Nuova Riveduta:Giobbe 10Giobbe crede di essere colpito da Dio senza motivo | C.E.I.:Giobbe 101 Stanco io sono della mia vita! | Nuova Diodati:Giobbe 10Giobbe osa argomentare con Dio | Riveduta 2020:Giobbe 101 Io provo disgusto della mia vita; voglio dare libero sfogo al mio lamento, voglio parlare nell'amarezza della mia anima! 2 Io dirò a Dio: 'Non condannarmi! Fammi sapere perché contendi con me! 3 Ti sembra ben fatto opprimere, disprezzare l'opera delle tue mani e favorire i disegni dei malvagi? 4 Hai tu occhi di carne? Vedi tu come vede l'uomo? 5 I tuoi giorni sono come i giorni del mortale, i tuoi anni sono come gli anni degli umani, 6 che tu investighi tanto la mia iniquità, che ti informi così del mio peccato, 7 pur sapendo che io non sono colpevole, e che non c'è chi mi liberi dalla tua mano? 8 Le tue mani mi hanno formato, mi hanno fatto tutto quanto, e mi distruggi! 9 Ricòrdati che mi hai plasmato come argilla, e tu mi fai ritornare in polvere! 10 Non mi hai tu colato forse come il latte e fatto rapprendere come il formaggio? 11 Tu mi hai rivestito di pelle e di carne, e mi hai intessuto di ossa e di nervi. 12 Mi hai concesso vita e grazia, la tua provvidenza ha vegliato sul mio spirito, 13 ed ecco quello che nascondevi in cuore! Sì, lo so, questo meditavi: 14 se avessi peccato, lo avresti tenuto bene a mente e non mi avresti assolto dalla mia iniquità. 15 Se fossi stato malvagio, guai a me! Se giusto, non avrei osato alzare la fronte, sazio d'infamia, spettatore della mia miseria. 16 Se l'avessi alzata, mi avresti dato la caccia come a un leone e avresti rinnovato contro di me le tue meraviglie; 17 mi avresti messo di fronte nuovi testimoni e avresti raddoppiato il tuo sdegno contro di me; legioni su legioni mi avrebbero assalito. 18 E allora, perché mi hai fatto uscire dal grembo di mia madre? Sarei morto senza che occhio mi vedesse! 19 Sarei stato come se non fossi mai esistito, mi avrebbero portato dal grembo materno alla tomba!'. 20 Non sono forse pochi i giorni che mi restano? Smetta egli dunque, mi lasci stare, affinché io mi rassereni un poco, 21 prima che io me ne vada, per non tornare mai più, nella terra delle tenebre e dell'ombra di morte: 22 terra oscura come la notte profonda, dove regnano l'ombra di morte e il disordine, il cui chiarore è come notte oscura”. | Riveduta:Giobbe 101 L'anima mia prova disgusto della vita; vo' dar libero corso al mio lamento, vo' parlar nell'amarezza dell'anima mia! 2 Io dirò a Dio: 'Non mi condannare! Fammi sapere perché contendi meco!' 3 Ti par egli ben fatto d'opprimere, di sprezzare l'opera delle tue mani e di favorire i disegni de' malvagi? 4 Hai tu occhi di carne? Vedi tu come vede l'uomo? 5 I tuoi giorni son essi come i giorni del mortale, i tuoi anni son essi come gli anni degli umani, 6 che tu investighi tanto la mia iniquità, che t'informi così del mio peccato, 7 pur sapendo ch'io non son colpevole, e che non v'è chi mi liberi dalla tua mano? 8 Le tue mani m'hanno formato, m'hanno fatto tutto quanto... e tu mi distruggi! 9 Deh, ricordati che m'hai plasmato come argilla... e tu mi fai ritornare in polvere! 10 Non m'hai tu colato come il latte e fatto rapprender come il cacio? 11 Tu m'hai rivestito di pelle e di carne, e m'hai intessuto d'ossa e di nervi. 12 Mi sei stato largo di vita e di grazia, la tua provvidenza ha vegliato sul mio spirito, 13 ed ecco quello che nascondevi in cuore! Sì, lo so, questo meditavi: 14 se avessi peccato, l'avresti ben tenuto a mente, e non m'avresti assolto dalla mia iniquità. 15 Se fossi stato malvagio, guai a me! Se giusto, non avrei osato alzar la fronte, sazio d'ignominia, spettatore della mia miseria. 16 Se l'avessi alzata, m'avresti dato la caccia come ad un leone e contro di me avresti rinnovato le tue maraviglie; 17 m'avresti messo a fronte nuovi testimoni, e avresti raddoppiato il tuo sdegno contro di me; legioni su legioni m'avrebbero assalito. 18 E allora, perché m'hai tratto dal seno di mia madre? Sarei spirato senza che occhio mi vedesse! 19 Sarei stato come se non fossi mai esistito, m'avrebbero portato dal seno materno alla tomba! 20 Non son forse pochi i giorni che mi restano? Cessi egli dunque, mi lasci stare, ond'io mi rassereni un poco, 21 prima ch'io me ne vada, per non più tornare, nella terra delle tenebre e dell'ombra di morte: 22 terra oscura come notte profonda, ove regnano l'ombra di morte ed il caos, il cui chiarore è come notte oscura». | Ricciotti:Giobbe 101 L'anima mia ha nausea della mia vita: lascerò che la mia parola si sfoghi contro di me, parlerò nell'amarezza dell'anima mia. 2 Esclamo verso Dio: - Deh! non mi condannare; fammi sapere perchè in tal modo mi giudichi! 3 Ti sembra forse bene che tu mi calunni, che tu opprima me opera delle tue mani, favorendo così il consiglio degli empii? 4 Hai tu forse occhi di carne, ovvero come vede l'uomo vedi anche tu: 5 son forse come i dì dell'uomo i tuoi dì, e gli anni tuoi son come i tempi degli uomini, 6 perchè tu stia a ricercare la mia iniquità, ed a scrutare il mio peccato? 7 E così tu sappia che non operai empietà alcuna mentre non v'è nessuno che liberi dalla tua mano! 8 Le tue mani mi hanno formato e plasmato tutto torno torno, e così ad un tratto vuoi tu atterrarmi? 9 Ricòrdati, ti prego, che come argilla tu m'hai manipolato, ed in polvere vuoi tu farmi tornare? 10 Non mi hai tu forse, qual latte, fatto colare, e come latte rappreso, fatto coagulare? 11 Di pelle e di carni tu m'hai rivestito, con ossa e con nervi tu m'hai tessuto; 12 vita e misericordia tu mi concedesti, e la tua assistenza custodì il mio spirito. 13 Quantunque tali cose tu celi in cuor tuo, pur so che di tutte quante tu ti ricordi. 14 Se io peccai e pel momento tu mi risparmiasti, perchè non permetti ch'io sia mondo dalla mia iniquità? 15 Se sarò empio, sventura a me! se giusto, non potrò ergere il capo, sazio qual sono d'afflizione e miseria! 16 Chè per la superbia come a leonessa daresti a me la caccia, e torneresti a crucciarmi spaventosamente; 17 rinnoveresti i tuoi testimoni contro di me, accresceresti l'ira tua contro di me, e i travagli mi si schiererebbero contro. 18 Perchè dunque dall'utero mi hai fatto uscire? Oh! fossi io morto, senza che occhio mi scorgesse! 19 Io sarei, come se non fossi mai stato: dall'utero al sepolcro sarei stato portato! 20 La pochezza dei miei giorni non finirà forse fra breve? lasciami dunque, che io pianga alquanto il mio dolore, 21 prima ch'io parta, per non ritornare, verso la terra tenebrosa e coperta da caligine di morte, 22 terra di miseria e di tenebre, ove l'ombra di morte e nessun ordine ma orrore sempiterno domina. -» | Tintori:Giobbe 10Giobbe chiede a Dio la ragione delle sue sofferenze, e un po' di sollievo avanti di morire | Martini:Giobbe 10Giobbe si querela delle sue afflizioni, domandandone a Dio la cagione, la quale dimostra non essere stata la sua malvagità, né l'ignoranza di Dio, il quale perfettamente conosce l'uomo, ch'egli ha creato: e di nuovo per l'eccesso de' suoi mali si lamenta d'esser nato. | Diodati:Giobbe 101 L'anima mia si annoia della mia vita; io mi lascerò scorrere addosso il mio lamento; io parlerò nell'amaritudine dell'anima mia. 2 Io dirò a Dio: Non condannarmi; Fammi assapere perchè tu litighi meco. 3 Ti par egli ben fatto di oppressare, Di sdegnar l'opera delle tue mani, E di risplendere sopra il consiglio degli empi? 4 Hai tu occhi di carne? Vedi tu come vede l'uomo? 5 Sono i tuoi giorni come i giorni dell'uomo mortale? Sono i tuoi anni come l'età umana? 6 Che tu faccia inchiesta della mia iniquità, E prenda informazione del mio peccato? 7 A te si appartiene di conoscere che io non son reo; E non vi è niuno che riscuota dalla tua mano. |
Commentario completo di Matthew Henry:
Giobbe 10
1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 10
Giobbe ammette qui che era pieno di confusione (Giobbe 10:15), e così era il suo discorso: non sapeva cosa dire, e forse a volte sapeva a malapena quello che diceva. In questo capitolo,
I. Si lamenta delle difficoltà che stava subendo (Giobbe 10:1-7), e poi si consola con questo, che era nelle mani del Dio che lo ha creato, e lo supplica, Giobbe 10:8-13.
II. Si lamenta di nuovo della severità dei rapporti di Dio con lui (Giobbe 10:14-17), e poi si consola con questo, che la morte avrebbe posto fine ai suoi problemi, Giobbe 10:18-22.
Ver. 1. fino alla Ver. 7.
Ecco qui
I. Un'appassionata risoluzione a persistere nella sua denuncia, Giobbe 10:1. Essendo scoraggiato dal terrore della maestà di Dio, così che non poteva perorare la sua causa con lui, decide di darsi un po' di sollievo dando sfogo ai suoi risentimenti. Inizia con un linguaggio veemente:
"La mia anima è stanca della mia vita, stanca di questo corpo, e impaziente di liberarsene, è caduta con la vita, e ne è dispiaciuta, ne è stanca e anela alla morte."
Per la debolezza della grazia egli andò contro i dettami anche della natura stessa. Dovremmo comportarci più come gli uomini, ci comportiamo più come i santi. La fede e la pazienza ci impedirebbero di essere stanchi della nostra vita (e crudeli con loro, come alcuni leggono), anche quando la Provvidenza li ha resi molto noiosi per noi; perché questo significa essere stanchi della correzione di Dio. Giobbe, essendo stanco della sua vita e non avendo altra via d'agiate, decide di lamentarsi, decide di parlare. Egli non darà sfogo alla sua anima con mani violente, ma darà sfogo all'amarezza della sua anima con parole violente. I perdenti pensano di avere il permesso di parlare; e le passioni sfrenate, così come gli appetiti sfrenati, sono inclini a pensare che sia una scusa per le loro escursioni il fatto di non poterle aiutare: ma a che cosa ci servono la saggezza e la grazia, se non a tenere la bocca come con una briglia? La corruzione di Giobbe parla qui, eppure la grazia mette una parola.
1. Si lamenterà, ma lascerà su di sé la sua lamentela. Egli non avrebbe messo sotto accusa Dio, né lo avrebbe accusato di ingiustizia o di scortesia; ma, sebbene non conoscesse particolarmente il motivo della controversia di Dio con lui e la causa dell'azione, tuttavia, in generale, supponeva che fosse in se stesso e ne portava volentieri tutta la colpa.
2. Egli parlerà, ma esprimerà l' amarezza della sua anima, non il suo fermo giudizio. Se parlo male, non sono io, ma il peccato che abita in me, non l'anima mia, ma la sua amarezza.
II. Un'umile richiesta a Dio. Egli parlerà, ma la prima parola sarà una preghiera, e, per come sono disposto a capirla, è una buona preghiera, Giobbe 10:2. 1. affinché fosse liberato dal pungiglione delle sue afflizioni, che è il peccato,
"Non condannarmi; non separarmi per sempre da te. Quand'anche giacessi sotto la croce, non giacere sotto la maledizione; benché io sia intelligente per la verga di un Padre, non lasciarmi stroncare dalla spada di un giudice. Tu mi correggi; Lo sopporterò meglio che posso; ma oh, non condannarmi!"
È il conforto di coloro che sono in Cristo Gesù che, sebbene siano nell'afflizione, non c'è condanna per loro, == Romani 8:1. No, sono castigati dal Signore affinché non siano condannati con il mondo, == 1Corinzi 11:32. Dovremmo quindi deprecare questo sopra ogni altra cosa, quando siamo nell'afflizione.
"Comunque tu ti compiaccia di trattarmi, Signore, non condannarmi; I miei amici mi condannano, ma non farlo".
2. Affinché egli possa conoscere la vera causa delle sue afflizioni, e anche questo è il peccato: Signore, mostrami perché contendi con me. Quando Dio ci affligge contende con noi, e quando contende con noi c'è sempre una ragione. Non è mai arrabbiato senza una causa, anche se lo siamo noi; ed è desiderabile sapere qual è la ragione, affinché possiamo pentirci, mortificare e abbandonare il peccato per il quale Dio ha una controversia con noi. Nell'indagare, la coscienza abbia il permesso di fare il suo ufficio e di trattare fedelmente con noi, come Genesi 42:21.
III. Una irritante esposizione con Dio riguardo ai suoi rapporti con lui. Ora egli parla davvero con l'amarezza della sua anima, non senza alcune riflessioni maliziose sulla giustizia del suo Dio.
1. Egli pensa che non si addice alla bontà di Dio, e alla misericordia della sua natura, trattare così duramente la sua creatura da imporre su di essa più di quanto possa sopportare (Giobbe 10:3): È bene per te opprimere? No, certamente non lo è; ciò che non approva negli uomini (Lamentazioni 3:34-36) non lo farà lui stesso.
"Signore, trattando con me, cerchi di opprimere il tuo suddito, di disprezzare il tuo lavoro e di tollerare i tuoi nemici. Ora, Signore, qual è il significato di questo? Tale è la tua natura che questo non può essere un piacere per te; e tale è il tuo nome che non può esserti un onore. Perché dunque mi tratti così? Che profitto c'è nel mio sangue?"
Lungi da Giobbe pensare che Dio gli abbia fatto torto, ma non sa come conciliare le sue provvidenze con la sua giustizia, come lo sono stati spesso gli uomini buoni, e deve aspettare che il giorno lo dichiari. Non nutriamo dunque pensieri duri di Dio, perché allora vedremo che non c'era motivo per loro.
2. Egli pensa che non si addice all'infinita conoscenza di Dio mettere il suo prigioniero così sulla graticola, per così dire, con la tortura, per estorcergli una confessione, Giobbe 10:4-6.
(1.) È sicuro che Dio non scopre le cose, né le giudica, come fanno gli uomini: non ha occhi di carne == (Giobbe 10:4), perché è uno Spirito. Gli occhi di carne non possono vedere nelle tenebre, ma le tenebre non si nascondono da Dio. Gli occhi di carne sono in un solo posto alla volta, e possono vedere solo una piccola distanza; ma gli occhi del Signore sono dappertutto e corrono avanti e indietro per tutta la terra. Molte cose sono nascoste agli occhi della carne, le più curiose e penetranti; c'è un sentiero che nemmeno l'occhio dell'avvoltoio ha visto: ma nulla è, né può essere, nascosto all'occhio di Dio, al quale tutte le cose sono nude e aperte. Gli occhi di carne vedono solo l'apparenza esteriore, e possono essere imposti da una deceptio visus, un'illusione dei sensi; ma Dio vede ogni cosa veramente. La sua vista non può essere ingannata, perché egli mette alla prova il cuore, ed è testimone dei suoi pensieri e intenzioni. Gli occhi di carne scoprono le cose gradualmente, e, quando otteniamo la vista di una cosa, perdiamo la vista di un'altra; ma Dio vede ogni cosa in un unico sguardo. Gli occhi di carne si stancano presto, devono essere chiusi ogni notte per essere rinfrescati, e presto saranno oscurati dall'età e chiusi dalla morte; ma il custode d'Israele non sonnecchia né dorme, né la sua vista si deteriora mai. Dio non vede come vede l'uomo, cioè non giudica come l'uomo giudica, nel migliore dei casi secundum allegata et probata, secondo ciò che viene asserito e provato, come la cosa appare piuttosto che come è, e troppo spesso secondo la parzialità degli affetti, delle passioni, dei pregiudizi e degli interessi; ma siamo sicuri che il giudizio di Dio è secondo la verità, e che egli conosce la verità, non per informazione, ma per la sua propria ispezione. Gli uomini scoprono cose segrete attraverso la ricerca e l'esame di testimoni, confrontando le prove e facendo congetture su di esse, piagnucolando o costringendo le parti interessate a confessare; ma Dio non ha bisogno di nessuna di queste vie di scoperta: non vede come vede l'uomo. (2.) È sicuro che come Dio non è miope, come l'uomo, così non ha vita breve (Giobbe 10:5):
"I tuoi giorni sono forse come i giorni dell'uomo, pochi e malvagi? Si susseguono in successione o sono soggetti a cambiamenti, come i giorni dell'uomo? No, niente affatto".
Gli uomini diventano più saggi con l'esperienza e più sapienti con l'osservazione quotidiana; Per loro la verità è figlia del tempo, e quindi devono prendersi il tempo per le loro ricerche e, se un esperimento fallisce, devono tentarne un altro. Ma non è così per Dio; Per lui nulla è passato, nulla è futuro, ma tutto ciò che è presente. I giorni del tempo, in base ai quali si misura la vita dell'uomo, non sono nulla in confronto agli anni dell'eternità, in cui la vita di Dio è avvolta.
(3.) Perciò pensa che sia strano che Dio prolunghi così la sua tortura e lo mantenga sotto la restrizione di questa afflizione, e non lo metta in giudizio né gli conceda la liberazione, come se dovesse prendersi del tempo per indagare sulla sua iniquità e usare i mezzi per cercare il suo peccato, == Giobbe 10:6. Non come se Giobbe pensasse che Dio lo tormentasse in tal modo affinché potesse trovare un'occasione contro di lui; ma i suoi rapporti con lui avevano un aspetto tale che era disonorevole per Dio, e avrebbe tentato gli uomini a considerarlo un padrone severo.
"Ora, Signore, se non vuoi consultare il mio conforto, consulta il tuo proprio onore; fa' qualcosa per il tuo grande nome e non disonorare il trono della tua gloria", Geremia 14:21.
3. Pensa che gli sembrasse un abuso della sua onnipotenza tenere in carcere un povero prigioniero, che sapeva essere innocente, solo perché non c'era nessuno che potesse liberarlo dalla sua mano (Giobbe 10:7): Tu sai che non sono malvagio. Egli si era già riconosciuto peccatore, e colpevole davanti a Dio; ma qui si erge al fatto che non era malvagio, non era devoto al peccato, non era un nemico di Dio, non dissimulava la sua religione, che non si era malvagiamente allontanato dal suo Dio, == Salmi 18:21.
"Ma non c'è nessuno che possa liberare dalla tua mano, e perciò non c'è rimedio; Devo accontentarmi di giacere lì, aspettando il tuo momento, e gettandomi nella tua misericordia, sottomesso alla tua volontà sovrana".
Qui vedi, (1.) Che cosa dovrebbe calmarci nei nostri problemi, che non serve a nulla lottare con l'Onnipotenza.
(2.) Che cosa ci conforterà abbondantemente, se siamo in grado di appellarci a Dio, come Giobbe qui,
"Signore, tu sai che io non sono malvagio. Non posso dire di non mancare o di non essere debole, ma per grazia posso dire di non essere malvagio: tu sai che non lo sono, perché sai che ti amo".
8 Ver. 8. fino alla Ver. 13.
In questi versetti possiamo osservare:
I. Come Giobbe guarda a Dio come al suo Creatore e preservatore, e descrive la sua dipendenza da lui come autore e sostenitore del suo essere. Questa è una delle prime cose che tutti ci preoccupiamo di sapere e considerare.
1. Che Dio ci ha creati, lui, e non i nostri genitori, che erano solo gli strumenti della sua potenza e provvidenza nella nostra produzione. Ci ha creati, e non noi stessi. Le sue mani hanno fatto e modellato questi nostri corpi e ogni parte di essi (Giobbe 10:8), ed essi sono fatti in modo spaventoso e meraviglioso. Anche l'anima, che anima il corpo, è suo dono. Giobbe prende nota di entrambi qui.
(1.) Il corpo è fatto come l'argilla == (Giobbe 10:9), gettato in forma, in questa forma, come l'argilla è formata in un vaso, secondo l'abilità e la volontà del vasaio. Siamo vasi di terracotta, cattivi nel nostro originale, e presto rotti in pezzi, fatti come l'argilla. Non dica dunque a colui che l'ha formata: Perché mi hai fatto così? Non dobbiamo essere orgogliosi dei nostri corpi, perché la materia viene dalla terra, ma non disonorare i nostri corpi, perché lo stampo e la forma provengono dalla sapienza divina. La formazione dei corpi umani nel grembo materno è descritta da un'elegante similitudine (Giobbe 10:10, Tu mi hai versato come latte che si coagula in formaggio) e da un'induzione di alcuni particolari, Giobbe 10:11. Anche se veniamo al mondo nudi, tuttavia il corpo stesso è vestito e armato. La pelle e la carne sono il suo vestito; Le ossa e i tendini sono la sua armatura, non offensiva, ma difensiva. Le parti vitali, il cuore e i polmoni, sono così vestiti, non per essere visti, così recintati, per non essere feriti. L'ammirevole struttura dei corpi umani è un esempio illustre della saggezza, della potenza e della bontà del Creatore. Che peccato che questi corpi debbano essere strumenti di ingiustizia che possono essere templi dello Spirito Santo!
(2.) L'anima è la vita, l'anima è l'uomo, e questo è il dono di Dio: Tu mi hai concesso la vita, hai soffiato in me l'alito della vita, senza il quale il corpo non sarebbe che un cadavere senza valore. Dio è il Padre degli spiriti: ci ha fatti anime viventi e ci ha dotati della forza della ragione; Egli ci ha dato la vita e il favore, e la vita è un favore - un grande favore, più del cibo, più del vestito - un favore che distingue, un favore che ci mette in grado di ricevere altri favori. Giobbe era di mente migliore di quando litigava con la vita come un peso e gli chiese: Perché non sono morto dal grembo materno? O per vita e favore si può intendere la vita e tutte le comodità della vita, riferendosi alla sua precedente prosperità. C'era un tempo in cui camminava alla luce del favore divino e pensava, come Davide, che attraverso quel favore la sua montagna era forte.
2. Che Dio ci sostiene. Dopo aver acceso la lampada della vita, non la lascia ardere sul suo proprio ceppo, ma la rifornisce continuamente di olio fresco.
"La tua visita ha preservato il mio spirito, mi ha tenuto in vita, mi ha protetto dagli avversari della vita, dalla morte in mezzo alla quale siamo e dai pericoli a cui siamo continuamente esposti, e mi ha benedetto con tutti i necessari sostegni della vita e le provviste quotidiane di cui ha bisogno e brama".
II. Come lo supplica a Dio, e quale uso ne fa. Egli lo ricorda a Dio (Giobbe 10:9): Ricordati, ti prego, che tu mi hai creato. E allora? Perché
1. "Tu mi hai fatto, e perciò hai una perfetta conoscenza di me (Salmi 139:1-13), e non hai bisogno di esaminarmi con la flagellazione, né di mettermi sulla graticola per scoprire ciò che è in me".
2. "Tu mi hai fatto, come l'argilla, con un atto di sovranità; E tu con un simile atto di sovranità mi disfarai di nuovo? Se è così, devo sottomettermi".
3. "Vuoi distruggere l'opera delle tue proprie mani?"
È una supplica che i santi hanno spesso usato nella preghiera: Noi siamo l'argilla e tu il nostro vasaio, == Isaia 64:8 == Le tue mani mi hanno fatto e mi hanno plasmato, == Salmi 119:73. Ecco, Tu mi hai fatto; e mi distruggerai (Giobbe 10:8), mi ridurrai in polvere? == Giobbe 10:9.
"Non vuoi avere pietà di me? Non mi risparmierai e non mi aiuterai, e non starai fedele all 'opera delle tue mani? == Salmi 138:8. Tu mi hai fatto e conosci la mia forza; Vuoi dunque permettermi di essere pressato oltre misura? Sono stato fatto per essere reso infelice? Sono stato preservato solo per essere riservato a queste calamità?"
Se lo supplichiamo a noi stessi come un incentivo al dovere,
"Dio mi ha fatto e mi mantenne per me, e perciò lo servirò e mi sottometterò a lui",
possiamo supplicarlo con Dio come argomento di misericordia: Tu mi hai fatto, fammi nuovo; Io sono tuo, salvami. Giobbe non sapeva come conciliare i precedenti favori di Dio e le sue attuali sopracciglia, ma conclude (Giobbe 10:13):
"Queste cose le hai nascoste nel tuo cuore. Entrambi sono secondo il consiglio della tua volontà, e quindi senza dubbio coerenti, comunque sembrino".
Quando Dio cambia in modo così strano la sua via, anche se non possiamo spiegarvelo, siamo costretti a credere che ci siano buone ragioni per questo nascoste nel suo cuore, che si manifesteranno fra breve. Non spetta a noi, né alla nostra portata, assegnare la causa, ma so che questa è con te. Dio conosce tutte le sue opere.
14 Ver. 14. fino alla Ver. 22.
Qui abbiamo,
I. Le appassionate lamentele di Giobbe. Su questa corda aspra e sgradevole egli insiste molto, il che, sebbene non possa essere giustificato, può essere scusato. Egli non si lamentò per nulla, come gli Israeliti mormoranti, ma ebbe motivo di lamentarsi. Se pensiamo che gli sembri brutto, che sia un avvertimento per noi a mantenere meglio il nostro umore.
1. Si lamenta della severità del giudizio di Dio e del rigore dei suoi procedimenti contro di lui, ed è pronto a chiamarlo summum jus, una giustizia che rasenta la severità.
(1.) Che ha preso tutti i vantaggi contro di lui:
"Se io peco, allora tu mi segna, == Giobbe 10:14.
(1.) Se faccio solo un passo falso, smarrisco una parola,
o gettare un'occhiata storta, sarò sicuro di sentirne parlare.
La coscienza, il tuo vice, non mancherà di rimproverarmi
con esso, e di dirmi che questa lamentela, questo
contrazione di dolore, è per punirmi per questo".
Se Dio dovesse segnare in questo modo le iniquità, noi saremmo distrutti; ma dobbiamo riconoscere il contrario, che, sebbene pecchiamo, Dio non tratta in modo estremo con noi.
(2.) Che ha perseguito quei vantaggi fino in fondo: Non mi assolverai dalla mia iniquità. Mentre le sue tribolazioni non poteva trarre conforto dal suo perdono, né udire quella voce di gioia e di letizia, tanto è difficile vedere l'amore nel cuore di Dio quando vediamo le sopracciglia sul suo volto e una verga nella sua mano.
(3.) Che, qualunque fosse il suo carattere, il suo caso al momento era molto scomodo, Giobbe 10:15.
[1.] Se è malvagio, certamente sarà rovinato nell'altro mondo; se io sono malvagio, guai a me. Nota: uno stato peccaminoso è uno stato doloroso. Ognuno di noi dovrebbe credere questo, come Giobbe qui, con l'applicazione a noi stessi:
"Se fossi malvagio, benché prospero e vivessi nei piaceri, guai a me".
Alcuni in particolare hanno motivo di temere doppi guai se sono malvagi.
"Io che ho conoscenza, che ho fatto una grande professione di religione, che sono stato così spesso sotto forti convinzioni e ho fatto così tante belle promesse - io che sono nato da genitori così buoni, benedetto da una buona educazione, che ho vissuto in buone famiglie e ho goduto a lungo dei mezzi della grazia - se sono malvagio, guai, e mille guai, a me".
[2.] Se è giusto, non osa alzare il capo, non osa rispondere come prima, Giobbe 9:15. È così oppresso e sopraffatto dai suoi problemi che non riesce a guardare in alto con alcun conforto o fiducia. Fuori c'erano lotte, dentro c'erano paure; cosicché, tra i due, era pieno di confusione, non solo confusione di faccia per la disgrazia a cui era stato portato e le censure dei suoi amici, ma confusione di spirito; la sua mente era di fretta e quasi distratto, Salmi 88:15.
2. Si lamenta della gravità dell'esecuzione. Dio (pensava) non solo lo puniva per ogni fallimento, ma lo puniva in alto grado, Giobbe 10:16-17. La sua afflizione era:
(1.) Doloroso, molto doloroso, meraviglioso, estremamente meraviglioso. Dio gli diede la caccia come un leone, come un leone feroce caccia e investe la sua preda. Dio non solo gli era estraneo, ma si mostrò meraviglioso su di lui, portandolo in guai non comuni e rendendolo così prodigio, una meraviglia per molti. Tutti si meravigliavano che Dio avrebbe inflitto e che Giobbe potesse sopportare così tanto. Ciò che rendeva le sue afflizioni più gravi era che sentiva in esse l'indignazione di Dio , che le rendeva così amare e così pesanti. Essi erano testimoni di Dio contro di lui, segni della sua disapprovazione; questo fece sì che le piaghe del suo corpo fossero ferite nel suo spirito.
(2.) Cresceva, peggiorava sempre di più. Su questo insiste molto; Quando sperava che la marea cambiasse e cominciasse a diminuire, continuava a scorrere sempre più in alto. La sua afflizione aumentò, e l'indignazione di Dio per l'afflizione. Non si è trovato meglio, non è stato migliore. Questi testimoni furono rinnovati contro di lui, affinché, se uno non arrivava a condannarlo, un altro poteva farlo. I cambiamenti e la guerra erano contro di lui. Se c'era qualche cambiamento in lui, non era per il meglio; Eppure era tenuto in uno stato di guerra. Finché siamo qui in questo mondo, dobbiamo aspettarci che le nuvole ritornino dopo la pioggia, e forse le prove più dure e taglienti possono essere riservate per le ultime. Dio era in guerra con lui, e fu un grande cambiamento. Non era solito esserlo, il che aggravava il problema e lo rendeva veramente meraviglioso. Dio di solito si mostra benevolo con il suo popolo; Se in qualche momento si dimostra il contrario, è il suo strano lavoro, il suo strano atto, e in esso si mostra meraviglioso.
3. Si lamenta della sua vita e di essere sempre nato per tutta questa tribolazione e miseria (Giobbe 10:18-19):
"Se questo è stato progettato per la mia sorte, perché sono stato tratto fuori dal grembo materno, e non soffocato lì, né soffocato nel parto?"
Questo era il linguaggio della sua passione, ed era una ricaduta nello stesso peccato in cui era caduto prima. Poco fa aveva chiamato la vita un favore == (Giobbe 10:12), ma ora la chiama un peso, e litiga con Dio perché gliela dà, o piuttosto la impone a lui. Il signor Caryl dà una buona svolta a questo in favore di Giobbe.
"Possiamo caritatevolmente supporre", dice, "che ciò che turbava Giobbe era il fatto di trovarsi in una condizione di vita che (come egli concepiva) ostacolava il fine principale della sua vita, che era la glorificazione di Dio. La sua arpa era appesa ai salici, ed era piuttosto stonato per lodare Dio. Anzi, temeva che le sue tribolazioni riflettessero il disonore su Dio e davano occasione ai suoi nemici di bestemmiare; e perciò desidera, oh se avessi rinunciato al fantasma! L'uomo pio ritiene di vivere inutilmente se non vive alla lode e alla gloria di Dio".
Se questo era il suo significato, era fondato su un errore, perché possiamo glorificare il Signore nei fuochi. Ma possiamo farne questo uso, per non amare troppo la vita, poiché il caso è stato tale talvolta, anche con uomini saggi e buoni, che se ne sono lamentati. Perché dovremmo temere di abbandonare il fantasma, o desiderare di essere visti dagli uomini, dal momento che potrebbe venire il momento in cui potremmo essere pronti a desiderare di aver rinunciato al fantasma e nessun occhio ci ha visti? Perché dovremmo lamentarci eccessivamente della morte dei nostri figli nella loro infanzia, che sono come se non fossero esistiti, e sono portati dal grembo materno alla tomba, quando forse noi stessi potremmo talvolta desiderare che fosse toccato a noi?
II. Le umili richieste di Giobbe. Lui prega,
1. Che Dio vedesse la sua afflizione == (Giobbe 10:15), prendesse atto del suo caso e lo prendesse in sua compassionevole considerazione. Così Davide prega (Salmi 25:18): Guarda la mia afflizione e il mio dolore. Così, nelle nostre difficoltà, dovremmo rivolgerci a Dio, e possiamo consolarci con questo, che Egli conosce le nostre anime nelle avversità.
2. Che Dio gli concedesse un po' di sollievo. Se non era riuscito a convincere a risolvere il suo disturbo, non avrebbe potuto avere un intervallo?
"Signore, non permettermi di essere sempre sulla graticola, sempre in condizioni estreme: oh, lasciami stare, affinché io possa trovare un po' di conforto! == Giobbe 10:20. Concedimi un po' di tregua, un po' di respiro, un po' di godimento di me stesso.
Questo gli sarebbe stato riconosciuto un grande favore. Coloro che non sono debitamente grati per il costante agio dovrebbero pensare a quanto sarebbe gradita un'ora di sollievo se fossero in costante dolore. Due cose egli supplica:
(1.) Che la vita e la sua luce furono molto brevi:
"Non sono forse pochi i miei giorni? == Giobbe 10:20. Sì, certo che lo sono, pochissimi. Signore, non siano tutti infelici, tutti nell'estremo della miseria. Non ho che poco tempo da vivere; fammi avere un po' di conforto nella vita finché dura".
Questa supplica si attacca alla bontà della natura di Dio, la cui considerazione è molto confortevole per uno spirito afflitto. E se usassimo questo come una supplica a Dio per la misericordia
("Non sono forse pochi i miei giorni? Signore, abbi pietà di me"),
Dovremmo usarlo come una supplica con noi stessi, per ravvivarci al dovere:
"Non sono forse pochi i miei giorni? Allora mi interessa riscattare il tempo, migliorare le opportunità, ciò che la mia mano trova da fare per farlo con tutte le mie forze, per essere pronto per i giorni dell'eternità, che saranno molti".
(2.) Che la morte e le sue tenebre erano molto vicine e sarebbero state molto lunghe (Giobbe 10:21-22):
"Signore, dammi un po' di sollievo prima che io muoia", cioè "affinché non muoia del mio dolore".
Così Davide supplica (Salmi 13:3):
"Per timore che io dorma il sonno della morte, e allora sarà troppo tardi per aspettarmi sollievo; perché farai prodigi ai morti?"
Salmi 88:10.
«Lasciatemi avere un po' di conforto prima di morire, per poter lasciare questo mondo con calma e non nella confusione in cui mi trovo ora».
