Nuova Riveduta:

Giobbe 23

Giobbe vorrebbe difendere la sua causa davanti a Dio
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Anche oggi il mio lamento è una rivolta, per quanto io cerchi di contenere il mio gemito.
3 Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono!
4 Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei d'argomenti la mia bocca.
5 Saprei quel che mi risponderebbe, capirei quello che avrebbe da dirmi.
6 Impiegherebbe tutta la sua forza per combattermi? No, egli mi ascolterebbe!
7 Là troverebbe un uomo retto a discutere con lui, e sarei dal mio giudice assolto per sempre.
8 Ma ecco, se vado a oriente, egli non c'è; se a occidente, non lo trovo; 9 se a settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.
10 Ma la via che io batto egli la conosce; se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l'oro.
11 Il mio piede ha seguito fedelmente le sue orme, mi sono tenuto sulla sua via senza deviare; 12 non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra, ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca.
13 Ma la sua decisione è una; chi lo farà mutare? Quello che desidera, lo fa; 14 egli eseguirà quel che di me ha decretato; di cose come queste ne ha molte in mente.
15 Perciò davanti a lui io sono atterrito; quando ci penso, ho paura di lui.
16 Dio mi ha tolto il coraggio, l'Onnipotente mi ha spaventato.
17 Questo mi annienta; non le tenebre, non la fitta oscurità che mi ricopre.

C.E.I.:

Giobbe 23

1 Giobbe allora rispose:
2 Ancor oggi il mio lamento è amaro
e la sua mano grava sopra i miei gemiti.
3 Oh, potessi sapere dove trovarlo,
potessi arrivare fino al suo trono!
4 Esporrei davanti a lui la mia causa
e avrei piene le labbra di ragioni.
5 Verrei a sapere le parole che mi risponde
e capirei che cosa mi deve dire.
6 Con sfoggio di potenza discuterebbe con me?
Se almeno mi ascoltasse!
7 Allora un giusto discuterebbe con lui
e io per sempre sarei assolto dal mio giudice.
8 Ma se vado in avanti, egli non c'è,
se vado indietro, non lo sento.
9 A sinistra lo cerco e non lo scorgo,
mi volgo a destra e non lo vedo.
10 Poiché egli conosce la mia condotta,
se mi prova al crogiuolo, come oro puro io ne esco.
11 Alle sue orme si è attaccato il mio piede,
al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato;
12 dai comandi delle sue labbra non mi sono
allontanato,
nel cuore ho riposto i detti della sua bocca.
13 Se egli sceglie, chi lo farà cambiare?
Ciò che egli vuole, lo fa.
14 Compie, certo, il mio destino
e di simili piani ne ha molti.
15 Per questo davanti a lui sono atterrito,
ci penso e ho paura di lui.
16 Dio ha fiaccato il mio cuore,
l'Onnipotente mi ha atterrito;
17 non sono infatti perduto a causa della tenebra,
né a causa dell'oscurità che ricopre il mio volto.

Nuova Diodati:

Giobbe 23

Settima risposta di Giobbe: egli uscirà dalla prova come l'oro
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 «Anche oggi il mio lamento è doloroso; la mia mano è fiacca a motivo del mio gemito. 3 Oh, sapessi dove trovarlo, per poter arrivare fino al suo trono! 4 Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei la mia bocca di argomenti. 5 Saprei le parole con le quali mi risponderebbe, e capirei ciò che avrebbe da dirmi. 6 Contenderebbe egli con me con grande forza? No, invece mi presterebbe attenzione. 7 Là l'uomo retto potrebbe discutere con lui, così sarei assolto dal mio giudice per sempre. 8 Ecco, vado ad oriente, ma non c'è; ad occidente, ma non lo scorgo; 9 opera a settentrione, ma non lo vedo; si volge a mezzogiorno, ma non riesco a vederlo. 10 Ma egli conosce la strada che io prendo; se mi provasse, ne uscirei come l'oro. 11 Il mio piede ha seguito fedelmente le sue orme, mi sono tenuto sulla sua via senza deviare; 12 non mi sono allontanato dai comandamenti delle sue labbra, ho fatto tesoro delle parole della sua bocca più della mia porzione di cibo. 13 Ma egli non ha uguali, e chi mai può farlo cambiare? Ciò che egli vuole, lo fa; 14 così egli compirà ciò che ha decretato nei miei confronti e di piani come questo ne ha molti altri. 15 Perciò alla sua presenza io sono atterrito; quando considero questo, ho paura di lui. 16 Dio fa venire meno il mio cuore, l'Onnipotente mi spaventa. 17 Poiché non sono stato messo a tacere davanti alle tenebre; ed egli non ha nascosto la fitta oscurità alla mia faccia».

