Nuova Riveduta:

Giobbe 1

Prologo
1 C'era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest'uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male.
2 Gli erano nati sette figli e tre figlie; 3 possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. Quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali.
4 I suoi figli erano soliti andare gli uni dagli altri e a turno organizzavano una festa; e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. 5 Quando i giorni della festa terminavano, Giobbe li faceva venire per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di essi, perché diceva: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano rinnegato Dio in cuor loro». Giobbe faceva sempre così.

Giobbe accusato da Satana
6 Un giorno i figli di Dio vennero a presentarsi davanti al SIGNORE, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro. 7 Il SIGNORE disse a Satana: «Da dove vieni?» Satana rispose al SIGNORE: «Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa». 8 Il SIGNORE disse a Satana: «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male». 9 Satana rispose al SIGNORE: «È forse per nulla che Giobbe teme Dio? 10 Non lo hai forse circondato di un riparo, lui, la sua casa e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese. 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia». 12 Il SIGNORE disse a Satana: «Ebbene, tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stendere la mano sulla sua persona». E Satana si ritirò dalla presenza del SIGNORE.

Giobbe perde i suoi beni e la sua famiglia
13 Un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore, giunse a Giobbe un messaggero a dirgli: 14 «I buoi stavano arando e le asine pascolavano là vicino, 15 quand'ecco i Sabei sono piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire». 16 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servi e li ha divorati; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire».
17 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «I Caldei hanno formato tre bande, si sono gettati sui cammelli e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire».
18 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: «I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore; 19 ed ecco che un gran vento, venuto dall'altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, che è caduta sui giovani; essi sono morti; io solo sono potuto scampare per venirtelo a dire».
20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: 21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE».
22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa.

C.E.I.:

Giobbe 1

1 C'era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. 2 Gli erano nati sette figli e tre figlie; 3 possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest'uomo era il più grande fra tutti i figli d'oriente.
4 Ora i suoi figli solevano andare a fare banchetti in casa di uno di loro, ciascuno nel suo giorno, e mandavano a invitare anche le loro tre sorelle per mangiare e bere insieme. 5 Quando avevano compiuto il turno dei giorni del banchetto, Giobbe li mandava a chiamare per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro. Giobbe infatti pensava: «Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso Dio nel loro cuore». Così faceva Giobbe ogni volta.
6 Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. 7 Il Signore chiese a satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». 8 Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». 9 Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? 10 Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. 11 Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». 12 Il Signore disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.
13 Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, 14 un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, 15 quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
16 Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
17 Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
18 Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, 19 quand'ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò 21 e disse:
«Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».
22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Nuova Diodati:

Giobbe 1

Le grandi ricchezze di Giobbe e la sua rettitudine
1 C'era nel paese di Uz un uomo chiamato Giobbe. Quest'uomo era integro e retto, temeva DIO e fuggiva il male. 2 Gli erano nati sette figli e tre figlie. 3 Inoltre possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e un grandissimo numero di servi. Così quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali. 4 I suoi figli solevano andare a banchettare in casa di ciascuno, nel suo giorno; e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. 5 Quando la serie dei giorni di banchetto era terminata, Giobbe li andava a chiamare per purificarli; si alzava al mattino presto e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro, perché Giobbe pensava: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano bestemmiato DIO nel loro cuore». Così faceva Giobbe ogni volta.

Nella prima prova Giobbe perde tutti i suoi beni e i figli
6 Un giorno avvenne che i figli di DIO andarono a presentarsi davanti all'Eterno, e in mezzo a loro andò anche Satana. 7 L'Eterno disse a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose all'Eterno e disse: «Dall'andare avanti e indietro sulla terra e dal percorrerla su e giù». 8 L'Eterno disse a Satana: «Hai notato il mio servo Giobbe? Poiché sulla terra non c'è nessun altro come lui, che sia integro, retto, tema DIO e fugga il male». 9 Allora Satana rispose all'Eterno e disse: «È forse per nulla che Giobbe teme DIO? 10 Non hai tu messo un riparo tutt'intorno a lui, alla sua casa e a tutto ciò che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani e il suo bestiame è grandemente cresciuto nel paese. 11 Ma stendi la tua mano e tocca tutto ciò che possiede e vedrai se non ti maledice in faccia». 12 L'Eterno disse a Satana: «Ecco, tutto ciò che possiede è in tuo potere; non stendere però la mano sulla sua persona». Così Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno. 13 Così un giorno avvenne che, mentre i suoi figli e le sue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore, giunse da Giobbe un messaggero a dirgli: 14 «I buoi stavano arando e le asine pascolavano nelle vicinanze, 15 quando i Sabei sono piombati loro addosso, e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i servi. Io solo sono scampato per venire a dirtelo». 16 Egli stava ancora parlando, quando giunse un altro e disse: «Il fuoco di DIO è caduto dal cielo, ha investito pecore e servi e li ha divorati. Io solo sono scampato per venire a dirtelo». 17 Egli stava ancora parlando, quando giunse un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande, si sono gettati sui cammelli e li hanno portati via, e hanno passato a fil di spada i servi. Io solo sono scampato per venire a dirtelo». 18 Egli stava ancora parlando, quando giunse un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, 19 quand'ecco un vento impetuoso, venuto dal deserto, ha investito i quattro angoli della casa che è caduta sui giovani, ed essi sono morti. Io solo sono scampato per venire a dirtelo». 20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il suo mantello e si rase il capo; poi cadde a terra e adorò, 21 e disse: «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò. L'Eterno ha dato e l'Eterno ha tolto. Sia benedetto il nome dell'Eterno». 22 In tutto questo Giobbe non peccò e non accusò DIO di alcuna ingiustizia.

Riveduta 2020:

Giobbe 1

Il prologo
1 C'era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest'uomo era integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male. 2 Gli erano nati sette figli e tre figlie; 3 possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. Quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali. 4 I suoi figli erano soliti andare gli uni dagli altri e fare un banchetto, ciascuno nel suo giorno: e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. 5 Quando la serie dei giorni di banchetto era finita, Giobbe li faceva venire per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di loro, perché diceva: “Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano rinnegato Iddio nel loro cuore”. Giobbe faceva sempre così. 6 Un giorno accadde che i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e anche Satana venne in mezzo a loro. 7 L'Eterno disse a Satana: “Da dove vieni?”. Satana rispose all'Eterno: “Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa”. 8 L'Eterno disse a Satana: “Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male”. 9 Satana rispose all'Eterno: “È forse per nulla che Giobbe teme Iddio? 10 Non lo hai circondato di un riparo, lui, la sua casa, e tutto quello che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese. 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia”. 12 L'Eterno disse a Satana: “Ecco, tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stendere la mano sulla sua persona”. E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno. 13 Un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore, giunse a Giobbe un messaggero a dirgli: 14 “I buoi stavano arando e le asine pascolavano lì vicino, 15 quando ecco i Sabei sono piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servi, e solo io sono potuto scampare per venire a dirtelo”. 16 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: “Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servitori, e li ha divorati; e io solo sono potuto scampare per venire a dirtelo”. 17 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: “I Caldei hanno formato tre bande, si sono gettati sui cammelli e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servitori, e solo io sono potuto scampare per venire a dirtelo”. 18 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: “I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore; 19 ed ecco che un grande vento, venuto dall'altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, che è caduta sui giovani, ed essi sono morti; solo io sono potuto scampare per venire a dirtelo”. 20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra, adorò e disse: 21 “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno”. 22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Riveduta:

Giobbe 1

Il prologo
1 C'era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest'uomo era integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male. 2 Gli erano nati sette figliuoli e tre figliuole; 3 possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di bovi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. E quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali. 4 I suoi figliuoli solevano andare gli uni dagli altri e darsi un convito, ciascuno nel suo giorno: e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. 5 E quando la serie dei giorni di convito era finita, Giobbe li faceva venire per purificarli; si levava di buon mattino, e offriva un olocausto per ciascun d'essi, perché diceva: 'Può darsi che i miei figliuoli abbian peccato ed abbiano rinnegato Iddio in cuor loro'. E Giobbe faceva sempre così. 6 Or accadde un giorno, che i figliuoli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro. 7 E l'Eterno disse a Satana: 'Donde vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa'. 8 E l'Eterno disse a Satana: 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male'. 9 E Satana rispose all'Eterno: 'È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio? 10 Non l'hai tu circondato d'un riparo, lui, la sua casa, e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l'opera delle sue mani, e il suo bestiame ricopre tutto il paese. 11 Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia'. 12 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene! tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona'. - E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno. 13 Or accadde che un giorno, mentre i suoi figliuoli e le sue figliuole mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore, giunse a Giobbe un messaggero a dirgli: 14 'I buoi stavano arando e le asine pascevano lì appresso, 15 quand'ecco i Sabei son piombati loro addosso e li hanno portati via; hanno passato a fil di spada i servitori, e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'. 16 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servitori, e li ha divorati; e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'. 17 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'I Caldei hanno formato tre bande, si son gettati sui cammelli e li han portati via; hanno passato a fil di spada i servitori, e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'. 18 Quello parlava ancora, quando ne giunse un altro a dire: 'I tuoi figliuoli e le tue figliuole mangiavano e bevevano del vino in casa del loro fratello maggiore; 19 ed ecco che un gran vento, venuto dall'altra parte del deserto, ha investito i quattro canti della casa, ch'è caduta sui giovani; ed essi sono morti; e io solo son potuto scampare per venire a dirtelo'. 20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello e si rase il capo e si prostrò a terra e adorò e disse: 21 'Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra; l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno'. 22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.

Ricciotti:

Giobbe 1

Il pio Giobbe prima delle disgrazie.
1 V'era un uomo nella terra di Hus, di nome Giobbe. Era quest'uomo semplice e retto, timorato di Dio e alieno del male. 2 Aveva egli sette figli e tre figlie; 3 i suoi possedimenti erano di settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e una servitù assai grande: ed era quest'uomo assai potente fra tutti gli Orientali. 4 E i suoi figli andavano a tener convito nelle [singole loro] case, ciascuno nel giorno rispettivo: mandavano anche ad invitare le loro tre sorelle perchè mangiassero e bevessero insieme con essi. 5 Quando poi era finito il giro dei giorni di convito, Giobbe li mandava a chiamare, e santificatili si alzava di buon mattino ed offriva olocausti per ciascuno di essi. Egli infatti diceva: «Potrebbe darsi che i miei figli abbiano peccato ed abbiano benedetto Dio nel loro cuore!». Così faceva Giobbe in ogni tempo.

Le disgrazie di Giobbe e il suo contegno.
6 Ma in un certo giorno, essendo venuti i figli di Dio a presentarsi al Signore, venne fra loro anche Satana. 7 E il Signore disse a costui: «Donde vieni?». E questi rispose: «Ho fatto il giro della terra e l'ho scorsa». 8 E il Signore gli disse: «Hai tu notato il mio servo Giobbe, come non vi sia sulla terra uno somigliante a lui, uomo semplice e retto, timorato di Dio e alieno del male?». 9 Satana però gli rispose: «Giobbe teme forse Dio senza guadagno? 10 Non hai tu forse ricinto torno a torno con un riparo lui e la sua famiglia e tutte le sue possessioni, e non hai tu benedetto i lavori delle sue mani cosicchè i suoi beni si sono moltiplicati sulla terra? 11 Stendi invece alquanto la tua mano e toccagli tutto ciò che possiede: [io giuro] ch'egli in faccia tua ti benedirà». 12 Il Signore disse allora a Satana: «Ecco, tutto quello che egli possiede è in tuo potere; soltanto su lui [in persona] non stenderai la tua mano». Satana allora si ritirò dalla presenza del Signore. 13 Mentre pertanto un giorno i figli e le figlie di lui mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello primogenito, 14 arrivò a Giobbe un nunzio che disse: «I buoi stavano ad arare e le asine a pascolare vicino ad essi, 15 quando sono piombati i Sabei e han preso tutto; hanno anche passato a fil di spada i garzoni, e sono scampato io solo sì da poterlo annunziare!». 16 Costui stava ancora a parlare, quando arrivò un altro e disse: «Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, e divampando fra le pecore e i garzoni li ha consumati, e sono scampato io solo sì da potertelo annunziare!». 17 Ma costui stava ancora a parlare, quando arrivò un altro e disse: «I Caldei, formate tre schiere, hanno fatto un'incursione sopra i cammelli e li hanno presi, hanno passato i garzoni a fil di spada, e sono scampato io solo sì da poterlo annunziare!». 18 Costui stava ancora a parlare, quando arrivò un altro e disse: «Mentre i tuoi figli e figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello primogenito, 19 ad un tratto un vento impetuoso s'è scatenato dalla parte del deserto, ha scosso i quattro angoli della casa, questa è caduta, ha oppresso i tuoi figli che son morti; e sono scampato io solo sì da potertelo annunziare». 20 Allora Giobbe, levatosi su, si strappò le vesti, si rase il capo, e prostratosi in terra compiè adorazione, 21 e disse: «Ignudo sono uscito dal ventre di mia madre, e ignudo tornerò laggiù! Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore, così è avvenuto; sia benedetto il nome del Signore!». 22 In tutte queste cose Giobbe non peccò con le sue labbra, nè disse nulla di stolto contro Dio.

Tintori:

Giobbe 1

Virtù e felicità di Giobbe
1 C'era nel paese di Us un uomo chiamato Giobbe, un uomo semplice e retto, timorato di Dio e alieno dal male. 2 Gli eran nati sette figli e tre figlie; 3 possedeva sette mila pecore, tre mila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e gran numero di servi. Quest'uomo era grande fra tutti gli Orientali. 4 I figli di lui solevano andare a imbandire un convito nelle loro case, ciascuno nel suo giorno, e chiamavano le loro tre sorelle a mangiare e bere con essi. 5 Terminato il giro dei giorni di convito, Giobbe li mandava a chiamare, li purificava, e, alzatosi di buon mattino, offriva olocausti per ciascuno di essi, perchè diceva: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato, e non abbiano benedetto Dio nei loro cuori». Così faceva Giobbe tutti i giorni.

Satana ottiene di affliggerlo
6 Or un dato giorno, venuti i figli di Dio a presentarsi al Signore, vi andò fra loro anche Satana. 7 E il Signore gli disse: «Donde vieni?» Quello rispose: «Ho fatto il giro della terra e l'ho scorsa». 8 E il Signore a lui: «Hai notato il mio servo Giobbe, e come non vi sia sulla terra chi gli somigli, uomo semplice e retto, timorato di Dio e alieno dal male?» 9 Satana gli rispose: «Forse per niente Giobbe teme Dio? 10 Non hai tu circondato di difese lui, la sua casa e tutti i suoi beni? Non hai benedette le opere delle sue mani? Non si sono moltiplicati i suoi beni sopra la terra? 11 Ma stendi un po' la tua mano a toccare tutto ciò che possiede, e vedrai se non ti maledice in faccia». 12 Il Signore disse allora a Satana: «Ecco ogni suo bene è in tua balia, però risparmia la sua persona». E Satana partì dalla presenza del Signore.

Le prime quattro sventure di Giobbe e sua rassegnazione
13 Or mentre un giorno i figli e le figlie di Giobbe stavano a mangiare e a bere in casa del loro fratello maggiore, 14 giunse a Giobbe un messo a dirgli: «I buoi stavano ad arare e le asine pascolavano loro accanto, 15 quando i Sabei, piombati all'improvviso, han portato via tutto, passando a fil di spada i servi: io solo son potuto scampare per venire a dirtelo». 16 Quello parlava ancora, quando ne venne un altro e disse: «Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha colpito le pecore e i servi e li ha divorati: io solo son potuto scampare e venire a dirtelo». 17 Quello parlava ancora, quando ne venne un altro e disse: «I Caldei, fatte tre bande, si son gettati sui cammelli e li han rapiti, passando a fil di spada i servi: io solo son potuto scampare per venire a dirtelo». 18 Quello parlava ancora ed ecco venirne un altro e dire: «Mentre i tuoi figli e le tue figlie stavano a mangiare e bere in casa del loro fratello maggiore, 19 d'un tratto s'è levato dalla parte del deserto un gran vento ed ha investiti i quattro angoli della casa, la quale, cadendo, ha schiacciati i tuoi figlioli, che son morti: io solo son potuto scampare, per venire a dirtelo». 20 Allora Giobbe si alzo, e, stracciatesi le vesti e tosatosi il capo, si gettò per terra 21 ed esclamò, adorando: «Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo vi tornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore!» 22 In tutto questo, Giobbe non peccò colle labbra e non disse nulla d'insensato contro il Signore.

Martini:

Giobbe 1

Giobbe tanto, e facoltoso offerisce sacrifizi al Signore pe' figliuoli, che alternativamente si faceano de' conviti: il Signore permette a Satana di saccheggiare tutto il suo, e per opera di lui rovinate tutte le sostanze, e uccisi i figliuoli, egli paziente con tutti i segni di mestizia prorompe in lodi a Dio.
1 Era un uomo nella terra di Hus per nome Giobbe, e quest'uomo era semplice, e retto, e timorato di Dio, e alieno dal mal fare. 2 Ed egli ebbe sette figliuoli, e tre figliuole. 3 E possedeva sette mila pecore, e tre mila cammelli, e cinquecento paia di bovi, e cinquecento asine, e gran numero di servi: e quest'uomo era grande tra gli Orientali. 4 E i suoi figliuoli andavan facendo de' conviti nelle case loro, ciascuno nel suo giorno, e mandavano a invitare le tre loro sorelle a mangiare, e bere con essi. 5 E quando era finito il giro dei giorni di convito Giobbe mandava a chiamarli, e li purificava, e alzatosi innanzi giorno offeriva olocausti per ciascuno di essi: perocché diceva: Chi sa, che i miei figliuoli non abbian fatto del male, e non abbiano disgustato Dio ne' loro cuori? Così faceva Giobbe ogni giorno. 6 Or un dato giorno essendo venuti i figliuoli di Dio per istar davanti al Signore, vi si trovò con essi, anche Satan. 7 E il Signore disse a lui: Donde vieni? E quegli rispose: Ho fatto il giro della terra, e la ho scorsa. 8 E il Signore gli disse: Hai tu posto mente al mio servo Giobbe, com' ei non ha sulla terra chi lo somigli, uomo semplice, e retto, e timorato di Dio, e alieno dal far male? 9 Ma Satan gli rispose: Forse che Giobbe teme Dio inutilmente? 10 Non hai tu messo in sicuro lui, e la sua casa, e tutti i suoi beni all'intorno? Hai benedette le fatiche delle sue mani, e i suoi beni si sono moltiplicati sulla terra. 11 Ma stendi un po' la tua mano, e tocca tutto quel ch'ei possiede, e vedrai s'ei non dirà male di te in faccia. 12 Il Signore adunque disse a Satan: Su via. tutto quel ch'ei possiede, è in tua balia: solamente non stendere la tua mano contro la sua persona. E Satan partì dalla presenza del Signore. 13 Or mentre un giorno i figliuoli di lui, e le figliuole mangiavano, e beveano del vino in casa del fratello loro primo genito, 14 Venne un messo a Giobbe per dirgli: I buoi aravano, e le asine pascevano vicino a quelli, 15 I Sabei hanno fatta una scorreria, e han portato via ogni cosa, e hanno uccisi di spada i servi, e io solo ho avuto scampo per recarti questa nuova. 16 E prima che questi avesse finito di dire, venne un altro, e disse: Un fuoco grande è caduto dal cielo, e ha percosse, e consunte le pecore, e i servi e mi son salvato io solo per recarti tal nuova. 17 E mentre anche questi parlava, sopraggiunse un altro, e disse: I Caldei divisi in tre squadre hanno predati, e menati via i cammelli, e uccisi i servi a mano armata, e son fuggito io solo per recarti questa nuova. 18 Questi non finì di dire, che venne un altro, e disse: Mentre i tuoi figliuoli, e le figliuole mangiavano, e beveano il vino in casa del loro fratello primogenito, 19 Si è levato ad un tratto un vento impetuoso dalla parte del deserto, e ha scossi i quattro angoli della casa, e questa è caduta, ed ha oppressi i tuoi figliuoli, e sono morti, e sol'io sono scappato per recarti tal nuova. 20 Allora Giobbe si alzò, e stracciò le sue vesti, e tosatosi il capo si prostrò per terra, e adorò Dio, 21 E disse: Ignudo uscii dal seno di mia madre, e ignudo tornerò laggiù. Il Signore avea dato, il Signore ha ritolto; è stato quello, che è piaciuto al Signore: il nome del Signore sia benedetto. 22 A tutte queste cose Giobbe non peccò colle sue labbra, e non disse parola men sana contro il Signore.

Diodati:

Giobbe 1

1 V'ERA nel paese di Us, un uomo, il cui nome era Giobbe; e quell'uomo era intiero e diritto, e temeva Iddio, e si ritraeva dal male. 2 E gli erano nati sette figliuoli, e tre figliuole. 3 E il suo bestiame era di settemila pecore, e di tremila cammelli, e di cinquecento paia di buoi, e di cinquecento asine, con una molto gran famiglia. E quell'uomo era il più grande di tutti gli orientali.
4 Or i suoi figliuoli andavano, e facevano conviti in casa di ciascun di loro, al suo giorno; e mandavano a chiamare le lor tre sorelle, per mangiare, e per bere con loro. 5 E quando aveano compiuta la volta de' giorni del convito, Giobbe mandava a santificarli; poi si levava la mattina, ed offeriva olocausti, secondo il numero di essi tutti; perciocchè Giobbe diceva: I miei figliuoli avranno forse peccato, ed avranno parlato male di Dio nei cuori loro. Così faceva sempre Giobbe.
6 Or avvenne un dì, che i figliuoli di Dio vennero a presentarsi dinanzi al Signore; e Satana venne anch'egli per mezzo loro. 7 E il Signore disse a Satana: Onde vieni? E Satana rispose al Signore, e disse: Da aggirar la terra, e da passeggiar per essa. 8 E il Signore disse a Satana: Hai tu posto mente al mio servitore Giobbe? come nella terra non vi è uomo intiero e diritto, e che tema Iddio, e si ritragga dal male, come esso? 9 E Satana rispose al Signore, e disse: Giobbe teme egli Iddio indarno? 10 Non hai tu intorniato, come di un riparo, lui, e la casa sua, ed ogni cosa sua? Tu hai benedetta l'opera delle sue mani, e il suo bestiame è sommamente moltiplicato nella terra. 11 Ma stendi pur ora la tua mano, e tocca tutte le cose sue, e vedrai se non ti maledice in faccia. 12 E il Signore disse a Satana: Ecco, tutto quello ch'egli ha è in mano tua; sol non metter la mano sopra lui. E Satana si partì dal cospetto del Signore.
13 Ed avvenne un dì, mentre i figliuoli e le figliuole di Giobbe mangiavano, e bevevano del vino in casa del lor fratel maggiore, 14 che un messo venne a Giobbe, e gli disse: I buoi aravano, e le asine pasturavano allato ad essi; 15 ed i Sabei sono scorsi, e li hanno rapiti, ed hanno messi a fil di spada i servitori; ed io tutto solo sono scampato per rapportartelo. 16 Mentre costui parlava ancora, ne venne un altro, che disse: Il fuoco di Dio è caduto dal cielo, e si è appreso al minuto bestiame, ed a' servitori, e li ha consumati; ed io tutto solo sono scampato per rapportartelo. 17 Mentre costui parlava ancora, ne venne un altro, che disse: De' Caldei, in tre schiere, sono scorsi sopra i cammelli, e li hanno rapiti, ed hanno messi a fil di spada i servitori; ed io tutto solo sono scampato per rapportartelo. 18 Mentre costui parlava, ne venne un altro, che disse: I tuoi figliuoli e le tue figliuole mangiavano e bevevano del vino in casa del lor fratel maggiore; 19 ed ecco, un gran vento è venuto di di là dal deserto, il quale ha dato ne' quattro canti della casa, ed ella è caduta sopra i giovani, onde son morti; ed io tutto solo sono scampato per rapportartelo.
20 Allora Giobbe si levò, e stracciò il suo mantello, e si tondè il capo, e si gittò a terra, e adorò. 21 E disse: Io sono uscito ignudo del seno di mia madre, ignudo altresì ritornerò là. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il Nome del Signore. 22 In tutto ciò Giobbe non peccò, e non attribuì a Dio nulla di mal fatto.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 1

1 INTRODUZIONE AL LAVORO

Questo libro di Giobbe sta in piedi da solo, non è collegato con nessun altro, ed è quindi da considerare da solo. Molte copie della Bibbia ebraica la collocano dopo il libro dei Salmi, e alcune dopo i Proverbi, il che forse ha dato occasione ad alcuni uomini dotti di immaginare che fosse stata scritta da Isaia o da alcuni dei profeti successivi. Ma, poiché l'argomento sembra essere stato molto più antico, così non abbiamo motivo di pensare se non che la composizione del libro lo fosse, e che quindi sia collocato al primo posto in questa raccolta di costumi divini: inoltre, essendo dottrinale, è opportuno precedere e introdurre il libro dei Salmi, che è devozionale, e il libro dei Proverbi, che è pratico; poiché come adoreremo o ubbidiremo a un Dio che non conosciamo? Per quanto riguarda questo libro,

I. Siamo sicuri che è stato dato per ispirazione di Dio, anche se non siamo certi di chi ne sia stato lo scrittore. Gli ebrei, sebbene non fossero amici di Giobbe, perché era un estraneo alla comunità di Israele, tuttavia, come fedeli conservatori degli oracoli di Dio a loro affidati, hanno sempre conservato questo libro nel loro sacro canone. La storia è citata da un apostolo (Giacomo 5:11) e un passaggio (Giobbe 5:13) è citato da un altro apostolo, con la forma usuale di citare la Scrittura, è scritto, == 1Corinzi 3:19. È opinione di molti degli antichi che questa storia sia stata scritta da Mosè stesso in Madian, e consegnata ai suoi fratelli sofferenti in Egitto, per il loro sostegno e conforto sotto i loro fardelli, e per l'incoraggiamento della loro speranza che Dio li avrebbe liberati e arricchiti a tempo debito, come fece con questo paziente sofferente. Alcuni congetturano che sia stato scritto originariamente in arabo, e poi tradotto in ebraico, per l'uso della chiesa ebraica, da Salomone (così Monsieur Jurieu) o da qualche altro scrittore ispirato. Mi sembra molto probabile che Elihu ne sia stato lo scrittore, almeno dei discorsi, perché (Giobbe 32:15-16) mescola le parole di uno storico con quelle di un disputante: ma Mosè forse scrisse i primi due capitoli e l'ultimo, per dare luce ai discorsi; poiché in essi Dio è spesso chiamato Geova, ma non una volta in tutti i discorsi, eccetto Giobbe 12:9. Quel nome era poco conosciuto dai patriarchi prima di Mosè, Esodo 6:3. Se Giobbe stesso lo scrisse, alcuni degli stessi scrittori ebrei lo considerano un profeta tra i Gentili; se Elihu, troviamo che aveva uno spirito di profezia che lo riempì di materia e lo costrinse == (Giobbe 32:18).

II. Siamo sicuri che si tratta, per la sua sostanza, di una storia vera, e non di un romanzo, anche se i dialoghi sono poetici. Senza dubbio c'era un uomo come Giobbe; il profeta Ezechiele lo nomina con Noè e Daniele, Ezechiele 14:14. Il racconto che abbiamo qui della sua prosperità e pietà, delle sue strane afflizioni e della sua pazienza esemplare, della sostanza dei suoi colloqui con i suoi amici e del discorso di Dio con lui fuori dal turbine, con il suo ritorno alla fine a una condizione molto prospera, è senza dubbio esattamente vero, anche se allo scrittore ispirato è concessa la consueta libertà di esprimere con parole proprie l'argomento di cui Giobbe e i suoi amici parlavano.

III. Siamo sicuri che sia molto antico, anche se non possiamo fissare il tempo preciso in cui visse Giobbe o quando il libro fu scritto. Tanti sono i suoi peli canuti, i segni della sua antichità, che abbiamo ragione di pensare che sia di pari data con il libro della Genesi stesso, e che il santo Giobbe fosse contemporaneo di Isacco e Giacobbe; sebbene non sia coerede con loro della promessa del terrestre Canaan, tuttavia sia in comune con loro del paese migliore, cioè del celeste. Probabilmente era della discendenza di Nahor, fratello di Abraamo, il cui primogenito fu Uz (Genesi 22:21), e nella cui famiglia la religione fu mantenuta per alcune epoche, come appare in Genesi 31:53, dove Dio è chiamato non solo il Dio di Abramo, ma il Dio di Nahor. Egli visse prima che l'età dell'uomo fosse ridotta a settanta o ottant'anni, come al tempo di Mosè, prima che i sacrifici fossero limitati a un solo altare, prima dell'apostasia generale delle nazioni dalla conoscenza e dall'adorazione del vero Dio, e mentre ancora non c'era altra idolatria conosciuta che l'adorazione del sole e della luna, e quello punito dai Giudici, Giobbe 31:26-28. Egli visse mentre Dio era conosciuto con il nome di Dio Onnipotente più che con il nome di Jahvè; poiché è chiamato Shaddai, l'Onnipotente, più di trenta volte in questo libro. Visse mentre la conoscenza divina veniva trasmessa non per iscritto, ma per mezzo della tradizione; poiché a ciò sono qui fatti appelli, Giobbe 8:8 ; 21:29; 15:18; 5:1. E abbiamo quindi motivo di pensare che egli visse prima di Mosè, perché qui non c'è alcuna menzione della liberazione di Israele dall'Egitto, o del dono della legge. C'è davvero un passaggio che potrebbe essere fatto per alludere all'annegamento del Faraone (Giobbe 26:12): Egli divide il mare con la sua potenza, e con la sua comprensione colpisce Rahab, con il cui nome l'Egitto è spesso chiamato nelle Scritture, come Salmi 87:4; 89:10; Isaia 51:9. Ma questo potrebbe anche riferirsi alle orgogliose onde del mare. Concludiamo quindi che siamo qui tornati all'età patriarcale, e, oltre alla sua autorità, accogliamo questo libro con venerazione per la sua antichità.

IV. Siamo sicuri che è di grande utilità per la chiesa e per ogni buon cristiano, anche se ci sono molti passaggi oscuri e difficili da capire. Forse non possiamo essere sicuri del vero significato di ogni parola e frase araba che incontriamo in esso. È un libro che trova molto lavoro per la critica; ma è abbastanza chiaro per rendere il tutto redditizio, ed è stato tutto scritto per la nostra istruzione.

1. Questo nobile poema ci presenta, in caratteri molto chiari e vivaci, queste cinque cose tra le altre:

(1.) Un monumento della teologia primitiva. I primi e grandi principi della luce della natura, su cui si fonda la religione naturale, sono qui, in una calda, lunga e dotta disputa, non solo dati per scontati da tutte le parti e non ne viene minimamente messo in dubbio, ma per comune consenso chiaramente esposti come verità eterne, illustrate e sollecitate come verità dominanti. L'essere di Dio, i suoi gloriosi attributi e perfezioni, la sua imperscrutabile sapienza, la sua irresistibile potenza, la sua inconcepibile gloria, la sua inflessibile giustizia e la sua incontestabile sovranità sono stati discussi con più chiarezza, pienezza, riverenza ed eloquenza divina che in questo libro? La creazione del mondo, e il suo governo, sono qui mirabilmente descritti, non come questioni di bella speculazione, ma come l'imposizione di obblighi molto potenti su di noi di temere e servire, di sottometterci e confidare nel nostro Creatore, proprietario, Signore e governante. Il bene e il male morale, la virtù e il vizio, non sono mai stati attratti dalla vita (la bellezza dell'uno e la deformità dell'altro) come in questo libro; né l'inviolabile regola del giudizio di Dio stabilita più chiaramente: Che beati i giusti, andrà bene per loro; e guai agli empi, sarà loro male. Non si tratta di scuole per mantenere in azione il mondo colto, né di macchine statali per tenere in soggezione il mondo non istruito; no, da questo libro sembra che siano verità sacre di indubbia certezza, e che tutta la parte saggia e sobria dell'umanità ha sottoscritto e sottomesso in ogni epoca.

(2.) Ci presenta un esempio di pietà gentile. Questo grande santo probabilmente non discendeva da Abramo, ma da Nahor, o, se da Abramo, non da Isacco, ma da uno dei figli delle concubine che erano state mandate nel paese orientale (Genesi 25:6); o, se da Isacco, non da Giacobbe, ma da Esaù, così che era fuori dal limite del patto di particolarità, nessun israelita, nessun proselito, eppure nessuno come lui per la religione, né un tale favorito del cielo su questa terra. Era dunque una verità, prima che San Pietro se ne accorgesse, che in ogni nazione chi teme Dio e opera giustizia è accetto da lui, == Atti 10:35. C'erano figli di Dio sparsi all'estero == (Giovanni 11:52) oltre ai figli incorporati del regno, == Matteo 8:11-12.

(3.) Ci presenta un'esposizione del libro della Provvidenza e una soluzione chiara e soddisfacente di molti dei passaggi difficili e oscuri di esso. La prosperità dei malvagi e le afflizioni dei giusti sono sempre state considerate due capitoli altrettanto duri di tutti quelli di quel libro; ma qui sono esposti e riconciliati con la sapienza, la purezza e la bontà divine, al fine di queste cose.

(4.) Ci offre un grande esempio di pazienza e di stretta adesione a Dio in mezzo alle più gravi calamità. La penna più ingegnosa di Sir Richard Blackmore, nella sua eccellente prefazione alla sua parafrasi su questo libro, fa di Giobbe un eroe adatto a un poema epico; perché, dice,

"Egli appare coraggioso nell'angoscia e valoroso nell'afflizione, mantiene la sua virtù, e con essa il suo carattere, sotto le provocazioni più esasperanti che la malizia dell'inferno possa inventare, e dà così un nobilissimo esempio di fortezza passiva, un carattere che non è affatto inferiore a quello dell'eroe attivo".

ecc.

(5.) Ci presenta un tipo illustre di Cristo, i cui particolari cercheremo di prendere in considerazione man mano che procediamo. In generale, Giobbe è stato un grande sofferente, è stato svuotato e umiliato, ma per la sua gloria più grande. Così Cristo si è abbassato, affinché noi potessimo essere esaltati. Il dotto vescovo Patrizio cita più di una volta san Girolamo parlando di Giobbe come di un tipo di Cristo, che per la gioia che gli era posta davanti sopportò la croce, che fu perseguitato, per un certo tempo, dagli uomini e dai demoni, e sembrava anche abbandonato da Dio, ma fu risuscitato per essere un intercessore anche per i suoi amici e aveva aggiunto afflizione alla sua miseria. Quando l'apostolo parla della pazienza di Giobbe, si accorge immediatamente della fine del Signore, cioè del Signore Gesù (come alcuni lo intendono), simboleggiato da Giobbe, Giacomo 5:11.

2. In questo libro abbiamo,

(1.) La storia delle sofferenze di Giobbe e della sua pazienza sotto di esse (Giobbe 1-2.), non senza un miscuglio di fragilità umana, Giobbe 3.

(2.) Una disputa tra lui e i suoi amici su di loro, in cui,

[1.] Gli oppositori erano Elifaz, Bildad e Zofar.

[2.] Il convenuto era Giobbe.

[3.] I moderatori furono, Primo, Elihu, Giobbe 32-37 == In secondo luogo, Dio stesso, Giobbe 38-41.

(3.) La questione di tutti in onore e prosperità di Giobbe, Giobbe 42. Nel complesso, apprendiamo che molte sono le afflizioni dei giusti, ma che quando il Signore li libererà da loro, si troverà tutta la prova della loro fede per lodare, onorare e gloriare.

INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 1

La storia di Giobbe inizia qui con un racconto:

I. Della sua grande pietà in generale (Giobbe 1:1), e in un caso particolare, Giobbe 1:5.

II. Della sua grande prosperità, Giobbe 1:2-4.

III. Della malizia di Satana contro di lui, e del permesso che ottenne per mettere alla prova la sua costanza, Giobbe 1:6-12.

IV. Dei sorprendenti problemi che lo colpirono, la rovina della sua proprietà (Giobbe 1:13-17) e la morte dei suoi figli Giobbe 1:18-19.

V. Della sua esemplare pazienza e pietà in questi problemi, Giobbe 1:20-22. In tutto questo egli è presentato come esempio di afflizione sofferente, dalla quale nessuna prosperità può salvarci, ma per mezzo della quale l'integrità e la rettitudine ci preserveranno.

Ver. 1. fino alla Ver. 3.

Riguardo a Giobbe ci viene qui detto:

I. Che era un uomo; quindi soggetti a passioni simili come noi. Era Ish, un uomo degno, un uomo di nota ed eminenza, un magistrato, un uomo di autorità. Il paese in cui viveva era il paese di Uz, nella parte orientale dell'Arabia, che si estendeva verso la Caldea, vicino all'Eufrate, probabilmente non lontano da Ur dei Caldei, da cui fu chiamato Abramo. Quando Dio chiamò un uomo buono fuori da quel paese, egli non lasciò se stesso senza testimonianza, ma suscitò in esso un altro per essere predicatore di giustizia. Dio ha il suo residuo in ogni luogo, suggellati da ogni nazione, così come da ogni tribù d'Israele, Apocalisse 7:9. Era il privilegio del paese di Uz avere in essa un uomo così buono come Giobbe; ora era davvero l'Arabia la Felice: ed era lode di Giobbe il fatto che egli fosse eminentemente buono in un luogo così cattivo; quanto peggio c'erano gli altri intorno a lui, tanto era bravo. Il suo nome Giobbe, o Jjob, dicono alcuni, significa uno odiato e considerato un nemico. Altri lo fanno per significare uno che si affligge o geme; Così il dolore che portava nel suo nome poteva essere un freno alla sua gioia per la sua prosperità. Il dottor Cave lo fa derivare da Jaab - amare, o desiderare, lasciando intendere quanto la sua nascita fosse gradita ai suoi genitori, e quanto egli fosse il desiderio dei loro occhi; eppure c'è stato un tempo in cui ha maledetto il giorno della sua nascita. Chi può dire ciò che la giornata può rivelare, che inizia ancora con una mattina luminosa?

II. Che era un uomo molto buono, eminentemente pio e migliore dei suoi vicini: era perfetto e retto. Questo ha lo scopo di mostrarci, non solo quale reputazione avesse tra gli uomini (che generalmente era considerato un uomo onesto), ma quale fosse veramente il suo carattere; perché è il giudizio di Dio riguardo a lui, e siamo sicuri che è secondo verità.

1. Giobbe era un uomo religioso, che temeva Dio, cioè lo adorava secondo la sua volontà e si governava secondo le regole della legge divina in ogni cosa.

2. Era sincero nella sua religione: era perfetto; non senza peccato, come egli stesso ammette (Giobbe 9:20): Se dico di essere perfetto, sarò provato perverso. Ma, avendo rispetto per tutti i comandamenti di Dio, mirando alla perfezione, era veramente buono come sembrava, e non dissimulava la sua professione di pietà; il suo cuore era sano e il suo occhio solo. La sincerità è la perfezione del vangelo. Non conosco religione senza di essa.

3. Era retto nei suoi rapporti sia con Dio che con gli uomini, era fedele alle sue promesse, fermo nei suoi consigli, fedele a ogni fiducia riposta in lui e rendeva coscienza di tutto ciò che diceva e faceva. Vedere Isaia 33:15. Benché non fosse d' Israele, era davvero un israelita senza frode.

4. Il timore di Dio che regnava nel suo cuore era il principio che governava tutta la sua conversazione. Questo lo rendeva perfetto e retto, interiore e integro per Dio, universale e uniforme nella religione; Questo lo teneva vicino e costante al suo dovere. Temeva Dio, aveva riverenza per la sua maestà, rispetto per la sua autorità e terrore della sua ira.

5. Temeva il pensiero di fare ciò che era sbagliato; con il massimo orrore e disprezzo, e con una costante cura e vigilanza, rifuggiva il male, evitava ogni apparenza di peccato e si avvicinava ad esso, e questo a causa del timore di Dio, == Neemia 5:15 == Il timore del Signore è odiare il male == (Proverbi 8:13) e poi per il timore del Signore gli uomini si allontanano dal male, == Proverbi 16:6.

III. Che era un uomo che ha prosperato molto in questo mondo, e ha fatto una figura considerevole nel suo paese. Era prospero e tuttavia pio. Anche se è difficile e raro, non è impossibile per un ricco entrare nel regno dei cieli. Con Dio anche questo è possibile, e per la sua grazia le tentazioni della ricchezza mondana non sono insuperabili. Era pio, e la sua pietà era amica della sua prosperità; perché la pietà ha la promessa della vita che è ora. Era prospero, e la sua prosperità diede lustro alla sua pietà, e diede a colui che era così buono un'opportunità molto più grande di fare il bene. Gli atti della sua pietà erano ritorni grati a Dio per gli esempi della sua prosperità; e, nell'abbondanza delle buone cose che Dio gli dava, serviva Dio più allegramente.

1. Aveva una famiglia numerosa. Era eminente per la religione, eppure non era un eremita, non un recluso, ma il padre e il padrone di famiglia. Era un esempio della sua prosperità il fatto che la sua casa fosse piena di bambini, che sono un 'eredità del Signore, e della sua ricompensa, == Salmi 127:3. Ebbe sette figli e tre figlie, == Giobbe 1:2. Alcuni di ogni sesso, e più del sesso più nobile, in cui la famiglia è costruita. I bambini devono essere considerati come benedizioni, perché lo sono, specialmente per le brave persone, che daranno loro buone istruzioni, daranno loro buoni esempi e innalzeranno buone preghiere per loro. Giobbe ebbe molti figli, eppure non fu né oppressivo né poco caritatevole, ma molto generoso verso i poveri, Giobbe 31:17, ecc. Coloro che hanno una famiglia numerosa a cui provvedere dovrebbero considerare che ciò che viene prudentemente dato in elemosina è esposto nel miglior interesse e messo nel miglior fondo per il beneficio dei loro figli.

2. Aveva un buon patrimonio per il sostentamento della sua famiglia; le sue sostanze erano considerevoli, Giobbe 1:3. Le ricchezze sono chiamate sostanza, in conformità al modo comune di parlare; altrimenti, per l'anima e per un altro mondo, non sono che ombre, cose che non sono, == Proverbi 23:5. È solo nella sapienza celeste che ereditiamo la sostanza, == Proverbi 8:21. A quei tempi, quando la terra non era completamente popolata, era come ora in alcune piantagioni, gli uomini potevano avere abbastanza terra a condizioni facili se non avessero avuto i mezzi per immagazzinarla; e quindi la sostanza di Giobbe è descritta, non dagli acri di terra di cui era signore, ma,

(1.) Dal suo bestiame: pecore e cammelli, buoi e asini. I numeri di ciascuno sono qui indicati, probabilmente non il numero esatto, ma circa, pochissimi sotto o sopra. Le pecore sono messe al primo posto, a causa della maggior parte dell'uso in famiglia, come osserva Salomone (Proverbi 27:23,26,27): agnelli per il tuo vestito, e latte per il cibo della tua casa. Giobbe, probabilmente, possedeva argento e oro tanto quanto Abramo (Genesi 13:2); ma allora gli uomini valutavano i propri possedimenti e quelli dei loro vicini in base a ciò che era per il servizio e l'uso presente più che per ciò che era per l'ostentazione e lo stato, e adatto solo ad essere accumulato. Non appena Dio ebbe creato l'uomo e provveduto al suo sostentamento con le erbe e i frutti, lo rese ricco e grande dandogli il dominio sulle creature, == Genesi 1:28. Che quindi l'essere ancora continuato all'uomo, nonostante la sua defezione (Genesi 9:2), deve ancora essere considerato uno dei più considerevoli esempi di ricchezza, onore e potere degli uomini, Salmi 8:6.

(2.) Dai suoi servi. Aveva un'ottima casa o un buon allevamento, molti dei quali erano impiegati per lui e mantenuti da lui; e così ebbe onore e fece del bene; eppure in questo modo era coinvolto in una grande cura e messo a dura prova. Guarda la vanità di questo mondo; Man mano che i beni aumentano, devono aumentare quelli che li curano e li occupano, e quelli che li mangiano aumenteranno; e a che serve il loro possessore se non quello di contemplarli con i suoi occhi? == Ecclesiaste 5:11. In una parola, Giobbe era il più grande di tutti gli uomini dell'oriente; ed erano i più ricchi del mondo, quelli che si rifornivano più dell'oriente, == Isaia 2:6. Margine. La ricchezza di Giobbe, con la sua saggezza, gli diede diritto all'onore e al potere che aveva nel suo paese, che egli descrive (Giobbe 29.), e lo fece sedere a capo. Giobbe era retto e onesto, eppure si arricchì, anzi, per questo si arricchì, perché l'onestà è la migliore politica, e la pietà e la carità sono di solito i modi più sicuri per prosperare. Aveva una grande casa e molti affari, eppure manteneva il timore e l'adorazione di Dio; ed egli e la sua casa servirono il Signore. Il racconto della pietà e della prosperità di Giobbe viene prima della storia delle sue grandi afflizioni, per mostrare che né ci proteggerà dalle calamità comuni, né da quelle non comuni della vita umana. La pietà non ci proteggerà, come pensavano gli amici sbagliati di Giobbe, perché tutte le cose vengono uguali a tutti; la prosperità non lo farà, come pensa un mondo negligente, Isaia 47:8. Siedo come una regina e quindi non vedrò dolore.

4 Ver. 4. fino alla Ver. 5.

Abbiamo qui un ulteriore resoconto della prosperità di Giobbe e della sua pietà.

I. Il suo grande conforto nei confronti dei figli è considerato un esempio della sua prosperità; poiché le nostre comodità temporali sono prese in prestito, dipendono da altri e sono come quelle che ci circondano. Giobbe stesso menziona come una delle più grandi gioie della sua prospera condizione che i suoi figli fossero intorno a lui, == Giobbe 29:5. Tenevano una festa circolare in certi momenti (Giobbe 1:4); Andarono a banchettare nelle loro case. Era un conforto per questo brav'uomo,

1. Vedere i suoi figli crescere e stabilirsi nel mondo. Tutti i suoi figli erano in case proprie, probabilmente sposati, e a ciascuno di loro aveva dato una parte competente con cui stabilirsi. Quelle che erano state piante di ulivo intorno alla sua tavola furono spostate su tavole proprie.

2. Vederli prosperare nei loro affari e in grado di banchettare l'uno con l'altro, così come di nutrirsi. I buoni genitori desiderano, promuovono e gioiscono della ricchezza e della prosperità dei loro figli come se fossero le proprie.

3. Vederli in salute, nessuna malattia nelle loro case, perché ciò avrebbe rovinato il loro banchetto e lo avrebbe trasformato in lutto.

4. Soprattutto vederli vivere nell'amore, nell'unità e nel reciproco buon affetto, senza barattoli o litigi tra loro, senza estraneità, senza timidezza l'uno verso l'altro, senza rigidità, ma, sebbene ognuno conoscesse la propria, vivevano con tanta libertà come se avessero avuto tutto in comune. È comodo per il cuore dei genitori, e piacevole agli occhi di tutti, vedere fratelli così uniti insieme. Ecco, com'è buono e com'è soave! == Salmi 133:1.

5. Accrebbe il suo conforto vedere i fratelli così gentili con le loro sorelle, che le mandarono a chiamare per banchettare con loro; perché erano così modesti che non sarebbero andati se non fossero stati mandati a chiamare. Quei fratelli che disprezzano le loro sorelle, non si curano della loro compagnia e non si preoccupano del loro benessere, sono maleducati, di cattivo carattere e molto diversi dai figli di Giobbe. Sembra che la loro festa fosse così sobria e decente che le loro sorelle erano una buona compagnia per loro.

6. Banchettavano nelle loro case, non nelle case pubbliche, dove sarebbero stati più esposti alle tentazioni, e che non erano così degne di lode. Non troviamo che Giobbe stesso banchettasse con loro. Senza dubbio lo invitarono, e lui sarebbe stato l'ospite più gradito a qualsiasi loro tavola; né era per asprezza o cupezza di temperamento, o per mancanza di affetto naturale, che si teneva lontano, ma era vecchio e morto a queste cose, come Barzillai (2Samuele 19:35), e considerava che i giovani sarebbero stati più liberi e piacevoli se non ci fossero stati altri che loro. Eppure non avrebbe trattenuto i suoi figli da quel diversivo che lui stesso negava. Ai giovani può essere concessa una libertà giovanile, a condizione che fuggano le concupiscenze giovanili.

II. La sua grande cura per i suoi figli è presa in considerazione come un esempio della sua pietà: per questo siamo realmente ciò che siamo relativamente. Coloro che sono buoni saranno buoni con i loro figli, e soprattutto faranno ciò che possono per il bene delle loro anime. Osservate (Giobbe 1:5) la pia sollecitudine di Giobbe per il benessere spirituale dei suoi figli,

1. Era geloso di loro con una gelosia divina; e così dobbiamo essere al di sopra di noi stessi e di coloro che ci sono più cari, per quanto è necessario alla nostra cura e al nostro sforzo per il loro bene. Giobbe aveva dato ai suoi figli una buona educazione, aveva in loro conforto e buona speranza riguardo a loro; Eppure egli disse:

"Può darsi che i miei figli abbiano peccato nei giorni della loro festa più che in altre occasioni, siano stati troppo allegri, si siano presi troppa libertà nel mangiare e nel bere e abbiano maledetto Dio nei loro cuori",

Cioè

"hanno avuto nella loro mente pensieri atei o profani, nozioni indegne di Dio e della sua provvidenza, e gli esercizi della religione".

Quando furono sazi, furono pronti a rinnegare Dio e a dire: Chi è il Signore? == (Proverbi 30:9), pronto a dimenticare Dio e a dire: La potenza della nostra mano ci ha procurato questa ricchezza, == Deuteronomio 8:12, ecc. Nulla allontana la mente da Dio più dell'indulgenza della carne.

2. Appena finiti i giorni della loro festa, li chiamò ai solenni esercizi di religione. Non finché durava il loro banchetto (si prendano il loro tempo per questo; c'è un tempo per tutte le cose), ma quando fu finito, il loro buon padre ricordò loro che dovevano sapere quando desistere, e non pensare di cavarsela sontuosamente ogni giorno; Anche se avevano i loro giorni di festa tutto l' anno, non dovevano pensare di averli tutto l' anno ; avevano qualcos'altro da fare. Nota: Coloro che sono allegri devono trovare un momento per essere seri.

3. Mandò loro a preparare le ordinanze solenni, li mandò e li santificò, ordinò loro di esaminare la propria coscienza e di pentirsi di ciò che avevano fatto di male nel loro banchetto, di deporre la loro vanità e di ricomporsi per gli esercizi religiosi. Così mantenne la sua autorità su di loro per il loro bene, ed essi vi si sottomisero, sebbene fossero entrati in case proprie. Eppure era il prete della famiglia, e tutti assistevano al suo altare, apprezzando la loro parte nelle sue preghiere più della loro parte nel suo patrimonio. I genitori non possono dare grazia ai loro figli (è Dio che santifica), ma dovrebbero promuovere la loro santificazione con ammonimenti e consigli opportuni. Nel loro battesimo furono santificati a Dio; Sia nostro desiderio e sforzo che possano essere santificati per lui.

4. Offrì un sacrificio per loro, sia per espiare i peccati di cui temeva si fossero resi colpevoli nei giorni della loro festa, sia per implorare per loro misericordia di perdonare e grazia per prevenire la dissolutezza delle loro menti e la corruzione dei loro costumi a causa della libertà che si erano presi, e per preservare la loro pietà e purezza.

Perché con occhi tristi aveva spesso spiato sparsi sulla marea dolce ma insidiosa del piacere, le spoglie della virtù sopraffatte dai sensi e i relitti galleggianti dell'innocenza rovinata.

Giobbe, come Abramo, aveva un altare per la sua famiglia, sul quale, probabilmente, offriva sacrifici ogni giorno; ma, in questa straordinaria occasione, offriva più sacrifici del solito, e con più solennità, secondo il numero di tutti, uno per ogni figlio. I genitori dovrebbero essere particolari nei loro discorsi a Dio per i vari rami della loro famiglia.

"Per questo bambino ho pregato, secondo il suo particolare temperamento, genio e condizione",

a cui devono essere accolte le preghiere, così come gli sforzi. Quando questi sacrifici dovevano essere offerti,

(1.) Si alzò presto, come uno che si preoccupava che i suoi figli non giacessero a lungo sotto la colpa e come uno il cui cuore era rivolto al suo lavoro e al suo desiderio verso di esso.

(2.) Chiese ai suoi figli di partecipare al sacrificio, affinché potessero unirsi a lui nelle preghiere che offriva con il sacrificio, affinché la vista dell'uccisione del sacrificio potesse umiliarli molto per i loro peccati, per i quali meritavano di morire, e la vista dell'offerta di esso potesse condurli a un Mediatore. Questo lavoro serio li avrebbe aiutati a renderli di nuovo seri dopo i giorni della loro allegria.

5. Così faceva continuamente, e non solo ogni volta che si presentava un'occasione di questo tipo, perché chi è lavato ha bisogno di lavarsi i piedi, == Giobbe 13:10. Gli atti di pentimento e di fede devono essere spesso rinnovati, perché spesso ripetiamo le nostre trasgressioni. Tutti i giorni, tutti i giorni, offriva i suoi sacrifici, era costante nelle sue devozioni e non li ometteva mai più. Gli occasionali esercizi di religione non ci esoneranno da quelli che sono stati affermati. Chi serve Dio rettamente lo servirà di continuo.

6 Ver. 6. fino alla Ver. 12.

Giobbe non era solo così ricco e grande, ma anche così saggio e buono, e aveva un tale interesse sia per il cielo che per la terra, che si potrebbe pensare che la montagna della sua prosperità fosse così forte da non poter essere spostata; ma qui abbiamo una densa nuvola che si addensa sopra la sua testa, gravida di un'orribile tempesta. Non dobbiamo mai pensare di essere al sicuro dalle tempeste mentre ci troviamo in questa regione inferiore. Prima che ci venga detto come le sue tribolazioni lo sorpresero e lo presero qui in questo mondo visibile, ci viene detto come si concertarono nel mondo degli spiriti, che il diavolo, avendo una grande inimicizia verso Giobbe per la sua eminente pietà, lo pregò e ottenne il permesso di tormentarlo. Non deroga affatto alla credibilità della storia di Giobbe in generale ammettendo che questo discorso tra Dio e Satana, in questi versetti, sia parabolico, come quello di Michea (1Re 22:19, ecc.), e un'allegoria destinata a rappresentare la malizia del diavolo contro gli uomini buoni e il controllo e la restrizione divina a cui è sottoposta quella malizia; Solo così si lascia intendere che gli affari di questa terra sono molto oggetto dei consigli del mondo invisibile. Quel mondo è oscuro per noi, ma siamo molto aperti ad esso. Ora eccoci qui,

I. Satana tra i figli di Dio (Giobbe 1,6), avversario (così significa Satana) di Dio, degli uomini, di ogni bene: si è gettato in un'assemblea di figli di Dio che sono venuti a presentarsi davanti al Signore. Ciò significa che,

1. Un incontro dei santi sulla terra. I professori di religione, nell'età patriarcale, erano chiamati figli di Dio == (Genesi 6:2); allora tenevano assemblee religiose e stabilivano i tempi per loro. Il Re entrò per vedere i suoi ospiti; l'occhio di Dio era su tutti i presenti. Ma c'era un serpente in paradiso, un Satana tra i figli di Dio; Quando si riuniscono, Egli è in mezzo a loro, per distrarli e disturbarli, sta alla loro destra per resistergli. Il Signore ti rimproveri, Satana! O

2. Un incontro degli angeli in cielo. Essi sono i figli di Dio, == Giobbe 38:7. Essi vennero per rendere conto dei loro negoziati sulla terra e per ricevere nuove istruzioni. Satana era uno di loro in origine; ma come sei caduto, o Lucifero! Egli non starà più in quella congregazione, eppure è qui rappresentato, come se venisse in mezzo a loro, o convocato a comparire come un criminale o connivente, per il momento, sebbene fosse un intruso.

II. Il suo esame, come vi giunse (Giobbe 1:7): Il Signore disse a Satana: Da dove vieni? Sapeva benissimo da dove veniva, e con quale disegno era venuto, che come gli angeli buoni venivano a fare il bene, lui veniva per avere il permesso di fare del male; ma, chiamandolo a rendergli conto, gli dimostrava di essere sotto scacco e controllo. Donde vieni? Chiede questo,

1. Come chiedendosi cosa lo abbia portato lì. Saul è forse tra i profeti? Satana tra i figli di Dio? Sì, perché si trasforma in angelo di luce == (2Corinzi 11,13-14), e sembrerebbe uno di loro. Nota: È possibile che un uomo possa essere un figlio del diavolo e tuttavia essere trovato nelle assemblee dei figli di Dio in questo mondo, e che lì possa passare inosservato dagli uomini, e tuttavia essere sfidato dal Dio onniveggente. Amico, come sei venuto qui? O

2. Come chiedendo cosa avesse fatto prima di venire lì. La stessa domanda fu forse posta agli altri che si presentarono davanti al Signore:

"Da dove vieni?"

Siamo responsabili davanti a Dio di tutti i nostri luoghi di ritrovo e di tutte le strade che attraversiamo.

III. Il racconto che fa di se stesso e del viaggio che ha fatto. Vengo (dice) dall'andare avanti e indietro sulla terra.

1. Non poteva fingere di aver fatto del bene, non poteva rendere conto di sé come potevano fare i figli di Dio, che si presentavano davanti al Signore, che venivano dall'esecuzione dei suoi ordini, dal servire gli interessi del suo regno e dal servire gli eredi della salvezza.

2. Non avrebbe ammesso di aver fatto alcun male, di aver distratto gli uomini dalla fedeltà a Dio, ingannando e distruggendo le anime; no. Non ho fatto alcuna malvagità, == Proverbi 30:20 == Il tuo servo non è andato da nessuna parte. Dicendo di aver camminato avanti e indietro per la terra, lascia intendere di essersi mantenuto entro i limiti che gli erano stati assegnati, e di non aver trasgredito i suoi limiti; perché il dragone è gettato sulla terra == (Apocalisse 12:9) e non è ancora confinato nel suo luogo di tormento. Mentre siamo su questa terra, siamo alla sua portata, e con tanta sottigliezza, rapidità e operosità, egli penetra in tutti gli angoli di essa, che non possiamo essere in nessun luogo al sicuro dalle sue tentazioni.

3. Sembra ancora dare una rappresentazione del proprio carattere.

(1.) Forse lo si dice con orgoglio e con aria altezzosa, come se fosse davvero il principe di questo mondo, come se i regni del mondo e la loro gloria fossero suoi (Luca 4:6), e ora stesse camminando in circuito attraverso i suoi territori.

(2.) Forse è pronunciato in modo irritabile e con malcontento. Aveva camminato avanti e indietro e non aveva trovato riposo, ma era fuggiasco e vagabondo come Caino nel paese di Nod.

(3.) Forse è detto con attenzione:

"Ho lavorato sodo, andando avanti e indietro,"

o (come alcuni lo leggono)

"Scrutando la terra",

davvero alla ricerca di un'opportunità per fare del male. Cammina in cerca di chi possa divorare. Ci interessa quindi essere sobri e vigilanti.

IV. La domanda che Dio gli pone riguardo a Giobbe (Giobbe 1:8): Hai tu considerato il mio servo Giobbe? Come quando incontriamo qualcuno che è stato in un luogo lontano, dove abbiamo un amico che amiamo teneramente, siamo pronti a chiedere:

"Sei stato in un posto simile; Prego, hai visto il mio amico lì?"

Osservare

1. Con quanta onorabilità Dio parla di Giobbe: Egli è il mio servo. Gli uomini buoni sono servitori di Dio, ed egli si compiace di considerarsi onorato nei loro servizi, e sono per lui un nome e una lode == (Geremia 13:11) e una corona di gloria, == Isaia 62:3.

"Laggiù c'è il mio servo Giobbe; non c'è nessuno come lui, nessuno che io stimo come lui, di tutti i principi e i potentati della terra; uno solo santo come lui vale tutti loro: nessuno come lui per rettitudine e seria pietà; molti fanno bene, ma lui li supera tutti; non c'è fede così grande, no, non in Israele".

Così Cristo, molto tempo dopo, lodò il centurione e la donna di Canaan, che erano entrambi, come Giobbe, estranei a quella repubblica. I santi si gloriano in Dio, chi è come te tra gli dèi? e si compiace di gloriarsi in loro: Chi è come Israele fra il popolo? Così, qui, nessuno come Giobbe, nessuno sulla terra, quello stato di imperfezione. Quelli che sono in cielo lo superano di gran lunga; coloro che sono più piccoli in quel regno sono più grandi di lui; ma sulla terra non c'è un suo simile. Non c'è nessuno come lui in quel paese, così alcuni uomini buoni sono la gloria del loro paese.

2. Quanto egli attribuisce a Satana questo buon carattere di Giobbe: Hai tu rivolto il tuo cuore al mio servo Giobbe? progettando con la presente,

(1.) Per aggravare l'apostasia e la miseria di quello spirito malvagio:

"Come sei diverso da lui!"

Nota: La santità e la felicità dei santi sono la vergogna e il tormento del diavolo e dei figli del diavolo.

(2.) Per rispondere all'apparente vanto del diavolo dell'interesse che aveva per questa terra.

"Ho camminato avanti e indietro in essa", dice, "ed è tutta mia; ogni carne ha corrotto la sua via; tutti siedono e riposano nei loro peccati".

Zaccaria 1:10-11.

"No, aspetta", dice Dio, "Giobbe è il mio servo fedele".

Satana può vantarsi, ma non trionferà.

(3.) Anticipare le sue accuse, come se avesse detto:

"Satana, conosco il tuo incarico; tu sei venuto a informare contro Giobbe; Ma tu l'hai considerato? Il suo carattere indiscutibile non ti smentisce forse la menzogna?"

Nota, Dio conosce tutta la malizia del diavolo e i suoi strumenti contro i suoi servi; E abbiamo un avvocato pronto a comparire per noi, anche prima di essere accusati.

V. La vile insinuazione del diavolo contro Giobbe, in risposta all'encomio di Dio su di lui. Non poteva negare che Giobbe temeva Dio, ma insinuò che fosse un mercenario nella sua religione, e quindi un ipocrita (Giobbe 1:9): Giobbe teme forse Dio per nulla? Osservare

1. Quanto era impaziente il diavolo di sentire lodare Giobbe, sebbene fosse Dio stesso a lodarlo. Costoro sono come il diavolo che non può sopportare che si lodi altri se non se stessi, ma si lamentano della giusta parte di reputazione che gli altri hanno, come Saul (1Samuele 18:5 ecc.) e i Farisei, Matteo 21:15.

2. Quanto era smarrito per qualcosa da obiettare contro di lui; Non poteva accusarlo di nulla che fosse male, e quindi lo accusava di fare il bene con fini secondari. Se fosse stata vera l'unica metà di ciò che i suoi amici adirati, nell'ardore della disputa, gli imputavano con Giobbe 15:4, 22:5, Satana avrebbe senza dubbio portato contro di lui ora; ma una cosa del genere non poteva essere addotta, e quindi,

3. Guarda come lo biasimò furbescamente come un ipocrita, non affermando che lo fosse, ma solo chiedendo:

«Non è così?»

Questo è il modo comune dei calunniatori, dei sussurratori, dei maldicenti, di suggerire che attraverso una domanda che ancora non hanno motivo di pensare sia vero. Nota: Non è strano se coloro che sono approvati e accettati da Dio sono ingiustamente censurati dal diavolo e dai suoi strumenti; se sono altrimenti ineccepibili, è facile accusarli di ipocrisia, come Satana accusò Giobbe, e non hanno modo di purificarsi, se non aspettare pazientemente il giudizio di Dio. Come non c'è nulla che dovremmo temere di più dell'essere ipocriti, così non c'è nulla che dobbiamo temere di meno che essere chiamati e considerati tali senza motivo.

4. Quanto ingiustamente lo accusò di essere un mercenario, per dimostrarlo un ipocrita. Era una grande verità che Giobbe non temeva Dio per nulla; egli ne trasse molto, perché la pietà è un grande guadagno; ma era una menzogna che non avrebbe temuto Dio se non l'avesse ottenuto per mezzo di essa, come l'avvenimento dimostrò. Gli amici di Giobbe lo accusarono di ipocrisia perché era molto afflitto, Satana perché prosperò grandemente. Non è difficile per coloro che calunniano e cercano un'occasione. Non è mercenario guardare all'eterna ricompensa nella nostra obbedienza; ma mirare ai vantaggi temporali della nostra religione, e renderla asservita ad essi, è idolatria spirituale, adorare la creatura più del Creatore, ed è probabile che finisca in un'apostasia fatale. Gli uomini non possono servire a lungo Dio e mammona.

VI. La lamentela che Satana fece della prosperità di Giobbe, Giobbe 1:10. Osservare

1. Cosa Dio aveva fatto per Giobbe. Lo aveva protetto, aveva fatto una siepe intorno a lui, per la difesa della sua persona, della sua famiglia e di tutti i suoi beni. Notate che il popolo particolare di Dio è preso sotto la sua speciale protezione, essi e tutti coloro che gli appartengono; La grazia divina fa una copertura intorno alla loro vita spirituale, e la provvidenza divina intorno alla loro vita naturale, così sono sicuri e tranquilli. Egli lo aveva fatto prosperare non nell'ozio o nell'ingiustizia (il diavolo non poteva accusarlo di ciò), ma nella via dell'onesta diligenza: Tu hai benedetto l'opera delle sue mani. Senza quella benedizione, siano le mani sempre così forti, sempre così abili, l'opera non prospererà; ma, con ciò, la sua sostanza è meravigliosamente aumentata nel paese. La benedizione del Signore arricchisce: Satana stesso la possiede.

2. Che cosa ne ha notato il diavolo, e come lo ha migliorato contro di lui. Il diavolo ne parla con irritazione.

"Vedo che hai fatto una siepe intorno a lui, tutt'intorno; "

come se l'avesse girata intorno, per vedere se riusciva a scorgervi una sola fessura, da cui entrare, per fargli del male; ma rimase deluso: era una siepe completa. Il malvagio lo vide e ne fu addolorato, e argomentò contro Giobbe che l'unica ragione per cui serviva Dio era perché Dio lo aveva fatto prosperare.

"No, grazie a lui, per essere fedele al governo che lo preferisce, e per servire un Padrone che lo paga così bene".

VII. La prova che Satana si impegna a dare dell'ipocrisia e della mercenarietà della religione di Giobbe, se solo avesse il permesso di spogliarlo delle sue ricchezze.

"Che si ponga la questione di questo",

dice egli (Giobbe 1:11);

"rendilo povero, disapprovalo, volgi la mano contro di lui, e poi vedi dove sarà la sua religione; Tocca ciò che ha e apparirà ciò che è. Se non ti maledice in faccia, non sia mai creduto, ma accusato di bugiardo e di falso accusatore. Lascia che io perisca se non ti maledice";

Così alcuni suppliscono all'imprecazione, che il diavolo stesso modestamente nascondeva, ma i bestemmiatori profani della nostra epoca parlano sfacciatamente e audacemente. Osservare

1. Con quanta leggerezza parla dell'afflizione che desiderava fosse messa alla prova da Giobbe:

"Toccate tutto ciò che ha, cominciate da lui, minacciate di renderlo povero; Una piccola croce cambierà il suo tono".

2. Con quanta cattiveria parla dell'impressione che avrebbe fatto su Giobbe:

«Non solo lascerà cadere la sua devozione, ma la trasformerà in un'aperta sfida, non solo penserà a malapena di te, ma addirittura ti maledirà in faccia».

La parola tradotta maledizione è barac, la stessa che ordinariamente, e originariamente, significa benedire; ma maledire Dio è una cosa così empia che la lingua sacra non ammetterebbe il nome: ma che dove il senso lo richiede debba essere inteso così è chiaro da 1Re 21:10-13, dove la parola è usata riguardo al crimine imputato a Nabot, che egli bestemmiò Dio e il re. Ora

(1.) È probabile che Satana pensasse che Giobbe, se fosse stato impoverito, avrebbe rinunciato alla sua religione e quindi confutato la sua professione, e se così fosse (come un dotto gentiluomo ha osservato nel suo Monte degli Spiriti) Satana avrebbe creato il suo impero universale tra i figli degli uomini. Dio dichiarò Giobbe l'uomo migliore allora vivente: ora, se Satana può dimostrarlo un ipocrita, ne conseguirà che Dio non aveva un solo servo fedele tra gli uomini e che non esisteva una cosa come la vera e sincera pietà nel mondo, ma la religione era tutta una finzione, e Satana era re de facto... infatti, su tutta l'umanità. Ma sembrava che il Signore conoscesse quelli che sono suoi e non si inganni in nessuno.

(2.) Tuttavia, se Giobbe avesse mantenuto la sua religione, Satana avrebbe avuto la soddisfazione di vederlo gravemente afflitto. Odia gli uomini buoni e si compiace delle loro pene, come Dio si compiace della loro prosperità.

VIII. Il permesso che Dio diede a Satana di affliggere Giobbe per la prova della sua sincerità. Satana ha voluto che Dio lo facesse: stendi ora la tua mano. Dio gli permise di farlo (Giobbe 1:12):

"Tutto ciò che ha è nelle tue mani; Rendi la prova più dura che puoi, fa' del tuo peggio contro di lui".

Ora

1. È motivo di meraviglia che Dio abbia dato a Satana un permesso come questo, abbia consegnato l'anima della sua tortora nelle mani dell'avversario, un tale agnello a un tale leone; ma lo ha fatto per la sua gloria, l'onore di Giobbe, la spiegazione della Provvidenza e l'incoraggiamento del suo popolo afflitto in tutti i secoli, per fare un caso che, essendo giudicato, potrebbe essere un utile precedente. Egli permise che Giobbe fosse messo alla prova, come permise che Pietro fosse vagliato, ma fece attenzione che la sua fede non venisse meno == (Luca 22:32) e allora la prova di essa fu trovata a lode, onore e gloria, == 1Pietro 1:7. Ma

2. È una questione di conforto che Dio abbia il diavolo in una catena, in una grande catena, Apocalisse 20:1. Non poteva affliggere Giobbe senza il permesso di Dio prima chiesto e ottenuto, e poi non oltre il permesso:

"Soltanto non stendere la tua mano su di sé; non immischiarti con il suo corpo, ma solo con il suo patrimonio".

È un potere limitato quello che ha il diavolo; egli non ha il potere di corrompere gli uomini se non quello che essi stessi gli danno, né il potere di affliggere gli uomini se non quello che gli viene dato dall'alto.

IX. La partenza di Satana da questa riunione dei figli di Dio. Prima che si sciogliessero, Satana uscì (come Caino, Genesi 4:16) dalla presenza del Signore; non più trattenuto davanti a lui (come lo fu Doeg, 1Samuele 21:7) fino a quando non ebbe compiuto il suo proposito malvagio. Egli uscì,

1. Contento di aver ottenuto il suo punto, orgoglioso del permesso che aveva di fare del male a un brav'uomo; e

2. Deciso a non perdere tempo, ma a mettere rapidamente in esecuzione il suo progetto. Adesso egli uscì non per andare avanti e indietro, vagando per la terra, ma con una rotta diretta, per piombare sul povero Giobbe, che procede con prudenza nel suo dovere e non sa nulla della faccenda. Non siamo consapevoli di ciò che passa tra gli spiriti buoni e quelli cattivi che ci riguardano.

13 Ver. 13. fino a 19.

Abbiamo qui un particolare resoconto dei problemi di Giobbe.

I. Satana li portò su di sé il giorno stesso in cui i suoi figli cominciarono il loro corso di banchetti, a casa del loro fratello maggiore == (Giobbe 1:13), dove, avendo (possiamo supporre) la doppia porzione, il divertimento era il più ricco e il più abbondante. Tutta la famiglia, senza dubbio, era in perfetto riposo, e tutti erano tranquilli e non si rendevano conto del problema, ora che riprendevano questa usanza; e questa volta Satana scelse che l'afflizione, che stava per arrivare, potesse essere più grave. La notte del mio piacere si è trasformato in paura, == Isaia 21:4.

II. Lo incontrano tutti in una volta; Mentre un messaggero di cattive notizie parlava, ne arrivò un altro e, prima che avesse raccontato la sua storia, un terzo e un quarto lo seguirono immediatamente. Così Satana, con il permesso divino, lo ordinò:

1. Che potesse apparire un dispiacere più che ordinario di Dio contro di lui nelle sue difficoltà, e con ciò potesse essere esasperato contro la divina Provvidenza, come se fosse deciso, giusto o sbagliato, di rovinarlo, e non dargli il tempo di parlare per se stesso.

2. Che non avesse il tempo di considerare e raccogliersi e di ragionare fino a una graziosa sottomissione, ma che potesse essere sopraffatto e sopraffatto da una complicazione di calamità. Se non ha spazio per fermarsi un po', sarà incline a parlare in fretta, e poi, se mai, maledirà il suo Dio. Nota: I figli di Dio sono spesso in subironia a causa di molteplici tentazioni; richiami profondi al profondo; onde e ondate si susseguono l'una sull'altra. Un'afflizione dunque vivifichi e ci aiuti a prepararci per un'altra; perché, per quanto profondamente abbiamo bevuto del calice amaro, finché siamo in questo mondo non possiamo essere sicuri di aver bevuto la nostra parte e che alla fine passerà da noi.

III. Gli tolsero tutto ciò che aveva e misero fine ai suoi godimenti. Il dettaglio delle sue perdite corrisponde al precedente inventario dei suoi possedimenti.

1. Aveva 500 paia di buoi, 500 asine e un numero competente di servi per servirli; e tutto questo li perse in una volta, Giobbe 1:14-15. Il racconto che ne ha gli fa sapere:

(1.) Che non era per negligenza dei suoi servi; perché allora il suo risentimento avrebbe potuto riversarsi su di loro: i buoi aravano, non giocavano, e gli asini non si lasciavano smarrire e venivano presi come spensierati, ma pascolavano accanto a loro, sotto l'occhio del servo, ciascuno al suo posto; e quelli che passavano, possiamo supporre, li benedisse e disse: Dio affretti l'aratro. Nota: Tutta la nostra prudenza, cura e diligenza non possono proteggerci dall'afflizione, no, non da quelle afflizioni che sono comunemente dovute all'imprudenza e alla negligenza. Se il Signore non custodisce la città, la sentinella, sebbene sempre così vigile, veglia invano. Eppure è un po' di conforto in un problema se ci ha trovato sulla strada del nostro dovere, e non su una strada secondaria.

(2.) Questo avvenne a causa della malvagità dei suoi vicini, i Sabei, probabilmente una sorta di ladri che vivevano di bottino e saccheggio. Portarono via i buoi e gli asini e uccisero i servi che fedelmente e coraggiosamente fecero del loro meglio per difenderli, e uno solo riuscì a fuggire, non per gentilezza verso di lui o verso il suo padrone, ma perché Giobbe potesse averne la certezza da un testimone oculare prima di sentirla da un rapporto volante, che gliel'avrebbe portata addosso gradualmente. Non abbiamo motivo di sospettare che né Giobbe né i suoi servi abbiano provocato i Sabei per fare questa incursione, ma Satana mise nei loro cuori di farlo, di farlo ora, e così guadagnò un doppio punto, perché fece soffrire sia Giobbe che loro a peccare. Notate, Quando Satana ha il permesso di Dio di fare del male, non vorrà che uomini maliziosi siano i suoi strumenti per farlo, poiché egli è uno spirito che opera nei figli della disubbidienza.

2. Aveva 7000 pecore e pastori che le custodivano; e tutte quelle che perse nello stesso tempo per un fulmine, Giobbe 1:16. Giobbe era forse, nella sua mente, pronto a rimproverare i Sabei, e a scagliarsi contro di loro per la loro ingiustizia e crudeltà, quando la notizia successiva lo indirizza immediatamente a guardare in alto: Il fuoco di Dio è caduto dal cielo. Come il tuono è la sua voce, così il lampo è il suo fuoco: ma questo fu un lampo così straordinario, e scagliato contro Giobbe, che tutte le sue pecore e i suoi pastori non solo furono uccisi, ma ne furono consumati subito, e un solo pastore rimase in vita per portare la notizia al povero Giobbe. Il diavolo, con l'intenzione di fargli maledire Dio e rinunciare alla sua religione, condusse questa parte del processo con molta astuzia, per arrivare a ciò.

(1.) Le sue pecore, con le quali in particolare era solito onorare Dio in sacrificio, gli furono tutte tolte, come se Dio fosse adirato per le sue offerte e lo punisse proprio in quelle cose che aveva impiegato nel suo servizio. Avendo travisato Giobbe a Dio come un falso servitore, nel perseguimento del suo vecchio disegno di mettere il cielo e la terra in disaccordo, qui egli travisò Dio a Giacobbe come un padrone severo, che non avrebbe protetto quei greggi di cui aveva avuto così tanti olocausti. Questo indurrebbe Giobbe a dire: "È inutile servire Dio".

(2.) Il messaggero chiamò il lampo il fuoco di Dio (e abbastanza innocentemente), ma forse Satana in tal modo progettò di inculcare nella sua mente questo pensiero, che Dio si era trasformato in suo nemico e aveva combattuto contro di lui, il che era molto più grave per lui di tutti gli insulti dei Sabei. Ammetteva (Giobbe 31:23) che la distruzione da parte di Dio era un terrore per lui. Quanto furono terribili dunque le notizie di questa distruzione, che venne immediatamente dalla mano di Dio! Se il fuoco dal cielo avesse consumato le pecore sull'altare, egli avrebbe potuto interpretarlo come un segno del favore di Dio; ma, poiché il fuoco li consumava nel pascolo, non poteva fare a meno di considerarlo come un segno del dispiacere di Dio. Non c'era stato nulla di simile da quando Sodoma era stata bruciata.

3. Aveva 3000 cammelli e servi che li custodivano, e li perse tutti nello stesso tempo per mano dei Caldei, che vennero in tre schiere, li scacciarono e uccisero i servi, Giobbe 1:17. Se il fuoco di Dio, che cadde sugli onesti servitori di Giobbe, che erano sulla via del loro dovere, fosse caduto sui ladroni sabei e caldei che facevano del male, i giudizi di Dio in essi sarebbero stati come le grandi montagne, evidenti e cospicui; ma quando la via degli empi prospera, ed essi portano via il loro bottino, mentre gli uomini giusti e buoni sono improvvisamente stroncati, la giustizia di Dio è come il grande abisso, di cui non possiamo trovare l'abisso, Salmi 36:6.

4. I suoi beni più cari e preziosi erano i suoi dieci figli; e, per concludere la tragedia, gli viene portata, allo stesso tempo, la notizia che essi furono uccisi e sepolti tra le rovine della casa in cui stavano banchettando, e tutti i servi che li servivano, tranne uno che venne espresso con la notizia di ciò, Giobbe 1:18-19. Questa fu la più grande delle perdite di Giobbe, e che non poteva non avvicinarsi a lui; e perciò il diavolo lo riservò per ultimo, affinché, se le altre provocazioni fossero fallite, questo gli facesse maledire Dio. I nostri figli sono pezzi di noi stessi; è molto difficile separarsi da loro, e tocca un brav'uomo in una parte tenera come qualsiasi altra. Ma separarsi da loro tutti in una volta, e che fossero tutti tagliati fuori in un attimo, che erano stati per tanti anni le sue preoccupazioni e le sue speranze, fu davvero un passo da fare.

(1.) Morirono tutti insieme e nessuno di loro rimase in vita. Davide, sebbene fosse un uomo saggio e buono, era molto scomposto dalla morte di un figlio. Quanto fu dura allora la cosa per il povero Giobbe che li perse tutti e, in un attimo, fu scritto senza figli!

(2.) Sono morti improvvisamente. Se fossero stati portati via da qualche malattia persistente, avrebbe avuto l'avviso di aspettarsi la loro morte e prepararsi alla breccia; ma questo gli venne addosso senza dargli alcun avvertimento.

(3.) Morirono mentre banchettavano e facevano festa. Se fossero morti all'improvviso mentre stavano pregando, avrebbe potuto sopportarlo meglio. Avrebbe sperato che la morte li avesse trovati in una buona condizione se il loro sangue si fosse mescolato ai loro sacrifici; ma che si mescolasse con il loro banchetto, dove egli stesso era geloso di loro perché avevano peccato, e malediceva Dio nei loro cuori, vedere quel giorno piombare su di loro inconsapevolmente, come un ladro nella notte, quando forse le loro teste erano sovraccariche di eccesso e di ubriachezza, non poteva che aggiungere molto al suo dolore, considerando la tenerezza che aveva sempre avuto per le anime dei suoi figli, e che ora erano fuori dalla portata dei sacrifici che era solito offrire secondo il numero di tutti loro. Guarda come tutte le cose si assomigliano a tutti. I figli di Giobbe erano costantemente pregati dal padre, vivevano nell'amore gli uni degli altri, eppure giunsero a questa fine prematura.

(4.) Essi morirono per il vento del diavolo, che è il principe della potestà dell'aria == (Efesini 2:2), ma si considerava una mano immediata di Dio e un segno della sua ira. Così ha interpretato Bildad (Giobbe 8:4): I tuoi figli hanno peccato contro di lui, ed egli li ha rigettati nella loro trasgressione.

(5.) Furono portati via quando ne aveva più bisogno per confortarlo da tutte le altre sue perdite. Questi miserabili consolatori sono tutte creature. In Dio solo noi abbiamo un aiuto presente in ogni momento.

20 Giobbe 1:20-22

Il diavolo aveva fatto tutto ciò che desiderava contro Giobbe, per provocarlo a maledire Dio. Aveva toccato tutto quello che aveva, l'aveva toccato con un testimone; Colui che il sole nascente vide il più ricco di tutti gli uomini dell'oriente, era prima di notte povero di proverbi. Se le sue ricchezze fossero state, come insinuava Satana, l'unico principio della sua religione, ora che aveva perduto le sue ricchezze avrebbe certamente perso la sua religione; ma il racconto che abbiamo, in questi versetti, del suo pio comportamento sotto la sua afflizione, provava a sufficienza che il diavolo era un bugiardo e Giobbe un uomo onesto.

I. Si comportò come un uomo nelle sue afflizioni, non stupido e insensato, come un ceppo o una pietra, non innaturale e non intaccato alla morte dei suoi figli e servi; no (Giobbe 1:20), si alzò, si stracciò il mantello e si rasò il capo, che erano le solite espressioni di grande dolore, per mostrare che era sensibile alla mano del Signore che si era stesa contro di lui; eppure non proruppe in alcuna indecenza, né scoprì alcuna passione stravagante. Non svenne, ma si alzò, come un campione per il combattimento; Non si tolse, in preda al caldo, i suoi vestiti, ma molto gravemente, in conformità con l'usanza del paese, si strappò il mantello, il mantello o il mantello; Non si strappò appassionatamente i capelli, ma si rasò deliberatamente la testa. Da tutto ciò sembrava che mantenesse la calma e mantenesse coraggiosamente il possesso e il riposo della propria anima, in mezzo a tutte queste provocazioni. Il momento in cui cominciò a mostrare i suoi sentimenti è osservabile; Fu solo quando seppe della morte dei suoi figli, e allora si alzò, allora si strappò il mantello. Un cuore incredulo mondano avrebbe detto:

"Ora che la carne è finita, è bene che anche le bocche siano finite; ora che non ci sono porzioni è bene che non ci siano figli":

ma Giobbe lo sapeva bene, e sarebbe stato grato se la Provvidenza avesse risparmiato i suoi figli, anche se aveva poco o nulla per loro, perché Jehovah-jireh, il Signore provvederà. Alcuni espositori, ricordando che era consuetudine per gli ebrei stracciarsi le vesti quando udivano bestemmia, congetturano che Giobbe si stracciò le vesti in una santa indignazione per i pensieri blasfemi che Satana ora gettava nella sua mente, tentandolo a maledire Dio.

II. Si comportò come un uomo saggio e buono nella sua afflizione, come un uomo perfetto e retto, e uno che temeva Dio e fuggiva il male del peccato più di quello delle difficoltà esteriori.

1. Si è umiliato sotto la mano di Dio e si è adattato alle provvidenze a cui era sottoposto, come uno che sapeva volere e abbondare. Quando Dio chiamò al pianto e al lutto, pianse e fece cordoglio, si stracciò il mantello e si rasò il capo; e, come uno che si abbassava fino alla polvere davanti a Dio, cadde a terra, in un senso penitente di peccato e in una paziente sottomissione alla volontà di Dio, accettando la punizione della sua iniquità. Con ciò mostrò la sua sincerità, perché gli ipocriti non gridano quando Dio li lega, == Giobbe 36:13. Con ciò si preparò a guarire dall'afflizione; Infatti, come possiamo migliorare il dolore che non sentiremo?

2. Si compose con considerazioni tranquillizzanti, per non essere disturbato e messo fuori dal possesso della propria anima da questi eventi. Egli ragiona a partire dallo stato comune della vita umana, che descrive con applicazione a se stesso: Nudo sono uscito (come fanno gli altri) dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò, nel grembo della nostra comune madre: la terra, come il bambino, quando è malato o stanco, posa la testa nel seno di sua madre. Polvere eravamo nel nostro originale, e in polvere ritorniamo alla nostra uscita (Genesi 3:19), alla terra come eravamo == (Ecclesiaste 12:7), nudi torneremo là, da dove siamo stati portati, cioè all'argilla, Giobbe 33:6. San Paolo si riferisce a questo di Giobbe, 1Timoteo 6:7 == Non abbiamo portato nulla dei beni di questo mondo nel mondo, ma li abbiamo da altri; ed è certo che non possiamo portare via nulla, ma dobbiamo lasciarli ad altri. Veniamo al mondo nudi, non solo disarmati, ma svestiti, indifesi, incapaci, non così ben coperti e recintati come le altre creature. Il peccato in cui nasciamo ci rende nudi, a nostra vergogna, agli occhi del Dio santo. Usciamo dal mondo nudi; il corpo lo fa, anche se l'anima santificata va vestita, 2Corinzi 5:3. La morte ci spoglia di tutti i nostri piaceri; Gli indumenti non possono né riscaldare né adornare un cadavere. Questa considerazione fece tacere Giobbe sotto tutte le sue perdite.

(1.) Egli è solo dov'era all'inizio. Egli si considera solo nudo, non mutilato, non ferito; egli stesso era ancora l'uomo di se stesso, quando nient'altro era suo, e quindi ridotto alla sua condizione primaria. Nemo tam pauper potest esse quam natus est - Nessuno può essere così povero come lo era quando è nato. - Min. Felix. Se siamo impoveriti, non subiamo alcun torto e non ci fanno molto male, perché siamo come siamo nati.

(2.) È solo dove deve essere stato alla fine, ed è solo svestito, o piuttosto scaricato, un po' prima di quanto si aspettasse. Se ci spogliamo prima di andare a letto, è un inconveniente, ma può essere meglio sopportarlo quando è quasi ora di andare a letto.

3. Diede gloria a Dio, e si espresse in questa occasione con una grande venerazione per la divina Provvidenza, e una mite sottomissione alle sue disposizioni. Possiamo ben rallegrarci di trovare Giobbe in questa buona condizione, perché questa fu proprio la cosa su cui fu messa alla prova la sua integrità, sebbene egli non lo sapesse. Il diavolo disse che, sotto la sua afflizione, avrebbe maledetto Dio; ma egli lo benedisse, e così si dimostrò un uomo onesto.

(1.) Riconobbe la mano di Dio sia nelle misericordie di cui aveva goduto in precedenza sia nelle afflizioni con cui ora era esercitato: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Dobbiamo possedere la divina Provvidenza,

[1.] In tutte le nostre comodità. Dio ci ha dato il nostro essere, ci ha creati, e non noi stessi, ci ha dato la nostra ricchezza; non è stato il nostro ingegno o la nostra operosità ad arricchirci, ma la benedizione di Dio sulle nostre preoccupazioni e sui nostri sforzi. Ci ha dato il potere di ottenere ricchezza, non solo ha creato le creature per noi, ma ci ha dato la nostra parte.

[2.] In tutte le nostre croci. Quello che ha dato lo ha tolto; E non può egli fare ciò che vuole con i suoi? Guardate come Giobbe guarda al di sopra degli strumenti e tiene d'occhio la Causa prima. Egli non dice:

"Il Signore ha dato, i Sabei e i Caldei hanno tolto; Dio mi ha fatto ricco e il diavolo mi ha reso povero"; ma: "Chi ha dato ha preso";

e per questo è muto e non ha nulla da dire, perché Dio l'ha fatto. Chi ha dato tutto prenda cosa, quando e quanto vuole. Seneca poteva argomentare così: Abstulit, sed et dedit: ha tolto, ma ha anche dato; ed Epitteto in modo eccellente (cap. 15),

"Quando sei privato di qualsiasi conforto, supponi che un bambino ti sia portato via dalla morte, o una parte del tuo patrimonio perduta, non dire απωλεσα αυτο - L'ho perduto; ma απεδωκα l'ho restituito al legittimo proprietario; ma tu obietterai (dice), κακος ο αφελομενος - è un uomo cattivo che mi ha derubato; al che egli risponde: τι δε σοι μελει - Che cosa ti importa per quale mano colui che dà rimanda ciò che ha dato?"

(2.) Adorava Dio in entrambi. Quando tutto fu finito, si prostrò e adorò. Notate che le afflizioni non devono distoglierci dagli esercizi della religione, ma farci vivere ad essi. Il pianto non deve ostacolare la semina, né ostacolare l'adorazione. Egli guardò non solo la mano di Dio, ma il nome di Dio, nelle sue afflizioni, e gli diede gloria: Benedetto sia il nome del Signore. Egli ha ancora gli stessi grandi e buoni pensieri di Dio che ha sempre avuto, ed è più che mai pronto a pronunciarli alla sua lode; può trovare nel suo cuore di benedire Dio anche quando toglie così come quando dà. Così dobbiamo cantare sia la misericordia che il giudizio, == Salmi 101:1.

[1.] Egli benedice Dio per ciò che è stato dato, anche se ora è stato tolto. Quando le nostre comodità ci vengono tolte, dobbiamo ringraziare Dio di averle avute e di averle avute molto più a lungo di quanto meritassimo. No

[2.] Adora Dio anche nel togliergli e gli dà onore con una sottomissione volontaria; anzi, gli rende grazie per il bene che gli ha fatto le sue afflizioni, per il benevolo sostegno nelle sue afflizioni e per le speranze credenti che aveva di una felice discendenza alla fine.

Infine, ecco l'onorevole testimonianza che lo Spirito Santo dà della costanza e della buona condotta di Giobbe nelle sue afflizioni. Superò le sue prove con un applauso, Giobbe 1:22. In tutto questo Giobbe non agì male, perché non attribuì stoltezza a Dio, né rifletté minimamente sulla sua saggezza in ciò che aveva fatto. Il malcontento e l'impazienza accusano in effetti Dio di follia. Perciò Giobbe guardò attentamente contro l'opera di questi; e così dobbiamo fare noi, riconoscendo che come Dio ha agito bene, ma noi abbiamo agito malvagiamente, così Dio ha agito saggiamente, ma noi abbiamo agito stoltamente, molto stoltamente. Coloro che non solo mantengono la calma sotto le croci e le provocazioni, ma mantengono buoni pensieri di Dio e una dolce comunione con lui, sia che la loro lode sia degli uomini o no, sarà da Dio, come lo era qui Giobbe.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 1

1 Questo libro è così chiamato da Giobbe, di cui sono riportate la prosperità, le afflizioni e la guarigione. Visse poco dopo Abramo, o forse prima di quel patriarca. Molto probabilmente fu scritto dallo stesso Giobbe ed è il libro più antico che esista. Le istruzioni da apprendere dalla pazienza di Giobbe e dalle sue prove sono utili oggi e necessarie quanto mai. Viviamo sotto la stessa Provvidenza, abbiamo lo stesso Padre castigatore e c'è lo stesso bisogno di correzione verso la giustizia. La forza d'animo e la pazienza di Giobbe, pur non essendo piccole, cedettero nei suoi gravi problemi; ma la sua fede era fissata sulla venuta del suo Redentore, e questo gli diede solidità e costanza, anche se ogni altra dipendenza, in particolare l'orgoglio e la vanagloria di uno spirito presuntuoso, fu provata e consumata. Un'altra grande dottrina della fede, particolarmente esposta nel libro di Giobbe, è quella della Provvidenza. È evidente, da questa storia, che il Signore vegliava sul suo servo Giobbe con l'affetto di un padre saggio e amorevole.

Capitolo 1

La pietà e la prosperità di Giobbe Giob 1:1-5

Satana ottiene il permesso di tentare Giobbe Giob 1:6-12

La perdita dei beni di Giobbe e la morte dei suoi figli Giob 1:13-19

La pazienza e la pietà di Giobbe Giob 1:20-22

Versetti 1-5

Giobbe era ricco, eppure pio. Anche se è difficile e raro, non è impossibile per un uomo ricco entrare nel regno dei cieli. Con la grazia di Dio, le tentazioni della ricchezza mondana possono essere superate. Il racconto della pietà e della prosperità di Giobbe precede la storia delle sue grandi afflizioni, mostrando che nessuna delle due è al riparo dai problemi. Mentre Giobbe osservava con soddisfazione l'armonia e le comodità dei suoi figli, la sua conoscenza del cuore umano lo faceva temere per loro. Li inviò e li santificò, ricordando loro di esaminare se stessi, di confessare i propri peccati, di cercare il perdono; e come uno che sperava di essere accettato da Dio attraverso il Salvatore promesso, offrì un olocausto per ciascuno di loro. Si percepisce la sua cura per le loro anime, la sua conoscenza dello stato di peccato dell'uomo, la sua totale dipendenza dalla misericordia di Dio nel modo da lui stabilito.

6 Versetti 6-12

Le afflizioni di Giobbe sono iniziate per la malizia di Satana, con il permesso del Signore, per scopi saggi e santi. C'è uno spirito maligno, nemico di Dio e di ogni rettitudine, che cerca continuamente di affliggere, di sviare e, se possibile, di distruggere coloro che amano Dio. Non possiamo dire fino a che punto si estenda la sua influenza, ma probabilmente molte instabilità e infelicità nei cristiani possono essere attribuite a lui. Finché siamo su questa terra siamo alla sua portata. Per questo motivo è importante essere sobri e vigilanti, 1P 5:8. Osservate come Satana censura Giobbe. È il modo comune dei calunniatori di insinuare ciò che non hanno motivo di ritenere vero. Ma come non c'è nulla che dovremmo temere di più che essere realmente ipocriti, così non c'è nulla che dovremmo temere di meno che essere chiamati e considerati tali senza motivo. Non è sbagliato guardare alla ricompensa eterna nella nostra obbedienza, ma è sbagliato mirare a vantaggi mondani nella nostra religione. Il popolo di Dio è preso sotto la sua speciale protezione: esso e tutto ciò che gli appartiene. La benedizione del Signore arricchisce; Satana stesso lo riconosce. Dio ha messo alla prova Giobbe, come ha messo al vaglio Pietro. Ci conforta il fatto che Dio tiene il diavolo in catene, Ap 20:1. Non ha alcun potere di indurre gli uomini al peccato, se non quello che gli danno loro stessi; né alcun potere di affliggere gli uomini, se non quello che gli viene dato dall'alto. Tutto questo ci viene descritto alla maniera degli uomini. La Scrittura parla così per insegnarci che Dio dirige gli affari del mondo.

13 Versetti 13-19

Satana portò i problemi di Giobbe su di lui il giorno in cui i suoi figli cominciarono a banchettare. I guai si abbatterono su Giobbe tutti insieme; mentre un messaggero di cattive notizie parlava, ne seguiva un altro. I suoi beni più cari e preziosi erano i suoi dieci figli; gli viene portata la notizia che sono stati uccisi. Gli sono stati portati via quando ne aveva più bisogno per consolarsi di altre perdite. Solo in Dio abbiamo un aiuto presente in ogni momento.

20 Versetti 20-22

Giobbe si umilia sotto la mano di Dio. Egli ragiona a partire dallo stato comune della vita umana, che descrive. Non abbiamo portato nulla dei beni di questo mondo, ma li abbiamo avuti da altri; ed è certo che non possiamo portare nulla fuori, ma dobbiamo lasciarli ad altri. Giobbe, con tutte le perdite subite, non è che ridotto al suo stato iniziale. Si trova dove doveva essere alla fine, ed è solo svestito, o meglio scaricato, un po' prima di quanto si aspettasse. Se ci togliamo i vestiti prima di andare a letto, è un po' un inconveniente, ma può essere meglio sopportato quando è vicina l'ora di andare a letto. Colui che ha dato ha tolto. Osservate come Giobbe guardi al di sopra degli strumenti e tenga gli occhi puntati sulla Causa Prima. Le afflizioni non devono distoglierci, ma stimolarci alla religione. Se in tutti i nostri problemi guardiamo al Signore, egli ci sosterrà. Il Signore è giusto. Tutto ciò che abbiamo proviene dal suo dono; l'abbiamo perso con il peccato e non dobbiamo lamentarci se ci toglie una parte. Il malcontento e l'impazienza accusano Dio di follia. Contro di esse Giobbe si è guardato bene; e così dobbiamo fare noi, riconoscendo che come Dio ha fatto bene, ma noi abbiamo fatto male, così Dio ha fatto bene, ma noi abbiamo fatto molto male. E che la malizia e la potenza di Satana rendano più prezioso per le nostre anime il Salvatore, che è venuto a distruggere le opere del diavolo; che, per la nostra salvezza, ha sofferto da quel nemico molto più di quanto abbia sofferto Giobbe o noi possiamo pensare.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 1

1 Introduzione al lavoro

In riferimento a nessuna parte delle Scritture sono sorte tante domande quanto al Libro di Giobbe. Il tempo della sua composizione; l'autore; il paese dove è stata ambientata la scena; la domanda se Giobbe fosse una persona reale; la natura e il disegno della poesia; sono stati punti su cui si è intrattenuta una grande varietà di opinioni tra gli espositori e su cui prevalgono ancora opinioni diverse. È importante, per una corretta comprensione del libro, che su questi argomenti venga data tutta la luce che può essere; e sebbene nella varietà di opinioni che prevale tra gli uomini della più alta distinzione nell'apprendimento non si possa sperare una certezza assoluta, tuttavia sono stati fatti tali progressi nell'indagine che su alcuni di questi punti possiamo arrivare ad un alto grado di probabilità.

Sezione 1. La domanda se il lavoro fosse una persona reale

La prima domanda che si pone nell'esame del libro è se Giobbe abbia avuto un'esistenza reale. Questo è stato messo in dubbio per motivi come i seguenti:

(1) Il libro è stato supposto da alcuni per avere tutti i segni di un'allegoria. Allegorie e parabole, si dice, non sono rare nelle Scritture dove si suppone un caso, e quindi la narrazione procede come se fosse reale. Si è qui sostenuto un caso del genere, in cui l'autore del poema si proponeva di illustrare verità importanti, ma invece di enunciarle in forma astratta, scelse di presentarle nella forma più grafica e interessante di un presunto caso. - in cui siamo portati a simpatizzare con un sofferente; vedere il motivo della difficoltà nella questione in discussione in modo più toccante di quanto potrebbe essere presentato in forma astratta; e dove l'argomento deve interessare tutta la mente che si ha quando si verifica nella vita reale.

(2) è stato sostenuto che alcune delle transazioni nel libro devono essere state di questo carattere, o sono tali che non avrebbero potuto realmente essere avvenute. In particolare è stato detto che il racconto dell'intervista di Satana con yahweh – Giobbe 1:6; Giobbe 2:1 deve essere considerato semplicemente come un caso supposto, essendo estremamente improbabile che si verificasse un tale colloquio e tale conversazione si svolgesse.

(3) la stessa conclusione è stata tratta dal carattere artificiale delle dichiarazioni sui beni di Giobbe, sia prima che dopo i suoi processi - dichiarazioni che appaiono come se il caso fosse semplicemente supposto e che non sarebbe probabile che si verifichino nella realtà . Quindi, abbiamo solo numeri tondi menzionati nell'enumerazione dei suoi possedimenti - come 7.000 pecore, 3.000 cammelli, 500 giogo di buoi e 500 asine.

Così, anche, c'è qualcosa di artificiale nel modo in cui sono usati i sacri numeri sette e tre. Aveva 7.000 pecore, 7 figli - sia prima che dopo le sue prove; i suoi tre amici vennero e si sedettero 7 giorni e 7 notti senza dire una parola per condogliarsi con lui Giobbe 2:13; e sia prima che dopo le sue prove ebbe tre figlie.

La stessa apparenza artificiale e parabolica, si dice, si vede nel fatto che dopo la sua guarigione i suoi beni furono esattamente raddoppiati, e nella sua vecchiaia ebbe di nuovo esattamente lo stesso numero di 7 figli e 3 figlie che aveva prima delle sue afflizioni .

(4) che l'intera narrazione sia allegorica o parabolica è stata ulteriormente argomentata dalla condotta degli amici di Giobbe. Il loro stare seduti 7 giorni e 7 notti senza dire nulla, quando erano venuti apposta per condogliarsi con lui, si dice, è una circostanza del tutto improbabile, e sembra che l'insieme fosse un presunto caso.

(5) la stessa cosa è stata dedotta dal modo in cui è scritto il libro. È dell'ordine più alto della poesia. I discorsi sono i più elaborati; sono pieni di argomenti accurati e preparati con cura; sono disposti con grande cura; sono espressi nel modo più sentenzioso; incarnano i risultati di una lunga e attenta osservazione e sono del tutto diversi da ciò che verrebbe pronunciato in un dibattito non premeditato ed estemporaneo.

Nessun uomo, si dice, parli in questo modo; né si può supporre che la bella poesia e il sublime argomento, come abbondano in questo libro, siano mai caduti in animata discussione dalle labbra degli uomini. Vedi Eichorn, Einleitung in das Alte Tes. V. Banda. 129-131. Da considerazioni come queste si è messo in dubbio il carattere storico del libro, e l'insieme è stato considerato come un presunto caso atto ad illustrare la grande questione che l'autore del poema si proponeva di esaminare.

È importante, quindi, indagare quali siano le ragioni per credere che una persona come Giobbe sia vissuta e fino a che punto le transazioni a cui si fa riferimento nel libro debbano essere considerate storicamente vere.

(1) il fatto della sua esistenza è espressamente dichiarato, e il racconto ha tutta l'apparenza di essere un semplice resoconto di un avvenimento reale. I primi due capitoli del libro, e una parte dell'ultimo capitolo, sono semplici documenti storici. Il resto del libro è davvero poetico, ma queste parti non mostrano nessuna delle caratteristiche della poesia. Non si trovano nella Bibbia affermazioni storiche più semplici e chiare di queste; e non ce n'è nessuno che, di per sé considerato, non possa essere messo da parte tanto bene quanto allegorico. Questo fatto dovrebbe essere considerato decisivo, a meno che non vi sia qualche ragione che non appaia sul volto del racconto per considerarlo allegorico.

(2) il racconto dell'esistenza di un tale uomo è considerato storicamente vero dagli scrittori ispirati delle Scritture. Così, in Ezechiele 14:14 , Dio dice: "Anche se questi tre uomini, Noè, Daniele e Giobbe, fossero in essa (la terra), non dovrebbero liberare che le loro anime mediante la loro giustizia, dice il Signore Dio.

“Confronta Ezechiele 14:16 , Ezechiele 14:20. Qui Giobbe è indicato come un personaggio reale distintamente come Noè e Daniele, e tutte le circostanze sono proprio come sarebbero se si supponesse che avesse un'esistenza reale.

Si parla allo stesso modo come di veri "uomini"; come aventi un'anima - "dovrebbero liberare solo le proprie anime mediante la propria giustizia;" come avere figli e figlie - "non daranno né figli né figlie, solo loro saranno consegnati" Ezechiele 14:16; e sono sotto tutti gli aspetti menzionati allo stesso modo come personaggi reali.

Sul fatto storico che c'erano uomini come Noè e Daniele non ci possono essere dubbi, ed è evidente che Ezechiele considerava certamente Giobbe come un personaggio reale come faceva uno degli altri.

Un passaggio parallelo, che lo illustrerà, si trova in Geremia 15:1 : "Allora il Signore mi disse: Sebbene Mosè e Samuele stessero davanti a me, tuttavia la mia mente non poteva essere verso questo popolo". Qui si parla di Mosè e di Samuele come dei veri personaggi, e non c'è dubbio che siano esistiti. Eppure sono menzionati allo stesso modo di Giobbe nel passaggio di Ezechiele.

In entrambi i casi è incredibile che si sia fatto riferimento a un personaggio fittizio. L'appello è di quelli che avrebbero potuto essere fatti solo a un personaggio reale, e non vi può essere alcun ragionevole dubbio che Ezechiele considerasse Giobbe come realmente esistito; o meglio, poiché è Dio che parla e non Ezechiele, che parla di Giobbe come realmente esistito. La stessa cosa è evidente da un riferimento a Giobbe da parte dell'apostolo Giacomo: “Avete udito della pazienza di Giobbe e avete visto la fine del Signore; che il Signore è molto pietoso e di tenera misericordia” Giacomo 5:11; cioè la felice uscita alla quale il Signore portava tutte le sue prove, mostrando di essere pietoso verso chi era nell'afflizione, e di grande misericordia.

Non c'è dubbio che qui si fa riferimento alle sofferenze di un vero uomo, come c'è alla vera compassione che il Signore mostra a chi è nelle grandi prove. È incredibile che questo scrittore sacro abbia fatto appello in questo caso al caso di uno che considerava un personaggio fittizio; e se si deve fare affidamento sulle opinioni di Ezechiele e Giacomo, non c'è dubbio che Giobbe abbia avuto un'esistenza reale.

Ezechiele lo menziona proprio come fa Noè e Daniele, e Giacomo lo menziona proprio come fa Elia Giacomo 5:17; e per quanto riguarda questo record storico, c'è la stessa prova dell'esistenza effettiva dell'uno come dell'altro.

(3) le specificazioni di luoghi e nomi nel libro non sono quelle che avverrebbero in un'allegoria. Se fosse stato semplicemente un "caso presunto", per illustrare qualche grande verità, queste specificazioni non sarebbero state necessarie e non si sarebbero verificate. Nelle parabole riconosciute della Scrittura, raramente ci sono precisazioni molto minuziose di nomi e luoghi. Così, nella parabola del figliol prodigo, non è menzionato né il nome del padre, né dei figli, né del luogo in cui fu ambientata la scena.

Così del nobile che andò a ricevere un regno; l'amministratore ingiusto; le dieci vergini, e di numerosi altri. Ma qui abbiamo specifiche distinte di un gran numero di cose che non sono in alcun modo necessarie per illustrare la verità principale nel poema. Così, non abbiamo solo il nome del sofferente, ma il luogo della sua residenza menzionato, come se fosse noto. Abbiamo i nomi dei suoi amici e i luoghi della loro residenza menzionati: "Elifaz il temanita" e "Bildad lo shuhita" e "Zophar il naamatita".

” ed Eliu “figlio di Barachel il Buzita, della stirpe di Ram”. Perché vengono menzionati i luoghi di residenza di queste persone a meno che non si voglia insinuare che si trattasse di persone reali e non di personaggi allegorici?

Allo stesso modo abbiamo espresso menzione dei Sabei e dei Caldei - specificazioni del tutto inutili se non improbabili se l'opera è un'allegoria. La sola parola "ladri" avrebbe risposto a tutto lo scopo, e sarebbe stata quella che avrebbe usato uno scrittore ispirato a meno che la transazione non fosse reale, poiché uno scrittore ispirato non avrebbe addebitato questo reato a nessuna classe di uomini, trattenendoli così fino al rimprovero duraturo, a meno che un evento del genere non si sia realmente verificato.

Quando il Salvatore, nella parabola del buon Samaritano, cita una rapina avvenuta tra Gerusalemme e Gerico, la parola “ladri”, o più propriamente “ladroni”, è l'unica parola usata. Non vengono menzionati nomi, né si fa riferimento a nessuna classe di uomini, che con tale menzione del nome sarebbero considerati infamia. Così, abbiamo anche l'affermazione particolare riguardo al banchetto dei figli e delle figlie di Giobbe; il suo mandarli a chiamare e ammonirli; la sua offerta di sacrifici speciali per loro; il racconto della distruzione dei buoi, delle pecore, dei cammelli e della casa dove si trovavano i figli e le figlie di Giobbe - tutte dichiarazioni di circostanze che non sarebbero state probabilmente presenti in un'allegoria.

Sono affermazioni così particolari come ci aspettiamo di trovare rispetto alle transazioni reali, e portano sul volto la semplice impressione di verità. Questo non è il tipo di informazione che cerchiamo in una parabola. Nella parabola del ricco e di Lazzaro, quasi l'unica pronunciata dal Salvatore in cui sia citato un nome, non abbiamo quello del ricco; e sebbene il nome Lazzaro sia menzionato, tuttavia questo è tutto.

Non abbiamo resoconto della sua famiglia, del suo luogo di residenza, della sua genealogia, dell'epoca in cui visse; e il nome stesso è così comune che sarebbe impossibile persino sospettare chi avesse il Salvatore nei suoi occhi, se avesse avuto un vero individuo. Ben diverso è questo nel racconto di Giobbe. È vero che in un romanzo, o in un'allegoria estesa come il Pilgrim's Progress, ci aspettiamo un'esposizione dettagliata di nomi e luoghi; ma non ci sono prove che ci sia una tale narrazione fittizia estesa nella Bibbia, e a meno che il Libro di Giobbe non sia uno non c'è un'allegoria così estesa.

(4) le obiezioni mosse contro questa concezione non sono tali da distruggere la prova positiva della realtà dell'esistenza di Giobbe. Le obiezioni che sono state mosse contro la verità storica del racconto, e alle quali si è già in parte accennato, sono principalmente le seguenti:

Il primo è il racconto del colloquio tra Dio e Satana in Giobbe 1 e Giobbe 2:1. Si presume che questa sia una transazione così improbabile da gettare un'aria di finzione su tutte le affermazioni storiche del libro. In risposta a ciò, si può osservare, in primo luogo, che anche se questo non dovesse essere considerato come una transazione letterale, non prova che nessun uomo come Giobbe sia vissuto e che le transazioni relative a lui non siano reali.

Avrebbe potuto avere un'esistenza, ed essere stato spogliato dei suoi beni, e sottoposto a queste lunghe e dolorose prove della sua fedeltà, anche se questo fosse un ornamento poetico, o semplicemente una rappresentazione figurativa.

Ma, in secondo luogo, è impossibile provare che tale transazione non sia avvenuta. L'esistenza di un tale essere come Satana è ovunque riconosciuta nelle Scritture; il resoconto che qui viene dato del suo carattere si accorda interamente con la rappresentazione uniforme di lui; non esercita su Giobbe alcun potere che non gli sia espressamente concesso; ed è impossibile provare che neppure ora faccia le stesse cose nella prova degli uomini buoni, che si dice che abbia fatto nel caso di Giobbe.

E anche se si ammette che c'è un po' di affermazione poetica nella forma in cui viene introdotto, ciò non rende il racconto principale improbabile e assurdo. La Bibbia, per necessità del caso, abbonda di rappresentazioni di questo genere; e quando si dice che Dio “parla” agli uomini, che conversava con Adamo, che parlava al serpente Genesi 3 , non dobbiamo necessariamente supporre che tutto ciò sia strettamente letterale, né il fatto che non sia strettamente letterale invalidare i fatti principali.

C'erano risultati, o c'era una serie di fatti che seguivano, come se questo fosse stato letteralmente vero; vedi le note a Giobbe 1:6.

Una seconda obiezione alla verità storica delle operazioni registrate nel libro è, il carattere poetico dell'opera, e la forte improbabilità che indirizzi di questo genere dovrebbero mai essere stati fatti nel modo qui rappresentato. Vedi Eichhorn, Einleit. v. 123, 124. Sono del più alto ordine della poesia; non partecipano affatto della natura delle effusioni estemporanee; indicano un pensiero profondo e vicino, e sono tali che deve aver richiesto molto tempo per averli preparati.

Soprattutto si dice che è al più alto grado improbabile che Giobbe, nell'angoscia del suo corpo e della sua mente, sia stato capace di dare voce alla poesia e all'argomento di questo personaggio così finito. In merito a tale censura, si può osservare,

(1) che anche se così fosse, e si dovesse supporre che gli argomenti dei vari oratori abbiano un carattere poetico, e in realtà non fossero mai pronunciati nella forma in cui li abbiamo ora, tuttavia ciò non invaliderebbe il prove esistenti della verità storica dei fatti dichiarati circa l'esistenza e le prove di Giobbe. Potrebbe essere vero che visse e soffrì in questo modo, e che una discussione di questo carattere effettivamente avvenne, e che sostanzialmente questi argomenti furono avanzati, sebbene in seguito furono elaborati da Giobbe stesso o da qualche altra mano nella forma poetica in cui ora li abbiamo.

Lo stesso Giobbe visse dopo le sue prove 140 anni e, di per sé considerato, non è improbabile supporre che, una volta tornato all'uso vigoroso dei suoi poteri, e nel tempo libero di cui godeva, avrebbe ritenuto degno di presentare l'argomento che una volta sostenne su questo grande argomento in una forma più perfetta e per dargli un'impronta più poetica. In questo caso, si manterrebbe la principale verità storica, e di fatto si enuncia il vero argomento, anche se in una forma più degna di conservazione di quanto ci si possa aspettare estemporaneamente dalle labbra dei relatori. Ma

(2) tutta la difficoltà può essere rimossa da una supposizione che è del tutto conforme al carattere del libro e alla natura del caso. È che i vari discorsi si sono succeduti a intervalli tali da dare tempo pieno per la riflessione e per inquadrare con cura l'argomento. Non ci sono prove che l'intera discussione sia stata portata avanti con "in una sola seduta"; non ci sono prove che un discorso sia seguito immediatamente a un altro, o che non sia trascorso un intervallo di tempo sufficiente per dare l'opportunità alla preparazione per incontrare le opinioni che erano state suggerite dal precedente oratore.

Tutto nel libro porta i segni della più attenta deliberazione, ed è il più libero possibile dalla fretta e dalla frenesia di un dibattito estemporaneo. Le sofferenze di Giobbe erano evidentemente di natura prolungata. I suoi amici si sono seduti "sette giorni e sette notti" in silenzio prima di dirgli qualcosa.

L'intero argomento del dibattito sembra essere organizzato con la più sistematica cura e regolarità. Gli oratori si susseguono in ordine regolare in una serie di argomenti - in ciascuna di queste serie seguendo lo stesso metodo, e nessuno di loro è fuori posto. Nessuno viene mai interrotto mentre parla; e per quanto acute e sarcastiche le sue invettive, come torturanti i suoi rimproveri, quanto audace o blasfemo si credesse ciò che diceva, è pazientemente ascoltato finché non ha detto tutto ciò che intendeva dire; e poi tutto ciò che ha detto è attentamente soppesato e considerato nella risposta.

Tutto ciò sembra che ci sia stato tutto il tempo per organizzare la risposta prima che fosse pronunciata, e questa supposizione, naturalmente, allevierebbe tutta la forza di questa obiezione. Se è così, allora non c'è più motivo di obiezione contro la supposizione che queste cose siano state dette, come si dice che fossero, di quanto non ce ne sia sulla genuinità delle poesie dei rapsodi greci, composte in vista della recita pubblica. , o all'Iliade di Omero o alla Storia di Erodoto, le quali, dopo che furono composte, furono recitate pubblicamente dai loro autori ad Atene.

Nessuno può provare con certezza che le diverse persone nominate nel libro - Giobbe, Elifaz, Bildad, Zolfar ed Eliu - fossero incapaci di comporre i discorsi che sono assegnati loro singolarmente, o che tutto il tempo necessario per tale composizione non fosse preso da loro.

A meno che ciò non si possa fare, l'obiezione della sua improbabilità, così fiduciosamente sollecitata da Eichhorn (Einleit. v. 123 ss.), e difesa da Noyes (Intro. pp. xxi., xxi.), dove dice che “la supposizione che un insieme così bello e armonioso, ogni parte del quale porta l'impronta del più alto genio, fu la produzione casuale di un uomo portato alle porte della tomba da una malattia ripugnante, di tre o quattro amici che erano venuti a confortarlo in la sua afflizione, esprimendo tutti i loro pensieri in un linguaggio poetico e misurato; che la Divinità fu effettivamente udita parlare mezz'ora nel mezzo di una violenta tempesta; e che le consultazioni nel mondo celeste fossero eventi reali, è troppo stravagante per aver bisogno di confutazione", è un'obiezione davvero di poca forza.

Una terza obiezione è stata derivata dai numeri tondi e raddoppiati che ricorrono nel libro, e dal carattere artificiale che l'intera narrazione sembra assumere per questo motivo. Si sostiene che questo sia un evento del tutto insolito e improbabile; e che l'intera affermazione appare come se fosse un racconto fittizio. Così i beni di Giobbe di buoi, cammelli e pecore sono espressi in numeri tondi; una parte di questi è esattamente il doppio di un'altra; e ciò che è ancora più notevole, tutti questi sono esattamente raddoppiati al suo ritorno in salute. Ebbe lo stesso numero di figli e lo stesso numero di figlie dopo la sua prova che aveva prima, e il numero di ciascuno era quello che era stimato tra gli Ebrei come un numero sacro.

In merito a questa obiezione, possiamo osservare:

(1) Che per quanto riguarda i numeri tondi, questo non è altro che ciò che accade costantemente nelle affermazioni storiche. Nulla è più comune nell'enumerazione degli eserciti, della gente di un paese, o di armenti e greggi, di tali affermazioni.

(2) per quanto riguarda il fatto che si dice che i beni di Giobbe siano stati esattamente "raddoppiati" dopo la sua guarigione dalle sue calamità, non è necessario supporre che ciò fosse letteralmente vero sotto tutti gli aspetti. Nulla vieta di supporre che, per doni di amici e per altre cause, i beni di Giobbe si avvicinassero tanto ad essere appena il doppio di quelli che erano prima delle sue prove, da giustificare questa affermazione generale.

Nella stessa dichiarazione, non c'è nulla di improbabile. Giobbe visse 140 anni dopo le sue prove. Se avesse poi la stessa misura di prosperità che aveva prima, e con l'assistenza dei suoi amici per consentirgli di ricominciare la vita, non è improbabile supporre che questi beni sarebbero raddoppiati.

Queste sono sostanzialmente tutte le obiezioni che sono state mosse contro il carattere storico del libro, e se non sono fondate, ne consegue che si deve considerare storicamente vero che un tale uomo sia realmente vissuto, e che sia passato per il prove qui descritte. Una dichiarazione più estesa di queste obiezioni, e una loro confutazione, può essere trovata nelle seguenti opere: - Warburton's Divine Legation of Moses, vol.

V. p. 298ff. ed. 8vo, Londra, 1811; Prof. Lee on Job, Intro. Sezione 11; e Magee su espiazione e sacrificio, p. 212, seg., ed. New York, 1813. Va detto, tuttavia, che non pochi scrittori ammettono che un uomo come Giobbe visse, e che il libro ha una base storica, mentre considerano l'opera stessa come nella principale poetica. A giudizio di tali critici, il poeta, per illustrare la grande verità che si proponeva di considerare, si servì di una tradizione rispettosa delle sofferenze di un noto personaggio di distinzione, e diede all'intero argomento l'alta impronta poetica che ha adesso.

Questa supposizione è in accordo con i metodi frequentemente adottati dai poeti epici e tragici, e che è comunemente seguita dagli scrittori di romanzi. Questa è l'opinione di Eichhorn, Einleitung V. Sezione 638.

Sezione 2. La domanda su dove viveva il lavoro

In Giobbe 1:1 , si dice che Giobbe dimorò "nella terra di Uz". L'unica questione, quindi, da risolvere nell'accertare dove abitasse, è, se possibile, determinare dove fosse questo luogo. Dal modo in cui è fatta la registrazione ("la terra di Uz") sembrerebbe probabile che questa fosse una regione di campagna di una certa estensione, e anche che derivasse il suo nome da un uomo con quel nome che vi si era stabilito .

La parola Uz ( עוּץ ûts ), secondo Gesenius, significa terreno leggero e sabbioso; e se il nome fosse dato al paese in riferimento a questa qualità del suolo, sarebbe naturale fissare una regione notevole per la sua aridità: un luogo desolato o un deserto. Gesenius suppone che Uz si trovasse nella parte settentrionale dell'Arabia Deserta, un luogo situato tra la Palestina e l'Eufrate, chiamato da Tolomeo Αἰσῖται Aisitai.

Questa opinione è difesa da Rosenmuller (Prolegomeni); ed è adottato da Spanheim, Bochart, Lee, Umbreit, Noyes e dagli autori della Universal History. Il dottor Good suppone che l'Uz a cui si fa riferimento qui si trovasse in Arabia Petraea, sulla costa sud-occidentale del Mar Morto, e che Giobbe e tutti i suoi amici a cui si fa riferimento nel poema fossero idumei. Tesi di laurea, Sezione 1.

Eichhorn suppone anche che la scena sia ambientata a Idumea e che l'autore del poema mostri di avere una particolare conoscenza della storia, dei costumi e delle produzioni dell'Egitto. Einleit. Sezione 638. Bochart (in Phaleg et Canaan), Michaelis (Spicileg. Geog. Hebraeo.), e Ilgen (Jobi, Antiquis. carminis Hebrew natura et indoles, p. 91), supponiamo che il luogo della sua residenza fosse la valle di Guta presso Damasco, considerato il più bello dei quattro Paradisi degli Arabi.

Per una descrizione di questa valle, vedi Eichhorn, Einleit. V. s. 134. La parola עוּץ ûts (Uz) ricorre solo nei seguenti punti della Bibbia ebraica: Genesi 10:23; Genesi 22:21; Genesi 36:28 , e 1 Cronache 1:17 , 1 Cronache 1:42; in ognuno dei quali luoghi è il nome di un uomo; e in Geremia 25:20; Lamentazioni 4:21 , e in Giobbe 1:1 , dove è applicato a un paese. Le uniche circostanze che forniscono una qualche probabilità riguardo al luogo in cui visse Giobbe, sono le seguenti:

(1) Quelle che ci permettono di determinare con una certa probabilità dove si stabilì la famiglia di Uz, che non improbabile diede il suo nome al paese - come Sheba, e Seba, e Tema, e Cush, e Misraim, e altri, fecero a i paesi in cui si stabilirono. In Genesi 10:23; Uz עוּץ ûts, è menzionato come nipote di Sem.

