Nuova Riveduta:

Giobbe 16

Giobbe si lamenta dei suoi amici
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Di cose come queste ne ho udite tante! Siete tutti dei consolatori molesti!
3 Non ci sarà una fine alle parole vane? Che cosa ti provoca a rispondere?
4 Anch'io potrei parlare come voi, se voi foste al posto mio; potrei mettere insieme delle parole contro di voi e su di voi scrollare il capo; 5 potrei farvi coraggio con la bocca e il conforto delle mie labbra vi calmerebbe.

Giobbe si lamenta della sua sorte
6 «Se parlo, il mio dolore non ne sarà lenito; se cesso di parlare, che sollievo ne avrò?
7 Ora, purtroppo, Dio mi ha ridotto senza forze, ha desolato tutta la mia casa; 8 mi ha coperto di grinze e questo testimonia contro di me, la mia magrezza si leva ad accusarmi apertamente.
9 La sua ira mi lacera, mi perseguita, digrigna i denti contro di me, il mio nemico aguzza gli occhi su di me.
10 Aprono larga contro di me la bocca, mi percuotono per oltraggio le guance, si mettono tutti insieme a darmi addosso.
11 Dio mi dà in balìa degli empi, mi getta in mano ai malvagi.
12 Vivevo in pace ed egli mi ha scosso con violenza, mi ha preso per la nuca, mi ha frantumato, mi ha posto per suo bersaglio.
13 I suoi arcieri mi circondano, egli mi trafigge i reni senza pietà, sparge a terra il mio fiele.
14 Apre sopra di me breccia su breccia, mi corre addosso come un guerriero.
15 Mi sono cucito un cilicio sulla pelle, ho prostrato la mia fronte nella polvere.
16 Il mio viso è rosso di pianto, sulle mie palpebre si stende l'ombra di morte.
17 Eppure le mie mani non commisero mai violenza, e la mia preghiera fu sempre pura.

Giobbe invoca la morte
18 «O terra, non coprire il mio sangue e non vi sia luogo dove si fermi il mio grido!
19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimone è nel cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi.
20 Gli amici mi deridono; ma a Dio si volgono piangenti gli occhi miei.
21 Sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio d'uomo contro i suoi compagni!
22 Poiché pochi anni ancora e me ne andrò per una via senza ritorno.

C.E.I.:

Giobbe 16

1 Allora rispose:
2 Ne ho udite già molte di simili cose!
Siete tutti consolatori molesti.
3 Non avran termine le parole campate in aria?
O che cosa ti spinge a rispondere così?
4 Anch'io sarei capace di parlare come voi,
se voi foste al mio posto:
vi affogherei con parole
e scuoterei il mio capo su di voi.
5 Vi conforterei con la bocca
e il tremito delle mie labbra cesserebbe.
6 Ma se parlo, non viene impedito il mio dolore;
se taccio, che cosa lo allontana da me?
7 Ora però egli m'ha spossato, fiaccato,
tutto il mio vicinato mi è addosso;
8 si è costituito testimone ed è insorto contro di me:
il mio calunniatore mi accusa in faccia.
9 La sua collera mi dilania e mi perseguita;
digrigna i denti contro di me,
il mio nemico su di me aguzza gli occhi.
10 Spalancano la bocca contro di me,
mi schiaffeggiano con insulti,
insieme si alleano contro di me.
11 Dio mi consegna come preda all'empio,
e mi getta nelle mani dei malvagi.
12 Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovinato,
mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato;
ha fatto di me il suo bersaglio.
13 I suoi arcieri mi circondano;
mi trafigge i fianchi senza pietà,
versa a terra il mio fiele,
14 mi apre ferita su ferita,
mi si avventa contro come un guerriero.
15 Ho cucito un sacco sulla mia pelle
e ho prostrato la fronte nella polvere.
16 La mia faccia è rossa per il pianto
e sulle mie palpebre v'è una fitta oscurità.
17 Non c'è violenza nelle mie mani
e pura è stata la mia preghiera.
18 O terra, non coprire il mio sangue
e non abbia sosta il mio grido!
19 Ma ecco, fin d'ora il mio testimone è nei cieli,
il mio mallevadore è lassù;
20 miei avvocati presso Dio sono i miei lamenti,
mentre davanti a lui sparge lacrime il mio occhio,
21 perché difenda l'uomo davanti a Dio,
come un mortale fa con un suo amico;
22 poiché passano i miei anni contati
e io me ne vado per una via senza ritorno.

Nuova Diodati:

Giobbe 16

Quarta risposta di Giobbe: i suoi amici sono consolatori molesti. Dio l'ha ridotto allo stremo
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 «Di cose come queste ne ho udite tante! Siete tutti dei consolatori molesti! 3 Quando finiranno i vostri discorsi vuoti? O che cosa ti spinge a rispondere? 4 Anch'io potrei parlare come voi, se foste al mio posto; potrei mettere assieme parole contro di voi scuotendo il mio capo contro di voi. 5 Ma vi incoraggerei con la mia bocca e il conforto delle mie labbra allevierebbe il vostro dolore. 6 Se parlo il mio dolore non è alleviato; se cesso di parlare, che sollievo ne ho? 7 Ora però egli mi ha ridotto allo stremo delle forze. Tu hai devastato l'intera mia famiglia; 8 mi hai coperto di rughe e questo testimonia contro di me, la mia magrezza si leva e testimonia contro di me. 9 La sua ira mi dilania e mi perseguita, digrigna i denti contro di me. Il mio nemico aguzza il suo sguardo su di me. 10 Spalancando la loro bocca contro di me, mi percuotono con disprezzo sulle guance, si radunano assieme contro di me. 11 Dio mi ha dato in balìa degli empi, mi ha consegnato nelle mani dei malvagi. 12 Vivevo tranquillo ma egli mi ha distrutto, mi ha preso per il collo e mi ha fatto a pezzi, e ha fatto di me il suo bersaglio. 13 I suoi arcieri mi circondano da ogni parte, mi trafigge i reni senza pietà, versa a terra il mio fiele. 14 Egli mi assale ripetutamente con violenza, mi si avventa contro come un guerriero. 15 Ho cucito un cilicio sulla mia pelle, ho abbassato la mia fronte nella polvere. 16 Il mio viso è rosso per il pianto, e sulle mie palpebre si posa l'ombra di morte, 17 anche se non c'è alcuna violenza nelle mie mani e la mia preghiera è pura. 18 O terra, non coprire il mio sangue, e il mio grido non trovi alcun luogo di riposo. 19 Già fin d'ora, ecco, il mio testimone è in cielo, il mio garante è in alto. 20 I miei amici mi deridono, ma i miei occhi versano lacrime davanti a Dio. 21 Possa egli sostenere le ragioni dell'uomo presso Dio, come fa un uomo con il suo vicino. 22 Passeranno infatti pochi anni ancora, e me ne andrò quindi per una via senza più ritorno».

Riveduta 2020:

Giobbe 16

Quarta replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 “Di cose come queste ne ho udite tante! Siete tutti dei consolatori molesti! 3 Non ci sarà una fine alle parole vane? Che cosa ti provoca a rispondere? 4 Anch'io potrei parlare come voi, se voi foste al posto mio; potrei mettere assieme delle parole contro di voi e scrollare su di voi il capo; 5 potrei farvi coraggio con la bocca; e il conforto delle mie labbra vi calmerebbe. 6 Se parlo, il mio dolore non ne sarà lenito; e se cesso di parlare, che sollievo ne avrò? 7 Ora, purtroppo, Dio mi ha ridotto senza forze, ha desolato tutta la mia casa; 8 mi ha coperto di rughe e questo testimonia contro di me, la mia magrezza mi accusa apertamente. 9 La sua ira mi lacera, mi perseguita, digrigna i denti contro di me. Il mio nemico aguzza gli occhi su di me. 10 Spalancano contro di me la bocca, mi percuotono per disonore le guance, si mettono tutti insieme a darmi addosso. 11 Iddio mi dà in balìa degli empi, mi getta in mano ai malvagi. 12 Vivevo in pace ed egli mi ha scosso con violenza, mi ha preso per la nuca, mi ha frantumato, mi ha posto come suo bersaglio. 13 I suoi arcieri mi circondano, egli mi trafigge le reni senza pietà, sparge a terra il mio fiele. 14 Apre sopra di me breccia su breccia, mi corre addosso come un guerriero. 15 Mi sono cucito un cilicio sulla pelle, ho prostrato la mia fronte nella polvere. 16 Il mio viso è rosso di pianto e sulle mie palpebre si stende l'ombra di morte. 17 Eppure, le mie mani non commisero mai violenza, e la mia preghiera fu sempre pura. 18 O terra, non coprire il mio sangue, e non vi sia luogo dove si fermi il mio grido! 19 Già fin da ora, ecco, il mio Testimone è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi. 20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgono piangenti i miei occhi. 21 Sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figlio d'uomo contro i suoi compagni! 22 Poiché, pochi anni ancora, e me ne andrò per una via senza ritorno.

Riveduta:

Giobbe 16

Quarta replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Di cose come codeste, ne ho udite tante! Siete tutti dei consolatori molesti! 3 Non ci sarà egli una fine alle parole vane? Che cosa ti provoca a rispondere? 4 Anch'io potrei parlare come voi, se voi foste al posto mio; potrei mettere assieme delle parole contro a voi e su di voi scrollare il capo; 5 potrei farvi coraggio con la bocca; e il conforto delle mie labbra vi calmerebbe. 6 Se parlo, il mio dolore non ne sarà lenito; e se cesso di parlare, che sollievo ne avrò? 7 Ora, purtroppo, Dio, m'ha ridotto senza forze, ha desolato tutta la mia casa; 8 m'ha coperto di grinze e questo testimonia contro a me, la mia magrezza si leva ad accusarmi in faccia. 9 La sua ira mi lacera, mi perseguita, digrigna i denti contro di me. Il mio nemico aguzza gli occhi su di me. 10 Apron larga contro a me la bocca, mi percuoton per obbrobrio le guance, si metton tutt'insieme a darmi addosso. 11 Iddio mi dà in balìa degli empi, mi getta in mano dei malvagi. 12 Vivevo in pace, ed egli m'ha scosso con violenza, m'ha preso per la nuca, m'ha frantumato, m'ha posto per suo bersaglio. 13 I suoi arcieri mi circondano, egli mi trafigge i reni senza pietà, sparge a terra il mio fiele. 14 Apre sopra di me breccia su breccia, mi corre addosso come un guerriero. 15 Mi son cucito un cilicio sulla pelle, ho prostrato la mia fronte nella polvere. 16 Il mio viso è rosso di pianto, e sulle mie palpebre si stende l'ombra di morte. 17 Eppure, le mie mani non commisero mai violenza, e la mia preghiera fu sempre pura. 18 O terra, non coprire il mio sangue, e non vi sia luogo ove si fermi il mio grido! 19 Già fin d'ora, ecco, il mio Testimonio è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi. 20 Gli amici mi deridono, ma a Dio si volgon piangenti gli occhi miei; 21 sostenga egli le ragioni dell'uomo presso Dio, le ragioni del figliuol d'uomo contro i suoi compagni! 22 Poiché, pochi anni ancora, e me ne andrò per una via senza ritorno.

Ricciotti:

Giobbe 16

Seconda risposta di Giobbe ad Elifaz.
1 Ma Giobbe rispose e disse: 2 «Ho udito frequentemente tali cose: consolatori molesti siete tutti voi! 3 C'è forse un termine alle parole di vento, ovvero hai tu qualche fastidio a parlare? 4 Potrei anch'io parlare a modo di voialtri, e magari voi foste al posto mio! 5 Anch'io vi consolerei a parole, e agiterei [superbamente] il mio capo su voialtri, 6 vi conforterei con la mia bocca, e moverei le mie labbra a vostra compassione. 7 Ma che fare? Se parlo, non cessa il mio dolore, se taccio, non si diparte da me. 8 Ora poi il dolor mio m'ha oppresso, e tutte le mie membra sono ridotte a un nulla. 9 Le mie rughe mi testimoniano contro, e un mendace calunniatore si leva contro me e parla; 10 radunò egli il suo furore, e minacciandomi digrigna contro me i suoi denti; il mio nemico con occhi terribili mi guarda, 11 aprirono [le sue torme] contro me la lor bocca: mi percuotono ad ingiuria sulle guance, si saziano dei miei tormenti. 12 Mi ha imprigionato Dio in poter d'un perverso, e nelle mani degli empii mi ha consegnato: 13 io, già felice, fui ad un tratto spezzato; m'afferrò egli per la nuca e m'ha infranto, m'ha posto come suo bersaglio, 14 m'ha assiepato con le sue lance, le mie reni ha trafitto senza pietà, ha sparso a terra le mie viscere: 15 mi ha lacerato con ferite su ferite, piombò su me come un gigante. 16 Un sacco ho io cucito sulla mia pelle, ho ricoperto di cenere la mia carne; 17 la mia faccia s'è gonfiata pel piangere, le mie palpebre si sono ottenebrate. 18 Tali cose ho sofferte senza che l'iniquità fosse nelle mie mani, e mentre indirizzavo a Dio preghiere pure. 19 Oh terra, non ricoprire il mio sangue, e in te non trovi il mio grido un luogo di nascondimento! 20 Ecco invero che nel cielo sta il mio testimonio, e il mio attestante è nell'eccelso. 21 I miei amici sono verbosi, [perciò] a Dio si volgono in pianto gli occhi miei; 22 e magari il giudizio fra l'uomo e Dio fosse tale, quale il giudizio fra il mortale e il suo compagno: 23 poichè i brevi anni già passano, e su strada da cui non tornerò io cammino.

Tintori:

Giobbe 16

Giobbe chiama Dio a testimone della sua innocenza
1 Giobbe rispose, dicendo: 2 «Di tali cose ne ho sentite spesso; voi siete tutti dei consolatori molesti. 3 Quando finiranno le vane ciance, chi t'importuna per farti parlare? 4 Anch'io potrei parlare come voi, se voi foste al mio posto; 5 anch'io vi consolerei a parole, e scoterei la mia testa sopra di voi. 6 Vi farei coraggio colla mia bocca, e moverei le mie labbra come per compatirvi. 7 Ma or che devo fare? Anche a parlare non si calmerà il mio dolore, e se sto in silenzio non andrà lungi da me. 8 Ma ormai il dolore mi ha fiaccato e sono annientate tutte le mie membra. 9 Le mie rughe m'accusano, e un falsario s'è levato a contradirmi in faccia. 10 Ha concentrato contro di me il suo furore, ha digrignato minaccioso contro di me i denti, il mio nemico mi ha guardato con occhi terribili. 11 Hanno spalancato contro di me le loro bocche, han percosso ignominiosamente la mia guancia, si son saziati delle mie pene. 12 Dio m'ha consegnato legato all'iniquo, mi ha abbandonato nelle mani degli empi, 13 io che una volta ero così ricco, fui in un momento ridotto in polvere: afferratomi pel collo, mi stritolò. Mi ha posto come suo bersaglio, 14 mi ha circondato colle sue lance; ha trafitti i miei fianchi, senza risparmiarmi, ed ha sparso per terra le mie viscere. 15 Mi ha lacerato con ferite sopra ferite, mi si è gettato addosso come un gigante. 16 Ho cucito un sacco sopra la mia pelle, ho coperto di cenere la mia carne. 17 La mia faccia è gonfia dal pianto, le mie palpebre si sono oscurate. 18 Questo ho sofferto senza aver fatto nulla di male, mentre offrivo a Dio pura la mia preghiera. 19 O terra, non coprire il mio sangue, in te non trovi nascondigli il mio grido; 20 perchè, ecco è nel cielo il mio testimonio, è lassù chi mi conosce intimamente. 21 I miei amici sono dei parolai, il mio occhio si volge lacrimando a Dio. 22 Oh, potesse l'uomo entrare in giudizio con Dio, come il figlio dell'uomo entra in giudizio col suo simile! 23 Ma intanto i miei brevi anni passano, ed io cammino per una via senza ritorno».

Martini:

Giobbe 16

Giobbe commosso dall'autorità degli amici piange i suoi dolori, e dimostra la grandezza di sua miseria, e com'ei patisce senza essere iniquo, della qual cosa dice essere Dio consapevole.
1 Ma Giobbe rispose, e disse: 2 Ho udite sovente tali cose: voi siete tutti consolatoli molesti: 3 Non avrann'eglino fine i discorsi ampollosi? che costa a te il parlare? 4 Potrei anch'io parlar come voi: e foste pur voi ne' miei piedi: 5 Vi consolerei anch'io a parole, e piegherei la mia testa sopra di voi: 6 Vi farei cuore co' miei discorsi, e regolerei le mie labbra colla compassione verso di voi. 7 Ma or che farò? Se io parlerò non si accheterà il mio dolore, e se starò in silenzio egli non andrà lungi da me. 8 Ma adesso il dolor mio m'ha oppresso, e tutti i miei membri sono scompaginati. 9 Le grinze della mia pelle rendono testimonianza contro di me; e un mendace ragionatore sorge contro di me per contradirmi in faccia. 10 Aduna il suo furore contro di me, e minacciandomi digrigna i denti contro di me: con occhi terribili mi guarda il mio nemico. 11 Hanno aperte le loro bocche contro di me, e mi han percosso obbrobriosamente nella guancia; si son satollati delle mie pene. 12 Il Signore mi ha rinchiuso in balia dell'iniquo, e mi ha dato nelle mani degli empj. 13 Quell'io si beato una volta fai di repente ridotto in polvere; mi afferrò per la testa, m'infranse, e fecemi come suo bersaglio. 14 Mi ha cinto colle sue lance, ha impiagati tutti i miei fianchi, e senza pietà averne, le mie viscere ha sparse per terra. 15 Mi ha lacerato con ferite sopra ferite: qual gigante si è gettato sopra di me. 16 Porto cucito alla mia pelle il cilizio, e la mia carne ho ricoperta di cenere. 17 La mia faccia è gonfia dal pianto, e la caligine ingombra le mie pupille. 18 Queste cose ho sofferte, benché inique non fossero le opere mie, e pure offerissi a Dio le preghiere. 19 Terra, non ricoprire il mio sangue, non restino nascose in te le mie strida. 20 Perocché lassù in cielo è il mio testimone, e nell'alto si sta colui, che mi conosce intimamente. 21 I miei amici sono verbosi; a Dio spandono lagrime gli occhi miei. 22 E fosse egli pure il giudizio tra Dio, e l'uomo come il giudizio di un figliuolo dell'uomo col suo compagno. 23 Perocché già passano i corti anni, ed io batto una strada, per cui non ritornerò.

Diodati:

Giobbe 16

1 E GIOBBE rispose e disse: 2 Io ho più volte udite le stesse cose; Voi tutti siete consolatori molesti. 3 Finiranno mai le parole di vento? Ovvero, di che ti fai forte, che tu replichi ancora? 4 Se l'anima vostra fosse nello stato dell'anima mia, Anch'io potrei parlar come voi, Mettere insieme parole contro a voi, E scuotervi il capo contra. 5 Ma anzi io vi conforterei con la mia bocca, E la consolazione delle mie labbra rallenterebbe il vostro dolore.
6 Se io parlo, il mio dolore non però si rallenta; E se io resto di parlare, quanto se ne partirà egli da me? 7 Certo, egli ora mi ha straccato; E tu mi hai, o Dio, diserta tutta la mia brigata. 8 E mi hai fatto diventar tutto grinzo, Il che è un testimonio del mio male; La mia magrezza si leva contro a me, e mi testifica contra in faccia. 9 L'ira sua mi ha lacerato, ed egli procede contro a me da avversario; Egli digrigna i denti contro a me; Il mio nemico appunta i suoi occhi in me. 10 Hanno aperta la bocca contro a me, Mi hanno battuto in su le guance per vituperio, Si sono adunati insieme contro a me. 11 Iddio mi ha messo in poter del perverso, E mi ha fatto cader nelle mani degli empi. 12 Io era in istato tranquillo, ed egli mi ha rotto; E presomi per lo collo, mi ha tritato, E mi ha rizzato per suo bersaglio. 13 I suoi arcieri mi hanno intorniato; Egli mi trafigge le reni, e non mi risparmia punto; Egli mi ha sparso in terra il mio fiele. 14 Egli mi rompe di rottura sopra rottura, Egli mi corre addosso come un possente uomo. 15 Io ho cucito un sacco sopra la mia pelle, Ed ho lordato il mio splendore nella polvere. 16 La mia faccia è sucida di piangere, E l'ombra della morte è in su le mie palpebre;
17 Quantunque non vi sia violenza nelle mie mani, E la mia orazione sia pura. 18 O terra, non nascondere il sangue sparso da me; E se così è, il mio grido non abbia luogo. 19 Eziandio ora, ecco, il mio testimonio è ne' cieli; Il mio testimonio è ne' luoghi sovrani. 20 O miei oratori, o amici miei, L'occhio mio si volge lagrimando a Dio. 21 Oh! potesse pur l'uomo piatire con Dio, Come un uomo col suo compagno! 22 Perciocchè i miei brevi anni se ne vanno forniti; Ed io me ne vo per un sentiero, onde non tornerò più.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 16

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 16

Questo capitolo inizia la risposta di Giobbe a quel discorso di Elifaz che abbiamo avuto nel capitolo precedente; Non è che la seconda parte dello stesso cantico di lamento con cui si era lamentato in precedenza, ed è impostata sulla stessa melodia malinconica.

I. Egli rimprovera i suoi amici per il loro uso scortese di lui Giobbe 16:1-5.

II. Egli rappresenta il suo caso come molto deplorevole sotto tutti i punti di vista: Giobbe 16:6-16.

III. Egli mantiene ancora salda la sua integrità, riguardo alla quale si appella al giusto giudizio di Dio contro le ingiuste censure dei suoi amici Giobbe 16:14-22.

Ver. 11. fino alla Ver. 5.

Sia Giobbe che i suoi amici presero la stessa strada che comunemente prendono i litiganti, che è quella di sottovalutare il buon senso, la saggezza e la gestione l'uno dell'altro. Più a lungo si tira la sega della contesa, più si riscalda; E l' inizio di questa specie di contesa è come il far uscire l'acqua; perciò lasciatela andare prima che vi si immischi. Elifaz aveva descritto i discorsi di Giobbe come oziosi e inutili, e niente allo scopo; e Giobbe qui dà al suo lo stesso carattere. Coloro che sono liberi di emettere tali censure devono aspettarsi di vederle replicate; È facile, è infinito: ma Cui Bono? Susciterà le passioni degli uomini, ma non convincerà mai i loro giudizi, né metterà la verità in una luce chiara. Giobbe qui rimprovera Elifaz,

1. Per le ripetizioni inutili (Giobbe 16:2):

"Ho sentito molte cose del genere. Non mi dite nulla se non quello che sapevo prima, niente se non quello che voi stessi avete detto prima; non offrite nulla di nuovo; è la stessa cosa più e più volte".

Questo Giobbe considera la sua pazienza una prova grande quanto quasi tutti i suoi problemi. L'inculcare le stesse cose in questo modo da parte di un avversario è sì provocante e nauseante, ma da parte di un insegnante è spesso necessario, e non deve essere doloroso per l'allievo, per il quale il precetto deve essere su precetto, e linea su linea. Abbiamo udito molte cose che è bene per noi riascoltare, per poterle capire e ricordare meglio, ed esserne più colpiti e influenzati.

2. Per applicazioni poco qualificate. Vennero con un piano per confortarlo, ma lo fecero in modo molto goffo e, quando toccarono la custodia di Giobbe, si sbagliarono completamente:

"Miserabili consolatori siete voi tutti che, invece di offrire qualsiasi cosa per alleviare l'afflizione, vi aggiungete afflizione e la rendete ancora più grave".

Il caso del paziente è davvero triste quando le sue medicine sono veleni e i suoi medici la sua peggiore malattia. Ciò che Giobbe dice qui dei suoi amici è vero per tutte le creature, in confronto a Dio, e, una volta o l'altra, ci sarà fatto vedere e riconoscere, che miserabili consolatori sono tutti loro. Quando siamo sotto la convinzione del peccato, terrori della coscienza e arresti di morte, è solo lo Spirito benedetto che può confortarci efficacemente; Tutti gli altri, senza di lui, lo fanno miseramente, e cantano canzoni con il cuore pesante, senza scopo.

3. Per un'impertinenza senza fine. Giobbe desidera che le parole vane abbiano una fine, == Giobbe 16:3. Se vane, sarebbe bene che non fossero mai iniziate, e prima finite meglio era. Coloro che sono così saggi da parlare allo scopo saranno così saggi da sapere quando hanno detto abbastanza di una cosa e quando è il momento di interrompere.

4. Per ostinazione senza motivo. Che cosa ti incoraggia perché tu risponda? È un grande atto di fiducia, e inspiegabile, accusare gli uomini di quei crimini che non possiamo provare su di loro, emettere un giudizio sullo stato spirituale degli uomini in base alla loro condizione esteriore, e riproporre quelle obiezioni a cui è stata data risposta più e più volte, come fece Elifaz.

5. Per la violazione delle sacre leggi dell'amicizia, facendo da suo fratello ciò che non sarebbe stato fatto da lui e ciò che suo fratello non avrebbe fatto da lui. Questo è un rimprovero tagliente e molto incisivo, Giobbe 16:4-5.

(1.) Desidera che i suoi amici, con l'immaginazione, per un po' di tempo, cambino le loro condizioni con lui, mettano le loro anime al posto della sua anima, suppongano di essere nell'infelicità come lui e di sentirsi a proprio agio come loro. Non si trattava di un'assurdità o di un'ipotesi estranea, ma di ciò che poteva rapidamente diventare vero nei fatti. Così strane, così improvvise, frequentemente, sono le vicissitudini delle vicende umane, e tali i giri della ruota, che i raggi si scambiano presto di posto. Quali che siano i dolori dei nostri fratelli, dobbiamo farli nostri con simpatia, perché non sappiamo quanto presto potranno esserlo.

(2.) Rappresenta la scortesia della loro condotta nei suoi confronti, mostrando ciò che potrebbe fare loro se fossero nella sua condizione: Potrei parlare come fai tu. È facile calpestare coloro che sono in basso, e trovare da ridire su ciò che dicono coloro che sono in condizioni estreme di dolore e afflizione:

"Potrei accumulare parole contro di te, come tu fai contro di me; E tu come lo vorresti? Come lo sopporteresti?"

(3.) Egli mostra loro cosa dovrebbero fare, dicendo loro cosa in quel caso avrebbe fatto (Giobbe 16:5):

«Ti rafforzerei e direi tutto ciò che posso per alleviare il tuo dolore, ma niente che lo aggravi».

È naturale per chi ne soffre pensare a cosa farebbe se la situazione cambiasse. Ma forse il nostro cuore può ingannarci; Non sappiamo cosa fare. Troviamo più facile discernere la ragionevolezza e l'importanza di un comando quando abbiamo l'occasione di rivendicarne il beneficio che quando abbiamo l'occasione di compiere il suo dovere. Vedete qual è il dovere che abbiamo verso i nostri fratelli nella loro afflizione.

[1.] Dobbiamo dire e fare tutto il possibile per rafforzarli, suggerendo loro quelle considerazioni che sono appropriate per incoraggiare la loro fiducia in Dio e per sostenere il loro spirito che sta affondando. La fede e la pazienza sono la forza degli afflitti; Qualunque cosa aiuti queste grazie conferma le ginocchia deboli.

[2.] Per placare il loro dolore, le cause del loro dolore, se possibile, o almeno il loro risentimento per quelle cause. Le buone parole non costano nulla; ma possono essere di buon aiuto a coloro che sono nel dolore, non solo perché è un po' di conforto per loro vedere i loro amici preoccupati per loro, ma perché possono ricordare ciò che, a causa del prevalere del dolore, è stato dimenticato. Sebbene le parole dure (diciamo) non rompano le ossa, tuttavia le parole gentili possono aiutare a far gioire le ossa rotte; e coloro che hanno la lingua dei dotti sanno dire una parola a tempo opportuno agli affaticati.

6 Ver. 6. fino alla Ver. 16.

La lamentela di Giobbe è qui più amara che mai in tutti i suoi discorsi, ed egli è indeciso se soffocarla o darle sfogo. A volte l'uno e a volte l'altro è un sollievo per l'afflitto, a seconda del carattere o delle circostanze; ma Giobbe non trovò aiuto da nessuno dei due, Giobbe 16:6.

1. A volte dare sfogo al dolore dà sollievo; ma

"Benché io parli" (dice Giobbe), "il mio dolore non si placa, il mio spirito non è mai più leggero per lo sfogo del mio lamento; anzi, ciò che dico è così frainteso da essere trasformato in aggravamento del mio dolore".

2. Altre volte tacere rende il disturbo più facile e più presto dimenticato; ma (dice Giobbe), sebbene io mi trattenga, non sono mai più vicino; cosa mi facilita? Se si lamentava, veniva biasimato come appassionato, se non lo era, come scontroso. Se ha mantenuto la sua integrità, quello era il suo crimine; Se non rispondeva alle loro accuse, il suo silenzio veniva scambiato per una confessione della sua colpevolezza.

Ecco una dolorosa rappresentazione delle lamentele di Giobbe. Oh, che motivo abbiamo di benedire Dio perché non facciamo tali lamentele! Si lamenta,

I. Che la sua famiglia fu dispersa (Giobbe 16:7):

Egli mi ha reso stanco, stanco di parlare, stanco di sopportare, stanco dei miei amici, stanco della vita stessa; il mio viaggio attraverso il mondo si rivela così scomodo che ne sono piuttosto stanco".

Questo rese più noioso di ogni altra cosa, che tutta la sua compagnia fosse resa desolata, i suoi figli e servi uccisi e i poveri resti della sua grande casa dispersi. La compagnia di brava gente che si riuniva a casa sua per il culto religioso, era ora dispersa, ed egli trascorreva i suoi sabati in silenzio e solitudine. Aveva compagnia, certo, ma di quelle di cui avrebbe preferito fare a meno, perché sembravano trionfare nella sua desolazione. Se gli amanti e gli amici sono allontanati da noi, dobbiamo vedere e riconoscere la mano di Dio in esso, rendendo la nostra compagnia desolata.

II. Che il suo corpo era consumato da malattie e dolori, così che era diventato uno scheletro perfetto, nient'altro che pelle e ossa, Giobbe 16:8. Il suo volto era solcato non dall'età, ma dalla malattia: tu mi hai riempito di rughe. La sua carne si consumava con lo scorrere delle sue ulcere, così che la sua magrezza crebbe in lui, cioè le sue ossa, che prima non si vedevano, sporgevano, Giobbe 33:21. Questi sono chiamati testimoni contro di lui, testimoni del dispiacere di Dio contro di lui, e testimoni che i suoi amici hanno prodotto contro di lui per provare che era un uomo malvagio. O

"Essi sono testimoni per me, che la mia lamentela non è senza motivo", o "testimoni per me, che sono un uomo morente, e devo andarmene fra breve".

III. Che il suo nemico gli terrorizzava, lo minacciava, lo spaventava, lo guardava severamente e dava tutti i segni di rabbia contro di lui (Giobbe 16:9): Mi sbrana nella sua ira. Ma chi è questo nemico?

1. Elifaz, che si mostrò molto esasperato contro di lui, e forse si era espresso con quei segni di indignazione come quelli qui menzionati: almeno, ciò che disse strappò il buon nome di Giobbe e non gli provocò altro che terrore; i suoi occhi erano acuti per spiare il biasimo contro Giobbe, e molto barbaramente sia lui che gli altri lo usarono in modo molto barardo. O

2. Satana. Era il suo nemico che lo odiava, e forse, con il permesso divino, lo terrorizzava con le apparizioni, come (alcuni pensano) terrorizzava il nostro Salvatore, il che lo mise nelle sue agonie nel giardino; e così mirava a fargli maledire Dio. Non è improbabile che questo sia il nemico a cui si riferisce. O

(3.) Dio stesso. Se lo comprendiamo di lui, le espressioni sono davvero avventate come quelle che ha usato. Dio non odia nessuna delle sue creature; ma la malinconia di Giobbe rappresentava così per lui i terrori dell'Onnipotente: e nulla può essere più doloroso per un uomo buono che apprendere Dio come suo nemico. Se l'ira di un re è come messaggera di morte, che cos'è l'ira del Re dei re?

