Nuova Riveduta:

Giobbe 13

Giobbe vuole difendere la sua causa davanti a Dio
1 «L'occhio mio tutto questo l'ha visto; l'orecchio mio l'ha udito e l'ha inteso.
2 Quel che sapete voi lo so anch'io, non vi sono affatto inferiore.
3 Ma io vorrei parlare con l'Onnipotente, ci terrei a ragionare con Dio; 4 poiché voi siete inventori di menzogne, siete tutti quanti medici da nulla.
5 Oh, se faceste silenzio! Esso vi sarebbe contato come saggezza.
6 Ascoltate, vi prego, quel che ho da rimproverarvi; state attenti alle repliche delle mie labbra!
7 Volete dunque difendere Dio parlando con menzogna? Sostenere la sua causa con parole di frode?
8 Volete avere riguardo alla sua persona? E costituirvi difensori di Dio?
9 Sarà un bene per voi quando egli vi scruterà a fondo? Credete di ingannarlo come s'inganna un uomo?
10 Certo egli vi riprenderà severamente, se nel vostro segreto avete dei riguardi personali.
11 La sua maestà non vi farà sgomenti? Il suo terrore non piomberà su di voi?
12 I vostri detti memorabili sono massime di cenere; i vostri baluardi sono baluardi d'argilla.
13 Tacete, lasciatemi stare; voglio parlare io, succeda quel che succeda!
14 Perché dovrei prendere la mia carne con i denti? E trattenere la mia vita con le mie mani?
15 Ecco, mi uccida pure! Oh, continuerò a sperare. Soltanto, io difenderò in faccia a lui il mio comportamento!
16 Anche questo servirà alla mia salvezza; poiché un empio non ardirebbe presentarsi a lui.
17 Ascoltate attentamente il mio discorso, porgete orecchio a quanto sto per dichiararvi.
18 Ecco, io ho predisposto ogni elemento per la causa; so che sarò riconosciuto giusto.
19 C'è qualcuno che voglia farmi opposizione? Se c'è, io taccio e sono pronto a morire.
20 Ma, o Dio, concedimi solo due cose, e non mi nasconderò dalla tua presenza: 21 ritira da me la tua mano e fa che i tuoi terrori non mi spaventino più.
22 Poi interrogami e io risponderò; oppure parlerò io, e tu replicherai.
23 Quante sono le mie iniquità, quanti i miei peccati? Fammi conoscere la mia trasgressione, il mio peccato!
24 Perché nascondi il tuo volto e mi consideri un nemico?
25 Vuoi dunque atterrire una foglia portata via dal vento? Vuoi forse perseguitare una pagliuzza inaridita?
26 Tu mi condanni a pene così amare e mi fai espiare gli sbagli della mia giovinezza; 27 tu metti i miei piedi nei ceppi, spii tutti i miei movimenti e prendi nota delle orme dei miei piedi.
28 Intanto questo mio corpo si disfa come legno tarlato, come un abito roso dal tarlo.

C.E.I.:

Giobbe 13

1 Ecco, tutto questo ha visto il mio occhio,
l'ha udito il mio orecchio e l'ha compreso.
2 Quel che sapete voi, lo so anch'io;
non sono da meno di voi.
3 Ma io all'Onnipotente vorrei parlare,
a Dio vorrei fare rimostranze.
4 Voi siete raffazzonatori di menzogne,
siete tutti medici da nulla.
5 Magari taceste del tutto!
sarebbe per voi un atto di sapienza!
6 Ascoltate dunque la mia riprensione
e alla difesa delle mie labbra fate attenzione.
7 Volete forse in difesa di Dio dire il falso
e in suo favore parlare con inganno?
8 Vorreste trattarlo con parzialità
e farvi difensori di Dio?
9 Sarebbe bene per voi se egli vi scrutasse?
Come s'inganna un uomo, credete di ingannarlo?
10 Severamente vi redarguirà,
se in segreto gli siete parziali.
11 Forse la sua maestà non vi incute spavento
e il terrore di lui non vi assale?
12 Sentenze di cenere sono i vostri moniti,
difese di argilla le vostre difese.
13 Tacete, state lontani da me: parlerò io,
mi capiti quel che capiti.
14 Voglio afferrare la mia carne con i denti
e mettere sulle mie mani la mia vita.
15 Mi uccida pure, non me ne dolgo;
voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta!
16 Questo mi sarà pegno di vittoria,
perché un empio non si presenterebbe davanti a lui.
17 Ascoltate bene le mie parole
e il mio esposto sia nei vostri orecchi.
18 Ecco, tutto ho preparato per il giudizio,
son convinto che sarò dichiarato innocente.
19 Chi vuol muover causa contro di me?
Perché allora tacerò, pronto a morire.
20 Solo, assicurami due cose
e allora non mi sottrarrò alla tua presenza;
21 allontana da me la tua mano
e il tuo terrore più non mi spaventi;
22 poi interrogami pure e io risponderò
oppure parlerò io e tu mi risponderai.
23 Quante sono le mie colpe e i miei peccati?
Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato.
24 Perché mi nascondi la tua faccia
e mi consideri come un nemico?
25 Vuoi spaventare una foglia dispersa dal vento
e dar la caccia a una paglia secca?
26 Poiché scrivi contro di me sentenze amare
e mi rinfacci i miei errori giovanili;
27 tu metti i miei piedi in ceppi,
spii tutti i miei passi
e ti segni le orme dei miei piedi.
28 Intanto io mi disfò come legno tarlato
o come un vestito corroso da tignola.

Nuova Diodati:

Giobbe 13

Giobbe supplica Dio di parlargli
1 «Ecco, tutto questo il mio occhio l'ha visto, e il mio orecchio l'ha udito e l'ha compreso. 2 Quel che voi sapete lo so anch'io; non sono da meno di voi. 3 Ma vorrei parlare all'Onnipotente, avrei piacere di discutere con Dio; 4 perché voi siete dei fabbricanti di menzogne, siete tutti medici da nulla. 5 Oh, se taceste del tutto, questo sarebbe la vostra sapienza. 6 Ascoltate ora la mia difesa e fate attenzione alle dichiarazioni delle mie labbra. 7 Volete forse parlare iniquamente in difesa di Dio e parlare in suo favore con inganno? 8 Vorreste usare parzialità con lui o patrocinare una causa per Dio? 9 Sarebbe bene per voi se egli vi scrutasse, o vi beffate di lui come ci si beffa di un uomo? 10 Certamente egli vi riprenderà, se in segreto usate parzialità. 11 La sua maestà non vi incuterà forse paura e il suo terrore non piomberà su di voi? 12 I vostri detti memorandi sono massime di cenere, i vostri migliori argomenti non sono che argomenti d'argilla. 13 Tacete e lasciate parlare me, e mi avvenga poi quel che vuole. 14 Perché dovrei tenere la mia carne con i denti, e mettere la mia vita nelle mie mani? 15 Ecco, egli mi ucciderà, non ho più speranza; tuttavia difenderò in faccia a lui la mia condotta. 16 Egli sarà anche la mia salvezza, perché un empio non ardirebbe presentarsi a lui. 17 Ascoltate attentamente il mio discorso e le mie dichiarazioni con i vostri orecchi. 18 Ecco, io ho preparato la mia causa; so che sarò riconosciuto giusto. 19 Chi vuole dunque contendere con me? Perché allora tacerei e morirei. 20 Soltanto non fare due cose con me, e non mi nasconderò dalla tua presenza: 21 ritira da me la tua mano, e il tuo terrore non mi spaventi più. 22 Poi chiamami pure e io risponderò, oppure parlerò io e tu risponderai. 23 Quante sono le mie colpe e i miei peccati? Fammi conoscere la mia trasgressione e il mio peccato! 24 Perché nascondi il tuo volto e mi consideri come un tuo nemico? 25 Vuoi forse spaventare una foglia sospinta qua e là e dar la caccia a della paglia secca? 26 Perché tu scrivi contro di me cose amare e mi fai pesare l'eredità delle colpe della mia giovinezza? 27 Tu metti i miei piedi nei ceppi e osservi attentamente le mie vie; tu stabilisci un limite per la pianta dei miei piedi. 28 Intanto il mio corpo si disfa come un oggetto rotto, come un vestito corroso dalle tarme».

Riveduta 2020:

Giobbe 13

1 Ecco, il mio occhio tutto questo lo ha visto; il mio orecchio lo ha udito e lo ha compreso. 2 Quello che sapete voi lo so anch'io, non vi sono per nulla inferiore. 3 Ma io vorrei parlare con l'Onnipotente, gradirei ragionare con Dio; 4 poiché voi siete dei fabbricanti di menzogne, siete tutti quanti dei medici da nulla. 5 Oh, se faceste silenzio! esso vi sarebbe contato come saggezza. 6 Ascoltate, vi prego, ciò che ho da rimproverarvi; state attenti alle ragioni delle mie labbra! 7 Volete dunque difendere Iddio parlando ingiustamente? sostenere la sua causa con parole ingannevoli? 8 Volete avere riguardo alla sua persona? e costituirvi difensori di Dio? 9 Sarà un bene per voi quando egli vi scruterà a fondo? credete di ingannarlo come si inganna un uomo? 10 Certo egli vi riprenderà severamente se nel vostro segreto avete dei riguardi personali. 11 La sua maestà non vi farà spavento? Il suo terrore non piomberà su di voi? 12 I vostri detti memorabili sono massime di cenere; i vostri baluardi sono baluardi di argilla. 13 Tacete! lasciatemi stare! voglio parlare io, e succeda quel che succeda! 14 Perché dovrei prendere la mia carne con i denti e mettere la mia vita nelle mie mani? 15 Anche se dovesse uccidermi, continuerò a sperare; ma io difenderò di fronte a lui il mio comportamento. 16 Anche questo servirà alla mia salvezza; poiché un empio non ardirebbe presentarsi a lui. 17 Ascoltate attentamente il mio discorso, porgete orecchio a quanto sto per dichiararvi. 18 Ecco, io ho preparato ogni cosa per la causa, so che sarò riconosciuto giusto. 19 C'è qualcuno che voglia farmi opposizione? Se c'è, io mi taccio e sarò pronto a morire. 20 Ma, o Dio, concedimi soltanto due cose, e non mi nasconderò dalla tua presenza: 21 ritira da me la tua mano e fa' che i tuoi terrori non mi spaventino più. 22 Poi interrogami, e io risponderò; o parlerò io, e tu replicherai. 23 Quante sono le mie iniquità, quanti i miei peccati? Fammi conoscere la mia trasgressione, il mio peccato! 24 Perché nascondi il tuo volto e mi consideri un nemico? 25 Vuoi tu atterrire una foglia portata via dal vento? Vuoi tu perseguitare una pagliuzza inaridita? 26 Tu che mi condanni a pene così amare, e mi fai espiare gli sbagli della mia gioventù, 27 tu che metti i miei piedi nei ceppi; che spii tutti i miei movimenti, e tracci una linea intorno alla pianta dei miei piedi? 28 Intanto questo mio corpo si disfa come legno tarlato, come un abito roso dalle tarme.

Riveduta:

Giobbe 13

1 Ecco, l'occhio mio tutto questo l'ha veduto; l'orecchio mio l'ha udito e l'ha inteso. 2 Quel che sapete voi lo so pur io, non vi sono punto inferiore. 3 Ma io vorrei parlare con l'Onnipotente, avrei caro di ragionar con Dio; 4 giacché voi siete de' fabbri di menzogne, siete tutti quanti dei medici da nulla. 5 Oh se serbaste il silenzio! esso vi conterebbe come sapienza. 6 Ascoltate, vi prego, quel che ho da rimproverarvi; state attenti alle ragioni delle mie labbra! 7 Volete dunque difendere Iddio parlando iniquamente? sostener la sua causa con parole di frode? 8 Volete aver riguardo alla sua persona? e costituirvi gli avvocati di Dio? 9 Sarà egli un bene per voi quando vi scruterà a fondo? credete ingannarlo come s'inganna un uomo? 10 Certo egli vi riprenderà severamente se nel vostro segreto avete dei riguardi personali. 11 La maestà sua non vi farà sgomenti? Il suo terrore non piomberà su di voi? 12 I vostri detti memorandi son massime di cenere; i vostri baluardi son baluardi d'argilla. 13 Tacete! lasciatemi stare! voglio parlare io, e m'avvenga quello che può! 14 Perché prenderei la mia carne coi denti? Metterò piuttosto la mia vita nelle mie mani. 15 Ecco, egli m'ucciderà; non spero più nulla; ma io difenderò in faccia a lui la mia condotta! 16 Anche questo servirà alla mia salvezza; poiché un empio non ardirebbe presentarsi a lui. 17 Ascoltate attentamente il mio discorso, porgete orecchio a quanto sto per dichiararvi. 18 Ecco, io ho disposto ogni cosa per la causa, so che sarò riconosciuto giusto. 19 V'è qualcuno che voglia farmi opposizione? Se v'è io mi taccio e vo' morire. 20 Ma, o Dio, concedimi solo due cose, e non mi nasconderò dal tuo cospetto: 21 ritirami d'addosso la tua mano, e fa' che i tuoi terrori non mi spaventin più. 22 Poi interpellami, ed io risponderò; o parlerò io, e tu replicherai. 23 Quante sono le mie iniquità, quanti i miei peccati? Fammi conoscere la mia trasgressione, il mio peccato! 24 Perché nascondi il tuo volto, e mi tieni in conto di nemico? 25 Vuoi tu atterrire una foglia portata via dal vento? Vuoi tu perseguitare una pagliuzza inaridita? 26 tu che mi condanni a pene così amare, e mi fai espiare i falli della mia giovinezza, 27 tu che metti i miei piedi nei ceppi; che spii tutti i miei movimenti, e tracci una linea intorno alla pianta de' miei piedi? 28 Intanto questo mio corpo si disfa come legno tarlato, come un abito ròso dalle tignuole.

Ricciotti:

Giobbe 13

1 Ecco, tutte queste cose ha viste l'occhio mio, ha udite il mio orecchio e tutte io le compresi; 2 quanto sapete voialtri lo so anch'io, nè a voialtri io sono inferiore. 3 Io invece all'Onnipotente parlo, e di discutere con Dio io bramo: 4 mostrando prima che siete fabbricatori di menzogna, e che asserite false dottrine. 5 Oh! se piuttosto serbaste silenzio, sì da farvi stimare sapienti! 6 Ascoltate dunque la mia riprensione, e alla sentenza delle mie labbra fate attenzione. 7 Ha forse bisogno Dio della vostra menzogna, perchè dobbiate asserire cose false in favor suo? 8 Vi mostrerete forse parziali con lui e vi sforzerete di far gli avvocati di Dio? 9 Ma ciò piacerà a lui a cui nulla si può celare? ovvero rimarrà egli, come uomo, ingannato dalle vostre frodi? 10 Egli stesso riprenderebbe voi altri, perchè in segreto vi mostrate parziali con lui; 11 tosto ch'ei si scotesse vi sbigottirebbe, ed il terrore di lui cadrebbe su voialtri; 12 i vostri memoriali sarebbero [sentenze da] cenere, e diventerebbero d'argilla i vostri cimieri. 13 Tacete alquanto, ed io parlerò tutto ciò che la mia mente mi dirà. 14 Perchè lacero io le mie carni con i miei denti, e perchè metto l'anima mia nelle mie mani? 15 Quand'anche egli mi uccidesse, in lui spererò, eppur la mia condotta innanzi a lui difenderò; 16 ed egli proprio sarà il mio salvatore, poichè in faccia a lui non comparisce alcun ipocrita. 17 Ascoltate la mia parola, ed alle mie sentenze porgete orecchio. 18 Se io sarò giudicato, so che verrò riconosciuto giusto. 19 Chi è che verrà meco in giudizio? Venga! Perchè dovrei consumarmi tacendo? 20 Soltanto due cose tu [o Dio], non dovrai fare con me, e allor dalla tua faccia non m'occulterò: 21 la tua mano ritira tu da me, e il tuo terrore non mi sbigottisca; 22 quindi interrogami ed io ti risponderò, ovvero parlerò io e tu rispondimi. 23 Quante sono le mie iniquità e peccati? le mie scelleratezze e delitti fammi conoscere! 24 Perchè mai nascondi tu il tuo volto, e mi reputi come tuo nemico? 25 Contro una foglia, che il vento rapisce, mostri la tua potenza, e perseguiti un'arida pagliuzza; 26 tu infatti decreti contro di me amarezze, e mi vuoi far consumar dai peccati della mia giovinezza: 27 mettesti nel ceppo i piedi miei, osservasti tutte le mie strade, e l'orme de' miei piedi scrutasti; 28 mentre io come [legno] tarlato devo consumarmi, e come veste ch'è corrosa dalla tignuola.

Tintori:

Giobbe 13

Giobbe spera difendere la sua innocenza solo davanti a Dio
1 «Ecco, tutte queste cose le ha già viste il mio occhio, le ha udite il mio orecchio, le ho capite, e tutte. 2 Quel che sapete voi lo so anch'io, e non vi son per niente inferiore. 3 Ma io vorrei parlare Coll'Onnipotente, trattare con Dio, 4 e mostrare prima di tutto che voi siete fabbricatori di menzogne, attaccati a massime perverse. 5 Oh! se ve ne steste un po' zitti per apparire sapienti! 6 Udite adunque la mia difesa, ponete mente al giudizio delle mie labbra. 7 Ha forse Dio bisogno delle vostre menzogne e che parliate con frode in suo favore? 8 siete forse i suoi adulatori, e vi sforzate di farne gli avvocati? 9 E questo potrà piacere a lui a cui nulla può esser nascosto? Potrà Egli esser gabbato come un uomo dai vostri inganni? 10 Egli stesso vi condannerà; perchè segretamente siete suoi partigiani. 11 Appena si moverà vi spaventerà; il terrore di lui vi piomberà addosso: 12 la vostra memoria sarà come la cenere, le vostre cervici saran ridotte in fango. 13 State un po' zitti, chè parli io, qualunque cosa mi suggerirà la mente. 14 Perchè lacero le mie carni coi miei denti e porto l'anima mia nelle mie mani? 15 Anche se mi facesse morire spererò in lui ma difenderò davanti a lui la mia condotta, 16 ed Egli sarà il mio salvatore, chè nessun ipocrita ardirà presentarsi al suo cospetto. 17 Ascoltate le mie parole, porgete orecchio ai miei enimmi. 18 Se sarò giudicato, son certo d'esser trovato giusto. 19 Chi è che voglia venir meco in giudizio? Venga pure. Perchè mi devo struggere a stare zitto? 20 Tu però assicurami due cose, e allora non mi nasconderò dalla tua faccia: 21 ritira da me la tua mano, non mi spaventi il tuo terrore. 22 E allora domandami e io ti risponderò, oppure parlerò io e tu rispondimi. 23 Quante iniquità, quanti peccati ho commessi? Mostrami le mie scelleraggini, i miei delitti. 24 Perchè nascondi la tua faccia, e mi consideri come tuo nemico? 25 Mostri la tua potenza contro una foglia portata via dal vento e perseguiti una paglia secca. 26 Infatti tu scrivi contro di me delle cose amare, e mi vuoi finire per i peccati della mia adolescenza. 27 Hai messi nei ceppi i miei piedi, spii tutti i miei passi, seguendo le orme dei miei piedi; 28 mentre io devo essere consumato come la putredine e come una veste rosa dalla tignola».

Martini:

Giobbe 13

Giobbe per le loro stesse parole confuta gli amici, affermando, ch'ei saranno condannati da Dio: difende ancora contro gli amici la sua innocenza, e pazienza, domandando a Dio per quali peccati egli sia affitto sì gravemente.
1 Tutte queste cose l'occhio mio già le vide, e l'orecchio le ascoltò, e ad una ad una io le compresi. 2 Quel che sapete voi io pur lo so, ne sono inferiore a voi. 3 Con tutto questo io parlerò all'Onnipotente, e con Dio bramo discorrerla: 4 Facendo prima vedere come voi fabbri siete di menzogne, e sostenitori di false dottrine. 5 E piacesse a Dio, che steste in silenzio per farvi creder sapienti. 6 Udite adunque la mia correzione, e ponete mente alla sentenza, che uscirà dalle mie labbra. 7 Ha egli forse bisogno Iddio di vostre menzogne, onde per lui parliate con fraude? 8 Forse volete prestargli favore? ovver tentate di patrocinar la causa di Dio? 9 Sarà egli ciò grato a lui, cui nulla può essere ascoso? o sarà egli deluso, come il sarebbe un uomo, da' vostri inganni? 10 Egli stesso vi condannerà, perché occultamente cercate il suo favore. 11 Tosto che egli si moverà vi porrà in iscompiglio, e co' suoi terrori vi scuoterà. 12 La vostra memoria sarà come cenere, si ridurranno in fango le vostre cervici. 13 Tacete un tantino, affinchè io dica tutto quello, che la mente mi suggerisca. 14 Per qual motivo mi straccio co' miei denti le carni, e l'anima mia porto nelle mie mani? 15 Quand'anche egli mi desse morte, in lui spererò; ma accuserò le opere mie dinanzi a lui. 16 Ed egli sarà mio Salvatore; perocché non comparirà dinanzi a lui verun degli ipocriti. 17 Ponete mente alle mie parole, e le orecchie porgete a' miei enimmi. 18 Se sarò giudicato, io so, che sarò riconosciuto per giusto. 19 Chi è che voglia venir con me in giudizio? venga pure. Perché mi consumo tacendo? 20 Sol due cose non fare a me (o Signore); e allora non mi nasconderò dalla tua faccia: 21 Ritira da me la tua mano, e non mi sbigottire co' tuoi terrori. 22 Interrogami, ed io risponderò; o permetti ch'io parli, e tu rispondimi. 23 Quante ho io iniquitadi, e peccati? fammi conoscere le mie scelleraggini, e i miei delitti. 24 Perché nascondi il tuo volto, e mi consideri per tuo nimico? 25 Contro una foglia, che il vento disperde dimostri la tua possanza, e ad una secca paglia fai guerra: 26 Perocché amare cose tu scrivi contro di me, e consunto mi vuoi pei peccati di mia adolescenza. 27 Mi hai inceppati i piedi, hai notati tutti i miei andamenti, e hai posto mente a tutte le orme de' passi miei: 28 Di me che debbo ridurmi in putredine, ed essere come una veste rosa dalle tignuole.

Diodati:

Giobbe 13

1 Ecco, l'occhio mio ha vedute tutte queste cose, L'orecchio mio le ha udite, e le ha intese. 2 Quanto sapete voi, so anch'io; Io non son da men di voi. 3 E pure io parlerò all'Onnipotente; Io avrò a grado di venire a ragione con lui. 4 Ma certo, quant'è a voi, voi siete rappezzatori di menzogna; Voi siete medici da nulla tutti quanti. 5 Oh! vi taceste pur del tutto, Ciò vi sarebbe reputato in saviezza! 6 Deh! ascoltate la difesa della mia ragione, Ed attendete agli argomenti delle mie labbra. 7 Convienvisi in favor di Dio parlar perversamente, E per rispetto suo parlar frodolentemente? 8 Convienvisi aver riguardo alla qualità sua? Convienvisi litigar per Iddio? 9 Sarebbe egli ben per voi ch'egli vi esaminasse? Gabberestelo voi come si gabba un uomo? 10 Egli del certo vi arguirà, Se di nascosto avete riguardo alla qualità delle persone. 11 La sua altezza non vi sgomenterà ella? Lo spavento di lui non vi caderà egli addosso? 12 I vostri detti memorandi son simili a cenere; Ed i vostri sublimi ragionamenti a mucchi di fango.
13 Tacetevi, e lasciatemi stare, ed io parlerò; E passimi addosso che che sia. 14 Perchè mi strappo io la carne co' denti, E perchè tengo l'anima mia nella palma della mia mano? 15 Ecco, uccidami egli pure; sì spererò in lui; Ma tuttavia difenderò le mie vie nel suo cospetto. 16 Ed egli stesso mi sarà in salvazione; Perciocchè l'ipocrita non gli verrà davanti. 17 Ascoltate attentamente il mio ragionamento; Ed entrivi negli orecchi la mia dichiarazione. 18 Ecco ora, quando io avrò esposta per ordine la mia ragione, Io so che sarò trovato giusto. 19 Chi è colui che voglia litigar meco? Conciossiachè di presente mi tacerò, e spirerò. 20 Sol non farmi due cose, Ed allora io non mi nasconderò dal tuo cospetto. 21 Allontana la tua mano d'addosso a me, E non mi spaventi il tuo terrore. 22 E poi chiama, ed io risponderò; Ovvero, io parlerò, e tu rispondimi.
23 Quante iniquità e peccati ho io? Mostrami il mio misfatto, e il mio peccato. 24 Perchè nascondi la tua faccia, E mi reputi tuo nemico? 25 Stritolerai tu una fronda sospinta? O perseguiterai tu della stoppia secca? 26 Che tu mi sentenzii a pene amare, E mi faccia eredar l'iniquità della mia fanciullezza! 27 E metta i miei piedi ne' ceppi, E spii tutti i miei sentieri, E stampi le tue pedate in su le radici de' miei piedi! 28 Onde costui si disfa come del legno intarlato, Come un vestimento roso dalle tignuole.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 13

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 13

Giobbe qui viene a mettere in pratica ciò che aveva detto nel capitolo precedente; e ora non lo abbiamo di buon umore come allora: perché,

I. Egli è molto audace con i suoi amici, paragonandosi a loro, nonostante le mortificazioni a cui è stato sottoposto, Giobbe 13:1-2. Condannandoli per la loro falsità, la loro presunzione nel giudicare, la loro parzialità e inganno sotto il pretesto di perorare la causa di Dio (Giobbe 13:4-8), e minacciandoli con i giudizi di Dio per averlo fatto (Giobbe 13:9-12), desiderando che tacciono (Giobbe 13:5,13,17), e convertendosi da loro a Dio, Giobbe 13:3.

II. Egli è molto audace con il suo Dio.

1. In alcune espressioni la sua fede è molto audace, ma ciò non è più audace del benvenuto, Giobbe 13:15-16,18. Ma

2. In altre espressioni la sua passione è un po' troppo audace nelle esposizioni con Dio riguardo alla deplorevole condizione in cui si trovava (Giobbe 13:14,19, ecc.), lamentandosi della confusione in cui si trovava (Giobbe 13:20-22), e della perdita che aveva dovuto affrontare per scoprire il peccato che aveva provocato Dio ad affliggerlo in tal modo, e in breve del rigore del procedimento di Dio contro di lui, Giobbe 13:23-28.

Ver. 1. fino alla Ver. 12.

Qui Giobbe esprime calorosamente il suo risentimento per la scortesia dei suoi amici.

I. Egli si presenta con loro come uno che ha compreso la questione in discussione come loro, e non ha avuto bisogno di essere istruito da loro, Giobbe 13:1,2. Lo costrinsero, come i Corinti fecero con Paolo, a lodare se stesso e la sua propria conoscenza, ma non in modo da applaudire se stesso, ma da giustificarsi. Tutto ciò che aveva detto prima, il suo occhio aveva visto confermato da molti esempi, e il suo orecchio aveva udito assecondato da molte autorità, ed egli lo comprendeva bene e a che cosa servisse. Felici sono coloro che non solo vedono e odono, ma comprendono la grandezza, la gloria e la sovranità di Dio. Questo, pensava, avrebbe giustificato ciò che aveva detto prima (Giobbe 12:3), che ripete qui (Giobbe 13:2):

"Quello che sai, lo so anch'io, così che ho bisogno

non venire a voi per essere ammaestrato; Io non sono inferiore a

tu in sapienza".

Nota: Coloro che entrano in disputa entrano nella tentazione di magnificare se stessi e di vilipesare i loro fratelli più di quanto sia conveniente, e quindi dovrebbero vegliare e pregare contro l'opera dell'orgoglio.

II. Si volge da loro a Dio (Giobbe 13:3): Certo, parlerei all'Onnipotente; come se avesse detto:

"Non posso promettermi alcuna soddisfazione nel parlare con

tu. Oh, se potessi avere la libertà di ragionare con Dio!

Non sarebbe così duro con me come lo sei tu."

Il principe stesso darà forse udienza a un povero supplicante con più mitezza, pazienza e condiscendenza di quanto non facciano i servitori. Giobbe preferiva discutere con Dio stesso piuttosto che con i suoi amici. Vedi qui,

1. Quale fiducia hanno in Dio coloro che non li condannano per l'ipocrisia regnante: possono, con umile audacia, presentarsi davanti a lui e appellarsi a lui.

2. Quale conforto hanno in Dio coloro i cui vicini li condannano ingiustamente: se non possono parlare loro con la speranza di un giusto ascolto, tuttavia possono parlare all'Onnipotente; Hanno facile accesso a lui e troveranno accettazione presso di lui.

III. Li condanna per il loro trattamento ingiusto e poco caritatevole nei suoi confronti, Giobbe 13:4.

1. Lo accusarono falsamente, e questo era ingiusto: Voi siete falsari di menzogne. Hanno formulato un'ipotesi sbagliata riguardo alla divina Provvidenza, e l'hanno travisata, come se non avesse mai afflitto in modo significativo nessuno se non gli uomini malvagi in questo mondo, e quindi hanno tratto un giudizio falso su Giobbe, che era certamente un ipocrita. Per questo grave errore, sia nella dottrina che nell'applicazione, egli pensa che contro di loro ci sia un'accusa di falsificazione. Dire menzogne è già abbastanza brutto, anche se di seconda mano, ma falsificarle con espedienti e deliberazioni è molto peggio; eppure contro questo torto né l'innocenza né l'eccellenza saranno un recinto.

2. Lo hanno vilmente ingannato, e questo è stato scortese. Intrapresero la sua guarigione e finsero di essere i suoi medici; ma erano tutti medici di nessun valore,

"Medici idoli, che non possono farmi più bene di un

idol può".

Erano medici inutili, che non capivano il suo caso né sapevano come prescriverglielo: semplici empirici, che pretendevano grandi cose, ma in conferenza non gli aggiungevano nulla: non era mai più saggio di tutto ciò che dicevano. Così, per i cuori spezzati e le coscienze ferite, tutte le creature, senza Cristo, sono medici di nessun valore, per i quali si può spendere tutto e non essere mai migliori, ma piuttosto peggiorare, Marco 5:26.

IV. Implora che stiano zitti e gli diano un ascolto paziente, Giobbe 13:5-6.

1. Pensa che sarebbe un onore per loro se non dicessero altro, avendo già detto troppo:

"Taci, e sarà la tua sapienza, perché

In tal modo nasconderete la vostra ignoranza e la vostra cattiva

natura, che ora appaiono in tutto ciò che dici".

Essi supplicarono di non poter fare a meno di parlare (Giobbe 4:2; 11:2-3); ma egli dice loro che avrebbero fatto meglio a consultare la propria reputazione se si fossero imposti il silenzio. Meglio non dire nulla che nulla allo scopo o a ciò che tende al disonore di Dio e al dolore dei nostri fratelli. Anche lo stolto, quando tace, è considerato saggio, perché nulla sembra il contrario, Proverbi 17:28. E, come il silenzio è una prova di saggezza, così è un mezzo per essa, in quanto dà il tempo di pensare e ascoltare.

2. Pensa che sarebbe un atto di giustizia nei suoi confronti ascoltare ciò che aveva da dire: Ascolta ora il mio ragionamento. Forse, sebbene non lo interrompessero nel suo discorso, tuttavia sembravano negligenti e non badavano molto a ciò che diceva. Perciò pregò che non solo ascoltassero, ma ascoltassero. Notate, Saremmo molto disposti e lieti di ascoltare ciò che hanno da dire per se stessi coloro ai quali, in ogni caso, siamo tentati di avere pensieri duri. Molti uomini, se solo potessero essere ascoltati onestamente, sarebbero giustamente assolti, anche nella coscienza di coloro che li denigrano.

V. Egli cerca di convincerli del torto che hanno fatto all'onore di Dio, mentre essi fingevano di supplicare per lui, Giobbe 13:7-8. Essi si stimavano per il fatto di parlare per conto di Dio, di esserne avvocati, e di essersi impegnati a giustificare lui e il suo procedimento contro Giobbe; e, essendo (come pensavano) di avvocato del sovrano, aspettavano non solo l'orecchio della corte e l'ultima parola, ma il giudizio da parte loro. Ma Giobbe dice loro chiaramente:

1. Che Dio e la sua causa non avevano bisogno di tali avvocati:

"Penserai di lottare per Dio, come se la sua giustizia

erano offuscati e volevano essere chiariti, o come se

non sapevano cosa dire e volevano che tu parlassi per

lui? Vorrete voi, che siete così deboli e passionali, mettervi in

per l'onore di perorare la causa di Dio?"

Un buon lavoro non dovrebbe finire in cattive mani. Accetterete la sua persona? Se coloro che non hanno il diritto dalla loro parte portano avanti la loro causa, è per parzialità del giudice a favore delle loro persone; ma la causa di Dio è così giusta che non ha bisogno di tali metodi per sostenerla. Egli è un Dio e può mendicare per se stesso (Giudici 6:31); e, se tu tacessi per sempre, i cieli annunzierebbero la sua giustizia.

2. Che la causa di Dio ha sofferto per tale gestione. Con il pretesto di giustificare Dio nell'affliggere Giobbe, essi lo condannarono magistralmente come un ipocrita e un uomo malvagio.

"Questo" (egli dice) "parla malvagiamente"

(poiché la mancanza di carità e la censura sono malvagità, grande malvagità; è un'offesa a Dio fare torto ai nostri fratelli);

"Parla con inganno, poiché tu condanni uno che ancora

Forse le vostre coscienze, allo stesso tempo, non possono

ma assolvere. I tuoi principi sono falsi e le tue argomentazioni

fallace, e vi scuserà se dite: È per Dio?"

No, perché una buona intenzione non giustificherà, e tanto meno santificherà, una parola o un'azione cattiva. La verità di Dio non ha bisogno della nostra menzogna, né della causa di Dio, né delle nostre politiche peccaminose né delle nostre passioni peccaminose. L'ira dell'uomo non opera la giustizia di Dio, né possiamo fare il male affinché venga il bene, == Romani 3:7-8. Le pie frodi (come le chiamano) sono empi imbrogli; e le persecuzioni devote sono orribili profanazioni del nome di Dio, come quelle che odiavano i loro fratelli e li scacciavano, dicendo: Sia glorificato il Signore, == Isaia 66:5; Giovanni 16:2.

VI. Si sforza di possederli con il timore del giudizio di Dio, e così di portarli a un temperamento migliore. Non pensino di imporre a Dio ciò che potrebbero imporre a un uomo come loro, né si aspettino di guadagnare il suo volto nelle loro cattive pratiche fingendo uno zelo per lui e per il suo onore.

"Come un uomo si fa beffe di un altro lusingandolo, pensi che

quindi per prenderlo in giro e ingannarlo?"

Certamente coloro che pensano di ingannare Dio dimostreranno di aver imbrogliato se stessi. Non lasciatevi ingannare, Dio non si fa beffe. Affinché non pensassero così di scherzare con Dio e di affrontarlo, Giobbe voleva che considerassero sia Dio che se stessi, e allora si sarebbero trovati incapaci di entrare in giudizio con lui.

1. Considerino che Dio sia colui al cui servizio si sono così spinti, e al quale hanno davvero reso tanto disservizio, e chiedano se potrebbero dargli un buon resoconto di ciò che hanno fatto. Considerare

(1.) La severità del suo esame e delle sue indagini su di loro (Giobbe 13:9)

«È bene che ti perquisisca? Riesci a sopportare

per far esaminare i principi che si approfondiscono

le vostre censure, e di avere il fondo della questione

scoperto?"

Notate, ci preoccupa tutti seriamente considerare se sarà a nostro vantaggio o no che Dio scruti il cuore. È bene per un uomo retto che intenda onestamente che Dio lo scruti; perciò prega per essa: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore. L'onniscienza di Dio è una testimonianza della sua sincerità. Ma è male a chi guarda da una parte e rema da un'altra che Dio lo cerchi e lo esponga alla sua confusione.

(2.) La severità dei suoi rimproveri e del suo dispiacere contro di loro (Giobbe 13:10):

"Se si accettano delle persone, anche se in segreto e in

cuore, egli certamente ti riprenderà; Sarà così lontano

dall'essere contento delle tue censure nei miei confronti, però

sotto il pretesto di vendicarlo, che si risentirà

come una grande provocazione, come un qualsiasi principe o grande

l'uomo sarebbe se un'azione vile fosse compiuta sotto il

sanzione del suo nome e sotto il colore dell'avanzare

il suo interesse".

Notate: Ciò che facciamo di sbagliato saremo certamente rimproverati, in un modo o nell'altro, una volta o nell'altra, anche se è fatto in modo così segreto.

(3.) Il terrore della sua maestà, che se dovessero avere timore reverenziale non farebbero ciò che li renderebbe odiosi alla sua ira (Giobbe 13:11):

"Sua eccellenza non vi farà paura? Tu che

avere una grande conoscenza di Dio e professare la religione

e la paura di lui, come osi parlare a questo ritmo e

Concedetevi una così grande libertà di parola? Dovere

non cammini e non parli nel timore di Dio?

Neemia 5:9 == Il suo terrore non dovrebbe cadere su di te, e

dare un assegno alle tue passioni?"

Mi sembra che Giobbe parli di questo come di uno che conosceva lui stesso il terrore del Signore e viveva in un santo timore di lui, qualunque cosa i suoi amici suggerissero il contrario. Nota

[1.] C'è in Dio un'eccellenza terribile. Egli è l'Essere più eccellente, ha in sé tutte le eccellenze e in ciascuna supera infinitamente qualsiasi creatura. Le sue eccellenze in sé sono amabili e amabili. Egli è l'Essere più bello; ma considerando la distanza dell'uomo da Dio per natura, e la sua defezione e degenerazione per il peccato, le sue eccellenze sono terribili. La sua potenza, la sua santità, la sua giustizia, sì, e anche la sua bontà, sono eccellenze terribili. Essi temono il Signore e la sua bontà.

[2.] Un santo timore di questa terribile eccellenza dovrebbe cadere su di noi e farci paura. Questo avrebbe risvegliato i peccatori impenitenti e li avrebbe portati al pentimento, e avrebbe indotto tutti a stare attenti a piacergli e a temere di offenderlo.

2. Considerino se stessi, e quale partita impari erano per questo grande Dio (Giobbe 13:12):

"I tuoi ricordi (tutto ciò che è in te in cui speri

per essere ricordato quando non ci sarai più) sono simili a

cenere, inutile e debole, e facilmente calpestata e

Stupefatti. I vostri corpi sono come corpi d'argilla,

ammuffisce e non arriva a nulla. I tuoi ricordi, tu

Pensate, sopravviverà ai vostri corpi, ma, ahimè! Sono

come cenere che sarà spalata con la tua polvere".

Notate che la considerazione della nostra meschinità e della nostra mortalità dovrebbe farci temere di offendere Dio, e fornisce una buona ragione per cui non dovremmo disprezzare e calpestare i nostri fratelli. Il vescovo Patrick dà un altro senso a questo versetto:

"Le vostre rimostranze a nome di Dio non sono migliori

che polvere, e gli argomenti che accumuli ma

come tanti mucchi di sporcizia".

13 Ver. 13. fino alla Ver. 22.

Qui Giobbe si aggrappa di nuovo, si aggrappa saldamente alla sua integrità, come uno che era deciso a non lasciarla andare, né a permettere che gli fosse strappata. La sua fermezza in questa faccenda è encomiabile e il suo calore scusabile.

I. Supplica i suoi amici e tutta la compagnia di lasciarlo in pace, e di non interromperlo in ciò che stava per dire (Giobbe 13:13), ma di ascoltarlo diligentemente, Giobbe 13:17. Avrebbe voluto che la sua protesta fosse decisiva, perché nessuno, tranne Dio e se stesso, conosceva il suo cuore.

"Tacete dunque e non farmi più sentire parlare di voi, ma ascoltate diligentemente ciò che dico e il mio giuramento di conferma ponga fine alla contesa".

II. Decide di aderire alla testimonianza che la sua coscienza ha dato della sua integrità; e sebbene i suoi amici la chiamassero ostinazione, ciò non doveva scuotere la sua costanza:

"Parlerò in mia propria difesa, e venga su di me ciò che vuole, == Giobbe 13:13. Lasciate che i miei amici ci mettano sopra la costruzione che vogliono, e pensino il peggio di me per questo; Spero che Dio non farà della mia necessaria difesa la mia offesa, come fai tu. Egli mi giustificherà (Giobbe 13:18) e allora non mi potrà venire nulla di male".

Nota: Coloro che sono retti e hanno la certezza della loro rettitudine, possono accogliere allegramente ogni evento. Qualunque cosa accada, bene praeparatum pectus: sono pronti per questo. Egli decide (Giobbe 13:15) che manterrà le sue vie. Non si sarebbe mai separato dalla soddisfazione che aveva avuto nell'aver camminato rettamente con Dio, perché, sebbene non potesse giustificare ogni parola che aveva detto, tuttavia, in generale, le sue vie erano buone, ed egli avrebbe mantenuto la sua rettitudine; e perché non avrebbe dovuto, dal momento che questo era il suo grande sostegno nei suoi esercizi attuali, come lo era quello di Ezechia, Ora, Signore, ricordati come ho camminato davanti a te? No, non solo non avrebbe tradito la sua causa, né l'avrebbe abbandonata, ma avrebbe apertamente confessato la sua sincerità; poiché (Giobbe 13:19)

"Se trattengo la mia lingua e non parlo per me stesso, il mio silenzio ora mi farà tacere per sempre, perché certamente abbandonerò lo spirito."

Giobbe 13:19.

"Se non posso essere scagionato, lascia che io sia tranquillizzato da ciò che dico"?

come Elihu, Giobbe 32:17,20.

III. Si lamenta dell'estremo dolore e della miseria in cui si trovava (Giobbe 13:14): Perché prendo la mia carne tra i miei denti? Cioè

1. "Perché soffro così tanto di agonia? Non posso fare a meno di meravigliarmi che Dio debba imporre così tanto su di me quando sa che non sono un uomo malvagio".

Era pronto, non solo a stracciarsi le vesti, ma anche a strapparsi la carne, attraverso la grandezza della sua afflizione, e si vedeva sull'orlo della morte, e la sua vita nelle sue mani, eppure i suoi amici non potevano accusarlo di alcun crimine enorme, né lui stesso poteva scoprirne alcuno; Non c'è da stupirsi quindi che fosse in tale confusione.

2. "Perché soffoco e soffoco le proteste della mia innocenza?"

Quando un uomo con grande difficoltà trattiene ciò che vorrebbe dire, si morde le labbra.

«Ora», dice, «perché non posso prendermi la libertà di parlare, dal momento che non faccio altro che tormentarmi, accrescere il mio tormento e mettere in pericolo la mia vita, astenendomi?»

Nota: Sarebbe irritante per l'uomo più paziente, quando ha perso ogni altra cosa, vedersi negato il conforto (se lo merita) di una buona coscienza e di un buon nome.

IV. Si consola in Dio e mantiene ancora la sua fiducia in Lui. Osserva qui,

1. Per cosa dipende da Dio: la giustificazione e la salvezza, le due grandi cose che speriamo attraverso Cristo.

(1.) Giustificazione (Giobbe 13:18): Ho ordinato la mia causa e, su tutta la questione, so che sarò giustificato. Questo lo sapeva perché sapeva che il suo Redentore viveva, Giobbe 19:25. Coloro i cui cuori sono retti verso Dio, camminando non secondo la carne, ma secondo lo Spirito, sappiano che per mezzo di Cristo non ci sarà alcuna condanna contro di loro, ma che, chiunque imporrà loro qualche cosa, saranno giustificati.

(2.) Salvezza (Giobbe 13:16): Anche lui sarà la mia salvezza. Egli non si riferisce alla salvezza temporale (ne aveva poca aspettativa), ma riguardo alla sua salvezza eterna era molto fiducioso che Dio non sarebbe stato solo il suo Salvatore per renderlo felice, ma la sua salvezza, nella visione e nella fruizione di chi sarebbe stato felice. E la ragione per cui dipendeva da Dio per la salvezza era perché l'ipocrita non verrà davanti a lui. Sapeva di non essere un ipocrita, e che solo gli ipocriti sono rigettati da Dio, e quindi concluse che non doveva essere respinto. La sincerità è la nostra perfezione evangelica; Nulla ci rovinerà se non la mancanza di questo.

2. Con quale costanza dipende da lui: Anche se mi uccide, confiderò in lui, == Giobbe 13:15. Questa è un'alta espressione di fede, e ciò a cui tutti dovremmo sforzarci di arrivare: confidare in Dio, anche se ci uccide, cioè, dobbiamo essere ben contenti di Dio come un amico anche quando sembra che si faccia avanti contro di noi come un nemico, Giobbe 23:8-10. Dobbiamo credere che tutti coopereranno per il nostro bene, anche quando tutto sembra fare contro di noi, Geremia 24:5. Dobbiamo procedere e perseverare nella via del nostro dovere, anche se ci è costato tutto ciò che ci è caro in questo mondo, persino la vita stessa, Ebrei 11:35. Dobbiamo dipendere dall'adempimento della promessa quando tutte le vie che conducono ad essa sono chiuse, Romani 4:18. Dobbiamo rallegrarci in Dio quando non abbiamo nient'altro di cui gioire, e aggrapparci a lui, sì, anche se per il momento non possiamo trovare conforto in lui. Nell'ora della morte dobbiamo trarre da lui le comodità della vita; e questo è confidare in lui, anche se ci uccide.

V. Egli desidera discutere il caso anche con Dio stesso, se solo avesse il permesso di risolvere i preliminari del trattato, Giobbe 13:20-22. Aveva desiderato (Giobbe 13:3) ragionare con Dio, ed è ancora della stessa opinione. Egli non si nasconderà, cioè non rifiuterà il processo, né temerà l'esito di esso, ma a due condizioni:

1. Affinché il suo corpo non sia torturato da questo squisito dolore:

"Allontana da me la tua mano; perché, mentre sono in questa situazione estrema, non sono adatto a nulla. Posso fare un passo per parlare con i miei amici, ma non so come rivolgermi a te".

Quando dobbiamo conversare con Dio, abbiamo bisogno di essere composti, e il più possibile liberi da tutto ciò che può metterci a disagio.

2. Affinché la sua mente non sia terrorizzata dalla tremenda maestà di Dio:

"Non lasciare che il tuo terrore mi faccia paura; O fa' che le manifestazioni della Tua presenza siano familiari o fa' che io sia in grado di sopportarle senza disordine e disturbo".

Mosè stesso tremò davanti a Dio, così come Isaia e Abacuc. O Dio, tu sei terribile anche nei tuoi luoghi santi.

"Signore", dice Giobbe, "non permettere che io sia messo in una tale costernazione di spirito, insieme a questa afflizione corporale; perché allora dovrò certamente abbandonare la causa, e non ne farò nulla".

Vedete quale follia è per gli uomini rimandare il loro pentimento e la loro conversione a un letto di malattia e a un letto di morte. Come può anche un uomo buono, e tanto meno un uomo cattivo, ragionare con Dio, in modo da essere giustificato davanti a lui, quando è sulla torbida del dolore e sotto il terrore degli arresti della morte? In un momento simile è molto brutto avere il grande lavoro da fare, ma molto comodo averlo fatto, come lo fu per Giobbe, il quale, se solo avesse avuto un po' di tempo per respirare, era pronto,

(1.) Ascoltare Dio che gli parla con la sua parola, e rispondere con una risposta: Chiama e io ti risponderò; o

(2.) Per parlargli con la preghiera e aspettarsi una risposta: Lasciami parlare e tu rispondimi, == Giobbe 13:22. Confrontate questo con Giobbe 9:34-35, dove egli parla dello stesso argomento. In breve, la cattiveria del suo caso era in quel momento così umida su di lui che non riusciva a superarlo; per il resto era ben sicuro della bontà della sua causa, e non dubitava di averne finalmente il conforto, quando la nube presente fosse passata. Con tale santa audacia possano gli uomini retti accostarsi al trono della grazia, senza dubitare, ma per trovarvi misericordia.

23 Ver. 23. fino alla Ver. 28.

Qui

I. Giobbe si informa sui suoi peccati e implora che glieli venga scoperti. Alza lo sguardo verso Dio e gli chiede quale fosse il loro numero (Quante sono le mie iniquità?) e quali erano i loro particolari: Fammi conoscere le mie trasgressioni, == Giobbe 13:23. I suoi amici erano abbastanza pronti da dirgli quanto fossero numerosi e atroci, Giobbe 22:5.

"Ma, Signore", dice, "fammi conoscere da te;

poiché il tuo giudizio è secondo verità, il loro no".