In Genesi 22:21; un Uz (Bibbia inglese, “Huz”) è menzionato come figlio di Nahor, fratello di Abramo, indubbiamente una persona diversa da quella menzionata in Genesi 10:23. In Genesi 36:28 , un individuo con questo nome è menzionato tra i discendenti di Esaù.

In 1 Cronache 1:17 , il nome ricorre tra i "figli di Sem"; e in 1 Cronache 1:42 , lo stesso nome ricorre tra i discendenti di Esaù. Per quanto riguarda, quindi, il nome, potrebbe essere derivato da uno della famiglia di Sem, o da uno che era contemporaneo di Abramo, o da un discendente alquanto remoto Esaù.

Nel corso di questa introduzione si vedrà che è molto improbabile che il nome sia stato dato al paese perché è stato colonizzato da uno dei due ultimi, poiché una tale supposizione porterebbe indietro il tempo in cui Giobbe visse a un periodo successivo. periodo che le circostanze registrate nella sua storia consentiranno, ed è quindi probabile che il nome sia stato conferito in onore del nipote di Sem. Questo fatto, di per sé, farà qualcosa per determinare il luogo.

Sem viveva in Asia, e scopriremo che gli insediamenti dei suoi discendenti originariamente occupavano il paese da qualche parte nelle vicinanze dell'Eufrate; Genesi 10:21. In Genesi 10:23; Uz è menzionato come uno dei figli di Aram, che ha dato il nome al paese noto come Aramea, o Siria, e da cui discendono gli Aramei.

Si suppone che la loro residenza originale fosse vicino al fiume Kir, o Ciro, da dove furono portati, in un periodo ora sconosciuto, da una liberazione simile a quella dei figli d'Israele dall'Egitto, e collocati nelle regioni della Siria; vedi Amos 9:7. Gli abitanti della Siria e della Mesopotamia sono sempre chiamati da Mosè “Arameus”: poiché avevano sede in Mesopotamia e nei pressi, è probabile che anche Uz si trovasse non lontano da quella regione.

Dovremmo, quindi, essere naturalmente portati a cercare il paese di Uz da qualche parte nelle vicinanze. In Genesi 10:30; è inoltre detto dei figli di Sem, che "la loro dimora era da Mesha, mentre vai a Sefar, un monte dell'Oriente;" un'affermazione che corrisponde a quanto si dice dello stesso Giobbe, che era “il più grande di tutti gli uomini d'Oriente” Giobbe 1:8; implicando manifestamente che era un abitante del paese così chiamato.

Sono state espresse varie opinioni sui luoghi in cui si trovavano Mesha e Sefar. L'opinione di Michaelis è la più probabile (Spicileg. pt. 11, p. 214), “che Mesha è la regione intorno a Passora, che i successivi siri chiamarono Maishon, ei greci Mesene. Sotto questi nomi includevano il paese dell'Eufrate e del Tigri, tra Seleucia e il Golfo Persico. Abulfeda cita in questa regione due città non lontane da Passora, chiamate Maisan, e Mushan.

Qui, quindi, era probabilmente il confine nord-orientale del distretto abitato dai Joktaniti. Il nome del limite opposto, Sefar, significa in riva o costa caldea, ed è probabilmente la parte occidentale dello Yemen, lungo il Golfo Persico, ora chiamata dagli arabi Tchiainah. La catena del paese alto e montuoso tra questi due confini, Mosè chiama "il Monte dell'Oriente", o montagne orientali. È anche chiamato dagli arabi Djebal, cioè "montagne", fino ai giorni nostri. Vedi Alterthumskunde di Rosenmuller, iii. 163, 164.

La supposizione che una parte di questa regione sia indicata dal paese in cui si stabilì Uz, ed è il luogo in cui risiedeva Giobbe, è rafforzata dal fatto che molte delle persone e tribù menzionate nel libro risiedevano in queste vicinanze. Pertanto, è probabile che vi risiedesse Elifaz il temanita; vedi le note a Giobbe 2:11.

I Sabei abitavano probabilmente non molto lontani da quella regione (vedi le note a Giobbe 1:15 ); i Caldei che conosciamo vi avevano la loro residenza (appunti, Giobbe 1:17 ), e questa supposizione ben si accorda con quanto si dice del tornado che proveniva dal “deserto”, o deserto; vedi le note a Giobbe 1:19.

La residenza di Giobbe era così vicina ai Caldei e ai Sabei che poteva essere raggiunta nelle loro consuete escursioni predatorie; un fatto che si accorda meglio con la supposizione che la sua residenza fosse in qualche parte dell'Arabia Deserta, piuttosto che nell'Idumea.

(2) questo paese è menzionato in due punti da Geremia, che può servire per aiutarci a determinarne l'ubicazione; Lamentazioni 4:21 :

“Rallegrati ed esulta, figlia di Edom,

che abita nel paese di Uz;

La coppa passerà per te:

Ti ubriacherai e ti spoglierai».

A prima vista, forse, questo passaggio indicherebbe che la terra di Uz era una parte di Edom, ma indica più propriamente che la terra di Uz non era una parte di quella terra, ma che gli edomiti o gli idumei avevano preso possesso di un paese che in origine non gli apparteneva. Così, il profeta parla della "figlia di Edom", non come abitante propriamente nel proprio paese, ma come dimorante "nella terra di Uz" - in un paese straniero, di cui aveva in qualche modo ottenuto il possesso.

Il paese di Edom, propriamente, era il monte Seir e le vicinanze, a sud del Mar Morto; ma è noto che in seguito gli Edomiti estesero i loro confini e che un tempo Bozra, a est del Mar Morto, nel paese di Moab, era la loro capitale; vedere l'Analisi di Isaia 34 e le note di Isaia 34:6.

È molto probabile che Geremia si riferisca al periodo in cui gli Idumei, dopo essersi assicurati queste conquiste e aver fatto di questa città straniera la loro capitale, sono rappresentati come dimoranti lì. Se è così, secondo questo passaggio di Lamentazioni, dovremmo naturalmente cercare la terra di Uz da qualche parte nei paesi in cui si estendevano le conquiste degli edomiti - e queste conquiste erano principalmente a est della loro stessa terra.

Una conclusione simile sarà derivata dall'altro luogo in cui il nome ricorre in Geremia. È in Geremia 25:20 ss. “E tutto il popolo mescolato, e tutti i re del paese di Uz, e tutti i re del paese dei Filistei, Askelon, Azza, Ekron, e il rimanente di Asdod, ed Edom, e Moab, e i figli di Ammon”, ecc.

Qui sono evidenti due cose. Uno è che il paese di Uz era distinto dal paese di Edom, poiché sono menzionati come nazioni separate; l'altro è che era un paese di una certa estensione, poiché è menzionato come sotto diversi "re". Non c'è, infatti, in questo riferimento ad essa alcuna allusione alla sua situazione; ma è menzionato come ben noto al tempo di Geremia.

(3) la stessa cosa è evidente dal modo in cui si parla della residenza di Giobbe in Giobbe 1:8. Si dice che sia stato il "più grande di tutti gli uomini dell'est". Ciò implica che la sua residenza fosse nella terra che era conosciuta familiarmente come il paese dell'Oriente. È vero, infatti, che non abbiamo ancora determinato dove sia stato composto il poema, e naturalmente non sappiamo esattamente cosa l'autore intendesse con questa frase, ma l'espressione ha un significato comune nelle Scritture, in quanto denota il paese orientale della Palestina.

La terra di Idumea, tuttavia, era direttamente a sud; e siamo, quindi, naturalmente portati a guardare in qualche altro luogo come la terra di Uz; confrontare le note a Giobbe 1:3. L'espressione “l'Oriente”, usata nella Bibbia, non ci indurrebbe in nessun caso a guardare naturalmente all'Idumea.

(4) la Settanta rende la parola Uz in Giobbe 1:1. da Ασίτις Asitis - una parola che sembra essere stata formata dall'ebraico עוּץ ûts, Utz o Uz. Naturalmente, la loro traduzione non dà alcuna indicazione del luogo a cui si fa riferimento. Ma Tolomeo (Geog.

Lib. v.) parla di una tribù o nazione nelle vicinanze di Babilonia, che chiama Αὐσίται Ausitai, Ausitae (o come forse fu scritto Αἰσίται Aisitai ), la stessa parola che è usata dai Settanta nel rendere la parola Uz. Queste persone sono collocati da Tolomeo nel quartiere della Cauchebeni - ὑπο υεν τοις Καυχαβηνοις HUPO uomini tois Kauchabēnois - e parla di loro come separato dalla Caldea da una cresta di montagne.

Vedi Rosen. Prolegomeni, p. 27. Questa posizione collocherebbe Giobbe così vicino ai Caldei, che il racconto della loro escursione nel suo paese Giobbe 1:17 sarebbe del tutto probabile. - Si può aggiungere, inoltre, che nello stesso quartiere troviamo una città chiamata Sabas ( Σάβας Sabas ) in Diodoro Sic.

Lib. ii. Sezione 46. Prof. Lee, p. 32. Queste circostanze rendono probabile che la residenza del patriarca fosse ad ovest della Caldea, e da qualche parte nella parte settentrionale dell'Arabia Deserta, tra la Palestina, l'Idumea e l'Eufrate.

(5) i monumenti e i memoriali di Giobbe ancora conservati o menzionati in Oriente, possono essere addotti come una lieve prova del fatto che un uomo come Giobbe visse, e come un'indicazione della regione in cui risiedeva. È vero che dipendono dalla mera tradizione; ma i monumenti non sono eretti alla memoria di coloro che non si suppone abbiano avuto un'esistenza, e le tradizioni di solito hanno qualche fondamento nella realtà.

Gli scrittori arabi menzionano sempre Giobbe come una persona reale, e la sua finta tomba è mostrata in Oriente fino ad oggi. Essa è infatti mostrata in sei diversi luoghi: ma questa non è una prova che tutto ciò che si dice dell'esistenza di un tale uomo sia favoloso, più del fatto che sette città contese per l'onore della nascita di Omero sia una prova che vi non era un uomo simile. La tomba più celebre di questo genere è quella della Trachonite, verso le sorgenti del Giordano.

Si trova tra le città che portano ancora i nomi di Teman, Shuah e Naama - (Wemyss); sebbene vi siano tutte le ragioni per credere che questi nomi siano stati dati piuttosto in riferimento al fatto che quella doveva essere la sua residenza, piuttosto che fossero i nomi dei luoghi a cui si fa riferimento nel libro di Giobbe. Una di queste tombe è stata mostrata a Niebuhr. Egli dice (Reisebeschreib, i. 466, “Due o tre ore a est di Saada c'è una grande moschea, nella quale, secondo l'opinione degli arabi che vi risiedono, giace sepolto Giobbe sofferente.

"Sui confini orientali dell'Arabia, mi hanno mostrato la tomba di Giobbe, vicino all'Eufrate e vicino all'Elleh, un'ora a sud di Babilonia". è importante notare qui solo che tutte queste tombe sono al di fuori dei confini dell'Idumea. Tra gli arabi ci sono numerose tradizioni che rispettano Giobbe, molte delle quali sono davvero storie del tutto ridicole, ma tutte mostrano la ferma convinzione prevalente in Arabia che esistesse un uomo simile. Vedi Corano di Sale, vol. ii. pp. 174, 322; Magee su Espiazione e sacrificio, pp. 366, 367; e D'Herbelot, Bibli. Oriente. tom. io. pp. 75, 432, 438, come citato da Magee.

(6) l'attuale credenza degli Arabi può essere definita come una conferma dei risultati a cui ci siamo avvicinati in questa indagine, che la residenza di Giobbe non fosse nell'Idumea, ma fosse in qualche parte dell'Arabia Deserta, compresa tra la Palestina e il Eufrate. Eli Smith mi disse (novembre 1840) che c'era ancora un posto nell'Houran chiamato dagli arabi, Uz; e che c'è una tradizione tra loro che quella fosse la residenza di Giobbe.

È a nord-est di Bozra. Bozra era una volta la capitale dell'Idumea (note su Isaia 34:6 ), sebbene fosse situata senza i limiti del loro territorio naturale. Se questa tradizione è ben fondata, allora Giobbe non era probabilmente un idumeo. Non c'è nulla che renda improbabile la tradizione, e il corso delle indagini ci conduce, con un alto grado di probabilità, alla conclusione che questa fosse la residenza di Giobbe. Sulla residenza di Giobbe e dei suoi amici, consultare anche Abrahami Peritsol Itinera Mundi, in Ugolin, Thes. Sac. vii. pp. 103-106.

Sezione 3. Il tempo in cui visse il lavoro

C'è stata tanta incertezza riguardo al tempo in cui visse Giobbe, come ce n'è stata riguardo al luogo in cui visse. Va osservato qui che questa domanda non è necessariamente connessa con l'indagine su quando il libro è stato composto, e non sarà materialmente influenzato, se supponiamo che sia stato composto dallo stesso Giobbe, da Mosè o da uno scrittore successivo. Ogni volta che il libro fosse composto, se in un'epoca successiva a quella in cui visse il patriarca, l'autore avrebbe naturalmente nascosto i segni del proprio tempo, facendo riferimento solo a usanze e opinioni prevalenti nell'epoca in cui si supponeva che gli eventi si svolgessero. sono capitati.

Su questa domanda non si può sperare di arrivare ad una certezza assoluta. È notevole che non venga fornito né il registro genealogico della famiglia di Giobbe né quello dei suoi tre amici. L'unica registrazione del tipo che si verifica nel libro è quella di Elihu Giobbe 32:2 , e questo è così piccolo da fornire ma poca assistenza nel determinare quando è vissuto.

Le uniche circostanze che si verificano riguardo a questa domanda sono le seguenti; e serviranno a risolvere la questione con sufficiente probabilità, poiché è una questione dalla quale non possono dipendere risultati importanti.

(1) l'età di Giobbe. Secondo questo, il tempo in cui visse sarebbe avvenuto da qualche parte tra l'età di Terah, il padre di Abramo, e Giacobbe, o circa 1.800 anni prima di Cristo, e circa 600 anni dopo il diluvio. Per le ragioni di questa opinione si vedano le note a Giobbe 42:16. Questa stima non può pretendere di essere del tutto accurata, ma ha un alto grado di probabilità.

Se questa stima è corretta, visse non molto lontano da 400 anni prima della partenza dei figli d'Israele dall'Egitto, e prima che la legge venisse emanata sul monte Sinai; confrontare le note di Atti degli Apostoli 7:6.

(2) come una leggera conferma di questa opinione, possiamo fare riferimento alle tradizioni in riferimento al tempo in cui visse. Il racconto che è allegato alla Settanta, che era un figlio di Zare, uno dei figli di Esaù, e il quinto in discendenza da Abramo, può essere visto nelle note a Giobbe 42:16. Un racconto simile è dato alla fine della traduzione araba di Giobbe, così simile che l'una ha tutta l'aria di essere stata copiata dall'altra, o di aver avuto un'origine comune.

“Giobbe abitava nel paese di Uz, tra i confini di Edom e dell'Arabia, e prima era chiamato Jobab. Sposò una moglie straniera, il cui nome era Anun. Giobbe era lui stesso figlio di Zare, uno dei figli di Esaù; e il nome di sua madre era Bassora, ed era il sesto discendente da Abramo. Ma dei re che regnarono in Edom, il primo a regnare sul paese fu Balak, figlio di Beor; e il nome della sua città era Danaba.

E dopo di lui Iobab, chiamato Giobbe; e dopo di lui il nome di colui che era principe del paese di Teman; e dopo di lui suo figlio Barak, colui che uccise e mise in fuga Madian nella pianura di Moab, e il nome della sua città era Gjates. Tra gli amici di Giobbe che gli vennero incontro c'era Elifaz, dei figli di Esaù, re dei Temaniti». Queste tradizioni sono prive di valore, tranne per il fatto che mostrano la credenza prevalente quando furono fatte queste traduzioni, che Giobbe visse da qualche parte vicino al tempo dei tre grandi patriarchi ebrei.

Una tradizione quasi uniforme ha anche convenuto nel descrivere questo come circa l'età in cui visse. Gli scrittori ebraici generalmente concordano nel descriverlo come vivente ai giorni di Isacco e Giacobbe. Wemyss. Eusebio lo colloca circa due "età" prima di Mosè. Le opinioni delle nazioni orientali generalmente concordano nell'assegnare questa come l'età in cui visse.

(3) dalle rappresentazioni nel libro stesso, è chiaro che visse prima della partenza dall'Egitto. Ciò è evidente dal fatto che non vi è alcuna allusione diretta né a quell'evento straordinario, né alla serie di meraviglie che lo accompagnarono, né al viaggio verso la terra di Canaan. Questo silenzio è inspiegabile su qualsiasi altra supposizione se non che visse prima che accadesse, per due ragioni.

Una è che avrebbe fornito l'illustrazione più sorprendente che si sia verificata nella storia, dell'interposizione di Dio nel liberare i suoi amici e nel distruggere i malvagi, ed era un'illustrazione a cui Giobbe e i suoi amici non avrebbero potuto fare a meno di riferirsi, in difesa delle loro opinioni, se ne fossero a conoscenza; e l'altra è che questo evento fu il grande magazzino di argomenti e di illustrazioni per tutti gli scrittori sacri, dopo che si verificò.

La liberazione dalla schiavitù egiziana e l'interposizione divina nel condurre la nazione alla terra promessa sono costantemente citate dagli scrittori sacri. Derivano da quegli eventi le loro più magnifiche descrizioni del potere e della maestà di Yahweh. Si riferiscono a loro come ad illustrare il suo carattere e il suo governo. Si appellano a loro per dimostrare che era l'amico e il protettore del suo popolo e che avrebbe distrutto i suoi nemici.

Ne traggono le loro immagini poetiche più sublimi e belle, e non si stancano mai di richiamare l'attenzione del popolo sull'obbligo di servire Dio, per la sua misericordiosa e mirabile interposizione. Il punto stesso dell'argomento in questo libro è quello che sarebbe meglio illustrato da quella liberazione, che da qualsiasi altro evento che sia mai accaduto nella storia; e poiché questo doveva essere noto agli abitanti del paese dove abitava Giobbe, è inesplicabile che non vi sia alcuna allusione a queste operazioni, se già avvenute.

È chiaro, quindi, che anche se il libro è stato scritto in un periodo successivo all'esodo dall'Egitto, l'autore del poema intendeva rappresentare il patriarca come vissuto prima di quell'evento. L'ha descritto come uno che ne ignorava, e in tali circostanze, e con tali opinioni, che non avrebbe potuto non farne riferimento, se si credesse che fosse vissuto dopo quell'evento. È altrettanto probabile che Giobbe sia vissuto prima della distruzione di Sodoma e Gomorra.

Questo avvenimento avvenne nelle vicinanze del paese in cui viveva, e non poteva ignorarlo. Era, inoltre, un caso non meno importante nell'argomento di quanto lo fosse la liberazione dall'Egitto; e non è concepibile che un riferimento a tale segno di punizione sui malvagi per diretto giudizio dell'Onnipotente, sarebbe stato omesso in un argomento della natura di ciò in questo libro.

Era il punto stesso sostenuto dagli amici di Giobbe, che Dio interponeva con giudizi diretti per stroncare i malvagi; e il mondo non ha mai fornito un'illustrazione più appropriata di ciò di quanto fosse accaduto nelle loro vicinanze, supponendo che le calamità di Giobbe si siano verificate dopo quell'evento.

(4) la stessa cosa risulta anche dall'assenza di ogni allusione ai riti, costumi, costumi, cerimonie religiose, sacerdozio, feste, digiuni, sabati, ecc. ebraici. Ci sarà occasione in un'altra parte di questa introduzione (Sezione 4 ) per indagare fino a che punto vi sia effettivamente tale mancanza di allusione a queste cose. Tutto ciò che si intende ora è che c'è un'evidente e sorprendente mancanza di tali allusioni come ci si aspetterebbe di trovare fatte da uno che visse in un periodo successivo e che aveva familiarità con le usanze e i riti religiosi degli ebrei.

Il piano del poema, si può ammettere, infatti, non richiedeva alcuna allusione frequente a questi costumi e riti, e si può ammettere che fosse contrario a tale allusione, anche se fosse noto; ma è difficilmente concepibile che non vi fosse alcun riferimento ad essi di carattere più marcato di quello che si trova ora. Anche ammettendo che Giobbe fosse straniero, e che l'autore intendesse conservare distintamente questa impressione, tuttavia la sua residenza non poteva essere lontana dai confini del popolo ebraico; e colui che manifestava così decisi principi di pietà verso Dio come fece, non poteva non avere una forte simpatia per quel popolo, e non poteva non riferirsi ai loro riti in un argomento così intimamente attinente al governo di yahweh. La rappresentazione di Giobbe, e le allusioni nel libro,

(5) la stessa cosa è manifesta da un'altra circostanza. La religione di Giobbe è dello stesso tipo che troviamo prevalente al tempo di Abramo e prima dell'istituzione del sistema ebraico. È una religione di sacrifici, ma senza alcun sacerdote officiante. Giobbe stesso presenta l'offerta, come capofamiglia, a favore dei suoi figli e dei suoi amici; Giobbe 1:5; Giobbe 42:8.

Non c'è un sacerdote nominato per questo ufficio; nessun tempio, tabernacolo o luogo sacro di alcun tipo; nessun altare consacrato. Ora questo è proprio il tipo di religione che troviamo prevalente tra i patriarchi, fino alla data della legge sul monte Sinai; e quindi è naturale inferire che Giobbe visse prima di quell'evento. Così, troviamo Noè che costruisce un altare al Signore e offre sacrifici, Genesi 8:20; Abramo offre lui stesso un sacrificio nello stesso modo, Genesi 15:9; confrontare Genesi 12:1; e questa fu senza dubbio la prima forma di religione. I sacrifici venivano offerti a Dio, e il padre di famiglia era il sacerdote officiante.

Queste circostanze combinate lasciano pochi dubbi sull'epoca in cui visse Giobbe. Concorrono a fissare il periodo come non lontano dall'età di Abramo, e non c'è altro periodo della storia in cui si troveranno ad unirsi. Nessuna questione di grande importanza, tuttavia, dipende dalla soluzione di questa questione; e queste circostanze determinano il tempo con sufficiente accuratezza per tutto ciò che è necessario, in una esposizione del libro.

Sezione 4. L'autore del libro

Una questione di più vitale importanza di quelle già considerate, riguarda la paternità del libro. Poiché il nome dell'autore non è menzionato da nessuna parte, né nel libro stesso né altrove nella Bibbia, è ovviamente impossibile arrivare a una certezza assoluta; e dopo tutto quello che vi è stato scritto, è ancora e deve essere un punto di mera congettura. Tuttavia, la domanda, come viene comunemente discussa, apre un'ampia gamma di indagini e rivendica un'indagine.

Se il nome dell'autore non può essere scoperto con certezza, può essere possibile almeno decidere con un certo grado di probabilità in quale periodo del mondo è stato impegnato a scrivere, e forse con un grado di probabilità che può essere sufficientemente soddisfacente, da chi è stato fatto.

La prima domanda che ci viene incontro nell'indagine di questo punto è se l'intero libro sia stato composto dallo stesso autore, o se le parti storiche siano state aggiunte da una mano successiva. La minima conoscenza del libro è sufficiente per mostrare che vi sono in esso due stili essenzialmente diversi: il poetico e il prosaico. Il corpo dell'opera, Giobbe 3–42:6, è poesia; l'altra parte, Giobbe 1; Giobbe 2:1 e Giobbe 42:7 , è in prosa.

La genuinità di quest'ultimo è stata negata da molti eminenti critici, e in particolare da DeWette, che lo considerano come l'aggiunta di qualche mano successiva. Contro il prologo e l'epilogo DeWette insiste, “che la perfezione dell'opera richiede il loro rifiuto, perché risolvono il problema oggetto della discussione, attraverso l'idea del processo e del risarcimento; mentre era disegno dell'autore risolvere la questione attraverso l'idea di una totale sottomissione da parte dell'uomo alla saggezza e alla potenza di Dio;” vedi Noyes, Intro. pp. xxi., xxii.

A questa obiezione si può replicare:

(1) Che dobbiamo apprendere il punto di vista dell'autore solo da tutto ciò che ci ha presentato. Potrebbe essere stato parte del suo piano mostrare proprio questo punto di vista - non presentare un argomento astratto, ma un argomento del genere in connessione con un caso reale, e renderlo più vivido mostrando un reale caso di calamità che cade su un pio uomo, e da uno stato di notevole prosperità successivo. La presunzione è che l'autore del poema abbia voluto gettare tutta la luce possibile su un argomento molto oscuro e oscuro; ea tal fine sembra indispensabile un'esposizione dei fatti che hanno preceduto e seguito l'argomento.

(2) senza l'affermazione nella conclusione della prosperità di Giobbe dopo le sue prove, l'argomento del libro è incompleto. La domanda principale non è risolta. Dio è introdotto negli ultimi capitoli, non come risolvendo con affermazioni esplicite le questioni che avevano dato tanta perplessità, ma come manifestando il dovere di una sottomissione incondizionata. Ma quando questo è seguito dalla dichiarazione storica del ritorno di Giobbe a uno stato di prosperità, della lunga vita di cui godette in seguito e della ricchezza e felicità che lo accompagnò per quasi un secolo e mezzo, le obiezioni del suo amici e le proprie difficoltà sono abbondantemente soddisfatte, e la conclusione dell'insieme mostra che Dio non è indifferente al suo popolo, ma che, sebbene passino attraverso dure prove, sono comunque oggetto delle sue tenere cure.

(3) inoltre, il prologo è necessario per comprendere il carattere, il linguaggio e gli argomenti di Giobbe. Nei discorsi aspri e irriverenti che talvolta fa, nelle sue paurose imprecazioni in Giobbe 3 il giorno della sua nascita, e negli scoppi di impazienza che incontriamo, sarebbe impossibile per noi avere la simpatia per il sofferente che l'autore evidentemente desiderava che potessimo avere, o comprendere la profondità dei suoi mali, a meno che non avessimo una visione della sua precedente prosperità e delle cause delle sue prove, e a meno che non avessimo la certezza che era stato un uomo eminentemente pio e retto uomo.

Così com'è, siamo pronti a simpatizzare con un sofferente di rango eminente, un uomo di precedente ricchezza e prosperità, e uno che era stato portato in queste circostanze o allo scopo stesso della prova. Diventiamo subito interessati a sapere come la natura umana agirà in tali circostanze, né l'interesse si spegne mai.

Sotto queste prove improvvise e accumulate, ammiriamo, in un primo momento, la pazienza e la rassegnazione del sofferente; poi, sotto la prolungata e intollerabile pressione, non ci stupiamo di assistere allo scoppio dei suoi sentimenti in Giobbe 3; e poi osserviamo con grande interesse e senza stanchezza il modo in cui incontra le ingegnose argomentazioni dei suoi “amici” per dimostrare di essere sempre stato un ipocrita, e le loro pungenti provocazioni e rimproveri.

Sarebbe impossibile mantenere questo interesse per l'argomento a meno che non fossimo preparati per esso dall'affermazione storica nei capitoli introduttivi. Va aggiunto che qualsiasi supposizione che questi capitoli siano di una mano successiva, è del tutto congetturale - nessuna autorità per tale credenza è fornita dalle antiche versioni, manoscritti o tradizioni. Queste osservazioni, tuttavia, non vietano di supporre che, se il libro è stato composto dallo stesso Giobbe, gli ultimi due versi di Giobbe 42 , contenenti un racconto della sua età e morte, sono stati aggiunti da una mano successiva - come il racconto della morte di Mosè Deuteronomio 34:1 deve supporre che sia opera di Mosè stesso, ma di qualche scrittore ispirato più tardi.

Se vi è dunque motivo di ritenere che l'intera opera, sostanzialmente come la abbiamo ora, sia stata affidata alla scrittura della stessa mano, sorge spontanea la domanda, se vi siano circostanze dalle quali si possa determinare con probabilità chi sia l'autore era. Su nessuna questione, quasi, attinente alla critica sacra, ci sono state tante opinioni contraddittorie come su questo. Lowth, Magee, il prof. Lee e molti altri lo considerano opera di Giobbe stesso.

Lightfoot e altri lo attribuiscono a Eliu; alcuni degli scrittori rabbinici, come anche Kennicott, Michaelis, Dathe e Good, a Moses; Lutero, Grozio e Doederlin, a Salomone; Umbreit e Noyes a qualche scrittore vissuto non lontano dal periodo della cattività ebraica; Rosenmuller, Spanheim, Reimar, Stauedlin e CF Richter, suppongono che sia stata composta da qualche scrittore ebreo circa al tempo di Salomone; Warburton lo considera la produzione di Ezra; Herder (poesia ebraica, i.

110) suppone che sia stato scritto da qualche antico Idumeo, probabilmente lo stesso Giobbe, e che sia stato ottenuto da Davide nelle sue conquiste sull'Idumea. Suppone che negli scritti successivi di David trovi tracce del suo aver imitato lo stile di questo antico libro.

Sarebbe poco interessante e inutile addentrarsi nell'esame delle ragioni suggerite da questi rispettivi autori per le loro diverse opinioni. Invece di ciò, propongo di esporre le principali considerazioni che sono avvenute nell'esame del libro stesso, e delle ragioni che sono state suggerite da questi vari autori, che possono consentirci di formarci un'opinione probabile. Se l'indagine risulterà solo nell'aggiungere un'altra congettura a quelle già formulate, avrà comunque il merito di enunciare su tutto ciò che sembra essere importante per consentirci di formarci un'opinione sul caso.

I. La prima circostanza che verrebbe in mente a uno nel valutare la domanda sulla paternità del libro, è il cast straniero dell'intera opera - il fatto che differisce dallo stile consueto delle composizioni ebraiche. I costumi, le allusioni, le figure retoriche e i modi di pensare, per chi ha familiarità con gli scritti degli Ebrei, hanno un'aria straniera, e sono tali da mostrare evidentemente che i parlanti vivevano in qualche altro paese oltre alla Giudea.

Vi è infatti una comune matrice orientale diffusa su tutta l'opera, tanto da distinguerla da tutti i modi di composizione del mondo occidentale; ma c'è anche poco meno da distinguerlo dalle composizioni che sappiamo ebbero origine tra gli Ebrei. Lo stile di pensiero, e il cast generale del libro, è arabo. Le allusioni; le metafore; le illustrazioni; il riferimento agli eventi storici e ai costumi prevalenti, non sono come farebbe un ebreo; certamente no, a meno che nei primissimi periodi della storia, e prima che il carattere della nazione si sia formato in modo tale da distinguerlo in modo caratteristico dai loro fratelli nella grande famiglia d'Oriente.

deserti arabi; ruscelli che falliscono per la siccità; guadi pieni d'inverno e secchi d'estate; muovere orde e carovane che vengono regolarmente nello stesso luogo per l'acqua; abitazioni di tende facilmente smontate e rimosse; gli arbusti secchi e stentati del deserto; il ruggito dei leoni e di altre bestie feroci; piogge periodiche; alberi piantati sull'orlo di corsi d'acqua; ladri e predoni che si alzano prima del giorno e attaccano al mattino presto; i diritti, l'autorità e l'obbligo del גאל gô'el, o vendicatore del sangue; le pretese di ospitalità; le formalità di una corte di giustizia araba, sono le immagini che vengono tenute costantemente davanti alla mente.

Qui il rispetto dovuto ad un emiro; la cortesia dei modi che prevale tra i ranghi più elevati delle tribù arabe; l'attenzione profonda che ascolta la fine mentre si parla, e che non lo interrompe mai (Herder i. 81), così notevole tra gli orientali bene educati dei giorni nostri, appare ovunque. È vero che molte di queste cose possono trovare una rassomiglianza negli indubbi scritti ebraici - poiché alcuni di essi sono le caratteristiche comuni del popolo orientale - ma tuttavia nessuno può dubitare che abbondano in questo libro più che in qualsiasi altro nella Bibbia, e che, come vedremo più particolarmente presto, non sono mescolati come altrove, con ciò che è indubbiamente di origine ebraica.

In relazione a ciò, si può notare che nel libro c'è un numero insolito di parole, la cui radice si trova ora solo in arabo, e che sono usate in un senso non comune in ebraico, ma usuale in arabo. Di ciò saranno convinti tutti coloro che, nell'interpretare il libro, si avvalgono della luce che Gesenius ha gettato su numerose parole dall'arabo, o che consultano il Lessico di Castell, o che esaminano i Commentari di Schultens e Lee.

Nessuno può negare che molti critici abbiano attribuito a questo un'importanza maggiore di quella che i fatti non giustificheranno; ma altrettanto poco si può negare che dalla lingua araba si possa trarre maggior aiuto nell'interpretazione di questo libro, che nell'esposizione di qualsiasi altra parte della Bibbia. Su questo punto Gesenius fa le seguenti osservazioni: “Complessivamente si trova nel libro molta somiglianza con l'arabo, o che può essere illustrata dall'arabo; ma questo o è ebraico, e appartiene alla dizione poetica, o è nello stesso tempo aramaico, ed è stato preso in prestito dal poeta dalla lingua aramaica, e qui appare non come aramaico ma come arabo.

Eppure qui non c'è proporzionalmente più che in altri libri poetici e porzioni di libri. Sarebbe ingiusto dedurre da ciò che l'autore di questo libro avesse un legame immediato con l'Arabia, o con la letteratura araba". Geschichte der hebr. Sprache und Schrift, S. 88. Il fatto della forma araba dell'opera è concesso da Gesenius nel suddetto estratto; le deduzioni in merito alla connessione del libro con l'Arabia e con la letteratura araba che possono derivarne, devono essere determinate da altre circostanze; confrontare Eichhorn, Einleitung, v. S. 163ff.

II. Una seconda considerazione che può consentirci di determinare la questione circa la paternità del libro è, il fatto che vi siano in esso numerose e indubbie allusioni a fatti accaduti prima della partenza dei figli d'Israele dall'Egitto, la consegna della legge sulla Monte Sinai, e l'istituzione delle istituzioni ebraiche. Il punto di questa osservazione è che se troveremo tali allusioni, e anche che non ci sono allusioni a eventi accaduti dopo quel periodo, questa è una circostanza che potrebbe gettare luce sulla paternità.

Ci consentirà almeno di fissare, con un certo grado di accuratezza, il momento in cui il libro è stato impegnato nella scrittura. Ora che ci sono evidenti allusioni ad eventi accaduti prima di quel periodo, mostreranno i seguenti riferimenti; Giobbe 10:9 , "Ricordati, ti prego, che mi hai fatto come l'argilla, e mi ridurrai in polvere?" Qui c'è un'allusione in quasi tante parole alle affermazioni in Genesi 2:7; Genesi 3:19 , rispetto al modo in cui l'uomo è stato formato - mostrando che Giobbe aveva familiarità con il racconto della creazione dell'uomo, Giobbe 27:3 , "Tuttavia il mio respiro è in me e lo spirito di Dio è in le mie narici;” Giobbe 33:4, "Lo Spirito di Dio mi ha fatto, e il soffio dell'Onnipotente mi ha dato la vita;" Giobbe 32:8 "Ma c'è uno spirito nell'uomo, e l'ispirazione dell'Onnipotente dà loro intelligenza".

Qui ci sono indubbie allusioni, anche, al modo in cui si è formato l'uomo - (cfr. Genesi 2:7 ) - allusioni che mostrano come il fatto debba essere stato reso noto ai parlanti dalla tradizione, poiché non è un fatto come l'uomo ci arriverebbe facilmente ragionando. Anche l'imbecillità e la debolezza dell'uomo sono descritte in termini che implicano una conoscenza del modo in cui è stato creato.

"Quanto meno in quelli che abitano in case di argilla, il cui fondamento è nella polvere, che sono frantumati davanti alla tignola;" Giobbe 4:19. In Giobbe 31:33 , c'è probabilmente un'allusione al fatto che Adamo tentò di nascondersi da Dio dopo aver mangiato il frutto proibito.

"Se coprissi le mie trasgressioni come Adamo". Per le ragioni per supporre che questo si riferisca ad Adamo, vedere le note al versetto. In Giobbe 22:15 c'è un chiaro riferimento al diluvio. “Hai segnato la vecchia via che gli uomini malvagi hanno percorso? che furono distrutti dal tempo, le cui fondamenta furono travolte da un diluvio?».

Vedi le note su quel passaggio. A questo proposito possiamo anche riferirci al fatto che la descrizione dei modi di culto e le concezioni della religione, che si trovano in questo libro, mostrano una conoscenza della forma in cui il culto veniva offerto a Dio prima dell'esodo dall'Egitto. Sono proprio del carattere che troviamo al tempo di Abele, Noè e Abramo. Questi eventi non sono quelli che verrebbero in mente a chi non avesse familiarità con i fatti storici riportati nella prima parte del libro della Genesi.

Non sono quelli che deriverebbero da un ragionamento, ma potrebbero derivare solo dalla conoscenza di quegli eventi che si sarebbero diffusi in Oriente in quel primo periodo del mondo. Dimostrano che l'opera è stata composta da uno che aveva avuto l'opportunità di conoscere ciò che ora è registrato come la storia mosaica della creazione e dei primi eventi del mondo.

III. Non ci sono tali allusioni agli eventi accaduti dopo l'esodo dall'Egitto e l'istituzione delle istituzioni ebraiche. Poiché questo è un punto di grande importanza nel determinare la questione rispetto alla paternità del libro, e come è stato affermato con sicurezza che ci sono tali allusioni, e come sono state fatte la base di un argomento per dimostrare che il libro aveva un origine fino a Salomone o anche come Esdra, è importante esaminare questo punto con attenzione.

Il punto è che non ci sono allusioni come farebbe un ebreo dopo l'esodo; o in altre parole, non c'è nulla nel libro stesso che ci porti a concludere che sia stato composto dopo la partenza dall'Egitto. Alcune osservazioni mostreranno la verità e la portata di questa osservazione.

Gli scrittori ebrei erano notevoli sopra la maggior parte degli altri per le allusioni agli eventi della loro stessa storia. I rapporti di Dio con la loro nazione erano stati così speciali, ed erano così imbevuti della convinzione che gli eventi della loro stessa storia fornissero prove del favore divino verso la loro nazione, che troviamo nei loro scritti un costante riferimento a ciò che aveva è successo a loro come popolo. In particolare la liberazione dall'Egitto, il passaggio del Mar Rosso, la consegna della legge sul Sinai, il viaggio nel deserto, la conquista della terra di Canaan e la distruzione dei loro nemici, costituirono un indefettibile deposito di argomenti e illustrazioni. per i loro scrittori di tutte le epoche.

Tutta la loro poesia scritta dopo questi eventi, abbonda di allusioni ad essi. A loro fanno riferimento i loro profeti per argomenti di solenne appello alla nazione; e il ricordo di queste cose riscalda il cuore della pietà e anima il canto di lode nel servizio del tempio. Sotto le sofferenze della "cattività", sono rallegrati dal fatto che Dio li ha liberati una volta da un'oppressione molto più irritante; e nei tempi della libertà, la loro libertà è resa dolce dal ricordo di ciò che i loro padri hanno sofferto nella "casa di schiavitù".

Ora è tanto innegabile quanto notevole che nel libro di Giobbe non ci siano tali allusioni a questi eventi come farebbe un ebreo. Non c'è allusione a Mosè; nessun riferimento indiscutibile alla loro schiavitù in Egitto, agli atti oppressivi del Faraone, alla distruzione del suo esercito nel Mar Rosso, alla salvezza dei figli d'Israele, alla legge sul monte Sinai, ai pericoli di deserto, fino al loro insediamento definitivo nella terra promessa.

Non vi è alcun riferimento al tabernacolo, all'arca, alle tavole della legge, all'istituzione e alle funzioni del sacerdozio, alle città di rifugio, né ai particolari riti religiosi del popolo ebraico. Non c'è niente per la teocrazia, per i giorni di solenne convocazione, per le grandi feste nazionali, o per i nomi delle tribù ebraiche. Non c'è nulla per le leggi giudiziarie speciali degli Ebrei, e nessuna per l'amministrazione della giustizia, ma come dovremmo trovare nei primi tempi patriarcali.

Queste omissioni sono tanto più notevoli, come è stato già osservato, perché molti di questi eventi avrebbero fornito le illustrazioni più appropriate dei punti sostenuti dai diversi oratori di quelli che fossero mai accaduti nella storia. Nulla avrebbe potuto essere più pertinente, in numerose occasioni nel condurre la discussione, della distruzione del Faraone, la liberazione e la protezione del popolo di Dio, la cura dimostrata per loro nel deserto e il rovesciamento dei loro nemici nel promesso terra.

Queste considerazioni appaiono così ovvie, che sembrano risolvere la questione su un punto riguardo alla paternità del libro, e mostrare che non avrebbe potuto essere composto da un ebreo dopo l'esodo. Per diversi argomenti aggiuntivi per dimostrare che il libro è stato scritto prima dell'esodo, vedere Eichhorn, Einleit, sezione 641. Come, tuttavia, nonostante questi fatti, è stato sostenuto da alcuni rispettabili critici - come Rosenmuller, Umbreit, Warburton e altri - che sia stato composto fino al tempo di Salomone, o addirittura della cattività, è importante indagare in che modo si propone di accantonare questo argomento, e con quali considerazioni si propone di difendere la sua composizione in una data successiva rispetto al esodo. Sono, in breve, le seguenti:

(1) Uno è che il disegno stesso del poema, ogni volta che è stato composto, richiedeva che non ci fosse tale allusione. La scena, si dice, è ambientata non in Palestina, ma in un paese straniero; il tempo supposto è quello dei patriarchi, e prima dell'esodo; i caratteri non sono ebraici, ma sono arabi o idumei, e lo scopo stesso dell'autore richiedeva che non ci fosse alcuna allusione alla storia o ai costumi unici degli ebrei.

Si dice che accadde la stessa cosa che accadrebbe nella composizione di un poema o di un romanzo ora in cui la scena è ambientata in una terra straniera, o al tempo delle Crociate o dei Cesari. Dovremmo aspettarci che i personaggi, il costume, le abitudini di quel paese straniero o di quei tempi lontani, fossero osservati con attenzione. “Poiché essi (i personaggi e l'autore dell'opera) erano arabi che non avevano nulla a che fare con le istituzioni di Mosè, è chiaro che uno scrittore di genio non sarebbe stato colpevole dell'assurdità di mettere i sentimenti, mangia di un Ebreo nella bocca di un arabo, almeno per quanto riguarda questioni tangibili come istituzioni, leggi positive, cerimonie e storia.

L'autore ha manifestato abbondanti prove di genio e abilità nella struttura e nell'esecuzione dell'opera, per giustificare il fatto di non aver dato agli arabi le ovvie peculiarità degli ebrei vissuti sotto le istituzioni di Mosè, in qualunque periodo sia stato scritto.

Anche se i personaggi del libro fossero stati Ebrei, l'argomento in esame non sarebbe stato perfettamente conclusivo, poiché, dalla natura del soggetto, ci saremmo aspettati così poco che fosse levitico o grossolanamente ebreo, come nel Libro di Proverbi o Ecclesiaste”. No, Introduzione p. 28. Questa supposizione presuppone che l'opera sia stata scritta in un'epoca successiva a quella di Mosè.

Tuttavia, non fornisce alcuna prova che sia stato scritto così. Può solo fornire la prova che l'autore aveva genio e abilità in modo da gettarsi indietro in un'epoca lontana e in una terra straniera, come per nascondere completamente la propria unicità di paese o tempo, e per rappresentare personaggi come viventi e agenti nel presunto paese e periodo, senza tradire i suoi. Per quanto riguarda la questione dell'autore e dell'epoca in cui l'opera è stata composta, il fatto qui ammesso, che non vi siano allusioni a eventi successivi all'esodo, è certamente altrettanto forte a favore della supposizione che fosse composto prima come dopo quell'evento.

Rimane ancora qualche difficoltà nel supporre che sia stato scritto da un ebreo di epoca più tarda, il quale intendeva volutamente dargli una veste araba, e non fare allusione a nulla nelle istituzioni e nella storia del proprio paese che ne tradisse paternità, Uno è, la difficoltà intrinseca di fare questo. Richiede un genio raro per un autore così gettarsi in epoche passate, senza lasciare nulla che tradisca i suoi tempi e il suo paese.

Non siamo mai così traditi da immaginare che Shakespeare sia vissuto al tempo di Coriolano o di Cesare; che Johnson visse nel tempo e nel paese di Rasselas; o che Scott visse ai tempi dei crociati. Sono stati trovati casi, è ammesso, in cui l'occultamento è stato efficace, ma sono stati estremamente rari. Un'altra obiezione a questo punto di vista è che un'opera del genere sarebbe stata particolarmente impraticabile per un ebreo, che di tutti gli uomini sarebbe stato più probabile che tradisse il suo tempo e il suo paese.

Il cast della poesia è altamente filosofico. L'argomento è in molti punti estremamente astruso. L'appello è ad una stretta e lunga osservazione; all'esperienza registrata dei loro antenati; agli effetti osservati dei giudizi divini sul mondo. Un ebreo in tali circostanze avrebbe fatto appello all'autorità di Dio; si sarebbe riferito alle terribili sanzioni della legge piuttosto che a ragionamenti freddi e astratti; e difficilmente avrebbe potuto trattenersi da qualche allusione agli eventi della sua storia che influirono così palpabilmente sul caso. Si può dubitare, inoltre, che qualche ebreo abbia mai avuto una tale versatilità di genio e carattere da spogliarsi completamente del proprio costume del suo paese, e apparire dappertutto come un emiro arabo, e così come mai in una lunga discussione per esprimere qualcosa di diverso da come è diventato il carattere assunto dello straniero. Va ricordato, inoltre, che il linguaggio usato in questo poema è diverso da quello che prevaleva al tempo di Salomone e della cattività.

Ha un cast antico. Abbonda di parole che non si trovano altrove, e le cui radici si trovano ora solo nell'arabo. Ha molte delle peculiarità di un dialetto fortemente marcato - e richiederebbe tutta l'arte necessaria per mantenere lo spirito di un dialetto antico. Eppure nell'intera gamma della letteratura non ci sono probabilmente una mezza dozzina di casi in cui si è fatto ricorso a un simile espediente - in cui uno scrittore ha usato un dialetto straniero o antico allo scopo di dare alla produzione della sua penna un'aria di antichità.

Aristofane e i tragediografi, infatti, a volte introducono persone che parlano i dialetti di parti della Grecia diversi da quello in cui erano stati educati (Lee), e lo stesso è vero occasionalmente per Shakespeare; ma, eccetto nel caso di Chatterton, raramente si è verificato che il dispositivo sia stato continuato attraverso una produzione di una lunghezza considerevole. C'è una certezza morale che un ebreo non ci proverebbe.

(2) una seconda obiezione alla supposizione che l'opera sia stata composta prima dell'esodo, o l'argomento che sia stata composta da un ebreo vissuto in un periodo molto più tardo del mondo, deriva dalle presunte allusioni agli eventi storici connessi con il popolo ebraico, e alle istituzioni uniche di Mosè. Non si sostiene che vi sia alcuna menzione diretta di quegli eventi o di quelle istituzioni, ma che l'autore si sia “tradito” involontariamente con l'uso di certe parole e frasi che nessun altro impiegherebbe se non un ebreo.

Questo argomento può essere visto a lungo in Divina Legazione di Mosè di Warburton, vol. v. pp. 306-319, e un esame completo di esso può essere visto nella Dissertazione critica di Peters sul libro di Giobbe, pp. 22-36. Tutto ciò che si può fare qui è fare un brevissimo riferimento all'argomento. Anche i sostenitori dell'opinione che il libro sia stato composto dopo l'esodo, hanno generalmente ammesso che i passaggi citati contribuiscono poco al sostegno dell'opinione. I passaggi a cui fa riferimento Warburton sono i seguenti:

(a) L'allusione alle calamità che la malvagità dei genitori porta sui figli. “Chi parla adulazione ai suoi amici, anche gli occhi dei suoi figli si sbiadiranno”; Giobbe 17:5. “Dio accumula la sua iniquità per i suoi figli; lo ricompensa, e lo sapranno; Giobbe 21:19.

Qui si suppone che ci sia un riferimento al principio stabilito nelle Scritture Ebraiche come parte dell'amministrazione divina, secondo cui le iniquità dei padri dovrebbero essere applicate ai loro figli. Ma non è necessario supporre che ci fosse una particolare conoscenza delle leggi di Mosè, per capirlo. L'osservazione dell'effettivo corso degli eventi avrebbe suggerito tutto ciò che si afferma nel Libro di Giobbe su questo punto.

La povertà, la malattia e la disgrazia che i viziosi comportano sulla loro prole in ogni terra, avrebbero fornito a un attento osservatore tutti i fatti necessari per suggerire questa osservazione. L'opinione che i figli soffrano a causa dei peccati di genitori malvagi era comune in tutto il mondo. Così, in un versetto di Teocrito, consegnato come una sorta di oracolo da Giove, Idillio. XXVI.

Εὐσεβέων παίδεσσι τὰ λώια, δυσσεβέων δ ̓ οὐ Eusebeōn paidessi ta lōia dussebeōn d' ou.

“Le cose buone accadono ai figli dei pii, ma non a quelli degli irreligiosi”.

(b) Allusione al fatto che l'idolatria è un reato contro lo Stato, e deve essere punito dal magistrato civile. "Anche questa (idolatria) era un'iniquità da punire dal giudice, poiché avrei dovuto rinnegare il Dio che è lassù"; Giobbe 31:28. Si suppone che questo sia un sentimento che solo un ebreo avrebbe impiegato, come derivato dalle sue istituzioni speciali, dove l'idolatria era un'offesa contro lo stato, ed è stata resa un crimine capitale.

Ma non c'è la minima evidenza che ai tempi del patriarcato, e nel paese in cui visse Giobbe, il culto idolatrico non potesse essere considerato un reato civile; e che fosse così o no, non c'è motivo di sorpresa che un uomo che aveva una profonda venerazione per Dio, e per l'onore dovuto al suo nome, come aveva Giobbe, esprima il sentimento, che il culto del sole e la luna era un'offesa atroce, e quella pura religione era di così tanta importanza che una violazione dei suoi principi dovrebbe essere considerata come un crimine contro la società.

(c) Allusioni a certe FRASI che solo un ebreo userebbe, e che sarebbero impiegate solo in un periodo successivo del mondo rispetto all'esodo. Tali frasi sono indicate come le seguenti: "Egli non vedrà i fiumi, le inondazioni, i ruscelli di miele e burro;" Giobbe 20:17. "Ricevi, ti prego, la legge dalla sua bocca e riponi le sue parole nel tuo cuore"; Giobbe 22:22.

"Oh, fossi ai giorni della mia giovinezza, quando il segreto di Dio era sul mio tabernacolo;" Giobbe 29:4. Si sostiene che queste siano allusioni manifeste a fatti riferiti ai libri di Mosè: che la prima si riferisca alla comune descrizione della terra santa; il secondo, al dare la legge sul Sinai; e il terzo, alla dimora della Shekinah, o simbolo visibile di Dio, sul tabernacolo.

A ciò possiamo rispondere, che il primo è un linguaggio così comune come è stato usato in Oriente per denotare abbondanza o abbondanza, ed è manifestamente un'espressione proverbiale. È usato da Pindaro, Nem. . γ ; ed è comune negli scrittori arabi. Il secondo è solo un linguaggio generale, come userebbe chiunque esortasse un altro ad essere attento alla legge di Dio, e non ha in esso manifestamente alcuna allusione particolare al metodo con cui la legge è stata data sul Sinai.

E si può dimostrare che il terzo non ha alcun riferimento speciale alla Shekinah o nuvola di gloria che riposa sul tabernacolo, né è un linguaggio come un ebreo userebbe per parlarne. Quella nuvola non è da nessuna parte nella Scrittura chiamata "il segreto di Dio", e il giusto significato della frase è che Dio venne nella sua dimora come amico e consigliere, e lo ammise familiarmente alla comunione con lui; vedi le note a Giobbe 29:4.

Uno dei privilegi, dice Giobbe, della sua vita precedente era potersi considerare amico di Dio e avere una visione chiara dei suoi piani e dei suoi scopi. Ora, quelle opinioni furono trattenute, e fu lasciato all'oscurità e alla solitudine.

(d) Presunte allusioni alla storia miracolosa del popolo ebraico. "Che comanda al sole ed esso non sorge e sigilla le stelle;" Giobbe 9:7. Qui si suppone ci sia un'allusione al miracolo compiuto da Giosuè nel comandare al sole e alla luna di fermarsi. Ma certamente non c'è bisogno di supporre che ci sia un riferimento a qualcosa di miracoloso.

L'idea è che Dio ha il potere di far brillare o meno il sole, la luna e le stelle, a suo piacimento. Può oscurarli con le nuvole, oppure può cancellarli del tutto. Inoltre, nel racconto del miracolo compiuto per ordine di Giosuè, non c'è allusione alle stelle. "Egli divide il mare con la sua potenza, e con la sua intelligenza colpisce i superbi"; Giobbe 26:12. Qui si suppone ci sia un'allusione al passaggio degli Israeliti attraverso il Mar Rosso. Ma la lingua non richiede necessariamente questa interpretazione, né la ammetterà.

La parola impropriamente resa "divide", significa intimorire, intimorire, o tremare, e poi essere calmi o immobili, ed è descrittiva del potere che Dio ha su una tempesta. Vedere le note al versetto. Non c'è la minima evidenza che vi sia allusione al passaggio attraverso il Mar Rosso. “Egli toglie il cuore al capo dei popoli della terra e li fa vagare nel deserto dove non c'è via;” Giobbe 12:24.

"Chi può dubitare", dice Warburton, "ma che queste parole alludessero al vagabondaggio degli Israeliti per 40 anni nel deserto, come punizione per la loro codardia e diffidenza nelle promesse di Dio?" Ma non c'è alcun riferimento necessario a questo. Giobbe sta parlando del controllo che Dio ha sulle nazioni. Ha il potere di frustrare tutti i loro consigli e di sconfiggere tutti i loro piani. Può trovare tutti gli scopi dei loro principi e gettare i loro affari in una confusione inestricabile.

Nell'originale, inoltre, la parola non implica necessariamente un “deserto” o deserto. La parola è תהוּ tôhû una parola usata in Genesi 1:2 , per denotare “vuoto” o “caos”, e può qui riferirsi alla “confusione” dei loro consigli e piani; o se si riferisce a un deserto, l'allusione è di carattere generale, nel senso che Dio aveva il potere di scacciare le genti dalle loro fisse abitazioni, e di farne dei vagabondi sulla faccia della terra.

“Te lo mostrerò; Ascoltami; e quello che ho visto lo dichiarerò; ciò che i saggi hanno raccontato dai loro padri e non l'hanno nascosto». Giobbe 15:17. “Il modo stesso”, dice Warburton, “in cui Mosè ordina agli israeliti di preservare la memoria delle opere miracolose di Dio”. E anche il modo stesso, si può replicare, in cui tutta la storia antica, e tutta l'antica sapienza fin dall'inizio del mondo, fu trasmessa ai posteri.

Non c'era altro metodo per conservare il registro delle transazioni passate, se non trasmettendone la memoria di padre in figlio; e questo era ed è, infatti, il metodo per farlo in tutto l'Oriente. Non era affatto limitato agli israeliti. “A chi solo fu data la terra, E NESSUN ESTRANEO PASSEVA TRA LORO;” Giobbe 15:19.

“Una circostanza”, dice Warburton, “che non ha consentito a nessun popolo se non agli israeliti stanziati in Canaan”. Ma qui non c'è alcuna allusione necessaria agli israeliti. Elifaz sta parlando dell'età d'oro del suo paese; dei tempi felici e puri in cui i suoi antenati abitavano nella terra senza essere corrotti dalla mescolanza di stranieri.

Dice che dichiarerà il risultato della loro saggezza e osservazione in quei giorni puri e felici, prima che si possa pretendere che le loro opinioni siano state corrotte da qualsiasi mescolanza straniera; vedere le note sul brano. Questi passaggi sono gli esempi più forti di ciò che è stato addotto per mostrare che nel Libro di Giobbe ci sono allusioni ai costumi e alle opinioni degli ebrei dopo l'esodo dall'Egitto.

Sarebbe noioso e inutile andare in un esame particolare di tutti quelli a cui fa riferimento il dottor Warburton. Si può fare l'osservazione di tutti loro, che sono di carattere così generale, e che si applicano così tanto ai costumi e ai costumi prevalenti dell'Oriente, che non c'è motivo di supporre che ci sia un riferimento speciale agli Ebrei . I restanti passaggi a cui si fa riferimento sono Giobbe 22:6; Giobbe 24:7 , Giobbe 24:9; Giobbe 33:17 ss; Giobbe 34:20; Giobbe 36:7; e Giobbe 37:13. Un esame completo di questi può essere visto nella Dissertazione critica di Peters, pp. 32-36.

(3) Una terza obiezione alla supposizione che il libro sia stato composto prima del tempo dell'esodo deriva dall'uso della parola yahweh. Questa parola ricorre più volte nella parte storica del libro Giobbe 1:6 , Giobbe 1:12 , Giobbe 1:21; Giobbe 2:1 , Giobbe 2:6; Giobbe 42:1 , Giobbe 42:10 , Giobbe 42:12 , e alcune volte nel corpo del poema.

L'obiezione è fondata su ciò che Dio dice a Mosè, Esodo 6:3; “E sono apparso ad Abrahamo, ad Isacco e a Giacobbe, nel nome di Dio Onnipotente; ma il mio nome yahweh non ero loro conosciuto». Al roveto ardente, quando apparve a Mosè, assunse solennemente questo nome e gli ordinò di annunciarlo come "Io sono quello che sono", o come yahweh.

Da ciò si deduce che, come ricorre il nome nel libro di Giobbe, quel libro deve essere stato composto successivamente al tempo in cui Dio apparve a Mosè. Ma questa conclusione non segue, per i seguenti motivi:

(a) Potrebbe essere vero che Dio non era conosciuto da “Abramo, Isacco e Giacobbe” con questo nome, e tuttavia il nome potrebbe essere stato usato da altri per designarlo.

(b) Il nome yahweh è stato effettivamente usato prima di questo da Dio stesso e da altri; Genesi 2:7 , Genesi 2:15 , Genesi 2:18 , Genesi 2:21; Genesi 3:9 , et al; Genesi 12:1 , Genesi 12:4 , Genesi 12:7 , Genesi 12:17; Genesi 13:10 , Genesi 13:13; Genesi 15:6 , Genesi 15:18; Genesi 16:9 , Genesi 16:13, et saepe al. Se l'argomento da ciò, dunque, sarà valido per provare che il libro di Giobbe non fu composto prima dell'esodo, dimostrerà che anche il libro della Genesi fu una produzione successiva.

(c) Ma l'intero argomento si basa su un fraintendimento di Esodo 6:3. Il significato di quel passo, poiché il nome yahweh era noto ai patriarchi, deve essere

(1) che non era con questo nome che aveva promulgato la sua esistenza, o era pubblicamente e solennemente conosciuto. Era un nome da loro usato in comune con altri nomi, ma che Egli non si era appropriato in modo particolare, o al quale non aveva apposto alcuna sacralità speciale. Il nome che Egli stesso aveva usato più comunemente era un altro. Così quando apparve ad Abramo e si fece conoscere, disse: “Io sono l'Onnipotente Dio; cammina davanti a me e sii perfetto; Genesi 17:1.

Così apparve a Giacobbe: "Io sono DIO, sii fecondo e moltiplicati"; Genesi 35:11; confrontare Genesi 28:3; Genesi 43:14.

(2) al cespuglio Esodo 3; Esodo 4:3 , Dio assunse pubblicamente e solennemente il nome Yahweh. Vi ha apposto una sacralità speciale. Ha spiegato il suo significato, Esodo 3:14. Disse che era il nome con cui intendeva essere conosciuto soprattutto come il Dio del suo popolo.

Lo rivestì di una sacralità solenne, come quella per cui scelse poi di essere conosciuto tra il suo popolo come il loro Dio. Altre nazioni avevano le loro divinità con nomi diversi; il Dio dei figli d'Israele doveva essere conosciuto con il nome speciale e sacro yahweh. Ma questa solenne assunzione del nome non è affatto incompatibile con la supposizione che Egli possa averlo usato prima, o che possa essere stato usato prima nella composizione del Libro di Giobbe.

(4) una quarta obiezione alla supposizione che il libro sia stato composto prima del tempo dell'esodo, è che il nome Satana, che ricorre in questo libro, non era noto agli Ebrei in una data così antica, e che in effetti ricorre come nome proprio solo in un periodo tardo della loro storia. Vedere la Legazione divina di Warburton, vol. v. 353 ss. In risposta a ciò si può osservare,

(a) che la dottrina dell'esistenza di uno spirito malvagio del personaggio attribuito in questo libro a Satana, era presto nota agli ebrei. Era noto al tempo di Acab, quando, si dice, il Signore aveva messo uno spirito di menzogna nella bocca dei profeti, 1 Re 22:22 , e la credenza di un tale spirito malvagio doveva essere presto diffusa spiegare in modo tollerabile la storia della caduta. Sul significato della parola si vedano le note a Giobbe 1:6.

(b) La parola "Satana" compare presto nella storia nel senso di un avversario o accusatore, ed era naturale trasferire questa parola al grande avversario. Vedi Numeri 22:22. In Zaccaria 3:1 , è usato nello stesso senso che in Giobbe, per denotare il grande avversario di Dio che appare davanti a lui; vedi le note a Giobbe 1:6. Qui Satana viene presentato come un essere il cui nome e il cui carattere erano ben noti.

(c) È ammesso dallo stesso Warburton (p. 355), che la nozione di "un demone malvagio" o di una "furia" era un'opinione comune tra i pagani, anche nei primi tempi, sebbene egli affermi che non era ammesso tra gli Ebrei fino a un periodo tardo della loro storia. Ma se ha prevalso tra i pagani, è possibile che lo stesso sentimento possa essere stato compreso in Arabia, e che questo possa essere stato incorporato in un periodo molto precoce nel Libro di Giobbe.

Vedi tutto questo argomento esaminato nella Dissertazione critica di Peters, pp. 80-92. Confesso, però, che le risposte che Peters e Magee (pp. 322, 323) danno a questa obiezione, non sono perfettamente soddisfacenti; e che l'obiezione qui mossa contro la composizione del libro prima dell'esodo, è la più forte di tutte quelle che ho veduto. Un'indagine più approfondita della storia delle opinioni riguardo a un essere malvagio che presiede, di quella a cui ho avuto accesso, sembra essere necessaria per una completa rimozione della difficoltà.

La vera difficoltà non è che nessun essere simile sia menzionato altrove nelle Scritture; non che la sua esistenza sia improbabile o assurda - poiché l'esistenza di Satana non è più improbabile in sé di quella di Nerone, Tiberio, Riccardo III, Alessandro VI o Cesare Borgia, di entrambi i quali non è molto peggio; e non che non ci siano tracce di lui nel primo racconto della Bibbia; - ma è che, mentre nelle Scritture abbiamo, fino al tempo dell'esodo, e anzi molto tempo dopo, solo oscure indicazioni della sua esistenza e del suo carattere - senza alcuna designazione particolare dei suoi attributi, e senza che venga dato alcun nome a lui, nel Libro di Giobbe compare con un nome apparentemente di uso comune; con un carattere decisamente formato;

Confesso di non essere in grado di spiegarlo, ma ancora non percepisco che vi sia alcuna impossibilità nel supporre che questa maturità di vista riguardo al principio malvagio potesse aver prevalso nel paese di Giobbe in questo primo periodo, sebbene non si verificasse alcuna occasione per la sua affermazione nella parte corrispondente della storia ebraica. Potrebbe esserci stata una tale credenza prevalente tra i patriarchi, sebbene nei brevi resoconti delle loro opinioni e vite non si verificasse alcuna occasione per un resoconto della loro fede.

(5) una quinta obiezione è derivata dal fatto che nel Libro di Giobbe c'è una forte somiglianza con molti passi dei Salmi, e del Libro dei Proverbi, da cui si deduce che fu composto successivamente a quei libri . Rosenmuller, che ha particolarmente sollecitato questa obiezione, fa appello ai seguenti casi di somiglianza; Salmi 107:40; confrontare con 16:18; Salmi 18:12; Sal 29:1-11 :23; Giobbe 22:29; Proverbi 8:26; Proverbi 30:4; Giobbe 38:4; Proverbi 10:7; Giobbe 20:7.

Non è necessario entrare in un esame di questi passaggi, o tentare di confutare la loro somiglianza. Non c'è dubbio sulla loro fortissima somiglianza, ma è ancora abbastanza aperta la questione, quale di questi libri sia stato composto per primo e quale, se uno ha preso in prestito da un altro, fosse la fontana originale. Lo stesso Warburton ha ben osservato che «se gli scrittori sacri devono aver preso in prestito l'uno dall'altro trite sentenze morali, si può dire altrettanto giustamente che gli autori dei Salmi presero in prestito dal libro di Giobbe, come l'autore di Giobbe prese in prestito da il libro dei Salmi.

"Opere, vol. v. 320. La supposizione che il Libro di Giobbe sia stato composto prima andrà incontro a tutta la difficoltà, in quanto l'una è stata derivata dall'altra. Va aggiunto, inoltre, che molti di questi sentimenti consistono nelle massime comuni che dovevano prevalere in un popolo avvezzo all'osservazione ravvicinata, e avvezzo ad esprimere le proprie opinioni in forma proverbiale.

Ho ora notato a lungo tutte le obiezioni che sono state mosse, che mi sembrano avere qualche forza, contro la supposizione che il Libro di Giobbe sia stato composto prima dell'esodo dall'Egitto, e ho esposto gli argomenti che portano a supporre che ebbe così presto un'origine. Le considerazioni suggerite mi sembrano tali da non lasciare alcun dubbio razionale che l'opera sia stata composta prima della partenza dall'Egitto.

La linea di pensiero perseguita, quindi, se conclusiva, eliminerà la necessità di ogni ulteriore indagine sull'opinione di Lutero, Grozio e Doederlin, che Salomone fosse l'autore; di Umbreit e Noyes, che fu composto da qualche ignoto scrittore circa il periodo della cattività; di Warburton, che era la produzione di Ezra; e di Rosenmuller, Spanheim, Reimer, Staeudlin e Richter, che fu composta da qualche scrittore ebreo circa al tempo di Salomone. Resta quindi da indagare se vi siano circostanze che possano indurci a determinare con un certo grado di probabilità chi ne fosse l'autore. Questa indagine ci conduce,

IV. In quarto luogo, per rimarcare che non ci sono sufficienti indicazioni che l'opera sia stata composta da Elihu. L'opinione che fosse l'autore era sostenuta, tra gli altri, da Lightfoot. Ma, indipendentemente dalla mancanza di qualsiasi prova positiva che conduca a tale conclusione, ci sono obiezioni a questa opinione che la rendono al più alto grado improbabile. Si trovano nell'argomento dello stesso Elihu.

Avanza, infatti, con grande modestia, ma pur sempre con straordinarie pretese di saggezza. Rivendica l'ispirazione diretta, e professa di poter gettare una tale luce su tutto il soggetto perplesso da porre fine al dibattito. Ma nel corso dei suoi interventi non introduce che un'unica idea sul punto in discussione che prima non era stata lungamente soffermata dai relatori. Questa idea è che le afflizioni sono progettate non per dimostrare che il sofferente era eminentemente colpevole, come sostenevano gli amici di Giobbe, ma che intendeva il beneficio del sofferente stesso, e potrebbe, quindi, essere coerente con la vera pietà.

Questa idea la pone in una varietà di atteggiamenti; lo illustra con grande bellezza, e lo impone con grande potenza all'attenzione di Giobbe; confronta Giobbe 33:14 , note; Giobbe 34:31 , note; Giobbe 35:10 , note; Giobbe 36:7 , note.

Ma nei suoi discorsi Eliu non mostra una capacità così straordinaria da indurci a supporre che fosse lui l'autore dell'opera. Non sembra aver compreso il disegno delle prove che si abbatterono su Giobbe; non dà una soluzione soddisfacente delle cause dell'afflizione; abbonda nella ripetizione; la sua osservazione del corso degli eventi era stata evidentemente molto meno profonda di quella di Elifaz, e la sua conoscenza della natura era molto meno estesa di quella di Giobbe e degli altri oratori; ed era evidentemente tanto all'oscuro della grande questione di cui si discute in tutto il libro quanto lo erano gli altri oratori.

Inoltre, come ha osservato il Prof. Lee (p. 44), la convinzione che Elihu abbia scritto il libro è incompatibile con l'ipotesi che i primi due capitoli e l'ultimo capitolo siano stati scritti dallo stesso autore che ha composto il corpo dell'opera. Colui che ha scritto questi capitoli manifestamente "ha visto l'intera faccenda" e ha compreso le ragioni per cui queste prove si sono abbattute sul patriarca. Tali ragioni sarebbero state suggerite da Eliu nel suo discorso, se le avesse conosciute.

V. La supposizione che Giobbe stesso fosse l'autore del libro, sebbene possa essere stato leggermente modificato da qualcuno in seguito, soddisferà tutte le circostanze del caso. Questo sarà d'accordo con il suo cast e carattere straniero; con l'uso delle parole arabe ora sconosciute in ebraico; con le allusioni alle abitudini nomadi dei tempi, e ai modi di vivere, e alle illustrazioni tratte da pianure sabbiose e deserti; con le affermazioni sui modi semplici di culto prevalenti, e l'avviso delle scienze e delle arti (vedi l'introduzione, sezione 5), e con l'assenza di ogni allusione all'esodo, al dare la legge e ai costumi speciali e istituzioni degli Ebrei.

Oltre a queste considerazioni generali per supporre che Giobbe fosse l'autore dell'opera, i seguenti suggerimenti possono servire a mostrare che questa opinione è seguita con il più alto grado di probabilità.

(1) Giobbe visse dopo le sue calamità 140 anni, offrendo ampio tempo libero per registrare le sue prove.

(2) l'arte di fare libri era conosciuta ai suoi tempi, e dallo stesso patriarca, Giobbe 19:23; Giobbe 31:35. In qualunque modo si facesse, sia con l'incisione su pietra o piombo, sia con l'uso di materiali più deperibili, non ignorava l'arte di registrare pensieri da conservare e trasmettere ai tempi futuri. Comprendendo quest'arte, e avendo abbondante ozio, è appena da concepire, che avrebbe mancato di registrare ciò che era accaduto durante le sue stesse prove notevoli.

(3) l'intero racconto era uno che avrebbe fornito importanti lezioni all'umanità, ed è difficilmente probabile che un uomo che fosse passato attraverso una scena così insolita sarebbe disposto che il suo ricordo fosse affidato a una tradizione incerta. I più forti argomenti che l'ingegno umano potesse inventare, erano stati mossi da ambo le parti di una grande questione attinente all'amministrazione divina; si era verificato un caso dal carattere fortemente marcato, simile a quanto accade costantemente nel mondo, in cui sarebbero sorti analoghi interrogativi imbarazzanti e imbarazzanti; Dio si era fatto avanti per inculcare il dovere dell'uomo in questo caso, e aveva fornito istruzioni che sarebbero state inestimabili in tutti i casi simili; e il risultato di tutta la prova era stato tale da fornire la prova più forte che comunque i giusti sono afflitti,

(4) la registrazione delle sue imperfezioni e dei suoi fallimenti è proprio quella che dovremmo aspettarci da Giobbe, supponendo che fosse l'autore del libro. Nulla è nascosto. C'è la più giusta e piena affermazione della sua impazienza, del suo mormorio, della sua irriverenza e del rimprovero che ricevette dall'Onnipotente. Così anche Mosè registra le proprie mancanze e, attraverso le Scritture, gli scrittori sacri non tentano mai di nascondere le proprie infermità e colpe.

(5) Giobbe ha mostrato nei suoi discorsi che era abbondantemente in grado di comporre il libro. In ogni cosa egli va incommensurabilmente al di là di tutti gli altri oratori, eccetto Dio; e colui che era capace, in prove così dure come le sue, di dare voce all'alta eloquenza, all'argomento e alla poesia che ora si trovano nei suoi discorsi, non era incapace di farne memoria nel lungo periodo di salute e prosperità che in seguito ha goduto.

Ogni circostanza, quindi, mi sembra rendere probabile che Giobbe sia stato il compilatore, o forse dovremmo piuttosto dire, l'editore di questo notevole libro, ad eccezione della registrazione che è fatta della sua età e morte. I discorsi furono senza dubbio fatti sostanzialmente come sono registrati, e il lavoro dell'autore fu di raccogliere e modificare quei discorsi, di registrare il suo e quello dell'Onnipotente, e di fornire all'insieme le dovute notizie storiche, affinché l'argomento potesse essere compreso correttamente.

VI. Ma un'altra supposizione sembra necessaria per rispondere a tutte le questioni che sono state sollevate riguardo all'origine dell'opera. È che Mosè lo adottò e lo pubblicò tra gli Ebrei come parte della rivelazione divina, e lo affidò loro, con i suoi stessi scritti, da trasmettere ai tempi futuri. Diverse circostanze contribuiscono a renderlo probabile.

(1) Mosè trascorse quarant'anni in varie parti dell'Arabia, principalmente nelle vicinanze dell'Oreb; e in un paese dove, se un'opera del genere fosse esistita, sarebbe probabilmente conosciuta.

(2) i suoi talenti e la sua precedente formazione alla corte del Faraone erano tali da indurlo a guardare con interesse qualsiasi documento letterario; su ogni opera espressiva dei costumi, delle arti, delle scienze e della religione di un'altra terra: e specialmente su qualsiasi cosa che abbia l'impronta del genio non comune.

(3) l'opera era eminentemente adattata per essere utile ai suoi connazionali, e poteva essere impiegata con grande vantaggio nell'impresa che intraprese di liberarli dalla schiavitù. Conteneva un esame esteso della grande domanda che non poteva non venire alla loro mente: perché il popolo di Dio fosse soggetto a calamità; inculcava la necessità della sottomissione senza mormorare, nelle prove più dure; e mostrava che Dio era l'amico del suo popolo, sebbene fosse stato a lungo afflitto, e alla fine avrebbe concesso loro abbondante prosperità.

C'è ogni probabilità, quindi, che se Mosè avesse trovato un tale libro esistente, lo avrebbe adottato come un importante ausiliario nel compiere la grande opera a cui è stato chiamato. Potrebbe essere aggiunto

(4) che ci sono tutte le ragioni per pensare che Mosè non ne fosse l'autore. Questa opinione si basa su considerazioni come queste:

(a) Lo stile non è quello di Mosè. Ha più allusioni ai proverbi, alle massime e alle opinioni prevalenti sulla scienza, di quanto non si trovi nei suoi scritti poetici; vedi Lowth, Prae. ebr. XXXII.; Michaelis, Nat. et Epim. p 186, come citato da Magee, p. 328, e Herder, poesia ebraica, vol. io. pagg. 108, 109.

(b) Mosè nella sua poesia usava quasi invariabilmente la parola yahweh come nome di Dio, raramente quello dell'Onnipotente ( שׁדי shadday ); in Giobbe, la parola yahweh ricorre raramente nel corpo del poema, essendo impiegato quasi uniformemente qualche altro nome per la Divinità.

(c) Nel libro di Giobbe ci sono numerosi esempi di parole, le cui radici sono ormai obsolete, o che si trovano solo in arabo o caldeo. Vedi Prof. Lee, Intro. P. 50.

(d) Le allusioni ai costumi, alle opinioni e alle maniere arabe non sono quelle che sarebbero state probabilmente familiari alla mente di Mosè. Tutto ciò che avrebbe potuto apprendere da loro sarebbe stato ciò che aveva acquisito, quando aveva più di quarant'anni, nel pascolare le greggi di suo suocero Ietro; e sebbene si potesse dire con plausibilità che i quarant'anni trascorsi con lui avrebbero potuto fargli familiarizzare con le abitudini dell'Arabia, tuttavia, in un poema di questa lunghezza, ci saremmo aspettati che queste non sarebbero state le uniche allusioni .

Le impressioni più vivide e permanenti sulla mente sono quelle fatte nella giovinezza; e nella mente di Mosè, quelle impressioni erano state ricevute in Egitto. l'opera fosse stata composta da lui ci si doveva quindi solo aspettare che ci fossero state frequenti allusioni che avrebbero tradito l'origine egiziana. Ma di questi non ce ne sono, o se ve ne sono alcuni che hanno una tale origine, sono quelli che si sarebbero facilmente appresi dai comuni resoconti dei viaggiatori.

Ma con tutto ciò che riguardava il deserto, l'allevamento di greggi e armenti, il modo di vivere nomade, i vagabondi poveri e bisognosi, i metodi di saccheggio e rapina, l'autore del poema si mostra perfettamente familiare. Mi sembra, quindi, che da questa serie di osservazioni, siamo condotti ad una conclusione tesa con tutta la certezza che si può sperare nella natura del caso, che l'opera sia stata composta dallo stesso Giobbe nel periodo di riposo e prosperità che successe alle sue prove, e venne a conoscenza di Mosè durante la sua residenza in Arabia, e fu da lui adottata per rappresentare agli Ebrei, nelle loro prove, il dovere di sottomissione alla volontà di Dio, e per fornire l'assicurazione che sembrerebbe ancora coronare di abbondanti benedizioni il suo stesso popolo, per quanto possa essere afflitto.

Sezione 5. Lo stato delle arti e delle scienze al tempo del lavoro

C'è ancora un aspetto importante in cui si può contemplare il libro di Giobbe. È come un'illustrazione dello stato degli atti e delle scienze del periodo del mondo in cui è stato composto. Non siamo infatti, in una poesia di questa natura, alla ricerca di trattati formali su una qualsiasi delle arti o delle scienze come allora comprese, ma tutto ciò che possiamo aspettarci di trovare devono essere allusioni o accenni incidentali, che possono permetterci di determinare con un certo grado di accuratezza i progressi che la società aveva allora fatto.

Tali allusioni sono anche di molto più valore nel determinare il progresso della società, di quanto lo sarebbero le descrizioni estese di conquiste e assedi. Questi ultimi cambiano semplicemente i confini dell'impero; i primi indicano progresso nella condizione dell'uomo. Le invenzioni nelle arti e le scoperte nella scienza sono punti fermi, dai quali la società non retrocede. Propongo, quindi, per illustrare i progressi che la società aveva fatto al tempo di Giobbe, nonché per preparare la mente a leggere il libro nel modo più intelligente, per riunire le notizie sparse dello stato dell'arte e le scienze contenute in questa poesia.

Nessun ordine esatto può essere osservato in questo; né c'è nulla nel poema che indichi quale delle cose specificate avesse la priorità nel tempo, o quando fu fatta l'invenzione o la scoperta. L'ordine dell'arrangiamento prescelto avrà qualche riferimento all'importanza dei soggetti, e anche qualche riferimento a ciò che si può supporre abbia attirato per primo l'attenzione. Per una visione più completa dei vari punti che verranno richiamati, si può fare riferimento alle note sui vari passaggi addotti.

I. Astronomia

Le stelle furono presto osservate in Caldea, dove la scienza dell'astronomia ebbe origine. Un popolo pastorale ha sempre una certa conoscenza dei corpi celesti. La cura delle greggi di notte, sotto un limpido cielo orientale, offriva abbondanti opportunità di osservare i moti dei corpi celesti, e presto si sarebbero dati nomi alle stelle più importanti; si osserverebbe la differenza tra i pianeti e le stelle fisse, e si impiegherebbe l'immaginazione a raggruppare le stelle in fantasiose somiglianze con animali e altri oggetti.

Allo stesso modo, poiché le carovane viaggiavano molto di notte attraverso i deserti, a causa della relativa frescura di allora, avrebbero avuto l'opportunità di osservare le stelle, e una certa conoscenza dei corpi celesti divenne necessaria per guidare la loro strada. Le notizie dei corpi celesti in questo poema mostrano principalmente che ad alcune stelle furono dati nomi; che erano raggruppati in costellazioni; e che i tempi della comparsa di certe stelle erano stati attentamente osservati, e il loro rapporto con certi aspetti del tempo era stato segnato. Non si fa menzione esplicita dei pianeti come distinti dalle stelle fisse; e nulla ci inducesse a supporre che conoscessero il vero sistema dell'astronomia.

Egli comanda al sole ed esso non sorge,

E sigilla le stelle.

Lui solo distende i cieli

e cammina sulle alte onde del mare.

Egli crea Arturo, Orione,

Le Pleiadi e le camere segrete del sud.

Giobbe 9:7.

Puoi tu legare le dolci influenze delle Pleiadi,

O perdere le bande di Orione?

Puoi far nascere Mazzarot nella sua stagione,

O portare avanti l'Orsa con i suoi piccoli?

Conosci tu le leggi dei cieli,

O hai stabilito il loro dominio sulla terra?

Giobbe 38:31.

Sembrerebbe da questi passaggi, che l'allusione agli ammassi di stelle qui, sia fatta ad essi come i precursori di certe stagioni. "È ben noto che, in diverse regioni della terra, l'apparizione di certe costellazioni prima dell'alba o dopo il tramonto, segna la distinzione delle stagioni e regola il lavoro del contadino". Wemyss. È anche noto che l'apparizione di alcune costellazioni - come Orione - era considerata dai marinai come denotante una stagione tempestosa e tempestosa dell'anno.

Vedi Giobbe 9:7 , note; e Giobbe 38:31 , note. Questa sembra essere la conoscenza delle costellazioni qui riferite, e non ci sono prove certe che l'osservazione dei cieli al tempo di Giobbe fosse andata oltre.

Un uso un po' curioso è stato fatto del riferimento alle stelle nel libro di Giobbe, nel tentativo di determinare l'epoca in cui visse. Supponendo che le stelle principali qui menzionate siano quelle del Toro e dello Scorpione, e che queste fossero le costellazioni cardinali della primavera e dell'autunno al tempo di Giobbe, e calcolando le loro posizioni in base alla precessione degli equinozi, il tempo di cui al libro di Si scoprì che Giobbe era 818 anni dopo il diluvio, o 184 anni prima della nascita di Abramo.

"Questo calcolo, fatto dal dottor Brinkley di Dublino, e adottato dal dottor Hales, era stato fatto anche nel 1765 da M. Ducontant a Parigi, con un risultato diverso solo per essere quarantadue anni in meno". La coincidenza è notevole, ma la prova che le costellazioni a cui si fa riferimento siano Toro e Scorpione, è troppo incerta per dare molto peso all'argomento.

II. Cosmologia

Anche le indicazioni circa la struttura, le dimensioni e il supporto della terra sono molto oscure e le vedute di cui si gode sembrerebbero molto confuse. La lingua è usata, senza dubbio, come esprimerebbe la credenza popolare, e somiglia a quella comunemente usata nelle Scritture. La rappresentazione comune è che i cieli sono distesi come una tenda o tenda, o talvolta come una solida sfera concava in cui sono fissati i corpi celesti (vedi le note a Isaia 34:4 ) e che la terra è un'immensa pianura , circondato dall'acqua, che raggiungeva i cieli concavi in ​​cui erano fissate le stelle. Occasionalmente, la terra è rappresentata come sorretta da pilastri, o come poggiata su solide fondamenta; e una volta che incontriamo un'indicazione che è globulare e sospeso nello spazio.

Nei seguenti passaggi la terra e il cielo sono rappresentati sostenuti da pilastri:

scuote la terra dal suo posto,

e le sue colonne tremano. Giobbe 9:6

Le colonne del cielo tremano,

E sono stupito del suo rimprovero. Giobbe 31:11.

In quest'ultimo passo il riferimento è alle montagne, che sembrano sorreggere il cielo come pilastri, secondo la rappresentazione comune e popolare tra gli antichi. Così il monte Atlante, in Mauritania, era rappresentato come un pilastro su cui era sospeso il cielo:

“Le ampie spalle di Atlas sorreggono i cieli incombenti,

Intorno alla sua testa cinta di nuvole sorgono le stelle»,

Nel passaggio seguente la terra è rappresentata come sospesa sul nulla, e sembrerebbe esserci una leggera evidenza che la vera dottrina sulla forma della terra fosse allora conosciuta:

Egli distende il nord sullo spazio vuoto,

e appende la terra al nulla. Giobbe 26:7 Giobbe 26:7.

Vedi in particolare le note su quel passaggio. Sebbene la credenza sembri essere che la terra fosse così "auto-equilibrata", tuttavia non c'è alcun indizio che fossero a conoscenza del fatto che ruota attorno al suo asse, o attorno al sole come centro.

III. Geografia

Ci sono pochi accenni alla conoscenza prevalente della geografia al tempo di Giobbe. In un caso vengono menzionate regioni straniere, sebbene non vi sia alcuna certezza che i paesi al di fuori della Palestina vi si riferiscano:

Non avete chiesto ai viaggiatori?

E non ascolterete la loro testimonianza? Giobbe 21:29.

Alla fine del libro, nella menzione dell'ippopotamo e del coccodrillo, si ha la prova che c'era una certa conoscenza della terra d'Egitto, anche se non viene data alcuna indicazione della situazione o dell'estensione di quel Paese.

Si fa riferimento ai punti cardinali, e vi sono prove in questo libro, così come altrove nelle Scritture, che il geografo allora si considerava rivolto verso l'Oriente. Il sud era quindi la "mano destra", il nord la mano sinistra e l'ovest la regione "dietro":

Ecco, io vado in Oriente, e lui non c'è;

E a occidente, ma non lo vedo;

Al nord, dove lavora, ma non posso vederlo;

Si nasconde a sud, che non posso vederlo.

Giobbe 23:8.

Vedere le note su questo versetto per una spiegazione dei termini usati; confrontare i seguenti luoghi, in cui si verificano termini geografici simili; Giudici 18:12; Deuteronomio 11:24; Zaccaria 14:8; Esodo 10:19; Gsè 17:7 ; 2 Re 23:13; 1 Samuele 23:24; Genesi 14:15; Giosuè 19:27.

Qualunque fosse la forma della terra e il modo in cui era sostenuta, è evidente dal seguente passaggio che la terra era considerata circondata da una distesa di acque, il cui limite esterno era l'oscurità profonda e impenetrabile:

Ha tracciato sulle acque un cerchio circolare,

Ai confini della luce e dell'oscurità. Giobbe 26:10.

Eppure l'intero soggetto è rappresentato come uno di cui l'uomo allora non era a conoscenza, e che era al di là della sua comprensione:

Hai osservato le larghezze della terra?

Dichiara, se sai tutto. Giobbe 38:18.

Per un'illustrazione completa di questo passaggio e delle concezioni geografiche che allora prevalsero, si rimanda alle note. È evidente che la conoscenza della geografia, per quanto è indicata da questo libro, era allora molto limitata, anche se va anche detto che nell'argomento del poema c'erano poche occasioni per riferirsi a conoscenze di questo tipo, e che ci si possono aspettare poche indicazioni sull'argomento.

IV. Meteorologia

Ci sono accenni molto più frequenti dello stato delle conoscenze sui vari argomenti abbracciati sotto questo capo, che non dell'astronomia o della geografia. Queste indicazioni mostrano che questi soggetti avevano suscitato molta attenzione, ed erano stati il ​​risultato di un'attenta osservazione; e riguardo ad alcuni di essi vi sono indicazioni di una teoria plausibile delle loro cause, sebbene la maggior parte di essi sia invocata come tra le imperscrutabili cose di Dio.

I fatti suscitarono lo stupore degli osservatori arabi, e ne rivestì le concezioni della più bella lingua della poesia; ma spesso non tentano di spiegarli. Al contrario, questi fatti evidenti e indiscussi, così imperscrutabili per loro, sono indicati come prova piena che non possiamo sperare di comprendere le vie di Dio, e come ragione per cui dovremmo inchinarci davanti a lui con profonda adorazione. Tra le cose a cui si fa riferimento si segnalano le seguenti:

(a) L'aurora boreale, o aurora boreale. Così la magnifica descrizione dell'avvicinamento dell'Onnipotente per chiudere la controversia Giobbe 37:21 , sembra essere stata mutuata da Elihu dalle belle luci del Nord, secondo l'opinione comune che il Nord fosse la sede del Divinità:

E ora - l'uomo non può guardare lo splendore luminoso che è

Sulle nuvole:

Perché il vento passa e li fa sgombrare.

splendore dorato si avvicina dal nord:

Quanto è spaventosa la maestà di Dio!

L'Onnipotente! non possiamo scoprirlo!

Grande in potenza e giustizia, e vasto in giustizia!

Confronta Isaia 14:13 , note; e Giobbe 23:9 , note.

(b) Tornado, trombe d'aria e tempeste erano oggetto di attenta osservazione. Le fonti da cui solitamente provenivano furono attentamente segnalate, e i vari fenomeni che presentavano furono così osservati che l'autore del poema fu in grado di descriverli con il più alto grado di bellezza poetica:

Con le sue mani copre il fulmine

e gli comanda dove colpire.

Gli fa notare i suoi amici -

La raccolta della sua ira è sugli empi.

A questo anche il mio cuore palpita,

E viene spostato dal suo posto.

Ascolta, ascolta, il tuono della sua voce!

Il tuono borbottante che esce dalla sua bocca!

Lo dirige sotto tutto il cielo,

E il suo fulmine fino ai confini della terra.

tuona con la voce di sua maestà,

E non fermerà la tempesta quando si ode la sua voce.

Giobbe 36:32; Giobbe 37:1.

I terrori scendono su di lui come acque,

Nella notte una tempesta lo porta via.

Il vento d'oriente lo porta via, ed egli se ne va,

E lo spazza via dal suo posto. Giobbe 27:20.

(c) La rugiada era stata osservata attentamente, ma gli oratori non ne capivano i fenomeni. Come è stato prodotto; se fosse disceso dall'atmosfera, o asceso dalla terra, non pretendevano di essere in grado di spiegare. Era considerata una delle cose che solo Dio poteva capire; tuttavia il modo in cui se ne parla mostra che aveva attirato una profonda attenzione, e ha portato a molte ricerche:

La pioggia ha un padre?

E chi ha generato le gocce della rugiada? Giobbe 38:28.

(d) Le stesse osservazioni possono essere fatte della formazione della brina, della neve, della grandine e del ghiaccio. Non c'è alcuna teoria suggerita per spiegarli, ma sono considerati tra le cose che solo Dio poteva comprendere e che manifestavano la sua saggezza. C'era stata evidentemente molta attenta osservazione dei fatti e molte ricerche sulla causa di queste cose, ma gli oratori non hanno dichiarato di essere in grado di spiegarle.

Fino ad oggi, inoltre, c'è molto su di loro che è inspiegabile, e più si spinge l'indagine, più si ha occasione di ammirare la saggezza di Dio nella formazione di queste cose, vedere le note sui passaggi che ora fare riferimento a:

Dal cui grembo è uscito il ghiaccio;

La brina del cielo, chi l'ha partorita? Giobbe 38:29 (nota).

Dal soffio di Dio si produce il gelo,

E le vaste acque si comprimono. Giobbe 37:10 (nota).

Poiché egli dice alla neve: "Sii tu sulla terra". Giobbe 37:6 (nota).

Sei stato nei depositi di neve?

O visto i magazzini di grandine, quello e che ho riservato fino al momento della sventura,

Al giorno della battaglia e della guerra? Giobbe 38:22 (nota).

(e) L'alba del mattino è descritta con grande bellezza, ed è rappresentata come del tutto al di là del potere dell'uomo di produrre o spiegare:

Hai tu, nella tua vita, dato comandamento al mattino?

O ha fatto sì che l'alba conoscesse il Suo posto?

Che possa impadronirsi degli angoli più remoti della terra,

E disperdere i ladri prima di esso?

Si gira come argilla sotto il sigillo,

E tutte le cose risaltano come in abiti meravigliosi.

Giobbe 38:12.

NOTA: per il significato di queste immagini insolitamente belle, vedere le note su questo luogo.

(f) Così tutti i fenomeni della luce sono rappresentati come rivelanti la saggezza di Dio, e come totalmente al di là della capacità dell'uomo di spiegarli o comprenderli; eppure così rappresentato da mostrare che era stato oggetto di attenta osservazione e riflessione:

Dov'è la via per la dimora della luce?

E l'oscurità, dov'è il suo posto?

Che tu potessi condurlo ai suoi limiti,

E che dovresti conoscere il sentiero per la sua dimora?

Giobbe 38:19.

(g) Anche le nuvole e la pioggia erano state attentamente osservate, e le leggi che le governavano erano tra le imperscrutabili cose di Dio:

Chi può numerare le nuvole con la saggezza?

E chi può svuotare le bottiglie del paradiso? Giobbe 38:37 Giobbe 38:37.

Le nuvole sembrano essere state considerate come una sostanza solida capace di trattenere la pioggia come una bottiglia di cuoio, e la pioggia era causata dal loro svuotarsi sulla terra. Eppure l'intero fenomeno era considerato al di là della comprensione dell'uomo. Le leggi per cui le nuvole sospese nell'aria, e il motivo per cui la pioggia scendeva in piccole gocce, invece di inondazioni zampillanti, erano ugualmente incomprensibili:

Chi può anche comprendere il distendersi delle nuvole,

E gli spaventosi tuoni nel suo padiglione? Giobbe 36:29.

Poiché egli attinge le gocce d'acqua;

Distillano la pioggia nel suo vapore,

che le nuvole versano;

Lo versano sull'uomo in abbondanza. Giobbe 36:27.

Egli lega le acque nelle dense nubi,

E il cloud non è affittato sotto di loro. Giobbe 26:8.

(h) Anche il mare aveva attirato l'attenzione di questi antichi osservatori e vi erano fenomeni che non riuscivano a spiegare:

Chi ha chiuso il mare con le porte,

Nel suo prorompere come dal grembo materno?

Quando ho fatto della nuvola la sua veste,

E l'ha avvolto in una fitta oscurità?

Ho misurato per esso i suoi limiti.

E ha fissato le sue sbarre e le porte,

E disse: Fin qui verrai, ma non oltre.

E qui rimarranno le tue onde orgogliose! Giobbe 38:8.

C'è qui un riferimento, senza dubbio, alla creazione; ma poiché questo è il linguaggio di Dio che descrive quell'evento, non si può stabilire con certezza che una conoscenza del metodo di creazione fosse stata loro comunicata dalla tradizione. Ma un linguaggio come questo implica che ci sia stata un'attenta osservazione dell'oceano, e che ci fossero cose riguardo ad esso che erano per loro incomprensibili.

Il passaggio è una descrizione più sublime della creazione della potente massa d'acqua e, sebbene sia del tutto coerente con il racconto della Genesi, fornisce alcune circostanze importanti non registrate lì.

V. Operazioni minerarie

Giobbe 28 - una delle parti più belle della Bibbia - contiene una dichiarazione del metodo di estrazione allora praticato, e mostra che l'arte era ben compresa. I dispositivi meccanici menzionati e l'abilità con cui il processo è stato portato avanti mostrano un notevole progresso nelle arti:

C'è davvero una vena per l'argento,

E un posto per l'oro dove lo raffinano.

Il ferro si ricava dalla terra,

E il minerale è fuso in rame.

L'uomo pone fine alle tenebre,

E cerca completamente ogni cosa -

Le rocce, la fitta oscurità e l'ombra della morte

Affonda un pozzo lontano da un'abitazione umana;

Essi, non sostenuti dai piedi, pendono sospesi;

Lontano dagli uomini, oscillano avanti e indietro.

La terra - da essa esce il pane;

E quando si trova sotto, assomiglia al fuoco.

Le sue pietre sono i luoghi degli zaffiri,

E la polvere d'oro lo riguarda.

Il sentiero per raggiungerlo nessun uccello conosce,

E l'occhio dell'avvoltoio non l'ha visto.

Le fiere feroci non l'hanno calpestata,

E il leone non l'ha calpestata.

L'uomo posa la mano sulla roccia silicea;

Egli rovescia le montagne dalle fondamenta;

Scava canali tra le rocce,

E il suo occhio vede ogni cosa preziosa.

Egli trattiene i ruscelli dal gocciolare,

e porta alla luce cose nascoste. Giobbe 28:1.

L'attività mineraria deve aver presto attirato l'attenzione, poiché l'arte di lavorare i metalli, e naturalmente il loro valore, fu compreso in un'età molto precoce del mondo. Tubal Cain è descritto come un "istruttore di ogni artefice in ottone e ferro"; Genesi 4:22. La descrizione di Giobbe mostra che quest'arte aveva ricevuto molta attenzione, e che ai suoi tempi era stata portata ad un alto grado di perfezione; vedi le note a Giobbe 28:1.

VI. Pietre preziose

Si fa frequente menzione di pietre preziose nel libro di Giobbe, ed è evidente che erano considerate di grande valore, ed erano usate per ornamento. Le seguenti sono menzionate, come tra le pietre preziose, sebbene alcune di esse siano ora accertate di scarso valore. Ci sono prove che essi giudicassero, come avveniva necessariamente nella prima età del mondo, piuttosto dalle apparenze che da qualsiasi conoscenza chimica della loro natura. L'onice e lo zaffiro:

Essa (la saggezza) non può essere stimata dall'oro di Ofir

Dal prezioso onice, o dallo zaffiro. Giobbe 28:16.

Corallo, cristallo e rubini:

Non si farà menzione del corallo o del cristallo;

Perché il prezzo della saggezza è superiore ai rubini. Giobbe 28:18.

Il topazio trovato in Etiopia, o Cush:

Il topazio di Cus non può eguagliarlo,

Né può essere acquistato con oro puro. Giobbe 28:19.

Questi sono stati trovati come risultato dei processi di estrazione, anche se non è noto che l'arte dell'incisione su di essi fosse nota. Inoltre, non è del tutto facile fissare il significato delle parole originali qui usate. Vedi le note a Giobbe 28.

VII. Conio, Scrittura Incisione

Non è del tutto certo, sebbene ci siano alcune prove, che l'arte di coniare fosse conosciuta ai tempi di Giobbe. La soluzione di questa domanda dipende dal significato della parola resa "un pezzo di denaro", in Giobbe 42:11. Per un esame di ciò si rimanda il lettore alle note su quel versetto. C'è la prova più completa che l'arte della scrittura fosse allora conosciuta:

Oh se le mie parole fossero ora scritte!

Oh se fossero incisi su una tavoletta!

Che con un bulino di ferro, e con il piombo,

Sono stati incisi su una roccia per sempre. Giobbe 19:23 Giobbe 19:23.

Oh che mi ascoltasse!

Ecco la mia difesa! Possa l'Onnipotente rispondermi!

Se colui che mi contende scrivesse la sua accusa!

Veramente sulla mia spalla lo porterei;

Me lo legherei come un diadema. Giobbe 31:35 Giobbe 31:35.

I materiali per la scrittura non sono infatti particolarmente citati, ma è evidente che furono realizzati documenti permanenti su pietra; che ciò avveniva talvolta facendo uso del piombo; e anche che era comune servirsi di materiali portabili, e come sembrerebbe di materiali flessibili, poiché Giobbe dice a Giobbe 31 di legare l'accusa del suo avversario, quando è scritta, intorno al suo capo come un turbante o un diadema; confronta Isaia 8:1 , nota; Isaia 30:8 , nota.

Anche se sembra che un tempo si alludesse al papiro, o “canna di carta” d'Egitto (vedi le note a Giobbe 8:11 ), tuttavia non ci sono prove che fosse conosciuto come materiale per scrivere.

VIII. L'arte medica

I medici sono una volta menzionati.

Poiché veramente siete forgiatori di falsità;

Medici senza valore, tutti voi. Giobbe 13:4.

Ma non c'è alcuna indicazione dei metodi di cura, o dei rimedi che sono stati applicati. È notevole che, per quanto sembra, non siano stati adottati metodi per curare la straordinaria malattia di Giobbe stesso. Si escluse dalla società, si sedette nella polvere e nella cenere, e tentò semplicemente di rimuovere la materia offensiva che la malattia gli accumulava sulla persona; Giobbe 2:8.

Per quanto risulta dallo Scriptur, i primi tempi erano principalmente applicazioni esterne. Vedi Isaia 1:6 , nota; Isaia 38:21 , nota. I "medici" sono menzionati in Genesi 50:2 , ma solo in relazione all'imbalsamazione, dove si dice che "Giuseppe comandò ai suoi servi i medici di imbalsamare suo padre, e i medici imbalsamarono Israele".

IX. Musica

Gli strumenti musicali sono menzionati nel libro di Giobbe in modo tale da mostrare che il tema della musica aveva attirato l'attenzione, anche se ora non possiamo essere in grado di accertare la forma esatta degli strumenti utilizzati:

Si eccitano con il tabor e l'arpa,

E gioisci al suono della pipa. Giobbe 21:12 (nota).

Anche la mia arpa è mutata in lutto,

E le mie pipe a note di dolore. Giobbe 30:31 (nota).

Per una spiegazione di questi termini si rimanda alle note su questi passaggi. Abbiamo prove che la musica fosse coltivata molto prima del tempo in cui si suppone visse Giobbe Genesi 4:21 , sebbene non vi sia alcuna certezza che anche ai suoi tempi avesse raggiunto un alto grado di perfezione.

X. Caccia

Una delle prime arti praticate nella società sarebbe quella di prendere e distruggere le bestie feroci, e troviamo diverse allusioni ai metodi in cui ciò è stato fatto, nel libro di Giobbe. A questo scopo si usavano reti, gin e trappole, e per spingere le bestie feroci nelle reti o nelle trappole era consuetudine che un certo numero di persone si estendesse in una foresta, racchiudendo un grande spazio, e avvicinandosi gradualmente l'uno all'altro e al centro:

I suoi passi forti saranno tesi,

E i suoi piani lo abbatteranno.

perché è condotto nella sua rete con i suoi stessi piedi,

E nella trappola cammina.

Il laccio lo prende per il tallone,

E il gin lo afferra velocemente.

Per lui è stata stesa segretamente una rete nel terreno,

E una trappola per lui nel percorso. Giobbe 18:7.

L'ululato dei cani e le grida dei cacciatori sono rappresentati come riempiono di sgomento l'animale selvaggio e lo tormentano mentre tenta di scappare:

I terrori lo allarmano da ogni parte,

E molestarlo alle calcagna. Giobbe 18:11.

Mentre è consumato dalla fame e dalla fatica, rimane impigliato nelle reti tese e diventa una facile preda per il cacciatore:

La sua forza sarà esaurita dalla fame,

e la distruzione prenderà il suo fianco.

Divorerà il vigore della sua struttura,

Il primogenito della morte divorerà le sue membra.

Giobbe 18:12.

Confronta Salmi 140:4; Ezechiele 19:6.

XI. Metodi di allevamento

Si fa spesso riferimento ai costumi della vita pastorale, uno dei principali impieghi dei primi secoli; Giobbe 1:3 , Giobbe 1:16; Giobbe 42:12.

Non guarderà mai i rivoli -

I ruscelli delle valli - di miele e burro.

Giobbe 20:17.

Quando ho lavato i miei passi con la crema,

E la roccia mi ha versato fiumi d'olio. Giobbe 29:6.

Si parla dell'aratura con i buoi, Giobbe 1:14.

Così anche Giobbe 31:38 :

Se la mia terra grida contro di me,

E anche i solchi si lamentano;

Se ho mangiato i suoi frutti gratuitamente,

E estorse la vita dei suoi proprietari;

Che crescano i cardi al posto del grano,

Ed erbacce nocive al posto dell'orzo. Giobbe 31:38.

Si ricorda la coltivazione della vite e dell'olivo, e la pressatura dell'uva e delle olive:

getterà il suo frutto acerbo come la vite,

E versa i suoi fiori come l'ulivo. Giobbe 15:33.

Raccolgono il loro grano nel campo (di altri),

E raccolgono la vendemmia dell'oppressore. Giobbe 24:6.

Li fanno esprimere olio all'interno delle loro mura;

Pigiano sui torchi, eppure soffrono la sete.

Giobbe 24:11.

È notevole che nel libro di Giobbe non si faccia menzione della palma, del melograno o di alcuna specie di fiori. In un paese come l'Arabia, dove ormai la data è così importante come alimento, sarebbe stato ragionevole prevedere che ci sarebbe stata qualche allusione nota, da quanto si dice, agli attrezzi dell'allevamento, e nulla ci vieta di supponiamo che fossero del tipo più rude.

XII. Modalità di viaggio

Fin dai primi tempi in Oriente il modo di viaggiare a qualsiasi distanza sembra essere stato quello delle carovane o compagnie. Due oggetti sembrano essere stati contemplati da questo nel compiere lunghi viaggi attraverso deserti senza sentieri che erano molto infestati dai briganti; l'uno era lo scopo di autodifesa, l'altro di mutuo accomodamento. Ai fini di quelle compagnie di viaggio, i cammelli sono mirabilmente adattati per natura, sia per la loro capacità di portare pesi, per la scarsità di cibo di cui hanno bisogno, sia per la loro capacità di viaggiare lontano senza acqua.

Le carovane sono menzionate per la prima volta in Genesi 37:25 , "E si sedettero per mangiare il pane, e alzarono gli occhi e guardarono, ed ecco una compagnia di Ismaeliti venire da Galaad, con i loro cammelli che portavano spezie, balsamo e mirra, lo porterò giù in Egitto». Una bella notizia di questo modo di viaggiare si trova in Giobbe 6:15 , come comune ai suoi tempi:

I miei fratelli sono infedeli come un ruscello,

Come i ruscelli della valle che passano;

che sono torbidi per mezzo del ghiaccio (sciolto),

In cui la neve è nascosta (facendosi sciogliere).

Nel momento in cui si scaldano evaporano.

Quando viene il caldo, sono prosciugati dal loro posto;

I canali della loro via si snodano tutt'intorno;

Vanno nel nulla e si perdono.

Le carovane di Tema guardano;

Le compagnie itineranti di Saba si aspettano di vederli.

Si vergognano di aver fatto affidamento su di loro,

Vengono anche sul posto e sono confusi.

C'è, in un punto di Giobbe, un leggero indizio che corridori o portatori fossero impiegati per trasportare messaggi quando era richiesta una velocità straordinaria, sebbene non ci siano prove che questa fosse un'usanza consolidata o che fosse regolata dalla legge:

E i miei giorni sono più veloci di un corridore;

Fuggono e non vedono nulla di buono. Giobbe 9:25.

In relazione al tema del viaggio, possiamo osservare che l'arte di fabbricare barche leggere o barche da canne sembra fosse nota, sebbene non si parli di navi o di navigazione lontana:

Passano come le barche di canna;

Come l'aquila che guizza sulla sua preda. Giobbe 9:26.

XIII. L'Arte Militare

Ci sono nel libro di Giobbe frequenti allusioni alle armi da guerra, e ai modi di attacco e di difesa, tali da mostrare che l'argomento aveva attirato molta attenzione, e che allora la guerra non era affatto sconosciuta. Nel poema troviamo le seguenti allusioni alle armi usate e ai metodi di attacco e difesa.

Alle frecce avvelenate:

Perché le frecce dell'Onnipotente sono dentro di me,

Il loro veleno beve il mio spirito;

I terrori di Dio si schierano contro di me.

Giobbe 6:4.

Allo scudo:

gli corre addosso col collo teso,

Con le grosse sporgenze dei suoi scudi. Giobbe 15:26.

Ai metodi di attacco e alla presa di una città murata:

Mi ha preparato per un marchio,

I suoi arcieri mi circondarono;

Ha trafitto le mie redini e non ha risparmiato;

Il mio fiele ha sparso per terra.

Mi rompe con breccia dopo breccia;

si precipita su di me come un uomo potente. Giobbe 16:12.

All'arma di ferro e all'arco di ottone:

Fuggirà dall'arma di ferro,

ma l'arco di bronzo lo trafiggerà.

Giobbe 20:24.

Alle opere sollevate da un esercito assediante per molestare una città con le sue armi da guerra:

Le sue truppe avanzarono insieme contro di me;

Si scagliano contro di me,

E si accampano intorno alla mia dimora. Giobbe 19:12.

A questo proposito va ricordata anche la sublime descrizione del cavallo da guerra in Giobbe 39:19 , che segue Il cavallo era senza dubbio usato in guerra e una descrizione più sublime di questo animale bardato per la battaglia, impaziente per la contesa, non si verificano in qualsiasi lingua:

Hai dato al cavallo la sua forza?

Gli hai rivestito il collo di tuoni?

Lo fai saltare come la locusta?

Com'è terribile la gloria delle sue narici!

Paweth nella valle; esulta nella sua forza;

Esce in mezzo alle armi.

Ride della paura e non si spaventa affatto;

e non si sottrae alla spada.

Su di lui trema la faretra;

La lancia scintillante e la lancia.

Nella sua ferocia e rabbia divora la terra,

E non starà più fermo quando suona la tromba.

Quando suona la tromba, dice:

“Aba!”

E da lontano soffoca la battaglia -

Il grido di guerra dei principi e il grido di battaglia.

XIV. Zoologia

I riferimenti alla zoologia in questo libro, che sono numerosi, e che mostrano che le abitudini di molte parti della creazione animata erano state osservate con grande cura, possono essere classificate sotto le teste degli insetti, dei rettili, degli uccelli e delle bestie.

1. Degli insetti, gli unici due menzionati sono il ragno e la falena:

La sua speranza marcirà,

E la sua fiducia sarà l'edificio del ragno.

Si appoggerà alla sua dimora, e non reggerà;

Lo afferrerà, ma non durerà.

Giobbe 8:14.

Ecco, nei suoi servi non ripone fiducia,

E accusa i suoi angeli di fragilità;

Quanto è più vero questo di coloro che abitano in case di argilla,

il cui fondamento è nella polvere;

Sono schiacciati davanti alla falena! Giobbe 4:18.

Costruisce la sua casa come la falena,

O come un capannone fabbricato dal guardiano. Giobbe 27:18 Giobbe 27:18.

2. Dei rettili troviamo l'aspide e la vipera citati:

Succhierà il veleno degli aspidi;

La lingua della vipera lo annienterà. Giobbe 20:16.

3. Gli uccelli o uccelli che sono menzionati in questo libro, sono molto più numerosi. Sono i seguenti, quasi tutti così citati in quanto le loro abitudini erano state oggetto di attenta osservazione.

L'avvoltoio:

Il sentiero per raggiungerlo nessun uccello conosce,

E l'occhio dell'avvoltoio non l'ha visto. Giobbe 28:7.

Il corvo:

che provvede al corvo il suo cibo,

Quando i suoi giovani gridano a Dio,

E vagare per mancanza di cibo? Giobbe 38:41.

La cicogna e lo struzzo:

Un'ala di uccelli esultanti si muove gioiosamente!

È l'ala e il piumaggio della cicogna?

perché lascia le sue uova a terra,

E sulla polvere li riscalda,

e dimentica che il suo piede li schiaccia,

E che la bestia selvaggia possa spezzarli.

È indurita verso i suoi piccoli, come se non fossero suoi;

Invano è il suo travaglio, e senza sollecitudine;

Perché Dio le ha negato la sapienza,

e non ha impartito alla sua comprensione.

Nel tempo in cui si eleva in alto,

Ride del cavallo e del suo cavaliere.

Giobbe 39:13.

L'aquila e il falco:

È per la tua comprensione che il falco vola,

e spiega le sue ali verso il sud?

È al tuo comando che l'aquila sale,

E che costruisce il suo nido in alto?

Egli abita nella roccia e vi dimora -

Sulla rupe della roccia, e l'alta fortezza.

Di là scruta la sua preda,

I suoi occhi lo scorgono da lontano.

I suoi piccoli trangugiano avidamente sangue;

E dove sono gli uccisi, c'è lui.

Giobbe 39:26.

4. Le bestie menzionate sono, inoltre, abbastanza numerose, e la descrizione di alcune di esse costituisce la parte più magnifica del poema. Anche le descrizioni dei vari animali sono più minute di qualsiasi altra cosa a cui si fa riferimento, e solo alcune di esse possono essere copiate senza trascrivere interi capitoli. Le bestie a cui si fa riferimento sono le seguenti.

Il cammello, la pecora, il bue e l'asina: Giobbe 1:3; Giobbe 42:12.

Il Leone:

Il ruggito del leone e la voce del leone feroce (sono messe a tacere),

E i denti dei giovani leoni sono spezzati.

Il vecchio leone muore per mancanza di preda,

E i piccoli della leonessa sono dispersi.

Giobbe 4:10.

L'asino selvaggio:

L'asino selvatico raglia in mezzo all'erba?

o abbassa il bue sul suo foraggio? Giobbe 6:5.

che ha mandato in libertà l'asino selvatico;

O chi ha sciolto i lacci dell'asino selvatico?

La cui casa ho creato il deserto,

e le sue dimore la terra arida.

disprezza il tumulto della città;

Non ascolta il grido dell'autista.

La catena dei monti è il suo pascolo:

Egli cerca ogni cosa verde.

Giobbe 39:5.

Il cane:

Ma ora coloro che sono più giovani di me mi deridono,

I cui padri avrei disdegnato di mettere con il

Cani del mio gregge. Giobbe 30:1.

Lo sciacallo:

Sono diventato fratello dello sciacallo,

E un compagno per lo struzzo. Giobbe 30:29.

La capra di montagna e la cerva:

Sai tu il tempo in cui le capre selvatiche della roccia partoriscono?

O puoi osservare gli spasimi della cerva?

Puoi contare i mesi che compiono?

Conosci tu la stagione in cui partoriscono?

Si inchinano; danno alla luce i loro piccoli;

Esaltano i loro dolori.

I loro piccoli crescono in forza,

Crescono nel deserto,

Vanno da loro e non tornano più. Giobbe 39:1.

L'unicorno:

L'unicorno sarà disposto a servirti?

Rimarrà per tutta la notte nella tua culla?

Lo legherai con la sua fascia al solco?

E erpicerà dietro di te le valli?

Ti fiderai di lui perché la sua forza è grande?

O affiderete a lui la vostra fatica?

Avrai fiducia in lui per portare il tuo grano?

O per raccoglierlo sulla tua aia? Giobbe 39:9.

Il cavallo da guerra, in uno splendido passo già citato, Giobbe 39:19 (note). E, infine, il behemoth o ippopotamo, e il leviatano o coccodrillo, in Giobbe 40:15 (note); Giobbe 40:21 (nota) - forse la più splendida descrizione di animali che si possa trovare in poesia. Per la natura e le abitudini degli animali ivi descritti, nonché di quelli già citati, si rimanda alle note.

Tale è un mero riferimento ai vari temi della scienza e delle arti cui si fa riferimento nel libro di Giobbe. Sebbene brevi, tuttavia ci forniscono un resoconto inestimabile dei progressi che la società aveva allora fatto; e per ottenere una stima dello stato del mondo su questi argomenti in un primo periodo, non ci sono mezzi migliori ora a disposizione che uno studio attento di questo libro. La scena del libro è posta nelle vicinanze di quelle parti della terra che avevano fatto i maggiori progressi nella scienza e nelle arti, e da questo poema possiamo imparare con notevole precisione, probabilmente, quali progressi erano stati fatti allora in Babilonia e in Egitto.

Schema e analisi generale del libro di Giobbe

Prima Parte - L'Introduzione Storica, in Prosa, Giobbe 1–2

Seconda parte - L'argomento, o controversia, in versi, Giobbe 3–42:6

I. La prima serie della controversia, Giobbe 3-14

(1.) Giobbe apre la discussione maledicendo il suo compleanno e lamentandosi amaramente della sua calamità, Giobbe 3

(2.) Discorso di Elifaz, Giobbe 4-5

(3.) Risposta di Giobbe, Giobbe 5–6

(4.) Discorso di Bildad, Giobbe 8

(5.) Risposta di Giobbe, Giobbe 9-10

(6.) Discorso di Zofar, Giobbe 11

(7.) Risposta di Giobbe, Giobbe 12-14

II. La seconda serie nella controversia, Giobbe 15-21

(1.) Discorso di Elifaz, Giobbe 15

(2.) Risposta di Giobbe, Giobbe 16-17

(3.) Discorso di Bildad, Giobbe 18

(4.) Risposta di Giobbe, Giobbe 19

(5.) Discorso di Zofar, Giobbe 20

(6.) Risposta di Giobbe, Giobbe 21

III. La terza serie nella controversia, Giobbe 22-31

(1.) Discorso di Elifaz Giobbe 22

(2.) Risposta di Giobbe, Giobbe 23-24

(3.) Discorso di Bildad, Giobbe 25:1

(4.) Risposta di Giobbe, Giobbe 26-31

IV. Discorso di Eliu, Giobbe 32-37

V. La conclusione della discussione, Giobbe 38–42:6

(1.) Il discorso dell'Onnipotente, Giobbe 38-41

(2.) La risposta e la confessione penitente di Giobbe, Giobbe 42:1.

Terza Parte - La Conclusione, in Prosa, Giobbe 42:7

C'era un uomo - Questa ha tutta l'apparenza di essere una vera storia. Molti hanno considerato l'intero libro come una finzione, e hanno supposto che nessuna persona come Giobbe sia mai esistita. Ma il libro si apre con l'apparenza della realtà; e l'espressa dichiarazione che esisteva un tale uomo, la menzione del suo nome e del luogo in cui abitava, mostrano che lo scrittore intendeva affermare che esisteva effettivamente un tale uomo. Su questa domanda si veda l'Introduzione, Sezione 1.

Nella terra di Uz - Sulla questione dove visse Giobbe, si veda anche l'Introduzione, Sezione 2.

Il cui nome era Giobbe - Il nome Giobbe (ebraico איוב 'ı̂yôb, gr. Ἰώβ Iōb significa propriamente, secondo Gesenius, "perseguitato", da una radice ( איב 'âyab ) che significa essere nemico di chiunque, perseguitare, L'idea primaria, secondo Gesenius, è da ricercare nel respirare, soffiare o sbuffare a, o su chiunque, come espressione di rabbia o odio, Germ.

“Anschnauben.” Eichhorn (Einleit. sezione 638. 1,) suppone che il nome denoti un uomo che si rivolge penitentemente a Dio, da un senso del verbo ancora trovato in arabo "pentirsi". Su questa supposizione, gli fu dato il nome, perché, alla fine del libro, è rappresentato come esercitante il pentimento per le espressioni improprie a cui si era assecondato durante le sue sofferenze. Il verbo ricorre una sola volta nelle Scritture Ebraiche, Esodo 23:22 : Ma se obbedirai davvero alla sua voce e farai tutto ciò che dico, allora “sarò un nemico” אויב 'ôyêb “ai tuoi nemici” אויב את ' êth 'ôyêb.

Il participio איב 'oyēb è la parola comune per indicare un nemico nell'Antico Testamento, Esodo 15:6 , Esodo 15:9; Levitico 26:25; Numeri 35:23; Deuteronomio 32:27 , Deuteronomio 32:42; Salmi 7:5; Salmi 8:2; Salmi 31:8; Lamentazioni 2:4; Giobbe 13:24; Giobbe 27:7; Giobbe 33:10 , “ et soepe al.

Se questo è il significato proprio della parola "Giobbe", allora sembrerebbe che il nome gli sia stato dato per anticipazione, o per comune consenso, come uomo molto perseguitato. Nomi significativi erano molto comuni tra gli ebrei - dati o anticipatamente (vedi le note a Isaia 8:18 ), o successivamente, per indicare qualche evento importante o importante nella vita; confrontare Genesi 4:1 , Genesi 4:25; Genesi 5:29; 1 Samuele 1:20.

Tale era anche il caso presso i romani, dove l'“agnomen” così conferito divenne l'appellativo con cui l'individuo era più conosciuto. Cicerone ricevette così il suo nome da una verruca che aveva sul viso, somigliante a una "veccia", e che era chiamata dai latini "cicer". Così anche Marco aveva il nome “Ancus”, dalla parola greca ανκὼν ankōn, perché aveva il braccio storto; e così i nomi Africanus, Germanicus, ecc.

, furono dati a generali che si erano distinti in particolari paesi; vedi Universo. storico Anc. Parte IX. 619, ed. 8vo, Londra. 1779. Allo stesso modo è possibile che il nome “Giobbe” sia stato dato di comune accordo all'Emiro di Uz, poiché l'uomo molto perseguitato o processato, e che questo sia diventato in seguito l'appellativo con cui era meglio conosciuto. Il nome si verifica una volta applicato a un figlio di Issacar, Genesi 46:13 , e solo in altri due punti della Bibbia tranne che in questo libro; Ezechiele 14:14; Giacomo 5:11.

E quell'uomo era perfetto - ( תמם tâmam ). I Settanta hanno notevolmente ampliato questa affermazione, dando una parafrasi invece di una traduzione. “Era un uomo veritiero ( ἀληθινός alēthinos ), irreprensibile ( ἄμεμπτος amemptos ), giusto ( δίκαιος dikaios ), pio ( θεοσεβής theosebēs ), astenendosi da ogni cattiva azione.

Jerome lo rende, "semplice - semplice" o "sincero". Il caldeo, שׁלם shālam, “completo, finito, perfetto”. L'idea sembra essere che la sua pietà, o carattere morale, fosse "proporzionata" ed era "completa in tutte le sue parti". Era un uomo integro in tutti i rapporti della vita: come emiro, padre, marito, adoratore di Dio.

Tale è propriamente il significato della parola תם tâm come derivato da תמם tâmam, "completare, rendere pieno, perfetto" o "intero" o "finire". Denota ciò in cui non manca una parte per completare il tutto, come in un orologio in cui non manca una ruota. Quindi, non era solo retto come un emiro, ma era pio verso Dio; non era solo gentile con la sua famiglia, ma era giusto con i suoi vicini e benevolo con i poveri.

La parola è usata per denotare l'integrità applicata al cuore, Genesi 20:5 : לבבי בתם b e tām l e bābı̂y, “ Nell'onestà, semplicità o sincerità del mio cuore (vedi il margine) ho fatto questo.

Così 1 Re 22:34 , “Uno tendeva l' arco לתמוּ l e tumô nella semplicità (o perfezione) del suo cuore;” cioè senza alcuna cattiva intenzione; confronta 2 Samuele 15:11; Proverbi 10:9.

La nozione propria, quindi, è quella di semplicità. sincerità, assenza di inganno o cattive intenzioni e completezza delle parti nella sua religione. Che fosse un uomo assolutamente senza peccato, o senza alcuna propensione al male, è smentito sia dallo spirito di lamentela che spesso mostra, sia dalla sua stessa confessione, Giobbe 9:20 :

Se mi giustifico, la mia stessa bocca mi condannerà;

Se dico che sono perfetto, mi dimostrerò perverso.

Così anche Giobbe 42:5 :

Ho sentito parlare di te per l'udito dell'orecchio,

Ma ora il mio occhio ti vede;

Perciò mi aborro,

E pentiti in polvere e cenere.