IV. Che tutto ciò che lo circondava lo offende, Giobbe 16:10. Gli vennero addosso a bocca aperta per divorarlo, come se volessero inghiottirlo vivo, tanto terribili erano le loro minacce e tanto sprezzante era la loro condotta verso di lui. Gli offrirono tutte le umiliazioni che poterono inventare, e lo colpirono persino sulla guancia; e in questo molti erano confederati. Si radunarono contro di lui, anche gli abietti, Salmi 35:15. In questo Giobbe era un tipo di Cristo, come molti degli antichi lo fanno: queste stesse espressioni sono usate nelle predizioni delle sue sofferenze, Salmi 22:13, Mi hanno guardato a bocca aperta; e (Michea 5:1), Colpiranno il Giudice d'Israele con una verga sulla guancia, che si è letteralmente adempiuta, Matteo 26:67. Come aumentarono quelli che lo turbavano!

V. Che Dio, invece di liberarlo dalle loro mani, come sperava, lo consegnò nelle loro mani (Giobbe 16:11): Egli mi ha consegnato nelle mani degli empi. Non avrebbero potuto avere alcun potere contro di lui se non fosse stato dato loro dall'alto. Perciò guarda al di là di loro, a Dio che ha dato loro il loro incarico, come fece Davide quando Simei lo maledisse; ma pensa che sia strano, e quasi lo pensa duramente, che coloro che erano nemici di Dio abbiano potere contro di lui tanto quanto i suoi. A volte Dio si serve di uomini malvagi come sua spada l'uno per l'altro (Salmi 17:13) e la sua verga per i suoi stessi figli, Isaia 10:5. Anche in questo Giobbe era un simbolo di Cristo, che fu consegnato in mani malvagie, per essere crocifisso e ucciso, per il determinato consiglio e la pre-scienza di Dio, == Atti 2:23.

VI. Che Dio non solo lo consegnò nelle mani degli empi, ma lo prese anche nelle sue mani, nelle quali è terribile cadere (Giobbe 16:12):

"Mi sentivo a mio agio nel comodo godimento dei doni della munificenza di Dio, non agitato e inquieto, come lo sono alcuni nel mezzo della loro prosperità, che in tal modo provocano Dio a spogliarli; eppure mi ha fatto a pezzi, mi ha messo sulla graticola del dolore e mi ha strappato un arto dopo l'altro".

Dio, nell'affliggerlo, gli era sembrato:

1. Come se fosse furioso. Benché la furia non sia in Dio, egli pensò che lo fosse, quando lo prese per il collo (come un uomo forte in preda alla passione prenderebbe un figlio) e lo fece a pezzi, trionfando nell'irresistibile potere che aveva di fare di lui ciò che voleva.

2. Come se fosse parziale.

"Egli mi ha distinto dal resto dell'umanità per questo duro uso di me: mi ha eretto al suo bersaglio, il calcio al quale si compiace di far scagliare tutte le sue frecce: contro di me sono dirette, e non vengono per caso; Contro di me sono stati livellati, come se io fossi il più grande peccatore di tutti gli uomini dell'oriente o fossi scelto per essere preso d'esempio".

Quando Dio lo pose per un segno, i suoi arcieri lo circondarono subito. Dio ha degli arcieri al comando, che saranno sicuri di colpire il bersaglio che lui ha stabilito. Chiunque sia il nostro nemico, dobbiamo considerarlo come gli arcieri di Dio, e vederlo dirigere la freccia. È il Signore; faccia lui ciò che gli parrà bene.

3. Come se fosse crudele, e la sua ira implacabile quanto il suo potere fosse irresistibile. Come se riuscisse a toccarlo nella parte più tenera, spaccandogli le redini con dolori acuti; forse erano dolori nefritici, quelli della pietra, che si trovano nella regione dei reni. Come se non avesse pietà in serbo per lui, non risparmia né diminuisce nulla dell'estremo. E come se non volesse ad altro che alla sua morte, e alla sua morte in mezzo ai più atroci supplizi: Egli versa il mio fiele sulla terra, come quando gli uomini hanno preso una bestia selvaggia e l'hanno uccisa, l'hanno aperta e hanno versato il fiele con disgusto per essa. Pensava che il suo sangue fosse stato versato, come se non solo non fosse prezioso, ma anche nauseante.

4. Come se fosse irragionevole e insaziabile nelle sue esecuzioni (Giobbe 16:14):

"Egli mi spezza con una breccia dopo l 'altra, mi segue con una ferita dopo l'altra".

Così vennero dapprima i suoi guai, mentre un messaggero di cattive notizie parlava un altro, e così era ancora: ogni giorno salivano nuovi foruncoli, così che egli non aveva alcuna prospettiva della fine dei suoi guai. Così pensò che Dio gli correva addosso come un gigante, davanti al quale non poteva stare o affrontare, come i giganti dell'antichità abbattevano tutti i loro poveri vicini ed erano troppo duri per loro. Nota: Anche gli uomini buoni, quando si trovano in grandi e straordinarie difficoltà, hanno molto da fare per non nutrire duri pensieri su Dio.

VII. Che si era spogliato di tutto il suo onore e di tutte le sue comodità, in conformità alle provvidenze afflittive che lo circondavano. Alcuni possono attenuare i propri problemi nascondendoli, tenendo la testa alta e facendo la faccia più bella che mai; ma Giobbe non poté farlo: ne ricevette le impressioni e, come un vero penitente e veramente paziente, si umiliò sotto la potente mano di Dio, Giobbe 16:15-16.

1. A questo punto depose tutti i suoi ornamenti e le sue vesti morbide, non si accorse né della sua comodità né della sua eleganza nel vestire, ma si cuciva un sacco sulla pelle; quegli abiti li riteneva abbastanza buoni per un corpo contaminato e intemperante come lui. Sete su piaghe, tali piaghe, pensava, sarebbero state inadatte; il sacco sarebbe più conveniente. Coloro che amano davvero l'abbigliamento allegro e che non saranno svezzati da esso dalla malattia e dalla vecchiaia e, come Giobbe (Giobbe 16:8), dalle rughe e dalla magrezza. Non solo indossò il sacco, ma lo cucì, come uno che ha deciso di continuare la sua umiliazione finché l'afflizione fosse continuata.

2. Non insistette su alcun punto d'onore, ma si umiliò sotto umilianti provvidenze: profanò il suo corno nella polvere e rifiutò il rispetto che si tributava alla sua dignità, potenza ed eminenza. Notate, quando Dio abbatte la nostra condizione, ciò dovrebbe abbattere il nostro spirito. Meglio gettare il corno nella polvere che sollevarlo in contraddizione con i disegni della Provvidenza e farlo spezzare alla fine. Elifaz aveva rappresentato Giobbe come alto e superbo, e non umiliato sotto la sua afflizione.

"No", dice Giobbe, "so cose migliori; La polvere è ora il posto più adatto per me".

3. Scacciò l'allegria come del tutto inopportuna e si mise a seminare in lacrime (Giobbe 16:16):

"Il mio volto è sporco di pianti così continui per i miei peccati, per il dispiacere di Dio contro di me e per la scortesia dei miei amici: questo ha portato un 'ombra di morte sulle mie palpebre.

Non solo aveva pianto tutta la sua bellezza, ma aveva quasi pianto a crepapelle. Anche in questo egli era un simbolo di Cristo, che era un uomo di dolore, e molto in lacrime, e dichiarò beati quelli che piangono, perché saranno consolati.

17 Ver. 17. fino alla Ver. 22.

Le condizioni di Giobbe erano molto deplorevoli; ma non aveva nulla che lo sostenesse, nulla che lo confortasse? Sì, e qui ci dice di cosa si trattava.

I. Aveva la testimonianza della sua coscienza per lui che aveva camminato rettamente e non si era mai permesso di commettere alcun peccato grave. Nessuno fu mai più pronto di lui a riconoscere i suoi peccati di infermità; ma, dopo la ricerca, non poté accusarsi di alcun crimine enorme, per il quale sarebbe stato reso più infelice degli altri uomini, Giobbe 16:17.

1. Aveva mantenuto una coscienza priva di offesa,

(1.) Verso gli uomini:

"Non per un'ingiustizia nelle mie mani, per una ricchezza che ho ingiustamente ottenuto o conservato".

Elifaz lo aveva rappresentato come un tiranno e un oppressore.

"No", dice, "non ho mai fatto del male a nessuno, ma ho sempre disprezzato il guadagno dell'oppressione".

(2.) Verso Dio: Anche la mia preghiera è pura; ma la preghiera non può essere pura finché c'è ingiustizia nelle nostre mani, == Isaia 1:15. Elifaz lo aveva accusato di ipocrisia nella religione, ma egli specifica la preghiera, il grande atto della religione, e professa che in quanto era puro, sebbene non da ogni infermità, tuttavia dal regnare e dal permettere l'astuzia: non era come le preghiere dei farisei, che non guardavano oltre per essere visti dagli uomini, e per servire un turno.

2. A questa affermazione della propria integrità egli risponde con una solenne imprecazione di vergogna e confusione a se stesso se non fosse vero, Giobbe 16:18.

(1.) Se c'era qualche ingiustizia nelle sue mani, desiderava che non fosse nascosta: O terra, non coprire il mio sangue, cioè,

"il sangue innocente di altri, che si sospetta io abbia versato".

L'omicidio verrà fuori; e

"Lasci fare", dice Giobbe, "se mai sono stato colpevole se lo ha fatto",

Genesi 4:10-11. Verrà il giorno in cui la terra rivelerà il suo sangue == (Isaia 26:21), e un uomo buono è ben lungi dal temere quel giorno.

(2.) Se c'era qualche impurità nelle sue preghiere, desiderava che non fossero accettate: Non ci sia posto per il mio grido. Egli era disposto ad essere giudicato secondo quella regola: Se considero l'iniquità nel mio cuore, il Signore non mi ascolterà, == Salmi 66:18. C'è un altro probabile senso di queste parole, che in questo modo, per così dire, egli pone la sua morte sui suoi amici, che gli hanno spezzato il cuore con le loro dure censure, e addebita su di loro la colpa del suo sangue, implorando Dio di vendicarlo e che il grido del suo sangue non abbia posto in cui giacere nascosto, ma potrebbe salire in cielo ed essere esaudito da colui che fa l'inquisizione per il sangue.

II. Poteva appellarsi all'onniscienza di Dio riguardo alla sua integrità, Giobbe 16:19. La testimonianza nel nostro petto per noi ci sarà di scarso aiuto se non abbiamo una testimonianza in cielo anche per noi; poiché Dio è più grande dei nostri cuori, e noi non siamo per lui i nostri giudici. Questo dunque è il trionfo di Giobbe, la mia testimonianza è nei cieli. Nota: È un conforto indicibile per un uomo buono, quando giace sotto la censura dei suoi fratelli, che ci sia un Dio in cielo che conosce la sua integrità e la chiarirà prima o poi. Vedi Giovanni 5:31,37. Questo testimone è invece di mille.

III. Aveva un Dio a cui rivolgersi, davanti al quale poteva aprire se stesso, Giobbe 16:20-21. Vedi qui,

1. Come si trovava il caso tra lui e i suoi amici. Non sapeva come essere libero con loro, né poteva aspettarsi né un udito equo con loro né un trattamento equo da parte loro.

"I miei amici (così si chiamano) mi disprezzano; si prefiggono non solo di resistermi, ma di smascherarmi; essi fanno consiglio contro di me e usano tutta la loro arte ed eloquenza"

(così significa la parola)

"per investirmi."

I disprezzi degli amici sono più taglienti di quelli dei nemici; ma dobbiamo aspettarcele e provvedere di conseguenza.

2. Come si frapponeva tra lui e Dio. Non dubitava che

(1.) Dio ora prese coscienza dei suoi dolori: il mio occhio versa lacrime a Dio. Aveva detto (Giobbe 16:16) che piangeva molto; qui ci dice in quale canale scorrevano le sue lacrime, e da che parte erano dirette. Il suo dolore non era quello del mondo, ma si rattristava secondo Dio, pianse davanti al Signore e gli offrì il sacrificio di un cuore spezzato. Nota: Anche le lacrime, quando sono santificate a Dio, danno sollievo agli spiriti turbati; e, se gli uomini disprezzano il nostro dolore, questo può confortarci, che Dio li consideri.

(2.) Che a tempo debito avrebbe chiarito la sua innocenza (Giobbe 16:21): Oh se uno potesse mendicare per un uomo presso Dio! Se solo ora poteva avere alla sbarra di Dio la stessa libertà che gli uomini hanno comunemente alla sbarra del magistrato civile, non dubitava che di portare avanti la sua causa, perché il giudice stesso era un testimone della sua integrità. Il linguaggio di questo desiderio è simile a quello di Isaia 50:7-8, So che non mi vergognerò, perché è vicino colui che mi giustifica. Alcuni danno un senso evangelico di questo versetto, e l'originale lo porterà molto bene; ed egli intercederà (cioè, c'è uno che intercede) per l'uomo presso Dio, sì, il Figlio dell'uomo per il suo amico, o prossimo. Coloro che versano lacrime davanti a Dio, anche se non possono perorare per se stessi, a causa della loro distanza e dei loro difetti, hanno un amico che intercede per loro, sì, il Figlio dell'uomo, e su questo dobbiamo fondare tutte le nostre speranze di essere accettati da Dio.

IV. Aveva una prospettiva di morte che avrebbe messo fine a tutti i suoi guai. Aveva una tale fiducia verso Dio che poteva provare piacere nel pensare all'avvicinarsi della morte, quando sarebbe stato determinato al suo stato eterno, come uno che non dubitava ma sarebbe stato bene per lui allora: Quando saranno venuti alcuni anni (gli anni del numero che sono determinati e assegnati a me), allora andrò per la via da cui non tornerò. Nota

1. Morire è andare per la via da cui non torneremo. È fare un viaggio, un lungo viaggio, un viaggio per il bene e per tutto, per trasferirsi da questo in un altro paese, dal mondo dei sensi al mondo degli spiriti. È un viaggio verso la nostra lunga casa; Non ci sarà alcun ritorno al nostro stato in questo mondo, né alcun cambiamento del nostro stato nell'altro mondo.

2. Dobbiamo tutti noi molto certamente, e molto brevemente, intraprendere questo viaggio; Ed è comodo per coloro che mantengono una buona coscienza pensarci, poiché è la corona della loro integrità.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 16

1 Capitolo 16

Giobbe rimprovera i suoi amici Giob 16:1-5

Rappresenta il suo caso come deplorevole Giob 16:6-16

Giobbe sostiene la sua innocenza Giob 16:17-22

Versetti 1-5

Elifaz aveva rappresentato i discorsi di Giobbe come poco proficui e non utili allo scopo; Giobbe qui dà al suo lo stesso carattere. Chi fa delle censure deve aspettarsi di vederle ribattute; è facile, è infinito, ma a cosa serve? Le risposte rabbiose fomentano le passioni degli uomini, ma non convincono mai i loro giudizi, né mettono in chiara luce la verità. Ciò che Giobbe dice dei suoi amici è vero per tutte le creature, in confronto a Dio; una volta o l'altra saremo costretti a vedere e ad ammettere che tutti loro sono dei miseri consolatori. Quando si è sotto la condanna del peccato, il terrore della coscienza o l'arresto della morte, solo lo Spirito benedetto può consolare efficacemente; tutti gli altri, senza di lui, lo fanno miseramente e senza alcun risultato. Qualunque siano le pene dei nostri fratelli, dovremmo, per simpatia, farle nostre; potrebbero presto diventarlo.

6 Versetti 6-16

Ecco una triste rappresentazione delle lamentele di Giobbe. Che motivo abbiamo di benedire Dio, se non ci lamentiamo in questo modo! Anche gli uomini buoni, quando si trovano in grandi difficoltà, si sforzano di non avere pensieri duri su Dio. Elifaz aveva rappresentato Giobbe come un uomo sereno e tranquillo: No, dice Giobbe, conosco cose migliori; la polvere è ora il posto più adatto per me". In questo ci ricorda Cristo, che fu uomo dei dolori e dichiarò beati coloro che piangono, perché saranno consolati.

17 Versetti 17-22

La condizione di Giobbe era molto deplorevole, ma aveva la testimonianza della sua coscienza che non si era mai permesso di commettere un peccato grave. Nessuno è mai stato più pronto a riconoscere i peccati di infermità. Elifaz lo aveva accusato di ipocrisia nella religione, ma lui specifica la preghiera, il grande atto di religione, e professa che in questo era puro, anche se non da ogni infermità. Aveva un Dio a cui rivolgersi, che non dubitava prendesse in considerazione tutti i suoi dolori. Coloro che versano lacrime davanti a Dio, pur non potendo difendere se stessi a causa dei loro difetti, hanno un Amico che li difende, il Figlio dell'uomo, e su di lui dobbiamo fondare tutte le nostre speranze di essere accettati da Dio. Morire significa imboccare una strada da cui non torneremo. Tutti noi dobbiamo intraprendere questo viaggio, molto certamente e molto presto. Il Salvatore non dovrebbe quindi essere prezioso per le nostre anime? E non dovremmo essere pronti a obbedire e a soffrire per amor suo? Se le nostre coscienze sono cosparse del suo sangue espiatorio e testimoniano che non stiamo vivendo nel peccato o nell'ipocrisia, quando andremo per la strada da cui non torneremo, sarà una liberazione dalla prigione e un ingresso nella felicità eterna.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 16

 

2 Molte cose del genere - Cioè, o cose adatte a provocare e irritare, o sentimenti che sono all'ordine del giorno. Non c'era niente di nuovo in quello che dicevano, e niente allo scopo.

Miseri consolatori - Confronta Giobbe 13:4. Erano venuti dichiaratamente a condogliarsi con lui. Ora, tutto quello che dicevano serviva solo a irritare e ad aggravare la sua angoscia. Era deluso; ed era profondamente ferito e addolorato.

3 Saranno vane parole? - Margine, come nelle parole ebraiche di vento; cioè parole prive di luce del pensiero, insignificanti. Questa è una replica su Eliphaz. Aveva incaricato Giobbe 15:2 di pronunciare solo tali parole. Tali forme di espressione sono comuni in Oriente. "La sua promessa, è solo vento." “Respiro, respiro: tutto respiro”. Roberts.

O che cosa ti incoraggia? - “ Cosa ti provoca o ti irrita, che rispondi in questo modo? Che cosa ho detto, che ha dato occasione a un simile discorso, un discorso così severo e scortese?" Il siriaco legge così: “non mi affliggete più con i discorsi; poiché se parli ancora, non ti risponderò».

4 Anch'io potrei parlare come te - Nella stessa maniera di rimprovero, e mettendo insieme vecchi proverbi e massime come hai fatto tu.

Se la tua anima fosse al posto della mia anima - Se tu fossi al mio posto. L'idea è che non c'è difficoltà nel trovare argomenti per sopraffare gli afflitti - una verità che la maggior parte delle persone che sono state sfortunate, hanno avuto l'opportunità di sperimentare.

Potrei accumulare parole contro di te - O, piuttosto, "Potrei mettere insieme parole contro di te". L'idea non è quella di ammucchiare o accumulare; è quello di legare insieme, o unire; e si riferisce qui a mettere insieme vecchie massime, seghe e proverbi, sotto forma di un argomento o discorso stabilito. L'idea di Giobbe è che i loro discorsi non fossero altro che antichi proverbi, messi insieme o messi insieme senza riguardo all'ordine, alla pertinenza o alla forza.

La parola ebraica usata qui ( חבר châbar ) significa legare, legare insieme, associare, essere confederato. Può essere applicato agli amici - uniti nell'amicizia; alle nazioni - unite in un'alleanza, ecc. Gesenius suppone che significhi qui che "farebbe una lega con le parole contro di loro"; ma quanto sopra sembra essere l'interpretazione più probabile. La Settanta lo rende, “allora potrei insultarti - ἐναλοῦμαι enaloumai - con le parole.

” Girolamo (Vulgata) “Ti consolerei con le parole e muoverei la testa su di te.” Il caldeo è come l'ebraico - חבר Chabar. Il dottor Good lo rende: "contro di te metterò insieme vecchi detti".

E scuoto la testa verso di te - Un'azione comune a tutti i paesi ea tutte le età, espressiva di disprezzo o di minaccia; confrontare Geremia 18:16; Lamentazioni 2:15; Sofonia 2:15; Matteo 27:39. Così Lucrezio II. 1163:

Jamque caput quassans grandis suspirat ararat

Crebrius incassum magnum cecidisse laborem.

Allo stesso modo Virgilio, Eneide XII. 292:

Tum quassanos caput, haec effudit pectore dicta.

Così, anche, Omero, Odissea ε e :

ας δὲ κάρη πρότι ὅν μυθήσατο μόν.

Kinēsas de karē proti hon muthēsato thumon.

Il significato di Giobbe qui è che avrebbe potuto facilmente esprimere disprezzo, rimprovero e disprezzo, come hanno fatto loro. Non richiedeva un talento insolito per farlo, e sentiva che sarebbe stato pienamente sufficiente per il compito.

5 (Ma io ti rafforzerei con la mia bocca Con ciò che esce dalla bocca: le parole.

E il movimento delle mie labbra - il mio parlare - implicava che sarebbe stato fatto in modo mite, gentile, gentile - in modo che le labbra sembrassero solo muoversi. Altri, invece, hanno dato una diversa interpretazione. Così, il Dr. Good lo rende:

“Con la mia stessa bocca ti vincerò,

finché il fremito delle mie labbra cadrà».

Ma l'interpretazione comune è da preferire. La parola resa "muoversi" ניד nı̂yd deriva da נוּד nûd - "muoversi", "agitare" e quindi denota "movimento". Denota qui il movimento delle labbra quando parliamo. Gesenius lo rende "consolazione", "conforto" - perché questo è espresso da un movimento della testa.

Dovrebbe alleviare il tuo dolore - La parola usata qui ( יחשׂך yachâśak ) significa propriamente "trattenere", "trattenere"; Giobbe 7:11. Qui è reso correttamente, nel senso che avrebbe trattenuto o controllato i loro dolori. In altre parole, li avrebbe sostenuti.

6 Sebbene io parli, il mio dolore non è placato - “ Ma per me, ora non fa differenza se parlo o taccio. Le mie sofferenze continuano. Se cerco di vendicarmi davanti alla gente, sono rimproverato; e altrettanto se taccio. Se mantengo la mia causa davanti a Dio, non mi serve a nulla, perché le mie sofferenze continuano. Se sto zitto e mi presento senza lamentarmi, sono la stessa cosa. Né il silenzio, né la discussione, né la supplica mi giovano davanti a Dio o agli uomini. Sono destinato a soffrire".

Cosa sono rilassato? - Margine. "Va da me". Letteralmente, "cosa succede da me?" Il senso è che non è servito a niente.

7 Ma ora mi ha stancato - Cioè, Dio ha esaurito le mie forze. Questo verso introduce una nuova descrizione delle sue sofferenze; e comincia con una dichiarazione dei guai che Dio aveva portato su di lui. La prima era che gli aveva tolto tutte le forze.

Tutta la mia compagnia - La parola resa “compagnia” ( עדה êdâh ) significa propriamente un'assemblea che si riunisce su appuntamento, oa orari stabiliti; ma qui è evidentemente usato nel senso della piccola comunità di cui Giobbe era capo e padre. La sensazione è che tutta la sua famiglia fosse stata distrutta.

8 E tu mi hai riempito di rughe - Noyes lo rende, "e mi hai afferrato, che è una testimonianza contro di me". Wemyss, "poiché mi hai legato con catene, i testimoni si fanno avanti". Bene, “e mi sono impedito di diventare testimone”. Lutero, "mi ha fatto "kuntzlich" (abilmente, artificialmente, astutamente) e rende testimonianza contro di me". Girolamo, “le mie rughe testimoniano contro di me.

"Settanta, "la mia menzogna è divenuta testimone e si è levata contro di me". Da questa varietà di spiegazioni si vedrà che questo passaggio non è di costruzione facile e scontata. La parola ebraica che è qui usata e resa, “mi hai riempito di rughe” ( תקמטני tı̂qâmaṭēnı̂y ), da קמט qâmaṭ - ricorre solo in un altro punto della Bibbia; Giobbe 22:16. È lì nella forma "Pual" e reso "sono stati abbattuti". Secondo Gesenius, significa afferrare, afferrare con le mani e risponde all'arabo "legare".

La parola in Chaldee ( קמט qamaṭ ) mezzi per rughe, o raccogliere le rughe; e si applica a tutto ciò che è "contratto" o ruvido. È applicato nella forma קימט qâymaṭ alla pupilla dell'occhio come "contratta", come nella dichiarazione in Derek 'Erets, c. 5, citato da Castell. “Il mondo è come l'occhio; dove l'oceano che circonda il mondo è bianco; il mondo stesso è nero; la pupilla è Gerusalemme, e l'immagine nella pupilla è il santuario.

Probabilmente la vera nozione della parola si trova nell'arabo. Secondo Castell, questo significa legare insieme i quattro piedi di una pecora o di un agnello, affinché possa essere ucciso; fasciare un neonato in fasce prima di metterlo in una culla; raccogliere cammelli in un gruppo o in una mandria; e quindi il sostantivo è usato per denotare una corda o corda ritorta di lana, o di foglie di palma, o le bende con cui è legato un bambino.

Questa idea non è in uso in ebraico; ma non ho dubbi che questo fosse il senso originale della parola, e che questo sia uno dei numerosi luoghi di Giobbe in cui si può far luce sul significato di una parola dal suo uso in arabo. La parola ebraica può essere applicata al "raccogliere" o "contrarre" il viso nelle rughe per età, ma qui non è questo il senso. Bisognerebbe esprimere l'idea “facendosi “tirare” dal dolore o dall'afflizione; per essere teso o compresso.

Il significato - è quello di “mettere insieme” - come i piedi di una pecora quando sono legati, o attorcigliarsi - come una corda; e l'idea qui è che Giobbe fu tirato fuori, compresso, legato dalle sue afflizioni - e che questo fosse un testimone contro di lui. La parola "compresso" si avvicina al senso come qualsiasi altra che abbiamo.

Che è un testimone contro di me - Cioè, “questo è un argomento contro la mia innocenza. Il fatto che Dio mi ha così compresso, incatenato e incatenato; che mi abbia legato come con una corda, come se fossi legato per il massacro, è un argomento su cui insistono i miei amici, e al quale si appellano, come prova della mia colpa. Non posso rispondere. Lo richiamano costantemente. È l'onere della loro dimostrazione, e come posso rispondere?" La posizione mentale qui è che poteva appellarsi a Dio per la sua rettitudine, ma queste afflizioni ostacolavano la sua discussione per la sua innocenza con i suoi amici.

Erano le "solite" prove del dispiacere di Dio, e non poteva benissimo affrontare l'argomento che ne era tratto nel suo caso, perché in tutte le sue proteste di innocenza c'erano queste afflizioni - le solite prove del dispiacere di Dio contro le persone - come prove contro di lui, alle quali si appellarono trionfalmente.

E la mia magrezza che sale in me - il Dr. Good lo rende "il mio calunniatore". Wemyss, “falsi testimoni”. Così Girolamo, “falsiloquo”. La Settanta lo rende, "la mia menzogna - τὸ ψευδός μου to pseudos mou - si leva contro di me". La parola ebraica ( כחשׁ kachash ) significa propriamente “menzogna, inganno, ipocrisia.

Ma non si può supporre che Giobbe ammettesse formalmente di essere un bugiardo e un ipocrita. Questo sarebbe stato per concedere l'intero punto in discussione. La parola, quindi, sembrerebbe, "deve" avere un altro senso. Il verbo כחשׁ kâchash è usato per denotare non solo "mentire", ma anche " deperire, fallire". Salmi 109:24 , "la mia carne "manca" di grasso.

L'idea sembra essere stata che una persona la cui carne era stata consumata dalla malattia, per così dire, "credette a se stessa"; oppure era una “falsa testimonianza” su se stesso; non dava "una giusta rappresentazione" di lui. Questo poteva essere ottenuto solo quando era in buona salute. Così, in Habacuc 3:17 , “la fatica dell'olivo” fallirà.

”” l'ebraico deve “mentire” o “ingannare”; cioè, smentirà se stesso o non si renderà giustizia; non deve fornire una rappresentazione equa di ciò che l'oliva è adatta a produrre. Quindi viene usata la parola Osea 9:2. Viene qui usato in questo senso, per denotare "la falsa apparizione di Giobbe" - il suo aspetto attuale - che non era una rappresentazione propria di se stesso; cioè la sua forma emaciata e ulcerata.

Questo, dice, era un "testimone" contro di lui. Era una delle prove a cui si appellavano, e lui non sapeva come rispondere. Di solito era una prova di dispiacere divino, e ora si rivolge solennemente e teneramente a Dio, e dice che aveva fornito questa testimonianza contro di lui - e ne fu sopraffatto.

9 Mi strappa nella sua ira - La lingua qui è tutta presa dalla ferocia delle bestie feroci; e l'idea è che il suo nemico era venuto su di lui come un leone afferra la sua preda. Rosenmuller, Reiske e alcuni altri suppongono che questo si riferisca a Dio. Cocceio lo riferisce a Satana. Schultens, il dottor Good e alcuni altri, a Eliphaz, come l'uomo principale tra i suoi avversari. Non ho dubbi che questo sia il vero riferimento. La connessione sembra esigere questo; e non dovremmo supporre che Giobbe addebiterebbe questo a Dio, a meno che non ci sia la prova più chiara.

L'intero passaggio è una descrizione del modo in cui Giobbe supponeva che i suoi amici lo avessero raggiunto. Dice che lo avevano attaccato come bestie feroci. Tuttavia bisogna ammettere che a volte attribuisce questi sentimenti a Dio, e dice che è venuto su di lui come un leone ruggente vedi Giobbe 10:16.

Chi mi odia - O meglio, "e mi perseguita, o è diventato mio avversario", perché così significa la parola usata qui ( שׂטם śâṭam ); vedi le note a Giobbe 30:21.

Digrigna contro di me con i suoi denti - Come fa un animale selvaggio inferocito quando sta per afferrare la sua preda. Una figura simile si verifica in Otway, nel suo "Orphan:"

- Per il falso del mio Castalio;

Falso come il vento, l'acqua o il tempo:

crudeli come le tigri sulla loro preda tremante:

Lo sento nel mio petto, mi strappa il cuore,

E ad ogni sospiro beve il sangue che zampilla.

E così Omero, quando descrive l'ira di Achille mentre si armava per vendicare la morte di Patroclo, cita tra gli altri segni d'ira il suo digrignare i denti:

οῦ καὶ ὀδόντων μὲν καναχὴ πέλε.

Tou kai odontōn men kanachē pele.

Iliade xix. 364.

Quindi Virgilio descrive il suo eroe come

furens animis, dentibus infrendens.

Eneide VIII. 228.

Il mio nemico aguzza i suoi occhi su di me - Guarda ferocemente; mi osserva attentamente - come un animale fa la sua vittima quando sta per afferrarlo. L'immagine è probabilmente tratta dallo sguardo intenso del leone quando sta per avventarsi sulla sua preda. “Sfreccia penetrante mi guarda; o mi guarda con occhio fiero e penetrante».

