Nuova Riveduta:

Giobbe 2

Giobbe colpito da un'ulcera maligna
1 Un giorno i figli di Dio vennero a presentarsi davanti al SIGNORE, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro a presentarsi davanti al SIGNORE. 2 Il SIGNORE disse a Satana: «Da dove vieni?» Satana rispose al SIGNORE: «Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa». Il SIGNORE disse a Satana: 3 «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità, benché tu mi abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo». 4 Satana rispose al SIGNORE: «Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; 5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia». 6 Il SIGNORE disse a Satana: «Ebbene, egli è in tuo potere; soltanto rispetta la sua vita».
7 Satana si ritirò dalla presenza del SIGNORE e colpì Giobbe di un'ulcera maligna dalla pianta dei piedi alla sommità del capo; Giobbe prese un coccio con cui grattarsi e si sedette in mezzo alla cenere. 8 Sua moglie gli disse: «Ancora stai saldo nella tua integrità? 9 Ma lascia stare Dio e muori!» 10 Giobbe le rispose: «Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?» In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.

I tre amici di Giobbe
11 Tre amici di Giobbe, Elifaz di Teman, Bildad di Suac e Zofar di Naama, avendo udito tutti questi mali che gli erano piombati addosso, partirono, ciascuno dal proprio paese, e si misero d'accordo per venire a confortarlo e a consolarlo. 12 Alzati gli occhi da lontano, essi non lo riconobbero e piansero ad alta voce; si stracciarono i mantelli e si cosparsero il capo di polvere gettandola verso il cielo. 13 Rimasero seduti per terra, presso di lui, sette giorni e sette notti; nessuno di loro gli disse parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande.

C.E.I.:

Giobbe 2

1 Quando un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, anche satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. 2 Il Signore disse a satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra che ho percorsa». 3 Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male. Egli è ancor saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo». 4 Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l'uomo è pronto a darlo per la sua vita. 5 Ma stendi un poco la mano e toccalo nell'osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!». 6 Il Signore disse a satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita».
7 Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. 8 Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. 9 Allora sua moglie disse: «Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!». 10 Ma egli le rispose: «Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?».
In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.
11 Nel frattempo tre amici di Giobbe erano venuti a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui. Partirono, ciascuno dalla sua contrada, Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita, e si accordarono per andare a condolersi con lui e a consolarlo. 12 Alzarono gli occhi da lontano ma non lo riconobbero e, dando in grida, si misero a piangere. Ognuno si stracciò le vesti e si cosparse il capo di polvere. 13 Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti, e nessuno gli rivolse una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore.

Nuova Diodati:

Giobbe 2

Nella seconda prova Giobbe perde la sua salute
1 Un giorno avvenne che i figli di DIO andarono a presentarsi davanti all'Eterno, e in mezzo a loro andò anche Satana a presentarsi davanti all'Eterno. 2 L'Eterno disse a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose all'Eterno: «Dall'andare avanti e indietro sulla terra e dal percorrerla su e giù». L'Eterno disse a Satana: 3 «Hai notato il mio servo Giobbe? Poiché sulla terra non c'è nessun altro come lui, che sia integro, retto, tema DIO e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità, nonostante tu mi abbia istigato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo». 4 Allora Satana rispose all'Eterno e disse: «Pelle per pelle! Tutto ciò che possiede, l'uomo è disposto a darlo per la sua vita. 5 Ma stendi la tua mano e tocca le sue ossa e la sua carne e vedrai se non ti maledice in faccia». 6 L'Eterno disse a Satana: «Eccolo in tuo potere; risparmia però la sua vita». 7 Così Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe di un'ulcera maligna dalla pianta dei piedi alla sommità del capo. 8 Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. 9 Allora sua moglie gli disse: «Rimani ancora fermo nella tua integrità? Maledici DIO e muori!». 10 Ma egli disse a lei: «Tu parli come parlerebbe una donna insensata. Se da DIO accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?». In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. 11 Quando tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte queste sciagure che si erano abbattute su di lui, vennero ciascuno dal suo paese, Elifaz di Teman, Bildad di Shuah e Tsofar di Naamath; essi infatti si erano messi d'accordo per venire a fargli le condoglianze e a consolarlo. 12 Alzarono gli occhi da lontano ma non lo poterono riconoscere; allora si misero a piangere a gran voce, e ognuno si stracciò le vesti e si cosparse il capo di polvere gettandola verso il cielo. 13 Poi si sedettero accanto a lui per sette giorni e sette notti, e nessuno gli rivolse una sola parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande.

Riveduta 2020:

Giobbe 2

1 Un giorno i figli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e anche Satana venne in mezzo a loro a presentarsi davanti all'Eterno. 2 L'Eterno disse a Satana: “Da dove vieni?”. E Satana rispose all'Eterno: “Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa”. L'Eterno disse a Satana: 3 “Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità nonostante tu mi abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza nessun motivo”. 4 Satana rispose all'Eterno: “Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quello che possiede per la sua vita; 5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia”. 6 L'Eterno disse a Satana: “Ecco, egli è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita”. 7 Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe con un'ulcera maligna dalla pianta dei piedi alla sommità del capo; Giobbe prese un coccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere. 8 Sua moglie gli disse: “Ancora stai saldo nella tua integrità? 9 Ma lascia stare Iddio, e muori!”. 10 Giobbe a lei: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”. In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. 11 Intanto, tre amici di Giobbe, Elifaz di Teman, Bildad di Suac e Zofar di Naama, avendo udito tutti questi mali che gli erano piombati addosso, partirono, ciascuno dal suo paese e si misero d'accordo per andare a confortarlo e a consolarlo. 12 Alzati gli occhi da lontano, essi non lo riconobbero, e piansero ad alta voce; si stracciarono i mantelli e si cosparsero il capo di polvere gettandola verso il cielo. 13 Rimasero seduti a terra, vicino a lui, sette giorni e sette notti; e nessuno di loro gli rivolse la parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande.

Riveduta:

Giobbe 2

1 Or accadde un giorno, che i figliuoli di Dio vennero a presentarsi davanti all'Eterno, e Satana venne anch'egli in mezzo a loro a presentarsi davanti all'Eterno. 2 E l'Eterno disse a Satana: 'Donde vieni?' E Satana rispose all'Eterno: 'Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa'. E l'Eterno disse a Satana: 3 'Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n'è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Iddio e fugga il male. Egli si mantiene saldo nella sua integrità benché tu m'abbia incitato contro di lui per rovinarlo senza alcun motivo'. 4 E Satana rispose all'Eterno: 'Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; 5 ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia'. 6 E l'Eterno disse a Satana: 'Ebbene esso è in tuo potere; soltanto, rispetta la sua vita'. 7 E Satana si ritirò dalla presenza dell'Eterno e colpì Giobbe d'un'ulcera maligna dalla pianta de' piedi al sommo del capo; e Giobbe prese un còccio per grattarsi, e stava seduto nella cenere. 8 E sua moglie gli disse: 'Ancora stai saldo nella tua integrità? 9 Ma lascia stare Iddio, e muori!' 10 E Giobbe a lei: 'Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo d'accettare il male?' - In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. 11 Or tre amici di Giobbe, Elifaz di Teman, Bildad di Suach e Tsofar di Naama, avendo udito tutti questi mali che gli eran piombati addosso, partirono, ciascuno dal suo paese e si misero d'accordo per venire a condolersi con lui e a consolarlo. 12 E, levati gli occhi da lontano, essi non lo riconobbero, e alzarono la voce e piansero; si stracciarono i mantelli e si cosparsero il capo di polvere gittandola verso il cielo. 13 E rimasero seduti per terra, presso a lui, sette giorni e sette notti; e nessuno di loro gli disse verbo, perché vedevano che il suo dolore era molto grande.

Ricciotti:

Giobbe 2

1 Avvenne pertanto che, essendosi adunati in un certo giorno i figli di Dio per presentarsi al Signore, venne fra loro anche Satana a presentarsi al cospetto di lui; 2 e il Signore disse a Satana: «Donde vieni?». E questi rispose: «Ho fatto il giro della terra e l'ho scorsa». 3 E il Signore disse a Satana: «Hai tu notato il mio servo Giobbe, come non vi sia sulla terra uno somigliante a lui, uomo semplice e retto, timorato di Dio e alieno del male, e che conserva ancora l'innocenza? Eppure tu mi istigasti contro di lui, perchè io lo tribolassi senza motivo!». 4 E Satana gli rispose dicendo: «Pelle per pelle! Tutto ciò che l'uomo possiede, lo dà in iscambio della sua vita! 5 Tu invece prova a stender la tua mano e a toccarlo nell'ossa e nella carne, e allora vedrai ch'egli in faccia tua ti benedirà». 6 Il Signore disse allora a Satana: «Eccolo in poter tuo; soltanto, salva la sua vita!». 7 Satana allora, ritiratosi dalla presenza del Signore, colpì Giobbe di un'ulcere maligna dalla pianta dei piedi fino al vertice di lui». 8 Andò egli a dimorare su un letamaio, e con un coccio si grattava la scabbia. 9 Gli disse quindi sua moglie: «Resisti tu ancora nella tua rettitudine? Benedici Dio, e poi muori!». 10 Ma egli le disse: «Tu parli come una donna stolta! Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano di Dio, i mali perchè non dovremmo riceverli?». In tutte queste cose Giobbe non peccò con le sue labbra. 11 Avendo pertanto udito tre amici di Giobbe tutta la sventura che l'aveva incolto, vennero ciascuno dal proprio luogo, [ed erano] Elifaz il Temanita, Baldad il Suhita e Sofar il Naamatita: costoro infatti s'erano accordati per venire insieme a visitarlo e a consolarlo. 12 Ma, alzando gli occhi da lontano, non lo riconobbero: elevarono quindi la voce piangendo, e strappatesi le vesti cosparsero di polvere il loro capo [lanciandola] verso il cielo. 13 Rimasero poi seduti presso di lui, per terra, sette giorni e sette notti: nessuno però gli rivolgeva parola alcuna, giacchè vedevano che il dolore era assai grande.

Tintori:

Giobbe 2

Giobbe rassegnato anche nella malattia tra gl'insulti della moglie
1 Or un giorno, quando i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore, vi andò tra loro anche Satana a presentarsi. 2 Il Signore disse a Satana: «Donde vieni?» Quello rispondendo disse: «Ho fatto il giro della terra e l'ho scorsa». 3 E il Signore a Satana: «Hai notato il mio servo Giobbe, come sulla terra non vi sia chi gli somigli, uomo semplice e retto, timorato di Dio e alieno dal male, ed ancora nella sua innocenza? Tu mi hai incitato contro di lui e me l'hai fatto affliggere senza motivo». 4 Satana gli rispose: «Pelle per pelle: l'uomo darà quanto possiede per la propria vita. 5 Ma stendi la tua mano a toccare le sue ossa e la sua carne, e vedrai allora come ti maledirà in faccia». 6 Il Signore pertanto disse a Satana: «Ecco, egli è in tua balia, però salvagli la vita». 7 Or Satana, partitosi dal cospetto del Signore, colpì Giobbe con piaga maligna dalla pianta dei piedi fino al vertice del capo. 8 Giobbe, preso un coccio, si raschiava la marcia, seduto sopra un letamaio. 9 Sua moglie gli diceva: «Perseveri ancora nella tua semplicità? Ringrazia Dio e muori». 10 Ma Giobbe le rispose: «Tu parli come una scimunita. Se abbiamo ricevuto dalla mano di Dio i beni, perchè non accettarne anche i mali?» In tutto questo, Giobbe non peccò colle sue labbra.

Tre amici vanno a visitare Giobbe
11 Or tre amici di Giobbe, sentite tutte le sventure accadutegli, vennero ciascuno dal suo paese: Elifaz da Teman, Baldad da Suhe, Sofar da Naama, avendo convenuto d'andare insieme a visitarlo e consolarlo. 12 Quando, alzati da lontano gli occhi, non lo poterono riconoscere, piansero ad alte grida, e, stracciatesi le vesti, gettaron polvere in aria sopra il loro capo. 13 Poi si sedettero accanto a lui per terra sette giorni e sette notti; ma nessuno di essi gli rivolgeva la parola, perchè vedevano che il dolore era troppo grande.

Martini:

Giobbe 2

Satana ottenutane la permissione dà Dio, affligge Giobbe con ulcera pessima: lo insulta anche la moglie: e i tre amici, che vanno a visitarlo, per sette giorni seggono taciturni con lui sulla terra.
1 Or egli avvenne, che un giorno presentatisi i figliuoli di Dio davanti al Signore, e venuto tra loro anche Satan a presentarsi al cospetto di lui, 2 Il Signore disse a Satan: D'onde vieni? E quegli rispose: Ho fatto il giro della terra, e la ho scorsa; 3 E il Signore disse a Satan: Hai tu posto mente a Giobbe mio servo, com'ei non ha chi lo somigli sulla terra, uomo semplice, e retto, e timorato di Dio, alieno dal far male, e che conserva tuttor l'innocenza? E tu mi hai incitato contro di lui, perch'io lo tribolassi senza motivo. 4 Rispose a lui Satana, e disse: La pelle per la pelle, e tutto quello, che ha, lo darà l'uomo per la propria vita. 5 Ma stendi la tua mano, e tocca le sur ossa, e la sua carne, e allora vedrai s'ei dirà male di te in faccia. 6 Disse adunque il Signore a Satan: Su via, egli è in tuo potere, ma salva a lui la vita. 7 E partitosi Satan dalla presenza del Signore, percosse Giobbe con ulcera orribile dalla pianta del piede sino alla punta del capo: 8 Ed egli sedendo sopra un letamaio, con un coccio si radeva la marcia. 9 Or la sua moglie gli disse: Ancora ti resti tu nella tua semplicità? Benedici Dio, e muori. 10 Ed egli le disse: Come una delle donne prive di senno tu hai parlato. Se i beni abbiam ricevuti dalla mano del Signore, perché non prenderemo anche i mali? Per tutte queste cose non peccò Giobbe colle sue labbra. 11 Avendo pertanto udito tre amici di Giobbe tutte le avversità, che erano a lui accadute, si mossero ciascuno dalle case loro; Eliphaz di Theman, e Baldad di Sueh, e Sophar di Naamath; perocché si erano dati l'intesa di andare a visitarlo, e consolarlo. 12 E avendo da lungi alzato lo sguardo, noi riconoscevano, e sclamarono, e piansero, e stracciate le loro vesti sparsero la polvere sopra le loro teste. 13 E stetter con lui a sedere per terra sette giorni, e sette notti, e non gli disser parola, perocché vedevano, che il dolore era veemente.

Diodati:

Giobbe 2

1 Or avvenne un dì, che i figliuoli di Dio vennero a presentarsi davanti al Signore; e Satana venne anch'egli per mezzo loro a presentarsi davanti al Signore. 2 E il Signore disse a Satana: Onde vieni? E Satana rispose al Signore, e disse: Da aggirar la terra, e da passeggiar per essa. 3 E il Signore disse a Satana: Hai tu posto mente al mio servitore Giobbe? come nella terra non vi è uomo intiero e diritto, che tema Iddio, e si ritragga dal male, come esso? ed anche persevera egli nella sua integrità, benchè tu mi abbi incitato contro a lui, per distruggerlo senza cagione. 4 E Satana rispose al Signore, e disse: Pelle per pelle; ma l'uomo darà tutto ciò ch'egli ha per la sua vita. 5 Ma ora, stendi pur la mano, e tocca le sue ossa, e la sua carne; e vedrai se non ti maledice in faccia. 6 E il Signore disse a Satana: Eccolo in man tua; sol guardati di toccar la sua vita.
7 E Satana, partitosi dal cospetto del Signore, percosse Giobbe d'un'ulcera maligna, dalla pianta del piè infino alla sommità del capo. 8 Ed egli si prese un testo per grattarsi, ed era assiso per mezzo le ceneri. 9 E la sua moglie gli disse: Ancora perseveri tu nella tua integrità? benedici Iddio, e muori. 10 Ma egli le disse: Tu parli come una d'infra le donne stolte; sì avremmo noi ricevuto da Dio il bene, e non riceveremmo il male? In tutto ciò Giobbe non peccò con le sue labbra.
11 OR tre amici di Giobbe: Elifaz Temanita, Bildad Suhita, e Sofar Naamatita, avendo udito tutto questo male che gli era sopraggiunto, se ne vennero, ciascuno dal suo luogo; e si trovarono insieme, per venire a condolersi con lui, ed a consolarlo. 12 E levati gli occhi da lungi, nol riconobbero; e alzarono la voce, e piansero; e ciascun di loro stracciò il suo mantello, e si sparsero della polvere in su la testa, gittandola verso il cielo. 13 E sedettero con lui in terra per sette giorni, e per sette notti; e niuno gli disse alcuna parola; perciocchè vedevano che la doglia era molto grande.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 2

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 2

Abbiamo lasciato Giobbe assolto con onore dopo un processo equo tra Dio e Satana riguardo a lui. Satana aveva il permesso di toccare, toccare e prendere, tutto ciò che aveva, ed era fiducioso che allora avrebbe maledetto Dio in faccia; ma, al contrario, lo benedisse, e così fu dimostrato che era un uomo onesto e Satana un falso accusatore. Ora, si sarebbe pensato, questo sarebbe stato conclusivo, e che la sua reputazione di Giobbe non sarebbe mai più stata messa in discussione; ma Giobbe è noto per essere un'armatura di prova, e quindi è qui posto per un marchio, e portato al suo processo, una seconda volta.

I. Satana si muove per un'altra prova, che dovrebbe toccare le sue ossa e la sua carne, Giobbe 2:1-5.

II. Dio, per fini santi, lo permette, Giobbe 2:6.

III. Satana lo colpisce con una malattia molto dolorosa e ripugnante, Giobbe 2:7-8.

IV. Sua moglie lo tenta a maledire Dio, ma lui resiste alla tentazione, Giobbe 2:9-10.

V. I suoi amici vengono a condogliarlo e a confortarlo, Giobbe 2:11-13. E in questo quell'uomo buono è presentato come esempio di sofferenza, afflizione e di pazienza.

Ver. 1. fino alla Ver. 6.

Satana, quel nemico giurato di Dio e di tutti gli uomini buoni, sta qui portando avanti la sua malvagia persecuzione di Giobbe, che odiava perché Dio lo amava, e faceva tutto il possibile per separarlo dal suo Dio, per seminare discordia e fare disordine fra loro, esortando Dio ad affliggerlo e poi esortandolo a bestemmiare Dio. Si sarebbe potuto pensare che ne avesse abbastanza del suo precedente tentativo contro Giobbe, in cui era stato così vergognosamente sconcertato e deluso; Ma la malizia è inquieta: lo sono il diavolo e i suoi strumenti. Coloro che calunniano le brave persone e le accusano falsamente, avranno la loro parola, anche se le prove del contrario sono sempre così chiare e complete e sono stati gettati nella questione su cui essi stessi l'hanno posta. Satana farà chiamare di nuovo la causa di Giobbe. La malizia, l'irragionevole, l'importunità di quel grande persecutore dei santi è rappresentata (Apocalisse 12:10) dal suo accusarli davanti al nostro Dio giorno e notte, ripetendo e incitando ancora contro di loro ciò che è stato più volte risposto: così Satana qui accusava Giobbe giorno dopo giorno. Ecco qui

I. Il tribunale si stabiliva, e il pubblico ministero, o accusatore, faceva la sua comparsa (Giobbe 2:1-2), come prima, Giobbe 1:6-7. Gli angeli assistevano al trono di Dio e Satana tra loro. Ci si sarebbe aspettati che venisse a confessare la sua malizia contro Giobbe e il suo errore nei suoi confronti, che gridasse: "Ho fatto male, per aver mentito a uno di cui Dio ha parlato bene, e per chiedere perdono; ma, invece di questo, viene con un ulteriore disegno contro Giobbe. Gli viene posta la stessa domanda di prima: Da dove vieni? e risponde come prima: Dall 'andare avanti e indietro per la terra; come se non avesse fatto nulla di male, anche se aveva abusato di quel brav'uomo.

II. Il giudice stesso che difende l'accusato e difende per lui (Giobbe 2:3):

"Hai considerato il mio servo Giobbe meglio di quanto hai fatto, e ora sei finalmente convinto che egli è un mio servo fedele, un uomo perfetto e retto; perché vedi che mantiene ancora salda la sua integrità?"

Questo è ora aggiunto al suo carattere, come un ulteriore risultato; invece di abbandonare la sua religione e maledire Dio, la considera più forte che mai, come quella per la quale ora ha un'occasione più che ordinaria. Egli è lo stesso nelle avversità che era nella prosperità, e piuttosto migliore, e più cordiale e vivace nel benedire Dio di quanto non lo sia mai stato, e mette radici più velocemente per essere così scosso. Vedere

1. In che modo Satana viene condannato per le sue accuse contro Giobbe:

"Tu mi hai mosso contro di lui, come un accusatore, per distruggerlo senza motivo". Oppure: "Invano mi hai spinto a distruggerlo, perché non lo farò mai".

Gli uomini buoni, quando sono abbattuti, non sono distrutti, == 2Corinzi 4:9. Com'è bene per noi che né gli uomini né i diavoli siano i nostri giudici, perché forse ci distruggerebbero, a torto o a ragione; ma il nostro giudizio procede dal Signore, il cui giudizio non sbaglia né è mai di parte.

2. Come Giobbe è lodato per la sua costanza nonostante gli attacchi che gli sono stati rivolti:

"Egli mantiene ancora salda la sua integrità, come la sua arma, e tu non puoi disarmarlo, come il suo tesoro, e non puoi derubarlo di ciò; anzi, i tuoi sforzi per farlo lo fanno tenere più veloce; invece di perdere terreno con la tentazione, ottiene terreno".

Dio ne parla con meraviglia, e con piacere, e con qualcosa di trionfo nella potenza della sua stessa grazia; Eppure mantiene salda la sua integrità. Così la prova della fede di Giobbe fu trovata a sua lode e onore, == 1Pietro 1:7. La costanza corona l'integrità.

III. L'accusa fu ulteriormente perseguita, Giobbe 2:4. Quale scusa può addurre Satana per il fallimento del suo precedente tentativo? Che cosa può dire per attenuare la situazione, quando era stato così sicuro di poter ottenere il suo punto? Perché, in verità, ha questo da dire: Pelle per pelle, e tutto ciò che un uomo ha, darà per la sua vita. C'è qualcosa di vero in questo, che l'amore di sé e l'autoconservazione sono principi di comando molto potenti nel cuore degli uomini. Gli uomini amano se stessi più di quanto i loro parenti più stretti, anche i loro figli, che sono parti di loro, non solo si avventurino, ma diano i loro beni per salvare le loro vite. Tutti considerano la vita dolce e preziosa, e, mentre sono in salute e a proprio agio, possono tenere lontani dai loro cuori i guai, qualunque cosa perdano. Dobbiamo fare buon uso di questa considerazione e, mentre Dio continua con noi la nostra vita, la nostra salute e l'uso delle nostre membra e dei nostri sensi, dobbiamo sopportare con più pazienza la perdita di altre comodità. Vedere Matteo 6:25. Ma Satana fonda su questo un'accusa di Giobbe, che lo rappresenta astutamente,

1. Come innaturale per coloro che lo circondavano, e uno che non prendeva a cuore la morte dei suoi figli e servi, né si curava di quanti di loro avevano la pelle (come posso dire) spogliata sulle orecchie, purché dormisse lui stesso in una pelle intera; come se colui che era così tenero con le anime dei suoi figli potesse essere incurante dei loro corpi e, come lo struzzo, indurirsi contro i suoi piccoli, come se non fossero suoi.

2. Come completamente egoista, e non badando ad altro che alla propria comodità e sicurezza; come se la sua religione lo rendesse aspro, cupo e di cattivo carattere. Così le vie e il popolo di Dio sono spesso travisati dal diavolo e dai suoi agenti.

IV. Una sfida data a fare un'ulteriore prova dell'integrità di Giobbe (Giobbe 2:5):

"Stendi ora la tua mano (perché trovo che la mia mano è troppo corta per raggiungerlo, e troppo debole per fargli del male) e tocca le sue ossa e la sua carne (che è con lui l'unica parte tenera, fallo ammalare percuotendolo, == Michea 6:13), e allora, oserei dire, ti maledirà in faccia, e lascia andare la sua integrità".

Satana lo sapeva, e lo scopriamo per esperienza, che nulla è più suscettibile di turbare i pensieri e mettere la mente in disordine del dolore acuto e del cimurro del corpo. Non c'è discussione contro il senso. San Paolo stesso aveva molto da fare per portare una spina nella carne, né avrebbe potuto portarla senza la grazia speciale di Cristo, 2Corinzi 12:7,9.

V. Un permesso concesso a Satana per fare questo processo, Giobbe 2:6. Satana avrebbe voluto che Dio stendesse la sua mano e lo facesse; ma egli non affligge volontariamente, né prova alcun piacere nel rattristare i figli degli uomini, tanto meno i propri figli (Lamentazioni 3:33), e quindi, se è necessario, lo faccia Satana, che si diletta in tale lavoro:

"Egli è nelle tue mani, fa' di lui il tuo peggio; ma con una riserva e una limitazione, salva solo la sua vita, o la sua anima. Affliggetelo, ma non a morte".

Satana era a caccia della vita preziosa, l'avrebbe presa se avesse potuto, nella speranza che l'agonia morente avrebbe costretto Giobbe a maledire il suo Dio; ma Dio aveva misericordia in serbo per Giobbe dopo questa prova, e quindi egli doveva sopravvivere e, per quanto fosse afflitto, doveva avere la vita data in preda. Se Dio non avesse incatenato il leone ruggente, quanto presto ci divorerà! Nella misura in cui permetterà che l'ira di Satana e degli uomini malvagi si abbatta sul suo popolo, la farà volgere alla sua lode e alla loro, e tratterrà il resto, == Salmi 76:10.

"Salva la sua anima", cioè "la sua ragione" (così alcuni),

"riservategli l'uso di quello, perché altrimenti non sarà un processo equo; se, nel suo delirio, dovesse maledire Dio, ciò non sarà un tradimento della sua integrità. Sarebbe il linguaggio non del suo cuore, ma del suo temperamento".

Giobbe, essendo così calunniato da Satana, era un tipo di Cristo, la cui prima profezia fu che Satana gli avrebbe ferito il calcagno == (Genesi 3:15), e così fu sventato, come nel caso di Giobbe. Satana lo tentò a lasciare la sua integrità, la sua adozione (Matteo 4:6): "Se tu sei il Figlio di Dio". Entrò nel cuore di Giuda che tradì Cristo, e (alcuni pensano) con i suoi terrori mise Cristo nella sua agonia nel giardino. Aveva il permesso di toccare le sue ossa e la sua carne senza eccezione della sua vita, perché morendo doveva fare ciò che Giobbe non poteva fare: distruggere colui che aveva il potere della morte, cioè il diavolo.

7 Ver. 7. fino alla Ver. 10.

Il diavolo, avendo avuto il permesso di sbranare e preoccupare il povero Giobbe, si mise subito a lavorare con lui, prima come tormentatore e poi come tentatore. Prima tenta i suoi figli, li attira al peccato e poi li tormenta, quando in tal modo li ha ridotti in rovina; ma questo figlio di Dio lo tormentò con un'afflizione, e poi tentò di fare cattivo uso della sua afflizione. Ciò a cui mirava era far sì che Giobbe maledicesse Dio; Ora qui ci viene detto quale condotta abbia preso sia per spingerlo ad essa che per spostarla a lui, sia per dargli la provocazione, altrimenti sarebbe stato inutile spingerlo ad essa, e per dargli l'informazione, altrimenti non ci avrebbe pensato: così abilmente nella tentazione gestita con tutta la sottigliezza del vecchio serpente, che qui sta giocando contro Giobbe lo stesso gioco che ha fatto contro i nostri progenitori (Genesi 3.), con l'obiettivo di sedurlo dalla sua fedeltà al suo Dio e di derubarlo della sua integrità.

I. Lo provoca a maledire Dio colpendolo con foruncoli doloranti, e rendendolo così un peso per se stesso, Giobbe 2:7-8. Il primo attacco fu estremamente violento, ma Giobbe mantenne la sua posizione, riuscì coraggiosamente a superare il passo e portò a termine la giornata. Eppure non è ancora che cinto la bardatura; c'è di peggio dietro. Le nuvole tornano dopo la pioggia. Satana, con il permesso divino, segue il suo colpo, e ora il profondo chiama al profondo.

1. La malattia di cui Giobbe fu colto fu molto grave: Satana lo colpì con foruncoli, foruncoli dolorosi, dappertutto, dalla testa ai piedi, con un'infiammazione malvagia (così dicono alcuni), un'erisipela, forse, in grado superiore. Un foruncolo, quando si sta raccogliendo, è un tormento sufficiente e dà all'uomo abbondanza di dolore e disagio. In quale condizione si trovava allora Giobbe, che aveva foruncoli dappertutto, e nessuna parte libera, e quelli come di un calore furioso come il diavolo poteva farli, e, per così dire, incendiati dall'inferno! Il vaiolo è una malattia molto grave e dolorosa, e sarebbe molto più terribile di quanto non sia, se non fosse che sappiamo che la sua estremità dura di solito solo pochi giorni; quanto era grave allora la malattia di Giobbe, che era colpito dappertutto da foruncoli doloranti o da ulcere gravi, che gli facevano venire la nausea al cuore, lo sottoposero a squisita tortura e si sparsero su di lui in modo tale che non potesse sdraiarsi per nessun agio. Se in qualsiasi momento siamo colpiti da dolorose e gravi intemperanze, non pensiamoci trattati diversamente da come Dio ha talvolta trattato i migliori dei suoi santi e servitori. Non sappiamo quanto Satana possa avere una mano (con il permesso divino) nelle malattie di cui sono afflitti i figli degli uomini, e specialmente i figli di Dio, quali infezioni possa diffondere quel principe dell'aria, quali infiammazioni possano venire da quel serpente di fuoco. Leggiamo di uno che Satana aveva legato per molti anni, Luca 13:16. Se Dio permettesse a quel leone ruggente di avere la sua volontà contro qualcuno di noi, come ci renderebbe presto infelici!

2. La sua gestione di se stesso, in questo cimurro, era molto strana, Giobbe 2:8.

(1.) Invece di unguenti curativi, prese un coccio, un pezzo di una brocca rotta, per raschiarsi. Un passo molto triste a cui era arrivato questo pover'uomo. Quando un uomo è malato e dolorante, può sopportarlo meglio se è ben curato e curato con cura. Molti ricchi hanno servito caritatevolmente i poveri in una condizione come questa; anche Lazzaro aveva un po' di sollievo dalla lingua dei cani che venivano a leccare le sue piaghe; ma il povero Giobbe non ha alcun aiuto a disposizione.

[1.] Alla sua piaga non si fa nulla se non quello che egli stesso fa, con le sue proprie mani. I suoi figli e servi sono tutti morti, sua moglie scortese, Giobbe 19:17. Non ha i mezzi per pagare un medico o un chirurgo; e, cosa più triste di tutte, nessuno di coloro con cui era stato precedentemente gentile aveva tanto senso dell'onore e della gratitudine da assisterlo nella sua angoscia e dargli una mano per medicare o asciugare le sue piaghe che scorrevano, o perché la malattia era ripugnante e rumorosa o perché temevano che fosse contagiosa. Così avvenne nei tempi passati, come lo sarà negli ultimi giorni, gli uomini erano amanti di se stessi, ingrati e privi di affezione naturale.

[2.] Tutto ciò che fa alle sue piaghe è raschiarle; non sono legati con stracci morbidi, non ammorbiditi con unguento, non lavati o tenuti puliti, senza intonaci curativi, senza oppiacei, senza anodini, somministrati al povero paziente, per alleviare il dolore e farlo riposare, né cordiali per sostenere il suo spirito; tutta l'operazione è la raschiatura delle ulcere, il che, quando furono venuti al pettine e cominciarono a morire, fece ricoprire il suo corpo come una forfora, come è solito alla fine del vaiolo. Sarebbe stata una cosa infinita condire i suoi foruncoli uno per uno; Decide quindi di farlo in blocco, un rimedio che si potrebbe pensare altrettanto dannoso della malattia.

[3.] Non ha nulla a che fare con questo se non un coccio di vasellame, non uno strumento da chirurgo adatto allo scopo, ma quello che preferirebbe rastrellare le sue ferite e aumentare il suo dolore, piuttosto che dargli sollievo. Le persone che sono malate e doloranti hanno bisogno di essere sotto la disciplina e la direzione di altri, perché spesso non sono altro che cattivi amministratori di se stesse.

(2.) Invece di riposare in un letto morbido e caldo, si sedette tra la cenere. Probabilmente gli era rimasto un letto (perché, sebbene i suoi campi fossero spogliati, non troviamo che la sua casa sia stata bruciata o saccheggiata), ma scelse di sedersi nella cenere, o perché era stanco del suo letto, o perché si sarebbe messo al posto e nella postura di un penitente, che, in segno della sua avversione per se stesso, giaceva nella polvere e nella cenere, Giobbe 42:6; Isaia 58:5; Giona 3:6. Così si umiliò sotto la potente mano di Dio e portò la sua mente alla meschinità e alla povertà della sua condizione. Si lamenta (Giobbe 7:5) che la sua carne era rivestita di vermi e zolle di polvere; e quindi polvere alla polvere, cenere alla cenere. Se Dio lo depone tra le ceneri, là si siederà contento. Uno spirito basso diventa circostanze basse, e ci aiuterà a riconciliarci con esse. La Settanta lo legge: Si sedette su un letamaio fuori della città (che si dice comunemente, menzionando questa storia); ma l'originale non dice altro se non che si sedette in mezzo alla cenere, cosa che avrebbe potuto fare nella sua casa.

II. Lo esorta, con le persuasioni di sua moglie, a maledire Dio, Giobbe 2:9. Gli ebrei (che bramano molto di essere saggi al di sopra di ciò che è scritto) dicono che la moglie di Giobbe era Dina, figlia di Giacobbe: così la parafrasi caldea. Non è probabile che lo fosse; ma, chiunque fosse, era per lui come Mical per Davide, uno schernitore della sua pietà. Gli fu risparmiata, quando gli furono tolti gli altri conforti, a questo scopo, per essere per lui un disturbo e un tentatore. Se Satana lascia qualcosa che ha il permesso di togliere, è con un disegno di malizia. La sua politica è quella di inviare le sue tentazioni per mano di coloro che ci sono cari, come tentò Adamo con Eva e Cristo con Pietro. Dobbiamo quindi badare attentamente a non essere indotti a dire o fare una cosa sbagliata dall'influenza, dall'interesse o dalla supplica di qualcuno, no, non di coloro per la cui opinione e il cui favore abbiamo mai un così grande valore. Osservate quanto era forte questa tentazione.

1. Prende in giro Giobbe per la sua costanza nella sua religione:

"Conservi ancora la tua integrità? Sei tu così ostinato nella tua religione che nulla ti guarirà da essa? così mansueto e imbarazzato da attaccarti così a un Dio che è così lontano dal ricompensare i tuoi servigi con i segni del suo favore che sembra che provi piacere nel renderti infelice, ti spoglia e ti flagella, senza alcuna provocazione? È questo un Dio da amare, benedire e servire?"

Non vedi che la tua devozione è vana? Che cosa hanno procurato le tue preghiere se non guai e dolori? Non hai ancora compreso il tuo interesse? Perversamente giusti e assurdamente buoni? Quelle piaghe dolorose, e tutte le tue perdite, mostrano come il Cielo consideri lo sciocco santo di sotto. Incorreggibilmente pio! Il tuo Dio non può riformare la tua stupida virtù con la sua verga?

Così Satana si sforza ancora di allontanare gli uomini da Dio, come fece con i nostri progenitori, suggerendo pensieri duri su di lui, come uno che invidia la felicità e si compiace della miseria delle sue creature, di cui nulla è più falso. Un altro artificio che usa è quello di allontanare gli uomini dalla loro religione caricandoli di scherni e rimproveri per la loro adesione ad essa. Abbiamo motivo di aspettarcelo, ma siamo sciocchi se vi prestiamo attenzione. Il nostro Maestro stesso l'ha subita, noi ne saremo abbondantemente ricompensati, e con molta più ragione possiamo ritorcerla contro gli schernitori,

"Siete così stolti da conservare ancora la vostra empietà, quando potreste benedire Dio e vivere?"

2. Lo esorta a rinunciare alla sua religione, a bestemmiare Dio, a sfidarlo e a sfidarlo a fare del suo peggio:

"Maledici Dio e muori; non vivere più dipendendo da Dio, non aspettare il suo sollievo, ma sii il tuo liberatore essendo il tuo stesso carnefice; porre fine alle tue afflizioni ponendo fine alla tua vita; meglio morire una volta che morire sempre così; ora puoi disperare di avere alcun aiuto dal tuo Dio, persino maledirlo e impiccarti".

Queste sono due delle più oscure e orribili di tutte le tentazioni di Satana, eppure tali uomini buoni sono stati talvolta violentemente assaliti. Nulla è più contrario alla coscienza naturale che bestemmiare Dio, né al senso naturale dell'auto-omicidio; quindi si può ben sospettare che l'ipotesi di uno di questi provenga immediatamente da Satana. Signore, non ci indurre in tentazione, né in quello, né in alcuna tentazione, ma liberaci dal maligno.

III. Egli resiste coraggiosamente e vince la tentazione, Giobbe 2:10. Ben presto le diede una risposta (poiché Satana gli aveva risparmiato l'uso della lingua, nella speranza che avrebbe maledetto Dio con essa), che mostrava la sua costante determinazione ad aderire a Dio, a mantenere i suoi buoni pensieri e a non abbandonare la sua integrità. Vedere

1. Come si risentì della tentazione. Era molto indignato che gli si parlasse di una cosa del genere:

"Cosa! Maledetto Dio? Aborro il pensiero. Vattene dietro a me, Satana".

In altri casi Giobbe ragionava con la moglie con molta mitezza, anche quando era scortese con lui (Giobbe 19:17): l'ho supplicata per amore dei figli del mio corpo. Ma quando ella lo persuase a maledire Dio, egli ne fu molto dispiaciuto: Tu parli come parla una delle donne stolte. Egli non la chiama stolta e atea, né prorompe in espressioni indecenti del suo dispiacere, come sono inclini a fare coloro che sono malati e doloranti e pensano di poter essere scusati; ma le mostra il male di ciò che ha detto, e lei ha parlato la lingua degli infedeli e degli idolatri. i quali, quando sono a malapena in cammino, si agitano e maledicono il loro re e il loro Dio, == Isaia 8:21. Abbiamo ragione di supporre che in una famiglia così pia come quella di Giobbe c'era sua moglie che era stata ben attaccata alla religione, ma che ora, quando tutti i loro beni e le loro comodità erano scomparsi, non poteva sopportare la perdita con quel temperamento d'animo che aveva Giobbe; ma che lei andasse in giro a contagiargli la mente con il suo miserabile cimurro era una grande provocazione per lui, e non poteva fare a meno di mostrare così il suo risentimento. Nota

(1.) Sono adirati e non peccano coloro che sono adirati solo per il peccato e prendono la tentazione come il più grande affronto, che non possono sopportare coloro che sono malvagi, == Apocalisse 2:2. Quando Pietro era un Satana per Cristo, gli disse chiaramente: Tu sei un'offesa per me.

(2.) Se coloro che riteniamo saggi e buoni in qualsiasi momento dicono ciò che è stolto e cattivo, dovremmo rimproverarli fedelmente per questo e mostrare loro il male di ciò che dicono, affinché non subiamo peccato su di loro.

(3.) Le tentazioni di maledire Dio dovrebbero essere respinte con il massimo orrore, e non tanto da essere discusse. Chiunque ci convinca a questo deve essere considerato come nostro nemico, al quale se cediamo è a nostro rischio e pericolo. Giobbe non maledisse Dio per poi pensare di cavarsela con la scusa di Adamo:

"La donna che hai dato per stare con me mi ha persuaso a farlo"

(Genesi 3:12), che conteneva in sé una tacita riflessione su Dio, la sua prescrizione e provvidenza. No; se tu bruci, se maledici, tu solo lo sopporterai.

2. Come ragionò contro la tentazione: Riceveremo il bene dalla mano di Dio, e non accetteremo anche il male? Coloro che rimproveriamo dobbiamo sforzarci di convincerli; e non è difficile dare una ragione per cui dovremmo ancora mantenere salda la nostra integrità anche quando siamo spogliati di ogni altra cosa. Egli ritiene che, sebbene il bene e il male siano contrari, tuttavia non provengono da cause opposte, ma entrambi dalla mano di Dio (Isaia 45:7 ; Lamentazioni 3:38), e quindi che in entrambi dobbiamo avere lo sguardo rivolto a lui, con gratitudine per il bene che manda e senza preoccuparsi del male. Osservate la forza della sua argomentazione.

(1.) Ciò che egli sostiene, non solo il sopportare, ma il ricevere il male: Non accetteremo il male, cioè,

[1.]

"Non dobbiamo aspettarci di riceverlo? Se Dio ci dà tante cose buone, ci stupiremo, o penseremo che sarà strano se a volte ci affliggerà, quando ci ha detto che la prosperità e l'avversità sono contrapposte l'una all'altra?"

1Pietro 4:12.

[2.]

"Non ci prefiggeremo di riceverlo correttamente?"

La parola significa ricevere come dono, e denota un pio affetto e una disposizione d'animo sotto le nostre afflizioni, senza disprezzarle né venir meno sotto di esse, considerandole doni (Filippesi 1:29), accettandole come punizioni della nostra iniquità (Levitico 26:41), acquiescendo alla volontà di Dio in esse

("Faccia di me quello che gli parrà bene"),

e adattandoci a loro, come coloro che sanno volere e abbondare, Filippesi 4:12. Quando il cuore è umiliato e svezzato, con l'umiliante provvidenza dello svezzamento, allora riceviamo la correzione == (Sofonia 3:2) e prendiamo la nostra croce.

(2.) Da cosa argomenta:

"Riceveremo tanto bene quanto ci è venuto dalla mano di Dio durante tutti quegli anni di pace e prosperità che abbiamo vissuto, e non riceveremo ora il male, quando Dio riterrà opportuno imporlo su di noi?"

Nota: La considerazione delle misericordie che riceviamo da Dio, sia passate che presenti, dovrebbe farci ricevere le nostre afflizioni con un'adeguata disposizione di spirito. Se riceviamo la nostra parte del bene comune nei sette anni dell'abbondanza, non riceveremo la nostra parte del male comune negli anni della carestia? Qui sentit commodum, sentire debet et onus: chi sente il privilegio, dovrebbe prepararsi alla privazione. Se abbiamo tante cose che ci piacciono, perché non dovremmo accontentarci di ciò che piace a Dio? Se riceviamo tante comodità, non riceveremo alcune afflizioni, che serviranno da complemento alle nostre comodità, per renderle più preziose (ci viene insegnato il valore delle misericordie essendo indotte a desiderarle a volte), e come attenuazione delle nostre comodità, per renderle meno pericolose, per mantenere l'equilibrio in equilibrio, e per impedire che fossimo innalzati oltre misura? == 2Corinzi 12:7. Se riceviamo tanto bene per il corpo, non riceveremo un bene per l'anima; cioè, alcune afflizioni, con le quali partecipiamo della santità di Dio (Ebrei 12:10), qualcosa che, rattristando il volto, rende migliore il cuore? Che la mormorazione, così come il vanto, siano dunque per sempre esclusi.

IV. Così, in buona misura, Giobbe mantenne ancora salda la sua integrità, e il disegno di Satana contro di lui fu sconfitto: In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra; Non solo lo disse bene, ma tutto ciò che disse in quel momento fu sotto il governo della religione e della retta ragione. In mezzo a tutte queste lamentele non disse una parola a torto; e non abbiamo motivo di pensare se non che egli conservò anche un buon umore di mente, in modo che, sebbene ci potessero essere alcuni moti e risvegli di corruzione nel suo cuore, tuttavia la grazia ebbe il sopravvento e si preoccupò che la radice dell'amarezza non spuntasse per turbarlo, Ebrei 12:15. L'abbondanza del suo cuore era per Dio, produceva cose buone e sopprimeva il male che c'era, che era stato messo in minoranza dalla parte migliore. Se pensava qualcosa di male, tuttavia si metteva la mano sulla bocca == (Proverbi 30:32), soffocava il pensiero malvagio e non lo lasciava andare oltre, per cui appariva, non solo che aveva la vera grazia, ma che era forte e vittoriosa: in breve, che non aveva perso il carattere di un uomo perfetto e retto; poiché così sembra essere colui che, in mezzo a tali tentazioni, non offende con le parole, == Giacomo 3:2 ; Salmi 17:3.

11 Ver. 11. fino alla Ver. 13.

Abbiamo qui un resoconto della gentile visita che i tre amici di Giobbe gli fecero nella sua afflizione. La notizia dei suoi straordinari guai si diffuse in tutte le parti, essendo egli un uomo eminente sia per grandezza che per bontà, e le circostanze dei suoi guai erano molto rare. Alcuni, che erano suoi nemici, trionfarono nelle sue calamità, Giobbe 16:10 ; 19:18; 30:1, ecc. Forse hanno fatto delle ballate su di lui. Ma i suoi amici si preoccuparono per lui e cercarono di confortarlo. Un amico ama in ogni momento e un fratello è nato per le avversità. Tre di loro sono qui nominati (Giobbe 2:11): Elifaz, Bildad e Zofar. In seguito ci incontreremo con un quarto, che sembrerebbe essere stato presente a tutta la conferenza, cioè Elihu. Non risulta se sia venuto come amico di Giobbe o solo come uditore. Si dice che questi tre fossero suoi amici, suoi intimi conoscenti, poiché Davide e Salomone avevano ciascuno di loro uno nella loro corte che era chiamato l'amico del re. Questi tre erano uomini eminentemente saggi e buoni, come appare dai loro discorsi. Erano vecchi, molto vecchi, avevano una grande reputazione di conoscenza e si tributava molta deferenza al loro giudizio, Giobbe 32:6. È probabile che fossero uomini di figura nel loro paese, principi o capi di casate. Ora osservate,

I. Che Giobbe, nella sua prosperità, aveva contratto un'amicizia con loro. Se erano suoi pari, tuttavia non aveva quella gelosia per loro, se erano inferiori, tuttavia non aveva quel disprezzo per loro, che era un ostacolo a una conversazione intima e a una corrispondenza con loro. Avere amici del genere accresceva la sua felicità nel giorno della sua prosperità più di tutti i capi di bestiame di cui era padrone. Gran parte del conforto di questa vita risiede nella conoscenza e nell'amicizia con coloro che sono prudenti e virtuosi; e chi ha alcuni di questi amici dovrebbe tenerli in grande considerazione. Si suppone che i tre amici di Giobbe fossero tutti della discendenza di Abramo, il quale, per alcune discendenze, anche nelle famiglie che erano escluse dal patto di particolarità, conservò alcuni buoni frutti di quella pia educazione che il padre dei fedeli dava a coloro che erano sotto la sua responsabilità. Elifaz discendeva da Teman, nipote di Esaù (Genesi 36:11), Bildad (è probabile) da Shuah, figlio di Abramo e Chetura, (Genesi 25:2). Alcuni pensano che Zofar sia lo stesso di Zefo, un discendente di Esaù, Genesi 36:11. La conservazione di tanta sapienza e pietà tra coloro che erano estranei ai patti di promessa era un felice presagio della grazia di Dio ai Gentili, quando il muro di separazione sarebbe stato abbattuto negli ultimi giorni. Esaù fu respinto; eppure molti di quelli che vennero da lui ereditarono alcune delle migliori benedizioni.