Ciò può essere preso,

1. Come un'appassionata lamentela per l'uso duro, che è stato punito per le sue colpe e tuttavia non gli è stato detto quali fossero le sue colpe. O

2. Come prudente appello a Dio dalle censure dei suoi amici. Desiderava che tutti i suoi peccati fossero portati alla luce, sapendo che allora sarebbero apparsi non così tanti, né così potenti, come i suoi amici sospettavano di cui fosse colpevole. O

3. Come pia richiesta, allo stesso modo di ciò a cui Elihu lo indirizzò, Giobbe 34:32 == Quello che io non vedo, insegnamelo tu. Nota: Un vero penitente è disposto a conoscere il peggio di se stesso; e tutti noi dovremmo desiderare di sapere quali sono le nostre trasgressioni, per poter essere particolari nella confessione di esse e stare in guardia contro di esse per il futuro.

II. Si lamenta amaramente del fatto che Dio si sia allontanato da lui (Giobbe 13:24): Perché nascondi la tua faccia? Questo deve essere inteso per qualcosa di più delle sue afflizioni esteriori, perché la perdita del patrimonio, dei figli, della salute, potrebbe benissimo essere compatibile con l'amore di Dio; quando questo fu tutto, egli benedisse il nome del Signore; ma anche la sua anima era dolorosamente contrariata, ed è questo che egli qui si lamenta.

1. Che i favori dell'Onnipotente sono stati sospesi. Dio nascose il suo volto come uno estraneo per lui, dispiaciuto di lui, timido e incurante di lui.

2. Che i terrori dell'Onnipotente furono inflitti e impressi su di lui. Dio lo tenne come suo nemico, scagliò le sue frecce contro di lui (Giobbe 6:4) e lo pose come un segno, Giobbe 7:20. Notate, lo Spirito Santo a volte nega i suoi favori e scopre i suoi terrori ai migliori e più cari dei suoi santi e servitori in questo mondo. Questo caso si verifica non solo nella produzione, ma talvolta nel progresso della vita divina. Le prove del cielo sono eclissate, le comunicazioni sensibili interrotte, il terrore dell'ira divina impressa e i ritorni di conforto, per il momento, disperati di, Salmi 77:7-9; 88:7,15-16. Questi sono fardelli gravi per un'anima misericordiosa, che considera l'amorevole benignità di Dio migliore della vita, Proverbi 18:14 == Uno spirito ferito che può sopportare? Giobbe, chiedendo qui: Perché nascondi il tuo volto? ci insegna che, quando in qualsiasi momento siamo sotto la sensazione dei ritramenti di Dio, ci preoccupiamo di indagare la ragione di essi: qual è il peccato per il quale ci corregge e qual è il bene che ci progetta. Le sofferenze di Giobbe erano tipiche delle sofferenze di Cristo, al quale non solo gli uomini nascondevano i loro volti (Isaia 53:3), ma Dio nascondeva i suoi, testimonia le tenebre che lo circondavano sulla croce quando gridava: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Se questo è stato fatto a questi alberi verdi, che cosa si farà ai secchi? Saranno abbandonati per sempre.

III. Egli supplica umilmente Dio per la sua totale incapacità di stare davanti a lui (Giobbe 13:25):

"Vuoi spezzare una foglia, inseguire la stoppia secca? Signore

è per il tuo onore calpestare uno che è in declino

o per schiacciarne uno che non ha né pretende né

a qualche potere che ti resista?"

Nota: Dovremmo avere una tale apprensione della bontà e della compassione di Dio da credere che egli non spezzerà la canna rotta, == Matteo 12:20.

IV. Si lamenta tristemente del fatto che Dio lo tratta con severità. Egli ammette che è stato per i suoi peccati che Dio ha conteso con lui, ma ci pensa duramente,

1. Che i suoi peccati precedenti, commessi da tempo, siano ora ricordati contro di lui, e che sia annoverato per i vecchi conti (Giobbe 13:26): Tu scrivi cose amare contro di me. Le afflizioni sono cose amare. Scriverli denota deliberazione e determinazione, scritti come un mandato di esecuzione; denota anche la continuazione della sua afflizione, poiché ciò che è scritto rimane, e,

"In questo mi fai possedere le iniquità di

la mia giovinezza", cioè, "tu mi punisci per loro,

e così mi fa pensare a loro, e mi obbliga

per rinnovare il mio pentimento per loro".

Nota

(1.) Dio a volte scrive cose molto amare contro i migliori e più cari dei suoi santi e servitori, sia nelle afflizioni esteriori che nell'inquietudine interiore; afflizione nel corpo e tribolazione nella mente, per umiliarli, metterli alla prova e fare loro del bene per il loro ultimo fine.

(2.) Che i peccati della giovinezza sono spesso l'astuzia dell'età sia per quanto riguarda il dolore interiore (Geremia 31:18-19) che la sofferenza esterna, Giobbe 20:11. Il tempo non logora la colpa del peccato.

(3.) Che quando Dio scrive cose amare contro di noi, il suo disegno in ciò è di farci possedere le nostre iniquità, di riportare alla mente i peccati dimenticati, e così di portarci al rimorso per essi da separarci da essi. Questo è tutto il frutto, per togliere il nostro peccato.

2. Che i suoi attuali errori e aborti spontanei siano così rigorosamente presi in considerazione e così severamente sorvegliati (Giobbe 13:27):

"Tu metti anche i miei piedi nei ceppi, non solo per

affliggermi ed espormi alla vergogna, non solo a

io non sfuggi ai colpi della tua ira, ma che

puoi notare criticamente tutti i miei moti e

guarda attentamente a tutti i miei sentieri, per correggermi

ogni passo falso, anzi, perché solo uno sguardo storto o una parola

Tu hai messo un'impronta sui talloni

dei miei piedi, abbatto ogni cosa che faccio male, per

Calcolatelo; o non appena ho camminato male,

anche se sempre così poco, che immediatamente mi sono fatto prendere

esso; La punizione calpesta i talloni stessi del

peccato. Senso di colpa, sia del più vecchio che del più fresco

data, è messo insieme per costituire la causa del mio

calamità".

Ora

(1.) Non era vero che Dio cercava così vantaggi contro di lui. Non è così estremo da sottolineare ciò che facciamo di sbagliato; se lo fosse, non ci sarebbe dimora per noi, Salmi 130:3. Ma egli è così lontano da questo che non tratta con noi secondo il deserto, no, non con i nostri peccati manifesti, che non si trovano con la ricerca segreta, == Geremia 2:34. Questo era quindi il linguaggio della malinconia di Giobbe; i suoi pensieri sobri non rappresentarono mai Dio come un padrone severo.

(2.) Ma dovremmo tenere un occhio così severo e geloso su noi stessi e sui nostri passi, sia per la scoperta del peccato passato che per la prevenzione di esso per il futuro. È bene per tutti noi meditare sul sentiero dei nostri piedi.

V. Si ritrova a deperire rapidamente sotto la mano pesante di Dio, Giobbe 13:28 == Egli (cioè l'uomo) come una cosa marcia, il cui principio di putrefazione è in se stesso, consuma, proprio come un vestito tarmato, che diventa continuamente sempre peggiore. Oppure, Egli (cioè Dio) come il marciume, e come una tignola, mi consuma. Confronta questo con Osea 5:12 : Io sarò per Efraim come una tignola, e per la casa di Giuda come marciume; e vedi Salmi 39:11. Nota, l'uomo, nel migliore dei casi, si consuma velocemente; ma, specialmente sotto i rimproveri di Dio, se ne va presto. Mentre c'è così poca sanità nell'anima, non c'è da meravigliarsi che ci sia così poca sanità nella carne, Salmi 38:3.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 13

1 Capitolo 13

Giobbe rimprovera i suoi amici Giob 13:1-12

Professa la sua fiducia in Dio Giob 13:13-22

Giobbe chiede di conoscere i suoi peccati Giob 13:23-28

Versetti 1-12

Con autocompiacimento, Giobbe dichiara di non aver bisogno di essere istruito da loro. Coloro che litigano sono tentati di magnificare se stessi e di abbassare i loro fratelli più di quanto sia opportuno. Quando siamo afflitti o angosciati dal timore dell'ira, dalla forza della tentazione o dal peso dell'afflizione, dobbiamo rivolgerci al Medico delle nostre anime, che non respinge mai nessuno, non prescrive mai male e non lascia mai nessun caso senza rimedio. A Lui possiamo rivolgerci in ogni momento. Per i cuori spezzati e le coscienze ferite, tutte le creature, senza Cristo, sono medici di nessun valore. Giobbe parla evidentemente con uno spirito molto arrabbiato contro i suoi amici. Essi avevano avanzato alcune verità che riguardavano quasi Giobbe, ma il cuore non ammutolito davanti a Dio non riceve mai docilmente i rimproveri degli uomini.

13 Versetti 13-22

Giobbe decise di attenersi alla testimonianza che la sua coscienza dava della sua rettitudine. Dipendeva da Dio per la giustificazione e la salvezza, le due grandi cose in cui speriamo attraverso Cristo. La salvezza temporale se l'aspettava poco, ma della salvezza eterna era molto fiducioso: Dio non sarebbe stato solo il suo Salvatore per renderlo felice, ma la sua salvezza, nella vista e nel godimento della quale sarebbe stato felice. Sapeva di non essere un ipocrita e concludeva che non sarebbe stato rifiutato. Dovremmo essere ben contenti di Dio come amico, anche quando sembra contro di noi come nemico. Dobbiamo credere che tutto opererà per il nostro bene, anche quando tutto sembrerà andare contro di noi. Dobbiamo aggrapparci a Dio, anche se per il momento non possiamo trovare conforto in Lui. In un'ora di morte, dobbiamo trarre da lui un conforto vivo; e questo significa confidare in lui, anche se ci uccide.

23 Versetti 23-28

Giobbe chiede che gli vengano rivelati i suoi peccati. Un vero penitente è disposto a conoscere il peggio di se stesso; e tutti noi dovremmo desiderare di sapere quali sono le nostre trasgressioni, per poterle confessare e per evitare di commetterle in futuro. Giobbe si lamenta dolorosamente della severità di Dio nei suoi confronti. Il tempo non consuma la colpa del peccato. Quando Dio scrive cose amare contro di noi, il suo scopo è quello di farci ricordare i peccati dimenticati e di portarci a pentircene, in modo da staccarci da essi. I giovani si guardino dall'indulgere nel peccato. Anche in questo mondo possono possedere i peccati della loro giovinezza, tanto da avere mesi di dolore per momenti di piacere. La loro saggezza consiste nel ricordare il loro Creatore nei primi giorni, in modo da avere una speranza sicura e una dolce pace di coscienza come conforto per gli anni che stanno per finire. Giobbe si lamenta anche del fatto che i suoi errori attuali sono tenuti in gran conto. Al contrario, Dio non ci tratta secondo i nostri meriti. Questo era il linguaggio della visione malinconica di Giobbe. Se Dio segna i nostri passi ed esamina attentamente i nostri sentieri, nel giudizio, sia il corpo che l'anima sentono la sua giusta vendetta. Questo sarà il caso terribile degli increduli, ma in Cristo c'è una salvezza pensata, fornita e resa nota.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 13

1 Ecco, il mio occhio ha visto tutto questo - ho visto illustrazioni di tutto ciò che ho detto, o che tu hai detto sui metodi della divina provvidenza.

2 Quello che sai... - Vedi la nota a Giobbe 12:3.

3 Sicuramente parlerei con l'Onnipotente, desidererei portare la mia causa direttamente a Dio e esporre le mie ragioni davanti a lui. Questo lavoro spesso professava di desiderare; vedi Giobbe 9:34. Sentiva che Dio avrebbe apprezzato gli argomenti che avrebbe sollecitato e avrebbe reso loro giustizia. I suoi amici che sentiva erano censori e severi.

Non rendevano giustizia né ai suoi sentimenti, né alle sue motivazioni. Hanno pervertito le sue parole e le sue argomentazioni; e invece di consolarlo, non facevano che aggravare le sue prove, e lo facevano sprofondare in dolori più profondi. Ma sentiva che se avesse potuto portare la sua causa a Dio, avrebbe reso ampia giustizia a lui e alla sua causa. Le opinioni che ebbe dei suoi amici, egli procede ad esporre con considerevole lunghezza, e senza molta riserva, nei versi seguenti.

4 Ma voi siete falsari di bugie - La parola bugie qui sembra essere usata in senso lato, per denotare sofismi, false accuse, errori. Mantenevano false posizioni; non vedevano l'esatta verità riguardo ai rapporti divini e al carattere di Giobbe. Sostenevano strenuamente che Giobbe era un ipocrita e che Dio lo stava punendo per i suoi peccati. Sostenevano che Dio tratta le persone in esatto accordo con il loro carattere in questo mondo, tutto ciò che Giobbe considerava una falsa dottrina, e affermava che la difendevano con argomenti sofisticati inventati allo scopo, e quindi potevano essere definiti "falsatori". di bugie".

Medici senza valore - Il significato è che erano venuti a dargli consolazione, ma nulla di ciò che avevano detto gli aveva dato conforto. Erano come medici mandati a visitare i malati, che non potevano far nulla quando venivano; confronta Giobbe 16:2.

5 Oh se taceste del tutto! - Mostreresti la tua saggezza con il silenzio. Siccome non puoi dire nulla che sia adatto a dare conforto, oa spiegare il vero stato delle cose, sarebbe saggio non dire nulla; confronta Proverbi 17:28 : “Anche lo stolto, quando tace, è considerato saggio”.

7 Parlerai malvagiamente per Dio? - Cioè, manterrai principi ingiusti al fine di onorare o rivendicare Dio? Giobbe si riferisce senza dubbio alle posizioni che avevano difeso riguardo all'amministrazione divina - principi che considerava ingiusti, sebbene li avessero impiegati professatamente nel rivendicare Dio. Il senso è che principi ingiusti non dovrebbero essere avanzati per rivendicare Dio.

La grande causa della verità e della giustizia dovrebbe essere sempre mantenuta, e anche nel tentativo di rivendicare l'amministrazione divina, non dovremmo usare argomenti che non siano basati su ciò che è giusto e vero. Giobbe intende rimproverare ai suoi amici di avere, nella loro dichiarata rivendicazione di Dio, sentimenti avanzati che erano in guerra con la verità e la giustizia, e che erano pieni di fallacia e sofismi.

E questo non è mai stato fatto ora? Argomenti sofisticati non vengono mai impiegati nel tentativo di rivendicare il governo divino? Non enunciamo mai nei suoi confronti principi che dovremmo ritenere ingiusti e disonorevoli se applicati all'uomo? Le brave persone non pensano talvolta che quel governo debba essere comunque difeso; e quando non riescono a vedere alcuna ragione per i rapporti divini, non fanno tentativi per giustificarli, che sono semplicemente progettati per gettare polvere negli occhi di un avversario e che sono noti per essere sofisticati nella loro natura? È sbagliato impiegare un argomento sofisticato su qualsiasi argomento; e nel ragionare sul carattere e sui rapporti divini, quando arriviamo, come spesso facciamo, a punti che non possiamo capire, è meglio confessarlo. Dio non chiede argomenti deboli o sofisticati in sua difesa;

E parla con inganno per lui - Usa errori e sofismi nel tentativo di vendicarlo. Tutto, parlando di Dio, dovrebbe essere vero, puro e sano. Ogni argomento dovrebbe essere libero da ogni apparenza di sofisma, e dovrebbe essere tale da resistere alla prova dell'esame più approfondito. Nessun onore viene fatto a Dio con argomenti sofistici, né può essere contento quando tali argomenti sono impiegati anche per rivendicare e onorare il suo carattere.

8 Accetterai la sua persona? - Cioè, sarai parziale con lui? Il linguaggio è quello usato in relazione ai tribunali di giustizia, dove un giudice mostra favore a una delle parti a causa della nascita, del rango, della ricchezza o dell'amicizia personale. L'idea qui è: "vorrai, dalla parzialità verso Dio, mantenere principi ingiusti e difendere posizioni che sono davvero insostenibili?" C'era una controversia tra Giobbe e Dio.

Giobbe sosteneva di essere stato punito troppo severamente; che le azioni divine erano diseguali e sproporzionate rispetto alle sue offese. I suoi amici, sostiene, non hanno reso giustizia agli argomenti che aveva sostenuto, ma si erano schierati con Dio contro di lui, non importava quello che lui esortava o quello che diceva. Erano così poco disposti a rendergli giustizia e ad ascoltare la sua rivendicazione, che qualunque cosa dicesse, attribuivano tutto all'impazienza, alla ribellione e alla sottomissione.

Presumevano che avesse torto e che Dio avesse perfettamente ragione in ogni momento. Di questa posizione che Dio aveva ragione, nessuno poteva ragionevolmente lamentarsi, e nelle sue sobrie riflessioni Giobbe stesso non sarebbe stato disposto ad obiettarvi; ma la sua lamentela è che, sebbene le considerazioni da lui sollecitate fossero del più grande peso, non avrebbero permesso la loro forza, semplicemente perché erano determinati a vendicare Dio.

La loro posizione era che Dio trattasse le persone rigorosamente secondo il loro carattere; e che qualunque cosa soffrissero, le loro sofferenze erano l'esatta misura del loro infelice deserto. Contro questa posizione, non avrebbero sentito nulla di ciò che Giobbe avrebbe potuto dire; e lo sostenevano con ogni tipo di argomento che fosse a loro disposizione, sano o meno, sofisticato o solido. Giobbe dice che questo stava mostrando parzialità per Dio, e sentiva di avere il diritto di lamentarsi.

Non dobbiamo mai mostrare "parzialità" anche per Dio. Può essere giustificato con argomenti giusti ed eguali; e non dobbiamo mai ferire gli altri mentre lo difendiamo. I nostri argomenti per lui dovrebbero davvero essere riverenti, e dovremmo desiderare di rivendicare il suo carattere e il suo governo; ma le considerazioni che esortiamo non devono essere quelle di mera parzialità e favore.

Combatterai per Dio? - Linguaggio preso da un tribunale e riferito a un argomento a favore di una parte o di una causa. Giobbe chiede se si impegnerebbero a mantenere la causa di Dio, e potrebbe voler dire che sono stati completamente squalificati per tale impresa. Non solo li rimprovera per mancanza di candore e imparzialità, come nelle espressioni precedenti, ma intende dire che erano inadatti a tutti gli effetti ad essere gli avvocati di Dio.

Non capivano i principi della sua amministrazione. I loro punti di vista erano ristretti, le loro informazioni limitate e le loro argomentazioni o banali o infondate. Secondo questa interpretazione, l'accento sarà posto sulla parola "voi" - "VOI contenderete a Dio?" L'intero versetto può significare: “Dio non deve essere difeso per mera parzialità o favore. Solo argomenti solidi dovrebbero essere impiegati nella sua causa. Non li avete usati e vi siete mostrati del tutto inadatti a questo grande argomento».

L'inferenza pratica che dovremmo trarre da ciò è che i nostri argomenti in difesa dell'amministrazione divina dovrebbero essere solidi e solidi. Non dovrebbero essere semplici declamazioni o semplici asserzioni. Dovrebbero essere tali che diventeranno il grande tema, e tali da resistere alla prova di ogni giusta prova che possa essere applicata al ragionamento. Ci sono argomenti che "rivendicheranno tutte le vie di Dio agli uomini"; e cercarli dovrebbe essere uno dei grandi impieghi della nostra vita.

Se i ministri del Vangelo si attenessero sempre a questi principi, spesso farebbero molto di più di quanto fanno ora per raccomandare la religione alle opinioni sobrie dell'umanità. Nessuna persona è più tentata di usare argomenti deboli o infondati. Sentono che è loro dovere a tutti i costi difendere l'amministrazione divina. Sono in circostanze in cui i loro argomenti non saranno sottoposti al processo di ricerca che sarà un argomento al bar, dove un avversario acuto e interessato è in allerta e certamente vaglierà ogni argomento che viene sollecitato.

O per l'incapacità di spiegare le difficoltà del governo divino, o per indolenza nel cercare argomenti, o per presumere sull'ignoranza e l'ottusità dei loro ascoltatori, o per un orgoglio che non permetterà loro di confessare la loro ignoranza su alcun argomento, essi corrono il rischio di tentare di nascondere una difficoltà che non possono spiegare, o di usare argomenti e ricorrere a ragionamenti, che altrimenti sarebbero considerati infondati o privi di valore.

Un ministro dovrebbe sempre ricordare che un buon ragionamento è necessario nella religione come in altre cose, e che ci sono sempre alcune persone che possono rilevare un errore o vedere attraverso i sofismi. Con quale studio diligente dovrebbero quindi prepararsi per il loro lavoro i ministri del Vangelo! Come dovrebbero essere attenti, come avvocati di Dio e della sua causa in un mondo a lui opposto, a trovare argomenti solidi, a rispondere con candore a ogni obiezione e a convincere le persone con ragionamenti sani che Dio ha ragione! Il loro lavoro è convincere, non denunciare; e se c'è un ufficio di indicibile responsabilità sulla terra, è quello di impegnarsi ad essere gli avvocati di Dio.

9 È un bene che ti cerchi? - Sarebbe bene per te se si dedicasse a un'indagine sul tuo carattere e sugli argomenti che adduci? L'idea è che se Dio facesse una tale indagine, il risultato sarebbe loro molto sfavorevole. Forse Giobbe intende insinuare che, se fossero stati sottoposti al tipo di prova che era stato lui, si sarebbe visto che non potevano sopportarlo.

“O come un uomo si beffa di un altro”. L'idea qui è: “è possibile illudere o ingannare l'uomo, ma Dio non può essere ingannato. Puoi nascondere i tuoi pensieri e le tue motivazioni all'uomo, ma non a Dio. Puoi usare argomenti che possono imporre all'uomo - puoi impiegare errori e sofismi che non può rilevare, ma ogni sforzo del genere è vano con Dio; " confronta Galati 6:7.

10 Sicuramente ti rimprovererà, se accetti segretamente le persone - Se mostri parzialità, incorrerai nella sua disapprovazione. Questo sembra avere molto cast proverbiale dell'epoca, e significa che in nessuna circostanza possibile era giusto mostrare parzialità. Non importa per chi possa essere fatto, dispiacerà a Dio. Anche se è in favore del giusto, della vedova, dell'orfano o di se stesso, se non c'è disposizione a giudicare secondo verità ed evidenza, Dio ti disapprova.

Non importa chi potrebbero essere le parti; non importa quale sia il loro grado; non importava quale amicizia potesse esserci per l'uno o l'altro di loro, non si doveva mai presumere che uno avesse ragione e l'altro torto senza prove. La verità esatta doveva essere ricercata e il giudizio formulato di conseguenza. Anche quando Dio era una delle parti, si doveva seguire la stessa strada. Il suo carattere poteva essere rivendicato con successo, e non gli sarebbe piaciuto che la sua causa fosse difesa o decisa per parzialità o per semplice favore.

Quindi, incoraggia le persone a portare avanti le loro forti ragioni e ad addurre tutto ciò che si può dire contro il suo governo e le sue leggi. Vedi le note in Isaia 41:1.

11 Non sarà sua eccellenza - La sua esaltazione שׂאת ś e 'êth da נשׂא nâśâ' esaltare, innalzare), o sua maestà, Genesi 49:3.

Ti fanno paura - Ti riempiono di stupore e riverenza. Non ti trattenerà dalla fallacia, dai sofismi e da ogni ragionamento presuntuoso e infondato? Il senso qui è che un senso della grandezza e della maestà di Dio dovrebbe riempire la mente di solennità e riverenza, e renderci seri e sinceri; dovrebbe reprimere ogni declamazione e mera asserzione, e dovrebbe portarci ad addurre solo quelle considerazioni che reggeranno la prova del giudizio finale.

La proposizione generale, tuttavia, non è meno chiara, che il senso della maestà e della gloria di Dio dovrebbe in ogni momento riempire la mente di solenne soggezione e produrre la più profonda venerazione. Vedi Geremia 5:22; Geremia 10:7; Genesi 28:17.

E il suo terrore - La paura di lui. Dovresti avere tanta soggezione nei suoi confronti da non avanzare sentimenti che non approverà o che non sopporteranno la prova dell'esame. Rosenmuller, tuttavia, e dopo di lui Noyes, suppone che questa non sia tanto una dichiarazione di ciò che dovrebbe essere, implicando che il timore di Dio dovrebbe produrre venerazione, quanto una dichiarazione di ciò che è realmente accaduto - implicando che furono effettivamente influenzati da questa paura servile in quello che dicevano.

Secondo questo significa che erano mossi solo da un terrore di ciò che Dio avrebbe fatto loro che li ha portati a condannare. Giobbe senza prove, e non per rispetto della verità. Ma l'interpretazione comune mi sembra più conforme al significato del passaggio.

12 I tuoi ricordi sono come cenere - C'è stata una notevole varietà nell'interpretazione di questo verso. Il significato nella nostra versione comune non è certamente molto chiaro. Lo rende la Vulgata, Memoria vestra comparabitur cineri. La Settanta, Ἀποβήσεται δὲ ὑμῶν τὸ γαυρίαμα Ἶσα σποδᾷ Apobēsetai de humōn to gauriama isa spodō - “il tuo vanto passerà come cenere.

"Il Dr. Good lo rende, "La polvere sono i tuoi detti immagazzinati". Noyes, "Le tue massime sono parole di polvere". La parola resa “ricordi” זכרון zı̂krôn significa propriamente “ricordo, memoria”, Giosuè 4:7; Ezechiele 12:14; poi un "ricordo" o "registrazione"; poi un “detto memorabile, una massima.

"Questo è probabilmente il significato qui; e il riferimento è agli apotegmi o proverbi che avevano pronunciato così abbondantemente, e che consideravano così profondi e degni di attenzione, ma che Giobbe era disposto a considerare come i più comuni e a trattare con disprezzo.

Sono come cenere - Cioè, non hanno valore. Vedi le note in Isaia 44:20. Le loro massime avevano all'incirca la stessa relazione con la vera saggezza che le ceneri hanno con il cibo sostanzioso e nutriente. L'ebraico qui ( אפר משׁלי mâshaly 'êpher ) è piuttosto "sono parabole di cenere"; - la parola משׁל mâshâl che significa similitudine, parabola, proverbio. Questa interpretazione dà più forza e bellezza al brano.

I tuoi corpi - - גביכם gabēykem Vulgata, “ cervizi ”. Settanta, τὸ δὲ σῶμα πήλινον a de sōma pēlinon - ma il corpo è argilla. La parola ebraica גב gab, significa qualcosa di gibboso (da cui deriva la parola “gibboso”), convesso, arcuato; quindi, la "schiena" di animali o esseri umani, Ezechiele 10:12; il capo di uno scudo o scudo - la "gibbosa", o parte esterna convessa - Giobbe 15:26; e poi, secondo Gesenius, un trinceramento, una fortezza, una roccaforte.

Secondo questa interpretazione, il passaggio qui significa che gli argomenti dietro i quali si trinceravano erano come l'argilla. Non potevano resistere a un attacco contro di loro, ma sarebbero stati facilmente abbattuti, come muri di fango. Grozio lo rende: "Le tue torri (di difesa) sono tumulto di argilla". Rosenmuller osserva sul versetto che gli antichi erano abituati a inscrivere frasi di importanti fatti storici su pilastri.

Se questi fossero incisi su pietra, sarebbero permanenti; se su pilastri ricoperti di argilla, sarebbero presto cancellati. Su un pilastro o una colonna ad Aleandria, l'architetto ha inciso il proprio nome alla base in profondità nella pietra. Sull'intonaco o stucco di cui era ricoperta la colonna, incise il nome della persona in onore del quale era eretta. La conseguenza fu che quel nome venne presto cancellato; poi apparve il suo, e fu permanente. Ma il significato qui è piuttosto che gli apotegmi e le massime dietro cui si trinceravano erano come muri di fango e non potevano resistere a un attacco.

13 Taci - Margine, taci da me; vedi Giobbe 13:5. È possibile che Giobbe abbia percepito in loro una certa disposizione ad interromperlo in modo rude in risposta alle osservazioni severe che aveva fatto, e ha chiesto quindi il privilegio di poter continuare e dire ciò che inteso, lascia che venga quello che sarebbe.

E lascia che venga su di me ciò che sarà - Qualsiasi cosa, che si tratti di rimproveri da parte tua o ulteriori sofferenze dalla mano di Dio. Permettimi di esprimere i miei sentimenti, quali che siano le conseguenze per me stesso. Non si può non ricordare con forza da questo verso l'osservazione del filosofo greco: "Colpisci, ma ascoltami".

14 Perché prendo la mia carne tra i denti - Il significato delle espressioni proverbiali in questo verso non è molto chiaro. Indicano uno stato di grande pericolo; ma il senso esatto dei proverbi è stato difficile da accertare. Alcuni hanno supposto che la frase "prendere la carne tra i denti" sia significativa di uno stato di carestia, in cui un uomo che muore per questa causa si fermerebbe sulla propria carne e la divorerebbe; altri, che si riferisce alle contese di animali voraci, che lottano per un pezzo di carne; altri, che si riferisce al fatto che ciò che viene portato nei denti rischia di cadere e che Giobbe considerava la sua vita come in una condizione così pericolosa.

Schultens lo considera denotante quel coraggio audace in cui un uomo espone la sua vita a un pericolo imminente. Egli suppone che sia da prendere in connessione con il versetto precedente, come insinuando che sarebbe andato avanti e avrebbe parlato in ogni caso, qualunque fosse il risultato.

Lo traduce: "Qualunque sia l'evento, prenderò la mia carne tra i denti e la mia vita nella mia mano". In questa interpretazione Rosenmuller concorda. Noyes lo rende: "Non conterò nulla per sopportare la mia carne tra i denti". Bene, “Che cosa accada - porterò la mia carne tra i denti; ' e suppone che la frase equivalga a dire che correrebbe qualsiasi rischio o pericolo. Il proverbio che suppone è tratto dalla gara che così frequentemente si svolge tra cani e altri quadrupedi carnivori, quando uno di loro porta in bocca un osso o un pezzo di carne, che diventa motivo di contesa e premio per cui lottare. .

La Vulgata lo rende " Quare lacero carnes meus dentibus meis ". La Settanta: "Prendendo la mia carne tra i denti, metterò la mia vita nelle mie mani". Mi sembra che il linguaggio sia da prendere in connessione con il versetto precedente, e non debba essere considerato come un interrogatorio, ma come una dichiarazione. “Lasciate che mi venga addosso qualsiasi cosa - qualunque esso sia - מה mah - Giobbe 13:13 a causa di questo, o in riferimento a tale - על-מה ' al - mah - Giobbe 13:14 , prenderò la mia vita nella mia mano, sfidando ogni e qualsiasi pericolo”.

È un proposito fermo e determinato che esprima i suoi sentimenti, qualunque cosa accada, anche se ciò comporta il pericolo della sua vita. La parola "carne" credo sia sinonimo di vita, o dei suoi migliori interessi; e la figura è probabilmente presa dal fatto che gli animali portano così la loro preda o viziano tra i denti. Naturalmente, questa sarebbe una protezione scadente. Sarebbe suscettibile di essere sequestrato da altri.

Potrebbe anche tentare e provocare altri a prenderlo: e porterebbe a conflitti e pericoli. Quindi Giobbe sentiva che il corso che stava seguendo lo avrebbe portato in pericolo, ma era determinato a seguirlo, qualunque cosa potesse accadere.

E metti la mia vita nella mia mano - Questa è un'espressione proverbiale, che significa lo stesso di, mi esporrò al pericolo. Qualsiasi cosa di valore presa in mano rischia di essere strappata rudemente. È come prendere in mano uno scrigno di gioielli, o una borsa d'oro, che in qualsiasi momento può essere sequestrata dai ladri. La frase non è rara nelle Scritture per indicare l'esposizione a un grande pericolo; confronta Salmi 119:109 , "La mia anima è continuamente nella mia mano;" 1 Samuele 19:5 "Poiché ha messo la sua vita nelle sue mani e ha ucciso il Filisteo;" Giudici 12:3 , “Ho messo la mia vita nelle mie mani e sono passato contro i figli di Ammon.

"Un'espressione simile si trova nei classici greci che denota l'esposizione a un pericolo imminente - ἐν τῇ χειρὶ τὴν ψυχὴν ἔχει en cheiri tēn psuchēn echei - "ha la sua vita in mano"; vedi Rosenmuller su Salmi 119:109. Gli arabi hanno un proverbio in qualche modo simile, come citato da Schultens, "La sua carne è sul ceppo di un macellaio".

15 Sebbene mi uccida - " Dio può moltiplicare così tanto i miei dolori e le mie pene che io non posso sopravvivere. Vedo che potrei essere esposto a maggiori calamità, eppure sono disposto ad affrontarle. Se nel sostenere la mia propria causa, e mostrando che non sono un ipocrita Giobbe 13:16 , accadrà che le mie sofferenze siano così accresciute che io muoia, tuttavia lo farò.

La parola "uccidere" o "uccidere" qui si riferisce alla morte temporale. Non ha alcun riferimento alla punizione nel mondo futuro, o alla morte dell'anima. Significa semplicemente che Giobbe era determinato a mantenere la sua causa e difendere il suo carattere, sebbene le sue sofferenze fossero così aumentate che la vita sarebbe stata persa. Tale era l'estensione delle sue sofferenze, che aveva ragione di supporre che sarebbero terminate con la morte; e tuttavia nonostante ciò, era suo proposito fisso confidare in Dio; confrontare le note a Giobbe 19:25.

Questo fu detto nei momenti migliori di Giobbe, ed era la sua intenzione deliberata e prevalente. Questo proposito deliberato esprime quello che era veramente il carattere dell'uomo, sebbene occasionalmente, quando diventava impaziente, dava espressione a sentimenti e sentimenti diversi. Dobbiamo guardare al tenore prevalente e abituale dei sentimenti e dei principi dichiarati di un uomo, per determinare quale sia il suo carattere, e non alle espressioni fatte sotto l'influenza della tentazione o sotto la severità del dolore.

Sul sentimento qui espresso, confronta Salmi 23:4; Proverbi 14:32.

Eppure mi fiderò di lui - La parola usata qui ( יחל yâchal ) significa propriamente aspettare, restare, rimandare; e di solito trasmette l'idea di aspettare uno con l'aspettativa di aiuto o aiuto. Quindi, significa sperare. Il senso qui è che la sua attesa o speranza era in Dio; e se il senso espresso nella nostra versione comune è corretto, implica che anche nella morte, o dopo la morte, confiderebbe in Dio. Avrebbe aderito a lui, e avrebbe sentito ancora che oltre la morte lo avrebbe benedetto.

In lui - In Dio. Ma qui c'è un'importante variazione nella lettura. L'ebraico attuale è לא lo' - "non". La lettura Qeriy o marginale, è con un ו ( v ) - “in lui” Girolamo lo rende come se fosse לו - “ in ipso ”, cioè in lui. La Settanta ha seguito una lettura che ora non compare in nessuna copia del testo ebraico, o che era il risultato di mera immaginazione: “Anche se l'Onnipotente, come ha cominciato, possa sottomettermi - χειρώσεται cheirōsetai - tuttavia parlerò, e mantieni la mia causa davanti a lui.

” Il Caldeo lo rende, אצלי קדמוי - Pregherò davanti a lui; evidentemente leggendolo come se fosse לו , “in lui”. Quindi il siriaco, in lui. Non ho dubbi, quindi, che questa fosse l'antica lettura, e che il vero senso sia mantenuto nella nostra versione comune sebbene Rosenmuller, Good, Noyes e altri abbiano adottato l'altra lettura, e suppongo che debba essere presa come un negativo.

Noyes lo rende,” Lo! mi uccide e io non ho speranza!». Bene, molto peggio: "Se anche solo mi uccidesse, non tarderei". Si può aggiungere che ci sono frequenti casi in cui לא lo' e לו sono scambiati, e dove il copista sembra essere stato determinato dal suono piuttosto che da un'attenta ispezione delle lettere.

Secondo i Masoreti, ci sono quindici luoghi dove לא lo', "non", è scritto per לו , "a lui". Esodo 21:8; Levitico 11:21; Levitico 25:30; 1 Samuele 2:3; 2 Samuele 16:18; Salmi 100:4; Salmi 139:16; Giobbe 13:15; Giobbe 41:4; Esdra 4:2; Proverbi 19:7; Proverbi 26:2; Isaia 9:2; Isaia 63:9.

D'altra parte, לו è messo per לא lo' in 1 Samuele 2:16; 1 Samuele 20:2; Giobbe 6:21.

Un errore di questo tipo può essersi facilmente verificato qui. Il sentimento qui espresso è uno dei più nobili che possa uscire dalle labbra dell'uomo. Indica una fiducia incrollabile in Dio, anche nella morte.

È la determinazione di una mente ad aderire a lui, anche se dovrebbe spogliarsi di conforto dopo conforto, e anche se non dovrebbe esserci tregua ai suoi dolori fino a che non dovrebbe affondare nella morte. Questa è la più alta espressione di pietà, e quindi è privilegio degli amici di Dio sperimentarla. Quando i professati amici terreni diventano freddi nei nostri confronti, anche il nostro amore per loro si raffredda. Se ci lasciano e ci abbandonano in mezzo alla sofferenza e al bisogno, e specialmente se ci lasciano su un letto di morte, dovremmo smettere di confidarci con loro.

Ma non così rispetto a Dio. Tale è la natura della nostra fiducia in lui, che sebbene ci tolga conforto dopo conforto, sebbene la nostra salute sia distrutta e i nostri amici siano rimossi, e sebbene siamo condotti giù nella valle e nell'ombra della morte, tuttavia non perdiamo mai la nostra fiducia in lui. Sentiamo che tutto andrà ancora bene. Attendiamo con impazienza un altro stato e anticipiamo la beatitudine di un altro e migliore mondo.

Lettore, puoi tu con sincerità alzare lo sguardo verso Dio e dirgli: «Anche se tu mi uccidi, anche se il conforto dopo l'agio è tolto, anche se le onde della tribolazione mi avvolgono e se scendo nella valle del l'ombra della morte, ma io confido in te; - Tuo sarò anche allora, e quando tutto sarà buio crederò che Dio è giusto, e giusto, vero, e buono, e non dubiterò mai che sia degno del mio affetto e della mia lode eterna? Tale è la religione.

Dove altro si trova se non nelle opinioni di Dio e del suo governo che la Bibbia rivela. L'infedele può essere apatico nelle sue sofferenze, il bestemmiatore può essere stupido, il moralista o il formalista può essere indifferente; ma questo non è avere fiducia in Dio. Ciò deriva dalla sola religione.

Ma manterrò i miei modi davanti a lui: margine, "dimostrare" o "discutere". Il senso è che "rivendicherò" le mie vie, o me stesso. Cioè, sosterrò che sono suo amico e che non sono un ipocrita. I suoi amici lo hanno accusato di insincerità. Non erano in grado, supponeva Giobbe, di apprezzare i suoi argomenti e di rendergli giustizia. Aveva quindi espresso il desiderio di portare la sua causa direttamente davanti a Dio Giobbe 13:3; e gli fu assicurato che avrebbe reso giustizia alle sue argomentazioni.

Anche se lo avesse ucciso, si sarebbe comunque levato in piedi come suo amico, e avrebbe continuato a sostenere che le sue calamità non erano venute su di lui, come supponevano i suoi amici, perché era un ipocrita e un nemico segreto del suo Creatore.

16 Egli sarà anche la mia salvezza - Vedi le note in Isaia 12:2. Letteralmente: "Egli è per me per la salvezza", cioè "Io ripongo la mia fiducia in lui, ed egli mi salverà. L'opportunità di comparire davanti a Dio, e di mantenere la mia causa alla sua presenza, risulterà nella mia liberazione dalle accuse che mi vengono addebitate. Lì potrò dimostrare che non sono un ipocrita e Dio diventerà il mio difensore».

Perché un ipocrita non verrà davanti a lui - Questo sembra un proverbio, o un'affermazione di un principio generale e indiscutibile. Giobbe ha ammesso che questo è vero. Eppure si aspettava di essere in grado di vendicarsi davanti a Dio, e questo provava che non era un ipocrita - in base al principio generale che un uomo a cui era permesso di stare davanti a Dio e ottenere il suo favore, non poteva essere un uomo ingiusto. A Dio guardava con fiducia; e Dio, non aveva dubbi, sarebbe stato il suo difensore. Questo fatto proverebbe che non poteva essere un ipocrita, come sostenevano i suoi amici.

17 Ascolta diligentemente il mio discorso - Quello che ho fatto; cioè la dichiarazione che ho fatto della mia innocenza. Si riferisce alla sua solenne dichiarazione, Giobbe 13:15 che aveva una fiducia incrollabile in Dio, e che anche se Dio lo avesse ucciso, avrebbe avuto fiducia in lui. Desiderava che questo solenne appello fosse della massima importanza.

18 Ho ordinato la mia causa - letteralmente. "giudizio?" - משׁפט Mishpat. La Settanta rende, “Io sono vicino ( ἐγγυς εἰμι engus eimi ) a mio giudizio”, o il mio processo. Il significato potrebbe essere che era passato attraverso la supplica e aveva detto ciò che desiderava per auto-rivendicarsi, ed era disposto a lasciare la causa con Dio, e non dubitava della questione.

O, più probabilmente, a mio avviso, la parola ערכתי ' arak e Tiy dovrebbe essere presa, come la parola ידעתי yāda'tıy è, nel tempo presente, che significa “Io ora mettere in ordine la mia causa; Entro nella supplica; Sono fiducioso che lo presenterò in modo da essere dichiarato giusto”.

So che sarò giustificato - non ho dubbi sulla questione. Sarò dichiarato un sant'uomo e non un ipocrita. La parola resa “sarò giustificato” ( אצדק 'etsâdaq ) è qui usata nel senso proprio e letterale della parola giustificare. È un termine di legge; e significa: “Sarò dichiarato giusto. Mi sarà dimostrato che non sono colpevole nella forma addebitatami e sarò assolto o vendicato.

Questo senso è diverso da quello che tante volte ricorre nelle Scritture quando viene applicato alla dottrina della giustificazione del peccatore. Quindi significa trattare uno COME SE fosse giusto, anche se è personalmente colpevole e immeritevole.

19 Chi è colui che mi supplicherà? - Cioè, “chi c'è ora che prenderà la causa e entrerà in discussione contro di me? Ho posto la mia causa davanti a Dio. Faccio appello ora a tutti perché raccolgano l'argomento contro di me, e non abbiate paura se lo fanno per il risultato. Sono fiducioso di un successo e attendo con calma il giudizio divino”.

Per ora, se trattengo la lingua, abbandonerò il fantasma - Questa traduzione, a mio avviso, non esprime affatto il senso dell'originale, se davvero non è esattamente il contrario. Secondo questa versione, il significato è che se non si fosse vendicato di se stesso sarebbe morto. L'ebraico, invece, dice: "per ora tacerò e morirò". Cioè: “Ho mantenuto la mia causa, non dirò altro.

Se c'è qualcuno che può competere con me con successo e può provare che la mia condotta non può essere rivendicata, allora non ho altro da dire. tacerò e morirò. Mi sottometterò al mio destino senza ulteriori discussioni e senza lamentarmi. Ho detto tutto quello che c'era da dire, e non rimarrebbe altro che sottomettersi e morire".

20 Solo non fare due cose "a me". Le due cose che sono specificate nel versetto seguente. Questo è un discorso a Dio mentre Giobbe discute la sua causa davanti a lui, e la richiesta è che rimuova ogni ostacolo alla sua presentazione della sua causa nel modo più favorevole, e in modo che possa essere in termini di parità con lui. Vedi le note a Giobbe 9:34.

Era pronto a presentare la sua causa, ea perorare davanti a Dio, poiché Giobbe 13:18 aveva la massima fiducia che sarebbe stato in grado di presentarla in modo da vendicarsi; e chiede a Dio che ritiri la mano per un po' Giobbe 13:21 e non lo spaventi Giobbe 13:21 , in modo che possa presentare il suo caso con tutto il vigore della sua mente e del suo corpo, e in modo che non abbia bisogno lasciati intimidire dal senso della maestà e della gloria dell'Altissimo.

Voleva essere libero di presentare la sua causa senza gli impedimenti derivanti da una malattia profondamente angosciante e dolorosa. Desiderava riavere per un certo tempo il suo pieno vigore intellettuale e corporeo, e poi era sicuro di potersi difendere con successo. Sentiva che, ora era indebolito dalla malattia, e incapace di fare lo sforzo per auto-rivendicarsi e per mantenere la sua causa, che sarebbe stato in grado di fare nei suoi giorni di palma.

Allora non mi nasconderò da te - Da Dio. Mi alzerò con coraggio e sosterrò la mia causa. Non cercherò di nascondermi, o di evitare il processo e la discussione. Vedi Giobbe 9:34.

21 Allontana da me la tua mano - Appunti Giobbe 9:34. La mano di Dio qui è usata per indicare la calamità o l'afflizione che Giobbe stava soffrendo. Il significato è: “Rimuovi la mia afflizione; ristabiliscimi la salute, e allora entrerò nell'argomento in difesa della mia causa. Ora sono oppresso, abbattuto e indebolito dalla malattia, e non posso presentarlo con il vigore che potrei manifestare se fossi in salute".

E non lasciare che il tuo terrore mi spaventi: " Non mi sopraffare con la tua severa maestà, che non posso presentare la mia causa in modo calmo e composto". Vedi le note a Giobbe 9:34. Giobbe sentì che Dio aveva il potere di intimidirlo, e chiese, quindi, che potesse avere una mente calma e composta, e poi sarebbe stato in grado di rendere giustizia alla propria causa.

22 Allora chiamami, e io risponderò - Chiamami alla prova; chiamami a difendermi. Questo è un linguaggio preso dai tribunali di giustizia, e l'idea è che se Dio rimuovesse la sua calamità, e non lo intimorisse, e poi lo invitasse a fare una difesa, sarebbe pronto a rispondere alla sua chiamata. Il linguaggio significa "sii querelante nel caso, e interverrò in mia difesa". Ora parla a Dio non come a un giudice, ma come una parte, ed è disposto ad andare in giudizio. Vedi le note a Giobbe 9:33.

Oppure lasciami parlare e rispondimi: “ Lascia che io sia il querelante e inizi la causa. In ogni caso, lascia che la causa arrivi a un problema. Permettetemi di aprire la causa, addurre i miei argomenti e difendere la mia visione dell'argomento; e poi rispondi». L'idea è che Giobbe desiderasse un processo equo. Era disposto che Dio scegliesse la sua posizione e aprisse la causa o rispondesse ad essa quando l'avesse aperta lui stesso.

A nostro avviso, c'è qualcosa di abbastanza irriverente in questo linguaggio, e non so che possa essere del tutto giustificato. Ma forse, quando fu suggerita una volta l'idea di un processo, tutto il resto può essere considerato come un semplice riempimento, o come un linguaggio atto a realizzare quell'unica idea, ea preservare la concinità del poema. Tuttavia, rivolgersi a Dio in questo modo è un'ampia licenza anche per la poesia.

C'è il linguaggio della denuncia qui; c'è una sensazione evidente che Dio non aveva ragione; c'è un'eccessiva fiducia di Giobbe sui propri poteri; c'è una disposizione ad incolpare Dio che non possiamo in alcun modo approvare e che non siamo tenuti ad approvare. Ma non diamo la colpa troppo duramente al patriarca. Colui che molto e a lungo ha sofferto, che si sente abbandonato da Dio e dall'uomo, che ha perduto beni e amici, e che soffre di una dolorosa malattia del corpo, se non ha mai provato nessuno di questi sentimenti, getti la prima pietra.

Non lo biasimino coloro che vivono nell'opulenza e nella prosperità e che devono ancora sopportare la prima dura prova della vita. Uno degli obiettivi, suppongo, di questa poesia è mostrare la natura umana così com'è; per mostrare come le persone buone spesso si sentono sotto dure prove; e non sarebbe vero per natura se la rappresentazione fosse stata che Giobbe è sempre calmo, e che non ha mai nutrito un sentimento improprio o ha dato sfogo a un pensiero improprio.

23 Quante sono le mie iniquità e peccati? - Job prende il posto del querelante o dell'accusatore. Apre la causa. Si appella a Dio per stabilire l'elenco dei suoi crimini, o per avanzare le sue accuse di colpevolezza contro di lui. Il significato, secondo Schultens, è: "Quel catalogo dovrebbe essere grande che ha chiamato così tante e così grandi calamità sul mio capo dal cielo, quando sono consapevole di me stesso di non essere colpevole di nessuna offesa". Dio lo afflisse gravemente. Giobbe gli chiede di mostrare perché è stato fatto e di fare una dichiarazione sul numero e l'entità dei suoi reati.