10 Mi hanno guardato a bocca aperta - Cambiando la forma dal singolare al plurale, e includendo "tutti" i suoi finti amici. Un tale cambiamento nel numero non è raro. La sua mente sembra essere passata dal particolare caso che stava contemplando, a "tutti" i suoi amici, e improvvisamente sentì che "tutti" lo avevano trattato allo stesso modo. Il significato è che, come bestie feroci, aprono la bocca per divorarmi.

Si sono riuniti - Sono entrati in una cospirazione e hanno "accettato" di opporsi a me. Sono uniti in questa cosa e tutti si sentono e agiscono allo stesso modo.

11 Dio mi ha liberato - Margine "zittimi". Il significato è che Dio lo aveva affidato alle loro mani come prigioniero o prigioniero. Avevano il potere su di lui di fare ciò che volevano.

Agli empi - Nelle mani dei malvagi - significa senza dubbio i suoi amici dichiarati.

E mi capovolse - La parola usata qui (da ירט yârat ) significa gettare la testa a lungo, precipitare, abbattere. Qui significa "mi ha gettato a capofitto nelle mani degli empi".

12 Ero a mio agio - ero in uno stato di felicità e sicurezza. La parola qui usata ( שׁלו shâlêv ) significa talvolta essere “a proprio agio” in senso improprio; cioè, essere in uno stato di "sicurezza carnale", o vivere indifferenti nel peccato ( Ezechiele 23:42; confronta Proverbi 1:32 ); ma qui è usato nel senso di comodità. Aveva tutto ciò che desiderava intorno a sé.

Ma mi ha fatto a pezzi, mi ha schiacciato.

Mi ha anche preso per il collo - Forse come un animale fa la sua preda. Abbiamo visto tutti i cani afferrare la preda in questo modo.

E mi preparò per il suo marchio - Cambiando la figura, e dicendo che Dio aveva diretto le sue frecce contro di lui; così Geremia, Lamentazioni 3:12 :

ha teso il suo arco,

E impostami come un segno per la freccia.

13 I suoi arcieri - Non viene da solo a spararmi; ha impiegato una compagnia di arcieri, che dirigono anche le “loro” frecce contro di me. La parola usata qui רב rab significa propriamente "molto, grande", grande; e si applica a ciò che è potente o potente. Non è usato da nessun'altra parte nel senso di "arcieri" e potrebbe essere reso "i suoi molti"; cioè, le sue schiere, schiere o eserciti.

Ma poiché tutte le versioni antiche lo rendono "frecce" o "arcieri", probabilmente quel senso deve essere mantenuto. Si fa qui allusione a coloro che sostenevano di essere amici di Giobbe, ma che ora mostravano alla sua apprensione che erano semplicemente tiratori scelti sotto il controllo di Dio, per aggravare i suoi guai.

Fece a pezzi le mie redini - Con le sue frecce. Mi penetrano abbastanza.

Versa il mio fiele - La parola "fiele" significa "bile" - il fluido amaro verde giallastro secreto nel fegato. Una figura simile si verifica in Lamentazioni 2:11 , "Il mio fegato è versato sulla terra". Tra i poeti pagani, inoltre, il “fegato” è rappresentato come trafitto, e come sangue che sgorga.

Così, Aesch. Agamo. 442: πρὸς ἧπαρthinganei pros hēpar. Così anche 801: Δῆγμα λύπης ἐφ ̓ ἧπαρ προσικνεἴται Dēgma lupēs eph' hēpar prosikneitai. Così nell'Iliade, XIII. 412, xx. 469, 470. Il significato qui è: “Sono trafitto da una ferita mortale e devo morire. Dio è venuto su di me come un uomo armato e ha trafitto le mie viscere».

14 Mi spezza - Mi schiaccia.

Con breccia su breccia - Rinnova e ripete l'attacco, e così mi travolge completamente. Un colpo segue l'altro in così rapida successione, che non mi dà il tempo di riprendermi.

Corre su di me come un gigante - Con grande e irresistibile forza - come un guerriero forte e potente a cui il suo avversario non può resistere. L'ebraico è גבור gı̂bbôr - "un potente". Settanta, "I potenti - δυνάμενοι dunamenoi - corrono su di me". Vulgata, " gigas " - un gigante.

15 Ho cucito il cilicio, ho indossato le insegne dell'umiliazione e del dolore; vedere le note in Isaia 3:24. Questo era il solito emblema del lutto. Per esprimerlo più profondamente, o per renderlo un memoriale "permanente" del dolore, sembrerebbe che sia stato "cucito" attorno al corpo - come "cuciamo" il crespo sul cappello.

E contaminato il mio corno nella polvere - La parola resa "contaminata" (da עלל âlal ) ha, secondo Gesenius, la nozione di "ripetizione", derivata dall'uso della parola araba. L'arabo significa, bere di nuovo, cioè dopo un precedente sorso; e poi, da bere a fondo. Quindi, la parola si applica a qualsiasi azione che si ripete, come al secondo colpo da cui viene ucciso uno già colpito; ad un post-raccolta, o alla spigolatura nei campi.

Qui Gesenius suppone che significhi "maltrattare", "abusare"; e l'idea secondo lui è che aveva coperto tutta la sua testa nella polvere. La parola "corno" è usata nelle Scritture per indicare forza e potenza. La figura è tratta da animali con le corna, la cui forza risiede nelle loro corna; e quindi, poiché il corno è il mezzo di difesa, la parola viene a denotare ciò su cui si fa affidamento; la sua forza, onore, dignità. Un corno, fatto di "argento", veniva anche indossato come ornamento, o come emblema, sulla fronte delle donne o dei guerrieri.

Probabilmente all'inizio era usato dai guerrieri come simbolo di "potere, autorità" o "forza"; e l'idea era senza dubbio derivata dal fatto che la forza degli animali si vedeva risiedere nel corno. Poi divenne un semplice ornamento, e come tale è ancora usato nelle vicinanze del Monte Libano. Le usanze orientali non subiscono quei cambiamenti che sono così comuni nel mondo occidentale, ed è possibile che questa usanza prevalse al tempo di Giobbe.

Il “corno” era solitamente indossato dalle femmine; è anche una parte dell'ornamento sulla testa di un maschio, e come tale sarebbe considerato senza dubbio un emblema d'onore. L'usanza è prevalente al giorno d'oggi tra i Drusi del Libano, la cavalleria egiziana e in alcune parti della Russia confinanti con la Persia. Il dottor Macmichael, nel suo “Viaggio”, dice: “Una delle parti più straordinarie dell'abbigliamento delle loro femmine (Druso del Libano), è un corno d'argento, a volte tempestato di gioielli, indossato sulla testa in varie posizioni, “ distinguendo le loro diverse condizioni”.

Una donna sposata lo fa apporre sul lato destro della testa, una vedova a sinistra, e una vergine è indicata dal fatto che è posta sulla stessa corona. Sopra questa proiezione d'argento viene gettato il lungo velo, con il quale nascondono così completamente i loro volti da raramente avere più di un occhio visibile. Il corno indossato dalle femmine è un tubo conico, lungo circa dodici pollici. Il colonnello Light cita il corno della moglie di un emiro, fatto d'oro e tempestato di pietre preziose.

I corni sono indossati dai capi abissini nelle rassegne militari, o in parata dopo una vittoria. Sono molto più corti di quelli delle femmine, e hanno circa le dimensioni e la forma di un lume di candela, fissato da un robusto filetto alla testa, che spesso è di metallo; non si rompono facilmente. Questo tipo speciale di corno è senza dubbio il tipo fatto dal falso profeta Sedecìa per Acab, al quale disse, quando Acab stava per attaccare il nemico: "Con questi spingerai i Siri, finché non li avrai sconfitti". 1Re 22:11 ; 2 Cronache 18:10; confronta Deuteronomio 33:17. L'idea qui è che qualunque cosa costituisse una volta la fiducia o la gloria di Giobbe, ora era completamente prostrata. Era come se fosse sepolto nella terra.

16 La mia faccia è sporca di pianto - Wemyss, "gonfio". Sì, "rosso". Buono, "appannato". Lutero, “ist geschwollen” - è gonfio. Quindi Girolamo. La Settanta, stranamente, ἡ γαστήρ μον συνκέκαυται, κ. . . gastēr mou sunkekautai, ecc. “il mio ventre è bruciato dal pianto.

La parola ebraica ( חמר châmar ) significa bollire, fermentare, schiumare. Quindi, significa essere rosso, e la parola è spesso usata in questo senso in arabo - dall'idea di diventare riscaldato o infiammato. Qui probabilmente significa o essere "gonfiato", come fa qualsiasi cosa che "fermenta", o essere "rosso" come se "riscaldato" - il solito effetto del pianto. L'idea di essere "contaminato" non è nella parola.

E sulla mia palpebra; è l'ombra della morte - Sul significato della parola resa “ombra della morte”, vedi le note a Giobbe 3:5. Il significato è che l'oscurità gli copriva gli occhi e sentiva che stava per morire. Una delle solite indicazioni dell'avvicinarsi della morte è che la vista viene meno e tutto sembra essere buio.

Quindi, Omero descrive così spesso la morte con la frase "e l'oscurità gli coprì gli occhi"; o la forma “una nuvola di morte gli coprì gli occhi” - θανάτου νέφος ὄσσε ἐκάλυψη thanatou nephos osse ekalupsē. L'idea qui è che ha sperimentato le indicazioni di avvicinarsi alla morte.

17 Non per nessuna ingiustizia... - Continuando a sostenere che non merita i suoi dolori, e che queste calamità non gli erano venute addosso a causa di peccati enormi, come credevano i suoi amici.

La mia preghiera è pura - La mia devozione; la mia adorazione di Dio non è ipocrita, come sostengono i miei amici.

18 O terra - Nelle Scritture non sono rari gli appelli appassionati alla terra; vedere le note in Isaia 1:2. Tali appelli indicano una profonda emozione e sono tra le forme di personificazione più animate.

Non coprire il mio sangue - Il sangue qui sembra indicare il torto che gli è stato fatto. Egli paragona la sua situazione a quella di chi è stato assassinato, e invita la terra a non nascondere il delitto, e prega che le sue ferite non siano nascoste, o non restino vendicate. Aben Ezra, il dottor Good e alcuni altri, tuttavia, suppongono che si riferisca al sangue versato "da" lui, e che l'idea è che avrebbe fatto rivelare alla terra qualsiasi sangue se ne avesse mai versato; o in altre parole, che è una forte protesta della sua innocenza.

Ma la prima interpretazione sembra accordarsi meglio con la connessione. È l'esclamazione del sentimento profondo. Parla come un uomo che sta per morire, ma dice che morirà da innocente e molto ferito, e prega appassionatamente che la sua morte non resti vendicata. Dio lo aveva schiacciato e i suoi amici gli avevano fatto un torto, e ora implora ardentemente che il suo carattere possa ancora essere rivendicato.

“Secondo il detto degli Arabi, il sangue di colui che fu ingiustamente ucciso rimase sulla terra senza affondarvisi; fino a quando non venne il vendicatore del sangue. Era considerato una prova di innocenza». Eichhorn, “in loc” Che ci sia molta irriverenza in tutto questo, credo, debba essere ammesso. Non è un linguaggio da imitare. Ma non è più irriverente e sconveniente di quanto spesso accade, ed è progettato per mostrare ciò che il cuore umano "volerà" esprimere quando gli sarà permesso di esprimere i suoi veri sentimenti.

E lascia che il mio grido non abbia posto - Fa che non sia nascosto o celato. Nulla impedisca al mio grido di salire al cielo. Il significato è che Giobbe desiderava che le sue solenni dichiarazioni di innocenza andassero all'estero. Desiderava che tutti potessero ascoltarlo. Ha invitato le nazioni e il cielo ad ascoltare. Ha fatto appello all'universo. Desiderava che la terra non nascondesse la prova dei suoi torti e che il suo grido non fosse confinato o limitato da alcun limite, ma che potesse diffondersi in modo che tutti i mondi potessero udire.

19 La mia testimonianza è in cielo - Cioè, posso fare appello a Dio per la mia sincerità. Lui è il mio testimone; e ne recherà testimonianza per me. Questa è una prova del ritorno della fiducia in Dio, alla quale Giobbe ritorna sempre anche dopo le espressioni più appassionate e irriverenti. Tale è la sua vera fiducia in Dio, che sebbene a volte sia tradito in espressioni di impazienza e irriverenza, tuttavia è sicuro di tornare a visioni più calme e di mostrare che ha vera fiducia nell'Altissimo.

La forza, il potere e il punto delle sue espressioni di passione e impazienza sono contro i suoi "amici"; ma "a volte" terminano su Dio, come se anche lui fosse alleato con loro contro di lui. Ma aveva ancora una fiducia "permanente" o "permanente" in Dio.

Il mio record è alto - Margine "nei posti alti". Significa, in paradiso. Lutero rende questo, und der mich kennet, ist in der Hohe - e colui che mi conosce è in alto. L'ebraico è שׂהדי śâhêdı̂y - "il mio testimone"; propriamente un testimone oculare. Il significato è che poteva appellarsi a Dio come testimone della sua sincerità.

20 I miei amici mi disprezzano - Margin "sono i miei disprezzi". Cioè, i suoi amici lo deridevano e lo schernivano, e lui poteva solo appellarsi a Dio con le lacrime.

Il mio occhio versa lacrime a Dio - Disprezzato e deriso dai suoi amici, ha rivolto il suo appello a qualcuno che sapeva lo avrebbe guardato con compassione. Ciò dimostra che il cuore di Giobbe aveva sostanzialmente ragione. Nonostante tutte le sue appassionate esclamazioni; e malgrado le sue espressioni, quando era spinto dai suoi dolori a dar sfogo a sentimenti sconvenienti nei confronti di Dio; tuttavia aveva una ferma fiducia in lui, e tornava sempre ai giusti sentimenti e punti di vista. Il cuore a volte può sbagliare. La migliore delle persone a volte può esprimere sentimenti impropri. Ma torneranno a visioni giuste e alla fine dimostreranno una fiducia incrollabile in Dio.

21 Oh che si possa supplicare per un uomo - Una resa più corretta di questo sarebbe: "Oh che potrebbe essere per un uomo contendersi con Dio;" cioè in una controversia giudiziaria. È l'espressione di un sincero desiderio di portare subito la sua causa davanti a Dio e di poterla discutere lì. Questo desiderio Giobbe aveva spesso espresso; vedi Giobbe 13:3 , nota; Giobbe 13:18 , note. Sulla costruzione grammaticale del brano, vedi Rosenmuller.

Come un uomo supplica per il suo prossimo - ebraico "il figlio dell'uomo"; cioè la progenie dell'uomo. O meglio, come un uomo contende con il suo prossimo; come un uomo può portare avanti una causa con un altro. Desiderava portare la sua causa direttamente davanti a Dio, e avere il permesso di discutere la causa con lui, come si può sostenere una discussione con un uomo; vedi le note a Giobbe 13:20.

22 Quando saranno passati alcuni anni - Margine "anni di numero"; cioè anni numerati o pochi anni. La stessa idea è espressa in Giobbe 7:21; vedere le note in quel luogo. L'idea è che deve morire presto. Desiderava dunque, prima di scendere nella tomba, portare la sua causa davanti a Dio, e avere, come non dubitava di dover avere, l'attestazione divina a suo favore; confrontare le note a Giobbe 19:25.

Ora era sopraffatto da calamità e rimproveri, e stava per morire in queste condizioni. Non voleva morire così. Desiderava che i rimproveri fossero cancellati e che il suo carattere potesse essere chiarito e reso giusto. Credeva sicuramente che se gli fosse stato permesso di portare la sua causa direttamente davanti a Dio, avrebbe potuto rivendicare il suo carattere, e ottenere il verdetto divino in suo favore; e se l'avesse ottenuto, non era disposto a morire.

È l'espressione del desiderio di ogni uomo, che il suo sole non tramonti sotto una nuvola; che qualunque aspersione possa poggiare sul suo carattere possa essere spazzata via; e che il suo nome, se mai ricordato quando è morto, possa rimanere intatto fino ai tempi futuri, ed essere tale che i suoi amici possano ripeterlo senza arrossire.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 16

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 16

Questo capitolo e il seguente contengono la risposta di Giobbe al precedente discorso di Elifaz, in cui si lamenta della conversazione dei suoi amici, come inutile, scomoda, vana, vuota e senza alcun fondamento, Giobbe 16:1-3 ; e intima che se fossero nel suo caso e nelle sue circostanze, si comporterebbe in un altro modo verso di loro, non deridendoli di loro, ma confortandoli, Giobbe 16:4,5 ; sebbene tale fosse la sua infelice sorte, che, sia che parlasse o tacesse, era più o meno lo stesso; non c'era nesso nel suo dolore, Giobbe 16:6 ; perciò si rivolge a Dio e parla a lui e di ciò che gli aveva fatto, sia alla sua famiglia che a se stesso; le quali cose, poiché provavano la realtà delle sue afflizioni, furono usate dai suoi amici come testimoni contro di lui, Giobbe 16:7,8 ; e poi entra in un dettaglio dei suoi guai, sia per mano di Dio che dell'uomo, per muovere la compassione divina e la pietà dei suoi amici, Giobbe 16:9-14 ; che gli causò grande dolore e angoscia, Giobbe 16:15,16 ; tuttavia afferma la propria innocenza, e si appella a Dio per la verità di essa, Giobbe 16:17-19 ; e si rivolge a lui, e desidera che la sua causa sia perorata con lui, Giobbe 16:20,21 ; e conclude con il senso che aveva della brevità della sua vita, Giobbe 16:22 ; il quale sentimento è ampliato nel capitolo seguente

Versetto 1. Allora Giobbe rispose e disse.] Appena Elifaz ebbe finito di parlare, Giobbe si alzò e rispose come segue

2 Versetto 2. Ho sentito molte cose del genere,

Come hanno detto quelli di cui Elifaz ha parlato, riguardo alla punizione degli uomini malvagi; molti esempi di questo genere gli erano stati riferiti dai suoi precettori e dai suoi genitori, e che essi avevano avuto dai loro, così come Elifaz aveva avuto dai suoi; e aveva sentito dire queste cose, o cose simili, "molte volte" dall'una all'altra, come le interpreta Ben Gersom; o "spesso", come la versione latina della Vulgata, sì, li aveva uditi dire dai suoi amici molte cose di questo genere; così che non c'era nulla di nuovo consegnato, nient'altro che ciò che era "crambe millies cocta", la stessa cosa più e più volte; tanto che non solo era inutile e inutile, ma nauseante e sgradevole, ed era ben lungi dal portare con sé alcuna convinzione, o dal dare peso e influenza a lui; che egli lo ascoltava soltanto, e questo era tutto, e scarsamente con pazienza, essendo del tutto inapplicabile a lui: che gli uomini malvagi fossero puniti per i loro peccati, non lo negava; e che anche gli uomini buoni fossero afflitti, era un caso molto chiaro; e che né il bene né l'odio, né l'interesse per il favore di Dio o no, non erano conosciuti da queste cose; né si poteva trarre una conclusione del genere, che perché Giobbe era afflitto, che quindi era un uomo cattivo:

miserabili consolatori [sono] tutti voi; I suoi amici vennero a confortarlo, e senza dubbio erano sinceri nelle loro intenzioni; Presero metodi, come pensavano, adatti a rispondere a un tale fine; ed erano così ottimisti da pensare che le loro consolazioni fossero le consolazioni di Dio, secondo la sua volontà; e si rimproverò duramente a Giobbe per aver dato l'impressione di disprezzarli, Giobbe 15:11 ; a cui Giobbe qui può avere rispetto; ma erano così lontani dall'amministrare la consolazione divina, che non erano affatto e peggio di nessuno; invece di dargli conforto, ciò che dicevano aumentava la sua afflizione e la sua afflizione; Erano, come si può tradurre, "consolatori di afflizione", o "confortatori fastidiosi", che è ciò che i retori chiamano un ossimoro; ciò che dicevano, invece di sollevarlo, gli poneva addosso pesi e forti pressioni che non poteva sopportare; suggerendo che le sue afflizioni erano dovute a qualche enorme crimine e peccato segreto di cui egli viveva commettendo; e che egli non era altro che un ipocrita: e a meno che non si pentisse e non si ravvedesse, non poteva aspettarsi che le cose sarebbero andate meglio per lui; e questo era il sentimento di tutti loro: così per le persone sotto un senso di peccato, e angosciati per la salvezza delle loro anime, i predicatori legali sono miserabili consolatori, che li mandano a una legge che convince, condanna e maledice, per sollievo; ai loro doveri di obbedienza ad esso per la pace, il perdono e l'accettazione presso Dio; che disprezzano la grazia di Dio nella salvezza dell'uomo e gridano le opere degli uomini; che mettono da parte la persona, il sangue e la giustizia di Cristo, la consolazione d'Israele, e lasciano fuori lo Spirito di Dio il Consolatore nei loro discorsi; e in verità tutto ciò che si può dire, o dire, oltre alla consolazione che scaturisce da Dio per mezzo di Cristo, attraverso l'applicazione dello Spirito, non significa nulla; poiché se si potesse avere qualche conforto da un altro, egli non sarebbe, come viene chiamato, il Dio di ogni conforto; tutte le creature e i suoi godimenti, anche i migliori, sono cisterne rotte, e come i ruscelli ingannevoli a cui Giobbe paragona i suoi amici, Giobbe 6:15, che deludono quando si suscitano su di loro aspettative di conforto

3 Versetto 3. Le parole vane avranno una fine?

O "parole del vento", parole vuote e vane, grandi parole di vanità che si gonfiano, semplici bolle che sembrano grandi e non hanno nulla in sé; qui Giobbe ribatte ciò che Elifaz aveva insinuato riguardo a lui e alle sue parole, Giobbe 15:2,3 ; e lascia intendere che tali discorsi inutili dovrebbero avere una fine, e una rapida fine, e non essere portati avanti fino a un certo punto, essi non lo sopportano; e vorrebbe che fossero finiti, per non poterne più sentire; e suggerisce che era debole e sciocco in loro continuarli; che se non potevano parlare per uno scopo migliore, sarebbe stato meglio tacere:

O che cosa ti incoraggia perché tu risponda? Quando gli uomini sono impegnati in una buona causa, hanno la verità dalla loro parte e sono forniti di argomenti sufficienti per difenderla, ciò li anima e li incoraggia a levarsi in difesa di essa, e a rispondere ai loro avversari, e a rispondere quando ce n'è l'occasione; ma Giobbe non riusciva a immaginare che cosa avrebbe incoraggiato e incoraggiato Elifaz a rispondere di nuovo, quando era stato sufficientemente confutato; quando la sua causa era cattiva, e non aveva forti ragioni da produrre per rivendicarla; o "che cosa ti ha esasperato" o "provocato" a rispondere? qui sembra che Giobbe abbia creduto di non aver detto nulla di irritante, sebbene sia noto che l'avesse fatto, tali erano il suo dolore e i suoi guai; ed era così sicuro di essere nel giusto, che le parole e le espressioni dure e severe che aveva usato non erano ritenute da lui superiori ai limiti dovuti, come Giobbe 12:2,3 13:2,4

4 Versetto 4. Anch'io potrei parlare come voi,

Parole grosse, con un tono così alto, con un collo così duro, e con altrettanta alterigia e alterigia; o "dovrei parlare come fai tu"? che non dovrei, né penseresti che dovrei, se tu fossi nel mio caso; o, stando così le cose, "parlerei come fai tu"? no, non lo farei, la mia coscienza non mi permetteva:

se la tua anima fosse al posto della mia anima; nello stesso stato e condizione afflitta, nello stesso caso e circostanze angosciate; non che lo desiderasse, come alcuni rendono le parole, perché un uomo buono non augura il male a un altro; solo egli suppone questo, poiché era un caso supponibile, e non impossibile che fosse un fatto, un tempo o l'altro, in questo stato di incertezza e di cambiamento; Tuttavia è giusto mettere noi stessi nel caso degli altri nella nostra immaginazione, affinché possa essere considerato nel giusto punto di vista, in modo da poter giudicare meglio come dovremmo scegliere di essere trattati noi stessi in tali circostanze, e così insegnarci a fare ciò agli altri come avremmo fatto a noi stessi:

Potrei accumulare parole contro di te; parlami più velocemente di te, e ti trafigge con un gran torrente di parole; Giobbe aveva una grande scioltezza, parlava molto nel suo stato afflitto, troppo come pensavano i suoi amici, che lo rappresentavano come un uomo che parlava in una moltitudine di parole, e come un uomo molto loquace, Giobbe 8:2 11:2 ; e che cosa avrebbe potuto fare, se fosse stato in salute, e in condizioni prospere come prima? avrebbe potuto muovere molte accuse e accuse contro di loro, come essi avevano fatto contro di lui; o "accumulerei parole contro di te?" o "dovrei?" ecc.; no, non sarebbe mio dovere, né lo farei; l'umanità e il buon senso non me lo avrebbero mai permesso; ma, al contrario, "mi sarei unito a te", in modo sociale, libero e familiare, in parole, in un incontro amichevole con te, affinché le parole possano essere lette e parafrasate; Sarei venuto a farti visita, e mi sarei seduto accanto a te, e avrei avuto una conversazione gentile e compassionevole con te sul tuo caso e sulla tua condizione, e avrei fatto tutto il possibile per confortarti; Avrei inquadrato e composto (come significa la parola usata) un discorso prestabilito di proposito; Avrei cercato tutte le parole accettabili e le avrei messe insieme nel miglior modo possibile per te; se avessi avuto la lingua dei dotti, ne avrei fatto uso, per dirti una parola a suo tempo.

e scuoto la mia testa verso di te; per mezzo del disprezzo e della derisione, cioè, avrebbe potuto farlo bene come loro; scuotere la testa è usato in segno di disprezzo, Salmi 22:8 Lamentazioni 2:15 ; o "vorrei", o "dovrei scuotere la testa davanti a te" se nel mio caso? no, non lo farei; poiché non avrei dovuto, avrei disdegnato di averlo fatto; o il senso potrebbe essere, "Avrei scosso la testa davanti a te", in un modo di pietà, lamentandosi, lamentandosi, e, condogliando il tuo caso; vedi Giobbe 42:11 Naum 3:7

5 Versetto 5. [Ma] io ti rafforzerei con la mia bocca,

Consolateli con le parole della sua bocca; così Dio rafforza il suo popolo con la forza nelle loro anime, quando risponde loro con parole buone e confortanti; un angelo rafforzò Cristo come uomo quando era in agonia, confortandolo, suggerendogli cose comode; così un santo possa rafforzare e confortare un altro quando è nell'angoscia, sia nell'anima che nel corpo; vedi Salmi 138:3; Luca 22:43,32 ; e così Giobbe aveva rafforzato e confortato gli altri, con le sue parole di un tempo, come Elifaz stesso riconosce, Giobbe 4:3,4 e così avrebbe fatto di nuovo, se ci fosse stato un cambiamento nelle sue circostanze, e gli oggetti presentati:

e il movimento delle mie labbra dovrebbe placare [il tuo dolore]: le parole pronunciate da lui, che sono fatte mediante il movimento delle labbra, dovrebbero essere tali da avere la tendenza a placare il dolore, a fermare, a trattenere, a proibire e a diminuire il dolore, almeno perché non prorompa in modo stravagante e superi i limiti, e che i suoi amici non fossero inghiottiti da troppo dolore

6 Versetto 6. Anche se parlo, il mio dolore non è placato,

Benché parlasse a Dio in preghiera e implorasse di attenuare i suoi dolori, non ottenne alcun sollievo; e sebbene parlasse a se stesso in soliloqui, il suo dolore non era represso né diminuito; non potrebbe dare conforto a se stesso nel caso presente, anche se potrebbe farlo ad altri in circostanze simili, se le sue fossero cambiate;

e [sebbene] mi trattenga dal parlare, taca e non dica nulla,

cosa mi facilita? O "Che cosa mi va da me"? Niente del mio dolore o del mio dolore; a volte un uomo che parla dei suoi guai ai suoi amici dà sfogo al suo dolore, e si sente un po' tranquillizzato; e d'altra parte, tacendo su di esso, lo dimentica, e se ne va; ma in nessuno di questi modi Giobbe poteva essere liberato. O può darsi che la sua sensazione, quando parlava della sua afflizione, e cercava di rivendicare il suo carattere, era rappresentato come un uomo impaziente e passionale, se non come blasfemo, così che il suo dolore era piuttosto accresciuto che alleviato; e se taceva, ciò veniva interpretato come una coscienza della sua colpa; cosicché, per quanto volesse, era lo stesso, non poteva trovare né agio né conforto

7 Versetto 7. Ma ora mi ha stancato,

O "mi ha stancato", cioè "il mio dolore", come può essere fornito da Giobbe 16:6 ; o piuttosto Dio, come appare dalla frase successiva, e dal versetto seguente, dove è manifestamente rivolto a lui; che affliggendolo lo aveva reso stanco del mondo, e di tutte le cose in esso, anche della sua stessa vita, Giobbe 10:1 ; Le sue afflizioni erano così pesanti su di lui, e lo premevano così forte, che la sua vita era un peso per lui; erano più pesanti della sabbia del mare, e la sua forza non era pari a loro; riusciva a malapena a trascinarsi, era pronto ad affondare e a sdraiarsi sotto il loro peso:

tu hai reso desolata tutta la mia compagnia, o "congregazione"; la congregazione dei santi che si riuniva nella sua casa per il culto religioso, come alcuni pensano, che ora a causa della sua afflizione era stata spezzata, che Elifaz aveva chiamato una congregazione di ipocriti, Giobbe 15:34 ; passaggio a cui Giobbe può avere rispetto; o piuttosto la sua famiglia, i suoi figli, che gli furono tolti: dicono i Giudei: "Dieci persone in ogni luogo formano una congregazione; questo era solo il numero dei figli di Giobbe, sette figli e tre figlie; o forse egli ha rispetto per i suoi amici, che venivano a fargli visita, i quali erano come commossi e stupefatti alla vista di lui e delle sue afflizioni, come la parola è tradotta da alcuni, e che si sono allontanati da lui, non gli erano amichevoli, né gli hanno dato alcun conforto, così che erano come se non ne avesse, o peggio

8 Versetto 8. E tu mi hai riempito di rughe,

Non per la vecchiaia, ma per l'afflizione, che aveva affondato la sua carne e fatto solchi in lui, così che sembrava più vecchio di quanto non fosse, e per questo fu invecchiato prima del tempo; vedi Lamentazioni 3:4 ; poiché questo si deve intendere del suo corpo, poiché quanto alla sua anima, che per la grazia di Dio e la giustizia di Cristo, era senza macchia né ruga, né alcuna cosa del genere.