II. Che continuarono la loro amicizia con Giobbe nelle sue avversità, quando la maggior parte dei suoi amici lo aveva abbandonato, Giobbe 19:14. In due modi dimostrarono la loro amicizia:

1. Con la gentile visita che gli fecero nella sua afflizione, per piangere con lui e confortarlo, Giobbe 2:11. Probabilmente erano soliti visitarlo nella sua prosperità, non per cacciare o fare il falco con lui, non per ballare o giocare a carte con lui, ma per intrattenersi ed edificarsi con la sua dotta e pia conversazione; e ora che era nell'avversità, essi vennero a condividere con lui le sue pene, come prima erano venuti a condividere con lui le sue comodità. Questi erano uomini saggi, il cui cuore era nella casa del lutto, == Ecclesiaste 7:4. Visitare gli afflitti, i malati o i doloranti, gli orfani di padre o i senza figli, nel loro dolore, è reso un ramo della pura religione e immacolato == (Giacomo 1:27), e, se fatto per un buon principio, sarà abbondantemente ricompensato in breve tempo, Matteo 25:36.

(1.) Visitando i figli e le figlie dell'afflizione possiamo contribuire al miglioramento,

[1.] Delle nostre grazie; per molti c'è da imparare una buona lezione dai guai degli altri; Possiamo guardarli e ricevere istruzione, ed essere resi saggi e seri.

[2.] Delle loro comodità. Ponendo loro rispetto, li incoraggiamo, e si può dire loro qualche buona parola che può aiutare a renderli facili. Gli amici di Giobbe vennero, non per soddisfare la loro curiosità con un racconto dei suoi problemi e della stranezza delle loro circostanze, e tanto meno, come falsi amici di Davide, per fare commenti invidiosi su di lui (Salmi 41:6-8), ma per piangere con lui, per mescolare le loro lacrime con le sue, e così per confortarlo. È molto più piacevole visitare coloro che sono nell'afflizione ai quali appartiene il conforto che coloro ai quali dobbiamo prima dire con convinzione.

(2.) Riguardo a questi visitatori osservare,

[1.] Che non sono stati mandati a chiamare, ma sono venuti di loro spontanea volontà (Giobbe 6:22), da cui il signor Caryl osserva che è buona educazione essere un ospite non invitato nella casa del lutto e, nel confortare i nostri amici, anticipare i loro inviti.

[2.] Che hanno preso un appuntamento per venire. Nota: le brave persone dovrebbero prendere appuntamenti tra loro per fare del bene, così eccitanti e vincolanti l'un l'altro ad esso, e assistendosi e incoraggiandosi a vicenda in esso. Per l'esecuzione di qualsiasi disegno pio, che la mano si unisca nella mano.

[3.] Che erano venuti con un disegno (e abbiamo ragione di pensare che fosse un disegno sincero) per confortarlo, e tuttavia si sono dimostrati miserabili consolatori, attraverso la loro inabile gestione del suo caso. Molti di coloro che mirano bene, per errore, non raggiungono il loro scopo.

2. Con la loro tenera simpatia per lui e la preoccupazione per lui nella sua afflizione. Quando lo videro da lontano, era così sfigurato e deformato dalle sue piaghe che non lo riconobbero, == Giobbe 2:12. Il suo volto era sporco di pianto == (Giobbe 16:16), come i Nazirei di Gerusalemme, che erano stati rubicondi come i rubini, ma ora erano più neri di un carbone, == Lamentazioni 4:7-8. Che cambiamento farà in poco tempo una malattia dolorosa o, senza di essa, una preoccupazione e un dolore opprimenti sul volto! È questa Naomi? == Rut 1:19. Allora, questo è il lavoro? Come sei caduto! Com'è la tua gloria macchiata e macchiata, e tutto il tuo onore è deposto nella polvere! Dio ci prepara per tali cambiamenti! Vedendolo così miseramente alterato, non lo lasciarono, spaventati o ripugnanti, ma gli espressero tanta più tenerezza.

(1.) Venendo a piangere con lui, sfogarono il loro dolore indissolubile in tutte le espressioni allora consuete di quella passione. Piansero forte, la loro vista ravvivò il dolore di Giobbe e lo fece piangere di nuovo, che fece sgorgare fiumi di lacrime dai loro occhi. Si stracciarono le vesti e si spruzzarono polvere sul capo, come uomini che vogliono spogliarsi e umiliarsi con il loro amico che è stato spogliato e umiliato.

(2.) Venuti a confortarlo, si sedettero con lui per terra, perché così riceveva visite; ed essi, non per complimentarsi con lui, ma per vera compassione, si misero nello stesso luogo e atteggiamento umile e inquieto. Esse sedettero molte volte, probabilmente, con lui sui suoi divani e alla sua tavola, nella sua prosperità, ed erano quindi disposte a condividere con lui il suo dolore e la sua povertà perché avevano condiviso con lui la sua gioia e la sua abbondanza. Non fu una breve visita alla moda quella che gli fecero, solo per guardarlo e andarsene; ma, come quelli che non avrebbero potuto godere di se stessi se fossero tornati al loro posto mentre il loro amico era in tanta miseria, decisero di rimanere con lui finché non lo avessero visto guarire o finire, e perciò presero alloggio vicino a lui, sebbene ora non fosse in grado di ospitarli come aveva fatto, e devono quindi portare le proprie spese. Ogni giorno, per sette giorni di seguito, nella casa in cui ammetteva compagnia, venivano e si sedevano con lui, come suoi compagni nella tribolazione, e in deroga a questa regola, Nullus ad amissas ibit amicus opes - Coloro che hanno perduto le loro ricchezze non devono aspettarsi le visite dei loro amici. Si sedettero con lui, ma nessuno gli rivolse una parola, solo che tutti si occuparono dei particolari racconti che egli dava dei suoi guai. Tacevano, come gli uomini stupiti e stupiti. Curae leves loquuntur, ingentes stupent - I nostri dolori più leggeri hanno una voce, quelli che sono più opprimenti sono muti.

Tennero così a lungo il silenzio, per mostrare una riverenza dovuta a un dolore così prodigioso. - Sir R. Blackmore.

Non gli dissero una parola, qualunque cosa si dicessero l'un l'altro, a titolo di istruzione, per il miglioramento della presente provvidenza. Non dissero nulla a questo proposito, a cui poi dissero molto, nulla per rattristarlo (Giobbe 4:2), perché vedevano che il suo dolore era già molto grande, e all'inizio erano restii ad aggiungere afflizione agli afflitti. C'è un tempo per tacere, quando o i malvagi sono davanti a noi, e parlando possiamo indurirli (Salmi 39:1), o quando parlando possiamo offendere la generazione dei figli di Dio, == Salmi 73:15. Il fatto che non entrarono nei seguenti discorsi solenni fino al settimo giorno può forse far pensare che fosse il giorno di sabato, che senza dubbio era osservato nell'età patriarcale, e a quel giorno rinviarono la conferenza prevista, perché probabilmente allora la compagnia ricorreva, come al solito, alla casa di Giobbe, per unirsi a lui nelle sue devozioni, che poteva essere edificato dal discorso. O, piuttosto, con il loro silenzio così a lungo lasciavano intendere che ciò che dicevano in seguito era ben ponderato e digerito e il risultato di molte riflessioni. Il cuore dei saggi studia per rispondere. Dovremmo pensarci due volte prima di parlare una volta, specialmente in un caso come questo, pensare a lungo, e saremo più in grado di parlare brevemente e allo scopo.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 2

1 Capitolo 2

Satana ottiene il permesso di tentare Giobbe Giob 2:1-6

Le sofferenze di Giobbe Giob 2:7-10

I suoi amici vengono a confortarlo Giob 2:11-13

Versetti 1-6

Quanto è bene per noi che né gli uomini né i diavoli siano i nostri giudici, ma che tutto il nostro giudizio venga dal Signore, che non sbaglia mai. Giobbe conserva la sua integrità come arma. Dio parla con piacere della potenza della sua grazia. L'amor proprio e l'autoconservazione sono potenti nel cuore degli uomini. Ma Satana accusa Giobbe, rappresentandolo come un completo egoista, che non pensa ad altro che al proprio benessere e alla propria sicurezza. Così le vie e il popolo di Dio sono spesso accusati ingiustamente dal diavolo e dai suoi agenti. A Satana viene concesso il permesso di fare processi, ma con un limite. Se Dio non incatenasse il leone ruggente, quanto presto ci divorerebbe! Giobbe, così calunniato da Satana, era un tipo di Cristo, la cui prima profezia fu: "Satana gli avrebbe schiacciato il calcagno e sarebbe stato sventato".

7 Versetti 7-10

Il diavolo tenta i suoi figli, li attira al peccato e poi li tormenta, quando li ha portati alla rovina; ma questo figlio di Dio è stato tormentato con l'afflizione e poi tentato di fare un cattivo uso della sua afflizione. Provocò Giobbe a maledire Dio. La malattia era molto grave. Se in qualsiasi momento siamo provati da dolorose e gravi afflizioni, non pensiamo di essere trattati diversamente da come Dio a volte tratta i migliori dei suoi santi e servitori. Giobbe si umiliò sotto la potente mano di Dio e si rese conto della sua condizione. Sua moglie gli fu risparmiata, per essere per lui una fonte di disturbo e di tentazione. Satana cerca ancora di allontanare gli uomini da Dio, come ha fatto con i nostri primi genitori, suggerendo loro pensieri duri su di Lui, che nulla è più falso. Ma Giobbe resistette e vinse la tentazione. Possiamo noi, creature colpevoli, inquinate e senza valore, ricevere tante benedizioni immeritate da un Dio giusto e santo, e rifiutare di accettare la punizione dei nostri peccati, quando soffriamo molto meno di quanto meritiamo? Che la mormorazione, così come il vanto, siano per sempre eliminati. Finora Giobbe ha resistito alla prova ed è apparso più brillante nella fornace dell'afflizione. Nel suo cuore potevano sorgere dei focolai di corruzione, ma la grazia ha avuto il sopravvento.

11 Versetti 11-13

Gli amici di Giobbe sembrano noti per il loro rango, oltre che per la saggezza e la pietà. Gran parte del conforto di questa vita risiede nell'amicizia con le persone prudenti e virtuose. Venendo a piangere con lui, sfogarono il dolore che sentivano davvero. Venendo a confortarlo, si sedettero con lui. Sembra che sospettassero che i suoi problemi inauditi fossero un giudizio per alcuni crimini che egli aveva nascosto sotto la sua professione di santità. Molti considerano solo un complimento visitare i loro amici nel dolore; noi dobbiamo guardare alla vita. E se l'esempio degli amici di Giobbe non è sufficiente per indurci a compatire gli afflitti, cerchiamo la mente che era in Cristo.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 2

1 Di nuovo c'è stato un giorno... - Vedi le note a Giobbe 1:6. Queste stagioni sono rappresentate come periodiche, quando gli angeli vennero, per così dire, per riferire a Dio di ciò che avevano osservato e fatto. Il Caldeo lo rende: "E ci fu un giorno del grande giudizio ( רבא דינא יום yôm dı̂ynā' rābā' ), un giorno della remissione dei peccati ( שבוק יום סרחניא ) e vennero bande ( כתי ) di angeli".

Presentarsi davanti al Signore - Questo non avviene nella prima affermazione di Giobbe 1:6. Significa qui che è venuto davanti al Signore dopo aver avuto il permesso di affliggere; Lavoro. Il caldeo lo rende "per poter stare in giudizio דין dı̂yn davanti al Signore".

2 E il Signore disse a Satana... - Vedi le note a Giobbe 1:7.

3 Hai considerato - Note, Giobbe 1:8.

Che non c'è nessuno come lui sulla terra - La stessa aggiunta è fatta qui dalla Settanta che si verifica in Giobbe 1:1; vedere le note a quel verso.

E tuttavia mantiene salda la sua integrità - Nonostante tutti gli sforzi fatti per dimostrare che la sua pietà era il risultato di mero egoismo. La parola “integrità” qui תמה tûmmâh significa “perfezione”; un'altra forma della parola che è resa “perfetta” in Giobbe 1:1; vedere le note a quel verso.

Sebbene tu mi abbia commosso - La parola resa “più commosso” סוּת sûth significa incitare, incitare, sollecitare, irritare contro chiunque; Giosuè 15:18; Giudici 1:14; 2Cr 18:2 ; 1 Samuele 26:19; Geremia 43:3.

La Settanta lo rende in modo speciale: "E tu hai ordinato ( εἶπας eipas ) che la sua proprietà fosse distrutta invano" ( διακενῆς diakenēs ), cioè senza raggiungere lo scopo previsto.

Distruggerlo - La parola qui usata (da בלע bela‛ ) significa propriamente inghiottire, divorare, con l'idea di bramosia o avidità. Viene quindi utilizzato nel senso di consumare, o distruggere; confronta Giobbe 20:18; Proverbi 1:12; Numeri 16:30; Salmi 69:15. A margine è reso "inghiottilo".

Senza causa - Senza alcuna ragione sufficiente. La causa assegnata da Satana Giobbe 1:9 era che la pietà di Giobbe era egoista e che se Dio avesse rimosso i suoi beni, avrebbe mostrato di non avere una vera religione. Dio dice ora che è stato dimostrato che non c'era motivo per aver fatto il processo.

Il risultato aveva mostrato che l'accusa era infondata e che la sua pietà era rimasta, sebbene fosse stato spogliato di tutto ciò che aveva. Questo passaggio può ricordarci il discorso di Nettuno in favore di Enea, Iliade v. 297:

E vedete questo capo giusto espiare?

Con sangue innocente per vizi non suoi?

A tutti gli dei furono pagati i suoi costanti voti;

Certo, anche se combatte per Troia, chiede il nostro aiuto.

Il destino non vuole questo - Papa

4 Pelle per pelle - Questa è un'espressione proverbiale, la cui origine è sconosciuta, né il suo significato come "proverbio" è del tutto chiaro. Il senso generale del passaggio qui è chiaro, poiché viene immediatamente spiegato che un uomo darebbe tutto ciò che aveva per salvarsi la vita; e l'idea qui è che se Giobbe fosse così afflitto nel suo corpo da rischiare di morire, rinuncerebbe a tutta la sua religione per acquistare la vita.

La sua religione, che era stata la prova relativamente insignificante prima di essere applicata ad essa, non avrebbe sopportato la prova più severa se la sua vita fosse stata messa in pericolo. Riguardo al proverbio stesso, è stata data una grande varietà di spiegazioni. Le versioni antiche non ci illuminano. La Vulgata lo rende "Pellem pro pelle". La Settanta Δέρμα ὑπέρ δέρυατος derma huper dermatos - pelle per, o invece di, pelle.

Il Caldeo lo rende, "membro per membro", אברא אמטול אברא - e l'autore di quella parafrasi sembra aver supposto che significasse che un uomo avrebbe dato le membra del suo corpo o le sue membra per preservare la sua vita. Parkhurst lo rende, "pelle dopo pelle", nel senso, come lo spiega, che un uomo può sopportare di separarsi da tutto ciò che ha, e persino di vedersi strappare la pelle, per così dire, ancora e ancora, a condizione che la sua vita è al sicuro.

Noyes suppone che significhi che ogni uomo darà la pelle o la vita di un altro, animale o uomo che sia, per salvare la propria; e questo: Giobbe rinunciò a tutto, senza lamentarsi, dalla paura egoistica di esporre la propria vita al pericolo. Il Dr. Good osserva sul passaggio, che le pelli o le spoglie delle bestie, nella rozza e primitiva età dell'uomo, erano la proprietà più preziosa che potesse acquisire, e quella per la quale combatteva più frequentemente. Così, dice Lucrezio,

Tam igitur “pelles”, nunc aurum et purpura, curis

Exercent hominum vitam, belloque fatigant.

v. 1422.

“Allora l'uomo per le “pelli” contese; viola adesso,

E l'oro, gettalo per sempre in guerra".

In varie parti del libro di Giobbe, tuttavia, osserva il dottor Good, la parola pelle importa la "persona" di un uomo così come la sua "proprietà", l'intero corpo vivente che avvolge, come in Giobbe 18:13; Giobbe 19:26. «È», dice, «sul doppio significato dello stesso termine, e sul dramma che qui gli viene dato, usando il termine prima in un senso e poi nell'altro, che l'essenza del proverbio, come di mille altri costruiti in modo simile, dipende.

'Pelle per pelle' è in questa visione, in parole povere, 'proprietà per persona' o 'la proprietà che forma la pelle per la persona che forma la pelle.'” Vedi una visione in qualche modo simile presentata da Callaway, nelle Illustrazioni di Bush, “in loco .” L'editore della Bibbia pittorica coincide principalmente con questo punto di vista, e suppone che il riferimento sia al tempo in cui il commercio era condotto con il baratto, e quando le pelli degli animali, essendo un bene più frequente e prezioso, erano usate per rappresentare la proprietà.

Tributi, riscatti, ecc., osserva, venivano pagati in pelli. Secondo questo, significa che un uomo darebbe "pelle su pelle"; vale a dire, ammucchierebbe un pezzo di proprietà su un altro e darebbe "tutto" che aveva, per salvarsi la vita. Si riferisce alla necessità di sottomettersi a un grande male piuttosto che incorrere in uno più grande, rispondendo al proverbio turco: “Dobbiamo dare le nostre barbe per salvare le nostre teste.

Secondo Gesenius, significa "vita per vita". Drusius lo spiega come significato, che avrebbe dato la pelle degli altri, come dei suoi figli, per salvare la propria; cioè, che era immobile finché la sua pelle o la sua vita erano al sicuro. La stessa opinione è data da Efrem il Siro. “Pelle per pelle; darà la pelle non solo del gregge, ma anche dei suoi figli, per salvare i suoi». Questo punto di vista è adottato anche da Urnbreit. Cioè, la sua religione era supremamente egoista. La perdita della proprietà e persino dei bambini che poteva sopportare, a condizione che la sua persona fosse intatta.

La propria salute e vita; la sua stessa pelle e il suo corpo gli erano più cari di ogni altra cosa. Altre persone sarebbero state afflitte dalla perdita di bambini e proprietà. Ma Giobbe era disposto a separarsi da qualcuno o da tutti questi, a condizione che lui stesso fosse al sicuro. Rosenmuller suppone che la parola pelle qui sia usata per tutto il corpo; e dice che il senso è che darebbe il corpo di un altro per il suo, come in Esodo 21:23.

“Il significato di questa formula proverbiale”, dice, “è che ciascuno riscatterebbe la propria sicurezza con la pelle degli altri; cioè non solo dalle pelli o dalla vita dei buoi, dei cammelli, dei servi, ma anche dei suoi propri figli”. Schultens suppone che significhi che un uomo si sottometterebbe a qualsiasi sofferenza per salvarsi la vita; che sarebbe stato disposto a essere scorticato vivo; essere ripetutamente condannato; avere, per così dire. una pelle tolta dopo l'altra, se poteva salvarsi la vita.

Secondo questo, l'idea è che la perdita della vita fosse la grande calamità da temere e che un uomo avrebbe dato "qualsiasi" cosa per salvarla. Umbreit dice: “non c'è niente di così prezioso per un uomo che non lo scambierà - una cosa per un'altra; l'uno esteriormente buono per l'altro, 'pelle per pelle'. Ma la vita, il bene interiore, non ha per lui alcun valore che si possa stimare. Che darà per niente; e molto altro, offrirà tutto per questo.

” Un'altra soluzione è offerta nella Biblische Untersuchungen ii. Ns. S. 88. “Prima dell'uso dell'oro, il traffico era condotto principalmente dal baratto. Gli uomini scambiavano ciò che era prezioso per se stessi con ciò che gli altri avevano e che volevano. Coloro che cacciavano le bestie feroci portavano le loro pelli al mercato e le scambiavano con archi e frecce. Poiché questi trafficanti erano esposti al pericolo di essere derubati, spesso portavano con sé quelli che erano armati, i quali accettavano di difenderli a condizione che avessero una parte delle pelli che prendevano, e così acquistavano la loro proprietà e la vita».

Cioè, hanno dato le pelli degli animali per la loro sicurezza; tutto ciò che avevano si sarebbero arresi, affinché le loro vite potessero essere salvate. Vedi Morgenland di Rosenmuller, “in loc.” Nessuna di queste soluzioni mi sembra perfettamente soddisfacente, e il proverbio lascia ancora perplessi. Sembra riferirsi a una sorta di baratto o scambio e significare che un uomo rinuncerebbe a una cosa per un'altra; oppure un bene di minor valore per risparmiarne uno maggiore; e che allo stesso modo sarebbe disposto a cedere "tutto", affinché la sua vita, l'oggetto più prezioso, potesse essere preservata. Ma il significato esatto del proverbio, sospetto, non è stato ancora percepito.

Sì, tutto ciò che un uomo ha - Questo è evidentemente concepito per esprimere la stessa cosa del proverbio, "pelle per pelle", o per fornire un'illustrazione di ciò. Il significato è chiaro. Un uomo è disposto a rinunciare a tutto ciò che ha, per preservare la sua vita. Si separerà dai beni e dagli amici, in modo che possa essere mantenuto in vita. se dunque un uomo va raggiunto nella parte più tenera e vitale; se si deve fare qualcosa che riveli veramente il suo carattere, la sua vita deve essere messa in pericolo, e allora il suo vero carattere sarà rivelato.

Lo scopo di Satana è dire che non era stata applicata a Giobbe una prova di severità sufficiente per mostrare ciò che era veramente. Ciò che aveva perso era una sciocchezza rispetto a ciò che sarebbe stato se fosse stato sottoposto a gravi sofferenze fisiche, così che la sua vita sarebbe stata in pericolo. va ricordato che queste sono le parole di Satana, e che non sono necessariamente vere.

L'ispirazione si occupa solo di assicurare "la registrazione esatta" di ciò che viene detto, non di affermare che tutto ciò che viene detto è vero. Avremo occasione frequente di illustrare questo sentimento in altre parti del libro. Riguardo al sentimento qui espresso, invece, è in generale vero. Gli uomini cederanno le loro proprietà, le loro case, le loro terre e l'oro per salvare le loro vite. Anche molti vedrebbero morire i loro amici, per poter essere salvati.

Tuttavia, non è universalmente vero. È possibile concepire che un uomo possa amare così tanto la sua proprietà da sottoporsi a qualsiasi tortura, anche mettendo in pericolo la vita, piuttosto che cederla. Anche molti, se minacciati da un naufragio, rinuncerebbero a un'asse per salvare le proprie mogli oi propri figli, a rischio della propria vita. Molti daranno la loro vita piuttosto che rinunciare alla loro libertà; e molti morirebbero piuttosto che abbandonare i loro principi.

Tali erano i nobili martiri cristiani; e un tale uomo era Giobbe. Satana ha esortato che se la sua vita fosse stata resa misera, avrebbe abbandonato la sua integrità e avrebbe mostrato che la sua pietà professata era egoista e la sua religione falsa e vuota. Il siriaco e l'arabo aggiungono "che possa essere al sicuro".

5 Ma stendi ora la tua mano: Satana sentiva di non avere il potere di affliggere Giobbe senza permesso. Maligno com'era, sapeva che solo Dio poteva sottoporre il sant'uomo a questa prova - un'altra prova che Satana è sotto il controllo dell'Onnipotente e agisce solo quando gli è "permesso" di agire nel tentare e provare il bene.

E tocca il suo osso - Vedi la nota a Giobbe 1:11. Affliggere il suo corpo in modo da mettere in pericolo la sua vita. Le parole "osso" e "carne" indicano l'intero corpo. L'idea era che tutto il corpo dovesse essere sottoposto a forti dolori.

E ti maledirà in faccia - Note a Giobbe 1:11.

6 Ecco, è nelle tue mani, è a tua disposizione; vedi Giobbe 1:12 , Margine.

Ma salva la sua vita - Margine, "solo". Questo doveva essere l'unico limite. Sembrerebbe che avesse il potere di fare qualsiasi scelta di malattia e di affliggerlo in qualsiasi modo, purché non terminasse fatalmente. Gli acuti dolori che Giobbe sopportò in seguito mostrarono la malignità del tentatore; dimostrò la sua ingegnosità nell'infliggere dolore e la sua conoscenza di ciò che la struttura umana poteva sopportare.

7 Così andò Satana - Giobbe 1:12.

E colpì Giobbe con foruncoli irritati - La parola inglese boil denota la ben nota affluenza sulla carne, accompagnata da una grave infiammazione; un gonfiore irritato e irritato. "Webster." La parola ebraica, tuttavia, è in singolare שׁחין sh e chıyn, e avrebbe dovuto essere così reso in nostra traduzione. Il Dr. Good lo rende “un'ulcera bruciante.

La Vulgata lo traduce "ulcere pessimo". La Settanta, ἕλκει πονηρῶ helkei ponērō - "con un'ulcera ripugnante". La parola ebraica שׁחין sh e chıyn significa una piaga che brucia; un'ulcera infiammata, una bile. "Gesenius". Deriva da שׁכן shâkan, una radice obsoleta, conservata in arabo, che significa essere caldo o infiammato.

È tradotto "bile" o "bollire", in Esodo 9:9; Levitico 13:18; 2 Re 20:7;: Isaia 28:21 , (vedi note su quel luogo), Levitico 13:19; Giobbe 2:7; e "fallimento", Deuteronomio 28:27 , Deuteronomio 28:35.

La parola non ricorre altrove nelle Scritture. In Deuteronomio 28:27 , significa "il pasticcio d'Egitto", alcune specie di lebbra, senza dubbio, che prevalevano lì.

Riguardo alla malattia di Giobbe, possiamo apprendere alcune sue caratteristiche, non solo dal significato consueto della parola, ma dalle circostanze menzionate nel libro stesso. Era tale che prese un coccio con cui grattarsi, Giobbe 2:8; tale da rendere le sue notti inquiete, e piene di sussulti e di vestire la sua carne di zolle di polvere e di vermi, e di spezzargli la carne, o di costituire una piaga o un'ulcera, Giobbe 7:4; tale da fargli mordere la carne per il dolore, Giobbe 13:14 , e da renderlo simile a una cosa marcia, oa una veste mangiata dalle tarme, Giobbe 13:28; tale che la sua faccia era sporca di pianto, Giobbe 16:16, e tale da riempirlo di rughe, e da far magro la sua carne, Giobbe 16:8; tale da rendere il suo respiro corrotto, Giobbe 17:1 , e le sue ossa attaccate alla sua pelle, Giobbe 19:20 , Giobbe 19:26; tale da trapassargli le ossa con dolore durante la notte, Giobbe 30:17 , e da fargli Giobbe 30:17 la pelle, e da bruciargli le ossa con il calore, Giobbe 30:30.

È stato comunemente supposto che la malattia di Giobbe fosse una specie di lebbra nera comunemente chiamata "elefantiasi", che prevale molto in Egitto. Questa malattia ha preso il nome da ἐλέφας elefas, “elefante”, per il gonfiore da esso prodotto, che provoca una somiglianza con quell'animale negli arti; o perché rendeva la pelle come quella dell'elefante, scabtons e di colore scuro.

È chiamato dagli Arabi judhām (Dottor Good), e si dice che produca nel volto un insieme di tratti truce, distorto e "simile a un leone", e quindi è stato chiamato da alcuni "Leontiasi". È conosciuta come lebbra nera, per distinguerla da un disturbo più comune chiamato "lebbra bianca" - un'affezione che i greci chiamano "Leuce" o "bianchezza". La malattia di Giobbe sembra essere stata un'ulcera universale; producendo un'eruzione su tutta la sua persona, e accompagnata da dolore violento e irrequietezza costante.

Una bile universale o gruppi di bile mai il corpo sarebbe in accordo con il racconto della malattia nelle varie parti del libro. Nell'elefantiasi la pelle è ricoperta di incrostazioni come quelle di un elefante. È una malattia cronica e contagiosa, caratterizzata da un ispessimento delle gambe, con perdita di capelli e sensibilità, gonfiore del viso e voce nasale rauca. Colpisce tutto il corpo; le ossa e la pelle sono ricoperte di macchie e tumori, dapprima rosse, poi nere.

«Cox, Ency. Webster.” Bisogna aggiungere che la lebbra in tutte le sue forme era considerata contagiosa, e naturalmente comportava la necessità di una separazione dalla società; e tutte le circostanze che accompagnarono questa calamità furono tali da umiliare profondamente un uomo del precedente rango e dignità di Giobbe.

8 E gli prese un coccio - La parola usata qui חרשׁ chârâsh significa un frammento di un vaso rotto; vedere le note in Isaia 45:9. La Settanta lo rende ὄστρακον ostrakon - "una conchiglia". Uno scopo di prendere questo era di rimuovere dal suo corpo la sporcizia accumulata dall'ulcera universale, confrontare Giobbe 7:4; e probabilmente un altro disegno era quello di "indicare" la grandezza della sua calamità e del suo dolore.

Gli antichi erano soliti mostrare il loro dolore con azioni esterne significative (confronta le note a Giobbe 1:20 ), e niente potrebbe denotare più fortemente la grandezza della calamità, che per un uomo ricco, onore e distinzione, sedersi nella cenere, per prendere un pezzo di coccio rotto, e cominciare a grattare il suo corpo coperto di piaghe svestite e dolorosissime.

Non sembra che sia stato fatto qualcosa per guarirlo, né alcuna gentilezza mostrata nel prendersi cura della sua malattia. Sembrerebbe che fosse stato subito separato dalla sua casa, come un uomo al quale nessuno avrebbe osato avvicinarsi, ed era condannato a sopportare le sue sofferenze senza simpatia da parte degli altri.

Grattarsi - La parola qui usata גרד gârad ha il senso di grattare, raschiare, segare; oppure raschiare o raschiare con un utensile affilato. La stessa parola identicamente, come lettere, è usata attualmente tra gli arabi; significa raschiare o raschiare con qualsiasi tipo di strumento. L'idea qui sembra essere che Giobbe abbia preso i pezzi di ceramica rotti che ha trovato tra le ceneri per grattarsi.

E si sedette tra le ceneri - Sulle espressioni di dolore tra gli antichi, vedi le note a Giobbe 1:20. Sembra che l'idea generale del lutto tra le nazioni dell'antichità fosse quella di spogliarsi di tutti i loro ornamenti; indossare gli abiti più rozzi e mettersi nelle posizioni più umilianti.

Sedersi per terra (vedi la nota a Isaia 3:26 ), o su un mucchio di cenere, o su un mucchio di ceneri, era un modo comune di esprimere dolore; vedi la nota in Isaia 58:5. Indossare il sacco per radersi la testa e la barba e astenersi dal cibo piacevole e da ogni società allegra, e per emettere esclamazioni o strilli forti e lunghe, era anche un modo comune di indicare il dolore.

La Vulgata rende questo " sedate in sterquilinio ", "seduto su un letamaio". La Settanta, "e prese una conchiglia per raschiare via l'ichor ( ἰχῶρα ichōra ) i " sanies ", o sporcizia prodotta da un'ulcera in esecuzione, e si sedette sulle ceneri "fuori dalla città"," implicando che il suo dolore era così eccessivo che lasciò la città e i suoi amici, e uscì a piangere da solo.

9 Allora sua moglie gli disse: - Alcune notevoli aggiunte sono fatte dalle antiche versioni a questo passaggio. Il Caldeo lo rende, "e "Dinah" ( דינה dı̂ynâh ), sua moglie, gli disse". L'autore di quella parafrasi sembra aver supposto che Giobbe visse al tempo di Giacobbe, e avesse sposato sua figlia Dina; Genesi 30:21.

Druso dice che questa era l'opinione degli Ebrei e cita una dichiarazione della Ghemara in questo senso: “Giobbe visse ai giorni di Giacobbe e nacque quando i figli d'Israele scesero in Egitto; e quando se ne andarono di là morì. Visse dunque 210 anni, finché furono in Egitto”. Questa è pura tradizione, ma mostra l'antica impressione dell'epoca in cui visse Giobbe.

La Settanta ha introdotto qui un passaggio notevole, di cui la seguente è una traduzione. “Dopo che era trascorso molto tempo, sua moglie gli disse: Fino a quando persevererai, dicendo: Ecco, aspetterò ancora un po', adorando il tropo della mia guarigione? Ecco, il tuo memoriale è scomparso dalla terra: quei figli e quelle figlie, le doglie e i dolori del mio grembo, per i quali ho faticato invano faticosamente.

Anche tu siedi tra vermi ripugnanti, passando la notte all'aria aperta, mentre io, vagabondo e schiavo, di luogo in luogo e di casa in casa, guardo il sole fino al suo tramonto, per riposarmi dalle fatiche e dolori che ora mi opprimono. Ma dì qualche parola al Signore ( τι ῥῆμα εἰς κύριον ti rēma eis kurion ) e muori”.

Da dove questa aggiunta abbia avuto origine, è impossibile ora dirlo. Il dottor Good dice che si trova in Teodozione, nel siriaco e nell'arabo (in questo sbaglia, perché non è nel siriaco e nell'arabo nel Polyglott di Waltoh), e nel latino di Ambrogio. Dathe suggerisce che probabilmente è stato aggiunto da qualcuno che ha ritenuto incredibile che una donna arrabbiata potesse accontentarsi di dire così "piccolo" come viene attribuito in ebraico alla moglie di Giobbe.

Potrebbe essere stato originariamente scritto da qualcuno a margine della sua Bibbia a titolo di parafrasi, e il trascrittore, vedendolo lì, potrebbe aver supposto che fosse stato omesso accidentalmente dal testo, e così l'ha inserito nel punto in cui si trova ora . È uno dei tanti casi, in ogni caso, che mostrano che la fiducia implicita non deve essere riposta nella Settanta. Non c'è la minima prova che questo sia mai stato nel testo ebraico.

Non è del tutto innaturale, e come esercizio della fantasia non è privo di ingegnosità e plausibilità, eppure la semplice ma brusca affermazione in ebraico sembra meglio accordarsi con la natura. L'evidente angoscia della moglie di Giobbe, secondo tutta la narrazione, non sta tanto nel fatto che fu sottoposta a prove, e che fu costretta a vagare senza casa, quanto che Giobbe fosse tanto paziente, e che non cedere alla tentazione.

Conservi ancora la tua integrità? - Note Giobbe 2:3. La domanda implica che, a suo avviso, non ci si dovrebbe aspettare che mantelli, pazienza e rassegnazione in queste circostanze. Aveva sopportato mali che mostravano che la fiducia non doveva essere riposta in un Dio che così li avrebbe inflitti. Questo è tutto ciò che sappiamo della moglie di Giobbe.

Non è noto se questo fosse il suo carattere generale, o se "lei" abbia ceduto alla tentazione di Satana e abbia maledetto Dio, e quindi abbia accresciuto i dolori di Giobbe con la sua inaspettata scorrettezza di condotta. Non è una prova conclusiva che il suo carattere generale fosse cattivo; e può darsi che la forza della sua solita virtù e pietà sia stata vinta dalle calamità accumulate. Ha espresso, tuttavia, i sentimenti della natura umana corrotta ovunque quando era gravemente afflitta.

La suggestione “sarà” attraverserà la mente, spesso con forza quasi irresistibile, che un Dio che così affligge le sue creature non è degno di fiducia; e molte volte un figlio di Dio è “tentato” a dar sfogo a sentimenti di ribellione e di lamento in questo modo, ea rinunciare a tutta la sua religione.

Maledetto Dio - Vedi le note a Giobbe 1:11. La parola ebraica è la stessa. Il dottor Good lo rende: "Eppure mantieni la tua integrità, benedicendo Dio e morendo?" Noyes lo traduce "Rinuncia a Dio e muori", Rosenmuller e Umbreit, "Dì addio a Dio e muori". Castellio lo rende: “Ringrazia Dio e muori.

La risposta di Giobbe, tuttavia, Giobbe 2:10 , mostra che l'ha interpretata come un'eccitazione che lo spinge a rifiutare, rinunciare o maledire Dio. Il senso è che lei lo considerava indegno di fiducia e la sottomissione irragionevole, e desiderava che Giobbe esprimesse questo e fosse sollevato dalla sua miseria. Roberts suppone che questo fosse un sentimento pagano e dice che niente è più comune che per i pagani, in determinate circostanze, maledire i loro dei.

“Che l'uomo che ha fatto offerte costose alla sua divinità, nella speranza di ottenere qualche grande benedizione, e che è stato deluso, riverserà tutte le sue imprecazioni sul dio i cui buoni uffici sono stati (come crede) impediti da qualche superiore divinità. Un uomo in condizioni ridotte dice: «Sì, sì, il mio dio ha perso gli occhi; sono messi fuori; non può occuparsi dei miei affari». 'Sì', disse un devoto estremamente ricco del dio supremo Siva, dopo aver perso la sua proprietà, 'lo devo servire ancora? Cosa, fategli delle offerte! No, no. È il più basso di tutti gli dei? '"

E morire - Probabilmente considerava Dio come un Essere severo e severo, e supponeva che, indulgendo nella bestemmia, Giobbe lo avrebbe indotto a tagliarlo fuori subito. Non si aspettava che si impossessasse di mani malvagie. Si aspettava che Dio si sarebbe subito intromesso e lo avrebbe distrutto. Il senso è che non c'era da aspettarsi altro che la morte, e prima provocava Dio a tagliarlo fuori dalla terra dei viventi, meglio era.

10 Come parla una delle donne stolte - La parola qui resa “sciocca” נבל nâbâl da נבל nâbêl, significa propriamente stupida o stolta, e quindi malvagia, abbandonata, empia - l'idea di “peccato” e “follia” essendo strettamente connesse nel Le Scritture, o il peccato, essendo considerato una follia suprema; 1 Samuele 25:25; 2 Samuele 3:33; Salmi 14:1; Salmi 53:2.

Gli arabi usano ancora la parola con la stessa bussola di significazione. "Gesenius". La parola è usata qui nel senso di "malvagio"; e l'idea è che il sentimento che ella pronunciò era empio, o era come era sulle labbra degli empi. Sanctius suppone che ci sia qui un riferimento alle femmine idumee, che, come altre donne, rimproveravano e rigettavano i loro dei, se non ottenevano ciò che chiedevano quando le pregavano. Omero rappresenta Achille e Menelao mentre rimproverano gli dei. Iliade i. 353, ii. 365. Cfr. Rosenmuller, Morgenland, “in loc.”

Cosa riceveremo di buono dalla mano di Dio - Avendo ricevuto da lui così abbondanti pegni di gentilezza, era irragionevole lamentarsi quando furono portati via e quando mandò calamità al loro posto.

E non riceveremo il male? - Non ce lo aspettiamo? Non saremo disposti a sopportarlo quando verrà? Non dovremmo forse avere in lui sufficiente fiducia per credere che le sue azioni siano ordinate nella bontà e nell'equità? Dovremmo perdere subito tutta la nostra fiducia nel nostro grande Benefattore nel momento in cui ci toglie le comodità e ci visita con dolore? Questa è la vera espressione della pietà. Si sottomette a tutte le disposizioni di Dio senza lamentarsi.

Riceve benedizioni con gratitudine; si rassegna quando le calamità vengono inviate al loro posto. Considera come un semplice favore il poter respirare l'aria che Dio ha creato, guardare la luce del suo sole, calpestare la sua terra, inalare la fragranza dei suoi fiori e godere della compagnia degli amici. chi dà; e quando toglie uno o tutti, sente di aver preso solo ciò che gli appartiene, e toglie un privilegio al quale non avevamo alcun diritto.

In aggiunta a ciò, la vera pietà sente che ogni pretesa di qualsiasi benedizione, se mai fosse esistita, è stata persa dal peccato. Che diritto ha un peccatore di lamentarsi quando Dio gli toglie il favore e lo sottopone alla sofferenza? Quale pretesa ha su Dio, che dovrebbe rendergli sbagliato visitarlo con calamità?

Perciò un vivente si lamenta,

Un uomo per la punizione dei suoi peccati?

Lamentazioni 3:39.

In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra - Vedi le note a Giobbe 1:22. Questa osservazione è fatta qui forse in contrasto con quanto avvenne dopo. In seguito ha espresso sentimenti sconvenienti, ed è stato rimproverato di conseguenza, ma finora ciò che aveva espresso era conforme alla verità e ai sentimenti di altissima pietà.

11 Ora, quando i tre amici di Giobbe udirono - Sembrerebbe da questo che questi uomini fossero suoi amici particolari.

Venivano ognuno dal proprio posto - la sua residenza. Questo era il risultato dell'accordo o dell'appuntamento così per incontrarsi insieme.

Elifaz il Temanita - Questo era il più importante dei suoi amici. Nella discussione che segue prende regolarmente l'iniziativa, avanza le considerazioni più importanti e imponenti, ed è seguito e sostenuto dagli altri. La Settanta rende questo Ελιφὰζ ὁ Θαιμαινῶν βασιλεὺς Elifaz ho Thaimainōn basileus - Eliphaz, il re dei Temaniti.

L'ebraico non lascia intendere di aver ricoperto alcun ufficio o grado. La parola resa “ temanita ” תימני têymânı̂y è un patronimico da תמן têmân, che significa propriamente “alla destra” e poi “il Sud”. I geografi ebrei sono sempre rappresentati mentre guardano verso est, e non verso nord, come facciamo noi; e quindi, con loro, la mano destra indica il Sud.

Teman o Theman era figlio di Elifaz e nipote di Esaù; vedi Genesi 36:15 , dove si parla di lui come “duca” o principe אלוּף 'alf capo di una famiglia o tribù, un capo.

Si suppone che abbia vissuto a est dell'Idumea. Eusebio colloca Thaeman in Arabia Petrara, a cinque miglia da Petra (vedi le note a Isaia 16:1 ), e dice che lì c'era una guarnigione romana. I Temaniti erano celebrati per la saggezza. "La saggezza non è più in Teman?" Geremia 49:7.

Il paese si distinse anche per la produzione di uomini di forza: "E i tuoi uomini potenti, o Teman, saranno sgomenti;" Abdia 1:9. Che questo paese fosse una parte dell'Idumea è evidente, non solo dal fatto che Teman era un discendente di Esaù, che vi si stabilì, ma da diversi punti delle Scritture. Così, in Ezechiele 25:13 , è detto: "Anch'io stenderò la mia mano su Edom e lo ridurrò a una desolazione da Toman, e quelli di Dedan cadranno di spada.

In Amos 1:12 , Teman è menzionato come nelle vicinanze di Bozra, un tempo capitale dell'Idumea: "Ma manderò un fuoco su Teman, che divorerà i palazzi di Bozra;" vedere le note in Isaia 21:14. Gli abitanti di questo paese si distinguevano nei primi tempi per la saggezza, e particolarmente per quel tipo di saggezza che si esprime nell'attenta osservazione degli uomini e dei costumi, e del corso degli eventi, e che si esprimeva nei proverbi.

Così, sono menzionati nel libro di Baruc, 3:23: "I mercanti di Merano e di Teman, autori di favole e ricercatori senza intendimento", οἱ μυθολόγοι καὶ οἱ ἐκζητηταὶ τῆς συνέσεως hoi muthologoi kai hoi ekzētētai tēs suneseōs.

E Bildad lo Shuhita - Il secondo oratore uniformemente nel seguente argomento. La Settanta rende questo, "Bildad il sovrano dei Saucheani", Σαυχέων τύραννος Saucheōn turannos. Shuah שׁוּח shûach (che significa fossa) era il nome di un figlio di Abramo, da Keturah, e anche di una tribù araba, discendente da lui, Genesi 25:2.

“Il paese degli Shuhiti”, dice Gesenius, “non era improbabile che fosse lo stesso con il Σακκαία Sakkaia di Tolomeo, v. 15, a est di Batanea”. Ma la situazione esatta degli Shubiti è sconosciuta. È difficile determinare la geografia delle tribù dell'Arabia, poiché molte di esse sono migratorie e instabili. Sembrerebbe che Bildad non risiedesse molto lontano da Elifaz, poiché fecero un "accordo" per andare a visitare Giobbe.

E Zofar il Naamatita - Un abitante di Naama, la cui situazione è sconosciuta. La Settanta lo rende: “Zofhar, re dei Minai - Μιναίων βασιλεύς Minaiōn basileus. Un luogo di nome Naamah è menzionato in Giosuè 15:41 , come nei limiti della tribù di Giuda.

Ma questa era una distanza considerevole dalla residenza di Giobbe, e non è probabile che Zofar fosse lontano da quella regione. Inutile fare congetture sul luogo in cui ha vissuto. L'editore della Bibbia pittorica, tuttavia, suppone che Zofar fosse della città di Giuda menzionata in Giosuè 15:41. Egli osserva che questa città è “menzionata in un elenco delle ultime città della sorte di Giuda, 'verso la costa di Edom a sud; ' è inoltre tra quella parte di quelle città che si trovano 'nella valle' Giosuè 15:33 , che valle è la stessa che conteneva Joktheel Giosuè 15:38 , che si suppone fosse Petra.