Riveduta 2020:

Giobbe 23

Settima replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 “Anche oggi il mio lamento è una rivolta, per quanto io cerchi di contenere il mio gemito. 3 Oh, sapessi dove trovarlo! potessi arrivare fino al suo trono! 4 Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei di argomenti la mia bocca. 5 Saprei quello che mi risponderebbe, e capirei quello che avrebbe da dirmi. 6 Contenderebbe egli con me con la sua grande potenza? No! invece, mi presterebbe attenzione. 7 Là troverebbe un uomo retto a discutere con lui, e sarei assolto per sempre dal mio giudice. 8 Ma, ecco, se vado a oriente, egli non c'è; se a occidente, non lo trovo; 9 se a settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; egli si nasconde nel meridione, io non lo scorgo. 10 Ma la via che io percorro egli la conosce; se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l'oro. 11 Il mio piede ha seguito fedelmente le sue orme, mi sono tenuto sulla sua via senza deviare; 12 non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra, ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca. 13 Ma la sua decisione è una; chi lo farà cambiare? Quello che egli desidera, lo fa; 14 egli eseguirà quello che di me ha decretato; e di cose come queste ne ha molte in mente. 15 Perciò davanti a lui io sono atterrito; quando ci penso, ho paura di lui. 16 Iddio mi ha tolto il coraggio, l'Onnipotente mi ha spaventato. 17 Questo mi annienta: non le tenebre, non la fitta oscurità che mi ricopre.

Riveduta:

Giobbe 23

Settima replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Anche oggi il mio lamento è una rivolta, per quanto io cerchi di comprimere il mio gemito. 3 Oh sapessi dove trovarlo! potessi arrivare fino al suo trono! 4 Esporrei la mia causa dinanzi a lui, riempirei d'argomenti la mia bocca. 5 Saprei quel che mi risponderebbe, e capirei quello che avrebbe da dirmi. 6 Contenderebbe egli meco con la sua gran potenza? No! invece, mi presterebbe attenzione. 7 Là sarebbe un uomo retto a discutere con lui, e sarei dal mio giudice assolto per sempre. 8 Ma, ecco, se vo ad oriente, egli non c'è; se ad occidente, non lo trovo; 9 se a settentrione, quando vi opera, io non lo veggo; si nasconde egli nel mezzodì, io non lo scorgo. 10 Ma la via ch'io batto ei la sa; se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l'oro. 11 Il mio piede ha seguito fedelmente le sue orme, mi son tenuto sulla sua via senza deviare; 12 non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra, ho riposto nel mio seno le parole della sua bocca. 13 Ma la sua decisione è una; chi lo farà mutare? Quello ch'ei desidera, lo fa; 14 egli seguirà quel che di me ha decretato; e di cose come queste ne ha molte in mente. 15 Perciò nel suo cospetto io sono atterrito; quando ci penso, ho paura di lui. 16 Iddio m'ha tolto il coraggio, l'Onnipotente mi ha spaventato. 17 Questo mi annienta: non le tenebre, non la fitta oscurità che mi ricopre.