[che] è un testimone [contro di me]; come fu migliorato dai suoi amici, che rappresentavano le sue afflizioni come prove e testimonianze del suo essere un uomo cattivo; sebbene queste rughe fossero per lui testimoni, come può essere ben fornito, che egli era veramente un uomo afflitto.

e la mia magrezza che sale in me; le sue ossa si alzavano e si stagliavano, e avevano appena nulla su di esse se non la pelle, essendo la carne scomparsa.

rende testimonianza alla mia faccia; apertamente, manifestamente, alla piena convinzione; non che fosse un uomo peccatore, ma un uomo afflitto; Elifaz non aveva motivo di parlare a Giobbe del fatto che un uomo malvagio era coperto di grasso, e di colli di grasso sui fianchi, Giobbe 15:27 ;

9 Versetto 9. Egli mi strazia nella sua ira, chi mi odia,

Con chi non si intende Satana, come Jarchi, sebbene sia nemico e odiatore dell'umanità, specialmente degli uomini buoni; né Elifaz, come altri, che si erano avventati su Giobbe con grande ira e furore, facendo a pezzi il suo carattere, cosa che Giobbe attribuiva al suo odio per lui; ma dal contesto risulta piuttosto che si intende Dio stesso, di cui Giobbe aveva ora un'idea e un'apprensione errate; prendendolo per suo nemico, essendo trattato da lui, come pensava, come se avesse un'avversione per lui e un odio per lui; mentre Dio non odia nessuna delle sue creature, essendo la sua progenie, e l'oggetto della sua tenera cura, e provvidenziale riguardo: infatti il peccato gli è odioso, e rende gli uomini odiosi ai suoi occhi, ed egli odia tutti gli operatori di iniquità, e quelli che ha superato, quando ha scelto gli altri; sebbene si dica che erano odiati da lui come lo era Esaù, tuttavia non con un odio positivo ma negativo; cioè, non sono amati da lui; e considerati come persone profane ed empie, e come tali predestinati alla condanna; perché si può dire che il peccato è odiato, ma gli uomini buoni non lo sono mai; Gli eletti di Dio, i suoi figli e le persone speciali, sono gli oggetti del suo amore eterno; e sebbene possa essere adirato con loro e mostrare un po' di rabbia apparente verso di loro, tuttavia non li odia mai; L'odio e l'amore sono opposti come possono esserlo due cose qualsiasi; e in verità, a rigor di termini, non c'è né ira né furia in Dio verso il suo popolo; sebbene lo meritino, non vi sono nominati, ma ne sono liberati da Cristo; e né questo né alcuno dei suoi effetti si accenderà mai su di loro; ma Giobbe concluse ciò dalla provvidenza a cui era sottoposto, nella quale Dio gli appariva terribile, come un leone o una creatura così feroce e furiosa, alla quale talvolta è paragonato, e si paragona, che afferra la sua preda, e la sbrana e la fa a pezzi; Isaia 38:13; Osea 5:14 ; così Dio permise che le sostanze di Giobbe gli fossero tolte dai Caldei e dai Sabei; i suoi figli con la morte, che era come strappargli le membra; e la sua pelle e la sua carne lacerate e spezzate da foruncoli e ulcere: Giobbe era un tipo di Cristo nei suoi dolori e nelle sue sofferenze; e sebbene ora non fosse nel miglior stato d'animo, la carne prevalse, e le corruzioni operarono, ed egli si espresse in modo incontrollato, tuttavia forse non troveremo, in nessuna parte di questo libro, le cose espresse, e il linguaggio in cui sono espresse, più simili e da adattare al caso, e i dolori e le sofferenze di Cristo, che in questo contesto; poiché sebbene fosse il figlio dell'amore di Dio, il suo caro e diletto figlio, tuttavia, poiché era il garante del suo popolo, e sopportava e subiva la punizione al suo posto, la giustizia si comportava verso di lui come se ci fosse un risentimento verso di lui e un'avversione per lui; sì, egli dice: "Tu hai rigettato e hai aborrito, ti sei adirato contro il tuo Unto" o "Messia", Salmi 89:38 ; e in verità portò l'ira di Dio, la vendetta della giustizia o la maledizione della legge giusta; e fu squarciato in tutti i sensi, le sue tempie con una corona di spine, le sue guance da coloro che gli strapparono i capelli, le sue mani e i suoi piedi dai chiodi conficcati in essi, e il suo fianco dalla lancia; e la sua vita gli fu strappata, strappata e tolta con violenza.

egli mi digrigna i denti; come fanno gli uomini quando sono pieni di ira e furore: questo è un modo per dimostrarlo, come fecero i nemici di Davide, un tipo di Cristo, e gli uccisori di Stefano, il suo protomartire, Salmi 35:16 Atti 7:54 ; e come le bestie da preda, come il leone, il lupo, fanno:

il mio nemico aguzza gli occhi su di me; aggiunge il Targum, come un rasoio. Anche qui Giobbe considera Dio come suo nemico, sebbene non lo fosse, interpretando male i suoi rapporti con lui; lo rappresenta mentre lo guarda attentamente, scrutando attentamente tutte le sue vie, opere e azioni, osservando rigorosamente le sue mancanze e infermità, chiamandolo a rendere conto e affliggendolo per esse, e trattandolo rigidamente e severamente per ogni piccola offesa: i suoi occhi gli sembravano come fiamme di fuoco, brillare di ira e vendetta; il suo te, come immaginava, era rivolto contro di lui, e i suoi occhi su di lui per distruggerlo; e così l'occhio della giustizia vendicativa era su Cristo suo antitipo, quando fu fatto peccato e maledizione per il suo popolo, e la spada della giustizia fu risvegliata contro di lui, e conficcata in lui

10 Versetto 10. Mi hanno guardato a bocca aperta con la bocca,

Qui Giobbe parla degli strumenti che Dio ha permesso di usare male di lui; e ha rispetto per i suoi amici che sono venuti a bocca aperta contro di lui, caricandolo di calunnie e rimproveri, prendendolo accuse di cui non era consapevole, e trattandolo con disprezzo e disprezzo, di cui un tale gesto è talvolta un segno di demarcazione, Lamentazioni 3:46; 2:15 ; e in questo modo Cristo fu usato anche dagli uomini, sui quali cadde l'obbrobrio di coloro che biasimavano Dio e il suo popolo, e che mostrarono contro di lui false accuse di vario genere; ed egli era l'obbrobrio degli uomini e il disprezzo del popolo, che lo derideva fino al disprezzo, apriva la bocca in segno di scherno; gli tirarono fuori il labbro e gli scuoterono la testa, lo schernirono e lo derisero; sì, "lo guardavano a bocca aperta con la bocca come un leone rapinatore e ruggente", Salmi 22:6,7,13 ; a cui l'allusione è qui, quando gridarono essi stessi e invitarono altri a unirsi a loro, dicendo: "Crocifiggilo, crocifiggilo", Luca 23:21; Giovanni 19:6 :

mi hanno colpito sulla guancia in modo inpregiudicabile; Essere percossi sulla guancia è un rimprovero in sé, ed è una sofferenza sopportata con poca pazienza. Perciò Cristo, per insegnare ai suoi seguaci la pazienza, consigliò quando venivano colpiti su una guancia di porgere l'altra, cioè di prendere il colpo con pazienza; e non è tanto l'astuzia del colpo che è considerata quanto la vergogna che ne deriva, l'affronto fatto e l'indegnità offerta; vedi 2Corinzi 11:20,21 Matteo 5:39 ; in modo che la frase possa essere presa per un rimprovero; e in verità si può tradurre: "Hanno percosso la guancia con vituperio"; lo hanno insultato, il che era come se lo avessero percosso sulla guancia; lo hanno colpito con le loro lingue, come lo hanno colpito i nemici di Geremia, Geremia 18:18 ; hanno gettato su di lui la sporcizia dello scandalo e della calunnia, che è la sorte comune del popolo di Dio; e sebbene poiché sono biasimati per amore di Cristo, per amore del Vangelo e per amore della giustizia, non dovrebbero essere disturbati da ciò; ma piuttosto si considerano felici, come si dice, e si legano al collo questi rimproveri come catene d'oro, e li stimano più grandi di tutti i tesori d'Egitto. Questo era letteralmente vero per l'antitipo di Giobbe, il Messia, poiché come era stato predetto di lui che avrebbe dato la sua guancia a quelli che gli strappavano i capelli, e che avrebbero colpito il Giudice d'Israele con una verga sulla sua guancia, Isaia 50:6 Michea 5:1 : così gli fu fatto dai servi del sommo sacerdote nella sua sala, e da altri, Matteo 26:67 Giovanni 18:22 ;

si sono radunati contro di me; Gli amici di Giobbe si riunirono per fargli visita e confortarlo, ma le cose andarono diversamente, ed egli la vide sotto la sola luce che come una coalizione contro di lui: le parole possono essere tradotte, si riempirono di me [b]; i loro cuori di ira e di rabbia, come il Targum; le loro bocche di rimproveri e calunnie, e i loro occhi di piacere e delizia, e di soddisfazione per le sue miserie e afflizioni; e quindi la versione latina della Vulgata,

"sono sazi dei miei castighi";

sebbene questo possa piuttosto rispettare l'alto umore in cui si trovavano, l'audacia e persino l'impudenza, come Giobbe l'ha interpretata, mostravano nella loro condotta verso di lui, essendo i loro cuori gonfi di orgoglio e superbia e passione; vedi Estere 7:5 Atti 5:3 ; oppure il loro numero che veniva contro di lui; così il signor Broughton rende le parole: "Sono venuti con truppe complete su di me"; I tre amici di Giobbe, essendo grandi personaggi, molto probabilmente portarono con sé un numeroso seguito e un corteo di servitori; i quali, osservando la condotta del loro padrone, si comportarono in modo indecente verso di lui stessi, verso i quali egli può avere rispetto, Giobbe 30:1 ; ciò si è verificato in Cristo, suo antitipo, che Giuda, con una moltitudine di uomini, con spade e bastoni, persino con una schiera di soldati, venne a catturare nell'orto; e quando Erode e Ponzio Pilato, con i Gentili e il popolo d'Israele, si radunarono contro di lui per fare ciò che Dio aveva stabilito che si dovesse fare, Matteo 26:46 Giovanni 18:3 Atti 4:27,28

11 Versetto 11. Dio mi ha dato in balìa degli empi,

Il maligno o il malvagio, poiché è al singolare, e progetta o Satana, nelle cui mani Dio aveva consegnato non solo la sua sostanza, ma la sua persona, eccettuata la sua vita; anche se può essere, e che è un'obiezione a questo senso, Giobbe non lo sapeva ancora; oppure Elifaz, o, essendo il numero singolare posto al plurale, come spiega la clausola successiva, tutti i suoi amici, che egli a sua volta chiama uomini malvagi e malvagi, a causa del modo in cui lo trattano; oppure sono destinati i Sabei e i Caldei, ai quali fu permesso di saccheggiarlo delle sue sostanze; le parole sono molto applicabili a Cristo, che fu consegnato ai Gentili e nelle mani dei peccatori e degli uomini malvagi, e ciò per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, che con mani malvagie lo prese e lo crocifisse, Matteo 20:19; 26:45; Atti 2:23 ; o Dio "lo rinchiuse", o "lo liberò legato", come significa la parola; che era letteralmente vero di Cristo, che fu legato dai Giudei, e consegnato prima al sommo sacerdote, e poi al governatore romano, in tali circostanze, Giovanni 18:12,13; Matteo 27:2 ;

e mi ha consegnato nelle mani degli empi; significando lo stesso di prima, a meno che non fosse tradotto, "e mi fece declinare", o "scendere per mano degli empi" [e] cioè, dal suo precedente stato di prosperità e felicità, nelle basse circostanze in cui si trovava, e in cui fu portato per mezzo di uomini malvagi, Dio permise che fosse così

12 Versetto 12. Ero a mio agio, ma lui mi ha fatto a pezzi,

Era in condizioni agiate e agiate, ricco delle buone cose di questa vita, giaceva nel suo nido, come è la sua espressione, Giobbe 29:18 ; tranquillamente e pacificamente, dove si aspettava di morire; ed era tranquillo di mente, aveva la pace della coscienza, essendo un uomo buono che temeva Dio e confidava nel suo Redentore vivente, godendo della presenza di Dio, della luce del suo volto e delle scoperte del suo amore, vedi Giobbe 39:2-5 ; ma ora era fatto a pezzi, era spogliato della sua sostanza terrena; la sua famiglia era distrutta e non gli era rimasto un figlio; il suo corpo spezzato e pieno di rotture a causa di foruncoli e ulcere; e il suo spirito era spezzato dalle sue afflizioni e da un senso di dispiacere divino; le frecce dell'ira di Dio, nella sua apprensione, si conficcarono in lui, e il veleno di esse bevve il suo spirito. Il signor Broughton lo rende: "Ero ricco, [e] lui mi ha disfatto"; Anche se un tempo era così opulento, ora era distrutto ed era diventato un fallito. Può essere applicato a Cristo, il suo antitipo, che, sebbene ricco, si fece povero per rendere ricco il suo popolo, 2Corinzi 8:9 ; e il cui corpo è stato spezzato per loro; ed egli fu ferito e fiaccato a causa delle loro trasgressioni, e il cui cuore fu spezzato dall'obbrobrio.

mi ha preso per il collo e mi ha fatto a pezzi; come un combattente nel wrestling, che è più forte del suo antagonista, lo usa; o come un gigante, che prende un nano per il collo o per il colletto, e lo scuote, come se volesse farlo a pezzi, arto dopo arto; o "mi ha frantumato" o "frantumato"; o fino a rabbrividire; come vasi di vetro o di terracotta sbattuti contro un muro, o colpiti da un martello, volano in mille pezzi, non possono mai più essere ricomposti; così Giobbe riteneva che il suo stato e la sua condizione fossero irrecuperabili, che la sua salute, le sue sostanze, la sua famiglia, non avrebbero mai potuto essere ristabilite come lo erano state:

e mi ha posto al suo bersaglio; sparare, di cui si lamenta Giobbe 7:20 ; un'espressione simile è usata dalla chiesa in Lamentazioni 3:12,13 ; e una frase simile a questa è usata per Cristo, Luca 2:34 ; e in conseguenza di ciò sono ciò che segue

13 Versetto 13. I suoi arcieri mi circondano tutt'intorno,

Satana e i suoi principati e le sue potenze che gli lanciavano addosso i loro dardi infuocati, o piuttosto i suoi amici che lanciavano le loro frecce, anche parole amare, rimproveri e calunnie, o le varie malattie del suo corpo, i suoi foruncoli e le sue ulcere, che erano tante frecce scagliate dentro di lui, in ogni parte di lui tutt'intorno, e gli davano squisito dolore e angoscia, oltre alle frecce dell'Onnipotente, o quella dolorosa sensazione che aveva dell'ira di Dio. Questo vale anche per Cristo, l'antitipo di Giobbe e di Giuseppe; di quest'ultimo di cui è detto: "Gli arcieri lo rattristarono e gli spararono addosso, ma il suo arco rimase in forza", Genesi 49:23,24 ; così Satana e i suoi ministri lanciarono i loro dardi infuocati contro Cristo quando fu sulla croce, e gli scribi e i sacerdoti, i suoi emissari, lo circondarono lì, e gli spararono addosso le loro parole di biasimo e di bestemmia, e la giustizia di Dio lo colpì, e la legge di Dio gettò su di lui le sue maledizioni. Gussezio rende le parole: "i suoi grandi"; e tali amici di Giobbe erano, uomini di grande sostanza, e vivevano in grande credito e onore; alcuni hanno supposto che fossero re, e tali erano quelli che si opponevano a Cristo, e lo affliggevano, i governanti del popolo, civili ed ecclesiastici:

egli spezza le mie reni; facendo entrare le sue frecce in essi, Lamentazioni 3:13 ; la cui conseguenza deve essere la morte; Un uomo non può vivere, almeno a lungo, dopo che questo è il suo caso; sebbene alcuni pensino che questo si debba capire del disordine della pietra nelle sue redini o nei suoi reni, che era molto angosciante per lui:

e non risparmia; non mostra pietà o pietà, sebbene in circostanze così tristi e terribili agonie; così Dio non risparmiò il suo proprio figlio, Romani 8:32 ;

egli versa il mio fiele in terra; che si fa perforando la cistifellea con la spada, o qualsiasi strumento simile, vedi Giobbe 20:25 ; che deve uscire con la morte; e lo scopo di entrambe queste clausole è quello di mostrare che Giobbe considerava il suo caso irrecuperabile, e qui fa uso di espressioni iperboliche per esporlo

14 Versetto 14. Egli mi spezza con una breccia dopo l'altra,

Sulle sue sostanze, sulla sua famiglia e sulla salute del suo corpo, che si susseguivano fitte e veloci, l'una dopo l'altra; riferendosi al rapporto di quelle cose portate da un messaggero sulla schiena di un altro, vedi Ezechiele 7:26 ;

mi corre addosso come un gigante; con grande furia e ferocia, con grande forza e coraggio, con grande rapidità e rapidità, causando grande terrore e angoscia; non essendo in grado di resistergli, non più di quanto un nano un gigante, e non più, né tanto, un avversario per lui; vedi Isaia 42:13

15 Versetto 15. Ho cucito il sacco sulla mia pelle,

Che molto probabilmente indossò quando si stracciò il mantello, o sedette in cenere, Giobbe 1:20; 2:8 ; le quali azioni venivano solitamente compiute insieme nei momenti di angoscia e dolore, vedi Genesi 37:34 ; e questa fu senza dubbio una sua azione volontaria, come quella del re di Ninive e dei suoi sudditi Giona 3:5 ; sebbene alcuni abbiano pensato che Giobbe fosse così ridotto da non avere vestiti da indossare, e fu costretto a indossare abiti così grossolani, il che non è probabile; e sembra che lo mettesse vicino alla sua pelle, il che deve essere molto inquieto per uno che era stato abituato a tali abiti morbidi, come sembra facessero anche i re d'Israele in tempo di lutto, 1Re 21:27; 2Re 6:30 ; non solo è osservato da diversi scrittori ebrei, che la parola qui usata nella lingua araba significa "pelle", come la rendiamo noi, come Aben Esdra, Ben Melech e altri; ma la pelle della ferita, la pelle sottile che viene tirata su una ferita quando sta guarendo, come Ben Gersom e Bar Tzemach; la quale, essendo tenera, doveva essere molto inadatta a portare su di sé un vestito così rozzo; anzi, Schultens osserva, che la parola araba significa più propriamente "pelle strappata", poiché la pelle di Giobbe deve essere piena di rotture a causa delle foruncoli e delle ulcere su di lui; egli stesso dice che la sua "pelle [era] rotta e divenne ripugnante", Giobbe 7:5 ; ora avere un sacco messo su una tale pelle deve essere intollerabile; la frase di cucirlo su di essa è molto insolita, sebbene possa significare nient'altro che un'applicazione di esso, a metterglielo addosso e rivestirsi di esso; eppure sembra denotare il suo attaccamento a lui, come se fosse cucito alla sua pelle, attraverso la materia purulenta dei suoi foruncoli che si coagulano e si attaccano ad essa; poiché dice in Giobbe 7:5 che la sua "carne [era] rivestita di vermi e zolle di polvere"; e quelli che si scontravano erano come una crosta e, per così dire, un vestito per lui; la sua "malattia lo legava come il colletto del suo mantello", e la sua "pelle [era] nera" come il sacco stesso, Giobbe 30:18-30 ; Lo scopo dell'espressione è sia quello di mostrare la condizione miserabile e miserabile in cui si trovava, sia la sua grande umiliazione a causa delle sue attuali circostanze; e che non era quell'uomo orgoglioso e superbo, né si comportava sotto la sua afflizione nel modo insolente che Elifaz aveva suggerito, Giobbe 15:12,13,25,26 ; ma fu uno che si umiliò sotto la potente mano di Dio, il che è ulteriormente confermato dalla seguente frase:

e contaminò il mio corno nella polvere, come fece quando sedeva nella cenere, come poi si pentì nella polvere e nella cenere; ed era consuetudine nei momenti di lutto mettere polvere o cenere sul capo; il che può essere inteso dal suo corno, il corno di una bestia, a cui si allude: essere nella testa; e questo si può mettere per tutto il corpo, che talvolta, in tali occasioni, veniva arrotolato nella polvere e nella cenere, vedi Giosuè 7:6 Michea 1:10 ; e il corno essendo un emblema di grandezza, potenza e autorità, può denotare che Giobbe ora depose tutte le insegne di esso, e si accontentò che il suo onore fosse deposto nella polvere, e si abbassasse davanti a Dio, e non alzasse il corno verso di lui, e tanto meno stendesse la mano contro di lui; il Targum è,

"Ho spruzzato la mia gloria nella polvere o con la polvere".

16 Versetto 16. Il mio volto è sporco di pianto,

A causa della perdita delle sue sostanze, e specialmente dei suoi figli, per la scortesia dei suoi amici e per le sue corruzioni, che sentiva operare in lui e prorompere in un linguaggio disdicevole, e a causa dell'occultamento del volto di Dio da lui: la parola usata nella lingua araba ha il, significato di rossore in esso, come osservano Aben Esdra e altri; del vino rosso e, come aggiunge Schultens, della sua fermentazione; ed è appropriatamente usato per esprimere il viso di un uomo in un pianto eccessivo, che sembra rosso, gonfio e farfugliato:

e sulle mie palpebre [c'è] l'ombra della morte; che si offuscavano per il pianto, così che a malapena poteva vedere da loro, e, come un moribondo, riusciva a malapena a sollevarli; e tale era la sua dolorosa condizione, che non si aspettava mai la liberazione da essa, ma che sarebbe scaturita dalla morte; e che supponeva fosse molto vicino, e che ne avesse molti sintomi, uno dei quali era il decadimento della vista; ed era così lontano dall'ammiccare con gli occhi in modo sfrenato e ridicolo, come Elifaz aveva accennato, Giobbe 15:12 ; che c'era un tale peso morto su di loro, persino l'ombra della morte stessa, che egli non era in grado di sollevarli

17 Versetto 17. Non per un'ingiustizia nelle mie mani,

Venne su di lui tutte quelle afflizioni e calamità, che causarono tanto dolore, pianto, lutto e umiliazione; non dice che non c'era peccato in lui, né nel suo cuore, né nella sua vita, né alcuna iniquità da lui commessa, aveva già riconosciuto queste cose, Giobbe 7:20; 9:20,30,31 ; ma che non c'era nulla nelle sue mani preso in modo ingiusto; non aveva portato via la proprietà di nessuno, né gli aveva fatto il minimo torto in privato; né aveva pervertito la giustizia come un pubblico magistrato, accettando tangenti o accettando persone, e poteva sfidare chiunque per dimostrare di averlo fatto, come fece Samuele, 1Samuele 12:3 ;

e la mia preghiera è pura: egli pregò, il che confuta la calunnia di Elifaz, Giobbe 15:4 ; e anche la sua preghiera era pura, non perché fosse esente da mancanze e infermità, che accompagnano le migliori, ma dall'ipocrisia e dall'inganno; non uscì da labbra finte, ma fu innalzata in sincerità e verità; scaturì da un cuore purificato dalla grazia di Dio, e aspersa da una cattiva coscienza; è stato innalzato nella fede di Cristo e come offerta pura per mezzo di lui; Giobbe alzò mani pure e sante, e con queste un cuore puro e santo, e per le cose pure e sante; così che non era per mancanza di giustizia agli uomini, né per mancanza di devozione verso Dio, che era così afflitto da lui; confronta con questo ciò che è detto del suo antitipo, Isaia 53:9

18 Versetto 18. O terra, non coprire il mio sangue,

Questa è un'imprecazione, desiderando che se; si era reso colpevole di qualsiasi crimine capitale, di tali atti di ingiustizia che avrebbe dovuto essere punito dal giudice, e persino morire per essi, affinché il suo sangue, una volta versato, non fosse ricevuto in terra, ma fosse leccato dai cani, o che non avesse sepoltura o sepoltura in terra; e se avesse commesso peccati tali da poter passare sotto il nome di sangue, o spargimento di sangue innocente, sebbene questo sia un crimine così grave che difficilmente si può pensare che gli amici di Giobbe lo sospettassero di lui; o piuttosto altri peccati immondi, come l'ingiustizia e l'oppressione dei poveri; la versione di Tigurina è: "i miei peccati capitali", vedi Isaia 1:15,18 ; poi vuole che non siano mai coperti e nascosti, ma rivelati e diffusi ovunque, affinché tutti possano conoscerli, e soffra vergogna per loro; proprio come la terra rivela il sangue degli uccisi, quando per essa è fatta l'inquisizione, Isaia 26:21 ;

e non abbia posto il mio grido; il che significa che se era l'uomo malvagio e l'ipocrita che si diceva fosse, o se la sua preghiera non era pura, sincera e retta, come diceva che fosse, allora desiderava che quando gridava a Dio, o all'uomo, nella sua angoscia, non potesse essere considerato da nessuno dei due; affinché il suo grido non giungesse agli orecchi del Signore degli eserciti, ma fosse messo a tacere, ed egli si coprisse con una nuvola, perché non passasse e non avesse alcun posto presso di lui; terra affinché non incontrasse alcuna pietà e compassione dal cuore, né aiuto e sollievo dalla mano di alcun uomo

19 Versetto 19. Ed ora, ecco, la mia testimonianza è nei cieli,

Cioè, Dio, che dimora nei cieli, dov'è il suo trono, e che è la dimora della sua santità, e da dove contempla tutti i figli degli uomini, e le loro azioni, è l'Essere che tutto vede e tutto sa; e perciò Giobbe si appella a lui come suo testimone, se era colpevole delle cose che gli erano state addebitate, a testimoniare contro di lui, ma se non ad essere testimone per lui, cosa che credeva di volere, e desiderava che potesse:

poiché la mia testimonianza [è] in alto; o "la mia testimonianza"; che può testimoniare per me; che è un "testimone oculare", come alcuni lo rendono, davanti al quale tutte le cose sono nude e aperte; che ha visto tutte le mie azioni, anche i recessi più intimi della mia mente, tutti i pensieri del mio cuore e tutti i principi delle mie azioni, e colui che desidero testimoniare di me; tali appelli sono leciti in alcuni casi, che non dovrebbero essere comuni e triviali, ma di momento e di importanza, e che non possono essere ben determinate in nessun altro modo; come l'accusa di ipocrisia contro Giobbe, e i sospetti che egli si fosse reso colpevole di qualche crimine noto, anche se non poteva essere additato e provato; vedi 1Samuele 12:3,4 2Corinzi 1:13 Filippesi 1:8

20 Versetto 20. I miei amici mi disprezzano,

Non che si facessero beffe delle sue afflizioni e calamità, e delle sue malattie e disordini, che sarebbero stati molto brutali e disumani, ma delle sue parole, degli argomenti e delle ragioni di cui si serviva per difendersi, vedi Giobbe 12:4 ;

[ma] il mio occhio versa [lacrime] a Dio; in grande abbondanza, a causa dei suoi grandissimi dolori e angosce, sia interiori che esteriori; e fu la sua misericordia, che quando i suoi amici lo disprezzavano e lo trascuravano, sì, lo sopportavano duramente e lo deridevano, che aveva un Dio a cui rivolgersi, e riversare non solo le sue lacrime, ma tutte le sue lamentele, e persino la sua stessa anima a lui, da cui potesse sperare di ricevere sollievo; E ciò che ha detto, quando ha fatto questo, è il seguente

21 Versetto 21. Oh, se uno potesse supplicare per un uomo presso Dio,

Cioè, che uno potesse essere nominato e autorizzato a supplicare Dio per suo conto; o che sia ammesso a supplicare Dio per se stesso; o comunque, che ci potesse essere un'udienza del suo caso davanti a Dio, e che avrebbe deciso la cosa in controversia tra lui e i suoi amici, quando non dubitava ma sarebbe stata data dalla sua parte:

come un uomo [supplica] per il suo prossimo; usando grande libertà e argomenti potenti, e non avendo alcun timore del giudice, né paura di portare avanti la causa per il suo prossimo; così Giobbe desidera che uno per lui, o lui stesso, possa essere liberato dal timore della divina Maestà, e possa essere permesso di parlare liberamente al suo caso come un consigliere al bar fa per il suo cliente. Le parole ammetteranno un senso più evangelico osservando che Dio, al quale Giobbe dice di aver versato lacrime, alla fine di Giobbe 16:20, deve essere compreso della seconda Persona nella Divinità, Geova, il Figlio di Dio, il Messia; e poi leggete queste parole che seguono così: "Ed egli intercederà per l'uomo presso Dio, e il Figlio dell'uomo per il suo amico"; quest'ultima frase forse può essere resa meglio, "sì, il Figlio dell'uomo", ecc. e quindi esprimono la fede di Giobbe, che sebbene i suoi amici lo disprezzassero, tuttavia colui al quale versò le sue lacrime, e affidò il suo caso, avrebbe perorato la sua causa presso Dio per lui, e l'avrebbe perorata completamente, quando fosse stato assolto. L'appellativo, "il Figlio dell'uomo", è un nome ben noto per il Messia nel Nuovo Testamento, e non è del tutto sconosciuto nell'Antico, vedi Salmi 80:17 ; e una parte del suo lavoro e del suo ufficio è di essere un avvocato presso il Padre per i suoi amici, che egli fa, conta e usa come tali, sì, tutto ciò che il Padre gli ha dato, ed egli ha redento con il suo sangue; per questi egli implora il suo sangue, la sua giustizia e il suo sacrificio, per la soddisfazione della legge e la giustizia di Dio, e contro Satana, e tutti i nemici di qualsiasi tipo, e per ogni benedizione che vogliono; e per la quale lavoro è abbondantemente adatto, a motivo della dignità della sua persona, della sua vicinanza a Dio suo Padre e dell'interesse che ha per lui. Gussetius va da questa parte, e osserva che questo senso non è stato preso in considerazione dagli interpreti, cosa di cui sembra meravigliarsi; mentre il nostro annotatore inglese sul luogo l'aveva avuta molto tempo fa, e il signor Caryll dopo di lui, sebbene disapprovato da alcuni interpreti moderni

22 Versetto 22. Quando sono arrivati alcuni anni,

Poiché gli anni della vita dell'uomo sono al massimo pochi, e gli anni di Giobbe, che dovevano ancora venire, sono ancora meno nella sua apprensione; o "anni di numero", che sono contati da Dio, fissati e determinati da lui, Giobbe 14:5 ; o essendo pochi sono facilmente contabili:

allora andrò per la via [da] dove non tornerò; cioè, percorrere la via di ogni carne, un lungo cammino; si intende la morte stessa, che è l'uscita da questo mondo in un altro, da cui non c'è ritorno a questo, allo stesso luogo, condizione, circostanze, proprietà e lavoro di adesso; altrimenti ci sarà una risurrezione dai morti, i corpi risorgeranno dalla terra, e le anime saranno riportate per essere unite a loro, ma non per essere nella stessa situazione qui come ora: questo Giobbe osserva o come una sorta di conforto per lui in tutte le sue afflizioni su se stesso, e dai suoi amici, che in poco tempo sarebbe finita per lui; o come argomento per affrettare la perorazione della sua causa, affinché la sua innocenza potesse essere scagionata prima di morire; E se questo non fosse stato fatto in fretta, sarebbe stato troppo tardi

Commentario del Pulpito:

Giobbe 16

1 Giobbe risponde al secondo discorso di Elifaz in un discorso che occupa due (brevi) capitoli, e quindi non è molto più lungo del discorso del suo antagonista. Il suo tono è molto disperato. Non trova alcun aiuto nei discorsi dei "consolatori" (versetti 2-6), e si allontana da essi per considerare ancora una volta i rapporti di Dio con lui (versetti 7-14). Successivamente, descrive il suo modo di procedere nelle sue afflizioni, e si appella alla terra e al cielo, e a Dio in cielo, perché prenda in mano la sua causa e lo aiuti (versetti 15-22). InGiobbe 17 continua più o meno nello stesso ceppo, ma con una mescolanza di argomenti, che è un po' confusa. Nella Versetti. 1, 2 egli si lamenta; nel versetto 3 fa appello a Dio; nella Versetti. 4, 5 egli riflette sui suoi "consolatori"; nel Versetti. 6-9 ritorna a se stesso e alle sue prospettive; mentre nel resto del capitolo (Versetti. 10-16) alterna rimproveri rivolti ai suoi amici (Versetti. 10, 12) e lamenti sulla propria condizione (Versetti. 11, 13-16)

Versetti 1, 2.Allora Giobbe rispose e disse: Ho udito molte cose del genere. Non c'era nulla di nuovo nel secondo discorso di Elifaz, se non la sua accresciuta amarezza. Giobbe aveva già sentito parlare mille volte della peccaminosità universale dell'uomo e dell'invariabile connessione tra peccato e sofferenza. Era la credenza tradizionale in cui lui e tutti quelli che lo circondavano erano stati allevati. Ma non gli portò alcun sollievo. La reiterazione di ciò gli fece solo sentire che non c'era né conforto né istruzione da ricevere dai suoi cosiddetti "consolatori". Da qui il suo sfogo. Miserabili consolatori siete tutti voi!

