro degli apostoli, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento.
21 Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia; 22 ma ero sconosciuto personalmente alle chiese di Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere». 24 E per causa mia glorificavano Dio.

C.E.I.:

Galati 1

1 Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. 3 Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5 al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
6 Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. 7 In realtà, però, non ce n'è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8 Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! 9 L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! 10 Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!
11 Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull'uomo; 12 infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, 14 superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com'ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15 Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16 di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, 17 senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
18 In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 19 degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20 In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 21 Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. 22 Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23 soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». 24 E glorificavano Dio a causa mia.

Nuova Diodati:

Galati 1

Indirizzo e saluti
1 Paolo, apostolo (non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma tramite Gesù Cristo e Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti), 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia: 3 grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci dalla presente malvagia età secondo la volontà di Dio, nostro Padre, 5 al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Incostanza dei Galati; Paolo rivendica l'autorità divina del suo apostolato e della sua dottrina
6 Mi meraviglio che da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, passiate così presto ad un altro evangelo, 7 il quale non è un altro evangelo; ma vi sono alcuni che vi turbano e vogliono pervertire l'evangelo di Cristo. 8 Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi predicasse un evangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia maledetto. 9 Come abbiamo già detto, ora lo dico di nuovo: Se qualcuno vi predica un evangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia maledetto. 10 Infatti, cerco io ora di cattivarmi l'approvazione degli uomini o quella di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Infatti, se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo. 11 Ora, fratelli, vi faccio sapere che l'evangelo, che è stato da me annunziato, non è secondo l'uomo, 12 poiché io non l'ho ricevuto né imparato da nessun uomo, ma l'ho ricevuto per una rivelazione di Gesù Cristo. 13 Avete infatti udito quale fu un tempo la mia condotta nel giudaismo, come perseguitavo con grande ferocia la chiesa di Dio e la devastavo. 14 E progredivo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, essendo estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. 15 Ma quando piacque a Dio, che mi aveva appartato fin dal grembo di mia madre e mi ha chiamato per la sua grazia, 16 di rivelare in me suo Figlio, affinché l'annunziassi fra i gentili, io non mi consultai subito con carne e sangue, 17 né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai in Arabia e ritornai di nuovo a Damasco. 18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per andare a vedere Pietro e rimasi con lui quindici giorni. 19 E non vidi alcun altro degli apostoli, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, quanto alle cose che vi scrivo, ecco, davanti a Dio non mento. 21 Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. 22 Or io ero sconosciuto personalmente alle chiese della Giudea, che sono in Cristo, 23 ma esse udivano soltanto dire: «Colui che prima ci perseguitava, ora annunzia quella fede che egli devastava», 24 e glorificavano Dio per causa mia.

Riveduta 2020:

Galati 1

Indirizzo e saluti
1 Paolo, apostolo non dagli uomini né per mezzo d'alcun uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che l'ha risuscitato dai morti, 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia; 3 grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato sé stesso per i nostri peccati per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, 5 al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Nessun altro vangelo
6 Mi meraviglio che così presto voi passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. 7 Il quale poi non è un altro vangelo, ma ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire l'evangelo di Cristo.
8 Ma, anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema. 9 Come l'abbiamo detto prima d'ora, torno a ripeterlo anche adesso: se alcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema.
10 Vado forse cercando di conciliarmi il favore degli uomini oppure quello di Dio? O cerco io di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo.

Origine divina dell'evangelo di Cristo
11 Vi dichiaro, fratelli, che l'evangelo da me annunciato non è opera d'uomo, 12 poiché io stesso non l'ho ricevuto né l'ho imparato da alcun uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo.
13 Difatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo, come perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, 14 e progredivo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, essendo estremamente zelante delle tradizioni dei miei padri. 15 Ma quando Dio, che mi aveva appartato fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra i Gentili, io non mi consigliai con nessun uomo 17 e non salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma subito me ne andai in Arabia, quindi tornai di nuovo a Damasco.
18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; 19 non vidi alcun altro degli apostoli, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, circa le cose che vi scrivo, ecco, vi dichiaro davanti a Dio che non mento.
21 Poi venni nelle contrade della Siria e della Cilicia, 22 ma ero sconosciuto, di persona, alle chiese della Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivano soltanto dire: “Colui che già ci perseguitava, ora predica la fede, che una volta cercava di distruggere”. 24 E per causa mia glorificavano Dio.

La Parola è Vita:

Galati 1

1 
Questa lettera è scritta dall'apostolo Paolo e da tutti gli altri cristiani che sono con lui, ed è indirizzata alle chiese della Galazia.
2 Non sono apostolo, perché mi abbia incaricato qualcuno di questa terra, e nemmeno per autorità umana. Ma questo incarico mi è stato dato da Gesù Cristo stesso e da Dio Padre, che lo ha resuscitato dai morti.
3 Dio Padre e il Signore nostro, Gesù Cristo, vi diano pace e grazia. 4 Gesù Cristo è morto per i nostri peccati, proprio come aveva programmato Dio, nostro Padre, e ci ha strappati da questo mondo corrotto in cui viviamo. 5 Sia gloria a Dio per sempre. Amen.
6 Mi meraviglio di voi! Dio vi ha chiamato a ricevere la grazia, la vita eterna che vi dà per mezzo di Cristo, e voi così presto vi allontanate da lui per seguire un'altra «via per il cielo», che però non porta affatto in cielo! 7 Infatti, non c'è altra via all'infuori di quella che vi ho indicato; esistono invece certi individui che vi confondono le idee e cercano di cambiare la verità del messaggio di salvezza di Cristo.
8 Che Dio maledica chiunque, me compreso, predichi un modo per essere salvati diverso da quello di cui vi ho parlato; anche se fosse un angelo sceso dal cielo a predicarvi un Vangelo diverso, sia maledetto per sempre! 9 Sì, l'ho detto e Io ripeto: chiunque predica un vangelo diverso da quello che avete accettato sia maledetto da Dio!
10 Vedete bene che in questo momento non cerco di entrare nelle vostre grazie, usando la gentilezza e la adulazione; il mio scopo, invece, è soltanto quello di piacere a Dio. Se ancora cercassi di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.
11 Cari fratelli, in tutta serietà, vi dichiaro che la via per il cielo che io annuncio non si basa su qualche semplice convinzione o utopia umana, 12 perché il mio messaggio non l'ho ricevuto, né imparato da altri uomini è Gesù Cristo stesso che me l'ha rivelato!
13 Voi ben sapete come agivo tempo fa, quando seguivo la religione ebraica: perseguitavo senza pietà i cristiani, decimandoli e facendo del mio meglio per eliminarli tutti. 14 In tutto il paese, fra i connazionali della mia età, ero uno dei più religiosi, addirittura un fanatico, quando si trattava di seguire le antiche tradizioni della mia religione. 15 Ma fu allora che accadde qualcosa! Ancor prima che io nascessi, Dio mi aveva destinato a questo incarico, perciò mi chiamò, per mezzo della sua grazia, 16 per farmi conoscere suo Figlio, perché potessi parlare di lui fra i pagani.
Quando mi capitò tutto questo, non lo dissi a nessuno; 17 non andai neppure a Gerusalemme a parlare con quelli che erano stati apostoli prima di me. No, me ne andai subito nei deserti dell'Arabia e poi tornai di nuovo a Damasco. 18 Fu soltanto tre anni dopo che andai a Gerusalemme per conoscere Pietro, con cui rimasi quindici giorni. 19 Oltre a Pietro, l'unico altro apostolo che incontrai a quel tempo fu Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ascoltate bene ciò che vi dico, perché vi parlo davanti a Dio questo è esattamente ciò che è accaduto, non sto dicendo bugie. 21 Dopo questa visita, mi recai in Siria e in Cilicia, 22 ma i cristiani della Giudea non sapevano ancora chi fossi realmente. 23 Tutto ciò che sapevano era quello che si diceva in giro, e cioè: «Il nostro peggior nemico adesso predica proprio quella fede che allora cercava di distruggere». 24 Così, per causa mia, glorificavano il Signore.

La Parola è Vita
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Riveduta:

Galati 1

Soprascritta e saluti
1 Paolo, apostolo (non dagli uomini né per mezzo d'alcun uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che l'ha risuscitato dai morti), 2 e tutti i fratelli che sono meco, alle chiese della Galazia; 3 grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signor nostro Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati affin di strapparci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, 5 al quale sia la gloria ne' secoli dei secoli. Amen.

L'apostolo deluso per la incostanza dei Galati
6 Io mi maraviglio che così presto voi passiate da Colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. 7 Il quale poi non è un altro vangelo; ma ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire l'Evangelo di Cristo. 8 Ma quand'anche noi, quand'anche un angelo del cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che v'abbiamo annunziato, sia egli anatema. 9 Come l'abbiamo detto prima d'ora, torno a ripeterlo anche adesso: Se alcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. 10 Vado io forse cercando di conciliarmi il favore degli uomini, ovvero quello di Dio? O cerco io di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo.

Legittimità e indipendenza dell'apostolato di Paolo
11 E invero, fratelli, io vi dichiaro che l'Evangelo da me annunziato non è secondo l'uomo; 12 poiché io stesso non l'ho ricevuto né l'ho imparato da alcun uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Difatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a tutto potere la Chiesa di Dio e la devastavo, 14 e mi segnalavo nel giudaismo più di molti della mia età fra i miei connazionali, essendo estremamente zelante delle tradizioni dei miei padri. 15 Ma quando Iddio, che m'aveva appartato fin dal seno di mia madre e m'ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il suo Figliuolo perch'io lo annunziassi fra i Gentili, io non mi consigliai con carne e sangue, 17 e non salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma subito me ne andai in Arabia; quindi tornai di nuovo a Damasco. 18 Di poi, in capo a tre anni, salii a Gerusalemme per visitar Cefa, e stetti da lui quindici giorni; 19 e non vidi alcun altro degli apostoli; ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, circa le cose che vi scrivo, ecco, nel cospetto di Dio vi dichiaro che non mentisco. 21 Poi venni nelle contrade della Siria e della Cilicia; 22 ma ero sconosciuto, di persona, alle chiese della Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivan soltanto dire: Colui che già ci perseguitava, ora predica la fede, che altra volta cercava di distruggere. 24 E per causa mia glorificavano Iddio.

Ricciotti:

Galati 1

Preambolo e Saluto
1 Paolo [fatto] apostolo non dagli uomini nè per mezzo d'uomo, ma da Gesù Cristo e da Dio Padre che lo risuscitò da morte, 2 e tutti i fratelli che son con me alle Chiese della Galazia; 3 grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4 che diede se stesso per i nostri peccati, allo scopo di sottrarci all'età presente malvagia, secondo il volere di Dio Padre nostro, 5 a cui sia gloria per i secoli dei secoli. Amen.

Paolo fa l'apologia del suo apostolato e della sua dottrina
6 Mi meraviglio che così presto voi passiate, da quel Vangelo che v'ha chiamato nella grazia di Cristo ad uno diverso. 7 Ma non esiste un altro Vangelo; soltanto vi sono alcuni che vi disturbano, e vorrebbero sovvertire il Vangelo di Cristo. 8 Ma anche se noi stessi o un angelo del Cielo venisse ad annunziarvi [un Vangelo] diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia egli anàtema. 9 Già l'abbiamo detto e lo ripeto ora: se qualcuno evangelizza contro l'annunzio che avete ricevuto, sia anàtema. 10 Poichè ora ho io a conciliarmi gli uomini o Dio? cerco forse di piacere agli uomini? se ancora cercassi piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo. 11 Dovete sapere, o fratelli, che il Vangelo da me predicato non è secondo l'uomo, 12 e di fatto non l'ho mica ricevuto da un uomo, nè io ne fui ammaestrato, ma l'ho avuto per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Avete certo sentito parlare di come mi comportavo nel giudaismo; perseguitavo accanitamente la Chiesa di Dio e la devastavo; 14 e progredivo nel giudaismo molto più di varii coetanei della mia stirpe, essendo gran zelatore delle tradizioni avite. 15 Ma quando Colui che mi aveva messo da parte fin dal seno di mia madre e mi chiamò colla sua grazia, 16 credette di rivelare in me il suo Figlio, affinchè lo annunziassi alle genti, immediatamente, senza consultare nè carne nè sangue, 17 e senza neppure salire a Gerusalemme a vedere quelli che prima di me erano apostoli, me ne andai in Arabia e poi di nuovo tornai a Damasco. 18 Appresso, dopo tre anni, venni a Gerusalemme per conoscere Pietro, e rimasi da lui quindici giorni. 19 e non vidi altri degli apostoli, se non Giacomo il fratello del Signore. 20 Per ciò che scrivo qui, ecco dichiaro davanti a Dio ch'io non mento. 21 Appresso venni nelle terre della Siria e della Cilicia; 22 ma di persona ero sconosciuto alle chiese della Giudea, quelle in Cristo, 23 solo avevano sentito dire che «chi una volta ci perseguitava, ora annunzia la fede che prima voleva distruggere», 24 e rendevano per me gloria a Dio.

Tintori:

Galati 1

Indirizzo e saluto
1 Paolo (eletto Apostolo non dagli uomini, nè per mezzo di uomo, ma da Gesù Cristo e da Dio Padre che lo risuscitò da morte) 2 e tutti i fratelli che son meco, alle Chiese di Galazia. 3 Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci al presente secolo maligno, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5 a cui è gloria nei secoli dei secoli. Così sia.

Rimprovera ai Galati la loro incostanza
6 Mi maraviglio che così presto lasciate colui che vi ha chiamati alla grazia di Cristo, per passare ad un altro Vangelo. 7 Non che ce ne sia un altro, ma vi sono alcuni che vi conturbano, volendo mettere sottosopra il Vangelo di Cristo. 8 Ma quand'anche noi o un Angelo del cielo vi annunziasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema. 9 Ve l'abbiamo già detto, ed ora ve lo ripetiamo: se alcuno vi annunzierà un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. 10 Or che, posso cercare nelle presenti condizioni, il favore degli uomini o quello di Dio? Forse di piacere agli uomini? Ma se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Il Vangelo di Paolo non viene dall'uomo, ma da Dio
11 Vi dichiaro apertamente, o fratelli, che il Vangelo da me predicato non è dall'uomo; 12 imperché io non l'ho ricevuto, nè imparato dall'uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Voi infatti avrete sentito parlare delle mie relazioni d'una volta col Giudaismo, come accanitamente perseguitassi la Chiesa di Dio e la devastassi, 14 sorpassando nel Giudaismo molti della mia età e della mia nazione, come straordinario zelatore della tradizione dei miei padri. 15 Ma quando a Colui che mi segregò fin dal seno di mia madre, e mi ha chiamato per sua grazia, piacque 16 di rivelare in me il suo Figliolo affinchè io lo predicassi ai Gentili, io subito, senza dar retta alla carne e al sangue, 17 senza andare a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di me, mi ritirai in Arabia e poi tornai di nuovo a Damasco. 18 Tre anni dopo, salii a Gerusalemme per far la conoscenza di Pietro e stetti con lui quindici giorni. 19 Degli altri apostoli non vidi che Giacomo, fratello del Signore. 20 E riguardo a quanto scrivo, l'attesto davanti a Dio, non mentisco. 21 Poi mi recai nelle contrade della Siria e della Cilicia. 22 Dalle Chiese di Cristo che sono nella Giudea non ero conosciuto di vista; 23 esse avevan soltanto sentito dire: Quello che una volta ci perseguitava ora predica la fede che allora cercava di distruggere. 24 E per causa mia glorificavano Dio.

Martini:

Galati 1

Riprende i Galati, perche si fossero lasciati distogliere dalla verità, che avevano appresa da lui, mentre questa sola è da tenersi, ed egli non l'aveva imparata dagli uomini, ma gli era stata rivelata da Gesù Cristo, e la aveva insegnata con tanto zelo, con quanto la aveva prima impugnata. Narra, come Dio lo aveva segregato per il ministero evangelico.
1 Paolo creato Apostolo non dagli uomini, né per mezzo di un uomo, ma da Gesù Cristo, e da Dio Padre, che lui risuscitò da morte: 2 E tutti i fratelli, che sono meco, alle Chiese della Galazia. 3 Grazia a voi, e pace da Dio Padre, e dal Signor nostro Gesù Cristo, 4 Il quale diede se stesso pe' nostri peccati, per cavarci dal presente secolo maligno secondo la volontà di Dio, e padre nostro, 5 Cui è gloria ne' secoli de' secoli: così sia. 6 Mi stupisco, come così presto fate passaggio da colui, che vi chiamò alla grazia di Cristo, ad un altro vangelo: 7 Sebbene non ve n'è altro, ma vi sono alcuni, che vi sconturbano, e voglion capivoltare il Vangelo di Cristo. 8 Ma quand'anche noi, o un Angelo del cielo evangelizzi a voi oltre quello, che abbiamo a voi evangelizzato, sia anatema. 9 Come dissi per l'innanzi dico anche adesso: se alcuno evangelizzerà a voi oltre quello, che avete appreso, sia anatema. 10 Imperocché al dì d'oggi predico io gli uomini, o Dio? Cerco io forse di piacere agli uomini: Se tuttora piacessi agli uomini, non sarei servo di Cristo. 11 Or vi fo sapere, o fratelli, come il vangelo, che è stato evangelizzato da me, non è cosa umana: 12 Imperocché non lo ho ricevuto, né lo ho imparato da un uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Imperocché voi avete sentito dire, com'io mi diportassi una volta nel giudaismo, come formisura io perseguitava la Chiesa di Dio, e la devastava, 14 E mi avanzava nel giudaismo sopra molti miei coetanei della mia condizione, più gran zelatore essendo delle paterne mie tradizioni. 15 Ma allorché piacque a colui, che mi aveva segregato fin dall'utero di mia madre, ed il quale per sua grazia mi chiamò, 16 Di rivelare a me il suo figliuolo, affinchè io lo predicassi alle genti, subitamente non presi consiglio dalla carne, e dal sangue, 17 Né andai a Gerusalemme da quegli, che erano Apostoli prima di me, ma me ne andai nell'Arabia, e di nuovo ritornai a Damasco: 18 Indi tre anni dopo andai a Gerusalemme per visitare Pietro, e stetti presso di lui quindici giorni: 19 Alcun altro non vidi degli Apostoli, ma solo Giacomo fratello del Signore. 20 In quello, che a voi scrivo, testimone presente è Dio, che io non mentisco. 21 Di poi andai ne' paesi della Siria, e della Cilicia. 22 Né io era conosciuto di vista dalle Chiese di Cristo nella Giudea: 23 E solamente avevan sentito dire: colui, che una volta ci perseguitava, evangelizza ora la fede, cui già detestava; 24 E per causa mia glorificavano il Signore.

Diodati:

Galati 1

1 PAOLO apostolo (non dagli uomini, nè per alcun uomo, ma per Gesù Cristo, e Iddio Padre, che l'ha suscitato da' morti), 2 e tutti i fratelli, che sono meco, alle chiese della Galazia. 3 Grazia a voi, e pace, da Dio Padre, e dal Signor nostro Gesù Cristo. 4 Il quale ha dato sè stesso per i nostri peccati, per ritrarci dal presente malvagio secolo, secondo la volontà di Dio, nostro Padre. 5 Al quale sia la gloria ne' secoli de' secoli. Amen.
6 IO mi maraviglio che, sì tosto, da Cristo che vi ha chiamati in grazia, voi siate trasportati ad un altro evangelo. 7 Non che ce ne sia un altro; ma vi sono alcuni che vi turbano, e vogliono pervertir l'evangelo di Cristo. 8 Ma, quand'anche noi, od un angelo del cielo, vi evangelizzassimo oltre a ciò che vi abbiamo evangelizzato, sia anatema. 9 Come già abbiam detto, da capo ancora dico al presente: Se alcuno vi evangelizza oltre a ciò che avete ricevuto, sia anatema.
10 Perciocchè, induco io ora a credere agli uomini, ovvero a Dio? o cerco io di compiacere agli uomini? poichè, se compiacessi ancora agli uomini, io non sarei servitor di Cristo. 11 Ora, fratelli, io vi fo assapere, che l'evangelo, che è stato da me evangelizzato, non è secondo l'uomo. 12 Perciocchè ancora io non l'ho ricevuto, nè imparato da alcun uomo; ma per la rivelazione di Gesù Cristo. 13 Imperocchè voi avete udita qual fu già la mia condotta nel Giudaesimo: come io perseguiva a tutto potere la chiesa di Dio, e la disertava. 14 Ed avanzava nel Giudaesimo, sopra molti di pari età nella mia nazione, essendo stremamente zelante delle tradizioni dei miei padri. 15 Ma, quando piacque a Dio (il qual mi ha appartato fin dal seno di mia madre, e mi ha chiamato per la sua grazia), 16 di rivelare in me il suo Figliuolo, acciocchè io l'evangelizzassi fra i Gentili; subito, senza conferir più innanzi con carne, e sangue; 17 anzi, senza salire in Gerusalemme a quelli ch'erano stati apostoli davanti a me, me ne andai in Arabia, e di nuovo ritornai in Damasco. 18 Poi, in capo a tre anni, salii in Gerusalemme, per visitar Pietro; e dimorai appresso di lui quindici giorni. 19 E non vidi alcun altro degli apostoli, se non Giacomo, fratello del Signore. 20 Ora, quant'è alle cose che io vi scrivo, ecco, nel cospetto di Dio, io non mento. 21 Poi venni nelle contrade della Siria, e della Cilicia. 22 Or io era sconosciuto di faccia alle chiese della Giudea, che sono in Cristo; 23 ma solo aveano udito: Colui, che già ci perseguiva, ora evangelizza la fede, la quale egli già disertava. 24 E glorificavano Iddio in me.

Commentario completo di Matthew Henry:

Galati 1

1 INTRODUZIONE AI GALATI

Questa epistola di Paolo non è diretta alla chiesa o alle chiese di una singola città, come alcune altre, ma di un paese o di una provincia, perché così era la Galazia. È molto probabile che questi Galati siano stati convertiti per la prima volta alla fede cristiana dal suo ministero; o, se non era lo strumento per piantare, tuttavia almeno era stato impiegato nell'innaffiare queste chiese, come è evidente da questa stessa epistola, e anche da Atti 18:23, dove lo troviamo che percorre tutto il paese della Galazia e della Frigia per ordine, rafforzando tutti i discepoli. Mentre era con loro, essi gli avevano espresso la massima stima e affetto sia per la sua persona che per il suo ministero; ma non era stato a lungo assente da loro che alcuni maestri giudaizzanti entrarono in mezzo a loro, dalle cui arti e insinuazioni furono presto trascinati in un'opinione più meschina sia dell'uno che dell'altro. Ciò a cui questi falsi dottori miravano principalmente era di allontanarli dalla verità come è in Gesù, in particolare nella grande dottrina della giustificazione, che essi hanno grossolanamente pervertito, affermando la necessità di unire l'osservanza della legge di Mosè con la fede in Cristo per essa: e, per meglio realizzare questo loro disegno, fecero tutto il possibile per sminuire il carattere e la reputazione dell'apostolo, e per innalzare i propri sulle rovine della sua, rappresentandolo come uno che, se doveva essere considerato un apostolo, era tuttavia molto inferiore agli altri, e in particolare che non meritava una considerazione simile a quella di Pietro, Giacomo, e Giovanni, di cui è probabile che pretendessero di essere i seguaci: e in entrambi questi tentativi ebbero un successo troppo grande. Questa fu l'occasione per cui scrisse questa epistola, in cui esprime la sua grande preoccupazione per il fatto che essi stessi avessero sofferto di essere così presto allontanati dalla fede del vangelo, rivendica il suo carattere e la sua autorità di apostolo contro le calunnie dei suoi nemici, mostrando che la sua missione e la sua dottrina erano entrambe divine, e che non era, in nessun caso, dietro il capo degli apostoli, == 2Corinzi 11:5. Egli si propone quindi di affermare e mantenere la grande dottrina evangelica della giustificazione per fede senza le opere della legge, e di ovviare ad alcune difficoltà che potrebbero sorgere nelle loro menti riguardo ad essa: e, avendo stabilito questa importante dottrina, li esorta a rimanere saldi nella libertà con la quale Cristo li aveva resi liberi, li mette in guardia contro l'abuso di questa libertà, dà loro diversi consigli e indicazioni molto necessari e poi conclude l'epistola dando loro una giusta descrizione di quei falsi maestri da cui erano stati intrappolati e, al contrario, del suo temperamento e del suo comportamento. In tutto ciò il suo grande scopo e il suo scopo erano di recuperare coloro che erano stati pervertiti, di sistemare coloro che potevano vacillare e di confermare coloro tra loro che avevano mantenuto la loro integrità.

INTRODUZIONE A GALATI CAPITOLO 1

In questo capitolo, dopo la prefazione o l'introduzione (Galati 1:1-5), l'apostolo rimprovera severamente queste chiese per la loro defezione dalla fede (Galati 1:6-9), e poi dimostra il suo apostolato, che i suoi nemici li avevano portati a mettere in discussione,

I. Dal suo fine e disegno nel predicare il vangelo, Galati 1:10.

II. Dall'averlo ricevuto per rivelazione immediata, Galati 1:11,12. Per la prova di cui li fa conoscere,

1. Qual era la sua precedente conversazione, Galati 1:13,14.

2. Come si convertì e fu chiamato all'apostolato, Galati 1:15,16.

3. Come si comportò in seguito, Galati 1:16-24.

Ver. 1.

In questi versetti abbiamo la prefazione o l'introduzione all'epistola, dove si osserva:

I. La persona o le persone da cui viene inviata questa epistola: da Paolo un apostolo, ecc., e tutti i fratelli che erano con lui.

1. L'epistola è stata inviata da Paolo; egli ne fu l'unico scrittore. E, poiché c'erano alcuni tra i Galati che cercavano di diminuire il suo carattere e la sua autorità, all'inizio di esso egli dà un resoconto generale sia del suo ufficio che del modo in cui vi era chiamato, che in seguito, in questo capitolo e nel seguente, approfondisce. In quanto al suo ufficio, era un apostolo. Non ha paura di definirsi così, anche se i suoi nemici difficilmente gli concederebbero questo titolo: e, per far loro vedere che non ha assunto questo carattere senza un giusto fondamento, li informa di come sia stato chiamato a questa dignità e ufficio, e li assicura che il suo incarico ad esso era del tutto divino, poiché era un apostolo, non dall'uomo, né dall'uomo; Non aveva la chiamata comune di un ministro ordinario, ma una chiamata straordinaria dal cielo a questo ufficio. Non ricevette né la sua qualifica per essa, né la sua designazione ad essa, per la mediazione degli uomini, ma ebbe sia l'una che l'altra direttamente dall'alto; poiché era un apostolo per mezzo di Gesù Cristo, aveva ricevuto le sue istruzioni e il suo mandato immediatamente da lui, e quindi da Dio Padre, che era uno con lui per quanto riguarda la sua natura divina, e che lo aveva costituito, come Mediatore, per essere l'apostolo e il sommo sacerdote della nostra professione, e come tale per autorizzare altri a questo ufficio. Egli aggiunge: "Chi lo ha risuscitato dai morti", sia per farci sapere che in questo Dio Padre ha dato una testimonianza pubblica che Cristo è suo Figlio e il Messia promesso, sia che, come la sua chiamata all'apostolato proveniva immediatamente da Cristo, così fu dopo la sua risurrezione dai morti, e quando fu entrato nel suo stato eccelso, così che ebbe ragione di considerare se stesso, non solo come se si trovasse allo stesso livello degli altri apostoli, ma come in qualche modo preferito al di sopra di loro; Infatti, mentre essi erano stati chiamati da lui quando erano sulla terra, egli ricevette la sua chiamata da lui quando era in cielo. Così l'apostolo, essendo costretto ad esso dai suoi avversari, magnifica il suo ufficio, il che dimostra che, sebbene gli uomini non debbano in alcun modo essere orgogliosi di alcuna autorità di cui sono in possesso, tuttavia in certi momenti e in certe occasioni può diventare necessario affermarlo. Ma

2. Si unisce a tutti i fratelli che erano con lui nell'iscrizione dell'epistola, e scrive a loro nome e a nome suo. Per fratelli che erano con lui si possono intendere sia i cristiani in comune di quel luogo dove egli si trovava ora, sia quelli che erano impiegati come ministri del Vangelo. Questi, nonostante il suo carattere superiore e le sue conquiste, è pronto ad ammetterli come suoi fratelli; e, sebbene egli solo abbia scritto l'epistola, tuttavia li unisce a sé nell'iscrizione di essa. In questo, come egli mostra la sua grande modestia e umiltà, e quanto fosse lontano da un temperamento presuntuoso, così potrebbe fare questo per disporre queste chiese a un maggiore riguardo per ciò che scriveva, poiché da ciò sembrerebbe che egli avesse il loro concorso con lui nella dottrina che aveva predicato, e che ora stava per confermare, e che non era altro che ciò che era stato pubblicato e professato da altri così come da lui stesso.

II. A chi viene inviata questa epistola, alle chiese della Galazia. C'erano parecchie chiese a quel tempo in questo paese, e dovrebbe sembrare che tutte fossero più o meno corrotte dalle arti di quei seduttori che si erano insinuati tra loro; e quindi Paolo, al quale veniva quotidianamente la cura di tutte le chiese, essendo profondamente colpito dal loro stato, e preoccupato per il loro recupero alla fede e l'istituzione in essa, scrive loro questa epistola. Lo rivolge a tutti loro, come se tutti fossero più o meno interessati alla questione di esso; e dà loro il nome di chiese, sebbene avessero fatto abbastanza per perderlo, perché alle chiese corrotte non è mai permesso di essere chiese: senza dubbio c'erano alcuni tra loro che continuavano ancora nella fede, e non era senza speranza che altri potessero essere riabilitati ad essa.

III. La benedizione apostolica, Galati 1:3. In questo l'apostolo e i fratelli che erano con lui augurano a queste chiese grazia e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo. Questa è la benedizione abituale con cui egli benedice le chiese nel nome del Signore: grazia e pace. La grazia include la buona volontà di Dio verso di noi e la sua buona opera su di noi; e la pace implica in essa tutto quel conforto interiore, o prosperità esteriore, che è veramente necessario per noi; e vengono da Dio Padre come fonte, attraverso Gesù Cristo come canale di trasporto. L'apostolo desidera entrambi questi cristiani. Ma possiamo osservare: Prima la grazia e poi la pace, perché non ci può essere vera pace senza la grazia. Avendo menzionato il Signore Gesù Cristo, non può passare senza allargare il suo amore; e perciò aggiunge (Galati 1:4), Che ha dato se stesso per i nostri peccati, per poter liberare, &c. Gesù Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati, come un grande sacrificio per fare espiazione per noi; questo la giustizia di Dio richiedeva, e a questo si è liberamente sottomesso per amor nostro. Un grande fine di ciò era quello di liberarci da questo presente mondo malvagio; non solo per redimerci dall'ira di Dio e dalla maledizione della legge, ma anche per riscattarci dalla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza, e per riscattarci dalle sue pratiche e usanze viziose, alle quali siamo naturalmente schiavi, e possibilmente anche per liberarci dalla costituzione mosaica, per così si usa αιων ουτος, 1Corinzi 2:6,8. Da ciò possiamo notare,

1. Questo mondo attuale è un mondo malvagio: lo è diventato a causa del peccato dell'uomo, e lo è a causa del peccato e del dolore di cui abbonda e delle molte insidie e tentazioni a cui siamo esposti finché rimaniamo in esso. Ma

2. Gesù Cristo è morto per liberarci da questo presente mondo malvagio, non per rimuovere immediatamente il suo popolo da esso, ma per liberarlo dal potere di esso, per preservarlo dal suo male, e a tempo debito per possederlo da un altro mondo migliore. Questo, ci informa l'apostolo, lo ha fatto secondo la volontà di Dio e del Padre nostro. Nell'offrire se stesso in sacrificio per questo fine e scopo, egli agì per ordine del Padre, così come con il suo libero consenso; e perciò abbiamo la più grande ragione di dipendere dall'efficacia e dall'accettabilità di ciò che egli ha fatto e sofferto per noi; sì, per questo abbiamo l'incoraggiamento a considerare Dio come nostro Padre, poiché così l'apostolo qui lo rappresenta: come egli è il Padre del Signore nostro Gesù, così in lui e per mezzo di lui è anche il Padre di tutti i veri credenti, come il nostro benedetto Salvatore stesso ci fa conoscere (Giovanni 20:17), quando dice ai suoi discepoli che saliva al Padre suo e Padre loro.

L'Apostolo, avendo così preso atto del grande amore con cui Cristo ci ha amati, conclude questa prefazione con una solenne attribuzione di lode e di gloria a lui (Galati 1:5): A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Lasciando intendere che per questo motivo ha giustamente diritto alla nostra più alta stima e considerazione. Oppure si può pensare che questa dossologia si riferisca sia a Dio Padre che al Signore nostro Gesù Cristo, dal quale poco prima aveva augurato grazia e pace. Essi sono entrambi gli oggetti propri del nostro culto e della nostra adorazione, e tutto l'onore e la gloria sono perpetuamente dovuti a loro, sia a motivo delle loro infinite eccellenze, sia a motivo delle benedizioni che riceviamo da loro.

6 Ver. 6.

Qui l'apostolo giunge al corpo dell'epistola; E lo inizia con un rimprovero più generale di queste chiese per la loro instabilità nella fede, che in seguito, in alcune parti successive di essa, approfondisce. Qui possiamo osservare:

I. Quanto fosse preoccupato per la loro defezione: mi meraviglio, ecc. Lo riempì subito della più grande sorpresa e dolore. Il loro peccato e la loro follia furono di non aver mantenuto salda la dottrina del cristianesimo come era stata loro predicata, ma di aver permesso di essere rimossi dalla purezza e dalla semplicità di essa. E c'erano parecchie cose per cui la loro defezione era grandemente aggravata; come

1. che furono rimossi da colui che li aveva chiamati; non solo dall'Apostolo, che era stato lo strumento per chiamarli alla comunione del Vangelo, ma da Dio stesso, per ordine e direzione del quale il Vangelo era stato loro predicato, ed essi erano stati invitati a partecipare ai suoi privilegi: così che in questo si erano resi colpevoli di un grande abuso della sua gentilezza e misericordia verso di loro.

2. Che erano stati chiamati alla grazia di Cristo. Come il vangelo che era stato loro predicato era la più gloriosa scoperta della grazia e della misericordia divina in Cristo Gesù, così essi erano stati chiamati a partecipare alle più grandi benedizioni e benefici, come la giustificazione e la riconciliazione con Dio qui, e la vita eterna e la felicità nell'aldilà. Questo nostro Signore Gesù li ha acquistati per noi a spese del suo prezioso sangue, e li concede liberamente a tutti coloro che sinceramente lo accettano: e quindi, in proporzione alla grandezza del privilegio di cui godevano, tale fu il loro peccato e la loro follia nell'abbandonarlo e nel permettere di essere distolti dal modo stabilito per ottenere queste benedizioni.

3. Che sono stati rimossi così presto. In pochissimo tempo persero il gusto e la stima di questa grazia di Cristo che sembravano avere, e troppo facilmente si unirono a coloro che insegnavano la giustificazione per mezzo delle opere della legge, come fecero molti, che erano stati allevati nelle opinioni e nelle nozioni dei farisei, che mescolavano con la dottrina di Cristo, e così lo corruppe; e questo, come era un esempio della loro debolezza, così era un ulteriore aggravamento della loro colpa.

4. Che furono trasferiti a un altro vangelo, che tuttavia non era un altro. Così l'apostolo rappresenta la dottrina di questi maestri giudaizzanti; egli la chiama un altro vangelo, perché ha aperto una via diversa di giustificazione e di salvezza da quella che è stata rivelata nel vangelo, cioè per mezzo delle opere, e non per mezzo della fede in Cristo. Eppure aggiunge:

"Che non è un altro - troverete che non è affatto un vangelo - non è veramente un altro vangelo, ma la perversione del vangelo di Cristo, e il rovesciamento delle fondamenta di quello"

- con cui egli lascia intendere che coloro che vanno in giro per stabilire una via diversa da quella che il vangelo di Cristo ha rivelato sono colpevoli di una grossolana perversione di esso, e nella questione si troveranno miseramente in errore. Così l'apostolo si sforza di imprimere in questi Galati il dovuto senso della loro colpa nell'abbandonare la via evangelica della giustificazione; e tuttavia allo stesso tempo tempera il suo rimprovero con mitezza e tenerezza verso di loro, e li rappresenta piuttosto come attratti dalle arti e dall'industria di alcuni che li turbavano, piuttosto che come entrati in esso di loro spontanea volontà, il che, sebbene non li scusasse, tuttavia era una qualche attenuante della loro colpa. E con questo ci insegna che, nel rimproverare gli altri, come dobbiamo essere fedeli, così dobbiamo anche essere gentili, e sforzarci di ristabilirli in spirito di mansuetudine, == Galati 6:1.

II. Quanto era sicuro che il Vangelo che aveva predicato loro era l'unico vero Vangelo. Ne fu così pienamente persuaso che pronunciò un anatema su coloro che pretendevano di predicare qualsiasi altro vangelo (Galati 1:8), e, per far vedere loro che ciò non derivava da alcuna temerarietà o zelo intemperante in lui, lo ripeté, Galati 1:9. Questo non giustificherà il nostro tonare anatemi contro coloro che differiscono da noi in cose minori. È solo contro coloro che forgiano un nuovo vangelo, che rovesciano le fondamenta del patto di grazia, stabilendo le opere della legge al posto della giustizia di Cristo, e corrompendo il cristianesimo con il giudaismo, che Paolo denuncia questo. Pone il caso:

"Supponiamo di dover predicare qualsiasi altro vangelo; anzi, supponiamo che un angelo dal cielo lo faccia":

non come se fosse possibile che un angelo dal cielo fosse il messaggero di una menzogna; ma è espresso in modo tale da rafforzare maggiormente ciò che stava per dire.

"Se vi viene predicato un altro vangelo da un'altra persona, sotto il nostro nome, o con il pretesto di averlo ricevuto da un angelo stesso, dovete concludere che siete imposti: e chiunque predica un altro vangelo si pone sotto una maledizione, e corre il pericolo di imporre anche a voi sotto di esso".

10 Ver. 10.

Ciò che Paolo aveva detto più in generale, nella prefazione di questa epistola, egli procede ora ad ampliare più particolarmente. Lì si era dichiarato apostolo di Cristo; e qui viene più direttamente a sostenere la sua pretesa a quel carattere e a quella carica. C'erano alcuni nelle chiese della Galazia che furono persuasi a mettere in discussione questo; poiché coloro che predicavano la legge cerimoniale facevano tutto il possibile per diminuire la reputazione di Paolo, che predicava il puro vangelo di Cristo ai Gentili: e perciò egli si pone qui per provare la divinità sia della sua missione che della sua dottrina, per poter così cancellare le calunnie che i suoi nemici avevano gettato su di lui, e ricuperare questi cristiani a una migliore opinione del vangelo che egli aveva loro predicato. Di questo egli fornisce prove sufficienti,

I. Dalla portata e dal disegno del suo ministero, che non era quello di persuadere gli uomini, ma Dio, ecc. Il significato di ciò può essere sia che nella sua predicazione del vangelo egli non agì in obbedienza agli uomini, ma a Dio, che lo aveva chiamato a questo lavoro e ufficio; o che il suo scopo in ciò fosse quello di portare le persone all'obbedienza, non degli uomini, ma di Dio. Come professava di agire per un mandato di Dio; così ciò a cui mirava principalmente era promuovere la sua gloria, riportando i peccatori in uno stato di sottomissione a lui. E poiché questo era il grande fine che perseguiva, così, in modo conforme a ciò, non cercava di piacere agli uomini. Nella sua dottrina, non si adattava agli umori delle persone, né per guadagnarsi il loro affetto né per evitare il loro risentimento; ma la sua grande cura era di approvare se stesso davanti a Dio. I maestri giudaizzanti, dai quali queste chiese erano corrotte, avevano scoperto un temperamento molto diverso; mescolavano le opere con la fede e la legge con il vangelo, solo per piacere ai Giudei, che erano disposti a corteggiare e a stare con loro, per sfuggire alla persecuzione. Ma Paolo era un uomo di un altro spirito; non era così sollecito di compiacerli, né di mitigare la loro rabbia contro di lui, da alterare la dottrina di Cristo per ottenere il loro favore o per evitare la loro furia. E ne dà questa ottima ragione, che, se piacesse ancora agli uomini, non sarebbe servo di Cristo. Sapeva che queste cose erano del tutto incoerenti, e che nessun uomo poteva servire due tali padroni; e perciò, sebbene non volesse dispiacere inutilmente a nessuno, tuttavia non osava permettersi di gratificare gli uomini a spese della sua fedeltà a Cristo. Così, dalla sincerità dei suoi scopi e delle sue intenzioni nell'adempimento del suo ufficio, egli dimostra di essere stato veramente un apostolo di Cristo. E da questo possiamo notare il suo temperamento e il suo comportamento,

1. Che il grande fine a cui dovrebbero mirare i ministri del vangelo è quello di portare gli uomini a Dio.

2. Che coloro che sono fedeli non cercheranno di piacere agli uomini, ma di approvare se stessi a Dio.

3. Che non devono essere solleciti di piacere agli uomini, se vogliono approvare se stessi fedeli servitori di Cristo. Ma, se questo argomento non dovesse essere ritenuto sufficiente, egli continua a dimostrare il suo apostolato:

II. Dal modo in cui ha ricevuto il vangelo che ha predicato loro, riguardo al quale assicura loro (Galati 1:11,12) che lo ha avuto non per informazioni da altri, ma per rivelazione dal cielo. Una cosa peculiare nel carattere di un apostolo era che era stato chiamato e istruito per questo ufficio immediatamente da Cristo stesso. E in questo egli dimostra qui di non essere affatto difettoso, checché ne dicano i suoi nemici. I ministri ordinari, come ricevono la loro chiamata a predicare il vangelo con la mediazione di altri, così è per mezzo dell'istruzione e dell'assistenza di altri che sono portati alla conoscenza di esso. Ma Paolo li informa che egli aveva la sua conoscenza del vangelo, così come la sua autorità per predicarlo, direttamente dal Signore Gesù: il vangelo che egli predicava non era secondo l'uomo; egli non lo ricevette dall'uomo, né gli fu insegnato dall'uomo, ma per ispirazione immediata, o rivelazione da Cristo stesso. Di capire questo, di dimostrare di essere un apostolo, e a questo scopo,

1. Dice loro qual è stata la sua educazione, e quale, di conseguenza, era stata la sua conversazione nel tempo passato, Galati 1:13,14. In particolare, egli li informa di essere stato allevato nella religione ebraica e di averne tratto profitto più di molti suoi pari della sua stessa nazione, di essere stato estremamente zelante nei confronti delle tradizioni degli anziani, delle dottrine e dei costumi che erano stati inventati dai loro padri e trasmessi da una generazione all'altra; a tal punto che, nel suo zelo per loro, aveva perseguitato oltre misura la chiesa di Dio e l'aveva devastata. Non solo era stato un rigettatore della religione cristiana, nonostante le molte prove evidenti che erano state date della sua origine divina, ma ne era stato anche un persecutore, e si era applicato con la massima violenza e rabbia per distruggere i suoi professori. Paolo lo nota spesso, per la magnificazione di quella grazia libera e ricca che aveva operato in lui un cambiamento così meraviglioso, per cui da così grande peccatore era diventato un penitente sincero, e da persecutore era diventato un apostolo. Ed era molto appropriato menzionarlo qui; Sembrerebbe quindi che non sia stato condotto al cristianesimo, come molti altri, solo dall'educazione, poiché era stato allevato nell'inimicizia e nell'opposizione ad esso; e potevano ragionevolmente supporre che doveva essere qualcosa di molto straordinario che aveva apportato un così grande cambiamento in lui, che aveva vinto i pregiudizi della sua educazione, e lo aveva portato non solo a professare, ma a predicare, quella dottrina, a cui prima si era opposto con tanta veemenza.

2. In quale modo meraviglioso fu convertito dall'errore delle sue vie, portato alla conoscenza e alla fede di Cristo, e nominato all'ufficio di apostolo, Galati 1:15,16. Questo non è stato fatto in modo ordinario, né con mezzi ordinari, ma in modo straordinario; per

(1.) Dio lo aveva separato fin qui dal grembo di sua madre: il cambiamento che fu operato in lui fu nel perseguimento di un proposito divino riguardo a lui, per cui era stato nominato cristiano e apostolo, prima di venire al mondo, o di aver fatto il bene o il male.

(2.) È stato chiamato dalla sua grazia. Tutti coloro che sono convertiti alla salvezza sono chiamati dalla grazia di Dio; la loro conversione è l'effetto del suo beneplacito riguardo a loro, ed è effettuata dalla sua potenza e grazia in loro. Ma c'era qualcosa di particolare nel caso di Paolo, sia nella subitaneità che nella grandezza del cambiamento operato in lui, e anche nel modo in cui fu effettuato, che non fu per la mediazione di altri, come strumenti di esso, ma per l'apparizione personale di Cristo a lui, e l'immediata opera su di lui, per cui è stato reso un esempio più speciale e straordinario della potenza e del favore divini.

(3.) Aveva Cristo rivelato in lui. Non solo è stato rivelato a lui, ma in lui. Ci servirà a ben poco avere Cristo rivelato a noi se non è rivelato anche in noi; ma questo non era il caso di Paolo. Piacque a Dio di rivelare suo Figlio in lui, di portarlo alla conoscenza di Cristo e del suo vangelo con una rivelazione speciale e immediata. E

(4.) Era con questo disegno, che doveva predicarlo tra i pagani; non solo che egli stesso lo abbracci, ma lo predicasse agli altri; così che era sia un cristiano che un apostolo per rivelazione.

3. Li informa su come si è comportato in questo caso, da Galati 1:16, fino alla fine. Essendo così chiamato a questo lavoro e a questo ufficio, non conferì con carne e sangue. Questo può essere preso più in generale, e così possiamo imparare da esso che, quando Dio ci chiama con la sua grazia, non dobbiamo consultare la carne e il sangue. Ma il significato di ciò qui è che non ha consultato gli uomini; non si rivolse a nessun altro per il loro consiglio e la loro direzione; né salì a Gerusalemme, da coloro che erano apostoli prima di lui, come se avesse bisogno di essere approvato da loro, o di ricevere da loro ulteriori istruzioni o autorità; ma, invece di ciò, seguì un'altra strada e andò in Arabia, o come luogo di ritiro adatto a ricevere ulteriori rivelazioni divine, o per predicare il vangelo là tra i Gentili, essendo nominato apostolo dei Gentili; e di là tornò di nuovo a Damasco, dove aveva iniziato il suo ministero, e da dove era sfuggito a stento alla rabbia dei suoi nemici, Atti 9. Fu solo tre anni dopo la sua conversione che egli salì a Gerusalemme, per vedere Pietro; e quando lo fece, non fece che un brevissimo soggiorno con lui, non più di quindici giorni; né, mentre era là, si mise molto a conversare, perché non vide nessuno degli altri apostoli, se non Giacomo, il fratello del Signore. Così che non si poteva pretendere che egli fosse in debito con qualcun altro né per la sua conoscenza del Vangelo né per la sua autorità di predicarlo; ma sembrava che sia le sue qualifiche che la sua chiamata all'ufficio apostolico fossero straordinarie e divine. Essendo questo racconto importante, per stabilire il suo diritto a questo ufficio, per rimuovere le ingiuste censure dei suoi avversari e per risollevare i Galati dalle impressioni che avevano ricevuto a suo pregiudizio, egli lo conferma con un giuramento solenne (Galati 1:20), dichiarando, come alla presenza di Dio, che ciò che aveva detto era assolutamente vero, e che non aveva minimamente falsificato ciò che aveva raccontato, il che, sebbene non ci giustifichi in solenni appelli a Dio in ogni occasione, tuttavia dimostra che, in questioni di peso e di momento, ciò può talvolta essere non solo lecito, ma dovere. Dopo di che li informa di essere venuto nelle regioni della Siria e della Cilicia: dopo aver fatto questa breve visita a Pietro, ritorna di nuovo al suo lavoro. In quel tempo egli non aveva alcuna comunicazione con le chiese di Cristo in Giudea, esse non avevano neppure visto la sua faccia, ma, avendo udito che colui che le perseguitava nei tempi passati predicava ora la fede che un tempo aveva distrutta, esse glorificarono Dio per causa sua. Molti resero grazie a Dio per questo, la notizia stessa di questo potente mutamento in lui, come li riempiva di gioia, così li eccitava a dare gloria a Dio per questo.

Commentario del Nuovo Testamento:

Galati 1

1 

IL SALUTO EPISTOLARE

Galati 1:1-5

Il saluto epistolare posto, secondo l'uso del tempo, in capo alla lettera, consta di tre elementi:

la designazione dell'autore della lettera,

la designazione dei destinatarii,

il saluto propriamente detto.

Paolo si attiene all'uso per quel che concerne il quadro da riempire; ma i suoi saluti sono pieni di uno spirito nuovo, lo spirito cristiano, ed anche la forma non è stereotipata ma varia secondo le persone o le chiese cui scrive, facendo di già presentire talvolta quel che ferve nel cuore dello scrivente. Qui, ad esempio, come notò il Lightfoot, i due concetti dominanti nell'epistola: la difesa della propria autorità per parte dell'apostolo, e la difesa della dottrina della grazia sono insieme uniti nel saluto col quale si apre la lettera. Coll'amplificare il suo titolo ufficiale così da farne una affermazione della divina origine della sua missione, Paolo para di già l'attacco personale dei suoi avversarii; coll'accenno all'opera della redenzione in connessione, col nome di Cristo, egli protesta di già contro i loro errori dottrinali.

L'Autore dell'epistola così designa se stesso:

Paolo apostolo, non da parte degli uomini nè per mezzo d'alcun uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e i fratelli tutti che sono meco,

Nelle Epistole ai Tessalonicesi scritte prima di questa, in quelle a Filemone ed ai Filippesi, Paolo non fa uso del suo titolo d'apostolo; ma qui, scrivendo a delle chiese ove la legittimità della sua missione è posta in dubbio, egli ne accentua l'origine divina. Il suo apostolato non gli viene dagli uomini ( ουκ απο...) e neppure è amano l'intermediario per mezzo del quale gli è stata affidata la sua missione. Nè la causa prima, nè la causa istrumentale sono umane. Esso procede da Dio che ha appartato Paolo fin dal seno di sua madre Galati 1:15 e lo ha predestinato ad essere uno strumento eletto per lo spargimento del Vangelo nel mondo Atti 9:15; 22:14; 26:17. All'apostolato è stato chiamato direttamente da Cristo che gli è apparso sulla via di Damasco. Egli non è dunque un apostolo di seconda mano, inferiore agli altri; egli lo è per mezzo di Cristo Gesù e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti. Il per mezzo di applicato qui a Dio Padre implica il da parte di, cioè l'origine divina. Il Cristo risorto per mezzo del quale Paolo è stato chiamato, è stato risuscitato da Dio Padre ch'è l'autore primo della chiamata. Gli altri apostoli erano stati chiamati ed istruiti da Gesù durante il suo ministerio terrestre: Paolo ha ricevuto la chiamata e la rivelazione dell'Evangelo dal Cristo risuscitato. Non è dunque inferiore agli altri e può attestare egli pure la risurrezione di Gesù. Questo mettere in risalto l'origine divina del suo apostolato Paolo non lo fa per millanteria, come ha pensato lo Steck, ma perchè ciò importa per la difesa dell'evangelo. Nell'apostolo della libertà si attaccava la libertà cristiana stessa.

2 Paolo si associa i fratelli tutti che sono con lui. Si tratta egli dei membri della chiesa in mezzo alla quale ei si trova quando scrive la lettera? Ma Paolo non soleva comunicare le sue lettere alla chiesa prima di spedirle ai destinatari. Egli suole bensì associare a se come autore delle lettere gli evangelisti che sono suoi collaboratori, specialmente quando abbiano aiutato alla fondazione delle chiese cui si rivolge. Cfr. 1Tessalonicesi 1:1; 2Tessalonicesi 1:1; 1Corinzi 1:1. Risulta dai Fatti che Timoteo, Erasto, Aristarco e Gaio erano stati i suoi collaboratori in Efeso e a quelli vanno aggiunti Tito, Apollo, Aquila e Priscilla ed altri ancora Atti 19:22,29; 1Corinzi 16:12,19; 2Corinzi 2:13. Se li associa tutti quanti onde meglio persuadere i Galati che, seguendo i dottori giudaizzanti e le loro insinuazioni, essi si allontanavano dalla verità evangelica predicata non solo da Paolo, ma dagli altri servitori di Cristo. Quanti avevano a cuore l'opera di Dio, bramavano di vedere i fratelli di Galazia rimaner saldi nella grazia e nella libertà.

I destinatarii.

Alle chiese della Galazia.

Per la Galazia vedi l'Introduzione. Le chiese della Galazia sono mentovate 1Corinzi 16:1 ove si tratta delle direzioni date loro da Paolo circa la colletta per i poveri di Giudea. Nella 2Timoteo 4:10 l'apostolo dice di Crescente che si è recato in Galazia. Quante fossero e dove precisamente si trovassero queste chiese, non sappiamo. Da notare che Paolo non aggiunge parola di lode o di ringraziamento alla menzione asciutta delle chiese. La sua fiducia in loro è in parte scossa e non può dar lodi a chi si è lasciato così presto sviare dalla verità.

3 Il saluto.

Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signor nostro Gesù Cristo,

Sono questi i beni spirituali più preziosi che Paolo possa invocare da Dio, per mezzo di Cristo, sui suoi figli spirituali: la grazia ossia la misericordiosa e libera effusione dell'amor di Dio su creature indegne ma riconciliate in Cristo: la grazia che perdona, che sopporta, che consola, che ricolma di beni; la pace ossia la dolce e tranquilla coscienza dello stato di grazia, il sentimento del figlio riconciliato col Padre. Grazia e pace procedono da Dio per mezzo di Cristo che ha resa possibile la effusione della grazia mediante il suo sacrificio e che la spande ora dall'alto nei cuori per mezzo del suo Spirito.

4 In connessione col nome di Cristo, qual fonte di grazia. e di pace, Paolo in due parole definisce l'opera compiuta da Cristo a pro degli uomini ed il fine ultimo di essa.

il quale ha dato se stesso per i nostri peccati

Dar se stesso è espressione che fa risaltare il carattere volontario dell'opera d'amore di Cristo e che include il sacrificio della propria vita. «Niuno me la toglie, disse Gesù, io da me stesso la depongo» Giovanni 10:18. Si legga la prep. περι (lett. circa, per l'affare di) coi codici alef A D ed i critici Tischendorf, Hort, ovvero la prep. ὑπερ (a pro, a favore di) col cod. B. e Nestle, il senso non muta. In genere perì si usa parlando di cose e yper quando si tratta di persone. Esempio 1Pietro 3:18 ove s'incontrano le due. L'idea espressa dalla locuzione è questa: Cristo diede se stesso alla morte per espiare i nostri peccati col suo sacrifizio propiziatorio. Oltre a Isaia 53 si posson ricordare altre espressioni analoghe: Il Figliuol dell'uomo è venuto per «dar l'anima sua qual prezzo di riscatto per molti» Matteo 20:28; «Cristo Gesù ha dato se stesso qual prezzo di riscatto per tutti»; «Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi quale offerta e sacrificio di odor soave a Dio» 1Timoteo 2:6; Efesini 5:2. Inoltre l'Epistola agli Ebrei. Col prendere il nostro posto dinanzi alla giustizia ed alla legge di Dio, Cristo ha resa la nostra salvazione compatibile con la santità e col governo morale di Dio. Il fine ultimo del sacrificio volontario di Cristo è descritto così:

affin di strapparci al presente secolo malvagio

Il verbo εξαιρεισθαι racchiude l'idea del liberare con intervento potente da un pericolo imminente Atti 12:11; 23:27. Il secolo o l'era presente è lo stato presente delle cose del mondo, il corso attuale delle cose quale il peccato L'ha fatto. È chiamato presente o ancora "questo secolo" Romani 12:2, "il secolo attuale" (ὁ νυν αιων ) 1Timoteo 6:17, il "secolo di questo mondo" Efesini 2:2, per opposizione al "secolo che viene" Marco 10:30; Matteo 12:32. Il contrasto tra l'era presente e l'era futura è contrasto di tempo, ma più ancora di carattere morale. Infatti l'era attuale è chiamata malvagia perchè le disposizioni, i principii, il modo di vivere che caratterizzano lo stato presente del mondo sono in opposizione colla volontà di Dio, e il mondo «ch'è in balìa del maligno» 1Giovanni 5:19 è perciò sotto condanna e corre verso la perdizione. «Liberazione dal presente secolo malvagio abbraccia quindi la salvazione cristiana sotto i suoi varii aspetti: il perdono dei peccati, la redenzione da ogni iniquità e la liberazione dall'ira avvenire» (Brown). I cristiani sono per un tempo nel mondo, ma non sono più del mondo; sono divenuti cittadini dei nuovi cieli e della nuova terra ove giustizia abita. Questo fine: la salvazione finale, e questo mezzo: il sacrificio di Cristo, sono

secondo la volontà di Dio nostro Padre,

di Colui ch'è Dio sopra tutte le cose ed è anche il nostro Padre pieno d'amore. Si potrebbe pure tradurre: del nostro Dio e Padre.

5 al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

«Da lui, per mezzo di lui ed in vista di lui sono tutte le cose», da lui procede la salvazione. Egli ne ha concepito ab eterno il disegno, Egli ne ha preparata e disposta l'attuazione, Egli la condurrà al suo compimento. A lui quindi, e non alla creatura, ne spetta tutta la gloria. Le perfezioni di Dio spiegate nella salvazione devono suscitar nei cuori sentimenti di adorazione e di amore. Cfr. altre dossologie Romani 11:36; 16:27; 1Timoteo 1:17. Amen, nota Brown, è parola esprimente approvazione: è cosa giusta che sia così; esprimente fede: sarà così; esprimente desiderio: oh fosse pur così. Così dovrebbe essere, così sia, così sarà».

AMMAESTRAMENTI

l. Le chiese di Galazia sono pericolanti nella loro fede, sovvertite dai giudaizzanti, ma una chiesa malata non cessa d'esser chiesa cristiana, come un cristiano imperfetto non cessa d'esser cristiano e un uomo malato non cessa d'esser uomo. Queste chiese sono intaccate dall'orrore, ma non hanno ancora rinnegato l'evangelo. Le chiese apostoliche, in genere, non sono chiese per ogni verso perfetto, tutt'altro. Basti ricordare, accanto a quelle di Galazia, quelle di Tessalonica e di Corinto, nonchè le sette chiese d'Asia cui sono dirette le lettere di Apocalisse 2-3.

2. Paolo proclama altamente la divina origine del suo apostolato. Quando sono in giuoco gl'interessi stessi del Vangelo ogni falsa modestia va messa da parte. Il rappresentare i principi cristiani, sia per l'ufficio che uno ricopre, sia per la professione che uno ne fa, implica una responsabilità nuova e crea dei doveri speciali tanto nei fedeli quanto nei ministri. Riguardo a questi ultimi, Lutero fa nel suo Commento le seguenti raccomandazioni: Sia ogni ministro della parola di Dio certo della propria vocazione... D'altronde venga la vocazione direttamente da Dio, o indirettamente per mezzo di uomini, l'essenziale è ch'essa proceda veramente da Dio... Se alcuno entra nel ministerio senza la certezza della propria vocazione, reca danno ed ingombro, poichè Dio non farà mai prosperare il lavoro di quelli che non son chiamati. Chi è chiamato dev'esser preparato a sostener gli assalti dei falsi apostoli, i sospetti dei cristiani, e le insidie continue di Satana.

3. Fin dalle prime linee dell'epistola Cristo e l'opera sua sono descritti, con rapidi tocchi, in modo rimarchevole.

Cristo non è un semplice uomo; egli è uno con Dio Padre nella sua natura, nei suoi intenti e nelle sue opere. Egli, è il Messia promesso dai profeti, l'Emmanuele, l'uomo-Dio. Come tale, in virtù della sua dignità divina e della sua umana santità, egli ha offerto se stesso in sacrificio espiatorio per i nostri peccati, affin d'essere, come l'indica il suo nome di Gesù, il Salvatore. Egli salva infatti chi lo accetta con fede dalla condanna che, sovrasta al mondo presente ribelle a Dio; egli salva dal male che corrompe e degrada l'umanità attuale e instaura nuovi cieli e nuova terra ove abita la giustizia. Col suo sacrificio egli ha posta la base necessaria della sua grande opera di affrancamento; egli, risorto dai morti ed esaltato alla destra di Dio, la prosegue costantemente, scegliendo e mandando i suoi ambasciatori a bandire la Buona Novella fra tutte le genti e spandendo del continuo grazia e pace nel cuore dei suoi fedeli. «Se non dimentichiamo quest'unica cosa: quel che Cristo ha fatto per noi, saremo preservati da ogni errore, staremo saldi nella grazia e non ci rivolgeremo alla legge. Allora non sprezzeremo la fede come cosa di poca importanza; ma ci stimeremo felici di poter poggiare sopra Cristo. "Egli ha dato se stesso per i nostri peccati". Qui sta il fondamento della fede, in questo amor di Cristo per virtù del quale, invece di starsene separato da noi a cagione dei nostri peccati, egli ha voluto per i nostri peccati appunto, dare se stesso alla morte della croce». (Schlatter).

6 

I. PARTE APOLOGETICA

L'APOSTOLO DEL VANGELO DELLA GRAZIA E DELLA LIBERTÀ

Galati 1:6-2:21

Prima di dare alle chiese di Galazia l'insegnamento dottrinale richiesto dal loro stato, Paolo sente il bisogno di distruggere i falsi concetti insinuati circa il suo apostolato dagli intrusi giudaizzanti. Egli si proclamava bensì apostolo di Cristo ma, dicevano essi, non era del numero dei Dodici ch'erano stati con Gesù; il suo apostolato non poteva essere che di seconda mano e quindi senza vera autorità. S'egli predicava la salvazione per fede senza obbligo di osservanze legali, lo faceva di testa sua, senza la sanzione dei Dodici e per smania di popolarità presso le chiese etnico cristiane. Non era dunque necessario dargli retta.

Da coteste insinuazioni Paolo si difende nella prima parte della Lettera che ha carattere apologetico-personale e che si può dividere in quattro Sezioni:

Nella Sez. Ia, Galati 1:6-10, Paolo esprime il doloroso stupore provato alla notizia che i Galati stavano abbandonando l'evangelo della grazia da lui predicato per dare ascolto ai perturbatori giudaizzanti i quali alteravano il vero ed unico evangelo della grazia di Dio, incorrendo nella maledizione.

Nella Sezione IIa, Galati 1:11-24, Paolo dichiara aver ricevuto direttamente da Dio l'evangelo ch'egli ha predicato e di non averlo imparato dagli apostoli coi quali non aveva avuto relazione prima d'entrare nella sua attività missionaria.

Nella Sezione IIIa, Galati 2:1-10, egli fa un passo di più, narrando come alla Conferenza di Gerusalemme la sua missione apostolica ed il modo in cui la compieva, avevano avuto l'approvazione cordiale degli apostoli più rinomati.

Nella Sez. IVa, Galati 2:11-21, ricorda come la coscienza dell'assoluta verità dell'evangelo della grazia e della libertà, gli abbia imposto il dovere di riprendere pubblicamente in Antiochia l'apostolo Pietro quand'egli, per timore dei giudaizzanti, veniva colla sua condotta, a compromettere la verità.

Paolo è per tal modo, come nota lo Schlatter, divenuto apostolo senza gli altri apostoli, il suo apostolato ha incontrato il consenso degli apostoli, ed egli ne ha mantenuta l'autorità e l'indipendenza anche contro un apostolo quando questi si allontanava dalla retta via.

Sezione A. Galati 1:6-10

LO STUPORE DI PAOLO DI FRONTE ALLA INCIPIENTE DEFEZIONE DEI GALATI.

Io mi stupisco che così presto voi passiate da Colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, ad un altro evangelo,

Paolo entra in materia bruscamente come chi ha il cuore pieno d'una preoccupazione cui gli preme di dare sfogo; ed invece dell'espressione di gratitudine a Dio, solita a trovarsi nelle altre epistole, comincia coll'espressione del doloroso stupore in cui l'ha immerso la notizia inaspettata e in parte per lui incomprensibile della defezione dei Galati dall'evangelo della grazia. Ciò lo stupisce tanto più che i Galati avevano accolto con entusiasmo il vangelo ed il suo araldo quando si era recato la prima volta da loro Galati 4:13-16, e che Paolo, dopo una sua seconda visita più recente, li aveva creduti raffermati nella fede (cfr. Atti 18:23). Così presto, s'intende: in così breve spazio di tempo, così presto dopo l'arrivo tra voi dei perturbatori giudaizzanti. Varii interpreti ricordano, a proposito della facilità dei Galati a lasciarsi trascinare dai nuovi dottori, la descrizione che Giulio Cesare fa del carattere mutabile dei loro progenitori delle Gallie: «Come nell'intraprendere le guerre è alacre e pronto l'animo dei Galli, così è la lor mente cedevole e per nulla resistente alle avversità... È debolezza dei Galli l'essere mutevoli nelle deliberazioni da prendere e amanti di novità». All'elemento dell'atavismo nazionale nel carattere va aggiunta la inesperienza di neofiti imperfettamente istruiti del Vangelo, poco capaci di misurare la portata religiosa di certi insegnamenti e di mantenersi all'altezza della religione dello Spirito. Il presente: voi passate, o "vi lasciate trasportare", indica che la cosa sta avvenendo, ma non è ancora un fatto compiuto irrimediabilmente; e Paolo spera di arrestare colla sua lettera quel movimento, facendo loro comprendere com'esso implichi l'abbandono del vangelo della grazia. Essi, senza rendersene ben conto, stanno passando da Colui che li ha chiamati mediante la grazia di Cristo, ad un evangelo diverso. L'autore della chiamata nel N. T. è, quasi senza eccezione, Dio Padre (Galati 1:15; 1Tessalonicesi 5:24; 2Tessalonicesi 2:14; Romani 8:30 ecc.).

L'espressione: chiamati εν χαριτι χριστου (lett. nella grazia di Cristo, ovvero: colla grazia di Cristo), non significa che li ha chiamati ad esser partecipi della grazia di cui Cristo è mediatore, ma che Dio li ha chiamati a salvezza mediante l'annunzio della grazia, non in base alla pratica di riti o di opere legali, ma in base alla grazia procurata in Cristo e accettata con fede. «La grazia di Cristo, dice Sieffert, è qui considerata come quella il cui annunzio nella predicazione del vangelo è stato il mezzo della lor chiamata». Se ora essi abbandonano il terreno della grazia e vengono a considerare le pratiche legali come condizione di salvezza, passano ad un evangelo diverso da quello di cui Dio si è servito per chiamarli a se. Il greco ha qui, Galati 1:6-7, due aggettivi: ἑτερος e αλλος che sono di solito resi nella versione italiana con la parola altro, ma di cui il secondo significa semplicemente: uno di più aggiunto agli altri, mentre il primo include l'idea di diversità: un altro di genere diverso. Così 2Corinzi 11:4: «So chi viene predica... un evangelo diverso ( ἑτερον) da quello che avete ricevuto...». Così qui: «passate ad un evangelo diverso, che però non è un altro» non è un evangelo di più, oltre l'unico vero, ma è semplicemente l'alterazione di questo.

7 il quale poi non è un altro evangelo; soltanto, vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire l'Evangelo di Cristo.

In realtà non c'è che un solo evangelo, come non c'è che una via di salvazione, un solo Dio il Padre, un unico Signore e Salvatore, una fede, una speranza. Quindi non si può chiamar evangelo quel che predicano i giudaizzanti sebbene essi diano la loro dottrina per la sola autentica dottrina di Cristo mettendo innanzi il fatto che Cristo aveva osservata la legge, che non era venuto ad abolir la legge ed i profeti, che gli apostoli e la chiesa di Gerusalemme non s'erano bruscamente separati dal tempio ecc. Ma siccome essi mutavano sostanzialmente la condizione della salvezza col porre al posto della fede od accanto ad essa l'osservanza della legge mosaica Galati 2:16; Atti 15:1, così Paolo definisce la loro dottrina un sovvertimento del vangelo di Cristo.

Chi sono quei pochi che turbano le chiese? Manifestamente degli emissari giudaizzanti i quali recano lo scompiglio nelle menti e nelle coscienze dei Galati che hanno accettato per genuino il vangelo predicato da Paolo. Essi, invece dipingono Paolo come un apostolo spurio che predica un vangelo spurio al quale manca qualcosa di essenziale. Questi dottori erano venuti dal di fuori, probabilmente da Antiochia o da Gerusalemme, ma senza mandato od autorizzazione degli apostoli, poichè questi alla Conferenza di Gerusalemme avevano dato la mano di associazione a Paolo ed ai suoi compagni. «Sappiamo, scrive il Godet (Introd. Epp. Paul. 226), che c'era a Gerusalemme un partito opposto agli stessi apostoli, partito che aveva avuto la peggio nella Conferenza ma che non si dava per vinto: erano coloro che facevano colpa a Pietro d'essere entrato da Cornelio Atti 11, quelli che Luca chiama, Atti 11:2, «quei della circoncisione» ovvero «alcuni della setta dei Farisei che avevano creduto» Atti 15:5. Essi erano senza dubbio del numero di quei «sacerdoti che avevano ubbidito alla fede» Atti 6:9. Miravano a togliere agli apostoli senza cultura e poveri la direzione della res christiana, per farla servire ai loro fini, cioè alla propagazione nel mondo intero del mosaismo unito alla croce. Era questa linea di condotta in cui il cristianesimo non era più che un mezzo per fondare il regno universale del giudaismo, che Paolo caratterizzava quando chiamava quegli uomini dei "falsi fratelli" Galati 2:4... Non è difficile capire con quali argomenti fossero giunti a smuovere i Galati. Il Cristo è stato promesso ad Israele: per aver parte alla sua salvazione bisogna dunque farsi israelita; si diventa israelita mediante la circoncisione, dunque...». Ed è appunto questo far della circoncisione la condizione assoluta della salvezza che Paolo considera come un tentativo di sovvertire ( μεταστρεψαι) di rovesciare l'Evangelo di Cristo ossia l'evangelo che Cristo ha proclamato e di cui egli stesso è l'oggetto essenziale. Lo sovvertono perchè, se la salvezza dipende dall'osservanza di pratiche legali, non è più per grazia e l'opera di Cristo diventa vana Galati 5:2-4.

8 Ma se anche noi, se anche un angelo venuto dal cielo vi annunziasse un evangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema.

Il ma si spiega così: Ci sono di quelli che vogliono sovvertire l'evangelo, ma l'evangelo della salvazione non è cosa che dipenda dall'uomo e che possa essere alterata secondo il capriccio di una qualsiasi creatura. L'evangelo è verità divina, inviolabile, è l'annunzio veridico e fedele di ciò che Dio ha fatto e vuol fare per la salvazione del mondo per mezzo di Cristo. Quindi, come l'uomo non può mutare il piano eterno di Dio, nè i fatti compiuti, non è neanche in poter suo l'alterare la verità relativa a questi fatti. Qualora lo tenti, egli commette un delitto di lesa verità e, di lesa divinità, alterando la verità inviolabile di Dio. Incorre perciò nella maledizione divina. Questa sentenza di maledizione l'apostolo non esita a pronunziarla su se stesso, sui suoi collaboratori che possono ritenersi inclusi nel noi, e perfino sopra gli angeli del cielo, nel caso puramente ipotetico ch'egli od un angelo si rendessero colpevoli di pervertire l'evangelo eterno. Esso è superiore a tutte le creature celesti e terrestri. Il greco ha qui una preposizione ( παρ ὁ) ch'è stata tradotta in due modi:... vi evangelizzasse oltre a ciò... ovvero contro a ciò... La Vulgata porta: praeterquam quod... e Diodati: "oltre a ciò". Le versioni moderne preferiscono: "contro" (Weitzsaeker, Segond, Revised, Sinodale fr., Crampon, Revel ecc.) Anche traducendo: "oltre a ciò", il contesto mostra che non potrebbe trattarsi mai di fare qualche aggiunta innocente al vangelo apostolico, ma si tratterebbe sempre di un andare oltre il limite fissato, aggiungendo alle condizioni di salvezza divinamente stabilite, altre condizioni specificamente diverse da quelle e quindi a quelle contrarie. Ma l'uso della preposizione παρα nel N. T. giustifica il senso più grave di "contro a ". In Romani 16:17 si parla di chi commette scandali «contro ( παρα) alla dottrina che avete imparata». Così Atti 18:13, "contro la legge" Romani 1:26 "l'uso contro natura" Romani 4:18 "contro speranza credette". Sia anatema: è chiaro che non si tratta qui di una semplice sentenza di scomunica o di esclusione dalla chiesa, in questo senso la formula non occorre nel N. T. ma soltanto nel linguaggio ecclesiastico posteriore di qualche secolo, D'altronde non si potrebbe parlare di scomunicare un angelo. C'è chi interpreta: Sia un tale da voi tenuto per "interdetto", per una persona da evitare. Cfr. Romani 16:17; 2Giovanni 1:10-11: "non lo salutate ". Ma anche questo non risponde all'uso del N. T. nè alla solennità del contesto. La parola anatema vale una cosa appesa in alto, come le offerte votive di cui si adornavano i templi. Scritto coll'e lungo ( η) ha conservato questo senso anche nel N. T. Luca 21:5. Scritto coll'e breve (ε) come lo è generalmente nella LXX e nel N. T. designa una cosa votata a Dio ma per esser sacrata a distruzione e risponde all'interdetto ebraico (chérem) di Levitico 27:28-29; Deuteronomio 7:26; Giosue 6:21. Vedi anche note Romani 9:3; 1Corinzi 12:3; 1Corinzi 16:22. Il senso qui sarebbe: Sia un tale maledetto. L'imprecazione racchiude una vera e propria sentenza colla quale l'apostolo, quale ambasciatore di Cristo che ha ricevuto la podestà di sciogliere e legare, dichiara sacrato alla maledizione divina chiunque pervertisce scientemente l'evangelo di Cristo. Così 1Corinzi 16:22 dichiara anatema chi avendo conosciuto Cristo non ha affetto per lui.

9 Ed affinchè non si creda ch'egli pronunzia questo anatema ab irato, sotto l'impressione sgradevole delle notizie ricevute dalla Galazia, egli ricorda che già anteriormente aveva fatto udire dichiarazioni come quella che ora ripete in iscritto.

Come l'abbiamo detto prima d'ora, torno a ripeterlo anche ora: se alcuno vi annunzia un evangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema.

Il προ (prima) del verbo, potrebbe riferirsi alla sentenza del versetto precedente che sarebbe ripetuta per mostrar che l'ha scritta pensatamente: ma vi sono ragioni per riferirlo ad una occasione precedente in cui l'apostolo, avendo notato il subdolo lavorio giudaizzante, avrebbe avvertito i Galati del carattere sovvertitore di quell'insegnamento. L'ora ( αρτι al presente, adesso) è opposto ad un tempo anteriore ( προ) che non può esser soltanto l'istante precedente in cui Paolo avea tracciato il v. 8. Sappiamo dai Fatti che prima di venirsi a stabilire in Efeso, Paolo, al principio del suo terzo viaggio missionario, aveva fatto una seconda, visita alla Galazia. Dalle Epistole ai Corinzi appare come in questi anni sia stato intenso il lavoro dei giudaizzanti per scalzare l'autorità apostolica di Paolo ed il suo insegnamento.

10 Perocchè cerco io attualmente di conciliarmi il favore degli uomini, o quello di Dio? O cerco io di piacere agli uomini? Se ancora cercassi di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Osserva l'Olshausen che dopo il ripetuto anatema si aspetterebbe una affermazione come quella del v 11: "Poichè l'evangelo che vi ho annunziato non viene dall'uomo ma da Dio". Prima però di giungere a questa affermazione circa l'origine divina del messaggio, Paolo proclama ancora l'assoluta dipendenza da Dio del messaggere. S'egli è così reciso nel condannare chi sovverte l'evangelo, se ciò facendo egli parrà o troppo autoritario o poco caritatevole, non monta; poichè nel pronunziare questo anatema, come in tutto il suo parlare e scrivere, egli non si preoccupa di conciliarsi il favore degli uomini, ma di ottener l'approvazione di Dio. L'attualmente ( αρτι) è stato inteso dell'istante medesimo in cui Paolo scrive, quasi dicesse: Scrivendo queste righe così severe, cerco io forse, come vanno dicendo di me gli avversari, di conciliarmi il favore degli uomini? Sarebbe questo uno strano modo di ingraziarsi la gente. Sembra però migliore il senso più largo dell'attualmente: Non rifuggo dal condannar, come fo, i sovvertitori del Vangelo, poichè è passato il tempo in cui mi preoccupavo di ottener l'approvazion degli uomini. Dacchè Cristo mi ha preso a se, quello non è più affar mio; sono servo di lui, e cerco di piacere a Dio. Questo senso si accorda bene con quel che segue: "Se ancora cercassi di piacere agli uomini non sarei servo di Cristo"; parole che suppongono esservi stato un tempo nella vita di Paolo in cui, non essendo servo di Cristo, cercava il favore degli uomini. Il senso che diamo colle versioni moderne alle parole ανθρωπους πειθω (lett. persuado gli uomini) è il solo che risponda al contesto. Non si tratta infatti di «indurre a credere agli uomini» (Diodati) e meno ancora di «predicar gli uomini, vale a dire dottrine e tradizioni umane» (Martini), ma di conciliarsi il favore degli uomini colle proprie parole. Cfr. Atti 12:20: "avendo guadagnato il favore di Blasto". L'espressione è chiarita dall'altra più generale che segue: «Cerco io di piacere agli uomini?» Il "piacere agli uomini" e l'esser servo di Cristo sia come apostolo sia in genere come cristiano, sono cose incompatibili come lo è il servire a due padroni di opposte volontà.

AMMAESTRAMENTI

1. Il doloroso stupore di Paolo nell'apprendere il mutamento inaspettato dei Galati, si ripete attraverso i secoli nel cuore dei missionari, dei pastori, dei genitori, degli educatori tutti che dopo aver lavorato con amore e perseveranza all'istruzione e all'educazione religiosa e morale di persone che davano loro le più belle speranze, poi le vedono ad un tratto per l'influenza di letture malsane, di falsi amici, di seminatori di zizzania, ovvero per un ridestarsi di antiche passioni, ritrarsi dalla via della verità e cadere. Il dolore è tanto più grande quando la defezione avviene in breve spazio di tempo, dopo che si era conosciuto l'evangelo della grazia e si era risposto con entusiasmo alla chiamata di Dio. I neofiti sono piante non radicate ancora profondamente e che il vento sradica facilmente. «Quanta fatica, nota Lutero, ci vuole per preparare un popolo perfetto al Signore! Si lavora dieci anni per istruire settimanalmente e fedelmente una piccola chiesa, poi sopraggiunge qualche spirito storto è magari anche ignorante che non sa far altro che dir del male dei fedeli banditori della Parola, e rovescia in un momento tutto quel ch'era stato preparato. Chi non si commoverebbe di fronte a tale malvagità?»

C'è sempre nell'uomo vecchio che dorme in fondo al cuore anche dei cristiani, l'amore delle novità, la disposizione ad ascoltar chi adula, chi solletica l'orgoglio umano presentando la salvezza dell'uomo come dovuta, in parte almeno, al fare nostro. Sonnecchiano sempre in fondo al cuore le passioni, pronte a risvegliarsi appena cessi la vigilanza. Lo stupore, il dolore non spengono però in Paolo l'amore pei suoi figli spirituali e come la madre fa di tutto per strappare al morbo che la minaccia la vita della sua creatura, così l'apostolo non abbandona al lupo le giovani chiese di Galazia, ma si sforza di ricondurle alla verità. Le vite tenere vanno continuamente difese, protette, rinsaldate.

2. Circa l'anatema di Paolo è da notare: a) Ch'esso è pronunziato da un apostolo di Cristo, cioè da uno ch'è debitamente autorizzato a dichiarare quel ch'è conforme e quel ch'è contrario all'Evangelo. Gli apostoli possedevano, per compier la loro missione, lo Spirito di Cristo in misura speciale. Nè chiese, nè papi, nè concilii, nè dottori hanno autorità apostolica. b) Esso è pronunziato su chi sovverte dalle fondamenta l'Evangelo della grazia insegnando un'altra via di salvazione. Non è pronunziato su chi propugna per es. la libertà di coscienza e di culto, o la separazione della Chiesa dallo Stato o su chi sostiene le Società bibliche, ecc. (Vedi Sillabo di Pio IX); e neppure è pronunziato su chi differisce dall'apostolo in cose secondarie, ecclesiastiche, rituali od anche dottrinali; ma è pronunziato su coloro che mutano le basi stesse del Vangelo divino della salvazione. S. Paolo è largo quando si tratta di materie secondarie; ma è intransigente quando si tratta di quel ch'è essenziale: la salvazione per grazia mediante la sola fede in Cristo.

3. L'anatema pronunziato da Paolo, osserva il Godet F., non solo sui falsi dottori giudaizzanti, ma ancora ipoteticamente sopra un angelo del cielo e su di se stesso, non avrebbe senso s'egli avesse coscienza che il suo insegnamento non era altro che il risultato ed anche il risultato affatto recente delle sue proprie riflessioni. Quale che sia l'idea che uno si fa dell'apostolo, non gli si può ragionevolmente attribuire una condotta così assurda». Fin da quando Cristo gli era apparso, Dio avea rivelato alla mente ed al cuor di Paolo il suo Figliuolo ed i tesori della grazia di cui egli è il Mediatore.

L'affermazione recisa di Paolo sul carattere assoluto, immutabile perchè divino, dell'unico Evangelo di Cristo è del pari inconciliabile col simbolo-fideismo secondo il quale la verità religiosa sarebbe un'ombra evanescente e mutevole che ciascuna generazione crede di afferrare ma che non si afferra mai. Che siano mutevoli le affermazioni dell'ordine scientifico, ciò s'intende; poichè le verità scientifiche non sono stato rivelate ma lasciate all'investigazione umana. A misura quindi che si scoprono nuovi fatti, che i fatti sono meglio osservati e coordinati, le teorie scientifiche, sempre provvisorie, muteranno. Ma i fatti cristiani non sono da scoprire, sono dati dalla storia bene attestata ed hanno per centro la persona e l'opera di Cristo. Il significato di questi fatti non è lasciato alla speculazione umana, ma è stato esposto da Cristo stesso e dai suoi apostoli sotto la guida dello Spirito. Fatti e dottrine costituiscono l'Evangelo obiettivo, immutabile perchè è l'espressione del disegno di Dio per la salvazione degli uomini. Questi fatti e queste dottrine rivelate nessuna creatura ha l'autorità di mutarli, di togliervi o di aggiungervi; n'è ministri, nè apostoli, nè concilii, nè gli angeli stessi. Fatti e dottrine sono consegnati in iscritto nei libri del Nuovo Testamento che sono i soli documenti autentici ed autorevoli del cristianesimo apostolico. Il Nuovo Testamento costituisce perciò per noi la pietra di paragone delle dottrine che si pretendono cristiane; esso è il giudice delle controversie. Non la Chiesa è giudice del Nuovo Testamento ma il Nuovo Testamento è giudice della Chiesa la quale attestandone storicamente l'origine apostolica ne proclamò in pari tempo l'autorità suprema.

Certo la verità evangelica avrà bisogno per esser compresa dell'opera interna dello Spirito, e dovrà trovare nei cuori la disposizione ad accoglierla e ad ubbidirle; certo l'assimilazione di essa sarà cosa graduale nell'individuo, come sarà graduale nella, società umana la penetrazione del lievito della di lei influenza; certo le formule umane colle quali la Chiesa definirà la verità per rispondere ai bisogni speciali di ciascuna epoca saranno cosa mutevole; ma tutto ciò non toglie alcun che al carattere obiettivo ed intangibile dell'Evangelo proclamato da Cristo e dai suoi apostoli.

Dal carattere assoluto e normativo dell'Evangelo apostolico deriva la grave responsabilità di chi in qualsiasi modo lo modifica, lo altera, lo sovverte nelle sue dottrine fondamentali. Un, tale attenta al piano eterno di Dio sostituendovi orgogliosamente le proprie elucubrazioni. Esso getta il turbamento nelle chiese e scuote la, fede di molti. Una tale condotta trae su di se il giudicio di Dio. Ogni ministro, ogni insegnante che vuol tagliar rettamente il pane della verità deve nutrirsi delle sane parole del Signor Gesù e dei suoi apostoli, non torcerle e piegarle a suo piacimento. Così, mediante l'assistenza dello Spirito, ch'egli deve implorare del continuo, edificherà le chiese invece di sovvertir la fede.

Nè vale il mettere innanzi la teoria secondo la quale la rivelazione evangelica non è che un germe in cui stanno potenzialmente racchiusi tutti i dommi che la Chiesa ne viene traendo man mano nel corso della storia. Saranno, si, varie ed anche nuove le applicazioni della verità cristiana col progredir del tempo; ma ogni insegnamento dottrinale e morale, ogni pratica, ogni rito che contraddice all'Evangelo apostolico, che lo altera, che lo annulla, non può essere un rampollo genuino della vita di Dio. Il seme non può produrre che piante e frutti conformi alla propria specie. Le aggiunte giudaizzanti sovvertivano l'evangelo della grazia e così hanno fatto le dottrine papiste della salvazione mediante le opere, i sacramenti, le pratiche esterne.

4. In Galati 1:8-9 Paolo si presentava a noi in sublime maestà e diceva: La mia parola è santa ed eterna, verità intangibile di Dio, recante la vita a chi la riceve con fede, recante maledizione e giudicio a chi vi si oppone. Ora scorgiamo Galati 1:10 qual sia il fondamento di quella eccelsa superiorità. Questo fondamento sta nella completa sottomissione a Cristo. Io sono servo di Cristo; la mia parola non è mia, la mia forza non è mia, i fini del mio operare non son miei ed il frutto d'esso non è mio. Il Signore ha parlato, il Signore ha ordinato, il Signore ha dato, al Signore tutto appartiene. Questa è la sincera umiltà di Paolo e da essa scaturisce il suo coraggio» (Schlatter).

Cercar l'approvazion di Dio, servire a Cristo, tale dev'essere la parola d'ordine di ogni ministro del Vangelo. Tacere la parte più sgradevole della verità cristiana, smussar gli angoli della morale, per non urtare le opinioni dominanti, per non ferire l'orgoglio, o le passioni degli uditori, è tentazione che assalirà ogni banditore della verità; ma è tentazione che va respinta poichè l'adattar la verità ai gusti degli uomini è un essere infedele a Cristo, ed un tradir gl'interessi stessi degli uomini che hanno bisogno di conoscere il loro stato reale e l'unica via di salvazione.

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Sezione B. Galati 1:11-24.

PAOLO HA RICEVUTO L'EVANGELO CHE PREDICA, NON DAGLI UOMINI, MA DA DIO.

L'apostolo comincia Galati 1:11-12 con l'affermare in modo solenne l'origine divina e non umana dell'evangelo ch'egli predica e che i giudaizzanti vogliono sovvertire. Poi Galati 1:13-17, la dimostra ricordando com'egli sia divenuto apostolo per mezzo di una chiamata diretta e di una personale apparizione di Cristo, e non abbia avuto bisogno dell'insegnamento d'alcun uomo per dar principio alla sua attività missionaria. La dimostra ancora ricordando Galati 1:18-24 come soltanto dopo tre anni di lavoro in Arabia, egli abbia fatto a Gerusalemme la personale conoscenza dell'apostolo Pietro in una visita durata 15 giorni, dopo la quale fu condotto da Dio ad evangelizzare in Siria e Cilicia.

Galati 1:11-12. Paolo afferma l'origine divina del suo evangelo.

Poichè, fratelli, io vi dichiaro che l'evangelo da me annunziato non è cosa umana;

Il poichè ( γαρ invece di δε) è la lezione accettata dai maggiori critici e si appoggia ai codd. alef B D It. ecc. Il poichè si riferisce alla sentenza di condanna pronunziata dall'apostolo contro ai pervertitori dell'Evangelo: "poichè", segue egli a dire, non si tratta qui di una dottrina umana ma della verità divina. E questo Paolo lo dichiara in modo solenne usando il termine γνωριζω come 1Corinzi 15:1; 12:3; 2Corinzi 8:1. Dice lett. che l'evangelo della grazia e della libertà da lui annunziato non è secondo l'uomo cioè non è cosa d'uomo, nè per la sua origine poichè non è nato in cuor d'uomo e non è frutto d'elucubrazione umana, nè per la sua essenza poichè proclama l'incapacità dell'uomo a salvarsi e annunzia una salvazione per mezzo della croce «ch'è scandalo ai Giudei e follia per i Greci». Si tratta di cose che «non son salite in cuor d'uomo»; che Dio ha divisate nell'eterno amor suo e procurato ai peccatori mediante il sacrificio del Cristo. Che il suo evangelo non sia cosa umana, risulta dal fatto che Paolo stesso non l'ha ricevuto da alcun uomo.

12 Infatti io stesso

che ve l'ho annunziato

non l'ho ricevuto nè imparato da alcun uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione da Gesù Cristo.

Vi sono di solito due stadii successivi nella conoscenza del Vangelo: v'è il primo annunzio di esso che crea la fede in chi ha cuore aperto alla verità e v'è l'istruzione più sistematica e completa che dove tener dietro al primo annunzio. Alla Pentecoste Pietro addita Gesù come il Cristo promesso, e nasce la fede in migliaia di persone, le quali poi perseverano nell'insegnamento degli apostoli. Hanno ricevuto il Vangelo e l'hanno poi imparato in modo più completo. Ora a Paolo l'Evangelo non è giunto per mezzo d'un predicatore umano nè egli è stato a scuola di alcun uomo, neanche d'un apostolo. Cristo gli è stato evangelista e catechista. Invece di giungere alla fede per via di predicazione umana, vi è giunto per la rivelazione che di se stesso fece a lui il Cristo sulla via di Damasco. Invece di arrivare ad essere il dottor dei Gentili per via di lunghi studii o stando ai piedi di altri dottori evangelici, Paolo vi è giunto per la rivelazione della verità a lui fatta direttamente e in alto grado da Cristo stesso. La rivelazione ( αποκαλυψσις apocalissi), ch'è propriamente l'atto dello scoprire una cosa rimovendo il velo che la nasconde, dà una visione quasi immediata delle cose, talchè la conoscenza n'è certa al pari di quella che risulta dall'esperienza personale. Gli altri apostoli hanno dunque, di fronte a Paolo, il privilegio dell'anzianità («sono stati apostoli prima di me» Galati 1:17), ma non hanno quello d'esser stati loro soli alla scuola di Cristo. Quel ch'essi hanno imparato seguendo il Maestro quando era sulla terra, Paolo l'ha imparato dalle rivelazioni fattegli dal Cristo vivente e glorioso. Quando? Corto egli si riferisce anzitutto (cfr. Galati 1:16) alla Cristofania avvenuta sulla via di Damasco e che rivelò d'un tratto al persecutore che Gesù non era un impostore bensì il Figliuol di Dio morto, risorto ed innalzato alla destra di Dio. Ma non è necessario limitar la rivelazione a quell'unica occasione. In Atti 26:16 Gesù stesso dice a Saulo: «Ti sono apparito... per costituirti testimone delle cose che hai vedute e di quelle per le quali ti apparirò». In 2Corinzi 12:1 Paolo allude alle molte «visioni e rivelazioni» a lui concesse e ne ricorda una importante avvenuta verso il 44. Così Atti 22:17-22 narra di un'estasi in cui il Signore gli avea parlato in occasione della sua prima visita a Gerusalemme Sappiamo di una visione avuta in Troas, di altra in Corinto. Nella 1Corinzi 11 Paolo dice aver «ricevuto dal Signore» quello che ha insegnato sulla S. Cena e in Efesini 3:3 ricorda che il piano di Dio concernente la salvezza dei Gentili gli è stato fatto conoscere per via di rivelazione. Paolo è stato quindi in continua comunicazione col Cristo risorto e nei tre anni del soggiorno in Arabia egli ha dovuto ricevere le rivelazioni che hanno fatto del Fariseo fanatico l'apostolo della giustificazione per fede, e della libertà cristiana. Con tutto ciò non è da escludere che Paolo abbia potuto imparar diverse cose circa la vita e gl'insegnamenti di Gesù da coloro ch'erano stati con lui; ma la luce che gli ha fatto comprendere il significato e la portata dei fatti e delle parole gli è venuta dal Cristo risorto.

13 2. Galati 1:13-17. Paolo dimostra di non aver ricevuto l'Evangelo dagli uomini ricordando le circostanze della propria vocazione.

Il Lightfoot così riassume il pensiero di questi versetti: «Fui allevato in una scuola di rigido ritualismo in diretta opposizione colla libertà del Vangelo. Fui per età e per temperamento un fervido partigiano dei principii di quella scuola, ed in conseguenza di questi principii, io perseguitai strenuamente la fratellanza cristiana. Nessuna strumentalità umana avrebbe potuto operare il mutamento avvenuto in me. Era necessario l'intervento diretto di Dio». E quest'intervento ci fu.

Difatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta d'una volta nel giudaismo, come io perseguitavo cosa furore straordinario la chiesa di Dio e la devastavo.

Avete udito da me stesso prima che da altri, poichè Paolo soleva raccontar la sua conversione, che faceva in certo modo parte della sua predicazione. La narra al popolo tumultuante in Gerusalemme Atti 22; la narra davanti al re Agrippa in Cesarea Atti 24 e più volte nelle sue lettere allude al suo passato 1Corinzi 15:8-10; 1Timoteo 1:13; Filippesi 3:6. Condotta d'una volta ( ποτε) perchè sono trascorsi ormai più di 15 anni da quell'epoca. Il giudaismo è il modo di credere, di pensare, di sentire e di operare dei Giudei. La sua condotta da Giudeo, lungi dal rivelar simpatie per il cristianesimo era stata quella del fanatico persecutore della chiesa di Dio ch'egli considerava allora come una setta d'illusi o di pervertitori contro i quali bisognava agire colla massima energia e violenza. La perseguitava oltre misura ( καθ' ὑπερβολην) cioè con straordinario accanimento. Luca dice del giovane Saulo che «spirava minaccia e uccisione» contro i discepoli, e Paolo stesso riconosce d'aver «perseguitato a morte quella credenza, incatenando e gettando nelle prigioni uomini e donne» (Atti 22:4 cfr. Atti 26:9; 1Timoteo 1:13). Aveva approvato l'uccisione di Stefano e custodito le vesti di quelli che lo lapidavano. Luca riferisce che nella persecuzione capitanata da Saulo la chiesa di Gerusalemme fu dispersa.

14 e come io mi segnalavo nel giudaismo più di molti miei coetanei della mia nazione, essendo sommamente zelante per le tradizioni dei miei padri.

Paolo sopravanzava molti giovani Giudei suoi coetanei per le sue conoscenze, per la sua rigida, scrupolosa osservanza della legge e delle tradizioni farisaiche; ma si segnalava soprattutto per lo zelo violento nel combatter tutto quello ch'era contrario al giudaismo come l'intendevano i Farisei Atti 22:3. Le tradizioni dei padri, ricevute cioè dagli antenati, potrebbero includere gl'insegnamenti delle S. Scritture qual documento scritto delle rivelazioni concesse agli uomini di Dio israeliti, ma dall'uso fatto nei Vangeli dell'espressione analoga: "la tradizione degli anziani ", per es. in Matteo 15:2-6; Marco 7: 3-13, si vede che «le tradizioni dei padri» designavano, in bocca ad un Giudeo, le interpretazioni e le aggiunte tradizionali (incluse dipoi nella Mishna) considerate come distinte dal testo su cui si fondavano e di cui pretendevano essere il supplemento» (Lightfoot). Gesù le combattè come essendo, invece, spesse volte, la negazione della legge di Dio; di modo che erra il Curci quando, nella sua tenerezza per altre tradizioni, afferma che le tradizioni giudaiche avevano «sostanzialmente la loro origine da Dio».

15 La grande rivoluzione morale nella vita di Paolo, la sua conversione dal fanatico tradizionalismo farisaico alla fede nel Figliuol di Dio ed all'apostolato cristiano è stata l'opera diretta di Dio, senza intervento d'uomini.

Ma quando piacque a Dio che mi ha appartato fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato per la sua grazia, di rivelare in me il suo Figliuolo affinchè io lo annunzi fra i Gentili,

Il predicatore della salvazione per grazia è stato egli stesso un monumento della grazia, poichè in lui Dio ha voluto dimostrare tutta la sua longanimità affinchè servisse d'esempio ad altri. Prima che nascesse, Dio nella sua libertà sovrana e nella sua sapienza, lo aveva appartato cioè scelto e destinato ad essere l'araldo del Vangelo. In Romani 1:1 si dichiara «appartato per l'evangelo di Dio». Cfr. Isaia 49:1; Geremia 1:5. Il proponimento eterno di Dio è stato manifestato nel tempo e tradotto in atto colla chiamata rivolta al giovane che, nella sua ignoranza, combatteva Dio e perseguitava il Cristo nella persona dei cristiani. Non si tratta infatti qui di una chiamata soltanto intenzionale, ma di una chiamata reale quale fu quella rivoltagli da Gesù sulla via di Damasco. Dice lett. "chiamato mediante la sua grazia", non, in considerazione d'alcun merito, non in virtù d'alcun obbligo, ma per effetto della sua bontà e misericordia. L'appello divino lo chiamava ad un tempo alla fede e all'apostolato.

16 La rivelazione a Paolo di Gesù qual Figliuol di Dio incarnato, morto per i nostri peccati, risuscitato a suggello della ottenuta giustificazione dei peccatori, è la verità fondamentale che determinò il radicale mutamento del persecutore che fino allora avea considerato Gesù come un impostore. Dice: rivelare in me, cioè al mio spirito, perchè la visione esterna fu accompagnata da quella interna sola salutare. La luce che gli chiuse gli occhi del corpo gli aperse quelli dello spirito. Il comprendere tenne dietro al vedere e all'udire. Secondo le sue espressioni 2Corinzi 4:6, «l'Iddio che disse: Splenda la luce, fra le tenebre, è quel che risplendè nei nostri cuori perchè poi facessimo brillar la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nella faccia di Cristo». Questa interna rivelazione del Salvatore, necessaria per l'apostolato di Paolo, era avvenuta senza l'istrumentalità d'alcun uomo, per mezzo dell'apparizione personale di Gesù e per l'opera interna. del suo Spirito. Il presente: affinchè io lo annunzi mostra come Paolo non consideri la sua missione come terminata e infatti egli sta lavorando a tutt'uomo in una delle cittadelle del paganesimo:

io non mi consigliai con carne e sangue e non salii in Gerusalemme presso a coloro che prima di me erano stati apostoli, ma subito me n'andai in Arabia, poi tornai di nuovo a Damasco.

Carne e sangue è locuzione ebraica che non indica qui i vincoli del sangue o, le inclinazioni personali quasi Paolo volesse dire: Non badai alla rottura dei legami terreni cui mi esponevo nè alla perdita della mia posizione in seno al giudaismo nè alle persecuzioni cui andavo incontro. Carne e sangue designa semplicemente l'uomo in quanto è carne e sangue, cioè debole e mortale. Cfr. Efesini 6:12; Matteo 16:17. Il verbo che rendiamo 'consigliarsi con' 'consultare' vale letteralmente nella voce media: 'prender su di se un peso di più', quindi in senso traslato, col dativo della persona: recarsi da uno per aggiungere il suo consiglio al nostro, per consultarlo. Si usa nel senso di 'consultare' gl'indovini intorno a un dato segno (Diodoro Sic. τοις μαντεσι προσαναθεμενος περι του σημειου). Nel Galati 2:6 vale: aggiungere qualcosa del suo a quel che un altro possiede.

17 Il senso della frase è: Non appena ebbi ricevuta direttamente da Dio la conoscenza del suo Figliuolo e la missione di predicarlo fra i Gentili, io non sentii il bisogno di consultare alcun mortale e neppur gli apostoli ch'erano in Gerusalemme. La conoscenza della verità evangelica centrale io l'avevo ricevuta da un maestro superiore agli uomini e la missione apostolica m'era stata data dal Signore stesso che l'aveva data anche agli altri apostoli. Come Matteo o Bartolomeo non avevano ricevuto l'ufficio loro per mezzo di Giovanni o di Andrea, così io non avea bisogno dell'investitura nè delle istruzioni degli altri apostoli. Di fronte ad un ordine diretto del Signore si trattava per me d'ubbidire senza por tempo in mezzo ed è quel ch'io feci dando subito principio al mio apostolato in Damasco e nell'Arabia. Il termine geografico Arabia è abbastanza elastico. Serve talvolta a designare la penisola che sta tra il Mar Rosso e il Golfo Persico, l'Arabia d'oggi; ma designa pure talvolta una regione più estesa includente Damasco e perfino i monti del Libano e dell'Antilibano. In questo senso lato va intesa nel nostro passo ove pare accennare ai distretti poco popolati dell'Hauran al Sud-Est di Damasco. La regione rispondeva bene allo stato d'animo del giovane neofita che dovea sentir l'assoluto bisogno di raccoglimento, di meditazione per assimilarsi la verità rivelatagli e rifare la sua teologia. Gesù dopo il battesimo fu condotto nel deserto. Crisostomo stette nel cenobio fin al 40esimo anno della sua età. D'altra parte risulta dal libro dei Fatti che, appena convertito, Saulo sentì il dovere di render testimonianza della sua fede nel Cristo. E il nostro passo implica pure ch'egli andò in Arabia per dar principio, sia pure umilmente, all'opera sua missionaria tra i Giudei, aspettando d'esser mandato più lungi, ai popoli pagani (Cfr. Atti 22:21; 13:1-3). La minore importanza del lavoro compiuto in Arabia da Paolo e la brevità del soggiorno fatto colà spiegano il perchè Luca non ne faccia cenno nei Fatti, ma si limiti a mentovar la predicazione in Damasco e le conseguenze ch'essa ebbe. Ed anche nel far questo, non entra in minuti particolari e fonde in una la duplice testimonianza di Paolo in Damasco, lasciando però intravedere che il soggiorno in quella capitale fu diviso in due da una parentesi. Nel Atti 9:20 Luca dice: «Paolo dimorò coi discepoli di Damasco alcuni giorni e subito, nelle sinagoghe, annunziò Gesù...» Egli stesso in Atti 26:19-20 dice: "Non fui disubbidiente alla visione celeste, ma prima a quei di Damasco, poi a Gerusalemme... annunziai..." Negli Atti 9:22 Luca aggiunge poi che «Saulo si fortificava e confondeva i Giudei abitanti in Damasco, provando che Gesù è il Cristo. E passato un certo tempo ( ἡμεραι ἱκαναι) i Giudei congiurarono di ucciderlo». Il provare che Gesù è il Cristo risponde meglio al secondo soggiorno in Damasco avvenuto dopo un periodo di raccoglimento ed il complotto suppone un'opera di attiva propaganda durata parecchio tempo, Complessivamente questi primi saggi dell'attività apostolica di Paolo durarono un tre anni, senza ch'egli avesse avuto il minimo contatto cogli apostoli di Gerusalemme, tanto era indipendente per ogni verso la sua missione.

18 3. Galati 1:18-24. Paolo dimostra di non aver ricevuto l'Evangelo dagli uomini ricordando le circostanze della sua prima visita a Gerusalemme.

Di poi, in capo a tre anni, salii a Gerusalemme per far la conoscenza di Cefa e dimorai presso lui quindici giorni.

Potevano gli avversarii di Paolo valersi delle sue visite a Gerusalemme per farlo apparire come discepolo e mandatario dei Dodici; perciò l'apostolo seguitando a dimostrare com'egli non abbia ricevuto l'evangelo da alcun uomo, fa cenno qui della prima visita da lui fatta a Gerusalemme dopo la sua conversione, precisandone le circostanze onde far vedere l'impossibilità materiale di quanto insinuavano i giudaizzanti.

Anzitutto, quella visita l'avea fatta soltanto in capo a tre anni, s'intende dopo la sua conversione, in capo cioè al primo periodo della sua attività in Damasco e nell'Arabia. A quest'epoca, sotto la guida del Signor Gesù e del suo Spirito egli avea, nelle sue meditazioni, ricostruito il sistema delle sue convinzioni religiose. Quel ch'egli chiama «il misterio non rivelato alle antiche età» della unione in un sol corpo, in Cristo, dei credenti Giudei e pagani, il misterio dell'ufficio preparatorio e quindi transitorio dell'economia mosaica, dovevano oramai esser stati chiaramente rivelati alla mente dell'apostolo delle Genti. Quindi, non per istruirsi, nè per ricever la conferma della sua missione, egli salì a Gerusalemme; ma per collegar fin da principio, mediante una fraterna conoscenza personale, l'opera sua speciale con quella degli altri apostoli di Cristo. Il termine qui usato ( ἱστορειν visitare) è derivato da ἱστωρ (histor) che a sua volta ha per base la radice ἱσημι sapere, conoscere. L'histor è uno che sa per aver veduto coi suoi occhi, esplorato personalmente. Etimologicamente l'historia ( ἱστωρια) è la conoscenza acquistata per via di osservazioni personali, quindi viene a significar la narrazione delle cose conosciute, dei fatti successi. Historiare un luogo od una persona significa, negli scrittori greci (Plutarco, Flavio Giuseppe): conoscere de visu, fare la conoscenza personale e risponde al nostro termine visitare ch'è un vedere ripetuto ed attento. Fra gli apostoli, Pietro (che nelle epistole di Paolo è designato ora col nome aramaico di Cefa ed ora con quello greco di Pietro) occupava fin dal principio il primo posto. Cristo stesso gli avea conferito il primato onorifico del primus inter pares, ed alla Pentecoste egli era stato il principale istrumento di cui Cristo si era servito per fondare la sua chiesa tra i Giudei. Era quindi naturale che Paolo desiderasse fare la sua conoscenza personale prima di intraprendere qualche missione più lontana. Fu sempre intento costante dell'apostolo dei Gentili il cementare l'unione dei due elementi, giudaico e d etnico, nell'unico corpo della Chiesa di Cristo, ma senza cedere in nulla alle pretese settarie dei giudaizzanti che implicavano la negazione della salvezza per grazia e della libertà cristiana. Che Paolo non visitasse Pietro per imparar da lui l'Evangelo risulta pure dalla brevità del tempo passato presso di lui. In quindici giorni, occupati d'altronde dalla predicazione nelle sinagoghe elleniste, Paolo avrà potuto udir dalla bocca di Pietro non pochi fatti della vita di Gesù ed avrà potuto raccontare a sua volta la sua vocazione e le sue prime esperienze, ma non ha potuto ricever da lui la sua profonda conoscenza del piano di Dio. Quanto allo scopo che taluni esegeti papisti hanno prestato a Paolo quasichè egli fosse venuto a Gerusalemme «per rendere onore al capo del collegio apostolico e di tutta la Chiesa», esso è non solo estraneo a questo contesto, ma è recisamente contradetto da tutto l'atteggiamento di Paolo durante la sua carriera, nè si trova nei suoi numerosi scritti una sillaba sola che accenni ad un primato di giurisdizione di Pietro sugli apostoli e sulla Chiesa.

19 Non vidi alcun altro degli apostoli; ma solo Jacobo il fratello del Signore.

È questa una terza circostanza che, al pari delle due già notate, esclude l'idea di una dipendenza di Paolo dai Dodici. Paolo non esclude che qualche altro apostolo, oltre a Cefa, si trovasse in Gerusalemme o nei dintorni; ma la maggior parte doveva essere partita in missione per contrade più o meno lontane. Non avendoli neppur veduti, come avrebbe potuto Paolo essere loro discepolo? Il greco dice lett.: se non Jacobo... il che potrebbe far credere che Jacobo sia considerato come apostolo. E potrebbe esserlo quando si dia al termine apostolo il senso più largo che ha per es. Romani 16:7; 2Pietro 3:2. Ma il fatto che è designato qual

fratello del Signore

per distinguerlo dagli altri Jacobi (Jacobo di Zebedeo e Jacobo d'Alfeo) ch'erano nel novero dei Dodici, mostra ch'egli è qui distinto dagli apostoli. Il se non viene a dire: se non che vidi ancora... (Cfr. per un uso analogo di ει μη Matteo 12:4; Luca 4:26-27; Galati 2:16; Apocalisse 21:27). Jacobo è mentovato a cagione dell'alta sua posizione in seno alla chiesa di Gerusalemme di cui è chiamato talvolta il primo vescovo. La sua situazione influente risulta anche da Atti 15; Galati 2 come pare da 1Corinzi 9:5; 15:7.

20 Dati questi particolari precisi sulla sua prima visita a Gerusalemme, particolari che annientavano le insinuazioni dei giudaizzanti sul carattere derivato del suo apostolato, Paolo ne afferma la verità nel modo più solenne;

Ora, quanto alle cose che vi scrivo, ecco, io dichiaro innanzi a Dio che non mento.

La formula non è esattamente quella del giuramento ma equivale ad esso per la sostanza.

La narrazione data da Luca di questa visita, in Atti 9:26-30, confrontata con quel che Paolo ne dice in Atti 22:17-21 e con quanto ne scrive qui ai Galati, offre il caso tipico di un medesimo fatto considerato da tre punti di vista differenti e arricchito in ciascun luogo di nuovi particolari. Luca riferisce che Saulo cercava di accostarsi ai discepoli, ma incontrava diffidenza, finche Barnaba lo prese sotto la sua protezione e lo presentò agli apostoli; aggiunge ch'egli rese testimonianza al Cristo nelle sinagoghe elleniste, che i Giudei cercarono di farlo morire e che i fratelli lo condussero a Cesarea donde partì per Tarso. Narra le cose secondo l'aspetto loro più esterno ch'è quello descritto dalla storia; mentre Paolo nelle sue difese personali è in grado di aggiungere dei particolari più intimi come sarebbero l'intenzione di far la conoscenza di Pietro e la dimora in casa di lui per 15 giorni, l'incontro con Jacobo, la visione nel tempio. La diffidenza dei cristiani verso l'ex persecutore si spiega quando si tenga conto che la di lui conversione era avvenuta lontano da Gerusalemme, che le comunicazioni erano scarse, che Saulo era sparito per un tempo dalla scena e che la sua opera missionaria in Damasco era cosa affatto recente. Barnaba potè venire più presto a conoscenza della realtà delle cose probabilmente perchè era della stessa regione di Saulo. Certo è difficile includere tutto quel che Luca narra nello spazio di soli 15 giorni, ma ciò non è necessario, poichè i 15 giorni sono il tempo passato in casa di Pietro ma non comprendono i giorni o le settimane in cui Saulo, pur parlando di Cristo nelle sinagoghe, avea cercato inutilmente di entrare in relazione coi cristiani. Quanto all'essere la sua pronta partenza attribuita al pericolo da parte degli avversari, al consiglio dei fratelli e ad una direzione speciale del Signore, la cosa non offre difficoltà poichè i tre motivi concorsero alla decisione presa. Le notevoli coincidenze tra le due, anzi tre, narrazioni indipendenti che completansi a vicenda, rendono vieppiù salda la certezza storica del fatto.

21 Poi, venni nelle parti della Siria e della Cilicia.

In regioni, cioè, dove non si trovavano nè apostoli nè chiese cristiane. Secondo gli Atti, vi si recò per mare da Cesarea. Lo Zahn e il Ramsay sostengono che Paolo non designa mai alcuna parte dell'Impero romano, se non col nome della provincia cui il luogo appartiene e non usa mai alcuno degli antichi nomi delle contrade eccetto che questi fossero diventati nomi di provincia. I fatti però non giustificano una così recisa affermazione. Parlando della Siria e della Cilicia Paolo non usa il primo per designare la provincia romana, che abbracciava la Cilicia e anche la Giudea da cui veniva; ma usa quei nomi come indicanti due regioni ben note della gran provincia romana, regioni che avevano rispettivamente a capitali Antiochia e Tarso. I nomi sono così adoperati anche in Atti 15:23,41: mentre la Siria designa la provincia intera in Matteo 4:24; Luca 2:2; Atti 18:18; 20:3; 21:3. Paolo stesso chiama Illirico (nome antico) e Dalmazia (nome della provincia romana) una medesima regione: Romani 15:19; 2Timoteo 4:10. È nominata qui prima la Siria forse perchè Paolo sbarcò a Seleucia per recarsi poi a Tarso e ritornare in Antiochia quando Barnaba ve lo chiamò (Cfr. Atti 9:30; 11:25-26). A dissipar sempre più completamente la favola ch'egli fosse stato allievo degli apostoli in Gerusalemme, Paolo aggiunge un altro fatto e cioè ch'egli era fin allora sconosciuto di persona alle chiese di Giudea.

22 Ma io era personalmente sconosciuto alle chiese della Giudea che sono in Cristo. Solo, esse sentivano dire: Colui che una volta ci perseguitava, ora annunzia la fede che altra volta cercava distruggere; e glorificavano Dio per cagion mia.

Anche Luca attesta che la testimonianza di Paolo erasi limitata a Gerusalemme ed era stata bruscamente troncata.

23 Le chiese dei dintorni non avevano quindi avuto l'occasione di vedere e di udire colui ch'era stato persecutore della loro fede e che alcuni dei loro membri potevano senza dubbio aver veduto in quei tempi. Il termine fede ha qui un senso obiettivo che si avvicina a quello di dottrina o verità cristiana divenuto frequente negli scrittori ecclesiastici. Così Atti 6:7: «ubbidivano alla fede», ove designa l'evangelo caratterizzato da quel che distingue i suoi aderenti, ossia la fede in Gesù qual Messia Salvatore.

24 Glorificavano Dio in me considerandomi come un esempio cospicuo della grazia e della potenza di Dio. Nota Crisostomo: «Non dice: Si stupivano di me, lodavano me, ammiravano me, ma attribuivano ogni cosa alla grazia. Essi glorificavano Dio in me». Sentimento questo ben diverso da quelli che verso l'apostolo nutrivano i giudaizzanti.

AMMAESTRAMENTI

1. L'Evangelo non è secondo l'uomo, non è d'invenzione umana, non è conforme agli insegnamenti, ai gusti, alle corrotte tendenze dell'uomo e perciò l'uomo lo mutila, lo altera, lo adatta in varie guise alle proprie inclinazioni; e specialmente gli sono "dure" le dottrine che oltrepassano la sua superba ragione, o feriscono l'alta opinione ch'egli ha di se: le dottrine del peccato e della salvazione per grazia. Gli "evangeli" umani che dan qualche merito all'uomo sono sempre accolti facilmente, come quello dei giudaizzanti in Galazia. Tuttavia se l'evangelo non è «secondo l'uomo», esso è per l'uomo, risponde al suo vero stato, ai suoi bisogni reali. L'anima che conosce se stessa è, come diceva Tertulliano, «naturaliter christiana», perchè aspira alla verità, alla pace con Dio, alla liberazione dal male. Anche la medicina che fa per il malato, raramente è «secondo» i gusti del malato.

2. Paolo non ha ricevuto l'evangelo dagli uomini ma direttamente da Cristo. Da questa esplicita affermazione che l'Apostolo dimostra in seguito storicamente e conferma con solenne giuramento, derivano parecchie conseguenze:

a) Non solo resta confermata la narrazione di Luca circa la conversione del giovane fariseo, ma abbiamo in Paolo per i fatti relativi al Cristo e per il senso di quei fatti un testimone indipendente dagli altri apostoli ed evangelisti.

b) Non ha base storica la teoria moderna secondo la quale Paolo sarebbe stato il massimo elaboratore, per non dire inventore delle dottrine cristiane, compresa la divinità di Cristo, l'espiazione dei peccati mediante il sacrificio della croce, la giustificazione per fede, il ritorno glorioso di Cristo. Invece d'aver, colla sua speculazione teologica, trasfigurato il Cristo, Paolo riconosce umilmente d'aver ricevuto ed imparato l'Evangelo dal Cristo glorioso. Le teorie dei critici avranno esse maggior valore della testimonianza di Paolo su se stesso?

c) Nel carattere divino dell'evangelo sta il segreto della indipendenza del cristiano, in ispecie del ministro della Parola, di fronte agli uomini; il segreto della sua irremovibile fedeltà alla verità ch'è un deposito affidato dal Cristo ai suoi discepoli.

3. Lo zelo del giovane Saulo è bello sotto certi aspetti. Esso parte da un giovane nel fior dell'età, e da un giovane colto e di condotta morale irreprensibile; esso è volto ad una causa alta qual'è l'interesse della religione, la difesa di quel che si stima vero, non al mero interesse materiale od alla vanità; esso accende il cuore, stimola le facoltà mentali, mette in moto le energie, lo spirito di sacrificio del giovane fariseo. Sotto altri aspetti, però, lo zelo di Saulo di Tarso è deplorevole e fu da lui deplorato quando conobbe la realtà delle cose.

a) Era infatti uno zelo senza vera conoscenza della verità, uno zelo per le «tradizioni dei padri» anzichè per la verità rivelata dall'Antico T; e incarnata nel Cristo storico. Invece di accertarsi che l'oggetto del suo zelo rispondeva ad una realtà certa, egli si abbandona ai pregiudizi dei suoi maestri e suoi, e combatte per difendere delle tradizioni che spesso annullavano la parola di Dio, combatte contro a Gesù che stima impostore senza conoscerlo, contro i cristiani la cui pietà ora esemplare. Per non correre su falsa strada lo zelo ha da essere illuminato.

b) Lo zelo di Saulo ha un altro grave difetto: esso adopera dei mezzi cattivi, suggeriti da cieco e crudele fanatismo. Le carceri, i legami, le torture, le battiture, tutto le invenzioni della violenza non sono mezzi atti a promuovere la causa della verità religiosa e Gesù li ha ripudiati. Se Saulo poteva avere per attenuante una educazione ispirata dall'Antico Patto, non hanno quella scusa coloro che sotto il Nuovo Patto hanno istituita l'Inquisizione o in qualsiasi modo posta la forza brutale al servizio del Cristianesimo.

c) Il caso di Saulo mostra di quale importanza sia il dare ai bambini ed ai giovani la conoscenza e l'amore della verità evangelica onde il loro zelo si accenda per cause nobili e giuste, e si spieghi con mezzi di cui non abbiano mai a pentirsi.

4. Sulla conversione di Paolo notiamo tre cose:

1o) Essa è stata preparata dalla misericordia di Dio che ab eterno aveva eletto quell'anima sincera ed ardente all'apostolato del Vangelo; è stata preparata dalla disciplina della legge mosaica e dall'esperienza che Saulo dovette fare della propria impotenza morale a raggiungere i suoi alti ideali morali (Cfr. Romani 7); è stata preparata pure dalla testimonianza resa dai cristiani perseguitati per la loro fede.

2o) È stata determinata dalla chiamata decisiva a lui rivolta dal Cristo stesso che gli apparve sulla via di Damasco. Ebbe luogo allora per Saulo una duplice rivelazione: l'apparizione del Cristo glorioso costituiva una rivelazione obiettiva che squarciava la benda dei suoi pregiudizii: l'opera interna dello Spirito gli apriva la mente e il cuore alla visione, all'adorazione del Figliuol di Dio che lo conquistò più coll'amore che colla potenza. Conoscenza esterna della verità, evangelica ed opera interna dello Spirito per aprir la mente e il cuore alla verità sono egualmente necessarie. Il momento essenziale in ogni conversione è quello in cui l'anima riconosce nel Cristo il Figliuol di Dio incarnato e si abbandona con fede a Lui come al suo unico Salvatore. Credenza in Dio, vita morale, zelo religioso possono esistere in chi non è cristiano.

3o) La conversione è seguita da un orientamento nuovo di tutta la vita, da una nuova attività al servizio di Cristo. In Paolo conversione e attività missionaria furon separate da breve intervallo. Chi ha conosciuto Cristo, testimonia di lui.

5. Paolo quando il Figliuol di Dio fu rivelato all'anima sua affinchè lo evangelizzasse, non si diede a consultar gli uomini, ma ubbidì con prontezza. Il consultar persone degne della nostra fiducia e capaci d'illuminarci può essere, in date circostanze, una prova d'umiltà, un sano diffidar di noi stessi. Ma in altre circostanze diventa un pretesto per procrastinare l'ubbidienza alla verità conosciuta.

Quando Dio rivela chiaramente nella sua Parola la via di salvazione per la fede nell'unico e divino Salvatore G. C., non c'è da andar consultando a destra o a sinistra questo o quel misero mortale, quasichè Dio avesse rivelata la verità in modo ambiguo, quasichè Gesù ed i suoi apostoli non avessero parlato chiaro. C'è semplicemente da credere adorando.

Quando Dio ordina di abbandonar l'errore, il male sotto ogni sua forma; quando traccia chiara dinanzi alla coscienza, mediante la sua Parola ed il suo Spirito, la via del dovere, non c'è da consultar nè parenti, nè amici, nè superiori e neppure l'opinione del volgo; c'è da ubbidire con prontezza.

Quando Dio mostra chiaramente ad un uomo la missione che gli è affidata quaggiù; non c'è da consultar gli uomini, ma c'è da ubbidire subito contando sul divino aiuto. L'ubbidir subito è fonte di pace e di intima gioia, preserva dalle funeste esitazioni che sono i prodromi dell'infedeltà ed è il segreto delle vite consacrate e benedette.

6. Pur non avendo da apprender la verità da Pietro nè da ricevere direzioni da, lui, Paolo ci tiene a far la conoscenza personale del rappresentante della missione fra i Giudei prima di recarsi in regioni più lontane fra i pagani. Sempre dipoi l'apostolo delle Genti si studiò di mantener fraterne relazioni colla chiesa madre di Gerusalemme e con quelle di Palestina. Egli non dimenticava che sotto al Nuovo Patto i credenti Giudei e Gentili dovevano formare insieme l'unico corpo di Cristo. Sempre si mostrò paziente di fronte agli scrupoli conservatori dei Giudei. Le relazioni personali e fraterne fra cristiani chiamati a lavorar in campi diversi, rappresentanti tendenze diverse in fatto di riti o di costituzioni ecclesiastiche o di dottrine secondarie, contribuiscono a cementare e ad accrescere l'unione fra quelli che invocano il Signor Gesù come loro comune Salvatore. «Unum corpus sumus in Christo».

7. Le Chiese di Giudea glorificavano Iddio per la trasformazione del Saulo persecutore in apostolo. «Anche noi oggi, nota il Barnes, possiam glorificar Dio per la grazia manifestata nella conversione di Saulo. Quanto gli devo il mondo! Quanto noi stessi gli dobbiamo! Niun uomo fece mai quanto egli fece per estendere la religione cristiana, niuno fra gli apostoli fu strumento di tante conversioni e niuno ha lasciato tanti e così preziosi scritti per l'edificazione della Chiesa». Ogni conversione fa esultar gli angeli, ma nella conversione di avversarii accaniti del Cristianesimo i credenti vedono risplender più fulgide la sua sovrana potenza, la sua clemenza infinita, la sua sapienza che sa scegliere i predicatori della grazia e i difensori della libertà cristiana anche fra i fanatici del merito umano e del ritualismo. Il modo sorprendente in cui sono suscitati gli operai più cospicui, ricorda alla Chiesa che il Cristo vive e regna ed opera del continuo.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Galati 1

1 Le chiese della Galazia erano formate in parte da ebrei convertiti e in parte da gentili convertiti, come in genere accadeva. San Paolo afferma il suo carattere apostolico e le dottrine da lui insegnate, per confermare le chiese della Galazia nella fede di Cristo, soprattutto per quanto riguarda l'importante punto della giustificazione per sola fede. L'argomento è quindi principalmente lo stesso trattato nell'epistola ai Romani, cioè la giustificazione per sola fede. In questa epistola, però, l'attenzione è rivolta in particolare al punto che gli uomini sono giustificati per fede senza le opere della legge di Mosè. Dell'importanza delle dottrine esposte in modo preminente in questa epistola, Lutero parla così: "Dobbiamo temere come il pericolo più grande e più vicino, che Satana ci tolga questa dottrina della fede e porti di nuovo nella Chiesa la dottrina delle opere e delle tradizioni degli uomini. Perciò è molto necessario che questa dottrina sia tenuta in continua pratica ed esercizio pubblico, sia di lettura che di ascolto. Se questa dottrina viene persa, anche la dottrina della verità, della vita e della salvezza è perduta".

Capitolo 1

L'apostolo Paolo afferma il suo carattere apostolico contro chi lo ha sminuito Gal 1:1-5

Egli rimprovera i Galati di essersi allontanati dal vangelo di Cristo sotto l'influenza di cattivi maestri Gal 1:6-9

Dimostra l'autorità divina della sua dottrina e della sua missione e dichiara ciò che era prima della sua conversione e della sua chiamata Gal 1:10-14

E come ha proseguito dopo di essa Gal 1:15-24

Versetti 1-5

San Paolo era un apostolo di Gesù Cristo; era stato espressamente nominato da lui, quindi da Dio Padre, che è uno con lui per quanto riguarda la sua natura divina, e che ha nominato Cristo come mediatore. La grazia comprende la benevolenza di Dio nei nostri confronti e la sua opera di benevolenza nei nostri confronti; la pace, tutto il benessere interiore o la prosperità esteriore di cui abbiamo veramente bisogno. Esse provengono da Dio Padre, come fonte, attraverso Gesù Cristo. Ma osservate: prima la grazia e poi la pace; non ci può essere vera pace senza la grazia. Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati, per espiare per noi: questo richiedeva la giustizia di Dio, e a questo si è liberamente sottomesso. Qui si deve osservare l'infinita grandezza del prezzo pagato, e allora apparirà chiaramente che il potere del peccato è così grande che non potrebbe in alcun modo essere eliminato se non fosse dato il Figlio di Dio per esso. Chi considera bene queste cose, capisce che il peccato è la cosa più orribile che si possa esprimere; il che dovrebbe commuoverci e farci temere davvero. In particolare, notate bene le parole: "per i nostri peccati". Perché qui la nostra debole natura torna indietro, e vorrebbe prima essere resa degna dalle sue stesse opere. Porterebbe colui che è integro, e non colui che ha bisogno di un medico. Non solo per riscattarci dall'ira di Dio e dalla maledizione della legge, ma anche per liberarci da pratiche e costumi malvagi, ai quali siamo naturalmente asserviti. Ma è vano per coloro che non sono stati liberati da questo mondo malvagio mediante la santificazione dello Spirito, aspettarsi di essere liberati dalla sua condanna grazie al sangue di Gesù.

6 Versetti 6-9

Chi vuole stabilire una via al cielo diversa da quella rivelata dal Vangelo di Cristo, si troverà miseramente in errore. L'apostolo dà ai Galati un giusto senso di colpa per aver abbandonato la via del Vangelo della giustificazione; tuttavia li rimprovera con tenerezza e li rappresenta come trascinati in questa via dalle arti di alcuni che li turbavano. Nel rimproverare gli altri, dobbiamo essere fedeli, ma cercare di risanarli in spirito di mitezza. Alcuni volevano mettere le opere della legge al posto della giustizia di Cristo e così corrompevano il cristianesimo. L'apostolo denuncia solennemente come maledetto chiunque tenti di porre un fondamento così falso. Tutti i vangeli diversi da quello della grazia di Cristo, sia che siano più lusinghieri per l'orgoglio moralista, sia che siano più favorevoli alle passioni mondane, sono espedienti di Satana. E mentre dichiariamo che rifiutare la legge morale come regola di vita tende a disonorare Cristo e a distruggere la vera religione, dobbiamo anche dichiarare che ogni dipendenza per la giustificazione dalle buone opere, reale o presunta, è altrettanto fatale per coloro che vi persistono. Pur essendo zelanti per le buone opere, stiamo attenti a non metterle al posto della giustizia di Cristo e a non avanzare nulla che possa tradire altri in una così terribile illusione.

10 Versetti 10-14

Nel predicare il Vangelo, l'apostolo cercava di portare le persone all'obbedienza, non degli uomini, ma di Dio. Ma Paolo non tentò di alterare la dottrina di Cristo, né per guadagnarsi il loro favore, né per evitare la loro furia. In una questione così importante non dobbiamo temere il disappunto degli uomini, né cercare il loro favore usando parole di saggezza maschile. Per quanto riguarda il modo in cui ricevette il Vangelo, lo ebbe per rivelazione dal cielo. Non fu portato al cristianesimo, come molti fanno, solo per educazione.

15 Versetti 15-24

San Paolo fu meravigliosamente portato alla conoscenza e alla fede di Cristo. Tutti coloro che si convertono in modo salvifico sono chiamati dalla grazia di Dio; la loro conversione è operata dalla sua potenza e dalla grazia che opera in loro. A poco serve che Cristo ci sia rivelato, se non è anche rivelato in noi. È immediatamente pronto a obbedire, senza esitare per quanto riguarda i suoi interessi mondani, il credito, l'agio o la vita stessa. E quale motivo di ringraziamento e di gioia per le chiese di Cristo, quando sentono parlare di questi casi a lode della gloria della sua grazia, che li abbiano mai visti o meno! Esse glorificano Dio per la sua potenza e la sua misericordia nel salvare tali persone, e per tutto il servizio al suo popolo e alla sua causa che viene reso e che ci si può aspettare da loro.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Galati 1

1 Introduzione ai Galati

Sezione 1. La situazione della Galazia e il carattere del popolo

La Galazia era una provincia dell'Asia Minore, con il Ponto a est. Bitinia e Paflagonia a nord, Cappadocia e Frigia a sud e Frigia a ovest. Vedi la mappa preceduta dagli Atti degli Apostoli. Nell'Atlante classico di Tanner, tuttavia, si estende a nord fino all'Euxine o Mar Nero. Probabilmente era di circa 200 miglia nella sua massima estensione da est a ovest, e variava in larghezza da 12 a 150 miglia.

Era una delle più grandi province dell'Asia Minore e copriva un'estensione di paese grande quasi quanto lo Stato del New Jersey. È probabile, tuttavia, che i confini della Galazia variassero in tempi diversi a seconda delle circostanze dettate. Non aveva confini naturali, tranne che a nord; e naturalmente i limiti possono essere stati variati dalle conquiste, o dalla volontà dell'Imperatore Romano, quando fu eretta in provincia.

Il nome “Galatia” deriva dalla parola Gallia, e le fu dato perché era stata conquistata dai Galli, che, dopo aver soggiogato il paese, vi si stabilirono. - Pausania, Attico. berretto. IV. Questi erano mescolati con varie famiglie greche, e il paese era chiamato anche Gallogroecia. - Justin, lib. XXIV. 4; xxv. 2; xvii. 3. Questa invasione dell'Asia Minore fu fatta, secondo Giustino (lib. xxv. cap.

2), circa il 479° anno dopo la fondazione di Roma, e, naturalmente, circa 272 anni prima di Cristo. Invasero la Macedonia e la Grecia; e in seguito invase l'Asia Minore, e divenne oggetto di terrore per tutta quella regione. Questa spedizione uscì dalla Gallia, passò il Reno, lungo il Danubio, attraverso il Norico, la Pannonia e la Mesia, e al suo ingresso in Germania, portò con sé molti dei Tectosagi.

Al loro arrivo in Tracia, Lutario li prese con sé, attraversò il Bosforo e conquistò l'Asia Minore. - Liv. lib. xxxviii. C. 16. Tale era il loro numero, che Giustino dice: “riempirono tutta l'Asia (cioè tutta l'Asia Minore) come sciami di api. Alla fine, divennero così numerosi che nessun re dell'est poteva impegnarsi in guerra senza un esercito di Galli; né una volta scacciati dal loro regno non poterono fuggire in altro che nei Galli.

Tale era il terrore del nome dei Galli, e tale l'invincibile felicità delle loro armi - et armorum invicta felicitas erat - che ritenevano che in nessun altro modo si potesse proteggere la propria maestà, o che, perduta, potesse essere recuperata, senza la aiuto del coraggio gallico. Chiamati in aiuto dal re di Bitinia, quando ebbero ottenuto la vittoria, divisero con lui il regno e chiamarono quella regione Gallogroecia.

” - Giustino, XXV. 2. Sotto il regno di Augusto Cesare, circa 26 anni prima della nascita di Cristo, questa regione fu ridotta in forma di colonia romana, e fu governata da un proproetor, nominato dall'imperatore.

Mantennero la loro lingua originale gallica fino al V secolo, come risulta dalla testimonianza di Girolamo, il quale afferma che il loro dialetto era quasi lo stesso di quello dei Treviri. - Tom. IV. P. 256. ed. Benedetto. Allo stesso tempo, parlavano anche la lingua greca in comune con tutti gli abitanti dell'Asia Minore, e quindi l'Epistola per loro era scritta in greco ed era comprensibile a loro come agli altri.

I Galati, come gli abitanti del paese circostante, erano pagani e la loro religione era di tipo grossolano e avvilente. Si dice che adorassero "la madre degli dei", sotto il nome di Agdistis. Callimaco, nei suoi inni, li chiama “popolo stolto”. E Hillary, lui stesso un Gallio, li chiama Gallos indociles - espressioni che, dice Calmer, potrebbero benissimo scusare il fatto che Paolo si rivolga loro come "sciocchi", Galati 3:1. C'erano poche città tra loro, ad eccezione di Ancira, Tavium e Pessinus, che esercitavano alcuni commerci.

I possessori della Galazia erano di tre diverse nazioni o tribù di Galli; i Tolistobogi, i Troemi e i Tectosagi. Esistono medaglie imperiali sulle quali si trovano questi nomi. È di una certa importanza tenere a mente queste distinzioni. È possibile che mentre Pietro si convertiva in una parte della Galazia, l'apostolo Paolo si trovava in un'altra; e che alcuni, rivendicando l'autorità di Pietro, propagarono opinioni non conformi alle opinioni di Paolo, per correggere ed esporre quale era uno dei disegni di questa Lettera - Calmet.

I Galli sono menzionati dagli storici antichi come un popolo alto e valoroso. Sono andati quasi nudi. Le loro braccia erano solo una spada e uno scudo. L'impeto del loro attacco, si dice, era irresistibile, e quindi divennero così formidabili e di solito erano così vittoriosi.

Non è possibile accertare il numero degli abitanti della Galazia, al tempo in cui vi fu predicato il vangelo, o quando fu scritta questa Lettera. In 2 Macc. 8:20, si dice che Giuda Maccabeo, esortando i suoi seguaci a combattere virilmente contro i siri, fece riferimento a diversi casi di interposizione divina per incoraggiarli; e tra gli altri, «raccontò loro della battaglia che avevano a Babilonia con i Galati; come arrivarono solo 8.000 in tutto all'affare, con 4.000 macedoni; e che i Macedoni essendo perplessi, gli 8.000 ne distrussero 120.000, a causa dell'aiuto che avevano dal cielo, e così ricevettero un grande bottino.

Ma non è certo che questo si riferisca a coloro che abitavano in Galazia. Potrebbe riferirsi ai Galli che a quel tempo avevano invaso l'Asia Minore; la parola greca usata qui ( Γαλάτας Galatas), essendo presa ugualmente per entrambi. È evidente, tuttavia, che vi fosse una numerosa popolazione che andava sotto questo nome generico; ed è probabile che la Galazia fosse densamente abitata all'epoca in cui vi fu predicato il vangelo.

Era nella parte centrale dell'Asia Minore, allora una delle parti più densamente popolate del mondo, ed era una regione singolarmente fertile - Strabone, lib. xii. P. 567, 568, ed. Casaub. Molte persone, inoltre, vi furono attratte per motivi di commercio. Che vi fossero anche molti ebrei, in tutte le province dell'Asia Minore, risulta non solo dagli Atti degli Apostoli, ma è espressamente dichiarato da Giuseppe Flavio, Ant. xvi. 6.

Sezione 2. Il tempo in cui il Vangelo fu predicato in Galazia

Non ci sono informazioni certe sul tempo in cui il Vangelo fu predicato per la prima volta in Galazia, o sulle persone da cui fu fatto. Si parla, tuttavia, del fatto che Paolo vi abbia predicato più volte, e diverse circostanze fanno supporre che quelle chiese siano state fondate da lui, o che sia stato il primo a portare loro il vangelo, o che lui e Barnaba insieme predicassero il vangelo lì sulla missione in cui furono inviati da Antiochia, Atti degli Apostoli 13:2 , seguendo In Atti degli Apostoli 16:5 , è espressamente detto che andarono “per tutta la Frigia e la regione della Galazia.

Questo viaggio aveva lo scopo di confermare le chiese, e fu intrapreso su suggerimento di Paolo Atti degli Apostoli 15:36 , con il disegno di visitare i loro fratelli in ogni città dove avevano predicato la parola del Signore. È vero, che nel racconto della missione di Paolo e Barnaba Atti degli Apostoli 14 , non si dice espressamente che andarono in Galazia; ma è detto Atti degli Apostoli 14:5 , che quando furono in Iconio, fu fatto loro un assalto, o uno scopo formato per lapidarli, e che, essendone informati, fuggirono a Listra e Derbe.

città della Licaonia, “e alla regione che è tutt'intorno”. Plinio. lib. vc 27, dice che una parte della Licaonia confinava con la Galazia e conteneva 14 città, delle quali Iconio era la più celebre. Anche la Frigia era contigua alla Galazia, e alla Licaonia, e queste circostanze rendono probabile che quando Paolo propose a Barnaba di visitare di nuovo le chiese dove avevano predicato, fu inclusa la Galazia e che vi erano stati prima di questa visita di cui si parla in Atti degli Apostoli 16:6.

Può anche essere che Paolo si riferisca a se stesso nell'Epistola Galati 1:6 , dove dice: "Mi meraviglio che tu sia stato rimosso così presto da colui che ti ha chiamato alla grazia di Cristo, a un altro vangelo"; e se è così, allora è chiaro che egli predicò loro per primo e fondò lì le chiese. La stessa cosa può essere evinta anche dall'espressione in Galati 4:15 , dove dice: "Ti porto testimonianza che se fosse stato possibile, ti saresti cavato gli occhi e me li avresti dati"; espressione che fa supporre che gli avessero formato un attaccamento peculiare, perché egli aveva prima predicato loro il vangelo, e che fosse esistito tutto l'ardore dell'attaccamento implicito nel loro primo amore.

È del tutto evidente, quindi, credo, che il Vangelo fu predicato tra i Galati prima da Paolo, da solo o in compagnia di qualche altro degli apostoli. È possibile, tuttavia, come è stato suggerito sopra, che anche Pietro abbia predicato in una parte della Galazia al tempo in cui Paolo predicava in altre parti. È anche una circostanza di una certa importanza su questo punto, che Paolo parli in questa lettera con un tono di autorità, e con una severità di rimprovero che difficilmente avrebbe usato se prima non avesse predicato lì, e avesse il diritto di essere considerato il fondatore della chiesa e chiamarla padre.

Sotto questo aspetto il tono qui è del tutto diverso, come ha osservato il signor Locke, da quanto si osserva nell'Epistola ai Romani. Paolo non era a Roma quando si rivolse alla chiesa per lettera, e il suo linguaggio differisce materialmente da quello che si trova nelle Epistole ai Corinzi e ai Galati. Era per loro il linguaggio molto rispettoso e mite di uno sconosciuto; qui è rispettoso, ma è il linguaggio autorevole di un padre che ha il diritto di rimproverare.

Sezione 3. La data di questa lettera

Molti hanno supposto che questa fosse la prima lettera scritta da Paolo. Tertulliano sostenne questo (vedi Lardner, vol. vi. p. 7. ed. Lond. 1829), ed anche Epifanio. Teodoreto e altri suppongono che sia stato scritto a Roma, e di conseguenza fu scritto verso la fine della vita di Paolo, e fu una delle sue ultime epistole. Lightfoot suppone anche che sia stato scritto da Roma, e che sia stato tra i primi che Paolo ha scritto lì.

Crisostomo dice che questa lettera è stata scritta prima per i romani. Lewis Capellus, Witsius e Wall suppongono che sia stato scritto da Efeso dopo che l'apostolo era stato una seconda volta in Galazia. Questa era anche l'opinione di Pearson, che la colloca nell'anno 57 dC, dopo la prima lettera ai Corinzi, e prima che Paolo lasciasse Efeso. Grozio ritenne difficile assegnare la data dell'Epistola, ma ipotizza che sia stata scritta all'incirca nello stesso periodo di quella dei Romani.

Mill suppone che sia stato scritto solo dopo ai Romani, probabilmente a Troas, o in qualche altro luogo dell'Asia, mentre Paolo stava andando a Gerusalemme. Egli data l'Epistola nell'anno 58 dC. Il dottor Benson suppone che sia stato scritto a Corinto, quando l'apostolo vi fu per la prima volta, e fece un lungo soggiorno di un anno e sei mesi.

Mentre era lì, suppone che Paolo abbia ricevuto notizie dell'instabilità dei convertiti in Galazia, e abbia scritto questa lettera e l'abbia inviata da uno dei suoi assistenti. Vedi queste opinioni esaminate in Lardner come sopra citato. Lo stesso Lardner suppone che sia stato scritto da Corinto intorno all'anno 52 d.C., o all'inizio dell'anno 53 d.C. Macknight suppone che sia stato scritto da Antiochia, dopo il concilio di Gerusalemme, e prima che Paolo e Sila intraprendessero il viaggio in cui consegnarono a le chiese i decreti che furono ordinati a Gerusalemme; Atti degli Apostoli 16:4.

Hug, nella sua introduzione, suppone che sia stato scritto a Efeso nell'anno 57 dC e dopo che 1 Tessalonicesi, 2 Tessalonicesi e l'Epistola a Tito erano stati scritti. Il signor Locke suppone che Paolo abbia fondato chiese in Galazia, nell'anno 51 dC; e che questa Lettera fu scritta tra quel tempo e l'anno 57 dC Queste opinioni sono per lo più mere congetture; e in mezzo a una tale varietà di sentimenti, è evidentemente impossibile determinare esattamente a che ora fu scritto.

L'unico segno del tempo nell'Epistola stessa si trova in Galati 1:6 , dove l'apostolo dice: "Mi meraviglio che tu sia così presto ( οὕτω ταχέως houtō tacheōs) rimosso da colui che ti ha chiamato", ecc.; dove le parole "così presto" ci porterebbero a supporre che non fosse passato molto tempo da quando era stato tra loro. Eppure potrebbero essere passati diversi anni. La data assegnatagli nella Bibbia poliglotta (di Bagster) è l'anno 58 d.C.

La data esatta dell'Epistola è di pochissima importanza. Riguardo all'epoca in cui fu scritto, gli unici argomenti che mi sembrano di molto peso sono quelli avanzati da Paley nelle sue Horae Paulinae. “Difficilmente si dubiterà”, dice, “ma che sia stato scritto mentre la disputa sulla circoncisione dei gentili convertiti era fresca nella mente degli uomini; perché anche supponendo che fosse un falso, l'unico motivo credibile che può essere assegnato al falso, era quello di portare il nome e l'autorità dell'apostolo in questa controversia.

Nessun disegno può essere così insipido, o così improbabile da entrare nei pensieri di un uomo, da produrre un'Epistola scritta seriamente e acutamente su un lato di una controversia, quando la controversia stessa era morta e la questione non interessava più a nessuno classe di lettori qualunque. Ora, la controversia sulla circoncisione dei pagani era di tale natura, che, se è sorta, deve essere sorta all'inizio del cristianesimo.

Paley prosegue poi mostrando che era naturale che gli ebrei, e i convertiti dagli ebrei, iniziassero questa domanda, e la agitassero; e che era molto più probabile che si insistesse su questo mentre il tempio era in piedi, e continuarono come nazione, e furono offerti sacrifici, che dopo che la loro città e il loro tempio furono distrutti.

È quindi chiaro che la controversia deve essere stata avviata, e l'Epistola scritta prima dell'invasione della Giudea, da parte di Tito, e della distruzione di Gerusalemme. Le prove interne portano a questa conclusione. Nel complesso, è probabile che l'Epistola sia stata scritta da qualche parte intorno all'anno 53 dC, o tra questo e il 57 dC; ed era evidentemente destinato a dirimere un'importante controversia nelle chiese della Galazia.

Il luogo in cui è stato scritto deve essere, credo, interamente oggetto di congetture. La sottoscrizione alla fine che è stata scritta da Roma non ha alcuna autorità; e non ci sono circostanze interne che, per quanto posso vedere, gettano luce sull'argomento.

Sezione 4. Il disegno dell'Epistola

È facile discernere dall'Epistola stessa che le seguenti circostanze esistevano nelle chiese della Galazia, e che è stata scritta in riferimento ad esse.

(1) Che all'inizio erano stati devotamente attaccati all'apostolo Paolo e avevano ricevuto i suoi comandi e le sue istruzioni con implicita fiducia quando era in mezzo a loro; Galati 4:14; confronta Galati 1:6.

(2) Che erano stati pervertiti dalla dottrina che aveva insegnato loro subito dopo averli lasciati; Galati 1:6.

(3) Che ciò era stato fatto da persone di origine ebraica, e che insistevano sull'osservanza dei riti della religione ebraica.

(4) Che affermavano di essere venuti direttamente da Gerusalemme e di aver derivato le loro opinioni sulla religione e la loro autorità dagli apostoli del luogo.

(5) Che insegnassero che l'apostolo Paolo era inferiore agli apostoli lì; che era stato chiamato più recentemente nell'ufficio apostolico; che gli apostoli a Gerusalemme devono essere considerati come la fonte dell'autorità nella chiesa cristiana; e che, quindi, l'insegnamento di Paolo dovesse cedere a quello che derivava direttamente da Gerusalemme.

(6) Che le leggi di Mosè erano vincolanti e necessarie per giustificare. Che il rito della circoncisione specialmente era di obbligo vincolante; ed è probabile Galati 6:12 , che avevano indotto molti dei Galati a farsi circoncidere, e certo che li avevano indotti ad osservare le feste ebraiche; Galati 4:10.

(7) Sembrerebbe, inoltre, che sostenessero che lo stesso Paolo avesse cambiato opinione da quando era stato tra i Galati, e ora sosteneva la necessità della circoncisione; Galati 5:11. Forse lo sostenevano, dal fatto indubbio che Paolo, quando a Gerusalemme Atti degli Apostoli 21:26 , aveva rispettato alcune usanze del rito ebraico.

(8) Che esortassero che tutte le promesse di Dio fossero fatte ad Abramo, e che chiunque avesse preso parte a quelle promesse, doveva essere circonciso come lo era Abramo. Questo Paolo risponde, Galati 3:7; Galati 4:7.

(9) Che in conseguenza della promulgazione di queste opinioni, erano sorti grandi dissensi nella chiesa, ed esistevano conflitti di natura infelice, molto contrari allo spirito che dovrebbe essere manifestato da coloro che portavano il nome cristiano.

Da questa descrizione dello stato delle cose nelle chiese di Galazia, il disegno dell'Epistola è evidente e la portata dell'argomento sarà facilmente visibile. Di questo stato di cose l'apostolo era stato indubbiamente informato, ma non è detto se per lettere, o per messaggeri delle chiese ivi presenti. Non è improbabile che alcuni dei suoi amici nelle chiese lì lo avessero informato, e subito si mise a rimediare ai mali ivi esistenti.