Fammi sapere - saprei per quale motivo e perché sono ritenuto così colpevole, e; perché sono così punito.

24 Perciò nascondi il tuo volto - Nascondere il volto, o distoglierlo, è espressione di disapprovazione. Voltiamo la faccia quando ci offendiamo con qualcuno. Vedere le note in Isaia 1:15.

E tienimi per tuo nemico - Considerami e trattami come un nemico.

25 Spezzerai una foglia spinta qua e là? - Giobbe qui intende dire che il trattamento di Dio nei suoi confronti era come calpestare una foglia mossa dal vento: cosa insignificante, instabile e senza valore. "Mostreresti il ​​tuo potere contro un tale oggetto?" - Il senso è che non era degno di Dio perseguire così uno così poco importante, e così incapace di opporre resistenza.

E inseguirai la stoppia secca? - È degno di Dio lottare così con la paglia e la stoppia del campo? A tale foglia ea tale stoppia si paragona; e chiede se Dio potrebbe essere impiegato in un'opera come quella, di inseguire una tale foglia volante o una tale stoppia con il desiderio di raggiungerla e vendicarsi su di essa.

26 Perché tu scrivi cose amare contro di me - Accuse o accuse di severità. Usiamo la parola "amaro" ora in un senso in qualche modo simile. Parliamo di dolore amaro, freddo pungente, ecc. Il linguaggio qui è tutto preso dai tribunali, e Giobbe sta portando interrotto il filo del pensiero su cui era entrato riguardo a un processo davanti a Dio. Dice che le accuse che Dio gli aveva mosso erano di carattere amaro e severo; accusandolo di delitti aggravati, ricordando i peccati della sua giovinezza e ritenendolo responsabile di essi.

Rosenmuller osserva che la parola “scrivere” qui è un termine giudiziario, riferendosi all'usanza di scrivere la sentenza di un condannato (come in Salmi 149:9; Geremia 22:30 ); cioè, decretare la punizione. Quindi i greci usavano l'espressione γράφεσθαι δίκην graphesthai dikēn, nel senso di dichiarare una sentenza giudiziale. Così gli arabi usano la parola “kitab”, scrittura, per indicare una sentenza giudiziaria.

E mi fa possedere - Ebraico Mi fa ereditare - ותורישׁני v e tôrı̂yshēnı̂y. Era l'erede di loro; oppure erano ormai suoi come possedimento o eredità. La Vulgata lo rende, consumere me vis, ecc. “tu vuoi consumarmi con i peccati della mia giovinezza”. La Settanta, "e tu mi accusi " - περιέφηκας perithēkas.

Le iniquità della mia giovinezza - Le offese che ho commesso da giovane. Si lamenta ora che Dio ha ricordato tutte quelle offese; che andò in giorni che erano passati, e rastrellò ciò che Giobbe aveva dimenticato; che, non contento di addebitargli ciò che aveva fatto come uomo, tornò indietro e raccolse tutto ciò che si poteva trovare nei giorni in cui era sotto l'influenza delle passioni giovanili, e quando, come altri giovani, avrebbe potuto andato fuori strada.

Ma perché non dovrebbe farlo? Quale sconvenienza potrebbe esserci in Dio nel richiamare in tal modo il ricordo di peccati dimenticati da tempo e far sì che i risultati gli vengano incontro ora che era un uomo? Possiamo qui osservare,

(1) Che questo viene fatto spesso. I peccati e le follie della giovinezza sembrano spesso essere tralasciati o ignorati da Dio. Lunghi intervalli di tempo o lunghi tratti di terra o di oceano possono intercorrere tra il momento in cui il peccato è stato commesso in gioventù e quando sarà punito in età avanzata. L'uomo stesso può averlo dimenticato, e dopo una giovinezza di dissipazione e follia può forse avere una vita di prosperità per molti anni. Ma quei peccati non sono dimenticati da Dio. Molto più avanti nella vita i risultati della dissipazione precoce, della licenziosità, della follia, incontreranno l'offensore e lo travolgeranno in disgrazia o calamità.

(2) Dio ha il potere di ricordare tutte le offese della prima infanzia. Ha accesso all'anima. Conosce tutte le sue sorgenti segrete. Con infinita facilità può raggiungere il ricordo di un atto di colpa dimenticato da tempo; e può travolgere la mente con il ricordo di delitti a cui non si pensava da anni. Può fissare l'attenzione con dolorosa intensità su qualche lieve atto di delinquenza passata; oppure può ricordare peccati dimenticati in gruppo; oppure può far suggerire al ricordo di un peccato una moltitudine di altri.

Nessun uomo che ha passato una giovinezza colpevole può essere certo che la sua mente non sarà sopraffatta da ricordi dolorosi, e per quanto calmo e sicuro possa essere ora, potrebbe in un momento essere molestato dalla coscienza di una profonda criminalità e con la più cupa apprensioni dell'ira a venire.

(3) Un giovane dovrebbe essere puro. Altrimenti non ha alcuna sicurezza di rispettabilità nella vita futura, o di piacevoli ricordi del passato, se dovesse raggiungere la vecchiaia. Chi trascorre i suoi primi giorni nella dissipazione deve aspettarsi di raccoglierne i frutti negli anni futuri. Quei peccati lo incontreranno a modo suo, e molto probabilmente in un momento inaspettato, e in un luogo inaspettato. Se mai diventerà un brav'uomo, avrà molte ore di amaro e doloroso rimpianto per le follie della sua prima infanzia; se non lo fa, incontrerà i risultati accumulati del suo peccato sul letto di morte e nell'inferno. Da qualche parte, e in qualche modo, ogni istanza di follia deve essere ricordata in seguito, e sarà ricordata con sospiri e lacrime.

(4) Dio governa tra le persone, c'è un governo morale sulla terra. Di ciò non c'è prova più certa che in questo fatto. Il potere di evocare i peccati passati al ricordo; di ricordare quelli che sono stati dimenticati dal reo stesso, e di metterli in abito nero davanti al colpevole; e di farli afferrare con la presa di un gigante sull'anima, è un potere che solo Dio può esercitare, e mostra subito che c'è un Dio e che governa nei cuori delle persone. e

(5) Se Dio detiene questo potere ora, lo manterrà nel mondo a venire. Allora saranno ricordati i peccati dimenticati della giovinezza e quelli della vecchiaia. Il peccatore cammina sopra un vulcano. Potrebbe essere ora calmo e immobile. La sua base può essere coronata da verzura, i suoi lati da frutteti e vigneti; e in alto sulle sue altezze l'alto albero può ondeggiare, e sulla sua sommità la neve può giacere indisturbata. Ma da un momento all'altro quella montagna può sollevarsi, e il torrente ardente diffonde desolazione ovunque. Così con il peccatore. Non sa quanto presto possa venire il giorno della vendetta; quanto presto potrà essergli fatto ereditare i peccati della sua giovinezza.

27 Metti anche i miei piedi nei ceppi - La parola resa “ceppi” ( סד sad ), indica il telaio o blocco di legno in cui venivano confinati i piedi di una persona per punizione. L'intero passaggio qui è progettato per descrivere i piedi; come così confinato in uno o più zoccoli, da precludere la forza del movimento. Ceppi o zoccoli venivano usati spesso nei tempi antichi come modalità di punizione.

Proverbi 7:22. Geremia fu punito con l'essere rinchiuso nei ceppi. Geremia 20:2; Geremia 29:2 , Geremia 29:6.

Paolo e Sila furono similmente rinchiusi nella prigione in ceppi; Atti degli Apostoli 16:24. Le azioni sembrano essere di due tipi. Erano o zoccoli attaccati a un piede oa entrambi i piedi, in modo da mettere in imbarazzo, ma non del tutto per impedire il cammino, oppure erano telai fissi a cui i piedi erano attaccati in modo da impedire del tutto il movimento.

I primi erano spesso usati con gli schiavi fuggiaschi per impedire loro di fuggire di nuovo una volta catturati, o venivano apposti sui prigionieri per impedire la loro fuga. I tipi fissi - a cui qui probabilmente si fa riferimento - erano di diverso tipo. Consistevano in un telaio, con fori per i soli piedi; o per i piedi e le mani; o per i piedi, le mani e il collo. A Pompei sono stati trovati ceppi così congegnati che dieci prigionieri potevano essere incatenati per una gamba, ciascuna gamba separatamente dallo scorrimento di una sbarra. “Foto. Bibbia." Lo strumento è ancora usato in India, ed è tale da confinare le membra in una posizione molto penosa, sebbene la testa possa muoversi liberamente.

E guarda attentamente a tutti i miei sentieri - Questa idea si verifica anche in Giobbe 33:11 , sebbene espressa in modo leggermente diverso: "Egli ha messo i miei piedi nei ceppi, ha messo in vendita tutti i miei sentieri". Probabilmente l'allusione è ai sentieri per i quali potrebbe fuggire. Dio osservava o osservava in ogni modo - come una sentinella o una guardia farebbe un prigioniero che è stato ostacolato o intasato e che avrebbe tentato di fuggire.

Tu metti un'impronta sui talloni dei miei piedi - Margine, "radici". Tale è anche l'ebraico - רגלי שׁרשׁי shereshy regely. Vulgata, “ vestigia ”. Settanta, “ Sulle radici - εἰς δὲ ῥίζας eis de rizas - dei miei piedi tu vieni.

La parola שׁרשׁ shârash significa propriamente “radice”; poi il “fondo” o la parte inferiore di una cosa; e quindi, le piante dei piedi. La parola resa “settest a print”, da חקה châqâh, significa incidere, tagliare, incidere; poi incidere, scolpire, delineare, ritrarre; poi scavare. Varie interpretazioni sono state date del passaggio qui.

Gesenius suppone che significhi: "Intorno alle radici dei miei piedi hai scavato", cioè, hai fatto una trincea in modo che io non possa andare oltre. Ma sebbene ciò si adatti alla connessione, tuttavia è un'interpretazione improbabile. Non è il modo in cui ci si sforzerebbe di mettere al sicuro un prigioniero, di fare un fossato sul quale non potrebbe saltare.

Altri lo rendono: "Intorno alle piante dei miei piedi hai tracciato linee", cioè hai fatto segni fino a che punto posso andare. Il Dr. Good suppone che l'intera descrizione si riferisca a qualche metodo per intasare un animale selvatico allo scopo di domarlo, e che l'espressione qui si riferisca a un segno sullo zoccolo dell'animale con cui il proprietario potrebbe designarlo. Noyes si accorda con Gesenius. L'editore della Bibbia pittorica suppone che possa riferirsi al modo in cui sono stati realizzati i ceppi, e che significhi che un sigillo è stato apposto sulle parti della tavola di cui sono state costruite, quando sono state unite insieme.

Aggiunge che i cinesi hanno una gogna portatile di questo tipo, e che i trasgressori sono obbligati a portarla al collo per un certo periodo, e che sul punto in cui è unita è incollato un pezzo di carta, perché non possa essere aperto senza rilevamento. Rosenmuller suppone che ciò significhi che Giobbe era confinato entro certi limiti prescritti, oltre i quali non gli era permesso di andare.

Questa restrizione egli suppone sia stata effettuata legando i suoi piedi con una corda ai ceppi, in modo che non gli fosse permesso di andare oltre una certa distanza. Il senso generale è chiaro, che Giobbe fu confinato entro certi limiti, e fu osservato con una vigilanza molto marcata. Ma dubito che una delle spiegazioni suggerite sia quella vera. Probabilmente si allude a qualche usanza di cui ora non abbiamo conoscenza, qualche segno che veniva apposto ai piedi per impedire a un prigioniero di fuggire senza essere scoperto. Che cosa fosse, credo, non lo sappiamo. Forse le ricerche orientali sveleranno ancora qualche usanza che lo spiegherà.

28 E lui, come una cosa marcia, consuma - Noyes lo rende: "E io, come una cosa abbandonata, mi consumerò ". Il Dr. Good lo traduce: "Beh, possa dissolversi come corruzione". Rosenmuller suppone che Giobbe si riferisca a se stesso con la parola הוּא hû ' - lui, e che avendo parlato di se stesso nei versi precedenti, ora cambi modo di parlare e parli in terza persona.

A dimostrazione di ciò, fa riferimento a un passaggio di Euripide, "Alcestes", versetto 690. La Vulgata lo rende in prima persona, "Qui quasi putredo consumerndus sum". Il disegno sembra essere, quello di rappresentare se stesso come un oggetto non degno di tale consenso, sorveglianza da parte di Dio. Dio ha posto il suo marchio su di lui; lo osservava con una stretta vigilanza e un occhio fermo - e tuttavia stava osservando uno che si stava rapidamente trasformando in corruzione, e che presto se ne sarebbe andato.

Riteneva indegno di Dio essere così attento a vegliare su un oggetto così indegno. Questo è strettamente connesso con il capitolo seguente, e qui non avrebbe dovuto esserci alcuna interruzione. L'allusione a se stesso come debole e decadente, lo conduce nella bella descrizione nel capitolo successivo dello stato dell'uomo in generale. Il collegamento è qualcosa del genere: - “Sono afflitto e provato in vari modi. I miei piedi sono nei ceppi; la mia strada è chiusa. Sono debole, fragile e morente. Ma così è universalmente per l'uomo. La mia condizione è come quella dell'uomo in generale, perché

“Uomo, figlio di una donna,

È di breve durata ed è pieno di guai”.

Come una cosa marcia, - כרקב k e raqab. La parola רקב râqab significa marciume, o carie delle ossa; Proverbi 12:4; Proverbi 14:30; Osea 5:12. Qui significa tutto ciò che sta per decadere, e il paragone è quello dell'uomo con tutto ciò che è così costantemente in decadenza, e che presto sarà del tutto sparito.

consuma. - O meglio “decadimenti”, יבלה yı̂bâlâh. La parola בלה bâlâh è applicata a ciò che cade o si decompone, che è consumato e invecchia - come un indumento; Deuteronomio 8:4; Isaia 50:9; Isaia 51:6.

Come un indumento mangiato dalle tarme - " Come un indumento la tarma lo consuma". Ebraico Sulla parola falena e sul sentimento qui espresso, vedere le note a Giobbe 4:19.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 13

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 13

Giobbe inizia questo capitolo osservando l'ampiezza della sua conoscenza, come appariva dal suo discorso precedente, dal quale era evidente che non era meno sapiente dei suoi amici, Giobbe 13:1,2 ; e quindi non avrebbe avuto nulla a che fare con loro come giudici nella sua causa, ma si sarebbe appellato a Dio, e avrebbe discusso la questione davanti a lui, e l'avrebbe lasciata alla sua decisione, poiché non poteva aspettarsi nulla di buono da loro, Giobbe 13:3,4 ; e tutto il favore che egli chiede loro è che per l'avvenire non siano più oratori, ma uditori, Giobbe 13:5,6,13,17 ; espone con loro il loro modo malvagio e ingannevole di supplicare Dio e contro di lui, Giobbe 13:7,8 ; e per incutere timore reverenziale su di loro, suggerisce loro che erano soggetti allo scrutinio divino; che Dio non doveva essere deriso da loro, che sicuramente li avrebbe rimproverati per il loro rispetto delle persone, e desidera che considerino la sua terribile maestà, e quali fragili creature fossero, Giobbe 13:9-12 ; poi esprime la sua fiducia in Dio, che dovrebbe essere salvato da lui, nonostante le circostanze afflittive in cui si trovava, Giobbe 13:14-16 ; e non dubitava che sarebbe stato in grado di perorare la sua causa, in modo da essere giustificato, se Dio avesse ritirato la sua mano e tolto da lui il suo terrore, Giobbe 13:18-22 ; desidera sapere quali sono stati i suoi peccati, per nascondergli il volto e trattare con tanta severità colui che non era altro che una povera, debole e debole creatura, Giobbe 13:24,25 ; e conclude con una lamentela sull'amarezza e l'acutezza delle sue afflizioni, con le quali era consumato, Giobbe 13:26-28

Versetto 1. Ecco, il mio occhio ha visto tutto questo,

O "tutte quelle cose" di cui aveva parlato, riguardo alla sapienza e alla potenza di Dio, e anche dei suoi amici; di alcune di queste ne aveva visto esempi, ne era stato testimone oculare, e poteva dare loro una testimonianza oculare; e altre le aveva discernite con gli occhi del suo intelletto, essendo aperto e illuminato, ed ebbe una visione chiara e distinta di loro, così che aveva visto e conosciuto tante cose di queste cose quanto chiunque di loro. Alcuni lo interpretano come "tutte" le altre cose, che riguardano lo stesso argomento; da ciò che aveva detto, si potrebbe concludere che ne sapeva di più; questo non era che un campione o un esemplare della sua conoscenza, che, una volta osservato, poteva essere percepito quale comprensione avesse in tali cose divine: le parole sono davvero assolute, "il mio occhio ha visto tutte le cose" , che non deve essere preso nel senso più ampio e completo di tutte le cose da vedere, ascoltare e capire; poiché sebbene la conoscenza di Giobbe fosse molto grande, tuttavia non ci voleva una bussola così grande come questa; molte cose nella natura il suo occhio non aveva visto, altre nella provvidenza non poteva discernere, e solo una piccola parte di Dio, della sua natura, delle sue perfezioni, dei suoi modi e delle sue opere, era conosciuta da lui, come egli stesso confessa altrove, Giobbe 26:14 ; Questo quindi deve essere limitato e limitato all'argomento in questione, e a ciò di cui lui e i suoi amici avevano trattato:

il mio orecchio ha udito; alcune cose di cui era a conoscenza grazie al racconto di altri, dai suoi antenati, dai suoi antenati, da uomini di capacità e probità, che potevano essere accreditate e su cui si poteva fare affidamento con sicurezza, e anche alcune cose per rivelazione di Dio; infatti, se l'amico Elifaz ebbe una visione celeste e una rivelazione divina, di cui il suo orecchio ricevette un po', perché non si può pensare che anche Giobbe sia stato talvolta favorito da visioni e rivelazioni da Dio, con le quali è diventato più intimamente familiare delle cose divine e spirituali?

e l'ho capito; cioè, ciò che aveva visto e udito; Alcune cose possono essere viste, eppure non si sa cosa siano; e altre cose possono essere udite e non comprese; ma Giobbe aveva l'intendimento di ciò che aveva visto con i propri occhi, o aveva ricevuto per rivelazione, umana o divina: e tutto questo è introdotto con un "lo" o "ecco"; non come una nota di ammirazione per la sua conoscenza, sebbene le cose da lui conosciute fossero meravigliose, ma come una nota di attenzione ad esse e alla sua osservazione su di esse, e come espressione della certezza della sua vista, del suo udito e della sua comprensione di queste cose

2 Versetto 2. Quello che sapete voi, lo so anch'io,

Riguardo a Dio e alle sue perfezioni, alla sua sovranità, santità, giustizia, sapienza, potenza, bontà, ecc. e riguardo alle sue provvidenze e ai suoi rapporti con gli uomini in modo ordinario o straordinario:

Io non [sono] inferiore a te; come si può dedurre dal discorso precedente; vedi Gill su "Giobbe 12:3"

3 Versetto 3. Sicuramente parlerei all'Onnipotente,

Oppure: "Perciò parlerei", poiché egli sapeva quanto i suoi amici, ed essi non sapevano più di lui, se così tanto, non avrebbe più avuto a che fare con loro, non sarebbero stati i suoi giudici, né sarebbe stato determinato da loro, ma si sarebbe appellato a Dio e avrebbe difeso la sua causa davanti a lui, da chi non dubitava di essere francamente ascoltato; sapeva di essere il Giudice di tutta la terra e che avrebbe agito il bene; e che sedeva su un trono giudicando rettamente, e avrebbe mantenuto il suo diritto e la sua causa; che lo avrebbe giudicato secondo la sua giustizia e integrità, di cui era consapevole, e avrebbe emesso una sentenza giusta e decisiva in suo favore, e avrebbe dato la causa per lui contro i suoi amici, come fece in seguito; poiché questo non si deve intendere come un parlare a lui in preghiera, sebbene sia un discorso del cuore o della lingua, o di entrambi, a Dio; e che egli permette, sì, si diletta, e che è una meravigliosa condiscendenza; e quindi può essere usato con audacia e libertà, e che le anime gentili desiderano; e la considerazione che Dio è "onnipotente", o "tutto sufficiente", è un argomento, un motivo e un incentivo per loro a parlargli o a pregarlo, poiché egli è in grado di fare ogni cosa per coloro che vogliono o desiderano da lui; ma qui si deve intendere di parlare a lui, o davanti a lui, in modo giudiziario, alla sua sbarra, davanti al suo tribunale, lui seduto come giudice per ascoltare la causa, e decidere la controversia tra Giobbe e i suoi amici. Così, egli lo rende: "Parlerei per l'Onnipotente, e desidererei ragionare per Dio"; visto che sapeva così tanto di lui; non parlare contro di lui, come i suoi amici suggerivano che avesse fatto, ma per lui, in nome della sua sovranità, giustizia, santità, saggezza e forza, come aveva fatto, e avrebbe fatto ancora di più; per cui avrebbe voluto che si sapesse, che, avendo tanta conoscenza quanto loro, era zelante come chiunque di loro per perorare Dio, difenderlo e promuovere al massimo il suo onore e la sua gloria; Ma l'altro senso è il migliore:

e desidero ragionare con Dio: non alla sbarra della sua giustizia, rispetto alla giustificazione della sua persona mediante la sua giustizia; così nessun uomo può ragionare con Dio, come per approvarsi giusto con lui; né alcun uomo assennato desidererà entrare in giudizio con lui su questo piede; un povero peccatore assennato può ragionare con Dio sul trono della grazia, e implorare il perdono della misericordia e la grazia giustificante attraverso il sangue e la giustizia di Cristo, e dalle dichiarazioni, proclami e promesse di grazia per mezzo di lui; ma di nessuna di queste specie di ragionamenti, si devono intendere le parole, ma di discutere la questione in controversia tra Giobbe e i suoi amici davanti a Dio, affinché egli possa ascoltarla e deciderla; questo era ciò che Giobbe desiderava, che la causa fosse portata davanti a lui, che la causa fosse dichiarata e perorata, e ragionata in sua presenza; Questo, egli significa, sarebbe un piacere per lui; Egli "dovrebbe dilettarsi" che sia così, come si può interpretare la parola [n] qui usata

4 Versetto 4. Ma voi siete forgiatori di menzogne,

Questo è un detto duro e molto duro; Giobbe era ora in preda alla rabbia, provocato dai suoi amici, e ribatteva su di loro ciò di cui gli avevano accusato, Giobbe 11:3 ; così spesso nelle controversie e nelle dispute tra uomini buoni sorgono eccessivi ardori, e parole sconvenienti cadono dalle loro labbra e dalle loro penne; dire bugie è una brutta cosa, ma falsificarle, dire una bugia premeditata studiata, è terribilmente scioccante, contrario alla grazia di Dio, e in cui gli uomini buoni non possono permettersi, è il carattere degli uomini cattivi, vedi Isaia 63:8; Salmi 119:69 ; ma può darsi che Giobbe non disegni menzogne in senso stretto e proprio, ma falsità e falsità; perché, sebbene nessuna menzogna sia della verità, tuttavia ogni menzogna non è una menzogna; perché un uomo può pronunciare una falsità, non sapendo che è così, ma prendendola per una verità, la dice, senza alcun disegno di imporre e ingannare gli altri. Si possono intendere menzogne dottrinali, come quelle raccontate dai falsi profeti, con le quali rattristavano i cuori dei giusti, e furono il mortaio non temperato con cui imbrattarono, Ezechiele 13:10,22 ; e la parola qui usata ha lo stesso significato, e può essere tradotta, "imbrattatori di menzogne"; che colorano le cose, e fanno sembrare le menzogne come verità, e le consegnano per tali, e come altri dicono menzogne con ipocrisia: ora quelli a cui ci si riferisce qui erano questi, che Dio non ha afflitto gli uomini buoni, almeno in modo molto severo, e che Giobbe, essendo così afflitto, era un uomo cattivo e ipocrita; entrambe queste accuse di Giobbe come menzogne:

Voi [siete] tutti medici di nessun valore; o "medici idoli"; non che pretendevano di curare gli idoli, ma non erano migliori degli idoli stessi, e non capivano come curare più di loro, di una divinità pagana, il dio della fisica Esculapio, o chiunque altro potesse essere considerato tale; ma non era altro che un'immagine di legno o di pietra, e quindi non poteva possedere la facoltà di guarire, e tali erano gli amici di Giobbe; un idolo non è nulla, ed è buono a nulla, e tali erano come medici, erano medici idolatri, come il "pastore idolatrico", Zaccaria 11:17 ; di nessun valore: i rabbini dicono che la parola usata significa un nervo o tendine del collo che, una volta rotto, è incurabile; e tali medici erano quelli che non potevano rendergli alcun servizio, non più che curare un collo rotto; questo deve essere inteso di loro, non come medici del suo corpo, che facevano finta di non esserlo; era gravemente malato dalla testa ai piedi e non aveva speranza di ricupero la salute, né pretendevano di prescriverglielo, né li rimproverava per questo; ma come medici della sua anima, afflitti e afflitti, vennero a dargli conforto nelle sue afflizioni, ma erano miserabili consolatori, come egli altrove li chiama, Giobbe 16:2 ; invece di recitare la parte del buon Samaritano, e versare olio e vino nelle sue piaghe, Luca 10:34, versarono dell'aceto, e li fecero sanguinare e più furbi, e aggiunsero afflizione alla sua afflizione; invece di guarire, lo ferivano sempre di più; e, invece di fasciare le sue ferite, le spalancò e gli diede un dolore sensibile; invece di dargli i cordiali del Vangelo, gli diedero i corrosivi la legge; e invece di indicargli le graziose promesse di Dio, per il sostentamento della sua anima afflitta, lo caricarono di accuse di peccato, e lo misero all'opera con il pentimento e la riforma per ottenere il perdono di esse: dicevano molte cose buone, ma le applicavano male, ignorando il caso, e così i medici erano di nessun valore; come tali sono coloro che ignorano la natura e le cause di una malattia, e quindi fanno prescrizioni sbagliate, anche se le medicine che prescrivono possono essere di per sé buone: infatti, nel caso delle anime, o per la guarigione delle malattie dell'anima, che sono naturali ed ereditarie, epidemiche e universali, nauseanti e ripugnanti, e di per sé mortali, tutti i medici non hanno alcun valore; ma Gesù Cristo, che è l'unico medico delle anime, l'abile, l'abile e l'infallibile, che guarisce pienamente e liberamente tutto ciò che si applica a lui; I medici corporali non sono utili in tali casi, né allegri compagni, né predicatori legali, che ordinano di lenire le ferite con lacrime di pentimento, e le fasciano con stracci della giustizia di un uomo; Cristo è l'unico Salvatore, il suo sangue è il balsamo che guarisce ogni ferita e la sua giustizia che offre pace, gioia e conforto alle menti afflitte e libera da quei pesi e pressioni mentali con cui sono piegate

5 Versetto 5. E che voi rimarrete completamente zitti,

Poiché ciò che dicevano di lui non era vero, né nulla allo scopo, o che tendeva al conforto della sua anima afflitta, ma il contrario; e perciò avrebbe voluto che non avessero mai rotto il silenzio, ma avessero continuato com'erano i primi sette giorni della loro visita; E ora, poiché avevano parlato, e non avevano fatto nulla di buono parlando, ma ferito, egli desidera che per l'avvenire tacciono e non dicano più:

E dovrebbe essere la tua saggezza: sarebbe la prova più grande di ciò che potrebbero dare; non ne hanno mostrata nessuno parlando; sarebbe una prova di alcuni in loro, se avessero taciuto; un'espressione molto pungente questa, vedi Proverbi 17:28

6 Versetto 6. Ascolta ora il mio ragionamento,

Giobbe supplica i suoi amici che non siano più oratori, ma ascoltatori; che si sarebbero degnati di stare fermi e ascoltare ciò che aveva da dire; sebbene fosse molto afflitto, non aveva perso la ragione, la sapienza non era stata scacciata da lui, Giobbe 6:13 ; aveva ancora con sé le sue facoltà di ragionamento, di cui era capace di servirsi, e anche davanti a Dio, e desiderava che essi prestassero attenzione a ciò che aveva da dire in suo nome:

e ascolta le suppliche delle mie labbra; era capace di perorare la propria causa, ed era desideroso di farlo davanti a Dio come suo Giudice; e implora il favore dei suoi amici di tacere, e di ascoltarlo, e poi che il giudizio sia dato, non da loro, ma da Dio stesso

7 Versetto 7. Parlerai malvagiamente per Dio?

Come suggerisce lui hanno fatto; parlavano per Dio e invocavano l'onore della sua giustizia, affermando che non affliggeva gli uomini buoni, cosa che pensavano fosse contraria alla sua giustizia; ma: poi, nello stesso tempo, parlarono male di Giobbe, che egli, essendo afflitto da Dio, era un uomo malvagio e ipocrita; e questo significava parlare malvagiamente per Dio, per rivendicare la sua giustizia a spese del suo carattere, cosa che non c'era bisogno di fare; e mostrarono di essere poveri avvocati di Dio, poiché avrebbero potuto rivendicare l'onore della sua giustizia, e tuttavia ammettere che egli affliggeva gli uomini buoni, e che Giobbe era tale:

e parlare in modo ingannevole per lui? o dire menzogne per lui, cioè quelli appena menzionati, che solo gli uomini malvagi, e non gli uomini buoni, erano afflitti da lui, e che Giobbe era un uomo cattivo e ipocrita

8 Versetto 8. Accetterete la sua persona?

L'accettazione delle persone non dovrebbe essere giudicata da giudici terreni; il che si fa quando si dà una causa a uno attraverso il favore e l'affetto alla sua persona, perché ricco, o loro amico, e contro un altro, perché altrimenti; e qualcosa del genere, dice Giobbe, ai suoi amici, l'ha fatto nel caso presente; consideravano solo ciò che Dio era, santo, giusto, saggio e buono in tutto ciò che faceva, e fino a quel momento avevano ragione, e non si può dargli troppo rispetto; ma l'errore era che si occupavano solo di questo, e non guardavano la causa di Giobbe stessa, ma la trascuravano completamente, e la davano contro di lui, essendo egli povero, abietto e miserabile, sulla base della suddetta considerazione delle perfezioni di Dio; che assomigliava a ciò che tra gli uomini si chiama accettazione, o rispetto delle persone:

Combatterete per Dio? è giusto lottare per Dio, per l'essere di Dio contro gli atei, per le perfezioni di Dio, la sua sovranità, la sua onniscienza, onnipresenza, ecc. contro coloro che le negano, per le sue verità e dottrine, parola, culto e ordinanze, contro i loro corruttori; ma allora non si deve contendere per lui e quelli in maniera stolta e imprudente, o con zelo, non secondo conoscenza, tanto meno con uno ipocrita, come lo fu quello di Ieu, 2Re 10:28-31 ; Dio non ha bisogno di tali avvocati, può perorare la sua causa, o servirsi di persone che possono farlo in un modo migliore, e con uno scopo migliore

9 Versetto 9. È bene che ti cerchi?

Cioè, Dio; la ricerca gli è attribuita alla maniera degli uomini; non che ignori le persone o le cose che cerca, o eserciti quell'applicazione, diligenza e industria, e si prenda quelle pene che sono necessarie negli uomini per scoprire qualcosa; Quando fa la ricerca, non è per conto suo, ma per altri; almeno è solo per mostrare la sua conoscenza delle persone e delle cose, e per far conoscere gli uomini agli altri, o le cose a loro stessi; ed è qui da intendersi in senso giudiziario, come spesso accade, così era qui, un uomo che è "primo nella sua causa", come dice il saggio, Proverbi 18:17, "sembra giusto"; a se stesso e agli altri; Considera la rappresentazione che fa delle cose come se avesse ragione: "ma il suo prossimo viene e lo perquisisce"; attraversa i suoi argomenti a sua giustificazione, e mostra la loro fallacia; così gli amici di Giobbe, che traevano il peggio dalla sua causa e il meglio dalla loro, sembravano giusti ai loro occhi; ma Dio, che è il ricercatore dei cuori e che conosce tutte le cose, poteva vedere attraverso le loro coperture di cose, e non poteva essere ingannato da esse, ma le avrebbe scoperte e le avrebbe smascherate; come fece in seguito, quando emise il giudizio contro di loro, e dichiarò che non avevano detto ciò che era giusto, come aveva fatto il suo servo Giobbe, Giobbe 42:7,8 ; e quindi non era a loro vantaggio e vantaggio, e a loro onore e credito, essere cercati da lui, o correre il rischio di esserlo, come fecero, che è l'entità di questa questione:

O, come uno si fa beffe di un altro, vi prendete gioco di lui? gli uomini possono essere derisi dai loro simili, sia con le parole che con i gesti, come di solito lo sono gli uomini buoni in tutte le epoche, specialmente i profeti del Signore e i ministri della sua parola; o possono essere ingannati e imposti dalle false glosse e coloriture di uomini astuti, come gli uomini semplici sono ingannati dai bei discorsi di falsi maestri, che non è altro che un'illusione di loro, o una presa in giro di loro: nel primo senso Dio può essere deriso, anche se non dovrebbe; Ci sono state e ci saranno creature così audaci e audaci da farsi beffe delle sue promesse e della sua provvidenza, da farsi beffe della sua parola, delle sue ordinanze e dei suoi ministri, il che è interpretato da lui come un deridere e disprezzare se stesso; ma in quest'ultimo senso non può essere deriso, ed è una cosa vana tentarlo; "Non v'ingannate, non si schernisce Dio", Galati 6:7 ; egli vede attraverso tutti i ragionamenti fallaci degli uomini; non giudica secondo l'aspetto esteriore; Egli vede e conosce il cuore, e tutte le visioni e i disegni degli uomini, e può scoprire tutti i loro sofismi e le loro false glosse; non deve essere ingannato da pretese speciose di fare tali e tali azioni per la sua gloria, come scacciare gli uomini buoni e i loro nomi, o tradurre i loro caratteri affinché possa essere glorificato, o ucciderli per rendergli servizio, Isaia 66:5 Giovanni 16:2 ; non deve essere lusingato come un uomo può adulare un altro; Fare questo con lui, è prenderlo in giro, non deve essere deriso in questo modo

10 Versetto 10. Certamente ti riprenderà,

O "nel rimproverare egli vi riprenderà"; egli certamente lo farà, si può confidare su di esso, e ci si può aspettare; egli non permetterà mai che il peccato rimanga senza rimprovero e senza correzione; lo farà allo scopo, con acutezza e severità, come richiede la natura del crimine; egli rimprovera con il suo spirito, ed è bene per gli uomini quando egli completamente, e in modo spirituale e salvifico, li rimprovera per mezzo di lui, e li convince del peccato, della giustizia e del giudizio; e riprende con la sua parola, che è scritta per riprensione e correzione; e dai suoi ministri, una parte del cui lavoro consiste nel rimproverare e rimproverare gli uomini per le cattive pratiche e i cattivi principi; e in alcuni casi devono usare l'acutezza, e che, quando si sottomettono e si prendono gentilmente, è bene; e talvolta rimprovera con le sue provvidenze, con dispense afflittive, e ciò o con amore, come rimprovera i propri figli, o con ira e caldo dispiacere, come gli altri, che qui è designato; E come è sempre per il peccato che rimprovera gli uomini, così in particolare rimprovera per quanto segue, come ci si potrebbe aspettare:

se accettate segretamente delle persone; l'accettazione di persone in giudizio è proibita da Dio ed è da lui molto risentita; sì, anche l'accettazione della propria persona a scapito del carattere di un uomo innocente; che sembra essere ciò a cui Giobbe ha rispetto, come appare da Giobbe 13:8 ; e alcune versioni lo rendono "se accettate la sua faccia"; e sebbene ciò possa essere fatto non apertamente e pubblicamente, ma in modo nascosto e segreto, sotto mentite spoglie, e con speciose pretese per l'onore e la gloria di Dio

11 Versetto 11. Sua Eccellenza non vi farà paura,

Commettere peccato, qualsiasi peccato, e in particolare quello appena menzionato, per il quale potrebbero aspettarsi di essere rimproverati; c'è un'eccellenza nel nome di Dio, che è spaventosa e terribile, e nella natura e nelle perfezioni di Dio, nella sua potenza, giustizia e santità, in cui egli è glorioso e tremendo, e dovrebbe dissuadere gli uomini dal peccare contro di lui; e c'è un'eccellenza nelle sue opere di natura e provvidenza, che sono meravigliose, e mostrano che è vicino, e può subito, se vuole, vendicarsi del peccato: o "non sarà la sua altezza", ecc. la sua sublimità, la sua superiorità su tutti gli esseri; egli è l'altissimo Dio, il più alto tra gli uomini, egli è al di sopra di tutti gli dèi, tutti quelli che sono così chiamati; e perciò tutti gli abitanti della terra dovrebbero avere timore di lui, e non peccherà: o "non innalzerà"? &c. su un trono di giudizio, come aggiunge il Targum; egli è il Giudice di tutta la terra, e giudicherà il suo popolo, e riparerà i suoi torti; siede su un trono alto, ed elevato, giudicando giustamente; e manterrà la causa degli innocenti, e vendicarsi di coloro che li offendono, e quindi deve essere una cosa spaventosa cadere nelle sue mani: alcuni lo rendono "non sarà il suo incendio"; o fuoco fiammeggiante, ecc. come osserva Jacchi, e lo applicano al fuoco dell'inferno, e alle bruciature eterne del lago che brucia con fuoco e zolfo; e che sono molto terribili, e può ben spaventare gli uomini dal peccare contro Dio; Ma il primo senso sembra essere il migliore:

e il suo terrore si abbatterà su di te? il terrore degli uomini, dei nemici potenti e vittoriosi, è terribile, come lo fu il terrore degli Israeliti che cadde sugli abitanti di Canaan, Giosuè 2:9 ; ma quanto terribile deve essere il terrore del grande e terribile Dio, quando questo cade sugli uomini, o la sua terribile ira e vendetta si rivelano dal cielo, e minacciano di cadere ad ogni momento sui trasgressori della sua legge, su coloro che lo deridono e fanno del male al suo popolo

12 Versetto 12. I vostri ricordi sono come cenere,

O delle cose di cui ricordavano Giobbe, dei ricordi che gli avevano suggerito, vedi Giobbe 4:7, o delle cose che avevano riportato alla luce dalla loro memoria, degli esempi che avevano dato di ciò che era accaduto nel mondo, degli argomenti, delle obiezioni e dei ragionamenti di cui si erano serviti in questa controversia, delle loro "frasi memorabili" , come alcuni lo dicono, non avevano più importanza e importanza della cenere, e facilmente spazzati via come loro; o qualsiasi cosa fosse memorabile in loro, o pensassero che avrebbe perpetuato la loro memoria nell'aldilà, come le loro case e terre, e paesi e città, chiamati con i loro nomi, questi memoriali sarebbero periti, Salmi 49:11; 9:6 ; o le loro ricchezze e ricchezze, il loro onore e la loro gloria, la loro erudizione, saggezza e conoscenza, tutto svanisse e finisse nel nulla; la memoria dei giusti è davvero benedetta, i giusti sono ricordati in eterno, a motivo della loro giustizia eterna; ma come qualsiasi altra cosa, che si possa pensare sia un ricordo dell'uomo, non è che cenere, di poco valore, scomparsa e spesso calpestata; e gli uomini dovrebbero ricordare che non sono altro che polvere e cenere, come osserva Aben Esdra, anche nel loro stato migliore, in confronto all'eccellenza di Dio, di cui si è parlato prima; e come Abramo confessò alla presenza di Dio, Genesi 18:27 ;

i vostri corpi a corpi d'argilla; cioè, sono simili a corpi di argilla, a quelli che sono fatti di argilla a somiglianza dei corpi umani; e tali sono i corpi degli uomini stessi, sono della terra, terreni, sono case di creta, che hanno le loro fondamenta nella polvere; I vasi di terra, e le case terrene di questo tabernacolo, le cose povere, meschine, fragili, fragili, sono schiacciate davanti alla tignola, e molto più davanti all'Onnipotente; La parola è resa da alcuni "eminenze", gli uomini più eminenti; Ciò che c'è di più eminente in essi sono come "eminenze di argilla", o mucchi di sporcizia: alcuni interpretano questo, come la prima espressione, delle loro parole, ragionamenti, argomenti e obiezioni; che, sebbene grandi parole gonfie, erano vane e vuote, semplici bolle, e sebbene ritenute forti ragionamenti, argomenti inconfutabili e obiezioni, non avevano in sé alcuna forza, ma sarebbero stati facilmente gettati giù come collinette d'argilla; e sebbene si pensi che siano come scudi, o fortezze alte e forti, come alcuni prendono la parola per significare, tuttavia non sono che argillosi

13 Versetto 13. Stai zitto, lasciami in pace,

Oppure, cessare "da me": dal parlarmi o impedirmi di parlare. Giobbe poteva accorgersi, da alcuni gesti dei suoi amici, che stavano per interromperlo; e perciò desidera che tacciono, e lo lascino proseguire:

che io possa parlare; oppure: "E io parlerò",

e venga su di me ciò che [vuole]; o dagli uomini, o da Dio stesso; un uomo buono, quando sa che la sua causa è buona, e ha la verità dalla sua parte, non è attento o preoccupato di quale rimprovero possa essere gettato su di lui, o di quali censure possa subire dagli uomini; o quali persecuzioni egli possa sopportare da parte loro; Nessuna di queste cose lo smuove dal suo dovere, o può impedirgli di dire la verità; sia minacciato con ciò che vuole, non può fare a meno di dire le cose che ha visto e udito, e sa essere vere; quanto a ciò che può venire su di lui da Dio, di cui non è sollecito; egli sa che non gli imporrà nulla se non ciò che è comune agli uomini, lo sosterrà sotto di esso, o lo libererà da esso a suo tempo e modo, o comunque farà cooperare tutte le cose per il suo bene: alcuni lo rendono "e passi da me qualcosa" o "da me"; cioè, un po' del suo dolore e della sua tristezza, mentre parlava e riversava le sue lamentele davanti a Dio; ma il primo senso sembra il migliore

14 Versetto 14. Perché prendo la mia carne tra i miei denti,

O mordere le mie labbra, per trattenere le mie parole, e astenermi dal parlare? Non lo farò:

e mettere la mia vita nelle mie mani? oppure, esporlo al pericolo con un silenzio forzato; quando sono pronto a scoppiare, e devo farlo se non parlo; Non metterò così in pericolo la mia vita; è irragionevole che io dica, dirò il mio pensiero liberamente e pienamente, per poter essere ristorato; così Sephorno interpreta come se Giobbe si portasse la mano alla bocca, per tacere; e di porsi un freno forzato, affinché non potesse dichiarare ciò che aveva in mente; vedi Giobbe 13:19 ; ma altri, come Bar Tzemach, ritengono che ciò sia il peccato che ho commesso, che tali dolorose afflizioni siano imposte su di me; che attraverso il dolore e l'angoscia in cui mi trovo, sono pronto a strappare la mia carne con i denti, e la mia vita è in estremo pericolo? e alcuni pensano che fosse sotto la tentazione di sbranarsi la carne e di distruggersi; e quindi argomenta perché dovrebbe essere trattato così duramente, da essere esposto a una tale tentazione, e gettato in una tale disperazione, contro la quale tuttavia ha lottato; ma piuttosto il significato è, in connessione con il versetto precedente, che qualunque cosa mi accada, "in ogni caso, prenderò la mia carne tra i miei denti e metterò la mia vita nelle mie mani"; Mi esporrò ai pericoli più grandi, che è il senso dell'ultima frase in Giudici 12:3; 1Samuele 19:5; 28:21; Salmi 119:109 ; venga la vita, venga la morte, non avrò paura; Sono deciso a dire la mia opinione, lascia che quale sarà la conseguenza; e con questo spirito audace ed eroico concorda ciò che segue

15 Versetto 15. Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui,

C'è una doppia lettura di queste parole: il "Keri", o lettura marginale, è לו, "in lui", che noi seguiamo; il "Cetib", o lettura testuale, è לא, "non", che molti seguono, e rendono le parole: "ecco, egli mi ucciderà, io non spero"; oppure, "Non ho speranza", o "non aspettare" cioè, qualsiasi altro che essere ucciso o morire; e questo concorda con varie sue espressioni altrove, che non aveva speranza di una lunga continuazione della vita, o di ristabilire la salute e la felicità esteriore, ma si aspettava di morire presto; vedi Giobbe 6:11; 7:21; 10:20; 19:10 ;

ma io manterrò le mie vie dinanzi a lui; o "alla sua faccia"; anche se morirò sul posto all'istante, starò al suo fianco e farò sembrare che le vie per le quali ho camminato sono giuste, che mi sono comportato come un uomo sincero e retto, un uomo che teme Dio e rifugge il male; un carattere che Dio stesso ha dato di me, e non l'ho perso. "Discuterò" o "dimostrerò" davanti a lui, come può essere tradotto; che la mia vita e la mia conversazione sono state conformi alla mia professione di lui; che le mie vie sono state secondo la sua volontà rivelata, e il mio cammino come degno del carattere che porto; e questo lo manterrò e sosterrò finché vivrò; Non mi allontanerò mai da questo sentimento, né lascerò andare la mia integrità fino all'ultimo respiro; vedi Giobbe 27:5,6 ; ma la lettura marginale sembra la migliore: "ma confiderò in lui"? in verità lo farò, anche se sono sotto provvidenze che tagliano e uccidono, sotto dolorose afflizioni, che possono essere chiamate uccisioni e uccisioni, o morte stessa; anche se ce ne sono in più, un'afflizione su un'altra, e dolore su dolore; anche se sono ucciso continuamente, tutto il giorno, o morire a pochi centimetri; sì, sebbene nell'articolo stesso della morte, tuttavia anche allora "confiderò" e spererò in Dio: Dio solo è l'oggetto della fiducia e della fiducia, e non una creatura, o un godimento di una creatura, o un atto di creatura; e c'è un grande incoraggiamento a confidare in lui, vedendo che in lui c'è forza eterna, a mantenere le sue promesse, ad aiutare nel momento del bisogno e a salvare con una salvezza eterna; Bisogna confidare in lui in ogni tempo, nei momenti di afflizione, di tentazione, di abbandono e di morte stessa: si può tradurre: "Io spero in lui", poiché in lui c'è misericordia e redenzione abbondante, ed egli si compiace di coloro che sperano nella sua misericordia; il suo occhio è su di loro e il suo cuore è verso di loro. o "Lo aspetterò" o "lo aspetterò"; aspettate la sua liberazione, aspettate tutti i giorni del tempo da lui stabilito, finché venga il suo cambiamento; aspettate la speranza della giustizia mediante la fede, aspettatevi da lui tutta la grazia necessaria, e la gloria e la felicità eterne nell'aldilà: "ma" nonostante la sua fiducia fosse solo in Dio per il tempo e l'eternità, eppure, egli dice, "manterrò le mie vie dinanzi a lui"; che non sono un ipocrita, o mi sono comportato come un uomo cattivo; ma ha agito sotto l'influsso della grazia, secondo la sua mente e la sua volontà rivelate

16 Versetto 16. Egli sarà anche la mia salvezza,

Giobbe, sebbene affermasse l'integrità del suo cuore e della sua vita, tuttavia non dipendeva dalle sue vie e dalle sue opere per la salvezza, ma solo dal Signore stesso; questo non si deve intendere della salvezza temporale, sebbene Dio ne sia l'autore, e si possa avere solo da lui, eppure Giobbe non aveva alcuna speranza al riguardo; ma della salvezza spirituale ed eterna, che Dio Padre ha escogitato, determinato e deciso, e ha mandato suo Figlio ad attuare; di cui Cristo inviato è l'autore con la sua obbedienza, le sue sofferenze e la sua morte; e in lui, e nel suo solo nome, è la salvezza; e ogni anima, consapevole dell'insufficienza di se stessa e degli altri a salvarla, risolverà, come Giobbe qui, che egli, e lui solo, sarà il suo Salvatore, che è capace, volenteroso e completo; vedi Osea 14:3 ; e le parole esprimono una fede di interesse per lui. Giobbe sapeva che era il suo Salvatore e il Redentore vivente, e non avrebbe riconosciuto nessun altro; ma rivendicare il suo interesse per lui, ora e in seguito, e che è stato il suo più grande sostegno in tutti i suoi problemi; vedi Giobbe 19:26,27; Salmi 27:1 ;

perché l'ipocrita non verrà davanti a lui; un ipocrita può entrare nella casa di Dio e adorarlo esternamente, e sembrare molto devoto e religioso; e comparirà davanti al tribunale di Dio, e comparirà alla sua sbarra, per essere giudicato e giudicato; ma egli non resterà alla presenza di Dio, né godrà del suo favore, altrimenti non potrà far valere la sua causa davanti a lui; e in verità non si cura di farsi esaminare da lui, né sarà salvato in eterno, ma subirà il più severo castigo, Matteo 24:51. Giobbe qui o ha rispetto per i suoi amici, che biasima come ipocriti, e ribatte l'accusa che gli hanno fatto; o si riferisce a quell'accusa, e con questo mezzo se ne libera, poiché non c'era nulla di cui fosse più desideroso che affidare il suo caso alla decisione del Dio onnisciente e del giusto Giudice; cosa che se fosse stato un ipocrita non avrebbe mai fatto, poiché tali non possono mai sopportare un esame così severo e severo