Naamah era probabilmente, quindi, dentro o vicino al Ghor o valle che si estende dal Mar Morto al Golfo di Akaba. - Queste considerazioni”, aggiunge, “sembrano stabilire la conclusione che la scena di questo libro è ambientata nel paese di Edom”. Nella prima parte di questo verso c'è una notevole aggiunta nella parafrasi caldea. - È come segue: “E i tre amici di Giobbe udirono di tutto il male che era sceso su di lui, e quando videro gli alberi dei suoi giardini (caldei, “Paradiso” פרדסיהון ) che erano secchi, e il pane del suo sostegno che si trasformò in carne viva ( לבסרא אתהפך סעודתחון ולחם חיא ), e il vino della sua bevanda si trasformò in sangue ( אתהפך משתיחון וחמר לדמא).”

Qui è evidentemente la dottrina della "transustanziazione", la trasformazione del pane in carne e del vino in sangue, e porta i segni di essere stata interpolata da qualche amico del papato. Ma quando o da chi è stato fatto è sconosciuto. È un falso più stupido. La sua evidente intenzione era quella di sostenere la dottrina della transustanziazione, adducendo l'argomento che si trovava molto indietro ai tempi di Giobbe, e che non poteva essere considerata, quindi, come un'assurdità.

In che misura sia mai stato utilizzato dai sostenitori di quella dottrina, non ho modo di accertarlo. La sua interpolazione qui è una prova abbastanza sicura della convinzione dell'autore che la dottrina non si trova in nessuna giusta interpretazione della Bibbia.

Poiché avevano fissato un appuntamento insieme - Si erano accordati per andare insieme, ed evidentemente erano partiti insieme per il viaggio. Il Caldeo - o qualcuno che ha interpolato un passo in Caldeo - ha introdotto una circostanza riguardo al disegno della loro venuta, che sa anche di Papato. È il seguente: "Vennero ciascuno dal suo posto, e per questo merito furono liberati dal luogo loro destinato nella Geenna", passo evidentemente inteso a difendere la dottrina del "purgatorio", per l'autorità di l'antica parafrasi caldea.

Venire a piangere con lui e confortarlo - Mostrare l'appropriata simpatia degli amici in un momento di calamità speciale. Non vennero con l'intenzione di rimproverarlo o accusarlo di essere un ipocrita.

12 E quando alzarono gli occhi da lontano - “ Quando lo videro alla distanza alla quale prima potevano riconoscerlo senza difficoltà, la malattia aveva tanto alterato il suo aspetto che a prima vista non lo conoscevano” - Noyes.

Hanno alzato la voce - Questa è un'espressione comune nelle Scritture, per indicare il dolore; Genesi 27:38; Genesi 29:11; Giudici 2:4; Rt 1:9 ; 1 Samuele 24:16 , “ et soepe al.

” Impariamo a sopprimere le espressioni di dolore. Gli antichi sfogavano ad alta voce i loro dolori. - Hanno anche assunto persone per aiutarli nei loro lamenti; e divenne un'attività professionale delle donne dedicarsi all'ufficio di gridare in occasione di lutto. La stessa cosa prevale attualmente in Oriente. Gli amici si siedono intorno alla tomba dei morti, o vi si recano in momenti diversi, e lanciano un lungo e dolente grido o ululato, come espressione del loro dolore.

E a ciascuno affittano il suo mantello - Vedi le note a Giobbe 1:20.

E spruzzarono polvere sulle loro teste verso il cielo - Un'altra espressione di dolore; confronta Lamentazioni 2:10; Nehemia 9:1; 1 Samuele 4:12; Giosuè 7:6; Ezechiele 27:30.

I segni di lutto qui riferiti erano quelli comuni nell'antichità. Assomigliano in modo notevole al modo in cui Achille pronunciò il suo dolore, quando fu informato della morte di Patroclo. Iliade xviii. 21-27.

Un improvviso orrore attraversò tutto il capo,

e avvolse i suoi sensi nella nuvola del dolore;

Gettato a terra, con mani furiose si stese

Le ceneri ardenti sulla sua graziosa testa,

le sue vesti di porpora e i suoi capelli d'oro,

Quelle le deforma con la polvere, e queste le strappa:

Sul duro suolo gettò il suo petto gemente,

E rotolato e strisciato come a terra è cresciuto.

Papa

Finora i sentimenti dei tre amici erano del tutto gentili e tutto ciò che facevano esprimeva simpatia per il malato.

13 Così si sedettero con lui per terra; - vedi Giobbe 1:20 , ndr; Giobbe 2:8 , nota; confronta Esdra 9:3 , "Ho stracciato la mia veste e il mio mantello, mi sono strappato i capelli e la barba e mi sono seduto sbalordito."

Sette giorni e sette notti - Sette giorni era il consueto periodo di lutto tra gli orientali. Così fecero la lamentazione pubblica per Giacobbe per sette giorni, Genesi 50:10. Così, alla morte di Saul, digiunarono sette giorni, 1 Samuele 31:13.

Così l'autore del libro dell'Ecclesiastico dice: "Sette giorni si piangono per colui che è morto"; Eccles. 22:12. Non si può supporre che siano rimasti nello stesso luogo e posizione per sette giorni e sette notti, ma che durante quel tempo abbiano pianto con lui nel modo consueto. Un esempio di dolore notevolmente simile a questo, che continua per un periodo di sei giorni, è attribuito da Euripide a Oreste:

Ἐντεῦθεν ἀγρίᾳ ξυντακεὶς νόσῳ νοσεῖ

μων Ὀρέστης; ο δὲ πεσὼν ἐν δεμνίοις

αι.

Ἓκτου δὲ δὴ τόδ ἦμαρ, κ. . .

Enteuthen agriacuntakeis nosō nosei

Tlēmōn Orestēs ; ho de pesōn en demniois

Keitai.

Hekton de tod́ ēmar, ecc.

“Così è Oreste, tormentato dal dolore

E la malattia dolorante, giace sul suo letto irrequieto

Delirante.

Ora sei mattini hanno alato il loro volo,

Dato che per mano sua i suoi genitori hanno massacrato

Bruciato sul mucchio in fiamme espiatorie.

Testardo mentre mantiene un rigido digiuno,

Né si bagna, né si veste; ma sotto le sue vesti

Si nasconde, e se ruba una pausa dalla rabbia,

Non è altro che sentire il suo peso di dolore e di pianto”.

E nessuno gli disse una parola - - Cioè, a proposito del suo dolore. Venivano a condogliarsi con lui, ma ora non avevano più niente da dire. Videro che la sua afflizione era molto più grande di quanto avessero previsto.

Poiché videro che il suo dolore era molto grande - Questo è dato come motivo per cui rimasero in silenzio. Ma "come" questo ha prodotto il silenzio, o perché il suo grande dolore è stato una causa del loro silenzio, non è suggerito. Forse una o tutte le seguenti considerazioni possono aver portato a questo.

(1) Erano stupiti dall'entità delle sue sofferenze. Lo stupore si esprime spesso con il silenzio. Guardiamo a ciò che è fuori dal normale corso degli eventi senza poter esprimere nulla. Siamo "ammutoliti" dalla meraviglia.

(2) L'effetto di una grande calamità è spesso quello di impedire l'espressione. Niente è più naturale o comune del silenzio profondo quando andiamo nella casa del lutto. “Sono solo le cure minori che parlano; i più grandi non trovano la lingua”. Curae leves loquuntur, ingentes stupent.

(3) Potrebbero non sapere cosa dire. Erano venuti per simpatizzare con lui e per offrirgli consolazione. Ma i loro argomenti di consolazione anticipati potrebbero essere stati considerati inappropriati. La calamità era più grande di quanto avessero visto prima. La perdita di beni e figli; la profonda umiliazione di un uomo che era stato uno dei più illustri del paese; la gravità delle sue sofferenze corporali, e il suo aspetto mutato e sparuto, costituivano una calamità così grande, che i soliti argomenti di conversazione non si adattavano al caso.

Ciò che "loro" avevano da dire, era il risultato di un'attenta osservazione del corso o degli eventi consueti, e non è affatto improbabile che non avessero mai assistito prima a dolori così acuti, e che ora vedessero che le loro massime non sarebbero affatto fornire consolazione per un "tale" caso.

(4) Sembra che siano stati molto presto messi in dubbio riguardo al vero carattere di Giobbe. Lo avevano considerato un uomo pio, ed erano venuti da lui sotto quell'impressione. Ma le sue grandi afflizioni sembrano aver presto scosso la loro fiducia nella sua pietà, e averli portati a chiedersi se un così grande sofferente “potrebbe” essere amico di Dio. I loro ragionamenti successivi mostrano che era con loro una ferma opinione che i giusti avrebbero prosperato, e che grandissime calamità erano la prova di una grande criminalità agli occhi di Dio.

Non era incoerente con questa credenza supporre che i giusti potessero essere leggermente afflitti, ma quando vedevano "tali" dolori, pensavano di essere del tutto al di là di ciò che Dio poteva inviare ai suoi amici; e con questo dubbio nelle loro menti, e questo cambiamento nelle loro opinioni, non sapevano cosa dire. Come "potevano" consolarlo quando era loro ferma convinzione che le grandi sofferenze fossero la prova di una grande colpa? Non potevano dire nulla che non sembrasse essere un allontanamento da questo, a meno che non presumessero che fosse stato un ipocrita e dovessero amministrare riprensione e rimprovero per i suoi peccati.

(5) In questo stato di cose, amministrare il “rimprovero” sembrerebbe crudele. Avrebbe aggravato i dolori che già erano più di quanto potesse sopportare. Fecero, quindi, ciò che gli amici degli afflitti sono spesso costretti a fare riguardo a determinate sofferenze; hanno taciuto. Poiché non potevano confortarlo, non avrebbero aggravato il suo dolore. Tutto quello che avrebbero potuto dire sarebbe stato probabilmente generalità insignificanti che non avrebbero soddisfatto il suo caso, o sarebbero state massime sentenziose che avrebbero implicato che era un peccatore e un ipocrita; e perciò rimasero muti, finchè l'amaro lamento dello stesso Giobbe 3 diede loro occasione di dire il corso di pensieri che era passato loro per la mente durante questo lungo silenzio.

Quante volte accadono ora casi simili, casi in cui la consolazione sembra quasi impossibile, e dove qualsiasi verità che potrebbe essere sollecitata, eccetto le generalità più astratte e insignificanti, tenderebbe solo ad aggravare i dolori degli afflitti! Quando la calamità colpisce una persona a causa dei suoi peccati; in caso di sottrazione di beni acquisiti in modo illecito; quando un amico muore, senza lasciare alcuna prova che fosse preparato; quando è impossibile parlare di quell'amico senza rievocare il ricordo della sua vita irreligiosa, senza orazione, o dissoluta, quanto è difficile amministrare la consolazione! Quante volte l'amico cristiano è costretto a chiudere le labbra in silenzio, oa pronunciare solo verità generali “torturanti” che non possono dare consolazione, o riferirsi a fatti che tenderanno solo ad aprire più profondamente la ferita nel cuore! Tacere in questi momenti è tutto ciò che si può fare; o raccomandare il sofferente in umile preghiera a Dio, un espediente al quale non sembra essere stato fatto ricorso né da Giobbe né dai suoi amici. amici durante questi sette giorni di silenzioso dolore non hanno affidato al Padre misericordioso il caso del loro tanto afflitto amico.

Se “Giobbe” avesse pregato, avrebbe potuto essere trattenuto da gran parte del sentimento improprio a cui diede sfogo nel capitolo seguente; se "loro" avessero pregato, avrebbero potuto ottenere una visione del governo di Dio molto più giusta di quella che avevano finora.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 2

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 2

Questo capitolo dà un resoconto di una seconda prova della costanza e dell'integrità di Giobbe, del tempo e dell'occasione di essa, Giobbe 2:1-3 ; il gesto fatto da Satana, il quale, esaudito, lo colpì dalla testa ai piedi con piagnucolose foruncoli, che sopportò con molta pazienza, Giobbe 2:4-8 ; durante la quale triste afflizione è esortato da sua moglie a rinunciare alla sua integrità, alla quale ha coraggiosamente resistito, Giobbe 2:9,10 ; e il capitolo si conclude con il racconto di una visita di tre amici di Giobbe, e della loro condotta e del loro comportamento verso di lui, Giobbe 2:11-13

Versetto 1. Ci fu un giorno in cui i figli di Dio vennero a presentarsi davanti al Signore,

Quando gli uomini buoni, i professori di religione, si riunivano di comune accordo per adorare il Signore; il Targum li chiama schiere di angeli, interpretando le loro parole e la loro posizione davanti al Signore, come fanno la maggior parte degli interpreti; Non si può dire quanto sia durato il tempo del loro incontro, probabilmente solo pochi giorni, una settimana o quindici giorni al massimo; il Targum dice, fu il giorno del grande giudizio, e che, come in Giobbe 1:6 ; era all'inizio dell'anno; cosicché secondo questo, e secondo altri scrittori ebrei, ci fu un anno intero tra questa e la prima riunione, e così tra il primo e il secondo processo di Giobbe; ma questo non è probabile, dal momento che Satana non gli darebbe mai tanto tempo per respirare; né si può pensare che gli amici di Giobbe dovessero rimanere così a lungo prima di fargli visita, il che avvenne solo dopo questo giorno:

e anche Satana venne in mezzo a loro per presentarsi davanti al Signore; essendo obbligato a farlo su invito a comparire davanti a Dio e a rendere conto di ciò che aveva fatto sulla terra, e specialmente a Giobbe; o piuttosto venne volentieri, cercando l'occasione di continuare la sua accusa contro Giobbe, e di accusarlo di nuovo, e di ottenere l'aumento del suo incarico per fargli più male, cosa che non avrebbe potuto fare senza una nuova sovvenzione

2 Versetto 2. E l'Eterno disse a Satana: Da dove vieni?

Gli viene posta la stessa domanda, e la stessa risposta viene da lui restituita; vedi Gill su "Giobbe 1:7"

3 Versetto 3. E l'Eterno disse a Satana: «Hai tu considerato il mio servo Giobbe, che non c'è nessuno come lui sulla terra, un uomo integro e retto, che teme Dio e fugge il male?

Lo stesso con questo è stato anche messo a Satana in precedenza, e lo stesso carattere è dato di Giobbe, che è qui continuato e confermato, con un'aggiunta ad esso; poiché Giobbe non era un perdente, ma un guadagnò nel suo carattere con le sue afflizioni e prove:

eppure mantiene salda la sua integrità. Il primo uomo, Adamo, fu fatto retto, ma peccando perse la sua integrità, e dopo la caduta non c'è più nulla nell'uomo naturalmente; si trova solo nelle persone rigenerate e rinnovate, che hanno in sé spiriti giusti rinnovati; per questo principio di grazia operato in loro, diventano retti di cuore e camminano rettamente. La parola usata significa "perfezione", che Giobbe non aveva in se stesso, ma in Cristo; sebbene possa denotare la verità e la sincerità della sua grazia, e la rettitudine del suo cammino, e la semplicità della sua conversazione, la tendenza della sua mente, e il tenore della sua condotta e del suo comportamento verso Dio e gli uomini; egli conservò questo principio, Questa struttura e disposizione dell'anima continuarono con lui, ed egli agì in base ad essa in ogni cosa; egli mantenne salda la sua fede e la sua fiducia nel Signore suo Dio, e professò il suo cordiale amore e sincero affetto per Dio, nonché il suo filiale timore e riverenza per lui; e lo fece ancora, nonostante tutti gli assalti e le tentazioni di Satana, e tutte le dolorose afflizioni e prove che incontrò; un esempio questo della grazia perseverante, e della verità di ciò che Giobbe dopo esprime, Giobbe 17:9 ; e fece questo, dice il Signore a Satana:

quand'anche tu mi hai mosso contro di lui, per distruggerlo senza motivo; non che Satana possa operare su Dio come fa sugli uomini, sia buoni che cattivi, specialmente questi ultimi; né potrebbe operare su di lui in modo tale da fargli cambiare la sua mente e la sua volontà, che è immutabile nella sua natura e nei suoi propositi; ma il senso è che gli ha fatto una mozione, l'ha proposta, ha chiesto e supplicato, e non l'ha proposta appena, ma l'ha sollecitata con insistenza, è stato molto sollecito perché fosse fatta; e prevalse e successe secondo il consiglio e la volontà determinati di Dio, sebbene solo in parte; poiché lo spinse a "distruggerlo", se stesso, il suo corpo, se non la sua anima; poiché questo leone ruggente cerca di divorare gli uomini, sì, le pecore e gli agnelli del gregge di Cristo, o di "inghiottirlo", come significa la parola; affinché potesse essere consegnato a lui, che ne facesse solo un boccone, inghiottendolo vivo, come un leone qualsiasi creatura, o qualsiasi altra bestia da preda. Il signor Broughton lo rende: "per disfarlo"; e diciamo di un uomo, quando ha perduto le sue sostanze, che è disfatto; e in questo senso Giobbe fu distrutto o disfatto, perché aveva perduto tutto: e questo moto fu fatto "senza causa", non c'era una giusta ragione per questo; ciò che Satana suggeriva, e la calunnia che lanciò su Giobbe, non fu sostenuto da lui, egli non poté darne né prova né prova; e fu nella contesa e nell'evento "invano", come si può rendere la parola [q]; poiché egli non apparve, nonostante tutto ciò che gli fu fatto, essere l'uomo che Satana diceva di essere, né fare le cose, o dire le parole che Satana aveva detto che avrebbe fatto.

4 Versetto 4. Satana rispose al Signore e disse:

Satana non voleva ancora ammettere che Giobbe era l'uomo che il Signore aveva descritto; ma ancora insinuava che era un uomo egoista e mercenario, e che ciò che gli era stato fatto non era una prova sufficiente della sua integrità; La cosa non era stata spinta abbastanza lontano e vicino per scoprirlo; Aveva perduto le sue sostanze, e la maggior parte dei suoi servitori, e tutti i suoi figli, ma aveva ancora non solo la sua vita, ma la sua salute e i suoi agi; e finché ne godeva serviva Dio, anche se solo per amor loro: e perciò, dice, come si dice di solito e proverbialmente,

pelle per pelle, sì, tutto ciò che l'uomo ha lo darà per la sua vita; il Targum è,

"membro per membro";

che i commentatori ebrei, molti di loro, spiegano così, che se la testa o gli occhi di un uomo sono in pericolo, egli alzerà la sua mano o il suo braccio, e li esporrà per salvare l'altro; ma la parola è generalmente usata per la pelle, e così potrebbe in questo senso; e significa la pelle della sua mano, come uno scudo per la pelle della sua testa o dei suoi occhi, come osserva Gussezio: alcuni lo intendono come le pelli degli altri per la propria pelle, dalla quale egli si separerà, per poterla conservare; anzi, darà tutto ciò che possiede per la conservazione della sua vita, tanto gli è caro; intendendo o le pelli di bestie, in cui consisteva la sostanza principale degli uomini in quei tempi e in quei paesi, e le cui pelli uccise per cibo e in sacrificio potevano essere di valore e valore, e usate nel traffico; o, come altri pensano, si intende il denaro ricavato dal cuoio fatto di pelli, dal quale un uomo si separerebbe, anche tutto il denaro che ha al mondo, e persino il suo "suppellex", o tutti i beni della sua casa, per salvarsi la vita: o il senso è che Giobbe non darebbe solo le pelli delle sue bestie, anche di tutto ciò che aveva, per la sua pelle, se non le pelli dei suoi servi, anzi, dei suoi propri figli, purché potesse conservare la propria pelle; e con ciò Satana suggerisce che Giobbe non considerò la perdita del suo bestiame, né dei suoi servi, e nemmeno dei suoi figli, finché ebbe la sua vita e la sua salute; e così lo rappresenta come un amante di se stesso, e come crudele e duro di cuore, e senza affetti naturali per i suoi figli; il contrario è molto evidente da Giobbe 1:5 ; o piuttosto questo disegna la sua pelle, e può essere tradotto, "pelle su pelle", o "pelle fino a pelle", o "pelle nella pelle"; poiché l'uomo ha due pelli, una interna e una esterna, chiamate "cutis" e "cuticula", "derma" ed "epidermide"; quest'ultima è di colore biancastro, ed è propriamente il rivestimento della pelle, è molto sottile, e privo di sensazione, che può essere sollevata da una vescica, e tolta senza dolore; ma l'altra è rossastra, e molto sensibile al dolore, e non può essere tolta senza mettere un uomo alla più squisita miseria; eppure un uomo si separerebbe da entrambe le pelli, e se mai ne avesse tante, o colui che vuole essere sottoposto al più grande tormento, piuttosto che separarsi dalla sua vita: e a questo punto tutti i sensi di cui sopra, e altri dati dagli interpreti, tendono, cioè, a osservare quanto sia preziosa per lui la vita dell'uomo; e se questo era tutto ciò che Satana intendeva, è molto banale; ma sembra insinuare qualcosa di più, e cioè che qualsiasi uomo, e così Giobbe sebbene fosse considerato un uomo buono, non solo si separerebbe da tutte le pelli che aveva, e dalle sostanze che possedeva, per salvarsi la vita, ma si separerebbe dal suo Dio, e dalla sua religione, e dalla professione di essa, per il gusto di farlo, il che è falso; perché c'è qualcosa di più prezioso della vita per gli uomini buoni; ritengono che l'amorevole gentilezza di Dio valga più della vita, e preferirebbero perdere la vita piuttosto che rischiare il pericolo di perdere il loro interesse per essa; e sono disposti a separarsi dalla loro vita per amore di Dio e della vera religione, per amore di Cristo e del suo Vangelo, e per la sua causa e il suo interesse, come molti hanno fatto

5 Versetto 5. Ma stendi ora la tua mano e tocca le sue ossa e la sua carne,

Cioè, il suo corpo, che consisteva di carne e ossa; queste sono le parti costitutive del corpo, e che lo distinguono dallo spirito, Luca 24:39 ; questa è la mossa fatta da Satana per una seconda prova dell'integrità di Giobbe; egli muove che Dio togliesse su di lui la sua mano provvidenziale, che gli assicurò la salute, e stendere su di lui la sua mano potente, saziare la sua carne di malattie e riempire le sue ossa di marciume; o spezzarli, e toccarlo fino al vivo, al midollo, che dà un dolore squisito; o per suo osso si può intendere lui stesso:

ed egli ti maledirà in faccia; Egli ti volerà in faccia, accuserà la tua provvidenza e metterà in dubbio la tua saggezza, giustizia, verità e fedeltà: o "ti benedirà", e si congederà da te, e non avrà più nulla a che fare con te o con la religione; se non lo fa, perché qualcosa deve essere compreso, le parole sono un'imprecazione, fa' che io sia in una condizione peggiore di quella in cui mi trovo ora; non lascio che io abbia la libertà di vagare per la terra, per fare il male che mi piace; lasciami legare, e gettare nell'abisso prima del mio tempo, o essere gettato nello stagno ardente di fuoco e zolfo, dove so che devo essere per sempre

6 Versetto 6. E l'Eterno disse a Satana: "Ecco, egli è nelle tue mani,

A ciò si può ben premettere un "sguardo", essendo motivo di meraviglia e di stupore che a un santo e servo di Dio sia permesso di essere nelle mani di Satana; che tuttavia non deve essere così compreso; come se fosse fuori di Dio, e non più nel cuore di Dio; o come se fosse uscito dalle mani di Dio e dalle mani di Cristo; o come se fosse diventato proprietà di Satana, e un suo figlio; poiché nessuna di queste cose può essere vera per un uomo buono: nulla può separarlo dall'amore di Dio; non Satana e tutti i suoi principati e potenze; né uomini o diavoli possono strapparli dalle sue mani, né dalle mani di suo figlio; né coloro che sono figli di Dio possono più essere servi del peccato o vassalli di Satana; o in altre parole, né alcuno di loro può essere un giorno figlio di Dio, e il giorno dopo figlio del diavolo, che è la divinità di alcuni uomini: né il senso di questo passaggio è che Satana avesse il permesso di fare con Giobbe come voleva, perché allora lo avrebbe completamente distrutto; ma il potere che gli era concesso era limitato, come segue:

ma salva la sua vita: o "anima"; che alcuni comprendono della sua anima razionale, quella che rimane dopo la morte, e su cui, osserva Maimonide , Satana non ha alcun potere; e secondo alcuni il significato è, non disturbare la sua mente fino alla distrazione, in modo da privarlo dei suoi sensi, e dell'esercizio dei suoi poteri razionali, che a causa dell'influenza di Satana gli uomini hanno talvolta perduto; vedi Marco 5:4,5 ; ciò è precluso nell'autorizzazione concessa; poiché altrimenti non sarebbe stata un'adeguata prova dell'integrità di Giobbe; perché, se fosse stato privato della ragione e avesse detto cose così cattive, non sarebbe stata una prova della sua insincerità; Come si può osservare negli uomini buoni in un delirio, pronunceranno cattive parole e faranno o tenteranno di fare cose cattive, il che non deve essere attribuito alla loro mancanza di grazia, ma alla loro mancanza di ragione: ma piuttosto si intende la "vita"; non la vita spirituale di Giobbe, perché quella non correva il pericolo di andare perduta; Tutti i diavoli dell'inferno non possono privare un uomo veramente buono della sua vita spirituale; La grazia in lui è una sorgente d'acqua viva, che sgorga: fino alla vita eterna; non potrà mai morire della seconda morte; la sua vita è nascosta con Cristo in Dio, ed è legata nel fascio della vita con il Signore suo Dio, che quindi è fuori dalla portata di Satana; ma la vita corporale, che il diavolo con il permesso può togliere, e si dice che abbia il potere della morte, che con il permesso egli esercitava sugli uomini, ma qui gli è impedito di farlo: La vita di Giobbe deve essere risparmiata, affinché possa sembrare pienamente che abbia ottenuto la vittoria su Satana, e sia rimasto nella sua integrità; e per poter ancora glorificare Dio in un corso di afflizioni che doveva ancora sopportare, nell'esercizio della sua fede, speranza, amore, pazienza, umiltà, sottomissione e rassegnazione della sua volontà a Dio; e inoltre, il tempo fissato non era giunto, aveva ancora molti giorni, mesi e anni, il numero dei quali erano presso Dio, per vivere nel mondo, come di conseguenza fece

7 Versetto 7. Così Satana si allontanò dalla presenza del Signore,

Con permesso e licenza, con potere e autorità, come il Targum, avendo ottenuto l'aumento del suo incarico, con una nuova concessione, per fare più male a Giobbe, partì direttamente e immediatamente, ansioso di mettere in esecuzione ciò che aveva il permesso di fare; vedi Gill su "Giobbe 1:12" ;

e colpì Giobbe con foruncoli dolorosi, dalla pianta del piede fino alla corona: con ulcere calde e ardenti, come quelle inflitte agli Egiziani nella piaga dei foruncoli e dei foruncoli, chiamati il pasticcio d'Egitto, vedi Esodo 9:10,11 Deuteronomio 28:27 ; è nel testo originale "con un brutto foruncolo", o "il peggiore"; Era come se non fosse che un bollore; Erano così fitti e vicini l'uno all'altro, che si estendevano dalla testa ai piedi e si estendevano su tutto il suo corpo, così che non c'era parte libera; era pieno di piaghe; come Lazzaro, e a lui si può applicare ciò che è detto in senso figurato degli ebrei, Isaia 1:6 ; e questo foruncolo o foruncoli erano della peggior specie, e più caldi e arrabbiati, e davano il dolore più squisito, e ciò di cui Giobbe fu subito "colpito"; All'inizio non si alzarono in brufoli e pustole, e gradualmente si raccolsero e giunsero al culmine, ma lui fu subito coperto di ulcere brucianti al loro culmine e di piaghe colanti; questo fu fatto da Satana, con il permesso divino; che, quando ha il permesso, può infliggere malattie ai corpi degli uomini, come fece ai giorni di Cristo sulla terra, vedi Matteo 17:15,18 Luca 13:16 ; alcuni scrittori ebrei, come R. Simeon, dicono che il diavolo riscaldò l'aria, e quindi causò un'infiammazione nel sangue di Giobbe, che scoppiò in foruncoli; ma allora questo avrebbe colpito altri oltre a lui: molte sono le congetture di uomini dotti su questa malattia di Giobbe, alcuni la considerano la lebbra, altri lo scorbuto, altri un'erisipela, ecc. Bolducio calcola non meno di quattordici malattie che gli vengono attribuite, raccolte dalle sue stesse parole, Giobbe 7:5 16:13,15,16 19:20 30:16-19 ; Uno scrittore erudito tardi [D] pensa che sia stato il vaiolo

8 Versetto 8. E gli prese un coccio per raschiarsi,

La sua bocca era chiusa, le sue labbra tacevano, non usciva da lui una sola parola di mormorio e di rimpianto, in mezzo a tutta quell'angoscia e miseria in cui doveva trovarsi; tanto meno qualcosa che assomigliasse a maledire Dio e bestemmiarlo, come si dice che alcuni facessero, a causa dei loro dolori e delle loro piaghe, Apocalisse 16:11 ; ma Giobbe sopportò la sua con la massima pazienza; Prese un pezzo di una pentola rotta, che forse giaceva nella cenere tra la quale sedeva, e si raschiò con essa; o come alcuni pensano per placare il prurito, o piuttosto per rimuovere la materia purulenta che scorreva dai suoi foruncoli; che usava al posto degli stracci di lino per asciugarli, non avendo un chirurgo che gli si avvicinasse, per lenire le sue ulcere con unguento, per inzupparle con olio e stendere su di esse cerotti curativi; non c'era nessuno che facesse nessuna di queste cose per lui; le sue cameriere e i suoi servitori, e persino sua moglie, stavano a una certa distanza da lui; Il suo odore poteva essere così nauseante, da essere intollerabile, era costretto a fare ciò che veniva fatto lui stesso, che è qui menzionato; sebbene sembri qualcosa di strano e innaturale, considerando il suo caso; Schmidt pensa che questa raschiatura sia stata fatta da lui come un rito e una cerimonia usata da chi era in lutto in quei tempi e in quei paesi, e che Giobbe non avrebbe omesso sebbene il suo corpo fosse pieno di piaghe:

e si mise a sedere tra la cenere; che veniva spesso fatto in caso di lutto e umiliazione, vedi Giona 3:6 Matteo 11:21 ; e che Giobbe fece per umiliarsi sotto la potente mano di Dio su di lui; Non è certo se queste ceneri fossero all'esterno o all'interno della casa; alcuni pensano che fossero fuori, e che non avesse una casa in cui abitare, né un letto su cui sdraiarsi, né un divano su cui sedersi, e quindi fosse costretto a fare come faceva; ma il contrario è evidente da Giobbe 7:13; 19:15 ; Altri dicono che, essendo la sua malattia, la lebbra, era costretto a sedersi da solo e fuori; ma non è certo che quella fosse la sua malattia; e inoltre, la legge sui lebbrosi non esisteva ancora; e se l'avesse avuta, non sarebbe stata vincolante per Giobbe, che non era della nazione israelita: l'idea volgare che Giobbe sedesse su un letamaio fuori della città non ha altro fondamento che la versione dei Settanta di questo passo, che è sbagliata; per il suo sedere in cenere, potrebbe esserci una ragione in natura, e potrebbe essere scelta a causa della sua malattia; poiché le ceneri sono più secche e abbattenti delle ulcere, e Galeno dice che sono usate nelle ferite fresche per fermare il flusso del sangue

9 Versetto 9. Allora sua moglie gli disse:

Gli Giudei, che fingono di sapere tutto, dicono che la moglie di Giobbe era Dina, figlia di Giacobbe, come il Targum, ma questo non è molto probabile; tuttavia, possiamo osservare che la poligamia non aveva avuto successo in quei primi tempi; Giobbe non ebbe che una sola moglie, e molto probabilmente è la stessa che dopo tutto questo gli diede altri dieci figli; poiché non si legge mai della sua morte, né che egli avesse un'altra moglie, e che potesse essere una buona donna per qualsiasi cosa che sembri il contrario; e lo stesso Giobbe sembra insinuare la stessa cosa, sebbene fosse all'oscuro di questa provvidenza, e per questo sotto una dolorosa tentazione; e perciò dice al marito:

Conservi ancora la tua integrità? non come biasimarlo per aver insistito e appoggiato sulla sua integrità, e giustificato, e non umiliato davanti a Dio, quando dovrebbe piuttosto confessare i suoi peccati e prepararsi per la morte; poiché ciò è contrario al senso della frase usata, Giobbe 2:3 ; dove Giobbe è applaudito dal Signore stesso per aver mantenuto salda la sua integrità; né la risposta di Giobbe si comporterà con questo senso delle sue parole; né parlava come se si meravigliasse che egli la trattenesse ancora in mezzo a tante dolorose tentazioni e afflizioni; sebbene in verità la grazia perseverante sia una cosa meravigliosa; ma allora non l'avrebbe mai biasimata per una tale espressione: né ella disse questo come se lo rimproverasse e lo rimproverasse per la sua religione e la sua perseveranza in essa, e lo deridesse, e lo disprezzasse per questo, come Michal fece con Davide; ma come suggerirgli che non c'era nulla nella religione, e consigliargli di abbandonare la professione di essa; poiché poteva facilmente vedere, dal suo caso e dalle sue circostanze, che Dio non aveva più riguardo per gli uomini buoni che per gli uomini cattivi, e quindi era vano servirlo; la tentazione sotto la quale si affannava era la stessa di quell'uomo buono, Asaf, Salmi 73:11-14 ;

maledici Dio e muori: che di solito viene interpretato, maledici Dio e poi distruggi te stesso; o pronuncia parole blasfeme, che lo provocheranno a distruggerti, o ti renderanno passibile di essere notato dal magistrato civile e messo a morte per questo; o fai questo per vendicare la sua mano su di te, e poi morire; o, quand'anche tu muori; ma queste sono tutte troppo dure e malvagie per essere dette da uno che è stato educato in modo religioso, ed è stato per tanti anni consorte di un uomo così santo e buono: le parole possono essere tradotte: "benedici Dio e muori"; e possono essere intese sia sarcasticamente, continua a benedire Dio finché non muori; se non ne hai avuto abbastanza, saziane e vedi quale sarà il risultato; nient'altro che la morte; continuerai ancora a "benedire Dio e morire?" così alcuni rendono le parole, riferendosi a ciò che aveva detto in Giobbe 1:21 ; oppure realmente e sinceramente, come se gli consigliassero di umiliarsi davanti a Dio, confessare i suoi peccati, e "pregare" [k] [k] che lo togliesse da questo mondo, e lo liberasse da tutte le sue pene e dolori; o piuttosto il senso è: "benedici Dio": prendi congedo da lui, dì addio a lui e a tutta la religione, e così muori, perché non c'è nulla di buono da sperare per questo, qui o nell'aldilà; o almeno non in questa vita: e così è più o meno lo stesso di prima; e questo senso è confermato dalla risposta di Giobbe: che segue

10 Versetto 10. Ma egli le disse: "Tu parli come parla una delle donne stolte,

Le donne malvagie e profane di quell'epoca; non dice che era una di loro, ma parlava come loro; il che lascia intendere che era una brava donna, e che si era sempre creduto che lo fosse; ma ora non parlava come lei, e una della sua professione, ma come persone carnali: Sanctius pensa che Giobbe si riferisca alle donne idumee, che, come gli altri pagani, quando il loro dio non le piaceva, o non potevano ottenere da loro ciò che desideravano, le rimproveravano, e le cacciavano via di là, le gettavano nel fuoco, o nell'acqua, come si dice che facciano i Persiani; e così la moglie di Giobbe, a causa dell'attuale provvidenza afflittiva, era per rigettare Dio e ogni religione; in questo parlava e agiva come quelle persone malvagie osservate in seguito, Giobbe 21:14,15 ; e come quei professori carnali tra gli ebrei nei tempi successivi, Malachia 3:14 ; questo era parlare in modo sciocco, e la moglie di Giobbe parlò in questo modo stolto, cosa che egli risentì:

cosa? disse questo perché era arrabbiato con lei e si indignava per ciò che diceva; e perciò, in questo modo rapido, breve e brusco, la rimprovera per la sua follia:

Accetteremo il bene dalla mano di Dio e non accetteremo il male? come tutte le cose buone, temporali e spirituali, le benedizioni della Provvidenza; e tutte le cose cattive naturali, anche se non morali, anche tutte le afflizioni che sembrano, o sono ritenute malvagie, escono dalla bocca di Dio e sono secondo il suo proposito, il suo consiglio e la sua volontà; così sono tutti dispensati dalla mano di Dio, e dovrebbero essere accolti con gentilezza, allegria, prontezza e volentieri, l'uno come l'altro; vedi Lamentazioni 3:38; Giacomo 1:17; Amos 3:6. Giobbe suggerisce che lui e sua moglie avevano ricevuto molte cose buone dal Signore, molte cose buone temporali, come appare da Giobbe 1:2,3 ; avevano il loro essere in lui e da lui; erano stati conservati in essi da lui; avevano avuto un'abitazione in cui abitare, e l'avevano ancora; Dio aveva dato loro cibo e vesti, di cui conveniva loro di essere contenti; avevano avuto fino a quel momento una famiglia agiata di figliuoli, e molta salute fisica, Giobbe fino ad ora, e sua moglie ancora, perché sembra; delle loro felici circostanze precedenti, vedi Giobbe 29:1-25 ; e oltre a queste misericordie esteriori, avevano ricevuto Dio come loro Dio patto, la loro parte, scudo e ricompensa immensamente grande; avevano ricevuto Cristo come loro Redentore vivente; avevano ricevuto lo Spirito, e la sua grazia, la radice della questione era in loro; avevano ricevuto la giustificazione, il perdono e l'adozione: la grazia, il diritto e l'incontro per la vita eterna, che tutti gli uomini buoni ricevono da Dio; e quindi costoro devono aspettarsi di ricevere cose malvagie, o di partecipare alle afflizioni, poiché Dio le ha stabilite per loro, e ha detto loro di esse, che accadranno loro; e per di più sono per il loro profitto e vantaggio; e la considerazione delle cose buone che sono state ricevute e di cui ora si gode, così come di ciò che hanno motivo di credere di godere in cielo per tutta l'eternità, dovrebbe renderli pronti e disposti a sopportare le cose cattive con calma e pazienza; vedi Ebrei 11:26 Luca 16:26 ; così Achille in Omero rappresenta Giove come avente due vasi pieni di doni, uno di cose buone, l'altro di cattive, e a volte prende e dà l'uno, e a volte l'altro:

in tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra; non in quello che diceva a sua moglie, era tutto giusto e buono; né sotto tutta la sua afflizione fino a quel momento, non aveva pronunciato una sola parola impaziente, mormorante e di rimprovero per mano di Dio; la lingua, sebbene fosse un membro indisciplinato, e sotto tali provvidenze atte a parlare sconsideratamente, fu imbrigliata e trattenuta da Giobbe dal pronunciare qualcosa di indecente e sconveniente: il Targum, e molti scrittori ebrei, osservano che egli peccò nel suo cuore, ma non con le sue labbra; ma questo non si deve concludere da ciò che è qui detto; anche se è possibile che ci siano state alcune corruzioni nel suo cuore, che, per la grazia di Dio che ha prevalso in lui, sono state tenute sotto controllo e trattenute dal scoppiare

11 Versetto 11. Quando i tre amici di Giobbe seppero di tutto questo male che gli era acconvolto,

Della perdita delle sue sostanze, dei suoi servi e dei suoi figli, e della sua stessa salute; la notizia della quale si diffuse presto nei paesi vicini, essendo Giobbe una persona di grande nota, e la sua calamità così straordinaria e rara: chi fossero questi tre amici si è poi osservato; essi, abitando a una certa distanza da lui, tenevano una corrispondenza con lui, e lui con loro, essendo uomini buoni; e ora fai la parte amichevole nel fargli visita in tali circostanze; Proverbi 17:17 ;

venivano ognuno dal suo posto; dal paese, dalla città, dal paese o dalle abitazioni in cui vivevano; Non è detto se camminassero o cavalcassero, i loro nomi sono i seguenti:

Elifaz il Temanita, Bildad la Shuita e Zofar il Naamatita; il primo di questi, Elifaz, era o di Teman, una città di Edom, ai confini dell'Arabia Deserta, come il Targum; o un discendente di Teman, un nipote di Esaù; non Elifaz figlio di Esaù, Genesi 36:11 come dice il Targum su quel luogo; poiché era il padre di Teman, da cui nacque questo Elifaz: il secondo, Bildad, era un discendente di Shuah, figlio di Abramo, da Keturah, Genesi 25:2 ; i cui discendenti presso i geografi sono chiamati Sauchiti, Sauchei, Saccei, e si stabilirono in Arabia Deserta, da dove proveniva Bildad: il terzo, Zofar il Naamatita, chi fosse, e perché così chiamato, non è certo; Non ci sono altro che congetture su di lui; è molto probabile che egli vivesse in Arabia Deserta, o ai suoi confini, vicino al paese di Giobbe e a quello degli altri suoi due amici; c'era un Naamath nel paese di Uz, che era il paese di Giobbe secondo Fretelius: la versione dei Settanta chiama Elifaz il re dei Temaniti, e Bildad il tiranno, o governatore, dei Saucchei, e Zofar re dei Minei,:

perché avevano preso un appuntamento insieme; dopo aver udito l'afflizione di Giobbe, si riunirono e fissarono un tempo e un luogo per incontrarsi e proseguire il loro viaggio verso la casa di Giobbe:

per venire a piangere con lui e a consolarlo; la prima parola significa "muoversi verso di lui" non come spiega Sephorno, andare con lui da un luogo all'altro, affinché non potesse mettere le mani su se stesso; ma piuttosto, come interprete latino del Targum, muovere la testa verso di lui; come persone, per mostrare la loro preoccupazione e simpatia per gli afflitti, scuotere la testa davanti a loro: il significato è che sono venuti a condogliarsi per le sue disgrazie e a dirgli una parola di conforto sotto di loro; e senza dubbio vennero con l'intenzione reale e sincera di fare questo, sebbene si dimostrassero miserabili consolatori di lui; Giobbe 16:2

12 Versetto 12. E quando alzarono gli occhi da lontano,

O quando si trova a una certa distanza dalla casa di Giobbe, e lui è fuori all'aria aperta, come alcuni pensano; o quando entrarono in casa sua, essendo lui nella parte più lontana della stanza, o in un'altra più avanti, in cui potevano vedere:

e non lo riconobbe; a prima vista; finché non si avvicinarono a lui, le sue vesti si strapparono, il suo capo rasato e il suo corpo coperto di foruncoli; così che era così deforme e sfigurato che dapprima non poterono riconoscerlo e poterono a malapena credere che fosse la stessa persona:

Alzarono la voce e piansero, piansero e gridarono forte, essendo grandemente colpiti alla sua vista, e i loro cuori compassionevoli con lui nelle sue afflizioni, essendo suoi amici cordiali, e di tale disposizione, per piangere con quelli che piangono.

e strapparono a ciascuno il suo mantello, o "mantello"; in segno di lutto, come aveva fatto Giobbe in precedenza, vedi Gill su "Giobbe 1:20" ;

e spruzzarono polvere sulle loro teste verso il cielo; cioè, presero manciate di polvere da terra e la gettarono in aria sopra le loro teste, che caddero su di loro e li coprirono; che era un altro rito o cerimonia usata da coloro che erano in lutto, come osserva Jacchi, e mostrava la veemenza dei loro affetti e delle loro passioni, e la confusione in cui si trovavano nel vedere il loro amico in una condizione così miserabile; vedi Giosuè 7:6 Ezechiele 27:30 Lamentazioni 2:10

13 Versetto 13. E si sedettero con lui per terra sette giorni e sette notti.

Che era il solito tempo di lutto, Genesi 50:10; 1Samuele 31:13; Ezechiele 3:15 ; non che fossero stati in quella posizione per tutto quel tempo, senza dormire, né mangiare, né bere, e altre cose necessarie per la vita; ma essi vennero e sedettero con lui ogni giorno e ogni notte per sette giorni e sette notti, e la maggior parte di loro sedeva con lui, conformandosi a lui e simpatizzando con lui.

e nessuno gli rivolse una parola; riguardo alla sua afflizione e alla causa di essa, e a ciò che ne pensavano; in parte a causa della perdita che provavano al riguardo, esitando nella loro mente e avendo qualche sospetto del male in Giobbe; e in parte per il dolore del loro cuore e per la veemenza delle loro passioni, ma soprattutto a causa del caso e delle circostanze in cui si trovava Giobbe, come segue:

perché videro che il [suo] dolore era molto grande; e non sapevano bene quale consolazione dare, e temevano di aggiungere dolore a dolore; o vedevano che il suo "dolore aumentava enormemente"; i suoi foruncoli, durante quei sette giorni, diventavano sempre più doloranti, e il suo dolore diventava più intollerabile, che non si poteva parlare con lui finché non si sentiva un po' a suo agio, e più composto e capace di prestare attenzione a ciò che si poteva dire; aspettavano un'occasione appropriata, e che ebbero subito, da ciò che Giobbe disse nel capitolo seguente: questo racconto è dato dei suoi tre amici in questo luogo, perché la maggior parte del libro che segue è occupata a dare un resoconto di una disputa che è avvenuta tra lui e loro, causata da ciò che ha pronunciato nel capitolo successivo

Commentario del Pulpito:

Giobbe 2

1 Versetti 1-13. - Questo capitolo conclude la "Sezione introduttiva". Si compone di tre parti. Versetti 1-6 contengono un racconto della seconda apparizione di Satana nei cortili del cielo e di un secondo colloquio tra lui e l'Onnipotente. Versetti 7-10 contengono il seguito di questo colloquio, vale a dire. L'ulteriore afflizione di Giobbe da parte di Satana, e la sua condotta sotto di essa. Versetti 11-13 contengono un racconto dell'arrivo di tre amici speciali di Giobbe per piangere con lui e confortarlo; e del loro comportamento durante i primi sette giorni dopo il loro arrivo

Ci fu di nuovo un giorno in cui i figli di Dio si presentarono davanti al Signore, e anche Satana venne in mezzo a loro. Non c'è un "di nuovo" nell'originale. Le parole usate sono una ripetizione esatta di quelle contenute nel versetto 6 del cap. 1. Ma segnano, senza dubbio, una seconda occasione in cui la schiera angelica venne a presentarsi dinanzi al trono di Dio, e Satana venne con loro. Presentarsi davanti al Signore. Queste parole si aggiungono a quelle usate nel passaggio precedente. Possiamo dedurre da loro che, mentre nella prima occasione Satana era venuto solo per osservare, e senza alcuna intenzione di attirare su di sé la speciale attenzione di Dio, ora aveva tale intenzione e attendeva con ansia un colloquio. Si aspettava, senza dubbio, che si sarebbe fatto riferimento alle circostanze della prova di Giobbe, e si era preparato a rispondere

Versetti 1-6. - Un nuovo processo si è mosso per

IO LA VECCHIA OCCASIONE È TORNATA

1. Il raduno dei figli di Dio. La ricorrenza di questa scena celeste ci ricorda:

(1) l'immutabile sovranità di Geova, che, in questa seconda occasione come nella prima, appare ancora intronizzato in mezzo ai principati e alle potenze del cielo, essendo anche i diavoli soggetti a lui;

Confronta - 1Pietro 3:22

(2) la permanenza dell'obbligo morale nel mondo celeste e tra gli angeli come pure sulla terra, senza che il trascorrere del tempo né il cambiamento delle circostanze abbiano il minimo effetto nel liberare le creature intelligenti di Dio dai vincoli della responsabilità; e

(3) la costanza e l'allegria con cui gli abitanti del mondo superiore si dilettano a fare la santa volontà di Dio: un esempio di obbedienza proposto per lo studio e l'imitazione dei credenti.Matteo 6:10

2. La ricomparsa dell'avversario. Se, nella prima occasione, l'ingresso di Satana tra i figli celesti di Dio poteva essere considerato come un'intrusione impertinente, nel caso presente si deve ritenere che il suo ritorno sia avvenuto in conformità con un tacito accordo che, a tempo debito, egli sarebbe apparso per riferire il risultato del suo esperimento con il patriarca, il che, forse, può spiegare l'introduzione delle parole: "presentarsi davanti al Signore", omesse dal racconto della prima assemblea

II RIPRESE LA VECCHIA CONTROVERSIA

1. Il nemico del patriarca interrogato. "Da dove vieni?" Nota

(1) la conoscenza universale di Dio delle cose che accadono sulla terra;Giobbe 28:10,24 34:22

(2) la perpetua sorveglianza di Dio sul diavolo nei suoi movimenti; e

(3) La costante vigilanza di Dio contro i suoi attacchi.