I. Il primo scopo, quindi, era mostrare che aveva ricevuto il suo incarico di apostolo, direttamente da Dio. Non l'aveva affatto ricevuto dall'uomo; non era stato neppure istruito dagli altri apostoli; non aveva riconosciuto la loro superiorità; non li aveva nemmeno consultati. Non riconobbe, quindi, che gli apostoli a Gerusalemme possedessero alcun rango o autorità superiore. Il suo incarico, sebbene non avesse visto il Signore Gesù prima di essere crocifisso, era comunque derivato immediatamente da lui.

La dottrina, quindi, che aveva insegnato loro, che le leggi mosaiche non erano vincolanti e che non era necessario essere circoncisi, era una dottrina che era stata derivata direttamente da Dio. A riprova di ciò, va in una lunga dichiarazione Galati 1 , del modo in cui era stato chiamato, e del fatto; che non si era consultato con gli apostoli a Gerusalemme, né aveva confessato loro la sua inferiorità; del fatto che quando ebbero familiarità con il modo in cui predicava, approvarono la sua Galati 1:24; Galati 2:1; e del fatto che una volta era stato effettivamente costretto a differire da Pietro, il più anziano degli apostoli, su un punto in cui aveva manifestamente torto, e su uno dei punti stessi allora in esame.

II. Il secondo grande scopo, quindi, era quello di mostrare la vera natura e il disegno della Legge di Mosè, e di provare che i riti peculiari del rituale Mosaico, e specialmente il rito della circoncisione, non erano necessari alla giustificazione e alla salvezza; e che coloro che hanno osservato quel rito, hanno di fatto rinunciato al metodo di giustificazione della Scrittura; rendono senza valore il sacrificio di Cristo, e si fanno schiavi. Questo lo porta a considerare la vera natura della dottrina della giustificazione e della via della salvezza da parte di un Redentore.

Questo punto lo mostra nel modo seguente:

(1) Mostrando che coloro che vissero prima di Cristo, e specialmente Abramo, furono in effetti giustificati, non per obbedienza alla legge rituale di Mosè, ma per fede nelle promesse di Dio; Galati 3:1.

(2) Mostrando che il disegno del rituale mosaico era solo temporaneo e che era destinato a condurre a Cristo; Galati 3:19; Galati 4:1.

(3) In considerazione di ciò, rimprovera ai Galati di essere così prontamente caduti nell'osservanza di queste usanze; Galati 4:9.

(4) Questo punto di vista del disegno della Legge mosaica, e della sua tendenza, egli illustra con un'allegoria tratta dal caso di Agar; Galati 4:21.

Tutto questo discorso è seguito da un'affettuosa esortazione ai Galati, ad evitare i mali che erano stati generati; rimproverandoli per le lotte esistenti in conseguenza del tentativo di introdurre i riti mosaici, e pregandoli ardentemente di rimanere saldi nella libertà che Cristo aveva loro concesso dalla servitù delle istituzioni mosaiche, Galati 5; Galati 6.

Lo scopo di tutta l'Epistola, quindi, è di affermare e difendere la vera dottrina della giustificazione, e di mostrare che essa non dipendeva dall'osservanza delle leggi di Mosè. Nello scopo generale, quindi, si accorda con il disegno della Lettera ai Romani. Per un aspetto, tuttavia, differisce dal disegno di quell'Epistola. Questo fu scritto, per mostrare che l'uomo non poteva essere giustificato da alcuna opera della Legge, o dalla conformità ad alcuna legge, morale o cerimoniale; lo scopo di ciò è mostrare che la giustificazione non può essere ottenuta dalla conformità alla legge rituale o cerimoniale; o che l'osservanza della legge cerimoniale non è necessaria alla salvezza.

Sotto questo aspetto, quindi, questa Lettera è di interesse meno generale di quella per i Romani. È anche, per certi aspetti, più difficile. L'argomento, se così posso esprimermi, è più ebraico. È più alla maniera ebraica; è progettato per incontrare un ebreo a modo suo, ed è quindi un po' più difficile da seguire per tutti. Tuttavia contiene affermazioni grandi e vitali sulle dottrine della salvezza e, come tale, richiede l'attenzione profonda e attenta di tutti coloro che desiderano essere salvati e che vorrebbero conoscere la via dell'accettazione con Dio.

Il disegno principale di Paolo in questo capitolo è quello di mostrare di aver ricevuto la sua chiamata all'apostolato, non dall'uomo, ma da Dio. Era stato affermato (vedi l'introduzione a Galati) che gli apostoli a Gerusalemme possedessero il rango più elevato e la più alta autorità nella chiesa cristiana; che dovevano essere considerati come le fonti ei giudici della verità; che Paolo era inferiore a loro come apostolo; e che coloro che inculcarono la necessità della circoncisione, e l'osservanza dei riti di Mosè, furono sostenuti dall'autorità e dagli esempi degli Apostoli in Gerusalemme.

Per soddisfare questa affermazione è stato il design di questo primo capitolo. Il grande obiettivo di Paolo era dimostrare che non era stato nominato da esseri umani; che non era stato incaricato da esseri umani; che non aveva tratto le sue istruzioni da esseri umani; che non si era nemmeno consultato con loro; ma che era stato incaricato e istruito espressamente da Gesù Cristo, e che quando gli apostoli a Gerusalemme lo avevano conosciuto, e con le sue opinioni e piani di lavoro, molto tempo dopo che aveva cominciato a predicare, erano pienamente d'accordo con lui. Questo argomento comprende le seguenti parti:

I. La solenne dichiarazione, che non era stato incaricato da esseri umani, e che non era, in alcun senso, un apostolo dell'uomo, insieme con il saluto generale alle Chiese in Galazia; Galati 1:1.

II. L'espressione del suo stupore che i Galati avessero così presto abbandonato la sua istruzione, e abbracciato un altro vangelo; e una solenne dichiarazione che chi predicava un altro vangelo era maledetto; Galati 1:6. Due volte anatemizza coloro che tentano di dichiarare qualsiasi altra via di giustificazione rispetto a quella che consisteva nella fede in Cristo, e dice che non era affatto un vangelo. Era per lui come un principio grande e fisso, che non c'era che una via di salvezza; e non importava chi avesse tentato di predicarne un altro, doveva essere ritenuto maledetto.

III. Per dimostrare, quindi, che non era stato nominato da esseri umani, e che non aveva ricevuto le sue istruzioni da esseri umani, ma che aveva predicato la verità rivelatagli direttamente da Dio, e ciò che era, quindi, immutabile ed eterno , entra in una dichiarazione del modo in cui è stato chiamato al ministero e ha familiarizzato con il Vangelo; Galati 1:11.

(a) Afferma che non gli è stato insegnato dall'uomo, ma per espressa rivelazione di Gesù Cristo; Galati 1:11.

(b) Si riferisce alla sua precedente vita ben nota e al suo zelo nella religione ebraica; mostrando quanto fosse stato precedentemente contrario al Vangelo; Galati 1:13.

(c) Dice che era stato separato, per proposito divino, dal grembo di sua madre, per essere un predicatore del Vangelo, e che quando fu chiamato al ministero, non ebbe alcun colloquio con nessun essere umano, per cosa doveva predicare; non salì a Gerusalemme per consultarsi con quelli che erano apostoli più anziani, ma si ritirò lontano da loro in Arabia, e da lì tornò di nuovo a Damasco; Galati 1:15.

(d) Dopo tre anni, dice, andò davvero a Gerusalemme; ma rimase lì solo quindici giorni e non vide nessuno degli apostoli tranne Pietro e Giacomo; Galati 1:18. Le sue opinioni sul Vangelo si erano formate prima di ciò; e che non si sottomise implicitamente a Pietro, e apprese da lui, mostra in Galati 2 , dove dice, "gli resistette alla faccia".

(e) Dopo ciò, dice, partì per le regioni della Cilicia, in Asia Minore, e non ebbe occasione di conversare con le chiese che erano in Giudea. Eppure udirono che colui che era stato un tempo persecutore, era diventato un predicatore, e per questo glorificarono Dio; Galati 1:20. Naturalmente, non aveva avuto l'opportunità di derivare da loro le sue opinioni sulla religione; non era stato in alcun modo dipendente da loro; ma per quanto erano a conoscenza delle sue opinioni, vi erano d'accordo.

La somma dell'argomento, quindi, in questo capitolo è che quando Paolo andò in Cilicia e nelle regioni adiacenti, non aveva mai visto che due degli apostoli, e questo solo per breve tempo; non aveva mai visto gli apostoli insieme; e non aveva mai ricevuto istruzioni da loro. Le sue opinioni sul Vangelo, che aveva impartito ai Galati, le erano derivate direttamente da Dio.

Paolo apostolo - Vedi la nota in Romani 1:1. Questa è la forma usuale in cui comincia le sue epistole; ed era di particolare importanza iniziare l'Epistola in questo modo, perché era un disegno per rivendicare il suo apostolato, o per mostrare che aveva ricevuto il suo incarico direttamente dal Signore Gesù.

Non di uomini - "Non di ἀπ ̓ ap' uomini". Cioè, non era "da" nessun gruppo di persone, o commissionato da persone. La parola apostolo significa "inviato" e Paolo intende dire che non fu "inviato" per eseguire alcuno scopo degli esseri umani, o incaricato da loro. La sua era una vocazione più alta; una chiamata di Dio, ed era stato inviato direttamente da lui.

Naturalmente, intende escludere qui tutte le classi di persone che hanno avuto qualcosa a che fare nel mandarlo via; e, soprattutto, intende affermare che non era stato inviato dal corpo degli apostoli a Gerusalemme. Questo, si ricorderà (vedi l'introduzione a Galati) era una delle accuse di coloro che avevano pervertito i Galati dalla fede che Paolo aveva predicato loro.

Né dall'uomo - "Né da o attraverso δι ̓ di' la strumentalità di qualsiasi uomo." Qui si propone di escludere tutte le persone dall'avere avuto qualsiasi agenzia nella sua nomina all'ufficio apostolico. Non è stato inviato da nessun gruppo di persone per eseguire i loro scopi; né ha ricevuto la sua commissione, autorità o ordinazione per mezzo di alcun uomo.

Un ministro del Vangelo ora riceve la sua chiamata da Dio, ma è ordinato o messo a parte al suo ufficio dall'uomo. Mattia, l'apostolo scelto al posto di Giuda Atti degli Apostoli 1:26 , ricevette la sua chiamata da Dio, ma fu per voto del corpo degli apostoli. Anche Timoteo fu chiamato da Dio, ma fu nominato al suo ufficio mediante l'imposizione delle mani del presbiterio; 1 Timoteo 4:14.

Ma Paolo qui dice che non ha ricevuto una commissione come quella dagli apostoli. Non erano il mezzo o il mezzo per ordinarlo al suo lavoro. Era stato, infatti, insieme a Barnaba, messo a parte ad Antiochia, dai confratelli ivi Atti degli Apostoli 13:1 , per una “missione speciale” in Asia Minore; ma questa non era una nomina all'apostolato.

Era stato restituito alla vista dopo la miracolosa cecità prodotta dal vedere il Signore Gesù sulla via di Damasco, per l'imposizione delle mani di Anania, e aveva ricevuto da lui importanti istruzioni Atti degli Apostoli 9:17 , ma la sua commissione come un apostolo era stato ricevuto direttamente dal Signore Gesù, senza alcun mezzo intermedio, né alcuna forma di autorità umana, Atti degli Apostoli 9:15; Atti degli Apostoli 22:17; 1 Corinzi 9:1.

Ma da Gesù Cristo - Cioè, direttamente da Cristo. Era stato chiamato da lui, e incaricato da lui, e mandato da lui, per impegnarsi nell'opera del Vangelo.

E Dio Padre - Queste parole furono omesse da Marcione, perché, dice Girolamo, riteneva che Cristo si fosse risuscitato dai morti. Ma non c'è alcuna autorità per ometterli. Il senso è che aveva la più alta autorità possibile per l'ufficio di apostolo; vi era stato chiamato da Dio stesso, che aveva suscitato il Redentore. È notevole qui che Paolo associ Gesù Cristo e Dio Padre, che lo hanno chiamato e incaricato.

Possiamo chiedere qui, a uno che dovrebbe negare la divinità di Cristo, come Paolo potrebbe menzionarlo come uguale a Dio nell'opera di commissionarlo? Potremmo chiederci ancora, come potrebbe dire di non aver ricevuto la sua chiamata a questo ufficio da un uomo, se Gesù Cristo fosse un semplice uomo? Che sia stato chiamato da Cristo, dice espressamente, e strenuamente sostiene come un punto di grande importanza. Eppure, il vero punto e la deriva della sua argomentazione è mostrare che non è stato chiamato dall'uomo. Come potrebbe essere questo se Cristo fosse un semplice uomo?

Chi lo ha risuscitato dai morti - Vedi le note in Atti degli Apostoli 2:24 , Atti degli Apostoli 2:32. Non è del tutto chiaro perché Paolo introduca qui questa circostanza. Potrebbe essere stato:

Perché la sua mente ne era piena.

e in tutte le occasioni desiderava mettere in evidenza questo fatto;

Perché questo era il tratto distintivo della religione cristiana, che il Signore Gesù era stato risuscitato dai morti, e voleva, fin dall'inizio, presentare la superiorità di quella religione che aveva portato alla luce la vita e l'immortalità; e,

Perché voleva dimostrare di aver ricevuto il suo incarico da quello stesso Dio che aveva suscitato Gesù, e che era, quindi, l'autore della vera religione. Il suo incarico proveniva dalla Fonte della vita e della luce, il Dio dei vivi e dei morti; il Dio che fu l'Autore del disegno glorioso che rivelò la vita e l'immortalità.

2 E tutti i fratelli che sono con me - Era solito che Paolo associasse con lui i ministri del vangelo, o altri cristiani che erano con lui, nell'esprimere saluti amichevoli alle chiese alle quali scriveva, o come unirsi a lui, e concorde nei sentimenti che esprimeva. Sebbene Paolo affermasse di essere ispirato, tuttavia farebbe molto per conciliare il favore per ciò che ha avanzato, se anche altri fossero d'accordo con ciò che ha detto, e specialmente se fossero noti alle chiese a cui sono state scritte le epistole.

A volte i nomi di altri erano associati ai suoi nell'Epistola; vedi la 1 Corinzi 1:1; Filippesi 1:1 nota; Colossesi 1:1 nota; 1 Tessalonicesi 1:1 nota.

Poiché non sappiamo dove sia stata scritta questa epistola, ovviamente ignoriamo chi fossero i "fratelli", a cui qui si fa riferimento. Potrebbero essere stati ministri con Paolo, o potrebbero essere stati i membri privati ​​delle chiese. I commentatori sono stati molto divisi nell'opinione sull'argomento; ma tutto è congettura. Ovviamente è impossibile determinarlo.

Unto alle chiese - Quante chiese c'erano in Galazia non è noto. C'erano diverse città in Galazia, come Ancyria, Tavia, Pessinus, ecc. Non è improbabile che una chiesa fosse stata fondata in ciascuna delle città e, poiché non erano molto distanti l'una dall'altra, e il popolo aveva lo stesso carattere generale e abitudini, non è improbabile che fossero caduti negli stessi errori. Pertanto, l'Epistola è indirizzata a loro in comune.

3 A voi la grazia... - Questo è il consueto saluto apostolico, implorando per loro la benedizione di Dio. Vedi tutto spiegato nelle note in Romani 1:7.

4 Chi ha dato se stesso per i nostri peccati - La ragione per cui Paolo introduce così presto questa importante dottrina, e la rende qui così prominente, probabilmente è che questa era la dottrina cardinale della religione cristiana, la grande verità che doveva essere sempre custodita davanti al mente, e perché questa verità era stata di fatto persa di vista da loro. Avevano abbracciato dottrine che tendevano a oscurarla, oa renderla nulla.

Erano stati indotti in errore dai maestri giudaizzanti, i quali ritenevano necessario essere circoncisi e conformarsi a tutto il rito ebraico. Eppure la tendenza di tutto questo era di oscurare le dottrine del Vangelo, e in particolare la grande verità che le persone possono essere giustificate solo dalla fede nel sangue di Gesù; Galati 5:4; confronta Galati 1:6.

Paolo, quindi, ha voluto mettere in rilievo questo - il vero "punto di partenza" nella loro religione; una verità da non dimenticare mai, che Cristo ha dato se stesso per i loro peccati, per liberarli da tutte le cattive influenze di questo mondo e da tutti i falsi sistemi di religione generati in questo mondo. L'espressione “che ha dato” ( τοῦ δόντος tou dontos è quella che ricorre spesso in relazione all'opera del Redentore, dove è rappresentata come un “dono”, sia da parte di Dio, sia da parte di Cristo stesso; vedi nota su Giovanni 3:16; confronta Giovanni 4:10; Rm 4:25 ; 2 Corinzi 9:15; Galati 2:20; Efesini 5:25; Tito 2:14. Questo passaggio dimostra:

(1) Che era del tutto volontario da parte del Signore Gesù. Nessuno lo obbligava a venire; nessuno poteva costringerlo. Non è troppo dire che Dio non poteva e non voleva costringere nessun essere innocente e santo a intraprendere la grande opera dell'espiazione e a sopportare le amarezze che erano necessarie per redimere l'uomo. Dio costringerà i colpevoli a soffrire, ma non costringerà mai gli innocenti a sopportare i dolori, anche per conto di altri. L'intera opera di redenzione deve essere volontaria, altrimenti non potrebbe essere eseguita.

(2) Ha mostrato una grande benevolenza da parte del Redentore. Non è venuto a prendere su di sé dolori sconosciuti e inesplorati. Non è andato a lavorare al buio. Sapeva cosa doveva essere fatto. Sapeva esattamente quali dolori dovevano essere sopportati: quanto tempo, quanto intenso, quanto terribile. Eppure, sapendo questo, venne deciso e si preparò a sopportare tutti quei guai e a bere fino alla feccia il calice amaro.

(3) Se non ci fosse stata questa benevolenza nel suo seno, l'uomo sarebbe perito per sempre. Non avrebbe potuto salvarsi; e non aveva alcun potere o diritto di costringere un altro a soffrire per suo conto; e anche Dio non avrebbe imposto questo pesante fardello a nessun altro, a meno che non fosse completamente disposto a sopportarlo. Quanto dunque dobbiamo al Signore Gesù; e come dovremmo dedicare tutta la nostra vita a colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi.

La parola “se stesso” è resa dal siriaco “la sua vita” (nafsh); ed è proprio questo il senso del greco, che ha dato la sua “vita” per i nostri peccati, o che è morto al posto nostro. Ha dato la sua “vita” alla fatica, al pianto, alla privazione, al dolore e alla morte, per redimerci. La frase, "per i nostri peccati" ( ὑπὲρ τῶν ἁμαρτιῶν ἡμῶν huper tōn hamartiōn hēmōn), significa lo stesso che a causa di; significato, che la causa o ragione per cui si è dato alla morte, erano i nostri peccati; cioè è morto perché noi siamo peccatori, e perché potevamo essere salvati solo dal suo darsi alla morte.

Molti mss. invece di ( ὑπὲρ huper), qui si legge ( περὶ peri), ma il senso non è materialmente variato. Il siriaco lo traduce, "che ha dato se stesso invece di", con una parola che denota che c'è stata una "sostituzione" del Redentore al nostro posto. Il senso è che il Signore Gesù divenne un'offerta vicaria e morì al posto dei peccatori.

Non è possibile esprimere questa idea più distintamente e senza ambiguità di quanto abbia fatto Paolo, in questo passaggio. Il peccato fu la causa della sua morte; espiare il peccato era il disegno della sua venuta; e il peccato è perdonato e rimosso solo dalla sua sofferenza sostituita.

Che ci liberi - La parola usata qui ( ἐξέληται exelētai) significa propriamente, strappare, strappare; estrarre da un numero, selezionare; poi per salvare o consegnare. Questo è il senso qui. È venuto e ha dato se stesso per poterci "salvare o liberare" da questo mondo malvagio presente. Non significa portare via con la morte, o trasferire in un altro mondo, ma che egli possa effettuare una separazione tra noi e ciò che l'apostolo chiama qui, "questo presente mondo malvagio". Il grande scopo era salvare i peccatori dal dominio di questo mondo e separarli da Dio.

Questo mondo malvagio presente - Vedi Giovanni 17:15. Locke suppone che con questa frase si intendano le istituzioni ebraiche, o l'età mosaica, in contrasto con l'età del Messia. Bloomfield suppone che significhi “lo stato attuale dell'essere, questa vita, piena com'è di calamità, peccato e dolore; o meglio, il peccato stesso, e la miseria che ne deriva.

” Rosenmuller intende con ciò, “gli uomini di questa epoca, gli ebrei, che rifiutano il Messia; e pagani, dediti all'idolatria e al delitto”. La parola resa “mondo” ( αἰὼν aiōn), significa propriamente “età”, un periodo di tempo indefinitamente lungo; poi l'eternità, per sempre. Viene quindi a significare il mondo, presente o futuro; e poi il mondo presente, così com'è, con le sue preoccupazioni, tentazioni e desideri; l'idea del male, fisico e morale, essendo implicita ovunque - Robinson, Lexicon; Matteo 13:22; Luca 16:8; Luca 20:34; Romani 12:2.

Qui significa il mondo così com'è, senza religione, un mondo di cattive passioni, false opinioni, desideri corrotti; un mondo pieno di ambizione, e dell'amore per il piacere, e dell'oro; un mondo dove Dio non è amato né obbedito; un mondo in cui le persone sono incuranti del diritto, della verità e del dovere; dove vivono per se stessi, e non per Dio; insomma quella grande comunità, che nelle Scritture è chiamata mondo, in contrapposizione al regno di Dio.

Quel mondo, quel mondo malvagio, è la caduta del peccato; e lo scopo del Redentore era di “liberarci” da questo; cioè, per effettuare una separazione tra i suoi seguaci e quello. Ne consegue, quindi, che i suoi seguaci costituiscono una comunità unica, non governata dalle massime prevalenti, né influenzata dai sentimenti speciali delle persone di questo mondo. E ne consegue, inoltre, che se non c'è di fatto tale separazione, allora lo scopo della morte del Redentore, nei nostri confronti, non è stato raggiunto, e noi siamo ancora parte di quella grande ed empia comunità, il mondo .

Secondo la volontà di Dio... - Non per volontà dell'uomo, né per sua sapienza, ma secondo la volontà di Dio. Era suo proposito che il Signore Gesù si desse così; e il suo agire era conforme alla sua volontà ed era gradito ai suoi occhi. L'intero piano ha avuto origine nel proposito divino ed è stato eseguito secondo la volontà divina. Se in accordo con la Sua volontà, è buono, ed è degno di accettazione universale.

5 A chi sia la gloria... - Gli abbia tutta la lode e l'onore del piano e della sua esecuzione. Non è raro che Paolo introduca un'attribuzione di lode nel bel mezzo di una discussione: vedi la nota in Romani 1:25. Risulta dal forte desiderio che aveva, che tutta la gloria fosse data a Dio, e ha mostrato che credeva che tutte le benedizioni avevano la loro origine in Dio e che Dio doveva essere sempre riconosciuto.

6 Mi meraviglio - mi chiedo. È osservato da Lutero (il suo commento sul luogo) che Paolo usa qui una parola il più mite possibile. Non usa il linguaggio del severo rimprovero, ma esprime il suo stupore che la cosa sia avvenuta. Era profondamente colpito e stupito che una cosa del genere potesse essere successa. Avevano abbracciato cordialmente il Vangelo; gli avevano manifestato il più tenero attaccamento; si erano dati a Dio, e tuttavia in brevissimo tempo erano stati completamente sviati e avevano abbracciato opinioni che tendevano interamente a pervertire e distruggere il Vangelo. Avevano mostrato un'instabilità e un'incostanza di carattere, che era per lui perfettamente sorprendente.

Che siate così presto - Questo prova che l'Epistola fu scritta non molto tempo dopo che il Vangelo fu loro predicato per la prima volta. Secondo l'ipotesi generale, non poteva essere più di due o cinque anni. Se fosse stato un lungo e graduale declino; se fossero stati per anni privi dei privilegi del Vangelo; o se avessero avuto il tempo di dimenticare colui che aveva predicato loro per primo, non sarebbe stata una sorpresa.

Ma quando è successo in pochi mesi; quando il loro amore un tempo ardente per Paolo e la loro fiducia in lui erano così presto svaniti, o i loro affetti si erano alienati, e quando avevano abbracciato così presto le opinioni tendenti a mettere da parte l'intero vangelo, non poteva che suscitare la meraviglia di Paolo. Impara quindi che gli uomini, dichiaratamente pii e apparentemente ardentemente attaccati al Vangelo, possono presto diventare pervertiti nelle loro opinioni e alienati da coloro che li avevano chiamati al Vangelo e che professavano teneramente di amare.

L'ardore degli affetti si raffredda, e alcuni maestri d'errore artificiosi, zelanti e plausibili seducono la mente, corrompono il cuore e alienano gli affetti. Dove c'è l'ardore del primo amore a Dio, c'è anche uno sforzo presto fatto dall'avversario, per distogliergli il cuore; e i giovani convertiti sono comunemente presto attaccati in qualche modo plausibile, e con l'arte e gli argomenti adatti a distogliere le loro menti dalla verità, e ad alienare gli affetti da Dio.

Così presto rimosso - Lutero osserva che anche questo è un termine mite e gentile. Implica che l'influenza straniera fosse stata usata per distogliere le loro menti dalla verità. La parola qui usata ( μετατίθεσθε metatithesthe) significa “trasporre; mettere in un altro posto;” e poi, "passare da una parte all'altra". I loro affetti si erano trasferiti ad altre dottrine oltre a quelle che avevano abbracciato in un primo momento, e si erano spostati dall'unico vero fondamento, a quello che non avrebbe dato loro sostegno.

Da colui che ti ha chiamato - C'è stata una grande divergenza di opinioni sul senso di questo passaggio. Alcuni hanno supposto che si riferisca a Dio; altri a Cristo; altri a Paolo stesso. L'una o l'altra supposizione ha un buon senso e trasmette un'idea non contraria alle Scritture in altri luoghi. Doddridge, Chandler, Clarke, Macknight, Locke e altri lo riferiscono a Paul; Rosenmuller, Koppe e altri, suppongono che si riferisca a Dio; e altri lo riferiscono al Redentore.

Il siriaco lo rende così: "Mi meraviglio che vi siate allontanati così presto da quel Messia (Cristo) che vi ha chiamato". ecc. Non è possibile, forse, determinare il vero senso. Non mi sembra che ci si riferisca a Paolo, come è lo scopo principale dell'Epistola, non per mostrare che avevano rimosso da "lui", ma dal "vangelo" - un'offesa molto più grave; e mi sembra che si riferisse a Dio. I motivi sono:

Si dice che colui che li aveva chiamati li avesse chiamati «alla grazia di Cristo», cosa che difficilmente si potrebbe dire di Cristo stesso; e,

Che il compito di chiamare le persone è di solito nelle Scritture attribuito a Dio; 1 Tessalonicesi 2:12; 1 Tessalonicesi 5:24; 2Ts 2:14 ; 2 Timoteo 1:9.

Nella grazia di Cristo - Locke lo rende "nel patto di grazia che è per mezzo di Cristo". Doddridge lo comprende del metodo di salvezza che è per o attraverso la grazia di Cristo. Non c'è dubbio che si riferisca al piano di salvezza che è di Cristo, o in Cristo; e l'idea principale è che lo schema di salvezza che avevano abbracciato sotto la sua istruzione, era uno che contemplava la salvezza solo per grazia o favore di Cristo; e che da quello erano stati trasferiti ad altro schema, essenzialmente diverso, dove la grazia di Cristo era resa inutile e vana. È scopo di Paolo mostrare che il vero disegno fa di Cristo l'oggetto grande e preminente; e che il piano che avevano abbracciato era sotto questo aspetto del tutto diverso.

Un altro vangelo - Un vangelo che distrugge la grazia di Cristo; che annuncia la salvezza in termini diversi dalla semplice dipendenza dai meriti del Signore Gesù; e che ha introdotto i riti e le cerimonie ebraiche come essenziali, per ottenere la salvezza. L'apostolo chiama questo schema il “vangelo”, perché fingeva di esserlo; era predicato da coloro che si dicevano predicatori del vangelo; che sosteneva di essere venuti direttamente dagli apostoli a Gerusalemme, e che pretendeva di dichiarare il metodo della salvezza.

Affermava di essere il vangelo, eppure era essenzialmente diverso dal piano che aveva predicato come costituente del vangelo. Ciò che predicava, inculcava l'intera dipendenza del peccatore dai meriti e dalla grazia di Cristo; quel sistema aveva introdotto la dipendenza dall'osservanza dei riti del sistema mosaico, come necessaria alla salvezza.

7 Che non è un altro - C'è anche una grande varietà di opinioni riguardo al significato di questa espressione. Tyndale lo traduce: "che non è altro che ce ne sono alcuni che ti preoccupano". Locke, "il che non è dovuto a nient'altro, ma solo a questo, che siete turbati da un certo tipo di persone che vorrebbero capovolgere il vangelo di Cristo". Ma Rosenmuller, Koppe, Bloomfield e altri danno una visione diversa; e secondo loro il senso è, "che, tuttavia, non è un altro vangelo, né in verità il vangelo affatto, o vero", ecc.

Secondo questo, il progetto era di affermare che ciò che insegnavano non aveva nessuno degli elementi o delle caratteristiche del Vangelo. Era un sistema diverso e uno che insegnava un metodo di giustificazione completamente diverso davanti a Dio. Mi sembra che questo sia il vero senso del passaggio, e che Paolo intenda insegnare loro che il sistema, sebbene fosse chiamato vangelo, era essenzialmente diverso da quello che aveva insegnato, e che consisteva nel semplice affidamento a Cristo per la salvezza.

Il sistema che insegnavano era infatti il ​​sistema Mosaico; la modalità ebraica, a seconda dei riti e delle cerimonie religiose; e che, quindi, non meritava di essere chiamato Vangelo. Li ricondurrebbe con riti gravosi, e con istituzioni ingombranti, da cui era il grande scopo del vangelo di sollevarli.

Ma ce ne sono alcuni che ti turbano - Anche se questo è chiaramente un altro sistema, e non è affatto il vangelo, tuttavia ci sono alcune persone che sono capaci di creare problemi e turbare le tue menti, rendendolo plausibile. Fingono di essere venuti direttamente davanti agli apostoli a Gerusalemme; che hanno ricevuto le loro istruzioni da loro e che predicano il vero vangelo mentre lo insegnano.

Fanno finta che Paolo sia stato chiamato dopo di loro nell'ufficio di apostolo; che non aveva mai visto il Signore Gesù; che aveva ricavato le sue informazioni solo da altri; e così possono presentare un argomento plausibile, e turbare gli animi de' Galati.

E perverterebbe - Cioè, la tendenza della loro dottrina è tutta di voltare le spalle ( μεταστρέψαι metastrepsai), distruggere, o rendere inutile il vangelo di Cristo. Porterebbe alla negazione della necessità della dipendenza dai meriti del Signore Gesù per la salvezza, e sostituirebbe la dipendenza da riti e cerimonie.

Ciò non significa necessariamente che tale fosse il disegno del loro insegnamento, poiché avrebbero potuto essere del tutto onesti; ma quella era la tendenza e il risultato del loro insegnamento. Porterebbe le persone a fare affidamento sui riti mosaici per la salvezza.

8 Ma sebbene noi - Cioè, noi apostoli. Probabilmente, si riferisce in modo particolare a se stesso, poiché il plurale è spesso usato da Paolo quando parla di se stesso. Allude qui, forse, a un'accusa che gli fu mossa dai falsi maestri in Galazia, che aveva cambiato le sue opinioni da quando era venuto in mezzo a loro, e ora predicava in modo diverso da quello che faceva allora; vedere l'introduzione. Si sforzarono probabilmente di rafforzare le proprie opinioni riguardo agli obblighi della legge mosaica, affermando che sebbene Paolo quando era tra loro avesse sostenuto che l'osservanza della Legge non era necessaria per la salvezza, tuttavia aveva cambiato la sua opinione , e ora sostenevano la stessa dottrina sull'argomento che avevano.

Non si sa su cosa si basassero a sostegno di questa opinione. È certo però che Paolo, in alcune occasioni (vedi la nota ad Atti degli Apostoli 21:21 ), si è conformato ai riti giudaici, e non è improbabile che essi ne fossero a conoscenza, e lo interpretassero come prova che aveva cambiato i suoi sentimenti sull'argomento.

In ogni caso, renderebbe plausibile la loro affermazione che Paolo fosse ora favorevole all'osservanza dei riti ebraici e che se avesse mai insegnato diversamente, ora doveva aver cambiato opinione. Paolo dunque inizia la discussione negando questo nel modo più solenne. Afferma che il vangelo che aveva inizialmente predicato loro era il vero vangelo. Conteneva le grandi dottrine della salvezza.

Doveva essere considerato da loro come un punto fermo e stabile, che non c'era altra via di salvezza se non per i meriti del Salvatore. Non importa chi ha insegnato qualcos'altro; non importa se si sostiene che abbia cambiato idea; non importa anche se dovrebbe predicare un altro vangelo; e non importa se un angelo dal cielo dichiarasse qualsiasi altro modo di salvezza, doveva essere considerato come una posizione fissa e stabile, che il vero vangelo era stato predicato loro in un primo momento.

Non dobbiamo supporre che Paolo abbia ammesso di aver cambiato idea, o che le deduzioni dei falsi maestri lì fossero ben fondate, ma dobbiamo intendere questo come affermando nel modo più solenne che il vero vangelo, e l'unico metodo di salvezza, era stato predicato tra loro in un primo momento.

O un angelo dal cielo - Questa è una modalità di espressione retorica molto forte. Non si deve supporre che un angelo dal cielo predichi altro che il vero vangelo. Ma Paolo desidera porre il caso più forte possibile, e affermare nel modo più forte possibile, che il vero vangelo era stato predicato loro. Il grande sistema di salvezza era stato insegnato; e nessun altro doveva essere ammesso, non importa chi lo predicasse; non importa quale sia il carattere o il rango del predicatore: e non importa con quali pretese imponenti sia venuto.

Ne consegue che il semplice grado, carattere, talento, eloquenza o pietà di un predicatore non conferisce necessariamente alla sua dottrina un diritto alla nostra fede, né dimostra che il suo vangelo è vero. I grandi talenti possono essere prostituiti; e una grande santità di modi, e anche santità di carattere, può essere in errore; e qualunque sia il grado, i talenti, l'eloquenza e la pietà del predicatore, se non si accorda con il vangelo che è stato predicato per primo, è da ritenersi maledetto.

Predica qualsiasi altro vangelo... - Vedi la nota in Galati 1:6. Qualsiasi vangelo che differisce da quello che vi è stato predicato per la prima volta, qualsiasi sistema di dottrine che va a negare la necessità della semplice dipendenza dal Signore Gesù Cristo per la salvezza.

Sia maledetto - greco ἀνάθεμα anathēma (anatema). Sul significato di questa parola, vedi le note a 1Co 12:3 ; 1 Corinzi 16:22 , nota. Non è qui reso impropriamente “maledetto” o votato alla distruzione.

Lo scopo di Paolo è di esprimere il più grande orrore possibile per ogni altra dottrina che quella che lui stesso aveva predicato. Così grande era la sua detestazione di esso, che, dice Lutero, "egli scaglia le stesse fiamme di fuoco, e il suo zelo è così fervente, che comincia quasi a maledire gli angeli". Ne consegue:

(1) Che qualsiasi altra dottrina rispetto a quella proclamata nella Bibbia in materia di giustificazione deve essere respinta e trattata con ripugnanza, indipendentemente dal grado, dal talento o dall'eloquenza di chi la difende.

(2) Che non dobbiamo patrocinare o sostenere tali predicatori. Non importa quale sia il loro zelo o la loro apparente sincerità, o la loro apparente santità, o il loro apparente successo, o la loro reale audacia nel rimproverare il vizio, dobbiamo allontanarci da loro.

“Cessa, figlio mio”, disse Salomone, “di ascoltare l'istruzione che fa deviare dalle parole di conoscenza; Proverbi 19:27. Soprattutto dobbiamo ritirarci completamente da quell'istruzione che va a negare le grandi dottrine della salvezza; quel puro vangelo che il Signore Gesù e l'apostolo insegnarono. Se Paolo considerasse anche un angelo come condannato alla distruzione, e ritenuto maledetto, se predicasse qualsiasi altra dottrina, sicuramente non dovremmo essere trovati a prestarle il nostro volto, né dovremmo proteggerlo assistendo a tale ministero.

Chi desidererebbe partecipare al ministero anche di un angelo se fosse ritenuto maledetto? Quanto meno il ministero di un uomo che predica la stessa dottrina! Non ne consegue, tuttavia, che dobbiamo trattare gli altri con severità di linguaggio o con il linguaggio della maledizione. Devono rispondere a Dio. “Noi” dobbiamo ritirarci dal loro insegnamento; dobbiamo considerare le dottrine con ripugnanza; e non dobbiamo prestare loro il nostro volto.

Al loro padrone stanno in piedi o cadono; ma quale deve essere il destino di un maestro che un uomo ispirato ha detto dovrebbe essere considerato "maledetto!" Si può aggiungere, quanto è responsabile l'ufficio ministeriale! Com'è spaventoso il conto che devono rendere i ministri della religione! Quanta preghiera, studio e impegno sono necessari per poter comprendere il vero vangelo e per non essere indotti in errore, o indurre altri in errore.

9 Come abbiamo detto prima - Cioè, nel verso precedente. È equivalente a dire "come ho appena detto"; vedi 2 Corinzi 7:3. Non si può supporre che abbia detto questo quando era con loro, come non si può credere che abbia poi previsto che le sue dottrine sarebbero state pervertite e che sarebbe stato predicato loro un altro vangelo.

Il sentimento di Galati 1:8 è qui ripetuto per la sua importanza. È comune nelle Scritture, come del resto ovunque, ripetere una dichiarazione per approfondire l'impressione della sua importanza e della sua verità. Paolo non sarebbe frainteso su questo punto. Non avrebbe lasciato dubbi sul suo significato.

Non avrebbe supposto di aver espresso frettolosamente il sentimento in Galati 1:8; e perciò lo ripete con enfasi.

Di quello che hai ricevuto - Nel versetto precedente, è "ciò che abbiamo predicato". Con questo cambiamento nella fraseologia egli intende, probabilmente, ricordare loro che un tempo avevano solennemente professato di abbracciare quel sistema. Non solo era stato "predicato" a loro, era stato "abbracciato" da loro. I maestri del nuovo sistema, quindi, erano realmente in opposizione ai sentimenti un tempo dichiarati dei Galati; a ciò che sapevano essere vero.

Non solo dovevano essere ritenuti maledetti, quindi, perché Paolo lo aveva dichiarato, ma perché predicavano ciò che gli stessi Galati sapevano essere falso, o ciò che era contrario a ciò che essi stessi avevano professato essere vero.

10 Perché ora convinco gli uomini o Dio? - La parola “adesso” ( ἄρτι arti) è usata qui, evidentemente, per esprimere un contrasto tra il suo presente e il suo antico scopo di vita. Prima della sua conversione al cristianesimo, ammette implicitamente che il suo scopo era conciliare il favore delle persone; che da essi derivò la sua autorità Atti degli Apostoli 9:1; che si sforzava di agire in modo da compiacerli e guadagnarsi la loro buona stima.

Ma "ora", dice, questo non era il suo scopo. Aveva uno scopo più alto. Era per piacere a Dio e per conciliare il Suo favore. L'oggetto di questo verso è oscuro; ma mi sembra che sia connesso con quanto segue, e destinato a introdurlo, mostrando che non aveva ora ricevuto il suo incarico dagli esseri umani, ma l'aveva ricevuto da Dio. forse potrebbe esserci un'allusione a un'accusa implicita nei suoi confronti.

Potrebbe essere stato affermato (vedi le note ai versetti precedenti) che anche lui aveva cambiato idea, e ora era lui stesso un osservatore delle leggi di Mosè. A ciò, forse, risponde, con questa domanda, che tale condotta non sarebbe stata incoerente a suo avviso, quando era suo scopo principale quello di compiacere le persone, e quando traeva il suo incarico da loro; ma che ora aveva uno scopo più alto.

Il suo scopo era quello di compiacere Dio; e non mirava in alcun modo a gratificare le persone. La parola che qui è resa “persuadere” ( πείθω peithō), è stata interpretata in modo molto vario. Tyndale lo rende: "cercate ora il favore degli uomini o di Dio?" Doddridge: "Chiedo ora il favore degli uomini o di Dio?" Questa è anche l'interpretazione di Grotius, Hammond, Elsner, Koppe, Rosenmuller, Bloomfield, ecc.

ed è senza dubbio la vera spiegazione. La parola propriamente significa "persuadere" o "convincere"; Atti degli Apostoli 18:4; At 28:23 ; 2 Corinzi 5:11. Ma significa anche portare a sentimenti gentili, conciliare, pacificare, calmare.

Settanta, 1 Samuele 24:8; 1 Samuele 2 Macc. 4:25; At 12:20 ; 1 Giovanni 3:19. Con la domanda qui, Paolo intende dire che il suo grande obiettivo era ora quello di “piacere a Dio.

Egli desiderava il favore di Dio piuttosto che il favore dell'uomo. Ha agito in riferimento alla Sua volontà. Egli trasse la sua autorità da Dio, e non dal Sinedrio o da alcun concilio terreno. E lo scopo di tutto questo è dire che non aveva ricevuto il suo incarico di predicare dall'uomo, ma l'aveva ricevuto direttamente da Dio.

O cerco di compiacere gli uomini? - Non è mio scopo o scopo compiacere le persone e conciliare il loro favore; confronta 1 Tessalonicesi 2:4.

Perché se io piacessi ancora agli uomini - Se mi prefiggessi di piacere agli uomini: se questo fosse il principio regolatore della mia condotta. La parola "ancora" qui ( ἔτι eti) fa riferimento al suo scopo precedente. Implica che questo fosse stato un tempo il suo scopo. Ma dice che se avesse perseguito quello scopo per compiacere le persone; se questo avesse continuato a essere lo scopo della sua vita, non sarebbe stato «ora servo di Cristo.

Era stato costretto ad abbandonare quel proposito per poter essere servitore di Cristo; e il sentimento è, che affinché un uomo possa diventare cristiano, è necessario che abbandoni lo scopo di piacere alle persone come regola della sua vita. Si può anche sottintendere che se di fatto un uomo si pone come fine il piacere delle persone, o se questo è lo scopo per cui vive e agisce, e se modella la sua condotta in riferimento ad esso, non può essere cristiano o servo di Cristo.

Un cristiano deve agire per motivi superiori a quelli, e colui che mira in modo supremo al favore dei suoi simili ha piena prova di non essere un cristiano. Un amico di Cristo deve fare il suo dovere e deve regolare la sua condotta per volontà di Dio, che le persone ne siano compiaciute o meno.

E può essere ulteriormente implicato che la vita e il comportamento di un cristiano sincero non piaceranno alle persone. Non è ciò che amano. Una vita santa, umile, spirituale che non amano. È vero, infatti, che le loro coscienze dicono loro che una tale vita è giusta; che spesso sono costretti a parlare bene della vita dei cristiani, ea lodarla; è vero che sono costretti a rispettare una persona che è un cristiano sincero, e che spesso ripongono fiducia in tale persona; ed è anche vero che spesso parlano con rispetto di loro quando sono morti; ma non amano la vita di un cristiano umile, devoto e zelante.

È contrario alla loro visione della vita. E specialmente se un cristiano vive e agisce in modo da rimproverarli o con le sue parole o con la sua vita; o se un cristiano rende la sua religione così preminente da interferire con le sue occupazioni o piaceri, non l'ama. Ne consegue:

(1) Che un cristiano non deve aspettarsi di piacere alle persone. Non deve essere deluso, quindi, se non lo fa. Il suo Maestro non piaceva al mondo; e al discepolo basta che sia come suo Maestro.

(2) Un cristiano professante, e specialmente un ministro, dovrebbe allarmarsi quando il mondo lo adula e lo accarezza. Dovrebbe temere:

Che non vive come dovrebbe, e che i peccatori lo amano perché è tanto simile a loro, e li tiene in volto; o,

Che intendono fargli tradire la sua religione e conformarsi ad essa.

È un grande punto guadagnato per il mondo frivolo, quando può, con le sue carezze e attenzioni, indurre un cristiano ad abbandonare un incontro di preghiera per una festa, oa rinunciare alla sua profonda spiritualità per impegnarsi in qualche progetto politico. "Guai a voi", disse il Redentore, "quando tutti parlano bene di voi", Luca 6:26.

(3) Una delle principali differenze tra i cristiani e il mondo è che gli altri mirano a compiacere le persone; il cristiano mira a piacere solo a Dio. E questa è una grande differenza.

(4) Ne consegue che se le persone vogliono diventare cristiane, devono cessare di fare del loro oggetto il piacere delle persone. Devono essere disposti a essere accolti con disprezzo e cipiglio; devono essere disposti a essere perseguitati e disprezzati; devono essere disposti a mettere da parte ogni speranza della lode e dell'adulazione delle persone, e accontentarsi di uno sforzo onesto per piacere a Dio.

(5) I veri cristiani devono essere diversi dal mondo. I loro scopi, sentimenti, scopi devono essere diversi dal mondo. Devono essere un popolo speciale; e dovrebbero essere disposti ad essere stimati tali. Non ne consegue, tuttavia, che un vero cristiano non debba desiderare la buona stima del mondo, o che debba essere indifferente a una reputazione onorevole 1 Timoteo 3:7; né segue logicamente che un cristiano coerente non comanderà spesso il rispetto del mondo.

In tempi di prova, il mondo metterà fiducia nei cristiani; quando si deve compiere un'opera di benevolenza, il mondo guarderà istintivamente ai cristiani; e, nonostante, i peccatori non ameranno la religione, tuttavia si sentiranno segretamente sicuri che alcuni degli ornamenti più luminosi della società sono cristiani, e che hanno diritto alla fiducia e alla stima dei loro simili.

Il servo di Cristo - Un cristiano.

11 Ma io ti certifico - ti faccio conoscere; oppure, ti dichiaro; vedi 1 Corinzi 15:1. Senza dubbio questo era stato loro noto prima, ma ora li assicura, e va in un'ampia illustrazione per mostrare loro che non aveva ricevuto la sua autorità dall'uomo per predicare il vangelo Per affermare e dimostrare che questo è il disegno principale di questo capitolo.

Non è secondo l'uomo - Il testo greco: “Non secondo l'uomo”; vedi Galati 1:1. Cioè, non era stato nominato dall'uomo, né aveva alcun istruttore umano per fargli conoscere cosa fosse il Vangelo. Non l'aveva ricevuto dall'uomo, né era stato svilito o adulterato da alcuna mescolanza umana. Lo aveva ricevuto direttamente dal Signore Gesù.

12 Perché non l'ho ricevuto né dall'uomo - Questo è molto probabilmente detto in risposta ai suoi avversari, i quali avevano sostenuto che Paolo aveva derivato la sua conoscenza del Vangelo da altre persone, poiché non era stato conosciuto personalmente dal Signore Gesù, né era stato di il numero di coloro che Gesù chiamò come suoi apostoli. In risposta a ciò, dice, che non ha ricevuto il suo vangelo in alcun modo dall'uomo.

Né mi è stato insegnato - Cioè, dall'uomo. Non gli è stato insegnato da alcun resoconto scritto di esso, o dall'istruzione dell'uomo in alcun modo. L'unica obiezione plausibile a questa affermazione che potrebbe essere mossa sarebbe il fatto che Paolo ebbe un colloquio con Anania Atti degli Apostoli 9:17 prima del suo battesimo, e che probabilmente avrebbe ricevuto istruzioni da lui.

Ma a questo si può rispondere:

Che non ci sono prove che Anania sia entrato in una spiegazione della natura della religione cristiana nel suo colloquio con Paolo;

Prima di questo, a Paolo era stato insegnato cosa fosse il cristianesimo dal suo incontro con il Signore Gesù sulla via di Damasco Atti degli Apostoli 9:5; Atti degli Apostoli 26:14;

Lo scopo per il quale Anania gli fu inviato a Damasco era che Paolo potesse ricevere la vista ed essere riempito di Spirito Santo, Atti degli Apostoli 9:17.

Qualunque siano le istruzioni che può aver ricevuto tramite Anania, è pur sempre vero che la sua chiamata proveniva direttamente dal Signore Gesù, e le sue informazioni sulla natura del cristianesimo dalla rivelazione di Gesù.

Ma per rivelazione di Gesù Cristo - Sulla via di Damasco, e successivamente nel tempio, Atti degli Apostoli 22:17. Indubbiamente ricevette diverse comunicazioni dal Signore Gesù riguardo alla natura del vangelo e al suo dovere. Il senso qui è che non era in debito con le persone per la sua conoscenza del Vangelo, ma l'aveva derivata interamente dal Salvatore.

13 Poiché avete sentito parlare della mia conversazione - della mia condotta, del mio modo di vivere, del mio portamento; vedi la nota in 2 Corinzi 1:12. Probabilmente Paolo stesso aveva fatto loro conoscere gli eventi dei suoi primi anni. Il motivo per cui si riferisce a questo è per mostrare loro che non aveva derivato la sua conoscenza della religione cristiana da alcuna istruzione ricevuta nei suoi primi anni, o da alcuna conoscenza che aveva formato con gli apostoli. All'inizio Paolo era stato decisamente contrario al Signore Gesù, ed era stato convertito solo dalla meravigliosa grazia di Dio.

Nella religione degli ebrei - Nella fede e nella pratica dell'ebraismo; cioè come si intendeva al tempo in cui fu educato. Non era solo nella religione di Mosè, ma era in quella religione intesa e praticata dagli ebrei del suo tempo, quando l'opposizione al cristianesimo ne costituiva una parte molto materiale. In quella religione Paolo procede a dimostrare di essere stato più distinto della maggior parte delle persone del suo tempo.

Come che oltre misura - Nel più alto grado possibile; oltre ogni limite o limite; eccessivamente. La frase che Paolo usa qui ( καθ ̓ ὑπερβολὴν kath' huperbolēn), per iperbole, è quella che usa frequentemente per denotare tutto ciò che è eccessivo, o che non può essere espresso con il linguaggio ordinario; vedi il testo greco in Romani 7:13; 1Corinzi 12:31 ; 2 Corinzi 1:8; 2Corinzi 4:7, 2 Corinzi 4:17.

perseguitai la chiesa - Vedi Atti degli Apostoli 8:3; Atti degli Apostoli 9:1 ff.

E l'ho sprecato - Distrutto. La parola che è usata qui, significa propriamente sprecare o distruggere, come quando una città o un paese è devastato da un esercito o da bestie feroci. Il suo scopo era completamente sradicare e distruggere la religione cristiana.

14 E ne ha tratto profitto - Ha fatto progressi e risultati. Paolo fece progressi non solo nella conoscenza della religione ebraica, ma superò anche gli altri nel suo zelo nel difenderne gli interessi. Aveva avuto vantaggi migliori della maggior parte dei suoi compatrioti; e con il suo grande zelo e il suo caratteristico ardore era stato in grado di raggiungere risultati più alti di quelli che la maggior parte degli altri aveva fatto.

Sopra molti miei pari - Margine, uguale in anni. Questo è il vero senso dell'originale. Vuol dire che ha superato quelli della stessa età con se stesso. Forse ci può essere qui un riferimento a quelli della stessa età che assistettero con lui su istruzioni di Gamaliele.

Essendo più estremamente zelante - Più studioso di; più ardentemente attaccato a loro; più ansioso di distinguersi nelle conquiste della religione in cui è stato educato. Tutto ciò è pienamente sostenuto da tutto ciò che sappiamo del carattere di Paolo, come sempre uomo di singolare ed eminente zelo in tutto ciò che intraprese.

Delle tradizioni dei miei padri - O delle tradizioni degli ebrei; vedi la nota a Matteo 15:2. Gran parte delle dottrine dei farisei dipendeva dalla mera tradizione; e Paolo senza dubbio ne fece una speciale materia di studio, e fu particolarmente tenace al riguardo. Doveva essere appreso, per la sua stessa natura, solo per insegnamento orale, poiché non ci sono prove che sia stato poi registrato.

Successivamente, queste tradizioni sono state registrate nella Mishna e si trovano negli scritti ebraici. Ma al tempo di Paolo dovevano essere apprese man mano che venivano tramandate dall'una all'altra; e quindi era richiesta la massima diligenza per ottenerne una conoscenza. Paolo qui non dice che era zelante allora per la pratica della nuova religione, né per lo studio della Bibbia. Il suo scopo nell'andare a Gerusalemme e studiare ai piedi di Gamaliele era senza dubbio quello di ottenere una conoscenza delle tradizioni della setta dei farisei.

Se avesse studiato la Bibbia per tutto quel tempo, si sarebbe trattenuto dallo zelo ardente che dimostrava nel perseguitare la chiesa e, se l'avesse studiato bene, in seguito sarebbe stato salvato da molti problemi di coscienza.

15 Ma quando piacque a Dio, Paolo ricondusse a Dio tutte le sue speranze di vita eterna e tutte le buone influenze che avevano mai avuto sulla sua mente.

Chi mi ha separato... - Cioè, chi mi ha destinato; o che fin dalla mia nascita si proponeva di essere un predicatore e un apostolo. Il significato è che Dio, nei suoi propositi segreti, lo aveva messo da parte per essere un apostolo. Ciò non significa che lo avesse effettivamente chiamato nella sua infanzia all'opera, poiché non era così, ma che lo aveva progettato per essere uno strumento importante nelle sue mani per diffondere la vera religione.

Geremia Geremia 1:5 fu così messo a parte, e Giovanni Battista fu così presto designato per il lavoro che in seguito eseguirono. Ne consegue:

(1) Che Dio spesso, se non sempre, ha scopi riguardo alle persone fin dalla loro nascita. Li progetta per qualche importante campo di lavoro e li dota alla loro creazione di talenti adatti a quello.

(2) Non ne segue perché un giovane si è smarrito molto; ed è diventato anche un bestemmiatore e un persecutore, che Dio non lo ha destinato a qualche opera importante e santa al suo servizio. Quante persone sono state chiamate, come Paul, e Newton, e Bunyan, e Agostino, da una vita di peccato al servizio di Dio.

(3) Dio istruisce spesso le persone in modo straordinario per l'utilità futura. Il suo occhio è su di loro, e veglia su di loro, fino al momento della loro conversione. La sua provvidenza si occupava dell'educazione e della formazione di Paolo. Fu per l'intenzione divina in riferimento alla sua opera futura che ebbe tante opportunità di educazione, e conosceva così bene le “tradizioni” di quella religione che doveva ancora dimostrare infondate e false.

Gli diede l'opportunità di coltivare la sua mente, e prepararsi ad affrontare l'ebreo in una discussione, e mostrargli quanto fossero infondate le sue speranze. Così è spesso ora. Dà a un giovane l'opportunità di un'istruzione completa. Forse lo lascia cadere nelle insidie ​​dell'infedeltà, e prende confidenza con gli argomenti degli scettici, per essere così meglio preparato ad affrontare i loro sofismi e ad entrare nei loro sentimenti.

L'occhio di Dio è su di loro nei loro vagabondaggi, e spesso gli è permesso di vagare lontano; spaziare i campi della scienza; distinguersi come studiosi, come lo era Paolo; fino al momento della loro conversione, e poi, secondo lo scopo che li ha separati dal mondo, Dio li converte e consacra tutti i loro talenti e realizzazioni al Suo servizio.

(4) Non dobbiamo mai disperare di un giovane che ha vagato lontano da Dio. Se è salito in alto nelle conquiste; se tutto il suo scopo è l'ambizione; o se è diventato un infedele, ancora non dobbiamo disperare di lui. È ancora possibile che Dio abbia "separato" quel talento al suo servizio fin dalla sua nascita, e che Dio intenda ancora chiamarlo tutto al suo servizio. Com'era facile convertire Saulo di Tarso quando arrivò il momento giusto.

Così è del talento ormai non convertito e non consacrato, ma coltivato tra i giovani della nostra terra. Per quanto possano essersi allontanati da Dio e dalla virtù, tuttavia molto di quel talento è stato dedicato a Lui nel battesimo, negli scopi e nelle preghiere dei genitori; e, può essere - come è moralmente certo dalla storia del passato - che gran parte di essa sia consacrata anche dal proposito e dall'intenzione divina per la nobile causa della virtù e della pura religione.

In quel talento ormai apparentemente sprecato; in quel sapere ora apparentemente dedito ad altri scopi e fini, c'è molto che può ancora adornare la causa della virtù e della religione; e con quanta fervore dovremmo pregare che possa essere “chiamato” dalla grazia di Dio e realmente dedito al Suo servizio.

E mi ha chiamato per sua grazia - Sulla strada per Damasco. Fu una grazia speciale, perché allora era impegnato a opporsi aspramente a Lui e alla Sua causa.

16 Rivelare suo Figlio in me - Questo è da considerarsi connesso con la prima parte di Galati 1:15 , "Quando piacque a Dio di rivelare suo Figlio in me", cioè sulla via di Damasco. La frase significa evidentemente, farmi conoscere il Signore Gesù, o rivelarmi suo Figlio; confrontare il greco in Matteo 10:32 , per un'espressione simile.

La rivelazione qui riferita era la manifestazione miracolosa che fu fatta a Paolo mentre si recava a Damasco; confronta 2 Corinzi 4:6. Quella rivelazione era per convincerlo che era il Messia; per informarlo della sua natura, rango e pretese; e per qualificarlo come predicatore del pagano.

Per poterlo predicare - Per poterlo predicare così; o in vista della mia nomina a questo lavoro. Questo era lo scopo principale per il quale Paolo si convertì, Atti degli Apostoli 9:15; Atti degli Apostoli 22:21.

I pagani - I pagani; la parte del mondo che non era ebrea, o che era sprovvista della vera religione.

Immediatamente - Koppe suppone che questo sia da collegare con "Sono andato in Arabia" Galati 1:17. Rosenmuller suppone che significhi: "Immediatamente acconsentii". Il dottor Wells e Locke suppongono che si riferisca al fatto che sia andato immediatamente in Arabia. Ma questa mi sembra una costruzione innaturale. Le parole sono troppo lontane l'una dall'altra per permetterlo.

Il senso evidente è che fu subito deciso. Non si prese tempo per decidere se doveva o non doveva diventare cristiano. Decise subito e sul posto. Non si consultò con nessuno; non chiedeva consiglio a nessuno; non aspettava di essere istruito da nessuno. Fu convinto dalla visione in modo prepotente che Gesù era il Messia, e si arrese subito.

L'idea principale è che non ci fosse alcun ritardo, nessuna consultazione, nessun rinvio, che potesse vedere e consultarsi con i suoi amici, o con gli amici del cristianesimo. L'obiettivo per cui si sofferma su questo è mostrare che non ha ricevuto le sue opinioni sul Vangelo dall'uomo.

Non ho conferito - non ho “ esposto il caso” ( προσανεθέμην prosanethemēn) davanti a nessun uomo; Non ho conferito con nessuno.

Carne e sangue - Qualsiasi essere umano, perché così la frase significa propriamente; vedi la nota a Matteo 16:17. Ciò non significa qui, che Paolo non abbia consultato la propria facilità e felicità; che non badava alle sofferenze che poteva essere chiamato a sopportare; che era disposto a soffrire, e non era attento a provvedere al proprio benessere - il che era vero in sé - ma che non presentava la causa a nessun uomo, o gruppo di esseri umani per istruzione o consiglio.

Ha agito prontamente e con decisione. Non fu disubbidiente alla visione celeste Atti degli Apostoli 26:19 , ma decise subito di obbedire. Molti suppongono che questo passaggio significhi che Paolo non prese consiglio delle cattive passioni e suggestioni del proprio cuore, o dei sentimenti che lo avrebbero spinto a condurre una vita ambiziosa, o una vita sotto l'influenza di desideri corrotti.

Ma per quanto questo fosse vero, qui non si intende nulla del genere. Significa semplicemente che non si è consultato con nessun essere umano. Decise subito di seguire il comando del Salvatore, e subito di obbedirgli. Il passaggio mostra:

(1) Che quando il Signore Gesù ci chiama a seguirlo, dobbiamo obbedire prontamente e decisamente.

(2) Non dovremmo indugiare nemmeno a prendere consiglio dagli amici terreni, o aspettare il consiglio umano, o consultare i loro desideri, ma dovremmo subito decidere di seguire il Signore Gesù. La maggior parte delle persone, quando sono svegliate per vedere la loro colpa e le loro menti sono impresse sull'argomento della religione, sono inclini a rimandarla; decidere di pensarci in un momento futuro; o impegnarsi in qualche altra attività prima di diventare cristiani; o, almeno, desiderano finire ciò che hanno a disposizione prima di cedere a Dio. Se Paolo avesse seguito questo corso, probabilmente non sarebbe mai diventato cristiano. Ne consegue, quindi:

(3) Che quando il Signore Gesù ci chiama, dobbiamo immediatamente abbandonare qualsiasi corso di vita, per quanto piacevole, o qualsiasi progetto di ambizione, per quanto brillante, o qualsiasi schema di guadagno, per quanto promettente, per poterlo seguire. Che brillante carriera di ambizioni quella che Paolo abbandonò! e come lo ha fatto prontamente e decisamente! Non si fermò né esitò un momento! Per quanto brillanti fossero le sue prospettive, abbandonò subito tutto; fatto una pausa a metà carriera nella sua ambizione; e senza consultare un essere umano, diede subito il suo cuore a Dio. Un tale corso dovrebbe essere seguito da tutti. Tale prontezza e decisione prepareranno a diventare un cristiano eminente e ad essere eminentemente utili.

17 Né sono salito a Gerusalemme - Cioè, non ci sono andato subito. Là non andai a consultarmi con gli apostoli, né a farmi istruire da loro sulla natura della religione cristiana. Lo scopo di questa affermazione è quello di mostrare che, in nessun senso, ha derivato la sua commissione dall'uomo.

Per quelli che erano apostoli prima di me - Ciò implica che Paolo allora si considerava un apostolo. Erano, ammette, apostoli prima di lui; ma sentiva anche di avere un'autorità originaria presso di loro, e non si recava da loro per ricevere istruzione, né per derivare da loro il suo incarico. Molti degli apostoli rimasero a Gerusalemme per un tempo considerevole dopo l'ascensione del Signore Gesù, ed era considerata il luogo principale dell'autorità; vedi Atti degli Apostoli 15.

Ma sono andato in Arabia: l' Arabia era a sud di Damasco, e non a grande distanza. La linea in effetti tra Arabia Deserta e Siria non è molto definita, ma è generalmente accettato che l'Arabia si estenda a una distanza considerevole nel Grande Deserto Siriano. In quale parte dell'Arabia e per quale scopo Paolo andò è del tutto sconosciuto. Nulla si sa delle circostanze di questo viaggio; né è noto il tempo che vi trascorse.

È noto infatti Galati 1:18 che non andò a Gerusalemme fino a tre anni dopo la sua conversione, ma non abbiamo modo di accertare quanto gran parte di questo tempo sia stato trascorso a Damasco. È probabile che Paolo fosse impegnato durante questi tre anni nella predicazione del vangelo a Damasco e nelle regioni adiacenti, e in Arabia; confronta Atti degli Apostoli 9:20 , Atti degli Apostoli 9:22 , Atti degli Apostoli 9:27.

Il racconto di questo viaggio in Arabia è completamente omesso da Luca negli Atti degli Apostoli, e questo fatto, come è stato osservato da Paley (Horae Paulinae, capitolo v. n. 2), dimostra che gli Atti e questa Lettera non erano scritti dallo stesso autore, o che l'uno è indipendente dall'altro; perché, «se gli Atti degli Apostoli fossero stati una storia contraffatta, costruita dall'Epistola, è impossibile che questo cammino sia stato taciuto; se l'Epistola fosse stata composta da ciò che l'autore aveva letto della storia di Paolo negli Atti, è inesplicabile che avrebbe dovuto essere inserita”.

Sul motivo per cui Luca ha omesso di menzionare il viaggio in Arabia non si sa nulla. Varie congetture sono state prese in considerazione, ma sono mere congetture. È sufficiente dire che Luca non ha affatto registrato tutto ciò che Paolo o gli altri apostoli hanno fatto, né ha preteso di farlo. Ha dato i principali eventi nei lavori pubblici di Paolo; e non è affatto improbabile che abbia omesso non poche brevi escursioni da lui fatte allo scopo di predicare il vangelo.

Il viaggio in Arabia, probabilmente, non ha fornito alcun incidente riguardo al successo del vangelo lì che richiedesse una particolare registrazione da parte dello storico sacro, né lo stesso Paolo ne ha fatto riferimento per tale motivo, o ha insinuato che fornisse alcun incidente, o qualsiasi fatto, che richiedesse particolarmente l'attenzione dello storico. Lo ha menzionato per uno scopo completamente diverso, per mostrare che non ha ricevuto il suo incarico dagli apostoli e che non è andato subito a consultarli.

È andato direttamente dall'altra parte. Poiché Luca, nel Libro degli Atti, non ha avuto occasione di illustrare ciò; poiché non ha avuto occasione di fare riferimento a questo argomento, non rientrava nel progetto menzionare il fatto. Né si sa perché Paolo andò in Arabia. Bloomfield suppone che fosse per recuperare la salute dopo la calamità che ha subito sulla strada per Damasco. Ma tutto ciò che riguarda questo è mera congettura. Penso piuttosto che fosse più in accordo con il carattere generale di Paolo che fece questa breve escursione allo scopo di predicare il vangelo.

E tornò di nuovo a Damasco - Non andò a Gerusalemme per consultarsi con gli apostoli dopo la sua visita in Arabia, ma tornò di nuovo nel luogo dove si era convertito e lì predicò, dimostrando che non aveva ricevuto il suo incarico dagli altri apostoli.

18 Poi dopo tre anni - Probabilmente tre anni dopo la sua partenza da Gerusalemme per Damasco, non dopo il suo ritorno in Arabia. Quindi la maggior parte dei commentatori l'ha capito.

Salito a Gerusalemme - Più correttamente, come a margine, tornato.

Vedere Pietro - Pietro era il più antico e il più illustre degli apostoli. In Galati 2:9 , lui, con Giacomo e Giovanni, è chiamato colonna. Ma perché Paolo sia andato particolarmente a trovarlo non si sa. Fu probabilmente, tuttavia, dalla celebrità e dalla distinzione che sapeva che Pietro aveva tra gli apostoli che desiderava conoscerlo particolarmente.

La parola che qui è resa “vedere” ( ἱστορῆσαι historēsai) non è affatto quella che è comunemente impiegata per denotare quell'idea. Non si verifica da nessun'altra parte nel Nuovo Testamento; e significa propriamente accertare mediante indagine ed esame personale, e poi narrare, come era solito fare uno storico, donde la nostra parola storia. La nozione di vedere ed esaminare personalmente è quella che appartiene essenzialmente alla parola, e l'idea qui è quella di vedere o visitare Pietro per una conoscenza personale.

E dimorò con lui quindici giorni - Probabilmente, dice Bloomfield, inclusi tre giorni del Signore. Perché se ne andò allora non è noto. Beza suppone che fosse a causa dei complotti dei Greci contro di lui, e la loro intenzione di distruggerlo Atti degli Apostoli 9:29; ma questo non è dato da Paolo stesso come motivo.

È probabile che lo scopo della sua visita a Pietro si sarebbe realizzato in quel tempo, e non avrebbe trascorso con lui più tempo del necessario. È chiaro che nel breve spazio di due settimane non avrebbe potuto essere ampiamente insegnato da Pietro la natura della religione cristiana, e probabilmente il tempo è qui menzionato per dimostrare che non era stato sotto l'insegnamento degli apostoli.

19 Salva Giacomo, il fratello del Signore - Che il Giacomo a cui si fa riferimento qui fosse un apostolo è chiaro. L'intera costruzione della frase esige questa supposizione. Nell'elenco degli apostoli in Matteo 10:2 sono menzionati due di questo nome, Giacomo figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni, e Giacomo figlio di Alfeo.

Dagli Atti degli Apostoli si evince che a Gerusalemme ce n'erano due con questo nome. Di questi, Giacomo fratello di Giovanni fu ucciso da Erode Atti degli Apostoli 12:2 , e l'altro continuò a risiedere in Gerusalemme, Atti degli Apostoli 15:13; Atti degli Apostoli 21:13.

Quest'ultimo Giacomo fu chiamato Giacomo il Minore Marco 15:40 , per distinguerlo dall'altro Giacomo, probabilmente perché era il più giovane. È probabile che questo fosse il Giacomo a cui si fa riferimento, poiché è evidente dagli Atti degli Apostoli che era un uomo di spicco tra gli apostoli di Gerusalemme. I commentatori non sono stati d'accordo su cosa si intende per il suo essere il fratello del Signore Gesù.

Doddridge lo interpreta nel senso che era "il parente prossimo" o cugino tedesco di Gesù, poiché era, dice lui, il figlio di Alfeo e Maria, la sorella della vergine; e se ce ne fossero solo due con questo nome, questa opinione è senza dubbio corretta.

Nelle Costituzioni apostoliche (vedi Rosenmuller) tre di questo nome sono menzionati come apostoli o uomini eminenti a Gerusalemme; e quindi molti hanno supposto che uno di loro fosse figlio di Maria, madre del Signore Gesù. È detto Matteo 13:55 che i fratelli di Gesù erano Giacomo e Iose, e Simone e Giuda; ed è notevole che tre degli apostoli portino gli stessi nomi; Giacomo figlio di Alfeo, Simone Zelota e Giuda, Giovanni 14:22.

È infatti possibile, come osserva Bloomfield, che tre fratelli di nostro Signore e tre dei suoi apostoli possano portare gli stessi nomi, eppure essere persone diverse; ma una tale coincidenza sarebbe davvero notevole e non facilmente spiegabile. Ma se non fosse così, allora il Giacomo qui era figlio di Alfeo, e di conseguenza cugino del Signore Gesù. La parola "fratello" può, secondo l'uso scritturale, essere intesa come denotante un parente prossimo.

Vedi Schleusher (Lessico 2) sulla parola ἀδελφός adelphos. Dopotutto, tuttavia, non è del tutto certo a chi sia destinato. Alcuni hanno supposto che non si intendesse nessuno degli apostoli di nome Giacomo, ma un altro Giacomo che era figlio di Maria, madre di Gesù. Vedi Koppe in loc. Ma è chiaro, credo, che uno degli apostoli è destinato.

Il motivo per cui James è particolarmente menzionato qui è sconosciuto. Poiché, tuttavia, era un uomo di spicco a Gerusalemme, Paolo avrebbe naturalmente cercato la sua conoscenza. È possibile che gli altri apostoli fossero assenti da Gerusalemme durante i quindici giorni in cui si trovava lì.

20 Ecco, davanti a Dio non mento - Questo è un giuramento, o un solenne appello a Dio; vedere la nota in Romani 9:1. Lo scopo di questo giuramento qui è quello di prevenire ogni sospetto di falsità. Può sembrare notevole che Paolo faccia questo solenne appello a Dio in questo argomento e nella narrazione di un fatto chiaro, quando la sua affermazione potrebbe difficilmente essere chiamata in domanda da chiunque. Ma possiamo osservare:

(1) Che il giuramento qui si riferisce non solo al fatto che rimase con Pietro e Giacomo solo quindici giorni, ma all'intero gruppo di fatti a cui si era riferito in questo capitolo. “Le cose che ti ho scritto”. Comprendeva, quindi, il racconto della sua conversione e la rivelazione diretta che aveva dal Signore Gesù.

(2) Non c'erano radio a cui potesse fare appello in questo caso, e quindi poteva solo fare appello a Dio. Probabilmente non era fattibile per lui appellarsi a Pietro oa Giacomo, poiché nessuno dei due era in Galazia, e una parte considerevole delle transazioni qui menzionate avveniva dove non c'erano testimoni. Riguardava la rivelazione diretta della verità da parte del Signore Gesù. L'unico modo, quindi, era che Paolo si appellasse direttamente a Dio per la verità di ciò che diceva.

(3) L'importanza della verità qui affermata era tale da giustificare questo solenne appello a Dio. Fu una rivelazione straordinaria e miracolosa della verità da parte di Gesù Cristo stesso. Non ha ricevuto informazioni sulla verità del cristianesimo da nessun essere umano. Non aveva consultato nessuno riguardo alla sua natura. Questo fatto era così straordinario, ed era così notevole che il sistema così comunicato a lui si armonizzasse così completamente con quello insegnato dagli altri apostoli con i quali non aveva avuto contatti, che non era improprio appellarsi a Dio in questo modo solenne . Non era quindi cosa da poco in cui Paolo si appellava a Dio; e un appello solenne della stessa natura e nelle stesse circostanze non può mai essere improprio.

21 Dopo venni... - In questo resoconto è stata omessa una circostanza registrata da Luca Atti degli Apostoli 9:29 , della controversia che ebbe con i Greci (ellenisti). Non era rilevante per lo scopo che ha qui in mente, che è di affermare che non era in debito con gli apostoli per la sua conoscenza delle dottrine del cristianesimo. Dichiara quindi semplicemente di aver lasciato Gerusalemme poco dopo essersi recato lì e di essersi recato in altri luoghi.

Le regioni della Siria - La Siria era tra Gerusalemme e la Cilicia. Antiochia era la capitale della Siria, e in quella città e nei luoghi adiacenti trascorse molto tempo; confronta Atti degli Apostoli 15:23 , Atti degli Apostoli 15:41.

Cilicia - Questa era una provincia dell'Asia Minore, di cui Tarso, paese natale di Paolo, era la capitale; vedi la nota ad Atti degli Apostoli 6:9.

22 Ed era sconosciuto di persona... - Paolo aveva visitato solo Gerusalemme, e non aveva fatto conoscenza con nessuna delle chiese nelle altre parti della Giudea. Si considerò dapprima chiamato a predicare particolarmente ai pagani, e non rimase neppure per fare conoscenza con i cristiani di Giudea.

Le chiese della Giudea - Quelle che erano fuori di Gerusalemme. Anche nel primo periodo della conversione di Paolo c'erano senza dubbio molte chiese in varie parti del paese,

Che erano in Cristo - Uniti a Cristo; o che erano chiese cristiane. Il proposito di menzionare questo è quello di mostrare che non aveva derivato le sue opinioni sul Vangelo da nessuno di loro. Non era stato né istruito dagli apostoli, né era in debito con i cristiani di Giudea per la sua conoscenza della religione cristiana.

23 Ma avevano solo sentito... - Non mi avevano visto; ma era stato loro riferito il fatto straordinario della mia conversione. Era un fatto che difficilmente si poteva nascondere; vedi la nota ad Atti degli Apostoli 26:26.

24 E hanno glorificato Dio in me - Hanno lodato Dio per causa mia. Mi consideravano un vero convertito e un sincero cristiano; e lodarono Dio che aveva convertito un tale persecutore e lo aveva fatto predicatore del vangelo. Il proposito per cui questo è menzionato è quello di mostrare che sebbene fosse personalmente sconosciuto a loro e non avesse derivato le sue opinioni sul Vangelo da loro, tuttavia aveva tutta la loro fiducia.

Lo consideravano un convertito e un apostolo, ed erano disposti a lodare Dio per la sua conversione. Questo fatto farebbe molto per conciliare il favore dei Galati, mostrando loro che aveva la fiducia delle chiese proprio nella terra dove il Vangelo fu piantato per la prima volta, e che era considerata la fonte dell'autorità ecclesiastica. In considerazione di ciò possiamo osservare:

(1) Che è dovere dei cristiani ricevere con benevolenza e affetto tra di loro coloro che sono stati convertiti da una carriera di persecuzione o di peccato in qualsiasi forma. Ed è sempre fatto da veri cristiani. È facile perdonare un uomo che è stato attivamente impegnato nella persecuzione della chiesa, o un uomo che è stato profano, intemperante, disonesto o licenzioso, se diventa un vero penitente, e confessa e abbandona i suoi peccati.

Non importa quale sia stata la sua vita; non importa quanto abbandonato, sensuale o diabolico; se manifesta vero dolore e dà prova di un mutamento di cuore, è accolto cordialmente in qualsiasi chiesa, e accolto come un collaboratore nella causa che una volta ha distrutto. Qui, almeno, c'è un luogo dove il perdono è cordiale e perfetto. La sua vita precedente non viene ricordata, se non per lodare Dio per la Sua grazia nel recuperare un peccatore da tale condotta.

I mali che ha fatto sono dimenticati, e d'ora in poi è considerato come titolare di tutti i privilegi e le immunità di un membro della famiglia della fede. Non c'è sulla terra un persecutore infuriato o un bestemmiatore che non sarebbe accolto cordialmente in nessuna chiesa cristiana dopo l'evidenza del suo pentimento; non una persona così degradata e vile che i cristiani più puri, elevati, dotti e ricchi non si rallegrerebbero di sedersi con lui allo stesso tavolo della comunione sull'evidenza della sua conversione a Dio.

(2) Dovremmo "glorificare" o lodare Dio per tutti questi casi di conversione. Dovremmo farlo perché:

(a) Dell'astrazione dei talenti del persecutore dalla causa del male. Paolo avrebbe potuto fare, e avrebbe reso un immenso servizio ai nemici del cristianesimo, se avesse proseguito la carriera che aveva iniziato. Ma quando si convertì, tutta quella cattiva influenza cessò. Quindi, quando un infedele o un dissoluto si converte ora:

(b) Poiché ora i suoi talenti saranno consacrati a un servizio migliore, saranno impiegati nella causa della verità e della salvezza. Tutto il potere del talento maturo e colto sarà ora dedicato agli interessi della religione; ed è un fatto per il quale dovremmo ringraziare Dio, che spesso prende talento istruito, influenza dominante e una reputazione consolidata di abilità, apprendimento e zelo, e lo dedichi al proprio servizio.

(c) Perché ci sarà un cambiamento del destino; perché il nemico del Redentore ora sarà salvato. Il momento in cui Saulo di Tarso si convertì, fu il momento che determinò un cambiamento nel suo destino eterno. Prima era sulla via larga per l'inferno; d'ora in poi, camminò sulla via della vita e della salvezza. Quindi, dovremmo sempre rallegrarci per un peccatore che torna dall'errore delle sue vie; e dovrebbe lodare Dio che colui che era in pericolo di rovina eterna è ora un erede della gloria.

I cristiani non sono gelosi riguardo ai numeri che entreranno in paradiso. Sentono che c'è “spazio” per tutti; che la festa è ampia per tutti; e si rallegrano quando qualcuno può essere indotto a venire con loro e a prendere parte alla felicità del cielo.

(3) Possiamo ancora glorificare e lodare Dio per la grazia manifestata nella conversione di Saulo di Tarso. Cosa non gli deve il mondo! Cosa non gli dobbiamo! Nessun uomo ha fatto tanto per stabilire la religione cristiana come ha fatto lui; nessuno tra gli apostoli fu mezzo per convertire e salvare tante anime; nessuno ha lasciato scritti così tanti e così preziosi per l'edificazione della chiesa. A lui dobbiamo le preziose epistole - così piene di verità, e di eloquenza, e di promesse e consolazioni - che stiamo commentando; ea lui la chiesa deve, sotto Dio, alcune delle sue vedute più elevate e nobilitanti o la natura della dottrina e del dovere cristiani.

Trascorsi, quindi, più di 1800 anni, non dovremmo cessare di glorificare Dio per la conversione di questo uomo meraviglioso, e dovremmo sentire di avere motivo di gratitudine per aver cambiato l'infuriato persecutore in un santo e devoto apostolo.

(4) Ricordiamo che ora Dio ha lo stesso potere. Non c'è persecutore che non abbia potuto convertire con la stessa facilità con cui ha cambiato Saulo di Tarso. Non c'è uomo vile e sensuale che non possa rendere puro; non un uomo disonesto che la sua grazia non potesse rendere onesto: non un bestemmiatore che non potesse insegnare a venerare il suo nome; non un peccatore smarrito e abbandonato che non può ricevere a se stesso.

Gridiamo dunque senza sosta a lui, affinché si manifesti continuamente la sua grazia, riscattando tali peccatori dall'errore delle loro vie, e portandoli alla conoscenza della verità, e alla consacrazione della loro vita al suo servizio.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Galati 1

1 

Galati 1:1

INTRODUZIONE AI GALATI

Le persone a cui è scritta questa epistola non erano quelle che costituivano una sola chiesa, in un certo paese o città, ma erano tali che consistevano diverse chiese, in una regione o paese chiamato Galazia, come è evidente da Galati 1:2 e i membri di queste chiese sembrano essere principalmente, se non del tutto ebrei, poiché l'apostolo li include con sé; come se fossero stati sotto la legge, sotto tutori e governatori, e in schiavitù sotto gli elementi del mondo, e per i quali la legge era stata un maestro di scuola, sebbene ora non fossero più sotto di essa come tali, Galati 3:23-25; 4:1-3 o comunque, sebbene alcuni di loro potessero essere stati originariamente Gentili, tuttavia, prima della loro conversione, erano diventati proseliti per i Giudei, e ora tornavano di nuovo al Giudaismo, come appare da Galati 4:8-10. Quando e da dove sia stata scritta questa epistola, non è molto chiaro e manifesto: alcuni hanno pensato che sia stata scritta all'incirca al tempo della stesura dell'epistola ai Romani, e in un'occasione simile; ma se fu scritta in quel periodo, non poteva essere scritta da Roma, come attesta la sottoscrizione a questa epistola, poiché è certo che quando l'apostolo scrisse la sua epistola ai Romani, non era mai stato a Roma. Beza è dell'opinione che sia stato scritto da Antiochia, tra il ritorno di Paolo e Barnaba dal loro primo viaggio, e i disordini che scoppiarono in quella chiesa, Atti 14:28. Ma a questo si obietta ragionevolmente, che è discutibile se ci fossero così antiche chiese in Galazia; e se c'erano, non sembra che la defezione dalla fede, lamentata in questa epistola, avesse ancora avuto luogo in nessuna delle chiese; perché fu dopo questa data che sorsero i problemi su questo capo ad Antiochia, che sembra essere stato il primo luogo, e la chiesa lì la prima chiesa in cui gli insegnanti giudaizzanti si esercitarono. Alcuni esemplari latini testimoniano che fu scritto da Efeso; di cui opinione era Erasmo; ma come osserva il dottor Lightfoot, la stessa ragione è contraria a questa della prima, visto che la corruzione che si introdusse in questa chiesa era allora solo all'inizio, quando l'apostolo era a Efeso: sembra quindi molto probabile che sia stata scritta da Roma, come afferma la sottoscrizione nelle copie greche; e che è rafforzato dalle versioni siriaca e araba, visto che sembra essere stato scritto dopo che l'apostolo aveva fatto le collette, in diversi luoghi, per i santi poveri a Gerusalemme, Galati 2:10 e quando l'apostasia dalla fede era arrivata a un grande picco; né è un'obiezione che non vi si faccia espressa menzione dei suoi legami, come c'è in quelle sue epistole, che furono scritte da Roma; poiché, quando scrisse questo, avrebbe potuto essere liberato da loro, come alcuni hanno pensato che fosse dopo la sua prima difesa; e inoltre, egli prende nota dei segni del Signore Gesù che portava nel suo corpo, Galati 6:17. Il Dr. Lightfoot colloca la stesura di questa epistola nell'anno e nel "quinto" di Nerone; alcuni lo collocano nel 55 e altri nel 58. Che ci fossero chiese in Galazia molto presto, è certo da Atti 18:23, 1Corinzi 16:1 ma da chi furono fondate non è così evidente; molto probabilmente dall'apostolo, poiché, è certo, sia da questa epistola, che egli era personalmente in questo paese, e predicava il Vangelo qui, Galati 4:13-15 e da Atti 16:6 e se non fu lo strumento della conversione del primo di loro, che pose le fondamenta di uno stato di chiesa evangelica, tuttavia è certo, che era utile nel rafforzare i discepoli e i fratelli in tutto questo paese, Atti 18:23. Ma dopo la sua partenza da loro, i falsi dottori entrarono in mezzo a loro e insinuarono che non era un apostolo, ma almeno che era inferiore a Pietro, Giacomo e Giovanni, ministri della circoncisione; e questi sedussero molti dei membri delle chiese in questo luogo, allontanandoli dalla dottrina evangelica della giustificazione per la giustizia di Cristo, persuadendoli che l'osservanza della legge cerimoniale, in particolare la circoncisione, era necessaria per la loro accettazione presso Dio, e la giustificazione ai suoi occhi: quindi l'occasione e il disegno di questa epistola erano di rivendicare il carattere dell'apostolo in quanto tale; stabilire la vera dottrina della giustificazione per fede, in opposizione alle opere della legge; per recuperare coloro che erano stati trascinati via dalle altre dottrine; per esortare i santi a rimanere saldi nella libertà di Cristo e a vari altri doveri della religione; e di dare una vera descrizione dei falsi maestri e delle loro opinioni, in modo che possano guardarsi da loro e dai loro principi

INTRODUZIONE A GALATI 1

Questo capitolo contiene l'iscrizione dell'epistola, il consueto saluto dell'apostolo alle persone a cui scrive, e l'accusa che portò contro di loro per la loro volubilità e incostanza, nel mostrare qualsiasi tipo di disposizione verso una rimozione dal Vangelo; la verità, la certezza e l'autorità del Vangelo, e un resoconto di se stesso, che ne fu un predicatore; della sua vita prima della conversione; della natura e del modo della sua conversione; dei suoi viaggi, delle sue fatiche e dell'utilità in seguito. L'iscrizione è in Galati 1:1,2 in cui lo scrittore dell'epistola è descritto con il suo nome Paolo, e con il suo ufficio, un apostolo; ufficio che egli ebbe non dagli uomini, ma da Dio, dal Figlio di Dio, Gesù Cristo, e da Dio Padre, che è descritto dalla sua potenza nel risuscitare Cristo dai morti. Le persone a cui è dedicata l'epistola sono le chiese della Galazia, e coloro che si unirono all'apostolo nel salutarle erano i fratelli che erano con lui. Segue il saluto, Galati 1:3 in cui si fa menzione di Cristo, c'è una dichiarazione di un singolare beneficio da parte sua, che contiene la somma del Vangelo, come che ha dato se stesso per i peccati del suo popolo, per liberarlo dal presente mondo malvagio, secondo la volontà di Dio, Galati 1:4 su cui una dossologia, o si fa un'attribuzione di gloria, o a Cristo, che ha dato se stesso, o al Padre, secondo la cui volontà ha fatto, o a entrambi, Galati 1:5. Dopo di che l'apostolo procede a mostrare un'accusa di leggerezza contro i Galati; e che esprime in modo ammirativo, che così presto dovrebbero essere portati via dalla dottrina della grazia, verso un'altra dottrina opposta ad essa, Galati 1:6 sebbene mitighi in qualche modo questo rimprovero dando la colpa ai falsi dottori, che erano loro disturbatori e pervertitori del Vangelo di Cristo; e si corregge per aver chiamato la loro falsa dottrina con il nome di un altro Vangelo, Galati 1:7 e pronuncia e pronuncia un anatema su tutti coloro, angeli o uomini, che dovrebbero predicare un Vangelo diverso da quello che lui aveva predicato, e che avevano ricevuto, Galati 1:8,9. L'eccellenza del quale Vangelo è esposto, per il fatto che non è umano ma divino, e per il modo di predicarlo, con tutta semplicità e onestà, senza cercare di piacere agli uomini, Galati 1:10 e per la causa efficiente di esso, essendo negato di essere secondo l'uomo, o ricevuto da, o insegnato dall'uomo, ma è attribuito alla rivelazione di Cristo Gesù, Galati 1:11,12. E che l'apostolo non l'avesse avuta dagli uomini, lo dimostra con il racconto di se stesso, e con la sua condotta prima della conversione, come se fosse stato un persecutore della chiesa di Dio, di coloro che professavano la religione e la dottrina cristiana; pertanto non poteva avere il Vangelo, non come per la natura e l'educazione, così non dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani, che lo incoraggiavano a perseguitare, Galati 1:13. E questo lo fa apparire ulteriormente con la sua grande competenza nella religione degli Ebrei, e il suo abbondante zelo per le tradizioni dei padri, che lo pongono alla massima distanza e opposizione al Vangelo di Cristo, Galati 1:14. E, d'altra parte, che l'ha ricevuta da Dio, e con la rivelazione di Cristo, lo dimostra con il racconto che dà della sua efficace chiamata e conversione; la cui fonte e sorgente era la volontà sovrana di Dio nella predestinazione divina, e la causa motrice di essa, la grazia gratuita di Dio, Galati 1:15. Il modo in cui ciò fu fatto fu per mezzo di una rivelazione di Cristo in lui; e la fine di essa era che egli potesse predicare Cristo ai Gentili, cosa che fece immediatamente, senza consultare carne e sangue, Galati 1:16. E poiché era un punto chiaro che non avrebbe mai potuto ricevere il Vangelo dai Giudei prima della sua conversione, essendo lui e loro nemici e persecutori di esso; così era evidente che non l'aveva ricevuto, dopo la sua conversione, nemmeno da uomini cristiani, visto che, dopo la sua conversione, non andò direttamente a Gerusalemme e conferì con gli apostoli che vi si trovavano, i quali erano le persone più probabili che gli avessero insegnato il Vangelo; ma invece di questo andò in Arabia a predicare il Vangelo, e poi tornò a Damasco, dove si convertì, Galati 1:17. E fu tre anni dopo la sua conversione, che andò a Gerusalemme per visitare Pietro; e il suo soggiorno con lui fu brevissimo, non più di quindici giorni; ed egli fu l'unico apostolo che vide lì, eccetto Giacomo, il fratello di Cristo, Galati 1:18,19 per la verità di tutto ciò che egli invoca Dio che scruta i cuori, Galati 1:20. E poi continua con il racconto di se stesso e dei suoi viaggi; come quando partì da Gerusalemme, non andò in nessun'altra parte della Giudea e visitò le chiese che vi si trovavano, ma andò nei paesi della Siria e della Cilicia; e non era conosciuto da te, né personalmente, da nessuna delle chiese, né dai membri delle chiese in Giudea, Galati 1:20,21 in modo che, come non si poteva pensare dal suo breve soggiorno a Gerusalemme, e dai pochi apostoli che vide lì, che egli ricevette il Vangelo che predicava da loro, così né da nessun altro ministro, o corpo dei cristiani nel paese della Giudea; poiché tutto ciò che sapevano di lui era solo per sentito dire, poiché colui che prima era un persecutore di loro, ora era diventato un predicatore del Vangelo che aveva cercato di distruggere, Galati 1:22,23 quindi era un chiaro caso che non aveva ricevuto il Vangelo da loro. Inoltre, avendo udito che egli predicava il Vangelo di Cristo, glorificarono Dio per questo, che glielo aveva rivelato, e gli elargirono doni, rendendolo adatto a tale servizio, Galati 1:24

Versetto 1. Paolo, apostolo non dagli uomini, né per mezzo di un uomo,

Lo scrittore di questa epistola, Paolo, vi mette il suo nome, come a tutte le sue epistole, eccetto quella agli Ebrei, se questo è il suo, non avendo né paura né vergogna di possedere ciò che è qui contenuto. Egli afferma di essere "un apostolo", che era l'ufficio più alto nella chiesa, al quale fu immediatamente chiamato da Cristo, e confermato in essa da segni e prodigi. Scelse di menzionare questo, a causa dei falsi maestri, che avevano insinuato che non era un apostolo, e non doveva essere considerato; mentre egli aveva ricevuto la grazia e l'apostolato da Cristo, ed era un apostolo, "non dagli uomini", come lo erano gli apostoli o i messaggeri del sinedrio; Vedi Gill in "2Corinzi 8:23" e come lo erano i falsi apostoli, che furono mandati da uomini, che non avevano l'autorità di mandarli: l'apostolo, poiché non si prese questo onore, non si introdusse in questo ufficio, né corse prima di essere mandato; quindi non fu mandato da uomini; non agì secondo l'autorità umana, o per un incarico umano: questo è detto in opposizione ai falsi apostoli, e a un'investitura illegittima con l'ufficio di apostolato, e un'usurpazione di esso, così come per distinguersi dai messaggeri e dagli ambasciatori dei principi, che sono inviati con credenziali da loro per negoziare affari civili per loro nei tribunali stranieri, essendo lui un ambasciatore di Cristo; e dai messaggeri delle chiese, che a volte venivano inviati con assistenza o consigli ad altre chiese; e inoltre dice: "Né per mezzo di un uomo"; da un semplice uomo, ma da uno che era più di un uomo; né da un uomo mortale, ma da Cristo, come risuscitato dai morti, immortale e glorioso alla destra di Dio: o piuttosto il senso è che non fu scelto per l'ufficio di apostolato dai suffragi degli uomini, come lo fu Mattia; o non è stato ordinato apostolo nel modo in cui lo sono i ministri ordinari del Vangelo e i pastori, dalle chiese di Cristo; cosicché come la prima clausola si oppone a una chiamata illegale di uomini, questa si oppone a una legittima; e mostra che non è un ministro ordinario, ma uno straordinario, che è stato chiamato a questo ufficio, non mediatamente dagli uomini, da nessuna delle chiese come lo sono i ministri comuni:

ma per mezzo di Gesù Cristo; subito, senza l'intervento degli uomini, come appare da Atti 26:16-18. Infatti, ciò che Anania fece dopo la sua conversione fu solo mettergli le mani addosso per ricuperarlo e battezzarlo; fu Cristo che gli apparve personalmente e lo fece ministro; e la sua separazione da Barnaba, da parte della chiesa, sotto la direzione dello Spirito Santo, Atti 13:2,4 era per un lavoro e un servizio particolare da svolgere da parte loro, e non per l'apostolato, e che avvenne molto tempo dopo che Paolo fu fatto apostolo da Cristo. Il fatto che Gesù Cristo si opponga qui all'uomo, non suggerisce che non fosse un uomo, realmente e veramente, perché certamente lo era; egli partecipò con noi della stessa carne e dello stesso sangue, e fu fatto simile a noi in ogni cosa, eccettuati i peccati; ma che non era un semplice uomo, era veramente Dio oltre che uomo; poiché come il risuscitarlo dai morti, nella frase successiva, mostra che era un uomo, altrimenti non sarebbe potuto morire; così il suo essere opposto all'uomo, e posto in uguaglianza con Dio Padre, in questo versetto, e la grazia e la pace che si prega da lui, come dal Padre, Galati 1:4 e la stessa gloria attribuita a lui come al Padre, Galati 1:5 dimostrano che egli è veramente e propriamente Dio. L'apostolo aggiunge:

e Dio Padre; Cristo e suo Padre sono della stessa natura ed essenza, potenza e autorità, come sono congiuntamente interessati e lavorano insieme negli affari della natura e della Provvidenza, così in quelli della grazia; e in particolare nella costituzione e nell'ordinazione degli apostoli, e nella loro collocazione nella chiesa. Questo serve ancora di più a confermare l'autorità divina sotto la quale Paolo agì come apostolo, essendo stato reso tale non solo da Cristo, ma anche da Dio Padre, che è descritto come lui,

che lo ha risuscitato dai morti; che viene osservato, non tanto per esprimere la potenza divina del Padre, o la gloria di Cristo, come risorto dai morti, ma per rafforzare la validità del carattere dell'apostolo e del mandato in quanto tale; al quale si sarebbe potuto obiettare che non aveva visto Cristo nella carne, né aveva conversato familiarmente con lui, come facevano gli altri apostoli: al che fu in grado di rispondere, che non era stato chiamato ad essere un apostolo da Cristo nel suo basso e meschino stato di umiliazione, ma da lui dopo essere stato risuscitato dai morti, e fu posto alla destra di Dio; che gli apparve personalmente nella sua gloria, e fu visto da lui, e che lo fece e lo costituì suo apostolo, perché portasse il suo nome davanti ai pagani, ai re e al popolo d'Israele; così che la sua chiamata all'apostolato fu un po' più grande e illustre di quella di qualsiasi altro apostolo

2 Versetto 2. E tutti i fratelli che sono con me,

Intendendo o i fratelli della chiesa dove si trovava quando scrisse questa epistola, che erano figli dello stesso Padre, rigenerati dalla stessa grazia, appartenevano alla stessa famiglia e casa di Dio, ed erano eredi insieme della grazia della vita; oppure i suoi colleghi ministri, che lo assistevano nel suo lavoro e lo accompagnavano nei suoi viaggi, e che a volte menziona per nome e si unisce a lui nelle sue epistole, come Sostene, Silvano e Timoteo; e piuttosto prende nota dei fratelli qui, chiunque si intenda, per mostrare che erano d'accordo con lui nelle dottrine della grazia che egli difende, e nelle accuse che ha portato contro questa chiesa, e nei rimproveri e nei consigli che ha dato loro; che poteva supporre, e sperare, avrebbe avuto il peso e l'influenza maggiori su di loro;

alle chiese della Galazia; La Galazia era un paese dell'Asia minore, abitato dai Galli, che venendo dall'Europa, si mescolarono con i Greci; donde fu prima chiamata Gallo Grecia, e poi Galazia; Vedi Gill su " Atti 16:6". La sua metropoli, come dice Plinio, era anticamente Gordio, e le principali città o città, secondo lui, erano Ancyra, Tavium e Pessinus; e in alcuni, o in tutti questi luoghi, è molto probabile, erano le chiese qui menzionate; Vedi Gill su " Atti 18:23". Sembra che ce ne fossero più di uno in questo paese; poiché le chiese primitive non erano nazionali né provinciali, ma congregazionali, composte di persone chiamate dal mondo e unite in santa comunione e che camminavano nei comandamenti e nelle ordinanze del Signore, e sebbene queste chiese avessero tra loro molti che erano disordinati e si allontanavano dalla fede del Vangelo, eppure non erano privi di chiesa, ma onorati ancora con il nome di chiese, non essendoci da aspettarsi alcuna perfezione in questo stato di cose; come non in persone particolari, quindi non in corpi e società congregate; sebbene sia osservato da alcuni, che sono a malapena chiamate chiese, senza ulteriori epiteti, come chiese di Dio, amate da Dio, chiamate ad essere santi, fedeli e santificate in Cristo, che sono concesse ad altre chiese; per cui si pensa che l'apostolo mostri la sua indignazione e il suo risentimento per i loro principi e le loro pratiche. Infatti, subito dopo che il Vangelo fu loro annunziato, si insinuarono fra loro falsi dottori, cercando di sovvertirlo, mescolandolo con la legge e unendosi a Mosè e a Cristo; e in cui riuscirono molto; ed è il motivo per cui l'apostolo scrisse questa epistola

3 Versetto 3. Grazia di essere te,

Dopo l'iscrizione sopra, in cui sono descritti l'autore dell'epistola e le persone a lui unite, e le chiese a cui è scritta, segue il saluto in queste parole, e che è comune a tutte le epistole di questo apostolo; del cui significato, vedi Gill su "Romani 1:7". La copia alessandrina recita: "da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo"; e la versione etiope dice: "Padre nostro"

4 Versetto 4. che ha dato se stesso per i nostri peccati,

L'antecedente del relativo "chi è il nostro Signore Gesù Cristo", Galati 1:3 e le parole sono un'illustrazione della buona volontà di Dio Padre, e della grazia e dell'amore di Cristo, nel dono di se stesso, per i peccati del suo popolo: egli non ha semplicemente dato, "sua, le sue proprie cose", ciò che era suo proprio, ma, "se, se stesso"; non il mondo e la sua pienezza, l'oro, l'argento e simili cose corruttibili; no, né uomini per loro, né uomini per la loro vita; né gli angeli, le sue creature e gli spiriti tutelari; ma il suo proprio sé, la sua vita, la sua carne, il suo sangue, il suo corpo e la sua anima, tutta la sua natura umana, e questo come in unione con se stesso, una persona divina, l'eterno Figlio di Dio. Egli si diede liberamente, allegramente, volontariamente, nelle mani degli uomini, la giustizia e la morte stessa, come sacrificio per il peccato, per espiarlo, fare riconciliazione ed espiazione per esso, cosa che non poteva essere fatta con i sacrifici della dispensazione legale; procurarne la remissione, che non si potrebbe ottenere senza spargimento o sangue; e di toglierlo completamente, di finirlo, di porvi fine e di abolirlo, in modo che non potesse mai più elevarsi alla condanna del suo popolo: e questo arrivava a "peccati" di ogni sorta, non solo originali, ma attuali, e questi di pensiero, parola e azione; e questa oblazione di se stesso sulla croce, non era per alcun peccato suo, che non ne aveva, né per i peccati degli angeli, dei quali non era Redentore né Salvatore, ma "per i nostri peccati"; non i peccati degli apostoli, o solo degli ebrei, né di tutta l'umanità, ma degli eletti di Dio, chiamati gli amici di Cristo, le sue pecore e la sua chiesa, per i quali egli ha dato se stesso; e il suo fine nel farlo era,

affinché egli possa liberarci da questo presente mondo malvagio; con ciò si intende, o il mondo ebraico, o lo stato ecclesiastico, in cui erano un santuario mondano, e che erano soggetti a cerimonie e tradizioni, chiamati gli elementi e i rudimenti del mondo; e che erano in possesso di nozioni mondane, e in attesa di un regno mondano che sarebbe stato istituito dal Messia; e sia in principio che in pratica furono tristemente degenerati, e divennero molto malvagi e malvagi: o l'età presente e la generazione degli uomini, sia di Giudei che di Gentili, che era così corrotta, che non si era mai conosciuta una cosa simile; o in generale il mondo attuale, e gli uomini di esso, distinguendolo o dal mondo prima del diluvio, come in 2Pietro 3:5-7 o piuttosto dai nuovi cieli e terra, che saranno dopo quelli presenti e nei quali abiterà la giustizia; o, in una parola, dal mondo che deve venire, come sono spesso contrastati nella Scrittura: e che si dice essere "malvagio", non rispetto alla materia, che è tutto molto buono, come creato da Dio; ma riguardo agli uomini di esso, che giacciono nella malvagità, sotto il potere del malvagio, e dei loro propri peccati; e alle cose che sono in esso, tutte le cose che sono la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l'orgoglio della vita. Ora Cristo diede se stesso in sacrificio per i peccati del suo popolo, affinché, come conseguenza di ciò, fossero liberati e salvati dalla potenza di dannazione, così dal potere di governo e dall'influenza di tutto ciò che è male in questo mondo presente; come da Satana, il dio di esso, che ha usurpato un potere su di esso; dalle concupiscenze che in esso sono predominanti; dalla vana conversazione degli uomini di esso; dalla conflagrazione generale di esso nell'ultimo giorno, e dalla perdizione degli uomini empi, e dalla loro eterna distruzione nell'inferno: e tutto questo è

secondo la volontà di Dio e del Padre nostro, Fu per il determinato consiglio e la prescienza di Dio che Cristo fu consegnato nelle mani degli uomini malvagi e messo a morte da essi; era sua volontà di proposito e di decreto, di consegnarlo nelle mani del diritto e della morte, e che egli offrisse se stesso in sacrificio per il peccato; sì, era sua volontà di comando, che egli desse la sua vita per le sue pecore, alle quali era obbediente; era il suo piacere, era ciò che gli piaceva, era di suo gradimento, che morisse per i peccati del suo popolo; è stato a causa dell'amore di Dio, che è nostro Padre in Cristo, e adottando la grazia, e non per alcun nostro valore o merito, che Cristo ha dato se stesso per noi; come il suo proprio amore, così la volontà del Padre suo, furono ciò che lo spinse ad esso

5 Versetto 5. A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.] Cioè, o a Cristo, che ha dato se stesso per espiare i peccati del suo popolo, a causa dei quali ogni onore e gloria gli sono dovuti da loro; o a Dio Padre, secondo la cui volontà di proposito e di comando Cristo ha dato se stesso, per la quale gloria gli deve essere attribuita; e si può ben pensare che entrambi siano presi in questa dossologia: deve essere glorificato il Padre, che del suo eterno amore e del suo gratuito favore, ha fatto nei suoi eterni propositi e decreti nel suo consiglio e patto, così saggiamente formulare e ordinare le cose, che il suo proprio Figlio dovrebbe essere dato come offerta per il peccato; e Cristo deve essere glorificato, che egli, della sua ricca grazia e del suo amore, ha accettato di dare se stesso, e ha dato se stesso per essere un riscatto per il suo popolo, come è stato testimoniato a suo tempo. Questa attribuzione di gloria ad entrambi mostra la grandezza della benedizione, e il senso di gratitudine che tutti coloro che vi sono interessati dovrebbero portare continuamente nella loro mente, "nei secoli dei secoli"; o "ai secoli dei secoli", una frase ebraica, la stessa con לעלמי עלמין. Al che l'apostolo aggiunge il suo "Amen", unendosi a tutti i santi, sopra o sotto, nell'attribuire la salvezza, e la gloria di essa, a colui che siede sul trono, e all'Agnello nei secoli dei secoli

6 Versetto 6. Mi meraviglio che tu sia così presto allontanato,

L'apostolo entra ora nell'argomento di questa epistola, e ne apre l'occasione e il disegno, che erano di rimproverare i Galati per la loro instabilità nel Vangelo; e, se possibile, di recuperare coloro che sono stati rimossi, o che si sono allontanati dalla semplicità di esso; e ciò fu molto sorprendente per l'apostolo, che aveva avuto una buona opinione di loro, li considerava come persone chiamate dalla grazia di Dio, ben stabilite nelle dottrine del Vangelo, e senza pericolo di essere trascinato via dall'errore dei malvagi la persona da cui dice che sono stati rimossi,

da colui che vi ha chiamati alla grazia di Cristo; con chi si intende, non l'apostolo stesso, che era stato uno strumento nella loro chiamata alla conoscenza di Cristo, e alla partecipazione della sua grazia, e dal cui Vangelo, o dal Vangelo come da lui predicato, nella sua chiarezza e purezza, si stavano ora allontanando; ma o Cristo, e così le versioni siriaca e araba leggono le parole: "da Cristo che vi ha chiamati per propria grazia"; o piuttosto Dio Padre, e alcune copie leggono, "in", o "per grazia di Dio": a cui la chiamata è più comunemente attribuita negli scritti sacri: e che deve essere intesa, non di una chiamata ministeriale, o di una chiamata a predicare il Vangelo di Cristo; anche se in queste chiese ci possono essere alcuni che sono stati chiamati sia internamente che esternamente a quel sacro ufficio; né una semplice chiamata esteriore da parte del ministero: perché, sebbene senza dubbio ci potessero essere alcuni tra loro che erano solo chiamati così, tuttavia per quanto fossero sotto professione di Cristo, e nulla apparisse il contrario, erano tutti in un giudizio di carità considerati come efficacemente chiamati dalla grazia di Dio; la quale chiamata è qui intesa: poiché furono chiamati "alla grazia di Cristo"; alcuni lo leggono, "in" o "per la grazia di Cristo": riferendosi o alla causa motrice della chiamata, che non sono le opere e i meriti degli uomini, ma la grazia gratuita e il favore di Dio in Cristo; o alla causa efficiente di esso, che non è la potenza e la volontà dell'uomo, ma la grazia efficace di Cristo, attraverso le potenti operazioni del suo Spirito: ma le parole sono ben tradotte, "nella grazia di Cristo"; cioè, al godimento della pienezza della grazia che è in Cristo; di tutte le benedizioni della grazia che ha nelle sue mani; come la giustificazione, la pace, il perdono, l'espiazione, la sapienza, la forza, la gioia, il conforto e ogni provvista di grazia; e in particolare la comunione con lui, alla quale i santi sono chiamati, e di cui nulla è più desiderabile: ma la difficoltà è come si possa dire che tali persone siano lontane da Dio, che le ha così chiamate a partecipare alla grazia in Cristo. Essi non sono, né possono essere rimossi dall'amore eterno e immutabile di Dio per loro in Cristo, di cui la loro chiamata è un frutto, un effetto e una prova; né dal loro interesse di patto su di lui, che è inamovibile e inviolabile; né da uno stato di giustificazione, in cui si trovano apertamente, coloro che nella chiamata efficace sono passati dalla morte alla vita, e quindi non entreranno mai nella condanna; né dalla famiglia e dalla casa di Dio, nella quale si trovano; no, né dalla grazia della chiamata con la quale sono chiamati da Dio, e che ha la salvezza eterna inseparabilmente connessa con essa; ma questo deve essere inteso dottrinalmente come la loro rimozione dal Vangelo di Cristo, anche se non in modo totale e definitivo. Alcuni osservano che la parola usata è al presente, e mostra che essi non si erano allontanati dal Vangelo, ma stavano per andare, così che l'apostolo aveva qualche speranza, sì, fiducia che sarebbero stati ristabiliti, Galati 5:10. E inoltre, sebbene coloro che sono veramente chiamati dalla grazia non possano essere definitivamente e totalmente ingannati da falsi profeti e falsi maestri, tuttavia possono essere grandemente sconvolti da essi, e possono cadere da un certo grado di fermezza nella dottrina della fede, come era il caso di questi Galati: ma ciò che accrebbe la sorpresa dell'apostolo, e aggravò il loro peccato e la loro debolezza, fu che furono "così presto" rimossi dalla semplicità del Vangelo; egli era stato con loro solo pochi anni prima, e predicava loro il Vangelo, che era il mezzo per la loro conversione e per fondare chiese tra loro; almeno di recente aveva fatto loro visita, quando li ha nuovamente rafforzati nella fede del Vangelo, Atti 18:23. O questo può riguardare quella facilità d'animo che apparve in loro, i quali, al primo attacco da parte dei falsi maestri, abbandonarono debolmente e vigliaccamente la loro fede, e subito cedettero alle nozioni di questi uomini, non appena furono loro proposte. Ciò che si dice sia stato rimosso

fino a è

un altro Vangelo, diverso da quello, e molto diverso da quello che era stato loro predicato, ed essi avevano ricevuto; che non aveva nulla della grazia di Cristo, delle dottrine e delle benedizioni della grazia che avevano, per le quali erano stati chiamati; molto diverso dal Vangelo di Cristo, e dai suoi apostoli, tanto che non meritava il nome di un Vangelo; e l'apostolo lo chiama così: non perché pensasse che fosse uno, ma perché era nell'opinione di altri, ed era così chiamato dai falsi apostoli; perciò, a titolo di concessione, lo chiama così, sebbene lo corregga immediatamente

7 Versetto 7. Che non è un altro,

Non è nessun Vangelo, nessun suono gioioso, nessuna buona novella e una buona novella; la dottrina che attribuisce la giustificazione alle opere della legge, o mescola la grazia e le opere nell'affare della salvezza, che era la dottrina di questi falsi dottori, non è Vangelo; non è proprio così, comunque si possa chiamare; né reca alcuna solida pace e gioia alle menti afflitte. C'è un solo puro Vangelo della grazia di Dio, e di Cristo, e dei suoi apostoli; non c'è l'uno e l'altro; C'è solo una fede, una dottrina e uno schema di fede; il Vangelo è unico e uniforme, tutto d'un pezzo, non ha in sé né sì né no, né contraddizioni; Questa tromba non dà un suono incerto, né terribile, ma gioioso:

ma ve ne sono alcuni che vi disturbano; intendendo i falsi apostoli, i cui nomi non ritiene opportuno menzionare, come indegni di essere nominati e di avere i loro nomi trasmessi ai posteri. Questi turbavano le chiese con le loro dottrine e i loro principi, sollevando dispute e controversie tra loro, iniettando dubbi e scrupoli nelle loro menti, che le confondevano e le confondevano, e le rendevano inquiete, e che rompevano quella pace dell'anima che il Vangelo porta e stabilisce; poiché nessuna vera pace solida è raggiunta e goduta se non con la dottrina della giustificazione mediante la giustizia di Cristo, del perdono mediante il suo sangue e dell'espiazione mediante il suo sacrificio, che la dottrina della giustificazione mediante le opere, ecc. tende a distruggere

e pervertirebbe il Vangelo di Cristo; che ha Cristo per autore, suddito e predicatore; e in particolare la dottrina della giustificazione per mezzo della sua giustizia, che cercavano di cambiare, di gettare in una forma e forma diversa, di adulterare mescolandola con le opere della legge, e così, se possibile, di distruggerla: a questo mostrarono una buona volontà, ma non furono in grado di attuarla, perché il Vangelo è eterno; è inamovibile, e lo è anche quella particolare dottrina di esso; Rimane, e rimarrà nonostante l'opposizione ad esso. Così l'apostolo prudentemente attribuisce la colpa dei Galati che si sono trasferiti dal Vangelo all'altro sui falsi maestri, sperando di essere in grado di rivendicarli con argomenti solidi e metodi gentili

8 Versetto 8. Ma anche se noi, o un angelo dal cielo,

L'apostolo, per affermare con maggiore forza la verità, la purezza e la perfezione del Vangelo, come da lui predicato; e dissuadere le persone dal predicare un altro Vangelo, e gli altri dal riceverlo, suppone un caso impossibile; e, in tal caso, denuncia i suoi anatemi. Non era possibile che lui, o qualcuno dei suoi compagni apostoli, che erano stati così chiaramente guidati e così pienamente stabiliti nel Vangelo di Cristo, e di cui avevano avuto un'esperienza così potente e confortevole nelle loro anime, potessero mai predicare un altro diverso da esso; né era possibile che un angelo buono, uno che è in cielo, che vi vede sempre il volto di Dio, fosse sempre pronto a fare la sua volontà, come non avrebbe mai potuto essere impiegato da Dio nel proclamarne un altro, così non lo avrebbe mai fatto; eppure, se fosse possibile o una cosa del genere fosse fatta da tali uomini, o da un tale angelo, egli o loro meriterebbero la maledizione di Dio e degli uomini; il fatto che avessero i nomi più elevati, o che fossero di altissimo carattere, e che ricoprissero le più alte cariche e classi di esseri, non li avrebbero schermati; e quindi come avrebbero mai potuto pensare i falsi apostoli, e quelli che li seguirono, di fuggire, dal momento che anche questi non lo farebbero, se

predicatevi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato; cioè, non solo chiunque sia contrario ad esso, ma chiunque al di fuori di esso; poiché tale era la perfezione del Vangelo, come predicato dall'apostolo, il quale dichiarò l'intero consiglio di Dio, e non trattenne nulla di ciò che era utile alle chiese, affinché nessuna aggiunta potesse o potesse essere fatta ad esso:

sia maledetto, o "anatema"; vedi 1Corinzi 16:22 che può riguardare la sua scomunica fuori dalla chiesa, e la sua sentenza di condanna da parte di Cristo all'ultimo giorno; e il senso sia questo, sia espulso dal ministero della parola, degradato dal suo ufficio, e cacciato fuori dalla chiesa; non sia più un ministro, né un membro di esso; e sia aborrito dagli uomini e maledetto da Cristo; Fategli sentire la terribile frase: "Andate, maledetti", ecc

9 Versetto 9. Come abbiamo detto prima, così dico io ora di nuovo,

O quando predicò per la prima volta il Vangelo in mezzo a loro; o piuttosto riferendosi a ciò che aveva appena detto, che ripete con qualche piccola alterazione; come se ce ne fossero, uomini o angeli, di quale nome, figura, rango o ufficio qualsiasi,

predicatevi un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto; e come pensava l'apostolo, prontamente, volentieri, sinceramente e di cuore, nell'amore di esso; assecondare la verità, sentirne il potere e professarla apertamente:

sia maledetto; che ripete, per la più solenne asseverazione e conferma di esso; e per mostrare che ciò non gli cadde dalle labbra frettolosamente e inavvertitamente; né procedeva da passioni irregolari, né era pronunciato da lui con calore e di umore arrabbiato, la sua mente era agitata, turbata e scomposta; ma fu detto da lui nel modo più serio e solenne, dopo la più ponderata e matura considerazione della faccenda

10 Versetto 10. Perché ora sono io a persuadere gli uomini o Dio?

"Persuadere" è insegnare; vedi Atti 18:4, 2Corinzi 5:11 il cui senso, rispetto agli uomini, è facile, ma, riguardo a Dio, difficile; e anzi non può essere applicato a lui, coerente con le sue perfezioni divine; e quindi qualcosa deve essere compreso, e che può essere fornito sia così: "Persuaderò ora", voi o altri, che "gli uomini o Dio" devono essere ascoltati? non gli uomini, ma Dio; l'apostolo non insegnò loro a dare ascolto né a se stesso, né a nessuno degli altri apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, oltre a quando lui e loro predicavano il puro Vangelo di Cristo; ma se avessero fatto altrimenti, non si sarebbe dovuto attendere a loro, ma a Dio, che parlò per mezzo del suo Figlio; o Cristo, che è Dio oltre che uomo; che è il grande profeta nella chiesa, un figlio nella sua stessa casa, la cui voce deve essere ascoltata in tutte le questioni di dottrina, culto e dovere: o così, "ora ti persuado" a obbedire agli "uomini o a Dio"; non gli uomini, ma Dio; egli non insegnò loro a rispettare le tradizioni degli anziani, o a obbedire ai comandamenti degli uomini, ma, al contrario, alle ordinanze di Cristo, che è l'unico Signore, e l'unico padrone, i cui ordini devono essere osservati: o così, "persuado ora", a confidare in "uomini o Dio?" a credere nell'uno o nell'altro; non negli uomini, nella sapienza, nella forza, nelle ricchezze e nella giustizia degli uomini, ma nel Dio vivente; nella grazia di Dio e nel sangue, nella giustizia e nel sacrificio di Cristo: o così, "persuado" per amore degli "uomini, o di Dio?" non per ottenere onore, gloria e applauso dagli uomini, come fecero i farisei e i falsi apostoli, ma per la gloria di Dio, l'ora di Cristo e il bene delle anime immortali. oppure non persone, ma cose significate, dagli uomini e da Dio: e il senso è che l'apostolo ha insegnato e persuaso gli uomini a credere non alle cose umane, ma a quelle divine; non predicava se stesso, né cercava di stabilire il proprio potere e la propria autorità sugli uomini; o esporre la sua eloquenza, erudizione, parti e capacità; o per ottenere applausi o ricchezze per se stesso; non insegnò la sapienza umana, la vana filosofia dei Gentili e l'opposizione alla scienza, falsamente chiamata; né le tradizioni degli anziani, né i comandamenti degli uomini; né la potenza e la purezza della natura umana, né la giustizia dell'uomo, ma ha consegnato cose divine; egli persuase a cose riguardanti Dio e il regno di Dio; vedi Atti 19:8 egli insegnò, che senza la grazia rigeneratrice dello Spirito di Dio, nessun uomo avrebbe visto, e senza la giustizia giustificante di Cristo, nessun uomo sarebbe entrato nel regno dei cieli, come il suo Signore aveva fatto prima di lui; egli predicava le cose riguardanti la grazia e l'amore di Dio, la persona e gli uffici di Cristo, e l'opera di rigenerazione e santificazione dello Spirito: la parola "ora" si riferisce a tutto il tempo trascorso dalla sua conversione, fino ad oggi: prima della sua chiamata per grazia, egli persuadeva le persone ad ascoltare gli uomini, ad obbedire alle tradizioni degli anziani, confidare nella propria giustizia per la giustificazione davanti a Dio; ma ora vedeva diversamente, e insegnava loro a mettere da parte tutto ciò che era umano, e a credere in Dio, a confidare nella sua giustizia giustificatrice e a dipendere da essa; e questo fece, senza alcun riguardo per il favore e l'affetto degli uomini, come appare da ciò che segue:

o cerco di piacere agli uomini? no, non gli piaceva, né cercava di piacerli; né per quanto riguarda il suo ministero, che era la grazia di Dio, la salvezza per mezzo di un Cristo crocifisso, e le cose dello Spirito di Dio; poiché questi erano molto sgradevoli e considerati stoltezza dagli uomini del mondo; né alla maniera, che non era con l'eccellenza del linguaggio, o con le parole seducenti della saggezza dell'uomo, con i fiori della retorica, ma in uno stile chiaro e semplice. C'è infatti un piacere agli uomini, che è giusto, e che l'apostolo altrove raccomanda, ed era nella pratica di se stesso; vedi Romani 15:2, 1Corinzi 10:33. Questo procede da giusti principi, con modi e mezzi appropriati, e verso giusti fini, la gloria di Dio, il bene, il profitto, l'edificazione e la salvezza degli uomini; e c'è un piacere agli uomini che è sbagliato, che viene fatto abbandonando, nascondendo o corrompendo le dottrine del Vangelo, per guadagnare l'affetto e l'applauso degli uomini, e accumulare ricchezze per se stessi, come fecero i falsi apostoli, e che qui sono tacitamente colpiti; una pratica in cui l'apostolo non poteva in alcun modo entrare, e ne attribuisce questa ragione:

perché, se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo: un tempo aveva studiato per piacere agli uomini, quando teneva le vesti di quelli che lapidavano Stefano, distruggeva la chiesa, odiando uomini e donne in prigione, e andò dal sommo sacerdote e gli chiese lettere per andare a Damasco, e perseguitare i seguaci di Cristo, ingraziandosi così il suo favore; ma ora era diversamente, ed egli suggerisce, che se questo fosse stato il suo attuale temperamento e la sua condotta, avrebbe dovuto continuare a essere ancora un fariseo, e non sarebbe mai entrato nel servizio di Cristo; poiché piacere agli uomini ed essere servo di Cristo sono cose incoerenti, incompatibili e impraticabili; nessun uomo che piace può essere un vero fedele servitore di Cristo, o meritare il nome di tale: l'apostolo qui si riferisce al suo ufficio di apostolo di Cristo, e ministro del Vangelo, e non al suo carattere di credente privato, nel qual senso ogni cristiano è un servo di Cristo; sebbene agli uomini sia addirittura contrario a questo; perché nessuno può servire due padroni, Dio e il mondo, Cristo e gli uomini. La versione dei Settanta di Salmi 53:5 è: "Poiché Dio ha disperso le ossa", ανθρωπαρεσκων, "di coloro che piacciono agli uomini", a cui concordano le versioni siriaca e araba

11 Versetto 11. Ma io vi certifico, fratelli,

Sebbene i Galati si fossero spinti così lontano con i loro falsi maestri, tuttavia l'apostolo li chiama ancora "fratelli"; sperando bene in loro, che erano nati da Dio, appartenevano alla sua famiglia ed erano eredi della grazia della vita; e di questo egli si serve piuttosto per mostrare loro il suo affetto e per impegnare la loro attenzione sull'assicurazione che dà, dell'originale divino e dell'autorità del Vangelo da lui predicato; i quali, sebbene prima sapessero e credessero, tuttavia, a causa delle insinuazioni dei falsi apostoli, furono indotti in qualche dubbio al riguardo: perciò dichiara nel modo più solenne e affettuoso:

che il Vangelo che è stato predicato da me non è secondo l'uomo. Le loro guide, che li guidavano in errore, non osavano dire che il Vangelo era secondo l'uomo, perché essi stessi pretendevano di predicare il Vangelo; ma che il Vangelo predicato dall'apostolo non aveva altra autorità che quella umana, o la sua per sostenerlo: per questo egli nega che fosse "dopo l'uomo"; secondo la saggezza dell'uomo, un'invenzione e un congegno umano, un dispositivo e una finzione del cervello dell'uomo; né era secondo la mente dell'uomo, o in accordo con la sua ragione carnale, era da lui disapprovato, e al di là della sua capacità di raggiungerla; né si trattava di una sua rivelazione, di una sua scoperta; la carne e il sangue, la natura umana, non avrebbero mai potuto rivelarlo; né è in potere di un uomo fare di un altro ministro del Vangelo, o di dargli successo nel suo ministero, ma tutto è di Dio

12 Versetto 12. Poiché non l'ho ricevuto da uomo,

Non da Gamaliele, ai cui piedi fu allevato; ricevette da lui la legge e la conoscenza della religione degli ebrei e delle tradizioni degli anziani, ma non un briciolo del Vangelo; al contrario, ricevette da lui pregiudizi contro di essa, o ne fu rafforzato; no, né dagli apostoli di Cristo, con i quali egli non vide, non ebbe alcuna conversazione per alcuni anni, dopo essere stato predicatore del Vangelo, e quindi non lo ricevette dalle loro mani; no, né da Anania, né da alcuno altro;

né me l'ho insegnato, cioè dall'uomo; egli non l'ha imparata dagli uomini, come gli uomini imparano la legge, la fisica, la logica, la retorica, la filosofia naturale e altre cose a scuola.

ma per la rivelazione di Gesù Cristo; cioè, non attraverso Cristo che gli è stato rivelato dal Padre, come in Galati 1:16, anche se è un senso da non trascurare; ma per mezzo di Cristo, che glielo ha rivelato; e considera il tempo del suo rapimento nel terzo cielo, quando udì parole che non dovevano essere pronunciate; o meglio, poiché ciò non è così certo quando fu, il tempo della sua conversione, quando Cristo gli apparve personalmente e lo fece ministro del suo Vangelo; e immediatamente da se stesso, senza l'interposizione o l'uso di alcun uomo, o mezzo, gli diede in essa una tale luce e un tale arredamento di mente per la predicazione di essa, che direttamente, non appena fu battezzato, si mise all'opera per il suo ministero, con l'ammirazione dei santi e la confusione dei nemici di Cristo. Queste parole forniscono un'altra prova della divinità di Cristo; poiché se il Vangelo non è secondo l'uomo, né ricevuto dall'uomo, né insegnato dall'uomo, ma da Cristo, allora Cristo non può essere un semplice uomo, o altrimenti essere per lui, sarebbe per mezzo dell'uomo; e che conferma anche l'autorità e la validità del Vangelo, e porta in esso una forte ragione per cui l'apostolo anatemizza tutti coloro che predicano qualsiasi altro

13 Versetto 13. Poiché avete udito parlare della mia conversazione nei tempi passati,

Il suo modo e il suo modo di vivere, nel suo stato di non rigenerazione, quanto diametralmente opposti la sua educazione e il suo comportamento, i suoi principi e le sue pratiche, erano opposti al Vangelo; il che dimostra che non l'aveva ricevuto, né gli era stato insegnato dagli uomini. Potrebbero averne sentito parlare, sia da lui stesso, quando predicò per la prima volta tra loro, che era molto libero di riconoscere i suoi peccati e i suoi errori precedenti; o dagli ebrei, che erano sparsi nei vari paesi; e può darsi che siano stati costretti a fuggire in città straniere, e forse in alcuni della Galazia, a causa della sua persecuzione: ora la sua vita e la sua condotta, prima della sua conversione, erano trascorse

nella religione ebraica; o "nell'ebraismo". Era nato da genitori ebrei, aveva avuto un'educazione ebraica, era stato allevato sotto un medico ebreo, in tutte le peculiarità della religione ebraica, e quindi non poteva aver ricevuto alcun indizio, non in modo fittizio, delle verità del Vangelo; cosa che avrebbe potuto fare, se fosse nato da genitori cristiani, e avesse avuto un'educazione cristiana: inoltre, è stato allevato nella religione dei Giudei, non come è stata fondata e stabilita da Dio, ma come è stata corrotta da loro; che avevano perduto il vero senso degli oracoli di Dio a loro affidati, il vero uso dei sacrifici e il fine della legge; vi aveva aggiunto un carico di tradizioni umane; mise a nudo ogni religione e insegnò che la giustificazione e la salvezza risiedevano nell'osservanza della legge di Mosè e delle tradizioni degli anziani: aggiungete a ciò che fu allevato nella setta della religione giudaica, il fariseismo, che era la setta più rigida di essa, e la più avversa a Cristo e al suo Vangelo; così che da qui non avrebbe mai potuto riceverlo, né avere alcuna disposizione ad esso; così lontano da esso, che si appella ai Galati, come a ciò che devono aver udito,

come ho perseguitato oltre misura la chiesa di Dio; che ora conosceva e credeva essere la chiesa di Dio; anche se poi non lo fece, ma piuttosto una sinagoga di Satana; e questo egli menziona, come un aggravamento del suo peccato, sotto un senso di cui fu umiliato per tutti i suoi giorni: quando si dice che lo perseguitò "oltre misura", il significato non è, come se ci fosse una misura lecita, o i dovuti limiti di persecuzione, ma che perseguitò i santi in un modo molto violento e oltraggioso, al di là di tutte le altre che si occupavano di lui: la chiesa di Dio a Gerusalemme è particolarmente designata, e i suoi membri, i discepoli di Cristo; che egli odiò, e mise in prigione, e spirò minacce e strage contro, e distrusse: perciò segue, e lo distrusse; o l'hanno distrutta; Per quanto in lui risiedesse, cercava di farlo, anche se non era in grado di farlo completamente; ne fece scompiglio, ne disperse le membra, le fece fuggire in città straniere, le perseguitò a morte, diede la sua voce contro di loro per farle punire e mettere a morte: tale avversione aveva per i seguaci di Cristo e per la dottrina cristiana

14 Versetto 14. e approfittò della religione dei Giudei,

o "nell'ebraismo"; e più lo faceva, o era versato e sposato ai loro princìpi, più violento era un persecutore. Era sotto un padrone molto considerevole, Gamaliele, un rabbino di grande nota tra gli ebrei; e lui stesso era un giovane di capacità naturali non comuni, così che la sua competenza nell'apprendimento ebraico era molto grande; addirittura, come dice lui,

al di sopra di molti miei pari nella mia nazione: non proseliti di altre nazioni, ma coloro che erano nativi del suo paese, o erano "della sua stessa parentela", suoi parenti stretti, che erano suoi contemporanei, della sua stessa età; e molto modestamente dice "molti", non "tutti":

Essendo più estremamente zelante delle tradizioni dei miei padri, aveva uno zelo, ma non secondo la conoscenza, e un grado maggiore di esso rispetto al resto dei suoi connazionali, e ciò non tanto per la legge scritta trasmessa ai suoi padri, quanto per la legge orale, le tradizioni e i costumi dei suoi antenati, che erano stati tramandati, come fingevano, dall'uno all'altro, e ora si gonfiavano fino a diventare una mole quasi infinita; e intendono le tradizioni degli anziani, condannate da Cristo, come vanificanti dei comandamenti di Dio: ora il suo stretto attaccamento e il suo zelo ardente per queste tradizioni, lo indussero a usare misure più violente nel perseguitare i santi, e più lontano dal Vangelo di Cristo: e ora da questo racconto di se stesso è un punto chiaro, che durante questo periodo della sua vita non avrebbe mai potuto ricevere il Vangelo dagli uomini, che è il suo punto di vista nel darlo

15 Versetto 15. Ma quando piacque a Dio,

Qui inizia il suo racconto della sua conversione e della sua chiamata al ministero; tutto ciò che egli attribuisce interamente al sovrano beneplacito e alla libera grazia di Dio:

che mi ha separato dal grembo di mia madre. Per sua "madre" si intende, non in senso improprio e figurato, la chiesa giudaica, o l'antica sinagoga, la madre di tutti i suoi membri; la Gerusalemme che allora era e era schiava dei suoi figli; dalla cui schiavitù, cecità, ignoranza, superstizione e fanatismo, fu liberato, quando fu chiamato dalla grazia: né la chiesa di Antiochia, che non è mai chiamata chiesa madre; e sebbene egli fosse presso quella chiesa, con Barnaba, separato per l'opera del ministero, tuttavia non da essa: ma per sua "madre", senza figura si intende, la sua vera madre naturale, il cui nome si dice sia Teocrita; e questa separazione dal suo grembo è da intendersi o di quella distinzione fatta di lui nella Provvidenza, appena nato; la quale non solo lo prese e lo trasse sano e salvo dal grembo di sua madre, ma da allora si prese cura di lui in modo speciale, e lo salvò e lo preservò per essere chiamato; poiché tutti i vasi eletti di salvezza si distinguono dagli altri, in modo provvidenziale; sono più sotto la cura speciale della Provvidenza di quanto non lo siano gli altri, anche quando sono in uno stato di non rigenerazione; L'occhio della Provvidenza di Dio è su di loro, il suo cuore è verso di loro, egli attende che siano loro benigni, e molte sono le notevoli apparizioni della Provvidenza per loro; vedi Salmi 22:9,10. O piuttosto questo disegna la predestinazione divina, che è una separazione, una messa a parte delle persone, per questo o quel scopo, come qui dell'apostolo; e l'eternità di esso, essendo stato fatto molto presto, dal grembo di sua madre; mentre vi era dentro, prima che nascesse, e avesse fatto o bene o male; dall'inizio dei tempi, dalla fondazione del mondo, e prima di esso, anche dall'eternità: tutte queste frasi esprimono la stessa cosa, e intendono o la sua predestinazione alla grazia e alla gloria, alla santità e alla felicità, alla santificazione dello Spirito e alla fede nella verità, e all'ottenimento della gloria del nostro Signore Gesù Cristo; o la sua predestinazione all'apostolato, all'opera del ministero, al Vangelo di Cristo, al quale fu separato nell'eternità e nel tempo; sembra che ci si riferisca a Geremia 1:5 o addirittura a entrambi, e la sua separazione o predestinazione a entrambi era dovuta alla volontà sovrana e al beneplacito di Dio, come lo fu anche la sua successiva chiamata:

e mi ha chiamato per la sua grazia; che segue la separazione, come fa con la predestinazione, in Romani 8:30 e deve essere interpretato sia della sua chiamata alla conversione, con grazia potente ed efficace; quando fu chiamato dalle tenebre, dalla cecità e dall'ignoranza giudaiche alla luce e alla conoscenza del Vangelo; dalla schiavitù del peccato, di Satana, della legge e delle tradizioni dei padri, nella libertà di Cristo; dalla conversazione con gli uomini del mondo, tra i quali prima che l'avesse, nella comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito, degli angeli e dei santi; da se stesso, e dalla dipendenza dalla propria giustizia, per confidare in Cristo: in una parola, egli fu chiamato alla grazia di Cristo qui, alla partecipazione di tutte le benedizioni della grazia, e alla gloria eterna da lui nell'aldilà; la quale chiamata non era degli uomini, ma di Dio, come causa efficiente di essa; e per la sua grazia, come causa motrice e procuratrice di essa, e senza l'uso di mezzi, la parola, che è il modo ordinario in cui Dio chiama il suo popolo; così che è chiaro che la sua prima luce nel Vangelo, non fu dall'uomo, né tanto quanto per mezzo dell'uomo: o questa chiamata può rispettare la sua chiamata al ministero, che fu allo stesso tempo efficacemente chiamato dalla grazia; e che non era nemmeno dall'uomo, né da se stesso; non si è buttato in quest'opera, ma Dio lo ha chiamato; e quello della sua mera grazia e buona volontà, senza alcun rispetto per i suoi meriti, meriti o qualifiche

16 Versetto 16. Per rivelare suo Figlio in me,

Questa clausola è in connessione con quella del versetto precedente, "ma quando piacque a Dio"; la rivelazione di Cristo nell'apostolo è il mero frutto ed effetto della volontà e del compiacimento di Dio: alcune versioni la leggono "da me", facendo dell'apostolo lo strumento e il mezzo, per mezzo del quale Dio ha rivelato suo Figlio Gesù Cristo agli altri, il che è una verità certa, ma questo è piuttosto contenuto nella seguente clausola: altri lo leggono "a me", e anche questo è vero; perché Cristo gli è stato rivelato nella gloria della sua persona, nella pienezza della sua grazia, nella necessità, nell'adeguatezza e nella completezza della sua salvezza; non oggettivamente nel Vangelo, o semplicemente nozionalmente, speculativamente nella teoria delle cose, ma spiritualmente, sperimentalmente e salvificamente; e che è meglio espresso, e più vicino all'originale, da "in lui"; perché aveva una scoperta interiore di lui come la salvezza di Dio, e del suo interesse per lui come tale; Cristo è stato formato in lui, il suo Spirito è stato messo in lui, la sua grazia è stata impiantata in lui; egli visse e dimorò nel suo cuore per fede, come il Figlio nella sua casa; egli era conosciuto da lui, come Cristo in lui, speranza di gloria; ora la fine di tutto questo, della sua separazione dal grembo materno, della sua chiamata per la grazia di Dio, della grande rivelazione di Cristo a lui, e in lui fu:

che, dice,

Potrei predicarlo tra i pagani; come fece: Cristo era il soggetto del suo ministero; le cose riguardanti la sua persona, come che egli era veramente Dio, il Figlio di Dio, Dio e uomo in una sola persona, le cose riguardanti il suo ufficio, come che egli è l'unico Mediatore tra Dio e l'uomo, il profeta della chiesa, il sommo sacerdote della casa di Dio e il Re dei santi; le dottrine della sua grazia, e che riguardano la sua obbedienza, le sue sofferenze e la sua morte; come che la pace e il perdono sono per il suo sangue, la giustificazione per la sua giustizia, la riconciliazione e la soddisfazione per il suo sacrificio, e la vita eterna e la salvezza completa solo per mezzo di lui; tutto ciò che è evangelizzare, o predicare la buona novella e la buona novella ai peccatori sensibili: le persone alle quali doveva predicare queste cose, e lo fece, erano "i pagani", o gentili; era un vascello scelto per questo scopo; Cristo, quando lo chiamò, lo mandò a loro; L'opera che doveva fare, e che faceva, era principalmente tra loro; perciò egli è chiamato apostolo e maestro di loro:

subito non conferii con carne e sangue; che alcuni comprendono della ragione carnale, e che egli non stava a ragionare e discutere la questione con se stesso, se sarebbe stato per il suo credito e la sua reputazione, per il suo interesse e vantaggio mondano, entrare nel ministero della parola; se sarebbe consigliabile esporsi, così facendo, al biasimo e alla persecuzione; ma subito, appena fu chiamato per grazia, e Cristo si rivelò in lui, si mise all'opera: altri, con "carne e sangue", comprendono gli uomini carnali; e altri suoi connazionali, i Giudei, e quelli di quelli che erano suoi parenti, la sua propria carne; ma piuttosto si intendono gli uomini in generale, qualunque cosa accada, e specialmente gli apostoli; con cui, dice in seguito, non ebbe alcuna conversazione, quando iniziò il suo primo inizio nel ministero. È consuetudine presso gli ebrei chiamare gli uomini, in distinzione e opposizione a Dio, בשׁר ודם, "carne e sangue". Quasi infiniti sono gli esempi che si potrebbero dare dai loro scritti. Vedi Gill su "Matteo 16:17". Vedi Gill su " Efesini 6:12"

17 Versetto 17. E non salii a Gerusalemme,

Cioè, immediatamente, non appena si convertì, non prima di tre anni dopo, come segue; anche se dal racconto che Luca fa di lui, Atti 9:23,26 e da quello che l'apostolo dà di se stesso, Atti 22:17,18 sembra che sia andato a Gerusalemme un po' di tempo dopo la sua conversione, e prima della data qui indicata: e quindi alcuni hanno pensato che sia salito a Gerusalemme abbastanza rapidamente, quando, pregando nel tempio, cadde in estasi e gli fu ordinato di andarsene in fretta e di andare lontano dai pagani e quindi non si fermò, non andò da nessuno degli apostoli e non vide né conversò con alcuno di loro, come dice qui:

a coloro che sono stati apostoli prima di me. I dodici, che furono chiamati, ordinati e mandati come apostoli prima di lui; poiché per ultimo Cristo gli apparve, e fu visto da lui come uno nato fuori del tempo stabilito: il suo significato non è che fosse un successore dell'apostolo, ma che essi furono insediati nell'ufficio di apostolato prima di lui; e questo lo menziona per mostrare che non ha ricevuto il Vangelo dagli uomini, né dagli apostoli stessi; poiché, dopo la sua conversione, non salì a Gerusalemme per vedere nessuno di loro e parlare con loro; né aveva bisogno di alcuna istruzione da parte loro, essendo immediatamente fornito a sufficienza da Cristo stesso; né la sua opera si trovava a Gerusalemme, né tanto tra i Giudei quanto tra i Gentili, e perciò si recò da loro.

ma sono andato in Arabia. Questo viaggio dell'apostolo è completamente omesso da Luca, né ne avremmo dovuto sapere, se non fosse stato per questo racconto: quanto tempo vi rimase, cosa fece e quale successo incontrò tra gli arabi non sono da nessuna parte riferiti; senza dubbio egli predicò loro il Vangelo, e poiché il suo ministero era ovunque posseduto e benedetto da Dio, si può ragionevolmente pensare che fosse qui al momento della sua prima partecipazione ad esso. La versione araba recita: "Sono andato a Balcam", che era una città della Siria; ma senza alcun fondamento per esso; perché non era in Siria, ma in Arabia che andava. Ci sono tre paesi che portano il nome di Arabia, e che sono chiamati a distinguerli l'uno dall'altro, l'Arabia Petraea, l'Arabia Deserta e l'Arabia Felix; di cui vedi Gill su " Atti 2:11". È molto probabile che fosse il primo di questi in cui l'apostolo si recò, essendo il più vicino alla Siria, poiché da Damasco, la metropoli della Siria, vi si recava; e Damasco stessa era in quel tempo sotto il governo di un re arabo, vedi 2Corinzi 11:32. Così Plinio parla spesso dell'Arabia come vicina alla Siria, alla Palestina e alla Giudea: in un passo dice che l'Arabia divide la Giudea dall'Egitto, e altrove osserva che la Siria si distingue con molti nomi, perché si chiama Palestina, dove tocca gli Arabi, la Giudea, la Celezia e la Fenicia, e la Perea, o il paese al di là del Giordano, dice, è vicino all'Arabia e all'Egitto; e a est del lago degli Asfaltiti pone l'Arabia, che appartiene ai Nomadi; così similmente Giuseppe Flavio pone l'Arabia a oriente della Perea, o il paese al di là del Giordano, e dice in un altro luogo che l'Arabia confina con la Giudea, la cui metropoli era Petra, dove il re Areta aveva il suo palazzo reale; Girolamo osserva similmente che il fiume Giordano divide la Giudea e l'Arabia, cosicché questo paese in cui l'apostolo si recò non era molto lontano dalla Siria e dalla Giudea, dove tornò di nuovo dopo un po' di tempo; che sembra essere circa lo spazio di tre anni, da ciò che segue nel versetto successivo, e quando ebbe compiuto l'opera e la volontà di Dio in quelle parti; dove senza dubbio egli fu lo strumento per convertire le anime e fondare chiese, e qui è certo che ci furono chiese nelle epoche successive: nel "terzo" secolo c'erano chiese in Arabia, menzionate insieme con le chiese in Siria, da Eusebio; in questa epoca vissero due famosi vescovi arabi, Berillo e Massimo; e lo stesso storico riferisce, che ai tempi di Diocleziano ci furono alcuni martiri meravigliosi in Arabia, che soffrirono le torture e la morte più crudeli, per amore di Cristo: e nel "quarto" secolo ci furono vescovi arabi nel concilio di Nicea, e in altri sinodi, come a Gerusalemme e a Sardica; e nello stesso secolo c'erano vescovi dell'Arabia Petrea, al sinodo di Antiochia, i cui nomi erano Nicomaco e Cirione: e anche nel "quinto" secolo c'erano chiese e vescovi nello stesso paese, per non rintracciarli ulteriormente:

e tornarono di nuovo a Damasco; e fu allora che, accresciuto in forza spirituale e conoscenza, dimostrò che Gesù di Nazaret era il vero Messia, con confusione dei Giudei di lì; che attirarono su di lui il loro risentimento e la loro indignazione, tanto che presero consiglio e tennero agguati per ucciderlo; ma i discepoli lo calarono attraverso una finestra, presso le mura della città, in una cesta, ed egli sfuggì loro

18 Versetto 18. Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme,

Non tre anni dopo il suo ritorno a Damasco, ma dopo la sua conversione; e fu allora che si trasferì per diventare membro della chiesa di Gerusalemme; ma non si curarono di accoglierlo, temendo che non fosse un discepolo, fino al momento in cui Barnaba lo prese e lo condusse dagli apostoli Pietro e Giacomo, e raccontò la sua conversione e la sua audacia nel predicare il Vangelo a Damasco: la sua visione nel salire a Gerusalemme in questo momento era in parte la sua salvezza, essendo obbligato a fuggire da Damasco, ma principalmente

per vedere Pietro. La copia alessandrina, e un'altra, leggono "Cefa", e così fa la versione etiope, la stessa con Pietro: non per vedere che tipo di uomo fosse, ma per fargli visita cristiana; conversare con lui di cose spirituali; di sapere come si svolse l'opera di Dio sotto di lui, come ministro della circoncisione; e di riferirgli quale successo aveva ottenuto come ministro degli incirconcisi; ma non per ricevere il Vangelo da lui, o per essere ordinato predicatore da lui; poiché era già stato tre anni nell'opera del ministero, prima di fare questa visita; e per di più il suo soggiorno con lui fu brevissimo, né avrebbe potuto ricevere molto da lui, in così poco tempo, in modo ordinario:

e rimasero con lui quindici giorni; e anche tutto questo tempo non fu interamente speso a conversare con lui; poiché in quel tempo andava e veniva a Gerusalemme, dove predicava intrepidamente nel nome di Cristo, e disputava contro i Greci

19 Versetto 19. Ma io non vidi nessuno degli apostoli,

Questo è osservato per mostrare che, come non ricevette il Vangelo da Pietro, così nemmeno da alcuno degli altri apostoli, con i quali non vide e tanto meno conversò;

salvo Giacomo, fratello del Signore; non Giacomo, figlio di Zebedeo, fratello di Giovanni, che Erode uccise con la spada; ma Giacomo figlio di Alfeo, colui che pronunciò il discorso nel sinodo di Gerusalemme, Atti 15:13 fu l'autore dell'epistola che porta il suo nome, ed era il fratello di Giuseppe, Simone e Giuda, che sono chiamati fratelli di Cristo, Matteo 13:55 e che poiché erano parenti e parenti di Cristo secondo la carne, essendo consuetudine presso gli ebrei chiamare tali fratelli. La relazione entrò e stette così; questo Giacomo era Giacomo il minore, figlio di Maria moglie di Cleofa, Marco 15:40,47 che Cleofa era il fratello di Giuseppe, il marito di Maria madre di nostro Signore, come racconta Eusebio, da Egesippo; e così nostro Signore e questo Giacomo erano figli di fratelli, come si supponeva: oppure la moglie di Cleofa madre di Giacomo, era sorella di Maria madre di Cristo, come viene chiamata, Giovanni 19:25 e quindi erano figli di sorelle, o propri cugini; e così Girolamo, dopo molte discussioni su questo argomento, conclude che Maria, madre di Giacomo, era meno la moglie di Alfeo (o Cleofa, che è lo stesso), e la sorella di Maria, la madre del Signore, che l'evangelista Giovanni chiama Maria di Cleofa; e le persone in tale relazione, e anche gli zii e i nipoti, erano chiamati fratelli dai Giudei; vedi Genesi 12:5 Genesi 13:8 29:12,15 Levitico 10:4 né Giacomo è uno dei discepoli del nostro Signore chiamato suo fratello, alcuna contraddizione con Giovanni 7:5 come afferma l'Ebreo, dove è detto, "nemmeno i suoi fratelli credettero in lui"; poiché potrebbero non credere in lui allora, e tuttavia credere in lui dopo: inoltre, Cristo aveva fratelli o parenti secondo la carne, distinti dai suoi discepoli e apostoli, e dai suoi fratelli tra loro; vedi Matteo 10:1 12:46,49 come Giacomo, Giuda e Simone; né l'evangelista Giovanni dice che nessuno dei fratelli di Cristo credette in lui, ma solo che non lo fecero coloro che vennero da lui e gli ordinarono di andare in Giudea. Alcuni sono stati dell'opinione che qui si intenda un terzo Giacomo, distinto da Giacomo figlio di Zebedeo e Giacomo figlio di Alfeo; che non era dei dodici apostoli, e fu soprannominato Giacomo il giusto, e chiamato fratello di Cristo a causa della sua fede, saggezza e condotta; ma è certo che questo Giacomo era del numero degli apostoli, come appare dalla clausola di eccezione: "Non vidi altri apostoli, tranne Giacomo", ecc. e dal fatto che fu messo con Cefa e Giovanni che erano colonne e il capo tra gli apostoli; e inoltre era Giacomo, figlio di Alfeo, che era soprannominato il "giusto", e Oblia, e presiedeva la chiesa di Gerusalemme, ed era un uomo di grande stima tra i Giudei; ed è da Giuseppe Flavio, come qui, chiamato il fratello di Gesù