Confronta Ecclesiaste 7:20.

E in posizione eretta - La parola ישׁר yâshâr, da ישׁר yâshar, essere dritta, si applica spesso a una strada dritta, oa un sentiero che è in piano o pari. Usato qui significa retto o giusto; confronta Salmi 11:7; Salmi 37:14 ,; Deuteronomio 32:4; Salmi 33:4.

E uno che temeva Dio - La religione nelle Scritture è spesso rappresentata come il timore di Dio; Proverbi 1:7 , Proverbi 1:29; Proverbi 2:5; Proverbi 8:13; Proverbi 14:26; Isaia 11:2; Atti degli Apostoli 9:31 , “ et soepe al ”.

E ha evitato il male - " E si allontanò dal ( סוּר sûr ) male." Settanta, "Astenersi da ogni cosa malvagia". Queste sono dunque le quattro caratteristiche della pietà di Giobbe: era sincero; verticale; un adoratore di Dio; e uno che si è astenuto da ogni male. Questi sono gli elementi essenziali della vera religione ovunque; e l'intera dichiarazione nel libro di Giobbe mostra che Giobbe era, sebbene non assolutamente esente dai peccati che aderiscono alla nostra natura, eminente in ciascuna di queste cose.

2 E gli nacquero sette figli e tre figlie - Lo stesso numero gli fu dato di nuovo dopo che questi erano andati perduti, e le sue dure prove erano state sopportate; vedi Giobbe 42:13. Della sua seconda famiglia sono menzionati i nomi delle figlie, Giobbe 42:14.

Del suo primo, è notevole che non siano registrati né i nomi di sua moglie, né dei suoi figli né delle sue figlie. Il Caldeo, tuttavia, su quale autorità non si sa, dice che il nome di sua moglie era דינה dı̂ynâh, Giobbe 2:9.

3 La sua sostanza - Margine, o "bestiame". La parola usata qui מקנה mı̂qneh deriva da קנה qânâh, guadagnare o acquisire, comprare o acquistare, e significa propriamente qualsiasi cosa acquisita o acquistata - proprietà, possedimenti, ricchezze. La ricchezza delle tribù nomadi, tuttavia, consisteva principalmente in greggi e armenti, e quindi la parola nella Scrittura significa, quasi esclusivamente, proprietà in bestiame.

La parola, dice Gesenius, è usata "strettamente" per indicare pecore, capre e bovini puliti, escluse le bestie da soma (confronta il greco κτῆνος ktēnos, gregge, usato qui dai Settanta), sebbene a volte la parola includa asini e cammelli, come in questo posto.

Settemila pecore - In questo verso abbiamo una descrizione della ricchezza di un sovrano o capo arabo, simile a quella di coloro che oggi sono chiamati "Emiri". In effetti l'intera descrizione nel libro è quella che si applica al capo di una tribù. I possedimenti a cui si fa riferimento in questo versetto non costituirebbero una ricchezza insignificante da nessuna parte, e particolarmente nelle tribù nomadi dell'Oriente.

La terra non è menzionata come parte di questa ricchezza; perché tra le tribù nomadi che vivono di pascolo, il diritto alla terra in modo semplice non è rivendicato dagli individui, il diritto al pascolo o un possesso temporaneo è tutto ciò che è necessario. Per lo stesso motivo, e per il fatto che le loro circostanze richiedono loro di vivere in tende mobili, le case non sono menzionate come parte; della ricchezza di questo emiro.

Per comprendere questo libro, così come la maggior parte dei libri dell'Antico Testamento, è necessario per noi mettere da parte le nostre nozioni di vita e trasferirci nell'immaginazione ai costumi molto dissimili dell'Oriente. Il Caldeo ha dato una spiegazione molto singolare di questo verso, che deve essere considerato opera di fantasia, ma che mostra il carattere di quella versione: “E i suoi possedimenti furono settemila pecore, mille per ciascuno dei suoi figli; e tremila cammelli, mille per ciascuna delle sue figlie; e cinquecento giogo di buoi - per se stesso; e cinquecento asine per sua moglie».

E tremila cammelli - I cammelli sono animali da soma ben noti, ancora ampiamente utilizzati in Arabia. Gli Arabi impiegavano anticamente questi animali in guerra, nelle loro carovane e per il cibo. Non di rado vengono chiamate “navi del deserto”, particolarmente preziose nelle pianure aride perché passano molti giorni senza acqua. Portano da tre a cinquecento libbre, in proporzione alla distanza che devono percorrere.

La Provvidenza ha adattato il cammello con meravigliosa saggezza ai deserti sabbiosi, e in tutte le epoche il cammello deve essere lì un bene inestimabile. Il cardo più secco e la spina più nuda è tutto il cibo di cui ha bisogno, e questo lo mangia mentre avanza nel suo viaggio senza fermarsi né causare un attimo di ritardo. Poiché è suo destino attraversare immensi deserti dove non si trova acqua e dove non cade la rugiada, è dotato del potere di deporre in una riserva d'acqua che gli basterà per giorni - dice Bruce per trenta giorni.

Per fare ciò, la natura ha fornito in lui grandi serbatoi o stomaci, dove l'acqua è mantenuta pura e da cui attinge a piacere come da una fontana. Nessun altro animale è dotato di questo potere, e se non fosse per questo, sarebbe del tutto impraticabile attraversare quelle immense distese di sabbia. Gli arabi, i persiani e altri mangiano la carne di cammello e viene servita sulle migliori tavole del paese.

Si dice che uno degli antichi poeti arabi, la cui ospitalità divenne un proverbio, uccideva ogni anno, in un certo mese, dieci cammelli al giorno per il divertimento dei suoi amici. Per quanto riguarda la robustezza dei cammelli e la loro capacità di vivere con il cibo più grossolano, Burckhardt ha affermato un fatto che può fornire un'illustrazione. In un viaggio che fece dal paese a sud del Mar Morto in Egitto, dice: "Durante tutto questo viaggio, i cammelli non avevano altro foraggio che gli arbusti appassiti del deserto, eccettuato il mio dromedario, a cui ho dato qualche manciata di orzo ogni sera.

” Trav. in Siria, p. 451; confrontare Bruce's Travels, vol. IV. P. 596; Niebuhr, Reise-beschreibung nach Arabien, 1 Band, s. 215; Sandy, p. 138; Oss di Harmer. 4:415, ed. Londra. 1808, 8vo; e Rob. Cal.

E cinquecento giogo di buoi - Il fatto che Giobbe avesse tanti buoi implica che si dedicò alla coltivazione della terra oltre che all'allevamento di greggi e armenti; confronta Giobbe 1:14. Un numero così grande di buoi costituirebbe ricchezza ovunque.

E cinquecento asine - osserva Bryant (Observations, p. 61) che gran parte della ricchezza degli abitanti dell'Oriente spesso consisteva in asine, i maschi essendo pochi e non tenuti in eguale stima. Le asine sono state presto menzionate come di uso comune per cavalcare; Numeri 22:25; Gdc 5:10.

2 Re 4:24 (ebraico). Uno dei motivi per cui l'asino veniva preferito al cavallo era che viveva di molto meno di quell'animale, non essendoci altro animale tranne il cammello che poteva essere tenuto così facilmente come l'asino. Le asine erano anche considerate le più preziose, perché, attraversando i deserti del paese, fornivano latte ai viaggiatori.

È notevole che le "mucche" non siano menzionate espressamente in questa enumerazione degli articoli della ricchezza di Giobbe, sebbene in seguito si riferisca al "burro" come ad essere stato abbondante nella sua famiglia, Giobbe 29:6. È possibile, tuttavia, che le “mucche” fossero incluse come parte del “cinquecento giogo di בקר bâqâr.

” qui reso “buoi”; ma che sarebbe reso altrettanto appropriatamente "bestiame". La parola è nel genere comune, e deriva da בקר bâqar, in arabo, spaccare, dividere, aprire, e quindi arare, spaccare il terreno. Denota propriamente gli animali utilizzati nell'aratura; ed è risaputo che le mucche sono impiegate, oltre ai buoi, per questo scopo in Oriente; vedi Giudici 14:18; Osea 4:10; confrontare Deuteronomio 32:14 , dove la parola בקר bâqâr è usata per indicare una mucca - "latte di vacca", Genesi 33:13 (ebraico).

E una grande famiglia - Margine, "allevamento". La parola ebraica qui ( עבדה ăbûddâh ) è ambigua. - Può indicare il servizio reso, cioè il lavoro, oi servi che lo hanno svolto; confrontare Genesi 26:14 , margine. La Settanta la rende ὑπηρεσία hupēresia, Aquila δουλεία douleia, e Symmachus, οἰκετία oiketia ; tutti denotanti "servizio" o "servitù" o ciò che riguardava il servizio domestico di una famiglia.

La parola si riferisce senza dubbio a coloro che avevano cura dei suoi cammelli, del suo bestiame e del suo allevamento; vedi Giobbe 1:15. Non è implicato dalla parola qui usata, né da quella in Giobbe 1:15 , che fossero "schiavi". Potrebbero essere stati, ma non c'è nulla che lo indichi nella narrazione. La Settanta aggiunge a questo, come per esplicarlo, "e le sue opere furono grandi nel paese".

In modo che quest'uomo fosse il più grande - Possedeva la più ricchezza ed era tenuto nel più alto onore.

Di tutti gli uomini d'Oriente - Margine come in ebraico "figli". I figli dell'Oriente indicano coloro che vivevano in Oriente. La parola "Est" קדם qedem è comunemente usata nelle Scritture per indicare il paese che si trova ad est della Palestina. Per i luoghi qui intesi si veda l'Introduzione, Sezione 2, (3). E' ovviamente impossibile stimare con esattezza l'esatto ammontare del valore della proprietà di Job.

Rispetto a molte persone dei tempi moderni, infatti, i suoi possedimenti non sarebbero considerati come una grande ricchezza. L'editore della Bibbia pittorica suppone che, secondo una stima equa, la sua proprietà possa essere considerata come un valore compreso tra trenta e quarantamila sterline, equivalenti a circa 200.000 (circa 1880). In questa stima si calcola che il cammello valga circa 45,00 dollari, i buoi circa cinque dollari e le pecore poco più di un dollaro, che si dice siano circa i prezzi medi attualmente nell'Asia occidentale.

I prezzi, tuttavia, variano molto da un'età all'altra; ma al giorno d'oggi tali possedimenti sarebbero considerati come una grande ricchezza in Arabia. Il valore della proprietà di Giobbe può essere stimato da questo fatto, che possedeva quasi la metà dei cammelli che costituivano la ricchezza di un re persiano in tempi più moderni.

Chardin dice, "mentre il re di Persia nell'anno 1676 era a Mesandera, i tartari caddero sui cammelli del re e ne portarono via tremila, il che fu per lui una grande perdita, perché ne aveva solo settemila". - Rosenmuller, Morgenland, “in loc.” Dobbiamo considerare la condizione di Giobbe come quella di un ricco emiro arabo, e il suo modo di vivere tra la vita pastorale nomade e il modo stabile di vivere in comunità come la nostra.

Era un pastore principesco, eppure era dedito alla coltivazione della terra. Non sembra, tuttavia, che abbia rivendicato il diritto del suolo a "tassa semplice", né la sua condizione è incompatibile con la supposizione che la sua residenza in qualsiasi luogo fosse considerata temporanea e che tutta la sua proprietà potesse essere facilmente rimossa. “Egli apparteneva a quella condizione di vita che oscillava tra quella del pastore errante e quella di un popolo stanziato in città.

Che risiedesse, o avesse una residenza, in una città è ovvio; ma le sue greggi e le sue mandrie pascolavano evidentemente nei deserti, tra i quali e la città era probabilmente diviso il suo tempo. Differiva dai patriarchi ebrei principalmente in questo, che non andava tanto in giro "senza una certa dimora".

Questa condizione mista di vita, che è ancora frequentemente mostrata nell'Asia occidentale, spiegherà sufficientemente il carattere diversificato delle allusioni e delle immagini che il libro contiene - alla vita pastorale e alle scene e ai prodotti del deserto; alle scene e alle circostanze dell'agricoltura; alle arti e alle scienze della vita stabile e del progresso della civiltà”. - Fig.

pettorina Può servire in qualche modo per illustrare le diverse idee riguardo a ciò che costituiva la ricchezza nei diversi paesi, confrontare questa affermazione riguardo a Giobbe con un'osservazione di Virgilio riguardo a un abitante dell'antica Italia, che chiama il più ricco tra i contadini ausoni:

Seniorque Galaesua.

Dum paci medium se offert; justissimus unus

Qui fuit, Ausoniisque olim ditissimus arvis:

Quinque greges illi balantum. quina redibante

Armenta, et terram centturn vertebat aratris.

Eneide 7:535-539.

Tra gli altri giace il ricco Galaesus;

Un buon vecchio, mentre invano predicava la pace,

Nella follia del treno indisciplinato:

Cinque armenti, cinque greggi belanti riempirono il suo pascolo,

Le sue terre un centinaio di gioghi di buoi inclinati.

Dryden

4 E i suoi figli andarono a banchettare nelle loro case - il Dr. Good lo rende, "ei suoi figli andarono a tenere una casa per banchetti". Tindal lo rende "fatto bankertea". L'ebraico significa che andarono e fecero una "festa in casa"; e l'idea è che davano un divertimento nelle loro dimore, nel modo ordinario in cui si facevano tali intrattenimenti. La parola usata qui ( משׁתה mı̂shteh ) deriva da שׁתה shâthâh, "bere"; e poi bere insieme, banchettare.

Schultens suppone che questo sia stato semplicemente progettato per mantenere la giusta familiarità tra i diversi rami della famiglia, e non per scopi di baldoria e dissipazione; e questo sembra accordarsi con il punto di vista di Giobbe. Egli, sebbene un uomo pio, non si opponeva ad esso, ma temeva semplicemente che avrebbero potuto peccare nei loro cuori, Giobbe 1:5. Conosceva il pericolo, e quindi era più assiduo nell'implorare per loro la tutela divina.

Ognuno il suo giorno - Al suo turno, o quando è arrivato il suo giorno. Forse si riferisce solo ai loro compleanni; vedi Giobbe 3:1 , dove la parola “giorno” è usata per indicare un compleanno. Nei primi tempi il compleanno veniva celebrato con grande solennità e giubilo. Forse in questa affermazione l'autore del Libro di Giobbe intende insinuare che la sua famiglia viveva in completa armonia e dare un'immagine della sua felicità domestica in forte contrasto con le calamità che si abbatterono sulla sua famiglia.

Fu un grande aggravamento delle sue sofferenze che una famiglia così pacifica e armoniosa fosse completamente disgregata. - Il Caldeo aggiunge, “finché sette giorni furono compiuti”, supponendo che ciascuna di queste feste durasse sette giorni, supposizione non inverosimile, se le famiglie erano in qualche grado considerevolmente lontane l'una dall'altra.

E mandarono a chiamare le loro tre sorelle - Anche questo può essere considerato come una circostanza che dimostra che queste occasioni non erano progettate per la baldoria. I giovani, quando si radunano per la dissipazione, di solito non invitano le loro “sorelle” a stare con loro; né di solito desiderano affatto la presenza di femmine virtuose. La probabilità, quindi, è che questo sia stato concepito come una conversazione familiare affettuosa e amichevole.

Di per sé non c'era niente di male, né c'era necessariamente alcun pericolo; tuttavia Giobbe riteneva "possibile" che avessero sbagliato e dimenticato Dio, e quindi era impegnato in una devozione più intensa e ardente a causa loro; Giobbe 1:5.

5 Ed è stato così, quando i giorni della loro festa erano trascorsi - il dottor Good lo rende, "mentre i giorni di tali banchetti sono tornati". Ma questa non è l'idea voluta. È, quando i banchetti erano passati come in un cerchio attraverso tutte le famiglie, "allora" Giobbe li mandò e li santificò. Non era da un'anticipazione che "avrebbero" fatto qualcosa di sbagliato, ma era dall'apprensione che "avrebbero potuto" aver peccato.

La parola resa “erano in giro” ( נקף nâqaph ) significa propriamente congiungersi, e poi muoversi in cerchio, girare, come fanno le feste; vedi le note in Isaia 29:1 : “Si girino le feste”. Qui vuol dire che i giorni del loro banchetto erano andati intorno al cerchio, o erano andati intorno alle varie famiglie.

Settanta "Quando i giorni del divertimento (o del bere, πότου potou ) furono finiti." In Cina prevale un'usanza di banchetti simile a questa. “Hanno le loro fraternità che chiamano la fratellanza dei mesi; questo consiste di mesi secondo il numero dei giorni in esso, e in un cerchio vanno all'estero a mangiare l'uno nelle case dell'altro a turno.

Se uno non ha le comodità di ricevere la fraternità in casa propria, può provvedere ad esse in un'altra; e ci sono molti pub ben arredati per questo scopo». Vedi Storia della Cina di Semedo, i capitolo 13, come citato da Burder in Morgenland di Rosenmuller. “in loc.”

Quel Giobbe mandò - Mandò a prenderli e li chiamò intorno a sé. Temeva che potessero aver sbagliato, e prese ogni misura per mantenerli puri e per mantenere l'influenza della religione nella sua famiglia.

E li ha santificati - Questa espressione, dice Schultens, è suscettibile di due interpretazioni. Può significare che li "preparava" con varie lustrazioni, abluzioni e altre cerimonie per offrire sacrifici; o che offrisse sacrifici allo scopo di procurare espiazione per peccati che avrebbero potuto effettivamente commettere. Il primo senso, osserva, è favorito dall'uso della parola in Esodo 19:10; 1 Samuele 16:5 , dove la parola significa prepararsi con le abluzioni per incontrare Dio e adorarlo.

Quest'ultimo senso è richiesto dalla connessione. Giobbe sentiva come ogni padre dovrebbe sentirsi in tali circostanze, che c'era motivo di temere che Dio non fosse stato ricordato come avrebbe dovuto essere, e quindi era più fervente nelle sue devozioni, e li chiamava intorno a sé, che le loro stesse menti potrebbe risentirne per la sua pia sollecitudine. Quale padre c'è che ama Dio, e che si preoccupa che anche i suoi figli lo facciano, che non prova una sollecitudine speciale se i suoi figli e le sue figlie sono in una situazione in cui i giorni successivi sono dedicati alla festa e all'allegria? La parola qui resa “santificato” ( קדשׁ qâdash) significa propriamente essere puro, puro, santo; in Pihel, la forma qui usata, fare santo, santificare, consacrare, come sacerdote; e qui significa che prese provvedimenti per santificarli, temendo che avessero peccato; cioè, ha preso i soliti mezzi per procurare loro il perdono. La Settanta lo rende ἐκάθαριζεν ekatharizen, li purificò.

E si alzò la mattina presto - Allo scopo di offrire le sue devozioni, e procurare loro espiazione. Era consuetudine ai tempi patriarcali offrire sacrifici la mattina presto. Vedi Genesi 22:3; Esodo 32:6.

E offrì olocausti - ebraico "e fece ascendere"; cioè bruciandoli in modo che il fumo ascendesse verso il cielo. La parola resa "olocausto" ( עולה ôlâh ) deriva da עלה âlâh, "salire" (la parola usata qui e resa "offerto"), e significa ciò che è stato fatto salire, cioè bruciando.

È applicato nelle Scritture a un sacrificio che è stato interamente consumato sull'altare e risponde alla parola greca ὁλόκαυστον holokauston, "Olocausto". Vedi le note in Isaia 1:11. Tali offerte ai tempi patriarcali erano fatte dal padre di famiglia, che officiava come sacerdote per conto della sua famiglia.

Così, Noè ha officiato, Genesi 8:20; e così anche Abramo ha agito come sacerdote per offrire il sacrificio, Genesi 12:7; Genesi 13:18; Genesi 22:13.

Nei tempi più antichi, e tra le nazioni pagane, si supponeva che si potesse ottenere il perdono del peccato offrendo sacrifici. In Omero c'è un passaggio che corrisponde notevolmente alla visione di Giobbe davanti a noi; Iliade 9:493:

Gli dei (il grande e unico saggio)

Sono mossi da offerte, voti e sacrifici;

Offendere l'uomo vince la loro grande compassione,

E le preghiere quotidiane espiano i peccati quotidiani.

Papa

Secondo il numero di tutti loro - Figli e figlie. Forse un sacrificio in più per ognuno di loro. La Settanta lo rende, "secondo il loro numero, καί μόσχον ἕνα περὶ ἁμαπτίας περὶ τῶν ψυχῶν αὐτῶν kai moschon hena peri hamartias peri tōn psuchōn autōn - un giovenco per il peccato o un'offerta per il peccato per le loro anime".

Può essere che i miei figli abbiano peccato - Non ne aveva alcuna prova certa o positiva. Sentiva solo la naturale apprensione che ogni padre pio deve provare, che i suoi figli potessero essere stati presi dalla tentazione, e forse, sotto l'influenza del vino, avrebbero potuto essere indotti a parlare con biasimo di Dio e dei necessari limiti della vera religione e virtù.

E maledissero Dio nei loro cuori - La parola qui resa maledizione è quella che di solito viene resa “benedire” ברך bārak. Non è poco sorprendente che la stessa parola sia usata in sensi così direttamente opposti come "benedire" e "maledire". Il Dr. Good sostiene che la parola dovrebbe essere sempre resa "benedire", e così la traduce in questo luogo, "forse i miei figli possono aver peccato, "né" benedetto Dio nei loro cuori", interpretando il prefisso ebraico ו ( v ) come un participio disgiuntivo o negativo.

Così anche in Giobbe 2:9 , reso nella nostra traduzione comune, "maledici Dio e muori", lo traduce "benedicendo Dio e morendo". Ma l'interpretazione che il nesso esige è evidentemente quella di maledire, rinunciare o dimenticare; e così è anche in Giobbe 2:9.

Questo senso è ancora più evidente in 1 Re 21:10 : " Hai "blasfemo" ברך bārak Dio e il re". Così anche 1 Re 21:13 dello stesso capitolo - sebbene qui il Dr. Good sostenga che la parola dovrebbe essere resa "benedire" e che l'accusa era che Nabot "benedicesse" o adorasse gli dèi, anche Moloch - dove suppone che il la parola מלך melek, dovrebbe essere puntata מלך môlek e leggere “Molech.

Ma la difficoltà non viene rimossa da questo, e dopotutto è probabile che la parola qui, come in Giobbe 2:9 , significhi "maledizione". Così è compreso da quasi tutti gli interpreti. La Vulgata infatti lo rende abbastanza singolare: “Per timore che forse i miei figli abbiano peccato e abbiano benedetto Dio (et benedixerint Deo) nei loro cuori.

"La Settanta, "Per timore che forse i miei figli nella loro mente abbiano pensato male a Dio" - κακὰ ἐνεόησαν πρὸς Θεόν kaka enenoēsan pros Theon. Il Caldeo: "Per timore che i miei figli abbiano peccato e provocato yahweh ( יהוה וארגיזדקדם ) nei loro cuori". Supponendo che questo sia il senso della parola qui, ci sono tre modi per spiegare il fatto che la stessa parola dovrebbe avere significati così opposti.

(1) Uno è quello proposto da Taylor (Concor.), che le persone pie dell'antichità consideravano la blasfemia così abominevole che aborrivano esprimerla con il nome proprio, e che quindi con un "eufemismo" usavano il termine "benedire" invece di "maledizione". Ma va detto che niente è più comune nelle Scritture delle parole che denotano la maledizione e la bestemmia. La parola אלה 'âlâh, nel senso di maledire o esecrare, ricorre frequentemente.

Quindi la parola גדף gâdaph, significa bestemmiare, ed è spesso usata; 2 Re 19:6 , 2 Re 19:22; Isaia 37:6 , Isaia 37:23; Salmi 44:16. Anche altre parole erano usate nello stesso senso, e non c'era bisogno di usare un semplice "eufemismo" qui.

(2) Una seconda modalità di contabilizzazione di questo doppio uso della parola è. che questo era il termine comune di saluto tra amici all'incontro e alla separazione. Si suppone quindi che sia stato usato nel senso della frase inglese "to farewell to". E poi, come quella frase, a significare “rinunciare, abbandonare, allontanare dalla mente, disprezzare”. Le parole χαίρειν chairein, in greco, e “valere” in latino, sono usate in questo modo.

Questa spiegazione è suggerita da Schultens, ed è adottata da Rosenmuller e Noyes, che si riferiscono ai seguenti luoghi come esempi paralleli dell'uso della parola. Vergine Ecl. 8, 58. " Vivite Sylvoe " - una forma, dice l'Annunciatore su Virgilio (Delphin), di dire addio, come il greco χαίρετε chairete - "una forma usata contro coloro che respingiamo con odio e desideriamo andarcene ". Così Catullo. 11.17: Cum suis vivat, valeatque moechis. Quindi Aesch. Agamo. 574:

αὶ πολλὰ χαίρειν ξυμφοραῖς αταξιῶ

Kai polla chairein cumforais katacio.

Così, Plutarco, Dion. P. 975. Così Cicerone in una lettera ad Attico ( Salmi 8:8 ), in cui si lamenta della disgraziata fuga di Pompeo, gli applica una citazione di Aristofane; πολλὰ χαίρειν εἰπὼν τῷ καλῷ polla chairein eipōn kalō - "addio per onorare fuggì a Brundusium;" confrontare Ter.

E. 4:2. 14. Cicerone di Nat. Deor. 1. 44. Secondo questa interpretazione, significa che Giobbe capì di aver rinunciato a Dio nei loro cuori. cioè, si era dimentico di lui e gli aveva negato l'omaggio che gli era dovuto. - Questo è plausibile: ma la difficoltà sta nel capire l'uso di questo senso della parola in ebraico. Che la parola sia stata usata come modo di "saluto d'addio" tra gli ebrei è indubbio.

Era una forma solenne di invocare la benedizione divina quando gli amici si separavano; confrontare Genesi 28:3; Genesi 47:10. Ma non trovo l'uso della parola quando viene applicata alla separazione nel senso di "rinunciare" o dire addio a "in senso negativo"; e a meno che non si possano addurre alcuni esempi di questo genere, l'interpretazione è malsana, e sebbene frasi simili siano usate in greco, latino e altre lingue, non dimostra che questo uso della parola ottenuto in ebraico.

(3) Una terza e più semplice spiegazione è quella che suppone che il senso originario della parola fosse "inginocchiarsi". Questo, secondo Gesenius, è il significato della parola in arabo. Quindi Castell dà il significato della parola - "piegare le ginocchia per amore dell'onore;" cioè come atto di rispetto. Quindi in siriaco, " Genua flexit̂ procubuit ". Quindi " Geno ". il ginocchio." Quindi significa piegare le ginocchia allo scopo di invocare Dio, o adorare. Nel Piel, la forma qui usata, significa

(1) benedire Dio, celebrare, adorare;

(2) benedire gli uomini, cioè "invocare" benedizioni su di loro; salutarli o salutarli - nel senso di invocare benedizioni su di loro quando li incontriamo; 1 Samuele 15:13; Gen 47:7 ; 2 Samuele 6:20; o quando ci separiamo da loro; Gen 47:10 ; 1 Re 8:66; Genesi 24:60;

(3) "invocare il male", nel senso di "maledire gli altri". L'idea è che la punizione o la distruzione provenga da Dio, e quindi è "imprecata" sugli altri. In una parola, il termine è usato, in quanto derivato dal senso generale di inginocchiarsi, nel senso di "invocare" benedizioni o maledizioni; e poi nel senso generale di benedizione o maledizione. Questa interpretazione è difesa da Selden, de jure Nat.

et Gent. Lib. II. 100:11: p. 255, e da Gesenius, Lexicon. L'idea qui è che Giobbe capì che i suoi figli, in mezzo all'allegria e forse alla baldoria, erano stati colpevoli di irriverenza, e forse di rimproverare interiormente a Dio i limiti della virtù e della pietà. Cosa c'è di più comune in queste scene? Cosa c'era di più da catturare?

Così faceva continuamente Giobbe: era sua abitudine regolare ogni volta che capitava un'occasione del genere. Era irredimibile nella sua pia cura; e la sua sollecitudine per timore che i suoi figli avrebbero peccato non cessò mai - una bella illustrazione dei sentimenti appropriati di un padre pio nei confronti dei suoi figli. L'ebraico è "tutto il giorno"; cioè in ogni momento.

6 Ora c'era un giorno - il Dr. Good lo rende: "E il giorno venne". Tindal.” C'era una volta». Il parafrasista caldeo ha presunto di specificare il tempo, e lo rende: "Ora accadde nel giorno del giudizio (o scrutinio, דדינא ביומא ), "all'inizio dell'anno", che schiere di angeli vennero a giudicare davanti a Yahweh, e Satana venne.

In base a ciò, il giudizio avveniva una volta all'anno, e si ebbe una solenne inchiesta sulla condotta anche degli angeli. Nell'ebraico non c'è alcuna indicazione della frequenza con cui ciò avveniva, né del periodo dell'anno in cui avveniva. L'unica idea è che "i figli di Dio" in un giorno stabilito o stabilito vennero a presentarsi davanti a Dio per rendere conto di ciò che avevano fatto e per ricevere ulteriori ordini riguardo a ciò che dovevano fare.

- Questo è evidentemente volto a introdurre gli eventi successivi relativi a Giobbe. È un linguaggio preso dai procedimenti di un Monarca che aveva inviato messaggeri o ambasciatori per importanti commissioni attraverso le diverse province del suo Impero, che ora tornava per dare un resoconto di ciò che avevano osservato e dello stato generale del regno. Tale ritorno, naturalmente, sarebbe stato effettuato in un giorno fisso in cui, nel linguaggio della legge, il loro rapporto sarebbe stato "restituibile" e quando sarebbero stati tenuti a rendere conto dello stato del regno. Se si dice che non è coerente con la supposizione che questo libro sia stato ispirato a supporre una tale finzione poetica, rispondo,

(1) Che non è più così delle parabole del Salvatore, che spesso suppone casi, e li dichiara come eventi reali, per illustrare qualche verità importante. Eppure nessuno è mai stato indotto in errore da questo.

(2) È in accordo con il linguaggio della Scrittura ovunque descrivere Dio come un monarca seduto sul suo trono, circondato dai suoi ministri, e che li invia a compiere importanti scopi in diverse parti del suo vasto impero.

Non è quindi assolutamente necessario considerare questo come destinato a rappresentare un avvenimento reale. È uno degli ornamenti ammissibili della poesia; - ammissibile come qualsiasi altro ornamento poetico. Rappresentare Dio come un re non è improprio; e se è così, non è improprio rappresentarlo con i soliti accompagnamenti della regalità, - circondato da ministri, e impiegando angeli e messaggeri per scopi importanti nel suo regno.

Ammessa questa supposizione, tutto ciò che segue è semplicemente in "conservazione", ed è destinato a preservare la verosimiglianza della concezione. - Questa idea, tuttavia, non si oppone affatto alla supposizione che gli angeli siano effettivamente impiegati da Dio per scopi importanti nel governo del suo regno, né che Satana abbia un'esistenza reale e sia autorizzato da Dio a impiegare un'agenzia importante nella realizzazione dei suoi propositi verso il suo popolo. Su questo versetto, tuttavia, si veda l'Introduzione, Sezione 1, (4).

I figli di Dio - Angeli; confronta Giobbe 38:7. L'intera narrazione suppone che fossero esseri celesti.

Sono venuti per presentarsi - Come tornati dalla loro ambasciata, e per rendere conto di ciò che avevano osservato e fatto.

Prima che il Signore - Prima יהוה y e hovah. Sul significato di questa parola, vedi le note a Isaia 1:2. Una scena notevolmente simile a questa è descritta in 1 Re 22:19.

Yahweh è lì rappresentato come "seduto sul suo trono, e tutto l'esercito del cielo che sta presso di lui alla sua destra e alla sua sinistra". Chiede chi andrebbe a persuadere Achab che potrebbe salire e cadere a Ramot di Galaad? “E uno spirito uscì e si presentò davanti al Signore e disse: Lo persuaderò”. Egli promise di farlo essendo “uno spirito di menzogna nella bocca di tutti i suoi profeti”.

E anche Satana venne tra loro - Margin, "L'avversario" venne "in mezzo a loro". Sul significato generale di questo passaggio, e le ragioni per cui Satana è introdotto qui, e l'argomento che ne deriva riguardo all'età e alla paternità del libro di Giobbe, vedere l'Introduzione, Sezione 4, (4). La Vulgata lo rende con il nome di "Satana". La Settanta: ὁ διάβολος ho diabolos - il diavolo, o l'accusatore.

Il Caldeo, סטנא saṭ e nā', "Satana". Quindi il siriaco. Theodotion, ὁ ἀντικείμενος ho antikeimenos - "l'avversario". La parola resa “Satana” שׂטן śâṭân deriva da שׂטן śâṭan “Satana”, stare in agguato, essere un avversario, e quindi significa propriamente un avversario, un accusatore.

È usato per indicare colui che "si oppone", come in guerra 1 Re 11:14 , 1Re 11:23, 1 Re 11:25; 1 Samuele 29:4; onc che è un avversario o un accusatore in una corte di giustizia Salmi 109:6 , e uno che si frappone a un altro; Numeri 22:22 , "E l'angelo di yahweh si mise in mezzo a un avversario contro di lui" לה לשׂטן l e śâṭân lôh, "per opporsi a lui".

Viene quindi usato per eminenza, per denotare "l'avversario", e assume la forma di un nome proprio, e si applica al grande nemico di Dio e dell'uomo - lo spirito maligno che seduce le persone al male e che le accusa davanti a Dio. Così, in Zaccaria 3:1 , “E mi mostrò il sacerdote Giosuè in piedi davanti all'angelo del Signore, e Satana in piedi alla sua destra per resistergli.

E il Prestito diceva a Satana: Il Signore ti sgridi, o Satana;" confrontare Apocalisse 12:10 , “Ora è venuta la salvezza - per l'accusatore ὁ κατηγορῶν ho katēgorōn - cioè Satana, vedi Apocalisse 12:9 ) dei nostri fratelli è abbattuto, che li ha accusati davanti al nostro Dio giorno e notte.

” - La parola non ricorre spesso nell'Antico Testamento. Si trova nelle varie forme di verbo e sostantivo solo nei seguenti luoghi. Come verbo, nel senso di avversario, Salmi 71:13; Salmi 109:4 , Salmi 109:20 , Salmi 109:29; Zaccaria 3:1; Salmi 38:20; come sostantivo, reso “avversario” e “avversari”, 1 Re 5:4; 1 Re 11:14 , 1 Re 11:23 , 1 Re 11:25; Numeri 22:22 , Numeri 22:32; 1Sa 29:4 ; 2 Samuele 19:22; reso “Satana”, 1 Cronache 21:1;Salmi 109:6; Giobbe 1:6 , Giobbe 1:12; Giobbe 2:1 , Giobbe 2:6; Zaccaria 3:2; e una volta rese "un'accusa", Esdra 4:6.

Era una parola, quindi, usata presto nel senso di un avversario o accusatore, e fu applicata a chiunque sostenesse questo carattere, fino a quando finalmente venne usata come nome proprio, per indicare, a titolo di eminenza, il principe degli spiriti maligni, come avversario o accusatore delle persone. Un'opinione è stata adottata in tempi moderni da Herder, Eichhorn, Dathe, Ilgen e alcuni altri, che l'essere qui indicato con il nome di Satana non è lo spirito maligno, il nemico di Dio, il Diavolo, ma è uno dei i figli di Dio, “un servo fedele, ma troppo sospettoso di yahweh.

Secondo questo, Dio è rappresentato mentre tiene un consiglio per determinare lo stato dei suoi domini. In questo concilio, Satana, uno zelante servitore di Yahweh, al quale era stato assegnato l'onorevole ufficio di visitare diverse parti della terra, allo scopo di osservare la condotta dei sudditi di Yahweh, fa la sua comparsa al suo ritorno con altri.

Tale era la pietà di Giobbe, che aveva attirato l'attenzione speciale di Yahweh, e pone la domanda a Satana, se nel suo viaggio sia stato notato questo illustre esempio di virtù. Satana, che da quanto ha osservato sulla terra dovrebbe aver perso ogni fiducia nella realtà e genuinità della virtù che l'uomo può esibire, suggerisce di dubitare che anche Giobbe serva Dio per un motivo disinteressato; che Dio lo aveva circondato di benedizioni, e che la sua virtù è il mero risultato delle circostanze; e che se gli fossero stati tolti i conforti sarebbe stato trovato privo di princìpi come qualsiasi altro uomo.

Satana, secondo questo, è un ministro sospettoso di Yahweh, non uno spirito maligno; infligge a Giobbe solo ciò che gli viene ordinato da Dio, e nulla perché è lui stesso maligno. Di questa opinione Gesenius osserva (Lexicon), che "è ormai universalmente esplosa".

Un'obiezione insuperabile a questo punto di vista è che non si accorda con il carattere solitamente attribuito a Satana nella Bibbia, e specialmente che la disposizione attribuitagli nella narrazione davanti a noi è del tutto incoerente con questo punto di vista. È un essere maligno; un accusatore; uno che si compiace dell'opportunità di accusare un sant'uomo di ipocrisia, e del permesso di infliggergli torture, e che arriva fino a produrre miseria quanto gli è consentito - trattenuto dal distruggerlo solo per espresso comando di Dio.

- In arabo la parola Satana è spesso applicata a un serpente. Così, Gjauhari, come citato da Schultens, dice: "Gli arabi chiamano un serpente Satana, specialmente uno che è notevole per la sua cresta, la testa e l'aspetto odioso". Si applica anche a qualsiasi oggetto o essere malvagio. Così, lo Scholiast su Hariri, come citato anche da Schultens, dice: “Tutto ciò che è ostinatamente ribelle, opposto e rimosso dal bene, dei geni, degli esseri umani e delle bestie, è chiamato Satana.

” - La nozione generale di avversario e avversario si trova ovunque nel significato della parola. - Il Dr. Good commenta questo versetto: “Abbiamo qui un'altra prova che, nel sistema della teologia patriarcale, gli spiriti maligni, così come i buoni, erano ugualmente suscettibili all'Onnipotente, e venivano ugualmente citati, in periodi definiti, rispondere della loro condotta al suo bar”.

Rosenmuller osserva bene su questo versetto: “Si deve osservare che Satana, non meno degli altri spiriti celesti, è soggetto al governo di Dio, e dipende dai suoi comandi (confronta Giobbe 2:1 ) dove Satana ugualmente con il figli di Dio ( אלהים בן bên 'ĕlohı̂ym ) si dice che si presenti davanti a Dio ( לחהיצב l e hı̂tyatsēb ; cioè λειτουργεῖν leitourgein ), per servire.

Yahweh usa il ministero di questo demone (hujus daemonis) per eseguire la punizione, o quando per qualsiasi altra causa gli sembrava bene mandare il male sugli uomini. Ma egli, sebbene infuriato contro la razza dei mortali e desideroso di ferire, è tuttavia descritto come legato con una catena, e non osa mai toccare i devoti a meno che Dio non allenta le redini. Satana, camminando per la terra, poteva certo considerare attentamente Giobbe, ma non poteva ferirlo, a meno che non gli fosse stato dato il permesso”.

7 E il Signore disse a Satana: Da dove vieni? - Questa inchiesta non sembra essere stata fatta come se fosse improprio che Satana fosse apparso lì, poiché nessuna colpa sembra essere stata attribuita a lui per questo. Venne come uno spirito soggetto al controllo di Yahweh; è venuto con altri, non per mescolarsi alla loro società e partecipare alla loro felicità, ma per dare un resoconto di ciò che aveva fatto e di ciò che aveva osservato.

L'idea poetica è che ciò è stato fatto periodicamente, e che "tutti" gli spiriti impiegati da Yahweh per dispensare benedizioni ai mortali, per infliggere punizioni o per osservare la loro condotta, sono venuti e si sono fermati davanti a lui. Perché l'inchiesta sia diretta in particolare a "Satana", non è specificato. Forse non è detto che su di lui sia stata fatta una inchiesta "speciale", ma che, poiché doveva avere un'agenzia così importante nelle transazioni che seguono, l'inchiesta che è stata fatta solo su di lui è registrata rispetto agli altri , non accadde nulla che riguardasse Giobbe, e il loro esame non è segnalato.

Oppure può essere che, poiché Satana era noto per essere maligno, sospettoso e disposto a pensare male dei servi di Dio, il disegno era di dirigere la sua attenzione in particolare su Giobbe come un illustre e indiscutibile esempio di virtù e pietà.

Dall'andare e venire nella terra - il Dr. Good lo rende, "dal girovagare". Nosì, "dall'andare oltre". La parola che viene qui utilizzato ( שׁוּט chiuse ) mezzi correttamente,

(1.) frustare, flagellare, frustare;

(2.) remare, cioè sferzare il mare con i remi;

(3.) correre su e giù, andare qua e là, o avanti e indietro, in modo da sferzare l'aria con le braccia come con i remi, e quindi, percorrere una terra, o attraversarla per per vederlo, 2 Samuele 24:2 , 2 Samuele 24:8.

Il dottor Good, in conformità con l'interpretazione proposta da Schultens, dice che “la parola importa non tanto l'atto di andare avanti e indietro, quanto di fare un giro o una circonferenza; di andare in giro. Il verbo ebraico è ancora in uso tra gli scrittori arabi, e in ogni caso implica la stessa idea di giro o circumambulazione”. In arabo, secondo Castell, la parola significa “scaldare, bruciare, far bollire, consumare:” quindi spingere alla stanchezza, come e.

G. un cavallo, e poi fare un giro, andare in giro a tutta velocità, andare con diligenza e attività. Così, in Carnuso, come citato da Schultens, “un percorso fatto con un impulso verso la meta si chiama שׁוט shôṭ. In 2 Samuele 24:2 , la parola è usata nel senso di passare per luoghi diversi allo scopo di fare un censimento.

“Va ora (Margine, “bussola”) attraverso tutte le tribù d'Israele”. In Numeri 11:8 si applica agli Israeliti che si accingevano a raccogliere la manna, passando rapidamente e alacremente nei luoghi dove cadeva allo scopo di raccoglierla.

In Zaccaria 4:10 , è applicato agli "occhi di Yahweh", che si dice "corrano avanti e indietro attraverso la terra", cioè egli osserva tutte le cose come fa uno il cui occhio passa rapidamente da un oggetto all'altro. La stessa frase ricorre in 2 Cronache 16:9.

In Geremia 5:1 si applica all'azione di un uomo che passa rapidamente per le strade di una città. “Corri avanti e indietro per le strade di Gerusalemme” confronta Geremia 49:3. Da questi passaggi si evince che l'idea non è quella di andare “in circuito” o in tondo, ma è quella di passare rapidamente; di muoversi con alacrità e in fretta; e non è improbabile che l'idea "originale" sia quella suggerita nell'arabo di "calore" - e quindi applicata a una frusta o flagello perché produce una sensazione di bruciore, e anche a un rapido viaggio o movimento, perché produce calore o un bagliore. Significa che Satana era stato attivo e diligente nel passare da un luogo all'altro della terra per esaminarla. Il Caldeo aggiunge a questo, "per esaminare le opere dei figli degli uomini".

E dal camminare - Cioè, per indagare sulle vicende umane. Su questo verso si osserva da Rosenmullcr, che nella vita di Zoroastro (vedi Zendavesta di John G. Kleukner, vol. 3: p. 11,) il principe dei demoni malvagi, l'angelo della morte, il cui nome è “Engremeniosch ”, si dice che vada lontano e vicino attraverso il mondo allo scopo di ferire e opporsi alle brave persone.

8 Hai considerato il mio servo Giobbe? - Margine, "Metti il ​​tuo cuore su". Il margine è una traduzione letterale dell'ebraico. Schultens osserva su questo, che significa più che semplicemente osservare o guardare - poiché è abbondantemente manifestato dai versi seguenti che Satana "aveva" attentamente considerato Giobbe, e aveva desiderato ferirlo. Significa, secondo lui, mettersi contro Giobbe, fissargli il cuore con l'intenzione di ferirlo, e yahweh significa chiedere se Satana avesse fatto questo.

Ma sembra più probabile che la frase significhi considerare "attentamente", e che Dio intenda chiedergli se lo aveva osservato attentamente. Satana è rappresentato come non avendo fiducia nelle virtù umane, e come sostenendo che non ce n'era nessuno che resistesse alla tentazione, se presentato in una forma sufficientemente allettante. Dio qui fa appello al caso di Giobbe come una completa confutazione di questa opinione. Il processo che segue ha lo scopo di verificare se la pietà di Giobbe fosse di questo ordine.

Che non c'è nessuno come lui sulla terra - Che è il più alto esempio di virtù e pietà sulla terra. Oppure la parola כי kı̂y qui non potrebbe essere resa "per?" “Poiché non c'è nessuno come lui sulla terra”. Allora l'idea sarebbe, non che avesse considerato "che" non c'era nessuno come lui, ma Dio dirige la sua attenzione su di lui "perché" era il più eminente tra i mortali.

Un uomo perfetto e retto - Vedi le Note a Giobbe 1:1. La Settanta traduce questo versetto come fanno Giobbe 1:1.

9 Giobbe teme Dio per nulla? - “ La sua religione è disinteressata? Nessuno sarebbe disposto ad adorare Dio in tali circostanze?" L'idea è che non ci fosse nulla di genuino nella sua pietà; che la religione non poteva essere provata nella prosperità; che Giobbe aveva un abbondante compenso per servire Dio, e che se i favori a lui conferiti gli fossero stati tolti, sarebbe stato come il resto dell'umanità. Gran parte dell'apparente virtù e religione del mondo è il risultato delle circostanze, e la domanda qui proposta “può”, è da temere, essere posta con grande correttezza a molti professori di religione che sono ricchi; si "dovrebbe" essere chiesto da ogni amico professato dell'Altissimo, se la sua religione non è egoista e mercenaria.

È perché Dio ci ha benedetti con grandi vantaggi terreni? È il risultato di mera gratitudine? È perché ci ha preservati nel pericolo o ci ha guariti dalla malattia? O è semplicemente perché speriamo nel paradiso e serviamo Dio perché confidiamo che ci ricompenserà in un mondo futuro? Tutto questo può essere il risultato di mero egoismo; e di tutte queste persone si può giustamente chiedere: "Temono Dio per nulla?" La vera religione non è semplice gratitudine, né è il risultato delle circostanze.

È l'amore per la religione fine a se stesso, non per ricompensa; è perché il servizio di Dio è giusto in sé, e non solo perché il cielo è pieno di gloria; è perché Dio è degno dei nostri affetti e della nostra fiducia, e non solo perché ci benedirà - e questa religione vivrà attraverso tutti i cambiamenti esterni e sopravviverà alla distruzione del mondo. Fiorirà nella povertà come quando è circondato dall'opulenza; su un letto di dolore così come in salute vigorosa; quando veniamo calunniati e disprezzati per il nostro attaccamento ad esso, così come quando l'incenso dell'adulazione viene bruciato intorno a noi, e le voci argentee della lode cadono sul nostro orecchio; nel cottage così come nel palazzo; sul pagliericcio come sul letto di piume.

10 Non gli hai fatto una siepe? - Il Dr. Good osserva che per dare alla parola originale qui tutta la sua forza, dovrebbe essere derivata dalla scienza dell'ingegneria, ed essere resa, "Non hai sollevato un "palisado" su di lui?" La parola ebraica qui usata ( שׂוּך śûk ) significa propriamente “coprire”; proteggersi o aggirarsi; e quindi proteggere, come si difende colui la cui casa o podere è recintata o con un recinto di spine, o con un recinto di pali o palizzate.

La parola nelle sue varie forme è usata per denotare, come sostantivo, “punture negli occhi” Numeri 33:55; cioè ciò che sarebbe come spine; “ferri Giobbe 41:7 ” Giobbe 41:7 , cioè il ferro spinato usato come lancia per prendere il pesce; e una siepe, e una siepe di spine, Michea 7:4; Proverbi 15:19; Isaia 5:5.

L'idea qui è quella di fare un recinto intorno a Giobbe e ai suoi beni per proteggerli dal pericolo. La Settanta lo rende περιέφραξας periephracas, fare una difesa intorno, "circumvallate" o rinchiudere, come un campo è in guerra. In siriaco e arabo è reso: “Non l'hai protetto con la tua mano? Il Caldeo: «Lo hai protetto con la tua parola? La Settanta rende l'intero passaggio, "Non hai circondato le cose che sono senza di lui" ( τὰ ἔξω αὐτοῦ ta exō autou ) cioè le cose fuori che gli appartengono, "e le cose dentro la sua casa.

Il senso dell'intero brano è che era eminentemente sotto la protezione divina e che Dio aveva preservato se stesso, la sua famiglia e le proprietà dai predoni, e che quindi lo serviva e lo temeva.

Hai benedetto l'opera delle sue mani, l' hai grandemente prosperato.

E la sua sostanza è aumentata nella terra - La sua proprietà, Giobbe 1:3. Margine, "bestiame". La parola "aumentato" qui non esprime affatto la forza dell'originale. La parola פרץ pârats significa propriamente rompere, squarciare, poi rompersi o esplodere come fanno le acque che sono state trattenute; 2 Samuele 5:20 , confronta Proverbi 3:10 , "Così i tuoi granai saranno pieni di abbondanza, e i tuoi torchi " sbocceranno " פרץ pârats di vino nuovo;" cioè, i tuoi grassi di vino saranno così pieni che traboccheranno, o "faranno esplodere" le barriere, e il vino scorrerà in abbondanza.

Gli arabi, secondo Schultens, usano ancora questa parola per indicare la bocca o "imboccatura" - la più; parte rapida di un corso d'acqua. Così Golius, a riprova di ciò, cita dallo scrittore arabo Gjanhari, un distico dove la parola è usata per denotare la bocca dell'Eufrate:

“Le sue ricchezze impetuose lo scorrevano con i suoi cumuli;

Così alla sua bocca spazza il folle Eufrate”.

Secondo Sehultens, la parola denota un luogo dove sgorga un fiume e apre una nuova via facendo a pezzi le colline e le rocce. Allo stesso modo i greggi e gli armenti di Giobbe avevano rotto, per così dire, ogni barriera, e si erano diffusi come un'inondazione sulla terra; confrontare Genesi 30:43; 2 Cronache 31:5; Esodo 1:7; Giobbe 16:14.

11 Ma stendi ora la tua mano - Cioè, allo scopo di ferirlo e di portargli via la sua proprietà.

E tocca tutto ciò che ha - il Dr. Good lo rende "e colpisci". La Vulgata e la Settanta, "tocco". La parola ebraica usata qui נגע nâga‛ significa propriamente “toccare”; poi toccare qualcuno con violenza Genesi 26:11; Giosuè 9:19 , e poi percuotere, ferire, colpire; vedere Genesi 32:26 , 33; 1 Samuele 6:9; Giobbe 19:21; confronta le note di Isaia 53:4.

Qui significa evidentemente colpire o colpire; e l'idea è che se Dio avesse tolto la proprietà di Giobbe, avrebbe portato via la sua religione con essa - e la prova era vedere se questo effetto sarebbe seguito.

E ti maledirà in faccia - Lo farà apertamente e pubblicamente. La parola resa "maledizione" qui ברך bārak è la stessa usata in Giobbe 1:5 , e che di solito è resa "benedire"; vedi le note a Giobbe 1:5.

Il dottor Good lo sostiene; dovrebbe essere tradotto qui "benedici", e lo traduce come una domanda: "Allora egli, davvero, ti benedirà sul tuo volto?" Ma in questo probabilmente è solo. Il senso evidente è che Giobbe rinuncerebbe apertamente a Dio e lo maledirebbe sul suo trono; che tutta la sua religione era causata semplicemente dalla sua abbondante prosperità, ed era mera gratitudine ed egoismo; e che se la sua proprietà fosse stata portata via, sarebbe diventato il nemico aperto e dichiarato di colui che ora era il suo benefattore.

12 Tutto ciò che ha è in tuo potere - Margine, come in ebraico "mano". Cioè, tutto questo è ora affidato a te, poiché è manifesto che fino a quel momento Satana non aveva alcun potere di ferire nemmeno la sua proprietà. Si lamentò che Dio aveva fatto una siepe attorno a tutto ciò che Giobbe possedeva. Ora tutto gli era affidato perché potesse rifinire a pieno la fede di Giobbe. La concessione si estendeva ai suoi figli e figlie, nonché alla sua proprietà.

Solo su se stesso non stendere la mano - Giobbe stesso non doveva essere visitato da malattie né doveva essere tolta la vita. L'accusa principale di Satana era che Giobbe era virtuoso solo perché Dio lo circondava di così tante benedizioni, e soprattutto perché lo aveva dotato di così tante proprietà. Il processo, quindi, richiedeva solo che si vedesse se la sua pietà fosse il mero risultato di queste benedizioni.

Così Satana uscì dalla presenza del Signore - Cioè dal consiglio che era stato convocato; vedi le note a Giobbe 1:6.

13 E ci fu un giorno - Cioè, il giorno in cui veniva il turno regolare per il banchetto da tenersi in casa del fratello maggiore; confrontare le note a Giobbe 1:4.

E bere vino - Questa circostanza è omessa in Giobbe 1:4. Mostra che il vino era considerato una parte essenziale del banchetto, e fu dal suo uso che Giobbe capì gli infelici risultati di cui si parla in Giobbe 1:5.

14 E venne un messo a lavoro - Hebrew מלאך mal'ak ; la parola di solito resa "angelo", appropriatamente resa "messaggero" qui. La parola significa propriamente "colui che è inviato".

I buoi stavano arando - in ebraico "il bestiame" ( בקר bâqâr ) includendo non solo "buoi", ma probabilmente anche "mucche"; vedi le note a Giobbe 1:3.

E gli asini - Ebraico אתון 'âthôn "lei-asini". Il "sesso" è qui espressamente menzionato e il Dr. Good sostiene che dovrebbe esserci nella traduzione. Così è nella Settanta αἱ θήλειαι ὄνοι hai thēleiai onoi. Quindi Girolamo, "asinoe". Il motivo per cui viene specificato il sesso è che le asine, a causa del loro latte, erano molto più preziose dei maschi. Per questo erano preferiti anche per viaggiare; vedi le note a Giobbe 1:3.

Accanto a loro - l' ebraico "Per le loro mani", cioè ai loro lati, poiché l'ebraico יד yâd è spesso usato in questo senso; confronta le note di Isaia 33:21.

15 E i Sabei - Ebraico שׁבא sh e bâ', Vulgata, "Suboei". La Settanta dà una parafrasi, καὶ ἐλθόντες οἱ αἰχμαλωτεύοντες ἠχμαλώτευσαν kai elthonia hoi aichmalōteuontes ēchmalōteusan, "E i saccheggiatori venuti, li saccheggiarono", o li fecero prigionieri.

Sulla situazione di Saba e Seba, vedi Isaia 43:3 , nota; Isaia 45:14 , nota; Isaia 9:6 , nota. Le persone qui menzionate erano, senza dubbio, abitanti di una parte dell'Arabia Felix. Ci sono tre persone del nome di Saba menzionate nelle Scritture.

(1) Un nipote di Cus; Genesi 10:7.

(2) Un figlio di Ioctan; Genesi 10:28.

(3) Figlio di Ioksan, figlio di Abramo di Keturah.

"Calma". Il Saba qui citato era probabilmente nella parte meridionale dell'Arabia, e dalla narrazione è evidente che i Sabei qui menzionati erano una tribù predatrice. Non è improbabile che queste tribù avessero l'abitudine di vagare a scopo di saccheggio su tutto il paese, dalle rive dell'Eufrate alla periferia dell'Egitto. Gli Arabi Bedawin dei nostri giorni somigliano in maniera notevole agli antichi abitanti dell'Arabia, e per molti secoli i costumi degli abitanti dell'Arabia non sono cambiati, poiché le abitudini degli Orientali continuano le stesse di età in età. Il siriaco lo rende semplicemente, “una moltitudine si precipitò” su di loro;” omettendo la parola "Sabean".

Cadde su di loro - Con violenza; o si precipitò inaspettatamente su di loro. Questo è il modo in cui le tribù arabe ora attaccano la carovana, il viaggiatore o il villaggio, per il saccheggio.

E li portò via - Come saccheggio. Ora è comune fare incursioni così improvvise e portare via un grande bottino.

Hanno ucciso i servi - ebraico נערים na‛arı̂ym, "i giovani". La parola נער na‛ar, propriamente significa “ragazzo”, e si applica a un neonato appena nato, Esodo 2:6; Giudici 13:5 , Giudici 13:7; oa un giovane, Genesi 34:19; Genesi 41:12.

Venne quindi a denotare un servo o schiavo, come il greco παῖς pais ; Genesi 24:2; 2 Re 5:20; confronta Atti degli Apostoli 5:6.

Quindi la parola "ragazzo" è spesso usata negli Stati meridionali del Nord America per indicare uno schiavo. Qui significa evidentemente i servi che erano impiegati nella coltivazione delle terre di Giobbe e nel mantenimento del suo bestiame. Non c'è alcun indizio che fossero schiavi. Girolamo lo rende "pueros, ragazzi"; così la Settanta τοῦς παὶδας tous paidas.

E io solo sono scappato da solo - Da solo, בד male. Non c'è nessun altro con me. È notevole che lo stesso resoconto sia dato da ciascuno dei servi fuggiti, Giobbe 1:16 , Giobbe 1:19.

Il caldeo ne ha fornito una versione molto singolare, apparentemente per il desiderio di rendere conto di tutto e di citare i "nomi" di tutte le persone designate. "I buoi stavano arando e Lelath, regina di Zamargad, improvvisamente si precipitò su di loro e li portò via".

16 Mentre stava ancora parlando - Tutto questo indica la rapidità del movimento di Satana, e il suo desiderio di “sopraffare” Giobbe con la subitaneità e la grandezza delle sue calamità. Il. l'obiettivo sembra essere stato quello di non dargli il tempo di riprendersi dallo shock di una forma di prova prima che un'altra si abbattesse su di lui. Se gli fosse stato concesso un intervallo, avrebbe potuto raccogliere le sue forze per sopportare le sue prove; ma le afflizioni sono molto più difficili da sopportare quando vengono in rapida successione.

- Non è un evento molto raro, tuttavia, che i giusti siano provati dalla rapidità e dall'accumulo, nonché dalla gravità delle loro afflizioni. È diventato un proverbio che "le afflizioni non vengono da sole".

Il fuoco di Dio. - Margine, “Un grande fuoco”; evidentemente significa un lampo o un fulmine. L'ebraico è "fuoco di Dio"; ma è probabile che la frase sia usata in un senso simile all'espressione "cedri di Dio", che significa cedri alti; I o "montagne di Dio", che significa montagne molto alte. Il fulmine è probabilmente voluto; confronta Numeri 16:35; vedi la nota in Isaia 29:6.

Dal cielo - Dal cielo, o dall'aria. Quindi la parola paradiso è spesso usata nelle Scritture; vedi le note a Matteo 16:1.

E ha bruciato le pecore - Nessuno può dubitare che il fulmine possa distruggere armenti e uomini; sebbene il fatto che siano stati effettivamente consumati o bruciati potrebbe essere stata un'esagerazione del messaggero molto spaventato. - La narrazione ci porta a credere che queste cose fossero sotto il controllo di Satana, sebbene con il permesso di Dio; e il suo potere sui fulmini e sui venti Giobbe 1:19 può servire ad illustrare la dichiarazione che egli è il "Principe della potenza dell'aria", in Efesini 2:2.

17 I Caldei - La Settanta traduce questo, αἱ ἱππεῖς hai hippeis ), "i cavalieri". Perché lo abbiano espresso così non è noto. Può essere possibile che i Caldei dovessero essere distinti come cavalieri e fossero principalmente conosciuti come tali nelle loro escursioni predatorie. Ma è impossibile rendere conto di tutte le modifiche apportate dalla Settanta nel testo.

Tho siriaco e caldeo lo rendono correttamente "caldei". I caldei (ebraico כשׂדים kaśdı̂ym ) erano gli antichi abitanti di Babilonia. Secondo Vitringa (Commento in Isa. Tom. ip 412, c. XIII 19), Gesenius (Commento zu Isaia 23:13 ), e Rosenmailer (Bib.

Geog. 1, 2, pag. 36ff), i Caldei o Casdim erano un popolo bellicoso che originariamente abitava i monti Carduchiani, a nord dell'Assiria, e la parte settentrionale della Mesopotamia. Secondo Senofonte (Cyrop. iii. 2, 7) i Caldei abitarono nelle montagne adiacenti all'Armenia e furono trovati nella stessa regione nella campagna del giovane Ciro e nella ritirata dei diecimila Greci. Xen. Anaba. IV. 3, 4; v. 5, 9; viii. 8, 14.

Erano alleati degli Ebrei, come appare da Genesi 22:22 , dove כשׂד keśed (da cui “Kasdim”) l'antenato del popolo è menzionato come figlio di Nabor, e di conseguenza era nipote di Abramo. E inoltre, Abramo stesso emigrò in Canaan da Ur dei Caldei כשׂדים אוּר 'ûr kaśdı̂ym, “Ur dei Kasdim”), Genesi 11:28; e in Giuditta 5:6, si dice che gli stessi Ebrei discendono dai Caldei.

La regione intorno al fiume Chaboras, nella parte settentrionale della Mesopotamia, è chiamata da Ezechiele Ezechiele 1:3 "la terra dei caldei"; Geremia Geremia 5:15 li chiama "un'antica nazione"; vedere le note in Isaia 23:13.

I Caldei erano un popolo feroce e bellicoso, e quando furono sottomessi dagli Assiri, una parte di loro sembra essere stata collocata a Babilonia per scongiurare le incursioni dei vicini Arabi. Col tempo "loro" ottennero il predominio sui loro padroni assiri e divennero il potente impero di Caldea o Babilonia. Una parte di loro, tuttavia, sembra essere rimasta nel loro antico paese, e godesse sotto i Persiani di un certo grado di libertà.

Gesenius suppone che i curdi che hanno abitato quelle regioni, almeno dal medioevo, siano probabilmente i discendenti di quel popolo. - Una descrizione molto vivida e grafica dei Caldei è data dal profeta Abacuc, che servirà ad illustrare il passo davanti a noi, e mostrerà che hanno mantenuto fino ai suoi tempi il carattere predatore e feroce che avevano ai giorni di Giobbe; Giobbe 1:6 :

Perché ecco io innalzo i Caldei,

Una nazione amara e frettolosa,

Che marcia in lungo e in largo nella terra.

Possedere le dimore che non sono le loro.

Sono terribili e spaventosi,

I loro giudizi procedono solo da se stessi.

Leopardi titani più veloci sono i loro cavalli,

E più feroci dei lupi della sera.

I loro cavalieri saltellano orgogliosamente intorno;

E i loro cavalieri verranno da lontano e voleranno,

Come l'aquila quando si avventa sulla preda.

Verranno tutti per la violenza,

Nelle truppe il loro sguardo è sempre in avanti!

Raccolgono prigionieri come la sabbia!

E si fanno beffe dei re,

E i principi li disprezzano.

deridono ogni forte presa;

Sollevano cumuli di terra e la prendono.

Questo popolo bellicoso alla fine ottenne l'ascesa nell'impero assiro. Intorno all'anno 597 aC Nabopolassar, un viceré di Babilonia, si rese indipendente dall'Assiria, strinse un'alleanza con Ciassare, re di Media, e con il suo aiuto sottomise Ninive e l'intera Assiria. Da quel momento sorse l'impero babilonese e la storia dei caldei diventa la storia di Babilonia. - "Rapinare.

Calma.” Al tempo di Giobbe, tuttavia, erano una razza predatrice che sembra aver vagato lontano per il gusto del saccheggio. Venivano dal nord, o dall'est, come i sabei venivano dal sud.

Ha composto tre bande - letteralmente, "tre teste". Cioè, si divisero, per motivi di saccheggio, in tre parti. Forse i tremila cammelli di Giobbe Giobbe 1:3 occupavano tre posti lontani l'uno dall'altro, e l'oggetto dell'oratore è dire che furono presi tutti.

E cadde sui cammelli - Margine, "E si precipitò". La parola è diversa da quella che in Giobbe 1:15 è resa "caduta". La parola usata qui פשׁט pâshaṭ significa allargarsi, espandersi. Si parla di truppe ostili, 1 Cronache 14:9 , 1 Cronache 14:13; di locuste che si diffusero in un paese, Nahum 3:15; e di un esercito o compagnia di predoni.

Giudici 9:33 , Gdc 9:44 ; 1 Samuele 27:8. Questo è il suo senso qui.

18 Mangiare e bere vino - ; le note a Giobbe 1:4 , Giobbe 1:13.

19 È arrivato un grande vento - Tali tornado non sono meno comuni nei paesi orientali che negli Stati Uniti. Infatti abbondano più nelle regioni vicine all'equatore che in quelle più remote; nei paesi caldi rispetto a quelli di latitudine più elevata.

Dal deserto - Margine, "Da parte". Cioè, a parte il deserto. La parola qui resa "da parte" a margine ( מדבר mı̂dbâr ) significa propriamente "dall'altra parte", ed è così resa dal Dr. Good. La parola עבר âbar significa letteralmente una regione o un paese al di là, o dall'altra parte, sc.

di un fiume o di un mare, che si deve “passare”; Giudici 11:18; Genesi 2:10; Deuteronomio 1:1 , Deuteronomio 1:5.

Allora significa dall'altra parte, o oltre; vedere le note in Isaia 18:1. Qui significa che il tornado è arrivato spazzando via il deserto. Nelle ampie pianure dell'Arabia avrebbe l'opportunità di accumulare il suo potere desolante e spazzerebbe tutto davanti a sé. La parola ebraica qui resa “deserto”, מדבר mı̂dbâr, non esprime esattamente ciò che è denotato dalla nostra parola.

Di solito intendiamo con essa una regione completamente incolta, coperta di foreste e abitata da bestie feroci. La parola ebraica denota più propriamente un “deserto”; una regione disabitata, un paese sterile, sabbioso, sebbene talvolta adatto al pascolo. In molti luoghi la parola sarebbe ben tradotta con le frasi "campi aperti" o "pianure aperte"; confronta Gioele 2:22; Salmi 65:13; Geremia 23:10; Isaia 42:11; Genesi 14:6; Genesi 16:7; Esodo 3:1; Esodo 13:18; Deuteronomio 11:24; confronta Isaia 32:15; Isaia 35:1.

E ha colpito i quattro angoli della casa - È venuto come di solito fa un tornado, o come un vortice. Sembrava provenire da tutti i punti cardinali e prostrava tutto davanti a sé.

E cadde sui giovani - La parola qui tradotta "giovani" è la stessa che è resa in Giobbe 1:15 , Giobbe 1:17 , servi הנערים hana‛arı̂ym. Non vi può essere alcun ragionevole dubbio, tuttavia, che il messaggero con la parola qui si riferisca ai figli di Giobbe.

È notevole che le sue figlie non siano particolarmente specificate, ma potrebbero essere incluse nella parola usata qui נערים na‛arı̂ym, che potrebbe avere lo stesso significato della nostra frase “giovani”, inclusi entrambi i sessi. Così è reso da Etchhorn: Es sturtzo tiber den jungen Leuten zusammen.

20 Poi sorse Giobbe - La frase sorgere, nelle Scritture è spesso usata nel senso di iniziare a fare qualsiasi cosa. Non implica necessariamente che la persona fosse stata precedentemente seduta; vedi 2 Samuele 13:13.

E strappagli il mantello - La parola qui resa “mantello” מעיל m e ‛ı̂yl significa un indumento superiore o esterno. L'abito degli orientali consiste principalmente in una sottoveste o tunica - non differisce materialmente dalla “camicia” da noi - tranne per il fatto che le maniche sono più larghe, e sotto questa pantaloni larghi e larghi. Niebuhr, Reisebescreib.

1. 157. Su questi indumenti spesso gettano un mantello o una veste ampia e fluente. Questo è fatto senza maniche; arriva fino alle caviglie; e quando camminano o si esercitano è legato intorno al centro con una cintura o una fascia. Quando lavorano di solito viene messo da parte. La veste qui citata era talvolta indossata dalle donne, 2 Samuele 13:18; da uomini di nascita e di rango, e da re, 1 Samuele 15:27; 1Sa 18:4 ; 1 Samuele 24:5 , 1 Samuele 24:11; dai sacerdoti, 1 Samuele 28:14 , e specialmente dal sommo sacerdote sotto l'efod, Esodo 28:31. Vedi Braun de vest Sacerd. ii. 5. Schroeder de vest. muller.

ebraico pag. 267; Hartmann Ilcbraerin, iii. P. 512 e Tesao. antiquariato Sacra. di Ugolin, Tom. io. 509, ii. 74, iv. 504, viii. 90, 1000, XII. 788, XIII. 306; confrontare le note a Matteo 5:40 , e Niebuhr, come citato sopra. L'usanza di strappare l'abito come espressione di dolore prevaleva non solo tra gli ebrei, ma anche tra i greci e i romani.

Livio i. 13. Svetonio, in “Lug. Caes." 33. Prevalse anche tra i Persiani. Curtius, B. xc 5, sezione 17. Vedi Christian Boldich, in Thesau. antiquariato Sacra. Tom. xii. P. 145; anche Tom. xiii. 551, 552, 560, xxx. 1105, 1112. A prova anche che l'usanza prevaleva tra i pagani, vedi Diod. Sic. Lib. ip 3, c. 3, nel rispetto degli egizi; Lib. xvii. rispetto dei Persiani; Quin. Curt. ii.

11; Erode. Lib. ii. in Talia, Lib. viii. in Urania, dove parla dei Persiani. Così Plutarco nella sua vita di Antonio, parlando del profondo dolore di Cleopatra, dice: περίεῤῥηξατο τοῦς πέπλους επ ̓ αὐτῷ perierrēcato tous piplous ep' autō.

Così, Erodiano, Lib. i.: καῖ ῥηξαμένη εσθῆτα kai rēcamenē esthēta. Così Stazio in Glauco:

Tu mode fusus humi, lucem aversaris iniquam,

Nunc torvus pariter vestes, et pectora rumpis.

Allora Virgilio:

Perni di sintonia Aeneas humeris abscindere vestem,

Auxilioque vocare Deos, et tendere palmas.

Eneide v. 685.

Menti svincolate; scissa veste Latinus,

Conjugis attonitus fatis, urbisque ruina,

Eneide 12:609.

Così Giovenale, sab. X.:

ut primos edere planctus

Cassandra incipereto, scissaque Polyxena palla.

Numerose altre citazioni dagli scrittori classici, così come dagli scritti ebraici, si trovano nel Sacerdotium Hebraicum di Ugolin, cap. vi. Tesao. antiquariato Sacrare. Tom. xiii. P. 550 e seguenti.

E si è rasato la testa - Anche questo era un modo comune di esprimere grande dolore. A volte veniva fatto tagliando formalmente i capelli della testa; a volte strappandola violentemente dalle radici, ea volte anche la barba veniva strappata o tagliata. Sembra che l'idea fosse che le persone in lutto dovessero spogliarsi di ciò che di solito era ritenuto più ornamentale; confrontare Geremia 7:29; Isaia 7:20.

Luciano dice che gli egiziani espressero il loro dolore tagliandosi i capelli alla morte del loro dio Api, e i siri allo stesso modo alla morte di Adone. Olimpiodoro osserva su questo passo, che il popolo presso il quale i capelli lunghi erano considerati un ornamento, li tagliavano nei momenti di lutto; ma quelli che portavano comunemente i capelli corti, in tali occasioni li lasciavano crescere lunghi. Cfr. Rosenmuller, Morgenland, “in loc.

Una descrizione completa delle usanze degli Ebrei in tempo di lutto, e in particolare dell'uso di strapparsi i capelli, può essere vista in Martin Geier, de Hebraeorum Luctu, specialmente nel capitolo VIII.

Tesao. antiquariato Sacra. XXXII. P. 147ff. Il significato qui è che Giobbe era pieno di un dolore eccessivo e che esprimeva quel dolore nel modo comune ai suoi tempi. La natura richiede che ci sia "qualche" espressione esterna di dolore; e la religione non lo vieta. Rende omaggio alla natura di cui Dio ha dotato colui che dà un'espressione appropriata al dolore; combatte contro quella natura che tenta di togliere dal suo volto, conversazione, vestito e dimora, tutto ciò che è indicativo dei dolori della sua anima in tempo di calamità.

Gesù pianse sulla tomba di Lazzaro; e la religione non è progettata per rendere il cuore insensibile o incapace di dolore. La pietà, come ogni sorta di virtù, accresce sempre la suscettibilità dell'anima alla sofferenza. La filosofia e il peccato distruggono la sensibilità; ma la religione lo approfondisce. La filosofia lo fa per principio, perché il suo grande scopo è di rendere il cuore morto a ogni sensibilità; il peccato produce naturalmente lo stesso effetto.

L'ubriacone, l'uomo licenzioso e l'uomo avido, sono incapaci di essere colpiti dalle tenere scene della vita. Il senso di colpa ha paralizzato i loro sentimenti e li ha resi morti. Ma la religione fa sentire, e poi mostra la sua potenza nel sostenere l'anima e nell'impartire le sue consolazioni al cuore spezzato e triste. Viene per asciugare le lacrime di chi è in lutto, non per impedire a quelle lacrime di scorrere; versare nel cuore il balsamo della consolazione, non insegnare al cuore ad essere insensibile.

E cadde a terra - Così Giosuè in tempo di grande calamità si prostrò a terra e adorò, Giosuè 7:6. - Gli orientali avevano allora l'abitudine, come oggi, di prostrarsi a terra in segno di omaggio. Sembra che Giobbe lo abbia fatto in parte come espressione di dolore e in parte come atto di devozione, inchinandosi solennemente davanti a Dio nel momento della sua grande prova.

E adorato - Adorato Dio. Si è rassegnato alla sua volontà. Un uomo pio non ha nessun altro posto dove andare nella prova; e non desidererà andare altrove che al Dio che l'ha afflitto.

21 E disse: Nudo sono uscito - Cioè, privo di proprietà, perché così richiede la connessione; confronta 1 Timoteo 6:7; "Perché non abbiamo portato nulla in questo mondo, ed è certo che non possiamo portare a termine nulla". Un'espressione simile si trova anche in Plinio, "Hominem natura tanturn nudismo". Naz. storico proemio. L. vii. Giobbe si sentiva spogliato di tutto e che doveva lasciare il mondo così indigente come vi era entrato.

Il grembo di mia madre - La terra - la madre universale. Che si riferisca alla terra è evidente, perché parla di tornarci di nuovo. Il Caldeo aggiunge קבוּרתא לבית lebēyt qebûratā' - "alla casa di sepoltura". La terra è spesso chiamata la madre dell'umanità; vedi Cic. de Nat. Deor. ii. 26; confronta Salmi 139:15.

Il Dr. Good osserva che "l'origine di tutte le cose dalla terra ha introdotto, in un periodo molto antico del mondo, il culto superstizioso della terra, sotto il titolo di Dameter, o la "Dea Madre", un termine caldeo , probabilmente comune a Idumea al tempo dell'esistenza dello stesso Giobbe. È da qui che i greci derivano il loro Δημήτνρ Dēmētēr (Demetra), o come lo scrivevano occasionalmente Γημήτηρ Gēmētēr (Ge-metro), o Madre Terra, a cui si appropriavano annualmente di due feste religiose di straordinario sfarzo e solennità. Così, dice Lucrezio,

Linquitur, ut merito materhum nomen adepta

Terra sit, e terra quoniam sunt cuneta creata.

v. 793.

- “Da dove giustamente terra

Reclama il caro nome di madre, poiché sola

Sgorgava da se stessa qualunque cosa goda la vista.

Per un resoconto completo delle opinioni degli antichi riguardo al "matrimonio" ( ἱερός γάμος gamos hieros ) del "cielo" e della "terra", dalla cui unione tutte le cose avrebbero dovuto procedere, vedere Symbolik und Mythologie der di Creuzer alt. Volk. Erst. Theil, p. 26, ff.

E nudo - Spogliato di tutto, andrò dalla comune madre della razza. Questo è un linguaggio estremamente bello; e in bocca a Giobbe esprimeva la pietà più sottomessa. Non è il linguaggio della denuncia; ma era in lui connesso con la profonda sensazione che la perdita della sua proprietà fosse da ricondurre a Dio, e che avesse il diritto di fare ciò che aveva fatto.

Il Signore diede in ebraico יהוה y e hovâh. Non aveva nulla quando venne al mondo, e tutto ciò che aveva ottenuto era stato per la buona provvidenza di Dio. Poiché "lui" l'ha dato, aveva il diritto di rimuoverlo. Tale era il sentimento di Giobbe, e tale è il vero linguaggio della sottomissione ovunque. Colui che ha una visione corretta di ciò che possiede sentirà che è tutto da ricondurre a Dio, e che ha il diritto di rimuoverlo quando vuole.

E il Signore ha portato via - Non è per caso; non è il risultato di un incidente; non è da ricondurre a tempeste e venti e alle cattive passioni delle persone. È il risultato di un disegno intelligente, e chiunque ne sia stato l'agente o lo strumento, deve essere riferito alla provvidenza sovrana di Dio. Perché Giobbe non sfogò la sua ira sui Sabei? Perché non incolpava i caldei? Perché non maledisse la tempesta e la tempesta? Perché non ha incolpato i suoi figli per essersi esposti? Perché non sospettare la malizia di Satana? Perché non suggerire che la calamità fosse da ricondurre alla sfortuna, alla sfortuna oa una cattiva amministrazione degli affari umani? Nessuna di queste cose venne in mente a Giobbe.

Egli ricondusse a Dio la sottrazione dei suoi beni e la perdita dei figli, e trovò consolazione nella convinzione che un Sovrano intelligente e santo presiedesse ai suoi affari, e che avesse tolto solo ciò che aveva dato.

Benedetto sia il nome del Signore - Cioè, benedetto sia yahweh - il "nome" di chiunque in ebraico è spesso usato per indicare la persona stessa. Il siriaco, l'arabo e alcuni manoscritti della Settanta qui aggiungono "per sempre". - "Qui", dice Schmid, "è osservabile il contrasto tra lo scopo di Satana, che era quello di indurre Giobbe a rinunciare a Dio, e il risultato della tentazione che doveva portare Giobbe a benedire Dio". Così, lontano Satana era stato sventato, e Giobbe aveva sopportato lo shock della calamità, e aveva mostrato che non serviva Dio a causa dei benefici che aveva ricevuto da lui.

22 In tutto questo - In tutti i suoi sentimenti ed espressioni in questa occasione.

Giobbe non peccò - Espresse solo i sentimenti e manifestò solo la sottomissione che doveva fare.

Né ha accusato Dio stupidamente - Margin, "Attribuito follia a Dio". Vulgata: "Né ha detto cose sciocche contro Dio". La Settanta lo rende, “ed egli non imputò (o diede, ἐδωκεν edōken ) follia ( ἀφροσύνην aphrosunēn ) (indiscrezione, 'Thompson') a Dio.

"Bene rende questo, "né ha sfogato un mormorio contro Dio;" e osserva che la traduzione letterale sarebbe, "né ha sfogato schiuma contro Dio. Tindal lo rende "né mormorò stoltamente contro Dio". La parola ebraica תפלה tı̂phlâh deriva dalla radice obsoleta תפל tâphêl, "sputare fuori"; e quindi essere insipido, insapore, non condito.

Il sostantivo, dunque, significa propriamente ciò che è sputato; poi ciò che è insipido o insipido; e poi follia. L'arguzia e la saggezza sono rappresentate dagli scrittori orientali come pungenti e stagionati; confrontare l'espressione tra i greci di "sale attico", che significa arguzia o saggezza. La parola "follia" nelle Scritture spesso significa malvagità, perché questa è follia suprema. Qui ha questo senso, e significa che Giobbe non ha detto nulla di "sbagliato". Satana era deluso e aveva portato una falsa accusa davanti a Dio. Egli "non" ha accusato Dio stupidamente, e "non" lo ha maledetto in faccia.

Da questo racconto istruttivo del modo in cui Giobbe ricevette le afflizioni, possiamo imparare

(1) Quella vera pietà sopporterà la rimozione di proprietà e amici senza mormorare. La religione non si basa su queste cose e la loro rimozione non può scuoterla. È fondato più in profondità nell'anima e semplici cambiamenti esterni non possono distruggerlo.

(2) Quando siamo afflitti, non dobbiamo sfogare la nostra ira sui venti e sulle onde; sulla frode e la perfidia dei nostri simili; sugli imbarazzi e sui cambiamenti nel mondo commerciale; sulla peste e sulla tempesta. Alcuni o tutti questi possono essere impiegati come strumenti per portare via la nostra proprietà o i nostri amici, ma alla fine dovremmo far risalire la calamità a Dio. Tempeste e venti e onde, spiriti maligni e i nostri simili, non fanno più di quanto Dio permetta. Sono tutti contenuti e mantenuti entro limiti adeguati. Non sono diretti a caso, ma sono sotto il controllo di un Essere intelligente, e sono la saggia nomina di un Dio santo.

(3) Dio ha il diritto di rimuovere le nostre comodità. Li ha dati - non per essere la nostra eredità permanente, ma per essere ritirati quando vuole. È una prova di bontà che ci è stato permesso di percorrere la sua terra così a lungo, anche se non dovremmo più percorrerla; respirare la sua aria così a lungo, anche se ci sarebbe permesso di non inalarla più; guardare il suo sole, la luna e le stelle così a lungo, anche se non ci sarebbe più permesso di camminare alla loro luce; godere della compagnia degli amici che ci ha dato così a lungo, anche se non dovremmo più godere di quella società. Un dono temporaneo può essere rimosso a piacere del donatore e noi manteniamo tutte le nostre comodità solo per il beneplacito di Dio.

(4) Vediamo la natura della vera rassegnazione. Non è perché possiamo sempre vedere la “ragione” per cui siamo afflitti; consiste nell'inchinarsi alla volontà di un Dio santo e intelligente, e nel sentire che ha il “diritto” di togliere ciò che ci ha donato. È suo; e può essere portato via quando vuole. Può essere e deve essere ceduto senza lamentarsi - e farlo “perché” Dio lo vuole, è vera rassegnazione.

(5) Vediamo la vera fonte di "conforto" nelle prove. Non è nella convinzione che le cose siano regolate dal caso e dal caso; o anche che sono controllati da leggi fisiche. Possiamo avere la più chiara visione filosofica del modo in cui le tempeste spazzano via la proprietà, o la pestilenza nostri amici; possiamo comprendere le leggi con cui tutto questo viene fatto, ma questo non offre consolazione. È solo quando percepiamo un "Essere intelligente" che presiede a questi eventi, e vediamo che sono il risultato di un piano e di un'intenzione da parte sua, che possiamo trovare conforto nella prova.

Che soddisfazione mi dà capire la legge per la quale il fuoco brucia quando la mia proprietà viene spazzata via; o sapere “come” la malattia agisce sulla struttura umana quando mio figlio muore; o come la peste produce i suoi effetti sul corpo quando un amico dopo l'altro viene deposto nella tomba? Questa è "filosofia"; e questa è la consolazione che questo mondo fornisce. Voglio qualche consolazione più alta di quella che risulta dalla conoscenza delle leggi inconsce. Voglio avere la certezza che è il risultato di un disegno intelligente, e che questo disegno è connesso con un fine benevolo - e che trovo solo nella religione.

(6) Vediamo il “potere” della religione nel sostenere nel tempo della prova. Com'era calmo e sottomesso questo sant'uomo! Com'è pacifico e rassegnato! Nient'altro che la pietà avrebbe potuto farlo. La filosofia ottunde i sentimenti, paralizza la sensibilità e raggela l'anima; ma non dà consolazione. È solo fiducia in Dio; una sensazione che ha ragione; e una profonda e santa acquiescenza alla sua volontà, che può produrre sostegno in prove come queste. Questo possiamo avere anche così Giobbe; e questo è indispensabile in un mondo così pieno di calamità e dolore come questo.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 1

1 

Giobbe 1:1

INTRODUZIONE AL LIBRO DI GIOBBE

Questo libro, nelle copie ebraiche, va generalmente sotto questo nome, da Giobbe, che ne è però il soggetto, se non lo scrittore. Nella versione latina della Vulgata è chiamato il Libro di Giobbe; nella versione siriaca, la Scrittura di Giobbe; e in quella araba, la Scrittura o Libro di Giobbe il Giusto. In alcune Bibbie ebraiche si colloca tra il Libro dei Proverbi e il Cantico dei Cantici; ma, secondo i talmudisti, dovrebbe stare tra i Salmi di Davide e i Proverbi di Salomone. Alcuni si sono chiesti se sia mai esistito un uomo come Giobbe, e suppongono che questo libro non sia una storia reale, o che contenga questioni di fatto, ma che sia scritto sotto nomi fittizi, e che sia parabolico, e che sia destinato a fornire un esempio di pazienza nel soffrire l'afflizione; e alcuni degli scrittori ebrei [b] affermano che Giobbe non è mai esistito, e che questo libro è una parabola, un apologo o una favola; e a questo lo stesso Maimonide propende; ma questa opinione è giustamente respinta da Aben Esdra, Peritsol, e altri; perché che ci sia stato un tale uomo è certo come che ci sono stati uomini come Noè e Daniele, con il quale è menzionato dal profeta Ezechiele, Ezechiele 14:14 e la testimonianza dell'apostolo Giacomo è piena a questo scopo, che parla di lui come di una persona ben nota, e di cui non si può dubitare; dei quali, e della cui pazienza, gli ebrei a cui scrive avevano sentito molto parlare, Giacomo 5:11 inoltre, i nomi dei paesi in cui lui e i suoi amici vivevano, il racconto dato della sua famiglia e delle sue sostanze, sia prima che dopo le sue afflizioni, mostrano che si tratta di una vera storia. Gli uomini dotti non sono d'accordo sul significato del suo nome; secondo Jerom, significa un mago, prendendolo come אוב, ob: e alcuni scrittori ebrei lo collocano con Balaam e Jethro, come i consiglieri del Faraone contro gli Israeliti, per i quali era afflitto: gli stessi antichi padri rendono la parola piangere e ululare; altri, come Spanheim, la derivano da יאב, amare o desiderare, e quindi significa desiderio o piacere, ed è lo stesso per Desiderio o Erasmo; quindi Giobbe è chiamato da Suida τριποθητος, oltre desiderabile; ma Hillerus, derivandolo dalla stessa radice, lo fa significare proprio il contrario, senza desiderio; o non desiderabile; e suppone che sia un composto di יאוב, desiderio, e אי, non; ma la maggior parte degli scrittori lo fa derivare da איב, essere in inimicizia, e quindi significa uno che è esposto all'odio e all'inimicizia degli uomini, o uno che è un odiatore e nemico degli uomini malvagi; o, come lo interpreta Schmidtt, un uomo zelante per Dio, e che mostra odio per la malvagità e gli uomini malvagi per suo conto. Chi fosse Giobbe, non è facile dirlo; non lo stesso con Iobab, della stirpe di Esaù, come alcuni, Genesi 36:33. Aristea dice che era figlio di Esaù stesso, e di sua moglie Bessare, e che fu chiamato prima Giobam; né lo stesso con Giobbe, figlio di Issacar, Genesi 46:13, né era un discendente di Abramo da Ketura; ma piuttosto nacque da Uz, il primogenito di Nahor, fratello di Abramo, Genesi 22:21, che diede il nome al paese dove Giobbe abitava, come Buz suo fratello fece con quello di cui era Elihu, e come Chesed, un altro fratello di Uz, fece con i Chasdim o Caldei, che erano entrambi vicini a Giobbe. Non è nemmeno concordato in quale tempo Giobbe visse; Maimonide dice che alcuni dei loro scrittori lo collocano ai tempi dei patriarchi, alcuni ai tempi di Mosè, altri ai tempi di Davide, e altri dicono che era uno dei saggi di Babilonia; e alcuni aggiungono che era uno di quelli che erano usciti dalla cattività e avevano una scuola a Tiberiade, come dicono i talmudisti che danno di lui resoconti molto diversi: alcuni dicono che era al tempo dei giudici, altri ai tempi della regina di Saba, altri ancora ai tempi di Assuero, ma l'opinione più generale è, anzi la più probabile, che sia nato quando gli Israeliti scesero in Egitto, e che era morto quando vennero da lì: in breve, lo collocano quasi in tutte le epoche da Abramo alla cattività babilonica, e dopo di essa; e anche Lutero era dell'opinione che vivesse ai tempi di Salomone, per cui non c'è più ragione che per il resto: sembra molto probabile che egli sia vissuto prima di Mosè, almeno prima che la legge gli fosse data, poiché in questo libro non se ne fa menzione, né vi si fa alcun riferimento; mentre c'è di cose più antiche, come il diluvio generale, l'incendio di Sodoma, ecc. la legge riguardante i sacrifici che dovevano essere offerti solo dai sacerdoti non era ancora stata data; perché Giobbe offriva sacrifici come capo della sua famiglia, e così fecero i suoi tre amici, Giobbe 1:5; 42:8. La lunghezza della sua vita si accorda meglio con i tempi prima di Mosè, poiché ai suoi tempi l'età dell'uomo era ridotta a settant'anni; mentre Giobbe deve vivere duecento anni o più, poiché visse centoquaranta dopo la sua restaurazione: aggiungete a questo, che questo libro sembra essere stato scritto prima che nel mondo ci fosse altra idolatria che l'adorazione del sole e della luna, Giobbe 31:25,26 e prima che ci fossero scritti divinamente ispirati, poiché non c'è appello a nessuno in tutta la controversia tra Giobbe e i suoi amici; ma l'appello è rivolto agli uomini di età e saggezza, e alle tradizioni dei tempi passati, Giobbe 5:1; 8:8-10; 15:18; 21:29. Secondo il dottor Owen , Giobbe visse trecentocinquant'anni dopo la dispersione di Babele, verso il 2100 d.C. È anche molto controverso chi sia stato l'autore di questo libro; alcuni ne attribuiscono la stesura al profeta Isaia; altri a Salomone, come Lutero; altri a uno dei profeti che era un Idumeo; ma la maggior parte a Mosè, così dicono gli Ebrei , che egli scrisse il suo proprio libro, la sezione di Balaam, e Giobbe. Alcuni pensano che l'abbia scritto quando era in Madian, per il conforto e l'incoraggiamento degli Ebrei afflitti in Egitto in quel tempo, e che potevano sperare di essere liberati dalle loro afflizioni, come questo brav'uomo fu liberato dalle sue; e questo, si suppone, spiega l'uso di molte parole arabe in esso; Madian si trovava in Arabia, dove Mosè, avendo vissuto alcuni anni, aveva mescolato la loro lingua con la sua. Alcuni sono dell'opinione che egli si sia imbattuto in questo libro quando si trovava in quelle parti, che ha trovato in lingua araba o siriaca, e lo ha tradotto in ebraico per l'uso degli Israeliti; e altri pensano che sia stato scritto dagli amici di Giobbe, e in particolare da Elihu, che si conclude da Giobbe 32:15,16, ma è molto probabile che sia stato scritto da Giobbe stesso, o almeno compilato dal suo diario o "avversario" tenuto da lui, o da quelli dei suoi amici, o da entrambi, e che sia stato scritto nella lingua in cui è ora: ma sia scritto da chi può, non c'è dubbio che si debba fare dell'autorità divina di esso; come appare dalla sublimità dello stile, dall'argomento di esso, dalla sua concordanza con altre parti degli scritti sacri, e in particolare da una citazione di un passo di Giobbe 5:13 dell'apostolo Paolo, 1Corinzi 3:19 vedi anche Giobbe 5:17, confrontato con Ebrei 12:5. Lo scopo di esso non è solo in generale quello di affermare e spiegare la dottrina della Provvidenza, come osserva Maimonide; ma in particolare per mostrare che, sebbene gli uomini buoni siano afflitti, prima o poi vengono liberati dalle loro afflizioni; e che spetta a loro sopportarli pazientemente, e non mormorare contro di loro; né lamentarsi di Dio a causa loro, le cui vie e opere sono imperscrutabili, e che non rende conto delle sue cose agli uomini, ma è sovrano, saggio e giusto in tutto ciò che fa; E tutto ciò che fa da lui va a buon fine al suo popolo, oltre che alla sua gloria, come mostra l'avvenimento. Questo libro può essere considerato sia come una storia della vita di Giobbe, in cui si dà conto di lui nella sua prosperità; delle sue afflizioni e di come si abbattessero su di lui; di una visita fattagli dai suoi amici, e dei discorsi che si alternano tra lui e loro, e della sua restaurazione a una ricchezza maggiore di quella di cui godeva prima: o come un dramma o un dialogo composto di diverse parti, e in cui vengono introdotti vari oratori, come Dio, Satana, Giobbe, sua moglie e gli amici; o come una disputa, in cui i tre amici di Giobbe sono gli oppositori, lui stesso il convenuto, Eliu il moderatore e Dio l'arbitro, che ha stabilito e determinato il punto in questione. Contiene in esso molte cose utili riguardanti l'Essere Divino e le perfezioni della sua natura, la sua saggezza, potenza, giustizia, bontà e sovranità; riguardanti le opere della creazione e della provvidenza; riguardo al peccato originale e alla corruzione dell'umanità; riguardo alla redenzione per mezzo di Cristo e alle buone opere che devono essere fatte dagli uomini; e riguardo alla risurrezione dei morti e alla vita eterna. Alcuni pensano che Giobbe fosse un tipo di Cristo nelle sue afflizioni e sofferenze; nella sua pazienza sotto di loro e nella liberazione da loro; nella sua esaltazione ad un alto grado di felicità e prosperità; e nella sua intercessione per i suoi amici. Egli è in molte cose degno di essere imitato, sebbene in altre sia da biasimare e non da seguire; e, nel complesso, questo suo libro può essere letto con grande piacere e profitto

INTRODUZIONE AL LAVORO 1

In questo capitolo, Giobbe, il soggetto di tutto il libro, è descritto dal suo paese natale, dal suo nome, dal suo carattere religioso, dalla sua famiglia e dalle sue sostanze, Giobbe 1:1-3 viene data una relazione particolare dei suoi figli che banchettavano insieme, e della condotta di Giobbe durante quel tempo, Giobbe 1:4,5 di un discorso che passò tra Dio e Satana riguardo a lui, il cui contegno era che Satana ottenne il permesso da Dio di affliggere Giobbe nei suoi affari esteriori, Giobbe 1:6-12 segue poi un racconto delle sue numerose perdite, dei suoi buoi, pecore, cammelli, asini e servi, da parte dei Sabei, dei Caldei e del fuoco dal cielo, e dei suoi figli e figlie per la caduta della casa in cui si trovavano a causa di un vento violento, Giobbe 1:13-19, e il capitolo si conclude con il comportamento gradevole di Giobbe in mezzo a tutto questo, Giobbe 1:20-22

Versetto 1. C'era un uomo nel paese di Uz, il cui nome era Giobbe.

Del significato del suo nome, si veda l'introduzione al libro. Il luogo in cui dimorava non aveva il nome di Uz, un discendente di Sem, Genesi 10:23 ma da Uz, figlio di Nahor, fratello di Abramo, Genesi 22:21 a meno che non si possa pensare che sia così chiamato da Uz, dei figli di Seir, nel paese di Edom; poiché leggiamo della terra di Uz insieme a Edom, o piuttosto di Edom come nella terra di Uz, o ai suoi confini, Lamentazioni 4:21, il Targum la chiama la terra dell'Armenia, ma piuttosto è l'Arabia; e molto probabilmente era una delle Arabia in cui Giobbe abitava, o Petraea o Deserta, probabilmente quest'ultima; di cui faceva parte Uz o Ausitis, come recita la versione dei Settanta e della Vulgata latina; lo stesso vale per l'Aesitae di Tolomeo; e si dice che fosse vicino al paese di Canaan, perché in Arabia viveva Felice i Sabei; ed è certo che questo paese era vicino ai Sabei e ai Caldei, e al paese di Edom, da dove proveniva Elifaz il Temanita: e poiché questo era molto probabilmente un luogo malvagio e idolatrico, era un esempio della grazia distintiva di Dio, chiamare Giobbe con la sua grazia nel paese di Uz, come lo era chiamare Abramo a Ur dei Caldei; e sebbene potesse essere penoso e afflittivo per il buon uomo vivere in un tale paese, come lo era per Lot vivere a Sodoma, tuttavia era un onore per lui, o piuttosto era per la gloria della grazia di Dio che fosse religioso qui, e continuasse ad esserlo, vedi Apocalisse 2:13 e fornisce una prima prova di ciò che l'apostolo Pietro osservò, che Dio non ha riguardo alla qualità delle persone, ma, in ogni nazione, colui che teme Dio e opera giustizia, è accetto presso di lui; cioè, attraverso Cristo, Atti 10:34,35. Giobbe, come è descritto dal suo nome e dal suo paese, così dal suo sesso, un uomo; e questo non è tanto per distinguere il suo sesso, né per esprimere la realtà della sua esistenza come uomo, ma per denotare la sua grandezza; era un uomo molto considerevole, e davvero straordinario; era un uomo non solo di ricchezza e ricchezza, ma di grande potenza e autorità, così l'uomo meschino e grande si distinguono in Isaia 2:9 vedi il racconto che fa di se stesso in Giobbe 29:7-10, da ciò risulta che era in grande onore e stima presso uomini di ogni rango e grado, così come era un uomo di grande grazia, come segue:

e l'uomo era perfetto; nello stesso senso in cui lo erano Noè, Abramo e Giacobbe; non per quanto riguarda la santificazione, se non come considerato in Cristo, che è fatto santificazione al suo popolo; o riguardo alla verità, alla sincerità e all'autenticità di esso; o in senso comparativo, in confronto a ciò che era una volta, e a ciò che sono gli altri; ma non per essere libero dal peccato, né dall'esserlo, di cui nessuno è libero in questa vita, né dalle sue azioni nel pensiero, nella parola e nell'azione, vedi Giobbe 9:20,30,31 o giù di lì per essere perfetto nella grazia; perché, sebbene tutta la grazia sia seminalmente impiantata in una sola volta nella rigenerazione, si apre e aumenta gradualmente; c'è una perfezione delle parti, ma non dei gradi; c'è tutto l'uomo nuovo, ma questo non è arrivato alla misura della statura della pienezza di Cristo; Ci sono tutte e tutte le grazie, ma non una perfetta, né la scienza, né la fede, né la speranza, né l'amore, né la pazienza, né alcun'altra: ma allora, quanto alla giustificazione, ogni uomo buono è perfetto; Cristo ha completamente redento il suo popolo da tutti i suoi peccati; ha perfettamente adempiuto la legge nella loro stanza e al loro posto; egli ha espiato pienamente tutte le loro trasgressioni, ne ha procurato la piena remissione e ha introdotto una giustizia che li giustifica da tutte; così che sono liberi dalla colpa del peccato e dalla condanna per mezzo di esso, e sono agli occhi di Dio irreprensibili, irreprensibili, senza colpa, tutti belli e perfettamente decorosi; e questo era il caso di Giobbe:

e in posizione eretta; al quale fu mostrata la rettitudine di Cristo, o al quale fu rivelata la giustizia di Cristo da fede a fede, e che fu posta su di lui, ed egli entrò per fede, vedi Giobbe 33:23, inoltre, Giobbe era retto di cuore, uno spirito giusto fu rinnovato in lui; e sebbene non fosse della nazione d'Israele, tuttavia era, in senso spirituale, veramente un Israelita, in cui non c'era frode, essendo in lui la verità della grazia e la radice della questione, Giobbe 19:28, ed era retto nel suo camminare e nella sua condotta davanti a Dio, e anche davanti agli uomini; retto in tutti i suoi rapporti e preoccupazioni con loro, in ogni relazione che aveva, in ogni ufficio e carattere che portava:

e uno che temeva Dio; non come i diavoli, che credono e tremano; né come gli uomini carnali, quando i giudizi di Dio sono sulla terra, si nascondono nel timore di lui; né come ipocriti, il cui timore o devozione è solo esteriore, ed è insegnato dal precetto degli uomini; ma come i bambini venerano affettuosamente i loro genitori: Giobbe temeva Dio di un timore filiale e pio, che scaturiva dalla grazia di Dio, ed era incoraggiato e accresciuto dalla sua bontà verso di lui, e attraverso il senso di essa; vi si partecipava con fede e fiducia nell'interesse per lui, con una santa audacia e gioia spirituale, e vera umiltà; e comprendeva l'insieme del culto religioso, sia pubblico che privato, interno ed esterno:

e ha evitato il male, o "se ne è allontanato"; e che con odio e disgusto per esso, e indignazione verso di esso, a cui si impegna il timore di Dio, Pro 8:13 16:6, lo odiò come ogni uomo buono, come contrario alla natura e alla volontà di Dio, abominevole in se stesso, e cattivo nei suoi effetti e conseguenze; e se ne allontanò, non solo dagli atti più grossolani di esso, ma si asteneva da ogni apparenza di esso, e accuratamente evitava ed evitava tutto ciò che conduceva ad esso; era ben lungi dall'indulgere a una condotta di vita e di condotta peccaminosa, che è incompatibile con la grazia e il timore di Dio

2 Versetto 2. E gli nacquero,

Da sua moglie, in matrimonio legittimo, che era ora in vita, e dopo menzionato:

sette figli e tre figlie; accanto al suo carattere religioso, alle sue grazie e benedizioni spirituali, e come capo delle sue misericordie e dei suoi godimenti esteriori, sono menzionati i suoi figli; e che sono davvero benedizioni del Signore, e tali come gli uomini buoni, e coloro che temono il Signore, a volte sono benedetti, vedi Salmi 127:3,4,5 128:3,4 e avere una prole numerosa è sempre stato stimato un grandissimo favore e benedizione, e come tale era considerato da Giobbe; il quale, avendo tanti figli, poteva sperare di avere da loro perpetuato il suo nome, così come le sue sostanze condivise tra loro; e avendo tante figlie, poteva compiacersi al pensiero di farle sposare in famiglie, il che avrebbe rafforzato la sua amicizia e alleanza con loro; proprio lo stesso numero di figli e figlie aveva Bacceo, il terzo re di Corinto

3 Versetto 3. La sua sostanza era di settemila pecore,

Per questo doveva avere un grande pascolo di cui nutrirli, così come questi avrebbero prodotto molta lana per vestire e carne per cibo; Questa parte delle sue sostanze o possedimenti è menzionata per prima, come la più grande, la più utile e la più redditizia:

e tremila cammelli; creature adatte a portare pesi, a viaggiare con loro, ed erano molto apprezzate per questo, specialmente nei deserti dell'Arabia, vicino ai quali Giobbe viveva; e ciò non solo perché erano forti a questo scopo, ma perché potevano sopportare a lungo molta sete e mancanza d'acqua; vedi Gill su "Levitico 11:4", sembra da ciò che Giobbe svolgesse un commercio, e commerciasse in parti lontane, dove mandava i prodotti delle sue terre e del suo bestiame, e trafficava con loro: questi cammelli potrebbero non essere solo lui, ma anche i cammelli di lei, secondo la versione dei Settanta, che potrebbero essere tenuti per l'allevamento, e per il loro latte: Aristotele osserva, alcuni degli abitanti dell'Asia superiore avevano cammelli, in numero di 3000, il numero esatto qui menzionato; e dal numero di queste creature gli Arabi stimavano le loro ricchezze e possedimenti; e così le pecore sono chiamate dai Greci μηλα, come si pensa, dalla parola araba "mala", essere ricco; le ricchezze di altri popoli, e di persone particolari, come Gerione, Atlante e Polifemo, sono rappresentate come costituite principalmente dalle loro greggi, e anche dalle loro mandrie, come segue:

e cinquecento paia di buoi; per arare la sua terra, di cui deve avere una grande quantità per impiegare un tale numero, vedi 1Re 19:19

e cinquecento asini; che deve essere principalmente per il loro latte; e senza dubbio aveva anche un numero considerevole di asini, sebbene non menzionati, che, come gli altri, erano usati per cavalcare e anche per arare in quei paesi; può essere reso solo asini come da alcuni, e quindi può includere entrambi: Aristeo, Filone e Poliistore danno lo stesso resoconto della sostanza di Giobbe nei diversi articoli come qui:

e una casa molto grande: questo deve essere inteso solo dei suoi servi, poiché i suoi figli sono stati prima presi in considerazione; e la stessa frase è resa "grande riserva di servi", Genesi 26:14 e a margine, "agricoltura" o "coltivazione", grandi campi e fattorie; e il senso è più o meno lo stesso, sia che lo si prenda in un modo o nell'altro; se grande riserva di servi, deve avere grandi fattorie e molti campi in cui impiegarli; e se un grande allevamento, e molto terreno per la coltivazione, deve avere molti servi per concimarli e coltivarli: ora si menzionano questi diversi articoli, perché, in quei tempi e in quei paesi, come si è osservato, la sostanza degli uomini risiedeva principalmente in essi, e secondo essi erano considerati più o meno ricchi; non se non che avevano anche oro e argento, come Abramo, Genesi 13:1, e così aveva Giobbe, Giobbe 31:24, ma queste erano le cose principali:

così che quest'uomo era il più grande di tutti gli uomini dell'oriente; che vivevano in Arabia, Caldea e in altri paesi orientali; cioè, era un uomo della più grande ricchezza e ricchezza, e del più grande potere e autorità, ed era avuto nel più grande onore e stima: ora queste benedizioni temporali sono osservate, per mostrare che la grazia e le ricchezze terrene sono compatibili, che possono, e talvolta lo fanno, incontrarsi nella stessa persona; come anche indicare la bontà di Dio, nel concedere tali benedizioni a questo brav'uomo, adempiendo così la promessa fatta alla pietà e agli uomini pii, che rispetta questa vita e quella che deve venire; e sono menzionati principalmente per la perdita di queste cose dopo raccontate, per cui la grandezza della sua perdita e delle sue afflizioni sarebbe più facilmente percepita, e la sua pazienza nel sopportarle apparirebbe più illustre; poiché tanto più grande era la sua sostanza, tanto più grandi erano le sue perdite e le sue prove, e più notevole era la sua pazienza sotto di esse

4 Versetto 4. E i suoi figli andarono a banchettare nelle loro case, ciascuno il suo giorno,

Da ciò risulta che i figli di Giobbe erano cresciuti fino alla condizione degli uomini, che erano suoi e che erano per se stessi, e svolgevano un'attività separata per conto proprio, e avevano case proprie e, forse, si sposavano; ed essendo a una certa distanza l'uno dall'altro, si riunivano su appuntamento in certe ore nelle loro case, e avevano a turno intrattenimenti amichevoli e familiari; poiché tali erano i loro banchetti, non progettati per l'intemperanza, il lusso e la sfrenatezza, perché allora non sarebbero stati incoraggiati, e nemmeno conniventi, da Giobbe; ma di amare l'amore e l'affetto, e di mantenere l'armonia e l'unità tra di loro, il che deve essere molto gradito al loro genitore; poiché è una cosa piacevole per chiunque, e specialmente per i genitori, vedere fratelli che dimorano insieme in unità, Salmi 133:1, inoltre, queste feste erano tenute, non nelle case pubbliche, tanto meno nelle case di cattiva fama, ma nelle loro case, tra loro, in certe stagioni, che prendevano a turno; e questi erano o al momento della tosatura delle pecore, che era un tempo di festa, 1Samuele 25:2,36, o allo svezzamento di un bambino, Genesi 21:8, o piuttosto in ciascuno dei loro compleanni, che in quei primi tempi erano osservati, specialmente quelli di persone di figura, Genesi 40:20, e piuttosto, come il compleanno di Giobbe è chiamato il suo giorno, come qui, Giobbe 3:1,

e mandarono a chiamare le loro tre sorelle perché mangiassero e bevessero con loro; non per fare un banchetto a loro volta, ma per partecipare ai loro divertimenti; il quale, come comunemente si osserva, mostrava in loro umanità, benevolenza, tenerezza e affetto verso le loro sorelle, per invitarle a partecipare con loro alle loro innocenti e sociali ricreazioni, e modestia nelle loro sorelle per non mettersi in loro compagnia, o andare senza invito; questi molto probabilmente erano con Giobbe, e andavano alle feste con il suo permesso, essendo molto probabilmente celibi, altrimenti anche i loro mariti sarebbero stati invitati

5 Versetto 5. E così avvenne quando i giorni della loro festa furono passati,

Quando erano stati a turno l'uno a casa dell'altro, quando la rotazione era terminata: qualcosa di simile è praticato dai Cinesi, che hanno le loro confraternite, che chiamano "la fratellanza del mese"; questa consiste di trenta, secondo il numero dei giorni che vi si trovano, e in cerchio vanno tutti i giorni a mangiare a casa l'uno dell'altro a turno; se uno non ha la convenienza di ricevere la fraternità nella propria casa, può fornirla a casa di un altro uomo, e ci sono molte case pubbliche molto ben arredate per questo scopo: i figli di Giobbe probabilmente cominciavano dalla casa del fratello maggiore, e così andavano avanti secondo la loro età, e finivano con il fratello minore; così quando avevano attraversato il circuito, come significa la parola , e la rivoluzione era finita, e avevano fatto festa per quella stagione, o per quell'anno:

che Giobbe li mandò e li santificò; non che li abbia fatti o potesse renderli santi, impartendo loro la grazia o infondendo in loro santità; al massimo poteva solo pregare per la loro santificazione, e dare loro regole, precetti e istruzioni sulla santità, ed esortazioni ad essa; ma qui significa che, trovandosi a una certa distanza da loro, inviò loro messaggeri o lettere per santificarsi e prepararsi per i sacrifici che stava per offrire per loro; sia con alcuni riti e cerimonie, come lavandosi, e l'astinenza dalle loro mogli, che a volte erano usate come preparazione al servizio divino, Genesi 35:2,3 Esodo 19:10,11,14,15, o con il digiuno e la preghiera; o, forse, non si intende altro che un invito da parte loro a venire ad assistere al solenne sacrificio che egli, come capo della famiglia, offrirebbe per loro; così, santificare le persone, è talvolta invitarle, chiamarle e radunarle al sacro servizio, vedi Gioele 2:15,16 e così lo rende il Targum. "Giobbe li mandò e li invitò ":

e si alzò di buon mattino dell'ultimo giorno di festa; colse la prima occasione, e ciò il più presto possibile; il che dimostra l'ardore del suo spirito per la gloria di Dio e il bene dei suoi figli, senza perdere tempo per la sua devozione a Dio e per il rispetto per la sua famiglia; essendo questo anche il momento più adatto per il culto e il servizio religioso, vedi Salmi 5:3, ed era usato per il sacrificio, Esodo 29:39,

e offrì olocausti secondo il numero di tutti i suoi dieci figli, o solo i suoi sette figli, poiché solo loro sono menzionati dopo, ed erano i maestri della festa: questo avveniva prima che fosse in vigore la legge del sacerdozio, che limitava l'offerta di sacrifici a coloro che avevano l'ufficio di sacerdoti, quando, prima, ogni capo di famiglia ne aveva diritto; e questa usanza di offrire il sacrificio era prima della legge di Mosè, era di istituzione divina, e in uso dal tempo della caduta dell'uomo, Genesi 3:21 4:3,4 8:20, ed era per tradizione tramandata da uno all'altro, e così Giobbe l'aveva; e che era tipico del sacrificio di Cristo, da offrire nella pienezza dei tempi per l'espiazione del peccato; e Giobbe, senza dubbio, mediante la fede in Cristo, offrì quegli olocausti per i suoi figli, e uno per ciascuno di loro, significando così che ognuno aveva bisogno di tutto il sacrificio di Cristo per l'espiazione del peccato, come fa ogni peccatore:

perché Giobbe ha detto: Può darsi che i miei figli abbiano peccato; non semplicemente come in comuni, o peccati quotidiani di infermità; perché Giobbe conosceva così bene la corruzione della natura umana, che non poteva passare un giorno senza peccato di pensiero, di parola o di azione; ma qualche peccato più noto o scandaloso; che, in mezzo ai loro banchetti e alla loro allegria, avevano usato un linguaggio scurrile, schiumoso, sgradevole e disdicevole; aveva lasciato cadere qualche parola impura, o qualche empio scherzo, o fatto qualche azione che riflettesse il disonore di Dio e della vera religione, e portasse odio su se stessi e sulle famiglie: ora Giobbe non ne era certo, non ne aveva avuto né istruzione né intelligenza; Supponeva e congetturava solo che potesse essere così; era timoroso e geloso che ciò avvenisse: ciò dimostra la sua cura e preoccupazione, come per la gloria di Dio, così per il benessere spirituale dei suoi figli, sebbene fossero cresciuti e se ne fossero andati da lui, e deve essere considerato a favore dei suoi figli; poiché da ciò è evidente che non erano dediti ad alcun peccato, o non vivevano una condotta viziosa; ma che erano persone religiose e devote; o, altrimenti Giobbe non avrebbe avuto alcun dubbio nella sua mente sulla loro condotta e sul loro comportamento: il peccato particolare di cui temeva potessero essersi resi colpevoli:

e maledissero Dio nei loro cuori; non nel senso più grossolano dell'espressione, in modo da negare l'esistenza di Dio, e desiderare che non ce ne fosse, e concepire la bestemmia nei loro cuori, e pronunciarla con le loro labbra; ma mentre benedire Dio è pensare e parlare bene di lui, e attribuirgli ciò che gli è dovuto; quindi maledirlo significa pensare e parlare di lui in modo irriverente, e non attribuirgli ciò che gli appartiene; e così Giobbe poteva temere che i suoi figli, in mezzo al loro banchetto, si gloriassero della loro abbondanza e dell'aumento delle loro sostanze, e lo attribuissero alla loro diligenza e operosità, e non alla provvidenza di Dio, della quale temeva che parlassero in modo sprezzante e sconveniente, come talvolta fanno le persone in tali circostanze, vedi Deuteronomio 32:15 Proverbi 30:9. Il signor Broughton lo rende "e il piccolo Dio benedetto nei loro cuori" non benedicendolo come avrebbero dovuto lo stava maledicendo interpretativamente; la parola ebraica usata correttamente e principalmente significa benedire, e quindi il significato è, o che i suoi figli avevano peccato, ma non se ne erano accorti, né erano umiliati per questo, ma benediceva Dio, essendo prospero e di successo, come se non avessero mai peccato affatto, vedi Zaccaria 13:1, Sanctius aggiunge la particella negativa "non, " come se il significato fosse che hanno peccato, e non hanno benedetto Dio per le loro misericordie come avrebbero dovuto, Deuteronomio 8:10, ma questo è troppo audace e avventuroso per fare una tale aggiunta; sebbene ciò sia favorito dal Targum, come in alcune copie, che lo parafrasa,

"e non hanno pregato nel nome dell'Eterno nei loro cuori":

e poiché la parola è usata per separarsi e congedarsi dagli amici, Cocceio pensa che possa essere usata in questo modo, e che il senso sia che essi hanno peccato, e si sono congedati da Dio, e si sono allontanati da lui; ma piuttosto, come la parola Elohim è usata per dèi stranieri, per false divinità, Esodo 18:11. I timori di Giobbe potrebbero essere che i suoi figli si sarebbero resi colpevoli di qualsiasi azione idolatrica, almeno di benedire gli dèi dei Gentili nei loro cuori, poiché il banchetto a volte porta all'idolatria, Esodo 32:6, ma il primo senso sembra il migliore, con cui la versione dei Settanta è d'accordo,

"Può darsi che i miei figli abbiano pensato cose malvagie contro l'Eterno":

così faceva continuamente Giobbe; o "tutti quei giorni"; cioè, dopo ogni giro e rotazione di banchetti, o dopo ogni giorno di festa da loro osservato, offriva sacrifici per loro; o ogni anno, come alcuni interpretano la frase, le feste, e quindi i sacrifici, essendo annuali; tutto questo è osservato, in parte per descrivere ulteriormente la pietà di Giobbe, il suo affetto per la sua famiglia, e la preoccupazione per il loro bene spirituale, e la gloria di Dio, e in parte come passo verso un evento successivo, Giobbe 1:18,19

6 Versetto 6. Ci fu un giorno in cui i figli di Dio vennero a presentarsi davanti al Signore,

Questo è generalmente inteso degli angeli, come in Giobbe 38:7 che si può pensare che siano così chiamati, a causa della loro creazione dal padre degli spiriti, e della loro somiglianza con Dio in santità, conoscenza e sapienza, e dell'essere affettuosi e obbedienti a lui; come anche a causa della grazia dell'elezione, e della conferma in Cristo concessa loro, così come perché, nelle loro ambasciate e messaggi agli uomini, rappresentano Dio, e quindi possono essere chiamati dèi, e figli dell'Altissimo, per una ragione simile sono i magistrati civili, Salmi 82:6 a cui si può aggiungere, essi costituiscono con i santi la famiglia di Dio in cielo e sulla terra: questi, stando in piedi davanti a Dio, e alla sua destra e alla sua sinistra, come l'esercito del cielo, nella cui posizione Micaiah li vide in visione, 1Re 22:19, così si può dire che escono dal stare davanti al Signore di tutta la terra nelle diverse parti di tutto il mondo, fare la volontà e l'opera di Dio loro assegnata, Zaccaria 6:5-8 e poi, dopo aver fatto la loro opera, tornare di nuovo e presentarsi davanti al Signore, per rendere conto di ciò che hanno fatto e ricevere nuovi ordini da lui, essendo pronti a fare il suo piacere in tutto ciò che comanderà loro, che è ciò che qui si suppone; sebbene alcuni pensino che questi fossero solo il gruppo o la schiera di angeli che erano stati posti a guardia di Giobbe, della sua persona, della sua famiglia e delle sue sostanze, che ora apparivano davanti al Signore, per rendere conto di lui, dei suoi affari e delle circostanze, come richiedevano loro:

e anche Satana venne in mezzo a loro; la cui parola significa un "avversario", come in 1Re 11:14 ma non designa qui un avversario maschile, come là, o uno che invidiava la prosperità di Giobbe, come pensa Saadiah Gaon, ma uno spirito maligno, il vecchio serpente, il diavolo, come in Apocalisse 12:9 che è un nemico implacabile e acerrimo per gli uomini, specialmente per Cristo e il suo popolo; e così ha questo nome dal suo odio verso di loro, e dall'opposizione a loro: Origene osserva, che questa parola, tradotta in lingua greca, è αντικειμενος, un "avversario"; ma R. Levi lo fa derivare da שׁטה, "rifiutare" o "allontanarsi"; e così Suida dice, Satana, in lingua ebraica, è un apostata; e Teodoreto menziona entrambi, che significa o un avversario o un apostata; la prima derivazione è la migliore: conoscendo la fine dell'incontro di cui sopra, che era rispetto a Giobbe, e quindi venne con l'intento di contraddire ciò che avrebbero dovuto dire di lui, e di accusarlo davanti a Dio; è venuto in mezzo a loro come uno di loro, trasformandosi in angelo di luce, come a volte fa; o è venuto, essendo stato mandato a chiamare, e obbligato a venire a rendere conto di sé, e di ciò che aveva fatto nel mondo, per essere rimproverato e punito: ma sebbene il flusso di interpreti vada per questa parte, non posso dire di esserne soddisfatto; poiché, lasciando da parte i passaggi di questo libro in questione, gli angeli non sono mai chiamati "i figli di Dio"; poiché inoltre, essendo loro negato questo nel senso in cui lo è Cristo, essi sono rappresentati come servi, sì, come servi dei figli di Dio, spiriti ministranti degli eredi della salvezza; si chiamano i conservi dei santi, e dei loro fratelli, ma non dicono di essere figli della stessa famiglia, o coeredi, o loro fratelli, Ebrei 1:5,14 Apocalisse 19:10 22:9, inoltre, stanno sempre alla presenza di Dio, e contemplano il suo volto, siano dove vogliono, Matteo 18:10 Luca 1:19 né c'è alcun giorno particolare assegnato loro per il servizio di Dio; infatti, sebbene siano sotto la legge morale, per quanto è conveniente alla loro natura, tuttavia non sotto la legge cerimoniale, alla quale apparteneva l'osservanza dei giorni; e inoltre non hanno riposo né notte né giorno, ma continuamente servono Dio e lo glorificano, dicendo: Santo, santo, santo, Signore Dio onnipotente: e se si suppone che questa presentazione di se stessi a Dio sia in cielo, come in quale altro luogo dovrebbe essere? non è possibile che Satana possa venire in mezzo a loro; egli è caduto dal cielo, essendo gettato giù di là, né può né potrà mai più trovarvi posto, vedi Luca 10:18 2Pietro 2:4 Apocalisse 12:8,9 sembra quindi meglio capire questo del popolo di Dio, dei professori di religione, che, prima dei tempi di Giobbe, si distinguevano dagli uomini del mondo per questo carattere, "i figli di Dio", Genesi 6:2, tali che erano veramente pii essendo tali adottando la grazia, e che fu reso manifesto dalla loro rigenerazione mediante lo Spirito di Dio e dalla loro fede in Cristo, e tutti lo erano per professione: ora questi si radunarono insieme, di presentare se stessi, il loro corpo e la loro anima, davanti al Signore, che non era altro che il loro ragionevole servizio; come pregarlo e lodarlo, offrire sacrifici e compiere ogni esercizio religioso prescritto in quei tempi; l'apostolo usa la frase simile del culto sociale dei santi, Romani 12:1 ora per questo ci fu un "giorno"; sebbene io dubiti molto se un sabato, o molto meno un sabato del settimo giorno, fosse ancora istituito; ma poiché gli uomini si accordavano insieme per invocare il nome del Signore, o per adorarlo in modo sociale, Genesi 4:26 come era necessario che fosse fissato un luogo per riunirsi, così un tempo fissato per consenso e accordo; proprio come ora, essendo abrogato il settimo giorno di sabato, i cristiani convengono di riunirsi il primo giorno della settimana, chiamato giorno del Signore, a imitazione degli apostoli di Cristo; e in uno di questi giorni così fissato e concordato fu la suddetta riunione, in cui Satana venne in mezzo a loro, come fa spesso nell'assemblea dei santi, per fare tutto il male che può; strappando via la parola agli ascoltatori disattenti, e dirigendo l'occhio a tali oggetti, e mettendo nella mente tali cose, che distolgono dal servizio di Dio; o suggerendo ai santi stessi che ciò di cui ci si occupa non appartiene a loro, con molte altre cose del genere: il Targum interpreta questo giorno del giorno del giudizio, all'inizio dell'anno, e i figli di Dio degli angeli, come fanno altri scrittori ebrei