Versetti 1-6. - Giobbe a Elifaz:1. Conforto inaccettabile e dolore non alleviato

I COMFORT INACCETTABILE. Giobbe descrive la consolazione offerta a Elifaz e ai suoi compagni come:

1. Nella sua natura luogo comune. "Ho sentito molte cose del genere". Non che Giobbe immaginasse che le massime evidenti e ovvie non potessero essere vere, o obiettò a una buona lezione perché era comune, o era lui stesso "uno di quei simpatici che bramano sempre non so quali novità, e non possono tollerare che un uomo racconti loro una storia due volte" (Calvino), come gli Ateniesi, Atti 17:21

e alcuni cristiani di cui scrive San Paolo; ma che o desiderava rimproverare l'ipotesi degli amici, che avevano pretenziosamente definito le loro banalità stantie "le consolazioni di Dio",Giobbe 15:11

scoprendo che erano osservazioni estremamente banali, o desiderava attirare l'attenzione sulla grandezza della sua miseria che rifiutava di essere confortata con mezzi comuni

2. Nella sua pertinenza impotente. "Avranno fine le parole vane [letteralmente, 'parole del vento']?" Se Giobbe intendeva, definendo l'orazione di Elifaz "parole del vento", ripagarlo del complimento contenuto inGiobbe 15:2), senza dubbio Giobbe si sbagliava, poiché gli uomini buoni dovrebbero essere,

Gal 5:23 - 1Corinzi 13:7 Efesini 4:2

e gli uomini mansueti dovrebbero piuttosto udire il biasimo piuttosto che risentirsene, 1Pietro 2:20

essendo chiamati a ciò dal precetto di Cristo, Matteo 11:29

promessa, Matteo 5:5

ed esempio; Ma se Giobbe intendeva semplicemente attirare l'attenzione sul fatto che una verità poteva essere preziosa in se stessa oltre che eloquentemente esposta, e che non aveva alcuna attinenza con l'argomento in esame -- fischiando, infatti, come il vento ozioso -- egli dava voce a un'osservazione preziosa. L'orecchio del pubblico geme per la quantità di chiacchiere ventose, osservazioni irrilevanti, argomenti impertinenti e discussioni inutili che è obbligato ad ascoltare. È, tuttavia, un errore supporre che le brave persone e la letteratura religiosa godano del monopolio di questo tipo di saggezza. Tanto debole (scozzese "inetto") chiacchiere si può sentire nei parlamenti e nei congressi scientifici quanto nei pulpiti e nei sermoni

1. Nel suo spirito irascibile. "Che cosa ti incoraggia [letteralmente, 'pungola'] perché tu risponda?" Elifaz si era liberato dei modi un po' calmi e filosofici che lo avevano contraddistinto nel suo primo discorso, aveva ceduto alla collera e aveva lasciato che il calore del suo spirito comunicasse un certo grado di asprezza alla sua lingua. Tra i due, la lingua e il temperamento, c'è una connessione intima. È difficile riversare fiumi di eloquenza luminosa quando l'anima è come un ghiacciolo; ma è ugualmente un compito per il più saggio, quando tutto l'uomo interiore è in fiamme, impedire che l'incendio spari fiamme luccicanti e emetta suoni infuocati dalla bocca. "È bene essere zelanti in una cosa buona", ma "la discrezione dell'uomo differisce la sua ira", "affinché non vi siano dibattiti, invidie, ira, contese, maldicenze, bisbigli, gonfiori, tumulti", e perché "l'ira dell'uomo non opera la giustizia di Dio", mentre "l'uomo adirato fomenta contese, e l'uomo furioso abbonda in trasgressione"

2. Nella sua espressione facile. "Anch'io potrei parlare come te: se l'anima tua fosse al posto della mia, accumulerei parole contro di te e scuoterei la testa contro di te". L'allusione sembra essere alla disinvoltura con cui Eliphaz e i suoi compagni gettavano le loro trite massime dalla lingua; il che, dice Giobbe, non è una gran cosa dopo tutto, ma, al contrario, è piuttosto una misera impresa, in cui io stesso potrei competere con te. La parola fluente è un grande ornamento, oltre che una potente ancella, per la fine saggezza; ma, come sostituto della saggezza, è del tutto spregevole. Chi parla con la lingua agile dovrebbe anche ricordare che a volte li ascolta coloro che potrebbero eclissarli nel loro mestiere, ma sono trattenuti dal farlo, se non per rispetto per i loro simili, per rispetto per se stessi

3. Nel suo carattere insincero. "Ti rafforzerei con la mia bocca, e il conforto delle mie labbra ti lenirebbe". Lo stesso tipo di consolazione che gli offrivano, egli poteva offrirglielo con perfetta facilità: un semplice balsamo per le labbra, un conforto che procedeva dai denti verso l'esterno. Ma naturalmente non volle, come sapevano molto bene coloro che erano stati a conoscenza del suo precedente modo di vivere,Giobbe 29:11-17

ed erano stati persino costretti all'inizio a riconoscerloGiobbe 4:3,4

La sincerità, che diventa ed è vincolante per tutti in ogni situazione della vita, è particolarmente richiesta ai simpatizzanti. Ciò che non viene dal cuore non trova mai la sua strada verso il cuore. La comodità senza onestà vuole il primo elemento del successo, 1Corinzi 13:1

ed è tanto odiosa a Dio quanto sgradevole all'uomo Proverbi 27:14

4. Nel suo risultato fastidioso. "Miserabili confortatori [letteralmente, 'confortatori di afflizione'] siete tutti voi". Invece di calmare, infastidiva; invece di guarire, feriva; Invece di aiutare, si è indebolita. E non c'è da stupirsi, se il suo carattere era come sopra raffigurato

II DOLORE NON ALLEVIATO. Giobbe dichiara che, per quanto la sua miseria richiedesse una giusta ed efficace consolazione, non era in grado di trovarla in Dio, nei suoi amici o in se stesso

1. Nessun conforto da parte di Dio. Non perché Dio non si rendesse conto del suo bisogno di conforto, Genesi 21:17; Esodo 3:7; Isaia 40:7

, o perché il suo caso eccedesse le risorse divine, 2Corinzi 1:3

, o perché la volontà di Dio mancasse di alleviare il suo dolore; Salmi 103:13; Isaia 27:8; 42:3; 66:13; 2Corinzi 7:6

, ma che Dio a volte, per saggi e buoni propositi di prova e disciplina, nasconde il suo volto ai santi afflitti Isaia 54:7,8

2. Nessun aiuto da parte dell'uomo. Elifaz, Bildad e Zofar si erano dimostrati solo "confortatori di afflizione", canne spezzate che trafiggono la mano di coloro che vi si appoggiano. Giobbe non era andato da loro per consolarsi; Erano stati loro a offrirgli conforto. Ma, in entrambi i casi, il risultato sarebbe stato lo stesso. Le risorse dell'uomo sotto forma di simpatia si esauriscono presto

3. Nessuna tranquillità da se stesso. Se parlava, il suo dolore non era alleviato; se rimaneva in silenzio, non provava alcun sollievo (versetto 6). I guai comuni sono solitamente alleviati dalle lacrime o dalle chiacchiere; e i grandi dolori, almeno da parte di grandi anime, uomini a pieno regime, autonomi, autosufficienti, possono essere frenati, se non attenuati, con una silenziosa sopportazione; ma la miseria di Giobbe rifiutò di cedere a qualsiasi medicina. Questo avrebbe dovuto moderare l'indignazione di Giobbe contro i suoi amici, poiché se egli, che meglio conosceva il proprio problema, non era in grado di trovarvi un briciolo di conforto, era peggio che sciocco aspettarsi che uomini, che in un certo modo parlavano solo per avventura, riuscissero a curare una malattia che non capivano

Imparare:

1. Che le verità che sembrano originali alle menti ordinarie sono spesso riconosciute da persone più sagge e meglio informate come estremamente banali e banali

2. Che le persone ben intenzionate a volte si scambiano parole e si chiamano l'un l'altro con brutti nomi, come rimproveri volgari e comuni peccatori

3. Che non è raro che gli uomini in difficoltà, santi o peccatori, incontrino consolatori miserabili e medici di nessun valore

4. Che i tre requisiti per il conforto sono la sincerità, la simpatia e la sagacia

5. Che Dio possa mettere gli uomini più capaci in posizioni che rivelino la loro insufficienza

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-22. - Profondo abbattimento e speranza incontenibile

In questa risposta Giobbe rifiuta di replicare direttamente all'attacco contro di lui; è troppo completamente piegato nella sua debolezza. Ma

La prima parte del suo discorso consiste in un amaro sarcasmo sulle chiacchiere oziose dei suoi amici. (Versetti 1-5) I loro discorsi sono inutili. Intendono confortare;Giobbe 15:11

ma i loro ragionamenti producono un effetto opposto sulla sua mente. Dovrebbero cessare; Ci deve essere qualcosa che affligge coloro che sono così afflitti dalla malattia delle parole. Le parole non guariranno le ossa spezzate né leniranno il cuore ferito. Se così fosse, Giobbe avrebbe potuto fare la parte del consolatore come loro, nel caso della loro afflizione. Così, con disprezzo, respinge i loro futili tentativi di "incantare il dolore con l'aria e l'agonia con le parole", di "rattoppare il dolore con i proverbi". "Fratello, gli uomini possono consigliare e confortare quel dolore che essi stessi non provano; ma, gustando se, il loro consiglio si volge alla passione, che prima avrebbe dato la medicina precettiva all'ira, incatenava la forte follia in un filo di seta, l'incantesimo il dolore con l'aria e l'agonia con le parole; No, no; È ufficio di tutti gli uomini parlare di pazienza a coloro che si contorcono sotto il peso del dolore; Ma la virtù, né la sufficienza di nessun uomo sono così morali quando sopporterà qualcosa di simile: perciò non darmi consiglio: le mie pene gridano più forte della pubblicità"

II Successivamente, ricade in una malinconica contemplazione della sua estrema miseria. (Versetti 6-17)

1. L'alternativa del silenzio o della parola è altrettanto insopportabile. Un uomo sano può dare sfogo ai suoi sentimenti con le parole, ma nessuna parola basta a fermare il flusso di questo immenso dolore. Farebbe bene a tacere? Ma, allora, quale dolore si sarebbe allontanato da lui? Nessuno! Non c'è liberazione in entrambi i casi. Che parli o no, la sua sofferenza rimane la stessa

2. L'istinto di riversare il suo dolore si rivela insopprimibile ed egli procede con la descrizione delle sue terribili sofferenze. (Versetti 7-14) Le sue forze sono esaurite. La sua casa è desolata. Il suo corpo rugoso ed emaciato è uno spettacolo per muovere la sua stessa pietà. Ma ancora più acute sono le sofferenze della sua mente. Il pensiero che Dio abbia inflitto questa sofferenza, che egli sia, come egli suppone, oggetto dell'ira divina, riempie la sua mente di un'intollerabile tristezza. E non solo Dio è contro di lui, ma sembra che gli uomini malvagi siano impiegati come strumenti della sua ira. Essi, invidiosi della sua passata prosperità e della sua bontà, ora si radunano intorno a lui per accumulare ogni insulto sul suo capo. Riconducendo tutto a Dio, Giobbe lo concepisce sotto l'immagine di un guerriero furioso, che è avanzato contro di lui con la massima violenza, ha fatto cadere su di lui una pioggia di frecce, lo ha trafitto come con una spada, lo ha ridotto in rovina come un forte muro è ridotto a breccia dalla violenza dell'ariete

3. La sua condizione attuale. (Versetti 15-17) Umiliandosi sotto la verga, ha adottato tutto il linguaggio simbolico della penitenza e del dolore. Si è vestito di sacco; chinò il capo fino alla polvere; si diede al pianto fino a quando i suoi occhi furono pesanti e il suo viso divenne rosso. E tutto questo "sebbene non ci sia nulla di male nella sua mano, e la sua preghiera sia pura"

III IL GRIDO DELL'INNOCENZA CHE PENETRA IL CIELO. (Versetti 18-22) Non appena nel corso di queste tristi riflessioni Giobbe ritorna ancora una volta alla coscienza della sua innocenza, un nuovo coraggio nasce nel suo cuore; nella sua stessa stanchezza può ancora gridare al Cielo con la forza di una fiducia che ancora strapperà una risposta da Dio. Egli invoca la terra affinché non nasconda il suo sangue, e che il suo grido non abbia luogo di riposo. L'allusione è all'antica usanza sacra della vendetta del sangue Genesi 4:10, 11 - ; comp. - 2Samuele 1:21

Ma le circostanze in cui appare qui la rete del desiderio di morire invendicata sono del tutto insolite Poiché uno perseguitato, non solo dall'uomo, ma molto più da Dio, vicino alla morte, mantiene la sua innocenza davanti all'uomo e a Dio. Ecco un'apparente contraddizione tra i pensieri oscuri appena espressi di Dio e questa profonda fede nell'invisibile e giusto Giudice. Il dolore è pieno di incongruenze e contraddizioni, derivanti dall'imperfezione della comprensione. Non possono essere risolti con il pensiero, ma solo con la fede. Così arriviamo a un altro momento di calma in mezzo a questa terribile tempesta di dolore, un'altra apertura nel cielo in mezzo a queste tempeste. Il capitolo lascia ai nostri piedi il deposito di una nobile consolazione

1. L'esistenza del Testimone in cielo. Un Testimone infinitamente intelligente, un Testimone che sente i sentimenti, un Testimone che tutto ricorda della sofferenza innocente, è il nostro Padre celeste. Ci può essere sempre un appello a lui per la condotta insensibile e l'osservazione beffarda degli uomini

2. La certezza di una decisione giusta alla fine. "Se speriamo di non vederlo, allora aspettiamo con pazienza". In tutto il senso del mistero della vita, e nella tentazione di dubitare che Dio sia perfettamente buono e gentile, la pazienza, sostenuta dalla fede, abbia la sua opera perfetta. "Ricordiamoci di Giobbe" e "consideriamo la fine del Signore" - J

2 OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 2.- Miserabili consolatori

Giobbe è in grado di elevarsi al di sopra dei suoi amici sciocchi e di mentalità ristretta e di guardarli dall'alto in basso con ironia di buon umore e pietà. Lo capiscono così poco! Così orgogliosamente si fidano delle loro parole vuote! Ed è tutta un'illusione. Giobbe è quasi pronto a dimenticare la loro impertinenza mentre si rivolge alla questione molto più importante del modo in cui Dio lo tratta. Ma prima dà loro il loro vero carattere. Sono tutti "miserabili consolatori"

IO MISERABILI CONSOLATORI FALLISCO PER MANCANZA DI COMPASSIONE. Questo pensiero ricorre continuamente nel corso del drammatico dialogo. È alla radice di tutta la controversia. Tutte le elaborate argomentazioni dei tre saggi sono tanto vento vuoto, perché mancano della prima condizione di consolazione. Non ci si ripeterà mai abbastanza che la simpatia è la prima e assoluta condizione di ogni aiuto reciproco. Ma com'è possibile che gli amici ben intenzionati ne siano privi? La risposta può essere una sola. Il nemico della simpatia è l'egoismo. Mentre pensiamo molto a noi stessi, alle nostre opinioni, alla nostra posizione, alla nostra condotta, dobbiamo venir meno alla compassione, e i nostri tentativi di aiutare gli altri devono fallire senza alcun buon risultato. Nel visitare i poveri, curare i malati, risollevare i caduti, salvare i perduti, insegnare ai bambini, la compassione è il requisito primario per il successo. Cristo è il vero Amico dei sofferenti, perché Cristo è profondamente solidale con tutte le sofferenze. Commettiamo un errore quando, come i consolatori di Giobbe, cerchiamo di consolarli offrendo consigli. Il sofferente non vuole consigli, ma compassione. Perché la sua sventura dovrebbe darci il diritto di atteggiarci a suoi consiglieri? Egli è più adatto ad essere il nostro insegnante, perché è stato nella migliore delle scuole, la scuola dell'afflizione

I MISERABILI CONSOLATORI SI AGGIUNGONO AI DOLORI CHE CERCANO INVANO DI PLACARE. Così scrive Rousseau: "La consolazione che ci viene indiscretamente premuta, quando stiamo soffrendo nell'afflizione, serve solo ad aumentare il nostro dolore e a rendere il nostro dolore più struggente". Le ragioni di ciò non sono difficili da scoprire

1. Delusione. Ci aspettiamo qualcosa di meglio da un amico. Dovrebbe darci la sua simpatia, e se non lo fa ci sentiamo trattati scortesemente, o almeno perdiamo un conforto che stavamo cercando

2. Stanchezza. Chi ne soffre vuole la quiete. Lo sguardo e le lacrime di compassione possono consolarlo, ma molte parole lo stancano. È troppo pieno di pensieri tristi per trovare spazio alle osservazioni sconsiderate di consiglieri inopportuni

3. Ingiustizia. Non si può essere giusti con un uomo senza simpatia, perché non si può capirlo finché non si entra nei suoi sentimenti più profondi. Ma nulla è più angosciante di un trattamento ingiusto. Gran parte dei più grandi problemi di Giobbe provenivano da questa fonte

III ABBIAMO BISOGNO DELLA GRAZIA DIVINA CHE CI AIUTI AD ESSERE VERI CONSOLATORI. Forse ci sottraiamo al compito, vedendone le difficoltà. Eviteremmo la casa del lutto per timore che i nostri pasticcioni tentativi di consolazione si aggiungano ai suoi dolori. Ma questo non è fraterno. Il dovere cristiano è quello di "piangere con quelli che piangono" Romani 12:15

Per essere veri simpatizzanti abbiamo bisogno di essere conquistati da noi stessi dalla grazia di Cristo. Forse una delle ragioni per cui alcuni di noi hanno molte difficoltà è che possiamo essere in grado di capire le difficoltà degli altri, e quindi possiamo diventare veri consolatori. - W.F.A

3 Le parole vane avranno una fine? letteralmente, come a margine, parole di vento; cioè parole che passano accanto a un uomo "come il vento ozioso che egli non considera". I suoi amici non porranno mai fine ai loro inutili discorsi? O che cosa ti incoraggia perché tu ti arrabbi? Che cosa ti provoca piuttosto ? (Versione riveduta) Giobbe aveva implorato i suoi amici di tacereGiobbe 13:5,13 - Egli suppone che avrebbero acconsentito al suo desiderio se non li avesse provocati, ma professa di non essere in grado di vedere quale provocazione avesse dato. Il suo ultimo discorso, però, non era stato certo conciliante

vedi - Giobbe 12:1-3; 13:4,7 - , ss #Giobbe 16:4

Anch'io potrei parlare come voi: se l'anima vostra fosse al posto della mia, accumulerei parole contro di voi. È fin troppo facile accumulare declamazioni retoriche contro uno sfortunato sofferente, le cui agonie fisiche e mentali assorbono quasi tutta la sua attenzione. Se tu fossi al mio posto e alla mia condizione, e io al tuo, potrei moralizzare il tuo tono e il tuo spirito per ore. E scuoto la testa davanti a te. Un modo ebraico di esprimere la condanna della condotta di un uomo

vedi - Salmi 22:7; Isaia 37:22; Geremia 18:16; Matteo 27:39 - , ss #Giobbe 16:5

Ma io vorrei rafforzarvi con la mia bocca. Il significato è alquanto dubbio, e sono state proposte diverse interpretazioni. Ma la traduzione della Versione Autorizzata è abbastanza difendibile, ed è accettata dai nostri Revisori. Questo dà il senso: "Io, se fossi al tuo posto, non agirei come hai agito tu, ma, al contrario, farei del mio meglio per rafforzarti con parole di conforto e incoraggiamento". Il movimento delle mie labbra dovrebbe placare il tuo dolore. (Così Rosenmuller e i nostri revisori.) Le parole sono un velato rimprovero ai tre "amici" per non aver agito come dice Giobbe che avrebbe agito se le posizioni fossero state invertite

6 Anche se parlo, il mio dolore non è placato, e anche se mi trattengo, che cosa mi viene alleviato! Così com'è, né la parola né il silenzio sono di alcuna utilità. Nessuno dei due mi dà alcun sollievo. Le mie sofferenze continuano come prima, qualunque sia la mia strada

7 Ma ora. Queste parole segnano una transizione. Giobbe passa dalle lamentele contro i suoi "confortatori" a un'enumerazione delle sue sofferenze. Mi ha stancato. Dio lo ha afflitto con un intollerabile senso di stanchezza. È stanco della vita; stanco di litigare con i suoi amici; stanco persino di riversare a Dio i suoi lamenti, le sue lamentele e le sue esclamazioni. Il suo unico desiderio è il riposo. Così ho visto nei piombi di Venezia, dove i prigionieri politici venivano torturati dal freddo e dal caldo, dalla fame e dalla sete, per lunghe settimane o mesi, e portati alla disperazione, graffi come i seguenti: "Luigi A. implora pace, Giuseppe B. implore eterna quiete". Giobbe ha implorato ripetutamente questo dono di riposoGiobbe 3:13, 6:9, 7:15, 10:18 - , ss

Tu hai reso desolato tutta la mia compagnia. La perdita dei suoi figli ha desolato la sua famiglia; Le sue altre afflizioni hanno alienato i suoi amici

OMELIE DI R. GREEN versetto 6.- Dolore senza speranza

Non sollevato dalle parole dei suoi amici, Giobbe si rivolge a loro e con parole dolorose, quasi appassionate, ribatte loro la loro incapacità di dargli consolazione. "Miserabili consolatori siete tutti voi". È portato quasi alla disperazione. La dolorosa alternativa della parola o del silenzio è davanti a lui; ma nessuno dei due gli offre alcuna speranza, ed è costretto a riflettere sulla sua condizione di impotenza. È esausto. Il futuro non presenta alcuna prospettiva di alleviamento. Ha un dolore senza speranza. Tale dolore distingueva

I DALLA SUA ESTREMA DOLOROSITÀ. Sopportare il dolore del corpo o della mente è già abbastanza difficile, e molti soccombono ad esso. Ma se c'è un barlume di speranza, lo spirito addolorato vi si aggrappa ed è sostenuto. Quando, tuttavia, non si manifesta alcun raggio di luminosità, quando è presente solo l'oscurità di un dolore immutato, allora il dolore delle circostanze in cui si trova il sofferente è molto accentuato. Soffrire senza speranza di una fine è la perfezione stessa della sofferenza. Il povero cuore cerca una via di fuga, ma non c'è nessuna. Viene rigettato ripetutamente su se stesso. Questo è il dolore più estremo. Vedere solo la lunga e invariata linea di sofferenza stesa verso l'estremo futuro, e nessuna interruzione che appare, priva l'anima della sua unica consolazione nella prova estrema: la speranza della liberazione. Se un limite è posto al dolore, può essere sopportato; Ma se non si riesce a rintracciare alcun limite, e si taglia ogni probabilità di limitazione, il caso è disperato. Il peggio che si possa dire di qualsiasi male è: è senza speranza

II Il dolore senza speranza è uno sforzo eccessivo per la sopportazione di chi soffre. Perdere la speranza è perdersi d'animo. I forti possono sopportare il pesante fardello, ma i deboli devono cedere. Significa aumentare il peso del fardello per ogni ora che trascorre. Il tempo, che tante volte viene a dare sollievo a chi è afflitto, ma porta un carico più pesante. Lo spirito esausto che combatte coraggiosamente contro il suo ambiente oppressivo è sempre più spinto alla conclusione che ogni sforzo è inutile, e l'esperienza aggiuntiva di ogni ora non fa che confermare la certezza che non c'è più speranza. È la più grave di tutte le tensioni a cui lo spirito possa essere sottoposto. È l'inevitabile precursore della disperazione

Tale dolore raggiunge il culmine della severità quando, come in questo caso, L'APPELLO A DIO, IL GRANDE SOCCORRITORE, È INUTILE. "Mi ha stancato". Mi ha sfinito. È vero che un aiuto reale è in serbo per Giobbe, ma lui non lo sa. Soffre senza speranza. Si è rivolto all'uomo e non ha trovato sollievo. Il suo grido a Dio è inutile. Se egli 'parla', il suo 'dolore non è alleviato'. Il suo grido ritorna su di lui. Se "sopporta", non è ancora "alleviato". Il mondo è debitore a questo sofferente per il doloroso esperimento di cui è oggetto. Ora il mondo sa che nella paziente sopportazione e nell'incrollabile fedeltà c'è una speranza assicurata. La mano dell'aiuto può essere nascosta, ma è lì. Dio può sembrare disattento al grido di dolore, ma sta solo mettendo alla prova il suo fedele servitore, e la severità della prova segna la misura del premio finale. Da qui possiamo imparare

(1) che l'apparente disperazione del dolore umano non è una rappresentazione perfetta;

(2) la saggezza di mantenere lo spirito di speranza, anche quando sembra che non siamo incoraggiati a farlo;

(3) la certezza di un sollievo finale e di una ricompensa per i fedeli. - R.G

Dolore incurabile

Giobbe non sa cosa fare; né la parola né il silenzio placheranno il suo dolore. Sembra essere incurabile

IL GRANDE DOLORE SEMBRA INCURABILE A CHI NE SOFFRE

1. Non può essere misurato. Il sentimento distrugge il senso delle proporzioni. Chiunque soffra molto è tentato di pensare di essere il più grande dei sofferenti. La passione dell'emozione spazza via tutti gli standard di confronto. Il mare in tempesta sembra insondabile

2. Esclude il pensiero di qualsiasi cosa tranne se stesso. La nuvola nera chiude fuori il cielo e restringe l'orizzonte. Il mondo del dolore è ridotto alla gamma dell'esperienza personale presente, così nel dolore travolgente non c'è spazio o potere nell'anima per concepire un mezzo di fuga. L'interesse assorbente del dolore non permette una coscienza rivale

3. Si scopre che è irresistibile. Se un uomo pensasse di poter vincere il suo dolore o di sfuggirvi, sicuramente non si sottometterebbe docilmente ai suoi tormenti, a meno che non fosse un fanatico dell'ascetismo. Ma se il dolore non può essere messo da parte subito, è difficile credere che non durerà per sempre, perché l'agonia distrugge il senso del tempo

II UN GRANDE DOLORE POTREBBE NON ESSERE CURABILE DALL'UOMO. Ci sono malattie che nessuna medicina può guarire, e dolori che nessun aiuto umano può toccare. Il dolore tende naturalmente a durare per la sua stessa creazione di un'abitudine al lutto. "Il dolore, come una campana pesante, una volta che si mette a suonare, con il suo stesso peso se ne va: allora poca forza suona la campana dolente".(Shakespeare)

Alcuni dolori sono evidentemente incurabili per l'uomo

1. La perdita di coloro che sono molto amati. Nessun consolatore umano avrebbe potuto riportare in vita i sette figli e le tre figlie di Giobbe. Quale parola o opera dell'uomo potrebbe toccare il suo dolore per il totale lutto? Sappiamo fin troppo bene che nulla al mondo può compensare le nostre più grandi perdite con la morte

2. La scoperta di una vita sprecata. Quando il vecchio torna in sé e scopre di aver vissuto in un'illusione, quando vede con amaro rimorso di aver sperperato i suoi anni nella follia e nel peccato, che cosa può fare l'uomo per confortarlo? Il passato non potrà mai essere recuperato

3. La disperazione del senso di colpa. Se questo è calmato dall'adulazione e dalla falsità, si compie un danno fatale. Ma se la coscienza è abbastanza risvegliata, non può essere così calmata. Per l'uomo il peccato è incurabile

III IL DOLORE CHE SEMBRA ESSERE INCURABILE PUÒ ANCORA ESSERE CURATO DA DIO. Nessun figlio di Dio dovrebbe disperare, perché l'amore infinito e l'energia onnipotente non possono conoscere alcuna impossibilità. Il vangelo di Cristo offre una cura completa

1. Pace presente

(1) Se il problema è causato dal peccato, la pace è nel perdono. Ogni peccato è curabile da Cristo, perché "egli può anche salvare fino all'estremo quelli che vengono a Dio per mezzo di lui" Ebrei 7:25

(2) Se il problema è per qualsiasi altra causa, la pace è nell'amore di Dio. Questo amore, che porta anche la pace del perdono, è di per sé una consolazione infinita. È meglio essere Lazzaro con Dio che Tuffarsi con porpora e lino fino

2. La beatitudine futura. I morti non torneranno da noi. Ma andremo da loro. Cristo promette al suo popolo una dimora nella grande casa di Dio. Lì "Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi"

Ri 7:17

La vecchia vita sprecata non può essere restituita nella sua incontaminata innocenza. Ma l'anima rinnovata può vivere una nuova vita nell'eternità di Dio. - W.F.A

Versetti 7-17. - Giobbe a Dio: ripresa della terza controversia:

1. I dolori di un uomo stanco

HO MANDATO DIVINAMENTE. Sia che ci si rivolga direttamente alla seconda persona (versetti 7, 8), sia che si alluda indirettamente alla terza (versetti 7, 9, 12, 14), Giobbe fa risalire sempre a Dio le sue sofferenze. È funzione della fede, così come delizia della fede, riconoscere la mano di Dio nell'afflizione come nella felicità; ma non di rado il buon senso interviene per fraintendere il fine e il motivo dei rapporti di Dio con il santo, e per considerare come indicativo di rabbia e inimicizia ciò che, giustamente considerato, è piuttosto sintomatico di affetto e cura (Versetto 17;Salmi 94:12; Proverbi 3:12; Ebrei 12:6; Apocalisse 3:19). Fin dall'inizio Giobbe aveva collegato la sua avversità con la nomina di Dio. Per molto tempo aveva lottato coraggiosamente, contro le eloquenti rappresentazioni dei suoi amici, per mantenere la sua fiducia nell'affetto di Dio, nonostante tutte le apparenze sgradevoli. Ma ora, sotto l'estrema pressione della miseria, egli è sul punto di cedere, parlando abbastanza apertamente di Dio come del suo nemico, la cui ira lo lacera e gli fa guerra, e i cui denti si affilano contro di lui (Versetto 9). I fatti duri che sembrano metterlo a tacere a una deduzione così riluttante sono tre

1. La testimonianza interiore della propria coscienza. Benché sarebbe sbagliato dire che questa testimonianza di uno spirito carico di angoscia esprimesse il giudizio del patriarca maturamente formato e definitivamente fissato, sarebbe tuttavia altrettanto errato non riconoscere che, per il momento, Giobbe credeva che Dio si fosse rivoltato contro di lui. Un tale completo capovolgimento della coscienza di un brav'uomo era eccezionale; il risultato, non solo dell'afflizione, per quanto grave e prolungata, ma dell'influenza e della tentazione satanica. Rivela lo straordinario potere che il diavolo ha di operare sullo spirito umano. Se egli è in grado di trattare in tal modo "un uomo perfetto e retto", non è affatto sorprendente che egli sia in grado di condurre prigionieri a suo piacimento "donne stolte, cariche di peccati, trascinate via da diverse concupiscenze",

2Tm 3:6

e persino uomini orgogliosi e imperiosi che si oppongono alla verità. Rivela anche fino a che punto un santo può spingersi in un corso di incredulità e di ricaduta senza rinunciare alla sua integrità; ed è adatto a suggerire speranza riguardo a molti che si suppone siano completamente decaduti dalla verità. Getta luce sulla pazienza e la misericordia del Divino Padre, il fatto che egli possa vedere un santo fraintendere le sue provvidenze, e calunniare il suo carattere, e tuttavia non imputare il suo peccato a luiGiobbe 42:7