20 Versetto 20. Ora, le cose che vi scrivo,

Riguardo alla sua educazione, alla sua religione, ai suoi principi e alle sue pratiche prima della conversione; riguardo alla sua chiamata per grazia di Dio, alla rivelazione di Cristo in lui, e alla sua predicazione di lui tra i pagani; riguardo ai suoi viaggi in diversi luoghi a questo scopo, e specialmente riguardo al fatto che non riceveva il Vangelo dagli uomini, non da nessuno degli apostoli; e come dopo la sua conversione non salì a Gerusalemme da nessuno di loro, per essere ammaestrato e mandato da loro; e che solo tre anni dopo pianse là nel vedere Pietro, con il quale rimase solo quindici giorni, e non vide nessun altro apostolo, se non Giacomo, fratello del Signore. Ora, essendo questa una questione di momento, e di ciò di cui era stato accusato dai falsi dottori, che il Vangelo che predicava lo aveva ricevuto dagli uomini, per squalificarlo e disprezzarlo come apostolo, e che essi avevano insinuato ai Galati; perciò non solo scrisse queste cose, ma per la loro conferma si appella solennemente a Dio, il ricercatore dei cuori, per la verità di esse;

ecco, io non mento davanti a Dio; che non è solo una forte asseverazione, ma un giuramento formale; è giurare per l'Iddio di verità, chiamandolo ad essere testimone delle cose che aveva scritto; donde è evidente che un giuramento nelle occasioni appropriate, quando c'è una necessità per esso, e un buon fine a cui si deve rispondere, può essere legittimamente fatto

21 Versetto 21. In seguito venni nelle regioni della Siria e della Cilicia. Avendo conteso contro i Greci a Gerusalemme, ed essendo troppo duro per loro, li irritò così tanto che stavano per ucciderlo; il che, conoscendolo i fratelli di là, lo tolsero di mezzo e lo fecero scendere a Cesarea, e quindi a Tarso, città della Cilicia; dove è nato; nei quali luoghi e nei paesi circostanti predicò il Vangelo di Cristo; a Tarso, Barnaba andò a cercarlo e, trovatolo, lo condusse ad Antiochia di Siria; e sia in Siria che in Cilicia predicò, senza dubbio con successo, poiché leggiamo di gentili credenti e chiese in quelle parti che visitò in seguito; essendo stato inviato insieme ad altri, con la lettera e i decreti del sinodo di Gerusalemme a loro, e che egli ha confermato; vedi Gill su " Atti 15:23", vedi Gill su " Atti 15:41" : nel testo greco questi paesi sono chiamati "climi"; un clima in geografia è detto come una parte della superficie della terra, delimitata da due cerchi paralleli all'equatore, e di una larghezza tale che il giorno più lungo nel parallelo più vicino al polo, supera il giorno più lungo in quello successivo all'equatore, di un certo spazio, cioè mezz'ora... L'inizio del clima è il cerchio parallelo in cui il giorno è il più corto, la fine del clima è quella in cui il giorno è il più lungo; - ogni clima differisce dai suoi contigui solo per il fatto che il giorno più lungo d'estate è più lungo o più corto di mezz'ora in un luogo che nell'altro: - volgarmente il termine clima è conferito a qualsiasi paese o regione diversa da un altro, sia per quanto riguarda le stagioni, sia per la qualità del suolo, o anche i costumi degli abitanti, senza alcun riguardo per la lunghezza del giorno più lungo; in questo senso sembra essere usato qui, come anche in Romani 15:23; 2Corinzi 11:10. Del paese della Siria, vedi Gill su "Matteo 4:24". La Cilicia è un paese dell'Asia Minore, ora chiamato Caramania; aveva il suo nome di Cilicia, come dice Erodoto, da Cilix, figlio di Agenore, un Fenicio: sebbene Bochart lo derivi da Challekim o Challukim, che significa pietre, essendo un paese sassoso; e così Erodoto la chiama Cilicia "montuosa"; si dice che abbia Pamphilia a ovest, le cime del Monte Tauro a nord, il monte Amanus a est e il mare di Cilicia a sud; Girolamo dice, la Cilicia è una provincia dell'Asia, che il fiume Cydnus taglia nel mezzo, e il monte Amanus, di cui Salomone fa menzione, la separa dalla Siria-Coele

22 Versetto 22. Ed era sconosciuto di faccia,

O "di persona". Si dice che questo impedisca ciò che si potrebbe obiettare, che sebbene l'apostolo non avesse ricevuto il Vangelo, predicò da nessuno degli apostoli a Gerusalemme; eppure avrebbe potuto averlo dalle chiese che erano nel paese della Giudea, e da alcuni degli uomini principali che vi erano in esse; ma questo era così lontano dall'essere vero, che egli non era nemmeno conosciuto dalle chiese della Giudea che erano in Cristo; poiché non c'era solo una famosa chiesa di credenti in Cristo a Gerusalemme, la metropoli del paese, ma c'erano diverse chiese congregate nelle diverse parti di quel paese: per Giudea dobbiamo intendere quella parte della terra d'Israele così chiamata, che era distinta non solo dalla Samaria; ma dalla Galilea e dalla Perea, o dal paese al di là del Giordano; poiché secondo i Giudei, il paese d'Israele era diviso in tre parti, Giudea, Perea e Galilea. La Giudea fu divisa in tre parti: la regione montuosa, la pianura e la valle; e la pianura di Lidda è come la pianura del mezzogiorno, e la sua parte montuosa come il monte del re; da Bet-Oron al mare c'è una sola provincia, e altrove si dice che la regione montuosa della Giudea è il monte del re, la sua pianura è la pianura del mezzogiorno, e la valle è da Engadi a Gerico, da Bet-Oron a Emmaus è montuosa, da Emmaus a Lidda è una pianura, e da Lidda al mare una valle, da cui si può raccogliere dove si trova questo paese, e dove si parlava qui di queste chiese; il cui fondamento potrebbe essere posto nella conversione di alcuni in quelle parti, attraverso il ministero dei discepoli di Cristo, che furono nominati testimoni di lui non solo a Gerusalemme, ma in tutta la Giudea e la Samaria, Atti 1:8 e all'incirca al tempo della conversione dell'apostolo Paolo, e della sua presenza a Gerusalemme, c'erano chiese radunate in Giudea, a differenza della Galilea e della Samaria, Atti 9:31 in particolare a Cesarea, Lidda, Saron e Ioppe. È molto probabile che tutti gli apostoli, quando si accinsero per la prima volta a predicare il Vangelo dopo l'ascensione di Cristo e l'effusione dello Spirito, cominciarono in Giudea; anche se alcuni potevano fare un soggiorno molto breve, e altri più lungo. Si pensa generalmente che l'apostolo ed evangelista Matteo abbia esercitato il suo ministero principalmente in Giudea, e che vi sia rimasto a lungo; qui scrisse il suo Vangelo per il bene degli Ebrei che credettero, e questo, come dice uno scrittore molto antico, quando Pietro e Paolo predicarono a Roma, e vi fondarono la chiesa. Si dice anche che Giuda Taddeo attraversò la Giudea, la Galilea, la Samaria, l'Arabia, la Siria e la Mesopotamia; ed è certo che Filippo, dopo aver battezzato l'eunuco, predicò in tutte le città da Azoto a Cesarea, dove sembra che si sia fermato per un po' a predicare, Atti 8:40 e dove in seguito fu uno stato di chiesa evangelica, di cui vedi Gill su " Atti 10:48 " e a Lidda e Saron, che erano entrambi in Giudea, c'erano santi che furono visitati dall'apostolo Pietro, e altri convertiti da lui, all'incirca nel periodo a cui il nostro apostolo si riferisce qui; della chiesa di Lidda; vedi Gill su "Atti 9:32" anche a Giaffa, che era nella tribù di Dan, c'erano discepoli nello stesso tempo, e molto probabilmente una chiesa lì; si veda Gill su "Atti 9:38" e si può osservare che l'Apostolo Pietro era il ministro della circoncisione, gli fu affidato il Vangelo della circoncisione, e continuò con e predicò molto agli Ebrei circoncisi; e così con ogni probabilità fu lo strumento per fondare le chiese in Giudea di cui si parla qui. Si dice che questi siano

in Cristo, come si dice altrove la chiesa di Tessalonica e quella di Corinto, perché professavano di credere in Cristo, venivano chiamati per nome e per nome, e anche se ogni singolo membro di loro non era in Cristo, non era realmente unito a lui e non era in comunione con lui, tuttavia, poiché erano tutti sotto la sua professione, sono considerati come in lui. La versione araba recita: "le chiese della Giudea che credono in Cristo"; che, sebbene non sia una traduzione letterale, dà il vero senso del passaggio e distingue quelle chiese dalle sinagoghe o assemblee degli ebrei che non credevano in Cristo

23 Versetto 23. Ma avevano sentito solo:

Ciò che sapevano dell'apostolo era solo per sentito dire; non l'avevano mai visto, né udito predicare, né conversato con lui, solo che glielo avevano riferito;

quello che ci ha perseguitati nei tempi passati; alcuni anni fa, e non loro personalmente, ma quelli che erano della loro stessa fede, la chiesa di Gerusalemme e i suoi membri; che fece scompiglio, mandando in prigione uomini e donne e facendo fuggire altri in città straniere;

ora predica la fede che un tempo aveva distrutto; tutto ciò che era in lui, si sforzò di distruggerlo, sebbene non riuscisse a sradicarlo completamente; distrusse molti dei discepoli che la detenevano e fece tutto il possibile per scoraggiare gli altri dall'abbracciarla e dal professarla; si servì degli argomenti più forti di cui era padrone per confutarla, e del braccio secolare per schiacciarla ed estirparla, ma ora era diventato un predicatore di essa: per "fede" si intende non tanto la grazia della fede, ma per mostrare la natura, la necessità e l'utilità della fede in Cristo, e per dirigere e incoraggiare i peccatori sensibili, come fece con il carceriere, credere in lui era una parte principale del suo ministero; ma piuttosto la dottrina della fede, che è sempre destinata, quando si dice, come qui, ad essere predicata o ad essere obbedita, è rimasta salda e ha lottato, o ad essere allontanata e da cui si è errata, per essere fatta naufragare e negata. Il Vangelo è chiamato parola della fede, mistero della fede, fede del Vangelo, fede comune, santissima fede, la fede una volta trasmessa ai santi; contiene cose da credere; propone e orienta al grande oggetto della fede; ed è il mezzo per impiantare e accrescere quella grazia, e senza la quale il suo ministero non è di alcuna utilità: comprende tutti gli articoli di fede, rispetto all'Essere divino, l'unità di Dio, la trinità delle persone nella Divinità, l'uguale e propria divinità di ogni persona, le loro distinzioni personali l'una dall'altra, l'attribuzione di tutte le opere divine, il culto e l'onore ad essi; si riferisce a tutto ciò che riguarda l'uomo, nella sua creazione originaria, nel suo stato di innocenza e integrità; riguardo alla caduta di Adamo, all'imputazione del suo peccato a tutta la sua posterità, alla corruzione della natura umana e all'impotenza dell'uomo verso tutto ciò che è spiritualmente buono: riguarda tutti gli atti di grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito, in e verso uno qualsiasi dei figli degli uomini: include tutte le sue dottrine, come dell'amore libero, sovrano, eterno e immutabile di Dio; dell'eterna, personale e indifferente elezione di alcuni alla grazia e alla gloria, per mezzo della quale entrambi sono assicurati; dell'eterno, assoluto, incondizionato e sicuro patto di grazia; di particolare redenzione da parte di Cristo, procedendo verso una piena soddisfazione alla giustizia divina; della giustificazione mediante la giustizia imputata di Cristo; di riconciliazione e di perdono con il suo sangue; della rigenerazione e della santificazione per mezzo dello Spirito; della perseveranza dei santi nella fede e nella santità, nella risurrezione dei morti e nella gloria eterna: ora questa fede, nei diversi rami importanti di essa, l'apostolo predicò, pubblicò, dichiarò, parlò apertamente e pubblicamente; completamente e completamente, senza far cadere, nascondere o trattenere nulla; in modo chiaro e chiaro, senza usare frasi ambigue, o parole di doppio significato, con tutta la fedeltà e l'integrità, l'audacia e la costanza

24 Versetto 24. Ed essi glorificarono Dio in me.] O "per me"; per suo conto; per la meravigliosa grazia che gli è stata concessa e operata in lui; per il sorprendente cambiamento che fu fatto in lui, che da persecutore diventasse predicatore, cosa che attribuivano, come lui stesso, all'abbondante grazia di Dio; erano grandemente grati e benedicevano Dio, che gli aveva fatto doni così grandi e lo aveva reso così grandemente utile alla causa e tra le chiese di Cristo. E osservando ciò, quanto le chiese della Giudea siano state colpite dalla grazia di Dio che gli è stata concessa, sebbene non l'avessero mai visto né udito, egli colpisce tacitamente e rimprovera i falsi dottori, e i Galati che hanno aderito a loro, per il diverso trattamento che hanno riservato a lui; ai quali non solo era conosciuto di persona, ma aveva predicato tra loro così pienamente, chiaramente e potentemente il Vangelo della grazia di Dio

Commentario del Pulpito:

Galati 1

1 

PULPIT COMMENTARY

VERSIONE ITALIANA DEL COMMENTO DELLA LETTERA AI GALATI

TESTO TRADOTTO DA

ANTONIO CONSORTE

INTRODUZIONE

GALAZIA

LA GALATIA era un tratto di paese che si trovava nella parte settentrionale di quell'altopiano elevato che forma la parte centrale della grande penisola che chiamiamo Asia Minore. A sud, questi altopiani poggiano sulla lunga catena dei Monti Tauri che corrono più o meno paralleli alla costa. A nord sono sollevati, dapprima dalla catena dell'Olimpo, che, cominciando nei pressi di Prusa oggi Brusa, prosegue generalmente verso est, fino a quando, dopo essere stati attraversati dal fiume Ancharias Akaria, che nasce in quegli altopiani, sono continuati dai monti Aladag e Ulgaz fino all'Halys Kizil-Irmak. Anticamente queste terre erano occupate in misura considerevole dai Frigi, allora ritenuti, secondo Omero Iliade, 3:185-190, una delle razze più belle dell'umanità. Ma nella prima parte del terzo secolo avanti Cristo, orde di Galli, dopo che un distaccamento delle loro schiere era stato respinto nel tentativo di invadere la Grecia, erano riuscite ad attraversare l'Ellesponto 279 a.C. e si erano riversate sui distretti occidentali dell'Asia Minore, portando distruzione e rapina in ogni direzione. Non dobbiamo preoccuparci dei dettagli della loro storia successiva. Basti notare che alla fine queste tribù selvagge si ritrovarono entro i limiti di quel paese al quale diedero il proprio nome, essendo un distretto che avevano strappato ai suoi antichi occupanti frigi. Nell'anno 189 a.C. furono conquistati dal generale romano, Cn. Manlio Vulso. I Romani, tuttavia, trovarono opportuno lasciarli per lungo tempo rimanere in misura considerevole indipendenti, sotto principi propri. Uno di questi era il Deiotaro, il cui nome è familiare ai lettori di Cicerone come suo amico e utile alleato quando era proconsole di Cilicia, e come in seguito difese da lui, nella sua "Oratio pro Rege Deiotaro", quando fu citato in giudizio davanti a Giulio Cesare con l'accusa di aver tentato di assassinarlo. Questo Deiotarus, nel 65 a.C., unì per la prima volta i Galati sotto un unico sovrano. Alla morte di un suo successore, Aminta, nel 25 a.C., la Galazia, con l'aggiunta di alcuni distretti vicini, fu costituita in provincia romana sotto un governatore

In conseguenza di ciò avvenne che il termine Galazia è usato in un senso più ampio e in un senso più ristretto. A volte designa il paese propriamente detto; a volte, la provincia romana composta da questa Galazia e da altre contrade ad essa aggiunte, che erano diverse in tempi diversi. Atti del periodo di cui ci occupiamo ora, questi distretti aggiuntivi erano la Licaonia, l'Isauria e una parte della Pisidia; tutti situati a sud-ovest e a sud della Galazia vera e propria. Se il termine usato da San Paolo denota il paese che coesisteva con la provincia romana di quel nome, potremmo considerare le Chiese di Antiochia di Pisidia ora Yalobatch, così come quelle di Iconio Konieh, Derbe e Listra, città della Licaonia, come tra "le Chiese della Galazia". Questa ipotesi, tuttavia, è dimostrata dal vescovo Lightfoot "Galati: le Chiese della Galazia", così come da altri, come insostenibile. È opinione prevalente dei critici, e si può tranquillamente presumere come un dato di fatto, che la parola "Galazia" sia usata dall'apostolo in riferimento a questo paese nel suo senso più stretto e più proprio

In questo periodo i Galati erano divisi in tre sept

1 I Trocmi, che occupano la posizione più orientale, sulla riva destra dell'Halys, la loro capitale è Tavium. Non lontano dal loro confine orientale si trovava Comana ora Tokat, consacrata per essere il luogo di riposo di San Crisostomo e di Henry Martyn

2 Vennero poi i Tectosaggi, la cui capitale, Ancyra Angora, la capitale anche della provincia romana, si trovava un po' a nord della parte più centrale della penisola dell'Asia Minore; era famosa nei tempi antichi, come lo è ora, per i morbidi tessuti di camlet tessuti con il pelo fine delle sue capre

3 Più occidentali erano situati i Tolistoboii, o Tolistobogii, la cui capitale, Pessinus, situata a sud-ovest di Ancyra, si trovava sotto il monte Dindymus, ed era famosa in tutto il mondo per essere il principale centro di culto di Cibele, la madre degli dei; "Dindymene" Orazio; "cui Dindyma cur&ae;" Virgilio; il culto di cui si diceva si diffondeva dappertutto a causa dell'orribile automutilazione di alcuni dei suoi sacerdoti, "Galli" o "Corybantes", e per la frenesia dei suoi devoti, eccitati da altezzosi e tamburelli bronzei "Corybantia &ae;ra"

È stato affermato che i Galli diedero il proprio nome al distretto che occupavano. Per spiegare ciò, dobbiamo osservare che Galat è la forma sotto la quale il nome, che in latino è Gallo, appare comunemente negli autori greci dopo il tempo di Erodoto, nelle cui "Storie" appare come Kelt. Le Gallie d'Europa, sia Cisalpine Lombardia che di Francia, furono chiamate dai Greci Galazia. Infatti, la "Galazia" che ci sta davanti era una terza Gallia. Va inoltre osservato che quando San Paolo, scrivendo alla fine della sua vita da Roma, dice a Timoteo 2; Timoteo 4:10 che Cresceno era andato in Galazia, la parola era comunemente, forse giustamente, presa dai commentatori greci, come riferita a una Gallia europea, e non a quella dell'Asia Minore. Galat ha l'aspetto di essere la parola Kelt leggermente diversa nella sua espressione; ma non è del tutto certo che sia così; potrebbe piuttosto essere il caso pensa il vescovo Lightfoot che Galat e Kelt fossero forme divergenti della stessa parola, applicate a diversi rami della razza celtica. È stato ipotizzato che entrambi mostrino la stessa radice di Gall, con un suffisso celtico

E' interessante osservare che i Galli incarnati in Asia Minore conservarono con "tenacia celtica" la loro lingua originale a tal punto che la loro lingua è dichiarata da Girolamo, nell'Introduzione al suo Commento alle Epistole, come appartenente al suo tempo, che era più di tre secoli dopo quello di San Paolo. molto simile eadem fere che aveva sentito parlare dai Galli a Trèves. Usavano però anche la lingua greca, per cui a volte venivano chiamati dai Romani Gallo-Gr&ae;ci. In effetti, la lingua greca, che sotto l'impero venne usata anche nella stessa Roma più consuetamente del latino, era in voga, come osserva anche Girolamo, in tutto l'Oriente. Erano quindi almeno bilingui, e non pochi conoscevano senza dubbio anche la lingua dei loro padroni romani. Questo era il caso di molti dei paesi soggetti all'impero romano cfr. Giovanni 19:20 Così, quando Paolo e Barnaba si recavano nel vicino paese della Licaonia, senza dubbio si rivolsero al popolo in greco, sicuri di essere compresi da loro, mentre essi stessi non riuscirono a cogliere l'importanza delle grida lanciate dal popolo della Licaonia, i quali, nella loro eccitazione, tornarono naturalmente al loro linguaggio più nativo Atti 14:11-14

La Terra Galattica. È da notare che San Luca non usa affatto la parola "Galazia". Per due volte trova l'occasione di specificare il distretto, e in entrambi i casi lo chiama "la Terra Galatica" Atti 16:6; 18:23 Senza dubbio ha trovato questa designazione già in uso, sebbene non sia stato prodotto alcun esempio della sua occorrenza altrove, e ha scelto di impiegarla piuttosto che "Galazia", al fine di renderla più immediatamente evidente ai lettori romani a cui stava indirizzando il suo racconto, che non era l'intera provincia romana del nome a cui si riferiva ora. Cantici usa poi il termine "Frigia" in entrambi i casi in stretta connessione con "la Terra Galattica", non essendoci una provincia romana così chiamata. Egli quindi congiunge i due, come se fossero legati insieme da una certa misura di identità nelle loro popolazioni; poiché con ogni probabilità non pochi degli abitanti originali frigi abitavano ancora nel paese, sebbene ora formassero uno strato di popolazione subordinato a quello dei loro conquistatori gallici. Atti tutti gli eventi, "il Galato" aveva originariamente formato una parte del paese dei Frigi

RELIGIONE DEI GALATI

Non sembra che gli invasori gallici abbiano subito adottato il culto di Cibele, perché quando, nella terza generazione dopo la conquista, furono attaccati dai Romani, i sacerdoti frigi di Cibele incontrarono il generale romano, vestito con le vesti del loro ufficio, e cantando selvagge melodie di profezia, in cui gli annunciavano che la dea approvava la sua impresa, e lo avrebbe reso il padrone del paese Lightfoot, citando Livio, 38:18; Polibio, 22:20. Forse questa predizione ebbe in seguito l'effetto di rendere i Galli, attraverso il suo compimento, più pronti a sottomettersi alle pretese fatte per conto della dea al loro omaggio. Atti tutti gli eventi, sembra che in seguito abbiano abbracciato il suo culto nel modo più cordiale. Il fervido fanatismo dei suoi riti avrebbe naturalmente esercitato una grande attrazione sul temperamento di un popolo così eccitabile come lui. Tra le iscrizioni trovate a Pessinus, come anche a Comana Tokat, ce ne sono diverse, osserva il vescovo Lightfoot, specificando i sacerdoti di Cibele con nomi che sono evidentemente gallici. Il suo culto rimase a lungo in questa sua antica dimora: l'imperatore Giuliano la trovò ancora esistente lì, e cercò in tutti i modi di far rivivere questo, così come altri culti gentili, in rinnovato vigore. I Galati, tuttavia, servivano anche altri dèi Galati 4:8 A Tavium l'oggetto principale di culto era una colossale statua di bronzo di Zeus. Atti Ancyra c'era un magnifico tempio di Augusto in marmo bianco, ancora esistente in rovina. Poiché i loro vicini Licaoni riconoscevano Ermete come una delle loro divinità così come Zeus, possiamo ben credere che il suo culto fosse accettato anche da questi Galli; entrambi furono adottati dai Frigi, gli antichi possessori del suolo, insieme probabilmente a gran parte del loro altro culto idolatrico. Essendo una razza meno civilizzata di quella che essi espropriarono, per questo motivo avrebbero potuto essere più pronti a prestare orecchio al loro insegnamento religioso, specialmente perché questi culti idolatri erano localizzati molto comunemente, e di conseguenza pretendevano di essere assunti dai nuovi venuti insieme ai luoghi a cui erano legati. Avevano inoltre portato con sé forme di osservanza religiosa o idolatrica proprie, che, alla maniera degli idolatri, avrebbero più o meno amalgamato con quegli altri; ma di questi non sappiamo nulla

EBREI IN GALAZIA

Tra queste nazioni idolatriche c'era sparsa in lungo e in largo una grande diffusione di ebrei, che formavano, rispetto alla diffusione del vangelo, un elemento molto importante della popolazione. Oltre alle circostanze tendenti, qui come altrove, alla loro diffusione, sembra che ve ne siano state alcune che in Asia Minore erano particolarmente operative. Antioco il Grande, re di Siria, prima di essere costretto verso la fine del suo lungo regno a cedere nell'anno 191 a.C. davanti all'avanzata della potenza di Roma, dominava su un'ampia fascia di paese che si estendeva dalle rive dell'Egeo attraverso il continente fino a oltre Babilonia. E apprendiamo da Giuseppe Flavio 'Ant.,' 12:3, 4 che questo re, in vista del consolidamento del suo potere, ordinò al suo generale Zeusi di trasferire duemila famiglie ebree dalla Mesopotamia e da Babilonia in Lidia e Frigia, e di stabilirle "nei castelli e nei luoghi più convenienti"; assicurando allo stesso tempo loro il libero esercizio della loro religione, concedendo loro terreni per la costruzione di case e per l'agricoltura, e conferendo varie immunità che indicavano la sua fiducia nella loro lealtà al suo governo. Se questo schema fosse pienamente realizzato, ne dedurrebbe l'insediamento in quei paesi di una popolazione di non meno di diecimila persone. Alcuni di questi non potevano non stabilirsi in Galazia. È infatti del tutto supponibile che le inquietudini in queste parti dei suoi domini che, come dice a Zeusi, lo portarono ad adottare questa misura, abbiano avuto la loro origine in parte dallo spirito turbolento dei Galli recentemente insediati in Asia Minore o ancora vagabondi. Atti in ogni caso, questi insediamenti ebraici in "Frigia" sarebbero diventati nuclei, inviando ramificazioni che si sarebbero rapidamente diffuse in distretti così fertili come lo era la Galazia. Che gli ebrei abbondassero nella regione galattica in particolare è dimostrato da un altro fatto registrato da Giuseppe Flavio 'Ant., 16:6, 2, il quale dice che per ordine di Augusto una copia di un indirizzo che aveva ricevuto dagli ebrei, insieme a un suo decreto emesso in conseguenza di esso, che assicurava loro protezione nelle loro osservanze religiose, fu incisa su una colonna nel suo tempio ad Ancyra, la capitale della provincia. Di conseguenza, troviamo nella storia degli Atti abbondanti prove della grande influenza che gli ebrei furono in grado di esercitare in tutte queste parti dell'Asia Minore della cui evangelizzazione San Luca ha dato qualche particolare; e si può presumere che lo stesso sia accaduto in altri luoghi, i suoi riferimenti ai quali sono solo brevi e allusivi. L'importante influenza della popolazione ebraica di "quelle parti" Atti 16:3 è ulteriormente dimostrata dalla circostanza che, in considerazione di ciò, San Paolo a Listra o Iconio ritenne opportuno circoncidere Timoteo per facilitare la sua opera di evangelizzazione

Strade romane. La diffusione all'estero delle popolazioni degli ebrei, ora commercialiste, fu favorita dalla sistemazione che il governo romano provvide a facilitare la locomozione, nelle strade che costruì intersecando questi paesi dell'Asia Minore in tutte le direzioni, e sono particolarizzate ci viene detto negli Itinerari, e alcune di esse esistono ancora. Questi passavano per Gordio, già capitale della Frigia, e ancora a quei tempi un importante centro di traffico, situato sulla frontiera nord-occidentale della Galazia, e uscivano da Tavium, un altro importante centro di commercio sul lato orientale. Queste strade hanno senza dubbio molto a che fare con la direzione del percorso che San Paolo ha seguito nei suoi tre grandi viaggi in Asia Minore. A questo proposito si rimanda il lettore agli interessanti e altamente illustrativi capitoli dell'opera di Conybeare e Howson su San Paolo, in cui Dean Howson ripercorre i viaggi dell'apostolo in quei paesi capp. 6-8

La tintura ebraica dell'Epistola. Il Dr. Jowett e altri hanno attirato l'attenzione sul carattere particolarmente ebraico che in questa Epistola contraddistingue i ragionamenti e lo stile di illustrazione di San Paolo. E questo è stato supposto per favorire una deduzione che è stata dedotta dal capitolo 4:9, che le persone a cui si rivolge erano in gran parte effettivamente Giudei. Questa deduzione, tuttavia, si basa, come oso pensare, su una visione errata del significato dell'apostolo in quel passaggio vedi nota, in loc.; mentre inoltre afferma espressamente, nel versetto immediatamente precedente, che gli ecclesiastici a cui scrive erano stati prima della loro conversione schiavi di dèi che in realtà non erano dèi. Inoltre, che fossero Gentili è chiaramente implicito in Galati 2:5, "Affinché la verità del vangelo rimanesse con voi", ed è reso certo dal fatto che non erano stati circoncisi, ma solo sollecitati a ricevere la circoncisione Galati 5:2,3; 6:12 La tintura ebraica che San Paolo si sente libero di dare al suo discorso ammette di essere spiegata in modo più soddisfacente da altre considerazioni, che, per quanto ho osservato, non sono state sufficientemente prese in considerazione

Il metodo che l'apostolo perseguì uniformemente nella sua opera di evangelizzazione dei pagani, cioè rivolgendosi in ogni luogo "prima all'ebreo", fu giustificato e raccomandato per la sua adozione dalla considerazione che ci si poteva aspettare che i convertiti ebrei fornissero gli strumenti più pronti e, quando veri credenti, i più affidabili per la guida religiosa in prima istanza delle Chiese di nuova formazione. La nuova economia era dichiaratamente basata sulla vecchia, essendo di fatto il suo proprio e il suo sviluppo sempre progettato; così che "lo scriba discepolo nel regno dei cieli" si trovava in una posizione, rispetto agli altri cristiani, preminentemente favorevole per essere qualificato ad istruire i suoi fratelli tratti dai Gentili: dal suo tesoro già ben riempito poteva trarre cose antiche e nuove Matteo 13:52 Le "cose vecchie" erano familiari alla sua mano, e quando illuminati e più completamente vitalizzati dalla combinazione con il nuovo, erano immediatamente disponibili per l'applicazione più efficace della dottrina di Cristo

I primi presbiteri, per lo più ebrei convertiti. Leggiamo negli Atti che quando Barnaba e Paolo, tornando sui loro passi verso casa, visitarono Listra, Iconio e Antiochia di Pisidia, confermando le anime dei discepoli, costituirono per loro degli anziani in ogni Chiesa Atti 14:21-23 All'inizio leggiamo questo con una certa sorpresa: come era possibile che comunità composte da convertiti così di recente, e dopo la piccola quantità di istruzione cristiana che era tutto ciò che avrebbero potuto ricevere, sarebbero stati in grado di fornire uomini qualificati per prendere la direttiva nell'insegnamento così come nella guida pratica? Avendo in vista i corpi dei convertiti dei nostri stessi missionari nel giorno d'oggi, per esempio in India o in Cina, ci viene in mente che la nomina all'ufficio presbiterale di neofiti così recente sembrerebbe essere una misura che, se inevitabile, sarebbe, tuttavia, irta di grandi rischi. Ma il nostro imbarazzo è grandemente alleviato quando ricordiamo i convertiti della sinagoga. Qui c'erano uomini - Apollo, per esempio - che fin dai primi anni di vita avevano avuto familiarità con quegli scritti sacri che erano in grado, come San Paolo ricorda a Timoteo, di rendere gli uomini saggi per la salvezza attraverso la fede in Cristo Gesù; in modo che, quando la via di Dio fosse stata accuratamente spiegata loro, si trovassero, sotto la guida dello Spirito, completamente equipaggiati, come infatti Apollo stesso si dimostrò, come uomini di Dio per ogni opera del ministero 2Timoteo 3:16,17 Non possiamo fare a meno di sentirci persuasi che è stato principalmente da questo schieramento di convertiti che quei presbiteri sono stati scelti. E ovviamente la stessa considerazione si applica a coloro che erano stati nominati per "insegnare nella Parola" i membri delle diverse Chiese Galate 6:6 Anche loro, possiamo tranquillamente supporre, erano nella maggior parte o in molti casi convertiti dalla sinagoga

L'Antico Testamento è l'unica Scrittura, e maneggiata secondo i metodi delle scuole ebraiche. Inoltre, dobbiamo tenere presente che ora e per qualche tempo dopo le sole Scritture che domenica dopo domenica fornivano quelle sacre letture, che nelle assemblee cristiane, sul modello dei servizi sabatici della sinagoga, formavano la base del commento espositivo e dell'esortazione, erano le stesse a cui si riferiva l'apostolo nel passo appena citato, vale a dire, erano le Scritture dell'Antico Testamento. In questi i loro insegnanti cercarono e trovarono, e con essi si dilettarono ad illustrare, quelle verità relative alla storia personale di nostro Signore, che furono incorporate nel breve riassunto della fede cristiana instillato nella mente della Chiesa comp. 1Corinzi 15:3,4, "Secondo le Scritture" Le storie dell'Antico Testamento, le sue profezie, i suoi discorsi devozionali, i precetti della Legge mosaica stessa come illustrativi dei principi spirituali, 1Corinzi 9:9 erano, ne siamo certi, ogni successivo giorno del Signore presentato alla vista della fratellanza cristiana, da uomini di cultura originariamente ebraica, ma aggiungendo a quella cultura, e quindi qualificandola, gli elementi più importanti della verità del vangelo. Ora, è ovvio supporre che, nelle mani di tali insegnanti, i metodi di commento e di illustrazione biblica sarebbero in larga misura gli stessi con cui erano stati familiari prima della loro conversione, dalla loro educazione rabbinica nelle scuole ebraiche e dalla predicazione della sinagoga

Naturalmente , non si intende che queste letture ed esposizioni dell'Antico Testamento costituissero l'intero servizio, o anche i discorsi pubblici, nel giorno del Signore. Senza importare nella nostra concezione della vita della Chiesa di questo tempo i tratti che la contraddistinguono nel ritratto dato cinquant'anni dopo da Plinio, nella sua celebre lettera indirizzata all'imperatore di Bitinia, siamo tuttavia in grado di farci un'idea della sua natura dagli scorci offerti dagli Atti e dalle Epistole. E formando il nostro giudizio da questi, non possiamo dubitare che la Santa Eucaristia fosse celebrata almeno ogni domenica, e probabilmente più spesso; che più o meno in connessione con ciò, si tenne la festa chiamata Amore Agapé, che forniva l'occasione per conversazioni religiose; anche che "salmi e inni e cantici spirituali" fossero cantati o cantati Efesini 5:19 Inoltre, a coloro che avevano il dono di profetizzare e di parlare in lingue fu data loro l'opportunità di impiegare i loro doni per il bene dei loro fratelli; 1Corinzi 14 e furono offerte preghiere a cui tutti potessero partecipare o esprimere simpatia. Così la lettura e l'esposizione delle Scritture dell'Antico Testamento non costituivano in alcun modo l'intera e nemmeno, forse, la maggior parte dell'attività di queste assemblee fraterne. Ma neppure dobbiamo supporre che la lettura di quelle Scritture con l'istruzione fondata su di esse fosse limitata, come forse lo era nella sinagoga, Atti 15:21 a un solo giorno della settimana. In quei giorni di primo fervore religioso e di sete del "latte spirituale che era senza frode", possiamo ben credere che si tenessero riunioni per il culto sociale e l'istruzione reciproca di giorno in giorno e di casa in casa, durante le quali si ripeteva e si inculcava perpetuamente le idee e le parole della Scrittura, con ancora la stessa tintura ebraica nel modo di espressione e di illustrazione

Questo andava avanti ormai da alcuni anni. Ora, quando l'apostolo scrisse questa sua lettera ai Galati, questa instillazione nelle menti dei Gentili convertiti di verità cristiane vestite con l'abito del pensiero ebraico era in corso, almeno in alcune delle Chiese della Galazia, da non meno di cinque o sei anni. A quel punto questi discepoli, con la rapidità e la vivacità dell'intelligenza che allora, come ci dice Cesare, caratterizzava il temperamento gallico, proprio come fanno ora, devono aver assorbito tanto del pensiero teologico ebraico cristianizzato da qualificarli prontamente per apprendere e assimilare qualsiasi linea di pensiero e ragionamento come quelli che troviamo in questa Epistola. Il loro caso era diverso da quello dei credenti tessalonicesi quando l'apostolo scrisse loro le sue due lettere: questi ultimi non erano ancora preparati a ricevere un'istruzione formulata in quelle forme - la loro conversione dal paganesimo era troppo recente; e di conseguenza in quelle due Epistole non lo troviamo. Ma i convertiti della Galazia si trovavano in una posizione diversa, come pure i cristiani romani, Romani 7:1 e i Corinzi, 1Corinzi 10:1,11, e passim e coloro ai quali fu inviata la lettera enciclica che conosciamo come l'Epistola agli Efesini; Efesini 4:2; 5:30; 6:2 tutti questi, sebbene principalmente Gentili, erano diventati, nel momento in cui quelle lettere furono loro inviate, familiari con le Scritture dell'Antico Testamento, e potevano essere chiamati come tali

CHIESE DELLA GALAZIA

In Galazia non sembra che ci sia stata una sola città in cui San Paolo abbia fatto il suo quartier generale per l'opera evangelistica, in modo simile a quello in cui in Asia fece di Efeso il suo quartier generale, e in Acaia Corinto. Non abbiamo alcuna menzione di Pessinus, o di Ancyra, o di Tavium. L'Epistola è indirizzata alle "Chiese della Galazia", come se ci fosse un certo numero di tali Chiese, nessuna delle quali, forse, conteneva un corpo così grande di membri da darle una preminenza distintiva tra le altre. A quei tempi, nei paesi in cui il cristianesimo era largamente diffuso, ogni città o villaggio considerevole aveva le sue diverse "Chiese" presiedute da presbiteri propri, e in organizzazione indipendente dalle altre. Leggiamo, per esempio, delle "Chiese della Galazia", delle "Chiese della Macedonia" e delle "Chiese della Giudea", ma mai di diciamo "la Chiesa della Galazia", o "la Chiesa della Giudea" o simili. Atti nello stesso tempo, non si dice che nessuna città, per quanto grande sia la sua intera popolazione, o per quanto numerosi siano i credenti che vi abitano, abbia più di una Chiesa; per esempio, c'era un solo Chinch a Corinto, uno solo ad Antiochia in Siria, uno solo anche a Gerusalemme, anche se in quest'ultima città, come disse San Giacomo a San Paolo, Atti 21:20 c'erano "decine di migliaia" muriadev di credenti. Tre secoli dopo, come apprendiamo da Bingham 'Antiquities,' 2. 12. 2, nella penisola ora chiamata Asia Minore, "non molto più grande" dice l'autore "dell'isola di Gran Bretagna", c'erano, "come appare dalle antiche Notiti&ae; della Chiesa", quattrocento "vescovi", alcuni dei quali in città di dimensioni piuttosto piccole. Ora, qualunque cosa si possa pensare del senso della parola "vescovo" ai tempi degli apostoli, Confronta Filippesi 1:1 non ci può essere dubbio che, nel quarto secolo, ogni "vescovo" significava una Chiesa separata presieduta da lui. C'erano, quindi, nel IV secolo, quattrocento Chiese in Asia Minore. Considerando le dimensioni della Galazia, si può supporre che un numero considerevole di questi appartenesse a questo distretto, alcuni dei quali risalenti ai tempi di San Paolo

Storia delle Chiese Galate come si evince dalle Epistole. Della storia precedente di queste Chiese, come anche della loro storia successiva nell'età apostolica, le nostre informazioni sono estremamente scarse. Gli unici particolari che possediamo riguardo all'evangelizzazione di questa regione sono tratti dalla Lettera stessa. Nel quarto capitolo l'apostolo ricorda ai suoi convertiti che la sua predicazione del vangelo a loro nel "tempo precedente" Versetto 13 fu causata da una malattia fisica. Ma non è del tutto chiaro se intenda dire che è stata la malattia a indurlo a venire tra loro, o che il fatto di averlo colpito mentre era già lì ha richiesto un soggiorno più lungo di quello che avrebbe altrimenti fatto. Ma la prima sembra l'interpretazione più probabile. La grande salubrità della parte settentrionale di questo grande altopiano interno di cui la Galazia faceva parte è ben nota vedi nota sul passaggio. Successivamente, l'apostolo fa il più grato riconoscimento dell'entusiasmo del tutto straordinario di attaccamento personale che i convertiti della Galazia avevano allora dimostrato verso di lui , vedi Galati 4:14,15, e nota che Egli annuncia anche, in Galati 3:2,5, che ricevono lo Spirito, e che lo Spirito è fornito a loro, espressioni che mostrano che nel loro caso, come era in effetti molto generalmente il caso quando l'apostolo stesso portò per la prima volta il vangelo in un nuovo quartiere, La sua testimonianza era stata suggellata dall'impartire carismi. Inoltre, la forma di espressione in", Galati 4:13, "il tempo precedente toteron implica che c'era stata un'altra visita dopo prima della stesura dell'Epistola, e probabilmente solo un'altra. Che ci fosse stata in questa seconda visita una diminuzione palpabile del fervore dell'attaccamento personale che aveva così allietato il suo cuore nella sua prima visita, non è necessariamente implicito nel modo in cui si esprimeva; poiché la frase "il tempo precedente" non qualifica altro che il riferimento alla sua malattia; ma poiché erano trascorsi tre o quattro anni, non c'era da meravigliarsi di un tale cambiamento, specialmente se si considera la mutevolezza che è il rovescio dell'entusiasmo del Celta nelle sue amicizie; anche se San Paolo, che aveva tanto a cuore l'amore dei suoi discepoli, si sarebbe naturalmente sentito addolorato e deluso se l'accoglienza che avevano ricevuto in quel momento mostrava davvero freddezza. Il riferimento che, poco dopo la stesura di questa Epistola come mi permetto di pensare, l'apostolo fece a queste Chiese in 1Corinzi 16:1 dovrà essere considerato più ampiamente più avanti

La loro storia come si evince dagli Atti. Confrontando con queste indicazioni ciò che troviamo attinente all'argomento negli Atti, scritti probabilmente quattro o cinque anni dopo l'Epistola, troviamo, in perfetto accordo per quanto riguarda l'Epistola, la menzione fatta da San Luca di due visite fatte da San Paolo alla "Terra Galattica". La prima ebbe luogo nella prima parte di quel grande viaggio missionario che l'apostolo, dopo la separazione da Barnaba, compì in compagnia di Sila. Partendo da Antiochia, visitò dapprima le Chiese già esistenti in Siria e in Cilicia. Poi, come sembra molto probabile, attraverso i passi del Tauro che erano chiamati le Porte della Cilicia vedi Conybeare e Howson, molto probabilmente nella primavera del 51 d.C., i due santi evangelisti giunsero a Derbe, Listra e Iconio. In questo quartiere l'apostolo adottò Timoteo per farli compagnia nell'opera. Poi "andarono per le città, a quanto pare quelle della Licaonia e della Pisidia, trasmettendo loro i decreti da osservare, che erano stati ordinati dagli apostoli e dagli anziani che erano a Gerusalemme" Atti 15:41-16:4 Il trascorrere di un po' di tempo sembra indicato dal modo in cui si esprime in Atti 16:5 : "Cantici, le Chiese, apparentemente delle parti appena menzionate, furono rafforzate nella fede e aumentarono di numero ogni giorno". Lo storico sacro poi aggiunge: "E attraversarono la Frigia e la Terra Galatica, essendo stato proibito dallo Spirito Santo di annunciare la parola in Asia, cioè nella cosiddetta provincia romana; e passò contro la Misia". Questo è tutto ciò che San Luca dice qui sulla Galazia. Evidentemente il suo principale interesse nel registrare l'intero viaggio risiede in quell'introduzione del vangelo in Europa che in particolare è stato progettato dal Cielo per realizzare, un argomento che occupa tutta la sua attenzione da questo punto fino al diciottesimo versetto del capitolo 18. Affrettandosi, quindi, a quella parte particolarmente interessante di questa narrazione, egli riduce la parte precedente nella breve dichiarazione che è stata ora citata

In Atti 18 a partire dal Versetto 22, san Luca procede a riferire alcuni particolari di un altro grande viaggio missionario compiuto dall'apostolo. Ora non è accompagnato da Sila, ma sembra che abbia con sé Timoteo, insieme senza dubbio ad altri compagni nella santa impresa. Dopo aver "salutato la Chiesa" di Gerusalemme, probabilmente nell'anno 53 o 54 d.C., "scese ad Antiochia; e dopo aver trascorso un po' di tempo lì, uscì, passando per la Terra Galattica e la Frigia, stabilendo tutti i discepoli". Poi, dopo un'interessante parentesi riguardo ad Apollo, lo storico aggiunge: Atti 19:1 "Paolo, avendo attraversato il paese superiore, cioè l'altopiano nella parte settentrionale del quale erano situate la Terra Galetica e la Frigia, giunse a Efeso". Atti Efeso, come apprendiamo da Versetti. 8 e 10, trascorse più di due anni, diffondendo la conoscenza del Vangelo in lungo e in largo nella provincia dell'Asia; dopodiché attraversò il mare per visitare le Chiese da lui precedentemente fondate in Europa

DATA DELLA PARTENZA DELL'APOSTOLO DA EFESO

Nel riferimento che S. Luca qui fa ad Atti 18:23 alla "Terra Galatica", osserviamo che, menzionandola come prima in congiunzione con la Frigia, ora inverte l'ordine in cui i due distretti sono nominati. Ciò suggerisce l'impressione che l'apostolo si sia avvicinato a quei paesi per una via diversa da prima, quella che lo ha portato per primo nella Galatica. Questo sarebbe il caso se avesse scalato l'altopiano dal suo lato orientale o della Cappadocia. Pochi anni dopo c'erano credenti in Cappadocia così numerosi da richiedere una menzione speciale da parte di San Pietro nel saluto della sua prima lettera: "Ai residenti della dispersione nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, in Asia e in Bitinia". Prima di iniziare quella lunga permanenza in Occidente che probabilmente aveva già in vista, San Paolo sembra essere stato ansioso di assicurarsi in prima istanza, per quanto possibile, un terreno già occupato. Che egli si sia prefisso di fare questo è dimostrato, sia dalle parole "stabilendo tutti i discepoli", sia dalla frase "passando per ordine kaqexhv"; entrambe le espressioni indicano centri di convertiti già formati. Dopo aver completato la visita delle Chiese nel Galatico e nella Frigia, probabilmente ispezionò anche le stazioni di lavoro cristiano sparse in altre parti del "paese superiore" - per esempio, in Licaonia e Pisidia - prima di scendere nelle pianure per raggiungere Efeso. Ora, se consideriamo che questo lungo viaggio da Antiochia a Efeso per un percorso tortuoso, che comporta anche frequenti deviazioni e frequenti soste necessarie per la prosecuzione della sua opera evangelistica, significa un viaggio di non molto meno di mille miglia, per la maggior parte probabilmente a piedi - il viaggiatore un uomo di salute tutt'altro che robusta, uno soggetto ad attacchi di malattia, non possiamo supporre che la maggior parte di un anno debba essere trascorsa almeno dal momento in cui lasciò Gerusalemme prima di raggiungere la capitale dell'"Asia". Se è così, supponendo che la visita a Gerusalemme sia avvenuta nel 53 o 54 d.C., probabilmente non fu fino alla primavera del 57, forse non fino alla primavera del 58, cfr. 1Corinzi 16:8 che l'apostolo lasciò Efeso per la Macedonia

COSA HA PORTATO ALLA STESURA DELL'EPISTOLA

Il modo in cui l'Epistola si apre fa capire che l'apostolo si dedicò alla sua stesura sotto l'impulso di una forte emozione, eccitato dalle notizie della Galazia che aveva appena ricevuto. Aveva appreso con suo dolore e stupore che stavano prestando attenzione a certi che avrebbero voluto "trasformare la dottrina del vangelo di Cristo nel suo puro contrario" e si arrendevano alla loro guida

I seduttori probabilmente non erano stranieri, ma ecclesiastici della stessa Galazia

Chi fossero i seduttori l'apostolo non lo dice mai esplicitamente. Leggiamo negli Atti 15:1 che l'affanno giudaizzante ad Antiochia, che diede luogo all'importante conferenza tenuta a Gerusalemme, aveva avuto origine da "certi uomini che scendevano dalla Giudea". E nella stessa Epistola Galati 2:12 San Paolo si riferisce alla venuta ad Antiochia di "certi da Giacomo" come avuto, sempre in quella città, portato a seri imbarazzi indirettamente connessi con la stessa grande controversia giudaica. Ciò ha suggerito a molti l'ipotesi che i fomentatori del movimento in Galazia, che era manifestamente di carattere giudaizzante, fossero venuti anch'essi da Gerusalemme o dalla Giudea, e alcuni hanno ritenuto che il riferimento dell'apostolo nell'Epistola a tali persone che erano state la causa della seconda disgrazia ad Antiochia fosse un'allusione significativa, anche se velata, a una causa simile della similmente disgrazia della Galazia. L'esistenza di questa sfumatura di allusione è, tuttavia, puramente ipotetica, non avendo alcun fondamento in ciò che è realmente scritto. Che "i disturbatori" fossero venuti dalla Giudea o da qualsiasi altro luogo della Galazia è una congettura infondata e inutile. Nessun accenno a ciò è dato in nessuno dei numerosi riferimenti che l'apostolo fa ad essi: nessuno in Galati 1:7, né in Galati 3:1, né in Galati 4:17, né in Galati 5:10-12, Galati 6:12,13. Le parole in Galati 5:10 "Chi vi turba porterà il suo giudizio, chiunque egli sia", sembrano suggerire una certa eminenza di posizione detenuta da uno o più di questi insegnanti maliziosi; e forse a questo si allude anche nelle parole di Galati 1:8 "Anche se noi o un angelo dal cielo predicassimo un vangelo diverso", ecc.; ma il requisito di entrambi i passaggi è ampiamente soddisfatto dalla supposizione che uno, o più di uno, degli anziani o dei diaconi della Galazia stessa avesse commesso l'offesa. Questo sarebbe solo in accordo con ciò che leggiamo in Atti 20:30, dove l'apostolo avverte gli anziani di Efeso che tra di loro stessi dovrebbero sorgere degli uomini, dicendo cose perverse, per trascinare dietro di loro i discepoli. Forse fu proprio questa sua esperienza, allora abbastanza recente, riguardo agli anziani della Galazia, che, insieme probabilmente ad altre esperienze di tipo simile, spinse quell'espressione di avvertimento a Mileto. L'accenno in Galati 5:12, che potrebbe essere una cosa molto buona se coloro che li turbavano si infliggessero anche l'apocopé, sembra molto più appropriato e possibile sulla supposizione che fossero Galati che avevano connazionali tra i sacerdoti di Pessino, piuttosto che sulla supposizione che fossero persone appartenenti ad altri paesi. Ma soprattutto le parole dell'apostolo inmenoi: Galati 6:12,13 favoriscono la credenza che il problema abbia avuto origine da alcuni che erano essi stessi Galati. Si dice che siano "sottoposti a circoncisione" peritemno vedi nota; La lettura concorrente, PeritEtMhmenoi, giunge allo stesso risultato: evidentemente non erano stati circoncisi fino a quando non si erano impegnati in questo movimento; inoltre, essi stessi non hanno una vera cura per la Legge, ma desiderano solo salvarsi dal rischio di essere perseguitati, perseguitati, cioè, per istigazione dei vicini ebrei; -una descrizione del tutto inapplicabile alle persone provenienti da Giacomo o dalla Giudea

Le caratteristiche del movimento nocivo. Il movimento dannoso, quindi, sembra aver avuto origine da certi membri gentili di queste Chiese, che avevano allentato la presa che una volta sembravano avere sulla verità fondamentale, che la fede in Cristo è l'unico e il terreno sufficiente della giustificazione davanti a Dio, e stavano ciecamente e, per così dire, cercando altri mezzi per ottenere la giustificazione. I mezzi a cui si aggrappavano consistevano nell'obbedienza a certe prescrizioni selezionate della Legge cerimoniale. Che non intendessero l'adozione dell'intero istituto cerimoniale è mostrato da Galati 5:3. Evidentemente non erano ancora arrivati a questo. La circoncisione era davvero oggetto di un serio parliamo, Galati 5:2 e il passaggio in Galati 6:13 favorisce la convinzione che alcuni di coloro che erano più avanti nel movimento avevano già iniziato a sottomettersi al rito nella loro persona. È chiaramente affermato che, sotto la loro guida, gli ecclesiastici della Galazia giocavano con l'osservanza di "giorni, mesi, stagioni e anni", Galati 4:10 con una sorta di ignorante ma solenne pedante serietà che deve essere stata pietosa da testimoniare. In quale tipo di dichiarazione dottrinale essi formularono il loro "strano vangelo" non appare. Una cosa, tuttavia, è chiara: in un modo o nell'altro stavano instillando il sentimento che la fede in Cristo aveva bisogno, per giustificare completamente, di essere integrata da un certo grado di conformità alla Legge cerimoniale data per mezzo di Mosè. Che questo fosse lo spirito del loro insegnamento è evidente dall'insegnamento che San Paolo propone allo scopo di contrastarlo; poiché a tal fine egli insiste su queste due tesi: che la fede in Cristo Gesù è l'unico fondamento su cui chiunque, sia Giudei che Gentili, è fatto figlio di Dio; e che la Legge cerimoniale era un'istituzione puramente pedagogica e provvisoria, per la quale non c'è più posto nelle relazioni tra Dio e il suo popolo. Il genio del movimento è anche illustrato dal racconto dell'apostolo dell'incidente dell'azione sbagliata di San Pietro ad Antiochia, e dal ragionamento con cui egli stesso condannò apertamente il suo errore. Perché la menzione di questo incidente sarebbe stata irrilevante se non avesse comportato come base l'emergere di un simile modo di pensare e di sentire. La somiglianza consisteva nel fatto che Cefa trattava quei credenti Gentili che non si conformavano alla Legge cerimoniale come se non si trovassero sullo stesso piano di accettabilità dei credenti che vi si conformavano-lo stesso malinteso che ora operava nella mente di questi Galati, sia i fuorviati che gli sviati. Poiché in quell'occasione ad Antiochia Cefa non aveva certamente enunciato a parole la dottrina secondo cui la fede senza osservanze cerimoniali era insufficiente per ottenere l'accettazione, ma sembrava solo con le sue azioni che la insegnasse, si può supporre che forse nemmeno questi sovvertitori galati del vangelo predicassero a parole il loro "strano vangelo, " ma semplicemente lo predicavano con le loro azioni; vale a dire, praticando essi stessi, e incoraggiando gli altri a praticare, certe osservanze mosaistiche; vantandosi e gloriandosi diligentemente di tali pratiche; e sminuendo ed escludendo dalla fratellanza coloro che si tenevano lontani da tale mosaismo. Forse non rinnegavano direttamente Cristo come la loro Speranza di accettazione, ma si rivolgevano altrove per trovare conforto e gioia. Tali movimenti di pensiero e di sentimento, specialmente quando si incarnano in distintivi distintivi dell'azione cerimoniale esteriore, sono generalmente suscettibili di essere molto accattivanti per le anime incaute e instabili; e non dobbiamo, in particolare, meravigliarci che tra le persone di calore, volubilità e impetuosità di temperamento celtico, si sia diffuso con grande rapidità da una Chiesa all'altra, come sembra aver fatto

L'atteggiamento del partito disevangelizzato nei confronti di San Paolo. Nessuna tendenza del tipo ora descritto potrebbe essere seguita da una qualsiasi senza che ciò li allontani più o meno consapevolmente dalla guida di San Paolo. Si può, infatti, considerare in misura non trascurabile che l'aperto distacco di se stessi agli occhi degli ebrei dal discepolato di Paolo fosse, per alcuni dei capi del movimento, uno degli obiettivi direttamente mirati. È in questo modo, come è spiegato nelle note sul brano, che l'affermazione altrimenti enigmatica in Galati 6:12 incontra la sua interpretazione soddisfacente. Perciò si permisero di parlare in modo sminuito della sua missione apostolica: un apostolo di qualche tipo, dicevano, poteva essere; ma non c'era un apostolo come Cefa; un'autorità attribuita alla sua guida di infinitamente meno importanza di quella attribuita a Giacomo, il fratello del Signore; c'erano decine e decine di apostoli in giro, con altrettanta pretesa di essere ascoltato. Se qualcuno si mostrava riluttante a rinunciare a qualcuno che un tempo era stato così altamente stimato e amato, veniva incalzato da altre considerazioni. Paolo stesso, dicevano, mirava all'introduzione dell'adozione della circoncisione da parte dei suoi discepoli, alla fine, quando le circostanze erano mature per essa: Galati 5:11, su cui vedi nota quando tra i Giudei, chi era davvero più Giudeo di Paolo? e poi di nuovo, guardino il suo circonciso Timoteo! Se qualcuno volesse tenersi stretto a Paolo, molto probabilmente, dopo tutto, si troverebbe a non essere in contrasto con i suoi veri sentimenti e propositi, anche se potrebbe essere forse qualcosa come forzargli la mano, se facessero l'audace passo di farsi circoncidere immediatamente. Atti di tutti gli eventi, potrebbero con una certa plausibilità, anche se certamente con assoluta falsità, fingere che nulla sarebbe stato più gradito a Giacomo e alle altre venerabili colonne della santa madre Chiesa di Gerusalemme

Confronto tra Galati e Colossesi e successiva defezione. Con molta oscurità che aleggia sulla natura precisa della perversione che San Paolo sta incontrando in questa Epistola, questo è certo: come certi membri di un'altra Chiesa in quella penisola quattro o cinque anni dopo, non stavano più "tenendo stretto il Capo"; "Invano gonfiati dalla loro mente carnale, esortavano i loro fratelli a "sottomettersi alle ordinanze, arbitrariamente scelte, delle osservanze esteriori; sperando di trovare in queste semplici "ombre" quella soddisfazione per le esigenze dell'anima peccaminosa dell'uomo che si trovava solo in Cristo Colossesi 2:16-23 Le speculazioni teosofiche, come quelle diffuse a Colosse, non sono, tuttavia, menzionate da San Paolo in relazione alla Galazia. Nei successivi due o tre secoli un gran numero di forme incongrue e mostruose di insegnamento e pratica religiosa fiorirono con rigogliosa rigogliosità nella penisola dell'Asia Minore, la Galazia deteneva una triste preminenza, così come nei paesi vicini a est e sud-est; gli schemi dell'eresia si sono evoluti da mescolanze infinitamente varie di giudaismo cabalistico e teosofia orientale con elementi della dottrina cristiana. L'Epistola ai Colossesi e le lettere pastorali forniscono indicazioni di alcune di queste già emergenti; ma lo spirito profetico diede all'apostolo presentimenti di ben peggiori di questi avvenire. Se la Testa non fosse tenuta ferma, non ci sarebbe alcuna sicurezza contro l'incursione molto rapida delle illusioni più terribili. Con tremante ansietà, quindi, l'apostolo si affretta a sviare immediatamente ogni tendenza ad allontanarsi dal vangelo proclamato una volta per tutte al mondo

L'apostolo distingue gli ingannatori dagli ingannati. L'apostolo fa una differenza distinguibile tra i seduttori e le loro vittime. Quest'ultimo egli avverte - con severità severa, certo, ma con severità alternate a espressioni di affettuosità struggente - che si stanno allontanando dal Dio che li ha chiamati ad essere nella grazia di Cristo; che si stanno scioccamente arrendendo a incantesimi illusori; che sono alla vigilia della caduta in disgrazia; che vengono cacciati via dal paese e dalla casa; che la madre di tutti noi chiede che i figli della schiava - e tali stanno diventando - siano scacciati. Ma coloro che sovvertono il vangelo egli li denuncia come anatema; essi porteranno il loro giudizio, chiunque essi siano; come consapevoli maligni dei servi di Cristo, non meritano sorte migliore che quella di essere annoverati tra i sacerdoti dei diavoli; praticando le opere di eresia, non erediteranno il regno di Dio

L'EFFETTO PRODOTTO DALLA LETTERA

Non abbiamo prove dirette per dimostrare quali conseguenze siano derivate dall'invio di questa lettera. Sarebbe difficile credere che non abbia avuto successo. In effetti, la sua preservazione per essere annoverata tra i volumi del canone sacro sembrerebbe essere di per sé la prova che aveva dimostrato la sua efficacia come una freccia della faretra del Messia affilata nel cuore dei suoi nemici con la quale il popolo era caduto sotto di lui. Ma chi scrive si azzarda a pensare che il fatto che abbia avuto successo possa essere ottenuto in modo indiretto

L'apostolo, in entrambe le sue lettere ai Corinzi, menziona, e nella seconda esorta in particolare, che si facesse una colletta a favore dei poveri della Giudea. Nella lettera precedente egli scrive così: "Ora, riguardo alla colletta per i santi, come ho ordinato alle Chiese della Galazia, così fate anche voi. Il primo giorno della settimana, ciascuno di voi metta da parte da sé, affinché possa prosperare, affinché non si facciano collette quando vengo. E quando arriverò", ecc. 1Corinzi 16:1-3 Ora, quando mai egli aveva dato così ordine alle Chiese della Galazia?

Nella presente Epistola egli si riferisce al sollievo dei poveri della Giudea come a una questione che era solito promuovere in modo particolare. Nel secondo capitolo, quando dà conto del riconoscimento che a Gerusalemme "quelli che erano considerati colonne" avevano accordato a lui e a Barnaba come ministri del vangelo dei Gentili, aggiunge Versetto 10: "Solo loro volevano che ci ricordassimo dei poveri; la stessa cosa che io stesso ero zelante di fare". Ma non rivolge né direttamente né indirettamente alcuna richiesta ai Galati che facciano una colletta per i poveri della Giudea. Ancora, nel sesto capitolo egli ingiunge loro di condividere con i loro maestri tutte le cose buone che essi stessi possiedono; aggiungendo, come se si rivolgesse a persone che si dimostravano arretrate nell'esercizio di questo dovere, un'esortazione solenne e commovente alle opere di beneficenza, sia verso gli uomini in generale, sia specialmente verso coloro che sono della casa della Fede. Ma qui, ancora una volta, non c'è una parola riguardo a una colletta per i poveri della Giudea

Nella Seconda Lettera che inviò ai Corinzi, egli li informa di aver detto alle Chiese di Macedonia, dal cui centro scriveva allora, che "l'Acaia era stata preparata per un anno passato" 2Corinzi 9:2; 8:10 Non c'è bisogno di insistere su questa affermazione come se fosse letteralmente esatta, né l'apostolo stesso, come è evidente, né i fratelli macedoni ai quali è stato detto ciò, sarebbero propensi a considerarlo come qualcosa di diverso da un'espressione di caloroso sentimento, esprimendo piuttosto la sensazione generale dell'oratore sulla lunghezza dell'intervallo che il risultato di un'esatta retrospettiva. Se fossero trascorsi sei o otto mesi da quando i fratelli dell'Acaia avevano manifestato la loro calorosa risposta alla proposta dell'apostolo di fare una tale colletta, l'apostolo avrebbe potuto ora, nella consanguineità del suo cuore, parlare a coloro che allora lo riguardavano nel modo che egli descrive qui. Quel significato della loro calorosa risposta alla sua domanda era stato probabilmente coevo al loro mandato a chiedergli, come 1Corinzi 16:1 implica che avevano fatto, in che modo egli desiderava che si mettessero a fare e inoltrare la colletta. Ora, un intervallo di diciamo otto mesi ci riporterebbe alla parte finale del suo soggiorno a Efeso. Quando da Efeso fece intendere ai Corinzi 1Corinzi 16:8 che si proponeva di rimanere in quella città fino alla Pentecoste, probabilmente stava scrivendo del tempo di Pasqua; 1Corinzi 5:7 e sembra necessario un tale intervallo per l'importante lavoro che allora prevedeva di trovarsi lì davanti a lui 1Corinzi 16:9 Vorrei poi chiedere al lettore, se, riflettendo su 1Corinzi 16:2, non senta una certa aria di freschezza e attualità aleggiare sul fatto a cui alludono le parole: "come ho dato ordine alle Chiese della Galazia" - se l'apostolo non intende qualcosa del genere, "L'altro giorno ho ricevuto dalle Chiese della Galazia una richiesta simile che avrei detto loro in che modo desideravo che fosse gestita questa faccenda della colletta, e la risposta che ho dato loro la faccio ora a voi".

Questa è, in ogni caso, l'impressione che queste parole trasmettono alla mia mente. Se si tratta di un'impressione giusta, allora, tenendo conto dell'assenza totale in questa Epistola ai Galati di qualsiasi riferimento a una proposta di tale colletta che fosse stata fatta loro fino a quel momento, la seguente interpretazione di tutte le circostanze sembrerebbe coerente e probabile

Verso la fine della lunga dimora dell'apostolo a Efeso, ma qualche tempo prima di scrivere la sua Prima Epistola ai Corinzi, aveva formulato il piano, dopo aver visitato le Chiese in Macedonia e in Acaia, di fare un viaggio a Gerusalemme; e avendo questo davanti a sé, volle mettere in piedi una colletta per i poveri della Giudea tra le Chiese dei Gentili di cui aveva la supervisione in Asia Minore e in Europa, il cui ricavato doveva essere preso da lui stesso o dagli "apostoli" delle Chiese che lo accompagnavano, quando si fosse riparato nella capitale ebraica

Questo piano era nella sua mente quando gli giunse quel doloroso racconto della vacillante fedeltà dei suoi convertiti galati al vangelo, il che rese necessario scrivere questa lettera. Con un tale pericolo che minacciava gli interessi vitali della causa cristiana in quella regione, non sembrava opportuno discutere direttamente la questione di una colletta proprio in quel momento; Il loro attaccamento al Vangelo e a se stesso come suo apostolo doveva essere ristabilito in prima istanza; Solo dopo che ciò fosse stato effettuato poteva sperare in una risposta soddisfacente da parte loro a un suo appello per una contribuzione caritatevole da inoltrare in relazione a lui. Si astiene quindi dal chiedere loro un contributo nella sua lettera. Ma avendo, per così dire, raccontato loro della richiesta che Giacomo, Cefa e Giovanni gli avevano fatto di ricordarsi dei loro poveri, e avendo aggiunto quanto egli stesso si preoccupasse di farlo, si accontenta per il momento di cogliere l'occasione, dall'avarizia con cui assistevano i loro ministri insegnanti, insistere con enfasi sulle cattive conseguenze per se stessi del seminare solo per la propria egoistica gratificazione, e sulla benedetta ricompensa che attende un persistente corso di beneficenza; e lì se ne va. Se la fiducia, che egli dice loro di aver provato verso di loro nel Signore che dopo tutto si sarebbero dimostrati fedeli al Vangelo, si fosse realizzata, gli indizi che egli aveva lasciato cadere tendendo verso l'appello che desiderava fare avrebbero sicuramente portato frutto; in ogni caso avrebbero spianato la strada per farcela. Nel frattempo egli doveva attendere con ansiosa speranza il risultato, che al momento era di importanza infinitamente maggiore, del loro ritorno a una fede cordiale in Cristo Gesù

Quanto profondamente lo colpisse l'incertezza, possiamo in qualche modo immaginare, dal racconto che egli stesso ha fatto nella sua Seconda Epistola ai Corinzi, dell'ansia con cui aveva atteso il ritorno di Tito, quando lo aveva inviato a Corinto per accertare l'effetto prodotto dalla sua prima lettera, e dell'indicibile sollievo con cui aveva sentito della loro ansiosa e appassionata sottomissione alle sue rimostranze riguardo agli incestuosi offensore 2Corinzi 2:12,13 7:4-16

Avrebbe dovuto aspettare settimane e settimane prima del ritorno dei suoi messaggeri in Galazia. Chi fossero non lo sappiamo, ma la nostra mente volge naturalmente un'occhiata a Timoteo, che probabilmente era di Iconio, e a Gains di Derbe, entrambi luoghi nell'adiacente distretto della Licaonia; anche a Luca, forse di Antiochia; poiché questi con altri erano in compagnia di San Paolo in questo viaggio; Atti 20:4 anche a Tito, il messaggero fidato che in seguito si trovava in circostanze alquanto simili a Corinto. Naturalmente l'apostolo mandava la sua lettera per mezzo di una persona qualificata per aiutarne l'effetto con le sue sagge, fedeli e forti parole di cuore. Ma si sarebbe dovuto concedere del tempo perché la sua lettera facesse il suo lavoro dopo aver raggiunto la Galazia; poiché non era una sola congregazione, ma un certo numero di Chiese staccate, forse non molto vicine tra loro, in cui il lievito malvagio aveva operato; e la Galazia era molto lontana da Efeso, Ancyra Angora, la città principale, essendo in linea d'aria a tre o quattrocento miglia di distanza

Non possiamo dubitare, tuttavia, che il periodo di ansiosa attesa si concluse con la ricezione di liete notizie. Ciò che scrisse alcuni mesi dopo, in occasione del ritorno di Tito da Corinto, fu molto presumibilmente dettato dal ricordo stesso di quell'ora felice. "Siano rese grazie a Dio, che sempre ci guida in trionfo in Cristo e manifesta per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza in ogni luogo" #2Corinzi 2:14 La fede vacillante dei Galati in Cristo Gesù, loro Signore, era stata ravvivata; essi si erano scrollati di dosso la "stregoneria" che aveva offuscato la loro visione della sua grazia infinitamente sufficiente e li aveva attirati verso le vanità del cerimoniale giudaizzante. Rompendo con coloro che li avevano ingannati, il loro attaccamento personale all'apostolo si era riaffermato anche solo in misura con il suo antico entusiasmo celtico. E ora il loro grido era ciò che potevano fare per testimoniare al loro Signore e Salvatore la sincerità del loro pentimento e della loro devozione verso di lui; E anche per convincere il loro saggio e amorevole Padre nel Vangelo che la sua fiducia nel Signore nei loro confronti non era stata mal riposta. Per prima cosa, incidentalmente, ma forse in modo significativo, aveva alluso nella sua lettera al suo ansioso desiderio di aiutare i suoi fratelli bisognosi in Giudea. Avrebbero preso volentieri parte a questo. In che modo consiglierebbe loro di fare la raccolta del loro contributo? E come dovrebbero inoltrarlo alla Giudea una volta fatto?

In un modo del genere, si può probabilmente supporre, se l'apostolo fosse stato indotto a dare alle Chiese della Galazia quelle indicazioni che, poco dopo, credo, ripeté nella sua Prima Epistola ai Corinzi

DATA DELL'EPISTOLA

Se i ragionamenti di cui sopra, provenienti da dati che sono dichiaratamente in qualche misura problematici, sembrano tuttavia nel complesso approvabili, allora arriviamo al risultato che l'intera faccenda del disordine della Galazia era stata portata a una conclusione soddisfacente prima che l'apostolo inviasse la sua prima lettera ai Corinzi. Questo, come è stato detto sopra, lo fece probabilmente verso la marea pasquale dell'anno 57 o dell'anno 58. Possiamo quindi supporre che sia probabile che l'Epistola ai Galati sia stata scritta nei mesi invernali precedenti quella Pasqua, forse fino al gennaio precedente

Poiché l'Epistola fu scritta dopo che San Paolo ebbe visitato la Galazia una seconda volta, Galati 4:13 siamo costretti ad assegnarla a questo suo terzo grande viaggio, perché sarebbe fare grande violenza alle probabilità del caso non identificare le due visite che il linguaggio dell'Epistola presuppone con le due che sono menzionate negli Atti

Alcuni hanno ipotizzato un periodo precedente del viaggio, sulla base del fatto che le parole "così presto" in Galati 1:6 significano "così presto dopo che sei stato chiamato" o "così presto dopo che ti ho lasciato". Ma la frase probabilmente significa semplicemente "così rapidamente dopo essere stati tentati". Vedi nota in loc

L'impostazione del pensiero e del linguaggio in questa Epistola ha un'affinità così marcata con quella delle due Epistole ai Corinzi e dell'Epistola ai Romani che l'istinto critico protesta ad alta voce contro l'interposizione di un intervallo più lungo tra la sua composizione e quella di uno qualsiasi degli altri tre di quanto non renda necessario l'esame di altri tipi di prove

Se supponiamo che la lettera della Galazia sia stata scritta tre o quattro mesi prima della marea pasquale in cui, con grande probabilità, l'apostolo scrisse la sua Prima Lettera ai Corinzi, allora, poiché sappiamo che la successiva Pasqua lo trovò a Filippi, Atti 20:6 dopo aver lasciato Corinto, da cui aveva inviato la sua lettera ai Romani, ne consegue che l'intero nobile quaternione fu consegnato alla Chiesa in poco più di un anno

E ' stato dimostrato dal Vescovo Lightfoot che il confronto del modo in cui argomenti identici sono discussi in queste lettere rende probabile, con questo ramo dell'evidenza interna, il fatto, che è attestato anche per quanto riguarda le Epistole ai Corinzi dai riferimenti in esse contenuti a questioni di storia personale, che la lettera romana fu scritta l'ultima delle quattro. Che ciò avvenga è dovuto al carattere che la Epistola ai Romani ha come un trattato piuttosto calmo e ponderato, che una lettera propriamente detta evocata dall'esigenza di particolari emergenze

Ma questo metodo di argomentazione sembra a chi scrive diventare estremamente precario quando viene spinto oltre questo, per determinare la posizione in termini di tempo dell'Epistola Galata rispetto alle due Epistole ai Corinzi. La lotta che san Paolo, proprio in questo frangente della sua carriera ministeriale, cioè durante il suo terzo grande viaggio missionario, fu chiamato a condurre incessantemente e strenuamente ovunque andasse con i giudaizzanti, con gli oppositori o i corruttori della dottrina della nostra libera giustificazione mediante la fede in Cristo, e con gli oppositori della sua stessa autorità propriamente apostolica, avrebbe inevitabilmente portato alla formazione nella sua mente, molto prima di lasciare Efeso, di un fascicolo, per così dire, di considerazioni, frasi e testi probatori, pronti per essere prodotti separatamente in gruppi sempre diversi, e con vari gradi di pienezza nel proporli, a seconda del mutevole stato d'animo dello scrittore o del mutevole entourage delle circostanze. Non c'è motivo di immaginare che abbiamo in Galati, o in 1; Corinzi, o in 2; Corinzi, non più che in Romani, i segni della più antica presentazione alla sua mente di uno qualsiasi di questi oggetti di pensiero. Al contrario, si deve ragionevolmente supporre che ciascuno di essi fosse stato per un bel po' di tempo prima del tutto familiare alla sua coscienza

OGGETTO E CONTENUTO DELL'EPISTOLA

L'obiettivo dell'apostolo nell'Epistola è quello di richiamare i Galati al vangelo che essi avevano ricevuto da lui all'inizio: l'immutabile vangelo della giustificazione per la grazia gratuita di Dio, semplicemente attraverso la fede in Cristo, e non per le opere della Legge. A tal fine egli ritiene necessario chiarire che egli aveva ricevuto da Cristo, e da nessun uomo, la sua funzione di apostolo e il messaggio che, in quanto tale, doveva trasmettere, due punti inseparabilmente intrecciati

Ciò era necessario perché, nella prima parte del suo ministero in Asia Minore, quando agiva con Barnaba, e anche di nuovo quando agiva con Sila, aveva avuto la funzione di apostolo dagli uomini; mentre nell'attuale fase del suo ministero egli era stato costretto ad affermare apertamente, come era sempre stato il fatto, di essere un apostolo delegato immediatamente da Cristo, senza alcun intervento umano sotto questo aspetto. Su questi due punti, cioè i due sensi distinti della parola "apostolo" e le circostanze che ora inducono san Paolo ad affermare apertamente il suo apostolato nel senso più alto, il lettore è rinviato alle due dissertazioni che chiudono l'Introduzione

Il primo capitolo è occupato dalla dimostrazione dei due punti sopra indicati; il secondo con la loro illustrazione

#Galati 1:1-5. Il saluto - chiaramente distinto sotto questo aspetto dal saluto delle sue due precedenti epistole, quelle ai Tessalonicesi - insiste sul fatto che il suo apostolato è di altissimo carattere, mentre si propone anche devotamente e adorantemente di considerare l'opera redentrice di Cristo, il grande rimedio, come l'apostolo sente, per i mali che ora deve affrontare

Versetti 6-10. "Il Vangelo che avete ricevuto da me è immutabile; quando in mezzo a te, ti ho detto, e ora lo ripeto, che colui che perverte la sua essenza principale, qualunque sia il suo stato, non deve aspettarsi niente di meno che la distruzione come una cosa maledetta.

Versetti 11, 12. "Poiché l'ho ricevuto direttamente da Dio".

Versetti 13, 14. "Non faceva parte della mia prima educazione; Allora ero un ebreo fervente che perseguitava i discepoli di questo vangelo".

Versetti 15-17. "E dopo che Dio me l'ebbe rivelato, non ricorsi a nessuna creatura umana per essere istruito, ma subito mi diedi alla sua proclamazione".

Versetti 18-24. "Tre anni dopo, non prima, desiderando conoscere Cefa, andai a trovarlo a Gerusalemme, e fui suo ospite per quindici giorni; ma non vide nessun altro degli apostoli, eccetto Giacomo, fratello del Signore, essere considerato tale. Dopo di che ho svolto l'opera del mio ministero in Siria e in Cilicia, essendo stato per tutto il tempo, fin dall'inizio, personalmente sconosciuto alle Chiese della Giudea; sentivano solo parlare di me che, senza alcuna comunicazione con loro, predicavo il Vangelo".

#Galati 2:1-10. Qui San Paolo, con riferimento alle relazioni che aveva con gli altri apostoli, mette in evidenza il fatto che, quando si recò a Gerusalemme allo scopo di confrontare in parte la sua affermazione del vangelo con quella che veniva presentata da "quelli di reputazione", in particolare su questioni che riguardavano la posizione dei credenti gentili verso la Legge, Ciò che aveva udito da loro non modificava in alcun modo la dottrina che insegnava; essi, tuttavia, nel modo più pubblico e marcato, ne riconobbero la verità, riconoscendo allo stesso modo il suo ministero verso i Gentili come coordinato con il loro verso la circoncisione

Versetti 11-21. L'apostolo richiama poi l'attenzione su un'occasione notevole, in cui aveva fatto bene, con l'approvazione della Chiesa di Antiochia, la sua posizione di apostolo rispetto a quella di Cefa, e aveva con il ragionamento rivendicato il suo insegnamento su una questione strettamente pertinente alla sua attuale controversia con i Galati, dimostrando che la conformità con la Legge di Mosè non deduceva alcuna superiorità in un credente, e la sua negligenza non è un'inferiorità, perché la croce di Cristo ha avuto per popolo di Dio annientato la Legge. «Io mi identifico - aveva detto allora - con Cristo crocifisso: la sua morte alla Legge è la mia morte alla Legge; la sua vita in giustizia e gioia è anche la mia vita in essa".

#Galati 3:1-14. Con questo pensiero fresco nella mente, l'apostolo si rivolge poi direttamente al caso dei Galati. "Anche voi avete visto Cristo crocifisso, eppure ora...! C'è la stregoneria all'opera? Ditemi, per mezzo di chi avete ricevuto lo Spirito? Non è stato semplicemente attraverso la fede che riposa nel Redentore? E ora state perfezionando, infatti, l'opera dello Spirito mediante la mera carnalità? Voi avete sofferto coraggiosamente i mali che il fanatismo giudaico vi ha portato addosso perché non avete voluto nulla della Legge: stordirete ora quel confessore? La vostra esperienza personale dell'effusione dei doni spirituali e della benedizione divina Versetto 9 era in connessione con la semplice fede in Cristo; Così è stato dimostrato che siete giustificati, come lo fu Abramo, per fede. Nessuna benedizione del genere giunge mai attraverso le opere cerimoniali della Legge; la Legge opera solo una maledizione; te lo dice chiaramente; ve lo dice affinché troviate benedizione in Cristo, che ha portato la sua maledizione per noi".

Versetti 15-18. "La promessa solennemente fatta ad Abramo e alla sua discendenza, di ricevere la benedizione che tutte le nazioni sarebbero venute per mezzo di Cristo, non può essere messa da parte dalla Legge data centinaia di anni dopo".

Versetti 19-23. "Senza dubbio la Legge aveva una funzione divinamente assegnata ad essa; ma la sua posizione subordinata si mostrava nel modo stesso della sua comunicazione, essendo data come a esseri tenuti lontani da Dio, e rendendo il loro peccato digiuno fino a quando la fede non fosse rivelata".

Versetti 24-29. "La Legge è stata la custode della nostra infanzia, fino a quando non è arrivata la fede. Ora è arrivata la fede , siamo diventati figli di Dio dopo esserci rivestiti di Cristo. Voi Gentili siete discendenza di Cristo, e quindi di Abramo, e, secondo la promessa, eredi della benedizione".

#Galati 4:1-7. L'apostolo qui riprende la posizione di Galati 3:24, della Legge che è la custode dell'infanzia del popolo di Dio. "Allora eravamo trattati come semplici bambini, in nessun modo padroni di noi stessi, sotto l'A, B, C, di una religione mondana. Ma ora, attraverso l'incarnazione e la redenzione del Figlio di Dio, siamo resi figli nel godimento della nostra eredità; e, ciò che prova la nostra filiazione, Dio ha riversato nei nostri cuori il gioioso Spirito di adozione dal cuore libero".

Versetti 8-11. "A quei tempi, in ogni caso, eravamo adoratori di Dio; ma in quanto a voi, eravate idolatri: eppure voi, per la libera scelta di Dio e per la grazia costrittiva adottata in mezzo al suo popolo, dovete necessariamente mettervi in opposizione alle sue nomine, e dovete tornare di nuovo a quel miserabile A, B, C, con i vostri 'giorni, e mesi, e stagioni, e anni!'"

Versetti 12-20. Segue un passaggio spezzato in piccoli frammenti da una forte emozione. Supplica sincera; Sincere assicurazioni che non aveva nulla da litigare con loro, - aveva un ricordo troppo tenero del loro affettuoso amore per lui: potevano supporre che egli fosse altro che amorevole per loro? Altri, che li corteggiavano, non avevano la stessa tenerezza per il loro benessere come lui. "O miei cari figli", grida, "l'anima mia è in travaglio per voi, affinché Cristo possa essere formato in voi, non la Legge! Se sapessi come comportarmi al meglio con te!"

Versetti 21-31. Cercando una linea di pensiero per impadronirsene, l'apostolo pensa alla storia di Sara e Isacco in relazione ad Agar e Ismaele, come se presentasse una sorta di predizione allegorica dei due patti; raffigurante la Gerusalemme superna e la libertà e la gioia sicura da un lato, e il Sinai e la servitù e l'espulsione imminente dall'altro

#Galati 5:1-4. Questo porta all'avvertimento. "Ora siamo liberi: non fatevi più stringere sotto il giogo della schiavitù; altrimenti vi troverete, come Ismaele, separati da Cristo e decaduti dalla grazia".

Versetti 5-12. Seguono frasi sconnesse, che mescolano concise affermazioni della più dolce dottrina con il lamento della triste interruzione della loro carriera, un tempo felice; l'avvertimento contro il contagio del male; fiduciosa speranza che essi non deluderanno i suoi desideri, minacciando di giudicare i loro disturbatori, confutando indignata le calunnie di quegli uomini che lo riguardavano, un lampante desiderio che essi avrebbero semplicemente manifestato ciò che erano veramente con l'auto-evirazione

Versetti 13-24. Il riassunto del primo versetto, "Voi siete stati fatti uomini liberi", è qui ripetuto, per formare un nuovo punto di partenza per un'esortazione concepita in uno stato d'animo più calmo e più equilibrato, e che incarna un bellissimo contrasto tra la carne e le sue opere, e lo Spirito e i suoi frutti

versetto 25- Galati 6:10. Avvertimento contro la vanagloria e la combattività. Esortazione a coltivare la tolleranza e la disponibilità reciproche; il proprio miglioramento al posto della censura; liberalità nel mantenere i loro insegnanti; diligenza per seminare non alla propria carne, ma allo Spirito; perseveranza nella beneficenza

#Galati 6:11-18. Conclusione. "Coloro che ti vogliono circonciso non si preoccupano della Legge, ma solo di ingraziarsi gli ebrei e sfuggire alla persecuzione. Ma il mio unico vanto è la croce di Cristo; e in Cristo la circoncisione e l'incirconcisione non sono nulla, il rinnovamento del cuore tutto: la gioia sia con coloro che sentono e agiscono secondo questa regola! Che nessuno osi più molestarmi; poiché i segni di Gesù su di me dimostrano la sua presenza con me. Il Signore sia con voi, fratelli!"

LETTERATURA

La letteratura disponibile su questa Epistola è molto copiosa. Tra i più utili si possono menzionare i seguenti: - Crisostomo; Jerome; Teodoreto; il "Commentarius" di Calvino; Estio, 'In Epistolas; 'Cornelius à Lapide; Grozio in Poli Sinossi; lo 'Gnomone' di Bengel; il "Commentar" di Rückert; 'Erklärung' di Windischmanu; 'Handbuch' di Deuteronomio Wette; Kommentar di Meyer; il "Commento critico e grammaticale" del vescovo Ellicott; "Epistola ai Galati" del vescovo Lightfoot; Dean Howson, in "Conybeare and Howson" e nel "Commentary" dello Speaker; "Vita e opera di San Paolo" dell'arcidiacono Farrar. Nessuno studente dovrebbe dimenticare di usare il "Commentarius" di Lutero, che egli chiamava affettuosamente e orgogliosamente la sua "Caterina di Bora".

Versetti 1-5.- Il saluto introduttivo. Lo stile di questo saluto, paragonato a quelli che si trovano nelle altre Epistole di San Paolo, dà indicazioni che egli si fosse rivolto alla composizione della lettera sotto forte turbamento di sentimenti. Ciò traspare dalla brusca con cui, fin dall'inizio, egli spazza via subito, per così dire, dal suo cammino, un'offesa a est sul suo incarico apostolico, protestando che egli era "apostolo non da uomo né per mezzo di un uomo". Appare di nuovo in quell'impetuosa negligenza dell'esatta precisione del linguaggio, con cui la menzione di "Dio Padre" è congiunta con quella di "Gesù Cristo" sotto l'unica preposizione "attraverso", come il mezzo attraverso il quale gli era stato conferito il suo apostolato. Non possiamo fare a meno di avere l'impressione che l'apostolo avesse appena ricevuto dalla Galazia quell'informazione che gli aveva suscitato la lettera, e che si fosse messo a comporla mentre le forti emozioni che la notizia aveva prodotto erano ancora fresche nella sua mente. Che queste emozioni fossero quelle di un dolore indignato e di un dispiacere è altrettanto evidente. Egli non rifiuterà, infatti, il saluto che in tutta la cortesia cristiana e ministeriale gli era dovuto nel rivolgersi a quelle che, nonostante tutto, erano ancora Chiese di Cristo. Ma egli trattiene tutte queste espressioni di affetto sentimentale, e tutti questi riferimenti comprensivi a questioni e individui di interesse personale, come in quasi tutte le altre Epistola in cui si lascia indulgere, e che non sono nemmeno allora trovati carenti, quando, come nella comodità dei Corinzi, ha occasione di impartire molti e forti rimproveri. Non si trova qui alcun riferimento simpatico, osserviamo. Appena ha scritto il saluto, di per sé singolarmente freddo nei confronti di coloro a cui si rivolge, procede subito, nel versetto 6, ad assalire i suoi lettori con parole di rimprovero indignato

Paolo, un apostolo Paulov ajpostolov; Paolo, apostolo. La designazione di "apostolo", come qui appropriata da San Paolo per spiegare il suo diritto di rivolgersi autorevolmente a coloro a cui scriveva, indica una funzione di cui era permanentemente investito, e che lo poneva in una relazione con queste Chiese Galate che nessun altro apostolo ha mai occupato. Alcuni anni dopo, infatti, quando san Pietro ebbe occasione di rivolgersi a queste stesse Chiese, insieme ad altre nei paesi vicini, si sentì ugualmente autorizzato a farlo in virtù del suo carattere apostolico; "Pietro, apostolo di Gesù Cristo", 1Pietro 1:1 ma non c'è nulla che dimostri che San Pietro avesse rapporti personali con loro al momento. In queste circostanze, forse è meglio nella traduzione non anteporre nessun articolo a "apostolo". Questa designazione di se stesso come "apostolo" San Paolo si è unita al suo nome in quasi tutte le sue epistole successive alle due indirizzate ai Tessalonicesi. Le uniche eccezioni sono quelle ai Filippesi e a Filemone, per iscritto ai quali c'era meno occasione di presentarlo. Ora, nel terzo dei suoi tre grandi viaggi ricordati negli Atti, aveva assunto apertamente nella Chiesa la posizione di apostolo nel senso più alto. In molte di queste epistole 1Corinzi 1:1; 2Corinzi 1:1; Efesini 1:1; 2Timoteo 1:1 alla designazione di apostolo, San Paolo aggiunge le parole "per dia la volontà di Dio"; cioè per mezzo di un'espressa volontà di Dio esplicitamente rivelata. In che modo Dio avesse rivelato che questa era la sua volontà è chiaramente suggerito in questa lettera ai Galati, in cui le parole "per mezzo di Gesù Cristo, e Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti", che prendono il posto della formula, "per volontà di Dio", che si trova altrove, indicano che fu per mezzo di Gesù Cristo risuscitato dai morti che questa particolare volontà di Dio fu dichiarata e portata a compimento; mettere. La formula a cui si fa riferimento, "per volontà di Dio", è stata apparentemente introdotta con l'obiettivo di confrontare coloro che erano disposti a mettere in discussione il suo diritto di rivendicare questa forma suprema di apostolato, con l'egida dell'autorizzazione divina: avevano Dio con cui fare i conti. Lo stesso vale per le parole sostituite in 1Timoteo 1:1 : "Secondo il comandamento di Dio, nostro Salvatore, e di Cristo Gesù, nostra speranza". Non dagli uomini, né dall'uomo oujk ajp ajnqrw oujdepou; non dagli uomini, né per mezzo di un uomo. La preposizione "da" ajpo indica la fontana primaria della delegazione a cui si fa riferimento; "attraverso" dia al mezzo attraverso il quale è stato trasmesso. La necessità di questa duplice negazione derivava dal fatto che la parola "apostolo", come ho avuto occasione di esporre altrove, era frequentemente applicata tra i cristiani a messaggeri delegati dalle Chiese, o, probabilmente, anche da qualche importante funzionario rappresentativo della Chiesa, sia in missione per la propagazione del Vangelo che per l'assolvere in qualche luogo lontano di questioni di affari connessi con la causa cristiana. San Paolo stesso aveva spesso servito in questa forma inferiore di apostolato, sia come incaricato dalla Chiesa di portare all'estero il messaggio del Vangelo, sia come deputato ad andare avanti e indietro tra le Chiese per commissioni di carità o per la risoluzione di controversie. In entrambi i casi, sia lui che altri che agiscono nella stessa capacità, sarebbero molto naturalmente e propriamente chiamati "apostolo" dagli altri, come in effetti troviamo che sia stato; come anche sembrerebbe che fosse pronto per questo stesso motivo a designare se stesso, Che fosse un "apostolo" in questo senso nessuno probabilmente avrebbe avuto l'intenzione di contestarlo. Perché dovrebbero? Il fatto di aver avuto, anche ripetutamente, questo tipo di incarico subordinato non gli dava di per sé un'importanza maggiore di quella attribuita a molti eteri che l'avevano avuta. Né investì le sue affermazioni di verità religiosa di una sanzione più alta della loro. Quest'ultimo era il punto che, secondo la stessa valutazione di San Paolo, dava alla questione della vera natura del suo apostolato tutto il suo significato. Era egli un inviato di uomini, incaricato di trasmettere ad altri un loro messaggio? o era un inviato incaricato immediatamente da Cristo di trasmettere al mondo un messaggio che similmente fu ricevuto immediatamente da Cristo? Coloro che contestavano le sue affermazioni di dottrina religiosa potevano ammettere che egli era stato incaricato di predicare il Vangelo da Chiese cristiane o da capi eminentemente rappresentativi della Chiesa, mentre tuttavia affermavano che egli aveva travisato, o forse frainteso, il messaggio che gli era stato affidato. Atti tutti gli eventi, sarebbero liberi di affermare che le dichiarazioni che ha fatto nel consegnare il suo messaggio erano soggette a un appello da parte dei suoi ascoltatori alle autorità umane che lo avevano delegato. Se egli doveva allo stesso modo il suo incarico e il suo messaggio alla Chiesa di Antiochia, o alla Chiesa di Gerusalemme, o ai Dodici, o a Giacomo, fratello del Signore, o ad altri capi della venerabile madre Chiesa, allora ne conseguiva che doveva essere ritenuto suscettibile al loro giudizio dominante nell'adempimento di questo suo apostolato. Ciò che insegnava non aveva forza se questa corte d'appello superiore avesse rifiutato la sua sanzione. Ora, questo non toccava una mera contingenza problematica, ma era una questione pratica che, proprio in quel momento, era di importanza persino vitale. Aveva un'intima connessione con il feroce antagonismo dei partiti contendenti nella Chiesa, allora combattuto sul corpo morente della Legge Levitica. La missione di San Paolo come apostolo è ragionevolmente considerata tardiva dal momento in cui, come affermò nella sua difesa davanti al re Agrippa, Atti 26:16,17 il Signore Gesù gli disse: "A questo fine sono apparso a tempo, per costituirti un ministro e un testimone uJphrethn kairtura: comp. aujtoptai kaitai, Luca 1:2 e Atti 1:2,3,8,22 sia delle cose nelle quali mi hai visto, sia delle cose nelle quali ti apparirò; liberandoti dal popolo laou, così. Israele, e dai Gentili, ai quali io stesso ti mando eijv ouv ejgwllw se: così L. T. Tr. Rev.; il Textus Receptus legge eijv ouv nun se ajpostellw" comp. Atti 22:14,15; 1Corinzi 9:1 Ma sebbene la sua nomina fosse in realtà coeva alla sua conversione, fu solo nel corso del tempo e per gradi lenti che la sua funzione propriamente apostolica divenne segnalata alla coscienza della Chiesa. Tuttavia, non c'è motivo di dubitare che alla sua coscienza la sua vocazione di apostolo si sia manifestata chiaramente fin dall'inizio. Il modo rapido e indipendente in cui si mise subito a predicare il vangelo, che a sua volta, dice ai Galati in questo capitolo, aveva ricevuto immediatamente dal cielo, denota che aveva questa consapevolezza. Il tempo e il modo in cui il fatto doveva manifestarsi agli altri sembrerebbe, in uno spirito di obbedienza accondiscendente, che egli abbia lasciato all'ordine del suo Maestro. Ma per mezzo di Gesù Cristo, e di Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti ajlla dia jIhsou Xristou kai Qeou patrorantov aujton ejk nekrwn; ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti. La congiunzione "né l'uno né l'altro" oujde, che precede di ajnqrwpou, indica che la proposizione che introduce contiene una negazione nettamente diversa dalla precedente, e mostra che la preposizione "attraverso" è usata in contrapposizione al "da" ajpo della proposizione precedente nel suo senso proprio di denotare lo strumento o il mezzo attraverso il quale un atto è compiuto. San Paolo afferma che non c'era alcun essere umano strumentalità o intermediazione qualsiasi cosa all'opera nell'atto di delega che lo costituiva apostolo. Questa affermazione lo pone sotto questo aspetto precisamente allo stesso livello dei dodici; Forse nel farlo ha un occhio di riguardo. E' stata spesso sollevata l'idea che l'apostolato che San Paolo rivendicava gli fosse stato trasmesso ad Antiochia attraverso i fratelli che lì, sotto la direzione dello Spirito Santo, lo avevano formalmente messo a parte, insieme a Barnaba, per l'impresa missionaria che avevano immediatamente intrapreso At 13:1-3. Ma difficilmente si sarebbero potute scegliere parole che avrebbero dovuto negare in modo più decisivo tale nozione di quelle che San Paolo qui fa uso di. Una forma di apostolato fu senza dubbio conferita allora a Barnaba e Paolo; ma non era l'apostolato a cui ora sta pensando vedi saggio su "Apostoli", pp. 31., 32.. Nel definire l'esatto significato e il significato dell'espressione, di ajnqrwpou, "per mezzo di un uomo", possiamo confrontarla con il suo uso in 1Corinzi 15:21, "Poiché di ajnqrw venne la morte, di ajnqrwpou venne anche la risurrezione dei morti; " dove nella seconda frase la parola "uomo", impiegata per recitare il Signore Gesù, contempla quell'aspetto del suo duplice essere che lo pone come "il secondo uomo" 1Corinzi 15:47 in correlazione con Adamo, "il primo uomo". Allo stesso modo, il parallelo con Adamo di nuovo in Romani 5:12.15 porta l'apostolo ad adottare l'espressione "l'unico uomo Gesù Cristo" Confronta anche ibid. 19. in 1Timoteo 2:5, "Un solo Dio, un solo Mediatore anche fra Dio e gli uomini, egli stesso Uomo o, 'un uomo', Cristo Gesù", la virilità di nostro Signore, in conformità con i requisiti del contesto, è presentata come un legame di connessione che lo unisce ad ogni creatura umana allo stesso modo. Questi passaggi presentano Cristo semplicemente nel carattere di un essere umano. Ma nel passo che abbiamo davanti l'apostolo a prima vista sembra implicare che, poiché era un apostolo per mezzo di Gesù Cristo, non era un apostolo per mezzo di un essere umano; negando così, apparentemente, la virilità di Cristo, almeno come vista nella sua attuale condizione glorificata. La deduzione, tuttavia, è chiaramente contraddetta sia da 1Corinzi 15:21 che da 1Timoteo 2:5 ; poiché il primo passaggio indica nel "secondo uomo" il "Signore dal cielo", mentre l'altro si riferisce a lui come "Mediatore permanente tra Dio e gli uomini", parlando, quindi, entrambi, di Gesù nella sua attuale condizione glorificata. Per ovviare a questa difficoltà, alcuni hanno proposto di prendere il "ma" ajlla non come un avversivo, ma come un pregiudico. Ma non c'è alcuna giustificazione per questo, nemmeno Marco 9:8 vedi Winer's 'Gram. N. T.', 53, 10, 1 b. Una soluzione meno precaria si arriva raccogliendo dal contesto la precisa sfumatura di significato in cui la parola "uomo" è qui usata. Cristo è davvero "Uomo", e la sua vera virilità è il senso richiesto nei due passaggi sopra citati; ma è anche più che uomo; E sono quelle qualità del suo essere e del suo stato di esistenza che lo distinguono dai semplici uomini, che il contesto mostra essere ora presenti alla mente dell'Apostolo. Poiché l'espressione "per mezzo di un uomo" non è contrastata dalle sole parole "per mezzo di Gesù Cristo", ma dall'intera clausola: "per mezzo di Gesù Cristo, e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti". Vale a dire, nello scrivere la prima frase, l'apostolo indica con la parola "uomo" colui che è investito delle qualità ordinarie di una condizione umana terrena; mentre il "Gesù Cristo" attraverso il quale il Cielo mandò Saulo come apostolo dei Gentili era Gesù Cristo mescolato con, inconcepibilmente vicino a Dio Padre, uno con lui; la sua unità con lui non velata, come lo era quando era sulla terra, sebbene realmente sussistente anche allora, Giovanni 10:30 ma a tutto l'universo manifestato, manifestato visibilmente a noi sulla terra mediante la risurrezione del suo corpo; nel mondo spirituale, finora ora a noi invisibile, mediante quel sedersi alla destra di Dio che fu il seguito e il culmine implicito della sua risurrezione. Il forte senso che l'apostolo ha della congiunzione indicibilmente intima che esiste. dalla sua risurrezione, tra Gesù Cristo visto in tutto il suo essere incarnato e. Dio Padre spiega come avviene che i due augusti Nomi siano combinati insieme sotto un'unica preposizione, "per mezzo di Gesù Cristo e Dio Padre". Dovremo notare lo stesso fenomeno nel Versetto 3 nella formula dell'apostolo della preghiera di saluto: "Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo", su cui si veda la nota. Abbiamo la stessa concezione della personalità di Cristo conseguente alla sua risurrezione nelle parole dell'apostolo relative alla sua nomina apostolica in Romani 1:4,5 ; dove il Gesù Cristo per mezzo del quale "aveva ricevuto grazia e apostolato", in contrasto con la sua condizione puramente umana come "del seme di Davide secondo la carne", è descritto come "colui che fu dichiarato Figlio di Dio con potenza, secondo lo spirito di santità mediante la risurrezione dei morti". La clausola, "che lo ha risuscitato dai morti", ha una duplice attinenza con il punto in questione. 1. Fornisce una risposta all'obiezione che si può credere sia stata fatta alla pretesa di Paolo di essere considerato un apostolo inviato da Gesù Cristo, da coloro che dissero: "Voi non avete mai visto Cristo né siete stati ammaestrati da lui, come quelli che egli stesso chiamò apostoli". La risposta è: "Potreste obiettare se Gesù non fosse altro che un uomo morto; ma non è quello: è un Uomo vivente risuscitato dai morti dal Padre; e come tale l'ho visto io stesso; Confronta 1Corinzi 9:1 E fu lui che nella sua persona, e senza alcun intervento umano, mi diede sia l'incarico di predicare che il vangelo che dovevo predicare" vedi sotto, Versetti 11, 12. 2. Essa collega l'azione di Dio Padre con quella di Gesù Cristo nel nominare Paolo apostolo; poiché le cose che Cristo fece quando fu risuscitato dai morti e glorificato con se stesso Giovanni 17:5 dal Padre devono ovviamente essere state fatte da, con e in Dio Padre. Restringerebbe eccessivamente il pragmatismo della clausola se la limitassimo a uno dei due scopi sopra indicati; entrambi erano probabilmente nella mente di San Paolo nell'aggiungerla. Il contesto immediato non ci autorizza a supporre, come molti hanno fatto, che l'apostolo abbia proprio qui in vista altre verità implicate nel fatto della risurrezione del nostro Signore; come ad esempio come egli stesso ha indicato in Romani 4:24,25 6 ; pou Colossesi 3:1. Per quanto convincenti e strettamente pertinenti possano essere state alcune di queste deduzioni rispetto agli argomenti trattati in questa Epistola, l'Epistola stessa, in realtà, non fa alcun altro riferimento a quel grande evento, né direttamente né indirettamente. Dovrebbe essere reso di ajnqrw "attraverso l'uomo", il sostantivo inteso genericamente, come ad esempio, Salmi 56:1 Septuaginta o "attraverso un uomo", indicando un essere individuale? Non è molto materiale; Ma forse la seconda traduzione è consigliata dalla considerazione che, se l'apostolo avesse inteso scrivere ancora genericamente, avrebbe ripetuto il sostantivo plurale già impiegato. In effetti, si può pensare che sia una traduzione preferibile negli altri passaggi sopra citati. Il passaggio dal sostantivo plurale al singolare, come è notato dal vescovo Lightfoot e da altri, "si suggerì in previsione della proposizione, 'per mezzo di Gesù Cristo', che sarebbe seguita". Nell'espressione "Dio Padre", l'aggiunta delle parole "il Padre" non era necessaria per indicare la Persona intesa, non più che in 1Pietro 1:21, "Credenti in Dio che lo ha risuscitato dai morti", o in innumerevoli altri passaggi in cui il termine "Dio" designa regolarmente la Prima Persona nella Santissima Trinità. Sarebbe una parafrasi incompleta spiegarlo come "Dio Padre del nostro Signore Gesù Cristo" o come "Dio nostro Padre". È piuttosto: "Dio l'Autore primario e l'Ordinatore supremo di tutte le cose" o, come nel Credo, "Dio Padre Onnipotente". È meglio illustrato dalle parole dell'apostolo in 1Corinzi 8:6 : "Per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale cioè dal quale noi siamo tutte le cose, e noi a lui; " e in Romani 11:36 : "Da lui, e per mezzo di lui, e per lui, sono tutte le cose". L'apostolo aggiunge il termine per rendere più augusta e impressionante la designazione del Dio supremo, che è la Fonte del suo apostolato

versetto 1.-

L'autorità ispirata dell'apostolo

La prima riga dell'Epistola ha lo scopo di risolvere la questione della sua autorità e indipendenza come maestro della Chiesa. La verità del vangelo, come egli la esprime, Galati 2:5 era coinvolta in questa questione meramente personale

I LA NECESSITÀ DI RIVENDICARE LA SUA AUTORITÀ. Gli emissari del partito giudaico, che avevano ottenuto l'accesso alle Chiese della Galazia, cercarono di minare la sua dottrina negando o minimizzando il suo apostolato. Essi limitarono il termine "apostolo" quasi esclusivamente ai dodici, e furono così in grado di affermare

1 che non era un apostolo nel senso più alto, poiché non era un discepolo personale di Gesù Cristo, e quindi non poteva rivendicare l'ispirazione di coloro sui quali soffiava lo Spirito Santo; Giovanni 20:22

2 che, in ogni caso, egli era ufficialmente subordinato ai Dodici, e non doveva, quindi, essere seguito quando si discostava dal loro insegnamento; e

3 che il procedimento di Antiochia Atti 13:1,2 implicava necessariamente che egli ricevesse dall'uomo il suo incarico e il suo vangelo allo stesso modo

II IL SUO INCARICO È ALLO STESSO TEMPO ORIGINALE E DIVINO. "Apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti".

1. Era un vero apostolo. Egli afferma con enfasi il suo apostolato indipendente, ponendo il suo titolo ufficiale in primo piano nella sua Epistola. Egli afferma di essere stato un apostolo prima di avere qualsiasi rapporto con i dodici, Galati 1:17,18 e che in tre diverse occasioni gli apostoli riconobbero la sua piena condizione apostolica Galati 1:18,19,2:9,10,11-21 Egli non era, quindi, un delegato dei dodici, e non aveva alcun posto secondario o intermedio di autorità sotto di loro. Era, come si descrisse ai Corinzi, "un apostolo chiamato di Gesù Cristo per volontà di Dio".

2. Il suo incarico non era "da uomini ajpo, né da uomini dia". I falsi insegnanti potrebbero aver insinuato che i procedimenti ad Antiochia implicassero un incarico puramente umano. Ma egli era stato chiamato all'apostolato molto tempo prima della sua designazione ad Antiochia per un missionario speciale Atti 26:16-20 La sua chiamata non era né quella di Mattia né quella di Barnaba. Egli non fu chiamato né da un corpo di uomini né da un individuo che rappresentasse l'autorità di tale corpo

3. Il suo incarico era interamente divino. "Per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti".

1 Fu per mezzo di Gesù Cristo; poiché il suo incarico risaliva al giorno della sua conversione sulla via di Damasco. "I Gentili, ai quali ora ti mando" Atti 26:17 Parla altrove del suo aver visto il Signore, come segno del suo apostolato 1Corinzi 9:1 Fu chiamato direttamente e immediatamente da Gesù Cristo

2 Fu per mezzo di "Dio il Padre, che lo risuscitò dai morti" - agendo in Cristo e attraverso Cristo; il riferimento alla risurrezione rende chiaro che Gesù poteva chiamarlo, anche se non lo aveva chiamato quando chiamò i dodici, e che l'apostolato era uno dei doni di grazia conferiti alla Chiesa dal Redentore asceso Efesini 4:11 Così l'apostolo non fu auto-chiamato al suo alto ufficio, e non si riferisce nemmeno ora alla fonte della sua chiamata per vanità o autoaffermazione, ma per un riguardo supremo al benessere dei suoi convertiti

OMELIE DI R.M. EDGAR

Versetti 1-5.-

Il vangelo del sacrificio di sé

Nell'inviare un'epistola a un popolo apostata, Paolo non si abbandona a complimenti insignificanti. Questi Celti in Asia avevano mostrato un po' della loro proverbiale volubilità, e si erano ritrovati dalla dottrina della giustificazione per fede a un ritualismo il cui sviluppo doveva essere l'ipocrisia. È necessario, per la loro guarigione dall'apostasia, che l'autorità dell'apostolo e la verità del Vangelo siano poste davanti a loro in termini inequivocabili. Quindi troviamo Paolo che si immerge subito nelle necessarie esposizioni del suo apostolato e del vangelo di Cristo di cui era stato incaricato come apostolo. In questo saluto abbiamo distintamente insegnato le seguenti lezioni:

I L'APOSTOLATO DI PAOLO È STATO RICEVUTO DIRETTAMENTE DA GESÙ CRISTO. versetto 1. Senza dubbio ad Antiochia furono poste solo mani umane sul suo capo, Atti 13:3 ma l'imposizione delle mani ai fratelli non era la trasmissione dell'autorità, ma semplicemente il riconoscimento dell'autorità già trasmessa. L'"ordinazione" ad Antiochia fu il riconoscimento da parte della Chiesa dell'autorità e della missione già trasmesse dal Signore all'apostolo. Di conseguenza, in questo caso che abbiamo davanti, Paolo rivendica un apostolato direttamente dalle mani di Cristo. Egli era un apostolo "non dagli uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti" Revised Version. Nessuna mano intermedia gli trasmise l'autorità; era consapevole di averlo ricevuto direttamente dalla fonte. Questo gli diede di conseguenza fiducia nel trattare con gli insegnanti giudaizzanti. A lui non importava quale ostentazione di autorità facessero quegli insegnanti; si ergeva come una roccia su suo stesso incarico con tutte le sue sacre associazioni. E questo non dovrebbe istruire ogni vero insegnante sulla fonte della sua autorità? È un errore pensare che gli uomini possano fare di più che riconoscere l'autorità data da Dio. È direttamente da Cristo che ognuno di noi deve ricevere il proprio ufficio. I funzionari della Chiesa, nel porre il loro imprimatur su ognuno di noi, riconoscono semplicemente un'opera divina che credono, in base alle dovute prove, che sia già lì

II IL DESIDERIO DELL'APOSTOLO PER IL BENESSERE DEI GALATI. Versetti 2, 3. Il profondo desiderio di Paolo e di coloro che erano associati a lui nella sua cattività per questi Galati apostati era che la grazia e la pace da Dio Padre e da Cristo potessero essere loro. La "grazia", il favore gratuito e immeritato che sgorga dal cuore divino, quando è ricevuto nell'anima del peccatore, produce "la pace che sorpassa ogni intelligenza". Fu questa esperienza benedetta che Paolo desiderava per i Galati. Essi possono aver tradotto il suo ufficio e il suo carattere, ma questo non gli impedì di nutrire il profondo desiderio che nelle "verità di pace" essi, come lui, dovessero essere condotti. E in verità non possiamo augurare agli uomini di meglio che la grazia e la pace dal cielo siano loro. Vivere nel favore sentito di Dio, rendersi conto che è allo stesso tempo del tutto immeritato, produce una pace e un'umiltà di spirito senza prezzo!

III IL VANGELO PREDICATO DA PAOLO ERA QUELLO DEL SACRIFICIO DI CRISTO, versetto 4. Gesù, afferma, "ha dato se stesso per i nostri peccati". Il fondamento del Vangelo è il sacrificio di sé. Ma dobbiamo sempre ricordare che il sacrificio di sé, anche se per la minima sciocchezza, può essere una follia morale. Nel sacrificio di sé in quanto tale non c'è alcuna virtù necessaria. Un uomo può perdere la vita per una causa del tutto indegna. Quindi la necessità del sacrificio di sé di Cristo deve essere dimostrata prima che la sua vera virtù sia stabilita. Questa necessità appare quando consideriamo che è stato "per i nostri peccati" che Egli ha dato se stesso. Infatti, se i nostri peccati fossero stati rimossi a un prezzo più basso del sangue del Figlio di Dio, saremmo disposti a dire che il peccato è dopo tutto una cosa leggera agli occhi di Dio, una semplice bagatella per lui. Ma nella misura in cui ha richiesto un tale sacrificio per togliere il peccato, la sua enormità è resa manifesta a tutti. Cristo ha dato la sua vita, quindi, per una nobile causa. Certamente togliere il peccato, togliere dai cuori umani i loro pesanti fardelli, concedere agli uomini la pace e la liberazione da ogni paura, era un degno obiettivo di sacrificio di sé. Ci troviamo quindi davanti alla croce credendo che il sacrificio su di essa sia di valore ed efficacia infiniti. Non fu un martire per errore, poiché morì sull'albero, ma il più glorioso di tutti gli eroi

IV LO SCOPO DI CRISTO NEL SACRIFICIO DI SÉ ERA LA NOSTRA LIBERAZIONE DA QUESTO PRESENTE MONDO MALVAGIO. versetto 4. Il mondo è l'insieme delle tendenze che si oppongono a Dio. Amare un tale mondo è incompatibile con l'amore per Dio Padre 1Giovanni 2:15 È, inoltre, fatto di "concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e orgoglio della vita" 1Giovanni 2:16 Ora, è in questo mondo che il ritualista cade preda. Questo era il pericolo dei Galati. Il risveglio dei riti e delle cerimonie, che erano stati adempiuti e quindi eliminati in Cristo, assecondava la concupiscenza degli occhi e l'orgoglio della vita. Quindi Paolo proclama all'inizio che uno degli scopi del vangelo del sacrificio di sé è quello di liberare chi lo riceve dal potere di questo attuale mondo malvagio che cerca costantemente di portarci in schiavitù. La religione di Cristo è la libertà. Intende liberarci dalla schiavitù. È colpa nostra se non veniamo liberati

V IL FINE ULTIMO DEL VANGELO È SEMPRE LA GLORIA DEL PADRE. Versetto 5. Di qui la dossologia con cui si chiude il desiderio apostolico. È con le dossologie che la dispensazione della grazia deve finire. Il cielo stesso è la concentrazione delle dossologie che si sono radunate sulla terra; Il concerto completo dopo le prove terrestri. Ed è qui che si può vedere la sicurezza dell'intera dispensazione; perché se si contemplasse la gloria di un Essere imperfetto, i suoi disegni sarebbero necessariamente contrari in molti casi al vero bene degli altri. Ma Dio Padre è così perfetto che la sua gloria consiste sempre nel vero bene di tutte le sue creature. Senza dubbio alcune delle sue creature non crederanno a questo, e insisteranno nel sospettare e odiare i suoi disegni. Di conseguenza devono essere esposti alla sua giusta indignazione. Ma questo è del tutto compatibile con il fatto che la gloria divina e il vero bene di tutti sono destinati ad armonizzarsi. Felice sarà per noi se ci uniremo alle prove della sua gloria qui, e saremo promossi al coro a tutto tondo e come il suono di molte acque lassù. Ma anche se dovessimo insistere sulla discordia, solo il nostro disagio sarà assicurato; Le dissonanze, lo sappiamo, possono essere così legate all'armonia da gonfiare e non diminuire l'effetto dell'intera orchestra. E Dio assicurerà la sua gloria anche nei nostri poveri nonostante. - R.M.E

OMELIE DI R. FINLAYSON Versetti 1-5.-

Introduzione

Il tono di questa Epistola è decisamente controverso. Nel primo e nel secondo capitolo lo scrittore stabilisce contro gli aggressori giudaici la sua autorità apostolica. Questo, tuttavia, è solo sussidiario al suo disegno principale, che è nel terzo e quarto capitolo, come servo accreditato di Dio, di stabilire il vangelo di Cristo, o giustificazione per fede contro il giudaismo un vangelo diverso, o giustificazione per le opere della Legge. Si può dire che il quinto e il sesto capitolo contengano l'applicazione. C'è quindi lo stesso pensiero centrale in questa Epistola che c'è nell'Epistola ai Romani. Qui c'è il pensiero che si è scagliato contro l'ebraismo, che minacciava l'esistenza stessa del cristianesimo in un circolo di Chiese molto interessante, e mentre i sentimenti dello scrittore erano ancora acuti. Nell'Epistola successiva c'è il pensiero che si è formato contro il giudaismo, quando c'è stato il tempo di guardarlo con calma e nei suoi aspetti più ampi. È degno di essere ricordato che a questa Epistola è attribuito un interesse storico. Il romanesimo con cui Lutero si confrontò aveva una sorprendente somiglianza con l'ebraismo. Per questo motivo fu indotto a fare uno studio speciale di questa Epistola. "L'Epistola ai Galati", disse, "è la mia Epistola. Mi sono fidanzato con esso; è mia moglie".

MI RIVOLGO

1. Lo scrittore. "Paolo, apostolo non dagli uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti." L'apostolato di Paolo non era privo di relazione con gli uomini. Era diretto agli uomini e destinato al loro beneficio. La sua nomina agli uffici gli fu annunciata da un uomo Anania. Ma l'autorità sotto la quale fu fatta la nomina non derivava dagli uomini. Né era attraverso l'uomo come mezzo che veniva comunicato. È stato comunicato tramite Gesù Cristo. Il Signore disse per mezzo di Anania: "Egli è per me un vaso eletto per portare il mio nome davanti ai Gentili, ai re e ai figli d'Israele". Quando in seguito tentò di predicare il Vangelo a Gerusalemme, fu respinto. Mentre pregava nel tempio, cadde in estasi e vide Gesù, che gli disse: «Vattene, perché io ti manderò lontano dai pagani». L'autorità sotto la quale Paolo agì come apostolo derivava in ultima analisi da Dio. Non è questa la forma in cui è stato messo qui. Infatti la stessa preposizione è usata in relazione a Dio come a Cristo, come se Dio fosse in se stesso il mezzo e la fonte dell'autorità. E, in armonia con questo punto di vista, una delle forme in cui Anania annunciò a Paolo la sua nomina all'apostolato fu questa: "L'Iddio dei nostri padri ti ha costituito perché tu conosca la sua volontà, e veda il Giusto, e ascolti una voce dalla sua bocca". L'autorità fu comunicata a Paolo solo attraverso Dio come Padre, cioè come agente attraverso suo Figlio Gesù Cristo. Questo grande Agente il Padre è risuscitato dai morti. Nel punto corrispondente in Romani viene anche introdotta la risurrezione di Cristo: "Dichiarato Figlio di Dio con potenza, secondo lo spirito di santità mediante la risurrezione dei morti; Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale abbiamo ricevuto grazia e apostolato". L'idea è che, come divinamente attestato nella sua risurrezione, egli avrebbe potuto nominare apostolato. L'ulteriore pensiero è suggerito qui che, una volta innalzato, avrebbe potuto nominarlo apostolato. Egli non era tra coloro che ricevettero l'incarico da Cristo quando era nella carne; ma Cristo risorto gli era apparso e, senza alcun corpo elettivo di uomini che si frapponesse, senza alcuna azione della Chiesa come nell'elezione di Mattia, lo aveva immediatamente nominato apostolato

2. Coloro che sono associati a lui. "E tutti i fratelli che sono con me". Per quanto Paolo avesse un'elevata posizione riguardo al suo apostolato, ciò non lo separò dai suoi fratelli. Ha persino corteggiato la loro simpatia e il loro sostegno cristiano. Era aperto con. i suoi compagni di viaggio, e divulgava loro i suoi pensieri, leggeva loro le sue lettere. In questa occasione poté dire che erano tutt'uno con lui. In tutta la sua calorosa rimostranza contro il cedimento al giudaismo, non c'era una sola espressione che desiderassero che abbassasse i toni

3. Le Chiese affrontate. "Alle Chiese della Galazia". Agli albori della storia la patria della razza celtica, nota ai Greci come Galati, e ai Romani come Galli, era il continente ad ovest del Reno, con queste isole adiacenti. Nelle loro migrazioni orde di Celti si riversarono in Italia. Seguirono anche il corso del Danubio, svoltando a sud in Grecia. Tre tribù di loro, attraversando l'Ellesponto, dopo vaste devastazioni, furono confinate nel cuore dell'Asia Minore. Il tratto di paese che occupavano, lungo circa duecento miglia e bagnato dagli Halys, fu chiamato in loro onore Galazia terra dei Celti. Le città principali delle tre tribù erano Tavium, Pessinus e Ancyra. Gli abitanti originari erano frigi, e in tempi successivi si aggiunsero romani e greci e anche ebrei. Ma l'elemento predominante era il celtico, e la lingua celtica era parlata insieme al greco. Per i popoli, quindi, di origine più o meno celtica, questa Epistola ai Celti è investita di particolare interesse. Paolo venne a contatto con questa nuova razza nel suo secondo viaggio missionario. C'è una singolare scarsità di informazioni riguardo alla sua visita. Tutto ciò che è riportato è che, essendo stato scavalcato per quanto riguarda il percorso previsto, passò attraverso la regione della Frigia e della Galazia. Come si dice miseramente, in relazione al suo terzo viaggio missionario, che passò per la stessa regione in ordine, stabilendo tutti i discepoli. Il risultato della sua evangelizzazione fu la formazione di diverse Chiese. Essi sono come è stato sottolineato da Crisostomo qui indirizzati senza titolo. Ciò che c'è di caratterizzante è gettato nel saluto

II SALUTO. Nonostante ciò che rifiuta loro in questo momento, egli augura loro ogni bene di cuore

1. Benedizione invocata. "Grazia a te e pace". Invoca su di loro la grazia, o l'elusione del favore divino, non a causa del merito in loro, ma a causa del merito ottenuto per loro. Come risultato della grazia, egli invoca la pace, ossia l'assenza di dubbi interiori e, per quanto possibile, anche l'assenza di influenze perturbatrici dall'esterno, compreso il giudaismo

2. Da chi è stato invocato. "Da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo". Egli invoca anzitutto la benedizione di Dio Padre. Va proprio alla fonte. La paternità di Dio è la ragione ultima per cui siamo benedetti. È impossibile andare più in alto di così. Dov'è la speranza per il bambino che disobbedisce al comando di suo padre? La speranza sta in ciò che il padre è. Naturalmente ha pietà di suo figlio e desidera benedirlo. Cantici: dov'è la speranza per noi nel nostro stato di disobbedienza? La speranza sta in ciò che Dio è. Egli è la Fonte di ogni sentimento paterno. Come Padre, Egli era mosso a compassione verso di noi e desiderava benedirci nonostante tutta la nostra indegnità. È stato il sentimento paterno che ha spinto alla redenzione. È il sentimento paterno che spinge a benedire in connessione con la redenzione. Questa, dunque, è l'altezza alla quale dobbiamo alzare gli occhi, da cui viene l'aiuto. Invoca anche la benedizione del nostro Signore Gesù Cristo. Come un tempo il Padre era legato a Cristo con la preposizione "attraverso", così ora Cristo è legato con il Padre con la preposizione "da". Tale libertà è significativa. Colui che è il Canale è anche la Fonte della benedizione. Egli è Gesù, il più alto Giosuè, che salva il suo popolo dai suoi peccati. È per mezzo di lui che si è dato effetto al sentimento paterno in Dio, e che il Padre si avvicina all'uomo con la benedizione. Egli è il Cristo che è stato unto da Dio per questo fine. Egli è il nostro Signore, come il Compitore di successo della salvezza posto sopra la casa di Dio, al quale spetta di dispensare benedizioni. È a lui, dunque, come sovrano Dispensatore di benedizioni che dobbiamo guardare. La verità centrale è resa evidente dall'essere gettata nel saluto. "Egli ha dato se stesso per la nostra grandezza, per liberarci da questo presente mondo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre". Il linguaggio ha evidentemente una colorazione sacrificale. L'adoratore venne con i suoi peccati davanti a Dio. L'oblazione che presentò a Dio era un animale. Con i suoi peccati ripresi, l'animale ha pagato la pena con la sua morte. Cantici l'oblazione che Cristo ha presentato a Dio era se stesso. Con i nostri peccati presi in carico, egli ne ha realmente e pienamente sofferto il deserto nella sua morte, specialmente nascondendo il volto del Padre. Ciò che dava a questa auto-oblazione un valore infinito era la dignità del Sofferente, e anche la sua perfetta fiducia in Dio, e l'amore totalizzante per gli uomini, e l'inesauribile speranza per la loro salvezza nel misterioso abbandono che lo metteva alla prova. L'obiettivo con cui Cristo si è dato è stato, non solo per liberarci dalla colpa del peccato, ma anche per liberarci dalla manifestazione del peccato in questo presente mondo malvagio. Questo mondo è pensato non come avrebbe potuto essere, ma come è realmente. Avrebbe potuto essere un bel mondo; è invece un mondo malvagio. Il suo carattere malvagio consiste non solo nell'opporsi nelle sue opinioni e pratiche al bene degli uomini, ma soprattutto nell'opporsi a Dio. È un mondo che, nella sua malvagità, dimentica Dio, si spoglia di Dio. "Il Signore non vedrà"; "Che cos'è l'Onnipotente, perché lo serviamo?" Ora, Cristo è morto affinché potessimo essere liberati da questo mondo tirannico, e introdotti nella libertà, se non allo stesso tempo di una forma perfetta di società, ma anche di una condizione personale, e anche di una condizione di Chiesa, in cui Dio ha qualcosa del posto a cui ha diritto. E tutto questo deve essere pensato secondo la volontà del nostro Dio e Padre. Il Padre ha il primato in tutto. È nella sua volontà che ha avuto origine la salvezza. Fu la sua volontà che fu compiuta da Cristo. "Allora io dissi: Ecco, io vengo; nel volume del libro è scritto di me: Mi compiaccio di fare la tua volontà, o mio Dio; sì, la tua legge è nel mio cuore". Il risultato è il fare la volontà del Padre da parte dell'uomo come lo è per mezzo degli angeli

III DOSSOLOGIA. "A lui sia la gloria nei secoli dei secoli e l'Amen". Il fondamento dell'attribuzione della gloria a Dio è la gloria mostrata da Dio nella salvezza. C'è stata una gloriosa dimostrazione di saggezza nel pianificare la salvezza. C'era una gloriosa dimostrazione di giustizia nella soddisfazione fatta per il peccato. C'è stata una gloriosa dimostrazione di potenza nel vincere il peccato. C'era specialmente una gloriosa manifestazione d'amore nel suo traboccare sui peccatori. In vista di tale manifestazione spetta a noi attribuire gloria a Dio. Non possiamo prendercela da soli. Il nostro linguaggio deve sempre essere: "Non a noi, o Signore, non a noi". In ciò che Dio ha fatto per la nostra salvezza si troverà soggetto per le nostre dossologie nei secoli dei secoli. Ad ogni attribuzione di gloria tocca a noi aggiungere il nostro "Amen". Possa il nostro "Amen" diventare sempre più profondo, e possa la cerchia di tali "Amen" crescere sempre di più. - R.F

OMELIE DI W.F. ADENEY

versetto 1.-

Autorità apostolica

S. Paolo apre l'Epistola ai Galati con un'insolita affermazione della propria autorità. Generalmente si descrive come "il servo" di Gesù Cristo, e si rivolge ai suoi convertiti con affettuosa gentilezza. Ma qualcosa di quasi severo segna l'inizio di questa Epistola, e in effetti la caratterizza tutta; e l'autore all'inizio espone le più alte rivendicazioni di rango apostolico. Ciò era necessario perché la slealtà verso l'autorità di San Paolo era stata usata come uno dei più forti incoraggiamenti per l'infedeltà ai principi fondamentali del cristianesimo. È molto difficile sapere quando l'autoaffermazione è un dovere, e più difficile adempiere al dovere con modestia. Eppure ci sono occasioni - per la maggior parte di noi rare occasioni - in cui la causa della verità e della rettitudine richiede la rivendicazione ferma e dignitosa della propria posizione legale. Questo è perfettamente coerente con l'altruismo e l'umiltà se il motivo è un qualche interesse al di fuori di noi stessi. Qui sta il punto importante, vale a dire, che l'autoaffermazione non deve essere per il nostro onore, ma per la gloria di Dio, o per il bene dell'uomo, o per il mantenimento del diritto

I L'AUTORITÀ APOSTOLICA È CONFERITA. Non ha origine nell'uomo che lo possiede. Egli è "un inviato", un messaggero, un missionario, un ambasciatore. Come il profeta è l'uomo che "parla per" Dio, il portavoce divino, così l'apostolo è colui che è inviato dal suo Signore, il messaggero di Cristo. Così l'autorità apostolica è molto diversa da quella del filosofo, che dipende interamente dalle sue forze intellettuali, e da quella del fondatore religioso, che nasce dalle idee spirituali dell'uomo, e da tutta l'autorità puramente personale. Deriva dall'autorità di Cristo. Le doti naturali non possono fare di un uomo un apostolo più di quanto non possano dare a un libero professionista il diritto di comandare un esercito nazionale

II L'AUTORITÀ APOSTOLICA È INDIPENDENTE DALLE INFLUENZE UMANE

1. Non deriva da un' origine umana. Non è "degli uomini". Nessun uomo e nessun corpo di uomini può creare un apostolo. Tentare una tale creazione significa presentare credenziali false; È come l'atto di un uomo che incide le proprie banconote e le passa in valuta come se fossero state emesse da una banca

2. Non è derivato da un medium umano. Non è "per mezzo dell'uomo". Si pensava che Mattia fosse stato nominato da Dio poiché era stato scelto a sorte dopo aver pregato per la guida divina; ma certamente ricevette il suo apostolato, quale era, attraverso gli uomini, poiché la sua elezione fu ordinata dalla Chiesa Atti 1:23-26 Questo non era il caso di San Paolo. L'autorità suprema è indipendente da tutte le disposizioni ecclesiastiche e da ogni gestione ufficiale

III L'AUTORITÀ APOSTOLICA VIENE DIRETTAMENTE DA CRISTO E DA DIO. Il sovrano incarica i propri ministri. L'ufficio trae la sua alta influenza da questa origine

1. Viene da Dio. Perciò l'apostolo è divinamente ispirato. L'ordine della Chiesa che egli stabilisce e la verità dottrinale che egli predica hanno entrambi pretese sulla nostra riverenza, perché provengono da Dio per mezzo di lui

2. Anche questo viene da Cristo. È "attraverso" Cristo come ricevuto immediatamente da lui, ma è anche "attraverso" Dio, perché qui non si deve fare alcuna distinzione. Cristo, però, è personalmente interessato. L'apostolo è un ufficiale cristiano. La sua opera non è quella di servire la religione generale della fede in Dio, nella provvidenza e nella rivelazione naturale, ma di promuovere la fede speciale del vangelo

IV L'AUTORITÀ APOSTOLICA DIPENDE DALLA RISURREZIONE DI CRISTO, Dio è chiamato "il Padre che lo ha risuscitato dai morti". San Paolo è l'unico di tutti gli apostoli che ha ricevuto il suo incarico in prima istanza da Cristo risorto. Ma anche gli altri apostoli furono particolarmente dotati e mandati da Cristo dopo la risurrezione Matteo 28:16-20 A parte l'importanza che si attribuisce in molti modi alla risurrezione di Cristo come prova della sua vittoria, certezza del nostro futuro, ecc., c'è questo particolare punto significativo qui che Cristo vive ancora, che l'apostolo non è semplicemente fedele a un ricordo, ma serve un Signore vivente, che non è il successore di Cristo, ma il servitore che adempie i nuovi mandati del Re vivente e regnante. - W.F.A

2 e tutti i fratelli che sono con me kai oiJ aun ejmointev ajdelfoi; e i fratelli che sono con me, tutti e ciascuno. La collocazione ordinaria non accentuata di pantev sarebbe, pantev oiJ sun ejmoi. La sua posizione qui, dove, forse, è stato spinto da una sorta di ripensamento, lo contrassegna come enfatico; Non c'è nessuno di quelli intorno a lui che non provi il dolore e l'indignazione come lui in riferimento alle notizie appena ricevute. Abbiamo una collocazione simile in Romani 16:15. Pantev sarebbe contrassegnato come enfatico anche se posto per ultimo, come in 1Corinzi 7:17 13:2 15:7; Tito 3:15. La nostra attenzione è catturata dall'assenza di qualsiasi nome. Un certo numero di persone sono nominate da San Luca negli Atti, Atti 18:18-20:5 e dall'apostolo stesso nelle sue Epistole ai Corinzi e ai Romani, come riguardo alla sua persona in tempi diversi durante l'ultima parte del suo terzo viaggio; e non sembra molto probabile che nessuno fosse ora con lui di coloro che lo avevano accompagnato, né nella prima né nella seconda delle sue due visite in Galazia. Il modo più probabile di spiegare l'intera soppressione dei nomi è facendo riferimento allo stato d'animo attuale dello scrittore; è troppo indignato per il comportamento degli ecclesiastici della Galazia per tessere nel suo saluto un filo di reciproco interesse personale. È sufficiente far capire che tutto ciò che lo circondava si sentiva come lui. Alle Chiese della Galazia taiv ejkklhsiav thv Galatiav. L'asciutta freddezza di tono con cui è scritto questo sarà meglio compresa dal lettore confrontando la maniera dell'apostolo nelle sue altre lettere, in tutte le quali si trova ad aggiungere alcune parole che sottolineano l'alta dignità che si rivolge alle comunità a cui si rivolge. È troppo dispiaciuto per farlo ora. La pluralità delle Chiese della Galazia, ognuna delle quali apparentemente forma un'organizzazione distinta, è espressa di nuovo in 1Corinzi 16:1, "Come ho dato ordine alle Chiese della Galazia; " e concorda molto bene con ciò che leggiamo in Atti 18:23, "Attraversarono la regione della Galazia e della Frigia per rendere stabili tutti i discepoli". Il lievito giudaizzante, sia importato da visitatori provenienti da altre regioni sia originario di queste stesse Chiese, sembra aver operato molto estesamente tra queste comunità, e non solo in una o due di esse. Se quest'ultimo fosse stato il caso, l'apostolo non avrebbe coinvolto le Chiese collettive nella stessa censura, ma, come nel caso di Colosse, rispetto agli "Efesini", avrebbe scelto per avvertire coloro che effettivamente erano peccante. Questo fatto, della diffusione generale tra loro di una particolare contaminazione, giustifica la convinzione che certe persone si siano prese la briga di andare in giro tra queste Chiese per propagarla. Chi fossero queste persone, o da dove venissero, non c'è nulla da dimostrare. Molti hanno infatti supposto che, come quei turbatori della Chiesa di Antiochia menzionati in Atti 15:1 e Galati 2:12, fossero venuti dalla Giudea, o piuttosto da Gerusalemme. Ma l'Epistola non dà alcun accenno a ciò per quanto riguarda le Chiese della Galazia. Ciò che l'apostolo scrive in Galati 6:12,13 indica piuttosto l'ipotesi che questa particolare distrazione sia stata causata da alcuni uomini di Chiesa dei loro stessi, che si erano dati a questo proselitismo eretico per rivolgersi agli ebrei non cristiani che vivevano nelle loro vicinanze. Confronta il presentimento dell'apostolo riguardo al futuro della Chiesa di Efeso, in Atti 20:30 Vedi nota su Galati 6:12,13

I compagni dell'apostolo nel Vangelo

"E tutti i fratelli che sono con me". Era secondo la sua maniera associare i fratelli a lui nelle iscrizioni delle sue epistole

IO , CHI ERANO QUESTI FRATELLI?

1. Non erano il popolo cristiano in mezzo al quale risiedeva; perché era sua abitudine distinguere tra "i fratelli che sono con me" e "i santi" Filippesi 4:21,22 Inoltre, in tal caso avrebbe preferito parlare dei fratelli come delle persone con cui si trovava

2. Erano i suoi colleghi nell'opera evangelica e nei viaggi evangelici, tra cui probabilmente Timoteo e Tito, che lo avevano accompagnato nella sua prima visita in Galazia, e che lo avevano raggiunto lì, Atti 18:5 e forse Erasto, Trofimo e altri

3. Erano molto numerosi. Se l'Epistola fu scritta durante i tre mesi di visita dell'apostolo a Corinto, verso la fine del 57 d.C., egli era ora accompagnato da un numero di fratelli più grande che in quasi qualsiasi altro tempo

II PERCHÉ EGLI IDENTIFICA QUESTI FRATELLI CON SE STESSO NELL'EPISTOLA?

1. L'approvazione di fratelli come Timoteo e Sila, che i Galati conoscevano personalmente, potrebbe avere l'effetto di conciliare il loro affetto e di attenuare l'amarezza della loro opposizione

2. Il suo enfatico riferimento a "tutti i fratelli" sembra mostrare che non c'era singolarità nelle sue opinioni; che egli era sostenuto dai migliori e dai più saggi capi della Chiesa, e che i Galati, ripudiando l'insegnamento paolino, si stavano realmente separando dalle guide riconosciute del cristianesimo visibile

Le Chiese della Galazia

Probabilmente nelle città di Ancyra, Pessinus e Tavium. È interessante notare che nel Nuovo Testamento non abbiamo un solo nome di un luogo o di una persona, a malapena un singolo episodio di qualsiasi tipo, connesso con la predicazione dell'apostolo in Galazia. Aveva fatto due visite alla Galazia prima di questa volta

I L'APPARTENENZA ALLE CHIESE GALATICHE. I membri appartenevano, come indica il loro nome, alla razza celtica, e differivano per carattere e abitudini da tutte le altre nazioni a cui erano indirizzate le Epistole. "È il sangue celtico che dà un colore distintivo al carattere galato". Non c'era bisogno dell'autorità di Cesare per sapere che l'instabilità di carattere era la principale difficoltà nel trattare con i Galati, e che essi erano inclini a ogni sorta di osservanze rituali. Così ricevettero l'apostolo con vera cordialità celtica alla sua prima visita; essi "lo ricevettero come un angelo di Dio, sì, come Cristo". La Chiesa era principalmente gentile, ma si riunì attorno a un nucleo di ebrei convertiti. Il fatto che questa Epistola fosse indirizzata a Chiese su un così vasto tratto di paese implicherebbe l'ampia prevalenza dell'eresia giudaica. Eppure l'apostasia era ancora solo nella sua fase incipiente. È un fatto caratteristico che i falsi maestri non appaiono mai se non nelle Chiese già stabilite. Raramente tentano la conversione di ebrei o gentili, evitando così accuratamente la persecuzione; ma dovunque sentono da lontano l'odore di un'opera di grazia, si radunano in fretta e furia per pervertire il vangelo di Cristo

II , SEBBENE LE CHIESE DELLA GALAZIA FOSSERO IN ERRORE, ERANO PUR SEMPRE VERE CHIESE DI CRISTO. Non erano colpevoli di idolatria o di totale apostasia, ma erano macchiati da gravi corruzioni dottrinali e gravi disordini morali. Eppure l'apostolo le possiede come vere Chiese di Cristo. La lezione è un rimprovero allo spirito di non chiesa così spesso manifestato nella storia cristiana

III IL DISCORSO CHE L'APOSTOLO RIVOLSE LORO ERA CARATTERISTICO. Si rivolge a loro semplicemente come "Chiese della Galazia", senza una sola parola di lode o di saluto familiare o di gentile ricordo, come troviamo nei suoi discorsi ad altre Chiese. Non si rivolge a loro chiamandoli "fratelli fedeli", come "i santi in Cristo Gesù". C'è qualcosa di suggestivo in questo metodo di prefazione all'Epistola. Lo termina con un percettibile ammorbidimento del tono, la sua ultima parola è "fratelli".

3 Grazia a te e pace cariv uJmin kainh; grazia a te e pace. Qui, come spesso accade, abbiamo combinato la forma di saluto prevalente tra i Greci, cairein che si trova nella sua forma inalterata in Giacomo 1:1, "gioia augurante", cristianizzato in cariv, grazia, che denota l'effusione della benignità divina in tutte le benedizioni spirituali di cui le creature peccatrici hanno bisogno; e il saluto ebraico, shalom, che nella sua trasformazione in eijrhnh si può supporre abbia lasciato cadere nel suo significato cristianizzato parte del suo significato originariamente comprensivo, che comprendeva tutta la "salute e la ricchezza" così come la "pace", e di aver generalmente espresso l'idea più limitata di quel calmo senso di riconciliazione e di quella perfetta sicurezza contro il male che costituiscono la felicità peculiare di un'anima che crede in Cristo. È tuttavia concepibile che eijrhnh, come usato nel greco ellenistico, possa a volte aver ampliato il significato che gli è proprio nel greco ordinario nel significato più completo dello shalom, che era regolarmente impiegato per rappresentare. Da Dio Padre e da nostro Signore Gesù Cristo ajpov kaiou hJmwn jIhsou Cristou. Queste parole fanno regolarmente parte della formula di saluto dell'apostolo. Con lievi variazioni si trovano in tutte le sue Epistole, tranne, forse, la Prima ai Tessalonicesi, dove, sebbene letti nel Textus Receptus, sono omessi dai recenti editori. "Nostro" è aggiunto a "Padre" in almeno sette epistole di San Paolo Romani, 1 e 2 Corinzi, Efesini, Filippesi, Colossesi, Filemone. Ciò giustifica la convinzione che, quando, come in 1 Timoteo, Tito e qui, scrisse "Dio Padre", molto probabilmente lo fece in riferimento alla relazione paterna di Dio con i membri della Chiesa di Cristo. Tregelles e il margine del testo greco rivisto, infatti, leggono hJmwn dopo patrov qui, omettendolo dopo Kuriou. Uniformemente in questa formula di saluto troviamo una sola preposizione, "da" ajpo, prima dei due nomi, "Dio" e "Gesù Cristo"; come nel primo versetto di questa Epistola c'è una sola preposizione, "attraverso", prima di "Gesù Cristo" e "Dio". L'apostolo, volgendo lo sguardo verso l'alto, come fece santo Stefano, nella gloria ineffabile, il Dio supremo nel quale riconosce "Padre nostro", contro con lui Gesù Cristo, "nostro Signore", cioè il nostro Maestro, Capo, Mediatore, "per mezzo del quale sono tutte le cose e noi per mezzo di lui". La grazia e la pace, che scendono dal cielo, devono venire da Dio nostro Padre e da Gesù Cristo nostro Signore. Dalla natura stessa del caso è ovvio che le benedizioni a cui si fa riferimento vengono a noi attraverso Cristo, sebbene anche "da" lui; come anche che la delegazione di San Paolo come apostolo, di cui si parla nel primo versetto, ha avuto origine da una volontà e da una nomina di Dio Padre, così come è stata realizzata "attraverso" l'ordine della sua provvidenza. Ma in ogni caso la preposizione usata dall'apostolo conserva la sua giusta forza, da non confondere con la nostra infilarvi un'altra nozione che non solo allora era dal punto di vista dello scrittore

La benedizione apostolica

"Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo." Questa benedizione è una prova dell'amore sincero dell'apostolo, come pure un segno della sua incrollabile lealtà alla dottrina della salvezza per mezzo di Cristo solo

I LE BENEDIZIONI DESIDERATE. "Grazia e pace". Quasi venti volte nella Scrittura queste due grazie sono collegate insieme, ma mai in modo così significativo come oggi, quando i Galati manifestavano una disposizione a tornare alla Legge con i suoi terrori e le sue inquietudini

1. La grazia è l'amore gratuito e immeritato che si manifesta in un dono gratuito Romani 5:15 È il fondamento della nostra redenzione. È anche un'operazione di quell'amore gratuito nei nostri cuori: grazia, vivifica, santifica, conforta, rafforza. È la prima benedizione che l'apostolo chiede; è ciò di cui tutti abbiamo bisogno; non è che l'inizio di innumerevoli benedizioni

2. La pace non è la pace con Dio, Romani 5:1, ma la pace che ne scaturisce. Il vero ordine della benedizione e dell'esperienza non è la pace e la grazia, ma la grazia e la pace. La grazia è la radice della pace; La pace è il conforto interiore che scaturisce dalla grazia. L'apostolo desidera che i Galati possano non solo partecipare alla grazia divina, ma possederne la certezza. Senza pace, migliaia di persone sono infelici, e il desiderio di essa fa sì che molti pagani sopportino fatica e dolore nel vano sforzo di goderne. L'uomo mondano anela alla pace senza grazia. Ma le due cose sono indissolubilmente legate. Senza di essa non c'è progresso nella religione, e non c'è una vera prova del valore della religione di un uomo. Lutero dice: "La grazia libera il peccato e la pace calma la coscienza. I due demoni che ci tormentano sono il peccato e la coscienza". Un altro dice: "Se hai la pace, sei ricco senza denaro; Se non ce l'hai, sei povero con milioni".

II LA FONTE DI QUESTE BENEDIZIONI. "Da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo", da Dio Padre come Fonte e da Gesù Cristo come Canale di trasmissione verso di noi. Le benedizioni più alte del Vangelo, come pure la nomina all'ufficio apostolico, scaturiscono allo stesso modo dal Padre e dal Figlio. Essi sono qui associati sia come oggetti di culto divino che come fonti di benedizione spirituale. Questo prova la Divinità di Cristo. "La fonte vivente della grazia, che è sempre sgorgata e non è mai rifluita nel seno del nostro Dio, è stata gloriosamente aperta a un mondo assetato nel costato sanguinante di Cristo".