7 Versetto 7. E l'Eterno disse a Satana: Da dove vieni?

Questa domanda è posta, non come ignorante del luogo da cui è venuto; poiché l'onnisciente Dio conosce tutte le persone e le cose, gli uomini e gli angeli, e questi buoni e cattivi, dove sono, da dove vengono, e cosa fanno, vedi Genesi 3:9; 4:9 ma è posto o come adirato con lui, e risentito per la sua venuta tra i figli di Dio, e lo rimprovera per questo, come se non avesse alcun affare proprio, come la domanda in Matteo 22:12, o piuttosto per condurre a un'altra, e per trarre da lui ciò che intendeva avere espresso da lui, di ciò che aveva visto e notato nel luogo da cui era venuto, e in particolare riguardo a Giobbe: come Dio e gli spiriti conversano insieme non siamo in grado di dirlo; ma senza dubbio c'è un modo in cui Dio parla con gli spiriti, anche con quelli cattivi, così come con quelli buoni, e in cui essi parlano a lui; E quindi questo non intacca affatto la realtà di questa narrazione:

Allora Satana rispose al Signore e disse: "Andando avanti e indietro per la terra, e camminando su e giù per essa; disse questo come spavaldo e vanaglorioso, come se fosse davvero il Dio di tutto il mondo, il Principe e il Re di esso, e avesse ed esercitasse un dominio sovrano su di esso, e come tale avesse fatto un giro attraverso di esso, e ne avesse fatto un'indagine, vedi Matteo 4:8, e come se fosse pienamente libero di andare dove gli piaceva, e non era sotto controllo, quando era in catene di tenebre, e non poteva andare da nessuna parte, né fare nulla, senza il permesso divino; non poteva toccare Giobbe, né le sue sostanze, né, come ai giorni di Cristo, entrare in un branco di porci senza permesso: similmente questo può denotare l'inquietudine e l'inquietudine di questo spirito maligno, che non poteva dimorare a lungo in un luogo, ma si muoveva avanti e indietro, cercando riposo, ma non trovandolo, Matteo 12:43, come anche la sua diligenza e infaticabilità nel fare e cercare di fare del male, andando in giro come un leone ruggente, cercando chi possa divorare, cogliendo tutte le opportunità di fare del male, seminando la sua zizzania mentre gli uomini dormono e non stanno in guardia, 1Pietro 5:8 Matteo 13:25, e così la prima parola qui usata significa una ricerca diligente, ed è reso da alcuni, e in particolare da Mr. Broughton, "dalla ricerca intorno alla terra", "e dal camminare in essa"; e così il Targum,

"dal girare per la terra, per scrutare le opere dei figlioli degli uomini e dal camminare in essa";

e indica il luogo della dimora di Satana, la terra, con l'aria circostante, Efesini 2:2 e l'estensione della sua influenza, che non raggiunge il cielo, e i santi là, dai quali è stato cacciato, e non può mai rientrare, ma solo la terra, e gli uomini su di essa; e qui nessun luogo è libero da lui; lui e i suoi angeli vagano dappertutto, città e campagna; i luoghi pubblici e privati, le case degli uomini, o la casa di Dio, non ne sono esenti; e quindi tutti qui hanno bisogno di vegliare e pregare, per non entrare in tentazione, Matteo 26:41. Schultens interpreta la parola di Satana che attraversa la terra con grande forza e violenza, frustando e flagellando i miserabili mortali

8 Versetto 8. E l'Eterno disse a Satana: «Hai tu considerato il mio servo Giobbe,

Oppure, "hai messo il tuo cuore nel mio servo"; non in un modo di amore e affetto verso di lui, per fargli del bene o del servizio, essendoci un'inimicizia originale e implacabile in questo vecchio serpente verso la progenie della donna; ma piuttosto il suo cuore era rivolto a lui in un modo di desiderare di averlo nelle sue mani, per fargli tutto il male che poteva, come il desiderio del suo cuore era verso Pietro, Luca 22:31 ma il senso della domanda è: dal momento che dici di aver camminato su e giù per la terra, non ti sei accorto di Giobbe, e non hai gettato uno sguardo su di lui, e hai desiderato in cuor tuo di averlo nelle tue mani per fargli del male? So che l'hai fatto; Non hai tu escogitato in cuor tuo come attaccarlo, tentarlo e distoglierlo dal mio servizio, e cadere in peccati e insidie, per insultarlo e accusarlo? tu l'hai fatto, ma tutto invano; e quindi è un sarcasmo nei confronti di Satana, così come un'espressione di indignazione nei suoi confronti per un tale attentato contro di lui, e come anticipazione della sua accusa di Giobbe; poiché è come se dicesse ancora: So che è nei tuoi occhi e nel tuo cuore, ora che sei venuto con il pieno intento di accusarlo e accusarlo; così Jarchi, "per non mettere il tuo cuore", ecc. in modo da "avere una buona volontà di accusarlo" l'aveva, ma il Signore glielo impedisce, dandogli un alto carattere, in queste e nelle seguenti parole: qui lo chiama "mio servo"; non un servo degli uomini, che vive secondo le concupiscenze e la volontà degli uomini, e le loro usanze e incursioni di adorazione, superstizione e idolatria; né servo del peccato e delle concupiscenze della carne; né di Satana, che si vantava di tutta la terra come sua; ma servo del Signore, non solo per la creazione, ma per scelta speciale, per redenzione, per grazia efficace e per l'abbandono volontario di se stesso al Signore sotto l'influenza di essa; e con la sua allegra e costante obbedienza rispose a questo carattere; e qui il Signore rivendica la sua proprietà su di lui, lo riconosce come suo servo, lo chiama per nome e ne rende conto con onore e solennità.

che non c'è nessuno come lui sulla terra; o "nel paese"; nella terra di Uz, così Abdia Seforno; tutto ciò che c'era in altri paesi, non ce n'era in questo, essendo in generale idolatri; o nel paese del popolo delle nazioni pagane, come il Targum; o piuttosto in tutta la terra, dove Satana aveva camminato: e, molto probabilmente, Abramo, Isacco e Giacobbe, erano ora morti; Giobbe si trova, come dovrebbe sembrare, tra loro e i tempi di Mosè; e sebbene ci potessero essere molte persone pie allora viventi, che erano simili a lui in qualità, essendo partecipi della stessa natura divina, avendo la stessa immagine di Dio su di loro, e le stesse grazie in loro, e una simile esperienza delle cose divine, tuttavia non su una pari con lui; li ha superati tutti in grazia e santità; e in particolare, nessuno si avvicinava a lui per la sua pazienza nel soffrire l'afflizione, sebbene ciò fosse spesso messo alla prova; come Mosè superava gli altri in mansuetudine e Salomone in sapienza; Giobbe era un santo eminente e servo del Signore, un padre nella sua famiglia, una colonna nella sua casa, come Saulo tra il popolo, più alto nella grazia e nell'esercizio di essa; e questa è una ragione per cui non poteva non essere notato da Satana, che ha l'occhio più specialmente sui santi più eminenti, e li invidia, e li colpisce; e così le parole sono rese da alcuni: "poiché non c'è nessuno come lui"; o piuttosto possono essere tradotte, "ma non c'è nessuno come lui": e così si oppongono alle accuse e alle accuse che Satana è venuto con contro di lui:

un uomo perfetto e retto, che teme Dio e rifugge il male? Vedi Gill su "Giobbe 1:1" qui, il carattere lì dato è confermato dal Signore nelle sue parole esplicite

9 Versetto 9. Allora Satana rispose al Signore e disse: Giobbe teme Dio per nulla. Satana non rinnega alcuna parte del carattere di Giobbe, né lo accusa direttamente di alcun peccato; il che mostra quanto fosse santo Giobbe, quanto fosse esatto nella sua vita e nella sua condotta, che il diavolo non potesse accusare nulla contro di lui; né nega di aver temuto il Signore; anzi, lo possiede, suggerisce solo che c'era una ragione privata per questo; e questo non osa affermare, lo mette solo a mo' di dubbio, dando un'allusione, che è un miserabile modo di calunnia che molti dei suoi figli hanno imparato da lui: insinua che il timore di Giobbe di Dio, e di servirlo, non era "per nulla", o "gratuitamente", non era per amore verso di lui, o con qualsiasi riguardo alla sua volontà, o al suo onore e gloria, ma per principi egoistici, con vedute mercenarie, e per fini e scopi mondani: infatti nessuno teme e serve il Signore per nulla e invano, è ben pagato per questo; e la pietà ha un grande guadagno con essa, il Signore concede tutto, sia in modo temporale che spirituale, a coloro che lo temono; così che alla fine, e nella questione, ne traggono grandi guadagni; e possono legittimamente guardare a queste cose, per incoraggiarli nel servizio e nell'adorazione di Dio, proprio come Mosè aveva riguardo alla ricompensa della ricompensa; quando non fanno di queste, ma della volontà e della gloria di Dio, l'unica e principale causa e fine di essa: ma l'indizio di Satana è che il timore di Giobbe era semplicemente esteriore e ipocrita, né cordiale, cordiale e disinteressato, ma era interamente per il suo bene e per ciò che ne aveva ricavato; e lo disse come se sapesse meglio di Dio stesso, il scrutatore dei cuori, che prima gli aveva dato un carattere così onorevole. Sephorno osserva che suppone che il suo timore non fosse un timore della grandezza di Dio, una riverenza della sua divina Maestà, ma un timore della punizione; o quello che chiamiamo un timore servile, e non filiale

10 Versetto 10. Non hai tu fatto una siepe intorno a lui,

Una recinzione, un muro di protezione tutto intorno a lui? l'aveva fatto; lo avvolse con il suo amore come con uno scudo, una siepe che non poteva essere abbattuta né dagli uomini né dai diavoli; lo circondò con la sua onnipotenza, affinché nessuno potesse fargli del male; lo ha custodito con la sua provvidenza, ha fatto accampare i suoi angeli intorno a lui; sì, egli stesso era un muro di fuoco intorno a lui; il Targum la interpreta come la parola di Dio: così fitta era la siepe, così forte il recinto, che Satana non riusciva a trovare la minima fessura in cui entrare, per fargli alcun male al suo corpo o alla sua mente, senza il permesso divino; cosa che invidiava e di cui era contrariato, e suggerisce maliziosamente che questo fosse il motivo del timore di Giobbe per il Signore; e in verità era un obbligo per lui temerlo, ma non l'unica causa di ciò:

e intorno alla sua casa; non la casa in cui abitava; sebbene Satana avrebbe potuto volentieri abbattere ciò che aveva alle orecchie, così come quello in cui si trovavano i suoi figli; ma disegna la sua famiglia, che fu anche per Provvidenza protetta nelle sue persone e nei suoi beni, e preservata dalle tentazioni di Satana, almeno dall'essere vinta da loro, e anche nei momenti del loro banchetto prima menzionati; questo recinto era anche intorno ai suoi servi, affinché Satana non potesse venire a fare del male a nessuno che gli appartenesse, il che era per lui un grande dolore e una grande irritazione mentale.

e di tutto ciò che ha da ogni parte? le sue pecore, i suoi cammelli, i suoi buoi e i suoi asini; perché altrimenti questi non sarebbero sfuggiti alla malizia e al furore di questo spirito maligno che provarono in seguito; ma poiché questi erano i doni della provvidenza di Dio a Giobbe, erano custoditi dalla sua potenza, affinché Satana non potesse far loro del male senza permesso.

tu hai benedetto l'opera delle sue mani; non solo ciò che egli stesso ha personalmente operato con le proprie mani, ma è stato fatto dai suoi servi attraverso la sua direzione e il suo ordine; la cultura dei suoi campi, l'alimentazione e l'allevamento delle sue greggi e delle sue mandrie; tutti riuscirono bene; qualunque cosa facesse, o fosse interessato, prosperò:

e le sue sostanze sono cresciute nel paese; [ t]; come una breccia nelle acque; vedi 2Samuele 5:20 ; superò ogni limite; le sue ricchezze sgorgarono a destra e a sinistra, e vi affluirono, così che non c'erano quasi limiti da porre ad esse; egli abbondò in esse; le sue pecore produssero migliaia; i suoi buoi, cammelli e asini, stavano bene ed erano forti per lavorare; e le sue ricchezze si riversarono su di lui in grande abbondanza; tutto ciò era un pugno nell'occhio per Satana, e quindi insinuerebbe che quella fosse l'unica fonte e fonte della religione, della devozione e dell'obbedienza di Giobbe

11 Versetto 11. Ma ora stendi la tua mano,

Attira la tua mano di provvidenza, potenza e protezione, con la quale l'hai coperto e protetto; e, invece di ciò, "manda" la tua mano afflittrice, non solo in un modo di castigo e di correzione, ma in ira e vendetta, consumando e distruggendo tutto ciò che aveva; e questo egli desidera che sia fatto ora, immediatamente, senza indugio, mentre Giobbe era nel pieno della sua prosperità; poiché Satana aveva fretta di fargli del male, essendo oggetto del suo grande odio e inimicizia: alcuni, invece di "ora", lo rendono "ti prego", come una supplica di Satana, e una supplica importuna, e che egli desiderava ardentemente ottenere; ben sapendo che non si poteva fare alcun male a Giobbe senza il permesso di Dio, o senza che lui stesso lo facesse: la versione latina della Vulgata dice: "stendi un po' la tua mano", come se il suo esercizio fosse sufficiente solo un po', o un piccolo tocco di essa, per scoprire l'ipocrisia di Giobbe; ma senza dubbio Satana conosceva Giobbe meglio di quanto ciò suggerisca, e che tale era la sua integrità, che una piccola prova non lo avrebbe colpito; E inoltre, aggiunge subito:

e toccare tutto ciò che ha; che non era un tocco leggero, ma pesante, che toccava tutta la sua famiglia e le sue sostanze, e anche la sua persona, e almeno la sua salute; come appare dalla clausola di riserva o di salvezza inserita dal Signore in seguito, quando diede il permesso di colpirlo:

ed egli ti maledirà in faccia; o, se non ti maledice in faccia, allora, sia così e così per me, peggio di quanto non sia ora; fa' che io abbia la mia piena dannazione, perché queste parole sono un'imprecazione del diavolo, che augura a se stesso il peggiore dei mali, se Giobbe, in tali circostanze, non ha "maledetto" Dio in faccia; cioè, non solo apertamente e pubblicamente, ma sfacciatamente; a significare che gli sarebbe volato in faccia, come un uomo appassionato, furioso e infuriato, e come quelle persone malvagie, affamate e a malapena invadete, che si agitavano e maledicevano il loro re e il loro Dio, Isaia 8:21 o come quegli uomini che, sotto i loro dolori e le loro piaghe, bestemmiavano colui che aveva potere su di loro, Apocalisse 16:10,11, o come quei professori carnali, le cui parole erano forti contro Dio, Malachia 3:13-15 in tali espressioni appassionate Satana insinua che Giobbe sarebbe scoppiato contro Dio, mormorando e lamentandosi della sua provvidenza, accusando la sua saggezza, giustizia e santità, nei suoi rapporti con lui: o, se "non ti benedice con la tua faccia", come può essere reso, cioè, o "ti dirà addio", e apostata, vedi Gill su "Giobbe 1:5" come a volte fanno i professori nominali, quando l'afflizione e la tribolazione vengono su di loro, si offendono, e abbandonano la loro professione, Matteo 13:21 o, come altri, "se non ti ha benedetto in faccia"; allora sia così per me, cioè sarà allora un caso chiaro, che Giobbe nei tempi passati aveva benedetto Dio solo sul suo volto, o esteriormente; lo aveva solo onorato con le sue labbra, ma il suo cuore era lontano da lui, e il suo timore verso di lui era insegnato dal precetto degli uomini, come è il carattere degli ipocriti, Isaia 29:13 questo Satana insinua malvagiamente; uno dei Targumim è,

"se non ti provoca in faccia alla tua Parola";

Ben Melech interpreta על פניו "per la tua vita" e lo considera la forma di un giuramento

12 Versetto 12. E l'Eterno disse a Satana: "Ecco, tutto ciò che ha è in tuo potere,

Disse questo non come adirato e scontento nei confronti di Giobbe, né come se nutrisse di lui un'opinione negativa a causa dei suggerimenti di Satana, né come gratificante per quello spirito maligno; ma per convincerlo e confonderlo, e per mettere alla prova la grazia di Giobbe, affinché potesse risplendere più luminoso; e si può osservare che il Signore solo aveva il sovrano di disporre di tutto ciò che Giobbe aveva, e che Satana non poteva avere alcun potere su di lui o sui suoi, se non ciò che gli era stato dato:

solo su di sé non stendere la tua mano; così il Signore trattenne Satana, che non poteva fare nulla senza il suo permesso, e limita e lega l'attuale afflizione del suo servo alla sua famiglia e al suo patrimonio; riservando la sua persona e la sua salute per un'altra tentazione e prova:

così Satana si allontanò dalla presenza del Signore; il Targum aggiunge, "con potenza", autorità, libertà di agire; non dalla sua presenza generale, che è dappertutto, da dove non c'è andata; né dalla sua graziosa presenza, nella quale non era stato; e tanto meno la sua gloriosa presenza in cielo, da dove era stato cacciato molto tempo fa; ma dal luogo dove i figli e il popolo di Dio adoravano, e dove egli concedeva loro la sua presenza, e dal conversare con Dio lì: appena Satana ebbe ottenuto il permesso, uscì subito per eseguire ciò che aveva il permesso di fare, lieto in cuor suo di aver finora riuscito; e desideroso di fare tutto il male che poteva a un uomo che era il bersaglio della sua malizia e l'oggetto della sua invidia e del suo odio; i tristi effetti e le conseguenze che ne derivano

13 Versetto 13. E ci fu un giorno,

Che secondo il Targum era il primo giorno della settimana, ma questo non è certo, né rilevante; né si può dire se il giorno successivo a quello Satana ebbe il permesso di fare ciò che voleva con la sostanza di Giobbe, né quanto tempo passò dopo; poiché sebbene Satana ne fosse senza dubbio ansioso e avesse fretta di fare del male; tuttavia, oltre a ciò ci voleva un po' di tempo per far marciare i Sabei e i Caldei fuori dal loro paese in quello di Giobbe, così egli avrebbe escogitato e fissato il momento più adatto per rispondere ai suoi fini e ai suoi scopi, che era

quando i suoi figli e le sue figlie (di Giobbe) mangiavano e bevevano vino nella casa del loro fratello maggiore; dovrebbe piuttosto essere tradotto: "nella casa del loro fratello, il primogenito"; cioè di Giobbe; poiché בכור non si riferisce ai fratelli, ma ai genitori, come osserva Gussetins: questo era o l'inizio di una nuova svolta, o la rotazione dei loro banchetti l'uno con l'altro, che poteva iniziare con il fratello maggiore; o questo era il suo compleanno; vedi Giobbe 1:4,5 e questo fu il giorno in cui Satana si lanciò per portare su Giobbe tutte le calamità e le angosce successive, in parte affinché potessero cadere con il peso maggiore su di lui, e più sensibilmente influenzarlo, cogliendolo mentre la sua famiglia stava banchettando; e mentre si compiaceva al pensiero di aver allevato i suoi figli nella condizione di uomini e donne, e delle condizioni agiate in cui si trovavano; e dell'unità, dell'armonia e dell'amore che esistevano tra loro, di cui il loro attuale banchetto insieme era una prova; e in parte perché queste afflizioni assomigliassero di più ai giudizi di Dio su di lui, proprio come gli uomini del vecchio mondo mangiavano e bevevano quando venne il diluvio e li distrusse tutti, Luca 17:27 e per le stesse ragioni queste furono tutte portate su di lui in un solo giorno, per schiacciarlo ancora di più; e che si potesse pensare che la mano di Dio fosse in esso, in una via di ira e vendetta, e irritarlo così tanto da maledirlo in faccia, che era ciò a cui mirava Satana; vedi Isaia 47:8,9 Apocalisse 18:7,8

14 Versetto 14. E un messaggero venne da Giobbe, dicendogli

Non un messaggero di Satana, come Jarchi, o uno dei suoi angeli, o spiriti maligni; sebbene questo sia un senso che è abbracciato non solo da alcuni rabbini ebrei, ma da molti degli antichi scrittori cristiani, come osserva Sanctius sul posto; e tali suppongono che fossero gli altri messaggeri menzionati dopo; ma sia questi che essi erano servi di Giobbe, i quali scamparono alla calamità che si abbatté sul resto dei loro conservi.

e disse: "I buoi aravano: i cinquecento paia di buoi che Giobbe aveva, Giobbe 1:3, che erano tutti fuori nei campi, e impiegati ad ararli; e arare con tali buoi era usuale in quei tempi e in quei paesi, come lo è ora in alcuni luoghi; vedi 1Re 19:19

e gli asini che pascolano accanto a loro; accanto ai buoi, dove stavano arando, in un pascolo, adiacente alla terra arabile; e accanto ai servi che aravano con i buoi: "dalle loro mani"; come può essere reso letteralmente, proprio da loro, sotto il loro occhio e la loro cura; o "al loro posto"; dove dovevano essere, e dove erano soliti pascolare; questi erano i cinquecento asini, maschio e femmina, annoverati tra le sostanze di Giobbe, Giobbe 1:3, che furono portati qui per nutrire, e alcuni perché i servi li cavalcassero; questa terra arata si trovava a una certa distanza dalla casa di Giobbe; e altri per portare il seme che doveva essere seminato qui: ora la situazione e l'impiego di queste creature sono particolarmente menzionate, per mostrare che erano nei loro luoghi giusti e nel loro lavoro appropriato; e che ciò che accadde loro non fu dovuto alla mancanza di cure nei loro confronti, o all'indolenza e alla negligenza dei servi

15 Versetto 15. E i Sabei piombarono su di loro,

O, "Saba cadde"; cioè, come Aben Esdra e Simeon Bar Tzemach lo forniscono, un esercito di Sabei, o una schiera di loro; questi non erano i discendenti di quello Saba che nacque da Cam, Genesi 10:7 né di colui che venne da Sem, Genesi 10:28, ma da Saba, figlio di Iokshan, figlio di Abramo e di Keturah, che con il resto dei suoi figli furono mandati nel paese dell'est, il paese di Giobbe; e questi Sabei, che discendevano dallo stesso, erano i suoi vicini più prossimi, Genesi 25:3,6, erano gli abitanti di una delle Arabia, si dice generalmente Arabia Felix; ma ciò non è probabile, poiché era un paese molto abbondante, i cui abitanti non avevano bisogno di derubare e saccheggiare gli altri; e inoltre era a grande distanza dal luogo dell'abitazione di Giobbe, e si trovava a mezzogiorno e non a oriente; sebbene Strabone dica infatti che i Sabei abitarono l'Arabia Felice e fecero escursioni in Siria, il che concorda con questi Sabei; ma piuttosto l'Arabia Deserta, come Spanheim ha abbondantemente dimostrato, un luogo sterile; quindi leggiamo dei Sabei dal deserto, Ezechiele 23:42, i cui abitanti vivevano del saccheggio degli altri; e questi erano naturalmente dediti al saccheggio e alla rapina, erano persone adatte su cui Satana potesse operare, come fa con i figli della disubbidienza; nel cuore di chi egli mise l'idea di scendere nei campi di Giobbe e di portare via il suo bestiame, come fecero loro; si gettarono subito sui suoi buoi e sui suoi asini, in un sol colpo, in modo ostile e furioso.

e li portò via; come bottino; Non li uccisero, ma li cacciarono da terra e li condussero nel loro paese per il loro uso e servizio.

sì, hanno passato a fil di spada i servi; che aravano con i buoi, e badavano agli asini, e che potevano opporsi, anche se invano; Questo fu un accrescendo l'afflizione, che non solo il suo bestiame fu portato via, ma furono uccisi i suoi servi, che erano nati nella sua casa o comprati con il suo denaro.

e io solo sono scampato per dirtelo; questo unico servo fu preservato, o dalla speciale provvidenza di Dio, nella bontà verso Giobbe, affinché potesse sapere con certezza, ed esattamente, e ciò che gli era accaduto, e come era avvenuto, cosa che gli uomini sono naturalmente desiderosi; oppure, come generalmente si pensa, per la malizia e l'astuzia di Satana, che la notizia potesse essere portata a lui più presto, e più prontamente creduta da lui, e colpirlo con la sorpresa più grande, un suo servo che correva con essa, che egli conosceva e poteva credere; e appariva con la massima preoccupazione di mente e orrore nel suo volto

16 Versetto 16. Mentre egli parlava ancora, ne giunse anche un altro:

Un altro messaggero, uno dei servi di Giobbe, da un'altra parte dei suoi campi dove pascolavano le sue pecore, ed era uno di quelli che le custodivano; Venne con un'altra brutta notizia, prima ancora che l'altro avesse finito tutto il suo racconto; e lo stesso si osserva di tutti gli altri messaggeri che seguirono: così Satana ordinò, che tutte le afflizioni di Giobbe si abbattessero su di lui immediatamente, e che la notizia di esse gli fosse portata il più densamente e rapidamente possibile, per sorprenderlo ancora di più in alcune espressioni avventate contro Dio; che non avesse intervallo, non avesse tempo per respirare; non c'è tempo per pregare Dio perché lo sostenga nell'afflizione e gliela santifichi; non c'era tempo per meditare o ricordare le esperienze passate della bontà divina o le promesse che avrebbero potuto essergli utili; ma vennero l'uno sul dorso dell'altro, per costringerlo a un portamento e a un comportamento indecente verso Dio, essendo considerati da lui come i suoi giudizi su di lui:

e disse: Il fuoco di Dio è caduto dal cielo; che il servo pensò, o Satana si mise in mente di dire, che veniva immediatamente da Dio, come quello che distrusse Nadab e Abiu e i mormoratori nell'accampamento d'Israele, Levitico 10:2 Numeri 11:1 o, come si pensa comunemente, è così chiamato, perché uno molto veemente, come una fiamma veemente è chiamata la fiamma del Signore, Cantici 8:6 Essendo questo un fuoco come non se ne era mai conosciuto, da quando il fuoco scese dal cielo e distrusse Sodoma e Gomorra e le città della pianura. Sono incline a pensare che sia stato un lampo prodigioso o lampi di fulmine; poiché come il tuono è la voce di Dio, così il lampo, che lo accompagna, può essere chiamato il fuoco di Dio; e questo concorda con la fraseologia del passo; viene dal cielo, o dall'aria, e cade sulla terra, e colpisce le creature e le cose che sono in essa; e che, poiché è l'effetto di cause naturali, a Satana potrebbe essere permesso di unirli insieme e di effettuarlo; e ciò fu fatto, e la notizia di ciò fu espressa in un linguaggio tale da far credere a Giobbe che Dio era contro di lui, e divenne suo nemico, e che l'artiglieria del cielo era impiegata per suo danno, e per la rovina delle sue sostanze:

ha bruciato le pecore e i servi e li ha divorati; come il fuoco o il lampo che scese dal cielo e consumò i capitani, e i loro cinquanta, al tempo di Elia, 2Re 1:10,12 e simili effetti di fulmini si possono spesso osservare, sia riguardo agli uomini che al bestiame; queste erano le 7000 pecore di cui Giobbe era posseduto, Giobbe 1:3 e che furono tutte distrutte in una volta, con i servi che le custodivano, tranne una; creature molto produttive e molto utili sia per il cibo che per l'abbigliamento, e utilizzate anche per il sacrificio; e si pensa che il fine di Satana nella distruzione di questi fosse, che Giobbe potesse concludere da qui che i suoi sacrifici non erano graditi a Dio, e quindi era vano servirlo; che sperava in questo modo di portarlo ad esprimersi in modo appassionato a Dio:

e io solo sono scampato per dirtelo; vedi Gill in "Giobbe 1:15"

17 Versetto 17. Mentre egli parlava ancora, ne giunse anche un altro:

Un altro messaggero da un'altra parte dei possedimenti di Giobbe, dove si trovavano i suoi cammelli, e questo prima che l'ultimo messaggero avesse raccontato la sua storia:

e dissero: "I Caldei si sono schierati tre schiere, si sono gettati sui cammelli e li hanno portati via; questi erano i 3000 cammelli, come in Giobbe 1:3 e forse erano in tre compagnie e luoghi separati, 1000 in ciascuno, e quindi i Caldei si divisero in tre schiere; o "nominarono tre teste", come si può tradurre; c'erano tre corpi di loro sotto tanti capi e comandanti, e questo fu fatto, affinché potessero prenderli più facilmente; e "si sparsero o si sparsero", come significa la parola, sopra o intorno ai cammelli; li circondarono da ogni parte, altrimenti, essendo queste creature veloci, sarebbero fuggite da loro: questi Caldei o Chasdim erano i discendenti di Chesed, figlio di Nahor, che era fratello di Abramo, Genesi 22:20,22, che si stabilì nel paese orientale, non lontano da Giobbe: e questo concorda con il carattere che Senofonte dà dei Caldei, almeno alcuni di loro, in tempi successivi; che vivevano di furti e saccheggi altrui, non avendo alcuna conoscenza dell'agricoltura, ma si procuravano il pane con la forza delle armi; e tali come questi Satana avrebbe potuto facilmente istigare a venire a portare via i cammelli di Giobbe:

sì, e uccidi i servi a fil di spada, e io solo sono scampato per dirtelo; Vedi Gill in "Giobbe 1:15"

18 Versetto 18. Mentre egli parlava ancora, ne giunse un altro:

Un servo di uno dei figli di Giobbe, che era in attesa alla festa prima menzionata, e qui ripeté di nuovo:

e dissero: "I tuoi figli e le tue figliuole mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore; Vedi Gill in "Giobbe 1:13"

19 Versetto 19. Ed ecco, venne un gran vento dal deserto,

Molto probabilmente dal deserto dell'Arabia, i venti provenienti da tali luoghi sono generalmente molto forti, Geremia 4:11,12 come questo era, ed è chiamato "grande", molto forte e impetuoso; ed essendo così, e a causa degli effetti di ciò, ed essendo un evento non comune e straordinario, come mostra ciò che segue, un "ecco" è preceduto dal racconto, suscitando attenzione e meraviglia:

e percosse i quattro angoli della casa; il che dimostra che si tratta di un vento insolito, che soffia da tutte le parti e da tutte le parti; e o era un turbine, che turbinava intorno a questa casa; o Satana, con la sua banda di diavoli con lui, ha approfittato della sua spazzata, mentre passava davanti a questa casa, e con tutta la sua forza e forza, potenza e forza, l'ha fatta roteare intorno ad essa; altrimenti Satana non ha il potere di sollevare i venti e di placarli a suo piacimento; Dio solo li crea, li tiene nei suoi pugni e li tira fuori dai suoi tesori; E questo vento che soffiava dal deserto, il diavolo e i suoi angeli colsero l'occasione, e con tale violenza lo fecero roteare intorno alla casa che cadde, come segue:

ed esso cadde sui giovani, ed essi sono morti; non solo sui figli di Giobbe, ma anche sulle sue figlie, la parola usata comprende entrambi; e il signor Broughton lo rende "e cadde sui giovani"; questa era l'afflizione più grave di tutte, e che Satana riservò fino all'ultimo, perché se gli altri non riuscivano al suo desiderio, questo poteva; e fu molto difficile, doloroso, perdere tutti i suoi figli in una volta in quel modo, e in un momento simile; i suoi figli, che erano parti di lui, di cui aveva avuto tanta cura nella loro educazione, che erano stati come piante di ulivo intorno alla sua tavola, e ora allevati in condizioni di uomini e donne, comodamente stabiliti nel mondo, e che vivevano in grande pace e armonia tra loro, e nessuno di loro era rimasto a confortarlo nelle sue altre afflizioni; e questi portati via non da alcun cimurro del corpo, che lo avrebbe preparato al colpo, ma da una morte violenta; e che aveva l'aspetto della mano e del giudizio, dell'ira e della vendetta di Dio; e mentre banchettavano insieme nell'allegria e nell'allegria, per quanto innocenti, e non in uno stato d'animo serio, o con una seria svolta nella mente per la morte e l'eternità, di cui non avevano alcun pensiero; se fossero stati nella casa di Dio ad assistere al culto religioso, o sebbene nelle loro case, ma nelle loro camerette a pregare, o altrimenti a conversare di cose spirituali, gli uni con gli altri, l'afflizione sarebbe stata grandemente alleviata; ma essere rapiti nell'eternità subito, e in questo modo, deve essere tagliente per Giobbe; sebbene non ci sia motivo di pensare che ciò sia dovuto a un loro peccato o a un dispiacere di Dio nei loro confronti, ma che sia stato permesso esclusivamente per conto di Giobbe, per la prova della sua fede, pazienza, sincerità e integrità; e qui, come nei casi precedenti, solo un servo fu risparmiato per portare la triste novella:

e io solo sono scampato per dirtelo; così che tutti i servitori della casa, eccetto questo, perirono tra le rovine di essa, così come i figli e le figlie di Giobbe, vedi Gill su "Giobbe 1:15". È un'idea di alcuni scrittori ebrei, come osserva Simeon bar Tzemach, che ciascuno di questi messaggeri, non appena ebbe consegnato il loro messaggio, morì, e così tutto ciò che Giobbe aveva fu consegnato nelle mani di Satana, e non rimase nulla; ma questo sembra contrario a Giobbe 19:16. Si può osservare che Aristea, uno scrittore pagano, citato da Alessandro Poliistore, un altro scrittore pagano, dà un resoconto di ciascuna di queste calamità di Giobbe, proprio nello stesso ordine in cui sono qui. Da tutto ciò si può osservare che nessun carattere mai così grande ed elevato può proteggere le persone dalle afflizioni, anche gravi; Giobbe aveva un carattere alto e onorevole dato e confermato da Dio stesso, eppure così dolorosamente afflitto; e che gli uomini siano i prediletti di Dio, i suoi eletti e preziosi, il suo popolo del patto, i redenti dell'Agnello, le persone giuste e pie, i figli e gli eredi di Dio, ma né tutti questi né tutti questi li esentano dalle afflizioni; e quelli che accadono loro sono molti, frequenti e continui, e vengono da diverse parti, da uomini buoni e cattivi, e da diavoli, e tutti con il permesso e secondo la volontà di Dio. E questo ci mostra l'incertezza di tutti i godimenti esteriori, oro, argento, bestiame, case, terre, figli, amici e parenti, tutti periti, e talvolta portati via all'improvviso: e si può osservare che, tra tutte le perdite di Giobbe, egli non perse nulla di natura spirituale, non una benedizione spirituale; sebbene avesse perso tutte le sue misericordie esteriori, non il Dio delle sue misericordie; non il suo interesse per il patto in lui, né la sua partecipazione al suo amore, favore e accettazione, che tutto continuava ancora; non perse il suo interesse per un Redentore vivente; i suoi figli erano tutti morti, ma il suo Redentore era vivo, ed egli lo sapeva; non aveva perso in sé il principio della grazia, la radice della questione era ancora con lui; né alcuna grazia particolare, né la sua fede e fiducia in Dio, né la sua speranza di vita eterna, né il suo amore e il suo affetto per Dio, né il suo desiderio di lui; né la sua pazienza e umiltà; né la sua integrità, fedeltà e onestà, che conservava e manteneva; né alcuna delle sue ricchezze spirituali, che sono durevoli; Aveva ricchezze in cielo, dove i ladri non possono sfondare e rubare, una sostanza migliore e più duratura, un'eredità incorruttibile, riservata nei cieli La sua condotta in tutto ciò segue

20 Versetto 20. Allora Giobbe si alzò,

O da tavola, essendo a cena, come alcuni pensano, in casa sua; Era il momento in cui i suoi figli banchettavano nella casa del fratello maggiore; o dall'attività in cui era impiegato, che ha smesso alla notizia di questa notizia; o dal suo seggio, o dalla sedia di Stato in cui sedeva; o piuttosto la frase significa solo che egli, con forza di corpo e rigore di mente, che non andavano perduti, come spesso accade in tali casi, si occupava delle seguenti cose con grande compostezza e calma. Si osserva infatti generalmente che c'è un'enfasi da porre sulla parola "allora", che può essere resa altrettanto bene "e", come se Giobbe sedesse e ascoltasse molto tranquillamente, senza alcun turbamento della mente, la perdita della sua sostanza; ma quando gli fu portata la notizia della morte dei suoi figli, "allora" si alzò, come se fosse molto commosso e angosciato; ma bisogna osservare fino ad ora che non c'era sosta o interruzione nei messaggeri, ma prima che uno avesse finito di parlare, un altro venne e cominciò a raccontare la sua storia, e così non c'era l'opportunità, né l'occasione, di alzarsi e fare ciò che segue; e che fece, non per la violenza della sua passione, o per eccesso di dolore, ma come cose comuni e ordinarie, che si usavano fare in quel paese per la perdita dei parenti, e in segno di lutto per loro:

e gli strappò il mantello; o "mantello", come il signor Broughton; ma se questo fosse un indumento esteriore, come sembra essere ciascuno di questi, se lo stesso del nostro, o uno interno, come alcuni pensano, non è molto importante saperlo; entrambi furono strappati da Esdra in un'occasione luttuosa, Esdra 9:3, ed era consuetudine strappare le vesti per i parenti defunti, o quando si pensava che lo fossero, vedi Genesi 37:29,34, sebbene alcuni pensino che ciò fosse a causa dei pensieri blasfemi che il diavolo ora suggeriva nella sua mente, essendo sollecito di ottenere il suo punto di vista, e di operare su di lui per maledire Dio; al che si stracciò la veste per mostrare il suo risentimento e la sua indignazione al solo pensiero, come i Giudei usavano stracciarsi le vesti all'udire della bestemmia; Ma il primo senso è il migliore:

e si rasò la barba; o lui stesso, o il suo servo per suo ordine; e che veniva fatto tra le nazioni orientali in segno di lutto, vedi Isaia 15:2 Geremia 16:6 48:37 e tra i Greci, come appare da Omero; né questo era contrario alla legge in Deuteronomio 14:1, dove un'altra calvizie, non della testa, ma tra gli occhi, è proibita per i morti; inoltre questo era prima che quella legge fosse in vigore, e, se lo fosse stato, Giobbe non ne sarebbe stato vincolato, non essendo della nazione israelita: alcuni, come Jarchi, Aben Esdra e altri scrittori ebrei, interpretano questo come il suo strappare o strappare i capelli del suo capo; ma questo non concorda né con il senso della parola qui usata, che ha il significato di tosare o falciare, piuttosto che di strappare o spennare, né con la fermezza e la compostezza dell'animo di Giobbe, che non tradiva alcuna effeminatezza o debolezza; e sebbene mostrasse un affetto naturale per la perdita delle sue sostanze e dei suoi figli come uomo, e non mostrasse un'apatia stoica e una brutale insensibilità, tuttavia non dava sfogo straordinario alla sua passione: si comportava sia come un uomo che come un uomo religioso; pianse i suoi morti, ma non eccessivamente; non si rattristò come coloro che non hanno speranza, e usò i segni comuni di essa, e i riti che vi si associavano; il che dimostra che il lutto per i parenti defunti, se fatto con moderazione, non è illecito, né conforme ai riti e alle usanze di un paese, in tali casi, purché non siano peccaminosi in se stessi, né contrari alla volontà rivelata e dichiarata di Dio:

e cadde a terra; nella venerazione di Dio, della sua santità e giustizia, e come sensibile della sua terribile mano su di lui, e come umiliato sotto di essa, e pazientemente sottomesso ad essa; non si alzò e maledisse Dio in faccia, come Satana aveva detto che avrebbe fatto, ma cadde con la faccia a terra; non maledisse il suo Re e il suo Dio, non guardò in alto, vedi Isaia 8:21 ma si prostrò a terra con grande umiltà davanti a lui; Inoltre, questo può essere considerato come un gesto di preghiera, poiché segue:

e adorato; cioè, Dio, per chi altri dovrebbe adorare? Lo adorò interiormente nell'esercizio della fede, della speranza, dell'amore, dell'umiltà, della pazienza, ecc. E lo adorò esteriormente lodandolo e pregandolo, esprimendosi come nel versetto successivo: Le afflizioni, quando sono santificati, gli umili uomini buoni li fanno giacere bassi nella polvere e li avvicinano a Dio, al trono della sua grazia, e invece di accusare la sua provvidenza e trovare da ridire sui suoi rapporti, adorano la sua maestà e celebrano le sue perfezioni

21 Versetto 21. E disse: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre,

O letteralmente, dove fu concepito e deposto, e da dove venne al mondo, anche se in seguito vorrebbe non averlo mai avuto, o di essere morto appena lo fece, Giobbe 3:10-12, e quindi è espressivo della sua nascita, e delle circostanze di essa; o figurativamente, la sua madre terra, da cui venne il primo uomo, e quindi tutta la sua posterità con lui, essendo come lui della terra, terrestre, vedi Ecclesiaste 12:7, il cui senso è menzionato da Jarchi e Aben Esdra; Ma il primo senso sembra il migliore: la nudità a cui si fa riferimento non è della mente o dell'anima, essendo priva di giustizia e santità, con la quale la seguente clausola non sarà affatto d'accordo, ma nudità del corpo; e quindi appena nasce un bambino, una delle prime cose che gli si fanno è avvolgerlo in abiti forniti per lui, vedi Ezechiele 16:4; Luca 2:7 e anche un essere senza le cose di questa vita; le parole dell'apostolo sono un commento appropriato su di esse, e le spiegano, e forse queste sono citate da lui: "non abbiamo portato nulla in questo mondo", 1Timoteo 6:7, questo mostra la necessità della cura precoce della Provvidenza su di noi, e quale ragione abbiamo per essere grati per le misericordie sconosciute al momento della nascita, e nello stato dell'infanzia, Salmi 22:9; 71:6 e quali obblighi hanno i figli verso i genitori, e quali benefici ricevono da loro al loro primo ingresso nel mondo, e che dovrebbero religiosamente ricambiare quando attraverso la vecchiaia hanno bisogno del loro aiuto, 1Timoteo 5:4, e questo può anche servire a ridurre l'orgoglio dell'uomo, che non avrà motivo di vantarsi delle sue ricchezze, né dei suoi bei vestiti, quando considererà la sua nudità originale; e più specialmente l'uso che se ne può fare, e che sembra essere l'uso che ne fece Giobbe, per rendere la mente tranquilla sotto le maggiori perdite. Giobbe riteneva di non aver portato con sé le sue sostanze, i suoi servi e i suoi figli; e ora gli erano stati tolti, era solo com'era quando venne al mondo, e non era affatto peggio; Sapeva come essere umiliato e abbondare, e in entrambi era contento:

e nudo vi ritornerò; non nel grembo di sua madre in senso letterale, il che era impossibile, Giovanni 3:4, ma alla terra, e alla sua polvere, Genesi 3:19 Ecclesiaste 12:7, indicandola con il dito, sul quale ora giaceva; intendendo che egli dovrebbe andare nel luogo stabilito per lui, la tomba, la casa di tutti i viventi, Giobbe 30:23, e così dice qui il Targum,

"alla casa della tomba,"

dove avrebbe giaciuto invisibile, come nel grembo di sua madre, fino al mattino della risurrezione; il che sarebbe una specie di sua rigenerazione, quando dovesse essere liberato da lì, e godere di uno stato di felicità e gloria: dovrebbe scendere nella tomba nudo come è nato, rispettando non tanto la nudità del suo corpo, quanto essendo spogliato di tutti i piaceri mondani, vedi Ecclesiaste 5:15 e dice questo nella sua attuale visione delle cose; una volta pensò che sarebbe dovuto morire nel suo nido, Giobbe 29:18, in mezzo a tutta la sua prosperità, e lasciò una grande sostanza ai suoi figli; ma ora tutto era stato portato via, e per il momento non aveva speranza o aspettativa di una restaurazione, come poi avvenne; ma mentre ora era nudo e nudo di tutto, si aspettava che continuasse e morisse così: o questo è detto rispetto al caso comune degli uomini, che è certo non possono portare con sé nulla fuori dal mondo, né ricchezze né onore, ma devono lasciare tutto dietro di loro, 1Timoteo 6:7; Salmi 49:16,17 che può servire a sciogliere le menti degli uomini dalle cose mondane, di non posare su di loro gli occhi e il cuore, né di riporre in loro la loro fiducia; e gli uomini buoni possono separarsi da loro, specialmente alla morte con piacere, poiché non ne avranno più uso, e avranno al loro posto una sostanza migliore e più duratura:

l'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; tutti i piaceri esteriori, tutte le cose buone di questo mondo, sono del Signore e a sua disposizione; la terra e la sua pienezza; regni, nazioni, paesi, case e terre, bestie selvatiche e bestiame su mille colli; l'oro e l'argento e tutte le ricchezze della terra, e questi sono i doni della sua provvidenza ai figli degli uomini; né hanno altro che in modo di dare e ricevere; e anche ciò di cui godono, attraverso la diligenza e l'operosità, è dovuto alla benedizione di Dio; e chi non dà in modo tale da perdere la sua proprietà in ciò che gli è dato; Questo egli conserva ancora, questi sono talenti che mette nelle mani degli uomini perché li usino per se stessi e per gli altri, e di cui essi devono conto a lui; ed essi non sono che intendenti, con i quali egli farà i conti d'ora in poi, e quindi ha il diritto di togliere quando vuole; e l'uno e l'altro Giobbe attribuisce a Dio non solo il dare, ma anche il togliere: non attribuisce le sue perdite a cause seconde, ai Sabei e ai Caldei, al fuoco dal cielo e al vento dal deserto, ma a Dio, la cui volontà sovrana e la cui mano dominante erano in tutti; questi non erano che gli strumenti di Satana, ed egli non aveva alcun potere se non quello che gli era stato dato da Dio; e perciò al consiglio della sua volontà, che l'ha subita, Giobbe la rimanda, e per questo si siede soddisfatta e tranquilla. Tutto questo si deve intendere solo per le cose temporali; poiché delle cose spirituali non si può dire che Dio dia e toglie; tali doni sono senza pentimento, e sono irreversibili, Romani 11:29, il Targum è,

"la parola dell'Eterno ha dato, e la parola dell'Eterno e la casa del suo giudizio l'hanno tolta";

le versioni dei Settanta e della Vulgata latina aggiungono:

"come è piaciuto al Signore, così è avvenuto":

sia benedetto il nome del Signore; per tutte le sue benedizioni e misericordie; per tutti i doni della natura e della provvidenza che gli erano stati concessi, che non potevano essere rivendicati e di cui egli sapeva di essere indegno; e per la loro permanenza così a lungo con bontà e misericordia lo aveva seguito tutti i giorni della sua vita fino a quel momento, e tuttavia aveva misericordie per cui benedire Dio; sua moglie era ancora con lui, gli era rimasta qualche servitù, la sua stessa vita era stata risparmiata; Continuava ancora in salute fisica, e quindi poteva cantare la misericordia così come il giudizio; né c'è alcuno stato sulla terra in cui un uomo possa stare, ma c'è qualcosa per cui benedire Dio; pertanto l'esortazione dell'apostolo sarà sempre valida: "In ogni cosa rendete grazie":1 Tessalonicesi 5:18; inoltre il nome, la natura, le perfezioni di Dio sono sempre le stesse, e quindi sempre da celebrare, e la benedizione, l'onore e la gloria, devono essere attribuiti a lui continuamente, in ogni stato e condizione di vita; per cui la versione araba aggiunge: "d'ora in poi e per sempre"; che concorda con Salmi 72:19 ; e così Giobbe, invece di maledire Dio, lo benedice, e dimostra che il diavolo è un bugiardo, come lo fu fin dal principio; e mostra la sua superiorità su di lui attraverso la potenza della grazia divina; Questo maligno non poteva toccarlo, fu sopraffatto da lui, e i suoi disegni sconfitti

22 Versetto 22. In tutto questo Giobbe non peccò,

Non che fosse senza peccato, ne era cosciente a se stesso, e lo possiede, Giobbe 9:20,30,31 ; ma in tutte le cose di cui sopra ha fatto o detto di non aver peccato; non nel stracciarsi le vesti, nel radersi il capo e nello sdraiarsi prostrato per terra, cosa che si faceva secondo gli usi comuni in tali casi, e non per eccesso di passione; né in nulla che gli uscisse dalle labbra, che mal si addiceva al carattere che aveva come uomo religioso; e sebbene potesse essere colpevole di alcune mancanze e imperfezioni, come lo sono i migliori degli uomini, anche nel fare la migliore delle cose, tuttavia non peccò perché il diavolo avesse detto che avrebbe peccato, cioè maledetto Dio in faccia; Non c'era nulla di tutto questo, né di simile, ma il contrario in tutto ciò che diceva e faceva:

né accusò Dio stoltamente, o "non gli diede stoltezza"; non gliela attribuì, non accusò la sua sapienza, né lo accusò di stoltezza; anche se ci potevano essere alcune cose di cui non poteva spiegarsi, o vedere nelle ragioni di esse, sapeva che il Signore poteva farlo; considerava di essere un Dio di conoscenza, l'unico e tutto saggio Dio, e fece tutte le cose secondo il consiglio della sua volontà, e per rispondere ai fini e ai propositi migliori, e perciò sottomise tutto alla sua sapienza; né egli stesso parlò stoltamente di lui, accusando la sua giustizia e santità, come se gli avesse fatto torto; egli sapeva che non c'era ingiustizia in Dio, né in nessuna delle sue vie e opere, e che aveva il diritto di fare ciò che voleva con i suoi, di darlo e di toglierlo a suo piacimento: non diceva nulla di "sgradevole", come significa la parola; nulla di contrario alla retta ragione e alla vera religione; nulla di inadatto a, o disdicevole a lui come uomo, come uomo religioso, in relazione a Dio, suo servo e uno che lo temeva. La versione araba è: "né Dio bestemmiato"; e il Targum,

"né pose ordine in parole di bestemmia davanti a Dio";

non maledisse Dio, come Satana aveva detto che avrebbe fatto, né nel cuore né nel pensiero, né nelle parole; questa è una testimonianza di lui data dal Signore stesso, che scruta i cuori, e che solo poteva dare una tale testimonianza di lui; e che, come osserva Cocceio, è una prova dell'autorità divina di questo libro

Commentario del Pulpito:

Giobbe 1

1 

PULPIT COMMENTARY

VERSIONE ITALIANA DEL COMMENTO AL LIBRO DI GIOBBE

TESTO TRADOTTO DA

ANTONIO CONSORTE

INTRODUZIONE

§1. ANALISI DEL LIBRO

IL LIBRO di Giobbe è un'opera che si divide manifestamente in sezioni. Questi possono essere fatti più o meno, a seconda della misura in cui viene svolto il lavoro di analisi. Il lettore meno critico non può non riconoscere tre divisioni:

I Un prologo storico, o introduzione;

II Un corpo principale di discorsi morali e religiosi, principalmente in forma di dialogo;

III Una conclusione storica, o epilogo

La Parte I e la Parte III di questa divisione, essendo relativamente brevi e concise, non si prestano molto facilmente a nessuna suddivisione; Ma la Parte II, che costituisce l'elemento principale del trattato, e si estende dall'inizio diGiobbe 3 alla versione 6 diGiobbe 42), si divide naturalmente in diverse parti molto distinte. Per prima cosa c'è un lungo dialogo tra Giobbe e tre dei suoi amici -- Elifaz, Bildad e Zofar -- che va daGiobbe 3:1 alla fine diGiobbe 31), dove una linea segnata è tracciata dall'inserimento della frase: "Le parole di Giobbe sono finite". Segue un'arringa di un nuovo oratore, Elihu, che occupa sei capitoliGiobbe 32-37). Segue un discorso attribuito a Geova stesso, che occupa quattro capitoliGiobbe 38-41); e dopo questo c'è un breve discorso di Giobbe,Giobbe 42:1-6 che si estende a meno di mezzo capitolo. Inoltre, il lungo dialogo Tra Giobbe e i suoi tre amici si risolve in tre sezioni: un primo dialogo, a cui prendono parte tutti e quattro gli oratori, che va daGiobbe 3:1 alla fine diGiobbe 14); un secondo dialogo, in cui sono coinvolti anche in questo caso tutti gli oratori, che si estende daGiobbe 15:1 alla fine diGiobbe 21); e un terzo dialogo, a cui prendono parte Giobbe, Elifaz e Bildad, che va daGiobbe 22:1 alla fine diGiobbe 31). Lo schema del libro può quindi essere esposto come segue:

I Sezione storica introduttiva.Giobbe 1, 2

II Discorsi morali e religiosi.Giobbe 3-42:6

1. Discorsi tra Giobbe e i suoi tre amici.Giobbe 3-31

a. Primo dialogo.Giobbe 3-14

b. Secondo dialogo.Giobbe 15-21

c. Terzo dialogo.Giobbe 22-31

2. Arringa di Elihu.Giobbe 32-37

3. Discorso di Geova.Giobbe 38-41

4. Breve discorso di Giobbe.Giobbe 42:1-6

III Sezione storica conclusiva.Giobbe 42:7-16

1. La "Sezione introduttiva" spiega le circostanze in cui si sono svolti i dialoghi. La persona di Giobbe è, prima di tutto, posta davanti a noi. Egli è un capo tribù della terra di Uz, di grande ricchezza e di alto rango, "il più grande di tutti i Beney Kedem, o uomini dell'Est".Giobbe 1:3 Egli ha una famiglia numerosa e fiorente,Giobbe 1:2,4,5 e gode nella vita avanzata di un tale grado di felicità terrena che è accordato a pochi. Allo stesso tempo, è noto per la sua pietà e buona condotta. L'autore della sezione dichiara che egli era "perfetto e retto, uno che temeva Dio e fuggiva il male"Giobbe 1:1 - , e più tardi adduce la testimonianza divina allo stesso modo: "Hai considerato il mio servo Giobbe, che non c'è nessuno come lui sulla terra, un uomo perfetto e retto, uno che teme Dio, e eschcweth il male?". Giobbe vive in questo stato prospero e felice, rispettato e amato, con la sua famiglia intorno a lui, e una schiera di servi e servitori che provvedono continuamente ai suoi bisogni, quando nei cortili del cielo si verifica una scena che pone fine a questa felice condizione di cose, e riduce il patriarca all'estrema miseria. Satana, l'accusatore dei fratelli, appare davanti al trono di Dio insieme alla benedetta compagnia degli angeli e, richiamata la sua attenzione su Giobbe dall'Onnipotente, risponde con scherno: "Giobbe teme forse Dio per nulla?" e poi sostiene il suo sarcasmo con l'audace affermazione: "Stendi ora il tuo laccio e tocca tutto ciò che possiede, " cioè ritira le sue benedizioni, "ed egli ti maledirà in faccia".Giobbe 1:9-11 La questione è quindi sollevata rispetto alla sincerità di Giobbe, e, a parità di ragionamento, rispetto alla sincerità di tutti gli altri uomini apparentemente religiosi e timorati di Dio: esiste una cosa come la vera pietà? La sua comparsa nel mondo non è forse una mera forma di egoismo? I cosiddetti "uomini perfetti e retti" non sono forse semplici egoisti, come gli altri, solo egoisti che aggiungono agli altri vizi l'odioso dell'ipocrisia? La questione è di altissimo interesse morale, e, per risolverla, o per aiutare a risolverla, Dio permette che si faccia la prova nella persona di Giobbe. Egli permette all'accusatore di spogliare Giobbe della sua prosperità terrena, di privarlo dei suoi beni, di distruggere la sua numerosa progenie e infine di infliggergli una malattia ripugnante, dolorosa e terribile, dalla quale, umanamente parlando, non c'era speranza di guarigione. Sotto questo accumulo di mali, la fede della moglie di Giobbe cede completamente, e rimprovera al marito la sua pazienza e la sua mansuetudine, suggerendogli di fare esattamente ciò che Satana aveva dichiarato che avrebbe fatto: "maledire Dio e morire".Giobbe 2:9 Ma Giobbe rimane fermo e impassibile. Alla perdita dei suoi beni non dice una parola; quando sente parlare della distruzione dei suoi figli, mostra i segni del dolore naturale,Giobbe 1:20 ma pronuncia solo il sublime discorso: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò: il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il Nome del Signore"; Quando è colpito dalla sua terribile malattia, si sottomette senza un mormorio; quando sua moglie le offre un consiglio stolto e malvagio, egli lo respinge con l'osservazione: "Tu parli come parla una delle donne stolte. Che cosa? Accetteremo il bene dalla mano di Dio e non accetteremo il male?" "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra",Giobbe 2:10 né "diede stoltezza a Dio". Qui la narrazione avrebbe potuto finire, Satana sarebbe stato sconcertato, il carattere di Giobbe vendicato, e l'esistenza reale della pietà vera e disinteressata sarebbe stata irrimediabilmente manifestata e provata. Ma sopravvenne un nuovo incidente, che diede origine alle discussioni di cui il libro si occupa principalmente, e in cui l'autore, o gli autori, chiunque essi fossero, erano, è evidente, principalmente ansiosi di interessare i lettori. Tre amici di Giobbe, sentendo le sue disgrazie, vennero a fargli visita da una certa distanza, per condogliarlo per le sue sofferenze e, se possibile, per confortarlo. Dopo uno scoppio di dolore incontenibile nel vedere il suo miserabile stato, si sedettero con lui in silenzio per terra, "sette giorni e sette notti", senza rivolgergli una parola. Poi alla fine ruppe il silenzio, e la discussione cominciò

2. La discussione si aprì con un discorso di Giobbe, in cui, non potendo più controllarsi, maledisse il giorno che lo aveva dato alla luce, e la notte del suo concepimento, si lamentava di non essere morto nella sua infanzia ed esprimeva il desiderio di scendere subito nella tomba, come se non avesse più speranza sulla terra. Elifaz, allora, probabilmente il più anziano dei "consolatori" dell'agonia, prese la parola, rimproverando Giobbe per la sua mancanza di fortezza, e suggerendo subitoGiobbe 4:7-11 -- quello che diventa uno dei principali punti di controversia -- che le calamità di Giobbe sono venute su di lui dalla mano di Dio come punizione per i peccati che ha commesso, e di cui non si è pentito. Da questo punto di vista lo esorta naturalmente a pentirsi, a confessarsi e a volgersi a Dio, promettendogli in tal caso un rinnovamento di tutta la sua precedente prosperità. Giobbe risponde - Giobbe 6 e 7), e poi a loro volta gli altri due "consolatori" si rivolgono a luiGiobbe 8 e 11), riecheggiando principalmente gli argomenti di Elifaz, mentre Giobbe risponde separatamente inGiobbe 9, 10 e 12-14. Mentre la discussione continua, i litiganti si scaldano. Bildad è più duro e schietto di Elifaz; Zofar, più rozzo e rozzo di Bildad; mentre Giobbe, da parte sua, esasperato dall'ingiustizia e dalla mancanza di simpatia dei suoi amici, diventa appassionato e temerario, pronunciando parole che è costretto a riconoscere come avventate, e ribattendo sui suoi avversari il loro stesso linguaggio scortese.Giobbe 13:4 L'argomento fa pochi progressi. Gli "amici" sostengono la colpa di Giobbe. Giobbe, pur ammettendo di non essere esente dalla fragilità umana, riconoscendo "le iniquità della sua giovinezza"Giobbe 13:26 e permettendo frequenti peccati di infermità,Giobbe 7:20,21 10:14 13:23 14:16,17 insiste sul fatto che "non è malvagio";Giobbe 10:7 che non si è allontanato da Dio, che, se la sua causa è ascoltata, è certo di essere giustificato.Giobbe 13:8 Agli "amici" questa insistenza sembra quasi blasfema, ed essi hanno una visione sempre peggiore della sua condizione morale, convincendosi che egli si è segretamente reso colpevole di qualche peccato imperdonabile, ed è indurito nella colpa, e irrecuperabile. Il fatto delle sue sofferenze, e la loro intensità, è per loro la prova positiva che egli giace sotto l'ira di Dio, e quindi deve averlo provocato con qualche peccato atroce. Giobbe, nel confutare le loro argomentazioni, si lascia trascinare in affermazioni riguardo all'indifferenza di Dio verso il bene e il male moraleGiobbe 9:22-24,12:6 che sono, a dir poco, incaute e presuntuose, mentre si avvicina anche a tassare Dio con l'ingiustizia verso se stesso.Giobbe 3:20-26; 7:12-21; 9:30-35 - , ss. Allo stesso tempo, egli non rinuncia in alcun modo a Dio e non cessa di confidare in Lui. Egli è fiducioso che in un modo o nell'altro e in un momento o nell'altro, la sua innocenza sarà rivendicata e la giustizia di Dio manifestata. Nel frattempo si aggrappa a Dio, si rivolge a Lui quando le parole dei suoi amici sono troppo crudeli, lo prega continuamente, cerca in Lui la salvezza, proclama che, "anche se lo uccide, confida in Lui".Giobbe 13:15 Infine, esprime un presentimento che, dopo la morte, quando sarà nella tomba, Dio troverà un modo per rendergli giustizia, "si ricorderà di lui",Giobbe 14:13 e gli darà un "rinnovamento".Giobbe 14:14

3. Un secondo dialogo inizia con l'inizio diGiobbe 15 e si estende fino alla fine diGiobbe 21). Di nuovo Elifaz prende la parola, e, dopo aver rimproverato Giobbe per presunzione, empietà e arroganza,Giobbe 15:1-16 in un tono molto più severo di quello che aveva usato in precedenza, riprende l'argomento, e si sforza di dimostrare, con l'autorità dei saggi dell'antichità, che la malvagità è sempre punita in questa vita con la massima severità (Versetti. 17-35). Bildad segue, inGiobbe 18), con una serie di denunce e minacce, apparentemente assumendo la colpevolezza di Giobbe come provata, e sostenendo che le calamità che si sono abbattute su di lui sono esattamente ciò che avrebbe dovuto aspettarsi (Versetti. 5-21). Zofar, inGiobbe 20), continua la stessa tensione, attribuendo le calamità di Giobbe a peccati speciali, che suppone abbia commesso (versetti 5-19), e minacciandolo di mali più lontani e peggiori (versetti 20-29). Giobbe risponde a ciascuno degli amici separatamenteGiobbe 16,17,19 e 21), ma all'inizio si degna a malapena di cimentarsi con i loro argomenti, che gli sembrano "parole di vento".Giobbe 16:3 Invece, si rivolge a Dio, descrive le sue sofferenze (Versetti. 6-16), sostiene la sua innocenza (Versetti. 17) e si appella alla terra e al cielo perché si dichiarino dalla sua parte (Versetti. 18, 19), e a Dio stesso perché sia il suo Testimone (Versetti. 19). "La linea di pensiero così suggerita lo porta", come osserva il canonico Cook, "molto più avanti sulla via verso la grande verità: che, poiché in questa vita i giusti non sono certamente salvati dal male, ne consegue che le loro vie sono osservate e le loro sofferenze registrate, in vista di una futura e perfetta manifestazione della giustizia divina. Questa visione diventa gradualmente più luminosa e più definita man mano che la controversia procede, e alla fine trova espressione in una dichiarazione forte e chiara della sua convinzione che nell'ultimo giorno (evidentemente il giorno in cui Giobbe aveva espresso un desiderio perGiobbe 14:12-14 Dio si manifesterà personalmente, e che lui, Giobbe, lo vedrà allora nel suo corpo, con i propri occhi, e nonostante la distruzione della sua pelle, cioè dell'uomo esteriore, conservando o recuperando la sua identità personale. Non c'è dubbio che Giobbe quiGiobbe 19:25-27 praticamente anticipa la risposta finale a tutte le difficoltà fornite dalla rivelazione cristiana". D'altra parte, provocato da Zofar, Giobbe conclude il secondo dialogo con una visione molto sbagliata e troppo colorita della felicità dei malvagi in questa vita, e sostiene che la distribuzione del bene e del male nel mondo attuale non procede su alcun principio scopribile.Giobbe 21:7-33

4. Il terzo dialogo, che inizia conGiobbe 22 e termina alla fine diGiobbe 31), è limitato a tre interlocutori: Giobbe, Elifaz e Bildad, e Zofar non vi prende parte, almeno così com'è attualmente il testo. Comprende solo quattro discorsi: uno di ElifazGiobbe 22), uno di BildadGiobbe 25 e due di GiobbeGiobbe 23, 24 eGiobbe 26-31). Il discorso di Elifaz è un'elaborazione dei due punti su cui egli aveva insistito principalmente per tutto il tempo: l'estrema malvagità di GiobbeGiobbe 25:5-20 e la prontezza di Dio a perdonarlo e ristabilirlo se si umilierà nella polvere, si pentirà delle sue azioni malvagie e si volgerà a Dio in sincerità e veritàGiobbe 25:21-30). Il discorso di Bildad consiste in alcune brevi riflessioni sulla maestà di Dio, sulla debolezza e la peccaminosità dell'uomo. Giobbe, nella sua risposta a Elifaz,Giobbe 23, 24 ripete in gran parte le sue precedenti affermazioni, rafforzandole, tuttavia, con nuovi argomenti. "La sua innocenza, il suo desiderio di giudizio, la miseria degli oppressi e il trionfo degli oppressori, vengono successivamente portati avanti". Nel suo secondo discorsoGiobbe 26-31 fa un'indagine più ampia e completa. Dopo aver spazzato via le osservazioni irrilevanti di Bildad,Giobbe 26:1-4 procede a pronunciare con tutta solennità la sua "ultima parola"Giobbe 31:40 sull'intera controversia. Prima di tutto, egli riconosce pienamente "la grandezza, la potenza e l'imperscrutabilità di Dio. Poi si rivolge ancora una volta alla questione del modo in cui Dio tratta i malvagi in questa vita, e, ritrattando le sue precedenti affermazioni sull'argomento, ammette che, come regola generale, la giustizia retributiva li raggiunge.Giobbe 27:11-23 Poi, egli mostra che, per quanto grande sia l'intelligenza e l'ingegnosità dell'uomo rispetto alle cose terrene e ai fenomeni fisici, per quanto riguarda le cose celesti e il mondo spirituale egli non conosce quasi nulla. Dio è imperscrutabile per lui, e il suo approccio più vicino alla saggezza è, attraverso il timore del Signore, dirigere rettamente la sua condottaGiobbe 28). Infine, egli volge lo sguardo su se stesso, e in tre toccanti capitoli descrive la sua condizione felice nella sua vita precedente prima che arrivassero i suoi guaiGiobbe 29), lo stato miserabile in cui da allora è stato ridottoGiobbe 29), e il suo carattere e condizione morale, come mostrato dal modo in cui si è comportato in tutte le varie circostanze e relazioni dell'esistenza umanaGiobbe 31). Quest'ultima rassegna equivale a una completa rivendicazione del suo carattere da tutte le calunnie e le insinuazioni dei suoi avversari

5. Un nuovo altoparlante appare ora sulla scena. Elihu, un uomo relativamente giovane, che è stato presente a tutti i colloqui e ha ascoltato tutti gli argomenti, insoddisfatto sia dei discorsi di Giobbe che delle risposte date ad essi dai suoi "consolatori",Giobbe 32:2,3 si interpone con una lunga arringa,Giobbe 32:6-37 rivolta in parte ai "consolatori",Giobbe 32:6-22 ma principalmente a Giobbe stesso,Giobbe 33,35-37 e avendo per oggetto di confondere i "consolatori", di rimproverare Giobbe e di rivendicare le vie di Dio dalle false dichiarazioni di entrambe le parti in causa. Il discorso è quello di un giovane un po' arrogante e presuntuoso. Esagera i difetti di carattere e di linguaggio di Giobbe, e di conseguenza lo biasima indebitamente; ma aggiunge un elemento importante alla controversia con la sua insistenza sull'idea che le calamità sono inviate da Dio, per la maggior parte, come castighi, non come punizioni, nell'amore, non nell'ira, e hanno come scopo principale quello di avvertire, insegnare e trattenere dal corso del male, non di vendicarsi dei peccati passati. C'è molto di edificante e istruttivo negli argomenti e nelle riflessioni di Elihu;Giobbe 33:14-30, 34:5-11, 36:7-16, 37:2-13 - , ss. ma il tono del discorso è aspro, irrispettoso e presuntuoso, così che non ci sorprendiamo che Giobbe non si degni di rispondere, ma vi si risponda con un silenzio sprezzante

6. All'improvviso, anche se non senza alcuni avvertimenti preliminari,Giobbe 36:32,33 37:1-5 nel mezzo di una tempesta di tuoni, lampi e pioggia, Dio stesso prende la parolaGiobbe 38), e fa un discorso che occupa, con una breve interruzione,Giobbe 40:3-5 quattro capitoliGiobbe 38-41). Lo scopo del discorso non è, tuttavia, quello di risolvere le varie questioni sollevate nel corso della controversia, ma di portare Giobbe a vedere e riconoscere che è stato avventato con la sua lingua, e che, mettendo in dubbio la perfetta rettitudine del governo divino del mondo, si è trincerato su un terreno in cui è incompetente a formare un giudizio. Questo viene fatto con "un'indagine meravigliosamente bella e completa della gloria della creazione", e specialmente della creazione animale, con la sua meravigliosa varietà di istinti. Giobbe è sfidato a dichiarare come le cose sono state originariamente fatte, come sono ordinate e mantenute, come le stelle sono mantenute nel loro corso, come sono prodotti i vari fenomeni della natura, come la creazione animale è sostenuta e provveduta. Fa una mezza sottomissione;Giobbe 40:3-5 e poi gli vengono poste altre due domande: Assumerà egli il governo dell'umanità per un certo spazio? Può egli controllare e tenere in ordine due delle molte creature di Dio, il colosso e il leviatano, l'ippopotamo e il coccodrillo? Se no, su quali basi egli presume di mettere in discussione l'effettivo governo di Dio sul mondo, che nessuno ha il diritto di mettere in discussione se non è competente a prendere lui stesso il governo?

7. Brevemente, ma senza riserve, inGiobbe 42:1-6 Giobbe fa la sua sottomissione finale, tie ha "parlato sconsideratamente con le sue labbra", ha "pronunciato ciò che non comprendeva" (Versetto 3). La conoscenza che aveva affermato di avere è "troppo meravigliosa per lui"; perciò egli "aborre se stesso e si pente nella polvere e nella cenere" (Versetto 6)

8. Terminato così l'intero dialogo, segue una breve sezione storica,Giobbe 42:7-16 e termina il libro. Dio, ci viene detto, dopo aver rimproverato l'arroganza delle parole di Giobbe, e averlo ridotto in uno stato di assoluta sottomissione e rassegnazione, si rivoltò contro i "consolatori", condannandoli come molto più colpevoli di Giobbe, poiché essi "non avevano detto di lui ciò che era giusto, come aveva fatto il suo servo Giobbe" (Versetti. 7, 8). La teoria con la quale avevano pensato di mantenere la perfetta giustizia di Dio era infondata, falsa. Era contraddetta dai fatti dell'esperienza umana: sostenerla, nonostante questa contraddizione, non significava onorare Dio, ma disonoravarlo. I tre "consolatori" erano quindi tenuti a offrire per se stessi, a titolo di espiazione, un olocausto; e fu fatta loro la promessa che, se Giobbe avesse interceduto in loro favore, sarebbero stati accettati (versetto 8). Il sacrificio fu offerto e, dopo che fu fatta l'intercessione di Giobbe, Geova "rivolse la sua cattività", o, in altre parole, gli restituì tutto ciò che aveva perduto, e anche di più. Recuperò la salute. La sua ricchezza fu ripristinata al doppio di quella precedente (Versetto 12 confrontaGiobbe 1:3); i suoi amici e parenti si affollarono intorno a lui e aumentarono la sua riserva (Versetto 11); fu ancora una volta benedetto con dei figli, ed ebbe lo stesso numero di prima, cioè "sette figli e tre figlie" (Versetto 13); e le sue figlie erano donne di incomparabile bellezza (Versetto 15). Egli stesso visse, dopo la sua restaurazione, centoquarant'anni, e "vide i suoi figli, e i figli dei suoi figli, sì, quattro generazioni". Alla fine egli scomparve dalla terra, "essendo vecchio e sazio di giorni" (versetto 17)

§2. INTEGRITÀ DEL LIBRO

Quattro obiezioni principali sono state sollevate contro l'"integrità" del Libro di Giobbe. È stato sostenuto che la differenza di stile tra le due sezioni storicheGiobbe 1,2 eGiobbe 42:6-17 e il resto dell'opera è così grande da rendere impossibile, o, in ogni caso, altamente improbabile, che provengano dallo stesso autore. Non solo c'è la differenza radicale che esiste tra la prosa ebraica e la poesia ebraica, ma la prosa delle sezioni storiche è del tipo più semplice e meno ornato, mentre la poesia del corpo del libro è molto elaborata, estremamente ornata e in alcuni punti troppo retorica -- Le sezioni storiche, inoltre, sono scritte in ebraico puro, mentre il corpo dell'opera presenta molte forme ed espressioni caratteristiche dei Caldei. Geova è il nome ordinario di Dio nelle sezioni storiche, dove ricorre ventisei volte; si trova solo una volta nel resto del trattato. D'altra parte, Shaddai, "l'Onnipotente", che è usato per designare Dio trenta volte nel corpo dell'opera, non ricorre affatto nelle sezioni iniziali e conclusive. Ma, nonostante queste diversità, è opinione attuale dei migliori critici, sia inglesi che continentali, che non ci siano ragioni sufficienti per assegnare le due parti dell'opera ad autori diversi. Le "parole prosaiche" della sezione iniziale e conclusiva, dice Ewald, "si armonizzano completamente con l'antica poesia nell'argomento e nei pensieri, nel colorito e nell'arte, anche nel linguaggio, nella misura in cui la prosa può essere simile alla poesia". "Il Libro di Giobbe è ora considerato", dice il signor Froude, "come un autentico originale ebraico, completato dal suo scrittore quasi nella forma in cui ora ci rimane. Le domande sull'autenticità del prologo e dell'epilogo, che un tempo erano ritenute importanti, hanno ceduto il passo a una concezione più solida dell'unità drammatica dell'intero poema". I migliori critici", osserva il canonico Cook, "ora riconoscono che lo stile delle parti storiche è altrettanto antico nella sua severa grandezza quanto quello del Pentateuco stesso -- con il quale ha una sorprendente somiglianza -- o come qualsiasi altra parte di questo libro, mentre è sorprendentemente diverso dallo stile narrativo di tutte le produzioni successive degli Ebrei.... Attualmente, infatti, è generalmente riconosciuto che l'intera opera sarebbe incomprensibile senza queste parti

Una parte diGiobbe 27), che si estende dal versetto 11 alla fine, è considerata da alcuni come un trasferimento a Giobbe di quello che in origine era un discorso di Zofar oppure come un'interpolazione assoluta. Il fondamento di questa visione è la difficoltà causata dal contrasto tra i sentimenti espressi nel brano e quelli a cui Giobbe ha precedentemente dato voce, in particolareGiobbe 24:2-24), unito al fatto che l'omissione di qualsiasi discorso di Zofar nel terzo colloquio distrugge "la simmetria della forma generale" del dialogo. Ma le idee antiche e moderne di simmetria non sono del tutto simili; e gli scrittori ebrei in genere non sono certamente tra coloro che considerano l'esatta e completa simmetria come imperativa, e non la sacrificheranno a nessun'altra considerazione. Il silenzio di Zofar alla fine diGiobbe 26), come il breve discorso di Bildad inGiobbe 25), è probabilmente inteso a segnare l'esaurimento degli oppositori di Giobbe nella controversia, e a preparare la strada per il loro completo collasso alla fine diGiobbe 31). Il silenzio di Zofar è sufficientemente giustificato dal fatto che non ha nulla da dire; se avesse parlato, il luogo del suo discorso sarebbe stato traGiobbe 26 e 27, dove evidentemente ci fu una pausa, avendo Giobbe aspettato che parlasse, se fosse stato incline a farlo. Per quanto riguarda la presunta facilità con cui i discorsi in forma drammatica potrebbero essere trasferiti da un oratore all'altro per inavvertenza, se i discorsi fossero semplicemente intitolati da un nome, sarebbe, senza dubbio, possibile; ma non dove sono introdotte, come nel Libro di Giobbe, da un'affermazione formale "Allora Zofar il Naamatita rispose e disse". Quattro parole consecutive non cadono facilmente; per non parlare del fatto che, nel caso supposto, altre tre devono essere cadute all'inizio diGiobbe 28). Inoltre, lo stile del passaggio contestato è del tutto diverso da quello dei due discorsi di Zofar. Per quanto riguarda il netto contrasto tra l'argomento del passaggio e le precedenti espressioni di Giobbe, deve essere ammesso liberamente e pienamente; ma è sufficientemente spiegato dalla supposizione che le precedenti dichiarazioni di Giobbe sull'argomento erano state incerte e controverse, non l'espressione dei suoi veri sentimenti, e che egli avrebbe naturalmente voluto integrare ciò che aveva detto, e correggere ciò che vi era di difettoso, prima di porre fine alla sua parte nella controversia.Giobbe 31:40 - , "Le parole di Giobbe sono finite" Per quanto riguarda il fatto che il passaggio sia una mera interpolazione, è sufficiente osservare che non è stata assegnata alcuna base critica per questo punto di vista; e che uno studioso così competente come Ewald osserva, concludendo il suo giudizio sull'argomento, "Solo un grave fraintendimento dell'intero libro avrebbe fuorviato i critici moderni che sostengono che questo passaggio è interpolato o fuori luogo"

Un'altra presunta "interpolazione" è il passaggio che inizia con il versetto 15 diGiobbe 40 e termina alla fine diGiobbe 41). Questo è stato considerato, in primo luogo, come inferiore al resto del libro nello stile, e, in secondo luogo, come superfluo, non avendo alcuna attinenza con l'argomento. Quest'ultima obiezione è certamente strana, dal momento che il passaggio ha esattamente la stessa attinenza con l'argomento di tuttoGiobbe 39), che non viene contestato. L'argomento della presunta differenza di stile, sempre delicato, è sufficientemente affrontato dalla critica di Renan, che dice: "Le style du fragment dent nous parlons est celui des meilleurs endroits du poeme. Nulle part la coupe n'est plus vigoureuse, le parallelisme plus sonore; tout indique que ce singulier morceau est de la meme main, mais non pas du meme jet, que le reste du discours de Jehovah."

Ma l'attacco principale all'integrità del Libro di Giobbe è diretto contro la lunga arringa di Elihu, che inizia inGiobbe 32 (Versetto 7), e non termina fino alla fine diGiobbe 37), occupando così sir capitoli, e formando quasi un settimo dell'intero trattato. Si insiste ancora una volta sul fatto che la differenza di linguaggio e di stile tra questi capitoli e il resto del libro indica un autore totalmente distinto e molto più tardo, mentre si ritiene che anche il tono di pensiero e le opinioni dottrinali siano notevolmente diversi, e suggeriscano una data relativamente tarda. Inoltre, si sostiene che la "lunga dissertazione" non aggiunge nulla al "progresso dell'argomento" e "non tradisce la più pallida idea della vera causa delle sofferenze di Giobbe". È quindi ozioso, superfluo, del tutto indegno del posto che occupa. Alcuni critici si sono spinti fino a eliminarlo. È necessario considerare seriamente questi argomenti,

(1) La differenza di stile deve essere ammessa; è indiscutibile e permessa da tutte le parti. Il linguaggio è oscuro e difficile, i caldeismi numerosi, le transizioni brusche, gli argomenti piuttosto indicati che elaborati. Ma queste caratteristiche possono essere state intenzionalmente attribuite al discorso dall'autore, che assegna a ciascuno dei suoi interlocutori una spiccata individualità, e in Elihu introduce un giovane, impetuoso, rude di parola, pieno di pensieri che lottano per esprimersi, e imbarazzato dalla novità di dover trovare le parole per loro in presenza di persone superiori a lui per età e posizione. Che la differenza di stile non sia tale da indicare necessariamente un altro autore, si può concludere dal suggerimento di Renan, un eccellente giudice dello stile ebraico, che il passaggio sia stato scritto dall'autore del resto del libro nella sua vecchiaia

(2) Non si può dire che il tono di pensiero e le opinioni dottrinali, anche se certamente in anticipo rispetto a quelle attribuite a Elifaz, Bildad e Zofar, superino veramente quelle di Giobbe, anche se in alcuni punti si aggiungono e le migliorano. Giobbe ha davvero una visione più profonda della verità divina e dello schema dell'universo, rispetto a Elihu, e la sua dottrina di un "Redentore"Giobbe 19:25 va oltre quella dell'"angelo-interprete" del Buzzite.Giobbe 33:23

(3) Può essere vero, come dice il signor Froude, che il discorso di Elihu "non tradisce la più pallida idea della vera causa delle sofferenze di Giobbe", ma questo era inevitabile, dal momento che si suppone che nessuno degli interlocutori sulla terra conoscesse nulla dei precedenti colloqui in cielo;Giobbe 1:7-12; 2:2-6 ma è certamente molto lontano dalla verità dire che il discorso "non aggiunge nulla al progresso dell'argomento". Elihu porta avanti e stabilisce il punto di vista appena indicato,Giobbe 5:17,18 e non si è mai soffermato, da nessun altro interlocutore, che le afflizioni con cui Dio visita i suoi servi sono, in relativamente pochi casi, penali, essendo generalmente della natura di castighi, inflitte con amore, e progettate per essere riparatrici, per controllare le deviazioni dal giusto sentiero, per "allontanarsi dalla fossa",Giobbe 33:18 per purificare, raffinare e apportare miglioramenti morali. Egli apre l'opinione, che non viene mai avanzata da nessun'altra parte nel libro, che la vita è una disciplina, la prosperità e l'avversità sono intese ugualmente a servire come "istruzione" - Giobbe 33:16 e a servire la formazione in ogni individuo di quel carattere, temperamento e stato d'animo che Dio desidera che si formi in lui, di considerare Elihu come "procedendo evidentemente sulla falsa ipotesi dei tre amici, " e come riecheggiare le loro opinioni, è di rendergli scarsa giustizia. Prende una linea indipendente; egli è ben lungi dal considerare le sofferenze di Giobbe come la punizione dei suoi peccati, e ancor più dal tassarlo con la lunga serie di offese che gli altri gli attribuiscono. EgliGiobbe 18:5-21; 20:5-29; 22:5-17 trova in lui solo due difetti, e non sono difetti della sua vita precedente, per cui aveva provocato le sue visite, ma difetti nel suo temperamento attuale, esibiti nelle sue recenti disposizioni, vale a dire, indebita fiducia in se stesso,Giobbe 32:2; 33:9; 34:6 e presunzione nel giudicare le vie di Dio e accusarlo di ingiustizia.Giobbe 34:5-12; 35:2 - , ss. È ragionevole ritenere che Elihu abbia influenzato, con i suoi ragionamenti, la mente di Giobbe, lo abbia convinto di aver trasgredito e lo abbia disposto a quell'umiltà che gli assicura l'accettazione finale. Così la sua interposizione nell'argomento è ben lungi dall'essere oziosa, o superflua; è davvero un passo avanti rispetto a tutto ciò che è accaduto prima, e aiuta verso l'epilogo finale

§3. CARATTERE

Si è molto dibattuto se il Libro di Giobbe debba essere considerato come una composizione storica, come un'opera di immaginazione o come una via di mezzo tra i due. I primi Padri cristiani e i primi rabbini ebrei la trattano come assolutamente storica, e non si sussurra il contrario fino a diversi secoli dopo l'era cristiana. Poi un certo Resh Lakish, in un dialogo con Samuel Bar-Nachman, conservato fino a noi nel Talmud, suggerisce che "Giobbe non esisteva, e non era un uomo creato, ma è una semplice parabola". Questa opinione, tuttavia, non prese piede per molto tempo, nemmeno in nessuna scuola ebraica. Maimonide, "il più celebre dei rabbini", la trattò come una questione aperta, mentre Hai Gaon, Rashi e altri contraddicono direttamente Resh Lakish e mantengono il carattere storico della narrazione. Ben Gershom, d'altra parte, e Spinoza sono d'accordo con Resh Lakish, considerando l'opera come un'opera di finzione, destinata all'istruzione morale e religiosa. La stessa opinione è sostenuta, tra gli scrittori cristiani, da Spanheim, Carpzov, Bouillier, Bernstein, J. D. Michaelis, Hahn, Ewald, Schlottmann e altri

Gli argomenti a favore di questa visione sono, in primo luogo, che l'opera non è collocata dagli ebrei tra le loro Scritture storiche, ma negli agiografi, o scritti destinati all'istruzione religiosa, insieme ai Salmi, ai Proverbi, al Cantico dei Cantici, alle Lamentazioni e all'Ecclesiaste. In secondo luogo, che la narrazione è incredibile, l'apparizione di Satana tra gli angeli di Dio, e i dialoghi familiari tra l'Onnipotente e il principe delle tenebre sono chiaramente finzioni, mentre l'enunciazione di Giobbe di lunghi discorsi, adornati di ogni artificio retorico, e strettamente vincolati dalle leggi della metrica, mentre soffriva agonie lancinanti per il dolore mentale e acuti dolori fisici, è così improbabile che può essere dichiarato moralmente impossibile. I numeri tondi,Giobbe 1:2,3; 42:12,13 e il carattere sacro dei numeri-tre,Giobbe 1:2,3,17; 2:11; 42:13, sette,Giobbe 1:2,3; 2:13; 42:8,13 e dieci; l'esatto raddoppio della sostanza di GiobbeGiobbe 42:10,12 e l'esatta restaurazione del vecchio numero dei suoi figli e figlieGiobbe 1:2; 42:14 sono ritenute molto improbabili; mentre un esatto raddoppio del suo precedente termine di vita è rilevato inGiobbe 42:16), e dichiarato essere un'altra indicazione di una storia fittizia, non reale. Da qui si trae la conclusione che la storia di Giobbe non è "una sola cosa accaduta una volta, ma che appartiene all'umanità stessa, ed è il dramma del processo dell'uomo, di cui Dio Onnipotente e gli angeli sono spettatori"

A questi argomenti si risponde, in primo luogo, l'osservazione che negli Agiografi sono contenuti alcuni libri dichiaratamente storici, come Esdra, Neemia e Cronache; in secondo luogo, la negazione che ci sia qualcosa di incredibile o indegno di Dio nelle scene descritte inGiobbe 1:6-12; 2:1-7); in terzo luogo, l'ipotesi che Giobbe probabilmente facesse i suoi discorsi negli intervalli tra i suoi attacchi di dolore, e che l'espressione ritmica non è un dono insolito tra i saggi dell'Arabia; in quarto luogo, con l'osservazione che nulla impedisce che i numeri tondi o i numeri sacri siano anche storici; in quinto luogo, con l'osservazione che gli scrittori orientali, e in verità gli scrittori storici in generale, hanno l'abitudine di usare numeri tondi invece di quelli esatti, in parte per brevità, in parte per evitare la pretesa di una tale accuratezza di conoscenza che non è quasi mai posseduta da qualsiasi storico; e sesto, con l'affermazione che non intendiamo comprendere un esatto raddoppio di tutti i possedimenti di Giobbe con ciò che è detto inGiobbe 42:10,12). Inoltre, si nota che l'esatta duplicazione (presunta) della sua età prima delle sue calamità con gli anni che visse dopo di esse è una supposizione gratuita dei critici, poiché l'età di Giobbe al tempo in cui le sue disgrazie caddero su di lui non è dichiarata da nessuna parte, e potrebbe essere stata qualcosa tra i sessanta e gli ottant'anni, o addirittura tra i sessanta e i cento

A favore del carattere storico del libro, si insiste, in primo luogo, sul fatto che l'esistenza reale di Giobbe come personaggio storico è attestata da Ezechiele,Ezechiele 14:14,20, da San Giacomo,Giudici 5:11 e dalla tradizione orientale in generale; in secondo luogo, che "l'invenzione di una storia senza fondamento nei fatti, la creazione di una persona rappresentata come avente un'esistenza storica reale, è del tutto estranea allo spirito dell'antichità, apparendo solo nell'ultima epoca della letteratura di qualsiasi popolo antico, e appartenendo nella sua forma completa ai tempi più moderni; " in terzo luogo, che se l'opera fosse stata una finzione di un periodo tardo (come supponeva la scuola scettica) non avrebbe potuto presentarsi così vivida, Un quadro così vero e così armonioso dei tempi patriarcali, che nessuno scrittore antico è mai riuscito a riprodurre i costumi di un'epoca passata, o a evitare l'allusione a quelli della sua, non avendo, secondo le parole di Renan, "alcuna idea di ciò che chiamiamo colorazione locale". Inoltre, si nota che il libro professa subito di essere storico, e porta con sé una tale evidenza interna di veridicità e realtà che è del tutto inequivocabile. "Questo effetto della realtà", dice il canonico Cook, "è prodotto da una serie di indicazioni interne che possono a malapena essere spiegate se non con una fedele adesione alla verità oggettiva. In tutti i personaggi c'è una completa coerenza; Ogni agente nella transazione ha peculiarità di pensiero e di sentimento, che gli conferiscono una personalità distinta e vivida; questo è più specialmente il caso di Giobbe stesso, il cui olmo razziale non è semplicemente tracciato a grandi linee, ma, come quello di Davide e di altri, la cui storia è data con i più dettagli nelle Scritture, si sviluppa in una varietà di circostanze molto difficili, presentando sotto ogni cambiamento nuovi aspetti, ma conservando sempre la sua individualità peculiare e più viva. Anche la lingua illustre e illustre dei vari parlanti hanno caratteristiche distinte. Gli incidenti, inoltre, che in una finzione sarebbero probabilmente stati annotati in modo vago e generale, sono narrati con minuzia e un'accurata osservanza delle condizioni locali e temporanee. Così possiamo notare il modo in cui la visita soprannaturale viene eseguita, per mezzo di agenti naturali e in circostanze peculiari del distretto, in una stagione in cui le incursioni dei ladroni caldei e sabei erano consuete e particolarmente temute; con il fuoco e le trombe d'aria come quelle che si verificano a intervalli nel deserto; e infine dall'elefantiasi, i cui sintomi sono descritti così accuratamente da non lasciare alcun dubbio che lo scrittore deve aver registrato ciò che ha effettivamente osservato, a meno che non li abbia inseriti con l'intenzione speciale di dare un'aria di veridicità alla sua composizione. Se una tale supposizione fosse di per sé plausibile, in questo caso sarebbe confutata dal fatto che questi sintomi non sono descritti in un singolo passo, in modo da attirare l'attenzione del lettore, ma sono costituiti da un esame critico e scientifico delle parole che ricorrono a intervalli lontani nelle lamentele del malato. L'arte più raffinata potrebbe a malapena produrre questo risultato; è raramente tentato, e ancor più raramente, se non mai, raggiunto nelle epoche più artificiali; Non è mai stato sognato dagli scrittori antichi, e deve essere considerato in questo caso come un forte esempio delle coincidenze non intenzionali che una sana critica accetta come una sicura attestazione della genuinità [autenticità?] di un'opera"

Se, tuttavia, su queste basi si ammette il carattere storico generale del Libro di Giobbe, resta ancora da considerare se l'ingegno e l'immaginazione umana abbiano una parte in esso. Nulla era più comune nell'antichità che prendere una serie di fatti storici ed espanderli in un poema, di cui la maggior parte era la creazione del cervello e del genio dell'autore. Nel poema di Pentauro, attribuito al XIV secolo a.C., una serie di episodi sono tratti dalla guerra ittita-egiziana, e così poeticizzati da coprire Ramses il Grande con un'aureola di gloria manifestamente irreale. I poemi omerici e l'intera serie di opere appartenenti al ciclo epico procedono secondo lo stesso sistema: sulla base dei fatti viene eretta una sovrastruttura la cui maggior parte è finzione. C'è ragione di credere lo stesso del Maha-Bharata e del Ramayana degli Indù. La tragedia greca fornisce un altro esempio. Guardando a questi precedenti, all'impostazione generale dell'opera e alla difficoltà di supporre che un vero resoconto storico di discorsi così lunghi come quelli di Giobbe e dei suoi amici possa essere stato fatto e tramandato dalla tradizione anche fino al tempo più antico in cui si suppone che il Libro di Giobbe possa essere stato scritto, I critici in genere sono giunti alla conclusione che, mentre la narrazione poggia su un solido substrato di fatti, nella sua forma e nelle sue caratteristiche generali, nei suoi ragionamenti e nelle rappresentazioni dei personaggi, il libro è un'opera di genio creativo. Da questa conclusione il presente scrittore non è incline a dissentire, anche se propenderebbe per le opinioni di coloro che considerano l'autore di Giobbe in gran parte guidato dalle tradizioni che è stato in grado di raccogliere, e le tradizioni stesse in larga misura degne di fiducia

§4. DATA PROBABILE E AUTORE

Le indicazioni di data derivate dall'argomento del libro, dal suo tono e dal suo stile generale, favoriscono fortemente la teoria della sua alta antichità. La lingua è arcaica, più simile all'arabo che a quella di qualsiasi altra parte delle Scritture Ebraiche, e piena di aramaismi che non sono del tipo successivo, ma tali da caratterizzare lo stile antico e altamente poetico, e ricorrono in parti del Pentateuco, nel Cantico di Debora e nei primi Salmi. Lo stile ha un "grande carattere arcaico", che è stato riconosciuto da quasi tutti i critici. "Fermo, compatto, sonoro come l'anello di un metallo puro, severo e a volte aspro, eppure sempre dignitoso e maestoso, il linguaggio appartiene tutto a un tempo in cui il pensiero era lento ma profondo e intensamente concentrato, quando i detti pesanti e oracolari dei saggi erano soliti essere incisi sulle rocce con una penna di ferro, e nei caratteri di piombo fuso. È uno stile veramente lapidario, come era naturale solo in un'epoca in cui la scrittura, sebbene conosciuta, era usata raramente, prima che la lingua avesse acquisito chiarezza, scioltezza e flessibilità, ma perdesse gran parte della sua freschezza e forza nativa

I costumi, i costumi, le istituzioni e il modo generale di vivere descritti nel libro sono tali da appartenere specialmente ai tempi che sono comunemente chiamati "patriarcali". Le descrizioni pastorali hanno l'aria genuina della vita selvaggia, libera, vigorosa del deserto. La vita cittadinaGiobbe 29 è esattamente quella delle prime comunità stanziali, con consigli di anziani dalla barba grigia, giudici alla porta,Giobbe 29:7 il capo principale allo stesso tempo giudice e guerriero,Giobbe 29:25 ma con accuse scritteGiobbe 31:35 e forme stabilite di procedura legale.Giobbe 9:33; 17:3; 31:28 La civiltà, se così si può chiamare, è di tipo primitivo, con iscrizioni rupestri,Giobbe 9:24 minerarie come era praticata dagli Egiziani nella penisola sinaitica dal 2000 a.C., grandi edifici, sepolcri in rovina, tombe sorvegliate da figure scolpite di morti. Le allusioni storiche non toccano nulla di una data recente, ma solo cose antiche come le Piramidi,Giobbe 3:14 l'apostasia di Nimrod,Giobbe 9:9 il Diluvio,Giobbe 22:16 la distruzione delle "città della pianura",Giobbe 18:15 e simili; non includono alcuna menzione -- nemmeno il minimo accenno -- di nessuno dei grandi eventi della storia israelita, nemmeno dell'Esodo, del passaggio del Mar Rosso, o dell'emanazione della Legge sul Sinai, e tanto meno della conquista di Canaan, o dei tempi agitati dei giudici e dei primi grandi re d'Israele. È inconcepibile, come è stato spesso detto, che uno scrittore di data tarda, diciamo del tempo della cattività, o di Giosia, o anche di Salomone, in un'opera lunga come il Libro di Giobbe, debba intenzionalmente e con successo evitare ogni riferimento a eventi storici e a cambiamenti nelle forme religiose o nelle dottrine di una data posteriore a quella degli eventi che formano il soggetto della sua narrazione

Da questi fatti si evince che il Libro di Giobbe è probabilmente più antico di qualsiasi altra composizione della Bibbia, ad eccezione, forse, del Pentateuco o di parti di esso. Quasi certamente deve essere stato scritto prima della promulgazione della Legge. Quanto tempo prima è dubbio. Il periodo di vita di Giobbe (da duecento a duecentocinquant'anni) sembrerebbe collocarlo nel periodo compreso tra Eber e Abramo, o in ogni caso in quello compreso tra Eber e Giacobbe, che visse solo centoquarantasette anni, e dopo il quale il termine della vita umana sembra essersi rapidamente abbreviato.Deuteronomio 31:2; Salmi 90:10 Il libro, però, fu scritto solo dopo la morte di Giobbe,Giobbe 42:17 e potrebbe essere stato scritto molto tempo dopo. Nel complesso, quindi, sembra più ragionevole collocare la composizione verso la fine del periodo patriarcale, non molto tempo prima dell'Esodo

L'unica tradizione che ci è pervenuta per quanto riguarda la paternità del Libro di Giobbe lo attribuisce a Mosè. Aben Esdra (circa 1150 d.C.) dichiara che questa è l'opinione generale dei "saggi di benedetta memoria". Nel Talmud è stabilito come indubbio: "Mosè scrisse il suo libro (cioè il Pentateuco), la sezione su Balaam e Giobbe". La testimonianza può non avere molto valore critico, ma è l'unica tradizione che abbiamo. A parte questo, galleggiamo su un mare di congetture. La più ingegnosa delle congetture avanzate è quella del dottor Mill e del professor Lee, i quali pensano che Giobbe stesso abbia messo i discorsi in forma scritta, e che Mosè, avendo conosciuto quest'opera mentre era in Madian, decise di comunicarla ai suoi connazionali, come analoga alla prova della loro fede in Egitto; e, per renderlo loro intelligibile, aggiunsero le sezioni di apertura e di chiusura, che, si fa notare, sono del tutto nello stile del Pentateuco. Una teoria molto meno probabile assegna la paternità della maggior parte del libro a Elihu.Coloro che rifiutano queste opinioni, ma ammettono l'antichità della composizione, possono solo suggerire un autore palestinese sconosciuto, alcuni ανητροπος, che, come il vecchio eroe di Itaca, Πολλων ανθρωπων ιδεν αστεα και νοον εγνω. Πολλα δ ογ εν ποντω παθεν αλγεα ον κατα θυμομενος ψυχη … e che, "essendosi liberato dalla ristretta piccolezza del popolo particolare, divorziò da loro sia esteriormente che interiormente", e avendo "viaggiato nel mondo, visse a lungo, forse tutta la sua vita, in esilio". Tali vaghe fantasie sono di scarso valore; e la teoria del dottor Mill e del professor Lee, sebbene non provata, è probabilmente l'approccio più vicino alla verità che si possa fare al giorno d'oggi

§5. OGGETTO DELL'OPERA

L'autore del Libro di Giobbe, pur trattando di fatti storici, non può essere definito, nel senso ordinario della parola, uno storico. È uno scrittore didattico e si propone con un obiettivo morale e religioso. Ponendo davanti a sé il complicato problema della vita umana, egli si propone di indagare su alcuni dei suoi misteri più nascosti e astrusi. Perché alcuni uomini sono particolarmente ed eccezionalmente prosperi? Perché gli altri sono schiacciati e sopraffatti dalle disgrazie? Dio si prende cura degli uomini o no? Esiste una cosa come la bontà disinteressata? A cosa deve condurre questa vita? La tomba è la fine di tutto, o non lo è? Se Dio governa il mondo, lo governa forse in base al principio della giustizia assoluta? Se è così, come, quando e dove deve apparire questa giustizia? Altre e più profonde sono le domande: l'uomo può essere giusto davanti a Dio? e può comprendere Dio?

Prima di tutto si pone la domanda: esiste una cosa come la bontà disinteressata? Questo Satana implicitamente nega:

"Giobbe teme Dio per nulla?" - Giobbe 1:9 e sappiamo con quanta insistenza sia stato negato da uomini mondani e malvagi, i servi di Satana, da allora. A questa domanda risponde l'intera narrazione, considerata come una storia. Giobbe è provato e messo alla prova in tutti i modi possibili, da disgrazie inaudite, dalla malattia più dolorosa e ripugnante, dalla defezione di sua moglie, dalle crudeli accuse dei suoi amici, dalla diserzione dei suoi parenti, dal linguaggio e dalle azioni offensive della plebaglia; eppure mantiene la sua integrità, rimane fedele a Dio, continua a riporre tutta la sua speranza e fiducia nell'Onnipotente.Giobbe 13:15; 31:2,6,23,35 È stato fatto un esperimento cruciale, e Giobbe supera la prova: non c'è motivo di credere che con qualsiasi altro uomo buono e giusto il risultato sarebbe diverso

Una posizione secondaria è occupata dall'indagine riguardante i motivi su cui la prosperità e l'avversità, la felicità e l'infelicità, sono distribuite agli uomini in questa vita. A questa domanda i tre amici hanno una risposta molto breve e semplice: sono distribuiti da Dio secondo i meriti degli uomini: "Essendo Dio giusto e retto, la prosperità e la miseria temporale sono da lui distribuite immediatamente di sua volontà ai suoi sudditi secondo il loro comportamento". Giobbe si oppone strenuamente a questa teoria, sa che non è vera, nel più profondo della sua coscienza è certo che non ha provocato le calamità che si sono abbattute su di lui con i suoi peccati. Ma in tal caso, come si devono spiegare le sue sofferenze? Quale altra teoria esiste sulla distribuzione del bene e del male temporale? Può essere che a Dio non importi? che la bontà e la malvagità gli sono indifferenti?Giobbe 9:22,23 Se no, perché tanti empi prosperano?Giobbe 12:6; 21:7-33 Perché l'uomo giusto e retto è così spesso oppresso e deriso fino al disprezzo? Giobbe dispera di risolvere il problema, ed è quasi spinto a mettere in discussione la giustizia di Dio. Ma Eliu viene portato avanti per fornire un'altra e più vera risposta, anche se potrebbe non essere completa. Dio manda calamità sugli uomini buoni a titolo di castigo, non di punizione; in amore, non in rabbia; per purificarli e rafforzarli, per purificare i difetti, per "salvare dalla fossa",Giobbe 33:8,28 per purificarli e illuminarli (vedi l'Esposizione diGiobbe 33), paragrafo introduttivo). Insegnare questo è certamente uno degli scopi principali del libro, e a cui viene dedicato uno spazio considerevole

Un altro scopo che lo scrittore deve certamente aver avuto in mente era quello di sollevare la questione riguardante il destino futuro dell'uomo. La morte era la fine di tutte le cose? Che cos'era lo Sceol? E qual era la condizione di coloro che vi abitavano? Lo Sceol è menzionato per nome non meno di otto volte nel libro, e vi si fa riferimento, e in una certa misura si descrive, in altri passi.Giobbe 10:21,22; 18:18 Giobbe la considera come se stesse per diventare la sua dimora,Giobbe 17:13 e supplica persino di essere mandato lì.Giobbe 14:13 Dice di essere stato tenuto lì segretamente per un tempo indefinito, dopo di che cerca un "rinnovamento". Inoltre, in un passaggio, dove "una speranza chiara e luminosa, come un improvviso bagliore di sole tra le nuvole", irrompe su di lui, esprime la sua convinzione che "in un'altra vita, quando la sua pelle sarà consumata dalle sue ossa, e i vermi avranno fatto il loro lavoro sulla prigione del suo spirito", gli sarà permesso di vedere Dio suo Redentore, di "vederlo, e che le sue memorie siano ascoltate". A chi scrive deve quindi attribuire il proposito di penetrare, se possibile, l'oscurità della tomba, e allo stesso tempo il desiderio di rallegrare gli uomini con la gloriosa speranza di una vita futura, e di liberare Dio da ogni sospetto di governo ingiusto, indicando un tempo in cui sarà fatta giustizia, e le disuguaglianze della condizione attuale delle cose riparate dall'istituzione permanente di condizioni completamente nuove

L'uomo può essere lussuria davanti a Dio? Questa è un'altra domanda sollevata; e gli si risponde con una distinguo. Assolutamente non può esserlo. A lui devono attaccarsi i peccati di infermità, i peccati della sua giovinezza, i peccati di temperamento, i peccati di parola avventata, e simili. Ma solo, nel senso di "onesto", "sincero", "incline a servire Dio", può essere e deve essere, a meno che non sia un ipocrita e un naufrago.Giobbe 9:21, 10:7, 12:4 - , ss. Giobbe si attiene alla sua innocenza, ed è dichiarato da Dio stesso "perfetto e retto, uno che ha temuto Dio e ha fuggito il male". Egli è infine approvato da Dio e accettato, mentre coloro che hanno fatto del loro meglio per farlo confessare di essere un peccatore sono condannati, e perdonati solo per la sua intercessione.Giobbe 42:3,4 - Gli uomini sono così insegnati da questo libro, non certo senza l'esplicita intenzione dello scrittore, che possono fare il bene se ci provano, che possono purificarsi e vivere una vita nobile e degna, e che sono tenuti a farlo

Infine, c'è la questione della potenza dell'uomo di conoscere Dio, che occupa uno spazio considerevole, e si risponde, come la domanda precedente, con una distinzione. Che l'uomo abbia una conoscenza di Dio in larga misura, che lo sappia essere giusto, saggio e buono, eterno, onnipotente, onnisciente, è dato per scontato in tutto il libro e scritto in quasi ogni pagina di esso. Ma che l'uomo possa comprendere pienamente Dio è negato e confutato da ragionamenti molto convincenti e validi.Giobbe 28:12-28; 36:26-33; 37:1-23; 38:4-41, 39:40, 41 L'uomo, quindi, non deve presumere di sedere in giudizio su Dio, che "fa grandi cose che l'uomo non può comprendere",Giobbe 37:5 e "le cui vie sono indispensabili da conoscere". Il suo atteggiamento deve essere di sottomissione, riservatezza e riverenza. Deve continuamente tenere a mente che non ha la facoltà di afferrare l'intera gamma dei fatti reali e di considerare le loro relazioni reciproche, nessuna capacità di comprendere lo schema dell'universo, e tanto meno di sondare le profondità dell'essere di colui che lo ha creato. Come il vescovo Butler sottolinea, in due capitoli della sua "Analogia", che l'ignoranza dell'uomo è una risposta sufficiente alla maggior parte delle obiezioni che gli uomini hanno l'abitudine di sollevare contro la saggezza, l'equità e la bontà del governo divino, sia come ci è stato reso noto dalla ragione o dalla rivelazione, così l'autore di "Giobbe" è evidentemente intenzionato a imprimerci fortemente: come una delle principali lezioni da imparare dalla riflessione e dall'esperienza, e uno dei principali insegnamenti che egli ci avrebbe imposto con il suo trattato, che siamo del tutto incapaci di comprendere lo schema generale delle cose, e quindi del tutto inadatti a criticare e giudicare le azioni di Dio. Egli si è rivelato a noi, non per scopi speculativi, ma per scopi pratici, ed è nostra vera saggezza sapere che lo conosciamo abbastanza solo per la nostra guida pratica.Giobbe 28:12-28

§6. LETTERATURA DI GIOBBE

Il più antico commento a Giobbe è quello di Efrem Siro, presbitero di Edessa, vissuto nel IV secolo dopo Cristo. Quest'opera fu tradotta dal siriaco in latino da Petrus Benedictus, e si trova nella sua "Opera Syriaca", vol. 2, pp. 1-20 (Roma, 1740). È scarso e di scarso valore. La traduzione di Girolamo, che fa parte della Vulgata, è, al contrario, della massima importanza, e dovrebbe essere consultata da tutti gli studenti, come, in pratica, un commento molto prezioso. L'opera chiamata "Commento a Giobbe" di Girolamo sembra non essere autentica e può essere tranquillamente trascurata. Alcune 'Annotazioni' di Agostino, vescovo di Ippona verso il 390-410 d.C., sono interessanti, e si trovano nella maggior parte delle edizioni di quell'autore. Il più importante, tuttavia, dei commentari patristici è quello di Gregorio Magno, intitolato: "Expositiones in Job, sire Moralium Libri 35.", pubblicato separatamente a Roma nel 1475 e a Parigi nel 1495. Questa esposizione getta poca luce sul testo, ma è apprezzata per scopi morali e spirituali. Appartiene alla fine del VI secolo

Tra i commenti ebraici i più preziosi sono quelli di AbenEsdra (1168 d.C.), Nachmanide (1250 d.C.) e Levi Ben Gershon (1326 d.C.). Una parafrasi araba di Saadia e un commentario arabo di Tanchum sono elogiati da Ewald. Il commento del cardinale Caietan (1535 d.C.), la parafrasi di Titelmann (1547 d.C.), il commento di Steuch (1567 d.C.), il commento parziale del Deuteronomio Huerga (1582 d.C.) e quello completo di Zuniga (1584 d.C.), dimostrano l'operosità, e per certi aspetti la cultura, degli studiosi appartenenti alla Chiesa non riformata nel corso del XVI secolo, ma sono insoddisfacenti, poiché i loro scrittori erano del tutto estranei all'ebraico. La migliore opera del periodo storico, scritta alla fine del secolo, e che mostra una notevole conoscenza dell'originale, è quella di Deuteronomio Pineda (1597-1600 d.C.), che contiene un riassunto di tutto ciò che è più prezioso nelle fatiche dei suoi predecessori cattolici romani. Tra i primi riformatori, Bucero, Ecolampadio e Calvino produssero opere su Giobbe, che hanno un po' di meier, le "Conciones" di Calvino hanno un valore speciale. Queste pubblicazioni furono seguite dal commentario molto elaborato di Mercerin nel 1575 e dalla parafrasi e dal commento di Theodore Beza nel 1583. Nulla di più importante fu pubblicato sul continente dai teologi delle comunioni riformate fino alla traduzione, al commento e alla parafrasi di Le Clerc (1731 d.C.), che fu seguita nel 1737 dalla grande opera di A. Schultens, verso la quale chi scrive prega di riconoscere i suoi grandi obblighi. Rosenmüller dice, nella sua nota su quest'opera: "Schultens supera tutti i commentatori che lo hanno preceduto in una conoscenza esatta e raffinata della lingua ebraica, e anche dell'arabo, così come in varia erudizione e acutezza di giudizio. I suoi principali difetti sono la prolissità nell'enunciare e nell'esaminare le opinioni altrui, e l'indulgenza in fantasie etimologiche che non hanno solide fondamenta"

In Inghilterra, la prima opera su Giobbe di una certa importanza fu quella di Samuel Wesley, pubblicata nel 1736, quasi contemporaneamente all'opus magnum di Schultens. Questo libro non era di grande valore, ma fu seguito, nel 1742, dalla produzione scientifica del dottor Richard Grey, in cui la versione latina di Schultens, e un gran numero di note di Schultens, furono riprodotte a beneficio dei suoi connazionali, mentre il testo fu anche posto davanti ad esse, sia in caratteri ebraici che in caratteri romani. Essendo stata così attirata l'attenzione in Inghilterra sulle fatiche degli studiosi stranieri sul Libro di Giobbe, diverse altre opere sull'argomento furono pubblicate dagli inglesi in rapida successione, come in particolare le seguenti: "A Dissertation on the Book of Job, its Nature, Argument, Age, and Author", di John Garnett, B.D. (Londra, 1751); "Il libro di Giobbe, con una parafrasi dal terzo verso del terzo capitolo, dove si suppone inizi il metro, al settimo verso del quarantaduesimo capitolo, dove finisce", di Leonard Chappelow, B.D., professore di arabo (Cambridge e Londra, 1752); e "Un saggio verso una nuova versione inglese del libro di Giobbe, dall'originale ebraico, con un commento", di Thomas Heath (Londra, 1755). Non si può dire che questi libri siano stati di grande importanza, o che abbiano fatto progredire molto la conoscenza critica del testo di Giobbe o una corretta e giudiziosa esegesi

Nessun grande progresso è stato fatto in nessuno di questi due aspetti fino all'inizio di questo secolo. Poi, nel 1806, Rosenmüller pubblicò la prima edizione della sua notevole opera, che in seguito, nel 1824, ripubblicò in forma ampliata, nel suo "Scholia in Vetus Testamentum", pars quinta. Questo fu un grande progresso rispetto a tutti gli sforzi precedenti; e fu poco dopo seguita dalla produzione ancora più sorprendente di Ewald, "Das Buch Ijob" (Gottinga, 1836), un'opera che mostrava una profonda erudizione e una grande originalità di genio, ma sfigurata da molte speculazioni selvagge, e che implicava una completa negazione dell'ispirazione della Scrittura. Da allora sono usciti commenti di Umbreit, Hahn, Hirzel e Dillmann dalla stampa tedesca, che sono generalmente caratterizzati da diligenza e ingegnosità, ma mancano del genio di Ewald, mentre evitano, tuttavia, alcune delle sue eccentricità. L'ultimo commento tedesco di rilievo è quello di Merx, un noto orientalista, che contiene un testo ebraico, una nuova traduzione e un'introduzione, insieme a note critiche. Questo lavoro mostra molto apprendimento, ma una singolare mancanza di giudizio

Il "Livre de Job" di M. Renan (Parigi, 1859) è l'ultima parola della dottrina francese sull'argomento che abbiamo davanti. Ha tutti i suoi pregi, ma anche tutti i suoi difetti. Lo stile è chiaro, eloquente, brillante; l'apprezzamento delle eccellenze letterarie di Giobbe, acuto; l'erudizione progrediva, se non era impeccabile; Ma l'esegesi lascia molto a desiderare

In Inghilterra, durante il secolo attuale, l'opera più importante che è apparsa, trattando esclusivamente di Giobbe, è quella del Dr. Lee Pubblicato nell'anno 1837, dopo che la seconda edizione di Rosenmuller aveva visto la luce, ma prima della grande opera di Ewald, questo volume merita l'attenta considerazione di tutti gli studenti. È la composizione di un ebraista avanzato, e di uno ben versato, inoltre, in altri studi orientali. Mostra molto acume critico e grande indipendenza di pensiero e di giudizio. Nessun commento successivo lo sostituisce completamente; e probabilmente conserverà a lungo un valore speciale a causa delle sue abbondanti illustrazioni dal persiano e dall'arabo. Altri utili commentari inglesi sono quelli del vescovo Wordsworth (Londra, 1865-71), del canonico Cook (Londra, 1873) e del dottor Stanley Leathes (Londra, Parigi e New York, 1884). Il canonico Cook pubblicò anche un importante articolo su Giobbe (non del tutto sostituito dall'Introduzione al suo "Commentario") nel "Dizionario della Bibbia" del Dr. William Smith, nell'anno 1863. Un articolo di minor valore, ma comunque di un certo interesse, si trova nella "Biblical Cyclopaedia" di Kitto (Edimburgo, 1856). Il saggio di Froude su "Il libro di Giobbe" appartiene all'anno 1853, quando apparve nella Westminster Review. Altamente ingegnoso e caratterizzato dal suo consueto vigore ed eloquenza, sarà sempre letto con piacere e vantaggio, ma è insoddisfacente per una mancanza di critica e un pregiudizio piuttosto ristretto contro l'ortodossia. Tra le altre opere minori su Giobbe ci sono "Quaestionum in Jobeidos Locos Vexatos", di Hupfeld, pubblicato nel 1853; "Animadversiones philologicae in jobum", di Schultens (Utrecht, 1708); "Jobi physica sacra", di Scheuchzern (Zurigo, 1721); "Kleine Geographisch-historische Abhandlung zur Erlauterung einiger Stellen Mosis, und Vornehmlich des ganzen Buchs Hiob," di Koch (Lemgo, 1747); "Observationes Miscellaneae in librum Job", di Bouillier (Amsterdam, 1758); "Animadversiones in librum job", di Eckermann (Lubecca, 1779); 'Notes on the Book of Giobbe del Rev. A. Barnes (Londra, 1847); "Commento su Giobbe", di Keil e Delitzsch (nella serie di T. Clark), Edimburgo, 1866; "Il libro di Giobbe, come esposto ai suoi allievi di Cambridge", di Hermann Hedwig Bernard (Cambridge, 1884); e 'Commentario su Giobbe', del Rev. T. Robinson, D.D., nel 'Preacher's Commentary on the Old Testament' (Londra, 1884)

OMELIE DI E. JOHNSON Introduzione. Sull'insegnamento generale del libro

Per tutti i lettori seri; per tutti coloro che sanno pensare seriamente, sentire profondamente; tutti coloro che hanno nella propria persona amato e perduto; che hanno conosciuto la vita nei suoi stati d'animo più luminosi e più oscuri; tutti, ancora, che hanno quel bel dono della simpatia che fa loro il dolore e la sofferenza dell'umanità; -Questo libro ha un'attrazione potentissima, un fascino profondo. Qui abbiamo la sofferenza in tutte le dimensioni dell'essere umano; La sofferenza sintonizzata sulla musica più lamentosa, che suscita una qualche risposta dalle corde di ogni cuore umano. Anche qui abbiamo la riflessione sulla sofferenza, il pensiero intenso chino senza paura e senza riserve sulle grandi questioni della Vita. Chi non ha, in un'ora stanca e scoraggiata, in un momento o nell'altro, sospirato: "Qual è il significato di tutto questo?" È una domanda che sembra rispondersi con gioia, o piuttosto che non si può chiedere, nei giorni più luminosi della vita. La natura e il cuore dell'uomo sorridono l'uno all'altro con il riflesso della gioia della Mente Creativa quando vede che tutte le sue opere sono molto buone. Ma in molte ore notturne di oscurità mentale, la domanda che pensavamo di aver trovato una risposta e di aver messo a tacere ci impone la sua presenza, e richiede una risposta della nostra ragione. E la ragione, "da un'ondata all'altra di miseria immaginaria guidata", perde l'orientamento; ignorando la latitudine, non sa dove dirigersi verso un porto. Questo è lo stato d'animo di Giobbe. E il sollievo giunge alla fine, in modo inaspettato, dalla Fonte da cui solo può venire. Ci viene insegnata la grande lezione della sofferenza: aspettare e sperare. Colui che indugia con pazienza fino a quando non vede la "fine del Signore" troverà un'abbondante ricompensa della sua fede e della sua costanza

I GLI ENIGMI DELLA VITA. Il dolore, la perdita, la malattia, scambiati con piacere, guadagno, salute e ricchezza. L'uomo non può comprendere questo processo. E non può sottomettersi volontariamente a ciò che non capisce

1. Ha un istinto per la felicità, che non può negare senza negare se stesso. Lui e tutta la natura, egli sente, e sente veramente, sono stati costruiti per la felicità. Egli è tenuto a lavorare per questo fine, sia in se stesso che negli altri. Il Creatore (quindi gli viene naturalmente insegnato a ragionare) deve essere un Essere felice e amante della felicità, sempre benedetto, sempre benedetto. Così, quando si rifiuta questi istinti potenti e chiari, e la loro verità si spegne improvvisamente, per così dire, nel seno dell'uomo; quando tutte le sorgenti della gioia naturale sono in un attimo prosciugate come il torrente estivo dell'Oriente; -Che meraviglia che si lamenti? È lui la vittima di qualche inganno radicale? Tutti i suoi pensieri sono illusioni? Da dove vengono quegli istinti di felicità, che uno sembra essere una guida infallibile, e che la calamità del giorno dopo deride e sconcerta? Il meccanismo della mente stessa si allenta, la colonna della ragione vacilla. Questa linea di pensiero richiama alla nostra memoria " Apocalisse Lear" un'opera d'arte che in molti punti può ricordarci Giobbe, solo che manca in Lear quella fede costante, incrollabile nella giustizia e nella bontà eterna che porta finalmente soluzione ad ogni perplessità, riposo da ogni lotta con l'inevitabile

2. Non è un enigma della vita che la sofferenza debba essere collegata alla colpa. Questa connessione è e dovrebbe essere. Questa è un'altra percezione intuitiva del cuore umano. Possiamo comprendere e approvare questa relazione, anche quando ne siamo i sudditi. L'orribile mistero del dolore non esiste, o almeno non è sentito come intollerabile, quando l'uomo può dire: "In verità soffro giustamente la ricompensa delle mie azioni!" Se Giobbe avesse sentito di aver causato questi guai su di sé con la disobbedienza alla volontà Onnipotente, sarebbe stato consolato, come uomo risvegliato, dal riflesso; perché, in quel caso, il pentimento era aperto per lui, e, con il pentimento, la rimozione della parte peggiore della sofferenza: la sua maledizione. Ma era proprio l'assenza di questo chiaro nesso che rendeva così opprimente il fardello della calamità, che privava il suo dolore del suo unico alleviamento. Questo avvenne specialmente in quell'antico tempo in cui visse Giobbe. È evidente, da tutto il tenore del discorso degli amici, che l'unica spiegazione autorizzata della sofferenza personale era la colpa personale. Tanto era vero che le stesse parole in ebraico sembrano confondere le due nozioni. "Il dizionario si opponeva persino alla prevalenza di un'altra dottrina. Delitto, castigo, dolore, sofferenza, ingiustizia, sfortuna, sono in ebraico quasi indiscernibili. Colui che ha lottato con le difficoltà presentate da queste parole comprende meglio di chiunque altro l'impossibilità che la mente ebraica arrivi, con parole così confuse, a una distinzione che consideriamo come il principio di ogni moralità" (Renan)

3. Ma Giobbe, d'altra parte, osa, con tutta l'indipendenza del giusto pensatore, dell'uomo che non può essere infedele alla luce più chiara della sua autocoscienza, negare l'applicazione di questo giudizio al suo caso. Nega che le sue sofferenze attuali riportino a peccati precedenti. Qualunque sia la soluzione del problema, lui, lo sa, non può essere quella vera. Nessun diluvio di luoghi comuni religiosi lo sposterà dalla sua posizione fissa, dalla sua integrità cosciente dell'anima. Nessuna agonia può strappare da lui un'eco alla superficiale cantilena di uomini che blaterano di soffrire senza aver realmente sofferto. Nonostante tutto ciò che la moglie e gli amici possono esortare, egli non vuole e non può abbandonare la parte della verità, o ciò che sente essere la verità. E in questa esperienza la verità non lo condanna; nel complesso lo assolve. Questa è una delle lezioni più istruttive che l'intera poesia ci dà: essere fedeli a noi stessi, seguire la luce interiore, lasciare che gli altri rimproverino e rimproverino come vogliono. Più spesso, senza dubbio, dobbiamo applicare questa lezione in modo umiliante. Se siamo fedeli a noi stessi, dovremo ammettere che ci siamo procurati i nostri guai con i nostri stessi difetti. Ma a volte può essere diversamente. Può mancare il nesso che unisce l'effetto alla sua causa. Se riteniamo che sia così, dobbiamo avere il coraggio di dirlo; e per lo stesso motivo per cui dovremmo avere l'onestà di riconoscere l'origine peccaminosa quando l'abbiamo scoperta. Giobbe è un esempio di quella semplicità virile del cuore, di quella fedeltà a se stessi, senza la quale non possiamo essere uomini autentici, né giusti e tolleranti verso gli altri. Non ne consegue, poiché un uomo si attiene a ciò che la sua coscienza o coscienza gli dice, che la sua coscienza sia necessariamente nel giusto. San Paolo lo ha sottolineato.Atti 26:9; 1Corinzi 4:4 Tuttavia, un uomo deve tenersi per coscienza come l'oracolo più vicino finché non riceve una luce migliore, che alla fine è certa che verrà quando sarà necessario

4. Altrettanto importante, d'altra parte, è il rimprovero al cant, che questo libro fornisce in modo così potente. Cant è l'abitudine di ripetere opinioni di seconda mano, di dare per scontate certe cose perché sono comunemente affermate, anche se non abbiamo basi sufficienti nella nostra esperienza della loro verità. È l'abitudine di fingere sentimenti che non abbiamo, perché sono considerati i sentimenti corretti in determinate circostanze. È imitazione nel pensiero e affettazione nel sentimento. Accompagna il pensiero genuino e l'emozione sincera, come l'ombra sul sole. Nessuno negherà che il mondo religioso ne è pieno. C'è un'ottima illustrazione di ciò nei discorsi degli amici di Giobbe, e il rimprovero di esso nella manifestazione dell'Onnipotente alla fine

5. Mentre nel corso del poema abbiamo una presentazione dei grandi enigmi della vita, abbiamo anche un'esposizione delle perplessità del pensiero umano e dei vani tentativi di risolverle. Il dogma ristretto secondo cui ogni sofferenza si spiega con la colpa, sul quale, in una forma o nell'altra, gli amici di Giobbe non si stancano mai di insistere, insieme a quel grande principio, la rigorosa giustizia dell'Onnipotente, che, a loro avviso, rende il dogma indiscutibile, è l'unico indizio offerto per guidare il povero sofferente ottenebrato fuori dalla prigione dei suoi pensieri. Ma non riesce a condurlo alla luce. E, in verità, quanto siano del tutto inadeguati tali principi parziali, tratti da un'area di esperienza molto limitata, quando applicati per misurare l'altezza, la profondità, la lunghezza e l'ampiezza dell'universo morale di Dio. Un'altra grande lezione, quindi, che questo libro ci legge è quella della modestia e del silenzio: la necessità della confessione del fallimento e dell'incapacità di penetrare fino in fondo i segreti del meccanismo divino. Vediamo solo in parte e sappiamo solo in parte; non può trovare, cercando, Dio fino alla perfezione. Più in alto del cielo questa conoscenza, che cosa possiamo fare? Più profondo dell'inferno, cosa possiamo sapere? Ci sono rivelazioni chiare e indubbie della sua bontà che riempiono il cuore di gioia e stimolano la lingua alla lode. Ci sono altri, misteriosi, accenni di sé nel dolore e nella tristezza, che travolgono il cuore di stupore e frenano l'effusione delle labbra. Ma poiché nulla può mai confutare, o essere giustamente portato, con qualsiasi pretesto di ragione, a disprezzo della sua giustizia, della sua sapienza e del suo amore, adoriamo in silenzio. Che le nostre anime lo attendano pazientemente, finché non appaia di nuovo, risplendendo su di noi con lo splendore del mezzogiorno!