17 Versetto 17. Ascolta diligentemente il mio discorso,

O, "nell'udire udire"; significare, non solo che i suoi amici lo avrebbero ascoltato attentamente, ma avrebbero continuato ad ascoltarlo; che lo avrebbero ascoltato ciò che aveva da dire ulteriormente: dopo che si fosse espresso con tanta fede e fiducia in Dio, avrebbero potuto alzarsi dai loro posti e prepararsi ad andarsene, come non avere la pazienza di sentire parlare con tanta sicurezza un uomo che pensavano fosse un uomo cattivo e ipocrita; oppure potrebbero tentare di interromperlo mentre parlano, e quindi egli desidera che stiano tranquilli e ascoltino pazientemente e diligentemente ciò che ha più da dire:

e la mia dichiarazione con i vostri orecchi; cioè, che l'avrebbero ascoltata attentamente, quando egli non dubitava, ma avrebbe dovuto esporre il suo caso con la stessa chiarezza del sole, e metterlo in un punto di vista tale che sarebbe apparso molto chiaramente giusto, e lui un uomo giusto

18 Versetto 18. Ecco, io ho ordinato la mia causa,

Cioè, aveva riesaminato la sua causa, aveva riesaminato lo stato del suo caso, l'aveva considerato sotto ogni luce, ne aveva tracciato un piano, l'aveva digerito in modo appropriato, e aveva organizzato le sue ragioni e i suoi argomenti a rivendicazione di se stesso in una forma regolare; e li aveva a portata di mano, e poteva prontamente e facilmente venire da loro di tanto in tanto, per vendicarsi; e nel complesso poteva dire, nel modo più forte, e poteva trarre questa conclusione:

So che sarò giustificato; il quale, sebbene possa riguardare principalmente il caso in discussione tra lui e i suoi amici, e l'accusa di malvagità e ipocrisia portata contro di lui da loro, da cui non dubitava che sarebbe stato assolto da Dio stesso in un equo udimento, tuttavia può includere tutto il suo stato di giustificazione, verso Dio, in cui era e doveva continuare; e così possa rispettare, non solo la giustificazione della sua causa davanti agli uomini, come è stata ordinata e gestita da lui, ma anche la giustificazione della sua persona davanti a Dio, di cui aveva piena certezza; avendo ordinato rettamente la sua causa, sistemato bene le cose e proceduto su un buon piano e fondamento; il che fare non è mettere la giustificazione sul piede della purezza della natura alla prima nascita, e di una vita sobria e di conversazione dalla giovinezza in su, e di una perfezione delle buone opere raggiunta, come immaginato; né su una giustizia comparativa rispetto agli altri uomini, anche alle persone profane ed empie; né, dopo il pentimento, e l'obbedienza sincera anche se imperfetta; né su una credenza esterna delle verità evangeliche e su una sottomissione alle ordinanze del Vangelo: ma tali ordinano bene la loro causa e concludono correttamente la loro giustificazione, che vedono e riconoscono di essere trasgressori della legge di Dio, che vedono e riconoscono che la loro giustizia è insufficiente a giustificarli, che vedono la giustizia di Cristo rivelata nel Vangelo, nella sua gloria, eccellenza e convenienza, e vi si aggrappano ad essa come alla loro giustizia giustificante; e osservando che la parola di Dio dichiara che coloro che credono in Cristo sono e saranno giustificati, e trovando in se stessi che credono con il cuore in Cristo per la giustizia, quindi concludono più comodamente e più sensatamente che sono persone giustificate; poiché questa conoscenza è dalla fede, e questa fede è la fede della certezza; non è a malapena per un uomo sapere che c'è giustizia in Cristo, e giustificazione per mezzo di essa, ma che c'è giustizia in lui per se stesso, e che egli è il Signore la sua giustizia; poiché le parole possono essere tradotte: "Io so di essere giusto"; o, "sono giustificato"; la giustificazione è un atto passato nella mente di Dio; è presente, poiché termina sulla coscienza di un credente; è futura, poiché sarà notificata nel giorno del giudizio davanti agli angeli e agli uomini; vedi Isaia 45:25

19 Versetto 19. Chi è colui che mi intercederà,

Entra nelle liste con lui; contestare il punto, e mettere alla prova la forza dei suoi argomenti che aveva per invocare la propria giustificazione: così Cristo, il capo della chiesa, e la garanzia del suo popolo, è rappresentato mentre parlava quando con la sua obbedienza e le sue sofferenze aveva fatto soddisfazione per loro, portando una giustizia eterna, ed era, come loro capo pubblico e federale, giustificato e assolto, Isaia 1:4-9 ; e più o meno le stesse parole sono messe in bocca a chi crede in lui, e sono espresse da lui, Romani 8:33,34 ; che è assolto da tutte le accuse che uomini o diavoli, amici o nemici, la legge o la giustizia di Dio, il diavolo e il suo stesso cuore incredulo, in qualsiasi momento, possono muovere contro di lui. Giobbe, ben conoscendo la rettitudine del suo cuore e della sua vita, la giustezza della sua causa che dipende da lui e i suoi amici, li sfida coraggiosamente a farsi avanti e a provarla con lui; o piuttosto sembra desideroso che Dio stesso prenda in mano il caso e lo supplichi; era pronto a impegnarsi con lui, e in presenza dei suoi amici, e al loro udito; e non dubitò d'essere assolto davanti a Dio e alla sua sbarra; era così convinto della propria innocenza riguardo alle cose che gli erano state addebitate:

per ora, se taccio, abbandonerò il fantasma; La sua sensazione sembra essere che se non gli fosse permesso di parlare per se stesso, e di perorare la sua causa, e di ascoltarla, non potrebbe vivere, non potrebbe contenersi, dovrebbe scoppiare e morire; né potrebbe vivere sotto tali accuse e calunnie, deve morire sotto il peso e la pressione di esse; sebbene alcuni pensino che ciò non solo esprima il suo desiderio e la sua impazienza di che la sua causa fosse giudicata equamente davanti a Dio, ma contenga in esso un argomento per affrettarla, tratto dall'avvicinarsi della sua morte: "per ora", tra poco tempo, "tacerò"; essere nella tomba silenziosa: "Io morirò"; o morire; e allora sarà troppo tardi; perciò se qualcuno mi supplicherà, lo faccia subito, o presto me ne andrò, e allora sarà tutto finito: o piuttosto il senso è che sfido chiunque a ragionare sulla questione, e discuto il punto con me; e prometto che, se la causa va contro di me, "ora tacerò"; Non dirò una sola parola di più nella mia rivendicazione: "Morirò"; o sottomettermi a qualsiasi morte, o qualsiasi sorta di punizione, che sarà pronunciata su di me; Lo sopporterò pazientemente, e non me ne lamenterò, né mi opporrò alla sua esecuzione; così Sephorno

20 Versetto 20. Soltanto non farmi due cose,

Questo è un discorso non a Zofar come al posto di Dio, quanto a me, ma a Dio stesso; da ciò sembra che, sebbene con modestia non lo menzioni, tuttavia è lui che ha il principale, se non l'unico riguardo in Giobbe 13:19 ; poiché il suo desiderio era di parlare all'Onnipotente, e ragionare con Dio, e non avere più nulla a che fare con i suoi amici, Giobbe 13:3-5 ; ma prima che inizino le memorie da entrambe le parti, egli è desideroso di risolvere e fissare i termini e le condizioni della controversia; chiede che gli siano concesse due cose, menzionate in Giobbe 13:21 :

allora non mi nasconderò da te; per timore o per vergogna, ma comparirà intrepidamente davanti a Dio, salirà fino al suo seggio e lo supplicherà faccia a faccia

21 Versetto 21. Allontana da me la tua mano,

La sua mano afflitta, che lo stringeva; Desidera che ciò sia rimosso, altrimenti non potrebbe avere il controllo di se stesso, fare uso delle sue facoltà di ragionamento, ricordare i suoi argomenti e darli con la dovuta forza e forza; poiché le afflizioni del corpo colpiscono l'anima e la memoria, l'intelletto e il giudizio; Questa è una delle cose che avrebbe accettato prima che la disputa fosse iniziata; l'altro segue:

e non lasciare che il tuo terrore mi faccia paura; i terrori della sua legge, o le terribili apprensioni della sua ira; desidera essere liberato da ogni timore servile di Dio, che ora possedeva la sua mente attraverso la severità delle sue dispensazioni verso di lui, comportandosi come se fosse suo nemico; o depreca il suo aspetto in qualsiasi modo e maniera visibile esternamente, che potrebbe spaventarlo, e quindi ostacolare la libertà di parola in sua difesa; queste due cose sono state chieste prima, Giobbe 9:34,35 ; che, se fossero concesse, propone quanto segue

22 Versetto 22. poi chiama, e io ti risponderò,

O lo chiamava per nome in un tribunale aperto, e lui rispondeva ad esso; o lo accusava alla sbarra, e mostrava accuse contro di lui, ed egli rispondeva e si scagionava; il suo senso è che se Dio si fosse assunto la responsabilità di essere querelante, e lo avesse accusato e accusato di ciò che aveva da obiettare a lui, allora sarebbe stato imputato, e avrebbe perorato la sua causa, e avrebbe dimostrato che non gli appartenevano di diritto:

o lasciami parlare, e tu rispondimi: o egli si sarebbe lamentato, e avrebbe posto domande riguardo alle afflizioni con cui era stato esercitato, o la gravità di esse, e la ragione di tale uso, e Dio fosse l'imputato, e gli desse una risposta ad esse, affinché non potesse più essere in perdita come lo era per tale comportamento verso di lui: questo è detto davvero molto audacemente, e sembra avere il sapore dell'irriverenza verso Dio; e potrebbe essere uno di quei discorsi per i quali fu incolpato da Elihu e dal Signore stesso; sebbene senza dubbio non intendesse disprezzare Dio, né comportarsi male verso di lui; ma nell'agonia del suo spirito, e sotto il peso della sua afflizione, e per mostrare il grande senso che aveva della sua innocenza, e la sua certezza di essa, parla in questo modo; non dubitando, ma, che abbia la parte che vuole nel dibattito, sia che sia quella dell'attore o dell'imputato, dovrebbe portare avanti la causa, e andrebbe a suo favore; e sebbene proponga a Dio di essere a sua discrezione per scegliere quale prendere, Giobbe non si trattiene per una risposta, ma si assume la responsabilità di essere querelante, come nelle parole seguenti

23 Versetto 23. Quante sono le mie iniquità e i miei peccati?] Sia per ignoranza o presunzione, per errore o intenzionalità, volontari o involontari, peccati di omissione o commissione, segreti o aperti, o di cuore, di labbra o di vita; poiché con questo mucchio di parole che usa in questa e nella prossima frase intende ogni sorta di peccati, qualunque essi siano; Desidera sapere quali fossero, sia per quanto riguarda la qualità che la quantità, quanto grandi fossero, di quali crimini atroci e capitali si fosse reso colpevole, che tali dolorose afflizioni gli furono inflitte; e quanti fossero, come i suoi amici suggerivano che fossero, e che in verità li chiamano infiniti, Giobbe 22:5 ; e come potrebbero sembrare dalle molte afflizioni da lui sopportate, che si supponeva fossero per i peccati; sebbene, come osserva Schultens, un tale interrogatorio sia la forza di una diminuzione e di una negazione, come quello del Salmista; "Quanti sono i giorni del tuo servo?" Salmi 119:84 ; Cioè, quanto sono pochi? o piuttosto nessuno; vale a dire, della luce e della gioia, del piacere e del conforto; così Giobbe rappresenta con ciò che i suoi peccati non sono che pochi in confronto a ciò che i suoi amici supponevano, o potevano essere conclusi dalle sue afflizioni; e in verità nessuno di natura capitale, e tali da essere di una morte profonda, atroce ed enorme crimini; solo quelli che erano comuni agli uomini buoni, che hanno tutti le loro debolezze, infermità e imperfezioni, non essendoci un uomo giusto che fa il bene e non pecca: Giobbe non pretendeva di essere senza peccato, ma non era sensibile a nessun peccato noto di cui potesse essere accusato, né era cosciente di lasciarsi andare a qualsiasi peccato conosciuto, o di vivere e camminare in esso, il che è incompatibile con la grazia di Dio; inoltre, poiché conosceva il suo interesse per il suo Redentore vivente e garante, al quale, e non a se stesso, erano imputati i suoi peccati e le sue trasgressioni; Potrebbe chiedere: "Quante iniquità e peccati sono per me"? Come le parole possono essere rese letteralmente; cioè, quali devono essere accreditate a me, per essere messe sul mio conto? Nessuna; vedi 2Corinzi 5:19; Salmi 32:1,2 ;

fammi conoscere la mia trasgressione e il mio peccato; non che ignorasse il peccato, la natura e il demerito di esso, come lo sono gli uomini non rigenerati, che non conoscono la piaga dei loro cuori, il peccato insito, le concupiscenze interiori, né l'eccessiva peccaminosità delle azioni peccaminose, né l'effetto e le conseguenze del peccato, della contaminazione, della colpa, dell'ira di Dio, della maledizione della legge, e la morte eterna; almeno non sappiate che ne siate colpiti da un senso, che abbiate un santo dolore per esso, che ve ne pentiate, che lo confessiate e che lo abbandoniate; una conoscenza come questa proviene dallo spirito di Dio, e che Giobbe aveva; ma il suo significato è che, se non poteva essere accusato di molti peccati, come potrebbe sembrare che sia il caso, tuttavia se ce n'era uno solo che poteva essere prodotto, ed era la ragione per cui era afflitto in quel modo, egli desidera sapere che cosa fosse, per potre, una volta convinto di ciò, riconoscetelo, pentitevenevi, abbandonatelo e guardatevi da esso; desidera avere una copia della sua accusa, per poter sapere di che cosa è stato accusato, per ciò che è stato accusato, condannato e punito, come si pensava che fosse; Egli giudicò questa una richiesta ragionevole e necessaria da esaudire, per poterne rispondere da solo

24 Versetto 24. Perché nascondi il tuo volto,

Non dal suo grido, a causa delle sue dolorose e dolorose afflizioni, come Bar Tzemach; né di aiutarlo e salvarlo dai suoi guai, come Sephorno; né dal guardare le sue vie giuste, come Jarchi; ma dalla sua persona, ritirando la manifestazione del suo volto e del suo favore; nascondendo le scoperte del suo amore; e negandogli la luce del suo volto, e la sensibile comunione con lui, e il godimento di lui, era stato indulgente; Giobbe aveva precedentemente visto il volto di Dio, aveva goduto della sua presenza e camminava in comunione con lui; ma ora si era allontanato da lui, e non sapeva dove trovarlo; vedi Giobbe 23:2,8,9 ; non si può avere una benedizione più grande della graziosa presenza di Dio; nulla dà più piacere quando è goduto, e nulla è più doloroso per gli uomini buoni quando è negato; spesso il peccato ne è la causa, ma non sempre, come nel caso di Giobbe; il fine del Signore in tutte le sue afflizioni, sia interiori che esteriori, era quello di mettere alla prova la sua pazienza, la sua integrità e la sua fedeltà; ma poiché Giobbe lo ignorava per il momento, desidera conoscere la ragione di ciò del comportamento del Signore verso di lui; poiché è ciò che tutti gli uomini buoni dovrebbero fare in circostanze simili, nulla essendo più afflittivo e angosciante per loro, e persino intollerabile; vedi Salmi 10:11; 13:1; 88:14 ; Alcuni pensano che qui ci sia un'allusione al comportamento dei giudici verso coloro che erano condannati da loro, contro cui erano prevenuti e non li ascoltavano né li vedevano; o a un rito e a una consuetudine di un tempo, come osserva Pineda, quando i giudici, al momento di pronunciare una sentenza su un malfattore, erano soliti tirare una tenda tra di loro; o al coprirsi il volto del criminale, vedi Giobbe 9:24 ;

e mi hai come tuo nemico? Giobbe era stato nemico di Dio, come tutti gli uomini sono in uno stato di natura, sì, inimicizia stessa, come è dimostrato dalle loro opere malvagie; ma ora era riconciliato con Dio, l'inimicizia del suo cuore era stata uccisa, ed egli aveva deposto le sue armi di ribellione, e aveva cessato di commettere ostilità contro Dio, ed era divenuto soggetto a lui e alla sua legge, per il potere della grazia efficace; Un principio d'amore, che è il frutto dello Spirito in rigenerazione, è stato impiantato in lui; ed era un vero e sincero amante di Dio, uno che lo temeva e confidava in lui; la cui fede operava per mezzo dell'amore, e quindi sembrava essere della giusta specie; e perciò, poiché era consapevole a se stesso di amare Dio con tutto il suo cuore, amava la sua parola, le sue vie e l'adorazione, il suo popolo e tutto ciò che gli apparteneva, era tagliente e doloroso per lui essere pensato e considerato, o trattato, come un nemico per lui; poiché così interpretava la sua condotta verso di lui; mentre lo affliggeva, lo prendeva per rabbia e furore, e caldo dispiacere; e mentre gli nascondeva il volto, pensò che fosse in grande collera, considerandolo in quella luce come un suo nemico

25 Versetto 25. Vuoi spezzare una foglia spinta qua e là?

Una foglia che cade da un albero in autunno, e appassisce e si arrotola, e sospinta dal vento, al quale non può resistere, a cui Giobbe qui si paragona; ma non si deve intendere di lui rispetto al suo stato spirituale; perché essendo un uomo buono, e uno che ha confidato nel Signore, e ne ha fatto la sua speranza, era, come ogni uomo buono, come un albero piantato presso fiumi d'acqua, la cui foglia non appassisce, ma è sempre verde, e non cade, come è il caso dei professori carnali, che sono paragonati agli alberi in autunno, che gettano le loro foglie e i loro frutti marci; vedi Salmi 1:3; Geremia 17:7,8; Giuda 1:12 ; ma per quanto riguarda la sua condizione esteriore, la sua fragilità, debolezza e debolezza, specialmente come ora sotto l'afflittiva mano di Dio; vedi Isaia 64:6 ; così Giovanni Battista, a causa del suo essere un fragile uomo mortale, una creatura debole e debole, si paragona a una canna scossa dal vento, Matteo 11:7 ; Ora, spezzare una tale cosa significava aggiungere afflizione a afflizione, e che non poteva essere sopportata bene; e il simile è indicato dalla frase successiva,

E vuoi tu inseguire la stoppia secca? che non può resistere al vento o alla forza del fuoco divoratore; questo non rispetta nemmeno Giobbe nella sua condizione spirituale, riguardo alla quale non era simile alla stoppia secca o alla pula, a cui sono paragonati gli uomini malvagi, Salmi 1:4 ; ma per stare in piedi grano e grano in piena spiga; e non solo all'erba verde, che è rigogliosa, ma alle palme e ai cedri del Signore, che sono pieni di linfa, ai quali sono simili gli uomini buoni; ma lo descrive nel suo stato debole e afflitto, sballottato qua e là come stoppia secca; e non più capace di contendere e lottare con un Dio infuriato di quanto le stoppie secche possano resistere alle fiamme divoranti; dice questo, in parte per suggerire che era al di sotto dell'Essere Divino contrapporre la sua forza alla sua debolezza; come Davide disse a Saul: "Dopo chi è uscito il re d'Israele? dopo un cane morto, dopo una pulce?" 1Samuele 24:14 ; quali parole Bar Tzemach confronta con queste; e in parte per muovere la pietà e la commiserazione divina verso di lui, che non usa "spezzare la canna rotta, né spegnere il lino fumante", Isaia 42:3 Matteo 12:20

26 Versetto 26. Poiché tu scrivi cose amare contro di me,

Non intendendo i peccati e le ribellioni, di cui si accorgeva, quando le sue buone azioni erano omesse, come Jarchi; il peccato è davvero un male e una cosa amara nella sua stessa natura, essendo estremamente peccaminoso e abominevole, e i suoi effetti e conseguenze; essendo ciò che provoca Dio all'ira più amaramente, e fa un lavoro amaro per il pentimento; come accadde a Pietro, il quale, quando se ne rese conto, pianse amaramente, Matteo 26:75; Luca 22:62 ; prima o poi, il peccato, sebbene sia un boccone dolce rotolato in bocca per un po', tuttavia nella questione si dimostra il fiele degli aspidi all'interno, Giobbe 20:14, amaro e angosciante; e questo Dio lo mette anche nel libro della sua memoria, sì, lo scrive come con una penna di ferro, e con la punta di un diamante, Geremia 17:1 ; ma ciò non può essere inteso qui, poiché Giobbe si interrogava sui suoi peccati, chiedendo quali e quanti fossero, e non permetteva che fosse commesso da lui alcuno che fosse atroce e noto; per cui qui si intendono piuttosto le afflizioni, che sono amare e dolorose, e non gioiose, e specialmente quelle di cui Giobbe fu afflitto; vedi Rut 1:20,21 ; e queste furono scritte dal Signore nel libro dei suoi eterni propositi e decreti, ed erano le cose che egli compì, che erano state stabilite per Giobbe, come egli ben sapeva, e come lo sono tutte le afflizioni del popolo di Dio; e inoltre erano scritti in modo giudiziario, e quindi contro di lui; erano, come egli capì, la sentenza di un giudice scritta, e letta, e pronunciata, e secondo essa inflitta, e ciò con grande deliberazione come le cose sono scritte, e per continuare, come fa ciò che è scritto; e così denota che un severo decreto fu emanato contro di lui, con un disegno, e fu e sarebbe stato mantenuto:

e mi fa possedere le iniquità della mia giovinezza; che era stato commesso per debolezza e ignoranza; e che, si sarebbe potuto pensare, non sarebbero stati presi in considerazione e animati; o piuttosto che Giobbe concluse che era stato perdonato e dimenticato, secondo il tenore del patto di grazia, e non sarebbe mai più stato messo in considerazione; eppure questi non solo furono ricordati dal Signore, almeno apparentemente, dalle afflizioni che furono sopportate; ma essi furono da lui portati alla memoria di Giobbe, e la loro colpa fu addebitata su di lui, e lo fissarono in faccia, e caricarono la sua coscienza, e lo riempirono di vituperio e vergogna, come Efraim, Geremia 31:19 ; e che è deprecato dal Salmista, Salmi 25:7 ; e ciò che aggravava questo caso e lo rendeva più doloroso era che, nell'apprensione di Giobbe, si trattava di rimanere con lui come un'eredità, come significa la parola , che dimora per sempre con gli uomini nelle loro famiglie; e si può avere un certo rispetto per la corruzione della natura, che è ereditaria, e rimane con gli uomini dalla loro giovinezza in su

27 Versetto 27. Tu metti anche i miei piedi nei ceppi,

Il che è una specie di punizione dei trasgressori, e una preservazione di loro dal fuggire; ed è una sicurezza e una riserva per ulteriori punizioni talvolta; e così Giobbe considerava le sue afflizioni come una punizione perché non sapeva cosa, e da cui era così circondato e chiuso, che non c'era modo di uscirne più di quanto possa farlo un uomo i cui piedi sono ben piantati nei ceppi; e che qui era tenuto per afflizioni ancora più grandi, che temeva. Aben Esdra lo interpreta: "Tu hai messo i miei piedi nella calce"; e questo è seguito da altri, suggerendo che, come i passi di un uomo nella calce sono segnati e facilmente discernibili, così erano i suoi dal Signore; ma questo sembra essere estraneo alla mente di Giobbe, che non farebbe una tale concessione, come se i suoi passi presi male fossero così visibili:

e guardo attentamente tutti i miei sentieri; così che non c'era possibilità di sfuggire ai suoi guai e alle sue afflizioni; così strettamente sorvegliato era tenuto su di lui; vedi Giobbe 7:19 ; secondo Ben Gersom, questo si riferisce ai ceppi, "conserva tutte le mie vie", lo tratteneva dall'andare all'estero per gli affari della vita, e quindi può riferirsi alla malattia del suo corpo, ai suoi foruncoli e ulcere, che lo tenevano a casa e gli permettevano di non muoversi all'aperto; Ma il primo senso è il migliore:

tu hai posto un'impronta sui talloni dei miei piedi; o quello, i ceppi, gli facevano un segno sui talloni, con cui venivano premuti forte, come Gersom; o piuttosto Dio ne pose uno su di loro, affliggendolo molto duramente e sottoponendolo a un dolore lancinante, come quello che provano i criminali quando vengono dati forti colpi sulle piante dei loro piedi, a cui può essere l'allusione; oppure il senso è che lo seguisse da vicino per i talloni, che ogni volta che faceva un passo, veniva immediatamente segnato e osservato dal Signore, come se calpestasse i suoi passi e mettesse il proprio piede nel segno che era rimasto

28 Versetto 28. E lui consuma come una cosa putrefatta,

Questo da alcuni scrittori ebrei è riferito e connesso con la foglia spinta e la stoppia secca a cui Giobbe si paragona, Giobbe 13:25 ; e così il senso è che il suo corpo, che, per la sua fragilità e debolezza, è paragonato a tali cose, è come qualsiasi cosa marcia, un albero marcio, come Ben Melech; o qualsiasi altra cosa che è marcia, cioè consumarsi e consumarsi, come lo fu il corpo di Giobbe, essendo rivestito di vermi e zolle di polvere.

come un indumento che viene mangiato dalle tarme; un indumento di lana, che raccoglie polvere, da cui nascono motivi; poiché la polvere, nelle vesti di lana e di lana produce tarme, come osservano Aristotele e Plinio ; e una veste da loro mangiata, lentamente, gradualmente, e insensibilmente, ma certamente, si decompone, cade a pezzi, diventa inutile e non può essere recuperata; tale era il corpo di Giobbe, che soffriva per le malattie che aveva, e si decomponeva ogni giorno di più, sbriciolarsi in polvere, e proprio pronto a cadere nella tomba; così che non c'era bisogno, e poteva sembrare crudele, di imporgli afflizioni più grandi e più pesanti: alcuni interpreti fanno di questo "egli" Dio stesso che a volte è come marciume e tignola per gli uomini, nelle loro persone, famiglie e stati; vedi Osea 5:12

Commentario del Pulpito:

Giobbe 13

1 Versetti 1, 2.- I primi due versetti del capitolo 13 sono strettamente connessi con il capitolo 12, formando la conclusione naturale della prima parte dell'argomentazione di Giobbe, secondo cui tutti i risultati, buoni o cattivi che siano, devono essere riferiti a Dio. Il versetto 1 è poco più che una ripetizione diGiobbe 12:9 e il versetto 2 diGiobbe 12:3

Ecco, il mio occhio ha visto tutto questo, il mio orecchio l'ha udito e compreso. Tutti i particolari menzionati riguardo al governo di Dio del mondo inGiobbe 12:6-25 derivano da Giobbe dalla sua esperienza personale. Il suo occhio li ha visti o il suo orecchio li ha uditi. Non è in debito con gli altri per le informazioni su questi semplici punti, che considera necessariamente impressionati dalla loro esperienza su tutti gli uomini adulti.

vedi - Giobbe 12:9

Versetti 1-16. - Giobbe a Zofar:4. Un'anima ferita a bada

IO LA VOCE DI UNA FEROCE RECRIMINAZIONE. Trafiggendo sulla punta della lancia della sua logica spietata gli uomini che si erano fatti beffe della sua miseria e avevano trasformato la sua stessa pietà in zimbello, con infinito disprezzo Giobbe li offre come spettacolo agli angeli e agli uomini, accusandoli di almeno tre detestabili

1. Ignorare i fatti. Essi lo avevano favorito con le loro vedute su come Dio conduceva gli affari dell'universo, citando apotegmi, citando proverbi e adducendo similitudini accuratamente selezionate per sostenere i loro dogmi peculiari e le teorie preconcette; ma anche lui poteva mettere insieme sagge seghe estratte dagli antichi, non essendo per quanto riguarda la tradizione un ronzio dietro di loro (Versetto 2), E l'aveva fatto.Giobbe 12:6,14-25 - Per di più, egli aveva osservato nel mondo intorno a lui esemplificazioni di tutto ciò che aveva avanzato (Versetto 1); e, a meno che non fossero stati ciechi come talpe e insensati come l'asino alla cui progenie lo avevano paragonato, anche loro dovevano aver percepito spesso la stessa cosa. Ma non erano stati disposti a scoprire nulla di incompatibile con il loro dogma preferito; o avevano viaggiato per il mondo con gli occhi chiusi e le orecchie chiuse; o non si erano presi la briga di riflettere e confrontarsi. La disattenzione, o la mancanza di osservazione, la mancanza di considerazione o la mancanza di riflessione, l'insincerità o la mancanza di un vero amore per la verità, sono tre formidabili ostacoli sulla via del progresso dell'uomo nella conoscenza. La prima è colpa degli negligenti, la seconda degli stolti, la terza degli empi. L'occhio e l'orecchio, che sono le migliori porte d'accesso dell'anima per la conoscenza, dovrebbero essere tenuti continuamente aperti. Ma le testimonianze e i rapporti che entrano da queste porte devono essere sottoposti a un'ispezione diligente e a un attento confronto. La verità, una volta trovata, non dovrebbe mai mancare di garantire l'ammissione nella camera interiore del cuore

2. Falsificazione di menzogne. Invece di raccogliere e confrontare pazientemente i fatti dalla pagina aperta della storia umana, e dedurne le conclusioni circa il principio o i princìpi del governo divino, gli amici di Giobbe inventarono prima una teoria, e poi cercarono proverbi ammuffiti che la sostenessero. Non erano affatto filosofi o teologi, ma semplicemente teorici, inventori di sofismi, cucitori di falsità e fabbricatori di vanità (versetto 4), che si erano sforzati di costruire una teodicea mescolando insieme un po' di fatti e una grande quantità di fantasia, o mettendo insieme una manciata di antiche banalità. Gran parte della scienza moderna, della filosofia e persino della teologia, procede secondo il principio qui così severamente criticato. Il vero metodo baconiano di induzione, che consiste prima di accertare con minuziosa precisione non pochi, ma, per quanto possibile, tutti i fatti del caso prima di pronunciare un giudizio sulla formula che li spiegherà, è l'unica guida sicura da seguire nella discussione filosofica, nella ricerca scientifica o nell'indagine teologica. Una formula che non abbraccia ogni fatto noto, molto di più che è contraddetto da qualsiasi fatto noto, non può essere corretta

3. Accettazione di persone. Passando a un'accusa più seria, Giobbe li accusa di abietta e spregevole servilità, di schierarsi dalla parte di Dio semplicemente perché sapevano che era forte, di sostenere la sua causa per mezzo di argomenti che erano consapevolmente insinceri e, in generale, di recitare la parte degli adulatori, una condotta che Giobbe dichiara essere:

(1) Malvagio in sé. "Parlerete voi malvagiamente per Dio? e parlare in modo ingannevole per lui?" (Versetto 7). Proporre teorie fallaci, men che meno farlo consapevolmente e deliberatamente, non può mai essere giusto, anche se tali teorie sono avanzate a favore di Dio e della religione. Questo viene fatto praticamente quando gli uomini tentano di sostenere la verità divina, di far avanzare la causa divina o di rivendicare il carattere divino per mezzo di argomenti sofistici. Ma nemmeno in questo caso il fine santifica, il mezzo

(2) Ingiusto verso se stesso. "Accetterete la sua persona? Combatterete per Dio?" (versetto 8). Schierarsi con Dio in qualsiasi controversia che egli sostiene con la creatura non può mai essere sbagliato considerato in se stesso,Romani 3:4 ma farlo senza riguardo per i diritti di quella creatura con cui Dio contende non può mai essere giusto. Giobbe si lamentava del fatto che, rifiutando di credere alle sue dichiarazioni di integrità e presumendo crudelmente senza prove che fosse colpevole, i suoi amici mostravano praticamente parzialità verso Dio e si comportavano con ingiustizia verso di lui. Ma non si può mai combattere, per giustificare Dio, per perpetrare ingiustizie contro l'uomo

(3) Dispiacere a Dio. «È bene che ti perquisisca? O come uno si fa beffe di un altro, voi vi prendete gioco di lui?" (versetto 9). Se Dio indagasse sulla loro condotta, non potrebbe assolutamente estendere ad essa la sua approvazione. Gli sarebbero sembrate persone che cercavano di scherzare con lui e di ingannarlo, come gli uomini scherzano e ingannano i loro simili. Il loro comportamento sarebbe stato completamente aborrito da colui i cui patroni si erano costituiti così presuntuosamente, poiché Dio non può mai approvare le menzogne o le ingiustizie anche a sostegno della sua causa, che non ha bisogno di sofismi o patrocinio di alcun tipo

(4) Certo dell'esposizione. «Ti andrà bene quando ti cercherà? O puoi ingannarlo come un uomo è ingannato?" No! in verità. "Certamente vi riprenderà, se accetterete segretamente delle persone". E questo in due modi; confondendo le loro persone: "Sua eccellenza non vi spaventerà?" e facendo esplodere le loro dottrine: "I vostri ricordi", cioè le vostre memorabili parole, "sono", o saranno, "come cenere"; letteralmente, "saranno proverbi di cenere"; cioè si dimostrerà che sono privi di valore e facilmente cancellabili come le similitudini tracciate sulla polvere; "E i vostri bastioni", cioè gli argomenti dietro i quali vi trincerate, "saranno bastioni di argilla", facilmente sfondati come lamenti di fango

II LA VOCE DELL'INTEGRITÀ OLTRAGGIATA

1. Un appello dell'uomo a Dio. "Certo parlerei all'Onnipotente, e desidero ragionare con Dio!" (versetto 3). Così Davide, quando la bocca dell'empio e la lingua dell'ingannevole si aprirono contro di lui, si rivolse a Dio in preghiera. Anche Cristo, quando i suoi nemici lo guardavano a bocca aperta, cercò rifugio contro le loro calunnie in santi rapporti con Dio.Salmi 22:2-21; Matteo 27:39-46; Giovanni 11:42 L'esempio di entrambi è raccomandato ai santi quando si trovano in circostanze simili,Salmi 55:22; 91:15; Filippesi 4:6; 1Pietro 5:7 ed è stato seguito frequentemente. Molti di coloro a cui è stata negata la giustizia per mano dei loro simili sono stati costretti ad appellarsi al tribunale dei cieli. È una grande misericordia che un tale tribunale esista per gli uomini sofferenti, e che la sua porta non sia mai chiusa contro la causa di un santo afflitto.Salmi 34:15; 1Pietro 3:12; Luca 18:7,8 Al contrario, il popolo di Dio è invitato a rivolgersi a lui in ogni momento di difficoltà,Salmi 50:15; 62:8; Romani 12:12; Ebrei 4:16 quando è oppresso dall'afflizione, quando è sopraffatto dall'ansia spirituale, quando è incompreso dagli uomini. Se non possiamo mantenere la nostra assenza di peccato davanti a Dio,Salmi 69:5 possiamo almeno mantenere la nostra integrità.Giobbe 10:7; Giovanni 21:15,16 Romani 1:9 Ma qualunque sia il nostro caso, sarà da lui esattamente apprezzato e teneramente simpatizzato

2. Una richiesta di non interferenza da parte dell'uomo. "Oh, se voi tacesse del tutto, io, e questa dovrebbe essere la vostra saggezza" (Versetto 5); "Taci, lasciami stare, affinché io possa parlare" (Versetto 13). Giobbe adduce due ragioni per desiderare il silenzio da parte dei suoi amici

(1) Migliorerebbe notevolmente la loro reputazione di sapienza. È un segno di saggezza sapere quando tacere; ed è meglio tacere sempre piuttosto che pronunciare sofismi spietati e banalità inutili come quelle di Elifaz, Bildad e Zofar

(2) Faciliterebbe enormemente la sua conversazione con Dio. Nei momenti supremi di angoscia spirituale dell'anima, poche cose sono più fastidiose degli ammonimenti e dei consigli ben intenzionati, ma quasi sempre irritanti, delle brave persone. La mente ordinaria non riesce a vedere che, come c'è una gioia, così c'è anche un dolore, con il quale nessun estraneo può immischiarsi. Inoltre, la grande controversia tra Dio e l'anima umana deve essere combattuta in solitudine e in silenzio, come la lotta al guado di Iabbok tra l'angelo e Giacobbe.Genesi 32:24

3. La determinazione a difendere la sua causa con Dio

(1) A tutti i costi. Giobbe è pronto ad andare avanti, "venga su di lui ciò che vuole"; "prendere la sua carne tra i denti e mettere la sua vita nelle sue mani; ' subire la morte stessa, se necessario". Ecco! egli può uccidermi: non nutro alcuna speranza", cioè di qualsiasi altra questione del conflitto: "eppure manterrò la mia condotta davanti a lui". Comunque questo versetto sia tradotto (vedi Esposizione), esso contiene una triplice testimonianza: la profonda consapevolezza di Giobbe della propria integrità personale; la chiara onestà morale di Giobbe, dal momento che un ipocrita non si sarebbe mai proposto di invitare l'ispezione divina di se stesso e delle sue vie; e l'esaltato eroismo di Giobbe, che avrebbe preferito sfidare la morte piuttosto che il disonore. aggrapparsi a Dio con fedeltà invincibile nonostante il disastro temporale e l'angoscia mentale schiaccianti; sì, di fronte alla morte e alla dissoluzione, una sublime confutazione della calunnia satanica.Giobbe 2:5

(2) Ma non senza speranza. Giobbe era interiormente persuaso che il risultato finale della sua impresa sarebbe stata la trionfante rivendicazione e la salvezza. Questa convinzione si basava sul fatto del suo intenso desiderio interiore di trovarsi faccia a faccia con Dio. Il suo ragionamento prende la forma di un sillogismo. È impossibile che un uomo consapevole dell'ipocrisia desideri un colloquio con Dio. Ma tale desiderio è la passione che assorbe tutto la mia anima. Perciò mi concedo la speranza che! non sono un ipocrita, e che colui che ora sembra essere il mio Avversario alla fine dimostrerà la mia Salvezza

Imparare:

1. È la delizia di un uomo buono, il segno di un uomo saggio e il dovere di tutti gli uomini, studiare le vie e le opere di Dio

2. Non è peccato rivendicare il proprio carattere quando questo viene erroneamente diffamato

3. Ci vuole una buona causa per permettere a un uomo debole di parlare con l'Onnipotente

4. Non è un difetto di costume rimproverare gli uomini buoni quando dicono bugie

5. È un difetto negli uomini buoni quando si allontanano dalla terra anche per un pelo

6. È infinitamente più saggio non parlare affatto che parlare come uno sciocco

7. È pericoloso evocare alleati dal campo del diavolo, anche quando si combatte nelle battaglie del Signore

8. È un insulto a Dio supporre che la luce e le tenebre, la verità e l'errore, la sincerità e l'ipocrisia, la giustizia e l'ingiustizia, Cristo e la Belial, possano essere confederati

9. È meglio venerare la santità di Dio sulla terra che tremare davanti alla sua gloriosa potenza in un mondo futuro

10. È una povera difesa che anche un brav'uomo trova nelle menzogne e negli inganni

11. È preferibile separarsi dalla vita che dalla fede in Dio

12. È certo che, sebbene un credente umile possa essere sbattuto, non può mai perdersi

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-22. - L'ingiustizia dell'uomo e la giustizia di Dio

Giobbe procede a ribaltare la situazione su questi amici autocompiacenti, che sono così inclini a moralizzare e a trovare illustrazioni delle loro concezioni della giustizia divina a sue spese. I suoi amici, tuttavia, gli rendono davvero un servizio; non manifestando la simpatia che brama, ma gettandolo sulle sue proprie risorse, meglio ancora gettandolo sul suo Dio. Il tonico dell'opposizione è a volte molto più necessario nella sofferenza mentale di quanto non lo sia il sorso calmante della simpatia. Il primo si arraffa, il secondo snerva. Sembra che ora sia così per Giobbe. Egli risveglia le forze della sua anima, come la palma risveglia le sue energie vitali sotto il peso attaccato ai suoi rami; e si precipita sull'ultimo lancio. Egli si getterà, incurante delle conseguenze, sulla pietà e sulla giustizia dell'Eterno

Versetti 1-12. - Correzione degli amici

FACCIO LA TRANSIZIONE NEL DISCORSO DI GIOBBE. (Versetti 1-3). Fa una pausa per un momento prima di iniziare un nuovo corso di pensiero. Egli afferma che la sua esperienza non è stata priva di frutti. L'occhio, l'orecchio, la bocca, - Giobbe 12:11 sono i simboli fisici della vita e dell'esperienza reale. Così San Giovanni: "Ciò che abbiamo udito,... visti con i nostri occhi guardati, e le nostre band hanno maneggiato". E in nessun particolare la loro conoscenza, in virtù della quale pretendono di raggiungere un terreno così elevato, è superiore alla sua

II RISOLUZIONE. "Per parlare all'Onnipotente, per ragionare con Dio". È una decisione audace, ma veramente reverenziale e credente. Ci ricorda Abramo che supplica per le città della pianura, è fondato sulla ferma apprensione degli attributi morali di Dio, che egli non può negare senza rinnegare se stesso. Su questo terreno possiamo anche avventurarci in sicurezza. Con coraggio possiamo arrivare al trono della grazia e implorare Dio di non abbandonare il trono eterno della sua santità

III RIFIUTO DELL'INTERFERENZA DEI SUOI AMICI. (Versetti 4-6) Non appena si prende la decisione di appellarsi a Dio, nuova forza viene al cuore. Giobbe si eleva al di sopra della nube dell'errata costruzione che si è addensata intorno a lui, come l'alta rupe che sovrasta le nuvole, e guarda con disprezzo questi "falsari di menzogne", questi "medici inutili". È il suo turno di essere l'istruttore e di stare zitti

IV DENUNCIA. (Versetti 7-9) Egli procede severamente a smascherare i loro errori e a mettere a nudo la radice da cui provengono

1. Cercano di onorare Dio a spese della verità, che è uno zelo corrotto; perché il Dio della verità può essere onorato solo dalla verità nelle parole e nelle opere

2. Sono mossi dall'istinto dell'adulazione, e diventano così parziali, unilaterali avvocati di Dio. Ma Dio non è esaltato deprimendo l'uomo, né onorato dall'ingiustizia fatta alle sue creature

3. Le loro accuse agli altri mostrano ignoranza di se stessi. E come sarebbe se ora si facesse un esame approfondito nella loro vita? E oserebbero gettare il peso della colpa sull'infelice alla sua terribile presenza? Sono riflessioni come queste che sono necessarie per controllare il pensiero poco caritatevole e tenere a freno la lingua censoria

V MINACCIA. (Versetti 10-12) Queste gravi colpe non possono essere commesse impunemente. Dio li avrebbe puniti per la loro parzialità. Sua maestà, al suo apparire, li confonderà. Saranno trattati come peccatori, e tutti i loro memorandum, le loro belle parole, che hanno imparato a memoria piuttosto che derivate da una profonda esperienza (versetto 12), saranno sparsi come polvere e cadranno a terra come strutture di argilla sgretolate. "Per ogni parola oziosa che gli uomini diranno, saranno portati in giudizio". Così Giobbe si libera dai suoi superficiali consiglieri prima di rivolgersi solennemente a Dio

LEZIONI

1. Gettando la responsabilità sugli altri, potremmo incorrere noi stessi in una responsabilità maggiore

2. Dovremmo esitare ad applicare la verità agli altri prima di averla applicata a noi stessi

3. La conoscenza di sé ci rende adatti per l'ufficio di consigliere; la cecità verso noi stessi ci espone al rimprovero e al giudizio. - J

OMELIE DI W.F. ADENEY Versetti 1, 2.- Detti banali

La lamentela di Giobbe è che non c'era nulla di nuovo nelle pretenziose arringhe dei suoi amici. Tutte le loro pompose arie di superiorità e di autorità non ingannarono il patriarca e gli impedirono di scoprire il carattere essenzialmente banale delle loro idee

LA MAGGIOR PARTE DEI DETTI SONO BANALI. Non capita spesso a un uomo di scoprire una nuova verità. Anche quando una persona fa un'osservazione che è originale in lui, cioè che non è derivata da nessun altro uomo, è probabile che qualcun altro abbia già detto qualcosa di molto simile. Troppo spesso, quando un uomo è pretenzioso nei confronti delle novità, ciò che è fresco è solo l'abito della sua nozione. Le più recenti stravaganze religiose sono generalmente solo vecchie eresie riesumate e magnetizzate in una parvenza di vita. È sciocco pensare di stupire il mondo con il nostro ideale. Anche ai tempi di Giobbe la gente era stanca del poco ammasso di nozioni che circolava tra le classi più intelligenti

II LA RIPETIZIONE PIGNOLA DI DETTI TRITI E RITRITI NON PUÒ SERVIRE A NULLA. I tre amici di Giobbe non fecero altro che irritare l'addolorato ripetendo ciò che sapeva bene quanto loro. Lo stesso errore viene spesso commesso nei tentativi sciocchi di amministrare la consolazione. Non ci sono detti più triti di quelli che trattano della sofferenza e dei suoi usi. La stessa banalità della sorte della sofferenza, e l'ovvietà stessa di alcune delle sue circostanze, hanno reso i precetti del dolore molto familiari a tutti noi. È inutile andare da una persona in difficoltà e ripeterla ancora una volta. Sarebbe meglio tacere. Il silenzio poteva colpirlo come una novità molto originale

III I DETTI TRITI POSSONO ESSERE VERI E IMPORTANTI

1. Vero. Non si deve supporre che gli uomini siano generalmente vittime di deliri. Una ragione per cui certi detti sono diventati triti e ritriti è che l'esperienza ha dimostrato che erano veri. Se fossero state false, sarebbero state scartate da tempo. Senza dubbio ci sono errori venerabili. Le frasi trite e ritrite degli amici di Giobbe erano così unilaterali che la loro verità si perse per perversione; ma la maggior parte dei detti triti e ritriti deve contenere una notevole quantità di verità per resistere alla prova del tempo

2. Importante. La banalità è generalmente una testimonianza dell'importanza, perché se i detti fossero stati di poco conto, sarebbero stati trascurati. L'uso attuale di essi presuppone un certo valore ad essi attribuito. Il vangelo di Cristo è diventato un detto banale per molti. Eppure è vero e importante come sempre

L 'APPLICAZIONE PERSONALE E LA SIMPATIA POSSONO RAVVIVARE L'INTERESSE PER I DETTI TRITI

1. Candidatura personale. È difficile essere seri con un detto banale. Un detto del genere tende a diventare una mera forma di parole. Si indossa come una moneta che ha perso la sua effigie e leggenda. "Le verità", dice Coleridge, "di tutte le altre, le più terribili e interessanti, sono troppo spesso considerate così vere da perdere tutto il potere della verità e giacciono costrette a letto nel dormitorio dell'anima, fianco a fianco con gli errori più disprezzati ed esplosi". Ma aggiunge: "C'è un modo sicuro per dare freschezza e importanza alle massime più banali: quello di riflettere su di esse in diretto riferimento al nostro stato e alla nostra condotta, al nostro essere passato e futuro"

2. Simpatia. I tre amici applicarono a Giobbe quei detti triti, ma lui non volle portarseli a casa. Giustamente riteneva che non si applicassero a lui nel modo in cui i suoi amici supponevano. Li applicarono senza simpatia, e quindi senza capire Giobbe. Possiamo ripetere parole molto familiari, eppure se in esse c'è il suono della sincerità e il tono di simpatia susciteranno comunque interesse. - W.F.A

2 Quello che voi sapete, lo so anch'io. Gli amici di Giobbe hanno preteso di istruirlo e di correggerlo, sulla base della loro età ed esperienza,Giobbe 4:8; 5:27 8:8-10 Egli protesta che, nelle questioni su cui gli hanno fatto la predica, non hanno alcun vantaggio su di lui -- egli sa tutto ciò che sanno -- in verità, la conoscenza è aperta a tutti.

vedi - Giobbe 12:3 Io non sono inferiore a te. Una ripetizione esatta della seconda frase diGiobbe 12:3 #Giobbe 13:3

Versetti La seconda parte dell'argomentazione di Giobbe è preceduta da una lamentela riguardo alla condotta dei suoi oppositori. Li accusa di inventare menzogne (Versetti. 4), di mancanza di abilità come medici delle anime (Versetti. 4), di rivendicare Dio con ragionamenti in cui essi stessi non credono (Versetti. 7, 8), e di conseguenza di deriderlo realmente (Versetti. 9). Dopo averli avvertiti che è più probabile che offendano Dio piuttosto che compiacerlo con argomenti come quelli che hanno sollecitato (versetti 10-12), li invita a tacere e a permettergli di perorare la sua causa presso Dio (versetto 13)

versetto 3."Sicuramente parlerei all'Onnipotente. Non è desiderio di Giobbe discutere della sua tranquillità con i suoi tre amici, ma ragionare con Dio. I suoi amici, però, interferiscono con questo disegno, lo controllano, lo ostacolano, gli impediscono di realizzarlo. Perciò deve prima dire loro alcune parole. E desidero ragionare con Dio. Confrontate l'invito di Dio stesso al suo popolo: "Venite ora, e discutiamo insieme, dice il Signore",Isaia 1:18 e ancora: "Ricordatemi, supplichiamoci insieme; proclama tu, affinché tu possa essere giustificato";Isaia 43:26 che indicano la misericordiosa disponibilità di Dio a permettere agli uomini di perorare per proprio conto davanti a lui, e fare del loro meglio per giustificarsi

4 Ma voi siete falsari di menzogne. Un'espressione dura, che indicava che Giobbe era completamente esasperato. Le menzogne che i suoi amici avevano inventato erano, in parte, travisamenti di ciò che aveva detto, come per esempioGiobbe 11:4), ma principalmente dichiarazioni, più o meno nascoste, che implicavano che egli avesse attirato su di sé tutte le sue calamità con una condotta malvagiaGiobbe 4:7,8; 8:13,14; 11:11,14,20

Voi siete tutti medici di nessun valore. Gli amici di Giobbe erano venuti da lui per "confortarlo" e agire come medici della sua anima. Ma non erano affatto riusciti a essere di minima utilità. Non avevano nemmeno capito il suo caso

"Medici di nessun valore"

Gli amici di Giobbe erano medici di nessun valore. Sono venuti per guarire, ma hanno solo aggravato la sua denuncia

CONSIDERO DOVE INCONTRIAMO MEDICI DI NESSUN VALORE

1. Nell'affrontare il dolore. Quanto è raro un amico veramente utile in un momento di grande dolore! Molti sostenitori si cimentano nella consolazione, ma la maggior parte di loro pasticcia dolorosamente. Sopportiamo le loro visite di cordoglio perché non vogliamo essere ingrati e sgradevoli, ma siamo sollevati quando ci hanno lasciato soli con il nostro dolore

2. Nel trattamento del peccato. Nessun essere umano può curare il peccato. Gli uomini possono incolpare il peccato, ma non possono scacciarlo. Ecco una malattia che nessuna medicina dell'uomo può toccare. Ma c'è spazio per qualche azione da parte nostra. Dovremmo essere in grado di portare il rimedio divino. Eppure, quante volte non ci riusciamo! Come dobbiamo essere consapevoli che i nostri sforzi non raggiungono il peccatore e lo aiutano veramente!