Ri 3:10

2. Lodata la pietà del patriarca. "Hai considerato il mio servo Giobbe?"

vedi omiletica su - Giobbe 1:1,8 Indipendentemente dal fatto che contenga o meno "un sogghigno nascosto all'avversario sconcertato", la domanda ci ricorda:

(1) La fedeltà di Dio verso il suo popolo. Nonostante tutto ciò che era accaduto, Giobbe era ancora il servitore di Dio, e Dio era pronto ad accoglierlo come suo servo come quando il patriarca si rallegrava della pienezza della prosperità.Isaia 44:21 54:10

(2) Il giudizio di Dio riguardo al suo popolo. Dio può sempre distinguere tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda. L'Onnisciente non giudica nessuno in base al suo ambiente materiale, ma in base al carattere del suo cuore.1Samuele 16:7; 2 Salmi 7:20; Salmi 7:9

(3) L'affetto di Dio per il suo popolo. Come le afflizioni di Giobbe non avevano distrutto la sua pietà, così non avevano nemmeno alienato l'amore di Dio. Never.in giorno della calamità Geova rinuncia ai suoi santi, ma piuttosto, a causa della tribolazione, si aggrappa a loro con affetto affettuoso.1Samuele 12:22; Salmi 91:15; Romani 11:2; 2Tm 2:19; Apocalisse 2:9);

3. La sincerità del patriarca lo attestava

(1) La soddisfazione divina con il patriarca. "Egli mantiene ancora salda la sua integrità". La costanza nella pietà è un raro gioiello nello scrigno del santo, conferisce un lustro speciale alle sue altre virtù, è sempre molto apprezzata da chi la possiede e non manca mai di suscitare la lode del Cielo. Anche l'approvazione divina, oltre ad essere un'ampia ricompensa per tutte le prove del santo,Romani 8:18 è l'unica prova sicura della vera religione,2Corinzi 10:18 il più grande onore che un santo possa ricevere,Matteo 10:32 e la parte finale di coloro che mantengono salda la loro integrità fino alla fine.

Malachia3:17 - Apocalisse 3:5

(2) L'indignazione divina contro Satana. "Anche se tu mi hai spinto a distruggerlo." Guardate le stime molto diverse dei guai presi da Dio e da Satana. Ciò che il diavolo chiamava tocco, Dio lo chiama inghiottimento: ciò segna la tenerezza del cuore di Dio. Notate le diverse relazioni in cui Dio e Satana si trovavano di fronte all'afflizione di Giobbe: Dio che agiva e il diavolo che tentava; che segna la sovranità di Dio, ma la responsabilità di Satana. "L'afflizione di Dio contro il suo popolo è (per così dire) un soffio di mantice per accendere il suo dispiacere contro gli strumenti malvagi" (Hutcheson)

(3) Il dolore divino su se stesso. "Tu mi hai commosso... senza motivo". Indicando la riluttanza con cui Dio procede in ogni caso contro un santo,Lamentazioni 3:33 e il rammarico che provava in questo caso, poiché sapeva così bene che non c'era motivo sufficiente per nutrire un sospetto contro la pietà del patriarca. Lasciamoci insegnare che "sebbene tutti gli uomini abbiano abbastanza peccati da essere la causa meritoria, tuttavia spesso il peccato non è la causa principale delle loro afflizioni" (Caryl)

III L'ANTICA CALUNNIA RIPRESE. La vittoria di Giobbe nel conflitto precedente è stata ottenuta dal diavolo:

1. Tacitamente ammesso. Satana trova impossibile respingere le dichiarazioni fatte da Geova riguardo al suo servitore. I santi dovrebbero studiare per vivere in modo che la loro pietà non possa essere contraddetta, per quanto possa essere diffamata da Satana e dagli uomini malvagi, e che Dio, quando parla lodando la loro integrità, possa essere giustificato

2. Spiegato in modo ragionevole. Sulla base del fatto che il processo non era abbastanza severo. "Pelle per pelle", ss.), un proverbio che, per quanto spiegato (vedi Esposizione), accusa praticamente il patriarca di barbarie innaturale nel trascurare la perdita dei suoi figli poiché la sua pelle era salva, così come di un egoismo intenso e rivoltante nel prendere in considerazione supremamente, in tutti i suoi pensieri e calcoli, la conservazione della propria vita

3. Completamente sottovalutato. Come nella sua (del diavolo) stima, non provando nulla e non contribuendo nulla alla soluzione del grande problema in discussione. Perciò non esita a suggerire che la questione dovrebbe essere sottoposta una seconda volta al calvario del processo

IV LA VECCHIA PROPOSIZIONE RIPETUTA. "Ma ora stendi la tua mano", la quale richiesta era certamente:

1. Presuntuoso; considerando da chi è stato creato, Satana, e a chi è stato indirizzato, Geova, mostrando così l'illimitato orgoglio del diavolo.Isaia 14:12,13,14

2. Non necessario; ricordando la persona contro la quale era diretto e la questione del precedente processo a cui era stato sottoposto

3. Pappa; visto che Giobbe era già stato afflitto dal doppio colpo della bancarotta e del lutto, e questa era una richiesta che Dio aggravasse la sua miseria imponendo la sua mano sulla sua persona. Ma chi cercherebbe mai sentimenti umani e teneri in un diavolo?

4. Maligno; quando si tiene conto del suo oggetto e del suo movente: quest'ultimo è l'ostilità verso Dio e l'odio per la pietà; il primo il rovesciamento della religione di Giobbe e la dannazione della persona di Giobbe

V IL VECCHIO PERMESSO RINNOVATO. "Ecco, egli è nelle tue mani". Il patriarca fu di nuovo consegnato in potere dell'avversario

1. Sovranamente; Dio ha il diritto perfetto di disporre delle persone del suo popolo, non meno delle loro proprietà

2. Davvero; per essere processato in qualsiasi modo il suo ingegno satanico potesse escogitare, sempre, naturalmente, entro i limiti prescritti

3. Immediatamente; da questo momento in poi sarà reso accessibile agli assalti ostili dell'avversario. Ancora:

4. Con riserva; con certe restrizioni sulla sua vita, che non gli dovevano essere tolte. E inoltre, non si può fare a meno di pensare:

5. Con fiducia; senza il minimo timore di una questione sfavorevole al processo, tanto era alta la stima in cui Dio teneva il suo servo

Imparare:

1. Riguardo al diavolo. Che raramente si accontenta di un solo tentativo contro la virtù di un santo; che è estremamente riluttante ad ammettere di essere sconfitto sul campo del conflitto spirituale; e che egli pianti sempre le sue batterie più feroci contro la cittadella dell'integrità di un santo

2. Riguardo al santo. Che non ha bisogno di prevedere un lungo periodo di esenzione dalle prove o dalle tentazioni; che qualunque calamità gli si abbatta, egli si adoperi per discernere la mano provvidenziale di Dio nel loro verificarsi; e che egli, possa confidare con fiducia, Dio non lo consegnerà completamente al diavolo

3. Riguardo a Dio. Che, sebbene possa permettere che i suoi santi siano giudicati, non cessi di amarli; che, sebbene possa allungare la catena di Satana, non la allenti; e che, sebbene a volte ascolti le accuse di Satana contro i santi, non ci crede mai

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-10. - Rinnovati assalti e tentazioni dell'avversario

La prima scena di questo dramma di afflizione si è conclusa, e se ne apre una nuova, che non porta però alcun cambiamento felice, nessun sollievo, ma piuttosto un aggravamento del dolore dell'eroe. Una seconda volta l'avversario del genere umano compare nella corte celeste per lanciare le sue malvagie frecce di accusa contro il servo di Dio. Il suo scopo è ora più intenzionale, il suo scopo più mortale che mai. Ma noi, come spettatori, possiamo vedere una luce brillante che brilla ancora costantemente sopra la nuvola in quel favore e gentilezza senza sorriso dell'Eterno, che non può, non vuole, abbandonare i suoi. Guardando più da vicino i particolari, vediamo

I LA PIETÀ DI DIO PER I SUOI SERVI SOFFERENTI. (Versetti 1-3) Geova guarda in basso e vede "il suo servitore Giobbe", mentre sta incrollabile in mezzo a un medesimo uragano di calamità, mantenendo la sua integrità come qualcosa di più caro della vita; e si accontenta di esporsi con l'accusatore. Il processo non è andato abbastanza lontano? La prova a cui Giobbe si è già sottoposto non è sufficiente a soddisfare l'osservatore più scettico della sua verità? Il forno deve essere riscaldato ancora di un altro grado? Ma l'avversario non è contento; e sembrerebbe che, se si richiede un'ulteriore prova, non si deve resistere alla richiesta, secondo le leggi del cielo. Il governo morale del mondo può richiedere questo. Così, mentre la pietà di Dio allevierebbe da ulteriori sofferenze, la sua giustizia -- che è la sua adesione alla legge fissa -- può richiedere la sua continuazione, fino a quando ogni dubbio riguardante un particolare carattere non sia risolto. Ma il linguaggio attribuito al Padre celeste è, intanto, pieno della più tenera compassione. C'è un riguardo individualizzante. C'è il riconoscimento dell'integrità e dell'innocenza. C'è una profonda simpatia. Ci vengono in mente le toccanti parole delSalmi 103): "Egli conosce la nostra struttura; Si ricorda che siamo polvere"

II In opposizione a ciò, osserviamo LA PERSEVERANZA MALIGNA DEL DIAVOLO

1. La sua speciosa supplica contro Giobbe. (Versetti 4, 5) In forma di proverbio lancia un'acuta insinuazione: "Pelle per pelle"; simile dopo simile; una cosa dopo l'altra l'uomo darà per la cara vita. Giobbe ha fatto solo un baratto, dopotutto perde tutti i suoi beni; ma poi gli rimane ciò che supera tutto il resto. La perdita dei beni gli insegna ad apprezzare la salute che gli rimane. Egli sente la grandezza di questa benedizione come non l'aveva mai sentita prima. Qualsiasi circostanza che ci insegni il valore di una benedizione comune è finora un vantaggio per noi. Un eminente uomo vivente ha detto che, data la salute, non abbiamo il diritto di lamentarci di nulla al mondo. Giobbe, quindi, è stato tentato solo a metà; e la prova farà il suo corso completo solo quando avrà attaccato quest'ultima grande e principale benedizione: la sua salute del corpo e della mente. Questo è il "caso" del diabolico procuratore contro Giobbe

2. Il test finale è consentito. (Versetti 6-8) Colui che tutto dispone concede il permesso: "Egli è in tuo potere; ma risparmiagli la vita!" E poi un veleno improvviso colpisce il sangue del sofferente; Diventa dalla testa ai piedi un ammasso di malattie e di ripugnanza, siede nella cenere, raschiatosi con un coccio, per placare la spaventosa irritazione della sua malattia. La sua mente è, naturalmente, profondamente influenzata dalla malattia del suo corpo. La speranza naturale è estinta. È una vita in rovina. Eppure quel principio divino e immortale che chiamiamo anima è ancora intatto, brilla ancora come una scintilla luminosa tra le braci di un fuoco morente

III TENTAZIONE SOTTO LE SPOGLIE DELL'AFFETTO. (Versetti 9,10) E ora ciò che resta della vita cosciente è conoscere un ulteriore shock; e la mano della donna, la voce di una moglie, è impiegata per spingere il sofferente barcollante oltre l'orlo su cui siede, alla disperazione e alla totale rinuncia alla fede e a Dio. Allora sua moglie gli disse: «Ti aggrappi ancora alla tua innocenza?». Dì addio a Dio e muori!"

1. Si tratta di un secondo esempio significativo in cui, nell'Antico Testamento, la donna recita la parte del tentatore. C'è un'istruzione in questo fatto acuto. La donna è il vaso più debole, nella mente come nel corpo. Ha meno fermezza di consistenza intellettuale. La sua debolezza e la sua forza risiedono nel sentimento. È veloce negli impulsi, sia del bene che del male. Lei rappresenta la passione e l'uomo rappresenta la forza. Nel complesso, è meno capace di convinzioni forti, profonde, pazienti, meno capace di avere uno sguardo ampio sulle domande, di guardare oltre gli aspetti presenti e immediati delle cose. Ecco l'immagine di un temperamento vivace, pronto a provare risentimento per il dolore o gratitudine per il bene; ma una comprensione superficiale, non abituata alla meditazione e alla riflessione sui significati più profondi della vita. Il suo linguaggio è quello della fretta e della passione. Ma questo serve a mettere in risalto, per contrasto, la calma e la pietà riflessiva, le convinzioni stabilite dal pensiero e dall'esperienza di tutta la vita del marito

2. Il rimprovero di Giobbe a sua moglie

(1) "Tu parli come una delle donne stolte", cioè il tuo linguaggio è simile a quello di un pagano, non di uno che è stato addestrato nella conoscenza e nell'adorazione del vero Dio. I pagani passano volubilmente da un dio all'altro, come il piacere e il dolore o il capriccio della fantasia possono suggerire. Perché i loro dèi non sono che idoli, creature della loro immaginazione, che prendono e gettano giù come bambini con i loro giocattoli. Ma c'è un solo Dio per me! E quel Dio, l'eternamente Saggio e Buono in tutto ciò che dà, in tutto ciò che trattiene!

(2) Ci sono due lati della vita' e l'uno deve essere preso insieme all'altro. Anche qui parla il linguaggio della ragionevolezza virile e della pietà intelligente. La vita è un abito intessuto di piacere e di dolore, di apparente bene e male. L'uno condiziona l'altro. Tutta l'esperienza insegna che la felicità costante non è la sorte di nessuno. Perché, allora, dovrei aspettarmi di essere un'eccezione? Sicuramente non siamo altro che rozzi studiosi nella grande scuola della vita, finché pensiamo di avere diritto all'immunità da qualsiasi forma particolare di sofferenza. Siamo ancora bambini che pensano di avere diritto a ciò che vogliono, e si stupiscono di trovarsi sconfitti. "Chi ti ha detto che hai il diritto di essere felice? Sei tu un avvoltoio che grida per il tuo cibo?" "Potresti tu, Pausania, imparare quanto sia profonda questa colpa! Se solo potessi discernere una volta che non hai diritto alla beatitudine!"

Qui, dunque, la debolezza della diffidenza e la follia della disperazione nel cuore umano, rappresentate dalla moglie di Giobbe, si contrappongono alla nobiltà e alla grandezza di un'insondabile fiducia nell'Eterno. Dio è l'Autore di tutto ciò che soffriamo. È questo un motivo per abbandonare Dio? No, risponde la fede; è una ragione per riposare più interamente sulle sue braccia eterne. "Se la mia barca affonda, è in un altro mare." -J

OMULIE di R. GREEN Versetti 1-10. - Le prove più dure della fede

Giobbe ha trionfato nella dura prova. I suoi beni, i suoi servi, la sua famiglia, gli sono stati strappati. Nell'amarezza del suo dolore egli si è "stracciato il mantello" e ha mostrato i segni della sua umiliazione tagliandogli i capelli del capo. Ma nei parossismi del suo dolore egli ha "mantenuto salda la sua integrità"; non ha "peccato, né ha accusato Dio stoltamente". Finora è passato indenne attraverso il fuoco e ha smentito le false accuse dell'avversario. Ma altri processi sono a portata di mano. È in accordo con lo spirito e lo scopo del libro rappresentare la condizione più bassa dei dolori umani. Oltre alla perdita dei beni e dei suoi amati figli, Giobbe dovette necessariamente essere sottoposto alla perdita della salute, a una malattia terribile, dolorosa e ripugnante. Tutto ciò è aggravato dagli insulti e dai consigli della sua astuzia, e dalle accuse prolungate e irritanti e dalle false opinioni dei suoi amici. È una condizione di estrema sofferenza non alleviata da alcuna consolazione umana. Giobbe è solo nelle sue sofferenze, insostenuto, il suo dolore è persino aumentato dalle voci che avrebbero dovuto dargli conforto. Fino al momento della visita dei suoi amici Giobbe è rimasto impassibile nella sua integrità senza lamentarsi. "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra". La prova a cui fu sottoposto dalle parole severe, di rimprovero e inutili dei suoi amici è presentata nella sua relazione dettagliata in tutto il libro. Impariamo

IO CHE È POSSIBILE CHE ANCHE L'UOMO GIUSTO SOFFRA AL MASSIMO GRADO. Uno dei propositi del libro è quello di illustrare questa verità a chi soffre in ogni tempo, di far conoscere che "molti" possono essere "le afflizioni dei giusti"

II CHE LO SCOPO DI QUESTE ESTREME AFFLIZIONI È LA PROVA E IL PERFEZIONAMENTO DELLA VIRTÙ, che, anche nella comodità dei giusti, è necessariamente imperfetta. Leggendo questo libro, sembrerebbe che l'opera di Satana sia quella di mettere alla prova la virtù. Satana è chiamato "l'agente della prova". Mostra uno spirito maligno e antagonista. Ma quali che possano sembrare i motivi da un lato, è ovviamente il proposito divino di rendere la prova un'occasione di benedizione per colui che è messo alla prova. "Quando sarà processato riceverà una corona di vita". Satana dev'essere considerato come un servitore dell'Iddio altissimo, il cui libero arbitrio è impiegato nella disciplina spirituale dei giusti. Le condizioni della tentazione al male sono così intimamente identificate con tutte quelle della vita umana, che possiamo solo pensare ad esse come a una parte necessaria dell'attuale costituzione sotto la quale si tiene la vita umana. Per mezzo di esso la virtù è esposta al danno; ma nei suoi fuochi la virtù si purifica e si perfeziona

III CHE IL TRIONFO DELLA VIRTÙ NEL RESISTERE ALLA TENTAZIONE DEL MALE E ALL'IMPAZIENZA SOTTO L'OPPRESSIONE DEL DOLORE, È IL TRIONFO SUPREMO DELL'ANIMA UMANA E ASSICURA LA RICOMPENSA PIÙ ALTA. Colui che sottopone la delicata vita al feroce soffio del male non la esporrà in modo tale da mettere inutilmente in pericolo i suoi più alti interessi. La tentazione non fa appello alla virtù del cuore, ma alla sua difettosità rimanente, che espone per la distruzione, e così dimostra la propria azione benefica

IV Nella storia di Giobbe apprendiamo inoltre che ANCHE L'ALTA VIRTÙ PUÒ INCHINARSI E MOSTRARE SEGNI DI DEBOLEZZA PRIMA DI TRIONFARE DEFINITIVAMENTE

V Impariamo anche la saggezza di sottoporsi pazientemente alle prove della vita, per quanto severe. La ribellione non reca sollievo allo spirito turbato. L'unica alternativa offerta a Giobbe era: "Maledici Dio e muori". La condotta migliore è mantenere l'integrità, non peccare, né accusare Dio stoltamente. - R.G

2 E l'Eterno disse a Satana: «Da dove vieni?». E Satana rispose al Signore, e disse: «Dal camminare su e giù per la terra, e dal camminare su e giù per essa (vedi il commento aGiobbe 1:7), di cui questa è una ripetizione quasi esatta)

3 E l'Eterno disse a Satana: «Hai tu vinto il mio servo Giobbe, e non c'è nessuno come lui sulla terra, un uomo integro e retto, che teme Dio e fugge il male? Fin qui è identico aGiobbe 1:1 (quod vide). Il resto del versetto è aggiuntivo, facendo riferimento alla condotta di Giobbe durante i suoi precedenti processi.Giobbe 1:20-22 Eppure mantiene salda la sua integrità. Questa è stata giustamente definita "la nota chiave di tutto il libro" (Cook). Satana aveva dichiarato che l'integrità di Giobbe non poggiava su basi solide e che sarebbe stata facilmente rovesciata e sarebbe scomparsa. Dio, fiducioso nella fedeltà e nella verità del suo servo, gli aveva permesso di assalirlo. Qual è stato il risultato? Dio lo dichiara con la sua stessa bocca. L'"integrità" di Giobbe non gli era stata strappata; egli continuò a mantiene,Giobbe 1:21,22 come stava per fare fino alla fine. ConfrontaGiobbe 42:1-6 l'ideale "uomo giusto" di Orazio -- Justum et tenacem propositi virum Non civium ardor prava jubentium, Non vultus instantis tyranny Menta quatit solida, neque Anster, Dux inquieti turbidus Hadriae.... Si fractus illabatur orbis, Impavidum ferient ruinae."(' Od.,' 3:3). Anche se tu mi hai mosso contro di lui,

vedi - Giobbe 1:9-11 per distruggerlo; letteralmente, per inghiottirlo; cioè rovinarlo, sommergerlo di calamità. Senza motivo; cioè "quando non aveva fatto nulla per meritare un simile trattamento"

4 Satana rispose all'Eterno e disse: "Pelle per pelle". Senza dubbio un'espressione proverbiale, che assomiglia a "Occhio per occhio, dente per dente; Tito for tat", e simili; ma non espressivo di ritorsione. Satana intende dire che, per mantenere intatta la propria "pelle", un uomo sacrificherà la "pelle" di un altro, anche quella dei suoi cari. Giobbe, insinua, si sottomise alla perdita dei suoi figli senza un mormorio, perché temeva che altrimenti Dio avrebbe steso la sua mano contro la sua persona, e l'avrebbe colpita o distrutta. Non riesce a immaginare alcun motivo di sottomissione e di apparente rassegnazione se non egoistico.

comp. - Giobbe 1:9 Sì, tutto ciò che l'uomo ha, lo darà per la sua vita; Vale a dire: "Un uomo si sottometterà alla perdita, non solo di tutti i suoi beni, ma anche di coloro che ama di più, per salvare la propria vita: farà qualsiasi cosa per questo". Quindi il "falso accusatore". Tutti i numerosi atti di abnegazione che la storia umana presenta, e ha presentato fin dall'inizio, vengono ignorati

Il valore della vita

HO PIÙ VALORE DEI BENI MATERIALI

1. In origine; essendo il soffio dello Spirito di Dio, mentre loro sono solo l'opera della mano di Dio

2. In natura; essendo cosciente della propria esistenza, mentre loro sono solo cose morte, insensibili

3. Nelle capacità; essendo in possesso dell'intelletto, della ragione, della coscienza, della volontà, mentre hanno solo proprietà e qualità peculiari della materia

4. Nella progettazione; essendo destinati al godimento cosciente di Dio, mentre non possono mai godere consapevolmente, ma solo glorificare obbedientemente e passivamente il loro Creatore

II MENO PREZIOSO DEI BENI SPIRITUALI

1. Nel carattere; essendo una dote naturale, mentre questi sono essenzialmente doni di grazia

2. Nell 'utilità; senza che questi siano un fallimento per quanto riguarda la realizzazione del loro fine appropriato, mentre questi aumentano la dignità e le capacità della vita

3. Nella felicità; la vita con la grazia è immensamente più piacevole della mera esistenza senzaGiobbe 2:4). In durata; la vita è condannata al decadimento e alla dissoluzione, mentre le ricchezze dell'anima durano per sempre

LEZIONI

1. Apprezza la vita come dono di Dio

2. Adorna la vita con la grazia di Dio

3. Usa la vita per la gloria di Dio

4. Restituisci la vita (quando è richiesta) nelle mani di Dio

Il proverbio di Satana

IO L'IMPORTANZA DI ESSO. Che un uomo si separerà da tutto ciò che lo circonda per salvarsi la vita

II LA FALSITÀ DI ESSO

1. Gli uomini si separeranno da tutte le cose esteriori per salvare la vita

2. Alcuni uomini si separeranno persino con una buona coscienza per salvare la vita

3. Ma ci sono quelli che preferirebbero morire piuttosto che rinunciare alla loro integrità

OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 4.-"La vecchia sega di Satana"

(Doratura). Satana fu sconfitto al primo processo, ma non convinto. Con malignità persistente procedette a suggerire un test più severo. Non era colpa sua se la prima prova, per quanto dura, non era andata fino all'estremo; poiché era stato espressamente limitato dalle parole: "Soltanto su di lui non stendere la tua mano" (Versetto 12). Era arrivato fino in fondo alla sua catena, ma questo non lo aveva soddisfatto; quindi deve chiedere un privilegio più grande di combinare guai. Chiede il permesso di toccare il parroco di Giobbe, citando o coniando il proverbio che Browning ha chiamato "la vecchia sega di Satana"

IO LA FORZA DEL PROVERBIO. Prendetela come volete: che un uomo sacrifichi una parte meno vitale per salvare una parte più vitale, alzando il braccio per proteggersi la testa; o che darà la vita del suo bestiame, dei suoi schiavi, dei suoi figli, per salvare la pelle del suo corpo; o che venderà una pelle dopo l'altra di pelli preziose dal suo magazzino, cioè tutti i suoi beni, per la sua vita: il proverbio significa chiaramente che un uomo farà qualsiasi sacrificio per salvare la sua vita

1. C'è un istinto di autoconservazione. Qui arriviamo a un impulso della natura. Quando si trovano in uno stato di natura, tutte le creature cercano di salvare la propria vita in qualsiasi cappotto. Anche l'aspirante suicida, quando una volta si ritrova ad annegare, grida aiuto, e si aggrappa follemente alla corda che gli viene gettata. Di conseguenza, le giurie di solito emettono un verdetto che predica una mente insana nel caso di chiunque sia riuscito a togliersi la vita. Ora, questo istinto di autoconservazione è un dono dell'Autore della natura; è innocente perché divino, e potente perché primitivo

2. La vita è la prima condizione di ogni esperienza e possesso. Se un uomo perde la sua vita, perde tutto. Può sacrificare molte cose per amore di un fine ambito: vendere tutto ciò che ha per comprare una perla di grande prezzo; può rischiare la vita in una grande impresa; ma se perde la vita non può ottenere nulla in cambio. "Che giova all'uomo se guadagna il mondo intero e perde la propria vita?".Matteo 16:26

3. La vita è vista come estremamente apprezzata. Gli uomini affamati diventano cannibali. Nell'assedio di Gerusalemme le donne bollivano i propri figli per un ultimo pasto, sacrificando lo stesso affetto naturale all'istinto di autoconservazione. Uomini disperati vendono cara la loro vita

II LA FALSITÀ DEL PROVERBIO. Dobbiamo stare attenti a come citiamo i testi della Scrittura. Questo è particolarmente importante nel Libro di Giobbe, dove la forma è drammatica. Il proverbio che abbiamo davanti è nella Scrittura; eppure non viene da Dio, ma dal diavolo. Questo fatto dovrebbe renderci sospettosi al riguardo. Sembra la verità, ma viene dal "padre della menzogna"

1. Nega la vita superiore. Satana si riferisce a un istinto naturale. Ma quell'istinto non copre tutto il nostro essere. La sua menzogna è tanto più mortale perché è l'esagerazione di una verità, o piuttosto perché è l'affermazione di una verità che deve essere qualificata con un'altra verità. Il vescovo Butler ci ha insegnato che la natura umana nella sua pienezza include la coscienza. Ma la coscienza può andare contro la parte inferiore della nostra natura. La vita superiore può dominare e sopprimere gli istinti dell'inferiore

2. Ignora il fatto del sacrificio di sé. Satana pronunciò la sua sega come se fosse una generalizzazione derivante da una vasta esperienza. Possiamo avere le nostre belle teorie su come dovrebbero essere le cose; Egli ci dirà come li trova realmente esistenti nel mondo. Il diavolo percepisce solo la vita inferiore, percepisce solo il lato egoistico dell'uomo. Egli è lo "spirito che nega", perché è cieco. Ma il sacrificio di sé è un fatto tanto quanto l'autoconservazione. La croce ne è la grande testimonianza. Il buon Pastore che dà la sua vita per le pecore è la confutazione trionfante della vecchia sega di Satana. Così, in modo secondario, Giobbe nella sua fedeltà lo sono, e ogni martire ed eroe e uomo simile a Cristo. - W.F.A

5 Ma ora stendi la tua mano e tocca le sue ossa e la sua carne; cioè "la sua persona" -- qualsiasi parte del suo corpo. Ed egli ti maledirà in faccia.

vedi il commento su - Giobbe 11:11 #Giobbe 2:6

E l'Eterno disse a Satana: Ecco, egli è nelle tue mani; cioè "egli è in tuo potere di fare di lui ciò che ti piace" -- tranne che sotto un aspetto. Ancora una volta è fortemente indicato che il potere di Satana è sotto il controllo di Dio, e si estende solo fino a dove Dio si mostra. Ma salvagli la vita; piuttosto, risparmiargli solo la vita (Versione Riveduta). Gli scopi didattici per i quali Dio permetteva che il suo fedele servitore fosse messo alla prova nella fornace dell'afflizione sarebbero stati frustrati dalla rimozione di Giobbe dalla terra. Individualmente avrebbe potuto essere ugualmente ricompensato in un altro mondo; Ma allora la lezione del suo esempio per gli uomini viventi, e la lezione della sua storia per tutte le future generazioni dell'umanità, sarebbe andata perduta. Inoltre, Dio solo raramente, nel vecchio mondo, diede a un servo fedele, ancora nel pieno vigore della vita,Giobbe 42:16,17 "la consegna alla morte".Salmi 118:18 #Giobbe 2:7

Così Satana uscì dalla presenza del Signore.

comp. - Giobbe 1:12 - , ad fin. Satana, possiamo esserne certi, è sempre ansioso di lasciare la presenza immediata di Dio, perché "quale comunione c'è tra la luce e le tenebre?". Ma ora aveva un motivo speciale per affrettarsi nella sua ansia di mettere Giobbe alla prova. Senza dubbio era fiducioso che avrebbe trionfato. e colpì Giobbe con ulcere. "Con un'infiammazione maligna" (Lee). E' stato generalmente concluso, dalle notizie sparse sulla sua malattia contenute nel Libro di Giobbe,

specialmente - Giobbe 7:4,5; 17:1; 19:17-20 - ; e - Giobbe 30:17-19 che la malattia con cui Satana "colpì Giobbe" era l'elefantiasi, a volte chiamata Elephantiasis Arabum, una forma marcata e fortemente sviluppata di lebbra (Rosenmuller, Michaelis, Professor Lee, Canon Cook, Stanley Leathes, ss.). L'elefantiasi è così popolarmente descritta dal canonico Cook, nel "Commentario dello Speaker", vol. 4. p. 26; "Un calore intenso, un gonfiore bruciante e ulceroso, o lebbra nella sua forma più terribile, che prende il nome dall'aspetto del corpo, che è coperto da una corteccia nodosa e cancerosa come la pelle di un elefante; L'intera cornice è in uno stato di progressiva dissoluzione, che termina lentamente ma inesorabilmente con la morte". Un lavoro scientifico moderno fornisce la seguente spiegazione più esatta, ma più tecnica, della malattia: "Una malattia non contagiosa caratterizzata dalla recidiva di parossismi febbrili, accompagnati da infiammazione, e da ipertrofia progressiva del tegumento e del tessuto areolare, principalmente delle estremità e degli organi genitali; e occasionalmente dal gonfiore delle ghiandole linfatiche, dall'ingrossamento e dalla dilatazione dei linfatici, e in alcuni casi dalla coesistenza di chiluria, e dalla presenza nel sangue di certi ematozoi nematodi, insieme a vari sintomi di uno stato di nutrizione morboso o depravato" (Quain's 'Dictionary of Medicine,' vol. 1. p. 431). La malattia non è ora considerata incurabile, anche se, senza un completo cambiamento di focaccine e di clima, è considerata molto raramente curata (ibid., p. 432). dalla sommità del suo piede fino alla sua corona. L'elefantiasi è generalmente locale e attacca alcune parti del corpo, come, in particolare, le estremità o gli organi genitali. Ma nelle forme peggiori, l'intero corpo ne soffre

Versetti 7-10. - Il secondo processo del patriarca

I IL DUPLICE ASSALTO AL PATRIARCA

1. L' inflizione di una malattia ripugnante

(1) Il suo autore. Satana. Che le malattie derivino generalmente dalla violazione delle leggi igieniche è materia di osservazione quotidiana e di particolare affermazione scientifica. Ma che la malattia di Giobbe avesse un'origine diabolica, come anche molte delle malattie fisiche che prevalevano in Oriente al tempo di Cristo, deve essere accettato sulla base della rivelazione. E come ai giorni di Cristo a Belzebù fu permesso di esercitare un'influenza maggiore del solito sui corpi degli uomini, affinché la potenza di Cristo nel distruggere le opere del diavolo potesse essere mostrata in modo più evidente, così l'eccezionale capacità di Satana di produrre malattie corporali nel caso di Giobbe esisteva solo per uno scopo speciale. Sarebbe quindi contrario alla buona teologia e alla sana scienza attribuire i "mali di cui la carne è erede" a cause diaboliche piuttosto che a cause naturali

(2) La sua natura. "Foruncoli doloranti"; si supponeva, e con probabilità, che fosse una forma maligna di elefantiasi, una malattia che aveva molte delle caratteristiche della lebbra. Dalle allusioni incidentali sparse in tutto il poema, sembra che si trattasse di una malattia estremamente dolorosa, accompagnata nelle sue fasi iniziali da un forte prurito fisicoGiobbe 2:8 9:17,18 e accompagnata nel suo progresso da un'estrema debilitazione e da una completa prostrazione della mente e del corpo, che portava a sonni disturbati, sogni terrificanti e persino tentazioni suicide.Giobbe 6:4,11,14 7:4,13,14 Una malattia che si diffonde rapidamente, che copre rapidamente il corpo di pustole, o foruncoli, a volte dalla testa ai piedi.Giobbe 2:7; 7:5 Una malattia certamente corruttrice, che produce deperimento e causa marciume nella carne e nelle ossa.Giobbe 13:28 16:8 33:21 Una malattia veramente ripugnante, che rende il miserabile sofferente un oggetto di disgusto anche per i suoi parenti e amici più strettiGiobbe 19:13-19 e infine, anche se non immediatamente, una malattia mortale.Giobbe 16:22 17:1 30:23

(3) Il suo design. Per provare il patriarca

(a) esaurendo la sua forza, e rendendolo così più accessibile all'ingresso delle tentazioni diaboliche;

(b) facendone un oggetto di orrore per l'umanità, e così in un modo tagliandolo fuori dalla simpatia umana; e

(c) inducendolo a considerare la sua malattia come una speciale visita del Cielo, e inducendolo così a nutrire duri pensieri di Geova

2. L'iniezione di una tentazione veemente

(1) L'ora in cui è stato realizzato. Non all'inizio della sua malattia, ma dopo che si era un po' sviluppata, quando le sue forze erano state indebolite, i suoi nervi erano tesi e la sua mente era depressa, e quando, non gli era più permesso di entrare nelle abitazioni degli uomini, si sedeva sulla mezbele, o mucchio di cenere, fuori dalla sua abitazione, oggetto di disgusto e disgusto per i passanti

(2) La persona attraverso la quale è stato diretto. Non il diavolo in sé, poiché allora difficilmente avrebbe acquistato la forza di una tentazione; e nemmeno un amico come Elifaz, Bildad o Zofar, consiglieri che in seguito se la passarono piuttosto male per mano di Giobbe; ma colei che di tutte sulla terra era la sua più vicina e cara, la sua moglie, la sposa della sua giovinezza, la madre dei suoi nobili figli e delle sue belle ragazze ora morte, la compagna delle sue gioie e dei suoi dolori. Senza dubbio, era politico attaccare il patriarca attraverso sua moglie; E probabilmente per questa ragione fu risparmiata, non perché averla fosse una prova più grande per l'uomo buono di quanto lo sarebbe stata perderla, ma perché il diavolo voleva uno strumento contro suo marito (di. La tentazione di Adamo attraverso Eva)

(3) Il consiglio che è stato offerto. "Benedici Dio" (sc. per l'ultima volta; cioè "rinuncia a lui"), "e muori!" forse parole di simpatia coniugale strappate dal suo seno amorevole dalle crudeli sofferenze che erano state accumulate su suo marito; certamente parole di appassionata veemenza calcolate per reprimere l'opposizione di un sofferente che si indebolisce ogni giorno di più a causa del dolore incessante; e parole di grande plausibilità, che suggerivano un pensiero che sembrava avere molto a suo favore, che le sue sofferenze dovevano essere attribuite puramente alla sua religione; ma anche parole di essenziale malvagità, poiché non solo il pensiero che suggerivano era falso, ma il consiglio stesso era sbagliato

II LA DUPLICE VITTORIA DEL PATRIARCA

1. L'incursione della malattia fisica che ha incontrato con la sottomissione del paziente. «Ha preso un coccio di vaso e si è raschiato con esso». Non si abbandonava a nessuna lamentela contro la Provvidenza per averlo afflitto e, quando la malattia si era sviluppata a tal punto che la sua presenza diventava offensiva per i suoi amici e vicini, si ritirava tranquillamente nel mucchio di cenere. Ammirevole mansuetudine! Pazienza squisita! Sottomissione incomparabile! "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra"

2. L'ingresso della tentazione della moglie che incontrò con:

(1) Meritato rimprovero. "Tu parli come parla una delle donne stolte". Il linguaggio che riporta chiaramente che la stima popolare della moglie di Giobbe, che la fa essere stata una sorta di bisbetica orientale, è errato, implicando che il patriarca fosse sorpreso di sentirla parlare così fuori dal personaggio, non come una santa e la moglie di un santo come lo era, ma come una delle donne stolte o empie. Trasportata dalla tumultuosità del suo sentimento femminile, in un momento di appassionata spensieratezza aveva perso il controllo di sé e si era lasciata andare a parole disperate, tali da richiedere la censura; e il marito fedele, per quanto amasse sua moglie, e carico com'era di miseria, non si ritrasse dal dare la necessaria ammonizione

(2) Rassegnazione elevata. "Accetteremo il bene dalla mano del Signore, e non accetteremo il male?" La voce, non di stoica indifferenza, o di spietata disperazione, o di fredda, insensibile, riluttante acquiescenza a un destino a cui non si può sfuggire, ma di intelligente e allegra sottomissione a una provvidenza che egli riconosce essere allo stesso tempo giusta e buona. "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra"

Imparare:

1. Che i santi di Dio in questo mondo devono a volte sopportare prove su prove

2. Che i periodi di sofferenza prolungata sono spiritualmente più pericolosi dei colpi bruschi e improvvisi di maggiore gravità

3. Che le prove più feroci spesso sorgono in momenti inaspettati e da ambienti meno attesi

4. Che la tentazione più dolorosa che un uomo buono possa sperimentare è la tentazione di rinunciare alla sua religione

5. Che le misericordie di Satana (ad esempio nel risparmiare la moglie di Giobbe) hanno sempre in sé un po' di crudeltà

6. Che le più grandi benedizioni esteriori possano a volte rivelarsi un laccio: la moglie di Giobbe e quella di Adamo

7. Che è pericoloso per gli uomini o le donne buoni cedere alla passione

8. Che nei momenti di violenta emozione si dovrebbe porre una forte guardia alla porta delle labbra

9. Che le brave persone a volte possono dare pessimi consigli

10. Che lo scopo principale del diavolo nel tentare gli uomini è quello di farli rinunciare a Dio e morire

11. Che il popolo di Dio non debba in nessun caso abbandonare la propria integrità

12. Che coloro che sono stati destinatari delle misericordie di Dio non si domentino quando per il loro bene egli cambia la dispensazione

Versetti 7, 8.- La lebbra di Giobbe

Satana ha ora ottenuto il permesso di fare un passo avanti e di imporre la sua mano sulla persona del servo di Dio. Egli usa il nuovo privilegio con abile ingegnosità, scegliendo la malattia più orribile e ripugnante, e colpendo Giobbe con la peggiore forma di lebbra: l'elefantiasi

I LA MISERIA DELL'INFLIZIONE

1. Tocca l'uomo stesso. Finora i colpi sono caduti sul suo mondo esterno, anche se, in verità, si sono avvicinati molto a lui colpendo i suoi figli. Eppure, non li ha sentiti direttamente. Satana ha tracciato una linea di demarcazione tra questi problemi esterni e i problemi personali (versetti 4, 5). Ora supera il limite. Ogni uomo deve sentire ciò che lo tocca, anche se alcuni possono essere troppo insensibili, troppo privi di immaginazione o troppo insensibili per apprezzare pienamente ciò che è al di fuori di loro. Nessun uomo può sentire il mal di denti di suo fratello così acutamente come sente il proprio

2. Si impossessa del suo corpo. Il dolore fisico non è la peggiore forma di sofferenza. Un cuore spezzato è infinitamente più pietoso di una pelle spezzata. Eppure, il dolore fisico ha questo, che non può essere negato o eluso. È un fatto molto tangibile e indiscutibile

3. È ripugnante e disgustoso. L'elefantiasi fa della sua vittima un oggetto di repulsione, orribile a vedersi, evitato da tutti i suoi simili. Giobbe era stato un principe tra gli uomini, che viveva nel rispetto universale. Ora scende non solo alla povertà, ma anche a una condizione di visibile degrado e disgusto. Per l'uomo dai sentimenti sensibili la vergogna è peggio del dolore

4. È senza speranza. Si pensava che l'elefantiasi fosse incurabile. Giobbe non prese alcun rimedio medico. Si ritirò solo nel suo mucchio di cenere, in cerca di sollievo temporaneo. La peggiore agonia può essere sopportata con una certa pazienza se c'è una prospettiva di cura; ma anche un lamento più lieve diventa intollerabile se non c'è speranza di fuga

II IL COMPORTAMENTO DEL SOFFERENTE. La cosa più significativa della narrazione qui è che si parla così poco del comportamento di Giobbe. Finora non abbiamo notizie di lui a causa della sua spaventosa malattia. Il silenzio è eloquente

1. La grande sofferenza soffoca il pensiero. Questa è una disposizione misericordiosa della Provvidenza. Non potevamo sopportare di sentire acutamente e di pensare profondamente allo stesso tempo. C'è una sorta di anodino mentale nel dolore fisico spaventoso. I suoi parossismi agiscono come un anestetico per i sentimenti più sottili dell'anima: quando il peggio del dolore corporeo è passato, la mente si riprende; ma all'inizio è stordito e schiacciato fino all'intorpidimento

2. La vera fortezza accetta l'alleviamento della sofferenza. Giobbe fa quel poco che può per alleviare i tormenti intollerabili della sua malattia. Non ha idea di atteggiarsi a martire. I piccoli malati possono cercare di trarre il massimo dai loro dolori, curandoli scioccamente e, ovviamente, giocando per pietà. Questo non è il caso dei grandi eroi tragici. La profondità delle loro sofferenze è nota solo a Dio

3. L'amara angoscia cerca la solitudine. Giobbe si ritirò nelle ceneri. La sua denuncia rese necessaria questa azione; Anche il suo umore deve aver accolto con favore il ritiro. Nell'amara angoscia l'anima sarebbe sola, ma non sola, poiché Dio è presente così veramente tra le ceneri come nello splendido tempio. - W.F.A

8 E gli prese un coccio di ceramica per raschiarsi. "La superficie dei tegumenti", dice il dottor Quain, "è spesso molto infiammata, e talvolta scarica un icore sieroso, o liquido simile al chilo, secondo la misura in cui i linfatici sono impegnati in quella particolare facilità" (ibid., p. 432). Questo "fluido sieroso o simile alla linfa" è occasionalmente "acre e offensivo". Sembra che Giobbe abbia usato il suo coccio per raschiarlo via. E si mise a sedere tra la cenere. Non come un processo curativo, e nemmeno come un sollievo dai suoi dolori, ma semplicemente come era consuetudine delle persone in lutto.Isaia 47:3; 58:5; Geremia 6:26; Ezechiele 37:30; Giona 3:6 La LXX rende "sul letamaio"; ma questo significato, se possibile, è altamente improbabile

9 Allora sua moglie gli disse: «Conservi ancora la tua integrità?». La moglie di Giobbe non aveva detto nulla quando si erano verificate le altre calamità, poi aveva "trattenuto la lingua e taciuto", anche se probabilmente con qualche difficoltà. Ora non può più sopportare. Vedere suo marito così afflitto e così paziente nelle sue afflizioni è più di quanto lei possa sopportare. La sua mente è debole e mal regolata, e soffre di diventare alleata di Satana e il peggior nemico di suo marito. È evidente che esorta suo marito a fare esattamente ciò che Satana aveva suggerito che avrebbe fatto,Giobbe 1:11; 2:5 e aveva evidentemente desiderato che facesse, combattendo così al suo fianco, e aumentando le difficoltà di suo marito L'unica altra menzione di leiGiobbe 19:17 implica che fosse piuttosto un ostacolo che un aiuto per Giobbe. Maledici Dio e muori; cioè "rinuncia a Dio, allontana da te ogni riguardo per lui, anche se ti uccide per questo". La moglie di Giobbe implica che la morte è preferibile alla vita che Giobbe conduce ora e deve aspettarsi di condurre d'ora in poi

Versetti 9, 10.- Giobbe e sua moglie

SONO UNA DONNA SCIOCCA

II UN MARITO FEDELE

III UN SANTO RICONOSCENTE

IV UN SOFFERENTE SOTTOMESSO

Versetti 9, 10.- Quattro voci

IO LA VOCE DELLA FOLLIA. "Maledici Dio e muori"

II LA VOCE DEL RIMPROVERO. "Tu parli come parla una delle donne stolte"

III LA VOCE DELLA GRATITUDINE. "Noi riceviamo il bene dalla mano del Signore"

IV LA VOCE DELLA SOTTOMISSIONE. "Non riceveremo il male?"