2. Il giudizio espresso dei suoi simili. Elifaz aveva citato, come uno degli elementi della condanna del peccatore, la desolazione della sua famiglia,Giobbe 15:34

e l'ovvia allusione a questa osservazione nel linguaggio di Giobbe, "Tu hai reso desolata tutta la mia casa" (versetto 7), sembra suggerire che Giobbe considerava sostanzialmente corretto il crudele verdetto dei suoi amici sul suo caso. Poté vedere, confrontando la sua triste condizione con i sentimenti che avevano espresso, che essi, come lui, erano giunti alla conclusione che Dio era contro di lui

3. La testimonianza palpabile della sua miseria. Il suo corpo emaciato, il suo viso stanco e pizzicato, il suo corpo debole e deperito, tutto coperto di ulcere, sembravano sollevarsi e dirgli in faccia che Dio lo trattava come un criminale condannato. Secondo la teologia dell'epoca, questa era una forte prova circostanziale contro il patriarca; Ma le prove circostanziali spesso mentono. Qui notoriamente lo fece, come in seguito accadde nel caso di Cristo, il cui volto segnato non era la prova che fosse "colpito, percosso da Dio e afflitto" Isaia 53:4

"Un volto deturpato e magro può testimoniare il nostro dolore, ma non la nostra colpa" (Robinson)

II ESTREMAMENTE GRAVE

1. La loro varietà. Quasi ogni forma di calamità si abbatté sul patriarca

(1) Angoscia fisica; consistente nel completo esaurimento del vigore fisico (Versetto 7), nell'enunciazione sgradevole del volto (Versetto 8), nel deplorevole deperimento della corporatura un tempo forte e buona (Versetto 8)

(2) Angoscia mentale; causata dal rovesciamento della sua famiglia (versetto 7), l'alienazione dei suoi amici, che vedevano nelle sue miserie un testimone della sua condanna (versetto 8); l'opposizione e l'insolenza di uomini malvagi, alla cui misericordia Dio lo aveva apparentemente abbandonato, che lo guardavano a bocca aperta, rallegrandosi della sua sventura, lo colpirono sulla guancia con rimprovero, aggiungendo l'insulto all'inimicizia, e cospirò contro di lui, al fine di completare la sua distruzione (versetto 10), un'esperienza che in tutte le sue parti fu predetta dal Messia e adempiuta in Cristo

Confronta - Salmi 22:12-21 Matteo 26:59.67 - ; e - Salmi 2:1 - con - Atti 4:25-27

(3) Dolore spirituale; che nasce, come spiegato sopra, da un senso di abbandono da parte di Dio

2. La loro inaspettatezza. Giobbe era stato a suo agio, prospero e contento, temendo Dio e fuggendo il male, quando all'improvviso la sventura si avventò su di lui, e Dio, afferrandolo, lo fece a pezzi. E questo era un aggravamento dell'angoscia del sofferente, che senza una causa apparente, e certamente senza preavviso, egli veniva scagliato dall'apice della prosperità fino agli abissi più bassi dell'avversità; come alla fine lo saranno gli empi, Salmi 73:19

e come in qualsiasi momento, anche se non per la stessa ragione, possono essere i pii. Nessuno dunque si lasci andare a una vana fiducia come Davide, che il suo monte sussisterà forte in eterno; Salmi 30:6,7

o come Giobbe, che morirà nel suo nido;Giobbe 29:18

o come la figlia dei Caldei, che sarà una signora per sempre; Isaia 47:7

ma essendo stato preavvertito, come non lo era stato il patriarca di Uz, sia salvato anche lui

3. La loro violenza. Giobbe raffigura la terribile ostilità di Dio contro se stesso per mezzo di tre figure sorprendenti, in cui egli rappresenta Dio come

(1) un potente Cacciatore, con l'animo adirato e i denti digrignanti e gli occhi fiammeggianti (Versetto 9) che insegue una povera creatura fragile e timida con un branco di maledizioni feroci e guaitenti (Versetto 10), a cui la preda quando viene catturata viene gettata senza pietà (Versetto 11);

(2) un gigantesco lottatore, forte nella sua calce e nei tendini, afferra il suo antagonista per il collo, lo tiene trionfalmente in alto con il pugno chiuso, e poi furiosamente lo scaraventa a terra (Versetto 12); e

(3) un abile arciere, che, legando il suo nemico indifeso a un palo, fa fischiare per un po' le sue frecce intorno alla testa del disgraziato, in modo da riempirlo di costernazione senza infliggere ferite mortali, e poi, dopo aver giocato con lui per un po', come una tigre potrebbe fare con la sua preda, manda un'asta in una parte vitale (allo svuotamento della cistifellea, consultare l'Esposizione), in modo che la miserabile vittima si contorce in un'agonia mortale

4. Il loro degrado. L'abietta umiliazione a cui Giobbe era stato ridotto dalle sue sofferenze è esposta in quattro particolari

(1) La cucitura di sacco sui suoi lombi. Il sacco, il simbolo del lutto, Genesi 37:34; 1Cronache 21:16; Salmi 35:13; Giona 3:5,6

è qui rappresentato come non solo messo sulla persona del patriarca, ma cucito sulla sua pelle; in parte, forse, a causa della condizione ulcerosa del suo corpo, ma in parte anche, è probabile, per indicare la profondità dell'umiliazione di Giobbe

(2) La contaminazione del suo corno con la polvere; il corno è l'emblema della dignità personale e dell'onore sociale, Salmi 132:17

e il significato è che tutta la gloria di Giobbe è stata completamente offuscata e abbassata. Questo è uno dei risultati espressamente progettati dell'afflizione; e coloro che contaminano le loro corna nella polvere davanti a Dio quando sono sopraffatti dai suoi castighi hanno fatto il primo passo verso l'esaltazione finale delle loro corna Salmi 89:17

(3) L'arrossamento degli occhi con il pianto. Un grande dolore fa piangere gli uomini forti. Eppure piangere per una causa sufficiente non è poco virile. Esempi: Abraamo, Genesi 32:2

Giuseppe, Genesi 43:30

Davide, 2Samuele 18:33

Ezechia, 2Re 20:3

San Paolo, Filippesi 3:13

Gesù Luca 19:41; Giovanni 11:35

(4) L'ombreggiamento delle palpebre con l'oscurità; un'indicazione dell'avvicinarsi della morte. La morte fa abbassare la palpebra e avvolge l'occhio stesso nell'oscurità. Era un aggravamento della miseria di Giobbe il fatto che lo avesse portato ai confini della tomba

III DEL TUTTO IMMERITATO

1. La sua vita non era stata malvagia. Non c'era stata alcuna ingiustizia, torto o azione malvagia di alcun tipo nelle sue mani, come affermavano i suoi amici. Essendo la mano lo strumento dell'azione, le mani pulite sono il simbolo di una vita retta. Dove le mani non sono pulite, il cuore non può essere puro

2. Le sue devozioni non erano state insincere. Nonostante le accuse contrarie dei suoi amici,Giobbe 15:4

la sua coscienza gli diceva che la sua preghiera era pura. La sincerità genuina è uno dei primi requisiti della devozione. "Quando preghi, non sarai come gli ipocriti" Matteo 6:5

Imparare:

1. Che lo stesso Dio che rende un santo debole e stanco sotto i pesi della vita possa anche impartire forza e allegria per sopportarli

2. Che una delle opere più difficili che la fede deve fare è opporsi a quelle rappresentazioni del carattere divino e della provvidenza che sono g yen dai sensi

3. Che, mentre le calamità del santo non sono sempre inviate come punizione del peccato, sono per lo più progettate per produrre nel santo uno spirito di autoumiliazione

4. Che Dio non abbandona mai un santo agli empi, anche se consegnerà ancora gli empi alla perdizione

5. Che, accanto al confortevole splendore del volto di Dio su un'anima umana, che Giobbe in quel momento voleva, la migliore stella polare, mentre si lotta sopra e attraverso un mare di guai, è l'inestirpabile convinzione della propria sincerità, la testimonianza di una buona coscienza davanti a Dio

8 E tu mi hai riempito di rughe. Così San Girolamo, il professor Lee, il dottor Stanley Leathes e altri; ma la generalità dei commentatori moderni preferisce la traduzione: "Tu mi hai legato saldamente", cioè mi hai privato di ogni potere di resistere o muovermi

comp. - Salmi 88:8 - , "Sono così veloce in prigione che non posso uscirne"

Che è un testimone contro di me; cioè un testimone del tuo dispiacere, e quindi (come gli uomini suppongono) della mia colpa. E la mia magrezza che sale in me ascolta la testimonianza della mia faccia; piuttosto, la mia magrezza che si solleva contro di me. Questa deperimento è presa come un'altra testimonianza della sua estrema peccaminosità

9 Egli mi sbrana nella sua ira, chi mi odia; letteralmente, la sua ira lacera ed egli mi odia. Dio tratta Giobbe con la stessa severità come se lo odiasse. Giobbe non crede che sia effettivamente odiato da Dio; altrimenti avrebbe cessato da tempo di invocarlo e avrebbe aperto il suo cuore davanti a lui. Egli mi digrigna i denti

comp. Sl. 35:16; 37:12

Il mio nemico (o meglio, avversario) aguzza i suoi occhi su di me; cioè fa di me una pietra per affilare su cui affila i suoi sguardi arrabbiati

10 Mi hanno guardato a bocca aperta con la bocca. L'"uomo dei dolori" dell'Antico Testamento è, sotto molti aspetti, un tipo dell'"uomo dei dolori" del Nuovo; e, nei salmi messianici, Davide applica costantemente a Cristo espressioni che Giobbe aveva usato in riferimento a se stesso Salmi 22:13

Mi hanno colpito sulla guancia in modo obbrobrioso Michea 5:1; Matteo 27:30; Luca 22:64; Giovanni 18:22

Si sono radunati contro di me

vedi - Salmi 35:15 - , e confronta, per illustrare il senso letterale e storico, - Giobbe 30:1,10-14 #Giobbe 16:11

Dio mi ha consegnato agli empi. Tutto ciò che Giobbe aveva sofferto per mano di uomini malvagi, gli scherni dei suoi "consolatori", gli insulti e la "derisione" degli "uomini vili",Giobbe 30:1,8-10

l'abbandono di molti che ci si sarebbe aspettati che sarebbero venuti in suo aiuto, essendo per grazia di Dio, è attribuito da Giobbe a Dio stesso, che lo ha "consegnato" a questi "empi", e permette loro di accrescere e intensificare le sue sofferenze. Non fu trattato così spietatamente come il suo grande Anti-tipo; Non fu legato con cinghie, né coronato di spine, né colpito da una canna, né flagellato, né crocifisso, persino il colpo sulla guancia, di cui si parla nel versetto 10, era probabilmente metaforico; ma soffrì, senza dubbio, dolorosamente, per il disprezzo e la contumelia che lo assalivano, per la scortesia dei suoi amici, e per l'insolente trionfo dei suoi nemici, e per i rudi scherni degli "abietti" che ne facevano la loro "canzone" e la loro "parola d'ordine"Giobbe 30:9

E mi ha consegnato nelle mani degli empi. Giobbe parla come se Dio lo avesse completamente abbandonato, lo avesse consegnato ai malvagi, perché trattasse con lui esattamente come volevano. Questo, naturalmente, non era così. Se la malevolenza di Satana fosse limitata dalla volontà divina;Giobbe 1:12 2:6

Così, molto di più, la malevolenza dell'uomo sarebbe limitata

Versetti 11-17. - La severità dei giudizi divini

Il mistero dell'agire divino è rivelato in questo libro. Il punto di vista da un punto di vista umano è dato. Giobbe e i suoi amici non vedono il lato spirituale dell'intera transazione. Il proposito divino è nascosto. Giobbe non sa che è "Satana" che ha istigato tutte queste afflizioni. Egli non sa che Dio ha dato il permesso per il suo processo. Né conosce i limiti posti a quel processo, né la questione finale. La severità dei giudizi divini (così sono nella visione di Giobbe) è rappresentata in un linguaggio sorprendente

IO COME UNA CONSEGNA AGLI EMPI. Egli è gettato nelle mani del malfattore

II Come UNA DISTRUZIONE DELLA PROSPERITÀ ESTERNA. "Ero a mio agio, ma lui mi ha fatto a pezzi."

III Come INFLIZIONE DI FORTI DOLORI. "Egli mi spezza le redini"

IV Come UNA SUCCESSIONE DI RIPETUTE INFLIZIONI. "Egli mi spezza con una breccia dopo l'altra". Questi giudizi evocano da Giobbe:

1. L'umiliazione più umile. Si inchina in "sacco" e depone il suo "corno nella polvere"

2. Riversa la sua anima in penitenza, e il suo volto è persino "sporco di pianto"

3. Su di lui pende l'oscurità "l'ombra", "della morte"

4. Nella coscienza dell'integrità egli rivolge la sua preghiera "pura" a Dio. L'interesse di queste poche righe è molto grande nell'elaborazione generale della trama della storia. Felice colui che in mezzo ai suoi dolori può inchinarsi in umile penitenza sotto le severità dei giudizi divini, conservando ancora la certezza della sua sincerità e aspettando il premio finale. - R.G

12 Ero a mio agio

confronta l'immagine disegnata in - Giobbe 1:1-5

Giobbe era stato "a suo agio", tranquillo, prospero, felice. Era rimasto quasi senza preoccupazioni, quando all'improvviso "vennero i guai". Ma egli mi ha spezzato; piuttosto, mi ha fatto a pezzi (vedi la versione riveduta). Nel mezzo della sua agiatezza e tranquillità, Dio riversò improvvisamente i suoi castighi e "spezzò Giobbe", cioè distrusse la sua vita, la rovinò e la distrusse. Egli mi ha preso per il collo e mi ha fatto a pezzi; o, mi ha fatto a pezzi. E mi ha messo al suo bersaglio; cioè come bersaglio per le sue frecce

comp. - Deuteronomio 32:23; Giobbe 6:4; Salmi 7:13; 38:2 - , ss.); - Lamentazioni 3:12

Distrutto quando era a suo agio

Questo fu il terribile destino di Giobbe. Tutto era calmo quando il fulmine cadde e lo scaraventò a terra

DIO DÀ MOMENTI DI AGIO. Questo va riconosciuto anche nelle ore di sofferenza. Prendete la vita nel suo insieme, e gli intervalli di agio sono per la maggior parte delle persone molto più lunghi dei periodi di difficoltà. Eppure siamo tentati di trascurarli quando raccontiamo la storia della nostra vita e, come Giacobbe, di descrivere i nostri giorni come "pochi e cattivi" Genesi 47:9 I momenti di quiete vengono da Dio tanto quanto i tempi difficili. È una visione ingiusta della provvidenza supporre che la nostra tranquillità provenga da noi stessi e dal mondo, e solo i nostri problemi da Dio

I TEMPI DI AGIO NON DURERANNO PER SEMPRE. È inutile anticipare i problemi futuri. Cristo ci ordina di non essere ansiosi per il domani. Ma dovremmo essere preparati ai guai. L'uomo che ha assicurato la sua casa contro un incendio non deve sognare sempre che sia in fiamme. Avendo preso un provvedimento adeguato, può mettere da parte tutti i pensieri di pericolo. Abbiamo bisogno di avere una percezione dell'incertezza della vita tale da indurci a prendere le provviste necessarie per un rovescio della fortuna. La tempesta potrebbe arrivare. Dove saremo, quando sarà su di noi?

I TEMPI DI AGIO NON SONO DI PER SÉ GARANZIE CONTRO I TEMPI DI DIFFICOLTÀ. Poiché possono dare luogo a tempi molto diversi, non possono scongiurare l'inaccettabile successione. La grande tentazione del ricco è quella di confidare nella sua ricchezza per ciò che non potrà mai comprare. Visto che il suo raggio d'azione è ampio, rischia di mancare i suoi limiti. Così l'uomo ricco è tentato di confidare nella sua buona fortuna, come se il semplice verificarsi di ciò che è piacevole fosse una causa della stessa in futuro. Ma i guai vengono dall'esterno delle circostanze di un uomo, o dal suo stesso cuore, che può essere in bancarotta mentre il suo patrimonio è perfettamente sano

I MOMENTI DI AGIO DOVREBBERO AIUTARCI A PREPARARCI PER I MOMENTI DI DIFFICOLTÀ. Giuseppe accumulò provviste durante i sette anni di abbondanza in preparazione dei futuri sette anni di carestia. L'uomo prudente cercherà sempre di mettere da parte qualcosa per un giorno di pioggia. La vecchiaia deve essere provveduta con la lungimiranza degli anni precedenti. La parsimonia è un dovere che un uomo ha verso la sua famiglia, che dovrebbe mantenere, e verso i suoi vicini, verso i quali non dovrebbe diventare un peso. Considerazioni più elevate richiedono lo stesso metodo di condotta. Questi giorni di calma ci offrono buone opportunità per la preparazione spirituale. È davvero raro che un uomo abbia il potere e la disposizione per entrare nelle esperienze religiose più profonde sul letto di morte, se non le ha conosciute durante i giorni di salute e di forza. Allora la morte può sorprenderci in qualsiasi momento, e l'unica salvezza sta nell'essere sempre pronti. Un buon uso della lunga, tranquilla e prospera estate della vita dovrebbe lasciarci preparati ad affrontare qualsiasi tempesta invernale che Dio voglia mandarci. Se abbiamo la pace di Dio nel nostro cuore, i colpi più devastanti non la distruggeranno, e quella pace anche nell'afflizione sarà per noi molto più preziosa dei momenti di agio dei mangiatori di loto, con i quali era "sempre pomeriggio", ma che non conoscevano la più profonda benedizione della pace nel dolore. - W.F.A

13 I suoi arcieri mi circondano tutt'intorno. Dio è rappresentato non come colui che tira le frecce, ma come colui che circonda Giobbe con un corpo di arcieri, che sono sotto il suo comando ed eseguono la sua volontà. Quindi, in generale, la Scrittura rappresenta i giudizi di Dio come eseguiti da agenti interiori

vedi - 2Samuele 24:16, 1Cronache 21:15, 2Re 19:35 - , ss

Egli spezza le mie reni, e non risparmia. L'allusione è probabilmente alle sofferenze fisiche di Giobbe, che includevano forti dolori nella regione lombare. Egli riversa il mio fiele sul terreno. La rottura della cistifellea fa sì che il contenuto venga spruzzato a terra

14 Egli mi spezza con una breccia dopo l'altra. Come un nemico, quando assedia una città, schiaccia la sua resistenza per mezzo di "breccia su breccia", così Giobbe viene schiacciato da un attacco dopo l'altro. Mi corre addosso come un gigante; cioè con una forza travolgente, una forza che è assolutamente irresistibile

15 Ho cucito un sacco sulla mia pelle. Un'altra transizione. Giobbe si rivolge alla considerazione di come ha agito nelle sue gravi afflizioni. In primo luogo, egli ha indossato un sacco, non solo per un po' di tempo, come fanno le persone comuni in lutto, una capanna per una permanenza, in modo che si possa dire che l'abbia cucita sulla sua pelle. C'è, forse, anche un'allusione all'adesione dell'indumento alle sue numerose piaghe. e ho contaminato il mio corno nella polvere. "Il mio corno" equivale a "il mio orgoglio", "la mia dignità". Giobbe, quando lasciò il suo stato, indossò il sacco e "si mise a sedere in mezzo alla cenere",Giobbe 2:8

si spogliò del suo onore e della sua dignità, e per così dire li trascinò nella polvere

16 Il mio volto è sporco di pianto, ha pianto così tanto che il suo volto è macchiato dalle sue lacrime. E sulle mie palpebre c'è l'ombra della morte. C'è un'ombra terribile sui suoi occhi e sulle sue palpebre, che fa presagire la morte

17 Non per qualche ingiustizia nelle mie mani; O, non che ci sia violenza nelle mie mani Isaia 53:9 - , dove l'espressione usata per il Messia è quasi la stessa

Giobbe ripudia l'accusa di rapina e rapina che Elifaz ha rivolto contro di luiGiobbe 15:28,34

Le sue mani non hanno fatto violenza ad alcuno. Anche la mia preghiera è pura. Né si è reso colpevole dell'ipocrisia di cui Elifaz lo ha accusatoGiobbe 15:34

Le sue preghiere sono state sincere e genuine

Preghiera accettabile

I QUANDO SI RIVOLGE ALL'OGGETTO GIUSTO. Dio. Ma non il Dio della nostra immaginazione, o semplicemente il Dio della natura, ma il Dio della rivelazione e il Dio della grazia, il Dio che ha manifestato la sua gloria nella Persona di Gesù Cristo

II QUANDO VIENE PRESENTATO ATTRAVERSO IL GIUSTO MEDIUM Gesù Cristo, l'unico Mediatore tra Dio e l'uomo,

1Tm 2:5

l'unico Avvocato per gli uomini peccatori, 1Giovanni 2:1

l'unico Sommo Sacerdote sulla casa di Dio, Ebrei 7:25

l'Uomo dei giorni che Giobbe desiderava,Giobbe 9:33

il Redentore a cui egli attendevaGiobbe 19:25

III QUANDO VIENE OFFERTO CON LO SPIRITO GIUSTO

1. Cordiali saluti Isaia 29:13 Matteo 15:8

2. Umilmente Genesi 32:10; Isaia 66:2; Luca 18:13

3. Credendo Matteo 21:22; Ebrei 11:6; Giudici 1:6

4. Santissimo;

1Tm 2:8

cioè con la rinuncia al peccato, Proverbi 15:8 21:27 28:9 Salmi 66:18

e con disposizioni gentili e indulgenti Marco 11:25

IV QUANDO SI CHIEDONO LE COSE GIUSTE. Cose contenute nelle promesse. Questi danno alla preghiera uno spazio ampio e sufficiente allo stesso tempo

1. Ampio; poiché le promesse sono estremamente grandi e preziose nella loro varietà

2Pietro1:4

2. Sufficiente, poiché contengono tutte le cose che riguardano la vita e la pietà

Purezza della preghiera

La preghiera impura non può essere ascoltata da Dio. Può essere serio, appassionato, veemente, eppure deve ricadere respinto e confuso. Consideriamo, dunque, in che cosa consiste la purezza della preghiera

I REALTÀ. La preghiera che non è sentita e non è intesa nel cuore è un'offerta impura di ipocrisia. Benché sia pronunciata con frasi di devozione, è a Dio come l'urlo di demoni blasfemi. Se non ci sono altri peccati nella nostra preghiera, l'insincerità è fatale. Ma non è facile essere sempre veri e reali, specialmente negli atti pubblici di devozione, quando ci si aspetta che una moltitudine di persone si uniscano alla stessa preghiera nello stesso momento. Se, tuttavia, il cuore è deciso a cercare veramente Dio, non considererà il pensiero errante di distrazioni casuali come un segno di insincerità. Lo spirito può essere disposto mentre la carne è debole, Matteo 26:41

e Dio guarda al cuore. Ciò che è essenziale è un vero proposito e uno sforzo per adorare Dio, che è uno Spirito, in spirito e verità Giovanni 4:24

II PENITENZA. Siamo tutti peccatori, e quindi possiamo venire a Dio solo come supplici confessando il nostro peccato. Qualsiasi altro metodo di approccio è falso nei confronti del nostro carattere e delle nostre azioni. Nella parabola del pubblicano e del fariseo è proprio la contrizione del pubblicano che incontra l'approvazione di Dio. Se ci atteniamo al nostro peccato non possiamo essere ricevuti nella nostra preghiera. Anche se possiamo dimenticare la cosa brutta, o supporre di averla lasciata dietro di noi, essa è con noi nella stessa casa di Dio; è addirittura frapporsi tra noi e Dio, una barriera nera e impenetrabile

III FEDE. Non possiamo pregare solo finché non confidiamo in Dio. La preghiera dell'incredulità è un grido selvaggio nell'oscurità strappato a un'anima dalla sua totale angoscia. Sicuramente Dio avrà pietà di un tale grido, e nella sua infinita compassione farà il possibile per salvare il suo bambino ottenebrato. Ma la forza della comunione con Dio che viene nella preghiera è possibile solo quando possiamo fidarci di Dio come nostro Padre e confidare completamente in Lui. È credendo, confidando in Dio, che otteniamo grandi benedizioni nella preghiera

IV SOTTOMISSIONE. Se la Nostra preghiera è un mandato ostinato che richiede a Dio certe cose che devono essere giuste secondo la nostra mente, è contaminata dall'impurità. Non dobbiamo dettare a Dio ciò che deve fare per noi. Il nostro dovere è quello di esporre il nostro caso davanti a Dio e poi di lasciarlo a Lui. Deve fare ciò che ritiene migliore, non ciò che noi chiediamo. La preghiera pura sarà sottomessa, dicendo: "Non come voglio io, ma come vuoi tu"

V ALTRUISMO. Anche nella nostra sottomissione possiamo ancora essere egoisti, perché possiamo essere convinti che è meglio per noi stessi che Dio faccia di noi ciò che ritiene migliore, e non può pensare a nient'altro. Preghiere come "Benedicimi; Salvami; consolami; riempimi di cose buone", sono ristrette, e quando stanno da sole sono egoiste. La preghiera modello di Cristo è al plurale: "Padre nostro, dacci", ss. Abbiamo bisogno di allargare le nostre richieste con l'intercessione per i nostri fratelli e di includere i bisogni del mondo nelle nostre preghiere. La preghiera più pura è quella che cerca principalmente la gloria di Dio: la preghiera di Cristo: "Padre, glorifica il tuo nome". -W.F.A

18 O terra, non coprire il mio sangue! C'era una credenza diffusa nel mondo antico che il sangue innocente, versato sulla terra, gridasse vendetta a Dio e rimanesse una macchia oscura sulla terra fino a quando non fosse vendicato, o fino a quando non fosse stato coperto. Giobbe apostrofa la terra e la supplica di non coprire il suo sangue quando morirà, come si aspetta di fare presto. E che il mio grido non abbia posto; cioè non abbia nascondiglio, ma riempia la terra e il cielo. Che continui ad essere ascoltato fino a quando non riceve risposta

Versetti 18-22. - Giobbe a Dio:2. Un appello a Dio contro Dio

IO UN'INVOCAZIONE SUBLIME. "O terra, non coprire il mio sangue e non lasciare che il mio grido non abbia posto!" (Versetto 18)

1. La spiegazione della lingua. L'allusione sembra essere a Gen 4:10, dove il sangue di Abele è rappresentato mentre grida a Dio dalla terra per vendicarsi del suo distruttore; e Giobbe, nell'alta consapevolezza della sua innocenza, mentre anticipa momentaneamente la morte, invita la terra a non bere il suo sangue, ma a permettere che il suo grido "spinga la sua via senza ostacoli e senza sosta verso il cielo senza trovare un luogo di riposo". Ma lo studente può consultare l'Esposizione

2. L'importazione della lingua. Contiene una dichiarazione da parte di Giobbe che, sebbene stesse per perire, era innocente; e, poiché considerava Dio come l'Autore di tutte le sue sofferenze, era praticamente un'accusa a Dio come Spargitore del suo sangue innocente. Lo stile di indirizzo qui impiegato non è certo quello che un brav'uomo può imitare con sicurezza

II UN APPELLO FIDUCIOSO

1. A quale quartiere? Non ai suoi amici che lo avevano deriso (versetto 20), ma a Dio stesso che lo aveva assalito, al quale tuttavia si era aggrappato come per la cara vita, e che descrive con una triplice caratteristica

(1) Il suo nome; Eloah, l'Onnipotente Supremo, in contrasto con l'uomo, sia con gli uomini forti che con gli uomini deboli, che nel migliore dei casi sono solo polvere; il potente Creatore di questa struttura universale, che dà forza ai deboli e a coloro che non hanno forza accresce la forza, Isaia 40:29

e che si è rivelato nel modo più misericordioso come un rifugio per gli oppressi Salmi 9:9; Deuteronomio 33:27; Geremia 16:19);

(2) La sua occupazione; quella di un Testimone, un Testimone oculare, i cui occhi sono in ogni luogo, contemplando il male e il bene, Proverbi 15:3

come quelli di Cristo, il Testimone fedele, sono in mezzo ai candelabri d'oro;

Ri 2:1

e in particolare i cui occhi corrono avanti e indietro per tutta la terra, per mostrarsi forte a favore di quelli il cui cuore è perfetto verso di lui. Il pensiero che Dio sia un costante Testimone Oculare di tutto ciò che è sulla terra, e uno Spettatore silenzioso di tutto ciò che traspare nei luoghi profondi del cuore umano, può infondere allarmato i malvagi, ma è pieno di speciale conforto per il santo

(3) La sua dimora, le alture, o cielo. Dio ha tre dimore: l'eternità, la Chiesa e il cuore del santo; Isaia 57:15

e non è mai veramente assente dal terzo, non più che dal secondo o dal primo. Ma quando il santo, a causa del dubbio, del dolore o del peccato, non può percepirlo nel secondo o nel terzo, può sempre trovarlo nel primo, seduto sul suo alto e glorioso trono di grazia

2. Con quale spirito? Chiaramente

(1) con fede ferma. "Ecco, la mia testimonianza è nei cieli", il primo pronome personale che indica l'esistenza della fede che si appropria. Allora Davide dice: "Il Signore è il mio pastore" Salmi 23:1

e

(2) con fiduciosa aspettativa. "Guarda!" -- una nota di trionfo, come se un bagliore di luminosa ed esultante speranza avesse già cominciato a far luce nel sole nell'anima del sofferente

III UNA FERVENTE SUPPLICA

1. La fermezza delle preghiere di Giobbe. Essi erano:

(1) Persistente. I suoi amici lo deridevano, lo accusavano di empietà, insinuavano che avesse abbandonato l'abitudine alla devozione; ma, nonostante le calunnie e le false dichiarazioni, continuò "in preghiera istantanea". Non la devozione intermittente e intermittente succede a Dio, ma abituale e continua. Perciò pregate incessantemente. È un alto segno di grazia essere in grado di perseverare nel fare il bene e continuare a pregare di fronte all'opposizione e al ridicolo degli amici

(2) In lacrime. Giobbe non presentò al trono della grazia suppliche fredde, formali e svogliate, ma suppliche calde, urgenti e vigorose. Quando l'occhio lacrima, il cuore si scioglie. È il flusso del sentimento penitenziale, o il flusso del desiderio credente, che, sgorgando dal profondo dell'anima, manda gocce liquide attraverso la porta aperta dell'occhio. Davide pianse Dio con Salmi 42:3

Il padre del ragazzo pazzo gridò in lacrime: "Signore, io credo" Marco 9:24

2. Il peso delle preghiere di Giobbe

(1) Che Dio avrebbe supplicato se stesso a favore dell'uomo, cioè che avrebbe vendicato Giobbe contro se stesso, dichiarandolo (Giobbe) innocente, Ciò che Giobbe qui desiderava per se stesso è stato fatto in un senso più elevato per tutti gli uomini da Cristo, che attraverso la sua croce ha interceduto per i trasgressori affinché non dimostrassero la loro assenza di peccato o integrità, ma per stabilire la loro giustizia davanti a Dio

(2) Che Dio avrebbe interceduto per il figlio dell'uomo contro il suo amico; cioè per Giobbe contro i suoi amici, che volevano depredirlo come ipocrita. Anche questo Dio lo farà per tutti, se non qui, in un mondo futuro. "Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro" Matteo 13:43

IV UNA RAGIONE PATETICA

1. La brevità del termine della vita. "Quando verranno alcuni anni" (Versetto 22). Il breve periodo di vita che ancora rimaneva sarebbe presto finito. Il tempo vola con tutti, ma soprattutto con i moribondi

2. La disperazione del ritorno dell'uomo dalla tomba. Allora andrò per la via da cui non tornerò

Confronta - Giobbe 10:21

Imparare:

1. Che solo il Dio della fede è il vero Dio

2. Che il Dio della fede si trova nella pagina della rivelazione e in Gesù Cristo, non nelle mere concezioni della mente umana

3. Che il Dio della fede non è nemico di nessuno, ma l'Amico di tutti

4. Che l'orecchio del Dio della fede non sia mai pesante da non poter udire, né la sua mano accorciata da non poter salvare