Così dovremmo essere sinceri per la grazia, e così dovremmo supplicare,
"Signore, rinnovami nell'uomo interiore; Signore, santificami prima che io muoia, perché altrimenti non sarà mai fatto".
Guardate come parla qui dello stato dei morti.
[1.] È uno stato fisso, da cui non torneremo mai più a vivere una vita come quella che viviamo ora, Giobbe 7:10. Alla morte dobbiamo dare l'ultimo addio a questo mondo. Il corpo deve quindi essere deposto dove giacerà a lungo, e l'anima deve essere giudicata in quello stato in cui deve essere per sempre. Doveva essere fatto bene ciò che deve essere fatto solo una volta, e fatto per l'eternità.
[2.] È uno stato molto malinconico, così ci sembra. Le anime sante, alla morte, si trasferiscono in una terra di luce, dove non c'è morte; ma lasciano i loro corpi in una terra di tenebre e nell'ombra della morte. Qui egli accumula espressioni della stessa importanza per mostrare che egli ha una terribile apprensione per la morte e la tomba come gli altri uomini hanno naturalmente, così che era solo l'estrema miseria in cui si trovava che lo faceva desiderare. Venite e guardiamo un po' nella tomba, e troveremo, in primo luogo, che non c'è ordine lì: è senza alcun ordine, notte perpetua e nessuna successione del giorno. Tutti lì giacciono sullo stesso piano, e non c'è distinzione tra principe e contadino, ma il servo è lì libero dal suo padrone, == Giobbe 3:19. Non si osserva alcun ordine nel portare le persone alla tomba, non il più anziano, non il più ricco, non il più povero, eppure ognuno nel proprio ordine, l'ordine stabilito dal Dio della vita. In secondo luogo, che lì non c'è luce. Nella tomba c'è una fitta oscurità, un'oscurità che non può essere sentita, ma che non può non essere temuta da coloro che godono della luce della vita. Nella tomba non c'è conoscenza, né conforto, né gioia, né lode a Dio, né opera la nostra salvezza, e quindi non c'è luce. Giobbe si vergognava tanto che gli altri vedessero le sue piaghe, e aveva tanta paura di vederle lui stesso, che l'oscurità della tomba, che le avrebbe nascoste e ammucchiate, gli sarebbe stata per questo gradita. L'oscurità scende su di noi; e perciò camminiamo e lavoriamo mentre abbiamo la luce con noi. Essendo la tomba una terra di tenebre, è bene che vi siamo portati con gli occhi chiusi, e allora è tutto uno. La tomba è una terra di tenebre per l'uomo; i nostri amici che sono andati là, li consideriamo portati nelle tenebre, Salmi 88:18. Ma che non sia così a Dio apparirà da questo, che la polvere dei corpi dei santi, anche se dispersa, anche se mescolata con altra polvere, non andrà perduta, perché l'occhio di Dio è su ogni chicco d'esso e sarà disponibile nel gran giorno.
Commentario abbreviato di Matthew Henry:
Giobbe 10
1 Capitolo 10
Giobbe si lamenta delle sue difficoltà Gb 10:1-7
Implora Dio come suo Creatore Gb 10:8-13
Si lamenta della severità di Dio Gb 10:14-22
Versetti 1-7
Giobbe, stanco della sua vita, decide di lamentarsi, ma non vuole accusare Dio di ingiustizia. Qui c'è una preghiera affinché sia liberato dal pungiglione delle sue afflizioni, che è il peccato. Quando Dio ci affligge, litiga con noi; quando litiga con noi, c'è sempre un motivo; ed è auspicabile conoscere il motivo, per potersi pentire e abbandonare il peccato per cui Dio ha una controversia con noi. Ma quando, come Giobbe, parliamo nell'amarezza della nostra anima, aumentiamo la colpa e l'irritazione. Non dobbiamo nutrire pensieri duri nei confronti di Dio; in seguito vedremo che non ce n'era motivo. Giobbe è sicuro che Dio non scopre le cose, né le giudica, come fanno gli uomini; perciò ritiene strano che Dio lo tenga sotto afflizione, come se dovesse prendere tempo per indagare sul suo peccato.
8 Versetti 8-13
Giobbe sembra litigare con Dio, come se lo avesse formato e conservato solo per l'infelicità. È Dio che ci ha fatti, non noi stessi. Che tristezza che quei corpi siano strumenti di iniquità, capaci di essere templi dello Spirito Santo! Ma l'anima è la vita, l'anima è l'uomo, e questo è il dono di Dio. Se per incitarci al dovere invochiamo: "Dio mi ha fatto e mi mantiene", come argomento di misericordia possiamo invocare: "Tu mi hai fatto, fammi nuovo; io sono tuo, salvami".
14 Versetti 14-22
Giobbe non negava che, in quanto peccatore, meritasse le sue sofferenze; ma pensava che la giustizia fosse stata eseguita su di lui con particolare rigore. La sua tristezza, la sua incredulità e i suoi pensieri duri nei confronti di Dio erano da attribuire tanto alle tentazioni interiori di Satana e alla sua angoscia d'animo, sotto il senso del dispiacere di Dio, quanto alle sue prove esteriori e alla sua restante depravazione. Il nostro Creatore, divenuto in Cristo anche il nostro Redentore, non distruggerà l'opera delle sue mani in nessun umile credente, ma lo rinnoverà in santità, affinché possa godere della vita eterna. Se l'angoscia sulla terra rende la tomba un rifugio desiderabile, quale sarà la condizione di coloro che sono condannati al nero delle tenebre per sempre? Ogni peccatore cerchi la liberazione da questo terribile stato e ogni credente sia grato a Gesù, che libera dall'ira futura.
Note di Albert Barnes sulla Bibbia:
Giobbe 10
1 La mia anima è stanca della mia vita - confronta la nota a Giobbe 7:16. Il margine qui è, o "tagliato mentre vivo". Il significato a margine è in accordo con l'interpretazione di Schultens. Anche il Caldeo lo rende in modo simile: אתגזרת נפשי - la mia anima è tagliata. Ma l'interpretazione più corretta è quella nella nostra versione comune; e il senso è che la sua anima, cioè che lui stesso era disgustato della vita. Era un fardello estenuante e desiderava morire.
Lascerò la mia lamentela su di me - Noyes, "Mi arrenderò alla lamentela". Dr. Good, "Lascerò liberare da me stesso i miei pensieri oscuri". Il senso letterale è: "Lascerò lamento a me stesso"; cioè, gli darò modo; non lo tratterrò; confronta Giobbe 7:11.
Parlerò nell'amarezza della mia anima - Vedi le note, Giobbe 7:11.
2 Dirò a Dio: Non condannarmi - Non considerarmi malvagio - תרשׁיעני אל 'al tarshı̂y‛ēnı̂y. Il senso è: "Non limitarti a ritenermi malvagio e trattami come tale, senza mostrarmi le ragioni per cui sono così considerato". Questo era il motivo della lamentela di Giobbe, che Dio per semplice sovranità e potere lo considerasse un uomo malvagio e che non vedeva le ragioni per cui era considerato e trattato così.
Desiderava ora sapere in che cosa aveva offeso e conoscere la causa delle sue sofferenze. L'idea è che era ingiusto trattare come colpevole uno che non ha avuto l'opportunità di conoscere la natura del reato di cui è stato accusato, o il motivo per cui è stato condannato.
3 È bene per te che tu debba opprimere - Il senso di questo è che non potrebbe essere con Dio una questione di gratificazione personale infliggere dolore arbitrariamente. Ci deve essere un motivo per cui l'ha fatto. Questo era chiaro a Giobbe, ed era ansioso, quindi, di conoscere il motivo per cui era stato trattato in questo modo. Eppure qui c'è evidentemente non poco dello spirito di lamentela. C'è un'insinuazione che Dio lo stesse affliggendo oltre ciò che meritava; vedi Giobbe 10:7.
Lo stato della sua mente sembra essere stato questo: è consapevole di essere un sincero amico di Dio, e non è disposto a credere che Dio possa infliggere dolore arbitrariamente - eppure non ha altro modo di spiegarlo. È in un certo senso spinto a questa dolorosa conclusione - e chiede con profondo sentimento, se può essere così? Non c'è altra soluzione che questa? Non c'è modo di spiegare il fatto che soffra così tanto, se non la supposizione che sia un ipocrita - cosa che si sente sicuro di non essere; o che Dio provava un piacere sfrenato nell'infliggere dolore - cosa che era altrettanto poco disposto a credere, se poteva evitarlo? Tuttavia la sua mente tende piuttosto a quest'ultima credenza, perché sembra più disposto a credere che Dio fosse severo che che lui stesso fosse un ipocrita e un uomo malvagio.
Nessuna di queste conclusioni era necessaria. Se avesse preso una via di mezzo, e avesse messo in guardia sul fatto che Dio avrebbe potuto affliggere i suoi propri figli per il loro bene, il mistero sarebbe stato risolto. Avrebbe potuto conservare la coscienza della sua integrità e, allo stesso tempo, la sua fiducia in Dio.
Che tu disprezzi il lavoro delle tue mani - Margine, lavoro. Cioè, disprezza l'uomo, o trattalo come se non avesse valore. L'idea è che sarebbe naturale per Dio amare il proprio lavoro, e che il modo in cui trattava Giobbe sembrava che considerasse la propria opera - l'uomo - come priva di valore.
E risplendi sul consiglio dei malvagi - Dando loro salute e prosperità.
4 Hai occhi di carne? - Occhi da uomo. Guardi l'uomo con la stessa disposizione a discernere i difetti; la stessa cattiveria e inclinazione a interpretare ogni cosa nel modo più severo possibile, che caratterizza l'uomo? Forse Giobbe può qui fare riferimento al severo giudizio dei suoi amici, e intende chiedersi se sia possibile che Dio manifesti gli stessi sentimenti nel giudicarlo che avevano fatto loro.
5 I tuoi giorni sono come i giorni dell'uomo - La tua vita trascorre come quella dell'uomo? Ti aspetti di morire presto, di perseguitarmi in questo modo, indagando i miei peccati e affliggendomi come se non ci fosse tempo da perdere? L'idea è che Dio sembrava insistere su questa questione come se dovesse presto cessare di esistere, e come se non ci fosse tempo da perdere per realizzarla. I suoi colpi erano ininterrotti, come se fosse necessario che il lavoro fosse fatto presto, e come se non si potesse dare tregua per un pieno ed equo sviluppo del vero carattere del sofferente.
L'intero brano Giobbe 10:4 esprime la ferma convinzione di Giobbe che Dio non poteva somigliare all'uomo; L'uomo ebbe vita breve, volubile, cieco; era incapace, per la brevità della sua esistenza, e per le sue imperfezioni, di giudicare correttamente del carattere degli altri. Ma non poteva essere così con Dio. Era eterno.
Conosceva il cuore. Ha visto tutto com'era. Perché dunque, si chiede Giobbe con profondo sentimento, lo trattava come se fosse influenzato dai metodi di giudizio che erano inseparabili dalla condizione di uomo imperfetto e morente?
6 Che tu indaghi sulla mia iniquità - Sei governato dalle passioni e dai pregiudizi umani, che sembri così cercare ogni piccola obliquità ed errore? Giobbe qui si riferisce evidentemente alla condotta dell'uomo nel marcare rigorosamente le colpe e nell'essere riluttante a perdonare; e si chiede se sia possibile che Dio possa essere governato da sentimenti come questi.
7 Tu sai che io non sono malvagio - Cioè, che non sono un ipocrita, né un peccatore impenitente. Giobbe non pretendeva la perfezione (vedi la nota a Giobbe 9:20 ), ma sosteneva attraverso tutto questo argomento che non era un uomo malvagio, nel senso in cui i suoi amici lo consideravano tale, e per la verità di ciò egli potrebbe appellarsi a Dio con coraggio.
Il margine è: "È sulla tua conoscenza". Questa è una traduzione letterale dell'ebraico, ma il senso è ben espresso nel testo. Il significato del versetto è: “Perché mi affliggi così, quando sai che non sono malvagio? Perché sono trattato come se fossi il peggiore degli uomini? Perché è così offerta ai miei amici l'occasione di costruire un argomento come se fossi un uomo di singolare depravazione?»
Non c'è nessuno che possa liberare dalla tua mano - non ho il potere di liberarmi. Giobbe sentiva che Dio aveva un potere onnipotente; e sembra aver sentito che le sue sofferenze erano piuttosto il semplice esercizio del potere, che l'esercizio della giustizia. Fu questo a gettare le basi per la sua denuncia.
8 Le tue mani mi hanno creato - Giobbe ora afferma che era stato creato da Dio e che aveva mostrato grande abilità e dolore nella sua formazione. Sostiene che sembrerebbe un capriccio prendersi una tale cura ed esercitare una saggezza e una cura così sorprendenti nel formarlo, e poi, all'improvviso e senza motivo, fare a pezzi il proprio lavoro. Chi fa un bel vaso solo per essere distrutto? Chi modella una statua di marmo solo per romperla in pezzi? Chi costruisce uno splendido edificio solo per abbatterlo? Chi pianta un fiore raro e prezioso solo per avere il piacere di coglierlo? La dichiarazione in Giobbe 10:8, non è solo bello e forte come argomento, ma è particolarmente interessante e prezioso, poiché si può presumere che incarni le opinioni dell'età patriarcale sulla formazione e le leggi della struttura umana.
Nessuna parte trascurabile del valore del libro di Giobbe, come è stato osservato nell'Introduzione, deriva dalle notizie incidentali delle scienze come prevalsero al momento in cui fu composto.
Se è il libro più antico del mondo, è un record inestimabile su questi punti. L'espressione, "le tue mani mi hanno creato", è a margine, "si è preoccupato di me". Il dottor Good lo rende, "mi hanno battuto;" Noyes, "mi ha completamente modellato;" Rosenmuller spiega che significa "mi hanno formato con la massima diligenza e cura". Schultens lo rende, Manus tuae nervis colligarunt - "le tue mani mi hanno legato con nervi o tendini;" e fa appello all'uso dell'arabo come autorità per questa interpretazione.
Egli sostiene (De Defectibus hodiernis Ling. Hebr. pp. 142, 144, 151), che la parola araba atzaba denota “il corpo unito e legato in una bella forma da nervi e tendini”; e che l'idea qui è che Dio aveva così costruito la struttura umana. La parola ebraica qui usata ( עצב ‛ âtsab ) significa propriamente lavorare, formare, foggiare. L'idea primaria, secondo Gesenius, è quella di tagliare, sia il legno che la pietra, e quindi tagliare o scolpire in vista della formazione di un'immagine.
Il verbo ha anche l'idea di travaglio, dolore, travaglio, afflizione; forse dal lavoro di tagliare o intagliare una pietra o un blocco di legno. Quindi significa, nel Piel, formare o foggiare, con l'idea del lavoro o della fatica; e il senso qui è senza dubbio, che Dio aveva elaborato i corpi degli uomini con cura e abilità, come quella conferita a un'immagine scolpita oa una statua. Il margine esprime l'idea non male - si è preoccupato di me.
E mi ha modellato - Mi ha creato. L'ebraico qui significa semplicemente fare.
Insieme intorno - סביב יחד yachad sâbı̂yb. Vulgata, totum in circuitu. Settanta semplicemente, "mi ha fatto". Il dottor Good, "mi ha modellato compatto su tutti i lati". La parola יחד yachad resa "insieme", ha la nozione di unità, o unione. Può riferirsi all'unicità dell'uomo - la creazione di uno dai materiali apparentemente discordanti e la forma compatta in cui è costruito il corpo, sebbene composto di ossa, tendini e vasi sanguigni. Un'idea simile è espressa da Lucrezio, come citato da Schultens. Lib. ii. 358:
- Qui coetu, conjugioque
Corporis atque anirnae consistimus uniter apti.
Eppure tu mi distruggi - Nonostante io sia fatto così, tuttavia stai smontando la mia cornice, come se non fosse di nessuna importanza, e formata senza cura.
9 Ricorda, ti prego, che mi hai fatto come l'argilla - C'è qui un'evidente allusione alla creazione dell'uomo, e al fatto che fu modellato dalla polvere della terra - un fatto che sarebbe preservato dalla tradizione; vedi Genesi 2:7. Il fatto che Dio abbia modellato la forma umana come il vasaio modella l'argilla, è spesso menzionato nelle Scritture; confronta Romani 9:20.
Lo scopo di Giobbe in questo è, probabilmente, ricordare il fatto che Dio, dall'argilla, aveva formato la nobile struttura, l'uomo, e chiedersi se fosse sua intenzione ridurre di nuovo quella struttura alla sua precedente condizione indegna - distruggere la sua bellezza, e per cancellare il ricordo della sua maestria? Stava così bene a Dio cancellare ogni memoriale del suo potere e della sua abilità nel plasmare la struttura umana?
10 Non mi hai versato come latte? - L'intera immagine in questo verso e nei seguenti ha lo scopo di fornire un'illustrazione dell'origine e della crescita della struttura umana. La Nota del Dr. Good può essere trascritta, per fornire un'illustrazione di quello che potrebbe essere stato il significato di Giobbe. “Tutta la similitudine è molto corretta e bella, e non è stata trascurata dai migliori poeti della Grecia e di Roma.
Dal latte ben temperato o mescolato del chilo, ogni singolo atomo di ogni singolo organo nella struttura umana, il più compatto e consolidato, così come il morbido e flessibile, è perennemente alimentato e rinnovato, per mezzo di un sistema di lattei o vasi del latte, come sono chiamati di solito in anatomia, dalla natura di questo chilo comune o latte che fanno circolare. Nel delicato stomaco del neonato viene introdotto sotto forma di latte; ma anche nell'adulto dev'essere ridotto ad una tale forma, qualunque sia la sostanza di cui si nutre, per l'azione congiunta dello stomaco e di altri organi chilificanti, prima che possa diventare la base del nutrimento animale.
Quindi circola attraverso il sistema e o continua fluido come il latte nel suo stato semplice, o è reso solido come il latte nel suo stato caseoso o formaggio, secondo la natura dell'organo che fornisce con la sua corrente vitale. Per quanto sia vero, tuttavia, per una questione di fisiologia, ora ben compresa, può sorgere il dubbio se Giobbe conoscesse il metodo così descritto, in cui l'uomo è sostenuto.
L'idea di Giobbe è che Dio fosse l'autore della cornice umana e che quella cornice fosse formata in modo tale da mostrare la sua meravigliosa e incomprensibile saggezza. Una consultazione delle opere di fisiologia, che spiegano i fatti sulla formazione e la crescita del corpo umano, mostrerà che ci sono poche cose che manifestano in modo più sorprendente la saggezza di Dio della formazione della struttura umana, allo stesso modo all'origine , e in ogni fase del suo sviluppo. Si tratta, tuttavia, di un argomento che non può, con decenza, essere perseguito in un'opera del genere.
11 Mi hai rivestito di pelle e di carne - Questo si riferisce, senza dubbio, alla formazione dell'uomo nella sua esistenza fetale, ed è destinato a denotare che l'intera organizzazione della struttura umana doveva essere ricondotta a Dio. Grozio osserva che questo è l'ordine in cui si forma il bambino: che prima appare la pelle, poi la carne, poi le parti più dure del telaio. A questo proposito il lettore può consultare Dunglison's Physiology, vol. ii. P. 340 ss.
E mi hai recintato - Margine, Hedged. Letteralmente, Hast mi ha coperto. Il senso è chiaro. Dio lo aveva formato così com'era, ea lui doveva la sua vita e tutto ciò che aveva. Giobbe chiede con il più profondo interesse se Dio toglierebbe una cornice così formata e la ridurrebbe di nuovo in polvere? Non sarebbe più per suo onore conservarla ancora - almeno fino al limite comune della vita umana?
12 La tua visita ha preservato il mio spirito - la tua cura costante; la tua vigile provvidenza; la tua sovrintendenza. La parola resa visitazione ( פקדה p e qûddâh ) significa propriamente il raduno di un esercito, la cura che si manifesta nel prendersi cura di coloro che sono arruolati; e poi denota cura, vigilanza, provvidenza, custodia, vigilanza. L'idea è che Dio aveva vegliato su di lui e lo aveva preservato, e che alla sua costante vigilanza doveva la conservazione della sua vita.
13 E queste cose hai nascosto nel tuo cuore - Questo può riferirsi alle disposizioni con cui Dio lo aveva fatto, o alle calamità che aveva portato su di lui. La maggior parte degli espositori suppone che quest'ultimo sia inteso. Tale è l'opinione di Rosenmuller, Good, Noyes e Scott. Secondo questo l'idea è che Dio si era proposto nel suo cuore di portare queste calamità su di lui. Facevano parte del suo consiglio e progetto.
Nascondersi nel cuore, o deporre nel cuore, è una frase che esprime uno scopo segreto. Non vedo alcun motivo per limitarlo, tuttavia, alle calamità che Giobbe aveva sperimentato. Può riferirsi a tutti i piani e le azioni dell'Altissimo, a cui Giobbe si era appena riferito. Tutti i suoi atti nella creazione e nella conservazione dell'uomo, facevano parte del suo consiglio segreto, aveva formato il piano nel suo cuore e ora lo stava eseguendo nelle varie dispensazioni della sua provvidenza.
So che questo è con te - Che tutto questo fa parte del tuo scopo. Ha origine in te ed è secondo il tuo consiglio. Questo è il linguaggio della pietà, riconoscendo la grande verità che tutte le cose sono in accordo con i propositi di Dio, o che i suoi piani abbracciano tutti gli eventi - una dottrina che Giobbe riteneva sicuramente.
14 Se pecco - L'oggetto di questo versetto e dei seguenti è, evidentemente, di dire che era completamente perplesso. Non sapeva come agire. Non riusciva a capire la ragione dei rapporti divini, ed era del tutto incapace di spiegarli, e quindi, non sapeva come agire in modo appropriato. È espressivo di uno stato d'animo in cui l'individuo desidera pensare e sentirsi bene, ma dove trova così tanto che lo lascia perplesso, che non sa cosa fare.
Giobbe era sicuro che i suoi amici non avessero ragione nella posizione che sostenevano, che era un peccatore di enorme carattere, e che le sue sofferenze ne erano la prova, eppure non sapeva come rispondere alle loro argomentazioni. Desiderava avere fiducia in Dio, eppure non sapeva come conciliare i suoi rapporti con il suo senso del diritto. Si sentiva amico di Dio, e non sapeva perché visitare uno che aveva questa coscienza in modo così angoscioso e doloroso.
La sua mente era perplessa, vacillante, imbarazzata, e non sapeva cosa fare o dire. La verità in tutto questo argomento era che aveva più spesso ragione dei suoi amici, ma che, in comune con loro, aveva abbracciato alcuni principi che era costretto ad ammettere come veri, o che non poteva dimostrare che erano falsi , che diede loro grande vantaggio nella discussione, e che ora gli premevano con forza schiacciante.
Allora tu mi segni - Osserva attentamente ogni difetto. Perché lo facesse, Giobbe non riusciva a vedere. La stessa difficoltà espressa in Giobbe 7:17; vedere le note in quel luogo.
E non mi assolverai - Non mi perdonerai. Giobbe non capiva perché Dio non avrebbe fatto questo. Era estremamente perplesso per lui che Dio lo considerasse colpevole e non lo avrebbe perdonato se avesse peccato. La stessa perplessità che espresse in Giobbe 7:21; vedi la nota a quel verso.
15 Se sono malvagio, guai a me - Il significato di questo in questa connessione è: "Sono pieno di perplessità e dolore. Che io sia malvagio o giusto, non trovo conforto. Qualunque sia il mio carattere, i miei sforzi per essere felice sono inutili e la mia mente è piena di angoscia. Guai se sono stato colpevole di peccato; e se non sono un peccatore, sono ugualmente incapace di godere. In ogni modo sono condannato alla miseria.
” E se sarò giusto, tuttavia non alzerò la testa. Cioè, con fiducia e allegria. Il significato è che, sebbene fosse consapevole di non essere un ipocrita, tuttavia non sapeva cosa fare. Dio lo trattava come se fosse malvagio, ei suoi amici lo consideravano come tale, ed era sopraffatto dalle perplessità della sua situazione. Non poteva alzare il capo con fiducia, sebbene fosse certo di non essere un peccatore nel senso in cui lo accusavano di esserlo; e tuttavia siccome fu trattato da Dio in modo tanto simile al modo in cui si trattano i malvagi, si vergognò e si confuse.
Chi non ha provato la stessa cosa? Chi non ha provato un senso di vergogna e di mortificazione per essere malato, - una prova di colpa, e un'espressione dell'odio di Dio contro il peccato? Chi non si è sentito umiliato di dover morire, come deve morire il più vile della razza, e che il suo corpo deve diventare “preda della corruzione” e “banchetto dei vermi”, come dimostrazione di colpa? Tale umiliazione vissuta da Job.
Fu trattato come se fosse il più vile dei peccatori. Sopportò da parte di Dio sofferenze come quelle sopportano. Era così considerato dai suoi amici. Si sentiva umiliato e mortificato di essere stato portato in questa situazione e si vergognava di non poter affrontare le argomentazioni dei suoi amici.
Sono pieno di confusione: vergogna, ignominia, angoscia e perplessità. Da ogni parte c'era imbarazzo, e lui non sapeva cosa fare. I suoi amici lo consideravano vile, e non poteva fare a meno di ammettere di essere stato trattato così da Dio.
Perciò vedi tu la mia afflizione - La parola resa qui “vedere” ( ראה râ'âh ) all'imperativo, Rosenmuller, Gesenius, e altri suppongono dovrebbe essere considerata come nell'infinito assoluto, essendo inteso il verbo finito; “vedendo vedo la mia afflizione”, cioè, la vedo certamente. Così lo rendono il caldeo e il siriaco, e questo concorda meglio con la connessione del brano.
“Vedo la profondità della mia afflizione. Non posso nasconderlo a me stesso. Vedo, e devo ammettere, che Dio mi tratta come se fossi un peccatore, e sono molto perplesso e imbarazzato da questo fatto. La mia mente è confusa e non so cosa dire".
16 Perché aumenta - I nostri traduttori intendono questo nel senso che le calamità di Giobbe, lungi dal diminuire, aumentavano costantemente, aumentando così la sua perplessità e il suo imbarazzo. Ma molti interpreti ne danno una spiegazione un po' diversa. La parola resa “aumenta” ( גאה gâ'âh ) significa propriamente, elevarsi, elevarsi, elevarsi; e Gesenius suppone che si riferisca qui alla "testa", e che il significato sia "se si solleva (sc.
la mia testa), mi dai la caccia come un leone”. Non si può negare che la nozione di orgoglio, esaltazione, superbia, sia di solito connessa con l'uso della parola, ma non è necessario qui discostarsi dall'interpretazione comune, nel senso che l'aumento della sua afflizione ha notevolmente aumentato la sua perplessità. Girolamo, tuttavia, lo legge, "e per orgoglio mi prendi come una leonessa". L'idea è: "la mia afflizione, per così dire, si esalta o diventa sempre più prominente". Questa è un'interpretazione migliore che riferirla all'innalzamento della testa.
Mi dai la caccia come un leone feroce - Sul significato della parola qui tradotta “leone feroce” שׁחל shachal, vedi le note a Giobbe 4:10. Il senso qui è che Dio lo cacciava o lo seguiva come un leone feroce inseguiva la sua preda.
E di nuovo ti mostri meraviglioso - O meglio, "ti volti e sei meraviglioso verso di me". Il significato è che non è subito balzato sulla sua preda e poi l'ha lasciata, ma è tornato come se non fosse stato messo a morte quando è stato catturato per la prima volta, come se un leone dovesse tornare e torturare di nuovo la sua vittima. Il significato della frase "mostrati meraviglioso" è che i rapporti di Dio verso di lui erano meravigliosi.
Erano del tutto incomprensibili. Non aveva modo di scoprire le ragioni delle sue azioni. Sulla parola usata qui, confronta le note di Isaia 9:6.
17 Rinnovi i tuoi testimoni contro di me - Margine, "cioè, piaghe". L'ebraico è, "i tuoi testimoni" - עדיך ‛ ēdeykā. Quindi la Vulgata. La Settanta è, "rinnovando contro di me il mio esame", τὴν ἐξέτασίν μου tēn ecetasin mou. Il rabbino Levi suppone che sia intesa la peste della lebbra.
Ma il vero significato sembra essere che Dio mandò su di lui calamità che furono considerate dai suoi amici come "prove" o "testimoni" che era malvagio, l'attestazione pubblica e solenne di Dio, come supponevano, alla verità che egli era decisamente un uomo cattivo. Nuove prove di questo genere avvenivano costantemente nei suoi dolori crescenti e prolungati, ed egli non poteva rispondere agli argomenti che ne venivano portati dai suoi amici.
I cambiamenti e la guerra sono contro di me - O meglio, sono "con me", עמי ‛ ı̂my. C'erano con lui tali rovesci di condizione da gettare le basi per l'argomento che avevano sostenuto con tanta pertinacia e forza che fu punito da Dio. La parola resa “cambiamenti” ( חליפה chălı̂yphâh ) significa propriamente “cambiamenti”, o scambi, e si applica alle vesti, 2Re 5:5, 2 Re 5:22.
Può essere usato anche per i soldati che fanno la guardia fino a quando non vengono sollevati da una guardia successiva; vedi la nota a Giobbe 14:14. Qui non è improbabile che sia impiegato nel senso di una successione di attacchi contro di lui. L'uno succede all'altro, come se plotone dopo plotone, per usare i termini moderni, o falange dopo falange, dovesse incontrarsi contro di lui.
Appena l'uno ebbe scagliato le sue frecce, un altro ne prese il posto; o appena uno si esauriva, veniva seguito da una nuova recluta. Tutto questo lavoro non poteva sopportare. La successione lo stancava e non poteva sopportarlo. Il Dr. Good suppone che la parola si riferisca alle schermaglie con cui di solito viene introdotta una battaglia, in cui due eserciti tentano di attaccarsi l'un l'altro prima di essere ingaggiati.
Ma la vera idea, come mi sembra, è che le afflizioni si susseguono come soldati di guardia, o in battaglia, si alleviano a vicenda. Quando un set è esaurito in servizio, ne succede un altro. Oppure, quando in battaglia una compagnia ha scaricato le sue armi, o è sfinita, le succede coloro che vengono portati freschi in campo. La parola resa “guerra” ( צבא tsâbâ' ) significa propriamente un esercito o un esercito; vedi la nota a Giobbe 7:1.
Qui significa che un intero esercito si era precipitato su di lui. Non solo era stato irritato dalla successione, dalla guardia di soccorso delle calamità, dagli attacchi che si erano susseguiti da un'avanguardia o da esploratori inviati a schermaglie, ma l'intero esercito era su di lui. Tutta una serie di calamità si precipitò su di lui da solo, ed egli non poté sopportarle.
18 Perciò dunque mi hai portato avanti - Vedi le note a Giobbe 3:11.
19 Avrei dovuto essere portato dal grembo materno alla tomba - Vedi le note a Giobbe 3:16.
20 Non sono pochi i miei giorni? - La mia vita è breve e volge al termine. Non lasciare dunque che le mie afflizioni continuino fino all'ultimo istante della vita, ma lascia che la tua mano sia tolta, affinché io possa godere un po' di riposo prima di andarmene di qui, per non tornare più. Questo è un discorso a Dio, e il significato è che, poiché la vita era necessariamente così breve, chiese di poter godere di qualche conforto prima di andare nella terra delle tenebre e della morte; confrontare la nota a Giobbe 7:21. Un'espressione in qualche modo simile si trova in Salmi 39:13 :
Oh risparmiami, che io possa recuperare le forze,
Prima che me ne vada e non ci sia più.
21 Prima di andare - da dove "non tornerò". Alla tomba, alla terra delle ombre, a
“Quel paese sconosciuto, dal cui porto
Nessun viaggiatore ritorna”.
Per la terra delle tenebre - Questo passaggio è importante per fornire un'illustrazione di ciò che è stato inizialmente compreso sulle regioni dei morti. L'idea essenziale qui è che fosse una terra di oscurità, di notte totale e assoluta. Questa idea Giobbe presenta in una grande varietà di forme e frasi. Lo amplifica e usa apparentemente tutti gli epiteti che può comandare per rappresentare l'oscurità totale e totale del luogo.
Il luogo a cui si fa riferimento non è la tomba, ma la regione al di là, la dimora degli spiriti defunti, l'Ade degli antichi; e l'idea qui è che è un luogo dove non brilla mai un chiaro raggio di luce. Che questa fosse un'opinione comune degli antichi riguardo al mondo degli spiriti defunti, è ben noto. Virgilio così parla di quelle regioni tenebrose:
Oii, quibusimperium est animarum, umbraeque silentes,
Et Chaos, et Phlegethon, loca nocte tacentia tardi,
Sit mihi fas audita loqui; slt numine vestro
Pandere res alta terra et caligine mersas.
Ibant obscuri sola sub nocte per umbram,
Perque domos Ditis vacuas, et inania regna:
Quale per incertam lunam sub luce maligna
Est iter in silvis: ubi coelum condidit umbra
Giove, et rebus nox abstulit atra colorem
Eneide vi. 259ff
I greci avevano una visione simile dell'Ade. Così, Theognis, 1007:
μάκαρ εὐδυίμων τε και ὄλβιος, ὅστις ἄπειρος
Ἄθλων, εἰς ἥ δου δῶμα μέλαν κατέβη.
Hōs makar eudaimōn te kai olbios, hostis apeiros
Athlōn eis h'dou dōma melan katebē.
Non si trova però da nessuna parte una descrizione che per intensità ed enfasi espressiva superi quella di Giobbe.
Ombra della morte - Vedi questa frase spiegata nella nota a Giobbe 3:5.
22 Una terra di tenebre - La parola usata qui ( עיפה ‛ êyphâh ) è diversa da quella resa "oscurità" השׁך chôshek nel verso precedente. Questa è la parola comune per indicare l'oscurità; questo accade raramente. Deriva da עוּף ‛ ûph, volare; e poi coprire come d'ali; e quindi, il sostantivo significa ciò che è ombreggiato o oscuro; Amos 4:13; confrontare Giobbe 17:13; Isaia 8:22; Isaia 9:1.
Come l'oscurità stessa - Questa è ancora un'altra parola אפל 'ôphel anche se nella nostra versione comune viene usato solo un termine. Non abbiamo i mezzi nella nostra lingua per marcare diversi gradi di oscurità con l'accuratezza con cui lo facevano gli ebrei. La parola usata qui אפל 'ôphel denota un'oscurità SPESSA - come esiste quando il sole è tramontato - da אפל 'aphêl, scendere, tramontare. È poetico, ed è usato per denotare un'oscurità intensa e profonda; vedi Giobbe 3:6.
E dell'ombra della morte - preferirei leggerlo come collegato alla parola precedente - "la profonda oscurità dell'ombra della morte". L'ebraico sopporterà questo, e in effetti è la costruzione ovvia.