Versetti 3, 4.-

Il sacrificio di Cristo per la nostra liberazione

Il saluto è più che una gentile espressione di buona volontà; è una vera benedizione basata sulla grande certezza della grazia e della pace che scaturisce da una giusta comprensione del sacrificio di Cristo. San Paolo descrive i significati di quel meraviglioso sacrificio per dare sostegno alla sua benedizione. Ma è chiaro che lo fa con grande pienezza e distinzione per un ulteriore scopo. Egli desidera fin dall'inizio esporre i principi fondamentali di quel vangelo che i Galati stanno abbandonando per "un vangelo diverso, che non è un altro vangelo". Abbiamo qui, quindi, il compendio del vangelo di San Paolo che, per forza e concisione, reggerà persino il confronto con quello di San Giovanni, il più perfetto di tutti i compendi del vangelo Giovanni 3:16 I due non coprono esattamente lo stesso terreno, perché il vangelo è così grande che nessuna frase può comprendere nemmeno le sue principali verità, e così multiforme che nessuna mente può vederlo sotto la stessa luce. Consideriamo i punti principali di quello che abbiamo davanti

IO CRISTO SI È SACRIFICATO VOLONTARIAMENTE. Nel passo appena citato San Giovanni ci racconta come Dio ha dato il suo unigenito Figlio per noi, ora San Paolo ci ricorda che anche Cristo ha donato gratuitamente se stesso. Fu di sua volontà, soggetto anche alla volontà di suo Padre, che visse una vita di umiliazione. Avrebbe potuto sfuggire alla croce abbandonando la sua missione. Egli andò dritto verso la morte sapendo chiaramente ciò che aveva davanti, capace di liberarsi all'ultimo chiamando legioni di angeli in suo aiuto, Matteo 26:53 ma sottomettendosi volontariamente alla morte. Il sacrificio di sé di Cristo si distingueva dal suicidio per il fatto che egli non cercava la morte, e l'ha incontrata solo nel corso necessario per lo svolgimento della missione della sua vita. È importante tenere a mente che l'essenza del sacrificio di Cristo risiede in questa resa cosciente e volontaria di se stesso. Non sono le semplici torture subite, né il semplice fatto della sua morte che dà un valore alla sua resistenza. Se fosse morto di una malattia naturale dopo aver sopportato un dolore peggiore, non avrebbe potuto fare espiazione in tal modo. La volontaria "obbedienza fino alla morte" dà un valore sacrificale alla sua morte

1. Solo questa poteva essere una "soddisfazione" per Dio

2. Questo potrebbe essere solo un diritto alla nostra fede e al nostro amore

II L'OCCASIONE DEL SACRIFICIO ERANO I NOSTRI PECCATI. Non possiamo dire che Dio non si sarebbe incarnato se l'uomo non fosse caduto. Ma se il lieto evento di Betlemme avesse avuto luogo, l'orribile tragedia del Calvario sarebbe stata risparmiata. Non è solo che il peccato del mondo ha causato direttamente il rifiuto e l'uccisione di Cristo; la sua sottomissione alla morte fu causata dal peccato; era per salvarci dal potere e dalla maledizione del peccato

1. Il peccato ci ha allontanati da Dio e ha causato la necessità di un sacrificio riconciliatore

2. Il peccato ci ha gettati in schiavitù e ha creato la necessità di un riscatto redentore

III LO SCOPO DEL SACRIFICIO ERA QUELLO DI LIBERARCI DALL'ATTUALE MONDO MALVAGIO

1. Non si trattava di liberarci da Dio, come le false nozioni dell'espiazione hanno quasi suggerito, ma l'esatto contrario, cioè di liberarci da ciò che è più opposto a Dio

2. Non era principalmente per liberarci dal futuro mondo malvagio, dalle pene e dalle punizioni del peccato che lì dovevano essere sopportate. Una visione molto degradante della redenzione è quella che la considera come se avesse scarso effetto sulla nostra vita attuale, principalmente come un mezzo di fuga dalla sofferenza futura

3. Era essenzialmente la liberazione dal dominio del male presente, delle nostre cattive abitudini, dei costumi corrotti dell'epoca

IV LA LIBERAZIONE COSÌ EFFETTUATA FU CONFORME ALLA VOLONTÀ DI DIO

1. L' oggetto era in accordo con la volontà di Dio. Fu il primo a desiderare la liberazione dei suoi poveri figli perduti. Quando vengono liberati, sono portati fuori dal conflitto in armonia con la sua volontà

2. Anche il metodo della liberazione era in accordo con la volontà di Dio. Era volontà di Dio mandare suo Figlio. Ciò che Cristo fece fu accettato da Dio come gradito ai suoi occhi. L'intero sacrificio di Cristo fu obbedienza e sottomissione alla volontà di Dio. Qui sta il suo valore Ebrei 10:9,10 Il fatto è qui dichiarato da San Paolo. Non offre alcuna teoria per spiegarlo. Le teorie dell'espiazione sono una conseguenza della teologia e, per quanto alcune di esse possano essere preziose, non sono di importanza essenziale. Il fatto è l'unico fondamento della nostra fede. - W.F.A

4 Che ha dato se stesso tou dontov eJauton. Questa è la descrizione più forte che si possa immaginare di ciò che Cristo ha fatto per redimerci. La frase ricorre in RAPC 1Ma 6:44, con riferimento all'Eleazaro che si precipitò a morte certa per uccidere l'elefante che portava il re, Antioco: "Egli diede se stesso edwken eJauton per salvare il suo popolo". È applicato a Cristo anche in Tito 2:14, "che ha dato se stesso per noi"; e 1Timoteo 2:6, "che ha dato se stesso come riscatto per tutti". Nel capitolo successivo, Versetto 20, l'apostolo scrive: "Il quale mi ha amato e ha dato se stesso puradontov eJauton per me". Allo stesso modo, San Paolo scrive in Romani 8:32 : "Colui che non ha risparmiato, cioè 'non ha trattenuto' il proprio Figlio, ma lo ha dato paredwken aujton per tutti noi". L'aggiunta, in Matteo 26:45, delle parole "nelle mani dei peccatori" e l'espressione di nostro Signore in Luca 22:53, "Questa è la tua ora e il potere delle tenebre", aiutano a illustrare l'espressione estremamente pregnante che ora abbiamo davanti. Per i nostri peccati uJpe twn aJmartiwn hJmwn. Questa è la lettura del Textus Receptus, conservata dai Revisori. D'altra parte, L. T. Tr., per uJper, sostituto peri. Queste due preposizioni uJper e peri sono, in questa relazione così come in altre, usate indifferentemente. Se seguiamo la lettura di Rec. L. T. Tr. Rev. poiché molto spesso i manoscritti oscillano tra i due, abbiamo uJper in 1Corinzi 15:3, "Morì per i nostri peccati"; Ebrei 7:27, "per offrire sacrifici, prima per i propri peccati, e poi per i peccati del popolo; " Ebrei 9:7, "Sangue che egli offre per se stesso e per l'ignoranza del popolo." D'altra parte, troviamo nelle stesse autorità peri in Romani 8:3, "Mandando il proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e a motivo del peccato"; Ebrei 5:3, "Come al popolo, così anche per se stesso, di offrire per i peccati" dove, tuttavia, il Receptus ha uJper nell'ultima frase, "per i peccati" Ebrei 10:6, "Olocausti interi, e sacrifici per il peccato; " Ebrei 10:18, "Non più offerta per il peccato; " 1Giovanni 2:2,10, "Propiziazione per i nostri peccati"; 1Pietro 3:16, "Morì o 'soffrì' per peri peccati, il giusto per uJper gli ingiusti." L'ultimo passaggio 1Pietro 3:18 suggerisce l'osservazione che uJper è la parola più appropriata prima delle persone, e peri prima di "peccati". Troviamo, tuttavia, che, nella Septuaginta, nel Pentateuco peri è usato anche davanti alle persone come in Ebrei 5:3 ; così: Levitico 5:18, "Il sacerdote farà espiazione per lui riguardo alla sua ignoranza; " in entrambi i casi rendendo l'ebraico 'al. Cantici Levitico 4:20,26,31,35; Numeri 8:12. D'altra parte, in Esodo 32:30 abbiamo "Salirò al Signore, per poter fare espiazione per peri b'ad il tuo peccato". La verità sembra essere che uJper, che è più propriamente "per conto di" spesso denota "per", equivalente a "a causa di"; come ad esempio Salmi 39:11, Septuaginta, "rimprovera per il peccato"; Efesini 5:20, "Rendendo sempre grazie per ogni cosa"; Romani 15:9, "Glorificate Dio per la sua misericordia". E questo senso passa a "riguardare", "in riferimento a", come 2Corinzi 1:8, "Non vorrei che tu ignorassi riguardo alla nostra afflizione", 2Corinzi 8:23, "Se qualcuno si informa su Tito". D'altra parte, peri che denota più propriamente "riguardante", "con riferimento a", passa nel senso di "a causa di"; come Luca 19:37, "Lodate Dio per tutte le opere potenti"; Giovanni 10:33, "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per bestemmia; " 1Corinzi 1:4, "Ringrazio il mio Dio... riguardo a te; " 1Tessalonicesi 1:2, "Rendiamo grazie a Dio per voi Romani 1:8 : "Ringrazio il mio Dio per Receptus, per tutti voi." L'uso di peri nel versetto che abbiamo preceduto, e nei passaggi simili sopra citati, ha senza dubbio seguito il suo uso nella frase periav, che nella LXX descrive così comunemente l'"offerta per il peccato" dell'istituto levitico. Questa frase a volte rappresenta quello che nel testo ebraico è il semplice sostantivo chattath "peccato", messo per "offerta per il peccato; " come ad esempio, #Levitico 7:37, "Questa è la legge dell'olocausto, dell'offerta di carne, dell'offerta per il peccato chattath ecc. outov oJ nomov twn oJlokautwmatwn kaiav kai periav, ecc.. A volte rappresenta lo stesso sostantivo ebraico preceduto dalla preposizione 'al, per: "Per il peccato di questo o di quello periav tou deina; " come ad esempio setai Levitico 5:3-5, dove la LXX dice: "Il sacerdote farà espiazione per lui per il peccato che ha peccato ejxila peri aujtou oJ iJereuv periav h hmarte". La forza precisa di peri in questa frase era probabilmente "a causa del peccato", o "che si riferisce al peccato", significati di peri che, come si è visto, sono portati anche da uJper. Questa visione della forza di queste due preposizioni, come impiegata in questa relazione, sembra a chi scrive più soddisfacente di quella che la riferisce alla nozione di protezione, "per conto di" o "per il bene di" qualcuno; anche se bisogna indiscutibilmente ammettere che questa è un'idea che entrambi trasmettono frequentemente. A quest'ultima nozione, infatti, dobbiamo con ogni probabilità riferire l'uso di uJper in Galati 2:20, "Ha dato se stesso per me", così come in 1Pietro 3:18,6, per gli ingiusti; " Luca 22:19,20, "Dato per voi", "Versato per voi" e simili; e anche quello di peri Matteo 26:28, "Shed for many"; Giovanni 17:9, "Prego per loro"; Colossesi 4:3, "Pregate per noi". Il risultato di questa indagine sull'usus loquendi in riferimento a queste preposizioni sembra essere questo: in che modo la morte di Cristo ha influenzato la nostra condizione in quegli aspetti in cui tale condizione era precedentemente qualificata dai nostri peccati, né uJper né peri come prefisso al sostantivo "peccati" ci permettono di determinare con precisione: oltre a quanto ricorda per illustrazione il "sacrificio per il peccato" della Legge. Per lo sviluppo più completo dell'idea che si intende trasmettere, dobbiamo guardare ad altri riferimenti fatti nella Scrittura all'argomento, come ad esempio 2Corinzi 5:21; Galati 3:13; 1Pietro 1:19. Questo, tuttavia, possiamo tranquillamente supporre: sia uJper che peri, così applicati, ci garantiscono ugualmente di concludere, non solo che era a causa dei nostri peccati che Cristo doveva morire, ma anche che la sua morte è efficace per la completa rimozione di quei mali che derivano per noi dai nostri peccati. Affinché egli possa liberarci da questo presente mondo malvagio opwv ejxelhtai hJmav ejk tou aijwnov tou ejnestwtov ponhrou. Questa è la lettura di L. T. Tr. Rev.; mentre il Textus Receptus ha opwv ejxelhtai hJmav ejk tou ejnestwtov aijwnov ponhrou; affinché Egli ci liberi dal mondo presente, per quanto malvagio sia. Il verbo ejxaireomai, originariamente "portare fuori", rende l'ebraico hitztzil in 1Samuele 4:8 e Geremia 1:8 nel senso di "liberare"; indica "lo stato presente" come uno di impotente miseria o pericolo. Confronta l'uso del verbo,esqai, Atti 7:10,34 12:11 ; è equivalente a rJu come si trova in Colossesi 1:13 e Luca 1:74. Il participio "presente" o "sussistente", ejnestw si trova in esplicito contrasto con il participio "a venire", mellwn, Romani 8:38, "Né cose presenti né cose a venire; " e 1Corinzi 3:22. Siamo, quindi, naturalmente portati a supporre che l'apostolo intenda contrapporre il "mondo" a cui ci si riferisce qui con un "mondo a venire"; quest'ultimo è menzionato in Ebrei 6:5, e sembra sinonimo del "mondo letteralmente, 'terra abitata' a venire", oijkoumenh mellousa, di Ebrei 2:5. Confrontate le parole di nostro Signore in Matteo 12:32, "Né in questo mondo né in quello futuro", e il suo contrasto di "questo mondo" con "quel mondo" in Luca 20:34,35. La parola greca qui impiegata, aion, come kosmos, è usata con varie sfumature di significato. I due sostantivi, usati in modo intercambiabile in 1Corinzi 3:18,19 non sono, tuttavia, del tutto equivalenti. Il primo denota originariamente un modo di tempo; il secondo, una modalità dello spazio. In particolare, aion non è mai usato nel Testamento greco per indicare "umanità", come non di rado lo è kosmos da tutti i suoi scrittori. Nella versione siriaca, 'olmo rappresenta sia aion che kosmos in tutti i loro sensi, con una leggera variazione nella sua forma per rappresentare aion in Efesini 2:2, "Il corso aida di questo mondo kosmos", come se fosse "La mondanità di questo mondo". Probabilmente la stessa parola 'olmo, nella lingua ebraico-caldea corrente tra gli ebrei palestinesi, era il termine da loro impiegato in tutti quei contesti in cui aion o kosmos sarebbero stati usati da loro se avessero parlato in greco ellenistico; poiché è al dialetto ellenistico della lingua greca che appartengono entrambe le parole così impiegate. Non troviamo mai aion in nessuno degli scritti di San Giovanni, tranne che nelle frasi, eijv ton aijwna o eijv touv aijwnav, che denotano "per sempre". In altri significati, quando altri scrittori del Nuovo Testamento avrebbero potuto usare aion, San Giovanni mette sempre kosmos. La parola aion, che denota un ciclo del tempo, è usata anche per significare un mondo materiale, come Ebrei 1:2 ; e, in particolare, lo stato di cose che si trova esistente in quel ciclo di tempo; e questo visto sotto vari aspetti. in Luca 20:34,35 "questa aida" contrappone lo stato presente, come uno stato di mortalità e di successiva riproduzione, con "quell'aion", vista come una di immortalità, in cui i processi di riproduzione non si trovano più. Ma in Luca 16:8 "i figli di questa aion" sono coloro che vivono secondo la moda peccaminosa e amante del mondo che caratterizza l'umanità in generale, in contrasto con "i figli della luce", che sono stati illuminati per riconoscere la loro relazione con un mondo spirituale. In San Paolo, "l'aijwn presente" denota l'intero stato morale e spirituale dell'umanità visto nell'aspetto in cui lo contemplava: uno stato avvolto nelle "tenebre" spirituali, pervaso dall'empietà e dall'immoralità generale, e dominato da Satana; come dice Bengel, "tota oeconomia peceati sub potestate Satanae" Efesini 2:2; 4:18; 2Corinzi 4:4 uno stato da cui i cristiani dovrebbero studiare per essere completamente svezzati in tutte le loro abitudini morali e spirituali Romani 12:2; Efesini 4:22-24 In San Giovanni, le frasi "il mondo kosmos" o "questo mondo" sono spesso impiegate per esprimere la stessa idea, come ad esempio Giovanni 12:31; 1Giovanni 2:15,16:5:19. Da questo "potere, impero, delle tenebre", in cui per natura senza la grazia di Cristo tutti gli uomini sono irrimediabilmente affascinati; fuori dalla morsa, inestricabile da qualsiasi sforzo proprio, con cui Satana li trattiene, l'apostolo riconosce Cristo come l'unico in grado di "salvarci"; e anche lui è in grado di "salvarci" solo in virtù del suo sacrificio espiatorio di se stesso Così, in un'applicazione eminentemente giusta del verbo, si dice che li "redime" lutrousqai da ogni iniquità, espressione che include non solo l'idea di pagare un riscatto per la loro emancipazione, ma anche il pensiero che, con la potenza della sua grazia, egli rende efficace il riscatto per l'effettiva liberazione morale e spirituale, uno per uno, di coloro che credono in lui: "li purifica come un popolo tutto suo, dedito alle opere buone" Tito 2:14 La posizione in greco dell'epiteto "male", che sta in modo particolare senza l'articolo dopo "questo mondo presente" tou aijwnov tou ejnestwtov ponhrou, è discusso sia dal vescovo Ellicott che dal vescovo Lightfoot nei loro rispettivi commentari all'epistola; l'ultimo dei quali lo prende come equivalente a "con tutti i suoi mali". A chi scrive sembra che la sintassi della frase la raggruppi con Efesini 2:11, Ciò che è chiamato circoncisione, nella carne, fatta o, 'fatto' con le mani thv legomenhv peritomhv ejn sarki ceiropoihtou, dove ejn sarki ceiropoihtou non ha un articolo, perché è un'aggiunta logica: la circoncisione "che è fatta nella carne con mani, " non è naturalmente una vera circoncisione Confronta Romani 2. fin., e quindi uno solo è così "chiamato". Cantici nel presente passaggio l'epiteto "male" è un'aggiunta logica: lo stato del mondo, essendo uno "stato malvagio", brama la redenzione di Cristo, e questo fatto dovrebbe rendere quella redenzione benvenuta per noi. Allo stesso modo, in 1Pietro 1:18 l'epiteto dato dai vostri padri patroparadotou aggiunto dopo "la vostra vana maniera di vivere", è un'aggiunta logica: il fatto che fosse antico e tradizionale gli dava una presa così forte su di loro da implorare l'intervento di un riscatto non ordinario per riscattarli da esso. Con il giro di pensiero, che secondo questo punto di vista è indicato dall'epiteto ponhrou che è stato aggiunto al sostantivo senza l'articolo, concorda anche la posizione enfatica del verbo ejxelhtai all'inizio della frase. Cristo ha dato se stesso per questo fine, per liberarci da questo miserabile stato di cose a cui appartenevamo. Ma il movimento reazionario che ora si manifesta tra i Galati avrebbe inevitabilmente, secondo l'apostolo, l'apostolo 5:4 avrebbe l'effetto di rendere vana quest'opera redentrice di Cristo, e di coinvolgerli di nuovo nella loro miseria originale. Se ci atteniamo alla lettura del Textus Receptus, tou ejnestwtov aijwnov ponhrou, faremmo meglio, forse, ad accettare la proposta di Winer 'Gram. N. T.,' §20, 1 a, e a spiegare l'assenza dell'articolo supponendo che aijwn ponhriov formi un'unica nozione, come nel caso di brwma pneumatikon e poma pn. nel Textus Receptus di 1Corinzi 10:3. Ma questa lettura, sebbene grammaticalmente scorra più agevolmente dell'altra, è proprio per questo motivo la meno probabile che sia stata quella originale, e sembra smussare notevolmente il significato dell'aggettivo. Non possiamo forse scorgere in questo epiteto "male" il suono di un sospiro, tratto dal cuore dell'apostolo da questa preoccupazione e delusione carnale che ora affiora per lui e per tutti coloro che hanno a cuore il successo del Vangelo? Il suo sentimento sembra essere: Oh, la stanca malvagità di questo stato presente! Quando sarà portata a termine con l'apparizione di quella beata speranza? 2Corinzi 5:4 Secondo la volontà di Dio e del Padre nostro kata tolhma tou Qeou kai patrov hJmwn; secondo la volontà del nostro Dio e Padre. Forse non ha molta importanza se intendiamo questa frase come se si riferisse all'intera frase precedente: "Chi si è dato il mondo", o all'ultima frase di essa, "Affinché potesse liberare il mondo". Ma la prima è la costruzione più probabile:

1 non c'è motivo di limitarlo alle ultime parole;

2 è in perfetto accordo con il consueto riferimento dell'apostolo alla venuta di Cristo nel mondo e alla morte per noi per la nomina del Padre, che anche qui egli dovrebbe essere inteso come riferito a quest'opera di consegna della grazia

A quanto pare il sentimento è alla base di queste parole dell'apostolo, che la giudaizzazione che egli ha ora davanti agli occhi si poneva in opposizione all'ordine supremo del "nostro Dio" - e alla sua sovrana "volontà" chi di noi oserà contravvenire - e ostacolava anche l'operato della sua paterna amorevole benignità. Perché la mancanza di fiducia filiale nell'amore di Dio per noi, e il cerimoniale servile che caratterizzava il legalismo giudaico, erano entrambi aggiunte della mente non spirituale ancora schiava della "carne" Confronta Romani 7. e 8., e quindi parte integrante di "questo mondo presente". Galati 3:3 4:3,8-10 ; e tra Colossesi 2:20 : "Perché, vivendo nel mondo, vi sottomettete alle ordinanze, non toccatevi", ecc.? Come osserva il professor Jowett, in questo caso così come nell'Epistola ai Romani, "Il saluto è il proemio di tutta l'Epistola". L'espressione "nostro Dio e Padre" è patetica; è il risultato del profondo compiacimento con cui l'apostolo nutre la certezza dell'amore paterno di Dio datoci nel vangelo - un sentimento di compiacimento stimolato in un maggiore fervore dall'antagonismo verso il male spirituale che gli sta di fronte. Del nostro Dio e Padre. Cantici versione riveduta. Questa traduzione sembra decisamente preferibile a quella data dalla Versione Autorizzata, "di Dio e Padre nostro", sebbene grammaticalmente quest'ultima non sia dichiaratamente inammissibile. L'osservazione simile si applica a tutti gli altri passaggi del Nuovo Testamento in cui si trova Qeov kai Pathr seguito da un genitivo; vale a dire, da pa ; Efesini 4:6 di hJmwn come nel passaggio davanti a noi 1Tessalonicesi 1:3 3:11,13; Filippesi 4:20 di tou Kuriou hJmwn jIhsou Cristou Efesini 1:3; Colossesi 1:3; 2Corinzi 1:3; 1Pietro 1:3 di tou Kuriou jIhsou ou 2Corinzi 11:31 L. T. Tr. Rev.; Receptus has tou Kuri hJmwn jIhsou Cristou; e di aujtou Apocalisse 1:6

Versetti 4, 5.-

La somma e la sostanza dell'Epistola

Qui egli dichiara il vero terreno dell'accettazione presso Dio che i Galati praticamente ignoravano con il loro sistema di legalismo

SEGNALO L'AUTO-OBLAZIONE DI CRISTO. "Che ha dato se stesso per i nostri peccati". Il nostro Redentore non è stato ucciso per mano della violenza, anche se "per mano illegale" è stato crocifisso e ucciso; Si offrì spontaneamente, e la sua offerta non fu l'impulso di un semplice sentimento eccitato. L'espressione "ha dato se stesso" indica sempre la libera resa della sua vita 1Timoteo 2:6; Tito 1:14; Matteo 20:28 Concorda con il suo linguaggio: "Io do la mia vita da me stesso"; Giovanni 10:17 "Come mai sono angustiato finché non sia compiuto!" Il Padre è altrove descritto come colui che fornisce il sacrificio e lo consegna per tutti noi, Romani 8:32, ma il testo descrive il suo atto sacerdotale in conformità "con la volontà del Padre". È inutile dire che la frase non indica la sua incarnazione, ma la sua morte

II IL RAPPORTO TRA LA SUA MORTE E I NOSTRI PECCATI. "Che ha dato se stesso per i nostri peccati". Alcuni teologi collegano la morte di Cristo, non con il perdono del peccato, ma con la nostra liberazione dal suo potere. Essi considerano il peccato come una malattia piuttosto che come un'offesa, una calamità piuttosto che un crimine contro Dio; esse rappresentano la difficoltà non dalla parte di Dio, ma da quella dell'uomo, così che il perdono è sicuro di seguire la guarigione spirituale. In altre parole, essi mettono la vita al primo posto e il perdono al secondo posto, basando la nostra accettazione, non sulla morte di Cristo, ma sul possesso della vita divina. Il senso biblico è che "il suo sangue fu versato per la remissione dei peccati". La vita è considerata come l'effetto o la ricompensa della Crocifissione. C'è una connessione causale diretta tra la morte di Cristo e il perdono dei nostri peccati. Il motivo per cui si è dato è qui assegnato. I nostri peccati sono stati la causa che ha procurato la sua morte. Questo è il chiaro insegnamento di Isaia 53:5; Romani 4:25; 1Corinzi 15:3; 1Pietro 3:18. Inoltre, sarebbe una tautologia che l'apostolo si riferisse qui al mero miglioramento umano, poiché lo scopo del sacrificio è quello di realizzare proprio questo miglioramento, come vediamo dalla clausola finale. Sarebbe assurdo confondere il mezzo e il fine, la causa con l'effetto

III IL RISULTATO ETICO DEL SACRIFICIO. "Affinché ci liberi da questo presente mondo malvagio". Questo mostra il risultato veramente santificante della morte di Cristo. Questo contraddistingue il vangelo come uno strumento di emancipazione da uno stato di schiavitù. Colpisce la nota chiave dell'Epistola. Come l'oblazione è perfetta, così la liberazione assicurata da essa è perfetta; non c'è, quindi, alcuna compatibilità tra l'obbedienza alla Legge mosaica e la fede in Gesù Cristo. La liberazione è da "questo presente mondo malvagio", non dalla dispensazione ebraica, che non è mai chiamata male in se stessa, sebbene lo sia diventata a causa di una grave errata applicazione dei suoi princìpi - inoltre, i Gentili non ne erano stati liberati dal cristianesimo; né è liberazione nel senso di un abbandono del nostro posto e del nostro dovere nel mondo; Ma è il mondo così com'è, senza religione, sotto la maledizione, transitorio, corrotto e condannato. Era la liberazione dalla condotta corrotta di questo mondo che era schiavo degli dèi, 2Corinzi 4:4 da quel mondo che fu crocifisso a Paolo ed egli ad esso Galati 6:14 È la liberazione dalla potenza di quel mondo che ha la sua triplice seduzione "nella concupiscenza della carne, nella concupiscenza degli occhi, e l'orgoglio della vita". Così nell'espiazione si provvede alla santificazione così come alla giustificazione dei peccatori. Cristo è diventato per noi "Santificazione" e "Giustizia".

IV L'ORIGINE DI TUTTA L'OPERA DI CRISTO. "Per volontà di Dio Padre". Era l'opera stabilita dal Padre. Fu un atto di ubbidienza da parte di Cristo alla volontà del Padre suo. "Per questo sono venuto nel mondo, per fare la volontà del Padre mio". Il sacrificio di Cristo non era quindi in alcun senso un piano umano, né dipendeva dall'obbedienza dell'uomo; era l'effetto della volontà comandata di nostro Padre che desiderava riconquistare i suoi figli perduti. Perciò non tentiamo di rovesciare o neutralizzare il sistema della grazia con la nostra obbedienza legale

V LA DOSSOLOGIA. "A lui sia la gloria nei secoli dei secoli e l'Amen".

1. Poiché la gloria della salvezza è dovuta non all'uomo, ma a Dio, per la sua iniziazione, per la sua esecuzione, per la sua elusione, diventa nostro dovere dargli gloria in tutta la nostra adorazione e in tutti i nostri doveri 1Corinzi 10:31

2. La dossologia è un implicito rimprovero ai Galati per aver tentato di dividere l'opera di salvezza tra Dio e l'uomo

3. Le lodi dei redenti, anche se iniziate sulla terra, continueranno per tutta l'eternità

5 A chi sia gloria nei secoli dei secoli e eVersetto Amen w hJ doxa eijv tounwn jAmhn. Questa dossologia non è presentata semplicemente come una chiusura reverenziale del saluto, prima che lo scrittore si affretti alle successive parole di rimprovero. È piuttosto un'offerta indignata di omaggio all'Altissimo, che sgorga da un cuore leale e filiale; affrontando e cercando, per quanto possibile, di riparare il torto fatto al "nostro Dio e Padre" dallo spirito giudaizzante che si innalza fra i Galati. Il tono è simile alla dossologia indignata di Romani 1:25. Questa visione della sua origine spiega il fatto che, in relazione al saluto, tale dossologia si trova solo in questa di tutte le epistole di San Paolo. L'indignazione che pervade il tono di tutto il brano favorisce la supplicazione di estw piuttosto che di ejstin. Forse, in effetti, l'estw è in generale l'integratore più naturale. in 1Pietro 4:11, dove ejstin è aggiunto dallo scrittore, non abbiamo tanto un'attribuzione diretta di lode quanto un'affermazione che a Dio appartiene o è dovuta la gloria del nostro adempimento dei nostri diversi doveri in riferimento a questo fine. Allo stesso modo nella dossologia molto probabilmente interpolata alla fine del Padre Nostro inxa Matteo 6:13, "Poiché tuo è il regno", ecc., l'attribuzione di lode non è tanto espressa quanto implicita. Considerate in se stesse, le parole affermano semplicemente la verità che costituisce il fondamento per cui rivolgiamo al "Padre nostro" le nostre lodi e le nostre richieste. L'articolo è più comunemente preceduto da fare in tali attribuzioni di lode, sia che la doxa stia da sola, Romani 11:36 16:27; Efesini 3:21; Filippesi 4:20; 2Timoteo 4:18; Ebrei 13:21; 2Pietro 3:18 ; o in combinazione con altri sostantivi, come 1Pietro 4:11; Apocalisse 1:6 7:12. Manca Luca 2:14 19:38; 1Timoteo 1:17 Giuda 25. Quando l'articolo viene aggiunto, contrassegna il sostantivo come espressione della sua nozione vista in modo assoluto, nella sua interezza o universalità: q.d. "Qualunque gloria debba essere attribuita ovunque, sia attribuita a lui". Quindi hJ do equivale a "tutta la gloria". Per sempre e per sempre; letteralmente, nei aioni degli aioni; apparentemente una forma di espressione adottata per denotare intensificazione, o superlatività, come "santo dei santi" Confronta Winer, 'Gram. N. T.,' §36, 2. È usato quando si desidera aggiungere un'intensità speciale alla nozione di lunga durata indeterminata; come Apocalisse 14:11, 15:7, 22:5, ecc. La stessa nozione è espressa, solo con la stessa fermezza appassionata, dalla frase, "nei secoli", in Luca 1:33; Romani 1:25, 9:5, 11:36, ecc.; e da "nell'aion", in Matteo 21:19; Giovanni 6:51,58, ecc. Forse c'è un riferimento di contrasto a "questo aiuto presente" del Versetto 4. Questo, tuttavia, è dubbio; poiché nel Versetto 4 aion indica una particolare condizione di cose che sussiste in questa aion piuttosto che un semplice modo di durata, che quest'ultimo è l'unico qui in vista. La stessa osservazione vale per Efesini 2:2 rispetto a Versetto 7

6 Non è necessario sottolineare ancora una volta il turbamento mentale indicato dalla brusca con cui l'apostolo si immerge nel linguaggio del rimprovero. Non può non colpire ogni lettore attento. Mi meraviglio qaumazw; Mi meraviglio. Il verbo è usato qui in riferimento a qualcosa di deludente, qualcosa che si sente doloroso oltre che strano. Cantici Marco 6:6 con riferimento all'incredulità dei Nazareni. È ingiusto nei confronti dell'apostolo prendere questo suo "io mi meraviglio" come un mero artificio di discorso politico: anche se indiscutibilmente, come hanno ben notato Crisostomo e Lutero, esso ammorbidisce il suo rimprovero. L'apostolo era sinceramente congetturato; perché aveva avuto tante ragioni per pensare bene di loro comp. Galati 3:1; 4:14,15; 5:7 Come hanno potuto i convertiti, un tempo così cordiali e affettuosi, essere stati così sviati? Mentre riflette sul caso, qualsiasi sentimento di risentimento mescolato alla sua sorpresa si rivolge contro gli pseudo-evangelisti che li ingannano; E di conseguenza è su di loro che viene pronunciato il suo anatema, non su di loro Confronta Galati 5:9,12 Essi, in verità, ascoltando la falsa dottrina, correvano il pericolo di cadere dalla grazia; ma questo egli piuttosto compassione che denuncia con rabbia

Che siete così presto rimossi oti outw tacewv metatiqesqe; che vi state allontanando così rapidamente. Questo "rapidamente" è stato interpretato da molti come "così presto dopo che foste chiamati", e di conseguenza fornisce un po' di terreno per determinare il tempo della stesura dell'Epistola. Ma il confronto tra l'uso dello stesso avverbio tacewv in 2Tessalonicesi 2:2, "Non essere scosso rapidamente", e inqesqai, 1Timoteo 5:22, "Non imporre frettolosamente le mani su nessuno", suggerisce piuttosto il significato, "così rapidamente dopo esservi stato sollecitato". Il verbo metati trasferire se stessi ad un diverso modo di pensare, di agire, di partigianeria Confronta Liddell e Scott, 'Lessico', è usato sia in senso sfavorevole che in senso buono. Così RAPC 2Ma 7:24, Metaqemenon ajpown nomwn "Se rinunciasse a seguire le leggi del suo paese; " Appian, 'Campana. Mithr.,' 41: "Cadendo, passando da ajpo Archelao a Silla"; Jamblich, 'Protrept', 17, "Passa da un modo di vivere irrequieto e dissoluto a uno ordinato". Il verbo, essendo al presente, e non all'aoristo o al perfetto, suggerisce l'idea di un'azione nella sua fase iniziale, e non ancora pienamente consumata; come osserva Crisostomo: "Cioè, 'Non credo ancora né suppongo che l'illusione debba essere completa' - il linguaggio di uno che vorrà riconquistarli". Da colui che vi ha chiamati alla grazia di Cristo ajposantov uJmav ejn cariti Cristou; da colui che vi ha chiamati siate nella grazia di Cristo. La frase, "colui che vi ha chiamati", recita la personalità di "Dio e Padre nostro", di cui si parla in Versetti. 3, 4. La chiamata dell'uomo nel regno di Dio è abitualmente attribuita da San Paolo alla Prima Persona nella Trinità Confronta Versetto 15; Romani 8:30 9:24; 1Corinzi 1:9; 7:15,17; 1Tessalonicesi 2:12; 2Tessalonicesi 2:14; 2Timoteo 1:9 Il nome di Dio è omesso, come in Versetto 15 dove manca nei testi più recenti, e Galati 2:8, "Perché colui che ha operato per Pietro". L'apostolo descrive in modo impressionante, persino sorprendente, la loro defezione dalla verità del vangelo come nient'altro che una defezione da Dio stesso; simile alla tensione del linguaggio perseguita in Ebrei 3:12-15. "La grazia di Cristo" recita lo stato di accoglienza presso Dio in cui i cristiani sono portati da Cristo attraverso la fede in lui. Galati 5:4. "Caduto dalla grazia"; Romani 5:2, "Per mezzo del quale anche noi abbiamo avuto accesso mediante la fede a questa grazia nella quale stiamo saldi." Il genitivo, "di Cristo", denota l'Autore, come in" la pace di; Filippesi 4:7 "giustizia di Dio" Romani 1:17 3:21, ecc C'è un pathos nella parola "grazia", che si riferisce alla dolce dolcezza del giogo di Cristo in contrasto con il giogo del cerimoniale che i Galati desideravano così scioccamente. La costruzione, "Vi avete chiamati nella grazia di Cristo", è simile a "Ci hanno chiamati in pace"; 1Corinzi 7:15 "Voi siete stati chiamati nella speranza della vostra vocazione"; Efesini 4:4 "Ci hanno chiamati... in santificazione" 1Tessalonicesi 4:7 Il verbo "chiamare", che implica il portare in un certo stato, suggerisce il senso qui dato alla frase, piuttosto che prenderla come "vi abbiamo chiamati per grazia di Cristo". A un altro vangelo eijv ejteron eujaggekion; a un altro o a un nuovo tipo di vangelo. L'aggettivo eteron, in contrasto con allo usato nel verso successivo, sembra suggerire la mutata qualità dell'oggetto, il suo strano carattere nuovo. L'aggettivo a volte assume questa sfumatura di significato. Cosìssoiv 1Corinzi 14:21, jEn eJteroglw kailesin eJteroiv, "Da uomini di lingue straniere e da labbra di estranei; " leone 2Corinzi 11:4, Pneuma epteron eujagge eteron," Spirito diverso vangelo diverso llov 1Timoteo 1:3, JEterodidaskalein, "Insegna una dottrina diversa". Il lettore troverà una breve ma istruttiva descrizione della differenza a volte osservabile tra eterov e a-nella nota del vescovo Lightfoot sul passaggio; che cita la traduzione dei Settanta in Esodo 1:8 dell'ebraico "nuovo re", che dà basileuv eterpv: e un passaggio nella 'Cyclopaedia' di Senofonte, 8:3, 8, "Se mi accusi ... un'altra volta, quando ti servirò, mi troverai eJterw diakonw un altro tipo di servitore". L'espressione "un altro tipo di vangelo", fino a dare alla nuova forma di dottrina il titolo di "vangelo", è paradossale e sarcastica. Il paradosso è corretto in ciò che segue. Il sostantivo, "vangelo" è preso in prestito, non senza una sfumatura di ironia, dalle pretese degli innovatori; essi, naturalmente, sarebbero stati pronti a designare la loro forma storpiata di dottrina cristiana come ancora "il vangelo". L'epiteto che l'apostolo aggiunge dà la sua visione personale del suo carattere

La triste defezione dei Galati

L'apostolo entra subito nell'affare in mano e li chiama a rendere conto della loro incipiente apostasia

NOTO LA DOLOROSA SORPRESA DELL'APOSTOLO. "Mi meraviglio che vi stiate allontanando così rapidamente da colui che vi ha chiamati nella grazia di Cristo a un vangelo diverso". La cordialità celtica con cui lo accolsero all'inizio, "come un angelo di Dio, proprio come Cristo", potrebbe ben suscitare la sua meraviglia per la loro rapida defezione. Comprendeva la natura umana, ma c'era qualcosa nella loro condotta che sconcertava i calcoli ordinari. La sua sorpresa è tinta di dolore, di delusione, forse del minimo tocco di rabbia, e deve, purtroppo, occupare il posto solitamente assegnato nelle sue Epistole ai ringraziamenti per i doni e le grazie dei suoi convertiti. Eppure c'è un tono tenero e cauto nel rimprovero, come a voler implicare che la sua indignazione fosse diretta più contro i loro seduttori che contro loro stessi. Ciò non esclude l'idea che potrebbero ancora essere recuperati dal loro errore

II LA RAPIDITÀ DELLA DEFEZIONE. "Vi state allontanando così in fretta." Cantici subito dopo la loro conversione, o così presto dopo la loro calorosa accoglienza di lui Galati 4:14,15 Com'è volubile e mutevole il temperamento celtico! Cesare dice: "I Galli per la maggior parte influenzano cose nuove". "Gli ascoltatori vertiginosi hanno religionem ephemeram, sono turbinati da ogni vento di dottrina, essendo "costanti solo nella loro incostanza" Trappe. Avevano prurito alle orecchie; si erano ammucchiati maestri secondo le loro proprie concupiscenze"; 2Timoteo 4:3 cioè, a loro piaceva gustare l'umorismo di maestri che non li disturbavano nelle loro vie peccaminose, e usavano "parole finte plastoiv logoiv", piuttosto, parole modellate in modo da adattarsi all'umore dei loro discepoli. Ci sono uomini che "con buone parole e belle parole ingannano il cuore dei semplici" Romani 16:18 E il diavolo è sempre vicino per corrompere dalla semplicità che è in Cristo 2Corinzi 11:3 I Galati avevano cominciato a stancarsi della sana dottrina, forse a causa della radicata inimicizia della mente carnale verso le cose spirituali, E l'errore, una volta ricevuto in una mente che si è allontanata dalla freschezza del primo amore, mette radici più solide della verità, perché è più in affinità con i nostri umori inferiori. Inoltre, c'è qualcosa di sbagliato nel raccomandarlo alla curiosità, o all'orgoglio, o alla superstizione di nature instabili

III L'ASPETTO GRAVE DELLA DEFEZIONE. Non era solo nella sua incipienza, come intende l'apostolo, ma era in un vero processo di sviluppo. Aveva un duplice aspetto

1. È stata una defezione/tom una persona. "Da colui che ti ha chiamato". Non era l'apostolo stesso, perché di solito non dà risalto alle proprie fatiche, ma piuttosto attribuisce i successi del vangelo alla grazia e allo Spirito di Dio. Fu una defezione da Dio Padre, al quale la chiamata è uniformemente attribuita Romani 8:30; 9:24; 1Corinzi 1:9 In quanto tale, l'apostasia aveva tutto il carattere dell'ingratitudine. Ma questa apostasia, nel suo aspetto compiuto, è una crocifissione di Cristo di nuovo, una nuova immolazione del Redentore

2. È stata la defezione dal sistema della grazia. Essi furono chiamati "alla grazia di Cristo". Essi avevano la loro posizione nella dispensazione della grazia, perché la chiamata di Dio opera solo in quella sfera, Romani 5:15 e gli emissari giudaici peccarono tentando di distoglierli dal loro vero terreno di partenza Romani 5:2 Così i Galati commisero un doppio errore, gravido dei peggiori risultati: dimenticarono che la conversione è opera di Dio, non dell'uomo, e che il patto sotto il quale si realizza la benedizione non è delle opere, ma della grazia

IV IL "TERMINUS AD QUEM" DELLA DEFEZIONE. "A un vangelo diverso". L'apostolo non ammette che gli insegnanti ebrei insegnassero il vangelo, anche in una forma perversa, anche se potrebbe essere chiamato vangelo dai suoi insegnanti. Lutero dice: "Nessun eretico viene mai sotto il titolo di errore o del diavolo". La frase dell'apostolo, eteron, indica una differenza di genere che non è coinvolta nell'ajllo. Il vangelo, infatti, perse il suo vero carattere a causa delle aggiunte perverse dei giudaisti

V IL PERICOLO DELL'APOSTASIA. Il linguaggio energico dell'apostolo implica i terribili rischi insiti nelle perversioni dei falsi insegnanti. Di tutte le cadute, quelle degli apostati sono le più malinconiche. Cadono da una grande altezza di privilegio. Perdono tutte le loro pene e sacrifici passati per la causa della religione. Essi si separano deliberatamente da tutte le speranze di misericordia e di gloria nel mondo a venire

Versetti 6-10.-

L'intolleranza di Paolo verso qualsiasi altro vangelo

Dopo il consueto saluto apostolico, Paolo procede non per congratularsi o complimentarsi in alcun modo con i Galati, ma per rimproverarli per essersi allontanati dal vangelo per il ritualismo. La loro idea di salvezza attraverso il diventare Ebrei era sovversiva del vangelo della grazia, e così l'apostolo si mostrò intollerante verso la falsa dottrina che era così dannosa. Cantici è sicuro della sua posizione che non esita a denunciare con la maledizione di Dio chiunque, siano essi uomini o angeli, voglia predicare un vangelo diverso da quello del sacrificio di sé di Cristo che egli ha predicato. Inoltre, se immaginavano che per essere popolare avrebbe scherzato con i principi, egli faceva loro capire che non avrebbe mai violato minimamente il suo obbligo di schiavo di Cristo per propiziare l'opinione pubblica.

È MERAVIGLIOSO QUANTO SIA ATTRAENTE IL RITUALISMO PER LE MENTI VOLUBILI. versetto 6. Ora, per ritualismo intendiamo un piano di salvezza attraverso riti e cerimonie. Il principio è lo stesso sia che i riti e le cerimonie siano ebraici o medievali. È un sostituto del vangelo della grazia. 1%w, Paolo si meravigliò che questi Celti in Asia si allontanassero così rapidamente dal vangelo della grazia per un vangelo del rituale. Si meravigliò della loro volubilità. Eppure, quando consideriamo il sensazionalismo che sta alla base di ogni sistema ritualistico, possiamo capire la presa che ha su coloro che sono costituzionalmente volubili. Tutto ciò che è appariscente, palpabile e utile all'autostima e all'orgoglio assicura l'omaggio delle menti superficiali. Ma l'aspetto triste di questa tendenza è che allontana le anime da Dio. Ogni rito e cerimonia che si interpone come essenziale tra l'uomo e Dio crea un senso di distanza tra coloro che il Vangelo vorrebbe avvicinare. Invece di tendere ad intensificare la comunione con Dio, il ritualismo non può che intensificare il sentimento superstizioso che allontana le anime da Lui

II IL RITUALISMO È UNA PERVERSIONE DEL VANGELO. versetto 7. Paolo infatti non voleva ammettere che il ritualismo importato dai giudaizzanti in Galazia fosse un altro vangelo; A suo avviso non si trattava di vangelo, ma di una sua perversione. Perché se mi viene detto che posso essere salvato solo diventando un Giudeo, facendomi circoncidere, e osservando il rituale dell'Antico Testamento, e che non posso essere salvato solo per fede, sono privato della buona novella che il vangelo di Cristo dà, e proiettato su un sentiero di vera auto-giustizia. È lo stesso con il ritualismo moderno. La salvezza per cerimonie è l'antitesi della salvezza per grazia. È una perversione della buona notizia che Dio ha dato all'uomo e deve portare alla delusione

III DOBBIAMO, COME PAOLO, ESSERE SICURI DEL VANGELO CHE PROCLAMIAMO COME INTOLLERANTI VERSO QUALSIASI ALTRO. versetto 8. Paolo aveva una tale comprensione del vangelo della grazia, che il sacrificio di sé di Cristo era un fondamento così sicuro e sufficiente per la speranza dell'uomo, che non poteva tollerare nessun altro messaggio. Anche se egli stesso cambiasse le sue opinioni nel corso degli anni e venisse in Galazia con un altro vangelo, o se un angelo dal cielo con un'aureola di luce proclamasse un vangelo diverso da quello che Paolo aveva proclamato in un primo momento, allora l'apostolo è pronto a invocare sul suo sé pervertito o sull'angelo pervertito la maledizione di Dio. Ora, questo lato intollerante della verità scaturisce realmente dalla sicura presa che ne abbiamo. È inseparabile da un'intensa convinzione. Naturalmente, è ben diverso dall'intolleranza che detta la persecuzione. Paolo non avrebbe perseguitato; ma avrebbe lasciato i pervertiti nelle mani di Dio per poterli affrontare. La persecuzione è destinare gli uomini alla maledizione degli uomini; la vera intolleranza si accontenta di lasciare i colpevoli nelle mani di un Dio santo e giusto

IV L'ESSERE CHE INGANNA I SUOI SIMILI SULLA SALVEZZA MERITA LA MALEDIZIONE DI DIO. Versetto 9. Paolo non è stato avventatamente tradito nell'intolleranza di spirito. Si era espresso nello stesso senso in una precedente occasione, probabilmente durante la sua seconda visita alla Galazia, Atti 18:23 Ora è pronto a mantenere il suo anatema. Egli sente nel profondo del suo cuore che la persona che si mette in gioco con gli interessi eterni degli altri e proclama un falso metodo di salvezza merita la maledizione divina. Il vangelo che Paolo aveva predicato era il vangelo della grazia gratuita. Non si possono immaginare termini di perdono e di accettazione più semplici di quelli offerti nel Vangelo; è solo l'opera del diavolo che riescono a compiere quelle persone che complicano la salvezza con riti e cerimonie, rendendola meno facile di quanto Dio intenda. Considerando, dunque, gli eterni interessi in gioco, si deve ammettere che l'ingannatore delle anime merita la maledizione del Cielo. Com'è solenne la responsabilità di guidare gli uomini a Dio! Quanto deve essere chiaro e inequivocabile il piano di salvezza! Quanto profonda è la colpa e quanto terribile è la condanna di coloro che pervertono il Vangelo!

V LO SCHIAVO DI CRISTO NON SARÀ SCHIAVO DELL'OPINIONE PUBBLICA. Versetto 10. Paolo era senza dubbio un uomo di grande ampiezza di vedute e simpatia. Era un principio per lui compiacere il suo prossimo per il suo bene, per l'edificazione Romani 15:2 Era pronto a farsi tutto a tutti gli uomini nella speranza di salvare alcuni 1Corinzi 9:22; 10:33 E i giudaizzanti pensavano che questo piacere agli uomini da parte di Paolo lo avrebbe portato ad accettare il loro ritualismo e a rinunciare al suo vangelo se la loro politica fosse stata una volta completamente popolare. In breve, la loro idea era che Paolo fosse così innamorato della popolarità che si sarebbe inchinato all'opinione pubblica a tutti i costi. Ora, questo è ciò che egli ripudia in quest'ultimo versetto. "Conquisto ora a me stessi gli uomini o Dio? O sto cercando di essere un oggetto della buona volontà dell'uomo? No; E c'è una ragione decisiva contro qualsiasi tentativo del genere. Se fossi ancora gradito agli uomini, se non avessi rinunciato alla speranza del favore umano e dell'approvazione umana, non sarei schiavo di Cristo". Questo ci porta al grande tema del nostro atteggiamento nei confronti dell'opinione pubblica. Ora, il nostro pericolo è senza dubbio quello di sopravvalutarlo. La nostra sicurezza sta nell'essere schiavi di Cristo. La sua opinione deve essere la nostra unica semplice preoccupazione, e l'opinione pubblica può coincidere o differire dalla sua, ma noi dobbiamo attenerci fermamente ai nostri obblighi verso l'unico Maestro, e tutte le altre cose si disporranno giustamente intorno a noi. L'intransigente schiavo di Cristo sarà dopo tutto il più premuroso servitore degli uomini. - R.M.E

Versetti 6-10.-

Occasione dell'Epistola

L 'APOSTOLO IO ESPRIMO STUPORE PER IL MUTATO ATTEGGIAMENTO DEI GALATI VERSO IL VANGELO. "Mi meraviglio che vi stiate allontanando così rapidamente da colui che vi ha chiamati nella grazia di Cristo a un vangelo diverso; che non è un altro vangelo: solo ve ne sono alcuni che vi disturbano e vogliono pervertire il vangelo di Cristo? Solo in questa Epistola mancano parole preliminari di riconoscimento. Nel caso dei Corinzi egli ha parole di caloroso riconoscimento, perché, nonostante le irregolarità, essi erano in gran parte attaccati al vangelo. Ma tutto l'attaccamento al vangelo di cui l'apostolo era stato precedentemente grato nei Galati era ora così in pericolo che egli poteva solo avvicinarsi a loro con un sentimento di totale stupore

1. La natura fondamentale del cambiamento. Essi si allontanavano da colui che li aveva chiamati nella grazia di Cristo a un vangelo diverso. Se questo era un vangelo diverso, allora abbiamo una descrizione del vangelo di Cristo che lo precede. È la grazia di Cristo. È la buona offerta del perdono e della salvezza, non sulla base dei nostri meriti, ma puramente sulla base del sacrificio e dei meriti di Cristo. Quel vangelo era stato predicato in Galazia, e in esso e per mezzo di esso Dio li aveva chiamati a sé, alla comunione con lui, alla santità e alla felicità. Ma ora si allontanavano da colui che li aveva chiamati in quel vangelo per un vangelo diverso. La differenza era che non era più la pura grazia di Cristo, ma un miscuglio di grazia e di opere. La loro partenza dal Vangelo non era stata completata, il processo era ancora in corso; Ma fu una partenza così fondamentale che l'apostolo si meravigliò della loro colpa

2. La repentinità del cambiamento. Si stavano allontanando così rapidamente da colui che li aveva chiamati nel Vangelo a un altro Vangelo. Dal momento in cui sono stati chiamati fino ad oggi, la loro carriera cristiana è stata certamente breve. Ma questo non sembra sufficiente da solo a spiegare la brusca con cui l'apostolo irrompe qui. Dio li aveva chiamati nel vangelo, ed essi avevano continuato nel vangelo fino a un certo punto. Dall'esperienza della sua seconda visita, e dalle informazioni ricevute, pensava speranzoso a loro; quando all'improvviso viene informato dell'apostasia in rapido progresso. Agivano con la caratteristica mobilità gallica. Volubilità è il nome che le si affibbia, quando la forma è malvagia. Una tribù gallica poteva essere in apparenza contenta e prospera, quando, spinta all'improvviso dall'amore per il cambiamento, si trasferiva in un'altra località. "Quasi tutti i Galli", dice Cesare, nel suo racconto delle sue guerre galliche, "sono portati a cambiare". Gli stessi Galati furono un esempio lampante di questo amore per il cambiamento. Questa caratteristica sarebbe a favore della loro ricezione del Vangelo all'inizio. Ma non si allontanerebbero altrettanto facilmente dal Vangelo? A motivo della mobilità gallica, l'apostolo di Cristo doveva essere vigoroso come lo era il capitano romano

3. L'insoddisfazione del cambiamento. Aveva detto "vangelo diverso" con una certa accomodazione. Professava di essere un vangelo, e lui obiettò che era un altro tipo di vangelo. Questo, tuttavia, potrebbe sembrare che contenga un'ammissione da parte sua, che non desidera fare, che ci siano molti vangeli, tra i quali si potrebbe fare una selezione. Cantici si affretta a negare che quest'altro tipo sia un secondo vangelo. Fa sapere che c'è un solo vangelo di Cristo. Ciò che veniva loro addosso era solo un nome improprio di vangelo. Non era migliorare il vangelo aggiungervi la circoncisione. Stava solo pervertendolo, rendendolo non più il vangelo di Cristo. E questa perversione veniva loro affibbiata da uomini che non avevano a cuore il loro vero bene, il cui vero carattere era quello di disturbatori, di molestatori. Avrebbero messo su di loro un giogo che i cristiani non avevano bisogno di portare. Ed erano uomini che seguivano le orme dei predicatori del vangelo per rompere l'unità delle comunità cristiane

II L'APOSTOLO PRONUNCIA UN ANATEMA SUI PERVERTITORI DEL VANGELO. "Ma quand'anche noi, o un angelo dal cielo, vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema". L'anatema è una cosa votata alla distruzione, o su cui viene lanciata una maledizione. Un animale deposto sull'altare era un anatema, cioè condannato a morte. Cristo era un anatema per noi, cioè era stato consegnato, e la maledizione di Dio si è abbattuta su di lui. Egli suppone due casi: è implicito che non sono reali. Il primo è il caso di un vero predicatore del Vangelo, se stesso o uno dei suoi associati. Egli altri che lo assistevano aveva predicato il vangelo tra i Galati. Egli era stato lo strumento di Dio nella loro conversione e nella loro formazione in Chiese. Aveva dato loro molte prove della sua serietà. Se egli, il che Dio non voglia, fosse così abbandonato a se stesso da voltare le spalle alla sua precedente storia di maestro cristiano, se professasse di aver ricevuto nuova luce, se dicesse che potrebbero essere salvati per qualsiasi altro motivo che non sia la grazia di Cristo, allora proteggendo la loro libertà anche contro di lui, e proteggendo gli interessi di Cristo il suo sentimento riguardo a se stesso, agendo nel modo supposto, sarebbe: "Sia anatema". Il secondo è la tranquillità di un angelo dal cielo. Ciò evoca un'immagine di straordinaria santità, più grande di quella di tutti gli uomini migliori, che sono tutti circondati da infermità. Quale influenza si suppone qui per sostenere un messaggio se un angelo dovesse venire in mezzo a loro, fresco dalla presenza di Dio, con l'atmosfera del cielo intorno a lui; se con la santità della sua vita riuscisse a stabilirsi al di là di ogni parallelo nel loro affetto e nella loro fiducia; se in questa posizione insegnasse che potrebbero essere pervadati per qualsiasi altro motivo che non sia la grazia di Cristo, allora proteggendo la loro libertà e proteggendo gli interessi di Cristo direbbe: "Sia maledetto". Potrebbe sembrare che questa sia l'asseverazione resa forte quanto forte può essere; ma la sua forza è ancora aumentata. Riaffermazione di un precedente anatema. "Come abbiamo detto prima, così dico ora di nuovo: Se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema". Atti una volta precedente forse in occasione della sua seconda visita altri si erano uniti a lui nel pronunciare un anatema che differisce dal precedente solo per tre particolari minori

1. È messo nella forma più generale. "Se c'è un uomo."

2. Si suppone un caso reale. "Se uno predica". Ovunque ne avessero l'opportunità, gli insegnanti giudaizzanti facevano ciò che veniva denunciato

3. Avevano apposto il loro sigillo al Vangelo. Non solo era stato predicato a loro, ma anche ricevuto da loro. Avevano saputo per esperienza personale di cosa si trattasse. L'anatema in questa forma l'apostolo stesso riafferma. Essendo sostanzialmente lo stesso del precedente, avviene così che viene pronunciato un triplice anatema contro i pervertitori del vangelo. Né c'è nulla in questo che non sia compatibile con i buoni sentimenti. Supponiamo che un uomo abbia in suo potere la vita di mille persone. Applicando un fiammifero potrebbe essere in grado di buttare via tutte queste vite preziose. Meglio il catrame che egli stesso perisca, piuttosto che mille persone periscano a causa della sua malvagità. Non era dissimile nel caso dei Galati. Tra loro era in corso un buon lavoro. Mediante la predicazione del Vangelo molti erano stati condotti al Salvatore. Se questo buon lavoro continuava, molti altri, di tanto in tanto, si aggiungevano al loro numero. Ma se questi pervertitori del vangelo avessero avuto successo, allora tutto quel buon lavoro sarebbe stato rovinato. Meglio che essi stessi siano distrutti nei loro interessi, piuttosto che centinaia di loro siano naufragati nei loro interessi. C'è qui un solenne avvertimento per tutti i pervertitori del vangelo, e non sono pochi ai nostri giorni. La maledizione di Dio si posa sull'uomo che vorrebbe sostituire la grazia di Cristo come unico fondamento della salvezza di un peccatore

III L'APOSTOLO TRASFORMA IL SUO USO DI UN LINGUAGGIO FORTE IN UN ARGOMENTO CONTRO IL FATTO CHE EGLI SIA UN COMPIACENTE PER GLI UOMINI. "Poiché ora sto persuadendo gli uomini, o Dio? o sto cercando di piacere agli uomini? se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo". I suoi oppositori mettevano in guardia gli uomini contro i suoi poteri di persuasione. Poteva far credere una cosa ai Giudei e un'altra ai Gentili. Poteva dimostrare che la circoncisione era giusta e che la circoncisione era sbagliata, a seconda delle sue congenie. Contro questa accusa qui, tra l'altro, indica ai Galati il linguaggio forte che ha appena usato, e che non ha usato per la prima volta. Si potrebbe dire, alla luce di questo linguaggio, che egli si ponesse come obiettivo supremo quello di persuadere gli uomini, cioè senza riferimento alla verità, senza riferimento ai fini divini? Non si poneva piuttosto come obiettivo supremo quello di persuadere Dio, cioè di parlare agli uomini in modo da avere il giudizio divino in suo favore? I suoi oppositori dissero più ampiamente che era un compiacente per gli uomini, che cercava con metodi indegni di ingraziarsi il favore degli uomini. Il linguaggio forte che aveva usato non poteva essere interpretato in modo piacevole per l'uomo. Era andato oltre la buona volontà umana diventando un servo di Cristo. E come servo di Cristo aveva conosciuto non poco cosa significhi volere la buona opinione e la buona volontà degli uomini.

7 Che non è un altro o oujk estin allo. Già con queste parole l'Apostolo intende affermare quell'essenziale immutabilità del Vangelo, che, con solenne enfasi, egli nei due versetti seguenti afferma più pienamente. Così molte cose sembrano chiare. Ma, probabilmente a causa dell'appassionata impazienza del momento del legame, egli si esprime qui, come non di rado altrove per una causa simile, in un linguaggio, la cui analisi grammaticale è oscura e in qualche misura incerta. Per

1 il relativo "che" può essere inteso come la recitazione del termine "vangelo" soltanto, cioè il vangelo che è propriamente chiamato così; nel qual caso possiamo leggere la frase così: "Ma il vangelo non è 'mai potrà essere altro' - altro, cioè di quanto non sia come vi è già stato predicato;

2 il parente può recitare "l'altro o 'nuovo' tipo di vangelo" del Versetto 6; e allora dovremmo avere "Ma questo vangelo di un'altra foggia non è realmente un altro vangelo", oppure, "non è il vero vangelo che riappare in un'altra forma". Il primo metodo presenta indubbiamente, dei due, il modo più duro di interpretare; Ma costruzioni così dure si presentano occasionalmente nello stile dell'Apostolo quando scrive sotto forte emozione. L'analisi esatta, tuttavia, è semplicemente una questione di sottigliezza grammaticale; La sostanza del pensiero è abbastanza chiara. Ma ci sono eij mh ... eijsin; solo che ci sono. Questa costruzione, di eij mh seguito da un verbo finito, si trova anche inpeuse, Marco 6:5, Eij mh ... ejqera "Salvo che li ha guariti." La forza di eij mh, "tranne", in questo passaggio così come in alcuni altri, può essere descritta come parzialmente eccessiva; cioè, denota un'eccezione fatta, non all'intera frase precedente, ma solo a una parte di essa. Così, in Luca 4:27, "C'erano molti lebbrosi in Israele... e nessuno di loro fu purificato, tranne Naaman il Siro:" dove il pronome "loro" recita i "lebbrosi in Israele", ma il "salvare" si riferisce solo ai "lebbrosi"; Apocalisse 9:4, "Che non danneggino l'erba, né alcuna cosa verde, né alcun albero, se non gli uomini che", ecc.: dove il "salvare" rimanda solo alle parole, "affinché non facciano del male; " così di nuovo Apocalisse 21:27, "Salvo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello", rimanda solo alle parole: "non vi entreremo in alcun modo". In tutti questi casi, la traduzione "solo" o "ma solo" mostrerebbe solo la quantità di eccezione che sembra intenzionale. Nel caso presente la spiegazione più probabile è questa: il vangelo non potrà mai essere etere di quello che è; tranne che tra cioè solo tra coloro che lo proclamano cioè professano di proclamarlo ci sono alcuni che ne travisano così tanto il significato da capovolgere completamente il suo carattere. Ce ne sono alcuni che ti disturbano tinev eijsin oiJ tarassontev uJmav; Ci sono alcuni che ti inquietano. La forma di espressione è la stessa di Colossesi 2:8 : "Badate che non ci sia alcuno che vi spogli". La frase così com'è differisce dal supposto sostituto, "certe persone ti inquietano", rivolgendo l'attenzione alle persone a cui ci si riferisce piuttosto che alla mera loro azione vista in se stessa; le contrassegna come meritevoli di una forte censura, o in Colossesi, loc. cit. come persone da cui guardarsi attentamente. Chi fossero questi disturbatori e da dove venissero è incerto vedi nota sul Versetto 2. Il verbo tarassein significa spesso "allarmare" o "inquietudine", come Matteo 2:3; Luca 1:12; 24:38; Giovanni 14:1; 1Pietro 3:14. E questo è probabilmente il senso in cui è usato qui e nei passaggi simili, Galati 5:10; Atti 15:24. Descrive l'azione di coloro che si sono rivolti ai credenti riposando in un senso di accettazione con Dio attraverso Cristo; e riempirono le loro menti di inquietudine e apprensione, dicendo loro che non erano al sicuro come erano, ma che dovevano fare qualcos'altro se volevano veramente possedere il favore divino. Altri, invece, collegano il verbo con la nozione di disordine civile, come inqesqe Atti 17,8, e quindi con l'innalzare sedizioni e scuotere la fedeltà degli uomini, in conformità con la metafora dei metati nel Versetto 6. E pervertirebbe il vangelo di Cristo kailontev metastrwyai tolion tou Cristou; e volentieri trasformare nel suo puro contrario il vangelo di Cristo. Il verbo metastrefein è appropriato da usare in riferimento a una rappresentazione errata del vangelo come quella ora nella visione dell'apostolo; poiché questo lo convertì da una dottrina di emancipazione in una dottrina di rinnovata schiavitù cfr. cap. 5:1-4. Cantici il verbo è usato negli unici altri passaggi in cui si trova nel Nuovo Testamento, Atti 2:20, "Il sole sarà mutato in tenebre"; Giacomo 4:9, "Il vostro riso si muti in lutto." Cantici in RAPC Sir 11:31, "Trasformare le cose buone in cattive". Liddell e Scott 'Lexicon' citano metastreyav = "contrariamente", Platone, 'Gorg.,' 456; E; 'Rep' 587, D. Nella frase tolion tou Cristou, l'aggiunta del genitivo "di Cristo" con il duplice articolo, segna le parole con un'enfasi maestosa. Era nientemeno che IL VANGELO DI CRISTO che questi uomini stavano manomettendo. "Il vangelo di Cristo" significa qui il vangelo di cui Cristo è l'Autore, come nel "vangelo di Dio" Romani 1:1 e che egli aveva mandato i suoi apostoli a proclamare. L'enfasi particolare e la connessione ci impediscono di prendere il genitivo come denotante semplicemente l'argomento

Il vero carattere dei pervertitori

L'apostolo dice che il "vangelo diverso" a cui tendevano in realtà non era un altro ajllo, non un secondo vangelo. Corregge bruscamente la sua fraseologia in modo da vietare l'idea della possibilità di un altro vangelo. C'è un solo vangelo: "il vangelo di Cristo". Il vangelo dei giudaisti, sebbene accettasse formalmente il cristianesimo, rivelò un modo diverso di giustificazione. Se è un vangelo, è solo in questo senso, che è un tentativo di pervertire il vangelo di Cristo. Il passaggio suggerisce:

IO CHE I PERVERTITORI ERANO PERSONE BEN NOTE. «Certe persone». L'allusione non è alla loro scarsità o alla loro insignificanza. Parla di loro in questo modo, senza conferire loro alcuna celebrità, né suscitare animosità personale contro di loro. Potrebbero riposare nell'oblio

II SUGGERISCE DUE QUALITÀ CARATTERISTICHE NELLA LORO CARRIERA

1. La loro influenza inquietante. "Ti danno fastidio". Disturbavano le menti dei cristiani tranquilli e onesti scardinando i dubbi. Hanno disturbato la pace delle Chiese con la scissione di nuove dottrine. Hanno creato scismi e rivalità che hanno portato all'indebolimento dell'amore cristiano, e alla fine hanno lasciato il posto ai cristiani che "si mordevano e si divoravano a vicenda" Galati 5:15

2. Le loro vere e proprie perversioni del vangelo. "Essi pervertirebbero il vangelo di Cristo. Cantici per quanto riguardava i Galati, non era diventato un caso di vera e propria perversione. Ma non ci potevano essere dubbi sulla tendenza dell'insegnamento giudaico. Fu un capovolgimento del vangelo, non semplicemente mescolando la legge e il vangelo, ma praticamente neutralizzando tutti i meriti di Cristo, che è il grande fatto caratteristico del vangelo

8 Ma anche se noi ajlla kai ejan hJmeiv; ma anche se noi stessi. Questo "ma" ajlla è fortemente avversivo. Ciò che quei disturbatori della pace del credente avrebbero voluto fare era una cosa impossibile. Il vangelo del cielo non poteva essere cambiato in questo modo. E il tentativo di cambiarlo in questo modo, essendo in effetti una lotta contro Dio, meritava la maledizione di Dio. Al plurale "noi" l'apostolo intende principalmente se stesso. Il rifuggire dall'inutile auto-introspezione, e la tenera e rispettosa simpatia per i suoi fratelli ministeriali, lo spingono non di rado a velare la propria individualità associando in questo modo a sé coloro che erano soliti condividere più o meno le sue fatiche e sofferenze evangelistiche, sebbene in realtà ciò che dice possa applicarsi principalmente a se stesso e solo in misura molto modificata ad essi. Un esempio significativo di ciò è fornito da tutto quel passaggio della sua Seconda Epistola ai Corinzi, che inizia con il quarto capitolo e prosegue fino all'undicesimo versetto del sesto. Tuttavia, in tutti questi casi rappresenteremmo in modo imperfetto lo spirito delle sue parole, se dovessimo sostituire il pronome singolare "io". Nel caso presente, gli individui del partito evangelizzatore che erano soliti accompagnarlo sono stati, senza dubbio, suoi collaboratori anche in Galazia, e sono quindi eroe a cui ci si riferisce in modo inclusivo. Confronta i verbi plurale e singolare nel versetto successivo. L'introduzione di questo riferimento a se stesso e ai suoi collaboratori, così come quello a "un angelo dal cielo", sembra voler far sentire ai suoi lettori che non si trattava di una questione di personalità distinta, come se importasse chi fosse a insegnare una dottrina diversa; se supponiamo fosse un Giacomo o un Cefa, perché quei nomi venerati erano spesso usati per mascherare i disegni dei giudaizzanti; o se fosse uno dei Gli stessi ecclesiastici della Galazia guardavano in particolare a Confronta Galati 5:10 e notavano che un anatema gli era dovuto, chiunque egli fosse. Nel modo in cui viene introdotta, non possiamo non riconoscere una consapevolezza di fondo da parte dello scrittore della posizione altamente distinta che egli stesso ha avuto; ma è presente anche la consapevolezza che egli non era altro che il mero organo o canale dell'insegnamento di Cristo; da quell'insegnamento egli stesso non può deviare senza giustamente incorrere nel "guaio" che disse ai Corinzi che avrebbe dovuto temere nel caso in cui non avesse predicato il vangelo 1Corinzi 9:16 O un angelo dal cielo vi predicasse qualsiasi altro vangelo che non quello che vi abbiamo annunziato h aggelov ejx oujranou eujaggelizhtai uJmin par o eujhggelisameqa uJmin; o se un angelo dal cielo si mettesse a predicarvi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato

La costruzione dell'intera frase mostra in greco un carattere spezzato non così evidente nella nostra Versione Autorizzata. Il verbo "dovrebbe predicare un vangelo" è al singolare eujaggelizhtai; Trascurando il "noi", si attacca a "un angelo dal cielo", il quale, essendo il più elevato, assorbe completamente il soggetto precedentemente nominato, ponendosi come unico soggetto, sia nella proposizione ipotetica che in quella conclusiva: "Sia anatema". È, naturalmente, evidente che, se la sentenza di anatema sarebbe, nel presunto caso, l'unica appropriata da pronunciare su "un angelo dal cielo", essa si attacca certamente a qualsiasi essere umano colpevole dello stesso reato. L'"angelo dal cielo" è come il "secondo uomo dal cielo" in 1Corinzi 15:47 ; la frase "dal cielo", che denota sia la discesa dal cielo che la sfera superiore dell'essere a cui appartiene la persona di cui si parla. Comp. alsozhtai Giovanni 3:31, "Chi è dalla terra, lui è dal cielo". La forza della preposizione para in eujaggeli par o eujhggelisameqa può essere illustrata dal suo uso in 1Corinzi 3:11, "Nessuno può porre altro fondamento che para ciò che è posto; " dove indica un nuovo fondamento, non per essere al fianco di quello precedente, ma per sostituirlo. Preso così, sembrerebbe seguire la nozione precedentemente espressa di "un altro vangelo" che sostituisce, mettendo da parte, il vero vangelo. Questo senso della preposizione passa facilmente a quello di "contrario a." che è abbondantemente illustrato da Liddell e Scott "Lexicon", nel verbo. para, c. I 1:4, b, e che abbiamo in Atti 18:13, "Adorate Dio contrariamente alla Legge di Mosè"; Romani 16:17, "Causando divisioni contrarie alla dottrina che avete imparato"; Romani 1:26, "uso che è contro natura". Non c'è dubbio che l'apostolo stia pensando qui a un presunto vangelo incompatibile con quello vero, e non a semplici elementi aggiuntivi della dottrina cristiana che dovrebbero prendere il loro posto accanto a quelli che avevano già ricevuto. Ulteriori informazioni, possiamo esserne certi, erano altrettanto necessarie o desiderabili per i Galati quanto lo erano per i Corinzi o per gli "Ebrei"; nessuno dei quali lo aveva ancora, come fu loro intimato 1Corinzi 3:2; Ebrei 5:12; 6:5 fu nutrito con "cibo solido", ma solo con "latte", e che doveva "proseguire verso una più piena maturità" di conoscenza. Il punto di vista dell'apostolo era questo: ciò che egli stesso aveva insegnato loro era, fino a quel momento, certamente vero e su cui si poteva fare affidamento, e non poteva essere messo da parte o sostituito o sostanzialmente qualificato senza tradimento contro Cristo; mentre l'insegnamento che ora veniva imposto alle loro precedenti convinzioni lo faceva violare ciò che aveva insegnato loro, seriamente e persino fondamentalmente. Il tenore dell'intera Epistola mostra quali fossero le caratteristiche speciali di questo vangelo che erano ora in discussione. La presente domanda riguardava la "buona notizia" che Dio, attraverso la croce di Cristo, aveva emancipato i suoi servi dalla schiavitù del cerimonialismo; che Dio li adottò semplicemente come credenti in Cristo per essere suoi figli in pieno possesso del suo amore paterno; e che per mezzo dello Spirito Santo li ha dotati della coscienza di questa adozione. A volte si è discusso molto sull'attinenza del passaggio che abbiamo davanti alla nostra controversia con i romanisti riguardo alla tradizione. Se ciò che è stato detto sopra è giusto, ne consegue che queste parole dell'apostolo ci impediscono di aggiungere, per qualsiasi motivo, al dogma o alla pratica della Chiesa sanzionata dalla Scrittura, qualsiasi dogma o pratica della Chiesa che trasformerebbe o modificherebbe essenzialmente il primo, ma, d'altra parte, l'aggiunta di un dogma o di una pratica della Chiesa che non sia in disarmonia con quella sanzionata dalla Scrittura, Queste parole non lo vietano. Sia maledetto ajnaqema estw; sia anatema, cioè una cosa condannata alla distruzione. La parola ajnaqema è originariamente identica a ajnaqhma anatema, una cosa devota, che in Luca 21:5 è resa "offerta"; ma nel greco ellenistico la prima diverge dalla seconda essendo ordinariamente applicata a "una cosa votata alla distruzione". In tutte le lingue capita talvolta che una parola, una sola e la stessa in origine, diverga in due forme leggermente diverse, usate separatamente per esprimere diverse fasi della nozione originale. L'arcivescovo Trench, nel suo "Study of Words", p. 156, a cui fa riferimento il vescovo Lightfoot nella sua nota su questo passaggio, cita "cant" e "chant", "human" e "humane" e altri. Nella LXX anatema è usato per rendere la parola ebraica cherem, che nella nostra Versione Autorizzata è tradotta "maledetta" o "cosa maledetta". Gli esseri viventi che erano cherem dovevano essere messi a morte; gli oggetti inanimati che erano cherem dovevano essere distrutti. Così in Deuteronomio 13. vengono date indicazioni su ciò che doveva essere fatto nella comodità di una città israelita che avrebbe dovuto darsi all'idolatria: gli abitanti e il bestiame dovevano essere colpiti a fil di spada; e il bottino della città doveva essere raccolto e bruciato, e la città stessa "doveva essere un mucchio per sempre, per non essere mai più ricostruita". E poi Versetto 18: "Non si attaccherà nulla della cosa maledetta o 'devota' cherem, ajnaqema alla tua mano". Allo stesso modo, insh Deuteronomio 7:26, degli idoli e dell'argento o dell'oro che erano su di essi, dei Cananei, "Non te ne prenderai, e non porterai alcun abominio nella tua casa, affinché tu non sia una cosa maledetta 'be cherem' o 'be anathema', e ajnaqema come questo; ma tu lo detesterai completamente, e lo aborrirai completamente; perché è una cosa maledetta ajnaqema ejsti". Vedi anche ibid., Versetti. 23-25; Levitico 27:28,29 ; qema, Giosuè 6:17, "La città sarà maledetta o, 'devota; ' cherem, ajna e tutto ciò che vi si trova; solo Rahab la meretrice vivrà; " Giosuè 7:1,12. Nel Nuovo Testamento l' anatema ricorre in altri quattro passaggi. 1Corinzi 12:3, "Nessuno che parli nello Spirito di Dio dice: "Gesù è anatema." Qui l'apostolo, senza dubbio, si riferisce al modo in cui gli ebrei increduli si permettevano, già allora, di parlare di nostro Signore. Chiaramente intendevano con ciò qualcosa di più che semplicemente "scomunicare", che alcuni hanno cercato di dare all'"anatema"; non si può supporre che intendessero meno di un oggetto che meritava quella completa estinzione a cui colui che era cherem era condannato sotto la Legge: il loro pensiero bestemmiato, senza dubbio, non prendeva in considerazione solo questo mondo, ma anche ciò che deve venire

1Corinzi 9:3, "Potrei pregare di essere io stesso anatema da parte di Cristo per amore dei miei fratelli." Il lettore naturalmente cerca di trovare qualche qualifica da dare a un'espressione che a prima vista sembra esprimere un desiderio tale che uno che amava Cristo così ardentemente come Paolo non avrebbe potuto avere. Eppure le parole "anatema da Cristo" non possono significare altro che essere separati da Cristo da una maledizione che lo consegna alla perdizione. La qualifica desiderata deve essere cercata nella frase: "Potrei pregare"; ciò rende un verbo imperfetto hujcomhn, che esprime un modo di pensare simile a quello indicato nel hqelon, "potrei desiderare", di Galati 4:20, su cui vedi nota. In ogni caso il tempo verbale denota un semplice sguardo per così dire di desiderio che viene immediatamente ritirato

1Corinzi 16:22, "Se qualcuno non ama il Signore, si beanatema." Anche in questo caso, l'idea della scomunica della Chiesa, sia per esclusione formale che per la revoca del riconoscimento fraterno, non è soddisfacente. La nozione israelita di essere anatema, cherem, indica non una mera negazione, ma una condizione di maledetta positiva legata all'esposizione alla distruzione totale. Inoltre, l'apostolo si riferisce ai sentimenti interiori dell'uomo nei confronti di Cristo, una questione che non rientra nella conoscenza dei giudizi umani. Chi può in molti casi, o forse in nessuno, determinare se un altro ama Cristo o no? Si tratta in verità di un avvertimento contro la slealtà di un'anima verso il Signore Gesù, che si riveste della forma di un'esecrazione, un'esecrazione che, è vero, è un lampo impetuoso del senso fiammeggiante dell'apostolo di ciò che è dovuto a Cristo da ogni essere umano, ma che non è in alcun modo accusabile di stravaganza. La sua perfetta giustezza, così come la verifica che l'attende nel giudizio futuro, è dimostrata, come da altre considerazioni, così anche dalle parole stesse di nostro Signore in Matteo 25:41-46

Atti 23:14, "Ci siamo legati sotto una grande maledizione", letteralmente, "Ci siamo anatemizzati o, 'solennemente' legati con anatema ajnaqemati ajneqematisamen eJautouv". Avevano seduto, senza dubbio, alcune parole come queste: "Che possiamo noi essere anatema se gustiamo qualcosa fino a quando non avremo ucciso Paolo!" con le quali possiamo congiungerci Marco 14:71, "Diceva che pronunziava una maledizione ajnaqemati e giurava" - non, a dire il vero, pronunciando una maledizione su Gesù, ma desiderando di essere anatema se conosceva quell'Uomo. Non c'è dubbio che l'anatema in entrambi i casi si riferisse alla perdizione eterna. Che non si intenda meno con il termine nel presente versetto e, quindi, anche in quello accanto, è ulteriormente dimostrato con riferimento all'ipotetico "angelo dal cielo" che si troverebbe a predicare un vangelo diverso. L'essere anatema deve comportare per una tale escissione dal regno della luce, insieme a qualsiasi distruzione che vi si adsegua. Qual è, ci si chiederà, la forza precisa del "sia", sia qui che in 1Corinzi 16:22? Non può denotare meno di una compiacente e soddisfatta acquiescenza. L'apostolo-profeta non solo prevede che, al giudizio finale, tale sarà la condanna del pervertitore volontario del vangelo, ma lo prevede con una mente tutt'uno con il Giudice che lo pronuncerà; Egli stesso può desiderare, desidera, non l'etere. È la sua leale simpatia per Cristo come Salvatore, come premuroso per le anime degli uomini, che lo spinge a proclamare ad alta voce, per l'avvertimento degli stessi falsi maestri, così come per l'avvertimento di coloro che sono inclini ad ascoltare il loro falso insegnamento, il suo solenne Amen alla terribile sentenza che li attende. Ma se è così, perché non permettere all'imperativo di avere tutta la sua forza, e intendere l'enunciato come un imperativo? È vero che l'apostolo era incline a volte a lasciarsi trasportare dalla fervida impetuosità dei suoi sentimenti, anche quando scriveva, all'espressione di parole che in uno stato d'animo più calmo sarebbe stato pronto in una certa misura a ritrattare. Abbiamo un chiaro esempio di tale ritrattazione in 1Corinzi 6:4,5 vedi nota sotto su Galati 5:12 Ma, nel caso che abbiamo davanti, che la veemenza del linguaggio dell'apostolo sia una veemenza deliberata, e non un semplice scoppio momentaneo di sentimento eccitato, è dimostrato dalla solenne iterazione misurata nel versetto successivo. E se supponiamo, ciò che sembra molto probabile, che quel versetto si riferisca a una denuncia simile pronunciata tra i Galati un bel po' di tempo prima, la prova è tanto più forte che il suo linguaggio non è un'improvvisa esorbitanza di emozione appassionata, ma esprime un sentimento duraturo. Dobbiamo ricordare che è la sostanza stessa del vangelo che l'apostolo sente attaccato. Egli sapeva che il Vangelo, sia per intuizione ispirata che per esperienza personale, era «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede». Di questo vangelo Cristo stesso aveva dichiarato che "chi ha creduto sarà salvato e chi non crederà sarà condannato" Marco 16:16 In che cosa differisce "essere anatema" da "essere condannato"? E se l'incredulo "sarà condannato", si può supporre che una colpa minore si attribuisca a colui che non solo non credeva al vangelo stesso, ma lo stava anche strappando dal cuore degli altri e spacciando su di loro invece un falso vangelo che non era salvezza? "Ma poteva San Paolo, essendo un amante delle anime come lui, imprimere un destino di perdizione che cadesse su qualsiasi anima umana?" Assolutamente, possiamo dire che non poteva; ma condizionatamente, poteva, e ciò in perfetta coerenza con le sue abitudini abituali di sentimento, condizionatamente, supponendo cioè che il peccato non fosse pentito e abbandonato. Era proprio il suo amore per le anime che lo spingeva a parlare così, non solo a nome delle anime che il portatore di una falsa dottrina potrebbe distruggere, ma a nome dell'io stesso dell'ingannatore. Egli pronuncia la condanna per scoraggiare e quindi salvare. Dobbiamo anche ricordare che l'apostolo, sotto il dettame del suo zelo appassionato per la verità, non costituisce né un nuovo peccato né una nuova misura di pena. Egli semplicemente, come profeta e apostolo, esprime la mente di colui che è il Legislatore e il Giudice. Quest'ultima considerazione suggerisce i limiti entro i quali solo l'azione dell'apostolo in questa materia può essere considerata un esempio da imitare. Ci è lecito recitare, come dice la Chiesa d'Inghilterra nel suo Ufficio di Comminazione: "le sentenze generali della maledizione di Dio contro i peccatori impenitenti raccolte dalle Scritture" - e per "sentenze generali" dobbiamo intendere le sentenze pronunciate su classi di trasgressori, non le sentenze su singole persone, alle quali possiamo congetturare che siano applicabili. Ci è lecito anche individualmente e giusto aggiungere all'enunciazione di ogni frase il nostro cordiale "Amen", e così prendere parte con Dio e la sua Legge, non solo contro i peccati commessi dai nostri vicini, ma soprattutto e soprattutto contro le nostre trasgressioni volontarie. Ma oltre a ciò, nessuno che non sia uno speciale organo d'ispirazione può azzardarsi ad andare, sia che agisca individualmente o in qualsiasi altro modo collettivo. Un anatema è un fulmine a ciel sereno che solo l'Onnipotente può modellare o rendere operativo; e stiamo invadendo la prerogativa divina e stiamo operando danni e pericoli per noi stessi se, da un lato, ci avventuriamo ad ampliare e rendere più specifiche di quanto egli abbia fatto le sue "sentenze generali di maledizione", o, dall'altro, diluire la forza di questi suoi solenni avvertimenti, e trattarli con disprezzo

Versetti 8, 9.-

Gli anatemi dell'apostolo

La severità di queste sentenze è diretta contro i maestri giudaizzanti, non contro i galati, che evidentemente egli considera influenzati da altri. C'è grande mitezza nel suo metodo di rimproverare i galati. L'apostolo prima pone un caso ipotetico, applicabile a lui stesso e ai suoi colleghi nel vangelo, anche agli angeli in cielo, e poi si occupa di un'assunzione di fatto - un fatto che era realmente accaduto e stava ora accadendo - che un vangelo era stato predicato in modo diverso da quello che avevano già ricevuto, e, in entrambi i casi, Finisce con un anatema

L 'ERESIA È UNA COSA MOLTO SERIA. Ha il potere di dannare l'anima. È un peccato contro Dio, contro l'anima, contro la verità, contro la Chiesa, contro il mondo. È abitudine dei tempi moderni considerare l'errore in materia religiosa come un pericolo per la salvezza dell'uomo. Un'infedeltà irriverente nega che un uomo sia responsabile delle sue convinzioni. C'è uno spirito all'estero che porta gli uomini a pensare che tutti hanno ragione, che nessuno ha torto, che nient'altro che una vita malvagia porterà vendetta nell'aldilà. Da uomini di questo spirito l'apostolo sarebbe considerato crudelmente illiberale e gozzo. Tuttavia dobbiamo sostenere che ci sono dottrine fondamentali nella religione che sono essenziali per la salvezza. L'apostolo considerava l'eresia una cosa seria quando vi attribuiva una maledizione. E se l'anatema cadesse su un apostolo come lui, o su un angelo dal cielo, sarebbe molto più probabile che cadesse su uomini né apostoli né angeli

II LA CHIESA NON HA IL POTERE DI AGGIUNGERE DOTTRINE AL VANGELO DI CRISTO. Essa è tenuta a scoprire tutta la verità contenuta nel Vangelo, a manifestarla in tutte le sue relazioni e ad adattarla alle varie esigenze della speculazione umana e ai vari bisogni degli uomini. Ma non ha il potere o l'autorità di inventare una nuova dottrina. Così l'apostolo condanna la Chiesa di Roma nel decretare nuovi articoli di fede, non solo non presenti nella Scrittura, ma del tutto incoerenti con essa. Il vangelo non tollererà rivali; non permetterà elementi estranei; Non ammetterà aggiunte che possano minare i suoi principi essenziali. Tutte le cose necessarie alla salvezza si trovano nella Parola di Dio

III GLI APOSTOLI NON SONO AL DI SOPRA DEL VANGELO. I falsi insegnanti possono essersi rifugiati sotto l'autorità di grandi nomi, probabilmente gli apostoli di Gerusalemme. Ma nemmeno un apostolo può pubblicare qualcosa di contrario alla verità del vangelo. Persino un angelo in cielo, che rappresenta la più alta autorità creata, non osa opporsi al vangelo. A volte c'è la tendenza a giustificare le eresie di insegnanti zelanti sulla base del loro grande zelo o della loro pretesa di pietà. Ma la verità non deve essere misurata con alcun criterio di mera eccellenza umana. Dobbiamo sempre ricordare che Satana a volte può trasformarsi in un angelo di luce. Pensate alla spaventosa responsabilità di un insegnante! Dobbiamo attenerci fermamente alla verità del Vangelo se non vogliamo mettere in pericolo l'anima degli uomini o diminuire le comodità dei credenti

IV L'ANATEMA DELL'APOSTOLO. Non deve essere ricondotto al fastidio personale verso uomini che disprezzavano o negavano la sua autorità di apostolo; perché era disposto a coinvolgersi nella maledizione se insegnava qualcosa di sbagliato. Questo anatema non era la scomunica; poiché un angelo non potrebbe essere colpito da una cosa del genere; ma la maledizione stessa del Dio vivente. Da dove dunque l'apostolo ha tratto l'autorità di pronunciarlo? Dio solo può infliggerlo. L'apostolo lo fece con la stessa autorità che lo aveva mandato a predicare il vangelo, l'autorità di quel Signore che ha le chiavi dell'inferno e della morte

Il dovere dell'intolleranza

Gli spaventosi eccessi dell'intolleranza non cristiana, che inonorano la storia della Chiesa, hanno portato a una repulsione dei sentimenti in cui l'indifferenza è onorata con il nome di carità. Il sostenitore di qualsiasi tipo di intolleranza è considerato con avversione come un bigotto e un persecutore. Ma il dovere dell'intolleranza al momento giusto e necessario deve essere compreso più chiaramente

I MOTIVI DEL DOVERE DI INTOLLERANZA

1. Le pretese esclusive del vangelo. C'è un solo vangelo; un rivale è una contraffazione. C'è posto solo per uno; Un rivale è un usurpatore. Per:

1 Il vangelo di Cristo è una dichiarazione di fatti, e i fatti, una volta compiuti, non possono variare; è una rivelazione di verità, e la verità è intollerante all'errore; anche la verità più alta è una

2 Il vangelo di Cristo è la più perfetta soddisfazione dei nostri bisogni. Un altro vangelo non potrebbe essere migliore, perché questo è tutto ciò che vogliamo. Niente può essere migliore del perdono e della vita eterna attraverso la fede in Cristo

3 Il vangelo di Cristo è l'unico vangelo possibile. Dio non sacrificherebbe suo Figlio alla morte se la redenzione dovesse essere ottenuta a un costo inferiore. Il vangelo è l'espressione dell'amore e della volontà di Dio. In quanto tale è la voce eterna di un Essere immutabile

1. L'onore di Cristo. Colui che propone un altro vangelo che non sia quello di Cristo crocifisso e Cristo risorto, insulta direttamente il Nome di nostro Signore. La lealtà a Cristo costringe all'intolleranza per ogni inimicizia verso di lui. Questa non è vera carità cristiana che non ha riguardo per i diritti del Signore, che dovrebbe avere il primo diritto sul nostro amore

2. Il bene degli uomini. Il Vangelo offre le più alte benedizioni agli uomini che hanno più bisogno. È l'unica ancora di speranza per i disperati, l'unico conforto per i miserabili, l'unica salvezza per la prova. Se è vero, non possiamo permettere che un dono così prezioso vada perduto a causa dell'usurpazione di un falso vangelo. La carità che farebbe questo è come quella che permetterebbe a moltitudini di malati di perire a causa del maltrattamento di un ciarlatano, piuttosto che essere così scortese con lui da mostrare la minima intolleranza per le sue illusioni

II I LIMITI DEL DOVERE DELL'INTOLLERANZA

1. I diritti del vangelo, non le pretese del predicatore. San Paolo ha appena affermato le sue pretese. Qui, tuttavia, li subordina completamente al messaggio dell'iride. L'intolleranza nasce comunemente dalla gelosia personale o dallo spirito di festa, e quindi è generalmente una cosa così malvagia. Non dobbiamo essere intolleranti per noi stessi, ma solo per la verità. La verità è infinitamente più importante dell'insegnante. Il rango, il carattere, l'abilità dell'uomo non dovrebbero contare nulla se è infedele alla verità cristiana

2. Il vangelo in sé, non accessori minori

1 Si deve lasciare grande libertà per quanto riguarda i dettagli, sia perché questi si trovano spesso su una zucca discutibile, sia perché sono meno importanti della carità. C'è un punto oltre il quale si farà più male a turbare la pace della Chiesa e a ferire i nostri fratelli cristiani che a stabilire verità minori contro ogni opposizione

2 Si deve anche tener conto delle diverse visioni del Vangelo. Anche gli apostoli non lo hanno detto con le stesse parole; Pietro e Paolo, Giovanni e Giacomo variano così, anche se con ininterrotta lealtà alla verità centrale così come è in Gesù. Il linguaggio, le abitudini di pensiero, gli aspetti della verità da diversi punti di vista presentano necessariamente una grande varietà. Facciamo in modo che non condanniamo un uomo per i suoi vestiti

3. Intolleranza spirituale, non persecuzione fisica. San Paolo pronuncia una maledizione sul nemico del Vangelo. Ma egli non sguaina la spada contro di lui. Lo lascia con Dio. Lì, se ha sbagliato, sarà giustamente giudicato. Non abbiamo scuse, quindi, per l'esercizio della violenza contro coloro che consideriamo nemici di Cristo, ma solo per una coraggiosa testimonianza contro i loro errori, lasciando tutto il resto nelle mani di Dio

In conclusione, si veda che

1 Riceviamo l'unico vero Vangelo, e

2 dichiararlo fedelmente, e

3 resistere fermamente alle sue manifeste perversioni. - W. F. Un

9 Come abbiamo detto prima, così dico ora di nuovo wJv proeirhkamen kailin legw; come abbiamo detto prima, ora anche o, e come ora lo dico di nuovo. La complessità della frase, specialmente in greco, assomiglia molto a quella inrhka 2Corinzi 13:2 : "L'ho detto in anticipo, e dico in anticipo proei kaigw, come quando ero presente la seconda volta, quindi ora sono assente". In quest'ultimo passaggio, il perfetto, "L'ho detto in anticipo", indica il tempo indicato nelle parole "come quando ero presente la seconda volta". La somiglianza tra i due passi, nonostante i sensi un po' diversi in cui il verbo prolegein è usato in essi, suggerisce l'idea che anche qui nella prima frase il verbo si riferisca a qualche occasione precedente in cui l'apostolo era personalmente presente con coloro a cui sta scrivendo. Il verbo greco prolegein, "dire prima", è talvolta equivalente a "preavvertire", come 1Tessalonicesi 4:6; Galati 5:21 ; e 2Corinzi 13:2 due volte. A volte significa "diciamo in un'occasione precedente", 1Corinzi 7:3, e molto probabilmente qui. La prima frase è stata da alcuni supposta riferirsi al versetto precedente. Ma i critici recenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che sia il verbo "abbiamo detto prima" che l'avverbio "ora" suggeriscano il senso di un intervallo di tempo più ampio. L'uso del verbo in 2Corinzi 7:3 è stato citato a favore dell'altro punto di vista. Ma anche ammettendo l'idea, un po' dubbia, che 2Corinzi 7:3 rimanda al dodicesimo versetto del capitolo precedente, non riuscirebbe comunque a fornire un parallelo adeguato. Infatti, non solo si separa dal passo precedente il numero di versetti che intervengono, ma anche il susseguirsi di diversi stati d'animo e di diversi stili di indirizzo. Bisogna tener conto del cambiamento di numero tra "abbiamo detto prima" e "sto dicendo di nuovo". L'unica spiegazione plausibile è che il "noi" reciti le stesse persone delle parole "abbiamo predicato" nel Versetto 8; mentre Paolo, come ora scrive probabilmente di suo pugno, si presenta individualmente come ribadendo quella solenne affermazione. Le parole: "Ora dico di nuovo", come segno di un tempo in contrasto con quello precedente a cui si è fatto riferimento, contemplano l'asseverazione fatta nell'ottavo verso così come in questo. Nell'"adesso" l'apostolo indica non tanto il momento della sua scrittura, quanto la congiuntura di circostanze allora esistente in Galazia, che richiedeva il rinnovamento della sua cominazione. La sua precedente espressione menzionata potrebbe essere avvenuta nella seconda visita alla Galazia, menzionata in Atti 18:23, o nella prima, menzionata in Atti 16:6. Nel congedarsi dai suoi discepoli in entrambe le occasioni, egli può essere stato indotto a insistere così enfaticamente sul carattere sacro e inviolabile del Vangelo, osservando da una parte la volubilità e l'impressionabilità che caratterizzavano questo popolo, e dall'altra dalla frequenza con cui si vedeva già che le perversioni della dottrina cristiana infestavano le Chiese. Confrontate anche l'avvertimento dell'apostolo con gli Efesini Atti 20:28-31 Se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia maledetto ei tiv uJmav eujaggelizetai par o parelabete, ajnaqema estw; Se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. Le variazioni verbali di queste parole, rispetto a quelle del Versetto 8, sono lievi. Uno, tuttavia, merita attenzione: "Se qualcuno predica" rispetto a "Se ... un angelo dovrebbe predicare". Con questo cambiamento nella forma di fare la supposizione, la denuncia sembra scendere dalla regione della nuda ipotesi a quella, forse, della realtà presente. Se così fosse, il tuono dell'anatema dell'apostolo sarebbe stato avvertito dai suoi lettori che si avvicinavano sempre più alla testa della sciabica un particolare individuo tra di loro, verso il quale i loro occhi si sarebbero subito diretti con la sensazione che fosse forse la sua condanna quella che l'apostolo stava ora pronunciando. La costruzione in greco del verbo "predicare il vangelo" eujaggelizomai, con l'accusativo della persona a cui viene portato il messaggio, si trova anche in Atti 13:32 14:21. In senso non sembra esserci alcuna differenza apprezzabile tra questa costruzione del verbo e quella con il dativo come si trova nel precedente versetto e spesso

10 Perché ora lo faccio arti gar; per a quest'ora. Questo "per" rimanda o al fatto che l'apostolo ha ora pronunciato di nuovo in modo così solenne il terribile anatema che in un tempo precedente aveva pronunciato, o che, in effetti, è quasi la stessa cosa, al tono dei sentimenti che egli ha dimostrato in tal modo, e al suo metodo di azione apostolica che in ciò ha esemplificato. L'avverbio arti, come usato nel Nuovo Testamento, si distingue dal più comune "ora" nun, in quanto denota quello spazio di tempo che è più strettamente presente. Questa sfumatura di significato è evidente, ad esempio, nel "Lasciate che sia così proprio ora" di Matteo 3:15, cioè durante quel breve momento in cui il Messia, per ordine divino, apparve subordinato in posizione al suo predecessore. Sorti Matteo 26:53, "Credi tu che io non possa supplicare il Padre mio, ed egli in questo momento mi manderà più di dodici legioni di angeli? Giovanni 16:12, "Voi non potete portarli per ora; " in brevissimo tempo sarebbero stati in grado di portarli. rti 1Corinzi 13:12, "Proprio ora vediamo in uno specchio, oscuramente; " parole scritte sotto un vivido senso di quanto sia breve l'intervallo che separa lo stato presente delle cose da quello della vita futura. rti 1Pietro 1:8, "Sul quale, anche se proprio ora non lo vedete" - un altro risultato dello stesso sentimento. Allo stesso modo, in 1Corinzi 4:13 8:7, wv e arti significa "fino a quest'ora stessa; " e, dall'altra parte del punto di tempo indicato ajp arti è "da quest'ora stessa" in Matteo 26:64; Giovanni 1:51. Molti hanno supposto che l'apostolo si riferisse a certe caratteristiche del suo attuale comportamento di credente e di servo di Cristo, viste in contrasto con la vita che aveva vissuto un tempo quando era un ardente discepolo del giudaismo. Ma la forma strettamente restrittiva dell'avverbio resiste a questa interpretazione, egli difficilmente avrebbe potuto usare con questo riferimento in vista la frase "proprio ora", o "a quest'ora stessa", di un tenore di vita che aveva perseguito per ormai più di vent'anni. Alcuni eminenti critici Alford, Ellicott, Lightfoot, Sanday interpretano quest'arte come un riferimento allo stile di linguaggio che l'apostolo sta "proprio ora" adottando: "Ora, quando uso un linguaggio così intransigente", oppure: "Ecco! È questo il linguaggio di un compiacente uomo? Adesso lo faccio", ecc. È un'obiezione a questa visione che dà all'avverbio un senso un po' diverso da quello che ha nel Versetto 9; infatti, mentre nel Versetto 9 arti, indica le circostanze dell'ora presente come spingitori dell'apostolo a pronunciare il suo anatema, secondo l'opinione a cui si riferisce qui indica l'ora presente come esibizione dell'apostolo stesso in un certo aspetto. È più ovvio, e anzi dà più forza all'uso attuale dell'avverbio, prenderlo in entrambi i versetti con il riferimento simile. In entrambi i casi l'apostolo si riferisce all'ora presente come a un momento in cui sentiva che era diventato necessario allontanarsi dal suo modo abituale di usare uno stile di discorso vincente. Azioni altre volte persuaderà e compiacerà; Proprio ora non può. Persuadere gli uomini, o Dio? o cerco di piacere agli uomini? ajnqrwpouv peiqw h ton h zhtw ajnqrwpoiv ajreskein; persuado gli uomini o Dio? o cerco di piacere agli uomini? Gli espositori si sono sforzati di stabilire, come un senso del verbo greco reso "persuadere", quello di "rendere amico il Tal dei tali". Senza dubbio spesso significa prevalere, o sforzarsi di prevalere, sugli altri, con la lusinga, la persuasione, la corruzione o in qualsiasi modo, assecondare te in un particolare corso di pensiero o di azione indicato dal contesto; ma non può da nessuna parte. essere mostrato come significare, quando si è da soli, "conquistare l'amicizia di Tal dei tali". Atti 12:20, "Avendo persuaso Blasto" significa "Avendo fatto in modo che Blasto fosse d'accordo con loro". Similmente, Matteo 28:14, "Lo persuaderemo", e RAPC 2Ma 4:45, "allo scopo di persuadere il re". Il verbo è usato qui, in 2Corinzi 5:11, "Conoscendo il timore del Signore, persuadiamo gli uomini". In quel passaggio l'apostolo afferma che è sua abitudine fare uso di tutti i mezzi di persuasione per indurre gli uomini ad accettare il messaggio del vangelo comp. 2Corinzi 6:1, "Operando insieme con lui, esortiamo anche che non riceviate la grazia di Dio invano" Egli non si accontentava semplicemente, come ambasciatore, consegnare il messaggio e lasciare la questione; ma fece della sua ansiosa preoccupazione di ottenere l'accettazione del messaggio, con l'uso di argomenti rivolti alla ragione e di appelli rivolti ai sentimenti, ponendosi, per così dire, a fianco di coloro a cui si rivolgeva come uno che simpatizzava in larga misura con i loro modi di pensare, allo scopo di condurli avanti per concordare con vedute più perfette. Tra i molti esempi che si potrebbero citare, che illustrano la sua abilità nella persuasione, basterà riferirsi al modo in cui trattò gli Ateniesi, gli ebrei quando parlò loro dalle scale, il re Agrippa, Atti 17:22-31 22:1-21 26:2.3.26,27 e alla sua Epistola a Filemone. Un'altra caratteristica, strettamente connessa con quella ora menzionata, e qui anche menzionata, è la cura che l'apostolo prendeva per "piacere agli uomini", una cura tale da produrre verso i suoi simili un modo di fare che superava di gran lunga la cortesia e le dimostrazioni di rispettosa considerazione che la legge della carità ordinariamente prescrive. Per esempio, invece di mettere in risalto in avanti, come lo spirito di orgoglio insensibile ci spinge naturalmente a fare, i punti su cui egli differiva dagli altri, e in riferimento ai quali sapeva di essere su un terreno più alto di essi, scelse piuttosto di mettere in evidenza tutti i punti di accordo che poteva trovare già esistenti, conciliando il loro sincero interesse mettendosi così fraternamente allo stesso livello di loro. Se questo non bastava allo scopo di ottenere le loro simpatie a favore suo e delle sue opinioni, egli non esitava, in questioni moralmente indifferenti, a mortificare e snobbare i suoi gusti, e a rinunciare ai suoi giudizi dissenzienti. la propria illuminazione superiore, "per schiaffeggiare il suo corpo, come si esprime in 1Corinzi 9:27, "e ridurlo in schiavitù", seguendo, per quanto sgradevoli per se stesso, tali pratiche avrebbero dovuto far sentire, per così dire, a proprio agio con se stesso coloro di cui cercava il miglioramento spirituale. Scrivendo ai Corinzi, l'apostolo in un passo di 1Corinzi 9:19-23 si sofferma a lungo su questo aspetto della sua condotta ministeriale, non vergognandosene, ma gloriandosi manifestamente di esso come un trionfo della grazia di Cristo nella sua anima. Poco dopo, alla fine del capitolo seguente, egli si propone distintamente, come sotto questo aspetto un modello simile a quello di Cristo, per la loro imitazione: "Egli scrive come mi piace a tutti gli uomini in ogni cosa, non cercando il mio profitto, ma il profitto di molti, affinché siano salvati: siate miei imitatori, proprio come! anch'io sono da Cristo". Entrambe queste caratteristiche fortemente marcate del suo carattere ministeriale erano suscettibili di essere fraintese, e dai suoi detrattori potevano essere facilmente fraintese come gravi colpe, la menzogna era, infatti, accusata di speciosità e insincerità, di doppiogiochismo, di simulazione e dissimulazione. Possiamo facilmente capire con quanta prontezza tali accuse sarebbero state messe in piedi, e santo da colorare avrebbero potuto essere fatte apparire. Che essi abbiano dolorosamente influenzato la mente dell'apostolo è dimostrato dalla frequenza dei riferimenti che egli fa ad essi, e dalla serietà e dal profondo pathos dei sentimenti che non di rado contraddistinguono quei riferimenti. È a tale critica sinistra che egli allude, quando in 2Corinzi 5:11, citato sopra, dopo aver detto: "Noi persuadiamo gli uomini", aggiunge, "ma siamo divenuti manifesti a Dio", intendendo che, sebbene avesse preso l'abitudine di mettersi in gioco per persuadere, tuttavia l'intera sincerità della sua azione, per quanto fraintesa dagli uomini, era evidente all'occhio divino. 2Corinzi 1:12 Ora, abbiamo ragione di credere che l'apostolo fosse stato informato, o almeno che sospettasse, che anche in Galazia fosse diffusa una tale falsa rappresentazione di queste caratteristiche del suo ministero. L'Epistola fornisce almeno un segno di ciò che probabilmente era il caso, Deduciamo da Galati 5:11 che era stato detto che stava ancora "predicando la circoncisione". Coloro che dicevano questo, lo facevano apparentemente nel senso che il fatto che fino a quel momento egli avesse trattenuto questo punto della sua dottrina nella predicazione a loro era solo un artificio di "persuasione"; che, per convincerli ad accettare la fede cristiana, egli aveva creduto opportuno non imporre in un primo momento loro le osservanze del giudaismo, mentre tuttavia sapeva che erano necessari ed era pronto di lì a poco a insistere perché fossero curati. San Paolo è consapevole, quindi, dell'esistenza da parte di alcuni ecclesiastici della Galazia di sospetti ostili riguardo alla sua schiettezza e rettitudine. È questa coscienza pungente che provoca sia la sostanza che il tono brusco e tagliente di ciò che qui dice. La sostanza del versetto può essere parafrasata così: "Ho scritto con decisione e severità; perché in un momento così critico come quello attuale sono forse gli uomini che posso fare del mio compito quello di 'persuadere', come dicono beffardamente ma non sinceramente che amo fare? o è Dio che mi preoccupo, per così dire, di persuadere, cioè della mia fedeltà al Vangelo che Egli ha affidato alla mia fiducia? Dicono beffardamente che amo 'piacere agli uomini'; e ringrazio Dio di essere stato solito 'piacere agli uomini' al massimo delle mie forze per il loro bene; Ma è mio compito compiacere gli uomini per mezzo di dolce tenerezza e sopportazione? Se in questo momento mi stavo ancora disponendo di 'compiacere gli uomini', questi uomini, cioè, che stanno distruggendo il messaggio del vangelo, e voi che li ascoltate per ignoranza, allora non sarei un vero servitore di Cristo". La forma interrogativa in cui il linguaggio dell'apostolo irrompe improvvisamente è apparentemente, anche qui come in 2Corinzi 3:1, dovuta al fatto che in quel momento si ricordò di quei suoi maliziosi censori. Abbiamo qui un esempio della forma di frase che i grammatici chiamano zeugma; vale a dire, "Dio" è chiamato insieme a "uomini", come oggetto dell'azione del verbo "persuadere", mentre questo verbo, abbastanza adatto in relazione agli uomini, può essere impiegato solo con uno sforzo sul suo senso proprio in relazione a Dio. La frase avrebbe forse espresso quello che sembra essere stato il vero significato dell'apostolo con meno asprezza, ma certamente con minore intensità, se la sua seconda frase fosse stata forse "o raccomandarmi all'approvazione di Dio? h sunistanw ejmauton tw Qew; ." Per altri esempi di zeugma, vedi Luca 1:64; 1Corinzi 3:2 L'aggiunta dell'articolo prima di Qeon, mentre manca prima di ajnqrwpouv, dà al sostantivo un tono più grandioso, come se fosse: "Persuade io gli uomini o DIO?" Infatti, se piacessi ancora agli uomini, non sarei il servo di Cristo eij eti ajnqrwpoiv hreskon Cristou doulov oujk an-hmhn; se fossi ancora gradito agli uomini, non sarei un servo greco, schiavo di Cristo. Il testo ricevuto del greco ha "Per se io ancora eij gar eti; " ma il "per" è omesso dai redattori recenti. Non fa alcuna differenza nel senso se lo conserviamo o no, perché, trattenendo il "per", dovremmo capire prima di esso: "Non lo tengo", o cose simili. La parola "servo" esprime qui la relazione ufficiale di un ministro cristiano, specialmente agli ordini del suo Divino Proprietario. Cantici Romani 1:1; Filippesi 1:1; 2Timoteo 2:24; Tito 1:1; Giacomo 1:1; 2Pietro 1:1. L'apostolo significa: "Non sono stato servo di Cristo in spirito e realtà, comunque mi chiami". Molti espositori suppongono che l'"ancora" si dica in riferimento al tempo precedente la conversione dell'apostolo: "Non ero affatto apostolo né cristiano". Ma

1 non c'è alcuna indicazione, né in questo passaggio né in nessun altro luogo, che l'apostolo considerasse la sua vita prima della sua conversione come caratterizzata dal desiderio di piacere agli uomini;

2 con il senso che gli viene così dato, il pensiero, come osserva Meyer, sembra eccessivamente addomesticato;

3 Così spiegato, non sarebbe in armonia con l'esplicita e ripetuta dichiarazione dell'Apostolo che, nell'adempimento del suo alto ufficio, si prefiggeva di piacere agli uomini

La spiegazione dell'apostolo della sua severità

"Perché ora sono io a conciliare gli uomini o Dio? o cerco di piacere agli uomini?" Che giudichino dopo i suoi anatemi se avrebbe fatto concessioni per compiacere o conciliare gli ebraisti

IO È SBAGLIATO PIACERE AGLI UOMINI. Forse l'apostolo era stato accusato dai suoi nemici di uno spirito troppo accomodante nell'essere un Gentile verso i Gentili e un Giudeo verso gli Ebrei. Egli dice: "Io sono gradito a tutti in ogni cosa" 1; Corinzi 10:33; ma questo si riferiva a circostanze in cui cercava "il profitto degli uomini affinché potessero essere salvati", e in cui non c'era alcun principio coinvolto. Il vero principio è: "Ognuno piaccia al suo prossimo per il suo bene per l'edificazione; poiché neppure Cristo si è compiaciuto". Ma il piacere degli uomini corrotti è quella compiacenza peccaminosa verso gli umori e i pregiudizi degli uomini che sacrifica la verità, la giustizia e l'onore. Questa frase dell'apostolo è un rimprovero ai ministri che prestano servizio nel tempo e che attenuano le pretese del Vangelo o ne nascondono le dottrine per evitare il dispiacere o per attirare l'applauso dei loro ascoltatori

II IL SERVIZIO DI CRISTO ESIGE UNA COMPLETA INDIPENDENZA. "Poiché, se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo". L'amicizia degli uomini sarebbe stata comprata a caro prezzo a costo dell'amicizia del Signore. "Nessuno può servire a due padroni". A Cristo deve obbedienza, riverenza, diligenza, fedeltà; poiché portava i "marchi della sua schiavitù". Perciò la sua sottomissione a lui implicava il rifiuto di ogni autorità umana in materia di fede. Eppure non era in contraddizione con il suo essere "Giudeo per i Giudei" e "tutto per tutti", purché rifiutasse di compromettere la verità del Vangelo. L'insegnante che dà prova di piacere a Dio piuttosto che agli uomini, dà similmente prova che il suo insegnamento è giusto e puro

11 Ma io vi certifico, fratelli gnwrizw dezw ga ora o, per ve lo faccio conoscere, fratelli. L'evidenza esterna, così come il giudizio dei critici, è così equamente diviso tra le due letture, gnwrizw de e gnwrizw gar, che la decisione su quale sia da preferire sembra ricadere nell'esegesi piuttosto che nella critica diplomatica. Da un lato, il fatto che il vangelo che l'apostolo aveva consegnato ai Galati gli giunse per rivelazione diretta da parte di Cristo, sarebbe giustamente considerato come una ragione per considerarlo sacro e inviolabile. Da questo punto di vista, la lettura, "ora vi faccio conoscere", sembra giustificata come introduzione di un'eccezione che giustifica l'anatema di Versetti. 8, 9. D'altra parte, c'è una differenza di tono percepibile tra il contesto precedente, che è fortemente segnato, come abbiamo visto, da un'intensa eccitazione del sentimento, e il passaggio che inizia con questo verso. Il rilassamento in quest'ultimo della severità severa e indignata del primo è indicato

1 con la frase: "Io vi faccio conoscere", che, così come la frase equivalente, "Non vorrei che foste ignoranti ouj qelw uJmav ajgnoein", è per l'apostolo un preludio consueto a un contesto di affermazione deliberata e misurata;

2 con l'introduzione della parola "fratelli", anche se, forse, mantiene la posizione nella frase che fa qui, questa costrizione non ha la stessa patetica affettuosità che la contraddistingue quando si dà l'inizio di una frase; e

3 dalla tensione della narrazione tranquilla che l'apostolo ora intraprende. Questo cambiamento di tono è in qualche modo contrario alla supposizione che i due passaggi fossero, come originariamente scritti, collegati tra loro dallo stretto "per". Suggerisce al lettore attento la sensazione che, dopo che l'apostolo ebbe un po' sollevato il suo spirito dall'eccitazione indignata con cui si era inizialmente rivolto alla stesura della lettera, depose la penna alla fine del decimo versetto, che aveva introdotto un argomento di pensiero che minacciava di distoglierlo dalla sua attuale attività; e, dopo essersi fermato a spiegare come fosse meglio procedere, riprese il suo lavoro con lo scopo di mostrare con calma, dalle circostanze stesse della sua storia personale, che il vangelo che i Galati avevano ricevuto da lui aveva un'origine unicamente divina. Questa visione del brano favorisce anche la lettura: "Ora vi faccio conoscere". Perché la congiunzione de ha qui quel senso semplicemente metabatico o transitorio che spesso ha quando lo scrittore passa a una nuova sezione del discorso. Così, in par-titolare, la congiunzione si trova con "Io faccio conoscere gnwrizw", in 2Corinzi 8:1 ; e con "Non vorrei che tu fossi ignorante", in Romani 1:13; 1Tessalonicesi 4:13 ; zw 1Corinzi 12:1. Infatti, lo scopo diretto dell'esposizione successiva sembrerebbe essere non tanto quello di mettere in pratica il punto particolare che il vangelo che l'apostolo insegnava era sacro e inviolabile, quanto di mostrare che era certamente vero, e su questo motivo non ci si poteva allontanare. Il verbo gnwri non può significare "attirare l'attenzione su" o "ricordarti ". Il suo unico senso è "far conoscere". Il suo impiego qui sembra indicare la sensazione da parte dell'apostolo che il punto a cui si fa riferimento non fosse forse ancora stato chiarito in modo definitivo a coloro, o almeno ad alcuni di quelli, a cui si stava rivolgendo. Che il vangelo che è stato predicato di me tolion to eujaggelisqen uJp ajmou oti; toccando il vangelo che è stato predicato da me, che esso. In greco, il sostantivo "il vangelo" è l'accusativo governato da "far conoscere", mentre in realtà l' oggetto contemplato dal verbo non è il vangelo in sé in generale, ma certe circostanze relative ad esso espresse e implicite nella seguente frase: "che non è secondo la moda dell'uomo". Questo tipo di costruzione è frequente negli autori greci. Esempi analoghi si trovano nel versetto 13 di questo capitolo, e in 1Corinzi 3:20; 15:15; 16:15. L'aoristo di eujaggelisqen indica lo stesso tempo a cui ci si riferisce in "ti chiamammo" Versetto 6 e "predicammo" Versetto 8, che sono entrambi nello stesso tempo. Non è dopo l'uomo oujk esti kata anqrwpon; non è secondo la moda dell'uomo; cioè, "non deve essere valutato come una cosa meramente umana". La frase non descrive immediatamente l'origine del vangelo, punto che viene distintamente evidenziato nella frase successiva; ma piuttosto il carattere che gli si attribuisce in conseguenza della sua origine. Il senso della frase, "secondo l'uomo", è illustrato dal suo uso innqrwpon?" 1Corinzi 9:8, "Dico queste cose alla maniera degli uomini kata a- cioè "secondo principi di azione puramente umani." 1Corinzi 3:3, "Camminate alla maniera degli uomini". D'altra parte, in 2Corinzi 7:10, "la tristezza secondo Dio", letteralmente, "la tristezza che è secondo Dio", è una tristezza tale che Dio ispira e approva; e in Efesini 4:24, "L'uomo nuovo, che secondo Dio è stato creato letteralmente, 'secondo Dio'", è "creato in conformità con il modello o l'approvazione di Dio" Il tempo presente "è" segna il carattere permanente che si collega al vangelo di Paolo; era "la fede una volta per sempre apax consegnata ai santi" Giuda 1:3

Versetti 11, 12.-

La vera origine del vangelo dell'apostolo

Qui inizia la parte apologetica della sua Epistola, rivendicando la sua autorità apostolica indipendente. La frase con cui egli introduce la sua dichiarazione: "Io vi dichiaro, fratelli", è allo stesso tempo solenne ed enfatica, come se non potesse permettere alcun malinteso che influisca sulla "verità del Vangelo", ed è un segno che, nonostante le loro aberrazioni, i Galati gli sono ancora cari. Li chiama "fratelli" dopo la sua prima grave censura, come se indulgesse alla speranza di riconquistarli alla verità

IL SUO VANGELO NON ERA UMANO NEL SUO CARATTERE. "Il vangelo che è stato predicato da me non è un alter man". Egli si riferisce qui non alla sua origine, ma al suo carattere

1. Non è rilevabile dall'uomo. Il ragionamento umano o l'intuizione umana non avrebbero potuto scoprire i suoi fatti, le sue verità, le sue benedizioni

2. Non è costruito sui principi o sulle idee della saggezza umana, che è carnale nei suoi istinti, e quindi è una "follia per i Greci" del pensiero speculativo

3. È immutabile nei suoi grandi principi; a differenza dei sistemi degli uomini, che variano costantemente con lo spirito di ogni epoca

II IL SUO VANGELO NON ERA UMANO NELLA SUA ORIGINE. "Poiché non l'ho ricevuto da uomo, né mi è stato insegnato".

1. Non l'ha ricevuto dall'uomo, come non lo ha ricevuto dai dodici. Gli uomini ricevono la maggior parte della loro conoscenza gli uni dagli altri, eppure egli non era più istruito dall'uomo di Pietro, o di Giacomo, o di Giovanni. Egli ricevette esattamente ciò che essi ricevettero: lui con comunicazioni apocalittiche, loro con comunicazioni personali nei giorni della vita di Cristo

2. Non gli fu insegnato il vangelo dall'uomo, tanto meno da alcun apostolo. In quel caso, il fatto del suo accordo con gli altri apostoli dimostrava che la sua conoscenza della verità divina non era in alcun modo derivata. Si potrebbe obiettare che Anania diede all'apostolo tutte le istruzioni al momento del suo battesimo. Ma non c'è alcuna prova che Anania gli abbia dato istruzioni; il suo compito era che Saulo riacquistasse la vista e ricevesse lo Spirito Santo. Saulo, infatti, prima di quel tempo, aveva ricevuto le sue istruzioni sulla via di Damasco Atti 26:15-18

3. Nelle questioni di momento religioso che riguardano in particolare il fondamento delle speranze dell'uomo, l'insegnamento umano, le tradizioni umane e l'autorità umana sono di scarsa importanza

III IL SUO VANGELO GLI FU RIVOLTO PER RIVELAZIONE DIVINA. Il Suo vangelo non era umano, ma Divino, poiché lo ricevette per rivelazione del Signore Gesù Cristo. Aveva, quindi, un'origine cristica. La rivelazione non deve essere identificata con le visioni di 2Corinzi 12., né con l'apparizione del Signore a lui in Atti 22:18, né con il periodo del soggiorno in Arabia; ma con l'apparizione di Cristo, come Figlio di Dio, sulla via di Damasco, come "l'illuminazione centrale fondamentale", a cui è seguito uno sviluppo progressivo. L'apostolo potrebbe, quindi, ben descrivere il suo vangelo come non proveniente dall'uomo. Non sappiamo nulla del modo delle comunicazioni divine; I risultati effettivi sono contenuti negli scritti dell'Apostolo. Fu così che egli parlò del "suo vangelo", che mostrava, come nessun altro scrittore ispirato, "il mistero nascosto alle generazioni", che forma la gloria distintiva delle epistole di Efeso e di Colossesi. Egli vede nel vangelo un piano divino di salvezza, il cui centro è Cristo, e il cui fine è la rivelazione della gloriosa perfezione di Dio Romani 11:36 La rivelazione di Cristo era quindi una rivelazione di Cristo. Ne era allo stesso tempo la Fonte e il Soggetto

Versetti 11-24.-

La comprensione personale del Vangelo da parte di Paolo

Paolo, come abbiamo visto, è così certo che il vangelo della grazia è l'unico vangelo per gli uomini peccatori, che è pronto a pronunciare un anatema su tutti coloro che predicano qualsiasi altro vangelo. Per timore che si possa supporre che egli abbia assunto questa posizione intollerante in modo avventato, egli procede ora a darci una breve autobiografia, in cui mostra come aveva ricevuto il vangelo, e quale presa avesse su di lui. Notiamo i punti salienti di questa narrazione

I LA SUA VITA DA EBREO. Versetti 13, 14. Paolo, prima della sua conversione, era il più zelante persecutore del cristianesimo. Fariseo severo, aggiunse alla sua presunzione uno zelo non comune per la vecchia religione, e non esitò a perseguitare a morte coloro che avevano abbracciato la nuova. Era zelante, ma non secondo conoscenza

II LA RIVELAZIONE DI GESÙ A LUI E IN LUI. Versetti 11, 12, 15, 16. Fu Gesù stesso a intraprendere la conversione di Saulo. Non c'era uno strumento intermedio. Sulla via di Damasco Gesù gli apparve in uno splendore abbagliante e travolgente, e costrinse il persecutore a riconoscere non solo la sua esistenza, ma la sua autorità sovrana. Quella manifestazione di Gesù a lui ha rivoluzionato la sua vita. Da quel momento in poi non avrebbe potuto avere dubbi riguardo al regno di Gesù Cristo. Questa fu la rivelazione di Gesù a lui-il colloquio storico che rese la carriera di Paolo così diversa e così gloriosa. Ma poi ci fu la rivelazione di Gesù in Paolo. Questo avvenne per mezzo dello Spirito Santo che entrò in lui e gli diede la mente di Cristo, il cuore di Cristo, le compassione di Cristo, così che Paolo divenne una rivelazione di Cristo agli altri uomini. Da allora in poi egli fu un "Cristoforo", che portava Cristo in lui, non solo come sua Speranza di gloria, ma come suo potere animatore, regolatore, governante. Paolo fu da quell'ora "posseduto", ma fu per mezzo dello Spirito di Cristo. La sua personalità divenne un nuovo centro di forza e potere spirituale

III COSÌ POSSEDUTO DA GESÙ, DIVENNE INDIPENDENTE DAGLI UOMINI. Versetti 16, 17. Ora, questa indipendenza di Paolo aveva due lati

1. Divenne indipendente dall'opinione popolare: "Immediatamente non ho conferito con carne e sangue" Ora deve essere stato molto difficile rinunciare a tutte le sue speranze di ebreo. Il fatto è che egli era l'uomo più importante della sua nazione proprio quando Gesù lo convertì. La nazione avrebbe seguito volentieri la sua guida. Non c'era uomo che avesse tanto peso e forza di carattere come Saulo. Rinunciare a tutte queste speranze, e alle amicizie dei suoi primi anni, e affrontare il mondo un uomo solo stava provando. Eppure è stato reso capace dalla grazia di Dio di farlo. Non ha fatto tregua con la carne e con il sangue, ma ha rinunciato a tutto per Cristo

2. Si sentiva indipendente dal riconoscimento apostolico. Non pensò mai di affrettarsi a Gerusalemme per sostenere un esame da parte degli apostoli e ricevere la loro imorimatur. Si occupò in prima persona della Fontana dell'autorità. Perciò passò in Arabia subito dopo la sua conversione, e nelle solitudini del deserto, nei luoghi associati a spiriti maestri come Mosè, Elia e Cristo, comunicò con Cristo, meditò e pose le fondamenta della sua teologia. Non chiamava nessuno padrone; sentiva di avere un solo Maestro, ed era Cristo. Ora, questa indipendenza di carattere è ciò che tutti dovremmo cercare. Può essere assicurata solo quando abbiamo rinunciato alla fiducia in noi stessi e ci siamo messi ai piedi del nostro Signore. Lì, alla fonte della vita e del potere, possiamo innalzare i nostri padroni e i suoi fedeli servitori, pronti a combattere, se necessario, contro il mondo

IV INTERVISTA DI PAOLO A GERUSALEMME CON CEFA E GIACOMO. Versetti 18, 19. Anche se Paolo era propriamente indipendente di spirito, questo non implica che fosse in alcun modo cupo o asociale. Il suo internamento in Arabia, il suo serio studio dell'intero piano del vangelo, gli fecero solo desiderare un colloquio con Cefa, il capo riconosciuto a Gerusalemme. Quindi passò dalla solitudine alla società, ed ebbe un colloquio di quindici giorni con l'apostolo della circoncisione. Anche Giacomo, che aveva la supervisione ministeriale della Chiesa di Gerusalemme, condivideva la sua società. Dev'essere stato un incontro benedetto tra i due potenti apostoli. L'incontro di due generali prima di una campagna importante non fu mai così importante nelle sue conseguenze come l'incontro di questi due uomini umili, Saul e Cefa. Erano decisi a conquistare Cristo del mondo. Ora, abbiamo tutte le ragioni per credere che l'intervista fosse semplicemente una conferenza. Non era perché Saul ricevesse alcuna autorità dalle mani di Cefa o di Giacomo. Aveva la sua autorità direttamente da Cristo

V LA SUA OPERA EVANGELISTICA. Versetti 20-24. Forse di comune accordo con Pietro, Paolo lascia Gerusalemme e la Giudea e si limita ai distretti dell'aldilà. La Siria e la Cilicia, territori oltre i confini della Palestina vera e propria, dove operavano gli apostoli, furono scelti dall'apostolo dei Gentili per i suoi primi sforzi evangelistici. Non cercò la conoscenza delle Chiese in Giudea. Rimase nella sua provincia. Sentirono con gioia che l'arci-persecutore era diventato il principale predicatore di quella fede un tempo disprezzata. Perciò lodarono Dio per il monumento della sua misericordia che aveva suscitato in Paolo. Ma la sua conoscenza del vangelo e la sua autorità nel proclamarlo non erano, egli vuole che questi Galati comprendano, derivate dagli uomini. Dovremmo sicuramente imparare da questa autobiografia di Paolo il segreto dell'indipendenza personale e del potere. Consiste nell'andare alle fonti stesse. Se rifiutiamo di dipendere dagli uomini e dipendiamo solo dal Signore, ci assicureremo una comprensione del suo santo vangelo e un'efficienza nel proclamarlo che altrimenti sarebbero impossibili. Ciò di cui il mondo ha bisogno ora è ciò di cui aveva bisogno allora: uomini pervasi come Paolo dallo Spirito di Cristo, e che così irradiassero tutt'intorno le vere idee riguardo a Cristo. - R.M.E

Versetti 11-24.-

Posizione

"Poiché io vi faccio conoscere, fratelli, come riguardo all'evangelo che è stato predicato da me." Alla notevole esplosione di sentimento con cui l'apostolo si avvicina ai Galati, segue un'affermazione affettuosa e calma. Ora si rivolge a loro come fratelli. Il suo scopo nello scrivere loro non è quello di scomunicarli, ma di riportarli indietro dal loro errore. Contro le false dichiarazioni dei Giudaisti, egli desidera far conoscere a loro, come suoi fratelli, la sua esatta posizione, riguardo al vangelo che è stato predicato da lui. Il vangelo indica un sistema di idee mediante il quale gli uomini devono essere illuminati. Indica anche un certo numero di istituzioni attraverso le quali gli uomini devono essere plasmati. Indica principalmente un metodo con cui gli uomini devono essere salvati. Paolo non era semplicemente un esprimetore di pensieri, né un istigatore di istituzioni, ma era in primo luogo un annunciatore della via della salvezza. Egli predicava con l'obiettivo che i suoi ascoltatori agissero in una questione di infinito momento. Triplice esclusione dell'uomo dal legame con il vangelo come predicato dall'apostolo

1. Non predicò un vangelo creato dall'uomo. "Che non è l'uomo alterato". Se una divisione del regno è disaffezionata, devono essere adottate misure per far fronte a tale disaffezione. Tali misure possono essere descritte come intese all'uomo; Sono il risultato di consigli umani. Non si può pretendere per loro la perfezione. Il Vangelo non è dopo l'uomo; Non è stato ideato da un uomo o da un gruppo di uomini. È libero dalle imperfezioni che si attaccano ai metodi umani

2. Il vangelo non gli fu trasmesso dall'uomo più di quanto non gli fu trasmesso dagli altri apostoli. "Né l'ho ricevuto dall'uomo". Non c'è particolare supposizione che si tratti di una sua invenzione. Possiamo concludere, quindi, contro questa forma che ha assunto la rappresentanza contro di lui. Supponendo che non si tratti di un'invenzione umana, questa esclusione riguarda la modalità di consegna. L' io è enfatico. Egli non l'ha ricevuta, non più di quanto gli altri apostoli l'abbiano ricevuta dall'uomo

3. Non fu allievo degli apostoli. "Né mi è stato insegnato". Supponendo che non fosse un'invenzione umana, egli non l'ha ricevuta in una forma particolare, che può quindi essere conclusa come la forma che ha assunto la rappresentazione contro di lui. Non gli è stato insegnato, da chi è lasciato indefinito. Poiché non è qualificato, parte dell'idea deve essere che non gli sia stato insegnato dagli apostoli. L'esclusione poi arriva a questo, alla fine, che non era un allievo degli apostoli. Ciò che è incluso nel vangelo come predicato dall'apostolo. "Ma mi è venuto tramite la rivelazione di Gesù Cristo". Anche su questo la prima lingua, per la sua indeterminatezza, ha un peso. I dodici trascorsero tre anni di insegnamento sotto Cristo sulla terra. Era vero che non gli era stato insegnato in quel modo. Il sostituto di tale insegnamento, a parte la successiva meditazione, era che egli era stato fornito in modo soprannaturale da Gesù Cristo con il contenuto del vangelo Prova storica per dimostrare che non era un discepolo degli apostoli

I IL PERIODO GIUDAISTICO DELLA SUA VITA. "Poiché avete udito parlare del mio modo di vivere nel tempo passato nella religione dei Giudei". Ricorda il fatto che essi avevano sentito, cioè dalla sua stessa bocca, quando era con loro, del suo modo di vivere nel giudaismo. Questo ebraismo era una buona cosa nella sua giusta concezione e nel suo tempo. C'erano aggiunte umane che non erano buone. Era previsto che l'ebraismo dovesse essere portato avanti nel cristianesimo. Aderire ad esso, quindi, dopo l'avvento del cristianesimo, significava andare contro l'intenzione divina. Questo è ciò che fece Paolo

1. Caratteristica eccezionale del suo ebraismo. "Come ho perseguitato oltre misura la Chiesa di Dio e l'ho devastata". La Chiesa di Cristo è chiamata, dal suo punto di vista successivo, la Chiesa di Dio. Ora si rende conto che l'elemento doloroso della sua colpa è quello di aver perseguitato la Chiesa di Dio. Era oltre misura un persecutore. Sembrerebbe, dal linguaggio che viene usato in un luogo, che su sua istanza i cristiani furono messi a morte: "Perseguitò questa via fino alla morte". Di conseguenza, ha devastato la Chiesa. Aveva gettato la Chiesa di Gerusalemme nella confusione e stava per sterminare, se avesse potuto, la Chiesa di Damasco

2. Spirito da cui fu animato nel giudaismo. "E ho progredito nella religione degli ebrei più di molti della mia età tra i miei connazionali, essendo più estremamente zelante per le tradizioni dei miei padri". È stato allevato in una casa ebraica a Tarso. In mezzo alle influenze gentili si sarebbe sentito libero nel mondo dei ricordi e delle speranze ebraiche. Possiamo pensare a lui come a una lungimiranza superiore a quella di molti della sua età mentre era ancora alla scuola ebraica. La forte impressione della sua prontezza può aver fatto sì che fosse mandato a Gerusalemme per avere maggiori opportunità. Nella città dei suoi padri c'era tutto ciò che era adatto a stimolare la sua immaginazione giovanile, ad accendere il suo entusiasmo giovanile. Atti ai piedi di Gamaliele sarebbe giunto ad apprezzare più intelligentemente le tradizioni dei suoi padri, cioè della Legge, con i suoi accompagnamenti storici, e soprattutto con le sue interpretazioni tradizionali. Anche qui possiamo pensare che egli mostrò lungimiranza al di là di molti di quelli che ricevevano istruzione insieme a lui. Sembra che quando era ancora un giovane sia diventato un membro del Sinedrio, o assemblea degli anziani. Di lui infatti è scritto che diede il suo voto per la morte di Stefano. Dove fosse durante il ministero del nostro Signore non abbiamo i mezzi per saperlo. Ma nel successivo sviluppo degli eventi appare molto presto come un attore principale. Fu qui che mostrò un'avanguardia nell'ebraismo superiore a quella di molti suoi coetanei tra i suoi connazionali, essendo più estremamente zelante per le tradizioni dei suoi padri. Era zelante più del suo stesso padrone, Gamaliele, il quale, contro le manifestazioni di zelo, consigliava che, se il cristianesimo non fosse stato da Dio, sarebbe finito nel nulla. C'era da dire questo per Paolo, che aveva una percezione acuta della situazione. Vide che l'ebraismo, che erroneamente ma affettuosamente amava, era minacciato in punti vitali dalle forze che erano all'opera nel cristianesimo. Vide che, con la sua dottrina di un Messia in cielo e dello Spirito Santo dal cielo, con il comportamento paziente dei suoi aderenti e con il progresso che stava facendo, era formidabile. O l'ebraismo deve distruggerlo o distruggerà l'ebraismo. Perciò egli fu estremamente zelante più di molti per l'ebraismo

II LA CRISI DELLA SUA VITA

1. La sua predestinazione all'apostolato. "Ma quando è stato il beneplacito di Dio, che mi ha separato, fin dal grembo di mia madre". Questa è l'unica menzione che Paolo fa di sua madre. Possiamo credere che il tipo di madre che aveva fosse legato alla sua separazione dall'apostolato. Fu separato dalla sua nascita. Essendo separati così presto, è preclusa la supposizione dell'agire umano, proprio o altrui. La separazione è stata l'atto di Dio

2. La sua chiamata all'apostolato. "E mi ha chiamato per la sua grazia". Questo era sulla via di Damasco. Non è stato per merito suo, ma evidentemente per grazia divina. Era impegnato in quel periodo nella persecuzione di Gesù. Aveva la vivida impressione di un Gesù morto e sepolto, di cui i suoi discepoli parlavano come vivo, che toccava così fortemente i loro cuori da fargli temere per il giudaismo. Ma ora, con un intervento soprannaturale, ebbe una vivida impressione di Gesù come Messia. Nell'aspetto reale di Gesù, il fatto gli fu dato in un modo che, nonostante tutti i suoi pregiudizi contro di esso, egli non poteva negare di essere risorto e vivente. E facendo una resa totale, da quel momento l'autorità di Cristo fu posta su di lui

3. La sua qualifica per l'apostolato. "Per rivelare il suo Figlio in me, affinché io lo predica fra i pagani". In connessione con la sua chiamata era dato il fatto della messianicità di Gesù, ma c'era anche bisogno di espandere il suo significato. Cantici era il beneplacito di Dio, Dot solo per dargli un aspetto esteriore, ma una rivelazione interiore. La rivelazione del Figlio di Dio qui deve essere identificata con la rivelazione di Gesù Cristo nel dodicesimo versetto. Probabilmente riuscì, poiché si basava sull'apparizione di Gesù. Non era un'escogitazione naturale, ma una comunicazione soprannaturale alla sua mente delle grandi verità su Cristo. Era questo, affinché egli fosse adatto a predicare Cristo tra i Gentili

III IL PERIODO SUCCESSIVO ALLA CRISI DELLA SUA VITA. "Subito non conferii con carne e sangue, e non salii a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di me, ma me ne andai in Arabia; e tornai di nuovo a Damasco". Cantici furono le comunicazioni fattegli da Dio che non aveva bisogno di nulla dall'uomo. Immediatamente reso enfatico dalla posizione non conferì con carne e sangue, né salì a Gerusalemme da coloro che erano apostoli come se avesse bisogno di ricevere autorità o istruzione da loro; ma se ne andò in Arabia. Il ritiro è menzionato per mostrare che, durante un periodo molto importante, si tenne lontano da Gerusalemme. I suoi primi tentativi a Damasco sembrano averlo convinto della necessità di una preparazione più lunga per il suo lavoro. In silenziosa comunione con Dio egli cercò ciò che gli altri apostoli avevano ottenuto in un corso di tre anni di formazione sotto Cristo. Dovette adattarsi alla nuova situazione; Ha dovuto riformulare i suoi pensieri

Il contenuto del Vangelo, che gli era stato comunicato in modo soprannaturale, doveva essere esaminato in modo naturale e intriso con i suoi pensieri. I fatti relativi alla manifestazione terrena di Cristo dovevano essere esaminati e assegnati al loro posto nei suoi pensieri. Se dobbiamo supporre che egli sia attratto dalla scena del dono della Legge come è suggerito nel quarto capitolo, sarebbe aiutato a leggere il vecchio alla luce del nuovo. Doveva anche rafforzare la propria anima nella nuova verità contro tutte le contingenze connesse con il suo lavoro. Dopo il suo ritiro tornò al circolo cristiano di Damasco, solo, tuttavia, per essere costretto a lasciarlo dopo una breve esperienza di predicazione

IV IL PERIODO DELLA SUA PRIMA VISITA A GERUSALEMME. Quattro fatti ai quali egli attribuiva importanza per dimostrare che la sua indipendenza non era stata compromessa da questa visita erano questi

1. Non visitò Gerusalemme fino a tre anni dopo la sua conversione. "Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme". Si convertì all'età di trent'anni. Atti che il tempo in cui i suoi poteri erano stati maturati. Era stato abituato a guardare da vicino la natura, la deriva, le cause, il valore delle cose. Tre anni della sua domanda sarebbero bastati per raggiungere la sua indipendenza come pensatore cristiano, in modo che non potesse essere disturbata nemmeno da Pietro

2. Visitò poi Gerusalemme per fare la conoscenza di Pietro. "Per visitare Cefa." Non era intenzionale che si tenesse lontano da Gerusalemme. Era semplicemente che, nella chiamata e nelle comunicazioni soddisfacenti, non sentiva il bisogno di attirare gli apostoli anziani. Riconobbe liberamente l'opera compiuta da Pietro e, quando se ne presentò l'occasione, fu spinto a fargli una visita fraterna. Oltre a ciò, la sua visita non aveva alcun significato

3. La sua visita si protrasse per non più di quindici giorni. "E si trattenne con lui quindici giorni". Poiché il suo scopo era quello di visitare Pietro, rimase con lui. Ricorda la durata precisa del suo soggiorno. Non lo aveva fissato come limite in anticipo. Ma dovette fuggire in fretta da Gerusalemme. E ora la ricorda come una singolare provvidenza, in quanto gli tolse l'apparenza di essere allievo dell'apostolo Pietro

4. La sua visita lo mise in contatto solo con un uomo degno di nota oltre a Pietro. "Ma io non vidi altri apostoli, eccetto Giacomo, il fratello del Signore". Giacomo lavorava con Pietro a Gerusalemme; Gli altri apostoli stavano lavorando altrove. Questo Giacomo non era del numero dei dodici. La ragione per menzionarlo è che, sebbene non fosse un apostolo nel senso stretto che è necessario per l'argomento qui, era il fratello del Signore

Era fratello nel senso di avere la stessa madre di nostro Signore. La verginità perpetua di Maria non è da pensare. I nostri sentimenti non sono più scioccati nel pensare a Giacomo come a suo figlio che nel pensare a lei come alla moglie di Giuseppe. La difficoltà è che nostro Signore alla fine ha affidato sua madre alle cure dell'apostolo Giovanni. Ma la difficoltà in larga misura rimane nel presupposto che James sia solo il suo figliastro. Perché trascurare uno che in quel rapporto qualunque cosa fosse in quel momento aveva in sé la stoffa di un tale uomo? La conclusione a cui arrivare è. non che Giacomo non fosse figlio di Maria, ma che siamo lasciati nell'ignoranza del motivo per cui gli è stata passata l'attestazione dei fatti precedenti. "Ora, riguardo alle cose che vi scrivo, ecco, davanti a Dio io non mento". Il linguaggio si avvicina al giuramento. I fatti erano così importanti, da influire sulla sua indipendenza di apostolo, che egli dà loro la sua più solenne attestazione

V IL PERIODO SUCCESSIVO ALLA SUA PRIMA VISITA A GERUSALEMME

1. Sconosciuto di fronte alle Chiese della Giudea. "Poi sono venuto nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ed ero ancora sconosciuto di persona alle Chiese della Giudea che erano in Cristo". Cantici, lungi dall'essere inviato dai dodici, la sfera del suo lavoro in questo periodo era lontana in Siria e in Cilicia. Se vogliamo intendere le Chiese della Giudea come distinte dalla Chiesa di Gerusalemme, ciò non esclude le visite di Paolo a Gerusalemme durante il periodo in questione. E sembra che ci sia stata una visita di Paolo durante questo periodo, cioè con contribuzioni per il sollievo dei fratelli in Giudea. La ragione per cui non è menzionato qui è che era al di fuori del suo scopo. Si trattò di una visita legata al suo lavoro in Siria e in Cilicia. Ciò non influenzò i suoi rapporti con i Dodici; Era infatti in un periodo di persecuzione, quando egli veniva a contatto solo con gli anziani, e doveva partire rapidamente. Era pur vero che egli era sconosciuto di persona alle comunità cristiane della Giudea

2. Cosa hanno sentito dire. "Ma essi udirono soltanto dire: Colui che un tempo ci perseguitava, ora predica la fede della quale un tempo faceva scompiglio; e hanno glorificato Dio in me". Solo in questo modo essi conobbero Paolo. La grande condizione della salvezza è usata come equivalente della religione di Cristo. Mostra quanto la fede fosse largamente radicata nella predicazione di Paolo. Le Chiese della Giudea ed erano sotto l'influenza della Chiesa di Gerusalemme attribuivano gloria a Dio a causa della meravigliosa trasformazione operata su Paolo. Mostrava il buon sentimento dei dodici verso Paolo, così diverso dal sentimento dei giudaisti. E mostrò anche come queste Chiese si elevarono al di sopra di Paolo a Dio.