II SOLUZIONE DEGLI ENIGMI DELLA VITA

1. Il libro sembra destinato a trasmettere una soluzione dei nostri problemi mentali e dei nostri dubbi mentali, fino a quel punto, cioè, per quanto qualsiasi soluzione sia possibile. Una soluzione completa è impossibile; La Scrittura, la filosofia, l'esperienza, tutti si uniscono nel dichiarare questo. Se potessimo conoscere il segreto del dolore e del male, della sofferenza e della calamità, in tutte le loro forme, toccheremmo il segreto stesso della vita stessa; e toccando quel segreto dovremmo toccare il segreto dell'Essere di Dio, anzi, dovremmo essere come Dio. L'umanità è un altro nome per la limitazione; Dio è l'Infinito. Viviamo in punti sulla circonferenza dell'esistenza; lui è il Centro. Non è un'assurdità quando l'uomo rifiuta di imparare e di riconoscere una volta per tutte che, cercando di sapere troppo, sta uscendo dai suoi limiti; nella sua impazienza per l'ignoranza forzata è impaziente di essere ciò che è, e solleva una lite contro il suo Creatore e contro lo schema delle cose che non può che finire con la sua completa sconfitta e rovesciamento?

2. Ma c'è una soluzione, anche se non completa, non positiva e che spiega tutto. C'è una soluzione negativa, che è molto confortante per ogni cuore vero e pio. Tutta la sofferenza non ha la sua radice nel peccato personale. Ci può essere un'intensa sofferenza nel seno stesso dell'innocenza, come una brina o una peronospora possono posarsi sulla rosa più pura del giardino. Questo punto è chiaramente stabilito dalla rivendicazione divina del "mio servo Giobbe". Non è stato scelto come un bersaglio per le frecce dell'Onnipotente perché è un uomo particolarmente cattivo. Piuttosto è vero il contrario. Sono i buoni che sono riservati alla prova. È l'amato dell'Eterno che egli castiga, affinché cfr. quale potenza abbia fede nell'anima dell'uomo, quale costante costanza di virtù, come l'oro tre volte provato, abbia ogni uomo che confida nell'eterna rettitudine e nell'amore

3. La sofferenza è, quindi, coerente con la relativa innocenza del sofferente. Questo è uno dei risultati della lunga prova di Giobbe. La sofferenza è coerente con la perfetta bontà di Dio. Questo è un altro. Egli può dare, ed è buono; egli possa togliere, ancora, sia benedetto il suo Nome! Può sostituire la salute fiorente con l'odiosa lebbra; far sedere in un sacco l'inquilino un tempo morbido e prospero di una casa ricca, in mezzo alla cenere vicino a un focolare deserto; eppure... "Perfette sono dunque tutte le sue vie, che la terra adora e il cielo obbedisce". Nobile libro! che ha forse dato al mondo antico il primo indizio della soluzione del mistero del dolore, staccando da esso l'associazione fino ad allora inscindibile di una maledizione; che insegna agli uomini a credere che l'Autore Divino di tutto ciò che soffriamo e di tutto ciò di cui godiamo è l'unico Dio sempre benedetto, e così dissipa quel terribile manicheismo così congeniale alla mente naturale; libro, che contiene in germe le rivelazioni evangeliche riguardanti il castigo divino e la santificazione umana, e l'intera sottomissione della natura umana alle condizioni miste della vita presente in attesa di una gloriosa manifestazione finale dei figli di Dio!

4. L'enigma della sofferenza umana, dunque, non deve essere letto, come spesso lo leggono superficialmente gli uomini, alla luce di qualche presupposto che richiede di per sé una giustificazione. È e rimarrà un enigma. E come la statua di Iside così accuratamente velata, il libro imprime silenzio, silenzio! Nascondendo le spiegazioni e le soluzioni delle nostre lingue balbettanti. L'enigma del dolore, di tutto ciò che chiamiamo male, è essenzialmente l'enigma della vita stessa. La chiave che aprirà l'una aprirà anche l'altra, e non sarà pronta per nessuna mano umana. Questa soluzione non soddisferà un ateo o un materialista, forse. Non servirà a nulla gli uomini che non si sono ancora decisi se credere in una volontà di perfetta intelligenza e giustizia, in un Autore personale di questo schema di cose. È, infatti, il difetto fatale di tutti i sistemi di incredulità o non credenza, che non possono fare nulla del male. Non riescono a liberarsene, non riescono a spiegarlo. Rimane un elemento di disturbo per ogni visione ottimistica della vita. Uomo migliore come tu possa nel corpo e nella mente, non scomparirà. È un peso di piombo sui piedi di tutti, tranne che di chi crede nel Dio eternamente saggio e giusto. Gli estremi si incontrano; E allo stesso modo del razionalista illuminato e del devoto ottenebro della superstizione, il dolore è una maledizione. Ma per il credente in Dio è una parte della rivelazione di Dio. È un aspetto della Shechinah. È il lato oscuro di quella nuvola i cui bordi sono argentati dall'eterno splendore. Le tenebre e la luce, la sera e il mattino, la settimana di fatica e il sabato di riposo, il dolore e il piacere, la tristezza e la letizia, la morte e la nascita, il tempo e l'eternità, la breve semina e il lungo raccolto, le prove acute ma di breve durata, i frutti senza fine: queste sono le condizioni dell'esistenza umana. Riconciliarci con loro in e attraverso l'Autore di essi; non a combattere contro di loro, ma ad accettarli lealmente, e a fare in modo che il fine e il significato di tutto si riflettano nell'anima stessa; -queste sono le lezioni del Libro di Giobbe. Poiché non c'è forza senza prova; non c'è sapienza senza esperienza sia del bene che del male; non c'è raffinatezza senza dolore; non c'è progresso senza insoddisfazione di sé; nulla di permanente o reale che non ci costi nulla; nessuna comunione con l'Eterno se non con l'iniziazione della sofferenza, con la sopportazione della croce. Per tutti coloro che credono che l'ultimo fine della loro vita debba essere reso migliore del loro inizio attraverso la volontà di Colui che chiama, adotta e santifica gli uomini per sé, questo libro sarà pieno di luce e di aiuto. Volgeranno le sue pagine per ricordare al loro cuore che il loro Redentore, il loro Vendicatore, vive sempre; che "la benedizione, non la maledizione, regna in alto, e che in essa viviamo e ci muoviamo". -J

L'"Introduzione storica" a Giobbe si estende a due capitoli. Nel primo ci viene dato un resoconto, in primo luogo, delle sue circostanze esteriori: la sua dimora, ricchezza, famiglia, ss.), e del suo carattere (Versetti. 1-5); in secondo luogo, delle circostanze in cui Dio permise che fosse messo alla prova dalle afflizioni (Versetti. 6-12); in terzo luogo, delle afflizioni precedenti stesse (Versetti. 13-19); e, in quarto luogo, del suo comportamento sotto di essi (Versetti. 20-22). Il secondo capitolo dà, in primo luogo, il fondamento del suo ulteriore processo (Versetti. 1-6); in secondo luogo, la natura di esso, e il suo comportamento sotto di esso (Versetti. 7-10); e in terzo luogo, l'arrivo dei suoi tre amici da lui, e il loro comportamento (Versetti. 11-13). La narrazione è caratterizzata da notevole semplicità e immediatezza. Ha un'aria decisamente antica, e presenta solo poche difficoltà linguistiche

C'era un uomo. Questa apertura ci presenta il Libro di Giobbe come un'opera staccata, separata e indipendente da tutte le altre. I libri storici sono generalmente uniti l'uno all'altro dal connettivo. Nella terra di Noi. Sembra che Uz, o Huz (ebraico, W), fosse in origine, come Giuda, Moab, Ammon, Edom, ss.), il nome di un uomo. Fu partorito da un figlio di Nahor, fratello di Abraamo,Genesi 22:21 e di nuovo da un figlio di Disan, figlio di Seir l'Horita.Genesi 36:28 Alcuni lo considerano anche un nome personale inGenesi 10:23). Ma da questo uso passò ai discendenti di uno o più di questi patriarchi, e da questi al paese o ai paesi che abitavano. Si parla della "terra di Uz", non solo in questo passo, ma anche inGeremia 25:20 eLamentazioni 4:21). Questi ultimi passi citati sembrano indicare che il "paese di Uz" di Geremia si trovava a Edom o nelle vicinanze, e quindi a sud della Palestina; ma poiché gli Uziti, come tante nazioni di questi porti, erano migratori, non c'è da stupirsi se il nome Uz è stato, in tempi diversi, legato a varie località. La tradizione araba considera la regione dell'Hauran, a nord-est della Palestina, come il paese di Giobbe. Gli altri nomi geografici nel Libro di Giobbe indicano una località più orientale, non molto lontana dall'Eufrate meridionale, e le parti adiacenti dell'Arabia Saba, Dedan, Teman, Buz, Shuah e Chesed (Casdim) puntano tutte a questa località. D'altra parte, c'è un passo nelle iscrizioni di Asshurbanipal (circ. 650-625 a.C.) che, associando insieme i nomi di Huz e Buz (Khazu e Bazu), sembra collocarli entrambi nell'Arabia Centrale, non lontano dal Jebel Shnmmar ('Ancient Monarchies,' vol. 2. p. 470). La mia conclusione sarebbe che, mentre il nome "terra di Uz" designava in vari periodi varie località, la "terra di Uz" di Giobbe si trovava un po' a ovest del Basso Eufrate, ai confini della Caldea e dell'Arabia. Il cui nome era Giobbe. In ebraico il nome è "Iyyob", da cui "Eyoub" degli arabi e "Hiob" dei tedeschi. È un nome molto diverso da quello del terzo figlio di Issacar,Genesi 46:18 che è appropriatamente espresso con "Giobbe", che significa bwOy. Si suppone che Iyyob derivi da aib (byia), "essere ostile", e che significhi "trattato crudelmente o ostile", con la quale facilità dobbiamo supporre che sia stato dato per la prima volta al patriarca nella sua vita successiva, e che abbia sostituito qualcun altro, come "Pietro" ha sostituito "Simone" e "Paolo" ha sostituito "Saul". Secondo una tradizione ebraica, adottata da alcuni Padri cristiani, il nome originale di Giobbe era "Jobab", e con questo nome regnò come Apocalisse di Edom. Ma questa regalità è poco compatibile con l'opinione che ne viene data nel Libro di Giobbe. La presunta connessione del nome di Giuba con quello di Giobbe è molto dubbia. E quell'uomo era perfetto. Tam (μT), la parola tradotta "perfetto", sembra significare "completo, intero, non mancante sotto alcun aspetto", Corrisponde al greco τελειος, e al latino intero (comp. Orazio, 'Od.,' 1:22. 1, "Integer vitro, scelerisque purus'). Non significa assolutamente senza peccato", cosa che Giobbe non era.Giobbe 9:20 40:4 E dritto. Questo è l'esatto significato di yashar (rvy). "Il Libro di Jasher" era "il Libro del Retto".

βιβλιον του ευθους, - 2Samuele 1:18 Colui che temeva Dio e fuggiva il male; letteralmente, temeva Dio e si allontanava dal male. La stessa testimonianza è data di Giobbe da Dio stesso nel versetto 8, e di nuovo inGiobbe 2:3).

comp. anche - Ezechiele 14:14,20 Dobbiamo supporre che Giobbe abbia raggiunto la perfezione più vicina possibile all'uomo a quel tempo

Versetti 1-5. - L'eroe del poema

IO IL NOME DEL PATRIARCA. Lavoro

1. Storico. Non fittizio, ma reale.Ezechiele 14:14; Giudici 5:11 Anche se il Libro di Giobbe proveniva dal brillante periodo salomonico, la persona di Giobbe deve essere cercata nei remoti tempi patriarcali

2. Significativo. Significa "perseguitato" o "pentito", se non è meglio collegato con una radice che denota "gioiosa esultanza". I nomi delle Scritture sono spesso indicativi di tratti caratteriali (ad esempio Giacobbe, Pietro, Barnaba) o di punti della storia (ad esempio Abramo, Israele, Beniamino, Samuele)

3. Illustre. Affine a quello dei principi,Genesi 46:13; 36:33 come i quali probabilmente discendeva dal padre dei fedeli.Genesi 25:6 La pietà, non meno delle doti intellettuali, degli antenati a volte riappare nella loro posterità

4. Onorato. Lodato da Dio,Ezechiele 14:14 esaltato da San Giacomo,Giudici 5:11 immortalato dal bardo ebreo

II IL PAESE DEL PATRIARCA. Uz

1. Pagano. Benché considerevolmente civilizzati, come attestano i monumenti sopravvissuti, i figli dell'Oriente non furono accolti nell'alleanza abramitica, sotto il quale rimasero indietro rispetto ai figli d'Israele.Romani 9:4 Per i paesi, come per gli individui, le istituzioni religiose sono un onore più grande e un privilegio più grande delle benedizioni della civiltà. Ancora:

2. Non dimenticato da Dio. Se i connazionali di Giobbe, come quelli di Abramo, erano dediti all'idolatria.Giobbe 31:26-28 è evidente che un residuo aderiva ancora alla fede primordiale dell'umanità. Probabilmente nessuna epoca o popolo è mai stato completamente privo della luce proveniente dal cielo o delle influenze benevole dello Spirito di Dio. Nei tempi più bui e nelle terre più idolatriche Dio è stato in grado di trovare un seme per servirlo.1Re 19:18 Romani 11:4,5

III LA PIETÀ DEL PATRIARCA

1. Perfetto. Usato da NoèGenesi 6:9 e da Abraamo;Genesi 17:1 descrive il carattere religioso del patriarca in riferimento a se stesso come

(1) completo, completo, ben proporzionato, completamente simmetrico, in possesso di tutti gli attributi e le qualità indispensabili per l'umanità spirituale, un ideale a cui aspiravano i santi dell'Antico Testamento e i credenti del Nuovo Testamento e che per mezzo di Cristo, Paolo - Matteo 5:48 - , Paolo e San Giacomo (Giudici 1:4 e come obiettivo della realizzazione cristiana; e come

(2) sincero, chiaro e trasparente nei motivi, singolo e indiviso negli obiettivi, puro e non mescolato nell'affetto, senza frode, senza ipocrisia, senza doppiezza, una qualità ancora una volta esemplificata da Davide,Salmi 26:1 Zaccaria ed Elisabetta,Luca 1:6 Natanaele,Giovanni 1:47 San Paolo,2Corinzi 4:2 e ingiunto da Cristo come un obbligo perpetuo. Colossesi 3:22; 1Tm 1:5

2. Verticale. Definendo la pietà di Giobbe nel suo rapporto con la legge del diritto, come ciò che era "diritto", o senza deviazione,

cioè cosciente;Ecclesiaste 7:20 nel pensiero o nell'azione che flora il sentiero prescritto del dovere, e anche distinguendolo dalle "vie tortuose" degli empi,Salmi 125:4; Proverbi 2:15 contro le quali i santi sono messi in guardia,

Gsè 1:7 - Proverbi 4:25,27 e che si sforzano di evitare.Salmi 101:3 Ebrei 13:18

3. Timorato di Dio. Esponendo l'aspetto che la pietà di Giobbe manteneva verso Dio, una prospettiva non di oscuro e servile terrore, ma di luminosa riverenza filiale e di santo timore, tale solenne e profonda venerazione come la contemplazione del carattere divino è adatta a ispirare,Salmi 89:7; 99:3 come Abramo amava,Genesi 22:12 come è inculcato ai cristiani,Ebrei 12:28 e come sta alla base di ogni vera grandezza.Salmi 111:10; Giobbe 28:28; Proverbi 1:7

4. Odiare il peccato. Completare il ritratto del carattere religioso del patriarca descrivendo l'atteggiamento in cui si trovava nei confronti del male morale, sia in se stesso che nel mondo circostante, che non era una posizione di indifferenza o neutralità, ma di ostilità attiva e determinata, una caratteristica necessaria nel carattere dell'uomo buono come descritto nelle Scritture.Salmi 34:14; Proverbi 14:6; Efesini 5:11; 1Giovanni 3:3,6);

IV IL PATRIMONIO DEL PATRIARCA

1. Estensivo. Comprendeva settemila pecore, che lo rendevano un opulento padrone di greggi, tremila cammelli, il che implicava che si comportava come un mercante principesco, cinquecento paia di buoi, che indicavano una grande fattoria, e cinquecento asini, che erano molto apprezzate per il loro latte, mentre insieme a questi comprendeva "una grandissima famiglia", o una moltitudine di servi. come gli aratori, i pastori, i cammellieri, oltre alle guardie, ai sorveglianti, ai trafficanti e agli scribi; da cui è certo che il patriarca non poteva essere un ozioso, dimostrando così che la pietà non è incompatibile con la grande attività commerciale, o con le occupazioni ordinarie della vita necessariamente dannose per la cultura dell'anima.Romani 12:11

2. Pregiato. I diversi elementi del suddetto catalogo mostrano chiaramente che Giobbe era ricco, essendo nel suo caso la ricchezza materiale alleata con il tesoro spirituale, dimostrando così che, sebbene gli uomini buoni non siano sempre ricchi, come purtroppo gli uomini ricchi non sono sempre buoni, non è tuttavia affatto impossibile essere entrambi; testimone Abramo,Genesi 13:2 Isacco,Genesi 26:13,14 Giacobbe,Genesi 32:10 Giuseppe d'Arimatea.Matteo 27:57

3. Rimovibile. Come l'evento dimostrò, e come è il caso della condizione di ogni uomo, grande o piccolo, sulla terra.Giudici 1:10,11 1Giovanni 2:17

V LA FAMIGLIA DEL PATRIARCA

1. Numeroso. Sotto l'economia dell'Antico Testamento una famiglia numerosa era promessa come ricompensa speciale ai pii,Salmi 113:9; 127:4,5 128:1-4 e sebbene una prole abbondante non sia ora un segno di grazia o una prova di religione, tuttavia i figli sono tra i doni più preziosi del Cielo, e felice è l'uomo che ne ha la faretra piena

2. Felice. Sia che si trattasse di feste di compleanno, sia che si tornasse periodicamente a feste religiose, sia che si celebrassero banchetti settimanali, era evidente che formavano una famiglia allegra e cordiale. La festa innocente non è né disdicevole né irreligiosa, poiché non è vero che "l'uomo è stato fatto per piangere" (Burns), mentre è vero che al popolo di Dio è comandato di rallegrarsi sempre di più.Ecclesiaste 9:7; Salmi 100:1; Filippesi 4:4

3. Amare. Se la famiglia di Giobbe era allegra, era altrettanto armoniosa e unita. Pochi spettacoli sulla terra sono più belli delle famiglie i cui membri sono cari l'uno all'altro da affetto reciproco; eppure gli uomini buoni hanno spesso visto le loro famiglie lacerate da lotte indecorose; ad esempio Adamo, Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide

VI LA SOLLECITUDINE DEL PATRIARCA

1. Ragionevole. L'allegria e l'allegria, pur essendo innocenti in se stesse e sanzionate dalla religione, tendono a far dimenticare Dio al cuore. Coloro che frequentano i banchetti sociali e si concedono le prelibatezze del mondo sono inclini a diventare amanti del piacere più che amanti di Dio;

2Tm 3:4 ad esempio Salomone, Dives, Dema

2. Divenire. Da uomo pio, Giobbe non poteva non preoccuparsi del comportamento di tanti giovani, soprattutto quando partecipavano a una festa. Come padre, era doppiamente costretto ad avere rispetto per il loro benessere spirituale ed eterno. Ancor più è dovere di un genitore addestrare i suoi figli e le sue figlie nella cura e nell'ammonimento del Signore piuttosto che provvedere alla loro educazione e al loro insediamento nella vita.Efesini 6:4

3. Sincero. Il padre che poteva essere così affranto e speso per l'educazione religiosa dei suoi figli come sembra che Giobbe avesse il calcagno, era chiaramente serio, e poteva essere preso come modello dai genitori cristiani. Confrontate la negligenza dei genitori di Eli.1Samuele 2:29

4. Abituale. Come lo zelo di Giobbe era pronto, così pure lo era costante. La pratica divina del culto divino veniva mantenuta con instancabile regolarità, settimana dopo settimana, o almeno alla fine di ogni occasione festiva. Come la responsabilità di un genitore per i suoi figli non termina con la loro infanzia, così nemmeno i suoi sforzi per promuovere il loro benessere dovrebbero cessare con il loro arrivo allo stadio dell'età adulta e femminile

Imparare:

1. Dio può avere figli visibili al di fuori della Chiesa

2. Prosperità e pietà, sebbene non comunemente congiunte, non sono affatto incompatibili

3. Il popolo di Dio dovrebbe mirare al possesso di una pietà che sia "perfetta e intera, che non manchi di nulla"

4. Le famiglie dei buoni uomini dovrebbero essere buone

5. I genitori pii devono educare i loro figli al timore di Dio e all'osservanza dei suoi precetti

Versetti 1-5.- Giobbe

SONO UN PRINCIPE ORIENTALE

II UN UOMO RICCO

III UN SANTO EMINENTE

IV UN GENITORE DEVOTO

V UN SACERDOTE CHE SI SACRIFICA

Versetti 1-5. - La vita e il carattere di Giobbe

La scena si apre in tutta la luminosità, e l'eroe di questo poema sacro si erge davanti a noi immerso nel sole della prosperità terrena e, per di meglio, coronato dal favore di Dio: un uomo veramente invidiabile. In queste poche righe abbiamo dato, in brevi, tocchi suggestivi:

HO UN'IMMAGINE DI COMPLETA FELICITÀ. Ci sono elementi interni ed esterni di beatitudine terrena; e nessuno dei due deve essere assente se quella beatitudine deve essere piena e completa. Il primo per importanza è l'elemento interno: il regno di Dio nell'uomo. Eppure una virtù affamata o risparmiata, che lotta contro la povertà e le avversità, è uno spettacolo che accende pietà e ammirazione. Il nostro senso morale è pienamente soddisfatto solo quando vediamo la bontà fornita con la sufficienza dei mezzi di questo mondo. Le energie morali sono soffocate da un'estrema miseria; Trovano nella competenza uno stadio sul quale possono muoversi con facilità e grazia, e mettere in campo tutte le loro forze in uno sviluppo armonioso. Il grande maestro Aristotele insegnava che il segreto della felicità risiedeva nell'attività razionale e virtuosa dell'anima in tutta la sua vita. Ma insisteva anche sul fatto che una fornitura sufficiente di beni esterni era essenziale per la completa felicità, proprio come l'equipaggiamento del coro greco era necessario per la rappresentazione di un dramma. Eppure l'inferiorità degli elementi esterni della felicità rispetto a quelli interni è indicata, non solo dal loro secondo posto nella descrizione del poeta sacro, ma dal rapido seguito tragico, dall'oscuramento della scena, dall'improvvisa disgregazione di casa e casa e fortuna dell'uomo ricco. E qui ci viene in mente il detto di un altro illustre greco, Solone: "Non chiamare felice nessuno fino al giorno della sua morte". La sorte di Creso, il cui nome era sinonimo di fortuna mondana nel mondo greco antico, indicava la morale di quel detto, secondo l'affascinante storia di Erodoto, come le vicissitudini di Giobbe lo rendono qui indicato. Questo mondo passa; Tutto ciò che è esterno a noi è soggetto a perdita, cambiamento, incertezza. Solo "l'anima dolce e virtuosa, come il legname stagionato, non cede mai". Le rovine di un mondo che cade lasciano il vero uomo incrollabile. Facendo la volontà di Dio, unito a lui da obbedienza consapevole e fiducia, egli dimora per sempre. Così, nella concisa ed enfatica designazione del personaggio di Giobbe, nel primo verso del poema, viene suonata la sua nota chiave

II LINEAMENTI DI CARATTERE. Quattro parole, come pochi tocchi espressivi della matita di un maestro, ci pongono davanti il personaggio del patriarca

1. "Quell'uomo era perfetto". Cioè, era sano (integer vitae, come dice il poeta romano) nel cuore e nella vita, irreprensibile nel senso ordinario in cui usiamo questa parola, libero da vizi evidenti o grossolane incoerenze. Dobbiamo tenere a mente che epiteti generali come questi, che denotano attributi del carattere umano, derivano dalla nostra esperienza degli oggetti esterni. Sono, quindi, espressioni figurative, che non devono essere usate in un senso matematico esatto, il che, naturalmente, è inapplicabile a un oggetto come il carattere umano. Perfetto, come si dice che sia un animale sano; senza macchia, come un agnello di neve e sacrificale; immacolato, come un "frutto raccolto", senza "speck denocciolato". Ci sono due aspetti della perfezione: quello negativo e quello positivo. La perfezione negativa è più la visione dell'Antico Testamento. Lo è... quando il personaggio presenta un vuoto dalla parte di quei vizi grossolani, di quei peccati contro l'onore e la verità e ogni inclinazione divina e sociale, che incorrono nell'odio dell'uomo e nel dispiacere del Cielo. La visione del Nuovo Testamento mette in evidenza il lato positivo della "perfezione". Non è solo la vita priva di offesa, ma è la completezza dell'uomo cristiano in quelle grazie celesti, quell'ornamento luminoso e risplendente del carattere santificato, che agli occhi di Dio è di grande prezzo. Ma ci sono condizioni di vita in cui c'è relativamente poco spazio per lo sviluppo dell'O! carattere ampiamente positivo. C'è solo una piccola cerchia di doveri, di occupazioni, di divertimenti, di relazioni, in circostanze come nella semplicità primordiale e pastorale di Giobbe. Com'è diverso da questa nostra vita moderna altamente sviluppata, ampiamente e variamente interessante! Dove si dà di più, sarà necessario di più. Ma l'esempio di Giobbe consiste nella semplicità e nell'integrità con cui si muoveva nella sfera della sua piccola sovranità e, con ogni facilità di indulgere alla passione, di violare il diritto, di usurpare la felicità degli altri, si manteneva bianco come il giglio, nobilmente esente da colpa. Non che lui fosse quell'insipidità di carattere, un uomo semplicemente corretto. L'egoismo intenso si trova spesso nei tuoi uomini corretti. Vediamo dagli scorci che ci vengono dati nel corso del poema che egli era un uomo attivamente buono. Qui possiamo leggere le squisite descrizioni della sua vita passata nei capitoli 29 e 31, che gli furono costrette per autodifesa. Guardiamo l'immagine di un uomo che è il pilastro della sua comunità, una luce, un conforto, una gioia per i dipendenti e per gli eguali. È un quadro che le migliaia di nostri compatrioti, che godono della fortuna, della posizione, dell'educazione e dell'influenza nei loro rispettivi quartieri, possono essere invitati a contemplare e ad imitare. I piaceri divini e la nobile ricompensa di un giusto uso della ricchezza e della posizione, formano per moltitudini di grandi campi poco esplorati. In mezzo ai seri avvertimenti della Scrittura e dell'esperienza contro i pericoli della prosperità, risalti il puro esempio di Giobbe per ricordare ai prosperi che possono fare dei loro mezzi un aiuto invece che un ostacolo al regno dei cieli; possa schiavizzare l'ingiusto mammona; Per guadagnare gran parte di questo mondo, non devono necessariamente perdere le loro anime!

2. Era in piedi. L'idea è quella di una linea retta. E l'immagine opposta è trasmessa dalla parola "verso l'esterno" o "storto", dalla linea curva e deviante. Come dicono i contadini di un uomo onesto, Egli agisce "dritto" e, come dice la nostra bella vecchia parola inglese, "diretto". C'è una certa matematica della condotta. di non allontanarsi mai dalla verità, nemmeno per scherzo; non per attenuare, né per esagerare, né per essere parziali nelle nostre affermazioni; di non aggiungere né togliere dai fatti; di "dire la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità"; di astenersi dall'adulazione da una parte e dalla perversione calunniosa dall'altra; considerare la parola data come un vincolo; pensare e parlare con gli altri con quel candore, quella luce più chiara in cui siamo sempre in comunione con noi stessi; di odiare le apparenze e le dissimulazioni, di liberarsi dalle doppiezze e dalle confusioni; in tutte le relazioni, con se stessi, con Dio, con gli altri, per essere uno stesso uomo; evitare curve e tornanti nel nostro percorso; andare dritto ai nostri fini, come una freccia al suo bersaglio; -Questo è lo spirito, questo è il temperamento, dell'uomo "retto". Il suo carattere ricorda le linee sottili di una vera opera d'arte; mentre l'uomo "perverso" ci ricorda il disegno mal disegnato, la cui deformità nessuna quantità di sovrapposizioni e ornamenti può mascherare

3. Timorato di Dio. Questo e il seguente epiteto completano la rappresentazione dei primi due. Nessun uomo è "perfetto" senza avere timore di Dio; nessuno retto senza allontanarsi dal male. La religione nasce dal sentimento di timore reverenziale dell'uomo verso il vasto Potere invisibile e la Causa rivelata attraverso le cose viste. La sua coscienza, con le sue esortazioni, gli parla della rettitudine dell'invisibile Causa eterna. Tutta la sua esperienza interiore ed esteriore gli imprime il senso della sua assoluta dipendenza. L'obbedienza, attiva e passiva, alla Volontà Eterna è la legge primaria che si rivela nel cuore dell'uomo in mezzo a tuoni simili a quelli del Sinai, su tutto il mondo e in tutti i tempi. Sentimenti come questi costituiscono la religione più antica e universale dell'uomo; La Scrittura li designa con questa espressione onnicomprensiva: "il timore di Dio, il timore dell'Eterno". Non è un sentimento servile, se l'uomo è fedele a se stesso. Non è un terrore cieco, non è un'ispirazione panica. È la paura castigata ed elevata dall'intelligenza, dalla comunione spirituale; è rispetto illimitato, riverenza incommensurabile; È sempre in cammino per diventare l'amore perfetto. Il risultato di questa autentica religione sul carattere è di farci vedere tutte le cose nella loro relazione con l'invisibile e l'eterno. Così la vita è dignitosa, sollevata dalla meschinità, riceve un certo significato e significato nei suoi più piccoli dettagli. Senza religione esistiamo come animali, non viviamo come uomini. La carriera più impegnata, la reputazione più rumorosa, il più splendido successo mondano: che senso, che significato c'è in esso senza il principio del cuore che lo lega consapevolmente all'invisibile? "È una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di furia, ma che non significa nulla."

4. "Ha evitato il male". O, un uomo che si è allontanato dal male. Questa era l'abitudine della sua vita. Completa ciò che è dato nel secondo tratto. La sua rettitudine, che lo conduce in una linea diretta di condotta, lo libera dai sentieri secondari dell'inganno, della trasgressione, dalle vie delle tenebre e della vergogna. Ecco, dunque, in queste quattro parole abbiamo suggerito l'idea di una pietà completa, l'immagine di una vita costante e nobile, che sta "quadrata a tutti i venti che soffiano". Vediamo un personaggio immacolato, accompagnato da una discreta fama nel mondo; il fondamento segreto su cui poggia la struttura morale ci si rivela, in un abito di principio, un cuore pieno di timore di Dio. Guardiamo il patriarca, che si muove nell'aria pura e nella santa luce del sole del favore del Cielo, benedetto dalla buona volontà degli uomini e con tutte quelle speranze per il futuro che ispira una felicità passata, senza sognare che i suoi cieli saranno così presto oscurati e le fondamenta della sua gioia terrena saranno scosse così violentemente

III CARATTERISTICHE DELLA PROSPERITÀ ESTERNA. Anche questi sono brevemente e suggestivamente abbozzati, e non è necessario soffermarsi a lungo su di essi. Sono presenti tutti gli elementi di un'elevata prosperità e di un'ottima posizione in quel semplice stato di vita

1. La sua famiglia. Ebbe dieci figli, i quali più del doppio delle figlie. A quei tempi gli uomini sentivano che una famiglia numerosa era una grande benedizione, uno dei segni visibili del favore del Cielo. I figli maschi in particolare erano una nuova fonte di ricchezza e importanza per la famiglia. Ai nostri giorni, forse ai nostri giorni, i genitori hanno forse l'abitudine di ringraziare Dio per le famiglie numerose. Sono troppo pronti a gemere sotto la preoccupazione, piuttosto che ad ammettere allegramente la realtà della benedizione. Eppure, come vediamo costantemente le prove della felicità delle famiglie numerose, anche nella povertà! Una famiglia ben ordinata è la più divina delle scuole. Il carattere è così variamente sviluppato e in tanti modi provato ed educato in essi. Nella varietà di questo piccolo mondo c'è un'ottima preparazione per l'attività e per la resistenza nel mondo più grande. Nel complesso, non c'è dubbio che le famiglie numerose sono una grande fonte non solo di felicità, ma di ricchezze di ogni genere. E la verità deve essere insistita di tanto in tanto, quando sentiamo parlare della questione in termini di denigrazione o pietà. La faretra piena non è oggetto di pietà in nessun momento in cui gli uomini obbediscono alle leggi di Dio nella loro vita sociale. Sono i solitari, e coloro che sono condannati a condurre un'esistenza troppo egocentrica, che hanno bisogno della nostra pietà

2. La sua proprietà. Consisteva, ci viene detto, di ampie mandrie di bovini: pecore, cammelli, buoi, asini e in un numero proporzionato di servitori. Tutta la ricchezza dell'uomo deriva dalla terra e dai suoi prodotti nelle piante e negli animali. Ed è una buona cosa ricordarselo. Noi, la cui ricchezza è rappresentata per la maggior parte da semplici simboli e figure, il senso della nostra dipendenza non ci è stato mostrato in modo così vivido come colui che conduce la semplice vita pastorale di Giobbe. C'è salute e benedizione nella chiamata del vignaiolo e del pastore, che vivono così vicino alla Madre Terra, costantemente ricordati della loro dipendenza da lei, del loro potere con diligenza di estrarre conforto dal suo seno. Un tempo eravamo tutti contadini, pastori e cacciatori; Queste sono le occupazioni primordiali dell'uomo, ed egli deve tornarvi ancora e ancora se vuole continuare a prosperare. Prendiamo la lezione che tutte le fonti di profitto che sono connesse con il miglioramento della terra sono le più sane a cui possiamo attingere. Per sviluppare la terra e la mente dell'uomo, la coltivazione naturale e spirituale, queste sono opere nobili e attività meritevoli. Che sia incoraggiata l'emigrazione dei giovani e dei vigorosi nelle vaste distese incolte del mondo. Lì si sposino con la natura e costruiscano scene di conforto e felicità come quella in cui dimorava il patriarca

IV PIETÀ IN MEZZO ALLE TENTAZIONI DELLA PROSPERITÀ. Era un antico detto che un brav'uomo che lottava con le avversità era uno spettacolo per gli dei. Ma quanto più lo è un brav'uomo che lotta con la prosperità. Infatti, mentre le avversità minacciano il nostro benessere fisico, non meno la prosperità mette in pericolo la nostra salute spirituale. Non attacca apertamente, ammorbidisce, rilassa, indebolisce. Per dieci uomini che possono sopportare la povertà, ce n'è uno che può portare ricchezze? Quali bei fiori spirituali spuntano dal scarso terreno della miseria esteriore, come il fiore del prigioniero tra le pietre della sua prigione! Quale deperimento morale, quale magrezza d'animo, può accompagnare la borsa piena, rannicchiarsi nella splendida dimora, nascondersi sotto le belle vesti dei grandi mondani! Anche per i veri uomini, che non devono essere facilmente sopraffatti dalle tentazioni esterne, è vero, ed essi ammetteranno, nelle belle parole di Milton, che le ricchezze "allentano la virtù e diminuiscono il suo taglio". Non dobbiamo infatti dedurre, poiché nel Vangelo si parla tanto dei pericoli delle ricchezze per l'anima, che non ci siano pericoli nella povertà. Ma la verità è che i pericoli della ricchezza sono più sottili, meno evidenti, essendo associati al piacere, non al dolore. La povertà punge, le ricchezze cullano l'anima. La miseria può pervertire la coscienza; Ma il lusso sembra metterlo a dormire. La nostra vita è una lotta dell'esterno con l'interno. L'esterno, in una forma o nell'altra, minaccia di avere la meglio su di noi. Da questa grande lotta e agonia dipende il vero interesse della vita, tutta la sua tragedia e poesia. E se accende l'ammirazione, l'entusiasmo, risveglia il senso del sublime vedere la vittoria dell'anima sulle avversità, sulla povertà, sul disprezzo, non dovrebbe ugualmente deliziare il nostro miglior sentimento vedere la vittoria dell'anima sulle ricchezze e sulla prosperità? Nel caso di molti, togliete loro l'ambiente circostante, e non saranno nulla. L'immagine è inutile a parte la cornice. Altri sono fantastici in qualsiasi circostanza. Non fanno l'uomo. È l'uomo che li rende interessanti. Possono cambiare, possono essere invertiti; L'uomo rimane lo stesso. È un tale eroe morale delle tranquille scene di pace che dobbiamo contemplare in Giobbe. La sua pietà è ben evidenziata nel contrasto tra la spensieratezza dei suoi figli e la sua serietà (versetti 4, 5). Essi, nel periodo di massimo splendore della giovinezza, della salute e dello spirito, erano soliti durante le vacanze o i compleanni incontrarsi e tenere grandi feste nelle case degli altri. Essi danno il tipo dei coltivatori sconsiderati del piacere. Né si accenna al fatto che ci fosse qualcosa di vizioso nei loro piaceri. Amavano i gioiosi passatempi della loro stagione della vita e si divertivano l'uno con l'altro in compagnia: ecco tutto. Non viene dato alcun accenno al fatto che nella calamità successiva caddero vittime del giudizio di Dio sui loro peccati. Passano, con questa breve menzione, fuori dalla vista, e tutto l'interesse si concentra su Giobbe. Ciò che sentiva e sapeva era che il piacere, per quanto innocente, offusca, come la ricchezza, l'anima verso Dio. Si sono visti giovani togliere la Bibbia di famiglia dal suo posto mentre facevano i preparativi per un ballo, come se fossero consapevoli che c'era qualcosa nell'albero di indulgenza degli istinti di piacere incompatibile con la presenza dei solenni richiami della religione. Ma il piacere ha già oltrepassato i limiti della moderazione ed è entrato nella regione dell'illegalità, della licenza e dell'eccesso, quando ci può essere una disposizione a ignorare, anche per un momento, le sante influenze della religione, la presenza di Dio. In contrasto, quindi, con l'allegro abbandono all'allegria, alla devozione sconsiderata ai piaceri del momento da parte dei suoi figli, vediamo in Giobbe una mente che nessuna distrazione poteva distogliere dal senso costante della sua relazione con il suo Dio. Padre gentile, non interferiva per rovinare le feste naturali e innocenti dei suoi figli in queste speciali occasioni di gioia; ma il suo pensiero li seguiva, con elevazioni del cuore e preghiere per la loro preservazione da quei mali che possono sorgere proprio in mezzo alle scene di più alto godimento sociale, come serpenti da un letto di fiori. Tuttavia, non dobbiamo presumere l'eccesso o il male da parte dei figli di Giobbe; Il linguaggio suggerisce semplicemente l'ansia della sua mente per timore che ciò avvenga. Può darsi che il timore di Dio fosse entrato anche nei loro cuori e, limitando il loro godimento entro i dovuti limiti e ispirando gratitudine, permise che le loro feste fossero coronate dal favore del Cielo. Uno dei nostri famosi scrittori inglesi, descrivendo la scena in una vecchia casa di contadini francesi, quando, dopo le fatiche della giornata, prima di ritirarsi a riposare, i giovani della casa si univano in una danza allegra, dice di aver notato un leggero gesto, un po' di sollevamento degli occhi o delle mani, in un punto particolare, in una parola, Mi sembrava di vedere la religione mescolarsi alla danza!" Un bel suggerimento, per coloro che sono perplessi con il problema di come unire la religione al relax, per soddisfare l'istinto di divertimento coerentemente con la pietà. Non c'è soluzione da trovare per il problema se non nell'allegro e leale abbandono del cuore a Dio, e nell'intelligente adorazione di lui in tutte le nostre attività, in tutti i nostri piaceri. È una concezione ristretta o spuria della religione che ci esclude da qualsiasi piacere autentico. Il riconoscimento abituale del nostro Creatore nell'uso di questa organizzazione sensibile del corpo e della mente che è il suo dono è il mezzo per valorizzare e allo stesso tempo santificare ogni sano piacere del corpo e dell'anima. Uno dei "frutti dello Spirito", una delle grazie della vita cristiana, uno dei risultati della vera pietà, è la "temperanza", la "moderazione" o la "padronanza di sé". Lo vediamo in Giobbe. E vediamo la genuinità della sua pietà in mezzo alla prosperità nell'ansia che prova per timore che i suoi figli abbiano trasgredito contro questa legge di condotta (versetto 5). «Può darsi», disse, «che i miei figli abbiano peccato e abbiano detto addio a Dio, lo abbiano abbandonato o dimenticato nel loro cuore». Il punto successivo è: la pietà che si manifesta nel rituale. Il rituale, o cultus, ha un posto importante nella storia e nello sviluppo della religione. È la presentazione esteriore della religione, come simbolo di una realtà interiore. Come la pulizia e l'ordine della persona, la correttezza e la gentilezza dei modi, hanno un certo valore come indice dell'uomo interiore, così per il lato rituale e simbolico della religione. È un tipo di linguaggio, e ha l'unico valore che il linguaggio può avere: quello di dare un significato a qualcosa. Quando non ha più un significato, deve passare ed essere sostituito da un modo di espressione più vitale. Perché sia la lingua che il rituale sono l'elemento mutevole nella religione; L'interiore e spirituale è il dimorante ed eterno. Ora, qui siamo riportati a un tempo in cui l'espressione esteriore della pietà era diversa e più elaborata che da noi. I sacrifici di vario genere offrivano un mezzo di comunicazione molto significativo, potente e vario delle penitenze, delle devozioni, delle aspirazioni a Dio dell'anima. Qui abbiamo il rituale della penitenza, l'offerta di riparazione. È il devoto desiderio di riconciliazione con Dio, di unità con Dio, che si esprime, in seguito al senso di una rottura, o di una possibile rottura, attraverso la negligenza o la trasgressione dei veri rapporti dell'anima con lui. Un racconto di tali offerte sotto la Legge di Mosè si trova inLevitico 4; Levitico 6:17-23; 7:1-10). E Giobbe, alzandosi presto dopo ciascuna di queste feste, era solito mandare a chiamare i suoi figli individualmente, affinché potessero essere presenti al solenne sacrificio, e così ricevere simbolicamente la purificazione e l'assoluzione dalla macchia della colpa. Così sorge davanti a noi, in questo tratto conclusivo del carattere di Giobbe, l'immagine di uno che cercava prima il regno di Dio, e di essere giusto con lui: un esempio di amore paterno e di pietà; di uno che identificò, comeGiosuè 24:15), la sua casa con se stesso al servizio dell'Eterno. Con la piacevole arte del poeta sacro, il nostro interesse, la nostra simpatia, è già potentemente attratta verso l'eroe della sua storia. Il sipario cala su questa luminosa scena di vita come se fosse con gli auguri e le preghiere di tutti gli spettatori. Che l'ombra di Giobbe non diminuisca mai! Possa il suo sentiero essere come la luce splendente, che si eleva fino al giorno perfetto! Possa egli continuare a benedire e benedire in seno alla sua famiglia e alla sua casa, avanzare verso "la vecchiaia con onore, schiere di amici", e giungere alla sua fine nella sua stagione, come una spiga di grano, pienamente matura!

OMULIE di R. GREEN Versetti 1-5. - Le condizioni tipiche della felicità domestica

Questo primo poema orientale, destinato a gettare luce sui metodi della disciplina divina degli uomini, si apre con una piacevole immagine della felicità domestica, presentando un tipico esempio di vita familiare felice. Ma Giobbe è la figura centrale. È il libro di Giobbe. Tutto ha la sua relazione con lui. È lui l'unico soggetto del libro. Giobbe non è più vero di quanto lo siano le circostanze che lo circondano. Tutti gli elementi della felicità domestica sono presenti. Sono visti in

I IL CARATTERE PERSONALE DEL CAPO DELLA CASA. Nel suo spirito è "perfetto", non segnato da difetti morali. Come "uomo giusto" cammina nella sua integrità. Nel suo comportamento e nel suo modo di trattare con gli uomini è "retto". Nessun capriccio tortuoso rovina il suo carattere o la sua condotta. L'onestà, la franchezza, la sincerità, sono le virtù evidenti di quest'uomo buono, che è riverente, devoto, obbediente. Il fondamento di ogni sapienza, come di ogni virtù, è presente: egli "teme Dio". Il male lo "rifugge", lo evita. Queste sono le caratteristiche necessarie nel capo di una famiglia devota e felice

II Una seconda caratteristica si vede nel numero dei membri della famiglia e nelle loro relazioni affettuose. Ognuno aggiunge il proprio elemento di carattere, e la varietà di questi elementi assicura la completezza della vita familiare, mentre l'affetto ne preserva l'unità. L'amore è il vincolo della perfezione in famiglia come in tutte le comunità

III Un ulteriore elemento si trova nei possedimenti abbondanti, che elevano la famiglia dal bisogno all'opulenza, e portano alla sua portata tutto ciò che potrebbe promuovere il suo benessere e il suo godimento

IV Su tutto è posta la guardia e la santità dell'OSSERVANZA RELIGIOSA ABITUALE. Dichiarante

(1) La fede di Giobbe in Dio;

(2) il suo timore riverente;

(3) la sua conoscenza della dottrina della redenzione mediante il sacrificio;

(4) la sua disciplina religiosa domestica. In tutti questi Giobbe è un modello per il capo di una famiglia

Era molto appropriato che un tale uomo fosse "il più grande dei figli dell'Oriente". Felice la nazione i cui uomini più grandi sono i suoi migliori! Felice il popolo, tra il quale i più osservabili sono i più degni di imitazione. Tale era Giobbe, il soggetto di uno dei più interessanti, come di uno dei più antichi, esempi di scrittura poetica, drammatica, religiosa

OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 1.- Giobbe

Il libro di Giobbe si apre con una descrizione del suo eroe. Il ritratto è disegnato con i pochi e forti tratti rapidi e forti di una mano maestra. Abbiamo prima l'uomo esteriore e poi quello interiore: prima Giobbe come era conosciuto da qualsiasi osservatore casuale, e poi Giobbe come era visto dai più riflessivi e penetranti, cioè come era nel suo vero io

IO L'UOMO ESTERNO

1. Un uomo. Giobbe appare per la prima volta davanti a noi come un uomo

(1) Solo un uomo. Non un semidio, non un angelo. Fragile come uomo, debole e fallibile

(2) Un vero uomo. Diogene andava in giro con una lanterna per cercare un uomo. Non avrebbe dovuto andare lontano se fosse stato nella terra di Uz. Ecco uno che ha rivelato l'eroismo della vera virilità nell'ora della prova più dura

(3) Un uomo tipico. Giobbe non è chiamato "l'uomo", ma "un uomo", uno di una razza. Non è chiamato "il figlio dell'uomo". Solo Uno poteva portare quel titolo nella sua sporcizia di significato. Giobbe era davvero un uomo eccezionale. Ma non era l'unico. Non dobbiamo pensare a lui come a qualcosa di solo. Il dramma che si svolge nella sua esperienza è un tipo, anche se su larga scala, del dramma della vita umana in generale

2. Un gentile. Giobbe era del "paese di Uz", un siriano o un arabo. Eppure la sua storia ricorre nelle Scritture ebraiche, e lì appare come uno dei santi più scelti di Dio. Anche nell'Antico Testamento i libri di Giobbe e Giona mostrano che tutta la grazia divina non è confinata alla stretta linea di Israele: Dio ha ora coloro che possiede nelle terre pagane. Essere fuori dal patto non significa essere rinunciati da Dio, se il cuore e la vita sono rivolti verso il cielo

3. Un individuo segnato. "Il cui nome era Giobbe". Quest'uomo aveva un nome, e la sua storia lo ha reso un grande nome. Anche se di una razza, ogni uomo ha la sua personalità, il suo carattere e la sua carriera. Il significato di un nome dipenderà dalla condotta dell'uomo che lo porta. Giobbe - Giuda: quali idee opposte suggeriscono questi due nomi? Quale sarà il sapore dei nostri nomi per chi verrà dopo di noi?

II L'UOMO INTERIORE

1. Un carattere morale

(1) Interiormente vero. Questa sembra l'idea della parola biblica "perfetto". Nessuno è perfetto nel nostro senso della parola. Certamente Giobbe non era senza difetto, né aveva raggiunto la cima del più alto pinnacolo della grazia. Ma non era un ipocrita. Non c'era astuzia, non c'era doppiezza in lui. Era fedele fino al midollo, un uomo di semplicità morale, che non indossava maschere. Le prove di guai non potevano dimostrare la falsità di un uomo del genere

(2) Eretto verso l'esterno. Questa caratteristica è una conseguenza necessaria della precedente. Nessun uomo che abbia un modo di vivere tortuoso può essere interiormente vero. La verità nelle parti interiori deve essere seguita dalla rettitudine del comodo. Notate quanta enfasi la Bibbia attribuisce alla pura integrità. Non c'è santità senza di essa. Giobbe era un uomo onesto, fedele alla sua parola, leale nel suo comportamento, degno di fiducia e onorevole. Tale è l'uomo in cui Dio si compiace

2. Un carattere religioso

(1) Decisamente devoto. "Uno che temeva Dio" Così Giobbe ebbe "il principio della sapienza" Ecco il segreto della sua integrità morale. Le caratteristiche morali più profonde di un brav'uomo si basano sulla sua religione. La vita interiore non può essere sana senza questo; Infatti, anche se si può osservare la seconda tavola dei comandamenti, la prima viene trascurata

(2) Contrari al peccato. Il peccato è l'opposto della devozione. L'uomo religioso non solo la evita; Lo odia. Anche se a volte soccombe debolmente ad esso, tuttavia lo detesta. Non basta non peccare, dobbiamo odiare e detestare il peccato

2 E gli nacquero sette figli e tre figlie. I numeri tre e sette, e il loro prodotto, il dieci, sono certamente numeri sacri, considerati espressivi della perfezione ideale. Ma questo non impedisce che siano anche storiche. Come osserva il canonico Cook, "Sorprendenti coincidenze tra i fatti esteriori e i numeri ideali non sono rare nelle parti puramente storiche della Scrittura" ('Speaker's Commentary', vol. 4, p. 20). Ci sono dodici apostoli, settanta (7 × 10) discepoli inviati da nostro Signore, sette diaconi, tre Vangeli sinottici, dodici profeti minori, sette principi di Persia e di Media, dieci figli di Aman, tre di Noè, Gomer, Terah, Levi e Zeruiah, sette di Japhet, Mizraim, Seir l'Horita, Gad e Iesse,1Cronache 2:13-15 dodici di Ismaele, dodici di Giacobbe, ss. Nostro Signore ha trent 'anni quando comincia a insegnare, e il suo ministero dura tre anni; guarisce sette lebbrosi, scaccia da Maria Maddalena sette demoni, pronuncia sulla croce sette "parole", ordina a Pietro di perdonare suo fratello "settanta" volte sette", ss. È quindi non solo nella visione o nella profezia, o nel linguaggio simbolico, che questi "numeri ideali" vengono alla ribalta molto più frequentemente degli eteri, ma anche nelle storie più concrete

Versetti 2-5. - I pericoli della prosperità

Questo libro si propone di darci un quadro di avversità estreme e probabilmente senza precedenti. È giusto che si apra con una scena di eccezionale prosperità, che serva da contrasto alle scene oscure che seguono. Inoltre, l'idea del libro si realizza meglio se si osserva che la prosperità originaria è considerata, nel suo aspetto morale, come il celo di una possibile tentazione di peccare

I LA PROSPERITÀ ERA SOSTANZIALE

1. Una famiglia numerosa. Questo è sempre considerato nella Bibbia come un segno di prosperità. È una condizione sociale innaturale delle popolazioni congestionate che ha portato all'idea opposta nel nostro tempo. Certamente, dove ci sono mezzi per il sostentamento, la famiglia è fonte di gioia e di influenza, come pure di sano sacrificio di sé

2. Ottima proprietà. Giobbe aveva più che i mezzi per guadagnarsi da vivere. Secondo la stima di una vita pastorale, era un uomo molto ricco, notoriamente ricco, e senza eguali. Eppure quest'uomo conosceva Dio e lo temeva. È quindi possibile presso Dio che un ricco entri nel regno dei cieli.Matteo 19:26

II LA PROSPERITÀ È STATA GODUTA. I figli e le figlie di Giobbe stavano banchettando insieme. Ecco un'immagine della felice vita familiare in mezzo alla ricchezza. La gelosia e l'amarezza che a volte avvelenano il calice della prosperità non erano conosciute nella casa di Giobbe. La sua famiglia era unita e affettuosa. Non era affatto ascetica; ma non abbiamo motivo di pensare che avrebbe dovuto essere così. Non viene mosso alcun rimprovero ai figli e alle figlie di Giobbe per aver banchettato insieme. C'è un tempo per il godimento innocente, e quando questo è preso con moderazione e gratitudine, solo le paure superstiziose possono suggerire l'idea di una Nemesi. Il motto Carpe diem è meschino ed esecrabile, perché porta con sé un'implicita rinuncia al dovere

III C'ERA UN PERICOLO IN QUESTA PROSPERITÀ. Giobbe temeva che i suoi figli avessero rinunciato a Dio nel loro cuore

1. Un pericolo di empietà. Questo è serio nella mente di Giobbe, anche se non si manifestò in una condotta scortese o ingiusta verso gli uomini. Abbandonare Dio è peccato, anche se un uomo paga i suoi debiti

2. Un male interno. "Nei loro cuori" potrebbe non esserci alcuna aperta bestemmia; eppure i cuori dei giovani uomini e donne allegri e negligenti potrebbero essere alienati da Dio. Anche questo è peccato

3. Un male minacciato dalla prosperità. È notevole che questo sia proprio il peccato che Giobbe è successivamente tentato di commettere dall'agonia di calamità schiaccianti. Qui egli pensa che la prosperità possa indurlo nei suoi figli, perché ciò tenta gli uomini ad accontentarsi della terra, ad essere vanitosi, orgogliosi e compiaciuti di sé

IV GIOBBE SI GUARDÒ CONTRO IL PERICOLO. La religione patriarcale faceva del padre il sacerdote della sua casa. Quindi deve essere sempre quando si rende conto della sua posizione. I genitori accumulano proprietà per i loro figli; È più importante che essi provvedano al benessere spirituale dei loro figli. Osservano ansiosamente i sintomi della malattia in loro; Molto di più dovrebbero stare in guardia contro i primi segni di difetti morali. I figli di Giobbe furono santificati, purificati cerimonialmente. La nostra deve essere veramente dedicata a Dio mediante le preghiere dei genitori. - W.F.A

3 Anche la sua sostanza; letteralmente, la sua acquisizione (da hnq, acquisire), ma utilizzato di ricchezza in generale. Settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asini. Si noti, prima di tutto, l'assenza di cavalli o muli da questo elenco, un'indicazione di alta antichità. I cavalli non erano conosciuti in Egitto fino al tempo dei re-pastori (circa 1900-1650 a.C.), che li introdussero dall'Asia. Nessuno viene dato ad Abramo dal Faraone a lui contemporaneo.Genesi 12:16 - Abbiamo sentito dire che nessuno possedeva i patriarchi in Palestina; e, nel complesso, non è probabile che fossero conosciuti nell'Asia occidentale molto tempo prima della loro introduzione in Egitto. Sono originari dell'Asia centrale, dove si trovano ancora allo stato selvatico, e sono passati gradualmente per esportazione nelle regioni più meridionali, Armenia, Asia Minore, Siria, Palestina, Arabia. Si noti, in secondo luogo, che le ricchezze di Giobbe si accordano con quelle di Abramo.Genesi 12:16 In terzo luogo, notate che la ricchezza di bestiame di Giobbe non è al di sopra di ogni credibilità. Un signore egiziano del tempo della quarta dinastia riferisce che possedeva più di 1000 buoi e mucche, 974 pecore, 2.235 porte e 760 asini (Rawlinson's 'Egypt', vol. 2. p. 88). Inoltre, la proporzione dei cammelli è notevole, e implica una residenza ai confini del deserto (vedi il commento alla Versetto 1). e una casa molto grande, letteralmente, e un servizio molto grande, o seguito di servitori. Gli emiri e gli sceicchi orientali ritengono necessario per la loro dignità mantenere un numero di servitori e servitori (tranne, forse, in epoca feudale) del tutto sconosciuto all'Occidente. Abramo aveva trecentodiciotto servi addestrati, nati nella sua casa.Genesi 14:14 Le case egiziane erano "piene di domestici", comprendenti servitori di ogni specie: stallieri, artigiani, impiegati, musicisti, messaggeri e simili. Uno sceicco, situato come si trovava Giobbe, avrebbe anche avuto bisogno di un certo numero di guardie, mentre per il suo bestiame avrebbe avuto bisogno di un gran numero di pastori, mandrie di buoi e simili (vedi 'Egypt from the Early Times', p. 44) di Birch). Così che quest'uomo era il più grande di tutti gli uomini dell'oriente. Sembra che i Beney Kedem, o "uomini dell'oriente", letteralmente, figli dell'oriente, comprendano l'intera popolazione compresa tra la Palestina e l'Eufrate.Genesi 29:1; Giuda 6:3; 7:12; 8:10; Isaia 11:14; Geremia 49:28 - , ss. Molte tribù di arabi sono designate in modo simile al giorno d'oggi, ad esempio i Beni Harb, i Beni Suhr, i Bani Naim, i Bani Lain, ss. Sembrerebbe che i Fenici dovessero chiamarsi Beni Kedem quando si stabilirono in Grecia, dal momento che i Greci li conoscevano come "Cadmeisns" e li resero discendenti di un mitico "Cadreus" (Erode, 5:57-59). Il nome "Saraceni" è in una certa misura analogo, poiché significa "Uomini del mattino"

Ricchezza e pietà

I LORO CARATTERISTICHE COMUNI

1. I doni di Dio; e quindi da ricevere con gratitudine

2. Gli ornamenti dell'uomo; e quindi da sopportare umilmente

3. I talenti di un cristiano; e quindi da usare con fedeltà

II LE LORO RELAZIONI RECIPROCHE

1. Ricchezza e pietà non sono necessariamente incompatibili

2. La ricchezza e la pietà sono spesso reciprocamente distruttive

3. Ricchezza e pietà possono rivelarsi reciprocamente utili

III LE LORO ECCELLENZE COMPARATIVE

1. La pietà può essere ottenuta da tutti; la ricchezza può essere assicurata solo da pochi

2. La pietà è utile a tutti, la ricchezza è dannosa ad alcuni

3. La pietà dimorerà con tutti, la ricchezza non potrà rimanere con nessuno

LEZIONI

1. Coloro che hanno pietà possono fare a meno della ricchezza

2. Coloro che hanno ricchezze non possono fare a meno della pietà

4 E i suoi figli andarono a banchettare. "Andarono e banchettarono" sembra significare "avevano l'abitudine di banchettare" (Rosenmuller, Lee). Nelle loro case. Ognuno aveva la propria residenza, e la residenza non era una tenda, ma una "casa". Giobbe e i suoi figli non erano semplici nomadi, ma appartenevano alla popolazione stanziale. Lo stesso è implicito nell'"aratura dei buoi" (Versetto 14), e in effetti nel "giogo dei buoi" di Giobbe nel versetto 3. Ognuno il suo giorno. La maggior parte dei commentatori considera queste feste come feste di compleanno. Ogni figlio a sua volta, quando arrivava il suo compleanno, intratteneva i suoi sei fratelli. Altri pensano che ognuno dei sette fratelli avesse il suo giorno speciale della settimana in cui riceveva i suoi fratelli alla sua tavola, in modo che la festa fosse continua. Ma questo non si adatta bene al contesto. Ed è ammesso che "il suo giorno"

inGiobbe 3:1 significa "il suo compleanno". La celebrazione dei compleanni per mezzo di una festa era un'usanza molto diffusa in Oriente.Genesi 40:20 - ; Erode, 1:133; 9:110 - Marco 14:21 E mandò a chiamare le loro tre sorelle perché mangiassero e bevessero con loro. Questo di per sé è sufficiente a dimostrare che le feste erano occasionali, non continuative. L'assenza costante delle figlie, giorno dopo giorno, dal consiglio dei genitori è inconcepibile

Banchetti

UN 'ANTICA USANZA

II UN GODIMENTO PERMESSO

III UN'AZIONE NATURALE

IV UN'OCCUPAZIONE PERICOLOSA

Versetti 4, 5.- La santificazione della casa; o, il sacerdozio dei genitori

La genitorialità implica autorità, responsabilità, potere e onore. Impone speciali doveri spirituali o religiosi; esige una giusta condotta personale, come esempio; Disciplina prudente e istruzione attenta. È dovere di un padre proteggere la sua famiglia, non solo dai mali temporali, ma da quelli spirituali; provvedere alle loro necessità materiali e spirituali

I doveri religiosi dei genitori comprendono:

I ESEMPIO RELIGIOSO

II ISTRUZIONE RELIGIOSA

III GOVERNO RELIGIOSO O DISCIPLINA

IV CULTO RELIGIOSO

Il padre cristiano, che si erge come sacerdote o rappresentante della sua famiglia davanti a Dio, non deve offrire un sacrificio per i peccati della sua famiglia, ma può e deve fare l'unico Sacrificio per conto di tutti coloro che sono affidati alla sua cura. Queste sono le prime condizioni di una casa felice. Nel caso di Giobbe, gli istinti spirituali del padre sono eccitati a favore della sua famiglia esposta ai mali dell'idolatria circostante. Il padre cristiano ha eguale motivo di essere vigilante. Considerare

(1) responsabilità,

(2) fatiche,

(3) ricompense, di fedeli genitori cristiani. - R.G

5 E così avvenne, quando i giorni della loro festa erano passati; piuttosto, quando erano giunti i giorni della festa, cioè quando a tempo debito era arrivato uno dei compleanni, e la festa aveva avuto luogo. Che Giobbe li mandò e li santificò. Nel vecchio mondo, al di fuori della Legge mosaica, il padre di famiglia era il sacerdote, al quale solo spettava benedire, purificare e offrire sacrifici. Giobbe, dopo ogni festa di compleanno, mandava, a quanto pare, a chiamare i suoi figli, e li purificava con le consuete abluzioni, o forse con qualche altro processo cerimoniale, ritenendo probabile che, nel corso del loro banchetto, avessero contratto qualche contaminazione. Sembrerebbe dalla clausola successiva che la purificazione abbia avuto luogo alla fine del giorno di festa. Si alzò di buon mattino e offrì olocausti. Gli olocausti furono istituiti subito dopo la Caduta, come apprendiamo da Gen 4:4, ed erano di uso comune molto prima che fosse data la Legge mosaica.

vedi - Genesi 8:20; 22:8,13; 31:54; Esodo 18:12 - ; "Documenti del passato", vol. 2. pagine 20, 21; vol. 12. pp. 49, 71, ss. La pratica era comune, per quanto sembra, a tutte le nazioni dell'antichità, eccetto i Persiani (Erode, 1:132). Secondo il numero di tutti Uno, apparentemente, per ogni bambino, poiché ognuno potrebbe aver peccato nel modo suggerito. Le offerte erano chiaramente quelle. tendeva come espiatorio. Giobbe infatti disse: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano maledetto Dio nei loro cuori». Due significati completamente diversi sono assegnati dai buoni ebraisti all'espressione μyja rb. Secondo alcuni, rb ha il suo significato usuale, "benedire", e μyhla significa "falsi dèi" o "idoli"; secondo gli altri, che formano la grande maggioranza, μyhla ha il suo senso usuale di "Dio", e rb ha l'insolito senso di "maledizione" (così Buxtorf, Rosenmuller, Schultens, (Cook, Stanley Leathes, tra i moderni, e tra le autorità antiche, la Settanta e la Vulgata). Come la stessa parola arrivi ad avere i due significati completamente opposti di "benedire" e "maledire" è stato spiegato in modo diverso. Alcuni pensano che, come gli uomini benedicevano i loro amici sia ricevendoli che dicendo loro addio, la parola rb abbia il significato di "dire addio a", "congedare", "rinunciare". Altri considerano l'uso di rb per "maledire" come un mero eufemismo, e paragonano l'uso di sacer e sacrari in latino, ed espressioni come "Benedici l'uomo stupido!" "Che benedetta seccatura!" in inglese. Il senso maledetto sembra essere stabilito daGiobbe 2:9 e1Re 21:10). Con "maledire Dio nei loro cuori" Giobbe probabilmente intende "dimenticarlo", "toglierlo dalla vista", "non dargli l'onore che gli è dovuto". Così faceva Giobbe continuamente; letteralmente, come a margine, tutti i giorni; cioè ogni volta che si verificava uno dei giorni di festa

Adorazione in famiglia

DOVREI PRECEDERE L'AFFARE DEL GIORNO. Giobbe si alzò di buon mattino la mattina

II DOVREBBE ESSERE ESEGUITO NELLA CASA RIUNITA. Giobbe radunò tutti i suoi figli alle sue devozioni

III DOVREBBE ESSERE CELEBRATO DOPO LA DOVUTA PREPARAZIONE. Giobbe santificò i suoi figli con le consuete abluzioni

IV DEVE ESSERE ISPIRATO DALLA FEDE NEL SACRIFICIO ESPIATORIO. Giobbe offrì olocausti

V DOVREBBE ESSERE ACCOMPAGNATO DA OBLAZIONI LIBERALI. Giobbe presentò le vittime al numero di tutte

VI DOVREBBE ESSERE CONTRASSEGNATO DALLA CONFESSIONE E DALL'INTERCESSIONE. Giobbe intercedette per i suoi figli

VII DEVE ESSERE MANTENUTO CON REGOLARITÀ ININTERROTTA. Giobbe lo faceva continuamente

Imparare:

(1) Il dovere,

(2) la correttezza,

(3) la necessità, e

(4) il valore dell'adorazione in famiglia

6 Ci fu un giorno in cui i figli di Dio vennero a presentarsi davanti al Signore. Per "i figli di Dio" è generalmente ammesso che, in questo luogo, si intendono gli angeli.

così di nuovo in - Giobbe 38:7 Il significato della frase è probabilmente diverso inGenesi 6:2). Gli angeli e gli uomini sono similmente "figli di Dio", come creati da lui, a sua immagine, per ubbidirgli e servirlo. Cristo, l'"Unigenito", è suo Figlio in un senso completamente diverso. Possiamo forse dedurre da questo luogo e daGiobbe 2:1 che ci sono tempi fissi in cui l'esercito angelico, spesso inviato dall'Onnipotente per missioni lontane, deve riunirsi, tutti e uno, davanti al grande trono bianco, per rendere omaggio al loro Signore, e probabilmente per rendere conto delle loro azioni. E anche Satana venne in mezzo a loro. La parola "Satana" ha l'articolo preceduto da qui e altrove in Giobbe, come inZaccaria 3:1, 2 e inLuca 22:3; 1Re 12:9). Così accompagnato, è meno un nome proprio che un appellativo: "l'avversario".

comp. - 1Pietro 5:8 - ; ο αντιδικος In1Cronache 21:1), senza l'articolo, è senza dubbio un nome proprio, come nel Nuovo Testamento, passim. L'accusa degli uomini davanti a Dio è uno degli uffici speciali dello spirito maligno,

vediZaccaria 3:1,2 che è "l'accusatore dei fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte".

Ri 12:10 Le accuse che fa possono essere vere o false, ma sono così spesso false che il suo nome ordinario nel Nuovo Testamento è οο διαβολος, "il calunniatore". L'esistenza di uno spirito maligno doveva essere nota a tutti coloro che leggevano o udivano la storia della caduta dell'uomo,Genesi 3 e l'epiteto descrittivo, "l'Avversario", è probabile che fosse in uso da una data molto antica. L'idea che il Satana dell'Antico Testamento sia un riflesso del persiano Ahriman, e che gli ebrei abbiano derivato la loro fede sull'argomento dai persiani, è del tutto insostenibile. Il carattere e la posizione di Satana nel sistema ebraico sono molto diversi da quelli di Ahriman (Angro-mainyus) nella religione degli Zoroastriani (vedi "Ancient Monarchies", vol. 3, pp. 104-113)

Versetti 6-12. - La controversia fondamentale del poema

I L'OCCASIONE DELLA CONTROVERSIA. La presenza di Satana tra i figli di Dio

1. L'assemblea celeste

(1) Gli esseri che lo compongono. Figli di Dio, cioè angeli,

vedi - Giobbe 38:7 e diSalmi 29:1 qui chiamati "figli di Elohim", per indicare la loro natura, come derivanti la loro esistenza da Dio;

Confronta - Luca 3:38 la loro dignità, in quanto godono di un rango elevato nella scala dell'essere;

Confronta - Daniele 3:25 e il loro ufficio, come servitori in qualità di ministri del Supremo.

cfr - Salmi 82:6

(2) Lo scopo della loro raccolta. "Per presentarsi davanti al Signore", non per assistere alle deliberazioni della Mente Infinita,Isaia 40:13,14 Romani 11:34 ma come ambasciatori che ritornano dai loro rispettivi circuiti per rendere conto dei loro ministeri e per ricevere commissioni per l'esecuzione futura. Così pure tutte le creature intelligenti di Dio sulla terra devono comparire davanti al terribile tribunale dei cieli,2Corinzi 5:10 e ognuno deve rendere conto di sé a Dio.Romani 14:12

2. Il visitatore inatteso

(1) L'importanza del suo nome. "Satana"; l'avversario, il calunniatore, l'accusatore; non il genio malvagio della successiva teologia degli ebrei, ma l'oscuro e cupo spirito della rivelazione divina, che guidò la rivolta in cielo contro l'autorità di Dio,

Ri 12:7-9 sedusse i nostri progenitori in,Genesi 3:1-6 Genesi 11:3 tentò Gesù Cristo,Matteo 4:1 combatté contro di lui per tutta la sua carriera,Matteo 13:39 Luca 10:18 Giovanni 12:31 ora regna nei figli della disubbidienza,Efesini 2:2 e combatte contro i figli della luce.Efesini 6:11-16

(2) La natura della sua occupazione. "Andando avanti e indietro per la terra, e camminando su e giù per essa", il che indica il suo dominio: questo mondo inferiore, cioè concepito come alienato da Dio, e coinvolto nelle tenebre morali e spirituali;Efesini 2:2; 1Giovanni 5:19; Apocalisse 16:10 la sua attività, anche se al momento, in alcuni casi, riservata in catene,Giuda 1:6, gli è ancora concessa una grande quantità di libertà; La sua diligenza, non interrompe mai i suoi affari, ma continua sempre le sue incombenze infernali, andando avanti e indietro, e camminando su e giù; la sua inquietudine, essendo, come in seguito Guadagno, caduto sotto il bando del vagabondaggio, che lo ha condannato a cercare sempre riposo, ma non trovandolo, come da quando i suoi figli sono stati come il mare agitato che non può riposare.Isaia 57:20,21

(3) L'oggetto della sua venuta. Se presentarsi davanti al Signore con gli altri figli di Dio, cioè riferire riguardo alle sue malvagie macchinazioni, la sua apparizione, possiamo esserne certi, era del tutto involontaria e obbligatoria, il che potrebbe ricordarci che Satana, non meno delle altre creature, è soggetto all'autorità divina; che le azioni di Satana nel mondo sono sotto la sorveglianza perpetua dell'Onnipotente; e che Satana non può né andare oltre né operare più a lungo di quanto riceva l'espresso incarico di fare davanti a Geova. Ma è probabile che il motivo di fondo dell'intrusione di Satana nell'assemblea del Cielo non fosse quello di rendere conto di una missione che gli era stata affidata, ma di proseguire la sua diabolica opera di calunniare i figli di Dio che erano ancora sulla terra.

Ri 12:10Zaccaria 3:1

II LE PARTI IN CAUSA. Geova e Satana

1. Geova

a. La Deità autoesistente e onnisufficiente.Esodo 3:14

b. Il Signore degli angeli.Giobbe 4:18

c. La paura dei santi.Genesi 31:42; Giobbe 1:1

d. Il Governatore dell'universo.Giobbe 9:12 34:13 36:23 41:11

2. Satana

a. La creatura di Dio

b. L'impersonificazione del male

c. L'avversario di Cristo

d. L'accusatore dei fratelli

III L'OGGETTO DELLA CONTROVERSIA. Il carattere disinteressato della pietà o della religione

1. La sfida divina. "Hai tu considerato il mio servo Giobbe, che non c'è nessuno come lui sulla terra?" La lingua di:

(1) La condiscendenza divina non è solo notare una creatura, ma chinarsi a conversare con un avversario, sì, con un diavolo.Salmi 113:6

(2) L'osservazione divina, nel particolareggiare il nome di Giobbe e nel dilungarsi sul suo carattere, che dimostra che la conoscenza di Dio del suo popolo si estende a dettagli minuti come i nomi che porta, le professioni che fa, i caratteri che possiede.Esodo 33:12; Isaia 49:1; Giovanni 10:3

(3) L'ammirazione divina, nel lodare la pietà di Giobbe in modo da mostrare che egli era santo e orgoglioso del valore del suo servo, come fa sempre.

Sin 3:17

(4) L'affetto divino, parlando del patriarca in modo da mostrare che era un oggetto speciale della considerazione divina, chiamandolo "mio servo", come Cristo in seguito chiamò i suoi seguaci "miei amici".Giovanni 15:14

(5) E la protezione divina, la domanda che suggerisce istintivamente la gelosa cura di Geova per il suo servitore.

Zac 2:8

2. La risposta satanica. "Giobbe teme forse Dio per nulla?" ss. Contenente:

(1) Un' ammissione riluttante: che Giobbe temeva Dio e che, almeno per quanto riguarda l'aspetto esteriore della religione, aveva raggiunto un'eminenza incomparabile. I santi dovrebbero mirare a possedere una pietà così cospicua che, per quanto dispersa, non possa essere contraddetta, nemmeno dal diavolo

(2) Una vile insinuazione: che la pietà del patriarca procedeva da motivi puramente mercenari. Osservate la malignità di Satana nel tentativo di sminuire ciò che trova impossibile negare, un'arte in cui i servitori di Satana sono generalmente adepti

(3) Un'implicazione importante: la questione più alta dell'efficacia del piano di redenzione e della sufficienza della grazia divina è praticamente implicata nella posizione o nella caduta di Giobbe, la cui sincerità è stata messa in discussione. Nelle prediche del diavolo c'è sempre più di quanto sembri all'orecchio.

Cfr - Genesi 3:5

(4) Una proposizione audace: che Dio avrebbe dovuto portare la questione in discussione a una questione attraverso esperimenti sul patriarca, come se Dio avesse dubbi sull'integrità del suo servo, o come se, sebbene l'avesse fatto, fosse probabile che sottoponesse quel servo alla prova della sofferenza per compiacere il diavolo! In verità, non ci sono limiti all'impudenza di Satana!

(5) Una predizione avventata: che Giobbe sarebbe immediatamente tornato, applicando la pietra di paragone dell'avversità, all'estremo opposto e avrebbe "maledetto Dio in faccia", cosa che non fece, dimostrando che le profezie di Satana, come le sue promesse, in genere si trasformano in menzogne

IV LA DETERMINAZIONE DELLA CONTROVERSIA. Per il processo del patriarca

1. Il permesso divino. "Ecco, tutto ciò che possiede è in tuo potere". Un'autorizzazione

(1) veramente sorprendente quando consideriamo da chi, a chi e riguardo a chi è stato dato, fino a che punto è arrivato e per quale scopo è stato progettato; eppure

(2) perfettamente giustificabile, dal momento che i possedimenti di Giobbe erano più di Geova che del patriarca,Salmi 24:1; 50:10-12; Ester 19:5; Ezechiele 18:4 come il patriarca riconobbe in seguito,Giobbe 1:21 e potevano essere disposti come Dio voleva senza che si incorresse nell'accusa di aver fatto del male alla sua creatura; e

3) assolutamente necessario, se il processo doveva essere condotto in modo tale che non rimanesse alcuna scappatoia per il minimo sospetto della sua completezza e imparzialità, anche se allo stesso tempo

(4) misericordiosamente limitato, solo i possedimenti del patriarca sono messi in potere dell'avversario, e non la sua persona come nella seconda prova,Giobbe 2:7 Dio non permette mai che il suo popolo sia provato più di quanto è in grado di fare,1Corinzi 10:13 o più del necessario

2. La limitazione divina. "Soltanto su di sé non stendere la tua mano", il che ci ricorda

(1) che Satana non ha alcun potere contro un santo oltre a quello che Dio permette;Giovanni 19:11

(2) che Dio può porre un ostacolo alla malignità di Satana, così come alle onde del mareGiobbe 38:11 e alla rabbia dell'uomo;Salmi 76:10

(3) che Dio possa avvolgere uno scudo intorno alle persone del suo popolo nel giorno della loro calamità;Giobbe 22:25 Salmi 91:1-7 e

(4) che Dio protegge spesso il suo popolo dagli assalti di Satana quando non ne è consapevole

Imparare:

1. Che se Satana riesce a trovare la sua via nelle assemblee dei figli di Dio in cielo, non c'è da sorprendersi se lo si trova fra le congregazioni dei figli di Dio sulla terra

2. Che se un santo così eminente come Giobbe non è sfuggito all'accusa del diavolo, non sarebbe meraviglioso se i santi minori dovessero essere accusati

3. Che se Dio ha permesso che un Giobbe fosse messo in potere del diavolo, come Cristo ha permesso che un Pietro fosse gettato nel setaccio di Satana, ci si può quasi aspettare che anche i cristiani ordinari saranno sottoposti a processo

4. Che se Dio pone un limite al potere di Satana nel trattare con il suo servo Giobbe, non accorderà autorità illimitata all'avversario quando verrà a processare coloro che sono meno in grado di resistere ai suoi assalti

5. E che se Giobbe fu sostenuto quando passò attraverso la prova di fuoco, così tutti quelli che come Giobbe sono sinceri di cuore saranno sostenuti nel giorno della loro calamità

Versetti 6-12. - Consigli in cielo sulla vita dell'uomo sulla terra

LA VITA DI OGNI UOMO È OGGETTO DI INTERESSE IN CIELO. Si tratta di un pensiero sublime, fortemente suggerito dal presente brano e pieno di conforto per ogni uomo che confida nella bontà di Dio. "La vita di ogni uomo è un piano di Dio" (vedi il potente sermone del Dr. Bushnell su questo argomento). Anche per gli uomini che non conoscono consapevolmente Dio e non possiedono la sua provvidenza, questo è vero. La loro carriera è controllata da una direzione misteriosa; i loro errori o misfatti sono stati annullati per sempre. Di Ciro, per esempio, si dice: "Ti ho chiamato per nome: ti ho soprannominato, anche se tu non mi hai conosciuto".Isaia 45:4

II, MA IN QUALE SENSO PARTICOLARMENTE FELICE È VERO QUESTO DELLA VITA DI OGNI UOMO BUONO! La sua strada è spesso aggrovigliata, perplessa, oscurata a se stesso; ma mai così per Dio. Dalla luminosa scena della luce celeste e della contemplazione, dove la mappa di ogni vita è aperta alla vista, presto sprofonderemo nell'oscurità e nel dolore accanto all'afflitto servo di Dio. Ma portiamo il ricordo di questo scorcio di cielo attraverso tutti i meandri del labirinto del dolore che presto percorreremo con la fantasia, e che potremo... non seguire alcun giorno nell'esperienza reale. Portiamo già a casa la lezione: che la via dei figli di Dio non è nascosta, la loro causa non è trascurata dall'Altissimo. I loro passi sono ordinati da lui. Nella loro cecità saranno guidati da sentieri che non hanno conosciuto. Possono sembrare a se stessi esiliati dalla gioia, banditi dalla luce e dall'amore; ma egli farà ancora luce davanti a loro le tenebre e diritte le vie tortuose, e non li abbandonerà mai. Perché nella vita dei fiori e degli uccelli, e molto di più nella vita dell'uomo, c'è un piano di Dio

LA VITA DI OGNI UOMO È OGGETTO DI INFLUENZE OPPOSTE: del bene e del male, del piacere e del dolore, della felicità e della miseria, del paradiso e dell'inferno. In nessun altro luogo questo grande segreto del meccanismo del nostro essere è rivelato più chiaramente che in questo libro. La presenza di un'influenza malvagia, sempre curiosa e occupata nella nostra vita, è distintamente riconosciuta; La sua origine è rimasta nel mistero. Dobbiamo riconoscere questo dualismo di influenza sulla vita dell'uomo senza tentare di risolverlo. Dopo tutto ciò che è stato pensato e detto sull'argomento, non possiamo che riconoscere che si tratta di una condizione fondamentale della nostra esistenza terrena. Ignorarlo, e cercare di vivere in un paradiso di folli di estremo ottimismo, significa esporsi alla delusione e al pericolo; o cadere all'estremo opposto di un pessimismo cupo e scoraggiante significa essere infedeli a quel senso istintivo della bontà di Dio che è profondamente radicato nel cuore. La Scrittura ci guida in una via di mezzo tra questi estremi: pone davanti a noi, in uguale distinzione, i due poli del pensiero, le opposte correnti di influenza; e questo rende manifesto il dovere pratico, di aborrire il male e di attenersi al bene, di riempire il cuore di riverenza e fiducia per Dio, e di allontanarsi dal male in tutte le sue forme

IV LO SPIRITO D'ACCUSA CHE RIGUARDA LA VITA DEGLI UOMINI BUONI, Questa è la grande caratteristica dello spirito maligno di cui si parla in varie parti della Scrittura. Egli è "Satana", cioè "l'Avversario", uno che si diletta nel tendere lacci agli uomini, sedottoli dalla rettitudine, e poi calunniarli e accusarli dinanzi a Dio. "L'accusatore dei nostri fratelli, che li accusa davanti al nostro Dio giorno e notte". Qui, nel cortile del cielo, la radiosa scena della gloria divina che si presenta alla nostra vista, mentre il resto del seguito degli angeli, "figli di Dio", è presente per adempiere le loro funzioni di lode e di servizio, il genio malvagio degli uomini viene a godere l'oscuro piacere della distrazione e del dispetto. Mentre quegli spiriti luminosi guardano abitualmente il lato luminoso delle cose, la creazione illuminata dal sorriso di Dio, che riflette ovunque la sua saggezza e la sua potenza, Satana si sofferma sul lato oscuro delle cose, su quella fragilità e corruttibilità dell'uomo, che sembra essere l'unica macchia nella bella immagine del mondo di Dio. Si noti l'inquietudine di questo spirito di accusa. Vaga avanti e indietro per la terra, cercando riposo, ma non trovandolo. Com'è vera questa l'immagine di ogni cuore umano che ha ceduto al male, ed è diventato così uno specchio dello spirito oscuro! Come sono inquieti tutti gli uomini che si sentono a disagio in se stessi, perché privi di pace con il loro Dio! La fame di malizia è la controparte della fame di rettitudine. Vagano qua e là, scontenti, impazziti alla vista della bontà e della purezza che hanno perduto; abbaiando, schioccando, mordendo, divorando, come bestie da preda, aggrappandosi a nobili reputazioni e trascinandole a terra, come la pantera si avventa sul nobile cervo della foresta. Che bisogno abbiamo di essere messi in guardia contro la miseria di permettere a noi stessi di diventare servi di uno spirito così oscuro, agenti di tanta malizia! Ogni volta che scopriamo che la ruggine della calunnia e della maldicenza si addensa troppo facilmente sulla nostra lingua, ogni volta che scopriamo che la vista dei fallimenti degli uomini buoni ci procura più piacere di quella del loro successo e del loro onore, abbiamo bisogno di guardare attentamente nel cuore. Dobbiamo essere malati prima di poter godere di questi piaceri malati. Un'anima in salute verso Dio si rallegra nel vedere il riflesso di quella salute nei volti e nella vita degli altri. È la miseria del peccato cosciente che cerca sollievo nel peccato degli altri. Sia nel bene che nel male, non possiamo sopportare di essere soli. La pienezza della gioia del cuore deve avere espressione, e così deve avere il peso della sua colpa non perdonata, quella delle parole di carità verso gli uomini e di lode a Dio; l'altro in quelli dell'amarezza e della bestemmia. Ma questa scena ci pone davanti un uomo che deve diventare l'oggetto, piuttosto che il soggetto, di questa influenza maligna. Giobbe è la vittima, non l'agente, delle calunnie sataniche. Ed è bene considerare qui ciò che c'è nella costituzione della nostra natura che ci espone a questi tentativi diabolici

1. C'è un lato debole nella natura di ognuno. Il lato sensuale della natura presenta una costante apertura all'attacco. Possiamo essere facilmente corrotti dai piaceri corporei e spaventati dai dolori corporali. I nostri affetti troppo spesso ci smascherano. Possiamo essere fortificati da ogni parte; Eppure c'è una porta posteriore o un ingresso segreto al Seggio della Volontà, che nostra moglie, o il nostro bambino, o il nostro caro amico conosce bene e di cui ha la chiave, e può passare facilmente, a qualsiasi ora del giorno e della notte. I nostri gusti, le nostre ricerche, le nostre circostanze, costituiscono variamente fonti di debolezza. Alcuni uomini appaiono più ricchi verso Dio in mezzo alla povertà e alla lotta; con molte comodità e competenza sembrano favorire e abbellire la loro pietà. Nel caso di Giobbe, un attacco viene improvvisamente sferrato su tutta la linea; Egli è assalito in tutti i punti deboli dell'umanità. E in questa completezza del suo processo, con il risultato, risiede un punto principale dell'istruzione nel libro

2. Nel migliore degli uomini c'è un miscuglio di motivi. Un uomo sceglie il giusto in base al principio, al timore di Dio nel suo cuore. Ma ha promesse in anticipo per stimolare e incoraggiare la sua scelta, e successi in seguito per confermarla. Nessuno percorre a lungo la via stretta senza scoprire che non è solo la strada giusta, ma quella saggia; non solo il sentiero giusto e saggio, ma il sentiero della felicità, dell'onore e della pace. Perciò, in un dato momento del corso di un uomo, può essere difficile determinare quale sia il motivo dominante del bene dentro di lui. Cominciò ad essere buono perché credeva in anticipo che sarebbe andata bene per lui in questo mondo? Persevera perché ha scoperto per esperienza che la pietà è utile per questa vita? o il timore e l'amore dell'Eterno e la sua giustizia sono il più grande, il più profondo, il segreto della sua carriera? Chi può rispondere a queste domande? Può farlo qualsiasi osservatore dall'esterno? L'uomo stesso può rispondere a queste domande? No. La prova, il giudizio, la vagliatura da parte del ventilavandolo, la purificazione del fuoco del raffinatore, possono da soli dichiarare che tipo di uomo egli sia per se stesso e per gli altri. Con la prova si separano i motivi inferiori da quelli superiori. "L'esperienza produce conoscenza", e ogni nuova conoscenza è nuova potenza. Beato dunque l'uomo che sopporta l'afflizione. Il bel vecchio proverbio greco, nel suo caso, παθηματα μαθηματα, si avvera: "soffrire è imparare". Così la stessa malignità del suo avversario, con l'annullamento della suprema saggezza e bontà, volge a suo vantaggio; Il nemico calunnioso diventa l'amico riluttante. Come il generale si sente grato per un assalto che è stato duro, ma resistendo al quale gli è stata insegnata una nuova lezione di guerra, così il cuore fedele ringrazia Dio alla fine per aver permesso quelle prove che hanno chiamato al massimo e corroborato le sante energie interiori

3. Ogni buona azione esteriore, ogni vita esteriormente buona, ammette una duplice spiegazione, fino a quando i fatti reali non siano noti. Ciò deriva dalla teoria dei motivi. L'azione più disinteressata, in apparenza, può plausibilmente essere riferita, con una sottile analisi dei motivi, a qualche motivo egoistico e più o meno difettoso. Qui abbiamo, nella teoria di Satana riguardante la pietà di Giobbe, un'illustrazione di queste leggi. E lo spirito maligno, possiamo dire, ha il diritto di insistere su di esso, fino a quando i fatti dell'esperienza non lo confuteranno. È solo il processo che può, con la sua chiara manifestazione, confutare le oscure insinuazioni dei nostri nemici spirituali. Ogni uomo ha due lati della sua vita: uno esteriore e uno interiore. L'interno corrisponde all'esterno? Chi può giudicare senza prove? Quale prova che tutto mette a tacere può esserci se non fatti, segnati dalla sofferenza, scritti con il sangue e con il fuoco? I Greci avevano un detto secondo cui il carattere di un uomo non doveva essere conosciuto fino a quando non fosse stato posto al potere (Sofocle, 'Antigone'). Certo questa è una forma di prova, attraverso la quale Giobbe era passato, ottenendo nobile istruzione. Ma è una forma di tentazione molto più severa essere improvvisamente abbattuti dall'influenza e dalla ricchezza precedenti, piuttosto che essere improvvisamente elevati ad essa. La nostra istintiva simpatia e pietà verso coloro che hanno sofferto così ci insegnano che è così. Eppure questa è la prova per gli eletti di Dio, per gli esemplari scelti della sua grazia, per i vasi della sua santa modellazione. Egli confuterà e sconfiggerà le calunnie dell'avversario e di tutti i suoi seguaci, che amano farsi beffe della realtà del bene, sminuire, deprezzare e negare ogni eccellenza umana, sottoponendo i suoi fedeli all'ultima intensità della fornace, affinché la verità e la realtà eterna della sua opera nell'anima siano manifeste agli occhi di tutti, sia del bene che del male

V LA VITA, DUNQUE, È DIVINAMENTE CONSEGNATA ALLA PROVA. Questo è l'insegnamento di questo passaggio; è l'insegnamento di tutta la Scrittura. C'è un preciso permesso da parte della volontà sovrana per il male di scatenare la sua malizia sull'uomo buono. C'è una distinzione tra il modo in cui il bene e il male vengono rispettivamente su di noi dalla mano divina. Il bene viene subito, direttamente, fresco dal cuore e dall'amore di Colui che è tutto bontà. Ma il male arriva indirettamente, attraverso i canali oscuri e subdoli del male e delle volontà ostili. Nella benedizione, nella gioia, Dio ci visita in Persona, il suo sole penetra attraverso le finestre dell'anima senza essere cercato. Ma il male è solo un visitatore autorizzato della nostra dimora, del nostro cuore. Ed è difficile riconoscere dietro la forma cupa una mano controllante, un occhio sollecito e amorevole. Ma è una delle profonde lezioni di pietà che tutti noi dobbiamo imparare: dire nell'afflizione: "Dio permette questo", così come nella gioia: "Dio manda questo". Si può imparare. Nella nuvola fragorosa che si abbassa, nella pioggia scrosciante e nella grandine sopra le nostre teste, possiamo sentire la vicinanza di Dio, sapere che la sua mano è posta sulla nostra coscienza, la sua voce che fa appello al senso più intimo della nostra relazione con lui, che forse si era assopita sotto l'azzurro luminoso e senza nuvole

VI DIO NON CONSEGNA LA VITA ALLA DISTRUZIONE, ANCHE SE PUÒ CONSEGNARLA UN TEMPO AL POTERE DEL MALE. "Egli non ci ha destinati all'ira, ma ad ottenere la salvezza". Geova dice a Satana: "Tutto ciò che ha è in tuo potere; solo su di sé non stendere la tua mano". Fissiamo la nostra attenzione su questa antitesi: ciò che un uomo ha e ciò che un uomo è. Lo stoico Epitteto si soffermò, nelle sue nobili esortazioni, su questo contrasto. Ci sono cose che dice che sono "within.us", in nostro potere, nell'ambito della nostra scelta e del nostro controllo; altre cose che "non sono in nostro potere", sulle quali la nostra volontà ha poco o nessun controllo. La questione importante, quindi, nell'autogoverno, è essere padroni di questa sfera interiore del pensiero, del sentimento. Allora i cambiamenti esteriori non possono farci alcun danno reale. Uno che aveva debitamente assorbito queste lezioni disse dei suoi persecutori: "Possono uccidermi, ma non possono farmi del male". Ma l'aspetto di questa verità alla luce della rivelazione cristiana è più vincente della fredda e altezzosa fiducia in se stessi dello stoicismo. Colui che si è dato all'amore e alla guida di un Padre celeste sa che la sua anima è al sicuro, qualunque sia la malattia del suo corpo o le sofferenze della sua mente. Può essere abbattuto, distrutto non può essere, finché è tenuto per la mano che sostiene il mondo. "Perciò quelli che soffrono nel fare il bene affidino a lui le loro anime, come a un fedele Creatore"

VII Questo passaggio ci mostra che C'È LUCE IN CIELO MENTRE C'È OSCURITÀ SULLA TERRA. C'è il lato positivo dietro la nube di ogni afflizione terrena; perché lì c'è la presenza della sapienza eterna e dell'amore. Tutto fu presto nell'oscurità, nello sgomento e nel dubbio per la mente di Giobbe; Ma per colui che vede la fine fin dal principio tutto era chiaro e pieno di significato. Le macchinazioni del diavolo serviranno solo a far emergere la fedeltà e la pazienza del suo servo eletto, che vivrà per vedere la "fine del Signore", che è molto pietoso e di tenera misericordia. Eleviamo i nostri pensieri, in ogni stagione di depressione personale o nazionale, in ogni momento di scoraggiamento, quando la malvagità abbonda, quando il diavolo sembra avanzare nel suo regno e la luce della fede sta calando, a quella luce eterna e inestinguibile della saggezza che non può sbagliare, della volontà che il male non può mai sconfiggere. Non dimentichiamo mai che "la benedizione, non la maledizione, regna in alto, e che in essa viviamo e ci muoviamo".- J

Versetti 6-19. - Il processo del giusto

L'argomento centrale di questo libro è il processo all'uomo giusto. Giobbe è riconosciuto da Dio come "un uomo perfetto e retto, che teme Dio e fugge il male". Eppure è provato, e messo alla prova dolorosamente, e con il permesso di Dio. La difficoltà che la storia di Giobbe deve risolvere è: come può accadere che i giusti soffrano? A quale scopo è permesso? Il processo a Giobbe è diviso in due parti: la prima è brevemente raccontata, contiene i fatti principali; La seconda parte è ampliata. La discussione del libro si riferisce al tutto

L 'ATTENZIONE SI RIVOLGE IMMEDIATAMENTE ALL'AGENTE DEL PROCESSO. Satana, l'avversario. Tutta la nostra conoscenza del mondo degli spiriti deriva dalla Sacra Scrittura. L'insegnamento della Scrittura riguardo agli spiriti maligni è pieno, minuzioso, coerente. Nessuna obiezione valida all'esistenza degli spiriti maligni può essere sollevata sulla base della nostra ignoranza o della nostra scarsa familiarità con i fenomeni che accompagnano l'azione degli spiriti maligni. È impossibile rimuovere l'insegnamento riguardante Satana dalla Scrittura senza fargli una violenza così grande da sconvolgere il tutto. A una rivelazione veniamo per essere ammaestrati, non per cavillare. Ma la storia è rappresentata pittoricamente e drammaticamente. Satana è in tutto "l'agente della prova" L'azione satanica non è impedita, ma controllata da Dio. Lo spirito di Satana è rivelato dall'accusa maligna rivolta a Giobbe. Accusa Giobbe di egoismo; Il suo motivo per obbedire è falso; La sua integrità non resisterà a una dura prova. Molto significativa è la rappresentazione della prova satanica permessa: "Tutto ciò che possiede è in tuo potere"

II L 'ATTENZIONE È RIVOLTA ALLA NATURA DEL PROCESSO. Comprende la perdita per Giobbe delle sue sostanze, dei suoi servi e dei suoi figli. Ondata dopo ondata di dolorosa intelligenza lo raggiunge. Eppure è improvviso. Mentre uno "parlava ancora, venne anche un altro". Ha derubato l'uomo della proprietà, dei suoi averi; l'uomo dell'onore, dell'autorità e dell'influenza dei suoi servitori; il tenero padre, della sua famiglia. Com'è triste il cambiamento delle sue circostanze! Com'è struggente il suo dolore per la perdita dei suoi figli, com'è desolata la casa! Come cambiò improvvisamente la luminosità del mezzogiorno nell'oscurità della mezzanotte! Sarebbe difficile concepire un quadro di processo più severo. È stato intenso, diffuso, irreparabile

III L'ATTENZIONE È RIVOLTA ALL'INSEGNAMENTO DEL PROCESSO

1. La follia di dipendere troppo fiduciosamente dalla felicità terrena. Ogni condizione di felicità è presente; ogni motivo di speranza per la sua continuazione; eppure quanto rapidamente distrutto!

2. La richiesta di altre risorse di beatitudine rispetto a quelle che si trovano nelle mutevoli condizioni della vita presente. La mano non deve afferrare troppo saldamente le ricchezze terrene. Tutto ciò che è della terra svanisce: quanto è necessario cercare "ricchezze durevoli"!

3. L'intero ambiente e i beni della vita possono essere resi occasioni per mettere alla prova la virtù

4. La necessità di una tale visione della propria vita, e di una tale abitudine all'obbedienza, da essere in grado di inchinarsi alla volontà divina in mezzo alle nostre prove più pesanti. - R.G

7 E l'Eterno disse a Satana: Da dove vieni? Dio accondiscende a rivolgersi allo spirito maligno e gli pone delle domande, non perché si potesse aggiungere qualcosa alla sua conoscenza, ma perché gli angeli, che erano presenti (versetto 6), potessero udire e avere la loro attenzione richiamata sulle azioni di Satana, che avrebbero dovuto essere osservate da loro, e talvolta limitate o (potrebbe) essere prevenute.

comp. - 1Re 22:20 - , dove di nuovo il colloquio è aperto da Dio che pone una domanda Allora Satana rispose al Signore, e disse: Dal camminare su e giù per la terra, e dal camminare su e giù per essa. Satana, quindi, non è se stesso, come la maggior parte dei suoi angeli malvagi, "riservato in catene eterne nelle tenebre per il giudizio dell'ultimo giorno".Giuda 1:6 Egli scruta continuamente tutta la terra, senza mai passare, senza mai riposare, ma "andando in giro", come San Pietro,1Pietro 5:8 "come un leone ruggente, che cerca chi possa divorare", aspettando fino alla venuta dei "mille anni", quando un angelo "lo legherà con una grande catena e lo getterà nell'abisso".

Ri 20:1,2 Sarà un giorno felice per la terra quando arriverà quel momento

Un sermone su Satana

I IL CARATTERE DELLA PERSONA DI SATANA. La domanda implica:

1. L'esistenza e la personalità dello spirito del male

2. La sua natura angelica

3. La sua incessante attività

4. La sua instancabile vigilanza

5. L'inquietudine del suo cuore malvagio

II LA SFERA D'AZIONE DI SATANA

1. In generale, la terra al contrario del cielo

2. In particolare,

a. il cuore umano;

b. la famiglia umana;

c. la Chiesa cristiana;

d. Il mondo pagano

III IL MODO IN CUI SATANA OPERA

1. Per tentazione

2. Per accusa

Imparare:

1. La necessità della vigilanza

2. Il valore della preghiera

3. L'importanza di indossare l'armatura cristiana

4. Il vantaggio del lavoro cristiano

Le peregrinazioni di Satana

Qui Satana appare in una posizione molto prominente e privilegiata. Egli è l'accusatore piuttosto che il tentatore. In ogni caso, egli ha una gamma di influenze che suggerisce le possibilità più terribili. Dobbiamo ricordare che forse stiamo leggendo un dramma simbolico, e non dobbiamo prendere ogni riga di esso con arida esattezza letterale, come necessariamente descrittiva di eventi storici reali. Ciononostante, suggerisce verità di grande e duratura importanza

IO, SATANA È A PIEDE LIBERO. Era in libertà ai tempi di Giobbe, e lo è ora. Non sono ancora giunti i giorni in cui Satana sarà completamente legato e reso del tutto impotente per il male. Dobbiamo quindi stare in guardia, perché quando siamo più in guardia è molto probabile che lui appaia

II SATANA È IN MOVIMENTO. "Andando avanti e indietro per la terra". Non sempre ci tenta. Ha lasciato Cristo "per un certo tempo" dopo la grande tentazione dei quaranta giorni. Ma se ci lascia per un po' di tempo, è per tornare di nuovo, nessuno può dire quanto presto. Uno dei suoi espedienti è quello di sorprenderci con nuove tentazioni

III SATANA È VIGILANTE. Il suo occhio era su Giobbe. Aveva trovato quell'uomo perfetto e retto, lo aveva studiato e aveva preparato piani profondi per attaccarlo. Satana è davvero il vecchio serpente, astuto e capace. Non c'è punto debole nell'armatura che possa sfuggire alla vigilanza del nostro orribile nemico

IV SATANA È SOGGETTO AL GIUDIZIO DI DIO. Egli appare in Giobbe come privilegiato di presentarsi tra i figli di Dio. La completa ribellione e la totale caduta del principe del male non si vedono ancora. Ma anche dove questo è riconosciuto, come nel Nuovo Testamento, il Giudice di tutta la terra deve essere in grado di chiamare la sua creatura ribelle a rendere conto

V SATANA È ORA LIMITATO DALLA VITTORIA DI CRISTO. Non può spaziare liberamente come prima. Gesù Cristo visse sulla terra, lottò con lui e gettò sulla terra il malvagio demone. Nostro Signore ha legato l'uomo forte e gli ha rubato la casa.Marco 3:27 È vero che la schiavitù non è ancora completa. Ma le potenze del male sono paralizzate ovunque risplenda la luce di Cristo

VI IL RAGGIO D'AZIONE DI SATANA NON SI ESTENDE AL DI SOPRA DELLA TERRA. Vaga avanti e indietro, nella terra. Una gamma ampia, ma limitata. Qui siamo tentati dallo spirito del male, ma nessuna tentazione può entrare in cielo. Non ci resta che resistere fedelmente durante il nostro pellegrinaggio terreno, e ci sarà riposo dagli assalti del nostro grande nemico quando passeremo alla casa dei vittoriosi

VII LA PORTATA DI SATANA DOVREBBE ESSERE EGUAGLIATA DA QUELLA DEI MESSAGGERI DEL VANGELO. Se lui vaga così, dovrebbero farlo anche i missionari cristiani. Dovunque si trovi il morso del serpente, lì dovrebbe essere inviato il balsamo curativo. Il peccato è mondiale, come pure la grazia e la potenza di Cristo. - W.F.A

8 E l'Eterno disse a Satana: «Hai tu pensato?». letteralmente. Hai tu riposto il tuo cuore? equivalente a "Hai tu prestato la tua attenzione a?".

comp. - Isaia 41:22; Aggeo 1:5,7 Il mio servo Giobbe; cioè "il mio vero servo, fedele in tutto ciò che fa". È un grande onore per qualsiasi uomo che Dio lo riconosca come suo servo.

vedi - Giosuè 1:2, 1Re 11:13 - , ss. che non c'è nessuno come lui sulla terra; piuttosto, perché non c'è nessuno come lui (vedi la Versione Riveduta). Questo è dato come motivo per cui Satana avrebbe dovuto prestare particolare attenzione al suo caso, ed è una sorta di sfida: "Tu che vedi sempre qualche difetto in un giusto, hai notato il mio servo Giobbe e hai scoperto qualche difetto in lui?" Un uomo perfetto e retto, che teme Dio e rifugge il male (vedere il commento al versetto 1)

L'uomo giusto

La giustizia come descrizione del carattere umano illustrata in Giobbe. Poche parole usate. La descrizione divina. La testimonianza più alta. Generalmente "il mio servitore", la distinzione più onorevole. Non c'è chiamata più alta nella vita che servire Dio. Ma Giobbe si distingue in modo speciale: non ha eguali tra gli uomini. Il suo è il tipico esempio di rettitudine fino a quando non appare un Più grande di lui. "Non c'è nessuno come lui sulla terra". Una posizione davvero onorevole per essere il primo uomo della propria età. Giobbe ha l'onore speciale di questo giudizio divino. È necessario per noi conoscere gli elementi di un carattere così elevato. Sono dichiarati. La giustizia di Giobbe si manifesta in

I SANTITÀ INTERIORE. Libertà dal male; "perfetto": interezza, completezza di carattere; non da supporre esente dalla fragilità umana, ma libero da imperfezioni di carattere e di condotta; un uomo giusto, dotato di uno spirito equilibrato, padrone di sé e rispettoso della legge

II VERTICALITÀ. Conforme a ciò che è giusto; mantenere un giusto rapporto con Dio e con l'uomo; corretto e onorevole nei suoi rapporti; un uomo di probità, verità e onore. "Uno che teme Dio"

III RIVERENZA VERSO DIO. Pio; adempiere ai doveri religiosi; devozionale. "Il timore del Signore è il principio della sapienza"; "la radice della questione" in Giobbe

IV ABORRIMENTO DEL MALE. Avendo timore di Dio, egli si tiene in disparte da tutto ciò su cui poggia la disapprovazione divina. Una mente pura si ritira dalla sporcizia, come un uomo caritatevole dall'egoismo e un uomo retto dalla bassezza. Un tale carattere è adatto ad essere un servo di Dio. Su di essi riposa la benedizione del Signore. Ma costoro non sono esenti dal processo. Anche la virtù deve essere messa alla prova. Nelle mani dell'oscuro agente della libertà vigilata umana anche Giobbe deve essere gettato. Questo libro rivela questa verità, e illustra e risponde alle difficoltà da essa suggerite. - R.G

9 Allora Satana rispose al Signore e disse: «Giobbe teme forse Dio per nulla?». Satana insinua che il motivo di Giobbe sia puramente egoistico. Egli serve Dio non per amore di Dio, o per amore del bene, ma per quello che ottiene da essa. Satana è troppo astuto per cercare, come fanno in seguito gli amici di Giobbe, di individuare le lacune nella condotta di Giobbe. No; Questo è esemplare. Ma il vero carattere degli atti è determinato dal movente. Qual è il motivo di Giobbe? Non serve forse Dio per ottenere la sua protezione e la sua benedizione? Similmente, nei tempi moderni, gli empi sostengono che le persone religiose e devote sono religiose e devote in vista del proprio interesse, perché si aspettano di trarne guadagno, sia in questo mondo, sia nell'altro, o in entrambi. Questa è una forma di calunnia alla quale è impossibile sfuggire. E gli uomini cattivi, che sono consapevoli di non agire mai se non per un motivo egoistico, possono ben immaginare lo stesso degli altri. È raro che una tale insinuazione possa essere confutata. Nel caso presente Dio rivendica il suo servo e copre l'avversario con la vergogna, come gli altri avversari e calunniatori di giustizia saranno coperti all'ultimo giorno

"Giobbe teme Dio per nulla?"

IO SI! I servitori di Dio non sono ipocriti

1. Coloro che servono Dio per motivi mercenari non lo servono veramente.Isaia 1:13

2. Coloro che servono Dio aderiscono sinceramente a lui quando tutte le comodità delle creature sono ritirate.

Aba 3:17

II No, i servi di Dio non rimangono senza ricompensa. Come Giobbe, sono onorati con: L'attenzione divina.Salmi 33:18

1. L'approvazione divina.Salmi 147:11

2. La provvidenza divina.Salmi 34:9; 111:5

3. La protezione divina;Salmi 85:9 confronta i santi dell'Antico Testamento ai tempi di Malachia3:16

Pietà disinteressata

Il suggerimento di Satana è abbastanza ovvio. Giobbe è religioso; ma Giobbe è prospero. Getta giù la sua prosperità, e anche la sua religione crollerà come un castello di carte

I VERA RELIGIONE PORTA GRANDI RICOMPENSE. IN REALTÀ Giobbe stava sfruttando al meglio entrambi i mondi. Mentre temeva Dio e Lo serviva, Dio lo benediceva e gli sorrideva

1. La religione spesso porta prosperità terrena. È spesso vero che "l'onestà è la migliore politica". Dio mostra il suo amore in modi molto evidenti a molti dei suoi figli, benedicendoli "nel cesto e nel negozio". Quando un brav'uomo è prospero negli affari o nella casa, è giusto che riconosca la mano gentile da cui proviene tutta la sua felicità

2. La religione porta sempre prosperità celeste. Deve stare bene con l'anima che è vicina a Dio. Colui che possiede Cristo possiede certamente una perla di grande valore. Anche il povero nelle sue avversità è ricco di tesori spirituali quando ha l'amore di Dio nel suo cuore

II LA RELIGIONE CHE DIPENDE DALLE RICOMPENSE NON È VERA. Giobbe ottenne molto dal suo servizio a Dio, o piuttosto insieme a quel servizio; perché tutto ciò che aveva era della grazia gratuita di Dio, non del deserto. Ma se fosse stato religioso solo nello spirito del mercenario, lavorando per una paga, la sua religione sarebbe stata pura ipocrisia. Questo vale sia per le ricompense future che per quelle terrene. Si applica non solo al commerciante che va in chiesa per piacere ai clienti che vanno in chiesa; è vero anche per chi è schiavo dell'"ultramondanità" e si comporta come un maomettano fanatico quando si precipita verso una morte certa in battaglia, ispirato dall'aspettativa di volare immediatamente verso un paradiso di houris. L'egoismo nella religione è sempre fatale. È naturale attendere con ansia le ricompense che Dio promette; ma è fatale per ogni devozione fare della ricerca di quelle ricompense il nostro motivo principale. Il vero servo di Dio dirà: "E non chiederò alcuna ricompensa, se non di servirti ancora"

III È POSSIBILE RENDERE UN SERVIZIO DISINTERESSATO A DIO. L'accusatore non ci credette; parlava con cinismo satanico. Ci sono persone che si vantano di essere uomini di mondo e che negano l'esistenza di una generosità disinteressata. Forse la ragione è che giudicano tutti gli uomini secondo il loro basso standard; o che non hanno gli occhi per vedere il lato migliore della vita. Con tutta la loro vantata acutezza di visione, c'è un intero regno di nobile vita che è completamente al di là della loro comprensione. Lo spirito di Satana non potrà mai comprendere lo spirito di Cristo. Ora, il grande problema del Libro di Giobbe sta proprio in questo. Quel libro serve a dimostrare la falsità della vile insinuazione di Satana. È mostrare all'accusatore attonito che la devozione disinteressata è possibile. È per dimostrare, nell'estremo caso di Giobbe, che un uomo può perdere tutte le ricompense apparenti della religione, e tuttavia non rinunciare alla sua religione; affinché possa soffrire gravi avversità e tuttavia non rinnegare il suo Dio. Giobbe è un magnifico esempio di questa verità. Ma dietro Giobbe c'è Dio, e il vero segreto è che Dio può ispirare e ispira devozione disinteressata. - W.F.A

10 Non hai tu fatto una siepe intorno a lui? cioè "lo circondarono, lo protessero, fecero una specie di recinto invisibile intorno a lui, attraverso il quale nessun male potesse insinuarsi". Questo era indubbiamente vero. Dio lo aveva protetto in questo modo. Ma la questione non era questo fatto, ma il motivo di Giobbe. Era solo prudenza? E intorno alla sua casa; cioè "la sua famiglia" -- i suoi figli e le sue figlie -- i membri della sua casa. e di tutto ciò che ha da ogni parte. I suoi possedimenti: terreni, case, bestiame, bestiame di ogni genere, mobili, beni e beni mobili. Tu hai benedetto l'opera delle sue mani.

comp. - Salmi 1:3 - , dove è detto del giusto. che "qualunque cosa faccia, prospererà" Così fu con Giobbe. La benedizione di Dio era su di lui e il successo coronò tutte le sue imprese. "L'opera delle sue mani" includerà tutto ciò che ha tentato. E le sue sostanze sono cresciute nel paese. Nella prima frase abbiamo la causa, la benedizione di Dio; nel secondo l'effetto, un grande aumento della "sostanza", o "bestiame" di Giobbe (lettura marginale). (Sul numero finale del suo bestiame, vedi Versetto 3.)

11 Ma ora stendi la tua mano; letteralmente, stendi la tua mano, come fa un uomo che sferra un colpo.

comp. - Genesi 22:12; Esodo 3:20, 9:15 - , ss. E toccare tutto ciò che ha; o, colpisci tutto ciò che ha; cioè rovinarlo, spogliarlo dei suoi beni. Ed egli ti maledirà in faccia. Il professor Lee traduce: "Se no, ti benedirà in faccia"; la LXX, "Sicuramente ti benedirà in faccia"; Il canonico Cook, "Vedi se non ti rinunci apertamente". Ma la maggior parte degli Ebraisti è d'accordo con la Versione Autorizzata. Satana suggerisce che, se Giobbe sarà spogliato dei suoi beni, maledirà apertamente Dio e rinuncerà alla sua adorazione. Qui non calunniava, o mentiva, quanto mostrava i cattivi pensieri che erano nel suo cuore. Senza dubbio credeva che Giobbe avrebbe agito come aveva detto

12 E l'Eterno disse a Satana: Ecco, tutto ciò che possiede è in tuo potere; letteralmente, nella tua mano, come nel margine. Dio ritira la sua protezione dai possedimenti di Giobbe; egli stesso non li porta via, come aveva suggerito Satana (Versetti. 11); ma permette a Satana, che non può fare nulla senza la sua concessione, di trattarli a suo piacimento. Come Dio dispensa benedizioni attraverso l'esercito angelico,Salmi 91:11,12 Ebrei 1:14 così, a volte in ogni caso, permette agli spiriti del male di essere i ministri dei suoi castighi. Soltanto non stendere la tua mano su di sé. La persona di Giobbe non doveva ancora essere toccata. Doveva essere ferito solo nei suoi averi. Così Satana uscì dalla presenza del Signore. Avendo ottenuto un permesso che pensava sarebbe servito al suo scopo, Satana non indugiò, ma partì prontamente per approfittare del permesso che gli era stato dato. Essere alla presenza di Dio deve essere un dolore intenso per il maligno

Nel potere di Satana

DIO PERMETTE LE AVVERSITÀ TEMPORALI

1. Non può venire senza il suo permesso. Satana vaga per la terra, bramando il male, ma non può fare alcun male finché non ottiene il permesso dalla corte del cielo. È una certa consolazione nelle avversità sapere che questo non è caduto senza che Dio lo osservasse, e nemmeno nonostante la sua volontà. Ciò che egli approva chiaramente non può essere veramente cattivo. Quindi l'avversità non è il male che sembra

2. Dio non sempre infligge il male immediatamente. Non è Dio, ma Satana, che colpisce Giobbe. Sembra che Dio non l'avrebbe mai fatto e che se Satana non avesse chiesto il permesso di ferire Giobbe, la prosperità di Giobbe sarebbe rimasta incrollabile. Questo non è come i racconti degli angeli distruttori mandati da Dio per colpire Gerusalemme2Samuele 24:16 e per distruggere l'esercito assiro.2Re 19:35 In quei casi la calamità veniva da Dio. Qui ha origine in Satana, anche se è permesso da Dio. Forse possiamo vedere un raggio di luce sul mistero della sofferenza in questo fatto, specialmente perché una cosa simile si vede nel Nuovo Testamento, nella facilità della donna "che Satana ha legato"Luca 13:16 e nel caso di una persona "consegnata a Satana". La spina nella carne di San Paolo non era un messaggero di Dio, ma "un messaggero di Satana". Ci sono mali che Dio non commetterebbe, ma che non sarebbe bene per lui frenare subito con la forza

II DIO LIMITA LE AVVERSITÀ CHE PERMETTE. A Satana è permesso di impadronirsi di tutto ciò che Giobbe possiede, ma non di toccare l'uomo stesso. Così le avversità sono limitate, e per vari motivi

1. Secondo la necessità. Esso non deve essere superiore a quanto necessario per raggiungere il suo scopo. Dio è prodigo di misericordie; è parsimonioso con le afflizioni, anche nel caso delle enormi afflizioni di un Giobbe! Ma egli è il Giudice di quanti problemi sono necessari, e noi non possiamo stimarli

2. Secondo le forze di resistenza. Dio non permetterà che siamo tentati oltre ciò che siamo in grado di sopportare. Egli conobbe Giobbe quando si trovava di fronte a tremende tribolazioni. Quelle spalle del Titanic potevano portare il carico di una gigantesca calamità. Le anime più deboli vengono trattate con più delicatezza

III L'AVVERSITÀ È PERMESSA SOLO PER AMORE DI UN GRANDE BENE. All'osservatore casuale sembra che Giobbe sia stato semplicemente consegnato a Satana per fare un gioco diabolico con lui, come i Filistei si divertivano con il cieco Sansone. Ma Dio non avrebbe trattato così crudelmente nessun uomo. Il fatto è che Giobbe deve dimostrare una grande verità ai diavoli e agli angeli, e in ultima analisi anche agli uomini. La prova della sua fedeltà è una lezione per l'universo. Mostra che Dio ispira devozione disinteressata. Ora, Giobbe non era consapevole di questo proposito. Se l'avesse saputo, il processo sarebbe stato frustrato. Per lui la serie di calamità è un mistero schiacciante, ed è ancora più provato dal suo carattere inesplicabile. Non riusciamo a vedere lo scopo dei nostri problemi. Ma c'è uno scopo. Forse una spiegazione non è che dobbiamo semplicemente soffrire per la disciplina della nostra anima, ma, come Giobbe, per amore di lezioni che, senza che noi le conosciamo, possono essere insegnate ad altri per mezzo della nostra esperienza. - W.F.A

13 E ci fu un giorno in cui i suoi figli e le sue figlie mangiavano e bevevano vino in casa del loro fratello maggiore. Uno dei compleanni, probabilmente quello del fratello maggiore, era arrivato, e la riunione ordinaria (vedi versetto 4) aveva avuto luogo: i banchetti e le bevute erano iniziati, mentre il padre, rimanendo nella sua casa, forse intercedeva presso Dio per i suoi figli, o considerava ansiosamente la possibilità che, nella loro allegria spensierata, avrebbero potuto allontanare completamente Dio dai loro pensieri, e così hanno praticamente rinunciato a lui, quando è iniziata la serie di calamità. Quante volte la calamità ci coglie quando meno ce l'aspettiamo, quando tutto sembra tranquillo intorno a noi, quando tutto prospera, anzi, anche quando è arrivato un periodo di festa, e le campane della gioia suonano nelle nostre orecchie, e i nostri cuori sono esultanti dentro di noi! A Giobbe, in ogni caso, fu risparmiato l'improvviso tuffo dalla gioia esuberante negli abissi del dolore. Era sua abitudine mantenere un temperamento equilibrato e non essere molto esaltato, né, a meno che non fosse in condizioni estreme di sofferenza, essere molto depresso. Ora, però, stava per essere sottoposto a un processo infuocato

Versetti 13-22. - Il primo processo del patriarca

I LA PREPARAZIONE PER IL PROCESSO. Il patriarca all'apice della sua prosperità. La stagione prevista per fare un assalto al patriarca era un giorno di:

1. Allegrezza festiva; Quando la famiglia del patriarca si riunì a un banchetto di insolita magnificenza, "mangiando e bevendo vino nella casa del loro fratello maggiore", un intrattenimento così sontuoso che senza dubbio si addiceva al primogenito di provvedere

2. Industria impegnata; quando tutta la casa del patriarca era in preda a un'attività insolita: gli aratori che scavavano solchi nel terreno con l'aiuto dei buoi pazienti, mentre le asine brucavano i pascoli nelle loro vicinanze; i pastori che badavano alle vaste mandrie di pecore che si spargevano per la pianura; e i cammellieri che andavano e tornavano con le loro carovane di merci costose

3. Felicità non mescolata; in cui il Patriarca, si può ben immaginare, esaminando la sua sorte terrena, osservando l'unità amorosa e l'innocente letizia dei suoi figli, e contemplando la fedeltà e la diligenza dei suoi servi, si rese conto che il suo calice di felicità terrena era pieno e persino traboccante

4. Sicurezza immaginata; in cui non appariva una nuvola in tutto l'orizzonte ampio e chiaro, non un'ombra offuscava la luminosità del cielo, non si poteva scorgere un granello di guaio in nessun luogo che suscitasse l'allarme del patriarca. Era un giorno di quelli di cui raramente tocca la sorte del popolo di Dio sulla terra; e la scelta di quel giorno sopra tutti gli altri per gettare giù il patriarca dall'apice della sua grandezza e dal vertice della sua felicità fu senza dubbio astutamente progettata affinché l'altezza stessa dell'elevazione del patriarca potesse intensificare la profondità e la gravità della sua caduta

II LA GESTIONE DEL PROCESSO. La prosperità del patriarca è stata rovesciata

1. La rovina rapidamente completata

(1) Improvviso nella sua venuta; la cittadella dell'integrità di Giobbe è più probabile che venga portata da un colpo di mano che da un attacco lento e deliberato, in quanto essere avvertiti significa anche essere salvati, e i pericoli che gli uomini vedono di solito possono adottare misure per evitarli

(2) Universale nella sua spazzata; il diavolo non rimaneva indietro di un passo, se non poteva avanzare di un passo oltre, con il permesso divino, con una terribile valanga di disastri che scendeva sulla bella scena della prosperità del patriarca, e non lasciava un luogo invisitato dalla sua rabbia divorante

(3) Spietato nella sua devastazione; esentando solo quattro domestici (non i figli, il che avrebbe potuto essere una mitigazione; ma le misericordie del diavolo sono generalmente crudeli), consegnando tutto il resto a una distruzione schiacciante e spietata

(4) Astuzia nel suo espediente; essendo effettuata non direttamente e immediatamente dal diavolo stesso, ma da agenti naturali -- Sabei e Caldei, fulmini e uragani -- in modo che potesse sembrare l'opera della provvidenza ordinaria di Dio, ed essere attribuita dall'uomo colpito alla Divinità che serviva e adorava

2. Il rapporto abilmente organizzato

a. Messaggero dopo messaggero, come Ahimaaz che corre dietro,2Samuele 18:22 affinché la storia completa delle disgrazie non fosse dichiarata subito, ma con squisita tortura protratta al massimo

b. Calamità su calamità si accumularono su calamità; non un solo messaggero arrivò con liete novelle, ma ciascuno con un fardello più pesante del suo predecessore

c. Colpo dopo colpo; non un solo oratore ha la grazia, come Ahimaaz quando riferisce la morte di Absalom a Davide, di mitigare il colpo al vecchio; ma, come Cushi, ognuno con straziante minuzia di dettagli si sofferma sul suo racconto di miseria, e con qualcosa di simile a una soddisfazione egoistica che sottolinea il fatto della propria fuga per essere il portatore della terribile notizia, non percependo che ciò potrebbe essere solo un aggravamento dell'angoscia del patriarca; e senza interruzione nel terribile torrente dell'avversità, non nemmeno un momento per inspirare, ma avanti e avanti in un flusso incessante: "Mentre parlava ancora; " e, "Mentre parlava ancora; " e, "Mentre parlava ancora". Chiaramente, se l'astuzia di Satana si è distinta nella sua preparazione per il processo, è stato altrettanto evidente che lo ha gestito

III LA QUESTIONE DEL PROCESSO. L'accoglienza della notizia da parte del patriarca

1. Con dolore penitenziale; espresso nelle azioni simboliche di stracciarsi le vesti

Confronta - Genesi 37:34; Giosuè 7:6; 2Samuele 1:11; 3:31 e radersi il capo;

confronta - Isaia 15:2; 22:12; Geremia 7:29; 41:5; Michea 1:16, il primo rivela la veemenza e l'intensità dell'emozione del patriarca, e il secondo indica la sua calma e moderazione

2. Con pia rassegnazione. Riconoscente:

(1) La sua condizione originariamente indigente: "Nudo uscii dal grembo di mia madre", così che le sue calamità lo avevano solo portato dove si trovava all'inizio: un argomento per la contentezza.