Senza alcun ordine - La parola resa ordine ( סדרים sedārı̂ym ) è al plurale. Viene da סדר , obsoleto, mettere in fila o ordinare, sistemare. Il significato è che tutto era mescolato insieme come nel caos, e tutto era confusione. Milton ha usato un linguaggio simile:
- "Un vasto incommensurabile abisso."
- "oscuro, dispendioso, selvaggio".
Ovidio usa un linguaggio simile nel parlare di caos: "Unus caos, rudis indigestaque talpe".
E dove la luce è come l'oscurità - Questa è un'espressione molto sorprendente e grafica. Significa che non c'è luce pura e chiara. Anche tutta la luce che vi brilla è oscura, cupa, cupa - come la piccola luce di un'eclissi totale, che sembra essere l'oscurità stessa, e che serve solo a rendere l'oscurità più angosciante. Confronta Milton:
“Una prigione orribile tutt'intorno,
Come una grande fornace ardeva, eppure da quelle fiamme
Senza luce; ma piuttosto l'oscurità visibile
Servito solo per scoprire luoghi di dolore.”
Par. perso, 1.
L'ebraico qui è letteralmente: "E risplende ( יתפע yatopha‛ ) come oscurità:" cioè, lo stesso splendore della luce lì, se c'è, è come l'oscurità! Tale era la visione di Giobbe delle dimore dei morti - anche dei pii morti. Non c'è da stupirsi che si sia tirato indietro e abbia voluto vivere. Tale è la prospettiva della tomba per l'uomo, fino a quando il cristianesimo non arriva e rivela un mondo più luminoso oltre la tomba - un mondo che è tutto luce.
Quell'oscurità ora è dispersa. Una chiara luce risplende anche intorno alla tomba, e al di là c'è un mondo dove tutto è luce, e dove "non c'è notte", e dove tutto è un luminoso giorno eterno; Apocalisse 21:23; Apocalisse 22:5. Oh, se Giobbe fosse stato favorito da queste visioni del paradiso, non avrebbe così temuto di morire!
Esposizione della Bibbia di John Gill:
Giobbe 10
1 INTRODUZIONE AL LAVORO 10
Giobbe qui dichiara la grandezza delle sue afflizioni, che lo rendevano stanco della sua vita, e non poteva fare a meno di lamentarsi; supplica il Signore di non condannarlo, ma di mostrargli il motivo per cui lo tratta così, Giobbe 10:1,2 ; e si espone con lui al riguardo, e suggerisce come se fosse severo, e non facilmente conciliabile con le sue perfezioni, quando sapeva di non essere un uomo malvagio, Giobbe 10:3-7 ; gli fa ricordare la sua formazione e preservazione, e dopo tutto lo distrusse, Giobbe 10:8-12 ; e rappresenta il suo caso come molto angosciato; che fosse malvagio o giusto non importava, le sue afflizioni aumentavano su di lui, Giobbe 10:13-17 ; e tutto questo egli osserva, per giustificare il suo ardente desiderio dopo la morte, che egli rinnova, Giobbe 10:18,19 ; e supplica, poiché i suoi giorni da vivere erano pochi, che Dio gli desse un po' di tregua prima che entrasse in un altro stato, che descrive, Giobbe 10:20-22
Versetto 1. La mia anima è stanca della mia vita,
Eppure nulla di un bene temporale è più desiderabile della vita; ogni uomo, in generale, è desideroso di vita, e anche di una lunga vita; anima e corpo sono compagni vicini e intimi, e di solito sono riluttanti a separarsi; ma Giobbe era stanco della sua vita, voleva separarsene, e desiderava liberarsene; la "detestava", e così può essere qui reso, non avrebbe vissuto per sempre, Giobbe 7:15,16 ; la sua "anima" era inquieta a dimorare più a lungo nel tabernacolo terreno del suo corpo, essendo così pieno di dolori e piaghe; perché questa stanchezza non era dovuta alla colpa del peccato che lo opprimeva dolorosamente, o all'orrore della coscienza che ne derivava, così che non poteva sopportare di vivere, come Caino e Giuda; né perché il peccato insito è un peso per lui, e un desiderio ardente di liberarsene, e di essere perfettamente santo, di essere con Cristo in cielo, come l'apostolo Paolo, e altri santi, in certi momenti; o per il disagio per i peccati di altri, come Isacco e Rebecca, Lot, Davide, Isaia e altri; né a causa delle tentazioni di Satana, dei suoi dardi infuocati, dei suoi colpi e delle sue vagliature, che sono molto penose; ma a causa delle sue afflizioni esteriori, che erano così dure e pressanti, e dell'apprensione che aveva per l'ira e l'ira di Dio, lo trattava, come pensava, molto severamente, e come suo nemico, insieme al cattivo trattamento dei suoi amici. Il Targum lo rende,
"la mia anima è sterminata nella mia vita";
o muoio mentre vivo; Vivo una vita morente, trovandomi in un tale dolore del corpo e nell'angoscia della mente; e quindi altre versioni:
Lascerò la mia lamentela su di me: non che egli se ne andrebbe a lamentarsi, o la metterebbe da parte, anche se alcuni la rendono in questo senso; piuttosto darle un filo da torcere, e assecondarla, piuttosto che tentare di tranquillizzarsi, e dare sfogo al suo dolore e al suo dolore con essa; ma dovrebbe essere "su di lui", un peso che prenderebbe su di sé, e non disturbare gli altri con esso; non avrebbe appesantito le loro orecchie con le sue lamentele, ma le avrebbe pronunciate privatamente e segretamente a se stesso; poiché la parola usata significa "meditazione", colloquio privato con se stesso, un segreto e interiore "lamentarsi" del suo caso; ma egli non rimase a lungo in questa mente, come appare dalla seguente frase: o poiché non posso fare altro che lamentarmi; se c'è qualche colpa in essa, me la prenderò interamente su di me; debbo lamentarmi, lascia che quale sarà la conseguenza di esso; vedi Giobbe 13:13 ; anche se la frase può essere tradotta, come a volte lo è, "dentro di me", vedi Osea 11:8 ; E allora il senso potrebbe essere: lascerò il mio gemito interiore dentro di me, e non conterrò più? Mi darò sfogo; e sebbene io sia stato biasimato per aver detto così tanto, dirò ancora di più:
Parlerò nell'amarezza della mia anima, come uno la cui vita è resa amara, contro il quale Dio ha scritto e detto cose amare, e ha portato su di lui amare afflizioni, che hanno causato in lui amare lamentele, così come era stato aspramente usato dai suoi amici; e in mezzo a tutta questa amarezza egli è deciso a dire liberamente e pienamente la sua mente, o a parlare "dell'amarezza" della sua vita. e dichiarare, con le parole, ciò che egli ha sopportato nella sua mente e nel suo corpo
2 Versetto 2. Dirò a Dio: Non condannarmi,
Non che egli temesse la condanna eterna; non c'è nessuno per coloro che sono in Cristo e credono in lui come Giobbe; Le imprese, le sofferenze e la morte di Cristo proteggono il suo popolo dalla condanna della legge e della giustizia; né, in verità, le afflizioni del popolo di Dio sono una condanna nei suoi confronti, ma un castigo paterno, e servono a impedire che siano condannati con il mondo; eppure possono sembrare come se lo fossero, agli occhi degli uomini del mondo, e come persone molto malvagie; e così si può rendere la parola: "Non considerarmi malvagio", o trattarmi come un uomo malvagio, continuando la tua mano afflittiva sulla; che, finché era su di lui, i suoi amici non avrebbero creduto se non che fosse un uomo malvagio; per cui, poiché Dio sapeva che non era tale come lo credevano, implora di non usarlo come tale, in modo che la censura sotto cui giaceva possa essere rimossa; e sebbene sia stato condannato da loro, supplica Dio di far sembrare che non fosse stato condannato da lui: e sebbene non fosse consapevole di alcuna nota malvagità da lui commessa, che meritasse tale uso, prega ulteriormente:
mostrami perché contendi con me. Le afflizioni sono la controversia del Signore con il suo popolo, una lotta, una contesa con esso; che a volte sono così acuti, che se continuassero a lungo, gli spiriti verrebbero meno davanti a lui, e le anime che egli ha creato: ora c'è sempre una causa o una ragione per loro, che Dio ha nel suo petto, sebbene non sia sempre nota all'uomo, almeno non all'inizio, o non appena inizia la controversia o la contesa; quando Dio affligge, è per il peccato, o per prevenirlo, o per purificarsene, o per portare il suo popolo a un senso di esso, a pentirsene e ad abbandonarlo, o per mettere alla prova le loro grazie, e renderli più partecipi della sua santità; e quando gli uomini buoni, come Giobbe, sono persi su questo, non essendo consapevoli di alcuna grave iniquità commessa, o di una condotta di peccato continuata, è lecito, giusto e lodevole, indagare la ragione di ciò, e imparare, se possibile, il fine, il disegno e l'uso di tali dispensazioni
3 Versetto 3. Ti fa bene opprimere?
Questo Dio non approva negli altri, ne distoglie gli uomini, minaccia di punire coloro che lo fanno e di essere un rapido testimone contro di loro, promette di levarsi in aiuto degli oppressi e di essere per loro un rifugio, e quindi non farà mai lo stesso lui stesso. né giusto né giusto ai suoi occhi, né gli è di alcun vantaggio. Giobbe qui suggerisce che le sue afflizioni erano un'oppressione per lui; e, in verità, nessuna afflizione è gioiosa, ma grave, e talvolta la mano di Dio preme forte e dolorosa, ma allora non c'è offesa né ingiustizia fatta, come significa la parola qui usata; e lascia anche intendere, come se Dio provasse un apparente piacere nell'opprimerlo in questo modo, e quindi si espone con lui al riguardo, come se tale condotta non fosse adatta e non gli si addice, non fosse conforme alle sue perfezioni e non potesse permettergli né piacere né profitto. Questa, e ciò che segue in questo versetto, sono esposizioni troppo audaci e audaci, e in cui Giobbe usa troppa libertà con l'Onnipotente, e in cui non è così modesto come in Giobbe 10:2 :
che tu disprezzi l'opera delle tue mani? cosa che lui insinua tacitamente di aver fatto. Giobbe significa se stesso, che, quanto al suo corpo, e alle diverse membra di esso, furono opera delle mani di Dio, curiosamente e meravigliosamente fatte da lui, come si è espresso in seguito; e quanto alla sua anima, e ai poteri e alle facoltà di essa, erano opera sua, che è il Padre degli spiriti; e inoltre, come uomo nuovo, fu fatto da lui, fu opera di Dio, e un pezzo davvero curioso, creato secondo la sua immagine in giustizia e vera santità; ed egli era in ogni senso l'opera delle sue mani, o "l'opera delle sue mani"; lavorata con grande cura e fatica, anche con le "palme delle sue mani", come si usa la parola ; e poteva Giobbe pensare che Dio "disprezzasse" un'opera del genere? colui che, esaminando le sue opere, disse che erano tutte molto buone; che non abbandona l'opera delle sue mani, né disprezza il giorno delle piccole cose, non potrebbe mai fare questo; né le afflizioni devono essere interpretate in modo tale che Dio fosse indifferente, disprezzato e considerato meschinamente a ciò che egli stesso ha operato; poiché queste sono così lontane dall'avere un tale significato, che derivano da quel grande rispetto che egli ha per la propria opera, e sono per il bene di essa:
e risplendere sul consiglio degli empi? o il consiglio del malvagio, Satana, che spinse Dio ad affliggerlo nel modo in cui aveva fatto, o dei Sabei e dei Caldei, che prosperarono e prosperarono, nonostante l'ingiuria che gli avevano fatto; o dei suoi amici, che si consultavano per bollare il suo carattere con l'ipocrisia; o, piuttosto, degli uomini malvagi in generale, sui cui consigli si può pensare che Dio "risplenda", quando riesce, e Dio sembra sorridere loro nella sua provvidenza, ed essi sono in circostanze prospere, e hanno ciò che il cuore può desiderare, quando gli uomini buoni sono molto afflitti; il che a volte è stato una tentazione, e molto penoso, per quest'ultimo; vedi Salmi 73:2-14 Geremia 12:1,2 ; Ma non è sempre così; il consiglio dei perversi è talvolta portato a capofitto, il consiglio dei saggi consiglieri del Faraone è reso brutale, e quello di Ahitofel è stato da lui sconfitto; e ogni volta che sembra tollerarlo, è per rispondere ad alcuni fini della sua gloria
4 Versetto 4. Hai tu occhi di carne?
Dio ha occhi, ma non quelli carnali; Ha occhi d'amore, di grazia e di misericordia, che sono sempre sul suo popolo per il bene, e non si allontanano mai da esso; e ha occhi di dispiacere e d'ira sugli uomini peccatori, per distruggerli; questi non sono fatti di carne, né come gli occhi della carne e del sangue, né degli uomini; gli occhi carnosi non possono vedere a grande distanza, e solo in un luogo alla volta, e solo un oggetto dopo l'altro; non possono vedere al buio, e ciò che sono, e solo gli oggetti esteriori; e in queste a volte sono ingannati, e alla fine falliscono: ma gli occhi di Dio vedono tutte le cose, alla massima distanza; Egli guarda giù dal cielo e vede tutti i figlioli degli uomini sulla terra e tutte le loro azioni; i suoi occhi sono dappertutto e contemplano il male e il bene; Egli può vedere sia nell'oscurità che nella luce, l'oscurità e la luce sono entrambe uguali per lui; Egli vede non solo le azioni esteriori e gli oggetti visibili, ma anche i cuori degli uomini e tutto ciò che è in essi; né è mai ingannato, né la sua vista mai verrà meno: sebbene Giobbe, forse, intenda occhi carnali; Cioè, i malvagi, come lo sono specialmente quelli invidiosi: "È il tuo occhio malvagio?" Matteo 20:15 ; cioè, invidioso; ed è come se Giobbe dicesse: Mi invidi la mia prosperità e la mia pace di un tempo, che scruti così attentamente la mia condotta per trovare in me l'iniquità e approfittare di me?
O vedi come vede l'uomo? guardare con odio e invidia, come un uomo fa con un altro: così sembravano le dispensazioni di Dio verso Giobbe, come se lo facesse, come egli suggerisce
5 Versetto 5. I tuoi giorni sono forse come i giorni dell'uomo?
No, non lo sono: non così pochi; i giorni degli anni della vita dell'uomo in comune sono sessanta anni, Salmi 90:10 ; ma mille anni con il Signore non sono che come un giorno, 2Pietro 3:8 ; I suoi giorni non sono giorni di tempo, ma di eternità: né così mutevoli, né egli così mutevole in essi; l'uomo è di una mente oggi e di un'altra domani; ma il Signore è in un solo pensiero, un giorno dopo l'altro; egli è il Signore che non cambia, Malachia 3:6 ; immutabile nella sua natura, nei suoi propositi, nelle sue promesse e nei suoi affetti: ma Giobbe suggerisce come se le sue dispense verso di lui mostrassero il contrario; un giorno sorridendogli, e accumulandogli i suoi favori, e il giorno dopo aggrottando le sopracciglia, e spogliandolo di tutto: ma questo era un modo sbagliato di giudicare; perché, sebbene Dio possa cambiare le dispensazioni della sua provvidenza verso gli uomini, e particolarmente verso il suo stesso popolo, la sua natura non cambia, né cambia la sua volontà, i suoi propositi e disegni, né il suo amore e affetto:
I tuoi anni sono forse come i giorni dell'uomo? pochi come loro, o falliscono come loro? No, egli è lo stesso, e i suoi anni non vengono meno, e ha la stessa buona volontà verso il suo popolo sia nelle avverse che nelle prospere dispensazioni della Sua provvidenza. Alcuni intendono tutto questo in questo senso, in relazione a ciò che segue, come se Giobbe avesse osservato, che poiché Dio era onnisciente, e conosceva e vedeva tutte le persone e le cose, i suoi occhi non erano come gli occhi degli uomini, occhi di carne; e poiché era eterno e non mancava di tempo, non c'era bisogno che prendesse i metodi come faceva con lui, per provvidenze afflittive, per scoprire il suo peccato; poiché, se era colpevole, gli era subito noto; né ha bisogno di avere tanta fretta di farlo, poiché il suo tempo non era breve, come lo è per un uomo invidioso e di cattivo carattere, che non perde tempo per scoprire e trarre vantaggio da lui, porta rancore per
6 Versetto 6. Che tu indaghi la mia iniquità e cerchi il mio peccato?] Esaminò attentamente ogni azione della sua vita, per trovarvi qualcosa di sbagliato; e si accorse di ogni debolezza e infermità, e la aggravò, per farla apparire il più peccaminosa possibile, e guardò ogni esitazione e fallimento, affinché potesse avere qualcosa contro di sé come motivo per cui lo affliggeva; trattandolo come se non ci fosse il Messia, né il Mediatore, il Redentore e il Salvatore, provveduti, costituiti e promessi; e come se non ci fosse per lui il perdono dei peccati, per lui: il peccato perdonato per causa sua è coperto, affinché quando è cercato non si troverà; in modo che quando non è perdonato, o non si pensa che lo sia, rimane aperto, e dopo un'inchiesta per essere trovato, accusato e punito; vedi Giobbe 7:21 ; Sembra che questa ricerca e questa indagine siano state fatte dalle afflizioni; almeno Giobbe immaginava che il disegno di Dio in loro fosse di metterlo sulla graticola e portarlo a una confessione di peccato, trovare in questo modo un'occasione contro di lui: ora un metodo come questo, pensava Giobbe, non si addiceva alla grandezza, alla maestà e alle perfezioni di Dio; ed era del tutto inutile, poiché i suoi occhi non erano umani né miopi, il che lo obbligava a scrutare e curiosare nelle cose, ma erano onniscienti, e potevano vedere subito se c'era in lui qualche via malvagia o no; né era come gli uomini, di breve durata, il che lo obbligava a fare uso del suo tempo finché ne aveva, per ottenere un vantaggio da un altro; e inoltre, un tale modo di agire gli sembrava molto straordinario, quando sapeva benissimo di essere una persona innocente, come segue
7 Versetto 7. Tu sai che io non sono malvagio,
O "in", o "in base alla tua conoscenza [è] che io non sono malvagio"; è una cosa ben nota, abbastanza chiara e manifesta, senza fare una tale ricerca e indagine: non che egli pensasse di essere senza peccato, e potesse appellarsi all'onniscienza di Dio per la verità di ciò; poiché aveva confessato in precedenza di essere un peccatore, e malvagio, quanto alla sua natura e nascita, e alle molte infermità della vita; vedi Giobbe 7:20; 9:29 ; ma che non era quella persona malvagia e ipocrita, come i suoi amici lo credevano, e come si poteva dedurre dalle dolorose afflizioni che lo colpivano; non visse nel peccato, né si abbandonò a una condotta viziosa; il peccato non aveva il dominio su di lui, ed egli non aveva segretamente nutrito alcuna iniquità regnante, e viveva nel commetterla: e per la verità di ciò poteva appellarsi a colui che scrutava i cuori; eppure lo inseguiva così da vicino, e lo esaminava così rigorosamente, come se sospettasse di essere così colpevole:
e non c'è nessuno che possa liberare dalla tua mano; cioè, dalla sua mano afflittrice, finché gli piaccia di liberarlo lui stesso; poiché questo non si deve intendere come liberazione dalla mano vendicatrice della giustizia, dall'inferno e dall'ira, e dalla distruzione eterna; poiché c'è uno che può liberare il suo popolo dal peccato e da Satana, e lo fa; dal mondo, la legge, le sue maledizioni e condanne, e dall'ira a venire; e dalle mani della giustizia, avendolo pienamente soddisfatto: ma ciò che Giobbe osserva che Dio sapeva era che né lui stesso, né alcun angelo, né uomo, né alcuna creatura, poteva toglierlo dalla sua mano in cui si trovava; e quindi suggerisce, non solo che la sua condizione era estremamente cattiva, angosciata e miserabile, ma che non c'era bisogno che Dio lo trattasse così in fretta e così severo nella sua indagine su di lui; né di circondarlo da tutte le parti con afflizioni, poiché non c'era pericolo che lui fuggisse da lui, o che altri lo assistessero e facilitassero un tale tentativo: e questo lo sapeva benissimo; poiché così le parole sono in connessione con le precedenti: "E tu sai [che] non ce n'è", ecc., così come con ciò che segue, come alcuni pensano
8 Versetto 8. Le tue mani mi hanno fatto e mi hanno fatto tutt'intorno,
Questo e ciò che segue sono un'illustrazione e un ampliamento dell'opera delle mani di Dio, di cui si parla in Giobbe 10:3, e suggeriscono le ragioni per cui non dovrebbe essere disprezzato da lui, oltre a confermare ciò che è stato appena detto, che nessuno poteva liberarlo dalle sue mani, poiché le sue mani lo avevano fatto, e quindi aveva su di lui un potere tale che nessun altro aveva: e tutto sembra destinato a muovere alla pietà e alla compassione di lui; poiché non lui stesso, né i suoi genitori, ma Dio solo lo aveva fatto; era solo opera sua, ed era un pezzo curioso, che le sue mani di potenza e saggezza avevano ben formato; perché, sebbene il Figlio e lo Spirito di Dio non debbano essere esclusi dalla formazione dell'uomo, tuttavia sembra troppo grande la forzatura delle parole per interpretare le "mani" di esse, come fanno alcuni; e tanto meno devono essere intese letteralmente delle mani del Figlio di Dio che appaiono in forma umana alla creazione dell'uomo, poiché tale apparizione non è certa; né Giobbe parla della formazione del primo uomo, ma di se stesso: la prima parola, tradotta "fatto", ha il significato di fatica, di afflizione, di afflizione, di cura; ed è usata da Dio alla maniera degli uomini, i quali, quando le cose sono fatte bene da loro, si prendono molta pena, e sono molto solleciti e attenti nel farle; e da qui è una parola che talvolta si usa per un idolo, come osserva Gersom, perché si esercita molto lavoro e abilità per modellarlo nel modo più curioso e piacevole; molti interpreti, come osserva Aben Esdra, dall'uso della parola nella lingua araba, spiegano che Dio ha creato il corpo dell'uomo con nervi, per mezzo dei quali è legato, compattato e rafforzato; e quest'ultima parola denota la forma e la configurazione di esso, il bell'ordine e la proporzione in cui ogni parte è imposta; e il tutto è inteso a osservare la perfezione del corpo umano, e la squisita abilità dell'autore di esso; e che peccato che sia così rovinato e rovinato! e si dice che questo sia fatto e modellato "insieme", o tutto in una volta; le diverse parti di esso sono nel seme, nell'embrione, tutte insieme, anche se gradualmente formate o messe in ordine; o piuttosto ciò denota l'unità e la compattezza delle diverse membra del corpo, che sono poste al loro posto, e unite e incastrate insieme, da giunture e fasce, e da ciò che ogni giuntura fornisce: e questo viene fatto "tutt'intorno", da tutte le parti, in ogni parte; o, come dice il signor Broughton, "in ogni punto"; tutto questo, e ogni membro, anche il più estremo e minuto, sono curiosamente formati e modellati dal Signore; o piuttosto, le tue mani sono unite intorno a me; abbracciandolo, sostenendolo e preservandolo sin da quando è stato creato:
eppure tu mi distruggi; questo corpo, così estremamente ben lavorato, da foruncoli o ulcere; o "inghiottiscimi", come un leone, a cui lo paragona, Giobbe 10:16 ; o qualsiasi altra creatura famelica e grande, vedi Lamentazioni 2:2,5 ; alcuni collegano le parole più piacevolmente agli accenti, "eppure tu mi distruggi insieme tutt'intorno"; o da ogni parte, come in Giobbe 19:10 ; dopo averlo colpito con foruncoli dalla sommità del capo alla pianta dei piedi, e lo spogliò delle sue sostanze e della sua famiglia tutto in una volta; E così denota una distruzione totale: alcuni leggono le parole in tono interrogativo: "E vuoi tu distruggermi o inghiottirmi?" Dopo che ti sei preso tanta pena, e sei stato in tanta fatica e fatica, parlando alla maniera degli uomini, per fare un lavoro così strano, eppure con un colpo lo distruggi e lo fai a pezzi, o inghiottiscilo subito come un boccone
9 Versetto 9. Ricordati, ti prego, che mi hai fatto come l'argilla,
Non dall'argilla, anche se l'uomo è stato fatto in origine dalla polvere della terra, e i corpi degli uomini sono case di creta, vasi di creta e tabernacoli terreni, ma "come l'argilla", come l'argilla è lavorata nella mano del vasaio, e lavorata in quale forma, e trasformata in qualsiasi vaso che gli piace, così gli uomini sono nelle mani di Dio, fatti da lui in quale forma, e per quale uso e fine egli ritiene opportuno; o piuttosto ciò denota non la somiglianza dell'operazione, ma la somiglianza della materia del corpo umano con l'argilla: non per la sua impurità; poiché, sebbene l'uomo si trovi in uno stato e in una condizione paragonabili al fango e all'argilla, in questo si è cacciato con il peccato, e non il Signore; Egli ha fatto l'uomo retto, ma l'uomo si è fatto peccatore e contaminato; ma per la sua fragilità; come un vaso fatto di argilla è fragile e si rompe facilmente in pezzi, e non può sopportare molto peso, o qualsiasi colpo pesante; così il corpo dell'uomo è debole, fragile e debole; la sua forza non è la forza delle pietre, e la sua carne di rame, ma di argilla: e questo Giobbe supplica umilmente il Signore di "ricordarsi", e che "ora"; immediatamente; e trattarlo con mitezza e misericordia, poiché non era in grado di sopportare il peso della sua mano, che presto lo avrebbe schiacciato e fatto a pezzi; non che Dio lo dimentichi, perché si ricorda della struttura e della composizione dell'uomo, che egli non è che polvere; che egli è carne, e un vento o un vapore che passa: ma può sembrare che lo faccia, quando affligge dolorosamente, e la sua mano giace pesante, e non la rimuove, ma la continua, e anzi accresce l'afflizione; e perciò, poiché il Signore permette al suo popolo di ricordarlo, Giobbe qui desidera che egli dimostri, nei suoi provvidenziali rapporti con lui, di essere stato memore della sua naturale fragilità e infermità; vedi Giobbe 7:12; Salmi 78:3; 89:47; 103:14 ;
E vuoi tu ridurmi in polvere? alla polvere della morte; all'originale di cui era fatto; e ciò così presto, e subito; o, "e in polvere mi ritornerà?" come il signor Broughton e altri, secondo la frase originale, "polvere sei, e in polvere ritornerai", Genesi 3:19 ; e che Giobbe si aspettava, e sarà il caso di tutti gli uomini, Ecclesiaste 12:7 ; e quindi pensò che questo potesse bastare, che fosse sufficiente che egli morisse in poco tempo per il corso della natura, e quindi desidera poter avere un po' di tregua e di agio mentre viveva; non riusciva a vedere che c'era motivo di stringerlo così forte, e di seguirlo così da vicino con afflizioni una dopo l'altra, o di essere così rude con lui e veloce con lui; poiché in breve tempo la sua fragile argilla si sarebbe spezzata da sola, ed egli sarebbe caduto nella polvere e vi sarebbe rimasto a marcire, come era stato anticamente decretato che avrebbe dovuto
10 Versetto 10. Non mi hai forse versato come latte,
Esprimendo, in termini modesti, il suo concepimento dal seme dei suoi genitori, paragonabile al latte, dall'essere un liquido, e per il suo colore:
e mi ha cagliato come il formaggio? quella della femmina, mescolata e riscaldata dal maschio, si indurisce come la cagliata di cui si fa un formaggio, e comincia a ricevere una forma come quella, e diventa un embrione: e i naturalisti fanno uso delle stesse espressioni quando parlano di queste cose; e in questo modo la maggior parte degli interpreti porta il senso delle parole; ma Schultens osserva che il latte è un emblema di purezza e di santità. vedi Lamentazioni 4:7 ; e così questo rispetti l'originale pura formazione dell'uomo, che uscì dalle mani del suo Creatore una creatura pura, santa e retta, fatta a sua immagine e somiglianza, creata in giustizia e santità, e così, come il latte, pura e bianca; o piuttosto la rigenerazione e la santificazione di Giobbe personalmente, e che potrebbe essere molto precoce, come in Geremia, Giovanni Battista e altri; o comunque, fu riempito e adornato dei doni e delle grazie dello spirito di Dio, fu lavato e purificato, santificato e giustificato; e condusse la sua conversazione nel mondo in tutta semplicità e santa sincerità, essendo preservato dalle grossolane enormità della vita; era un uomo che temeva Dio e fuggiva il male, e aveva non solo la forma della pietà, ma la potenza di essa; e fu stabilito e confermato nella e per la grazia di Dio, e fu forte nell'esercizio di essa; e da qui discute con Dio: un tale vaso di grazia, che egli aveva reso così puro e santo, e che aveva così consolidato e rafforzato in modo spirituale e religioso, doveva essere schiacciato e distrutto immediatamente?
11 Versetto 11. Tu mi hai rivestito di pelle e di carne,
Le ossa con la carne, che è la sottoveste, e la carne con la pelle, che è la parte superiore, che è composta artificialmente di piccole arterie, vene, nervi e ghiandole intricate, attraverso le quali il sangue circola continuamente, e attraverso innumerevoli pori, e traspira, di cui 125.000 pori possono essere coperti da un piccolo granello di sabbia, sorprendente! Timeo Locrus le chiama piccole bocche invisibili; vedi Ezechiele 37:6 ; l'ordine della generazione sembra essere osservato; dopo che il seme si è indurito e consolidato, si formano le parti interne, e poi le parti esterne, la carne e la pelle, per proteggerle e difenderle; e così sono paragonate a vestiti che sono fuori di un uomo, e gli si misero intorno; Porfirio chiama il corpo il mantello dell'anima; vedi 2Corinzi 5:4 ; il vestito spirituale di Giobbe era la giustizia del suo Redentore vivente, che doveva partecipare della stessa carne e sangue con lui, e stare sulla terra nella pienezza dei tempi, e operare e portare una giustizia per lui, consistente nella sua obbedienza nella vita nei giorni della sua carne, e nelle sue sofferenze e morte, o sangue, per mezzo del quale lui e ogni credente sono giustificati davanti a Dio; e di cui, essendo vestito, non sarà trovato nudo;
e mi ha recintato con ossa e tendini; I filosofi dicono che le ossa sono i recinti del midollo, e la carne il loro rivestimento; le ossa sono la forza e la stabilità del corpo umano; i tendini o nervi legano e tengono insieme le diverse parti di esso, e sono di grande utilità per la sua forza e il suo movimento: le ossa, alcuni di essi sono come pilastri per sostenerlo, come quelli delle gambe e delle cosce; e altri sono utili per agire per esso, offensivamente e difensivamente, come quelli delle mani e delle braccia; e altri sono una copertura e un recinto delle parti interne, come le costole: Gussetius sembra incline, se avesse trovato un esempio della parola usata per fare una tenda, di cui ha il significato, per aver reso le parole,
"Con ossa e tendini, hai dato la forma di un tabernacolo; o tu mi hai fatto diventare una tenda";
quindi il corpo umano è chiamato tabernacolo, 2Corinzi 5:1; 2Pietro 1:13,14 ; la pelle e la carne sono come veli o tende, che coprono; le ossa sono nella stanza dei pali, e i nervi invece delle corde, il petto e il ventre una cavità: in senso spirituale, la forza di un credente risiede nella grazia di Cristo, nel Signore e nella potenza della sua potenza; la sua difesa è l'intera armatura di Dio provveduta per lui, in particolare l'elmo della salvezza, lo scudo della fede e la corazza della giustizia, con la quale è recintato e protetto da ogni nemico spirituale; e Dio permetterà che sia distrutto un tale colui di cui si è preso tanta cura, sia in modo naturale che spirituale?
12 Versetto 12. Tu mi hai concesso la vita e il favore,
O "vive"; la vita naturale; sia nel grembo materno, dove e quando fu vivificato, sia alla sua nascita, quando fu portato al mondo, e cominciò a vivere in esso; si può intendere l'anima razionale, per la quale egli visse; che, quando fu creato e infuso nell'uomo, e unito al suo corpo, diventa un uomo vivente; è la presenza di ciò che causa la vita, e l'assenza o la rimozione di ciò che causa la morte; e questo è un "dono" o dono di Dio, che dona a tutte le sue creature la vita e il respiro, e tutte le cose; vedi Giobbe 33:4; Atti 17:25 ; ed è anche un "favore"; una misericordia, la principale delle misericordie; è più della carne; sì, tutto ciò che l'uomo ha lo darà per la sua vita: oltre a ciò, Giobbe ebbe una vita spirituale, un principio di essa impiantato in lui; Dio lo aveva vivificato quando era morto nei falli e nei peccati; lo spirito di vita di Cristo era entrato in lui, ed egli era diventato un uomo spirituale vivente: anche questo era una "concessione" di Dio, un suo dono di grazia gratuito; è Lui che dà l'acqua viva, e la dà gratuitamente, altrimenti non sarebbe grazia; perché è un "favore" che scaturisce dalla grazia gratuita e dalla buona volontà di Dio; è a causa del grande amore con cui ama gli uomini che li vivifica; il suo tempo è un tempo di amore, e quindi di vita; e la vita eterna ne è la conseguenza, ed è inseparabilmente connessa con esso; e Giobbe vi aveva un interesse, un diritto su di esso e un interesse per esso; egli ne era una cattiva conoscenza, aveva fede in essa e sperava di goderne, e sapeva che dopo la morte avrebbe vissuto questa vita; vedi Giobbe 19:26,27 ; e questo è un dono di Dio per mezzo di Cristo, a causa del suo beneplacito, frutto del suo favore e della sua amorevole bontà: sebbene per "favore" si possa intendere qualcosa di distinto dalla vita; o la cura di lui nel grembo materno, e il suo allontanamento da lì, che a volte sono osservati come singolari misericordie e favori; vedi Salmi 22:9; 71:6 ; o la bellezza e la bellezza del suo corpo, come fu su Mosè, Davide e altri; vedere Proverbi 31:30 ; o piuttosto intende in generale tutti i beni temporali della vita, il cibo e il vestiario, tutto ciò che è necessario per il conforto e il sostentamento della vita; e che sono tutte le misericordie e i favori, e ciò che gli uomini non meritano; e specialmente le benedizioni spirituali, o le benedizioni della grazia; e la parola qui usata è spesso usata per grazia e misericordia, e può significare le diverse grazie dello Spirito concesse nella rigenerazione, come la fede, la speranza, l'amore, ecc. che sono tutti i doni di Dio, e gli effetti del suo favore e della sua buona volontà; come anche le benedizioni della grazia, la giustificazione, il perdono e l'adozione della grazia; tutto ciò di cui Giobbe fu favorito, così come con le provviste di grazia di tanto in tanto, e le nuove scoperte della grazia e dell'amorevole bontà di Dio verso di lui, che è migliore della vita:
e la tua visitazione ha preservato il mio spirito; lo tenne in vita, in senso naturale, mentre era nel grembo materno, come Jarchi, dove fu nutrito in modo meraviglioso; e quando ne uscì, esposto a molte difficoltà e pericoli, e durante il suo stato di impotenza e infantilezza, e in mezzo a una varietà di problemi durante tutta la sua vita fino a quel momento; e ciò era dovuto alla visita di Dio su di lui in una via di misericordia ogni mattina; e che non era altro che la sua provvidenza o cura quotidiana per lui, e preoccupazione per lui; e così il signor Broughton la rende "la tua provvidenza", e così alcuni altri: similmente egli preservò la sua anima o spirito in senso spirituale, in Cristo Gesù, nei cui legami lo mise; nascose la sua vita in lui, e la legò nel fascio della vita con lui; lo conservò con la sua potenza come in una guarnigione, e lo preservò al sicuro nel suo regno e nella sua gloria; e questo deve essere attribuito alla sua visita di lui in una via di grazia, attraverso la redenzione di Cristo, e l'efficace chiamata dello Spirito benedetto, e le costanti provviste di grazia concesse di volta in volta: il Targum è, "il tuo ricordo": perché è a causa del ricordo di Dio del suo popolo che Egli lo visita, o nella provvidenza o nella grazia; e quando li visita con la sua provvidenza, o con la sua graziosa presenza e protezione, è chiaro che se ne ricorda: ora che Dio lo aveva favorito con tali benedizioni di natura, provvidenza e grazia, ragiona con lui sulle sue attuali circostanze; che, dopo tutto ciò, non lo avrebbe certo ucciso e stroncato; almeno non sapeva come conciliare bene i favori del passato con un uso così duro e severo come pensava di incontrare da lui
13 Versetto 13. E queste cose le hai nascoste nel tuo cuore,
Intendendo, o le misericordie e i favori con cui gli aveva concesso; di questi sembrava nascondere e sopprimere il ricordo, come se non fossero mai esistiti, con una condotta e un comportamento diversi; o meglio, li aveva accumulati nella sua mente e nella sua memoria, e di cui aveva piena conoscenza e ricordo; Sebbene lo trattasse nel modo in cui lo trattava, non poteva dimenticare i suoi precedenti favori nei suoi confronti, che, se confrontati con i suoi rapporti attuali, erano molto dissimili: o, può essere meglio comprendere queste cose delle sue afflizioni e dei suoi guai, che, nonostante il fatto che fosse opera della sua mano così curiosamente formata, e nonostante tutte le sue misericordie temporali e spirituali, aveva in cuor suo proposto, e decretato nella sua mente, e accumulato nei suoi tesori, per essere portato alla luce a tempo debito, e con lui esercitarlo; Queste erano le cose che egli aveva stabilito per lui, e molte di queste cose erano presso di lui, come segue:
Io so che questo [è] con te; o che non era ignorante e dimentico di ciò che aveva fatto in modo gentile; o piuttosto, che aveva questo in mente, e che era un suo eterno proposito affliggerlo nel modo in cui aveva fatto: alcuni collegano queste parole con Giobbe 10:14, come se il senso fosse: questi sono ciò che hai nascosto nel tuo cuore, e questo è ciò che so che è presso di te, "se peccato", ecc.