19 Anche ora, ecco, la mia testimonianza è nei cieli; piuttosto, anche ora (vedi la versione riveduta). Giobbe rivendica Dio come suo Testimone, guarda a lui per una rivendicazione definitiva del suo carattere, è sicuro che in un modo o nell'altro renderà chiara la sua giustizia come il mezzogiorno agli occhi degli uomini e degli angeli

vedi - Giobbe 19:25-27 - , di cui questo è in qualche modo un'anticipazione

Il mio record -- o, colui che garantisce per me (Revised Version) -- è in alto -- una delle ripetizioni pleonastiche così frequenti di una stessa idea

Versetti 19, 20.- L'appello di innocenza al tribunale supremo

Giobbe ora si trasforma da uomo a Dio. Egli ha la certezza della fede, la piena certezza che la fede dà, che Dio ripagherà i feriti e giustificherà i puri. Il giudizio dell'uomo è imperfetto. Vede solo la circostanza fuoribordo; Dio guarda il cuore. A colui che conosce tutte le cose si rivolge Giobbe; e a Dio il suo "occhio versa lacrime". Prima che l'uomo possa affidare la sua causa a Dio con fiducia, è necessario quanto segue:

SONO PROFONDAMENTE CONVINTA DELL'INSUFFICIENZA DEI GIUDIZI UMANI. Giobbe lo aveva completamente dimostrato. Per quanto sagge fossero le parole dei suoi amici, o comunque giuste le loro riflessioni, Giobbe sapeva che le loro accuse contro di lui erano infondate, e che quindi le loro conclusioni erano ingiuste. Quindi si rivolse da loro a quel "racconto" della sua vita che era "in alto"

II Ma questo deve essere sostenuto da UN'INTEGRITÀ CONSAPEVOLE. Nessuno può veramente affidare la sua causa a Dio che sa dentro di sé di essere colpevole. All'ultima battuta sa con certezza che il suo peccato lo scoprirà. Ma colui il cui spirito gli rende testimonianza della sua rettitudine, come fece Giobbe, e come i giudizi divini affermarono in seguito, può affidare con calma la sua via a Dio. Sa che la sua vera "Testimonianza è nei cieli". Egli renderà testimonianza dell'integrità, della rettitudine e della purezza di Giobbe

III Inoltre, UNA FEDE SENZA ESITAZIONE NELLE GIUSTE AZIONI DI DIO è necessaria per un calmo affidamento di tutti al suo arbitrato. Giobbe, il "servo" di Dio, sapeva con chi poteva confidarsi. Temeva Dio. Su quella paura si basa la fede con sicurezza e sicurezza. Una concezione di Dio così bassa da non ispirare alcuna fede deve precludere ogni speranza amorevole e utile in lui

IV Su tali fondamenti possa riposare una calma pazienza per attendere il premio divino finale. Il sofferente retto, sincero, ma incompreso, lascia tutto al giudizio finale. Il "testimone" e il "registro" sono "in alto". A quel tribunale che pure è in alto si appella, e con il "disprezzo" dei suoi "amici" che spezzano il suo spirito già afflitto rivolge i suoi occhi pieni di lacrime "a Dio". L'integrità sicura di sé può sempre fare appello a Dio, "il giusto Giudice" al cui seggio di giudizio è appello la più alta sapienza dell'innocenza attaccata. - R.G

Versetti 19, 20.- Il Testimone in cielo

Giobbe si trasforma da uomo a Dio. Sulla terra è mal giudicato, ma in cielo c'è Colui che vede tutto, e può testimoniare sia la sua sofferenza che la sua integrità. Più di questo; si volge da Dio come fonte della sua calamità a Dio come suo Salvatore. Il Dr. S. Cox ha fatto notare che Giobbe ha fatto qui una grande scoperta. Ha trovato un Dio superiore, un Dio d'amore, al di sopra del Dio che tormenta. O meglio, ha visto il vero Dio al di sopra della falsa idea convenzionale di Dio. A questo Dio si appella come suo Testimone in cielo

IO C'È UN TESTIMONE IN CIELO

1. Egli è molto al di sopra di noi. "In paradiso". Dio non deve essere confinato nella ristretta gamma delle esperienze terrene. Egli siede al di sopra della polvere e del frastuono della battaglia, al di sopra di tutte le nuvole e le tempeste della terra. Egli è libero dalla passione, dalla visione limitata, dal pregiudizio personale degli attori immediati della scena terrena. Benché intimamente associato a tutto ciò che siamo e facciamo, egli è tuttavia così grande da godere di quel distacco della mente che permette un giudizio equo e imparziale. Guarda con occhi diversi dai nostri; Dalla sua alta posizione egli vede tutte le cose nella loro giusta proporzione, e abbraccia l'intero panorama dell'esistenza

2. Prende nota delle cose terrene. Un "testimone". Dio non è disinteressato alla terra, come una divinità epicurea. Egli guarda a tutte le faccende umane, e tutte sono aperte a lui. Ogni azione umana è compiuta sotto l'occhio di Dio; Anche i crimini più oscuri e segreti sono perfettamente esposti al suo esame approfondito. Anche lui vede le cose veramente, come sono; e il torto e l'ingiustizia più grandi gli sono ben chiari. Dio non fraintende mai nessuno dei suoi figli

3. Si può fare appello a lui. Giobbe chiama addirittura Dio "il mio Testimone". Sente che Dio è dalla sua parte e crede di poter invocare Dio per testimoniare contro l'enorme torto che gli viene fatto. Dio non riserva inutilmente la sua conoscenza, come uno studente che impara sempre, ma non impiega mai ciò che acquisisce. Possiamo appellarci a Dio perché venga a parlare e ad agire per la nostra liberazione, versando lacrime a Lui

II LA TESTIMONIANZA IN CIELO È VERA E BUONA. È inutile appellarsi a un falso testimone, o a uno che darà una versione sfavorevole di ciò che vede. Satana fu un testimone della vita di Giobbe; ma la testimonianza di Satana era unilaterale, sospetta e tanto dannosa quanto i fatti potevano consentire. Giobbe si appella senza timore al Testimone supremo, sapendo che si può fare affidamento sulla sua testimonianza. La bontà e la verità sono supreme. Le esperienze terrene inferiori di Dio sono contraddittorie e confuse. Ciò che vediamo in questo mondo di natura e provvidenza ci lascia perplessi con pensieri duri di apparente indifferenza, ingiustizia, crudeltà. Alcuni hanno addirittura supposto che il Creatore di un mondo con tanto male non potesse essere buono. Il Calibano di Browning immaginava, nella sua povera, ottusa e meschina speculazione, che il suo dio Setebos avesse creato il mondo "per dispetto". Questa era una credenza comune con le sette gnostiche. Ma Calibano, come gli gnostici, vide che c'era un Supremo che agiva giustamente. La nozione appare nei tempi moderni. Il dottor Jessopp racconta una conversazione in cui un vecchio contadino disse che la Provvidenza era sempre contro di lui. Quest'anno è stata la patata, e l'anno scorso l'avena è stata rovinata. Ma alzando gli occhi, aggiunse: «Credo che ci sia Uno lassù che lo chiamerà a rendere conto». L'illusione sta nel separare le due divinità. Dobbiamo vedere che l'unico Dio appare nelle scene inferiori di oscurità e di mistero, e anche nelle altezze superiori come amore perfetto. Nuvole e tenebre circondano il suo sgabello, ma il suo volto è grazioso. - W.F.A

20 I miei amici mi disprezzano; letteralmente, i miei schernitori sono i miei compagni; cioè devo vivere con coloro che mi disprezzano.Giobbe 30:1-13

Ma il mio occhio versa lacrime a Dio. Giobbe non si rivolge ai suoi "amici" o "compagni", o "consolatori", o a qualsiasi aiuto umano, nella sua angoscia. Dio solo è il suo Rifugio. Costretto dai suoi guai a passare il suo tempo nel pianto e nel lutto (vedi versetto 16), è a Dio che il suo cuore si rivolge, a Dio che "versa le sue lacrime". Difficilmente pensa che Dio si sia servito di lui, per quanto a volte si arrischi a lamentarsi amaramente, tuttavia non gli passa mai l'idea di cercare aiuto o simpatia in qualsiasi altra parte, di ricorrere a qualsiasi altro sostegno o sostegno. "Quand'anche mi uccidesse, confiderò in lui",Giobbe 13:15

esprime il sentimento più profondo del suo cuore, il principio più profondo della sua natura. Nulla lo prevale. Anche "dal profondo" la sua anima grida al Signore

vedi - Salmi 130:1 #Giobbe 16:21

Oh, se uno potesse supplicare per un uomo presso Dio! L'originale qui è oscuro. Potrebbe significare, Oh, che lui (cioè Dio stesso) difendesse un uomo presso Dio, cioè diventasse un Mediatore tra lui e l'uomo, difendesse per lui, intraprendesse la sua difesa e ottenesse per lui una considerazione misericordiosa. O, quasi come nella Versione Autorizzata, Oh, se si potesse supplicare Dio per l'uomo (cioè per l'umanità in generale)! interessatelo per loro e ottenete per loro un giudizio misericordioso. La prima resa è da preferire. Come un uomo supplica per il suo prossimo, letteralmente, come un figlio dell'uomo (o, come il Figlio dell'uomo) supplica per il suo prossimo. Se prendiamo la traduzione più semplice, "come un figlio dell'uomo", allora il significato è semplicemente: "Oh se Dio interpellasse per l'uomo con se stesso, come un uomo è solito intercedere per il suo prossimo!" Ma se preferiamo l'altra traduzione, "come il Figlio dell'uomo", sarà necessaria un'interpretazione messianica. (Così il professor Lee e il dottor Stanley Leathes) Ma le interpretazioni messianiche di passaggi che non li richiedono, e che non hanno tale interpretazione tradizionale, richiedono estrema cautela

Supplicare Dio

Giobbe mantiene ancora la tensione di pensiero più alta che aveva assunto quando si appellò alla sua Testimonianza in cielo. L'unico desiderio del suo cuore è quello di essere a posto con Dio, ed è persuaso che solo Dio stesso può renderlo tale

IL NOSTRO PIÙ GRANDE BISOGNO È QUELLO DI ESSERE A POSTO CON DIO. A che serve l'adulazione dell'uomo se Dio, l'unico Giudice supremo con cui abbiamo a che fare, ci condanna? Ma, allora, dov'è il male della censura dell'uomo quando il nostro Giudice ci assolve? Si parla troppo dell'opinione del mondo, e troppo poco del verdetto del Cielo. Abbiamo bisogno di elevarci al di sopra delle piccole speranze e delle lacrime del favore umano al grande pensiero dell'approvazione di Dio. Quando pensiamo prima a questo, tutto il resto diventa insignificante. Le ragioni per farlo dovrebbero essere schiaccianti

1. Dio sa tutto

2. Egli è Onnipotente, in grado di benedirci o di allontanarci

3. Egli è nostro Padre. Ed è meglio che il bambino stia bene con il suo genitore che con tutto il mondo

II DOBBIAMO AMMETTERE CHE NON SIAMO A POSTO CON DIO

1. Questo è evidente nell'esperienza della vita. Giobbe sentiva che c'era qualcosa che non andava tra lui e Dio, anche se lo sciocco errore dei suoi amici aveva confuso la sua mente, così che non riusciva a vedere dove si trovasse il torto. Le ombre oscure che si insinuano tra noi e Dio, e ci nascondono la gioia del cielo, si fanno sentire nell'esperienza. Certamente testimoniano una qualche condizione di errore o di male

2. Ciò è confermato anche dalla testimonianza di coscienza. Una voce interiore interpreta la scena oscura all'esterno. Impariamo dalle angosce di Giobbe che le calamità non sono necessariamente indicative del peccato. Ma tutti dobbiamo ammettere che nulla ci mette in errore con Dio come la nostra cattiva condotta

III ABBIAMO BISOGNO DI UN AVVOCATO CHE CI METTA A POSTO CON DIO. Non possiamo rappresentare correttamente il nostro caso, poiché non comprendiamo noi stessi e il nostro "cuore è ingannevole più di ogni altra cosa". Certamente non conosciamo la mente e la volontà di Dio. Come possiamo dunque ritrovare la strada per tornare a lui? In mezzo c'è un deserto impervio e la notte è buia e tempestosa. Anche se fossimo stati davanti a lui non avremmo potuto rispondergli "uno su mille". Così c'è un sentimento generale tra gli uomini che è necessario un mediatore, un intercessore, un avvocato, un sacerdote

IV DIO IN CRISTO È L'AVVOCATO PRESSO DIO PADRE. Giobbe non riusciva a vedere fino a questo punto; ma vide la verità essenziale, cioè che Dio deve provvedere alla via della riconciliazione. Solo Dio può supplicare Dio per l'uomo. Perciò fuggiamo" da Dio a Dio". Fuggiamo dalle esperienze inferiori del Divino nella vita, che ci colpiscono come dure, e persino come ingiuste, alla visione superiore di Dio che lo rivela come tutta la verità e la bontà. Invochiamo Dio nel suo amore perché ci riconcili con sé. Questo, insegna il Nuovo Testamento, lo fa in Cristo, che è la Rivelazione dell'amore di Dio. "Abbiamo un Avvocato presso il Padre", ss 1Giovanni 2:1

Non vogliamo che nessun sacerdote umano perori la nostra causa, perché abbiamo un grande Sommo Sacerdote che "vive sempre per intercedere per noi". Quando preghiamo veramente nel nome di Cristo, abbiamo il diritto di confidare che Egli intercederà per noi. Con tutti i meriti della sua croce e della sua Passione la sua supplica è potente per prevalere per la salvezza del peccatore. - W.F.A

22 Quando sono arrivati alcuni anni; letteralmente, un numero di anni, che generalmente significa un piccolo numero. Andrò per la via da cui non tornerò. Questo versetto comincerebbe più appropriatamente il capitolo successivo, che si apre in modo simile, con un'anticipazione dell'avvicinarsi della morte

Illustratore biblico:

Giobbe 16

1 CAPITOLO 16

Giobbe 16:1-3

Miserabili consolatori siete tutti voi.

Miserabili consolatori:

Non sono altro che tristi consolatori che, essendo confusi dalla vista dell'afflitto afflitto, irritano la loro colpa (reale o presunta), indeboliscono la testimonianza della loro buona coscienza per poterli spronare a pentirsi e non lasciano loro vedere alcuna porta di speranza, se non in cattivi rapporti. Imparare-

1.) Il popolo di Dio può caricarsi e caricarsi a vicenda di pesanti imputazioni; di cui, sebbene una parte sia colpevole, tuttavia chi sia non sarà completamente chiarito (se non nella coscienza degli uomini) fino a quando Dio non apparirà

2.) L'uomo può tristemente addebitare ad altri coloro di cui sono più colpevoli. Gli amici infatti accusavano Giobbe di aver detto parole vane, o parole di vento, eppure egli afferma di esserne colpevoli, non avendo alcuna ragione solida nei loro discorsi, ma solo pregiudizi, errori e passione

3.) Gli uomini possono insegnare una dottrina, vera e utile nel suo genere, che tuttavia è vana quando mal applicata. Così Satana può abusare e pervertire la Scrittura

4.) I discorsi vani e inutili sono un grande peso per una mente spirituale, e specialmente per una mente spirituale stanca, che ha bisogno di meglio

5.) Quando gli uomini sono pieni di passione, pregiudizio o amor proprio, stancheranno tutti gli altri con i loro discorsi prima di stancare se stessi. Sì, possono pensare di fare bene, quando sono un peso per coloro che li ascoltano

6.) Gli uomini non sono facilmente scacciati dai loro falsi principi e opinioni una volta che sono ubriachi in

7.) Come possono essere audaci gli uomini che hanno la verità e la ragione dalla loro parte, così spesso la passione spinge gli uomini a sostenere dibattiti quando ancora non hanno una solida ragione per giustificare il loro cammino

8.) Le coscienze degli uomini saranno messe a questo punto, per vedere su quali basi si muovono nei dibattiti. È una cosa triste iniziarli o continuarli senza cause solide e necessarie, ma solo per pregiudizio, interesse o perché sono impegnati

9.) Gli uomini dovrebbero considerare seriamente di quale spirito sono e cosa li spinge a lavorare in ogni cosa che dicono e fanno. (George Hutcheson.)

La depressione spirituale e i suoi rimedi:

(I.) L'angoscia spirituale è fisica, causata dall'azione della debolezza fisica e dell'infermità sulla mente. O satanico, direttamente dovuto alle suggestioni del grande nemico delle anime. O giudiziaria, derivante dal sensibile ritiro della luce del volto di Dio. La causa generale di questa depressione è il peccato. Di tanto in tanto Dio permette che venga su di noi, affinché possiamo conoscere noi stessi e sentire la nostra debolezza

(II.) Come si manifesta la depressione spirituale. La forma più comune è che il sofferente si immagina perduto. Il Salmista esprime l'effetto così: "Gioisci le ossa che hai spezzato". Il sofferente non trova conforto nella preghiera; o nelle ordinanze di religione. Cosa si può fare per questo?

1.) Simpatizzare con il malato

2.) Ricorrete immediatamente alla preghiera

3.) Sforzarsi di scoprire la causa del ritiro del favore di Dio

4.) Soffermatevi molto sulle promesse di Dio

5.) Medita sull'amore e la sovranità di Dio

6.) Guarda al Signore Gesù Cristo stesso

Non continuate a scrivere cose amare contro voi stessi. Questo non è il giorno della condanna. (M. Villiers, M.A.)

I consolatori di Giobbe:

L'ufficio del consolatore è molto alto e benedetto. Chi ha la lingua dei dotti e può dire una parola a tempo opportuno a chi è stanco, può spesso evitare che l'angoscia si trasformi in disperazione; possano spesso rafforzare la fede e la speranza, e rallegrare chi è in lutto con la luce della pace eterna. Colui che ha forza di convinzione, chiarezza di vista, conoscenza dell'amore di Dio, può rendere uno dei più ricchi servizi che l'uomo possa rendere ai suoi simili. Nel caso di Giobbe 100 'era un dolore che in effetti gridava ad alta voce per avere conforto. La pietà degli angeli deve essersi posata su di lui, precipitato da una tale altezza di misericordia in un tale abisso di miseria. Non c'è nessun consolatore? Quando le ricchezze abbondavano, ne aveva molte per felicitarsi; Non c'è forse nessuno che pianga per lui e sostenga il suo cuore? Vediamo. Non mancano mai cuori che hanno pietà delle afflizioni degli uomini. Ma una cosa è compatire con un dolore silenzioso e vigile; Un'altra cosa è affrontare il dolore stesso e mostrare quanto sia giusto e misericordioso: e per questo lavoro coraggioso e tenero pochi sono adatti. E così di conseguenza Giobbe deve lamentarsi (CAPITOLO 6:15-17) che i suoi amici su cui aveva fatto affidamento erano come i torrenti invernali, che si azzuffavano fortemente, scorrevano coraggiosamente quando meno necessario; ma si seccano nella calura estiva e lasciano le carovane, che speravano di bere le loro acque, a morire di sete. Ma in mezzo allo smarrimento che contraddistingue tutti i suoi amici, e al generale rimpicciolimento di coloro che avrebbero dovuto cercare di confortarlo, ci sono tre dei suoi vecchi amici - a quanto pare da ciò che dicono loro stessi, e da ciò che Elihu dice di loro, tutti uomini almeno dell'età di Giobbe stesso - che si sforzano di consolarlo. Non proprio all'inizio della sua calamità, ma in un momento in cui Giobbe può dire (CAPITOLO 7:3) : "Mi sono fatto possedere mesi di vanità"; Questi tre uomini si danno appuntamento e vanno insieme a confortarlo. Giobbe stesso li disprezza, dicendo: "Miserabili consolatori siete tutti voi"; non rendendo così del tutto giustizia a uomini il cui compito non era così facile da portare a termine come pensano alcuni dei loro critici. Penso che, per quanto grandi ed evidenti fossero i loro difetti, forse erano migliori consolatori per Giobbe di quanto lo sarebbero stati tutti gli altri. Non hanno trovato un conforto per lui, ma hanno fatto qualcosa di meglio, lo hanno aiutato a trovare il vero conforto per se stesso. Vediamo cosa c'è nel carattere e nelle espressioni di questi uomini degne della nostra osservazione

1.) Avevano evidentemente alcune delle più grandi qualità di un consolatore. Avevano un profondo senso della calamità di Giobbe. Tutto il loro portamento all'inizio è bellissimo; Quando lo vedono alzano la voce e piangono. Si siedono accanto a lui sul suo letamaio e per un'intera settimana, in grave e rispettoso silenzio, condividono il suo dolore. Dappertutto, ma soprattutto nel dolore, la parola è solo d'argento, ma il silenzio è d'oro. Con grande dolore, la stanza per accogliere il comfort è piccola, sebbene il comfort necessario sia davvero molto grande. La consolazione non è certo per le prime fasi di un grande dolore, deve essere inserita gradualmente, man mano che l'anima dà spazio per trattenerla. E quando arriva il momento della consolazione diretta, dovrebbe essere riga su riga, un po' qui, un po' là. Il conforto del Vangelo della provvidenza prima di tutto; il conforto del Vangelo della salvezza in secondo luogo. Se solo fossero stati abbastanza saggi da tacere, sarebbero stati dei consolatori quasi perfetti. Lo fecero per sette giorni, e così facendo dimostrarono di avere una sola grande qualità del consolatore; Hanno preso la giusta misura dei problemi che sono venuti a lenire

2.) Se avevano il senso della sua calamità, avevano anche un'altra qualità di grande valore in un consolatore: avevano coraggio. Tra gli innumerevoli amici di Giobbe, quasi nessuno ebbe il coraggio di affrontare il suo dolore. Ce l'avevano. A volte ci vuole coraggio per proibire l'abbandono della disperazione, per negare le accuse che l'impazienza rivolge a Dio. A volte, come il grande Consolatore, dovete cominciare a convincervi del peccato e a condurre gli afflitti attraverso la penitenza alla consolazione

3.) Avevano anche alcuni dei grandi elementi del credo della consolazione. Credevano, prima di tutto, che Dio aveva mandato l'afflizione; e la radice di ogni consolazione è lì. La corona del dolore è il pensiero che il caso regna. E dovunque sentiamo che Dio governa, e ciò che è accaduto è venuto per prescrizione o permesso divino, abbiamo un seme di consolazione più che sufficiente. Infatti, come vedremo in seguito, da ciò scaturisce tutto il grande conforto di Giobbe. Hanno un secondo grande articolo di fede e di consolazione: i loro cuori sono fortemente ancorati al senso della giustizia di Dio. Nelle fedi pagane un grande posto era spesso assegnato all'invidia e alla gelosia divine. E hanno anche una certa conoscenza del Suo amore. Essi esortano Giobbe a pregare per qualcosa a cui Egli risponde abitualmente. Lo esortano alla penitenza, assicurandogli che, anche se la sua colpa era stata così grande, Dio lo avrebbe perdonato. Hanno alcune delle grandi convinzioni necessarie per consolare. Eppure falliscono nel loro sforzo di consolare; E quando chiedete perché, vedete che mentre possedevano alcune delle prime qualità di consolatori, ne avevano altre che rovinavano il loro lavoro

1.) Prima di tutto, il loro credo, buono fin dove arriva, non va abbastanza lontano. C'era in essa una certa ristrettezza intellettuale e morale. Pensano a Dio quasi esclusivamente come a un giudice, che premia il bene, punisce il torto, perdona la colpa che Egli punisce quando si è debitamente pentiti. Ma sembra che non diano a Dio alcun margine per altre attività. Secondo loro, tutto ciò che fa è una ricompensa o una punizione. Essi non hanno, a loro avviso, alcun grande futuro che si estenda all'altro mondo, in preparazione del quale la disciplina di vario genere può essere utile, anche dove non c'è una trasgressione speciale. Avevano un credo breve e chiaro - dite al giusto che andrà bene per lui, dite al malvagio che sarà male per lui - e qualsiasi raffinamento, come "Egli corregge chi Dio ama", sembra loro qualcosa che rovina la chiarezza e la forza della verità salvifica. Questi uomini potevano credere in una ricompensa per il giusto, nell'afflizione per il trasgressore, ma la dottrina: "Molte sono le afflizioni dei giusti", indebolì le speranze dei buoni e distrusse l'allarme dei malvagi. Perciò nessuno di loro è mai riuscito a liberarsi dal sentimento che Giobbe era stato segretamente un peccatore più di tutti gli uomini. Dovremmo stare attenti alla ristrettezza e, anche se la nostra luce è più piena, ricordare che commettiamo un errore ogni volta che immaginiamo di aver tracciato la mappa di tutto Dio, dei piani e delle opere di Dio. Lasciamo un margine con modestia, e supponiamo che Dio farà molte cose, le cui ragioni sono sufficienti, ma non conoscibili da noi stessi. Supponete che non possiamo capire molto delle Sue vie, e state in guardia contro i credi che semplificano troppo. L'uomo è una cosa piuttosto complicata e la verità dell'uomo non può essere ridotta a un insieme di affermazioni molto semplici e molto ampie. Questi confortatori non riuscirono a ricordare che la comprensione dell'uomo non era del tutto uguale a spiegare tutti gli atti di Dio, e tralasciarono di vista tutti i probabili risultati futuri delle azioni di Dio nell'idea che la calamità non potesse avere alcuna ragione se non qualche precedente sbagliato. E avevano un altro difetto

2.) Erano a corto di fede nell'uomo. È facile capire come gli uomini dovrebbero essere sospettosi. Quando sentiamo quanta energia vulcanica c'è nel male dei nostri cuori, siamo inclini a credere troppo facilmente nel male degli altri. I difetti sono comuni, le cadute sono comuni, ma l'ipocrisia deliberata è troppo rara per giustificare una facile supposizione della sua esistenza su basi insignificanti. Se il pensiero vacillante che il loro amico dovesse essere colpevole di grandi peccati, e di tutta l'ipocrisia della sua religione, era perdonabile, avrebbero dovuto stabilirsi così fermamente e prontamente in questa convinzione, e senza alcuna prova, prima supporre e poi affermare una colpevolezza superiore a quella di qualsiasi altro? Questa incredulità in Giobbe è un peccato per il quale Dio li rimprovera in seguito. È una cosa seria ammettere al proprio cuore qualsiasi incredulità nell'integrità essenziale di un altro. Mantieni la fede nell'uomo se vuoi confortarlo. Questi uomini mancavano di fede nei loro simili e, come li chiamava Giobbe, divennero "falsi testimoni di Dio", in conseguenza di ciò. Forse la settimana di silenzio è dovuta alla suspense e alla simpatia, a qualche dubbio sulla loro teoria tanto quanto alla compassione. Ma non appena Giobbe ha "maledetto il suo giorno" e ha dato sfogo al mormorio che, per quanto naturale, non era senza peccato, allora il momentaneo dubbio svanisce, ed essi cominciano il loro lavoro. Elifaz, più gentilmente degli altri, con poco più di un accenno alla direzione in cui pensa che Giobbe farebbe saggiamente a procedere. Bildad prosegue con parole piene di scortese candore: "Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, ed egli li ha rigettati nella loro trasgressione... Egli ristabilirebbe la tua prosperità se pregassi". Zofar, che è più rozzo di tutti gli altri, gli dice senza mezzi termini che "Dio esige da lui meno di quanto la sua iniquità meriti". Quando Giobbe ha dichiarato la sua innocenza, e ha espresso il suo desiderio di stare faccia a faccia con Dio, e ha ricordato loro che la prosperità dei malvagi era universalmente osservata come le loro calamità, non diminuiscono la loro censura. In ogni forma di insinuazione e accusa lo mettono sotto accusa per qualche grande crimine. Finché, alla fine, Elifaz stesso raccoglie l'audacia di muovere accuse specifiche di disumanità. Povero lavoro! essere così colpito dalle accuse; quando la tenerezza lenitiva era il suo bisogno e il suo dovere. Eppure non sono sicuro che sia del tutto da compatire. Non riuscirono a dargli conforto, ma lo spinsero a trovarlo da solo. E nel trovarlo da solo, lo ottenne più saldamente e più riccamente di quanto avrebbe potuto trovarlo già pronto sulle loro labbra. Diverse cose dovrebbero essere ricordate

1.) È bene agire come consolatore

2.) L'amore è il grande prerequisito per farlo. La simpatia calma più di qualsiasi filosofia del dolore

3.) Un'interpretazione ristretta delle vie dell'amore di Dio è un difetto comune di coloro che vorrebbero consolare.

4.) Ci deve essere tempo perché la consolazione cresca, e può arrivare in una forma molto diversa da quella in cui ce la aspettiamo

5.) Atti per ultimi: Dio porta tutti i sinceri a un conforto estremamente ricco e grande. (Richard Glover.)

I consolatori di Giobbe:

Queste parole esprimono l'opinione che Giobbe aveva dei suoi amici. Né è un giudizio severo. Questi amici hanno perso e abusato della loro opportunità. Volevano essere alla filosofia della questione. Molti uomini ora, quando viene chiesto di assistere un vicino, sono più pronti "a ripercorrere la storia del caso" che a prestare assistenza. I confortatori di Giobbe meritavano l'epiteto di "miserabili", perché...

(I.) Hanno dimenticato che l'afflizione non è necessariamente punitiva. E, al contrario, tutta l'esaltazione non è beatitudine. I confortatori di Giobbe videro solo la superficie e ragionarono in base a ciò che videro. Non facevano distinzione fra le circostanze di Giobbe e l'uomo Giobbe. Non facevano discriminazioni tra il corpo di Giobbe e quello di Giobbe. Ammettendo che l'afflizione di Giobbe cadesse pesantemente sulla sua anima, non era necessariamente punitiva per questo motivo. Dio sottopone il Suo popolo a prove e discipline, così come a punizioni. Gli uomini cristiani sono alla scuola di Cristo e devono accettare la sua disciplina

(II.) Non discriminavano tra mezzi e fini. Non farlo significa sbagliare gravemente in questioni religiose; Non farlo è una superstizione pratica. Un uomo considera l'andare in chiesa, la lettura della Bibbia, la partecipazione alle ordinanze, come fini invece che come mezzi. E allora? Egli attenua la necessità sentita per il cuore spezzato e contrito. Anzi, di più, non si eleverà mai nella regione dello spirituale, quindi non adorerà mai Dio in modo accettevole

(III.) Non gioveremo mai a un prossimo gettando il passato tra i denti. Anche se un bambino è stato cattivo in passato, lo induriremo solo soffermandoci sul fatto. Nostro Signore non ha mai preso in giro gli uomini sul loro passato. I confortatori di Giobbe presumevano gratuitamente che il passato di Giobbe non fosse stato ben speso, e quindi meritavano l'epiteto di "miserabile". Tutti abbiamo bisogno di conforto; possiamo ottenerlo solo in Cristo. Se lo stiamo cercando nella fama, nel denaro, negli amici, nell'istruzione, in qualsiasi cosa che appartenga esclusivamente a questo mondo, verrà il tempo in cui esclameremo di queste cose: "Miserabili consolatori siete tutti voi!" Che questa frase non sia pronunciata nell'eternità. (J. S. Swan.)

Miserabili consolatori:

Alcuni ministri danno un freddo conforto alle coscienze afflitte; i loro consigli saranno altrettanto preziosi di quelli dell'Highlander che si dice abbia visto un inglese affondare in una palude sul Ben Nevis. "Sto affondando," gridò il viaggiatore. "Puoi dirmi come uscire?" L'Highlander rispose con calma: "Penso che sia probabile che non lo farai mai" e se ne andò. (C. H. Spurgeon.)