3. Nell'affrontare problemi sociali. Ci sono molti teorici selvaggi, ma nessuno di loro è stato in grado di correggere lo stato disorganizzato della società. I filantropi troppo spesso mostrano più zelo che giudizio

CHIEDI PERCHÉ L'ARCA DEI MEDICI NON HA ALCUN VALORE

1. Ignoranza dello stato del paziente. Se il medico non ha diagnosticato correttamente il suo caso, è improbabile che abbia successo nel suo trattamento. Dobbiamo capire coloro che ci trarrebbero beneficio

2. Mancanza di abilità nell'uso dei rimedi. Il medico deve capire i suoi farmaci, o avvelenerà i suoi pazienti. Se vogliamo giovare agli uomini, dobbiamo prima conoscerli; allora dobbiamo conoscere la medicina divina. Coloro che non comprendono il vangelo di Cristo non possono essere medici di valore per gli altri. Dobbiamo studiare la verità così come gli uomini; e dobbiamo andare oltre, ed essere familiari con quelle grandi idee di risparmio che applicheremmo agli altri

3. Assenza di simpatia. Ecco il segreto del fallimento degli amici di Giobbe, anche se all'inizio sembrava che avessero manifestato la più profonda simpatia. Non possiamo mai aiutare i miserabili finché non simpatizziamo con loro. Il primo elemento essenziale per il successo di una missione tra i poveri è la fratellanza. Se questo manca, la missione deve fallire, anche se qualsiasi quantità di energia e denaro può essere spesa per essa

III RICORDATE CHE C'È UN MEDICO DI INESTIMABILE VALORE. Cristo soddisfa tutte le condizioni richieste. Egli ci conosce, perché è uno di noi, tentato in tutto e per tutto come noi, anche se senza peccato. Egli conosce bene il rimedio necessario, perché è uno con Dio, ed è perfettamente a suo agio tra quei grandi fatti spirituali da cui deve venire la cura del male del mondo. Anche lui è pieno di simpatia. Anticamente guariva i malati perché era "mosso a compassione". Il grande e tenero cuore di Cristo batte in calda simpatia per tutti i suoi fratelli-uomini. Ora dobbiamo vedere nell'esperienza che il nostro buon medico è in grado di fare ciò che i medici di nessun valore non sono riusciti a realizzare. Cristo è l'Amico che aiuta nel dolore; Solo Lui può curare il peccato. Cristo nel mondo porta il regno dei cieli, e così corregge i problemi sociali. Cristo come Salvatore vivente, come Medico attivo ora in mezzo a noi, può guarire, e noi lo sappiamo perché vediamo che guarisce ovunque gli sia affidato che lo faccia. - W.F.A

5 Oh, se tacesse del tutto! Gli amici avevano "taciuto" per sette giorni dopo il loro arrivoGiobbe 2:13

Oh, se l'avessero tenuta intera! Le loro parole non avevano fatto altro che esasperare e pungolare quasi alla follia. C'è un pathos luttuoso nelle suppliche di Giobbe di tacere confronta 13). E dovrebbe essere la tua saggezza. "La parola", è stato detto, "è d'argento, il silenzio è d'oro". Senza dubbio" c'è un tempo per tutto... un tempo per tacere e un tempo per parlare"; Ecclesiaste 3:1,7

né il governo di La Trappe è del tutto saggio. Ma probabilmente nel mondo si fa dieci volte più male parlando che tacendo. Le "parole per Dio" richiedono particolare attenzione e cautela. Se non fanno il bene, il danno che possono fare è incalcolabile

6 Ascolta ora il mio ragionamento. Poiché i suoi amici non hanno taciuto, ma hanno parlato, Giobbe rivendica il diritto di essere ascoltato a sua volta. Se si pensa che sia un po' impaziente, bisogna ricordare che i suoi avversari sono tre a uno, tutti desiderosi di coglierlo in fallo, e non molto miti nei loro rimproveri. e ascolta le suppliche delle mie labbra. Le "suppliche" di Giobbe sono rivolte non ai suoi amici, ma a Dio, e sono contenute nel Versetti. 14-28 del presente e tutto il capitolo successivo

7 Parlerete voi malvagiamente per Dio? Non dobbiamo supporre che gli amici di Giobbe abbiano consapevolmente usato argomenti falsi e falsi nelle loro dispute con lui per conto di Dio. Al contrario, devono essere considerati convinti della verità dei loro ragionamenti, in quanto cresciuti nella ferma convinzione che la prosperità o la miseria temporale siano state distribuite da Dio, immediatamente, per sua volontà, ai suoi sudditi secondo il loro comportamento. Tenendo conto di ciò, naturalmente pensarono che Giobbe, essendo così grandemente afflitto, dovesse essere un grande peccatore, e, poiché non potevano plausibilmente sostenere alcun peccato aperto contro di lui, videro nelle sue sofferenze un giudizio su di lui per peccati segreti. "I suoi amici scelti, come dice il signor Froude, "uomini saggi, buoni, pii, come lo erano allora la saggezza e la pietà, senza un solo barlume della vera causa delle sue sofferenze, videro in loro un giudizio di questo carattere. Egli divenne per loro un'illustrazione, e persino (tali sono i paralogismi di uomini di questa descrizione) una prova della loro teoria che "la prosperità degli empi è solo per un po' di tempo"; e invece del conforto e dell'aiuto che avrebbero potuto portargli, e che alla fine furono costretti a portargli, egli non è per loro altro che un testo per l'enunciazione di una solenne falsità" ('Short Studies', vol. 1. p. 300), cioè di affermazioni che erano false, sebbene da loro solennemente credute vere. E parlare in modo ingannevole per lui. "Ingannevolmente", perché in modo non veritiero, eppure così plausibile da poter ingannare gli altri

Parlando malvagiamente per Dio

Ecco la grande colpa e il peccato dei tre amici. Hanno finto di essere avvocati di Dio, eppure hanno parlato malvagiamente. Così si sforzarono di sostenere la loro visione della provvidenza con supposizioni e teorie poco caritatevoli che non erano in accordo con i fatti. Tale condotta era colpevole, sgradita a Dio e molto dannosa per i veri interessi della religione

IO LA TENTAZIONE DI PARLARE MALVAGIAMENTE PER DIO. Ciò deriva dall'idea che il fine giustifica i mezzi. Se l'obiettivo è servire Dio, si presume che qualsiasi processo venga impiegato debba essere giusto. Così è stata una dottrina tra i gesuiti che la condotta equivoca che sarebbe condannata nel lavoro del mondo deve essere condonata quando è rivolta al progresso della Chiesa. Il carattere apparentemente altruistico dell'azione si aggiunge alla sottile ingannevolezza della tentazione. Ciò che viene detto non è per il nostro bene, ma per la gloria di Dio. Inoltre, si sostiene che gli uomini non hanno il diritto di lamentarsi, perché i veri servi di Dio si rallegreranno di ciò che lo glorifica; e coloro che non sono della Chiesa sono fuori dal tribunale e non possono avere alcun motivo per presentare un reclamo. Eppure anche loro potrebbero trarne profitto, si insiste ulteriormente; se fossero stati condotti alla Chiesa con l'inganno, una volta entrati, non benedirebbero l'inganno che li ha salvati? Tutto questo non è che il sofisma di una tentazione del diavolo

II IL GRANDE PECCATO DI PARLARE MALVAGIAMENTE PER DIO. Questo gli è particolarmente odioso, poiché è un Dio di giustizia. Diversi punti contribuiscono a compensare l'estrema malvagità di tale condotta

1. Distrugge la verità. Se possiamo mentire per Dio, la verità stessa viene umiliata. Il permesso di un mero equivoco che ha lo scopo di ingannare abbassa il livello di verità. Questa è una rottura della legge morale rigorosa

2. È fatale per la carità. La supplica è che l'uomo deve essere sacrificato per amore di Dio. Ma Dio ha detto: "Avrò misericordia e non sacrificio". Non accetterà il servizio che viene reso a costo di crudeltà verso un fratello

3. È disonorevole per Dio. Il Suo santo Nome viene trascinato verso il basso livello dell'uomo e arruolato al servizio del male. Ciò che viene fatto per la sua gloria si suppone che porti la sua sanzione. Così il Dio della verità e dell'amore viene fatto apparire come il campione della menzogna e dell'odio. Questo è un abominevole insulto a Dio

4. È un miserabile mantello per il peccato. Sembrerebbe che gli uomini non penserebbero di parlare malvagiamente per Dio a meno che non ci fosse malvagità nei loro cuori. È vero che possono essere abbastanza sciocchi da immaginare che la loro condotta servirà realmente alla gloria divina, ed è giusto ammettere che le persone che si illudono della casistica gesuitica faranno per la Chiesa ciò che non si sognerebbero di fare per se stesse. Quindi queste persone non sono davvero così cattive come suggerisce la loro condotta. Eppure, a meno che non siano completamente ingannati dal loro sistema, a meno che la loro coscienza non sia stata deformata in una sorta di follia morale dalla loro educazione -- e si deve ammettere che ciò sia possibile -- non possiamo fare a meno di dire che la loro azione deve scaturire da un basso tono di moralità. In ogni caso, deve tendere a produrre questo, deve essere decisamente degradante e demoralizzante

5. È destinato al fallimento. Nulla danneggia di più la causa di Cristo che la condotta indegna dei suoi seguaci, specialmente quando questo invoca la sua gloria come scusa. Nulla favorisce l'incredulità come il sospetto di mancanza di sincerità nei difensori della fede. È fatale aggrapparsi a un cattivo argomento a causa della sua tendenza a sostenere la destra. Possiamo piacere e servire Dio solo quando seguiamo la verità e l'amore. Questo è il metodo di Cristo, che disprezzò tutti i sotterfugi e scelse l'apparente fallimento della croce piuttosto che i trionfi di una sicura politica diplomatica

8 Accetterete la sua persona? Combatterete per Dio? Giobbe intende accusare i suoi oppositori di appoggiarsi indebitamente dalla parte di Dio, e di essere pronti a giustificarlo a dispetto della ragione e della giustizia. Questo è come il comportamento di un giudice che dovrebbe permettere che la sua decisione sia influenzata dal favore verso l'una o l'altra parte in una causa

9 È bene che ti cerchi? "I motivi per cui agite in questo modo", chiede Giobbe ai suoi oppositori, "sono così puri da resistere alla severità del giudizio di Dio quando egli rivolge il suo esame su di voi" e scruta i motivi del vostro procedimento? Non è forse il tuo vero motivo per fargli grazia, perché è così grande e potente?" O come uno si fa beffe di un altro, lo mansuete voi? Puoi imporre a un uomo agendo in questo modo, ma non lo farai a Dio

10 Egli vi riprenderà certamente, se accetterete segretamente delle persone. Anche se è la sua persona che accettate, la sua causa che indebitamente favorite, egli, come Dio della verità e Sostenitore del diritto, vi rimprovererà e vi condannerà sicuramente

11 Sua eccellenza non vi farà forse paura, e il suo terrore cadrà su di voi? La stessa eccellenza e perfezione di Dio non vi farà forse più paura, dal momento che si schiereranno contro di voi? Dio, che hai occhi più puri di quelli che guardano l'iniquità, che non fa eccezione di persone e odia coloro che hanno riguardo alle persone, per la sua stessa purezza e verità si scandalizzerà della tua condotta e sarà indotto a punirla,

12 I tuoi ricordi sono come cenere. I "ricordi" intesi sono probabilmente le sagge seghe, incarnazioni dell'antica sapienza, su cui gli avversari di Giobbe hanno fatto affidamento nelle loro dispute con luiGiobbe 4:7,8; 8:8-11 - , ss

Giobbe dichiara che sono solo polvere e cenere, inutili, senza valore, come il primo soffio d'aria viene spazzato via. I vostri corpi a corpi d'argilla; piuttosto, i tuoi tumuli o le tue difese (vedi la Versione Riveduta). Queste difese, dice Giobbe, cioè gli argomenti con cui i suoi avversari sostengono le loro opinioni, non sono migliori delle "difese di argilla", facili da abbattere e distruggere. Le antiche difese di una città erano di solito o di pietra, come a Khorsabad ('Ancient Monarchies', vol. 1. pp. 278, 279), o di mattoni grezzi rivestiti con mattoni cotti, come a Babilonia e altrove. Ma sembra che Giobbe stia parlando di qualcosa di più primitivo di entrambi: semplici terrapieni, come l'aggera romana gettata in fretta e furia e facile da livellare con il terreno

13 Taci, lasciami stare, affinché io possa parlare; letteralmente, taci da me affinché io possa parlare; Ma la nostra versione dà il vero significato. Giobbe ripete la supplica con cui si era lamentato (versetti 5, 6). E lascia che un po' su di me quello che vuole. Giobbe è pronto ad affrontare il peggio. Egli sente, come si esprime qui sotto (versetto 19), che, se tiene a freno la lingua, deve morire. Deve parlare, e lo farà. Dopodiché, lascia che Dio faccia ciò che vuole: accetterà la sua punizione, se Dio riterrà opportuno punirlo

Versetti 13-22. - L'appello di Giobbe a Dio

IL TIMORE DELL'ESITO DELL'APPELLO GLI VIENE IN MENTE NEL MOMENTO STESSO IN CUI ESEGUE LA SUA DECISIONE. (Versetti 13-15) Così con Mosè, Ester 33:20

con Manoah e i suoi; Giuda 13:22

così con Abramo che supplica per le città della Genesi 18:23 e segg

È la coscienza della debolezza in presenza dell'onnipotenza, della peccaminosità in presenza della perfetta santità, che blocca lo spirito sulla soglia del mondo invisibile e della Presenza invisibile. Sopra la porta di un tempio orientale (come racconta Spenser) c'era un'iscrizione: "Sii audace", e su una seconda porta si ripeteva: "Sii audace"; e ancora: "Sii audace, e sii sempre audace"; ma infine, sulla porta interna, c'era scritto: "Non essere troppo audace". Così il timore e la riverenza castigano la fiducia con cui il credente figlio di Dio, nella piena fiducia del diritto, si avvicina a lui

II IL TERRORE MESSO DA PARTE. (Versetti 15, 16) C'è conforto per Giobbe nel pensiero che sarà in grado di esprimere le sue convinzioni più sacre prima di morire (versetto 15). Ma qui c'è un'altra e più nobile linea di pensiero. La sua innocenza condurrà infine alla sua liberazione; poiché nessun uomo empio osa presentarsi davanti a Dio; ma non è cosciente di una mente empia. Confronta il nobile salmo quindicesimo

III RICHIESTA DI UDIENZA DA PARTE DEI SUOI AVVERSARI. (Versetti 17-19) In questa breve sfida vediamo tutti i tratti del comportamento di un'anima sincera e retta nell'ora della prova

1. Coraggio imperterrito

2. Presentimento di vittoria

3. Prontezza per tutti gli avversari e per tutte le conseguenze

Queste sono le armi che l'innocenza fornisce, e nelle quali i più deboli e i più indifesi possono essere schierati come in una panoplia

IV RICHIESTE PRELIMINARI. (Versetti 20-22) Prima di procedere con il suo appello, Giobbe fa due richieste:

(1) affinché le sue pene possano essere alleviate;

(2) affinché non possa essere terrorizzato dall'improvvisa visita di DioGiobbe 9:34

Chiede queste come garanzie della libertà della sua parola. C'è qualcosa di profondamente patetico in questa oscillazione tra la fiducia e la paura: la fiducia derivata dal senso di innocenza e di diritto, la paura che il pensiero della terribile presenza del Divino deve sempre imprimere

LEZIONI

1. Colui che è più fiducioso nella certezza della sua innocenza davanti all'uomo sarà il più umile e timido alla presenza di Dio

2. La fede deve finalmente vincere la paura in ogni cuore sincero. - J

14 Versetti 14-28. - L'appello è ora a Dio, ma Giobbe lo precede scusando la sua audacia (Versetti. 14-19)

Perché prendo la mia carne tra i denti! Una frase oscura, che si spiega con il parallelo nel secondo membro del verso. Il significato generale è: "Perché metto a repentaglio tutto, il mio corpo, prendendolo per così dire tra i denti; e la mia anima, prendendolo come se fosse nella mia mano?" Nessuna delle due idee reggerà un'analisi minuziosa; ma quest'ultimo, in ogni caso, era noto ai Greci (Athen., 'Deipnosoph.,' p. 569), ed è comune in inglese. E ho messo la mia vita nelle mie mani.Giuda 12:3; 1Samuele 19:5; 28:21; Salmi 119:109);

15 Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui; piuttosto, lo aspetterò. Il passaggio è uno dei pochi in questo libro in cui ci sono due letture: ljya wOl e ljya aol. Coloro che preferiscono quest'ultimo lo rendono comunemente: "Non ho speranza", ma il canonico Cook fa notare che ci sono ragioni per considerare alo come una forma arcaica per wOl, che a volte prende il suo posto. Se ciò non fosse consentito, la lettura dovrà essere preferita, sulla doppia autorità delle versioni e del contesto. Giobbe non può aver detto, in un versetto: "Non ho speranza" e in quello successivo: "Egli (Dio) sarà la mia salvezza". Ma io manterrò le mie vie davanti a lui; cioè: "Sosterrò che sono vie giuste e buone, non aperte alle accuse che i miei 'amici' hanno gettato su di loro"Giobbe 4:7,8 8:6,20 11:11,14,20

Versetti 15, 16.- Fede e sicurezza

LA FEDE DI GIOBBE. "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui". Segno:

1. L'oggetto della fede di Giobbe. Dio, come il Giustificatore degli empi che credono, poiché Giobbe non ha affermato di essere senza peccato, eppure si aspettava di essere giustificato

2. La prova della fede di Giobbe. Le intense sofferenze, sia fisiche che mentali, attraverso le quali è passato. La fede del popolo di Dio è comunemente messa alla prova. Tuttavia è dubbio che qualcuno abbia mai incontrato maggiori difficoltà di Giobbe nel modo di credere in Dio

3. L'intensità della fede di Giobbe. "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui". Giobbe era deciso a non far sì che nessuna difficoltà gli impedisse di confidare nel Dio della misericordia e della salvezza; sotto questo aspetto egli è ben degno di essere imitato dai seguaci di Cristo

4. Il trionfo della fede di Giobbe. Non si trattava di un semplice vanto da parte di Giobbe di essersi aggrappato a Dio a tutti i costi, come è stato spesso dimostrato da parte di credenti troppo sicuri di sé (ad esempio Pietro); ma la questione del suo aspetto ha stabilito la sincerità delle sue parole. La sua fede fu spesso brutalmente attaccata, e a volte sembrò tremare, ma non fu mai rovesciata

II ASSICURAZIONE DI GIOBBE. "Egli sarà anche la mia salvezza" (Versetto 16); " Cantici che sarò giustificato". La certezza della salvezza è chiaramente possibile, poiché è stata goduta da Abele, Ebrei 11:3

Enoc, Ebrei 11:6

Abramo, Genesi 15:6

Mosè, Ester 15:2

Davide, Salmi 18:2

San Paolo; Filippesi 1:21; 2Tm 4:8

è anche estremamente desiderabile per l'utilità del santo, tanto quanto per il conforto del santo, e in ogni caso in cui è posseduto deve essere basato, come lo era quello di Giobbe, su:

1. Fede nella testimonianza divina. Giobbe sapeva che sarebbe stato giustificato non perché era un uomo senza peccato, ma perché confidava in Dio; e questo è il primo motivo di certezza per un'anima ansiosa. Il peccatore che crede è sicuro della salvezza, perché "chi crede sarà salvato"; e chiunque confida in colui che giustifica l'empio può affermare con fiducia: " Cantici che sarò giustificato"

2. Consapevolezza della sincerità personale. Cioè, se un uomo, dopo un attento esame di sé, scopre in se stesso i segni della vera pietà e dell'integrità cristiana, è autorizzato a concludere che è passato dalla morte alla vita, e Dio alla fine proverà la sua salvezza. Giobbe pensava di non essere un ipocrita, ma un uomo sinceramente retto; e quindi sapeva che Dio non lo avrebbe condannato. San Giovanni, nelle sue Epistole, fornisce segni con i quali un uomo può determinare da solo se è o meno un vero discepolo cristiano

Imparare:

1. Che senza fede non ci può essere certezza

2. Che dove c'è fede ci deve essere certezza

OMELIE DI R. GREEN versetto 15.- La fede in Dio che porta alla rassegnazione

"Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui". Così Giobbe dichiara la sua incrollabile fedeltà a Dio. Solleva i suoi pensieri dai ragionamenti dei suoi amici; egli si eleva al di sopra, almeno per il momento, all'oppressione delle sue sofferenze, e con un'audacia che gli fa onore, e una fiducia garantita dalla sua fede nel Nome Divino, dà voce a un'espressione di fede che è passata da labbro a labbro attraverso i secoli, ed è stata una formula classica di fede per i più tristi e profondamente afflitti tra i figli degli uomini. Quanto è debitore il mondo a coloro che, con vero eroismo, dichiarano la loro fede nella sapienza e nella bontà del Signore!

LA FEDE È NECESSARIA IN CONSEGUENZA DELLE MOLTE E PESANTI PROVE DEL CUORE UMANO. Le fonti esterne di aiuto sono spesso interrotte. Cadono del tutto. Non c'è mano di forza, non c'è parola di potere, non c'è consolazione sufficiente. Nelle afflizioni corporali l'abilità del più saggio può essere annullata. Nelle prove della vita ogni aiuto proveniente da fonti esterne può fallire. Il dolore è troppo profondo perché un cuore non aiutato possa sopportarlo. Dove si nasconderà l'anima afflitta? C'è aiuto solo nelle fonti spirituali. Dio è l'obiettivo finale dello spirito afflitto. "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito", è l'ultima espressione dell'anima quando tutte le risorse di aiuto sono tagliate. Ma per questo c'è bisogno di una fede, una fede che apprende l'invisibile e lo spirituale. L'anima in tali momenti è sostenuta solo dalla fede, e la fede di cui c'è bisogno è una fede suprema, umile, senza esitazioni. Felice chi ce l'ha

II LA FEDE È GARANTITA DAL CARATTERE DI DIO. Questo è l'unico rifugio infallibile. Questo, di tutti, è il più degno di fiducia. Non possiamo sempre fidarci delle parole della gentilezza umana, persino dell'amicizia. I buoni propositi possono fallire per incapacità di adempierli. Potremmo sbagliarci. La nostra fiducia può poggiare su fondamenta ingannevoli. Il nostro personale potrebbe romperci e forarci la mano. Ma sappiamo sempre che il carattere di Dio è inattaccabile. Ha un sicuro fondamento di fiducia chi confida nel Nome del Signore, il cui riposo è nel carattere divino. La bontà assoluta, la saggezza perfetta, l'amore infinito, queste sono le garanzie della fede

III È giusto e saggio, quindi, CHE LA FEDE SIA DICHIARATA. Chi ha imparato dove l'anima può trovare rifugio e aiuti a dichiararlo agli altri. Glorifichi Dio con il suo debole tributo. È la sua offerta migliore, anche se la più umile. Che grande indegnità proviamo se qualcuno mette in dubbio la nostra veridicità! Ma chi confida nella nostra parola e nel nostro carattere, anche nei momenti in cui entrambi sono dispersi, ci paga il più alto tributo di amicizia e di fede. Portiamo dunque le nostre umili offerte di fiducia, di gratitudine e di amore, il nostro oro spirituale, l'incenso e la mirra, e deponiamole ai piedi del Apocalisse eterno. Quand'anche mi porgesse addosso i fardelli più pesanti, non dubiterò della sua bontà; anche se mi tratta come un cane, tuttavia mi attaccherò a lui. "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui"

IV Una tale fede è SICURAMENTE RICOMPENSATA

1. Ha la sua ricompensa nella pace mentale che porta. "Tu manterrai in perfetta pace colui che ha la mente rivolta a te, perché confida in te." Il passero guidato trova la sua casa e la rondine il suo nido. La colomba ritorna all'arca. Quando non c'è riposo per lo spirito ferito, si rivolge e trova il suo riposo in Dio. Qui si nasconde e attende in una sicura speranza. Giobbe fu portato sulla medesima terra; ma il Signore, che sembrava ucciderlo, lo risuscitò e gli diede una ricompensa abbondante

2. Un'ulteriore ricompensa è assicurata nel personaggio acquisito

3. E un ulteriore nell'approvazione divina finale del servo fedele, fiducioso, sottomesso, obbediente. Tale fede non perderà la sua ricompensa. - R.G

16 Egli sarà anche la mia salvezza. Qualunque cosa Dio gli faccia (versetto 13), qualunque peso gli imponga, anche se lo "uccide" (versetto 15), tuttavia Giobbe è sicuro che alla fine, in un modo o nell'altro, Dio sarà la sua Salvezza. È questa fiducia decisa che dà subito forza al carattere di Giobbe, e in un certo senso espia la sua eccessiva audacia nello sfidare Dio a una controversia. Il suo cuore è a posto con Dio. Sebbene i segreti del mondo invisibile gli siano stati nascosti, e la condizione dell'uomo dopo la morte sia un mistero sul quale egli può formulare solo vaghe congetture, tuttavia è sicuro che alla fine Dio non lo tradirà. L'ipocrita infatti non comparirà davanti a lui. Se fosse un ipocrita, il caso sarebbe diverso; tremerebbe davanti a Dio, invece di sentirsi fiducioso. Ma, sapendo di essere onesto e veritiero, non ha paura; Egli ha il coraggio di 'presentarsi davanti a lui' e di perorare la sua causa davanti a lui

17 Ascoltate diligentemente la mia parola e la mia dichiarazione con i vostri orecchi. Un ultimo appello ai suoi avversari perché gli dedichino tutta la loro attenzione confronta Versetto 6)

Versetti 17-28. - Giobbe a Dio: ripresa della terza controversia: la supplica di un santo al Cielo

I PRELIMINARI ALLA MEMORIA

1. Pubblico invitato. Giobbe chiede ai suoi amici sconvolti di essere spettatori silenziosi del processo che ne consegue, e di considerare attentamente la difesa che stava per offrire (versetto 17). Destinato principalmente all'orecchio di Dio, non dovrebbe tuttavia contenere nulla di inadatto alla pubblicazione all'orecchio degli uomini. Consapevole della sincerità, Giobbe non aveva nulla da nascondere. L'ingenuità è sempre un segno di vera santità. "Un uomo con una coscienza pulita può stare senza paura davanti al mondo intero". L'intrepido coraggio è anche caratteristico dei pii Salmi 27:1; Proverbi 28:1 1Giovanni 3:21

che, tuttavia, a differenza di Giobbe, sono incoraggiati non dal senso della propria integrità, ma da una calma fiducia nella giustizia di Cristo Isaia 45:24,25; 50:7-9; Romani 8:32-34);

2. Perfetta prontezza espressa. Giobbe afferma (Versetti. 18) di aver accuratamente organizzato le diverse suppliche che avrebbe dovuto sollecitare a rivendicare la sua oltraggiata integrità. E in questo l'esempio di Giobbe può essere seguito con vantaggio. Né il santo né il peccatore devono intromettersi irriverentemente e presuntuosamente alla presenza di Dio senza aver prima composto il suo cuore e, per quanto possibile, disposto i suoi pensieri. Nessun uomo è pronto a ragionare con Dio in preghiera finché non sa cosa vuole e come perorare per ottenerlo

3. Fiducia speranzosa intrattenuta. " Cantici che sarò giustificato" (Versetto 18). Questa non era una presunzione da parte di Giobbe, che probabilmente basava la sua giustificazione davanti a Dio, nel senso strettamente forense dell'assoluzione e dell'accettazione, non sulla sua giustizia, ma sul libero favore di Dio, attraverso il merito del suo Redentore;Giobbe 19:25

ma semplicemente quella consapevolezza interiore dell'integrità personale su cui un uomo buono può giustamente fare affidamento come prova di uno stato di grazia, e con la quale può incoraggiare il suo spirito debole quando sta per apparire davanti a Dio, come Ezechia, Isaia 38:3

Davide, Salmi 26:1

San Pietro, Giovanni 21:17

San Paolo, Romani 9:1

e San Giovanni. Naturalmente, sarebbe presunzione se un uomo peccatore, che si basasse sulla propria giustizia, aspettarsi di essere giustificato davanti a Dio. Ma, confidando nel grande sacrificio propiziatorio di colui che è "il Signore nostra giustizia", il peccatore più colpevole e più indegno può avvicinarsi a Dio con santa franchezza, Ebrei 4:16; 10:22

e con assoluta certezza di accettazione e salvezza, Ebrei 7:25; Romani 8:1

dicendo: " Cantici che sarò giustificato"

4. Contestazione dell'impeachment peccaminoso. "Chi è colui che mi supplicherà?" cioè contro di me, contraddicendo e confutando ciò che ora affermo senza paura, cioè la mia integrità personale. Se ce n'è, che si faccia avanti e stabilisca la sua accusa. Se riuscirò a infangare il mio bel nome, "tacerò, abbandonerò il fantasma", sentendo che, passato l'onore, la vita stessa non potrà più avere fascino per me. Molti, oltre a Giobbe, hanno sentito che "il buon nome nell'uomo e nella donna è il gioiello immediato delle loro anime" ('Otello, atto 3. sc. 3), "la parte immortale" di se stessi (ibid., atto 2. sc. 3), e che, essendo perduto, nulla degno di essere posseduto può rimanere (cfr 'Riccardo II',Atti 1). sc. 1). Il linguaggio di Giobbe ci ricorda il discorso di san Paolo ai suoi accusatori davanti a Felice; Atti 24:16-21

e poi davanti a Festo; Atti 25:11

anche della più alta sfida rivolta da Cristo ai suoi connazionali Isaia 50:8; Giovanni 8:46

E sebbene certamente i credenti non possano usare la domanda come fece Cristo, e possano talvolta avere difficoltà a usarla nel senso di Giobbe o di San Paolo, è sempre possibile per loro, mentre tengono gli occhi sulla croce, esclamare: "Chi metterà qualcosa a carico degli eletti di Dio?" Romani 8:33

II CONDIZIONI DELLA MEMORIA

1. Una cessazione dei suoi problemi. (versetto 21) La mano di Dio è un'espressione biblica frequente per l'afflizione, 1Samuele 5:6,7; Salmi 32:4; 38:2; Isaia 1:25

, che viene inviata, Deuteronomio 8:5; 2Samuele 7:14; Giobbe 5:17; Salmi 94:12; Ebrei 12:6,7

guidata,Giobbe 33:17-19; Proverbi 3:11,12; Isaia 48:10; Ezechiele 30:37

e rimossa

(Salmi 50:15; 66:12; Zaccaria 13:9; Giovanni 16:20; Matteo 5:4

dalla sapienza e potenza divina. I castighi paterni di Dio sono direttamente progettati per raffinare e purificare l'anima santa,Giobbe 36:8,10 Isaia 48:10 Ebrei 12:11

e per attirarla vicino al suo sgabello ai suoi piedi in penitenza e fede, umiltà e amore. Eppure, non di rado, uno dei primi effetti dell'afflizione fisica su un uomo buono, specialmente se è grave, è di decomporre la sua mente, disturbare il suo cuore e generalmente renderlo inadatto a conversare con Dio. - Nonostante i benefici spirituali accumulati nella tribolazione, non ci può essere benedizione più grande, anche in vista degli esercizi della religione, di mens sans in sano corpore. Gran parte della depressione spirituale vissuta dai cristiani è riconducibile a un'estrema infermità fisica, anche se a volte gli invalidi felici possono dire con San Paolo: "Quando sono debole, allora sono forte"; "Molto volentieri mi glorierò delle infermità, affinché la potenza di Dio riposi su di me". Allora, se le anime pie, gemendo sotto la pressione delle malattie fisiche e delle ansietà mentali, trovano difficile concentrare i loro pensieri sulle cose divine, quale deve essere la follia di coloro che ritardano l'opera di pentimento e di supplicare Dio per il perdono e la salvezza fino a quando non giacciono su un letto di malattia, tormentati dal dolore e forse tremanti nella morsa della morte?

2. Una rimozione della sua paura. (versetto 21) Il carattere divino ha un lato terrificante, oltre che attraente, dell'uomo peccatore. La gloria della purezza divina è così fulgida,Giobbe 4:18

della giustizia divina così incorruttibile,Giobbe 9:2

della sapienza divina così ineffabile,Giobbe 9:4

della forza divina così travolgente,Giobbe 9:19

che lo spirito umano istintivamente si ritrae allarmato. Oppresso dalla colpa, contaminato dalla contaminazione, giacente sotto la condanna, non può alzare la testa in presenza di tale terribile maestà, ma, prostrandosi davanti allo sgabello del glorioso Apocalisse del cielo, esclama, come Isaia: "Guai a me; perché io sono distrutto!"; Isaia 6:5

e come Davide, "Nel giudizio non entrare con me, tuo servo povero; Poiché perché, questo pozzo ho bagnato, nessun peccatore può sopportare la tua vista, o Dio" Salmi 143:2), versione metrica

E come San Pietro: "Allontanati da me; perché io sono un peccatore, o Signore". Giobbe pensava che, a meno che la sua mente non fosse stata sollevata da tali paralizzanti vedute della schiacciante grandezza del suo invisibile Giudice, sarebbe stato del tutto inutile aspettarsi che potesse anche solo esporre correttamente la sua causa, e tanto meno vincere la sua causa. Perciò egli aveva già desiderato l'interposizione di un uomo della giornata, che togliesse la verga di Dio e rimuovesse il timore di Dio per permettergli di parlare; e a questo sembra che ricorra di nuovo. Fortunatamente un tale uomo dei giorni è stato provveduto per noi in Cristo, nel quale il peccatore ansioso può ora vedere non solo la verga del castigo divino rimossa, ma la grandezza della gloria divina velata, in modo che colui che desidera parlare con Dio possa farlo senza timore, "sia che Dio stesso apra la causa, o gli permette di dire la prima parola"

III CONTENUTO DELLA MEMORIA

1. Un interrogatorio audace. (versetto 23)

(1) Una definizione preziosa. Il peccato è 'avon' o agire perverso, un piegarsi, torcersi o allontanarsi dalla Legge Divina; chattah, un passo falso, quindi un fallimento, un errore, un peccato di debolezza o infermità; e pesha" una rottura, quindi malvagità deliberata e maligna. Il primo epiteto descrive la natura del peccato: "è qualsiasi mancanza di conformità o trasgressione della Legge di Dio"; il secondo indica la fonte del peccato: la debolezza umana; Geremia 10:23

mentre il terzo indica l'atrocità del peccato, è essenzialmente una ribellione contro Dio. Oppure le tre espressioni possono alludere a diversi tipi di peccato, a offese palpabili, a imperfezioni veniali, a crimini notori, di cui Giobbe si supponeva fosse colpevole

(2) Una confessione sincera. Quali che fossero le iniquità, i peccati o le trasgressioni commesse da Giobbe, Dio le conosceva perfettamente, poteva calcolarne il numero e stimarne l'atrocità. Gli uomini spesso non sono consapevoli dei loro difetti, spesso dimenticano i loro difetti e raramente riescono a rendersi conto dell'enormità delle loro malvagità. Ma tutte queste cose sono evidenti alla mente onnisciente di Dio Salmi 69:5; 73:23; Luca 16:15; Ebrei 4:13);

(3) Una supplica appassionata. Che Dio avrebbe permesso a Giobbe di comprendere la natura e l'enormità di quei reati di cui si era reso colpevole e per i quali i suoi amici sostenevano che stesse soffrendo. La preghiera è mirabilmente adatta e urgentemente necessaria a tutti, anche se non nel senso in cui fu impiegata da Giobbe. Nessun uomo può giungere a una chiara scoperta, della propria peccaminosità, a una stima adeguata del numero dei suoi misfatti, a un giusto apprezzamento della loro malvagità essenziale, se non attraverso l'insegnamento divino. Tale insegnamento Dio impartisce mediante la sua Parola Salmi 94:12; Romani 7:9

e lo Spirito Giovanni 16:8

(4) Un'ovvia implicazione. Giobbe progettò che si capisse che lui stesso era inconsapevole di tali reati, anche se naturalmente non si dichiarò del tutto innocente

2. Un problema inspiegabile. (versetto 24) Ecco

(1) un'esperienza dolorosa, la sensazione di aver perso il favore divino, per un'anima graziosa la più alta benedizione raggiungibile o anche solo concepibile sulla terra; Salmi 30:5 63:3

a. un'esperienza comune, realizzata da Davide, Isaia 13:1; 22:1

, da Salmi 88:14

e da Cristo, Matteo 27:46

, così come da molti seguaci di Cristo da allora;

b. un'esperienza misteriosa, non che Dio nascondesse il suo volto e sembrasse ritirare il suo favore da un'anima peccatrice, ma che, avendo una volta ammesso un peccatore pentito e credente al suo amore, egli dovesse apparentemente rigettarlo -- una linea di condotta di cui Giobbe non era assolutamente in grado di rendere conto; tuttavia

c. un'esperienza necessaria, nel caso di Cristo per renderlo perfetto come Salvatore, in quella di Giobbe, Davide, Eman e altri per renderli perfetti come santi

3. Una patetica esposizione

(1) L'indegnità della condotta divina nell'affliggere Giobbe. Giobbe era diventato assolutamente impotente e insignificante, a causa delle sue lunghe e continue difficoltà, come una foglia caduta sulla strada, agitata e agitata da ogni vento che passava, o come la stoppia secca di un campo di grano, eppure l'Onnipotente lo assalì con tutta la forza della sua artiglieria divina, come se fosse un formidabile avversario che i battaglioni dell'onnipotenza avrebbero dovuto schiacciare (versetto 25). Alla mente di Giobbe sembrava del tutto incongruo, del tutto assurdo, del tutto indegno della Maestà Divina. Così la procedura di Dio nella provvidenza sembra spesso percepire e ragionare indegna della sua grandezza e gloria; Ma la fede, venendo in soccorso, ricorda al cuore dubbioso che fa bene ogni cosa

(2) L'apparente ingiustizia della condotta di Dio nell'affliggere Giobbe. Consapevole dell'innocenza nei suoi anni più maturi, Giobbe poté solo offrire, come soluzione di quell'enigma sconcertante con cui si trovava di fronte, che Dio stava tornando sui peccati dei suoi giorni giovanili, sebbene questi fossero stati da tempo pentiti e perdonati (versetto 26). Ma il peccato, una volta perdonato, viene dimenticato per sempre Isaia 43:25; Michea 7:18,19

Dio non riproduce mai per punizione la trasgressione che ha liberamente perdonato. Eppure le iniquità della gioventù che non sono state cancellate dalla misericordia divina hanno uno strano potere di auto-rianimazione negli anni più maturi; e Dio spesso fa sì che gli uomini malvagi (ad esempio l'ubriacone, il dissoluto), in conformità con le stabilite e giuste leggi della retribuzione, ereditino, o posseggano, o raccolgano i frutti più forti nella vecchiaia degli eccessi e delle indulgenze della giovinezza. Da qui la necessità di coltivare la purezza morale nella gioventù, e la correttezza negli anni successivi di pregare: "Non ricordare i peccati della mia giovinezza" Salmi 25:7

(3) L'estrema severità della condotta di Dio nell'affliggere Giobbe, che fu trattato come un prigioniero; i cui piedi furono conficcati nei ceppi, come quelli diGeremia 20:2; 29:6), e di Paolo e Sila; Atti 16:24

i cui passi erano strettamente sorvegliati, per timore che godesse di troppa libertà o tentasse di fuggire,

Confronta - Giobbe 10:14 - ; e vedi omiletica su - Giobbe 7:12-21

e la cui libertà era (secondo un'interpretazione), limitata entro limiti ristretti, da un confine o cerchio disegnato intorno alla pianta dei suoi piedi (Versetto 27), e che sebbene egli, Il prigioniero incatenato, ispezionato e murato era una povera creatura miserabile, che giaceva a marcire su un mucchio di cenere come un vestito che la falena rosicchia (versetto 28)

Imparare:

1. La gratitudine che sia i santi che i peccatori devono a Dio per il trono della grazia

2. La sublime intrepidezza con cui i più colpevoli, non meno dei più pii, possono avvicinarsi a quel trono

3. La libertà di cui tutti godono di aprire il proprio cuore davanti a Dio

4. La correttezza di cercare una conoscenza più intima della realtà e del potere del peccato interiore

5. La peccaminosità di supporre che Dio tratti mai una delle sue creature come nemici

18 Ecco, io ho ordinato la mia causa; cioè ho preparato le mie memorie e le ho sistemate; Cantici cosa sto per dire. E so che sarò giustificato. Sono fiducioso, cioè, che la causa, se sarà pienamente ascoltata, sarà decisa in mio favore. Sembrerà che non ho attirato su di me le mie calamità con le mie proprie malefatte. Della giustificazione, nel senso forense, della giustizia imputata, con le sue idee concomitanti, Giobbe, naturalmente, non sa nulla

19 Chi è colui che mi interfericherà? Dio stesso interverrà? O delegherà qualcuno, uomo o angelo? Giobbe è impaziente che le arringhe inizino. Per ora, se trattengo la lingua, abbandonerò il fantasma. Alcuni traducono: "Poiché ora tacerò e abbandonerò lo spirito", che spiegano significando: "Se Dio mi suggerisce, mi rifugierò in silenzio e presto spirerò". Ma questa sembra una conclusione impossibile, quando tutto ciò a cui Giobbe ha mirato e lottato da quando i suoi avversari lo hanno accusato di malvagità è stato che potesse "parlare con l'Onnipotente e ragionare con Dio" (Versetto 3). È molto più semplice attenersi alla traduzione della Versione Autorizzata e intendere che Giobbe ha raggiunto un punto in cui egli deve parlare o spirare

20 Soltanto non farmi due cose. Prima di iniziare la sua supplica, Giobbe ha due richieste da fare a Dio

(1) Che porrà fine per un certo tempo alle sue sofferenze corporali, sospendendole, in ogni caso, mentre la supplica continua;

(2) che durante lo stesso spazio si asterrà dal terrorizzarlo mentalmente, come aveva fatto in precedenti occasioniGiobbe 6:4; 7:14; 9:14 - ; vedi sotto, Versetto 21

Allora non mi nasconderò da te, letteralmente, dal tuo volto Giobbe 9:34,35 - , "Prenda via da me la sua verga e non mi spaventi il suo timore; allora parlerei e non lo temerei" #Giobbe 13:21

Allontana da me la tua mano; cioè "la tua mano afflittrice". Giobbe vede tutta la sua sofferenza fisica come proveniente direttamente dalla mano di Dio, momentaneamente causata da lui, e quindi rimovibile da lui in qualsiasi momento. Non ha alcun pensiero per le cause secondarie. E non lasciare che il tuo terrore mi faccia paura. Giobbe parla qui e altrove di terrori spirituali, di quelle paure vaghe e impalpabili che si presentano interiormente all'anima, e sono più dolorose, molto più terribili di qualsiasi angoscia fisica. A meno che non sia libero da questi, così come dai dolori fisici, non può perorare la sua causa liberamente e pienamente

22 Allora chiama, e io ti risponderò. "Allora", quando sarò libero dalla sofferenza, sia mentale che fisica, implorami, porta le tue accuse contro di me, e io risponderò ad esse. Come osserva il signor Fronds, "Giobbe stesso era stato educato nello stesso credo" dei suoi consolatori; "Anche a lui era stato insegnato a vedere la mano di Dio nella dispensazione esteriore" ('Short Studies', vol. 1, p. 300). Perciò egli presume che Dio avrà un'accusa particolare da muovere contro di lui, in relazione a ciascuna delle calamità che si sono abbattute su di lui, ed è pronto ad affrontare questi cambiamenti e a confutarli. Allo stesso tempo, è senza dubbio molto confuso e perplesso, non sapendo come conciliare la sua fede tradizionale con la sua coscienza interna di innocenza. O lasciami parlare, e tu rispondimi. "Lascia che sia io", cioè, a prendere l'iniziativa, se lo preferisci, lascia che io faccia le domande, e tu rispondi"

23 Quante sono le mie iniquità e i miei peccati? Questo è a malapena, come lo descrive il professor Stanley Leathes, "una profonda confessione di peccato personale" ('Old Testament Commentary', vol. 4, p. 27). È più nella natura di una rimostranza. "Questi miei peccati, per i quali sono così gravemente punito, che cosa sono? Nominali. Quanti sono? Fatemi sapere esattamente quali sono; e allora potrò mettere in discussione la mia coscienza riguardo a loro". Fammi conoscere la mia trasgressione e il mio peccato. Queste parole implicano che la menzogna non le conosce al momento. Conosce alcune infermità e misfatti più lievi della sua giovinezza (Versetto 26); ma non conosce peccati commisurati alle sue sofferenze

La conoscenza del peccato

MI FACCIO CONOSCERE LA REALTÀ DEL PECCATO, nel caso dovessi negarlo ed essere ingannato

MI FACCIO CONOSCERE IL POTERE DEL PECCATO, per timore che, essendo preso alla sprovvista, io ne diventi schiavo

III FAMMI CONOSCERE L'EFFERUENZA DEL PECCATO, per timore che, facendolo finta di esso, non sia condotto alla gloria nella mia vergogna

IV FAMMI CONOSCERE LA COLPA DEL PECCATO, affinché, essendo indifferente al suo pericolo, non riesca a cercare scampo

V FAMMI CONOSCERE LA PERDONABILITÀ DEL PECCATO, per timore, dubitando della misericordia di Dio, di sprofondare nella disperazione

Versetti 23-28. - Autodifesa davanti a Dio:1. I deboli contro i forti

IL GRIDO DELL'INNOCENZA FERITA. (versetto 23) Chiede che i suoi peccati siano enumerati e portati a casa da lui, e che non possa mai essere punito senza la conoscenza della natura della sua colpa

II SENSO DEL SILENZIO E DEL RITIRO DI DIO. (versetto 24) Dio non risponde alla sua sfida, e la sua sofferenza continua, come se fosse un nemico al quale l'Onnipotente non si degna di pronunciare una parola. Il silenzio, l'apparente sordità e mutudine di Dio davanti alle grida pietose delle sue creature, è più terribile di tutto il suo tuono. Oh, se solo parlasse, con qualsiasi accento! L'uomo non può mai smettere di agonizzare, di pregare, di lottare con l'Invisibile, fino a quando non estorce una risposta al grido e al desiderio del suo cuore

III LAMENTO DELLA DEBOLEZZA DI SÉ IN PRESENZA DELL'ONNIPOTENZA. (versetto 25) Ha due figure vivide per rappresentare questa debolezza:

(1) quello della foglia, spinta avanti e indietro dal vento, così debole e evanescente è diventata la sua vita;

(2) quello della stoppia secca e senza valore; eppure Dio è contro di lui come se volesse scacciare e purificare ogni traccia della sua esistenza. Il suo ventaglio è nelle sue mani, e lui sta vagliando il suo pavimento da questa pula inutile!