Ricciotti:

Giobbe 23

Terza risposta di Giobbe ad Elifaz.
1 Ma Giobbe rispose e disse: 2 «Anche adesso è d'amarezza il mio discorso, e la mano che mi colpisce s'è aggravata sul mio gemito. 3 Oh! se io sapessi come ritrar Lui, e giungere fino al suo soglio! 4 Disporrei avanti a Lui la mia causa, e riempirei la mia bocca di querele; 5 saprei le parole ch'egli mi risponderebbe capirei ciò che mi direbbe. 6 Vorrei solo che con molta possanza non discutesse meco, nè con la grandezza della sua maestà m'opprimesse, 7 che usasse equità a mio riguardo, e la mia causa sarebbe vincitrice. 8 Se io vado verso oriente, egli non compare, se verso occidente, non lo scorgo: 9 se verso sinistra, che farò? non lo raggiungo, se mi volgo a destra, non lo vedo. 10 Eppur egli conosce la mia condotta, mi ha saggiato come oro che passa al fuoco. 11 All'orme di lui s'attenne il mio piede, la sua vita ho seguìto senza declinarne; 12 dai comandi delle sue labbra non mi dilungai, nel mio seno nascosi le parole della sua bocca. 13 Poichè egli è solo, e nessuno può impedire il suo progetto, e l'anima sua fa tutto ciò che vuole. 14 Quand'egli avrà compiuto la sua volontà a mio riguardo, anche molte altre cose simiglianti egli ha pronte. 15 E per questo della sua presenza io pavento, e riflettendo su lui sono assalito da timore. 16 Dio ha reso flaccido il mio cuore, e l'Onnipotente mi ha conturbato; 17 io invero non perisco per le imminenti tenebre, nè dalla caligine è ricoperto il mio volto.

Tintori:

Giobbe 23

Giobbe, sentendosi innocente? desidera comparire al tribunale di Dio
1 Giobbe rispose, con dire: 2 «Anche ora le mie parole son piene d'amarezza; e la mano che mi piaga è più grave dei miei gemiti. 3 Oh! sapessi come trovarlo, come giungere fino al suo trono! 4 Esporrei dinanzi a lui la mia causa ed avrei piena di querela la mia bocca. 5 E vorrei sapere che potrebbe oppormi, e capire quel che avrebbe da dirmi. 6 Ma non vorrei che Egli contendesse meco colla sua gran potenza, e mi schiacciasse sotto il peso della sua grandezza. 7 Proponga contro di me l'equità, e la mia causa otterrà vittoria. 8 Ma se io vo' verso l'oriente, Egli non comparisce, se vado verso l'occidente non lo vedo. 9 Se a sinistra, che devo fare, non trovandolo? Se a destra, non lo vedrò. 10 Ma Egli conosce la mia condotta, Egli m'ha provato come l'oro attraverso il fuoco, 11 il mio piede ha seguite le sue orme; sono stato sempre nella sua via, senza allontanarmi da essa, 12 non mi sono allontanato dai precetti delle sue labbra, ed ho riposte nel mio cuore le parole della sua bocca. 13 Ma Egli solo è, e nessuno può turbare i suoi disegni. Egli ha fatto ciò che ha voluto. 14 Quando Egli avrà compita su di me la sua volontà, avrà ancora gran numero di simili mezzi a sua disposizione. 15 Per questo io mi turbo alla sua presenza, e quando penso a lui son preso dallo spavento. 16 Dio mi strugge il cuore, l'Onnipotente mi spaventa. 17 Ma io non perisco per tenebre che mi opprimano, e la caligine non ha coperta la mia faccia».

Martini:

Giobbe 23

Giobbe implorando con umiltà il giudizio di Dio, dimostra ch'ei non è punito pe' suoi peccati, e che pensa rettamente della provvidenza di Dio incomprensibile, e che fa il tutto secondo la sua volontà.
1 Giobbe rispose, e disse: 2 Anche adesso le mie parole sono parole di amarezza, e la mano, che mi ha piagato è più forte de' miei sospiri. 3 Chi mi darà di saper ritrovarlo, e di giungere fino al suo trono? 4 Porterei dinanzi a lui la mia causa, e la bocca piena avrei di querele. 5 Affin di sapere quel, ch'ei mi rispondesse, e di intendere quel, ch'ei mi dicesse. 6 Non vorrei, che egli meco contendesse colla sua molta fortezza, né che mi sopraffacesse colla mole di sua grandezza. 7 Proponga contro di me l'equità, e vincitore uscirei dal mio giudizio. 8 Ma se io vo verso Oriente, ei non comparisce; se verso Occidente, non saprò rinvenirlo. 9 Se mi volgo a sinistra che farò io? non posso raggiungerlo; e se a destra, io nol vedrò. 10 A lui però noti sono i miei andamenti, ed egli ha fatto saggio di me, come si fa dell'oro, che passa pel fuoco. 11 Il mio piede ha seguitato le sue vestigia, ho battute le sue vie, né ho declinato da queste. 12 Non mi son dilungato dai precetti delle sue labbra, e nel mio seno ho riposte le parole della sua bocca. 13 Ma egli solo è, e nissuno può frastornare i suoi disegni, e quello che alla volontà di lui è piaciuto egli lo ha fatto. 14 Quand'egli avrà fatto di me quello, che ha voluto, molte altre simili cose ha in pronto tutt'ora. 15 Per questo alla sua presenza io mi conturbo, e quand'io lo considero, mi scuote il timore. 16 Dio ha ammollito il mio cuore, e l'Onnipotente mi ha conturbato. 17 Perocché io vengo meno non per le tenebre, che mi stan sopra; né questa caligine mi ha velata la faccia.