14 Versetto 14. Se io peco, allora tu mi segni,
O "osservami", cioè prendeva nota dei suoi peccati, indagava attentamente su di essi e su tutte le loro circostanze, osservava i loro movimenti e il loro progresso, e li metteva accuratamente in ordine, per portarli contro di lui un altro giorno, e affliggerlo o punirlo per essi; o metteva una guardia intorno a lui, "lo tenne dentro", e lo chiuse da ogni parte con afflizione, come se fosse in una veglia o in una prigione, come Gersom; o, "mi terrai"? cioè, in una così stretta prigionia: Gussezio lo rende "se ho offerto un sacrificio per il peccato", come la parola è talvolta usata; significando, che anche se dovesse, come senza dubbio fece, offrì sacrifici per se stesso, come è certo che fece per i suoi figli, eppure anche questo non fu considerato dal Signore; Egli ancora segnava e osservava lui e i suoi peccati, e non lo perdonava, né lo assolveva dai suoi peccati, come segue; vedi Giobbe 7:12 ;
e tu non mi assolverai dalla mia iniquità; liberarlo da essa e liberarlo da essa; dichiararlo innocente, o perdonarlo; ma, al contrario, ritenerlo colpevole e trattarlo come tale in modo rigoroso; o non mi "puliranno" o mi purificheranno, come il Targum e gli altri, ma mi lasceranno continuare, o mi tratteranno come una persona impura, non adatta alla comunione o alla conversazione
15 Versetto 15. Se sono malvagio, guai a me,
In questo mondo, e per tutta l'eternità; le afflizioni mi abiteranno qui, e l'ira eterna nell'aldilà: questi sono i guai che appartengono all'uomo malvagio; cioè un peccatore profano e abbandonato, che vive nel peccato e si abbandona a ogni sorta di malvagità; il Targum è,
"distruzione per me dal grande giudizio";
la mia parte è la rovina totale, come lo è di tutte le persone malvagie e ingiuste, Isaia 3:11 ;
e [se] sono giusto, [ancora] non alzerò il mio capo; vivere una vita e una condotta santa, essere giusto agli occhi degli uomini e comportarsi in modo da non conoscere nulla da se stesso, né essere cosciente di vivere in alcun peccato conosciuto; eppure non poteva trarne alcun conforto, né trarne alcun piacere, né parlare di pace a se stesso per questo, né gloriarsi di esso e vantarsene; o alzare il capo davanti a Dio con franchezza e fiducia, che è così puro e santo, e i suoi occhi così pronti a discernere i peccati degli uomini: un uomo buono trae la sua pace e il suo conforto, non dalla sua giustizia, ma dalla giustizia di Cristo, e ripone la sua fiducia solo in quella; arrossisce e si vergogna dei suoi; e non può, anzi, "non osare alzare la testa", come il signor Broughton, la versione di Tigurine e altri lo dicono, per vergogna, essendo consapevole che nulla di suo può stare davanti a un Dio santo, o dargli gioia, pace e piacere lì; il Targum aggiunge: "davanti agli empi"; ma questo l'uomo può fare davanti agli uomini, quando non può davanti a Dio.
[Sono] pieno di confusione; trovarsi in un tale dilemma; Fosse quello che voleva, era sicuro di avere afflizione, dolore e angoscia, così che non sapeva cosa dire o fare; o "rimprovero", di cui fu caricato dai suoi amici, e fu causato dalle sue afflizioni, giudicando da lì che era un uomo malvagio, e giustamente punito per i suoi peccati; la parola usata significa un calore ardente, come quello che sente nel suo petto, e che arrossisce nel suo viso, quando è pieno di rabbia o di vergogna:
perciò vedi la mia afflizione; non con il suo occhio di onniscienza, che sapeva di avere, ma con un occhio di pietà e compassione, e liberarlo da esso; o, "Sono sazio nel vedere la mia afflizione", come Jarchi; oppure: "[Io sono] uno che vede l'afflizione"; che ne ha un'esperienza; la vede tutto intorno a me, e nient'altro, Lamentazioni 3:1 ; ne sono uno "spettatore", come alcuni lo rendono; ma non un semplice spettatore, ma uno che ne ha una sensazione sensibile: alcuni prendono questa e la prima frase come un indirizzo a Dio, e rendili: "Saziati di confusione, e guarda la mia afflizione", come Broughton e gli altri; lascia che la calamità e la confusione presenti in cui mi trovo siano sufficienti; non permettere che mi venga più imposto; sii contento di ciò che è stato fatto, e abbi pietà di me, e non imporre la tua mano più pesante su di me, e aggiungere alle mie afflizioni, come pensava di fare, da ciò che segue
16 Versetto 16. Poiché aumenta,
Cioè, l'afflizione aumenta, e questo è un motivo per cui si dovrebbe mostrare pietà per lui, visto che i suoi guai invece di diminuire crescevano su di lui; aveva tanto, o più, di quanto potesse ben sopportare, e ancora di più vi si aggiungeva; così che era oggetto di compassione: o, "si solleva"; queste orgogliose ondate di afflizione si alzano, si gonfiano e si sollevano in alto e minacciano di sopraffare e distruggere completamente; alcuni lo rendono come un "desiderio, oh, che crescesse"; che arrivasse al suo apice, e rapidamente e subito ponesse fine a questa mia miserabile vita: l'afflizione di Giobbe era persistente, procedeva lentamente; egli desiderava che si affrettasse di più, e diventasse più forte, e presto lo uccidesse; vedi Giobbe 6:9 ;
tu mi dai la caccia come un leone feroce; come lo shakal rampante, come Mr. Broughton; il leone rampante, che è affamato, feroce e famelico, che insegue la sua preda con grande avidità, e non se ne va mai finché non le si avvicina, quando la afferra e la divora subito; o essa, l'afflizione, mi dà la caccia, mi insegue da vicino e non se ne va, ma mi minaccia la distruzione; o meglio, tu, cioè Dio, che nella Scrittura è spesso paragonato a un leone, particolarmente quando affligge, o sta per affliggere i figli degli uomini; vedi Isaia 38:13 Osea 5:14; 13:7,8 ; alcuni interpretano le parole, come se Giobbe fosse paragonato a un leone cacciato dagli uomini, al quale si lanciavano dardi, si preparavano reti e si scavavano fosse: secondo questo senso Giobbe era trattato come se, nel tempo della sua prosperità, fosse stato come un leone feroce e crudele, che predava e opprimeva gli altri; ora il Signore prendeva metodi con lui, sia per trattenerlo dal ferire gli altri, sia per castigarlo per ciò che aveva fatto loro: ma sarebbe molto meglio considerare questo in una luce più gradita al carattere di Giobbe come un uomo buono, giusto, che è audace come un leone e non teme nulla, Proverbi 28:1 ; e uno tale era Giobbe; e nella sua prosperità alzò il capo e camminò coraggiosamente, e di conseguenza non temendo il cipiglio degli uomini, né la malizia di Satana; ma ora questo leone era braccato dal Signore stesso, e circondato con la sua rete, Giobbe 19:6 ; e in questo senso è la versione di Schultens, che collega le parole con la frase precedente: "colui dunque, che camminava alto come un leone, tu sei il più umile"; colui che prima portava la testa alta, non avendo paura di nessuno, ora è braccato, e giace abbastanza basso, prostrato e angosciato.
e di nuovo ti mostri meraviglioso su di me; oppure: "Tu ritorni e mostri", ecc. Dopo che egli lo ebbe afflitto in un modo, tornò e lo afflisse in un altro; e non solo ripeté le sue afflizioni, ma escogitò nuovi modi di affliggerlo, insoliti, tali da suscitare ammirazione in tutti gli astanti, come fanno le cose rare e non comuni: le afflizioni di Giobbe erano sorprendenti; per essere spogliato subito della sua sostanza, la servitù, i bambini e la salute; e potrebbe essere più meraviglioso per alcuni, che Dio, così misericordioso e misericordioso com'è, affligga in modo così severo e rigoroso; e soprattutto che affliggesse in tal modo un uomo così buono, così giusto e retto come era Giobbe: ed era anche meraviglioso per Giobbe stesso, che non riusciva a rendergliene conto, non essendo consapevole di alcuna grossolana enormità che avesse commesso, o di una condotta peccaminosa di vita, o di qualcuno al peccato a cui si era abbandonato, per cui Dio sarebbe venuto "contro" come un nemico, in un modo così terribile: così alcuni rendono la particella
17 Versetto 17. Tu rinnovi i tuoi testimoni contro di me,
Non i demoni, come alcuni, né gli amici di Giobbe, come gli altri, ma piuttosto le afflizioni che si rinnovavano ogni giorno e si ripetevano frequentemente, che si presentavano continuamente l'una contro l'altra, che venivano portate come testimoni freschi contro di lui, il che rendeva la causa noiosa per lui, il processo che doveva durare più a lungo, che egli desiderava fosse concluso, affinché la sentenza decisiva potesse essere pronunciata ed eseguita, e fu subito spedito; ma invece di ciò la faccenda si protrasse portando un testimone dopo l'altro, o un'afflizione sulla schiena di un altro, che furono portati come testimoni "davanti a lui", come alcuni lo rendono; o per accusarlo e convincerlo del peccato, o come prove dell'indignazione di Dio contro di lui, come nella frase successiva; o furono testimoni contro di lui con il mondo profano, e anche con i suoi amici, che da qui conclusero che doveva essere stato, ed era, un uomo malvagio, che aveva tante e così grandi afflizioni imposte su di lui, e queste continuavano e si ripetevano; di cui giudicarono, queste erano prove e testimonianze complete e sufficienti. Schultens lo rende "le tue incursioni", e lo interpreta come strumenti di caccia, come reti e simili, a cui le afflizioni possono essere paragonate:
e accresci la tua indignazione su di me; i segni di esso, con l'aumento delle afflizioni, e il senso di esso nella sua mente; poiché dalle sue afflizioni, e dal loro aumento, egli giudicava dell'indignazione di Dio su di lui, o "contro di lui", e l'aumento di essa; come queste si rinnovavano di giorno in giorno, ed erano sempre più grandi, così era il senso che aveva dell'ira e del dispiacere di Dio contro di lui; vedi Giobbe 6:4 ;
i cambiamenti e la guerra [sono] contro di me; o "con me" o "su di me"; per cambiamenti si intendono le varie provvidenze afflittive che lo accompagnavano, che si ripetevano, o si succedevano l'una all'altra nei loro turni; grandi cambiamenti che aveva subito nella sua condizione e nelle sue sostanze, da uomo più grande dell'est ora diventato il più povero; nella sua famiglia, i suoi servi e figli distrutti; nel suo corpo, essere coperto di foruncoli; e nella sua mente, essendo pieno di un senso di dispiacere di Dio, e sotto i nascondigli del suo volto: e la "guerra" era contro di lui da ogni parte, non solo la legge nelle sue membra stava combattendo contro la legge della sua mente, le sue corruzioni operavano potentemente sotto le sue afflizioni; ed era in conflitto con Satana, con i suoi principati e le sue potestà; ma anche i suoi amici erano in guerra con lui, sì, Dio stesso, secondo lui, lo contava e lo trattava come un nemico. Giobbe era in stato di guerra, e le sue afflizioni gli piombavano addosso come truppe, e lo caricavano uno dopo l'altro; o le sue afflizioni erano come un "esercito" come la parola può essere tradotta, molti e numerosi; e queste si ripetevano, o ne succedevano di nuove; diverse afflizioni a loro volta si abbattevano su di lui, e in particolare un esercito di vermi correva continuamente avanti e indietro su di lui; vedi Giobbe 7:5 ; la parola è resa un "tempo fissato, Giobbe 7:1 ; E così alcuni lo prendono qui, e possono significare che tutti i cambiamenti e le vicissitudini nella vita che ha attraversato, le varie afflizioni che lo hanno colpito, erano al tempo stabilito e stabilito, così come c'era un tempo stabilito per lui sulla terra, fino a quando non è arrivato il suo ultimo cambiamento
18 Versetto 18. Perché dunque mi hai fatto uscire dal seno materno?
In questo mondo; questo atto è giustamente attribuito da Giobbe al Signore, come lo è da Davide, Salmi 22:9; 71:6 ; di quale gentile atto di Dio Giobbe si lamenta, e vorrebbe che non fosse mai stato, vedendo che la sua vita era ora così miserabile e scomoda; qui ritorna alle sue lamentele, ai suoi desideri e alle sue precedenti esposizioni, espresse con tanta veemenza e passione in Giobbe 10:3 ; e di cui i suoi amici lo rimproveravano, e cercavano di convincerlo del suo errore nel farlo; ma non sembra che i loro argomenti avessero in sé alcuna forza con lui, o avessero alcun effetto su di lui; egli continua ancora nella stessa mente, e ripetendo giustifica ciò che aveva detto; e pensava di avere ragioni sufficienti per desiderare di non essere mai nato, di essere morto nel grembo materno, poiché le sue afflizioni erano così grandi e crescenti, e poiché Dio lo inseguiva come un leone feroce; e, secondo il suo senso delle cose, la sua indignazione contro di lui appariva sempre di più, e la sua vita era un continuo susseguirsi di guai e angosce:
e che avevo rinunciato al fantasma; cioè, nel grembo materno, e non ne era mai stato tratto fuori, almeno vivo; oppure può essere reso non come un desiderio, ma come un'affermazione: "Avrei dovuto rinunciare al fantasma"; o, "così o allora sarei spirato"; se non si fosse presa tanta cura di me, se Dio non fosse stato così premuroso con me da togliermi dal grembo di mia madre a suo tempo, sarei morto in esso, e quella sarebbe stata la mia tomba; e che sarebbe stato più idoneo che venire al mondo, e vivere una vita così miserabile come quella che vivo ora:
e nessun occhio mi aveva visto! nessun occhio lo avrebbe visto, se non fosse stato tratto dal grembo materno; o comunque se fosse morto subito, non l'avrebbe visto vivo; e un bambino abortito o nato morto che pochi vedono, o si preoccupano di vedere; e se fosse stato tale, non sarebbe mai stato visto nelle circostanze in cui si trova ora; e con ciò suggerisce che ora era uno spettacolo così sconvolgente che non era degno di essere visto dagli uomini, e che sarebbe stato evitato se fosse morto nel grembo materno
19 Versetto 19. Avrei dovuto essere come se non fossi stato,
Infatti, sebbene non si possa dire in modo assoluto di una nascita abortita o prematura, che sia una nullità, o che non sia mai esistita, tuttavia comparativamente è come se non avesse mai avuto un essere, essendo vista da nessuno o da pochissimi, non avendo avuto nome, né alcuna conversazione tra gli uomini, ma subito sepolta, e sepolto nell'oblio, come se non ci fosse mai esistito uno simile; vedi Ecclesiaste 6:3-5. Giobbe desiderava, perché così alcuni lo dicono: "Oh, se fossi stato come se non fossi mai esistito"; e allora non sarebbe mai stato coinvolto in tali guai come lo era, sarebbe stato libero da tutte le sue afflizioni e angosce, e non avrebbe mai avuto alcuna esperienza dei dolori che ora lo circondavano.
Sarei stato portato dal grembo materno alla tomba; se non ne fosse stato tratto, il grembo materno sarebbe stato la sua tomba, come in Geremia 20:17 ; o se vi fosse morto, e fosse nato morto, sarebbe stato portato rapidamente alla tomba; non avrebbe visto e saputo nulla della vita e del mondo, e delle cose che sono in esso; e in particolare dei guai che accompagnano i mortali qui: il suo passaggio in esso e attraverso di esso sarebbe stato molto breve, o nullo, non più lungo che dal grembo materno alla tomba; e così non avrebbe mai dovuto sapere che cosa fosse il dolore, o tali afflizioni che ora sopportava; un tale essendo nella sua stima più felice di lui; vedi Ecclesiaste 4:3
20 Versetto 20. Non sono forse pochi i miei giorni?
Essi sono così, i giorni di ogni uomo sono pochi; vedi Giobbe 14:1; Salmi 90:10 ; il resto dei giorni di Giobbe furono pochi; considerando il corso della natura, e specialmente le dolorose afflizioni che ebbe su di lui, non si poteva pensare che i suoi giorni sulla terra fossero molti; con ogni probabilità, secondo la probabilità umana, non aveva che pochi giorni di vita: o "i miei giorni non sono forse una piccola cosa"? è come la larghezza di una mano, come nulla davanti a Dio, Salmi 39:5 ;
cessare [allora]; cioè, dall'affliggerlo; Poiché gli restava così poco tempo da vivere, chiede che ci possa essere qualche interruzione del suo disturbo; affinché potesse avere alcuni intervalli di conforto e di ristoro, che non tutti i suoi giorni, che erano così pochi, fossero trascorsi nel dolore e nel dolore: alcuni collegano questo con la frase precedente, e che è molto gradevole agli accenti, "non cesseranno forse le poche giornate dei miei giorni"? Non ho che pochi giorni, e questi pochi giorni finiranno presto; dammi dunque un po' di tregua dalle mie afflizioni; e così il Targum,
"I miei giorni non sono forse rapidi e cessanti?"
[e] lasciami stare; non seguirmi con afflizioni, né disturbarmi e affliggermi con esse; ma togliti la mano, affinché io possa avere un po' di riposo e di sollievo; vedi Giobbe 7:10 ; o "allontanati da me"; la tua ira, come Kimchi, o il tuo esercito, come Giunio e Tremelio; o il tuo accampamento, come Cocceio; cioè, allontanati da me, allontana le tue truppe, i cambiamenti e la guerra che sono contro di me, dai quali sono assediato, circondato e stretto; fa' che io sia liberato da loro.
che io possa trovare un po' di conforto; che potesse avere un po' di tempo per respirare, un po' di tregua dai suoi guai, un po' di ristoro per il suo spirito, un po' di ristoro per la sua anima svenuta, un po' di forza, prima di lasciare questa vita; vedi Salmi 39:13 ; così Aben Esdra e Gersom lo rendono "affinché io possa essere rafforzato"; o perché il suo cuore potesse raccogliere forza
21 Versetto 21. Prima che io me ne vada,
Prima che egli uscisse dal mondo, la via di ogni carne, verso la tomba, la sua lunga dimora, da cui non c'è ritorno a questo mondo, e agli affari e agli affari di esso; alla casa di un uomo, alla sua famiglia e ai suoi amici, per conversare con loro come prima, non ci sarà ritorno fino alla risurrezione, che Giobbe qui non nega, come alcuni hanno pensato; era una dottrina che egli comprendeva bene, e che afferma con forza in Giobbe 19:26,27 ; ma questo deve essere inteso nello stesso senso di Giobbe 7:9,10 ;
fino alla terra delle tenebre e all'ombra della morte; che non descrive lo stato dei dannati, come lo portano alcuni interpreti papisti; perché Giobbe non aveva né pensiero né paura di un simile stato; ma la tomba, che è chiamata "una terra", o paese, essendo grande e spaziosa, e piena di abitanti; una terra di "tenebre", una terra molto oscura, dove il corpo separato dall'anima è privato di ogni luce; dove il sole, la luna e le stelle non si vedono mai; né c'è la minima fessura in cui la luce possa entrare, o essere vista da coloro che dimorano in quelle ombre, che sono "l'ombra della morte" stessa; le ombre mortali, dense e grossolane, le ombre più oscure, dove la morte stessa è, o i morti sono, privi di luce e di vita; dove non si può avere alcun piacere, comodità e conversazione; e quindi una terra in sé molto indesiderabile
22 Versetto 22. Una terra di tenebre, come l'oscurità [stessa],
Non solo mi piace, ma lo è davvero; come una fitta oscurità, come quella dell'Egitto, che potrebbe essere sentita; persino l'oscurità dell'oscurità, che è quanto di più buio possa essere; non solo buio, ma buio, estremamente buio:
[e] dell'ombra della morte; che viene ripetuto per l'illustrazione e la conferma di esso, come avente in sé ogni sorta di oscurità, e ciò al massimo grado:
senza alcun ordine, o "ordini"; o vicissitudini e successioni del giorno e della notte, dell'estate e dell'inverno, del caldo e del freddo, dell'umido e del secco; o rivoluzioni del sole, della luna e delle stelle, o delle costellazioni, come Aben Esdra; e dove vanno le persone senza alcun ordine, né di età, né di sesso, né di condizione; a volte un giovane, a volte un vecchio, e l'uno prima dell'altro; a volte un uomo, a volte una donna; a volte un re, un principe e un nobile, e a volte un contadino; a volte un uomo ricco, a volte un povero; non viene osservato alcun ordine, ma quando la morte li coglie vengono portati e deposti nella tomba, e lì non c'è ordine; le ossa e la polvere dell'uno e dell'altro in breve tempo si mescolano insieme, e non si sa a chi appartengano, se non dal Dio onnisciente.
e [dove] la luce [è] come le tenebre; Se ci fosse qualcosa nella tomba che potrebbe essere chiamato con qualche proprietà luce, anche questo non è altro che oscurità; L'oscurità e la luce sono la stessa cosa lì: o quando "risplende è oscurità"; cioè, quando il sole splende più luminoso qui, come a mezzogiorno, è tutta oscurità nella tomba; non si discerne alcuna luce lì, i raggi del sole non possono penetrarvi; e se lo facessero, non c'è alcuna facoltà visiva nei morti per riceverli; tutte le tenebre sono in quei luoghi segreti
Commentario del Pulpito:
Giobbe 10
1 Versetti 1-22. - Dopo aver risposto a Bildad, Giobbe procede a riversare l'amarezza della sua anima in un patetico lamento, che rivolge direttamente a Dio. Non c'è molto di nuovo nella lunga esposizione, che si estende principalmente su un terreno coperto nei capitoli 3, 6 e 7; Ma alcuni nuovi motivi sono addotti come suppliche di clemenza, se non di giustizia. Questi sono
(1) che egli è il gesto di Dio, e in passato (in ogni caso) è stato l'oggetto della sua cura (versetti 8, 8-12);
(2) che Dio deve essere al di sopra del giudizio come l'uomo giudica (Versetti. 4, 5);
(3) che Dio conosce la sua innocenza (Versetto 7); e
(4) che egli (Giobbe) è interamente in potere di Dio (versetto 7). In conclusione, Giobbe implora un po' di tregua, un po' di tempo di conforto (Versetti. 20), prima di scendere nell'oscurità della tomba (Versetti. 21, 22)
La mia anima è stanca della mia vita. Questo è migliore della resa marginale ed esprime bene l'originale. Colpisce la nota chiave del capitolo. Lascerò su di me la mia lamentela; piuttosto, darò libero corso alla mia lamentela su me stesso, o mi permetterò di esprimerla (vedi la Versione Riveduta). Giobbe lascia intendere che finora si è imposto un certo freno, ma ora darà piena e libera espressione ai suoi sentimenti. Parlerò nell'amarezza della mia anima.
comp. - Giobbe 7:11
Versetti 1-7. - Giobbe a Dio: l'andamento della terza controversia:1. Il patetico gemito di un cuore affranto
SINGHIOZZO ALL'ORECCHIO DI DIO
1. Il gemito di un cuore abbattuto. "L'anima mia è stanca [letteralmente, 'detesta'] la mia vita" (Versetto 1). Ciò che aveva reso l'esistenza un disgusto per Giobbe era in parte la sua intensa afflizione fisica, ma soprattutto la schiacciante estraneità della condotta divina nei suoi confronti. Se solo fosse stato in grado di rendersi conto che, nonostante tutte le apparenze contrarie, era ancora oggetto della compassionevole considerazione di Dio, sarebbe stato senza dubbio in grado di sopportare con pazienza continua e sottomissione esemplare le spaventose calamità che lo avevano colpito. Ma la prospettiva celeste dello spirito di Giobbe era oscurata da cupe nubi di dubbio e paura. La convinzione cominciava a farsi strada nella sua anima che Dio era davvero diventato il suo Avversario; e se le cose stavano davvero così, Giobbe pensava che la vita non sarebbe valsa la pena di essere vissuta. Così Davide considerò il favore di Dio come la vita, e l'amorevole benignità di Dio come migliore della vita.Salmi 30:5; 63:3 - ; confronta omiletica su - Giobbe 6:1-13
2. L'espressione di uno spirito svenuto. "Lascerò su di me il mio lamento" (Versetto 1); cioè gli darò libero sfogo, mi arrenderò ad esso e gli permetterò di prendere pieno possesso di me. La lamentela di Giobbe era che Dio lo stava trattando come colpevole mentre lui era interiormente consapevole di essere innocente. Se fosse stato davvero così, Giobbe avrebbe avuto la ragione dalla sua parte. Ma fino a quel momento l'antagonismo divino a cui alludeva era solo una deduzione delle sue grandi sofferenze. Perciò l'atteggiamento assunto da Giobbe era indifendibile. Molto più era imperdonabile cedere a uno spirito di invezione contro Dio. Se i sentimenti di rabbia crescevano dentro di lui, era suo dovere supremo reprimerli. L'assenza della luce del Vangelo, tuttavia, può servire in parte ad attenuare l'offesa di Giobbe. La filosofia divina dell'afflizione, come esposta dal cristianesimo, non fu compresa da lui. Se, quindi, lo svenimento durante la tribolazione era sbagliato nell'antico patriarca arabo, molto più lo è in un credente del Nuovo Testamento
3. La determinazione di un'anima amareggiata. "Parlerò nell'amarezza della mia anima" (Versetto 1). Giobbe era in quel momento intensamente infelice. La vita era un peso. Dio era (o sembrava essere) contro di lui. Il suo spirito era colpito da un acuto senso di ingiustizia. Il risultato fu che l'indignazione selvaggia contro l'Onnipotente cominciava a insinuarsi come un veleno nelle sue vene. La sua anima stava rapidamente prendendo fuoco dall'inferno. In circostanze come queste, fu estremamente imprudente da parte di Giobbe decidere di parlare. La sicurezza sarebbe stata meglio garantita dal silenzio. L'unico aspetto favorevole del caso era che Giobbe non intendeva lanciare le sue grida appassionate sui venti impetuosi, ma soffiarle all'orecchio di Dio. Se un santo o un peccatore dovesse sentirsi offeso da Dio, è infinitamente più saggio andare direttamente con la sua lamentela a Dio stesso piuttosto che rimuginare su di essa in segreto o raccontarla al mondo
II SUPPLICA DAVANTI AL TRONO DI DIO
1. Deprecazione della condanna. "Dirò a Dio: Non condannarmi [letteralmente, 'non addossare su di me la colpa']" (Versetto 2). Le parole possono essere considerate sia come il grido di un santo che è consapevole della propria integrità morale e spirituale interiore, ma che, a causa dell'afflizione fisica o della tentazione satanica, o di entrambe insieme, è diventato improvvisamente preoccupato di aver perduto o perso il favore divino; o come la preghiera di un'anima peccatrice risvegliata per la prima volta alla convinzione della sua colpevolezza davanti a Dio, che, in un'agonia di paura, implora Dio di non attaccarsi a lei, ma di annullare e perdonare. Nel primo di questi due sensi fu usato da Giobbe, e da santi che si trovano in una situazione simile può essere ancora impiegato. Nessuna costernazione più grande può impadronirsi della mente di un figlio di Dio di quella prodotta dal timore che Dio intenda condannarlo. Ma tale paura è infondata. Colui che Dio giustifica, lo glorifica anche.Romani 8:30 "I doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento".Romani 11:29 - Non c'è condanna per quelli che sono in Cristo Gesù.Romani 8:1 Dio, anzi a volte nasconde il suo volto a un santo,Isaia 54:8 ma non gli volta mai le spalle.Ebrei 13:5 Nel secondo senso è una preghiera appropriata a tutti i peccatori risvegliati. E, grazie alla misericordia divina, Dio non attribuisce mai la colpa a un'anima che la attacca a se stessa, non condanna mai coloro che sinceramente si condannano.Isaia 1:16; 1Giovanni 1:9
2. Desiderare l'illuminazione. "Mostrami perché contendi con me". Dio contende con gli uomini quando nella sua provvidenza li affligge, e con il suo Spirito li convince. Egli contende con i peccatori a causa della loro incredulitàGiovanni 16:8,9 e della malvagità in generale; può contendere con il suo popolo a causa del loro traviamento,Michea 6:2Re 2:4,5 della loro formalità,
Ri 3:1 della loro indifferenza spirituale,
Ri 3:15,16 o semplicemente per promuovere il loro miglioramento individuale. Eppure, quando Dio contende così con un santo, la ragione non è sempre evidente. Quindi la preghiera di essere istruiti divinamente riguardo ai motivi della controversia di Dio con l'anima non è solo non peccaminosa, ma altamente appropriata e vantaggiosa. Solo che dovrebbe essere presentato con riverenza, con umiltà, con docilità
III FARE APPELLO AL CUORE DI DIO. Giobbe protesta con Dio contro il trattamento che gli viene riservato per due motivi principali
1. È dispregiativo per il carattere divino. "È bene per te [letteralmente, 'conviene'] che tu opprima, che disprezzi l'opera delle tue mani e risplenda sul consiglio degli empi?" (versetto 3). Tre considerazioni, secondo Giobbe, avrebbero dovuto impedire a Dio di infliggergli calamità così tremende
(1) La sua grandezza personale. Non si addiceva a un Essere così trascendentalmente glorioso e potente come lui essere colpevole di oppressione
(2) Il suo interesse personale. Quale proprietario ha mai distrutto la propria proprietà? Quale vasaio ha mai gettato a terra lo squisito vaso che le sue mani avevano appena modellato? Ma Giobbe era opera di Dio, eppure Dio lo disprezzava e lo trattava come se non avesse alcun valore!
(3) La sua integrità personale. Se Dio era un Essere di assoluta santità e di giustizia incorruttibile, allora era chiaramente impossibile che potesse risplendere sui consigli dei malvagi o favorire gli uomini malvagi. Ma questo, come sembrò a Giobbe, era ciò che Dio stava facendo per affliggerlo. Il triplice argomento era buono se la premessa di Giobbe era corretta. Ma la descrizione di Giobbe della condotta divina verso di lui era in tutta la sua particolare, fallace. L'Onnipotente non opprime mai nessuna delle sue creature, men che meno l'uomo. Il Creatore non disprezza mai nulla di ciò che ha fatto, men che meno i suoi figli. Il Governatore dell'universo non può fare torto ai giusti, men che meno può favorire gli empi. L'argomentazione di Giobbe quindi avrebbe dovuto indurlo a cercare un'altra soluzione per l'oscuro problema che lo lasciava perplesso. Non poteva essere che Dio lo stesse trattando come sopra descritto: il carattere di Dio lo proibiva. Né poteva essere che lui, Giobbe, fosse colpevole: la testimonianza della sua stessa coscienza protestava contro di ciò. (Non è certo che un cristiano sarebbe stato così tenace riguardo alla propria innocenza personale come lo fu Giobbe). Non potrebbe quindi darsi che Giobbe stesse dando un'interpretazione sbagliata alle sue sofferenze?
2. È incompatibile con la perfezione divina
(1) Con la sua onniscienza. "Hai tu occhi di carne? o vedi tu come vede l'uomo?" (Versetto 4). Se Dio fosse simile all'uomo, un essere con capacità limitate per quanto riguarda la conoscenza, se potesse giudicare solo in apparenza, allora potrebbe agire nel caso presente in base a un'idea errata della colpa del patriarca. Ma contro ciò si ergeva l'obiezione trascendente che gli occhi di Dio non erano affatto "occhi di carne", ma occhi "simili a una fiamma di fuoco",
Ri 1:14 ai quali non si può trattenere alcun pensiero,Giobbe 42:2 e che vedono ogni cosa preziosa.Giobbe 28:10
(2) Con la sua eternità. "I tuoi giorni sono come i giorni dell'uomo? I tuoi anni sono forse come i giorni dell'uomo, perché tu indaghi la mia iniquità e scruti il mio peccato?" (Versetti. 5, 6). Giobbe professa che avrebbe potuto capire l'ardente ricerca dell'Onnipotente nei suoi confronti se l'Onnipotente fosse stato un essere di breve durata come lui, e avesse paura che la sua creatura potesse morire prima che lui se la prendesse con sé. Ma, allora, Dio non era come l'uomo. Non c'era paura che Dio morisse. Perciò Giobbe non vedeva la necessità di un'inquisizione così precipitosa e terribile come quella a cui era stato sottoposto. Se scoprire che il suo peccato era l'obiettivo di Dio, perché tutta questa fretta? Dio non aveva forse un'eternità per farlo?