Versetti 9, 10.

insieme a - Genesi 3:1-6 -Giobbe e Adamo: un parallelo e un contrasto

I UN PARALLELO

1. Entrambi erano tentati

2. Da Satana

3. Attraverso le loro mogli

4. Rinunciare alla loro fedeltà a Dio

II UN CONTRASTO

1. Nei momenti della loro tentazione. Adamo quando era al culmine della felicità; Giobbe quando si trova nel profondo della miseria

2. Nei modi della loro tentazione. Adamo, assalito dal pensiero che Dio lo avesse ingiustamente privato del bene; Giobbe, con l'insinuazione che Dio lo avesse ingiustamente afflitto con il male

3. Negli esiti della loro tentazione. Adamo cadde; Giobbe era in piedi. Vedere

(1) in Adamo il rappresentante di tutti gli uomini; e

(2) in Giobbe la prefigurazione del Dio-Uomo

Marito e moglie

IO LA TENTAZIONE DELLA MOGLIE

1. La sua fonte. Giobbe è ora tentato dalla sua stessa astuzia, da colei che gli è più vicina e che dovrebbe essere quasi il suo secondo io. Crisostomo chiede: "Perché il diavolo lo ha lasciato sua moglie?" e risponde: "Perché la riteneva un buon flagello con cui tormentarlo più acutamente che con qualsiasi altro mezzo". Certamente la tentazione che giunge attraverso colui che amiamo è la più potente. Cristo incontrò il tentatore in un discepolo prediletto. L'amore ha il dovere non solo di simpatizzare, ma anche di dare buoni consigli; È suo errore mostrare simpatia solo aggravando le cattive tendenze di un problema

2. La sua scusa. Gli uomini sono stati troppo duri con la moglie di Giobbe per questa sua sciocca affermazione, dimenticando quanto fosse grande la sua afflizione. In effetti, le è stata fatta una grande ingiustizia, e mentre la simpatia e l'ammirazione sono state profuse al marito, il partner in difficoltà ha ricevuto a malapena uno sguardo di pietà. Ma i guai di lui erano i guai di lei. Era stata nell'agiatezza, la madre felice di una famiglia felice. Ora è immersa nella povertà e nella miseria, priva dei suoi figli, con il marito un tempo onorato nella malattia e nella corruzione. È meraviglioso che lei pronunci una parola frettolosa e impaziente?

3. Il suo punto. Non possiamo dire che la moglie di Giobbe lo abbia esortato a maledire Dio, perché lei avrebbe voluto dire "rinunciare a Dio". In ogni caso, che rinunci alla lotta e si suicidi. È il consiglio degli stoici. Altri da allora hanno consigliato l'eutanasia in caso di sofferenze insopportabili. Ci voleva un cuore coraggioso per resistere a un simile appello. Solo coloro che sono stati immersi nel più profondo abisso conoscono il terribile incentivo a disperare della vita e ad andare... "Ovunque, ovunque, fuori dal mondo"

II LA RISPOSTA DEL MARITO

1. Il suo rimprovero. Giobbe dice tranquillamente a sua moglie che sta parlando come una di quelle donne sciocche o empie

(1) C'è pazienza in questo rimprovero; egli non ripudia con rabbia il suo consiglio affrettato

(2) È discriminante. Giobbe vede a tutti il difetto. Sua moglie ha abbandonato il suo piano di vita più elevato ed è caduta nelle idee convenzionali del mondo. C'era questa scusa per lei, tuttavia, che la sua condotta non era senza precedenti, anche se il precedente non era degno di essere seguito

(3) È generoso. Giobbe accenna delicatamente al fatto che le sue parole non sono degne di lei. Implica che lei stessa non è una delle donne stolte. Spesso il rimprovero migliore e più efficace è un appello al rispetto di sé di una persona

2. Le sue dimissioni

(1) Riconosce Dio come la Fonte di tutte le cose. Sembra che Giobbe non si renda conto che Satana ha una mano nelle sue calamità. Egli li attribuisce interamente a Dio. Così non riesce a vedere un lato del terribile mistero dell'iniquità. Eppure, c'era del vero in quello che diceva. Nulla accade se non con il permesso di Dio

(2) Ammette la giustizia dell'agire di Dio. Com'è giusto Giobbe! E come sono ingiusti molti uomini che accettano misericordie illimitate senza un pensiero di gratitudine, e poi gridano di rabbia al primo momento dell'avversità! Se riuscissimo a trovare un equilibrio tra le nostre benedizioni e le nostre difficoltà, non dovremmo scoprire che le prime superano di gran lunga le seconde? E se accettiamo le benedizioni di Dio, non dovremmo essere pronti a prendere anche il contrario?

3. Il suo autocontrollo. "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra". Non è caritatevole da parte del Targum aggiungere: "Ma nei suoi pensieri egli amava già parole peccaminose". Se cominciavano a sorgere pensieri di ribellione -- e Giobbe non era che mortale -- l'uomo coraggioso li metteva a tacere. È molto imparare a "stare fermi". -W.F.A

10 Ma egli le disse: Tu parli come parla una delle donne stolte, ma come parla una delle donne vili (o empie). Nabal, il termine usato, è espressivo, non della mera follia naturale, ma di quella perversione dell'intelletto che colpisce gli uomini quando i loro cuori e le loro intelligenze sono corrotti e degradati.

vedi - 2Samuele 13:13; Salmi 14:1; Isaia 32:6 Cosa? Accetteremo il bene dalla mano di Dio e non accetteremo il male? Giobbe ricorda tutto il bene che ha ricevuto da Dio durante la sua vita passata, tutte le benedizioni e la prosperità che gli sono state concesse,Giobbe 1:2,3 e chiede: Sarebbe giusto o giusto prendere tutte le cose buone come una cosa ovvia, e poi mormorare se vengono inviate cose cattive? Accetta sia la prosperità che l'afflizione come provenienti da Dio, e si esprime come disposto a sottomettersi alla sua volontà. Ma forse è appena giunto alla convinzione che tutto ciò che Dio manda ai suoi fedeli servitori è sempre ciò che è meglio per loro, che le afflizioni, in realtà, sono benedizioni sotto mentite spoglie e dovrebbero essere accolte con gratitudine, non con mormorii. In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. Fin qui, cioè, Giobbe "osservò la porta della sua bocca" con rigore, giustizia, pietà. In seguito non fu sempre così esente da colpe

11 Ora, quando i tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutto questo male che gli era capitato. Non si deve supporre che Giobbe non avesse più di tre amici -- infatti, Elihu il Buzzita appare più tardi come uno dei suoi amiciGiobbe 32:2-6 -ma aveva tre contemporanei con i quali era particolarmente intimo, uomini anziani,Giobbe 32:6 con i quali era probabilmente abituato a conferire di tanto in tanto, e che avevano l'abitudine di dargli i loro consigli. Tutti e tre, a quanto pare, vivevano a distanza; e pare che siano passate alcune settimane prima che la notizia delle sue disgrazie li raggiungesse. Quando giunse la notizia, si misero in comunicazione l'uno con l'altro e decisero di fargli visita di condoglianze a una certa ora precisa, che fu decisa tra loro. Sembra che siano trascorsi alcuni mesi, almeno due, tra la data dell'ultima afflizione di Giobbe e il momento del loro arrivo.Giobbe 7:3 Ognuno veniva dal suo proprio luogo. Avevano case separate e probabilmente vivevano a una distanza considerevole l'uno dall'altro. Elifaz il Temanita. C'era un Elifaz, figlio di Esaù e di sua moglie Ada, che ebbe un figlio Teman;Genesi 36:4; 1Cronache 1:35, 36 ma non si suppone che questa possa essere la persona qui intesa. Il nome Teman non divenne geografico fino a quando i discendenti di questo figlio di Elifaz non si furono moltiplicati in una tribù, quando diedero il nome alla parte dell'Arabia che abitavano. Sembra che questo tratto facesse parte di Edom, o nelle sue immediate vicinanze,Genesi 36:42,43; Geremia 49:7,8,20; Ezechiele 25:15; Abdia 1:8,9 ma non può essere localizzato con precisione. I Temaniti erano celebrati per la loro saggezza, come apprendiamo da Geremia, che dice:Geremia 49:7 "Riguardo a Edom, così dice il Signore degli eserciti; La saggezza non è più in Teman? Il consiglio è forse perduto dai prudenti? La loro saggezza è svanita?" L'amico di Giobbe era probabilmente tra i loro uomini più saggi all'epoca; e i suoi discorsi mostrano certamente una notevole conoscenza della natura umana. Tuttavia, non risolvono l'enigma dell'universo. e Bildad lo Shuhita. Bildad è un nome che non ricorre altrove nelle Scritture, né c'è nessun'altra menzione degli Shuiti. La congettura ha identificato gli Shuhiti con i Saccaei di Tolomeo ('Geograph.,' 5:15), che egli colloca nelle vicinanze di Batanaea e Traconitide. Ma i Saccaei sono sconosciuti fino al tempo di Tolomeo, e sembrano essere una tribù di piccolissima importanza. Forse Bildad apparteneva al popolo noto agli Assiri come Tsukhi, o Sukhi ('Records of the Past,' vol. 1. p. 14), che abitava il Medio Eufrate da circa Anah a Hit ('Ancient Monarchies,' vol. 2. pp. 66, 67). e Zofar il Naamatita. Zofar, o meglio Tsofar, è un altro nome sconosciuto. C'era una Naama, una città, nel sud-ovest della Giudea, a cui Zofar potrebbe essere appartenuto, anche se probabilmente qui si intende una regione, piuttosto che una città. Perché avevano preso un appuntamento insieme; o, concordati insieme, tramite messaggio o lettera probabilmente. Venire a piangere con lui e a confortarlo. Una buona intenzione, in ogni caso, e in accordo con l'ingiunzione apostolica che ci viene di "piangere con quelli che piangono". Il fatto che non siano riusciti a realizzare la loro intenzioneGiobbe 16:2; 21:34 era dovuto a una mancanza di giudizio, e, forse, in parte, a una mancanza di amore

Versetti 11-13. - La terza prova del patriarca, o la venuta degli amici

I NOMI ONOREVOLI CHE PORTAVANO

1. Elifaz il Temanita. Probabilmente discendente di Teman, figlio di Elifaz, figlio di Esaù e di sua moglie Ada;Genesi 36:10,11 1Cronache 1:35,36 appartenente alla razza di Teman, che si estendeva su una parte considerevole dell'Arabia, circa a metà strada tra la Palestina e l'Eufrate; molto probabilmente il più anziano dei tre amici

2. Bildad lo Shuhita. Forse nacque da Sus, il figlio più giovane di Abraamo e di Chetura,Genesi 25:2 e residente in un distretto dell'Arabia, non lontano dal paese di Temani; si può ragionevolmente supporre che fosse il secondo più anziano degli amici

3. Zofar il Naamatita. Altrimenti sconosciuto se non attraverso questo libro, anche se, dalla sua conoscenza di Bildad, Elifaz e Giobbe, si può dedurre che anche lui era una persona distinta. Probabilmente tutti e tre erano, come il patriarca nella sua prosperità, potenti sceicchi arabi

II GLI ECCELLENTI CARATTERI CHE POSSEDEVANO

1. Punti di accordo

(1) Capacità intellettiva. Senza sostenere che l'aria tre si trovasse sullo stesso piano per quanto riguarda la levatura mentale (cosa che non avevano, dato che Elifaz ne deteneva inequivocabilmente la preminenza), è evidente che erano tutti pensatori di non poca capacità. È un ornamento speciale per gli uomini in alta posizione sociale essere in possesso di corrispondenti facoltà mentali; oltre ad aumentare immensamente il loro divertimento personale e l'utilità pubblica.

cfr - Ecclesiaste 10:16

(2) Principio religioso. Uomini indiscutibilmente buoni, che non solo veneravano Geova, ma praticavano la volontà divina per quanto la comprendevano. Essi erano similmente sinceramente desiderosi di promuovere il più alto benessere di Giobbe, mentre simpatizzavano senza finta con lui nella sua spaventosa afflizione. Se non siamo in grado di adottare le loro formule speculative e religiose, non più di quanto possiamo lodare la loro saggezza o gentilezza nel dare lezioni al patriarca come hanno fatto; d'altra parte, è dovuto a loro non valutare il loro carattere dal fiele e dall'assenzio versati sulle loro teste devote da Giobbe, quando furono punti alla follia dai loro rimproveri

(3) Opinioni errate. Tutti e tre erano ugualmente fuori strada nella dottrina fondamentale che avevano proposto nel corso del loro dibattito con il patriarca, e cioè che la sofferenza era così indissolubilmente associata al peccato che l'uno era la misura dell'altro -- una teoria che Giobbe combatte strenuamente in tutto il poema, dando così origine a quello che noi chiamiamo il secondo problema del libro: vale a dire quanto riguarda l'esatta relazione esistente tra il peccato e la sofferenza così come appaiono sulla terra

2. Punti di differenza

(1) Elifaz, un uomo erudito, una persona dedita a una profonda riflessione spirituale, un veggente che discerneva gli spiriti, sognava sogni e godeva dei rapporti con il mondo invisibile, può essere considerato il profeta di quel periodo

(2) Bildad, di corporatura più piccola e di visione più ristretta, un forte tradizionalista in religione, con una profonda venerazione per gli antichi, che accettava la sua teologia dai suoi antenati senza porre brutte domande sulla sua verità, ed era pronto, citando massime e citando proverbi dell'antichità canuta, a lottare per la fede una volta trasmessa ai santi, era probabilmente progettato per rappresentare il saggio dell'epoca

(3) Zofar il Naamatita, un'eco dei suoi amici per quanto riguarda il sentimento, per i modi più chiassosi e arroganti di entrambi, pieno di luoghi comuni e dogmi convenzionali, che enunciava con imponente dignità e tremenda autorità, può essere considerato come il buon uomo del giorno' il volgare ma sincero formalista, che dice cose taglienti e amare, e intende sempre quello che dice, così come dice quello che intende (Cox)

III LA TRISTE NOVELLA CHE RICEVETTERO. Il modo in cui appresero la notizia della cattiva sorte di Giobbe non è collegato, ma il fatto che lo fecero ci ricorda:

1. La rapidità con cui di solito si diffondono le cattive notizie; poiché evidentemente non passò molto tempo prima che la notizia delle calamità del loro amico giungesse alle loro orecchie

2. L'unità organica della società; il che rende impossibile a chiunque soffrire o gioire da solo.

Confronta - 1Corinzi 12:26

3. La speciale suscettibilità dei cuori amici a conoscere i guai degli altri

IV LA NOMINA RECIPROCA CHE HANNO PRESO. Un token di:

1. Vivo interesse per il benessere del Patriarca. Vedendo che dovevano aver comunicato l'uno con l'altro riguardo alla cattiva sorte del loro prossimo, dimostrando così che non erano indifferenti a ciò che era accaduto

2. Amorevole simpatia per l' angoscia del patriarca. Volevano infatti piangere con lui e confortarlo, non trattarlo con una semplice chiamata di cerimonia

3. Alto apprezzamento del valore del patriarca. Dal momento che avevano intenzione di andare insieme sul luogo del dolore, che, se scaturiva da un dovuto rispetto per la loro dignità di principi, era forse anche riconducibile al loro senso di ciò che era dovuto al rango e al valore del loro vecchio amico. La dice lunga per i tre vicini il fatto che non trascurarono Giobbe ora che era un povero lebbroso malato

V LA FERVIDA EMOZIONE CHE MOSTRAVANO

1. Compassione in lacrime. Scorgendo il loro antico vicino, che avevano conosciuto e venerato nella sua prosperità, ora seduto sul mucchio di cenere, fuori della sua casa, e riconoscendo appena, nei lineamenti emaciati che guardavano, la nobile figura del principe quondam la cui gloria superava lo splendore di tutti i suoi contemporanei, alzarono la voce e piansero. Gli orientali sono proverbialmente più emotivi e lacrimosi, dei flemmatici occidentali; ma deve essere stato comunque uno spettacolo commovente vedere i tre grandi principi commossi fino alle lacrime per l'angoscia del patriarca

2. Stupore genuino. "A ciascuno strappano il suo mantello". Un simbolo di orrore e stupore, come nel caso di Giacobbe,Genesi 37:34)Giosuè 7:6 Esdra 9:3), Caiafa.Matteo 26:65

3. Profondo dolore. "Si spruzzarono polvere sul capo verso il cielo"; cioè gettarono in aria manciate di polvere, come fanno ancora gli arabi, perché cadesse sulle loro teste, in segno che erano profondamente commossi dai guai e dalle calamità che si erano abbattute sul loro amico

VI L'ATTEGGIAMENTO PECULIARE CHE ASSUMEVANO. Non c'è bisogno di supporre che essi tacessero assolutamente, ma semplicemente che non gli parlarono nulla durante tutto quel periodo, certamente senza alludere in alcun modo alla causa della sua angoscia. E questo atteggiamento silenzioso potrebbe essere stato espressivo di

(1) correttezza cerimoniale' se questo era il modo consueto del lutto orientale, il che è dubbio; ma era più probabilmente dettato da

(2) la delicata sensibilità" che impediva loro di intromettersi nella solitudine di un dolore così opprimente come quello che vedevano; e

(3) timore reverenziale' nel vedere nel patriarca colui sul quale era visibilmente posata la mano di Dio;

cfr - Genesi 34:5; Levitico 10:3; Ezechiele 3:15 se non fosse anche scaturito da

(4) Sorgeva il sospetto che cominciava a farsi strada il pensiero, che in verità, secondo la loro filosofia, non poteva essere represso a lungo, che l'agonizzante e miserabile sofferente davanti a loro doveva essere, nonostante la sua precedente alta reputazione di pietà, un ipocrita in fondo, le cui insincerità mascherate e le cui iniquità segrete avevano alla fine attirato su di lui il giusto giudizio di un Dio santo e incensato

Imparare:

1. Che gli uomini buoni possano spesso fraintendere la verità di Dio, fraintendere la provvidenza di Dio e giudicare male il popolo di Dio

2. Che gli uomini buoni dovrebbero sempre studiare per distinguersi per la simpatia verso i sofferenti e i tristi

3. Che gli uomini buoni che aspirano ad essere fratelli di consolazione non dimentichino che il silenzio a volte è più rasserenante della parola

4. Che gli uomini buoni non dovrebbero mai nutrire un segreto sospettoso di coloro che cercano di confortare

Versetti 11-13. - Un'immagine di amicizia

In questa breve sezione abbiamo una bella immagine della vera amicizia nella sua pronta simpatia, nei suoi uffici pronti. I tre intimi amici di Giobbe, venuti a conoscenza delle sue tribolazioni, si organizzano per fargli visita e offrirgli il conforto della loro presenza e delle loro condoglianze. Ci viene ricordato

I DELLA BENEDIZIONE DELL'AMICIZIA. La simpatia è il bisogno indispensabile del cuore. Essa approfondisce il colore di tutti i nostri piaceri; getta un barlume di luce sulla nostra oscurità più profonda. "Rallegratevi con quelli che si rallegrano; e piangete con quelli che piangono". Le nostre gioie non sbocciano finché non sentono la calda atmosfera dell'amicizia. I nostri dolori più pesanti cessano di essere schiaccianti solo quando abbiamo riversato la nostra storia nell'orecchio di qualcuno che amiamo. Uno degli uffici più umili, ma migliori che un amico possa rendere a un sofferente, è quello di essere un buon ascoltatore. Tiralo fuori; farlo parlare; Il movimento e il cambiamento di idea sono ciò di cui ha bisogno. Lo sforzo, anche solo quello della parola, gli farà bene. Non versate su di lui una cataratta di luoghi comuni ben intenzionati ma stupefacenti. Imitate la gentilezza degli amici di Giobbe, ma non la loro mancanza di tatto e di percezione. Fa' che senta solo che in tua presenza può liberarsi di tutto ciò che ha in mente, e non mancherà di essere benevolmente compreso

II SILENZIO STAGIONALE IN PRESENZA DEL DOLORE. All'arrivo degli amici, vedendo la condizione straziante del nobile capotribù, che avevano visto l'ultima volta al culmine della sua salute e prosperità, ora seduto all'aria aperta, bandito dalla malattia dalla sua dimora, deturpato da quella malattia al di là del riconoscimento, un uomo completamente distrutto, esprimono il loro dolore con tutti i gesti significativi dei costumi orientali, piangendo, strappando i loro vestiti, spruzzando polvere sulle loro teste. Poi prendono posto al suo fianco e mantengono un silenzio profondo e luttuoso per una settimana, come fece Ezechiele quando visitò i suoi connazionali prigionieri presso il fiume Chebar. Quali maniere squisite ci vengono insegnate nella Bibbia! E la grande superiorità del suo insegnamento a questo riguardo rispetto all'insegnamento comune del mondo è che fonda tutte le maniere sul cuore. Sono la verità, l'amore, la simpatia, che da soli possono renderci veramente educati, raffinati e delicati nei nostri rapporti con gli altri, insegnandoci a metterci sempre in piedi al posto dell'altro. "C'è un tempo per tacere". Nel grande dolore riconosciamo la mano di Dio, ed Egli ci ordina di stare fermi e di possederlo. I nostri sentimenti più piccoli ribollono, quelli più profondi sono stupidi. Ci sono momenti in cui la riverenza richiede silenzio, e una sola parola è troppo. Lascia in pace il malato all'inizio. Che si riprenda; chieda che cosa Dio ha da dirgli con la voce calma e sommessa che viene dopo il terremoto e la tempesta. "Sacro silenzio, tu che sei progenie del cuore più profondo, gelo della bocca e disgelo della mente!" Siediti al fianco del tuo amico, stringigli la mano, dì semplicemente: "Dio ti conforti, fratello mio!" Nella fase iniziale di un dolore nuovo e improvviso questo sarà sufficiente. Non possiamo dubitare che il cuore ferito di Giobbe fu grandemente confortato dalla silenziosa presenza dei suoi amici simpatizzanti. Era meglio di tutti i loro tentativi di consolazione. Ringraziamo Dio per l'amicizia e per i veri amici; sono messaggeri da parte sua. "Dio, che consola quelli che sono abbattuti, ha consolato me con la venuta di Tito!" -J

Versetti 11-13. - Impotenza umana di fronte a un grande dolore

L'impulso di un'amicizia pura e fedele spinge gli amici di Giobbe ad accorrere in suo aiuto. Essi "vengono a fare cordoglio con lui e a confortarlo". Quando sono ancora lontani, alzano gli occhi e vedono il loro amico. Ma, ahimè! La malattia ha operato in lui un cambiamento così grande che essi non lo conoscono. Allora "alzarono la voce e piansero". Nel loro dolore selvaggio, ingovernato e appassionato "strappano ciascuno il suo mantello", e afferrando la polvere della terra la gettano in aria verso il cielo, e la lasciano cadere sulle loro teste in segno del loro dolore. Così, con segni di profonda sofferenza in simpatia con il loro amico, lanciarono il loro grido con la sabbia verso l'alto verso il cielo. Poi, con grande abilità, lo scrittore indica l'impotenza degli uomini di fronte a un dolore travolgente. "Si sedettero con lui per terra sette giorni e sette notti, e nessuno gli rivolse una parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande". Così il dolore che estorceva il grido selvaggio di pietà chiuse le labbra della consolazione. Vediamo gli uomini barcollare per l'amarezza della sorte del loro amico. Non può farne a meno, e loro non possono aiutarlo. Com'è vera l'immagine di ogni profondo dolore! Deve essere detto da ogni sofferente grave come da quello tipico: "Del popolo non c'era nessuno con me", perché anche la tenera e amorevole simpatia non può penetrare nelle profondità delle sofferenze altrui. Con questi sentimenti guardiamo il sofferente, sentendo quanto sia doloroso non essere in grado di tendere una mano utile o di pronunciare una parola efficace. È umiliante per noi. Sta sminuendo il nostro orgoglio

LE CAUSE DELLA NOSTRA IMPOTENZA IN PRESENZA DI GRAVI SOFFERENZE SONO:

1. La nostra incapacità di scendere fino alla profondità del dolore di un altro. È solo se noi stessi siamo sofferenti che possiamo sapere cosa provano gli altri. Dobbiamo aver bevuto dello stesso calice se vogliamo conoscerne l'amarezza

2. Ma anche se abbiamo sofferto come vediamo soffrire gli altri, nessuna parola, nemmeno della più tenera pietà, può alleviare efficacemente chi è in lutto. Parole umane vuote, parole di mera finta simpatia, feriscono solo più profondamente chi soffre; mentre le parole di vera amicizia, per quanto possano essere rinfrescanti e incoraggianti, non possono assumere alcuna parte del fardello. Per un po' di tempo distolgono la mente del sofferente dal suo dolore, ma essa ritorna come una marea che scorre

II IL DOLORE PER UN VERO AMICO DELL'INCOMPETENZA COSCIENTE PER AIUTARE EFFICACEMENTE IL SOFFERENTE. I giorni o le ore di silenzio sono giorni o ore di viva sofferenza per l'amico fedele incapace di tamponare la ferita, di placare la febbre, di ristabilire il possesso perduto o l'amico perduto. Da tutto ciò che siamo spinti a

III IL VERO E SOLO EFFICACE SIMPATIZZANTE, IL DIO-UOMO, che, avendo sofferto, e avendo il potere di scendere fino alle profondità più basse del cuore umano, e avendo le risorse divine a comando, il potere di ispirare la parola di consolazione e la forza di sostegno; e che, misurando il bisogno del sofferente, può attenuare la gravità del dolore fisico o dell'angoscia mentale. Al sofferente l'accoglienza di questa onesta simpatia apre la porta per l'arrivo del vero Guaritore, Consolatore e Soccorritore, che può dare forza ai deboli e, soprattutto, può santificare il dolore e la calamità a fini più alti, e far cooperare tutte le cose per il bene. Egli può illuminare la speranza e sostenere la fede e rafforzare la pazienza, può calmare lo spirito agitato e dare pace, gioia e vita. - R.G

Versetti 11-13. - I consolatori di Giobbe

Entriamo ora in una nuova scena, quella che prepara l'azione principale del dramma. Finora la corte del cielo, le commissioni erranti di Satana, le afflizioni personali e domestiche di Giobbe, hanno attirato la nostra attenzione. Ora la luce del più ampio mondo umano entra in questa scena. Giobbe non è in purgatorio, escluso dalla compagnia di uomini viventi. In effetti, il suo più grande problema deve ancora venire dalla condotta goffa di quella compagnia

I PROBLEMI DOVREBBERO RACCOGLIERE AMICI. Vediamo molto dei difetti dei tre amici di Giobbe nel corso del poema. Siamo onesti con loro e riconosciamo i loro pregi. Erano veri amici; desideravano onestamente e cercavano di rendere a Giobbe tutta la consolazione che era in loro potere. Miravano ad essere "amici nel bisogno". I falsi amici cadono nell'ora dell'angoscia. Uno spettacolo come quello di Giobbe sul suo mucchio di letame non inviterebbe la folla di sicofanti che brulica intorno alla tavola del grand'uomo. Senza dubbio Giobbe era stato tormentato da molti di questi presunti amici ai vecchi tempi della sua fama. Senza dubbio una benedizione tra le sue molte calamità fu che ora era sollevato dalla loro presenza. Ma tre veri amici lo tengono ancora stretto e lo cercano nel momento della sua più profonda angoscia. È bene andare alla casa del lutto. Ma pochi sono quelli che sanno come comportarsi quando lo fanno

LA SIMPATIA È IL MIGLIOR CONFORTO. I tre amici rimasero stupiti dallo spettacolo che si presentò. Erano preparati a vedere i guai), ma nessuna immaginazione poteva immaginare un'angoscia così grande come quella di Giobbe. Aveva bisogno di essere testimoniato per essere creduto. La sua vista suscita una simpatia naturale. Sebbene i decorosi orientali procedessero subito ad adottare le forme convenzionali di lutto, ci sono tutte le ragioni per credere che la loro simpatia fosse genuina e sentita. È solo il cuore reso insensibile dall'egoismo che è incapace di compassione. In questo attributo divinissimo della natura umana possiamo riconoscere la radice di ciò che è discutibile, fecondo nel bene. La simpatia è la fonte di tutti i servizi più utili, e quando il servizio è impossibile, la simpatia stessa è consolante; perché è molto sapere che gli amici si sentono con noi nelle nostre difficoltà

III LA SIMPATIA PUÒ ESSERE MOSTRATA IN SILENZIO. Quei sette giorni, tristi, sette notti di silenzio sono uno spettacolo sublime. I confortatori di Giobbe cominciarono bene. Sarebbe stato un bene per la loro reputazione se fossero tornati a casa alla fine della settimana. Allora sarebbero stati conosciuti come confortatori modello invece di diventare sinonimo di aguzzini. Spesso commettiamo un errore nel pensare che dovremmo "dire qualcosa". Una grande angoscia dovrebbe far tacere le parole affrettate. Ci sono momenti in cui le parole più gentili suonano dure per le orecchie addolorate. Ciò che si vuole nei guai non è il consiglio, ma la compassione; E questo è meglio dimostrato dalla lacrima spontanea, dalla pressione silenziosa della mano, dallo sguardo d'amore. Sentiamo una triste separazione da chi è in grande dolore, perché il dolore è naturalmente solo. Solo Cristo può entrarvi perfettamente. Non ha bisogno di parole. - W.F.A

12 Ed essi, alzati gli occhi da lontano, non lo riconobbero, Giobbe era seduto su un mucchio di cenere fuori della sua dimora (versetto 8). I tre amici, che probabilmente si erano incontrati di comune accordo a un certo punto vicino alla sua residenza e si erano avvicinati, videro la figura a una certa distanza e guardarono per vedere chi fosse. Ma Giobbe era così sfigurato dalla malattia che non riuscirono a riconoscerlo. Alzarono la voce e piansero. Nel modo clamoroso degli orientali confronta Erode, 2:14; 3:119; 8:99; 9:24; ed Eschilo, 'Persae" passim). E ciascuno si squarciò il mantello,

vedi il commento a - Giobbe 1:20 e si sparse polvere sul capo verso il cielo.

comp. - Giosuè 7:6; 1Samuele 4:12; 2Samuele 1:2; 13:19; Neemia 9:1; Ezechiele 27:30; Lamentazioni 2:10 - ; e vedi anche Omero, 'I1., 18:22-24; Helioder, Hist. &Ae;th.; 1 #Giobbe 2:13

E si sedettero con lui per terra sette giorni e sette notti. Il professor Lee suppone che questo non debba essere preso alla lettera. "Significa", egli dice, "che sedettero con lui per un considerevole periodo di tempo prima di aprire la questione discussa in questo libro, non che sedettero esattamente sette giorni e sette notti, e non gli dissero nemmeno una parola" ('The Book of the Patriarch Job; p. 194). Ma il periodo di "sette giorni" era appropriato per i lutti,Genesi 1:10; Ezechiele 3:15 e se potevano stare con lui un giorno e una notte senza parlare, perché non sette? Veniva loro portato del cibo e dormivano arrotolati nelle loro mendicanti. Il lungo silenzio può essere spiegato dal fatto che "tra gli ebrei", e tra gli orientali in generale, "è una questione di decoro, e dettata da un sentimento fine e vero, non parlare a una persona in profonda afflizione fino a quando non dà un indizio del desiderio di essere confortato" (Cook). Finché Giobbe tace, essi dovevano tacere, almeno per quanto lo riguardava. Potevano parlare con tutti i servitori che si avvicinavano, e potevano parlare l'uno con l'altro. Notate le parole che seguono: E nessuno gli disse una parola, nessuno gli parlò; ma nessuna etichetta imponeva loro il silenzio completo. Essi videro infatti che il suo dolore era molto grande. Così grande che non poteva ancora sopportare che gli si parlasse

Illustratore biblico:

Giobbe 2

1 CAPITOLO 2

Giobbe 2:1-10

E anche Satana venne in mezzo a loro.

Agenti spirituali, buoni e cattivi, nella malattia:

Questo è uno di quei misteriosi capitoli della Sacra Scrittura in cui Dio ha benignamente concesso, per il rafforzamento della nostra fede e della nostra amorevole fiducia in Lui, un breve assaggio di ciò che sta continuamente accadendo, giorno dopo giorno, in regioni misteriose alla visione dei mortali, e in cui, se solo potessimo sentirlo in ogni momento, Siamo molto preoccupati. La Scrittura è coerente nella sua testimonianza in tutto: che c'è un principe delle tenebre, un angelo caduto, il cui scopo costante è quello di realizzare la nostra rovina eterna. In questo caso l'Altissimo permette al messaggero malvagio di affliggere uno dei Suoi servitori giusti con gravi perdite, povertà e gravi malattie, per la prova e la purificazione della sua fede

(I.) A Satana è permesso di tanto in tanto di muovere il Signore per affliggere anche il Suo popolo più fedele in vari modi. Le vie del Signore verso il Suo popolo, e in verità verso tutti gli uomini, sono molto misteriose, ma dall'analogia dei Suoi rapporti con il patriarca Giobbe possiamo tranquillamente concludere che sono pieni di amore segreto e di misericordia verso di loro, e hanno lo scopo di promuovere la loro felicità eterna

(II.) Il Signore dà a Satana solo un potere limitato sul Suo popolo. Come ha detto il Signore: "Egli è nelle tue mani, ma salvagli la vita", così nel tuo caso potrebbe avergli dato la libertà di procedere fino a un certo punto, e non oltre, con te

(III.) La fede non provata è una fede non dimostrata accettabile. Molti uomini ingannano se stessi con la vuota contraffazione della fede. Perciò è necessaria una prova in cui il numero di persone si allontana, mentre la fede degli altri viene tirata fuori come oro puro raffinato dalla fornace dell'afflizione. Dio ti preservi benignamente dall'allontanarti in questo tuo periodo di prova

(IV.) Satana è più frequentemente l'agente del Signore nell'infliggere malattie e altre prove. Ma Satana vanifica i suoi stessi propositi nell'affliggere il popolo di Dio, perché la loro fede, attraverso la grazia di Dio, viene così rafforzata. Per meglio rafforzare la sua posizione nell'attaccare la fede di un credente, Satana spesso incita i suoi parenti più stretti e più cari a cercare di ritirare la fedeltà del suo cuore a Dio. Lo fece nel caso di Giobbe. Nei momenti del suo trionfo immaginario, Satana spinse la moglie di Giobbe ad aiutarlo nella guerra mortale. Ma Dio non lo aveva abbandonato. (J. C. Boyce, M.A.)

Le afflizioni di Giobbe:

In un linguaggio del tipo più maestoso e bello è posto davanti a noi il mistero della Provvidenza. Questo passaggio non è che un passo nello sviluppo di una sublime lezione morale, ma ha tuttavia una certa completezza propria

(I.) Il carattere della tentazione

1.) Dio non ne è l'autore. Nella tentazione ci sono tre parti

(1) Le condizioni esterne che tendono a determinarlo. Dio può essere l'autore di queste condizioni

(2) Lo stato del cuore che ci rende la tentazione allettante. Dio non è l'autore di questo

(3) C'è il pensiero speciale nella mente, il suggerimento di compiere l'azione, che è la focalizzazione dei sentimenti preesistenti e non sviluppati del cuore. Satana è l'autore di questo

2.) Ma Dio permette che siamo tentati. Egli permette alle leggi naturali di agire intorno a noi, agli eventi storici di modellarsi, alle persone e alle cose di entrare in contatto con noi, in modo tale che sorga la tentazione. Qualunque cosa sia, è con il Suo permesso

3.) Dio permette la tentazione per il nostro bene. Nella nostra lezione vediamo che nel caso di Giobbe fu permesso per far emergere chiaramente la stabilità della sua fede in Dio. Dio non è negligente o sconsiderato nel permettere la nostra prova

4.) I nostri amici a volte ci rendono involontariamente la tentazione più difficile. La moglie di Giobbe gli parlò in segno di compassione. "Rinuncia a Dio e muori" non è un'avventura di sarcasmo, ma un tentativo debole e onesto di dare conforto

5.) La tentazione non ha mai necessariamente successo. Non fu così nel caso di Giobbe

(II.) Sopportare la tentazione. L'esempio di Giobbe dà alcune lezioni pratiche

1.) Guarda la solitudine dell'anima tentata. Le barriere dell'anima non possono essere superate. Solo lì ognuno di noi deve affrontare la tentazione e combattere con essa

2.) Giobbe dice giustamente a sua moglie che rinunciare a Dio sarebbe stolto. Se Giobbe avesse rinunciato a Dio sarebbe stato irrazionale, perché avrebbe rinunciato all'unica fonte di aiuto possibile

3.) Giobbe 101 mostra che la fede è l'unico atteggiamento ragionevole dell'uomo verso Dio. (D. J. Burrell, D.D.)

Le afflizioni di Giobbe:

Il processo a Giobbe, così come viene rappresentato, suggerisce tre verità

(I.) Satana è un essere personale. Che questa sia la vecchia dottrina nessuno lo nega; Ma molti si chiedono se tale credenza non sia stata superata con tutti i nostri progressi nel pensiero teologico. Contro ogni opinione speculativa dobbiamo contrapporre il chiaro insegnamento della Parola di Dio. Il linguaggio qui è figurato, ma deve significare qualcosa. Satana non è un'astrazione. Notate che qui Satana è chiamato l'accusatore. La storia di Milton degli angeli caduti è solo un'invenzione umana. L'interpretazione che fa di lui una mera personificazione del male farebbe di Gesù Cristo una mera personificazione del bene

(II.) Dio permette a Satana di tentare i credenti. Il grande nemico dell'anima nella sua corsa verso il cielo è Satana

(III.) Dio pone un limite al potere di Satana. "Ecco, egli è nelle tue mani; risparmiagli solo la vita". Il tentatore non poteva andare più in là di quanto gli fosse permesso. Ma il mistero per Giobbe era che tale permesso fosse stato dato. Se i suoi guai fossero venuti da un nemico, o anche dai suoi "miserabili consolatori", avrebbe potuto sopportarli più facilmente; ma che fossero caduti dalla mano del Padre suo, questo lo lasciò perplesso. Questo è il puzzle della vita umana. Il nostro miglior sollievo è che il potere di Satana ha un limite; non può andare oltre il permesso di Dio. Nessuna anima ha bisogno di essere sotto il controllo della tentazione: non può contenere la volontà umana; Non è la forza suprema del mondo. Una cosa è più forte: la potenza di Dio in Gesù Cristo, e quella potenza è promessa ad ogni anima nella sua lotta contro il peccato. (T. J. Holmes.)

3 CAPITOLO 2

Giobbe 2:3

Eppure mantiene salda la sua integrità.

Un elogio dell'integrità di Giobbe:

1.) La costanza nella pietà, nonostante le acute tentazioni di una condizione afflitta, è una singolare lode nella stima di Dio; poiché con ciò Giobbe si assolve in modo tale che i vecchi caratteri della sua pietà non sono sufficienti senza questa nuova aggiunta alla sua lode ( 1; Pietro 1:7 ) . E la ragione di ciò è insinuata nella parola "tenersi saldi", che nell'originale significa trattenere e trattenere una cosa saldamente e con tutte le nostre forze, a causa delle difficoltà e dell'opposizione; come il viaggiatore tiene il suo vestito in una giornata ventosa

2.) Qualunque cosa sia nella religione con cui gli uomini si compiaceno, tuttavia nulla piace a Dio più della sincerità e della rettitudine quando è perseverata nell'afflizione e in una condizione difficile

3.) Come Dio si compiace in modo particolare della sincerità degli uomini, così è contro di essa che Satana pianta i suoi principali motori e batterie. Satana non attaccò la prosperità esteriore di Giobbe, ma per migliorare così la sua integrità. Né è la formalità o la professione esteriore degli uomini che egli fa tanta malignità, se riesce a impedirgli di essere sinceri in ciò che fanno

4.) Sebbene non sia poco difficile rimanere saldi e continuare dritti e retti nelle prove acute, tuttavia i veramente sinceri sono, per grazia di Dio, in grado di farlo e di non sopportare mai così tanti e aspri assalti. Anche la grazia debole, sostenuta da Dio, è un partito troppo duro per ogni opposizione

5.) È un atto di sapienza divina, quando le cose del mondo stanno per rovinarsi, non gettare via anche la pietà e una buona coscienza; o, poiché Dio ci spoglia delle contentezze esteriori, volgiamo quindi le spalle a ciò che dovrebbe essere cordiale sotto tutte le pressioni: poiché questo è lodato come un atto di grande saggezza in Giobbe, quando altre cose gli furono tolte, tuttavia "egli mantenne salda la sua integrità". Prendere un'altra strada non gioverà agli uomini, né allevierà i loro dolori, ma in realtà raddoppierà le loro perdite. (George Hutcheson.)

Grazie tenute salde nel processo:

1.) Che Satana in tutte le sue tentazioni piazza la sua principale batteria contro la sincerità. Satana non si preoccupò affatto di strappargli i buoi di Giobbe, o le sue pecore, o i suoi figli, ma di strappargli la sua grazia; perciò si dice, Giobbe sosteneva che il digiuno

2.) Che qualunque cosa un uomo pio perda, sarà sicuro di aggrapparsi alle sue grazie, manterrà le spirituali, qualunque cosa accada ai temporali. Come nel caso di un uomo in mare in un naufragio, quando tutto è gettato in mare, il grano che lo nutre e i vestiti che lo ricoprono, tuttavia nuota fino alla riva se può, con la sua vita in mano. O, come nel caso di un valoroso portabandiera che porta la bandiera in guerra, se vede tutto perduto avvolge la bandiera intorno al suo corpo, e preferisce morire in quella come il suo lenzuolo piuttosto che lasciare che qualcuno gliela tolga

3.) Quella grazia non solo si oppone, ma vince Satana e tutte le sue tentazioni. Egli prevale nella sua integrità (così l'ebraico può essere reso nella lettera)

4.) Che la vera grazia guadagna dall'opposizione. La vera grazia aumenta quanto più viene aggredita. (J. Caryl.)

Dio immutabile verso il servo afflitto:

Egli è ancora il Suo servitore, e uno dei Suoi figli preminenti, e ora viene aggiunta una parola che mostra che Geova nota la fedeltà dei Suoi: "Mantiene salda la sua integrità". Com'è bello questo! Povero e afflitto, privato di tutto, Giobbe è ancora "il mio servo". Il Dio vivente non perde interesse per i Suoi provati e sofferenti. Bevi a fondo da questo dolce pozzo. Anche se il cambiamento delle circostanze spesso porta un cambiamento in coloro che una volta chiamavamo amici, e coloro da cui cerchiamo conforto danno solo colpa, Dio non è un uomo che dovrebbe cambiare, ed è ancora "il mio servo Giobbe". (H. E. Stone.)

La legge morale e la sua osservanza:

Il gradino più basso della vita religiosa è l'obbedienza alla legge morale, e il nostro tempo non può mai essere perduto quando guardiamo a quelle semplici, infinite, eterne sanzioni. Questo è per tutta la vita cristiana come il granito primitivo su cui è costruito il mondo. L'uomo che si sforza di essere fedele alla legge morale, sia esso un pagano o un pubblicano, può essere più vicino al regno di Dio di coloro che, negli odi teologici, violano sistematicamente il suo precetto più essenziale: "L'obbedienza è meglio del sacrificio". La somma e la sostanza della legge morale, così come Cristo l'ha stabilita, è la verità e l'amore. Solo pochi uomini sono, nel senso più alto, uomini di principi. Un uomo di principi è una delle opere più nobili di Dio. Ha imparato la sacralità dell'eternità, la terribile certezza assiomatica della legge. Le due precauzioni più necessarie

1) Nessuno di voi può supporre per un momento che non ci sia bisogno di altro che di un appello alla ragione e alla coscienza per ottenere l'obbedienza a questa legge morale. Questo, come tutta la storia dimostra, è un errore vitale

2.) Non puoi vedere il volto di Dio a meno che tu non mantenga i tuoi corpi nella temperanza, nella sobrietà e nella castità. Non è solo la grandezza della legge morale che può aiutarvi in questo. Dovete ascoltare la voce di Cristo. (Dean Farrar, D.D.)

Anche se tu mi hai mosso contro di lui.

Importunità satanica:

1.) Che Satana è un avvocato serio e importuno contro il popolo e la Chiesa di Dio

2.) Che la malizia pura, o piuttosto impura, fomenta Satana contro il popolo di Dio

3.) Che Dio affligge il Suo popolo a volte senza rispetto per i loro peccati. Tu mi hai mosso contro di lui senza motivo

4.) Che Dio darà finalmente testimonianza per l'eliminazione dell'innocenza dei Suoi servi contro tutte le maligne accuse di Satana. (J. Caryl.)

Gli incitamenti maligni di Satana:

L'espressione "sebbene tu mi abbia mosso contro di lui" è sorprendente. È un'ammissione, dopo tutto, che l'Onnipotente può essere mosso da qualsiasi considerazione che non sia il puro diritto, o agire in qualsiasi modo a svantaggio o a danno del Suo servo? Una tale interpretazione escluderebbe l'idea di potere supremo, saggezza e rettitudine che governa indiscutibilmente il libro dal primo all'ultimo. Le parole implicano in realtà un'accusa contro l'avversario di maligna falsità. Il detto dell'Onnipotente è ironico, come sottolinea Schultens: "Anche se tu, per fortuna, mi hai incitato contro di lui". Colui che scaglia giavellotti affilati di detrazione è trafitto da un giavellotto di giudizio più affilato. Eppure continua con il suo tentativo di rovinare Giobbe, e dimostra che la sua penetrazione è la più acuta dell'universo. (R. A. Watson.)