Diodati:

Giobbe 23

1 E GIOBBE rispose, e disse: 2 Ancor oggi il mio lamento è ribellione; Benchè la mia piaga sia aggravata sopra i miei sospiri. 3 Oh! sapessi io pure ove trovare Iddio! Io andrei infino al suo trono; 4 Io sporrei per ordine la mia ragione nel suo cospetto, Ed empierei la mia bocca di argomenti; 5 Io saprei le parole ch'egli mi risponderebbe, E intenderei ciò ch'egli mi direbbe. 6 Contenderebbe egli meco con grandezza di forza? No; anzi egli avrebbe riguardo a me. 7 Ivi l'uomo diritto verrebbe a ragione con lui, Ed io sarei in perpetuo liberato dal mio giudice.
8 Ecco, se io vo innanzi, egli non vi è; Se indietro, io non lo scorgo; 9 Se a man sinistra, quando egli opera, io nol veggo; Se a man destra, egli si nasconde, ed io non posso vederlo. 10 Quando egli avrà conosciuta la mia via, E mi avrà esaminato, io uscirò fuori come oro. 11 Il mio piè si è attenuto alle sue pedate; Io ho guardata la sua via, e non me ne son rivolto. 12 Ed anche non ho rimosso d'innanzi a me il comandamento delle sue labbra; Io ho riposte appo me le parole della sua bocca, Più caramente che la mia provvisione ordinaria.
13 Ma, se egli è in un proponimento, chi ne lo storrà? Se l'anima sua desidera di fare una cosa, egli la farà. 14 Egli certo compierà ciò ch'egli ha statuito di me; E molte tali cose sono appo lui. 15 Perciò io sono smarrito per cagion di lui; Se io ci penso, io ho spavento di lui. 16 Certo Iddio mi ha fatto struggere il cuore, E l'Onnipotente mi ha conturbato. 17 Perchè non sono io stato troncato, per non veder le tenebre? E perchè ha egli nascosta l'oscurità d'innanzi a me?

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 23

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 23

Questo capitolo inizia la risposta di Giobbe a Elifaz. In questa risposta non si curava dei suoi amici, o perché vedeva che era inutile, o perché gli piacevano così tanto i buoni consigli che Elifaz gli dava alla fine del suo discorso che non rispondeva alle irritanti riflessioni con cui aveva iniziato; ma si appella a Dio, implora che la sua causa sia ascoltata, e non dubita se non di renderla buona, avendo la testimonianza della propria coscienza riguardo alla sua integrità. Qui sembra esserci una lotta tra carne e spirito, paura e fede, in tutto questo capitolo.

I. Si lamenta della sua condizione calamitosa, e specialmente del fatto che Dio si è allontanato da lui, così che non ha potuto far udire il suo appello (Giobbe 23:2-5), né discernere il significato dei rapporti di Dio con lui (Giobbe 23:8-9), né ottenere alcuna speranza di sollievo Giobbe 23:13-14. Questo fece su di lui profonde impressioni di difficoltà e terrore, Giobbe 23:15-17. Ma

II. In mezzo a queste lamentele egli si consola con la certezza della clemenza di Dio (Giobbe 23:6-7) e della propria integrità, di cui Dio stesso è stato testimone, Giobbe 23:10-12. Così la luce del suo giorno era come quella di cui si parla, Zaccaria 14:6-7, né perfettamente chiara né perfettamente oscura, ma

"Di sera c'era luce".