12 Poiché non l'ho ricevuto dall'uomo, né mi è stato insegnato oujde gar ejgw parapou parelabon aujto oute ejdidacqhn; poiché né io stesso l'ho ricevuto né l'ho ricevuto né mi è stato insegnato. Il "per" introduce una considerazione che rafforza l'affermazione precedente, che il vangelo dell'apostolo non era umano nella sua caratteristica carnagione; non c'era da meravigliarsi che non lo fosse; perché non era nemmeno umano nella sua origine. Il "né" oujde indica l'intera frase successiva: "Io stesso l'ho ricevuto per mano degli uomini". In modo simile "per nessuno dei due" oujde gar indica l'intera proposizione successiva in Giovanni 5:22; 8:42; Atti 4:34. L'ejgw "Io stesso" è inserito in greco, in contrasto con il predicatore con coloro ai quali era stato predicato il vangelo Versetto 11, nello stesso modo in cui è inserito in 1Corinzi 11:23, "Io stesso ho ricevuto ejgwlabon dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso". Alcuni espositori come Meyer, Alford collegano il "per nessuno dei due" con il pronome "io stesso" soltanto, come se il significato fosse: "Poiché né io, come Cefa o Giacomo, ho ricevuto il vangelo dagli uomini". Questa restrizione del "né" al solo sostantivo o pronome che segue, non è grammaticalmente, naturalmente, inammissibile comp. Giovanni 7:5 Ma non c'è nulla nel contesto immediato che suggerisca l'idea che lo scrittore stia pensando solo ora agli altri apostoli, e la frase è perfettamente chiara senza che noi la introduciamo. È abbastanza chiaro che l'apostolo intende con le parole oute ejdidacqhn affermare che l'uomo non gli ha insegnato il vangelo più di quanto glielo abbia trasmesso. Ma il verbo "fu insegnato", preso di per sé, non trasmette l'idea di un'istruzione meramente umana, usata continuamente nei Vangeli dell'insegnamento di nostro Signore, e Giovanni 14:26 dell'"insegnamento" dello Spirito Santo. Dobbiamo, quindi, concludere che il verbo passivo "mi è stato insegnato" è, nell'intenzione dello scrittore, congiunto con il verbo attivo "l'ho ricevuto", poiché entrambi dipendono allo stesso modo dalle prime parole della frase "per mano dell'uomo". Se è così, abbiamo qui un altro esempio dell'uso della figura zeugma vedi sopra al Versetto 10; poiché mentre la preposizione para è usata nel suo senso proprio, quando, come qui, è connessa con parelabon, è solo in un senso forzato e improprio che potrebbe essere impiegata, come uJpo, con un verbo passivo, per denotare semplicemente l'agente. Si avverte una certa difficoltà nel determinare in che modo lo scrittore consideri la nozione di "ricevere il vangelo" come distinguibile da quella di "essere insegnati". È possibile che quest'ultimo sia stato aggiunto semplicemente, come suppone il vescovo Lightfoot, per spiegare e rafforzare il primo. Ma un altro punto di vista è quello di descrivere la considerazione. Possiamo supporre che "il vangelo" sia considerato, in un caso, come una sorta di credo oggettivo o forma di dottrina, "ricevuto" da un uomo quando gli viene presentato, in considerazione dell'autorità di cui viene investito, nel suo insieme e per così dire in blocco, prima che i suoi dettagli siano stati definitivamente afferrati da lui. Ma in aggiunta a ciò, e successivamente a ciò, questo stesso vangelo può essere considerato come portato nell'ambito della coscienza distintiva del ricevente, per mezzo di un "maestro" dall'esterno, sia divino che umano, instillando nella sua mente successivamente le varie verità che la compongono. Ora, era concepibile che l'apostolo potesse, nel senso sopra supposto, aver "ricevuto" il vangelo direttamente da Dio o da Cristo, mentre, tuttavia, l'uomo può essere stato in larga misura lo strumento di "insegnamento", attraverso il quale le sue verità sono state portate alla sua comprensione. Ma nel presente passo San Paolo afferma che in realtà l'uomo non aveva a che fare con la sua ricezione del Vangelo in quest'ultimo senso più che nel primo. E questa affermazione coincide strettamente con ciò che leggiamo nel sedicesimo versetto di questo capitolo, e di nuovo con il sesto versetto del capitolo successivo, entrambi i passaggi sono stati scritti, senza dubbio, con un occhio alla nozione stessa riguardo alla fonte della sua conoscenza del vangelo che egli è qui interessato a negare. I critici testuali differiscono tra loro se pute "né" o oujde "né ancora" debbano essere letti prima di ejdidacqhn. L'unica differenza è che "né ancora" segnerebbe più chiaramente una distinzione esistente tra le nozioni espresse dai due verbi precedenti. Se acconsentiamo alla lettura del testo ricevuto, che è "né", allora, poiché il negativo è già stato espresso, l'idioma della nostra lingua sopprimerebbe qui il negativo in "né" e sostituirebbe il semplice "o". Ma ajlla; ma solo. Il senso fortemente avversivo che contraddistingue questa forma di "ma" richiede che nel pensiero si fornisca dopo di essa le parole: "L'ho ricevuto e mi è stato insegnato", per cui, nel tradurre, possiamo mettere, come sostituto adeguato, la parola "solo". Il vescovo Wordsworth traduce questo ajlla "tranne", citando nella giustificazione Matteo 20:23. Ma la costruzione grammaticale di quel passaggio non è sufficientemente chiara da giustificarci nel dare all'ajlla un senso che non sembra conforme al suo uso ordinario. L'apostolo, quindi, afferma che non è stato da o dall'uomo che ha ricevuto il vangelo o che gli è stato insegnato. Da chi, dunque, intende dire che l'ha ricevuta e da chi l'è stata insegnata? Dobbiamo dire: Dio Padre? o Gesù Cristo? Proprio al momento, dovrebbe sembrare, l'apostolo non si preoccupa in modo definitivo o contraddittorio di presentarsi all'una o all'altra di queste personalità divine. Come è stato rimarcato sopra con riferimento alle parole del Versetto 3, "da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo", le due concezioni appaiono mescolate insieme alla visione dell'apostolo, quando pensa alla flora della Sorgente che i doni spirituali ci accumulano. Il suo scopo immediato è quello di affermare che il suo vangelo era nella sua origine divino, e non umano. Per questo è sufficiente dire che gli è venuto "per rivelazione di Gesù Cristo". Ma in preparazione alla discussione di queste parole, si può qui notare che l'azione suprema di Dio Padre, come in ogni altra cosa, così anche in particolare nella comunicazione al mondo del vangelo, è un'idea molto distintamente esposta in un gran numero di passaggi del Nuovo Testamento, ed è di fatto la rappresentazione dominante. Come esempi di ciò, possiamo fare riferimento a Colossesi 1:26,27; Efesini 1:9; 2Corinzi 5:18,20; Ebrei 1:2. "Le parole" che "il Figlio pronunciò" erano quelle che "aveva udito dal Padre", come lo erano anche quelle che il promesso Paraclito doveva "pronunciare". Il primo versetto del Libro dell'Apocalisse fornisce un'illustrazione sorprendente di questa verità. Dice così: "La rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrarla ai suoi servi, sì, le cose che devono accadere fra breve: ed egli, cioè Gesù Cristo, mandò e la significò per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni". Naturalmente, il versetto si riferisce a quella rivelazione di eventi futuri che costituisce l'argomento del particolare libro che precede. Tuttavia, ciò che è scritto qui non è un'affermazione eccezionale, ma. semplicemente esemplare; è vero in questo particolare riferimento, proprio perché è vero anche in riferimento a tutta quella rivelazione di fatti spirituali che attraverso il Vangelo viene fatta conoscere alla Chiesa. Per la rivelazione di Gesù Cristo di ajpokaluyewv jIhsou Cristou; tramite la rivelazione di Gesù Cristo. Questa proposizione genitiva, "di Gesù Cristo", è stata intesa dalla maggior parte degli interpreti soggettivamente; cioè, come denotando il soggetto o l'agente implicito nel sostantivo verbale "rivelazione"; in altre parole, suppongono che San Paolo qui presenti Gesù Cristo come colui che gli ha rivelato il vangelo. Questo sembra davvero essere il significato della frase "la rivelazione di Gesù Cristo" inluyiv, Apocalisse 1:1, a cui si fa riferimento poco fa. Prese così, le parole ci mettono esplicitamente davanti l'azione del solo Cristo nella rivelazione di cui si parla, lasciando l'agenzia di Dio senza un riferimento specifico. Ciò nonostante, tuttavia, anche in questo caso il pensiero dell'intervento di Dio ricorre naturalmente alla nostra mente come implicito in relazione alla menzione di Gesù Cristo, proprio come nel primo versetto del capitolo dove è esplicitamente nominato con esso. Ma dobbiamo osservare che in ogni altro passo in cui l'apostolo Paolo usa un genitivo con il sostantivo "rivelazione" ajpoka il genitivo denota l'oggetto che viene rivelato. Questi sono Romani 2:5, "Rivelazione del giusto giudizio di Dio"; Romani 8:19, "Rivelazione dei mari di Dio"; Romani 16:25, "Rivelazione del mistero; " e i passaggi in cui designa la seconda venuta di nostro Signore come "la sua rivelazione; " 1Corinzi 1:7; 2Tessalonicesi 1:7 ; con cui comp. 1Pietro 1:7,13; 4:13. Che in questi ultimi cinque passaggi il genitivo sia oggettivo e non soggettivo, se altrimenti si potesse chiamarlo in causa, è indicato dalla circostanza cheneia 1Timoteo 6:14,15 ; dove l'apostolo usa la parola "apparire" ejpifa invece di "rivelazione", aggiunge, "che a suo tempo mostrerà chi è il benedetto e unico Potentato", ecc., intendendo manifestamente il Padre. Resta da menzionare un altro passaggio, vale a dire, av 2Corinzi 12:1, "visioni e rivelazioni del Signore", che molti critici interpretano come "concesse dal Signore", e che di conseguenza è comunemente citato a sostegno di un'interpretazione simile del passaggio ora davanti a noi. Ma ci si può chiedere se l'apostolo non denoti con "visioni" ojptasi una classe di fenomeni spirituali un po' diversa da quelli indicati con "rivelazioni del Signore"; con il primo intendendo visioni come quelle, ad esempio, in cui sembrava di essere trasportato in Paradiso, o nel terzo cielo; e con il secondo, apparizioni a lui concesse dal Signore Gesù in presenza personale. Queste ultime, è vero, potrebbero anche essere appropriatamente chiamate "visioni" ojptasiai, come, infatti, la più importante di tutte è definita nel discorso davanti ad Agrippa; Atti 26:19 mentre, d'altra parte, si può giustamente supporre che il primo sia incluso sotto il termine "rivelazioni", come impiegato subito dopo in Versetto 7. Ma l'aggiunta "del Signore" ha almeno molto più senso, se assumiamo che la discriminazione sopra indicata sia stata intesa tra le due classi di fenomeni; se, in effetti, non è un'aggiunta del tutto superflua all'altro punto di vista; Ma le "visioni e rivelazioni" a cui si fa riferimento sarebbero, naturalmente, concepite come provenienti dal "Signore", senza che l'apostolo lo dicesse. Invece di essere disponibile a sostegno della visione soggettiva del genitivo che abbiamo davanti, il passaggio 2Corinzi 12:1 favorisce piuttosto l'altra interpretazione. E questa interpretazione delle parole "di Gesù Cristo" come oggettiva è favorita dal contesto successivo. Confrontando questo dodicesimo versetto con i cinque versetti che seguono, osserviamo che in questo versetto l'apostolo afferma che il suo vangelo non era umano nel suo carattere, perché non l'aveva ricevuto dall'uomo né gli era stato insegnato dall'uomo, ma solo "per rivelazione di Gesù Cristo". Poi, nei cinque versetti che seguono, per rendere buona questa affermazione, egli afferma che fino al momento della sua conversione egli era stato totalmente devoto alla dottrina cristiana e intensamente devoto al giudaismo fariseo, e che quando Dio, chiamandolo con la sua grazia, "rivelò in lui il suo Figlio per predicarlo tra i pagani"Non si rivolse a nessun essere umano per avere una guida mentale, ma si tenne lontano anche da coloro che erano apostoli prima di lui. Ora, contrapponendo l'affermazione di Versetto 12 all'affermazione dichiaratamente illustrativa che segue, osserviamo che "la rivelazione di Gesù Cristo" nel primo occupa esattamente la stessa posizione nella linea di pensiero che nel secondo è tenuta da "Dio che rivela suo Figlio in lui"; poiché l'apostolo attribuisce il suo possesso della verità del vangelo nell'uno alla "rivelazione di Gesù Cristo, " e nell'altra alla rivelazione di Dio di suo Figlio in lui, e in ciascuno di essi non si facilita a nient'altro. Sicuramente ne consegue "che la rivelazione di Gesù Cristo" che gli dà il vangelo in un modo, è identica a "Dio che rivela suo Figlio in lui" che gli dà il vangelo nell'altro. Così, sia il senso in cui il genitivo si trova ordinariamente quando è unito alla parola "rivelazione", sia la guida del contesto, concorrono a determinare per il genitivo nel presente caso il senso oggettivo. A prima vista questa interpretazione sembra affannarsi con l'inconveniente che, così interpretata, la frase manca dell'antithethon chiaramente espresso al precedente sostantivo "uomo", che potremmo naturalmente aspettarci di trovare. Ma in realtà l'antitesi richiesta è indicata in modo abbastanza distinto, anche se implicito, nel termine stesso "rivelazione"; poiché ciò porta essenzialmente con sé la nozione di un agente non solo sovrumano, ma divino. Sarebbe una visione del tutto contratta e in effetti errata di questa "rivelazione" supporre che essa non significhi altro che la manifestazione ai sensi corporei di Saulo della presenza personale e della gloria di Cristo. Senza dubbio questo era di per sé sufficiente a convincere Saulo della verità che Gesù, sebbene una volta crocifisso, era ora vivente e altamente esaltato nel mondo soprasensibile, e di conseguenza a fornire la base necessaria per ulteriori scoperte della verità. Ma ci voleva qualcosa di più della semplice vista corporea del glorificato Gesù. Questo potrebbe confondere e schiacciare il suo antagonismo, ma non impartirebbe di per sé una fede che converte e guarisce. Gli uomini potevano "vedere" e tuttavia "non credere" Giovanni 6:36 Era richiesta anche la vera e giusta percezione della vera e giusta relazione che questo eccelso Gesù aveva con le singole anime umane, in particolare con l'anima stessa di Saulo; e inoltre, della relazione che egli aveva con le dispensazioni di Dio come rapporto con il suo popolo, e come riguardo all'umanità in generale; - una percezione di queste cose che sarebbe allora vera e giusta solo quando accompagnato da un senso debitamente riconoscente, soddisfacente e adorante dell'infinita eccellenza di ciò che gli veniva così rivelato, e del suo perfetto adattamento ai bisogni dell'uomo in quanto peccaminoso. In breve, questa "rivelazione" a Saulo "di Gesù Cristo" implicava quella trasformazione spirituale che, in 2Corinzi 4:6, l'apostolo descrive con le seguenti parole: "È Dio, che ha detto: La luce risplenderà dalle tenebre, che ha brillato nei nostri cuori, per dare la luce o illuminare la conoscenza della gloria di Dio nel volto di Gesù Cristo". Infatti, in quel passo, sebbene nella forma in cui riveste il suo pensiero parli come se congiungesse gli altri a sé, sembra quasi certo che vi si riferisca, come più avanti in Versetti. 7-12, le sue esperienze personali vedi inizio nota al Versetto 8. e anche che sta descrivendo quella prima introduzione nella sua comprensione e nel suo cuore delle verità del Vangelo, che lo qualificò da allora in poi per adempiere la sua missione di proclamarlo. Sembra che questo sia stato, in misura molto marcata, un miracolo, un miracolo morale e spirituale. In verità, la rinascita di un'anima umana nel regno di Dio Giovanni 3:8 deve essere sempre tale, arrivando non sappiamo come. Ciò che, tuttavia, sembra distinguere questo caso dalla maggior parte degli altri, anche da quello di coloro che erano stati precedentemente chiamati ad essere apostoli, è la rapidità con cui si formò in Saulo la mente di "un apostolo delle genti", una mente, cioè, distintamente e instancabilmente cosciente del "mistero" che in Efesini 3:3 egli dice "gli fu fatto conoscere per rivelazione, " i fino ad allora hanno tenuto nascosto il "segreto" dell'amore di Dio in Cristo a tutto il mondo, sia Gentili che Giudei; della prontezza e del proposito di Dio di abbracciare e benedire con tutte le benedizioni spirituali, senza alcun riferimento ora al Mosaismo, ogni creatura umana che semplicemente si pentì e credette in Gesù Cristo. Come la proclamazione al mondo di questo "mistero" doveva essere la sua grande e preminente funzione distintiva, così fin dall'inizio egli divenne adatto e qualificato per il suo adempimento mediante la sua trasmissione alla sua anima, non attraverso lenti processi di pensiero e di ragionamento, ma attraverso una manifestazione interiore del Cristo, la cui subitaneità e vividezza corrispondevano in non piccola misura alla subitaneità e alla vividezza di quella manifestazione esteriore del Cristo. Cristo che è stato simultaneamente fatto al suo senso corporeo. Questo si presenta a noi come, nella sfera morale e spirituale del nostro essere, un miracolo; e come tale l'apostolo stesso lo considerava manifestamente. È difficile credere che egli avrebbe ripudiato con grande disprezzo 1Corinzi 2:15 qualsiasi tentativo di risolvere la meraviglia del fenomeno nell'alambicco della spiegazione razionale; qualsiasi teoria che trovasse il fenomeno spiegato in modo soddisfacente da queste o quelle condizioni della sua precedente storia psicologica. Questi ultimi possono aver preparato un campo favorevole di sviluppo; ma sapeva per certo che il prodotto in sé non era il frutto naturale di alcuna operazione spontanea della sua mente. La stessa frase nel versetto che abbiamo davanti, "la rivelazione di Gesù Cristo", così come il paragone che egli fa in 2Corinzi 4:6 tra la sua trasformazione spirituale e l'operazione soprannaturale del fiat dell'Onnipotente, "Sia la luce", mostra chiaramente che egli avrebbe rifiutato di permettere che la causa potesse essere scoperta altrove se non nelle inspiegabili operazioni del sovrano, grazia onnipotente. E in tutta prudenza dovremmo accontentarci di non essere qui più saggi di lui

13 Poiché avete udito hjkousate gar. Questo "per" introduce l'intera affermazione che segue fino alla fine del capitolo; poiché l'intera sezione è scritta con l'obiettivo di corroborare l'affermazione di Versetto 12, che egli non aveva ricevuto il vangelo che predicava dall'uomo, ma solo attraverso l'illuminazione impartita immediatamente dal cielo. "Voi avete udito", cioè è stato detto; come Atti 11:1; Giovanni 4:1, e spesso. "Sto solo affermando ciò di cui siete già stati informati, quando ve lo dico", ecc. Che l'aoristo della parola greca non limiti l'espressione a nessuna comunicazione, come ad esempio quella fatta dall'apostolo stesso, è dimostrato dall'uso di questo stesso aoristo in blurt, 5:21, 33, ecc.; Luca 4:23; Giovanni 12:34; Efesini 3:2; 4:21; 2Timoteo 1:13; Giacomo 5:11. Sembra che l'apostolo stesso avesse l'abitudine di raccontare frequentemente la meravigliosa storia di ciò che era stato una volta e del cambiamento operato su di lui. Abbiamo esempi di come lo fece in modo molto dettagliato nel suo discorso dalle scale, e nella sua difesa davanti ad Agrippa, Atti 22:1-16-26 e con meno pienezza in Filippesi 3:4-8; 1Corinzi 15:8,9. È quindi del tutto supponibile che egli stesso lo avesse detto anche in Galazia. Osserviamo, tuttavia, che l'apostolo non dice: "Udito da me", come avrebbe potuto fare se fosse stato lui stesso il loro informatore: e, inoltre, che l'effetto delle parole: "Avete udito", non si estende, almeno in punto di costruzione, necessariamente oltre il quattordicesimo versetto. Siamo quindi liberi di supporre che ciò a cui si riferisce qui come se fosse stato detto loro si riferisca semplicemente alla sua vita prima della sua conversione; e che i resoconti che ne avevano ricevuto male provengono da informatori ostili. Questi possono essere stati sia ebrei non credenti che cristiani giudaizzanti, che con queste affermazioni desideravano denigrare il carattere dell'apostolo come uno che, se veramente non era disonesto, era in ogni caso capace di passare da un estremo di sentimenti al loro diretto opposto con la massima subitaneità e leggerezza, e quindi non era un uomo che aveva il diritto di essere guardato con fiducia. Della mia conversazione passata nella religione ebraica thn ejmhn pote ejn tw jIoudai'smw del mio modo di vivere precedentemente nell'ebraismo. "Il modo in cui una volta mi comportavo come devoto all'ebraismo". Il pote appartiene all'azione denotata nel sostantivo verbale ajnastrofhn, come hJ thv Troiav alwsiv toteron, citato da Meyer da Platone 'Legg.,' 3:685, D. jAnastrofh, conversatio, che ricorre ripetutamente nel Nuovo Testamento, è generalmente reso "conversazione" nella Versione Autorizzata 1Pietro 1:18 4:12; Ebrei 13:7 "Giudaismo" significa "la vita religiosa di un Giudeo", che era distintamente Mosaismo. Si trova in RAPC 2Ma 2:21 14:38 4Ma 4:16. Ignazio 'Ad Magn.', 8 parla di "non vivere secondo il giudaismo", poiché in ibid., 10, usa la parola "cristianesimo". San Paolo ha il verbo "giudaizzare" sotto, leone Galati 2:14. Sull'accusativo oggettivo ajnastrofhn come definito dalla seguente frase, "come quello", ecc., vedi nota su eujagge in Versetto 11. Come oltre misura ho perseguitato la Chiesa di Dio oti kaq uJperbolhwkon than tou Qeou; come che oltre misura perseguitassi la Chiesa di Dio. L'imperfetto "perseguitava", come pure il seguente, "faceva scompiglio e avanzava", addita ciò che faceva quando Dio si interponeva nel modo descritto in Versetti. 15, 16. Confronta l'uso dell'aoristo ejdiwxa in 1Corinzi 15:9, dove tale simultaneità non richiede di essere indicata. "Oltre misura" o "superlativamente" kaq' uJperbolhn era, almeno in questo periodo, una delle frasi preferite di San Paolo. Una penna meno desiderosa avrebbe potuto scrivere "eccessivamente" sfodra. Cfr. Romani 7:13; 1Corinzi 12:31; 2Corinzi 1:8; 4:7,17; 12:7. "Di Dio". Questo è aggiunto al "Chinch" con pathos di forte autocondanna, come lo è anche in 1Corinzi 15:9. L'apostolo sente ora che la sua violenza contro la Chiesa era una sorta di sacrilegio. Il sentimento è un'eco delle parole che Cristo gli rivolse: "Perché mi perseguiti?" E lo ha sprecato kairqoun aujthn; e a fare scompiglio. Il verbo greco porqein usato di nuovo in questa relazione più avanti, Versetto 23, è similmente impiegato anche in Atti 9:21, "fece scompiglio di coloro che invocavano questo Nome". Il verbo denota propriamente "devastare", "tormentare", e nel greco classico è usato in riferimento a città, paesi e simili, essendo applicato alle persone solo nello stile poetico Liddell e Scott Nel Nuovo Testamento è usato solo in relazione alla persecuzione dell'Anima, apparentemente segnando la sua efficacia mortale così come la determinazione di Saul, se possibile, di estirpare la fede e i suoi aderenti. L'expugnabam della Vulgata sembrerebbe un equivalente equo

Versetti 13, 14.-

Una retrospettiva della sua carriera di ebreo

Questa sarebbe stata la migliore prova che egli non aveva ricevuto il suo Vangelo dall'uomo

I LA SUA INIMICIZIA VERSO LA RELIGIONE CRISTIANA. "Perseguitavo oltre misura la Chiesa di Dio e la distruggevo". La sua carriera passata è stata famigerata. "Egli perseguitò fino alla morte", Atti 22:4 "oltre misura", non con uno sforzo debole o spasmodico, limitato a un solo punto, ma con un persistente piano di violenza operato con un'energia feroce che non conosceva stanchezza. Allora non poteva aver appreso il vangelo degli stessi santi a cui stava dando la caccia fino alla morte; Non poteva esserci alcuna associazione possibile tra il persecutore e le sue vittime che gli permettesse di imparare il Vangelo. Al contrario, in quel momento nutriva i pregiudizi più forti e l'odio più feroce contro il cristianesimo

II IL SUO INTENSO ZELO PER LA RELIGIONE EBRAICA. Egli poteva appellarsi agli stessi Galati per aver udito una volta "della sua conversazione nel tempo passato nel giudaismo", e per come "facesse progresso nel giudaismo più di molti dei suoi contemporanei nella sua stessa nazione, essendo più estremamente zelante delle tradizioni dei suoi padri".

1. Il suo zelo si manifestava nel suo serio studio dell'ebraismo. La studiò sotto la guida di Gamaliele, con i migliori vantaggi dell'istruzione, e superò molti dei giovani farisei della sua epoca nell'ardore e nei risultati dei suoi studi. Non avrebbe potuto fare progressi senza studiare

2. Era ancora più manifesto nella sua straordinaria devozione alle tradizioni dei suoi padri. Questo era il segno naturale di un fariseismo entusiasta. "Era un fariseo, figlio di un fariseo" Atti 23:6

1 Le tradizioni in questione non erano la Legge Mosaica, ma le interpretazioni di quella Legge, che trovarono il loro vero posto in seguito nella Mishna. Erano, in una parola, "le tradizioni degli anziani", che nostro Signore condannava così severamente. Erano tradizioni, forti nella lettera, deboli nello spirito, severi nelle sciocchezze, negligenti nelle questioni importanti. Hanno reso nulla la legge su alcune delle più semplici questioni di dovere. Cantici è con i cattolici romani per quanto riguarda le loro tradizioni, che sono opposte alla Scrittura o aggiunte non necessarie ad essa

Non è innaturale trovare uomini non convertiti molto zelanti per le tradizioni ancestrali; più preoccupati, infatti, che si trovino a venire dai Padri che da Dio. Lo zelo di questo tipo è spesso forte in proporzione alla sua ignoranza della verità. L'apostolo ammette prontamente lo zelo dei suoi compatrioti, ma lo accusa di essere "uno zelo non secondo conoscenza" Romani 10:2 È in tale atmosfera che il persecutore viene allevato

3 Lo zelo non è religione: le buone intenzioni non faranno mai nulla di veramente buono in Dio. Lo zelo non può mai rendere vero il falso, né giustificare alcuno nel perseguitare la verità. I cristiani dovrebbero imitare lo zelo dei falsi maestri e manifestare la sua purezza con la gelosia per l'onore di Dio, con l'abbondanza delle fatiche e con l'ardente amore per Cristo

III UN CREDENTE NON DOVREBBE VERGOGNARSI DI CONFESSARE I SUOI PECCATI. L'apostolo fa una confessione quasi piena di rimorso dei suoi crimini contro la Chiesa di Dio. Ancora una volta l'oscuro ricordo della sua folle violenza contro i santi affiora in mezzo ai suoi grati ricordi della misericordia perdonante di Dio. Ma tutta quella persecuzione selvaggia dimostrò fin troppo chiaramente quanto poco egli fosse in debito con l'apostolo o con il santo per il vangelo che diede ai Galati

14 E ha tratto profitto dalla religione degli ebrei kaikopton ejn tw jIoudai'smw; e stava avanzando nell'ebraismo; cioè, stava andando sempre più avanti nell'ebraismo. Il verbo greco prokoptein "fare strada", "avanzare", si trova anche Luca 2:52; Romani 13:12; 2Timoteo 2:16; 3:9,13. "Nell'ebraismo", cioè nei sentimenti e nelle pratiche dell'ebraismo. Il particolare tipo di giudaismo che egli ha in mente era la forma farisea del mosaismo. "Fariseo e figlio di fariseo", "ebreo nato da ebrei" Atti 23:6; Filippesi 3:5 Saulo si era dedicato allo studio e all'osservanza non solo di tutti i riti e le cerimonie prescritte nella Legge scritta, ma anche delle dottrine, dei riti e delle cerimonie che l'insegnamento rabbinico e la tradizione vi aggiungevano, superando in rigore coloro che erano i più severi, non si accontentava mai senza adottare qualsiasi nuova osservanza che l'autorità di un rabbino fariseo potesse raccomandare al suo riguardo. Al di sopra di molti i miei pari nella mia nazione uJper polloutav ejn tw genei Mou''sopra", al di là; la stessa preposizione greca di Atti 26:13; Filemone 1:16,21 ; thv, Ebrei 4:12. Sunhlikiw, sinonimo di sunhlix, usato nella Settanta di Daniele 1:10, è equivalente a hJlikiw o hlix, essendo il sole preceduto semplicemente per rendere più enfatica la nozione di parità. Saul era allora "un giovane"; Atti 7:58 e il riferimento che egli fa qui ai suoi "coevi", che condividevano il suo entusiasmo giudaico, ma da lui superati in ciò, sembra indicare l'ascesa in quel tempo di un partito, "un giovane giudaismo", come potremmo chiamarlo oggi, specialmente abbracciato dai più giovani "ebrei", che si dedicò alla rinascita e al consolidamento del giudaismo fariseo nella sua forma più avanzata. Possiamo considerarli come mossi dall'antagonismo, sia con lo spirito gentilizzante degli Erodiani, sia con la rigida forma lepre del Mosaismo cara ai Sadducei che rifiutavano lo sviluppo della dottrina spirituale che per molte generazioni era andata avanti in molte menti pie e riflessive, e infine, e forse più specialmente di tutte, alla nuova ma in rapida diffusione setta dei "Nazareni". "Nella mia nazione". L'apostolo dice "mio", come consapevole della presenza dei Gentili ai quali sta scrivendo. Per la stessa ragione usa il pronome possessivo singolare, "il mio popolo to eqnov mou nel suo discorso a Felice e nella sua difesa davanti ad Agrippa, questo re che siede solo come assessore per complimento al fianco del governatore pagano Atti 24:17 26:4 Altrove anche San Paolo usa la parola genov "nazione" per denotare il popolo ebraico, donde egli impiega anche la frase "i miei parenti" suggenhv mou quando si rivolge ai Gentili per denotare un altro Ebreo in contrasto con i Gentili Romani 9:3,16:7,21 Nel presente passaggio, "tra i miei connazionali" presuppone è fondato sulla relazione con il paese, mentre genov denota un legame di sangue, comprendente gli ebrei di qualsiasi paese. Essendo più estremamente zelante delle tradizioni dei miei padri perissoterwv zhlwthrcw twn patrikwn mou paradosewn L'avverbio forte qui usato, "più eccessivamente" perissoterwv che ricorre frequentemente nello stile ardente di San Paolo, conserva sempre il suo proprio senso comparativo; come ad esempio 2Corinzi 7:15, 11:23,12:15. Significa, quindi, più eccessivamente di loro". La parola zhlwth resa "zelante", seguita dal genitivo "delle tradizioni", ha più o meno lo stesso significato delle frasi "zelante degli spiriti o, doni spirituali"; "zelante delle buone opere"; "zelanti della Legge" 1Corinzi 14:12; Tito 2:14; Atti 21:20 in tutti i quali passaggi è reso nella Versione Autorizzata come qui. Il suo significato è illustrato dall'uso del verbo da cui deriva in 1Corinzi 14:1, "Desiderare ardentemente di profetizzare; " denotando, come dovrebbe sembrare, "ammirare e desiderare di possedere" "aspirare dietro" vedi sotto, le note su Galati 4:17,18 La frase può essere parafrasata: "Con più eccessivo fervore di loro, influenzando o, essendo devoto alle tradizioni dei miei padri". L'unico passaggio rimasto nel Nuovo Testamento in cui la parola greca ricorre come aggettivo in Atti 22:3 zhlwthv tou Qeou "zelante verso Dio" Versione Autorizzata, "zelante verso Dio" Versione Riveduta; dove il senso è probabilmente ancora quello di una fervente devozione, ma che implica anche un palliativo riferimento all'intenso zelo che gli ebrei mostravano allora nel rivendicare l'onore di Dio contro un presunto insulto. "Lo zelo verso" un oggetto implica anche uno "zelo per esso"; in altre parole, l'attaccamento e la devozione ferventi hanno anche un aspetto esteriore di risentimento e resistenza contro chiunque sia considerato disposto ad attaccare ciò che amiamo. E quest'ultimo elemento del pensiero, la rivendicazione, è spesso il più importante dei due, nell'uso della parola "zelo" e dei suoi derivati, nel greco ellenistico sia della LXX che del Nuovo Testamento; mentre in alcuni casi non è chiaro quale per il momento sia il più nella mente dell'oratore Quest'ultimo, senza dubbio, forma la nozione principale del nome "Zelota" come applicato negli ultimi decenni della confederazione ebraica a un partito fanatico, che sentiva di avere una vocazione speciale a rivendicare l'onore di Dio e il suo servizio con atti di violenza rancorosa; Al quale partito probabilmente un tempo apparteneva il Simone che in Luca 6:15 è chiamato "Zelota", una parola senza dubbio sinonimo della parola caldea "Cananeo" che si trova in Matteo 10:4 e Marco 3:18. Nella frase "le tradizioni dei miei padri", alcuni critici hanno supposto che l'apostolo alluda alla circostanza che egli era "figlio di un fariseo", rendendola così equivalente alle "tradizioni della mia famiglia". Ma il contesto mostra che egli pensa a tradizioni osservate allo stesso modo da quei suoi "coevi" a cui si riferisce; i "padri", quindi, sono gli antenati della nazione, equivalenti agli "anziani", nella frase corrente tra gli ebrei, "la tradizione degli anziani" Matteo 15:2 Comp. tou 1Pietro 1:18, "La vostra vana maniera di vivere patroparado tramandata dai vostri padri". Nel pronome possessivo "mio" l'apostolo parla ancora di se stesso come di un ebreo nato, in contraddizione con i gentili a cui si rivolgeva. Se si fosse rivolto agli ebrei, probabilmente avrebbe scritto "nostro", o avrebbe omesso del tutto il pronome, come indosan Atti 22:3 24:14 28:17. Sembra che ci sia un tono di mimesi nella frase: q.d. "Le tradizioni che ho orgogliosamente e affettuosamente amato come quelle dei miei padri". L'aggettivo reso "dei padri" li contrassegna come coloro che avevano trasmesso quelle tradizioni paradoseiv, non semplicemente coloro che le avevano possedute. Ci si è chiesti se l'espressione "tradizioni paterne" includa quelle massime e osservanze religiose trasmesse che la stessa Legge mosaica prescriveva. Probabilmente lo fa. Le "usanze che i Giudei dicevano che Mosè trasmise ci hanno insegnato" At 6:14 in quanto appartenevano ai "padri". allo stesso tempo, l'apostolo difficilmente avrebbe scritto come ha fatto qui, se avesse avuto solo queste nella sua opinione; avrebbe preferito introdurre il venerabile nome di "Legge". L'espressione sembra essere stata scelta per comprendere, insieme alle prescrizioni della Legge originale, quelle massime e usi trasmessi che sono descritti nei Vangeli Confronta Matteo 5:15 Matteo 23 Marco 7 come cose dette "da" o "a" coloro che sono stati nei tempi antichi, o come "le tradizioni degli anziani"; le istanze particolari di tali che sono specificate nei Vangeli sono solo esempi presi da una classe molto ampia Marco 7:4 Nostro Signore stesso, è vero, ha fatto una distinzione tra queste due classi di religioni, dottrine o osservanze, rimproverando specificamente molti di quest'ultima classe, e scartando l'intera classe in generale quando è imposta alla coscienza degli uomini come un obbligo religioso; in contrasto con "la Parola di Dio", questi, insisteva, erano "comandamenti" o "tradizioni degli uomini" Marco 7:7-13 Ma un Giudaista difficilmente sarebbe stato disposto a fare la stessa distinzione, Piuttosto, sarebbe abitudine della sua mente fondere e confondere i due insieme come formando un intero sistema di religione formale; considerando quelli di quest'ultima classe semplicemente come esplicativi della prima, o come una supplezione appropriata richiesta per dare al primo la dovuta coerenza e interezza. Egli sarebbe disposto a considerare quella parte dell'intera tradizione che in realtà era di un dispositivo puramente umano come investita di una stessa obbligatorietà come quell'altra parte che potrebbe veramente invocare la sanzione dell'autorizzazione divina. È chiaro che questo era il caso di quei giudaisti con i quali, nei Vangeli, si vede nostro Signore contendere. E in tutti i riferimenti che San Paolo fa all'ebraismo, sia come parte della sua vita precedente, sia come affrontato da lui nel suo libero arbitrio apostolico, da nessuna parte si trova a fare alcuna distinzione tra i due elementi certamente distinguibili che lo componevano. C'erano, tuttavia, diverse scuole di pensiero nel tradizionalismo giudaico, alcune più rigide, altre più permissive. Dobbiamo, quindi, definire ulteriormente il nostro punto di vista sul particolare ramo delle "tradizioni paterne" a cui l'apostolo si riferisce qui, ricordando che, come disse nel suo discorso dalle scale, Atti 22:3 era stato "istruito secondo la rigorosa maniera della Legge dei loro padri", addestrato, cioè, a interpretare le esigenze della Legge come queste erano interpretate dalla più severa di tutte le scuole; come disse prima di Agrippa: "Dopo la setta più rigida della nostra religione, ho vissuto come Fariseo" Atti 26:5 Qui si presenta la domanda: In che modo la sostanza di questi due versetti 13, 14 aiuta a confermare l'affermazione dell'apostolo in Versetto 12, che il vangelo che egli predicava era interamente derivato dalla rivelazione immediata di Dio a se stesso? L'intera complessità del passaggio mostra che il punto che l'apostolo si preoccupa qui di indicare si riferisce alla postura del suo spirito al momento della sua prima ricezione del vangelo. Il Saulo di quei giorni, egli dice, era animato da un sentimento di amara ostilità verso la fede; con una severa risoluzione - il dettame, come egli pensava, della coscienza - di estirpare la Chiesa, se possibile. Era forse supponibile che una mente posseduta da una tale avversione per i Nazareni fosse comunque accessibile alle voci e agli insegnamenti che gli giungevano dalla loro società? Ancora una volta, un uomo sinceramente religioso secondo le sue luci, lo spirito di Saul era assorbito dalla devozione al giudaismo, all'ansiosa pratica e alla rivendicazione di quei modi di vita religiosa che le tradizioni riverite e affettuosamente care del suo popolo gli raccomandavano. Era credibile che egli avrebbe potuto per un momento dare ascolto favorevole a dichiarazioni, sia di fatto che di credo religioso, che provenivano da una setta di latitudinari come questi, il cui maestro era stato notoriamente il primo sia nell'abbattere gli steccati del fariseismo nella sua pratica sia nel denunciare ad alta voce i suoi principi e i suoi rappresentanti? Ebbene, qualsiasi cosa quegli uomini avrebbero potuto dire sarebbe stata a suo avviso immediatamente autocondannata semplicemente per il quartiere da cui proveniva . Si può obiettare che le parole che egli aveva udito, possiamo crederlo con fiducia, dal martire Stefano, il quale, nella controversia tra giudaismo e cristianesimo, può essere considerato in una certa misura come il precursore di Paolo, e molto presumibilmente da molti altri confessori della fede di meno illuminati di Santo Stefano, anche se a quel tempo respinto dalla sua accettazione attraverso il suo fariseismo totalizzante, può tuttavia aver depositato nella sua mente semi pregnanti di pensiero e di istruzione per essere poi pienamente sviluppati. A questa obiezione sembra una risposta sufficiente che il vangelo della grazia di Dio a tutta l'umanità, libero da qualsiasi restrizione giudaica, che era il vangelo affidato a San Paolo, e che in quest'ora di conflitto in Galazia egli si preoccupava più specificamente di mantenere, al tempo della sua conversione era stato ancora rivelato in modo molto imperfetto anche ai discepoli più avanzati della fede. Non era possibile che fino ad allora egli avesse udito parlare di un martire cristiano o di un maestro cristiano; poiché al momento del galleggiamento era ancora un mistero, non ancora evidente agli occhi degli stessi apostoli, vedi Efesini 3:1-7

15 Ma quando piacque a Dio ote dekhsen oJ Qeov; e quando era il beneplacito di Dio. La Versione Autorizzata e la Versione Riveduta hanno "ma quando". Per determinare qui l'esatta forza della congiunzione de, dobbiamo considerare come la frase che introduce sia correlata a ciò che precede. Il pensiero principale di fondo di Versetti. 13, 14 era che l'abitudine della mente dell'apostolo prima della sua conversione era tale da precludere completamente l'idea che egli avesse conosciuto il vangelo fino a quell'ora. Il pensiero principale che pervade Versetti. 15-17, e anzi perseguito fino alla fine del capitolo, è che, dopo aver ricevuto da Dio stesso la conoscenza del vangelo, non aveva avuto occasione di ricorrere a nessun uomo mortale, apostolo o altro, allo scopo di ulteriori istruzioni in esso. Ne consegue che la congiunzione che collega le due frasi non è avversiva, come sarebbe, naturalmente, presa se i rapporti di Dio con lui, descritti in Versetti, 15, 16, erano il punto principale di questo nuovo paragrafo, ma è semplicemente il segno del passaggio dello scrittore a un altro pensiero, non uno in contrasto con il precedente, ma semplicemente aggiuntiva. Come esempi dell'uso di de come continuativo e non avversivo, comp. Luca 12:11,16 13:6,10 15:11; Atti 9:8,10; 12,10,13; Romani 2:3; 1Corinzi 16:15,17. Può essere rappresentato in inglese da "e" o "e ancora". Nella lettura del testo greco non è certo se non si debba omettere la parola "Dio" oJ Qeo Se si tratta di una glossa che si è insinuata nel testo, è indiscutibilmente una glossa giusta. Omissioni simili del Nome Divino, come osserva il vescovo Lightfoot, sono frequenti in San Paolo, vedi Galati 1:6; Romani 8:11; Filippesi 1:6 Il verbo eujdokein esprime correttamente l'autocompiacimento; come ad esempio Matteo 3:17, "nel quale mi sono compiaciuto; " e spesso. E questa nozione può essere comunemente rintracciata nel suo uso anche quando è seguita, come qui, da un infinito. Così in 1Tessalonicesi 2:8, "Ci sarebbe piaciuto impartire", ecc.; in 1Tessalonicesi 3:1, "Ci è stato doloroso essere lasciati soli, ma date le circostanze abbiamo scelto volentieri di esserlo". Quando viene applicata, come qui, a Dio, la nozione del piacere che egli prova negli atti di beneficenza non deve essere persa di vista; "Era graziosamente contento; " comp. Luca 12:32, "Al Padre vostro è piaciuto di darvi il regno." in Efesini 1:5 il sostantivo "beneplacito" indica l'atto di "predestinazione" di cui si parla come se possiamo permetterci di dire così di Dio una volontà del suo cuore e non della sua mera saggezza regolatrice. L'apostolo sembra indotto a usare la parola qui dalla compiacenza e dalla gioia che egli stesso provava nell'essere stato reso il destinatario di questa "rivelazione"; quei sentimenti del suo stesso cuore sono, a suo avviso, un riflesso della compiacenza divina nell'impartirla. Agisce nello stesso tempo, il lettore deve essere consapevole del senso profondo, anzi del senso supremamente prevalente, che l'apostolo ha proprio qui, che l'impartire la rivelazione di cui si parla era il frutto solo di una volontà divina che trionfava sull'estrema malvagità e infatuazione da parte sua. Confrontate, anche sotto questo aspetto, i passi di Efesini 1:5, appena citati. È questo sentimento che spinge all'introduzione della parentesi profondamente emotiva costituita dalle due clausole successive del verso. Che mi ha separato dal grembo di mia madre oJ ajfori me ejk koiliav mhtrov mou; che mi ha distinto fin dal grembo di mia madre. Il verbo ajforizw, mettere da parte, separare, che si trova usato in altre relazioni in Levitico 20:26 LXX; Matteo 13:49 25:32; Atti 19:9; Galati 2:12, è impiegato qui con un riferimento implicito a un ufficio o lavoro specifico. Tale riferimento è esplicitamente aggiunto in Atti 13:2 : "Separatemi Barnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati"; e in Romani 1:1, "Separati per il vangelo di Dio". C'è questa distinzione, tuttavia, tra la "messa a parte" del presente passaggio e quella di Atti 13:2, che, mentre in quest'ultimo era effettivamente realizzato, qui è solo nella predestinazione divina, che sembra essere quasi il senso delle parole "alle quali le ho chiamate" negli Atti. in Romani 1:1 il verbo include probabilmente entrambi i sensi. "Dal grembo di mia madre" significa "dal tempo in cui non ero ancora nato; " forse non esattamente "dalla mia nascita", come Giudici 16:17; Matteo 19:12; Atti 3:2; 14:8 ; comp. piuttosto Luca 1:15, come illustrato da Versetto 41. L'aggiunta di queste parole ha lo scopo di marcare il carattere puramente arbitrario di questa predestinazione. Comp. Romani 9:11, "I figli non erano ancora nati, e non avevano fatto nulla di bene o di male, affinché rimanesse valido il disegno di Dio secondo l'elezione". Da questo punto di vista, la frase appare come un'espressione di umiltà adorante da parte dell'apostolo, combinata, tuttavia, con la più forte affermazione possibile dell'origine divina della sua missione. Un'affermazione simile della selezione arbitraria di Dio di un particolare essere umano per una particolare funzione si trova in Isaia 49:1 : "L'Eterno mi ha chiamato fin dal seno materno; dalle viscere di mia madre ha fatto menzione del mio nome; "ibid., Versetto 5, "Che mi formò fin dal grembo materno per essere suo servo; " e ancora, con una somiglianza ancora più sorprendente, in Geremia 1:5, "Prima che ti formassi nel ventre ti conoscevo; e prima che tu uscissi dal seno materno io ti ho santificato, e ti ho costituito profeta per le nazioni profh eijv eqnh." È difficile non credere che questa convinzione dell'apostolo riguardo a se stesso come oggetto del proposito predestinato di Dio, e forse anche la forma della sua espressione - poiché confronta le parole nel versetto successivo: "Affinché io lo predicassi tra i Gentili eqnesin" - derivasse principalmente dalle parole del Signore a Geremia: applicato dallo Spirito al suo caso particolare comp. Atti 9:15 L'apostolo sente che per tutto il tempo in cui aveva perseguito quella carriera di persecuzione dell'empietà e del fariseismo appassionato, l'Onnipotente aveva tenuto lo sguardo su di lui come il suo apostolo predestinato, e stava aspettando l'ora opportuna in cui chiamarlo al suo lavoro. E mi ha chiamato per la sua grazia kaisav me diaritov aujtou. Poiché la "messa a parte" menzionata nella frase precedente era indiscutibilmente una "messa a parte" per l'ufficio apostolico, potrebbe sembrare conveniente intendere la "chiamata" allo stesso modo come una chiamata ad essere un apostolo. Cantici molto probabilmente dobbiamo prendere le parole klhtostolov in Romani 1:1 come se significassero "chiamato ad essere un apostolo"; e in Ebrei 5:4 il verbo "chiamato" è usato per uno chiamato ad essere un sacerdote. Ma il senso prevalente di "essere chiamato", negli scritti di San Paolo, si riferisce al portare l'anima a Cristo e nel suo regno; e in questo riferimento definito l'apostolo usa il verbo non meno di ventiquattro volte, tre delle quali in questa Epistola Galati 1:6 5:8,13 E questo, l'uso regolare del termine, è abbastanza a posto qui. Era del tutto naturale che lo scrittore, dopo aver ritratto così vividamente la sua vita precedente quando non era rigenerato, dovesse ora chiaramente accennare alla trasformazione morale di cui per grazia divina era stato oggetto. La parola "grazia" denota l'immeritata bontà di Dio che si espande liberamente, non come esistente in se stesso, ma come energizzante sugli uomini. Ciò è reso chiaro dall'introduzione della preposizione dia "attraverso" o "da". È quella "grazia il cui potere "regnante" l'apostolo esalta così esultante in Romani 5:15-21 comp. Efesini 2:5, "Per grazia siete stati salvati" La nozione di misericordia mostrata a coloro che sono assolutamente immeritevoli è un elemento prominente della parola, collegata com'è qui con la descrizione della precedente malvagità dello scrittore cfr. l'uso del verbo "ha ottenuto misericordia hjlehqhn" in 1Timoteo 1:13,16 Questa clausola, insieme alla precedente, non deve essere presa come parte dell'affermazione storica insieme al versetto successivo, come se tracciasse le fasi successive della transazione, ma come una designazione perifrastica di Dio Onnipotente adattata alle circostanze del caso. L'unico articolo preceduto in greco dalle due proposizioni combinate lo dimostra. Non c'è quindi bisogno di lasciarci perplessi per determinare la relazione in termini di tempo che gli atti divini qui indicati hanno con quella descritta nel versetto che segue. Il tono del versetto è in una certa misura apologetico, confutando il pregiudizio che, possiamo esserne certi, ha accumulato allo scrittore secondo molti ciò che era stato una volta. Così: "Ciò nonostante, Dio lo aveva sempre prevenuto fin dall'alba della sua esistenza, per essere il suo apostolo; Dio, con un meraviglioso esercizio di bontà, lo aveva chiamato fuori da quello stato malvagio per essere suo: indegno, senza dubbio, si era dimostrato di essere di tale misericordia; ma ciò che la grazia di Dio lo aveva fatto, che egli fosse; perché chi oserebbe contravvenire alla sua mano?" 1Corinzi 15:8-10

Versetti 15, 16.-

Dopo la sua conversione non prese alcun consiglio con gli uomini riguardo alla sua dottrina o alla sua carriera

L'apostolo è molto enfatico nell'affermare la sua indipendenza dall'uomo. Marco-

IO LA SUA ALTA DESTINAZIONE FIN DALLA NASCITA. "Che mi ha separato dal grembo di mia madre". Ecco un esempio di grazia preveniente. Fin dalla sua nascita, e quindi prima che potesse avere impulsi o idee proprie, Dio lo destinò all'apostolato, per quanto ribelle o incoerente possa essere stata la carriera della sua giovinezza. Guardando ora indietro alla sua intera storia, possiamo vedere i segni di quella memorabile "separazione". Vediamo l'opera della grazia preveniente, formativa, restrittiva, preparatoria. Lo vediamo:

1. Nello splendido intelletto di cui era dotato. In verità, Dio preparò questo grande cervello per essere toccato a suo tempo con il fuoco celeste

2. Nella sua educazione. Era un ebreo puro, non mezzo greco e mezzo ebreo, ma completamente versato in tutte le tradizioni degli ebrei, e così addestrato nelle tradizioni rabbiniche che in seguito poté comprendere a fondo e affrontare lo spirito giudaico ovunque, mentre veniva condotto attraverso lotte e combattimenti interiori fuori dalle tenebre del giudaismo alla piena luce del vangelo

3. Nella sua completezza di carattere. Egli non poteva essere nulla a metà; in quanto peccatore, era il capo dei peccatori. La conversione non ha cambiato il suo temperamento e la forza del suo carattere

II LA SUA CHIAMATA ALLA GRAZIA E ALL'APOSTOLATO. "E mi ha chiamato per la sua grazia". In evidente allusione alla scena sulla via di Damasco. La chiamata del Redentore era nello stesso momento una chiamata alla conversione e all'apostolato Romani 1:5 Quella chiamata non era a causa della sua severità farisaica, dei suoi digiuni e delle sue preghiere, ma tanto meno a causa della sua folle violenza come persecutore. Ha avuto la sua origine tutta nella grazia, è stata dalla grazia, non dalle opere,

III LA RIVELAZIONE DEL FIGLIO DI DIO NELL'APOSTOLO. "Piacque a Dio di rivelare il suo Figlio in me".

1. La rivelazione è qui opposta al metodo dello studio paziente e prolungato

2. Il vangelo è una rivelazione del Figlio nella sua persona, vita, morte, risurrezione e ascensione. Lo rivela ai poveri peccatori come "Sapienza, Giustizia, Santificazione e Redenzione".

3. È una rivelazione nella vita individuale. "In me." Dio ha rivelato suo Figlio a Paolo e in Paolo come "la speranza della gloria", gli ha mostrato che cosa sono "le ricchezze della gloria di questo mistero". Era una cosa meravigliosa che l'apostolo avesse tutte le sue idee fisse scardinate in un momento, tutti i suoi pregiudizi profondamente radicati distrutti e le vedute più complete di un sistema singolarmente glorioso stabilite nella sua anima, non da un processo di indagine graduale o di lenta convinzione, ma istantaneamente dalla rivelazione del Figlio in lui. Fu questa rivelazione che gli permise di presentare sempre il Figlio come l'unico Redentore trascendentalmente glorioso e amorevole

IV IL DISEGNO DI QUESTA RIVELAZIONE. "Affinché io lo predichi fra i Gentili".

1. Non era per la sua salvezza individuale, ma per poter far conoscere agli altri ciò che era stato così graziosamente trasmesso a se stesso

2. Era il Figlio che doveva essere predicato ai Gentili, non la Legge, o la circoncisione, o i giorni santi; non la giustizia delle opere, ma "la giustizia della fede". Questo era il vero scopo del suo apostolato

V LA CAUSA MOTRICE DELLA CHIAMATA E DELLA RIVELAZIONE: IL BENEPLACITO DI DIO. "È piaciuto a Dio". Vediamo nella sua carriera, prima e ultima, l'unico agente di Dio, e quindi non ci poteva essere alcuna dipendenza dall'uomo o da se stessi né per la chiamata né per l'apostolato

VI LA PRONTEZZA E L'AZIONE AUTONOMA DELL'APOSTOLO DOPO LA SUA CHIAMATA. "Immediatamente non ho conferito con carne e sangue". Non si consigliò con l'uomo mortale; Non adottò i metodi usuali degli uomini per determinare la loro condotta in modo critico; quindi non c'era motivo per i giudaisti di affermare che, dopo aver ricevuto la sua rivelazione, essa subì una modifica per mano degli uomini. Ci sono momenti per una riflessione ponderata e anche prolungata, ma dove la volontà di Dio è perfettamente chiara non c'è bisogno di consultare l'uomo. Il nostro primo dovere verso Cristo è una pronta obbedienza

Versetti 15, 16.-

Il destino, la chiamata e la missione di San Paolo

San Paolo sente di essere stato messo a parte fin dalla sua nascita per la grande opera apostolica dei suoi ultimi anni.

1. C'è un destino in ogni vita. Dio ha il suo scopo di chiamarci all'esistenza

2. Questo destino è determinato per noi, non da noi. Non scegliamo le circostanze in cui siamo nati, né i nostri doni e le nostre disposizioni. Possiamo con difficoltà fuggire da ciò che ci circonda, e non possiamo mai fuggire da noi stessi. Che un uomo veda la luce come un principe in un palazzo, o come un mendicante sotto una siepe, è del tutto al di fuori del suo controllo, ed è ugualmente impossibile per lui determinare se avrà il genio di Newton o l'inanità di un idiota. Eppure, in che misura queste differenze influiscono sul futuro necessario di un uomo!

3. Potremmo essere a lungo inconsapevoli del nostro destino. San Paolo non lo sognò mai mentre sedeva ai piedi di Gamaliele né mentre tormentava i cristiani. È un segreto della provvidenza che si svela gradualmente

4. È nostro dovere realizzare il nostro destino mediante l'obbedienza volontaria alla volontà di Dio rivelata in esso una volta che ci viene rivelata. Resistere è calciare contro i pungiglioni. Possiamo farlo, perché, anche se messi a parte per un'opera, possiamo rifiutarci di seguirla di nostra spontanea volontà, ma a nostro caro prezzo

II LA CHIAMATA. Negli Atti degli Apostoli sono descritti i dettagli esteriori della chiamata di San Paolo; Qui ci dà solo l'esperienza interiore. Poteva dare solo questo, e questa era la cosa veramente importante. La luce lampeggiante, il viaggio arrestato, la voce udibile, la cecità, erano tutti accessori. L'unica cosa importante era la voce interiore che portava la convinzione nel cuore dell'uomo. Ogni apostolo aveva bisogno di una chiamata da parte di Cristo per costituirlo tale. Ma ogni cristiano ha una chiamata divina. Non abbiamo il miracolo di trasmettere la chiamata, e non lo vogliamo. Con le richieste manifeste che si presentano a noi, con la scoperta dei nostri poteri e delle nostre opportunità di servizio, con i suggerimenti della nostra coscienza, Cristo ci chiama all'opera della nostra vita, Vedere che un'opera per Cristo deve essere fatta, ed essere in grado di farla, è una chiamata provvidenziale a intraprenderla. È una superstizione disastrosa che ci trattiene in attesa di una voce più articolata. La volontà di Dio si manifesta nell'indicazione di ciò che è giusto. Conoscere la volontà di Dio significa essere chiamati al suo servizio

III LA MISSIONE

1. Il suo oggetto. La rivelazione di Cristo. San Paolo doveva far conoscere Cristo. Non doveva diffondere le sue nozioni religiose, ma solo rivelare Cristo. Non doveva tanto insegnare un cristianesimo dottrinale, quanto mostrare Cristo stesso. Questo doveva essere fatto, non solo con le sue parole, ma anche con la sua vita. Egli doveva vivere Cristo in modo che gli uomini vedessero Cristo in lui. Così Cristo doveva essere rivelato in lui. Prima di poter predicare Cristo con le parole, deve avere la rivelazione di Cristo nella sua persona. Se non riveliamo Cristo con la nostra vita, tutte le nostre parole conteranno poco, essendo smentite dalla nostra condotta palesemente incoerente. Se agiamo come Cristo, l'influenza silenziosa della nostra vita sarà l'esposizione più chiara e potente di Cristo

2. L'ambito della missione. San Paolo doveva predicare Cristo tra i Gentili. Il suo vangelo speciale era il messaggio che la grazia di Dio in Cristo estendeva a tutto il mondo. Non è stato per se stesso, e nemmeno per la gloria di Cristo soltanto, che è stato chiamato alla sua grande missione. Le missioni più alte sono altruistiche e benefiche. Tutti noi siamo chiamati in qualche modo a ministrare agli altri. Non possiamo farlo in modo migliore che rivelando loro Cristo con le nostre azioni e con le nostre parole. - W.F.A

16 Per rivelare suo Figlio in me ajpokaluyai ton uiJo. La traduzione "in me", cioè "nella mia anima", o, nell'idioma del Nuovo Testamento, "nel mio cuore", è del tutto confermata dall'uso della stessa preposizione in numerosi passaggi; ad esempio Giovanni 2:25, "Sapeva ciò che c'era in Giovanni 4:14", "Diventerà in lui un pozzo"; Colossesi 1:27, "Cristo in te, speranza di gloria"; Romani 7:17,20, "Il peccato che abita in me; " Romani 8:9, "Lo Spirito di Dio abita in voi"; Romani 8:10, "Cristo in voi"; Filippesi 2:13, "Dio che opera in voi" comp. anche Efesini 3:20; Colossesi 1:29 Il Crisostomo scrive: "Ma perché dice: 'Rivelare suo Figlio in me', e non 'a me'? Significa che non solo era stato istruito nella fede dalle parole, ma che era riccamente dotato dello Spirito; che la rivelazione aveva illuminato tutta la sua anima e che aveva Cristo che parlava dentro di lui" "Commento ai Galati". Questa esposizione concorda notevolmente con la descrizione che l'apostolo in 2Corinzi 4:6 dà del processo attraverso il quale aveva ricevuto il "tesoro" del vangelo: "Vedendo che è Dio, che ha detto: La luce risplenderà dalle tenebre, che risplendeva nei nostri cuori, per dare la luce della conoscenza della gloria di Dio nel volto di Gesù Cristo". Il "velo" che, mentre era ancora nel giudaismo, "era stato sul suo cuore", fu tolto; "con la faccia scoperta" gli fu permesso di "contemplare, come in uno specchio, la gloria del Signore" 2Corinzi 3:15-18 Questo racconto della sua illuminazione spirituale, scritto all'incirca nello stesso periodo del passaggio davanti a noi, mostra il modo in cui in quel momento l'operazione si presentò alla sua mente. Possiamo sentirne certi che questa rivelazione del Figlio di Dio implicava la rivelazione di lui nei rapporti che, come Cristo un tempo crocifisso e ora esaltato, egli intrattiene con tutta l'umanità, sia i Gentili che gli Ebrei, e nei rapporti che intrattiene con la sua Chiesa. "Cristo Gesù" doveva quindi, per usare le parole dell'apostolo in 1Corinzi 1:30, "si fece sapienza da Dio, giustizia, santificazione e redenzione; " e ciò che Cristo era allora fatto da Dio per Paolo stesso, che anche, come il gioioso destinatario della rivelazione allo stesso tempo apprese, Cristo era attraverso la predicazione della Parola da parte del destinatario stesso per essere fatto da Dio a tutti coloro che avrebbero ricevuto la sua saggezza. Il punto di vista di. Il passaggio sopra riportato è richiesto dal tenore del contesto. Se non è ammesso, non c'è nulla in tutto il passo che metta in pratica l'affermazione dell'apostolo, in Versetto 12, che egli aveva ricevuto il vangelo, non dall'uomo, ma per la rivelazione di Gesù Cristo. Se dopo l'analogia di passaggi come 1Timoteo 1:16, "Affinché Gesù Cristo manifesti in me come capo tutta la sua longanimità"; Romani 9:17, "per mostrare in te la mia potenza"; 1Corinzi 4:6, "Affinché impariate in noi"; - dovessimo prendere la presente clausola nel senso di "Rivelare agli uomini la meravigliosa grazia di suo Figlio mediante ciò che ha fatto nel mio caso", le parole indicherebbero semplicemente la misericordia di Cristo mostratagli come peccatore; non fornirebbero alcuna dichiarazione del fatto che l'apostolo è stato fornito della conoscenza necessaria affinché potesse mostrare la sua buona novella tra i Gentili. In altre parole, la clausola non soddisferebbe né il requisito del Versetto 12 né quello della clausola dipendente che segue. Se, ancora, dopo l'analogia delle parole: "Voi cercate la prova del Cristo che parla in me", in 2Corinzi 13:3, prendendo questo come "Cristo che parla per mezzo mio", o se le parole in Atti 17:31, "egli giudicherà il mondo con giustizia dal greco, 'nell'uomo che ha ordinato'", proponiamo di comprendere il significato di essere "Rivela suo Figlio per mezzo mio, Cioè , con la mia predicazione, ci troviamo di fronte all'obiezione che la clausola anticiperebbe il pensiero espresso dalle seguenti parole: "Per poter mostrare la buona novella di lui tra i Gentili", che, tuttavia, esprimono la loro conseguenza dipendente. Qui sorge l'importante questione in che modo il riferimento che l'apostolo fa qui alla rivelazione di Gesù Cristo fatta "in lui" sia in relazione con i racconti ripetutamente dati negli Atti della vista personale del Signore Gesù accordatagli alla sua conversione, racconti che sono confermati nelle Epistole dalle parole dell'apostolo stesso in 1Corinzi 9:1 : "Amos, non sono un apostolo? Non ho io visto Gesù, nostro Signore?" Per armonizzare le due cose, alcuni sono stati indotti a fare violenza alla frase "rivelare in me", in modo da farla in qualche modo significare "rivelarmi", e quindi rendere possibile che le parole si riferiscano a quella manifestazione personale fatta ai sensi corporei dell'Anima. Altri hanno fatto ricorso all'espediente ancora più violento e anzi del tutto distruttivo di dedurre da questa frase che la rivelazione di Cristo fatta all'apostolo alla sua conversione era del tutto ed esclusivamente spirituale; e che la vista spirituale di nostro Signore era stata così realizzante e vivida da essere stata persino scambiata dall'apostolo stesso per una manifestazione effettivamente fatta ai suoi sensi. Siamo sollevati dalla necessità di adottare l'uno o l'altro di questi metodi di critica dalla considerazione che, nel corso dell'argomento che l'apostolo sta ora perseguendo, non c'è nulla che lo induca a parlare delle circostanze esteriori che accompagnano la sua conversione. Tutto ciò a cui ora ha occasione di riferirsi è il fatto che a quel tempo Dio Onnipotente diede alla sua anima una visione così chiara di suo Figlio da qualificarlo immediatamente per predicare il vangelo ai Gentili; così chiaro che, non avendo bisogno di ulteriori illuminazioni, non aveva in realtà cercato alcun uomo mortale. Questo è tutto ciò a cui la linea di argomentazione richiede ora che l'apostolo si riferisca. Un riferimento all'effettiva visione personale che egli ebbe allora del Signore Gesù non sarebbe servito in alcun modo al suo scopo. Tale riferimento non avrebbe nemmeno coinvolto per deduzione, e tanto meno avrebbe definitivamente delineato, il punto che egli si preoccupa ora di enunciare. Questo punto è, chiaramente, la comunicazione alla sua anima della piena conoscenza del vangelo, e nient'altro; e di conseguenza è solo di questo che ora fa menzione. Ci si è chiesti in quale preciso momento della narrazione del nono capitolo degli Atti si debba supporre che la rivelazione di cui si parla qui abbia avuto luogo. La manifestazione personale di Nostro Signore a Saulo sulla via di Damasco, che comportò il completo rovesciamento istantaneo di tutte le sue precedenti opinioni, relative sia a "Gesù di Nazaret" che all'idea dell'espulso, ted "Messia", deve essere stata una preparazione importantissima per quella piena rivelazione della verità alla sua anima che è qui indicata; Ma non c'è una ragione sufficiente per identificare l'uno con l'altro. La storia degli Atti 22:18 e le Epistole 1Corinzi 11:23; 2Corinzi 12:1,8 fanno menzione di diverse occasioni in cui nostro Signore sembra essersi mostrato a San Paolo e gli ha fatto importanti comunicazioni; e il modo incidentale in cui queste sono state menzionate suggerisce la convinzione che potrebbero essere state solo alcune delle molte istanze simili, altri dei quali sono rimasti non menzionati. Si suppone che ci sia stato un tale avvenimento diremo subito dopo il battesimo di Saulo, e additato dal nostro Signore nelle sue parole ad Anania: "Gli mostrerò quante cose dovrà soffrire per amore del mio nome" Atti 9:16 È molto probabile che di solito non teniamo abbastanza presente quanto poco, In effetti, è che il record ci parla di questo evento molto interessante; e, in particolare, che non ci rendiamo adeguatamente conto della frequenza e del carattere intimo delle comunicazioni alle quali questo "strumento scelto skeuov ejkloghv" dell'insegnamento divino sembrerebbe essere stato ammesso dal suo Maestro. E chi possiamo ancora chiedere può osare determinare quale parte il Signore Gesù abbia preso personalmente, cioè attraverso il rapporto personale, nel processo di illuminazione di cui l'apostolo qui dichiara di essere stato il soggetto, o quanto di esso sia stato effettuato per l'intervento della Terza Persona della santa Trinità, cooperando con l'intensa azione della mente premurosa, interrogativa, leggera di Saul, specialmente durante quei tre giorni di cui si parla in Atti 9:9? "Poiché, ecco, egli prega!" Atti 9:11,12 Sembra solo ragionevole credere che la rivelazione di suo Figlio, che Dio gli ha concesso dice l'apostolo, abbia preceduto la sua primissima apparizione pubblica nelle sinagoghe di Damasco come evangelista, e che questa rivelazione non sia stata differita, come alcuni immaginano, fino a dopo il suo ritiro in Arabia. In effetti, che lo abbia preceduto sembra essere definitivamente stabilito dalla dichiarazione del versetto ora davanti a noi e il successivo seguente; poiché la linea d'azione descritta dallo scrittore, sia negativamente che affermativamente, nelle parole che iniziano con "Non ho consultato", è rappresentata come conseguente "immediatamente" alla "rivelazione in lui del figlio di Dio". Che la località in cui fu fatta questa rivelazione fosse Damasco o le sue vicinanze è indicato dalle parole: "Sono tornato a Damasco", in Versetto 17. Questa circostanza denota la consapevolezza nella mente dello scrittore che la storia della sua conversione non era sconosciuta ai suoi lettori. Affinché io possa predicarlo tra i pagani ina eujaggelizwmai aujton ejn toiv eqnesin; per annunziare la sua buona novella fra i pagani. In questo caso, come forse in altri, la Versione Autorizzata non riesce a rappresentare l'esatta forza del verbo eujaggelizesqai rendendolo "predicare", che risponde più da vicino a khrussw. Insswu Luca 8:1, dove in greco abbiamo i due verbi insieme khru kaimenov, i nostri traduttori sono stati costretti a usare un altro termine; e di conseguenza rendono ejuaggelazomenov, "mostrando la Versione Riveduta, 'portando' la buona novella del regno di Dio; " quale sfumatura di pensiero era ciò che l'evangelista intendeva suggerire. Il verbo conserva sicuramente sempre una certa sfumatura del suo elemento originario di "buona novella", anche se questo può essere stato spesso più o meno attenuato, come nel caso della parola eujaggelion, vangelo, stesso, dal fatto che è diventato un termine fisso. Nel caso presente, l'atteggiamento di sentimento dell'apostolo nel momento in cui la "lieta novella" fu portata per la prima volta nel suo cuore sembra suggerire un ritorno, almeno qui, al significato originale della parola. Il presente del verbo greco eujaggelizwmai indica il carattere continuo del servizio; come se fosse", che io sia una pioggia di buone novelle". L'aoristo avrebbe recitato l'intero servizio come un tutt'uno. "Tra i Gentili". Dean Howson osserva molto giustamente: "Dovremmo notare quanto sia enfatico in tutti i resoconti della conversione il riferimento alla sua opera tra i Gentili. Così, 'I Gentili, ai quali ora ti mando per aprire i loro occhi e volgerli dalle tenebre alla luce', sono nominati da Cristo stesso nella prima comunicazione dal cielo Atti 26:17,18 Ad Anania viene data la direzione: 'Va', perché egli è per me un vaso eletto per portare il mio Nome davanti ai Gentili e ai re, e i figli d'Israele'... A ciò possiamo giustamente aggiungere ciò che gli fu detto a Gerusalemme, quando vi si recò per la prima volta da Damasco: 'Partite; poiché ti manderò lontano dai Gentili' Atti 22:21 'Commentario dell'oratore', in loc.. Immediatamente eujqewv. La costruzione della frase ci impone imperativamente di collegare questo avverbio con le due proposizioni affermative che l'autore aggiunge alle due negative che interpone per prime, e non solo con queste due proposizioni negative, mentre, tuttavia, si sente che il suo significato si collega anche a queste. La svolta del pensiero sembra essere questa: "Sentii subito che non dovevo consigliarmi con nessun uomo mortale; No, nemmeno con gli apostoli più anziani; e di conseguenza mi sono astenuto dal farlo; Me ne andai subito in Arabia, e poi tornai subito a Damasco". Non ho conferito ouj prosaneqemhn; Non mi consultai. L'uso del verbo greco costruito con un dativo nel senso di "consigliare con", "cercare consiglio nei rapporti personali con", è ben illustrato da diversi passaggi citati dai critici: Diod. Sic., 17:116, "Consultare gli indovini che arrivano il segno"; Lucian, 'Jup. Trag.", §1, "Consultati con me; prendimi come tuo consulente negli affari; " Crisippo ap. in Suidas, sub verbo. neottov, "Consultare un interprete dei sogni". Bengel prende la preposizione prov nel verbo composto come "ulteriormente, cioè la rivelazione divina mi è bastata". Ma gli esempi appena citati dell'uso del verbo rendono questo dubbio. Su questo punto, si veda il 'Commentario' di Ellicott, in loc. In Galati 2:6 il verbo richiede di essere preso in modo diverso vedi nota Con carne e sangue sarki kai aimati. L'espressione "carne e sangue" ricorre in altri quattro punti del Nuovo Testamento:1Corinzi 15:50 "Né carne né sangue possono ereditare il regno di Dio, né la corruzione eredita l'incorruttibilità; " Ebrei 2:14, "Poiché i figli sono partecipi della carne e del sangue, il testo greco riveduto dice: 'sangue e carne', anche lui ne ha partecipato allo stesso modo; " Efesini 6:12, "La nostra lotta non è contro la carne e il sangue, ma contro le schiere spirituali di malvagità che sono nei luoghi celesti; " #Matteo 16:17 : "Non te l'ha rivelato né la carne né il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli." Nei primi due di questi passaggi la frase denota la natura corporea degli uomini considerati soggetti alla mortalità; che è la svolta del pensiero anche in Eccl. 14:18, dove la razza umana è definita una "generazione di carne e sangue". Negli altri due denota gli esseri umani stessi, descritti dalla loro natura materiale, ma con riferimento alla loro relativa inefficienza vista a fianco, con agenti puramente spirituali; dentro con Dio. Esattamente nello stesso modo in cui si trova nell'ultimo passaggio citato, l'apostolo usa qui la frase. Sapendo che Dio stesso aveva rivelato in lui suo Figlio, affinché lo annunciasse tra i pagani, in quella crisi d'azione egli sentì che nel suo caso non era affatto necessario alcun riferimento all'insegnamento o alla direzione pratica verso semplici uomini. Poiché la clausola successiva specifica gli apostoli più anziani, che sono menzionati come presenti a quel tempo a Gerusalemme, può darsi che l'espressione "carne e sangue", nel suo ambito più immediato, contempli i credenti o gli anziani poiché probabilmente c'erano già anziani cristiani lì di Damasco. Anania è l'unico credente di Damasco nominato nella storia, anche se si parla di altri Atti 9:19 era un uomo di notevole stima anche tra gli ebrei increduli, Atti 22:12 ed era stato onorato da Cristo con una visione speciale, e inviato da Cristo in una missione speciale a Saulo. Se Saulo avesse sentito il dovere di consigliarsi con qualsiasi servitore di Cristo, sia su ciò che doveva credere sia su ciò che doveva fare, sicuramente ad Anania avrebbe naturalmente guardato. Ma nemmeno ad Anania Saulo si sarebbe rivolto per avere una guida in questo frangente. Il senso che è stato spesso dato alla frase "carne e sangue", nel senso di "i dettami della propria natura carnale", non è favorito dal suo uso in nessun altro passaggio anche se "la carne", da solo, avrebbe potuto ammettere una tale interpretazione, né è in alcun modo suggerito dal tenore del contesto. L'apostolo si occupa qui solo dei suoi rapporti con gli altri uomini

17 Né salii a Gerusalemme oujdeluma, né salii o, via. Questo "né l'uno né l'altro" nega un particolare esempio della nozione generale di "consultare la carne e il sangue", in riferimento al quale un'eccezione avrebbe potuto altrimenti non essere innaturalmente supposta probabile. Forma una sorta di climax del negativo. Cantici Romani 9:16, "Non da chi vuole, né da chi si lamenta." Non è chiaro se "salì" o "se ne andò" sia la vera lettura del testo greco. In quest'ultimo caso, il verbo è ripetuto dopo il seguente "ma" ajlla, come in Romani 8:15, "Voi avete ricevuto; ". Ebrei 12:18,22, "Voi siete venuti". A coloro che erano apostoli prima di me prov touv prolouv Per questo "prima di me", comp. Romani 16:7. Ogni lettore deve sentire la coscienza della parità ufficiale con i dodici che traspare in questa espressione di San Paolo. La stessa consapevolezza è evidente in 1Corinzi 15:5-11, in quanto lo scrittore esprime il suo senso di relativa indegnità personale. Perché, ci si potrebbe chiedere, l'apostolo si riferisce in modo particolare agli "apostoli prima di lui"? La risposta probabile sembra essere, allo scopo di illustrare con maggiore forza la sicura convinzione, che fin dall'inizio egli nutreva, della sufficienza e dell'autorità divina del vangelo che aveva già ricevuto. Ma sono andato in Arabia ajll ajphlqon eijv jArabi ma sono andato via in Arabia. È impossibile determinare quale fosse la località precisa in cui San Paolo si recò allora. "Arabia" era a quei tempi un termine geografico di significato molto ampio. Damasco stessa apparteneva all'Arabia; così scrive Giustino Martire 'Dial. c. Tryph.,' 305, A "che Damasco era del paese arabo thv-jArabikhv ghv, ed è, anche se ora probabilmente, suggerisce il vescovo Lightfoot, per disposizione di Adriano di quelle province è stata assegnata a quello che è chiamato il paese siro-fenicio, nessuno di voi è in grado di negarlo". Cantici Tertulliano, 'Adv. Mare', 3:13; 'Avv. Giudeo', 9. Atti degli Atti: al tempo della dimora di San Paolo a Damasco, la città era soggetta a un "etnarca di Areta"; 2Corinzi 11:32 e "Areta", il re di Petra, è nel caso di diversi principi successivi, chiamato "il re degli arabi" RAPC 2Ma 5:8; Giuseppe Flavio, 'Ant.', 14:1, 4; «Campana. Giuda:,' 1:6,2; 'Ant.', 16:10, 8, 9. Le parole dell'apostolo possono quindi descrivere un ritiro in qualche quartiere, abitato o disabitato, non lontano da Damasco. D'altra parte, in Galati 4:25, l'apostolo si riferisce all'"Arabia" in relazione al monte Sinai; così che l'Arabia Petraea potrebbe essere stata il paese visitato. E qui l'immaginazione è tentata dai ricordi di Mosè e del dono della Legge, e di Elia, a indulgere in speculazioni con riferimento alla particolare adeguatezza di quella zona per essere il luogo di soggiorno di Saul in questa crisi di illuminazione spirituale e di chiamata all'apostolato. Ma tutto questo è congetturale: non c'è alcun fondamento solido per credere che fosse là la selce che i suoi passi erano diretti in questa stagione, e non possiamo fare a meno di ricordare, con riferimento al Signore Gesù, che quando, dopo il suo battesimo, "lo Spirito lo spinse nel deserto", con l'obiettivo, come possiamo credere con ogni riverenza, a prepararsi per il suo alto ministero come Cristo, nessuno immagina che fu condotto nel deserto del Sinai. E questo suggerisce l'osservazione che, in questo particolare frangente in particolare, i movimenti di Saul erano diretti dalla guida celeste. Sembra che ci sia dato il diritto di dedurlo dalle parole che il nostro Signore gli rivolse: "Alzati ed entra in città, e ti sarà detto quello che devi fare" Atti 9:6 In quel tempo, infatti, il grido incessante di tutta la sua anima - un grido, un grido, non senza risposta - doveva essere: "Signore, che cosa vuoi che io faccia?" Per un'ulteriore descrizione della questione geografica, vedi Conybeare e Howson, cap. 3.; Articoli del 'Dizionario della Bibbia' "Arabia" e "Aretus"; 'Galati: Excursus' di Lightfoot, pp. 87-92, 6a ed. E tornò di nuovo a Damasco kailin uJpestreya eijv Damaskon. Cioè, "senza andare altrove o in qualsiasi luogo dove potessi incontrarmi con uomini che potessero essere i miei insegnanti nel Vangelo". Si deve supporre che ciò sia implicito; altrimenti la narrazione sarebbe illusoria. Come sopra affermato, il "immediatamente" sembra inteso a qualificare questa clausola così come la precedente. Il valore probatorio di questo riferimento a Damasco, implicitamente indicato come la scena della sua conversione precedentemente menzionata, è illustrato in modo sorprendente da Paley nel suo 'Heros Paulinae Galatians, citato da Dean Howson, in loc. "Un'espressione casuale alla fine, e un'espressione introdotta per uno scopo diverso, da sola fissa che sia stata a Damasco. Niente può essere più simile alla semplicità e all'indeterminatezza di questo". Correndo il rischio di ripetere alcune osservazioni già fatte, mi permetto di proporre quanto segue come giusta parafase dell'intero brano, a cominciare dal Versetto 12. "Il mio vangelo, dal quale vi allontanate, io non l'ho ricevuto in alcun modo dagli uomini, ma unicamente mediante la rivelazione di Gesù Cristo che Dio stesso mi ha fatto. È evidente che prima che conoscessi Cristo, durante il periodo in cui perseguitavo la Chiesa di Dio con furia fanatica, con tutto il mio cuore e la mia anima devoti al più rigoroso giudaismo dei farisei, ero agli antipodi di ogni possibile contatto simpatico con questa dottrina. Che l'amore di Dio fosse pronto ad abbracciare ogni credente in Cristo, sia che obbedisse alla Legge di Mosè o che non la obbedisse, questa era una verità che a quei tempi non avrebbe potuto accedere alla mia mente. E dopo ciò, quando Dio illuminò misericordiosamente la mia anima con la vista del suo Figlio, affinché potessi diventare l'araldo gioioso della sua grazia per i Gentili, a nessun uomo mortale, né a Damasco né altrove, chiesi ulteriore luce; né mi recai nemmeno a Gerusalemme per cercare istruzione dagli antichi apostoli di Cristo: partii subito in una direzione che mi portava dove ero ancora lontano o, forse, "che mi portava sempre più lontano" da Gerusalemme, in Arabia: e chi dovrebbe insegnarmi questa dottrina in Arabia? E poi, immediatamente, sono venuto direttamente a Damasco, essendo Damasco la mia prima sfera di lavoro stabilita".

Lo scopo del viaggio di San Paolo in Arabia. La parafrasi data sopra nell'Esposizione spiega perché l'apostolo menziona il suo andare in Arabia. È perché, in quel frangente, ha lasciato Damasco per non andare da nessun'altra parte, e perché questo era un paese in cui non c'era nessuno che gli insegnasse il Vangelo. Spiega, dico, perché San Paolo menziona il viaggio in Arabia; il viaggio in sé non lo spiega. Ma sottile è un punto che ora richiede considerazione

1. Secondo gli antichi commentatori si supponeva generalmente che l'apostolo si affrettò in Arabia per cominciare subito a "predicare il Figlio di Dio tra i Gentili", in conformità con il proposito divino di chiamarlo ad essere un apostolo, dichiarato nel Versetto 16. A questo punto di vista ci sono tre obiezioni

1 Se questo fosse stato il suo scopo nell'intraprendere quel viaggio, ci si sarebbe aspettato che l'apostolo avesse aggiunto all'affermazione "Sono andato in Arabia", qualche accenno a tale opera di evangelizzazione, ad esempio "predicare il Signore Gesù", o simili. Una tale aggiunta avrebbe dato la meglio di sé a favore della sua argomentazione, in quanto dimostrava, con il suo procedere subito a predicare il vangelo che aveva ricevuto da Dio, che egli si era considerato già allora dotato della conoscenza richiesta

2 L'apostolo non ebbe motivo di affrettarsi in Arabia per trovare dei Gentili da evangelizzare. Damasco stessa era una città gentile, in cui gli ebrei, pur formandovi un insediamento così numeroso da avere più di una sinagoga, Atti 9:2 erano, comunque, solo abitanti forestieri

3 Sembra dubbio se fosse volontà divina che San Paolo esercitasse il suo ministero tra i Gentili immediatamente e in prima istanza. Nelle narrazioni della sua opera ministeriale, specialmente nelle sue prime fasi, sia come raccontate da San Luca che come tratteggiate da San Paolo stesso, vedi Atti 9:20-22; 26:20 l'apostolo si rivolge in prima istanza agli ebrei e a quei gentili che si sono trovati ad aderire al culto ebraico, e solo successivamente si volge agli incirconcisi

2. Un punto di vista diverso ha trovato accettazione tra gli espositori più recenti, vale a dire, che egli se ne andò in Arabia con l'intenzione di ritirarsi da tutta la società umana; allo stesso modo si staccò dai suoi vecchi compagni Farisei fra gli Ebrei non credenti, e si staccò anche da quegli Ebrei cristiani che erano stati costretti ad ammetterlo come "fratello"; Atti 9:17 affinché, con la devozione ininterrotta alla preghiera, con la meditazione e lo studio delle Sacre Scritture non influenzati da alcuna influenza umana estranea, e, soprattutto, esponendosi alle comunicazioni soprannaturali del Signore Gesù e all'operazione informatrice dello Spirito Santo sulla sua anima, egli potesse guadagnare la sua strada verso una più perfetta unità con i fatti, i principi e i progetti di vita, fino ad allora così strani per lui, che erano stati appena presentati alla sua anima. Verrà subito in mente al lettore quanto una tale caratteristica nella storia di San Paolo possa apparire analoga a quelle sei settimane di ritiro del Signore Gesù stesso che intercorsero tra il suo battesimo e il suo ingresso nel suo ministero pubblico, a cui si è fatto riferimento sopra. Se, nel caso dell'Innocente e del Santo, un tale periodo di devoto isolamento era ritenuto opportuno, quanto più era necessario, e anche al di sopra di ogni altra cosa, nel caso di uno di natura debole e peccaminosa, e con abitudini di pensiero e di sentimento fino a quel momento così estranee all'opera a cui era ora chiamato! L'affermazione dell'apostolo sarebbe stata senza dubbio più chiaramente indicativa di questa visione se avesse scritto: "Me ne andai nei deserti dell'Arabia". Ma se la parafrasi sopra offerta interpreta correttamente il suo tenore di pensiero, non rientrava affatto nel suo scopo attuale che egli indicasse lo scopo del suo viaggio; era sufficiente che specificasse il luogo come quello che lo allontanava da tutti coloro che avrebbero potuto supporre i suoi possibili istruttori nel Vangelo. Inoltre, questo punto di vista fornisce la spiegazione più soddisfacente di tutte quelle che sono state offerte, dell'omissione di questo particolare nella storia di San Luca. Non si deve supporre che un tale ritiro dal mondo sia stato prolungato a lungo. La meravigliosa vivacità e la rapida versatilità che caratterizzavano sia l'intelletto che i sentimenti dell'apostolo lo resero capace, sotto la grazia divina, di una trasformazione spirituale molto più rapida di quanto sarebbe stata possibile per la maggior parte degli uomini. Un periodo di diciamo quaranta giorni, come quello durante il quale Mosè, Elia e il Signore Gesù furono separati dall'associazione umana, al fine di essere messi in comunicazione più stretta con il mondo spirituale, potrebbe forse essere stato sufficiente anche in questo caso. E poiché la parola "immediatamente" mostra che la partenza per l'Arabia fu la prima linea di condotta adottata dall'apostolo dopo la sua illuminazione, è molto probabile supporre che abbia avuto luogo immediatamente dopo il suo battesimo, menzionato in Atti 9:19. Al ritorno a Damasco, naturalmente si sarebbe subito attaccato, nel modo di cui parla san Luca nel versetto appena citato, alla società dei "discepoli" tra i Giudei, e si sarebbe recato senza indugio nelle sinagoghe per "annunciare Gesù, che è il Figlio di Dio" At 9, 20 Essendo tali le condizioni del caso, è del tutto supponibile che San Luca, sebbene forse a conoscenza di questo viaggio in Arabia, non abbia sentito che c'era motivo di riferirsi ad esso; non solo perché occupava un così breve spazio di tempo, ma anche perché non faceva parte di quella vita pubblica di san Paolo che era di propria competenza dello storico. Non era probabile che non l'avesse mai conosciuta, visto che era stata dichiarata in questa Epistola

Versetti 17-24.-

Prove del suo corso completamente indipendente dopo la conversione

L'apostolo adduce tre o quattro fatti separati per dimostrare la sua indipendenza dagli apostoli e dall'influenza giudaica

IL SUO PRIMO VIAGGIO DOPO LA SUA CONVERSIONE NON FU A GERUSALEMME. "E non salii a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di me". Era molto necessario per lui mostrare di non aver ricevuto istruzioni dagli apostoli all'inizio del suo ministero, poiché i giudei dicevano ai Galati: "Voi siete i discepoli degli apostoli; così è Paolo; perciò non ha alcuna superiorità su di noi". Ma non andò a Gerusalemme per ripercorrere la sua esperienza o per ricevere da loro istruzione o autorità. Quando se ne andò, non fu per ordine degli apostoli, ma interamente di sua spontanea volontà, riferendosi a loro si mise rigorosamente al loro fianco, non concedendo loro alcuna superiorità se non su questo unico punto di priorità della chiamata: essi erano "apostoli prima di me".

IL SUO PRIMO ATTO DOPO LA CONVERSIONE FU IL SUO RITIRO IN ARABIA. "Ma sono andato in Arabia".

1. Questo fatto dimostrava che egli si era subito posto completamente al di fuori della portata dell'influenza umana. Era una prova della sua affermazione che non conferiva con la carne e il sangue

2. Il suo ritiro in Arabia, cioè nella penisola sinaitica, fu evidentemente allo scopo di una comunione solitaria con Dio. Ci sarebbe stato un desiderio naturale, dopo una scena tale da spezzare la sua vita in due parti ampiamente divise, di stare per un po' di tempo solo con Dio, per poter ricevere nel suo cuore la guarigione di quelle ferite che la mano della misericordia divina gli aveva inflitto, così come per imparare per rivelazione le glorie del vangelo che gli era stato affidato per la promulgazione tra i Gentili

3. Questa misteriosa pausa all'inizio della sua carriera è durata molto tempo. Non è possibile dire se si trattò di tre anni, perché il testo afferma semplicemente che furono tre anni dalla data della sua conversione fino alla sua prima visita a Gerusalemme, e sappiamo che dopo la sua conversione rimase alcuni giorni hJmerav tinav con i discepoli a Damasco, e tornò di nuovo dall'Arabia a Damasco. Eppure è probabile che egli sia stato per la maggior parte dei tre anni in Arabia, come una sorta di sostituto, possiamo supporre, dei tre anni di formazione personale degli altri apostoli sotto Cristo. Questo periodo di pensiero solitario e di meditazione fu tanto prolifico di potenti risultati quanto l'anno di solitudine di Lutero nella Wartburg, o come l'imprigionamento di Huss nel castello sul Reno

LA SUA PRIMA APPARIZIONE NELLA VITA PUBBLICA DOPO LA CLAUSURA ARABA NON FU A GERUSALEMME, MA A DAMASCO. "Sono andato in Arabia e sono tornato di nuovo a Damasco". Era naturale che la sua carriera di apostolo iniziasse sulla scena della sua graziosa chiamata, e da nessun'altra parte. Quell'antica città, con la sua storia ininterrotta di quattromila anni, situata sulla grande via di comunicazione tra l'Asia orientale e quella occidentale, fu un buon punto di partenza per la carriera di colui che avrebbe abbracciato sia l'Oriente che l'Occidente nell'ampiezza delle sue fatiche apostoliche

IV LA SUA PRIMA VISITA A GERUSALEMME DOPO LA SUA CONVERSIONE. "Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per vedere Pietro, e rimasi con lui quindici giorni". Per tre anni, almeno, il suo corso fu perfettamente indipendente; Ma il suo soggiorno fu così breve che ci furono poche opportunità per lui di ricevere istruzioni dagli apostoli. Non vide i dodici apostoli, ma solo Pietro e Giacomo, il fratello del Signore. Gli altri apostoli erano probabilmente assenti in quel momento. Naturalmente cercò la conoscenza di Pietro, perché era il più anziano e il più illustre degli apostoli, uno, infatti, delle "colonne"; Galati 2:9 ma il linguaggio di Paolo non implica che egli andò a consultarlo o a ricevere istruzioni o autorità riguardo al suo lavoro, ma piuttosto, possiamo supporre, che i due apostoli potessero giungere a un'intesa riguardo alle future sfere del loro lavoro apostolico. Pietro poté influenzarlo solo leggermente in materia di libertà dei Gentili, poiché non era molto chiaro o deciso sull'argomento. Infatti, in quel momento Pietro non era affatto molto chiaro riguardo a un incarico ai Gentili. Il colloquio dell'apostolo con Giacomo, che si supponeva rappresentasse una tendenza fortemente giudaica, non poteva essere supposto che lo inclinasse a favore della libertà dei Gentili. Il soggiorno di quindici giorni a Gerusalemme fu abbastanza lungo da permettere a Pietro di conoscere Paolo e di accertare il vero carattere del suo vangelo. Ma la visita fu bruscamente interrotta da un complotto contro la vita dell'apostolo Atti 9:29 e da una visione dal cielo Atti 22:17-21

V IL SUO SUCCESSIVO MOVIMENTO LO PORTÒ LONTANO DA GERUSALEMME. "In seguito sono venuto nelle regioni della Siria e della Cilicia". Questo dimostra come egli lasciò completamente la Palestina e passò oltre la portata dell'influenza giudea. C'erano Chiese in queste regioni Ciliee e siriane in un periodo successivo; probabilmente fondata dall'apostolo proprio in questo Atti 15:23,41

VI ERA PERSONALMENTE SCONOSCIUTO ALLE CHIESE GIUDAICHE E CONOSCIUTO SOLO PER FAMA COME PERSECUTORE CONVERTITO. "Ed era sconosciuto di persona alle Chiese della Giudea che erano in Cristo. Ma avevano udito soltanto: Colui che ci perseguitava nei tempi passati predica ora la fede che un tempo distruggeva. Ed essi hanno glorificato Dio in me".

1. Era un estraneo alle Chiese giudaiche; infatti, viaggiando da Damasco a Gerusalemme, dopo la sua clausura araba, non visitò nessuna delle Chiese lungo la strada, ma andò direttamente nella metropoli. Allora fu così improvvisamente allontanato dalla città in fretta che non ebbe il tempo di farsi conoscere dalle Chiese giudaiche, mentre, in ogni caso, può aver pensato che, come apostolo predestinato delle genti, la sua via non passava attraverso le Chiese dei Giudei. Doveva essere diventato ben noto a loro se si fosse trovato in relazioni molto intime con gli apostoli

2. Eppure non era uno straniero per carattere e reputazione; perché le Chiese giudaiche avevano già sentito parlare della sua conversione con gioia

1 La conversione di Saul il persecutore fu un evento ampiamente noto. "Continuavano a sentire". L'amore cristiano rendeva impossibile che fossero indifferenti a tutto ciò che riguardava un uomo così straordinario

2 È dovere dei cristiani, non solo ricevere un persecutore convertito, ma glorificare Dio "in lui";

a perché i suoi talenti non erano più pervertiti al male;

b perché ora erano impiegati per edificare la fede che un tempo cercava di estinguere nel sangue;

c perché nient'altro che la grazia di Dio poteva cambiare la carriera di uno che era preminentemente un bestemmiatore, un persecutore e un ingiurioso

3 La conversione di Paolo: quale evento per il mondo, per la Chiesa, per la teologia!

4 La gioia grata delle Chiese giudaiche per una tale conversione era un rimprovero ai giudaici che miravano a distruggere la sua influenza e minare la sua autorità

VII SEGNA LA SOLENNE ASSEVERAZIONE DELL'APOSTOLO RIGUARDO A QUESTI FATTI. "Ma quanto a ciò che vi scrivo, ecco, davanti a Dio io non mento".

1. La necessità di una dichiarazione così forte mostra quanto fossero prive di scrupoli le calunnie dei suoi nemici giudaisti. Poiché non ci può essere alcun testimone della maggior parte dei fatti qui sopra citati, egli può solo appellarsi direttamente a Dio

2. Il passaggio mostra che giurare non è proibito in Matteo 5:34, Giacomo 5:12

3. Poiché nella vita ci sono esigenze che giustificano un appello diretto a Dio, è bene che siamo in grado di chiamare Dio a testimoniare con verità sulla nostra condotta. - T.C

18 Poi, dopo tre anni epeita metaa eth. L'obiettivo dell'apostolo è quello di illustrare la fonte indipendente della sua dottrina come non derivata dagli uomini. Lo fa qui indicando quanto tempo è trascorso da quando ne è stato informato per la prima volta prima che arrivasse a conoscere Pietro. Con ciò egli dà ai suoi lettori la sensazione di quanto fosse fortemente sicura fin dall'inizio la sua convinzione della sufficienza e della verità certa di quelle concezioni del "vangelo" che gli erano state divinamente comunicate. L'ovvia deduzione da questa visione dell'attuale scopo dello scrittore è che, nel suo calcolo del tempo, il terminus a quo in questo versetto è l'era in cui "Dio rivelò suo Figlio in lui", che in effetti era quella della sua conversione. Ci sono due modi di calcolare il tempo impiegati nel Nuovo Testamento: quello inclusivo e quello non inclusivo. Secondo il primo, proprio come "dopo tre giorni" in Matteo 27:63 e in Marco 8:31, significa infatti "il giorno dopo uno solo", così nel caso presente, "dopo tre anni" può denotare un intervallo non maggiore di "nell'anno successivo dopo solo uno". Confronta il "per lo spazio di tre anni" trieti di Atti 20:31, preso in relazione con "per lo spazio di due anni" di Atti 19:10. D'altra parte, secondo il modo non inclusivo esemplificato nel "dopo sei giorni" di Matteo 17:1; Marco 9:2 in paragone con i "circa otto giorni" di Luca 9:28 l'intervallo indicato può essere stato non inferiore a tre anni interi. Poiché è nell'interesse dell'argomento dell'apostolo segnare l'intervallo al suo massimo, il lettore sarà probabilmente dell'opinione che, se San Paolo avesse avuto nella sua mente uno spazio di tempo che in realtà non era inferiore a tre anni, avrebbe usato una forma di espressione che lo indicava più chiaramente: e non uno che potrebbe essere facilmente preso come privo di significato; e quindi che la frase "dopo tre anni" significhi in realtà non più di "nell'anno dopo il prossimo, non prima". Sono salito a Gerusalemme ajnhlqon eijv JIerosoluma. L'apostolo scrive "salì" con il sentimento istintivo di un ebreo che Gerusalemme fosse la capitale e il centro della sua nazione e della sua religione; un sentimento che sarebbe stato tanto più forte nella consapevolezza di essere ancora la capitale e il centro anche della cristianità stessa. Vedere Peter iJstorhsai Khsan Receptus, PetronD; per familiarizzare con Cefa. Poiché il verbo greco qui usato - che non si trova da nessun'altra parte nel Nuovo Testamento, e non si trova affatto nella Settanta - è stato spesso frainteso, sembra desiderabile dare un resoconto un po' completo del modo in cui è impiegato in altri scrittori. Il verbo iJstorein, derivato, attraverso istwr o istwr, conoscere, imparato, dalla radice congetturale eidw, nel greco antico significa più comunemente "chiedere a qualcuno su una persona o una cosa", ed è costruito come ejperwtan e altri verbi di interrogazione. Così, Eurip., 'Phaen,' 621, JWv ti m iJstoreiv tode; "Fammi questa domanda; " Soph., 'OEd. Tyr.,' 1156, On ou=tov iJstorei, "Di chi quest'uomo sta indagando." Cantici in Erode., 2:19. Ma a volte, ancora nel greco antico, significa semplicemente "conoscere" o "conoscere personalmente", senza alcuna nozione associata di porre domande; come ad esempio &Ae;sch., 'Pers.,' 454, Kakwv tollon iJstorwn, "Mal informato del futuro"; 'Eum.,' 455, Patera d iJstoreiv kalwv, "Padre mio tu lo conosci bene". Nel greco successivo denota frequentemente la conoscenza personale di un oggetto, sia esso una persona o una cosa. Anche in questo caso, come nel suo uso appena esemplificato da Eschilo, la nozione di porre domande è del tutto assente. Così, Giuseppe Flavio, 'Boll. Giuda:,' 6:1,8, jAnhr on ejgwrhsa tolemon, "Quando ebbi personalmente a sapere"; 'Ant.,' 8:2, 5, JIstorhsa gar tina jEleazaron, "Ho visto di persona Eleazar, che liberava gli indemoniati", ecc.; 'Ant.,' 1:11, 4, JIstorhka d aujthn, "Io stesso sono stato e l'ho visto cioè la colonna di sale; " Plutarco, 'Thes.,' 30, Thran ijstorhsai, "Vedi, ispeziona il paese"; "Pomp.", 40, JIstorhsai thlin, "Vedere, o ispezionare la città". Il risultato di questa prova è che, con ogni probabilità, l'apostolo intende dire che salì a Gerusalemme per conoscere Cefa. Che nel caso presente il verbo non intendesse affatto suggerire la nozione di interrogare, né direttamente né implicitamente, sebbene senza dubbio nella forma più antica della lingua significhi spesso interrogare, appare da due considerazioni:

1 Le parole: "Andai a interrogare Cefa", senza l'aggiunta di alcuna indicazione, specifica o generale, delle questioni su cui indagare, presenterebbero una frase molto cruda e imperfetta;

2 sembrerebbe stranamente incongruo che l'apostolo, proprio quando si preoccupa di dare un punto alla sua affermazione di aver ricevuto il suo vangelo non dagli uomini, ma pienamente e completamente da Dio, dica ai suoi lettori che due o tre anni dopo la sua conversione è salito a Gerusalemme per fare domande a Cefa. Né l'uso generale del verbo ci garantirebbe di comprendere San Paolo per dire che il suo scopo nel fare questo viaggio era quello di "vedere Cefa" in quel senso in cui a volte impieghiamo il verbo italiano, per denotare una visita amichevole; né ci giustificherebbe interpretarlo nel senso di "mettermi su un piano di conoscenza e amicizia con lui". Non è stato addotto alcun caso in cui la parola abbia uno di questi due giri di significato. Il suo significato nel presente caso sembra essere questo: San Paolo ascoltava continuamente da ogni parte una varietà di affermazioni riguardo a Cefa, il capo degli apostoli, alla dottrina di Cefa, al modo di comportarsi di Cefa sia personale che ministeriale, affermazioni che, possiamo esserne certi, non sempre concordavano tra loro. Egli conosceva la grande importanza della posizione di Cefa nella Chiesa, non solo in riferimento alla parte ebraica di essa con la quale quell'apostolo era il più immediatamente associato, ma anche in riferimento ai credenti Gentili, essendo stato egli il primo di tutti gli apostoli divinamente incaricati di aprire la porta ai Gentili. Per la prudente modellazione, quindi, del suo corso nella prosecuzione del suo ministero di apostolo, era di profonda importanza per San Paolo che egli avesse una comprensione più esatta della personalità di Cefa, e dei principi di condotta di Cefa nei rapporti sia con gli Ebrei che con i Gentili, di quanto potesse ottenere dal semplice sentito dire. Decise quindi, sicuramente sotto la guida divina, di riparare a Gerusalemme, di conoscere se stesso con l'osservazione personale e il rapporto sessuale del vero carattere di questo leader più dotato e più influente della cristianità ebraica. Tanto, e per quanto io possa percepire nient'altro di questo, l'uso del verbo nel greco del tempo ci autorizza a trovare nell'uso che ne fa San Paolo nel presente passo. E questa visione di esso è confermato dalla sua singolare adeguatezza, quando così intesa, al nesso in cui si trova. Nessun termine avrebbe potuto implicare in modo più significativo il sentimento che lo scrittore nutriva dell'indipendenza della propria posizione di messaggero di Cristo nel mondo. L'io stesso di Cefa, egli suggerisce, era l'oggetto che egli cercava in quel viaggio di conoscere. Cioè, non c'è il minimo accenno nella frase impiegata di aver sentito la propria conoscenza del vangelo imperfetta, e che desiderava conferire con Pietro allo scopo di integrare le sue opinioni. Mentre, tuttavia, per l'apostolo si può supporre che il motivo principale per intraprendere quel viaggio fosse quello ora affermato, siamo ancora liberi di supporre che ci fossero altri incentivi accessori. Se San Paolo sentiva che era urgentemente necessario per lui, nel perseguimento della sua grande missione, conoscere bene Cefa, non poteva non aver sentito che era importante per il successo della grande causa che Cefa fosse in grado di apprezzare con i rapporti personali più certamente e distintamente di quanto fosse altrimenti possibile che tipo di uomo fosse ora Saulo stesso, e avrebbe dovuto cominciare a riconoscere i doni e la chiamata che il loro comune Signore gli aveva conferito. Inoltre, è impossibile non credere che Saul avrebbe accolto con gioia l'opportunità che questa visita gli avrebbe offerto di ottenere, dalle labbra di colui che era un testimone oculare e un ministro molto importante nella questione discussa, resoconti più precisi e più affidabili di quelli che è probabile che avesse finora ricevuto, di molti particolari relativi al soggiorno di Cristo sulla terra. E che storia aveva da raccontargli Cefa! Con quale rapimento di attenzione ascoltava Saulo bevendo dalle sue labbra le meraviglie di quella vita e morte divine, che aveva avuto il privilegio di osservare così attentamente! E, d'altra parte, quale gioia sulla terra aveva l'apostolo anziano più grande di quella di riversare in un seno veramente comprensivo quei preziosi tesori di reminiscenza. Le sue due Epistole, scritte molto tempo dopo, mostrano chiaramente la profonda, dolce compiacenza con cui la sua mente era solita soffermarsi su di esse. Se, nell'immortale "Fedone" di Platone, un discepolo del martire Socrate, invitato da un condiscepolo, che per caso non si trovava ad Atene in quel momento, a raccontargli i particolari della morte del suo maestro, obbedisse con prontezza, "perché per lui nulla è mai stato così dolce come ricordarsi di Socrate, sia che lo dicesse di lui stesso, sia che lo sentisse fare da un altro" 2. 3:5. ' Bekk', quanto più non potrebbe provare Cefa nel trasmettere al suo attento ascoltatore quelle foglie dell'albero della vita che sono per la guarigione delle nazioni! Né possiamo dubitare che Cefa gli avrebbe raccontato i particolari del modo in cui il Signore trattava il suo spirito individuale: il suo primo colloquio con la sua parola allora misteriosa: "Ti chiamerai Cefa!", l'invito: "Seguimi"; il ripristino della salute della madre della moglie colpita dalla febbre; la miracolosa pesca dei pesci, con il grido: "Allontanati da me, perché sono un peccatore", e la graziosa risposta: "Non temere; d'ora in poi prenderai gli uomini; " il camminare sul mare, con il suo "Signore, salvami!", la confessione della sua fede, "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente", con il ritrarsi che segue di fronte alla croce predetta, e il meritato rimprovero: "Vattene via da me, Satana!", la vista beatificante della Trasfigurazione; il fiducioso "Quand'anche tutti ti rinnegassero, io non ti rinnegherò mai", così presto rimproverato dal triplice rinnegamento, e dallo sguardo d'amore di rimprovero del Signore; l'apparizione di Cristo risorto a lui individualmente il giorno di Pasqua; la scena mattutina ai margini del mare di Tiberiade, con la sua triplice confessione d'amore e la sua triplice carica; la scena finale sul Monte Oliveto; il suo discorso meravigliosamente benedetto nel giorno di Pentecoste; la sua grande opera di nuovo con Cornelio, così piena di in-retest per l'apostolo dei Gentili appena costituito che ora la ascolta. La storia, raccontata, possiamo esserne certi, con le labbra tremanti, con gli occhi lucidi, con i lineamenti accesi da un'estasi di santa gioia celeste, dispiegava una meravigliosa testimonianza dell'amore, della saggezza e della potenza del Maestro redentore nel trattare con quell'anima umana; l'opera di un Salvatore, tale da poter anche per certi aspetti eguagliare quella che Saulo stesso dovette registrare. E questo reciproco scambio di esperienze spirituali senza dubbio si rivelerebbe l'una all'altra, così che non avrebbero mai potuto essere rivelate altrimenti. Saul era venuto là allo scopo di conoscere la personalità di Cefa; se ne andò conoscendo qualcosa delle debolezze del suo temperamento, oltre che capace di amare e ammirare la sua lealtà d'animo e la sua schiettezza d'azione, il suo zelo, il calore, l'impetuosità persino dei suoi affetti, tutta la sua tenera devozione al suo Signore. È interessante a questo proposito notare che quando, scrivendo ai Corinzi, San Paolo cita prove storiche della risurrezione di Cristo, le cinque apparizioni del Cristo risorto da lui specificate che erano antecedenti a quella a lui concessa, sono quelle di cui probabilmente gli è stato detto in occasione di questa visita, quando, come egli afferma, vide, insieme a Cefa, anche Giacomo, fratello del Signore. Di queste cinque apparizioni, quella di "Giacomo", il fratello del Signore, con ogni probabilità non è affatto menzionata nei Vangeli; quello a San Pietro solo nel senso della più superficiale allusione dell'evangelista paolino San Luca. Sembrerebbe che così presto sia stata impressa nella mente di San Paolo una forma di racconto storico disponibile per l'uso consueto da allora in poi. Egli ottenne allora di essere rassicurato della verità certa mediante la testimonianza personale resa a se stesso da Pietro e da Giacomo. E rimasero con lui quindici giorni kaimeina prov aujtorav dekapente; e rimasi con lui quindici giorni. L'uso della preposizione qui resa "con" è illustrato 1Corinzi 16:6,7; Matteo 13:56; Giovanni 1:1; 1Tessalonicesi 3:4; 2Tessalonicesi 2:5. Poiché nel mezzo di una città popolosa la propinquità e probabilmente l'associazione espressa dalla preposizione si riferisce all'unico Cefa individuale, la frase "Rimasi con lui" è con la massima probabilità presa per indicare un soggiorno nella casa di San Pietro. Altrimenti, perché San Paolo non ha scritto: "Mi sono fermato a Gerusalemme"? E questa circostanza l'apostolo, come dovrebbe sembrare, indica, con un riferimento latente al suo significato. Il fatto è stato significativo in vari modi. Testimoniava nel modo più aperto ed enfatico una meravigliosa trasformazione nei reciproci sentimenti con cui i due uomini si consideravano l'un l'altro. Solo poco tempo fa, solo due o tre anni più o meno, Saulo era visto da San Pietro con ripugnanza e terrore, come l'acerrimo e influente persecutore di quel gregge di Cristo che il Signore aveva così acutamente affidato specialmente alla sua tendenza affettuosa. Anche personalmente per suo conto Pietro "deve averlo temuto, forse anche essersi nascosto da lui, quando si è fatto strada nelle case cristiane" Dr. Farrar, 'Life of St. Paul,' vol. 1. p. 231. Solo di recente i membri dispersi della Chiesa avevano cessato di temere nuovi attacchi della persecuzione che Saulo aveva così ansiosamente portato avanti, e avevano ricominciato a riunirsi apertamente a Gerusalemme. Eppure ora c'erano qui da vedere, da una parte Cefa, che accoglieva Saul in casa sua con indulgenza e affetto; e dall'altro, il fariseo tardivo, sprezzante e ostile, che si sottomette ad essere obbligato a Cefa per ospitalità! a Cefa per il riconoscimento pubblico come fratello in Cristo! Che sia stato con un vivo ricordo di quella neonata fratellanza reciproca che l'apostolo scrisse questo breve resoconto della sua visita a Cefa, arido e incolore come sembra a prima vista, non possiamo dubitare quando guardiamo indietro al quadro altamente colorito della sua precedente animosità contro la Chiesa di Dio e del suo intenso fariseismo, e osservate anche che subito dopo egli mette direttamente in vista i sentimenti di stupore e di adorante gratitudine verso Dio con cui le Chiese della Giudea guardavano il cambiamento che era avvenuto in lui. La sua mente è troppo concentrata sugli affari urgenti del momento per permettersi, in uno stato d'animo commovente, di indugiare su semplici reminiscenze del passato; Coglie tuttavia, con uno sguardo per quanto rapido, il ricordo di quei giorni; Com'era strana, e insieme commovente, la sua cattiva posizione era allora sentita male! Non dobbiamo tuttavia supporre che San Paolo abbia dedicato tutte queste degne di nota quindici, o forse anche principalmente, ai rapporti fraterni con Cefa e Giacomo e con gli altri fratelli in Cristo appena trovati che risiedono nella capitale. Dalla storia degli Atti apprendiamo che, dopo che il dubbio, che in un primo momento era stato avvertito in modo non innaturale anche dai capi della comunità cristiana, riguardo alla realtà della sua conversione alla fede, era stato superato dall'interposizione del generoso Barnaba, il suo ardente zelo lo spinse senza indugio a dare pubblica prova della sua consacrazione alla causa di Cristo. A quella causa doveva che, nel luogo in cui aveva così gravemente e pubblicamente peccato contro di essa, avrebbe cercato di fare tutto il possibile per rimediare, se solo avesse potuto, il male che l'ultima volta che era stato a Gerusalemme era riuscito a compiere. A tal fine si rivolse proprio a quella parte della popolazione tra la quale in quei giorni di peccato si era manifestata in modo così evidente la sua ostilità. Cercò gli ebrei ellenisti, che allora era stato così attivo nel perseguitare nel loro assalto al santo Stefano, sforzandosi ora con l'esortazione e l'argomento di convincerli a credere. L'impresa, tuttavia, fu infruttuosa. Il male che aveva fatto in passato non gli era stato dato in questo campo per ripararlo. Cristo stesso, apparso in visione, lo avvertì di desistere. Supplicò ardentemente che gli fosse permesso di perorare per lui; ma il suo padrone gli ordinò perentoriamente di lasciare la città. "Vattene presto, non riceveranno da te alcuna testimonianza riguardo a me" Atti 22:18 Il desiderio era naturale e a suo onore, ma non per questo i suoi passi erano stati diretti a Gerusalemme. Dovrebbe lavorare per Cristo a lungo altrove, e non inefficacemente; ma qui gli fu proibito di rimanere. Il campione ansioso e per se stesso intrepido obbedisce, frenando il suo spirito risoluto all'osservanza delle disposizioni che i fratelli di Gerusalemme avevano preso per il suo trasferimento sicuro a Cesarea, da dove salpò per Tarso Atti 9

19 Ma non vidi altri apostoli, eccetto Giacomo, fratello del Signore eteron delwn oujk eidon eij mhkwbon ton ajdelfoou; ma nessuno oltre agli apostoli vidi, a meno che non fosse Giacomo, il fratello del Signore. Le parole "se non lo fosse" sono qui proposte come una traduzione di eij mh, come segno di un certo grado di esitazione da parte dell'apostolo riguardo alla perfetta giustezza dell'eccezione che egli fa. La ragione di ciò apparirà se consideriamo che "Giacomo, il fratello del Signore", non era realmente uno degli apostoli; ma nondimeno, a causa della posizione che occupava nella Chiesa di Gerusalemme, e per varie circostanze che lo riguardavano, era generalmente stimato così vicino ai venerati dodici, che San Paolo si sentì obbligato, in relazione alla sua presente affermazione, a fare questo riferimento a lui, quando affermò così solennemente che Cefa era l'unico apostolo che vide allora. Per una trattazione più completa della personalità di "Giacomo il fratello del Signore", si rimanda il lettore alla nota aggiuntiva alla fine di questo capitolo. Come avvenne che San Pietro fu l'unico dei dodici che San Paolo vide allora, non ci sono motivi certi per determinarlo. L'accenno in Atti 8:1 che, nella persecuzione che seguì al martirio di Stefano, gli apostoli rimasero ancora a Gerusalemme quando quelli della Chiesa erano tutti sparsi in tutte le regioni della Giudea e della Samaria, si riferisce a un periodo di due o tre anni prima. Lo stato delle cose era senza dubbio ora molto diverso; la Chiesa si era riunita; ma gli apostoli possono essere stati per la maggior parte assenti nel paese, impegnati nelle loro fatiche apostoliche, come lo stesso San Pietro è subito dopo descritto come Atti 9:31,32 L'ipotesi che questa sia stata la causa sembra più probabile dell'opinione che suppone che abbiano continuato a diffidare, ora che i due grandi capi, Cefa e Giacomo, erano stati persuasi a riconoscere francamente e pubblicamente il nuovo convertito. Si è pensato che un confronto di queste parole di San Paolo con l'affermazione di San Luca in Atti 9:15,16, secondo cui Barnaba lo prese e lo portò dagli "apostoli", e che egli "era con loro" entrando e uscendo da Gerusalemme. Che non fosse con loro a lungo era un fatto non sconosciuto a San Luca, come possiamo dedurre da ciò che leggiamo Atti 22:18. Non vi è, quindi, alcuna discrepanza al riguardo tra le due dichiarazioni. Ma non c'è discrepanza tra la menzione di San Luca degli "apostoli" che allora ammetteva Paolo in società con loro nell'opera pubblica, e quella di San Paolo che affermava così enfaticamente che era solo Cefa degli apostoli che vedeva? Dobbiamo riconoscere che c'è lo stesso tipo e la stessa quantità di discrepanza che si ha, ad esempio, tra San Matteo che dice che coloro che sono stati crocifissi con Gesù lo insultavano, e San Luca che specifica che uno lo ha fatto, ma che l'altro lo ha rimproverato. In tutti questi casi, l'affermazione più vaga e generale deve essere accettata in tutta onestà, ma con la modifica fornita da quella che è la più particolare e definita. A chi scrive sembra che ci sia un modo di spiegare in modo del tutto naturale la forma in cui San Luca enuncia le circostanze. È come compagni. San Paolo era stato due anni di prigione a Roma quando San Luca compilò gli Atti; cioè, San Luca scrisse il libro verso il 63 o 64 d.C., ventidue o ventitré anni dopo che San Paolo fece questa sua prima visita a Gerusalemme. Barnaba appare nella storia come discepolo Atti 4., fin. alcuni anni apparentemente prima ancora della conversione di Saulo. Considerando, quindi, il trascorrere del tempo, sembrerebbe una supposizione per nulla improbabile che, quando furono scritti gli Atti, egli non fosse più in vita. E il tono con cui si parla di lui nel libro, il cui autore, come sappiamo, era in stretta associazione con San Paolo, e senza dubbio entrambi hanno tratto dall'ispirazione dell'apostolo molti dei particolari che egli racconta e riflettevano i suoi sentimenti, è generalmente così gentile e rispettoso da accordarsi bene con la supposizione della morte di Barnaba, e anche della sua recente scomparsa. Il riferimento pensieroso e toccante al suo personaggio in 11:24, introdotto nella narrazione in un modo così insolito com'è, lo indica. Lo storico indica accuratamente che Barnaba era il padrino del nuovo convertito presso i fratelli dapprima diffidenti a Gerusalemme; e che fu lui che andò a prendere Saulo dal suo lontano ritiro a Tarso per cooperare con lui ad Antiochia; anche che lo legò a sé nel viaggio elemosinario a Gerusalemme, e di nuovo sotto la direzione divina nel loro grande viaggio evangelistico in Asia Minore, in entrambe le spedizioni Barnaba appare all'inizio come la figura principale delle due; dopo di che viene il luttuoso sconvolgimento registrato alla fine del quindicesimo capitolo, l'ultimo riferimento a Barnaba negli Atti. Che, tuttavia, questa interruzione del loro attaccamento fraterno non durò a lungo, è dimostrato dal modo rispettoso e comprensivo con cui San Paolo, scrivendo ai Corinzi 9, sei o sette anni dopo, parla dell'unità di sentimenti che esisteva tra Barnaba e lui stesso nel lavorare per il Vangelo a loro spese. Da quando San Paolo inviò quella lettera ai Corinzi e questa ai Galati, erano trascorsi circa cinque anni quando San Luca scrisse il Libro degli Atti. Tutte queste considerazioni, prese insieme, concordano perfettamente con l'idea che Luca avesse sentito il suo padrone, forse ripetutamente, fare un accenno pensieroso ai suoi vecchi rapporti con Barnaba, ora andati a riposare. «Quando gli apostoli a Gerusalemme - diceva - mi guardavano con freddezza e diffidenza, fu lui che mi prese per mano, il lettore noterà il pathos dell'espressione: Ejpilabomenov Aujton Hgage e mi condusse alla loro presenza, e raccontò loro ciò che il Signore aveva fatto di me!" Che cosa c'è di più naturale del fatto che Luca avesse udito Paolo parlare così, mentre la cara e venerata figura di Barnaba si profilava nel lontano passato davanti alla vista dell'apostolo come l'oggetto principale della reminiscenza, mentre le figure circostanti nella scena si realizzavano più indefinitamente! Ma quando, anni prima, l'apostolo, essendo ancora in vita, l'apostolo aveva scritto ai Galati e, con solenne attenzione come se parlasse agli occhi di Dio, si fosse messo agonisticamente a esporre i fatti nella loro esattezza, naturalmente ne sarebbe risultata una precisione che in quelle tenere reminiscenze pronunciate al suo compagno di cuore non doveva essere cercata

"Giacomo, fratello del Signore". Questo versetto è stato oggetto di molte discussioni. Molti hanno pensato che l'apostolo avesse usato l'espressione per far intendere che il Giacomo di cui si parla qui fosse egli stesso uno del corpo apostolico originale a cui apparteneva Cefa. E da ciò è stato ulteriormente dedotto che il passaggio favorisce l'idea che "Giacomo il fratello del Signore" fosse identico a "Giacomo figlio di Alfeo" - la parola "fratello" è interpretata nel senso di "parente prossimo", e presa nella facilità attuale per descrivere uno che si ritiene sia stato in realtà un cugino di primo grado. Ma ci sono così tante serie difficoltà e presupposti precari legati a questa teoria, che gli studiosi di storia sacra hanno recentemente mostrato una riluttanza ad acconsentire all'identificazione di cui sopra. Essi sono colpiti dall'osservare che, per quanto è stato dimostrato, l'idea che "Giacomo il fratello del Signore" fosse in realtà solo suo cugino non è mai stata sentita nella Chiesa fino a quando non è stata affrontata da Girolamo molto vicino alla fine del quarto secolo 392 d.C.; e inoltre, che nel Nuovo Testamento il termine "fratelli", quando usato per descrivere la relazione familiare, è sempre usato nel suo senso abituale e ovvio di persone che erano considerate figli dello stesso padre o della stessa madre. Quando si fa menzione del fatto che Giacomo il figlio di Zebedeo era il fratello di Giovanni, o che Andrea era il fratello di Simon Pietro, il lettore non si ferma mai a considerare se non potessero essere cugini, ma subito presume che fossero fratelli nell'accezione ordinaria del termine. In riferimento alla facilità che ora ci sta davanti, alcuni nei tempi antichi, come per esempio Elvidio - contro il quale Girolamo scrisse il controverso trattato in cui si trova per la prima volta la teoria della parentela - e alcuni anche abbastanza recentemente, hanno supposto che "i fratelli del Signore" fossero stati più tardi figli di sua madre Maria, nata dalla sua unione con Giuseppe. Ma, a parte ogni ripugnanza che è stata provata per questa visione che ha la sua origine in sentimenti di pia riverenza, per non parlare del fanatismo mariolatro, c'è un'altra ipotesi che sembra adattarsi molto meglio a tutte le circostanze, vale a dire, quella che considera i "fratelli del nostro Signore" come figli del suo padre adottivo Giuseppe, che tutti consideravano come suo padre: figli nati da Giuseppe in un precedente matrimonio. È stato dimostrato che questo punto di vista è stato, con solo dubbie eccezioni, quello generalmente accettato nella Chiesa primitiva per più di tre secoli vedi il vescovo Lightfoot, "Galati", Dissertation, "The Brethren of the Lord". Questo non è certo il luogo per discutere a lungo i dettagli della controversia critica. Non posso tuttavia fare a meno di richiamare l'attenzione su un aspetto della questione che, per quanto ne so, non è stato sufficientemente considerato. Ai fini del presente Commentario, esso raccomanda di non coinvolgere sottigliezze di interpretazione discutibile, ma di fare subito appello agli istinti comuni del sentimento umano. Abbiamo l'esplicita testimonianza di San Giovanni 7:5 che, fino a pochi mesi dalla morte di nostro Signore, "i suoi fratelli non credettero in lui". Nella storia degli Atti, infatti, subito dopo l'Ascensione, li troviamo associati a quella cerchia più ristretta di credenti che, con gli undici, attendevano devotamente "la Promessa del Padre". Ma alla vigilia della festa dei Tabernacoli dell'autunno precedente, essi non si erano ancora professati discepoli di Gesù. Questa affermazione di San Giovanni è fatta di loro come un corpo. Non viene dato alcun accenno ad alcuna eccezione, né da S. Giovanni né dai Sinottici Matteo 12:46; Marco 3:2,31; Luca 8:19 Ingegnose combinazioni di varie premesse estremamente discutibili interpolerebbero volentieri nell'affermazione dell'evangelista almeno un'eccezione, ma nessuna si presenta sulla faccia della storia. Lì i fratelli del Signore stanno davanti a noi, uniti nel tenere in disparte, e persino inclini a trattare le sue pretese con derisione Giovanni 7:3,4,8 ; comp. Marco 3:21 Quale di queste due ipotesi che stiamo ora confrontando l'una con l'altra, circa la natura della loro fratellanza con il nostro Signore, è quella che meglio concorda con questo fatto indiscutibile? Consideriamo prima quello che suppone che i suoi fratelli e le sue sorelle abbiano formato un ramo più antico della famiglia di Giuseppe nato da un precedente matrimonio. Dovevano essere almeno sei viventi al tempo del ministero di nostro Signore, Marco 6:3 e potrebbero essere stati più di sei allora; e potrebbero, ancora, esserci stati anche altri che sono poi deceduti. È quindi probabile che alcuni di loro, per esempio James, il maggiore dei fratelli, fossero adolescenti o addirittura abbastanza cresciuti al tempo del secondo matrimonio del padre. Giudicando l'esperienza ordinaria delle famiglie umane, quello che sembrerebbe essere stato l'atteggiamento dei sentimenti che animava tutto questo gruppo di fratelli e sorelle, e in particolare che animava Giacomo, che naturalmente avrebbe preso il posto del loro rappresentante e campione domestico, e che negli Atti e nella sua stessa Epistola viene mostrato come una persona di singolare gravità, temperamento taciturno e magistrale, sia verso la loro matrigna, probabilmente giovane, dal momento del suo matrimonio con il padre, sia verso il Signore Gesù stesso durante il periodo della sua giovinezza, della sua giovinezza e della prima età adulta? Non si può probabilmente presumere che fosse incline ad essere almeno antipatico, riservato? Sappiamo dal "Non temere" del messaggio divino riportato in Matteo 1:20, che le circostanze che accompagnarono l'incarnazione del nostro adorabile Signore si rivelarono quasi una pietra d'inciampo anche per il giusto, pio e diretto dal Cielo Giuseppe. È concepibile che, in una città così piccola come Nazaret, in quei mesi non si sia fatto fuoco troppo sul pettegolezzo del giudizio errato su un tema, il cui vero carattere non poteva assolutamente essere compreso, e che tuttavia era così sicuro di attirare l'attenzione, angosciatamente occupata, sia per la santa Vergine stessa che per il suo fidanzato? E nessuno di quei sussurri maligni sarebbe percolato agli orecchi dei membri più anziani della famiglia di Giuseppe, depositando nella loro mente semi quasi inestirpabili di pregiudizio contro la loro matrigna e contro la sua progenie? La vergogna e il dolore investirono la morte del nostro Redentore dal mondo; la vergogna e il dolore offuscarono anche il suo ingresso in esso; per la necessità dell'agio, tutti, vecchi o giovani, che dopo la carne furono portati in stretto legame con lui, furono anche portati nel fuoco della tentazione, da cui solo una grazia speciale poteva salvarli indenni. Atti in ogni caso, il nuovo fratello che la già numerosa famiglia di Giuseppe fu chiamata ad accettare deve essere stato, a loro avviso, non un loro fratello; Sua madre non era la loro madre. Si trattava di un rampollo super-innestato, per metà estraneo al ceppo originale a cui apparteneva. Nell'esperienza domestica ordinaria non è forse di solito di per sé una fonte di gelosia e di estraniamento? Possiamo ben credere che, con il passare del tempo, la bellezza del carattere della matrigna avrebbe sicuramente conquistato la loro stima e la loro fiducia. E che lo abbia fatto davvero sembra preannunciato da ciò che leggiamo nella storia evangelica circa trent'anni dopo l'unione del loro padre con Maria, quando egli stesso, per un po' di tempo apparentemente, aveva lasciato questa vita; la madre e i fratelli di Gesù, sebbene non ancora legati insieme dalla reciproca fede in lui, sono tuttavia visti agire all'unisono, come se fossero influenzati dal loro reciproco sentimento di legame familiare vedi Giovanni 2:12; Marco 3:31 È tuttavia discutibile se l'immacolata purezza e l'eccelsa eccellenza morale che caratterizzavano il Figlio della loro matrigna avrebbero attirato in egual misura i loro cuori a lui. Anticamente, Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, era isolato dai suoi fratellastri maggiori per le stesse virtù che lo esaltavano. Lo odiavano, anche se in parte per certe altre cause di offesa, ma senza dubbio soprattutto per questo, perché sentivano che per qualità morale non era dei loro. Ma il contrasto che esisteva tra l'essere morale del Signore Gesù e i suoi fratellastri adottivi deve essere stato incomparabilmente più grande di quello che faceva di Giuseppe il "kern separato suo fratello". Era del tutto "santo e innocuo", e quindi del tutto "separato dai peccatori". È vero, la sua natura umana e la sua vita umana hanno toccato la loro in mille modi; ma nondimeno dovevano essere consapevoli che, per temperamento morale e spirituale, egli non era uno di loro. Questa consapevolezza non deve essere stata una fonte di fastidio interiore? - di un fastidio tanto più irritante perché, naturalmente, sarebbero stati così completamente incapaci di capire come mai si fosse verificata una tale differenza? Non sarebbero anche loro raramente "mossi d'invidia" contro questo nuovo Giuseppe? Nelle doti intellettuali, e specialmente nella facoltà di giudizio morale e di intuizione spirituale, il giovane Gesù era, nel giudizio di tutti gli intorno, e senza dubbio per la coscienza dei suoi fratelli, incomparabilmente superiore. Avrebbero potuto accettare facilmente e pazientemente tale superiorità nel caso di uno così giovane di loro, che in realtà era nel migliore dei casi solo metà del loro fratello? Le sue opinioni e concezioni della verità religiosa quando aveva dodici anni erano tali da stupire i dottori della Legge a Gerusalemme; non possiamo quindi non essere sicuri che, anche in quei primi anni della sua vita, i suoi pensieri e i suoi ragionamenti erano soliti muoversi tra le rivelazioni intensamente amate della Parola di Dio con una libertà del tutto estranea alle loro abitudini mentali; né incatenati dal legalismo giudaico, né rispettosi della spaccatura del capello rabbinico, né disposti a rispettare le tradizioni e i dettami degli anziani. A Giacomo e a Giuda, la cui fisionomia mentale naturale, sebbene nel suo aspetto ora rinnovato cristianizzato, ci appare evidente nelle loro Epistole, la tensione del pensiero e dell'espressione religiosa che possiamo riverentemente credere essere stata familiare con il giovane Redentore, deve essere sembrata ugualmente ripugnante e incomprensibile nei giorni della loro religiosità ancora carnale e acerba. Ammette, tuttavia, che non potessero né apprezzare né comprendere, eppure, essendo molto più avanti negli anni, potrebbero essersi ritenuti autorizzati, in virtù della loro parentela domestica, a censurare e rimproverare. E supponendo che si fossero impegnati con argomenti a contraddire le sue parole che li offendevano più particolarmente, come sarebbe stato possibile per loro resistere di fronte a Colui che negli anni successivi fu visto nell'arena suprema della nazione, confutare e mettere a tacere, e rimproverare severamente, i più potenti ragionatori della stessa Gerusalemme? Non aveva forse occasione in quei giorni giovanili di impiegare contro di loro simili strumenti di correzione sia intellettuale che morale? E poiché non si sarebbero sottomessi a essere ammaestrati da lui, non si sarebbero necessariamente risentiti per la loro sconfitta? In tali condizioni, non è del tutto facile immaginare che, quando giunse l'ora in cui Gesù doveva manifestarsi a Israele, Giacomo e i suoi fratelli furono del tutto impreparati ad unirsi a lui come discepoli; che sarebbero stati molto più pronti a stare in disparte da lui come almeno un entusiasta, anzi, a poco a poco a dichiarare apertamente, come in effetti fecero, che doveva essere uscito di senno? Questo si raccomanda alla nostra accettazione come un'ipotesi perfettamente autocoerente. Rivolgiamo ora la nostra attenzione all'altra interpretazione della relazione, cioè che i fratelli del Signore erano suoi fratelli uterini. Un momento di riflessione mostra quanto sarebbero state diverse le condizioni. Supponendo che fossero i suoi fratelli minori, figli di sua madre, allora possiamo considerare che, fin dai loro primi anni, erano stati addestrati, e sarebbero stati naturalmente disposti, a considerarlo con la profonda deferenza che in una famiglia ebrea era istintivamente accordata al primogenito. Dobbiamo ragionevolmente credere che questo naturale sentimento di deferenza sia stato intensificato dalla loro consapevolezza delle sue straordinarie doti mentali, sia intellettuali che morali, così come dalla stima che gli veniva concessa da tutti intorno; mentre questo sentimento sarebbe stato addolcito nel suo tono dal loro senso della correttezza e dell'affetto con cui li aveva sempre trattati, anche quando, come fratello maggiore, e specialmente dopo la morte del padre, poteva aver avuto occasione di controllarli o rimproverarli. L'alta stima con cui i loro vicini e la loro madre comune lo consideravano, in questo caso, non sarebbe stata occasione di offesa o di gelosia; essendo egli in parentela uno di loro, il loro rappresentante, il rispetto mostratogli sarebbe stato piuttosto motivo di orgoglio: chi avrebbero sentito avrebbe dovuto essere tanto amato e onorato quanto il loro caro Jeshua? Con tali abitudini di volontaria e affettuosa deferenza, non ci si poteva ragionevolmente aspettare che, quando si fosse presentato come Maestro religioso dei suoi connazionali, i suoi fratelli sarebbero stati trovati tra i suoi seguaci più cordiali? In quel senso inferiore in cui siamo soliti usare l'espressione in riferimento l'uno all'altro, essi avevano sempre creduto in lui; Lo conoscevano e quindi lo amavano troppo per non farlo: non sarebbe sembrato strano se questo costante atteggiamento della loro mente verso di lui non li avesse ora almeno aiutati a progredire verso quella fede più alta che l'evangelista denota con il termine? Ma essi, tutti quanti, non credettero in lui! "La probabilità morale, cioè la probabilità fondata sulla considerazione dell'effetto naturale delle circostanze circostanti sul carattere e sull'azione umana, offre un argomento a favore della prima ipotesi che, a chi scrive, appare di grandissimo peso, e di fatto decisiva. Giacomo deve essere stato un figlio del padre adottivo di nostro Signore. Ma se la persona qui citata con il nome di Giacomo era il fratello di nostro Signore nel senso ora dato, non poteva essere uno dei dodici. Come possiamo dunque spiegare il fatto che egli sia menzionato in questo passo in un modo che certamente, prima facie, favorisce la supposizione che egli fosse un apostolo? Si è cercato una soluzione in base al fatto che, in vari punti del Nuovo Testamento, la designazione di "apostolo" è applicata ad altri oltre a coloro che erano apostoli nel senso più alto. C'erano in verità apostoli in senso secondario; in quel senso di delegati ecclesiastici che il lettore troverà discusso nella dissertazione sul tema degli "Apostoli", nell'Introduzione. Ma questo non ci aiuterà qui. Per

1 Non si può dimostrare che Giacomo, il fratello del Signore, sia stato un apostolo in questo senso secondario

2 D'altra parte, Barnaba era tale ed è così designato vedi p. 31., segg.. E Barnaba era a Gerusalemme solo al tempo qui menzionato da San Paolo, ma fu proprio la persona che presentò Saulo agli "apostoli" come un vero convertito Atti 9:27 La seguente sembra al presente scrittore una spiegazione più soddisfacente: - Dal tempo dell'Ascensione, i "fratelli del Signore" sostennero: nella stima generale dei credenti, una posizione peculiare a loro stessi. Lo testimonia il modo in cui, in Atti 1,14, san Luca si riferisce ad essi. Dopo aver enumerato gli undici apostoli in base ai loro nomi, egli si collega a loro, formando con loro una cerchia interiore di discepoli, "donne" - mogli, possiamo supporre, o parenti stretti degli apostoli, forse anche qualche altra zelante donna associata al corpo sacro - "e Maria madre di Gesù, e i suoi fratelli". Più avanti nella storia, nel racconto dato nel quindicesimo capitolo della conferenza degli "apostoli e degli anziani", il modo in cui Giacomo, il maggiore di quei fratelli, viene presentato al lettore quando assume l'iniziativa di proporre la decisione finale, dà l'impressione, che è stata quasi universalmente accettata, che egli parlasse come parlerebbe un presidente che sentisse il suo compito di approvare autorevolmente il giudizio che Ha anticipato che l'incontro sarebbe stato adottato. Questa impressione si accorda perfettamente con la tradizione della storia della Chiesa - una tradizione che non c'è nulla nel Nuovo Testamento da sminuire, ma molto da confermare - che Giacomo fosse l'anziano o il vescovo presiedente della Chiesa di Gerusalemme. Che egli fosse stato chiamato per consenso generale ad occupare questa posizione era molto naturale. Si distinse per i venerabili legami familiari, essendo non solo attraverso suo padre un discendente della stirpe reale di Davide, ma anche il "fratello" maggiore del Signore Cristo. Era stato particolarmente onorato dal fatto che Cristo gli fosse apparso singolarmente dopo la sua risurrezione. Nel carattere personale è mostrato dalla sua Epistola, così come in altro modo, come un uomo singolarmente notevole per gravità, per abitudini di devozione, per intensa serietà risoluta, per la risolutezza dell'intelletto magistrale come quella di un profeta; mentre, infine, era adatto per la rigore dell'osservanza mosaistica ad essere eminentemente accettabile ai sentimenti israeliti dei membri di questa Chiesa particolare. Nel complesso, sembra perfettamente naturale che egli sia stato chiamato a presiedervi; di essere, almeno in effetti, "Vescovo di Gerusalemme", sia che questo particolare titolo di "vescovo", come in seguito attualmente inteso, gli fosse stato concesso durante la sua vita o meno. Atti tutti gli avvenimenti, era allora avvenuto, e probabilmente nel modo ora descritto era avvenuto, che "Giacomo e Cefa e Giovanni" essendo "colonne" di furono riconosciuti come cristianità. La conferenza appena menzionata ebbe luogo, è vero, circa undici anni dopo quella prima visita di San Paolo a Gerusalemme di cui egli sta qui parlando. Nel resoconto, tuttavia, dato nel dodicesimo capitolo degli Atti, di eventi accaduti sei o otto anni prima della conferenza le date precise di questi eventi sono assegnate in modo diverso da diversi cronologi, e solo tre o quattro anni, forse meno, dopo questa visita, abbiamo un'indicazione che Giacomo deteneva questa posizione di primo piano rappresentativo anche allora. Ci viene detto che San Pietro, la notte della sua miracolosa liberazione dal carcere, in vista di ritirarsi per un po' di tempo dal quartiere, ordinò ai credenti che trovava riuniti nella casa della madre di Giovanni Marco, di "annunciare queste notizie a Giacomo e ai fratelli". Questa presentazione del suo nome, insieme a ciò che leggiamo più avanti, ci dà un'idea di Giacomo, il fratello del Signore, come già allora una figura preminente nel dominio dei credenti di Gerusalemme - la figura più importante, a quanto pare, tra i cristiani dopo i dodici agosto. Stando così le cose in ordine di tempo, possiamo capire come San Paolo ritenesse che, sebbene il fatto di aver visto Giacomo non fosse esattamente la stessa cosa che vedere un altro apostolo, tuttavia ciò equivaleva a ciò in quanto attinente all'affermazione autobiografica che sta facendo ora, e che quindi era un fatto di cui si doveva tenere conto tanto quanto se fosse stato effettivamente un apostolo. Se egli avesse detto: "Oltre a Cefa non vidi nessuno degli apostoli", senza menzionare Giacomo, l'affermazione, sebbene in senso letterale e veritiero, avrebbe nondimeno trasmesso una falsa impressione e sarebbe stata come argomento illusorio. Perciò, come una sorta di ripensamento - poiché la frase senza l'aggiunta è grammaticalmente già completa - aggiunge le parole: "a meno che non fosse Giacomo il fratello del Signore". L'attenzione è stata richiamata sopra, nella nota sul Versetto 7, sull'uso occasionale di eij mh come "parzialmente esclusivo". È solo in questo modo che San Giacomo è qui implicitamente raggruppato con gli apostoli. Condivideva alcune qualità ad esse attribuite che erano così relative alla materia in questione che lo scrittore non poteva in questo riferimento passare inosservato. È in un modo in qualche modo simile che "i fratelli del Signore" sono raggruppati con gli apostoli in 1Corinzi 9:5. Un'osservazione in più sulle parole "il fratello del Signore". Si è comunemente supposto che siano stati aggiunti semplicemente allo scopo di rendere chiaro a quale particolare individuo tra i tanti che portano il nome di "James" si riferisca lo scrittore. Questa visione del loro comportamento sembra aperta alla discussione. C'era un solo uomo che la recita del nome "Giacomo" avrebbe naturalmente e naturalmente subito richiamato alla mente dei lettori gentili di San Paolo: la figura di spicco della Chiesa Israelita di Gerusalemme. Di conseguenza troviamo che quando altrove San Paolo ha occasione di riferirsi a lui, non sente il bisogno di aggiungere una descrizione definitoria, ma dà semplicemente il nome. Cantici Galati 2:9,12; 1Corinzi 15:7. Allo stesso modo, San Luca, quando si riferisce chiaramente alla stessa persona, non una sola volta negli Atti ritiene necessario spiegare di quale Giacomo stia parlando: vedi Atti 12:17; 15:13; 21:18 ; aggiunge un'ulteriore descrizione dell'individuo inteso, solo quando non è il fratello del Signore, come in Atti 12:2. Allo stesso modo anche Giuda, nella sua Epistola, quando sottolinea la propria personalità e con ciò il suo diritto all'attenzione, si designa come "Giuda fratello di Giacomo", dando per scontato che i suoi lettori avrebbero capito cosa intendesse Giacomo. Lo scopo di San Paolo nell'aggiungere le parole sembra piuttosto essere questo: egli vuole indicare perché questo Giacomo, non essendo un apostolo, ha ancora bisogno di essere qui portato avanti. Vista in questa luce, la clausola depone contro la supposizione che egli sia uno dei dodici piuttosto che a suo favore

20 Ora le cose che vi scrivo a defw uJmin; ora quanto alle cose che vi scrivo. La scioltezza in greco della connessione di questa proposizione con le parole che seguono è simile a quella che troviamo nella facilità della frase, tauta a qewreite, in Luca 21:6. Le cose particolari che si intendono sono quelle che si affermano in Versetti. 15-19 e fino alla fine del capitolo; punti di cui i Galati difficilmente sarebbero venuti a conoscenza se non sulla base della testimonianza dell'apostolo stesso. Cosa ha preceduto in Versetti. 13, 14 avevano già fatto conoscenza in precedenza, sulla testimonianza di altri "Voi avete udito", Versetto 13. Ecco, davanti a Dio, io non mento ijdou ejnwpion tou Qeou, oti ouj yeudomai; ecco, davanti a Dio, in verità non mento. L'uso qui di oti, che in "verily" è parafrasato piuttosto che tradotto, in questo così come in molti altri passaggi di solenne asseverazione 2Corinzi 1:18 11:10 ; forse, Romani 9:2 ha un forte sapore di ebraismo, essendo molto probabilmente identico al suo uso per yKi, l'ebraico "che", nella Septuaginta, ad es. in Isaia 49:18, Zw ejgw legei Kuriov oti pantev aujtousmon ejndush. Cantici nella citazione inesatta di San Paolo in Romani 14:11. Su questo uso della congiunzione ebraica, vedi Gesenius, 'Thes.', p. 678, B, 1, n, il quale osserva che in tali casi c'è un'evidente ellissi di alcuni verbi come "protesto", "giuro". L'apostolo era spesso indotto dalle contraddizioni di avversari che incidevano in modo vitale sul suo carattere ufficiale o personale, a ricorrere a forme della più solenne asseverazione. Oltre ai passaggi citati sopra, 2Corinzi 1:23 11:31; Romani 1:9; Filippesi 1:8; 1Tessalonicesi 2:5; 1Timoteo 2:7. Se, come osserva in effetti Alford, si fosse sparsa la voce tra i Galati che, dopo la sua conversione, egli aveva trascorso anni a Gerusalemme, ricevendo istruzione nella fede per mano degli apostoli, i fatti che egli ha ora esposto sarebbero sembrati ai suoi lettori in modo così sorprendentemente in contraddizione con l'impressione che avevano ricevuto. tale da richiedere una forte asseverazione confermativa". Nel caso presente", come osserva il professor Jowett, "è una questione di vita o di morte per l'apostolo dimostrare la sua indipendenza dai dodici". E la sua indipendenza da loro è fortemente dimostrata dal fatto che, per diversi anni della sua vita cristiana, durante tutti i quali predicava lo stesso vangelo che predicava ora, non aveva nemmeno visto nessuno di loro tranne Pietro e Giacomo, il fratello del Signore se Giacomo poteva essere considerato un apostolo e questi solo durante una breve visita di quindici giorni a Gerusalemme, circa tre anni dopo la sua conversione

21 In seguito sono venuto nelle regioni della Siria e della Cilicia epeita hlqon eijv tamata thv Suriav kaiav; poi sono venuto nelle regioni della Siria e della Cilicia. San Luca ci dice Atti 9:30 che "i fratelli lo condussero giù a Cesarea e lo mandarono a Tarso". Il verbo "abbattuto" indica di per sé che la Cesarea qui menzionata era Cesarea di Stratoni, il porto di Gerusalemme, e non Cesarea di Filippo verso Damasco vedi Vescovo Lightfoot su Galati 1:21 Quando, in seguito, Barnaba richiese l'aiuto di Saulo ad Antiochia, fu a Tarso che andò a cercarlo. È quindi probabile che, menzionando la "Siria" con la "Cilicia" come "regioni" Confrontate 2Corinzi 11:10 in cui, dopo questa partenza da Gerusalemme, era attivamente impegnato nell'opera di ministero, egli pensi alla parte settentrionale della Siria, come in "Cilicia" pensa alla parte orientale della Cilicia intorno a Tarso; la Siria settentrionale e la Cilicia orientale hanno una grande affinità geografica vedi Conybeare e Howson, vol. 1. pp. 26, 130. Sembra quindi che l'Epistola sia in perfetta armonia con gli Atti. Alle fatiche dell'apostolo durante questo periodo, che egli fece di Tarso il suo quartier generale, si deve molto probabilmente in non piccola misura la fondazione delle Chiese in Siria, e specialmente in Cilicia, a cui si fa riferimento in Atti 15:23,41

22 Versetti 22-24.- È alquanto difficile determinare, e quando si è determinati a rendere evidente nella traduzione, l'esatta flessione nell'intonazione per così dire di questi versi. Cantici, per quanto l'autore può vedere, è questo: il de in Versetto 22 è leggermente contrario alla frase precedente; come se fosse: "In quel tempo i popoli della Siria e della Cilicia mi videro molto, ma le Chiese della Giudea non mi videro affatto". Il de in Versetto 23 introduce un contrasto con il precedente "sconosciuto di facciata", come se fosse: "Mi hanno riconosciuto non di faccia, ma solo di cronaca". La traduzione che verrà ora data cercherà di rappresentare questa visione dell'intero passaggio

Ed era sconosciuto di fronte hmhn demenov tw proswpw; ma per tutto il tempo ero sconosciuto di faccia. Il dativo tw proswpw, "di faccia" o "di persona", segna vedi Winer, Gram. N. T., §31, 6, a la sfera a cui è ristretto un termine più ampio, come taiv fresin 1Corinzi 14:20 La sua aggiunta prepara il lettore per la successiva allusione che, sebbene sconosciuto per presentazione personale, non era sconosciuto per fama comp. pw 1Tessalonicesi 2:17, La forma allargata del verbo, hpmhn ajgnooumenov, invece di hjgnooumhn, suggerisce il lungo periodo continuo, rappresentato dalle parole "tutto il tempo" nella nostra traduzione, per il quale l'affermazione era valida; la quale osservazione si applica anche all'ajkouontev hsan di Versetto 23. La parola "ancora", introdotta nella Revised Version, significa, come mi permetto umilmente di pensare, un'idea non effettivamente espressa in greco. L'apostolo non afferma altro se non che le Chiese della Giudea non avevano allora l'opportunità di conoscerlo personalmente. Non c'è eti, che avevano, cioè perché questo è ciò che sembra intenzionale, nessuna opportunità di conoscerlo nel suo nuovo carattere di discepolo di Cristo. Che lo avessero conosciuto o meno nell'aspetto terribile di un persecutore implacabile, è una questione che per il momento è fuori dal campo visivo. Si può supporre che il periodo al quale l'apostolo intenda applicare questa sua osservazione sia tutto il tempo che intercorre tra la sua conversione e la fine di questo suo soggiorno in "Siria e Cilicia". Questo, come apprendiamo dagli Atti, terminò con Barnaba che lo andò a prendere perché si unisse a lui nel suo lavoro ad Antiochia. Dopo ciò divenne noto ai discepoli della Giudea. Alle Chiese della Giudea che erano in Cristo taiv ejkklhsiaiv thv jIoudaiav taiv ejn Cristw. Questa forma onorifica di designazione, "che erano in Cristo", respira un sentimento da parte dell'apostolo di rispetto reverenziale per quelle Chiese, come comunità già organizzate e vitalmente unite a Cristo, mentre egli era ancora solo all'inizio della sua vita cristiana comp. Romani 16:7, "Che erano anche in Cristo prima di me" Questa rispetto cerimoniosa è la più in atto, in quanto l'apostolo aveva ragione di sapere che la posizione dottrinale che egli stesso si era messo a difendere, in riferimento all'obbedienza alla Legge mosaica, era generalmente sgradevole ai credenti ebrei. È grato, tuttavia, ai suoi sentimenti ricordare, e ora quindi riconoscere pubblicamente, la gentilezza e la devota gratitudine che in quei primi giorni della sua carriera cristiana avevano dimostrato nei suoi confronti vedi nota su Versetto 24. Agisce nello stesso tempo, la sua completa indipendenza dall'intera comunità ebraica quando iniziò a predicare è chiaramente indicata. Non fu da nessuna Chiesa Giudea più che da Gerusalemme e dai suoi apostoli e anziani che egli derivò il vangelo che aveva allora e da allora in poi. Se prendiamo in considerazione l'affermazione della clausola "che erano in Cristo", come sopra proposto, non abbiamo bisogno dell'osservazione di Ecumenius, sostenuta da vari critici, tra cui Alford e persino dal vescovo Lightfoot, che è stata aggiunta per distinguere l'ejkklhsiai dei cristiani dalle sinagoghe degli ebrei non cristiani. In effetti, l'osservazione stessa si presta a gravi eccezioni. È vero che ejkklhsia al singolare è usato per l'intera comunità israelita antecedentemente alla dispensazione cristiana; ma non si trova mai né nel Nuovo Testamento né nella Settanta per denotare, come fa sunagwgh, un insieme organizzato di Israeliti in quanto tali, che dimorano in un particolare quartiere, nel modo in cui è applicato a un gruppo organizzato di cristiani in un quartiere; né il sostantivo è mai applicato agli Israeliti in quanto tali al plurale. Il termine ejkklhsiai sarebbe, naturalmente, inteso nel senso di Chiese cristiane e nient'altro

23 Ma avevano sentito solo monon deontev h+san; e solo di tanto in tanto si sentivano dire. Non lo videro di persona, ma ne sentirono solo parlare. L'imperfetto dilatato, ajkouontev hsan, applicato a tutto lo spazio di tempo qui riferito, suggerisce l'inserimento nella traduzione delle parole "di volta in volta". L'oti è inserito dopo l'idioma greco nell'introdurre le stesse parole pronunciate in oratio directa, come in Matteo 7:23; Marco 2:1 ; kwn Giovanni 1:40 4:1, ecc. Colui che ci ha perseguitato nei tempi passati oti o diw hJmav pote; colui che una volta ci perseguitava. Il diwkwn è nel participio procter-imperfetto, di cui abbiamo esempi in Tuflopw, Giovanni 9:25 ; Oi pote ontev Efesini 2:13 ; Toteron onta blasfhmon, 1Timoteo 1:13. Ora predica la fede che una volta egli distrusse nun eujaggelizetai thstin hn pote ejporqei; ora predica la fede che un tempo faceva scompiglio. L'uso del termine "fede" è lo stesso di Atti 6:7, "Furono obbedienti alla fede", che equivale a "ubbidire al vangelo" menzionato zomai Romani 10:16. L' oggetto del verbo eujaggeli è sempre qualcosa che viene annunciato, mai qualcosa che è richiesto Confronta ad esempio Luca 2:10; Atti 5:42; 10:36; Efesini 2:17 3:8 così che "fede" qui non può significare la fede che gli uomini devono rendere a Gesù, ma la dottrina che devono credere, cioè che Gesù è Cristo il Salvatore. Abbiamo qui i primi inizi di quel senso oggettivo in cui in seguito la parola divenne così comunemente usata nella Chiesa per denotare la dottrina cristiana vedi il saggio del vescovo Lightfoot "Galati", pp. 154-158. Nella seconda frase, "di cui un tempo faceva scompiglio", la "fede" è identificata con la Chiesa che la sosteneva cfr. Versetto 13. Possiamo accettare di cuore il commento di Eszio, citato da Meyer, "Quia Christi fidelibus fidem extorquere nitebatur", mentre continuiamo a pensare che sia intollerabilmente duro intendere la "fede", come fa Meyer, in senso soggettivo

24 E hanno glorificato Dio in me kaixazon ejn ejmoi ton; e glorificavano Dio in me; cioè, per ciò che riconobbero come opera di Dio in me e attraverso di me, nella mia conversione e nel mio efficace ministero del Vangelo agli altri. L'ejn denota la sfera in cui trovarono occasione per lodare Dio. Esempi di un uso in qualche modo simile della preposizione sono 1Corinzi 4:2, Ina ejn hJmin maqhte:9:15, Zhteitai ejn toiv oijkonomoiv: Versetto 6, Ina outw genhtai ejn ejmoi. La frase non è essenziale per la linea di pensiero di Versetti. 21-23. L'apostolo fu probabilmente spinto ad aggiungerlo dalla compiacenza che provava nell'interesse e nella simpatia che in quei giorni le Chiese ebraiche mostravano verso di lui, sentimenti che in seguito svanirono troppo in quelli del sospetto e dell'alienazione . Atti 21:21 Egli si rallegra di ricordare, e farà sapere agli ecclesiastici della Galazia: che un tempo i credenti della circoncisione erano orgogliosi di lui, ed erano convinti che predicava il vero vangelo di Cristo. E la sua predicazione era la stessa ora come lo era stata allora

Dio glorificato nell'uomo

La Chiesa dovrebbe accogliere calorosamente i nuovi convertiti. San Paolo dimostra in modo conclusivo di non aver ottenuto né la sua fede cristiana né il suo apostolato dalla Chiesa di Gerusalemme. Ma così facendo egli dà poco fondamento all'opinione di coloro che sostengono che egli fosse in diretto antagonismo con quella Chiesa. Al contrario, egli afferma chiaramente che i cristiani ebrei lo accolsero e lodarono Dio per la sua conversione. Questo è stato un atto di grande fiducia

1. Mostra un genuino spirito cristiano onorare senza riluttanza un'opera spirituale alla quale non abbiamo preso parte. C'è sempre la tentazione di disprezzare tale lavoro e di guardarne i frutti con sospetto

2. La bellezza della carità cristiana si manifesta anche nell'accoglienza calorosa di chi è stato nemico. Il persecutore predica ciò a cui si era opposto. Questo è sufficiente per la Chiesa di Gerusalemme. Se avessimo più fede in tali conversioni, le incoraggeremmo più prontamente

3. L'ampiezza di questa carità è ancora più evidente nella disponibilità ad accogliere come un fratello un uomo le cui opinioni e abitudini differiscono dalle nostre. Fin dall'inizio il cristianesimo di San Paolo deve aver avuto un colore diverso da quello di San Giacomo. Ma la fede comune in Cristo li univa

II LA GLORIA DELLE GRAZIE CRISTIANE È DOVUTA A DIO. Sono "grazie" e doni, non conquiste che un uomo acquisisce per se stesso. Il meraviglioso cambiamento dello zelante persecutore del cristianesimo nell'altrettanto zelante predicatore è interamente attribuito a Dio. Non è San Paolo che viene glorificato dalla Chiesa di Gerusalemme. Commettiamo l'errore di lodare indebitamente il carattere di un santo senza riconoscere sufficientemente la fonte della sua santità, o commettiamo l'errore altrettanto sciocco di onorare il predicatore per il frutto di un insegnamento che non sarebbe mai stato raccolto se non per la potenza divina di cui l'uomo era solo il conduttore

III LA GLORIA DI DIO NON È MAI MOSTRATA PIÙ RICCAMENTE CHE NELL'OPERA DELLA GRAZIA CRISTIANA. Brilla dal volto della natura, risplende nei cieli immensi, sorride sulla bellissima terra. Essa irrompe nel corso della storia in grandi indicazioni di provvidenziale giustizia e misericordia. Risplende di meravigliose verità rivelate agli occhi dei veggenti che le pronunciano in un'articolata profezia. Soprattutto, risplende nel modo più luminoso nella vita e nella persona di Cristo. Ma poiché Cristo è pieno di grazia e di verità, ogni cristiano ha una certa misura delle stesse benedizioni, e secondo la sua misura manifesta la gloria di esse. Dio può essere glorificato in un uomo. L'uomo spesso disonora Dio. Egli può anche rivelare la gloria di Dio. Proprio come lo splendore del sole non si vede nella sua bellezza finché non viene riflesso dalla terra, o dal mare, o dal cielo, la gloria di Dio deve essere mostrata su qualche oggetto. Risplendendo sul volto di un cristiano, si rivela. È bene riconoscerlo. La nostra religione è troppo egoista, e quindi troppo cupa. Spesso preghiamo quando dovremmo lodare. Cerchiamo incessantemente cose buone per noi stessi quando dovremmo perderci nella contemplazione della gloria di Dio. Non possiamo aggiungere a quella gloria; eppure possiamo e dobbiamo glorificare Dio dichiarando con gioia le opere della sua grazia. -W.F.A

Illustratore biblico:

Galati 1

1 

VERSIONE ITALIANA DEL COMMENTARIO L’ILLUSTRATORE BIBLICO

COMMENTO ALLA LETTERA AI GALATI

TESTO TRADOTTO E DISTRIBUITO GRATUITAMENTE DA

ANTONIO CONSORTE

MARZO 2025

L'ILLUSTRATORE BIBLICO

ANEDDOTI, SIMILITUDINI, EMBLEMI, ILLUSTRAZIONI, ESPOSITIVI, SCIENTIFICHE, GEOGRAFICHE, STORICHE E OMILETICHE, RACCOLTE DA UNA VASTA GAMMA DI LETTERATURA NAZIONALE E STRANIERA, SUI VERSETTI DELLA BIBBIA

INTRODUZIONE ALL'EPISTOLA AI GALATI

IL POPOLO DELLA GALAZIA. - UNA RAZZA ALIENA. Quando San Paolo portò il Vangelo in Galazia, fu gettato per la prima volta in mezzo a un popolo straniero che differiva molto per carattere e abitudini dalle nazioni circostanti. Una razza, che viveva nell'estremo ovest, era stata strappata dalla roccia madre da una grande convulsione sociale e, dopo aver vagato per vaste distese di paese, si era infine stabilita su un terreno sconosciuto nel cuore stesso dell'Asia Minore. (Vescovo Lightfoot.)