IV SENSO DELL'AGGRAVAMENTO DEL SUO PECCATO. (versetto 26) Oltre ai suoi dolori naturali, è carico dei ricordi di peccati passati da tempo, che pensava perdonati. Il registro dei peccati della giovinezza sembra ancora essere conservato nel libro divino. Il ricordo trasforma il passato in dolore. Gli uomini guardano con indulgenza ai "peccati della gioventù", sia in se stessi che negli altri. Ma ecco un avvertimento contro queste leggere visioni della trasgressione. La semina dell'"avena selvatica" è certa, prima o poi, che sarà seguita da un raccolto amaro

comp. - Salmi 25:7

V LA SENSAZIONE DI ESSERE INCATENATI E OSSERVATI. (versetto 27) È come un criminale con i piedi legati a un blocco di legno, che deve portare con sé ovunque vada. E tutta questa potenza e violenza, questo vigilare e controllare, viene esercitato su uno che è indifeso e spezzato come un vestito mangiato dai tarli e rosicchiato dalle tarme (Versetto 28). - J

Il peccato rivelato da Dio

Giobbe è in una triste perplessità. I suoi amici lo accusano di grande peccato come causa del suo grande guaio, ma la sua coscienza non fa eco alla loro accusa. Può essere che abbia peccato inconsapevolmente, che Dio sia veramente adirato con lui per qualche offesa che non ha riconosciuto?

NON È POSSIBILE PECCARE INCONSCIAMENTE. Non si deve supporre che un uomo potesse essere così colpevole come gli amici di Giobbe supponevano che fosse il patriarca, e tuttavia possedere la coscienza pura che era l'unica condizione attenuante nelle sue terribili angosce. La clamorosa contraddizione dimostrò l'errore dei consolatori. Inoltre, nessuno può peccare inconsciamente, perché l'azione malvagia che viene compiuta al di fuori della coscienza non possiede alcun carattere morale. Una persona ipnotizzata che uccidesse un altro non sarebbe un assassino, né lo sarebbe uno che lo facesse nel delirio di una febbre. Peccare nell'ignoranza non è affatto peccare. Tutto il peccato risiede nel movente, e il movente deve essere malvagio perché l'azione sia peccaminosa. Ma non possiamo avere un movente malvagio senza saperlo

II È POSSIBILE NON ESSERE PIENAMENTE CONSAPEVOLI DEL PROPRIO PECCATO

1. La colpa può essere minimizzata. Un uomo sa di aver sbagliato, e questa stessa consapevolezza lo mette al lavoro nell'ingegnosa ricerca di scuse. Mette la sua condotta nella luce migliore, nasconde i suoi tratti più brutti, va a caccia di circostanze attenuanti, invoca la debolezza, la necessità, la consuetudine, il bene ulteriore, ecc

2. Il fatto può essere ignorato. Teniamo la porta chiusa sullo scheletro nell'armadio. Non ci interessa rastrellare brutti ricordi. Camminiamo con leggerezza i punti deboli della storia della nostra vita. Quando questa attenta ignoranza del peccato va avanti per un po' di tempo, la coscienza stessa viene rasserenata e incantata nella pace

III È MOLTO DESIDERABILE CHE IL NOSTRO PECCATO CI VENGA RIVELATO. La rivelazione ha molti buoni risultati

1. Porta al pentimento. Non sappiamo mai quanto sia odioso il nostro peccato finché non lo guardiamo nella luce di Dio. Il peccato nascosto e dimenticato non si pente. L'orgoglio cresce sulle tombe dei peccati sepolti. I peccati devono essere riesumati e dispersi al vento, se vogliamo prendere l'umile terra dei penitenti

2. Ci aiuta a conquistare lo stagno. Il peccato che vive in noi non è riconosciuto nel suo carattere mortale fino a quando Dio non ce lo rivela. Così le nostre scuse per il peccato incoraggiano il regno del peccato. Per distruggerlo dobbiamo vederlo nel suo vero carattere

IV È BENE PREGARE CHE DIO CI RIVELI I NOSTRI PECCATI

1. Può, perché conosce il peccato meglio di quanto lo conosciamo noi, ed è in stretto contatto con le nostre coscienze. La coscienza risvegliata percepisce il peccato con uno shock di orrore, ed è lo Spirito di Dio che risveglia la coscienza

2. Alla fine lo farà. Il peccato non può rimanere nascosto per sempre. I segreti di tutti i cuori devono essere portati alla luce nel grande giorno del giudizio di Dio. Se il nostro peccato non sarà rivelato a noi ora, sarà rivelato a tutti allora

3. Dovremmo cercare una rivelazione. Così possiamo anticipare e prevenire la rivelazione futura. Perché il peccato di cui ci si pente e che si perdona non sarà mai più ravvivato. Nel frattempo, più a lungo il nostro peccato è nascosto, peggio è per noi. È una vipera nel petto, veleno nel sangue, morte nel cuore. Il peccato in sé, non le sue conseguenze, è il nostro peggior nemico. Perciò preghiamo, non nella perplessità della situazione crudelmente mal giudicata di Giobbe, ma nella semplice contrizione del salmista: "Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore; mettimi alla prova, e conosci i miei pensieri, e vedi se c'è in me qualche via malvagia, e guidami per la via eterna". - W.F.A Salmi 139:23,24 #Giobbe 13:24

Perché nascondi il tuo volto e mi consideri tuo nemico? Qual è la ragione per cui ritiri da me la luce del tuo volto e ti comporti verso di me come se fossi il mio nemico? Giobbe non crede che Dio sia suo nemico. Egli sa che Dio un giorno sarà la sua Salvezza (Versetto 16); ma egli riconosce un'alienazione presente e desidera conoscerne la causa

Le ragioni del dolore

Il cuore sofferente dell'uomo ha sempre desiderato sapere perché le afflizioni sono permesse. Giobbe è un esempio lampante di chi soffre ridotto a interrogarsi. Fa il suo appello per le ragioni. "Perché nascondi il tuo volto?" Altri hanno sollecitato questa indagine. Persino l'Esempio di tutti coloro che soffrono con pazienza, sottomissione, fiducia e obbedienza gridò ad alta voce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Ma la risposta non arriva a Giobbe con la rapidità che avrebbe forse desiderato. Eppure, sebbene egli non renda conto delle sue vie, tutti possono essere certi che i suoi propositi sono saggi e buoni. Alla luce degli insegnamenti successivi possiamo leggere "la fine del Signore". Ciò che "sopportiamo" sappiamo "è per castigare". Questa, dunque, è la risposta in generale al grido: "Perché nascondi il tuo volto?" Allora, per quanto possiamo interpretare la risposta al grido al quale non viene data alcuna risposta immediata, possiamo dire:

I Una ragione di dolore può essere trovata nella sua idoneità ad essere una prova di fede. Che la fede debba essere messa alla prova, e quindi sviluppata e perfezionata, è un'ovvia correttezza. Ma per tali test sarebbe una facoltà morta e inoperante. Come l'ala della giovane aquila è rafforzata dalle richieste che le vengono fatte quando viene portata in alto, e poi impegnata nel suo sforzo senza aiuto, così la fede cresce in forza ad ogni appello che le viene fatto. È qui che si acquisisce esperienza. In questo modo gli uomini crescono. Il cuore viene fatto conoscere "le vie del Signore". La facoltà esercitata prende confidenza con i suoi doveri. Impara a sopportare uno sforzo più pesante. Ogni adempimento positivo del dovere lo rende più adatto ad agire in futuro. La fede forte è la fede che ha sopportato la dura prova

II Una seconda ragione può essere trovata nel necessario sviluppo della pazienza. L'eroica fortezza dell'anima che sa sopportare "come vedendo colui che è invisibile" non si ottiene con l'improvviso. A passi lenti si raggiunge questa altezza. Con lenti accrescimenti questa grazia è perfezionata. L'uomo non abituato al disagio non è disposto a lasciare la sua libertà e la sua comodità, e a intraprendere un servizio faticoso e doloroso. Il dolore opprime l'anima, ma in tal modo sviluppa quel potere con cui l'anima è sostenuta. Lo spirito pigro e autoindulgente non è adatto al duro lavoro; e il mondo ha bisogno di un lavoratore volenteroso. C'è una scuola dell'anima con l'abnegazione, con il digiuno. Il sostituto dell'addestramento autoimposto è la prova imposta da Dio. La prova della fede è molto preziosa se lascia l'anima più salda nella paziente sopportazione. Da queste anime addestrate c'è il grande lavoro che il mondo deve compiere

III IL DOLORE PERFEZIONA L'ANIMA IN UN'UMILE SOTTOMISSIONE ALLA VOLONTÀ DIVINA. "È il Signore: fa' come gli parrà bene", può essere un grido di sfida di ribellione: "Fa' il tuo peggio", oppure può essere un umile, fiducioso, rassegnato a dedicare la vita ai propositi divini: "Ciò che egli vuole è il meglio". La scuola dell'afflizione è una scuola dura, ma i suoi pazienti studiosi sono ben istruiti. E sebbene "nessuna afflizione per il presente sembri essere gioiosa, ma dolorosa, tuttavia in seguito produce il pacifico frutto della giustizia a coloro che sono esercitati per mezzo di essa"

IL DOLORE PUÒ ESSERE IL MEZZO PER EVOCARE GLI ESEMPI PIÙ SINCERI E BELLI DI OBBEDIENZA. Le storie della sofferenza umana ci presentano esempi di obbedienza consumata e incrollabile, resa in indiscussa acquiescenza al proposito divino e nel puro amore del cuore. Il punto più alto mai raggiunto dallo spirito obbediente fu quello del nostro grande Modello, il quale, nel profondo dell'afflizione e del dolore più oscuri dell'anima, ripeté pazientemente la sublime espressione di un servizio interamente consacrato: "Tuttavia non sia fatta la mia volontà, ma la tua volontà". -R.G

L'occultamento del volto di Dio

I L'ESPERIENZA DOLOROSA. Il pensiero che il volto di Dio sia nascosto è molto angosciante per Giobbe. Vediamo a cosa sta pensando, e perché è angosciato. Il volto senza veli è un segno di favore; il volto velato, o distolto, del dispiacere. Perciò la parola di Giobbe suggerisce l'idea del ritiro del favore di Dio. Si spiega aggiungendo: "E mi ha dato il benvenuto al tuo nemico". Ma Giobbe significa più che il ritiro dei favori manifestati, come doni di grazia che scaturiscono dalla munificenza di Dio. Dio è più dei suoi doni. La luce del volto di Dio è migliore delle benedizioni del Suo deposito. La stessa percosse di Dio è di per sé una fonte suprema di vita e di gioia. Come la pianta fiorisce alla luce del sole e cresce pallida e malaticcia nell'oscurità, così l'anima fiorisce alla luce dell'amore di Dio e svanisce nella desolazione quando questa è nascosta. Per alcuni, in verità, nascondere il volto di Dio non è un problema. Non possono esclamare con gioia, come Agar: "Tu Dio mi vedi". Tali parole sono per loro solo l'espressione di un grande terrore. Ma le anime che conoscono e amano Dio si crogiolano alla luce del sole della sua presenza. Perdere la coscienza dell'amorevole presenza di Dio è per queste anime la desolazione di un inverno siberiano, l'oscurità di una notte di tempesta

II LA CAUSA MISTERIOSA. La causa è un mistero. Possiamo vederlo in seguito, o in relazione all'esperienza di altri. Ma, mentre attraversiamo la grande oscurità, il suo significato ci è nascosto, e questo fa parte del suo problema più profondo. Anche Cristo, nei limiti umani delle sue sofferenze terrene, esclamò: "Dio mio, Dio mio, perché hai abbandonato; Matteo 27:46

e non giunse una risposta simile a quella che seguì immediatamente ad altre parole di Cristo rivolte al Padre suo che è nei cieli

ad esempio - Giovanni 12:28

Tuttavia, a volte si possono raccogliere alcuni indizi sulla causa. Se siamo coscienti del peccato, questo è sufficiente. L'unica meraviglia è che Dio non abbia ritirato il suo volto davanti a questo. Se abbiamo perduto il nostro primo amore

Ri 2:4

e ci siamo allontanati da Dio, possiamo benissimo guardare indietro con rammarico al passato più felice; ma non possiamo essere sorpresi della nostra attuale depressione. Allora possiamo dire, con Cowper: "Dov'è la beatitudine che conoscevo quando vidi il Signore per la prima volta? Dov'è la visione ristoratrice di Gesù e della sua Parola? "Che ore tranquille ho goduto una volta! Come è ancora dolce il loro ricordo! Ma hanno lasciato un vuoto doloroso che il mondo non potrà mai riempire". Forse, come l'autore degli Inni di Olney, potremmo soffrire di sentimenti soggettivi morbosi. Può darsi che Dio non abbia nascosto il suo volto, ma che i nostri occhi siano offuscati da lacrime inutili, così che non possiamo vedere il suo volto misericordioso

III LA LUCE DIETRO. Dio può nascondere il suo volto, ma non l'ha cambiato. Il sole è andato dietro una nuvola, ma splende ancora. Dio non ha trasformato il suo amore in odio quando non possiamo più vedere il suo volto gentile. Ci ama nelle tenebre tanto quanto nella luce. Non ha ritirato il viso per nasconderlo. Il velo non aumenta la distanza tra noi e Dio; Ci impedisce solo di vederlo, anche se in realtà è più vicino che mai a noi. Anzi, può essere più vicino quando non possiamo vederlo, siamo riscaldati e vitalizzati dal sole anche quando è nascosto dalla nuvola. Dio non cessa di benedirci quando noi smettiamo di percepirlo. Eppure la benedizione più grande è con il volto scoperto. La benedizione della visione beatifica è riservata ai puri di cuore. - W.F.A Matteo 5:8 #Giobbe 13:25

Vuoi spezzare una foglia spinta qua e là? E vuoi inseguire la stoppia secca? Giobbe si paragona a due delle cose più deboli della natura: una foglia appassita e un boccone di stoppia secca. Non riesce a credere che Dio impiegherà la sua forza onnipotente per schiacciare e distruggere ciò che è così debole e debole. Un profondo senso della bontà e della compassione di Dio è alla base del pensiero

26 Poiché tu scrivi cose amare contro di me. L'allusione sembra essere alla pratica ordinaria negli antichi tribunali di formulare un atto d'accusa scritto contro presunti criminali. Mantenendo l'immagine di un tribunale e delle memorie, Giobbe rappresenta Dio come impegnato a redigere un tale documento contro di lui. Le "cose amare" sono le accuse che gli atti contengono. e mi fa possedere le iniquità della mia giovinezza. Giobbe, come Davide, deve riconoscere "i peccati e le offese" commessi nella sua giovinezza. Considerando quale può essere l'accusa contro di lui, può solo supporre che questi peccati antichi e da lungo tempo dimenticati vengano ricordati e portati contro di lui, e che sia punito per essi. Egli non esclama contro questo come un'ingiustizia; egli sente probabilmente che non c'è prescrizione per quanto riguarda i peccati e la loro punizione; ma non gli può essere sembrato coerente con la bontà e la misericordia di Dio che le offese della sua età immatura dovessero essere inflitte su di lui così amaramente

Soffrire per i peccati della propria giovinezza

Giobbe è perplesso. Non riesce a capire ciò che ha fatto per meritare guai così terribili come quelli che sta vivendo ora. Gli sembra certamente che nessuna sua condotta recente possa meritare la punizione di cui, secondo i suoi amici, soffre. Può darsi che i peccati a lungo dimenticati della sua giovinezza vengano portati contro di lui, e che egli soffra per quelle vecchie offese?

I PECCATI DELLA GIOVENTÙ NON DEVONO ESSERE IGNORATI ALLA LEGGERA

1. Perché sono stati fatti in fretta. La gioventù è sconsiderata, eppure ha una responsabilità morale

2. Perché la gioventù è inesperta. La gioventù non sarà giudicata secondo il metro degli anni più illuminati, ma secondo la sua luce, che è sufficiente per mettere in guardia dal peccato

3. A causa del loro lontano passato. Anche se sono stati commessi molto tempo fa, se non ci si è mai pentiti, sono ancora registrati contro di noi. Il tempo non perdona la colpa

4. A causa di successive modifiche. Questo è l'argomento più forte. Eppure non reggerà. Perché la condotta successiva non fu migliore di quanto avrebbe dovuto essere. Non c'erano in esso "opere di supererogazione" che potessero servire come espiazione per le offese passate

II I PECCATI DELLA GIOVENTÙ PORTANO FRUTTO NEGLI ANNI SUCCESSIVI. Lo fanno in questa vita. La malattia e la decrepitudine precoce sono i frutti amari della dissipazione giovanile. Se le opportunità d'oro della gioventù vengono sprecate, l'aldilà ne soffre. Se le opportunità di miglioramento educativo sono trascurate nella gioventù, è impossibile rimediare ad esse nell'età adulta. Il giovane che trascorre i migliori anni della sua vita in una oziosa ricerca di piaceri invece di gettare le basi del suo lavoro futuro, è sicuro di arrivare a un giorno in cui si pentirà amaramente della sua follia. C'è un'unità nella vita. Non possiamo dividerlo in periodi separati, non avendo alcun legame l'uno con l'altro. Il presente è un prodotto del passato, e il futuro ultimo sarà il risultato di tutta la nostra vita, non degli ultimi momenti di essa. Il giudizio futuro ha a che fare con le azioni della vita, non con lo stato d'animo del letto di morte

III I PECCATI DELLA GIOVENTÙ POSSONO ESSERE PERDONATI. Non possono essere annullati. Alcune delle loro conseguenze sono inevitabili. Perciò la speranza del perdono non è un incoraggiamento per la stoltezza e la malvagità. Eppure, quando un uomo si pente e cerca la grazia di Dio, il suo caso non è mai trattato nella Scrittura come senza speranza. Anche se una certa perdita e sofferenza possono rimanere, Dio perdona e guarisce l'anima pentita. Perciò è stolto dimenticare o difendere una gioventù sprecata. L'unica cosa che ci fa sperare è di riconoscerlo davanti a Dio e di mostrarci sinceramente vergognandocene. È molto meglio donare a Dio ogni ora della vita; ma se le prime ore sono state trascorse male -- per quanto miserabile sia il pensiero -- è possibile ravvedersi, ed entrare nella vigna anche all'ultimo momento. L'uso giusto della riflessione sui peccati della gioventù è quello di rendere umile un uomo, e di fargli simpatizzare con i giovani, e di cercare di metterli in guardia, affinché non commettano il triste errore che ha gettato un'ombra su tutta la sua vita successiva. Poiché chi si converte in età avanzata non darebbe tutto ciò che ha per tornare indietro e ricominciare da capo, evitando così il brutto, immutabile passato? - W.F.A

27 Tu metti anche i miei piedi nei ceppi. Si dice che la punizione sia ancora in uso tra gli arabi beduini. Era ben noto agli Israeliti, Proverbi 7:22; Geremia 20:2 29:26

ai Greci (Erode, 9:87) e ai Romani Atti 16:24

e guarda attentamente tutti i miei sentieri. Non permettendomi di sfuggire a te. Tu hai posto un'impronta sui talloni dei miei piedi; piuttosto, sulla pianta dei miei piedi. L'"impronta" voluta è probabilmente un segno che le scorte avevano l'abitudine di fare (vedi il professor Sayee, in Sunday at Home' December, 1890, p. 125)

28 E lui. Il cambio di persona è molto strano, ma non sconosciuto all'idioma ebraico. È impossibile che si possa intendere chiunque tranne Giobbe stesso. Come una cosa marcia che si consuma, come un vestito che si mangia la tarma. Un'allusione al carattere della malattia di cui soffre

Illustratore biblico:

Giobbe 13

1 CAPITOLO 13

Giobbe 13:3-4

Sicuramente parlerei all'Onnipotente.

L'uomo che parla a Dio:

C'è molto del linguaggio umano che ha a che fare con Dio. La maggior parte parla di Dio, molti parlano contro di Lui e alcuni parlano a Dio. Di queste ci sono due classi: coloro che occasionalmente Gli parlano sotto la pressione della prova; coloro che gli parlano regolarmente come regola della loro vita. Questi ultimi sono i veri uomini simili a Cristo

(I.) Parlare con Dio mostra il più alto riconoscimento pratico della presenza divina. Indica:

1.) Una credenza del cuore nel fatto dell'esistenza divina

2.) Una credenza del cuore nella personalità dell'esistenza Divina. Quale anima razionale parlerebbe a una vana impersonalità? L'uomo può giustamente dedurre la personalità di Dio dalla propria personalità

3.) Una fede del cuore nella vicinanza dell'esistenza divina. Sente che Lui è presente

4.) Una credenza del cuore nell'impressionabilità dell'esistenza divina. Non ha dubbi sulla suscettibilità divina

(II.) Parlare con Dio mostra il sollievo più vero della nostra natura sociale. Il soccorso sociale consiste principalmente nella comunicazione libera e piena agli altri di tutti i pensieri e le emozioni che devono colpire il cuore. Prima che un uomo voglia sfogare completamente la sua anima con un altro, deve essere certificato di tre cose:

1.) Che l'altro provi il più profondo interesse per lui. Chi si interessa tanto di noi come Dio?

2.) Che l'altro terrà pienamente conto delle infermità della sua natura. Chi conosce le nostre infermità come Dio?

3.) Che l'altro sarà disposto e in grado di assistere nelle nostre prove. Chi può mettere in dubbio la volontà e la capacità di Dio?

(III.) Parlare con Dio mostra il metodo più efficace di disciplina spirituale

1.) Lo sforzo di parlare con Dio è molto vivificante per l'anima

2.) Lo sforzo di parlare con Dio è molto umiliante per un'anima

3.) Lo sforzo di parlare con Dio è molto spiritualizzante per l'anima. Rompe l'incantesimo del mondo su di noi; ci libera dalle associazioni secolari; ci stacca dalla terra; e ci fa sentire che non c'è nulla di reale se non lo spirito, nulla di grande se non Dio, e nulla di degno dell'uomo se non l'assimilazione e la comunione con l'Infinito

(IV.) Parlare con Dio mostra il più alto onore di uno spirito creato. L'atto implica una grande capacità. Che cosa può mostrare la grandezza dell'animo umano tanto quanto questa comunione eccelsa? (Omilestico.)

Ma voi siete forgiatori di menzogne.

Menzogne facilmente falsificabili:

Mentire è così facile che è alla portata di tutti. È proverbialmente facile. "È facile come mentire", dice Amleto, parlando di qualcosa di non difficile. Puoi farlo mentre lavori o mentre cammini. Puoi farlo mentre sei seduto sulla tua poltrona. Puoi farlo senza alcun aiuto, anche in condizioni di estrema debolezza. Menti e non ti fa venire le vesciche sulla lingua o ti fa venire il mal di testa. Non è frequentato da alcuna usura di costituzione. Non ti getta in una consunzione, nemmeno in una sudorazione. È il più economico dei peccati. Non c'è bisogno di alcun esborso di denaro per gratificare questa propensione. Non ci sono tasse da pagare. I più poveri possono permetterselo e i ricchi non lo disprezzano perché costa poco. Né costa alcun dispendio di tempo. Dopo l'esitazione delle prime bugie, puoi farle con la massima facilità. Presto puoi improvvisarli senza il problema della premeditazione. Le facilitazioni per commettere questo peccato sono maggiori che per qualsiasi altro. Puoi concedertelo ovunque. Non si può benissimo rubare in un comune, o bestemmiare in un salotto, o ubriacarsi in una casa di lavoro; Ma in quale luogo o in quale momento non puoi giacere? Devi sgattaiolare, e nasconderti, e guardarti alle spalle, e sbirciare, e ascoltare, prima di poter commettere molti peccati; ma questo può essere praticato all'aperto di giorno e sulla piazza del mercato. Puoi guardare in faccia un uomo e farlo. Puoi strofinarti le mani e sorridere ed essere molto piacevole mentre lo fai. (J. Teasdale.)

7 CAPITOLO 13

Giobbe 13:7

Parlerete malvagiamente per Dio e parlerete in modo ingannevole per Lui?

Difensori religiosi speciali:

Giobbe 51 trova colpevoli di parlare falsamente come speciali suppliche di Dio, sotto due aspetti. Insistono sul fatto che egli ha offeso Dio, ma non possono indicare un solo peccato che egli abbia commesso. D'altra parte, affermano positivamente che Dio ripristinerà la prosperità se si fa la confessione. Ma anche in questo fanno la parte degli avvocati senza mandato. Essi mostrano grande presunzione nell'osare impegnare l'Onnipotente a seguire un corso conforme alla loro idea di giustizia. Il problema potrebbe essere quello che prevedono; Potrebbe non esserlo. Si avventurano su un terreno a cui la loro conoscenza non si estende. Pensano che la loro presunzione sia giustificata perché è per amore della religione. Giobbe impartisce un sano rimprovero, che si estende al nostro tempo. Speciali suppliche per la sovranità e il diritto incondizionato di Dio, e per la Sua illimitata buona natura, hanno allo stesso modo un avvertimento qui. Quale giustificazione hanno gli uomini nell'affermare che Dio risolverà i Suoi problemi nei dettagli secondo le loro opinioni? Egli ci ha dato il potere di comprendere i grandi principi della Sua opera. Ci sono certezze della nostra coscienza, fatti del mondo e della rivelazione, da cui possiamo argomentare. Dove questi confermano, possiamo dogmatizzare, e il dogma colpirà nel segno. Ma nessuna pietà, nessun desiderio di vendicare l'Onnipotente, o di convincere e convertire il peccatore, può giustificare un uomo a passare oltre la certezza che Dio gli ha dato verso quell'ignoto che si trova molto al di sopra della comprensione umana. (R. A. Watson, D.D.)

15 CAPITOLO 13

Giobbe 13:15

Quand'anche mi uccidesse, confiderò in Lui.

Un versetto mal interpretato, e un Dio mal inteso:

Quante volte queste parole sono state veicolo di una fede sublime nell'ora della crisi suprema! È sempre motivo di rammarico quando si deve togliere un tesoro caro ai cuori credenti. Ora, questo versetto, correttamente tradotto e correttamente compreso, significa qualcosa di molto diverso da ciò che è stato normalmente considerato significare. Nella Versione Riveduta troverete una traduzione diversa da quella accettata: "Quand'anche mi uccidesse, io lo aspetterò", si legge. Così, invece di essere l'espressione di un'anima rassegnata, che accetta sottomesso il castigo, è piuttosto l'espressione di un'anima che, consapevole della propria integrità, è pronta ad affrontare il peggio che la Provvidenza può infliggere, e decisa a vendicarsi contro ogni allusione di cattivo deserto. "Ecco, egli mi ucciderà. Lascialo fare. Lascia che Egli faccia del Suo peggio. Lo attendo con la calma certezza della purezza dei miei motivi e della probità della mia vita. Attendo il Suo prossimo colpo. So di non aver fatto nulla per meritare questa punizione e sono pronto a mantenere la mia innocenza davanti al Suo volto. Accetterò il colpo, perché non posso fare altro, ma affermerò la mia irreprensibilità". È una lezione, non nella cieca sottomissione di una fiducia perfetta, ma nell'invincibile audacia della rettitudine consapevole. Non c'è nulla di imbarazzante o abietto in questo linguaggio. E questo è in armonia con l'intero tenore del contesto, che è in una tensione di auto-rivendicazione per tutto il tempo. Ma, per comprendere il vero sentimento che sottende questa esclamazione, dobbiamo avere una corretta concezione della teoria dell'azione divina nel mondo comune a quell'epoca. Giobbe pensa a Geova come gli uomini del suo tempo pensavano a Lui, come al Dio che puniva il male in questo mondo, e i cui castighi erano universalmente considerati come la prova della trasgressione morale da parte di chi soffriva. È una falsa teoria della Provvidenza e del giudizio divino contro la quale il patriarca protesta con tanta veemenza. Ha il senso della punizione senza la coscienza della trasgressione, e questo crea la sua difficoltà. "Se le mie sofferenze devono essere considerate come una punizione, chiedo di sapere in che cosa ho trasgredito". È l'atteggiamento di un uomo che si contorce sotto il marchio di una falsa accusa e che è pronto a rivendicare la sua reputazione davanti a qualsiasi tribunale. La lotta che per noi viene rappresentata con tanta forza drammatica e vividezza in questo poema è la lotta di Giobbe per la riconciliazione tra il Dio dei teologi del suo tempo e il Dio del suo cuore. E non è questa una lotta moderna e antica? Il nostro cuore non si eleva spesso dentro di noi per risentirsi e respingere le rappresentazioni della Divinità che la teologia attuale ci dà? Giobbe dovette rispondere a se stesso: Quale di questi due dèi è quello vero? Se il Dio dell'immaginazione teologica era il vero Dio, era pronto a reggere il confronto davanti a Lui. Questo divino despota, come il più forte, poteva visitarlo con i suoi castighi, ma nella sua consapevole integrità, Giobbe non si sarebbe lamentato. "Ecco, egli mi ucciderà; Lo aspetterò. Manterrò la mia causa davanti a Lui". Ora, questo è un atteggiamento giusto o sbagliato in presenza dell'Eterna Giustizia? C'è una bestemmia nel fatto che un uomo sostenga la sua innocenza cosciente davanti a Dio? Come c'era un Dio convenzionale ai tempi di Giobbe, un Dio che era frutto della fantasia umana, vestito con i terrori giudiziari di un despota orientale, così c'è un Dio convenzionale ai nostri giorni, il Dio dei teologi calvinisti, in presenza dei quali agli uomini viene insegnato che nulla si addice a loro se non la sottomissione servile e l'abietta auto-denigrazione. Ma questa visione è compatibile, dopo tutto, con ciò che la Scrittura ci dice, che l'uomo è creato a immagine e somiglianza, respirando il respiro stesso di Dio? Ci è stato insegnato a immaginare che stiamo onorando Dio quando cerchiamo di renderci il più cattivo possibile. Quali sono gli strani fenomeni prodotti da questa concezione convenzionale? Ebbene, che sentirete uomini santi in preghiera, uomini di rettitudine inflessibile e di carattere immacolato, che si descrivono a Dio in termini che diffamerebbero un libertino. Questa era la teologia di Bildad. Per una strana logica, egli immaginava di glorificare Dio denigrando l'opera di Dio. Egli dichiara (CAPITOLO 25:5) che le stelle stesse non sono pure agli occhi di Dio anche se Dio le ha create, e poi cade in quella che potrei chiamare la tensione vermicolare dell'autosvalutazione. "Quanto meno l'uomo, che è un verme, e il figlio dell'uomo che è un verme?" Dobbiamo giudicare le teologie con il nostro innato senso del diritto e della giustizia; e qualsiasi teologia che ci richieda di diffamare noi stessi, e di dire di noi stessi cose cattive non approvate dalla nostra sana coscienza, è una teologia degradante, che disonora allo stesso modo l'uomo e Dio suo Creatore. L'intimo senso di rettitudine sostanziale di Giobbe, sia nelle intenzioni che nella condotta, si rivoltava contro questo Dio dei suoi contemporanei che gli chiedeva sempre di mettersi in torto, che lo sentisse o meno. E Giobbe obbedì a un vero istinto nell'assumere quell'atteggiamento. Dio non vuole che Gli diciamo bugie su noi stessi nelle nostre preghiere e nei nostri inni. Ma mi azzarderò a dire che qualsiasi atteggiamento che non sia veramente virile non è veramente cristiano o religioso. "Alzati in piedi", disse l'angelo al veggente. Il fatto è che la coscienza del bene o del male è il Dio dentro di noi, e supremo. Di ciò di cui la mia coscienza mi convince, lasciatemelo confessare; ma lasciatemi confessare nulla in cui la mia coscienza non mi condanni, per deferenza verso una divinità artificiale. Osiamo seguire i nostri pensieri su Dio, interpretando la Sua relazione e la Sua provvidenza verso di noi attraverso i nostri migliori istinti e aspirazioni. Questo è ciò che Gesù ci ha insegnato a fare. Egli rivelò ed esemplificò una fede virile e umana, il più lontana possibile da quello spirito servile che è così caratteristico di molti insegnamenti pietistici. Cristo disse: Trovate il meglio in voi stessi e prendetelo come riflesso di Dio. Ragiona da lì fino a Dio, dice. "Quanto più lo farà il Padre tuo celeste!" Bildad e i teologi della sua scuola trasferirono nella loro concezione della Divinità tutte le loro meschinità e le loro manie, e di conseguenza concepirono Lui come un essere avido dell'adulazione delle Sue creature, geloso del monopolio del loro omaggio. Uno che non poteva sopportare che qualcuno fosse lodato all'infuori di Lui, e che si compiaceva quando si svuotavano e si dimenavano come vermi ai Suoi piedi. Pensare così a Dio significa allo stesso tempo degradare Lui e noi stessi. Non abbiamo paura dei nostri migliori pensieri di Dio, certi che Egli deve essere migliore anche dei nostri migliori pensieri. Io dico che Giobbe è stato vittima di una falsa teologia. Quando fu lasciato ai suoi istinti più sani, assunse un altro tono. Nei primi capitoli di questo libro ci viene rappresentato come uno dei più sublimi eroi della fede. Sotto una successione delle calamità più spaventose e travolgenti che lo spogliarono dei beni e lo privarono di quasi tutto ciò che amava al mondo, egli si eleva a quella suprema rassegnazione alla volontà divina che trovò espressione in quella frase forse più nobile che sia mai uscita da un cuore affranto: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, benedetto sia il nome del Signore". È difficile credere che sia lo stesso uomo che si è elevato a questo sublime grado di sottomissione che ora adotta il tono semi-provocatorio delle parole del mio testo: "Ecco, Egli mi ucciderà. Lo aspetterò; Manterrò la mia causa davanti a Lui". Il fatto è che, mentre è lo stesso uomo, non è lo stesso Dio. Il Dio dei capitoli precedenti è il Dio del suo cuore non sofisticato. In Lui poteva confidare che faceva "bene ogni cosa". Ma il Dio di quest'ultima parte della storia è il Dio della perversa invenzione umana; non il Creatore di tutte le cose, ma uno creato dall'immaginazione degli uomini che hanno modellato un'immagine ingrandita di se stessi e l'hanno chiamata "Dio". Giobbe non avrebbe fatto torto a Dio se non gli fosse stato presentato il Dio sbagliato. Erano i suoi sedicenti monitori che avevano pensato che Dio "fosse del tutto simile a loro", ad essere colpevoli di questo crimine. E ancora, se Giobbe stesso fosse stato un cristiano, se avesse posseduto il senso etico, e si fosse giudicato secondo i criteri etici che l'insegnamento di Gesù ha creato, non avrebbe adottato questo atteggiamento di orgogliosa auto-rivendicazione. Perché allora, anche se la sua vita esteriore fosse stata esemplare e i suoi obblighi sociali adempiuti scrupolosamente, avrebbe capito che la rettitudine è una questione di pensieri e motivi, così come di comportamento esteriore. Giudicandosi secondo i criteri morali del suo tempo, si sentiva immacolato. È piacevole sapere dall'ultimo capitolo che, prima che il dramma si chiuda, Giobbe giunge a pensieri più veri di Dio e a una conoscenza più spirituale di se stesso. Si accorge che il suo cuore, nella sua cieca rivolta, ha combattuto una parodia di Dio e non il vero Dio. Poi, non appena vede Dio così com'è, e se stesso come è, il suo tono cambia di nuovo. L'accento della rivolta viene scambiato con quello del riconoscimento adorante, e la nota di sfida sprofonda in una tensione di confessione penitenziale. "Perciò aborro me stesso e mi pento nella polvere e nella cenere". (J. Halsey.)

Una risoluzione fiduciosa:

Tale fu la decisa risoluzione del venerabile e pio Giobbe. Nella storia di questo brav'uomo tre cose sono evidenti

1.) Che tutte le cose sono sotto il controllo divino

2.) La pietà e l'integrità non esimono dalle prove

3.) Tutte le cose alla fine cooperano al bene di coloro che amano Dio

(I.) La situazione in cui si trovava Giobbe

1.) Un grande cambiamento era avvenuto nelle sue preoccupazioni mondane. Il giorno dell'avversità era giunto su di lui

2.) Ma ancora il caso di Giobbe non era ancora disperato né sconfortante. C'era ancora la stessa benevola Provvidenza che poteva benedire la sua vita futura. C'erano i suoi figli. Arriva la notizia che sono stati tutti uccisi

3.) Dove cercheremo ora un po' di conforto per Giobbe? Beh, ha la sua salute. Ma ora questo è stato tolto

4.) C'era una persona da cui Giobbe poteva aspettarsi conforto e simpatia: sua moglie. Eppure la tentazione più difficile che Giobbe abbia mai avuto venne da sua moglie

5.) Ancora Giobbe aveva molti amici. Ma quelli che vennero ad aiutarlo si dimostrarono "miserabili consolatori". Ogni puntello terreno aveva ceduto

(II.) La determinazione di Giobbe

1.) "Anche se mi uccidesse, confiderò in Lui".

2.) Giobbe poteva confidare con fiducia nel Signore, perché non aveva causato le sue sofferenze su di sé con la sua negligenza o imprudenza

3.) La fiducia o la fede di Giobbe era del tipo giusto. La fiducia in Dio implica che la persona dipendente abbia una conoscenza sperimentale della Sua potenza, saggezza e bontà. La fiducia in Dio include la preghiera, la pazienza e la riconciliazione con la volontà divina. Osservazioni-

1.) Che meraviglioso esempio di pazienza e rassegnazione abbiamo in Giobbe

2.) Quale decisione di carattere e fermezza virile sono esemplificate nella condotta di questo brav'uomo

3.) Quanto è stato bello per Giobbe che si sia fidato e abbia aspettato pazientemente di vedere la salvezza di Dio. (B. Bailey.)

Fiducia perfetta in una prova estrema:

Per la maggior parte delle persone c'è qualche afflizione che considerano l'estremo dei guai. La stima di particolari problemi cambia, tuttavia, con le circostanze

(I.) Il significato di Giobbe. La fiducia in Dio si basa sulla conoscenza di Dio. È un atto intelligente o un'abitudine dell'anima. È un frutto della conoscenza religiosa. È generato dalla fede nelle rappresentazioni che sono date di Dio, e dalla fede nelle promesse di Dio. È un frutto della riconciliazione con Dio. Implica, nel grado della sua potenza e della sua vita, la tranquilla certezza che Dio sarà tutto ciò che promette di essere, e farà tutto ciò che si impegna a fare; e che, nel dare e nel trattenere, farà ciò che è perfettamente gentile e giusto. Lo sviluppo della fiducia in Dio dipende interamente dalle circostanze. Nel pericolo, appare come coraggio e tranquillità dalla paura; nelle difficoltà, come risoluzione e come forza di volontà; nel dolore, come sottomissione; nel lavoro, come continuazione e perseveranza; e all'estremo, si manifesta come calma

(II.) La forte fiducia di Giobbe è giustificabile?

Possiamo non pensare tutto ciò che Giobbe pensava, o parlare sempre come Giobbe parlava; eppure possiamo tranquillamente imitare quest'uomo paziente

1.) Dio non affligge volontariamente

2.) Dio non si è esaurito con nessuna liberazione precedente

3.) In tutto ciò che riguarda i Suoi santi, Dio si interessa in modo vivo e amorevole

4.) Le circostanze non possono mai diventare misteriose, o complicate, o ingestibili per Dio. Nei nostri pensieri dobbiamo attribuire il mistero solo alle nostre impressioni: non dobbiamo trasferirlo a Dio

5.) Dio ha ucciso in passato i Suoi santi, eppure li ha liberati

(III.) L'esempio esibito da Giobbe. Giobbe 101 insegna che a volte è bene immaginare che ci accada la più pesante afflizione possibile. Questo è distinto dall'abituale immaginazione del male, che dovremmo evitare e che deprechiamo. Giobbe 101 insegna che l'opera perfetta della pazienza è l'opera della pazienza fino all'estremo, cioè fino agli abissi più bassi della depressione e fino al più alto grado dell'angoscia. Egli insegna che l'estremo della prova dovrebbe far emergere la perfezione della fiducia. I nostri principi sono molto ricercati in casi estremi. Giobbe dimostra che lo spirito di fiducia è lo spirito di resistenza. Potremmo anche imparare che per armarci contro la prova dobbiamo aumentare la nostra fiducia. La vera fiducia rispetta tutti gli eventi e tutte le dispensazioni divine. Tutto, non una classe particolare, ma il tutto. Tutto ciò che ci accade fa parte del grande disegno di Dio e del grande piano di Dio su di noi. Permettetemi di raccomandarvi lo stile di discorso di Giobbe. Dire: "Anche se mi uccidesse, confiderò in Lui" comporterà uno sforzo, ma non c'è manifestazione attiva della vera pietà senza sforzo. Anche la fede è una lotta. È una delle cose più semplici nella vita spirituale avere fiducia, ma spesso ciò che comporta una lotta disperata. L'ignoranza delle intenzioni di Dio può a volte dirci: "diffidate di Lui"; e l'incredulità può suggerire: "diffidare di Lui"; e la paura può sussurrare: "diffidate di Lui"; ma, nonostante tutti i tuoi nemici, dì a te stesso: "Confiderò in Lui". Verrà il giorno in cui tale fiducia in Dio, come quella che ora siete tenuti ad esercitare, non sarà più necessaria. In quel giorno Dio non farà nulla di doloroso per voi. Egli non si muoverà in modo misterioso, nemmeno per te, e sarai principalmente posseduto da uno spirito d'amore; ma fino all'alba di quel giorno, Dio ti chiede di confidare in Lui. (Samuel Martin.)

Fede assoluta:

La fede, come tutte le grazie cristiane, è una cosa che cresce, e quindi è capace di grado

(I.) La fede è conoscenza diretta. È una sorta di intuizione

1.) Non dipende, come la conoscenza scientifica, dalla testimonianza dei sensi

2.) Non si basa, come le decisioni giudiziarie, sulla veridicità dei testimoni e sulla coerenza delle prove

3.) Non si fonda, come le convinzioni matematiche, sulla dimostrazione logica

4.) L'intelletto combina questi elementi per rivelare l'anima a se stessa

5.) La fede percepisce così i bisogni dell'anima e l'idoneità della verità rivelata a soddisfarli

(II.) La fede agisce su una persona. Il suo oggetto è Dio-Padre, Figlio e Spirito Santo

1.) Una persona è più complessa di qualsiasi proposizione, e offre all'anima un numero immenso di punti di contatto. È un universo non sviluppato

2.) Una persona è una realtà più profonda di una dottrina. Il carattere è più saldo di una teoria

3.) Dio è l'universo e può simpatizzare con ogni anima. Dio in Cristo è un universo di misericordia verso il peccatore

(III.) Riguarda i destini più gravi dell'anima, ed è attestato dalla coscienza

1.) Non tollera l'indifferenza

2.) Risveglia le facoltà al massimo

3.) Entra in contatto con la santità rivelata. L'anima non può riposare nel male. Richiede verità e giustizia

Senza questi è una leva senza fulcro

1.) La fede dà riposo senza indifferenza

2.) Fornisce felicità senza illusioni. (J. Peters.)

L'ultimatum di Faith:

Questo è uno dei detti supremi della Scrittura. Si erge, come una vetta alpina, chiara al di sopra di tutte le altezze ordinarie della parola, squarcia le nuvole e risplende nella luce di Dio. Se mi fosse richiesto di citare una selezione delle espressioni più sublimi della mente umana, menzionerei questa tra le prime: "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in Lui". Mi sembra quasi di poter dire all'uomo che parlò così ciò che nostro Signore disse a Simon Pietro quando lo aveva dichiarato Figlio dell'Altissimo: "Carne e sangue non ti hanno rivelato questo". Una tale tenace tenacia, una tale fiducia irremovibile, una tale incrollabile fiducia, non sono prodotti della mera natura, ma rari fiori di una ricca grazia onnipotente. È ben degno di nota che con queste parole Giobbe rispose sia alle accuse di Satana che a quelle dei suoi amici. Anche se non so se Giobbe si rendesse conto che il diavolo aveva detto: "Giobbe teme Dio per nulla? Non hai tu messo una siepe intorno a lui e a tutto ciò che possiede?", eppure egli rispose a quel vile suggerimento nel modo più abile possibile, perché in effetti disse: "Quand'anche Dio abbattesse la mia siepe e mi mettesse a nudo come il deserto stesso, tuttavia mi aggrapperò a Lui con la più salda fede". L'arcidemone aveva anche osato dire che Giobbe aveva resistito alle sue prime prove perché non erano abbastanza personali. "Pelle per pelle, sì, tutto ciò che un uomo ha, darà per la sua vita. Ma stendi ora la tua mano e tocca le sue ossa e la sua carne, ed egli ti maledirà in faccia". Nelle coraggiose parole che abbiamo davanti, Giobbe mette a tacere nel modo più efficace quella calunnia, dicendo, in effetti, che "Quand'anche la mia prova non fosse più l'uccisione dei miei figli, ma di me stesso, tuttavia confiderò in Lui". Così, in una frase, risponde alle due calunnie di Satana; Così, inconsciamente, la verità rovescia i suoi nemici, sconfiggendo la segreta malizia della menzogna con la semplicità della sincerità. Anche gli amici di Giobbe avevano insinuato che fosse un ipocrita. Gli chiesero: «Chi è mai perito, essendo innocente? o dove sono stati stroncati i giusti?" Si credevano abbastanza sicuri nel dedurre che Giobbe doveva essere stato un ingannatore, altrimenti non sarebbe stato punito in modo così speciale. A questa accusa la grandiosa dichiarazione di Giobbe della sua fede incrollabile fu la migliore risposta possibile, poiché solo un'anima sincera poteva parlare così. Un ipocrita confiderà in Dio quando lo ucciderà? L'ingannatore si aggrapperà a Dio quando lo sta percuotendo? Certamente no. Così furono respinti i tre miserabili consolatori, se fossero stati abbastanza saggi da vederlo. Il nostro testo mostra un figlio di Dio sotto la pressione più severa, e ci mostra la differenza tra lui e un uomo di mondo. Un uomo di mondo nelle stesse condizioni di Giobbe sarebbe stato spinto alla disperazione, e in quella disperazione sarebbe diventato cupamente scontroso, o ribelle in modo provocatorio! Qui si vede quello che in un figlio di Dio prende il posto della disperazione. Quando gli altri si disperano, lui confida in Dio. Quando non ha nessun altro posto dove cercare, si rivolge al suo Padre Celeste; e quando per un po' di tempo, anche guardando a Dio, non trova alcun conforto cosciente, attende nella pazienza della speranza, aspettando tranquillamente l'aiuto, e risoluto che, anche se non arrivasse, si aggrapperà a Dio con tutta l'energia della sua anima. Qui tutto il coraggio dell'uomo viene in primo piano, non, come nel caso degli empi, ostinatamente a ribellarsi, ma coraggiosamente a confidare. Il figlio di Dio è coraggioso, perché sa fidarsi. Il suo cuore dice: "Sì, Signore, ora le cose vanno male e stanno peggiorando, ma se dovesse accadere il peggio, mi aggrapperò ancora a Te e non Ti lascerò mai andare". In quale modo migliore il credente può rivelare la sua lealtà al suo Signore? Evidentemente segue il suo Padrone, non solo con il bel tempo, ma anche nei modi più brutti e ruvidi. Egli ama il suo Signore, non solo quando gli sorride, ma anche quando si acciglia. Il Suo amore non è comprato dalla generosità della mano d'oro del suo Signore, perché non è distrutto dai colpi della Sua pesante verga. Anche se il mio Signore ha assunto i Suoi sguardi più severi, anche se da sguardi feroci dovrebbe passare a parole taglienti, e anche se da parole terribili dovesse procedere a colpi crudeli, che sembrano strappare la vita stessa dalla mia anima, sì, anche se Egli ha deposto la spada e ha minacciato di giustiziarmi con essa, tuttavia il mio cuore è fermamente risoluto su una sola risoluzione, vale a dire, per testimoniare che Egli è infinitamente buono e giusto. Non ho una parola da dire contro di Lui, né un pensiero da pensare contro di Lui, tanto meno mi allontanerei da Lui; ma ancora, anche se mi uccidesse, confiderei in Lui. Che cos'è il mio testo se non una versione dell'Antico Testamento del Nuovo Testamento, "Quis separabit" - Chi separerà? Giobbe non fa che anticipare la domanda di Paolo. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? tribolazione", ecc. Non c'era lo stesso spirito sia in Giobbe che in Paolo? È anche in noi? Se è così, siamo davvero uomini; e il nostro parlare è con potere, e per noi questa dichiarazione non è una vanagloria, non è una sciocca spavalderia, anche se sarebbe davvero ridicola se non ci fosse dietro un cuore grazioso per renderla buona. È il grido di conquista di una fede che tutto si arrende, che rinuncia a tutto tranne a Dio. Voglio che tutti noi possiamo avere il suo spirito questa mattina, affinché, sia che subiamo o meno la prova di Giobbe, possiamo in ogni caso avere la stretta adesione di Giobbe al Signore, la sua fedele fiducia nell'Altissimo. (C. H. Spurgeon.)