4 CAPITOLO 2

Giobbe 2:4

Tutto ciò che l'uomo ha, lo darà per la sua vita.

Il proverbio di Satana:

Il proverbio messo in bocca a Satana ha un significato abbastanza chiaro, eppure non è letteralmente facile da interpretare. Il senso sarà più chiaro se lo traduciamo: "Pelle per pelle; sì, tutto quello che l'uomo ha, lo darà per la sua vita". La pelle di un animale, di leone o di pecora, che un uomo indossa per vestirsi, sarà data per salvare il proprio corpo. Un oggetto di proprietà di valore, spesso si rinuncia prontamente quando la vita è in pericolo; L'uomo fuggirà via nudo. Allo stesso modo tutti i beni saranno abbandonati per mantenersi illesi. Abbastanza vero in un certo senso, abbastanza vero da essere usato come proverbio, perché i proverbi esprimono spesso una generalizzazione della prudenza terrena, non dell'ideale superiore; il detto, tuttavia, è nell'uso che ne fa Satana, una menzogna, cioè se include i bambini quando dice: "Tutto ciò che l'uomo ha, lo darà per se stesso". Giobbe sarebbe morto per i suoi figli. Molti padri e madri lo farebbero. I beni, infatti, meri attrezzi mondani, trovano il loro vero valore o inutilità quando vengono soppesati rispetto alla vita, e l'amore umano ha profondità divine che un diavolo beffardo non può vedere. Una triste possibilità di verità risiede nello scherno di Satana che, se la carne e le ossa di Giobbe saranno toccate, egli rinuncerà apertamente a Dio. La prova della malattia dolorante è più faticosa della perdita di ricchezza, almeno. Giobbe fu colpito da elefantiasi, una delle forme più terribili di lebbra, una malattia noiosa, accompagnata da irritazioni intollerabili e ulcere ripugnanti. (Robert A. Watson, D.D.)

La stima di Satana della natura umana:

Il Libro di Giobbe è un poema storico, e uno dei più antichi. Nella forma è drammatico. Dobbiamo stare attenti al grado di autorevolezza con cui investiamo le dichiarazioni dei diversi interlocutori. Bildad, Zofar ed Elifaz parlavano solo per se stessi. Non dobbiamo pensare che tutte le loro affermazioni siano state ispirate. Perciò i discorsi di Satana sono i suoi e non devono essere trattati come ispirati. Questa frase proverbiale significa che un uomo rinuncerà a tutto per salvare la sua vita. L'insinuazione è che Giobbe abbia servito Dio per mere considerazioni egoistiche. Satana misurava Giobbe e l'umanità in generale solo con il suo proprio staio. Bisogna ammettere che c'è un certo grado di verità in questo detto. Se non fosse stato così, non ci sarebbe stata alcuna plausibilità al riguardo, e non avrebbe potuto imporsi a nessuno. Una menzogna, pura, semplice e non adulterata, fa poco male al mondo. Qualcuno ha detto in tono conciso: "Una menzogna ha sempre bisogno di una verità per essere affrontata; altrimenti si taglierebbe la mano che cercava di spingerla a casa contro l'altra". Le bugie peggiori, quindi, sono quelle la cui lama è falsa, ma il cui manico è vero. C'è un amore istintivo per la vita in ogni essere umano. La vita è dolce, anche con tutte le sue prove, i suoi dolori e, in molti casi, le sue miserie; e c'è un attaccamento ad esso in ogni cuore. E questo amore per la vita non è solo un principio istintivo: entro certi limiti può essere anche un dovere positivo. Ma l'affermazione del testo non è vera...

(I.) Alla storia della natura umana anche non rigenerata. Anche nei non convertiti ci sono principi, alcuni cattivi e altri buoni, che, diventando dominanti, subordinano a se stessi l'amore per la vita. Come le passioni dell'odio e della vendetta; l'amore per l'avventura; duelli; l'amore per la conoscenza; scienza; salvezza di chi è in pericolo a causa dell'acqua, del fuoco o delle malattie. Così, in nome dell'umanità, possiamo ripudiare l'affermazione che, come cosa universale, gli uomini faranno qualsiasi cosa per salvare le loro vite

(II.) Quanto meno vero è il testo del cuore rinnovato. Quella che è la passione dominante in un uomo domina l'amore per la vita, così come le altre cose in lui. Nell'uomo veramente pio la passione dominante è l'amore per Dio e l'amore per il prossimo per amore di Dio, e questo domina su tutte le altre cose. L'avversario, pur avendo sfruttato ogni vantaggio, non riuscì a scuotere la fiducia di Giobbe in Dio. (Illustrate dai casi di tre giovani ebrei, Daniele, Paolo, ecc.) Satana pronunciò parole di calunnia, non di verità. Imparare-

1.) Attraverso il nostro amor proprio, le tentazioni più insidiose di Satana giungono a noi. Con questa valutazione della natura umana nella sua mente, ha continuato a fare appello all'amore degli uomini per la vita, ed è sorprendente in quanti casi ci sia riuscito almeno in parte

2.) La vera grandezza dell'umanità sta nel falsificare questa affermazione di Satana. Poiché ci chiamiamo con il nome di Cristo, distinguiamoci per il suo altruismo. Questa è solo una vita eroica che dimentica se stessa nel servizio. (W. M. Taylor, D.D.)

Il valore della vita:

La vita si distingue ugualmente per brevità e calamità. Eppure la vita è sempre stata considerata il tesoro più prezioso, il premio più invidiabile. L'amore per essa è senza dubbio il principio più vigoroso della nostra natura. È intrecciato con la nostra stessa struttura. Crescendo, a questa passione suprema ogni altra inclinazione rende omaggio. Questa adesione alla vita ci siamo impegnati a giustificarla. Non c'è nulla in essa che non sia degno del filosofo o del cristiano, dell'uomo di ragione o dell'uomo di fede

(I.) L'importanza della vita umana

1.) Appellarsi all'autorità, l'autorità dei vari riferimenti scritturali alla vita, come ad esempio: "Un cane vivo è meglio di un leone morto".

2.) Contemplare la vita umana come opera di Dio. "Meravigliose sono le tue opere, Signore Dio onnipotente!" Ma in questo mondo inferiore il capo è la Tua creatura, l'uomo. Tutto è sotto l'influenza del suo potere o della sua abilità. Guarda il mondo animale. Guarda il mondo materiale. Tutto giustifica la supremazia che possiede. La sua stessa forma è particolare. Che maestà c'è nel suo volto! Egli è fatto in modo spaventoso e meraviglioso. C'è uno spirito nell'uomo, e l'ispirazione dell'Altissimo gli dà intelligenza. Egli è capace di conoscere, servire e godere del suo Creatore; ha ragione e coscienza; È suscettibile del vizio e della virtù, della morale e della religione

3.) La vita umana ha un legame intimo, ineludibile, inscindibile con un altro mondo, e ci offre l'unica opportunità di acquisire il bene. Se limitiamo la nostra attenzione all'attuale stato momentaneo dell'uomo, egli apparirà una sciocchezza che lascia perplessi. Ha poteri e capacità molto superiori alla sua situazione; Ha desideri e desideri che nulla alla sua portata può alleviare e soddisfare. Egli è grande invano. Ma non appena lo si vede in connessione con un altro stato dell'essere, si salva subito dalla perplessità e dall'insignificanza. Non appena afferriamo questo punto di visione, tutto è intelligibile. L'immortalità, che prerogativa! Eternità, che destino! Una preparazione per questo, che chiamata! L'importanza di una cosa non deve essere giudicata dalla grandezza del suo aspetto, o dalla brevità della sua continuità, ma dalla grandezza, dalla varietà e dalla permanenza dei suoi effetti. Nulla può eguagliare l'importanza della vita presente, come stato di prova, in base al quale si deciderà la nostra futura e immutabile felicità o miseria. Perché, in base a questo principio, nessuna delle vostre azioni può essere indifferente. Considera che, com'è nel tuo modo, tale sarà la tua fine

4.) Considera la vita umana in relazione ai nostri simili, e come se ci offrisse l'unica opportunità di fare il bene. I mezzi per il benessere materiale e spirituale dell'umanità non sono versati immediatamente dal cielo. Dio divide l'onore con noi. Lui dà e noi trasmettiamo; Lui è la fonte e noi siamo il medium. È per mezzo dell'uomo che Egli sostiene la causa del Vangelo, conforta gli afflitti, dà il pane agli affamati e la conoscenza agli ignoranti. Ma ricorda, tutta la tua utilità è legata solo alla vita. Solo qui potete servire la vostra generazione secondo la volontà di Dio, promuovendo la saggezza, la virtù e la felicità dei vostri simili. Esercitereste pazienza? Questa è la tua unica opportunità. Esercitereste l'abnegazione? Questa è la tua unica opportunità. Esercitereste il coraggio cristiano, o il candore cristiano, la tolleranza o la beneficenza? Questa è la tua unica opportunità. Scoprirai lo zelo per la causa del tuo Signore e Maestro? Solo qui puoi raccomandare un Salvatore e parlare del Suo amore ai peccatori. Lasciateci...

(II.) Specificare alcune delle utili deduzioni che derivano dalla credenza nell'importanza della vita umana

1.) Dovremmo deplorare la sua distruzione

2.) Non dovremmo esporlo a lesioni e pericoli

3.) Dovremmo essere grati per la continuazione di esso

4.) Non dovremmo essere impazienti per la morte

5.) Possiamo congratularci con la pia gioventù

6.) Se la vita è così preziosa, non lasciare che sia un prezzo nelle mani degli stolti. Impara a migliorarlo. Non vivere una vita animale, mondana o oziosa. (William Jay.)

Amare la vita è un dovere cristiano:

L'amore per la vita è un principio che appartiene evidentemente alla nostra razza. L'attaccamento alla vita non è più stato generato dopo la caduta. È piuttosto la reliquia deturpata e mutilata di una delle caratteristiche della perfezione primitiva dell'uomo. Questo amore per la vita era un frammento di immortalità. L'amore per la vita sopravvive a tutto ciò che può rendere la vita desiderabile. Togliete questo principio dell'amore per la vita, e l'intero tessuto della società umana verrebbe scosso. Il potere del magistrato civile perderebbe la sua forte presa sulle menti dei ribelli; Il vizio non avrebbe posto limiti all'estensione della sua dissolutezza, perché nessun timore si sarebbe attaccato alla più severa delle punizioni. Può essere vero che l'amore per la vita raramente o mai si perde completamente nel desiderio dell'immortalità. La vita può essere amata legalmente, non c'è necessariamente nulla di peccaminoso nell'amore della vita. Ma quali sono le nostre ragioni per amare la vita? Lo amiamo perché lo impieghiamo nei piaceri o nelle occupazioni mondane, o perché può essere consacrato alla gloria di Dio e agli alti propositi della salvezza eterna? In quest'ultimo caso, allora è un vero dovere desiderare la lunghezza dei giorni. Dove il cuore è convertito dalla potenza dello Spirito Santo, il desiderio principale è quello di vivere per l'onore di Dio. Anche se il grande fine del nostro essere è quello di promuovere la gloria di Dio, non possiamo farlo e allo stesso tempo non promuovere la nostra felicità eterna. (Henry Melvill, B.D.)

L'amore della vita:

Anche se queste parole sono state pronunciate dal padre della menzogna, non sono bugie

(I.) L'amore per la vita è il principio più semplice e forte della natura. Esso opera universalmente su ogni parte della creazione bruta, così come su ogni individuo della razza umana, perpetuamente, in ogni circostanza, il più angosciante e il più piacevole, e con un potere peculiare a se stesso; mentre arma i deboli di energia, i paurosi di coraggio, ogni volta che si presenta l'occasione di difendere la vita, ogni volta che l'ultimo santuario della natura è invaso e il suo tesoro più caro è in pericolo. Opera con un'influenza costante, costante, come una legge di natura, insensibile eppure potente. Corrisponde, nel mondo animato, a un grande principio di gravitazione nel sistema materiale, o alla forza centripeta per la quale i pianeti sono trattenuti nelle loro orbite proprie, e resistono alla loro tendenza opposta a volare via dal centro. Vediamo uomini ancora aggrappati alla vita quando hanno perso tutto ciò per cui sembravano vivere. Le Scritture spesso riconoscono e fanno appello a questo principio fondamentale. L'unica promessa annessa a uno qualsiasi dei dieci comandamenti mostra la vita come il principale bene terreno, e il suo prolungamento come la ricompensa della pietà filiale

(II.) Alcune ragioni di questo attaccamento istintivo alla vita

1.) La prima ragione riguarda la conservazione della vita stessa. Quello che, di tutti i nostri beni, è il più facilmente perduto o danneggiato, è quello dalla cui continuazione dipendono tutte le altre cose. La preservazione della vita richiede attenzione e sforzo incessanti. La scintilla della vita è perennemente esposta al pericolo di estinzione. Nulla, se non il più forte attaccamento alla vita, poteva assicurarla. La vita, non possiamo dimenticarlo, nel suo uso più alto, è la stagione della nostra prova per uno stato eterno dell'essere. I risultati dell'intero processo di redenzione, la realizzazione dei più grandi disegni della Deità, sono implicati nella continuazione di questo stato probatorio dell'esistenza

2.) La promozione dell'industria e del lavoro. La vita deve essere amata per essere conservata, e preservata per essere impiegata. In ogni stato della società, la maggior parte della comunità deve necessariamente essere sottoposta al lavoro. Sotto la migliore forma di governo possibile, alcuni devono produrre ciò di cui gli altri devono godere. Quanto è grande il beneficio di quella condizione necessaria del lavoro che funge da barriera di difesa contro la sfrenatezza delle passioni umane

3.) La protezione della vita dalla mano della violenza. Senza un forte sentimento di contenimento, la vita degli individui sarebbe esposta a continui pericoli a causa delle passioni disordinate degli altri. L'amore per la vita, così fortemente sentito in ogni petto, le ispira un orrore proporzionato per qualsiasi atto che possa invadere la vita di un altro. Il magistrato e la legge devono tutta la loro efficacia protettiva a quel sentimento di attaccamento all'esistenza che è una legge scritta in ogni cuore

(III.) Migliorare l'argomento

1.) Deduci la caduta dell'uomo: l'apostasia universale della nostra natura dallo stato in cui originariamente procedeva dall'Autore Divino. Creati con questo inestinguibile desiderio di esistenza, siamo destinati alla dissoluzione. La nostra natura include due principi contraddittori: la certezza della morte e l'attaccamento alla vita. Questo fatto offre la prova più chiara che ora ci troviamo in una condizione innaturale, disordinata, disarticolata; che un grande e terribile cambiamento è avvenuto nella nostra razza da quando il nostro primo padre è uscito dalla mano di Dio. Questo cambiamento deve essere dovuto a noi stessi

2.) L'argomento ci ricorda la salvezza che ci ha fornito l'antidoto alla nostra condizione di rovina

3.) Può servire a ricordare il mezzo attraverso il quale questa vita divina viene impartita e ricevuta. Il mezzo di connessione è la fede

4.) Il dovere e l'obbligo sotto il quale ci troviamo: impartire la conoscenza e il godimento di queste benedizioni vitali ed eterne ai nostri compagni peccatori sofferenti. (R. Hall, M.A.)

Il proverbio di Satana:

Se non lo faceva, lo usava, e così lo faceva suo. Trova espressione per una verità universale; È fedele alla storia e all'esperienza. Matthew Henry dice di questo racconto di Satana: "Non deroga affatto alla credibilità della storia di Giobbe in generale, ammettere che questo discorso tra Dio e Satana, in questi versetti, sia parabolico, e un'allegoria progettata per rappresentare la malizia del diavolo contro gli uomini buoni, e la restrizione divina sotto la quale si trova quella malizia". Questo non è il punto di vista che ora viene assunto sul Libro di Giobbe da studenti riverenti, ma è interessante, in quanto mostra che la caratteristica parabolica in esso è sempre stata riconosciuta

(I.) Quanto è vero questo proverbio riguardo alla cura dell'uomo per la sua vita corporale! In quell'epoca pastorale, in cui la proprietà consisteva principalmente in greggi e armenti, le pelli divennero uno dei principali articoli di scambio; Erano, infatti, ciò che è la nostra moneta coniata, il mezzo di acquisto e vendita. "Prima dell'invenzione del denaro, il commercio si svolgeva con il baratto, cioè scambiando una merce con un'altra. Gli uomini che erano andati a caccia di bestie feroci nei boschi, portavano le loro pelli al mercato e le scambiavano con l'armaiolo per archi e frecce". Tradotto nella nostra lingua moderna, il proverbio direbbe: "Una cosa dopo l'altra, tutto ciò che l'uomo possiede, lo darebbe per preservare la sua vita". Non c'è passione più intensa del desiderio di conservare la vita. L'insetto più piccolo, l'animale più gentile, ha la vita come la più cara e combatte per essa fino all'ultimo. Il nemico che l'uomo teme di più, tutte le creature terrene lo temono. L'impronta della sacralità risiede nella vita anche dei più meschini e indegni. L'uomo può tranquillamente perdere tutto tranne la sua vita. I poveri si aggrappano alla vita con la stessa verità dei ricchi. Gli uomini saggi tengono la vita con la stessa forza degli uomini ignoranti. I giovani non considerano la vita con più ansia di quanto non facciano i vecchi. Fai quello che vuoi, non puoi rendere reale per te il fatto della tua morte. "Tutti gli uomini pensano che tutti gli uomini siano mortali tranne loro stessi". L'amore per la vita e la paura della morte sono gli stessi nel cristiano come nell'uomo comune. La conversione a Dio non cambia né gli istinti naturali dell'uomo in quanto creatura, né gli elementi particolari del carattere di un uomo. Il buon Giovanni Angel James diceva: "Non ho paura della morte, ma ho paura di morire". Per tutta la vita possiamo essere in schiavitù a causa della paura della morte. Stiamo solo condividendo l'istinto comune della creatura. "Pelle dopo pelle, tutto ciò che abbiamo lo daremo per la nostra vita". Perché Dio ha reso la vita così sacra?

1.) Per realizzare il Suo proposito, il tempo della vita di ogni uomo deve essere nelle Sue mani. La vita è una prova per tutti noi, e un uomo richiede una prova più lunga di un altro. Dio deve tenere nelle Sue mani sia le entrate che le uscite della vita. Eppure l'uomo può facilmente raggiungere e svuotare la propria vita. Come dunque sarà salvaguardato dal togliersi la vita? Dio lo ha fatto facendo dell'amore per la vita l'unico istinto principale di ogni uomo

2.) L'ordine e la disposizione della società non potrebbero essere mantenuti se gli uomini avessero un controllo illimitato sulla propria vita e non sentissero alcun freno da questo istinto. Pensate come le ragioni che ora inducono gli uomini a togliersi la vita acquisterebbero allora forza aggravata. Per le cose più piccole - un'ansia insignificante, un problema passeggero, una seccatura banale, un amore trascurato, uno sforzo infruttuoso - gli uomini si distruggerebbero. Quali sarebbero le incertezze, il vortice del cambiamento, la miseria della storia di questo mondo, se gli uomini non fossero controllati da questo istinto di vita? Le vedove piangono, gli orfani piangono, e le case sono ora desolate; Ma allora, che cosa sarebbe allora, se la vita fosse considerata con leggerezza e potesse essere gettata via per sciocchezze?

3.) Se non fosse per questo istinto di vita, l'uomo non avrebbe alcun impulso a faticare. Attraverso il lavoro si coltiva il carattere morale. Dobbiamo lavorare se vogliamo mangiare. Dobbiamo lavorare se vogliamo essere felici. Dobbiamo lavorare se vogliamo essere "incontrati per l'eredità dei santi nella luce". Eppure chi lavorerebbe se non ci fosse questo istinto di vita? Quale motivo rimarrebbe per spingerci a fare sforzi seri e a superare le difficoltà? L'unica cosa che ispira veramente i nostri mulini, e le botteghe, e i magazzini, e gli studi, è questo istinto di vita, questa passione per la vita che abita in tutti i nostri petti

4.) Questo istinto è il segreto della nostra salvezza dagli illegali e dai violenti. Supponiamo che la nostra vita non valga più della nostra proprietà, allora saremmo alla mercé di ogni uomo senza legge, che non esiterebbe a ucciderci per amore della nostra borsa. Così com'è, anche nell'anima del ladro, c'è questa impronta della sacralità della vita, e solo all'estremo estremo prenderà la nostra vita, e così metterà in pericolo la sua

(II.) Che satira è il proverbio quando viene applicato alla cura dell'uomo per la sua vita dell'anima! Eppure quella vita dell'anima è la vita reale e duratura dell'uomo. La sua vita corporea non è che una cosa passeggera e transitoria. La vita dell'anima è divina e immortale. La vita del corpo è simile alla vita delle creature; la vita dell'anima è parente di Dio. Io vivo. Non è la stessa cosa che dire: il mio cuore pulsa, i miei polmoni respirano, il mio sangue scorre, i miei nervi fremono, i miei sensi mi mettono in relazione con le cose esterne. È come dire: Un "io" abita dentro di me. Quell'"io" è una scintilla sprigionata dal fuoco eterno di Dio. Io sono un essere spirituale, un essere immortale. Che la parola vita significhi vita spirituale, allora quanto perderanno gli uomini piuttosto che perdere le loro anime? Come fanno gli uomini a contare i sacrifici quando le loro anime sono in pericolo? Quale strana illusione può possedere gli uomini per non curarsi del loro inestimabile tesoro? Perché gli uomini, che sono anime, barattano il loro diritto di primogenitura celeste con una minestra di piaceri mondani? Dio stesso sembra meravigliarsi di fronte a un fatto così doloroso e così sorprendente. Egli esclama: "Perché volete morire? O casa d'Israele, perché volete morire?" Si dice che all'interno del bruco ci sia una farfalla distinta, solo che non è sviluppata. Il bruco ha i suoi organi di respirazione e digestione, del tutto distinti e indipendenti da quella futura farfalla che racchiude. Ci sono alcuni insetti chiamati mosche Ichneumon, che, con un pungiglione lungo e acuto, perforano il corpo del bruco e depositano le loro uova al suo interno. Questi si trasformano presto in larve, che si nutrono all'interno del bruco. È notevole che il bruco sembri illeso, e cresca e si trasformi nel bozzolo, o crisalide, e giri la sua tomba di seta, come al solito. Ma il fatto è che queste larve non feriscono il verme; Si nutrono solo della futura farfalla che si trova all'interno del bruco. E poi, quando arriva il momento del battito d'ali della farfalla, c'è solo una conchiglia: la farfalla nascosta è stata segretamente consumata. C'è bisogno di sottolineare la lezione? Non possa un uomo avere un nemico segreto nel proprio seno, che distrugga la sua anima, sebbene non interferisca con il suo apparente benessere durante lo stato attuale dell'esistenza; e la cui opera dannosa non potrà mai essere scoperta fino a quando non verrà il momento in cui l'anima dovrebbe scoppiare dalle cerimonie terrene, spiegare le ali e volare libera nei luoghi celesti? Le anime sono perdute ora. Le anime sono conquistate ora. Conquistare anime ora può costarci un sacrificio. Pelle dopo pelle un uomo dovrebbe essere disposto a dare per salvare la vita della sua anima. (Robert Tuck, B.A.)

La paura della morte:

L'uomo è, come dice il poeta greco, "una creatura che ama la vita". Egli è sempre, pur sano di mente, avverso alla morte. Possiamo avere ben poco per cui vivere, eppure ci aggrappiamo alla spina che ci trafigge. L'ultimo messaggero è sgradito ai reali in porpora, ai mendicanti in stracci; alla folla sconsiderata, ai pochi riflessivi

(I.) L'avversione degli scettici. L'incredulo può avvicinarsi alla morte solo con sentimenti di intensa angoscia. La morte lo disereda di ogni cosa e lo lascia davvero povero. Lasciate che uno scetticismo superficiale strombazzi come può le supreme attrattive dell'abisso del nulla, la natura umana non può che saltare in quell'abisso con un grido. Ahimé! che, poiché Cristo è vissuto, la morte sarebbe mai più divenuta un tale re dei terrori

(II.) L'avversione del laico. L'uomo che crede in un altro mondo, ma che non ha vissuto per esso. Come sono riluttanti a morire! Non è difficile comprendere questa avversione. Il Signore è venuto a chiedere conto dell'intendenza, e il servo infedele trema. Hanno vissuto nel buon senso e nel peccato, e sono impreparati per il giudizio. Il "pungiglione della morte è il peccato".

(III.) L'avversione per il santo. È un dato di fatto che gli uomini buoni hanno un'avversione per la morte. Lo vediamo nella preghiera di Davide: "Risparmiami per poter recuperare le forze", ecc. Anche la preghiera di Ezechia. L'uomo perfetto rivela questa esitazione. "Il quale, nei giorni della sua carne, quando aveva offerto preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a colui che poteva salvarlo dalla morte". Anche Paolo: "Non per questo ci spogliaremmo, ma rivestiti". Vorremmo stendere l'abito dell'incoronazione di porpora e oro su questo abito sfilacciato e rozzo del pellegrinaggio. Ed è sempre così per tutti i discepoli di Gesù. Ci ritraiamo dal morire. Su cosa si basa questa avversione?

1.) C'è un amore naturale per il mondo che dobbiamo lasciare. Una persona realizza una fortuna e in un dato giorno scambia il vecchio cottage con una villa. Contento dell'ingrandimento, dice addio alla sua vecchia casa con un sospiro di rammarico. È qualcosa di simile per un uomo che lascia questo mondo per un destino più grande. Questo mondo può essere la casetta malconcia, povero accanto all'alto palazzo che ci aspetta, eppure questa vita e questo mondo ci sono cari. Qui siamo nati e abbiamo ricevuto le nostre idee su tutte le cose gloriose. Le nostre gioie e i nostri dolori hanno reso sacre per noi le scene della vita, ed è strano come le fibre ci colpiscano e ci uniscano alla terra su cui viviamo. Così, quando arriva il momento di separarsi dalla terra e dai suoi legami, c'è una lotta nel seno del santo

2.) C'è un'avversione naturale per la morte considerata in sé. Non possiamo riconciliarci con la morte, per quanto possiamo essere certi della sua innocuità. La vita è una dote così magnifica che ci rende nervosi vederla posta, anche solo per un momento, sull'orlo del pericolo. Per un cristiano non c'è che l'ombra della morte, eppure l'ombra di un tale disastro è ripugnante per la nostra natura più profonda. Il cristianesimo ha tolto il pungiglione dalla morte, eppure non ci piace un serpente anche quando ha perso il suo pungiglione

3.) C'è un naturale allontanamento dalle glorie misteriose del futuro. L'uomo si tira sempre indietro quando è alla vigilia della realizzazione di una grande ambizione. Il santo è spinto dal desiderio e respinto da un'attesa tremante. Vacilla sull'orlo del grande universo di gloria misteriosa. Cerchiamo di vivere in modo che la nostra avversione per la morte non abbia in sé elementi oscuri o ignobili, e Cristo, forse, renderà la morte leggera per noi, più leggera di quanto a volte pensiamo. (Il pulpito.)

L'amore della vita:

L'amore per la vita è un istinto potente. Dio l'ha impiantata nel seno con saggezza. E durante gli anni naturali della vita, questo istinto ci tiene stretti ad esso, come il gambo tiene una mela al ramo. (H. W. Beecher.)

6 CAPITOLO 2

Giobbe 2:6-10

Ecco, egli è nelle tue mani.

Satana si occupa malevolmente della personalità di Giobbe:

(I.) La scarsa stima di Satana della natura umana. Il suo linguaggio qui implica chiaramente che anche l'amore per la bontà di un uomo buono non è supremo e invincibile. Egli afferma:

1.) Che la bontà non gli è così cara come la vita. "Pelle per pelle, sì, tutto ciò che l'uomo ha lo darà per la sua vita". L'autoconservazione è un forte istinto nella natura umana, e quindi un principio divino; ma non è vero che sia mai il sentimento più forte nel cuore umano. L'uomo che è caduto sotto il dominio dell'amore per il vero, il bello e il buono, considera la sua vita subordinata agli alti princìpi della vera religione e della santa moralità. Questo è un fatto che la storia del martirio pone al di fuori del dibattito. Migliaia di uomini nella cristianità oggi possono dire con Paolo: "Non considero la mia vita cara a me", ecc. Egli afferma:

2.) Quella grande sofferenza personale metterà anche un uomo buono contro Dio. Tale è la connessione del corpo con l'anima, che una grande sofferenza fisica ha senza dubbio la tendenza a generare uno spirito infedele, mormorante e ribelle

(II.) Il grande potere di Satana sulla natura umana. Ne deduciamo...

1.) Che il suo grande potere si muove entro limiti fissi

2.) Che il suo grande potere è usato per torturare il corpo e corrompere l'anima. Gli antichi attribuivano molte malattie fisiche direttamente al diavolo. I mali fisici scaturiscono dalla morale, e il diavolo è l'istigatore di quelli moralmente cattivi. Guarda come corrompe la moglie di Giobbe. "Allora sua moglie gli disse: Conservi ancora la tua integrità? maledici Dio e muori". Se sostituisci la parola "benedire" con "maledizione", hai ancora lo spirito empio della moglie: poi con ironia spietata consiglia a suo marito di bestemmiare il suo Dio. Forse intendeva dire: "Finora hai benedetto Dio nella tua afflizione, continua con la tua cantilena e muori, perché la morte sarebbe desiderabile sia per te che per me". Satana agì così non solo sul corpo di Giobbe, ma anche sull'anima della moglie di Giobbe, ed entrambi per tentare il patriarca a peccare contro il suo Creatore

(III.) Il grande proposito di Satana con la natura umana. Qual era il suo scopo principale? Per mettere Giobbe contro Dio. E non è questo il suo grande proposito per tutti gli uomini? C'è un pensiero sul suo scopo, tuttavia, suggerito dal testo, incoraggiante per noi, è frustrante. Fino a questo punto ha fallito con Giobbe. Tre cose sono degne di attenzione riguardo a Giobbe nel frustrare il proposito di Satana

1.) Rimprovera sua moglie. "Tu parli come parla una delle donne stolte".

2.) Egli rivendica Dio. "Cosa? accetteremo il bene dalle mani di Dio e non accetteremo il male?"

3.) È lodato dall'ispirazione. Ecco la testimonianza divina dello stato d'animo di Giobbe in mezzo alla tortura del diavolo. "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra". (Omilestico.)

L'uomo nelle mani di Satana:

Giobbe ha occupato e occupa tuttora un posto unico come sofferente rappresentativo del genere umano. Questo eroe della mansuetudine, quasi sopraffatto da una vuota disperazione, paralizzato nel nervo più profondo della sua vita, isolato da tutto ciò che rende la vita luminosa e preziosa, e lasciato, a ogni apparenza umana, assolutamente indifeso nelle mani di un destino calunnioso e maligno, ha così impresso la sua storia nell'immaginazione dell'umanità che non scomparirà mai finché i cuori saranno schiacciati dalle ruote della cura, e le anime sono ferite dai colpi della tentazione. L'Antico Testamento non ha più elementi vitali. Ma Giobbe è un vero uomo, nelle mani di un vero diavolo, e sostenuto e reso vittorioso da un vero Dio, o non abbiamo nulla di più consistente di figure fibrose tessute in un bellissimo arazzo dalle abili dita di un'agile fantasia? È chiaro che l'autore si muove quasi interamente nell'ambito poetico. Così si stabilisce nella nostra mente la convinzione che il pensiero e il fatto di questo libro siano fusi in uno stampo reale come quello di Agamennone: un dramma destinato non all'occhio dei sensi, ma all'occhio della mente. Ammettendo la forma poetica del libro, dobbiamo chiederci se tutta la nostra poesia più alta non poggi sulla base immutabile dei fatti. Illustra da "In Memoriam", "Spanish Gipsy" di George Eliot, "Adam Bede", ecc. La storia di Giobbe è attuale, e non di meno, perché la forma del racconto è ideale e drammatica. La domanda importante è: le verità che la storia di Giobbe incarna e illumina sono eterne e universali; e le idee esposte riguardo a Dio e all'uomo, al male e al bene, vanno alla radice delle cose ed espongono la natura essenziale della nostra vita umana? L'unica cosa che è urgente che dobbiamo sapere non è: c'è stato un Giobbe, ma c'è una luce di Dio nella storia di Giobbe che guida la ragione e la coscienza? Giobbe 101 insegna a vivere la vita migliore, e ad aggrapparci con inviolabile tenacia a Dio, non a Uz, ma a Londra? Dio è forse più grande del male? Può sottometterlo, e lo farà? Basta uno sguardo al prologo della poesia per convincerci che il libro è stato scritto espressamente per risolvere questi profondi e sconcertanti problemi della mente. Per quanto poetica sia nella forma, il suo fascino inesauribile è la sua filosofia. Come il grande classico di Milton, è una difesa delle vie di Dio verso gli uomini; un affrontamento audace di interpretazioni plausibili ma false della vita e del destino; un'esposizione completa e tremante della loro intrinseca assurdità e irragionevolezza, e un'incrollabile rivendicazione del carattere di Dio da tutte le calunnie degli Zofar pigramente pensanti, dei pappagalli di Bildad e del fatalista Elihus. Scoprite il motivo particolare dell'accanito processo di Giobbe. Non sta soffrendo per i suoi peccati. Non si tratta dell'ancestrale "mangiare uva acida". Né Giobbe è messo nella fornace dell'afflizione per uscirne come l'oro. La sua afflizione non è l'apprendistato di una natura forte alle influenze educative del dolore e della tentazione. Qual è allora il motivo speciale di questa esperienza singolare e significativa? Ascoltate il colloquio in cielo tra Satana e Dio riguardo a Giobbe! Satana, il calunniatore, dice: "Giobbe teme forse Dio per nulla?" Giobbe sa abbastanza bene di cosa si tratta, e sta semplicemente facendo il miglior investimento delle sue forze che il mercato della vita umana offre. Il caso è cruciale. Il test è impeccabile. L'esperimento viene portato al massimo della gravità. Nessun elemento del male è omesso. Ecco allora la posta in gioco! Come se la cavano i combattenti? Questa è la questione di cui trattasi. Guarda i rapidi cambiamenti a cui Giobbe è sottoposto. A Satana è permesso di fare del suo peggio, e lo fa con terribile subitaneità e completezza. Ma tutti gli esperimenti falliscono completamente. Rimane trionfante l'idea che Dio è amabile in se stesso e per se stesso. L'amore disinteressato per l'Eterno è la sua stessa ricompensa. Egli è amabile, nonostante i mali spaventosi della nostra sorte e del nostro mondo. (J. Clifford, D.D.)

Ma salvagli la vita.

Il valore di un brav'uomo:

(I.) Perché è buono in se stesso. Tutto ciò che ha un valore intrinseco è degno di essere preservato, anche a prescindere dall'idea di utilità. Il gioiello, anche se raramente viene indossato come ornamento, deve essere conservato con cura. Così la fede nell'invisibile, una riverente fiducia in Dio e una fervente pietà, avevano dato una bellezza e un valore simili a gioielli al carattere di Giobbe. Quindi deve essere risparmiato

(II.) Perché è utile alla società. Ci sono molte cose utili alla società. Il genio e l'onesta ricerca dell'impresa commerciale aiutano il bene comune degli uomini. Ma nulla è più vantaggioso per la società del vero carattere morale. Uomini come Giobbe sono la forza, la speranza e l'ispirazione della razza. Rimuovili e la vita sociale diventa buia, fredda e sterile. La società ha bisogno di pregare per la longevità degli uomini buoni

(III.) Perché sarà un modello per le generazioni successive. La Bibbia è un modello di vita morale. Non è solo un libro di freddi precetti, ma di vite comprensive. Gli uomini hanno bisogno di modelli in ogni sfera di lavoro, sia nel campo meccanico e architettonico, sia in quello morale. Molti uomini sono diventati artisti guardando un bel quadro. Mentre lo guardava, i fuochi del genio si sono accesi dentro di lui. Così la vita di uomini come Giobbe ha risvegliato il desiderio di pietà in molti cuori

(IV.) Perché il diavolo avrebbe voluto solo porvi fine. Se avesse potuto uccidere Giobbe, avrebbe spento la migliore luce dei tempi; hanno colto il fiore più ricco della stagione. Ma Dio non lo avrebbe permesso. Doveva ancora spendere più disciplina su Giobbe. Dio ha più amore per il Suo popolo che lasciare che il diavolo faccia di loro ciò che vuole. Il potere di Satana è limitato, ma così è già abbastanza spaventoso. Sei afflitto? Dio ti guarda. Non temere!

(V.) Vale la pena salvare la nostra vita? (J. S. Exell, M.A.)

9 CAPITOLO 2

Giobbe 2:9

Maledici Dio e muori.

La moglie di Giobbe:

Entra in scena solo per un momento per aumentare l'intensità della desolazione e della miseria di suo marito. "Rinuncia", dice, "a Dio e muori". "Lascia il servizio inutile di questo Dio, che ti ha lasciato a un destino così immeritato. Lasciatelo e lasciate la vita, una vita che non ha più nulla per cui valga la pena vivere". Sembra davvero difficile, duro soprattutto a coloro che hanno conosciuto i benefici di una famiglia inglese e di una famiglia cristiana, che un tale sogghigno e un tale consiglio debbano provenire da una tale parte. Ci fa male, come con uno shock sgradito. Permettetemi di ricordarvi che quando, circa sessant'anni fa, il poeta-pittore William Blake tracciò alcune illustrazioni meravigliosamente potenti per il Libro di Giobbe, egli, il marito inglese di una moglie leale e affettuosa, si rifiutò di seguire il corso della storia in questo terribile dettaglio. Tutto il resto lo ritraeva, passo dopo passo; ma qui trattenne la sua mano, e coloro che possono rivolgersi ai suoi disegni tanto apprezzati vedranno la moglie di Giobbe vendicata contro il disprezzo dei secoli, inginocchiata accanto al marito e condividendo la sua paziente miseria. La vedranno ancora al suo fianco, attraverso tutti i suoi futuri dolori e agonie, e riportata con lui a una felicità comune nella scena finale. C'era qualcosa nel racconto delle sofferenze di Giobbe troppo acute e amare, troppo remote, non possiamo dire con gratitudine, dall'esperienza della vita coniugale inglese e cristiana, perché quello spirito sensibile e dotato, così spesso sulla terra di confine dove il genio tocca la follia, sopportasse di riprodursi. E potrebbe benissimo essere così. "Maledici Dio e muori", ha detto. Gli abissi della miseria umana sembravano risuonare. Quante anime umane avrebbero potuto, in un modo o nell'altro, prestare orecchio a questa suggestione. Un romano avrebbe potuto rivoltarsi contro i suoi dèi ingiusti e morire per mano sua, come Catone, con parole di sfida sulle labbra. Altri avrebbero potuto cercare la stessa sorte in una sorda disperazione. Non così Giobbe. (Dean Bradley.)

La moglie di Giobbe:

Alcuni hanno parlato molto energicamente della moglie di Giobbe. È stata definita una soccorritrice del diavolo, un organo di Satana, una furia infernale. Crisostomo pensa che il nemico l'abbia lasciata in vita perché la riteneva un flagello adatto a Giobbe con cui tormentarlo più acutamente che con qualsiasi altro. Ewald, con più ragione, dice: "Nulla può essere più sprezzante delle sue parole, che significano, Tu, che sotto tutte le sofferenze immeritate che ti sono state inflitte dal tuo Dio, gli sei stato fedele anche nella malattia mortale, come se volesse aiutare o desiderasse aiutare te che sei al di là di ogni aiuto, a te, sciocco, dico, di' addio a Dio e muori!" Non c'è dubbio che ella appare come la tentatrice del marito, mettendo in parole il dubbio ateo che l'avversario non poteva suggerire direttamente. La vita coraggiosa e vera le sembra non giovare a nulla se deve essere spesa nel dolore e nella desolazione. Non sembra parlare tanto con disprezzo quanto con l'amarezza della sua anima. Non è una furia infernale, ma una il cui amore, abbastanza genuino, non entra nella comunione delle sue sofferenze. (R. A. Watson, D.D.)

Un grido disperato:

La tristezza e il dolore producono un fermento terribile nell'anima. Il nostro tema è la follia e la malvagità dell'accusa di Dio

1.) La follia di mettere in stato d'accusa la giustizia, la saggezza o l'amore di Dio. Pensate all'ignoranza umana. Paragonato alla creazione materiale o bruta, l'uomo è grande, ma non grande se paragonato al suo Creatore. Sydney Smith descrisse satiricamente Lord Jeffrey come insoddisfatto dell'Onnipotente nella costruzione del sistema solare, in particolare per quanto riguarda gli anelli di Saturno. Gli uomini d'oggi pongono sobriamente il loro giudizio in opposizione alla volontà e alla sapienza di Dio. Sanno solo separarsi, eppure parlano come se comprendessero l'Onnipotente alla perfezione

2.) La colpa di una tale condotta è altrettanto grande. È un ripudio pratico dell'autorità di Dio, che ci comanda di essere pazienti e obbedienti. È simile al terribile peccato della bestemmia, un atto che in nessuna circostanza può mai essere tollerato. (C. H. Buckley, D.D.)

La bestemmia della disperazione:

La moglie di Giobbe è tipica di una classe di persone che è sempre esistita nel mondo. Queste persone perdono di vista tutto ciò che è luminoso nella vita, si accerchiano con la più oscura oscurità, cercano un sentiero solo nell'oscurità dove non brilla nessuna stella, permettono alla diffidenza di impossessarsi completamente delle loro anime e all'odio di regnare sovrano nel dominio dei loro affetti, e poi terminano la loro carriera come il cavaliere reprobo del Papa, di cui il poeta dice: "E il triste Sir Balaam maledice Dio e muore". Nella vita umana incontriamo spesso persone la cui mente cupa getta un'ombra su tutto ciò con cui entrano in contatto. Protestiamo contro il pessimismo perché è falso in teoria e impossibile in pratica. Anche le cose oscure hanno un lato positivo, che si può vedere se guardato con lo spirito giusto

(I.) Le cause della disperazione

1.) False visioni di Dio. La teologia di un uomo influenza in larga misura la sua vita. Le idee spirituali sono alla radice di tutte le altre. Qualunque cosa un uomo pensi di Dio e della religione, modellerà in gran parte il suo carattere. La disperazione nasce da due cause: il pessimismo degli uomini che sono avversari di Dio, che odiano Dio; e il calvinismo duro, incrostato, severo, inflessibile, che professa di essere sopraffatto dall'amore di Dio, il cui amore è, tuttavia, sempre limitato a coloro che sostengono la dottrina. Il delirio pessimistico è indicativo di una disperazione che ha preso una posizione fissa e stabile nell'anima. La speranza è svanita, e tutto lo splendore, fino all'ultima scintilla, si è allontanato dalla vita

2.) Nozioni misantropiche rispetto alla razza umana. La perdita della fede nei nostri simili è una prolifica causa di disperazione. Riponiamo fiducia negli uomini e veniamo traditi; Ci fidiamo di loro e loro ci ingannano. Così perdiamo la fede nell'umanità; Sprofondiamo in una condizione di cupa cupezza, che non è che il precursore della disperazione

3.) Negazione dell'esistenza di Dio. L'ateismo è un credo cupo. Togliere Dio significa privare il mondo della speranza, privarlo della sua più alta consolazione e, di conseguenza, gettare il genere umano nella più nera disperazione

(II.) La follia della disperazione

1.) Esclude in meglio possibili cambiamenti. Le nuvole ci avvolgono, le tenebre ci circondano, non vediamo luce e perdiamo la speranza, senza mai sognare che dietro le nebbie splende un sole che prima o poi dissiperà le tenebre e illuminerà il mondo con i suoi raggi

2.) Ferisce l'anima. Come tutte le passioni malvagie, cresce con ciò di cui si nutre

3.) È una ribellione contro Dio. Il male non è l'universo. La bontà è eterna. Dio vive e la Sua misericordia non viene meno. La disperazione è una bestemmia contro il cielo

(III.) Il rimedio alla disperazione. È la religione di Gesù, con la grande ed eterna verità che enuncia: Dio è amore. Riconoscendo il fatto che c'è un Dio e che la Sua misericordia è su tutto ciò che le Sue mani hanno fatto, come possiamo mai disperare? Sappiamo di essere nelle Sue mani, e che quindi ne siamo sicuri. Lasciamo allora il demone della disperazione agli atei, e a coloro che non hanno né fede in Dio né fiducia nell'uomo, ma per noi stessi dobbiamo aggrapparci alla verità eterna che Dio è amore. (George Sexton, M.A., LL.D.)