(3) Con la sua giustizia. "Tu sai [piuttosto, 'sebbene tu sappia'] che io non sono colpevole; e non c'è nessuno che [piuttosto, 'e benché nessuno'] possa liberare dalla tua mano" (Versetto 7). La condotta divina sarebbe stata perfettamente comprensibile per Giobbe nell'ipotesi che Dio, come un piccolo tiranno, avesse fatto ricorso ai bulloni dell'afflizione per estorcere la confessione a un prigioniero che sapeva essere innocente, semplicemente perché ne aveva il potere. Ma una tale supposizione era, naturalmente, insostenibile. Perciò Giobbe si sentì accerchiato da ogni parte da difficoltà inestricabili, e fu costretto a gridare: "Mostrami perché contendi con me"
LEZIONI
1. La cosa migliore da fare per le anime oppresse è gettare se stesse e i loro fardelli nel grembo di Dio; non con rabbia, ma con umiltà; non lamentandosi, ma con fiducia
2. C'è una grande differenza tra la contesa di Dio con il suo popolo e la condanna di Dio; questo non lo fa mai, che spesso
3. Quando il carattere di Dio e la condotta di Dio appaiono in conflitto, spetta a noi mettere in discussione le nostre interpretazioni di quest'ultima piuttosto che rinunciare alla nostra fiducia nella prima
OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-22. - Appellatevi alla giustizia, alla conoscenza e alla bontà di Dio
Nel suo estremo dolore e nel suo disprezzo per la vita, Giobbe decide di cedere ancora una volta il passo alle parole (Versetto 1). E mentre si riversano in piena fiumi dal profondo del suo cuore, ci accorgiamo che in realtà egli ha pensieri su Dio più veri e più giusti di quelli espressi nel capitolo precedente. Egli procede a fare appello uno per uno alla più alta perfezione che può essere associata al Nome Divino
MI APPELLO ALLA BONTÀ E ALLA GRANDEZZA DI DIO. (Versetti 2-7)
1. Alla sua ragionevolezza e giustizia. (versetto 2) "Non condannatemi senza udito, senza che vi sia stata assegnata una causa; renda chiara alla mia mente, che non può negare le sue convinzioni, la mia colpa e la sua natura". Prendendo l'analogia del ragionamento di nostro Signore nel sermone della montagna, se condannare un uomo senza motivo è sentito come un'odiosa ingiustizia -- se è un punto cardinale in una giusta costituzione terrena (ad esempio come espresso nel nostro Habeas Corpus Act) che nessun uomo sia catturato e tenuto in prigione senza la rapida opportunità di confrontarsi con i suoi accusatori -- come possiamo attribuire tale condotta a colui che siede su di essa. Il trono eterno?
2. Alla sua equità. 3) Può essere giusto che Dio, da una parte, abbatta i deboli e gli innocenti e, dall'altra, esalti e favorisca coloro che non hanno princìpi e i malvagi? Questo non significherebbe reggere nemmeno la bilancia, l'emblema eterno della giustizia. La vera soluzione alla questione è data da Cristo. Dio è buono con tutti allo stesso modo. I grandi doni della natura, il sole e la pioggia, sono comuni al bene e al male, al giusto e all'ingiusto. E per quanto riguarda le benedizioni spirituali, che sono per loro natura condizionate dalla volontà e dalla ricerca umana, Dio è buono con tutti tanto quanto il loro stato e la loro disposizione lo permetteranno. Le sofferenze dei buoni sono dunque contrarie alla sua giustizia? Non è così; ma essi rientrano in quella legge superiore che Giobbe e i suoi amici devono ancora imparare, che la sofferenza è una delle forme e delle manifestazioni della bontà divina nell'educazione degli esseri umani
3. Fai appello alla sua onniscienza. (versetto 4) Dio vede tutte le cose, da ogni principio, a tutti i fini. Non è un tiranno miope che è tentato di estorcere con la tortura una confessione di colpa a un prigioniero infelice contro il quale ha solo un sospetto ma nessuna prova. Dio sa che Giobbe è innocente. Ma questo fatto avrebbe dovuto porre fine ai suoi mormorii, se fosse stato completamente fedele alla sua più alta fede in Dio. Il diritto che Dio sa che alla fine dichiarerà, e che si vedrà avere difeso e protetto per tutto il tempo
4. Fai appello alla sua durata eterna. (Versetti 5, 6) L'esistenza calma e sempre duratura di Dio deve senz'altro liberarlo da quelle tentazioni a cui è soggetto l'uomo di breve durata. La fretta, l'impazienza, la fretta, l'irruenza, sono caratteristiche dell'umanità, perché gli uomini sanno di avere molto da fare, e di avere poco tempo per farlo. Perciò il tiranno si vendicherà rapidamente di qualsiasi affronto o offesa che possa aver subito. Ma chi può sfuggire al potere e alle punizioni dell'Eterno? Ancora una volta: Dio sa che è innocente (versetto 7)!
II LA RELAZIONE TRA IL CREATORE E LA CREATURA. (Versetti 8-17)
1. Confronto del Creatore e della creatura con il vasaio e la sua opera. (versetto 8) Il lavoro artistico del vasaio è un lavoro su cui sono stati spesi cura, pensiero, elaborazione; è una "cosa di bellezza", ed egli lo progetta per essere una "gioia per sempre". Non lo distruggerà arbitrariamente, non sopporterà di vederlo così distrutto. Possiamo credere diversamente di Dio e della sua opera? Un'analogia veritissima e eloquente, e sulla quale si può fondare un argomento a favore dell'immortalità dell'anima. Se quell'idea fosse entrata nell'orizzonte della visione di Giobbe, la sua analogia gli avrebbe dato un profondo conforto
2. Contrasto tra l'attenta produzione e conservazione' e l'apparente distruzione sconsiderata della creatura. (Versetti 10-17) Da una parte vediamo (Versetti. 10, 11) la meravigliosa produzione e sviluppo della vita corporea dall'embrione alla forma distinta e pienamente sviluppata, organizzata con tutto l'apparato e il meccanismo della nutrizione e del movimento. Quali abbaglianti prove del pensiero che Dio ha profuso nella sua opera principale dispiegano tutte le scoperte della fisiologia! Possiamo leggere fianco a fianco con questo passaggio ilSalmi 139 e il nobile inno di Addison: "Quando tutte le tue misericordie, o mio Dio". Poi c'è l'investitura di questa meravigliosa struttura con il grande dono della vita, e molteplici e ricchi godimenti, e la sua preservazione attraverso tutti i pericoli della giovinezza fino al momento presente (versetto 12). Ma quanto è spaventoso l'altro lato del contrasto! Dietro questo elaborato disegno si nascondeva fin dall'inizio, come sembra alla cupa riflessione di Giobbe, un deliberato proposito di distruzione: l'annientamento sconsiderato di questa splendida opera d'arte divina (Versetto 13). Piuttosto, se non facciamo altro che rettificare questi ragionamenti perversi di uno stato d'animo morboso e angosciato, quali nobili e irresistibili argomenti ricaviamo dall'esperienza e dalla scienza della nostra vita fisica per l'eterno interesse di Dio per ciò che è qui contenuto in essa: l'anima che partecipa di lui, e non può perire! Segue poi un quadro terribile della relazione in cui il patriarca, nella sua miseria, suppone di stare alla presenza di Dio. Si trova in un "tetralemma", o rete, da cui non riesce a vedere alcuna via d'uscita
(1) Se commette il più piccolo errore (Versetti. 14), quegli occhi indagatori lo seguono con la loro incessante vigilanza, ed esigeranno la punizione di ogni colpa
(2) Se dovesse commettere l'iniquità (versetto 5) -- che l'abbia fatto, tuttavia, prima di queste sofferenze, deve negarlo solennemente -- allora sarà giustamente castigato
(3) Ma anche se avesse ragione, dovrebbe apparire come un colpevole; non può osare, liberamente e orgogliosamente, alzare la testa, perché pieno di ignominia, e con i suoi stessi occhi contemplando la sua umiliazione (versetto 15)
(4) E se questa testa innocente e insultata, incapace di sopportare più a lungo l'ignominia, si solleverà in libertà e in orgoglio -- come Giobbe sta facendo ora, infatti, con il tono del suo discorso -- allora Dio, adirato per la sua resistenza, manderà di nuovo su di lui le sofferenze più severe; lo caccerà come un leone; si rivelerà in nuove meraviglie di dolore e di giudizio (versetto 16); produrrà nuovi testimoni, sotto forma di nuove pene, come accusatori contro di lui. Come schiere che si riversano l'una dopo l'altra contro una città assediata, così questi problemi si presenteranno fittamente (versetto 17)
III RINNOVATO SCOPPIO DI SCONFORTO, IMPRECAZIONI SULLA VITA, BRAMA DI RIPOSO. (Versetti 18-22) Ancora una volta desidera di non essere mai esistito.
Versetti. 18, 19, ripetuto da - Giobbe 3:11 - , ss. Ancora una volta egli insiste con la sua forte supplica di poter godere di una breve tregua durante questi pochi giorni che gli rimangono, libero dal tormento incessante (versetto 20), prima di sprofondare per sempre nel mondo inferiore
IV IMMAGINE DELL'ADE, O DEL MONDO INFERIORE
1. È il "paese delle tenebre e delle tenebre, come la mezzanotte" (versetti 21, 22)
2. Perciò è la terra del disordine e della confusione, dove nessuno che sia abituato alla luce e all'ordine può sentirsi a casa propria
3. Sebbene ci sia anche un leggero cambiamento del giorno e della notte, anche se lì è luminoso, è cupo come la mezzanotte sulla terra. Possiamo confrontare quelle impressionanti immagini del mondo inferiore e lo stato dei defunti che troviamo nell'Odissea (11): "Mai il sole, che dà luce all'uomo, li guarda dall'alto in basso con il suo occhio d'oro, o quando si arrampica sull'arco stellato, o quando scende verso la terra, scende in cielo con le ruote; Ma la notte triste pesa stancamente su di loro"."In schiavitù per paura della morte". La conoscenza di un'altra vita migliore -- negata a Giobbe -- è evidentemente l'unica cosa di cui c'è bisogno per soddisfare una mente onesta, abbattuta in una sofferenza estrema, sopraffatta dal mistero, ma incapace di rinunciare alla sua fede nella giustizia e nella bontà di Dio. Il cristianesimo, portando alla luce la vita e l'immortalità, diffonde un grande splendore nel mondo. È la salda presa di questa idea divina che permette all'uomo di sostenere la sofferenza con calma e pazienza. Che questa idea sia tolta e, come vediamo dal tono doloroso di coloro che ai nostri giorni si sono posti seriamente la domanda: "La vita vale la pena di essere vissuta?"- anche la sofferenza ordinaria può essere risentita come intollerabile
LEZIONI
1. Fiducia fondata sulla nostra relazione con Dio come "Creatore fedele". Non può abbandonare l'opera delle sue mani
2. La sua bontà nel passato è un argomento di fiducia per il tempo a venire
3. Le perplessità insolubili sono dovute alla nostra ignoranza delle condizioni complete della vita. Dio è il più incompreso degli esseri
4. Ogni rivelazione deve essere accolta con entusiasmo, ogni abitudine mentale incoraggiata, che ci induce a considerare la vita come un bene, la morte come un guadagno e la scena al di là come una di eterno splendore per tutte le anime fedeli
Versetti 1-7 -- Il grido supplicante di profondo dolore
Questo è il grido di uno che dichiara: "L'anima mia è stanca della mia vita". Apre le labbra affinché il flusso del suo "reclamo" possa fluire incontrollato. Eppure è umile e sottomesso, anche se adotta quasi il tono dell'esposizione. Ha confessato di non essere all'altezza della contesa. Non può dare risposta a Dio; Ha riconosciuto la sua colpa e la sua impotenza. Ora avrebbe saputo "perché" Dio contende con lui. Questo è il desiderio anche del sofferente più rassegnato. Certamente il grido che esce spesso dalle labbra di coloro che sono profondamente afflitti è: "Perché sono fatto soffrire così?" Se i principi cristiani e la fede calma trattengono la richiesta: "Mostrami perché", tuttavia si sente nel sottofondo dello stupore e della sorpresa per i rapporti inspiegabili e persino severi di un Dio amorevole: "Ah, è misterioso!" La confessione del mistero della sofferenza umana è un grido represso per il mistero da chiarire. Il grido di Giobbe prende la forma di
HO IL DESIDERIO DI LIBERARMI DALLA CONDANNA. "Dirò a Dio: Non condannarmi". Questo è il primo desiderio del sofferente rassegnato. Non sia una punizione per la mia trasgressione. "Non condannarmi" è un'altra forma di esortazione: "Perdona la mia offesa che! confessare". È una preghiera per il perdono. Fino a questo, la precedente confessione dell'indegnità e persino del peccato ha condotto correttamente. È il primo riposo dell'anima. Finché le condanne inconfessate della colpa sono su di esso, non ci può essere pace. Felice colui che nel profondo della sua sofferenza fa la sua confessione; ancora più felice colui che ascolta la parola del perdono misericordioso. Questo è seguito da:
II L'INSOPPRESSO DESIDERIO DI CONOSCERE LA RAGIONE DELLE AFFLIZIONI DIVINE. "Mostrami perché contendi con me". Com'è naturale desiderare questo! Ma le vie divine sono "oltre la scoperta". "Egli non rende conto delle sue vie" Certamente a Giobbe non giunse una risposta sufficiente. Restava da imparare nei giorni successivi: «Egli corregge chi l'Eterno ama». A tutti i suggerimenti di Giobbe si può dare una risposta negativa
1. Non è "buono" (cioè gradito) a Dio "opprimere", (dare l'impressione di) "disprezzare" le sue creature; o, come sembrerebbe, "risplendere sul consiglio dei malvagi"
2. Non ha "occhi di carne", non vede "come vede l'uomo", guardando solo l'aspetto esteriore, e giudicando solo in base a quello. Dio guarda il cuore e valuta l'atto umano in base al motivo che lo spinge. Egli tiene conto della fragilità umana più di quanto l'uomo fragile e che sbaglia faccia con il proprio fratello. Egli è giusto dal suo punto di vista, e non deformato come lo è il giudizio della carne debole
3. I suoi giorni non sono "come i giorni dell'uomo". I suoi sono i giorni dell'eternità, la menzogna può aspettare il futuro per una giustificazione della condotta di Giobbe. Non deve affrettarsi a mettere in crisi la storia di Giobbe. Non ha bisogno di affrettarsi a mettere Giobbe alla prova. Le nostre riflessioni sull'operato divino possono essere giustamente corrette meditando debitamente su questa storia. Nella nostra sicura integrità possiamo aspettare. Nella nostra peccaminosità cosciente siamo più al sicuro nelle mani del Signore; dal quale, in verità, non possiamo sfuggire. "Non c'è nessuno che possa liberare dalla tua mano". -R.G
OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 1.- Stanchezza della vita
Non c'è da meravigliarsi se Giobbe era stanco della sua vita. Mendicante, privato della sua famiglia, colpito da una malattia dolorosa e ripugnante, tormentato dal crudele conforto dei suoi amici, non vedeva altro che miseria intorno e davanti a sé. Pochi, se non nessuno, si sono trovati nella sua dolorosa situazione. Altri ancora hanno avvertito la stessa stanchezza della vita che il patriarca ha sperimentato in modo così naturale. Diamo un'occhiata alla dolorosa condizione e al suo rimedio divino
I LA DOLOROSA CONDIZIONE
1. La sua miseria. La vita è naturalmente dolce. È una disposizione molto misericordiosa della Provvidenza che la dura sorte che sembrerebbe insopportabile se considerata dall'esterno abbia molti sollievo e consolazione per coloro alla cui parte è caduta. Ci sono poche vite su cui non cade mai un barlume di sole. Ma essere stanchi della vita significa aver perso tutto il sole ed essere in un'oscura disperazione. Come "Mariana della grancia con fossato", la desolata grida: Sono stanca, stanca; O Dio se fossi morto!"
2. I pericoli
(1) Tenta al suicidio, e questo è peccato
(2) Porta alla negligenza del dovere, perché se un uomo non ha speranza o cuore nella vita, è difficile per lui assumerne i compiti. Quando la vita stessa non vale più la pena di essere vissuta, è difficile raccogliere energia per il lavoro
(3) Ci rende ciechi ai rimedi. Come Agar nella sua disperazione, noi non alziamo gli occhi per vedere la fonte. La disperazione si giustifica rendendoci ciechi alla speranza
3. Le sue cause. Questa stanchezza della vita può provocare una terribile congiunzione di circostanze esterne, come accadde in parte con Giobbe. Ma le cause interne di solito cooperano. A volte la disperazione è il risultato di una malattia fisica o cerebrale, e chi ne soffre deve essere compatito e trattato di conseguenza. Ma può derivare dal rimuginare troppo sul lato oscuro della vita, dalla sfiducia in Dio, dalla consapevolezza del peccato o da pensieri impenitenti e ribelli. La noia è il prodotto dell'indolenza. La stanchezza della vita è spesso il risultato di un ozioso sentimentalismo
II IL RIMEDIO DIVINO. Questo male non è incurabile. Perché la disperazione è un'illusione. Nessuno si stancherebbe della vita se conoscesse tutte le sue possibilità future. Se la disperazione è il risultato di un disturbo cerebrale, il rimedio è in medicina, non in teologia. Ecco una terra più dura dove le due facoltà si toccano; quindi un uomo che pratica l'uno o l'altro non dovrebbe essere un estraneo all'altro. La disperazione può lasciare il posto a un cambiamento di scena e a un regime di rinforzo senza discussioni. Ma quando le cause sono più profonde e più spirituali, si deve cercare un rimedio corrispondente. Questo non si troverà in nessuna filosofia di vita mondana. La meraviglia non è che alcune persone siano stanche della vita, ma che tutti coloro che sono "senza Dio nel mondo" non siano anche "senza speranza". Il pessimismo è l'obiettivo naturale dell'epicureo. La vita non vale la pena di essere vissuta senza Dio. Il grande rimedio alla stanchezza della vita è la scoperta del vero valore della vita quando è redenta da Cristo e consacrata a Dio. Allora non dipende dal piacere per i suoi motivi, né è spinto alla disperazione dal dolore. Ha una beatitudine più alta di quella che qualsiasi possedimento terreno può dare, nel fare la volontà di Dio sulla terra con la prospettiva di goderne per sempre in hen yen. Ma anche il servizio altruistico del nostro fratello uomo aiuterà a vincere la stanchezza della vita. Se Mariana fosse stata ben occupata, avrebbe potuto superare la sua miseria. C'è una grazia guaritrice nell'adempimento del dovere, e ancora di più nel perdere noi stessi mentre serviamo gli altri. - W.F.A
2 Dirò a Dio: Non condannarmi; letteralmente, non dichiararmi malvagio I miei amici, come si chiamano, mi hanno, tutti, condannato: non condannare anche me. Un appello toccante! Mostrami perché contendi con me. Una delle principali prove di Giobbe è la perplessità in cui lo hanno gettato le sue sofferenze senza esempio. Non riesce a capire perché è stato scelto per una punizione così tremenda, quando non è consapevole di alcuna empietà o di altro peccato atroce contro Dio. Così ora, quando ha deciso di sfogare tutta l'amarezza della sua anima, si avventura a porre la domanda: Perché è così provato? Che cosa ha fatto per fare di Dio il suo nemico? Perché Dio combatte continuamente contro di lui?
3 Ti fa bene opprimere? Giobbe presume di essere oppresso. Non ha idea che le sue sofferenze siano una purificazione,Giovanni 15:2 destinata a portare all'elevazione e al miglioramento del suo carattere morale. Perciò chiede: È degno di Dio, è buono in lui, è compatibile con la sua perfetta eccellenza, essere un oppressore? È una sorta di argumentum ad verecundiam' abbastanza bene tra uomo e uomo, ma del tutto fuori luogo tra un uomo e il suo Creatore. affinché tu disprezzi l'opera delle tue mani.
comp. Sl. 138:8 Questo argomento è più legittimo. Ci si può aspettare che Dio non disprezzi, ma che abbia cura dell'opera delle sue mani.Isaia 19:25; 29:23; 64:2; 64:8; Efesini 2:10 Ogni artefice di una cosa, come dice Aristotele, ama il suo lavoro, e naturalmente lo custodisce, lo cura e lo ama. e risplendano sul consiglio degli empi. La prosperità dei malfattori deve sorgere, pensa Giobbe, da Dio che permette al suo volto di risplendere su di loro
4 Hai tu occhi di carne? O vedi come vede l'uomo? Nonostante l'antropomorfismo del loro linguaggio, gli scrittori sacri sono pienamente consapevoli, come i loro critici moderni, dell'immaterialità di Dio e dell'immenso divario che separa la sua natura dalla natura umana. È su questo che ora si sofferma Giobbe. Dio, essendo molto al di sopra dell'uomo, avendo occhi che non sono di carne, e non vedendo come l'uomo si calma, non dovrebbe giudicare come l'uomo giudica, con parzialità, o pregiudizio, o anche con estrema severità (Versetto 6)
La visione di Dio dell'uomo
Come ci vede Dio? È lui così al di sopra di noi da non riuscire a vederci come siamo? È così grande da non poter concepire la nostra piccolezza? Le sue idee sono così diverse dalle nostre da non poter capire la nostra vita e simpatizzare con essa? O Dio non è così supremo nella sua visione dell'uomo da non poter commettere gli errori che commettiamo noi, e deve vederci veramente così come siamo? Se w, perché Dio sembra agire come se avesse la visione limitata dell'uomo? Domande di questo tipo sembrano lasciare perplesso Giobbe. Come possono essere soddisfatte?
DIO CI VEDE VERAMENTE COME SIAMO. Non è un attributo dell'infinito essere al di sopra del vedere ciò che è piccolo. Poiché Dio è infinito, può discendere all'infinitamente piccolo così come comprendere l'infinitamente grande. Inoltre, non ci tratta come esseri insignificanti e indegni della sua attenzione, ma ci considera come suoi figli. Gli stessi capelli del nostro capo sono contati da Dio. La sua grandezza si vede nella verità e nella completezza della sua visione. Non guarda attraverso i media distorti, né vede solo un aspetto delle cose, come nel caso nostro. Vede tutto intorno a tutto, e guarda attraverso tutte le cose. Non c'è segreto nascosto a Dio. Egli capisce ciò che vede, perché la sua visione infinita è accompagnata da una comprensione infinita
II DIO CI GIUDICA CON UN CRITERIO PIÙ ALTO DEL NOSTRO. Siamo ostacolati da idee ristrette; Il nostro giudizio è deformato e soffocato dal pregiudizio e dall'errore. La nostra ignoranza, la nostra follia e il nostro peccato rovinano persino gli stessi standard con cui giudichiamo. La stima di Dio è sommamente giusta, e si basa sulle idee di giudizio più alte e pure
III LO STANDARD DI GIUDIZIO DI DIO NON È ESTRANEO AL NOSTRO. Potremmo essere costernati dall'elevazione e dalla perfezione stessa del metodo di giudizio di Dio, pensandolo totalmente diverso dal nostro. Se così fosse, la coscienza sarebbe un'illusione. Ma Dio è il Creatore della coscienza, e sebbene questa sia limitata, e in una certa misura pervertita, conserva tuttavia il carattere essenziale che Dio le ha dato. "Dio ha fatto l'uomo a sua immagine". Perciò l'onesto giudizio dell'uomo deve essere un riflesso del giudizio di Dio. Dio vede come noi vediamo, nella misura in cui noi vediamo veramente. Il suo giudizio è solo la correzione e la perfezione del nostro giudizio
IV DIO È ENTRATO NELLA NOSTRA VITA PER POTERCI VEDERE CON I NOSTRI OCCHI. Questo sembra essere parte dello scopo dell'Incarnazione. Cristo è un fratello-uomo. Ci guarda con occhi umani. Tutt'uno con noi per natura, può capirci perfettamente. Non riusciamo nemmeno a capire il nostro cane preferito quando ci rivolge il suo sguardo muto e patetico, perché è di una specie diversa. Cristo è diventato uno con noi, uno della nostra specie. Così possiamo capirlo, ed egli può simpatizzare perfettamente con noi. A parte Cristo, Dio sembra essere distante e del tutto diverso da noi. In Cristo egli è uno con noi, vicino a noi, e capace di guardarci con gli occhi di un Fratello. - W.F.A
5 I tuoi giorni sono forse come i giorni dell'uomo? Nell'uomo di vita breve, la miopia e il pregiudizio sono scusabili, ma non in uno i cui giorni sono diversi da quelli dell'uomo, i cui "anni durano per tutte le generazioni". Costui dovrebbe essere al di sopra di ogni infermità umana. O i tuoi anni come i giorni dell'uomo? Avremmo dovuto aspettarci "come gli anni dell'uomo". Ma è più forte dire che la disparità è: "Non sono forse i tuoi anni più numerosi di quelli dell'uomo [letteralmente, 'un uomo forte']?" #Giobbe 10:6
che tu indaghi la mia iniquità e scruti il mio peccato. A Giobbe sembra che Dio debba essere stato "estremo per notare ciò che ha fatto di sbagliato",Salmi 130:3 deve aver scrutato in ogni angolo della vita di Ms, e aver scacciato tutti i suoi peccati e le sue mancanze, per essere stato in grado di riunire contro di lui un totale commisurato o anche approssimativamente commisurato, alla punizione con cui lo ha visitato
7 Tu sai che io non sono malvagio; piuttosto, sebbene tu lo sappia (vedi la Versione Riveduta). Consapevole della propria integrità e fedeltà, Giobbe sente che anche Dio deve conoscerli; perciò gli sembra tanto più difficile che gli si debba far soffrire come se fosse un "capo peccatore". E non c'è nessuno che possa liberare dalla tua mano. "È eccellente avere la forza di un gigante; Ma tirannico usarlo come un gigante". L'ultimo motivo di appello di Giobbe è che egli è completamente alla mercé di Dio, che non può cercare nessun altro liberatore, nessun altro sostegno o sostegno. Non avrà dunque pietà Dio e "non lo risparmierà un po', affinché recuperi le forze prima di andarsene e non cfr. più"?
vedi - Salmi 39:1-5 - ; e comp. sotto, Versetto 20 #Giobbe 10:8
Versetti 8-12. - Qui abbiamo un'espansione della supplica nel versetto 3: "È bene per te che tu disprezzi l'opera delle tue mani?" Giobbe si appella a Dio non solo come suo Più grande, ma come, fino a un certo tempo, suo Sostenitore e Sostenitore. Le tue mani mi hanno fatto e mi hanno modellato tutt'intorno.