Nessun conforto nel cant:

Sono incompetenti per il lavoro di conforto quelle persone che non hanno altro che nulla da offrire. Ci sono quelli che hanno l'idea che si debba gemere per gli afflitti e gli afflitti. Ci sono momenti di dolore in cui un volto allegro che sorge nell'anima di un uomo vale per lui mille dollari. Non lamentarti degli afflitti. Prendete le promesse del Vangelo e pronunciatele in tono virile. Non aver paura di sorridere se ne hai voglia. Non guidare più carri funebri attraverso quella povera anima. Non dirgli che il problema era preordinato; Non sarà di alcun conforto sapere che è arrivato un milione di anni. Se vuoi trovare stecche per un osso rotto, non prendere la ghisa. Non dite loro che è la giustizia di Dio che pesa il dolore. Vogliono sentire parlare della tenera misericordia di Dio. (T. Deuteronomio Witt Talmage.)

Il filosofo mondano non consolatore:

Arriva e dice: "Ebbene, questo è ciò che avresti dovuto aspettarti. Le leggi della natura devono fare a modo loro"; E poi diventano eloquenti su qualcosa che hanno visto negli esami post-mortem. Ora, basta con tutta la filosofia umana in questi tempi! Che differenza fa per quel padre e quella madre di quale malattia è morto il loro figlio? È morto, e non fa differenza se il problema era nella regione epigastrica o ipogastrica. Se il filosofo è di scuola stoica, verrà e dirà: "Dovresti controllare i tuoi sentimenti. Non devi piangere così. Devi coltivare un temperamento più freddo. Devi avere fiducia in te stesso, autogoverno, autocontrollo": un iceberg che rimprovera a un giacinto di avere una goccia di rugiada nell'occhio. (Ibidem)

I volubili sono miserabili consolatori:

Le persone volubili sono incompetenti per il lavoro di dare conforto. Bildad ed Elifaz avevano il dono della lingua, e con le loro parole quasi turbavano la vita di Giobbe. Guai a quella gente volubile che va in mezzo alle case degli afflitti, e parla, e parla, e parla, e parla! Ripetono i loro dolori, e poi dicono ai poveri sofferenti che ora si sentono male, ma che dopo un po' si sentiranno peggio. Silenzio! Vi aspettate con un sottile cerotto di parole di guarire una ferita profonda come l'anima? Cammina molto delicatamente intorno a un cuore spezzato. Parlate a bassa voce a coloro che Dio ha privato. Allora vai per la tua strada. La profonda simpatia non ha molto da dire. (Ibidem)

Il consolatore deve aver provato dolore:

Le persone che non hanno avuto prove non possono dare conforto agli altri. Possono parlare molto bene, e possono darti una buona dose di sentimento poetico; Ma mentre la poesia è un profumo che ha un odore dolce, è un povero unguento. Se hai una tomba in un sentiero, e qualcuno arriva e la copre dappertutto di fiori, è ancora una tomba. Coloro che non hanno avuto dolore non conoscono il mistero di un cuore spezzato. Non conoscono il significato dell'assenza di figli, e del non avere nessuno da mettere a letto la sera, o dello stare in una stanza dove ogni libro, ogni quadro, ogni porta è piena di ricordi, lo zerbino dove si sedeva, la tazza da cui beveva, il posto dove stava sulla porta e batteva le mani, le strane figure che scarabocchiava, i blocchi che costruiva in una casa. Ah, no! Devi avere problemi con te stesso prima di poter confortare i problemi negli altri. (Ibidem)

7 CAPITOLO 16

Giobbe 16:7

Ma ora mi ha stancato.

Stanchezza nell'afflizione:

La parola "lui" non è nell'originale. Alcuni lo capiscono del suo dolore e del suo dolore, e leggono così: "E ora mi ha stancato", o, il mio dolore mi ha stancato. Altri lo capiscono di ciò che era stato detto dai suoi amici; I tuoi noiosi discorsi e le tue più severe censure mi hanno completamente consumato il morale e mi hanno stancato. La nostra traduzione ci porta a una persona e la nostra interpretazione ci porta a Dio. Giobbe riconosce ovunque che Dio è stato l'autore e l'ordinatore di tutti i suoi dolori. Ci si riferisce alla stanchezza della mente, ed è la stanchezza più dolorosa

1.) Uno stato di afflizione è uno stato faticoso. Soffrire stanca più del fare; e nessuno è così stanco come coloro che sono stanchi di non fare nulla

2.) Alcune afflizioni sono una stanchezza sia per l'anima che per il corpo. Ci sono afflizioni che colpiscono dritto e ci sono afflizioni che sono solo superficiali

3.) Alcune afflizioni non solo affliggono, ma sconvolgono la mente. Sconvolgono non solo le comodità, ma anche i poteri e le facoltà di esso. Un uomo in alcune afflizioni può a malapena parlare in modo sensato mentre agisce con fede, o farlo razionalmente mentre vive con grazia

4.) Un uomo pio può diventare estremamente stanco delle sue afflizioni. I migliori non possono sempre gioire delle tentazioni, né trionfare sotto una croce. I veri credenti, come hanno più pazienza nel fare, così nella sofferenza; eppure anche la loro pazienza non sempre resiste; essi, come Giobbe, a volte parlano con tristezza e lamentela. (Giuseppe Caryl.)

11 CAPITOLO 16

Giobbe 16:11

Dio mi ha consegnato agli empi.

Riconducendo tutto a Dio:

Ma Giobbe si fa un'idea della realtà delle cose quando fa risalire tutto a Dio, salvando: "Dio mi ha dato agli empi e mi ha consegnato nelle mani degli empi". Comincio a sentire che anche il diavolo non è altro che un servo nero nella casa di Dio. C'è un senso, forse difficilmente prestabile a una definizione a parole, in cui il diavolo appartiene a Dio con la stessa certezza del primo arcangelo. Non c'è una provincia separata dell'universo di Dio: l'inferno brucia proprio ai piedi del Suo trono. Non dobbiamo permetterci di credere che ci siano potenze rivali e dinastie in competizione in alcun senso che sminuiscano l'onnipotenza di Dio. Se si dice, come hanno detto recentemente alcuni illustri filosofi, che Dio non può essere onnipotente perché c'è il male nel mondo, si limita la discussione entro un confine troppo ristretto. Dobbiamo attendere la spiegazione. Dai tempo a Dio. Lascialo operare nella Sua eternità. Non siamo chiamati ora a rispondere alle domande. Oh! potremmo tacere, e dire: Non lo sappiamo; non insistere su di noi per avere risposte; Che la pazienza abbia il suo lavoro perfetto: questo è il tempo del lavoro, dell'educazione, dello studio, della preghiera, del sacrificio: questa povera scena del crepuscolo non è né abbastanza bella né abbastanza grande per accogliere l'intera spiegazione di Dio: dobbiamo portare avanti il nostro studio nel luogo che è alto come il cielo, nel tempo che è infinito come l'eternità. Tutti noi abbiamo sofferenza. Ogni uomo viene colpito ad un certo punto. Chi è capace di usare un po' di forza non parli con disprezzo del suo debole fratello. È facile per un uomo che non ha alcuna tentazione in una certa direzione dare la predica a un altro quando va in quella direzione. Ciò che vogliamo è una comprensione più giusta l'uno dell'altro. Dovremmo dire: Questo, fratello mio, non può sopportare un fuoco così o così; Perciò cerchiamo di metterci tra lui e la fiamma: quest'altro fratello sopporta perfettamente quel fuoco, ma c'è un altro fuoco che non osa avvicinare; Perciò dovremmo interporci tra Lui e la terribile fornace, sapendo che tutti noi abbiamo qualche debolezza, qualche punto di fallimento, qualche segno della polvere. Beati coloro che hanno un cuore grande, generoso, regale, divino! Più un uomo può perdonare, più assomiglia a Dio. (Joseph Parker, D.D.)

17 CAPITOLO 16

Giobbe 16:17-19

Non per qualche ingiustizia nelle mie mani.

La fiducia di un brav'uomo:

Con queste parole Giobbe 101 libera:

1.) La fiducia di un uomo pio

2.) Quel tipo di angoscia e di indignazione inferma, quel mezzo cimurro, quella esposizione con Dio, che a volte arriva all'eccesso anche negli uomini buoni e pii

3.) Il fondamento della sua fiducia e la sua liberazione da questa sua infermità. (Giovanni Donne.)

La mia testimonianza è in cielo e la mia testimonianza è in alto dei cieli.

La vera testimonianza della vita:

(I.) In riferimento a Giobbe

1.) Una dichiarazione della sua fede

2.) Una dichiarazione della sua sincerità

3.) Una prova della sua devozione

(II.) In riferimento a noi stessi

1.) Nei periodi di sospetto di sé

2.) Sotto gli assalti della calunnia

3.) Nella prospettiva della morte. (G. Brooks.)

22 CAPITOLO 16

Giobbe 16:22

Quando saranno venuti alcuni anni, allora andrò per la via da cui non tornerò.

La brevità della vita umana:

Dottrina: L'arrivo di alcuni nuovi anni ci allontanerà da questo mondo, per non tornarvi mai più

(I.) Sotto quali aspetti possiamo avere solo pochi anni a venire

1.) In confronto ai molti anni a cui si è estesa la vita dell'uomo, in un certo tempo,

2.) In confronto agli anni del mondo che sono passati

3.) In confronto alla grande opera che dobbiamo compiere, vale a dire, la nostra opera di salvezza e generazione

4.) In confronto all'eternità

(II.) Perché i pochi anni menzionati stanno arrivando, e non se ne vanno?

1.) Perché, nel momento in cui sono completamente entrati, sono usciti

2.) Perché finalmente comincerà a venire quell'anno che non vedremo mai finire

(III.) Quando i pochi anni ci hanno mandato via, non c'è ritorno

1.) Gli uomini non possono tornare indietro (ver. 14)

2.) Dio non li riporterà indietro. Miglioramento-

(1) Che gli uomini si rendano seriamente conto di essere ora un grande passo più vicini a un altro mondo di quanto non fossero

(2) Che guardino umilmente indietro la loro strada e considerino i molti passi sbagliati che hanno fatto nei loro anni passati

(3) Che rinnovino l'accettazione del patto e stabiliscano misure per la loro sicurezza in un altro mondo

(4) L'eternità è un affare di grande peso. La felicità dell'altro mondo è troppo grande perché noi ne siamo indifferenti e ci lasciamo ingannare da Satana e dai nostri cuori vanitosi. (T. Boston, D.D.)

La brevità e la fragilità della vita umana:

Questo non è uno dei discorsi irritabili di Giobbe; è un discorso in cui egli esprime le espressioni di una filosofia ispirata e suggerisce alcune riflessioni pratiche, sia sulla fragilità della vita che sulle questioni irreversibili della morte

(I.) La brevità e la fragilità della vita umana. "Quando arriveranno alcuni anni." Quasi tutte le immagini che si potrebbero pensare per denotare la transitorietà, la fugacità, la breve durata, il cambiamento improvviso, si troveranno nella Scrittura come emblema della vita umana. I nostri giorni sono rappresentati come se passassero da noi proprio come un'aquila si affretta verso la sua preda, come il veloce palo vola per la sua missione, come le navi di Ebeh aprono un sentiero attraverso le acque, come la spola del tessitore sfreccia attraverso la tela, mentre le nuvole ondeggianti si muovono nell'aria. O ancora, la nostra vita è un fiore vestito di gloria per un giorno, la tenda di un pastore che l'indomani sarà trasferita in un altro luogo, un vapore, che si raggomitolisce per un momento in una bella forma e poi si dissolve nel nulla, un'ombra che getta il suo audace contorno sul nostro cammino, e in un istante si allontana per non lasciare traccia dietro di noi. Ma consideriamo alcuni dei sensi in cui questa espressione, tra qualche anno, può essere presa. Così si può prendere in senso contingente, con un triste riferimento all'incertezza della vita, alla coscienza che dovrebbe essere presente a tutti noi, che l'invisibile mano che ci guida e che ha colpito il nostro amico durante l'anno passato possa essere indotta a deporci in basso il prossimo. In questa visione la parola "pochi" può essere presa nel suo senso più severo e assoluto. Può significare tre anni, o due anni, o anche uno, ma è necessario che il più giovane, il più forte e il più pieno di speranza tra noi, parli come ha detto Giobbe. Ogni giorno getta nuova confusione nelle nostre probabilità calcolate della durata della vita. Sembra che la morte trovi sempre una nuova porta che avevamo lasciato fuori dal nostro conto e che non avevamo preso; Sembrava essere una contingenza troppo remota per essere annoverata tra le probabilità umane. Ma comunemente, la parola "pochi" è usata in un senso comparativo. Si dice che gli operai nel campo del Vangelo siano pochi in confronto all'abbondanza della messe; si dice che coloro che trovano la via della vita sono pochi in confronto a coloro dai quali la via viene persa; E così, nel testo, si dice che gli anni della nostra vita sono pochi, in confronto alle molte cose che devono essere fatte in essa, per prepararci a una condizione di immortalità. Il confronto ci viene naturale. In tutte le grandi opere da fare, quasi intuitivamente consideriamo come elemento della difficoltà la questione del tempo. La sorpresa degli Ebrei quando supponevano che nostro Signore dicesse che avrebbe ricostruito il loro tempio dopo che era stato distrutto, non era che lo ricostruisse, ma che ciò che era costato quarantasei anni per realizzarlo, sarebbe stato in grado di farlo in tre giorni. Ebbene, l'edificazione del tempio spirituale non richiede sempre quarantasei anni, anche se può richiedere sessant'anni e dieci. Ma qualunque sia il limite sconosciuto, gli anni sembrano sempre accorciarsi man mano che ci si avvicina a quel limite; o come il lavoro da svolgere in esso rimane in uno stato incompiuto. Il fatto, come vedete, grida ad alta voce contro la follia di tutti i pentimenti ritardati. Per sottomettere il potere del peccato, per sganciarsi dai legami del mondo, per cambiare il pregiudizio di un cuore malvagio e acquisire il gusto e il gusto per la santità, per diventare esperti in quelle acquisizioni più elevate della vita santa, come aspettare, come sperare, come tacere, come stare fermi... oh, Vogliamo una lunga vita per questo! La grazia può farne a meno a volte, e lo fa; come quando i nostri giovani giusti sono portati via dal male a venire; E allora la lama verde è adatta per il granaio come l'urto del mais nella sua stagione. Ma in tutti i casi in cui viene concesso un tempo più lungo, è necessario un tempo più lungo; e poi, se una parte di questi anni viene sprecata, quali arretrati di lavoro vengono gettati sul resto; e quindi non riusciamo a fare alcun progresso. Abbiamo tutto da disimparare e disfare. Ma ancora una volta, penso che il tempo che ci rimane sia descritto con l'espressione "pochi anni", perché per quanto molti siano, appariranno pochi quando saranno passati. Per la verità di ciò, posso appellarmi con fiducia all'esperienza degli anziani. Potresti avere molti anni da vivere, ma non appariranno molti quando li avrai vissuti. Ciò che il testo sembra suggerire è che la durata del futuro dovrebbe essere misurata dalla stima della mente della durata del passato. Supponiamo, ad esempio, di avere altri dieci anni di vita; Per sapere se si tratta di un tempo lungo o breve, misuratelo con quella che ora vi sembra la lunghezza degli ultimi dieci anni. Qualcosa di importante e notevole accadde in quel periodo; Renditi conto del fatto che dopo un corrispondente lasso di tempo per il futuro non sarai più visto. Un tale metodo di misurare la lunghezza dei giorni dall'altro capo della linea non può non lasciare nel cuore un'impressione salutare della brevità della vita. Pertanto, calcoliamo tutti la lunghezza dei nostri giorni secondo la tavola della vita di Giobbe; Consideriamo i nostri anni a ritroso, cioè non in base a ciò che sono in prospettiva, ma a ciò che appariranno in rassegna. Noto un altro pensiero, che difficilmente poteva essere uscito dalla mente del patriarca, quando parlò dei suoi ultimi anni come pochi, e cioè che dovevano essere pochi - incomparabili, e al di là di ogni riduzione aritmetica - se paragonati alla vita che doveva succedere. Questo dovrebbe essere sempre un elemento nel calcolo del tempo del cristiano. Non arriveremo mai alla vera lunghezza dei nostri anni senza di essa. Se l'apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi, avesse preso come guida uno qualsiasi dei nostri calendari umani, avrebbe detto: "Quella leggera afflizione che è stata su di me per quasi trent'anni"; ma invece di questo ricorda che il tempo non deve essere affatto stimato secondo questo criterio. L'anzianità di servizio deve essere paragonata alla durata della ricompensa: aumenta l'uno e diminuisci l'altro, e questo senza limiti; cosicché se la durata della ricompensa successiva diventa infinitamente grande, la durata del servizio diventa insensibilmente piccola. A chi importa di essere re per un giorno? Chi per un boccone di carne diventerebbe il servo di un altro per il resto della sua vita? O, d'altra parte, chi non sopporterebbe il dolore per una notte per essere sicuro di entrare in una vita di gioia senza fine l'indomani? "Donde non tornerò."

(II.) I problemi irreversibili della morte

1.) Qui dovremmo notare la portata morale dell'espressione. Giobbe non deve essere inteso come se escludesse la possibilità di tornare sulla terra fisicamente per visitare i suoi amici, e rinnovare i suoi impieghi, per raccontare una seconda volta la storia della vita: il suo proposito è manifestamente quello di indicare la fissità del suo stato spirituale quando questi pochi anni di vita saranno finiti. Il suo significato è: andrò nel luogo da cui non tornerò per nessuno degli scopi disponibili per la salvezza, per il pentimento, per la preghiera, per fare riconciliazione. È un luogo dove tutto è determinato, inalterabile, definitivo; dove come ogni albero cade, così giace; dove chi è ingiusto è ancora ingiusto; dove colui che è santo sarà ancora santo. Aveva usato un linguaggio simile nel 7° capitolo. "Come la nuvola si consuma e svanisce; così chi scende nella tomba non risalirà più". Al che non possiamo aggiungere a torto l'esortazione del saggio: "Qualunque cosa la tua mano trovi da fare, fallo con la tua forza; poiché non c'è lavoro, né inganno, né scienza, né sapienza nella tomba, dove tu vai".

2.) E ora permettetemi di raccogliere alcune delle lezioni del nostro argomento. Mi rivolgo a molti che devono riprendere le parole del nostro testo nel loro senso più letterale. "Quando saranno venuti alcuni anni, andrò per la via da cui non tornerò". I vostri anni a venire devono essere pochi, perché i vostri anni passati sono stati molti. Beh, cosa hai fatto con quei tanti? E il tuo lavoro, come lo regge? La tua vita è stata tutta sprecata, tutta inutile, tutta la terra, terrena? Non avete fatto nulla del vostro giorno di grazia e di visitazione? Eppure il tuo sole sta tramontando. In questo modo, dovrebbe insegnarci a fissare i nostri cuori sul vero riposo, mentre i nostri pochi anni sono continuati, e a prepararci gradualmente per il nostro riposo finale quando questi anni saranno passati. Lasciate che le nostre anime siano posate sul giusto riposo ora. Sappiamo dov'è, che cos'è, chi è dice: "Venite a me, voi tutti che siete travagliati e oppressi, e io vi darò riposo"; Riposati dagli urti di un mondo mutevole, riposati dai canti di un cuore ansioso, riposati dalle accuse di una coscienza che lo rimprovera, riposati dalle suggestioni di una mente scoraggiata e timorosa. Diventa abile nell'arte di morire ogni giorno, di anticipare l'evocazione di un mondo eterno. (D. Moore, M.A.)

Calma in vista della morte:

Perché dovremmo essere pensierosi e malinconici quando pensiamo a quanto sia vicina la nostra fine? La sentinella è triste mentre si avvicina l'ora di sfogare la guardia? Il viandante in terre lontane è triste quando volge il viso verso casa? E perché non rallegrarci al pensiero che noi, stranieri e stranieri qui, partiremo presto per la vera metropoli, la patria madre delle nostre anime? Non so perché un uomo dovrebbe essere dispiaciuto o spaventato mentre guarda il mare affamato che divora la sua "secca di tempo" su cui si trova, anche se la marea ha quasi raggiunto i suoi piedi, se sa che il forte braccio di Dio sarà teso verso di lui nel momento in cui la sabbia si dissolverà da sotto i suoi piedi, e lo trarrà fuori da molte acque, e lo porrà in alto al di sopra dei fiumi in quella terra stabile dove "non c'è più mare". (A. Maclaren.)

L'estrema brevità della vita umana:

(I.) Il fatto stesso. È in accordo con le rappresentazioni della Scrittura. La nostra vita assomiglia quasi alla zucca di Giona, che spuntò in una notte e perì in una notte. La nostra vita è breve, se consideri...

1.) L'effettiva durata della vita. Settant'anni, e la tenerezza infantile si trasforma in decrepitezza, il bambino al seno di sua madre diventa l'uomo dai capelli canuti, che vacilla sotto la pressione delle infermità e sprofonda rapidamente nella fredda e silenziosa tomba

2.) I milioni di persone che muoiono giovani. Si dice che il numero di gran lunga maggiore di esseri umani muoia nell'infanzia. E quanti muoiono in gioventù!

3.) Gli oggetti importanti a cui dobbiamo prestare attenzione in questa vita. Non siamo venuti in questo mondo solo per esistere, o solo per trascorrere una mera vita animale; Siamo venuti per prepararci all'eternità, alle nostre mete finali e irrevocabili al di là di questi stretti confini. Qui dobbiamo pentirci, cercare di interessarci a Cristo, amare, servire, glorificare il nostro Creatore, lavorare per la Sua causa, coltivare le nostre facoltà, disciplinare i nostri cuori, prima di entrare in uno stato di esistenza immortale oltre la tomba. Tutto questo da fare, eppure un tempo così breve per la sua realizzazione

4.) Le interruzioni epocali che sperimentiamo nella nostra attenzione a questi doveri essenziali. Quali preoccupazioni riempiono questa nostra piccola vita! Quali dolori, quali tentazioni, quali perdite e croci, per distogliere la nostra attenzione dalle nostre grandi preoccupazioni!

5.) La testimonianza uniforme della Scrittura riguardo ad essa

6.) Il suo contrasto con quella terribile eternità a cui ci affrettiamo. La nostra vita al di là di questa scena attuale sarà commisurata, nella sua durata, alla vita di Dio, eterna come il trono sul quale Egli siede e domina l'universo

(II.) Migliorare questo fatto

1.) Meditando sulla brevità della vita; Usando qualsiasi cosa possa aiutarvi a impressionare profondamente le vostre menti con questo fatto solenne

2.) Fai attenzione a non sprecare la vita

3.) Migliora la vita. "Cogli gli attimi fugaci mentre passano".

4.) Tieni sempre in mente l'incertezza della vita

5.) Ricorda che questi pochi anni della tua esistenza saranno presto passati

6.) Ricordate che non ci sarà alcun ritorno in questo mondo attuale. Lasciateci vivere mentre viviamo. Teniamo tutti d'occhio la fine del nostro cammino. Impariamo a morire ogni giorno. Cerchiamo di interessarci alla grazia, al sangue, alla giustizia e all'intercessione del benedetto Redentore. (F. Pollard.)

Il viaggio finale prevedeva:

(I.) Considerate l'importante viaggio che qui è anticipato. Sotto la figura di un viaggio, Giobbe dirige la nostra attenzione a quel periodo importante, in cui lo spirito immortale deve lasciare le cose terrene, e i nostri corpi periti devono essere consegnati alla tomba silenziosa. Questo viaggio può essere considerato:

1.) Solenne nella sua natura. C'è una solennità indescrivibile nella morte, anche per l'uomo che è meglio preparato per l'evento. Il sentiero è inesplorato; Almeno, l'esperienza di coloro che se ne sono andati è di ben poco beneficio per i sopravvissuti: per sapere cosa significa morire, dobbiamo entrare nella Valle Oscura. Il viaggio è di una descrizione solitaria; dobbiamo compierlo da soli e incustoditi; La tenerezza dell'affetto e la pompa dell'equipaggiamento sono di ben poca utilità nell'ora della mortalità

2.) Indiscutibile nella sua certezza

3.) Sconosciuto all'inizio. Il momento in cui saremo chiamati a iniziare questo importante viaggio è saggiamente nascosto alla nostra vista. Il nostro passaggio alla tomba può avvenire attraverso anni di dolore lancinante; o con un colpo improvviso potremmo essere catapultati nell'eternità

4.) Importante nelle sue conseguenze. L'ora della morte pone fine a ogni possibilità di miglioramento spirituale

(II.) Descrivi l'effetto che questa anticipazione dovrebbe produrre. L'anticipazione di un viaggio, così importante per la sua natura e le sue conseguenze, dovrebbe...

1.) Per suscitare un serio esame riguardo al nostro stato di preparazione. L'uomo per natura non è preparato a questo importante evento

2.) Per eccitare la giusta paura in chi è impreparato

3.) Stimolare i giusti alla vigilanza costante

4.) Fornisce una fonte di consolazione al cristiano afflitto. Egli attende con solenne gioia quel periodo in cui sarà chiamato da questo stato di sofferenza e di dolore alle regioni beate dell'immortalità. Egli considera l'ora della dissoluzione come il tempo della sua introduzione nella società angelica, nell'impiego celeste, nella pienezza della felicità, nelle glorie svelate del suo Redentore, e nell'intera durata eterna. (Schizzi di quattrocento sermoni.)

Il nostro ultimo viaggio:

(I.) Rendiamoci conto del nostro inevitabile viaggio. Andrò per la via da cui non tornerò. Applichiamolo ciascuno a se stesso. Il fatto che tutti gli uomini siano mortali ha poco potere sulle nostre menti, perché facciamo sempre una tacita eccezione e rimandiamo il giorno malvagio per noi stessi. Come viene fuori l'individualità di un uomo nella sua ora di morte! Che essere importante diventa! Le differenze sul letto di morte nascono dal carattere e non dal rango. Nella morte l'elemento finanziario appare spregevole, e la morale e la spiritualità vengono ad essere molto stimate. Come viveva? Quali erano i suoi pensieri? Qual era il suo cuore verso Dio? Si è pentito del peccato? L'individualità dell'uomo è chiara, e il carattere dell'uomo davanti a Dio, e ora è anche evidente che la morte mette alla prova tutte le cose. Se guardi questo povero moribondo, vedi che ha superato il tempo delle finzioni e delle finzioni

(II.) Ora, contempliamo il suo significato. Molto presto dovremo iniziare il nostro solenne e misterioso pellegrinaggio. Quindi, se c'è qualcosa di doloroso da sopportare, possiamo ben sopportarlo di buon grado, perché non può durare a lungo. Quando saranno passati alcuni anni, saremo scomparsi dalla spina e dal rovo che ora pungono e feriscono. Quindi, se c'è qualche opera da fare per Gesù, facciamola subito, altrimenti non la faremo mai, perché quando saranno venuti pochi anni saremo andati da dove non torneremo

(III.) Ora, considera il fatto che non torneremo: "Quando saranno venuti alcuni anni, allora andrò per la via da cui non tornerò". Alle occupazioni della vita: seminare, mietere e falciare; alle dimore della vita, al negozio e alla casa di campagna; ai piaceri della vita. Agli impegni del santuario, della mensa della comunione, del pulpito o del banco, non torneremo. Non abbiamo bisogno di voler tornare. Che cosa c'è qui che dovrebbe tentarci a rimanere in questo mondo o indurci a ritornarvi, se potessimo? Tuttavia, potrei supporre in uno stato futuro alcune ragioni per desiderare di tornare. Posso supporre che potremmo avere nel cuore, per esempio, il desiderio di rimediare al male che abbiamo fatto nella vita. Non potete tornare indietro per attuare quei buoni propositi, che finora sono come frutti acerbi. Né possiamo tornare indietro per rimediare a qualsiasi errore che abbiamo commesso nel lavoro della nostra vita, e nemmeno tornare a prendercene cura, al fine di conservare ciò che c'era di buono in esso

(IV.) E ora chiediamoci dove andremo? Sotto certi aspetti accade allo stesso modo a tutti, perché tutti intraprendono il lungo viaggio. Tutti vanno alla tomba, che è il luogo di tutti i viventi. Allora, tutti noi andremo avanti nel nostro cammino verso la risurrezione. (C. H. Spurgeon.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 16

 

2 Giob 6:6,25; 11:2,3; 13:5; 19:2,3; 26:2,3; Giac 1:19
Giob 13:4; Sal 69:26; Fili 1:16

3 Giob 6:26; 8:2; 15:2
Giob 20:3; 32:3-6; Mat 22:46; Tit 1:11; 2:8

4 Giob 6:2-5,14; Mat 7:12; Rom 12:15; 1Co 12:26
Giob 11:2; 35:16; Prov 10:19; Ec 10:14
2Re 19:21; Sal 22:7; 44:14; 109:25; Ger 18:16; Lam 2:15; Mat 27:39,40

5 Giob 4:3,4; 6:14; 29:25; Sal 27:14; Prov 27:9,17; Is 35:3,4; Ga 6:1

6 Giob 10:1; Sal 77:1-9; 88:15-18

7 Giob 3:17; 7:3,16; 10:1; Sal 6:6,7; Prov 3:11,12; Is 50:4; Mic 6:13
Giob 1:15-19; 29:5-25

8 Giob 10:17; Ru 1:21; Ef 5:27
Sal 106:15; Is 10:16; 24:16

9 Giob 10:16,17; 18:4; Sal 50:22; Lam 3:10; Os 5:14
Sal 35:16; 37:12; Lam 2:16
Giob 13:24,27; 19:11; Mic 7:8

10 Sal 22:13,16,17; 35:21; Lu 23:35,36
1Re 22:24; 2Cron 18:23; Is 50:6; Lam 3:30; Mic 5:1; Mat 26:67; Giov 18:22; At 23:2; 2Co 11:20
Sal 35:15; 94:21; At 4:27

11 1Sa 24:18; Sal 31:8; Rom 11:32
Giob 1:13-19; 2:7; Sal 7:14; Giov 19:16; 2Co 12:7
Sal 27:12

12 Giob 1:2,3; 3:26; 29:3,18,19
Giob 4:10; Sal 44:19; Lam 3:4; Mat 21:44
Giob 15:26; Rom 16:4
Lam 3:11; Ez 29:7
Giob 7:12,20; Lam 3:12

13 Giob 6:4; Ge 49:23; Sal 7:12,13
Giob 19:27; Lam 3:13
Giob 6:10; De 29:20; Ez 5:11; Rom 8:32; 2P 2:5
Giob 20:25; Lam 2:11

14 Lam 3:3-5
Giudic 15:8; Sal 42:7

15 1Re 21:27; Is 22:12
Giob 30:19; 1Sa 2:10; Sal 7:5; 75:5,10

16 Sal 6:6,7; 31:9; 32:3; 69:3; 102:3-5,9; Is 52:14; Lam 1:16
Giob 17:7; Sal 116:3; Gion 2:1-10; Mar 14:34

17 Giob 11:14; 15:20,34; 21:27,28; 22:5-9; 27:6,7; 29:12-17; 31:1-40; Sal 7:3-5; 44:17-21
Giob 8:5,6; Sal 66:18,19; Prov 15:8; 1Ti 2:8

18 Ger 22:29
Ge 4:11; Ne 4:5; Is 26:21; Ez 24:7
Giob 27:9; Sal 66:18,19; Is 1:15; 58:9,10; Giac 4:3,4

19 1Sa 12:5; Rom 1:9; 9:1; 2Co 1:23; 11:31; 1Te 2:10
Giob 25:2; Sal 113:5

20 Giob 16:4; 12:4,5; 17:2
Sal 109:4; 142:2; Os 12:4,5; Lu 6:11,12; Eb 5:7

21 Giob 9:34,35; 13:3,22; 23:3-7; 31:35; 40:1-5; Ec 6:10; Is 45:9; Rom 9:20

22 Giob 14:5,14
Giob 7:9,10; 14:10; Ec 12:5

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