10 CAPITOLO 2

Giobbe 2:10

Riceveremo il bene dalla mano di Dio e non accetteremo il male?-

Una giusta visione della vita:

L'ispirazione del Libro di Giobbe è sufficientemente stabilita:

(1) Mediante prove interne;

(2) dalla testimonianza degli ebrei;

(3) dal modo in cui altri scrittori ispirati parlano di lui. Ammirando, riverendo e provando sentimenti per Giobbe, l'amore per il suo esempio fa una forte impressione, e per ottenere un'uguale rassegnazione, un uguale possesso delle nostre anime nella sventura, pensiamo che difficilmente dovremmo deprecare quell'ordinanza che dovrebbe sottoporci a uguale afflizione. Impassibile di fronte a ogni male, Giobbe dichiara la sua fiducia in Dio, e giustifica la sua rassegnazione con le parole del testo. Queste parole implicano:

(I.) Che tutto è ordinato da Dio. L'esistenza e il governo morale di Dio, Giobbe conosceva già bene. Sapeva che il Sovrano Onnisciente non era indifferente agli affari degli uomini, che come c'era in natura una differenza immutabile tra il bene e il male, così quella differenza era accuratamente segnata dal Giudice di tutti. Che Giobbe confidasse che tutto fosse sotto la direzione di un governatore supremo è certificato da molti passi di questo libro. Il bene e il male naturali sono ugualmente ordinati dal cielo. Sembra una dottrina dura dire che il male procede da Dio; Ma a questa espressione siamo costretti dalla povertà del linguaggio. Giobbe intende dire che la felicità e le sofferenze degli uomini procedono dalla stessa fonte: Dio, il Governatore di tutto. Questo sentimento è più degno di attenzione in Giobbe, perché viveva in un paese in cui non c'era alcuna rivelazione registrata della volontà divina. Il sentimento è notevole anche per la situazione in cui viene pronunciato: in un momento in cui era ridotto alla più grande angoscia, quando anche il più eroico sarebbe sprofondato sotto tali sofferenze. Queste disgrazie potrebbero essere state spiegate dall'azione dell'uomo o dal caso. Non erano di natura così straordinaria da sembrare subito scaturire da Dio. Giobbe guardò a una fonte più alta. Sapeva che quelle cose chiamate cause naturali e morali sono sotto la direzione dell'Onnipotente. Sebbene operino nel corso comune delle cose, tuttavia quel corso è diretto dalla mano infallibile della Provvidenza e dal continuo sostegno del Sovrano Onnipotente. La fede in Dio è consonante alla Scrittura. Nel governo del mondo sembra che tutto avvenga per cause seconde, eppure Dio è il direttore di queste cause. A volte Dio può fare un'interferenza speciale, ma Dio governa di solito, concede il bene e infligge il male, con leggi generali, e non con nomine speciali, come l'emergenza del caso può richiedere. Dobbiamo riconoscere la mano di Dio in tutte le Sue dispensazioni. Gli uomini non sono che gli strumenti nelle mani di Dio per il compimento dei Suoi disegni

(II.) Giobbe considerava come una conseguenza inevitabile del nostro stato attuale che la vita dell'uomo debba essere costellata di bene e male. La sua mente sembrava preparata per eventi del tipo che ora accadevano. Uno stato uniforme di felicità o di infelicità non è mai assegnato a nessuno. Le virtù di un uomo non possono essere provate, né le sue inclinazioni malvagie latenti rilevate da uno stato uniforme. E Dio sceglie di giudicare gli uomini, non in base alla Sua precedente conoscenza di loro, ma in base al modo in cui si comporteranno qui. Nel lotto di ognuno, quindi, c'è una mescolanza. La prosperità stessa di Giobbe preparò la strada alle sue disgrazie! L'avversità sembra attaccarsi con una perseveranza non comune ad alcuni individui; e alcuni uomini si distinguono per un corso quasi continuo di una fortuna. Ma i più prosperi incontrano alcuni incidenti avversi. Dio è ciò che chiamiamo un governatore morale, cioè giudica le azioni degli uomini e li tratterà secondo la loro condotta. La completa punizione per le nostre azioni dobbiamo aspettarcela solo in un'altra vita. E c'è molta saggezza nella varietà delle dispensazioni della Provvidenza, indipendentemente dal governo morale di Dio. La fragilità della nostra natura ci rende inadatti a sopportare bene e ininterrottamente la prosperità o l'avversità

(1) Sottomettiamoci, dunque, con gratitudine a questa forma dell'ammirazione divina, in cui tutto costruisce per scopi saggi

(2) Non osiamo incolpare la Provvidenza se pensiamo che i nostri mali siano troppo gravi, o se non vediamo la loro immediata tendenza al bene. Che diritto abbiamo di censurare l'amministrazione del cielo? Non abbiamo sufficiente penetrazione per discernere ciò che è più adatto a fare in questo immenso governo del mondo, o anche negli affari degli uomini

(3) In questo stato misto di bene e male guardiamo avanti e prepariamoci per quel mondo eterno, dove riceveremo il bene solo dalla mano di Dio

(III.) Giobbe era deciso a ricevere ogni stato con lo stesso spirito. Tutta la sua storia dimostra che lo fece. Sembra che gli amici di Giobbe siano rimasti colpiti dall'idea errata che Dio affligge qui in proporzione all'iniquità. Essi ritengono che Giobbe, in mezzo a tutte le sue proteste di integrità, abbia commesso un crimine enorme e sia stato un consumato ipocrita. Ciascuno, quindi, a sua volta, rimprovera lo sfortunato sofferente e rende conto di tutte le sue disgrazie con la giustizia dell'Onnipotente. Qui ora risplendono le virtù di Giobbe e la calma equanimità del suo carattere. Egli si preoccupa dell'onore dell'Essere Supremo più che della giustificazione del proprio carattere. Prende in buona parte il loro linguaggio duro

(1) Spiegare la natura delle dimissioni. Distinguere le varie contraffazioni che possono assumere la sua comparsa. Quanto più eccellente è una grazia, tanto maggiore è la cura di contraffarla. Poiché una pia rinuncia è onorevole, è stata spesso assunta dove non ci sono giuste pretese in essa. La fredda insensibilità ha spesso assunto il nome di rassegnazione. L'indolenza naturale prende questo aspetto. L'abituale disattenzione si glorifica nel scacciare dai suoi pensieri i mali del giorno che passa. E l'ostinata presunzione pretende di conservare un volto immutato. Ma il temperamento naturale di qualsiasi tipo non è virtù. L'insensibilità non può mai essere riconosciuta come rassegnazione alle disgrazie della vita. Giobbe si sentiva come la sua situazione richiedeva. Poiché la mancanza di sentimento non costituisce la grazia della rassegnazione, l'astenersi da ogni espressione di sentimento non è nemmeno una parte insensibile di esso. I sentimenti del cuore hanno un linguaggio naturale. È compito della religione non sopprimere ma correggere i sentimenti dell'uomo. Le dimissioni non precludono gli sforzi per ottenere sollievo. La religione non ci comanda di sostenere un fardello da cui lo sforzo possa liberarci. È dovere dell'uomo rendere confortevole la sua situazione quando le circostanze lo permettono. La rassegnazione ci permette di sentirci come la natura ci impone, ma trattiene i nostri dolori entro i limiti dovuti

(2) Considerazioni che dovrebbero portare alla pratica delle dimissioni. È il Signore che fa l'afilict. L'afilizione, generalmente considerata, è la conseguenza del peccato. Le benedizioni si accumulano nella sorte dell'uomo. Spesso ci confondiamo sulla vera natura di quelli che vengono chiamati mali. Tendono a produrre buoni effetti. E Cristo, nostro Signore, sopportò con perfetta rassegnazione mali e afflizioni della natura più severa. Una debita considerazione di questi punti può, con la benedizione di Dio, condurci allo stato d'animo che Giobbe ha ottenuto. (L. Adamaon.)

I doni di Dio del bene e del male:

L'atteggiamento di Giobbe nei confronti della vita è a questo punto eroico, e il suo discorso è uno dei più grandi discorsi eroici del mondo. Forse comprenderemo meglio il suo pensiero se alle parole "bene e male" sostituiremo fortuna e sfortuna, felicità e dolore. La felicità ci sembra sempre buona; Il dolore sembra sempre un male. Giobbe è stato felice oltre la media: la fortuna lo ha assistito, le cose gli sono andate bene, tutto ciò che ha fatto è andato bene. Che cos'è la fortuna? È una forza intangibile senza nome che si schiera con noi, che mette ciò che vogliamo sulla nostra strada e che ci insegna come cogliere l'opportunità del successo; Perché il più egoista di noi è, dopo tutto, vagamente consapevole che molte cose gli accadono senza che lui lo cerchi. Che cos'è la sfortuna? È questo stesso potere misterioso che si schiera contro di noi, e non più nostro alleato, ma nostro nemico. Senza alcuna azione da parte nostra, nessuna deviazione dalla rettitudine e dall'ordine morale della nostra vita, tutte le cose cominciano ad essere contro di noi. Se avessimo bestemmiato e perso la fede nella rettitudine, se fossimo stati stolti, indolenti o viziosi, potremmo capirlo; Ma noi non abbiamo fatto e non siamo stati nessuna di queste cose. Se Giobbe potesse dire: "Merito questo perché ho fatto questo e quello", semplificherebbe notevolmente la posizione; in ogni caso, solleverebbe l'anima dal più intollerabile di tutti i sospetti, che Dio ha sbagliato. Ma Giobbe è un uomo troppo onesto per ammettere un torto che non ha commesso; semplicemente perché è un uomo retto, deve essere retto verso se stesso così come verso Dio. Così, dunque, è spinto a una filosofia divinatoria. Riceveremo la felicità e la fortuna dalle mani di Dio, e non il dolore e la sventura? Non è lo stesso potere che fa sì che le cose lavorino per noi, e lavorino contro di noi? Non c'è forse qualcosa nell'ordine stesso della vita che assicura che ogni uomo abbia la sua giusta proporzione di amarezza misurata per lui, perché senza quella tonica goccia di amarezza nel calice il vino della vita si corromperebbe con la sua stessa dolcezza, e la felicità diventerebbe il nostro peggior disastro? Questo è il pensiero di Giobbe, ed è un pensiero grande e memorabile. Proviamo ora ad analizzare questo pensiero: non tanto dal punto di vista intellettuale quanto da quello spirituale e umano

1.) La prima cosa che Giobbe sente è che la felicità e il dolore, la fortuna e la sventura, sono ugualmente di Dio; E per quanto semplice possa sembrare un tale pensiero, è davvero il più profondo che la mente dell'uomo possa concepire. Anzitutto, pone fine alla concezione popolare del diavolo e a tutti quei sistemi religiosi di teologia che si basano sull'antagonismo tra il divino e lo spirito diabolico. Così, per esempio, la dottrina principale nella religione della Persia è la presenza di due grandi spiriti nel mondo, l'uno della luce, l'altro delle tenebre, che si contendono il dominio dell'uomo e del mondo. L'uomo è afferrato da ciascuno a turno, è benedetto e maledetto, è confortato e minacciato; perché lo spirito buono non fa altro che il bene e il male solo il male. Così il mondo è governato da una divinità divisa, e l'unica opera di Dio è sempre quella di dare scacco matto e disfare l'opera del diavolo. Per quanto riguarda la teologia inglese, Giovanni Milton e Giovanni Bunyan hanno inventato il diavolo tra di loro; e la loro visione del mondo è praticamente la visione dei persiani. Ma ora rivolgetevi al libro di Giobbe, e cosa trovate? Nel grande prologo del dramma, Satana appare davvero; ma è come l'antagonista incatenato e impotente di Dio. Non può fare alcun male a Giobbe senza il permesso divino. Il diavolo di Milton, che fa la guerra contro l'Altissimo, e tutto tranne che trionfa, sarebbe stato per lo scrittore di questo grande dramma una concezione assolutamente empia. Il diavolo dell'immaginazione popolare, che tormenta l'uomo quando Dio non guarda, e opera il male nel mondo nonostante la bontà di Dio, sarebbe stato un concetto altrettanto empio e intollerabile. Sarebbe meglio non avere un Dio che un Dio che regna ma non governa; che fa il bene per quanto può, ma trova quel bene per sempre disfatto da un potere del male sul quale non ha alcun controllo. No, dice Giobbe, le tenebre e la luce appartengono entrambe a Dio, e a Lui le tenebre sono come la luce. C'è un solo Sovrano dell'universo

2.) La seconda fase del pensiero di Giobbe è che sarebbe altrettanto insensato ed egoistico aspettarsi solo fortuna e felicità, e mai dolore o sfortuna, nella nostra vita. E perché? Perché la sventura capita agli altri, e vediamo che in un modo o nell'altro il dolore fa parte della sorte umana. Giobbe non aveva mai conosciuto interrogativi del cuore proprio su questo argomento durante la lunga giornata della sua prosperità? C'è qualche uomo che può evitare di chiedersi a volte perché le cose vanno così bene con lui e così male con gli altri? L'uomo felice non si sente a volte come se avesse imbrogliato nel grande gioco della vita e, sfuggito al dolore, avesse evitato qualcosa del peso dell'esistenza che tutti dovrebbero portare secondo le loro forze? Tutti ricordiamo la squisita storia della rinuncia di Buddha: come vede il lebbroso sul ciglio della strada, il vecchio barcollante sulla strada polverosa, il cadavere portato alla sepoltura, e chiede: "La vita è sempre così?" e poi torna con gli occhi tristi al suo palazzo, e una voce nell'anima che gli dice che non ha il diritto di godere solo quando c'è così tanto da sopportare. E ricordiamo anche come quel pensiero operò nel suo cuore grazioso e tenero fino a quando sentì che non avrebbe potuto compiere il suo destino se non fosse stato anche lui addolorato; che non rattristarsi non significava condividere la vera fratellanza del mondo: e così egli va avanti nel cuore della notte, e cavalca lontano e veloce, finché giunge alla solitudine della foresta, dove mette da parte la sua regalità e diventa solo un uomo, un mendicante con il mendicante, un emarginato con l'emarginato. Fu così che Giobbe sentì in questo primo shock la sua calamità. Aveva ricevuto il bene per così tanti anni: doveva lamentarsi ora di aver ricevuto il male? Aveva ricevuto del bene; dimostri ora che la felicità non lo ha corrotto, avendo almeno la grazia della gratitudine e imparando a dire con riverenza e rassegnazione: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; benedetto sia il nome del Signore".

3.) Una cosa almeno una cosa è certa, ed è una cosa che Giobbe sente profondamente in quest'ora: che, qualunque parte la felicità possa avere nella nostra vita, il dolore è necessario per noi, come fattore del nostro sviluppo morale. Siatene certi: non ci va bene essere troppo felici. Pochi di noi possono portare la tazza piena senza rovesciarla. Anche coloro che hanno la più sottile dote naturale di tenerezza e di sentimento sono inclini a diventare orgogliosi, duri, insensibili, indifferenti alla sofferenza, incuranti della poesia più profonda della vita e delle visioni più elevate dello spirito, quando la felicità non conosce mescolanza di dolore. Ma chi non ha sentito il proprio cuore stranamente intenerirsi nell'ora della perdita? Chi non si è trovato a guardare il mondo con sguardi più dolci e pietosi dopo aver guardato negli occhi la morte? La prova di questo vero bisogno di dolore nella vita umana si vede nel fatto che tutte le grandi vite del mondo sono state le vite provate. I nomi che ci emozionano, le storie che ispirano la nostra virtù, gli episodi di eroismo che ci allietano e ci esaltano, sono tutti legati in qualche modo alla sofferenza. Non c'è, infatti, nulla nella mera felicità che sia esaltante o ispirante. Non c'è persona più poco interessante al mondo di quella che ha avuto successo nella vita. Avremmo preferito morire con Gordon nel Sudan piuttosto che fare una fortuna con i nitrati; aver fatto il lavoro che hanno fatto Livingstone o Moffat, piuttosto che aver "nutrito i gigli e giaciuto le rose" della vita con il milionario più fortunato che non ha mai conosciuto un bisogno insoddisfatto o una calamità che non poteva essere evitata. Una certa familiarità con il dolore è assolutamente necessaria per modificare l'effetto corruttore di una felicità troppo uniforme. Le grandi vite sono state di solito vite che sono state molto provate, e qui sta il loro fascino; gli uomini più grandi sono sempre stati quelli che conoscono l'uso del dolore, e hanno imparato a dire: Che cosa? Accetteremo il bene dalla mano di Dio e non accetteremo il male? Facciamo fatica a dirlo? Noi che ci definiamo cristiani lo troviamo difficile? Non dico che sia, o possa mai essere, facile; ma se siamo veramente cristiani, non mancheremo di dirlo con la grazia. Quale commento alle parole di Giobbe, infatti, c'è di così penetrante e completo come la storia di Gesù? Con una coscienza di perfetta integrità, tale che nemmeno Giobbe poteva sperare di emulare, non mormorò mai sotto il peggior colpo della calamità. Egli voltò le spalle a chi la tosava e rimase muto come un agnello davanti ai suoi tosatori. E la Sua unica parola in mezzo a tutto questo è una parola ancora più grande di quella di Giobbe; è: "Padre, non sia fatta la Mia volontà, ma la Tua". E infine, nello spirito stesso di Giobbe, Egli non accusa alcun potere malvagio di malizia, ma vede in tutta la tragedia qualcosa di permesso da Dio per i Suoi fini supremi e benedetti, e sa che attraverso il male degli uomini il proposito di Dio sarà adempiuto, e la bontà di Dio troverà una rivendicazione finale e completa

4.) Noto infine, quindi, che ci sono due tipi di pace possibili per noi: la pace dei fatti e la pace dei principi. La pace dei fatti non è che un'altra frase per lo stoicismo. È in un certo senso la pace della natura: gli elementi naturali ostinati in noi che si raccolgono e si induriscono sotto la sventura, e rifiutano di cedere. In tutte le epoche del mondo questo tipo di pace è stato possibile agli uomini. È sempre possibile per noi allenarci al silenzio, alla silenziosa resistenza al colpo del destino, e resistere all'infinito. Ma la pace più alta è la pace di principio, e questa è la pace di Cristo. Non è negativo, ma positivo. La pace dei fatti è la pace di Prometeo sotto l'ingiusta ira del Cielo; la pace di principio è la pace di Giobbe, nel senso che Dio è buono. È sostenuta dalla nostra fede in certi principi e verità supreme, la principale delle quali è l'illimitata bontà e l'infallibile saggezza di Dio. È la pace della conquista; la pace della visione interiore; la pace della speranza giustificata e risoluta. (W. J. Dawson.)

Bene e male relativi nella vita umana:

Le cose che sono cattive a nostro avviso possono essere la nomina dell'unico Dio saggio. Molte di queste cose accadono nella vita umana, e riconciliare le nostre menti con esse è un grande obiettivo, e uno degli effetti più felici della religione. Il pensiero suggerito dal testo, che riceviamo molte benedizioni da quel Dio che a volte ritiene opportuno visitarci con angoscia, è felicemente adattato per raggiungere questi fini

(I.) Le benedizioni che Dio ci ha conferito sono molto più numerose degli eventi dolorosi che Egli può aver permesso che ci accadessero. Ricordate le benedizioni dell'esistenza, quel rango onorevole che noi abbiamo tra le creature. Ricordate la Sua cura genitoriale. E non dimentichiamo i Suoi benefici più preziosi, che rispettano le nostre preoccupazioni più importanti ed eterne: il provvedimento che Egli ha preso per la nostra istruzione, il nostro miglioramento, il nostro conforto spirituale e la nostra felicità eterna. Ora contate tutti i mali che avete sperimentato nel corso della vita. Non scompaiono in un certo senso in mezzo a queste innumerevoli benedizioni? L'uomo è davvero nato per i guai. Una struttura materiale e uno stato imperfetto, le nostre passioni irregolari o le passioni degli altri, devono necessariamente essere fonti di molti mali. Ma quanti pochi di questi cadono sulla sorte di un singolo individuo

(II.) Il bene che abbiamo ricevuto è indicibilmente grande e importante; I mali che abbiamo sofferto sono relativamente lievi e insignificanti. Quanto sono preziosi i doni della ragione, della memoria, del giudizio. Quanto sono eccellenti i sentimenti e gli affetti del cuore. Ancora più preziose sono le nostre benedizioni spirituali. Rispetto a tutti questi in termini di peso e importanza reali, quali sono tutti i mali che ora sperimentiamo? Esse raggiungono solo la nostra natura mortale e sono limitate al periodo della vita presente. Qual è stata la quantità dei mali che hai ricevuto dalla mano di Dio? Può darsi che vi abbia privato dei beni di questo mondo; o allontanati da voi amici teneri e affettuosi; o ti visitava con angoscia fisica e dolore. Se Dio ci ha continuato a dare benedizioni di altissimo valore, osiamo lamentarci se le mescola con lievi afflizioni che non fanno altro che impartire alcuni dei piaceri di uno stato presente?

(III.) La bontà di Dio è incessante e ininterrotta; Tutti i mali che manda sono occasionali e temporanei. Un esercizio continuo di potenza e di bontà ci preserva nell'essere, Dio fornisce incessantemente i mezzi di vita. In ogni momento della nostra vita gustiamo e vediamo la bontà di Dio. Ma è in questo modo che Dio ha dispensato i Suoi giudizi e le Sue afflizioni? È solo occasionalmente che sentiamo la mano castigatrice di Dio. E la sofferenza raramente è di lunga durata

(IV.) Il bene che riceviamo dalla mano di Dio è del tutto immeritato; i mali che sperimentiamo sono ciò che giustamente meritiamo. Sempre inutili, troppo spesso ingrati, in molti casi disobbedienti e ribelli, non possiamo immaginare un diritto che dovremmo avere sulla bontà di Dio. Eppure, in mezzo a tutta questa indegnità e demerito, innumerevoli e inestimabili benedizioni ci sono state conferite. Ricordate i mali che abbiamo sperimentato nel corso della vita, e dite se non sono i requisiti di una perfetta giustizia, e nel complesso molto meno severi di quanto meritiamo. Non possiamo spesso ricondurre alla nostra follia e perversità quelli di cui ci lamentiamo più forte? E le nostre fragilità umane non giustificano forse Dio se si compiacesse di mandare mali ancora più gravi di quelli che abbiamo sperimentato? La considerazione del bene che riceviamo non dovrebbe semplicemente mettere a tacere i mormorii del malcontento, ma dovrebbe riconciliare le nostre menti con le afflittive dispensazioni della Sua provvidenza. La bontà di Dio ci dà una giusta visione del Suo carattere e pone le basi per la fiducia in Lui. Se quel Dio che ci ha dato prove così indiscutibili della Sua bontà ritiene opportuno visitarci con il male, deve essere con un disegno gentile e benevolo, per un fine grazioso e importante. Qualunque angoscia ci venga assegnata, o in quali situazioni difficili possiamo trovarci, tuttavia la Sua bontà, la Sua amorevole benignità vengono ancora esercitate verso di noi. I nostri sentimenti e affetti verso Dio saranno regolati da qualche raro atto della Sua provvidenza verso di noi, piuttosto che dalla Sua condotta uniforme che si protrae a lungo? Questo sarebbe sicuramente molto irragionevole. (Robert Bogg, D.D.)

I mali della vita:

L'esperienza ci convincerà che la felicità pura non è mai stata intesa come la porzione dell'uomo nel suo stato attuale. Il bene e il male della vita sono così intimamente connessi tra loro che, mentre perseguiamo l'uno, spesso incontriamo inevitabilmente l'altro. Non c'è condizione di vita che non abbia i suoi problemi e i suoi inconvenienti. Né i virtuosi né i saggi, né i dotti né i prudenti, nel loro pellegrinaggio attraverso la vita, possono evitare del tutto quelle rocce che spesso si rivelano così fatali per la pace della mente. Il dolore, in una certa proporzione, è sempre infuso come ingrediente essenziale nella tazza di cui è designato per tutti gli uomini da bere. Una convinzione generale della saggezza e della bontà della Provvidenza dovrebbe, in una certa misura, riconciliarci con le difficoltà e le miserie a cui siamo sottoposti mentre continuiamo in questa vita. Ma la nostra persuasione della rettitudine di Dio non si basa semplicemente su principi generali. La nostra ragione, assistita dalla rivelazione, è in grado di scoprire diversi saggi propositi ai quali risponde nel modo più efficace l'attuale mescolanza del bene e del male nel mondo. Chiama all'azione le facoltà della mente e obbliga gli uomini a scrollarsi di dosso quelle abitudini di indolenza e di inattività che sono così fatali per l'ulteriore miglioramento dell'anima. Per la felicità dell'uomo, in quanto essere ragionevole, è necessario che le sue diverse facoltà siano tutte debitamente esercitate su oggetti adatti allo stato particolare di ciascuno. Solo un mondo di difficoltà e di inconvenienti darebbe lavoro a tutte le nostre forze. C'è in ogni uomo un principio naturale di indolenza, che lo rende avverso agli sforzi di ogni genere, ma particolarmente a quelli del pensiero e della riflessione. La prosperità ininterrotta tende ad aumentare questa indolenza naturale. Gli inconvenienti servono a velocizzare la nostra invenzione e ad eccitare la nostra industria, nello scoprire con quali mezzi possiamo rimediare più efficacemente a questi inconvenienti

(I.) I mali della vita ci aprono gli occhi e ci rendono sensibili ai veri bisogni. Ci costringono a raccogliere tutte le nostre forze e a raccogliere tutta la nostra risoluzione per resistere. Le perdite e le delusioni spingono gli uomini a una maggiore diligenza e assiduità. Le difficoltà servono a formare le nostre anime ad abitudini di attenzione, di diligenza e di attività. Gli ostacoli danno una nuova molla alla mente. Le difficoltà superate aumentano il valore di eventuali acquisizioni che potremmo aver effettuato

(II.) I mali della vita esercitano e migliorano le virtù del cuore. Il mondo, in quanto stato di disciplina morale, sarebbe inadeguato al suo scopo se tutti gli eventi che ci accadono fossero di un solo tipo. La situazione più favorevole al progressivo miglioramento del carattere umano è uno stato misto di bene e di male. La prosperità dà l'opportunità di praticare la temperanza e la moderazione in tutte le cose. Le calamità sono ugualmente favorevoli agli interessi della virtù nel cuore umano. Correggono la leggerezza e la sconsideratezza. L'avversità mette a dura prova la vana e arrogante presunzione. Una paziente rassegnazione al beneplacito dell'Onnipotente deve parimenti essere annoverata tra i felici frutti prodotti dalle afflizioni. Le avversità ci disimpegnano da questa vita, dirigono la nostra attenzione e innalzano le nostre vedute verso un altro mondo migliore. Possiamo quindi dedurre quanto sia nostro dovere accettare la saggezza e la bontà della Provvidenza, che ha stabilito la mescolanza del bene e del male in questo stato di prova della nostra esistenza. (W. Shiels.)

Sulla mescolanza del bene e del male nella vita umana:

Un miscuglio di piacere e dolore, di dolore e gioia, di prosperità e avversità, è incidente nella natura umana. Che ci sia una varietà di bene e di male nel mondo, di cui ogni uomo che vi entra partecipa in un momento o nell'altro, non richiede altra prova che desiderare che ogni individuo rifletta sui vari cambiamenti che possono aver avuto luogo nel corso della sua vita, e poi determini da sé se il mondo è sempre andato liscio o bruscamente con lui. Sembra che alcune persone attraversino la vita più piacevolmente di altre. Alcuni sembrano incontrare un uso duro da tutte le parti. Si possono dare le ragioni della mescolanza del bene e del male nella vita umana

(I.) Questa vita è destinata a uno stato di prova e di processo. È per la mescolanza che accadde al santo Giobbe che veniamo a conoscenza del suo vero carattere. Se una volta fosse stato meno sotto la verga dell'afflizione, o in un'altra meno trattato con gentilezza dall'Onnipotente, non si sarebbe dimostrato quell'"uomo perfetto e retto" che il suo comportamento in entrambi gli stati aveva scoperto che fosse. Con mezzi simili sono stati dimostrati uomini buoni in tutte le epoche del mondo; la provvidenza di Dio che rendeva la loro condizione a volte prospera e a volte dolorosa, come il modo più sicuro per provare la loro virtù e confermare la loro fede

(II.) La mescolanza del bene e del male ci impedisce di costruire troppo sulla prosperità, o di sprofondare troppo facilmente nella disperazione nelle avversità; entrambe le cose, con la certezza della loro continuazione, metterebbero in pericolo il nostro abbandono di ogni dipendenza e speranza dalla provvidenza dominante di Dio. A causa dell'incertezza delle cose qui, le persone di maggior successo e felici sono tenute in un certo timore reverenziale per paura di un cambiamento di condizione e di circostanze; mentre i più sfortunati possono vivere nella costante speranza di un sollievo dai loro guai; ed entrambi devono essere così insegnati a una dovuta dipendenza da Dio in ogni stato e condizione di vita

(III.) Questo miscuglio di bene e male ci spinge a guardare avanti e a sforzarci di ottenere uno stato più fisso e immutabile di quello che tocca al nostro destino attuale. Se dovessimo ricevere qui solo del bene, non c'è dubbio che penseremmo che sarebbe un bene per noi essere sempre qui; ma a causa della mescolanza dei mali sono pochi quelli che non sarebbero lieti di scambiare una condizione peggiore con una migliore. Cosa dobbiamo fare per rilassarci in queste mutevoli condizioni? Non desideriamo certo tornare a quei godimenti incostanti che potrebbero esserci improvvisamente tolti; ma piuttosto sforzarsi di ottenere quelli di natura più duratura. La ragione ci insegna che le cose deperibili e soggette a cambiamento non sono degne di essere paragonate a quelle più durevoli, e sempre uguali. Dio si compiace di affliggere i Suoi più grandi favoriti, di renderli più seri nella loro ricerca della felicità futura, nonché di qualificarli per il raggiungimento dei suoi gradi superiori. (C. Moore, D.D.)

Bene e male:

Il nostro uso di queste parole è molto permissivo. C'è un senso in cui è impossibile per noi ricevere ciò che è male dalla mano di Dio. C'è un senso in cui parliamo di Lui come di uno da cui provengono tutti i doni buoni. I termini bene e male possono essere assoluti o relativi. Una cosa può essere in sé assolutamente buona, mentre a me può essere relativamente ciò che sembra cattivo. Potrei essere individualmente un sofferente per ciò che è per il bene generale. D'altra parte, ciò che è assolutamente malvagio può essere per me relativamente una fonte di vantaggio. Le stanze dei malati della razza umana sono le aule scolastiche della compassione, e i campi di battaglia del mondo sono i campi di addestramento dell'eroismo. Distinguiamo tra ciò che è in sé intrinsecamente buono e cattivo e ciò che è per noi nella nostra esperienza buono e cattivo. Da questa distinzione dipenderanno molte delle nostre relazioni con Dio. Dio ha posto l'uomo sulla terra in un universo dotato di infinite possibilità, e ha lasciato che l'uomo scoprisse queste possibilità da solo; e l'uomo, fino a quando non li ha scoperti, si è costantemente ferito per ignoranza, e ha spesso scambiato ciò che era stato creato per il suo beneficio e lo ha considerato una maledizione. Prendiamo, ad esempio, un'energia come l'elettricità. Quali erano i pensieri delle generazioni ormai sepolte da tempo quando guardavano il cielo estivo ardente di fuoco, o si fermavano accanto alle rovine annerite di qualche fattoria colpita? Sognavano allora, nella loro ignoranza, che questa stessa forza avrebbe un giorno fatto balenare l'intelligenza da un polo all'altro e portare un debole sussurro sulla sua docile corrente? Non sembrava loro allora nient'altro che pura bellezza, nient'altro che crudele violenza? Non ci sembra ora una sapienza infinita? L'uomo deve imparare l'uso delle armi nell'arsenale di Dio e, finché non ne ha imparato l'uso, non sa cosa siano, le applica male e spesso si ferisce, poi si ribella e invoca la crudeltà di Dio. L'uomo saggio, cioè l'uomo religioso, che argomenta da ciò che sa a ciò che non sa, crede che la sapienza e la bontà di Dio risplenderanno presto alla luce della conoscenza successiva. Dio avrebbe potuto solo fare l'uomo come lo ha fatto, un bambino negli anni eterni, e metterlo in mezzo a leggi, forze e poteri, l'uso di tutti e di ciascuno per essere appreso dall'esperienza. (W. Covington, M.A.)

Male dalla mano di Dio:

La storia di Giobbe dimostra...

1.) L'instabilità di tutte le faccende umane, l'incertezza di ogni possesso terreno

2.) Che il migliore degli uomini possa essere il più afflitto. Le afflizioni non sono una prova certa del dispiacere divino né che gli afflitti siano persone ingiuste

3.) Affinché, per scopi saggi e misericordiosi, Dio, possa affliggere i Suoi servi, non li abbandonerà nelle loro afflizioni, ma farà in modo che gli eventi più dolorosi operino per il loro bene e finiscano nella loro felicità. Tutto mostra che la vita presente non è uno stato di godimento ininterrotto, ma di prova e disciplina; Una scena mista, in cui piacere e dolore, gioia e dolore, prosperità e avversità, si mescolano. E le Scritture insegnano questi sentimenti, e mostrano quegli esempi di virtù sofferente, che sono calcolati per offrire all'uomo buono sostegno e conforto in tutte le prove e le afflizioni della vita. Il nostro testo suppone che il male come il bene provengano dalla mano di Dio, e che dovremmo ricevere, o accettare, l'uno dalla Sua mano così come l'altro

(I.) Mostrate che il male e il bene vengono dalla mano di Dio. Che le cause seconde operino nel produrre i mali che avvengono, e che le creature ne siano gli strumenti, non è una ragione per cui non debbano essere considerate come provenienti dalle mani di Dio. Il governo di Dio è portato avanti, e i Suoi disegni sono realizzati, per mezzo di cause seconde. Quando si parla di cause seconde, si suppone sempre una causa precedente, da cui dipendono e a cui sono sottomesse. In altre parti della Scrittura si dice che il male e il bene provengono dalla mano divina Giudici 2:15; 2Samuele 12:11; 1Re 9:9; 2Re 6:33; Neemia 13:18; Isaia 45:7; Geremia 4:6; Amos 3:6; Michea 1:12, ecc.) . Tutte le cose, sia il male che il bene, sono sotto il governo di Dio. Per male si intende tutto ciò che è doloroso; con il bene, tutto ciò che è piacevole. Il peccato, quello che viene chiamato male morale, non può esistere in Dio, né procedere da Lui. Le azioni sono giuste o malvagie a seconda delle opinioni e delle motivazioni dell'attore. Il peccato esiste solo nella creatura, e procede interamente dalla creatura: consiste in ciò che è contrario alla volontà di Dio. È chiamato male perché è doloroso e amaro nei suoi effetti. Dio ha costituito l'uomo in modo tale e ha collegato cause ed effetti nel mondo morale, che tutto ciò che è moralmente sbagliato produce dolore e miseria. La sua sapienza e bontà in questa costituzione delle cose è manifesta

(II.) Quelle considerazioni che dovrebbero disporci, con devota sottomissione, a ricevere il male dalla mano di Dio, così come il bene

1.) Tutto è sotto la direzione di un Essere che è infinitamente saggio, potente e buono. Egli è troppo saggio, giusto, buono e misericordioso per infliggere a una qualsiasi delle Sue creature più dolori e sofferenze di quanti ne siano misericordiosi

2.) Sembra che una certa misura di male sia necessaria nello stato attuale dell'uomo per la sua disciplina e il suo miglioramento, e per prepararlo a un godimento più elevato. La vita presente è solo l'infanzia della nostra esistenza. Il nostro Padre ci assegna non ciò che è più gratificante, ma ciò che migliorerà il nostro miglioramento. Il male è incluso nei mezzi che Dio impiega per addestrare i Suoi figli all'immortalità e alla gloria. I più grandi personaggi si sono formati alla scuola delle avversità. L'uomo è formato per essere il figlio e l'allievo dell'esperienza, per acquisire conoscenza dalla pratica, per diventare virtuoso e felice mediante il libero esercizio dei poteri che Dio gli ha dato, e così il male sembra inevitabile fino a quando, istruito dall'esperienza, l'uomo sceglie solo il bene ed è preparato per il pieno godimento di esso

3.) Agisce la mano di Dio, riceviamo continuamente molto bene. Qualunque male sperimentiamo, il godimento è preponderante. Il corso ordinario delle cose è uno stato di godimento, di cui il male è un'infrazione. I mali che lamentiamo non sono che una diminuzione del bene che riceviamo; Perciò è giusto che siamo sempre rassegnati e grati. Gran parte dell'uomo malvagio sente di creare a se stesso con i suoi desideri irragionevoli e le sue idee e sentimenti errati

4.) A rigor di termini, nulla è male in quanto proviene dalla mano di Dio. Lo chiamiamo male perché ci provoca dolore e sofferenza. Sotto il governo di Dio non c'è il male assoluto. Il male è parziale e temporaneo; la sua portata è limitata; Ha avuto un inizio e finirà nella felicità universale

5.) L'osservazione e l'esperienza possono insegnarci che, in molti casi, Dio ha reso il male produttivo del bene. Guarda le storie di Giobbe e di Giacobbe

6.) Poiché Dio ha reso alcuni dei più grandi mali produttivi di bene, è razionale concludere che Egli renderà tutto il male asservito e produttivo di bene. Questa conclusione nasce naturalmente da una giusta visione del Suo carattere, delle Sue perfezioni e del Suo governo. Imparate, dunque, a guardare al di sopra delle creature, a guardare attraverso tutte le cause seconde; vedere Dio in tutte le cose e tutto in Dio. Rassegniamoci sempre alla sua volontà, riponiamo in Lui tutta la nostra fiducia e devotiamogli completamente. Attendiamo con ansia il tempo felice in cui il male non ci sarà più; ma la vita, la pace, la gioia e la felicità saranno universali ed eterne. (Anon.)

Sulla sottomissione alla volontà divina:

Nelle angustie della vita umana, la religione svolge due funzioni: ci insegna come dobbiamo sopportarle; e ci aiuta a sopportarli in tal modo. Dal testo emergono naturalmente tre istruzioni

(I.) Questa vita è uno stato misto di bene e male. Questo è un dato di fatto. Nessuna condizione è del tutto stabile. Ma la maggior parte dell'umanità scopre tanta fiducia nella prosperità, e tanta impazienza al minimo contrario, come se la provvidenza avesse prima dato loro l'assicurazione che la loro prosperità non sarebbe mai cambiata, e poi avesse ingannato le loro speranze. Ciò che la ragione insegna è adattare la nostra mente allo stato misto in cui ci troviamo posti; a non presumere mai, a non disperare mai; di essere grati per i beni di cui attualmente godiamo e di aspettarci i mali che potrebbero succedere

(II.) Sia i beni che i mali provengono dalla mano di Dio. Nel mondo di Dio, né il bene né il male possono accadere per caso. Colui che governa tutte le cose deve governare le cose più piccole come le più grandi. Come avvenga che la vita contenga un tale miscuglio di beni e di mali, e questo, per disposizione di Dio, dà luogo a una difficile indagine. La Rivelazione ci informa che la mescolanza dei mali nella condizione dell'uomo è dovuta all'uomo stesso. La sua apostasia e la sua corruzione aprirono le porte del tabernacolo delle tenebre e ne uscì l'infelicità. Il testo indica l'effetto che deriverà dall'imitare l'esempio di Giobbe, e riferire alla mano dell'Onnipotente i mali che subiamo, così come i beni di cui godiamo. Soffermarsi sugli strumenti e sui mezzi subordinati dei nostri problemi è spesso causa di molto dolore e di molto peccato. Quando consideriamo le nostre sofferenze come provenienti semplicemente dai nostri simili, la parte che essi hanno agito nel portarle su di noi è spesso più irritante della sofferenza stessa. Mentre se, invece di guardare agli uomini, vedessimo la croce come proveniente da Dio, queste circostanze aggravanti ci colpirebbero meno; non sentiremmo altro che un vero e proprio peso; Ci sottometteremmo ad essa con più pazienza. Quando Giobbe ricevette la sua correzione dall'Onnipotente in persona, il tumulto della sua mente si placò; e con rispettosa compostezza poteva dire: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto", ecc

(III.) Noi che riceviamo il bene dalla mano di Dio, dovremmo ricevere con pazienza i mali che Egli si compiace di infliggere. Considera-

1.) Che le buone cose che Dio ha elargito offrono prove sufficienti per la nostra convinzione che i mali che Egli manda non sono afflitti senza causa o arbitrariamente. Nel mondo che abitiamo, contempliamo i segni evidenti della bontà predominante. Che cosa se ne deve trarre la conclusione, se non che, in quelle parti dell'amministrazione divina che ci appaiono aspre e severe, la stessa bontà continua a presiedere, anche se esercitata in modo nascosto e misterioso?

2.) Che le cose buone che riceviamo da Dio sono immeritate, i mali che soffriamo sono giustamente meritati. Tutti, è vero, non hanno meritato il male allo stesso modo. Eppure tutti noi lo meritiamo più o meno. Non solo tutti noi abbiamo fatto del male, ma Dio ha un giusto titolo per punirci per questo. Quando Egli ritiene opportuno toglierci le cose buone, non ci viene fatto alcun torto. Averli goduti così a lungo è stato un favore

3.) I beni che in tempi diversi abbiamo ricevuto e goduto sono molto più grandi dei mali che soffriamo. Di questo fatto può essere difficile persuadere gli afflitti. Pensate a quante benedizioni, di diverso tipo, avete gustato. Sicuramente si presentano più materiali di ringraziamento che di lamento e lamentela

4.) I mali che soffriamo sono raramente, o mai, senza un qualche miscuglio di bene. Come non c'è condizione sulla terra di pura felicità non mescolata, così non c'è nessuno così miserabile da essere privo di ogni comodità. Molte delle nostre calamità sono puramente immaginarie e auto-create; derivanti da rivalità o concorrenza con altri. Rispetto alle calamità inflitte da Dio, la sua provvidenza ha fatto questa costituzione misericordiosa che, dopo il primo scosso, il peso a poco a poco si alleggerisce

5.) Abbiamo persino motivo di credere che i mali stessi siano, sotto molti aspetti, buoni. Se sopportati con pazienza e dignità, migliorano e nobilitano il nostro carattere. Mettono in pratica molte delle virtù virili ed eroiche; e con la costanza e la fedeltà con cui sosteniamo le nostre prove sulla terra, preparaci per le più alte ricompense in cielo. (Hugh Blair, D.D.)

Sottomissione sotto le afflittive dispense della provvidenza:

(I.) Il sentimento di questa inchiesta. Possiamo definire il male come qualcosa fatto o sofferto da noi che è contrario allo scopo originale di Dio nella nostra creazione e alla costituzione originale della nostra natura. Quindi c'è il peccato, o male morale. C'è il male fisico, nelle innumerevoli infermità, dolori e sofferenze della vita. Tutto il male che esiste nel mondo o è peccato in sé, o peccato nelle sue conseguenze. Ma sebbene le afflizioni siano la prova dell'esistenza del peccato e la punizione della sua commissione, possono essere annullate a vantaggio morale. Possiamo considerare Giobbe come se proponesse la domanda: Noi, mortali peccatori, deboli ed erranti, che abbiamo perso tutti i diritti alle benedizioni della provvidenza, riceveremo solo il bene da Dio e saremo esenti dai mali, che per i nostri peccati meritiamo più giustamente? Non avremo forse un miscuglio di giudizio e misericordia, di castigo e favore?

(II.) La ragionevolezza di questo sentimento

1.) Ci meritiamo il male. Ci siamo lapidati. Se vedessimo e sentissimo, come dovremmo, l'estrema peccaminosità del peccato, la nostra domanda sarebbe: "Accetteremo forse qualcosa di buono dalla mano di Dio?"

2.) Spesso incorriamo nel male con la nostra stessa condotta. Le vie che le moltitudini perseguono portano dolore e disastri, malattie e difficoltà. Quante delle miserie dell'umanità derivano tutte dal peccato, dall'indulgenza viziosa, da una condotta sconsiderata di dissipazione, o dalla pura follia e imprudenza! L'Essere Divino non era tenuto per giustizia a prevenire lo stato disordinato dell'uomo, né ad arrestare i suoi mali, quando si erano verificati

3.) Siamo in uno stato di libertà vigilata. Le prove formano una prova di carattere, una prova di principi, una vagliatura dei motivi. Le afflizioni hanno lo scopo di promuovere il nostro miglioramento morale

(III.) Lo spirito dell'indagine di Giobbe. È il linguaggio della devota sottomissione. È il linguaggio della speranza celeste e dell'alta fiducia in Dio. Giobbe nutriva una profonda venerazione per il carattere divino e una fiducia acuta nell'infinita bontà e fedeltà. (Henry H. Chettle.)

Il bene nel male:

(I.) Qual è il significato dell'appello di Giobbe? L'appello si riferisce più a noi stessi che a Dio. L'intera connessione si basa sullo stato del destinatario. La domanda si rivolge a noi stessi. Dio non è in alcun modo l'autore del male. Tutto ha avuto origine dalla creatura. La parola male qui si riferisce al male fisico. Giobbe sta parlando delle proprie sofferenze. Il significato e la forza di questo appello si vedono nell'attenzione al significato della parola "ricevere". Ricevere è molto diverso da sottomettere. La ricezione è solitamente impiegata in senso buono. Ricevi ciò che è buono. Suppone una volontà da parte del soggetto, specialmente quando il termine è impiegato dalla persona stessa. Benediremo Dio per il bene e non per il male? Non gli daremo credito per entrambi?

(II.) Argomenti suscettibili di indurre questo stato d'animo. Poiché Dio ci dà il bene, quando giunge una dispensazione di carattere apparentemente diverso, dovremmo essere lenti a dire che è di carattere diverso nelle sue conseguenze. Quando arrivano i problemi e le sofferenze, dovremmo dedurre che sono intesi per il nostro progresso nel bene. Tutto il bene che abbiamo ha viaggiato fino a noi attraverso un'intensità di sofferenza; si applica a noi e ci viene attraverso la sofferenza

1.) Il bene ci è stato procurato attraverso la sofferenza. Un Salvatore sofferente

2.) Il bene ci viene applicato attraverso il male. Se soffriamo con Cristo, saremo glorificati con Lui

3.) Il bene si consuma per noi attraverso il male. (Capel Molyneux, B.A.)