1Tm 6:7

(2) La sua prospettiva di dipartita dal mondo: "Nudo vi ritornerò", cosicché, dopo tutto, aveva sperimentato solo un po' prima ciò che era certo che gli sarebbe accaduto alla fine

confronta - Ecclesiaste 5:15; 12:7 - ; e "Misura per misura", atto 3. sc. 2 -- un argomento per la sottomissione

(3) La sua completa dipendenza da Dio per tutte le benedizioni della sua sorte terrena: "Il Signore ha dato; " in modo che egli stesso non potesse rivendicare alcuna proprietà assoluta in nulla di ciò che aveva perso1Corinzi 4:7; Giudici 1:17 -- un argomento per l'acquiescenza

(4) Il suo devoto riconoscimento della mano di Dio nelle sue afflizioni e perdite: "Il Signore ha tolto"; così che non solo aveva imposto la sua mano su colui che aveva perfettamente il diritto di farlo, ma nel rimuovere i suoi beni e i suoi figli aveva semplicemente preso ciò che era prima di tutto suo: un quarto argomento per la rassegnazione

3. Con umile adorazione. Cadendo a terra e adorando, smentendo così la calunnia di Satana, mantenendo la sua fermezza e la sua integrità, non maledicendo Dio in faccia, ma aggiungendo solennemente, riverentemente e devotamente: "Benedetto sia il nome di Geova!"

IV IL VERDETTO SUL PROCESSO. La completa rivendicazione del patriarca. Il suo passaggio trionfale attraverso la spaventosa prova è:

1. Lodato da Dio. Dobbiamo considerare l'affermazione dello storico come la trascrizione del giudizio divino sul processo: "In tutto questo Giobbe non peccò e non accusò Dio stoltamente"

2. Ammesso da Satana. Questo appare daGiobbe 2:4), dove, benché il diavolo sia preparato a spiegare la causa, è tuttavia costretto ad ammettere il fatto della salda lealtà di Giobbe a Geova durante il suo primo assalto

3. Registrato dallo storico. In modo che ovunque questo antico poema trovi un lettore, il coraggio e la fedeltà del patriarca colpito siano conosciuti e ammirati

Imparare:

1. Che se Dio ha i suoi tempi e le sue stagioni, e Cristo ha le sue ore, e l'uomo le sue opportunità di lavoro, così anche il diavolo ha i suoi giorni per i suoi movimenti satanici

2. Che gli assalti del diavolo alla virtù umana e alla fedeltà cristiana sono sempre caratterizzati da una saggezza consumata sia per quanto riguarda i tempi che gli strumenti e i metodi di attacco

3. Che il potere di Satana di ferire l'uomo è quasi illimitato, almeno quando Dio lo permette

4. Che la condizione più prospera dell'uomo possa, in un attimo, essere convertita nella più profonda miseria, come il giorno più luminoso può essere seguito dalla notte più buia

5. Che le calamità raramente si abbattono sul popolo di Dio singolarmente e da solo, tendono ad essere fraintese per quanto riguarda la loro origine e il loro disegno, ma non dovrebbero mai mancare di condurre il cuore più vicino a Dio

6. Che il popolo di Dio nei momenti di avversità ricordi la sua origine e si prepari per la sua fine

7. Che, sia soffrendo che gioendo, i santi imitino la pietà di Giobbe, riconoscano in tutto la mano di Dio e "rendano grazie in ogni cosa"

Versetti 13-22. - L'invasione dell'afflizione e il suo primo effetto su Giobbe

Le lezioni su cui ci siamo soffermati, e sulle quali Giobbe aveva senza dubbio meditato profondamente nell'ozio dei suoi giorni prosperi, dovevano ora ricevere l'illustrazione dell'esperienza effettiva. Una serie di onde si abbatte sulla sua casa pacifica e sul suo cuore e, nel giro di poche ore, trasforma la scena sorridente in una totale desolazione. Possiamo notare nella storia i seguenti punti: le calamità di Giobbe, e il loro primo effetto sulla sua mente

I LE CALAMITÀ. La loro subitaneità e inaspettatezza. Una festa luminosa fu scelta dalla Provvidenza per scaricare quei torrenti di dolore. I giovani stavano festeggiando nella casa del fratello maggiore, forse il giorno del suo compleanno, quando il fulmine a ciel sereno, senza un attimo di preavviso, colpì. L'immaginazione è fortemente influenzata da tali contrasti. Non commiseriamo così profondamente noi stessi o gli altri quando abbiamo avuto il tempo di prepararci per la tempesta. Lo shock del colpo si interrompe quando ci trova avvisati e salvati. Tutti gli uomini devono soffrire prima o poi, e in qualche momento devono morire; ma il terrore del dolore inaspettato è grande quanto la gioia della benedizione inaspettata. Ma poiché c'è una verità nel detto che "l'inaspettato accade sempre", quanto è importante assicurarsi quell'unica preparazione che è in nostro potere: una mente come quella di Giobbe, fissa nei principi, perché fissata in Dio!

II C'ERA UNA GRADAZIONE IN QUESTI PROBLEMI. Cominciarono negli elementi inferiori della vita e rapidamente raggiunsero il loro culmine in quelli superiori. C'è stata prima la perdita di proprietà, in tre colpi distinti. Prima i buoi e gli asini, poi le pecore e poi i cammelli, furono distrutti; e tutti i mandriani furono spazzati via in successione. Dopo la prima perdita, l'istinto di Giobbe sarebbe stato senza dubbio quello di dire: "Grazie a Dio per ciò che è rimasto", e lo stesso dopo la seconda; ma il terzo interrompe queste riflessioni e colpisce nel segno la triste convinzione: "Sono un uomo rovinato!" Chi può sapere, se non coloro che l'hanno sofferto, che cosa significhi perdere un terzo o due terzi dei loro beni terreni, molto di più perdere tutto? Shakespeare dice giustamente che "è dieci volte più amaro perdere che grande all'inizio acquisire". Tuttavia, un'anima nobile e amorevole, abituata a trovare nell'affetto il dono più eletto della vita, sarà consolata dal pensiero: "La mia famiglia mi ha lasciato; e la loro tenerezza e simpatia raddoppiate, e le cure e le speranze per loro, renderanno ancora la vita degna di essere vissuta". Ma anche questo sentimento, se è sorto nella mente dell'uomo rovinato, è rovinato sul nascere dalla terribile notizia che i suoi figli e le sue figlie sono tutti periti di una morte improvvisa e violenta. Così un'ira nascosta sembrò esaurire le sue fiale di furia concentrata sul suo capo devoto; e colui che si era crogiolato così a lungo al sole è immerso nell'oscurità, apparentemente senza un solo raggio di conforto o di speranza dall'esterno. Anzi, di più; che i suoi figli fossero stati stroncati nel fiore dei loro peccati, nel pieno della loro allegria, portati via in fretta e furia senza tempo per ulteriori espiazioni o preghiere, sembrava alterare tutta la sincera pietà del padre, come se il cielo lo avesse abbandonato e condannato

III Possiamo anche notare la varietà delle fonti di queste afflizioni, La prima venne dalla mano degli uomini, dai ladri, dagli uomini di violenza e di inganno. Il secondo cadde dal cielo, sotto forma di fuoco divorante. Il terzo, ancora una volta, fu un oltraggio umano; e il quarto e più terribile di nuovo dalla tempestosa violenza del cielo. Per un uomo giusto essere preda dell'ingiustizia, sapere che gli uomini cattivi guadagnano a spese della sua perdita, è un'esperienza amara; ma vedere un potere misterioso, sovrumano, per così dire, in alleanza e patto con i malvagi, è una terribile esasperazione

IV Ma QUAL È L'EFFETTO SULLA MENTE DEL MALATO? Un'aureola gloriosa lo circonda davvero in questo terribile momento. Ora è il momento di vedere che cosa c'è nella bontà, che cosa è la vera natura della fede; ora o mai più l'accusatore deve vergognarsi, e i cuori deboli devono farsi coraggio, e Dio deve essere glorificato. Dal comportamento di Giobbe impariamo che una vera vita in Dio è destinata a trionfare su tutti i cambiamenti e le perdite esteriori, sull'oscurità, sul mistero e sulla morte

1. Fede. Crede in Dio. La sua fede non viene scossa nemmeno per un momento. E il suo primo istinto è quello di gettarsi sul suo Dio. Egli cade sulle "grandi scale d'altare del mondo che scendono nelle tenebre fino a Dio". "Ecco, egli prega", e Satana già trema per la sua scommessa. Oh, pieghiamoci sempre, come canne, sotto la tempesta della prova mandata dal Cielo; non essere spezzato come la quercia rigida! Colui che può dire con il cuore, come il povero padre nei Vangeli:Marco 9:24 : "Credo, Signore", troverà presto che le inondazioni si stanno calmando e una grande calma intorno a lui

2. Dimissioni. La nostra volontà non ha nulla a che fare con le svolte supreme e le crisi dell'essere. Non siamo venuti in questo mondo, non dovremmo tentare di uscirne, con un atto nostro. Dobbiamo rassegnarci a vivere o a morire. Una volontà suprema determina il nostro andare e venire, il nostro entrare e il nostro uscire, in questa breve scena di vita. Non siamo stati noi a determinare la condizione esterna in cui dovremmo nascere. Siamo venuti tutti nudi al mondo, e moriremo senza portare nulla con noi. La nostra composizione corporea è terrosa e deve sbriciolarsi di nuovo sulla terra. A Lei, la madre che tutto riceve l'umanità, ognuno di noi deve tornare. Il senso profondo di queste relazioni è atto a imprimere l'abitudine alla rassegnazione. E, d'altra parte, la transitorietà e la debolezza della nostra condizione terrena dovrebbero proiettarci sulle grandi realtà spirituali. La rassegnazione non è religiosa, la rinuncia a se stessi non è completa, finché non impariamo non solo a rinunciare alla terra e alla volontà terrena, ma a gettarci sul seno dell'Eterno. Egli dona e toglie le cose che non fanno parte di noi, ma solo perché ci tenga per sempre, le nostre anime

3. Ringraziamento. Cosa! grazie a Dio quando prende, così come quando dà? È naturale? È possibile? Tutto è naturale, è possibile, alla fede. La fede infatti non si basa su ciò che Dio fa in questo o in quel momento, ma su ciò che egli è. La sua azione varia; In se stesso non c'è variabilità, né ombra di una svolta. La gioia e il dolore, la luce e l'oscurità, ogni possibile fase dell'esperienza umana, ecco il linguaggio di Dio per l'anima. Il suo significato è uno attraverso tutti i toni della sua voce. Sia dunque benedetto il Nome, non del donatore, della salute e della gioia che impartisce Padre della luce, Datore di ogni dono buono e perfetto; ma benedetto sia il Nome dell' Eterno, fedele a se stesso in tutti i suoi propositi, fedele ai suoi figli in tutti i suoi rapporti con loro per il loro bene. "Benedetta sia la mano che dà, ancora benedetta quando prende."

Oh, se questi canti, e profundis ed e tenebris, "dal profondo" e "dalle tenebre", potessero essere uditi più chiaramente, più incrollabilmente, in tutte le nostre devozioni pubbliche così come in tutte le nostre preghiere private! Questa offerta di sé a Dio con fiducia, sottomissione, ringraziamento, è un "sacrificio ragionevole". E mentre il suo sapore sale al cielo, riporta la sua risposta pacifica al cuore. Il ventiduesimo versetto ci ricorda, per contrasto, il pericolo di peccare contro Dio con rimproveri e mormorii nel nostro dolore. "Giobbe non peccò e non offese a Dio", come forse le parole potrebbero essere tradotte meglio. E dopo esserci soffermati tanto su quel temperamento che piace al nostro Padre celeste, rafforziamo la lezione riflettendo su ciò che siamo così pronti a dimenticare: che egli è giustamente dispiaciuto dall'indulgenza nei dubbi sulla sua esistenza o bontà, dalla ribellione contro il corso della sua provvidenza e dal rifiuto della lode al suo santo Nome

Versetti 13-19. - Le calamità senza pari di Giobbe

Si fa di tutto per accrescere e intensificare l'impressione delle calamità di Giobbe. Notiamo i loro tratti salienti

ESSI SI VERIFICANO IN UNA STAGIONE DI FESTA. Era un giorno di festa e tutta la famiglia di Giobbe era riunita nella casa del figlio maggiore. Allora, più di tutti i tempi, l'affettuoso padre sarebbe stato il meno preparato alle minacciose voci di calamità. Il fulmine cadde dal cielo azzurro senza nuvole. Senza una nota di avvertimento, la spaventosa tempesta si trasformò in un diluvio travolgente. Questa è una lezione contro la fiducia nella prosperità, come se contenesse una promessa di una sua certa continuità. Ma non è una disposizione spietata della Provvidenza che l'oscuro futuro ci sia nascosto. Siamo resi tristi perché "Guardiamo prima e dopo". Se vedessimo tutto il futuro, non potremmo sopportare il presente

II SI VERIFICANO IN RAPIDA SUCCESSIONE. Queste calamità si susseguono così strettamente l'una all'altra che, prima che il primo messaggero abbia raccontato la sua storia, arriva un secondo araldo con altre cattive notizie, seguito altrettanto rapidamente da un terzo, e lui dopo non indugiare dall'ultimo, con il suo messaggio più terribile. È stato spesso notato come i problemi arrivino in lotti. Nel caso di Giobbe possiamo capire il motivo. Un terribile potere di malignità è dietro l'intera serie

III PROVENGONO DA VARIE PARTI. Sebbene Satana sia la causa ultima di tutte le calamità, non ne infligge nessuna con le sue stesse mani. Lo tiene nascosto e trova il modo di inviare emissari da tutte le parti: gli arabi del sud piombano nella fattoria di casa; un fulmine dal cielo colpisce le pecore sulle pendi; tre bande di Ladroni di Caldei erranti provenienti dal nord piombano sulla carovana di cammelli che trasporta la ricchezza delle mercanzie di Giobbe; e, peggio di tutto, un uragano dal deserto colpisce e abbatte la casa dove i figli e le figlie di Giobbe stanno banchettando. Chi può dimorare nella sicurezza quando i problemi possono arrivare in così tante direzioni? È impossibile per l'uomo più forte fortificarsi contro di essa. Nessuno di noi può fare di più che fare preparativi ragionevoli, che possono rivelarsi inutili. Ma tutti possono confidare nella provvidenza di Colui che governa il vento, la tempesta e il cuore dell'uomo, e senza il cui permesso non si può toccare un capello del nostro capo

IV SI AGGRAVANO MAN MANO CHE PROCEDONO. Il peggio viene per ultimo. È terribile per un ricco vedere la sua ricchezza sciogliersi davanti ai suoi occhi in pochi istanti. Questo fu il problema di Antonio quando la sua flotta di merci fu distrutta ("Mercante di Venezia"), ma non fu così spaventoso come quello di Malcolm, quando tutti i suoi figli furono uccisi in una volta sola ("Macbeth"), o quello del defunto arcivescovo Tait, quando uno dopo l'altro i suoi figli morirono di un'epidemia di febbre. Che l'uomo povero sia grato se la sua famiglia gli viene risparmiata. Nota:

1. Forse i problemi vengono attenuati arrivando con scosse successive. Ognuno può affogare l'effetto del suo predecessore

2. La difficoltà di Giobbe fu superata solo una volta: nel Getsemani

14 E un messaggero venne da Giobbe, e gli disse: "I buoi aravano, e gli asini pascolavano accanto a loro (letteralmente, dalle loro mani). Si noti che, nonostante la festa, il lavoro continuava ancora; non c'erano vacanze generali; i buoi erano al lavoro nei campi, forse non tutti, ma la maggior numero, perché il tempo di aratura è breve nei paesi orientali, e la "spigatura" si fa tutta nello stesso tempo. La maggior parte degli operai di Giobbe era probabilmente impegnata nell'affare, e avevano portato con sé gli asini, probabilmente per tenerli sotto gli occhi, per timore che i ladri li portassero via, quando si verificò la catastrofe narrata nel versetto successivo

15 E i Sabei (letteralmente, Saba) si gettarono su di loro e li portarono via. I Sabei erano il popolo principale dell'Arabia nei tempi antichi, e il nome sembra essere usato a volte nel senso generale di "arabi".

vedi - Salmi 72:10,15; Geremia 6:20 Possiamo supporre che, o si intenda il senso generale, o, se si tratta di quello specifico, allora che, alla data a cui appartiene la storia di Giobbe, c'erano Sabei nell'Arabia orientale come in quella meridionale, nelle vicinanze dell'Alto Golfo Persico così come nelle vicinanze dell'Oceano Indiano. Le abitudini di saccheggio di tutte le tribù arabe sono ben note. Strabone dice che i Sabei, anche al culmine della loro prosperità, fecero escursioni per saccheggiare l'Arabia Petraea e persino la Siria (Strab., 16:4) sì, hanno ucciso; piuttosto, hanno ucciso, o hanno colpito. I servi; letteralmente, i giovani; cioè i lavoratori che erano impegnati nell'aratura, e che avrebbero avuto il dovere di resistere al trasporto del bestiame. A fil di spada. La lancia è l'arma principale dei beduini moderni, ma potrebbe essere stata diversa nell'antichità. Oppure l'espressione usata può semplicemente significare "con armi da guerra". E io solo sono scampato per dirtelo. Il professor Lee traduce: "E non sono riuscito a fuggire da solo per dirtelo"

16 Mentre stava ancora parlando; letteralmente, egli ancora parla; ετι τουτον λαλουντος, LXX Lo scrittore affretta le sue parole per esprimere la rapidità con cui un annuncio seguiva l'altro (vedi Versetti. 17, 18). Venne anche un altro e disse: "Il fuoco di Dio è caduto dal cielo". "Il fuoco di Dio" è senza dubbio un fulmine.

comp. - Numeri 11:1-3; 2Re 1:10,14; Salmi 78:21 Questo Satana, con il permesso, potrebbe esercitare, come "il principe della potestà dell'aria":Efesini 2:2 ma c'è, senza dubbio, qualcosa di molto straordinario in una tempesta che si estende sui pascoli occupati da novemila pecore, e le distrugge tutte (Cook) Tuttavia, non si può dire che una tale tempesta sia impossibile; e forse il danno fatto non è stato maggiore di quello che seguì sulla settima peste egiziana.

vedi - Ester 9:18-26 E ha bruciato le pecore e i servi, letteralmente, i giovani; cioè i pastori che stavano al servizio delle pecore. E li consumò; letteralmente, li ha divorati.Si dice spesso che il fuoco "divora" ciò che distrugge. "Gli Egiziani", dice Erodoto, "credono che il fuoco sia un animale vivo, che mangia tutto ciò che riesce a prendere, e poi, sazio di cibo, muore con la materia di cui si nutre" (Erode, 3:16). E io sono scampato solo per dirti (vedi il commento al versetto 15)

17 Mentre egli parlava ancora, ne venne anche un altro (vedi il commento al versetto 16). La ripetizione esatta di una frase, senza l'alterazione di una parola o di una lettera, è molto arcaica.Genesi 1:4,8,13,19,23,31 - ; e per un'altra ripetizione, - Genesi 1:10,12,18,21,25 E disse: I Caldei; letteralmente, il Casdim (μydick), che è la parola usata uniformemente in ebraico dove la Versione Autorizzata ha "Caldei" o "Caldei". Il nome nativo sembra essere stato Kaldi o Kaldai, da cui il greco Χαλδαιοι, e il latino Chaldaei. È molto difficile spiegare perché gli ebrei abbiano sostituito il liquido con una sibilante, ma di certo ciò avvenne dal periodo più antico della loro letteraturaGenesi 11:31 fino ai più recenti (vedi Targumim, passim). Alcuni fanno derivare l'ebraico Casdim da "Chesed", uno dei figli di Nahor;Genesi 22:22 ma Abramo lasciò Ur dei Caldei prima che nascesse Chesed.Genesi 22:20 E non c'è alcuna prova di alcun legame tra Chesed, che nacque ad Haran, e i Caldei babilonesi. I Caldei furono probabilmente i primi coloni in Babilonia; a poco a poco furono spinti verso sud, e diedero il nome di Caldea alla Bassa Babilonia, o al tratto più vicino al Golfo Persico (Strab., 16:1, §66; Tolomeo, 'Geographia', 5:20). Da una data remota erano un popolo stanziale e civilizzato; ma senza dubbio in origine avevano gli stessi istinti predatori dei loro vicini. Ha fatto tre bande. Il professor Lee traduce "nominato tre capitani", che è un possibile significato delle parole; ma il peso dell'autorità sostiene la traduzione della Versione Autorizzata. e si gettò sui cammelli. Forse la parte più preziosa dei possedimenti di Giobbe. Tremila cammelli sarebbero considerati come una splendida cattura da parte di qualsiasi corpo di predoni orientali. E li ho portati via, sì, e ho ucciso i servi (letteralmente, i giovani, come nel versetto 16) a fil di spada; e io solo sono scampato solo per dirti (confronta il commento al versetto 15)

18 Mentre stava ancora parlando, venne anche un altro, e disse (vedi il commento al versetto 16): I tuoi figli e le tue figlie mangiavano e bevevano vino nella casa del loro fratello maggiore confronta Versetto 13). È un proverbio comune che "le disgrazie non arrivano mai da sole". Shakespeare dice che "non vengono da soli, ma in battaglioni". Eppure, una serie così travolgente di calamità che si abbattevano su un singolo individuo in un solo giorno non poteva che colpire coloro che ne sentivano parlare come anormali, e quasi certamente soprannaturali. Così conclusero gli amici di Giobbe.Giobbe 5:17 #Giobbe 1:19

Ed ecco, venne un gran vento dal deserto; piuttosto, dall'altra parte del deserto, un vento che cominciava nella regione che giaceva dall'altra parte del deserto, e che lo spazzava, veniva con tutta la sua forza sul tratto abitato dove Giobbe e i suoi figli dimoravano. I venti del deserto sono spesso molto violenti. Generalmente sono carichi di pesanti nuvole di sabbia fine, che causano intollerabile disagio e sete; ma quando spazzano una regione rocciosa e ghiaiosa, sono semplicemente di estrema violenza, senza altre caratteristiche angoscianti. Assomigliano quindi agli uragani o ai tornado delle Indie occidentali. Possiamo ragionevolmente collegare questo uragano con il temporale del 16 versetto E colpì i quattro angoli della casa, ed essa cadde. Le "case" dell'Oriente non sono le solide strutture di legno pesante, mattoni e pietra a cui siamo abituati noi dell'Occidente, ma tessuti leggeri di assi e palizzate, coperte per lo più di canne. Case di questo tipo, quando scende la pioggia, e i venti soffiano e si abbattono su di esse,Matteo 7:6 cadono facilmente. Sui giovani; piuttosto, i giovani. Na'ar (rn) è di entrambi i sessi in ebraico antico.

vedi - Genesi 24:14 - , ss. E loro sono morti, e io solo sono scampato per dirtelo. Ancora una volta, la calamità ha una completezza che la contraddistingue come soprannaturale. La caduta di una casa di solito non distrugge tutti i detenuti

20 Poi è sorto Giobbe. Solo quando fu annunciata l'ultima calamità Giobbe si mosse. La perdita delle sue ricchezze lo commosse poco. Ma quando seppe che i suoi figli erano stati distrutti tutti "in un colpo solo", non poté resistere più a lungo, ma si alzò dal seggio sul quale era seduto e mostrò il suo dolore. Prima si stracciò il mantello, "la veste esterna indossata dagli uomini di rango" (Cook), un segno di dolore consueto nel mondo antico;Genesi 37:29,34; 44:13; 1Re 21:27; 2Re 19:1; Ester 4:1 - ; Gle 2:13; Erode, 8:99; Livio, 1:13, ss. poi si rasò la testa, un altro segno di dolore meno consueto ma non raro, proibito dalla Legge dei GiudeiLevitico 21:5 Deuteronomio 14:1 ma largamente praticato dai gentili.Geremia 47:5; 48:37 - ; Erode, 2:36; 9:24; Plut., 'Vit. Pelop.,' §34; Q. Gurt., 'Vit. Alex.,' 10:5, §17 E cadde a terra, e adorò. Dopo aver dato sfogo al suo naturale dolore, Giobbe fece un atto di adorazione. Riconoscendo il fatto che l'avversità, così come la prosperità, viene da Dio, e sottomettendosi alla volontà divina, egli "adorò". Quante volte il suo gesto è balenato nella mente dei cristiani. e li ha messi in grado, nella loro ora buia, di imitarlo e di ripetere le sue parole: "Il Signore ha dato", ss.)!

Versetti 20-22. - Il trionfo della fede

La prova nella sua grande severità si è abbattuta su Giobbe. I suoi buoi e i suoi asini gli sono stati rapaci strappati dai Sabei; molti dei suoi servi sono stati passati a fil di spada; il fuoco di Dio ha consumato le pecore e i pastori che se ne sono presi cura; i cammelli che i Caldei hanno rubato e ucciso i guardiani dei cammelli; la casa del figlio maggiore, in cui i figli e le figlie di Giobbe stavano banchettando, è stata colpita da un gran vento, ed è crollata, schiacciando i giovani sotto le sue rovine. Potrebbero accadere calamità più grandi a qualsiasi uomo? Questo quadro di desolazione è completo. Sicuramente ogni qualità del carattere viene messa alla prova. Che bisogno di lamentarsi appassionatamente e impaziente! Qual è la condotta di Giobbe in quest'ora? Egli presenta l'esempio della trionfante vittoria della fede

LA VITTORIA DELLA FEDE HA IL SUO FONDAMENTO NEL RICONOSCIMENTO DELLA SUPREMAZIA DIVINA. "L'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto". Vivere nel costante riconoscimento della supremazia divina è il primo requisito in una fede pura e trionfante. Vede che tutte le cose sono di Dio. Egli è il Signore di tutti. Giobbe temeva Dio e confidava in Lui. La paura sostiene la fede con la stessa verità con cui santifica l'amore

II LA VITTORIA DELLA FEDE È PROMOSSA DALLA DEVOZIONE REVERENZIALE. Nemmeno gli acuti dolori del dolore impedirono a Giobbe di adorare umilmente. Cercò il Signore nel giorno della sua calamità e fu aiutato. Uno permette alla sua afflizione di allontanarlo da Dio; ma egli è spinto alla disperazione, perché non c'è soccorritore; e il povero spirito colpito non può stare da solo. Un altro è spinto da Dio e trova un nascondiglio e una roccia di difesa. Quando facciamo di Dio il nostro Rifugio, Egli diventa la nostra Forza. È sciocco dimenticare Dio nel momento del bisogno. Egli può aiutarci quando tutti gli altri aiuti vengono meno. Non vedrà le sue deboli creature venire a lui con umile preghiera, chiedendo il suo aiuto con cuore sincero, e tuttavia lasciarle alle loro risorse. Colui che davanti a Dio confessa il suo bisogno guadagna per sé le ricchezze divine

III LA VITTORIA DELLA FEDE È COMPATIBILE CON GRANDE DOLORE E TRISTEZZA Giobbe si strappò il mantello e si rasò i capelli: metodi orientali per rappresentare il dolore. Il grande Esempio fu "grandemente addolorato, sì, fino alla morte". Anche lui "soffrì", fu eminentemente "un uomo di dolore". I pii di tutte le epoche sono stati messi alla prova. "Avvenne che Dio tentò Abraamo". Questo si deve dire di ogni figlio di Abramo

IV LA VITTORIA DELLA FEDE È L'UMILE, MA DIVENTA UN TRIBUTO DEL CUORE UMANO ALLA SUPREMAZIA, ALLA SAPIENZA E ALLA BONTÀ DI DIO

V LA VITTORIA DELLA FEDE ASSICURA L'APPROVAZIONE DIVINA SUPREMA; e, come questa storia compiuta si propone di mostrare, si conclude con una ricompensa finale che nasconde il ricordo della fatica e della sofferenza con cui è stata raggiunta. La grande lezione di tutte: "Abbiate fede in Dio". -R.G

21 E disse: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò". C'è qualche difficoltà nella parola "là", dato che nessun uomo ritorna nel grembo di sua madre,Giovanni 3:4 alla morte o in altro modo. L'espressione non deve essere premuta. Nasce dall'analogia, costantemente sentita e riconosciuta, tra la "madre" terra e la vera madre di un uomo.Salmi 129:1-5 Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Qui Giobbe è rappresentato mentre conosce Dio con il suo nome "Geova", sebbene altrove il "grande Nome" appaia una sola volta nelle parole di Giobbe,Giobbe 12:9 e mai nelle parole dei suoi amici. La conclusione naturale è che il nome era conosciuto nella terra di Uz all'epoca, ma era usato molto raramente, a malapena, tranne che nei momenti di eccitazione. Benedetto sia il Nome del Signore; letteralmente, possa il Nome di Geova essere benedetto! La parola enfatica è tenuta per ultima. Secondo Satana, Giobbe avrebbe dovuto "maledire Dio in faccia" (Versetto 11). L'evento è che egli benedice Dio apertamente e risolutamente. Il fatto che la stessa parola sia usata nei suoi due sensi opposti accentua piuttosto l'antitesi

Versetti 21, 22.- Le dimissioni di Giobbe

Non possiamo non essere colpiti dalla magnifica calma di Giobbe dopo aver ricevuto i colpi successivi di calamità senza precedenti. Non è stordito; Non è distratto. Possiede la sua anima con pazienza. Con una singolare dignità di portamento si vede ora nella sua calamità più grande di quanto non sia mai apparso quando era al culmine del successo

I COME SI COMPORTAVA GIOBBE

1. Ha pianto. Questo era naturale, ragionevole e giusto. Sarebbe stato meno di un centro commerciale se avesse affrontato i suoi guai senza una fitta. Dio ama il cuore di carne, non il cuore di pietra; e il cuore della carne deve necessariamente sentire molto acutamente grandi problemi. Il santo di Dio non è uno stoico. Ma anche se Giobbe era in lutto, lo fece con calma e moderazione. Non si gettò a terra in un dolore appassionato. Il suo alzarsi, il suo strappare il mantello -- dal collo alla cintura, secondo l'usanza -- il rasarsi la testa, tutto indica la sua meravigliosa padronanza di sé. Attraversa il triste processo del lutto convenzionale con decisione inflessibile. La sua calma, tuttavia, copre solo la profondità del suo dolore. C'è qualcosa di terribile in questo processo metodico. La tragedia è sublime

2. Adorava. Non ha rinunciato a Dio. Al contrario, ha benedetto il Nome del Signore. Non riusciva a capire il significato e la fine della sua strana esperienza. Ma conosceva Dio e non si è mai sognato di dubitare di Lui. Inoltre, i suoi problemi lo spingono a Dio. Si prostra davanti a Dio in adorazione. La cosa singolare è che non lo si vede pregare per ricevere aiuto. I suoi problemi sono irrecuperabili, e non è uno che si lamenta nella debole miseria. Si perde nell'adorazione di Dio. Questo è il grande segreto della forza d'animo: non gridare per la liberazione, ma dimenticare noi stessi in Dio

II COSA RICEVETTE GIOBBE. Parlò a Dio, o forse pronunciò un soliloquio, per il sollievo del suo cuore, ma senza dubbio consapevole della presenza sostenitrice di Dio. Le sue parole mostrano la sua perfetta ragionevolezza. Non c'è nulla che renda le persone così irragionevoli come i guai. Eppure Giobbe non era ancora stato distolto di un capello dalla linea della verità e della ragione dalle sue spaventose calamità. È una grande sicurezza vedere le cose come sono. Metà della nostra angoscia deriva dal fatto che li vediamo sotto una falsa luce di passione e pregiudizio. Se solo siamo abbastanza calmi da guardarci intorno, potremmo scoprire una strana luce rivelatrice nelle grandi calamità. Rompono le forme convenzionali e fanno emergere i fatti

1. Giobbe vide la propria piccolezza. In un attimo si rese conto di non avere alcun diritto naturale su tutto ciò che aveva posseduto. Non aveva nulla quando è venuto al mondo; non poteva portare nulla con sé. L'orgoglio prepara alle angosce a cui l'umiltà sfugge. Quando ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli, non possiamo stupirci di qualsiasi perdita che possiamo subire

2. Giobbe riconobbe il diritto di Dio. Chi dona ha diritto di recesso. Tutto ciò che abbiamo è in prestito da Dio. Questa verità non sminuisce la nostra perdita, ma la percezione di essa calma lo spirito stolto e ribelle, che è la fonte della nostra più profonda miseria

22 In tutto questo Giobbe non peccò. Era solo l'inizio della libertà vigilata; ma fino a quel momento, in ogni caso, Giobbe non aveva peccato: aveva conservato la sua integrità, aveva parlato e agito rettamente. Né accusò Dio stoltamente; letteralmente, non diede follia a Dio, il che si spiega nel senso che o "non attribuì a Dio nulla di incompatibile con la sapienza e la bontà" (Delitzsch, Merx), o "non proferì alcuna stoltezza contro Dio" (Ewald, Dillmann, Cook). Quest'ultimo è probabilmente il vero significato.Giobbe 6:6 24:12

Fuoco in piedi

Così finisce la prima scena. Satana è completamente sconfitto. La sua supposizione si è dimostrata completamente falsa. Dio ha permesso che la siepe intorno a Giobbe fosse sfondata, e il distruttore ha devastato i suoi possedimenti fino a trasformare il giardino in un deserto. Eppure l'uomo buono non rinuncia a Dio

ACCUSARE DIO DI TORTO È UN PECCATO. Questo era il peccato al quale Satana stava tentando Giobbe. Il suggerimento era che dicesse che Dio stava agendo in modo crudele, ingiusto, sbagliato. Ora, poiché questa sembra una deduzione naturale dagli eventi, perché fu sbagliato che Giobbe la seguisse? La risposta deve essere trovata nella verità che Dio non è conosciuto induttivamente per mezzo di fenomeni esterni. "Non giudicare il Signore con il debole senno"

Egli si è fatto conoscere con rivelazioni speciali, e si fa sempre più conoscere con la voce della coscienza. Da queste fonti sappiamo che il Giudice di tutta la terra deve agire bene. Dubitare di ciò significa abbandonare la luce superiore e sprofondare nella follia colpevole. Preferire un'accusa contro Dio è peggio che dubitare di lui. Almeno potremmo tacere

II L'ASSENZA DI PECCATO PUÒ ESSERE PROVATA SOLO CON LE PROVE. È facile nascondere il peccato alla vista nei momenti di quiete. Allora il metallo di base può brillare tanto quanto l'oro puro. La prova infuocata rivela la sua inutilità. La domanda importante è se abbiamo un personaggio che resisterà al fuoco. È di scarso valore per un uomo non peccare quando non ha alcun incentivo a peccare. La sua bontà è quindi, nel migliore dei casi, un'innocenza negativa, e molto probabilmente è solo un sonno di male latente

III LA COSA PIÙ DIFFICILE È NON PECCARE QUANDO SI È PIÙ TENTATI. C'erano molti peccati, senza dubbio, ai quali Giobbe non era affatto responsabile. Poco gli va d'onore il fatto di non esserne colpevole. Il punto interessante era che "in tutto questo", cioè in questa serie di calamità particolarmente difficili, Giobbe non commise il peccato particolare a cui si riferivano, cioè accusando Dio di torto. Le persone si vantano della loro bontà in varie direzioni; Ma questo è di poca importanza se falliscono quando sono veramente tentati

IV IL SEGRETO DEL FUOCO PERMANENTE È NELLA FORZA DI DIO. Ora Giobbe ha la ricompensa della sua lunga devozione a Dio. Il versetto 5 lo mostra come un uomo di preghiera nei giorni della prosperità; lo mostra mentre prega per i suoi figli nel loro bisogno; così Giobbe veniva preparato inconsciamente per il giorno malvagio. Quando arrivò, lo trovò pronto, anche se fu del tutto inaspettato, perché lo trovò a vivere vicino a Dio. Quando il turbine è su di noi, è troppo tardi per pensare a rafforzare i paletti della tenda. Abbiamo bisogno della forza interiore di Dio, che deriva dalla lenta crescita dell'esperienza cristiana, se vogliamo stare come la robusta quercia nell'improvviso vortice delle calamità. - W.F.A

Illustratore biblico:

Giobbe 1

1 

VERSIONE ITALIANA

DEL COMMENTARIO

“L’ILLUSTRATORE BIBLICO”

TESTO TRADOTTO E DISTRIBUITO GRATUITAMENTE

DA

ANTONIO CONSORTE

MARZO 2025

COMMENTO AL LIBRO

DI GIOBBE

LE ILLUSTRATORE BIBLICO

Aneddoti, similitudini, emblemi, illustrazioni; Espositivo, scientifico, geografico, storico e omiletico, raccolto da una vasta gamma di letteratura nazionale e straniera, sui versetti della Bibbia

INTRODUZIONE AL LIBRO DI GIOBBE

Interpretazione del Libro di Giobbe. - Ci proponiamo di dare una visione concisa delle ragioni per cui sosteniamo...

(I.) L'esistenza e la realtà di Giobbe

(II.) L'antichità patriarcale, l'origine e la paternità del Libro

(III.) I suoi riferimenti a uno stato futuro e alla via della salvezza; e

(IV.) La sua ispirazione divina e l'autorità canonica

1.) Che Giobbe non sia un personaggio poetico o immaginario, ma un personaggio storico, appare dalla sua menzione in relazione a Noè e Daniele, in Ezechiele 14:14, 20 ; e l'allusione di San Giacomo, CAPITOLO 5:10, 11. Qui ci sembra che si possa dedurre che Giobbe fosse tra "i profeti che hanno parlato nel nome del Signore" e che, egli dice, "dovevano essere presi come esempio di sofferenza e di pazienza"; poiché aggiunge immediatamente: "Ecco, noi consideriamo felici quelli che perseverano" (a sua volta un riferimento a Giobbe 5:17. "Voi avete udito parlare della pazienza di Giobbe, ecc., e avete visto la fine del Signore, che il Signore è molto pietoso e di tenera misericordia". È stato ipotizzato che questa citazione non si riferisca alla fede di Giobbe, ma alla sua pazienza. Ma certamente la fede è il fondamento della pazienza; e lo scrittore divino non lo avrebbe citato, nemmeno come esempio di sofferenza, se non fosse stato un vero personaggio. Non troviamo tali personificazioni delle parabole di nostro Signore nelle Epistole. È stato anche obiettato che Giobbe non è tra gli esempi di fede nell'undicesimo capitolo di Ebrei. Ma questo era probabilmente dovuto al fatto che l'apostolo si riferiva ad argomenti derivati dalla legge e dagli scritti degli Ebrei; e un obiettore avrebbe potuto rifiutarsi di inchinarsi a Giobbe che si sarebbe arreso a Mosè e Samuele. Ma anche se fosse altrimenti, egli condivide l'omissione insieme con Esdra, Neemia, Ester e Rut, i cui libri sono collocati dai Giudei, con Giobbe e Daniele, tra gli agiografi, non con i profeti. Molto poco, infatti, si può argomentare dall'omissione, come ha dimostrato Paley, con riferimento ai fatti storici. La particolarità dei nomi e delle circostanze, le stesse dramatis person&ae;, sono davanti ai nostri occhi in tutta l'individualità dei personaggi reali. "C'era un uomo nel paese di Uz, il cui nome era Giobbe", non è meno preciso o storico nello stile di: "Ora avvenne nei giorni in cui i Giudici governavano, che ci fu una carestia nel paese; e un certo uomo di Betlemme di Giuda", ecc., con cui si apre il Libro di Rut

2.) Con riferimento all'antichità patriarcale dei tempi e della storia di Giobbe, notiamo che il Libro non contiene alcuna allusione a nessuno dei fatti storici o anche alle cerimonie degli Israeliti, o ad eventi successivi al loro soggiorno in Egitto; anche se si può rintracciare qualche riferimento al diluvio, o al destino di Sodoma e Gomorra. Anche il linguaggio del corpo dell'opera (CAPITOLI da 3 a 12) è infatti tanto distinto dai capitoli introduttivi e conclusivi quanto lo stile di Eschilo da quello di Senofonte, o Milton di Goldsmith. È poetico e arcaico; cioè, non solo elevato nello stile, ma ha anche molte forme espressive antiche, brevi e oscure; parole di origine caldea o aramena, come quelle che incontriamo in quelle parti del Libro della Genesi che si riferiscono alle vicende di Giacobbe e Labano nel Padan Aram, e alcune delle cui radici si trovano solo in arabo. Non c'è alcun riferimento a un sacerdozio stabilito, o al culto delle immagini; ma a quella forma più antica di idolatria, il culto del sole, della luna e delle stelle; tanto meno a una qualsiasi delle ordinanze peculiari del rituale ebraico. L'uso frequente del nome di Dio al singolare (Eloah) e di El-Shaddai, l'Onnipotente, sono segni di un'era primitiva; mentre il sacro nome di "Geova" è usato solo una volta, tranne che nel prologo e nell'epilogo. Ma qui corrisponde alla lingua usata, che è l'ebraico puro. Quindi la congettura di Kennicott, Michaelis e Lee (adottata anche dal signor Titcomb) è che Mosè, trovando il poema tra i Madianiti, quando era con suo suocero Jethro, lo mise per iscritto, con un'introduzione e una conclusione, per il conforto degli Israeliti, essendo Giobbe stesso l'autore originale; Che sia stato messo per iscritto, o che sia esistito solo in recitazioni fluttuanti, come i canti delle nazioni celtiche, o forse solo in frammenti, come i poemi di Omero prima del tempo di Pisistrato, quasi tutti gli scrittori successivi dell'Antico Testamento si troveranno ad aver preso in prestito dal Libro di Giobbe. Si dice che Giobbe abbia vissuto nella terra di Uz; e da ciò si è concluso che era un discendente, o di Uz, figlio di Aram, o di Huz, figlio di Nahor (se non erano la stessa persona, di cui si parla per anticipazione, poiché i nomi sono gli stessi in ebraico). C'era un luogo in Idumea chiamato Uz, come appare da Geremia (CAPITOLO 23:20; Lamentazioni 4:21-22. La maggior parte degli scrittori, antichi e moderni, propendono per la terra di Edom come dimora dell'illustre patriarca, "il più grande dei figli dell'Oriente", che si erge in mezzo a un sistema di teologia che non ha nulla in comune con nessuna delle reliquie dei tempi successivi tra le nazioni che circondano la Giudea. Di epoca contemporanea non ci sono altri cimeli. L'Arabia stessa non ha letteratura precedente al Corano di Maometto; ma la dottrina di Giobbe è perfettamente in accordo con gli scorci che ricaviamo dagli scritti di Mosè sullo stato di quelle nazioni in epoca patriarcale, quando un Abimilec in Siria, un Faraone in Egitto, un Ietro in Madian, un Iohab (che da molti, compresi gli scrittori dei Settanta, si suppone sia lo stesso di Giobbe), e anche Balaam, sulle montagne dell'Est, aveva una certa riverenza per la vera religione-"il timore del Signore". Anche le successive corruzioni e i riti idolatri indicano uno stato di cose primitivo come quello che troviamo nel Libro di Giobbe; quando le tribù nomadi andavano dappertutto "alzando mani sante" a Dio; alla ricerca di un grande liberatore, di un vendicatore, per vincere il potere del serpente; praticando olocausti e adorando il Supremo sulle colline e nei boschetti; che hanno a cuore la tradizione di un mondo invisibile di spiriti e di un futuro giudizio eterno

3.) Non ci meravigliamo, quindi, delle indicazioni di un mondo eterno, o della via di salvezza - la cristologia - che la Chiesa degli ebrei, così come dei cristiani, hanno trovato in questo sublime Libro. Se, infatti, non ci fossero tracce di queste verità primitive, avremmo trovato un sistema di mero teismo esistente in mezzo a un mondo posseduto da convinzioni soprannaturali; e questa è proprio la conclusione a cui la scuola dell'infedeltà moderna vorrebbe condurci, e ridurre questo Libro alla sua stessa negazione della verità rivelata. Per la gloriosa speranza di una ricompensa finale, che rendeva Giobbe così fiducioso, si sarebbero "riempiti del vento dell'est" di una stoica sopportazione del male per amore della virtù; o un amore mistico di Dio, senza riferimento a nessuna esperienza passata o futura della Sua amorevole gentilezza - un sistema allo stesso tempo in disaccordo con ciò che sappiamo praticamente e sperimentalmente di noi stessi, come agenti influenzati dalla speranza e dalla paura, e opposto a tutte le scoperte dei Suoi rapporti con noi. Dio non ci ha mai chiesto di amarlo semplicemente per adorazione delle sue eccellenze astratte, indipendentemente da ogni esperienza della sua misericordia. Quando troviamo lodata la donna che ha dato molto perché "amava molto" e presentata come esempio di un vero motivo d'azione, percepiamo solo un esercizio riflessivo dello stesso principio, un senso di gratitudine dei favori già ricevuti, le era stato perdonato molto. Quegli scrittori, quindi, che negano a Giobbe, nelle sue tribolazioni, la speranza di una restaurazione nel mondo eterno (egli certamente non se ne aspettava in questa vita), e lo presenterebbero come un esempio di quell'amore che non tiene conto né della ricompensa né della punizione, descrivono una creatura favolosa come il centauro o il grifone, la progenie della loro vana immaginazione, sposato con l'ignoranza della natura umana o con l'odio per la verità evangelica. Ma si può dimostrare che i profeti o gli apostoli, martiri o guerrieri, non avessero "riguardo alla ricompensa della ricompensa"? Tale, infatti, ci viene detto, era un motivo non indegno della considerazione del nostro Salvatore, che anche questi moralisti avrebbero esaltato almeno come nostro esempio: "per la gioia che gli fu posta dinanzi, Egli sopportò la Croce, disprezzando l'infamia". Aver trovato, quindi, in Giobbe un paziente sofferente, senza speranza di liberazione o di ricompensa, nel tempo o nell'eternità, sarebbe stata una contraddizione di esperienza più grande di qualsiasi miracolo del Nuovo Testamento, e avrebbe richiesto una forza di prova più forte per sostenere la sua esistenza. A priori, quindi, in qualsiasi racconto, o anche in qualsiasi narrazione parabolica, che abbia avuto l'effetto di descrivere l'uomo così com'è, molto più in una che contenesse verità così auguste relative a Dio, agli angeli, alla vera sapienza, alla corruzione umana, al timore del Signore, al Geova dei patriarchi, propiziati dal sacrificio e che interferiscono negli affari umani, dovremmo essere giustificati nell'esprimere sorpresa se non avessimo appreso "che c'è un giudizio", che ciò che universalmente si cerca Furono introdotti il Vendicatore o il Redentore; e che, mentre "la speranza dell'ipocrita era come la tela del ragno", colui che confidava nel Signore e che, anche nella morte, non voleva rinunciare alla sua integrità, avrebbe trovato la liberazione spirituale, riempiendo il suo cuore di speranza e le sue labbra di lode. Si tenta di sbarazzarsi della testimonianza di Eliu, affermando che "ora gli studiosi ebrei dichiarano decisamente che non è autentica". Questa decisione la neghiamo, sia per quanto riguarda la sua verità critica che per la sua intrinseca giustizia. Quale manoscritto o versione vuole questa parte integrante del Libro? Kennicott o Deuteronomio Rossi suggeriscono una tale carenza? Lightfoot, infatti, e Rosenmiiller, attribuiscono il Libro stesso a Elihu. E sebbene si distingua dalle altre interlocuzioni, è introduttivo nelle sue argomentazioni alla grande conclusione; quando non solo i tre amici sbagliati vengono rimproverati, ma sia Giobbe che Elihu vengono messi a tacere dalla terribile voce di Dio, ripetendo e ampliando, in un linguaggio magnifico, la frase abramitica: "Il Giudice di tutta la terra non farà forse il bene?" Con riferimento al passo principale, "Il testamento di Giobbe" (CAPITOLO 19:23-29), poco di nuovo può essere portato avanti sia a favore che contro l'interpretazione accettata; le difficoltà di cui si presentarono a Grozio e a Warburton, e sono state ripetute solo dagli scettici moderni. Lì si trova l'oracolo - «Io so che il mio Redentore vive» - introdotto dall'annuncio più solenne di una verità importantissima, degna di essere ricordata in perpetuo e in modo duraturo. Sulla traduzione delle frasi introduttive non sembra esserci alcuna sostanziale differenza di opinione:

"Se, ora, le mie parole fossero registrate;

Volesse che in un libro fossero incisi;

Con uno stile in ferro e piombo;

Per sempre sulla roccia, che erano stati tagliati!"

Ora, un tale esordio sarebbe adatto per una qualsiasi assicurazione generale di un ritorno della prosperità, che Giobbe non lascia mai intendere; o di una dimostrazione della sua giustizia in questa vita? Una tale speranza sarebbe degna di un'espressione così magniloquente? D'altra parte, se il profeta fosse improvvisamente posseduto da una fiducia divina in quella speranza delle cose future, che non è costruita "su promesse transitorie", quale introduzione più sublime o appropriata? E sappiamo che le rocce del deserto arabo sono piene di tali iscrizioni! Abbiamo asseverazioni o richieste di attenzione simili, nella Scrittura, quando importanti enunciazioni stanno per seguire. "In verità, in verità vi dico"; "Questa è una parola fedele"; "La voce disse: "Piangi"; "Ho udito una voce dal cielo che diceva: Scrivi". Tutti questi precedono annunci importanti. L'esatto significato della profezia stessa ha trovato una varietà di interpreti; ma non c'è dubbio che le parole sono molto enfatiche, brevi e pregnanti

"So certamente che il mio Liberatore vive,

E d'ora in poi, sulla polvere Egli risorgerà;

E (sebbene) dopo la mia pelle, trafiggono questo (corpo) ,

Eppure dalla mia carne vedrò Dio

che io, e non un altro, vedrò per me,

E i miei occhi avranno visto;

Le mie redini si sono consumate dentro di me,

Voi direte: "Perché l'hanno perseguitato?".

E la radice della questione sarà stata trovata in me

Ritiratevi dalla presenza della spada,

Poiché l'ira dovuta alla trasgressione è la spada;

Sappiate dunque che c'è un giudizio".

Ma questo famoso testo non è l'unico nel Libro che è una prova della fede di Giobbe. Cosa c'è di più chiaro, nell'ipotesi di uno stato futuro, del CAPITOLO 13:15: "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui", leggendo come nel testo (Kethib), oppure, "Quand'anche mi uccidesse, non spererei?" come nel margine (Keri). Il senso è lo stesso, come osservò Calvino, e l'intero contesto concorda: "Come potrei rischiare la mia vita e precipitarmi alla Sua presenza, se non fossi innocente? Anche se mi uccidesse, confiderò in Lui. Sono pronto a discutere le mie vie alla Sua presenza; e anche questa prova si volgerà alla mia salvezza (sebbene) nessun ipocrita possa presentarsi davanti a Lui". Qui egli mantiene il suo appello a Colui che scruta i cuori, il Giudice ultimo ed eterno; anche oltre i limiti del tempo e dei sensi. E questo è anche in accordo con altri passi, in cui dichiara (CAPITOLO 16:19) che "la sua testimonianza è in cielo, la sua testimonianza è in alto". Mentre è sicuro della sua definitiva liberazione dalla tomba, esclama (CAPITOLO 14:13-15): "Oh, se tu mi nascondessi nella tomba, se mi tenessi nascosto, finché la tua ira non sia passata, se tu mi fissassi un tempo e ti ricordassi di me!" "Se un uomo muore, può egli tornare in vita? Aspetterò tutti i giorni del mio tempo stabilito fino a quando giunga il mio cambiamento. Tu chiamerai e io ti risponderò. Tu vorrai l'opera delle Tue mani". Qui, come un soldato al suo posto, aspetterà la liberazione del suo spirito, all'arrivo della guardia di soccorso. Si sente sicuro che Dio non lo dimenticherà, nemmeno nella polvere; ma, a suo tempo, avrà un desiderio, per così dire, un "desiderio paterno all'opera delle Sue mani". Molte altre espressioni, anzi la generale fiducia di Giobbe nella sua integrità, la sua prontezza ad appellarsi al Tribunale Supremo in ogni occasione, in risposta ai giudizi errati dei suoi amici, possono essere riconciliate solo da una coscienza interiore di una decisione futura e infallibile. Il discorso di Eliu richiede poi attenzione. È stato attaccato come "non autentico", per la semplice supposizione che sia "l'opera di una mano diversa", il che, anche se mantenuto, non equivarrebbe a una diversità maggiore di quella esistente tra la parte storica e quella poetica. Ma l'argomento di Elihu, sebbene non privo di infermità, è certamente in anticipo rispetto agli oratori precedenti, e prepara la mente del lettore, come potrebbe aver fatto quella di Giobbe, alla voce dell'Onnipotente, che mette a tacere piuttosto che convincere i contraddittori. Elihu lascia intendere di essere animato dal desiderio di indirizzare Giobbe alla vera fonte di conforto: che si umili e non si giustifichi davanti a Dio; che egli parla (33:22-25), come nessuno degli altri aveva fatto, del Messaggero, o Interprete, uno dei mille, per mostrare all'uomo la giustizia divina; del riscatto provveduto, e del ritorno del peccatore alla condizione morale di un piccolo bambino. Che ci siano alcuni barlumi del Vangelo nei tempi patriarcali è richiesto da ciò che sappiamo da altre fonti, ebraiche e gentili, così come dall'economia generale di Dio, che non si è lasciato senza una testimonianza, sia del Suo essere e dei Suoi attributi, sia del rimedio che aveva provveduto per il peccato dell'uomo. il Grande Liberatore o Vendicatore, sulla testa del serpente, della rovina della razza primitiva; quella Stella mattutina che Balaam, probabilmente un connazionale e discendente di Giobbe, avrebbe dovuto "vedere, ma non conoscere; dovrebbe guardare, ma non vicino"; e che, così visto dalla benedetta catena degli antichi testimoni, si distinse finalmente chiaramente rivelato nell'Unico Mediatore Vittorioso e futuro Giudice Eterno

4.) Se abbiamo stabilito questi riferimenti divini, siamo andati molto lontano nel mantenere, a partire da prove interne, l'ispirazione del Libro di Giobbe. E non siamo privi di altre prove scritturali. L'apostolo Paolo, riferendosi al CAPITOLO 5:13, dice: "Sta scritto: Egli prende i saggi nella loro astuzia". E ancora (riferendosi a Salmi 92:11 : "Il Signore conosce i pensieri dei saggi, che sono vani". Non fa differenza tra l'autorità dell'uno e l'altro. Questo tipo di citazione conferisce al Libro di Giobbe un peso pari, come parte del canone sacro, di quello attribuito al Libro dei Salmi. La stessa espressione, "È scritto", ricorre frequentemente; ma solo dove le parole citate sono quelle dell'ispirazione divina, come nel racconto della tentazione di nostro Signore. Citazioni non riconosciute si possono trovare nei Salmi, nei Proverbi e nella maggior parte dei Profeti; sembra mostrare che, sebbene la storia di Giobbe non facesse parte degli archivi nazionali di Israele, né della storia della linea del seme promesso, o del popolo di Dio, come segnato da una designazione speciale; eppure che costituiva l'oggetto del pensiero e dello studio per i devoti e gli ispirati tra gli ebrei, mentre era uno specchio dei giorni migliori della religione gentile tra coloro che mantenevano le istituzioni di Noè. Le sue visioni del mondo invisibile e l'umiliante disciplina di Dio; la necessità di un vero pentimento e il dovere dei sacrifici propiziatori; "la fine del Signore", e la benedizione del Suo servizio, puro dal lievito idolatrico delle nazioni cananee, indicano una mano divina, che guida il poeta e lo storico alla registrazione di fatti veri e all'enunciazione della vera dottrina. E questo appare, non solo nel linguaggio calmo dei primi capitoli, ma anche nelle sue effusioni distratte, sotto la pressione di un'estrema calamità, e quando è irritato dal trattamento sconsiderato dei suoi amici. Essere andati così lontano, e poi essersi fermati di colpo, è una delle prove, tanto della genuinità quanto dell'ispirazione del Libro. Ci riporta alle maniere dell'epoca patriarcale e alla morale prevalente tra il popolo di Dio, che già allora era "disperso", ereditando la benedizione di Sem, Melchisedeck, Abramo, Ismaele ed Edom, anche se non le specialità del patto suggellato a Isacco, Giacobbe e Giuda. Tribù sostenute, sotto la pressione delle tentazioni di Satana, dalla speranza di un Liberatore, e testimoniavano, ovunque andassero, che erano pellegrini, avendo una dimora eterna oltre la regione oscura della tomba. In questa fede hanno vissuto; in questa fede morirono Ognuno poteva dire con Giacobbe morente: "Ho aspettato la tua salvezza, o Signore!" Come lui, raccolsero intorno a sé le loro case e, con il "santo Giobbe", le santificarono con la preghiera e il sacrificio, mentre consegnavano loro la loro testimonianza, perché fosse custodita per le generazioni future; E il loro desiderio è stato esaudito: le loro "parole sono scritte, come con una penna di ferro e piombo sulle rocce per sempre", con una sapienza che è più antica delle piramidi, e che sopravvivrà intatta quando saranno ammuffite nella polvere. (Osservatore cristiano.)

La data e l'origine del libro di Giobbe. - Nulla può essere dedotto con sicurezza dalle parole aramee che vi sono frequentemente impiegate; e ciò, non semplicemente perché gli arameismi ricorrono principalmente nel linguaggio di Elihu, e sono appropriati nella sua bocca, dal momento che egli stesso era un arameo; né semplicemente perché tutta la poesia ebraica, di qualsiasi epoca, sia più o meno aramaica; ma anche e soprattutto perché la presenza di parole aramee in qualsiasi Scrittura può indicare sia la sua estrema antichità che la sua datazione relativamente moderna. Perché questi aramaismi - come "Rabbi" Duncan dice lapidariamente la conclusione di tutti gli studiosi competenti - sono...

1.) Parole tardive prese in prestito dai rapporti con i Siriani; o

2.) Quelli antichi comuni a entrambi i dialetti. Qualsiasi argomento, quindi, che si basi sull'uso di queste parole taglia in entrambe le direzioni. Sia il tono pervadente del Libro che il suo stile letterario puntano costantemente e inequivocabilmente all'età di Salomone come al periodo in cui almeno assunse la forma in cui è giunto fino a noi. C'è in essa una nobile universalità, "come se non fosse ebraica". Non contiene una sola allusione alle leggi e ai costumi mosaici, o alle credenze caratteristiche degli ebrei, o agli eventi registrati della loro storia nazionale. Perciò molti hanno concluso che fu scritto in epoca patriarcale. Ma a questo c'è almeno un'obiezione fatale. La forma letteraria del poema, la forma proverbiale, lo contraddistingue decisamente come uno dei libri Chokmah, e ci proibisce di attribuirlo a un'epoca precedente a quella di Salomone. "Giobbe" appartiene ai Chokmah sia nello spirito che nella forma. (Samuel Cox, D.D.)

Argomenti contro la data anteriore del Libro di Giobbe. - Non è solo che la lingua in cui è scritto il Libro non è, ci viene assicurato, quella della più antica forma esistente di ebraico, ma, al più presto, quella non del mattino, ma del mezzogiorno di fuoco, della letteratura ebraica. Non è semplicemente che l'autore, quando parla nella sua persona, parla invariabilmente di Dio con il nome con cui fu rivelato a Mosè come il Dio dell'alleanza del popolo di Israele; né semplicemente che sembra che avesse familiarità, se non con molte altre parti dell'Antico Testamento, certamente con almeno un Salmo; o che espressioni, come Ofir, ricorrano come il nome riconosciuto per l'oro, il che sarebbe stato inconcepibile prima, al più presto, del regno di Salomone. È più di questo. Il problema stesso di cui parla il Libro, l'enigma che tormenta l'anima di Giobbe, non è uno di quelli che si presenta in piena vita, o che formerebbe l'argomento di una discussione lunga, studiata, intensamente argomentata ed elaborata, in una qualsiasi fase iniziale o semplice del progresso di una nazione. L'opera è chiaramente di un ebreo. Non reca alcun segno di essere una traduzione. Il timbro dell'originalità è su ogni pagina. Quando, o dove, un ebreo avrebbe potuto trovare un posto per un'opera del genere nell'infanzia della sua nazione? La lotta tra un credo tradizionale che gli diceva che ogni sofferenza era una punizione per il peccato effettivo, ogni prosperità una ricompensa per la bontà, e lo spettacolo di una sofferenza immeritata come si vede nel mondo di un'esperienza più complessa - la questione del valore intrinseco e della sacralità della bontà in sé, come separata dalla felicità esteriore o interiore che essa porta... il carattere stesso del terribile Sovrano dell'universo, la Sua giustizia e la Sua bontà, distinte dalla Sua sovranità e bontà: questi non sono problemi che si imporrebbero, come intrusi armati, all'anima umana negli stadi più semplici e più antichi del progresso sociale o nazionale. Sorridiamo quando leggiamo le affermazioni di un dottore dopo l'altro della Chiesa ebraica o cristiana, secondo cui le terribili domande, che tu ed io abbiamo affrontato e affronteremo nelle parole del torturato Giobbe, sono state lette per confortare gli schiavi oppressi e ignoranti nelle bande di schiavi d'Egitto; o per rallegrare le tribù "dal collo duro" di vagabondi semi-civilizzati nei quarant'anni della loro vita nel deserto. Quanto poco possono coloro che ce lo dicono di fronte al pieno significato della parte più grande e centrale del Libro. Gli elementi, senza dubbio, di tali perplessità possono essere esistiti dal giorno in cui il sangue di qualche successore invendicato del giusto Abele gridò invano vendetta. Ma non possiamo immaginare che la loro discussione completa ed elaborata avrebbe trovato voce, o eco, o udito, ancor meno custoditi nella letteratura di una nazione, fino a quando un'esperienza più triste e più sconcertante non avesse aperto gli occhi degli uomini a pensieri più oscuri e più aggrovigliati di quelli che giungono all'infanzia delle nazioni. Lo Spirito di Dio non trasporta gli uomini fuori dalla loro epoca. I grandi uomini possono plasmare la loro epoca, possono vedere più lontano dei loro contemporanei, ma sono anche modellati dai figli della loro età. Per quanto grandi e nobili siano le parole, esse sarebbero nate fuori dal tempo dovuto, fino a quando i problemi di cui si occupano non fossero stati portati a casa nei cuori dei pensatori dalla familiarità con molte sofferenze inspiegabili e inspiegabili, dalla lunga e dolorosa meditazione sui misteri e sugli enigmi della vita umana. (Dean Bradley.)

Il libro di Giobbe è un poema. - Il libro di Giobbe è, nella sua parte principale, un poema, non una narrazione o una storia. È un poema vero e sicuro come il Paradiso Perduto o l' Iliade sono poemi dell'Inghilterra o della Grecia. A quale classe di poesie appartiene? Non è, come il Libro dei Salmi, una serie di inni distaccati, che incarnano le più alte effusioni meditative, liete o dolorose, del cuore umano, nazionale o individuale, al suo Dio. Né troviamo nelle sue pagine il senso comune dei molti, incorniciato in versi dalla saggezza di uno o più, come in una parte così ampia del Libro dei Proverbi. È il più diverso possibile dalla poesia, idilliaca o mistica, del Cantico dei Cantici; o dalle meditazioni sulla vita, poste al confine tra la prosa e la poesia, nel Libro dell'Ecclesiaste. Assomiglia ai Proverbi e all'Ecclesiaste, in quanto si occupa degli interessi pratici e speculativi della vita umana. Ma differisce, per altri aspetti, fondamentalmente da entrambi. In primo luogo, raccoglie tutto il suo insegnamento attorno a un unico personaggio, l'eroe del poema, che dall'inizio alla fine costituisce l'unico centro di interesse. E in secondo luogo, qualunque problema sollevi, o qualsiasi lezione insegni, ci viene in mente, una volta che abbiamo letto il primo verso del poema vero e proprio, attraverso le labbra, mai dell'autore stesso, ma degli oratori, umani o divini o altro, che egli pone sul palco. Per questo gli uomini lo hanno chiamato poema epico, o dramma. Come i poemi epici, ha un eroe, una lotta e una conquista. Fin qui è un dramma, che consiste quasi interamente di dialoghi, e che l'autore ci parlerà solo per presentare i diversi oratori le cui parole ascolteremo. Eppure non possiamo senza riserve chiamarlo un dramma in cui non c'è cambiamento di scena, nessun movimento, nessun evento, nessuna azione. È stata anche definita una parabola, e c'è un senso, senza dubbio, in cui la parola, per quanto usata in modo vago e approssimativo, può essere applicata ad essa. Non faccio alcun tentativo di portare il libro, la poesia, sotto una classe o denominazione speciale. Essa si erge sola nella Bibbia, sola nella letteratura del mondo, come il fiore stesso dell'ispirata poesia ebraica; e come tale accettiamolo, cercando il suo vero insegnamento e il suo vero significato nei suoi contenuti, e solo in questi. (Ibidem)

Il problema del Libro di Giobbe. - Il problema del Libro non è uno, ma molti. Senza dubbio il poeta intendeva rivendicare le vie di Dio agli uomini. Senza dubbio, quindi, egli era passato attraverso e oltre quello stadio iniziale della fede religiosa in cui il cuore assume semplicemente e tranquillamente la perfetta bontà di Dio, ed era diventato consapevole che una qualche giustificazione delle vie divine era richiesta dal dubbio e dall'angoscia del cuore umano. Il peso pesante e stanco del mistero che avvolge la provvidenza di Dio, il peso di questo mondo inintelligibile, si faceva evidentemente sentire profondamente. Indiscutibilmente il Libro di Giobbe mostra, nel modo più tragico e patetico, che gli uomini buoni non meno dei malvagi sono esposti alle perdite e ai dolori più crudeli; che queste perdite e dolori non sono sempre segni dell'ira divina contro il peccato; che hanno lo scopo di correggere e perfezionare la giustizia dei giusti, o, nella figura di nostro Signore, che sono destinati a purificare gli alberi che già danno buoni frutti, in modo che possano produrre più frutto. Ma, dopo tutto, può essere l'intenzione principale e dominante del Libro insegnarci questa nobile lezione? Si apre una porta verso il cielo. Il Re siede sul Suo trono; I suoi ministri si radunano intorno a Lui e siedono in seduta; tra loro appare uno spirito, qui chiamato semplicemente "Avversario" o "Accusatore", la cui funzione è di scrutare le azioni degli uomini, di presentarle nel loro aspetto peggiore, in modo che possano essere accuratamente vagliate ed esplorate. Egli stesso è sprofondato in una condizione malvagia, poiché si compiace di far sembrare cattivi anche gli uomini buoni, di adattare le buone azioni ai cattivi motivi. L'io è il suo centro, non Dio; e sospetta tutto il mondo di un egoismo come il suo. Non può, o non vuole, credere in una bontà disinteressata, disinteressata. Quando Geova lo sfida a trovare un difetto in Giobbe, lo sfida intrepidamente a mettere Giobbe alla prova, e dichiara in anticipo la sua convinzione che si scoprirà che Giobbe ha servito Dio solo per quello che poteva guadagnare. Questa sfida, come Godet si è affrettato ad osservare, non riguarda solo il carattere dell'uomo; tocca l'onore stesso di Dio stesso: "perché se il più pio degli uomini è incapace di amare Dio gratuitamente, ne consegue, in realtà, che Dio è incapace di farsi amare". E "poiché nessuno è onorato se non in quanto è amato", con questa maligna calunnia, l'avversario assale realmente il cuore stesso e la corona del Maestro dell'Universo. Geova, quindi, accetta la sfida, e Lui stesso entra nelle liste contro l'avversario; Geova si impegna a dimostrare che l'uomo è capace di una bontà reale e disinteressata, Satana si impegna a dimostrare che la bontà dell'uomo non è che un egoismo velato, e che il cuore di Giobbe deve essere l'arena della lotta. Da un lato, il poema è stato progettato per dimostrare alle potenze spirituali dei luoghi celesti che Dio è capace di ispirare un amore puro e disinteressato, dimostrando che l'uomo è capace di una bontà reale, disinteressata; e, d'altra parte, alleviare il mistero della vita umana mostrando che le sue miserie sono correttive e rafforzando la speranza di una vita futura in cui tutti i torti del tempo debbano essere riparati. (Samuel Cox, D.D.)

Mi sembra che le più alte autorità critiche debbano avere ragione nel pensare che il dramma di Giobbe sia quasi l'ultimo, nonché l'unico prodotto formalmente artistico del genio poetico degli ebrei. Questo, almeno, è nelle intenzioni, oltre che nei fatti, uno sforzo letterario, un tentativo di presentare, e forse più o meno di risolvere, in forma drammatica, alcuni dei più alti problemi della vita spirituale dell'uomo. È l'unico libro importante dell'Antico Testamento che non sia strettamente intrecciato con la vera storia e la vita della nazione, che si distingue come uno sforzo cosciente di immaginazione. Senza dubbio il Libro di Giobbe segna in molti modi il culmine del genio nazionale e il passaggio dal centro esclusivamente divino del pensiero poetico ebraico alla più ampia gamma di intese sulla natura e sull'uomo, dal lato naturale e soprannaturale, che gli sarebbe succeduto. Il trattamento stesso di un tema divino nelle condizioni umane di un dramma immaginario sembrerebbe da solo indicare questo. Il conflitto con le concezioni strettamente ebraiche della Provvidenza che contiene lo indicherebbe. Il piacere contemplativo che le meraviglie della natura e i misteri della vita animale suscitano nella mente dello scrittore, e la minuzia naturalistica con cui sono dipinti, così come le delineazioni delle perplessità interiori della vita spirituale, tutto indica un'origine in un'epoca in cui quell'apprezzamento più geniale della natura e dell'uomo che percepiamo nelle successive profezie che portano il nome di Isaia era stato portato ancora più in là. Inoltre, per quanto riguarda l'uomo stesso, tutto il discorso ruota attorno alla sottile distinzione tra quella parte della sua natura che, per quanto finita e miope, gli dà tuttavia il diritto di rivendicare una reale affinità con Dio, e quella parte che, finita e limitata com'è, oscura necessariamente la sua capacità di giudizio. Questo non è un punto che avrebbe potuto essere discusso in un primo periodo della letteratura ebraica. C'è uno sforzo evidente in tutto il dramma per distinguere la "creatura" in Giobbe da quello "spirito" in lui che gli dà il diritto di supplicare Dio. Il dramma è di solito inteso come una mera esposizione della falsa visione che rende la calamità un certo indice dell'ira di Dio, e quindi della colpa. Questo, senza dubbio, lo è; Ma è molto di più. È una discussione sul mistero della relazione di Dio con l'uomo e con l'universo inferiore. C'è uno sforzo, credo, nel poema per mostrare che l'uomo è legato a Dio in due modi: come essere spirituale e come creatura. Come essere spirituale, egli può giustificarsi e dire ciò che Dio Stesso non può ignorare, e certamente affermerà; come creatura, egli è completamente all'oscuro della sorte che può essere giusta che il Sovrano dell'universo gli assegni, poiché può giudicare solo chi vede l'universo nel suo insieme, chi muove le sorgenti stesse della sua vita. L'uomo non può e non deve accusare la Provvidenza di ingiustizia in qualsiasi sorte esterna che Egli possa inviare, a meno che non possa impegnarsi a maneggiare l'intero schema della Provvidenza al Suo posto; allora, e solo allora, avrebbe potuto "annullare" il giudizio di Dio e condannarLo al fine di "stabilire la sua giustizia". La creatura ignorante ha torto nel criticare gli atti del Creatore; ma lo spirito dell'uomo ha ragione nell'affermare il carattere assoluto delle sue più alte convinzioni spirituali contro qualsiasi serie di argomenti esterni. Giobbe è sostenuto nella sua affermazione che, anche se il suo corpo dovesse essere distrutto, tuttavia un Redentore vivente dovrebbe rivendicare la sua purezza interiore; egli è sostenuto nel ripetere: "Dio non voglia che io debba giustificarti fino alla morte; Non rimuoverò da me la mia integrità; Io terrò salda la mia giustizia e non la lascerò andare"; Egli è sostenuto nel tenersi saldo dal giudizio del suo spirito sulle sue proprie azioni, poiché questo è un giudizio con piena conoscenza; ma è condannato per aver giudicato la condotta esteriore di Dio verso di lui con qualsiasi criterio; poiché così facendo egli giudica con "parole senza conoscenza", vedendo che la conoscenza richiesta per tale giudizio sarebbe l'onniscienza del Creatore stesso. L'argomento è illustrato con la più completa delineazione del mistero della natura, il più ampio contrasto tra la ristretta cerchia della conoscenza spirituale e dell'indipendenza realmente riservata all'uomo, e all'uomo solo, e l'assoluta incompetenza dell'uomo a esercitare un singolo attributo della Provvidenza sia sul Suo mondo che su quello della creazione inferiore. Già il poeta ebreo aveva distinto tra la conoscenza diretta dello Spirito di Dio, che dà la comunione spirituale, e la conoscenza indiretta delle Sue vie misteriose, che può essere ottenuta solo con lo studio di quelle vie. Dimostra che egli aveva acquisito la convinzione che trascurare lo studio dei misteri naturali dell'universo porta a un'intrusione arrogante e illecita di presupposti morali e spirituali in un mondo diverso, in una parola, alle false deduzioni degli amici di Giobbe sulla sua colpevolezza, e alla sua stessa altrettanto falsa deduzione sull'ingiustizia di Dio. (Richard Holt Hutton, M.A.)

Le lezioni generali del libro.

1.) Lodare la virtù della pazienza

2.) Mantenere la Provvidenza di Dio

3.) Incoraggiare le speranze del credente. Alla fine non ci sarà più alcun errore: la sua persona sarà giustificata, la sua integrità manifestata e la sua santità perfezionata nel giorno o fine del Signore

4.) Promuovere l'umiltà. Questa fu la lezione particolare che Giobbe dovette imparare

5.) Amore a Dio come Padre misericordioso. Questo è il carattere in cui Egli non era conosciuto dai pagani

6.) Carità verso l'uomo. Insegna che il popolo di Dio non deve essere censorio e pronto a giudicarsi l'un l'altro, o a interpretare le disgrazie come prove peculiari della Sua ira indignata verso coloro che, nel loro modo di camminare e di conversare in generale, portano i segni della Sua famiglia. "La carità non pensa al male".

7.) Una lezione di conoscenza. Questo è messo in ordine ultimo, perché probabilmente è piuttosto incidentale che primario. Le grandi verità della Rivelazione, dalla Genesi all'Apocalisse, vengono brevemente svelate, affacciandosi come per caso in questo Libro Divino. Greenfield dice: "La Chiesa di Dio è stata grandemente arricchita dall'aver lasciato in eredità ad essa il vasto tesoro della verità divina che si trova nel Libro di Giobbe, un Libro che contiene la morale più pura, la filosofia più sublime, il rituale più semplice e il credo più maestoso". Nella Chiesa spirituale, la pazienza ha la sua opera perfetta; la fede impara a camminare come a vedere Colui che è invisibile; la speranza riposa su di Lui come un'ancora, sicura e salda, saldamente legata alla riva eterna, entrando in ciò che è dentro il velo; l'umiltà si conforma a Lui; l'amore perfetto scaccia la paura; la carità è lunga ed è benigna; e la sapienza conosce Dio ed è in pace. (Charles Augustus Hulbert, M.A.)

Tre amici e un solo giobbe. - Gli amici non rappresentano altro che la fede primitiva, poiché è già diventata un'illusione e una superstizione. Questa fede è per sua natura quella che prevale più comunemente, che cerca di mantenersi con enfasi e serietà contro ogni innovazione e variazione. Con profonda intuizione il poeta presenta diversi amici in contrasto con il solitario Giobbe. Calamità insolite ed esperienze insolite sono solo poche; la resistenza alle prove inaspettate e la costante resistenza alle attuali vedute più ristrette, fondate su un'esperienza fresca e certa, sono ancora più rare; Ma il più raro di tutti è l'eroe che riesce a far emergere trionfalmente una nuova verità che è ancora debole e poco compresa. Perciò il poeta deve portare avanti Giobbe da solo, senza l'aiuto o la sospensione umana, poiché ogni grande verità può essere sentita e difesa da un solo uomo con tanta forza e potenza, perché l'uno agisca con decisione per tutti. Giobbe deve condurre da solo l'intero conflitto, e confutare le opinioni antiquate per mezzo della sua esperienza personale, che gli è peculiare in questo grado. Dalla parte opposta sta la grande moltitudine con i suoi presupposti, che combatte consapevolmente o inconsciamente l'uomo che si ribella contro di loro. Di conseguenza, il poeta fa sì che la personalità rappresentativa ostile a Giobbe si divida in un numero di persone separate, facendo emergere tre vecchi amici simpatizzanti di Giobbe, i quali, visitandolo e considerando più da vicino le sue disgrazie, diventano presto suoi avversari. (Heinrich August von Ewald.)

L'ILLUSTRATORE BIBLICO

LAVORO

2 CAPITOLO 1

Giobbe 1:1-3

C'era un uomo nel paese di Uz, il cui nome era Giobbe.

Il carattere di Giobbe:

Ci sono persone serie e devote che considerano il Libro di Giobbe come un'opera di immaginazione, e lo riferiscono all'età di Salomone. Essi sottolineano che l'argomento discusso è precisamente quello che agitava la mente di Salomone, e che nient'altro che un ampio contatto con il mondo dei Gentili avrebbe potuto ammettere un argomento o una scena così lontani dal pensiero ebraico ordinario. Lutero dice: "Considero il Libro di Giobbe come vera storia, ma non credo che tutto sia accaduto proprio come è scritto, ma che una persona ingegnosa, dotta e pia lo abbia portato nella sua forma attuale". Il carattere poetico dell'opera è evidente, e questo carattere poetico deve essere tenuto in piena considerazione in ogni tentativo di spiegarne i contenuti. Questo è ammissibile in poesia, il che non sarebbe appropriato in prosa. La poesia può suggerire, la prosa dovrebbe affermare. Che la poesia sia storicamente fondata o meno, c'è certamente davanti a noi un'individualità molto distinta e ben marcata. Non è possibile per noi comprendere la discussione nel libro fino a quando non siamo adeguatamente impressionati dal carattere dell'eroe, perché il tutto ruota, non come si suppone di solito, sulla sua pazienza, né sulla sua assoluta innocenza, ma sulla sua sincerità religiosa e rettitudine morale. Giobbe si presenta nelle caratteristiche della sua condotta, delle sue attrattive e delle sue repulsioni. "Perfetto e retto." "Temendo Dio". "Evitare il male". Un uomo può essere delineato molto minuziosamente; Si può presentare una fotografia a parole dei suoi lineamenti, della sua forma corporea, della sua andatura, del suo tono di voce e persino delle sue qualità mentali e di indole, eppure non si può trasmettere un'idea adeguata di lui alla mente degli altri. Il genio si manifesta in una breve, sentenziosa eliminazione delle peculiarità essenziali, delle cose in cui l'uomo si distingue dagli altri uomini. Questo segno di genio è sulla descrizione che viene data di Giobbe. È breve, ma lo differenzia con precisione. Sentiamo di conoscere l'uomo

(I.) Presenta le caratteristiche della sua condotta. Nostro Signore ha insegnato - ciò che anche la ragione afferma - che la vita e le azioni di un uomo costituiscono la base appropriata di qualsiasi giudizio che viene fatto su di lui. "Dai loro frutti li riconoscerete". Tale base di giudizio è universalmente riconosciuta come abbastanza equa. Dovremmo essere disposti a esporre la nostra vita e la nostra condotta davanti ai nostri simili, e a dire: "Giudicami secondo la mia integrità". Molti, anche uomini religiosi, preferiscono dire: "Giudicami secondo le mie professioni". Il mondo ha ragione a insistere nel giudicarci in base alla nostra condotta. E ci si può chiedere se, nel complesso, il suo giudizio sia severo e ingiusto. Non cerca la perfezione in noi, ma si aspetta di scoprire che il nostro è un livello di onestà e carità più alto del loro. Vorremmo essere descritti dalle nostre convinzioni. Nostro Signore è stato descritto dalle Sue opere. "Andava in giro facendo del bene". Dice molto a Giobbe 49 fatto che possa essere messo davanti a noi alla luce della sua condotta. Era un uomo sincero, retto, gentile e buono. Come possiamo spiegare queste parole, "perfette e rette", come descrizioni della vita e della condotta umana? La parola "perfetto" contiene nella Scrittura questa idea. Il pensiero dell'assolutamente perfetto è custodito nell'anima di un uomo, ed egli cerca sempre di elaborare il suo pensiero nella sua vita e nella sua condotta. Prendendo le due parole insieme, "perfetto" si riferisce all'ideale nella mente dell'uomo; e "retto" descrive la caratteristica morale delle sue relazioni umane. E noi possiamo glorificare il nostro Padre che è nei cieli nutrendo alti ideali e producendo, nella nostra vita quotidiana, molti frutti di onestà comuni, purezze comuni e carità comuni, e così crescere verso il livello della perfezione

(II.) Presenta le caratteristiche delle sue attrazioni. Dicci cosa ama un uomo e noi possiamo dirti esattamente cos'è. Ognuno è svelato dalla sua attività preferita. Amate la verità e la bontà? Allora viene fatta una rivelazione benedetta riguardo a voi. Il lato divino della tua natura è vivo, sano e attivo. Ma è la stessa cosa dire di Giobbe che "temeva Dio" e dire che "ripose il suo amore in Dio"? Sì. Un uomo non potrà mai amare degnamente, se non ha paura, paura nel senso più profondo del rispetto, dell'ammirazione e della riverenza. La paura e l'amore crescono insieme, e crescono così simili l'uno all'altro che troviamo difficile dire chi sia la paura e quale l'amore. Giobbe, dal lato delle sue attrattive, era attratto da Dio. La purezza delle acque che giacciono piene di fronte al sole viene estratta e catturata da forze invisibili nel cielo, a poco a poco per servire a fini di ristoro sulla terra. E tutto il più nobile e il migliore che c'è in un uomo può essere tirato fuori dalle forze invisibili dell'amore e della paura divini, se l'anima rimane aperta a Dio, il Sole di Giustizia

(III.) Presenta la caratteristica delle sue repulsioni. "Ha evitato il male". La parola impiegata è vigorosa, ma non esattamente raffinata. Non possiamo pronunciarlo senza discernerne il significato preciso. "Evita" significa "trova nausea e lo sputa fuori". Il puro è respinto dall'impuro, il gentile dal crudele, il gentile dal passionale, il puro dal vizioso. Un uomo buono è caratterizzato da un'acuta sensibilità verso tutto ciò che è male. Qual era allora l'idea guida della vita di Giobbe? Era una vita vissuta nella forza dei principi. Un'idea centrale lo governava, gli dava unità, lo stabilizzava. Credeva che, nella rettitudine, si potesse godere della comunione divina. Vide che Dio, la felicità, la verità, la pace, l'unica idea degna di vivere, appartengono tutti alla giustizia. Quindi la sua condotta era giusta. "La giustizia tende alla vita"; e "Dio benedice la generazione dei giusti". Qualunque cosa possa accadere a quest'uomo, possiamo essere certi che Dio era dalla sua parte. Dio lo dichiarò un uomo puro, retto e sincero. (Robert Tuck, B.A.)

Giobbe, il modello della pietà:

Giobbe deve essere vissuto non molto tempo dopo il Diluvio. Da qualche parte tra il tempo di Noè e quello di Abramo. Cinque cose di questo modello che faremo bene ad imitare

(I.) Giobbe era un modello di pietà domestica 1Timoteo 5:4. Alcune persone fingono di essere molto buone e pie quando sono in mezzo a estranei, ma non stanno attente a come si comportano a casa. Se stiamo veramente cercando di essere buoni cristiani, di amare e servire Dio, allora la casa è il luogo in cui dovremmo far vedere la nostra religione. Dovrebbe renderci più rispettosi e obbedienti ai nostri genitori, e più gentili, amorevoli e gentili verso i nostri fratelli e sorelle, e verso tutti coloro che ci circondano in casa, rispetto a coloro che non professano di essere cristiani. I figli di Giobbe avevano l'abitudine di riunirsi a casa degli altri. Quando il banchetto era finito, il padre aveva l'abitudine di riunirli tutti insieme per speciali funzioni religiose, quando pregava che Dio li perdonasse se qualcuno di loro avesse detto, o pensato, o sentito, o fatto qualcosa di sbagliato mentre il banchetto era in corso. Fu in questo modo che Giobbe fu un modello di pietà in casa

(II.) Giobbe era un modello di pietà intelligente. Visse così a lungo che non potevamo aspettarci che avesse una visione molto chiara del carattere di Dio e del modo di servirLo. Ma l'aveva fatto. È meraviglioso quanto sapesse di queste cose. Visse prima che fosse scritta qualsiasi parte della Bibbia. Ma egli ricevette la sua conoscenza dall'Iddio della Bibbia. La nostra conoscenza viene fornita dalla Bibbia. Se veniamo alla Bibbia per scoprire che cos'è la vera pietà e come dobbiamo servire Dio, capiremo questa questione come Giobbe, e la nostra pietà, come la sua, sarà pietà intelligente

(III.) Giobbe era un modello di pietà pratica. La sua pietà non si manifestava solo in ciò che diceva, ma anche, e soprattutto, in ciò che faceva. Portava con sé la sua religione ovunque andasse (CAPITOLO 29) . Abbiamo alcuni esempi di buoni uomini e donne cristiani che sono come Giobbe sotto questo aspetto. Ma dovrebbero essercene molti di più dello stesso tipo. Se, dall'esempio di Giobbe, guardiamo all'esempio di Gesù, li troveremo entrambi molto simili sotto questo aspetto. Quando Gesù "passò attorno facendo del bene", stava mettendo in pratica la Sua pietà

(IV) Abbiamo in Giobbe un modello di pietà paziente. L'apostolo Giacomo dice: "Voi avete udito parlare della pazienza di Giobbe". Questo è il primo pensiero che ci viene in mente quando si fa il nome di Giobbe. Pensate alle sue terribili calamità. Saremmo stati tentati di dire cose molto amare contro la provvidenza di Dio per aver permesso che un'afflizione così grande e schiacciante si abbattesse su di noi. Ma Giobbe non disse nulla del genere. Tutto ciò che fece è detto così: "Giobbe si alzò, si stracciò il mantello e si rase il capo". Questo era il modo in cui la gente in quel paese dell'Est era solita esprimere i propri sentimenti quando era in grande dolore. Ma quale modello di pazienza molto più meraviglioso fu Gesù! La pazienza di Giobbe fu bella all'inizio, ma non durò. Si scoraggiò e disse alcune cose molto impazienti. Ha fallito nella sua pazienza prima di superare le sue prove. E così è con tutti gli esempi di pietà e pazienza che troviamo tra i nostri simili. Falliscono, prima o poi. L'esempio di Gesù è l'unico perfetto

(V.) Giobbe era un modello, o un esempio, di pietà ricompensata. Quando Satana disse: "Giobbe serve Dio per nulla?", intendeva dire che Giobbe era egoista nella sua religione, e serviva Dio solo per la paga o il profitto che si aspettava da essa. Ma qui si sbagliava. Giobbe sapeva che c'era una ricompensa da trovare nel servizio di Dio. Ma questa non era l'unica cosa a cui pensava in quel servizio. "Osservando i comandamenti di Dio c'è grande ricompensa". Tutti coloro che serviranno Dio con la stessa fedeltà di Giobbe saranno riccamente ricompensati. (R. Newton, D.D.)

Il carattere di Giobbe:

1.) A partire dai versi iniziali, siamo portati a contemplare Giobbe nelle sue relazioni familiari; nella sua tenera sollecitudine per il benessere spirituale dei suoi figli, facendo sì che la luce dell'adorazione quotidiana diffondesse i suoi raggi sul tabernacolo domestico, la sua casa una chiesa, e lui stesso il sacerdote ministrante ai suoi altari. L'intero passaggio mette in forte rilievo la profondità della pietà personale di Giobbe e le sue ferventi intercessioni per la sua famiglia. «Secondo il numero», cioè secondo i bisogni, le necessità e le circostanze particolari di tutti loro: l'orgoglio e la passione ingovernabili, forse, che aveva osservato in un figlio, lo spirito mondano e la ricerca del piacere che sapeva essere il peccato di un altro. Una dopo l'altra, le infermità e le tentazioni di ogni figlio saranno ricordate nelle preghiere di un pio padre. L'intera scena mette in evidenza un esempio di quella pietà domestica che è la forza delle nazioni, il seme della Chiesa, il miglior conservatore della verità di Dio nel mondo, e ciò su cui l'Onnipotente ha dichiarato riposerà sempre la Sua benedizione celeste. "Poiché io lo conosco", è detto di Abramo, "che egli darà ordini ai suoi figli e alla sua casa dopo di lui, ed essi osserveranno la via del Signore per praticare la giustizia e il diritto". Così, per il suo carattere esemplare e la sua condotta in tutti i rapporti della vita familiare, possiamo capire perché di Giobbe si testimonia che era un uomo perfetto e retto

2.) Ancora, in tutta la sottomissione della sua volontà alla volontà divina, vediamo una ragione per cui si dovrebbe testimoniare di Giobbe che era "un uomo perfetto e retto". La sua preminenza in questa virtù di paziente rassegnazione la troviamo riconosciuta nell'Epistola di san Giacomo, il quale, dopo averci esortato a "prendere i profeti per esempio di sofferenza e di pazienza", cita, come degna di speciale imitazione, la "pazienza di Giobbe". Né abbiamo bisogno di andare oltre questo primo capitolo per avere la prova dell'assoluto e bellissimo abbassamento di sé del patriarca. Perché vediamo davanti a noi un uomo che è un vero e proprio relitto di relitti, sotto la pressione di una sofferenza fisica senza precedenti. Eppure, in mezzo al caos selvaggio e devastante, nessun mormorio di ribellione sfugge dalle sue labbra, né alcun pensiero duro di Dio trova posto nel suo cuore. Eppure, come sappiamo, non è sempre stato così per Giobbe. Questo modello di pazienza sofferente era a volte tentato da espressioni di impazienza quasi blasfema, che imprecavano l'oscurità nell'anniversario della sua nascita, come un giorno non degno di essere unito ai giorni dell'anno, o di entrare nel numero dei mesi. Fu l'arrendersi a questo temperamento d'animo che attirò contro di lui il severo e giusto rimprovero di Elihu: "Dovrebbe essere secondo la tua mente?" Sta a te dire come Dio deve correggere, e quando Dio deve correggere, e in quali misure deve correggere? Sei tu un giudice competente di ciò che l'Onnipotente può avere in mente nelle Sue dispensazioni correttive; O se tenderà a promuoverli, questa o quella forma di castigo? "Dovrebbe essere secondo la tua mente?" Senza dubbio questa forma di insubordinazione si trova spesso nei figli di Dio quando giacciono sotto le Sue correzioni paterne. Castigare, lo sappiamo, dobbiamo averlo; e ci aspettiamo castighi. Ma, come nel caso di Giobbe al tempo in cui gli viene impartita questa riprensione, c'è spesso in noi la disposizione a dettare al nostro Padre celeste in quale forma dovrebbe venire il castigo. In ogni grande prova c'è una costante tendenza in noi a dire: "Avrei potuto sopportare qualsiasi prova piuttosto che questa". Tutt'altro era il caso di Giobbe, almeno quando era di umore migliore. Desiderava essere conforme alla volontà di Dio in tutte le cose. Non aveva sottomissioni selettive, prendendo pazientemente la spina nella carne un giorno e resistendo orgogliosamente all'angelo sul sentiero delle vigne il giorno dopo; ora inchinandosi in tutta umiltà sotto il giogo imposto dal Salvatore, e ora rifiutando di prendere la croce da lui stabilita. Giobbe sapeva che la sottomissione alla volontà divina non era più la disciplina della vita di quanto non lo fosse il riposo e la beatitudine dell'immortalità. "In tutto questo Giobbe non peccò, né accusò Dio stoltamente". Nella ceduta prigionia e nell'abbandono di ogni pensiero alla volontà di Dio, egli avrebbe rivendicato la sua pretesa di essere considerato "un uomo perfetto e retto".

3.) Inoltre, tra le caratteristiche personali di Giobbe che giustificano l'onorevole menzione fatta di lui nel nostro testo, includiamo naturalmente la forza e la chiarezza della sua fede. Come grazia del carattere, nessuna virtù è più alta di questa nella stima divina. Fu quel dono regale dall'alto che procurò ad Abramo il titolo distintivo di "Amico di Dio". E ci sono punti di somiglianza tra la sua fede e quella di quest'uomo perfetto e retto nel paese di Uz. Entrambi erano in anticipo sulla loro dispensazione nelle loro vedute della dottrina di un sacrificio espiatorio; entrambi, con una chiarezza di visione superiore a quella degli uomini della loro età, videro il giorno di Cristo; lo videro e ne furono contenti. Anche in quegli olocausti familiari riportati in questo primo capitolo, ci fu, da parte di Giobbe, un distinto atto atto di fede. Vide in quel sacrificio e oblazione un tipo della propizia futura; vide i suoi peccati e i peccati dei suoi figli riposti su quella vittima uccisa, e credette che fossero stati cancellati nella nuvola che si raggomitolò da quel fuoco di sacrificio. Questa, in verità, era l'unica risposta alla sua stessa domanda, la domanda che lo aveva lasciato perplesso, come pure migliaia di menti: "Come dovrebbe l'uomo essere giusto con Dio? In che modo Dio e l'uomo dovrebbero unirsi nel giudizio?" Chiaramente in nessun modo, se non per mezzo di quel mistero divino e ineffabile così meravigliosamente prefigurato nel suo linguaggio sorprendente: "Né c'è tra noi alcun uomo che possa mettere la sua mano su di noi". E poi guardate come questo sguardo forte e acuto verso il futuro lontano emerge nel diciannovesimo capitolo, quando descrive la sua fede nel Dio-Redentore, il Mediatore divino e sempre vivente. Giobbe sapeva, così come lo sapeva Davide, che, nel senso più alto per il quale è necessario un Redentore, "nessuno può redimere il proprio fratello, né fare espiazione davanti a Dio per lui; poiché costava di più riscattare le loro anime, così che egli doveva lasciar perdere per sempre". Vedete, dunque, quanto è grande la fede di Giobbe. Questo Redentore, che può fare per noi ciò che nessun essere creato potrebbe fare - vivere, e attraverso i secoli, vivere sempre - deve essere Divino. Ma non solo Divino; poiché Egli è mio parente, della mia stessa razza e del mio stesso sangue, vincolato per ordine divino a fare per me la parte del mio parente. Il mistero dei misteri! eppure la mia fede lo abbraccerà. "So che il mio Redentore vive". E questa fede, nel caso di Giobbe, come tutta la vera fede, era una cosa intensamente pratica; un fattore determinante nella formazione di tutta la sua vita e del suo carattere. Guarda come viene fuori questo nel tredicesimo capitolo. Le cose vanno al peggio con Giobbe. Gli scherni e i rimproveri dei suoi cosiddetti amici lo avevano irritato oltre ogni sopportazione, e parlava sconsideratamente con le labbra. E non c'è da stupirsi. "Taci", dice loro. "Lasciami stare, così che io possa parlare, e lascia che venga su di me ciò che vuole. Sembra proprio che Dio mi abbia posto per il Suo marchio; La nube d'ira incombente sembra proprio che voglia scaricarsi su di me da un momento all'altro. Eppure pensate che per questo motivo dubiterò del mio Dio, diffiderò del mio Dio, vedrò l'ombra del cambiamento nell'Immutabile? No, in verità; anche se mi uccidesse, confiderò in Lui". Oh! ci meraviglia se troviamo scritto di un tale uomo: "Quell'uomo era perfetto e retto, e temeva Dio"?

4.) Un altro aspetto del carattere di Giobbe rimane da considerare, come motivo per l'alto elogio del testo; Intendo quella visione della sua vita che lo porta davanti a noi come uomo di preghiera; un uomo di comunione devota e profonda con il proprio spirito; un uomo capace di sopportare qualsiasi cosa piuttosto che il pensiero dell'estraniamento, della freddezza e di una nuvola di paura e di mancanza d'amore che si frappone per un momento tra la sua anima e Dio. Prendete solo alcuni passaggi del suo libro, che mostrano l'intenso fervore di questi desideri spirituali: "Oh! che sapevo dove avrei potuto trovarlo; affinché potessi arrivare fino al Suo seggio! Oh! affinché uno possa intercedere per un uomo presso Dio, come un uomo supplica per il suo amico! Oh! che ero come nei mesi passati; come nei giorni in cui Dio mi preservò; … come lo ero nei giorni della mia giovinezza, quando il segreto di Dio era sul mio tabernacolo!" "Quell'uomo era perfetto e retto, e temeva Dio". Tuttavia, dobbiamo stare attenti che queste ricerche del cuore non si spingano troppo lontano; non sono un'occasione per distolgerci dalla nostra speranza, nelle mani di Satana. Non dobbiamo dimenticare che l'interruzione occasionale delle nostre comodità spirituali fa spesso parte di una necessaria disciplina santificante. È possibile che Dio ci veda dipendere troppo da questi segni del Suo favore, da questo dimorare del Suo segreto sul nostro tabernacolo. Insensibilmente eravamo arrivati a considerare quelle felici esperienze come la nostra giustizia; ne avevamo quasi fatto un Cristo, a discapito della totale sufficienza della Sua espiazione, e a gettare un'ombra sulla gloria della Sua Croce. Ma questo non deve accadere. In tutti i nostri esami di coscienza non dobbiamo rifuggire dal guardare indietro, e non dobbiamo aver paura di guardarci dentro. Ma se siamo in grado di discernere onestamente in noi stessi i segni dei desideri presenti per la santità, e tuttavia siamo inquieti e abbattuti, allora, invece di guardare indietro o guardare dentro, dobbiamo guardare fuori e guardare in alto; da se stesso, fino a Cristo; dalla luce sul tabernacolo, fino alla luce del cielo; Al di là di ogni pensiero su ciò che possiamo aver fatto o non fatto per Cristo, fino alla contemplazione grata di ciò che Cristo ha fatto per noi. (Daniel Moore, M.A.)

Un brav'uomo in grande prosperità:

(I.) Un brav'uomo. Era "perfetto". Non senza peccato, ma completo in tutte le parti del suo carattere morale e religioso; Non si occupava di una classe di doveri escludendo gli altri, coltivava un attributo di virtù indipendentemente dagli altri. Era completo. Tutte le parti della pianta della bontà dentro di lui crescevano simultaneamente e simmetricamente

1.) In relazione alla sua condotta generale era "retto". Perseguì la retta via della rettitudine, senza voltarsi né a destra né a sinistra; Ha fatto ciò che la sua coscienza credeva fosse giusto, indipendentemente dalle questioni

2.) In relazione al suo Dio era devoto. Egli "temeva Dio", non con un timore servile, il suo timore era un'amorevole riverenza. Era lontano da ogni irriverenza di sentimenti, era profondamente religioso. Dio riempiva l'orizzonte della sua anima, guardava tutte le cose nel loro rapporto con il Divino

3.) In relazione al male era un apostata. Egli "evitò il male"; se ne allontanò; si affrettò a lasciarlo come alla presenza di un mostro. Per quanto alla moda, vestito in modo sfarzoso, istituzionalmente e socialmente potente, lo detestava e fuggì da esso come Lot da Sodoma

4.) In relazione alla sua famiglia era un sacerdote. "Offrì olocausti". Egli si interpose presso Dio in loro favore; egli era un mediatore tra i suoi figli e il grande Padre degli spiriti. Come un buon padre, cercava la pulizia morale dei suoi figli e la loro riconciliazione con l'Eterno

(II.) Ecco un brav'uomo molto prospero

1.) Era prospero come padre. "Gli nacquero sette figli e tre figlie". Nei tempi antichi, essere privi di figli era stimato una grande calamità: quanto più grande era la famiglia, tanto più grande era la benedizione dei genitori. Ora le cose sono cambiate: qui nella nostra Inghilterra, una famiglia numerosa è considerata una terribile punizione. Quale benedizione più grande in questo mondo può avere un uomo di un gran numero di cuori amorevoli per chiamarlo padre?

2.) Era prospero come agricoltore. Si stima che le azioni qui descritte ammontino alla somma di 30.000 sterline. Qui, e ora, questa è una fortuna, ma laggiù, e allora, valeva almeno cinquanta volte la somma

3.) Era prospero come cittadino. "Poiché quest'uomo era il più grande di tutti gli uomini dell'oriente". C'erano molti grandi uomini in oriente in quei giorni, senza dubbio, uomini i cui nomi avrebbero instillato timore nell'anima del popolo, ma Giobbe era il più grande di tutti. Altrove descrive il potere che esercitava sugli uomini. "Quando uscii per la porta della città, quando preparai il mio posto per la strada! i giovani mi videro e si nascosero", ecc. Giobbe 29:7, 8. In conclusione, due osservazioni:

1.) Che un brav'uomo in grande prosperità è ciò che antecedentemente ci saremmo aspettati di trovare ovunque nel mondo

2.) Che un brav'uomo in grande prosperità non è una scena comune nella vita umana. In generale, gli uomini migliori sono i più poveri, e gli uomini peggiori detengono i premi del mondo. (Omilestico.)

La vita prospera di Giobbe:

Ora giudichiamo questa vita da un punto di vista che lo scrittore può aver assunto, che in ogni caso spetta a noi prendere, con la nostra conoscenza di ciò che dà all'uomo la sua vera dignità e perfezione. L'obbedienza a Dio, l'autocontrollo e l'autocultura, l'osservanza delle forme religiose, la fratellanza e la compassione, la rettitudine e la purezza di vita, queste sono le eccellenze di Giobbe. Ma tutte le circostanze sono favorevoli, la sua ricchezza rende facile la beneficenza e lo spinge alla gratitudine. La sua disposizione naturale è verso la pietà e la generosità; è pura gioia per lui onorare Dio e aiutare i suoi simili. La vita è bella. Ma immaginatela come l'esperienza senza nuvole di anni in un mondo in cui così tanti sono provati dalla sofferenza e dal lutto, sventati nel loro strenuo lavoro e delusi nelle loro speranze più care, e non è forse evidente che quella di Giobbe tenderà a diventare una specie di vita di sogno, non profonda e forte, ma in superficie, un ampio ruscello, limpido, scintillante, con il riflesso della luna e delle stelle, o del cielo azzurro, ma poco profondo, senza raccogliere forza, muovendosi a malapena verso l'oceano? Non c'è da sognare quando l'anima incontra un doloroso rifiuto e si rende conto del profondo abisso che si trova al di sotto, quando le membra vengono meno sulle ripide colline di un duro dovere. Ma una lunga successione di anni prosperi, l'immunità dalla delusione, dalla perdita e dal dolore, addormenta lo spirito per riposare. La sincerità di cuore non è richiesta, e la volontà, per quanto buona, non è preparata alla perseveranza. Che sia per un'intenzione sottile o per un istintivo senso di idoneità, lo scrittore ha dipinto Giobbe come uno che con tutta la sua virtù e perfezione ha trascorso la sua vita come in un sogno, e aveva bisogno di essere svegliato. È una statua di marmo impeccabile di Pigmalione, il volto divinamente calmo e non privo di una traccia di consapevole lontananza dalle moltitudini sofferenti, che hanno bisogno del caldo soffio della sventura per riportarla in vita. O, diciamo che è un nuovo tipo di umanità in Paradiso, un Adamo che gode di un Giardino dell'Eden recintato da ogni tempesta, non ancora scoperto dal nemico. Dobbiamo vedere il problema della storia primitiva della Genesi rivivere e rielaborato di nuovo, non secondo le vecchie linee, ma in un modo che lo renda reale per la razza degli uomini sofferenti. La vita onirica di Giobbe nel suo periodo di prosperità corrisponde strettamente a quell'ignoranza del bene e del male che la prima coppia aveva nel giardino a est dell'Eden, mentre l'albero proibito dava ancora i suoi frutti intatti, indesiderati, in mezzo al verde e ai fiori. (Robert A. Watson, D.D.)

Giobbe:

Giobbe può essere definito "il primo dei pagani della Bibbia". Non era un ebreo, era uno "al di fuori della sfera della Chiesa visibile". I problemi del libro interessano l'uomo in quanto uomo, e non come ebreo o gentile. Nel libro non c'è alcuna allusione alle tradizioni, ai costumi o ai modi di pensare ebraici. I sacrifici menzionati sono primitivi, non mosaici. C'è una sorprendente ampiezza e universalismo nelle sue immagini della vita, dei costumi, dei costumi e dei luoghi. C'è una varietà di colorazioni locali che non troviamo in nessun libro che sia indubbiamente di origine ebraica. C'è una marcata assenza della forte affermazione di Dio come Dio di Israele che troviamo altrove. L'immagine di Satana è molto diversa da quella che abbiamo altrove nelle Scritture. Molte considerazioni puntano all'altissima antichità del tempo di Giobbe, come la sua grande longevità; la semplicità primitiva e patriarcale della vita e dei costumi; il riferimento ai sacrifici, ma non al sacerdote né al santuario; il fatto che l'unica forma di idolatria di cui si parla è quella molto primitiva del culto del sole e della luna; e il totale silenzio della storia su eventi così sorprendenti e importanti come la distruzione di Sodoma e l'emanazione della legge. Quando o da chi sia stato scritto il libro non abbiamo prove sufficienti per giustificare anche solo un'ipotesi. La presenza del libro nel Canone dovrebbe essere una meraviglia permanente per coloro che possono vedere nell'Antico Testamento solo una raccolta di letteratura ebraica, un deposito di pensiero nazionale, storia, poesia o teologia. Il libro sta in piedi da solo, sublime nella sua solitudine, suggestivo nel suo isolamento. Non meno notevole è il libro se si tiene conto del suo carattere letterario, della sua elevazione poetica, della sua audacia drammatica, della sua magnificenza in piena regola delle immagini. Carlyle dice: "Non c'è nulla di scritto, credo, nella Bibbia o al di fuori di essa, di pari merito letterario". La forma è essenzialmente drammatica. Il problema che si presenta è una fase della sofferenza umana, antica nel mondo e in tutto il mondo. È l'aspetto più imperscrutabile del mistero che viene presentato e trattato: la sofferenza di un uomo giusto; non di uno reso giusto, purificato, dalla disciplina del dolore, ma giusto prima dell'assalto dell'afflizione. Ci viene presentata una figura di pietà e fama, di pubblica reputazione e di virtù privata. Segue poi l'accusa di egoismo, preferita dall'accusatore, e il permesso divino di metterlo alla prova. L'elaborazione di questa prova, il suo effetto su di lui e sui suoi amici, costituiscono il corpo del dramma. La teoria degli amici è questa; in questa vita il dolore è proporzionato al peccato, e la gioia alla giustizia; la sofferenza alla trasgressione e la ricompensa all'innocenza. Non prevede un mistero di sofferenza; Ogni dolore, anche se può essere reso disciplinare o correttivo nelle sue conseguenze dall'essere usato correttamente e dall'apprendere ciò che è adatto a insegnare, è tuttavia, nel suo carattere primario, pena. Quando, quindi, vedi la sofferenza, puoi essere certo che c'è stato il peccato. Giobbe respinge indignato questa spiegazione delle sue sofferenze. Tocca i confini stessi della blasfemia nelle sue dichiarazioni di innocenza e nelle sue richieste che l'Onnipotente mostri perché lo fa soffrire così. Man mano che la discussione si sviluppa, le parti si scambiano di posto. Gli amici, dapprima calmi, spassionati e persino, dal loro punto di vista, premurosi e tolleranti, si deteriorano. Perdono la pazienza di fronte a quella che ritengono essere l'ostinazione e la determinazione peccaminosa di Giobbe a non ammettere i suoi peccati. La loro teoria non è abbastanza ampia da coprire tutti i fatti del caso: questo lo sentono, e naturalmente diventano irritati e irritabili. L'episodio di Elihu può essere ignorato come non essenziale per lo sviluppo del dramma. In poche frasi si può affermare la posizione assunta dalla voce divina. Conclude la polemica, ma non spiegando le difficoltà che li avevano lasciati tutti perplessi. Egli chiede: È il Dio Creatore di questo universo che l'uomo osa accusare alla sua sbarra, ed è a Lui che osa esigere un'auto-vendetta? Il vero atteggiamento dell'uomo dovrebbe essere quello di fiducia nel Dio le cui opere lo proclamano infinitamente grande e saggio. L'uomo è schiacciato dall'ultima parvenza di autocompiacimento. L'effetto di questa automanifestazione da parte dell'Onnipotente, e della rivelazione di quale sia la Sua vera immagine, colpisce Giobbe nel nulla. Ma quali che fossero stati i suoi difetti, quelli dei suoi amici erano stati più profondi e più letali. La loro presunzione era stata più della sua. Così l'Onnipotente vendica il sofferente e condanna, anche se risparmia i semplici teologi, che pongono la loro ortodossia al di sopra della Sua carità, e una teoria umana al di sopra della simpatia divina. (G. M. Grant, B.D.)

Nel paese di Uz.

servitori di Dio in un ambiente sfavorevole:

(I.) Dio ha i Suoi servi in ogni luogo, nei luoghi peggiori. Non c'è mai stata un'aria così cattiva che non potesse essere respirata da un servo di Dio. Qui Dio aveva un pezzo prelibato, anche nella terra di Uz, un luogo di profanità; qui c'era Betel a Bethaven, una casa di Dio in un paese di malvagità. Lot abitò a Sodoma, Giuseppe in Egitto

(II.) È un grande onore e un alto encomio essere buoni e fare il bene tra coloro che sono cattivi

(III.) La grazia si conserverà in mezzo alla più grande opposizione. È un fuoco tale che nessuna acqua può spegnere o spegnere completamente. La vera grazia si manterrà sana e pura fra coloro che sono lebbrosi, impuri; È una cosa che supera tutto il male che la circonda. Poiché tutta l'acqua del mare salato non può far salare il pesce, il pesce conserva comunque la sua freschezza; così tutta la malvagità e la sporcizia che sono nel mondo non possono distruggere, non possono contaminare la vera grazia; che alzerà il capo e si reggerà in eterno. (J. Caryl.)

Perfetto e retto.

La perfezione dei santi:

C'è una duplice perfezione attribuita ai santi in questa vita; una perfezione di giustificazione, una perfezione di santificazione. La prima di queste, in senso stretto, è una perfezione completa. I santi sono completi in Cristo, sono perfettamente giustificati; non c'è alcun peccato lasciato scoperto né alcuna colpa lasciata non lavata nel sangue di Cristo, nemmeno la minima macchia, che non sia stata tolta. La sua veste è abbastanza grande da coprire tutte le nostre nudità e deformità. C'è poi una perfezione di santità o di santificazione

1.) I santi anche in questa vita hanno un inizio perfetto di santità, perché hanno cominciato ad essere santificati in ogni parte 1Tessalonicesi 5:23. Quando l'opera di santificazione è iniziata in tutte le parti, è un inizio di opera perfetto

2.) Sono ugualmente perfetti per quanto riguarda i loro desideri e le loro intenzioni. La perfetta santità è lo scopo dei santi sulla terra; È la ricompensa dei santi in cielo. La cosa che qui spingono a fare è la perfezione, quindi essi stessi sono chiamati perfetti

3.) Era perfetto in confronto, paragonandolo a coloro che erano apertamente malvagi o solo apertamente santi; Era un uomo senza macchia, in confronto a quelli che erano o tutti macchiati di sporcizia, o solo dipinti di pietà

4.) Possiamo dire che la perfezione di cui si parla qui è la perfezione della sincerità. Giobbe era sincero, era sano nel cuore. Non recitava una parte, né impersonava la religione, ma era una persona religiosa. Non era d'oro, ma d'oro. Quando Giobbe comprava o vendeva, commerciava o contrattava, prometteva o faceva patto, si ergeva rettamente davanti a tutti. Come magistrato dava a tutti ciò che gli spettava. (Ibidem)

La grazia è la migliore delle benedizioni:

La prima cosa di cui Dio si accorge è la Sua grazia

(I.) Le abitudini di grazia e le benedizioni spirituali sono le più scelte di tutte le benedizioni. Se Dio ha dato a un uomo la grazia, egli ha il migliore e il più scelto di tutto ciò che Dio può dare. Dio ci ha dato Suo Figlio, e Dio ci ha dato il Suo Spirito, e Dio ci ha dato le grazie del Suo Spirito; Questi sono i fiori più belli e il miele che esce dalla roccia della misericordia. Anche se non dovresti venire dai bambini, anche se non dovresti venire dall'altra parte dell'inventario, dalle pecore, dai cammelli, dai buoi e dagli asini; se sei nella prima parte della descrizione, che hai un cuore perfetto, e una vita retta, e il timore di Dio nelle tue viscere, e un santo volgersi contro ogni male, la tua sorte è caduta in un bel posto, e tu hai una buona eredità. Coloro che hanno questo, non devono essere scontenti dei loro, né invidioso della condizione di nessun altro; hanno il verbo principale, l'unica cosa necessaria

(II.) Dove c'è una sola grazia, c'è ogni grazia. La grazia è posta nell'anima in tutte le sue parti, e c'è un po' di ogni grazia posta nell'anima. Non abbiamo un uomo una grazia e un altro un'altra grazia; ma ogni uomo ha ogni grazia che abbia una qualche grazia. Tutta la grazia va insieme. In particolare, quest'uomo era perfetto. Cioè, era sincero e di cuore semplice. Osserva da qui:

1.) È la sincerità che ci raccomanda in modo particolare a Dio. Come le grazie di Giobbe sono preferite nella sua descrizione alle sue ricchezze, così la sincerità è preferita a tutte le altre sue grazie. La sincerità è ciò che ci rende così accettevoli e graditi a Dio

2.) Le persone sincere e di buon cuore sono nella stima di Dio persone perfette. La verità della grazia è la nostra perfezione qui; In cielo avremo la perfezione e la verità. Inoltre, in quanto a questa perfezione e semplicità di cuore, si aggiunge subito la rettitudine: Osserva da lì:

1.) Dove il cuore è sincero verso Dio, le vie sono giuste e oneste davanti agli uomini

2.) È un grande onore e un ornamento per la nostra professione di pietà, essere giusti e retti nei nostri rapporti verso gli uomini. (Ibidem)

Uno che temeva Dio.

Santo timore:

Qui abbiamo il timore di Dio aggiunto al perfetto e retto. Osserva quindi:

(I.) L'integrità morale e l'onestà morale, senza il timore di Dio, non potranno mai renderci accettevoli a Dio. Dio non si compiace di nulla di ciò che facciamo, a meno che non lo facciamo nel Suo timore. Non fare torto all'uomo perché temiamo Dio, è un argomento che va oltre l'uomo

(II.) Il santo timore contiene in sé ogni grazia che riceviamo da Dio, e tutta l'adorazione che offriamo a Dio. La paura contiene la fede, e la paura contiene anche l'amore

(III.) Il santo timore mantiene puri il cuore e la vita. Il timore del Signore è puro Salmi 19. Pulito non solo in sé, formalmente pulito, ma efficace: rende puliti, e mantiene puliti il cuore e la vita. La paura è un uomo armato al cancello, che esamina tutto, e impedisce a chiunque non sia idoneo di entrare. Sta come una sentinella sulla torre, e guarda in ogni direzione, per vedere cosa sta arrivando all'anima; Se il male viene, la paura non lo ammette. (Ibidem)

E ha evitato il male.

Odio per il male:

1.) Le persone pie non solo sopportano il peccato, ma lo aborrono. Non solo hanno le mani legate da esso, ma hanno il cuore rivolto contro di esso

2.) L'opposizione al peccato da parte di un uomo pio è universale; è contro ogni peccato

3.) Le persone pie non evitano solo gli atti di male, ma tutte le occasioni di male. (Ibidem)

I retti rifuggono ogni male:

Se il peccato è malvagio, e dispiace a Dio, e merita la dannazione, colui che lo evita più pienamente e con cura, è l'uomo più onesto e più saggio. Non biasimerai tuo figlio o il tuo servo per essere riluttante a offenderti e disobbedirti anche nella più piccola questione. Non ti piace colui che ti offre il minimo insulto, così bene come colui che non te ne offre. Preferiresti stare bene piuttosto che avere la minima malattia. Non prenderai un po' di veleno, né ti sentirai un po' all'inferno. Perché allora non dovremmo evitare il minimo peccato per quanto possiamo? (R. Baxter.)

Sette figli e tre figlie.

Bambini una benedizione:

Ci sono alcuni che contabilizzano i loro figli solo con cambiali, ma Dio li mette a causa della nostra misericordia. (J. Caryl.)

Anche la sua sostanza era di settemila pecore.

Una grande tenuta:

A questo punto può sorgere una domanda: Perché lo Spirito Santo spende così tante parole, ed è così accurato nell'esporre la condizione esteriore di Giobbe?

1.) Viene descritto come un uomo di grandissimo ceto, al fine che la grandezza della sua afflizione potesse apparire in seguito. La misura di una perdita è presa dalla grandezza del godimento di un uomo. Se un uomo ha poco, la sua afflizione non può essere grande. Dopo grandi piaceri, il desiderio è più grande

2.) La grandezza del suo patrimonio è esposta, affinché la grandezza della sua pazienza possa apparire

3.) Era per dare a tutto il mondo una testimonianza che Giobbe era un uomo completamente pio e santo; che era un uomo di straordinaria forza di grazia. Perché? Poiché egli mantenne la sua integrità e mantenne alto il suo spirito sulla via della santità, nonostante ciò fu innalzato con abbondanza di benedizioni esteriori. Essere molto grande, e molto buono, dimostra che un uomo è davvero buono. Grande e buono, ricco e santo, sono congiunzioni felici, e sono congiunzioni rare. Di solito le ricchezze impoveriscono l'anima, e il mondo si mangia ogni preoccupazione del cielo; perciò Giobbe era uno dei mille, essendo allo stesso tempo grande in ricchezze e quindi ricco in bontà. Quante volte le ricchezze fanno dimenticare Dio, sì, scalciano contro di Lui? Quante volte sono resi il mantice dell'orgoglio, il carburante dell'impurità, gli strumenti della vendetta? Quante volte i ricchi disprezzano, disprezzano e opprimono i loro fratelli deboli e poveri? Dall'insieme, prendi queste osservazioni. Vediamo qui Giobbe un sant'uomo, molto pieno di ricchezze: quindi osservate:

1.) Che le ricchezze sono le buone benedizioni di Dio. Detenere e possedere grandi ricchezze non è male; È male rivolgere il nostro cuore su di essi

2.) Un trattamento semplice e onesto non è un ostacolo all'acquisizione o alla conservazione di un patrimonio. L'onestà nel trattare non è un punto fermo, non è un ostacolo per ottenerlo. La via più vicina e più sicura per la ricchezza è la via della giustizia. Guai a coloro che, arricchendosi, si fanno una ferita nella propria coscienza

3.) In quel Giobbe, un uomo che temeva Dio, era così ricco, così grande; Vedi qui la verità delle promesse. Dio manterrà la Sua promessa riguardo alle cose esteriori al Suo popolo 1Timoteo 4:8

4.) Ecco un'altra osservazione da questo luogo: Giobbe era frequente nei sacri doveri; era un uomo che temeva Dio, era molto in quanto alla santa adorazione; non serviva Dio a suo piacimento, né "continuamente"; eppure era molto ricco. Il tempo trascorso nei sacri doveri non è una perdita, né un ostacolo alle nostre chiamate ordinarie o al nostro prosperare in essi. Il tempo che dedichiamo ai doveri spirituali, è tempo guadagnato per il secolare. Il tempo che trascorriamo in preghiera, ecc., affila i nostri attrezzi e olia le nostre ruote, promuove tutto ciò che facciamo e ottiene una benedizione su tutti. (Ibidem)

4 CAPITOLO 1

Giobbe 1:4-5

E i suoi figli andarono a banchettare nelle loro case.