I Galati, in senso stretto, erano i resti di un corpo di Galli che, dopo essere stati respinti in un attacco a Delfi, nel 279 a.C., invasero l'Asia Minore. Prima portarono tutto davanti a loro, ma subirono una grave sconfitta da Attains

(I.) re di Pergamo, verso il 230 a.C., e furono quindi confinati nel distretto che in seguito prese il loro nome. Qui furono conquistati dai Romani sotto il console Manlio nel 189, ma fu permesso loro di mantenere i loro principi nativi fino alla morte di Aminta nel 25 a.C., quando la Galazia fu formalmente annessa a Roma. Poco prima della morte di Aminta, la Galazia era stata ampliata con estese concessioni di territori nel sud, e la maggior parte di questo territorio ampliato andò a formare la provincia romana. (Il professor Sanday.)

La loro nazionalità. - Si presume comunemente che i Galati fossero Celti. Alcuni, tuttavia, li hanno ritenuti tedeschi. Gli argomenti sono

(1) Storico. Tutti gli scrittori antichi parlano dei Galati come dei Celti; ma Girolamo, che conosceva bene sia la Gallia che la Galazia, dice che la loro lingua era simile a quella dei Treveri (i Treves moderni). Si sostiene che i Treveri fossero tedeschi. Sembra, tuttavia, che fossero originariamente Celti, ma germanizzati da un'invasione franca.

(2) Filologico. Anche qui la preponderanza di prove è a favore dell'origine celtica dei Galati. Delle tre tribù principali in cui era divisa la nazione, i Tectosages e i Tolistobogii avevano controparti in Gallia. I Trocmi sono incerti. Le terminazioni dei nomi galati sono celtiche.... Possiamo forse supporre che, sebbene la maggior parte del popolo fosse celtica, ci fossero alcuni tedeschi mescolati con loro. (Ibidem)

Finora l'attenzione è stata rivolta solo ai coloni barbari. Questi, tuttavia, non formavano in alcun modo l'intera popolazione del distretto. I Galati, che Manlio sottomise con le armi di Roma, e San Paolo con la spada dello Spirito, erano una razza molto mista. Il substrato della società consisteva negli abitanti originari del paese invaso, principalmente frigi, della cui lingua non si sa molto, ma il cui sistema religioso fortemente marcato ha un posto di rilievo nella storia antica. Lo strato superiore era composto dai conquistatori gallici: mentre sparsi irregolarmente nella massa sociale c'erano coloni greci, molti dei quali senza dubbio vi avevano seguito i successori di Alessandro ed erano già nel paese quando i Galli ne presero possesso. Al paese così popolato i Romani, ignorando l'antica popolazione frigia, diedero il nome di Gallogr&ae;cia. Atti al tempo in cui Manlio la invase, i Galli vittoriosi non si erano amalgamati con i loro sudditi frigi, e il console romano, all'inizio della sua campagna, fu accolto da una truppa di sacerdoti frigi di Cibele, i quali, vestiti con le vesti del loro ordine e cantando una selvaggia profezia, gli dichiararono che la dea approvava la guerra, e lo avrebbe reso padrone del paese. La grande opera della conquista romana fu la fusione della razza dominante con quella conquistata, il risultato principalmente, sembrerebbe, di quel processo naturale mediante il quale tutte le distinzioni minori sono livellate in presenza di una potenza superiore. Da questo momento in poi iniziò l'amalgama, e non passò molto tempo prima che i Galli adottassero anche la religione dei loro sudditi frigi. Ma prima che San Paolo visitasse il paese, a questa popolazione già eterogenea si erano aggiunti due nuovi elementi. L'istituzione della provincia deve aver attirato lì un numero considerevole di Romani, non molto diffusi con ogni probabilità, ma riuniti intorno ai centri di governo, sia che detenevano posizioni ufficiali, sia che si collegavano più o meno con coloro che le avevano. Un grande afflusso di ebrei deve aver invaso anche la Galazia. Antioco il Grande aveva insediato duemila famiglie ebree in Lidia e Frigia, e anche se supponiamo che questi insediamenti non si estendessero fino alla Galazia propriamente detta, i coloni ebrei devono essere traboccati nel corso del tempo in un paese vicino che possedeva così tante attrattive per loro. Quegli istinti commerciali, che avevano raggiunto una vasta fama nella stirpe fenicia, strettamente alleata, e che negli stessi ebrei avevano fatto rapidi progressi durante i giorni di gloria della loro vita nazionale sotto Salomone, avevano cominciato a svilupparsi di nuovo. L'energia innata della razza cercava questo nuovo sbocco, ora che le loro speranze nazionali erano state infrante e la loro esistenza politica era quasi estinta. Il paese della Galazia offriva grandi facilitazioni per le imprese commerciali. Con pianure fertili e ricche di prodotti agricoli, con estesi pascoli per le greggi, con un clima temperato e fiumi copiosi, abbondava di tutte quelle risorse da cui si crea un commercio. Era inoltre situata in una posizione comoda per le transazioni mercantili, essendo attraversata da una grande strada maestra tra l'Oriente e le rive dell'Egeo, lungo la quale passavano costantemente le carovane, e tra le sue città annoverava non poche che sono menzionate come grandi centri di commercio. Leggiamo soprattutto di un considerevole traffico di prodotti tessili, ma non ci viene detto espressamente se questi fossero di fabbricazione nazionale o estera. Eppure, con tutta questa mescolanza straniera, era il sangue celtico che dava il suo colore distinto al carattere galato, e li separava con una linea così larga anche dai loro vicini più prossimi. La dura vitalità del carattere celtico si mantenne in Asia relativamente intatta tra i Frigi e i Greci, come ha fatto nelle nostre isole tra i Sassoni, i Danesi e i Normanni, conservando la sua individualità di tipo dopo il trascorrere dei secoli e nelle condizioni più avverse. (Vescovo Lightfoot.)

Un esempio molto sorprendente della permanenza delle istituzioni celtiche è il mantenimento della loro lingua da parte di questi Galli dell'Asia Minore. Più di sei secoli dopo il loro insediamento originario in questa terra lontana, sulle rive del Sangarius e dell'Halys si poteva udire una lingua che, sebbene leggermente corrotta, era la stessa in tutto e per tutto quella parlata nel distretto bagnato dalla Mosella e dal Reno. San Girolamo, che aveva visitato egli stesso sia la Gallia d'Occidente che la Gallia dell'Asia Minore, illustra la relazione delle due forme di linguaggio con la connessione esistente tra la lingua dei Fenici e le loro colonie africane, o tra i diversi dialetti del latino. (Ibidem)

Le caratteristiche celtiche non ci sono sconosciute. Può essere sufficiente qui citare uno scrittore antico e uno recente su questo argomento, e poi notare fino a che punto le loro osservazioni trovano qualche illustrazione nell'Epistola ai Galati. Cesare, nel suo "Bellum Gallicum" (iv. 5), parla dell'"infirmitas" dei Galli, o della loro instabilità di propositi, aggiungendo che "sono molto mutevoli nei loro consigli e amano le novità", e quindi "pensava che nulla dovesse essere affidato a loro". Thierry, nella sua "Histoire des Gaulois", riassume così quelle caratteristiche della famiglia gallica, che a suo avviso la differenziano dagli altri settori della razza umana: "Un coraggio personale che non ha eguali nelle nazioni antiche; uno spirito franco, impetuoso, aperto a ogni impressione, eminentemente intelligente; ma, insieme a questo, un'estrema volubilità, nessuna costanza, una marcata ripugnanza per le idee di disciplina e ordine così forti nelle razze germaniche, molta ostentazione, in breve una perpetua disunione, frutto di un'eccessiva vanità. Troviamo tutte le caratteristiche di questa immagine riflesse in modo molto preciso in questa Epistola; nell'accoglienza entusiasta che diedero alla dottrina di San Paolo all'inizio; nel loro affetto entusiasta verso di lui personalmente; nella loro prontezza "così presto" ad assumere nuove impressioni, a liberarsi dal giogo apostolico e ad adottare "un altro vangelo"; nella loro prontezza a 'mordersi e divorarsi' l'un l'altro; negli avvertimenti dati da San Paolo contro la vanità e la presunzione. È anche possibile che nella forte menzione di "ubriachezza e gozzoviglie" (5:21), ci sia un riferimento implicito alla colpa dell'intemperanza, che gli scrittori greci e latini dicono essere stata prevalente tra gli antichi Galli. (Commento dell'oratore.) Sarebbe difficile astenersi completamente dal collegare il carattere dei Galati con lo stile e il soggetto dell'Epistola. Diverse circostanze suggeriscono tale connessione: in primo luogo, il tono dell'apostolo sembrava adattarsi a un popolo semibarbaro, che doveva essere intimidito e sopraffatto piuttosto che conciliato, ed era più propenso ad ascoltare se affermava che se, "diventando ogni cosa a tutti gli uomini", ritirava la sua pretesa. In secondo luogo, la volubilità della loro condotta verso di lui, che prima "lo ricevette come un angelo di Dio", e poi influenzò altri che erano suoi nemici, invece di lui. In terzo luogo, il modo preciso in cui la questione tra Giudei e Gentili è ridotta al singolo punto della circoncisione; e la positività con cui si insiste sul fatto che non dovrebbero essere circoncisi. C'erano due punti di vista che avrebbero potuto essere sostenuti, e due pratiche sembrano certamente essere state adottate dall'apostolo stesso. "La legge ebraica è indifferente, perciò sia osservata; la legge ebraica non è indifferente, perciò non sia osservata". Ma per un popolo rozzo e ignorante era impossibile che il segno esteriore dell'ebraismo potesse essere indifferente; il distintivo che portavano li sigillava per la legge e non per Cristo. Supporre che la circoncisione possa essere stata resa per loro il semplice simbolo della circoncisione del cuore, o che possa essere intesa come un semplice consiglio di opportunità per evitare di offendere gli ebrei, sarebbe irragionevole come supporre che gli abitanti delle isole dei Mari del Sud, se permesso da un missionario di conservare l'uso degli idoli, avrebbe ottenuto per mezzo di essi la conoscenza del vero Dio. (B. Jowett, M.A.)

La religione frigia, adottata dai Galli, era un culto dimostrativo della natura, sensuale e sorprendente. Il culto era orgiastico, con musiche e danze selvagge guidate dai Corybantes, non senza il solito accompagnamento di impurità e altre abominazioni, anche se poteva avere iniziazioni mistiche e insegnamenti segreti. Rea, o Cibele, la madre degli dei, era l'oggetto principale dell'adorazione, e derivava un cognome dai luoghi in cui era stabilito il suo servizio. La grande Madre appare sulle monete di tutte le città, e molte monete trovate tra le rovine del Vallo di Adriano hanno la sua effigie. Atti Pessinus la sua immagine sarebbe caduta dal cielo, e lì fu chiamata Agdistes. Sebbene la statua sia stata portata a Roma durante la guerra con Annibale, la città ha mantenuto una preminenza sacra. Strabone dice che i suoi sacerdoti erano una sorta di sovrani dotati di grandi rendite, e che i re Attalia costruirono per lei un magnifico tempio. Si suppone che i Galli fossero abituati a ordinanze religiose in qualche modo simili nel loro cosiddetto druidismo nazionale, ma il sistema druidico, a lungo ritenuto così particolarmente caratteristico delle razze celtiche, è stato grandemente esagerato nel suo carattere e nei suoi risultati. La ben nota descrizione di Cesare si basava su resoconti che egli armonizzò e compacciò; e il valore di questi resoconti può essere verificato da altri che seguono nello stesso libro sull'esistenza di un unicorno nella Foresta Ercinica, e su un altro animale trovato lì come una capra, che non aveva articolazioni del ginocchio, e che è stato catturato segando l'albero su cui si appoggiava mentre dormiva, poiché non poteva risorgere quando era stato gettato giù (Bell. Gall. vi. 12-18, 25). L'affermazione di Cesare, basata su semplici voci non vagliate, fu amplificata dagli scrittori successivi, alcuni dei quali la modificarono e la riformularono, mentre altri aggiunsero alcuni nuovi tocchi. Se i Druidi avevano l'alto e misterioso rango loro assegnato nell'immaginazione popolare, se dispensavano leggi, insegnavano ai giovani, offrivano sacrifici, possedevano la scienza esoterica e tenevano grandi convegni, come mai non appaiono mai nella storia reale, ma si vedono solo vagamente nelle pittoresche descrizioni di questi autori greci e romani, nessuno dei quali ha mai visto un Druido?... Se i Druidi avessero posseduto l'autorità rivendicata per loro, come mai li troveremo mai in carne e ossa di fronte ai primi missionari cristiani? La Chiesa primitiva non ne fa menzione, anche se ci fu una continua battaglia con il paganesimo dal II secolo fino all'età di Carlo Magno. È notevole che in nessun autore classico ricorra il termine Druido come sostantivo maschile e al singolare; e gli unici membri viventi della casta druidica che incontriamo sono le donne... Questi druidi appaiono in un carattere abbastanza allo stesso livello di quello di una spaewife scozzese. I Druidi erano probabilmente una casta sacerdotale di entrambi i sessi, che si occupava principalmente di divinazione. Svetonio dice che il druidismo, condannato da Augusto, fu soppresso da Claudio. Un'estirpazione così facilmente compiuta dimostra una grande debolezza di potere e di numero da parte dei Druidi. In realtà si sa così poco dell'insegnamento dei Druidi, che tutti i tentativi di formare un sistema poggiano su fondamenta molto precarie. Servivano in un culto idolatrico e insegnavano l'immortalità sotto forma di trasmigrazione, sebbene sembri che avessero anche un Flaith-innis o Isola dei Beati. Il loro sistema potrebbe trovare qualche parallelo nel culto frigio, ed essere assorbito in esso. Ma non c'è alcun fondamento per ciò che a volte si suppone, che il cosiddetto insegnamento druidico avrebbe potuto disporre i Galati a quella ricezione immediata della verità che è descritta in questa Epistola. Il sistema religioso frigio era un sistema di terrore, quello di Paolo era un sistema di fiducia e di amore; Oscuri, lugubri e sanguinosi erano stati i riti dei loro padri: la nuova economia era luce, gioia, speranza. Forse lo straniero solitario e senza amici, non aiutato da alcuna insegna esterna, nervoso e distrutto, eppure ultraterreno nel suo zelo, e trasportato fuori di sé in fiumi di tenerezza e scoppi di struggente eloquenza su argomenti che non avevano mai salutato le loro orecchie o entrato nella loro immaginazione, potrebbe suggerire uno degli antichi saggi che parlavano con l'autorità degli dei, e davanti alla cui profezia i loro padri tremavano e si inchinavano. Ma a parte tutte queste influenze ausiliarie, c'era la grazia di Dio che dava potenza alla parola in numerosi casi; Poiché, sebbene per molti, forse per la maggioranza, le prime impressioni fossero così presto cancellate, perché in loro non erano state forgiate convinzioni profonde e durature, tuttavia nel cuore di non pochi il Vangelo trionfò, e il frutto dello Spirito si manifestò nella loro vita. Il cristianesimo impiantato in Galazia tenne il suo posto, nonostante i numerosi affioramenti del carattere nazionale, e nonostante le crudeltà di Diocleziano, e le tangenti e le torture di Giuliano. (Giovanni Eadie, D.D.)

LE CHIESE GALATE. - L'AREA ABBRACCIATA. Il nome Galazia è usato in due sensi:1. Etnografico, per il distretto che si trova principalmente tra i Sangarius e Halys, e occupato dalla tribù dei Galat&ae; o Galli; 2. Politico, per la Provincia Romana, che comprendeva non solo la Galazia propriamente detta, ma anche la Piridia, l'Isauria e parti della Licaonia e della Frigia. Se il termine copre l'area più ampia, allora possediamo (in Atti 13:14-14:24 un resoconto completo e dettagliato della fondazione delle Chiese Galate; inoltre, il discepolo prediletto e il compagno più costante dell'apostolo, Timoteo, era in questo caso un Galato Atti 16:1, e attraverso di lui le comunicazioni di San Paolo con queste Chiese sarebbero state più o meno vicine alla fine della sua vita. Ma le obiezioni a questo punto di vista sono troppo serie per ammettere la sua adozione. Dobbiamo cercare le Chiese della Galazia entro limiti più ristretti. In assenza di ogni testimonianza diretta, possiamo congetturare che fosse ad Ancyra, ora capitale della provincia romana come un tempo dell'insediamento gallico; a Pessinus, una delle principali città commerciali del distretto; a Tavium, una forte fortezza e un grande emporio, situato nel punto di convergenza di diverse importanti strade; forse anche a Giuiopoli, l'antica Gordio, già capitale della Frigia, quasi equidistante dai tre mari, e dalla sua posizione centrale un trafficato mercato; in questi, o in alcuni di questi luoghi, che San Paolo fondò le prime "Chiese della Galazia". (Vari.)

Mettendo da parte la presunta - ma, a quanto pare - insostenibile identificazione delle Chiese Galate con quelle visitate durante il primo viaggio missionario, avremo allora due visite prima della data dell'Epistola, entrambe liquidate da San Luca in poche parole

(1.) Prima visita, 51 o 52 d.C. Partendo da Antiochia, con Sila, dopo il Concilio di Gerusalemme, San Paolo visitò per la prima volta le Chiese già fondate in Siria, Cilicia e Licaonia. Atti Listra raccolse Timoteo. Poi passò attraverso la "regione della Frigia e della Galazia", cioè l'ambiguo territorio ai confini di ciascuna di queste divisioni. Qui fu trattenuto da una malattia Galati 4:14 e colse l'occasione per predicare ai Galati. Fu accolto con entusiasmo da loro e la sua predicazione ebbe molto successo Galati 4:14, 15; 5:7. Questa visita non deve essere durata molto a lungo e, ristabilitasi completamente la salute, l'apostolo proseguì il suo viaggio, prima in Misia, poi a Troade, da dove un invito divino lo determinò a passare in Europa. Dopo un movimentato passaggio attraverso le città della Macedonia, trovò la strada per Atene e infine per Corinto, dove rimase diciotto mesi. Con il viaggio da Cencre a Cesarea, la visita a Gerusalemme e il ritorno ad Antiochia, si concluse il secondo viaggio missionario

(2.) Seconda visita, 54 d.C. Partendo di nuovo da Antiochia per il terzo viaggio missionario, sembra che sia partito dritto per la Galazia, non questa volta passando per la Licaonia. Ora "passò nel paese della Galazia e della Frigia per (καθεξῆς), confermando i discepoli" Atti 18:23. Sembra che egli abbia già trovato qualche motivo di disagio e abbia avuto occasione di dare un avvertimento Galati 1:9; 5:21. Questo parlare chiaro apparentemente offese Galati 4:16, e alla sua partenza per il suo lungo soggiorno di tre anni a Efeso, il partito giudaizzante in Galazia fece grandi progressi. A questo progresso, e ai cattivi racconti che giunsero all'apostolo, si dovette che a Efeso, o forse più probabilmente dopo aver lasciato Efeso e in viaggio per la Grecia, egli ritenne necessario scrivere loro questa Epistola. (Il professor Sanday.)

Sebbene tutto lo spirito del cristianesimo fosse così estraneo alle loro abitudini di pensiero, possiamo ben immaginare come il fervore dei modi dell'apostolo possa aver acceso il loro entusiasmo religioso. L'immagine stessa sotto la quale egli descrive la sua predicazione, ci porta vividamente davanti l'energia e la forza con cui ha trasmesso il suo messaggio. Egli mise un cartello su Cristo crocifisso davanti ai loro occhi, catturando lo sguardo del vagabondo spirituale e fissandolo su questa proclamazione del suo Sovrano. Se ci immaginiamo l'apostolo come apparve davanti ai Galati, un emarginato senza amici, che si contorceva sotto le torture di una dolorosa malattia, eppure istante in ogni occasione opportuna e non opportuna, di volta in volta denunciava e supplicava, appellandosi alle agonie di un Salvatore crocifisso, forse anche, come a Listra, facendo rispettare questo appello con qualche miracolo sorprendente, non ci mancherà di immaginare come il fervido temperamento del Gallio possa essere stato risvegliato, mentre ancora solo la superficie della sua coscienza spirituale era increspata. Per il momento, in effetti, tutto sembrava andare bene. Ma proprio l'entusiasmo con cui avevano abbracciato il Vangelo era di per sé un sintomo pericoloso. Un materiale così facilmente modellabile perde presto l'impressione che ha preso.... L'errore trovò ben presto in Galazia un terreno congeniale. La corruzione prese la direzione che ci si sarebbe aspettati dall'educazione religiosa del popolo. Un ritualismo appassionato e sorprendente che si esprimeva in mortificazioni corporali del tipo più terribile era stato soppiantato dal semplice insegnamento spirituale del vangelo. Per un certo tempo la pura moralità e le alte sanzioni della nuova fede non fecero appello invano ai loro istinti superiori, ma ben presto cominciarono a desiderare un credo che si adattasse meglio alle loro brame materiali e che fosse più alleato con il sistema che avevano abbandonato. Raggiunsero questo scopo sovrapponendo la semplicità del Vangelo con le osservanze giudaiche. Questa nuova fase della loro vita religiosa è attribuita dallo stesso San Paolo al temperamento che la loro antica educazione pagana aveva favorito. Era un ritorno agli "elementi deboli e miserabili" che avevano superato, una rinnovata sottomissione al giogo della schiavitù che avevano gettato via in Cristo. Erano fuggiti da un sistema rituale, solo per inchinarsi davanti a un altro. L'innato difetto di una razza eccessiva nella sua devozione alle osservanze esterne, si stava qui riaffermando. Per arginare questi errori, che già si diffondevano rapidamente, l'apostolo scrisse la sua Epistola ai Galati. (Vescovo Lightfoot.)

Quale effetto ebbe la rimostranza può essere solo congetturato, perché da questo momento in poi si può dire che la Chiesa Galata scomparve dalla storia apostolica. Se potessimo essere sicuri che la missione di Crescente, menzionata nell'ultima delle Epistole di San Paolo, si riferisca all'insediamento asiatico, ci sarebbe qualche motivo per supporre che l'apostolo abbia mantenuto rapporti amichevoli con i suoi convertiti galati fino alla fine della sua vita; ma è almeno altrettanto probabile che si intenda la madre patria dei Galli 2Timoteo 4:10. In assenza di ogni informazione, crederemmo volentieri che qui, come a Corinto, il rimprovero dell'apostolo ebbe successo, che la sua autorità fu restaurata, i trasgressori furono denunciati e l'intera Chiesa, sopraffatta dalla vergogna, tornò alla sua fedeltà. I casi, tuttavia, non sono paralleli. La severità del tono è in questo caso più sostenuta, gli appelli personali sono meno, le rimostranze più indignate e meno affettuose. Un raggio di speranza, in verità, sembra squarciare la nube oscura, ma non dobbiamo basarci troppo su una sola espressione di fiducia Galati 5:10, dettata forse da una carità generosa e politica che "crede ogni cosa". (Ibidem)

Non è inutile, come potrebbe sembrare a prima vista, seguire il corso della storia oltre l'orizzonte dell'età apostolica. Le notizie frammentarie della sua carriera successiva riflettono un po' di luce sul temperamento e l'indole della Chiesa Galata ai tempi di San Paolo. Agli scrittori cattolici di una data successiva, infatti, i fallimenti della sua infanzia sembravano essere così fedelmente riprodotti nella sua età matura, che investirono il rimprovero dell'apostolo di un'importanza profetica. L'Asia Minore era il vivaio dell'eresia, e di tutte le Chiese asiatiche non era in nessun luogo così diffusa come in Galazia. La capitale della Galazia fu la roccaforte della rinascita montanista, che si protrasse per più di due secoli, dividendosi in diverse sette, ognuna distinta da qualche gesto fantastico o da una minuziosa osservanza rituale. Qui si trovavano anche Ofiti, manichei, settari di ogni specie. Quindi, durante le grandi controversie del quarto secolo, si emisero due vescovi successivi che turbarono la pace della Chiesa, Marcello e Basilio, deviando o sembrando deviare dalla verità cattolica in direzioni opposte, l'uno dalla parte del Sabelliano, l'altro dell'errore ariano. Un padre cristiano di questo periodo denuncia "la stoltezza dei Galati, che abbondano in molte empie denominazioni". Un critico più aspro, anch'egli contemporaneo, afferma che interi villaggi della Galazia furono spopolati dai cristiani nelle loro dispute intestine. (Ibidem)

Le Chiese della Galazia fornirono la loro quota all'esercito dei martiri nella persecuzione di Diocleziano, e la più antica Chiesa esistente nella capitale porta ancora il nome del suo vescovo, Clemente, che perì durante questo regno di terrore. Finita la lotta e ristabilita la pace, si tenne ad Ancyra un famoso concilio, una corte marziale della Chiesa, allo scopo di ristabilire la disciplina e di pronunciarsi su coloro che avevano vacillato o disertato nel combattimento. Quando la contesa fu rinnovata sotto Giuliano, le forze del paganesimo erano concentrate sulla Galazia, come chiave per la posizione pagana, in una delle loro ultime disperate lotte per riconquistare il giorno. Il culto un tempo popolare della madre degli dèi, che, emanato da Pessinus, si era diffuso in tutto il mondo greco e romano, era un punto di raccolta adatto per i ranghi spezzati del paganesimo. In questa parte del campo, come ad Antiochia, Giuliano comparve in persona. Stimolò lo zelo degli adoratori pagani con il suo esempio, visitando l'antico santuario di Cibele e offrendovi doni e sacrifici costosi. Distribuì speciali generosità tra i poveri che frequentavano i templi. Scrisse una lettera di rimprovero al pontefice della Galazia, rimproverando i sacerdoti per la loro vita spensierata, e promettendo aiuto a Pessinus a condizione che si prendessero più cura di propiziare la dea. I cristiani hanno affrontato queste misure per la maggior parte in un atteggiamento di feroce sfida. Atti Ancyra un certo Basilio, presbitero della Chiesa, sfidando intrepidamente l'ira imperiale, si guadagnò una corona di martire. Andando da un luogo all'altro, denunciò ogni partecipazione ai riti inquinanti del sacrificio pagano e mise in guardia i suoi fratelli cristiani dal barattare le loro speranze del cielo con gli onori transitori che un monarca terreno poteva conferire. Atti portati a lungo davanti al governatore provinciale, fu torturato, condannato e messo a morte. Atti Pessino, un altro cristiano zelante, entrando nel tempio, insultò apertamente la madre degli dèi e abbatté l'altare. Convocato davanti a Giuliano, si presentò alla presenza imperiale con aria di trionfo, e derise persino le rimostranze che l'imperatore gli rivolgeva. Questo tentativo di galvanizzare la forma di devozione pagana in Galazia, che stava per scomparire, sembra aver dato pochi frutti. Con la partenza dell'imperatore il paganesimo ricadde nel suo antico torpore. E non molto tempo dopo, alla presenza di Gioviano, il successore cristiano dell'apostata, che si fermò ad Ancyra per assumere la porpora imperiale, le Chiese della Galazia ebbero la certezza del trionfo finale della verità. (Ibidem)

TEMPO E LUOGO DELLA COMPOSIZIONE. - Riguardo a ciò ci sono due teorie: 1. Che l'Epistola fu scritta da Efeso durante i tre anni di permanenza dell'apostolo. Questo si basa principalmente sulla frase: "Mi meraviglio che siate stati così presto trasferiti in un altro vangelo" Galati 1:6. Poiché, tuttavia, "presto" è un termine relativo, e tre o quattro anni potrebbero ancora essere chiamati "presto" per un completo cambiamento di sentimento in una comunità, questo argomento non sembra essere molto forte

(2.) Che l'Epistola fu scritta durante un viaggio dalla Macedonia o dalla Grecia alla fine del 57 d.C. o all'inizio del 58. Il motivo principale di questa visione è la stretta somiglianza tra l'Epistola e quella con i Romani, che sappiamo essere stata scritta all'inizio della primavera del 58 d.C. Questo argomento sembra più pesante. (Il professor Sanday.) Poiché la prima di queste è l'opinione generalmente accettata, sarà opportuno esporre più ampiamente gli argomenti del vescovo Lightfoot a favore della seconda

(1.) La somiglianza con 2; Corinzi e Romani, tra i quali lo collocherebbe; la sua affinità nel tono del sentimento con il primo, e nel pensiero con il secondo

(2.) Questo ordine si accorda al meglio con la storia delle sofferenze personali di San Paolo e con il progresso della sua controversia con i Giudai, come mostrato nella pienezza dell'affermazione dottrinale contro le loro opinioni

(3.) Questa data spiega in modo più soddisfacente una o due allusioni: ad esempio, ch

(6.) ver. 1, contro il trattamento severo, i cui effetti malvagi può aver visto a Corinto; e, nello stesso capitolo, versetto 7, "Non lasciatevi ingannare", ecc., riferendosi alla loro illiberalità in risposta agli "ordini alle Chiese della Galazia" 1Corinzi 16:1

OCCASIONE DELL'EPISTOLA.

Falsi maestri in Galazia: - Durante la sua seconda visita in Galazia, San Paolo scoprì che i falsi maestri erano all'opera tra le Chiese, ed era riuscito a disturbarle e a confonderle grandemente. Dal capitolo 1:6-9 apprendiamo che questo insegnamento era direttamente sovversivo del Vangelo, opposto alle verità fondamentali del cristianesimo. Apprendiamo da altri passi dell'Epistola che questi uomini negarono la dottrina della giustificazione attraverso la morte espiatoria di Cristo e la fede in Lui; e insegnava che l'unico modo con cui chiunque, sia Giudeo che Gentile, poteva ottenere la vita, era osservare la Legge di Mosè e stabilire la propria giustizia. Due domande si presentano contemporaneamente

(1.) Come potevano i falsi maestri tentare di persuadere i credenti ebrei che potevano ottenere la vita osservando la Legge di Mosè, quando quella Legge poneva davanti a loro un perfetto standard di santità, e richiedeva una perfetta obbedienza a tutti i suoi precetti, e non forniva alcuna vera espiazione per il peccato? Si potrebbe rispondere che i falsi dottori potrebbero prima di tutto sforzarsi di spiegare i comandamenti di Dio, in modo da far sembrare possibile agli uomini di osservarli; e, in secondo luogo, che potrebbero citare passaggi della Scrittura che sembrano attribuire un'efficacia realmente espiatoria ai sacrifici della Legge, specialmente quelli che furono offerti nel grande Giorno dell'Espiazione. E poi potrebbero insistere sul fatto che la grande massa degli ebrei, compresi gli uomini della più alta reputazione per santità e cultura, spiegava in questo modo questi comandamenti e sacrifici. In questo modo i falsi insegnanti potevano portare qualche argomento plausibile a favore del loro insegnamento, e cercare di persuadere i convertiti ebrei che, pur ammirando il Signore Gesù come esempio di tutto ciò che era buono e santo, e considerandolo come il futuro Salvatore della nazione, dovevano cercare la vita eterna osservando la Legge di Mosè

(2.) Come potevano i falsi insegnanti sperare di persuadere i convertiti gentili che potevano ottenere la vita osservando la Legge di Mosè, quando quella Legge era stata data esclusivamente agli ebrei? A ciò si può rispondere che i gentili potevano diventare giudei (in modo da partecipare a certi privilegi religiosi peculiari degli ebrei) sottoponendosi alla circoncisione Esodo 12:48, 49; Numeri 9:14.... Così i falsi insegnanti, travisando completamente la Legge di Mosè, potevano trasformarla in una sorta di vangelo, mediante il quale sia i Gentili che gli Ebrei potevano ottenere la vita eterna. (Giovanni Venn, M.A.)

L'auto-rivendicazione di San Paolo: - Chi fossero questi giudaisti, se ebrei di nascita o proseliti, non è noto; Potrebbero essere stati entrambi. Probabilmente ciò che era accaduto in Galazia era solo una ripetizione di ciò che era accaduto ad Antiochia, come lo descrive San Paolo nel CAPITOLO 2. C'erano miriadi di Giudei che credevano e che erano tutti zelanti della Legge Atti 21:20 ; e una fazione estrema che sosteneva tali opinioni erano i nemici inveterati dell'Apostolo dei Gentili. Fino a quel momento era innocente in Giudea sostenere la Legge mosaica e i suoi obblighi per i credenti ebrei, ma era un'innovazione pericolosa imporre la sua osservanza ai convertiti gentili come essenziale per la salvezza. Poiché la Legge mosaica non era destinata a loro; il rito della circoncisione era adattato solo agli ebrei nati come segno della discendenza abramitica e dell'inclusione nel patto abramitico. Il Gentile non aveva nulla a che fare con questo o con qualsiasi elemento della legge cerimoniale, perché non era nato sotto di essa; Costringerlo su di lui significava sottoporlo a una servitù straniera, a un giogo intollerabile. A parte il rapporto della circoncisione con un ebreo, il persistente tentativo di farla rispettare come in qualche modo essenziale per la salvezza era offensivo per la perfezione dell'opera di Cristo e per la completa liberazione fornita da essa. Il fariseismo legale fu comunque introdotto in Galazia, si insistette sulla circoncisione e si osservarono stagioni speciali. Per sconvolgere l'insegnamento dell'apostolo, gli errazionisti minarono la sua autorità, sostenendo chiaramente che, poiché non era uno dei Dodici primari, poteva per questo essere investito solo di un rango e di un'autorità secondari e subordinati; in modo che il suo insegnamento di un vangelo libero, non condizionato da alcuna conformità mosaica, potesse essere messo da parte. Sembra che i falsi maestri abbiano cercato anche di danneggiare l'apostolo rappresentandolo come incoerente nella sua carriera, come se avesse in qualche modo o in qualche tempo predicato la circoncisione; e insinuarono che egli adattasse il suo messaggio ai pregiudizi dei suoi convertiti. Poiché per gli ebrei egli divenne come un ebreo, si potrebbero trovare nella sua storia non poche soddisfazioni che potrebbero essere facilmente ingigantite in elementi di incoerenza con la sua attuale predicazione. In qualche modo, forse più oscuro e maligno, si sforzarono di allontanare da lui l'affetto del popolo della Galazia, e in gran parte ci riuscirono. Apprendiamo dall'auto-rivendicazione dell'apostolo quali furono i principali errori propagati dai giudaisti, e quali furono le principali calunnie dirette contro di lui. (Giovanni Eadie, D.D.) L'oggetto dell'Epistola è quindi quello di difendere l'autorità dell'apostolo, di provare la validità e l'indipendenza del suo incarico e, allo stesso tempo, di riproporre la dottrina della giustificazione per fede e della religione spirituale, contro l'imposizione della Legge mosaica e di una religione esteriore. (Il professor Sanday.)

CARATTERE E CONTENUTI.

1.) Questa Epistola si distingue in particolare tra le lettere di San Paolo per la sua unità di intenti. L'apostasia della Galazia nel suo duplice aspetto, come negazione della propria autorità e ripudio della dottrina della grazia, non viene mai persa di vista

(2.) La sua gravità sostenuta. Nessuna congratulazione, nessuna parola di elogio qui. L'argomento è interrotto di tanto in tanto da uno scoppio di rimostranze indignate. Ha a che fare con un popolo sconsiderato, semibarbaro. Hanno sbagliato come i bambini, e devono essere castigati come i bambini. Il rimprovero può prevalere dove la ragione sarà impotente. (Vescovo Lightfoot.) Analisi dell'epistola.

(I.) DISCORSO INTRODUTTIVO

(1.) Il saluto apostolico (1:1-5)

(2.) La defezione dei Galati (1:6-10

(II.) APOLOGIA PERSONALE: UNA RETROSPETTIVA AUTOBIOGRAFICA. L'insegnamento dell'apostolo derivava da Dio e non dall'uomo, come dimostrano le circostanze di

1.) La sua istruzione (1:13, 14)

(2.) La Sua conversione (1:15-17)

(3.) I suoi rapporti con gli altri apostoli, sia a

(1) la sua prima visita a Gerusalemme (1:18-24), o

(2) la sua visita successiva (2:1-10)

(4.) La sua condotta nella controversia con Pietro ad Antiochia (2:11-14). L'argomento della controversia era la sostituzione della Legge da parte di Cristo (2:15-21)

(III.) APOLOGIA DOGMATICA: INFERIORITÀ DELL'EBRAISMO, O CRISTIANESIMO GIURIDICO, RISPETTO ALLA DOTTRINA DELLA FEDE

(1.) I Galati stregati per farli regredire da un sistema spirituale a un sistema carnale (3:1-5)

(2.) Abramo stesso testimone dell'efficacia della fede (3:6-9)

(3.) Solo la fede in Cristo rimuove la maledizione che la Legge comporta (3:10-14)

(4.) La validità della Promessa non è influenzata dalla Legge (3:15-18)

(5.) Speciale funzione pedagogica della Legge, che deve necessariamente cedere il passo alla più ampia portata del cristianesimo (3:19-29)

(6.) La Legge: uno stato di tutela (4:1-7)

(7.) La meschinità e la sterilità del mero ritualismo (4:8-11). 8. Lo zelo passato dei Galati contrastava con la loro freddezza presente (4:12-20). 9. L'allegoria di Isacco e Ismaele (4:21-31)

(IV.) APPLICAZIONE ESORTATIVA DI QUANTO PRECEDE

(1.) La libertà cristiana esclude l'ebraismo (5:1-6)

(2.) Gli intrusi giudaizzanti (5:7-12)

(3.) La libertà non è la licenza, ma l'amore (5:13-15)

(4.) Le opere della carne e dello Spirito (5:16-26)

(5.) Il dovere della compassione (6:1-5)

(6.) Il dovere della liberalità (6:6-10)

(V.) CONCLUSIONE AUTOGRAFA

(1.) Il motivo dei giudaidi (6:12, 13)

(2.) Il motivo dell'apostolo (6:14, 15). La Sua benedizione d'addio e la sua pretesa di essere liberato da ulteriori fastidi (6:16-18). (Il professor Sanday.)

Posto di questa Epistola nella controversia moderna: - L'arsenale di questa Epistola ha fornito le sue armi più acute ai combattenti nelle due più grandi controversie che nei tempi moderni hanno agitato la Chiesa cristiana; l'una una lotta per la libertà all'interno del campo, l'altra una guerra di difesa contro gli assalitori dall'esterno; l'uno che influenza in modo vitale la dottrina, l'altro le prove del Vangelo

(1.) La riforma. Quando Lutero iniziò il suo attacco contro le corruzioni della Chiesa medievale, scelse questa Epistola come il suo motore più efficace per rovesciare la massa di errori che il tempo aveva accumulato sulle semplici fondamenta del Vangelo. Il suo commentario ai Galati fu scritto e riscritto. Gli costò più fatica ed era da lui più stimato di qualsiasi altra sua opera. Se l'età ha diminuito il suo valore come aiuto allo studio di San Paolo, rimane ancora, e rimarrà sempre, un monumento parlante della mente del riformatore e dei principi della riforma

(2.) Razionalismo. Ancora una volta, ai giorni nostri, questa Epistola è stata messa in risalto da coloro che negano l'origine divina del vangelo. In quest'ultima controversia, tuttavia, non è più ai suoi aspetti dottrinali, ma alle sue notizie storiche, che l'attenzione è principalmente rivolta. "La prima forma di cristianesimo", si sostiene, "fu un giudaismo modificato. I tratti distintivi del sistema corrente sotto questo nome sono stati aggiunti da San Paolo. C'era un'opposizione inconciliabile tra l'Apostolo dei Gentili e gli Apostoli dei Giudei, una faida personale tra gli stessi insegnanti e un antagonismo diretto tra le loro dottrine. Dopo una lunga lotta, San Paolo ha prevalso, e il cristianesimo - il nostro cristianesimo - ne è stato il risultato". L'Epistola ai Galati offre allo stesso tempo il fondamento e la confutazione di questa visione. Offre il terreno, perché scopre la gelosia e i sospetti reciproci dei convertiti ebrei e gentili. Offre la confutazione, perché mostra le vere relazioni esistenti tra San Paolo e i Dodici. Essa presenta non un'uniformità incolore di sentimenti e di opinioni, ma un'armonia molto più elevata e più istruttiva, l'accordo generale, in mezzo ad alcune differenze minori e ad alcuni fallimenti umani, di uomini animati dallo stesso Spirito Divino, e che lavorano insieme per lo stesso sacro scopo, sono gli abitanti di quella casa del Padre in cui ci sono molte dimore. (Vescovo Lightfoot.)

Il suo rapporto con il cristianesimo moderno: - Viviamo in un'epoca alla deriva. Pochissime imbarcazioni rimangono ferme agli ormeggi, pochissime ancore tengono il suolo. Le opinioni, le dottrine, le istituzioni, che un tempo si pensava poggiassero su un fondamento inamovibile, ora vengono messe in loro difesa, se non scartate e rovesciate. La tendenza del pensiero moderno è quella di trattare tutte le questioni come questioni aperte, e di considerare anche il cristianesimo stesso come privo di qualsiasi principio fisso e certo. Ma il regno del dogma non è passato finché la Parola di Dio rimane inconfutata; e, nell'insegnamento dogmatico della Scrittura, questa Epistola occupa una posizione di primo piano. Si occupa di verità fondamentali; espone queste verità con chiarezza convincente; Li conferma con le prove più rigide. Essa descrive in termini non ambigui lo stato dell'uomo per natura, come un peccatore destinato a perire, condannato da quella Legge Divina sotto la quale è nato, soggetto alla sua maledizione. Descrive con altrettanta chiarezza la redenzione che è stata operata da Cristo, i mezzi, anche la fede, con cui il peccatore partecipa a quella redenzione, e i risultati benedetti che seguono tale partecipazione. Si sofferma a lungo sull'opera dello Spirito di Dio, che rinnova la natura corrotta, produce frutti celesti e conduce l'anima rigenerata in avanti attraverso il conflitto verso la vittoria. Gli uomini possono considerare queste dottrine come le dottrine di una setta, o trattarle come le basi di un'epoca bigotta e di mentalità ristretta; ma la domanda è se sono o non sono insegnati in modo chiaro e autorevole nelle Scritture? E se, come affermiamo, vengono insegnati così, gli uomini li respingono a loro rischio e pericolo; e, rifiutando di accettarli, la cosiddetta liberalità dell'epoca si rivela più pronta a credere alla menzogna dell'uomo che alla verità di Dio. L'Epistola ai Galati quindi incide bruscamente su gran parte del cristianesimo popolare dell'epoca, smascherandolo e condannandolo. È dogmatico, in un'epoca che aborre il dogma; esclusivo, in un'epoca che includerebbe tutte le credenze entro gli ampi confini della verità; condanna la natura umana in un momento in cui gli uomini cercano di attenuare la loro colpa e negare la loro responsabilità; Proclama che la salvezza è interamente per grazia, quando gli uomini dubitano di aver bisogno della grazia; insiste sulla necessità dell'opera dello Spirito nell'anima, quando gli uomini considerano la semplice idea di una tale influenza come il sogno dell'entusiasta. Né l'Epistola Galata incontra solo l'ampia corrente dello scetticismo popolare; Cerca vari byepath di errore in cui gli uomini sono inclini a vagare. Insegna il pericolo del cerimonialismo; Sottolinea che l'opinione pubblica non è la prova della verità; Condanna allo stesso modo il legalismo che si trincera sulla libertà, e la libertà che degenera in licenza. Tratta dell'uomo così com'è, e sottolinea come l'uomo possa diventare ciò che dovrebbe essere; mostra che c'è una via, e una sola via, attraverso la quale questo fine può essere raggiunto; e, spazzando via tutti i falsi metodi come pericolose impertinenze, innalza lo stendardo della croce come unico rimedio per la malattia sotto la quale gli uomini lavorano. La conclusione che ne traggo è questa: che questa Epistola merita di essere studiata con riverenza, onestà, esaustività, da tutti i cristiani professanti. La verità è in esso; Ma la verità si arrende solo a coloro che "la cercano come l'argento e la cercano come un tesoro nascosto". L'ignoranza della Scrittura è alla base dell'errore religioso. In mezzo allo scontro di opinioni contrastanti c'è una fonte infallibile di verità; Tra le pretese degli insegnanti rivali c'è una guida infallibile; la Parola di Dio e lo Spirito di Dio non ci condurranno mai fuori strada; e la colpa è nostra, se, con questi benedetti strumenti alla nostra portata, non riusciamo a costruire la nostra casa sul Bock, e rimaniamo estranei alla ben fondata speranza di una fede scritturale. (Emilius Bayley, B.D.) L'Epistola è polemica, impetuosa e prepotente; eppure tenero, affettuoso e ammonitore nel tono. Colpisce come un fulmine ogni punto sporgente che si avvicina al suo cammino, eppure, senza essere ritardato da queste deviazioni a zig-zag, raggiunge istantaneamente la meta. Ogni versetto respira lo spirito del grande e libero Apostolo delle genti. La sua serietà e mitezza, la sua severità e il suo amore, la sua veemenza e tenerezza, la sua profondità e semplicità, la sua autorità autorevole e la sua sincera umiltà, sono qui vividamente presentati davanti a noi in contorni freschi e audaci. (Philip Sehaff, D.D.)

L'ARGOMENTO DELL'EPISTOLA. - San Paolo va in giro a stabilire la dottrina della fede, della grazia, del perdono dei peccati o della giustizia cristiana, al fine che possiamo avere una perfetta conoscenza della differenza tra la giustizia cristiana e tutte le altre specie. Poiché ci sono molte specie di giustizia

(1.) C'è una giustizia politica o civile, di cui si occupano gli imperatori, i principi del mondo, i filosofi e i giuristi

(2.) Giustizia cerimoniale, che le tradizioni degli uomini insegnano. Questa giustizia i genitori e i maestri di scuola possono insegnarla senza pericolo, perché non le attribuiscono alcun potere di soddisfare il peccato, di piacere a Dio o di meritare la grazia; ma insegnano quelle cerimonie che sono necessarie solo per la correzione dei costumi, e certe osservazioni riguardo a questa vita. 8. La giustizia della Legge, o dei Dieci Comandamenti, che Mosè insegna. Questo insegniamo anche noi, secondo la dottrina della fede

(4.) La giustizia della fede, o giustizia cristiana. Questo dobbiamo distinguerlo attentamente dal sopracitato; perché sono del tutto contrari a questa giustizia, sia perché derivano dalle leggi degli imperatori, dalle tradizioni del papa e dai comandamenti di Dio, sia perché consistono nelle nostre opere, e possono essere fatte da noi o con la nostra pura forza naturale, oppure con il dono di Dio. Poiché anche queste giustizie sono dono di Dio, come lo sono le altre cose buone di cui godiamo. Ma questa eccellentissima giustizia della fede non è né politica né cerimoniale, né la giustizia della legge di Dio, né consiste nelle opere, ma è nettamente contraria, vale a dire una mera giustizia passiva, poiché le altre di sopra sono attive. In questo infatti non operiamo nulla, non rendiamo nulla a Dio, ma solo riceviamo e permettiamo che un altro operi in noi, cioè Dio... Questa è la nostra divinità, con la quale insegniamo come distinguere tra questi due tipi di giustizia, attiva e passiva, al fine che le maniere e la fede, le opere e la grazia, la politica e la religione, non siano confuse, o scambiate l'una per l'altra. Entrambe le cose sono necessarie; ma entrambi devono essere mantenuti entro i loro limiti; La giustizia cristiana appartiene all'uomo nuovo, e la giustizia della legge appartiene all'uomo vecchio, che è nato da carne e sangue. Su questo vecchio uomo, come su un asino, deve essere posto un peso che possa schiacciarlo, ed egli non deve godere della libertà dello spirito di grazia, a meno che non abbia prima messo su di sé l'uomo nuovo mediante la fede in Cristo; allora possa godere del Regno e del dono inestimabile della grazia. Dico questo, affinché nessuno pensi che rifiutiamo o proibiamo le buone opere. Immaginiamo, per così dire, due mondi, l'uno celeste e l'altro terreno. In questi poniamo questi due tipi di giustizia, essendo molto separati l'uno dall'altro. La giustizia della legge è terrena, e ha a che fare con le cose terrene, e per mezzo di essa noi compiamo opere buone. Ma come la terra non porta frutto, se prima non è annaffiata e fecondata dall'alto; così anche per la giustizia della legge, nel fare molte cose non facciamo nulla, e nell'adempimento della legge non la adempiamo, se prima non siamo resi giusti dalla giustizia cristiana, che nulla appartiene alla giustizia della legge, o alla giustizia terrena e attiva. Ma questa giustizia è celeste, che (come si dice) non abbiamo da noi stessi, ma la riceviamo dal cielo; che noi non operiamo, ma che per grazia è opera in noi e appresa mediante la fede; per mezzo del quale ci innalziamo al di sopra di tutte le leggi e le opere ... Perché, allora non facciamo nulla? Non lavoriamo forse nulla per ottenere questa giustizia? Niente affatto. Questa è la giustizia perfetta, "non fare nulla, non udire nulla, non sapere nulla della legge o delle opere"; ma sapere e credere solo questo, che Cristo è andato al Padre, e ora non si vede; che Egli siede in cielo alla destra del Padre suo, non come giudice, ma fatto per noi, da Dio, sapienza, giustizia, santità e redenzione; in breve, che Egli è il nostro Sommo Sacerdote che supplica per noi, e regna su di noi e in noi per grazia. In questa giustizia celeste il peccato non può avere posto, perché non c'è legge; e dove non c'è legge, non ci può essere trasgressione. Vedendo, quindi, che qui non c'è posto per il peccato, non ci può essere angoscia di coscienza, né paura, né pesantezza. Ma se c'è qualche timore o dolore di coscienza, è un segno che questa giustizia è ritirata, che la grazia è nascosta, e che Cristo è oscurato e fuori dalla vista. Ma dove Cristo è veramente visto, ci deve essere una gioia piena e perfetta nel Signore, con la pace della coscienza, che certamente pensa così: "Anche se sono un peccatore secondo la legge e sotto la condanna della legge, tuttavia non dispero e non muoio, perché vive Cristo, che è la mia giustizia e la mia vita eterna. In quella giustizia e in quella vita non ho peccato, né paura, né pungiglione di coscienza, né cura della morte. Io sono davvero un peccatore, in quanto riguardo a questa vita presente e alla sua giustizia, come il figlio di Adamo; dove la legge mi accusa, la morte regna su di me, e alla fine mi divora. Ma io ho un'altra giustizia e vita al di sopra di questa vita, che è Cristo, il figlio di Dio, che non conosce né peccato né morte, ma è giustizia e vita eterna, per mezzo del quale questo mio corpo, essendo morto e ridotto in polvere, sarà risuscitato e liberato dalla schiavitù della legge e del peccato, e sarà santificato insieme con lo spirito. Impariamo dunque diligentemente a giudicare fra questi due tipi di giustizia, per sapere fino a che punto dobbiamo obbedire alla legge. La legge in un cristiano dovrebbe avere dominio solo sulla carne. Se avrà la presunzione di insinuarsi nella tua coscienza, e lì cercherà di regnare, guarda tu a fare l'astuto logico, e fai la vera divisione. (Martin Lutero.)

GENUINITÀ DELL'EPISTOLA. - Nessuno ha dubitato dell'autenticità di questa Epistola. Le prove a suo favore sono

1.) Esterno. Questo, anche se non molto esteso, è forse il più grande possibile nelle circostanze in cui ci si potrebbe aspettare. (a) Allusioni e citazioni indirette si trovano negli scritti dei Padri Apostolici, Clemente, Ignazio e Policarpo. (b) È incluso in tutti i canoni conosciuti della Scrittura che procedono dalla Chiesa Cattolica nel secondo secolo, ed è contenuto nelle versioni siriaca e latina antiche completate, a quanto pare, all'inizio di quel secolo. (c) La sua influenza può essere rilevata negli scritti di vari apologeti, scrittori eretici e avversari del secondo secolo. (d) A causa della natura dei primi scritti cristiani, la testimonianza di cui sopra è stata per la maggior parte indiretta. Non appena una letteratura strettamente teologica sorse nella Chiesa, cioè verso la fine del secondo secolo, troviamo l'Epistola citata subito distintamente e per nome

(2.) Interno. (a) Le allusioni alla storia. Nessun falsario, con o senza gli Atti che lo precedevano, avrebbe dato un resoconto della relazione di San Paolo con gli altri apostoli come quello che troviamo qui. Non c'è stato alcun periodo nella storia successiva della Chiesa in cui un tale stato di cose avrebbe potuto essere concepito naturalmente. Meno di tutte la disputa di Antiochia, così gradita al carattere dei due apostoli, eppure così diversa dai primi pensieri di un'epoca successiva riguardo alla prima Chiesa cristiana, potrebbe essere stata l'invenzione del secondo secolo. È una prova reale della genuinità dell'Epistola, che Origene, così come Girolamo e Crisostomo, possano spiegare un passaggio così notevole della storia solo risolvendolo in una collusione tra gli apostoli. (b) Il carattere di San Paolo. Nessun falsario ha mai fatto un'imitazione in cui ci fossero tanti fili segreti di somiglianza, che portassero un tale marchio di originalità, o in cui il carattere, la passione, il modo di pensare e di ragionare, fossero così naturalmente rappresentati. Le caratteristiche mentali dell'apostolo sono impresse in modo indelebile nella lettera. In una discussione dottrinale o in una dissertazione pratica, in una corrispondenza familiare su cose comuni, o in qualsiasi composizione che non susciti sentimenti o invochi rivendicazioni personali, si può scrivere senza tradire molto individualismo; Ma quando l'anima è turbata, e le emozioni di sorpresa, rabbia e dolore sono sentite singolarmente o in complessa unità, lo scrittore si ritrae nella sua lettera, perché scrive come nel momento in cui sente, ciò che gli viene in mente è affidato alla carta in modo fresco e immediato, senza essere attenuato o indebolito dal suo librarsi su una scelta di parole. L'Epistola ai Galati è di questa natura. È l'apostolo che si auto-ritrae; E chi può confondere la somiglianza? Le opere della sua anima sono ben visibili nella loro forza e successione; Ogni idea è vista come è originata da ciò che la precede, e come suggerisce ciò che viene dopo di essa nei palpiti della sua anima ferita; l'argomento e l'esposizione sono collegati insieme in una rapidità brusca, l'ira è temperata dall'amore e il dolore dalla speranza; e il tutto è illuminato da una serietà che la crisi aveva approfondito in una santa gelosia, e gli interessi in gioco si erano intensificati nell'agonia di una seconda nascita spirituale. L'errore che comportava un tale pericolo, e portava con sé un tale fascino, era naturale nelle circostanze; e scorci della sua origine, diffusione e potenza ci sono dati negli Atti degli Apostoli. Chi sa come Paolo, con le sue profonde convinzioni, deve essersi opposto a tale falsa dottrina, esiterà per un momento a riconoscerlo mentre scrive in allarmata simpatia ai suoi convertiti della Galazia, che per un certo periodo avevano promesso così bene, ma erano stati sedotti da reazionari plausibili, i nemici della sua prerogativa apostolica e i sovvertitori di quel vangelo libero e pieno, nel proclamare e difendere il quale ha speso la sua vita? (Vari.)

GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:1-24

Paolo, un apostolo, non dagli uomini.

L'iscrizione: "Secondo l'usanza dell'epoca, l'apostolo inizia con una breve descrizione di se stesso e dei suoi corrispondenti, collegata con un desiderio per la loro felicità. Paolo era al di sopra dell'affettazione della singolarità. Nella forma delle sue Epistole, egli segue l'usanza ordinaria del suo paese e della sua epoca; e così ci insegna che un cristiano non dovrebbe essere inutilmente singolare. Attenendoci prontamente a usanze innocenti, è più probabile, quando ci asteniamo coscienziosamente da quelle che consideriamo usanze peccaminose, di impressionare le menti di coloro che ci circondano che abbiamo qualche altra e migliore ragione per la nostra condotta oltre al capriccio o all'umorismo. Eppure l'apostolo riesce a dare, anche all'iscrizione della sua lettera, un carattere decisamente cristiano; e ci mostra che, anche se non dovremmo ostentare il nostro cristianesimo, tuttavia, se siamo veramente religiosi, la nostra religione darà un colore a tutta la nostra condotta: anche ciò che può sembrare più lontano dall'impiego religioso diretto ne sarà tinto. Il modo in cui l'apostolo gestisce l'iscrizione di questa e delle sue altre lettere, è un'ottima illustrazione della sua stessa ingiunzione: "Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio e Padre per mezzo di lui" Colossesi 3:17. Mostra il suo cristianesimo anche nel modo di indirizzare le sue lettere. (Giovanni Brown, D.D.)

I due fili che attraversano questa Epistola - la difesa dell'autorità dell'apostolo e il mantenimento della dottrina della grazia - sono annodati insieme nel saluto iniziale. Espandendo il suo titolo ufficiale nell'affermazione del suo diretto incarico da Dio (versetto 1), San Paolo incontra l'attacco personale dei suoi oppositori; soffermandosi sull'opera di redenzione in connessione con il nome di Cristo (versetto 4), egli protesta contro i loro errori dottrinali. (Vescovo Lightfoot.)

L'alto significato dell'apostolato:

1.) Per la fondazione; 2. Per la continuazione della Chiesa cristiana, che deve poggiare perpetuamente sul fondamento della dottrina apostolica. (J. P. Lange, D.D.)

Vocazione divina:

1.) Avere la vocazione divina è necessario in ogni circostanza

(2.) Essere certi del suo possesso è spesso importante

(3.) Appellarsi ad essa può spesso essere giusto e appropriato. Quanto è indipendente dagli uomini, e allo stesso tempo quanto dipende da Dio, il ministro del vangelo, e sa di essere! Anche così, il cristiano è generalmente ciò che è, non dagli uomini, anche se attraverso gli uomini, perché né la discendenza naturale né la comunione esteriore lo rendono tale, ma attraverso Gesù Cristo e il Padre. (Ibidem)

Senso cristiano del valore personale:

1.) La sua giustificazione

(2.) I suoi limiti. (Ibidem)

Gesù Cristo supremo: Tutto per mezzo di Gesù Cristo! 1. Umiliare la verità; perché allora nulla è attraverso di noi

(2.) Esaltare la verità; tutto avviene per mezzo di uno solo che di Cristo, e quindi per mezzo del più alto di tutti, cioè Dio. (Ibidem)

Dio, l'Istruttore della Chiesa: - Nella chiesa dobbiamo ascoltare Dio solo, e Gesù Cristo, che Egli ha nominato per essere il nostro insegnante. Chiunque si arroghi il diritto di istruirci, deve parlare in nome di Dio o di Cristo. (Calvino.)

Doni straordinari associati a una vocazione straordinaria: Ecco la peculiare prerogativa di San Paolo al di sopra del resto degli apostoli. Essi furono chiamati da Cristo nel giorno della Sua umiliazione, ma egli fu chiamato da Cristo quando sedeva alla destra di Suo Padre in cielo. Come la sua chiamata era quindi molto straordinaria, così i suoi doni rispondevano alla sua chiamata. (W. Burkitt.)

L'atteggiamento dell'apostolo: l'apparizione dell'apostolo contro i Galati

(1.) Nella piena dignità del suo ufficio; allo stesso tempo, però, associando a sé i fratelli

(2.) Con il pieno amore del suo cuore, allo stesso tempo non concedendo nulla della verità. (J. P. Lange, D.D.)

Certezza della chiamata divina: - Che cosa intende Paolo con questo vanto? RISPONDO: Questo luogo comune serve a questo fine, affinché ogni ministro della Parola di Dio sia sicuro della sua chiamata, affinché possa davanti a Dio e agli uomini gloriarsi in essa con una coscienza infranta, che predica il vangelo come uno che è chiamato e inviato, proprio come l'ambasciatore di un re si glorifica e si vanta in questo, che non viene come una persona privata, ma come ambasciatore del re; e a causa di questa dignità, che è l'ambasciatore del re, è onorato e posto al posto più alto; onore che non gli si dovrebbe dare se fosse venuto come persona privata. Pertanto, che il predicatore del Vangelo sia certo che la sua chiamata viene da Dio. (Lutero.)

Il nome e l'ufficio di un apostolo: - La parola ἀπόστολος in primo luogo è un aggettivo che significa "spedito" o "inviato". Applicato a una persona, denota più di ἄγγελος. L'"apostolo" non è solo il messaggero, ma il delegato della persona che lo invia. Gli è affidata una missione, gli sono conferiti poteri... Presso gli ebrei successivi, la parola era di uso comune. Era il titolo portato da coloro che venivano spediti dalla città madre dai governanti della razza per qualsiasi missione all'estero, specialmente quelli che erano incaricati di riscuotere il tributo pagato per il servizio del tempio. Dopo la distruzione di Gerusalemme, gli "apostoli" formarono una sorta di concilio intorno al patriarca ebreo, assistendolo nelle sue deliberazioni in patria ed eseguendo i suoi ordini all'estero. Così, designando i suoi discepoli più immediati e prediletti come "apostoli", nostro Signore non stava introducendo un nuovo termine, ma ne stava adottando uno, che dal suo uso corrente suggerirebbe ai suoi ascoltatori l'idea di una missione altamente responsabile. Atti degli Apostoli erano in numero di dodici, ma nel Nuovo Testamento non c'è alcun indizio che il numero fosse destinato ad essere limitato a dodici, non più di quanto non ci sia che il numero dei diaconi fosse destinato a rimanere sette. I Dodici erano principalmente gli Apostoli della Circoncisione, i rappresentanti delle dodici tribù. L'estensione della Chiesa ai Gentili potrebbe essere accompagnata da un'estensione dell'apostolato. In realtà, non troviamo il termine apostolo ristretto ai Dodici, con la sola eccezione di San Paolo. San Paolo stesso sembra in un passaggio distinguere tra "i Dodici" e "tutti gli apostoli", come se quest'ultimo fosse il termine più completo 1Corinzi 15:5, 7. Sembra sia lì che in altri luoghi Galati 1:19; 1Corinzi 9:5 che Giacomo, il fratello del Signore, è designato come apostolo. Secondo l'interpretazione più naturale di un altro passo Romani 16:7, Andronico e Giunia, due cristiani altrimenti a noi sconosciuti, sono chiamati membri illustri dell'apostolato, linguaggio che implica indirettamente un'estensione molto considerevole del termine. Ancora in 1Tessalonicesi 2:6, dove in riferimento alla sua visita a Tessalonica, parla delle fatiche disinteressate sue e dei suoi colleghi, aggiungendo: "Anche se potessimo essere di peso a voi, essendo apostoli di Cristo", è probabile che sotto questo termine includa Silvano, che aveva lavorato con lui a Tessalonica, e il cui nome appare nella soprascritta della lettera. L'apostolato di Barnaba, in ogni caso, è fuori discussione. San Luca registra la sua consacrazione all'ufficio come avvenuta contemporaneamente e nello stesso modo di San Paolo Atti 13:2, 3. Nel suo racconto delle loro fatiche missionarie, li nomina insieme come "apostoli", menzionando anche Barnaba per primo Atti 14:4, 14. Anche lo stesso San Paolo in due diverse epistole ha un linguaggio simile Galati 2:9; 1Corinzi 9:5. Se, quindi, San Paolo ha occupato un posto più grande di Barnaba, nella gratitudine e nella venerazione della Chiesa di tutti i tempi, ciò è dovuto non a una superiorità di rango o di ufficio, ma all'ascesa dei suoi doni personali, a un'energia e a una devozione più intense e più profonde, a simpatie più ampie e profonde, a una più salda comprensione intellettuale, a una misura più ampia dello Spirito di Cristo. Si può anche aggiungere che solo con una tale estensione dell'ufficio si poteva trovare un fondamento per le pretese dei falsi apostoli 2Corinzi 11:13; Apocalisse 2:2. Se il numero fosse stato definitivamente limitato, le rivendicazioni di questi intrusi sarebbero state autocondannate. Ma se il termine è così esteso, possiamo determinare il limite alla sua estensione? Ciò dipenderà dalla risposta data a domande come queste: - Qual era la natura della chiamata? Quali erano le qualifiche necessarie per l'ufficio? Quali erano i doveri ad esso collegati? I fatti raccolti dal Nuovo Testamento non sono sufficienti a fornire una risposta decisiva a queste domande; ma ci permettono di tracciare grossolanamente la linea di delimitazione dell'apostolato

(1.) Il rango di apostolo. Il primo ordine nella Chiesa 1Corinzi 12:28, 29; Efesini 4:11

(2.) Prove dell'apostolato.

(1) Aver visto Cristo dopo la Sua risurrezione Luca 24:48 ; At 1,8.21.22). Questa conoscenza fu fornita miracolosamente a San Paolo.

(2) Possedere i poteri di un apostolo 1Corinzi 9:1, 2; 2Corinzi 12:1, 2. Questi "segni" che le nostre concezioni moderne ci porterebbero a separarci in due classi. Uno di questi include i doni morali e spirituali: pazienza, abnegazione, predicazione efficace; l'altro comprende quei poteri che chiamiamo soprannaturali. (Vescovo Lightfoot.)

Necessità di una chiamata divina: - Se tu fossi più saggio di Salomone e Daniele, fino a quando non sarai chiamato, fuggi il sacro ministero, come faresti con l'inferno e il diavolo; allora non spargerai la Parola di Dio invano. Se Dio ha bisogno di te, saprà come chiamarti. (Lutero.) C'è qualcosa di molto grande nella conversione di un uomo che è stato un nemico così feroce come lo era San Paolo; ci fa sentire che il vangelo è davvero la potenza di Dio per la salvezza: perché nessun'altra potenza sarebbe all'altezza del compito di domare uno spirito così feroce, e tuttavia di non perdere nulla della sua potenza, ma di volgerla all'edificazione invece che alla distruzione

(I.) PERCHÉ SAN PAOLO È STATO CHIAMATO AD ESSERE UN APOSTOLO? San Paolo afferma il suo apostolato: per la ragione che la sua chiamata e il suo incarico sono stati fatti dopo l'ascensione di nostro Signore, e dopo che il numero degli apostoli sembrerebbe essere stato completato. Giuda si dimostrò indegno della sua sacra fiducia. I dodici sentivano che il loro corpo era incompleto. San Pietro esortò a sceglierne un altro; Mattia fu scelto. Mi permetto di dire che San Pietro si sbagliava in questo caso. I discepoli riuniti non avevano il potere di eleggere un tale apostolo; e Mattia non era in senso pieno un apostolo di Gesù Cristo. Quando fu scelto, lo Spirito Santo non era ancora stato sparso; Gli Undici non erano ancora stati dotati di potere dall'alto per l'adempimento del loro sacro ufficio. San Pietro potrebbe quindi sbagliarsi in questo caso, per quanto involontariamente possa aver sbagliato. Non apparteneva a nessuna assemblea umana scegliere coloro che potevano essere scelti solo da Cristo stesso. La caratteristica peculiare dell'apostolato era che ciascuno era personalmente chiamato da Cristo stesso; Questa era la loro autorità e gloria. Il corpo dei discepoli non aveva questo potere; quindi Mattia non fu debitamente chiamato all'apostolato. In seguito non si sente più nulla di lui negli scritti sacri. Se si obietta che dopo questa data abbiamo poco sentito parlare degli altri apostoli, in ogni caso ne abbiamo già sentito parlare prima, e abbiamo saputo che sono stati chiamati da Cristo. Quindi San Paolo era il nuovo dodicesimo apostolo; e non fu chiamato dagli uomini come lo fu Mattia. Nobilmente ha riempito la fiducia tradita dal Traditore. La dignità e la santità dell'ufficio pastorale: quando la Santissima Trinità ordina e incarica il ministro, egli procederà con potenza; ma se solo dell'uomo si sentirà poco più parlare di lui

(II.) IL MODO IN CUI È STATO CHIAMATO E ISTRUITO. Anche se la voce di Gesù si rivolgeva a lui, non era questo il mezzo usato per dirigere la sua anima verso la pace. Dio mandò un uomo per istruirlo. A noi uomini è affidata la parola della grazia. All'"Uomo Cristo Gesù" fu affidato il glorioso ministero del vangelo. (A. J. J. Cachemaille.)

Saluto apostolico e rivendicazione dell'insegnamento apostolico:

(I.) QUESTO SALUTO ABBRACCIA UNA RIVENDICAZIONE DELL'AUTORITÀ APOSTOLICA. La Chiesa a volte non riesce a comprendere e a valutare l'onore che Cristo concede ai Suoi servitori eletti

(II) QUESTO SALUTO ABBRACCIA UNA DIFESA DELLA DOTTRINA APOSTOLICA. "Egli ha dato se stesso per i nostri peccati, per liberarci da questo presente mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro". 1. L'opera di Cristo era volontaria. "Ha dato se stesso". 2. L'opera di Cristo fu vicaria. "Egli ha dato se stesso per i nostri peccati". 3. L'opera di Cristo fu redentrice. "Affinché Egli ci liberi da questo presente mondo malvagio". L'idea qui espressa è quella di salvare dal pericolo

(4.) L'opera redentrice di Cristo è in armonia con la volontà del Padre. Non c'è separazione, e tanto meno antagonismo, tra la volontà del Padre e quella del Figlio nella salvezza

(5.) L'opera redentrice di Cristo assicura la più alta lode di Dio. "A lui sia gloria nei secoli dei secoli".

(III.) QUESTO SALUTO ABBRACCIA UN PROFONDO DESIDERIO PER IL CONFERIMENTO DELLE BENEDIZIONI PIÙ ELEVATE. "Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo". I saluti che gli uomini si scambiano sono determinati dalle opinioni che hanno della vita. Si augurano a vicenda salute, lunga vita, successo, divertimento. Ma i cristiani riconoscono un'altra vita e una vita più alta. "Queste due parole comprendono tutto ciò che appartiene al cristianesimo. La grazia libera il peccato e la pace calma la coscienza". - Lutero. Questo desiderio del più alto benessere dei Galati fu l'armoniosa effusione dell'amore altruistico di Paolo e dei suoi compagni d'opera. "E tutti i fratelli che sono", ecc. Lezioni:1. A volte è necessario che i servitori di Dio difendano il loro ufficio e il loro insegnamento

(2.) Impariamo lo Spirito che dovremmo nutrire per gli uomini. Non possiamo desiderare per gli altri benedizioni più grandi della grazia e della pace. (Richard Nicholls.)

La divinità del Vangelo:

1.) I suoi ministri sono divinamente incaricati

(2.) Le sue benedizioni sono divinamente assicurate

(3.) Il suo fine è la gloria divina. (J. Lyth.)

Paolo un apostolo: - Osserva -

(I.) Che come Paolo mette la sua chiamata all'apostolato in primo piano nell'Epistola, COSÌ OGNI MINISTRO DEVE AVERE UNA CHIAMATA BUONA E LEGITTIMA

(II.) Che come dice Paolo, "Non dall'uomo", ecc., COSÌ OGNI CHIAMATA LEGITTIMA VIENE DA DIO

(1.) Dio solo può chiamare

(2.) La Chiesa può solo acconsentire e approvare

(III.) Che come Paolo proclama la sua chiamata, COSÌ LA CHIAMATA DI OGNI MINISTRO DEVE ESSERE MANIFESTA ALLA SUA COSCIENZA E AI SUOI ASCOLTATORI. Ministri

1.) Sono ambasciatori di Dio

(2.) Ho bisogno dell'aiuto divino

(3.) Esigere l'obbedienza umana

(IV.) Che Paolo indica TRE TIPI DI CHIAMATA

(1.) Umano e non Divino: falsi insegnanti

(2.) Divini anche se umani - ministri ordinari

(3.) Totalmente divini - apostoli

(V.) Che poiché la proprietà di un apostolo deve essere chiamata immediatamente da Cristo, ne consegue che L'UFFICIO APOSTOLICO CESSÒ CON COLORO CHE LO RICOPRIVANO. (W. Perkins.)

L'insistenza di Paolo sul suo apostolato: - Chi era Paolo? Si era forse seduto ai piedi del Maestro? Aveva mai visto Cristo, o aveva ricevuto il suo incarico direttamente da Lui? Queste domande venivano poste spesso e apertamente, come si evince dall'impazienza di Paolo di rispondere a tutte le sue epistole. Più di una volta egli approfondisce la questione 1Corinzi 9; 2Corinzi 11; Efesini 3:7; 1Tessalonicesi 2:4; 1Timoteo 1; Tito 1:3-8, e le soprascritte e le sottoscrizioni delle sue lettere mostrano come egli sentisse il bisogno di difendersi in tal modo dalle false imputazioni. (E. Reuss, B.A.)

Apostoli autentici e spuri: - Il vero apostolo è come l'albero che cresce dal suolo e produce dalla sua vitalità intrinseca frutti e fogliame viventi. Il falso apostolo assomiglia all'albero artificiale che è conficcato nel terreno, e può portare solo le foglie dipinte e i frutti che sono apposti dalla mano dell'uomo. Di qui l'ansia di Paolo di mostrare che l'uomo non aveva nulla a che fare con il fare di lui un apostolo

La vera successione apostolica: - Sebbene tu abbia una linea retta di antenati apostolici, se il tuo lavoro è povero, non sei nella linea della successione; e se la tua Chiesa non fa uomini fatti, non lo è. Non mi interessa il pedigree della mia uva se la mia vigna dà frutti migliori dei tuoi. Potreste dire che i vostri provengono da quelli che Noè aveva piantato, ma "dai loro frutti li riconoscerete". E la prova di tutte le chiese, dottrine, usi, governi, è questa: quali sono i loro effetti sulle generazioni degli uomini? (H. W. Beecher.)

Gli apostoli definirono: - Era essenziale per il loro ufficio che

1.) Avrebbero dovuto vedere il Signore ed essere testimoni oculari e uditivi di ciò che hanno testimoniato al mondo

(2.) Devono essere stati immediatamente chiamati e scelti a quell'ufficio da Cristo stesso

(3.) Anche l'ispirazione infallibile era essenzialmente necessaria a quell'ufficio

(4.) Un'altra qualifica era il potere di operare miracoli

(5) A queste qualifiche si può aggiungere l'universalità della loro commissione. (J. McLean.)

Cristo, la fonte dell'insegnamento del vangelo: - Vedete quanta saggezza c'è in Cristo, che è il grande dottore della Sua Chiesa, e dà la conoscenza salvifica a tutto il Suo popolo. Il corpo del sole deve essere necessariamente pieno di luminosità che illumina il mondo intero. Cristo è il grande luminare; in Lui sono nascosti tutti i tesori della scienza. Siamo inclini ad ammirare l'erudizione di Aristotele e Platone. Ahimé! che cos'è questa povera scintilla di luce rispetto a quella che è in Cristo, dalla cui infinita sapienza sia gli uomini che gli angeli accendono la loro lampada? (T. Watson.)

2 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:2

E tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia.

Unità della Chiesa: - La nostra religione non è destinata a terminare su noi stessi, ma a beneficio di coloro con cui ci associamo. Come l'ago toccato ha il potere di impartire qualcosa della sua virtù magnetica alle sostanze affini messe in contatto con esso, così la vera grazia è sempre comunicativa e si compiace di diffondere le impressioni morali che ha ricevuto. Le Chiese primitive stabilirono un nobile modello, sotto questo aspetto, per gli uomini dei tempi successivi

(I.) LA LORO UNITÀ DI SENTIMENTI nelle dottrine fondamentali della fede cristiana. Paolo mescola la testimonianza dei suoi fratelli nel ministero con la sua ("tutti i fratelli") per mostrare che non era solo nelle sue opinioni sulla dottrina cristiana; e si dilettano a portare la loro concomitante attestazione a favore delle verità che egli ha proclamato e contro gli errori che ha condannato

(II.) LA LORO UNITÀ DI AFFETTO. "Tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia". In mezzo a qualche discrepanza di opinioni, c'era molto amore nel cuore, che tuttavia non impediva loro di protestare fedelmente ed energicamente contro le pericolose opinioni recentemente nutrite dai loro amici della Galazia, sul tema dell'incorporazione dei riti ebraici nella fede cristiana. La verità della grazia negli altri dovrebbe essere la pietra di paragone più potente per attirare i nostri riguardi verso di loro. Per un uomo amare un altro, principalmente perché è della sua opinione e del suo partito, è poco meglio di una raffinata specie di egoismo, poiché non fa altro che abbracciare la propria ombra che vede cadere sul petto di suo fratello

(III.) Marco ANCHE LA LORO UNITÀ NELLA PREGHIERA, affinché le benedizioni spirituali discendano su coloro ai quali scrissero: "Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo". (L'evangelista.)

Una parola ai pastori e alla gente:

(I.) AI PASTORI

(1.) Non signoreggiare sul tuo popolo: sono "fratelli". 2. Prendili in confidenza: non per confermare la tua autorità, ma perché hanno un interesse per il tuo lavoro

(3.) Assicurati la loro simpatia: sarà il tuo conforto quando avrai a che fare con astuti giudaizzanti

(4.) Portali con te. Ne avrai bisogno

(1) nelle afflizioni fisiche;

(2) in difficoltà eccezionali

(II.) ALLE PERSONE

(1.) Il tuo pastore non è il tuo schiavo ma il tuo "fratello": amalo e stimalo

(2.) Egli è il servo di Cristo e della Chiesa, e voi siete suoi conservi: dategli simpatia e cooperazione

(3.) Egli è il tuo capo: seguilo; parli non solo a nome suo, ma anche a nome vostro, perché

(1) avete interessi comuni,

(2) questi interessi possono essere preservati solo all'unanimità Filippesi 1:27. Non c'è relazione come quella fondata sulla santità della religione. Tra te e me esiste quella santità. Sono stato al vostro fianco quando vi siete svegliati nella valle oscura della convinzione e vi siete ritenuti perduti. Ti ho condotto per mano fuori dall'oscurità. Al tuo fianco ho pregato e le mie lacrime si sono mescolate alle tue. Ti ho bagnato nelle acque cristalline di un santo battesimo; E quando hai cantato la canzone del prigioniero riscattato, mi hai riempito il cuore di una gioia grande quanto la tua. L'amore che inizia in tali scene e che viene attinto da una fontana così sacra non è commerciale, non è fluttuante. In mezzo a dure fatiche e a non poche ansietà, per un pastore è una corona di gioia. (H. W. Beecher.)

Le Chiese della Galazia:

(I.) La loro LOCALITÀ. Probabilmente le sedi dei più antichi vescovati

(1.) Ancyra, la capitale

(2.) Pessinus, il grande emporio

(3.) Tavium, l'incrocio di molte strade

(4.) Juliopolis, al centro del paese. Si noti la sagacia di Paolo nella scelta di tali centri utili

(II.) I loro MEMBRI

(1.) I nativi Gaulo-Frigi: una razza impulsiva, curiosa, fantasiosa e superstiziosa; adoratori di Cibele, il cui culto comportava cerimoniale selvagge e orribili mutilazioni

(2.) Ebrei e proseliti

(3.) Coloni romani

(III.) La loro PIANTAGIONE

(1.) Durante il secondo viaggio missionario Atti 16:6

(2.) In circostanze afflittive (CAPITOLO 4:13)

(3.) Con caloroso entusiasmo (CAPITOLO 4:15). Crescita rapida, decadenza rapida

(IV.) Il loro CARATTERE

(1.) La loro naturale immaginazione e impulsività plasmate dalla grazia

(2.) Molte chiese, ma una sola Chiesa

(3.) Le vere chiese, anche se in errore

(V.) La loro STORIA ANTICA

(1.) Confermato durante il terzo viaggio missionario Atti 18:23

(2.) Corrotto dai giudaizzanti

(3.) Rimproverato e forse riscattato da Paolo 2Timoteo 4:10

(4.) Roccaforti dell'eresia durante il secondo e il terzo secolo

(5.) Purgato dalla persecuzione di Diocleziano

(6.) Trionfante su Giuliano. Che cos'è una chiesa?

Un gruppo di uomini fedeli

Riuniti per l'adorazione di Dio in qualche umile stanza,

O protetti dai nemici dall'oscurità stellata della mezzanotte,

Su una collina o una valle solitaria

Ascoltare i consigli della Sacra Parola di Dio

Impegnati l'uno con l'altro e con il loro Signore comune

Questi, per quanto pochi possano essere,

Componi una Chiesa, come in epoche incontaminate

Sfidato l'acciaio del tiranno, la rabbia del bigotto

perché, quando solo due o tre,

Qualunque sia il luogo, nella comunione di fede si incontrano,

Lì, con Cristo presente, c'è una Chiesa completa

Il popolo della Galazia: - Quando la vasta marea della migrazione ariana cominciò a calare verso ovest, la famiglia celtica fu tra le prime a scomparire. A poco a poco occuparono gran parte del centro e dell'ovest dell'Europa, e le loro varie tribù furono spazzate qua e là da varie correnti. Uno dei loro Brenni, quattro secoli a.C., inflisse a Roma la sua più profonda umiliazione. Un altro, 111 anni dopo, devastò la Grecia settentrionale, e quando le sue orde furono respinte a Delfi, trovarono un altro corpo sotto Leonnorio e Lutario, e si stabilirono nelle regioni settentrionali dell'Asia Minore. Ma le loro esazioni suscitarono presto un'opposizione che portò al loro confinamento nella regione centrale. Qui li troviamo in tre tribù: i Tolistobogii, con la loro capitale Pessinus; i Tectosaggi, con la loro capitale Ancyra; i Trocmi, con la loro capitale Tavium. Queste tribù furono, nel 65 a.C., unite sotto Deiotarus, tetrarca dei Tolistobogii. I Romani 51 avevano conquistati nel 189 a.C., ma li avevano lasciati nominalmente indipendenti; e nel 36 a.C. Marco Antonio nominò re Aminta. Alla sua morte, nel 25 a.C., la Galazia fu unita alla Licaonia e parte della Pisidia, e divenne una provincia romana. Questa era la sua condizione politica quando Paolo entrò a Pessinus. (F. W. Farrar.) Nota

(I.) La fratellanza dei cristiani;

(II.) La loro azione congiunta;

(III.) Il loro interesse per le chiese lontane. (J. Lyth.)

3 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:3

Grazia a voi e pace.

Saluto di San Paolo: - Ecco il saluto, in cui egli augura loro il favore e la benevolenza di Dio, per mezzo dei quali Egli si compiace degli eletti, in e per Cristo ( Romani 3:24), e la pace; cioè

1.) Pace della coscienza e con Dio Romani 5:1

(2.) Pace con le creature, come con gli angeli ( Colossesi 1:20); con i pii Isaia 11:9 ; con noi stessi, tutti dentro di noi conformi alla regola della mente rinnovata Romani 8:1 ; e per certi aspetti con i nostri nemici ( Proverbi 16:7); e con le bestie dei campi Osea 2:18

(3.) Prosperità e buon successo Salmi 122:7. Egli cerca tutto ciò da Dio Padre come fonte di grazia e da Gesù Cristo come canale o conduttura per trasmettere la grazia dal Padre a noi Giovanni 1:16. (James Fergusson.)

Il modo per ottenere grazia e pace:

1.) Il favore misericordioso e la buona volontà di Dio devono essere cercati da noi in primo luogo, sia per noi stessi Salmi 4:6 che per gli altri. Tutte le cose sono misericordia per l'uomo che ha ottenuto quella misericordia

(2.) Anche la pace deve essere cercata, dopo la grazia, non davanti ad essa. La pace senza la grazia non è pace Isaia 57:21

(3.) La grazia e la pace sono tali che non possiamo acquisire per noi stessi con la nostra operosità o le nostre pene: vengono da Dio, devono essere cercate da Lui, e la Sua benedizione è più affidabile per ottenere qualsiasi cosa che rientri nell'ambito della grazia e della pace, che la nostra saggezza, operosità o diligenza

(4.) Qualunque favore cerchiamo da Dio, dobbiamo cercarlo anche da Gesù Cristo come mediatore; poiché l'ha acquistata ( Efesini 1:7). Egli è costituito Signore del Suo proprio acquisto, e non c'è luogo o incontro con il Padre se non in Lui Giovanni 14:6

(5.) Coloro ai quali appartengono la grazia e la pace, sono coloro che riconoscono Gesù come loro Signore per comandarli e governarli, e si sottomettono a Lui nel loro cuore e nella loro vita. (Ibidem)

Grazia e pace: la grazia libera il peccato e la pace calma la coscienza. I due amici che ci tormentano sono il peccato e la coscienza. Ma Cristo ha sconfitto questi due mostri e li ha calpestati, sia in questo mondo che in quello a venire. Questo il mondo non lo sa, e quindi non può insegnare alcuna certezza del superamento del peccato, della coscienza e della morte. Solo i cristiani hanno questo tipo di dottrina, e ne sono esercitati e armati, per ottenere la vittoria contro il peccato, la disperazione e la morte eterna. Ed è una specie di dottrina, che non procede dal libero arbitrio, né inventata dalla ragione o dalla saggezza dell'uomo, ma data dall'alto. Inoltre, queste due parole, grazia e pace, contengono in sé l'intera somma del cristianesimo. La grazia contiene la remissione dei peccati; pace, una coscienza quieta e gioiosa. Ma la pace della coscienza non può mai essere ottenuta, a meno che il peccato non sia prima perdonato. Ma il peccato non è perdonato per l'adempimento della legge, perché nessuno può soddisfare la legge. Ma la legge mostra piuttosto il peccato, accusa e terrorizza la coscienza, dichiara l'ira di Dio e spinge alla disperazione. Tanto meno il peccato viene tolto dalle opere e dalle invenzioni degli uomini, come adorazioni malvagie, strane religioni, voti e pellegrinaggi. Infine, non c'è un'opera che possa togliere il peccato, ma il peccato è piuttosto accresciuto dalle opere. Per i giustizieri e i meriti, più faticano e sudano per uscire dal peccato, più vi sono immersi. Perché non c'è mezzo per togliere il peccato, ma solo la grazia. Perciò Paolo, in tutti i saluti della sua Epistola, pone la grazia e la pace contro il peccato e la cattiva coscienza. (Lutero.)

Solo le benedizioni celesti valgono: l'apostolo distingue giustamente questa grazia e pace da tutti gli altri tipi di grazia e pace. Egli desidera ai Galati grazia e pace, non dall'imperatore o dai re e dai principi, poiché questi comunemente perseguitano i pii e insorgono contro il Signore e Cristo; ma da Dio nostro Padre: il che equivale a dire che egli ha augurato loro una pace celeste. La pace del mondo non concede altro che la pace dei nostri beni e dei nostri corpi. Così la grazia o il favore del mondo ci dà il permesso di godere dei nostri beni e non ci scaccia dai nostri beni. Ma nell'afflizione e nell'ora della morte, la grazia e il favore del mondo non possono aiutarci; non possono liberarci dall'afflizione, dalla disperazione e dalla morte. Ma quando la grazia e la pace di Dio sono nel cuore, allora l'uomo è forte, così che non può essere abbattuto dall'avversità, né gonfiato dalla prosperità, ma cammina con pienezza e tiene la strada. Poiché egli prende coraggio e coraggio nella vittoria della morte di Cristo; e la fiducia in ciò comincia a regnare nella sua coscienza sul peccato e sulla morte; perché, per mezzo di lui, egli ha assicurato il perdono dei suoi peccati, che, una volta ottenuto, la sua coscienza è in pace e la parola della grazia è consolata. (Ibidem)

Il consueto saluto di Paolo: - Un saluto greco ed ebraico, che esprime il miglior augurio dell'apostolo

(I.) GRAZIA. Un pensiero greco cristianizzato. Porta il concetto di bellezza della forma, del gesto, del tono, nel regno spirituale. Come qui usato

1.) Deve essere considerato come l'atteggiamento di Dio in Cristo verso gli uomini. La pietà divina, la gentilezza, il favore; il portamento di un Dio condiscendente, che perdona e ama

(2.) Deve essere posseduto come lo spirito di un cristiano. "Grazia della vita". Bellezza morale. La presenza nel carattere cristiano di tutto ciò che i Greci concepivano nelle loro "Tre Grazie".

(II.) PACE. Può includere

1.) La libertà dalla persecuzione: un grande desiderio

(2.) Assenza di dissenso interno: scopo principale di questa lettera

(3.) Calma interiore e tranquilla fiducia in Dio - pace ideale. Il desiderio di Paolo, il dono di Gesù. (U. R. Thomas.)

(I.) L'eterno amore di Dio che manda il Redentore per la salvezza dell'uomo è la GRAZIA

(II.) Il frutto della grazia che fluisce da Dio attraverso Cristo è la PACE

(1.) A volte la misericordia è il canale attraverso il quale la grazia diventa pace quando l'invocazione è rivolta a un individuo (1; Timoteo 1:16, Confronta ver. 2)

(2.) Per la Chiesa è sufficiente che la grazia in cielo abbia come controparte la pace sulla terra. Lo è

(1) la riconciliazione con Dio;

(2) la tranquilla armonia di tutte le facoltà dell'anima;

(3) la comunione dell'amore fraterno;

(4) vittoria nel conflitto con il male;

(5) la caparra del riposo eterno. (W. B. Pope, D.D.)

(I.) UNA FORMULA. I pagani cominciavano le loro lettere con "Salute!" L'apostolo augurava ai suoi lettori qualcosa di più alto della salute o della felicità, così inizia "Grazia e pace".

(II.) Una benedizione. Ma come nel caso di coloro che hanno rifiutato la grazia o, per incredulità, hanno perduto la pace? Allo stesso modo in cui il ministro dichiara l'assoluzione, che si perde se un uomo la rifiuta. Ha fatto quello che poteva per dimostrare che in Cristo c'è la piena assoluzione per il peccatore, se la accetterà. (F. W. Robertson)

Pace da Dio: - Il bambino spaventato nel suo gioco corre a cercare sua madre. Lo prende in grembo e gli preme la testa sul petto; e, con le più tenere parole d'amore, lo guarda dall'alto in basso, e gli liscia i capelli, e gli bacia la guancia, e asciuga le sue lacrime. E poi, con voce bassa e gentile, canta una dolce decantazione, una ninna nanna d'amore; e la paura svanisce dal suo volto, e un sorriso di soddisfazione vi si sovrappone, e alla fine i suoi occhi si chiudono, e dorme nelle profondità profonde e nelle delizie della pace. Dio Onnipotente è la madre, e l'anima è il bambino stanco; e lo stringe tra le braccia e dissipa la sua paura, e lo culla per riposare, dicendo: "Dormi, mia cara, dormi! Sono io che ti guardo". "Egli dà il sonno al Suo diletto". Le braccia della madre ne circondano solo una; ma Dio stringe al suo seno ogni anima bramosa e le dona la pace che supera l'intelligenza, al di là della portata della preoccupazione o della tempesta. (H. W. Beecher.)

Pace per mezzo di Cristo: - L'albero della pace affonda le sue radici nelle fessure della roccia eterna. Cresce al sicuro da quella roccia, e proietta la sua fresca ombra al sole, e fa una dolce musica nella tempesta; ed è per il credente come l'ombra di una grande roccia e frutto di ristoro in una terra stanca e arida. (Dott. Cumming.)

Ho letto che un soldato, morente in Crimea, chiese che gli fosse letto il passo: "Vi lascio la pace", ecc. Quando fu fatto, disse: "Ho quella pace. Vado da quel Salvatore. Dio è con me: non ne voglio più", e spirò

La preghiera del pastore:

(I.) Le benedizioni desiderate, la loro natura, la connessione, la grazia può esistere senza pace, ma non pace senza grazia; Eppure la pace sgorga dalla grazia.

(II.) La loro fonte - Dio Padre è la fonte di ogni grazia - Cristo è il mezzo di comunicazione.

(III.) La loro scorta - gratuita - sufficiente per tutti - costante - inesauribile. (J. Lyth)

4 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:4-5

che ha dato se stesso per i nostri peccati.

Cristo si sta dando alla morte:

1.) La sua occasione: i nostri peccati

(2.) Il suo scopo: la nostra liberazione da esso. O

1.) La testimonianza più forte contro di noi

(2.) La consolazione più potente per noi. (J. P. Lange, D.D.)

L'espiazione:

1.) Il suo grande effetto: liberarci da questo mondo malvagio

(2.) Donde ha questo effetto: come un soddisfacimento e un sopportare, e quindi un togliere l'ira divina

(3.) Nei quali è così efficace: solo in coloro che sono Suoi nella fede. (Ibidem)

L'appropriazione dei meriti di Cristo:

1.) Ognuno ne ha bisogno a causa dei suoi peccati

(2.) Il peccatore ne ha bisogno proprio come peccatore. (Ibidem)

La resa del cristiano: - Se Cristo ha dato tutto per noi, ah! Non dovremmo arrenderci, con tutto ciò che è in noi, a Lui? Uomo! guardati dal peccato, a causa del quale Cristo ha sopportato tanto, per non ridurre a nulla per lui questa grande opera per la quale è venuto. (Starke.)

Il trattamento di questo mondo da parte del cristiano: - Il carattere di questo mondo è malvagio: 1. Perciò il cristiano in questo mondo anela al mondo che viene

(2.) Egli deve, tuttavia, essere liberato da questo mondo presente, per entrare nel mondo a venire. (J. P. Lange, D.D.)

La redenzione per mezzo di Cristo si basa sulla volontà di Dio:

1.) Questa è una ricca consolazione contro tutti i dubbi

(2.) Agisce nello stesso momento in cui trasmette un sincero ammonimento; infatti, chi stima con leggerezza la redenzione compiuta per mezzo di Cristo, pecca con ciò contro la volontà di Dio stesso. (Ibidem)

Il potere della Croce: Cristo con la Sua morte ha introdotto un nuovo potere nel mondo: un potere per mezzo del quale l'uomo è liberato dalla tirannia del peccato, il prigioniero è liberato

(I.) L'ATTO REDENTORE DI CRISTO

(1.) Era volontario. Egli "ha dato se stesso". Nessuna opposizione di volontà tra il Padre e il Figlio. La misericordia di Dio è giusta e la Sua giustizia è misericordiosa

(2.) Era vicario. Egli ha dato Se stesso "per i nostri peccati". La sua vita è stata sacrificata al posto della nostra. Ha sopportato sofferenze che altrimenti sarebbero cadute su di noi

(II.) IL DISEGNO DI CRISTO NEL DARE COSÌ SE STESSO PER I NOSTRI PECCATI. Per liberarci da questo attuale mondo malvagio. Per liberarci dalla condanna e dal potere del peccato

(1.) La Croce di Cristo dichiara all'uomo la volontà di un Padre giusto e amorevole. È allo stesso tempo una testimonianza della Sua giustizia e un pegno della Sua misericordia

(2.) La Croce rivela il peccato deposto dal sacrificio di Cristo

(3.) La Croce rivela all'uomo l'amore di Cristo. (Emilius Bayley, B.D.)

Applicazione particolare dei meriti di Cristo: Marco usa diligentemente la parola "nostro", perché in essa risiede tutta la virtù, cioè che tutto ciò che è detto di noi nelle Sacre Scritture, in passi come "per me", "per noi", "per il nostro peccato" e simili, dovremmo saperlo tenere bene a mente, e applicarlo particolarmente a noi stessi, e attenerci ad esso mediante la fede. (Lutero.)

I propositi redentori di nostro Padre:

(I.) LA VOLONTÀ DI DIO RIGUARDO A NOI

(1.) Distinguere tra il desiderio di un

(1) re riguardo ai suoi sudditi, per sopprimere la loro ribellione;

(2) un padrone riguardo ai suoi servi, per imporre la loro obbedienza;

(3) un padre riguardo ai suoi figli, per conquistare la loro libertà, rettitudine e amore

(2.) Così il nostro Padre celeste desidera guadagnarci dalla schiavitù del peccato a Sé.

(1) Solo lui può stimare correttamente questa schiavitù.

(2) Il suo proposito è di liberarci da esso

(II.) IL MODO MISERICORDIOSO IN CUI NOSTRO PADRE COMPIE LA SUA VOLONTÀ

(1.) Gesù è il liberatore

(2.) Ha ottenuto il potere liberatore

(3.) Egli usa questo potere nel Suo sacrificio di sé

(4.) Libera con

(1) allenare il nostro amore fiducioso;

(2) entrare nella nostra vita. (R. Tuck, B.A.)

Il grande nel cristianesimo:

(I.) Nella sua storia. Il grande fatto del cristianesimo, la sua pietra angolare, la nota chiave di tutte le sue melodie, è "Chi ha dato se stesso" 1Timoteo 2:6; Tito 2:14; Galati 2:20

(1.) Il dono più grande dell'amore

(2.) Il dono modello dell'amore. Il sacrificio di sé dovrebbe essere

(1) sistematico;

(2) spirituale

(II.) Nel suo SCOPO. Il "mondo", non la natura, ma l'αἰών carnale, egoista e diabolico. Cristo è venuto per liberarci dal peccato

(1.) La sua colpa

(2.) Il suo inquinamento

(3.) Il suo dominio

(III.) Nella sua PRIMAVERA. La "volontà di Dio"

1.) Ha avuto origine la missione di Cristo

(2.) Incontrò il cordiale consenso di Cristo Ebrei 10:7-9

(IV.) Nel suo NUMERO (ver. 5)

(1.) Questa dossologia è usuale dopo la menzione del meraviglioso amore di Dio Romani 11:6; Efesini 3:21; 1Timoteo 1:17

(2.) Il grande fine della redenzione è

(1) il diritto,

(2) l'adorazione incessante del Padre infinito. (D. Thomas, D.D.)

L'attuale mondo malvagio: - Questo non è il bellissimo universo, non è l'umanità con il suo fardello di dolori e le sue capacità di grandezza; ma lo spirito del tempo, in quanto è una cosa separata da Dio. Non è una cosa di ieri: è una tradizione di molte epoche e civiltà, a cui ogni generazione aggiunge qualcosa di forza, di raffinatezza, di potenza intellettuale o sociale, e il mondo è proteiforme nella sua capacità di assumere nuove forme. A volte si tratta di una grossolana adorazione di idoli; a volte impero militare; a volte una cinica scuola di filosofia; a volte l'indifferenza di una società blasé. La Chiesa lo conquistò nella forma del vecchio impero pagano; ma il mondo ebbe una terribile vendetta quando poté puntare il dito su Papi come Giulio II, Alessandro VI o Leone X, e su corti come quelle di Luigi XIV e Carlo

(II.) Si era gettata nel cuore della Chiesa, e ora tra essa e la cristianità non c'è una linea di demarcazione netta e netta. Il mondo è dentro il santuario, dentro il cuore, così come fuori, e spazza intorno a ogni anima come un torrente di aria calda, e si fa sentire in ogni poro del sistema morale. Penetra come un'atmosfera sottile nella cristianità, mentre nel paganesimo è organizzata in vari sistemi; ma in fondo è la stessa cosa. È lo spirito essenziale della vita umana corrotta, che non tiene in serio conto Dio, che lo dimentica del tutto o che mette qualcosa al Suo posto, o che trova un equilibrio tra le Sue pretese e quelle dei Suoi antagonisti; e quindi è in inimicizia con Dio, e così Cristo è venuto a liberarci da essa, e quindi il primo dovere dei Suoi servi è di liberarsi dal suo potere. (Canon Liddon.)

Il vangelo di Paolo: - Un grande statista non ha una politica; Egli accetta alcuni principi guida, la sua saggezza è quella di mostrare come questi principi si applichino alle varie occasioni della vita umana. E, allo stesso modo, le regole principali del vangelo di San Paolo erano alcune induzioni, la cui applicazione è universale. Questi sono la redenzione dell'uomo mediante il sacrificio di Cristo, i cui quattro fatti sono di enorme estensione e si manifestano in una moltitudine di fasi: la redenzione, la natura dell'uomo, il sacrificio, la natura di Cristo. Può esserci un'idea più vasta? C'è un interesse che può essere più coinvolgente? (Paolo di Tarso).

Redenzione mediante la vita di Cristo: - Conosciamo l'espressione che Cristo ha dato la Sua vita per l'uomo, e non toglierei nulla al significato e alla grandezza dell'atto di morire. Ma sarei lieto di dare più enfasi al fatto che Cristo ha dato la sua vita tanto mentre era in vita quanto quando stava morendo, e che dare la vita può significare sia usarla che deporla. Ha dato se stesso, morendo, ma anche vivendo. Tutta la Sua vita è stata un dono. Benché da un punto di vista globale, si trattava di un dono unico, tuttavia era anche un dono continuo, che si sviluppava in ogni direzione, e per la redenzione delle anime perdute. (H. W. Beecher.)

Redenzione mediante la morte sostitutiva di Cristo: - In uno dei cortili posteriori di Parigi scoppiò un incendio nel cuore della notte. Le case sono state costruite in modo che i piani più alti sporgessero dalle fondamenta. Un padre, che dormiva con i suoi figli nella soffitta superiore, è stato improvvisamente svegliato dalle fiamme e dal fumo. L'uomo balzò fuori dal letto e si diresse verso la finestra della casa di fronte. Poi, appoggiando saldamente i piedi al davanzale della finestra, lanciò il corpo in avanti e afferrò la finestra della casa in fiamme e, gridando al figlio maggiore, disse: "Ora, ragazzo mio, sbrigati; strisciano sul mio corpo". Questo fu fatto. Seguirono il secondo e il terzo. Il quarto, un piccoletto, lo fece solo dopo molta persuasione: ma mentre passava oltre, sentì il padre dire: "Presto! rapido! rapido! Non posso resistere ancora a lungo", e quando si udirono le voci degli amici che annunciavano la sua salvezza, la presa dell'uomo forte si allentò e con un forte schianto cadde un cadavere senza vita nel cortile sottostante. Così Gesù, nel Suo sacro corpo, fornisce un ponte attraverso il quale possiamo attraversare l'abisso tra noi e Dio. La via di casa passa attraverso il velo squarciato, la carne crocifissa, del nostro Emmanuele. (W. H. M. H. Aitken.)

L'amore si diletta nella contemplazione della gloria del suo oggetto, nel ricordo dei benefici goduti e in ogni occasione propizia per rinnovare la menzione dell'unico nome amato. Nostro Signore è qui presentato:

(I.) COME IL PIÙ GRANDE DI TUTTI I BENEFATTORI. Cristo "diede".

(II.) COME CONFERIMENTO EFFETTIVO DELLA DONAZIONE PIÙ PREZIOSA E COSTOSA: "Egli ha dato se stesso". Nella creazione Cristo ha dato le creature all'uomo; nella redenzione ha dato se stesso

(III.) COME CONTEMPLANTE, NEL DONO, L'OGGETTO MORALE PIÙ ALTO: "Per i nostri peccati".

(IV.) COME ASSICURARE IL PIÙ ALTO REDDITO DI GLORIA AL CARATTERE E ALL'AMMINISTRAZIONE DIVINI. Era "secondo la volontà di Dio", essendo l'amore del Padre la causa originaria della salvezza: "a lui sia gloria in eterno", un'attribuzione devota in cui tutta la famiglia redenta e tutti i mondi riuniti si uniranno. Ma questi argomenti non sono più impressionanti in se stessi di quanto non siano applicabili alla portata e all'importanza dell'argomento dell'apostolo, che era stato progettato per convincere i Galati, e specialmente gli ebrei convertiti tra loro, di follia criminale nel sottovalutare la verità e la grazia della dispensazione del vangelo. Infatti, se Cristo, che essi consideravano come Messia, ha dato se stesso per loro, allora essi si sono resi colpevoli della più profonda ingratitudine nell'aver disertato lo stendardo di un tale benefattore. Se Cristo venne a liberarli dal peccato, e dalla rigida disciplina delle cerimonie legali, e dalla servitù di "questo presente mondo malvagio", allora quanto sarebbe ineffabilmente assurdo tornare di nuovo alla dura schiavitù da cui erano stati liberati! Se questa nuova e meravigliosa economia fosse stata introdotta "secondo la volontà di Dio e di nostro Padre", allora quanto incoerente e non filiale dovrebbe essere la linea di condotta per i figli adottivi che si oppongono in tal modo ai disegni divini. (L'evangelista.)

Che si è dato:

(I.) IL DONO CONFERITO: "Egli ha dato se stesso". Il Signore Gesù Cristo

(1.) Guardate la relazione che Egli intrattiene con Dio. In confronto a Cristo, tutti gli angeli sono infinitamente meno di quanto non lo sia per te la più piccola pagliuzza che fluttua nel raggio del sole

(2.) Benché Dio, Egli è anche uomo: "L'uomo Cristo Gesù". 3. Sebbene Dio, e sebbene l'uomo, ricordino che era anche Dio incarnato; Dio e l'uomo in una sola Persona

(4.) Mentre viveva sulla terra, era enfaticamente il Santo. Questo era l'Essere che si donava

(II.) LO SCOPO PER CUI HA DATO SE STESSO: "Per i nostri peccati". Questa affermazione getta luce sulla dottrina dell'espiazione. Questa dottrina si basa su due posizioni incontroverse, in primo luogo, che Dio è un Governatore perfetto; secondo, che l'uomo è un ribelle contro il perfetto governo di Dio. Come potrà il Governatore, senza allontanarsi definitivamente dalla perfezione intrinseca della Sua amministrazione, ammettere l'uomo ribelle al Suo favore? Gesù ha dato se stesso a questo scopo. (A. B. Jack.)

Gesù stesso il dono redentore: - Per trentatré anni ha sopportato la pena del peccato, una perseveranza che è stata consumata quando ha sofferto per noi sul Calvario. E se dite che le Sue sofferenze erano temporanee e che le nostre avrebbero dovuto essere eterne, vi prego di ricordare che la Sua Divinità - e c'è il potere della Sua divinità, senza la quale credo che non si potrebbe fare espiazione - che la Sua Divinità ha dato a questi servizi e a queste sofferenze un valore agli occhi della giustizia molto più grande di tutti i servizi e di tutte le sofferenze di tutte le creature di Dio. Ed è facile capirlo. Proprio come la morte del Principe Reale d'Inghilterra, l'erede al trono britannico, il figlio maggiore di Vittoria, onorerebbe di più la legge d'Inghilterra, se morisse domani sul patibolo, che la morte di tutti i criminali imprigionati nelle sue prigioni - e si può immaginare una cosa del genere; C'è bisogno di fantasia, perché non è mai stato mostrato sulla terra, la corte e il paese in lutto, il palazzo immerso nel dolore, ogni capanna pallida di stupore, la notizia di esso che viaggiava sulle ali del fulmine da una città all'altra, e viaggiava sulle ali del vento attraverso l'onda, una potente moltitudine riunita, donne piangenti, e i cuori degli uomini che battono, tutti gli occhi in quel mare di teste soffuse di lacrime, mentre colui che è nato per un palazzo, nato per un trono, esce dalla prigione al patibolo, per morire nella stanza dei colpevoli, dico, fratelli, proprio come la morte di quel principe onorerebbe la legge d'Inghilterra più della morte di diecicento vittime tratte dai più bassi e vili ritrovi della società, così la morte di Gesù Cristo ha onorato la legge di Dio, e ora, in virtù di ciò che Cristo ha fatto, e in virtù di ciò che Cristo ha sofferto, Dio si erge presso la croce, non solo giusto, ma giustificatore di chiunque crede in Gesù. (Ibidem)

Gesù che si dona per i nostri peccati: Un mio amico che, ai tempi della schiavitù, aveva l'abitudine di visitare un vecchio di colore nella sua capanna, di leggergli la Bibbia e di conversare con lui di cose buone, mi ha menzionato una piccola circostanza, che può essere meglio raccontata con le sue stesse parole. "In tali occasioni, a volte gli chiedevo di dire quale parte della Bibbia dovevo leggere; ma non lo avrebbe mai fatto volentieri. "Qualsiasi parte, padrone, perché va tutto bene." Non gli diede mai la ragione di questa riluttanza. Intuii, tuttavia, che egli riteneva irriverente dare una preferenza a qualsiasi parte del messaggio, che proveniva tutto da Dio stesso. Dopo averlo lusingato invano, gli dicevo: 'Beh, se non puoi dirmi quello che vorresti sentire, tanto vale che torni a casa'. Allora arrivava la risposta pronta, e invariabile: 'Se le piace, signore, preferirei sentire parlare delle sofferenze del nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo'. Dal momento in cui la lettura iniziò, tutto il suo essere e la sua coscienza sembrarono esserne assorbiti; e sebbene non gli sfuggisse alcuna parola articolata, i gemiti e i sospiri che accompagnarono la lettura per tutto il tempo, dando enfasi ed espressione alle parole che uscivano dalle mie labbra, rivelavano un'indicibile comunione delle sofferenze di Gesù. Mai prima d'ora avevo cominciato ad addentrarmi nelle profondità insondabili di quella stupefacente tragedia come allora. Mai prima o dopo ho sentito nulla dal pulpito che si avvicinasse a questo per forza e chiarezza di esposizione. Tale fu l'effetto su ciascuno di noi che fui costretto a fermarmi di tanto in tanto per ritrovare un grado di compostezza sufficiente ad ammettere il mio procedimento. C'era davvero la predicazione; perché lo Spirito Santo stesso era il Predicatore; predicando al mio caro vecchio amico per mezzo mio, e a me per mezzo di lui, e ad entrambi per mezzo della Parola scritta". (J. H. Norton.)

Il 10 giugno 1770, la città di Port-au-Prince, ad Hayti, fu completamente distrutta da un terribile terremoto. Da una delle case distrutte i detenuti erano fuggiti, tranne una donna, la balia del bambino neonato del suo padrone. Non avrebbe abbandonato il suo incarico, anche se le mura stavano cedendo. Correndo al suo capezzale, allungò le braccia per abbracciarlo. L'edificio ha oscillato fino alle fondamenta; Il tetto crollò. Ha schiacciato la sfortunata coppia? I pesanti frammenti caddero sulla donna, ma il bambino ne uscì illeso, perché la sua nobile protettrice allungò la sua forma curva sul corpo e, sacrificando la propria vita, preservò il suo carico dalla distruzione

Cristo diede se stesso per noi: - Quando la Birkenhead, con cinquecento soldati a bordo, stava affondando, i soldati furono schierati nelle loro file sul ponte della nave mentre le donne e i bambini furono tranquillamente messi in una delle barche. Ognuno di loro fece come gli era stato ordinato, e non ci fu un mormorio o un grido tra loro finché la nave non fece il suo tuffo finale. Anche così, silenziosamente e senza lamentarsi, Cristo "ha dato se stesso" (Apocalisse versetto) per la nostra salvezza. (R. Brewin.)

Che cosa faremo dunque per Cristo: Simone si alzò forse dal suo giaciglio, ritenendo indegno della dignità del suo padrone abbassarsi a un ufficio umile e lavare i piedi al suo servo? E possiamo contemplare il Figlio di Dio, che non si china a lavarci con l'acqua, ma muore per lavarci con il Suo prezioso sangue, senza che queste parole esplodano dalle nostre labbra: "Signore, che cos'è l'uomo perché Tu ti ricordi di lui?" Anzi, non dovrebbe, e non sarà forse questa la nostra lingua, che Tu hai fatto per me, che cosa farò io per Te? Che cosa? ma ti abbraccio affettuosamente con tutti i miei affetti, ti amo con tutto il mio cuore, ti servo con tutte le mie forze e, rinnegando me stesso, ma mai Te, dico: "Che cosa renderò al Signore per tutti i suoi benefici? Prenderò il calice della salvezza e farò i miei voti al Signore, ora alla presenza di tutto il suo popolo". (Dott. Guthrie.) Ecco qui

(I.) Un grande fatto.

(II.) Uno scopo glorioso.

(III.) Un potere adeguato.

(IV.) Un grande compimento. (J. Lyth.)

Il sacrificio di Cristo è:

(I.) Volontario.

(II.) Vicario.

(III.) Degno.

(IV.) Divinamente nominato.

(V.) Efficiente. (Ibidem)

Un mondo malvagio:

(I.) IL FATTO PRINCIPALE DEL VANGELO è che Gesù Cristo "ha dato se stesso per i nostri peccati". 1. "Per i nostri peccati": c'era l'occasione per questo atto. Avete mai riflettuto, fratelli miei, sulla natura peculiare di questa proprietà, che qui si dice appartenga a noi: "i nostri peccati"? Sono l'unica cosa che possiamo veramente chiamare nostra. Tutto il resto che possediamo ci è dato, anzi, ci è solo prestato; È arrivato, in molti casi, senza che lo cercassimo, e dobbiamo rapidamente separarcene di nuovo. Ma "i nostri peccati" sono i nostri. Il loro possesso è di nostra creazione e acquisizione. Potremmo, infatti, aver avuto soci, suggeritori, assistenti, ognuno dei quali ha così accresciuto il proprio accumulo di questa proprietà. Ma la nostra parte rimane invariata: non c'è nessuno che la divida con noi. E, quel che è peggio, è una proprietà che, una volta acquisita, non può essere alienata o messa via. Devo dire che è un possesso inutile, dannosissimo, anzi rovinoso? C'è davvero una buona ragione per tutta questa ansia: perché i nostri peccati ci privano di molte benedizioni presenti e comportano su di noi molti guai futuri

(2.) Il nostro testo, fratelli miei, mentre nomina il grande fatto del vangelo, risponde a questa difficile domanda. Cristo "ha dato se stesso per i nostri peccati" - e ciò in modo tale da lasciare la proprietà fatale così com'era, odiosa e condannata da Dio e dall'uomo, mentre il suo proprietario è liberato dalla sua maledizione. "Prendi Me", esclamò, "invece di quei peccati". È vero che essi sono ancora "i nostri peccati", e noi dobbiamo essere umiliati per loro, e pentirci di essi; ma, per fede gettandoli di nuovo sul Salvatore espiatorio, troveremo che essi non possono interrompere il nostro rapporto con Dio come un amico, più di quanto non lo fossero se non fossero mai stati commessi

(II.) L'EFFETTO DESIDERATO. Cristo ha dato Se stesso per i nostri peccati, "per liberarci da questo presente mondo malvagio". 1. "Questo mondo attuale" è "malvagio", perché è un mondo ribelle. Ha apostatato dal servizio del suo vero e legittimo Maestro, di Colui che l'ha fatto

(2.) "Questo mondo attuale" è "malvagio", perché è un mondo corrotto. Quando i peccatori ne sono stati liberati, sono ancora suscettibili di esservi "di nuovo impigliati e vinti". 3. "Questo mondo attuale" è "malvagio", perché è un mondo condannato. Reca su ogni parte di esso la sentenza di condanna. (J. Jowett, M.A.)

Cristo libera i credenti da questo presente mondo malvagio: Consideriamo ora questa salvezza o liberazione come il principale argomento di riflessione nel versetto del nostro testo. Il mondo di cui si parla è il mondo attuale; Si chiama male, e così, se questa parola male ha una qualche forza, la liberazione è una liberazione morale e spirituale. Un commentatore di grande nome traduce, invece del mondo attuale, il mondo o l'epoca imminente, cioè l'epoca dell'apostasia e della seconda venuta di Cristo come Giudice. Ma questo è inutile e improbabile. La parola resa presente è la stessa che ricorre nel passaggio: "Cose presenti e cose a venire"; è usata dai grammatici per denotare il tempo presente in contrasto con il futuro; ed è un'idea veramente cristiana, che la fuga dal peccato presente e dalla corruzione presente è stata offerta da nostro Signore nel Suo vangelo e resa possibile per noi dalla Sua morte. Ma che cosa si intende per mondo, e in che senso è un mondo malvagio? Ci sono due parole usate nel Nuovo Testamento in cui troviamo mondo nella nostra traduzione. L'uno (κόσμος) mette in evidenza l'ordine o il sistema delle cose così come esiste nello spazio, l'altro (αἰών) il corso o il flusso degli eventi nel tempo. Le due parole, che denotano gli uomini, gli abitanti della terra o del mondo, nella loro attuale condizione di estraneità da Dio per quanto riguarda i loro sentimenti, abitudini, carattere, nel mondo e nelle epoche del tempo, sono usate indiscriminatamente. In uno o due casi la parola αἰών è fatta per significare la creazione materiale; κόσμος, proprio come la nostra parola mondo, che all'inizio denotava un'età degli uomini, è arrivata costantemente ad avere il significato della terra materiale o dell'universo. Da questa esposizione vediamo come e perché il mondo è chiamato male. Se Cristo o i Suoi apostoli avessero insegnato che nell'ordine delle cose create il male è inerente, che questo mondo visibile è essenzialmente un luogo vile e corrotto, a causa dei suoi elementi materiali, avrebbero dato sancizione alla dottrina gnostica che Dio, il supremo e il puro, non è il creatore del cielo e della terra, ma che qualche altro essere li ha fatti, che è essenzialmente imperfetto. Così la morale cristiana avrebbe coinciso con quel sistema ascetico che ha fatto tanti danni al mondo, insegnando che la fuga dal male consiste nell'estinzione del desiderio, nell'astinenza da tutto ciò che gratifica i sensi, nell'isolamento dalla società e nell'assorbimento nella contemplazione della divinità. In questo modo avremmo avuto un cristianesimo inadatto alla massa degli uomini, e che aveva in sé i germi della morte. Certamente, questa non era la visione del mondo che aveva Lui che diceva: "Non prego che Tu li tolga dal mondo, ma che Tu li preservi dal male". Al seguace di Cristo, quindi, il mondo, come è stato continuato dal suo Grande Creatore, nella sua struttura, nelle sue immagini e nei suoi suoni, nelle sue influenze sull'anima, non può apparire come il male. La creazione attuale, anche se può essere caduta, con l'uomo, da una bellezza più perfetta che un tempo le apparteneva, è solo buona, proprio come lo era all'inizio, "quando Dio vide tutto ciò che aveva fatto ed ecco, era molto buono". Il cielo e le nuvole sono buoni, anche se a volte monotone nuvole di pioggia coprono la faccia del cielo. Né riesco a vedere che cosa possa far sì che un cristiano guardi il mondo esterno senza gioia, quando, oltre ad avere in esso le stesse fonti di piacere che trovano gli altri, vede un Dio e un Padre riflessi da tutto l'universo. A volte è stato detto che la grande serietà che il cristianesimo getta nella vita, la pressione sulla mente cristiana di un mondo invisibile e dei grandi pensieri della prova e del dovere, dovrebbero naturalmente allontanarlo dalle cose esterne e visibili. Può essere paragonato al soldato poco prima della battaglia. Che tempo ha per la musica degli uccelli e le dolci forme dei fiori, quando la vittoria e la morte sono a portata di mano? Oppure può essere paragonato all'uomo che sta per imbarcarsi su una nave, i cui pensieri sono distolti dal bel profilo della costa, o dalle nuvole fluttuanti, e fissati sul grande, incommensurabile oceano. E così si dice che la cultura che scaturisce dal mondo e dalla vita, la raffinatezza del gusto e la sensibilità per le cose belle, non sono incoraggiate dal cristianesimo. I suoi influssi sono unilateralmente morali: è imperfetta, quando è sola, come disciplina per l'uomo. Alcuni dei primi cristiani mostrarono questo difetto; I religiosi più rigidi da allora lo hanno dimostrato. Hanno guardato al mondo come al male. A mio avviso, questa accusa non ha un vero fondamento. Il vangelo mira a coltivare la nostra natura, non a trasformarla in un'altra natura. E cerca di ottenere questo risultato portando i motivi più stimolanti ed elevati a influire sulla nostra vita e sul nostro carattere. Ma, mettendo da parte le differenze tra gli uomini, il vangelo ha spesso risvegliato i semi assopiti del sentimento, l'amore per la bellezza o il potere del pensiero che giacevano dormienti prima, e ha messo l'anima nella posizione migliore per ricevere tutto il bene, tutte le influenze ammorbidenti che Dio ha stabilito per lei nella sua educazione in questo mondo attuale. Quanto è diverso il vangelo di Cristo, nella sua visione dell'attuale mondo malvagio, dalle religioni che hanno influenzato e premuto sulle anime della grande razza indù. Per loro il mondo era pieno di illusioni; l'esistenza personale era un male; l'anima era in un transito quasi infinito da una forma di vita all'altra; La grande meta lontana era l'assorbimento nell'Essenza Suprema; e l'autotortura era un mezzo per raggiungere questa consumazione. Questa religione del Brahmanesimo divenne così triste che l'ateismo e l'estinzione promessi dal Buddismo divennero una benedizione positiva. Questo mondo malvagio, quindi, è tale come l'uomo lo ha fatto, non come Dio lo ha fatto. La dottrina essenziale del cristianesimo è che Dio ha fatto la Sua rivelazione e ha mandato Suo Figlio per arginare e ridurre questo male. Qui possiamo vedere due pensieri nel testo. In primo luogo, È UN MONDO MALVAGIO PRESENTE IN CONTRASTO CON UN MONDO FUTURO E INVISIBILE. La presenza del male in forma visibile, in una società di uomini che non possiamo evitare e da cui non dovremmo sottrarci, se lo vogliamo, gli conferisce il suo potere principale. Chi resiste a questo male, invece, è spirituale e distante; C'è un conflitto tra le forze che traggono il loro potere da realtà invisibili e le forze che hanno dalla loro parte i sensi, il nostro stato temporale e l'opinione umana. Guardiamo poi, per un momento, alla natura del male del mondo. È, in primo luogo, il male mescolato al bene, fondato su desideri e principi che, se non fosse per il peccato nel mondo, porterebbero solo al bene. Quindi, è insidioso. Sappiamo a malapena cosa sia l'eccesso, dove dobbiamo fermarci, fino a che punto possiamo avventurarci. Per tutto questo non abbiamo regole precise, e non possiamo averne. Qui sta gran parte del nostro pericolo, che il giudice interiore sia accecato e fuorviato dal male esterno, così che le decisioni del tribunale di coscienza siano inique. Di nuovo, c'è un'influenza ingiusta, persino un terrore, su di noi, esercitato dalle opinioni malvagie o difettose della società. Se gli apostoli si opponevano a una falsa religione, coloro che volevano proprio quel tipo di religione che placa la coscienza e si adatta a un debole senso religioso, divennero i loro nemici. O può darsi che una peculiarità di un'epoca del mondo consista in un decadimento della fede, in un'atmosfera di dubbio che sembra agire sulla mente degli uomini senza che essi ne siano consapevoli. Alla luce della Scrittura, questo è, in effetti, un male attuale, perché distrugge il potere dei motivi e indebolisce la natura religiosa. Parlerò solo di un'altra caratteristica del male che può esserci nel mondo; È l'accumulo di oggetti per gratificare i desideri, e anche quei desideri che possono essere chiamati voluttuosi. In una condizione semplice della società, dove c'è poca ricchezza e poca divisione del lavoro, questo non è il male predominante. Così, la Roma primitiva - e lo stesso vale per quasi tutte le società semplici - fu esteriormente virtuosa, reverenziale, rispettosa della legge, per alcune generazioni, solo per cadere nella condizione più grossolana, al declino della Repubblica e attraverso l'Impero, quando tutti i vizi in un flusso mescolato sembravano traboccare dall'umanità. L'apostolo vide questo; vide lo stesso decadimento delle buone abitudini nei paesi greci che attraversò; potrebbe, se fosse vivo ora, vederlo a Parigi; Potrebbe vedere le incursioni del godimento completamente mondano tra noi. La società si rovina in un tale declino, e ha bisogno di giudizi spaventosi, di cambiamenti radicali, per renderla sopportabile. Tutta questa influenza snervante e voluttuosa deve agire su ogni membro della società, a meno che egli non combatta contro di essa e si trasformi, attraverso il conflitto, in un carattere eroico. Tutto questo lo hanno sentito i filosofi, così come i cristiani. C'è un celebre passaggio in una delle opere di Platone, dove egli usa un linguaggio simile a quello dell'apostolo: "Il male", dice Socrate (in Teeteto, 176, A.B.), "non può mai perire; perché deve sempre rimanere qualcosa che sia antagonista al bene. Necessariamente si aggirano intorno a questa sfera mortale e alla natura terrena, non avendo posto tra gli dèi in cielo. Pertanto, anche noi dobbiamo volare via là; e volare là è diventare come Dio, per quanto ciò è possibile; e diventare come Lui significa diventare santi, giusti e saggi". Platone vedeva il male e desiderava una liberazione, e guardava alla saggezza e all'ispirazione della bellezza morale come il miglior mezzo che poteva offrire. Noi lo consideriamo uno degli uomini più nobili, ma abbiamo una guida migliore, proprio Colui che disse: "Non prego che Tu li tolga dal mondo, ma che Tu li preservi dal male". La sua preghiera fu esaudita. Dio ha salvato molti dal potere delle tenebre e li ha portati nel regno del Suo caro Figlio. Questo salvataggio è stato compiuto da Cristo, dice l'apostolo, nel suo dono di se stesso per noi. Il primo passo è l'offerta del perdono dei peccati, che è procurato, secondo la testimonianza uniforme della Scrittura, dalla morte di Cristo. Senza questa certezza di ricevere il perdono e l'aiuto, il senso del peccato sarebbe una paralisi delle forze attive dell'anima; e ci sarebbe, dopo alcuni sforzi infruttuosi, la disperazione di progredire verso una vita santa e perfetta. La rivelazione da parte di Cristo del male del peccato sarebbe stata allora solo un ministero di ira e di morte. In secondo luogo, l'anima è così aperta a tutti i motivi geniali che devono agire su di essa per poter essere liberata dal male che è nel mondo. Ancora una volta, il male del mondo è, in misura considerevole, un eccesso di bene. Il desiderio può non essere un male in sé, ma gran parte della corruzione nel mondo proviene da un desiderio disordinato. Infine, le parole conclusive del nostro testo ci assicurano che tutto ciò che abbiamo considerato non è un piano per il miglioramento dell'umanità che vive semplicemente sulla terra, ma per il rinnovamento del mondo e come la liberazione definitiva degli uomini dal peccato, attraverso Cristo. E il dono di Cristo per i nostri peccati, e il Suo proposito, così facendo, di liberarci dall'attuale mondo malvagio, avvenne secondo la volontà di Dio e di nostro Padre. Non dobbiamo la nostra salvezza a un impulso, a un movimento temporaneo nella mente di Cristo, o a circostanze che hanno risvegliato in un cuore benevolo un'opposizione all'ipocrisia e alla cupidigia del suo tempo. Da questo alto esempio ci viene insegnato che una vita pensata in anticipo, portata fino alla fine secondo un unico piano, è una vita più vicina alla vita di Dio. (T. D. Woolsey.) A chi sia gloria nei secoli dei secoli

Attribuzione di lode a Dio: - Gli Ebrei sono soliti nei loro scritti mescolare lode e rendimento di grazie. Gli apostoli stessi osservano questa usanza. Cosa che si può vedere molto spesso in Paolo. Poiché il nome del Signore deve essere tenuto in grande riverenza e non deve mai essere nominato senza lode e ringraziamento. E così fare, è un certo tipo di adorazione e servizio a Dio. Così, nelle questioni mondane, quando menzioniamo i nomi dei re o dei principi, siamo soliti farlo con qualche gesto decoroso, riverenza e piegamento delle ginocchia, molto più quando parliamo di Dio, e pronunciare il nome di Dio con gratitudine e grande riverenza. (Lutero.) Il dovere di attribuire gloria a Dio: - Ecco la fine del saluto, in cui, presentando la Sua pratica come esempio, Egli comprende il dovere dei redenti. Essi devono attribuire gloria e lode durature a Dio Padre per la Sua buona volontà a quest'opera della nostra redenzione per mezzo di Gesù Cristo

(1.) Come Dio, in questa grande opera della nostra redenzione, ha fatto risplendere la gloria di quasi tutti i Suoi attributi, specialmente della Sua giustizia, misericordia e sapienza, così è dovere dei redenti riconoscere quella gloria e desiderare che possa essere esposta sempre di più sia in noi stessi che negli altri

(2.) Questo dovere non può mai essere adempiuto a sufficienza. Ci vuole l'ozio dell'eternità per attribuire gloria a Dio

(3.) La gloria del Redentore e di Dio, che ha mandato Suo Figlio a compiere quell'opera, sarà il canto duraturo e senza fine dei redenti

(4) La nostra lode e il nostro ringraziamento non devono essere solo formali o verbali, ma ferventi e seri, procedendo dal più intimo affetto del cuore. (James Fergusson.)

L'onore che è dovuto a Dio per la redenzione in Cristo: la lode di Dio

1.) Un frutto dello stato redento

(2.) Una prova dello stesso. (J. P. Lange, D.D.) La lode che i redenti portano a Dio

(1) inizia nel tempo;

(2) continua nell'eternità. (Ibidem)

La lode continuerà per sempre: la lode è l'unica parte del dovere in cui ci impegniamo attualmente, che è duratura. Preghiamo; ma ci sarà un tempo in cui la preghiera offrirà la sua ultima litania: noi crediamo; ma ci sarà un tempo in cui la fede si perderà di vista: noi speriamo, e la speranza non fa vergognare; ma ci sarà un tempo in cui la speranza si smonterà e morirà, persa nello splendore della fruizione che Dio rivelerà. Ma la lode va a cantare in cielo, ed è pronta, senza maestro, a suonare l'arpa che l'aspetta, a trasmettere lungo gli echi dell'eternità il canto dell'Agnello. (W. M. Punshon.)

La lode di Dio:

1.) La sua natura

(2.) La sua fonte

(3.) La sua durata

(4.) La sua diffusione. (J. Lyth.)

6 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:6-7

Mi meraviglio che siate così presto lontani da Colui che vi ha chiamati. - Gli errori dei buoni e le follie dei saggi sono argomenti dolorosi di contemplazione, e non siamo mai più consapevoli di un rinculo sensibile e angosciante come quando assistiamo alla delusione delle nostre speranze in riferimento a coloro che un tempo avevano promesso di raggiungere l'eccellenza distinta. Alcuni, tuttavia, c'è da temere, sono relativamente estranei a qualsiasi vivida apprensione di questo tipo. Sembra che stiano sempre all'erta per scoprire il cancro nella rosa, o il difetto nella gemma, e amino il difetto che dà loro un pari più della virtù che rende un altro il loro superiore. Ma gli uomini di temperamento più nobile si dilettano sempre nel vedere lo sviluppo di un valore elevato; e questi, lungi dal mettere a nudo con mano incrollabile le infermità e i difetti della nostra comune natura, non mancano mai di sperimentare una corrispondente depressione e rimpianto quando lo splendore di un grande nome è offuscato, e specialmente quando si vede che la religione stessa soffre per l'incoerenza dei suoi amici professati

(I.) LA PRIMA COMPARSA DELL'ERRORE E DELLA DECLINAZIONE TRA LE CHIESE FONDATE DALL'APOSTOLO. "Così presto rimosso". La nostra attenzione è anche particolarmente catturata dalla prevalenza di questi mali all'inizio della storia della Chiesa cristiana; e non solo nella provincia della Galazia, ma in varie altre direzioni. Ci meravigliamo di vedere il ruscello corrotto così vicino alla fontana, le zizzanie spuntare con il grano nei terreni più favoriti, e l'oro fino del santuario diventare così presto fioco. Alla Chiesa di Tessalonica, San Paolo scrive, in una delle sue prime Epistole: "Il mistero dell'iniquità è già all'opera". San Pietro parla di coloro "che segretamente introducono eresie di perdannazione". San Giuda si riferisce a coloro che "hanno rinnegato il Signore che li ha comprati" e aggiunge che questi "uomini empi si insinuarono inconsapevolmente", come il lupo nell'ovile, o il traditore soffocato nel palazzo del re, sottintendendo che avrebbero dovuto essere tenuti fuori con ogni mezzo!

(II.) IL MODO INSIDIOSO IN CUI VENGONO SPESSO INTRODOTTE LE CORRUZIONI PIÙ PERICOLOSE. "VOI SIETE STATI TRASFERITI A UN ALTRO VANGELO, CHE NON È UN ALTRO". Il nemico delle anime non è mai più pericoloso di quando assume l'aspetto di un angelo di luce; e il danno è più frequentemente sostenuto dall'abile mescolanza della verità con l'errore, che da qualsiasi tentazione di rinunciare del tutto al cristianesimo. Raramente siamo invitati a ricevere una menzogna ampia, palpabile e non mescolata, perché da ciò la mente potrebbe naturalmente indietreggiare, poiché dovremmo rifuggire dall'assumere, con gli occhi aperti, veleni non diluiti. Ma il grande ingannatore si mette all'opera più abilmente e incorpora false dottrine con qualche modifica della vera. Sa avvolgere i suoi veleni più mortali in alcune foglie dell'albero della vita; mentre citava la Scrittura a nostro Signore stesso, e premetteva la sua fatale tentazione a Eva, con la dolce domanda: "Sì, Dio ha detto?" Tutti costoro dovrebbero ricordare che la perversione della verità evangelica è seguita da conseguenze malinconiche e produce infelicità nella mente. Ce ne sono alcuni che ti disturbano. "I pervertitori del Vangelo sono disturbatori dell'anima". Come la stella mistica dell'Apocalisse che, cadendo sulle acque, trasformò l'elemento pacifico in turbolenza e sangue, il loro corso può essere tracciato dalle calamità che provocano

(III.) LA TERRIBILE CRIMINALITÀ E IL PERICOLO DI PERVERTIRE IL VANGELO DI CRISTO. Dalla grandezza della pena denunciata dall'apostolo, apprendiamo la sua valutazione della colpevolezza aggravata del reato che condanna

(1.) Il grande principio protestante del diritto e del dovere del giudizio privato. Sebbene San Paolo dia prova del suo apostolato e chieda di essere ascoltato come servo di Cristo, è ben lungi dal rivendicare un'autorità illimitata sulle coscienze degli uomini, ma si appella direttamente al loro giudizio. Se non dovevano ricevere, nemmeno da lui, un altro vangelo, naturalmente dovevano decidere cosa era e cosa non era un altro vangelo. E questo avevano i mezzi per farlo

(2.) Se questo è il pericolo della perversione, quanto è importante che noi riceviamo il vangelo ai fini della nostra salvezza? Rifiutare o pervertire deruba Dio della Sua gloria, la Chiesa del suo conforto e il mondo della sua speranza

(3) L'intima connessione tra la purezza della Chiesa cristiana e la felicità dei suoi singoli membri. Dio rivela questa religione, non solo come mezzo di sicurezza, ma come elemento di beatitudine

(4.) Possiamo ben rallegrarci della perpetuità della religione stessa, nonostante tutti gli attacchi dei suoi nemici e tutta l'imperfezione dei suoi amici. Il vangelo partecipa dell'immortalità del suo autore. (L'evangelista.)

La meraviglia di un fedele apostolo per la defezione dei convertiti senza fede:

(I.) L'APOSTOLO SI MERAVIGLIÒ CHE SI FOSSERO ALLONTANATI DA DIO E DAL SALVATORE. Quando gli uomini si rivolgono a Dio, le aspettative si avverano; ma quando lo abbandonano, lo stupore è suscitato a causa del mistero dell'iniquità Geremia 2:12, 13

(1.) Per i Galati 50 'arbitrio umano era il ministero di Paolo

(2.) C'è un riferimento alla potenza divina nella chiamata di Dio. "Colui che vi ha chiamati nella grazia di Cristo".

(II.) PAOLO SI MERAVIGLIÒ CHE FOSSERO CAMBIATI COSÌ IMPROVVISAMENTE

(III.) PAOLO SI MERAVIGLIÒ CHE DOVESSERO RINUNCIARE AL VERO PER IL FALSO, AL REALE PER L'IRREALE, AL GENUINO PER LA FINZIONE

(IV.) PAOLO SI MERAVIGLIÒ DEL FATTO CHE FOSSERO STATI SEDOTTI DA UOMINI IL CUI CARATTERE AVREBBE DOVUTO ESSERE COMPRESO. Lezioni:1. La volontà di Dio in Cristo Gesù riguardo a noi dovrebbe essere l'argomento della nostra costante meditazione

(2.) Dovremmo stare attenti all'insegnamento che tende a distogliere Cristo dalla nostra attenzione e fiducia

(3.) Dovremmo evitare la compagnia di uomini che, con il pretesto di farci del bene, cercano solo di indebolire la nostra fede nel Vangelo. (R. Nicholls.)

L'apostasia è facile: - È possibile iniziare nello Spirito e finire nella carne; è possibile essere seriamente ostacolati; è possibile venire meno alla promessa della grazia di Dio. Le nuvole a volte oscurano la sera più luminosa e la mattina più soleggiata. Un leggero cambiamento atmosferico può trasformare un'ascesa alpina da un'emozione sicura in un pericolo imminente. È quindi nel mondo naturale; E così è nel regno della grazia. Ci sono innumerevoli cause, derivanti dalle circostanze delle cose esterne, o dalla corruzione innata e non domata dei nostri cuori traditori, che possono mettere in pericolo la costanza del cristiano, e far sì che la sua bontà sia proprio come la nuvola mattutina e come la rugiada mattutina, buona e scintillante in promessa, ma, per il calore ardente del sole, espirò molto rapidamente. (W. M. Punshon.)

Cristiani volubili: - Lutero ha spesso testimoniato che aveva molta paura che, quando fosse morto, sarebbe morta anche quella sana dottrina della giustificazione per sola fede. Lo ha dimostrato in molti luoghi della Germania. Gli uomini caddero sotto il papato con la stessa rapidità con cui cadono le foglie in autunno. La parola qui tradotta "rimosso" significa propriamente "trasportato" o "trapiantato". "Egli allude", dice Girolamo, "alla parola Galdi, 'rotolare', come se dicesse: 'Voi siete Galati, cioè rotolate e cambiate dal vangelo di Cristo alla legge di Mosè'. " (J. Trapp.)

Trattamento diverso per seduttori e sedotti: - Vedete qui come Paolo tratta i suoi Galati, che furono decaduti e sedotti dai falsi apostoli. All'inizio non li attacca con veemenza e parole rigorose, ma in modo molto paterno, non solo sopportando pazientemente la loro caduta, ma anche in modo da giustificarla. Inoltre, mostra verso di loro un affetto materno, e parla loro molto bene; e tuttavia in modo tale che li rimprovera nonostante ciò, anche se con parole molto appropriate, e saggiamente formulate allo scopo. Al contrario, egli è molto ardente e pieno di indignazione contro quei falsi apostoli, i loro seduttori, sui quali attribuisce tutta la colpa; e quindi immediatamente, anche all'inizio della sua Epistola, prorompe in semplici tuoni e lampi contro di loro... Così i genitori, quando il loro bambino viene ferito dal morso di un cane, sono soliti inseguire solo il cane, ma il bambino che piange si lamentano e gli parlano onestamente, confortandolo con le parole più dolci. (Lutero.)

Il comportamento dell'apostolo:

1.) Verso l'inganno. Fa una denuncia e un'accusa, ma attraverso di essa si sentono tutti i toni pieni di compassione e amore

(2.) Verso i fuorviatori. Implacabilmente severo, fino a denunciare una maledizione. Allontanarsi dal vangelo è male, ma sovvertire il vangelo è peggio. (J. P. Lange, D.D.)

La serietà con cui San Paolo si oppone ai falsi maestri: la serietà dell'apostolo è

1.) Ben fondato; 2. Molto significativo per noi.

(1) Dovrebbe impedirci di ricevere qualsiasi dottrina non evangelica.

(2) Dovrebbe rafforzarci nella certezza che il Vangelo che abbiamo è quello vero. (Ibidem)

Cristiani decaduti: - Nei primi anni di una Chiesa, i suoi membri sono disposti a sopportare difficoltà e a fare grandi sforzi; ma, una volta che è prospera, desiderano prendersi la loro tranquillità; Come uno che costruisce una nave è disposto a lavorare per tutto il tragitto dalla chiglia al ponte fino a quando non viene varata, da allora in poi si aspetta che l'oceano lo sostenga e che i venti lo sostengano su di lui. Il tempo giovanile delle Chiese produce impresa; la loro età, l'indolenza. Ma anche questo potrebbe essere sopportato, se questi morti non sedessero sulla porta dei loro sepolcri, gridando contro ogni uomo vivente che rifiuta di indossare la livrea della morte. Sono quasi tentato di pensare che, se, con la fine di ogni pastorato, la Chiesa stessa fosse sciolta e distrutta, per essere riunita dal maestro successivo, ci assicureremmo così l'immortalità della giovinezza. (H. W. Beecher.)

Apostasia dalla verità:

1.) Fino a che punto non ci si deve meravigliare dell'apostasia

(2.) Fino a che punto c'è da meravigliarsi. (J. P. Lange, D.D.)

L'incostanza è un difetto comune: una tendenza all'apostata, o incostanza, è un difetto radicale del cuore umano

(1.) Lento e immobile, dove è importante che si muova e si applichi

(2.) Così mobile e instabile, dove dovrebbe rimanere fermo. (Ibidem)

Apostasia dei credenti:

1.) L'apostasia dei credenti è, ahimè, a volte un fatto

(2.) Da che cosa procede? 3. Fino a che punto si può rimediare? (Ibidem)

La rivolta della Galazia:

(I.) LA RIVOLTA. Diversi tipi di rivolta religiosa

(1.) Particolare: dissenso da alcune dottrine principali; le dieci tribù; la Chiesa Romana

(2.) Generale: rinuncia al nome e alla fede di Cristo; Ebrei; Maomettani

(3.) Sotto forte pressione; quando gli uomini compromettono la fede per paura della persecuzione

(4.) Dall'ostinazione; come atei. La rivolta della Galazia era di prima e terza classe. Furono "portati via" dalla dottrina della "grazia".

(II.) IL TEMPO CHE HA OCCUPATO

(1.) Un breve periodo

(2.) Mostrare l'incostanza dell'uomo in materia di religione Osea 6:4; Giovanni 5:35

(3.) Rivolgere un avvertimento ai più privilegiati

(III.) DA CHE COSA SI RIBELLARONO

(1.) Da Paolo

(2.) Dalla grazia di Dio

(IV.) A CHE COSA SI RIBELLARONO

(1.) Ai falsi insegnanti

(2.) A un altro vangelo composto di grazia e legge.