comp. Sl. 139:12-16, "Le mie reni sono tue; Tu mi hai coperto nel grembo di mia madre. Io ti renderò grazie, poiché sono stato fatto in modo tremendo e meraviglioso; meravigliose sono le tue opere e l'anima mia sa bene che le mie ossa non ti sono nascoste, anche se fossi fatto di nascosto e modellato sotto terra. I tuoi occhi videro la mia sostanza, che era ancora imperfetta; e nel tuo libro sono state scritte tutte le mie membra, che giorno dopo giorno sono state modellate, quando ancora non c'era nessuna di esse" Il canonico Cook osserva con molta verità: "I processi della natura sono sempre attribuiti nella Scrittura all'azione immediata di Dio. La formazione di ogni individuo si trova, nel linguaggio dello Spirito Santo, esattamente sullo stesso piano di quella del primo uomo" (Commentario dell'oratore, vol. 4, p. 50). Eppure tu mi distruggi; letteralmente, divorami. - Giobbe 9:17,22
Versetti 8-17. - Giobbe a Dio: l'andamento della terza controversia: una contraddizione inesplicabile
I L'ANTICA CURA AMOREVOLE DI DIO
1. Minuziosamente dettagliato
(1) Nella creazione di Giobbe. Questo è dapprima dichiarato in generale, poiché il patriarca descrive se stesso come fatto direttamente, dalla mano di Dio: "Le tue mani mi hanno fatto e mi hanno plasmato; " forse in allusione aGenesi 1:26);
confronta - Deuteronomio 4:32; Giobbe 12:10; 34:19; Salmi 33:15; Isaia 45:12, completamente, in tutte le sue parti: "insieme ['letteralmente', tutto '] tutt'intorno";Salmi 139:15,16; Ester 4:11; Giobbe 27:3; Salmi 94:9 attentamente, con squisita abilità: "Tu mi hai fatto come l'argilla", forse un'eco diGenesi 2:7), anche se molto probabilmente l'immagine è quella di un vasaio che modella un vaso squisito E certamente l'uomo è l'opera più nobile di Dio, sia che si tenga conto della sua struttura fisica o della sua organizzazione mentale e morale, e molto di più se includiamo entrambi nella nostra contemplazione (cfr Amleto, atto 2, sc. 2). Il processo di formazione dell'uomo è poi abbozzato in quattro particolari, che mostrano una notevole conoscenza dei fenomeni fisiologici connessi con questo misterioso soggetto: la generazione del bambino; la produzione dell'embrione; lo sviluppo graduale del feto; e l'effettiva nascita del bambino (Versetti. 10-12); per ulteriori informazioni su quali punti è possibile consultare l'Esposizione
(2) Nella conservazione di Giobbe. "La tua visitazione [letteralmente, 'la tua provvidenza'] ha preservato il mio spirito" (Versetto 12). La continuazione dell'esistenza dell'uomo sulla terra è un miracolo del potere divino tanto quanto la sua prima introduzione nella vita. Solo la cura divina costantemente esercitata poteva impedire a un organismo delicato come il corpo umano, e molto più a uno strumento complicato come la mente umana, di cadere in rovina e infine in dissoluzione. Anche l'uomo ha così tanti bisogni che, a meno che la bontà divina non lo servisse ogni giorno, soccomberebbe rapidamente sotto il colpo della morte. Perciò la Scrittura assegna a Dio il nostro sostentamento non meno della nostra formazione.Deuteronomio 8:3; Salmi 36:6; Atti 17:28
2. Sapientemente impiegato. Mentre Giobbe ricorda il tempo in cui fu così oggetto della paterna sollecitudine di Dio, non può fare a meno di soffermarsi sui dolci ricordi di cui essa inonda la sua anima. Mettendo anche queste tenere reminiscenze sullo sfondo oscuro del suo dolore presente, si sente sciolto e ammorbidito. Il pensiero di quell'amore divino che lo aveva plasmato e favorito accende nella sua anima uno strano desiderio del suo ritorno, che lo spinge a cercare, per così dire, ricordando a Dio i tempi antichi, di suscitare un tocco di pietà nel cuore divino. "Le tue mani mi hanno fatto; eppure tu mi distruggi!" "Tu mi hai fatto come l'argilla; eppure tu mi riduci di nuovo in polvere!" Ci sono pochi argomenti che toccano il cuore di Dio in modo così potente come il ricordo delle misericordie passate. "Ricordami di me", dice Dio.Isaia 43:26 "Non dimenticate tutti i suoi benefici", dice Davide.Salmi 103:2 - ; confronta - Salmi 42:6; 77:10; 143:5);
II L 'ATTUALE TRATTAMENTO CRUDELE DI DIO
1. La trama divina. "E queste cose le hai nascoste nel tuo cuore: io so che questo è con te" (versetto 13). Giobbe concepì che le sue terribili afflizioni erano il risultato di un disegno oscuro e profondo che Dio aveva formato su di lui prima che nascesse; che, infatti, Dio lo aveva chiamato all'esistenza proprio per perseguitarlo nel modo che sta per essere descritto. Che Dio operi tutte le cose sulla terra secondo il consiglio della sua volontà, che ogni avvenimento della storia, così come ogni episodio dell'esperienza individuale, abbia il suo posto in un piano eternamente esistente e che abbraccia l'universo, è una verità della religione naturale non meno che della rivelazione divina. Ma che Dio abbia creato un'anima espressamente allo scopo di renderla infelice, sia nel tempo che nell'eternità, è una semplice perversione della verità, incoerente sia con le nozioni fondamentali dell'uomo sulla Divinità che con gli insegnamenti espliciti della Scrittura riguardo all'importanza della predestinazione. Dio non complotta mai né contro il santo né contro il peccatore; ma non manca mai di pianificare per entrambi, in cui ci dovrebbe essere conforto per l'uno,Romani 8:28 e cautela per l'altro.Proverbi 15:3, Salmi 33:15
2. La rete quadruplice. Giobbe svela la natura di quel complotto che egli crede Dio abbia architettato contro di lui
(1) Supponendo il suo peccato, Dio aveva deciso di marcarlo contro di lui: "Se compio, allora tu mi segna e non mi assolverai dalla mia iniquità" (Versetto 14). L'ipotesi era naturale, poiché "non c'è sulla terra un uomo giusto che faccia il bene e non pecchi".1Re 8:46; Romani 3:12 La deduzione era anche corretta, nel senso che Dio osserva tutti i peccati degli uomini,Salmi 33:13-15; 69:5; Proverbi 15:3; Ebrei 4:13 e non può in alcun modo assolvere i colpevoli;Naum 1:3 Esodo 20:5 Romani 6:23 ma insinuare che Dio fosse in agguato per cogliere gli uomini in trasgressione, o che fosse pronto a notare e punire il peccato, era decisamente errato.Neemia 9:17; Esodo 34:6; Salmi 78:38 La gloria più alta di Dio è che, pur vedendo, ora non sia in grado di marcare l'iniquità; che possa sia rimettere la colpa che assolvere il peccatore in conseguenza della propiziazione di Cristo.Romani 3:25,26
(2) Supponendo che egli stia perpetrando un'atroce malvagità, allora la sua punizione sarebbe semplicemente indicibile: "Se sono malvagio, guai a me!" È ancora vero che i trasgressori ostinati e impenitenti non sfuggiranno al giusto giudizio dell'Iddio Onnipotente,Isaia 3:11; 45:9; Proverbi 11:21; Giobbe 31:3; Matteo 21:41; 24:51; Romani 1:18; 4:8, ma è anche una benedetta verità che il trasgressore più noto possa essere perdonato.Isaia 1:18; Geremia 33:8; 1Giovanni 1:7,9; 1Tm 1:15);
(3) Se dovesse dimostrare di essere innocente dal punto di vista forense, deve comunque comportarsi come se fosse un criminale: "Se sono giusto, non alzerò la mia testa". Il linguaggio di Giobbe qui suggerisce due importanti verità: che nessun uomo, per quanto consapevole dell'innocenza, può veramente alzare la testa davanti a Dio come se fosse immacolato; e che anche coloro che possono alzare il capo, tramite la rettitudine di Gesù Cristo, non hanno spazio per l'esaltazione di sé.Romani 3:27
(4) Se osasse indulgere in un tale sentimento, allora Dio raddoppierebbe i suoi tentativi di umiliarlo, dandogli la caccia come una bestia selvaggia, -- "Tu mi dai la caccia [letteralmente, 'mi daresti la caccia'] come un leone feroce: e di nuovo ti mostri meraviglioso su di me [o, 'vorresti ripetere i tuoi miracoli su di me'] "- perseguendolo come un colpevole, -- "Tu rinnovi i tuoi testimoni contro di me", assediandolo come una fortezza, "Tu aumenti [o, 'aumenterebbero'] la tua indignazione contro di me, con l'esercito che segue l'esercito contro di me". Le immagini possono mostrare l'intensità e la varietà delle sofferenze di Giobbe; ma è anche opportuno suggerire l'opposizione veemente, implacabile e incessante che Dio offre a tutti i tentativi da parte dell'uomo di rivendicare la propria giustizia. È scopo supremo di Dio, nella provvidenza e nella grazia, ridurre l'uomo in una posizione di auto-umiliazione e di auto-condanna; e a questo scopo egli impiega tutta la potenza soprannaturale della sua Parola e del suo Spirito, tutte le prove e le testimonianze del cuore e della vita del peccatore, tutte le vicissitudini e le prove della sua ordinaria provvidenza. L'obiettivo di Dio nel far ciò è che egli possa essere in grado di sollevare il grano del peccatore
Imparare:
1. Che se Dio usa rigore verso l'uomo, non lo fa per crudeltà, poiché l'uomo è opera di Dio
2. Che l'uomo, essendo opera di Dio, non dovrebbe mai cessare di lodare il suo Creatore
3. L'umile origine di quell'uomo dovrebbe mantenerlo umile e ricordargli la sua ultima fine
4. Che la potenza e la grazia di Dio siano riconosciute nella preservazione dell'uomo tanto quanto nella sua formazione
5. Che "tutte le cose sono nude e manifeste agli occhi di colui con cui abbiamo a che fare"
6. Che Dio, se è pronto a notare, è ancora più veloce a perdonare l'iniquità
7. Che la via maestra per il favore e il perdono del Cielo passa attraverso l'umiltà e l'umiliazione di sé
8. Che il fine di tutta la disciplina divina sulla terra è quello di umiliare l'uomo in preparazione per l'esaltazione eterna
Versetti 8-12. - L'uomo, creatura di Dio
Giobbe cerca ora consolazione in altri percorsi di riflessione, anche se scaturiti da quanto precede. Vorrebbe trarre tutto il conforto che può dalla consapevolezza del fatto che è la creatura di Dio. "Le tue mani mi hanno fatto e mi hanno modellato tutt'intorno". La tua abilità e pazienza, il tuo pensiero e la tua attenzione, mi sono stati donati. Vuoi abbandonare l'opera delle tue mani? È solo per questo tempo di angoscia che mi hai generato? Una calma meditazione sulla verità: "Io sono la creatura di Dio, creata dalle mani divine, il prodotto della sua attività", è calcolata per portare consolazione, perché
IO È UN PEGNO DI BENEDIZIONE. Anche l'uomo che sbaglia è attento al proprio lavoro. Il lavoro di Cod è perfetto. Ma è così perché lui lo custodisce momentaneamente. Egli porta avanti tutti i processi che noi moderni chiamiamo "leggi della natura". Giobbe vide la "mano" di Dio in tutti i cambiamenti della terra e dei cieli e della vita umana, quindi sapere che sono una creatura di Dio è sapere che la mia vita è nelle sue mani. Io servo il suo scopo. Egli è il Signore di tutti. Ogni gesto della sua mano è pura benedizione. Non può fare il male. La mia creatura è per me un pegno sufficiente di una certa benedizione. Egli lavora per il bene di tutti gli esseri umani delle sue mani: pecore e buoi, uccelli del cielo e pesci del mare. Quindi il suo lavoro nelle mie membra è la più vera garanzia di bene per me
II È UNA FONTE DI CONFORTO. Nessuno può riflettere con calma sul fatto della sua creatura senza trovare motivo di conforto. Ognuno può lasciare se stesso nelle mani del suo Proprietario. È la base della consolazione più vera. "Io sono tuo" deve giustificare la preghiera, "Salvami". La vita umana può essere lasciata nelle mani divine. Il povero, fragile, indifeso può affidarsi a Dio. C'è un grande conforto nella consapevolezza del fatto che il Signore di tutta la terra è il mio Creatore. Che egli debba "distruggere", o dare l'impressione di distruggere, il povero sofferente è subito riconosciuto come motivo di sorpresa. All'ombra delle ali dell'Onnipotente Creatore ogni creatura può trovare rifugio
III È UNA GARANZIA DELLA CURA DIVINA. "Vuoi dunque ridurmi in polvere?" Questo è il pensiero inevitabile nel cuore di colui che si riconosce come la creatura di Dio, che dice: "Tu mi hai fatto come l'argilla". È l'istinto dell'uomo fragile prendersi cura dei propri. Quanto più lo è il metodo Divino! Giobbe ha già dichiarato la sua fede dicendo: "Disprezzi tu l'opera delle tue mani?" Tu mi hai risuscitato dalla polvere; Vuoi ridurmi in polvere? Scrivi tu frustrare il tuo proposito? Così ragiona Giobbe, e saggiamente. È la certezza di una calma sapienza, la fede che ha un solido fondamento. Colui che mi ha portato alla vita, avrà cura di me, mi sosterrà, mi difenderà
IV UNA TALE ASSICURAZIONE È UN MOTIVO SUFFICIENTE PER UN RIPOSO FIDUCIOSO E CALMO. Riposante è lo spirito di fede; E quanto più la fede è semplice nei suoi ragionamenti, tanto più sicura è la sua pace. La consapevolezza del peccato porterebbe all'angoscia della mente e alla paura quando si ricorda: "Le tue mani mi hanno plasmato", ma per il cuore sicuro della sua integrità, questa verità è il fondamento del calmo riposo. La preghiera può essere basata su questo. La fede qui può trovare il suo sostegno; l'amore, la sua ispirazione. - R.G
La creazione e le sue conseguenze
Giobbe si appella a Dio come al suo Creatore. Protesta con il Creatore per aver apparentemente distrutto la sua stessa opera. Se Dio aveva prima creato l'uomo, perché Dio avrebbe dovuto rivoltarsi contro la sua creatura per "inghiottirla"? Non si tratta tanto di un appello alla pietà o alla giustizia, quanto alla ragione e alla coerenza
DIO È IL CREATORE DI OGNI SINGOLO UOMO. I teologi erano un tempo divisi tra due teorie sull'origine delle anime umane, chiamate rispettivamente "creazionista" e "traducianista". I creazionisti sostenevano che ogni anima era stata creata da Dio; i Traducianisti che le anime derivavano per discendenza, erano state trasmesse per nascita da anime ancestrali, e originariamente da Adamo ed Eva, proprio come i corpi che abitano. Non era ingiusto limitare il nome "creazionista" alla prima scuola? L'idea della discendenza dai genitori non esclude l'azione divina. Il genitore non è il creatore. La grande Causa originale deve essere la Fonte di tutto ciò che segue. Se Dio ha creato una sola volta per tutte all'inizio del mondo, ha comunque creato ogni individuo, perché ogni individuo proviene semplicemente da quella creazione originale. Se si potesse dimostrare che l'uomo non è stato creato separatamente, ma che ha derivato la sua origine da creature inferiori per mezzo dell'evoluzione, non sarebbe meno creato da Dio; infatti, come avrebbe potuto avere origine o progredire il meraviglioso processo dell'evoluzione, se l'Onnipotente e l'Onnisciente non l'avessero iniziato? Anzi, è solo ragionevole credere che Dio crei sempre. Non una volta per tutte, ma in ogni stadio dell'evoluzione, la mano divina sta elaborando il piano eterno. Così anche ogni vita individuale è plasmata da quella stessa mano creatrice. Dio opera eternamente, perché le leggi della natura non sono altro che le vie di Dio. Egli era il Creatore di Giobbe come di Adamo; E ora fa ogni uomo per mezzo della nascita con la stessa realtà con cui ha fatto la prima vita dalla materia inorganica
II IL FATTO CHE DIO È IL CREATORE DI OGNI UOMO DEVE INFLUIRE SUL MODO IN CUI TRATTA TUTTE LE SUE CREATURE
1. Non può averli predestinati alla rovina. Affermare che potrebbe farlo è dire che il Creatore non è Dio, ma il diavolo, un dio che fosse semplicemente indifferente alle sue creature non avrebbe pianificato fin dall'inizio la loro distruzione. Se si suggerisce che Dio potrebbe fare questo per mostrare la sua gloria, la risposta è che una tale azione non potrebbe mostrare alcuna gloria, ma il contrario. Dire che Dio può fare ciò che vuole con i suoi è irrilevante. I suoi diritti assoluti sulle sue creature non escludono considerazioni morali. Inoltre, il carattere santo, giusto e amorevole di Dio rende assolutamente certo che egli non poteva pianificare la loro rovina
2. Non può mai permettere che siano rovinati. "Egli non odia nulla di ciò che ha fatto". Il fatto stesso della creazione fa sì che Dio si interessi delle sue creature. L'artista non può rimanere indifferente al destino delle sue opere. Ma Dio è più di un artista; egli è un Padre, e un Padre non può essere indifferente alla sorte dei suoi figli. Può essere necessario che il genitore castighi, ma nessun genitore vero e degno desidererà mai veramente ferire la sua prole. Possiamo pensare che Dio sia meno forte di noi nell'amore dei genitori? È necessario che Dio sia adirato con i malvagi -- e c'è un terrore nell'ira di Dio che gli uomini possono disprezzare solo a loro rischio e pericolo -- ma dietro quella trivella non ci può essere un temperamento vendicativo, tanto meno può esserci una malignità dispettosa. Dio desidera solo il benessere dei suoi figli. - W.F.A
9 Ricordati, ti prego, che mi hai fatto come l'argilla; piuttosto, che tu mi hai plasmato come il giorno; cioè: "Tu mi hai formato, come un vasaio modella un vaso di argilla". Questo non è certo un riferimento a Gen 3:19, ma piuttosto un uso precoce di quella che divenne una metafora standard.Isaia 29:16; 30:14; 45:9; 64:8; Geremia 18:6; Romani 9:21-2:9 - , ss. E vuoi tu ridurci in polvere? Dopo avermi plasmato dall'argilla in forma umana, disfarai tu il tuo lavoro, mi ridurrai in polvere e ridurrai di me polvere di nuovo?
10 Non mi hai forse versato come latte e cagliato, come formaggio? "Non mi hai formato", cioè, "come un embrione nel grembo materno, solidificando gradualmente la mia sostanza e trasformando i succhi morbidi in una massa solida ma tenera?"
11 Tu mi hai rivestito di pelle e di carne. "A te", cioè, "devo la pelle delicata, che avvolge il mio corpo, e lo mantiene compatto; a te devo la carne di cui consiste principalmente il mio corpo". E ho recintato le sembianze con ossa e tendini; piuttosto, e mi hai tessuto o legato insieme.
vedi la Versione Riveduta, e comp. Sl. 139:13, dove lo stesso verbo è usato nello stesso senso
L'idea è che il corpo nel suo insieme sia intessuto e compattato di pelle, ossa, carne, tendini, ss.), in un indumento delicato ed elaborato.
comp. - 2Corinzi 5:2-4 #Giobbe 10:12
Tu mi hai concesso la vita e il favore. Dio, oltre a fornire a Giobbe un corpo così delicatamente e meravigliosamente costruito, aveva aggiunto il dono della "vita",Genesi 2:7 e anche quello del "favore", o amorevole cura provvidenziale, per mezzo del quale la sua vita fu preservata dall'infanzia all'età adulta, e dall'età adulta fino a un'età matura, in pace e prosperità. Giobbe non ha dimenticato il suo precedente stato di felicità temporale, né ha cessato di provare gratitudine verso Dio per questo. E la tua visitazione ha preservato il mio spirito; o, la tua provvidenza... "la tua continua cura"
Vita e grazia di Dio
IO DIO LA FONTE ORIGINALE. Giobbe si appella al suo Creatore e riconosce la Fonte Divina di tutto ciò che è e di tutto ciò che possiede. Il prologo mostra che Giobbe era sempre stato un uomo devoto, non dimentico di Dio. Ma le sue spaventose perdite e i suoi guai gli fecero venire in mente il pensiero dei suoi rapporti con Dio con una vividezza mai sperimentata prima. Giobbe è ora faccia a faccia con Dio. Enormi calamità hanno spazzato via tutti gli interessi intermedi, e oltre il naufragio della sua vita sprecata egli guarda dritto a Dio suo Creatore. Terribili ore di angoscia rivelano i fatti più profondi della vita, mentre il terremoto mette a nudo le fondamenta granitiche delle colline. La tragedia distrugge la superficialità. Coloro che hanno attraversato le acque impetuose e i guai sono in grado di percepire meglio la Fonte Divina di tutte le cose
II I DONI PRIMORDIALI DI DIO
1. La vita
(1) Questo può venire solo da Dio. Il chimico può analizzare gli elementi che compongono la nostra struttura corporea, ma il sottile principio vitale non può mai essere catturato nel suo crogiolo. L'ingegnere può costruire una macchina molto delicata, ma non può mai darle vita. Dio è l'unica Fonte della vita
(2) Questo è essenziale per tutto il resto. Eccoci al primo e più fondamentale dono. Gli uomini possono seppellire tesori con i morti, ma i dormienti silenziosi nella tomba non possono mai toccare uno dei doni che arrugginiscono e ammuffiscono al loro fianco. Dobbiamo vivere se vogliamo possedere o usare qualcosa. Dobbiamo avere la vita spirituale per poter godere delle benedizioni del Vangelo
2. Favore. La vita è di per sé un favore. Non è mai meritato; Eppure è bello vivere. Ma con la vita Dio dà altri favori. Anche Giobbe, nella sua desolazione, non dimenticò questo fatto, come sembra che alcuni lo dimentichino quando mormorano contro la Provvidenza e si lamentano del mondo come se tutto cooperasse per la miseria dell'uomo. Più grande di ogni favore terreno è la grazia di Cristo, il favore mostrato all'uomo caduto nella redenzione della razza mediante il sacrificio del Figlio di Dio
III LA CONTINUA BONTÀ DI DIO. Giobbe riconosce che il suo stesso respiro è continuato dalla cura di Dio. Dio non crea semplicemente una volta per l'eternità; preserva le sue creature. Se avesse ritirato la mano per un momento, avrebbero cessato di esistere. Il fatto che ora siamo vivi è un segno che Dio è buono con noi. L'esistenza presente è una prova della provvidenza presente. Perciò i nostri ringraziamenti dovrebbero essere freschi; non i fiori appassiti di ieri, ma i nuovi fiori di oggi, con la rugiada ancora su di essi. Ogni giorno rinnovate misericordie richiedono lodi rinnovate ogni giorno. Non dobbiamo cercare lontano Dio, scrutando gli annali dell'antichità, indagando le gesta della storia del vecchio mondo, o raccolgendo le registrazioni geologiche delle rocce. Dio è con noi nella nuova alba, nella vita e nella benedizione di ogni giorno
IV IL CASO ASSICURATO DA DIO. Non può essere come suppone Giobbe. La sua rimostranza è naturale per lui, ma è inutile. Se Dio ci ha creati e preservati, è impossibile che si rivolga contro di noi. I suoi favori passati e presenti sono la prova del suo amore immutabile. Anche se colpisce, non può odiare. Anche se ritira il suo volto sorridente, non rimuove il suo baud di sostegno. La creazione e la preservazione sono profezie di redenzione e salvezza. - W.F.A
13 E queste cose le hai nascoste nel tuo cuore; piuttosto, ottieni queste cose se ti nascondessi nel tuo cuore; cioè: "Eppure, nonostante la tua cura protettiva e il tuo grazioso favore, nascondevi nel tuo cuore l'intenzione di attirare su di me tutti questi mali; Non avresti potuto fare a meno di sapere ciò che stavi per fare, sebbene avessi nascosto la tua intenzione e non ti fossi lasciato sfuggire alcun segno. Io so che questo è per te; piuttosto, io so che questo era per te; cioè questa intenzione di distruggere la mia felicità era "con te" -- presente al tuo pensiero -- anche mentre mi caricavi di favore. L'affermazione di Giobbe non può essere negata; ma non comporta alcuna vera accusa contro Dio, che assegna agli uomini prosperità o sofferenza come è meglio per loro in quel momento
Versetti 13-17. - Gli scopi nascosti dell'afflizione
Giobbe ha ragionato molto e ha chiesto una spiegazione del proposito divino. "Perché contendi con me? Senza dubbio egli giudica, come i suoi amici, che la sofferenza è la conseguenza naturale e la punizione certa di un'azione sbagliata. Ma egli è coscienzioso nell'affermare la sua innocenza di trasgressione, e la testimonianza divina della sua bontà è d'accordo con questo.Giobbe 2:3 Qual è, allora, la spiegazione del tutto? Possiamo mai sperare di sapere in questo mondo quali sono i profondi propositi di Dio nelle afflizioni di cui la vita umana è capace, e specialmente nelle sofferenze dei pii? No. Gli scopi, anche se parzialmente rivelati, sono ancora in gran parte "nascosti", nascosti nel "cuore" di Dio. Giobbe si sente avvolto. È "pieno di confusione". Dobbiamo ricordare che Giobbe non aveva la chiara luce con cui vediamo l'opera divina. Eppure anche a noi le sue vie sono nascoste. Dobbiamo dire: "Nuvole e tenebre lo circondano"
DOBBIAMO VEDERE CHE È PERFETTAMENTE NATURALE CHE LE VIE DIVINE DEBBANO ESSERE NASCOSTE AGLI UOMINI. Come dovrebbe l'uomo essere in grado di rintracciare il proposito divino? È alto; non può raggiungerlo. Nascosto nella mente divina, non sempre rivelato dagli episodi di afflizione. "Queste cose le hai nascoste nel tuo cuore"
II L'OCCULTAMENTO DEI PROPOSITI DIVINI È UNA PROVA SALUTARE PER LA FEDE. La fede in Dio è necessaria per un giusto rapporto dell'anima umana con Dio. È la base della pace; l'incoraggiamento all'obbedienza; terreno di santo timore; Aiuto al santo amore. Ma la prova della fede porta a una dipendenza più spirituale da Dio, a un più frequente riferimento del cuore a Lui. Camminare per fede onora Dio. Fede necessaria alle condizioni stesse della vita umana. Il suo esercizio ne favorisce la crescita
III L'OCCULTAMENTO DEL PROPOSITO DIVINO È UN DISEGNO BENEVOLO DA PARTE DI DIO PER REALIZZARE PIÙ EFFICACEMENTE LA SUA VOLONTÀ RIGUARDO ALL'UOMO. Il ribelle, non sapendolo, non può frustrarlo. Segretamente la volontà divina si opera nell'esperienza e nella storia del sofferente. L'intera dipendenza dell'anima da Dio è incoraggiata. Questo deve portare alla sottomissione, e alla sottomissione nella fede. La fiducia dell'anima deve essere nel carattere di Dio, e non nelle circostanze e negli avvenimenti
L 'OCCULTAMENTO DEI PROPOSITI DIVINI SI TRADUCE NEL PERFEZIONAMENTO DELL'ECCELLENZA SUPREMA DEL CARATTERE UMANO: LA PAZIENZA. Così ha la sua "opera perfetta", e l'anima è lasciata "intera, senza che manchi nulla". Colui che sa attendere Dio con pazienza e fiducia, sopportando la pressione delle circostanze afflittive, acquista vigore e bellezza di carattere. Se manca la pazienza, tutte le altre qualità del carattere sono compromesse. La saggezza dell'uomo deve accontentarsi di impegnarsi per i propositi nascosti di Dio. Nella fede confidare in loro come saggi e buoni. Nella pazienza di attendere la loro esposizione quando piacerà a Dio di rivelarglieli. - R.G
Le cose che sono nascoste nel cuore di Dio
Giobbe è posseduto da un pensiero spaventoso. I suoi tremendi guai e le crudeli accuse dei suoi amici lo hanno portato alla conclusione che Dio deve aver concepito l'idea di tormentarlo in tal modo molto prima che Giobbe ne sapesse qualcosa; che Dio deve aver nascosto il terribile proposito nel suo cuore; che per tutto il tempo in cui Giobbe godeva compiacente della sua prosperità, Dio nutriva il piano segreto di disperderla al vento e di far precipitare il suo servo negli abissi della miseria
I PROPOSITI DI DIO SONO NASCOSTI ALL'UOMO. Sono più nascosti di quanto Giobbe supponesse. Pensava che il piano divino fosse appena apparso. Ma era più profondo di quanto immaginasse. Non solo era nascosto nei giorni di sole della prosperità; Era anche nascosta nei giorni bui e terribili della miseria. Se Giobbe avesse conosciuto il proposito divino, i suoi sospetti sarebbero stati dissipati e avrebbe visto quanto fosse ingiusto il suo accusare la Provvidenza. Non possiamo ancora vedere il pensiero divino. Se ci fosse rivelato, la disciplina del processo sarebbe frustrata. Inoltre, è troppo profondo e ampio perché noi lo afferriamo. Perciò dobbiamo camminare per fede.2Corinzi 5:7
II DIO SEMBRA NASCONDERE DISEGNI OSCURI. Così pensava Giobbe, e così sembravano mostrarsi gli eventi della sua vita. Mentre il sipario si alzava lentamente, dietro venivano scoperte cose terribili. Dio era sempre nel futuro, preparandolo per il suo avvento; eppure, quando arrivò, apparve in tuoni e rovine. Dio stava forse segretamente pianificando tutta questa miseria nei tranquilli, vecchi giorni di pace, quando Giobbe non sospettava alcun pericolo? Lo svolgersi di molte storie di vita è sembrato raccontare la stessa storia dei pensieri segreti di Dio resi manifesti nella calamità
III DIO NASCONDE REALMENTE PROPOSITI D'AMORE NEL SUO CUORE
1. Deve farlo perché è amore. Non possiamo capire i suoi piani, ma possiamo capire la sua natura nella misura in cui ci viene rivelata. Ora, la rivelazione di Dio è tutta di bontà. Questo include l'ira contro il peccato, ma nessuna ingiustizia, nessuna durezza, nessun piacere nell'infliggere infelicità. Perciò, anche se non vediamo l'intenzione divina, possiamo essere certi che è misericordiosa
2. Si vede che lo fa per quanto i suoi propositi sono rivelati
(1) Nelle Scritture. L'antica profezia e il vangelo del Nuovo Testamento concorrono nell'esporre il piano divino e, sebbene questo includa il giudizio e la punizione del peccato, il suo disegno principale è la redenzione dell'uomo
(2) Nell'esperienza. Alcuni dei propositi di Dio sono maturati e adempiuti osando la nostra vita terrena. Questi sono visti come buoni e gentili. È solo lo scopo incompiuto che assume un aspetto minaccioso
IV GLI SCOPI NASCOSTI DEL CUORE DI DIO SARANNO INFINE RIVELATI. Dio non si compiace del segreto, tanto meno stuzzica intenzionalmente le sue creature confondendole con misteri inutili e allarmandole con paure fasulle. Ciò che non sappiamo ora, lo sapremo in seguito.Giovanni 13:7 La grande apocalisse del futuro risponderà a molti oscuri enigmi della provvidenza alla luce dell'amore eterno. Non ci resta che possedere le nostre anime con pazienza, e tutto sarà chiaro. Il problema della vita di Giobbe era finalmente risolto. Quando la nostra sarà resa chiara, non farà che aumentare la nostra stupefacente gratitudine per la profondità dell'amore che Dio aveva nascosto nel suo cuore. - W.F.A
14 Se io peco, allora tu mi segna; piuttosto, se ho peccato, allora tu mi hai osservato. Tu hai preso nota di tutti i miei peccati così come li ho commessi, e li hai conservati nella tua memoria. E tu non mi assolverai dalla mia iniquità. Hai ancora questo registro delle mie offese contro di me, e non posso aspettarmi che tu me ne assolva. Senza qualcuno che li espi, gli uomini non possono essere assolti dai loro reati
15 Se sono malvagio, guai a me! Se, nel complesso, questo resoconto dei miei peccati è tale che io sia dichiarato colpevole davanti a Dio, allora accetto la mia condanna. Guai a me! Devo sottomettermi a soffrire. E se sono giusto, non alzerò il capo. Se, al contrario, si ammette che non ho peccato così gravemente da essere dichiarato ingiusto, anche allora non berrò; Non mi esalterò; Non alzerò la testa come se fossi senza peccato. Sono pieno di confusione. Questa clausola non deve essere separata dall'ultima. Il senso continua: "Non alzerò la mia testa (essendo come sono) pieno di confusione", o "di vergogna", attraverso la consapevolezza delle mie imperfezioni (vedi la Versione Riveduta). Perciò vedi la mia afflizione, anzi vedi le mie afflizioni. Il senso dato nella Versione Autorizzata è sostenuto da Rosenmuller, Deuteronomio Wette, Stanley Leathes e Merx, e difeso dal canonico Cook, ma osteggiato da Schultens, dal professor Lee e dai nostri revisori. Se accettiamo le opinioni di questi ultimi, l'intero passaggio sarà così: "Se fossi [pronunciato] malvagio, guai a vacillare, ma se giusto, non alzerò il mio capo, essendo [come sono] pieno di confusione, e vedendo le mie afflizioni". Giobbe vede ancora le sue afflizioni come segni del disfavore di Dio, e quindi prove della sua peccaminosità
16 Poiché aumenta. Tu mi dai la caccia. Questo passaggio è molto oscuro, ed è stato preso in molti sensi molto diversi. Nel complesso, non è chiaro se si possa attribuirle un significato migliore di quello della Versione Autorizzata: "Poiché la mia afflizione aumenta" o "è in continuo aumento". Tu mi dai la caccia; " cioè tu mi perseguiti continuamente con le tue piaghe, le tue "frecce",Giobbe 6:4 le tue "piaghe",Giobbe 9:17 le tue frecce avvelenate.Giobbe 6:4 Tu non mi dai tregua, perciò sono sempre consapevole delle mie afflizioni. Come un leone feroce. Schultens considera Giobbe come il leone, e così Jarchi e altri. Ma la maggioranza dei commentatori è dell'opinione che il leone sia Dio.Isaia 31:4 38:13 Geremia 25:38 Osea 5:14 13:7,8 E di nuovo ti mostri meraviglioso su di me; oppure, mi tratti meravigliosamente; cioè "in-flest su di me strane sofferenze o meravigliose"
17 Tu rinnovi i tuoi testimoni contro di me. Ogni nuova calamità che Giobbe subisce è una nuova testimonianza che Dio è dispiaciuto di lui, sia ai suoi occhi, sia a quelli dei suoi "consolatori". La sua malattia progrediva senza dubbio continuamente e andava di male in peggio, così che ogni giorno sembrava che una nuova calamità si abbattesse su di lui. e accresce la tua indignazione su di me; cioè "fa apparire sempre più evidentemente che tu sei adirato con me". I cambiamenti e la guerra sono contro di me; piuttosto, cambiamenti e un ospite; cioè attacchi che cambiano continuamente: tutta una serie di essi, o "host dopo host" (margine della versione riveduta), vengono contro di me
18 Perché dunque mi hai fatto uscire dal seno materno? Una ricorrenza alla sua lamentela originale;Giobbe 3:3-10 come se, dopo un'attenta riflessione, fosse tornato alla convinzione che la radice di tutta la faccenda -- la cosa reale di cui poteva giustamente lamentarsi -- era che egli era sempre nato vivo nel mondo! Oh, se avessi rinunciato al fantasma! Prima della nascita, o nell'atto della nascita.
Così - Giobbe 3:11 E occhio non m'aveva visto! "Nessun occhio", cioè, "aveva guardato il mio volto vivente". Per allora
Versetti 18-22. - Giobbe a Dio: il progresso della terza controversia: Una vecchia denuncia è stata rinnovata
IO DISPREZZATO UNA GRANDE MISERICORDIA. Vita. "Perché dunque mi hai tratto fuori dal grembo materno?" (Versetto 18). Giobbe qui annuncia un'importante verità, che l'estrazione di un bambino dal grembo materno è praticamente opera di Dio,Salmi 22:9; 71:6 ma commette anche un peccato nel considerare come una cattiva fortuna ciò che, giustamente ponderato, avrebbe dovuto essere considerato una benedizione preziosa. La vita, così come Dio la dona, è un dono prezioso; anche se spesso, come l'uomo lo fa, si rivela una terribile maledizione. L'ingratitudine di Giobbe era tanto più riprovevole in quanto nel suo caso la vita era stata coronata da misericordie: con grandi ricchezze materiali, con vero godimento domestico, con un'immensa influenza sociale, con una ricca grazia spirituale, con un palpabile favore divino
II UN PECCABILE RIMPIANTO INDULGENTE. Che non era stato portato dal grembo materno alla tomba. «Oh, se avessi rinunciato al fantasma e nessun occhio mi avesse visto!» (Versetto 18). Il rimpianto di Giobbe fu:
1. Peccaminoso; in quanto sottovalutava un dono divino
2. Innaturale; poiché contraddiceva l'istinto di amore per la vita che il Creatore ha impiantato in tutte le sue creature
3. Sciocco; perché, sebbene Giobbe fosse così sfuggito alle sofferenze corporali, avrebbe anche perso molta felicità e molte opportunità di glorificare Dio facendo il bene e sopportando l'afflizione
4. Sbagliato; come se Giobbe fosse stato portato dal grembo materno alla tomba, la sua aspettativa: "Sarei dovuto essere come se non fossi esistito" non si sarebbe rivelata corretta. Il bambino che apre gli occhi sulla terra semplicemente per richiuderli non ritorna nel grande grembo del nulla quando la sua minuscola forma si deposita nella polvere. Il fatto che sia un corno nella razza di Adamo lo rende immortale. La dottrina dell'annientamento, se non è assolutamente non filosofica, è certamente innaturale e antiscritturale
III UN'APPASSIONATA SUPPLICA OFFERTA. Per una breve tregua in mezzo alle sue sofferenze. "Non sono forse pochi i miei giorni? cessa dunque e lasciami stare, così che io possa trovare un po' di conforto"
1. La preghiera. "Lasciami in pace." Giobbe desiderava ardentemente un momentaneo sollievo dai suoi problemi. Pochi malati sono privi di tali interludi di agio. Dio mitiga misericordiosamente la tristezza umana concedendo brevi periodi di sollievo; altrimenti gli uomini sarebbero schiacciati e la fine dell'afflizione sconfitta
2. Lo scopo. «Che io possa essere un po' allegro». Giobbe non poteva rallegrarsi mentre era tormentato da un dolore incessante e perseguitato da una paura continua. Solo l'alzata della mano di Dio avrebbe rimosso il peso dal suo cuore e la nuvola dalla sua fronte. E questo lo riteneva desiderabile prima di andare nel mondo sotterraneo. La maggior parte degli uomini simpatizzerà con Giobbe nel desiderare un breve periodo di libertà dal dolore prima di passare nel mondo eterno, per poter calmare il loro spirito, per raccogliere i loro pensieri, per preparare le loro anime per l'ultimo conflitto e il grande aldilà
3. Il patteggiamento. "Non sono forse pochi i miei giorni?" Giobbe si credeva sull'orlo della tomba. In questo, però, si sbagliava. La maggioranza degli uomini si ritiene più lontana dal mondo invisibile di quanto non lo sia realmente,1Samuele 20:3, ma a volte chi soffre si giudica più vicino alla fine della vita di quanto non si dimostri alla fine. Se il primo è un peccato di presunzione, il secondo è un errore causato da una fede debole. Se la prima è peculiare della giovinezza e della salute, la seconda non è infrequente della sofferenza e dell'età
IV UN TRISTE FUTURO DIPINTO. Ade. La regione malinconica, in cui Giobbe prevedeva una partenza quasi istantanea, non era la tomba, che era, propriamente parlando, solo il ricettacolo del cadavere; ma lo Sceol, dimora degli spiriti defunti. Come concepito da Giobbe e da altri santi dell'Antico Testamento, questo non era un luogo in cui lo spirito disincarnato trovava l'annientamento o sprofondava nell'incoscienza, ma un regno in cui lo spirito, esistendo separatamente dal corpo, conservava la sua autocoscienza. Eppure l'oscurità che sovrastava questa terra silenziosa e impenetrabile era tale da renderla estremamente poco attraente. Era una terra di:
1. Esilio perpetuo. "Prima che io vada da dove non tornerò" (Versetto 21); "il paese inesplorato, dalla cui porta nessun viaggiatore ritorna" (Amleto, atto 3. sc. 1)
2. Fitta oscurità. "Una terra di tenebre, come l'oscurità stessa" (Versetto 22). Quattro termini diversi sono impiegati per descrivere l'oscurità di questo lugubre mondo; il primo
usato in - Genesi 1:2 probabilmente raffigura una condizione di cose su cui la luce non è ancora sorta; il secondo rappresenta questa regione senza luce come l'ombra della morte, cioè il velo che la morte stende intorno agli occhi degli uomini; il terzo che presenta queste tenebre come ciò che copre o circonda tutte le cose; e il quarto che indica la completa irradiazione della luce, l'oscurità più profonda e più densa. Il poeta termina con l'aggiungere questo orribile quadro: "E la luce è come la fitta oscurità", intendendo dire che in quella regione dolente la luce del giorno o il mezzogiorno sono come l'oscurità di mezzanotte della terra: "non la luce, ma l'oscurità visibile" (Milton, "Paradise Lost", vol. 1)
3. Disordine completo. Una terra "senza alcun ordine" (Versetto 22); cioè senza forma o contorno, essendo ogni oggetto così avvolto nell'oscurità da sembrare privo di forma, o senza successione regolare, come del giorno e della notte; un regno senza luce, senza bellezza, senza forma, senza ordine; un oscuro caos sotterraneo pieno di pallidi fantasmi, in attesa in relativa inattività durante quella "notte in cui nessun uomo può lavorare, " per l'alba del mattino della risurrezione. A tutto ciò si contrapponga il Paradiso cristiano, dove gli spiriti dei giusti resi perfetti sono ora per sempre con il Signore; non un esilio da cui non si tornerà più, ma un paese migliore, anzi paradisiaco, da cui non si uscirà più;
Ri 3:12 non una regione di tenebre, ma un luminoso reame di luce;
Ri 21:23 non un caos di confusione, ma un glorioso cosmo di vita, ordine e bellezza.