L'incontro di famiglia e il sacrificio della famiglia:

(I.) L'incontro festivo. "E i suoi figli se ne andarono," ecc

1.) Era una famiglia unita. Non ci sono stati scismi in quel corpo. I figli erano tutti cresciuti, avevano le loro case, le loro terre, le loro greggi e le loro mandrie. Eppure Efraim non invidiò Giuda, e Giuda non vessò Efraim, senza gelosie, senza timidezza, senza alcuna superiorità affettata, senza diffidenza. "Ecco, com'è buono e piacevole per i fratelli dimorare insieme in unità". E che cosa malvagia è quella in cui manca questa unità

2.) Era una famiglia sociale. "E chiamarono le loro tre sorelle perché mangiassero e bessero con loro". È una caratteristica notevole della vita patriarcale che si è sempre avuto grande rispetto per le cortesie domestiche. Rivendichiamo come uno dei risultati raffinatori e benefici del cristianesimo il fatto che esso abbia restituito alla donna il suo posto sociale e la sua dignità. E, in confronto alla sua posizione più bassa in un'epoca immediatamente precedente, senza dubbio lo fece. Ma le cortesie della relazione fraterna non sono mai state osservate più sacralmente che dai patriarchi, i quali così appresero sotto il tetto paterno le graziose attenzioni e le raffinatezze che meglio si addicevano a loro per la vita coniugale. Apriamo una profonda sorgente di influenze elevatrici e ammorbidenti quando stabiliamo tra i fratelli e le sorelle un rispetto sistematico per la cortesia domestica. Un giovane è sicuro di crescere come un burlone - maleducato, mezzo umanizzato, maleducato - che non si preoccupa di mantenere un atteggiamento gentile e affettuoso nei confronti di una sorella a casa

3.) Era una famiglia conviviale. "E i suoi figli andarono a banchettare nelle loro case". Allora non era in contrasto con le usanze patriarcali contrassegnare queste riunioni di famiglia con un banchetto. Abramo fece un banchetto allo svezzamento di Isacco; Isacco fa un banchetto ad Abimelec e Pichol; e Labano fece un banchetto in occasione delle nozze di Giacobbe. Dio ha chiaramente fatto alcune cose solo per il servizio dell'uomo, ma ne ha fatte altrettante per il suo godimento, per il suo ristoro. Il Salmista ci dice in un versetto che il grande Genitore "fece crescere l'erba per il bestiame e l'erba per il servizio dell'uomo", ci dice nel versetto successivo che Egli fa "il vino che rallegra il cuore dell'uomo e l'olio che lo rende di aspetto allegro". Solo nell'abuso consiste il peccato di queste tavole ben imbandite

(II.) Il sacrificio familiare. I sette giorni di banchetto erano passati. "E fu così, quando i giorni della loro festa furono passati, Giobbe 51 mandò a santificarli", ecc

1.) Giobbe mandò e santificò i suoi figli; cioè, ordinò loro di prepararsi per un'ordinanza santificante. Gli esercizi di devozione più ordinari sono ben preceduti da un momento di pausa; dà all'anima il tempo di vestirsi per la camera di presenza divina, un'opportunità per scrollarsi di dosso la polvere dai nostri piedi prima di avvicinarsi per parlare con Dio sul monte. Il regalo fu una grande occasione di famiglia nella casa di Giobbe. C'erano misericordie da riconoscere, mancanze da lamentare, responsabilità da rinnovare, lezioni da santificare. Quali cambiamenti potevano passare sulle loro fortune domestiche prima che arrivasse la festa annuale! Quella nuvola, ora non più grande della mano di un uomo, a cosa non potrebbe crescere? Quel dolore, che ora si posa pesantemente sul nostro prossimo, e a causa del quale non osiamo nemmeno pronunciargli le consuete parole gentili di questo tempo, quanto presto quel dolore sarà il nostro! Dio del futuro, dell'invisibile e dell'ignoto, come dovrebbe un genitore devoto desiderare di far ricadere su di Te il fardello di queste responsabilità! Non possiamo allontanarli dai nostri figli e dalle nostre famiglie, ma se, come Giobbe, li mandiamo e li santifichiamo, possiamo sperare di concludere con la lode un anno iniziato con la preghiera

2.) Osservate anche che erano figli adulti per i quali Giobbe mostrava sollecitudine. Il fatto può suggerire se ai nostri giorni le relazioni tra filiale e genitori siano mantenute abbastanza a lungo. Sembra che si dia troppo per scontato che l'abbandono del tetto della casa sia il segnale per l'adempimento delle responsabilità genitoriali. "Ed egli si alzò di buon mattino e offrì olocausti". La mattina presto, perché questa era una caratteristica marcata delle devozioni degli uomini dei tempi antichi. Sembra che Abramo, Davide e Giobbe pensassero che coloro che avevano impedito l'alba del giorno con le loro suppliche avrebbero portato via le migliori benedizioni. Dio siede in mezzo ai cherubini, aspettando la preghiera, e coloro che verranno per primi saranno esauditi per primi. "Io amo quelli che Mi amano, e quelli che Mi cercano presto Mi troveranno". "E offrivano olocausti". In che modo, quando ancora non c'era nessuna legge scritta, nessun ordine del sacerdozio, nessuna ordinanza o santuario? La risposta suggerisce quanto tempo fa, e quanto universalmente si è cercato il giorno di Cristo. Quanto o quanto poco Giobbe capisse della portata morale di questi olocausti non appare. Due aspetti della religione pratica di Giobbe emergono qui

1.) Nel fare un'offerta misurava l'importo in base alla grandezza delle sue misericordie

2.) Le sue offerte non erano solo offerte di ringraziamento, erano intercessioni, e in questa visione segnano la bella individualità delle preghiere di un pio padre. (D. Moore, M.A.)

Un buon Natale:

Il nostro testo ci dà un'immagine molto piacevole della famiglia di Giobbe. Era un uomo felice di aver avuto tanti figli tutti comodamente sistemati nella vita; perché tutti avevano una casa, e ciascuno poteva a turno intrattenere gli altri. Forse la sobrietà dell'età lo rendeva squalificato per unirsi al loro banchetto, ma lo lodava, non lo condannava

(I.) Il testo, e questo è festoso; Così suoneremo un allegro campanello. Sento distintamente tre note nel suo allegro scroscio

1.) Dà una licenza ai giusti. Possono riunirsi nelle loro case per mangiare e bere e lodare Dio. I puritani cercarono di sopprimere l'osservanza del Natale. Dio non voglia che io proclami l'annientamento di qualsiasi giorno di riposo che toccherà all'uomo che lavora. Banchettare non è una cosa sbagliata. Giobbe temeva solo che da una cosa giusta si facesse una cosa sbagliata. Questi giovani si riunivano in buone case e in buona compagnia. Il loro banchetto era una buona cosa, perché aveva un buon intento; Era per l'amicizia, per l'allegria, per l'unione familiare. E al banchetto c'era una buona condotta. I buoni uomini dell'antichità hanno banchettato. Abramo fece un banchetto quando suo figlio fu svezzato. Devo io parlare di Sansone e dei suoi conviti, o di Davide, o di Ezechia, o di Giosia? Il banchetto era anche una parte essenziale del culto divino sotto l'antica legge. C'era la festa delle trombe, dei tabernacoli, della pasqua, dei noviluni, ecc. E il nostro Salvatore approvò un banchetto, e contribuì anche a fornire gli ospiti. Egli stesso non era fuori posto alla festa di nozze di Cana. E Dio ha provveduto nel Suo mondo non solo abbastanza per i bisogni dell'uomo, ma anche abbondanza per il banchetto dell'uomo

2.) Suggerisce una cautela. Giobbe disse: "Può darsi". Anche se erano bravi figli, forse avevano "benedetto Dio troppo poco nel loro cuore". Forse non erano abbastanza grati per la loro prosperità e per i piaceri che Dio aveva dato loro. Questa cautela è necessaria, perché non c'è luogo libero dal peccato. Dovunque due si incontrano, Satana è sempre un possibile terzo. Perché ci sono molte tentazioni speciali dove c'è una tavola imbandita. Sono morti di pienezza di pane più uomini di quanti ne siano mai morti di fame. Sono stati annegati più di quanti ne siano mai stati annegati in mare. Perché coloro che siedono a tavola non sono che uomini, e i migliori degli uomini non sono che uomini nel migliore dei casi

3.) Fornisce un rimedio. Giobbe mandò a chiamare i suoi figli come un padre; li ha santificati come predicatore; si è sacrificato per loro come sacerdote. Le nostre feste devono essere santificate dalla Parola di Dio e dalla preghiera

(II.) Cosa c'è nel testo, e questo è istruttivo; Quindi dobbiamo suonare la campana del sermone. Se Giobbe ha trovato giusto con una santa gelosia sospettare che i suoi figli potessero aver peccato, quanto più pensi che sospettasse lui stesso. Colui che era così ansioso di mantenere puri i suoi figli, era lui stesso più ansioso di poter sempre temere il suo Dio e fuggire il male. Allora fai attenzione, stai attento a te stesso

(III.) Il testo, che è afflittivo; qui suoniamo la campana funebre. La calamità venne mentre i bambini stavano banchettando. Tra il tavolo e la bara c'è solo un gradino. Allora non fare nulla che non moriresti volontariamente. Sii oggi ciò che vorresti essere nell'eternità. (C. H. Spurgeon.)

Il patriarca Giobbe e i suoi figli:

Le feste menzionate erano probabilmente feste di compleanno. Il pio padre, pur permettendo queste feste giovanili, conosceva il pericolo morale che vi si presentava. Così, una volta all'anno, quando il giro delle feste era completo, egli riuniva la famiglia e celebrava una festa in onore del Signore. Li ha "santificati", cioè in questa occasione ha messo da parte se stesso e i suoi figli in modo speciale per Dio

(I.) Il pericolo a cui erano esposti i figli di Giobbe: il pericolo di peccare

1.) La giovinezza è un'epoca di ignoranza e inesperienza. La vita è nuova. Non hanno dimostrato i suoi innumerevoli pericoli, i suoi insondabili inganni. Guardano la vita attraverso i loro sentimenti franchi, vivaci e pieni di speranza. Più il giovane irriflessivo è sicuro di sé, più è probabile che perda il sentiero stretto dell'obbedienza e della verità, e cada in tentazione e in trappola

2.) Nell'età della giovinezza le passioni della natura umana sono più irregolari e impetuose. La ragione è troppo spesso detronizzata, e l'appetito illegale usurpa il suo seggio

3.) Nell'età della giovinezza il cattivo esempio esercita la sua influenza più perniciosa. L'uomo in tutti i periodi della sua esistenza è una creatura imitativa, ma più particolarmente nei giorni della giovinezza

4.) Nel periodo della giovinezza il grande distruttore della pace e delle anime degli uomini è particolarmente assiduo nella sua cattiva opera

5.) Questo pericolo di peccare non è mai, forse, maggiore che nelle occasioni di festa, quando regnano il lusso e l'allegria

6.) Ciò che aggrava il male del peccato è la sua tendenza ad aumentare, in modo che un giovane peccatore possa arrivare al punto di "maledire Dio nel suo cuore". Per quanto terribile sia un tale peccato, è quello verso cui conducono tutti gli altri peccati

(II.) La profonda e ansiosa preoccupazione del patriarca per timore che i suoi figli cadessero in questo male. Le sue espressioni indicano grande ansia, tenera e sincera apprensione

1.) Peccare contro Dio deve necessariamente essere una cosa molto odiosa e terribile

2.) La conseguenza del peccato è l'infelicità. Il genitore il cui cuore è retto presso Dio sa bene che non c'è calamità come la calamità del peccato; Non c'è fitta come la fitta del rimorso

3.) Non è più grande la miseria di quanto non lo sia il profondo disonore che il peccato assicura

(III.) Il modo in cui Giobbe cercò di deprecare, a nome dei suoi figli, il grande male del peccato. Ha fatto ricorso al sacrificio, l'unico modo in cui la colpa del peccato può essere cancellata e la sua punizione scongiurata. Il padre che sentiva il dovere di istituire queste solenni espiazioni familiari li accompagnava con tali fedeli ammonimenti, consigli affettuosi e istruzioni religiose, secondo le circostanze e secondo i loro bisogni. Né questi sacrifici annuali sarebbero stati accompagnati da fervide preghiere e intercessioni a favore dei suoi figli. Come genitori possiamo supplicare in privato per i nostri figli. Possiamo impartire istruzioni ai genitori nelle nostre consuete devozioni familiari. Possiamo avere, come questo patriarca, periodi speciali di consacrazione familiare

(IV.) L'effetto che lo spirito e la condotta di Giobbe devono aver avuto sulle menti dei suoi figli. Non potevano vedere la pia sollecitudine che il loro padre manifestava per il loro benessere religioso ed eterno; Non potevano guardare impassibili le solennità annuali, che egli istituiva per loro. Possiamo caritatevolmente sperare che l'effetto su di loro sia stato benefico; e che un genitore così pio fosse ricompensato dalla pietà e dall'obbedienza dei figli. La santa ansietà, le intercessioni private e domestiche, i gentili e teneri ammonimenti dei pii genitori, costituiscono, per i loro figli, uno dei più forti appelli del cielo. Conclusione: Ai genitori. Siete stati sufficientemente attenti agli interessi religiosi ed eterni della vostra posterità? Non dovremmo guardare a Dio, che conosce tutto il nostro bisogno, perché la grazia adempia, in modo più efficace, la parte del genitore cristiano? (J. Bromley.)

La religione che presiede all'ospitalità e al godimento sociale:

La felicità domestica di Giobbe sembrava assicurata dal solenne riconoscimento dell'autorità divina da cui era accompagnata, e da quella santa gelosia con cui il patriarca considerava i suoi figli, per la quale probabilmente non c'era motivo più specifico della fatale tendenza della natura umana, specialmente nella pienezza della prosperità, a dimenticare gli obblighi della religione spirituale. Atti alla fine delle loro riunioni sociali, era solito radunare tutta la famiglia per gli esercizi sacri; e in conformità con le prescrizioni della religione in quel primo periodo, offrire sacrifici per tutti loro, e rinnovare la loro dedicazione a Geova, accompagnando questi atti con la confessione dei peccati e la preghiera per la grazia divina. Non sappiamo se, in riferimento ai suoi figli, la calamità non avesse un carattere di giusto dispiacere. La fede di Giobbe non sarebbe stata pienamente provata se non fosse esistito qualche dubbio su questo punto; se le apprensioni della sollecitudine dei genitori non avessero accompagnato i dolori dell'afflizione in lutto. Che gli incontri sociali e conviviali siano, in certe occasioni, leciti e convenienti, pochi saranno disposti a negarlo; né si può supporre che la religione, che prescrive la benevolenza e l'affetto reciproci, debba proibire il godimento reciproco. Le Scritture alludono, con manifesta approvazione, a diverse occasioni di festa. Nella Chiesa cristiana, sebbene non siano prescritte feste, se non di tipo spirituale, tuttavia l'ospitalità privata, in occasioni appropriate, è abbondantemente raccomandata. Sono la follia e la debolezza dell'uomo che semina i suoi piaceri con pericoli e insidie

1.) Se vuoi avere una parte cristiana nei tuoi rapporti sociali e nei tuoi divertimenti, è evidente che devono essere condotti con tale prudenza e moderazione da escludere l'idea di stravaganza, vanità ed eccesso. Sotto la bella veste dell'ospitalità, non si può talvolta scoprire l'ingiustizia? Opinioni sinistre e disoneste possono a volte indurre a una costosa ostentazione di ospitalità, ma forse un motivo più ordinario si trova in un principio di ambizione mondana. L'ostentazione della ricchezza è talvolta assunta come un mezzo per ottenere ricchezza. Ma nessuna fortuna, per quanto ampia, giustificherà una vana e costosa convivialità, né giustificherà né la stravaganza né l'eccesso

2.) I nostri intrattenimenti sociali dovrebbero essere curati con corrispondente liberalità verso i poveri. Mentre il cuore è dilatato dai sentimenti di gentilezza e riscaldato dalle comunicazioni dell'ospitalità, dovremmo fare in modo che i poveri ricevano una parte proporzionata dei nostri sentimenti di simpatia, e che i nostri piaceri sociali siano accompagnati da un'attenzione più esplicita ai doveri di nutrire gli affamati e vestire gli ignudi.

3.) I vostri rapporti sociali, se volete piacere a Dio in essi, devono essere condotti in modo tale da essere non dannosi, ma asserviti ai fini elevati a cui i cristiani dovrebbero sempre mirare: il loro miglioramento personale e la gloria del loro Padre Celeste. Come un cristiano non dovrebbe assumere alcun impegno volontario per il quale non gli sia permesso di chiedere la benedizione di Dio, così dovrebbe agire in modo da invitare questa benedizione. Spetta a lui che prega ogni giorno: "Non ci indurre in tentazione", guardarsi da quelle circostanze che metterebbero in pericolo la sua integrità e purezza. (H. Gray, D.D.)

Il banchetto dei figli di Giobbe:

Tra le benedizioni di Giobbe, i suoi figli sono annoverati per primi. Non possiamo definire così bene come del loro padre come lo fu il modo in cui i suoi figli furono colpiti, perché lo Spirito Santo non dice nulla di loro se non che banchettavano, il che suona come se avesse notato una disparità tra Giobbe e i suoi figli. Sembra quindi che i figli di Giobbe fossero sicuri della santità del padre, come molti lo sono dell'agricoltura del padre. Non vediamo in nessuna circostanza della storia che i figli abusassero dei loro banchetti. I loro incontri tendevano a nutrire l'amicizia. Perché Dio ha creato più cose di quelle di cui abbiamo bisogno, se non per mostrare che ci permette le cose necessarie e comode? Tutte le cose buone che non sono state create per il bisogno, sono state create per il diletto. Se le feste fossero state illecite, Cristo non sarebbe stato presente alla festa di Cana. La storia dice: "Giobbe mandò a chiamare i suoi figli, li santificò e sacrificò per loro". Con queste parole lo Spirito Santo mostra il modello di un uomo santo e di un buon padre, che osservò la regola che Dio diede ad Abrahamo, di "allevare i suoi figli nel timore del Signore". Giobbe va al rimedio. Anche se i miei figli non hanno fatto il loro dovere in ogni cosa, ma si sono offesi nei loro banchetti, tuttavia sono sicuro che Dio avrà misericordia di loro e di me, se gli chiederemo perdono

1.) La causa che ha spinto Giobbe a sacrificarsi per i suoi figli. "Può darsi che i miei figli abbiano bestemmiato Dio nei loro cuori". Era contento di vedere i suoi figli andare così d'accordo insieme; ma voleva che fossero allegri e non peccassero, e perciò li ricorda ogni giorno mentre banchettavano, per santificarsi. Giobbe pensò tra sé: Può darsi che i miei figli abbiano commesso qualche scappatoio come gli altri uomini; Non posso dirlo, non sono che uomini; ed è facile scivolare quando l'occasione è pronta, anche se pensano di non offendere. È meglio avere paura che essere troppo sicuri. La bestemmia è propriamente in bocca quando un uomo parla contro Dio, come fece Rabsache; ma Giobbe aveva un ulteriore rispetto per la bestemmia del cuore, considerando ogni sinistro affetto del cuore come una specie di bestemmia o di piccolo tradimento. Possiamo vedere questo, che le cose migliori possono presto essere corrotte dalla malvagità degli uomini; questa è la nostra natura, fin dai tempi di Adamo. È bene per l'uomo, finché vive in questo mondo, ricordare ancora che è tra le tentazioni. Dobbiamo guardare alle nostre ricchezze come guardiamo le trappole, e guardare le nostre carni come vediamo le esche, e maneggiare i nostri piaceri come trattiamo le api, cioè raccogliere il pungiglione prima di prendere il miele; poiché nei doni di Dio Satana ha nascosto le sue insidie e ha fatto dei benefici di Dio le sue esche. Una lezione che l'azione di Giobbe può insegnarci, per prepararci prima di mangiare la comunione; cioè, santificare noi stessi e le cibi, come fece Cristo. Possiamo anche imparare a sospettare il peggio della carne e a vivere in una sorta di gelosia verso noi stessi. Quando vedi qualcuno che vende nelle botteghe, chi che beve nelle taverne, chi che recita nei teatri, allora pensa a questo tra te stesso: è molto simile che questi uomini ingoino molti peccati, perché Dio non è mai così dimenticato come nel banchettare e nel divertirsi e nel contrattare; poi volgiti alla tua compassione e prega per loro, affinché Dio li preservi dal peccato quando la tentazione è vicina, e che non imputi il loro peccato a loro carico. (H. Smith.)

La festa del villaggio:

Uno dei maggiori ostacoli che la religione incontra è la falsa idea che implichi rinunciare a tutto ciò che rende la vita felice e piacevole. Non diremo mai abbastanza chiaramente che un'idea del genere è sbagliata e antiscritturale. Il peccato è l'unica cosa a cui rinunciare; e nell'evitare il peccato non recidiamo nessuna parte della vera felicità; La aumentiamo, ottenendo ciò che solo può rendere veramente felice qualsiasi cuore: la gioia e la pace di una buona coscienza. La religione non serve a renderci cupi, cupi e noiosi, ma è in grado di renderci capaci di partecipare ai piaceri della vita, come coloro che, amando Dio più di ogni altra cosa, sono anche in grado di amare veramente i loro simili. Giobbe non si unì ai suoi figli, eppure permise la loro felicità. Era un uomo saggio e capace di discernere tra i piaceri giovanili e le concupiscenze giovanili. La consapevolezza della loro felicità nei piaceri senza peccato rendeva felice anche lui. Eppure notate come si è comportato. Lui li aiuta, e nel miglior modo possibile. Li ricorda davanti al trono della grazia. Egli dedica a Dio anche i loro banchetti e le loro gioie con la preghiera e il sacrificio. La paura riempiva la mente di Giobbe per timore che "i suoi figli peccassero, e maledicessero Dio nei loro cuori"; affinché il banchetto e la prosperità non facciano loro dimenticare la bontà di Dio. Perciò è specialmente nel giorno della loro festa che Giobbe 51 ricorda al trono della grazia. Avete voi onorato Dio questa mattina, come il Datore di tutte le cose buone? In caso contrario, impara una lezione dal patriarca. (Rowland P. Hills, M.A.)

Contromisure di eccitazione:

L'apprensione così espressa nasceva da una profonda conoscenza della natura umana. Il timore era che un momento di insolita eccitazione producesse effetti irreligiosi. Nel caso di Giobbe, i consueti pericoli di ricchezza e prosperità sono stati mitigati e controbilanciati nella massima misura possibile. Ma ora quei pericoli erano in una particolare occasione aggravati dalle tentazioni dell'eccitazione. Il ritmo regolare della vita era interrotto da una stagione di festa speciale. L'uomo buono ed esperto vide in questo nuovi rischi e nuove sollecitazioni al male. Il testo racconta come ha affrontato questi nuovi pericoli. L'eccitazione comporta alcuni pericoli come questi:

1.) La tentazione di essere più che comunemente frettolosi e superficiali nei nostri doveri strettamente religiosi. L'interesse che si affievolisce, più che il tempo che fallisce, è il vero pericolo per noi

2.) Il modo in cui il mondo in tali momenti afferma la sua importanza, e ci persuaderebbe della sua sola realtà. È una cosa difficile vivere in questo mondo come se ci si aspettasse e si appartenesse davvero ad un altro. Ciò che è sempre una cosa difficile, diventa in tempi di particolare eccitazione una cosa impossibile per l'uomo, una cosa possibile solo nella forza di Dio

3.) I momenti di eccitazione tendono ad essere anche tempi egoistici. Quando una volta i nostri pensieri sono più di piacere che di dovere, dobbiamo essere egoisti. Possiamo essere egoisti riguardo ai doveri; Siamo quasi sicuri che lo siamo per quanto riguarda i piaceri. Quando Dio viene dimenticato, possiamo essere quasi sicuri che è noi stessi, e niente di meglio, che viene ricordato

4.) L'eccitazione è troppo spesso usata come scusa per l'ozio totale. Atti in questi momenti c'è generalmente una notevole riduzione dei tuoi doveri regolari. Spesso quelli che rimangono sono meno ben fatti del solito

5.) I momenti di eccitazione sono generalmente tempi di insoddisfazione. Vedete qual era la paura speciale dell'uomo buono di cui si parla nel testo. "Maledetto Dio nei loro cuori". Nel momento in cui ci separiamo da Dio, diventiamo impazienti nei Suoi confronti

6.) Dove questo è lo stato delle cose interiori, ci deve essere una condizione, nel senso più semplice, di terribile pericolo. Considerate ora la bontà di Dio verso di noi nel fornirci alcuni aiuti speciali in momenti di particolare difficoltà. Vedete qual era la risorsa descritta nel testo. Non c'è molto che gli altri possano fare per voi in questa faccenda. Nell'esempio che abbiamo davanti dobbiamo vedere piuttosto un tipo di celeste che di qualsiasi intercessione umana. L'applicazione dell'unica offerta di Cristo è ancora necessaria. Atti tali volte è nostro preciso dovere pregare. È anche bene che preferiamo sforzarci di fare un uso maggiore dei mezzi della grazia piuttosto che permettere che quell'uso diventi più che comunemente fiacco e poco frequente. Gli uomini buoni in tali momenti hanno trovato necessario di tanto in tanto riservare per se stessi periodi di speciale umiliazione e preghiera. Com'è ansiosa e quanta difficile è la rimessa in sesto della salute spirituale! Allora abbiamo una grande ragione per evitare che venga compromessa. (C. J. Vaughan, D.D.)

Il padre prete:

Il padre è il prete di famiglia. Giobbe era un capo arabo. In quella casa araba c'era, quello che dovrebbe esserci in ogni casa britannica, un padre che, vedendo i suoi figli intorno a sé, si sente chiamato ad essere un sacerdote consacrato a Dio, un sacerdote ordinato mediante l'imposizione delle mani, le mani dei suoi stessi piccoli figli

1.) La prima qualità di un sacerdote è la simpatia. Uno che sa "avere compassione", perché conosce la vita ed è capace di simpatizzare. Simpatia significa essere in grado di sapere esattamente quali sono i sentimenti delle altre persone. Giobbe aveva davanti a sé la domanda che viene a tutti i genitori: "Come devo sentirmi verso i giovani che hanno sete di piaceri per i quali ho perso da tempo il gusto?" I figli di Giobbe amavano le feste e le feste, ed è chiaro che i loro piaceri gli causavano ansia. Sentiva che ci sono momenti in cui la vita giovane ha bisogno di un occhio molto vigile. La gioventù ha le sue tentazioni speciali. Ciò che la giovane vita sta realmente facendo, i suoi pensieri, i suoi difetti, i suoi pericoli, queste sono cose che un genitore vuole sapere. Il padre cristiano siederebbe nell'anima stessa di suo figlio, se potesse, e terrebbe il serpente storto fuori da quel nuovo Eden. Sentendo il limite del proprio potere, l'uomo buono si inginocchia e prega. Ciò che non può fare, Dio lo può fare

2.) Un prete era un regista. L'educazione di un bambino è fatta dal maestro di scuola, ma è diretta dalla casa. Cos'è che crea o rovina ogni vita? È il carattere personale. Questo fa l'uomo o la donna, ed è Cristo che fa il carattere. Ecco la sfera per il padre sacerdotale. Questi giovani amanti delle vacanze nella terra di Uz vedevano ogni giorno il loro modello nel proprio padre. Vivevano all'ombra di un esempio sublime

3.) Soprattutto, un sacerdote è un intercessore. C'è un solo Mediatore, eppure tutti sono mediatori. Ognuno è un ponte attraverso il quale viene trasmesso qualche beneficio ai suoi simili. E i mediatori più sacri sono il padre e la madre. Sul cuore del padre sacerdotale sono incisi i nomi della famiglia, per la quale egli intercede quotidianamente. Per queste sacre responsabilità domestiche, come per tutte le altre, la grande preparazione è la preparazione di sé. Dare noi stessi a Dio è la cosa principale da cui provengono tutte le buone influenze. Doniamoci all'abitudine della preghiera fedele. La preghiera e la devozione del popolo di Dio nobilitano e salvaguardano la vita. (Samuele Gregorio.)

I timori di Giobbe per i suoi figli:

Nel testo ci sono due parti

(I.) Il timore, o la gelosia, di Giobbe riguardo ai suoi figli. Le persone sospettate. I suoi figli. Vengono menzionate le sue figlie, ma la cura di Giobbe riguardava specialmente i figli, in quanto responsabili del banchetto e più esposti alle tentazioni degli eccessi. Ma forse figli significa figli, e li include tutti. Guardate Giobbe come un altro uomo rispetto ai suoi figli, eppure premuroso nei loro confronti. Poi apprendiamo che un cuore buono e grazioso è turbato dagli aborti spontanei di altri uomini così come dai propri. L'uomo buono cercherà di trattenere gli altri con i suoi ammonimenti; di espiare i loro peccati con le sue preghiere; a piangere i loro peccati nelle sue riflessioni. Così dovremmo fare noi, sulla base di varie considerazioni

(1) Per rispetto all'onore e alla gloria di Dio

(2) Per rispetto alle anime dei nostri fratelli

(3) Per rispetto verso noi stessi. Consideriamo Giobbe nella sua relazione di padre. La sua principale preoccupazione era che i suoi figli non offendessero Dio durante le loro riunioni e i loro banchetti

(1) Non ha trovato da ridire sull'incontro stesso

(2) Non si lamenta dell'addebito o del costo della riunione

(3) Non pensa erroneamente di non essere stato invitato. Questo era il suo timore, che i suoi figli non offendessero Dio e non venissero meno a Dio. Era sollecito per i peccati dei suoi figli. Senza dubbio era stato attento a istruire i suoi figli. Ma non c'è fiducia da dare né alle buone relazioni, né alla buona educazione, considerate da sole. Vedi le ragioni e le occasioni dei timori di Giobbe

(1) Il suo amore e il suo affetto per loro

(2) La loro generale corruzione di natura

(3) La loro età e condizione di vita

(4) Il loro impiego, o l'occasione della loro attuale riunione: banchetto. Ci sono grandi tentazioni in tali scene: alla gola, all'ubriachezza e all'intemperanza; a lotte, contese e risse; a carrozze lascive e discorsi; all'ateismo e all'oblio di Dio. Satana di solito è vigilante per migliorare tali opportunità

(II.) La questione particolare del timore di Giobbe è che i suoi figli non abbiano "maledetto Dio nei loro cuori". Potrebbe significare che hanno benedetto (la parola è barak) Dio nei loro cuori, cioè, possono aver peccato insieme con la loro benedizione di Dio. Questo è usuale, e procede da quell'ipocrisia che per natura riposa nel cuore degli uomini; Gli uomini stanno attenti ad avere un bene esteriore di tanto in tanto, e a conformarsi ad alcuni doveri esteriori della religione, perché portano con sé una certa speciosità, ma la struttura interiore e la disposizione dello spirito sono da loro poco ascoltate o considerate. L'espressione ammette un'interpretazione come questa: anche se i miei figli hanno benedetto Dio nei loro cuori, possono essere caduti in qualche aborto spontaneo occasionale e reale. Si dice che ci siano peccati di tre tipi

(1) Peccati di incursione quotidiana o frequente, dai quali, finché rimaniamo nella carne, non saremo mai liberati

(2) I peccati che, in modo speciale, feriscono la coscienza

(3) Peccati di natura intermedia tra entrambi; peccati di mancata presenza o negligenza. Prendi la frase negativamente. "Hanno peccato e non hanno benedetto Dio", o "Hanno peccato, e poco benedetto Dio". Prendilo come "Dio maledetto". Ciò non deve essere inteso in senso proprio e aggravante, ma piuttosto in modo qualificato e interpretativo. C'è un Dio che bestemmia nel cuore, e c'è un bestemmia che non arriva fino a questo punto. Imparare-

1.) È una cosa molto lodevole in un cristiano pentirsi del peccato, anche sconosciuto

2.) È cura di una persona benevola, non solo prestare attenzione ai peccati notori, ma anche alle ombre e alle somiglianze di essi

3.) Un buon cristiano ha riguardo per i suoi pensieri, così come per le sue parole e le sue azioni

4.) Un uomo pio è tenero nel criticare duramente le persone o le azioni di altri uomini. (T. Horton, D.D.)

Sul culto in famiglia:

(I.) Considerazioni che raccomandano l'adorazione in famiglia. Per quanto riguarda la Divinità, è dovuto a Lui, ed è piacevole per Lui. L'uomo deve adorare il suo Creatore in tutte le capacità e relazioni in cui il suo Creatore lo pone. Come individuo, Egli offre a Lui le sue devozioni private. Le comunità, in quanto tali, gli portano nel culto pubblico la loro gratitudine e le loro preghiere. E le famiglie che vivono sotto lo stesso tetto, colpite dai peccati, interessate ai bisogni e benedette dalla felicità reciproca, devono un sacrificio familiare al Dio della misericordia e Datore della loro comune sicurezza e gioia. Si dirà che Dio non ha bisogno di tale servizio? Abbiamo tutte le ragioni per credere che questo dovere sia particolarmente piacevole e accettabile per Lui. Fu ad Abramo che decise che non avrebbe nascosto nulla di ciò che avrebbe fatto, perché conosceva il patriarca, che "avrebbe comandato ai suoi figli e alla sua casa dopo di lui, di osservare la via dell'Eterno" Genesi 18:19

(II.) Gli effetti del culto in famiglia sulle famiglie in cui viene celebrato

1.) È favorevole al buon ordine

2.) È calcolato per promuovere e preservare l'amicizia e gli uffici gentili nella famiglia

3.) E porta le benedizioni del cielo. Questo dovere apparirà ancora più importante e benefico, se ci rivolgiamo ai suoi usi per gli individui di cui le famiglie sono generalmente composte

(1) Per quanto riguarda la parte pia di loro, essa offre, accanto al culto del santuario, l'opportunità più conveniente e ineccepibile per quella socialità nella devozione che le menti seriamente impressionate desiderano molto naturalmente e fortemente. Ma tutti i membri della famiglia non sono religiosi. Per coloro che sono altrimenti, la preghiera familiare può avere l'operazione più benefica

4.) Considera la sua influenza sulla comunità nel suo insieme. (Vescovo Dehon.)

Riguardo per il benessere spirituale dei bambini:

Non c'è padre o madre tra noi fino ad oggi a cui Dio non abbia spesso detto: "Riguardo ai tuoi figli, hai considerato il mio servo Giobbe?" No. Confessiamo con dolore, vergogna e colpa nei confronti dei nostri figli, che Giobbe qui ci condanna in faccia. Ma stasera ci sentiamo molto spinti, se non è troppo tardi, a imitare d'ora in poi Giobbe a favore dei nostri figli. Non li abbiamo completamente trascurati, né il Grande Sacrificio in loro favore. Ma non l'abbiamo affatto ricordato, e loro insieme, con quella regolarità e quel punto e quella perseveranza e quell'attenzione che tutto concorreva a fare di Giobbe un padre così buono per i suoi figli, e un così buon servitore del suo Dio. Ma se i nostri figli sono ancora intorno a noi, e se non è ancora troppo tardi, stasera faremo voto davanti a Dio che, mentre saranno ancora con noi, non li dimenticheremo di nuovo. Quando si metteranno in cammino per andare a scuola, noi li guarderemo fuori dalla finestra, e immagineremo e immagineremo a noi stessi la vita in cui tutti devono entrare e non possono sfuggire. Ricorderemo le strade e i campi da gioco dei nostri giorni di scuola, e i ragazzi più grandi e le loro conversazioni. E rifletteremo sul fatto che i giochi, gli sport e i discorsi del parco giochi faranno uscire dal cuore dei nostri figli cose che non vediamo né sentiamo mai a casa. E poi, quando arrivano il punto di fare escursioni a piedi e in bicicletta, e spedizioni di pesca e di caccia; e, ancora di più, quando sono invitati a mangiare, a bere e a ballare, fino a quando ora devono avere un chiavistello tutto loro, a quel punto è più che tempo che abbiamo finito con tutte le nostre ore tarde, e non ci siamo abituati quasi a nulla in questo mondo se non alla preghiera di intercessione. Non andremo con loro a vegliare e a giudicare i nostri figli, ma non dormiremo finché non saranno tornati tutti a casa e non avranno chiuso dietro di loro la porta al nostro udito. E noi ogni notte, e con altrettante parole, imploreremo davanti a Dio il sacrificio di Gesù Cristo, per ciascuno dei nostri figli e per quelli del nostro prossimo. (Alexander Whyte, D.D.)

Peccato inconscio:

Naturalmente, confessiamo atti di peccato palesi, e anche peccati segreti, non appena ne siamo consapevoli. Ma i nostri peccati inconsci sono di gran lunga più numerosi di quelli coscienti, proprio come le elevazioni sotto le onde dell'oceano sono molto più numerose di quelle che si innalzano sopra i frangenti come isolotti. Per ogni peccato che conosci, ce ne sono forse dieci che ignori

1.) Cerchiamo di capire come nascono i peccati inconsci. Le vecchie abitudini si affermano, nella foga della vita, senza che ce ne accorgiamo, come un uomo può inconsciamente dare una contrazione nervosa. Inoltre, la nostra sensibilità è schietta, e permette che i peccati passino per mancanza di conoscenza migliore, come un impiegato di banca può passare una banconota falsa per mancanza di una maggiore esperienza. Inoltre, il nostro standard è troppo basso; ci misuriamo con i nostri simili, e non con le esigenze di Dio. Inoltre, anche se possiamo resistere alla tentazione, difficilmente possiamo farlo senza macchiarci

2.) Impariamo quando i peccati inconsci sono più da temere. Durante i periodi di festa e di vacanza. Perché poi dedichiamo meno tempo alla devozione. Perché rilassiamo il nostro auto-osservamento. Perché siamo gettati in una compagnia leggera e frivola. Giobbe era sempre in ansia dopo quei tempi, e diceva: "Può darsi".

3.) Vediamo come affrontare i peccati inconsci. Sono peccati. Interromperanno la nostra comunione. Essi infliggeranno una ferita mortale alla nostra vita spirituale; perché la malattia nascosta è ancora più pericolosa di quella che si manifesta. Devono essere portati sotto il sangue purificatore di Gesù. Dobbiamo chiedere molte volte ogni giorno, Signore Gesù, mantienimi purificato da ogni peccato conscio e inconscio. (F. B. Meyer, B.A.)

Ricreazione moderata lecita:

1.) È bene che i genitori devoti diano ai loro figli il permesso di prendere un moderato ristoro e svago l'uno con l'altro

2.) I genitori non devono abbandonare la cura dei loro figli, anche se sono cresciuti, anche se sono uomini e donne

3.) I figli che sono cresciuti, o che hanno case e famiglie proprie, devono ancora cedere ogni riverenza e sottomissione ai legittimi comandi, consigli e direttive dei loro genitori. Pensi di aver superato l'obbedienza e l'onore verso i genitori, quando sei cresciuto negli anni?

4.) La cura principale e speciale di un genitore dovrebbe essere per le anime dei suoi figli. La cura di molti genitori è solo quella di arricchire i loro figli, di renderli grandi e onorevoli, di lasciare loro porzioni e patrimoni interi, di fornire loro corrispondenze; ma per santificare i loro figli, non c'è alcun pensiero di questo

5.) Colui che è una persona santa desidera rendere santi anche gli altri. Il santo Giobbe voleva che tutti i suoi figli fossero santi

6.) Il bene che gli altri fanno con i nostri consigli e consigli, è considerato come fatto da noi stessi. Mentre noi provochiamo gli altri al bene, il bene che essi fanno è posto sul nostro conto come se l'avessimo fatto noi

7.) I doveri sacri richiedono una santa preparazione. Oh, non venire al sacrificio se non sei santificato! (J. Caryl.)

La mattina presto era il momento migliore per pregare:

1.) Che è nostro dovere e dovere di Dio dedicare la mattina, la prima e la migliore di ogni giorno, a Dio Salmi 5:3. Abbiamo un detto tra noi, il mattino è amico delle Muse: cioè, il mattino è un buon momento di studio. Sono sicuro che è altrettanto vero che il mattino è un grande amico delle Grazie; La mattina è il momento migliore per pregare

2.) Che non è sicuro per nessuno lasciare che il peccato rimanga un momento senza pentirsi o non perdonare sulla propria coscienza o sulla coscienza degli altri. Se la casa di un uomo è in fiamme, egli non solo si alzerà al mattino presto, o al mattino presto, ma si alzerà a mezzanotte per spegnerla. (Ibidem)

Sollecitudine dei genitori:

1.) Che ognuno sia salvato e perdonato dagli atti speciali e particolari della propria fede: ogni anima deve credere per se stessa. Tutti devono avere un sacrificio

2.) Che non è sufficiente che i genitori preghino in generale per i loro figli, ma dovrebbero pregare in particolare per loro. Come genitori che hanno molti figli fornire porzioni in base al numero di tutti; e nella famiglia forniscono cibo e vestiario secondo il numero particolare di tutti: così allo stesso modo dovrebbero avere una spesa proporzionata negli spirituali, per disporre e mettere da parte preghiere e intercessioni, "secondo il numero di tutti"; non solo per pregare in generale, affinché Dio benedica i loro figli e la loro famiglia, ma anche per metterli uno ad uno davanti a Dio. Le anime dei migliori, dei più puri, anche se non rastrellano nel letamaio e non sguazzano nel fango del peccato, vilmente e sporciziamente, tuttavia contraggono di giorno in giorno, sì, di momento in momento, un po' di sporcizia e impurità. Ogni uomo ha in sé una fonte di impurità; e ci sarà sempre qualche peccato che gorgoglia e ribolle, se non sgorga

3.) Il sospetto che noi stessi o gli altri abbiamo peccato contro Dio, è un fondamento sufficiente per noi stessi per cercare una riconciliazione per noi stessi o per gli altri con Dio. Se voi, che siete teneri genitori, avete solo il sospetto - se c'è solo un "Può darsi" - che vostro figlio abbia la peste o abbia preso l'infezione, non sarà abbastanza terreno per voi per andare subito a dare a vostro figlio una buona medicina? E se Giobbe pregava così, quando sospettava solo che i suoi figli avessero peccato, che diremo di quei genitori che sono poco turbati quando vedono e sanno che i loro figli hanno peccato? È più sicuro pentirsi anche di quei peccati che temiamo solo di aver commesso. Una coscienza scrupolosa si addolora per ciò che sospetta

4.) Affinché possiamo rapidamente offendere e infrangere la legge, mentre siamo riguardo alle cose per loro natura lecite, specialmente nel banchetto. È facile peccare, mentre la cosa che stai facendo non è peccaminosa; anzi, mentre la cosa che stai facendo è santa. Le cose lecite sono spesso l'occasione di ciò che è illegale. (Ibidem)

6 CAPITOLO 1

Giobbe 1:6-12

Ora c'era un giorno

Un giorno fatale:

1.) Che Satana osserva e sorveglia il suo tempo per fissare le sue tentazioni più fortemente sull'anima. Egli osserva un giorno, "c'era un giorno", e non c'era un giorno in tutto l'anno in cui avrebbe potuto farlo con maggiore vantaggio di quel giorno. Come le misericordie di Dio ci sono estremamente care per la stagione in cui vengono a noi: quando vengono a noi nel nostro particolare bisogno, quanto è dolce la misericordia! E poiché i nostri peccati sono sommamente aggravati dalla stagione e dal tempo in cui vengono commessi, che cosa c'è da peccare in questo giorno? Un giorno di guai, un giorno di umiliazione? Allo stesso modo, le tentazioni di Satana e le afflizioni che egli reca sui servi di Dio sono estremamente inasprite dalla stagione; e sa abbastanza bene quali stagioni li renderanno più amari. E che cosa può inasprire di più un calice di dolore che averci portato in un giorno di gioia? Se la gioia è fastidiosa nei nostri dolori, quanto è fastidiosa la tristezza in mezzo alle nostre gioie Proverbi 25:20. Allora Satana non avrebbe mai potuto scoprire un momento come questo. Doveva egli affliggere il padre quando i figli erano un banchetto? Non avrebbe potuto scoprire altro tempo che questo? Le sue lacrime devono essere mescolate con il loro vino? Il giorno di gioia dei figli deve essere il giorno del lutto del padre? Satana doveva mostrare la sua malizia contro il padre, quando i figli si mostravano il loro amore l'un l'altro? Osserviamo, dunque, questo miscuglio di malizia e di astuzia in Satana, nella scelta del suo tempo. Portare un uomo da un'estremità all'altra, lo pone all'estremità più grande: fare in modo che il giorno della massima gioia di un uomo sia il giorno dei suoi più profondi dolori, questo è tagliare, se non uccidere, il dolore. Sarebbe bene se potessimo essere saggi a questo riguardo imitare Satana, a scegliere il nostro giorno per fare il bene quando c'è la massima probabilità di successo, come egli scelse il suo giorno per fare il male

2.) Che il giorno più bello e più limpido del nostro futuro comfort possa essere nuvoloso e coperto prima della sera. (J. Caryl.)

E anche Satana venne in mezzo a loro.

Il Satana:

In contrapposizione all'Onnipotente abbiamo la figura dell'avversario, o Satana, raffigurata con sufficiente chiarezza, notevolmente coerente, che rappresenta una fase dell'essere non immaginaria ma reale. Egli non è, come venne all'esistenza il Satana dei tempi successivi, il capo di un regno popolato da spiriti maligni, un mondo inferiore separato dalla dimora degli angeli celesti da un ampio, invalicabile abisso. Egli non ha alcuna orribilità distintiva, né è dipinto come in alcun senso indipendente, sebbene la malvagità della sua natura sia resa evidente, ed egli si arrischia a contestare il giudizio dell'Altissimo. Questa concezione dell'avversario non deve essere contrapposta a quelle che appaiono in seguito nella Scrittura, come se la verità dovesse essere interamente lì o qui. Ma non possiamo fare a meno di contrapporre il Satana del Libro di Giobbe ai grotteschi, giganteschi, terribili e spregevoli angeli caduti della poesia del mondo. Non che manchi in questi l'impronta del genio; ma riflettono i poteri di questo mondo e gli accompagnamenti del maligno dispotismo umano. L'autore di Giobbe, al contrario, poco commosso dallo stato o dalla grandezza terrena, buona o cattiva che sia, occupato esclusivamente dalla sovranità divina, non sogna mai uno che possa mantenere la minima ombra di autorità in opposizione a Dio. Non può scherzare con la sua idea dell'Onnipotente nel modo di rappresentare un Suo rivale; né può degradare un argomento così serio come quello della fede e del benessere umano dipingendo con un tocco di leggerezza un avversario sovrumano degli uomini. Evidentemente abbiamo qui una personificazione dello spirito dubbioso, miscredente, fraintenditore che, ai nostri giorni, limitiamo agli uomini e chiamiamo pessimismo. (Robert A. Watson, D.D.)

Satana tra gli angeli:

Questa scena non è meno sconcertante che sorprendente. Satana è visto in qualche modo tra gli angeli di Dio. C'è un'altra sorprendente illustrazione parallela del dominio che Dio detiene, e del Suo modo di amministrare il mondo delle cause morali e delle conseguenze malvagie, in 1Re 22:19-22

(I.) Possiamo in qualche modo realizzare la scena? Possiamo concepire gli esseri luminosi - Gabriele, Raffaele, Michele, Uriel - che "girano intorno al trono", rallegrandosi ciascuno con il suo inno di lode, riferendo la sua opera d'amore. Questi sono i "carri del Signore"; questi sono coloro che "osservano i suoi comandamenti"; ognuno di loro ha compiuto il proprio lavoro, perché la Bibbia vede tutta l'opera della creazione e della provvidenza compiuta, non da leggi morte, e nemmeno da principi viventi operanti: la vita sta dietro tutta la materia, usandola come un velo o come un veicolo. "Io", potrebbe dire Raffaele, "ho diretto i pianeti ondeggianti, sono rimasto vicino all'asse del giovane firmamento, ho sentito le stelle cantare insieme, e sto alla Tua presenza per riferire la mia obbedienza e per benedirLa". «E io», avrebbe detto Uriel, «ho confermato i dubbi, ho stabilizzato i passi di coloro che si smarriscono; Sono passato accanto al divano dei moribondi, e l'ho consolato". "E io", avrebbe potuto dire Gabriele, "ho preparato la terra per il Tuo arrivo; Ho vagliato i venti e ho diffuso la luce; e ho messo i pensieri nel cuore degli uomini; e al Tuo comando ho spezzato le solitudini; Ho posto i solitari in famiglie, e dove li ho radunati in gruppi ho udito i loro canti per Te; e sono venuto alla Tua presenza per riferire la mia obbedienza e per benedirTi". E poi si vide un'ombra, che cadde sull'oro del trono, e mentre cadeva dall'ala del serafino, si stendeva anche sul pavimento di luce; e quando la voce dalla beatitudine centrale domandò in modo penetrante: "Da dove vieni?", con un tono del tutto diverso da quello degli altri angeli, l'ombra rispose: "Dall'andare avanti e indietro per la terra, e dal camminare su e giù per essa". E tutta questa transazione, data in modo così suggestivo, la concepisco ancora; Abbandono le concezioni più elevate del libro: concepisco i figli di Dio, ciascuno con il suo inno e la sua opera. Vedo il mercante che, con la bilancia in mano, sente quanto egoismo sia ancora presente, se non l'intenzione principale, eppure va e si presenta davanti al Signore. "Tu", dice, "hai dato tutto; Ecco la mia obbedienza; Ecco la mia contrizione; guardami e benedicimi". O il maestro di scuola, o il ministro: "Anch'io sono un angelo o un tuo messaggero; la mia forza viene da Te, la luce che porto è una candela accesa da Te; Ti porto la mia obbedienza, ho operato per Te, guardami e benedicimi". E allora puoi concepire qualcuno per il quale tutto questo è solo un soggetto adatto alla caricatura, come vedi tutta la realtà è, tutto l'entusiasmo è. Non vedi ciò che si espone più sempre come il lato debole, è sempre il lato più forte di un carattere? Così arriva il ghigno sbarazzino; un cinico Horace Walpole o un sardonico Voltaire, e, "Ah", dice, "ho guardato tutte queste cose, deridendo - questo è il mio modo, non rammendando - 'Ho fatto avanti e indietro per la terra, e ho camminato su e giù per essa'. ”

(II.) Qui, quindi, abbiamo l'idea scritturale di Satana. Naturalmente avrete spesso sentito il passaggio che ho letto, di cui si parla come di una descrizione poetica, che si tratta semplicemente di una personificazione altamente sublime. Comunque sia, la dottrina del testo afferma la personalità di Satana. Le Sacre Scritture tratteggiano il carattere del Maligno; ma non ci permettono mai di esitare riguardo al fatto della sua personalità. Egli esiste, non come un'idea astratta, non come una forza cieca, non come una mera qualità, o l'assenza o la negazione di qualità nei corpi o nelle persone. Elevate le vostre concezioni a ciò che è il fondamento della personalità, a ciò che costituisce la sua differenza da una mera cosa. La personalità è coscienza; Elabora consapevolmente il proprio carattere, e i suoi poteri sono tutti raccolti e risolti nella volontà. Ora, la Scrittura ci insegna che un tale essere c'è, immediatamente malvagio, e che vive solo nel e per il male. Egli non è semplicemente una necessità nelle cose; In ogni caso questo non è il resoconto della sua origine; e sarebbe impossibile crederlo senza mettere in discussione il carattere infinito, l'unità e la bontà di Dio. Satana è un male positivo, personale, anche se non assoluto. La risposta del Maligno al suo Onnipotente Interlocutore esprime distintamente:

1.) Indifferenza. In effetti, gli attributi della sua personalità sono inchiodati e strettamente intrecciati tra loro; l'uno emana dall'altro, "andando avanti e indietro per la terra, e camminando su e giù per essa". Questa è la fine, la fine senza passione del suo carattere: l'indifferenza, l'assenza di ogni realtà, il disprezzo per ogni entusiasmo, il disprezzo per ogni sentimento, la repressione studiosa di tutto ciò che potrebbe essere l'istinto divino o il diletto nelle opere del grande Dio: questo è Satana. Che cosa sia Satana, lo si può scoprire in molti personaggi, in molti saggi, in cui si ricorda come Satana venga ancora tra gli uomini, "andando avanti e indietro per la terra, e camminando su e giù per essa". Guardate un uomo che ha perso il senso della meraviglia, che si vanta che nulla può coglierlo di sorpresa, che ha vissuto così in fretta da non poterlo superare con sentimenti o idee nobili, non la delicatezza di un fiore, non la calma e sconvolgente grandezza della montagna, nessuna vita santa, nessun libro nobile, nessuno spettacolo di una passione stimolante e assorbente; va avanti e indietro per la terra e non vede nulla; il suo occhiale ci vede proprio come vede lui. Guardate quell'uomo duro che si vanta di vedere ciò che sono gli uomini e di usarli; Orgoglioso anche di essere stato conosciuto da nessuno, che nessuno lo abbia mai letto, egli "va avanti e indietro per la terra, e cammina su e giù per essa". O l'industriale o il mercante egoista, che lavorava semplicemente per i propri guadagni, come un bucaniere o un Choctaw, che si è aggirato per la società per trovare tra gli uomini ingranaggi per la sua macchina, mattoni per il suo mulino, e per il quale gli uomini ovunque sono solo altrettante pietre nel muro. E proprio come tutte queste sono manifestazioni della personalità, così io concepisco una personalità vasta ed estesa in quell'essere stupefacente e privo di coscienza, che sembra avvolgere questo mondo come una nebbia fredda e spaventosa, o una piaga e un'ombra appassite-Satana

2.) C'è un altro attributo, anche se, certamente, il primo è in gran parte il risultato di questo secondo: è l'incredulità. Nell'esempio che abbiamo davanti, assume una forma che ora notiamo spesso, che si manifesta nell'incredulità nell'uomo. "Giobbe serve Dio per nulla?" Questo, quindi, è un attributo marcato di Satana: anche l'incredulità in Dio; perché credere in Dio non è semplicemente comprendere il Suo essere e la Sua potenza assoluta

3.) Un'altra caratteristica viene messa in evidenza come attributo di Satana in questa scena singolare e antica: la crudeltà. Non posso fare a meno di notare quanto sia certamente implicato in esso l'immediata connessione di Satana con gli interessi e le cose materiali e la sua influenza su di essi; I fulmini e le tempeste, le malattie e la morte, sono qui mostrati come certamente collegati a lui. Mi sembra eminentemente ragionevole che nella Scrittura l'universo sia rappresentato come governato dalla vita. So che mi si parlerà di "forze" e di "leggi", e rispondo: ho guardato queste cose, e ho cercato un po' di capire queste cose, e ci credo. In ogni caso, come non possiamo spiegare lo schema benevolo e generale della natura senza una benedetta e infinita Presenza dominante, così sembra impossibile concepire la strana condizione di rottura delle cose senza riferirle a qualche agente centrale del male e del peccato

4.) Un'altra caratteristica evidenziata nel testo è la limitazione. Finché esistono il male e Satana, essi sono condizionati dalla sovranità di Dio; Dio governa il male in tutte le sue personalità e forme. Satana e gli angeli vengono alla presenza di Dio. La fede dei nostri padri, in verità, era che il diavolo era sulla terra e aveva una grande potenza. Provocherebbe un sorriso sulle labbra di qualcuno pensare al vero modo in cui erano soliti lottare con il diavolo. Non sento di nessuno che riponga molta fiducia nel suo potere di farci del male; Non preghiamo mai come se fosse al nostro fianco con una forza terribile. Freddamente le nostre preghiere salgono a Dio, come se non lo fosse; e per il grande Avversario, è come se fosse davvero morto. Quanto erano diversi Lutero e il suo grande nemico, il duca Giorgio, per esempio. «Tutti i duca Giorgio dell'universo», disse, «non sono uguali a un solo diavolo, e io non temo il diavolo». Lutero, dal cuore potente, mantenne la battaglia accesa in una tempesta costante. Avete letto e conoscete bene i suoi Discorsi a tavola, la sua vita, quel mondo invisibile, quanto gli è presente! Con Lutero, quindi, non si trattava evidentemente di una lotta fittizia, ma di un terribile conflitto corpo a corpo; e tutte le sue preghiere e i suoi discorsi si basavano evidentemente sul principio, non solo di una vera fede nel potere delle tenebre, ma anche del suo potere, con la preghiera cordiale e la fede in Cristo, di sbaragliarle e disperderle. E io, perché mi azzardo a esporvi questa dottrina, come credo, della Sacra Scrittura? Moltissimo, perché sento che viviamo in un'epoca che sta pericolosamente allentando la sua presa sulle grandi personalità spirituali. Non posso, infatti, formarmi una concezione molto chiara degli attributi, tranne in quanto sono incarnati nelle persone. Posso parlare di furto, e posso definire il furto, ma non posso separarlo dall'azione di una persona; e posso parlare di santità, e definire la santità, ma non è nulla per me se non è incarnata in una persona. Corriamo il grande pericolo di usare epiteti altisonanti su Dio, e persino sull'uomo, e di perdere il senso della relazione personale. Così, per molti che si professano e si definiscono cristiani, Dio è la somma totale delle forze dell'universo, l'anima è un modo della materia, e Satana è un termine per la deriva empirica, parziale e malvagia delle cose, che nel corso dei secoli può eventualmente sprofondare nella forza della marea del bene. e così cessa di essere la necessità che sembra al presente. Evidentemente l'intera conseguenza di tali negazioni è di annientare la responsabilità e di distruggere ovunque l'allegra e radiosa libertà dell'anima umana. La personalità di Satana si erge contro la personalità di Dio; limitato, anzi, solo permesso e condannato dalla Sua sovranità. Stranamente, in verità, la Scrittura deve aver rinunciato alla sua intenzione, se il suo scopo non è quello di produrre in noi odio e paura verso una persona tremendamente onnipresente che cerca costantemente di avere potere su di noi, una volontà maligna, un potere e un elemento nell'universo, nel mondo, nel cuore umano, un potere non da Dio, non buono, avversa e odiosa a Dio e alla bontà. (E. P. Hood.)

Satana:

Abbiamo qui una rappresentazione altamente figurativa dell'Eterno e del Suo regno spirituale. E un incontro straordinario tra il grande Dio e alcune delle Sue creature intelligenti. Il passaggio insegna riguardo a Satana:

(I.) Che ha un'esistenza personale. Agendo come una persona, egli "va avanti e indietro per la terra".

1.) La personalità della sua esistenza è suggerita dalla ragione

(1) Come ci sono esistenze che gradualmente sprofondano sotto l'uomo fino a scomparire, così ci possono essere esseri intelligenti che esistono al di sopra dell'uomo, fino al punto più alto della creatura.

(2) Poiché gli uomini sono caduti e sono diventati ribelli contro Dio, non c'è nulla di improbabile nella supposizione che ci siano esseri al di sopra dell'uomo che hanno fatto lo stesso

(3) Poiché i caduti tra gli uomini diventano i tentatori degli altri, e questo in proporzione alla loro depravazione e potenza, è molto probabile che tra i caduti sopra di noi ci siano capi nella malvagità. A causa di questa probabilità naturale, quasi tutti i popoli di tutti i paesi hanno creduto in un arcidemone, un maligno "dio di questo mondo".

2.) La personalità della sua esistenza è confermata dalla storia umana. È quasi impossibile spiegare le assurdità che gli uomini intrattengono e le enormità che perpetrano, senza ricorrere a qualche spirito immondo che acceca gli occhi e infiamma le passioni degli uomini

3.) La personalità della sua esistenza è dichiarata nella Bibbia Matteo 4:3; Giovanni 8:44; Atti 26:18; Efesini 6:12; 1Tessalonicesi 3:5; 2Pietro 2:4; Giuda 6; Apocalisse 12:10, ecc.) . È chiamato con nomi diversi, Satana, Diavolo, Vecchio Serpente, Principe del Potere dell'Aria, Belzebù, Drago, ecc

(II.) È un intruso nel sacro 1Re 22:19-23; Matteo 4:3. Dovunque si riuniscano i figli dell'Onnipotente, Satana è in mezzo a loro; è lì per influenzare l'intelletto e inquinare i sentimenti

(III.) Egli è suscettibile all'Eterno. Geova lo interroga riguardo ai suoi movimenti e alle sue opinioni

(IV.) È un vagabondo nell'universo. Andare avanti e indietro implica...

1.) Senzatetto

2.) Zelo

(V.) È un calunniatore del bene. Calunnia l'uomo davanti a Dio e calunnia Dio con l'uomo. Egli è diabolus, che rompe l'armonia dell'universo morale di Dio con la calunnia

(VI.) È uno schiavo dell'infinito. Può agire solo con il permesso. Dio lo usa come Suo strumento. (Omilestico.)

Tentazione:

La tentazione è il precursore del peccato. C'è una grande tendenza a dimenticare la vera natura di Satana; che egli è un essere distinto, governato dalle stesse leggi del movimento e dell'influenza sulla materia da cui sono governati gli altri corpi spirituali. Ogni forte impulso al male è un assalto diretto, e indica l'aspetto personale del tentatore, con la stessa precisione con cui l'avvicinarsi di qualsiasi aggressore terreno sarebbe contrassegnato da segni visibili. Satana ha una personalità e un'individualità distinte, velate solo da noi dalla nebbia del nostro essere corporeo. C'è un'impressione fluttuante nella mente degli uomini che il male sia semplicemente un principio inerente a loro stessi, di nessuna forma ben definita, e che a malapena si trasformi in un principio chiaro. Dovremmo essere in grado di separare nella nostra mente tra gli assalti distinti e violenti del tentatore, e quelle più lievi suggestioni di male che sono i frequenti movimenti del nostro cuore corrotto. Una chiara distinzione tra l'aggressione esterna e la suggestione interna andrà lontano per scacciare quei dubbi e quelle apprensioni, e tenderà a dare salute e vigore all'anima e alla coscienza. Un altro beneficio deriverà dalle idee e dalle immagini che questa idea della personalità di Satana susciterà alla mente nella lotta contro il male. Riduce il conflitto a un periodo definito e a un numero di atti definiti. Più rendiamo reale la nostra lotta contro il male, meglio è. Nella nostra condizione corporea è più facile resistere a una persona che a un'astrazione. Possiamo più facilmente accendere in noi sentimenti di indignazione, desiderio di superiorità e simili, quando realizziamo la personalità del nostro nemico. (E. Monro.)

Tentazione satanica:

1.) Che non c'è posto al mondo che possa proteggere un uomo dalla tentazione, o essere un santuario dagli assalti di Satana. I chiostri sono aperti a Satana come il campo aperto

2.) Possiamo notare qui la meravigliosa diligenza di Satana

3.) Che Satana è confinato nei suoi affari sulla terra. (J. Caryl.)

Satana merita il suo nome:

Molti hanno il loro nome per nulla, perché non fanno nulla per loro, come le immagini di Labano, che furono chiamate dèi, anche se non erano che blocchi, ma il diavolo merita i suoi nomi. Egli non è chiamato tentatore, bugiardo, calunniatore, accusatore, ingannatore, omicida e combussolatore invano; come San Giorgio, che è sempre a cavallo, e non cavalca mai; ma farebbe di più di quanto sia vincolato dal suo ufficio. Altri sono chiamati ufficiali perché hanno un ufficio; Ma è chiamato nemico perché mostra la sua invidia. Altri sono chiamati giudici perché devono fare giustizia; ma è chiamato tentatore perché pratica la tentazione. Altri sono chiamati pastori perché dovrebbero nutrirsi; ma è chiamato divoratore, perché divora; E noi lo chiamiamo compassatore perché lo fa. (Henry Smith.)

Escursioni sataniche:

Un'altra strada che Satana nei suoi viaggi attivi è estremamente incline a prendere è quella della spoliazione delle anime. Non gli paga semplicemente distruggere i corpi di uomini e donne. Quei corpi sarebbero presto spariti in ogni caso; ma grandi tesori sono coinvolti in questa escursione satanica. Su questa strada incontra un uomo che è eccitato da qualcosa che ha visto nella Bibbia, e Satana dice: "Ora posso sistemare questo per te: la Bibbia è un'imposizione; Ha illuso il mondo per secoli; Non lasciarti illudere. Non ha più autorità del Corano dei Maomettani, o dello Shaster degli Indù, o dello Zend-Avesta dei Parsi". Incontra un altro uomo che si affretta verso il Regno di Dio, e gli dice: "Perché tutta questa precipitazione? La religione ha ragione, ma qualsiasi momento entro i prossimi dieci anni sarà abbastanza presto per voi. Un uomo con un petto robusto come il tuo, e un tale sviluppo muscolare, non deve preoccuparsi dell'altro mondo. Satana incontra un altro uomo che ha attraversato un lungo corso di dissolutezza e sta cominciando a pregare per il perdono, e Satana gli dice: "Sei in ritardo; il Signore non aiuterà un disgraziato come te; Potresti anche prepararti e combattere per farti strada da solo". E così, con un dispetto e un'acutezza e una velocità che sono andate guadagnando per seimila voi, egli va su e giù, confondendo, deludendo, sconfiggendo, affliggendo, distruggendo la razza umana. (T. Deuteronomio Witt Talmage.)

Satana che circonda la terra:

"Compassare" qui significa tentare, e la "terra" significa tutti i popoli della terra; come se dicesse: "Vengo dal tentare tutti gli uomini". Come Satana è qui chiamato "bussolatore", così egli circonderà i vostri occhi con spettacoli, e i vostri orecchi con suoni, e i vostri sensi con il sonno, e i vostri pensieri con fantasie, e tutto per impedirvi di udire mentre gli articoli sono contro di lui; e dopo che avrò parlato, egli vi circonderà di nuovo di affari, e preoccupazioni, e piaceri, e litigi, per farvi dimenticare ciò che avete udito. Perciò "badate a come udite". Satana è un avversario che orbita intorno alla terra; e perciò stia in guardia la terra, come una città assediata dagli avversari. Noto tre cose, per cui si può dire che il diavolo orbita intorno alla terra

1.) Perché tenta tutti gli uomini

2.) Perché tenta tutti a peccare; e

3.) Perché tenta con ogni mezzo. Che cosa fa egli la bussola? "La terra". Questo è il pellegrinaggio del diavolo, da un capo all'altro della terra, e poi di nuovo indietro; come un mercante errante che cerca il suo traffico dove può sfrecciare più a buon mercato. Prima di tutte le creature, Satana circonda gli uomini; Egli abbraccia tutti gli uomini e circonda gli uomini buoni. Se dunque il diavolo è un tale ficcanaso, che si immischia nelle faccende di ogni uomo, ricordiamoci di ciò che dice il saggio: "Chi è indaffarato è odiato"; Il diavolo deve essere odiato perché è un ficcanaso. Come il serpente lo circonda, così fa la sua progenie; e perciò Salomone chiama tortuose le vie dei malvagi. (H. Smith.)

Il mio servo Giobbe (vers. 8, 11; e CAPITOLO 40:4) .-

Una triplice stima del carattere di un brav'uomo:

(I.) Il carattere di Giobbe secondo la stima di Dio. Dio considerò il carattere di Giobbe. Stimava Giobbe come "perfetto". Ogni parte del suo carattere conteneva il germe della completezza. Stimava Giobbe come "retto". La sua vita fu parallela ai comandamenti del cielo e ai precetti della verità. Giobbe riconobbe attentamente le sue responsabilità domestiche. Questa perfezione è attribuita alla natura umana, "un uomo retto". Notate la beatitudine di questo personaggio

(1) La protezione divina. Una siepe intorno a lui

(2) Prosperità aziendale. "La sostanza è aumentata nel paese".

(II.) Il carattere di Giobbe stimato da Satana. La prova satanica del carattere deve essere vista sotto un duplice aspetto

(1) Come un sottile piano per assicurare la rovina di Giobbe

(2) Come messaggero misericordioso permesso da Dio di accrescere il valore della vita di Giobbe. Il test è stato severo, ma limitato. Egli ritiene che il carattere di Giobbe fosse superficiale, che sotto la sua veste di bontà ci fosse un'empietà cocente, che richiedeva solo circostanze esteriori per trasformarsi in ostinata ribellione

(III.) Il carattere di Giobbe stimato da se stesso

1.) Si definisce "vile". È vero che i suoi dolori possono aver avuto un effetto deprimente su di lui, e le continue sofferenze lo hanno portato sotto l'influenza di vedute cupe. Forse aveva le circostanze come indice della vita del suo cuore, pensando che le sue prove fossero l'inflizione dell'ira, piuttosto che i rimproveri dell'amore. Tuttavia, è evidente che l'umiltà riverente era un grande elemento della sua pietà. Aveva concezioni così elevate di Dio, della Sua purezza e giustizia, che, al ricordo di un tale ideale di vita, la sua impallidiva in assoluta imperfezione

2.) Giobbe richiama l'attenzione sulla sua viltà. - "Ecco!" Questo è un po' insolito, poiché le persone cercano di nascondere il miserabile marciume della loro vita, sia con una finta modestia che con un'audace pretesa

3.) Giobbe si prende la colpa della sua viltà: "Io sono vile". Egli non fa del suo presunto inquinamento il risultato della depravazione originale; Egli non lo attribuisce al dispotismo delle circostanze, alla tendenza malvagia dell'educazione e all'impurità della società. No; Senza palliativi né scuse, si rende colpevole. Non dovremmo vergognarci dell'onestà per la confessione chiara e audace di questo brav'uomo? Giobbe poteva permettersi di considerarsi vile, quando Dio lo riteneva perfetto. (Joseph S. Exell, M.A.)

Servo di Dio:

1.) Che le principali tentazioni di Satana, le sue batterie più forti sono piantate contro le persone pie più eminenti. Qui Dio chiama Giobbe suo servo. E lo chiama così...

(1) A titolo di distinzione o differenza; Il mio servo, cioè, il mio, non il suo. Molti sono i loro servi, servono le loro concupiscenze e i loro piaceri; molti sono servitori di Satana. Alcuni sono servi degli uomini

(2) Il mio servo, a titolo di diritto speciale e di proprietà. Perciò Giobbe e tutte le persone pie sono chiamate servitori di Dio

(a) Per elezione

(b) Sono servitori di Dio per diritto di acquisto

(3) Mio servo, per mezzo di patto. D'altra parte, possiamo comprendere ulteriormente questo, e tutte queste espressioni simili: Quando Dio dice Mio servo, Egli fa come se si gloriasse nel Suo servo. Dio parla di lui come del suo tesoro; come un uomo fa di ciò di cui si glorifica

2.) È l'onore di un uomo essere servo di Dio, e Dio si crede onorato dal servizio dell'uomo. Quando Dio parla del Suo popolo per nome, nota due cose nella Scrittura

(1) Una cura speciale che Dio ha su di loro

(2) Un amore speciale che Dio ha per loro Giovanni 10:3

3.) Che Dio si prende cura dei Suoi figli e servitori eletti in modo speciale più di tutti gli altri uomini del mondo. (J. Caryl.)

La testimonianza di Dio al bene:

(I.) Che Dio ha servitori di ogni statura e grado. Tutti i Suoi servi non vengono alla stessa altezza, né alla stessa altezza; qui c'è uno che è al di là di tutti, il "mio servo" Giobbe, non un uomo come lui sulla terra

(II.) Non dovremmo stabilire il nostro riposo in bassi gradi di grazia; o accontentarci di essere come gli altri nella grazia. Allora guardate il carattere che Dio dà di Giobbe: un uomo perfetto e retto, uno che teme Dio e fugge il male

1.) Dio ha un carattere perfetto di ogni anima. Egli sa pienamente e chiaramente quali sono gli stati d'animo dei vostri cuori e dei vostri spiriti

2.) Dio darà ad ogni uomo una testimonianza secondo il suo massimo valore. Dio non nasconderà nessuna delle tue grazie, né oscurerà la tua bontà, farà conoscere al mondo fino in fondo ciò che sei. È bene per noi che le nostre lettere siano una testimonianza da parte di Dio, che le nostre lettere siano una raccomandazione dal cielo. Non è ciò che un uomo dice nel suo cuore, ciò che si lusinga; non è ciò che i tuoi vicini o gli altri ti lusingano e dicono di te, ma ciò che Dio dice di te, la testimonianza che dà di te. (Ibidem)

Il peccato evitato:

Se dico a una persona: "Non ti riceverò in casa mia quando verrai vestito con un tale mantello", e gli apro la porta quando indossa un altro abito più rispettabile, è evidente che la mia obiezione non era rivolta alla persona, ma ai suoi vestiti. Se un uomo non imbroglia quando la transazione è aperta al mondo, ma lo fa in un modo più segreto, o in una specie di adulterazione che viene ammiccata nel commercio, l'uomo non odia l'imbroglio, odia solo quel tipo di imbroglio che è sicuro di essere scoperto; Gli piace molto la cosa in sé. Alcuni peccatori, dicono, odiano il peccato. Niente affatto, il peccato nella sua essenza è abbastanza piacevole; è solo la sua forma abbagliante che non gli piace. (C. H. Spurgeon.)

Satana considera i santi:

Quanto sono incerte tutte le cose terrestri! Come sarebbe sciocco quel credente che accumulasse il suo tesoro ovunque, tranne che in cielo! La prosperità di Giobbe prometteva tutta la stabilità che si può avere sotto la luna. Aveva accumulato ricchezze di un tipo che non si deprezza improvvisamente di valore. Lassù, al di là delle nuvole, dove nessun occhio umano poteva vedere, si stava svolgendo una scena che non preannunciava alcun bene per la prosperità di Giobbe. Lo spirito del male si trovava faccia a faccia con lo Spirito infinito di ogni bene. Tra questi due esseri ebbe luogo una conversazione straordinaria

(I.) In che senso si può dire che Satana consideri il popolo di Dio? Certamente non nel senso biblico abituale del termine "considerare". "O Signore, considera la mia tribolazione". "Considera la mia meditazione". "Beato chi ha riguardo per i poveri". Tale considerazione implica buona volontà e un attento esame dell'oggetto della benevolenza riguardo a una saggia distribuzione del favore. In questo senso Satana non ne prende mai in considerazione. Se ha qualche benevolenza, deve essere verso se stesso; ma tutte le sue considerazioni sulle altre creature sono del tipo più malevolo. Nessun lampo meteorico di bene attraversa la nera mezzanotte della sua anima. Né ci considera come ci viene detto di considerare le opere di Dio, cioè per trarre istruzione circa la sapienza, l'amore e la benignità di Dio. Non onora Dio con ciò che vede nelle Sue opere, o nel Suo popolo

1.) La considerazione che Satana presta ai santi di Dio è su questo saggio. Li guarda con meraviglia, quando considera la differenza tra loro e se stesso. Un traditore, quando conosce la profonda malvagità e l'oscurità del proprio cuore, non può fare a meno di rimanere sbalordito quando è costretto a credere che un altro uomo sia fedele. Che grazia è quella che li custodisce? Ero un vaso d'oro, eppure ero rotto; questi sono vasi di terracotta, ma non posso romperli! Può darsi che anche lui si meravigli della loro felicità. Sente dentro di sé un mare ribollente di miseria. Ammira e odia la pace che regna nell'anima del credente

2.) Non crede che egli li consideri per rilevare, se possibile, qualche difetto e difetto in essi, come conforto per se stesso? Considera la nostra carne peccaminosa e ne fa uno dei libri in cui legge diligentemente. Una delle prospettive più belle, non ne dubito, su cui l'occhio del diavolo si posa è l'incoerenza e l'impurità che egli può scoprire nel vero figlio di Dio. A questo riguardo aveva ben poco da considerare nel vero servitore di Dio, Giobbe

3.) Non dubitiamo che egli consideri il popolo del Signore, e specialmente i più eminenti ed eccellenti tra loro, come i grandi ostacoli al progresso del suo regno; e proprio come l'ingegnere, che si sforza di costruire una ferrovia, tiene l'occhio molto fisso sulle colline e sui fiumi, e specialmente sulla grande montagna attraverso la quale ci vorranno anni faticosamente per scavare un tunnel, così Satana, guardando ai suoi vari piani per continuare il suo dominio nel mondo, considera la maggior parte di questi uomini come Giobbe. Egli è certo di considerarlo servo di Dio, se non c'è "nessuno come lui", se si distingue e si separa dai suoi simili. Quelli di noi che sono chiamati all'opera del ministero devono aspettarsi che la nostra posizione sia oggetto speciale della sua considerazione. Se sei più generoso degli altri santi, se vivi più vicino a Dio degli altri, come gli uccelli beccano di più i frutti più maturi, così puoi aspettarti che Satana sia più impegnato contro di te. A chi importa di contendere una provincia coperta di pietre e rocce brulle, e circondata dai ghiacci dei mari ghiacciati? Ma in tutti i tempi ci sarà sicuramente una contesa dopo le valli grasse, dove i covoni di grano sono abbondanti e dove la fatica dell'agricoltore è ben ricompensata, e così, per voi che onorate Dio di più, Satana lotterà molto duramente. Vuole strappare i gioielli di Dio dalla Sua corona, se può, e prendere le pietre preziose del Redentore anche dal pettorale stesso

4.) Non ci vuole molta saggezza per discernere che il grande obiettivo di Satana nel considerare il popolo di Dio è quello di fargli del male. Dove non può distruggere, non c'è dubbio che l'obiettivo di Satana è quello di preoccuparsi. Non gli piace vedere felice il popolo di Dio

5.) Inoltre, se Satana non può distruggere un cristiano, quante volte ha rovinato la sua utilità! Com'è possibile che Dio permetta questa costante e malevola considerazione del Suo popolo da parte del maligno? Una risposta, senza dubbio, è che Dio sa ciò che è per la Sua gloria, e che non rende conto delle Sue cose; che, avendo permesso il libero arbitrio e avendo permesso, per qualche ragione misteriosa, l'esistenza del male, non sembra d'accordo con il fatto che Egli abbia fatto ciò per distruggere Satana; ma gli dà potenza, affinché sia una lotta corpo a corpo leale tra il peccato e la santità, tra la grazia e l'astuzia. Inoltre, si ricordi che incidentalmente le tentazioni di Satana sono di servizio al popolo di Dio. Un divino sperimentale osserva che non c'è tentazione al mondo che sia così brutta come non essere tentati affatto; poiché essere tentati tenderà a tenerci svegli, mentre, essendo senza tentazione, la carne e il sangue sono deboli: e sebbene lo Spirito possa essere disposto, tuttavia potremmo trovarci a cadere nel sonno. I bambini non scappano dal fianco del padre quando i cani di grossa taglia abbaiano contro di loro

(II.) Che cosa considera Satana in vista del danno del popolo di Dio? Non si può dire di lui come di Dio, che ci conosce completamente; Ma poiché ha avuto a che fare da quasi seimila anni con la povera umanità decaduta, deve aver acquisito un'esperienza molto vasta in quel tempo, ed essendo stato in tutta la terra, e avendo tentato il più alto e il più basso, deve sapere molto bene quali sono le molle dell'azione umana, e come giocare su di esse

1.) Satana osserva e considera, prima di tutto, le nostre infermità peculiari. Ci guarda dall'alto in basso, proprio come ho visto fare un mercante di cavalli con un cavallo; e presto scopre in che cosa siamo difettosi. Satana sa come guardarci e contarci da cima a fondo, così che dirà di quest'uomo: "La sua infermità è la lussuria", o di quell'altro: "Ha un temperamento irascibile", o di quest'altro: "È orgoglioso", o di quell'altro: "È indolente".

2.) Egli si preoccupa anche di considerare i nostri schemi e stati d'animo. Se il diavolo ci attaccasse quando la nostra mente è in certi stati d'animo, saremmo più che all'altezza di lui: lui lo sa, e rifugge l'incontro. Alcuni uomini sono più pronti alla tentazione quando sono angosciati e scoraggiati; Il demone li assalì. Altri saranno più inclini a prendere fuoco quando sono giubilanti e pieni di gioia; allora accenderà la sua scintilla nell'acciarino. Come l'operaio dei metalli sa che un metallo deve essere lavorato a un tale calore e un altro a una temperatura diversa; come coloro che hanno a che fare con le sostanze chimiche sanno che a un certo calore un fluido bolle, mentre un altro raggiunge il punto di ebollizione molto prima, così Satana conosce esattamente la temperatura alla quale farci lavorare per il suo scopo. Le pentole bollono appena messe sul fuoco, e così i piccoli uomini di temperamento irascibile si arrabbiano presto; I recipienti più grandi richiedono più tempo e carbone prima di bollire, ma quando bollono, è davvero un'ebollizione, non presto dimenticata o diminuita

3.) Si preoccupa anche di considerare la nostra posizione tra gli uomini. Ci sono alcune persone che sono più facilmente tentate quando sono sole: sono allora soggetti di grande pesantezza d'animo, e possono essere spinti ai crimini più orribili; Forse la maggior parte di noi è più incline a peccare quando è in compagnia. In qualche compagnia non dovrei mai essere indotto a peccare; in un'altra società che a malapena riuscivo ad avventurarmi

4.) Come considererà anche la nostra condizione nel mondo! Guarda un uomo e dice: "Quell'uomo ha una proprietà: è inutile che io provi con lui le arti di questo o quello; ma qui c'è un altro uomo che è molto povero, lo prenderò in quella rete".

5.) Satana, quando fa le sue indagini, nota tutti gli oggetti del nostro affetto. Non dubito che, quando fece il giro della casa di Giobbe, la osservò con la stessa attenzione con cui i ladri fanno con i locali di un gioielliere quando intendono entrarvi. Così, quando il diavolo se ne andò, annotando nella sua mente tutta la posizione di Giobbe, pensò tra sé: "Ci sono i cammelli e i buoi, gli asini e i servi, sì, posso usare tutti questi cose in modo ammirevole". «Allora», pensò, «ci sono le tre figlie! Ci sono i dieci figli, e vanno a banchettare: saprò dove prenderli, e se riuscirò a far saltare in aria la casa mentre stanno banchettando, ciò affliggerà la mente del padre più gravemente, perché dirà: "Oh, se fossero morti mentre stavano pregando, piuttosto che mentre stavano banchettando e bevendo vino". Metterò anche nell'inventario", dice il diavolo, "sua moglie, oserei dire che la vorrò", e di conseguenza si arrivò a questo. Hai un figlio e Satana sa che lo idolatri. «Ah», dice, «c'è un posto per me per ferirlo».

(III.) Satana considerò, ma c'era una considerazione più alta che prevalse sulla Sua considerazione. In tempo di guerra, i genieri e i minatori di una parte costruiscono una mina, ed è molto comune per i genieri e i minatori dell'altra parte contrastare la mina minando la prima. Questo è proprio ciò che Dio fa con Satana. Satana sta scavando e pensa di accendere la miccia e di far saltare in aria l'edificio di Dio, ma nel frattempo Dio lo sta minando e fa saltare in aria la miniera di Satana prima che possa fare del male. La sottigliezza non è saggezza. Per tutto il tempo in cui Satana tentava Giobbe, egli non sapeva che stava rispondendo al proposito di Dio, poiché Dio stava guardando e considerando tutto, e teneva il nemico come un uomo tiene un cavallo per le briglie

1.) Il Signore aveva considerato esattamente fino a che punto avrebbe lasciato andare Satana

2.) Il Signore non ha forse pensato anche a come avrebbe dovuto sostenere il Suo servitore nella prova? Voi non sapete con quanta benedizione il nostro Dio versò l'olio segreto sul fuoco della grazia di Giacobbe, mentre il diavolo vi gettava sopra secchi d'acqua

3.) In secondo luogo, il Signore ha considerato come santificare Giobbe con questa prova. Giobbe era un uomo molto migliore alla fine della storia di quanto non fosse all'inizio. Diavolo sciocco! sta ammucchiando un piedistallo sul quale Dio porrà il Suo servo Giobbe, affinché possa essere guardato con meraviglia da tutti i secoli

4.) Le afflizioni di Giobbe e la pazienza di Giobbe sono state una benedizione duratura per la Chiesa di Dio, e hanno inflitto un'incredibile disgrazia a Satana. (Ibidem)

9 CAPITOLO 1

Giobbe 1:9

Giobbe teme forse Dio per nulla?-

Il ghigno del diavolo:

C'è molta diffidenza all'estero, e purtroppo troppe ragioni per diffidare, toccando la sincerità delle persone in generale. Il diavolo si scaglia contro anche uno degli uomini migliori qui in questo capitolo iniziale del dramma di Giobbe. Come si vede facilmente, l'implicazione in questa domanda se Giobbe teme Dio per nulla è che ogni uomo ha il suo prezzo. Si presume che la base di ogni azione sia commerciale. La legge della contabilità o del mercato, tanto per tanto, è data per scontata dappertutto. Se uno è insolitamente patriottico o religioso, o è entusiasticamente devoto a qualsiasi alto ideale, è per una considerazione. Il disinteresse è una finzione o un sogno. Privando la virtù della ricompensa che ordinariamente attende il comportamento virtuoso, la ricompensa che la virtù è per se stessa, o che si trova nell'essere virtuosa, perderà presto tutto il suo fascino e il suo potere. Gli investimenti fatti nel mondo morale, come gli investimenti fatti nel mondo materiale, sono solo in vista di dividendi prospettici. Questa è la teoria del diavolo sulla condotta umana. Eccola qui: la bassa, sprezzante stima della virtù, la visione pessimistica della natura umana. Si sente il brivido che c'è nel tono. È tutta una questione di freddo calcolo. L'uomo può essere tutto ciò che si pretende per lui: devoto, obbediente, puro, vero; ma poi... è pagato per questo! Questa è la spiegazione di tutto: l'uomo trova il suo conto in questo servizio o devozione. È il punto di vista del metro di paragone delle cose. Sono i saldi contabili che lo regolano. È l'etica del mercato del lavoro - lavorare finché la retribuzione è soddisfacente - portata nelle sfere morali - elevata a metro con cui misurare la sublime consacrazione alla libertà e al dovere di uomini come Guglielmo d'Orange e Cromwell e Washington e Garibaldi. È l'incomparabile Livingstone, che muore in ginocchio nel cuore dell'Africa, ridotto al livello del cacciatore di zanne o del ladro di uomini che penetra in queste stesse terre selvagge per la ricompensa materiale che riesce a trovare nella pericolosa avventura. Non è così; In verità, non è così. Ci sono altri e più alti motivi nella vita di quelli che entrano nella gestione di un chiosco di arachidi o di una fabbrica di cotone o di una ferrovia. L'umanità ha in sé capacità più elevate, e queste capacità sono spesso illustrate nell'esperienza reale. Senza dubbio un buon numero di persone è disposto a cadere nella stima del diavolo dei motivi che governano la condotta, e a considerare anche il più degno degli uomini incapace di elevarsi al di sopra di considerazioni egoistiche. L'egoismo può essere più raffinato in alcuni casi che in altri. È ancora solo una questione di grado. È egoismo lo stesso. È questo per quello, tanto per tanto, fare le cose per quello che c'è in loro. Ci sono diverse spiegazioni di questa tendenza satanica a guardare tutte le azioni dal punto di vista dei motivi egoistici

1.) In primo luogo, con tutto ciò che c'è di dignitoso, lodevole e nobile nella natura umana, c'è una disposizione - forse potremmo andare oltre e dire - una predisposizione - a giudicare la condotta generale dei nostri simili con spirito di distrazione. Da ciò che sappiamo di noi stessi, da ciò che sappiamo degli altri nei loro schemi confessati, dall'invidia, dalla gelosia, da una certa presunzione della nostra astuzia nel penetrare il carattere, scivoliamo facilmente nell'abitudine di formare basse valutazioni dei motivi degli uomini e delle donne, e di attribuire i loro movimenti alle influenze, agli scopi e ai desideri che hanno origine. non nella gamma superiore, ma in quella inferiore dell'incitamento. I moltiplicati avvertimenti della Scrittura contro questi duri giudizi, pre-giudizi e giudizi errati ci mostrano quale cattiva attitudine ci sia nel cuore per questo tipo di indulgenza. Siamo inclini a livellarci verso il basso. In presenza di un'azione lodevole, quanto è fatale la facilità con cui le nostre lingue agili cadono a dire: "Certamente; ma la cosa è stata fatta solo per catturare voti, o per conquistare il favore e il patrocinio dei ricchi, o per compiacere la popolazione".

2.) In secondo luogo, c'è, al di là di ogni contraddizione, una grande quantità di azione tra gli uomini la cui fonte segreta è una sorta di vantaggio o guadagno personale. Un gran numero di persone lo confessa senza arrossire. Di molti che non lo confessano, e se ne rendono conto solo a metà, forse, è ancora vero. Il loro unico pensiero dominante è il piacere, il profitto o la promozione. Attraversa tutto ciò che fanno. Scelgono la loro professione, si sposano, sposano le cause, si iscrivono a partiti politici, entrano in circoli, si identificano con le chiese, tutto in uno stato d'animo di interesse personale, un interesse personale che è impossibile distinguere dall'egoismo. Non è una questione di ingiustizia, né è affatto poco caritatevole attribuire motivi egoistici e persino sinistri a questo tipo di persone

3.) In terzo luogo, c'è la considerazione che Satana e coloro che sono d'accordo con lui nella sua visione delle cose possono avanzare a sostegno della posizione assunta da loro su questa questione, e che non ammette alcuna disputa di successo, vale a dire, che il timore di Dio - il timore di Dio nella via dell'amore e della lealtà riverente - assicura sempre a una persona qualcosa che vale la pena avere. Satana aveva ragione quando insinuava che Giobbe stava ottenendo un buon affare, un buon affare sostanziale e duraturo, dalla sua fedeltà. Dio non permette mai a un uomo di fare questa cosa: servirlo per nulla. Mai un uomo è entrato nella fede in Dio e ha mantenuto l'integrità della sua anima davanti a Dio e al mondo, senza ricevere in cambio qualcosa di ricco e raro. Come l'evento dimostrò, Giobbe stava traendo qualcosa dalla sua serena e incrollabile fiducia e dalla sua condotta retta, oltre alla moglie e ai figli e alle case e ai fienili e al bestiame e ai servi e alla fama tra i suoi simili, qualcosa che gli stava accanto e a cui poteva aggrapparsi in tutta l'oscurità e sotto tutti gli amari lividi dei giorni successivi. Diciamo spesso che la virtù è la sua stessa ricompensa. Lo è. Spesso è una soddisfazione indicibile avere la consapevolezza in una persona che è sincera, pulita e retta, e che intende stare nella verità e fare il suo dovere, qualunque cosa accada. Ma la virtù ha altre ricompense. Ha ricompense al di fuori di sé. Presto e tardi, in patria e all'estero, al focolare, nei circoli sociali, nelle operazioni commerciali, in politica, l'onestà è la migliore politica. Essere puri paga. A lungo termine nient'altro paga. Sono di nuovo Gerizim ed Ebal. Dalla parte della rettitudine ci sono le benedizioni. Dalla parte dell'ingiustizia ci sono le maledizioni. Da qui si giunge al risultato che è una bella questione psicologica, che richiede non poca abilità analitica, quella di infilare il coltello e girarlo in modo da distinguere tra l'accento dei motivi che mirano a fare il bene solo perché è giusto, e il fare il bene in considerazione di ciò che segue. A questo punto, una persona con tanta astuzia dialettica come quella di Satana può confondere quasi chiunque. C'è il fatto dell'attesa della ricompensa sulla condotta. Chi dirà che la condotta non è in vista della ricompensa? Atti minimo, il suggerimento può sempre essere fatto sembrare plausibile. Eppure, nonostante tutto ciò che dimostra il contrario, e nonostante tutte le apparenze contrarie, c'è disinteresse nel mondo. (F. A. Noble, D.D.)

Egoismo religioso:

Questa è la domanda che l'infedeltà dell'inferno pone alla fedeltà del cielo. Con la stessa corrente di pensiero di fondo, non poche ragioni ai nostri giorni. L'unica teoria della vita che alcuni riconosceranno come filosofica è quella che si basa su principi puramente utilitaristici. Ma il mondo, tutto ciò che c'è di meglio e di più nobile nel mondo, non agisce per motivi puramente egoistici. Non solo l'umanità, ma lo stesso mondo fisico protesta contro questa triste dottrina. Non sembra che Dio abbia creato la terra e i cieli visibili su quegli elevati "principi puramente utilitaristici" che si raccomandano ad alcuni intelletti sopraffini al giorno d'oggi. Una certa classe di pensatori accusa la vita religiosa di essere basata sullo stesso principio. La religione non è oggetto di obiezioni, è solo relegata con condiscendenza a un dipartimento di economia politica. La questione - l'egoismo della religione - di cui mi propongo ora di parlare, la tratterò come una difficoltà in un'anima cristiana sincera, che desidera liberarsene, piuttosto che come l'idea ostile di un avversario dichiarato. "Giobbe teme Dio per nulla?" La risposta attesa è, ovviamente, "No". Quindi la religione è egoista. È vero questo per la nostra fede cristiana? Ci sono alcune forme in cui alcune delle sue dottrine sono state presentate e applicate che sembrerebbero sostenere l'accusa. Non c'è stata a volte una tendenza troppo grande a fare della nostra salvezza individuale l'unico ed esclusivo oggetto della vita cristiana? In molti manuali di devozione, ad esempio il "Deuteronomio Imitatione Christi" di Kempis, e nei libri che trattano sistematicamente della vita religiosa, questo è dolorosamente evidente. E abbiamo il sospetto che questo sia ciò che la Bibbia e la Chiesa ci insegnano allo stesso modo. Per prima cosa lasciatemi parlare delle ricompense e delle punizioni. Non c'è dubbio che la Scrittura e la Chiesa pongono l'accento sulla vita gloriosa che i giusti erediteranno, e sull'indicibile dolore che si abbatterà sui malvagi. Tale insegnamento ha ancora, e avrà sempre, il posto e il potere che gli spetta nell'opera del ministero di Cristo. È, tuttavia, una piccola parte dell'insegnamento cristiano. Se le esortazioni e i motivi della vita cristiana dovessero iniziare e finire qui, ci potrebbe essere un certo colore di egoismo in essa. Ma questo è solo un primo passo. È, se volete, un appello all'interesse personale degli uomini per un momento, ma solo per un momento, per condurli poi a qualcosa di infinitamente più puro e più alto. Il cristiano continua a vivere attraverso tali sentimenti infantili fino alla piena umanità altruistica in Cristo Gesù. Quando ricordiamo che l'io è la radice e l'essenza stessa del peccato, non c'è da stupirsi che nella prima fase in cui si ha a che fare con una natura come quella dell'uomo ci sia un adattamento dei mezzi impiegati a tale condizione. Rappresentare la speranza della ricompensa o la paura del dolore come l'unico motivo costante e costante della vita cristiana per tutto il tempo, significa ignorare i nove decimi delle esortazioni del Nuovo Testamento, è travisare e pervertire completamente l'insegnamento di nostro Signore, significa negare la verità di innumerevoli vite cristiane di cui abbiamo letto o che abbiamo visto. C'è un'altra cosa di importanza pratica ancora più importante. Non c'è parola che usiamo più frequentemente nella fraseologia religiosa della parola "salvezza". Non c'è forse una tendenza troppo grande in molti di noi a parlare sempre e a pensare a quella salvezza solo come a una fuga da qualche punizione futura? Se consideriamo il sacrificio espiatorio del Figlio di Dio semplicemente come un mezzo con cui possiamo sfuggire a qualche dolore futuro, non so se non ci possa essere una forte sfumatura di egoismo nella nostra fede. Ma c'è una cosa più terribile del dolore o della punizione, c'è il peccato. È per salvarci dal peccato che Cristo è morto. Se dunque la salvezza è la liberazione dal peccato, e se l'io è il peccato (perché il peccato è sempre l'affermazione dell'"io" contro il Dio tutto buono e tutto amorevole) - è egoistico conquistare se stessi attraverso la potenza di Cristo - è egoistico diventare così uno con Cristo da essere crocifissi con Lui, in modo da non vivere più per noi stessi, ma a Colui che è morto ed è risorto? Non ci può essere vera vita spirituale finché non impariamo a detestare il peccato, non solo le conseguenze del peccato. Diciamo agli uomini: il peccato è vostro nemico; peccato, qui nei vostri cuori; il peccato, che sta derubando la tua vita di tutta la sua gioia e dolcezza; il peccato, che sta strisciando come una catena calda nella tua stessa carne. Da lì Cristo è morto per salvarvi. Non è questo un Vangelo puro e altruistico? "Il Figlio dell'uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati." Questo potere è stato effettivamente sentito da molti. Allora a poco a poco sorge in noi la nuova vita; io stesso è inchiodato alla Croce - alla Croce di Cristo con Lui - e d'ora in poi non sono io che vivo, "ma Cristo vive in me"; non una vita calma e indifferente, ma una vita di lotta costante contro ogni peccato e male, eppure una vita in cui il sacrificio di sé stesso diventa facile, perché io sono "morto al peccato e vivo per la giustizia" (T. Teignmouth Shore, M.A.)

L'uomo è completamente egoista?-

Satana insinua che l'uomo che professa di servire Dio, dopo tutto, sta servendo solo se stesso, e sta facendo di Dio nient'altro che una convenienza, un fornitore del suo profitto e piacere egoistico. Uno degli obiettivi del Libro di Giobbe è quello di dimostrare che c'è qualcosa di autentico nell'uomo, specialmente quando la grazia di Dio è entrata nel suo cuore. Satana mette la sua calunnia sotto forma di domanda. È evidente come egli intendesse rispondere. Dio ha presentato Giobbe come prova del suo potere di mettere la vera bontà nella natura umana; E la risposta è che questa apparente bontà è solo interesse personale. L'uomo è religioso perché fa della religione una cosa buona. L'accusatore crede nella filosofia dell'egoismo. È una fede non rara ai nostri giorni. Ci sono alcuni che cercano un fondamento per essa con l'argomentazione, e vogliono dimostrare che tutta la virtù è solo interesse personale largamente e saggiamente interpretato, il che è vero sotto questo aspetto, che la bontà e l'interesse personale, alla fine, coincideranno, ma molto falso se si intende che la bontà ha la sua origine nel prendere in considerazione questo fine. La Bibbia stessa è citata per aver sancito l'idea che l'interesse personale è, e dovrebbe essere, la molla dell'azione umana. Il peccato, si dice, è solo un interesse personale non illuminato e mal diretto, e la vera religione è un giusto e saggio riguardo alla nostra felicità

(I.) L'egoismo non è l'essenza della natura umana come presentata nella Bibbia. Satana nega che ci sia altruismo in Giobbe. Insinuerebbe che non è in potere di Dio creare un amore disinteressato per Se stesso, nemmeno in una creatura rigenerata, che l'interesse personale è il verme nascosto alla radice di tutto, buono o cattivo. Pensa...

1.) Dell'uomo rigenerato, e vedere se il piano di Dio di formarlo procede secondo il principio di fare appello all'egoismo. È concesso che la Bibbia, dappertutto, incalza gli uomini con minacce di punizione e offre loro promesse di felicità per condurli a una nuova vita. Ma questo è da ricordare, che inizia la sua opera con gli uomini che sono sprofondati nel peccato, e che l'essenza del peccato è l'egoismo. Deve arrestarli e sollevarli con motivi adatti alla loro condizione, purché questi motivi non siano sbagliati, e l'interesse personale illuminato, cioè l'interesse personale che è coerente con il bene degli altri, non è sbagliato. La Bibbia è troppo ampia e umana per non mettere in pratica tutti i giusti motivi. Così, prima del Vangelo, e anche con esso, dobbiamo avere la parola del Sinai: "L'anima che pecca morirà". Ma affermare che questo è il motivo finale, o anche il motivo prevalente, della nuova vita, significa confondere o travisare la Bibbia, che avanza costantemente dal dominio della promessa minacciosa ed esteriore a quello dell'amore libero e disinteressato. La sua forza di attrattiva fin dall'inizio risiede nella misericordia di Dio che perdona incondizionatamente. Quando un uomo si eleva nella conoscenza del piano divino, cerca e serve Dio, non per la speranza di ciò che deve ricevere da Lui, ma per la gioia che trova in Lui, nel vero, nel puro, nell'amorevole, che dimora nel Padre della Luce. Se ci accusano ancora di egoismo nel cercare questo, perché è la nostra felicità, confessiamo di non sapere cosa significhi con l'accusa. Non lo cerchiamo per la gioia, troviamo la gioia nella ricerca. Dio agisce verso l'uomo secondo il principio dell'amore libero e immeritato, per formare in lui lo spirito e l'immagine della propria azione, creando una sorgente di sacrificio di sé che rifluisce a Dio e trabocca agli uomini. Il Figlio di Dio, che sa cosa c'è nell'uomo, lo credette possibile. Ha fatto di Giovanni un Paolo, di un Pietro, di uno Stefano, dei cuori che hanno bevuto il calice del Suo sacrificio e hanno dimenticato se stessi, e hanno faticato, e hanno sofferto, e sono morti, come Lui, per il bene del mondo. È certo che la Bibbia procede secondo il principio di creare un'azione altruistica nel cuore rigenerato

2.) Anche nel caso di uomini non rigenerati, la Bibbia non afferma che l'unica legge all'opera sia quella dell'egoismo assoluto. Anche se l'uomo è caduto, gli elementi della natura umana sono ancora lì. Non sono annientati, né sono demonizzati. Il profondo difetto radicale è verso Dio, che l'uomo ha smesso di ritenerlo nella sua conoscenza, e ha espulso il suo amore dal suo cuore. Risplende ancora molte belle tinte sulla natura umana. Qualunque cosa gli uomini non rinnovati possano essere per Dio, essi compiono verso i loro simili, spesso, gli atti più altruistici. Danno, sperando di non ricevere nulla di nuovo. Non pensiamo di screditare il Vangelo, dando l'impressione di lasciare queste belle caratteristiche dell'umanità al di fuori del suo cerchio rigenerante, ma allarghiamolo piuttosto per abbracciarle, e crediamo che se c'è qualcosa di glorioso sulla terra, o di bello nell'umanità, lo dobbiamo alla potenza della morte di Cristo, e all'ampiezza della Sua intercessione

(II.) I risultati della fede nell'egoismo assoluto. La prima conseguenza evidente in colui che la sostiene è la mancanza di dovuto rispetto per i suoi simili. Senza alcuna fede nei principi o nella bontà, non può nutrire alcuna riverenza e non provare pietà. La conseguenza successiva è la mancanza di un centro di quiete al suo interno. Un altro effetto è il fallimento di qualsiasi reale presa su Dio. Lo spirito, Satana, qui, non aveva una visione giusta di un Dio di verità, purezza e bontà

(III.) Alcuni mezzi che possono essere adottati come rimedio da coloro che sono in pericolo di cadere in questa fede. Dovremmo cercare di portare la nostra vita a stretto contatto con ciò che è genuino nei nostri simili. Accanto alla coltivazione della società e delle amicizie tra uomini viventi, possiamo menzionare la scelta dei libri. Allora, nel giudicare l'umanità, dobbiamo stare attenti a non prendere parte per il tutto. L'ultimo mezzo per rimuovere l'idea che l'uomo sia incapace di elevarsi al di sopra di se stesso è comprendere la cura divina della natura umana. Colui che ha studiato la persona di Cristo e ha posato la sua mano, per quanto debolmente, sui palpiti di quel cuore, non correrà il pericolo di pensare che l'amor proprio, totale ed eterno, faccia parte della natura dell'uomo.)

Giobbe teme forse Dio per nulla?-

(I.) L'importanza di questo ghigno insinuato. È soprattutto interessante per noi perché le parole non sono ancora morte. Gli agenti di Satana imitano il loro padrone e usano gli stessi argomenti e le stesse sofisticherie. È ancora un espediente comune del mondo attribuire buone azioni a motivi malvagi. A volte si dice che gli uomini siano pii per ottenere influenza. Se una persona dona in gran parte alla costruzione di chiese, il mondo lascerà intendere che vuole "farsi conoscere". Se viene inviata una bella sottoscrizione a un particolare oggetto, il donatore "desidera vedere il suo nome stampato". A volte si dice che gli uomini sono pii a causa di un espediente lungimirante. Si dice che vadano in questa o quella chiesa a causa del patrocinio che si aspettano di ricevere. I commercianti sono accusati di legarsi alla particolare setta da cui sperano di trarre il massimo profitto. Quanti esclama un povero. "Oh, se il gentiluomo dovesse solo combattere la fame, non potrebbe permettersi di essere religioso."

(II.) L'influenza di questo ghigno insinuato. Che potere c'è in un insulto nascosto! Anche il linguaggio del diavolo non fu privo di un'influenza terribile. Piaceva anche all'Onnipotente. Concesse all'arci-demone l'opportunità di provare la sua teoria e di dimostrare la sua affermazione. E tutto questo amaro esperimento si ritorse contro il povero Giobbe. Per settimane, mesi e anni fu come oro fuso nel crogiolo del diavolo. Ha perso tutto ciò che aveva. Non fuggiamo con l'idea che i malvagi non abbiano alcuna influenza ora. Essi sono i signori del mondo attuale, e possono rendere la vita dell'uomo giusto molto amara per lui, sia che sia ricco o povero. E Dio permette che queste influenze continuino, in modo che Egli possa rivendicare il Suo popolo e manifestare la Sua potenza e la Sua gloria

(III.) La verità non intenzionale di questo ghigno insinuato. Dopotutto, Satana ha esagerato con se stesso. Nessuno serve Dio per nulla. Non esiste una cosa come l'abnegazione totale di sé in questo mondo. Giobbe dimostrò alla fine che i suoi principi erano sani. Ma cosa sono i principi religiosi dopo tutto? La determinazione a servire Dio perché siamo convinti che servirlo sia la migliore politica. Non possiamo spogliare la religione dell'egoismo. Le Scritture ci insegnano che Lo amiamo perché "Egli ci ha amati per primo", perché ci ha redenti e ci ha promesso la vita eterna. Una religione ideale, disinteressata, può essere il raggiungimento del cielo e degli angeli, ma non può essere degli uomini. (Omilestico.)

Disinteresse:

"Giobbe teme Dio per nulla?" C'è un maestro per il quale nessun operaio lavora mai invano, il cui salario è sempre puntualmente e pienamente pagato, e con il quale un servo fedele non prova mai nemmeno una minima ombra di insoddisfazione. Sappiamo sempre che l'obbedienza a Dio non viene mai meno alla sua ricompensa; che tutto il lavoro fatto per Dio si concluda con un risultato adeguato e completo; che vivere con e per Dio è vivere la vita più nobile, più felice, più pacifica che ci sia possibile. Il testo attira la nostra attenzione sui motivi dell'uomo. Il Libro di Giobbe si pone, in tutte le sue forme, questa domanda: C'è un nesso da rintracciare tra il carattere di un uomo e il suo destino terreno? Satana attribuisce l'indiscutibile obbedienza e pietà di Giobbe al modo gentile e generoso di Dio nei suoi confronti. La domanda che ci si pone è questa: Sono cose impossibili l'amore disinteressato e il servizio a Dio? La grande contesa del principio etico è se un'azione umana sia mai o possa essere compiuta senza l'impulso più o meno sottile dell'interesse personale. Alcuni dicono che serviamo Dio mentre facciamo il nostro dovere, quando amiamo i nostri figli, quando ci sacrifichiamo per il nostro paese, per il bene di ciò che possiamo ottenere da esso. Ma questa dottrina toglie la luce e la nobiltà alla vita umana. Sentiamo istintivamente che esso risponde solo alla nostra parte più meschina e più comune: questo pensiero taglia via il nostro ideale morale, non ci lascia nulla a cui aspirare, ci imprigiona per sempre nella bassezza di ciò che siamo. Siamo ridotti a questo dilemma, che le nostre azioni e i nostri affetti più nobili possono esistere solo quando la mente è, per così dire, ingannata e volontariamente ignorante del loro vero carattere. Ma noi facciamo appello alla coscienza. Tutta la tua nozione di vita morale non si basa forse sul pensiero che le azioni più nobili sono quelle da cui il ricordo di sé è completamente sradicato? Si riconosce che una vita umana cresce in nobiltà nella misura in cui la parte di essa che si occupa di lavori e interessi egoistici diminuisce, e la parte che siamo abituati a considerare disinteressata diventa più grande. Nella qualità delle nostre azioni meno interessate, ci eleviamo dall'inferiore al superiore proprio nella misura in cui eliminiamo dolorosamente da esse la macchia appiccicosa dell'io. La purezza e la profondità dell'amore si misurano precisamente da questo: sia che il pensiero di sé diventi più frequente e più prevalente, sia che svanisca silenziosamente e completamente. Quando c'è un'indebita anticipazione di ciò che si può ottenere in una vita futura, il cristianesimo diventa nient'altro che la filosofia utilitaristica su scala estesa e con questioni più grossolane. Santa Teresa vide in visione una donna strana e terribile, che portava in una mano l'acqua, nell'altra il fuoco. Chiedendole dove andasse, rispose: "Vado a bruciare il cielo e a spegnere l'inferno, affinché d'ora in poi gli uomini amino Dio solo per se stesso". Non c'è nulla qui che trovi un'eco pronta nei nostri istinti più nobili? Non creiamo in larga misura la difficoltà che poi cerchiamo di risolvere, facendo coincidere le idee di ricompensa e punizione con quella di una vita futura? Se il cielo è una ricompensa, sappiamo che non l'abbiamo meritata. Per l'immaginazione comune il paradiso non è né migliore né più alto di una specie di paradiso maomettano, pieno di piaceri meno marcatamente sensuali, ma di cui chiunque abbia la fortuna di varcare le sue porte può godere senza ulteriori preparativi. Se il cielo è qualcosa di più alto; se la sua idea centrale è una più stretta comunione con Dio, una più ampia conoscenza dei Suoi propositi, una più piena cooperazione con la Sua volontà, assume un aspetto completamente diverso per la coscienza illuminata. È la parte migliore della nostra vita presente indefinitamente rafforzata, purificata e illuminata. Il cielo è amore più puro, fiducia più grande, servizio più perfetto. Noi non "serviamo Dio per nulla", eppure altrettanto poco Lo serviamo per quello che possiamo ottenere con esso. Siamo come bambini piccoli con la loro madre. L'abbiamo amata quando abbiamo ricevuto tutto da lei, e certamente l'abbiamo amata non meno quando non aveva più da dare e ci chiedeva molto. Alla munificenza di Dio non possiamo mai sfuggire. Egli ci conquista prima con la sua bontà; felici noi se alla fine ci rivolgiamo a Lui per se stesso. (C. Beard, B.A.)

Bontà disinteressata:

Il Satana esprime subito in parole una visione delle molle umane dell'azione, non confinate a una sola epoca. Non esiste una cosa come la "bontà disinteressata". Una tale domanda, una tale visione, non è limitata agli spiriti maligni, o alla storia dell'uomo di Uz. La domanda era stata sollevata quando questo libro è stato scritto. È una delle questioni principali, hanno detto alcuni, la questione principale di tutte, di cui questo libro si propone di occuparsi. Ma il punto di vista incarnato nelle parole di Satana è quello che potreste aver sentito sussurrare, o pronunciare ad alta voce, ora e qui, come lì e allora. Non esiste una cosa simile, vi diranno, come l'amore per la bontà fine a se stessa. C'è sempre qualche secondo fine, qualche motivo egoistico. Anche la religione, sentirete, anche la religione di Cristo, è una mera questione di interesse egoistico. Non è altro che un espediente egoistico per sfuggire al dolore e godere della felicità nell'aldilà. "Giobbe teme Dio per nulla?" Vedi fino a che punto si estendono le parole. Essi coprono una gamma più ampia di quella del carattere di un figlio di Adamo. Scendono alle sorgenti stesse della natura umana; fino all'essenza stessa, e persino all'esistenza della bontà stessa. "Possono gli uomini e le donne prendersi cura della bontà e della misericordia, o della verità, o della rettitudine, per amor di se stessi?" No, la freccia lanciata contro Giobbe vola più lontano, è proprio puntata verso Dio stesso. Se Satana ha ragione, non è solo che non esiste una cosa come la bontà disinteressata, ma Dio stesso è derubato del Suo attributo più alto e più nobile. Se non può più conquistare i cuori e conservare nella gioia e nel dolore l'affetto reverenziale di coloro sui quali riversa i suoi benefici; se non può più ispirare nient'altro che un amore mercenario, può essere ancora onnipotente, ma ci sono sicuramente tra i nostri simili, che alcuni di noi conoscono, o hanno conosciuto, che devono presentarsi davanti a Lui in nostro omaggio. Il cielo e la terra non sono più pieni della Sua gloria. Vedete quanto sia vitale la questione che la sfida suscita, e quanto giustamente sia stato detto che nella prossima contesa, Giobbe è il campione, non solo del suo carattere, ma di tutti coloro che hanno a cuore il bene, e di Dio stesso. La sfida è data e accettata; e a Satana viene concesso il potere di mettere alla prova l'uomo buono, il "perfetto e retto" Giobbe, con la perdita di ciò sul cui possesso l'accusatore crede che si basi tutta la sua bontà. Satana non è rappresentato in questo libro come colui che suggerisce il male all'anima umana, né come l'angelo caduto, il nemico del suo Creatore. È raffigurato semplicemente come uno spirito maligno, il cui potere per il male è rigidamente limitato dal suo Padrone e dal Padrone del mondo. E così com'è, va avanti per compiere la Sua volontà. E ancora una volta la scena si sposta sulla terra di Uz. (Dean Bradley.)

Egoismo satanico:

Egli stesso è sprofondato in una condizione malvagia, poiché si compiace di far sembrare cattivi anche gli uomini buoni, di adattare le buone azioni ai cattivi motivi. L'io è il suo centro, non Dio; e sospetta tutto il mondo di un egoismo come il suo. Non può, o non vuole, credere in una bontà disinteressata, disinteressata. (S. Cox, D.D.)

È egoistico essere religiosi?-

Satana usa un'insinuazione vile contro il servo del Signore. "Giobbe teme Dio per nulla?" Non riesce a trovare spazio per accusare Giobbe. Non c'è alcun punto d'appoggio per lui nel personaggio di Giobbe; Non può portare un'accusa ingiuriosa contro di lui. Perciò imputa cattivi motivi. Dice che Giobbe teme Dio per quello che può ricavarne. Non c'è da meravigliarsi che Satana usi un'arma del genere. Ciò che è vero per Satana è vero per tutti i suoi figli. "Non meravigliarti se il mondo ti odia". Un cuore ingannevole accusa tutti di tradimento. Giobbe confuta categoricamente la calunnia. A Carey fu offerto dal governo 1000 sterline all'anno se fosse diventato interprete. Aveva un lavoro più nobile di quello. Hanno raccolto la tangente: 5000 sterline al servizio del vostro paese. No, aveva un lavoro più nobile di quello. Eppure Satana avrebbe potuto insinuare: "Carey serve Dio per nulla?" Benché questa fosse un'insinuazione vile, in realtà Satana asseriva un fatto benedetto. Egli stesso confessa: "Non hai fatto una siepe intorno a lui?" ecc. La pietà con contentezza è un grande guadagno. Non serviamo Dio per nulla. Non è un Padrone che dimentica di prendersi cura dei suoi servi o che tratta male i suoi figli. I più poveri e meschini tra i santi di Dio renderebbero lieta testimonianza del fatto inequivocabile che è bene servire Dio; Ha la promessa della vita che è ora e di quella che deve venire. (Thomas Spurgeon.)

L'insinuazione satanica:

La sfida di Dio suscita questa risposta da parte di Satana. È una risposta insolente, in linea con chi parla; ma che tuttavia rivela una grande quantità di acutezza

1.) La risposta di Satana rivela la sua concezione della Divina provvidenza. "Non hai fatto una siepe intorno a lui?" Ci sono due modi di guardare le siepi, o i limiti della vita. Coloro che sanno a che cosa servono a proteggere e a custodire gli uomini, li accettano con gratitudine. Coloro che conoscono poco gli usi di tali limitazioni si trovano spesso ad essere impazienti nei loro confronti. Il desiderio di Satana riguardo a ogni vita è che non ci sia alcuna copertura intorno ad essa

2.) La risposta di Satana fornisce la sua valutazione della pietà, che è egoistica. Una traduzione letterale sarebbe: "Giobbe teme Dio gratuitamente?" Sospetta che non esista una bontà disinteressata. Se la pietà di Giobbe si fosse rivelata egoistica, è probabile che la pietà dei migliori di noi si sarebbe dimostrata altrettanto egoista

3.) La risposta di Satana esprime la sua stima di Giobbe. La missione di Satana, secondo la sua stessa dimostrazione, era stata quella di un critico peripatetico. Non era riuscito a tentare Giobbe, quindi tutto ciò che poteva fare era suggerire un motivo falso e indegno. Quando abbiamo a che fare con il movente umano, abbiamo a che fare con una delle cose più misteriose del mondo di Dio. Ora, non mi aspetto dal diavolo una teoria della bontà migliore di quella che, nel migliore dei casi, è egoista. Nessuno può elevarsi a un'altitudine più alta di quella che egli stesso occupa, e quando qualcuno mi dice che il motivo cristiano è necessariamente un motivo egoistico, so dove vive. Conosco l'altitudine che ha raggiunto. È una legge della vita che l'uomo che è incapace di un atto altruistico sia il più grande scettico sulla terra di Dio riguardo all'altruismo degli altri. Egli può afferrare la possibilità di essere altruista solo partecipando egli stesso di quell'elevata qualità. In base a questo principio, quando Satana parla di pietà, non mi aspetto che vi veda qualcosa di più alto o di più nobile dell'egoismo. Non conosco nulla di così satanico nella vita da imputare motivi empi agli uomini pii. Questo scetticismo sulla possibilità di una pietà disinteressata mi dà uno sguardo nelle profondità della depravazione nel cuore dell'essere che è capace di esprimerla. La negazione della possibilità di una pietà disinteressata rivela la più triste degradazione da parte dell'uomo che è capace di tale negazione. Non c'è potere che possa salvarlo se non quello che rinnoverà tutta la sua natura; perché non c'è potere che possa redimere un uomo se non lo rende altruista. Dopo tutto, nel profondo del cuore dell'uomo, c'è una profonda fede e ammirazione per l'altruismo. Chi sono i grandi uomini del passato, anche secondo la stima del mondo? Gli uomini che hanno rinnegato se stessi per amore dei loro simili; grandi riformatori, che hanno sofferto per elevare i loro simili. Tutti noi sentiamo istintivamente la carica dell'egoismo. Tutti noi ci vergogniamo di essere considerati egoisti. In questo, anche coloro che professano di aggrapparsi alla filosofia dell'egoismo sono più nobili del loro credo. Permettetemi di ricordarvi il fatto che, finché ci riuniremo intorno alla Croce, e vi riconosceremo la più alta espressione di un amore che si arrende per noi, così a lungo crederemo nella possibilità dell'abnegazione e dei servizi disinteressati, e il nostro più alto desiderio e scopo sarà che la mente che era anche in Cristo Gesù possa essere in noi. (David Davies.)

La pietà è mercenaria?-

Vi darò il senso di Satana in tre notevoli falsità, che egli distorce insieme in questo unico discorso: "Giobbe teme Dio per nulla?"

1.) Che le ricchezze faranno sì che qualsiasi uomo serva Dio; che non è una grande cosa essere santi quando abbiamo abbondanza; Un uomo che prospera nel mondo non può scegliere che essere buono. Questo Satana sottintende in queste parole, e questa è una menzogna estrema Deuteronomio 28:47. L'abbondanza non attira il cuore a Dio. Eppure Satana dedurrebbe di sì. Questo potrebbe benissimo essere ritorto contro Satana stesso. Satana, perché allora non hai servito Dio? tu hai ricevuto da Dio più benedizioni esteriori di quante ne abbia mai ricevute Giobbe, la benedizione di un angelo

2.) C'è questo in esso: "Giobbe teme Dio per nulla?" Satana lascia intendere che Dio non potrebbe avere servi per amore, nessuno a meno che non li pagasse in modo estremo; che Dio è un tale Maestro, e la Sua opera tale che nessuno si immischia, a meno che non sia allettato da benefici. Ecco un'altra menzogna: Satana finisce da vicino in questo discorso; poiché la verità è che i servi di Dio Lo seguono per Sé: le stesse eccellenze di Dio e la dolcezza delle Sue vie sono l'argomento e il salario con cui il Suo popolo è principalmente spinto al Suo servizio. Dio fa sì molte promesse a coloro che Lo servono, ma non fa mai patti con loro: Lui gli obbedisce liberamente. Satana fa patti per assoldare uomini al suo servizio Matteo 4:9

3.) Poi c'è un terzo senso pieno di falsità, che Satana getta su Giobbe: "Giobbe teme Dio per nulla?" cioè, Giobbe ha un pregiudizio in tutto ciò che fa, è portato dal guadagno della pietà, non da alcun piacere nella pietà, a servire così Dio. Giobbe è un mercenario; Giobbe non cerca la gloria di Dio, ma cerca il proprio tornaconto. Così, in breve, vedete il senso, vi darò alcune osservazioni da esso

1.) È un argomento di uno spirito molto maligno, quando le azioni di un uomo sono giuste, accusare le sue intenzioni. Il diavolo non ha nulla da dire contro le azioni di Giobbe, ma scende nel suo cuore e accusa le sue intenzioni. La malizia interpreta male le azioni più giuste, ma l'amore dà l'interpretazione più giusta possibile alle azioni ripugnanti

2.) Che è un argomento di uno spirito vile e indegno servire Dio per fini. Se questo fosse stato vero per Giobbe nel senso di Satana, avrebbe davvero macchiato tutto ciò che aveva fatto. Coloro che si rivolgono a Dio in tali condizioni, non sono santi, ma astuti. Come il peccato è una punizione sufficiente a se stessa; anche se non ci fosse altra punizione, così fare il bene è una ricompensa sufficiente a se stessa. Ma qui sorgerà una domanda: non possiamo noi avere rispetto per il nostro bene, o per il beneficio che riceveremo da Dio? Dobbiamo servire Dio per nulla in questo senso stretto, altrimenti Dio non terrà conto di tutti i nostri servizi? Lo chiarirò in cinque brevi conclusioni

1.) Il primo è questo: Non c'è uomo che lo faccia, o che possa servire Dio per nulla. Dio, con i benefici già elargiti, e con i benefici promessi, ha superato e superato tutti gli sforzi della creatura. Se un uomo avesse mille paia di mani, mille lingue e mille teste, e li mettesse tutti a lavorare per Dio, non sarebbe mai in grado di rispondere agli obblighi che Dio gli ha già imposto. Perciò questa è una verità, che nessun uomo può servire Dio in senso stretto per nulla. Dio non è obbligato a nessuna creatura per qualsiasi opera o servizio che Gli viene fatto

2.) Ancora una volta, questo è un ulteriore aspetto da considerare. Più benedizioni esteriori uno riceve, più dovrebbe servire Dio e più servizio Dio cerca nelle sue mani

3.) In terzo luogo, è lecito avere un certo rispetto per i benefici ricevuti e promessi come motivo e incoraggiamento per stimolarci e stimolarci, sia nel fare che nel soffrire per Dio Ebrei 11:26; 12:2

4.) Allora il riferimento al beneficio è peccaminoso, quando ne facciamo l'unica e sola causa, o la causa principale della nostra obbedienza. Questo fa sì che tutto ciò che facciamo abbia un odore così profondo di noi stessi che Dio non vi dimora

5.) Infine, possiamo considerarli come frutti e conseguenze della santità, sì, come incoraggiamenti alla santità, ma non come cause della nostra santità; oppure possiamo considerarli come mezzi attraverso i quali vedere la generosità e la bontà di Dio, non come oggetti su cui fissare e porre fine ai nostri desideri. (J. Caryl.)