(1) Gli uomini sono scontenti dei puri doni di Dio. Gli ebrei, oltre ai libri di Mosè, devono avere la Cabala; i papisti, oltre alla Parola scritta, devono avere la tradizione; Gli ascoltatori, oltre al semplice Vangelo, devono avere l'abilità dell'arte e della lingua.

(2) L'altro vangelo non è affatto vangelo. C'è solo una via di salvezza. Le notizie di un altro modo, quindi, sono cattive notizie

(V.) GLI AUTORI DELLA RIVOLTA

(1.) Sono disturbatori, perché

(1) fanno divisioni;

(2) turbare le coscienze che riposano in Cristo. Ecco la pietra di paragone dell'eresia. La giustificazione per mezzo delle opere è un giogo insopportabile Atti 15:10. Così è l'insegnamento che la certezza è impossibile; Lo stesso vale per il dogma del purgatorio. Il vangelo, al contrario, pone fine alle tribolazioni e porta pace e gioia Giovanni 15:11; Romani 15:14

(2.) Essi rovesciano il vangelo di Cristo. Non ne contestarono la verità, ma, aggiungendovi qualcosa, la capovolsero. (W. Perkins.)

Un gruppo di meraviglie:

1.) Che gli uomini non credano al vero e credano al falso

(2.) Che gli uomini abbandonino ciò che è provato e seguano ciò che è speculativo

(3.) Che gli uomini rifiutino la possibile salvezza mediante la fede a favore del conseguimento di una salvezza impossibile mediante le opere

(4.) Che gli uomini rifiutino il balsamo per una coscienza ferita e accettino ciò che può solo turbare la coscienza

(5.) Che gli uomini si allontanino dall'ambasciatore del vangelo e si uniscano ai pervertitori del vangelo. Eppure queste meraviglie sono testimoniate ogni giorno

L'instabilità religiosa dei Galati: - Era il germogliare troppo rapidamente del buon seme su un terreno povero e poco profondo; l'improvviso divampare del fuoco tra le nature leggere, fragili e infiammabili come la paglia. La modifica di una vecchia religione, l'adozione calorosa di una nuova, la combinazione di un culto antico con uno recente e dissimile, erano già stati illustrati nella storia della Galazia. Come Celti, avevano portato con sé il loro vecchio druidismo; eppure avevano già incorporato in questo il culto della natura selvaggia di Cibele. Ma mentre questo culto frigio era fiorente a Pessinus, e comandava i servizi di schiere di sacerdoti mutilati, e mentre a Tavium l'oggetto principale del culto era un colossale Zeus di bronzo di tipo greco, ad Ancyra fu stabilita la divinizzazione romana dell'imperatore Augusto. Passando attraverso queste capitali, Paolo vedeva l'epitome della loro storia e del loro carattere, e come aveva amaramente motivo di apprendere, le opinioni religiose dei Galli erano più o meno un riflesso delle impressioni del momento, e i loro sentimenti preferiti l'eco della lingua usata dall'ultimo venuto. (F. W. Farrar.)

Gli antagonisti giudaizzanti di San Paolo: - Affermavano l'autorità esclusiva degli apostoli in Giudea (2. Cor. 11:5; Galati 2:6, ecc.), una pretesa che essi avrebbero ripudiato, e che Paolo ha il coraggio di negare loro (comp. 1Corinzi 9:5. Essi affermavano inoltre di essere gli unici veri discepoli di Cristo 1Corinzi 1:12; 2Corinzi 10:7, e nel Suo nome imponevano, come condizione di salvezza, la circoncisione e tutti i riti della legge Galati 2:3; 3:3; 4:10-11; 5:2, ecc.; Romani 14:1, ecc.; Filippesi 3:2; Colossesi 2:21, ecc.), e interruppero bruscamente ogni rapporto con i cristiani incirconcisi Galati 2:2, che Paolo aveva accolto, e gli altri apostoli riconobbero, come fratelli. Il loro odio per Paolo non era affatto placato dalle sue eroiche sofferenze e dalla sua sublime devozione a se stesso. Quando il popolo di Gerusalemme gli mise le mani omicide, nessuno delle tante miriadi di cristiani alzò un dito in sua difesa. Portato a Roma durante i suoi due anni di ansiosa prigionia, ha ancora motivo di lamentarsi di coloro che predicano Cristo solo di contesa, pensando di aggiungere afflizione ai suoi legami. (E. Reuss, D.D.)

La vera questione in questione: se i giudaizzanti avessero veramente creduto nella divinità di Gesù, non avrebbero potuto tornare a sistemi che erano morti prima delle glorie del Suo avvento, perché quella fede si sarebbe dimostrata una barriera insormontabile agli aneliti reazionari. Il loro tentativo di reintrodurre la circoncisione era una riflessione sull'opera compiuta da Cristo e, quindi, in ultima analisi, sulla dignità della Sua persona. Essi non sapevano, o non vi badavano, di essere membri di un regno in cui la circoncisione e l'incirconcisione erano accidenti insignificanti, e in cui la nuova creazione dell'anima era l'unica questione di vitale importanza. Benché non avessero rinnegato Cristo nei termini, Egli era diventato inutile per loro. Avevano praticamente rifiutato l'efficacia plenaria della grazia di Cristo, e avevano implicitamente negato che Egli fosse più grande di Mosè; e nell'opporsi ad essi, Paolo è il rappresentante apostolico della causa e dell'opera di Atanasio. (Canon Liddon.)

Le Chiese primitive non erano Chiese modello: - Avevano un insegnamento apostolico; ma oltre a ciò sembra che non siano stati in alcun modo al di sopra, e per molti aspetti al di sotto, del livello delle epoche successive. Se possiamo giudicare la loro moralità dalle esortazioni che ricevettero, Corinto e Tessalonica non erano che principianti nella santità. Se possiamo giudicare della loro intelligenza dagli errori in cui sono caduti, avevano davvero bisogno che si insegnasse loro quali erano i primi principi degli oracoli di Dio. Non potrebbe essere altrimenti. Erano appena stati salvati dal paganesimo e portavano i segni della loro precedente schiavitù. Erano come le comunità promosse dai missionari moderni. La stessa semplicità infantile, le parziali apprensioni della verità, il pericolo di essere sviati dalla bassa moralità dei loro parenti, l'apertura a strane eresie e il pericolo di mescolare il vecchio con il nuovo nelle opinioni e nella pratica, affliggono entrambi. La storia della prima differenza teologica nelle Chiese primitive è una sorprendente confutazione del sogno che esse erano perfette, e un'illustrazione sorprendente dei pericoli a cui erano esposte dal tentativo, così naturale per tutti noi, di mettere vino nuovo in bottiglie vecchie. (A. Maclaren, D.D.)

La grazia di Cristo: - Non è l'uomo che sale al cielo; è Dio che depone la mano dal cielo e lo risuscita. Non è l'uomo che paga Dio per il cielo; il cielo è il dono gratuito di Dio all'uomo attraverso Cristo. La parola "grazia" è incisa sul tempio della salvezza dalle fondamenta alla pietra superiore. (Thomas Jones.)

Un altro vangelo: - Sentiamo molto parlare di muoversi con l'età. Ma il Vangelo non deve essere cambiato per rispondere alle opinioni di qualsiasi epoca. Il pulpito deve guidare l'epoca, e non l'età il pulpito. Lasciate dunque che i ministri predichino il vangelo, sia che gli uomini sopportino o sopportino. Il Vangelo, in tutte le sue gloriose dottrine, la pura moralità e le dolci promesse, è l'unico potere da salvare. (Ibidem)

Rapida declinazione: - Ha è l'interiezione del riso; Ah, l'interiezione del dolore. La differenza tra loro è piccola; la trasposizione di quella che non è una lettera sostanziale, ma una nuda aspirata. Con quanta rapidità, nell'età di un minuto, nel solo istante di un respiro, la nostra allegria si trasforma in lutto. (Thos. Fuller.)

Movimento non progresso: Rowland Hill, in casa di un amico, vide un bambino su un cavallo a dondolo. "Povero me," disse il buon uomo, "come sono meravigliosamente simili a certi cristiani; movimento, movimento, movimento, ma nessun progresso".

Coprire il peccato con bei nomi: - Qui possiamo imparare a spiare le astute astuzie e sottigliezze del diavolo. Nessun eretico viene sotto il titolo di errori e del diavolo, né il diavolo stesso viene come un diavolo a sua somiglianza, ma quando costringe gli uomini a manifestare malvagità, fa loro un mantello per coprire quel peccato che commettono o si propongono di commettere. L'omicida, nella sua rabbia, non vede che l'omicidio è un peccato così grande e orribile come lo è in realtà, perché ha un mantello per coprirlo. I fornicatori, i ladri, gli avidi, gli ubriaconi e altri simili hanno con cui lusingarsi e coprire i loro peccati. Così anche il diavolo esce travestito e contraffatto in tutte le sue opere e i suoi disegni. Nella materia spirituale, dove Satana esce non nero, ma bianco, nelle sembianze di un angelo, o di Dio stesso, lì egli passa se stesso con la più astuta dissimulazione, e con meravigliosi giochi di prestigio, ed è solito mettersi in vendita il suo veleno più mortale per la dottrina della grazia, per la Parola di Dio, per il vangelo di Cristo. Per questa ragione, Paolo chiama la dottrina dei falsi apostoli, ministri di Satana, un "vangelo", dicendo: "A un altro vangelo; " ma con derisione, come se volesse dire: Voi Galati avete ora altri evangelisti, e un altro vangelo; Il mio Vangelo vi disprezza ora; Ora non è più in stima tra voi. (Lutero.)

Un vangelo manipolato: - Nell'"Economia delle manifatture di Babbage", ci viene detto che alcuni anni fa un modo di preparare vecchi semi di trifoglio e trifoglio, con un processo chiamato "rastrellatura", divenne così prevalente da attirare l'attenzione della Camera dei Comuni. Con questo processo il seme vecchio e senza valore fu reso in apparenza uguale al migliore. Un testimone provò alcune sementi "rimaneggiate" e riscontrò che non cresceva più di un chicco su cento. Non c'è da temere che un vangelo "manipolato" stia diventando molto comune tra noi; E se è così, non c'è da meravigliarsi che le conversioni siano poche. Solo la pura verità è seme vivente. (C. H. Spurgeon.)

Il vangelo del dilettante: - Il vangelo del dilettante ha la maggior attrattiva, naturalmente, per le persone di mentalità letteraria ed estetica. Ciò che cercano nei sermoni che vanno ad ascoltare non è la religione, ma (come amano definirla) "la poesia e la filosofia della religione". Sarebbero gli ultimi a sospettare che un tale ascolto della parola di Dio sia superficiale; ma superficiale lo è certamente. È il desiderio di una cosa esterna che li porta alla chiesa. Danno all'accidentale e all'inessenziale il rispetto che dovrebbe essere accordato solo al messaggio di Dio. E il danno per la causa di Cristo, nel cedere a tali brame, è che detronizza il fatto che Dio sta parlando attraverso il vangelo alle anime umane. Cristo non è in tutti i pensieri di tali ascoltatori. La costruzione esteriore della parola, le sue caratteristiche letterarie o artistiche, il suo pathos, la sua semplicità o la sua forza, sono propagandate e accettate o rifiutate; ma il messaggio e il significato di Dio sotto ogni cosa sono lasciati in piedi all'esterno. È difficile sopravvalutare il male a cui deve condurre la predicazione che asseconda questa classe. Per coloro che vi si abbandonano, la Bibbia si riduce inevitabilmente a un libro privo di ispirazione, nel migliore dei casi, un libro più interessante solo di altri libri che potrebbero essere nominati. Il vangelo che è proclamato dalle sue pagine - il vangelo benedetto della grazia di Dio - passa completamente fuori dalla vista; e gli ascoltatori ascolteranno ciò che viene loro presentato per tutta la vita, e tuttavia non riusciranno a ricevere un solo impulso di cuore retto verso l'opera per la quale Dio sta sostenendo una Chiesa nel mondo. (A. Macleod, D.D.)

Nessuna tregua con gli eretici: essi, infatti, avevano introdotto solo uno o due comandamenti, la circoncisione e l'osservanza dei giorni, ma egli dice che il vangelo è stato pervertito, per mostrare che una leggera adulterazione vizia il tutto. Infatti, come colui che elimina solo parzialmente l'immagine su una moneta reale rende il tutto spurio, così colui che si allontana anche solo poco dalla pura fede procede presto da ciò verso errori più gravi, e diventa completamente corrotto. Coloro che ci accusano di essere polemici nel separarci dagli eretici, e dicono che non c'è vera differenza tra noi, eccetto ciò che nasce dalla nostra ambizione, ascoltino l'affermazione di Paolo, che coloro che avevano solo leggermente innovato, hanno sovvertito il vangelo. Non che dire che il Figlio di Dio sia un essere creato [come facevano gli ariani] sia una cosa da poco. Non sapete che anche sotto l'antica alleanza un uomo che raccoglieva legna di sabato e trasgrediva un solo comandamento, e che non era un comandamento grande, veniva punito con la morte? e che Uzza, che sosteneva l'arca, quando stava per essere rovesciata, fu colpito a morte improvvisamente, perché si era intromesso in un ufficio che non gli apparteneva? Perciò, se trasgredire il sabato e toccare l'arca che cade attira l'ira di Dio in modo così evidente da privare l'offensore di una tregua anche momentanea, colui che corrompe dottrine indicibilmente orribili troverà scusa e perdono? Certamente no. La mancanza di zelo nelle piccole cose è la causa di tutte le nostre calamità; Poiché gli errori minori sfuggono alla correzione dell'adattamento, si insinuano quelli più grandi. Come nel corpo, la trascuratezza delle ferite genera febbre, mortificazione e morte; Così, nell'anima, i mali lievi trascurati aprono la porta a quelli più gravi. È considerato un errore banale che un uomo trascuri il digiuno; che un altro, che è stabilito nella pura fede, si ritragga dalla sua audace professione e sia indotto dalle circostanze a dissimulare; Che un terzo si irriti e minacci di allontanarsi dalla vera fede, è giustificato con il pretesto della passione e del risentimento. Così mille errori simili vengono introdotti ogni giorno nella Chiesa, che si divide in altrettanti partiti, e noi siamo diventati lo zimbello degli ebrei e dei greci. Ma se in un primo momento fosse stato dato un giusto rimprovero a coloro che tentavano lievi perversioni, e una deviazione dagli oracoli divini, una tale pestilenza non sarebbe stata generata, né una tale tempesta avrebbe scosso la Chiesa. Ora capirete perché Paolo chiama la circoncisione una perversione del vangelo. Ci sono molti di noi ora che digiunano lo stesso giorno degli Ebrei, e osservano i sabati nella stessa maniera; e come chiamerò la nostra tolleranza nei confronti di ciò, nobile o miserabile? Ancora, molte usanze gentili sono osservate da alcuni tra noi; presagi, auguri, presagi, distinzioni di giorni, una curiosa attenzione alle circostanze della nascita dei loro figli e, appena nati, tavolette con empie iscrizioni poste sulle loro infelici teste, insegnando loro fin dall'inizio a mettere da parte gli sforzi virtuosi, e trascinandoli il più possibile sotto il falso dominio del destino. Ma se Cristo non giova a nulla i circoncisi, come gioverà la fede d'ora in poi alla salvezza di coloro che hanno introdotto tali corruzioni? (Crisostomo.)

Ma per quanto riguarda la possibilità che la mente dell'uomo sia portata in rapporti pratici di lavoro con certezza esterna, anche a una certa distanza nel tempo e nello spazio, senza pretendere l'infallibilità per l'interprete, possiamo riferirci a fatti familiari, su un piano molto più basso, per un'illustrazione decisiva. Acts Greenwich Observatory c'è una conoscenza esatta e assolutamente certa della vera ora del giorno. Questa certa conoscenza dell'ora del giorno è la base della sicurezza e della direzione di tutto il traffico interno dell'Inghilterra, e della direzione di tutta la nostra marina, e della vasta marina commerciale, su ogni mare. Nel primo caso, l'ora viene trasmessa dall'infallibile orologio di Greenwich per telegrafo, in un batter d'occhio, fino alle estremità del paese, e tutte le ferrovie hanno regolato il loro tempo in modo sufficientemente corretto secondo questo standard. Nell'altro, l'"Almanacco Nautico", un libro-rivelazione, nonostante tutti i rischi della stampa, porta in mare i risultati dell'infallibile scienza di Greenwich in ogni imbarcazione che lascia le nostre coste. Ci possono essere difetti occasionali e infinitesimali nella trasmissione dell'ora a Londra, Edimburgo e Dublino. Ci possono essere errori occasionali nella stampa dell'"Almanacco Nautico", e occasionalmente molta ignoranza e ottusità nei capitani e nei tenenti nel prendere osservazioni del sole e della luna; donde errori nel funzionamento della longitudine e della latitudine, e terribili catastrofi in mare. Ma certamente nessuno sosterrebbe quindi che il tentativo di imporre la regola infallibile dell'epoca di Greenwich alle ferrovie e ai capitani delle navi fosse un'interferenza con le libertà dell'intelligenza moderna, o in realtà un tentativo che deve praticamente fallire, a causa della fallibilità, o della cattiva vista o dell'aritmetica, dei capistazione e dei capitani. Nessuno avrebbe esitato a dire a ciascuno di questi funzionari che, nel complesso, poiché l'uso di un'autorità infallibile avrebbe comportato una pretesa di infallibilità nell'osservatore nautico, era meglio che ognuno facesse dei fatti della natura ciò che poteva, e indovinasse l'ora, ciascuno secondo le sue diverse capacità. E se qualcuna di queste persone si fosse messa in guardia contro il messaggio di Greenwich, o avesse detto che era necessario un commento per renderlo una guida sicura, sarebbe stato considerato un po' troppo intelligente per le sue situazioni. Ora, in questa parabola l'Osservatorio di Greenwich corrisponde alla certezza apostolica nell'insegnamento dottrinale. Potrebbero esserci dei rischi nella trasmissione del suo messaggio. Ci possono essere errori nel tentativo di interpretare un libro-rivelazione. Ma nel complesso è vero che la certezza apostolica è effettivamente presente, a portata di mano tra noi, e può essere appresa nel modo più corretto, senza dubbio in gradi diversi, da coloro che desiderano più semplicemente e intelligentemente riceverne le indicazioni. Le difficoltà assomigliano a quelle che impediscono il raggiungimento della certezza scientifica in natura. Ci sono alcuni rischi in entrambi i casi. Ci sono equazioni personali, come dicono gli astronomi dell'occhio di ogni osservatore, da eliminare; e la difficoltà astratta potrebbe essere fatta apparire enorme. Ma il parallelo tra le leggi dell'interpretazione sonora della natura e quelle dell'interpretazione sonora della rivelazione registrata è completo. E in nessuno dei due casi è sicuro gettare a mare lo standard di certezza, o istituire investigatori liberi e indipendenti semplicemente a causa di rischi minori che accompagnano lo sforzo di ricevere le comunicazioni Divine. La sfortuna è, forse, che nella religione ci sono molte più persone i cui interessi mondani, o torsioni intellettuali, le spingono a non vedere ciò che scrivevano gli apostoli, di quante ce ne siano di capistazione e capitani che non desiderano conoscere l'ora di Greenwich. (E. Bianco.)

Il vangelo immutabile: - Suppongo che il vangelo non possa essere un vangelo mutevole, variabile, mutevole, una sorta di vangelo a scala mobile, perché

1.) È certo che l'uomo non è cambiato. Oggi l'uomo è quello che era ai giorni di Cristo e degli apostoli

(2.) Penso che nessuno avrebbe l'ardire di negarlo: che la verità nella sua essenza deve essere sempre la stessa. Un fatto, anche se è accaduto diecimila anni fa, è un fatto tanto quanto se fosse accaduto ieri. La verità deve essere sempre la stessa. "Ma c'è un grande progresso fatto", dice uno. Come? Nei principi delle cose, nelle scienze matematiche, per esempio. Certamente ci sono grandi maestri di matematica, e sono stati fatti grandi progressi, ma in base al principio che due più due fa quattro, e due volte tre fa sei, non c'è stato alcun progresso. Una proposta per una nuova tabellina difficilmente sarebbe presa in considerazione nemmeno in un collegio. No; questi principi fondamentali sono gli stessi, e così devono essere le verità fondamentali del vangelo di Gesù Cristo, che sono per il pensiero di tutti gli uomini buoni ciò che queste tavole, questi fatti fissi in matematica, sono in tutti i calcoli. La verità deve essere la stessa. Non può essere modificato; è impossibile

(3.) Il vangelo è lo stesso, perché era, ed è, sufficiente per tutti gli scopi per i quali Dio lo ha mandato. Quello che voglio dire è questo, vogliamo dare alla gente il Vangelo più di per sé. C'è una bella storia raccontata di Cesare Malan. Non dimenticherò mai la mia visione di quell'uomo grave e reverendo, che molti su questo palco ricordano ancora. Era un uomo di forti idiosincrasie e di abitudini alquanto singolari. Andando una volta da Boulogne a Parigi, salì su una carrozza; e non appena si fu seduto, cominciò a leggere un capitolo della Bibbia. Un francese di fronte si è opposto con forza, e credo con qualche ragione, perché le persone nei mezzi pubblici dovrebbero ricordare che ci sono altre persone lì. Cesare Malan, però, non ci pensò, e continuò a leggere il capitolo, e il francese continuò a obiettare. Disse che non credeva nell'autorità della Bibbia e che era offensivo per lui sentirla leggere. Atti degli Apostoli dell'ultimo anno Il diacono francese di Cesare Malan disse: "Penso, caro pastore, di non essere d'accordo con te riguardo al fatto che tu faccia questo: questo signore non crede nell'autorità del libro, e tu dovresti dimostrargli la sua autorità e poi leggerlo". Egli disse: "Se stessi andando a combattere e avessi la mia spada, e incontrassi qualcuno dall'altra parte, diresti: 'Prima dimostra di avere una spada prima di combattere?' No; Dimostrerò che è una spada". Così continuò a leggere. Lui e il suo diacono cenarono insieme, e il cameriere entrò, e chiese se sarebbero andati il mattino dopo in carrozza a Parigi, perché, disse, il gentiluomo francese che aveva viaggiato con loro il giorno precedente era ansioso di viaggiare di nuovo con il signor Malan. In seguito divenne comunicante nella chiesa di Cesare Malan, e fu uno dei suoi migliori amici. È la Parola di Dio che lo fa, non il nostro parlare della Parola di Dio; è la Parola stessa. Cita molte Scritture; mettete un sacco di parole Divine. È la Parola di Dio, non i commenti dell'uomo sulla Parola di Dio, che salva le anime. Inoltre, cari amici, non vogliamo un vangelo migliore, perché non c'è nulla che richieda che il vangelo debba essere modificato. (C. H. Spurgeon.)

Il miscuglio di verità ed errore pericoloso: - Un mio amico qualche tempo fa ha comprato dei carboni; e come è naturale per i carboni, avendo a che fare con la terra, essendo terrosi, c'erano delle ardesie in essi, e stando in salotto, le ardesie di tanto in tanto esplodevano, un po' per danneggiare gli occhi di una persona. Perciò disse al mercante di carbone: "Mio caro signore, la prossima partita di carbone che mi venderai, ti dispiacerebbe vendermi carbone? So, naturalmente, che alcuni pezzi di ardesia finiranno tra loro, e sono disposto a prenderne una giusta proporzione; ma mi piacerebbe avere i carboni da soli e le ardesie da soli". Questo è esattamente ciò che avrei fatto con la Sacra Scrittura. Avremo così tanti libri ispirati - i carboni - e così tanti contrassegnati come lavagne. È una cosa seria se si mette un po' di tabula rasa nel proprio insegnamento comune, nella propria fede e nella vita quotidiana; non sai quale danno potrebbe essere fatto da esso. (Ibidem)

Ferma nella verità: - C'è una storia raccontata di Waterloo, che un certo reggimento era stato così attaccato dai francesi che uno dei loro ufficiali scrisse al duca e disse che sarebbero stati tagliati a pezzi se non fosse stato inviato aiuto. Tutto ciò che il duca disse fu "Resta fermo!" e l'ufficiale tornò indietro al galoppo con l'ordine. Di nuovo il soldato disse: "È tutto finito per noi e saremo distrutti; Siamo rimasti in pochissimi anche adesso". Di nuovo l'ufficiale andò dal duca, e di nuovo il suo ordine fu: "Stai fermo". Essi rimasero saldi e lasciarono i loro corpi sul posto; ma l'Inghilterra si liberò del despota. Oh, signori, l'ordine di oggi è: "Siate saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, poiché sapete che la vostra fatica non è vana nel Signore". (Ibidem)

L'opera dell'inganno:

(I.) È facile.

(II.) Procede da una perversione della verità.

(III.) Non può sfuggire alla punizione.

(IV.) Deve essere smascherato e condannato senza risparmio. (J. Lyth.)

L'instabilità di molti è:

(I.) Di fatto, sono facilmente influenzati da false opinioni e allontanati da Dio, per ignoranza, orgoglio, tendenza naturale all'errore.

(II.) Motivo di sorpresa: ci aspettiamo cose migliori da coloro che hanno ricevuto la verità, perché è la sua stessa testimonianza, smaschera e condanna l'errore.

(III.) Questione di rimpianto: è rattristare Dio, che li ha chiamati; di perdere la grazia di Cristo; Confidare in un altro Vangelo che non è un altro. (Ibidem)

Un altro vangelo:

(I.) Le pretese di errore.

(II.) La loro follia. (Ibidem) Osservare

(I.) C'è un solo vangelo; Tutti gli altri sono illusioni.

(II.) Il vangelo può essere pervertito aggiungendo o togliendo ad esso; falsificarne il significato e l'applicazione; trasformandolo in un sistema di opere o in un'occasione di licenza.

(III.) Pervertire il vangelo significa distruggerlo; Non è più vangelo, non porta salvezza.

(IV.) Tale perversione porta guai, alla Chiesa, all'individuo. (Ibidem)

La perversione del vangelo è:

(I.) Comune.

(II.) Malizioso.

(III.) Stolto, perché malvagio; fatale. (Ibidem)

Gli errori religiosi sono disturbatori dell'anima. Come la stella mistica dell'Apocalisse, che, cadendo nelle acque, ha trasformato l'elemento pacifico in turbolenza e sangue, essi incitano la Chiesa in un'agitazione angosciante. (D. Thomas, D.D.)

Il vangelo di Cristo: Che cosa si intende con questo?

(1) Il vangelo che parla di Cristo;

(2) il vangelo che è stato trasmesso da Cristo; o

(3) il vangelo che appartiene a Cristo?

(4) Non combina forse tutti questi significati? (Vescovo Lightfoot.) Il vangelo è la Parola di Dio: Cristo è la Parola di Dio. Egli è la Parola che contiene tutte le parole. Non c'è bisogno di andare da un teologo per imparare che la religione dovrebbe essere chiamata vangelo: andate per le strade; non vedete nei volti tristi che c'è bisogno di un vangelo, una buona notizia da Dio? (T. T. Lynch.)

Pervertire il vangelo: - Se, alla porta della tenda, l'arabo offre al passante assetato una tazza d'acqua, limpida, fresca e frizzante nella coppa, ma in cui ha abilmente nascosto un veleno doloroso e mortale, meriterebbe e riceverebbe l'anatema di tutti gli uomini onesti. Molto più terribile sarà la condanna di colui che, fingendo amicizia con le anime degli uomini e offrendo loro nel loro bisogno, invece dell'acqua pura della vita, il veleno mortale della falsa dottrina, attirerà su di sé il giusto e infallibile anatema di Dio. (R. Brewin.)

8 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:8-9

Ma anche se noi, o un angelo dal cielo, vi predicassimo qualsiasi altro vangelo.

La protesta di San Paolo contro i seduttori:

(I.) L'ABORTO SPONTANEO SUPPONEVA: "Anche se noi, o un angelo", ecc

(1.) Non persone di grande interesse. "Noi", che abbiamo questa relazione con voi come Pastori e Maestri; "noi", che al momento stimi; Non far prevalere né la nostra relazione con te, né il tuo affetto per noi, in questo particolare. Gli amici non sono amici quando stanno per dividerci dal grande Amico di tutti. "Noi", per il nostro numero, "non seguirai una moltitudine per fare il male"; né di pensare male. In questo buon consiglio dell'apostolo si nota la sua sincerità e ingegnosità di disposizione, in quanto non avrebbe voluto prendere in considerazione nemmeno se stesso a danno o svantaggio del vangelo

(2.) Non persone delle più grandi perfezioni-"O un angelo dal cielo". Tre tipi di perfezione sono qui espressi

(1.) La perfezione delle parti e l'intelletto e le capacità naturali. Il più grande apprendimento non è quello di essere ascoltati a discapito della verità

(2.) La perfezione della grazia e le doti spirituali. La santità più grande è non essere patroni dell'errore. Satana approfitta della presunta bontà per avvolgere gli altri nei labirinti dell'opinione e della pratica

(3.) La perfezione dell'impiego o il modo della dispensa. Un angelo dal cielo. Le rivelazioni più alte non devono essere ascoltate contro la Scrittura. E per questi casi in cui si deve concedere un po' di indulgenza e di libertà, come in questioni minori, si deve tuttavia rispettare i principi in base ai quali ciò viene concesso

(1.) Che non sia per indifferenza e neutralità nella religione

(2.) Che non proceda dalla corruzione e dalla politica carnale. "Abbi pazienza; per non parlare dei miei errori; perdonerò il tuo"; che le persone gridano alla carità in tali questioni per poter nascondere meglio la propria infermità. In questo passaggio ci sono diverse gradazioni

(1.) Che l'apostolo pone questa grave e pesante censura non tanto sull'opinione semplicemente considerata, o goduta privatamente, ma sullo sfogo e la comunicazione di essa nella predicazione (1Timoteo 6:3; Tito 1:10, 11; Matteo 5:19)

(2.) Non si tratta di predicare in generale, ma a te; C'è un'enfasi sui suoi ascoltatori. Di tutti i falsi maestri non ce n'è uno come i seduttori

(3.) C'è un'enfasi anche sulla dottrina. C'è un avvertimento contro la falsa dottrina; anche contro la nuova dottrina

(II.) L'AVVERTIMENTO O LA DENUNCIA DELLA PUNIZIONE CHE NE DERIVA: "Sia maledetto". Ci sono due cose che devono essere spiegate

(1.) L'autorità dell'apostolo

(2.) La carità dell'apostolo. Questo non permette agli altri, con leggerezza e con spirito privato, di essere pieni di imprecazioni. Osservate in questa enfasi la sua fiducia e la sua ferma persuasione della verità che aveva insegnato e trasmesso. I predicatori hanno bisogno di essere ben sicuri della verità di ciò che insegnano

(1.) Perché trattano questioni di grande importanza. Parlano di questioni di vita e di morte

(2.) Ce ne sono molti altri i cui giudizi dipendono da esso

(3.) Per una migliore applicazione della verità stessa. La fiducia del predicatore suscita la fede nell'ascoltatore. Ma a volte i più sicuri di sé sono i più ignoranti. Non è una fiducia nella presunzione, ma in una conoscenza ben fondata; non di fantasia, ma di sicurezza

(1.) Lo zelo dell'apostolo per la causa di Cristo. C'è una grande serietà espressa in questa semplice proposizione del testo

(2.) La sua imparzialità

(3.) La sua costanza. "Come abbiamo detto prima" (ver. 9). Fino a che punto questo non era lo stesso nel nono versetto che egli disse nell'ottavo. Per notare la differenza, fino a che punto non era la stessa; Per questo c'è una doppia alterazione, l'una nell'espressione del predicatore e l'altra nell'espressione della dottrina: per il predicatore, ciò è significato nell'ottavo versetto: "Noi, o un angelo dal cielo", ma nel nono indefinitamente: "Se qualcuno". Poi, per quanto riguarda la dottrina dell'ottavo versetto, è esposta sotto questa frase: "che noi abbiamo predicato". Ciò che "avete ricevuto" è più di "ciò che abbiamo predicato". 1. La sua costanza riguardo alla sua dottrina.

(1) Lo stesso vale per la materia.

(2) Lo stesso per quanto riguarda la qualità

(2.) La costanza della censura che ha imposto. Questo triplice.

(1) L'inflessibilità e l'immutabilità del vangelo e della dottrina di Cristo.

(2) I doveri degli ascoltatori. Non per ricevere tutto ciò che sentiamo senza considerazione.

(3) L'eresia dei falsi maestri. (T. Horton, D.D.)

L'ortodossia si riferisce alla questione della predicazione più che al modo: ci sono diversi miglioramenti e modifiche della stessa verità, secondo i vari doni e capacità che Dio comunica ai Suoi servi, alcuni in un tipo e altri in un altro. Avrete un tipo di persone che limiterebbero tutti i tipi di predicatori a un solo e medesimo tipo di modo e metodo di predicazione. Questa è un'impresa che non c'è da aspettarsi, né l'apostolo la esorta in questa Scrittura, ma nel concedere a ciascuno quel dono e quel modo di predicare che è più gradito a lui (quindi sia serio e sobrio, e appropriato, e che diventi la maestà del vangelo), li limita solo per materia alla dottrina della Scrittura; che non vi sia nulla di consegnato se non ciò che vi consiste, e che, direttamente o per conseguenza, si trova in esso. (Ibidem)

Il vangelo immutabile: - Primo, abbiamo qui posto davanti a noi l'inflessibilità e l'immutabilità del vangelo e della dottrina di Cristo; che è una cosa che non cambia con i tempi, né con le persone, né con le condizioni, ma è sempre la stessa, altrimenti l'Apostolo non avrebbe potuto essere così assoluto e perentorio al riguardo. Ciò che prima era religione, è ancora religione; E ciò che ora è religione, era religione molti anni fa nelle generazioni che sono passate, e saranno, e dovranno essere allo stesso modo fino alla fine del mondo. Parliamo ora riguardo alle cose stesse nella loro natura. In verità le opinioni degli uomini cambiano e variano su di loro, ma i punti stessi sono sempre gli stessi: non possiamo avere un nuovo vangelo, né un nuovo Gesù, né un nuovo Spirito di Dio, come l'apostolo sembra implicare nella Scrittura precedentemente affermata. Tutte queste cose sono inalterabili, inviolabili e indispensabili; Non c'è modo di cambiarli, né di barattarli. Guardate come i principi della natura sono immutabili, così anche i principi della grazia. Che i principi della natura siano tali è molto chiaro; La ragione è la stessa in tutti gli uomini, in tutte le nazioni e in tutte le epoche, e gli stessi principi comuni di essa sono sparsi e dispersi, e comunicati a tutto il mondo. Ciò vale anche (in proporzione) per i principi della religione e del cristianesimo; Sebbene tanti non abbiano in sé questi principi, come i principi della natura: tuttavia molti che li hanno, li hanno tanto immutabilmente e immutabilmente, l'uno quanto l'altro; e voi potrete estirpare queste cose non appena le avrete eliminate. Il fondamento di ciò è questo: perché queste cose sono poste nella natura di Dio Stesso, che non cambia; come Dio stesso è immutabile, così lo è la Sua verità che scaturisce e procede da Lui stesso. E questo genere di cose è il vangelo, è un estratto e un'emanazione di Dio; era nascosto in Lui, e sgorga fuori e fluisce da Lui. (Ibidem)

E perciò potete notare di nuovo che non è solo detto: "Oltre a ciò che abbiamo predicato", ma "Ciò che avete ricevuto" è anche "Ciò che avete ricevuto". Chi riceve è cattivo come il ladro in questo particolare: e come è una cosa maledetta disperdere l'errore, così è una cosa altrettanto maledetta prenderlo, e portarlo a casa, e tenerlo con noi, o nutrirlo con noi; che quindi ora dovremmo essere tutti persuasi (nel timore di Dio) ad evitare e a fuggire ciò che possiamo. (Ibidem)

Il pericolo di accrescere la dottrina del Vangelo: l'occasione di queste parole. I Sadducei insistevano sulla necessità della circoncisione e sull'osservanza della legge di Mosè; alterando così i termini e le condizioni della religione, la resero tutt'altra cosa rispetto a ciò che intendeva il nostro Salvatore.

(I.) Che l'aggiunta di qualsiasi cosa alla religione cristiana come necessaria per essere creduta o praticata al fine di ottenere la salvezza, è una perversione del vangelo di Cristo, e predicare un altro vangelo.

(II.) Nessuna pretesa di infallibilità è sufficiente per autorizzare e giustificare l'aggiunta di qualsiasi cosa alla dottrina cristiana, come necessario da credere o praticare, al fine della salvezza.

(III.) I cristiani possono giudicare e discernere quando viene predicato un altro vangelo, quando nuovi articoli di fede, o punti di pratica non prescritti dal vangelo, vengono imposti ai cristiani.

(IV.) Procedo alla quarta osservazione, che è chiaramente conseguente a quelle esposte prima; vale a dire, che dopo la dichiarazione del vangelo, e la conferma data ad esso, non c'è autorità nella Chiesa cristiana di imporre ai cristiani qualcosa, come necessario per la salvezza, che il vangelo non ha reso tale.

(V.) Segue parimenti dalle precedenti osservazioni, che non c'è giudice visibile (per quanto possa pretendere di essere infallibile), alla cui determinazione e decisione, in materia di fede e di pratica necessarie alla salvezza, i cristiani sono tenuti a sottomettersi, senza esame, se queste cose siano conformi alla dottrina del vangelo, o no.

(VI.) e ultima osservazione dal testo; che chiunque insegni qualcosa, come necessario per la salvezza da credere o praticare, oltre a ciò che il vangelo di Cristo ha reso necessario, cade sotto l'anatema qui nel testo; perché coloro che lo fanno, secondo la mente di San Paolo, pervertono il vangelo di Cristo e predicano un altro vangelo. (J. Tillotson, D.D.)

La predicazione di un falso vangelo è un grande male:

(I.) C'È UN VERO VANGELO

(1.) Era convinto della verità del vangelo, perché gli era stata resa nota dalla rivelazione divina

(2.) Era convinto della verità del vangelo, a causa del cambiamento che aveva operato in lui

(3.) Egli fu rassicurato della verità del Vangelo dalle manifestazioni del suo potere negli altri

(II.) C'È UN FALSO VANGELO

(1.) Era un falso vangelo insegnare che c'era un altro piano con cui un peccatore poteva essere giustificato se non credendo in Gesù Cristo

(2.) Era un falso vangelo insegnare che i credenti dovevano obbedire alla legge cerimoniale

(III.) LA PUBBLICAZIONE DI UN FALSO VANGELO È UN GRANDE MALE

(1.) La pubblicazione di un falso vangelo è rovinosa per l'uomo

(2.) La pubblicazione di un falso vangelo è un disonore per Dio. Lezioni:1. Tra i vari metodi con cui viene stabilita la verità del Vangelo, ce n'è uno in particolare che si adatta alla condizione di ogni uomo

(2.) Da parte di coloro che lavorano nel Vangelo, dovrebbe esserci la convinzione più profonda e solenne riguardo alla verità che essi dichiarano

(3.) La fede nel vero vangelo è essenziale per la salvezza; Senza di essa, l'anima è maledetta. (Richard Nicholls.)

Falsi dottori maledicono: - Come è un traditore del suo principe che si prende la responsabilità di coniare denaro da un metallo vile, sì, sebbene nel francobollo metta per mostrare l'immagine del principe, così colui che parlerà di qualsiasi dottrina che non viene da Dio, qualunque cosa dica per essa, o qualunque glossa vi metta sopra, egli è un traditore di Dio, sì, in verità, un traditore maledetto, anche se fosse un angelo venuto dal cielo. (T. Boston.)

Nella guerra sul Reno, nel 1794, i francesi presero possesso del villaggio di Rhinthal con uno stratagemma molto curioso di un certo Joseph Werck, un trombettista. Questo villaggio era mantenuto da un gruppo austriaco di seicento ussari. Due compagnie di fanteria ricevettero l'ordine di attaccarla alle dieci di sera. Gli austriaci erano stati informati dell'attacco pianificato ed erano pronti a caricare il gruppo assalitore. Accortosi di ciò, Werck si staccò dal suo stesso partito e riuscì, per favore delle tenebre, a infilarsi in mezzo al nemico; quando, prendendo la tromba, per prima cosa suonò il raduno alla maniera austriaca e, un attimo dopo, la ritirata. Gli austriaci, ingannati dal segnale, partirono in un attimo al galoppo; e i francesi divennero padroni del villaggio senza battere ciglio. (Percy.)

Falsi insegnanti inutili: - Un universalista predicò a un pubblico casuale e, alla fine, si offrì di predicare di nuovo in un giorno futuro; quando un vecchio amico si alzò e disse: "Se questa volta hai detto la verità, non abbiamo più bisogno di te; e, se ci hai detto una menzogna, non ti vogliamo più."

Il vangelo secondo Paolo: Esercitare franchezza e tolleranza verso coloro che differiscono da noi, è un dovere cristiano. Eppure ci sono limiti oltre i quali il candore è indifferenza e la tolleranza tradimento. Nelle cose non essenziali possono essere tollerate varie opinioni; Nell'essenziale dobbiamo essere fermi e incrollabili. San Paolo vede che in Galazia stanno tremando le fondamenta stesse del cristianesimo. Perciò egli riafferma con grande forza il vangelo che aveva predicato lì

(I.) QUAL ERA IL VANGELO PREDICATO DA PAOLO? La grande dottrina su cui insisteva era la giustificazione per fede senza le opere della legge. Ora considera

1.) La sua linea di argomentazione. La legge maledice e condanna. Mediante la sola fede siamo giustificati e resi partecipi dei benefici del Vangelo. I profeti predicavano questo. Il patto con Abramo era un patto di promessa

(2.) Le obiezioni che anticipa. Non c'è motivo di dire che il vangelo tende alla licenziosità. I lavori sono necessari, anche se non devono essere presi in considerazione

(3.) Le perversioni di cui si lamenta. L'aggiunta dell'osservanza legale all'adempimento dei doveri imposti dal vangelo, con l'impressione che in tal modo potessero rendersi più accettabili a Dio. Questo era bastardo: né legge né vangelo; Quindi, praticamente un rifiuto del Vangelo

(II.) PERCHÉ PAOLO MANIFESTÒ UN TALE ZELO NEL SOSTENERE QUESTO VANGELO? 1. Mantenere la purezza del Vangelo, fonte di vita per il mondo

(2.) Mantenere l'importanza del vangelo, l'unica fonte di salvezza

(3.) Mantenere la sufficienza del vangelo per giustificare e santificare. Applicazione: Se questo vangelo è vero, è importante (a) essere ricevuto da te, e (b) essere diffuso da te in tutto il mondo. Non c'era nulla che Paolo non avrebbe fatto e sofferto, al fine di propagare il vangelo di Dio. Non dovremmo emulare il suo zelo? (Charles Simeon, M.A.) L'unico vangelo: - Il vangelo deve essere predicato nella sua

(1) unità;

(2) pienezza;

(3) simmetria;

(4) purezza;

(5) sufficienza. (W. Cadman, M.A.) Un solo vangelo: - Parole forti; a molti, parole offensive. La dottrina di "un solo vangelo" non è popolare. Gli uomini sono impazienti nei confronti dei dogmi, contrari a ogni esclusività nella religione; A loro piace pensare che ci siano molti vangeli, molte strade che portano alla salvezza. La questione, tuttavia, non è se la dottrina di "un solo vangelo" sia popolare, ma se sia vera. Ci sono varie considerazioni che servono a dimostrare la sua verità

(I.) LA NATURA E LA CONDIZIONE DELL'UOMO. La natura dell'uomo è una natura che varia notevolmente nella forma esteriore e nell'espressione, ma pur sempre essenzialmente una. E come la sua natura è una, così lo è la malattia morale sotto la quale si dibatte. Il peccato, sebbene molteplice nei suoi modi di azione, è essenzialmente uno in principio, è l'affermazione dell'indipendenza, la ribellione contro l'autorità di Dio, l'instaurazione della volontà umana in opposizione a quella divina; ed essendo quindi una sola e medesima malattia, è necessario uno e un solo rimedio per guarirla.

(II.) LA NATURA E IL CARATTERE DI DIO. L'unità è il suo attributo essenziale, e dovremmo aspettarci una manifestazione di quella qualità in qualsiasi schema per la salvezza dell'uomo che emana da Dio

(III.) L'INSEGNAMENTO ESPLICITO DELLA PAROLA DI DIO. Uno, e uno solo, piano di salvezza è rivelato nella Bibbia Atti 4:12

(1) I termini dell'unica salvezza sono ampi, in quanto ci propongono l'intera Persona e l'opera di Cristo come base su cui possiamo edificare

(2.) Sono ristretti, in quanto escludono rigorosamente ogni altro schema e mezzo di salvezza. E' davvero una questione di supremazia. Bisogna regnare, o Dio o l'uomo. Nel rivendicare la supremazia, Dio rivendica il Suo diritto; L'uomo deve sottomettersi, o perire. (Emilius Bayley, B.D.)

Il vangelo completo: l'apostolo intende ovviamente affermare, non solo che il suo vangelo era vero, ma completo, non c'era bisogno di aggiungere nulla ad esso. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto dire: Noi non contraddiamo, ma modifichiamo, aggiungiamo e miglioriamo il vangelo predicato da Paolo. Il grande argomento del vangelo di Cristo è il modo in cui un peccatore può essere restaurato nel favore divino e ottenere il perdono del suo peccato e la salvezza della sua anima. È perché il vangelo di Cristo contiene l'unico vero racconto dell'unica via della giustificazione, e che è una via esattamente adatta alle nostre miserabili circostanze, che riceve il suo nome di "vangelo": lieta novella di grande gioia. "Un altro vangelo" significa, quindi, un sistema di dottrina che insegna un modo per ottenere il favore divino diverso da quello stabilito nel vangelo di Cristo. I principi guida del vangelo di Cristo sono due: (a) che gli uomini sono restaurati nel favore divino interamente a causa delle azioni e delle sofferenze di Gesù Cristo; e (b) che gli uomini sono interessati a queste azioni e sofferenze interamente credendo. Ogni piano di restaurare gli uomini al favore di Dio, che non abbraccia questi due principi, o che abbraccia ciò che è incompatibile con l'uno o l'altro di essi, è un altro vangelo. Ogni piano, per esempio, che, come quello degli insegnanti giudaizzanti, porta gli uomini a dipendere dalla propria obbedienza a qualsiasi legge in qualsiasi misura, in qualsiasi grado, sia come fondamento della loro giustificazione che come mezzo della loro giustificazione, è un altro vangelo. È una considerazione molto importante, che "l'ateo dichiarato non rifiuta più efficacemente la storia di Dio riguardo a Suo Figlio, rispetto al cristiano nominale che crede in qualcosa di diverso da questo sotto il nome di un vangelo, e confida in un altro Cristo che questo Cristo sotto il nome di un Salvatore". (Giovanni Brown, D.D.)

L'insegnamento religioso deve essere messo alla prova dalla Bibbia: - Troppo da biasimare è la nostra moltitudine troppo credulona, che, a mani nude, ammette e accetta per ortodosso tutto ciò che viene proposto loro dai loro insegnanti; e pensano che questo sia un mandato sufficiente per qualsiasi punto di vista. I nostri ministri lo dicevano, o un tale predicatore lo pronunciava su un pulpito, come se non ci fossero alcuni che corrono prima di essere inviati, e pubblicano le visioni del loro cervello, profetizzando ciò che Dio non ha mai detto. Nelle questioni civili siamo più cauti e diffidenti; Non prendiamo quasi l'oro, prima di averlo provato al tatto o pesato sulla bilancia; E qual è il motivo? perché ce n'è molta, luce e nulla; sì, difficilmente prenderemo una semola senza inchinarci, piegarla, strofinarla e cose simili, essendovi spesso troppo curiosi; ma nelle questioni religiose, che riguardano la nostra fede e la salvezza della nostra anima, siamo troppo negligenti, sebbene siamo preavvertiti di molti falsi profeti che sono venuti nel mondo, e quindi non vogliamo credere a tutti gli spiriti, ma provare gli spiriti per vedere se sono da Dio. Questo è un grande ma comune difetto tra noi. Se egli fosse un angelo dal cielo che ti predica, tuttavia sei tenuto a esaminare la sua dottrina, ad esaminarla, e a non prenderla in considerazione senza che egli ne porti prove e garanzie sufficienti. Come buoni Bereani, guardate di scrutare le Scritture, per vedere se le cose stanno così. (N. Rogers.)

Predicazione:

(I.) Sembra che la saggezza divina abbia ordinato che il vangelo dovrebbe, per quanto possibile, avvalersi dei canali ordinari di comunicazione e di influenza per diffondersi in tutto il mondo

(II.) IL SEGRETO DEL POTERE DELLA PREDICAZIONE

(1.) Trasmette molto meglio di qualsiasi altro veicolo l'affermazione di tutto l'uomo, di tutta la sua natura, di tutta la sua esperienza, alla questione che desidera comunicare

(2.) Mette in gioco tutte le affinità, le simpatie e gli affetti dell'essere, ed è quindi uno strumento potentissimo per arrivare alla verità

(3.) Molto è vero per tutta la predicazione. Ma nella predicazione del Vangelo c'è una fonte di potere speciale: il principio della rappresentanza, il potere e il diritto di parlare agli uomini nel nome di Dio

(III.) LA PREDICAZIONE SPECIALE DELL'ETÀ APOSTOLICA. (J. Baldwin Brown, B.A.)

Cambiamento del Vangelo: Re Giacomo

(II.) posò per il suo ritratto a Verelst, il grande pittore di fiori. La tela era così completamente piena di eleganti ghirlande di fiori, che il re stesso era completamente nascosto alla vista. Non potremmo noi, predicando e insegnando, attirare così tanta attenzione sulla saggezza umana, sulle parole e sui fiori, che Cristo avrà una parte del tutto insignificante nella nostra istruzione? E che cos'è questo, se non portare un vangelo diverso, che tuttavia non è un altro?

Il vero vangelo:

(I.) IL VERO VANGELO ESISTE. Paolo ne fu rassicurato

1.) Dal modo in cui gli è venuto.

(1) Non dall'intuizione, dall'apprendimento o dalle tradizioni,

(2) ma per rivelazione diretta dal cielo Atti 26:14-27

(2.) Con la sua influenza rivoluzionaria su di lui

(II.) IL VERO VANGELO È PERVERTIBILE. È stato pervertito

(1.) Nei tempi apostolici (vedi quasi tutte le Epistole), che mette a nudo la follia di andare all'antichità per uno standard in teologia o morale

(2.) Nei tempi moderni, dal razionalismo, dal settarismo e dall'intolleranza

(III.) LA PERVERSIONE DEL VERO VANGELO È UN MALE TREMENDO; più grande dell'anatema degli angeli o degli apostoli. Perché? Perché

1.) Travisa il carattere divino

(2.) Neutralizza il potere divino di salvare. Conclusione:1. Una lezione per i predicatori. Quanto grande è la loro responsabilità

(2.) Una lezione per gli ascoltatori. "Badate a come udite". (D. Tommaso.)

L'intolleranza del vangelo:

(I.) LA NATURA DEL VANGELO DIMOSTRA CHE ESSO È INTRANSIGENTE

(1.) È fondato sull'unità divina e non può mai fare una tregua con il politeismo, il panteismo o il materialismo

(2.) Mostra l'espiazione di Cristo, e di conseguenza si oppone a ogni sistema che pone la salvezza in qualsiasi altro

(3.) È rivelato da un solo Spirito attraverso uomini ispirati, e quindi si oppone

(1) razionalismo,

(2) frode sacerdotale

(II.) QUESTA INTOLLERANZA È ADATTATA AI BISOGNI DELLA MENTE UMANA

(1.) Il cuore anela a un Redentore che basta a tutto

(2.) L'intelletto, per una rivelazione infallibile dell'amore divino

(3.) La natura morale, per un legislatore autorevole in mezzo alle intricate perplessità della vita

(III.) QUESTA INTOLLERANZA è compatibile con la diversità nelle manifestazioni della vita spirituale. (S. Pearson, M.A.)

Un angelo angelico:

(I.) I SUOI VANTAGGI E SVANTAGGI

(1.) Avrebbe un peso e una convinzione che nessun ministero umano può impartire

(2.) Ma

(1) allora la nostra prova sarebbe finita, perché non ci sarebbe scelta tra credere e non credere.

(2) Dovremmo perdere l'uguaglianza e la simpatia tra predicatore e ascoltatore basate su una natura e un'esperienza comuni

(II.) IL SUO CRITERIO. Supponendo che ciò sia possibile, come possiamo verificarne la verità? 1. Non per il rango, il genio e la santità del predicatore

(2.) Ma confrontandolo con la verità rivelata. (H. Melvill, B.D.) L'anatema: la punizione ebraica più temuta. Tre gradi

(I.) NIDUI. Cacciare dalla sinagoga e separarsi dalla società, che poteva durare trenta giorni

(II.) CHEREM. La sentenza di devozione alla morte

(III.) SHAMMATHA o MARANATHA, che pretendeva che il criminale non avesse nulla da aspettarsi se non l'inflizione finale del Giorno del Giudizio. Fu caricato di esecrazioni, escluso dal tempio e dalla sinagoga, i suoi beni confiscati, i suoi figli esclusi dalla circoncisione e le sue figlie dal matrimonio, e solennemente rimesso al giudizio del cielo. Questa era la maledizione che l'apostolo invocava su se stesso o su chiunque predicasse un altro vangelo. (D. Tommaso.)

Il vecchio vangelo e il nuovo: un sacco di persone vengono in missione per ascoltare un nuovo vangelo. Ho visto il vecchio vangelo fare molte cose meravigliose. L'ho visto trasformare il personaggio. L'ho visto sollevare gli uomini dalla feccia più bassa della società e renderli membri seri e utili di essa. Ma non ho mai visto un nuovo vangelo fare qualcosa per un uomo. (W. H. M. H. Aitken).

Il grande tema del grande predicatore Cristo: - C'era uno scudo in cui il creatore ha inciso il suo nome, in modo che potesse essere cancellato solo dalla distruzione della sua opera; e così il nome del nostro glorioso Emmanuele dovrebbe essere inciso attraverso la trama delle nostre istruzioni, in modo che la loro stessa coerenza dipenda dalla diffusione di quell'unico nome benedetto in tutta la loro lunghezza e larghezza. Entrando nelle città-cattedrale d'Inghilterra, si vedono le torri, o la guglia, della chiesa madre, o cattedrale, svettare verso il cielo, molto al di sopra di tutti gli altri edifici, pubblici o privati, secolari o sacri; e così che Gesù, il Signore, Re e Salvatore della Chiesa, abbia la preminenza su tutta la città di argomenti e temi, divini e umani, che possono essere raggruppati insieme intorno al Suo nome; Egli getta la Sua ombra santificatrice su tutti. (Rivista evangelica:)

Il deserto dei traditori: Benedict Arnold una volta chiese a un capitano leale cosa avrebbero fatto gli americani con lui se lo avessero catturato. Egli rispose: "Credo che prima taglierebbero la tua gamba zoppa, che è stata ferita per la causa della libertà e della virtù a Quebec, e la seppellirebbero con gli onori della guerra, e poi appenderebbero il resto del tuo corpo a un patibolo". (Foster.) L'anatema: - Che cosa intendeva l'apostolo con questa forte asseverazione? Sono parole sferzanti, e se sono vere per il suo tempo, sono vere anche per il nostro. Che cosa poteva voler dire se non questo, che se qualcuno avesse frainteso e travisato il Vangelo - la più grande e semplice rivelazione di Dio di Se Stesso - avrebbe mostrato una mente, un cuore e una coscienza così pervertiti, che non poteva essere altro che maledetto. Potrebbe plausibilmente essere un angelo proveniente dagli splendori innegati del cielo; e se non riuscisse a vedere la gloria di Dio a Betlemme, o non potesse sentire l'amore di Dio al Calvario, o non potesse contemplare la speranza divina per l'uomo alla risurrezione, allora, sebbene la sua mente fosse angelica nei suoi poteri, sarebbe più oscura del cielo di mezzanotte, quando le nuvole tornano dopo la pioggia. Tale tristezza morale è caduta su molti uomini; tale insensibilità alla Croce; tale indifferenza per gli splendori dell'Ascensione; un tale totale scetticismo sulla completezza dell'opera di Cristo e sulla Divinità della persona di Cristo. E se hanno così volontariamente respinto la rivelazione del primo secolo, se non sono mossi dall'amore per un Cristo vivente, Dio è il loro giudice, e il vangelo stesso è diventato il loro accusatore. In tal caso questa frase ispirata è un avvertimento inviato in anticipo, affinché possano, scrollandosi di dosso la loro illusione, trovare benedizione e vita per sempre. (S. Pearson, M.A.)

Maledizione su chi predica una falsa dottrina:

1.) Un'espressione paurosamente seria

(2.) Eppure urgentemente necessario

(3.) Istruttivo per tutti coloro che vacillano. (J. P. Lange, D.D.)

La maledizione dell'apostolo contro i falsi apostoli:

(I.) CHI COLPISCE

(1.) Necessariamente chiunque, senza eccezione, cambia la benedizione del vangelo in malizia, e così per bene prepara per sé la morte

(2.) Anche coloro che hanno una profonda intuizione, o altre alte qualifiche per servire il regno di Dio, e tuttavia non lo predicano puramente

(3.) Anche un angelo stesso, se potesse predicare un altro vangelo

(II.) PERCHÉ DEVE ESSERE PRONUNCIATO

(1.) Colui che predica il vangelo deve avere la volontà di servire, non gli uomini, ma Dio

(2.) Attraverso un falso vangelo gli uomini possono davvero essere attratti, ma Dio lo considera una bestemmia

(3.) Perciò viene posto sotto la maledizione colui che servirà il vangelo, e tuttavia lo fa come un compiacente per gli uomini, si trova un servo infruttuoso di Cristo. (Lisco.)

La maledizione di San Paolo sugli insegnanti di falsa dottrina: - Quanto è debole quella ragione che vorrebbe argomentare dalla santità di un insegnante alla verità di ciò che viene insegnato. Non si deve mai dare per scontato che la dottrina sia sana, perché il predicatore sembra giusto. Ci sono certi criteri a cui le dottrine devono essere riferite, e dal loro accordo con questi - non dal carattere dei loro sostenitori - siamo tenuti a decidere sulla loro verità o falsità

(I.) LA RIVELAZIONE DEVE ESSERE COERENTE CON SE STESSA IN TUTTE LE SUE PARTI. Di tanto in tanto Dio può fare nuove rivelazioni della Sua volontà, ma devono sempre essere in armonia con ciò che è accaduto prima. Leggendo la Bibbia guardiamo sempre, per così dire, allo stesso paesaggio; L'unica differenza è, man mano che assumiamo più delle sue affermazioni, che sempre più nebbia viene allontanata dall'orizzonte, in modo che l'occhio possa includere una più ampia distesa di bellezza. Gli scrittori successivi rivolgono verso di noi una porzione più grande dell'emisfero illuminato rispetto al precedente; Ma mentre il possente globo gira maestosamente sul suo asse, noi sentiamo che gli oceani e le terre che vengono successivamente alla vista, non sono che parti costitutive dello stesso glorioso mondo. C'è la scoperta di nuovi territori, ma non appena scoperti i territori si combinano per formare un unico pianeta. Allo stesso modo, non è un nuovo sistema di religione, che viene fatto conoscere alle generazioni successive di uomini, poiché i brevi avvisi dati ai patriarchi si espandono nelle istituzioni della legge, sotto gli insegnamenti della profezia, finché alla fine, ai giorni di Cristo e dei Suoi apostoli, esplodono in magnificenza e riempiono un mondo di redenzione. Dall'inizio alla fine è lo stesso sistema: un sistema per il salvataggio degli uomini attraverso l'interferenza di una fideiussione; e la rivelazione è stata solo lo sviluppo graduale di questo sistema: il sollevare un'altra piega del velo dal paesaggio, l'aggiungere un'altra striscia di luce alla mezzaluna; così che i primi padri della razza, e noi, sui quali siamo caduti i confini del mondo, guardiamo le stesse disposizioni per la liberazione umana, sebbene per loro non ci fosse altro che una distesa nuvolosa, con qua e là un punto di riferimento prominente, mentre per noi, sebbene l'orizzonte si perda nella lontana eternità, Ogni oggetto di interesse personale è esposto in bellezza e distinzione. Nulla, quindi, deve essere creduto, che contraddica qualsiasi parte di ciò che viene così rivelato. A prescindere dalle altre credenziali che un insegnante porta, se non ci sono queste prove a suo favore, la sua dottrina deve essere respinta

(II.) COME FANNO GLI UOMINI A SAPERE CHE LE DOTTRINE PROPOSTE NON SONO CONFORMI ALLA VERITÀ? Evidentemente per confronto

(1.) Il dovere di determinare perché credi. La speranza dei credenti non è in alcun senso una cosa infondata o indefinita, ma poggia su basi suscettibili di dimostrazione. È di fondamentale importanza che tu conosca a fondo le pretese di quel vangelo che è quello di espellere ogni altro

(2.) Il dovere di esaminare ciò in cui si crede. Dio ha fornito al cristiano una regola con cui provare le dottrine, e gli ha comandato di rigettare, senza riguardo per l'autorità dell'insegnante, qualsiasi cosa quella regola determini essere errore

(3.) Il dovere di conoscere a fondo le Scritture. Quale può essere il valore della tua decisione, se conosci poco il criterio? (H. Melvill, B.D.)

Sia maledetto. - La frase sui falsi maestri: - La parola greca è "anatema", che significa propriamente "una persona o una cosa che è stata dedicata a Dio; e soprattutto qualche cosa che colui che l'ha consacrata si è solennemente impegnato davanti a Dio a distruggere" Levitico 27:28, 29; Numeri 21:2, 3; Giovanni 6:16, 17, 21. Ma è anche usato senza alcun riferimento a un offerente o a un voto, e significa "una persona o una cosa maledetta" Deuteronomio 7:26. Che cosa intendeva San Paolo con l'espressione "sia maledetto", applicata ai falsi maestri? Non può significare che vorrebbe che desiderassero che la maledizione di Dio scendesse su di loro. Avrebbe preferito pregare che quegli uomini infelici potessero essere convertiti e salvati; come lo era stato lui stesso, un tempo persecutore e bestemmiatore, e come lo erano stati i Galati, un tempo idolatri grossolani e malvagi. Il suo significato sembra essere semplicemente questo: "sia considerato da voi come uno maledetto da Dio". C'è solo un altro passo in cui troviamo questa espressione in questa forma esatta, cioè 1Corinzi 16:22 : "Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema, maranatha". Possiamo immaginare che Paolo desiderasse che tutti coloro che si professavano cristiani e che non amavano il Signore fossero maledetti? È impossibile supporre una cosa del genere. Egli può solo intendere, certamente, che se qualcuno avesse dimostrato di non avere vero amore per Cristo, allora - qualunque fosse la sua professione, la sua conoscenza e i suoi doni - i Corinzi dovevano considerarlo come un uomo non convertito, e quindi come uno che non aveva alcun interesse personale nella salvezza di Cristo, ma era ancora sotto la maledizione della legge. E se questo è il suo significato, allora non ci sarà nulla in esso se non ciò che sarà in perfetta armonia con tutto l'insegnamento di Paolo e con tutto l'amore di Paolo per le anime. (Giovanni Venn, M.A.)

10 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:10

Perché ora sono io a persuadere gli uomini o Dio? o cerco di piacere agli uomini?

(I.) CHE IL PRINCIPIO CHE GOVERNA E IL MOTIVO DELLA VITA RELIGIOSA È UNA PREOCCUPAZIONE PRATICA NON PER IL FAVORE DELL'UOMO, MA PER QUELLO DI DIO. "Adesso sono io a persuadere gli uomini, o Dio? o cerco di piacere agli uomini? perché, se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo". La particella "ora" sembra mettere in contrasto la sua attuale condotta di cristiano con la sua precedente procedura di fariseo. Percepiamo, quindi, l'alto livello dell'azione morale che il cristianesimo ha permesso a san Paolo di proporre a se stesso. Il suo scopo era "non piacere agli uomini, ma a Dio". L'utilità convenzionale è lo standard del mondo; e compiacersi l'un l'altro, per quanto gli interessi reciproci possano essere promossi dal processo, è stato, da tempo immemorabile, l'obiettivo più alto contemplato nei codici degli uomini mondani. Ma lo standard cristiano è molto più alto; e i suoi risultati sulla società, ovunque si agisca, sono inestimabili. In ogni indagine sul dovere pratico, il cristianesimo pone l'idea dell'Essere Supremo immediatamente davanti alla mente-il grande originatore degli obblighi umani-l'arbitro infallibile della condotta umana-il giudice finale delle azioni umane. Il vangelo è per eccellenza la religione dei motivi, e prende in particolare considerazione non solo ciò che facciamo, ma anche il motivo per cui lo facciamo; e ci insegna a indagare, non solo sulla correttezza dell'azione stessa, ma sulle opinioni e sui sentimenti da cui ha avuto origine. Nell'affermare la propria libertà da considerazioni egoistiche, San Paolo accusa incidentalmente i falsi apostoli di essere governati da queste caratteristiche degradanti, essendo i loro motivi notoriamente troppo corrotti per sopportare la luce. La sollecitudine suprema per il favore e l'amicizia di Dio, quale principio che guida la vita religiosa, ha sempre contraddistinto i servi prediletti di Cristo. Fu questo principio di amore e di lealtà al cielo che indusse Mosè a rinunciare agli effimeri onori di una corte e a disprezzare allo stesso modo i tesori dell'Egitto e il cipiglio dei re; poiché egli perseverò come se vedesse colui che è invisibile. Ciò portò i padri della Riforma, i Valdesi del Continente e i Puritani di un'epoca successiva, a sopportare l'oblio, la persecuzione e il martirio stesso, piuttosto che rinunciare alle pretese della coscienza o rinunciare alla loro fedeltà al Re dei re. E poiché le stesse cause devono produrre gli stessi effetti, questo principio ci indurrà a prendere una parte decisiva nella lotta sempre in corso

(II.) LA FONTE DA CUI DEVE DERIVARE TUTTA LA VERA CONOSCENZA DEL VANGELO, SIA COME QUESTIONE DI DOTTRINA CHE COME QUESTIONE DI ESPERIENZA. «Io vi certifico, fratelli, che il Vangelo che mi è stato predicato non era secondo l'uomo, poiché io non l'ho ricevuto da nessuno, né mi è stato insegnato, ma mediante la rivelazione di Gesù Cristo». La religione che professiamo non è dell'uomo, ma di Dio. Questa convinzione è necessaria

(1.) Per soddisfare la nostra ragione di uomini

(2.) Per alleviare le nostre paure di peccatori

(3.) Per promuovere la nostra utilità come cristiani. Miglioramento:1. Un'ampia linea di distinzione tra il cristiano e l'ipocrita. L'uno cerca di raccomandarsi all'uomo, l'altro a Dio. Il cristiano nominale può dire: "Ho ricevuto la mia religione come un cimelio dai miei antenati", o attraverso il mezzo del pregiudizio e della convinzione educativa; o dal labbro di qualche eloquente espositore della dottrina evangelica; ma il discepolo genuino può, con occhio senza pretese, guardare verso l'alto e dire: "L'ho ricevuto 'non da uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo'. " Di nuovo. Ci insegna a distinguere tra le varietà di carattere che prevalgono all'interno dei recinti della Chiesa stessa, tra cristiani e cristiani, tra coloro che danno segni di spiritualità avanzata e di maturità per il cielo, e quelli di risultati inferiori e di pietà meno vigorosa. "Una stella differisce da un'altra stella in gloria." Alcuni raggiungono una maturità precoce, e alcuni continuano a "fare i bambini nella comprensione" fino a un periodo tardo della vita. Alcuni corrono con pazienza la corsa che hanno davanti; altri si fermano a metà strada e desiderano slacciare l'armatura, se non cedono lo scudo. Alcuni, come i figli d'Israele sull'Horeb, si accontentano di costeggiare la base del Monte; mentre altri, come Mosè, salgono sulla sua vetta, conversano con Dio faccia a faccia e portano con sé gran parte dello splendore e della beatitudine della regione in cui avevano trovato la loro felicità e la loro casa. Alcuni, come i Galati, prestano orecchio a qualcosa di molto simile a "un altro vangelo"; altri, come l'apostolo, in mezzo a infermità lamentate, si attengono fermamente alla "rivelazione di Gesù Cristo". Infine, il Nostro soggetto legge una lezione impressionante ai ministri della religione. "Non devono", come osserva giudiziosamente Perkins, "accontentarsi di quell'insegnamento che trovano nelle scuole; ma devono imparare Cristo come Paolo lo ha imparato. Coloro che vogliono convertire gli altri devono essere convertiti efficacemente. Giovanni deve prima mangiare il libro e poi profetizzare". (L'evangelista.)

Condannato a piacere agli uomini:

(I.) L'UMORISMO DEL DESIDERIO DI ESSERE SODDISFATTI, E IL PERICOLO CHE NE DERIVA. Un parassita è più gradito a noi di un profeta. Egli è il nostro apostolo che porterà argomenti familiari e amati per persuaderci a ciò a cui ci siamo già persuasi, e a promuovere il nostro movimento verso ciò verso cui stiamo volando. Gli uomini preferirebbero essere ingannati da una piacevole menzogna, piuttosto che salvati da una verità accigliata e minacciosa. Le cause da cui procede questo desiderio di essere soddisfatti, e i suoi amari effetti

(1.)

(1) E, in primo luogo, non ha miglior difetto di un difetto volontario e negligente in quei doveri a cui la natura e la religione ci hanno obbligato, una magrezza e un vuoto dell'anima, che, non volendo riempirsi di giustizia, si riempie d'aria, di falsi consigli e false attestazioni, di miserabili comodità. "È una cosa fatta presto, e non richiede lavoro né studio, per essere contenta". Noi la desideriamo come i malati fanno la salute, come i prigionieri fanno la libertà, come gli uomini sulla graticola fanno la tranquillità: perché uno spirito turbato è una malattia malata; non avere la nostra volontà è la peggiore prigionia; e "condannare l'uomo in ciò che permette" e fa la sua scelta Romani 14:22, significa mettere se stesso sulla graticola. Possiamo vederlo nei nostri affari civili e nelle questioni di minore lega: quando qualcosa ci grava addosso come un peso, quanto siamo disposti a liberarcene! Quando siamo poveri, sogniamo ricchezze e compensiamo "ciò che non è" con ciò che potrebbe essere Proverbi 23:5. Quando non abbiamo una casa dove nascondere la testa, costruiamo un palazzo in aria. Non siamo disposti a soffrire, ma siamo disposti, anzi, desiderosi di essere alleviati. E così cade nella gestione del nostro patrimonio spirituale: facciamo come esorta l'apostolo (anche se non a questo fine), "gettare via tutto ciò che schiaccia" Ebrei 12:1 ; ma gettalo via in modo da lasciarlo più pesante di prima; Preferiamo un sollievo momentaneo, che mendiciamo o prendiamo in prestito o forziamo dalle cose che sono fuori di noi, piuttosto che quella pace che nulla può portare se non quel dolore e quel serio pentimento che ci allontaniamo con le mani e le parole come una cosa fastidiosa e spiacevole.

(2) E così, in secondo luogo, procede anche dalla forza e dal potere della coscienza dentro di noi, che, se non la ascolteremo come un amico, volgerà la furia, ci perseguiterà e ci frustarà; e se non obbediremo ai suoi dettami, ci farà sentire la sua frusta. Questo è il nostro giudice e il nostro carnefice

(2.) Vediamo ora il pericolo di questo umorismo e gli amari effetti che produce.

(1) E, in primo luogo, questo desiderio di essere soddisfatti ci pone fuori da ogni speranza di soccorso, ci lascia come un esercito assediato quando il nemico ha tagliato ogni soccorso. È una maledizione in sé, e porta con sé un treno di maledizioni. Ci rende ciechi a noi stessi e inadatti a fare uso degli occhi degli altri uomini.

(2) Perché, in secondo luogo, questo umore, questo desiderio di essere compiaciuti, non supplisce ai nostri difetti, ma li rende più grandi; non fa del vizio una virtù, ma del peccato più peccaminoso. Perché è davvero un furfante colui che sarà un furfante, eppure sarà considerato un santo; uno come Dio vomiterà dalla Sua bocca.

(3) Perché, in terzo luogo, questo umore, questo desiderio di essere compiaciuto, non toglie la frusta dalla coscienza, ma la fa infuriare; la lascia addormentata, per svegliarsi con più terrore. Poiché la coscienza può essere "segnata" 1Timoteo 4:2, ma non può essere abolita; può dormire, ma non può morire, ma è immortale come l'anima stessa. La coscienza segue la nostra conoscenza; ed è impossibile scacciarlo, impossibile ignorare ciò che non posso non sapere. Non è la coscienza, ma le nostre concupiscenze che fanno la musica.

(II.) Procediamo ora a esporre l'altro cattivo umore, quello di compiacere gli uomini, che è più visibile ed eminente nel testo. E in verità desiderare di essere contenti ed essere pronti a piacere, dice Isidoro Pelusiot, "adulare ed essere lusingati", hanno quella stretta relazione l'uno con l'altro che non li incontriamo mai. È la rete del diavolo, nella quale ne prende due contemporaneamente. Se c'è prurito all'orecchio, non puoi mancare, ma troverai una lingua lusinghiera. Se il re di Sicilia si diletta di geometria, tutta la corte brulicherà di matematici. Se Nerone è lascivo, il suo palazzo sarà trasformato in uno stufato o in un bordello, o peggio. E, in primo luogo, non dobbiamo immaginare che San Paolo porti qui una cinica morosità o una rozzezza alla Nabal; che nessuno ci parli, e noi non diciamo altro che parole; che dovremmo "fare rumore come un cane, e così girare intorno alla città" Salmo 59:6. 14 ; che noi saremmo come spine nel fianco dei nostri fratelli, che li pungono e li irritano sempre. Che cos'è, dunque, ciò che qui San Paolo condanna? Guardate nel testo, e vedrete Cristo e gli uomini come se fossero due termini opposti. Se l'uomo è in errore, non devo compiacerlo nel suo errore; perché Cristo è verità: se l'uomo è nel peccato, non devo piacergli; poiché Cristo è giustizia. Così, quando gli uomini si oppongono a Cristo, quando gli uomini non ascoltano la Sua voce né Lo seguono nelle Sue vie, ma si dilettano nelle proprie, e si riposano e si compiacciono nell'errore come nella verità, per svegliarli da questo piacevole sogno, dobbiamo disturbarli, dobbiamo tuonare contro di loro, dobbiamo inquietarli e dispiacerli. Perché chi darebbe una pillola di oppiacei a questi letargici? Compiacere gli uomini, quindi, è dire a un malato che sta bene; un uomo debole, che è forte; un uomo che sbaglia, che è ortodosso; invece di eliminare l'umore nocivo, per nutrirlo e aumentarlo; per spianare e cospargere di rose le vie dell'errore, affinché gli uomini possano camminare con agio e gioia, e persino danzare fino alla loro distruzione; scoprire il loro palato e adattarlo; per avvelenare ciò che più colpiscono, come Agrippina diede a Claudio l'imperatore del veleno in un fungo. Che adulatore sedizioso è in una repubblica, che un falso apostolo sia nella Chiesa. Essi sono tanto forti per la verità quanto i migliori campioni che lei possiede; ma o si sottrae ad esso, o lo si perverte e lo si corrompe, affinché la verità stessa possa aiutare a introdurre una menzogna. Quando la verità stessa non ci piace, qualsiasi menzogna ci piacerà; ma allora deve portare con sé qualcosa della verità. Per esempio: riconoscere Cristo, ma con la legge, è un miscuglio pericoloso: è stato l'errore dei Galati qui.

(III.) Vedete ora che cosa significa piacere agli uomini, e da dove procede, da dove scaturisce, proprio da quell'amara radice, la radice di tutti i mali, l'amore del mondo. Vediamo ora l'enorme distanza e l'incoerenza che c'è tra questi due, il piacere agli uomini e il servizio di Cristo: "Se ancora piacere agli uomini, non sono servo di Cristo". 1. E, in primo luogo, non possiamo fare entrambe le cose, non servire gli uomini e Cristo, non più di quanto tu possa tracciare la stessa linea retta in due punti, per toccarli entrambi Matteo 6:24

(2.) In secondo luogo. Il servo deve tenere gli occhi sul suo padrone; e come lo vede fare, deve fare altrettanto. Il potere non può adulare; e la misericordia è così intenta nella sua opera che non pensa ad altro. Fare meraviglie per piacere agli uomini era la meraviglia più grande di tutte. Applicazione:1. Per concludere, dunque: Quelli che sono appartati per guidare altri nella via della verità e della giustizia prestino attenzione

(2.) E coloro che sono ammaestrati, ricordando che "sono comprati a caro prezzo" 1Corinzi 6:20, e sono servi di Cristo, si uniscano saldamente a Lui, e non siano scacciati da Lui con ogni vento di dottrina, non giudichino la dottrina dalla persona, ma la persona dalla Sua dottrina

(3.) E quindi, in ultimo luogo, noi tutti, sia insegnanti che ascoltatori, eliminiamo questo cattivo umore del piacere e dell'essere compiaciuti: e "consideriamoci", come esorta l'apostolo, "gli uni gli altri per provocare all'amore e alle opere buone" Ebrei 10:24. "Diciamo la verità ciascuno al suo prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri" Efesini 4:25. (A. Faringdon.)

Un applauso della coscienza vale tutti i trionfi del mondo. (Ibidem)

La verità è meglio dell'adulazione: - Non vedrai tuo fratello peccare; ma "tu riprenderai" e salverai il tuo fratello Levitico 19:17. La carità comune richiede tanto dalla tua mano, e metterla in discussione è come se dovessi chiedere a Caino: "Amos, io sono il custode di mio fratello?" Genesi 4:9. Questo è il metodo vero e più sicuro per compiacersi l'un l'altro. Poiché l'adulazione, come l'ape, porta il miele in bocca, ma ha un pungiglione nella coda; ma la verità è tagliente e amara all'inizio, ma alla fine più piacevole della manna. Colui che vuole sigillare le tue labbra per la verità che dici, alla fine bacerà quelle labbra e benedirà Dio nel giorno della Sua visitazione. E se lo facciamo, "ci piaceremo gli uni gli altri per l'edificazione" Romani 15:2, e non per la rovina. E così tutti saranno contenti; il medico, che ha la sua intenzione, e il paziente nella sua salute: il forte si compiacerà nel debole e il debole nel forte; i saggi negli ignoranti, e gli ignoranti nei saggi: e Cristo si compiaglierà di vedere i fratelli camminare così insieme in unità, rafforzandosi e incitandosi l'un l'altro nelle vie della giustizia; e quando avremo camminato insieme mano nella mano fino alla fine del nostro viaggio, Egli ci ammetterà alla Sua presenza, dove "c'è pienezza di gioia e piaceri in eterno" Salmo 16:11. (Ibidem)

I peccatori non devono essere lusingati: - Non dovremmo modellare e adattare la nostra parte migliore al loro peggio, la nostra ragione alla loro lussuria; né fare della nostra fantasia l'elaboratorio per elaborare quei saggi che possono piacere e distruggerli. Non dovremmo fomentare l'ira del vendicatore per consumarlo, né aiutare l'avido a seppellirsi vivo, né l'ambizioso a spezzarsi il collo, né lo scismatico a strappare il mantello senza cuciture di Cristo, né il sedizioso a nuotare all'inferno in un fiume di sangue: ma dovremmo legare le mani al vendicatore, spezzare gli idoli dell'avaro, ridurre in polvere gli ambiziosi, rimediare a quelle rendite che la fazione ha fatto e confinare i sediziosi nella sua sfera e nel suo luogo. Quando il mondo ci piace, siamo altrettanto disposti a piacere al mondo, e ne facciamo il nostro palcoscenico, e recitiamo la nostra parte; ci chiamiamo "amici" e non siamo altro che parassiti; ci chiamiamo "profeti" e non siamo altro che maghi e giocolieri; ci chiamiamo "apostoli" e siamo seduttori; ci chiamiamo "fratelli", anche se è nel male, e, come i gemelli di Ippocrate, viviamo e moriamo insieme. Noi aduliamo, e siamo lusingati; Noi siamo ciechi e capi di ciechi, e cadiamo insieme a loro nel fosso. (Ibidem)

Impopolarità apostolica: - Il vangelo è impopolare

(1) Per la sua santità. È l'espressione della volontà del Santissimo, ed esige sottomissione e conformità a quella volontà. Sgorgando dalla fonte della purezza, richiede purezza in ogni sua parte. Solo chi ha nel cuore l'amore di Dio può apprezzarlo e accoglierlo. Per tutti gli altri deve essere sempre odioso.

(2) A causa della sua misteriosità. Cristo può essere compreso solo da coloro che lo ricevono con fede; per gli altri Egli è un enigma, e la Sua salvezza una cosa che va oltre la comprensione; e gli uomini non amano ciò che non sono in grado di comprendere. L'orgoglio dell'intelletto protesta contro l'ammesso mistero del vangelo.

(3) A causa della sua esclusività. Pretende di essere l'unico vero sistema, e che tutti gli altri sono falsi; una pretesa che rende nemici i devoti di ogni altra religione e coloro che, non curandosi di nessuna religione, tollererebbero tutti.

(4) A causa della sua gratuità. Gli uomini preferirebbero che il Vangelo chiedesse qualcosa dalle loro mani, riconoscendo che esiste una cosa come il merito umano. Un vangelo libero infligge un duro colpo alla loro presunzione e alla loro autosoddisfazione.

(5) A causa della sua aggressività. Non si accontenta di lasciare gli uomini a se stessi; e si risentono di ogni tentativo di interferire con loro. Il vangelo non offre termini di compromesso. In nome di Dio esige una sottomissione incondizionata. Mira alla conquista universale. Da qui la sua impopolarità presso il mondo. (Emilius Bayley, B.D.)

Fermezza cristiana:

(I.) LA FERMEZZA CRISTIANA NON È OSTINATA INDIFFERENZA ALL'OPINIONE UMANA. Al contrario, il cristiano è ansioso di piacere e di cedere agli altri quando si tratta solo dei suoi interessi. Molte cose potrebbe giustamente rivendicare, si ritrarrà dal insistere; A molte cose che egli può soffrire, egli si sottometterà tranquillamente, piuttosto che irritare le menti degli uomini contro la pietà che professa, o chiudere la porta alla possibilità futura di essere lo strumento della loro conversione. La rinuncia a se stessi per l'onore di Dio, o per il bene dell'uomo, è lo spirito speciale di un cristiano. Anzi, di più; Risparmierà i sentimenti e gli umori degli uomini ogni volta che gli sarà lecito, facendo le cose a modo loro piuttosto che a modo suo, stando attento alle apparenze così come alla realtà. Romani 12:17, 18; 2Corinzi 8:21; 1Timoteo 3:7 ; ecc.)

(II.) NÉ È EGOISTICA DISATTENZIONE PER IL BENESSERE UMANO. La salvezza non si ottiene con uno sforzo isolato, ma si realizza proprio nel nutrimento e nella crescita di quegli affetti, occupazioni ed energie che i nostri doveri nel mondo producono. Non ci può essere un genuino desiderio di salvare la nostra anima, un vero spirito cristiano di pietà personale, che non si estenderà, per sua stessa natura, oltre i confini del nostro petto, e traboccherà in copiosi rivoli verso tutti coloro con cui abbiamo a che fare

(III.) È SEMPLICEMENTE L'OBBEDIENZA SUPREMA ALL'AUTORITÀ DIVINA. Compiacere gli uomini deve sempre essere subordinato al piacere a Dio. Ogni concessione deve essere accompagnata da una riserva dei diritti e dei privilegi, dell'onore e dell'autorità del nostro Maestro; ogni trattato deve essere così, perché è buono solo nella misura in cui può essere riconosciuto e ratificato da Lui. Ogni cosa può essere tentata per Lui; ma nulla lo ascoltava contro di lui. (Prebendario Griffith.)

Giusto e sbagliato che piacciono agli uomini: - Non dobbiamo piacere agli uomini, siano essi mai così tanti o grandi, per piattezza di spirito, in modo che, per compiacere loro, o andiamo a trascurare qualsiasi parte del nostro dovere verso Dio e Cristo; o

(2) andare contro la nostra coscienza, facendo qualsiasi cosa disonesta o illegale; o

(3) fare loro del male a chi vogliamo, confermandoli nei loro peccati, assecondandoli nella loro irritazione, o anche apprezzando la loro debolezza; perché la debolezza, anche se può essere sopportata, tuttavia non deve essere amata.

(4) Ma poi, cedendo per un po' alle loro infermità, nella speranza di guadagnarli, aspettando pazientemente la loro conversione, o rafforzandoli, ristabilendoli con spirito di mansuetudine, istruendo con mansuetudine coloro che si oppongono, dovremmo cercare di piacere a tutti gli uomini. (Vescovo Christopher Wordsworth.) Due domande sincere:

1.) Che cosa cerchi di più: il favore dell'uomo o il favore di Dio? 2. Cos'è più importante: il favore dell'uomo o il favore di Dio? (J. P. Lange, D.D.)

Fedeltà e discrezione ministeriale: - L'amore per la popolarità è una tentazione da cui pochi di noi probabilmente sono liberi. Al ministro coscienzioso viene costantemente ricordato il fatto che "il timore dell'uomo porta un laccio". Nel nostro ministero pubblico e privato dobbiamo spesso sostenere verità che non sono congeniali e sgradite a molti di coloro ai quali ministriamo. Un'applicazione chiara, decisa, puntuale della Parola di Dio deve essere sgradita al mondano, all'incurante, all'indulgente con se stesso e all'ipocrita. Ma siamo naturalmente riluttanti a perdere la buona opinione degli altri. Di qui la tentazione di modificare, se non di trattenere, verità offensive; presentare il nostro messaggio, non nella sua nuda semplicità, ma in modo tale da disarmare l'opposizione; evitare qualsiasi cosa come un rapporto ravvicinato con la coscienza; occuparci solo di inutili generalità; cercare piuttosto di compiacere l'immaginazione e gratificare il gusto, piuttosto che risvegliare la coscienza, convincere del peccato e sollecitare l'abbandono del cuore e della vita a Cristo. È abbastanza facile, con un piccolo espediente, rendere popolare il nostro vangelo. È possibile insegnare la verità, e nient'altro che la verità, e tuttavia non offendere. Dobbiamo solo modificare le nostre affermazioni, o generalizzare le nostre applicazioni, e la cosa è fatta. Non dobbiamo far altro che omettere una verità sgradevole, o affermarla in modo che nessuno abbia bisogno di applicarla a se stesso, e non verrà sollevata alcuna obiezione. Gli uomini tollereranno, anzi, approveranno un sistema modificato di verità evangelica, per i quali l'intera presentazione di tale verità sarebbe inaccettabile. Per quattro volte, in un solo versetto, il profeta viene messo in guardia contro questa tentazione: "E tu, figlio dell'uomo, non temere di loro e non temere la loro parola; … non aver paura delle loro parole e non ti sgomentare del loro sguardo" Ezechiele 2:6. E l'apostolo Paolo era pienamente consapevole del pericolo quando disse: "Io non ho evitato di annunziarvi tutto il consiglio di Dio" Atti 20:27. Agendo allo stesso tempo, dobbiamo stare attenti che la nostra impopolarità scaturisca da cause legittime: dall'irragionevole opposizione del mondo alla verità di Dio, non dalla giusta avversione degli uomini a peculiarità offensive o a difetti positivi. Un cristiano può essere impopolare perché è vanitoso, presuntuoso, egoista, poco geniale, di vedute ristrette, dogmatico o simili. Può imputare la sua impopolarità alla sua religione; mentre deriva piuttosto dalla sua mancanza di religione: non ha origine nella dottrina che professa, ma nel suo fallimento nel "vestire" quella dottrina nella sua vita quotidiana. La mancanza di tatto, inoltre, nei cristiani spesso provoca opposizione. Il tentativo di imporre le pretese della religione agli altri in momenti inopportuni, l'impiego di una fraseologia religiosa tecnica, l'uso di parole ed espressioni teologiche non comunemente udite nella società, l'imposizione di idiosincrasie religiose su coloro che non vogliono e non simpatizzano, sono cause che spesso operano a scapito dei principi che ci stanno a cuore. I cristiani dovrebbero guardarsi dal confondere l'inoltro con la fedeltà, e l'invadente familiarità con le cose sacre con l'onesto efflusso del cuore pieno d'amore verso Dio e verso l'uomo. La prudenza cristiana è tanto necessaria, quanto il compromesso mondano è pericoloso e sbagliato. In una parola, non dobbiamo corteggiare l'impopolarità, né provocarla inutilmente, né pensare che non derivi mai da una nostra colpa. Ma, d'altra parte, non dobbiamo temerlo, per non metterci tra coloro che "amano la lode degli uomini più della lode di Dio". I ministri devono chiedersi, non come possono piacere al meglio alle loro congregazioni, ma come possono salvare le anime; non come possono stare bene con il mondo, ma come possono servire al meglio il loro Padrone. (Emilius Bayley, B.D.)

Teodorico, un re ariano, influenzò moltissimo un certo diacono, sebbene ortodosso. Il diacono, pensando di piacergli di più e di ottenere la preferenza, divenne ariano, il che, quando il re lo comprese, mutò il suo amore in odio e gli fece staccare la testa dalle spalle. (Trapp.)

Compiacere gli uomini o servire Cristo: a un guardiano della ferrovia che, in una fredda notte, chiese a ogni passeggero di mostrare il suo biglietto prima di salire sul treno, e fu ricompensato con notevoli brontolii e proteste, si sentì dire: "Sei un uomo molto impopolare stasera". «Mi interessa solo essere popolare con un uomo», fu la risposta, «e questo è il sovrintendente». Avrebbe potuto accontentare i passeggeri, disobbedire agli ordini e perdere la posizione. Era troppo saggio per questo; Il suo compito era quello di compiacere un uomo: l'uomo che lo aveva assunto, che gli aveva dato i suoi ordini, che lo aveva ricompensato per la sua fedeltà, e che lo avrebbe congedato per la sua disobbedienza. Il servo di Cristo ha molte opportunità per rendersi impopolare. Ci sono moltitudini che sarebbero felici di avere lui che allentasse la severità delle sue regole. Se è il loro servo, esigono che consulti i loro desideri. Ma se li serve, non può servire il Signore. "Nessuno può servire a due padroni". Colui che cerca di essere popolare presso il mondo, perderà la sua popolarità presso il Signore. Si farà degli amici, ma perderà l'unico Amico che è al di sopra di tutti gli altri. Otterrà il plauso, ma non sentirà la graziosa parola: "Ben fatto!"

Un servo fedele: - Non il meno interessante dei monumenti che vidi tra le venerabili rovine di Roma fu quello che conteneva nella sua urna rotta alcune ossa mezze bruciate. Erano le ceneri di uno che, come appariva dall'iscrizione sulla tavoletta, era appartenuto alla casa di Cesare, e alla memoria delle cui virtù di servo fedele, onesto e devoto, l'imperatore stesso aveva ordinato che fosse innalzato quel marmo. (T. Guthrie, D.D.)

Un'alternativa ministeriale:

(I.) PER PIACERE AGLI UOMINI di

1.) Annacquare le dottrine del Vangelo fino a farle intendere qualsiasi cosa gli ascoltatori amino farle

(2.) Attenuare i precetti del Vangelo fino a renderli indistinguibili dalle massime della politica mondana

(3.) Introdurre espedienti secolari per attirare un pubblico su cui un vangelo attenuato ha perso il suo potere

(4.) Affondare il severo predicatore di giustizia nel blando movimento della società

(II.) SERVIRE CRISTO mediante

1.) La proclamazione di una fiducia inalterabile

(2.) L'insistenza e la conformità personale a un alto standard morale

(3.) Il disprezzo per la mera trappola e le arti popolari

(4.) L'imitazione dell'esempio di abnegazione del Maestro. L'uno può piacere agli uomini; l'altro li salverà

Schiavitù all'uomo o a Cristo:

(I.) La necessità di piacere agli uomini rappresenta in modo molto tipico la non-libertà dell'uomo irredento. Questa è una vera schiavitù perché

1.) Disturba lo sviluppo di un piano di vita indipendente

(2.) Fa parte della schiavitù del peccato

(3.) Implica la schiavitù agli usi e costumi del mondo

(II.) LA LIBERTÀ DA QUESTO GIOGO si ottiene solo entrando nel servizio di Cristo. Proprio come il servo di un re si vanta del suo ufficio come della massima libertà, così possiamo farlo noi quando serviamo il Signore Cristo

(III.) La liberazione dal timore dell'uomo e dalla necessità di piacergli, e la servitù a Cristo e compiacerLo, possono essere prese come una DESCRIZIONE GENERALE DELLA LIBERTÀ CRISTIANA. In conclusione

1.) Il desiderio di avere la buona opinione del mio prossimo ha una parte nella mia professione religiosa? 2. Anche se il mio servizio religioso non è fatto per essere visto dagli uomini, è una cosa di forma o di principio? 3. Ho il coraggio di dissentire dagli usi della società se la mia coscienza protesta? Mi pongo sempre davanti: "Che cosa richiede Cristo?" e non: "Che cosa diranno gli uomini?" (Il professor Robertson Smith.)

Il servo di Cristo:

(I.) IL SERVO

(1.) Realizza l'ideale di vita più perfetto. Altri vivono per il piacere, la ricchezza, la fama; lui per Cristo

(2.) Ha il miglior Maestro

(3.) Egli cede alle pretese più valide: proprietà, protezione, riscatto. Ha le garanzie più forti: la ragione, la coscienza, l'amore

(5.) Egli è promesso e gode della ricompensa più nobile: il sorriso del suo Maestro, il trono del suo Sovrano

(II.) IL SUO SERVIZIO

(1.) È dignitoso nella sua sfera

(2.) Grandioso nel suo motivo: "piacere a Dio". 3. Splendido nel suo strumento: il Vangelo

(4.) Glorioso nella libertà della sua consacrazione

(5.) Benefico negli usi che serve

Persuadere Dio: - Ciò che l'apostolo intende è assicurarsi che Dio sia con lui. Questo può essere fatto solo prendendo la via di Dio come la nostra, e non sperando di far sì che Lui prenda la nostra come Sua. Questo Paolo dice a rivendicazione della sua severità, il cui ufficio era quello di persuasore degli uomini. "No", egli dice, "la questione non è di guadagnare sugli uomini, ma di stare a posto con Dio, e ciò anche a costo di una rottura assoluta con gli uomini. Atti come questo, in cui uomini ingannevoli si sforzano di disfare tutta la mia opera per Cristo, lungi dall'essere chiamato a conciliarli, se lo facessi non sarei un servo di Cristo". (Ibidem)

Compiacere l'uomo: un vizio in un riformatore morale: - Osserva l'autore di una prima poesia o romanzo. Che impazienza di vedere tutte le recensioni; quale ansia finché non escono; Che manovra per accertare ciò che la gente ha detto! E quante persone ci sono che, anche dopo la fine del loro apprendistato in letteratura o arte, possono onestamente affermare che il sentimento le ha completamente abbandonate? Raffaello dovette gradire sentire elogiare i suoi dipinti: né l'approvazione del pubblico era una questione di indifferenza per l'ottuagenario Goethe. Ma anche se l'artista o il letterato possono finora attribuire un merito alla popolarità, è molto diverso con l'insegnante o l'agente morale nei grandi cambiamenti sociali. Può capitare che la popolarità affluisca verso un uomo del genere, ma non dovrebbe essere trattata come una ricompensa o un incentivo, ma piuttosto come un mezzo per decidere quale parte della società è stata mossa nella direzione del suo spirito, e quanta ne rimane ancora da sottomettere. In certi casi, infatti, potrebbe essere appropriato stabilire come massima che egli non può adempiere onestamente o efficacemente il suo ufficio senza suscitare opposizione ad ogni passo che fa. (Recensione britannica del nord.)

Il saggio Focione era così sensibile a quanto fosse pericoloso essere toccati da ciò che la folla approvava, che a un'acclamazione generale fatta mentre stava facendo un'orazione, si rivolse a un amico intelligente e chiese in modo sorpreso: "Che errore ho fatto?" (Steele.)

L'anima che non può fidarsi completamente di Dio, sia che l'uomo sia contento o dispiaciuto, non potrà mai essere a lungo fedele a Lui, perché mentre guardi gli uomini stai perdendo Dio e trafiggendo la religione nel cuore stesso. (T. Manton.)

Quando uno ha imparato a cercare l'onore che viene solo da Dio, prenderà molto alla leggera il rifiuto dell'onore che viene dall'uomo. (Geo. Macdonald.)

L'alternativa al piacere agli uomini: non predicare tanto per compiacere quanto per guadagnare. Scegli piuttosto di scoprire i peccati degli uomini piuttosto che mostrare la tua eloquenza. Quello è lo specchio più bello, non quello che è più dorato ma quello che mostra il volto più vero. (T. Watson.)

Il servo di Cristo: - Il titolo che l'apostolo si dà, "il servo o lo schiavo di Cristo", esprime, possiamo esserne certi, non una semplice acquiescenza a qualche moda corrente del linguaggio orientale, ma l'aspetto della sua vita e della sua condotta che desidera tenere davanti a sé e agli altri. San Paolo apparteneva a due mondi, quello ebraico e quello greco, e in questo titolo ha in vista entrambi i mondi. Nel linguaggio del Salterio e dei profeti ebrei, ogni Israelita è, in quanto tale, un servo del Signore, e al popolo collettivo, visto nella sua vita separata e consacrata, è detto: "Tu, Israele, sei il mio servo, tu che ho preso dalle estremità della terra e ti ho chiamato tra i suoi capi, e ti disse: Tu sei il mio servo, io ti ho scelto". Ma oltre a questo significato generale ed etico, il titolo aveva una forza tecnica, ufficiale. Ogni uomo che si distingueva tra i suoi simili come avente un'opera speciale da fare per il Signore, era considerato come preso al servizio del Re invisibile, la cui livrea portava così per la forza degli eventi, e per le sue azioni, e per il tenore della sua vita, agli occhi dei suoi connazionali. Anche in questo senso, ogni membro dell'ordine profetico venne col tempo ad essere definito un "servo del Signore"; e il titolo raggiunse il suo più alto significato quando, nel gruppo successivo degli scritti di Isaia, fu usato per il Re Messia, la cui futura umiliazione e gloria si mescolarono indistintamente con il più vicino, anche se ancora lontano, la sofferenza e la liberazione del popolo martoriato in Babilonia. Quando, quindi, San Pietro e Santa Giuda, scrivendo a Chiese principalmente o interamente di origine ebraica, si definirono servitori di Gesù Cristo, probabilmente intendevano il titolo, principalmente, se non esclusivamente, nel senso ebraico tradizionale e più ristretto. Ma quando San Paolo, scrivendo alla Chiesa Romana o Filippiana, si definisce servo di Cristo, è difficile supporre che non legga nel titolo il significato che i suoi lettori vi troverebbero naturalmente. In queste Chiese, composte interamente o prevalentemente da convertiti dal paganesimo, la frase suggerirebbe piuttosto lo schiavo ordinario del mondo greco-romano, piuttosto che un servitore ispirato o distinto della teocrazia ebraica. Quell'invisibile, quell'immensa popolazione di esseri umani che lavorava, che soffriva in silenzio, che coltivava i campi, che presidiava le flotte, che costruiva i palazzi e i ponti del mondo, che forniva a coloro che avevano proprietà e potere i loro cuochi, i loro falegnami, i loro pittori, i loro astronomi, i loro medici, i loro poeti, i loro copisti, i loro gladiatori, i loro buffoni; che serviva alla raffinatezza, all'intelligenza, al lusso, alle passioni dei ricchi; che con il suo incessante e quasi inosservato spreco di vita inosservata soddisfaceva i bisogni, e contribuiva a riempire le casse dello Stato. La classe degli schiavi era quasi la più importante, poiché era certamente l'aspetto più luttuoso della società antica. Nella visione dell'antichità, lo schiavo non era che uno strumento animato, un semplice corpo che per caso era dotato di certe capacità mentali. Agli occhi della legge, lo schiavo non era una persona: era classificato dai giuristi con i beni e con gli animali; Fu venduto, fu lasciato in eredità per testamento, fu prestato a un amico, fu rinchiuso, fu bandito, fino al giorno della successiva legislatura fu ucciso, a discrezione del suo proprietario. E San Paolo si definisce così: lo schiavo di Gesù Cristo! Non era semplicemente un servo che occupava un posto onorevole nel regno dei cieli, al quale poteva rinunciare a suo piacimento; era consapevolmente uno schiavo. E in questo abbandono di ogni libertà umana ai piedi del Redentore, in questa totale rinuncia al diritto alla sua intelligenza, ai suoi affetti, all'impiego del suo tempo e dei suoi beni, ai suoi spostamenti da un luogo all'altro, se non come il suo Maestro poteva comandare, San Paolo trovò la vera dignità e felicità del suo essere uomo. Egli apparteneva a Gesù Cristo non per un suo atto originale o solitario, ma perché, come non poteva fare a meno di riconoscere, Gesù Cristo aveva pagato per lui, lo aveva comprato a un prezzo incalcolabile, dalla schiavitù che era miseria e degrado, in un servizio che era veramente libertà. (Canon Liddon.)

Il nostro dovere nei confronti dell'opinione pubblica: - L'opinione pubblica è quel patrimonio comune di pensiero e di sentimento che è creato dalla società umana, o da una particolare parte di essa; e a sua volta tiene i suoi autori sotto stretto controllo. È un prodotto naturale, è un deposito che non può non derivare dai rapporti umani. Non appena gli uomini si associano l'uno con l'altro, nasce un'opinione pubblica di qualche tipo. E via via che la civiltà progredisce e l'uomo moltiplica i canali con cui accerta e governa il pensiero dei suoi simili, l'opinione pubblica cresce in forza, in spazio, e gli uomini abbandonano volontariamente, o piuttosto istintivamente, una parte crescente delle loro intelligenze e della loro condotta al suo controllo incontrastato. Varia in determinatezza e in esigenza con il numero di esseri umani che capita di rappresentare. C'è un'opinione pubblica propria di ogni villaggio e città, di ogni società e professione, di ogni paese, di ogni civiltà, del mondo; ma tra le forme più generali e quelle più strette di questo corpo comune di pensiero e di sentimento, ci sono bande e giunture che saldano il tutto in un'unità sostanziale; E nei tempi moderni l'opinione pubblica ha assunto un corpo e una forma concreti, come due secoli fa era impensabile. Vive, lavora sulla stampa quotidiana. Sulla stampa vediamo visibilmente incarnato davanti ai nostri occhi questo impero dell'opinione, con le sue innumerevoli varietà e suddivisioni, con le sue unità forti, corporative e sostanziali. E così, faccia a faccia con la stampa, ogni uomo che spera di mantenere la propria coscienza in un ordine moderatamente buono sa che nell'opinione pubblica incontra una forza con la quale, prima o poi, su larga o piccola scala, davanti al mondo o nei recessi della propria coscienza, deve necessariamente fare i conti; e ciò, sia che porti come San Paolo un incarico dal cielo, sia che si sforzi di essere fedele a quella verità che conosce principalmente o del tutto tra le preoccupazioni della terra. Qual è il dovere del cristiano verso questo agente onnipresente, penetrante? Deve chiudersi in se stesso e disprezzarlo, come farebbe qualche stoico della prima scuola stoica? Certamente no. San Paolo non lo ha fatto. Era rispettoso, anche verso l'opinione pagana... Dobbiamo dunque porci fiduciosi sotto l'opinione pubblica, sottometterci ad essa e obbedirvi, almeno in un paese cristiano; Ed è forse quello di fornirci in ultima istanza la regola di condotta e il criterio della verità morale, anche religiosa? Ancora una volta, sicuramente no; perché è, di fatto, un compromesso tra i molti elementi che compongono la società umana; e gli elementi inferiori ed egoistici del pensiero e del sentimento tendono nel complesso a preponderare. L'opinione pubblica è troppo carente di pazienza, di penetrazione, di delicatezza, per affrontare con successo le questioni religiose. Non può essere giusto gridare "Osanna" ora; domani, "Crocifiggi"; per applaudire in Galilea ciò che condanni a Gerusalemme; sanzionare in questa generazione ciò che è stato denunciato in essa; Adorare ciò che si è bruciato, bruciare ciò che si è adorato con notevole versatilità, solo perché un gran numero di esseri umani - la maggior parte di essi, forse, del tutto senza particolari informazioni sull'argomento in questione - ama che sia così. Cercare di piacere agli uomini in questo senso è, certamente, incompatibile con il servizio di Cristo. Il cristiano ha, o dovrebbe avere, nel suo cuore e nella sua coscienza, la rivelazione della verità che in queste grandi crisi della vita lo pone al di sopra delle esigenze dell'opinione pubblica. Chi è spirituale giudica tutte le cose, ma egli stesso non è giudicato da nessuno. Egli non lo farà, infatti, con leggerezza o senza motivo; Cercherà ancora e ancora, sì e una terza volta, di essere sicuro di non essere ingannato egli stesso, se non nel suo principio, almeno nella sua applicazione. Ma quando questo punto sarà chiaro, andrà avanti con decisione. (Ibidem)

Predicazione scomoda: ricordo che uno dei miei parrocchiani mi disse che "pensava che una persona non dovesse andare in chiesa per sentirsi a disagio". Risposi che lo pensavo anch'io; ma se dovesse essere il sermone o la vita dell'uomo ad essere modificata, in modo da evitare il disagio, doveva dipendere dal fatto che la dottrina fosse giusta o sbagliata. (Arcivescovo Whately.)

Una domenica pomeriggio un noto ministro, affaticato dopo le sue fatiche in chiesa, si ritirò nella sua stanza per riposare. Non si era sdraiato a lungo, che si addormentò e cominciò a sognare. Sognò che, entrando nel suo giardino, entrava in un pergolato che vi era stato eretto, dove si sedeva a leggere e meditare. Mentre era così occupato, gli parve di udire qualcuno entrare nel giardino; e, lasciando il pergolato, si affrettò subito verso il punto da cui sembrava provenire il suono, per scoprire chi fosse entrato. Non era andato molto avanti che scoprì un suo amico particolare, un ministro di notevole talento e popolarità. Avvicinandosi all'amico, fu sorpreso di trovare sul suo volto un'oscurità che non era solito portare, che indicava una violenta agitazione della mente che sembrava nascere da un rimorso cosciente. Dopo che i saluti di rito furono passati, l'amico chiese al relatore l'ora del giorno. Al che lui rispose: "Venticinque minuti dopo le quattro". Udito ciò, lo straniero disse: «È passata solo un'ora da quando sono morto, e adesso» (qui il suo volto pronunciava orrori indicibili). «Perché è così turbato?» chiese il pastore sognante. "Non è così", disse, "perché non ho predicato il Vangelo; né è perché non mi sia stato reso utile, poiché ora ho molti sigilli al mio ministero che possono portare testimonianza alla verità come è in Gesù, che hanno ricevuto dalle mie labbra; ma è perché ho accumulato per me la lode degli uomini, più dell'onore che viene dall'alto; e, in verità, ho la mia ricompensa". Detto questo, scomparve e non fu più visto. Il pastore si svegliò e ben presto seppe della morte del popolare predicatore all'ora precisa indicata nel sogno

Il peccato assillante del dottor Dodd sembra essere stato un'eccessiva ansia di dare soddisfazione a tutti, di "compiacere gli uomini" di ogni sfumatura di opinione. Dovendo predicare una domenica in una città di campagna, dove c'erano due diverse case di riunione, una calvinista e l'altra arminiana, il dottore si procurò due sermoni tanto opposti nella loro dottrina quanto lo erano le congregazioni a cui doveva predicare. Quando arrivò sul posto, salì sul pulpito calvinista al mattino, diede il suo testo e iniziò il suo sermone; ma non era andato molto lontano quando si accorse di aver tirato fuori il sermone sbagliato. Tuttavia, era ormai troppo tardi per riparare al danno, così fu costretto a portare a termine la cosa, con sua grande disapprovazione e con insoddisfazione del popolo. Avendo con sé solo due sermoni, e sapendo che molti dei suoi ascoltatori mattutini lo avrebbero seguito all'altra riunione del pomeriggio, si trovò nella necessità di predicare il suo discorso calvinista nel luogo di culto arminiano, e naturalmente diede tanto malcontento alla sua seconda congregazione quanto aveva dato alla prima. Il dottore, menzionando poco dopo il suo errore a un amico intimo, ricevette un triste conforto dalla risposta: "Non importa, signore; Ti è capitato solo di mettere la mano nella tasca sbagliata!"

Ministri senza Dio: - È vero che un uomo può impartire luce agli altri, se non vede egli stesso la luce. È vero che, come uno speculum concavo, tagliato da un blocco di ghiaccio, che con la sua capacità di concentrare i raggi del sole, accende il legno di sfioramento o fa esplodere polvere da sparo, un predicatore può incendiare gli altri, quando il suo cuore è freddo come il gelo. È vero che può stare come un dito senza vita, indicando la strada su una strada dove non conduce né segue. (T. Guthrie, D.D.)

11 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:11-12

Che il vangelo che è stato predicato da me non è secondo l'uomo.

L'ispirazione di San Paolo: - La maggior parte della nostra conoscenza deve sempre poggiare sull'autorità degli altri. Nessun uomo è in grado di accertare da sé gli innumerevoli fatti, in tutti i vari campi dell'indagine umana, dai quali solo può scaturire una convinzione personale. Né possiamo sempre ragionare sulle conclusioni che accettiamo sulla base della testimonianza degli altri. Dobbiamo prenderli per fede. I falsi insegnanti della Galazia tentarono di indebolire l'autorità di Paolo affermando che egli, non essendo mai stato un discepolo personale di Gesù, e quindi non essendo stato incluso nell'incarico originale, doveva essere considerato nient'altro che un proclamatore autoproclamato di una dottrina inventata da sé, o solo come l'agente di altre persone che impiegavano il suo zelo e il suo talento per diffondere il loro errore, o forse come l'ignorante pervertitore delle verità che gli erano state insegnate in un primo momento dagli apostoli a Gerusalemme, e dalle quali si era allontanato. San Paolo qui confuta queste accuse e insinuazioni

(I.) I SUOI PRINCIPI DEL CRISTIANESIMO NON DERIVAVANO DALL'AUTORITÀ UMANA. Non era il venditore al dettaglio delle nozioni degli altri, e il proclamatore di ciò che gli altri avevano inventato per lui e imposto a lui. Non era stato addestrato in nessuna scuola umana, e poi mandato a parlare, a distribuire i materiali che gli erano stati messi in mano e a vendere i beni che altri avevano fabbricato per lui. Molto più alta di questa era la sua autorità; molto più profonde le sue conoscenze e convinzioni

(II.) NÉ ATTRAVERSO L'ISTRUZIONE UMANA. Non solo la convinzione ottenuta attraverso l'autoapprendimento delle opinioni altrui

(III.) MA DALLA RIVELAZIONE DIVINA. Dio svelò le Sue cose nascoste alla visione mentale dell'apostolo. La sua ispirazione è una rivelazione, una rivelazione, una comunicazione da parte di Dio. Perciò parla con autorità. (Prebendario Griffith.)

La natura della rivelazione: - La rivelazione si distingue dalle influenze morali e spirituali ordinarie per la sua repentinità. Ci mostra in un istante ciò che, in circostanze normali, crescerebbe gradualmente e insensibilmente. Nell'individuo è accompagnato da un passaggio improvviso dall'oscurità alla luce; Nel mondo in generale è un'anticipazione della verità morale e del corso dell'esperienza umana. Non riducibile a nessuna legge naturale, è per la nostra natura morale e spirituale ordinaria ciò che le condizioni catalettiche peculiari sono per la nostra costituzione corporea. Sembra provenire dall'esterno, e non deve essere confuso con alcuna emozione interiore, non più di quanto un sogno o la vista di un dipinto. In confronto alla profezia, è più vicina a noi, rappresentando come in un'immagine le cose che presto accadranno, e tuttavia abbracciando una gamma più ampia; non, come i profeti dell'antichità, descrivendo le sorti di una singola nazione, come potrebbe aver incrociato il cammino del popolo ebraico, ma sollevando il velo da tutto il mondo invisibile. In tutti i suoi diversi sensi conserva questo carattere esterno, presente, immediato. Che si tratti del futuro regno di Cristo, o della caduta di Gerusalemme o di Roma, o del mondo che giace nella malvagità, ciò che viene descritto, tutto è mostrato immediatamente davanti a noi come su un monte della trasfigurazione: le figure vicine a noi e i colori brillanti. (B. Jowett, M.A.)

Il Vangelo non è opera dell'uomo:

1.) Come parola di dottrina, non è scaturita dagli uomini, né è stata insegnata dagli uomini, ma da Cristo stesso, che l'ha portata Lui stesso, e attraverso il quale solo il Suo popolo l'ha

(2.) Come parola di conforto, solo attraverso di Lui possiamo impegnarci in essa

(3.) Come una parola di potere, in cui non ci dovrebbe essere alcun cambiamento, da cui non ci dovrebbe essere alcuna deviazione. (J. P. Lange, D.D.)

Una solenne dichiarazione riguardo al Vangelo:

(I.) IL VANGELO CHE PAOLO PREDICÒ. Il significato del suo ministero e la fede che proclamò sono riportati in Atti 26:22, 23

(II.) IL VANGELO CHE PAOLO PREDICÒ NON ERA DA UOMO

(1.) Il suo vangelo non era secondo l'uomo. Non ha avuto origine dall'uomo. I piani umani di salvezza sono sempre stati imperfetti in teoria e inutili in pratica

(2.) Il vangelo di Paolo non è stato comunicato dall'uomo. "Né l'ho ricevuto da uomo". 3. Il vangelo che Paolo predicò non gli fu spiegato dall'uomo. "Né mi è stato insegnato".

(III.) GLI FU RIVELATO IL VANGELO CHE PAOLO PREDICÒ

LA TESTIMONIANZA DI PAOLO IN RELAZIONE AL VANGELO FU PRONUNCIATA CON GRANDE IMPONENZA E SOLENNITÀ. "Io vi dichiaro, fratelli". Lezioni:1. Paolo e gli altri apostoli predicarono ciò che era stato loro rivelato; Non ci può essere, quindi, nel vero senso della parola, alcun successore degli apostoli ora

(2.) Il vangelo, essendo una rivelazione, dovrebbe essere ricevuto con riverente fiducia. (Richard Nicholls.)

Io vi certifico: Osservate...

(I.) AFFINCHÉ GLI UOMINI POSSANO ESSERE CERTIFICATI CHE IL VANGELO NON VIENE DALL'UOMO, MA DA DIO,

1.) Le prove dello Spirito di Dio impresse in esso ed espresse

(2.) La testimonianza dei suoi promulgatori che non erano né furfanti né sciocchi

(3.) La certezza dell'obbedienza e dell'esperienza Giovanni 7:17

(II.) CHE CRISTO È IL GRANDE INSEGNANTE DI QUESTO VANGELO

(1.) Egli è il Rivelatore della volontà del Padre riguardo alla redenzione dell'umanità Giovanni 1:18; 8:26

(2.) Egli chiama e manda i predicatori di questo vangelo Giovanni 20:21; Efesini 4:11

(3.) Egli dona lo Spirito che illumina la mente e guida in tutta la verità

(III.) CHE CRISTO INSEGNA AGLI INSEGNANTI DI QUESTO VANGELO

(1.) Per rivelazione immediata

(2) Con l'istruzione ordinaria nelle scuole

(IV.) CHE COLORO CHE SONO INSEGNANTI DEVONO PRIMA ESSERE ISTRUITI, E POI DEVONO INSEGNARE CIÒ CHE HANNO IMPARATO 2Timoteo 3:14. (W. Perkins.)

Predicare il vangelo: - Predicare è annunciare con l'araldica. Dobbiamo ribadire come nuova e felice novella all'orecchio di un estraneo che il regno di Dio è venuto, sta per venire, e che noi possiamo aiutarlo a venire. Domando a qualsiasi uomo, se questo è vero e non romanzo, non è un onore proclamarlo, anche se è per noi come per Paolo, contro le difficoltà e le calunnie. (T. T. Lynch.)

L'ispirazione di San Paolo: - In un senso importante l'ispirazione di San Paolo è la più alta nella Sacra Scrittura; poiché mentre Mosè poneva le fondamenta, e i profeti raccoglievano i materiali divini, e gli evangelisti costruivano le mura del glorioso tempio della verità di Dio, era riservato a Paolo di completare la struttura e di far emergere le sue bellezze per essere viste su tutta la terra. Ci sono magnifici templi nelle terre bibliche che sono serviti come cave per le strutture che i turchi hanno costruito sotto la loro ombra. Eppure, anche nella rovina, la loro grandezza è più evidente dal contrasto. Così i teologi più abili si sono rivolti a Paolo per le pietre più pregiate delle loro belle strutture, e ancora il tempio che gli fu commissionato di completare le guarda tutte dall'alto in basso, non rovinate ma perfette come all'inizio. Le sue Epistole costituiscono il coronamento di quella Parola di Dio che dimora in eterno. (M. Laurie, D.D.)

Certificazione della rivelazione divina: - Può una rivelazione essere certificata? La risposta può essere divisa in tre parti

(1.) Il metodo della rivelazione, da parte di singoli uomini e di scritti tramandati di età in età, non è irragionevole

(2.) La probabilità anteriore di una tale rivelazione, come è data nella Scrittura, è senza dubbio forte

(3.) La prova del tempo applicata alla rivelazione effettivamente data, approva sufficientemente l'autorità divina che viene rivendicata per essa. (R. A. Redford.)

Rivelazione divina dall'alto:

(I.) Occupa una regione più alta di quella fisica, mentale o morale

(II.) SCENDE sull'intelletto, non fuori di esso

(1.) È sublimemente autorevole

(2.) Accanto ad esso, la conoscenza più avanzata è incerta e immatura

(III.) PAOLO INSISTETTE PER IL SUO APOSTOLATO PERCHÉ QUESTA RIVELAZIONE ERA STATA AFFIDATA A LUI. (S. Pearson, M.A.) È un fatto storico che la natura umana è sempre al di sotto della rivelazione. Le grandi scoperte sono di solito il prodotto di epoche di pensiero precedenti. Una mente sviluppa l'idea; ma è il frutto dei secoli maturato in quella mente. Viene trovata una perla; Ma la posizione è stata indicata da ricerche precedenti. Ma la religione rivelata è qualcosa di diverso da questo. È separato e superiore al pensiero dell'epoca. Chiama stoltezza la saggezza del mondo e introduce un nuovo punto di vista e un punto di partenza attorno al quale raccoglie ciò che era prezioso nel vecchio e distrugge il resto. Quindi si troverà sempre vero che una lotta è necessaria per elevare la mente umana e mantenerla al livello della religione rivelata, e che la religione rivelata produce la lotta. Anche coloro che professano di essere suoi amici retrogradi non appena il suo potere diminuisce, e nuove applicazioni di quel potere devono essere fatte per riportarli in superficie. (J. B. Walker, M.A.) Rivelazione di Cristo: - Sembra che la rivelazione sia di solito attribuita al Figlio di Dio in coerenza con il Suo carattere di Parola, il dichiarante della volontà di Dio che ha manifestato Dio nella carne (vedere anche 1Corinzi 11:23; Apocalisse 1:1; 5:9. Mentre l'ispirazione è solitamente connessa con lo Spirito Santo 2Pietro 1:21; Atti 1:16; Ebrei 7:8. Ma Luca 2:26 è un'eccezione alla regola. E, senza dubbio, come da una parte proviene lo Spirito, che è davvero l'acqua che sgorga dalla roccia della nostra salvezza, così, dall'altra, nessuna rivelazione può essere fatta senza lo Spirito che apre l'occhio interiore a ciò che viene comunicato esteriormente. (Dean Goulburn.)

13 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:13

Poiché avete udito parlare della mia conversazione nei tempi passati.

La mia conversazione nel tempo passato:

(I.) UN RICORDO UMILIANTE E DOLOROSO. Dovremmo studiare i veri usi del passato. Il passato è usato correttamente quando è

1.) Approfondisce il nostro senso di colpa

(2.) Illustra la grandezza della misericordia divina

(3.) Ci ispira coraggio in relazione al futuro

(II.) Un ricordo umile e doloroso SOLLEVATO DALLA PIÙ ALTA CONSIDERAZIONE

(1.) Non un auto-recupero o sviluppo,

(2) ma la rivelazione interiore di Cristo

(III.) Un ricordo umiliante e doloroso SEGUITO DA UNA SANTA E SUBLIME VOCAZIONE. Il fatto che Dio chiama i peccatori convertiti a predicare il Suo vangelo.

1.) Mette il ministro in simpatia morale con i suoi ascoltatori

(2.) Esemplifica il potere di Dio di eseguire i Suoi propositi

(3.) Stimola lo studio delle cose divine. Applicazione: Il testo

1.) Fa appello al peggiore degli uomini

(2.) Spiega la veemenza e l'urgenza di un ministero serio

(3.) Esalta e illustra il vangelo di Cristo. (J. Parker, D.D.)

La vita precedente di Paolo:

(I.) COME PERSECUTORE. Considerare

1.) Lo spreco.

(1) Come si può sprecare la Chiesa? Non nel suo stato interiore, che sta nell'elezione, nella fede, nella giustificazione, nella gloria; ma per quanto riguarda i corpi degli uomini, le assemblee pubbliche, gli esercizi religiosi.

(2) Perché Dio permette che sia sprecato? Il giudizio inizia nella casa di Dio. Le operazioni dolorose sono spesso necessarie per la salute

(2.) Lo sprecone.

(1) Il peccato, quando ha luogo, non dà riposo all'uomo finché non lo ha portato all'apice della malvagità.

(2) Evita dunque l'inizio del male

(II.) COME RELIGIOSO

(1.) Ne ha tratto un grande profitto. Osservare

(1) che ci sia una santa emulazione nella religione,

(2) ma modeste pretese di eccellenza

(2.) Era estremamente geloso

(1) sulla legge e le tradizioni non scritte,

(2) ma non secondo la conoscenza

(III.) DA CUI APPRENDERE

1.) Dipendere e impegnarci seriamente a mantenere la verità

(2.) Essere arrabbiati quando Dio è disonorato e la Sua Parola disobbedita

(3.) Non per dare libertà al meglio dei nostri affetti naturali, come zelo, ma per governarli

(4.) Stimare le tradizioni non scritte al loro giusto valore. (W. Perkins.)

Un ministro, una volta predicando un sermone di carità nell'ovest dell'Inghilterra, cominciò così: "Sono trascorsi molti anni da quando sono stato tra queste mura. In quell'occasione arrivarono tre giovani con l'intenzione non solo di deridere il ministro, ma anche di metterlo in tasca con pietre allo scopo di aggredirlo. Dopo alcune parole, uno di loro disse con un giuramento: "Cerchiamo di essere con lui ora", ma il secondo rispose: "No; fermatevi finché non avremo sentito che cosa ne pensa di questo punto." Il ministro proseguì, quando il secondo disse: "Abbiamo sentito abbastanza; ora getta". Ma il terzo intervenne, osservando: "Non è così sciocco come mi aspettavo; ascoltiamolo'. Il predicatore ha concluso senza essere stato interrotto. Ora badate bene: di questi tre giovani uno è stato giustiziato per falsificazione; il secondo è condannato a morte per omicidio; il terzo, per l'infinita misericordia di Dio, si rivolge ora a voi. Ascoltatelo".

Il valore nella controversia dell'esperienza pratica della parte opposta: - Paolo conosceva le giunture dell'armatura dei suoi avversari, e mostra fin dall'inizio che conosceva non solo le opinioni dei giudai, ma anche l'atmosfera spirituale in cui erano stati educati. Il nemico non può permettersi di disprezzare un tale polemista, perché la battaglia è vinta a metà prima di essere iniziata. Spesso è molto fastidioso per un giovane sentirsi dire da un cristiano maturo: "Ho pensato con lo stesso scetticismo di te, e ho parlato con altrettanta avventatezza, credendo che avrei capovolto il mondo ortodosso; ma ho superato quei giorni, e ora sono un uomo più saggio, come spero che lo sarai tu." Eppure questo è spesso l'unico modo per affrontare il caso. Il giovane si ritira in se stesso, guarda le espressioni avventate alla luce di una fredda riflessione, scopre che verità e novità non sono sinonimi, e almeno tace, il che è un grande guadagno per lui e per coloro che lo circondano. (S. Pearson, M.A.)

Gli antecedenti di Paolo sono una precisazione per il suo lavoro: - È accaduto spesso che il distruttore di un credo o di un sistema sia stato allevato e addestrato in seno al sistema che era destinato a scuotere o distruggere. Sakya Mouni era stato allevato nel brahmanesimo; Lutero aveva preso i voti di un agostiniano; Pascal era stato addestrato come gesuita; Spinoza era un ebreo; Wesley e Whitefield erano ecclesiastici della Chiesa d'Inghilterra. Non era altrimenti con San Paolo. Il vittorioso nemico della filosofia e del culto pagano aveva trascorso la sua fanciullezza nell'ambiente pagano di una città filosofica. L'antagonista mortale dell'esclusività giudaica era per nascita un ebreo degli ebrei. Il mercante della ferita mortale allo spirito del Fariseismo era un Fariseo, figlio di Farisei, uno studioso di Gamaliele, era stato istruito secondo la maniera perfetta della legge dei suoi padri, ed era vissuto "secondo la setta più retta" del servizio ebraico. (F. W. Farrar.)

Precoce persecuzione dei cristiani: "Oh", disse Cesare, "presto sradicheremo questo cristianesimo. Tagliategli la testa!" I diversi governatori affrettarono uno dopo l'altro i discepoli a morire; ma, più li perseguitavano, più si moltiplicavano. I pro-consoli avevano l'ordine di distruggere i cristiani; più li cacciavano, più cristiani c'erano, finché alla fine gli uomini si accalcarono al tribunale e chiesero di poter morire per Cristo. Hanno inventato i tormenti; trascinavano i santi alle calcagna di cavalli selvaggi; li posavano su graticole roventi; si tolsero la pelle dalla carne pezzo per pezzo; furono segati a pezzi; furono avvolti in pelli e imbrattati di pece, e messi di notte nei giardini di Nerone a bruciare; venivano lasciati a marcire nelle segrete; furono resi uno spettacolo per tutti gli uomini nell'anfiteatro; gli orsi li abbracciarono a morte; i leoni li fecero a pezzi; i tori selvaggi li gettarono sulle corna, eppure il cristianesimo si diffuse. Tutte le spade dei legionari che avevano messo in rotta gli eserciti di tutte le nazioni, e avevano vinto l'invincibile Gallia e il selvaggio Britanno, non potevano resistere alla debolezza del Cristianesimo; perché la debolezza di Dio è più potente degli uomini. (C. H. Spurgeon.) Le due parti della vita di San Paolo: - Ci sono domande che è interessante suggerire, anche quando non possono mai ricevere una risposta perfetta e soddisfacente. Una di queste domande può essere posta riguardo a San Paolo: qual era il rapporto tra la sua vita precedente e il grande fatto della sua conversione? Egli stesso, guardando indietro ai tempi in cui perseguitò la Chiesa di Dio, li considerò principalmente come una prova crescente della misericordia di Dio, che in seguito gli fu estesa. Sembrava così strano essere stato quello che era stato, ed essere quello che era. Né la nostra concezione di lui, in relazione al suo sé precedente, va comunemente oltre questo contrasto tra l'uomo vecchio e quello nuovo; il persecutore e il predicatore del Vangelo; il giovane ai cui piedi i testimoni contro Stefano deposero le loro vesti; e lo stesso Paolo che disputa contro i Greci, pieno di visioni e rivelazioni del Signore, sui quali in seguito nella vita giunse quotidianamente la cura di tutte le Chiese. Eppure non possiamo fare a meno di ammettere anche la possibilità, o meglio la probabile verità, di un altro punto di vista. Se ci fosse qualcuno tra i contemporanei di San Paolo che lo avesse conosciuto in gioventù e in età, avrebbe visto somiglianze come quelle che ci sfuggono nel carattere dell'apostolo in diversi periodi della sua vita. Il fanatico contro il vangelo poteva sembrare loro trasfigurato nell'oppositore della legge; avrebbero trovato qualcosa in comune nel fariseo dei farisei, allevato ai piedi di Gamaliele, e nell'uomo che aveva fatto un voto nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme. E quando udirono il racconto della sua conversione dalle sue stesse labbra, avrebbero potuto notare che solo a uno del suo temperamento sarebbe potuto accadere un evento del genere, e avrebbero notato molte somiglianze superficiali che mostravano che era lo stesso uomo, mentre il grande cambiamento interiore che era traboccato sul mondo era nascosto ai loro occhi. I doni di Dio all'uomo hanno sempre qualche riferimento alla disposizione naturale. Chi diventa servo di Dio non cessa per questo di essere se stesso. Spesso la transizione è maggiore in apparenza che in realtà, per la sua stessa repentinità. C'è una sorta di ribellione contro se stessi, contro la natura e contro Dio, che, attraverso la misericordia di Dio verso l'anima, sembra quasi necessariamente portare alla reazione. Le persone sono state peggiori dei loro simili nell'aspetto esteriore, eppure c'era dentro di loro lo spirito di un bambino in attesa di tornare a casa nella casa del padre. Su di loro passa un cambiamento che possiamo immaginare non solo come l'uomo nuovo che prende il posto del vecchio, ma come l'uomo interiore che prende il posto dell'esterno. Siamo fatti in modo così spaventoso e meraviglioso, che il contrasto stesso con ciò che siamo ha spesso un potere inesprimibile su di noi. A volte sembra che la stessa educazione religiosa abbia avuto la tendenza a risultati contrari; in un caso a una vita devota, in un altro a una reazione contro di essa; a volte a una forma di fede, altre volte a un'altra... Forse non ci sbaglieremo di molto nel concludere che coloro che hanno subito grandi cambiamenti religiosi hanno avuto una mentalità fervida e fantasiosa; cercando in questo mondo più di quanto fosse in grado di dare; facilmente toccati dal ricordo del passato, o ispirati da qualche ideale del futuro. Quando a questo si è unito lo zelo per il bene dei loro simili, essi sono diventati gli araldi e i campioni dei movimenti religiosi del mondo. Il cambiamento è iniziato all'interno, ma è traboccato all'esterno. "Quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli", è l'ordine della natura e della grazia. In segreto rimuginano sul proprio stato; Stanchi e inutili, la loro anima viene meno dentro di loro. La religione che professano non è una religione di vita per loro, ma di morte; Perdono il loro interesse per il mondo e sono tagliati fuori dalla comunione dei loro simili. Mentre meditano, il fuoco si accende e, alla fine, "parlano con la loro lingua". Poi riversa irrefrenabilmente la corrente repressa, "a tutti e su tutti" i loro simili; L'intensa fiamma dell'entusiasmo interiore riscalda e illumina il mondo. In primo luogo, sono la prova per gli altri; Poi, di nuovo, gli altri sono la prova per loro. Tutti i leader religiosi non possono essere ridotti a un unico tipo di carattere; Eppure in tutte, forse, si possono osservare due caratteristiche;

(1) grande autoriflessione;

(2) intensa simpatia per gli altri uomini. Tali uomini sono generalmente apparsi in congiunture favorevoli di circostanze, quando il vecchio stava per svanire e il nuovo stava per apparire. Il mondo ha anelato a loro, e loro al mondo. Hanno detto ciò che tutti gli uomini sentivano; Hanno interpretato l'epoca a se stessa. Spesso tali uomini sono stati allevati nella fede a cui in seguito si oppongono, e una parte del loro potere è consistita nella loro conoscenza del nemico. Vedono altri uomini come loro di un tempo, che vagano in disparte nel tempio dell'idolo, in mezzo a un cerimoniale gravoso, con preghiere e sacrifici incapaci di liberare l'anima. Essi li guidano per la via che essi stessi giunsero alla casa di Cristo. A volte si dice che i grandi uomini possiedano il potere di comando, ma non il potere di entrare nei sentimenti degli altri. Non hanno paura dei loro simili, ma non sono nemmeno sempre in grado di impressionarli immediatamente o di percepire l'impressione che le loro parole o azioni fanno su di loro. Spesso vivono in una specie di solitudine in cui gli altri uomini non si azzardano a intromettersi; mettendo in campo la loro forza in occasioni particolari, incuranti o astratti delle preoccupazioni quotidiane della vita. Questa non era la grandezza di San Paolo; non solo nel senso in cui dice che "poteva ogni cosa in Cristo", ma in un senso più terreno e umano era vero, che la sua forza era la sua debolezza, e la sua debolezza la sua forza. La sua dipendenza dagli altri era in parte anche la fonte della sua influenza su di loro. Il suo carattere naturale era il tipo di quella comunione dello Spirito che predicava; La meschinità dell'aspetto che egli attribuisce a se stesso, l'immagine di quel contrasto che il Vangelo presenta con la grandezza umana. La gloria e l'umiliazione, la vita e la morte, la visione degli angeli che lo rafforzano, la "spina nella carne" che lo rimprovera, la più grande tenerezza non priva di severità, i dolori oltre misura, le consolazioni sopra misura, sono alcune delle contraddizioni che si sono riconciliate in uno stesso uomo. Il centro in cui cose così strane si incontravano e si muovevano era la Croce di Cristo, di cui portava i segni nel suo corpo; ciò che era dietro le cui afflizioni si rallegrava di colmare. Guardiamo ancora una volta, un po' più da vicino, quel volto deturpato al servizio del suo Maestro. Un povero essere decrepito, afflitto, forse, da paralisi, certamente da qualche difetto fisico, condotto fuori dalla prigione tra i soldati romani, probabilmente a volte vacillante nel parlare, la creatura, come sembrava agli spettatori, di sensibilità nervosa; bramando, quasi con una specie di tenerezza, di salvare le anime di coloro che vedeva intorno a sé, pronunciò alcune parole eloquenti per la causa della verità cristiana, di cui i re erano intimoriti, raccontando la storia della sua conversione con un pathos così semplice, che dopo secoli non si è quasi più sentito nulla di simile. (B. Jowett, M.A.)

L'apostolo Paolo nacque probabilmente negli ultimi anni di Erode, o all'inizio del breve regno di Archelao, quando, sotto l'influenza dell'imperatore Augusto, il mondo romano era in pace, e quando la malvagità del dispotismo imperiale non si era ancora pienamente sviluppata. I pirati che avevano infestato il Mediterraneo orientale erano stati severamente repressi. Il popolo ebraico godeva ancora dappertutto di ampia tolleranza sotto il dominio romano, e una famiglia ebrea come quella di San Paolo, stabilitasi a Tarso in Cilicia, si sarebbe trovata in condizioni sufficientemente confortevoli. Perché Tarso era una città libera dell'Impero; vale a dire, era governata dai suoi propri magistrati, ed era esente dal fastidio di una guarnigione romana; ma non era una colonia come Filippi in Macedonia, e la libertà di Roma, che San Paolo dice di aver avuto alla sua nascita, sarebbe stata probabilmente guadagnata da alcuni servizi resi da suo padre durante le guerre civili a qualcuno dei contendenti nello Stato. È almeno probabile dall'espressione "un ebreo degli ebrei", che egli applica a se stesso, che i suoi genitori fossero originariamente emigranti dalla Palestina. Sappiamo che erano della tribù di Beniamino e che erano membri rigorosi della setta dei farisei. Probabilmente suo padre era impegnato nel commercio del Mediterraneo. Per sua madre, è una circostanza notevole, non c'è un solo riferimento nei suoi scritti. Aveva una sorella il cui figlio visse negli ultimi anni a Gerusalemme, e che sarebbe stata la sua compagna di giochi a Tarso. Il Talmud dice che il dovere di un padre verso il suo ragazzo è quello di circonciderlo, di insegnargli la legge e di insegnargli un mestiere. Sappiamo dalla Lettera ai Filippesi che il primo di questi precetti fu accuratamente rispettato l'ottavo giorno dopo la nascita del bambino. La seconda sarebbe stata probabilmente obbedita mandando il ragazzo non in una delle scuole greche in cui Tarso abbondava, ma in una scuola ebraica annessa a una delle sinagoghe, dove, dopo l'età di cinque anni, avrebbe imparato le Scritture Ebraiche, a dieci anni quelle massime fluttuanti dei grandi dottori ebrei che furono poi raccolte nella Mishna. tanto dare, a tredici anni, diventare quello che veniva chiamato un "Soggetto del Precetto", dopo una cerimonia che era una specie di ombra della confermazione cristiana. La terza esigenza fu soddisfatta incaricandolo di fabbricare tende con il panno di pelo fornito dalle capre che abbondava sulle pendici delle vicine montagne del Tauro, e che era un articolo principale nel commercio del porto, tende che fino ad oggi, secondo Beaufort, sono largamente utilizzate dai contadini dell'Asia Minore sud-orientale durante il periodo del raccolto. Atti o poco dopo i tredici anni il piccolo Saul sarebbe stato mandato via da casa, probabilmente su una nave mercantile diretta dal porto di Tarso a Cesarea, diretta a Gerusalemme. Già da ragazzo la Città Santa doveva avere per lui un interesse superiore a quello che poteva suscitare in qualsiasi altro luogo della terra. Ogni grande festa sarebbe stata seguita dal ritorno di uno o più dei suoi compatrioti a Tarso, pieni dell'ispirazione delle sacre visioni, pieni dello splendore del nuovo tempio, pieni della fama e della scienza dei grandi dottori della legge. Soprattutto avrebbe sentito parlare molto delle due scuole rivali di Hillel e Shammai, di cui la prima esaltava la tradizione al di sopra della lettera della legge, mentre la seconda preferiva la legge alla tradizione quando si scontravano. Di questi la scuola di Hillel era molto più influente, e quando San Paolo era un ragazzo o un giovane il suo unico grande ornamento era Gamaliele, che era evidentemente uno di quegli uomini il cui candore, saggezza e costante elevazione di carattere gli avrebbero assicurato influenza in qualsiasi società o in qualsiasi epoca del mondo. Fu ai piedi di Gamaliele, ci dice San Paolo, che fu allevato; e questa espressione "ai piedi di Gamaliele" ci ricorda esattamente il modo in cui si tenevano le Assemblee Rabbiniche dei Saggi, come venivano chiamate. L'insegnante sedeva su una piattaforma rialzata, gli alunni su sedili bassi o sul pavimento sottostante. Atti in questo periodo della vita di San Paolo ci troviamo, in una certa misura, nella regione delle congetture; ma, nel complesso, non c'è dubbio che egli sarebbe tornato a Tarso nel fiore dell'età adulta, prima di riapparire a Gerusalemme come membro della sinagoga che era collegata con gli ebrei in Cilicia, o che era mantenuta da loro. Questa visita avrebbe completato la sua conoscenza della lingua greca e, in una certa misura limitata, della letteratura. Atti Anche in questo periodo della sua vita, San Paolo avrebbe probabilmente familiarizzato con quella larga parte degli ebrei della dispersione il cui centro era Alessandria, che in tutto tranne che nella religione erano quasi greci, la cui religione prendeva ogni giorno sempre più l'abito greco. Questa educazione stava plasmando e sviluppando un carattere che può essere descritto con una sola parola: intensità. C'era molto di più. C'era sensibilità; c'era irruenza; c'era coraggio; c'era l'indipendenza; ma, in tutto ciò che fece, Paolo di Tarso, sia prima che dopo la sua conversione, gettò tutta la sua energia, sia di pensiero che di risoluzione, nella sua opera. (Canon Liddon.)

Confessione di precedenti trasgressioni: - Un uomo può rendere noti i suoi peccati passati per orgoglio, ma anche per umiltà. Chi non se ne vanta, ma si umilia davanti a Dio, e ne porta volentieri l'onta davanti agli uomini, non confidando in se stesso, fa una buona confessione, ma non è necessario che sia pronunciata davanti a tutti, perché a volte porterebbe più scandalo che beneficio. (Quesnel.)

14 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:14

E ha beneficiato della religione degli ebrei più di molti altri.

Le prospettive di Paolo nella religione ebraica: - Egli avrebbe potuto, senza dubbio, essere stato il capo della fazione farisaica nelle ultime lotte della sua nazione; avrebbe potuto radunare intorno a sé gli spiriti più nobili dei suoi connazionali, e con il suo coraggio e la sua prudenza avrebbe fatto sì che Gerusalemme resistesse ancora qualche mese o anno contro l'esercito di Tito. Eppure, nel migliore dei casi, sarebbe stato un Maccabeo o un Gamaliele, e che differenza per tutte le sorti successive del mondo tra un Maccabeo e un Paolo, tra il rabbino ebreo e l'apostolo dei gentili. (Dean Stanley.)

Lo zelo di Paolo: - Le sue facoltà naturali furono per la sua conversione "non svestite, ma rivestite"; la gloria della grazia divina si è manifestata qui come sempre, non reprimendo e indebolendo il carattere umano, ma facendolo emergere per la prima volta nel suo pieno vigore. Era ancora un ebreo; lo zelo della sua tribù ancestrale Genesi 49:27, che lo aveva fatto "sbraitare come un lupo al mattino" della sua vita, ardeva ancora nelle sue vene quando "tornò la sera per dividere il bottino" del nemico più potente che aveva sconfitto e legato; e nell'instancabile energia e devozione di sé, non meno che nella peculiare intensità del sentimento naturale, che contraddistinguono tutta la sua vita e i suoi scritti, discerniamo le qualità che il popolo ebraico da solo di tutte le nazioni allora esistenti sulla terra avrebbe potuto fornire. (Ibidem)

Le tradizioni dei padri: - Ci sono due grandi divisioni della tradizione rabbinica che possono essere classificate sotto i capi di Hagadoth, o leggende non registrate; e Halachoth, o regole e precedenti per spiegare punti dubbi o indefiniti di osservanza legale. È naturale che ci siano solo poche tracce di quest'ultimo negli scritti di colui il cui scopo esplicito era quello di liberare i Gentili dal peso intollerabile del giudaismo legale. Ma anche se c'è poca traccia di loro, ci dice che un tempo era stato entusiasta della loro osservanza. E ci sono abbondanti segni che con l'Hagadoth era estremamente familiare, ad esempio Iannese e Jambres 2Timoteo 3:8, l'ultima tromba 1Corinzi 15:52, il dono della legge da parte degli angeli Galati 3:19, Satana come dio di questo mondo e principe del potere dell'aria Efesini 2:2, le gerarchie celesti e infernali Efesini 1:21; 3:10; 6:12, sono tutti ricorrenti negli scritti talmudici. 1Corinzi 11:10 si riferisce all'interpretazione rabbinica di Genesi 6:2, che afferma che gli angeli caddero a causa del loro amore colpevole per le donne. Anche la seguente roccia di 1Corinzi 10:4 è una tradizione. (F. W. Farrar.)

Falso zelo: - Un falso zelo nella religione è sempre, sotto un aspetto o nell'altro, uno zelo mal indirizzato, o uno zelo non conforme alla conoscenza; uno zelo che cerca un fine falso, o, mentre si propone un fine buono, cerca la sua promozione in qualche modo non autorizzato. Ieu aveva un buon zelo, che chiamò zelo per il Signore degli eserciti. La sua colpa non era di essere troppo zelante, ma di essere in realtà diretto al suo proprio progresso. Gli ebrei, ai giorni di Cristo, avevano zelo per Dio; ma fu così mal diretto da accenderli con la frenesia di distruggere il Figlio di Dio e spegnere la Luce del mondo. Ci sono innumerevoli forme di falso zelo ora all'opera; ma, in tutti i casi, essi peccano non per eccesso, ma per depistaggio. Alcuni sono infiammati dallo zelo di diffondere un po' della corruzione del cristianesimo e di allontanare gli uomini dalle sue grandi e cardinali verità. Alcuni sono ugualmente zelanti nell'edificare una setta o un partito su fondamenta diverse da quelle che Dio ha posto in Sion; e ciò che contamina il loro zelo è lo scopo per cui lo impiegano, e non un eccessivo fervore del loro zelo stesso. (Dott. Bonar.)

Zelo ministeriale: - Gli esempi più notevoli di zelo si trovano nei registri dei primi ministri itineranti. Richard Nolley, uno di questi, si imbatté nelle tracce fresche di un emigrante nel deserto, e lo seguì finché raggiunse la famiglia. Quando l'emigrante lo vide, disse: "Cosa, un predicatore metodista! Ho lasciato la Virginia per stare lontano da loro; ma nel mio insediamento in Georgia pensavo che sarei stato fuori dalla loro portata. Eccoli lì; E hanno fatto in modo che mia moglie e mia figlia si unissero a loro. Poi vengo qui a Chocktaw Corner, trovo un pezzo di terra, sono sicuro che avrò un po' di pace dai predicatori; e qui ce n'è uno prima che io abbia scaricato il mio carro!" Il predicatore lo esortò a fare pace con Dio, per non essere disturbato dai predicatori metodisti presenti ovunque

Durante la battaglia di Gettysburg, il cappellano Eastman fu così gravemente ferito da una caduta del suo cavallo da essere costretto a sdraiarsi sul campo per la notte. Mentre giaceva nell'oscurità, sentì una voce che diceva: "Oh mio Dio!" e pensò: "Come posso raggiungerlo?" Incapace di camminare, cominciò a rotolare verso il sofferente, e rotolò nel sangue, tra i cadaveri, finché giunse al moribondo, al quale predicò Cristo. Fatto questo servizio, fu mandato a servire un ufficiale morente, dal quale dovette essere trasportato da due soldati. Così passò la lunga notte; i soldati che lo portavano da un moribondo all'altro, al quale predicava Cristo e con il quale pregava, mentre era costretto a sdraiarsi sulla schiena accanto a loro

La purezza di quello zelo per la religione con cui otteniamo ricchezze mondane è suscettibile di sospetti. Buon il loro cuore che non solo consumerà le scarpe, ma anche i piedi, nel servizio di Dio, anche se non dovessero guadagnare un laccio per le scarpe

Il vero zelo è una fiamma dolce, celeste e gentile, che ci rende attivi per Dio, ma sempre nella sfera dell'amore. Non si invoca mai il "fuoco dal cielo", per biasimare coloro che differiscono un po' da noi nelle loro apprensioni. È come quella specie di fulmine che scioglie la spada all'interno, ma non brucia il fodero; Si sforza di salvare l'anima senza ferire il corpo. (R. Cudworth.)