Pace, gioia e castigo:

Questo sentimento si fonda sulla convinzione che Dio è la nostra unica forza e il nostro unico rifugio; che se il bene è in qualche modo in serbo per noi, è nelle mani di Dio; se è raggiungibile, si ottiene venendo a Dio. Ricercatori che cercano la verità, prodighi pentiti, santi che gioiscono nella luce, santi che camminano nelle tenebre: tutti loro hanno una sola parola sulle labbra, un solo credo nel loro cuore. "Confidate nel Signore per sempre". C'è un altro caso, in cui è ugualmente nostra saggezza e dovere rimanere su Dio; quello di essere effettivamente sotto punizione per i nostri peccati. Gli uomini possono essere coscienti di essere incorsi nel dispiacere di Dio, e coscienti che lo stanno soffrendo; e allora il loro dovere è ancora quello di confidare in Dio, di acconsentire, o piuttosto di concorrere ai Suoi castighi. La Scrittura ci offre alcuni esempi notevoli di persone che glorificano, o sono chiamate a glorificare Dio quando sono sotto la Sua mano. Vedi l'esortazione di Giosuè ad Acan. L'indirizzo di Giona a Dio dal ventre del pesce. Non dovrebbe essere difficile rendersi conto dello stato d'animo descritto nel testo, eppure alcuni trovano difficoltà a concepire come i cristiani possano avere speranza senza certezza, tristezza e dolore senza tristezza, suspense con calma e fiducia. Procedo quindi a descrivere questo stato d'animo. Supponiamo che un uomo buono, che è cosciente di qualche peccato deliberato o di peccati nel tempo passato, di qualche corso di peccato, o che nella vita successiva si sia scoperto in qualche peccato segreto e sottile, quale sarà il suo stato quando la convinzione del suo peccato, qualunque esso sia, irromperà su di lui? Riterrà di essere completamente fuori dal favore di Dio? Non dispera. Accetterà l'idea che Dio lo ha perdonato? Egli prova due sentimenti contemporaneamente: uno di gioia presente e l'altro di apprensione indefinita, e guardando al giorno del giudizio, la speranza e la paura sorgono dentro di lui. (J. H. Newman, B.D.)

Fiducia:

Giobbe sopportò, come se vedesse Colui che è invisibile; aveva quella fede che ha realizzato in se stessa la convinzione che, in un modo o nell'altro, tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio, e che si sottomette tranquillamente e senza ansietà a ciò che Dio ritiene opportuno porre su di essa. La fede comprende la fiducia. È il termine più ampio dei due. Nessuno di noi può aver vissuto a lungo nel mondo senza essere stato, come parte della prova stabilita, visitato da dolore e malattia, dalla perdita di amici e da una sventura più o meno temporale. Il modo in cui questi castighi sono stati sopportati da noi dipende da quanto abbiamo insegnato a noi stessi a considerarli come un prezioso retaggio di Cristo nostro Salvatore, come una porzione della Sua Croce, come un pegno del Suo amore. Guardando indietro a quelle che, a quel tempo, consideravi le grandi disgrazie della tua vita, non riesci ora a vedere i graziosi disegni con cui furono inviate? In questo non c'è forse un potente argomento a favore della fiducia, e una prova più soddisfacente che "nella quiete e nella fiducia" sarà la nostra forza? Nella misura in cui abbiamo lo Spirito di Cristo, sarà il nostro desiderio di essere resi simili a Lui in ogni cosa; e questa somiglianza non può mai essere raggiunta senza un seguito di Lui nel sentiero della sofferenza, e una sottomissione e una fiducia come la Sua mentre la percorriamo. C'è, tuttavia, il pericolo che ci sforziamo, con qualsiasi movimento di impazienza, di alleggerire il fardello che il nostro Padre Celeste ci ha imposto; di prendere le cose, per così dire, nelle nostre mani, e così ostacolare o vanificare i misericordiosi disegni della provvidenza verso di noi. Dobbiamo fare in modo che la nostra passività e il nostro silenzio siano il risultato dei principi cristiani. C'è un silenzio che nasce dalla scontrosità, e una passività che deriva dall'apatia o dalla disperazione. Le prove ci vengono inviate affinché, quando ne sentiamo l'acutezza, possiamo elevare i nostri pensieri a Colui che solo può alleggerirle e benedirle. Dovremmo sentire che è peccato dubitare dei propositi di grazia di Dio verso di noi, o riceverli in qualcosa di diverso da uno spirito di gratitudine. Quanto misericordiosamente ci si tratti di noi, tanto più saremo pronti a riconoscerlo, quanto più rifletteremo sul modo in cui Dio ci ha visitato. Ma non è solo nelle prove personali e domestiche che questo spirito di fiducia sarà la nostra salvaguardia e il nostro sostegno. In tutte quelle perplessità che sorgono dalla nostra posizione nella Chiesa e dalla posizione della Chiesa nel mondo, e che altrimenti ci confonderebbe, la nostra fiducia verrà al nostro rifugio. E non c'è mai stato più bisogno di uno spirito di fiducia tra gli uomini di Chiesa come in questo momento. (F. E. Paget, M.A.)

Forza d'animo sotto prova:

La fiducia in Dio è una delle cose più facili da esprimere e una delle più difficili da praticare. Non c'è grazia più necessaria, e quando è raggiunta non c'è grazia più benedetta e consolante. Ma se benedetto una volta raggiunto, è difficile da raggiungere. Non è una crescita spontanea della mente naturale, ma implica un'opera di grazia che solo lo Spirito Santo può compiere. Richiede una profonda realizzazione della presenza Divina, della saggezza Divina e dell'amore Divino. Da parte nostra ci deve essere uno sforzo attivo, e una totale rinuncia a ogni fiducia in questo sforzo, a quel semplice guardare fuori di noi stessi che è davvero molto difficile conciliare con gli istinti attivi della mente

(I.) È in mezzo al dolore e alla prova che solo la fiducia può essere esercitata. Nessun tempo qui sulla terra è esente da tentazioni e pericoli, e quindi nessun tempo qui sulla terra possiamo smettere di fare affidamento su Dio. Il significato stesso della fiducia implica il dubbio interiore e il pericolo esterno, l'uomo che si fida. Se sapessimo già tutto, dove sarebbe la fede? Se possedessimo già tutto, dove sarebbe la speranza?

(II.) Questa sicura fiducia non è l'attributo di alcuna fiducia che possiamo riporre in qualsiasi oggetto. È, infatti, nella natura della fiducia operare nei momenti di difficoltà; Tuttavia, il successo con cui può farlo dipende sempre dalla natura di ciò di cui si è fidati, dalle fondamenta su cui è costruita la casa di fiducia. Ci sono due argomenti che individuano Dio come l'unico oggetto della nostra fiducia. In Dio si incontrano tutti gli attributi che meritano fiducia. E non si incontrano in nessun altro; non si trovano, neppure singolarmente, in nessun altro

(III.) Le nostre prove dovrebbero rendere la nostra fiducia più profonda e costante. Non ci ha forse avvertiti in anticipo della loro esistenza? Egli ha spiegato la vera causa e ragione per cui sono permesse, ragioni alle quali la coscienza e l'esperienza di ogni credente saranno profondamente d'accordo. Allora preghiamo per la grazia di mantenere salda la nostra speranza sino alla fine. (Edward Garbett, M.A.)

Gioia dalla sofferenza:

La gioia del mondo finisce nel dolore; il dolore con Cristo e in Cristo, sì, e per i nostri peccati, per amore di Cristo, finisce nella gioia. Molti di noi hanno sentito come la gioia del mondo finisca nel dolore. Non dobbiamo, non vogliamo, scegliere la nostra sofferenza. "Qualsiasi dolore tranne questo", è troppo spesso il grido dello spirito ferito; "Qualsiasi problema tranne questo." E il suo grido può testimoniare a se stesso, che il suo Medico misericordioso sa bene dove sta la sua malattia, come deve essere indagata fino in fondo, come deve essere guarita in modo sano. Giobbe confuta la menzogna di Satana. "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in Lui". Non trattiene se stesso. Egli rinuncia liberamente a tutto ciò che è,

(I.) "Anche se mi uccidesse". Oh, gloriosa fede dei santi più antichi, e speranza della risurrezione, e amore più forte della morte, e benedetta nudità dell'anima, che per Dio si separerebbe da tutto fuorché da Dio, sapendo che in Dio troverà tutto! sì, che avrebbe dato se stesso, confidando in Colui che ha preso se stesso da se stesso, per ritrovare (come troveranno tutti i redenti) un sé migliore in Dio. Fino a quando non arriviamo, per la Sua misericordia, a Lui, e la morte stessa non è passata, c'è spesso bisogno, tra le molte e molteplici forme di morte, di cui siamo circondati, di quella santa fermezza della fiducia del patriarca. Le prime prove con cui Dio ci riconquisterebbe a Sé spesso non sono le più severe. Questi dolori esteriori sono spesso solo l'"inizio dei dolori". Più profondi e più difficili sono quei dolori con i quali Dio affligge l'anima stessa. È davvero amara doversi rivolgere a Dio con un cuore freddo e decaduto; "una cosa malvagia e amara" aver distrutto noi stessi. Misericordiosi e buonissimi sono tutti i flagelli del Buonissimo e del Misericordiosissimo. Più profondo, più misericordioso; Più è interiore, più purifica. Più entrano nell'anima stessa, più la aprono alla presenza risanatrice di Dio. Meno l'io vive, più Cristo vive in esso. Molteplici sono queste nubi per mezzo delle quali Dio nasconde, per il momento, lo splendore della Sua presenza, e sembra, per così dire, minacciare di nuovo di portare un diluvio distruttivo sulla nostra terrena. Eppure hanno un carattere in comune, che l'anima riesce a malapena a credere a se stessa in uno stato di grazia. È davvero difficile per la speranza vivere quando la fede sembra morta e l'amore si è raffreddato. Non venir meno, anima stanca, ma abbi fiducia! Se non puoi sperare, agisci come faresti se sperassi. Se non riesci a vedere nulla davanti a te se non l'inferno, chiudi gli occhi e gettati ciecamente nell'abisso infinito della misericordia di Dio. E le braccia eterne, anche se tu non lo sai, ti accoglieranno e ti sosterranno. (E. B. Pusey, D.D.)

Confidando in Dio:

Non ho mai pronunciato un discorso sulla fiducia in Dio che non sia stato ringraziato da qualcuno per questo. La fiducia in Lui è una necessità costante, ma ci sono sempre alcuni che ne hanno particolarmente bisogno. Mancare di questo possesso è come un capitano che prende il mare senza acqua dolce, o come una madre che dovrebbe pensare di mandare un figlio all'università senza una Bibbia nel bagagliaio. Ci sono sorprese improvvise nella vita, quando i guai arrivano come un ciclone. Tutto quello che possiamo fare è avvolgere la corda attorno al perno di assicurazione e aspettare. La fede nel bel tempo è abbondante, a buon mercato e senza valore. È facile fidarsi di Dio quando la dispensa è piena e i dividendi sono grandi. In effetti, c'è allora il pericolo dell'autocompiacimento e della presunzione. Ma noi vogliamo una fede che resista alla tempesta. I discepoli non dubitarono della potenza di Cristo quando la pace si posò sul lago, ma quando venne la tempesta gridarono a Lui: "Maestro, salva! Periamo!" A nulla vale quel coraggio che sbraita nella tenda e si ritira alla bocca del cannone. Quell'amabilità che si vede dove non c'è provocazione, o quella temperanza che si mantiene dove non ci sono tentazioni, è di scarso merito. La fiducia di cui si parla nel testo è una fede infantile. Possiamo imparare molto dalla fiducia di un bambino. Sente la sua debolezza e ripone fiducia nel genitore. Se lo tradisce, distrugge la fiducia del bambino. L'assenza di fede in Dio è infedeltà. L'incredulità è marciume secco per il personaggio. Un bambino piccolo non è ansioso di sapere se ci sarà cibo per la tavola, o un cuscino per la sua testa stanca; Lascia tutto ai suoi genitori. Gran parte della preoccupazione che oggi si traduce in ammorbidimento del cervello e paralisi, è solo un problema preso in prestito. Perché pensare al domani? Le nostre paure strangolano la nostra fede. L'anima è da incubo. Diventiamo collerici e ci lamentiamo del trattamento che Dio ci ha riservato. Dimentichiamo ciò che ci resta. Alcuni di voi si sono accampati quest'estate e hanno imparato che quanto avete a casa non è assolutamente necessario. Dissi a un nobile mercante cristiano che, non per colpa sua, era improvvisamente andato in bancarotta: "I tuoi ponti sono stati spazzati via dalla burrasca, ma ha toccato qualcosa nella stiva?" Il pensiero, ha detto, gli è stato di conforto. Oggi mi trovavo in una casa di dolore, dove il dolore era particolarmente tenero e doloroso, ma c'era la speranza del cielo quando l'amato tornava a casa. A volte Dio ci spoglia per farci essere più liberi di correre la corsa verso il cielo. La nobiltà di questa fiducia è sentire che Cristo è rimasto, anche se le cose superflue sono state prese. La Bibbia è rimasta, lo Spirito Santo e il cielo rimangono. Nessuna perdita è paragonabile alla perdita di Cristo dall'anima, eppure gli uomini non appendono il drappo alla porta, e nemmeno passano una notte insonne a quella perdita. Ma l'ansia per questo è salutare. Essere costretto a dire con il poeta:

"Un cuore credente si è allontanato da me",

è peggio che bruciare una casa o far morire un bambino. Ancora una volta, la fede infantile mostrata nel testo è perfettamente insospettabile. Guardate il bambino di quel mendicante aggrappato agli stracci della madre che lo coprono a malapena. Perché dovremmo, quando ci troviamo su sentieri oscuri, esitare a fidarci implicitamente del nostro Genitore Celeste? Egli ci ha promesso ogni cosa, e il dubbio è un insulto per Lui. Qualche settimana fa mi trovavo sulle alture di Abramo e ricordavo la vittoria di Wolfe con commozione elettrizzante, ma non dimenticavo quei passi, uno dopo l'altro, attraverso sentieri oscuri, stretti e scoscesi, che condussero quel valoroso generale alla vittoria. Hai le tue altezze di Abramo da scalare prima che il trionfo ti incorona. Ognuno ha le sue prove. C'è uno scheletro in ogni armadio, un ladro in ogni lotto. Il carattere cresce in questi stadi di disciplina. Fidatevi di Lui giorno dopo giorno. Vivere, per così dire, alla giornata. Fate il dovere presente con l'abilità presente. Confida in Dio per la vittoria e accontentati di un passo alla volta. (Theodore L. Cuyler, D.D.)

Fiducia incondizionata in Dio:

La misura del nostro essere è la misura della nostra forza. Solo chi è forte nel Signore è veramente forte. Colui che è forte nel Signore si eleva al di sopra delle circostanze. Colui la cui anima si trova nelle sue circostanze è debole nella stessa misura in cui il suo cuore è rivolto all'ambiente circostante. Colui che si dona al mondo non ottiene nulla in cambio da sé, dall'anima. Colui che si dona a Dio, anche se non riceve alcuna benedizione oggettiva, ottiene Dio in cambio, trova un sé più nobile, salva perdendo. Né lo splendore mondano, né lo stato della nostra salute fisica, offrono alcun criterio allo stato della nostra anima. Siamo inclini a pensare che le cose avverse siano necessariamente punitive. Ma le prove dei cristiani sono disciplinari

(I.) Le parole di Giobbe sono autobiografiche. Esse ci permettono di capire lo stato del cuore di Giobbe e ci dicono ciò che era stato. Le prove non solo mostrano il carattere; Rivelano la storia. Quando vediamo un uomo che si erge moralmente eretto in circostanze le più terribili che siano mai accadute alla sorte di un mortale, non possiamo dubitare di avere una visione della sua storia. Giobbe aveva confidato in Dio, aveva vissuto vicino a Lui in passato, e quindi è forte, e si eleva al di sopra delle circostanze nel presente avverso. Il carattere non si forma con uno sforzo di volontà, no, né con dieci, cinquanta o cinquecento

(II.) Queste parole sono educative. Ci insegnano che il figlio di Dio vive per fede. Ci sono persone che presumono, forse sperimentano davvero una specie di fiducia in Dio, purché tutto vada bene per loro. Quando i beni dell'uomo autocompiaciuto vanno perduti, cerchiamo invano prove di contentezza, gratitudine, portamento filosofico. Il figlio di Dio non considera la sua relazione con Dio come meramente commerciale. Solo il professore può calcolare il vantaggio che, in senso mondano, la sua religione è in grado di portare. Il figlio di Dio non ha tali pensieri. Il cristianesimo è commerciale nel senso che per ottenere dobbiamo dare; eppure non è commerciale, come intendiamo la parola, perché colui che dà la maggior parte di sé a Cristo, pensa meno a ciò che riceve in cambio. Il figlio di Dio fonda la sua fiducia sull'ultima eventualità. Come una gru, un carro o una chiatta, alcuni uomini possono sopportare solo una certa tensione. La verità è che il coltello da potatura non è mai il benvenuto, e noi pensiamo sempre che il suo filo sarebbe stato meno affilato se fosse stato preso ciò che è rimasto e ciò che è rimasto ciò che è stato preso. Ma Giobbe poteva basare la sua fiducia sull'ultima eventualità

(III.) Queste parole sono profetiche

1.) Rispetto a questa vita. Ciò che un uomo è in ogni momento è un indice di ciò che sarà. La nostra procedura quotidiana si basa sul presupposto che il nostro carattere presente indichi il nostro futuro. Il presente indica il futuro se continuiamo sulla stessa strada

2.) Rispetto a una vita futura. C'è un'uccisione che non è un'uccisione. Il figlio di Dio non morirà mai. (J. S. Swan.)

Fiducia senza calcoli:

Gli amici di Giobbe hanno i loro omologhi in ogni epoca del mondo. Ogni volta che gli uomini sono in difficoltà, ci sono quelli che si assumono il compito di confortare, senza alcuna qualifica per questo. Mancano di simpatia. Quando ci si aspetta che servano conforto, portano avanti tutti i sentimenti di base che coloro che non sono in difficoltà sperperano su coloro che lo sono: i rispettabili luoghi comuni che, come gli abiti già pronti, in realtà non si adattano a nessuno, perché sono destinati a stare bene a tutti. Nessun uomo saggio si offrirà inutilmente come consolatore. Più è saggio, più profondamente rifuggirà dall'intromettersi nella santità di un'anima afflitta. La differenza tra Giobbe e i suoi amici è esattamente questa, che lui era sceso ai primi principi, e loro no. Si può rintracciare sotto tutte le sue parole qualcosa che gli permette di resistere a tutti i loro discorsi poveri e superficiali. Che cosa fosse quel qualcosa è indicato nel testo. Era una fiducia in Dio, cioè nel carattere di Dio, che nemmeno il più schiacciante colpo della potenza divina poteva distruggere. Non capirete mai il significato della fede se non vi ricordate che essa è identica alla fiducia. Se vogliamo capire come la fiducia alla fine raggiunge una perfezione incalcolabile, consideriamo come la fiducia si costruisce nei confronti di un benefattore o di un padre terreno. Inizia con atti gentili. Qualcuno fa qualcosa di molto generoso e disinteressato nei nostri confronti. Il bambino prende coscienza della cura sempre presente e della bontà di abnegazione del genitore. Un atto, si osservi, di solito non fornisce un fondamento razionale di fiducia. Solo quando quell'atto di gentilezza è seguito da altri, sorge una fiducia consolidata. Quindi la fiducia è, di fatto, fiducia nel carattere di un altro. Il figlio, dopo una lunga esperienza dell'amore del padre, acquisisce una tale fede nel carattere del genitore che può fidarsi anche quando agisce con apparente scortesia. Ci sono casi in cui anche una sola azione richiederebbe l'omaggio dei nostri cuori. È con un atto trascendente di amore che Cristo ha fissato per sempre la Sua pretesa. Ha dato se stesso per noi. Comunque la si raggiunga, questa fiducia è per l'uomo un fattore onnipotente da allora in poi. Una volta che è messo fuori discussione che Dio ci ama, allora non permetteremo a nessun successivo castigo, a nessuna "provvidenza accigliata" di scuotere la nostra fede nel Suo amore immutabile. Una fiducia come questa è eminentemente razionale. Si basa sull'evidenza. Abbiamo dimostrato che Dio merita la fiducia del nostro cuore. La fiducia che si costruisce per la prima volta nei benefici ricevuti diventa gradualmente incalcolabile. La più alta riverenza e devozione verso Dio è disinteressata. L'io, o ciò che l'io può vincere o mancare, svanisce dalla vista. Si avvertono le parole esagerate nell'esprimere la gioiosa e assoluta dimenticanza di sé di colui che dimora alla presenza della Perfezione Infinita. Un cuore tutt'uno con Dio, che non conosce altra volontà che la Sua, perfetto nella sua fiducia, porta in sé la pace e la mentalità celeste ovunque possa dimorare in questo vasto universo; mentre un cuore diffidente nei confronti di Dio, travolto da folate di passione e di ostinazione, privo dell'unico sentimento che solo dà stabilità, non può trovare il paradiso da nessuna parte. Ricordate che la fede può essere genuina anche quando è debole. Piccola speranza per voi e per me se non fosse così. Ma alla fede che ho descritto tutta la fede deve avvicinarsi: nella misura in cui la fede non è all'altezza, è imperfetta; e se non miriamo all'altissimo, è troppo probabile che rimarremo senza fede in alcun modo. (J. A. Jacob, M.A.)

Il trionfo della fede:

La fede è la fiducia del cuore in Dio. Da un lato, non si tratta di una mera operazione dell'intelletto. D'altra parte, non è alcuna garanzia circa il nostro stato davanti a Dio. Ci sono, forse, due modi principali in cui possiamo arrivare alla certezza di essere figli di Dio. L'uno guarda a Cristo; l'altro è l'esame della Scrittura, per vedere quali sono i segni dei figli di Dio. Quando la fede è vera, ci sono molti gradi e stadi in essa. Possiamo avere una fede che può toccare appena l'orlo della veste di Cristo, e questo è tutto ciò che può fare; E se fa questo è guarigione, perché è vero. Ma c'è una grande differenza di grado tra questa infanzia della fede e la sua virilità. Richiede una forte fede per guardare oltre e al di sopra di una provvidenza accigliata, e per confidare in Dio nell'oscurità. È la Parola di Dio, e non le dispensazioni della provvidenza, che è la base su cui la fede innalza la sua colonna, il terreno in cui affonda le sue radici; e riposandosi su questo può dire con Giobbe: "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in Lui". Ma è molto importante distinguere tra due cose che molti, e specialmente i giovani cristiani, spesso confondono, e cioè la fede e il sentimento. Per quanto mutevoli siamo in ogni modo, non c'è parte di noi così soggetta al cambiamento come i nostri sentimenti: caldi un giorno, e persino caldi, quanto freddi e freddi sono il giorno dopo. Se camminiamo non per sentimento ma per fede, allora, quando tutto intorno a noi e tutto dentro di noi è buio, ci aggrapperemo ancora alla fedele Parola di Dio; sentiremo che siamo noi a cambiare, e non Dio. (George Wagner.)

La fede perfetta:

Quando un'anima è in grado di dichiarare che, anche sotto la percuote, sì, anche sotto l'uccisione di Dio, è ancora in grado di confidare in Lui, ognuno sente che l'anima ha raggiunto una fede in Lui molto vera e profonda, a volte deve sembrare una rara fede. Eppure gli uomini devono aver raggiunto questo prima di poter essere in qualche modo credenti completi o degni in Dio. Confidare in Lui quando è manifestamente gentile con loro, non è certo sufficiente. Le parole del testo potrebbero essere pronunciate quasi in preda alla disperazione. Si tratta di sapere se una fede così disperata sia fede. C'è qualcosa di molto più cordiale in queste parole di Giobbe. Anticipano possibili delusioni e dolori; ma scorgono una speranza al di là di loro. La loro speranza risiede nel carattere di Dio. Qualunque sia il Suo trattamento speciale dell'anima, l'anima Lo conosce nel Suo carattere. Dietro la sua percezione della condotta di Dio, come illuminazione e come ritiro, c'è sempre la sua conoscenza del carattere di Dio. Le relazioni di carattere e di condotta reciproche sono sempre interessanti. La condotta è il portavoce del carattere. Ciò che un uomo è si dichiara attraverso ciò che fa. Ognuno è un povero debole senza l'altro. La condotta senza carattere è sottile e insoddisfacente. La condotta è la tromba sulle labbra del carattere. Il carattere senza condotta è come le labbra senza la tromba, i cui sussurri muoiono su se stessi e non scuotono il mondo. La condotta senza carattere è come la tromba appesa al vento, che fischia attraverso di essa e non significa nulla. È attraverso la condotta che per prima cosa so cos'è il carattere. A poco a poco arrivo a conoscere il carattere da solo; e a sua volta diventa l'interprete di altri comportamenti. Conoscere una natura è un esercizio delle tue facoltà diverso da quello che sarebbe conoscere i fatti. Coinvolge in te poteri più profondi ed è un'azione più completa della tua vita. Quando esiste una fiducia nel carattere, guarda che circuito hai fatto. Avete cominciato con l'osservazione di una condotta che poteste comprendere; attraverso ciò entravi nella conoscenza del carattere personale; Dalla conoscenza del carattere si ritorna alla condotta e si accettano azioni che non si possono comprendere. Hai fatto questo loop, e al giro del loop c'è il personaggio. È attraverso il carattere che siete passati dall'osservazione di una condotta che è perfettamente intelligibile all'accettazione di una condotta che non potete comprendere, ma di cui sapete solo chi e che cosa era l'uomo che l'ha commessa. Lo stesso vale per tutte le associazioni superiori dell'umanità. È vero per l'associazione dell'uomo con la natura. L'uomo osserva la natura dapprima con sospetto, vedendo ciò che fa, è pronto a qualsiasi capriccio improvviso, o capriccio, o umore; ma a poco a poco viene a conoscenza dell'uniformità della natura. Capisce che lei è autoconsistente. Lo stesso vale per qualsiasi istituzione alla quale l'uomo dà finalmente la direzione della sua vita. Vogliamo portare tutto questo al nostro pensiero di Dio, e vedere come esso fornisce una chiave per la grande espressione di fede nel testo. È dal modo in cui Dio tratta ogni uomo che l'uomo impara Dio. Ciò che Dio gli fa, questo è ciò che prima di tutto sa di Dio. Se questo fosse tutto, allora nel momento in cui la condotta di Dio andava contro il giudizio di un uomo, egli doveva rinnegarLo. Ma supponiamo che l'uomo, dietro e attraverso il trattamento che Dio gli ha dato, abbia visto il carattere di Dio. Vede che Dio è giusto e amorevole. Risale lungo la condotta fino al personaggio. Attraverso la condotta di Dio, l'uomo conosce il carattere di Dio, e poi attraverso il carattere di Dio viene interpretata la condotta di Dio. Dappertutto gli esseri che più fortemente e giustamente hanno rivendicato la nostra fiducia passano e passano oltre la prova delle loro azioni, e si raccomandano a noi, e comandano la nostra fede in loro con ciò che sappiamo che sono. Una tale fede nel carattere di Dio deve plasmare e influenzare la nostra vita. (Phillips Brooks.)

16 CAPITOLO 13

Giobbe 13:16

Poiché l'ipocrita non verrà davanti a lui.

I diversi tipi di ipocrisia:

Gli amici di Giobbe insistevano sul fatto che, poiché Dio lo aveva gravemente afflitto, doveva essere un uomo molto malvagio. Giobbe in risposta sostiene la sua innocenza. Insiste sul fatto che Dio affligge per altre ragioni, per il Suo beneplacito. È sicuro che Dio non può aspettarsi da lui una falsa confessione, o che il suo agire debba essere giustificato da qualsiasi supposizione errata. Dio, alla fine, distinguerà il Suo servo fedele dall'ipocrita. La parola "ipocrita" è qui usata in opposizione a una persona sincera che può mantenere le proprie vie dinanzi a Dio

1.) Il più grande e più alto grado di ipocrisia è quando gli uomini, con un disegno formato e un'intenzione deliberata, si sforzano sotto il pretesto della religione e con l'apparenza di servire Dio, di portare avanti fini mondani e corrotti. Tali erano gli scribi e i farisei che il nostro Salvatore denunciava. Gli apostoli descrivono lo stesso tipo di ipocrisia nei caratteri degli uomini peggiori che sarebbero sorti nella Chiesa nelle epoche successive (2; Timoteo 3:2; Tito 1:16; 1Timoteo 4:2; Tito 1:11; 3:10; 2Pietro 2:1. Questo è quindi il più alto grado di ipocrisia, e la parola è ora generalmente usata in questo senso peggiore

2.) Ci sono quelli che non intendono assolutamente abbandonare ogni religione, né osano in cuor loro disprezzarla totalmente; ma tuttavia si accontentano volentieri della parte formale di esso, e osservando con zelo certi riti e cerimonie esteriori, pensano di espiare i grandi difetti di sobrietà, giustizia e verità. Della stessa specie di ipocrisia sono colpevoli in tutte le epoche coloro che fanno consistere principalmente nell'avanzamento della religione e nell'incremento del regno di Cristo la prosperità esteriore, temporale o mondana di coloro che sono chiamati con il Suo nome

3.) Un grado inferiore di ipocrisia è il comportamento di coloro che hanno sì giuste nozioni della religione, ma si accontentano di vane risoluzioni di pentimento futuro, e per il momento vivono con sicurezza nella pratica del peccato. Contro questa ipocrisia, questa inganno del peccato, il nostro Salvatore ci mette in guardia Matteo 24:42

4.) Il grado più basso di ipocrisia è quello di coloro che non solo hanno una giusta nozione della religione e un dovuto senso dell'indispensabile necessità del pentimento e della riforma nell'aldilà, ma anche al presente hanno alcune risoluzioni imperfette di obbedienza immediata, e anche sforzi effettivi ma ancora inefficaci dopo di essa Romani 7:19 ; comp. Matteo 13:5, 20. Non è meglio di una segreta ipocrisia considerarci giusti per non essere colpevoli di altre colpe, mentre il cuore falso si abbandona a qualsiasi peccato abituale conosciuto, e parla di pace a se stesso prestando attenzione solo a una parte del proprio carattere. L'utilità di ciò che è stato detto è che da qui ogni uomo possa imparare a non giudicare il suo prossimo, che sta o cade al suo padrone, ma a esaminare seriamente lo stato del proprio cuore. Che, chiunque lo faccia, con cura e imparzialità e con il vero spirito di un cristiano, troverà poche ragioni per essere censorio sugli altri. (S. Clarke, D.D.)

22 CAPITOLO 13

Giobbe 13:22

Allora chiama Tu e io ti risponderò.

L'eco:

Ci sono luoghi in cui, se parli ad alta voce, le tue parole ti torneranno in mente dopo un breve intervallo con la massima chiarezza. Questa ripetizione è chiamata eco. Gli antichi pensavano che questo essere misterioso fosse un Oread, o ninfa della montagna, nata dall'aria e dalla terra, che amava una bella giovane e, poiché il suo affetto non era ricambiato, si struggeva finché non si sentiva altro che la sua voce, e anche allora non poteva parlare finché non le si parlava. Nel testo ci sono due tipi di eco. Dio chiama l'uomo e l'uomo risponde; e poi l'uomo che parla a Dio, e Dio risponde

(I.) Dio chiama e l'uomo risponde. È Dio che inizia sempre per primo in ogni cosa buona. La nostra religione ci dice chiaramente che non è stato l'uomo a invocare Dio per primo, ma Dio a chiamare per primo l'uomo. Dio cercò l'uomo per fargli del bene, anche quando aveva peccato e meritava di essere punito. E questo è ciò che ha sempre fatto da allora. Dio non è rimasto in silenzio. Ha parlato non con i segnali sordi e immutabili della natura che fanno il lavoro telegrafico del mondo, ma con il linguaggio umano, con i pensieri e le parole umane. Dio si rivolge a voi personalmente nelle Sacre Scritture. Tacerai davanti a Lui? Nessuna risposta, nessuna eco verrà dal tuo cuore alla Sua voce?

(II.) L'uomo che chiama e Dio che risponde. Una volta Davide disse: "Non tacere con me, o Signore". Aveva pregato, ma non aveva ricevuto risposta. Ma Dio si preparava continuamente a dargli la risposta di cui aveva bisogno. Nel mondo naturale non si può avere un'eco ovunque. A volte in natura un'eco è resa più o meno indistinta a seconda dello stato del tempo. Un'eco in natura ripete esattamente le tue parole. Alcuni echi si rifiutano di rimandare indietro un'intera frase e ne ripetono solo l'ultima parola. La risposta di Dio è una risposta a tutta la tua preghiera. Spesso fa per te in abbondanza al di sopra di tutto ciò che puoi chiedere o pensare. Non è meraviglioso che con un soffio si riescano a suscitare risposte così meravigliose? "Egli mi invocherà e io gli risponderò; Sarò con lui nei guai". (Hugh Macmillan, D.D.)

23 CAPITOLO 13

Giobbe 13:23

Quante sono le mie iniquità e i miei peccati?-

Lotte di coscienza:

Ai tempi di Lutero il male preciso sotto il quale gli uomini lavoravano era questo: credevano di essere giusti e quindi supponevano di dover compiere buone opere prima di poter confidare in Cristo. Ai nostri giorni il male prende un'altra forma. Gli uomini hanno mirato ad essere ipocriti in un modo piuttosto singolare; pensano di doversi sentire peggio e di avere una convinzione più profonda del peccato prima di poter confidare in Cristo. In realtà è lo stesso male, dallo stesso vecchio germe di ipocrisia, ma ha preso una forma diversa e più astuta. È con questo male mortale che voglio cimentarmi. Nell'età puritana c'era una grande quantità di predicazione sperimentale. Alcune di esse erano malsane, perché prendevano come modello ciò che il cristiano sentiva e non ciò che diceva il Salvatore; l'inferenza dall'esperienza di un credente, piuttosto che il messaggio che precede la credenza. Ci sbagliamo sempre quando diciamo che l'esperienza di un cristiano deve essere valutata in base a ciò che un altro ha provato

(I.) A titolo di consolazione. Più un uomo è bravo, più è ansioso di conoscere il peggio del suo caso. Gli uomini cattivi non vogliono conoscere la loro cattiveria. Dovrebbe confortarvi sapere che la preghiera del testo è stata costantemente offerta dai santi più avanzati. Non hai mai pregato così anni fa, quando eri un peccatore negligente. E' davvero molto probabile che lei si senta già in colpa, e ciò che sta chiedendo si è in qualche misura realizzato

(II.) A titolo di istruzione. A volte accade che Dio risponda a questa preghiera permettendo a un uomo di cadere in un peccato sempre più grave, o aprendo gli occhi dell'anima, non tanto per provvidenza quanto per l'azione misteriosa dello Spirito Santo. Ti consiglio di dettagliare i tuoi peccati; per ascoltare un ministero personale, cerca un predicatore che ti tratti come un uomo solo da solo; cercare di studiare molto la legge di Dio

(III.) A titolo di discriminazione. Fai attenzione a distinguere tra l'opera dello Spirito e l'opera del diavolo. È opera dello Spirito far sentire a un uomo di essere un peccatore, ma non è mai stata la Sua opera far sentire a un uomo che Cristo lo avrebbe dimenticato. Satana opera sempre cercando di falsificare l'opera dello Spirito. Badate bene a non fare dei vostri sentimenti una giustizia. Tutto ciò che si allontana da Cristo è peccato

(IV.) A titolo di esortazione

1.) È un peccato molto grande non sentire la propria colpa e non piangere per essa, ma d'altronde è uno dei peccati che Gesù Cristo espiò sul legno. È solo Gesù che può darti quel cuore che cerchi. Cristo può intenerire il cuore, e un uomo non può mai intenerirlo da solo. (C. H. Spurgeon.)

Quanti sono i miei peccati?-

Il significato di una domanda è spesso determinato dalla ragione, dallo spirito, dal tono. Atti in questa fase della controversia tra Giobbe e i suoi aspiranti amici, Giobbe rivolge il suo discorso da loro a Dio. Irritato dai loro rimproveri, nella perplessità oscura e profonda sulle vie di Dio, Giobbe si rivolge a Lui con lamento luttuoso. La fede che irrompe in tono maestoso - "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in Lui" - sembra di nuovo mescolata a cupi dubbi; L'amarezza e la malinconia scandiscono le sue parole. Dice a Dio: "Quante sono le mie iniquità e i miei peccati?" Conosciamo la fine della storia. Giobbe ha avuto ragione nel complesso. Con quale motivo, e con quale spirito porremo questa domanda? È una domanda saggia da porre? Se Dio rispondesse, letteralmente, direttamente e immediatamente, non saremmo completamente sopraffatti dalla disperazione? Dio rispose alla domanda di Giobbe in un modo molto diverso da quello che si aspettava. Dio si rivelò così al patriarca che egli esclamò: "Mi aborro e mi pento nella polvere e nella cenere". Dio tratterà con molta tenerezza un'anima che pone sinceramente la domanda del testo. Nessuno avrà una risposta aritmetica. Ma un ricercatore sincero che desidera conoscere la sua condizione di peccatore arriverà a sapere abbastanza. Il peccato fa riferimento al suo standard; alla sua azione; e ai suoi effetti. Tutta la vera religione ha il suo profondo fondamento nella conoscenza e nella convinzione del peccato. Affonda le sue forti radici attraverso i sentimenti nella coscienza. (Donald Smith Brunton.)

25 CAPITOLO 13

Giobbe 13:25

Vuoi spezzare una foglia spinta avanti e indietro?-

Una pietosa supplica:

Povero lavoro! Chi avrebbe potuto essere portato più in basso? Nella sua profonda angoscia si rivolge a Dio e, non trovando nessun'altra supplica così vicina, fa una supplica della propria angoscia. Si paragona alla cosa più debole a cui potesse pensare. Trae un argomento dalla sua debolezza. È una figura comune che usa, quella di una foglia spinta avanti e indietro. A questo Giobbe si paragona: una cosa indifesa, senza speranza, senza valore, debole, disprezzata, che perisce. E si appella a Dio. "Per pietà della mia assoluta debolezza e nullità, volgi via la tua mano e non spezzare una foglia che viene spinta avanti e indietro". L'apprensione è così sorprendente, l'appello è così forte, che l'argomento può essere impiegato in molti modi. Quante volte i malati ne hanno fatto uso, quando sono stati portati a un tale riflusso con il dolore fisico che la vita stessa sembrava inutile. Non meno applicabile l'appello a coloro che sono immersi negli abissi della povertà. Lo stesso vale per coloro che sono in difficoltà a causa di un lutto. Forse è ancora più molesto nei casi di disagio mentale, perché, dopo tutto, i dolori più acuti che proviamo non sono quelli del corpo, né quelli della proprietà, ma quelli della mente. Quando il ferro entra nell'anima, la ruggine è veleno. Molti figli di Dio possono aver usato questa supplica, o possono ancora usarla

(I.) L'appello è tale che nasce dalla coscienza interiore. Quale appello è più potente per noi stessi di quello che traiamo da noi stessi? In questo caso Giobbe era abbastanza sicuro della propria debolezza. Come poteva dubitarne? Confido che molti di noi siano stati portati in uno stato d'animo così umile da sentire che, in un certo senso, questo è vero per noi. Che grande benedizione è far conoscere la nostra debolezza! Ma mentre è una confessione di debolezza, la supplica è anche un riconoscimento del potere di Dio di spingere quella debolezza a una conclusione terribile

(II.) Anche questo è un appello molto pietoso. Anche se c'è debolezza, c'è anche potere, perché la debolezza è, per la maggior parte, una scusa prevalente tra coloro che sono forti e buoni. La supplica acquista forza quando la debolezza viene confessata. Come ti tocca il cuore una confessione di debolezza quando viene da tuo figlio!

(III.) Questo motivo è giustamente affrontato. Essa è rivolta a Dio. Può essere utilizzato per ogni persona della Santissima Trinità nell'Unità. "Oh, le profondità della Tua amorevole benignità! È possibile che Tu possa gettare via un povero tremante dal cuore spezzato, un povero, un timoroso e dubbioso, che vorrebbe essere salvato, ma che trema per timore di essere gettato via?"

(IV.) L'appello è sostenuto da molti casi di successo. Fai un esempio. Il caso di Anna, la madre di Samuele; o il caso del re Manasse. O il fatto che nostro Signore si occupi delle donne peccatrici

(V.) Il testo è una debole supplica che invita a un pieno soccorso. Significava questo. "Invece di romperlo, lo risparmierai; Tu lo raccoglierai; Tu gli darai di nuovo la vita". Oh, voi che siete portati al più basso delle debolezze! usa questa debolezza per supplicare Dio, ed Egli ritornerà a te con una tale pienezza di benedizioni che riceverai perdono e favore

(VI.) Possiamo usare questa supplica, molti di noi che conoscono da tempo il Salvatore. Forse la nostra fede deve essere molto bassa. O Signore, vuoi distruggere la mia piccola fede? È debole e tremante, ma è la fede che ti doni. Oh, non spezzare la povera foglia che viene spinta avanti e indietro! Può darsi che la tua speranza non sia molto luminosa. Non si possono vedere le porte d'oro, anche se sono molto vicine. Ebbene, ma la vostra speranza non sarà distrutta perché è offuscata. Forse sei consapevole che ultimamente non sei stato così utile come lo eri prima. Portate le vostre piccole grazie a Cristo, come le madri portavano i loro bambini, e chiedetegli di imporre le mani su di loro e di benedirli. Porta il tuo granello di senape a Cristo, e chiedigli di farlo crescere in un albero, ed Egli lo farà; ma non pensare mai che Egli ti distruggerà, o che distruggerà l'opera delle Sue mani in te. (C. H. Spurgeon.)

Dio e la fragilità umana:

La foglia sottile e fragile... Dio l'avrebbe spezzata? Dio, l'onnipotente, che si occupa della debole vita di Giobbe! Dio, forse, avrebbe schiacciato la foglia, ma non l'avrebbe spezzata

(I.) Una foglia è la più fragile tra le cose fragili. Una foglia è, per molti versi, un tipo di uomo. Fisicamente, mentalmente, umanamente, moralmente. Siamo venuti in questo mondo con costituzioni macchiate dal peccato, circondati da tentazioni al male

(II.) Una foglia è l'emblema più adatto della mortalità dell'uomo. L'eterno Dio agirà duramente con l'uomo effimero? Che cos'è "rompere una foglia"? Trattarlo come una cosa insignificante, lasciarlo al gioco delle circostanze, lasciare che sia sparito dalla vista in fretta come una cosa meschina e mortale. Quanto è delicato l'uomo, considerato fisicamente; Com'è circondato dalle maestose forze della natura! Eppure Dio ha detto chiaramente: "Ho cura di questa foglia più di tutte le opere delle mie mani". Per quanto l'uomo sia mortale, egli custodisce in sé un essere eterno

(III.) Una foglia è soggetta a una varietà di pericoli. La piaga può stabilirsi su di essa; il tornado potrebbe strapparlo dal fusto genitore; la pioggia e la rugiada possono essere trattenute; il sole cocente può appassire; gli uccelli del cielo potrebbero divorarlo. Guardiamo l'uomo e diciamo: Quanto è soggetto a molteplici forme di pericolo!

1.) La mano della prova potrebbe spezzarci. La differenza tra ciò che possiamo sopportare e ciò che non possiamo può essere molto lieve. Dio non imporrà su di noi più di quanto siamo in grado di sopportare

2.) La mano della tentazione può spezzarci. Le nostre riserve si esauriscono presto. C'è una sorta di onnipresenza della tentazione. Eppure nessuna tentazione ci ha colti, se non quella che siamo in grado di sopportare. Il potere di resistere ci è stato dato

3.) La mano della transizione potrebbe spezzarci. La foglia deve sopportare gli sbalzi di temperatura più improvvisi e severi; ma questi servono alla sua forza e alla sua vita. Pensate ai cambiamenti della vita umana: dall'opulenza alla povertà, dalla compagnia alla solitudine, da una condizione all'altra. Poi arriva il grande cambiamento. Ma tutti i cambiamenti della nostra vita sono ordinati da Dio, e ci lasciano a volte rattristati, ma non spezzati o distrutti

(IV.) Una foglia è l'opera meravigliosa di Dio. Ed è un'opera meravigliosa. E Dio creò l'uomo. Fin dall'inizio la Sua cura è stata per il Suo bambino perduto, la Sua voce è stata per i figli degli uomini e la grande Espiazione è stata un sacrificio per il mondo. Crediamo nella cura di Dio per ogni foglia nella grande foresta dell'umanità

(V.) Una foglia viene spesso spezzata dall'uomo. La tenera misericordia di Dio è su tutte le Sue opere. Non spezzerà una foglia. L'uomo lo farà. C'è chi si avvicina ai segreti della vita umana, e potrebbe scrivere volumi interessanti, se ne avesse il coraggio, su foglie umane spezzate. Chiudi con le riflessioni...

1.) Pensa alla forza di Dio

2.) Pensa alle possibilità della vita

3.) Pensa alla posizione che occupiamo

4.) Pensa alla fine che sta arrivando. (W. M. Statham.)

Un'immagine e un problema della vita:

(I.) Un'immagine della vita. È una "foglia spinta avanti e indietro". Le parole suggeriscono quattro idee

1.) Insignificanza. "Una foglia", non un albero

2.) Fragilità. "Una foglia." Quanto fragile. L'albero affonda le sue radici nella terra e spesso cresce per molti anni. Ma la foglia è solo per una stagione. Dalla primavera all'autunno è il periodo che ne misura la durata più lunga

3.) Irrequietezza. "Guidato avanti e indietro". Com'è instabile la vita umana! L'uomo non è mai a riposo

4.) Inutilità. Una foglia che è caduta dal fusto e sballottata dai venti è una cosa senza valore. Sul suo gambo era una cosa di bellezza e di servizio all'albero, ma ora il suo valore è scomparso. Giobbe sentiva che la sua vita non valeva nulla, come una foglia secca e una "stoppia secca".

(II.) Un problema della vita. "Vuoi spezzare una foglia spinta avanti e indietro?" La questione può essere esaminata sotto due aspetti

1.) Come espressione di un errore di sentimento. L'idea nella mente di Giobbe sembra essere stata che Dio fosse infinitamente troppo grande per notare una creatura come lui, che fosse indegno dell'Infinito prestare qualsiasi attenzione a una creatura così insignificante e indegna. Due pensieri espongono questo errore

(1) Per Dio non c'è nulla di grande o piccolo

(2) L 'uomo, per quanto inutile, è infinitamente influente

2.) Come capace di ricevere una risposta gloriosa. "Vuoi spezzare una foglia spinta avanti e indietro?" Vuoi tormentarmi per sempre? Vuoi estinguere la mia esistenza? Prendete questa come la domanda dell'umanità sofferente, ed ecco la risposta: "Il Figlio dell'Uomo è venuto a cercare e a salvare i perduti". "Io sono venuto affinché possiate avere la vita e l'abbiate in abbondanza". (Omilestico.)