Ri 21:1
Imparare:
1. Il pericolo di un'afflizione non santificata
2. Il potere di Satana sul cuore umano
3. La miopia del senso e della ragione
4. La correttezza di essere sempre pronti per la nostra partenza nel mondo invisibile
5. Il valore del Vangelo, che ha portato alla luce la vita e l'immortalità
6. Il vantaggio posseduto da coloro che vivono sotto la dispensazione del Vangelo
7. La maggiore responsabilità di coloro che godono di una luce più grande di quella di Giobbe
19 Avrei dovuto essere come se non lo fossi stato; Avrei dovuto essere portato dal grembo materno alla tomba. Un'esistenza così breve sarebbe stata la cosa più vicina a nessuna esistenza, e avrebbe ugualmente soddisfatto i miei desideri
20 I miei giorni non sono pochi? Fermati dunque e lasciami stare, così che io possa trovare un po' di conforto. Qui Giobbe ritorna dai vaghi desideri e dalle aspirazioni oziose alla realtà effettiva -- i fatti del caso -- e chiede: "Non è forse breve il tempo che ho ora a disposizione? La mia malattia non deve forse pormi fine in un brevissimo spazio? In caso affermativo, non posso fare una richiesta? La mia supplica è che Dio 'cessi' da me, mi conceda una tregua, 'mi lasci stare' per un breve periodo, rimuova la sua mano pesante e mi permetta di 'prendere un po' di conforto', recuperare le mie forze e ottenere un po' di respiro, prima della mia fine effettiva, prima che arrivi il tempo della mia discesa nello Sceol", che è allora (Versetti. 21, 22). Il parallelo conSalmi 39:13 è sorprendente
21 Prima che io vada da dove non tornerò.
comp. - Giobbe 7:9 - ; e vedi - 2Samuele 12:23 fino alla terra delle tenebre e all'ombra della morte. L'idea di Giobbe del ricettacolo dei morti, sebbene abbia alcune analogie con il mondo sotterraneo egiziano, e ancor più con le concezioni greche e romane dell'Ade o di Orco, derivava probabilmente da Babilonia, o Caldea, su cui confinava la terra che abitava.Giobbe 1:17 Era all'interno della terra, di conseguenza buio e senza sole (confronta le Ombre dei Romani, e νεκρων κευθμωνα και σκοτου πυλας), profondo,Giobbe 11:8 tetro, fissato con cinture e.Giobbe 17:16 I Babilonesi ne parlavano come "la dimora delle tenebre e della carestia, dove la terra era il cibo degli uomini, e il loro nutrimento argilla; dove la luce non si vedeva, ma nelle tenebre abitavano; dove i fantasmi, come uccelli, sbattevano le ali; e dove, sulle porte e sugli stipiti, la polvere giaceva indisturbata" (Transactions of the Society of Biblical Archaeology, vol. 1. p. 118)
Versetti 21, 22.- La terra delle tenebre
LA MORTE SEMBRA CONDURRE IN UNA TERRA DI OSCURITÀ
1. Non riusciamo a vedere cosa c'è oltre. La scienza non può penetrare questo mistero di misteri. Nella migliore delle ipotesi può solo supporre vagamente l'esistenza di un "universo invisibile". La filosofia può ragionare sull'immortalità dell'anima, ma non può gettare luce nella tomba. La mente si scaglia invano contro l'orribile muro che la separa dal mondo dell'aldilà. Uno dopo l'altro i nostri amici più intimi ci lasciano, e le porte buie si aprono per accoglierli, ma non esce mai un raggio di luce, e "il resto è silenzio"
2. Ci ritraiamo per istinto naturale dalla morte. Per quanto possiamo ragionare, la tomba è un orrore per noi. Popoli la terra dei morti con il terrore dell'immaginazione. La Rochefoucauld dice: "Né il sole né la morte possono essere guardati con fermezza", "La morte è una cosa spaventosa. … Morire, e andare, non sappiamo dove, giacere in una fredda ostruzione, e marcire; Questo movimento caldo e sensibile per diventare una zolla impastata; e lo spirito deliziato a bagnarsi in inondazioni infuocate, o a risiedere in emozionanti regioni di sottovento dalle spesse costole; Essere imprigionato nei venti invisibili, e soffiato con inquieta violenza intorno al mondo pendente, o essere peggio del peggio di quelli, che pensieri illegali e incerti immaginate ululare! La vita mondana più stanca e più detestata che fa, il dolore, la penuria e la prigionia possono posare sulla natura, è un paradiso per ciò che temiamo della morte.(Shakespeare.)
II SE LA MORTE CONDURRÀ IN UNA TERRA DI TENEBRE DIPENDE DALL'USO CHE FACCIAMO DELLA VITA. La natura, la scienza, la filosofia, tutto lascia oscuro il futuro. Ma Dio ha sollevato il velo nel Vangelo abbastanza da darci guida, avvertimento e consolazione. Dalla rivelazione di Cristo impariamo che la terra invisibile non deve essere un luogo di terrore e di oscurità. Che cosa sarà dipende dalla nostra condotta attuale
1. La morte conduce il peccatore impenitente in una terra di tenebre. Per lui gli orrori dell'immaginazione non possono essere troppo neri. Nessuno può concepire la gelida desolazione delle "tenebre di fuori", la terribile disperazione di vedere la "porta chiusa" su un'anima respinta. Le tenebre consisteranno nella separazione da Dio, dalla compagnia benedetta, dalla gioia, dalla vita, perché l'esistenza futura dei perduti non è mai chiamata vita futura. Le parole dolorose di Giobbe non sono troppo forti per il destino delle anime perdute
2. La morte conduce il popolo di Dio in una terra di luce. L'oscurità del vecchio mondo del bosco viene dissipata da Cristo, che ha "portato alla luce la vita e l'immortalità per mezzo del vangelo". Qui abbiamo un grande progresso dal punto di vista dell'Antico Testamento: "La risurrezione di Cristo ha gettato un fiume di luce nelle regioni dell'aldilà. Ci ha mostrato una "terra di leal", dove i beati dimorano nella luce eterna San Paolo potrebbe persino desiderare di andarsene e stare con Cristo, considerandolo un guadagno. Tutti coloro che si sono convertiti dal peccato a Cristo possono disprezzare le tenebre della morte, poiché questa non è che la porta della dimora della vita eterna. - W.F.A
22 Una terra di tenebre, come l'oscurità stessa; o, una terra di fitte tenebre (vedi la Versione Riveduta). E dell'ombra della morte, senza alcun ordine. L'assenza di ordine è una caratteristica nuova e peculiare. Non lo troviamo negli altri racconti dell'Ade. Ma conferisce ulteriore orrore e stranezza alla scena. E dove la luce è come l'oscurità. Non dunque assolutamente senza luce, ma con una luce che Milton chiama "oscurità visibile"
Illustratore biblico:
Giobbe 10
1 CAPITOLO 10
Giobbe 10:1
La mia anima è stanca della mia vita.
Sulle cause per cui gli uomini sono stanchi della vita:
Un sentimento che certamente, se una situazione può giustificarlo, era ammissibile nel caso di Giobbe. Esaminiamo in quali circostanze questo sentimento può essere considerato scusabile; in che cosa significa essere ritenuti peccaminosi; e sotto quali restrizioni possiamo, in qualsiasi occasione, essere autorizzati a dire: "La mia anima è stanca della mia vita".
(I.) Come il sentimento di un uomo scontento. presso i quali è l'effusione di milza, l'irritazione e l'insoddisfazione per la vita, derivanti da cause né lodevoli né giustificabili
1.) Questa stanchezza della vita si trova spesso tra gli oziosi. Hanno così tante ore libere e non sanno come riempire il loro tempo, che il loro spirito sprofonda completamente. Gli oziosi sono condannati a subire la punizione naturale della loro inattività e follia
2.) Tra i lussuosi e dissipati, tali lamentele sono ancora più frequenti. Hanno corso l'intera corsa del piacere, ma l'hanno corsa con una velocità così sconsiderata che termina con la stanchezza e l'irritazione dello spirito. Sazi, stanchi di se stessi, scoppia il lamento di una vita odiosa e di un mondo miserabile. La loro stanchezza non è altro che il giudizio di Dio che li raggiunge per i loro vizi e le loro follie. Le loro lamentele di miseria non hanno diritto a nessuna compassione. Sono gli autori della loro stessa miseria
3.) Poi ci sono quelli che hanno amareggiato la vita a se stessi con la consapevolezza di azioni criminali. Non c'è da meravigliarsi che tali persone perdano il gusto per la vita. Alle lamentele di tali persone non può essere fornito alcun rimedio, se non quello che nasce dall'amarezza di un sincero e profondo pentimento
(II.) Come il sentimento di coloro che si trovano in situazioni di disagio. Questi sono così variamente moltiplicati nel mondo, e sono spesso così opprimenti, che certamente non è raro sentire gli afflitti lamentarsi di essere stanchi della vita. Le loro lamentele, se non sempre ammissibili, sono certamente più scusabili di quelle che scaturiscono dalle fonti di insoddisfazione già menzionate. Essi soffrono, non tanto per la loro cattiva condotta, quanto per la nomina della Provvidenza; e quindi alle persone che si trovano in questa situazione può sembrare più necessario offrire consolazione che dare ammonimento. Tuttavia, poiché i mali che producono questa impazienza di vivere sono di vario genere, bisogna fare una distinzione tra le situazioni che più possono giustificarla
1.) L'esclamazione può essere causata da un dolore profondo e travolgente. A partire dal lutto
2.) O da grandi rovesci di fortuna mondana. Alle persone colpite da tali calamità è dovuta simpatia
3.) Persistenza di una malattia lunga e grave. In questo caso la lamentela di Giobbe può essere certamente perdonata più che in qualsiasi altro caso
(III.) Come il sentimento di coloro che sono stanchi della vanità del mondo. Stanco dei suoi insipidi piaceri e del suo circolo perennemente girevole di sciocchezze e follie. Si sentono fatti per qualcosa di più grande e più nobile. In questa visione il sentimento del testo può talvolta essere quello di un uomo devoto. Ma, per quanto sincera, la loro devozione non è del tutto razionale e castigata. Guardiamoci da tutte le raffinatezze immaginarie che producono un totale disgusto per la nostra condizione attuale. Sono per la maggior parte innestati su ricerche deluse, o su una mente malinconica e splenetica. Questa vita può non essere paragonabile a quella a venire, ma così com'è, è il dono di Dio. Una delle grandi cause per cui gli uomini si stancano della vita si fonda sulle opinioni errate che si sono formati su di essa e sulle false speranze che ne hanno nutrito. Si aspettavano una scena di gioia, e quando incontrano delusioni e angosce, si lamentano della vita come se li avesse ingannati e traditi. Dio non ordinò all'uomo sulla terra un possesso simile a quello del piacere continuo. Per gli scopi più saggi Egli ha progettato il nostro stato in modo che fosse punteggiato di piacere e dolore. Come tale, accogliamola, e facciamo il meglio di ciò che è destinato ad essere il nostro destino. (Hugh Blair, D.D.)
La stanchezza della vita e i suoi rimedi:
C'è un amore per la vita che non dipende affatto da noi stessi, e che non possiamo fare a meno di provare in ogni momento. È il puro istinto della nostra natura mortale. E la vita merita la nostra stima e la nostra cura. Eppure esiste una cosa come la stanchezza della vita. Gli uomini possono essere pronti a dire: "La mia anima è stanca della mia vita".
(I.) Dal loro stesso abuso peccaminoso della vita e delle sue benedizioni. L'umanità di solito si aspetta troppo dalla vita presente. Alcuni cercano di trovare questo godimento ingiustificato nelle cose terrene, portando all'eccesso ogni soddisfazione, dedicandosi completamente all'amore dei piaceri presenti. Naturalmente provano delusione in questa ricerca vana e peccaminosa, come Dio voleva che facessero. Si stancano di se stessi e si stancano della vita; e tutto ciò puramente a causa della loro stessa follia nel pervertire la loro via e nell'abusare dei buoni doni di Dio. Altri desiderano solo gratificazioni lecite e le cercano in modo ordinato. Si propongono persino a se stessi di essere utili nella vita. Essi pianificano molto saggiamente, e procedono in modo molto lodevole sotto tutti gli aspetti tranne uno, e questo è, che stanno semplicemente guardando alla creatura, e lasciando Dio, in larga misura, fuori dalla vista. Essi cercano la loro felicità più nel godimento dei Suoi doni, che nel porsi l'obiettivo di compiacere il grazioso Donatore di tutti loro. Anche questi sono delusi. I loro piani sbagliano; o, se ci riescono, essi stessi non trovano in essi nulla di simile alla soddisfazione della loro natura immortale. Cominciano a biasimare questo mondo, a incolpare i loro simili, e a stancarsi persino della vita. Lo stesso fecero Salomone, Acab e Aman. Questa stanchezza della vita non sarebbe biasimevole se si vedesse che ha il buon effetto di frenare le aspettative smodate degli uomini dai piaceri presenti. Ma di solito non serve a scopi così salutari. Questa stanchezza è una delle creazioni dell'uomo. Gli uomini cercano di fare in modo che la parte animale della loro natura soddisfi anche i bisogni della loro parte spirituale
(II.) Dai loro dolori nella vita, e dalla loro perdita o mancanza delle sue benedizioni. Quando gli oggetti della nostra cura e del nostro affetto soffrono di angoscia, o ci vengono portati via, dobbiamo soffrire gravemente, e non ci è proibito farlo. Ma siamo avvertiti di non essere "sopraffatti da molto dolore", e c'è il pericolo di indulgere anche a pene scusabili, finché non siamo pronti a dire: "L'anima mia è stanca della mia vita". Allora "noi" mostriamo che stiamo dimenticando l'uso di queste afflizioni e dolori, e sconfiggiamo la fine stessa di questi dolori. La fornace dell'afflizione è la raffinazione delle nostre anime
(III.) Dalla loro incapacità di godere delle benedizioni della vita. I dolori fisici, la salute malata e in decomposizione, non solo causano angoscia ai nostri sentimenti naturali, ma ci impediscono anche di adempiere quei doveri in cui potremmo trovare sollievo da molti dolori e problemi mentali. Nell'agonia estrema del dolore, la vita non può essere sentita come nient'altro che un peso. Molti, pur essendo liberi da eccessive torture corporali, sono tuttavia costretti a possedere "mesi di vanità" e ad avere "notti estenuanti". Sopportare tali prove senza essere stanchi della vita non è un compito facile. Ma non può mai convenire a nessuno esprimere la stanchezza di quella vita che Dio, nella sua sapienza, ritiene opportuno prolungare. Chi continua a soffrire può avere molto da fare e molto da imparare. Non stancarti della vita mentre sei in cammino per acquisire una maggiore accoglienza per il cielo
(IV.) Dai desideri spirituali di una vita migliore, e le sue migliori benedizioni. C'è una stanchezza della vita che scaturisce da un forte sentimento della religione stessa, che siamo troppo inclini a scusare, o addirittura desiderosi di assecondare. Si trova nei giovani emotivi sotto le prime impressioni serie; e in coloro che sono occasionalmente visitati con alte soddisfazioni di natura spirituale; e in coloro che sono oppressi dal potere di una natura malvagia, e che assistono a gran parte della malvagità del mondo. Essi sono sconfitti nel bene che desideravano compiere, e sono angosciati dal prevalere nei loro cuori del male che volevano vincere. Sono pronti a dire con il Salmista: "Oh, se avessi le ali come una colomba! allora fuggirei e mi riposerei". Ma è ingiustificabile preferire il cielo alla terra, solo per il bene della propria comodità e gratificazione. Farlo è più un segno di egoismo che di santificazione dello spirito. (J. Brewster.)
Grande musica senza lamentarsi:
In un affascinante saggio sulla musica, uno scrittore recente ha raccolto molto in una frase eloquente. Parla dei vari stati d'animo dei capolavori della musica mondiale: il romanticismo, il dolore, l'aspirazione, la gioia, la sublimità in essi espressi, e aggiunge che c'è solo uno stato d'animo per sempre non rappresentato, perché "la grande musica non si lamenta mai". Agisce prima, questo sembra troppo ampio. Ricordiamo tante tonalità minori, tanti accordi tragici, nella musica migliore. Ma, man mano che ci pensiamo più a lungo, diventa sempre più vero. La grande musica ha le sue tonalità minori, i suoi passaggi patetici, le sue note struggenti, struggenti; ma portano sempre all'aspirazione, alla speranza, alla rassegnazione e alla pace. In loro non c'è una semplice lamentela. Il motivo, dopo tutto, è semplice. La lamentela è egoistica, e la musica alta, come ogni altra grande arte, dimentica se stessi nelle cose più grandi. La nota lamentosa non ha posto possibile nelle armonie nobili, anche se tristi. Quindi, se vogliamo fare musica della nostra vita, dobbiamo imparare a omettere la lamentela. Alcuni giovani pensano che sia piuttosto bello e nobile essere scontenti, lamentarsi dell'ambiente ristretto, soffermarsi sulle note minori. Ma è bene ricordare che l'unica cosa da evitare nel canto è un lamento nella voce; e il piagnucolare è pericolosamente vicino a qualsiasi forma di pathos. "La grande musica non si lamenta mai". Questo è un buon motto da appendere al muro della propria mente, sulla nostra tastiera dei sentimenti, per così dire. Le armonie della nostra vita saranno più coraggiose e dolci quanto più seguiremo questo pensiero. Senza di essa, l'agitazione e la discordia arriveranno, e rovineranno la musica che potrebbe essere, e che è destinata ad essere. (Età cristiana.)
2 CAPITOLO 10
Giobbe 10:2
Non condannarmi.
Il grido di penitenza:
(I.) Questo è il linguaggio di un penitente sincero. Esprime il timore della condanna e la paura di future punizioni. Questa impressione è risvegliata da...
1.) Il ricordo dei peccati passati
2.) Da un senso di sofferenza presente
(II.) Implica che ci sono alcune persone che Dio certamente condannerà. La sentenza di "partire" sarà pronunciata dal giusto Giudice, e sarà rivolta specialmente a tre classi di individui. A coloro che non pregano, a coloro che sono ipocriti e a coloro che vivono nella pratica abituale del peccato
(III.) Ci indirizza verso i mezzi con cui questa frase finale può essere evitata
1.) Devi giustificare il carattere e la condotta di Dio
2.) Fai un riconoscimento umile e sincero della tua peccaminosità
3.) Acconsenti allegramente al metodo della misericordia divina
(IV.) Suggerisce alcuni motivi importanti per produrre nelle nostre menti un vero ed evangelico pentimento
1.) La prima classe di motivi è rivolta alle nostre paure
2.) Dagli sforzi dello Spirito
3.) Dalla gloriosa dispensazione sotto la quale viviamo. (Ricordo congregazionale dell'Essex.)
Mostrami perché contendi con me.
I dolci usi dell'avversità:
Ci basta un breve sguardo per scoprire che se Dio contende con l'uomo, deve essere una contesa di misericordia. Ci deve essere un disegno d'amore in questo. Indirizzo-
(I.) Il figlio di Dio. A volte mettere in discussione Dio è malvagio. Ma questa è una domanda che ci si può porre
1.) La mia prima risposta da parte di Dio è questa: può darsi che Dio stia contendendo con te, per poter mostrare la Sua potenza nel sostenerti. Egli ama sentire i Suoi santi processati, affinché il mondo intero possa vedere che non c'è nessuno come loro sulla faccia della terra. Che nobile opera è questa, che mentre Dio getta giù Suo figlio con una mano, lo sostenga con l'altra. Questo è il motivo per cui Dio contende con te; per glorificare Se stesso mostrando agli angeli, agli uomini, ai diavoli, come può mettere tale forza nel povero e gracile uomo, da poter contendere con il suo Creatore, e diventare un principe prevalente come Israele, che come principe aveva potere presso Dio e prevalse
2.) Il Signore sta facendo questo per sviluppare le tue grazie. Ci sono alcune delle tue grazie che non sarebbero mai state scoperte se non fosse stato per le tue prove. La tua fede non è mai così grandiosa in estate come in inverno. L'amore è troppo spesso come una lucciola che mostra poca luce, tranne che in mezzo all'oscurità circostante. La speranza stessa è come una stella, che non si vede al sole della prosperità, ma si scopre solo nella notte delle avversità. È la crescita reale il risultato di queste prove. Dio può togliervi le comodità e i privilegi, per rendervi cristiani migliori
3.) Può darsi che il Signore contenda con te perché hai qualche peccato segreto che ti sta facendo un grave danno. Le prove spesso scoprono peccati, peccati che non avremmo mai dovuto scoprire se non fosse stato per loro. Le case in Russia sono molto infestate da ratti e topi. Forse un estraneo non li noterebbe all'inizio, ma il momento in cui li scopri è quando la casa è in fiamme, allora si riversano in moltitudini. E così Dio a volte brucia le nostre comodità per esaurire i nostri peccati nascosti; e poi ci permette di colpirli sulla testa e di sbarazzarci di loro. Questa potrebbe essere la ragione della vostra prova, per porre fine a qualche peccato a lungo alimentato; o per prevenire qualche peccato futuro
4.) Dobbiamo avere comunione con Cristo nelle Sue sofferenze, essendo resi conformi alla Sua morte. Non hai mai pensato che nessuno può essere come l'Uomo del Dolore, a meno che non abbia anche lui dei dolori? Non pensare di poter essere come la testa coronata di spine, eppure non sentire mai la spina. Dio ti sta scalpellando, tu non sei che un blocco grezzo, ti sta trasformando nell'immagine di Cristo; e quello scalpello affilato sta portando via molto di ciò che ti impedisce di essere come Lui. Dolce è l'afflizione che ci dà comunione con Cristo
5.) Può darsi che il Signore contenda con te per umiliarti. Siamo tutti troppo orgogliosi. Avremo molti colpi prima di essere portati al bersaglio giusto; ed è perché ci alziamo così continuamente, che Dio ci mette giù di nuovo così continuamente
(II.) Rivolgiti al peccatore che cerca. Chi potrebbe chiedersi di non aver trovato pace o conforto. Forse...
1.) Dio sta contendendo con te per un po', perché non sei ancora completamente risvegliato. Cristo non guarirà la tua ferita finché non l'avrà sondata fino al suo nucleo
2.) Dio potrebbe essere in lotta con te per mettere alla prova la tua serietà
3.) Forse stai covando qualche peccato
4.) Forse non comprendi a fondo il piano di salvezza. (C. H. Spurgeon.)
Il disegno di Dio nell'afflizione:
Gli uomini buoni che si sono distinti in una particolare virtù hanno talvolta fallito deplorevolmente nel suo esercizio, ad esempio Mosè, Pietro, Giobbe. Il testo si riferisce a una stagione di grave afflizione. Lo spirito di Giobbe fu oppresso; la sua mente era tormentata; era pieno di confusione; e non ci meravigliamo che il suo linguaggio tradisca la perplessità che provava
(I.) Un uomo buono ha conversazione con Dio. In ogni circostanza, sia di agio che di dolore, di salute o di malattia, egli pensa al suo Dio e apprezza molto la comunione con Lui. Nell'afflizione parliamo a noi stessi; parliamo con i nostri amici; ma il nostro miglior impiego è conversare con Dio. Nel nostro avvicinamento a Lui, Egli ci permette di esprimere tutto ciò che interessa alla nostra mente, di esprimere i sentimenti più intimi del nostro cuore
(II.) Un uomo buono depreca un male. "Non condannarmi". Giobbe si riferisce probabilmente al sentimento dei suoi amici. Hanno frainteso il suo carattere. Giobbe dice a Dio: "Non condannarmi". Senza dubbio Giobbe aveva una visione bassa di se stesso agli occhi di Dio. Questo vale per noi stessi. Meritiamo la condanna di Dio? Che cosa dobbiamo invocare per arrestare il giudizio? Niente di meno che la mediazione di Cristo
(III.) Un brav'uomo sollecita un favore. "Mostrami perché contendi con me". "Affliggere" è una parola migliore qui di "contendere". È una richiesta giustificata, una preghiera piena di decoro. L'afflizione viene da Dio, ed Egli ha in sé un disegno, che è importante per noi accertare. L'afflizione è mandata per convincere del peccato; per prevenire il peccato; come test di principi; promuovere la santità; per migliorare la nostra utilità. Che ne sai dunque del conversare con Dio, e come si migliora il privilegio? (T. Kidd.)
3 CAPITOLO 10
Giobbe 10:3-17
È forse bene per te opprimere?-
L'errata visione di Giobbe delle sue sofferenze:
(I.) Come incoerente con tutte le sue idee sul suo Creatore
1.) Come incoerente con la Sua bontà. "È bene per te opprimere, disprezzare l'opera delle tue mani?" Ti pensavo benevolo e misericordioso, ma nella mia sofferenza Ti sento maligno. C'è una forte tendenza in tutti gli uomini che soffrono a considerare l'Onnipotente come tutt'altro che buono
2.) Con la Sua giustizia. "E risplende sul consiglio degli empi". Giobbe vide intorno a sé uomini malvagi, forti e robusti nel corpo, vivaci negli spiriti animali e prosperi negli affari mondani, mentre colui che nel profondo del suo cuore simpatizzava per il diritto e per il Dio del diritto, era ridotto alla massima angoscia. Non è riuscito a vedere giustizia in questo
3.) Con la Sua grandezza. "Hai tu occhi di carne", ecc. Non posso conciliare le sofferenze con cui affliggi una creatura insignificante come me con la Tua onniscienza e la Tua eternità
(II.) Come un'ingiusta dimostrazione di potere arbitrario. "Tu sai che io non sono malvagio", ecc. Giobbe non si considera assolutamente santo. L'Onnisciente sapeva di non essere colpevole di quell'ipocrisia di cui i suoi amici lo avevano accusato. Dov'è, dunque, la giustizia delle sue afflizioni?
(III.) Come contrario a ciò che l'organizzazione divina e la preservazione della sua esistenza lo portavano ad aspettarsi. Nell'ottavo e nei due versetti seguenti egli attribuisce la formazione del suo corpo a Dio. Attribuisce anche il suo sostentamento. Sembrava stupito che il Dio che lo aveva così prodotto e sostenuto avesse così rovinato la sua bellezza, distrutto la sua salute e sopraffatto dalla miseria. Questa è, in verità, una perplessità per noi come per Giobbe
(IV.) Come sconcertanti tutti i tentativi di capire. "E queste cose le hai nascoste nel tuo cuore". Se c'è una ragione, è nel Tuo cuore chiuso e nascosto da me, e Io non posso raggiungerla. Più pensava, più Giobbe si imbarazzava con i misteri del suo essere. Conclusione-
1.) La grandezza della capacità dell'uomo di soffrire. A quale indicibile miseria e agonia era ora ridotto Giobbe, sia nell'anima che nel corpo
2.) L'assolutezza del potere di Dio su di noi. Siamo nelle Sue mani, tutti noi
3.) Il valore del cristianesimo come interprete della sofferenza. La grande "confusione" di Giobbe nella sua sofferenza sembrava nascere dall'idea che, a meno che un uomo non fosse un grande peccatore, non c'era motivo di grande sofferenza. Le afflizioni verso gli uomini buoni sono disciplinari, non punitive. (Omilestico.)
affinché tu disprezzi l'opera delle tue mani.
L'uomo è l'opera di Dio:
Giobbe allude agli artefici che, avendo fatto un pezzo eccellente, non lo distruggeranno né lo spezzeranno in pezzi; Sono molto teneri del loro lavoro, sì, sono inclini a vantarsi e a diventare orgogliosi di esso. L'uomo era il capolavoro di tutta la creazione visibile. Il Signore non deve vergognarsi, né disprezza alcuna parte della Sua opera, tanto meno questa, che è la parte migliore e più nobile di essa. Come il corpo, così l'anima dell'uomo è l'opera della mano di Dio. La sua potenza e la sua sapienza 50 'hanno operata e operano potentemente in essa. Per quanto riguarda la sostanza corporea, le creature più inferiori rivendicano parenti dell'uomo, ed egli può essere paragonato alla bestia che perisce; Ma per quanto riguarda l'anima, l'uomo li trascende tutti, e può sfidare la vicinanza, se non l'uguaglianza, con gli angeli. Prendi tre precauzioni
1.) Non siate orgogliosi di ciò che siete, tutto è opera di Dio. Quanto siate belli o avvenenti, quanto siate saggi o santi, non viene da voi stessi
2.) Non disprezzare ciò che gli altri sono o hanno; anche se non sono pezzi esatti, anche se non hanno doti eccellenti come voi, tuttavia sono ciò che la mano di Dio ha operato loro, e hanno ciò che la mano di Dio ha operato in loro
3.) Non disprezzate ciò che voi stessi siete; Farlo è un peccato, e un peccato molto comune. Gli uomini si vergognano di essere visti come Dio li ha fatti; Pochi si vergognano di vedere ciò che il diavolo ha fatto loro. Molti sono turbati dai piccoli difetti dell'uomo esteriore. Coloro che vengono dopo a Dio per riparare la Sua opera, per timore di essere disprezzati, non faranno altro che rendersi più spregevoli. (Giuseppe Caryl.)
8 CAPITOLO 10
Giobbe 10:8
Le tue mani mi hanno fatto.
La creazione, il pegno della tutela di Dio:
Anche se Giobbe giunse a una conclusione sbagliata, stava discutendo su un principio giusto. L'argomento del patriarca è questo: poiché siamo le creature, opera di Dio Onnipotente, possiamo aspettarci che Egli si prenda cura di noi, e che, in quanto Dio, qualsiasi condotta contraria possa giustamente suscitare sorpresa ed essere considerata in contrasto con il fatto riconosciuto che le mani divine ci hanno "fatti e modellati insieme tutt'intorno". Questo argomento è suscettibile di essere elaborato in molte forme istruttive. Il ricordo della nostra creazione dovrebbe animarci ad aspettarci forniture di grazia e istruzione. Alla benevolenza e alla bontà di Dio deve essere riferita la produzione delle moltiplicate tribù degli esseri viventi. Dio ha fatto sì che la vita pervada l'immensità perché, poiché Egli stesso è dappertutto, ha voluto che ovunque ci fossero oggetti della Sua munificenza, esseri dotati di capacità e provviste per il godimento. Ogni creatura può far risalire la sua origine alla benevolenza di Dio, e quindi ogni creatura potrebbe dedurre, dal fatto di essere stata formata, che il suo Creatore era pronto a soddisfare i suoi bisogni, sì, a soddisfare i suoi desideri, nella misura in cui quei desideri potevano essere legittimamente nutriti. Che cos'è per me la creazione, se non un registro della cura dell'Onnipotente nel provvedere alla mia felicità durante il mio soggiorno quaggiù? Penserò forse che sia improbabile che Dio prenda provvedimenti per il mio bene in riferimento a quell'eternità in cui devo entrare alla morte? Giobbe sembra ragionare che, invece di distruggerlo, ci si poteva aspettare che Dio che lo aveva fatto lo salvasse. È un argomento che va da ciò che era stato fatto per lui nella sua capacità naturale, a ciò che si sarebbe potuto cercare nella sua capacità spirituale. E la ragione di Giobbe è in ogni modo accurata. (Henry Melvill, B.D.)
12 CAPITOLO 10
Giobbe 10:12-16
La tua visitazione ha preservato il mio spirito.
Riconoscimento e appello a Dio:
Giobbe si rivolge a Dio come al suo Creatore, Conservatore e Benefattore; sembra chiedersi perché, conoscendo la sua fragilità, gli abbia imposto pesi come quelli che era chiamato a portare. Sembra che abbia sentito qualche difficoltà nel riconciliare le passate misericordie di Dio con le Sue presenti e afflittive dispensazioni. Eppure, in mezzo a tutto, egli riconosce che il suo Creatore aveva senza dubbio delle ragioni sagge, anche se a lui sconosciute, per le Sue dispensazioni. "Queste cose", disse, "le hai nascoste nel tuo cuore". Essi furono pianificati nei Tuoi consigli infinitamente saggi, santi e benefici, anche se imperscrutabili. "So che questo è con Te". Per me, in verità, è fonte di problemi e perplessità; ma per Te è chiaro. E poi, come se volesse uno sguardo alla giustizia della legge di Dio, da un lato, e, dall'altro, alla peccaminosità dell'umanità in generale, e in particolare alle sue trasgressioni personali, con un senso dell'imperfezione della sua migliore obbedienza, aggiunge: "Se sono malvagio, guai a me; e se sono giusto, non alzerò il capo. Sono pieno di confusione; guarda dunque la mia afflizione, perché aumenta".
(I.) In primo luogo, quindi, abbiamo il riconoscimento da parte di Giobbe dei suoi infiniti obblighi verso Dio. "Tu mi hai concesso la vita e il favore, e la Tua visitazione ha preservato il mio spirito".