La natura umana è incline agli estremi, a volte in ciò che è buono. San Paolo non ritenne necessario sottovalutare l'ebraismo per giustificare la sua adesione al cristianesimo. Ma non significa sottovalutare un'istituzione per metterla nella sua vera luce e considerarla secondo il suo valore intrinseco. Non si tratta di sottovalutare un ruscello, di dire di esso che non è la fonte, né il fiore che non è frutto, né un'ombra che non è la sostanza, né un cono che non è il sole. San Paolo sapeva bene che le cerimonie ebraiche erano preziose non solo per se stesse, ma come altrettanti conduttori morali di Cristo; e che quel fine fu raggiunto, la loro virtù cessò. E non era l'uomo da tollerare per un momento l'eclatante assurdità di coloro che, per scopi sinistri, avrebbero deposto Cristo dalla sua alta supremazia, e sostituito l'antico rituale di Mosè all'espiazione della croce, e sarebbero tornati al fioco crepuscolo della legge, mentre vivevano sotto la luminosità meridiana del giorno del vangelo. Ma è solo se considerato in contrasto con l'efficacia intrinseca del sacrificio migliore, del patto migliore e delle promesse migliori, introdotte dal Figlio di Dio stesso, che egli parla sempre con qualcosa di simile a una denigrazione delle istituzioni abrogate del giudaismo; che, come i globi calanti della notte quando il sole è vicino, "non hanno gloria a causa della gloria che eccelle". "VOI AVETE UDITO PARLARE DELLA MIA CONVERSAZIONE NEI TEMPI PASSATI NELLA RELIGIONE DEI GIUDEI; ESSENDO PIÙ ESTREMAMENTE ZELANTE DELLE TRADIZIONI DEI MIEI PADRI". L'istruzione generale che si può trarre da questo riferimento alla sua storia passata e agli errori del popolo della Galazia, è che è necessaria una grande attenzione affinché gli oggetti, buoni in se stessi, non vengano pervertiti per distogliere la mente da Cristo. (L'evangelista.)

La vita ebraica di Paolo:

(I.) LA RELIGIONE DI PAOLO PRIMA DELLA SUA CONVERSIONE SI DISTINGUEVA PER L'ODIO E LA CRUDELTÀ. "Ha perseguitato la Chiesa di Dio e l'ha devastata".

(II.) LA RELIGIONE DI PAOLO PRIMA DELLA SUA CONVERSIONE SI DISTINGUEVA PER LA GRANDE COMPETENZA NEI RITI E NELLE CERIMONIE EBRAICHE. "Ha beneficiato nella religione degli ebrei più di molti suoi pari nella sua stessa nazione".

LA RELIGIONE DI PAOLO PRIMA DELLA SUA CONVERSIONE SI DISTINGUEVA PER LO ZELO PER LE TRADIZIONI DEI PADRI. "Essendo più zelante delle tradizioni dei miei padri". Lezioni:1. Paolo mostrò un carattere in cui il desiderio di eccellere era sempre preminente. La sua persecuzione fu oltre misura, la sua competenza e il suo zelo nella religione ebraica erano superiori a quelli dei suoi contemporanei. La stessa caratteristica del carattere è stata osservata nell'opera cristiana

(2.) La storia di Paolo insegna che la sincerità non è una prova di giustizia. Egli "pensava di dover fare molte cose contrarie al nome di Gesù di Nazaret". (R. Nicholls.)

Zelo settario:

(I.) Si fonda sull'umano nella religione;

(II.) È amaro e persecutorio nel suo spirito; III Non indica la vera religione, ma la mancanza di essa. (J. Lyth.)

15 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:15-16

Ma quando piacque a Dio di rivelare Suo Figlio in me.

Grazia preveniente: - Sebbene Paolo si fosse convertito all'improvviso, Dio aveva avuto pensieri di misericordia verso di lui fin dalla sua nascita. Dio non cominciò a lavorare con lui quando era sulla via di Damasco. Quella non era la prima occasione in cui occhi d'amore si posavano su questo capo dei peccatori

(I.) IL PROPOSITO DI DIO CHE PRECEDE LA GRAZIA SALVIFICA, COME SI PUÒ CHIARAMENTE VEDERE SVILUPPARSI NELLA STORIA UMANA. La vita degli uomini prima della conversione è in realtà un loro lavoro nell'argilla. Potreste percepire lo scopo di Dio in San Paolo, quando pensate a

(1) i doni singolari di cui era dotato;

(2) la sua istruzione;

(3) le lotte spirituali attraverso le quali è passato;

(4) la singolare formazione della sua mente. Anche come peccatore, Paolo era grande. Un uomo pieno di energia e determinazione. La sua conversione lo sollevò a una vita più elevata, ma lo lasciò immutato per quanto riguarda il temperamento, la natura e la forza di carattere. Sembra che egli sia stato costituito naturalmente come un uomo di sangue e di cuore, in modo che, quando la grazia gli fosse giunta, potesse essere altrettanto serio, intrepido, intrepido, in difesa del diritto. Un tale uomo era voluto per guidare l'avanguardia nella grande crociata contro il dio di questo mondo, e fin dalla sua nascita Dio lo stava preparando per questa posizione; Prima che egli si convertisse, la grazia preveniente fu così impegnata, modellando, modellando e preparando l'uomo, affinché di lì a poco potesse essere messo nelle sue narici l'alito della vita

(II.) LA GRAZIA CHE PRECEDE LA CHIAMATA IN UN ALTRO SENSO. È impossibile dire, riguardo agli eletti, quando la grazia di Dio comincerà a trattare con loro. Si può dire quando arriva la grazia vivificante, ma non quando arriva la grazia stessa

(1.) Grazia formativa. Questo è nascere da genitori cristiani, in un paese cristiano, e nutrito nella pietà

(2.) Grazia preventiva. Salvati dai peccati in cui cadono gli altri

(3.) Grazia restrittiva. Esclusi dalle circostanze dai peccati a cui siamo inclini

(4.) Lavoro preparatorio della grazia. Prima di gettare il seme, Dio si compiace di dare ad alcuni (a) un orecchio attento. Disponibilità all'ascolto della Parola quando gli viene portata; (b) un'ingenuità di cuore; c) una coscienza tenera; d) insoddisfazione per il loro stato attuale. Le mele di Sodoma, un tempo belle e dolci al loro sapore, Dio si trasforma in cenere e amarezza in bocca. Così fu per Agostino, che vagava stancamente qua e là con una sete di morte nell'anima, che nessuna fonte di filosofia, o di argomento scolastico, o di insegnamento eretico avrebbe mai potuto placare. Era consapevole della sua infelice condizione e volse lo sguardo intorno al cerchio dell'universo in cerca di pace, non pienamente consapevole di ciò che voleva, sebbene sentisse un vuoto doloroso che il mondo non avrebbe mai potuto riempire. Non aveva trovato il centro, fisso e fermo, attorno al quale tutto il resto ruotava in incessante cambiamento. Tutto questo appetito, questa fame e sete, non viene dal diavolo, né solo dal cuore umano, ma da Dio

(III.) L'ATTUALE CHIAMATA DI PAOLO PER GRAZIA DIVINA. Tutto il lavoro preparatorio di cui abbiamo parlato, non fu la fonte o l'origine della pietà vitale che in seguito lo distinse; Questo gli venne in mente all'improvviso. In un attimo vide tutto sotto una luce diversa; e da nemico si trasformò in un amico fedele e leale di Gesù. Non fu disubbidiente alla visione celeste. (C. H. Spurgeon.)

Operazioni provvidenziali: - Alcuni dei buoni padri tra noi stanno piangendo molto amaramente proprio ora per i loro figli. I tuoi figli non si presentano come vorresti; Alcuni di loro sono sempre più scettici, e stanno anche cadendo nel peccato. Ebbene, cari amici, è vostro piangere; è sufficiente per farti piangere amaramente; ma lascia che ti sussurri una parola all'orecchio. Non rattristatevi come coloro che sono senza speranza, perché Dio può avere grandissimi disegni da esaudire, anche da questi giovanissimi uomini che sembrano correre così completamente nella direzione sbagliata. Non credo di poter arrivare a quel punto in cui arrivò Giovanni Bunyan, quando disse che era sicuro che Dio avrebbe avuto alcuni santi eminenti nella prossima generazione, perché i giovani del suo tempo erano peccatori così grossolani, che pensava che sarebbero stati ottimi santi; e quando il Signore venne e li salvò con la Sua misericordia, essi avrebbero amato molto perché tanto gli era stato perdonato. Non vorrei dire nulla di simile, ma credo che a volte, nell'imperscrutabile saggezza di Dio, quando alcuni di coloro che sono stati scettici giungono a vedere la verità, sono gli uomini migliori che si possano trovare per combattere contro il nemico. Alcuni di coloro che sono caduti in errore, dopo averla attraversata, e felicemente sono usciti dal suo profondo fossato, sono proprio gli uomini che si alzano e mettono in guardia gli altri contro di essa. Non riesco a concepire che Lutero sarebbe mai stato un così potente predicatore della fede, se non avesse lottato lui stesso su e giù per la scala di Pilato in ginocchio, quando cercava di arrivare in cielo con le sue penitenze e le sue buone opere. Oh, facci avere speranza. Non lo sappiamo, ma se Dio potrebbe avere ancora intenzione di chiamarli e benedirli. Chi può dirlo, potrebbe esserci un giovane qui stasera che un giorno sarà l'araldo della Croce in Cina, nell'Hindostan, in Africa e nelle isole del mare? Ricordate Giovanni Williams che desiderava mantenere un appuntamento con un altro giovane che aveva commesso un certo peccato. Voleva sapere che ore fossero, e così entrò nella Moorfields Chapel; qualcuno lo vide, e non gli piaceva uscire, e la parola predicata dal signor Timothy East gli giunse alle orecchie, e il giovane peccatore fu fatto santo; e tutti voi sapete come in seguito perì martire sulle rive dell'Erromanga. (Ibidem)

Credenziali apostoliche: - San Paolo qui afferma di essere un apostolo, un apostolo ispirato, qualificato per parlare con autorità e per insegnare la verità infallibile

(I.) GLI FU FATTA UNA COMUNICAZIONE DIVINA DI LUCE E CONOSCENZA. Era stato cieco, ora vedeva

(II.) IL SOGGETTO DI QUESTA COMUNICAZIONE DIVINA ERA IL SIGNORE GESÙ CRISTO

(1.) In Cristo si vide la gloria della natura divina

(2.) In Cristo si vide la gloria degli attributi divini. Come la cera porta l'immagine perfetta del sigillo, così tutte le perfezioni del carattere divino si riflettevano in lui

(3.) In Cristo si vide la gloria dei propositi divini. La Redenzione è il capolavoro della sapienza divina; nella redenzione Cristo è la figura centrale

LA SFERA IN CUI QUESTA COMUNICAZIONE DIVINA AVEVA POSTO ERA L'ANIMA DELL'APOSTOLO. "In me." Vide, credette e amò. Il suo intelletto era più che soddisfatto; Il suo cuore era in pace. L'ebraismo fu sostituito e, come una visione in dissoluzione, scomparve rapidamente; Il paganesimo era visto più chiaramente come una menzogna e un'impostura. Conoscere Cristo, vincere Cristo, predicare Cristo, amare Cristo, stare con Cristo, era tutto ciò che desiderava. (Emilius Bayley, B.D.)

Convinzione personale: ciò di cui abbiamo bisogno è la rivelazione di Cristo dentro di noi; non la comunicazione di verità non ancora rivelate, come era necessario nel caso dei fondatori della nostra religione, ma la comunicazione di verità già rese note; la rimozione del velo dal nostro cuore e il dono della conoscenza di Dio nel volto di Gesù Cristo. Ognuno di noi deve scoprire da solo il tesoro nascosto; Sia che la luce ci illumini in un istante, come nel caso della donna al pozzo di Giacobbe, sia che giunga a noi come risultato di una lunga ricerca e di una paziente indagine, come nel caso dell'eunuco etiope, dobbiamo trovare il Messia, dobbiamo ascoltarlo noi stessi, e sapere che questi è davvero il Cristo, il Salvatore del mondo. Non sarà sufficiente, almeno al giorno d'oggi, prendere la religione sulla fiducia, accettare la fede popolare, solo perché è popolare. Tale convinzione non reggerà nel giorno del processo; Certamente non eserciterà alcuna influenza vincolante sul nostro cuore e sulla nostra vita. Sia per la nostra pace che per la nostra utilità, Cristo deve vivere dentro di noi; la mente ragionevole deve comprenderLo, il cuore deve aderire a Lui. Così le nostre vite si ripercuoteranno sul mondo che ci circonda. Ci sarà una potenza vivente dentro di noi, piena di santa gioia, pace e conforto; mentre un potere vivente uscirà da noi e agirà silenziosamente, può essere, ma efficacemente, sul mondo esterno. (Ibidem)

La chiamata di Dio e la risposta di Paolo: - La religione cristiana è enfaticamente una. Può differire, e differisce, nel suo sviluppo; ma il fondamento deve essere la fede nella Deità, un riconoscimento intelligente e devoto dell'Onnipotente nelle Sue varie relazioni con il mondo. Quindi una credenza perfetta in una Deità perfetta significa questo: che tu credi in quella Deità e la consideri come il Creatore e il Controllore dell'universo; come il Salvatore del mondo; come l'apparecchio dello schema di redenzione, in altre parole, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. A meno che questo non venga riconosciuto, non ci può essere un vero cristianesimo

(I.) LA VITA CRISTIANA SI IDENTIFICA CON LA CONOSCENZA DI CRISTO

(1.) Conoscere Cristo è conoscere il grande centro verso il quale convergono tutte le altre dottrine

(2.) Conoscendo Cristo come Salvatore, ti rendi conto della natura dannata del peccato

(II.) CRISTO È CONOSCIUTO SOLO NELLA MISURA IN CUI È DIVINAMENTE RIVELATO

(1.) Mezzi ordinari. Lettura della Bibbia. Andare in chiesa. Conversazione. Scuole domenicali, &c

(2.) Straordinario. La conversione di San Paolo

(III.) LA CONOSCENZA DI CRISTO È DATA NEL PERSEGUIMENTO DI UN PROPOSITO DIVINO

LA CONOSCENZA DI CRISTO È PROPEDEUTICA ALLA MASSIMA UTILITÀ. (A. F. Barfield.)

Dottrina della predestinazione: - Guardo questa terra in cui vivo. La trovo afferrata e cinta dalle leggi onnicomprensive di Dio, come della gravitazione, del flusso e riflusso delle maree, della luce, della processione delle stagioni, tutto completamente e assolutamente al di fuori del mio controllo. Arrivano sopra, sotto, intorno, dentro di me; Non posso toccarli. Eccoli; inalterabile, incrollabile, necessario, nel suo senso più profondo, predestinato. E qual è la questione dell'obbedienza a queste leggi? La felicità, nella misura di tale obbedienza. Non è questa una rivelazione del carattere del Dio dell'universo? Nessuna rivelazione! Potrei chiudere la mia Bibbia e trovare dalla creazione, dal fiore più meschino che sboccia, fino alle stelle che pendono come lampade davanti al grande trono bianco, infinite prove che il mio Dio è anche mio Padre. Esattamente, non posso dire come il libero arbitrio, la scelta, la contingenza, l'accordo con la predestinazione, l'elezione, la preordinazione, la sostituzione. Non mi sento chiamato a farlo. Ma come abbiamo visto, la nostra coscienza attesta le prime, mentre la Parola di Dio le riconosce e si rivolge a loro, riconosce e si rivolge all'uomo come libero di pensare, sentire, volere, scegliere, rifiutare. Parimenti la Parola di Dio afferma quest'ultimo. Perciò anch'io li accetto e posso differire il sapere come il Più Sapiente li armonizza, finché non gli piaccia rivelarli a me. Anzi, di più, ho la più profonda convinzione che, proprio come il mondo fisico è afferrato e cinto dalle sue grandi leggi, così l'altro e più grande mondo della mente deve avere sotto di sé, come la base granitica delle colline eterne, sopra di esso, come la cupola del cielo, leggi affini. Queste leggi le riconosco e le accetto nella predestinazione, nell'elezione, nella preordinazione, nella sostituzione. (A. B. Grosart, LL.D.)

La triplice rivelazione di Cristo:

(I.) A LUI. Quando fu "chiamato" sulla via di Damasco, e così a chiunque diventa suo servo, Cristo appare per arrestarlo e reclamarlo

(II.) IN LUI. Il Signore si rivela nel cuore del Suo servo come la sua vita e la sua forza

(III.) ATTRAVERSO DI LUI. La nuova vita del servo di Cristo è una vita perpetua

(1) riflessione;

(2) proclamazione del Suo Redentore. (W. B. POPE, D.D)

Grazia distintiva:

(I.) È IL FONDAMENTO DI TUTTA LA VERITÀ DOTTRINALE ED ETICA

(II.) Tende all'EDIFICAZIONE PERSONALE, ALL'EMOZIONE PROFONDA E ALLA DOVEROSA SOTTOMISSIONE ALLA VOLONTÀ DIVINA

(III.) DETERMINA IL TONO E LA FORZA DELLA NOSTRA VITA

(IV.) È un mezzo per CONSAPEVOLEZZA DELLA RELAZIONE PERSONALE DIRETTA CON DIO. (T. Goadby.)

La storia personale e lo scopo pubblico della vera conversione:

(I.) LA SUA STORIA PERSONALE

(1.) La rivelazione interiore di Cristo all'anima, che è qualcosa di più della Sua rivelazione

(1) i sensi,

(2) l'intesa,

(3) La coscienza

(2.) La rivelazione interiore di Cristo all'anima attraverso Dio.

(1) Per predeterminazione.

(2) Per sovranità

(II.) Il suo SCOPO PUBBLICO

(1.) Non è il suo bene

(2.) Ma per predicare.

(1) Paolo riteneva che il dovere di predicare fosse fondamentale.

(2) Ha impiegato i mezzi migliori per il suo efficace adempimento. (D. Tommaso.) Un soldato che andò in guerra portò con sé alcuni dei piccoli strumenti del suo mestiere, era un orologiaio e un riparatore, pensando di guadagnare qualche scellino in più di tanto in tanto mentre era al campo. Lo fece. Trovò un sacco di orologi da riparare e quasi dimenticò di essere un soldato. Un giorno, quando gli fu ordinato di partire per qualche servizio, esclamò: "Perché, come posso andare? Ho dieci orologi da riparare!" Alcuni ministri sono così assorti nella ricerca egoistica che sono pronti a dire alla chiamata del Maestro: "Ti prego di farmi scusare!" Essi sono nominalmente ministri di Cristo, ma in realtà sono solo guardiani che riparano. Il signor Moody dice: "Ricordo che quando ero a Chicago prima dell'incendio, facevo parte di una decina o dodici di comitati. Le mie mani erano occupate. Se un uomo venisse da me a parlare della sua anima, direi: "Non ho tempo; ho un comitato di cui occuparsi". Ma ora ho voltato le spalle a tutto, ho rivolto la mia attenzione alla salvezza delle anime, e Dio mi ha benedetto e mi ha reso uno strumento per salvare più anime negli ultimi quattro o cinque anni che in tutta la mia vita precedente. E così, se un ministro si dedicherà a quest'opera indivisa, Dio lo benedirà. Prendete il motto di Paolo: "Una cosa faccio: dimenticando le cose che sono dietro e tendendo le mani a quelle che sono davanti, mi spingo verso la meta per il premio dell'alta chiamata di Dio in Cristo Gesù".

Chiamata divina: - Un fiume che scorre con corrente rapida e maestosa verso il mare sfiderebbe gli sforzi del mondo intero per riportarlo alla sua sorgente; eppure, con la marea di ritorno non solo si arresta nel suo corso, ma viene risollevato con grande rapidità verso la sua sorgente. È così che un peccatore viene fermato nella sua carriera di peccato, e rivolto verso le cose alte e celesti. (C. Simeone.)

La rivelazione interiore di Cristo: Ora, non c'è nulla di misterioso in questo. Non abbiamo tutti sentito questa rivelazione interiore di Cristo? - una scoperta più grande, più dolce e sempre più luminosa, di questa natura e di questa opera, che entra e si intreccia come un filo d'oro nel tessuto del pensiero e del carattere. I discepoli avevano senza dubbio all'inizio un'idea del Salvatore come di un benefattore generale per la razza e dei Suoi insegnamenti come generalmente utili agli uomini, ma dopo che i loro caratteri cominciarono a maturare giunsero a comprendere la relazione personale, individuale e vitale tra Lui e loro. Un acuto senso di peccaminosità personale deve precedere qualsiasi vivida concezione della grazia di Cristo mostrata alle anime oppresse e aspiranti. Ancora, nel governo silenzioso delle attività dell'anima riconosciamo Cristo rivelato in noi. Riconosciamo impulsi interiori che non sono nati da noi, ma da un potere residente e ogni giorno più regnante che opera attraverso la nostra volontà. Nel lavoro e nell'adorazione, negli atti di beneficenza e in tutto il servizio della vita, sentiamo il governo silenzioso del Padrone interiore. Con queste rivelazioni interiori e intuizioni spirituali siamo guidati nel dovere. La verità si verifica nella nostra visione, perché è illuminata da Colui che è la luce del mondo. Cristo trova una casa nella nostra natura affettiva. Atti prima di tutto sentiamo che dobbiamo amare Cristo più di ogni altra cosa: genitori, amici o tesori; ma è difficile farlo, e la nostra obbedienza tende ad essere meccanica fino a quando la grazia interiore e il senso sottile dell'Aiutante interiore non vengono riconosciuti. È un senso indefinibile come l'odore del giglio e della rosa che profuma la nostra dimora, eppure sappiamo che è una realtà. Vediamo la rovina mutata in benedizione e uno spirito di nobiltà generato in noi, così che veniamo naturalmente, cioè ragionevolmente e sotto la tutela della Sua grazia, ad amarLo più di ogni altra cosa. Questo amore verso Cristo così come è dentro di noi testimonia della Divina dimora, ed è un amore che Egli coronerà e glorificherà. Nella gioiosa certezza del futuro troviamo la prova di questa rivelazione di Cristo in noi. Egli ci soddisfa e ci gratifica ogni ora con queste rivelazioni che ci vengono date. Gli uomini del mondo si meravigliano di noi. Chiamano la nostra fiducia credulità e superstizione. Anzi, è il dettame della nostra certezza di Cristo in noi. Il testo illumina altre espressioni di Paolo. La vita che ha vissuto è stata la vita di Cristo in lui: "Io, ma non io". Così si adempì la promessa: «Prenderemo dimora presso di lui. Da questo argomento vediamo quanto sia progressiva l'esperienza cristiana. Si potrebbe dire: "Vorrei poter entrare subito nella pienezza della conoscenza di Dio!" Pensate di entrare subito nella pienezza della conoscenza terrena? Questa rivelazione più augusta non sarà continua e progressiva? Comincia ora in obbedienza a Cristo, vai avanti passo dopo passo fino a quando la vita di Cristo è intronizzata dentro di te, e allora sarà manifestata da te. Abbiamo qui un suggerimento su come il mondo ci influenza e spiazza Cristo. Il lavoro per Cristo assume un nuovo significato quando si rivelano in tal modo il fatto e la forza propulsiva di questa inabitazione. (R. S. Storrs.)

Il racconto di Paolo della sua conversione:

(I.) CONVERSIONE DESCRITTA. Paolo scrive del cambiamento attraverso il quale era passato in termini brevi ma energici. "Piacque a Dio di rivelare Suo Figlio in me". 1. Il cambiamento in Paolo fu spirituale

(2.) La grande opera di Dio è compiuta nell'anima, perché lì c'è la fonte del male

(3.) La conversione è un riconoscimento chiaro e definito di Cristo come Salvatore. Egli fu rivelato in Paolo, così che non ebbe alcun dubbio sulla Sua Divinità o sulla Sua messianicità. Egli credette che Egli fosse il Cristo, il Figlio di Dio

(II.) SPIEGAZIONE DELLA CONVERSIONE

(1.) La conversione è un atto della grazia di Dio. Piacque a Dio di rivelare Suo Figlio in Paolo

(2.) La conversione è preceduta da mezzi che sono interamente disposti da Dio. Paolo qui si riferisce a piani, remoti e immediati, ed entrambi sono di Dio. "Lo separò dal grembo di sua madre".

(III.) CONVERSIONE MANIFESTATA

(1.) Rinunciando a ciò che aveva precedentemente cercato

(2.) Il suo esilio volontario e la sua solitudine furono un'ulteriore manifestazione della sua conversione

(3.) La sua conversione si manifestò con il suo ritorno a Damasco e con l'impegno nel servizio attivo. Lezioni:1. I metodi con cui gli uomini sono portati a Cristo variano, ma la conversione è in ogni caso la stessa, la rivelazione del Figlio di Dio al cuore

(2.) Tutti coloro che sono stati rinnovati dalla potenza di Dio, manifestano in se stessi la realtà del cambiamento. La conversione è rigenerazione che si realizza nel cuore e nella vita. (R. Nicholls.)

La realizzazione interiore da parte di San Paolo stesso del vangelo: "Piacque a Dio di rivelare il suo Figlio in me". Non aveva bisogno di andare alle tradizioni della vita del nostro Salvatore. Cristo gli era noto in modo più immediato. Trovò nel suo cuore l'oracolo vivente e non ebbe bisogno di viaggiare oltre. Una delle sue parole notevoli è questa: Non dire in cuor tuo: Chi salirà al cielo, ecc. Ma, più da vicino, qual è stato questo processo? Era la traduzione del Cristo storico nel Cristo attuale; del Cristo secondo la carne nel Cristo della coscienza spirituale. Che cos'è la traduzione? Lo è

(1) l'estrazione di un pensiero dal suo involucro visibile, o rappresentativo, e poi

(2) è la rifusione di questo pensiero in un'altra forma della nostra selezione intelligente. Con questo processo, fedelmente eseguito, fate vostro il pensiero. Lo fai uscire dalla sua mera relazione esterna con la mente come un oggetto, e lo rendi una parte della tua mente, come soggetto. Ora non è più qualcosa che contemplate semplicemente con l'occhio della mente, e che scompare dalla memoria quando la vostra attenzione è ritirata, ma ora è legato alla vostra mente, e deve rimanere una parte del vostro essere cosciente. Facciamo sempre questo processo su una questione o sull'altra. In questo modo lo studente raccoglie il pensiero di un autore straniero, lo rigetta nella forma migliore in cui può riconoscerlo nella sua lingua, e ora è in suo possesso. L'artista fissa per ore un'immagine di cui vediamo poco più che la superficie, e ne getta il senso sulla tela del suo cervello, o nei suoi studi visibili. L'amico guarda il viso del suo amico, afferra rapidamente il pensiero che sta giocando nell'espressione vivente sulla sua fronte, sui suoi occhi e sulla sua bocca, e proietta di nuovo il significato in un'immagine o in un'espressione verbale. In tutto ciò che ci interessa separiamo la forma dal contenuto; Afferriamo questi contenuti, li passiamo attraverso la nostra mente in profonda riflessione, finché da soli fluiscono in una nuova forma, che è una forma della nostra coscienza, e può esserne un timbro permanente. Così San Paolo guardò la croce e la risurrezione di Cristo, ne trasse un meraviglioso fondo di significato divino, che a sua volta gettò in forme di pensiero che sono così potenti nella loro potenza su di noi, perché furono prima così potentemente realizzate in lui stesso. Così il significato della croce, tradotto nella sua coscienza, divenne un'esperienza personale: la morte al peccato, perché Cristo è morto; o, una rivelazione dell'amore divino: "il Figlio di Dio che mi ha amato". La risurrezione in maniera simile, "risuscitata insieme a Cristo", "vivente a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore". C'era qualcosa di più profondo anche di questo processo di traduzione; c'era un'identificazione di se stesso con Cristo (nessun'altra parola difficilmente esprimerà questo processo più profondo). Si sentiva incluso in Cristo. Nella Filiazione di Cristo vide realizzata la propria filiazione con Dio. Come in Cristo lo Spirito Santo dimorò in un corpo umano, così San Paolo realizzò la presenza di Dio in se stesso. Vide un contrasto tra debolezza e potere nella crocifissione, si rese conto di quel contrasto in se stesso. Sembra non esagerato dire che nella coscienza di Paolo Cristo era inseparabile da se stesso. Non poteva astrarre l'io, come direbbero i metafisici, da un non-io. Non poteva pensare a se stesso senza pensare a Cristo. "Sono stato crocifisso con Cristo", ecc. Egli applica lo stesso modo di pensare ai suoi convertiti e discepoli. (E. Johnson, M.A.)

Cristo si è manifestato all'anima: il Figlio di Dio co-essenziale, co-eterno, è stato rivelato nell'apostolo Paolo. Se fossimo in possesso di tutta la conoscenza che Adamo aveva nell'innocenza, o che Salomone acquisì con il lavoro e l'industria, o che i profeti e gli apostoli ottennero per ispirazione divina, tuttavia, senza questa rivelazione interna di Cristo, saremmo lontani dalla felicità come i diavoli dell'inferno? Ora osservate...

(I.) IN CHE MODO LA RIVELAZIONE DI CRISTO IN UN UOMO DIFFERISCE DALLA MERA RIVELAZIONE ESTERIORE DI CRISTO A UN UOMO

(1.) Differiscono nella loro fonte originale e nella sorgente. Entrambi procedono da Dio; ma l'uno è il frutto del suo favore generale, l'altro della sua grazia speciale

(2.) Nei mezzi con cui vengono lavorati. L'uno, con mezzi esteriori; l'altro per l'azione interna dello spirito divino. La moral suasion e l'istruzione umana possono rivelare Cristo all'uomo; ma è l'ufficio peculiare dello Spirito di rivelare Cristo in noi, di prendere delle Sue cose e mostrarcele in modo così convincente che non avremo alcun dubbio sulla loro verità e realtà

(3.) L'argomento di questa conoscenza è diverso, così come il modo di trasporto. La rivelazione esterna di Cristo riguarda solo il capo; ciò che è interno, il cuore. L'uno raggiunge solo l'intelletto; l'altro influenza il giudizio pratico, dirige la volontà e dà legge agli affetti. La necessità e l'eccellenza di Cristo, in tutti i Suoi caratteri e uffici, è ora così chiaramente discernibile, che l'anima va dietro a Lui, e riposa in Lui, come il suo sommo bene e la sua eterna parte

(4.) Nella loro natura e nelle loro proprietà essenziali. L'uno oscuro e confuso; l'altro chiaro e distinto. L'uno è vedere le cose nella nostra luce; l'altro, alla luce di Dio. L'uno è distante, e quindi poco piacevole; l'altro, appropriato e soddisfacente, non egualmente in ogni santo, ma in grado maggiore o minore in tutti

(5.) Nella loro continuazione. La rivelazione di Cristo a un uomo può essere perduta, eclissata o distrutta; Ma la rivelazione del testo è permanente e duratura. Dio ne è l'Autore, e i Suoi doni sono senza pentimento; lo Spirito è la causa efficiente, ed Egli non ritira mai completamente la Sua influenza

(II.) LA NECESSITÀ E L'ECCELLENZA DI UNA RIVELAZIONE INTERIORE DI CRISTO

(1.) È l'inizio di tutta l'esperienza cristiana, il primo frutto benedetto dell'influenza dello Spirito sul cuore di un peccatore. Senza di essa, nessuna grazia qui, e nessuna speranza di salvezza nell'aldilà. Le meritorie sofferenze di Cristo non ci salveranno senza la Sua conoscenza spirituale

(2.) Il fondamento di ogni conforto spirituale. Quando entra Cristo, entrano la luce, la pace, la gloria, applicando ciò che ha fatto, portandoci a casa ciò che ha acquistato

(3.) La grande sorgente della santità e dell'obbedienza. Più conosciamo Cristo, più Lo ameremo; e quanto più Lo amiamo, tanto più coscienziosa, universale e instancabile sarà la nostra obbedienza; la sottomissione è una delizia e un piacere, invece di un compito o di un peso. La conoscenza che arriva al cuore, regolerà la vita e la conversazione

(4.) Questa rivelazione è particolarmente necessaria per formare il carattere ministeriale. Un ministro fedele deve essere un brav'uomo, oltre a portare buone notizie

(5.) Questa rivelazione è connessa con la vita eterna e con un certo pegno, nonché con la necessaria preparazione per un futuro stato di felicità e gloria. Se ignoriamo Cristo, non possiamo credere in Lui, o essere salvati da Lui. Conclusioni conclusive: (a) Non c'è da stupirsi che così tanti uomini di grande capacità siano nemici del Vangelo e della sua dottrina di salvezza. Dio non ha mai rivelato Suo Figlio in loro. (b) Come dovremmo avere pietà di coloro che sono privi di questa rivelazione! Altri desideri possono essere afflittivi: questo è dannoso. (c) Quale motivo di gratitudine hanno quelli che sono benedetti con la salvifica conoscenza spirituale di Cristo. (B. Beddome, M.A.)

La conversione è una rivelazione nell'anima: la conversione è una rivelazione, cioè non la scoperta di qualcosa di nuovo, ma lo svelamento di ciò che è stato nascosto. Non c'è spiegazione per un tale cambiamento che seguì questa rivelazione, se non nella regione del soprannaturale

(1.) Questa rivelazione fu per San Paolo una rivendicazione del carattere di Cristo. San Paolo aveva pensato che Gesù fosse un impostore; Dio toglie il velo dal suo cuore e lo vede come il Cristo, il Figlio unigenito del Padre Divino

(2.) Fu una rivelazione per lui della sua stessa posizione: non solo vide chi era Cristo, ma ciò che egli stesso era stato

(3.) Una rivelazione della longanimità divina. Quando spuntò la luce di quel giorno di misericordia, qual era il messaggio? Potrebbe essere stato un messaggio di sventura; e Paolo lo sentiva. Potrebbe essere stata una voce d'ira, che proclamava l'ira per i suoi innumerevoli peccati. Ma no; la voce arriva con il vecchio messaggio di supplica: "Perché mi perseguiti?" La voce giunge con il pathos divino e la speranza divina: "Saulo, Saulo, alzati e alzati in piedi, perché ti sono apparso non per scagliare i dardi del giudizio, non per ripetere l'elenco delle tue trasgressioni, non per suonare la campana del tuo destino, ma per annunciare il vero avvento della tua vita più nobile, per fare di te un ministro del mio vangelo, per mandarti agli uomini". Quale meraviglia, dunque, se Paolo si considera un esempio della longanimità di Dio? Quale meraviglia che parli in questi termini dell'amore redentore, delle ricchezze, delle ricchezze insondabili e insondabili, della grazia? 4. La rivelazione di un destino glorioso. Non c'è onore più grande che predicare Cristo, essere il ministro della riconciliazione per migliaia di persone

(5.) Questa rivelazione era onnicomprensiva. In questa luce divina, tutte le cose sembravano divine. Da quel momento in poi, Gesù Cristo fu impresso su ogni cosa. Il mondo era Suo; la vita era Sua; il lavoro era Suo; l'amore era Suo

(6.) Questa rivelazione era in continuo aumento. L'orizzonte si allargò. Ogni ora la luce diventava più chiara e si diffondeva a tratti più ampi. Anche dopo trent'anni di conoscenza di Cristo, Paolo sente che c'è così tanto da sapere, che ciò che sa è nulla rispetto a ciò che deve ancora imparare Filippesi 3:8-14. La nostra conversione è come la sua? (T. W. Handford.)

La rivelazione interiore di Cristo: - L'oggetto di questa rivelazione divina era "Suo Figlio"; non la verità su di Lui, o la Sua opera, o la Sua morte, o la Sua gloria, ma Lui stesso, incluso tutto. La sua persona è la somma del vangelo. Questa rivelazione può essere stata in un certo senso successiva alla chiamata diretta, o può riferirsi anche all'apparizione del Redentore vicino a Damasco che lo qualificava per l'apostolato 1Corinzi 9:1. Gli diede una visione piena e luminosa della persona del Redentore, comprese le Sue varie relazioni con Dio e con l'uomo, visioni tali da fissare la fede dell'apostolo su di Lui, centrare il suo amore in Lui e permettergli di presentarlo nella sua predicazione come l'unico Salvatore vivente e glorificato. Non è stato attraverso alcun processo di ragionamento che è giunto a tali conclusioni, senza alcuna serie elaborata e sostenuta di dimostrazioni che ha elaborato la sua cristologia. Dio rivelò Suo Figlio in lui, la luce divina fu illuminata su di lui, così che egli vide ciò che non aveva mai visto prima, pienamente, all'improvviso e con una suggestione più alta dell'intuizione. Non gli era stato insegnato, e non aveva bisogno di essere istruito da nessuno degli apostoli. (Giovanni Eadie, D.D.)

La rivelazione è contraria alla conoscenza acquisita con un pensiero prolungato e paziente. È diverso dal processo comune attraverso il quale si raggiunge una conclusione intellettuale, la deduzione di un sillogismo non costituisce che la premessa di un altro, fino a quando attraverso una serie di collegamenti connessi, si raggiunge la verità primaria o astratta. Perché è un'illuminazione improvvisa e perfetta, che eleva il potere ricettivo alla più intensa suscettibilità, e illumina in modo tale l'intero tema rivelato, che è immediatamente e pienamente compreso nella sua evidenza e realtà. Non sappiamo, infatti, quale sia il processo, che cosa sia il risveglio dell'intuizione superiore, o che cosa sia l'estasi che getta in momentanea sospensione tutte le facoltà inferiori. Può assomigliare a quella nuova sfera di visione in cui il genio gode di bagliori di indicibile bellezza, o a quella "dimostrazione dello Spirito" che dà alla verità nuovi aspetti di ricchezza e di grandezza all'anima santificata in uno stato d'animo di rapita meditazione. Ma è ancora diverso e molto più elevato, sia nella materia che nello scopo. Era la rivelazione di Dio di Suo Figlio, non barlumi della verità su di Lui, ma Lui stesso; non semplicemente richiamando la Sua attenzione alle Sue pretese supreme, in modo da suscitare un riconoscimento di esse, non semplicemente presentandolo alla sua percezione intellettuale per essere studiato e compreso, e nemmeno nascondendo un'immagine di Lui nel suo cuore per essere amato e amato, ma Suo Figlio svelato nella realtà vivente; e in lui, nel suo io interiore, non in un regno distinto e separato del suo essere, con il possesso cosciente di tutta questa conoscenza infallibile e comunicabile che gli è stata data, forse, prima in contorni chiari e vividi, e poi riempita in modo sicuro e graduale. (Ibidem)

Conversione di San Paolo: - La visione che San Paolo ebbe sulla via di Damasco, lo accompagnò per tutta la vita. C'era un'immagine che aleggiava su di lui, un pensiero che lo spingeva ad andare avanti, uno spirito che respirava, una vita che viveva: l'immagine, il pensiero, lo spirito, la vita di Cristo. Nei tempi più duri del cristianesimo abbiamo sentito parlare di santi i cui occhi erano sempre fissi sull'immagine materiale del Redentore crocifisso, che portava nel loro corpo i segni del Signore Gesù. Ciò che è vero per loro in senso più grossolano e letterale, è vero per San Paolo in senso figurato e spirituale: egli si sentiva se stesso e tutti gli altri cristiani crocifissi con Cristo. In tutta la Sua afflizione essi sono afflitti, come sono partecipi della Sua gloria, morendo con Lui nel peccato e nel peccato, sepolti nel battesimo, riempiendo nel loro corpo la misura della Sua sofferenza, partecipando alla Sua vita nascosta nella tomba, affinché anch'essi possano risorgere con Lui. Se l'apostolo si rallegra, è come uno risorto con Cristo; se soffre, è crocifisso con Lui; se in un solo istante soffre, e trionfa, ed è uno spettacolo per il mondo, per gli angeli e per gli uomini, non è altro che come Cristo, che fu innalzato dalla terra per attirare tutti gli uomini dietro di sé. Egli è come uno colpito dalla terra, nello stesso momento in cui partecipa alla visione della gloria divina. È questo pensiero e questa immagine di Cristo, non la libertà o la fede, o qualsiasi forma del principio soggettivo, che è l'idea primaria del vangelo nella mente dell'apostolo. Né è la fede in Cristo come un oggetto senza di lui, al quale egli deve trasferire tutti i suoi peccati, ma la coscienza sempre presente di Cristo dentro di lui, che è uno e inseparabile da lui, che è il sostegno e l'ancora della sua anima. Come all'apostolo più di ogni altro maestro umano facciamo risalire la grande dottrina della giustizia mediante la fede, così a questo evento della sua vita dobbiamo riferire quell'impressione della verità divina, che aprì il regno dei cieli a tutta l'umanità per mezzo della vista di Cristo stesso. San Paolo era il mezzo umano attraverso il quale veniva veicolato; un apostolo non dell'uomo, né per mezzo dell'uomo, ma di Gesù Cristo, nel quale piacque a Dio di rivelare il suo Figlio. Come era necessario che gli altri apostoli se ne andassero, altrimenti il Consolatore non sarebbe venuto da loro, così era anche in un certo senso una preminenza quella che possedeva su di loro, il fatto che, essendo nato fuori del tempo stabilito, non avesse conosciuto Cristo secondo la carne, ma solo in modo celeste e spirituale. (B. Jowett, M.A.)

La vita nella rivelazione di Cristo: - Un uomo passa spesso attraverso molte fasi prima di convertirsi veramente a Dio. Quando viene risvegliato per la prima volta da serie impressioni e vede la follia di perseguire intensamente le cose mondane, trascurando le ricchezze più durevoli, assomiglia a un ragazzo che esce dall'infanzia, che getta via le sue sciocchezze e i suoi giocattoli per divertimenti di tipo più elevato e più intellettuale. Ora si propone con ogni diligenza di operare la propria salvezza con le proprie forze; moltiplica i suoi doveri religiosi e riforma le sue cattive abitudini; Eppure, mentre è come uno che è stato impiegato nella nuova pittura e verniciatura di una statua di legno, essa non ha vita dentro. Ma quando lo Spirito Santo influenza il suo cuore, e rivela Cristo in lui, egli è nello stato di chi si è risvegliato da un sogno, in cui ha agito come una parte fittizia, per vivere, muoversi e usare tutte le sue facoltà nella realtà, ed entrare nel grande affare della vita. (H. G. Salter.)

Prontezza per il servizio: - Bruto in visita a Ligario lo trovò malato e disse: "Cosa! malato, Ligarius?" "No, Bruto," disse; se hai in mano qualche nobile impresa, sto bene." Così dovrebbe dire il credente di Cristo; ciò che potrebbe scusarci da altre fatiche non ci impedirà mai di impegnarci nel Suo servizio. (C. H. Spurgeon.)

La responsabilità personale affidata a una rivelazione: "Rivelare Suo Figlio in me" potrebbe sembrare implicare una qualche rivelazione interiore; senza dubbio c'era, ma San Paolo si riferì più immediatamente al fatto che Dio intendeva rivelare Suo Figlio all'umanità attraverso di lui e attraverso di lui; doveva essere lo strumento della rivelazione; Dio gli aveva rivelato Cristo, perché lo rivelasse agli altri. Poiché Dio non può mai fare una rivelazione di Suo Figlio attraverso un uomo, finché non ha prima fatto la rivelazione dentro di lui; la lampada non può accendersi finché la luce non è stata accesa al suo interno; la luce brilla all'esterno perché risplende all'interno; e se San Paolo poteva parlare con fiducia di Dio che si era compiaciuto di chiamarlo con la Sua grazia, e di rivelare Cristo attraverso di lui ai pagani, era perché poteva parlare con fiducia di quella rivelazione di Cristo alla sua anima, che aveva così completamente convertito la sua mente e cambiato lo scopo della sua vita. Lasciamo però per qualche istante san Paolo, e permettetemi di ricordarvi come Dio si sia rivelato fin dall'inizio all'uomo, e che la condizione spirituale dell'uomo davanti a Dio sia dipesa dal modo in cui egli ha ricevuto la rivelazione. Essere in grado di ricevere una rivelazione da Dio, questo è un segno dell'umanità; E poter rifiutare la rivelazione, questo è un altro. Osservate poi che l'intero corso della storia sacra, dai tempi di Adamo, è stato una storia di rivelazioni. Dio ha rivelato, svelato, scoperto se stesso a quest'uomo e a quello, affinché colui al quale Dio è stato rivelato possa rivelarlo agli altri; il processo di cui parla San Paolo quando dice: "Rivelare Suo Figlio in me", è lo stesso processo che è in corso fin dall'inizio. Guardate Noè. Guardate Abramo. "Il Signore aveva detto ad Abrahamo". Questo è l'inizio della sua storia. Ancora una volta, guardate Mosè. Si vedono esattamente le stesse caratteristiche della condotta. Anche lui ricevette una rivelazione da Dio; e la pressione della responsabilità che quella rivelazione portava con sé è resa ancora più evidente dal fatto che Mosè si ritrasse da essa e cercò di evitarla. Vogliamo considerarci sotto la pressione della responsabilità per il fatto di aver ricevuto una rivelazione da Dio. (Il decano di Ely.)

Il dovere imposto dalla rivelazione: - Prendiamo dunque le Sacre Scritture nelle nostre mani, o stringiamole al nostro cuore, e diciamo: Ecco il racconto del modo in cui Dio ha parlato ai nostri padri in vari momenti e in diversi modi per mezzo dei profeti, e in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo di Suo Figlio; E fatto questo, allora passiamo a chiederci quali dovrebbero essere le conseguenze pratiche di avere un tale possesso? E' un detto comune in questi giorni che la proprietà ha i suoi doveri così come i suoi privilegi, e quindi il possesso della Parola di Dio, in confronto al quale tutti gli altri possedimenti devono essere poveri e insignificanti, deve portare con sé doveri molto grandi: quali sono? Questi, almeno; di onorarla, di amarla, di lottare se necessario, o anche di morire per essa; ma oltre a questi, c'è il dovere più comune, e forse il più importante, di mostrare nella nostra vita l'ideale che la Sacra Scrittura ci pone davanti, il dovere di vivere come Cristo, e diventare (per così dire) un commento pratico vivente sul contenuto del libro di Dio. Questa è solo la differenza tra questo libro e gli altri; altri libri che potresti leggere e dimenticare, questo non devi dimenticare; altri potresti averli sui tuoi scaffali e non leggerli a meno che non ti piaccia, questo devi leggerlo se puoi; Sugli altri puoi pronunciare qualsiasi opinione tu voglia, ma questa deve governare le tue opinioni, e devi prenderla come la luce dei tuoi piedi e la lampada sui tuoi sentieri. Sì, questo è il modo in cui dovete trattare le Scritture, non solo per il vostro bene, ma per il bene degli altri. Ho appena detto che dovete lottare, se necessario, per le Sacre Scritture, ma senza dubbio il modo più efficace per difenderle dagli assalti e per farle onorare agli uomini è quello di metterle in pratica nella vostra condotta e lasciare che Cristo si riveli agli uomini nella vostra vita. San Paolo parla nel testo di Cristo che si rivela in lui. Ho parlato della forza di questa frase; e ora, finalmente, vi chiederei di confrontarla con una frase simile con cui l'apostolo chiude il capitolo da cui ho tratto il mio testo; egli dice: "Hanno glorificato Dio in me", hanno visto la sua vita, hanno visto il cambiamento operato dalla rivelazione di Dio, e hanno glorificato Dio in lui quando hanno visto Cristo rivelato in lui; e così, fratelli cristiani, se abbiamo ricevuto una rivelazione da Dio, e se riceviamo quella rivelazione ci viene imposta una profonda responsabilità, allora il modo migliore per adempiere alla nostra responsabilità è quello di condurre una vita santa e devota. Questo mostrerà Cristo. (Ibidem)

La chiamata di San Paolo all'ufficio apostolico:

(I.) LA FONTE DA CUI DERIVARONO LE SUE IMPRESSIONI RELIGIOSE. Che cosa intende insegnarci Paolo quando dice di essere stato chiamato? Intende dire che non fu lui il primo ad andare dal Maestro, ma che, essendo stato chiamato a Lui, egli obbedì; che non ha cercato e trovato spontaneamente, ma che è stato trovato mentre vagava; che non fu lui il primo a guardare la luce, ma la luce che mandava i suoi raggi sulla sua vista e, dopo aver chiuso l'esterno, aprì gli occhi interiori

(II.) LA SUA DESIGNAZIONE ALL'UFFICIO APOSTOLICO

(1.) Che questo incarico coincise con la sua conversione, ed egli divenne un sostenitore di successo della verità a cui un tempo si opponeva. La subitaneità della sua preparazione per l'ufficio ci colpisce tanto quanto la subitaneità della sua chiamata ad esso; e la sua storia ci insegna che Cristo non è a corto di strumenti per l'avanzamento della Sua causa. Se gli interessi della religione richiedono qualche illustre campione, Egli capovolge le leggi ordinarie della procedura, scende al campo del nemico, e fissando il suo sguardo sulla speranza e l'orgoglio di tutti i loro ospiti, lo converte da nemico in amico, e lo presenta al mondo come un trofeo del Suo potere, e un araldo di successo della Sua lode. Cristo regna "in mezzo ai suoi nemici" e dalle stesse pietre che minacciano di ostacolare la sua marcia trionfale, "può suscitare figli ad Abramo". Lutero fu educato come monaco all'Università di Wirtemburg, ed era così appassionato sostenitore del sistema esistente, che difese pubblicamente, in una tesi, il martirio di Giovanni Huss. Anche dopo la sua conversione, fu a lungo riluttante a liberarsi dell'autorità del Papa; eppure quest'uomo fu lo strumento dell'emancipazione dell'Europa e, una volta impegnato, come ha osservato Atterbury, contro le forze unite del mondo papale, resistette allo shock con coraggio e successo. "Ero", dice Latimer, "un papista ostinato come nessun altro in Inghilterra, e quando fui nominato Bachelor of Divinity, tutta la mia orazione andò contro Filippo Melantone e le sue opinioni". Soame Jenyns fu per molti anni un deista, eppure, dopo essere emerso da un labirinto di scetticismo, scrisse un'opera ingegnosa sulle prove interne della religione cristiana, il cui successo gli diede molta gioia sul letto di morte. Il defunto signor Biddulph, nella sua opera sulla Liturgia, afferma di Gilbert West e del suo amico Lord Lyttleton che erano entrambi uomini di riconosciuto talento, e avevano assorbito i principi dell'infedeltà da una visione superficiale delle Scritture. Pienamente convinti che il sistema fosse un'impostura, erano determinati a smascherare l'imbroglio. West scelse la Resurrezione di Cristo e Lord Lyttleton la Conversione di San Paolo, per l'argomento delle critiche ostili. Entrambi si sedettero nei rispettivi compiti, pieni di pregiudizi e di disprezzo per il cristianesimo, ma il risultato dei loro tentativi separati fu davvero straordinario. Entrambi si convertirono per i loro sforzi di rovesciare la verità, e si riunirono, non come si aspettavano, per esultare per un'impostura trasformata in ridicolo, ma per lamentare la propria follia e felicitarsi l'un l'altro per la loro comune convinzione che la Bibbia era la Parola di Dio. E le loro ricerche hanno fornito due trattati molto preziosi a favore della rivelazione: uno intitolato "Osservazioni sulla risurrezione di Cristo" e l'altro "Osservazioni sulla conversione di san Paolo". "Anche questo viene dal Signore degli eserciti, che è meraviglioso nel consiglio ed eccellente nell'operare". 2. Che la decisione e l'energia che ha mostrato al servizio di Cristo sono degne di imitazione universale. "Immediatamente non ho conferito con carne e sangue". Nelle preoccupazioni della salvezza la carne e il sangue sono cattivi consiglieri. La carne e il sangue avrebbero preservato i tre giovani ebrei dalla fornace ardente; Abramo dall'offrire il figlio della promessa, ecc. (L'Evangelista)

La rivelazione interiore di Cristo:

(I.) LA SOMMA DELL'ESPERIENZA NELLA CONVERSIONE

(II.) LA PRINCIPALE QUALIFICA ESSENZIALE DEL PREDICATORE

(III.) LA GRANDE INDIGENZA RELIGIOSA DEL MONDO. (T. Goadby.)

La rivelazione interiore di Cristo: - L'educazione raffina ed eleva, ma non salva e santifica l'anima; La legge civilizza ma non può cambiare il cuore e la volontà; La scienza e la filosofia danno il potere e le risorse infinite per allargare le facoltà della mente, ma lasciano irrisolti i problemi del peccato e del perdono. La rivelazione di Cristo riempie l'anima di luce, di vita e di gioia; è l'unica soluzione dei problemi del nostro essere morale; l'unico liberatore dalla legge del peccato e della morte; l'unico pegno della vita eterna, e anzi l'inizio di un'educazione divina che nobilita e salva, e l'alba di un giorno celeste che porta saggezza, giustizia e pace. (Ibidem) La rigenerazione è l'esercizio calmo di un potere onnipotente, come quello che comandava alla luce di risplendere dalle tenebre: comanda alla luce della gloria di Dio di risplendere sull'anima dal volto di Dio interiormente rivelato. (W. B. Pope, D.D.) La conversione è il colloquio personale di ogni coscienza con Dio, Giudice di tutti. (W. J. Irons, D.D.)

La conversione di San Paolo è una testimonianza della verità del cristianesimo: - Egli non è stato separato dagli eventi, come lo siamo noi, da secoli di tempo. Non era soggetto a essere accecato dal fascino abbagliante di una cristianità vittoriosa. Si era mescolato ogni giorno con gli uomini che avevano vegliato da Betlemme al Golgota la vita del Crocifisso. Aveva parlato con i sacerdoti che lo avevano consegnato alla croce; aveva messo a morte i seguaci che avevano pianto accanto alla Sua tomba. Dovette affrontare l'orrore di un Messia che "era appeso a un albero". Aveva udito più volte le prove che avevano soddisfatto un Anna e un Gamaliele che Gesù era un ingannatore. Gli eventi su cui l'apostolo si basava come prova della Sua Divinità si erano svolti nel pieno splendore della conoscenza contemporanea. Non ha dovuto affrontare le incertezze delle critiche o gli attacchi all'autenticità. Non poteva mettere in discussione documenti antichi, ma uomini viventi. Aveva a portata di mano migliaia di mezzi per mettere alla prova verità che fino a quel momento aveva così appassionatamente e sprezzantemente discreduto. Accettando questa fede semischiacciata e completamente esecrata, aveva tutto da perdere, non aveva nulla di concepibile da guadagnare; eppure, nonostante tutto, sopraffatto da una convinzione che sentiva irresistibile, il fariseo Saulo divenne testimone della risurrezione, predicatore della Croce. (F. W. Farrar.) Predicatelo fra i pagani

La missione di Paolo:

(I.) IL SUO GRANDE MOTIVO. Predicare Cristo

(II.) LA SUA PRONTA RESA

(1.) Personale

(2.) Decisivo

(3.) Finale. (A. F. Barfield.) La teoria stessa del cristianesimo, non solo il suo entusiasmo più raffinato, è che una volta che Cristo è nel cuore, tutta la vita deve essere interamente Sua. (W. B. Pope, D.D.) Paolo non era come il missionario dei tempi successivi, la cui grande opera si compie se può aumentare il numero dei suoi convertiti; Era questo, ma era molto di più; Non erano le conversioni in sé, ma il principio che ogni conversione comportava, che costituisce l'interesse duraturo di quella lotta che dura tutta la vita. Non fu solo che egli riconquistò dal paganesimo le città greche dell'Asia Minore, ma che ad ogni passo che fece verso ovest strappò il pregiudizio dei secoli. Non fu solo che scacciò il falso spirito dalla fanciulla di Filippi, ma che qui la religione cessò di essere asiatica e divenne europea. Non fu solo che ad Atene convertì Dionigi e Dàmaride, ma che si vide un ebreo in piedi nel cortile dell'Areopago, e che si rivolgeva a un pubblico ateniese come figli dello stesso Padre e adoratori, sebbene inconsapevolmente, dello stesso Dio. Non che a Roma facesse una certa impressione sugli schiavi del palazzo imperiale, ma che un discendente di Abramo riconoscesse in quella metropoli corrotta un campo per i suoi sforzi sacro come i cortili del Tempio di Gerusalemme. (Dean Stanley.)

Il lavoro di un missionario:

(I.) DA CHI inviato

(II.) DOVE HA INVIATO

(III.) A CHI inviato

(IV.) PER COSA inviato. Il lavoro di un missionario non è quello di

1.) Scienza

(2.) Politica

(3.) Civiltà

(4.) Ma quello di predicare ai pagani.

(V.) Con quale incoraggiamento. Il comando di Dio: questo basta. (R. Wardlaw, D.D.)

Il missionario entusiasta: Chi manderà il Signore? Il neutro passivo? Il rispettabile egoista indolente? Il docile e ottuso uomo di religione medio? Il mero dottrinasta, le cui fedi, invece di essere vive e parte di sé, sono come aridi preparati botanici, classificati e conservati in un libro? L'uomo che studia quanto poco può dare, o essere, o fare, o soffrire per Cristo, eppure essere al sicuro? Il pigro che, quando un'ombra trema o una foglia fruscia, dice: "un leone è sulla strada"? Il vigliacco che fa la sua professione al riparo e si insinua con passi lenti e cauti? No! Tutti questi devono essere eliminati. Lord Lansdowne chiese al dottor Price, l'Unitario, che cosa si dovesse fare per riformare il popolo dissoluto di Calne. «Mandategli un entusiasta», fu la risposta. E solo un entusiasta è probabile che sia un missionario di successo divino per i pagani, sia in patria che all'estero. (C. Stanford, D.D.)

Impulsi religiosi:

(I.) Il modo in cui Dio opera nei cuori del Suo popolo è quello di AVVIARE E STIMOLARE GLI IMPULSI RELIGIOSI

(1.) Predicando

(2.) Studio della Bibbia

(3.) Preghiera

(4.) Biografia religiosa. Ma

(5) Ci sono impulsi di cui non possiamo affatto rendere conto

(II.) Dio porta avanti la Sua opera in noi STABILENDO GLI IMPULSI NEI PRINCIPI DI VITA. Questa è la santificazione. La sorgente montana saltellante che salta da una roccia all'altra e scavalca gli ostacoli, raccoglie forza e diventa subito il fiume silenzioso e tranquillo che scorre dolcemente, respirando refrigerio mentre scorre e cantando la stessa canzone a Dio con la sua musica più tranquilla

(III.) IL PECCATO CONTROLLA QUESTI IMPULSI suggerendo un ritardo nell'eseguirli

(IV.) L'ORIGINE DIVINA DI QUESTI IMPULSI PUÒ ESSERE VERIFICATA DALLA LORO TENDENZA A

1.) Devozione

(2.) Lavoro

(3.) Santità

(4.) Beneficenza

(V.) TALI IMPULSI POSSONO ESSERE SEGUITI IN SICUREZZA

GLI IMPULSI DIVINI SONO FRENATI DAI FREDDI CALCOLI DELL'EGOISMO. Applicazione:1. Alcuni di voi non sono impulsivi per natura. C'è un lato della vostra natura che ha bisogno di essere coltivato

(2.) Alcuni di voi sono naturalmente molto impulsivi. Non mettere le mani violente su di loro, ma rafforza le tue altre facoltà. (R. Tuck, B.A.) Non ho conferito con carne e sangue

Indipendenza apostolica: - È difficile per noi, a questa distanza di tempo, sentire, come fece San Paolo, l'importanza della sua indipendenza apostolica. Che il punto fosse, a suo parere, vitale, è evidente dal fatto che egli dedica quasi un terzo di questa Epistola alla prova di esso. Era importante in due modi

(1.) Se si potesse dimostrare che per un certo periodo di tempo dopo la sua conversione l'apostolo ebbe pochi o nessun rapporto con i dodici, che non cercò il loro insegnamento, ma mantenne una condotta indipendente e agì esclusivamente sotto la propria responsabilità, si andrebbe lontano per dimostrare che non occupava una posizione subordinata, ma possedeva un'autorità che era uguale sotto tutti gli aspetti alla loro

(2.) Mentre se si potesse ulteriormente dimostrare che, sebbene non derivasse alcuna istruzione dai dodici, egli insegnò tuttavia un sistema di verità divina che fu riconosciuto da loro come identico al loro, sarebbe un forte argomento a favore della sua posizione che egli aveva ricevuto il suo vangelo, non dall'uomo, ma per la rivelazione di Gesù Cristo. Per queste ragioni san Paolo afferma con forza, e argomenta a lungo, il fatto della sua indipendenza. (Emilius Bayley, B.D.)

Insegnamento divino per tutti: - Nessun uomo deve accontentarsi di un insegnamento meramente umano. Al suo giusto posto, tale insegnamento è molto prezioso. Ma non è tutto ciò che è richiesto. C'è un senso in cui ogni cristiano dovrebbe poter dire: "Non ho conferito con carne e sangue" - "Ho sentito la necessità di un insegnamento più alto di quello dell'uomo; Sapevo che c'erano doti che la carne e il sangue non potevano elargire a me; Li ho cercati direttamente da Dio". C'è senza dubbio uno spirito di indipendenza che è uno spirito di orgoglio; ma c'è un'indipendenza dell'uomo che è l'indipendenza dell'umiltà, un'indipendenza che è così consapevole dell'inadeguatezza di tutto ciò che è umano a soddisfare i desideri dell'anima, che può portare il suo grande bisogno solo a una fonte che è divina. (Ibidem)

Il dovere dell'obbedienza: l'obbedienza implicita è il nostro primo dovere verso Dio, e un dovere per il quale nient'altro compenserà. Se a un ragazzo a scuola viene chiesto di cifrare e sceglie invece di scriverne una copia, la bontà della scrittura non lo salverà dalla censura. Dobbiamo obbedire, che ne vediamo la ragione o no; perché Dio lo sa meglio. Una guida attraverso un paese sconosciuto deve essere seguita senza obiezioni. Un capitano, risalendo l'Humber o Southampton Water, cede completa autorità al pilota. Un soldato in battaglia deve combattere quando e dove gli viene ordinato; Quando il conflitto è finito, egli può riflettere e percepire la saggezza del suo comandante in movimenti che al momento della loro esecuzione erano sconcertanti. L'agricoltore deve obbedire alle leggi naturali di Dio delle stagioni, se vuole ottenere un raccolto; e tutti noi dobbiamo obbedire alle leggi spirituali di Dio se vogliamo raccogliere felicità qui e nell'aldilà. (Anon.)

Natura dell'obbedienza: l'obbedienza è

1.) Attivo; non solo evitando ciò che è proibito, ma eseguendo ciò che è comandato Colossesi 3:8, 10

(2.) Personale; poiché sebbene Cristo abbia obbedito alla legge per noi come un patto di opere, tuttavia non l'ha abrogata come regola di vita ( Romani 7:22 ; Romani 3:31

(3.) Sincero Salmi 51:6; 1Timoteo 1:5

(4.) Affettuoso; che scaturisce dall'amore, non dal terrore 1Giovanni 5:19; 2:5; 2Corinzi 5:14

(5.) Diligente; come San Paolo in questo momento

(6.) Cospicuo Filippesi 2:15; Matteo 5:16

(7.) Universale; Non un solo dovere, ma tutto deve essere compiuto. 8. Perpetuo; in ogni momento, luogo, occasione. (C. Buck.)

Obbligo all'obbedienza: - Siamo tenuti in tutti ad obbedire a Dio: 1. Dalla relazione in cui ci troviamo con Lui come Sue creature

(2.) Dalla legge che Egli ci ha rivelato nella Sua Parola

(3.) Dalle benedizioni della Sua provvidenza che riceviamo costantemente

(4.) Dal Suo amore e dalla Sua bontà nella grande opera della redenzione. (Ibidem)

Vantaggi dell'obbedienza:

1.) Adorna il vangelo Tito 2:10

(2.) Evidenzia la grazia 2Corinzi 5:17

(3.) Gioisce i cuori dei ministri e del popolo di Dio 3Giovanni 2; 1Tessalonicesi 2:19, 20

(4.) Mette a tacere i contrari 2Pietro 1:11, 12

(5.) Incoraggia i santi, mentre rimprovera i tiepidi Matteo 5:16

(6.) Offre la pace ai suoi sudditi Salmi 25:12, 13; Atti 24:16

(7.) Raccomanda con forza la religione, come ciò che è sia piacevole che praticabile Colossesi 1:10). 8. È il precursore e la prova della gloria eterna ( Romani 6:22 ; Apocalisse 22:14. (Ibidem) L'obbedienza effettiva è la pratica e l'esercizio delle diverse grazie e doveri del cristianesimo. (Ibidem) L'obbedienza è l'esecuzione dei comandi di un superiore. (Ibidem) L'obbedienza perfetta è l'esatta conformità dei nostri cuori e delle nostre vite alla legge di Dio, senza la minima imperfezione. (Ibidem) L'obbedienza virtuale consiste nel credere nel vangelo, nella santità e nell'equità dei suoi precetti, nella verità delle sue promesse e in un vero pentimento di tutti i nostri peccati. (Ibidem)

Obbedienza completa: - Un'anima sinceramente obbediente non sceglierà quali comandi obbedire e quali rifiutare, come fanno gli ipocriti. Un'anima obbediente è come un bicchiere di cristallo con una luce in mezzo, che risplende in ogni sua parte. Un uomo sinceramente obbediente pone una tale accusa su tutto il suo uomo; come Maria, la madre di Cristo, fece con tutti i servi presenti alla festa: "Qualunque cosa Egli vi dica, fatela". Occhi, orecchie, mani, cuore, labbra, gambe, corpo e anima, osservate tutti seriamente e affettuosamente qualsiasi cosa Gesù Cristo vi dica e fatelo. (T. Brooks.)

Pronta obbedienza: - Si racconta la storia di un grande capitano che, dopo una battaglia, stava parlando degli eventi del giorno con i suoi ufficiali. Chiese loro chi avesse fatto meglio quel giorno. Alcuni parlavano di un uomo che aveva combattuto molto coraggiosamente, e altri di un altro. «No», disse, «vi sbagliate tutti. L'uomo migliore sul campo quel giorno era un soldato che stava appena alzando il braccio per colpire un nemico, ma, quando sentì suonare la tromba in ritirata, si fermò e lasciò cadere il braccio senza sferrare il colpo. Che la perfetta e pronta obbedienza alla volontà del suo generale è la cosa più nobile che sia stata fatta oggi.

La prontezza di Paolo:

(I.) Non c'è stata pausa, perché lui dice "immediatamente".

(II.) Non c'era NESSUNA OPPORTUNITÀ DI DARE ALCUNA CONTROINFLUENZA. Egli "non conferì", ecc. Non si consigliava né con se stesso né con gli altri

(III.) È come se sentisse il pericolo di un momento di ritardo: temendo che le sue convinzioni si indebolissero se non producevano subito una grande energia di condotta. (H. Melvill, B.D.)

Prontezza discriminata: - In materia di prudenza i ripensamenti sono i migliori; In materia di coscienza, i primi pensieri sono i migliori. (Ibidem) Prontezza: la sua importanza: agisci "immediatamente" in base alle tue impressioni su ciò che è giusto. Non rimanete a discutere quando la coscienza ha deciso. Trasformate i sentimenti in principi mettendoli immediatamente in pratica. Fai come Paolo. Era come il marinaio che, se riesce a intravedere il sole, afferra un'osservazione e sposta il timone. Ti dà solo un sguardo alla volontà di Dio e modella istantaneamente il tuo corso in base ad essa. (Ibidem) Prontezza: il pericolo di una mancanza di essa nella religione: - Lei si sentiva convinto del dovere, ma ha deciso di prendersi del tempo per riflettere, e la convinzione si è raffreddata. Era un momento d'oro, ma nella tua prudenza - la prudenza quando si scopre una falla nella nave di aspettare fino a domani prima di cercare di fermarla - hai deciso di non fare nulla in fretta, se non di aspettare e vedere se la convinzione non era altro che un sentimento passeggero. Naturalmente si rivelò una sensazione transitoria. I primi tocchi dello Spirito di Dio sono destinati ad essere transitori a meno che non vi si presti attenzione. Lo Spirito è paragonato al vento, e l'anima è soffiata su di essa piuttosto che colpita. È compito tuo evitare che l'impressione sia transitoria. Se vuoi mantenere la rugiada sull'erba, devi proteggerla dal sole. Se vuoi mantenere l'impressione del cuore, devi tenere il mondo lontano dal cuore. Ma poiché vi siete fermati a conferire con la carne e il sangue, avete dato al mondo il tempo di radunare le sue forze, e quindi il giorno dopo l'impressione è svanita, e forse vi siete segretamente sentiti contenti che i ripensamenti fossero così diversi dai primi. I ripensamenti legano gli uomini al mondo dove i primi pensieri li avrebbero dedicati a Dio. (Ibidem) Prontezza: la sua benedizione: - Felice colui che ha imparato questa sola cosa - di compiere il semplice dovere del momento rapidamente e allegramente, qualunque esso sia, e quali che siano le conseguenze

Non conferenza con la carne e il sangue: - L'argomento

(I.) Risveglia la riflessione sulla SFERA E I LIMITI DELL'ORGANIZZAZIONE RELIGIOSA

(II.) Rafforza la necessità della CULTURA INDIVIDUALE e l'importanza dell'azione individuale

(III.) Suggerisce speranzose anticipazioni riguardo al PROGRESSO DEL REGNO DI DIO. (T. Goadby.)

Individualità: - Non c'è un ragno appeso alle mura del Re che non abbia il suo incarico; non c'è ortica che cresca in un angolo del cimitero che non abbia il suo scopo; non c'è un solo insetto che svolazzi nella brezza che non compia un qualche decreto divino; e non voglio mai che Dio crei un uomo, specialmente un cristiano, perché sia un vuoto, un nulla. Ti ha fatto per un fine; scoprire qual è quel fine; Scopri la tua nicchia e riempila. Se è anche così poco, fate qualcosa in questa grande battaglia per Dio e la verità. (C. H. Spurgeon.)

Conferire con la carne e il sangue: - Gli eserciti invasori cercano sempre di lasciare le loro navi in un ancoraggio sicuro e riparato. Nel caso in cui la loro impresa si rivelasse infruttuosa, si assicurarono così i mezzi per ritirarsi; e provvedere a una tale emergenza è considerato un buon colpo di generale. Wellington combatté Waterloo con la Foresta di Soigny alle spalle; e la flotta che trasportava i nostri soldati a combattere i russi prima di Sebastopoli aspettava la questione nella baia di Balaclava. I coraggiosi vecchi Romani, guidati da Cesare, invasero il nostro paese in modo diverso. La prima cosa che fecero, una volta sbarcati, fu di bruciare le loro navi; lo facevano in vista di migliaia di persone che si stavano coraggiosamente radunando sulle alture dell'Inghilterra, per difendere le loro case, le loro mogli e i loro bambini, la loro libertà e la loro terra natale. Non lasciando che il nemico tagliasse la loro ritirata, la tagliavano loro stessi. Le loro stesse mani diedero il fiaccolo alla flotta che li aveva portati in Britannia e, in caso di fallimento, li avrebbe riportati in Italia. Con il bagliore di quella coraggiosa conflagrazione sulle loro aquile, sui loro stendardi e sulle loro file serrate, non possiamo meravigliarci che, con tali figli a combattere le sue battaglie, Roma sia sorta da piccola città a padrona del mondo. Sia il suo destino che la loro determinazione dovevano essere chiaramente visti nelle fiamme delle loro navi in fiamme. Portando all'impresa uno spirito così indomito e una tale decisione di carattere, a meno che le stelle del cielo non combattessero contro di loro come contro Sisera, come potrebbero non vincere? (Dott. Guthrie.)

I ministri devono predicare Cristo: - In una chiesa di un villaggio in una delle valli tirolesi, abbiamo visto sul pulpito un braccio teso, scolpito nel legno, la cui mano tendeva una croce. Abbiamo notato che l'emblema è pieno di istruzioni su ciò che ogni vero ministero dovrebbe essere, e deve essere: l'esposizione della croce di Cristo alla moltitudine come unica fiducia dei peccatori. Gesù Cristo dev'essere posto evidentemente crocifisso in mezzo a loro. Signore, fa' che questo sia lo scopo e l'abitudine di tutti i nostri ministri. (C. H. Spurgeon.) "Ho dovuto intercalare il tuo sermone in tutto e per tutto con il nome di Cristo", fu la critica che un anziano parrocchiano rivolse una volta al discorso di un giovane pastore. M'Cheyne ha detto: "Alcuni speculano sulle dottrine riguardanti il vangelo, piuttosto che predicare il vangelo stesso". "Vedo che un uomo non può essere un ministro fedele, finché non predica Cristo per amore di Cristo". (Tesoro cristiano.)

Un distinto generale disse a Lutero, mentre stava per presentarsi alla presenza dei giudici a Worms: "Povero monaco, ora stai per prendere una posizione più nobile di quella che io o qualsiasi altro capitano abbiamo mai fatto nella più sanguinosa delle nostre battaglie. Ma se la tua causa è giusta e tu ne sei sicuro, vai avanti nel nome di Dio e non temere nulla. Dio non ti abbandonerà". Mentre il conte di Morton stava guardando giù nella tomba di Giovanni Knox, disse: "Lì giace uno che non ha mai temuto il volto dell'uomo".

Obbedienza immediata: - Come quando un generale ordina al suo esercito di marciare, se, quindi, i soldati dovessero rimanere in condizioni e rifiutarsi di andare a meno che non abbiano vestiti migliori, la loro paga in mano, o simili, e poi marceranno, - questo non mostrerebbe loro un esercito obbediente e disciplinato; ma se, alla lettura dei loro ordini, essi sfasciano subito i loro alloggi e partono, sebbene sia mezzanotte quando arriva l'ordine, e non abbiano denaro né vestiti addosso, lasciando al loro generale l'intera cura di se stessi per queste cose, e badano solo al modo migliore per adempiere ai suoi ordini, Si può dire che questi marciano in obbedienza. (H. G. Salter.)

Una conferenza da evitare: - Essendo istruito da Dio, non consultò coloro che erano già credenti, per timore di dare l'impressione di aver ricevuto la sua religione di seconda mano. Non ha consultato i suoi parenti, che gli avrebbero consigliato prudenza. Non ha consultato i propri interessi, che andavano tutti nella direzione opposta. Li considerò una perdita per Cristo. Non ha consultato la propria sicurezza, ma ha rischiato la vita stessa per Gesù. In questa condotta indipendente era giustificato e doveva essere imitato

(I.) LA FEDE NON HA BISOGNO DI ALCUNA GARANZIA SE NON DELLA VOLONTÀ DI DIO

(1.) Uomini buoni di tutte le epoche hanno agito in base a questa convinzione. Noè, Abramo, Giacobbe, Mosè, Sansone, Davide, Elia, Daniele, i tre che furono gettati nella fornace, ecc

(2.) Chiedere di più è praticamente rinunciare al Signore come nostro Comandante e Guida, e sollevare l'uomo al suo posto

(3.) Esitare per interesse personale significa sfidare apertamente il Signore

(4.) Sottomettere le pretese del dovere al giudizio della carne è diametralmente opposto al carattere e alle pretese del Signore Gesù, che si è dato a noi, e si aspetta che noi ci doniamo a Lui senza domande o riserve

(5.) Ritardare il dovere fino a quando non abbiamo tenuto tale consultazione finisce quasi sempre per non fare affatto la cosa giusta. Troppo spesso si cerca di trovare una scusa per evitare un dovere spiacevole

(II.) IL PRINCIPIO HA UN'AMPIA GAMMA DI APPLICAZIONI

(1.) Ai doveri noti. Nel servizio non dobbiamo consultare il gusto personale, la facilità, l'onore, la prospettiva di avanzamento o la remunerazione

(2.) Ai sacrifici necessari. Faremmo meglio a non conferire con la carne e il sangue; perché gli uomini buoni possono essere indulgenti con se stessi, e così consultare la propria carne

(3.) Al servizio speciale. Non dobbiamo essere trattenuti da questo... Considerazioni di debolezza personale; considerazioni sulla mancanza di mezzi visibili; Considerazioni su come gli altri interpreteranno le nostre azioni

(4.) A un'aperta confessione di Cristo. Non dobbiamo essere dissuasi da esso: I desideri degli altri, che si credono coinvolti nel nostro atto; il timore del disprezzo da parte di coloro che deridono la pietà; la paura di non aggrapparsi e di disonorare così la religione; riluttanza a rinunciare al mondo e un segreto che si aggrappa alle sue abitudini. Questo è un vizio molto pericoloso. "Ricordati della moglie di Lot".

(III.) IL PRINCIPIO SI RACCOMANDA AL NOSTRO MIGLIOR GIUDIZIO. Essa è giustificata da

1.) Il giudizio che esercitiamo sugli altri. Li biasimiamo se non hanno una mente propria. Li applaudiamo se sono coraggiosamente fedeli

(2.) Il giudizio di una coscienza illuminata

(3.) Il giudizio di un letto di morte

(4.) Il giudizio di un mondo eterno. (C. H. Spurgeon.)

Una dura lezione: - Ma questa è una dura lezione da imparare. Qualche tempo fa ho letto di un capitano tedesco che l'ha scoperto. Stava addestrando una compagnia di volontari. La piazza d'armi era un campo in riva al mare. Gli uomini stavano facendo i loro esercizi molto bene, ma il capitano pensò di dare loro una lezione sull'obbedienza agli ordini. Marciavano su e giù lungo la linea dell'acqua a una certa distanza da essa. Concluse di dare loro l'ordine di marciare direttamente verso l'acqua e vedere fino a che punto sarebbero andati. Gli uomini stanno marciando. «Fermatevi, compagnia», dice il capitano. In un attimo si fermano. "Faccia destra" è la parola successiva, e immediatamente si girano. «Forwart martch», è allora l'ordine. Agisce una volta che iniziano a marciare direttamente verso l'acqua: proseguono, sempre più vicini ad essa. Presto raggiungono il bordo dell'acqua. Poi c'è un arresto improvviso. "Tino per te fermati? Non dico, fermati," gridò il capitano. «Ebbene, capitano, ecco l'acqua», disse uno degli uomini. «Vell, vot», esclamò, molto eccitato, «Vater non è nulla; il fuoco non è nulla; Tutto è niente. Ven io dico, Forwart martch, allora devi abbandonare martch." Il capitano aveva ragione; Il primo dovere di un soldato è imparare ad obbedire. (Dott. Richard Newton.)

Ciò che Dio chiama un uomo a fare, lo porterà a compimento: - Mi impegnerei a governare una mezza dozzina di mondi se Dio mi chiamasse a farlo; ma se non mi chiamasse a farlo, non mi impegnerei a governare una mezza dozzina di pecore. (Dott. Payson.)

17 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:17

E non salii a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me.

Aspetti della nuova vita:

(I.) NEGATIVO. Non si è autodenunciato

(1.) Gli apostoli erano rigidamente conservatori, e

(1) potrebbe aver sospettato la sua conversione;

(2) avrebbe probabilmente messo in dubbio il suo mandato divino;

(3) avrebbe certamente ripudiato il suo apostolato

(2.) Paolo non voleva nulla da loro, ed essi non potevano dargli nulla

(3.) Desiderava la sua vita piuttosto che le sue labbra per parlare. Lascia che gli altri vedano la realtà della tua conversione; Non avranno quindi bisogno di alcuna prova verbale

(II.) PASSIVO. In Arabia Paolo

1.) Ha vissuto una vita di meditazione tranquilla

(2.) Si preparò per la sua grande opera

(3.) Aspettava con calma le indicazioni di Dio. Dopo la conversione

(1) Non abbiate fretta di entrare in carica, ma

(2) pensa, leggi, prega, soppesa la responsabilità del lavoro cristiano, adattati alla grazia divina, aspetta che Dio dica: "Vai".

(III.) ATTIVO. "A Damasco" (vedi Atti 9:22

(1.) L'ora era suonata e l'uomo era pronto per questo.

(1) Paolo ora sapeva non solo cosa dire, ma anche come dirlo e difenderlo.

(2) Il seme seminato al momento della conversione aveva prodotto un corpus di esperienze

(2.) Una volta che ci fu divenne forte nell'opera

(3.) È stato ricompensato con un successo sorprendente

(IV.) SOFFERENZA Atti 9:23, 24

(1.) La persecuzione mette alla prova la profondità della convinzione e la realtà del lavoro

(2.) Cercalo, ma non temerlo

(V.) INDIPENDENZA. I movimenti viventi non nascono da comitati, ma da individui. (J. H. Newman, D.D.)

Luoghi tranquilli: - Proprio come un'aquila, che è stata inzuppata e colpita da una violenta tempesta, si posa per gonfiare le sue ali arruffate, così, quando una grande anima è "passata attraverso il fuoco e attraverso l'acqua", ha bisogno di un luogo sicuro e tranquillo in cui riposare. Come quasi tutte le grandi anime dei tempi antichi o moderni, a cui è stato affidato il compito di influenzare i destini plasmando le convinzioni dell'umanità, come Sakya Mouni, come Maometto nella grotta di Hira, come San Francesco d'Assisi nella sua malattia, come Lutero nel monastero di Erfurt, Paolo avrebbe bisogno di un periodo di quiete in cui elevare i suoi pensieri, a placare il tumulto delle sue emozioni, a comunicare in segreto e in silenzio con la propria anima. (F. W. Farrar.)

Il significato di questo episodio per noi: - Nel mercato affollato, tra i vicoli bui della vita e le preoccupazioni che si accumulano, perdiamo e dimentichiamo il nostro Dio. I nostri libri sono troppo con noi; gli amici e la vita sociale rendono le ore impegnate con ciò che è umano; e le richieste delle imprese sono sempre più urgenti. Dobbiamo trovare per noi stessi un luogo deserto, dove, occasionalmente per periodi prolungati, e ogni giorno per un breve periodo, possiamo ricevere l'unzione del Signore. (S. Pearson, M.A.) La meditazione è la vita dell'anima; L'azione è il risultato della meditazione, l'onore è la ricompensa dell'azione. Medita dunque affinché tu possa farlo; fa' che tu possa essere onorato; così accetta l'onore da dare gloria a Dio

Il mondo e la Chiesa hanno sempre mostrato curiosità riguardo alla vita interiore dei grandi uomini, a ciò che erano, non quando l'occhio dell'uomo era su di loro, ma quando erano soli, a ciò che erano nei recessi segreti dei loro cuori; E questa curiosità ha reso molto popolari le biografie e le autobiografie, i diari privati e le lettere. Ha portato, inoltre, alla pubblicazione di documenti che non sono mai stati destinati agli occhi del pubblico, e che avrebbero fatto meglio a rimanere inesplorati. Ma Dio ha ritenuto opportuno nel caso di San Paolo di soddisfare, non solo una semplice curiosità morbosa, ma il devoto desiderio da parte della Sua Chiesa di conoscere qualcosa dei sentimenti segreti e dei più duri conflitti del grande apostolo per la propria edificazione e per la propria gloria. (Canonico Miller.)

La solitudine di San Paolo: - Possiamo supporre che il suo scopo principale sia stato quello di isolarsi per un po' dal mondo esterno, di comunicare con Dio e con la sua anima nella quiete, e di cercare la grazia per le sue future fatiche. Era una pausa nella sua carriera, che avrebbe potuto legittimamente desiderare; un momento di calma tra le passioni tempestose della sua vita passata e le scene tumultuose che gli si presentavano davanti; una mezz'ora di silenzio celeste in cui, solo con Dio, avrebbe potuto apprendere più perfettamente la volontà del suo Maestro e raccogliere le forze per compiere l'opera del suo Maestro. Possiamo seguire l'apostolo in Arabia, e dedurre con sicurezza che il suo ritiro fu utilizzato per i seguenti scopi

(1.) Pensiero. Rivedendo la sua vita passata - il suo precedente antagonismo con Cristo, la sua ignoranza e ostinazione, la sua incredulità e la sua attiva inimicizia; e la pazienza, l'amore e la misericordia di Dio: quale cibo per la riflessione aveva San Paolo! Il pensiero riguardo a Dio, al vangelo di Cristo, all'anima, al peccato, alla morte, alla salvezza, alla vita, al cielo, è essenziale per la salvezza; non ci può essere una vita reale e intelligente per Dio senza di essa

(2.) Autoumiliazione. Amaro lutto per il peccato. La manifestazione dell'amore di Dio approfondisce il senso di ingratitudine e di indegnità nel vero penitente

(3.) Preghiera. Colui che è pienamente consapevole della propria totale impotenza, si aggrapperà con la massima stretta all'unico Datore di ogni bene

(4.) Dedizione di sé. La vita donata a Dio. (Emilius Bayley, B.D.)

Soggiorno di San Paolo in Arabia:

1.) Oscurità dell'incidente. Un velo di fitta oscurità incombe sulla visita di San Paolo in Arabia. Delle scene in cui si muoveva, dei pensieri e delle occupazioni che lo impegnavano mentre era lì, di tutte le circostanze di una crisi che deve aver plasmato l'intero tenore della sua vita dopo la morte, non si sa assolutamente nulla. "Immediatamente", dice San Paolo, "me ne andai in Arabia". Lo storico sorvola sull'incidente senza menzionarlo. È una pausa misteriosa, un momento di suspense nella storia dell'apostolo, una calma senza fiato che introduce la tumultuosa tempesta della sua attiva vita missionaria

(2.) Il luogo. Se supponiamo che l'apostolo in questo momento critico si recò nella penisola sinaitica, teatro del dono della legge, allora la sua visita in Arabia diventa piena di significato. Lì fu attratto da uno spirito simile a quello che in precedenza aveva spinto Elia nella stessa regione (1Ri 19:8-18). Stando sulla soglia del nuovo patto, era ansioso di guardare il luogo di nascita del vecchio: che dimorando per un po' in solitudine alla presenza del "monte che ardeva col fuoco", avrebbe potuto meditare sulle glorie transitorie del "ministero della morte" e comprenderne il vero scopo in relazione al patto più glorioso che ora doveva soppiantarlo. Qui, circondato dai figli del deserto, i discendenti di Agar la schiava, lesse il vero significato e la forza della legge. Nella regione aspra e arida da cui scaturiva, egli vide un tipo adatto di quella desolazione desolata, che creava, e intendeva creare, nell'anima dell'uomo. In mezzo a tali scene e associazioni, il suo spirito era in sintonia con la sua missione divina e adatto a ricevere nuove visioni e rivelazioni

(3.) La sua durata. Quale sia stata la durata di questo soggiorno possiamo solo congetturare. L'intervallo tra la sua conversione e la sua prima visita a Gerusalemme, San Paolo qui afferma essere stato di tre anni. Le notizie sul tempo nella narrazione degli Atti sono vaghe, ma non contraddittorie a questa affermazione. Da Damasco, ci dice San Paolo, partì per l'Arabia, da dove tornò a Damasco. San Luca lo rappresenta come predicatore attivo in questa città dopo la sua conversione, senza menzionarlo e apparentemente non consapevole di alcuna interruzione, sebbene la sua narrazione non sia in contraddizione con ciò. Sembra probabile, quindi, che la visita di San Paolo in Arabia abbia avuto luogo all'inizio di questo periodo, prima che egli iniziasse il suo lavoro attivo. "Immediatamente", dice, "invece di conferire con la carne e il sangue, andai in Arabia". Il silenzio dello storico si spiega meglio supponendo che il soggiorno sia stato breve; ma poiché la compagnia di San Luca con l'apostolo iniziò molto più tardi, non si deve porre grande enfasi sull'omissione. Eppure, d'altra parte, non c'è motivo di supporre che sia di lunga durata. Probabilmente fu breve, abbastanza breve da non occupare uno spazio considerevole nella storia dell'apostolo, e tuttavia non troppo breve da servire allo scopo a cui era destinato

(4.) Il suo scopo. Possiamo dubitare che con questo viaggio egli cercasse l'isolamento dal mondo esterno, che il suo desiderio fosse quello di comunicare con Dio e con la sua anima in mezzo a queste scene sacre, e di raccogliere così le forze nella solitudine per le sue fatiche attive? Il suo stesso linguaggio implica questo: "Non ho conferito con carne e sangue, ma sono partito per l'Arabia". I padri, per la maggior parte, hanno una visione diversa di questo incidente. Essi immaginano l'apostolo che si affretta nelle terre selvagge dell'Arabia, ardente di impartire agli altri la buona novella che si era così improvvisamente riversata su di lui. "Guarda quanto era fervente la sua anima", esclama Crisostomo; "Era ansioso di occupare terre ancora incolte; Attaccò immediatamente un popolo barbaro e selvaggio, scegliendo una vita di conflitti e di molta fatica". Questo commento suona una nota falsa. Molto diverso in una simile crisi doveva essere lo spirito di lui, la cui vita da allora in poi si distinse almeno tanto per la paziente saggezza e le grandi simpatie quanto per l'intensa devozione a se stesso. Si ritirò per un po', possiamo supporre, affinché, "separato dal mondo, il suo cuore potesse prendere profondamente, e conservare, fortemente l'impronta del cielo". E quale luogo più adatto per questo ritiro di quella terra santa, "dove tutt'intorno, sui monti, sulla sabbia e nel cielo, le ruote del carro di Dio hanno lasciato la traccia più distinta". (Vescovo Lightfoot.)

Dopo un grande cambiamento di convinzione, la natura, così come qualcosa di più alto della natura, ci dice che un lungo periodo di ritiro e silenzio è appropriato, se non necessario. I tre giorni nella casa di Giuda non furono sufficienti per sondare le altezze e le profondità della verità appena riconosciuta, o la forza e la debolezza dell'anima che doveva possederla e proclamarla. Sarebbero stati seguiti da tre anni trascorsi nel deserto dell'Arabia. Si pensa, infatti, che questo ritiro sia stato dettato dal desiderio di predicare il Vangelo alle tribù beduine erranti, o agli arabi stanziali a Petrea. E non c'è dubbio che "Arabia" tra gli antichi fosse un termine geografico molto ampio e inclusivo. Potrebbe aver incluso Damasco stessa; potrebbe anche aver abbracciato regioni molto a nord, estendendosi fino ai confini della Cilicia. Ma questi sono usi meno comuni della parola; né si può supporre che si sarebbe posto l'accento su questo ritiro se tutto ciò che si fosse inteso fosse stato un viaggio di poche miglia nel deserto oltre le mura di Damasco. Qualcosa si può dire per un ritiro a Petra, l'antica capitale di Edom, che aveva la sua sinagoga a Gerusalemme; ma è probabile che, sotto le profonde e terribili ispirazioni dell'ora, Paolo abbia cercato di seguire le orme di Mosè ed Elia ai piedi del Sinai. Le attrattive spirituali di un tale corso devono essere state, per un uomo del suo carattere e dei suoi antecedenti, non meno che travolgenti. Lì, dove la legge ebraica era stata data, egli fu portato a chiedersi che cosa significasse veramente, quali fossero le sue sanzioni, quali i suoi obblighi, quale il limite della sua capacità morale, quale il criterio della sua debolezza. Lì deve aver sentito l'ispirazione di una vita come quella di Elia, il grande rappresentante di una minoranza religiosa perseguitata, il predicatore di una verità impopolare contro l'errore volgare ma intollerante. La voce dolce e sommessa che aveva parlato al profeta, o meglio, non lo aveva fatto, non gli avrebbe parlato ancora e ancora? Furono anni preziosi, ne sono certi, per un uomo la cui vita successiva sarebbe stata trascorsa, interamente trascorsa, in azione. (Canonico Liddon).

Il valore di tale ritiro, se le circostanze lo ammettono o lo suggeriscono, prima di intraprendere il lavoro decisivo della vita, non può essere esagerato. Molti giovani, la cui istruzione è completa (come si suol dire), e che sanno, o pensano di sapere, cosa fare per se stessi o per i loro simili, sono spesso dolorosamente delusi quando i loro piani per un'azione immediata si infrangono improvvisamente, e devono rimanere per un po' di tempo in relativa oscurità e inazione. Gli sembra una perdita di tempo, con poco o nulla per riscattare lo svantaggio. Sta sprecando, pensa, i suoi anni migliori nell'ozio. Egli può, naturalmente, agire in modo da rendere giustificabile quella frase. Non è necessario che sia così. Un uomo prudente, non meno di un uomo religioso, si avvarrà gratamente, se può, di tale opportunità per consolidare le sue acquisizioni, per rivedere l'importanza delle sue convinzioni dominanti, per stimare più accuratamente le risorse a sua disposizione per estendere o contrarre i suoi piani, almeno per riconsiderarli. Un uomo religioso, soprattutto, coglierà tale opportunità per mettere alla prova e rafforzare le sue motivazioni, e per coltivare una maggiore intimità con quei mezzi e quelle fonti di forza efficace di cui avrà tanto bisogno in futuro. (Ibidem) Osservare

(I.) A volte Dio suscita e qualifica i Suoi agenti senza l'intervento umano.

(II.) Tali agenti sono debitamente qualificati e possono essere testati dai loro frutti.

(III.) Di regola, hanno assegnato loro un nuovo dipartimento del lavoro. (J. Lyth.)

Residenza in Arabia: - Il punto così suggerito è l'intervallo tra la scelta di una professione o di una vocazione nella vita e l'ingresso nei doveri pubblici di quella professione o vocazione

(I.) Il primo punto si riferisce alle professioni o alle chiamate che possono essere correttamente considerate come presentarsi a chi sta per intraprendere la vita

(1.) La prima cosa che ci colpisce su questo punto è la grande varietà di cose da fare nel mondo, durante ogni generazione; o la varietà dei campi di esercizio e di impiego

(2) Il punto successivo, sotto questo titolo, si riferisce alla varietà delle doti tra gli uomini, adattate a queste varie occupazioni - doti tali che questi vari fini sono di fatto assicurati, e tali che allo stesso tempo sono assicurati volontariamente, o in modo che gli uomini entrino nelle loro diverse occupazioni non con la forza o la costrizione, ma di preferenza e scelta

(3.) Una terza osservazione sotto questo titolo; i fini della vita possono essere assicurati, gli scopi della società promossi e Dio può essere onorato in una qualsiasi di queste occupazioni e occupazioni

(II.) In secondo luogo, dobbiamo indagare su quali principi dovrebbe essere scelta una tale professione o vocazione? 1. La prima è che si scelga la professione o la vocazione in cui si possa fare il massimo della vita per i suoi scopi propri; o, in cui la vita può essere sfruttata al meglio. La vita, anche se transitoria, breve, incerta, ha il suo scopo

(2) Il secondo principio che menziono è che, di conseguenza, quando c'è un'idoneità per uno dei due o più corsi di vita, si dovrebbe scegliere quello che, date le circostanze, sarà il più adatto a garantire i fini della vita

(3.) Una terza regola sarebbe che si scegliesse la professione o la vocazione che sarà più adatta a sviluppare le doti peculiari della mente, o che sarà nella linea di quelle doti

(4.) Una quarta cosa che è vitale per qualsiasi giusta visione della vita, per una scelta appropriata di una professione, è che si scelga solo ciò che è giusto e onorevole; che è di per sé giusto ed è coerente con il più alto standard di moralità; e che può essere perseguito in tutte le sue ramificazioni, e sempre, e sotto tutti gli aspetti, sui principi di onestà, verità, giustizia ed equità

(5.) Un quinto principio è che si dovrebbe scegliere quella via in cui ci sono meno tentazioni al male

(6.) Un sesto principio è che un giovane dovrebbe scegliere ciò che, mentre condurrà al suo interesse individuale e allo scopo della sua vita, promuoverà, allo stesso tempo, il bene generale della società e contribuirà al progresso della razza

(7) Si può aggiungere un settimo principio. È che si scelga quella chiamata che non interferisca con, ma che aiuti al meglio la preparazione per un altro mondo

(III.) Queste osservazioni e suggerimenti ci permetteranno, in terzo luogo, di rispondere alla domanda principale con cui abbiamo iniziato: IN CHE MODO SARÀ IMPIEGATO L'INTERVALLO TRA LA SCELTA DI UNA PROFESSIONE E L'INIZIO DEI SUOI DOVERI ATTIVI? 1. Il primo è che si dovrebbe prendere abbastanza tempo per prepararsi alla professione o alla vocazione che è stata scelta

(2.) In secondo luogo, gli studi dovrebbero ovviamente riferirsi alla futura vocazione

(3.) Rimane solo un pensiero. È che la preparazione per quella professione dovrebbe essere subordinata alla vita futura, alla preparazione per l'eternità. (A. Barnes.)

18 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:18

Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme.

Il ritorno di San Paolo a Gerusalemme: - Egli ritornò da una schiavitù spirituale come Esdrahad da una cattività corporale, e alla sua mente rinnovata tutte le cose apparvero nuove. Quale emozione colpì il suo cuore alla prima vista in lontananza del Tempio, di quella casa di sacrificio, di quell'edificio di profezia. I suoi sacrifici erano stati realizzati; le sue profezie si sono adempiute. Mentre si avvicinava alle porte, avrebbe potuto calpestare proprio il punto in cui aveva assistito alla morte di Stefano, ed entrò in esse perfettamente contento, se fosse stata la volontà di Dio, di essere trascinato verso lo stesso destino. Quando entrò in città, quali profondi pensieri gli suggerirono i ritrovi della sua giovinezza e la vista di quei luoghi in cui aveva cercato così avidamente quella conoscenza che ora aveva abbandonato con tanta avidità. Che fardello intollerabile si era liberato. Si sentiva come si può supporre che si senta uno spirito glorificato rivisitando le scene del suo soggiorno carnale. (Arcidiacono Evans.)

La dimora con Pietro: - I quindici giorni furono senza dubbio trascorsi in conversazioni sulla missione e la vita di Cristo; e sembra certo - sebbene San Paolo ripudia la presunzione di derivare una parte della sua autorità, o dell'esposizione che ha dato del Vangelo, da qualsiasi persona - che deve aver udito durante queste quindici giorni molti di quei fatti della vita privata di Cristo, che erano così ben noti al capo dei Dodici, e molti di quei discorsi che Pietro ricordava così chiaramente. (Paolo di Tarso).

Amicizia cristiana:

(I.) LA VISITA A PIETRO

(1.) Dopo tre anni di reclusione Paolo avrebbe desiderato ardentemente la comunione con un cuore come quello di Pietro

(2.) La visita ci mostra che

(1) non era principalmente alla ricerca della conoscenza, né

(2) per garantire uno status ecclesiastico

(3.) È stata una visita di pura amicizia.

(II.) Le lezioni che suggerisce. Che l'amicizia cristiana è

1.) Onnicomprensivo. Include differenze di rango, doni, cultura, temperamento. Nessun uomo poteva essere più diverso di Pietro e Paolo, eppure nessuno dei due denigrava o invidiava l'altro

(II.) EQUALIZZAZIONE. Paolo poteva ora incontrare ad armi pari gli uomini più illustri del suo tempo: Pietro, il primo apostolo, Giacomo 49 fratello del Signore. «Uno è il tuo Padrone, ecc.»

(III.) OSPITALE. Paolo, un tempo temuto persecutore, ora trovò accoglienza e casa dal capo dei perseguitati. Peter un uomo sposato

Rapporto fraterno e fratellanza:

(I.) LA NATURA DELLA FRATELLANZA CRISTIANA

(1.) Una comunione in Cristo

(2.) Una comunione d'amore

(3.) Una fratellanza in cui gli interessi individuali sono promossi dall'aiuto reciproco

(II.) I VANTAGGI DELLA FRATELLANZA CRISTIANA

(1.) La loro condivisione sarebbe proficua, perché ognuno contribuirebbe a una più chiara comprensione di Cristo e dell'opera dello Spirito Santo

(2.) La comunione sarebbe proficua, perché assicurerebbe a ciascuno che la vita cristiana è una vita di grande prova

(3.) La comunione sarebbe proficua, perché ciascuno degli apostoli vedrebbe che la vita cristiana è una vita di sicuro conforto

(III.) PER ASSICURARSI LA COMUNIONE CRISTIANA SPESSO È NECESSARIO UN SACRIFICIO PERSONALE. Per vedere Pietro e gli altri, Paolo intraprese un viaggio considerevole, e si espose da una parte al disprezzo e all'inimicizia dei suoi ex amici, e dall'altra alla freddezza e al sospetto dei discepoli di Gerusalemme. Lezioni:1. Che le opportunità di comunione cristiana sono di solito brevi; Dovrebbero quindi, quando vengono presentati, essere diligentemente migliorati. Paolo poté rimanere solo quindici giorni a Gerusalemme: le persecuzioni dei suoi nemici lo costrinsero a partire

(2.) Tali opportunità, sfruttate al massimo, portano a risultati gloriosi nel tempo e nell'eternità. Chi può dire quanto il mondo cristiano sia debitore dell'armoniosa comunione di Pietro, Giacomo e Paolo a Gerusalemme? (R. Nicholls.)

19 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:19

Eccetto Giacomo, il fratello del Signore. - Giacomo appare, a qualunque fonte ci si rivolga per informazioni, come l'unico sovrano autorevole, l'unico indubbio rappresentante della società cristiana. Ma qualunque fosse l'influenza che esercitava, o l'autorità che manteneva, non era dovuta al suo apostolato, ma a quei parenti che ci vengono presentati dagli epiteti apposti al suo nome: "Giacomo 49 fratello del nostro Signore", "Giacomo 49 Giusto". Se apriamo gli annali cristiani contemporanei, è alla sua decisione Atti 15:13 che il concilio di Gerusalemme si inchina; e a lui, precedendo anche Cefa e Giovanni che Paolo comunica la rivelazione che gli era stata affidata Galati 2,9. Se ci rivolgiamo alle tradizioni successive conservate nell'Egespipo, o nelle Riconoscimenti e nelle Omelie Clementine, egli ci appare davanti come l'unico misterioso baluardo del popolo eletto; investito di una santità sacerdotale davanti alla quale il pontificato di Aronne svanisce nell'insignificanza, come unico vescovo universale della Chiesa cristiana. Se guardiamo all'impressione prodotta nella mente del popolo ebraico, troviamo che solo lui di tutti gli apostoli ha ottenuto un posto nei loro registri nazionali, sia nella semplice narrazione di Giuseppe Flavio, sia nelle leggende selvagge del Talmud. Era enfaticamente "il Giusto"; le predizioni del "Giusto" erano considerate come adempiute nella sua persona; il popolo faceva a gara per toccare l'orlo della sua veste; alla maniera di Elia, si dice che nelle siccità della Palestina abbia invocato la pioggia; e con i lineamenti austeri, l'efod di lino, i piedi nudi, i lunghi riccioli e la barba non rasata del Nazireo, si credeva che avesse radunato intorno a sé il popolo ammirato per chiedere: "Qual è la porta della salvezza?" E in quella scena suggestiva, quando alla fine di una lunga vita è descritto mentre stava in piedi davanti al tempio e testimoniava l'imminente giudizio del Figlio dell'uomo, fu con un sentimento di amara delusione che gli Scribi e i Farisei sono rappresentati mentre si precipitavano su di lui con il grido: "Guai, guai, anche il giusto è ingannato"; e nella sua morte crudele, lo storico ebreo, non meno che il martirologo cristiano, vide riempirsi il calice della colpa che doveva affrettare la catastrofe finale della nazione apostata. La sua cattedra fu conservata come reliquia fino al IV secolo, e la colonna che segnava il punto in cui cadde rimase a lungo nella valle di Giosafat, sotto il precipizio da cui fu gettato. (Dean Stanley.)

20 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:20

Non mento.

Veridicità; la sua violazione: - La falsità è qualcosa di più di un'affermazione errata diretta e deliberata, ad esempio, attraverso la pratica di trovare scuse per errori in una condotta che non li ammette onestamente; con l'esagerazione, che per negligenza o vanità sopravvaluta il caso; per equivoco, in cui le parole possono essere vere, ma l'impressione trasmessa falsa; con la dissimulazione, che con il silenzio o con qualche atteggiamento presunto permette di avere una falsa impressione della nostra posizione all'estero; con la rottura delle promesse, sia per incapacità di mantenere una promessa fatta avventatamente, sia per negligenza nel mantenerne una a cui abbiamo il potere di dare effetto; e con la falsità nell'azione, come è esemplificato nelle scuole nel "copiare" o nel "suggerire". Per ispirare un amore anche moderato per questa virtù, è necessario porgere al bambino il valore più alto di essa; L'insegnante deve quindi essere in allerta per controllare tutte le sue violazioni

La sincerità suscita fiducia: - Il talento non è affatto raro al mondo; E nemmeno il genio. Ma ci si può fidare del talento, o anche del genio? No, a meno che non si basi sulla veridicità. È questa qualità più di ogni altra che suscita la stima e il rispetto, e assicura la fiducia degli altri. La sincerità è alla base di ogni eccellenza personale. (S. Smiles, LL.D.)

Chi dice la verità, la sua ricompensa e il suo lavoro: Onore all'uomo sincero! Salute alle persone con cui prevale la veridicità! Gioia per l'umanità, quando questa figlia della luce ottiene la vittoria sulla menzogna e la rigetta in quel regno di tenebre da cui è nata. (Deuteronomio Wette.)

Una solenne dichiarazione della verità:

(I.) PAOLO ASSEVERA LA VERACITÀ DELLE DICHIARAZIONI PRECISE

(II.) LA SUA DICHIARAZIONE DI VERITÀ ERA COMPLETA

(III.) LA SUA VERIDICITÀ SI RACCOMANDÒ AL GIUDIZIO DEGLI UOMINI E ALL'APPROVAZIONE DI DIO

(1.) Gli uomini sono stati invitati a testimoniarlo. "Guarda." 2. Dio era il testimone della verità. Era stato detto e aveva agito sotto i Suoi occhi. "Tutte le cose sono nude e aperte agli occhi di Colui con il quale abbiamo a che fare". Lezioni:1. I migliori uomini sono talvolta sospettati di aver commesso del male e sono soggetti a false dichiarazioni

(2.) Ogni uomo cristiano dovrebbe parlare e agire come se fosse alla presenza di Dio

(3.) Dichiarazioni molto solenni, come giuramenti, dovrebbero essere usate solo sotto costrizione. (R. Nicholls.)

È necessaria una perfetta veridicità: gli specchi concavi ingrandiscono i lineamenti più vicini a loro in proporzioni indebite e mostruose; e negli specchi comuni che sono mal fusi e di superficie irregolare, il viso più bello è distorto in deformità. Così ci sono molte menti di questa descrizione: distorcono o ingigantiscono, sminuiscono o scolorano quasi ogni verità evangelica che riflettono. (Dott. Guthrie.) Galeazio, un gentiluomo di grande ricchezza, che subì il martirio a Sant'Angelo in Italia, essendo molto supplicato dai suoi amici di ritrattare, rispose: "La morte è molto più dolce per me con la testimonianza della verità che la vita con il suo minimo rinnegamento".

Il ministro del seminario di Clermont, in Francia, essendo stato assalito ad Autun dalla popolazione, il sindaco, che desiderava salvarlo, gli consigliò di non prestare giuramento, ma di permettergli di dire al popolo che l'aveva fatto. "Io stesso vorrei far conoscere al popolo la tua falsità", rispose l'ecclesiastico: "non mi è permesso di riscattare la mia vita con una menzogna. L'Iddio che mi proibisce di fare questo giuramento non mi permetterà di far credere di averlo fatto". Il sindaco rimase in silenzio e il ministro fu martirizzato. (Foster.)

21 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:21

Sono venuto nelle regioni della Siria e della Cilicia.

Servizio cristiano:

(I.) La sua SFERA

(1.) Tra estranei: "Siria". 2. Amici: "Cilicia".

(II.) La sua NATURA

(1.) Non

(1) la propagazione dei dogmi filosofici;

(2) la pratica della mera filantropia;

(3) la raccolta di un seguito personale

(2.) Ma la predicazione della fede una volta distrutta.

(1) I non convertiti distruggono la fede con l'opposizione o la negligenza: "Colui che non è per me, ecc."

(2) È dovere dei convertiti riparare le ferite che hanno inflitto alla fede

(III.) La sua FAMA. Gli estranei ne sentono parlare.

(I.) Non strombazzato da se stessi o da amici interessati

(2.) Non assicurato da arti indegne

(3.) Ma con parole che, come la luce, non possono essere nascoste. Questa è la vera popolarità, ed è stata vinta da Carey, Judson, Hunt, Moffat, Ellis, ecc.

(IV.) Il suo RISULTATO: la gloria di Dio

(1.) Questo era ciò che Paolo desiderava

(2.) Il suo apostolato non era dall'uomo, ma da Dio. Dio, quindi, meritava la lode. Tutti i doni ministeriali e ecclesiastici da Lui, quindi a Lui la gloria

Fatiche apostoliche:

(I.) L'OPERA A CUI PAOLO ERA DEVOTO ERA LA PREDICAZIONE DELLA FEDE. La predicazione della fede significava

1.) La dichiarazione di tutto il vangelo. Era stato soggiogato dal Vangelo e da ciò che aveva provato della parola di vita che aveva annunciato agli altri

(II.) LE FATICHE DI PAOLO FURONO ESERCITATE IN LUOGHI DIVERSI. A Damasco e a Gerusalemme, e ora in varie parti della Cilicia e in Siria, Paolo predicò il vangelo. Il suo messaggio era lo stesso nella sostanza in ogni luogo, perché 1. Tutti gli uomini avevano bisogno di salvezza; e, 2. Una salvezza è stata provveduta per tutti

(III.) LE FATICHE DI PAOLO EBBERO UN'AMPIA INFLUENZA. Anche coloro che non avevano visto il suo volto avevano sentito parlare di lui e della grazia di Dio che era stata manifestata per mezzo di lui. Molti di loro in Giudea, che un tempo temevano il suo nome, ora erano acclamati e benedetti, e la loro fede era rafforzata da ciò che avevano udito di lui

LE FATICHE DI PAOLO ESALTARONO LA GLORIA DI DIO. "È della grazia di Dio quando, da persecutore e fuorviatore, un uomo diventa un vero maestro e confessore. Oh meraviglia! Non è come se un morto fosse risuscitato alla vita? E serve alla lode della confessione divina che il Signore non distrugge i suoi nemici, ma li conquista e li converte al suo servizio". Lezioni:1. La religione di Gesù Cristo ispira l'uomo al servizio attivo. Il Suo amore costringe ogni credente a fare qualcosa per la Sua causa

(2.) Una vita santa e zelante è una conferma della verità. Perciò Paolo introdusse il testo come argomento per dimostrare che la missione che gli era stata affidata era di Dio. (Richard Nicholls.)

22 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:22

che erano in Cristo.

Relazione delle Chiese con Cristo:

(I.) Essi sono FONDATI su Cristo Matteo 16:18; 1Corinzi 1:2

(II.) Sono COSTRUITI da Cristo Efesini 4:16

(III.) Essi sono il CORPO di Cristo Efesini 1:23, 4:12

(IV.) Essi sono REDENTI per mezzo di Cristo Atti 20:28; Efesini 5:25

(V.) Sono CONSACRATI a Cristo Efesini 5:26

(VI.) Essi saranno GLORIFICATI in Cristo Efesini 5:27. Ci viene in mente il bellissimo simbolo del profeta, che vide nell'era messianica stormi di colombe, per quanto vario possa essere nel loro piumaggio, che sfrecciavano con ali agili verso le finestre della vera arca, al sicuro in Cristo "dalla tempesta e dalla tempesta" Isaia 9:8 ; o la figura ancora più appropriata impiegata dal Redentore stesso quando non solo parla dei singoli membri del Suo gregge, chiamando per nome le Sue pecore separate e conducendole fuori una ad una; ma si riferisce anche ad essi in forma aggregata. Essi costituiscono, anche se con diversi ovili e molti sotto-pastori, un solo grande gregge, che riposa in verdi pascoli e presso "le acque del conforto" sotto di Lui, il Pastore supremo e Vescovo delle anime. (J. R. Macduff, D.D.)

23 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:23

Ma avevano sentito.

La vera fama: la vera gloria mette radici e si diffonde! Tutte le false finzioni, come i fiori che appassiscono, cadono a terra: né alcuna contraffazione può durare a lungo. (Cicerone.)

L'influenza immediata delle fatiche di un missionario sarà, con ogni probabilità, minore di quanto egli preveda: egli forse scenderà nella tomba come uno deluso dalla sua speranza. Ma, come Abramo, egli deve contro ogni speranza credere nella speranza. Egli ha piantato un seme che si spingerà da ogni parte. Ha suscitato una scintilla che solleverà una fiamma in un regno. La fiamma, una volta eccitata, si diffonderà di petto in petto, di famiglia in famiglia, di villaggio in villaggio; nel tempo dai regni agli imperi, e infine dagli imperi ai continenti. Ma la fiamma deve prima essere accesa dal fuoco che arde sull'altare di Dio. Come gioirà il fedele missionario quando di lì a poco incontrerà non uno o due individui smarriti che ha rivolto a Dio, ma forse una nazione di convertiti ai quali egli era stato il mezzo originale per portare la salvezza. (Il professor Farish.)

Persecutore e predicatore: - Paolo aveva lo spirito del suo antenato, che cercava di uccidere i Gabaoniti nel suo zelo per i figli d'Israele; e quando si convertì, conservò non solo il ricordo della morte di Stefano, ma anche dei molteplici omicidi che aveva ordinato o incoraggiato, quando, durante la selvaggia anarchia del regno di Caligola, ottenne dai sommi sacerdoti l'autorità di legare e uccidere. La sua risolutezza e la sua forza d'animo erano i tratti della sua giovinezza, della sua virilità e della sua età. Così, quando la vera opera di Paolo fu compresa, l'antico timore di lui svanì, e coloro che lo conoscevano solo per mezzo di quell'opera glorificarono Dio in lui. Così, all'inizio della sua carriera, la benedizione di Giacobbe si adempì nel più grande dei discendenti del suo figlio più giovane: "Beniamino divorerà la mattina come un lupo famelico, e la sera darà nutrimento". (Paolo di Tarso).

C'era un uomo, mentre i signori Moody e Sankey erano a Londra, che fece uscire un piccolo giornale intitolato "The Moody and Sankey Humbug". Lo aveva per venderlo alle persone che venivano alla riunione. Dopo aver venduto molte migliaia di copie di quel numero, voleva farne uscire un altro; così andò alla riunione per prendere qualcosa da mettere sul giornale; ma il potere del Signore era presente, e la freccia della convinzione cadde nel profondo del suo cuore. Uscì non per scrivere un foglio, ma per distruggere il foglio che aveva scritto e per raccontare ciò che lo Spirito Santo aveva fatto per lui. (Capodanno.)

Una sera un giovane che era stato istruito come avvocato era seduto con alcuni compagni gay in una taverna di Londra, quando i suoi compagni, sapendo che era un abile imitatore, gli chiesero di andare a sentire il signor Wesley predicare, e poi di venire a imitare l'intera faccenda per il loro divertimento. Lui andò. Il testo, "Preparati a incontrare il tuo Dio", lo spaventò come un guscio che scoppia, e la convinzione si fece più profonda durante il sermone. Al suo ritorno dai suoi amici, gli chiesero: "Ebbene, l'avete tolto?" Egli rispose: "No, signori; ma mi ha portato via". Lasciò i suoi compagni, diede il suo cuore a Dio e divenne uno dei predicatori più utili del signor Wesley

Difficile perdonare se stessi: - Ci sono alcuni peccati che, anche se perdonati da altri, non possono essere facilmente perdonati dalla mente penitente. Il dottor Bates ci dice che l'eccellente Richard Baxter amava tale autocondanna a causa della sua peccaminosità, che aveva l'abitudine di dire: "Posso credere più facilmente che Dio mi perdonerà, piuttosto che che posso perdonare me stesso". Il peccato promette molto all'inizio, ma delude terribilmente in questo numero. "Quale frutto avevate in quelle cose di cui ora vi vergognate?" D'altra parte, diventa un argomento irrefutabile a favore di una precoce devozione alla vita religiosa, che mentre essa elargisce benedizioni infinite nell'aldilà, salva da una miseria incalcolabile qui; ed è allo stesso tempo favorevole a una grata retrospettiva del passato e a una felice anticipazione del futuro. (L'evangelista.) Osservare

(I.) Il carattere di un uomo lo precede.

(II.) Influenza notevolmente l'accoglienza che incontra.

(III.) Dovrebbe essere diligentemente curato. (J. Lyth.) Paolo

(I.) Il persecutore, pieno di orgoglio, falso zelo, amarezza, distruzione della fede.

(II.) Il predicatore - pieno di umiltà - devozione - amore - gloria in Gesù crocifisso. (Ibidem)

La conversione di San Paolo: - Come Gentili per nascita, abbiamo un interesse particolare per tutto ciò che si riferisce a San Paolo, non solo per la sua conversione, come in questo giorno commemorato dalla Chiesa, ma in generale, come peccatori, possiamo spesso ricorrere a questa conversione, e trarne istruzione e incoraggiamento. Se ci fu una tale pazienza da parte del Redentore, che Egli partorì con un uomo che aveva sete del sangue dei santi e, invece di visitarlo con vendetta, lo costrinse con la Sua grazia ad accettare la salvezza attraverso la Sua morte; Chi può mai avere il diritto di pensare che il proprio caso sia senza speranza, e di supporre di essere al di fuori della portata del perdono? Ora, sappiamo di San Paolo che peccò per ignoranza, e che mentre perseguitava la Chiesa di Dio, e cercava di sterminare il Cristianesimo, evidentemente pensava di rendere un servizio a Dio. Era stato educato nelle forme più rigide della religione ebraica; e sentì uno zelo per la legge di Mosè, la cui autorità pensava attaccata dai seguaci di Gesù; e considerava un dovere solenne sforzarsi con ogni mezzo di sradicare la crescente superstizione. Quindi, diventa una seria questione fino a che punto questa ignoranza fosse una scusa per il suo crimine, fino a che punto, cioè, possa essere preso come un palliativo del fare il male che un uomo suppone di fare il bene. Non possiamo certo ammettere che San Paolo non sia da biasimare, perché ha sempre obbedito ai dettami della sua coscienza. È chiaro che l'apostolo non si considerava, per questo motivo, innocente, perché parla di se stesso nei giorni della sua incredulità, in termini che segnano fortemente il senso di colpevolezza della sua condotta. San Paolo era responsabile di aver nutrito un attaccamento così cieco e bigotto alla legge che gli impediva di ammettere le pretese del vangelo. Era responsabile di quello zelo fuorviato e incalcolabile che gli permetteva di non vedere che la legge era solo adempiuta, invece di essere distrutta, dal vangelo. Egli era responsabile del rifiuto di tutte le prove del miracolo e della profezia, che sappiamo essere state sufficienti, e dalle quali, quindi, avrebbe dovuto essere convinto. Riteniamo di grande importanza che gli uomini comprendano correttamente che essi sono pienamente responsabili dei loro principi come delle loro pratiche, sia della regola di condotta adottata che della loro adesione ad essa una volta adottata. Spesso infatti sentiamo parlare di uomini che agiscono secondo la loro fede, e l'affermazione viene fatta come se trasmettesse l'opinione che un uomo è responsabile della sua condotta, ma non del suo credo. E ciò che viene fatto nell'ignoranza è rappresentato come necessariamente fatto in modo scusabile; E così si trascura il semplice principio, che ci può essere un peccato dell'intelletto così come un peccato della carne, e che può essere altrettanto facile offendere chiudendo la mente contro la verità, come stendendo la mano per fare il male. Tutto ciò che si può dire è proprio questo: se un uomo pecca nell'ignoranza, obbedendo ai dettami di una coscienza male informata, e se muore nella sua ignoranza, e quindi senza pentimento, non abbiamo il diritto di pensare che sarà perdonato al giudizio, a meno che la sua ignoranza non fosse inevitabile, così che non avrebbe potuto essere rimossa con alcuna cura da parte sua. San Paolo ottenne misericordia, ma la forma che la misericordia assunse non fu immediatamente quella del perdono completo, ma quella di una maggiore istruzione, affinché il persecutore potesse ritrattare il suo errore e volgere il suo zelo sul canale giusto. Consideriamo ora la conversione di San Paolo come una prova della verità del cristianesimo. Voi tutti ammetterete che il cambiamento che era stato fatto in Saul era del tipo più straordinario, e non doveva essere spiegato da nessuna di quelle transizioni improvvise che a volte si vedono in caratteri instabili e vacillanti. Era un uomo i cui pregiudizi, sentimenti e interessi erano schierati contro il cristianesimo. Poteva diventare cristiano solo sacrificando la posizione, la proprietà e forse anche la vita. Deve aver pensato che il cristianesimo fosse attestato da prove soprannaturali, sia che tali prove fossero reali, sia che fossero il prodotto dei suoi stessi sentimenti eccitati. E, di conseguenza, il racconto scritturale indica una manifestazione miracolosa come causa della conversione di Saulo. L'unico uomo che sarebbe propenso a immaginare un miracolo dalla parte del cristianesimo sarebbe un uomo predisposto a quella parte, ansioso di abbracciare la religione se solo riuscisse a dimostrarla vera. Un uomo del genere avrebbe potuto prendere per miracoloso ciò che era naturale, ed essere persuaso da certi suoni che stava tenendo un dialogo, sebbene fosse lui stesso l'unico a parlare. Ma che un uomo nelle circostanze di Saulo abbia fatto questo, anzi, ci sembra che sarebbe stato un miracolo più grande di quello che si dice abbia sopraffatto l'apostolo. D'altronde, come si può essere ingannato del tutto San Paolo? Forse gli piaceva solo la grande luce; forse gli piaceva solo la voce; ma poteva immaginare la propria cecità? Doveva essere sicuro di non poter vedere. Questo non era un punto su cui poteva ingannare se stesso. E da dove viene la cecità? Se si dice dalla grande luce, allora si sta quasi dicendo che la luce era soprannaturale; e, quindi, c'è stato un miracolo. Oppure, se pensate che l'apostolo possa essere stato colto di cieco da un comune lampo, che cosa si dirà del recupero della vista? Anche questo è naturale? Potresti pensare che lo fosse. Osservate quali sforzi si fanno per dimostrare che la guarigione è miracolosa. San Paolo vede, in una visione, un uomo di nome Anania entrare e mettergli le mani addosso affinché potesse riacquistare la vista. Una visione corrispondente è concessa a questo Anania. Egli è mandato a visitare Paolo e a imporre le mani su di lui affinché la sua cecità possa essere rimossa. E come mai le due visioni sono andate d'accordo con tanta precisione? Anania, lasciato a se stesso, non avrebbe mai pensato di visitare Paolo. Il discepolo non si sarebbe messo nelle mani del persecutore; ed era così indisposto ad andare, che, anche quando era guidato da Dio, si lamentava del pericolo. Siamo certi, quindi, che Anania pensava davvero di avere una visione; e possiamo essere altrettanto sicuri che San Paolo pensava davvero di avere una visione. Ma allora gli uomini possono facilmente immaginare visioni, e si deve fare poca dipendenza dai sogni. Ammesso. Ma come spiegherete la precisa coincidenza tra le visioni? per l'accurata precisione con cui si incastravano l'uno nell'altro? Lo chiamerete incidente? L'utente può spiegare qualsiasi cosa con tale ragionamento; ma gli uomini sinceri non saranno d'accordo con te in teorie come queste. La visione di Paolo da sola potrebbe non aver dimostrato nulla. La visione di Anania da sola potrebbe non aver dimostrato nulla. Ma quando le due cose coincidono precisamente, la corrispondenza richiede autorità per entrambe. È troppo sorprendente per essere riferito al caso, e se non al caso, deve essere riferito all'ordine divino; cosicché sosteniamo senza esitazione che le circostanze dell'intera transazione furono tali, che Saul, che certamente non avrebbe potuto avere alcun interesse a ingannare se stesso, non avrebbe potuto essere ingannato lui stesso. E, stabilito questo, possiamo indicare la conversione di questo apostolo come prova inconfutabile della verità del cristianesimo. Lo splendore che colpì Saulo di Tarso illumina il firmamento morale di ogni generazione successiva. La voce con cui è stato arrestato manda i suoi echi nelle terre più remote e nei tempi più remoti. sì, anche coloro "ai quali sono giunte le estremità del mondo" hanno derivato la loro religione dalla predicazione di Paolo, e possono provarne la divinità mediante la sua conversione. Questi, fratelli miei, sono i principali punti di vista sotto i quali è più interessante e istruttivo esaminare quel grande evento che la Chiesa commemora in questo giorno. Può darsi inoltre che l'intera storia che abbiamo passato in rassegna sia tipica, perché è stato supposto da molti uomini dotti che San Paolo fosse in tutto un tipo della nazione ebraica, un tipo nella sua opposizione, un tipo nella sua conversione, un tipo nella sua predicazione del cristianesimo. Si possono facilmente rintracciare i tipi se si ricorda che gli Ebrei, dopo secoli di feroce e implacabile ostilità contro il Cristianesimo, erano stati banditi dalla terra dei loro padri, e che dopo la loro conversione alla fede di Gesù, divennero predicatori per i pagani e portarono il Cristianesimo alle famiglie più remote della terra. Desideriamo piuttosto mettervi in guardia contro un'opinione, che è stata spesso sostenuta e sostenuta da esempi come quello di San Paolo. L'opinione è che se la conversione è autentica, il suo periodo deve essere fortemente segnato, in modo che un uomo possa fissare il momento preciso in cui è avvenuta e l'esatto processo con cui è stata effettuata. Ora siamo sicuri che una norma come questa deciderebbe contro l'autenticità della religione di un grande corpo di cristiani professanti. Le operazioni dello Spirito di Dio sono varie. Pretendere di ridurli sotto un'unica descrizione significherebbe tradire l'ignoranza della loro natura e del loro effetto. Se il processo di rinnovamento è in alcuni casi rapido e veemente, in altri è graduale e silenzioso, e non può essere scoperto se non dai suoi risultati. Un uomo può essere convertito da un lampo improvviso dal cielo, e un altro attraverso successive applicazioni dei comuni mezzi della grazia. Non conosciamo alcuna prova della conversione, tranne i frutti da cui sarà seguita. (H. Melvill, B.D.)

Come accogliere i nuovi convertiti: - Quante volte, inoltre, quando qualcuno che è stato collegato in modo prominente con una denominazione che non è generalmente considerata evangelica esce e si dichiara per ciò che è considerato ortodosso, viene accolto con gelido sospetto e tenuto a distanza dal picchetto di guardia che cerca sempre spie; o se alcuni, come Barnaba, si mettessero al suo fianco, sarebbero sospettati insieme a lui e attirerebbero su di sé abbondanti esclamazioni. "Aspettate", dicono questi cauti, "finché non sia stato debitamente messo in quarantena; dimostri la sua fermezza, e allora noi lo riceveremo", non vedendo che la loro fredda riserva è proprio la cosa più calcolata per rimandarlo indietro. Quindi, ancora una volta, quando si tratta di giovani convertiti, quanto sono lenti alcuni a credere nella completezza e nella genuinità dell'opera di Dio. Non è stato così per Barnaba, e non dovrebbe essere così per noi. Conoscevamo una brava signora cristiana che andava dal suo pastore per chiedere gli indirizzi di coloro che venivano ricevuti di tanto in tanto nella Chiesa, per poterli visitare personalmente e congratularsi con loro per la posizione che avevano preso. C'era una diaconessa senza nome!... una vera figlia della consolazione! e dopo le sue visite, gli amici con cui aveva parlato cominciarono a scoprire che c'era di più nella comunione ecclesiale che il semplice sedersi insieme al tavolo della comunione. Se ci fossero più persone come lei in tutte le nostre Chiese, queste società spirituali diventerebbero più simili a "famiglie della fede", e l'arrivo di ogni nuovo membro creerebbe una gioia simile a quella che saluta l'avvento di un bambino appena nato in ogni famiglia rettamente costituita. Dove siete, o Barnabasi? Guardatevi intorno, e vedete se non c'è abbastanza campo stanotte per iniziare le operazioni. (W. M. Taylor, D.D.)

24 GALATI CAPITOLO 1

Galati 1:24

Ed essi glorificarono Dio in me.

La gloria di Dio nell'anima:

(I.) NELL'ATTO DELLA CONVERSIONE Dio è glorificato. È strano quante applicazioni errate di questa parola "conversione" prevalgano nel mondo e nelle Chiese. È usato per esprimere il passaggio da una civiltà all'altra; il cinese si converte quando diventa americano. Viene impiegato per raccontare la storia di un cambiamento di pensiero filosofico, quando si comincia a credere nell'esistenza degli spiriti, dopo aver supposto per tutti i suoi giorni che Dio non avesse nulla in questo universo simile a Lui, ma tutto era materia morta e inerte. Viene introdotto, di nuovo, come la spiegazione del cambiamento delle relazioni ecclesiastiche di una persona. Uno passa dalla tua chiesa alla chiesa opposta alla tua, e si "converte", secondo l'uso di molti. Ha cambiato la mera forma della sua professione, mentre si attiene alle stesse grandi verità essenziali. Eppure non qui si intendono né uno né tutti questi con le parole delle Sacre Scritture. Racconta la storia di un impulso divino sui nostri affetti, per distoglierli dalle cose che hanno amato prima; sulla nostra volontà, di cambiare completamente gli scopi e i desideri che hanno prevalso prima; sulla nostra vita, per rendere perfetto il contrasto di ciò che era stato fino ad allora. È l'impulso di Dio sull'uomo, che lo allontana dalle cose che lo tentano ulteriormente da Dio verso le cose che lo attirano in associazioni e relazioni più strette. E ogni parte dell'atto di conversione è Divina. Questo atto di conversione include diversi fatti

(1.) Il senso di estraneità da Dio è la sua prima caratteristica. Ora ammetterai che questa non è un'esperienza comune tra gli uomini. Dio produce questo senso di estraneità. Tutte le conversioni iniziano qui, e nessun potere, se non quello divino, può far sì che un uomo realizzi quella grande verità

(2.) Immediatamente il desiderio di riconciliazione sgorga nel cuore di colui che Dio sta convertendo. Questo è stato fatto da Dio. Nessun essere umano può pompare un tale desiderio dal suo cuore estraneo. È come la sorgente nel terreno che Dio nutre dalle nuvole: si prosciugherebbe se non desse la pioggia presto e l'ultima e la rugiada del mattino e della sera

(3.) Ora arriva la determinazione a tornare. Può aver occupato solo pochi minuti, ma che viaggio dell'anima!

(II.) Ma voglio parlare, in secondo luogo, dell'INFLUENZA DELLA CONVERSIONE. Questa è la gloria di Dio. Sia la nostra influenza conscia che quella inconscia come uomini e donne convertiti grida continuamente: "Sia glorificato Dio". 1. In questo influsso di un'anima convertita, il primo fatto è il ritiro dalle associazioni disonorevoli. "La conversione a Dio", dice uno degli antichi teologi del diciassettesimo secolo, "inizia con l'avversione al peccato". 2. Un secondo fatto in questo transito è l'attaccamento di se stessi al popolo di Dio. "Sia glorificato Dio", è il desiderio e l'espressione dell'anima. C'è un ministero al quale questa influenza lo spinge. Il convertito cerca suo fratello per salvarlo

(III.) Ora, infine, voglio sottolineare alcuni ASPETTI DELLA GLORIA DI DIO che le vite convertite testimoniano. Dio fa tutto, e ci vuole tutto ciò che c'è in Dio per farlo. Non è un lavoro leggero. Dovunque vedi un uomo convertito, fratello, c'è stato un Dio Onnipresente, c'è stato un Dio Onnisciente, c'è stato l'esercizio dell'onnipotenza di Dio. Ogni perfezione naturale di Dio è impegnata nella conversione di un'anima. Ora, è molto difficile concepire Dio nei nostri tempi di pensiero, e ancor meno nei nostri momenti di devozione. L'occhio è fatto per cogliere le cose belle di questo mondo; La ragione è adattata per comprendere i principi. Ma l'occhio non può guardare il sole del meridiano completo, e la ragione è accecata quando scruta le profondità della gloria di Dio. Eppure, quando Egli si manifesta nelle opere delle Sue mani; quando porta l'anima dalle tenebre alla luce; quando trasforma un infedele traviato in un Suo figlio vero, accettato e fedele; noi testimoniamo: "Dio è stato qui". All'arabo fu chiesto come facesse a sapere che c'era un Dio; Ed egli rispose: «Quando la mattina guardo fuori dalla mia porta, come faccio a sapere che è stato un uomo e non un cammello a passare davanti alla mia tenda?». Lo conosciamo dai segni della Sua presenza. Un'anima convertita glorifica tutte le perfezioni naturali di Dio. Gli attributi morali sono ugualmente coinvolti nella conversione di un'anima. Giustizia, misericordia, amore, fedeltà, santità; tutti questi sono raggi della Sua gloria. Prendi quel prisma, domani, e lascia che il sole splenda attraverso di esso, e vedrai meraviglie. La luce bianca e pura è suddivisa in molti colori. Anche così, questo vangelo della grazia di Dio analizza la gloria di Dio, e mostra come la giustizia e la misericordia si siano incontrate; come la giustizia e la pace si sono baciate. Atti Betlemme Vedo Dio condiscendente; in Galilea vedo Dio obbedire; nel Getsemani vedo Dio che lotta e agonizza; sul Golgota vedo Dio chinare il capo in sostituzione del peccato dell'uomo. Quali gloriosi raggi di bellezza! Ma quando, con Pietro, Giacomo e Giovanni, ci troviamo sul monte Ermon per vedere un Cristo trasfigurato, il cui volto risplendeva come il sole, contempliamo la gloria di Dio in una meravigliosa combinazione. Ogni raggio può essere contemplato in se stesso, ma tutti si fondono nella gloria di Dio Salvatore. Tutto ciò che ogni evento della vita testimonia è lì, e molto, molto di più di quanto la mente dell'uomo possa mai concepire. Ma poi, più di questo, le relazioni di patto di Dio sono glorificate. L'uomo convertito trova un Padre, incontra un Salvatore, è accolto da un Amico. Ora, a volte è l'esperienza dei bambini in questo mondo, che non vanno mai via da casa, che trovano i loro genitori in un senso nuovo e migliore di quanto non li avessero mai incontrati prima. Se hanno dubitato di loro, se sono stati loro disubbidienti, se hanno sospettato di loro, e se, alla fine, la nube oscura tra figlio e genitore passa, il piccolo viene con nuova fiducia a seppellire la testa nel seno di suo padre, o sul collo di sua madre, per dire: "Non ti ho mai conosciuto fino ad ora; Non ti ho mai capito fino ad ora. L'amore è stato nel profondo del mio cuore, ma ora ho trovato mio padre, conosco colui con cui ho vissuto così a lungo". Anche qui è così, cari amici. L'uomo convertito trova la paternità di Dio, che è stato suo padre in Gesù Cristo, fin dalla sua nascita; realizza la Salvezza di Dio, che lo ha comprato a caro prezzo prima che i suoi primi ritorni fossero mai vissuti; e riposa nell'amicizia di Dio, che è il suo costante e fedele sostenitore e la sua forza. Questo è il mio argomento: la gloria di Dio nella conversione di un'anima. Ora, caro fratello, riduciamolo a un solo punto. C'è qualcuno che ha glorificato Dio per voi? (S. H. Tyng, D.D.) La gloria di Dio incapace di aggiunta: - Il Dio la cui gloria è nei cieli, rivelata nella storia della terra e dichiarata dall'esperienza di ogni anima sincera e fiduciosa, ha perfezioni impossibili da aggiungere in quanto sfuggono a ogni analisi. Egli è lo stendardo della santità, la fonte della vita, il salvatore dal male. La Sua gloria appartiene a Lui; Non lo darà ad un altro; eppure ogni anima, ogni vita, ogni casa, ogni Chiesa, che abita nello splendore della bellezza di Dio, dichiara, estende, esalta la sua gloria. Davanti agli occhi e all'orecchio delle creature razionali, la teologia non può fare di Dio né più né meno di quello che è. Il panegirico non aggiunge una virtù alla persona di cui viene raccontato; l'immagine che è vera non può rendere il ritratto più bello del viso; la finestra, traslucida, non crea, ma lascia entrare la luce; così anche la nostra relazione con Dio nella Sua gloria. Spetta a noi dichiarare, non ci appartiene né diminuire né accrescere la maestà di Dio. Tutta la nostra consacrazione non può aggiungere un solo raggio, tutto il nostro disprezzo non può sminuire nulla da Lui. (Ibidem)

Essi glorificarono Dio in me:

(I.) LA MANIFESTAZIONE DI DIO NELL'UOMO. Dio si manifesta

1.) Nella natura

(2.) Ma questo è superato dalla Sua manifestazione nell'uomo.

(1) fisicamente;

(2) mentalmente;

(3) moralmente; e poiché quest'ultimo si basa sulla manifestazione di Dio in Cristo - (a) nel Nuovo Testamento; (b) nel credente; c) in doni ministeriali e frutta

(II.) LA GLORIFICAZIONE DI DIO PER QUESTA MANIFESTAZIONE. Nel modo di

1.) Gratitudine

(2.) Imitazione

(3.) Confida che Dio manterrà la successione. (J. Stoughton, D.D.) Non dice che si sono meravigliati di me, mi hanno lodato, sono stati colpiti da ammirazione per me, ma hanno glorificato Dio in me. (Crisostomo.) Lodarono Dio e presero coraggio per credere ancora di più nella misericordia di Dio per il fatto che Egli ebbe misericordia di un grande peccatore come lui. "In me." Si meravigliavano che la grazia fosse così ricca da impadronirsi di un miserabile come me, e per amor mio credevano ancora di più in Cristo. (Bunyan.)

Sono sicuro che non c'è mai stato un uomo che abbia avuto pensieri più offensivi del Figlio dell'Uomo, Gesù Cristo, di quelli che aveva Paolo, perché non poteva sopportare di sentire parlare del Suo nome, né di sentire parlare di nessuno che professasse il Suo nome, ma li perseguitava tutti nel modo più crudele. Eppure nostro Signore, non fece altro che dirgli una parola o due, e con queste stesse poche parole lo gettò giù dal suo alto cavallo, dopo di che cavalcò così trionfalmente, e lo sdraiò sul dorso e sotto i suoi piedi, per fargli dire: "Signore, che cosa vuoi che io faccia?" Questo è un calco della potenza del braccio destro di nostro Signore. (S. Rutherford.)

La grazia divina vista nella vita: - Posso vedere la rugiada del cielo che cade in una sera d'estate? Non posso. Scende dolcemente e dolcemente, silenziosamente e impercettibilmente. Ma quando esco al mattino, dopo una notte senza nuvole, e vedo ogni foglia scintillare di umidità, e sento ogni filo d'erba umido e bagnato, dico subito: "C'è stata una rugiada". Proprio così è con la presenza dello Spirito nell'anima. (Vescovo Ryle.)

Che la conversione di un'anima immortale è causa di grande gioia e ringraziamento al Dio della grazia:

(I.) Questo apparirà se consideriamo la natura dell'anima umana e la miseria da cui viene salvata.

(II.) Se contempliamo la felicità a cui viene esaltata un'anima salvata.

(III.) Apparirà ulteriormente se consideriamo il prezzo pagato per la salvezza dell'anima.

(IV.) Ciò è dimostrato dalla natura perfetta della salvezza. (Il pulpito.) Hanno glorificato Dio in

(I.) La sottomissione del persecutore.

(II.) La conversione del peccatore.

(III.) Lo zelo e il successo del predicatore.

(IV.) La dignità del suo ufficio. (J. Lyth.)

Dio glorificato in Paolo:

(I.) Nella sua conversione - un persecutore e un fariseo - eppure chiamato da una grazia speciale (versetti 13-15) .

(II.) Nella sua chiamata al ministero - Divinamente qualificato (ver. 16) - e istruito (versetti 11, 12, 17) .

(III.) Nelle sue fatiche - incessante - ampiamente distribuito - non sostenuto dall'influenza umana - eppure abbondante alla gloria di Dio. (Ibidem)

Dio glorificato nei cristiani: - Dovrebbe essere sempre il fine dell'uomo cristiano, non solo promuovere la gloria di Dio con le sue opere, ma illustrare la gloria di Dio nel suo carattere; in questo, come in nient'altro, si vedono in modo più sorprendente la bontà e la potenza di Dio. Un architetto costruisce un edificio. È ammirato per la sua bellezza nei dettagli e per la sua imponenza nel suo insieme; Ma la lode non appartiene all'edificio, ma al costruttore. Un precettore prende un giovane sotto la sua cura e lo manda a raggiungere l'eminenza e la distinzione nelle prime lotte e nelle più alte posizioni della vita, ma il precettore è glorificato nell'allievo. Così la creazione è il risultato della mano dell'Onnipotente, ed Egli è glorificato in essa. Le impressioni della Sua gloria sono lasciate sui più grandi e sui più piccoli; sulle stelle nel loro percorso scoperte al telescopio; e sui più minuti esemplari di vita organizzata che il microscopio apre al nostro occhio sbigottito. E il mio Dio sarà forse meno glorificato nella nuova creazione di quanto non lo sia nella vecchia? Non sarà egli glorificato dal cristiano più umile, come fu glorificato dal grande apostolo? Tutte le stelle risplendono per la Sua volontà, e una stella differisce da un'altra stella in gloria, perché questa è la Sua volontà; ma ciascuno gli rende la sua misura di lode. Dio, che è glorificato in modo preminente in Saulo di Tarso, deve essere glorificato in ciascuno di noi, come cristiani, secondo la nostra posizione e opportunità. Se abbiamo la speranza di un cristiano, è per la gloria del Suo nome; se abbiamo la vita di un cristiano, è per la gloria della Sua croce; se abbiamo adempiuto a un dovere, è per la gloria della Sua grazia; se abbiamo sopportato una prova, è per la gloria del Suo sostegno; se abbiamo vinto un'abitudine peccaminosa, o la concupiscenza che l'ha condotta, è alla gloria della Sua potenza che ci ha dato la padronanza di noi stessi. (C. J. P. Eyre, M.A.)

Riferimenti incrociati:

Galati 1

1 Rom 1:1; 1Co 1:1
Ga 1:11,12,17
At 1:16-26; 13:2-4
At 9:6,15,16; 22:10,14-21; 26:16-18; Rom 1:4,5; 2Co 3:1-3; Ef 3:8; 1Ti 1:11-14; 2Ti 1:1; Tit 1:3
Mat 28:18-20; Giov 5:19; 10:30; 20:21
At 2:24-32; 3:15; Rom 4:24,25; 10:9; 14:9; Ef 1:19,20; Eb 13:20; 1P 1:21; Ap 1:5,18; 2:8

2 Fili 2:22; 4:21
At 9:31; 15:41; 16:5,6; 18:23; 1Co 16:1

3 Rom 1:7-15; 1Co 1:3; 2Co 1:2; 13:14; Ef 1:2; Fili 1:2; Col 1:2; 1Te 1:1; 2Te 1:2; 2G 1:3

4 Ga 2:20; Mat 20:28; 26:28; Mar 10:45; Lu 22:19; Giov 10:11,17,18; Rom 4:25; Ef 5:2; 1Ti 2:6; Tit 2:14; Eb 9:14; 10:9,10; 1P 2:24; 3:18; 1G 2:2; 3:16; Ap 1:5
Ga 6:14; Is 65:17; Giov 12:31; 14:30; 15:18,19; 17:14,15; Rom 12:2; 2Co 4:4; Ef 2:2; 6:12; Eb 2:5; 6:5; Giac 4:4; 1G 2:15-17; 5:4,5,19; 5:20; Ap 5:9; 7:9
Sal 40:8; Mat 26:42; Lu 22:42; Giov 5:30; 6:38; 14:30,31; Rom 8:3,27,32; Ef 1:3,11; Eb 10:4-10
Mat 6:9; Rom 1:7; Ef 1:2; Fili 4:20; 1Te 3:11,13; 2Te 2:16

5 1Cron 29:13; Sal 41:13; 72:19; Is 24:15; 42:12; Mat 6:13; Lu 2:14; Rom 11:36; 16:27; Ef 1:12; Fili 4:20; 1Ti 1:17; 2Ti 4:18; Eb 13:21; 1P 5:11; 2P 3:18; Giuda 1:25; Ap 4:9-11; 5:12; 7:12; 14:7
Mat 28:20

6 Mar 6:6; Giov 9:30
Ga 3:1-5; 4:9-15; 5:4,7; Sal 106:13; Is 29:13; Ger 2:12,13
Ga 5:8; 1Co 4:15; 2Te 2:14; 2Ti 1:9; 1P 1:15; 2P 1:3
At 15:11; Rom 5:2; 1Ti 1:14; 2Ti 2:1; Ap 22:21
Rom 10:3; 2Co 11:4

7 Ga 2:4; 4:17; 5:10,12; 6:12,13,17; At 15:1-5,24; 20:30; Rom 16:17,18; 2Co 11:13
Ga 5:10,12; Ger 23:26; Mat 24:24; At 13:10; 15:1,24; 2Co 2:17; 4:2; 1Ti 4:1-3; 2Ti 2:18; 3:8,9; 4:3,4; Tit 1:10,11; 2P 2:1-3; 1G 2:18,19,26; 4:1; 2G 1:7,10; Giuda 1:4; Ap 2:2,6,14,15,20; 12:9; 13:14; 19:20; 20:3

8 Ga 1:9; 1Co 16:22; 2Co 11:13,14; 1Ti 1:19,20; Tit 3:10; Ap 22:18,19
Ga 3:10,13; Ge 9:25; De 27:15-26; Gios 9:23; 1Sa 26:19; Ne 13:25; Mat 25:41; 2P 2:14
Mar 14:71; At 23:14; Rom 9:3; 1Co 12:3; 16:22

9 2Co 1:17; 13:1,2; Fili 3:1; 4:4
De 4:2; 12:32; 13:1-11; Prov 30:6; Ap 22:18,19

10 At 4:19,20; 5:29; 2Co 5:9-11; 1Te 2:4
1Sa 21:7; Mat 28:14; At 12:20; Rom 2:8; 1G 3:9
2Co 12:19; 1Te 2:4
Mat 22:16; Rom 15:1,2; 1Co 10:33; Ef 6:6; Col 3:22; Giac 4:4
Rom 1:1

11 Ga 1:1; 1Co 2:9,10; 11:23; 15:1-3; Ef 3:3-8

13 At 22:3-5; 26:4,5
At 8:1,3; 9:1,2,13,14,21,26; 22:4,5; 26:9-11; 1Co 15:9; Fili 3:6; 1Ti 1:13

14 Is 29:13; 57:12
At 22:3; 26:5,9; Fili 3:4-6
Ger 15:2; Mat 15:2,3,6; Mar 7:3-13; Col 2:8; 1P 1:8

15 De 7:7,8; 1Sa 12:22; 1Cron 28:4,5; Mat 11:26; Lu 10:21; 1Co 1:1; Ef 1:5,9; 3:11
Is 49:1,5; Ger 1:5; Lu 1:15,16; At 9:15; 13:2; 22:14,15; Rom 1:1
Rom 1:5; 8:30; 9:24; 1Co 1:9,24; 15:10; 2Te 2:13,14; 1Ti 1:12-14; 2Ti 1:9; 1P 5:10

16 Mat 16:17; 1Co 2:9-13; 2Co 4:6; Ef 1:17,18; 3:5-10
Ga 2:7-9; At 9:15; 22:21; 26:17,18; Rom 1:13,14; 11:13; 15:16-19; Ef 3:1,8; Col 1:25-27; 1Te 2:16; 1Ti 2:7; 2Ti 1:11
Ga 1:11,12; 2:1,6; De 33:9; Lu 9:23-25,59-62; At 26:19,20; 2Co 5:16
Mat 16:17; 26:41; 1Co 15:50; Ef 6:12; Eb 2:14

17 Ga 1:18; At 9:20-25
2Co 11:32,33

18 At 9:26-29; 22:17,18

19 Mat 10:3; Mar 3:18; Lu 6:15; At 1:13
Giac 1:1; Giuda 1:1
Mat 13:55; Mar 6:3; 1Co 9:5

20 Rom 9:1; 2Co 11:10,11,31

21 At 9:30; 11:25,26; 13:1; 15:23,41; 18:18; 21:3
At 6:9; 21:39; 22:3; 23:34

22 At 9:31; 1Te 2:14
Rom 16:7; 1Co 1:30; Fili 1:1; 1Te 1:1; 2Te 1:1

23 At 9:13,20,26; 1Co 15:8-10; 1Ti 1:13-16

24 Nu 23:23; Lu 2:14; 7:16; 15:10,32; At 11:18; 21:19,20; 2Co 9:13; Col 1:3,4; 2Te 1:10,12

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