26 CAPITOLO 13

Giobbe 13:26

Tu scrivi cose amare contro di me, e mi fai possedere le iniquità della mia giovinezza.

Le iniquità della gioventù visitate:

Gli errori e i peccati della gioventù spesso comportano una responsabilità molto spaventosa e una miseria molto pesante dopo la vita. La giovinezza, che è la stagione della prima, e talvolta della più violenta tentazione, è anche purtroppo la stagione della più grande debolezza. Sia della tentazione che della debolezza di solito sono piuttosto ignoranti. L'ingresso del sentiero della vita attiva è irto di pericoli; e molti sono condotti prigionieri da diverse concupiscenze prima che la ragione si fosse seduta sul suo trono. Queste cose non passano sulla mente come un vento ozioso. La corrente del peccato scava solchi profondi e larghi nella sostanza stessa della natura morale dell'uomo, capovolge tutto ciò che è buono e amabile, travolge i bei fiori e le speranze di un raccolto intellettuale e, anche se si ritira, lascia, come la marea che si ritira, solo una superficie sterile, sgradevole per l'occhio mentale e non geniale per tutta la cultura religiosa. Alcune delle conseguenze negative del peccato precoce si trovano nella tendenza naturale di un tale corso di vita; o, piuttosto, negli effetti che la provvidenza di Dio provoca, anche in questo mondo, a seguire una deviazione dalle Sue leggi di governo morale. Coloro che sono grossolanamente licenziosi nella loro giovinezza pagano una parte della pena di un prematuro e doloroso decadimento delle loro facoltà corporee. Coloro che sprecano i primi anni in mera frivolezza diventano, dopo la vita, uomini di idee intellettuali limitate e poco inclini a qualsiasi occupazione seria. Ma l'inconveniente e l'angoscia temporale non sono le uniche conseguenze negative derivanti dalle iniquità della loro giovinezza. Anche se la religione non scoraggia l'allegria nella giovinezza, ricordate quanto sia terribile l'avvertimento che essa rivolge a coloro che non considerano altro che il semplice divertimento e la gratificazione presente. Le abitudini formate in gioventù influenzeranno principalmente tutta la vita futura. (J. Chevalier, B.D.)

Le aggravamenti e i dolori delle iniquità giovanili:

Il peccato è la fonte di tutti i dolori che accompagnano la natura umana; e i suoi primi lavori, nelle parti più giovani della vita, gettano le basi per amare riflessioni e per molte sofferenze successive. Sembra che il fatto che Dio "scriva cose amare contro di lui" sia un'allusione all'usanza dei principi o dei giudici, che avevano l'abitudine di far scrivere i loro decreti o sentenze, per indicare la loro certa istituzione. Le "iniquità della sua giovinezza" erano i peccati commessi nei suoi giorni più giovani. Il fatto che li "possedesse" può essere collegato alle sue angoscianti recensioni su di essi, e ai gravi rimproveri che temeva gli fossero capitati a causa loro. Dottrina: Che i peccati della giovinezza sono altamente provocanti per Dio e pongono un fondamento per amari dolori in seguito

(I.) Perché i peccati della gioventù sono molto provocanti per Dio?

I giovani sono inclini a pensare di essere scusabili per i loro peccati e le loro follie, e a non preoccuparsene. Immaginano che gli scherzi e gli scherzi della gioventù siano molto poco o affatto dispiaciuti a Dio, e che Egli li scuserà e li perdonerà facilmente. Ma questi pensieri del loro cuore sono alcune delle loro follie più grandi e pericolose. Questi li espongono alla tentazione, li induriscono e li incoraggiano nelle vie del peccato. Tali peccati sono trasgressioni, e procedono da una natura corrotta e depravata, da cattive disposizioni di cuore contro il santo e benedetto Dio e da un disgusto per Lui. Alcune circostanze particolari aggravano i peccati giovanili

1.) Sono commessi contro la notevole cura e gentilezza di Dio verso di voi, mentre voi siete meno in grado di aiutare voi stessi. Che benefattore è stato questo Dio! Deve essere molto provocante in te peccare contro un Dio così gentile e misericordioso, così misericordioso e generoso, così grande e buono come questo

2.) Sono un abuso della parte attiva più vigorosa della tua vita. "La gloria dei giovani è la loro forza". Se la tua forza è prostituita al peccato, quale provocazione deve essere al Dio che l'ha data? Nella giovinezza le vostre menti sono molto attive e capaci di essere impiegate con vivacità e fervore

3.) Sono uno spreco di quel prezioso tempo della vita che dovrebbe essere impiegato in modo particolare per mettere in una scorta per l'uso e il servizio successivo. Il tempo della giovinezza è il tempo dell'apprendimento e del miglioramento

4.) Rafforzano e accrescono le abitudini peccaminose dentro di te. Sono una conferma e un aumento di quelle disposizioni depravate che naturalmente vi appartengono come creature decadute. Con la presente acconsenti e li approvi

5.) Distruggono e pervertono il vantaggio dei teneri affetti. I peccati della giovinezza hanno un'influenza maligna sui vostri affetti, rendendoli estremamente sensuali e vani. Come diventano ottusi e freddi i vostri affetti riguardo alle cose spirituali!

6.) Hanno un'influenza dannosa su altri giovani. Il cattivo esempio e le lusinghe che metti davanti a loro, sono per loro forti tentazioni di gettare via ogni religione, e di incappare nello stesso eccesso di tumulto con te

7.) Non puoi fingere, come fanno alcune persone anziane, che le preoccupazioni o le fretta del mondo siano le tue tentazioni a peccare, o a trascurare il servizio di Dio e le preoccupazioni della tua anima

(II.) Questi peccati provocanti della giovinezza gettano le basi per amari dolori in seguito

1.) Nella loro stessa natura tendono ai dolori più amari. Essi si separano tra il Dio santo e te. Portano sofferenze nel carattere, nelle circostanze, nella salute e nella vita

2.) Portano terribili giudizi di Dio in questa vita. I suoi giudizi concordano con le tendenze naturali del peccato. I giovani peccatori perdono le promesse di lunga vita e prosperità e si espongono alla vendetta di Dio

3.) È l'appuntamento fisso di Dio che tu sia portato a un amaro pentimento per i tuoi peccati di gioventù in questo mondo, o soffra severamente per essi nell'altro. Se vivi e muori senza soffrire, secondo una sorta di pietà, per i peccati della giovinezza, e senza applicare per fede al sangue di Cristo il perdono, devi inevitabilmente subire la vendetta del fuoco eterno. Allora convincetevi della necessità del perdono e del rinnovamento della grazia. (Giovanni Guyse, D.D.)

L'età che si lamenta dei peccati della giovinezza:

Sarebbe difficile, in qualsiasi paese che sia stato evangelizzato, trovare un individuo senza una certa coscienza del peccato. Poiché Dio si è sempre rivelato come un Dio che odia il peccato, Egli non cesserà mai, con i Suoi rapporti con l'uomo, di dimostrarlo fino alla fine del mondo. La grande massa dei peccatori certamente non incontra la sua ricompensa in questo mondo, ma senza dubbio lo farà nell'altro. Questa non è la grande dispensazione di ricompense e punizioni. Si può stabilire, senza timore di essere smentiti, che le conseguenze dei peccati del popolo di Dio sono sicure di incontrarli in questa vita; non perché possano espiare qui con le loro sofferenze i peccati dalla cui punizione eterna sono liberati per i meriti di Cristo (poiché ciò era assurdo supporre), ma affinché possano essere meglio in grado di comprendere ed entrare nella mente di Dio riguardo al peccato, in modo che possano sentire il suo odio ed essere purificati dall'amore per esso. Le parole del santo Giobbe, che abbiamo preso in mano per considerare, ne danno testimonianza. Giobbe era, nel senso scritturale della parola, un uomo giusto o giustificato, eppure abbiamo in lui il più grande esempio umano di cui si abbia notizia "di sofferenza afflittiva". C'è una connessione tra causa ed effetto in ogni parte del governo morale di Dio del mondo, e non c'è mai stato dolore dove il peccato non l'ha preceduto; nemmeno l'eccezione che alcuni potrebbero sentirsi inclini a fare: l'Uomo dei Dolori, Cristo Signore; Egli è stato afflitto perché ha portato i nostri peccati nel Suo corpo. Diciamo quindi, riguardo all'afflizione di Giobbe, che non fu affatto una dispensazione arbitraria o capricciosa di Geova. C'era il peccato da qualche parte, altrimenti non sarebbero mai state scritte cose amare contro di lui. Gli amici di Giobbe erano buoni, anche se nel loro modo di trattare con Giobbe sbagliavano gli uomini. Giobbe nega la loro accusa (personale) e afferma la sua innocenza. Gli amici di Giobbe avevano ragione a collegare il peccato con il dolore, ma avevano torto ad accusare Giobbe di ipocrisia e di grave negligenza nei confronti del dovere. Giobbe aveva ragione a difendersi dalle accuse particolari, ma sbagliò nell'affermare troppo fortemente la sua innocenza generale. L'errore di Giobbe lo scopriamo da questo, che la sua afflizione non fu rimossa fino a quando non fece una piena confessione della sua indegnità; e l'errore dei suoi amici lo vediamo nell'espiazione che Giobbe era tenuto a fare per loro. Dopo aver supplicato Dio, sembra che, all'improvviso, la memoria si riversi in un flusso di luce lungo l'oscuro sentiero dimenticato degli anni passati, esponendo pensieri, parole e azioni che egli aveva supposto fossero nascosti nel passato irrevocabile. Chi può raccontare gli interrogativi di quella coscienza, la chiarezza con cui vedeva in ogni colpo di verga il ricordo di qualche precedente disobbedienza, costringendo Giobbe a riconoscere la giustizia e la severità della sua punizione. È possibile che una testa canuta trovata sulla via della giustizia sia così contaminata dalla polvere del pentimento per le follie della prima infanzia; che la corona d'oro che era stata data all'età matura e giusta dovrebbe ora essere offuscata e offuscata dal memoriale della trasgressione da lungo tempo abbandonata? Sì, Davide era un uomo anziano quando pregò Dio: "Non ricordare i peccati della mia giovinezza, né le mie trasgressioni". Si può dire che gli uomini non peccano tanto per ignoranza del male della disobbedienza, quanto per la sciocca speranza che essa sarà ignorata dall'Onnipotente, che non li incontrerà mai più. È sotto questa illusione che agisce il giovane, il quale, immergendosi in una condotta di trasgressione, non si preoccupa di purificare la sua via secondo la Parola di Dio. Immaginate il caso di uno di loro, il cui fiore della vita è stato dedicato al sensualismo. "Le sue ossa sono piene del peccato della sua giovinezza". Il peccato non può rimanere impunito; Potrebbe non essere visitabile qui in alcuni casi, ma d'ora in poi la loro rovina è certa. Dio ci farà sentire più acutamente la colpa per la quale ci perdona; e le nostre trasgressioni successive al nostro perdono non passeranno oltre. Non pensare, quindi, alla leggera al peccato. Non pensare che il tuo non ti incontrerà mai più. (C. O. Pratt, M.A.)

Il possesso delle iniquità della gioventù nell'aldilà:

C'è qualcosa di sorprendente nell'espressione "possedere le iniquità", ecc. È come se le iniquità della giovinezza si attaccassero e si attaccassero a un uomo in età più matura a tal punto che non ci fosse alcuna possibilità di scrollarsele di dosso. I peccati commessi nella primavera della vita raccontano con timore la sua maturità e il suo declino. Due punti di vista generali

(I.) L'avvertimento a chi è solo all'inizio della vita. Dobbiamo rimediare alla verità e illustrare il fatto che gli uomini possiedono nell'aldilà le iniquità della loro giovinezza. Il potere dell'avvertimento deve dipendere dalla dimostrazione della verità. Quanto è difficile, in riferimento alle cose dello stato attuale dell'essere, recuperare con la diligenza il tempo perduto nella giovinezza. Se c'è stata un'infanzia trascurata, le conseguenze si propagheranno fino all'estremo della vita. L'abilità cambia con il periodo, e ciò che non facciamo al momento giusto, vogliamo che la forza si esibisca in qualsiasi momento successivo. La stessa verità è esemplificata con riferimento alla salute del corpo. L'uomo che ha danneggiato la sua costituzione con gli eccessi della gioventù, non può riparare il male con l'astinenza e l'abnegazione. I semi della malattia che sono stati seminati mentre le passioni erano fresche e non governate, non devono essere sradicati dal più severo regime morale che può essere poi prescritto e seguito. Il possesso delle iniquità della gioventù che più desideriamo mostrare è quello che colpisce gli uomini quando sono mossi dall'ansia per l'anima e desiderosi di cercare e ottenere il perdono dei peccati. L'indifferenza per la religione che segna l'inizio di un corso diventerà in seguito un'abitudine inveterata e potente. Per quanto genuini ed efficaci siano il pentimento e la fede di un periodo tardo della vita, è inevitabile che il ricordo degli anni trascorsi male metta in imbarazzo coloro che consacrate a Dio. Anche con coloro che hanno iniziato presto, è una costante fonte di rimpianto di aver iniziato non prima. Allungando il periodo dell'irreligione, e quindi diminuendo quello dell'obbedienza a Dio, ci poniamo quasi tra gli ultimi concorrenti per il regno dei cieli

(II.) La spiegazione che questo fatto offre di procedimenti che altrimenti potrebbero sembrare in disaccordo con il governo morale di Dio. Giobbe parlava di fatti concreti, indipendentemente dal fatto che giudicasse correttamente o meno l'opinione che aveva del proprio caso. Il principio è che i peccati che gli uomini giusti hanno commesso durante la stagione dell'alienazione da Dio, sono visitati su di loro nella stagione del pentimento e della fede; così che siano fatti possedere, nella sofferenza e nell'afflizione, quelle iniquità che sono state completamente tolte, per quanto riguarda le loro pene eterne. C'è un grande errore nel supporre che i giusti possano peccare impunemente. Sembriamo giustificati nel credere che un particolare problema ricada sui giusti, perché essi sono giusti, e perché, quindi, l'onore di Dio è intimamente interessato al fatto che siano visitati per la trasgressione. Se Dio deve essere mostrato come scontento delle iniquità del Suo popolo, così come dei Suoi nemici, deve essere visto in questa vita. Le conseguenze del peccato nel popolo di Dio devono essere sperimentate da questa parte della tomba. (H. Melvill, B.D.)

I peccati della giovinezza posseduti nell'aldilà:

Giobbe considerava le sue calamità come i giusti demeriti dei suoi fallimenti e delle sue malefatte giovanili. Considerate questo sentimento: le cattive azioni della storia iniziale di un uomo sono seguite dalle loro conseguenze naturali e legittime nella sua vita dopo la morte. Anche se si rispetta lo stato attuale, gli uomini non possono peccare impunemente. Questo sentimento è illustrato:

(I.) Nella costituzione fisica dell'uomo. A parecchie specie di iniquità sono seguite, in un periodo più o meno tardo, conseguenze che si fanno seriamente sentire nella nostra organizzazione corporea. Molte delle malattie prevalenti dell'umanità non sono le dirette amministrazioni del cielo, ma le giuste conseguenze di azioni che sono violazioni allo stesso tempo delle leggi fisiche e morali; e se gli uomini saranno colpevoli di queste violazioni, Dio deve operare un miracolo per prevenire quei risultati. Le provvidenze afflittive possono essere semplicemente i dolori che gli individui ingiusti e crudeli verso se stessi attirano sul proprio capo. Illustra con l'ubriachezza e con il peccato di impurità. Di questo crimine non ce n'è alcuno che comporti più direttamente e sicuramente la sofferenza fisica e la morte. Vorreste evitare quelle malattie che, mentre minano e rovinano la Costituzione, sono il risultato delle follie e dei crimini degli uomini? Allora evita ora la pratica del peccato. Dedicate i vostri corpi e i vostri spiriti al servizio di Cristo e ai doveri dell'eternità

(II.) Negli interessi pecuniari e nella posizione sociale dell'uomo. La proprietà e una posizione rispettabile nella società sono benedizioni. Possiamo pervertirli, e quindi usarli per il male. Possiamo applicarli ai loro usi legittimi, e così farne gli strumenti di un bene grande e permanente. Nulla influisce più seriamente sugli interessi mondani di un uomo e sulla sua posizione sociale che la condotta e la condotta della sua giovinezza. Illustra l'immagine di Hogarth, "L'apprendista ozioso e industrioso". In ogni tempo e dappertutto queste due proposizioni saranno valide

1.) Se la proprietà e la rispettabilità non sono possedute all'inizio della vita, un corso di vizio in gioventù impedirà a un uomo di ottenerle

2.) Se posseduto all'inizio, lo stesso corso lo priverà certamente del loro possesso. Come tutte le regole, queste ammettono eccezioni. Per vizio intendiamo certe specie di vizio, come l'ozio, il gioco d'azzardo, la menzogna, l'orgoglio, la disonestà, l'immoralità. Se cedi alle abitudini viziose, le tue iniquità, come il vento, ti porteranno via. La Provvidenza disapproverà il tuo cammino. Dio non interromperà le Sue amministrazioni generali per operare miracoli per il vostro avanzamento. La Sua benedizione non ti accompagnerà; e perciò le tue vie non prospereranno

(III.) Nella storia mentale e morale dell'uomo. I poteri mentali che possediamo sono tra le principali benedizioni che riceviamo da Dio. Perciò la mente dovrebbe essere oggetto di una cultura attenta e incessante. Ahimé! Le moltitudini trascurano la cultura della mente per la ricerca di oggetti sensuali e ne distruggono le capacità, in tutto o in parte, con il vizio. La disorganizzazione mentale è spesso il risultato diretto di un crimine precoce. Le rivolte precoci distorcono l'immaginazione e offuscano l'intelletto. Ma la parte più angosciante e spaventosa dell'eredità rimane. La natura morale dell'uomo non implica alcun possesso? Le abitudini sono fatte dai peccati giovanili. La condotta della gioventù diventa il carattere dell'uomo. La semplice disattenzione per la religione in gioventù cresce e si rafforza in un carattere irto di pericoli imminenti. Potresti non essere apertamente immorale. Ma se si ignorano le pretese del Vangelo, si crescerà fino alla maturità come veri non credenti. Crescendo nella pietà man mano che avanzi negli anni, aumenterai il favore sia di Dio che degli uomini. Il vostro percorso sarà di utilità, pace e gloria. (W. Walters.)

I peccati della gioventù che producono i dolori dell'età:

(I.) I peccati della giovinezza. Disprezzo dell'autorità dei genitori, dimenticanza di Dio, rifiuto dell'istruzione, cattiva compagnia, sensualità, intemperanza, vani divertimenti, ecc

(II.) I peccati della gioventù sono altamente provocanti per Dio

1.) Sono impegnati contro la Sua tenera cura e amore verso di loro quando sono meno in grado di aiutare se stessi

2.) Sono un abuso della parte più vigorosa della vita. Allora il corpo è più attivo, sano e forte; allora la mente è chiara, e gradualmente si rafforza, e molto suscettibile; allora i talenti possono essere meglio consacrati al servizio di Dio. Ma tutti questi ricchi vantaggi sono prostituiti al servizio del peccato e di Satana

3.) È un terribile spreco di tempo prezioso, quel tempo che dovrebbe essere impiegato per acquisire conoscenza, purezza, gioia ed esperienza cristiana

4.) Stanno contaminando la loro influenza. "Un solo peccatore distrugge molto bene".

5.) I peccati della gioventù, se persistono, tenderanno a confermare la persona nella commissione del crimine. La tenerezza delle passioni umane diminuisce gradualmente; gli avvertimenti, ecc., perdono la loro influenza; afflizioni, giudizi, la morte stessa, alla fine non colpiscono

(III.) I peccati della giovinezza gettano le basi per un amaro rimorso e talvolta per una severa punizione. Spesso sottopongono il peccatore a punizione giudiziaria in questa vita. I peccati della giovinezza influiscono...

1.) Il corpo. Spesso è sprecata dalle malattie che il peccato ha prodotto

2.) La mente. Questo spesso soffre più del corpo. "Lo spirito di un uomo può sostenere le sue infermità, ma chi può sopportare uno spirito ferito?"

(1) Una dolorosa retrospettiva. Scene di malvagità; linguaggio volgare; azioni di impurità; una vita malvagia, e la sua influenza sugli altri

(2) Convinzione dolorosa e molesta; di amore infinito abusato, rifiutato; fatto nonostante allo Spirito della grazia calpestato il Figlio di Dio

(3) Grande perdita, dei piaceri santi, gioia solida, perdita della salvezza fino al tempo presente. La vita eterna trascurata per meri fantasmi

(4) Imbarazzo, per ottenere la felicità quando il tempo principale della semina e le più ricche strutture per ottenere la vita spirituale sono scomparse. Quanto raramente un uomo anziano è portato al pentimento!

3.) Il futuro. Spesso la prospettiva è oscura e terribile; un "timoroso tentativo di giudizio", ecc. Applicazione-

1.) Che i giovani siano convinti che hanno bisogno di grazia salvifica e rinnovatrice

2.) Coloro che ora sopportano le iniquità della loro giovinezza si rivolgano all'Onnipotente Salvatore. (Aiuta per il pulpito.)

L'uomo che possiede le iniquità della sua giovinezza:

Quanto sono diverse quelle che Giobbe chiama "le iniquità della sua giovinezza" per quanto riguarda la storia antica di ciascuno! Non se ne conosce affatto; un altro conosce alcuni, ma li considera molto alla leggera; un altro "possiede il suo", come Giobbe, che ancora non era nel modo giusto

(I.) Le iniquità della gioventù: cosa sono. Il mondo giudica con un metro povero e vede le cose attraverso un mezzo perverso

1.) L'iniquità nella giovinezza ha lo stesso carattere dell'iniquità nell'aldilà. Non c'è forse un errore frequente su questo punto? Quanto sono comuni le falsità nei primi anni di vita. Alcuni pensano con leggerezza al linguaggio volgare nei giovani. Ci sono diversi peccati molto comuni tra i giovani: bestemmiare, mentire, rubare, fornicazione, ecc. Questo è il fatto, la legge morale di Dio è fissa e immutabile

2.) La vita non convertita nella giovinezza è un corso di "iniquità". Alcuni potrebbero pensare che questo non sia caritatevole; ma la nostra domanda è: Come considera Dio le cose? Come vorrebbe che li vedessimo? È raro il caso di un uomo decente, decoroso, virtuoso, ma manca una cosa, il cuore dato a Dio? C'è dell'iniquità, quindi, in questo. Che cos'è infatti l'iniquità? Ciò che è contrario a ciò che è giusto ed equo nel giudizio di Dio

3.) In chiunque è stato giovane c'è stata l'iniquità. C'è iniquità nel peccato originale e in ogni peccato della gioventù

(II.) I modi in cui Dio può "far possedere all'uomo le iniquità della sua giovinezza".

1.) In termini di punizione. L'amore indulgente per il piacere e l'autogratificazione in gioventù smorza i sentimenti, attenua gli affetti e lascia l'uomo una creatura completamente egoista e dal cuore duro. E se la gioventù è meramente morale, senza pietà, spesso si trasforma nella più confermata ipocrisia nella mezza età

2.) In via di convinzione. Il suo metodo di convinzione varia nel suo processo

3.) Sulla via della conversione

4.) Sulla via della consolazione

5.) In modo cautelare. "Va' e non peccare più" è il linguaggio di Cristo per ogni penitente perdonato

6.) Nella via dell'educazione divina dei giovani. Sembra che alcuni pensino che la consapevolezza dei difetti della loro giovinezza dovrebbe renderli silenziosi riguardo ai difetti dei giovani di oggi, e se tacciono, allora inattivi nei tentativi di correggerli. Questo sarebbe per aiutare a perpetuare i nostri difetti e quelli degli altri. (Giovanni Hambleton, M.A.)

Possedere i peccati della giovinezza:

Sia prima di tutto osservato che sono le parole di un uomo buono. Una seconda osservazione preliminare che faccio è che le parole del nostro testo sono state pronunciate da questo brav'uomo quando era molto avanti nella vita. All'inizio del libro, per esempio, veniamo informati che il patriarca aveva figli e figlie, e da ciò che si dice del loro mangiare e bere nella casa del fratello maggiore, è chiaro che almeno alcuni di loro devono essere venuti nella condizione dell'uomo. Il padre deve essere stato nella mezza età o oltre. Una terza osservazione è che queste parole furono pronunciate da un uomo buono molto avanzato nella vita, quando era sotto la pressione di un'afflizione grave e complicata. Ancora una volta, queste parole del nostro testo sono rivolte a Dio, e che il linguaggio del versetto è di carattere giudiziario o forense. Giobbe sta discutendo con Dio come giudice di tutta la terra. Egli dice in effetti: "Tu hai pronunciato una sentenza severa e terribile contro di me; Tu hai scritto cose amare contro di me; Tu mi fai ereditare i peccati della mia giovinezza; è ovvio per me, dalle numerose, terribili e varie afflizioni che mi stanno colpendo, che anche le trasgressioni dei miei primi anni, che pensavo fossero state dimenticate e perdonate molto tempo fa, stanno venendo su di me, e Colui che dice: 'La vendetta è mia, io la ripagherò', chiede riparazione".

(I.) Quella giovinezza è una stagione spesso segnata dalla follia e dall'iniquità. Una considerazione della natura del caso ci porterebbe a concludere che questo è ciò che ci si potrebbe aspettare. Se una persona fosse mandata a camminare in un luogo dove ci sono molte e pericolose insidie, molti precipizi scoscesi e alti, molte e feroci bestie selvagge, ci sarebbe in qualsiasi momento il pericolo che venga ferita o distrutta, ma quel pericolo sarebbe incommensurabilmente aumentato se fosse mandata a camminare in un luogo del genere mentre c'è poca o nessuna luce. In tali circostanze è quasi certo che subirebbe un danno, è molto probabile che perderebbe la vita. Ora, analoga alla posizione dell'individuo supposta è quella di un giovane nel mondo. Ci sono molte e pericolose insidie, e non poche di queste, che sono in realtà le più mortali, sono accuratamente nascoste. La ricchezza, l'onore e il piacere della vita presente hanno strade che conducono da esse a grandi precipizi morali, con i quali è stata causata la rovina di molte anime, e la povertà, la delusione e la malattia che esistono nel mondo sono piene di pericoli. I giovani sono come persone che camminano nelle tenebre: hanno poca conoscenza o esperienza di queste cose; Naturalmente immaginano che "tutto è oro quello che luccica". Essendo stati trattati con gentilezza e sincerità da coloro con cui hanno avuto a che fare nell'infanzia, sono indotti a riporre fiducia in coloro con i quali sono messi in contatto nell'aldilà. La parte animale ed emotiva della loro natura è potente, mentre la parte intellettuale e morale è debole. La passione è forte mentre c'è relativamente poca moderazione morale, e l'anima è come una nave con le vele spiegate a una brezza fresca, mentre per mancanza di zavorra c'è il pericolo ogni ora che affondi in mezzo alle acque. Non solo potremmo giungere a tale conclusione da una considerazione della natura del caso, ma la stessa verità è suggerita dagli avvertimenti e dalle esortazioni della Scrittura. Non è stato detto: "Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza", "con quali mezzi il giovane purificherà la sua via", "esorta i giovani ad essere sobri"?

(II.) È una cosa molto comune per gli uomini desiderare e tentare di sbarazzarsi della follia e dell'iniquità della loro giovinezza. Questo viene fatto in molti modi

1.) Quanti sono, per esempio, quelli che tentano di liberarsi dei loro peccati scusandoli! Non avete sentito persone parlare della follia e del peccato che si sono visti nella condotta degli altri nei loro anni più giovani, concludendo le loro osservazioni dicendo: "Ma queste erano solo le follie e i peccati della giovinezza. Non vogliamo né ci aspettiamo di vedere teste vecchie su spalle giovani; Non vogliamo né ci aspettiamo di vedere nei giovani il contegno compassato e prudente di coloro che sono più avanzati nella vita; Gli uomini devono seminare la loro avena selvatica in un periodo o nell'altro della loro vita, e sicuramente è meglio farlo nei loro primi giorni che dopo"? Ora, proprio come gli uomini sono disposti a parlare e a pensare dei peccati degli altri, saranno disposti a pensare e a parlare dei propri; o se ci sarà una differenza, sarà dalla parte della carità verso se stessi

2.) Quante volte tentiamo di attenuare il nostro peccato e la nostra follia quando non possiamo scusarli del tutto! Ecco, per esempio, il sensualista. Quando pensa e parla della sua condotta passata, non cerca forse consciamente o inconsciamente di sminuirne l'enormità? Ascoltatelo e osservate i bei nomi che è abituato a usare, e la comoda fraseologia colorata e rotonda in cui si avvolge e dipinge la sua malvagità. È stato un ubriacone, cioè non è stato una, ma molte volte in uno stato in cui le forze della mente e del corpo erano incapaci, per l'influenza di bevande inebrianti, di fare ciò per cui Dio li aveva progettati, non poteva pensare, parlare e camminare come un uomo; eppure parla solo di "vivere un po' liberamente, di essere a volte un po' elevato, di aver preso occasionalmente un bicchiere di troppo", e quando gli uomini parlano di lui come di un ubriacone lo considerano un grave insulto

3.) Ancora una volta, quante volte tentiamo di sbarazzarci dei nostri peccati facendo una sorta di espiazione per essi. Sono disposti a mortificarsi, e si impegnano in una condotta di ubbidienza e adorazione con un sincero desiderio di compensare con zelo e puntualità ora la loro mancanza di servizio negli altri giorni; ignorando lo spirito libero del Vangelo di Gesù, essi servono Dio in spirito di schiavitù, mentre le loro coscienze riecheggiano le terribili dichiarazioni delle Scritture: "Per le opere della legge nessuna carne vivente può essere giustificata". "Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica."

(III.) È una cosa molto comune per Dio mostrare agli uomini l'infruttuosità di tutti questi tentativi come quelli di cui abbiamo parlato, e far loro possedere le iniquità della loro giovinezza. Ci sono alcuni filosofi che sostengono che nessun pensiero o sentimento che sia mai passato attraverso la mente dell'uomo è perduto, ma che vive, anche se può essere in qualche oscuro recesso della memoria, e può in qualsiasi momento essere portato alla luce in vividezza e potenza; e ci sono molti fatti all'interno del cerchio dell'esperienza di tutti noi che suggeriscono la grande probabilità almeno di questa nozione. I pensieri e i sentimenti dell'anima dell'uomo non sono come i raggi di luce: quelli di oggi non hanno alcun legame o dipendenza da quelli di ieri; ma sono come i rami di un albero che poggiano sulle radici e si nutrono di esse. Le radici della vita di un uomo sono nel passato, ed egli non può, anche se lo volesse, staccarsene. L'anima gentile di un cristiano anziano, piena della piena certezza della speranza, a volte rabbrividisce al ricordo della passione peccaminosa perdonata e sottomessa molto tempo fa, proprio come la superficie vitrea blu scuro di un mare tropicale a volte si solleva sotto l'influenza di qualche remota tempesta oceanica

1.) Osserviamo quindi, in primo luogo, che Dio spesso ci ricorda i nostri peccati passati per mezzo delle dispensazioni della provvidenza. Quando un uomo si sente prematuramente vecchio, e sa, come spesso accade, che la decadenza è il frutto di ciò che egli stesso ha seminato negli anni passati, come può non leggere il suo peccato nella sua punizione? Ma non è solo quando c'è una stretta connessione tra il peccato e la sofferenza che il peccato viene portato alla memoria. A volte c'è nella natura stessa dell'evento ciò che è adatto a suggerire scene e circostanze della nostra vita passata. Guardate, ad esempio, il caso di Giacobbe. Fu ingannato da suo zio Labano e indotto con un trucco a sposare Lea invece di Rachele. La condotta di Labano fu una grave afflizione per Giacobbe in quel tempo, e si rivelò in seguito fonte di disagio e di lotte domestiche; Non è forse molto probabile che, quando il patriarca fu così ingannato e reso furbo in questo modo, pensò al fatto che lui stesso si era reso colpevole di una condotta molto simile a quella di suo zio, quando andò dal suo vecchio padre cieco e disse: "Sono il tuo figlio maggiore, tuo figlio Esaù"? Il caso dei figli di Giacobbe nel paese d'Egitto ne è un esempio molto sorprendente. "In verità siamo colpevoli riguardo al nostro fratello in quanto abbiamo visto l'angoscia della sua anima quando ci ha supplicato e non abbiamo voluto ascoltare; perciò questa angoscia è venuta su di noi".

2.) Ancora una volta osserviamo che Dio spesso ci ricorda i peccati del passato con la predicazione del Vangelo. La donna di Samaria disse di Gesù, che le aveva predicato il Vangelo: "Mi ha detto tutte le cose che ho fatto".

3.) Ora, perché Dio fa sì che un uomo possieda così i peccati della sua giovinezza? Non è forse per farci sentire il bisogno della misericordia che Dio ci ha provveduto nel Vangelo di Suo Figlio? (J. B. Johnston, D.D.)

I peccati della giovinezza nei gemiti dell'età:

Il pensiero popolare è: che l'età sia grave e che la gioventù sia gay. Metto in dubbio la sua correttezza per due motivi

1.) Perché dove non c'è pietà c'è la ragione più forte per la massima gravità e tristezza dello spirito

2.) Dove c'è questa pietà, c'è una ragione ancora più forte per la gioia nell'età che nella giovinezza. Richiamare l'attenzione sulla solennità della vita giovanile

(I.) La gioventù ha i suoi peccati

1.) Mancanza di conoscenza. La giovinezza è un periodo di ignoranza e inesperienza

2.) La forza delle passioni. Nelle prime fasi della vita siamo quasi interamente creature dei sensi: l'appetito fisico, non le idee morali, ci governa; Siamo influenzati dal sentimento, non dalla fede; La mente è vassalla della materia

3.) Suscettibilità all'influenza. Questa è una caratteristica della gioventù; I sentimenti, il linguaggio, la condotta degli altri sono potenti influenze nella formazione del proprio. Il carattere si forma, infatti, sul principio dell'imitazione

(II.) I peccati della giovinezza scendono all'età. Giobbe si considerava come loro erede; Erano la sua eredità, non riusciva a scrollarsele di dosso. I peccati giovanili sono legati dalla catena indissolubile della causalità al futuro dell'uomo. Ci sono tre principi che assicurano questa connessione

1.) La legge della retribuzione

2.) La legge dell'abitudine

3.) La legge della memoria

(III.) La loro esistenza nell'età è una cosa amara

1.) Sono cose amare per il corpo in età avanzata. Ogni peccato ha un effetto dannoso sulla salute fisica

2.) Sono cose amare per l'anima nella vecchiaia. All'intelletto, al cuore e alla coscienza

(IV.) Sono una "cosa amara" nell'età, anche quando chi soffre è un uomo pio. I vecchi errori non possono essere corretti, i vecchi principi non possono essere sradicati, le vecchie abitudini non possono essere spezzate in un giorno. La conclusione di tutto è questa: l'importanza di iniziare la religione in gioventù. È probabile che, a meno che non sia iniziato in gioventù, non sarà mai iniziato affatto. Ci sono solo poche conversioni nella mezza età. All'inizio è probabile che finiremo. (Omilestico.)

Le iniquità della gioventù si ripossedevano:

(I.) Spiegare la lingua del testo

1.) "Tu scrivi cose amare contro di me". Questo si riferisce sia al registro che Dio tiene delle nostre offese, sia alle punizioni che ha decretato contro di noi. Gli uomini non sopportano che gli vengano ricordati i loro peccati. Dio tiene un registro. C'è uno scopo dichiarato ed esplicito per il quale i nostri peccati sono scritti. Con ogni peccato Dio scrive una maledizione

2.) "Tu mi fai possedere le iniquità della mia giovinezza". La coscienza del peccatore stesso è anche resa depositaria delle sue molteplici offese. È una misericordia ineffabile, se, in qualche modo, Dio ci fa possedere o ricordare le iniquità della nostra giovinezza. Ma il modo in cui lo fa è spesso molto doloroso e angosciante. Egli manda afflizione sugli uomini in modi tali che essi sono spesso costretti a vedere lo stesso peccato che hanno commesso nel castigo temporale che subiscono. Alcuni peccati ci vengono ricordati...

1.) Dalle malattie corporee

2.) Dalla rovina delle nostre circostanze mondane

3.) Sentendo l'influenza delle cattive abitudini

4.) Da problemi di coscienza e da una mente inquieta

(II.) Applicare il soggetto a vari personaggi

1.) Risvegliare coloro che sono al sicuro e addormentati in una vita spensierata e irreligiosa

2.) Ammonire affettuosamente i giovani contro le tentazioni a cui sono esposti

3.) Dite parole di conforto agli umili. (J. Jowett, M.A.)

L'influenza del peccato giovanile:

Tra i ricordi di un leader politico pubblicati da un giornale di Boston, c'è quello di una convention nazionale del partito a cui apparteneva. Dice che i lavori del primo giorno hanno sviluppato il fatto che l'equilibrio dei poteri nella nomina di un candidato alla presidenza sarebbe rimasto nelle mani della delegazione di un certo Stato. I delegati si riunivano in caucus di notte a porte chiuse. Nella discussione che seguì, fu sollecitato il nome di un uomo di spicco, che fu accolto con favore. Solo uno dei delegati, un giudice di una certa eminenza nello Stato, lo conosceva personalmente, e non intimamente. Gli è stata chiesta la sua opinione. In risposta, disse che era al college con il potenziale candidato, e che avrebbe raccontato un episodio della vita universitaria. Lo fece, e ciò dimostrò che il giovane era in quei giorni privo di principi morali. I delegati erano convinti che, sebbene brillante, fosse un uomo di cui non potevano fidarsi, e decisero all'unanimità di dare i voti dello Stato al suo rivale. Il giorno dopo il voto fu dato, come deciso, e l'uomo a cui fu dato fu nominato ed eletto. Quando commise quella scappatella, il giovane universitario non pensava che una ventina d'anni dopo sarebbe stata l'unica causa per cui avrebbe perso uno dei grandi premi della terra: quello di essere il sovrano di milioni di persone. Ma il peccato è sempre una perdita, e a meno che non sia cancellato dal sangue di Cristo, farà sì che il peccatore perda il più grande premio che possa essere raggiunto da un essere umano nel mondo dell'aldilà: la vita eterna Luca 13:3

27 CAPITOLO 13

Giobbe 13:27

Tu hai posto un'impronta sui talloni dei miei piedi.

Impronte:

La vera religione non può esistere senza un costante senso delle nostre responsabilità. Dobbiamo scoprire e realizzare i nostri obblighi morali, altrimenti non potremo mai soddisfarli e adempierli. Cosa si intende per responsabilità morale? Implica che Dio chiamerà l'uomo a rendere conto di tutto il suo carattere e della sua condotta, e renderà a ogni uomo di conseguenza. Per ogni uomo il tempo è uno stato di prova, e l'eternità uno stato di retribuzione. La dottrina della nostra responsabilità giace dentro di noi, incisa nel nostro stesso essere dallo Spirito di Dio stesso. Siamo inclini a dimenticare l'entità di questa responsabilità. Lo consideriamo come una mera generalità. Notate, quindi, che siamo responsabili dei nostri pensieri e delle nostre azioni. La responsabilità si estende ad ogni parola delle nostre labbra e ad ogni passo dei nostri piedi. Mentre camminiamo, scriviamo la storia dei nostri movimenti, li scriviamo per sempre. Alcune impronte possono sopravvivere all'eternità, come ci mostrano i geologi. Dio ti ricorderà che ha lasciato un'impronta nel tallone del tuo piede, per poterti portare in giudizio per i tuoi movimenti sulla terra. Ecco un pensiero su una parte delle nostre responsabilità che siamo inclini a dimenticare. Non possiamo muoverci, ma portiamo con noi i nostri obblighi cristiani, e la nostra conseguente relazione con il giorno del giudizio che necessariamente accompagna tali obblighi. Ogni singolo passo ha lasciato dietro di sé un'impronta eterna che determina in quale direzione camminiamo, con quale carattere ci muoviamo

1.) Ovunque ci muoviamo portiamo con noi la nostra responsabilità personale e individuale. In ogni cambiamento di luogo e contatto con l'uomo in viaggio, agiamo come esseri che devono rendere conto a Dio. Poi ricordate gli obblighi che gravano su di voi

2.) Siamo tutti costituiti in modo da esercitare un'influenza relativa l'uno sull'altro. Non c'è membro della famiglia umana che non mantenga una relazione, originaria o acquisita, pubblica o privata, permanente o temporanea; né c'è alcuna relazione che non investa la persona che la sostiene di un certo grado di interesse. Pensiamo come dovremmo di questo? (J. C. Phipps Eyre, M.A.)

28 CAPITOLO 13

Giobbe 13:28

Ed egli, come una cosa marcia, consuma, come un vestito mangiato dalle tarme.

Stabilimenti marci:

"Non ci si può aspettare una rinascita della fiducia commerciale finché gli stabilimenti commerciali marci continueranno a ingannare il mondo". La causa del cattivo commercio è che abbiamo trascurato la religione personale e siamo stati quasi divorati da un cancro egoistico. Non ci sarebbe mai stato un fallimento o un panico se tutti gli uomini di commercio avessero fatto del Signore Gesù il loro partner segreto ma attivo in ogni transazione commerciale. Siamo inclini a considerare un difetto del nostro carattere come nient'altro che una macchia di ruggine su un parafango luminoso vicino al fuoco della cucina. È in realtà il frutto di un marciume spirituale arido, che mentre sembriamo pii e rispettabili all'esterno, sta divorando la forza interiore della vera virilità. Quando l'amore e la benevolenza svaniscono è a causa di una cosa marcia che consuma le buone azioni di un cristiano, come una tignola consuma un vestito. Anni fa, la nostra luce cristiana brillava intensamente: alcuni di noi erano la vita delle riunioni religiose, i pionieri nel salvare i perduti, i primi in ogni opera buona. Una volta alcuni di noi sentivano di avere qualcosa per cui vivere, ma un torpore si è impadronito di noi, e abbiamo perso ogni ansia di compiere il nostro destino. Indagate sulla storia privata di coloro che mostrano debolezza e decadenza nella loro vita cristiana, nella speranza di poter scoprire i nostri mali e ottenere un rimedio. Prendete in considerazione la preghiera privata. La causa della negligenza può essere un peccato indulgente. Guarda i motivi delle tue azioni. Guarda nella vetrina della tua religione. Una parola per coloro che sono esteriormente rispettabili, ma sono intimamente legati da una catena segreta a qualche cosa malvagia. È per tua volontà che sei legato al tuo peccato. Potresti scappare, se volessi. Ti sei incatenato al peccato? (W. Uccello.)

Lotte di coscienza:

(I.) Un po' a titolo di consolazione. Desideriamo confortare voi che desiderate sentire sempre di più i vostri peccati. I migliori uomini hanno recitato questa preghiera del testo che avete davanti. Ricordate che non avete mai pregato così anni fa, quando eravate peccatori negligenti. Allora non volevate conoscere la vostra colpa. Inoltre, è molto probabile che tu ti senta già in colpa, e ciò che stai chiedendo lo hai già realizzato in misura

(II.) Alcune parole di istruzione. Vedete come Dio risponderà a queste preghiere. A volte permettendo a un uomo di cadere in un peccato sempre più grave. O aprendo gli occhi dell'anima; non tanto per la provvidenza, quanto per il misterioso intervento dello Spirito Santo. Come possiamo arrivare a conoscere i nostri peccati e il bisogno del Salvatore?

1.) Ascolta un ministero personale

2.) Studia molto la legge di Dio

3.) Vai al Calvario

(III.) Alcune frasi a titolo di discriminazione. Distinguere tra l'opera dello Spirito Santo e l'opera del diavolo. È opera dello Spirito farti sentire un peccatore, ma non è mai stata la Sua opera farti sentire che Cristo poteva dimenticarti. Satana opera sempre cercando di falsificare l'opera dello Spirito. Bada dunque di non cercare di fare dei tuoi sentimenti una giustizia

(IV.) Un ultimo punto a titolo di esortazione. È un peccato molto grande non sentire la propria colpa e non piangere per essa, ma d'altronde è uno dei peccati che Gesù Cristo ha espiato sul legno. Venite a Gesù, perché solo Lui può darvi quel cuore che cercate; e perché Egli può intenerire il tuo cuore, e tu non puoi mai intenerirlo da solo. (C. H. Spurgeon.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 13

1 Giob 5:9-16; 12:9-25; 42:3-6
Giob 4:12; 5:27; 8:8-10; 15:17,18; Sal 78:3,4; 1G 1:3

2 Giob 12:3; 15:8,9; 34:35; 35:16; 37:2; 40:4,5; 42:7; 1Co 8:1,2; 2Co 11:4,5,16-18; 12:11

3 Giob 13:22; 9:34,35; 11:5; 23:3-7; 31:35
Giob 9:3,14,15; Is 1:18-20; 41:21; Ger 12:1,2; Mic 6:2

4 Giob 4:7-11; 5:1-5; 8:3,4; 18:5-21; 21:27-34; 22:6-30; Eso 20:16; Sal 119:69
Giob 6:21; 16:2; Ger 6:14; 8:22; 30:13; 46:11; Ez 34:4; Os 5:13; Mar 2:17; 5:26

5 Giob 13:13; 11:3; 16:3; 18:2; 19:2; 21:2,3; 32:1
Prov 17:28; Ec 5:3; Am 5:13; Giac 1:19

6 Giob 21:2,3; 33:1-3; 34:2; Giudic 9:7; Prov 8:6,7

7 Giob 4:7; 11:2-4; 17:5; 32:21,22; 36:4; Giov 16:2; Rom 3:5-8; 2Co 4:2

8 Giob 32:21; 34:19; Eso 23:2,3; Prov 24:23; Mal 2:9

9 Giob 34:36; Sal 44:21; 139:23; Ger 17:10
Giob 17:2; Is 28:22; Ga 6:7,8

10 Giob 42:7,8; Sal 50:21,22; 82:2; Giac 2:9

11 Sal 119:120; Ger 5:22; 10:10; Mat 10:28; Ap 15:3,4
Giob 13:21; Eso 15:16; Is 8:13

12 Giob 18:17; Eso 17:14; Sal 34:16; 102:12; 109:15; Prov 10:7; Is 26:14
Ge 18:27
Giob 4:19; Ge 2:7; 2Co 5:1

13 Giob 13:5; 7:11; 10:1; 21:3
Giob 6:9,10; 7:15,16

14 Giob 18:4; Ec 4:5; Is 9:20; 49:26
Giudic 12:3; 1Sa 19:5; 28:21; Sal 119:109

15 Giob 13:18; 19:25-28; 23:10; Sal 23:4; Prov 14:32; Rom 8:38,39
Giob 10:7; 16:17,21; 23:4-7; 27:5; 31:31-37; 40:2,4,5,8; 1G 3:20

16 Eso 15:2; Sal 27:1; 62:6,7; 118:14,21; Is 12:2; Ger 3:23; At 13:47
Giob 8:13; 27:8-10; 36:13; Is 33:14

17 Giob 13:6; 33:1

18 Giob 16:21; 23:4; 40:7
Giob 9:2,3,20; 40:7,8; Is 43:26; Rom 8:33,34; 2Co 1:12

19 Giob 19:5; 33:5-7,32; Is 50:7,8; Rom 8:33
Giob 13:13; 7:11; Ger 20:9

20 Giob 9:34,35
Ge 3:8-10; Sal 139:12; Ap 6:15,16

21 Giob 10:20; 22:15-17
Giob 13:11; 33:7; Sal 119:120

22 Giob 9:32; 38:3; 40:4,5; 42:3-6

23 Giob 22:5; Sal 44:20,21
Giob 36:8,9; Sal 139:23

24 Giob 10:2; 29:2,3; De 32:20; Sal 10:1; 13:1; 44:24; 77:6-9; 88:14; Is 8:17
Giob 16:9; 19:11; 30:21; 31:35; 33:10; 1Sa 28:16; Lam 2:5; 2Te 3:15

25 Giob 14:3; 1Sa 24:14; Is 17:13; Mat 12:20

26 Giob 3:20; Ru 1:20; Sal 88:3-18
Giob 20:11; Sal 25:7; Prov 5:11-13; Ger 31:19; Giov 5:5,14

27 Giob 33:11; 2Cron 16:10-12; Prov 7:22; At 16:24
Giob 10:6; 14:16; 16:9
Giob 2:7

28 Giob 30:17-19,29,30; Nu 12:12
Giob 4:19; Sal 39:11; Os 5:12

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