1.) La benedizione della creazione. "Tu mi hai concesso la vita." Non attribuisce la sua esistenza al caso, o alla necessità; ma ne parla espressamente come di una concessione dell'Onnipotente; una sovvenzione concessa per gli scopi più saggi, benevoli e importanti. L'ateismo pratico è sempre troppo comune, anche tra molti che si professano e si definiscono cristiani. Quanto pochi, in confronto, sono abituati, come Giobbe, a riferire costantemente il loro essere a Dio; con una profonda impressione di ciò che Gli devono; con la convinzione pratica di non appartenere ai propri; e con il dovuto senso del loro obbligo di vivere per la Sua gloria. Tuttavia è certo che un abituale sentimento di riverenza verso Dio come nostro Creatore, sebbene non tutta la religione, ne sia una parte necessaria e indispensabile. Il Vangelo di Cristo, indicandoci altre verità, essenziali per essere da noi conosciuti come creature decadute e colpevoli, non trascura, ma al contrario dà per scontato e manifesta uniformemente questo primo vincolo naturale e inalterabile di unione tra il Creatore e le sue creature. La concessione della vita era il primo beneficio di cui eravamo in grado di godere, e aprì la strada a tutto ciò che seguì
2.) Ma al beneficio della creazione Giobbe aggiunge quello della conservazione. "La tua visitazione ha preservato il mio spirito". La stessa mano onnipotente che ha formato e animato la struttura umana, la sostiene in mezzo ai pericoli a cui è esposta in ogni momento. Non viviamo per caso, non più di quanto non siamo stati formati all'inizio per caso. L'assenza di un momento di quella visita divina che preserva il nostro spirito, basterebbe a ributtarci indietro: non sappiamo dove; tutte le nostre capacità di felicità, tutte le nostre speranze per questo mondo e quelle aspettative più luminose che, come cristiani, nutriamo oltre la tomba, sarebbero completamente spente. Questa potente e incessante visita del Creatore preserva tutte le cose nel loro rango e ordine stabiliti; e ad essa siamo debitori per la nostra continua capacità di partecipare alle benedizioni a cui la nostra creazione ci ha introdotto
3.) Per riassumere il tutto, Giobbe aggiunge la menzione di quel "favore" divino senza il quale la nostra creazione e conservazione non sarebbero state che l'inizio e il prolungamento della miseria. Con quanta densità, come interminabilmente i Suoi benefici si raggruppano intorno a noi! Di notte e di giorno, nell'infanzia e nell'età adulta, nell'infanzia e nella vecchiaia, nelle nostre relazioni personali e sociali, nelle nostre famiglie e nel mondo, nella malattia non meno che nella salute, nelle avversità non meno che nella prosperità, Egli riversa nel nostro calice benedizioni infinitamente superiori ai nostri meriti. E qui si apre davanti a noi la più meravigliosa di tutte le prove del Suo favore. Qui risplende su di noi la stupenda rivelazione della redenzione che è in Cristo. Qui vediamo perché anche il peccatore, al quale, in quanto peccatore, non può essere mostrata alcuna approvazione divina, è tuttavia risparmiato e coronato da così tanti benefici, in modo che possa volgersi al Dio che aveva abbandonato, cercare la misericordia che aveva disprezzato, ed essere guadagnato dalla longanimità che forse aveva profanamente reso un motivo per continuare nei suoi peccati. Sia che consideriamo l'orribile grandezza della nostra colpa, o la natura costosa del sacrificio fatto per espiare per essa, o la gratuità e l'ampiezza del perdono che ci è stato concesso; vedremo che questo fu davvero il culmine del favore divino; a cui la nostra creazione e conservazione non erano che preparatorie; e il cui risultato, per tutti coloro che umilmente se ne avvalgono, sarà un'eternità di felicità nel mondo a venire
(II.) Considera la relazione giudiziaria in cui egli descrive se stesso come in piedi nei Suoi confronti, e la sua consapevole colpa e confusione alla prospettiva. Avremmo potuto supporre che la sua descrizione espressiva delle passate misericordie di Dio sarebbe stata seguita dal più caloroso linguaggio di speranza e fiducia. E così sarebbe stato, se non si fosse fraposto alcun ostacolo. Gli angeli in cielo, nell'esaminare i benefici conferiti loro dal loro benefico Creatore, non mescolano ai loro sentimenti di amore e gratitudine alcun sintomo di apprensione o di allarme. Non sono "pieni di confusione", mentre osservano le misericordie di Colui che "ha concesso loro esistenza e favore, e la cui visita preserva il loro spirito". Le manifestazioni passate della traboccante munificenza di Dio sono per loro un pegno per il presente; e il presente per il futuro. Ma non è così per l'uomo, quando è debitamente consapevole dell'ingrato ritorno che ha fatto per i doni del suo Onnipotente Benefattore. Perché ogni relazione comporta alcuni doveri; e soprattutto, il rapporto di una creatura con il suo Creatore. Il vero legame di questa relazione, da parte dell'uomo, era l'amore perfetto, la fiducia e l'obbedienza. Gli fu data una legge da obbedire, ed era vincolato da ogni vincolo a obbedirvi. Una creatura, se fosse innocente, non tremerebbe per le conseguenze della propria condotta sotto una tale legge; Ma quali sono le circostanze reali dell'uomo? Giobbe sembra esporli, nel testo, sotto una triplice visione. Supponiamo, in primo luogo, un caso che può essere considerato come la media ordinaria del carattere umano, "Se peccato"; poi, un caso di particolare atrocità, "Se sono malvagio"; in terzo luogo, un caso di insolita rettitudine morale, "Se sono giusto" - e in tutto questo egli mostra la condizione in cui ci troviamo davanti a Dio
1.) "Se pangio, Tu mi segna e non mi assolverai dalla mia iniquità". Non sembra qui supporre un grado straordinario di dissolutezza; Non si afferma nulla di più di ciò che tutti noi riconosciamo essere applicabile a noi stessi; Chi è infatti colui che non pecca? Ma come si pone la nostra condizione sotto questo aspetto? Prima impariamo che Dio "ci segna"; Il Suo occhio onnisciente è su tutte le nostre vie. "Tu non mi assolverai." Com'è spaventosa la condizione di una creatura così esposta dalla sua condotta peccaminosa alla giusta ira del suo Creatore! Giobbe potrebbe esclamare: "Sono pieno di confusione". Chi infatti starà davanti a Dio quando Egli ne sarà dispiaciuto? Chi fermerà la sua mano quando sarà stesa per infliggere la punizione?
2.) "Se sono malvagio, guai a me". Il grado di colpa contrassegnato da questa espressione sembra essere più flagrante di quello implicito nella prima. La conclusione in questo caso è quindi molto chiara; poiché se ogni peccato è segnato, se l'iniquità non è seguita dall'assoluzione, allora guai davvero all'indurito, al trasgressore deliberato!
3.) "Se sono giusto, non alzerò il capo". Giobbe non può qui riferirsi alla perfetta e infallibile santità del cuore e della condotta, perché a un tale grado di santità nessun essere umano può rivendicare; se potesse, potrebbe giustamente alzare la testa; ma senza dubbio parla in modo comparativo, prendendo l'uomo nel suo stato migliore; scegliendo il più morale, il più retto; poi, in questo caso più favorevole, mostrando l'assoluta incompetenza dell'uomo di essere giustificato agli occhi del suo Creatore. Le nostre azioni migliori sono così imperfette, i nostri motivi più puri sono così misti che, lungi dal mettere in discussione le ricompense del merito, dobbiamo riconoscere, in base a un'indagine imparziale, di meritare la punizione della nostra disobbedienza aggravata. Agisce meglio, siamo servi inutili. "A noi appartiene la vergogna e la confusione del volto". Gli amici di Giobbe pensarono che volesse tentare questo esperimento; che si giustificò davanti a Dio; ma la sua afflizione gli aveva insegnato una lezione più adatta alla sua condizione fragile e decaduta: cosicché, invece di alzare il capo, il suo linguaggio era: "Ai quali, benché fossi giusto, non risponderei; ma io supplicherei il mio giudice"; o, nel sentimento corrispondente del testo: "Vedi la mia afflizione, perché aumenta".
(III.) Considera il suo umile appello a Dio perché abbia compassione di lui. Non rivendica alcun merito; non offre alcun dono. Aveva riconosciuto la misericordia di Dio verso di lui; e confessò la sua incapacità di stare davanti alla Sua giustizia. Qual è, allora, la sua speranza di fuga? È in sostanza il linguaggio del pubblicano, e di ogni vero penitente di ogni tempo: "Dio, abbi pietà di me, peccatore". La sua afflizione aumentava; Davanti a lui non c'era altro che disperazione; ma nella sua estrema cosa egli si applica, dove nessuno si è mai giustamente applicato invano, alla Fonte infinita della misericordia e della compassione. "Vedi la mia afflizione". Quanto è eccellente l'esempio che egli ci pone qui! In ogni esigenza della vita, o quando siamo oppressi dal peso dei nostri peccati davanti a Dio, rivolgiamoci a Colui che avrà compassione della nostra debolezza, allevierà i nostri dolori e perdonerà le nostre trasgressioni. Felice per noi che Egli non sia un Dio lontano, ma sia in ogni momento, per così dire, alla portata delle nostre umili suppliche. Avviciniamoci a Lui con il linguaggio di Giobbe; con ferventi riconoscimenti della Sua bontà e della nostra ingratitudine; della Sua infinita giustizia e della nostra ingiustizia; con l'autocondanna da un lato, e un'umile fiducia nella Sua misericordia in Cristo Gesù dall'altro, e allora guarderà con pietà la nostra afflizione, allora perdonerà tutte le nostre iniquità. Infatti, non appena Giobbe ebbe praticamente acquisito questa giusta visione di se stesso e di Dio; non appena ebbe detto: "Ho udito parlare di te per sentito dire dall'orecchio; ma ora il mio occhio ti vede: perciò aborro me stesso e mi pento nella polvere e nella cenere"; poi si aggiunge: "Il Signore rivolse la cattività di Giobbe". E così continuerà ad essere misericordioso con ogni penitente sincero, attraverso i meriti infiniti del Suo diletto Figlio. (Osservatore cristiano.)
La visita divina:
Questo è il grato riconoscimento di Giobbe in mezzo alle prove accumulate. C'erano sentimenti di gratitudine mescolati alle espressioni di dolore. L'uso che Giobbe fece della protezione divina fu quello di supplicare Dio per la continuazione della Sua misericordia e di pregare per la rivendicazione della sua integrità
(I.) È tramite la visita del Signore che la nostra vita naturale e le benedizioni materiali ci sono preservate. La continuazione di tutte le cose viene da Dio, al quale appartengono le discendenze dalla morte. Per la Sua provvidenza ci sono assegnate le varie circostanze
(II.) Alla visitazione di Dio dobbiamo tutta la nostra vita spirituale. Mediante lo Spirito Santo l'anima immortale è illuminata, rigenerata e preservata nel regno dei cieli. Queste graziose visite agiscono sulla nostra natura interiore in vari modi e attraverso una strumentalità diversificata. Le afflizioni, mezzi di grazia, sono visite divine. I giudizi e le misericordie di Dio sono efficaci solo nella misura in cui Egli, mediante il Suo Spirito e la Sua benedizione, li renderà tali
(III.) L'uso da fare di questa dottrina
1.) È una dottrina piena di consolazione e incoraggiamento divino. La nostra salvezza non dipende dalle nostre forze
2.) Il soggetto ha un lato oscuro e uno luminoso. È di importanza allarmante per gli sbadati. Se Egli ritira la Sua grazia, che ne sarà delle loro risoluzioni? Sia quindi vostro "conoscere il giorno della visita". (Anon.)
Vivere secondo la visita di Dio:
Avete tutti sentito la frase, generalmente usata dalle giurie durante un'inchiesta del coroner, quando un uomo è morto improvvisamente, "È morto per la visita di Dio". Senza dubbio alcuni muoiono così; ma voglio che viviate secondo la visitazione di Dio. Questa è una cosa molto diversa, e questo è l'unico modo in cui possiamo veramente vivere, con la visita di Dio di giorno in giorno, preservando così il nostro spirito dai pericoli che ci circondano. Vivete, dunque, secondo la visita di Dio. (C. H. Spurgeon.)
Tre benedizioni della carta celeste:
A volte è bene sedersi e ripassare con gratitudine tutto ciò che Dio ha fatto per noi, e con noi, dal nostro primo giorno fino ad ora. Non dobbiamo essere come i maiali sotto la quercia, che mangiano le ghiande, ma non dobbiamo mai ringraziare l'albero, o il Signore che lo ha fatto crescere. Ecco il povero Giobbe, coperto di foruncoli doloranti, seduto su un letamaio, che si raschia con un po' di pentola rotta, con i figli morti, i beni distrutti, e persino sua moglie che non gli dà una parola di conforto, e i suoi amici che agiscono in modo molto ostile. Ora egli parla al suo Dio e dice: "Tu mi hai concesso la vita e il favore, e la tua visitazione ha preservato il mio spirito". Sei molto malato; Pensa a quella volta in cui stavi bene. Tu sei povero; Ricordati di quando ti lavavi i piedi nel latte e i tuoi passi nel burro, e avevi più di quanto il cuore potesse desiderare. Comincia solo a lodare Dio, e scoprirai che colui che loda Dio per la misericordia non rimarrà mai a lungo senza una misericordia per cui lodarlo
(I.) La prima benedizione di questa carta celeste è la vita: "Tu mi hai concesso la vita".
1.) Beh, penso che dovremmo ringraziare Dio per aver vissuto. So che la versione pessimista del salmo della vita è che "è meglio non essere". Forse sarebbe stato qualcosa di meglio se quel signore non fosse stato, meglio, credo, per sua moglie e la sua famiglia se non avessero dovuto vivere con una creatura così miserabile. Ma la maggior parte di noi ringrazia Dio per il nostro essere, così come per il nostro benessere. Consideriamo qualcosa che non sono pietre, o piante, o "bestiame muto e guidato". Siamo grati di essere esseri intelligenti, dotati di poteri di pensiero e capaci di godimento mentale e spirituale
2.) Ma ringraziamo anche Dio di aver continuato a vivere nonostante i molti pericoli
3.) Mi rivolgo ad alcuni ai quali il nostro testo chiede gratitudine perché sono vivi nonostante la debolezza costituzionale. Forse fin da bambino sei sempre stato debole
4.) Ora pensate al peccato che potrebbe aver provocato Dio a porre fine a una vita così colpevole. "Tu mi hai concesso la vita." Ma se possiamo dire questo in un senso più alto: "Tu mi hai concesso la vita", la vita spirituale, quanto più grande dovrebbe essere la nostra gratitudine! Non riuscivo nemmeno a sentire la colpa del peccato, ero così morto; ma tu mi hai dato la vita per pentirmi
(II.) La seconda benedizione di questa carta celeste è il favore divino: "Tu mi hai concesso la vita e il favore". Avete mai pensato ai molti favori che Dio vi ha concesso, anche ad alcuni di voi che finora non hanno mai gustato la Sua grazia?
1.) Che favore è per molti essere sani di corpo!
2.) Non posso fare a meno di ricordarvi qui il grande favore di Dio in materia di sanità di mente
3.) Parlo a molti qui a cui Dio ha anche dato una sorte confortevole nella vita
4.) Alcuni anche qui, alcuni pochi, in ogni caso, sono stati favoriti con molta prosperità
5.) E posso dire stasera che, in questa congregazione, Dio vi ha dato il favore di ascoltare il Vangelo; Non è un favore da poco, lascia che te lo ricordi
6.) Eppure, mettendo insieme tutte queste cose, esse non arrivano a quest'ultimo punto, che molti di noi hanno ricevuto i favori della grazia salvifica: "Tu mi hai concesso la vita e il favore".
(III.) L'ultima benedizione della carta, sulla quale mi soffermerò un po' più a lungo, è la visita divina: "La tua visitazione ha preservato il mio spirito". Dio viene mai all'uomo? Non è vero? Sì; ma è un grande prodigio: "Che cos'è l'uomo, perché tu ti ricordi di lui? E il figlio dell'uomo che Tu lo visiti?"
1.) Egli ti ha visitato, per primo, con un risveglio e la convinzione di peccato
2.) Dopo quella prima esperienza, vennero le visite di illuminazione e di conversione
3.) Forse da allora hai avuto visite di un altro tipo. Hai avuto castigo o hai avuto afflizione in casa. Le visite di Dio a volte sono molto sgradite
4.) Ma poi, abbiamo avuto altre visite, visite di risveglio e restaurazione. Non ti senti a volte molto noioso e morto?
5.) La cosa migliore di tutte è quando il Signore ci visita e non se ne va più; ma rimane sempre con noi, così che camminiamo alla luce del suo volto e andiamo di forza in forza, cantando sempre: "La tua visitazione non è mai finita, è continuata ogni giorno, preserva il mio spirito". (Ibidem)
Una canzone e un conforto:
Vedete che Giobbe si appella alla pietà di Dio, e questa è la forma del suo ragionamento: "Tu sei il mio Creatore; sii il mio Conservatore. Tu mi hai fatto; Non spezzarmi. Tu mi tratti molto duramente, sono quasi distrutto sotto la pressione della Tua mano; ma ricordati che io sono la Tua creatura. Debole e fragile come sono, sono la creazione della Tua mano; perciò, non disprezzare la tua opera. Qualunque cosa io sia, eccettuata il mio peccato, Tu hai fatto di me quello che sono; sei Tu che mi hai condotto nella mia condizione attuale; considera dunque, o Dio, quanto sono povero e fragile, e ferma la tua mano e non schiacciare completamente il mio spirito". Questa è una preghiera saggia, un argomento giusto e appropriato che una creatura deve usare con il Creatore; e quando Giobbe va ancora oltre, e, nel linguaggio del nostro testo, si rivolge a Dio non solo come suo Creatore, ma come suo Benefattore, e menziona le grandi benedizioni che aveva ricevuto da Dio, il suo argomento è ancora valido: "Non cambiare, Signore, il tuo metodo di trattare con me; Tu mi hai dato la vita, mi hai mostrato un favore speciale, mi hai finora preservato; non allontanarmi dalla Tua presenza, non dimettermi dal Tuo servizio, non venga meno la Tua tenera misericordia, ma fa' di me ora e nei giorni a venire come hai fatto a me nei giorni passati".
(I.) Prima, quindi, usiamo la prima parte del nostro testo come un canto per giorni luminosi: "Tu mi hai concesso la vita e il favore, e la tua visitazione ha preservato il mio spirito". Tutto ciò che abbiamo ricevuto di buono, ci è venuto da Dio come una questione di puro favore. Ora, dunque, voi gioiosi, unitevi a me mentre per primi benediciamo Dio per averci concesso la vita. Per un uomo cristiano, la vita è una benedizione; in se stessa, considerata da sola, è una benedizione; ma per l'uomo empio può risultare una maledizione, poiché sarebbe stato meglio per quell'uomo se non fosse mai nato. Ma per un uomo pio come Giobbe, è una grande misericordia anche avere un'esistenza. Trovo che, in ebraico, questa parola "vita" è al plurale: "Tu mi hai concesso la vita"; e benedetto sia Dio, noi che crediamo in Gesù non solo abbiamo questa vita naturale, che condividiamo con tutti gli uomini, ma lo Spirito Santo ha generato nei cuori dei credenti una nuova vita infinitamente più alta della semplice vita naturale, una vita che ci rende simili a Cristo, coeredi con Lui dell'eredità eterna che Egli conserva per noi in cielo. Lodiamo Dio, dunque, per la vita, e specialmente per questa vita superiore, se è la nostra. Che gioia vivere sotto questo aspetto! Successivamente, dobbiamo lodare Dio per averci concesso il favore. Sarei del tutto incapace di dirvi fino in fondo tutto ciò che è racchiuso in quella parola "favore". Grazia da Dio! È una grande parola nell'originale, una parola grande e piena di significato, perché significa l'amore di Dio. Dio ama incommensurabilmente. La forza e l'estensione del vero amore non possono mai essere calcolate; è una passione che non si può misurare in gradi in quanto la temperatura può essere registrata sul termometro; È qualcosa che supera e supera ogni misura, poiché l'uomo dà tutto il suo cuore quando ama veramente. Così è per Dio; Egli non pone alcun vincolo al Suo amore. Potremmo giustamente parafrasare le parole di Giobbe e dire: "Tu mi hai concesso la vita e l'amore". Oh, che parole meravigliose da mettere insieme, la vita e l'amore! La vita senza l'amore di Dio è morte; ma metteteci dentro l'amore di Dio, e allora quale canto dovremmo mandare sul Suo trono se sentiamo che Egli ci ha dato sia la vita spirituale che l'amore infinito. La parola "favore", tuttavia, non significa solo amore; ma, come lo usiamo ordinariamente, significa una forma speciale di grazia e bontà. Se, in quest'ora, qualcuno di voi è un figlio di Dio, è perché Dio ha fatto per voi più di quanto abbia fatto per gli altri. Se c'è una differenza tra te e gli altri, qualcuno ha fatto quella differenza; e chiunque l'abbia fatto dovrebbe essere onorato e lodato per questo. Con la parola "favore" si intende anche la grazia in tutte le forme che assume, così le parole di Giobbe potrebbero essere tradotte: "Tu mi hai concesso la vita e la grazia". Ora soffermiamoci, per un minuto o due, sulla terza benedizione di questa concessione divina: "E la Tua visitazione ha preservato il mio spirito". C'è una meravigliosa gamma di significati in queste parole, ma Giobbe senza dubbio si riferisce prima alla provvidenza di Dio con la quale Egli fa, per così dire, una visita a tutto il mondo, e specialmente al Suo stesso popolo. Alcuni di noi hanno avuto liberazioni provvidenziali molto speciali; Non ne parleremo stasera, perché sono troppi. È stato giustamente detto: "Colui che veglia sulla provvidenza non sarà mai senza una provvidenza che vigili". Oh, ma questo è solo l'inizio del significato delle parole di Giobbe: "La tua visitazione ha preservato il mio spirito". Dio ha visitato quelli di noi che sono il Suo popolo in altri modi oltre alla vigilanza della Sua provvidenza. Permettetemi di citarne alcune. Ha fatto visita ad alcuni di noi con la correzione, e a noi non piace questa forma di visita. Ci sono alcuni, ai quali Dio permetterà ancora di essere ricchi, che non sarebbero stati capaci di gestire tanto denaro per l'onore e la gloria del Signore se non avessero dovuto vivere per un po' di tempo con pochi beni comuni. La cosa che rimpiangeremo di più nella provvidenza sarà probabilmente quella di cui gioiremo di più nell'eternità. Ci sono altre visite, tuttavia, come le visite di consolazione. Oh, come sono dolci per l'anima quando sono in difficoltà! Ancora una volta, quanto sono dolci le visite di Dio in comunione!
(II.) Un conforto per le notti oscure: "E queste cose le hai nascoste nel tuo cuore: so che questo è con te". C'è un'altra interpretazione di questo versetto, molto diversa da quella che sto per darvi, ma non credo che Giobbe abbia mai potuto intendere quello che alcuni pensano che abbia fatto. Credo che, quando disse: "Queste cose" - cioè la vita, il favore e la graziosa visitazione di Dio - "Queste cose hai nascoste nel Tuo cuore: so che questo è con Te", intendeva, in primo luogo, che Dio si ricorda di ciò che ha fatto e non perderà le Sue pene. "Tu mi hai concesso la vita e il favore"; Signore, Tu non l'hai dimenticato; Tu l'hai nascosto nel Tuo cuore, lo ricordi bene. Poiché Tu hai fatto questo per me, e Ti ricordi di averlo fatto, perciò continuerai la Tua misericordia verso di me, e non perderai tutta la grazia e la bontà che Tu hai già concesso a me". Anche se hai dimenticato tutto ciò che Dio ha fatto per te, Dio non lo ha dimenticato. Molti bambini dimenticano tutta la gentilezza e l'amore della loro madre, ma la madre ricorda tutto ciò che ha fatto per i suoi figli nei giorni della loro impotenza, e li ama ancora di più per quello che ha fatto per loro. "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine". Ma, poi, penso che le parole: "E queste cose hai nascosto nel tuo cuore: so che questo è con te", abbiano questo significato, che Dio a volte nasconde il Suo favore e il Suo amore nel Suo cuore, eppure sono ancora lì. Atti a volte, può darsi che tu non intraveda il Suo volto, o che non vedi alcun sorriso su di esso. Il Signore è misericordioso e pieno di compassione; perciò, o provato figlio di Dio, impara ciò che Giobbe qui ci insegna, che queste cose sono ancora nascoste nel cuore di Dio, e che l'amore eterno si tiene stretto agli oggetti della sua scelta. "So che questo è per te", disse Giobbe, quindi l'ultima cosa che voglio che tu impari dalle sue parole è che Dio vuole che il Suo popolo sia forte nella fede per conoscere questa verità. Giobbe dice: "So che questo è con te". Parlo con molte persone che dicono di essere cristiane, e che forse credono nel Signore Gesù Cristo, e una delle loro prove più evidenti è che sono molto felici. La vera religione rende felici, è una fonte perenne di gioia. Ma non date troppa importanza alle vostre emozioni di gioia, perché potrebbero esservi tolte, e allora dove saranno le vostre prove? A volte il popolo di Dio cammina nelle tenebre e non vede la luce. Ci sono momenti in cui i santi migliori e più brillanti non hanno gioia. Se la vostra religione non dovesse darvi alcuna gioia, aggrappatevi ad essa lo stesso. Vedete, Dio non vi dà la fede perché possiate semplicemente correre nei prati con tutto questo tra i bei fiori primaverili. Ti dirò per quale scopo ti dà la fede; è che puoi indossare le racchette da neve, uscire nelle fredde raffiche invernali e scivolare sul ghiaccio e sulla neve. Abbi fede in Lui e di': "Mio Dio, la Tua volontà verso di me di darmi la vita, il favore e la preservazione può essere nascosta, ma è ancora nel Tuo cuore: 'So che questo è con Te'. "Ora devo lasciarti queste cose. Voi che conoscete e amate il Signore cercherete un rinnovamento delle Sue visite stasera; e quanto a voi che non lo conoscete, oh, come vorrei che lo sappiate! (Ibidem)
18 CAPITOLO 10
Giobbe 10:18-22
Oh, se avessi rinunciato al fantasma!-
Gli effetti delle sofferenze di Giobbe:
Il patriarca aveva già espresso nei versetti precedenti all'Onnipotente che le sue sofferenze erano:
(1) Troppo grande per rendere efficace qualsiasi sforzo di autoconsolazione,
(2) Troppo meritato per giustificare qualsiasi speranza di sollievo,
(3) Troppo opprimente per controllare l'espressione della sua lamentela, e ora come
(4) Troppo schiacciante per dare all'esistenza qualcosa di diverso da una maledizione intollerabile. Le sue sofferenze, a giudicare dal suo linguaggio, avevano distrutto in lui per un certo tempo tre degli istinti primari dell'anima
(I.) Il senso del dovere. Il senso dell'obbligo verso il Supremo è un istinto universale come l'uomo, profondo come la vita stessa; ma il patriarca, desiderando di non essere mai esistito, o di aver spento il suo primo respiro, aveva perduto ogni sentimento nei confronti delle meravigliose misericordie che il suo Creatore gli aveva conferito durante gli ultimi anni della sua esistenza. Quali erano quelle misericordie?
1.) Grande ricchezza materiale
2.) Grande piacere domestico
3.) Immensa influenza sociale
(II.) L'amore per la vita. Raramente troviamo, anche tra gli uomini più miserabili, uno che lotta per non perpetuare la sua esistenza. Ma questo istinto Giobbe sembra ormai aver perso, se non la sua esistenza, il suo potere. L'esistenza è diventata così intollerabile che egli vorrebbe non averla mai avuta, e anela all'annientamento. Due pensieri sono qui suggeriti
1.) Potrebbe esserci qualcosa di peggio per l'uomo dell'annientamento
2.) Questo annientamento è al di là della portata delle creature
(III.) Speranza di un aldilà. La speranza per il bene futuro è un altro degli istinti più forti della nostra natura. "Tu mi hai fatto sperare quando ero sul seno di mia madre." In effetti è uno di quei poteri dentro di noi che, come una molla, mantiene ogni ruota in azione. L'uomo non è mai, ma deve sempre essere benedetto. Giobbe sembra aver perso tutto questo ora. Da qui la sua descrizione del futuro. "Prima che io vada, donde non tornerò, neppure nel paese delle tenebre e nell'ombra della morte; una terra di tenebre, come l'oscurità stessa; e dell'ombra della morte, senza alcun ordine, e dove la luce è come tenebre". Vedeva un futuro, ma cos'era?
1.) Oscurità. Una mezzanotte senza stelle, senza luna, un vasto abisso incommensurabile: "la terra delle tenebre". Il suo aldilà era nero, non un raggio di luce fluiva dal firmamento
2.) Confusione. "Senza alcun ordine." Piccoli e grandi, giovani e vecchi, tutti insieme nel caos nero. Conclusione-
1.) Che la grande sofferenza in questo mondo nel caso degli individui non significhi grande peccato
2.) Il potere del diavolo sull'uomo
3.) Il valore del Vangelo. Quest'uomo non aveva una chiara rivelazione di un futuro benedetto. Perciò non ci si meraviglia quasi mai delle sue frequenti e appassionate lamentele. Com'è diversa la nostra vita dalla sua! (Omilestico.)
I malumore di un brav'uomo:
Questo passaggio insegna:
1.) I più alti accessi di passione dei santi non dureranno, ma la misericordia li riacquisterà e darà loro un po' di freschezza da quella febbre
2.) Come le febbri e i malumori dei santi possono arrivare a un'altezza molto grande, così, ordinariamente, quell'altezza o eccesso di essi si rivela il passo vicino alla loro freschezza
3.) La preghiera umile e sobria è una notevole prova e mezzo per calmare gli spiriti intemperanti; è come la doccia per placare quel vento velenoso
4.) Come la vita dell'uomo è incerta e breve, così il pensiero di questo dovrebbe far sì che gli uomini impieghino bene il loro tempo, e siano molto bisognosi e pressanti per Dio, e le prove di Lui
5.) Coloro che sono eccitati da molte difficoltà, e hanno i loro esercizi benedetti per loro, saranno sobri, e apprezzeranno molto di poco agio, per avere il permesso di respirare, o per consolarsi e ristorarsi un po', con la vista di Dio, o della Sua grazia in loro, e non delle loro proprie passioni che dovrebbero aborrire
6.) Il minimo sollievo, respiro o conforto, nelle difficoltà, non può essere avuto se non dall'indulgenza di Dio
7.) È dovere degli uomini familiarizzarsi in anticipo con la morte; e specialmente nei momenti di difficoltà dovrebbero studiarlo nei suoi veri colori
8.) La morte e la tomba in se stesse, e quando la vittoria di Cristo su di loro non è studiata, e gli uomini sono portati via in fretta da loro in una tempesta di difficoltà, sono molto terribili, e una brutta vista, in quanto porta una perdita irreparabile per quanto riguarda qualsiasi restituzione in questa vita
9.) La considerazione della bruttezza della morte e della tomba, richiede a tutti di fornire qualcosa prima di sdraiarsi in quel letto freddo, in cui rimarranno così a lungo, e qualcosa che possa illuminarli attraverso quel passaggio oscuro. (George Hutcheson.)
22 CAPITOLO 10
Giobbe 10:22
E l'ombra della morte, senza alcun ordine.
Morte senza ordine:
Mentre Giobbe era sotto la mano di Dio in lutto, i suoi pensieri erano naturalmente rivolti alla fragilità dell'uomo, alla brevità della vita e alle cupe scene della mortalità. La verità qui dichiarata è questa: Dio non scopre alcun ordine nel chiamare gli uomini fuori dal mondo con la morte
(I.) Dio non scopre alcun ordine nel mandare la morte tra gli uomini. Giobbe credeva che ci fosse un ordine perfetto nella Mente Divina, nel rispetto della morte, così come di ogni altro evento. In relazione a Dio la morte è perfettamente regolare; ma questa regolarità ha ritenuto opportuno nasconderla alla vista dell'uomo. Sebbene Dio abbia emesso una sentenza di mortalità su tutta l'umanità, tuttavia non scopre mai alcun ordine nell'esecuzione di essa
1.) Manda la morte senza alcun rispetto apparente per l'età
2.) Senza alcun riguardo per la forza o la debolezza fisica degli uomini
3.) Senza alcun rispetto apparente per il luogo della loro morte
4.) Non c'è ordine apparente nei mezzi di morte
5.) Dio non presta alcun riguardo visibile al carattere degli uomini, nel chiamarli fuori dal palcoscenico della vita
6.) Dio sembra non prestare alcun riguardo alle circostanze degli uomini, nel porre fine ai loro giorni
7.) Né sembra che Egli consulti i sentimenti degli uomini
(II.) Perché Dio manda la morte per il mondo senza alcun ordine discernibile?
1.) Rendere gli uomini consapevoli del fatto che Egli può fare ciò che vuole, senza il loro aiuto o strumento
2.) Far loro sapere che Egli può disporne secondo il consiglio della Sua volontà
3.) Convincere l'uomo che non può fare nulla senza di Lui
4.) Nascondendo l'ordine della morte, Dio insegna all'umanità la correttezza e l'importanza di essere costantemente preparati per esso. Imparate: se la morte viene a tutti gli uomini, e viene senza alcun ordine, allora si preoccupa ugualmente di tutti di vivere una vita santa e religiosa. E poiché Dio non scopre alcun ordine nella morte, spetta agli afflitti e agli afflitti sottomettersi alla Sua santa e assoluta sovranità. Questo argomento esorta tutti a prepararsi senza indugio per il loro grande e ultimo cambiamento. (N. Emmons, D.D.)
Riferimenti incrociati:
Giobbe 10
1 Giob 3:20-23; 6:8,9; 5:15,16,20; 9:21; 14:13; Nu 11:15; 1Re 19:4; Gion 4:3,8
Giob 7:11; 19:4; 21:2-4
Giob 10:15,16; 6:2-4,26; 7:11; 16:6-16; Sal 32:3-5; Is 38:15,17
2 Sal 6:1-4; 25:7; 38:1-8; 109:21; 143:2; Rom 8:1
Giob 8:5,6; 34:31,32; Sal 139:23,24; Lam 3:40-42; 5:16,17; 1Co 11:31,32
3 Giob 34:5-7,18,19; 36:7-9,17,18; 40:2,8; Lam 3:2-18
Sal 69:33
Giob 14:15; 34:19; Sal 138:8; Is 64:8; 1P 4:19
Giob 8:20; Ger 12:1-3
4 Giob 9:32; 1Sa 16:7; Lu 16:15; Ap 1:14
5 Sal 90:2-4; 102:12,24-27; Eb 1:12; 2P 3:8
6 Giob 10:14-17; Sal 10:15; 44:21; Ger 2:34; Sof 1:12; Giov 2:24,25; 1Co 4:5
7 Giob 23:10; 31:6,14,35; 42:7; Sal 1:6; 7:3,8,9; 17:3; 26:1-5; 139:1,2,21-24; Giov 21:17; 2Co 1:12; 1Te 2:10
Giob 23:13,14; De 32:39; Sal 50:22; Dan 3:15; Os 2:10; Giov 10:28-30
8 Sal 119:73; Is 43:7
Giob 10:3; Ge 6:6,7; Ger 18:3-10
9 Giob 7:7; Sal 25:6,7,18; 89:47; 106:4
Ge 2:7; 3:19; Is 45:9; 64:8; Ger 18:6
Giob 17:14; Sal 22:15; 90:3; Ec 12:7; Rom 9:21
11 2Co 5:2,3
Giob 40:17,18; Ez 37:4-8; Ef 4:16
12 Ge 19:19; Mat 6:25; At 17:25,28
13 Giob 23:9; Ec 8:6,7; Is 45:15; Rom 11:33
Giob 23:13; De 32:39; Is 45:7; 46:9-11; Lam 3:37; Ef 3:11
14 Giob 13:26,27; 14:16; Sal 130:3; 139:1
Giob 7:21; Eso 34:7; Nu 14:18
15 Giob 10:7; 9:29; 27:7; Sal 9:17; Is 3:11; 6:5; Mal 3:18; Rom 2:8,9
Giob 9:12,15,20,21; Is 64:5,6; Lu 17:10
Giob 21:6; 23:15
Eso 3:7; Sal 25:18; 119:153; Lam 1:20; 5:1-22
16 Is 38:13; Lam 3:10; Os 13:7,8; Am 3:8
Nu 16:29,30; De 28:59
17 Giob 16:8; Ru 1:21
Sal 55:19; Ger 48:11; Sof 1:12
Giob 16:11-16; 19:6-11
18 Giob 3:10,11; Ger 15:10; 20:14-18; Mat 26:24
Giob 11:20; 14:10
19 Sal 58:8
20 Giob 7:6,7,16; 8:9; 9:25,26; 14:1; Sal 39:5; 103:15,16
Giob 7:17-21; 13:21; Sal 39:13
21 Giob 7:8-10; 14:10-14; 2Sa 12:23; 14:14; Is 38:11
Giob 3:5; Sal 88:6,11,12
Giob 3:5; Sal 23:4; Ger 2:6
22 Giob 3:5; 34:22; 38:17; Sal 23:4; 44:19; 88:12; Ger 2:6; 13:16; Lu 16:26
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