10 CAPITOLO 1

Giobbe 1:10

Non hai tu fatto una siepe intorno a lui?-

Siepi (Ai bambini) :-

Satana sosteneva che Giobbe fosse un uomo così buono solo perché Dio si prendeva cura di lui in modo così speciale. Ora, Satana dice molto spesso questo degli uomini buoni; E alcuni di noi si sono resi colpevoli di ripeterlo. Siamo così inclini a pensare che Dio abbia fatto una siepe per proteggere altre vite molto più della nostra, e che le persone migliori siano buone quanto loro grazie a una protezione speciale che Dio ha concesso loro. La parola "siepe" denota ciò che protegge o custodisce. Perché l'agricoltore innalza una siepe intorno al suo campo? E Dio fa questo. Egli cerca di proteggere tutte le nostre vite. Ci sono molte coperture che non abbiamo quasi mai notato, e certamente non abbiamo mai valutato correttamente. Dio ha dato ad alcuni di noi una protezione nell'esempio e nell'insegnamento di genitori buoni e pii; nell'influenza di buoni insegnanti; sotto forma di buone compagnie; nella disciplina che dobbiamo seguire in casa, a scuola e nella vita. A volte il bastone di un maestro di scuola è una siepe molto utile. Una siepe non solo ci ripara, ma spesso ci impedisce di vagare. A volte non ci piacciono le siepi; Vorremmo vedere di più del paese, e vagare a volontà. Il modo in cui Dio ci protegge non è sempre mandandoci benedizioni che ci compiaccia di accettare, ma a volte mandandoci dolore e prova. Così ci tiene al nostro posto, ci protegge dall'andare fuori strada. Era il tipo di copertura che a Giobbe non piaceva. L'agricoltore a volte pianta spine nelle sue siepi, e non dobbiamo sorprenderci se Dio lo fa. Dopotutto, una siepe può diventare una cosa molto bella. Come sarebbe spesso il paesaggio senza siepi? Dio rende le siepi lungo il paese piene di bellezza, poesia e canzoni. E nella nostra vita qui, questo è proprio ciò che il Signore Gesù ha fatto. L'antica Legge di Mosè era come una siepe di pietra. Le siepi del Signore Gesù sono come le nostre siepi a pianta rapida. Egli rende i Suoi comandamenti dolci e accoglienti, e le vie della Sua testimonianza piene di gioia. È l'amore di Cristo che ci costringe, e questo è sempre un dolce vincolo. (David Davies.)

Dio protegge il Suo popolo:

1.) Che la protezione che Dio dà al Suo popolo e ai Suoi servi è la vessazione di Satana, e di tutti i suoi strumenti

2.) Che Satana, il padre delle menzogne, a volte dice la verità a proprio vantaggio

3.) Che il popolo e i servi di Dio abitino in mezzo ai nemici, in mezzo ai pericoli

4.) Che Dio Stesso si impegna a custodire e proteggere il Suo popolo

5.) Vedete fin dove arriva la siepe, non solo riguardo alla sua persona e alla sua casa, ma anche riguardo a tutto ciò che possiede. La sua cosa più meschina era la copertura. (J. Caryl.)

Tu hai benedetto l'opera delle sue mani.

Il successo è l'esito della benedizione divina:

1.) Che tutto il successo negli affari deriva dalla benedizione del Signore. Satana parla molto bene della Divinità qui; Tu hai benedetto: è dal Signore Genesi 39:23. Che qualunque cosa facesse, il Signore la faceva prosperare. Lavorare è la nostra parte, ma prosperare è la parte del Signore. Alcuni prendono tutto per sé e ringraziano le proprie fatiche, la propria saggezza, la propria politica e le proprie parti; altri attribuiscono tutto alla loro fortuna, ecc. Vediamo che Satana stesso predica qui una verità che li confuterà

2.) Tutti dovrebbero essere un uomo di lavoro. Tutti dovrebbero avere qualche affare per mettere mano alla mano. Dio non ama benedire coloro che sono oziosi

3.) Che il Signore si compiace di benedire coloro che sono industriosi. È raro che ci sia una mano industriosa, ma c'è una benedizione di Dio su di essa. Quindi, come troviamo in un unico luogo, la mano diligente arricchisce Proverbi 10:4, 22

4.) La benedizione di Dio dove cade è efficace. Se Dio benedice noi aumenteremo, non c'è dubbio. La benedizione e la moltiplicazione vanno di pari passo. La benedizione di Dio è una benedizione potente. (J. Caryl.)

11 CAPITOLO 1

Giobbe 1:11

Ma ora stendi la Tua mano.

Ipocrisia conscia e inconscia:

Ci sono due tipi di ipocrisia nel mondo: l'ipocrisia conscia e l'ipocrisia inconscia. Di ipocrisia cosciente non è nostra intenzione parlare; Vorremmo credere che l'ipocrisia deliberata sia rara quanto l'ateismo deliberato. Non pensiamo che Satana intendesse accusare Giobbe, servitore di Dio, o di servire consapevolmente il Signore per ciò che avrebbe potuto guadagnare da esso. Se fosse stato colpevole di questo, la sua libertà vigilata lo avrebbe reso manifesto. Era un'ipocrisia più latente che il tentatore desiderava scoprire. L'accusa dell'avversario si riferiva all'ipocrisia inconscia, e questo non è così raro nel mondo. L'insinuazione contro il patriarca era che c'era in lui una misura di ipocrisia sconosciuta alla sua stessa anima; che c'era un qualche interesse personale alla radice del suo servizio di cui non era consapevole; che non era così onesto come pensava lui stesso, o come lo pensavano gli altri; e che la sua afflizione avrebbe suscitato questi fatti contro di lui. È vero che, in una certa misura, gli uomini non sono così buoni come sembrano; che non c'è poca ipocrisia inconscia nel mondo; che il carattere degli uomini dipende, più di quanto siano disposti a riconoscere, dalle loro circostanze; che molti di noi non sarebbero così bravi come lo sono se le nostre posizioni nella vita fossero peggiori. Avremmo dovuto esaminarci molto attentamente, ed essere ben sicuri del nostro stato spirituale, prima di pensare, e ancor meno affermare, che non saremmo stati come loro, in posizioni sociali peggiori, se avessimo avuto un provvidenziale inverso di cambio di posto con loro. Questa ipocrisia inconscia è un pericolo a cui tutti siamo soggetti. (Alfred Bowen Evans.)

La facilità con cui Dio può distruggere il patrimonio dell'uomo:

L'estrema insistenza di Satana nel fare del male. È una verità quella che Satana qui dice riguardo alla mano di Dio: che se Dio tocca solo la condizione più alta e più grande del mondo, essa cadrà rapidamente a pezzi. (J. Caryl.)

Egli ti maledirà in faccia.

Prova la pietra di paragone:

1.) Satana può solo indovinare il cuore degli uomini. Egli si sarebbe impegnato e avrebbe garantito con Dio che Giobbe avrebbe bestemmiato se Dio lo avesse solo toccato, ma fu ingannato: Satana parlò solo a colpo d'azzardo

2.) L'afflizione è la prova e la pietra di paragone della sincerità. Quando Dio ti affligge, allora ti porta alla pietra di paragone, per vedere se sei un buon metallo o no; Egli vi conduce dunque alla fornace, per vedere se siete scorie o oro, o ciò che siete. L'afflizione è la grande scopritrice. Questo ci smaschera. Satana non era fuori dalla faccenda. Mentre la religione e la prosperità vanno di pari passo, è difficile dire quale uomo segua; ma una volta che saranno costretti a separarsi, dove si trovava il cuore, presto si manifesterà I retti di cuore sono come Ruth, - qualunque cosa accada al Vangelo, saranno partecipi con esso nella stessa condizione. Quando lo zelo si accende solo con i raggi delle speranze mondane, quando le speranze mondane vengono meno, il nostro zelo si estingue e i nostri sforzi sono interrotti dalle nostre aspettative. (J. Caryl.)

Tentazioni degli afflitti:

L'ora dell'afflizione è l'ora della tentazione. Satana ama pescare quando le acque sono agitate. Ci avrebbe portato a pensieri duri di Dio con le cose dure che soffriamo da Dio. "Toccalo, ed egli ti maledirà in faccia". In questo tempo tempestoso alcune navi vengono gettate via. La fede è un antidoto speciale contro il veleno del malvagio. Può leggere l'amore nella più nera delle dispensazioni Divine come da un arcobaleno vediamo la bellissima immagine della luce del sole in mezzo a una nuvola scura e acquosa. (G. Swinnock.)

12 CAPITOLO 1

Giobbe 1:12-22

Così Satana uscì dalla presenza del Signore...

Il nemico dei nemici:

(I.) L'entusiasmo della sua malignità. Non appena riceve il permesso, comincia con terribile serietà. Non sembra aver perso un attimo. Come un avvoltoio affamato in un'atmosfera di carreggiata, si avventa sulla sua vittima. Ora colpisce il bestiame che arava il campo e gli asini che erano accanto a loro. Poi uccide i servi, poi con un raggio di fuoco dal cielo brucia "le pecore e i servi", e poi soffia un uragano attraverso il deserto, e riduce in polvere la casa in cui i suoi figli si stanno godendo i piaceri festivi dell'amore familiare, e li distrugge tutti. Poi va al punto più alto della libertà che il suo grande Maestro gli ha concesso. Non poteva fare di più con le circostanze di Giobbe. Lo privò come in un attimo di tutti i suoi beni e dei suoi figli. Al momento non aveva l'autorità di andare oltre questo punto. Dovette aspettare un'altra comunicazione divina prima di poter toccare il corpo di Giobbe. Fece del suo meglio, e lo fece con un piacere infernale

(II.) La varietà dei suoi agenti

1.) Uomini malvagi. Egli soffiò il suo spirito maligno negli uomini di Saba, ed essi si precipitarono all'opera di violenza e distruzione. Infiammò i Caldei con le stesse passioni omicide, e poi "tre schiere si gettarono sui cammelli", li portarono via e uccisero i servi, ecc. Ahimè! Questo arci-demone ha accesso alle anime umane. "Egli opera nei figli della disubbidienza". Li conduce prigionieri secondo la sua volontà

2.) Natura materna. Il grande Dio gli diede il potere sugli elementi della natura. Accese il lampo e lo fece consumare le pecore e i servi. Trasformò l'atmosfera in una tempesta, ne scagliò la furia contro la casa e la fece precipitare fino alla distruzione di tutto ciò che era all'interno. Con il permesso del cielo, questo potente spirito del male può causare terremoti per inghiottire le città, soffiare pestilenze per spopolare i paesi, creare tempeste che diffonderanno devastazione su mare e terra. "È il principe del potere dell'aria".

(III.) La rapidità dei suoi movimenti. Con quanta rapidità i suoi colpi caduti si susseguivano. Prima che il primo messaggero del male avesse raccontato al patriarca la sua terribile storia, ne apparve un'altra. Mentre il primo "parlava ancora", ne venne un altro; e mentre il secondo parlava ancora, venne il terzo. I portatori di miseria si calpestavano l'un l'altro. Perché tutta questa fretta? Forse perché quest'opera di violenza era gradita alle passioni di questo ripugnante demone? O forse perché la rapidità avrebbe probabilmente scioccato la natura morale di Giobbe in modo tale da produrre una repulsione religiosa e indurlo a fare ciò che desiderava che facesse: maledire l'Onnipotente in faccia? Forse entrambi. Forse la rapidità era sia il suo piacere che la sua politica. Le prove raramente arrivano da sole

(IV.) La follia dei suoi calcoli. Quale fu il risultato di tutto questo su Giobbe? L'esatto contrario di ciò che Satana aveva calcolato. Egli "adorava". Non imprecava. Nella sua adorazione scopriamo tre cose:

1.) La sua profonda sensibilità

2.) La sua filosofia esaltata

3.) La sua magnanimità religiosa. Quanto deve essere rimasto deluso questo arci-demone dal risultato. Il risultato fu l'esatto opposto di ciò che si era aspettato, di ciò per cui aveva lavorato. Così è sempre stato, e così sarà sempre. Dio può permettere a Satana di distruggere le nostre prospettive mondane, di distruggere le nostre fortune e distruggere le nostre amicizie. Ma se confidiamo in Lui, Egli non gli permetterà di toccare le nostre anime a loro danno. Egli usa il demone solo per mettere alla prova i Suoi servitori. Si dice che un vecchio ministro gallese, predicando su questo testo, abbia detto che Dio ha permesso a Satana di processare Giobbe come il commerciante prova la moneta che il suo cliente ha offerto in pagamento per la merce acquistata. Lo colpisce sul bancone e lo sente suonare come suona il vero metallo, prima di accettarlo e metterlo nel suo cassetto. Il grande Mercante impiegò Satana per suonare Giobbe sul banco del processo. Lo fece, lo fece con tutta la forza del suo potente braccio, e all'orecchio divino il cuore morale del patriarca vibrava come la musica del metallo divino adatta al tesoro nei cieli. (Omilestico.)

Dio pone dei limiti alle afflizioni del Suo popolo:

1.) Non è sempre un argomento della buona volontà e dell'amore di Dio vedere esaudite le nostre mozioni. Molti vengono ascoltati e rispondono per rabbia, non per amore. I figli d'Israele avevano bisogno di cibo per le loro concupiscenze, e Dio glielo diede

2.) Che fino a quando Dio non dà un incarico, Satana non ha alcun potere sui beni o sulle persone del popolo di Dio, o su qualsiasi cosa che gli appartenga

3.) Ciò che Satana e gli uomini malvagi desiderano peccaminosamente, il Signore lo concede santamente. La volontà di Dio e la volontà di Satana si univano entrambe nella stessa cosa; eppure erano diversi come la luce e le tenebre, i loro fini erano diversi come la loro natura

4.) Che Dio Stesso pone dei limiti alle afflizioni del Suo popolo

5.) Che Satana è sconfinato nella sua malizia verso il popolo di Dio. Se Dio non gli avesse posto dei limiti, non si sarebbe posto alcun limite, perciò Dio gli dice, solo su se stesso, ecc. (J. Caryl.)

16 CAPITOLO 1

Giobbe 1:16

Mentre egli parlava ancora, ne giunse anche un altro.

Le calamità di Giobbe:

(I.) Molti agenti sono alla ricerca di opportunità per farci del male, ma sono trattenuti dalla potenza di Dio. Questi possono essere divisi in visibili e invisibili. Ci sono gli invisibili, quegli spiriti caduti, della cui apostasia e malignità attiva si parla tanto nelle Scritture. Qui vedrete come il diavolo cercò prima di togliere il carattere a Giobbe per sincerità e virtù, poi di insinuare che non era migliore di un ipocrita mercenario, poi di suggerire che se fosse stato privato dei suoi beni esteriori avrebbe presto dimostrato di essere un vero e proprio bestemmiatore. Abbiamo qualche ragione per supporre che sia diversamente per quanto ci riguarda? Satana non è ancora dannosamente attivo? Ci sono nemici visibili dei nostri interessi e della nostra pace. L'uomo non è solo alienato da Dio, ma anche dai suoi simili. Dovreste considerare in particolare il debito che avete nei confronti della misericordia di Dio che restringe e preserva. La persecuzione è perfettamente naturale per l'uomo depravato. È la provvidenza che getta le catene sulle sue passioni nere e maligne

(II.) Le creature possono essere prontamente convertite da Dio negli autori del nostro danno o distruzione. È così per gli stessi elementi della natura. Lo stesso vale per le nostre connessioni sociali. "I nemici dell'uomo possono essere quelli della sua stessa casa". Lo stesso vale per i nostri possedimenti secolari: possono rivelarsi maledizioni anziché benedizioni

(III.) Le dispensazioni esterne della provvidenza di Dio non sono criteri infallibili con cui formare la nostra valutazione del carattere umano. La prosperità non c'è, perché accade spesso che il corno degli empi sia esaltato e che fioriscano come un verde alloro. L'avversità non è una prova inequivocabile. Imparare-

1.) I nostri obblighi verso la cura protettiva di Dio

2.) Quale illustrazione è stata fornita della precarietà di quel possesso in cui sono tenute tutte le cose terrene. (Giovanni Clayton.)

La prova di Giobbe:

La domanda discussa nel Libro di Giobbe è questa: È possibile che l'uomo sia spinto dall'amore disinteressato per il suo Creatore? Osservare i test a cui Giobbe è stato sottoposto

(I.) Fu processato in modo circostanziato. Benché privo di tutto, Giobbe non abbandona la sua fedeltà al cielo, né grida maledizioni alle orecchie dell'infinito. Desolato dice: "Benedetto sia il nome del Signore".

(II.) È stato processato costituzionalmente. Satana chiede: Lasciami agire in base a lui? È colpito da una malattia ripugnante. La sua fede resiste a questo?

(III.) Fu processato teologicamente. I suoi amici lo denunciarono come peccatore. La sua natura si ribellò. Per molti lunghi giorni fu torturato nelle sue convinzioni più profonde, nei nervi più teneri della sua anima. La sua lealtà al cielo allora cede; la sua fiducia nell'Onnipotente si spegne? Qui, in Giobbe, la questione è risolta per sempre, che l'anima umana non è essenzialmente egoista. Può "temere Dio per nulla". (Omilestico.)

Il disegno dell'afflizione:

Giobbe e l'afflizione sono stati a lungo associati insieme nelle nostre menti. Accanto all'"uomo dei dolori", Giobbe fu forse il più afflitto tra i servi di Dio. Il principio di sostituzione spiega subito le sofferenze dell'uno, ma spiegare le sofferenze dell'altro sembra a prima vista più difficile. Il Libro di Giobbe è il più antico di tutti i libri di ispirazione, ed è del tutto indipendente da essi. La storia di Giobbe non è legata a quella del popolo di Dio, né avanza in alcun modo la manifestazione dei propositi di Dio. Come risultato della caduta, e come impresso la maledizione divina sulla creazione, l'afflizione è la sorte comune dell'umanità. L'afflizione, in una forma o nell'altra, è la parte speciale del popolo di Dio. Dio è l'autore delle afflizioni del Suo popolo. Siamo inclini ad attribuirla a cause seconde e a perdere di vista la grande causa prima. Dio ha un disegno nell'afflizione

(I.) Il disegno di Dio nelle afflizioni dei malvagi

1.) Intende punire i malvagi con l'afflizione. Ma Egli progetta anche di risvegliarli, di attirare la loro attenzione e di mostrare loro il nulla e la vanità di tutte le cose che sono qui. Quanto è benedetta l'afflizione che riporta il figliol prodigo alla casa di suo padre, per quanto grave possa essere

(II.) Il disegno di Dio nell'affliggere il Suo popolo

1.) Mettere alla prova la genuinità della loro fede. L'apostolo parla della "prova della nostra fede". In tutte le sue prove la fede di Giobbe fu trovata genuina, e a lode e onore di Dio; Giobbe non fa mai nulla che sia incompatibile con il suo essere figlio di Dio. Alcuni, quando vengono messi nella fornace dell'afflizione, dimostrano di essere stati solo ipocriti

2.) Scoprire la corruzione latente dei loro cuori. Quando un uomo si converte per la prima volta, non pensa a quanto male ci sia ancora dietro! Ma arriva la prova, e allora sorge l'incredulità nella sua forza precedente. La ribellione infuria in ogni regione dell'anima. Le passioni non domate riprendono la loro forza, ed egli è completamente sgomento per la scena spaventosa. Giobbe, che era il più paziente di tutti gli uomini, mostrò allora impazienza. Nei giorni della sua prosperità sembrava essere perfetto, ma l'afflizione mostrava ciò che c'era nel suo cuore

3.) Per purificarli e santificarli. Dio ci mette nella fornace per purificarci dalle scorie, per renderci santi e spirituali, per farci cercare le cose di lassù

4.) Chiamare all'esercizio le grazie dello Spirito. C'è una grande tendenza anche nel popolo di Dio all'accidia e al sonno spirituale. Hanno la grazia, ma la loro grazia non è in un esercizio vivo. I loro movimenti sono lenti e senza vita. Con l'afflizione Dio ci risveglia al senso delle nostre alte responsabilità e chiama all'esercizio delle nostre grazie dormienti

5.) Accrescere il valore della vera religione. Che cosa può sostenervi quando vi sono piombate addosso prove e tribolazioni, in varie forme, se non una vera e sincera pietà? Cos'altro avrebbe potuto sostenere Giobbe nelle sue ineguagliabili e complicate afflizioni?

6.) Dio affligge il Suo popolo anche per manifestare i Suoi attributi gloriosi. Il grande obiettivo in tutto ciò che Dio fa è quello di manifestare la Sua gloria. Imparare-

(1) Che Dio ha uno scopo in tutto ciò che fa

(2) Siate incoraggiati contemplando il caso di Giobbe. Non sei solo in affiliazione

(3) Non solo attendete con ansia il momento della vostra liberazione dalla afilizione, ma guardate a Dio per la Sua grazia, non solo per sostenervi, ma per fare in modo che quella fedeltà serva alla vostra felicità. (A. S. Cannen.)

Chi Egli ama Egli castiga:

Tra i misteri della provvidenza di Dio non c'è forse mistero più grande della legge con la quale la sofferenza è inflitta nel mondo. Non è un mistero che il peccato debba produrre dolore; Non è un mistero che il dolore, la malattia e la morte debbano essere il frutto della caduta dell'uomo. La coscienza degli uomini di tutte le epoche - sia i pagani che gli ebrei e i cristiani - ha accettato la giustizia di quella costituzione morale delle cose per cui il peccato diventa castigo e la sofferenza espiazione della colpa. Il problema veramente difficile non è il problema della sofferenza in astratto: è il problema dell'eliminazione della sofferenza su qualsiasi teoria; E' il problema per cui gli innocenti sono chiamati a soffrire, mentre i colpevoli troppo spesso fuggono. Questo è un problema che ci viene presentato nel libro di Giobbe. Giobbe è un uomo giusto, che vive nel timore di Dio e rifugge il male. È un uomo di grandi ricchezze e possedimenti, ma non spende le sue ricchezze in egoistica gratificazione. Egli è caritatevole con i poveri, ospitale con lo straniero, generoso con tutti. Non era solo il più grande di tutti gli uomini dell'Est, era il migliore. Ma in un attimo il cielo della sua prosperità è coperto; colpo dopo colpo con spaventosa rapidità. In base a quale principio di giustizia un uomo simile è fatto soffrire? Ecco un uomo esemplare nella vita, devoto, puro, caritatevole, di pura integrità, di sincera pietà e di sincera fede in Dio; Perché è schiacciato da questa terribile sofferenza? A questo si contrapponga la tragedia di "Prometeo", scritta da Eschilo. Prometeo è stato il benefattore dell'umanità. È entrato in un sublime conflitto con Zeus, l'essere supremo, per il bene della razza. Viene schiacciato dal suo avversario e muore con la sfida sulle labbra. La concezione è grandiosa, ma l'elemento principale della grandezza risiede nel fatto che è il potere, e non la rettitudine, che siede sul trono, e la ribellione contro il potere supremo che non è diritto supremo deve sempre essere grandiosa. La lotta nella storia di Giobbe è molto più nobile. Egli sa che il Dio che adora non è solo la potenza suprema, ma anche la giustizia suprema. È questo che rende la sua prova così dura. Con lui la difficoltà è riconciliare il Dio della sua coscienza e della sua fede con il Dio che governa il mondo. Sul trono dell'universo siede colui che, a giudicare dai fatti della vita, non è assolutamente giusto. La lotta nel dramma di Giobbe non è la sfida al potere, non è l'arrogante affermazione dell'ipocrisia: è la confessione dell'ignoranza di sé e dell'ignoranza di Dio; è la sottomissione dell'uomo duramente provato alla rivelazione di quel Dio di cui aveva desiderato vedere la rivelazione. Il problema è quello della sofferenza innocente. Qual è la soluzione? Vengono date tre risposte

1.) Quella dei tre amici. Pur rappresentando tre diversi tipi di carattere, tutti concordano su una cosa: tutti sostengono la stessa teoria del governo divino e, sulla base di tale teoria, tutti condannano Giobbe. Dio è giusto, e perciò Dio ricompensa i giusti e punisce i malvagi. Se un uomo soffre, soffre perché se lo merita. Giobbe può essere retto, ma deve nutrire qualche peccato segreto, ed è questo che ha invocato su di lui la vendetta dell'Altissimo. Questo è il loro sistema compendioso di teologia. Ma si rompe. Non è abbastanza grande per coprire i fatti. Secoli di insegnamento non sono riusciti a sradicare dalla mente degli uomini l'ostinata convinzione che la sofferenza sia la misura del peccato; ma il sofferente stesso lo ripudia . La giustizia di Dio è l'articolo fondamentale del credo di Dio; ma poi arriva la sua crudele perplessità. Giobbe non mantiene la libertà assoluta dal peccato. Per un momento è tentato di rifugiarsi in una cieca sottomissione. Ma nel profondo del suo cuore grida: "Dio deve essere giusto". E così, fino all'ultima parola che pronunciò, rifiutò di essere convinto che il peccato diretto fosse la causa della sua sofferenza. Sappiamo che Giobbe ha ragione, ma aveva ancora bisogno di imparare la lezione più grande di tutte, che la sua stessa giustizia non era la sua. Ha ragione nel sostenere la propria innocenza contro i suoi amici, nel mantenere salda la sua integrità, nel fare bene a confidare in Dio attraverso tutti, nel fare appello a Lui perché dichiari la sua giustizia quando sembra essere nascosta

2.) Un'altra teoria della sofferenza è data da Elihu. È arrabbiato con Giobbe per la sua ostinazione; e con gli amici, perché hanno fallito così completamente nel rivendicare la giustizia di Dio. Elihu rappresenta una teologia più recente. Lo scopo di Dio nel castigo Egli dichiara essere la purificazione del Suo servo. Se Egli mette coloro che ama nel crogiolo, è per purificare le loro scorie, per purificarli dai peccati passati e per impedire loro di cadere in futuro. Ecco, certamente, un passo avanti. Vedere uno scopo dell'amore nell'afflizione significa trasformarlo in una benedizione. Giobbe accetta in silenzio questa interpretazione della sofferenza

3.) Ma il mistero della sofferenza non è pienamente spiegato anche quando gli viene assegnato questo potere purificatore. C'è una sofferenza che non è nemmeno per la salvezza o la purificazione dell'anima individuale, ma per la gloria di Dio. Nel preludio Satana dice a Dio in faccia che i Suoi servi Lo servono non per motivi disinteressati o per affetto sincero, ma nello spirito del mercenario, per le considerazioni più basse e mercenarie. "Giobbe teme Dio per nulla?" Questa è la sfida che gli viene data, ed è una sfida che colpisce la natura di Dio Stesso. Significa che è incapace di suscitare un affetto genuino e disinteressato. Dio accetta la sfida. Giobbe deve imparare che la sofferenza viene, perché Dio è onorato nella prova del suo popolo; e certamente non si può assegnare all'uomo una parte più nobile di quella di essere il campione di Dio. (Vescovo Perowne.)

Il mistero del piacere e del dolore:

Il piacere e il dolore, la felicità e la sofferenza, sono elementi dell'esperienza creaturale stabiliti da Dio. Il loro uso corretto fa la vita, il loro uso sbagliato la rovina. Essi sono ordinati, tutti, in egual grado, a un buon fine; poiché tutto ciò che Dio fa è fatto in perfetto amore e in perfetta giustizia. Non è più meraviglioso che un uomo buono soffra di quanto non soffra un uomo cattivo: perché l'uomo buono, l'uomo che crede in Dio e quindi nella bontà, facendo un giusto uso della sofferenza, ne trarrà vantaggio nel vero senso della parola; Raggiungerà una vita più profonda e più nobile. Non è più meraviglioso che un uomo cattivo, uno che non crede in Dio, e quindi nella bontà, sia felice, di quanto non lo sia un uomo buono, essendo la felicità il mezzo stabilito da Dio per entrambi per raggiungere una vita più elevata. L'elemento principale di questa vita superiore è il vigore, ma non del corpo. Lo scopo divino è l'evoluzione spirituale. Quella gratificazione del lato sensuale della nostra natura, per la quale la salute fisica e un organismo ben unito sono indispensabili, di primaria importanza nella filosofia del piacere, non viene trascurata, ma subalterna alla cultura divina della vita. La grazia di Dio mira alla vita dello spirito: il potere di amare, di seguire la giustizia, di osare per amore della giustizia, di cercare e afferrare la verità, di simpatizzare con gli uomini e di sopportarli, di benedire coloro che maledicono, di soffrire e di essere forti. Per promuovere questa vitalità, tutto ciò che Dio stabilisce è adatto: dolore e piacere, avversità e prosperità, dolore e gioia, sconfitta e successo. Ci meravigliamo che la sofferenza sia così spesso frutto dell'imprudenza. Nella teoria ordinaria il fatto è inspiegabile, perché l'imprudenza non ha il colore scuro della difettosità etica. Colui che per un errore di giudizio precipita se stesso e la sua famiglia in quello che sembra un disastro irrimediabile può, a detta di tutti, essere di carattere quasi irreprensibile. Se la sofferenza è ritenuta una punizione, nessun riferimento al peccato generale dell'umanità ne spiegherà il risultato. Ma il motivo è semplice. La sofferenza è disciplinare. La vita più nobile a cui mira la Divina Provvidenza deve essere sagace non meno che pura, guidata da una sana ragione non meno che da un retto sentimento. E se ci si chiede come, da questo punto di vista, dobbiamo trovare la punizione del peccato, la risposta è che la felicità come la sofferenza è una punizione per colui il cui peccato e l'incredulità che lo accompagna pervertono la sua visione della verità e lo rendono cieco alla vita spirituale e alla volontà di Dio. I piaceri di un malfattore che nega persistentemente l'obbligo all'autorità divina e rifiuta l'obbedienza alla legge divina non sono un guadagno, ma una perdita. Dissipano e attenuano la sua vita. Il suo godimento sensuale o sensuale, il suo piacere per il trionfo egoistico e l'ambizione gratificata, sono reali, danno al momento tanta felicità quanta ne ha l'uomo buono nella sua obbedienza e virtù, e forse molto di più. Ma sono nondimeno penali e retributive, e la convinzione che lo siano diventa chiara all'uomo ogni volta che la luce della verità viene illuminata dal suo stato spirituale. D'altra parte, le pene e i disastri che cadono sulla sorte degli uomini malvagi, destinati alla loro correzione, se nella perversità o nella cecità sono fraintesi, diventano di nuovo punizione, perché anch'essi dissipano e attenuano la vita. Il vero bene dell'esistenza scivola via mentre la mente è intenta al mero dolore o alla vessazione, e a come sbarazzarsene. (Robert A. Watson, D.D.)

La triplice calamità:

Quest'uomo sincero e di cuore retto deve passare attraverso l'intero ciclo dei problemi umani. Se nel caso di Giobbe non si tenta una qualsiasi forma consueta di dolore umano, allora il problema del libro non è ancora completamente risolto. Secondo questo poeta-autore, la calamità della vita umana è triplice

(I.) I guai colpiscono l'uomo attraverso i suoi beni. Il caso di Giobbe è un bel modello dei guai che possono capitare a un uomo attraverso i suoi beni. Ebbe appena il tempo di riprendere fiato dopo aver ascoltato un triste racconto che un altro messaggero di dolore irruppe su di lui, e il culmine del suo dolore sembra assolutamente straziante. Com'è possibile che questi cambiamenti di circostanze siano finiti a premere su quest'uomo come guai? Nulla ci ferisce veramente, se non quello che colpisce la mente, e cose diverse ci influenzano in modo diverso a seconda che raggiungano le varie parti della nostra natura mentale e spirituale. Quale parte di noi, allora, è toccata da queste calamità esteriori che ci privano delle cose che possediamo? C'è nella nostra natura il desiderio di acquisizione, e la sua soddisfazione è la fonte di moltissimi dei nostri piaceri. Il dolore alla mente che segue la perdita dei nostri beni prende la sua forma più alta nella perdita dei nostri figli e amici. Per quanto riguarda, tuttavia, per quanto riguarda tali problemi, la nostra virilità dovrebbe essere abbastanza grande da permetterci di affrontarli, e non abbiamo un'ammirazione travolgente per l'uomo che può vedere tutti i suoi beni sparire e tuttavia mantenere la sua integrità e mantenere la sua presa su Dio

(II.) I guai possono venire a un uomo attraverso il suo corpo. Non potremmo facilmente sopravvalutare il rapporto che la salute e il vigore fisico hanno con uno spirito luminoso e speranzoso e una fede allegra e attiva. Una gran parte dei dubbi, delle paure e delle lotte interiori degli uomini hanno la loro fonte segreta nelle condizioni del corpo, nel fallimento alle sorgenti della vitalità o nella presenza di malattie insidiose. Le relazioni segrete tra il corpo e lo spirito sono molto misteriose. Di conseguenza ti avvicini di più a un uomo, lo tocchi fino al vivo, metti il suo spirito a una prova molto più alta, quando fai piombare la calamità sul suo corpo. Dalle descrizioni fornite è probabile che la malattia di Giobbe fosse ciò che i viaggiatori orientali conoscono come elefantiasi, perché le estremità del corpo si gonfiano enormemente e la pelle diventa dura come la pelle dell'elefante. È difficile da sopportare quando la malattia è dolorosa; ancora più forte quando si prostra; ancora più duro quando è deturpato e ripugnante; ancora più difficile quando si tratta di disabilità sociali. E quello di Giobbe era tutto questo. Può un uomo soffrire così e tenersi stretto a Dio? Queste calamità che attraversano i nostri corpi colpiscono altre parti della nostra natura e, in un certo senso, parti superiori. L'amore per la vita. Il desiderio del piacere. La facoltà della speranza. Tutti costoro vengono respinti, schiacciati, viene loro proibito di parlare, ed è la loro lotta interiore che rende l'amarezza di tali tempi difficili. Ma se l'afflizione raggiungesse solo queste due cose, i nostri beni e i nostri corpi, non potremmo definire sublime la prova. Qualcosa mancherebbe ancora

(III.) Problemi che colpiscono un uomo attraverso la sua mente. Per questa prova più grande, i problemi esteriori di Giobbe non erano altro che l'approccio e la preparazione. Queste nuove prove erano di un certo tipo, e si svolsero in modo tale da causare molto probabilmente confusione mentale. La visita degli amici, la loro cattiva teologia e le loro false accuse, furono proprio le cose che risvegliarono i conflitti interiori dell'anima. Offrivano forme di verità che suscitavano la sua resistenza. Presentarono credo, nel loro modo grave e formale, che Giobbe riteneva troppo piccoli per soddisfare il suo caso. Essi fecero sorgere dubbi nella sua mente che quasi si gonfiarono nell'agonia della disperazione. L'angoscia mentale di Giobbe assunse una forma particolare. I fatti della sua condizione furono messi in conflitto con il credo formale del suo tempo, il credo in cui lui stesso era stato allevato. Quel credo dichiarava che la sofferenza era l'accompagnamento esatto e necessario di ogni peccato; e quella grande calamità preannunciava un grande peccato. Giobbe è sicuro che questo debba essere in qualche modo sbagliato. Il credo non si adatterebbe al suo caso. La Scrittura ci fornisce altre illustrazioni di questa forma più alta e più pericolosa di afflizione umana. Ma l'esempio più sublime si trova nel Signore Gesù stesso. Ha avuto sofferenze corporali, ma nessuno sa ciò che il Signore ha sopportato per lui fino a quando non può entrare nel conflitto spirituale della tentazione di Cristo e nell'angoscia interiore infinitamente misteriosa del Getsemani e del Calvario. Non siamo soli in queste agonie dell'anima. Non soli mentre la lotta viene combattuta, non soli nella benedetta vittoria che ci sarà data di vincere. Anche noi, con Giobbe, possiamo mantenere salda la nostra integrità. Due cose hanno bisogno di un avviso di passaggio. Osservate come la lotta mentale fu intensificata dall'influenza delle precedenti calamità esteriori. La perdita di tutto ciò che possedeva lo aveva umiliato. Il dolore per la perdita dei suoi figli lo aveva oppresso. La lunga e continua sofferenza del corpo lo aveva stancato, e ora lo spirito stesso era debole. E osservate anche che in tali momenti di tensione un uomo può quasi venir meno e tuttavia mantenere la sua integrità. A volte un uomo è, per un momento, abbattuto. Giobbe a volte fallisce e parla in modo sciocco. Sembra che, nella sua disperazione, abbia contrapposto la sua giustizia a quella di Dio. Ma dalla terra di confine dell'infedeltà e della disperazione Giobbe ritorna alla fiducia e al riposo del cuore di bambino che trova il Padre in Dio. (Robert Tuck, B.A.)

Di solito, dove Dio dà molta grazia, Egli prova molto la grazia:

Al quale Dio ha dato spalle forti, su di lui, per la maggior parte, pone pesanti pesi. E così siamo arrivati alla seconda divisione principale del capitolo, che è l'afflizione di Giobbe; e ciò è stabilito da questo versetto 6 alla fine del versetto 19. E per timore che si possa pensare che lo abbia trovato per caso, è puntualmente descritto in quattro modi

1.) Dalle cause di esso (ver. 6, 7, ecc.)

2.) Per mezzo degli strumenti di esso (ver. 15, 16, ecc.)

3.) Alla maniera di farlo (vers. 14, 15, 16, ecc.)

4.) Al momento di esso (ver. 13) . (J. Caryl.)

Le prove a cui Dio sottopone il Suo popolo:

Dio mette a volte i Suoi servi in questi esperimenti per metterli alla prova (come fece con Giobbe), affinché Satana stesso possa sapere quanto la grazia di Dio li abbia resi sinceri e affinché il mondo possa vedere come possono giocare a fare l'uomo. I buoni ingegneri, se costruiscono un ponte, sono contenti di avere un treno di peso enorme che lo attraversa. Quando fu costruita la prima grande esposizione, fecero marciare reggimenti di soldati, con un passo costante, sulle travi, per essere sicuri di essere abbastanza forti da sopportare qualsiasi folla di uomini, perché il calpestio regolare di soldati ben disciplinati è più difficile per un edificio che per qualsiasi altra cosa. Così il nostro Padre saggio e prudente a volte fa marciare la tribolazione proprio sopra i sostegni del Suo popolo, per far vedere a tutti gli uomini che la grazia di Dio può sostenere ogni possibile pressione e carico. (C. H. Spurgeon.)

La tentazione più dura dura:

Quando pensa che siamo i più deboli, allora viene con gli assalti più forti. Se Satana avesse mandato a dire a Giobbe della morte dei suoi figli per primo, tutto il resto sarebbe stato per lui un nulla. Osserviamo in guerra, che una volta che le grandi ordigni sono scaricate, i soldati non hanno paura del moschetto: così quando una grande batteria è fatta da un terribile giudizio tonante sull'anima, o sul corpo, o sulla proprietà di qualsiasi uomo, il rumore e i timori di mali minori sono soffocati e diminuiti. Perciò Satana tiene il suo colpo più grande fino all'ultimo, affinché il piccolo possa essere udito e sentito, e che l'ultimo venuto con forza maggiore possa trovare la minima forza per resistergli. (J. Caryl.)

20 CAPITOLO 1

Giobbe 1:20

E adorato.

La grande vittoria:

Questa è la scena più grandiosa che la natura umana abbia mai presentato. Il mondo non aveva mai visto nulla che potesse essere paragonato ad esso. Il più grande conquistatore che abbia mai ottenuto il suo trionfo a Roma fu come un pigmeo accanto al gigante

(I.) Il trionfo della mente sulla materia. L'anima di Giobbe sembra librarsi al di sopra di ciò che è materiale. Le cose che si vedevano svanivano dalla sua vista, e le cose che non si vedevano diventavano luminose e distinte. Stefano, morente, vide il Signore Gesù nella sua visione. Ma Giobbe non era un uomo morente. Era in piena forza e vigore. È possibile, quindi, trionfare su ciò che è visibile e temporale, che anche in questo mondo il cielo è una realtà

(II.) Il trionfo del principio sull'egoismo. Il principio e l'egoismo sono sempre antagonisti. C'è una guerra costante in corso tra questi nell'universo, nel mondo, nell'anima. L'io è troppo spesso il vincitore. Ma a Giobbe 49 principio religioso era supremo. Si alzò e adorò! La natura umana egoista avrebbe delirato e maledetto. L'uomo mondano avrebbe maledetto la sua fortuna, maledetto i suoi nemici, maledetto i Caldei e maledetto tutto. Sembra che non ci sia stata alcuna lotta nella mente di Giobbe. Sembra che egli sia stato innalzato quasi al di sopra della contesa e della contesa, per la costante pazienza e l'incessante abitudine di mettere al primo posto i principi. C'è un momento in cui la competizione cessa. A volte l'io, dopo alcune settimane o anni, ottiene il dominio, e allora all'io l'uomo cede abitualmente. Ma occasionalmente troviamo casi in cui il principio è vincente, e allora in seguito si rende omaggio indiscusso alla sua sovranità

(III.) Il trionfo della religione sulla mondanità. Il mondo passò inosservato a Giobbe come fattore del suo destino. Molti avrebbero detto: "Che strana combinazione di circostanze! Che terribile coincidenza! Che uomo sfortunato! "Il Signore ha tolto". Ecco un modello per i causalisti, che guardano ai dettagli minori invece che al primo Sovrano di tutte le cose. Questa è la vera sfera della religione: scacciare tutto il resto dalla vita di un uomo, tutto tranne Dio. Allora, e allora solo, ha trionfato sul mondo, e sul peccato, e sulla tentazione

(IV.) Il trionfo della grazia divina sulle tentazioni del diavolo. (Omilestico.)

L'umile santo sotto una verga terribile:

1.) I migliori uomini sono spesso esercitati con i problemi più gravi. Giobbe era un uomo perfetto e retto, che temeva Dio e fuggiva il male. Coloro che sono più vicini al cuore di Dio possono essere più intelligenti sotto la Sua verga

2.) Quando le cose vanno meglio con noi per quanto riguarda questo mondo, dovremmo cercare dei cambiamenti. La presunzione di una prosperità continua è ingiustificata; poiché chi può dire ciò che un giorno può produrre? Se c'è un uomo al mondo che ha avuto motivo di promettere a se stesso una sicurezza dalla povertà e dall'angoscia, sicuramente è stato questo eminente servitore di Dio. Il Signore lo aveva benedetto con grandi possedimenti e una numerosa progenie. Poteva appellarsi al cielo per quanto riguarda l'integrità della sua condotta, che aveva ottenuto la sua ricchezza senza opprimere i poveri o danneggiare i suoi simili. Stiamo dunque attenti a come diciamo che la nostra montagna resisterà e non potrà essere spostata, perché chi può dire cosa c'è nel grembo della provvidenza? Questo, in larga misura, ci preparerà per la prova, se Dio ci chiamerà ad essa. D'altra parte, dovremmo stare attenti a come affondiamo sotto i nostri fardelli quando il Signore è in lotta con noi, e nutrire cupi timori che la liberazione sia impossibile. La nostra saggezza sta nel mezzo, tra il riposare e il vantarsi delle benedizioni, e limitare la potenza e la bontà di Dio, come se Egli non potesse sostenerci nelle difficoltà, o aprire una via per la nostra fuga

3.) La grazia di Dio ci è data non per cancellare o distruggere le nostre passioni e i nostri affetti naturali, ma per correggerli, frenarli e purificarli. Giobbe si alzò, si strappò il mantello e si rasò la testa, e questo prima di mettersi ad adorare. La grazia di Dio ha lo scopo di regolare, raffinare e spiritualizzare i nostri affetti naturali che, se lasciati a se stessi, sono pronti a sfociare in tumulti ed eccessi

4.) I santi in difficoltà di solito trovano quel sollievo al trono della grazia, quando riversano le loro anime a Dio in preghiera, che non incontrano da nessun'altra parte

5.) Riflettere seriamente su ciò che eravamo una volta, in uno stato di infanzia, e su ciò che saremo quando saremo deposti nella tomba, è un buon mezzo per riconciliare le nostre menti con le provvidenze afflittive e svuotanti. L'orgoglio è la madre del malcontento. L'umiltà dà il più dolce gusto a tutti i nostri godimenti e prepara la mente con una crescente rassegnazione a separarsene secondo la volontà del nostro Proprietario originale, che è il Sovrano Disponente di tutte le cose

6.) Gli uomini buoni desiderano guardare oltre le cause seconde alla mano di Dio in tutte le loro misericordie e afflizioni. Giobbe non menziona una parola della sua operosità o cura nell'ottenere, o dei Sabei e dei Caldei nel derubarlo delle sue sostanze, ma il "Signore ha dato, e il Signore ha tolto". I mezzi e gli strumenti hanno la loro influenza, ma è sotto un agente o permesso divino. Coloro che sono i più adatti a promuovere un fine desiderabile falliranno certamente senza il Suo concorso, e i nemici più avvelenati di Dio e del Suo popolo non possono fare più di quanto Egli si compiace di soffrire

7.) Satana, l'accusatore dei fratelli, osserva attentamente il santo quando è oppresso dall'afflizione, e se c'è qualcosa che può piacere a uno spirito così completamente infelice, sarebbe sentirlo parlare sconsideratamente con le sue labbra, e accusare Dio stoltamente. È un lavoro duro, ma quanto è ragionevole! Perché un santo non può trovarsi in quella situazione per non avere molto per cui benedire Dio. Rimane sempre di più e di meglio di quanto viene tolto, come Dio stesso, il Suo amore immutabile, il glorioso Redentore, lo Spirito Santo, un'alleanza eterna, le benedizioni della redenzione e della santificazione, con grazia e gloria. E chi non vede che tutte le sofferenze e le perdite di questo mondo non sono degne di essere paragonate a nessuna di queste, tanto meno che a tutte! (S. Wilson.)

Giusto comportamento in tempi di afflizione:

1.) Che quando la mano di Dio è su di noi, conviene che ne siamo sensibili e che ci umiliamo sotto di essa

2.) Che nei momenti di afflizione possiamo esprimere i nostri dolori con gesti esteriori, con gesti dolorosi

3.) Che quando Dio ci affligge con sofferenze, dobbiamo affliggere noi stessi, umiliare le nostre anime per il peccato

4.) Che i pensieri di bestemmia contro Dio siano respinti e respinti con la massima indignazione. (J. Caryl.)

Le afflizioni si trasformarono in preghiere:

1.) Un uomo pio non lascerà che la natura operi da sola, mescola o tempera gli atti di grazia con gli atti di natura

2.) Le afflizioni mandano il popolo di Dio a casa da Dio; le afflizioni avvicinano l'uomo pio a Dio

3.) Che il popolo di Dio trasformi tutte le sue afflizioni in preghiere o in lodi. Quando Dio colpisce, allora Giobbe prega; quando Dio affligge, allora Giobbe si dedica all'adorazione. La grazia fa sì che ogni condizione operi gloria a Dio, come Dio fa sì che ogni condizione operi bene a coloro che hanno la grazia

4.) Ci conviene adorare Dio in modo umile

5.) Che l'adorazione divina è peculiare di Dio. (Ibidem)

21 CAPITOLO 1

Giobbe 1:21

Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò.

Dimissioni di Giobbe:

Giobbe era molto turbato e non cercava di nascondere i segni esteriori del suo dolore. Non ci si aspetta che un uomo di Dio sia uno stoico. La grazia di Dio toglie dalla sua carne il cuore di pietra, ma non trasforma il suo cuore in pietra. Voglio però che notiate che il lutto deve essere sempre santificato con la devozione. "O genti, aprite i vostri cuori davanti a lui: Dio è per noi un rifugio". Quando sei inchinato sotto un pesante fardello di dolore, allora prendi ad adorare il Signore, e specialmente a quel tipo di adorazione che consiste nell'adorare Dio e nel fare un completo abbandono di te stesso alla volontà divina, in modo da poter dire con Giobbe: "Anche se mi uccidesse, confiderò in Lui". Allevierà anche grandemente il nostro dolore se poi cadremo in serie contemplazioni, e cominciamo a discutere un po', e a portare i fatti nella nostra mente. "Mentre riflettevo", disse Davide, "il fuoco divampò", e lo confortò e lo riscaldò. Giobbe è un esempio di questo tipo di istruzione personale; Ha tre o quattro argomenti che porta davanti alla sua mente, e questi tendono a confortarlo

(I.) L'estrema brevità della vita. Osservate ciò che dice Giobbe: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò". Appariamo per un breve momento, e poi svaniamo. Spesso, nella mia mente, paragono la vita a una processione. Ebbene, ora, poiché la vita è così breve, non capite da dove viene il conforto? Giobbe dice a se stesso: "Sono venuto e ritornerò; allora perché dovrei preoccuparmi di ciò che ho perso? Sto per stare qui solo per un po', allora che bisogno ho di tutti quei cammelli e pecore? Se le mie riserve terrene svaniscono, beh, svanirò anch'io". Inoltre, Giobbe sembra soffermarsi con particolare conforto sul pensiero: "Ritornerò sulla terra, da cui provengono originariamente tutte le particelle del mio corpo: vi ritornerò". Ricordate che la tribù di Gad e la tribù di Ruben andarono da Mosè e gli dissero: «Se abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi, questo paese sia dato in possesso ai tuoi servi e non ci faccia passare il Giordano». Naturalmente, non volevano attraversare il Giordano se potevano portare tutti i loro beni dall'altra parte. Ma Giobbe non aveva nulla al di qua del Giordano; Era stato ripulito subito, quindi era disposto ad andare. E, in realtà, le perdite che un uomo ha, che lo fanno "desiderare di andarsene e di stare con Cristo, che è molto meglio", sono veri guadagni. A che serve tutto ciò che ci intasa qui?

(II.) Giobbe sembra consolarsi notando il possesso dei suoi possedimenti terreni. "Nudo", dice, "sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò". Si sente molto povero, tutto è andato, è spogliato; eppure sembra dire: "Non sono più povero ora di quando sono nato". L'altro giorno uno mi ha detto: "Tutto è andato, signore, tutto è andato, tranne la salute e la forza". Sì, ma non ne avevamo così tanto quando siamo nati. Non avevamo forze, eravamo troppo deboli per svolgere gli uffici meno necessari, anche se più necessari, per la nostra povera e tenera corporatura. Gli anziani a volte arrivano a una seconda infanzia. Non temere, fratello, se questo è il tuo caso; Hai già attraversato un periodo che è stato più infantile di quanto possa essere il tuo secondo, non sarai più debole allora di quanto non fossi all'inizio. Supponiamo che tu ed io fossimo portati all'estrema debolezza e povertà, non saremo né più deboli né più poveri di allora. È meraviglioso che, dopo che Dio è stato misericordioso con noi per cinquant'anni, non possiamo fidarci di Lui per il resto della nostra vita; E in quanto a voi che avete sessanta, settanta o ottant'anni, che cosa! ti ha portato fin qui per farti vergognare? Ti ha forse sostenuto in quella parte più debole della tua vita, e pensi che ora ti abbandonerà? Poi Giobbe aggiunge: "Per quanto povero io possa essere, non sono così povero come sarò, perché nudo tornerò alla madre-terra. Se ora ho poco, presto ne avrò ancora meno". Voglio che notiate, inoltre, ciò che penso fosse veramente nella mente di Giobbe, che, nonostante egli non fosse che polvere all'inizio, e sarebbe stata polvere alla fine, c'era ancora un Giobbe che esisteva per tutto il tempo. "Ero nudo, ma lo ero; nudo vi ritornerò, ma là sarò". Alcuni uomini non trovano mai se stessi finché non hanno perso i loro beni. Essi stessi sono nascosti, come Saulo, in mezzo alla stoffa; La loro vera virilità non si vede, perché sono vestite così bene che la gente sembra rispettarle, quando sono i loro vestiti ad essere rispettati. Sembra che siano qualcuno, ma non sono nessuno, nonostante tutto ciò che possiedono

(III.) Ma forse la cosa più benedetta è ciò che Giobbe ha detto riguardo alla mano di Dio in tutte le cose: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; benedetto sia il nome del Signore". Sono così contento di pensare che Giobbe ha riconosciuto la mano di Dio che dona ovunque. Egli disse: "Il Signore ha dato". Non ha detto: "Mi sono guadagnato tutto". Non ha detto: "Sono spariti tutti i miei sudati risparmi". Che cosa dolce è se riesci a sentire che tutto ciò che hai in questo mondo è un dono di Dio per te! Un reddito magro ci darà molto contenuto se riusciamo a vedere che è un dono di Dio. Non consideriamo solo il nostro denaro e i nostri beni come doni di Dio; ma anche nostra moglie, i nostri figli, i nostri amici. Ahimé! alcuni di voi non sanno nulla di Dio. Ciò che hai non è considerato da te come un dono di Dio. Vi perdete la dolcezza e la gioia della vita perdendo questo riconoscimento della mano divina nel darci tutte le cose buone riccamente di cui godere. Ma poi, Giobbe vide ugualmente la mano di Dio che li portò via. Se non fosse stato un credente in Geova, avrebbe detto: "Oh, quei detestabili Sabei! Qualcuno vada a fare a pezzi quei Caldei". Questo è spesso il nostro stile, non è vero: trovare da ridire sugli agenti secondari? Supponiamo che la mia cara moglie dica al servo: "Dov'è finito quel quadro?" e la cameriera risponda: "Oh, il padrone l'ha preso!" Avrebbe trovato da ridire? Oh no! Se fosse stato un servitore a tirarlo giù, o un estraneo a portarlo via, avrebbe potuto dire qualcosa; ma non quando l'ho preso, perché è mio. E in verità lasceremo che Dio sia padrone nella sua casa: dove noi siamo solo i figli, Egli prenderà tutto ciò che vorrà di tutto ciò che ci ha prestato per un po' di tempo

(IV.) L'ultimo conforto di Giobbe risiedeva in questa verità, che Dio è degno di essere benedetto in ogni cosa: "Benedetto sia il nome del Signore". Non derubiamo mai Dio della Sua lode, per quanto buio sia il giorno. "Sia benedetto il nome del Signore". Giobbe significa che il Signore deve essere benedetto sia per il dare che per il prendere. "Il Signore ha dato", sia benedetto il Suo nome. "Il Signore ha tolto", sia benedetto il Suo nome. Certo non si è arrivati a questo tra il popolo di Dio, che Egli debba fare come ci piace, altrimenti non Lo loderemo. Dio, tuttavia, deve essere lodato in modo speciale da noi ogni volta che siamo spinti dal diavolo a maledire. Satana aveva detto al Signore riguardo a Giobbe: "Stendi ora la tua mano e tocca tutto ciò che possiede, e ti maledirà in faccia"; e sembrava che Dio avesse accennato al Suo servo che questo era ciò a cui mirava il diavolo. "Allora", disse Giobbe, "lo benedirò". (C. H. Spurgeon.)

L'entrata e l'uscita della vita:

1.) Che ogni uomo nasce come una creatura povera, indifesa, nuda

2.) Quando la morte arriva, ci scuote da tutte le nostre comodità e possedimenti mondani

3.) La vita dell'uomo non è altro che un venire e un ritornare

(1) Che un uomo pio nelle sue ristrettezze studia argomenti per assolvere e giustificare Dio in tutti i Suoi rapporti con lui

(2) Affinché la considerazione di ciò che eravamo una volta, e di ciò che alla fine dobbiamo essere, possa alleviare i nostri spiriti nelle più grandi afflizioni esteriori di questa vita. (J. Caryl.)

Infanzia e dopo la vita:

Giobbe si sente davvero poverissimo, tutto è andato, è spogliato, eppure sembra dire: "Non sono più povero ora di quando sono nato". Allora non avevo nulla, nemmeno un indumento sulla schiena, ma quello che l'amore di mia madre mi forniva. Allora ero impotente; Non potevo fare nulla per me stesso. L'altro giorno uno mi ha detto: "Tutto è andato, signore, tutto è andato tranne la salute e la forza". Sì, ma non ne aveva nemmeno uno quando è nato. David si sofferma spesso molto dolcemente sulla sua infanzia, e ancor più sulla sua infanzia; e faremo bene a imitarlo. Supponiamo che tu ed io fossimo portati all'estrema debolezza e povertà, non saremo mai più deboli né più poveri di allora. (C. H. Spurgeon.)

Partenza a mani vuote dalla vita:

Abbiamo sentito parlare di un contadino che, morendo, si mise in bocca una fetta di corona, perché diceva che non sarebbe rimasto senza denaro in un altro mondo; ma allora era un pagliaccio, e tutti sapevano quanto fosse sciocco il suo tentativo di provvedere così al futuro. Si è raccontata di persone che hanno avuto il loro oro cucito nei loro sudari, ma non hanno portato con sé un soldo per tutte le loro pene. La polvere del grande Cesare può aiutare a tappare un buco attraverso il quale soffia l'esplosione, e la polvere del suo schiavo non può essere utilizzata per usi più ignobili. I due fini della nostra vita sono la nudità; se il centro non fosse sempre di lino scarlatto e fino, e se la cavasse sontuosamente ogni giorno, non meravigliamoci; e se dovesse sembrare tutto d'un pezzo, non siamo impazienti e non lamentiamoci. (Ibidem)

Il Signore ha dato, il Signore ha tolto.

L'atteggiamento giusto in tempo di difficoltà:

È facile sorridere quando siamo soddisfatti, quando le nostre imprese hanno successo e i nostri granai sono pieni di ogni sorta di negozi. È una cosa molto diversa mantenere uno spirito di gratitudine nel giorno dell'avversità, "riposare nel giorno dell'angoscia". Non è facile contemplare, con mente equilibrata, i rovesci della vita umana. Eppure il patriarca Giobbe seppe affrontare i cambiamenti più afflittivi con una santa compostezza, di possedere la mano e di benedire il nome di Dio nelle nuvole come nelle giornate di sole. In queste parole abbiamo una chiara dichiarazione della provvidenza di Dio negli affari della vita umana, e un esempio della vera indole ed esperienza di un figlio di Dio

1.) I guai di Giobbe erano caduti su di lui quattro volte. Di ciascuno dei quattro grandi guai che gli erano capitati, era stata riferita una causa naturale. Se Giobbe avesse potuto anticipare la luce della saggezza moderna, avrebbe senza dubbio fissato la sua mente e l'avrebbe lasciata riposare sugli strumenti della sua grande afflizione. Nelle cause seconde gli uomini cercano e trovano la potenza degli eventi umani; ma essi "non considerano l'opera del Signore, né considerano l'opera delle Sue mani". La condotta di Giobbe è un istruttivo contrasto a questo, e un edificante esempio della buona e retta via. Egli esclama: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto". Non è meno strano che deplorevole che, nella misura in cui le grandi scoperte nelle scienze e nelle arti hanno prodotto effetti, ci sia stato un cuore malvagio e irragionevole di incredulità che è cresciuto e si è diffuso, e ha incoraggiato gli uomini a limitare o negare il potere di Dio di esercitare un'influenza dominante nella Sua creazione e negli affari degli uomini

2.) Abbiamo rappresentato la vera indole e condotta di un figlio di Dio nell'esempio che abbiamo davanti. Giobbe, nel più profondo disagio, poté dire: "Benedetto sia il nome del Signore". (Edward Meade, M.A.)

Retta condotta sotto i sorrisi e le sopracciglia di Dio:

(I.) Gli uomini dovrebbero riconoscere Dio sotto i sorrisi e le sopracciglia della provvidenza. Dio è il Creatore, il Preservatore e il Governatore di tutte le cose. Egli governa nei regni della natura, della provvidenza e della grazia. Egli controlla tutte le opinioni, gli scopi e le azioni degli uomini. Nessun bene o male può venire a loro se non sotto la Sua direzione e in virtù della Sua influenza. Poiché Dio guida tutte le ruote della provvidenza e governa tutte le cause seconde, tutto il bene e il male devono essere ricondotti alla Sua mano santa, saggia, potente, giusta e sovrana

(II.) Gli uomini dovrebbero benedire e riconoscere Dio sia sotto i sorrisi che sotto le sopracciglia della Sua provvidenza. Giobbe riconobbe che Dio aveva dato e tolto, e poi aggiunse ciò che era ancora più importante: "Benedetto sia il nome del Signore".

1.) Dio non toglie mai alcun favore all'umanità se non ciò che intendeva togliere quando li ha dati. Come Egli ha sempre uno scopo a cui rispondere con ogni buon dono, così quando quel buon dono ha risposto allo scopo per cui è stato dato, Egli lo toglie, e non prima. Così che Egli agisce per lo stesso benevolo motivo nel togliere come nel concedere favori

2.) Spetta agli uomini benedire Dio nel togliere così come nel dare favori particolari, perché i favori che Egli continua sono generalmente più numerosi e più importanti di quelli che Egli rimuove

3.) Gli afflitti sanno sempre che, qualunque male personale Dio provochi su di loro, Egli cerca costantemente il bene generale dell'universo; e che tutte le sofferenze che sopportano sono calcolate e progettate per rispondere a quel proposito saggio e benevolo

4.) Gli afflitti e i familiari hanno spesso motivo di benedire Dio, perché i mali che soffrono sono molto più lievi di quelli che molti altri hanno sofferto e stanno soffrendo. Sono inclini a pensare e a dire che non c'è dolore come il nostro dolore

5.) Gli uomini dovrebbero sempre benedire Dio, perché questo è l'unico modo per far sì che tutti i Suoi rapporti verso di loro alla fine lavorino per il loro bene. C'è una connessione infallibile tra il loro sentire e il loro agire proprio sotto le correzioni Divine, e il fatto che ne ricevano un beneficio spirituale ed eterno. Riflessioni-

1.) Questo argomento suggerisce l'opportunità di avvicinarsi a Dio e di conversare con Lui sotto la Sua mano che corregge. Le sue azioni provvidenziali hanno un significato e una voce, che gli afflitti devono ascoltare e comprendere

2.) Vedi la natura della vera sottomissione sotto la mano afflittrice e afflittrice di Dio. È qualcosa di molto diverso dalla stupidità e dall'insensibilità sotto i castighi divini. Questo non è sottomettersi a loro, ma disprezzarli, il che è molto dispiaciuto a Dio. (N. Emmons, D.D.)

Giobbe riconoscendo la mano di Dio:

(I.) Le parole pronunciate implicano la convinzione della dottrina di una particolare provvidenza. Molti sono quelli che, pur affermando che Dio non lascerà completamente un mondo abbandonato, negano ancora l'esistenza di una provvidenza particolare. Giobbe vide la mano di Dio in tutte le dispensazioni afflittive sotto le quali giaceva

(II.) Sebbene Giobbe lodi Dio per aver dato le Sue misericordie, tuttavia riconosce la Sua mano nel toglierle. Dite a chi è sano della misericordia di Dio nel dargli la sua forza, ed egli possa prontamente riconoscerlo. Ma quando queste misericordie vengono ritirate, come le riceve?

(III.) Queste parole scaturiscono dalla convinzione di chi ha visto la giustizia divina risplendere in tutti i suoi atti. Il vero cristiano è ampiamente distinto dall'uomo di mondo. Quest'ultimo accusa Dio stoltamente di agire stoltamente, ma il primo vede chiaramente che Dio è giusto e santo in tutto ciò che fa

(IV.) Giobbe riconobbe la sapienza divina che sovrintendeva e controllava le sue sofferenze, per un buon fine. Queste parole, oltre a riconoscere che l'agire di Dio è il più saggio e il migliore, sia nel guadagno che nel lutto, sono una risposta alla voce della menzogna e della tentazione. Satana era stato estremamente occupato e desiderava sopraffare il sant'uomo con la disperazione. Continuava a gettare pensieri cupi e dubbi sulla cura, la bontà e la saggezza di Dio. Ma Giobbe non si lasciò commuovere da tali parole. (T. Judkin, A.M.)

La vita dei veri:

(I.) La vita del vero ha le vicissitudini ordinarie. Giobbe aveva ricevuto figli, bestiame e proprietà dal Signore, e ora tutto era stato "portato via". Nella vita di tutti gli uomini c'è un continuo ricevere e perdere. La salute, il piacere, l'amicizia, la fama, la proprietà, queste cose vanno e vengono. Quanto di quello che tutti noi avevamo una volta ci è stato tolto. La freschezza dell'infanzia, l'allegria della giovinezza, i circoli delle prime amicizie. Queste vicissitudini della vita...

1.) Ricordaci che questo mondo non è il nostro riposo

2.) Esortaci a riposare sull'Immutabile

(II.) La vita del vero ha un credo nobilitante. Giobbe sentiva che Dio era in tutte le ricezioni e le perdite della sua vita. "L'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto". Alcuni fanno risalire le loro vicissitudini al caso, altri alla necessità, ma Giobbe a Dio. Ha riconosciuto Dio in tutti gli eventi della sua vita. Questo credo è...

1.) Ragionevole. Se c'è un Dio, Egli deve occuparsi di tutto, del piccolo come del grande

2.) Scritturale. La Bibbia ne è piena. Non un passero cade a terra senza che se ne accorga

3.) Dignitoso. Essa porta Dio in cosciente vicinanza all'uomo nella sua vita quotidiana

(III.) La vita del vero ha una religiosità magnanima. "Sia benedetto il nome del Signore". Il linguaggio è quello della pia esultanza. Questo spirito è qualcosa di più della sottomissione alla volontà divina nella sofferenza, anche qualcosa di più di un'acquiescenza nella volontà divina nella sofferenza. È l'esultanza per la manifestazione della volontà divina in tutti gli eventi della vita. Equivale all'esperienza di Paolo, che disse: "Noi ci gloriamo anche nella tribolazione, sapendo che la tribolazione produce pazienza, pazienza, esperienza", ecc. (Omilestico).

Dio tratta con Giobbe:

Consideriamo il modo in cui Dio ha trattato Giobbe, apparentemente duro, nonostante una volta lo avesse trattato così generosamente, cioè: "Il Signore ha tolto". È difficile, senza dubbio, per un uomo nascere in povertà; ed essere costretto a lottare nella povertà e nel bisogno per tutta la vita; ma immagino che debba essere molto più facile per un uomo che è nato povero poter vivere in povertà, che per un uomo che è nato e allevato nell'abbondanza e nel lusso; perché un uomo non sente mai la mancanza di ciò che non ha mai posseduto. Abbiamo un esempio lampante di questo nella storia dell'amministratore ingiusto. Quando quell'uomo infedele stava per essere cacciato dall'incarico, lo troviamo assorto per un po' in meditazione privata e a meditare sul terribile cambiamento che lo attendeva; e alla fine fu costretto a dare sfogo ai suoi sentimenti con queste parole: "Non posso scavare, e mi vergogno di mendicare". Un uomo di nascita gentile, o un uomo che è stato abituato a godersi la vita, quando è improvvisamente ridotto alla povertà e alla miseria a causa di una disgrazia imprevista e inevitabile, non è stato abituato alle difficoltà che un povero è stato abituato a sopportare, e quindi la sua mancanza di esperienza rende il cambiamento tanto più intollerabile per lui. E non ho dubbi che fu il terribile cambiamento che avvenne così improvvisamente su di lui che fece gridare con il cuore pesante e con gli occhi pieni di lacrime al giovane figliol prodigo del Vangelo, "che aveva sperperato le sue sostanze con una vita dissoluta" in quel paese lontano, e "che avrebbe voluto riempirsi il ventre con le bucce che i porci mangiavano", a gridare con il cuore pesante e gli occhi pieni di lacrime: "Quanti salariati di mio padre hanno pane a sufficienza e in abbondanza, e io muoio di fame!" Giobbe era consapevole del fatto che l'Onnipotente lo aveva consegnato nelle mani di Satana per fare di lui ciò che voleva, purché solo gli risparmiasse la vita; e perciò, invece di dire: "Il Signore ha dato" e Satana ha tolto, Giobbe dice qui: "Il Signore ha dato, e il Signore ha tolto". È vero che erano stati i Sabei ad afferrare i buoi e gli asini, a portarli via e a passare a fil di spada tutti i servi. Era vero che era un fuoco venuto dal cielo che aveva divampato e consumato tutte le pecore e i servi. Era vero che i Caldei si erano gettati sui cammelli, li avevano portati via e avevano passato a fil di spada tutti i servi. Era fin troppo vero che un forte vento proveniente dal deserto aveva colpito i quattro angoli della casa in cui tutti i suoi figli e le sue figlie stavano banchettando insieme, e li aveva seppelliti tutti sotto le sue rovine. Ma Giobbe non pronunciò una parola di lamentela contro nessuno di questi, perché sapeva bene che tutti questi erano solo strumenti nelle mani di Satana con l'espresso permesso di Dio, e che per mezzo di essi Satana doveva dimostrare la sua rettitudine: perciò Giobbe persiste ancora nel dire: "Il Signore ha tolto". Era lo stesso Dio che all'inizio aveva trattato Giobbe con tanta generosità, che ora lo aveva di nuovo spogliato di tutto ciò che aveva; e quando l'Onnipotente li diede a Giobbe in un primo momento, non pose condizioni con lui; Non gli ha mai promesso che avrebbe dovuto conservare le sue ricchezze o i suoi beni per un periodo determinato, e tanto meno che li avrebbe avuti in modo assoluto e per sempre. Oh no! e quindi era giusto che Dio facesse delle sue cose come gli sembrava bene, e a tutto questo modo giusto e retto di Giobbe di Dio è d'accordo; e lo confessa nel testo quando dice: "Il Signore ha tolto". (H. Harris Davies, M.A.)

Il Signore ha tolto:

Queste parole non furono pronunciate alla leggera. Furono dette da uno che, con il mantello squarciato e la testa rasata, era caduto a terra e aveva adorato. Dopotutto, non è l'elogio dei momenti di giubilo che è il più vero, ma quello che viene mormorato basso nella fitta oscurità, mescolato alle lacrime. Va benissimo cantare con i fanelli al sole, ma cantare contro le intemperie è più bello. Tutto intorno a noi appare lugubre nella caduta della foglia: tutto sta svanendo e svanendo, e l'odore della morte è nell'aria umida. Eppure la natura nelle sue tinte luminose sembra dire: "Non è bellissimo?" Questo decadimento è un evento adatto e stagionale. E ogni volto che svanisce e svanisce è un avvento luminoso. Va bene, anche se a noi sembra male; ed è sempre opportuno, per quanto brutto sembri a noi che rimaniamo. Credere in Dio e nell'immortalità come noi, è la cosa migliore per loro. Dio nel suo sapiente governo porta puntualmente il cambiamento d'aria che l'anima richiede. Ma che dire di noi che siamo rimasti?

(I.) Il nostro vero possesso in coloro che sono portati via rimane intatto. La parte del cuore, che è il vero possesso, non ciò che vediamo e sentiamo. Questo affetto è ancora nostro. La morte non fa che raffinarla e sublimarla. I morti non se ne sono andati da noi, ci sono stati dati come non li abbiamo mai avuti prima. Gli antichi liutai scrivevano del loro lavoro, facendo parlare il legno: "Essendo morto, canto più di quando ero vivo". Non può darsi che il tocco idealizzante della morte riveli ciò che prima ci era sfuggito? Possiamo vedere ora la bellezza che prima non era in grado di risplendere in loro. È il vero uomo che vediamo ora. Siamo abbastanza audaci e amorevoli da immaginare il bene quando solo il male è evidente

(II.) I sinceri e gli amati sono ancora con noi per quanto riguarda la loro influenza. Da questo punto di vista non abbiamo perso nulla, ma forse abbiamo guadagnato qualcosa. A volte il peccato è che non si può sfuggire all'influenza dei propri antenati e liberarsi dalla goccia nera nel sangue che ereditiamo. Ma una vita coraggiosa, retta, santa è più vivificante nei suoi effetti quando quella vita è finita. Il pensiero di tali ha avuto un'influenza restauratrice, salutare e modellante. E non dubitiamo nemmeno per un attimo che coloro che vengono portati via vivono ancora. Loro, non solo la loro influenza. Non ne ho mai dubitato. L'estinzione alla morte è del tutto troppo povera e bassa come soluzione del mistero dell'umanità. Per me è impossibile credere a quella dell'anima sviluppata in una lunga evoluzione; pensare che quella sia la fine della più grande opera che il grande Creatore abbia mai fatto. Credere a ciò che alcuni chiamano natura, a ciò che io chiamo Dio, dovrebbe essere così sciocco e così dispendioso da gettare via l'unica grande cosa, evoluta a un costo così tremendo: estinguere l'anima cosciente, quell'essenza sottile e meravigliosa che il Creatore ha impiegato secoli per distillare, è per me impossibile. La morte significa vita. Perciò confortatevi gli uni gli altri con queste parole. (S. A. Tipple.)

Le gentili parole di Giobbe:

Benché fosse privo di ogni conforto, sebbene il suo cuore fosse trafitto da molti dolori, sebbene la sua pazienza fosse provata dall'estremo dolore e il suo orecchio stordito dalle parole di una donna stolta, Giobbe conservava ancora la sua integrità e continuava a guardare con allegra rassegnazione la mano che lo castigava. Le calamità che si abbatterono su Giobbe sono una lezione permanente, confermata dall'esperienza e dall'osservazione dell'umanità in tutti i tempi, che questo mondo non fornisce un'armatura che sia a prova di frecce dell'avversità; e che quanto più diversificati sono i comfort di cui ogni persona gode, è esposta alla maggiore varietà di sofferenze nei giorni di oscurità che possono raggiungerla

(I.) Le parole di Giobbe scoprono un ricordo della bontà di Dio. Invece di cercare altre cause dell'illustre prosperità di cui aveva goduto, egli dice, con la semplicità e l'umiltà di uno spirito grato: "Il Signore ha dato". Non c'è nessuna parte sotto il sole esattamente simile a quella che fu data a Giobbe. Ma tutto ciò che abbiamo l'abbiamo ricevuto dalla mano di Dio. Se vi abituate a ricordare gli anni della destra dell'Altissimo, nessun cambiamento di situazione cancellerà dalla vostra mente il bene che avete ricevuto; ed essere privati sembrerà solo un'altra fase della stessa bontà divina

(II.) Le parole di Giobbe implicano un riconoscimento che il Signore non tratta ingiustamente i figli degli uomini quando toglie ciò che ha dato. La sicurezza e la gioia di possedere possono aver prodotto un'opinione errata delle buone cose di questo mondo. Ma voi non trovate nella Scrittura alcuna promessa che esse siano mantenute per voi. Sono per loro natura temporanei. Quando vengono elargiti nelle misure più ampie, non cessano di essere precari. Non puoi pretendere dalla giustizia del tuo Creatore che Egli non ti tolga mai nulla di ciò che ha dato. Se Egli te li porta via, tu dovresti, con Giobbe, essere disposto a benedire il Suo nome

(III.) Le parole di Giobbe implicano la convinzione che il male che i figli degli uomini ricevono è destinato al loro beneficio. Egli lo rappresenta come procedente dallo stesso Essere indipendente e immutabile da cui riceve il bene. Dio si rallegra delle Sue creature per fare loro del bene; ma è necessario che a volte Egli affligga. Nella sobria solitudine dell'afflizione Egli corregge quella vertigine con cui la continua prosperità spesso ispira menti frivole, e i Suoi castighi riportano a Sé quei cuori che la Sua indulgenza aveva allontanato. Toccando qualcosa di caro a coloro che si sentono a proprio agio nei loro beni, Egli rimprovera la loro precedente indifferenza per le angosce degli altri e li scioglie in un sentimento di commistione di tutte le infermità dei figli del dolore. Sebbene gli effetti salutari siano spesso contrastati dalla stoltezza dell'uomo, tuttavia in tutte le epoche si è capito che l'avversità è, per volontà della natura, la stagione del raccoglimento e la scuola della virtù

(IV.) Le parole di Giobbe implicano la convinzione che il beneficio che i figli di Dio traggono dall'afflizione è impartito alle loro anime con tenerezza e grazia. Occupatevi dunque delle consolazioni della religione. Le consolazioni si fondano sul principio che tutti i dolori della vita sono stabiliti da Dio. La stessa mano che, una volta, riempie le vostre case di cose buone, un'altra volta misura le acque di afflizione che bevete. Attendete alle speranze che la religione fornisce agli afflitti. Ma queste speranze appartengono solo ai Suoi figli obbedienti. Se onorate il Dio dei vostri padri, se godete con moderazione di ciò che Egli vi dà e lo servite con letizia di cuore nella moltitudine della sua bontà, Egli vi farà rivivere quando camminerete in mezzo all'angoscia. La migliore preparazione alle avversità, quindi, è il sentimento della religione, abitualmente coltivato con atti di devozione. (G. Hill, D.D.)

La canzone del lutto:

L'ateismo nel dolore è una notte senza stella

1.) L'uomo non può avere alcuna proprietà al di fuori di Dio

2.) La morte è l'affermazione della proprietà di Dio

3.) La sottomissione alle disposizioni divine è la più alta prova di obbedienza

4.) La sottomissione è molto onorevole per l'uomo, e più accettabile per Dio, quando si eleva in gratitudine. Nel dolore l'anima trova il suo rifugio più sicuro nei principi fondamentali

1.) C'è un Dio

2.) Che Dio si prende cura di me

3.) Impoverendomi di altri beni, Egli sta cercando di arricchirmi con Sé

4.) Alla fine prenderà me, la mia famiglia e la mia proprietà

5.) Se posso benedire il Suo nome nel santuario stesso dell'afflizione e della morte, quale estasi sentirò nel cielo dell'amore non offuscato e immortale! Colui che si sottometterà con più amore e riverenza sulla terra canterà più dolcemente in cielo

6.) Da questa sottomissione filiale deriva un raddoppio degli stessi beni che sono stati tolti. (Joseph Parker, D.D.)

Dio il sottrattore:

Suona un luogo comune cristiano quando cantiamo che tutte le benedizioni fluiscono da Dio. L'esistenza stessa, con la sua gamma di facoltà e la sua ricchezza di diletto, diventa nostra per la volontà quotidiana di Dio, per essere ricordata e revocata a Suo beneplacito. Per questi innumerevoli doni e benefici troviamo facile benedire il Signore che dà. Ma possiamo, mentre li perdiamo, uno dopo l'altro, benedire anche il Signore che li toglie? Quanto difficilmente impariamo a confidare in Dio il sottrarre! Considerate, per esempio, come la primavera appartenga a tutti noi, tanto per cominciare, e la salute che sconfina, gli spiriti solari e il gusto di essere vivi. Nell'aprile della vita siamo felici come con il canto degli uccelli nel cuore. Ma si avvicina la stagione in cui Colui che ha dato questi doni della giovinezza ne porterà via alcuni, forse la maggior parte di essi. E così, anche noi abbiamo la speranza che ci è stata concessa, tanto per cominciare, e le ambizioni generose, e i sogni galanti di ciò che saremo e di ciò che possiamo fare. Anche questi sono i doni di Dio. E' un istinto dei giovani quello di prepararsi per le vette e i premi della vita, anche se ne vediamo solo pochi in ogni generazione camminare con fiato tranquillo su quegli alti altipiani, per i quali tutti noi sentiamo segretamente di essere nati. E questo non perché, come in una competizione, qualcuno deve essere il primo. La vera eminenza è una regione, non un pinnacolo, e chi vi abita ci invita a salire negli ampi spazi al suo fianco. Eppure il desolato senso di limitazione si insinua nella maggior parte degli uomini di mezza età. A quel punto hai misurato i tuoi poteri e hai trovato la fine del tuo legame. Il Dio che ha acceso quelle speranze e quei piani coraggiosi è il Dio che li spegne uno per uno. Possiamo accettare i nostri limiti e ottenere la pace anche in ciò che sembra una sconfitta e un fallimento, mentre diciamo tranquillamente: Sia fatta la volontà del Signore? D'altra parte, come stranamente Dio dà spesso a un uomo la sua grande opportunità. Forse una volta nella vita la porta si apre, e lui può entrare e ottenere il desiderio del suo cuore e conquistare la sua fama e il suo successo. Ma non è per sempre. L'uomo stesso potrebbe non avere alcuna colpa da portare. Eppure la porta si chiude di nuovo in modo strano come si era aperta, e Dio ha tolto l'opportunità. Per il resto dei suoi giorni quell'uomo non andrà mai più lontano. Ma quando le rose appassiscono dal tuo giardino, puoi dire, stando in mezzo ai loro petali morti: Benedetto sia il nome del Signore? Oppure pensate ancora all'amicizia, a quel dono d'oro di Dio, che alla maggior parte di noi viene concesso solo per un periodo. Con quanta tristezza i nostri più cari amici si dividono e si disperdono, o più tristemente sopravviviamo al loro affetto. Per le perdite e i ritiri più amari della vita non c'è soluzione definitiva o sufficiente. Non possiamo che accettarli con una fede cieca che ricade sulla Volontà Imperscrutabile. Il Signore ha tolto "l'ultima parola che si possa dire. Nulla può andare oltre, e a volte è l'unico terreno che sentiamo non tremare sotto i nostri piedi". Il Signore stesso è rimasto. E nell'ora della nostra massima desolazione è Lui che sussurra: "Io sono la tua giovinezza, la tua salute, la tua opportunità, il tuo successo e la tua consolazione. Io sono il tuo Amico e il tuo Scudo, e la tua immensa ricompensa. Tutte le tue fresche sorgenti sono in me". La stessa verità si applica alle più alte visite e benedizioni spirituali. Il soffio dello Spirito Santo non sta a noi né per comandare né per trattenere. Vengono momenti in cui l'intera natura interiore giace arida e sterile, in cui l'impulso si affievolisce e si ammala, e il desiderio diventa languido e la fonte dell'amore sembra rimpicciolita e bassa. I doni più santi e misteriosi di Dio - il tocco della Sua terribile presenza, il solenne rapimento della Sua comunione, la stretta e l'abbraccio del Suo amore - non sono sempre con noi. Quando diciamo: Il Signore ha dato, a volte dobbiamo anche dire: Il Signore ha tolto. Troppi cristiani si agitano, si lasciano perplessi e si incolpano quando sprofondano al di sotto del livello più alto di qualche precedente esperienza della munificenza divina. Eppure, dalla natura del caso, ciò deve necessariamente essere. Nessun pellegrino a Gerusalemme può soffermarsi sul fulgido Monte della Trasfigurazione. Può darsi che l'avvertimento del nostro Signore contro i tesori sulla terra si applichi anche all'accumulo di esperienze ed emozioni spirituali. La parola dell'apostolo che non abbiamo portato nulla in questo mondo, ed è certo che non possiamo portare a termine nulla, può finalmente rivelarsi vera riguardo a quei beni interiori di cui anche i santi si sono vantati, a cui si sono aggrappati e in cui hanno confidato. Dio porterà la nostra stessa fede alla nuda semplicità dell'infanzia, affinché possiamo riposare non nel nostro credo, non nella nostra fedeltà, ma in Lui solo. E così avviene con il cristiano che ha sofferto la perdita di tutte le cose, che egli raccoglie la grazia per benedire Dio anche da quella stessa nudità a cui Dio ha ridotto il suo spirito. Eppure la verità ultima è certa, che i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento. Non può stuzzicare i Suoi figli con un semplice prestito di benedizioni di cui essi devono lamentarsi così presto. Ciò che concede una volta non lo reclama mai in modo assoluto e per sempre. Quando confessiamo che attendiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo a venire, affermiamo più che la nuda immortalità. Intendiamo dire che la vita a venire realizzerà e renderà perfetto tutto ciò che questa vita è venuta a mancare, e in cui ha fallito, e ha lasciato incompiuto. Il paradiso per un cristiano è la casa preparata per le sue cause perdute, le sue fatiche incompiute e le sue lealtà impossibili. Cristo stesso si è fatto carico di tutte le nostre speranze morte, dei nostri piani rovinati, delle nostre gioie sepolte, dei nostri anni svaniti, dei nostri sogni infranti. Li ha deposti al sicuro nel Suo santo sepolcro. La risurrezione dei morti includerà dunque la rifioritura di ogni bella cosa che è appassita e secca dai nostri cuori. Il mondo a venire rinnoverà tutta la pienezza, lo splendore e la passione dell'esistenza che questo mondo ha per metà donato e poi estinto. Il discepolo logorato dal tempo può sentirsi finalmente distaccato e svincolato da tutto tranne che dalla perfetta volontà del Padre. Dio gli ha tolto così tanto che ora ha così tanti ostaggi in Paradiso. Uno dopo l'altro i suoi tesori sono stati innalzati nei luoghi celesti, finché il suo cuore aspetta solo la chiamata per seguirli e riconquistarli lì. (T. H. Darlow, M.A.)

Dio dà e riceve:

Tutto il cielo deve aver fatto festa quando fu pronunciata questa espressione calma, intelligente e credente. Di fronte a Cicerone, con la sua cultura, la sua filosofia e la sua eloquenza, quando piange come coloro che non hanno speranza nella morte di una figlia amata, possiamo volentieri porre il patriarca caldeo che, nella privazione della salute, delle ricchezze e dei figli; nel consiglio deviante di una moglie non congeniale; nell'olio di vetriolo che gli amici ipocriti versavano nelle sue ferite aperte, poteva ancora onorare Dio e possedere la sua anima con pazienza. Le successive inondazioni, che avrebbero trascinato altri all'inferno, non fecero altro che elevare questo grande vecchio eroe sulle loro vette montane a più alte altezze di fede, di autoconquista e di resistenza

(I.) La natura della rassegnazione cristiana

1.) Implica la fede in una Provvidenza saggia e amorevole

2.) Contentezza per i nostri orti

3.) Calma arrendendosi alla volontà di Dio. Non si tenta alcuna rappresaglia, nessuna resistenza e nessuna fuga, come Adamo o Giona

4.) Profondo senso della nostra misericordia Dio lascia più di quanto prende. I beni di Lot perduti, ma la famiglia risparmiata; salvato. Se Isacco deve morire, Ismaele vive. Se Giuseppe viene divorato, Beniamino e gli altri figli sopravvivono

5.) Una forte fiducia in Dio. "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in Lui".

(II.) Il modo in cui viene mostrato

1.) È sincero (31)

2.) È allegro (2:10)

3.) È immediato (1:20)

4.) È costante (42:7, 8)

(III.) Prove della sua ragionevolezza

1.) Le perfezioni di Dio lo richiedono Isaia 40:26-31

2.) La Parola di Dio lo richiede Giacomo 5:11

3.) L'onore della religione ad essa strettamente legato 1Pietro 2:20

4.) L'esempio di Cristo lo sancisce ( Ebrei 12:3)

5.) La nostra felicità presente e futura dipende da questo 1Pietro 5:10. (Recensione omiletica.)

Sottomissione alle provvidenze in lutto:

L'afflizione e la pazienza di Giobbe 101 vengono poste davanti come esempio, e non c'è quasi nessun caso che possa accadere senza che qualcosa nelle sue complicate prove possa corrispondere ad esso. Le sue afflizioni furono inflitte non tanto in conseguenza di un peccato particolare, quanto per la prova della sua fede. Per quanto dolorosa possa essere un'afflizione, mentre ne siamo esercitati, tuttavia, quando è finita, spesso percepiamo che tutto era saggio e buono; Almeno, lo vediamo così in altri. Nelle prove di Giobbe, in particolare, Dio fu glorificato, Satana confuso e chi soffre viene fuori come oro. Ciò che lo sosteneva sotto tutti era il potere della religione, il cui valore non è mai stato così conosciuto come nel giorno dell'avversità. Questa è l'armatura di Dio, che ci permette di stare in piedi nel giorno malvagio; e dopo aver fatto tutto, per stare in piedi

(I.) Lo spirito di sottomissione sotto le provvidenze in lutto esemplificato nella condotta di Giobbe. Ci sono diversi particolari in questo caso che servono a mostrare la grandezza e la gravità dell'afflizione di Giobbe, e l'abbondanza della grazia di Dio verso di lui, che gli permise di sopportare tutto con tanta mansuetudine e sottomissione

1.) Il grado delle sue afflizioni. Gli oggetti portati via erano più di quelli che gli erano rimasti, e sembrava non lasciargli nulla per confortarlo

2.) Il suo problema lo colse improvvisamente e inaspettatamente, e capovolse completamente le sue precedenti circostanze. Era tutto in un giorno, e anche un giorno di festa, quando tutto sembrava promettente intorno a lui. La prosperità e l'avversità sono come due climi opposti: gli uomini possono vivere in quasi tutte le temperature, se solo vi sono assuefatti; Ma i rovesci improvvisi sono insopportabili. Ecco perché proviamo più compassione per coloro che hanno visto giorni migliori quando cadono in povertà e vogliono

3.) Sebbene Giobbe fosse eminentemente pio, è dubbio che i suoi figli lo fossero in qualche misura, e questo renderebbe il lutto molto più grave

4.) La sua sottomissione appare anche in una santa moderazione che accompagnò i suoi dolori. Un uomo di nessuna religione si sarebbe distratto, o sarebbe sprofondato in una cupa disperazione. Un pagano avrebbe maledetto i suoi dèi, e forse si sarebbe suicidato, essendo pieno di rabbia e delusione

5.) In mezzo a tutto il suo dolore e alla sua angoscia egli conserva la santa risoluzione di pensare bene di Dio, e benedice persino il Suo santo nome

(II.) I principi su cui si fondava evidentemente la sottomissione di Giobbe. C'è la pazienza della disperazione e la sottomissione al destino; ma quella di Giobbe era di tutt'altra descrizione

1.) Considera tutto ciò che gli è accaduto come opera di Dio, e questo calma e acquieta il suo spirito

2.) Ricorda che tutto ciò che aveva era dalla mano di Dio; che era semplicemente un dono, o piuttosto prestato per un certo tempo, da impiegare per la Sua gloria

3.) Si sente grato che una volta gli fossero stati dati per goderne, anche se ora gli sono stati tolti. Possiamo vedere motivo di benedire Dio che abbiamo sempre avuto proprietà o figli o amici di cui godere, e che abbiamo posseduto qualcuno di loro per tutto il tempo che abbiamo avuto; anche se ora, per volontà della provvidenza, ne siamo privati tutti

4.) Anche quando è privato di ogni conforto terreno, considera Dio degno della sua gratitudine e adorazione. Giobbe poteva benedire la mano che toglieva, così come la mano che dava; E questo deve essere stato un atto di fede speciale. Riflessioni-

(1) Quanto è saggio e quanto attento scegliere la parte migliore, che non ci sarà mai tolta

(2) Le afflizioni, se non santificate, tenderanno solo ad aggravare la nostra colpa

(3) L'esempio di Giobbe 101 insegna che uno spirito di sconforto e di malcontento in un momento di prova è del tutto incompatibile con la vera religione. (J. Haman.)

(4) Mentre ammiriamo la pazienza di Giobbe, non possiamo fare a meno di aborrire la condotta insensibile dei suoi amici. (J. Haman.)

Vera rassegnazione:

Questa frase è uno dei pilastri dell'etica cristiana e rappresenta una delle più alte conquiste insegnate dalla rivelazione di Dio. Se Giobbe non avesse detto altro, questo versetto è sufficiente per marchiarlo come uno dei più grandi filosofi morali

(I.) I fatti qui esposti

1.) "Il Signore ha dato". Tutto veniva da Lui. All'inizio ci ha dato la vita. Ci dà ogni respiro che respiriamo, ogni pasto che mangiamo, ogni amico che apprezziamo, ogni parente che amiamo

2.) "Il Signore toglie". È un'infedeltà pratica considerare le nostre perdite sotto una luce diversa da quella che consideriamo per i nostri doni. Dà e toglie il dono. E Lui ha il diritto di farlo

(II.) Il sentimento implicito. È questo sentimento interiore che rende l'aforisma così prezioso e apprezzato. La corrente sotterranea che dà vita al corpo morto è la rassegnazione alla volontà divina. Questo è ciò che Giobbe ha manifestato, ed è la condotta giusta per noi

1.) È un corso naturale. Ciò che Egli fa è fatto con saggezza. Quindi l'acquiescenza è il sentimento proprio e naturale da manifestare

2.) È una condotta saggia. Mormorare e lamentarsi durante i processi è fonte di miseria e infelicità ancora maggiori. La rassegnazione, come il miele nella carcassa del leone, ci porterà conforto nel nostro dolore. Promuove le più alte grazie cristiane. Tranquillizza le passioni disturbate e calma l'anima turbata. La forma più alta di rassegnazione è quella che ci viene presentata nel testo: un sentimento che non solo si sottometterà, ma benedirà la mano benevola che infligge il colpo, sapendo che il colpo è inferto solo con amore. (Omilestico.)

Sottomissione con lode a Dio per la morte di bambini speranzosi:

(I.) Mostrate ciò che dobbiamo capire benedicendo il nome di Dio in tali momenti

1.) Non esclude un dolore crescente per la perdita di parenti vicini e cari

2.) Suppone che siamo lontani dal pensare, e molto più lontani dal parlare, a malapena di Dio

3.) Non dobbiamo benedire Dio per tali colpi, di per sé considerati. Possono essere chiamati mali, poiché il peccato ne è l'occasione o la causa che li procura

4.) Dovremmo benedire Dio in tali momenti, perché possiamo essere certi, se siamo veri credenti, che Egli progetta di farci del bene in tal modo, anche se al momento, forse, non riusciamo a vedere come

(II.) Dimostrare la verità della proposizione. O far sembrare che sia nostro dovere benedire Dio, non solo quando dà, ma anche quando toglie. La maggior parte, temo, non è così grata come dovrebbe per i favori che riceve quotidianamente da Dio. Tutti sono troppo inclini a 'dimenticare i Suoi benefici'. È Dio che dà e toglie. Ed Egli è infinito in tutte le perfezioni. Perciò Egli deve sapere ciò che è più adatto a fare. Dio prende solo ciò che ci ha dato gratuitamente, o meglio ci ha prestato. Non ci ha mai detto che dovremmo sempre godere dei nostri rapporti, o che non li avrebbe chiamati. Se i nostri parenti defunti erano veramente religiosi, o resi partecipi della grazia salvifica, Dio li ha tolti da un mondo peccaminoso e problematico, e nel momento che riteneva migliore. E anche se Dio ce li ha tolti, li ha presi a sé

(III.) La domanda

1.) Nulla è casuale

2.) Quanto è disdicevole mormorare contro Dio

3.) Quanto devono essere infelici coloro che non guardano alla provvidenza di Dio nei loro affetti

4.) Che cosa eccellente è la grazia

5.) Svezziamoci dagli amici terreni

6.) Questo può riconciliarci con la morte delle relazioni devote. (Giuseppe Pitts.)

Elogio per le dimissioni:

Il Dr. Pierson dice, a proposito di un pastore tedesco, Benjamin Schmolke, che un incendio infuriò sulla sua parrocchia e distrusse la sua chiesa e le case della sua gente. Allora l'angelo della morte di Dio prese moglie e figli, e rimasero solo tombe, poi la malattia lo colpì e lo depose prostrato, poi la cecità gli tolse la luce degli occhi; e sotto tutta questa valanga di mali Schmolke dettò il dolce inno cominciando con il versetto

"Mio Gesù, come Tu vuoi!

Oh, possa la Tua volontà essere la mia;

Nella tua mano d'amore

Me ne metterei di tutto per me".

Musica dal cuore:

"Sia benedetto il nome del Signore". Dio è un organista meraviglioso, che sa esattamente quale corda del cuore suonare (dice un famoso predicatore). Nella Foresta Nera in Germania un barone costruì un castello con due alte torri. Da una torre all'altra tese diversi fili, che con tempo calmo erano immobili e silenziosi. Quando il vento cominciò a soffiare, i fili cominciarono a suonare come un'arpa eolica alla finestra. Mentre il vento si alzava in una violenta burrasca, il vecchio barone sedeva nel suo castello e sentiva la sua possente arpa da uragano suonare maestosamente sui merli. Così, mentre il tempo è calmo e il cielo sereno, molte delle emozioni del cuore di un cristiano tacciono. Non appena il vento dell'avversità colpisce le corde, il cuore comincia a suonare, e quando Dio manda un uragano di prove terribili, sentirete tensioni di sottomissione e di fede, e anche di sublime fiducia e santa esultanza, che non avremmo mai potuto udire nelle calme ore della prosperità

In ogni cosa rendete grazie:

Ci sono amare misericordie e dolci misericordie; alcune misericordie Dio le dà nel vino, altre nell'assenzio. Ora, dobbiamo lodare Dio per le amare misericordie così come per le dolci: così Giobbe: "Il Signore ha dato, e il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore". Troppi sono inclini a pensare che non ci sia nulla di dolce nel declinare e che non lasci un piacevole addio al loro palato, ma questa è l'infantilità del nostro spirito, che, man mano che la grazia diventa più virile e il cristiano più giudizioso, svanirà. Chi si capisce apprezzerà un libro dalla targhetta dorata sulla copertina? In verità, nessuno dei nostri temporali (croci o godimenti) considerati in se stessi, sono o una maledizione o una misericordia. Sono solo come copertina del libro; È ciò che è scritto in loro che deve decidere se sono una misericordia o no. È forse un'afflizione quella che ti colpisce? Se riesci a scoprire che viene dall'amore e termina con la grazia e la santità, è una misericordia, anche se è amara al tuo gusto. È un piacere? Se l'amore non lo manda e la grazia non lo porge, è una maledizione, anche se dolce per i tuoi sensi. Ci sono veleni dolci e cordiali amari. (W. Gurnall.)

22 CAPITOLO 1

Giobbe 1:22

In tutto questo Giobbe non peccò.

Pia rassegnazione:

"In tutto questo Giobbe non peccò, né accusò Dio stoltamente".

(I.) Considerate la natura della pia rassegnazione alla volontà di Dio, nelle Sue afflittive dispensazioni verso di noi, come rappresentata da ciò che Giobbe fece in questa occasione. I più grandi favoriti del cielo sono spesso i soggetti delle afflizioni più gravi. Non solo l'afflizione è la sorte comune di tutti gli uomini, ma l'avversità può essere un segno del favore e dell'amore divini più grande della prosperità stessa. Di Giobbe è detto: "è risorto"; cioè, non sprofondò nelle sue afflizioni per dimenticare se stesso. Si alzò dal suo posto con tutta la dignità della vera religione e la celeste compostezza d'animo. Egli "si stracciò il mantello". Un segno esteriore, nei paesi dell'Est, di grande angoscia, o di indignazione. Così Giobbe testimoniò la grandezza del suo dolore e la profondità della sua umiliazione di creatura peccatrice. «Gli ho rasato la testa», un'altra espressione di insolita angoscia. "Cadde a terra", inchinandosi umilmente e prostrato davanti alla Maestà del cielo, con completa sottomissione alla volontà divina. "E adorato", non solo in apparenza, ma nel cuore. Così vediamo che la pia rassegnazione non consiste nella stupida insensibilità dei duri di cuore, né nell'apatia monacale degli stoici; perché non c'è né virtù né grazia nel sopportare ciò che non sentiamo; e nessun castigo è per il momento gioioso, ma doloroso. Le persone possono soffrire molto per le loro afflizioni, e sentirle molto profondamente, ed essere rassegnate alla volontà di Dio allo stesso tempo. Né il sincero desiderio che la nostra afflizione venga rimossa è incompatibile con la natura della santa sottomissione. Possiamo piangere e lamentarci, e tradire la nostra angoscia interiore con le nostre emozioni e la nostra condotta esteriori, ed essere ancora sinceramente sottomessi alla volontà di Dio. Le agitazioni esterne sono, in alcuni casi, l'effetto quasi inevitabile di forti affezioni naturali. L'insensibilità, lungi dall'essere l'ornamento, è la vergogna della natura umana

(II.) Un privilegio particolare del popolo di Dio sotto la Sua mano afflittrice, che ci viene mostrato in ciò che Giobbe ha detto. "Sono venuto nudo", ecc. Ecco un'interpretazione del vero stato della sua mente, come prova di un eccellente stato d'animo. È scritto per insegnarci qual è il nostro dovere come creature, e qual è il nostro privilegio come cristiani, se davvero siamo partecipi della grazia salvifica di Dio. Ogni cosa buona che abbiamo è il dono immeritato di Dio, da ricevere con gratitudine, ringraziamento e amore, e da santificare dalla Parola di Dio e dalla preghiera. Non è solo nostro dovere giustificare il Signore in tutte le Sue dispensazioni afflittive nei nostri confronti; è nostro privilegio lodare Dio per loro, e persino benedirlo per le nostre afflizioni. Allora si riveleranno per noi benedizioni indicibili

(III.) Una testimonianza dello Spirito Santo stesso riguardo alla grande eccellenza della paziente rassegnazione. "In tutto questo", ecc. In tutto il suo comportamento questo servo del Signore si è comportato non solo come un uomo, ma come un uomo saggio, e come un uomo santo, un uomo di Dio. Non erano la sua naturale forza d'animo e il suo coraggio, né la forza della ragione e dell'argomentazione a sostenerlo, ma il potere superiore della fede in Dio, il principio più nobile della grazia divina. Non pronunciò una parola di rimprovero, non intrattenne un pensiero duro, né scoprì uno spirito irritabile e impaziente. Egli non accusò la giustizia né accusò la bontà di Dio, ma riconobbe la propria indegnità e la Sovranità Divina; confessò i suoi obblighi verso il suo grande benefattore, e il suo indiscutibile diritto di fare ciò che voleva con i suoi. Ricordate, dunque, che il Signore non affligge né affligge volontariamente i figlioli degli uomini. Le afflizioni sono sempre distribuite in numero, peso e misura. Quando il fine in vista sarà esaudito, saranno rimossi. Dovremmo essere più ansiosi di vedere santificate le nostre afflizioni che di toglierle. Guardatevi dal male dell'impazienza, della mormorazione e del malcontento. Perché un uomo vivente dovrebbe lamentarsi, un uomo per la punizione dei suoi peccati? (C. de Coetlogon.)

Accusando Dio stoltamente:

I due stati opposti di prosperità e avversità richiedono ugualmente la nostra vigilanza e cautela; Ognuno di essi è uno stato di conflitto, in cui solo una resistenza instancabile può preservarci dall'essere superati. Non c'è crimine più grave per coloro la cui vita è amareggiata dalle calamità, e che le afflizioni hanno ridotto a tristezza e malinconia, di quello di rimpiangere le decisioni della Provvidenza, o di "accusare Dio stoltamente". Sono spesso tentati da indagini sconvenienti sulle ragioni delle Sue dispense e da spiegazioni sulla giustizia di quella sentenza che li ha condannati alle loro attuali sofferenze. Considerano la vita di coloro che considerano più felici di loro con occhio di malizia e di sospetto, e se non la trovano migliore della loro, si credono quasi giustificati a mormorare del loro stato. L'irragionevolezza di ciò può essere vista da...

(I.) Considerando gli attributi di Dio. Molti degli errori dell'umanità, sia nell'opinione che nella pratica, derivano originariamente da nozioni errate dell'Essere Divino. Nella vita comune si osserva frequentemente che qualche nozione o inclinazione preferita, a lungo indulgente, prende un tale possesso della mente di un uomo, e assorbe così tanto le sue facoltà, da mescolare pensieri di cui forse egli stesso non è cosciente con quasi tutte le sue concezioni, e influenzare tutto il suo comportamento. I due grandi attributi del nostro Sovrano Creatore che sembrano più probabilmente influenzare la nostra vita sono la Sua giustizia e la Sua misericordia. La giustizia di Dio non gli permetterà di affliggere nessun uomo senza motivo. Sia che supponiamo di soffrire per amore della punizione o della libertà vigilata, non è facile scoprire con quale diritto ci lamentiamo. Se le nostre pene e le nostre fatiche sono solo preparatorie alla felicità illimitata, dobbiamo rallegrarci e rallegrarci grandemente, e glorificare la bontà di Dio, il quale, unendoci nelle sofferenze ai santi e ai martiri, si unirà a noi anche nella nostra ricompensa. Poiché Dio è giusto, l'uomo può essere sicuro che c'è una ragione per la sua infelicità, e che generalmente si troverà nella sua stessa corruzione. Perciò, invece di mormorare contro Dio, comincerà a esaminare se stesso, e quando avrà scoperto la depravazione delle proprie maniere, è più probabile che ammirerà la misericordia piuttosto che lamentarsi della severità del suo Giudice. Allora possiamo pensare a Dio non solo come al Governatore, ma come al Padre dell'universo, un Essere infinitamente misericordioso, le cui punizioni non sono inflitte per gratificare alcuna passione di rabbia o di vendetta, ma per risvegliarci dal letargo del peccato e per richiamarci dai sentieri della distruzione. Una costante convinzione della misericordia di Dio saldamente radicata nella nostra mente, al primo attacco di qualsiasi calamità, ci indurrà facilmente a riflettere che Dio ha permesso che essa cada su di noi, per timore che ci innamoriamo troppo del nostro stato presente e trascuriamo di estendere le nostre prospettive all'eternità. Così, familiarizzando con la nostra mente gli attributi di Dio, ci assicureremo, in larga misura, contro qualsiasi tentazione di lamentarci delle Sue disposizioni, ma probabilmente rafforzeremo ancora di più la nostra risoluzione e confermeremo la nostra pietà riflettendo

(II.) Riflettendo sull'ignoranza dell'uomo. È confrontandoci con gli altri che spesso facciamo una stima della nostra felicità, e talvolta anche della nostra virtù. Chi ha più di quello che merita non deve mormorare solo perché ha meno di un altro. Quando giudichiamo con tanta sicurezza gli altri inganniamo noi stessi, ammettiamo congetture per certezze e chimere per realtà. Nessuno può dire di essere migliore di un altro, perché nessuno può dire fino a che punto l'altro sia stato in grado di resistere alla tentazione, o quali incidenti possano concorrere a rovesciare la sua virtù. Chiunque dunque visiterà Dio con afflizione si umili davanti a Lui con ferma fiducia nella Sua misericordia e sottomissione non finta alla Sua giustizia. Ricordino che i suoi peccati sono la causa delle sue miserie e si applichino seriamente alla grande opera dell'autoesame e del pentimento. (S. Johnson, LL.D.)

La prima vittoria di Giobbe:

Sono davvero vincitori in difficoltà, che sono tenuti liberi dal peccato e dalla provocazione nell'ora della prova. Questa fu infatti la vittoria di Giobbe, che in tutto ciò Giobbe non peccò. Anche se i problemi suggeriscono tentazioni a molti peccati; eppure il grande peccato che deve essere evitato dai pii nelle difficoltà è la cattiva interpretazione di Dio e del Suo modo di agire. Le interpretazioni errate di Dio riflettono entrambe l'infinita saggezza e i profondi consigli di Dio nell'ordinare le sorti del Suo popolo. E proclamano anche la loro stoltezza, nella loro mancanza di abilità nel giudicare correttamente il modo di procedere di Dio, e nel seguire una condotta che può ben irritarli, ma non può giovare loro affatto. Qualunque vantaggio i santi diano a Satana su se stessi in un'ora di prova, tuttavia con il potere della grazia possono essere messi in grado di camminare in modo da confutare tutte le sue calunnie su di loro, e renderlo un bugiardo; proprio come Dio nella contesa, una volta per tutte, cancellerà tutte le calunnie che Satana getta sui Suoi seguaci. Come Dio si accorge sempre del portamento del Suo popolo, specialmente nelle difficoltà; e chiunque si mantiene in piedi nel tempo della prova, è osservato e lodato da Dio. I santi non dovrebbero misurare l'approvazione di Dio per la loro via nelle difficoltà in base a qualsiasi questione di comodo del momento; poiché il Signore può prendere nota e lodare l'integrità di coloro che tuttavia Egli vede non essere degno di liberare: perché Giobbe è qui lodato, mentre la prova non solo continua, ma cresce su di lui. (George Hutcheson.)

Il paziente Giobbe e il nemico sconcertato:

Vale a dire, in tutta questa prova, e in tutta questa tentazione, Giobbe si è mantenuto giusto con Dio. Durante tutte le perdite del suo patrimonio e la morte dei suoi figli, non parlò in modo indegno. Il testo parla con ammirazione di "tutto questo"; e un grande "tutto" è stato. Alcuni di voi sono nei guai, molti; ma cosa sono in confronto a quelli di Giobbe? Le vostre afflizioni sono colline di talpe in contrasto con le Alpi del dolore del patriarca. Ah, se Dio potesse sostenere Giobbe in tutto questo, potresti essere sicuro che Egli può sostenerti. "Tutto questo" allude anche a tutto ciò che Giobbe ha fatto, e pensato, e detto. Se con pazienza riesce a possedere la sua anima quando tutte le frecce dell'afflizione lo feriscono, è davvero un uomo. Viviamo noi stessi in modo che alla fine si possa dire di noi: "In tutto questo non ha peccato. Ha nuotato in un mare di guai".

(I.) In tutti i nostri affari la cosa principale è non peccare. Non è detto: "In tutto questo Giobbe non è mai stato rimproverato", perché Satana gli ha parlato in presenza di se stesso; e ben presto fu falsamente accusato da uomini che avrebbero dovuto confortarlo. Non dovete aspettarvi di passare per questo mondo, e che alla fine si dica di voi: "In tutto questo nessuno ha mai parlato contro di lui". Coloro che si assicurano amanti zelanti sono abbastanza sicuri di suscitare avversari intensi. Il trimmer può schivare il mondo senza troppe censure; ma raramente sarà così con un vero e proprio uomo di Dio. Né è un punto fondamentale per noi cercare di vivere la vita senza soffrire, poiché i servitori del Signore, i migliori di loro, sono maturati e addolciti dalla sofferenza. Ricordate, se la grazia di Dio impedisce alla nostra afflizione di spingerci al peccato, allora Satana è sconfitto. Satana non si curava di ciò che Giobbe soffriva, finché poteva solo sperare di farlo peccare; ed è stato sventato quando non ha peccato. Se lo conquisti nell'ora del tuo dolore, vinci davvero. Se non pecchi mentre sei sotto lo stress di gravi difficoltà, Dio sarà onorato. Egli non è tanto glorificato preservandovi dai guai, quanto sostenendovi nei guai. Egli permette che tu sia messo alla prova, affinché la Sua grazia in te possa essere messa alla prova e glorificata. Ricordate, inoltre, che se non peccate, non sarete voi stessi a perdere da tutte le vostre tribolazioni. Il peccato da solo può farti del male; ma se rimani saldo, anche se sei spogliato, sarai rivestito di gloria; Anche se siete privi di comodità, non perderete nessuna vera benedizione. È vero, può non sembrare una cosa piacevole essere spogliati, eppure se si va presto a letto, non ha grandi conseguenze

(II.) In ogni momento di prova c'è una paura speciale del nostro peccato. È bene che il figlio di Dio ricordi che l'ora delle tenebre è un'ora di pericolo. La sofferenza è terreno fertile per certe forme di peccato. Perciò era necessario che lo Spirito Santo desse testimonianza a Giobbe che: "In tutto questo non ha peccato".

1.) Per esempio, siamo inclini a diventare impazienti

2.) Siamo persino tentati di ribellarci contro Dio

3.) Possiamo anche peccare per disperazione. Uno afflitto disse: "Non alzerò mai più lo sguardo. Andrò a piangere tutti i miei giorni". Vieni, se sei povero come Giobbe, sii paziente come Giobbe, e troverai la speranza che risplende sempre come una stella che non tramonta mai

4.) Molti peccano con discorsi increduli

5.) Gli uomini sono stati spinti a una specie di ateismo da problemi successivi. Hanno argomentato malvagiamente: "Non ci può essere un Dio, altrimenti non mi lascerebbe soffrire così".

(III.) Negli atti di lutto non abbiamo bisogno di peccare. Ascolta: ti è permesso piangere. Ti è permesso dimostrare che soffri per le tue perdite. Guarda cosa ha fatto Giobbe. "Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si gettò a terra e si prostrò"; e "in tutto questo Giobbe non peccò". Il marito si lamentò dolorosamente quando la sua amata gli fu portata via. Aveva ragione. Avrei pensato molto meno a lui se non l'avesse fatto. "Gesù pianse". Ma c'è una misura nell'espressione del dolore. Giobbe non aveva torto a strappare la sua veste: avrebbe potuto sbagliare se l'avesse strappata a brandelli. Non frenare le inondazioni bollenti. Un fiume di lacrime all'esterno può placare il diluvio del dolore interiore. Gli atti di lutto di Giobbe furono moderati e decorosamente, attenuati dalla sua fede. Anche le parole di Giobbe, sebbene molto forti, erano molto vere: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò". Giobbe pianse, eppure non peccò; perché faceva cordoglio e si prostrava come faceva cordoglio. Ricordate, dunque, che negli atti di lutto non c'è, necessariamente, alcun peccato

(IV.) Nell'accusare Dio stoltamente pecchiamo grandemente. "Giobbe non peccò", e la frase che lo spiega è, "né accusò Dio stoltamente".

1.) Qui lasciatemi dire che chiamare Dio al nostro tribunale è un crimine e un reato grave. "No, o uomo, chi sei tu che rispondi contro Dio?"

2.) In secondo luogo, pecchiamo nel richiedere che comprendiamo Dio. Che cosa? Dio è forse in catene per spiegarsi a noi?

3.) Accusiamo Dio stoltamente quando immaginiamo che sia ingiusto. "Ah," disse uno, "quando ero mondano prosperavo; ma da quando sono cristiano ho sopportato perdite e problemi senza fine". Intendi insinuare che il Signore non ti tratta con giustizia? Pensaci un minuto e stai corretto. Se il Signore vi trattasse secondo una giustizia rigorosa, dove sareste voi?

4.) Alcuni, tuttavia, porteranno accuse insensate contro il Suo amore

5.) Ahimè! a volte, l'incredulità accusa Dio stoltamente in riferimento alla Sua potenza. Pensiamo che Egli non possa aiutarci in qualche prova particolare

6.) Potremmo essere così sciocchi da dubitare della Sua saggezza. Se Egli è Onnisciente, come può permettere che ci troviamo in tali ristrettezze e che sprofondiamo così in basso come facciamo? Che stoltezza è questa Io, che sono Te, che tu voglia misurare la sapienza di Dio?

(V.) Superare una grande prova senza peccato è l'onore dei santi. Non c'è gloria nell'essere un soldato con un letto di piume, un uomo adorno di splendidi reggimenti, ma mai abbellito da una cicatrice, o nobilitato da una ferita. Tutto ciò che si sente dire di un soldato del genere è che i suoi speroni tintinnano sul marciapiede mentre cammina. Non c'è storia per questo cavaliere del tappeto. Non ha mai sentito l'odore della polvere da sparo in vita sua; o se lo faceva, tirava fuori la sua boccetta di profumo per uccidere l'odore sgradevole. Ebbene, questo non farà molto vedere nella storia delle nazioni. Se potessimo avere la nostra scelta, e fossimo saggi come il Signore stesso, sceglieremmo i problemi che Egli ci ha assegnato, e non ci risparmieremmo un solo dolore. Chi vuole pagaiare in un laghetto per anatre per tutta la vita? No, Signore, se Tu mi ordini di andare sulle acque, fa' che io mi lanci nell'abisso. L'onore di un cristiano, o, lasciatemi dire, l'onore della grazia di Dio in un cristiano, è quando abbiamo agito in modo tale da obbedire nei dettagli, senza dimenticare alcun punto del dovere. "In tutto questo Giobbe non peccò" né in ciò che pensava, né in quello che diceva, né in quello che faceva; e nemmeno in ciò che non ha detto, e non ha fatto: sento di dover aggiungere proprio questo. Mentre leggevo il versetto, mi sembrava troppo asciutto e così lo bagnai con una lacrima. "In tutto questo Giobbe non peccò e non accusò Dio stoltamente"; eppure io, che ho sofferto così poco, ho spesso peccato e, temo, nei momenti di angoscia, ho accusato Dio stoltamente. Non è forse vero per alcuni di voi? (C. H. Spurgeon.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 1

1 Ge 10:23; 22:20,21
Ge 36:28; 1Cron 1:17,42; Ger 25:20; Lam 4:21
Ez 14:14,20; Giac 5:11
Giob 1:8; 2:3; 23:11,12; 31:1-40; Ge 6:9; 17:1; 2Re 20:3; 2Cron 31:20,21; Lu 1:6
Ge 22:12; Prov 8:13; 16:6; 1P 3:11

2 Giob 13:13; Est 5:11; Sal 107:38; 127:3-5; 128:3

3 Ge 12:5; 13:6; 34:23; 2Cron 32:29
Giob 42:12; Ge 12:16; Nu 31:32-34; Giudic 6:5; 1Sa 25:2; 2Re 3:4; Prov 10:22
2Cron 26:10
Giob 29:9,10,25
Giudic 6:3; 7:12; 8:10; 1Re 4:30
Ge 25:6; 29:1; Nu 23:7

4 Sal 133:1; Eb 13:1

5 Giob 41:25; Ge 35:2,3; Eso 19:10; 1Sa 16:5; Ne 12:30; Giov 11:55
Ge 22:3; Sal 5:3; Ec 9:10
Giob 42:8; Ge 8:20; Eso 18:12; 24:5; Lev 1:3-6
1Re 18:31; At 21:26
2Co 11:2
Giob 1:11; 2:9; Lev 24:10-16; 1Re 21:10,13
Ge 6:5; Ger 4:14; 17:9,10; Mar 7:21-23; At 8:22; 1Co 4:5
Giob 27:10
Lu 1:75; 18:7; Ef 6:18

6 Giob 2:1
Giob 38:7; Dan 3:25; Lu 3:38
Sal 103:20; Mat 18:10
1Re 22:19; 1Cron 21:1; Zac 3:1; Ap 12:9,10
Giov 6:70

7 Giob 2:2; 2Re 5:25
Zac 1:10,11; 6:7; Mat 12:43; 1P 5:8; Ap 12:9,12-17; 20:8

8 Giob 2:3; 34:14; Ez 40:4
Nu 12:7,8; Sal 89:20; Is 42:1
Nu 12:3; 1Re 4:30,31; 2Re 23:25
Giob 1:1; 8:20; 9:22,23; Sal 18:23; Giov 1:47
Giob 12:4; 17:8,9; 23:11,12; Sal 84:11
Ne 5:15; Sal 36:1; Prov 8:13; Lu 23:39,40
Sal 34:14; 37:27; Is 1:16

9 Giob 1:21; 2:10; 21:14,15; Mal 1:10; Mat 16:26; 1Ti 4:8; 6:6

10 Ge 15:1; De 33:27; 1Sa 25:16; Sal 5:12; 34:7; 80:12; Is 5:2,5; Zac 2:5,8; 1P 1:5
Ge 39:5; De 28:2-6; Sal 71:21; 128:1-4
Giob 42:12; Ge 26:12; 30:30; 49:25; De 7:13; 33:11; Sal 90:17; 107:38; Prov 10:22
Ge 30:43

11 Giob 1:12; 2:5; Is 5:25
Giob 4:5; 19:21; Ge 26:11; Sal 105:15; Zac 2:8
Giob 1:5,21; 2:9; Is 8:21; Mal 3:13,14; Ap 16:9,11,21

12 1Re 22:23; Lu 8:32; 22:31,32; Giov 19:11; 2Co 12:7
Ge 16:6; Ger 38:5; Giov 3:35,36
Giob 2:4-6; Sal 76:10; Is 27:8; 1Co 10:13
Giob 2:7; Lu 8:33

13 Giob 1:4; Prov 27:1; Ec 9:12; Lu 12:19,20; 17:27-29; 21:34

14 1Sa 4:17; 2Sa 15:13; Ger 51:31

15 Ge 10:7,28; 25:3; Sal 72:10; Is 45:14; Ez 23:42; Gioe 3:8
Giob 1:16,17,19; 1Sa 22:20,21

16 Ge 19:24; Lev 9:24; 1Re 18:38; 2Re 1:10,12,14; Am 7:4; Ap 13:13
Eso 9:28; 1Sa 14:15

17 Ge 11:28; Is 23:13; Abac 1:6
Giob 1:15; 2Sa 1:3

18 Giob 6:2,3; 16:14; 19:9,10; 23:2; Is 28:19; Ger 51:31; Lam 1:12; Am 4:6-11
Giob 1:4,13; 8:4; 27:14; Sal 34:19; Ec 9:2
2Sa 13:28

19 Ger 4:11,12; Ef 2:2
Giudic 16:30; 1Re 20:30; Mat 7:27; Lu 13:1-5; At 28:4
Ge 37:32,33; 42:36; 2Sa 18:33

20 Ge 37:29,34; Esd 9:3
De 9:18; 2Sa 12:16-20; 2Cron 7:3; Mat 26:39; 1P 5:6

21 Ge 3:19; Sal 49:17; Ec 5:15; 12:7; 1Ti 6:7
Giob 2:10; Ge 30:2; Ec 5:19; Lam 3:38; Giac 1:17
Ge 45:5; 2Sa 16:12; 1Re 12:15; Sal 39:9; Is 42:24; 45:7; Am 3:6; Mat 20:15; At 4:28
Giob 1:11; 1Sa 3:18; 2Re 20:19; Sal 34:1; 89:38-52; Is 24:15; Ef 5:20; 1Te 5:18

22 Giob 2:10; Giac 1:4,12; 1P 1:7
Giob 34:10,18,19; 40:4-8; Rom 9:20

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