Sul dovere di dimissioni:

(I.) Fino a che punto ci è permesso di piangere per le nostre calamità: o fino a che punto il dolore è coerente con uno stato di rassegnazione. Il cristianesimo può regolare il nostro dolore, come fa con ogni altra passione; ma non pretende di estinguerla. Le cose ingrate e sgradite ci faranno un'impressione dura e ingrata . La nostra sensibilità, sia di gioia che di miseria, sorge in proporzione alla nostra ingegnosità. Un uomo di corporatura più grossolana disprezzerà quelle afflizioni che ricadono pesantemente su una disposizione più raffinata. Una prelibatezza troppo raffinata, tuttavia, è un estremo quasi altrettanto cattivo, quanto una stupidità insensibile. È permesso, è persino lodevole per noi sentire un generoso movimento dell'anima, ed essere toccati dalle angosce degli altri. A volte il dolore può anche essere necessario per togliere ogni durezza del cuore e per renderlo più flessibile e duttile, sciogliendolo. Se il nostro sentimento di sé è il fondamento del nostro empatismo, allora, non appena la ragione potrà risplendere in tutta la sua forza, le virtù dell'umanità e della tenerezza di cuore germoglieranno, come da un terreno volenteroso, in una mente preparata e intenerita dal dolore. I primi sussulti e le prime sortite di dolore, sotto qualsiasi calamità, sono sempre perdonabili; È solo un lungo e continuo corso di dolore, quando l'anima rifiuta di essere consolata, che è imperdonabile. Ed è assolutamente imperdonabile quando non ha alcuna proporzione con la sua vera causa. La malinconia nell'eccesso è uno spirito maledetto. I violenti dolori tempestosi sono come gli uragani; presto si consumano, e tutto è presto di nuovo chiaro e sereno. C'è più pericolo da un dolore silenzioso e pensieroso, che, come una nebbia lenta e persistente, continuerà a lungo e cancellerà il volto della natura tutt'intorno. Dobbiamo guardarci da ogni abitudine consolidata al dolore. È nostro dovere promuovere la felicità sociale. L'allegria e l'inoffensiva piacevolezza ci rendono gradevoli agli altri, mentre l'abituale malinconia smorza il buon umore della società. Non godere con gioia delle benedizioni che ci rimangono, non significa trattarle per quello che sono, cioè per quello che sono, e quindi per quello che sono materia di gioia e di compiacimento. Il dolore è criminale quando abbiamo poco o nulla che ci tormenta, ma qual è il più grande tormentatore di tutti, il nostro spirito inquieto. Coloro che si lamentano continuamente degli inconvenienti sembrano incapaci di gustare nient'altro che il paradiso; per il quale un temperamento lamentoso non li preparerà affatto

(II.) Su quali principi deve essere fondata la nostra rassegnazione a Dio. Giobbe aveva piena fiducia nel fatto che avrebbe fatto sì che la somma della sua felicità, qui o nell'aldilà, superasse di gran lunga quella della sua miseria. Fondare la virtù sulla volontà di Dio, imposta da sanzioni appropriate, è fondarla su una roccia. Gli argomenti basati sulla bellezza non dotata della virtù e sull'idoneità astratta delle cose sono di una consistenza troppo fine e delicata per combattere la forza delle passioni o per resistere all'urto dell'avversità. Le speranze di un mondo migliore possono da sole renderci questo tollerabile. Sappiamo poco di uno stato futuro dalla luce della natura. La rivelazione ha ampliato le nostre vedute, ci assicura, ciò che la ragione non ha mai potuto dimostrare, una pienezza di perdono al nostro pentimento e un godimento ininterrotto della chiara felicità, della verità e della virtù, nei secoli dei secoli. Ciò che dobbiamo sentire come uomini, possiamo sopportarlo più degli uomini, attraverso la grazia di Dio

(III.) Alcune regole per l'esercizio di questo obbligo di sottomissione

1.) Non aspettarti la felicità perfetta. Ciò non dipende solo da noi stessi, ma da una coincidenza di diverse cose che raramente colpiscono bene

2.) Se non vuoi essere troppo turbato per la perdita di qualcosa, fai attenzione a mantenere i tuoi affetti disimpegnati. Non appena hai posto i tuoi affetti troppo intensamente oltre un certo punto su qualsiasi cosa al di sotto, da quel momento puoi datare la tua infelicità. Ci appoggiamo alle cose terrene con uno stress troppo grande, la cui conseguenza è che, quando ci scivolano da sotto i piedi, la nostra caduta è più dolorosa, in proporzione al peso e allo stress con cui abbiamo fatto affidamento su di esse

3.) Rifletti sui vantaggi che hai piuttosto che soffermarti sempre su quelli che non hai. Rivolgi i tuoi pensieri al lato positivo delle cose. Conduci una vita che non conosce alcun vuoto nei sentimenti generosi, e allora "lo spirito dell'uomo sosterrà le sue infermità". Quanti sono più miserabili di te!

4.) Riflettete, quanto è ragionevole, che le nostre volontà dovrebbero essere conformi e rassegnate al Divino. Guardate dunque a questo mondo come a un unico grande oceano, dove molti naufragano e si perdono irrimediabilmente, altri sono sballottati e fluttuanti, ma nessuno può assicurare a se stesso, per un tempo considerevole, una futura calma indisturbata. La nave, tuttavia, è ancora a vela e, che il tempo sia bello o brutto, ci avviciniamo ogni minuto di più e dobbiamo raggiungere presto la riva. E che sia il rifugio dove saremmo noi! Allora capiremo che ciò che abbiamo scambiato per e erroneamente chiamato disgrazie, erano, secondo la vera valutazione delle cose, vantaggi, vantaggi inestimabili. Quando tutti i mezzi umani falliscono, la Divinità può ancora, in caso di emergenza straordinaria, adattare i Suoi soccorsi alle nostre necessità. (J. Seme, M.A.)

Sottomissione in caso di afflizione:

Il valore dei precetti scritturali è spesso messo in dubbio a causa del ritardo con cui si manifestano i loro risultati favorevoli; infatti i buoni effetti dell'obbedienza sono spesso attesi invano, e il perseguimento della rettitudine è accompagnato da decisi inconvenienti e sofferenze. In tali circostanze dobbiamo armarci contro lo scherno dell'incredulo; e le osservazioni di coloro che cercano scuse per la pratica del male; e le suggestioni dei nostri cuori peccatori. Non sono rari i casi di intere vite trascorse, senza alcuna ombra di ricompensa per la più assidua e scrupolosa osservanza dei comandi dell'Onnipotente. Allora è che gli uomini trovano gli inestimabili vantaggi di aggrapparsi alla Parola di Dio. La coerenza della bontà morale e religiosa è il dovere peculiare di un cristiano. Coloro che sentono l'imperfezione delle gioie presenti, devono fare del loro meglio per guidarsi invariabilmente dalla Parola di Dio. Le Scritture ci insegnano a sottometterci con umile rassegnazione alle dispensazioni della provvidenza. Non si può immaginare alcuno stato della società, finché tra gli uomini prevarrà una sproporzione di talento, di operosità e di virtù, in cui possiamo evitare di vedere una grande quantità di miseria intorno a noi: l'entità di questa miseria è generalmente ripartita in base al nostro grado di deficienza di una o di tutte queste qualità. Ma l'angoscia e la sfortuna possono essere dovute alle debolezze di un brav'uomo, ed è ragionevole supporre che dovremmo evitare molti castighi se facessimo diligente ricerca nel nostro cuore. I migliori degli uomini trovano abbondanti debolezze su cui esercitare la loro vigilanza, la loro abnegazione, la loro umiliazione e l'autocorrezione. Giobbe potrebbe benissimo provare apprensione per il timore che i suoi figli, nella loro prosperità, dimentichino Dio e si aggrappino alla creatura più che al Creatore. Troviamo un notevole esempio di coerenza religiosa in colui che non ha avuto il pieno beneficio della dispensazione cristiana. Si è detto che il disordine di cui Giobbe era afflitto produceva generalmente in coloro che vi erano soggetti impazienza e disperazione. Sotto gli scherni degli amici, Giobbe cadde nell'infermità e nel peccato. Il suo principale fallimento fu la vanità, che accompagnava frequentemente ogni virtù umana. Non spetta agli uomini comuni aspettarsi una particolare interferenza di Dio per riportarli alla ragione e all'umile sottomissione alla volontà divina; ma il Signore si degnò benignamente di ricordare al Suo servo il potere contro i cui decreti aveva avuto la presunzione di mormorare; e poi di mostrargli la Divina Misericordia nella restaurazione. Quale esempio offre questa bontà di Dio a Giobbe, di confidare in Lui, di servirlo e obbedirGli umilmente, di perseverare nella stretta linea del dovere, di guidarci e governarci implicitamente con la Sua Parola benedetta, in ogni prova di tentazione o di sofferenza? (M. J. Wynyard, B.D.)

In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.

Il risultato di un test parziale:

Un uomo può trovare occasioni di autocompiacimento nella sua rassegnazione all'afflizione, e di orgoglio anche al pensiero della sua umiltà. E certamente, in senso subordinato, possiamo riflettere su queste cose con piacere; con sensazioni molto diverse, almeno, da quelle con cui ricordiamo la nostra perversità e i nostri peccati. Ma il pericolo è che questa gloria non si intrometta nel luogo più alto, e diventi incongrua con quelli che dovrebbero essere i pensieri di un peccatore salvato e sostenuto dalla sola grazia. Il pericolo è che ciò arrivi a diminuire, a suo avviso, la gloria della giustizia e della santità del suo Redentore, e che indebolisca in qualche modo nella sua mente il pensiero della sua completa dipendenza, come creatura debole e indifesa, dal Suo potere e dal Suo continuo aiuto. Il pensiero straziante del penitente ristabilito, anche se non così benedetto in se stesso, è molto meno pericoloso dell'esultanza di chi, coerentemente con la verità, può "ringraziare Dio di non essere come gli altri uomini". "In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra", ammonendoci, che una scena diversa si aprirà nelle pagine seguenti. E coloro che hanno resistito a dure prove e hanno dato una testimonianza fedele e coerente, dovrebbero riflettere su quanto ciò possa essere dipeso dall'ordine delle circostanze della loro angoscia: che l'afflizione finisse dove era finita, o che non si permettesse al nemico di fare del suo peggio. È una cosa orgogliosa pensare che avrei dovuto stare in piedi, dove vediamo cadere un fratello! Perciò l'apostolo invita "quelli che sono spirituali", quando vogliono ristabilire con le loro ammonizioni o rimproveri un fratello che è sorpreso da una colpa, a farlo con spirito di mansuetudine, "considerando te stesso, per non essere tentato anche tu". (Giovanni Fry, B.A.)

La pazienza come semplice rassegnazione:

Abbiamo qui posto davanti a noi il tipo più alto e più perfetto di "pazienza", nel senso di semplice rassegnazione. È il più grande quadro mai disegnato di quella calma, senza esitazione e profonda acquiescenza alla volontà di Dio, che, per prendere in prestito le parole di Dean Stanley, era una delle "qualità che contraddistinguevano le religioni orientali, quando in Occidente erano quasi sconosciute, e che anche ora si manifestano in modo più notevole nelle nazioni orientali che tra noi". "Sia fatta la tua volontà" è "una preghiera che sta alla radice stessa di ogni religione". Essa è una delle principali richieste del Padre Nostro. Essa è profondamente incisa in tutto lo spirito religioso dei figli di Abramo, anche della razza d'Israele. Nelle parole "Dio è grande" (Allah Akbar), esprime il lato migliore del maomettanesimo, la profonda sottomissione alla volontà di un Maestro celeste. È incarnato nelle parole stesse, musulmano e islam. E noi, servi del Crocifisso, dobbiamo sentire che essere pronti a lasciare tutto nelle mani di Dio, non solo perché Egli è grande, ma perché lo sappiamo sapiente, e lo sentiamo buono, è l'essenza stessa della religione nel suo aspetto più alto. Il vescovo Butler ha ben detto che, sebbene una tale virtù passiva possa non avere campo di esercizio in un mondo più felice, tuttavia lo stato d'animo che produce, e di cui è il frutto e il segno, è il vero formato di tutti gli altri per rendere l'uomo un collaboratore attivo con il suo Dio, in una sfera più ampia, e con altre facoltà. E il tipo più elevato di tale sottomissione lo abbiamo posto davanti a noi in Giobbe. Povero com'è ora, è ricco di fiducia e di vicinanza al suo Dio; e le anime cristiane, addestrate nell'insegnamento dei secoli cristiani, sentiranno che se c'è un Dio e Padre sopra di noi, è meglio aver provato verso di Lui ciò che si sentiva Giobbe, piuttosto che essere stato il signore di molti schiavi e greggi e armenti, e il possessore di una felicità senza nuvole su una terra felice. (Dean Bradley.)

Presentazione:-

Quando Tiribazo, un nobile persiano, fu arrestato, dapprima estrasse la spada e si difese, ma quando lo accusarono in nome del re e lo informarono che venivano dal re, egli cedette volentieri. Seneca persuase il suo amico a sopportare la sua afflizione in silenzio, perché era il favorito dell'imperatore, dicendogli che non gli era lecito lamentarsi mentre Cesare era suo amico. Così dice il cristiano. Oh, anima mia! stai zitto, stai fermo; tutto è nell'amore, tutto è frutto del favore divino. (Thomas Brooks.)

Fare amicizia con l'inevitabile:

C'è un vecchio detto: "Il passato cura le cure passate". È questo un proverbio che appartiene solo al mondo, o può ricevere un'applicazione cristiana? Sicuramente è descrittivo della grazia della vera rassegnazione. A volte si sente parlare di "inchinarsi all'inevitabile"; ma il cristiano conosce un modo migliore che inchinarsi all'inevitabile: ne fa uso. C'è un passaggio meraviglioso in Mill on the Floss di George Eliot che illustra il mio significato. L'onesto Luca si sforza di confortare il povero mugnaio rovinato e paralizzato. «Aiutami a scendere, Luca, andrò a vedere tutto», disse il signor Tulliver, appoggiandosi al bastone e tendendo l'altra mano verso Luca. «Sì, signore», disse Luca porgendo il braccio al padrone, «vi deciderete quando avrete visto tutto. Ti ci abituerai. Questo è ciò che dice mia madre della sua mancanza di respiro. Dice che ora si è fatta degli amici, anche se ha lottato duramente quando è apparso per la prima volta. Adesso si è fatta degli amici.» Fare amicizia con l'inevitabile! Questo mi sembra essere il modo dei discepoli di Cristo: l'inevitabile perde il suo pungiglione quando cerchiamo di volgerlo al ministero divino. Le avversità possono essere usate in modo tale da diventare il nostro aiuto per le cose più alte

11 CAPITOLO 2

Giobbe 2:11

Ora, quando i tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutto questo male...

Amici di Giobbe:

Avevano buone intenzioni e bontà di cuore. Abbiamo qui un esempio lampante di amicizia disinteressata

(I.) La sua costanza. Elifaz, Bildad e Zofar vennero a sapere dei rovesci che si erano abbattuti su Giobbe. L'andamento generale del mondo li avrebbe indotti a voltargli le spalle. Quando un uomo è solo e non possiede vantaggi sociali, viene trascurato. Così anche un uomo in piena salute e vigore, divertente, istruttivo, energico, è ricercato come compagno, ma quando è a terra per la malattia pochi si preoccupano della sua compagnia. Gli amici di Giobbe 101 danno un notevole esempio nella loro costanza. Le sue perdite, la sua povertà, la sua angoscia e la sua malattia non alienarono la loro amicizia o la loro stima

(II.) La sua attività. Un'amicizia oziosa è inutile. La professione va benissimo, ma in un amico è richiesto qualcosa di più della professione. Anche le parole gentili non vincoleranno i voti infranti. L'amicizia degli amici di Giobbe era attiva. Vediamo questo...

1.) Dalla fatica che si sono presi. A quanto pare vivevano a una certa distanza. Ma la distanza non è nulla per l'interesse affettuoso, e presero il viaggio con il migliore dei motivi: quello di offrire conforto e conforto

2.) Dai mezzi che hanno impiegato. Non corsero direttamente da Giobbe, ma si riunirono e si consultarono sul modo migliore per realizzare i mezzi che avevano in mente. Ciò comportava ulteriori problemi, ma dimostrò quanto fosse vero l'interesse che provavano

(III.) La sua saggezza. La simpatia è spesso mal indirizzata. Perde il suo potere e la sua efficacia a causa di una miope indiscrezione. Ci vuole molto tempo per imparare a somministrare la consolazione nel modo più accettabile. Come hanno iniziato il loro scopo? Sputando apertamente il loro scopo e il loro oggetto? Con i luoghi comuni delle condoglianze? Scuotendo saggiamente la testa e ripetendo come un pappagallo l'espressione: "Pensavamo che si sarebbe arrivati a questo! Questa è la sorte di tutti gli uomini"? Anzi, manifestarono la loro simpatia con lacrime silenziose. Tutti dobbiamo avere dolore, tutti avremo bisogno di compassione. Siamo molto grati se abbiamo amici fedeli, e sappiamo come mostrare loro il massimo rispetto. E che l'argomento ci porti ad apprezzare soprattutto la benedetta simpatia di Cristo. (J. J. S. Uccello.)

Amicizia genuina:

(I.) È stato aggravato dalle avversità. L'effetto sulle loro menti delle schiaccianti calamità che si abbatterono su Giobbe non fu quello di allontanarli da lui, ma di attirarli a sé. Le avversità sono una delle migliori prove per l'amicizia. I tedeschi hanno un proverbio: "Lasciate andare gli ospiti prima che scoppi la tempesta". I falsi amici abbandonano nelle avversità. Quando l'albero è allegro nella bellezza estiva e ricco di aromi, le api si affollano intorno ad esso e fanno musica tra i suoi rami; ma quando il fiore sarà caduto e il miele sarà esaurito, lo passeranno oltre e lo eviteranno nei loro viaggi aerei. Quando la tua casa è coperta dal sole, gli uccelli cinguettano alle tue finestre, ma nelle nuvole e nella tempesta le loro note non si sentono: tali api e uccelli sono tipi di falsi amici. Non è così con la vera amicizia; viene a te quando il tuo albero della prosperità si è seccato; quando la tua casa è ombreggiata dalle nuvole e battuta dalla tempesta. "I veri amici", dice un vecchio scrittore, "ci visitano nella prosperità solo quando sono invitati, ma nelle avversità vengono da noi senza invito". A questo riguardo, Cristo è la più alta manifestazione di autentica amicizia. Egli è disceso dai Suoi cieli luminosi a causa delle nostre avversità. "È venuto a cercare e a salvare i perduti", ecc

(II.) Era spinto ad alleviare il lavoro. L'amicizia di questi uomini non era un sentimento passeggero, un'emozione evanescente, era una forza lavorante; li ha messi a...

1.) Un lavoro di abnegazione. Lasciarono le loro case e diressero i loro passi verso la scena del loro amico afflitto. Viaggiare a quei tempi significava qualcosa di più di quanto non significhi oggi, quando i mezzi di trasporto sono così accessibili, piacevoli e veloci. E poi, senza dubbio, ci volle non poco sforzo di abnegazione per staccarsi dalle loro case, dalle loro numerose associazioni e dalle occupazioni della loro vita quotidiana. La loro amicizia significava uno sforzo di abnegazione. Questa è sempre una caratteristica dell'amicizia genuina: l'amicizia spuria abbonda nelle chiacchiere ed evapora nei sospiri e nelle lacrime; non ha lavoro in esso

2.) Un lavoro di abnegazione per dare sollievo. "Vennero a fare cordoglio con lui e a confortarlo". L'uomo può confortare l'uomo. Le espressioni di vera simpatia sono balsamo per un cuore ferito e coraggio per un'anima che viene meno. In questo aspetto dell'autentica amicizia Cristo è stato ancora una volta trascendente. "Egli è venuto a predicare la liberazione ai prigionieri, ad aprire la porta della prigione a coloro che sono legati, a fasciare quelli che hanno il cuore spezzato", ecc

(III.) Era afflitto per procura. "E quando alzarono gli occhi da lontano, e non lo riconobbero, alzarono la voce e piansero; e squarciò ciascuno il suo mantello, e spruzzò polvere sul loro capo verso il cielo". Se questo linguaggio significa qualcosa, significa sofferenza dell'anima. La sola vista delle afflizioni travolgenti del loro amico straziava i loro cuori. Siamo costituiti in modo tale che le sofferenze personali del nostro amico possono portare sofferenze al nostro cuore altrettanto grandi, e spesso più grandi

(IV.) Era teneramente reticente. Perché tacevano? A volte rimaniamo in silenzio per lo stupore; a volte perché non sappiamo quali parole pronunciare in quell'occasione; a volte perché la marea della nostra emozione sale e soffoca l'espressione. Perché quegli uomini tacevano? Per uno di questi motivi? Forse per tutti. In ogni caso, nel loro silenzio c'era saggezza: il silenzio in quell'occasione era meglio della parola. (Omilestico.)

Simpatia:

"Piangete con quelli che piangono". Proprio come dovremmo rallegrarci nella gioia degli altri, così dobbiamo rattristarci nelle sofferenze degli altri. Ci sono persone che trovano quasi impossibile farlo. Non possono né provare sentimenti per né con gli altri. Sono naturalmente antipatici. Questa esortazione arriva a tale come a un dovere. Devono imparare l'arte, e così a fondo da simpatizzare naturalmente e sinceramente. Non è una scusa per dire che non possiamo. Dobbiamo. Il dottor Dale è un esempio calzante. Ecco cosa dice suo figlio di suo padre: "Non era egoista, ma era incline a essere assorto in se stesso, assorto nei propri pensieri, e così assorto da essere incurante di quelli che incontrava, e di ciò che accadeva intorno a lui; Spesso offendeva involontariamente. La sua natura non era comprensiva. La facoltà così conferita ad alcuni, egli doveva coltivarla diligentemente e pazientemente come una delle virtù morali. Era consapevole del suo difetto e si accinse a superarlo, non come una semplice infermità, ma come un difetto. Diventava simpatico simpatizzando". Il dottor Dale non era il solo a non essere l'unico in questa istintiva mancanza di simpatia. Ci sono molti che sono altrettanto privi della grazia del dolore. (Ibidem)

Intervista a Giobbe e ai suoi tre amici:

Le disgrazie dei principi hanno una particolare tendenza a suscitare la nostra pietà e compassione, anche se le loro afflizioni possono essere derivate dal loro comportamento imprudente e colpevole. Molti esempi di tale comportamento generoso potrebbero essere raccolti dalla storia profana. Vedi il caso di Davide nel suo trattamento del re Saul. Tra i primi di coloro che sembrano essere stati scagliati all'improvviso dal più alto pinnacolo della fortuna al più basso abisso della miseria e della miseria c'è il santo Giobbe, un potente e ricco principe dell'età patriarcale. Toccati dalla triste notizia delle sue sofferenze, tre capi tribù vicini accettano di visitare e condoglianze con il loro amico sofferente. Il loro design era, al momento della partenza, umano, caritatevole e amichevole. Eppure, data l'infelice piega che presero le cose, la loro visita non fu che l'occasione di un nuovo dolore per Giobbe. Avevano sentito parlare delle calamità di Giobbe, ma sembra che fossero stati sopraffatti quando videro la sua miserabile condizione. Evidentemente pensavano così: Come le sue afflizioni sono così straordinarie e personali, così i suoi crimini devono essere stati anche i suoi. Non abbiamo sentito parlare di malvagità pubblica, quindi deve essere un peccatore segreto; e il miglior consiglio che possiamo dargli è di esortarlo a confessare e a lamentare la sua colpa, affinché possa ottenere il perdono di Dio ed essere restaurato alla sua antica prosperità. Il falso principio che sostenevano era che Dio non permette mai che i giusti siano afflitti. Per loro le calamità di Giobbe erano un segno sicuro della sua proporzionata malvagità. Uno di loro fu abbastanza crudele da dire: "Dio esige da te meno di quanto meriti la tua iniquità". Riflessioni pratiche. Dal tenore dei discorsi di Elifaz possiamo giudicare che egli era astuto e insinuante, specioso e plausibile, uno che sapeva come trarre il massimo da un cattivo argomento. Bildad parla con un tono più grave e mite; ma la ferocia di Zofar supera ogni limite. Quando la ragione viene meno, la rabbia e l'abuso le sostituiscono. Stiamo attenti a come calpestiamo una canna rotta, a come disprezziamo colui sul quale pende la verga dell'afflizione, della povertà e della miseria; Come se pensassimo che le facoltà dell'anima, l'integrità del cuore, dipendessero dalla salute e dal vestiario del corpo. Stiamo attenti a come lasciamo che l'orgoglio e la perversità influenzino la nostra ragione; e in particolare nelle dispute su questioni di opinione, stiamo attenti a non giudicare mai duramente o poco caritatevolmente di coloro che differiscono da noi; non dobbiamo mai trincerarci e fortificarci nell'ambito dell'errore, quando la convinzione e la verità bussano forte per essere ammesse. Quale bene positivo possiamo imparare dall'imitazione del comportamento dello stesso santo Giobbe? Guardatelo nel carattere grande ed elevato di un uomo pio e buono, che combatte le avversità, e tormentato e tormentato dai sospetti ingiusti e crudeli, dalle accuse irritanti e petulanti di amici sbagliati. Cerca di convincerli del loro errore. Atti per ultimi, egli fa appello a tutto il tenore della sua vita e dei suoi costumi. Guardate quanto erano straordinariamente pii tutti i suoi principi, quanto solida la sua virtù, quanto eminente la sua vera sapienza nel temere Dio, e Dio solo! La pazienza di Giobbe è proverbialmente nota. Una parola è necessaria sulle infermità di Giobbe. Giobbe non era privo di difetti. Finché fu lasciato all'opera della sua mente, si dice che "non peccò". Ma quando la sua integrità fu messa in discussione dai suoi perversi amici, gli strappò qualche piccolo lamento, qualche esclamazione appassionata, che, nell'amarezza della sua angoscia, non riuscì a reprimere. A volte c'era anche la stanchezza della vita, il desiderio di morire, l'impazienza dello spirito, che erano sfumature e imperfezioni nel carattere. Giobbe fu talvolta condotto oltre i limiti della decenza, ma si pentì rapidamente nella polvere e nella cenere, e altrettanto rapidamente fu accolto di nuovo nel favore di Dio. Da qui possiamo imparare con quanta prontezza Dio trascura e perdona le infermità della nostra natura, purché il cuore sia saldo nella sua obbedienza. (C. Moore, M.A.)

Gli amici sbagliati:

Giobbe era irritato e arrabbiato quando disse ai suoi amici: "Miserabili consolatori siete tutti voi". Come molti altri uomini, prima e dopo, Giobbe è stato ferito nella casa dei suoi amici". L'individualità di questi tre uomini viene mostrata nei loro primi discorsi. "Non sono rappresentati come stupidi, bigotti ostinati, ma come uomini saggi, umani, quasi grandi. Uomini sinceri, veramente amorevoli, devoti, religiosi". Elifaz è il vero capo patriarcale, grave e dignitoso, che si sbaglia solo per l'adesione esclusiva a principi finora indiscussi. "Egli si occupa dell'infermità di tutte le nature mortali e della benedetta virtù del pentimento". "Bildad, con poca originalità o indipendenza di carattere, si affida in parte alle sagge seghe dell'antichità, in parte all'autorità del suo amico più anziano". Il suo errore è questo: è vero che nulla di ciò che Dio manda all'uomo procede dall'ingiustizia, ma non è vero che tutto viene dalla giustizia. Bildad pensa che le sue parole banali siano sufficienti a spiegare tutti i misteri della vita umana. "Zofar era, a quanto pare, un uomo più giovane; il suo linguaggio è violento, a volte rozzo e offensivo; Rappresenta i bigotti prevenuti e di mentalità ristretta di ogni epoca". Dall'altezzosa elevazione del suo ristretto dogma egli non può nemmeno comprendere la forma di esperienza di Giobbe. Il vero punto della poesia è che ciò che questi uomini dicono è vero in sé, ma diventa inadatto, e persino falso, quando si tenta di applicarlo a un caso particolare

1.) Osservate lo stato d'animo in cui questi amici trovarono Giobbe. Era precisamente la condizione più difficile da comprendere per chiunque pensasse che l'esperienza religiosa dovesse assumere certe forme definite e prescritte. Giobbe non aveva quella luce dell'immortalità che risplende sul mistero della vita e della sofferenza, che è venuta a noi in Cristo. Che cosa potremmo fare con la sofferenza umana se quella luce benedetta fosse cancellata? Le calamità di Giobbe erano state travolgenti. Era nella prima fase di angoscia. Era disperato. Si inchinava, quasi disperato, mentre tutte le onde e i flutti gli passavano addosso. Era schiacciato, umiliato, agonizzante; per il momento la sua fiducia in Dio era paralizzata. L'autocontrollo è stato temporaneamente perso; sospettava quasi un cambiamento in Dio, e sentiva tutta l'agonia di un'anima che veniva abbandonata. Un tale stato mentale non è colpevole. Non è che una risposta naturale. Ma lascia perplessi molti. La condizione rivelata nel capitolo 3 sembra a molte persone irrimediabilmente sbagliata. E a meno che qualcosa nella nostra esperienza non riveli il segreto, è del tutto inutile tentare di rivendicarlo. Abbiamo visto uomini proprio in questo stato d'animo. Noi stessi ci siamo passati. L'uomo Cristo Gesù ci mostra la verità di questa esperienza. Nell'agonia dell'anima, che è in armonia con l'agonia di Giobbe, Egli gridò dalle tenebre della Sua Croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"

2.) Come pensavano questi amici di confortare un uomo simile, in un tale stato d'animo? Gli amici ebbero tre giri di conversazione (se il terzo di Zofar è riconosciuto nel capitolo 27); ma hanno una sola idea, che è variamente presentata e illustrata. Può essere enunciato sotto forma di sillogismo. Dio, che è giusto, concede benedizioni ai pii, ma affligge i malvagi. Ma Giobbe è più pesantemente afflitto da Dio. Perciò Giobbe è malvagio e merita la punizione dei suoi peccati; ed è tenuto a pentirsi, confessare e piangere quei peccati. Nel primo discorso tutto questo è espresso in termini generali; tutto è impersonale, indiretto; il governo del mondo, l'ordine della provvidenza, l'infermità della natura mortale, la virtù del pentimento. Nel discorso successivo, Elifaz prende le parole disperate di Giobbe come la prova che il loro sospetto era fondato. Una segreta e terribile empietà spiegava le sue eccezionali sofferenze. Eccitati quando le loro opinioni vengono osteggiate, gli amici arrivano al punto di minacciare Giobbe di sofferenze ancora maggiori e maggiori. Era manifesto in quei giorni; È molto più evidente ora che nessuna spiegazione della sofferenza umana può essere sufficiente. I problemi della vita possono essere inviati come punizione del peccato; Possono essere inviati come castigo e disciplina. Ma ci sono continuamente casi di sofferenza per i quali né la punizione né la disciplina forniscono una spiegazione adeguata. I rapporti di Dio con gli uomini non possono essere arbitrariamente mappati e limitati, come pensano i credenti nel dogma

3.) Qual è stato l'effetto delle loro rappresentazioni su Giobbe? Gli procurò una sofferenza più profonda di qualsiasi altra delle sue precedenti calamità; perché lo portava molto vicino a mettere in discussione e a diffidare di Dio. È un lavoro disperato trattenere Dio, quando un uomo è costretto a dubitare della Sua giustizia e a non vedere altro che la Sua potenza. Gli amici venuti a confortare Giobbe, infatti, lo conducono nel più profondo abisso della miseria, colpendo l'uomo buono nella sua parte più tenera, nella sua fiducia e speranza in Dio. Non c'è oscurità su nessuna anima umana come l'oscurità di un Dio perduto o di cui non si fida affatto. Impariamo che le relazioni tra Dio e il Suo popolo sono grandi, ampie e libere. Dobbiamo guardarci dalle teorie e dalle forme di credenza, per quanto plausibili possano sembrare, che sono costrette a spiegare ogni caso che può sorgere, o sono sentite come non vere per la vita, per la coscienza e per il sentimento autentico. In contrasto con l'errato conforto di questi amici possiamo mettere il santo fascino della simpatia di Cristo. Il suo è un sentimento di solidarietà per la nostra infermità, senza alcuna limitazione da parte dell'opinione comune. Cristo non si avvicina ai Suoi discepoli sofferenti come fanno i loro simili. Gli uomini dicono: Secondo il nostro sistema e le nostre teorie, deve essere così e così con lui. Ma Cristo si avvicina all'uomo e gli dice: «Come ti va?». No, Cristo sa esattamente come stanno le cose con lui, e conforta il suo servo sofferente, "come uno che sua madre consola". (Robert Tuck, B.A.)

13 CAPITOLO 2

Giobbe 2:13

E nessuno gli rivolse una parola.

Il silenzio, non la parola, il miglior servizio dell'amicizia nel dolore:

Ecco una dimostrazione di vera amicizia. Notate il modo in cui questi amici all'inizio cercarono di confortare Giobbe. Non parlavano

(I.) Il silenzio è la prova più forte della profondità della nostra simpatia verso un amico sofferente

1.) Il potere confortante di un amico risiede nella profondità della sua simpatia

2.) Il silenzio è un'espressione di profonda simpatia migliore della parola

(II.) Il silenzio è più coerente con la nostra ignoranza della Divina Provvidenza verso il nostro amico sofferente. Quanto poco sappiamo della procedura di Dio negli affari della vita umana! Finché questi amici tacevano, agivano come consolatori; ma non appena si lanciarono nel parlare divennero i tormentatori di Giobbe

(III.) Il silenzio è molto congeniale allo stato mentale del nostro amico sofferente. L'anima, in profondo dolore, cerca il silenzio e la solitudine. I semplici predicatori di parole sono tormentatori di anime. Allora taci nelle scene di dolore; traboccano di genuina simpatia, ma non parlare. (Omilestico.)

Silenziosa simpatia:

Il vescovo Myriel aveva l'arte di sedersi e tenere a freno la lingua per ore, accanto all'uomo che aveva perso la moglie che aveva amato, o a una madre in lutto per il suo bambino. (Victor Hugo.)

Essi videro infatti che il suo dolore era molto grande.

Le prove di Giobbe e le sue consolazioni sotto di esse:

"Hanno visto che il suo dolore era molto grande". Giobbe era l'amico di Dio e il favorito del cielo: una persona conosciuta alle porte come un giudice retto e una pubblica benedizione; I suoi doni stagionali facevano gioire il cuore della vedova, e le sue liberali opere di carità erano come gli occhi per i ciechi e i piedi per gli zoppi. Eppure di lui si dice: "il suo dolore fu molto grande". Ma il Dio fedele e compassionevole, in cui questo patriarca riponeva tutta la sua fiducia, sostenne la sua mente debole e rafforzò il suo cuore nelle sue lotte agonizzanti

(I.) La natura, la varietà e la gravità delle calamità di Giobbe. Le sue prove iniziarono con la perdita di tutte le sue ricchezze e proprietà. Le sue afflizioni arrivavano con una forza accumulatrice. Era distolto dai suoi onori e dalla sua utilità, con la stessa rapidità con cui si nutriva di altre fonti di benessere. Le tristi conseguenze dell'essere colpito da un singolare malumore, e dell'essere spogliato dei suoi beni e privato dei suoi figli, furono l'abbandono di coloro che in precedenza avevano professato di venerare il suo carattere, e la totale perdita di influenza e di reputazione nei luoghi di concorso. L'opinione generale era che Dio lo avesse abbandonato, e quindi gli uomini avrebbero potuto disprezzarlo e insultarlo. Persino la moglie del suo seno aumentava la sua angoscia. E Giobbe, a volte, nella sua depressione, perdeva ogni senso del favore di Dio

(II.) Le cause attribuite per cui un Dio infallibile e giusto permise che un uomo così grande e buono come Giobbe fosse afflitto in modo così singolare. Le afflizioni non possono abbattersi su di noi senza il permesso divino. Ma gli amici di Giobbe pervertirono questo sentimento. Hanno insistito sul fatto che tutte le calamità sono le punizioni del peccato segretamente permesso, o liberamente indulgente. Giobbe deve aver vissuto nella trasgressione dei comandamenti divini, altrimenti non sarebbe stato così gravemente afflitto. Si fa un argomento contro la religione, che le sue più alte conquiste non possono esentare i pii dalle calamità. I giusti sono spesso più provati degli altri uomini. Ma la verità è che Dio è glorificato dalle afflizioni dei Suoi figli, e i loro migliori interessi sono promossi in tal modo

1.) Le prove di Giobbe furono progettate e calcolate per convincerlo, e per convincere i santi di ogni epoca, che Dio è sovrano nelle Sue dispensazioni. Egli rivendica come Suo diritto ordinare la sorte dei Suoi figli sulla terra secondo la Sua infallibile saggezza. La persuasione abituale della sovranità divina è così importante che nel capitolo 38 l'Onnipotente è rappresentato mentre difende la Sua causa a questo riguardo. Egli è la grande Causa Prima, di cui e per il quale sono tutte le cose. Il Suo popolo può ben confidare in Dio, anche se Egli nasconde il Suo volto; venerare il loro Padre Celeste, anche se Egli li corregge; e camminate per fede, non per visione. Gran parte della religione consiste nel sottomettersi alla sovranità di Dio, specialmente quando gli eventi della Provvidenza ci appaiono particolarmente misteriosi

2.) Giobbe fu messo alla prova per correggere e rimuovere le sue imperfezioni e per promuovere nella sua anima quella vita spirituale che la grazia divina aveva già iniziato. La storia lo presenta devoto a Dio, eminente per santità, distinto per la più attiva benevolenza e per la più ampia utilità. Ma c'erano certe imperfezioni che avevano bisogno della potente influenza della fornace ardente per purificare e sradicare. C'era uno spirito di abbattimento, di irritazione e di diffidenza, che a volte prevaleva sulla sua eroica pazienza. E c'era un'opinione ipocrita della sua bontà. Con una fiducia troppo presuntuosa egli vuole discutere le cose anche con un Dio santo. Il suo linguaggio arrogante lo confessa penitentemente e si lamenta nell'ultimo capitolo del libro. La sua tribolazione produsse umiltà e umiliazione, e così operò anche la pazienza. Le sue sofferenze aumentarono anche la sua compassione per gli afflitti

3.) Le prove di Giobbe avevano lo scopo di convincerlo, e di convincere l'umanità, che, sebbene Dio affligga il più caro dei Suoi figli, tuttavia Egli impartisce loro nel modo più opportuno e benevolo sia sostegno che liberazione. Non possiamo aspettarci la liberazione e l'esaltazione temporale, come quella di Giobbe, ma possiamo essere certi che riceveremo dalla mano del Signore una doppia ricompensa di gioia per tutto il nostro dolore

(III.) Le considerazioni che sostennero e sollevarono la mente di Giobbe nei suoi giorni di avversità e tribolazione

1.) Vedere la mano di Dio in tutte le sue afflizioni. "L'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto".

2.) La piena persuasione che il suo Redentore non lo avrebbe mai abbandonato

3.) La prospettiva della risurrezione dai morti, una persuasione credente e una viva speranza di felicità eterna oltre la tomba. Benché l'immortalità non fosse allora portata alla luce da alcuna rivelazione esteriore, lo Spirito di Dio operò in questo illustre patriarca quella fede genuina che è l'evidenza di cose che non si vedono, e che gli permise di collegare l'umile fede in un Redentore sempre vivente con la viva speranza di un'eredità nei cieli. (A. Bonar.)

La calamità:

Qualcuno dice: "Dio aveva un solo Figlio senza peccato, ma nessun Figlio senza dolore". La linea dei santi è stata sorprendente. Uomini gravati da terribili doveri, sopraffatti dall'afflizione, lapidati e segati, perseguitati, afflitti, tormentati. C'è una questione di interesse secondario ma tuttavia sorprendente a cui dobbiamo fare attenzione, cioè la preminenza data a Satana in relazione a questa afflizione. La teoria evangelica dell'afflizione non lo nomina. "Colui che Dio ama lo corregge, e flagella ogni figlio che riceve". Ma qui Satana è l'accusatore, l'avversario, ed egli, con il permesso di Dio, attira su Giobbe tutti i suoi guai. Ma sebbene nel primo crepuscolo della verità non tutte le cose siano discernibili così chiaramente come nel mezzogiorno del vangelo, è sorprendente quanto lo scrittore si avvicini alla verità più piena. Ci sono stati pensieri oscuri nella mente degli uomini su questo argomento. Alcuni spiriti superficiali non hanno mai resistito abbastanza alla tentazione per sentirne la realtà e la forza; né abbastanza simpatizzava con il dolore del mondo per sentire il mistero del male. Ci sono state tre grandi linee di pensiero su questo argomento del principio del male. C'è stato chi ha pensato che il Maligno fosse il Grande Dio, il Signore Onnipotente. A volte hanno sviluppato questo come base della religione, come gli adoratori del diavolo nel Santhalistan, nell'India meridionale e a Ceylon. A volte ne hanno fatto solo la base della loro vita pratica, come i fraudolenti che, in Inghilterra, nel diciannovesimo secolo, credono che il dio della menzogna e della frode sia una provvidenza più forte del Dio della verità e dell'onore; o i disperati e i pentiti, che pensano che Dio sia solo vendetta. Talvolta, come nell'antica dottrina manichea, gli uomini si sono tirati indietro dal credere nella supremazia di una Divinità Malvagia, ma l'hanno creduta uguale in potenza al Dio Buono, e hanno spiegato tutta la mescolanza delle condizioni umane con la sovranità divisa che governa tutte le cose qui. E Ormuzd, il dio della luce, e Ahriman, il dio delle tenebre, si sono seduti su troni livellati, confrontandosi l'uno con l'altro in costante ma non progressivo conflitto. Lo scrittore del Libro di Giobbe non era mai caduto nella disperazione che considerava il male supremo, né in quell'allarme che temeva di essere uguale in potenza a Dio. Secondo lui, Satana è impotente nell'infliggere problemi esteriori o tentazioni interiori, tranne quando lo permette il Signore. Sostanzialmente, la dottrina di questo libro sul potere del male è la dottrina di Cristo, la dottrina dei devoti in tutte le epoche. Prestategli attenzione. Il male non è divino nella sua potenza, né eterno nella sua padronanza degli uomini. Funziona entro i limiti più rigorosi; Il nemico può toccare sia l'anima che il corpo solo con il permesso. Non abbiate paura, e non cedete alla disperazione. L'amore è la cosa suprema ed eterna; Perciò rallegratevi. Accusare Giobbe: Dio dà a Satana la libertà e il potere di affliggerlo. L'afflizione è suggerita dal nemico di Giobbe, con la speranza di distruggere la sua integrità. È permesso da Dio con un intento molto diverso; vale a dire, quello di svilupparlo. Non è la vivisezione di un santo che si permetta semplicemente di gratificare la curiosità sul punto in cui la vitalità più vigorosa della bontà si spezzerà. Poco conoscendo l'esito divino che deriverebbe dal suo assalto, il nemico si lancia verso il suo compito invidioso e odioso. C'è una terribile completezza in questa calamità di Giobbe. I suoi colpi sono così artificiosi che, sebbene possa esserci un certo intervallo tra di loro, sono tutti riportati nello stesso giorno

1.) Osservate che l'afflizione è, per decreto di Dio, parte della sorte generale dell'uomo. Uno stato di perfetta felicità, se ciò fosse possibile, non sarebbe adatto a un mondo di virtù imperfette

2.) Non dobbiamo stupirci quando le afflizioni ci toccano. Tutti noi ci mettiamo in mezzo al presupposto che in qualche modo dobbiamo essere esenti dai soliti mali

3.) Ricordate che un'esperienza universale ha testimoniato che l'afflizione ha il suo servizio e l'avversità la sua dolcezza. Senza afflizione chi potrebbe evitare la mondanità? Sono i dolori di questa vita che innalzano sia lo sguardo che l'attesa per le gioie della vita futura. Senza l'afflizione non ci sarebbe che poca raffinatezza: nessun tenero ministero, nessuna compassione graziosa, nessuna compassione dimentica di sé. Tutte le virtù passive, che sono così essenziali per il carattere, prosperano sotto di esso, come la resistenza, la pazienza, la mansuetudine, l'umiltà. La prosperità ingrossa e brucia la coscienza; l'afflizione gli dà tenerezza. La necessità di una fede più forte la rafforza di per sé

4.) Non è che una deduzione da ciò aggiungere: Ricorda, quindi, che l'afflizione non è odio, ma amore. "Colui che Dio ama egli corregge". Lord Bacon dimenticò Giobbe quando pronunciò il suo bell'aforisma: "La prosperità era la benedizione dell'Antico Testamento, ma l'avversità del nuovo". (Richard Glover.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 2

1 Giob 1:6; Is 6:1,2; Lu 1:19; Eb 1:14

2 Ge 16:8
Giob 1:7; Giov 14:30; 2Co 4:4; 1P 5:8

3 Giob 1:1,8; 9:20; Ge 6:9; Sal 37:37; Fili 3:12; 1P 5:10
Prov 11:8; 13:6; 14:2; 15:8; 16:17
Giob 1:21,22; 13:15; 27:5,6; Sal 26:1; 41:12; Giac 1:12; 1P 1:7
Giob 1:11
2Sa 20:20
Giob 9:17; Giov 9:3

4 Est 7:3,4; Is 2:20,21; Ger 41:8; Mat 6:25; 16:26; At 27:18,19; Fili 3:8-10

5 Giob 1:11; 19:20,21; 1Cron 21:17; Sal 32:3,4; 38:2-7; 39:10
Giob 2:9; 1:5,11; Lev 24:15; Is 8:21

6 Giob 1:12
Giob 38:10,11; Sal 65:7; Lu 8:29-33; 22:31,32; 1Co 10:13; Ap 2:10; 20:1,2,7

7 1Re 22:22
Giob 30:17-19,30; Eso 9:9-11; De 28:27,35; Ap 16:11
Is 1:6; 3:17

8 Giob 19:14-17; Sal 38:5,7; Lu 16:20,21
Giob 42:6; 2Sa 13:19; Is 61:3; Ez 27:30; Gion 3:6; Mat 11:21

9 Ge 3:6,12; 1Re 11:4
Giob 2:3; 21:14,15; 2Re 6:33; Mal 3:14
Giob 2:5; 1:11

10 Ge 3:17; 2Sa 19:22; Mat 16:23
2Sa 6:20,21; 13:13; 24:10; 2Cron 16:9; Prov 9:6,13; Mat 25:2
Giob 1:1-3,10,21; 2Sa 19:28; Lam 3:38-41; Giov 18:11; Rom 12:12; Eb 12:9-11; Giac 5:10
Giob 1:22; Sal 39:1; 59:12; Mat 12:34-37; Giac 3:2

11 Giob 6:14; 16:20; 19:19,21; 42:7; Prov 17:17; 18:24; 27:10
Giob 6:19; 15:1; Ge 36:11,15; Ger 49:7
Giob 8:1; 18:1; Ge 25:2; 1Cron 1:32
Giob 42:11; Ge 37:35; Is 51:19; Giov 11:19; Rom 12:15; 1Co 12:26; Eb 13:3
Giob 13:4; 16:2

12 Giob 19:14; Ru 1:19-21; Lam 4:7,8
Ge 27:34; Giudic 2:4; 1Sa 11:4; 30:4; 2Sa 13:36; Est 4:1
Giob 1:20
Ne 9:1; Lam 2:10; Ez 27:30; Ap 18:19

13 Esd 9:3; Ne 1:4; Is 3:26; 47:1
Ge 1:5,8; 50:10
Giob 4:2; Sal 77:4

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