Ver. 1. fino alla Ver. 7.

Giobbe è sicuro di aver fatto un torto ai suoi amici, e quindi, per quanto sia malato, non rinuncerà alla causa, né lascerà che abbiano l'ultima parola. Qui

I. Egli giustifica i propri risentimenti per la sua tribolazione (Giobbe 23:2): Ancora oggi, lo ammetto, il mio lamento è amaro; perché l'afflizione, la causa del disturbo, è così. Ci sono assenzio e fiele nell'afflizione e nella miseria; l'anima mia li ha ancora in ricordo e ne è amareggiata, Lamentazioni 3:19-20 == Ancora oggi la mia lamentela è considerata ribellione (così alcuni la leggono); i suoi amici interpretavano le espressioni innocenti del suo dolore in riflessioni su Dio e sulla sua provvidenza, e le chiamavano ribellione.

"Ma", dice, "non mi lamento più di quanto ci sia motivo; perché il mio colpo è più pesante del mio gemito. Ancora oggi, dopo tutto quello che hai detto per convincermi e confortarmi, le pene del mio corpo e le piaghe del mio spirito sono tali che ho motivo sufficiente per le mie lamentele, anche se fossero più amare di quanto non siano".

Facciamo torto a Dio se il nostro gemito è più pesante del nostro colpo, come i bambini perversi che, quando piangono per nulla, hanno giustamente qualcosa per cui piangere; ma non ci facciamo torto anche se il nostro colpo è più pesante del nostro gemito, perché poco detto viene presto emendato.

II. Egli si appella dalle censure dei suoi amici al giusto giudizio di Dio; e questo pensava fosse una prova per lui che non era un ipocrita, perché allora non avrebbe osato fare un appello come questo. Paolo si consolò in questo, che colui che lo giudicava era il Signore, e quindi non apprezzava il giudizio dell'uomo (1Corinzi 4:3-4), ma era disposto ad aspettare fino a quando giunse il giorno fissato della decisione; mentre Giobbe è impaziente, e desidera ardentemente che il giorno del giudizio sia anticipato, e che la sua causa sia esaminata rapidamente, per così dire, da una commissione speciale. L'apostolo ritenne necessario insistere molto sui cristiani sofferenti per attendere pazientemente la venuta del Giudice, Giacomo 5:7-9.

1. Egli è così sicuro dell'equità del tribunale di Dio che desidera comparire davanti ad esso (Giobbe 23:3): Oh se sapessi dove potrei trovarlo! Questo può esprimere correttamente i pii respiri di un'anima convinta di aver perduto Dio con il peccato e di essere rovinata per sempre se non recupera il suo interesse nel suo favore.

"Oh, se sapessi come ritrovare il suo favore! Come potrei entrare nel suo patto e nella sua comunione con lui!"

Michea 6:6-7. È il grido di una povera anima abbandonata.

"Hai visto colui che l'anima mia ama? Oh, se sapessi dove avrei potuto trovarlo! Oh, se colui che ha aperto la via a se stesso mi guidasse in essa e mi conducesse in essa!"

Ma qui sembra che Giobbe si lamenti troppo audacemente del fatto che i suoi amici gli hanno fatto un torto e non sapeva in che modo rivolgersi a Dio per ottenere giustizia, altrimenti sarebbe andato anche al suo posto, per chiederla. Un paziente che attende la morte e il giudizio è la nostra saggezza e il nostro dovere, e, se consideriamo debitamente le cose, ciò non può avvenire senza un santo timore e tremore; ma un desiderio appassionato di morte o di giudizio, senza tale paura e tremore, è il nostro peccato e la nostra follia, e il male ci addice. Sappiamo che cosa sono la morte e il giudizio, e siamo così pronti ad affrontarli, che non abbiamo bisogno di tempo per essere più pronti? Guai a coloro che così, in preda al caldo, desiderano il giorno del Signore, == Amos 5:18.

2. È così sicuro della bontà della sua causa che desidera ardentemente aprirla alla sbarra di Dio (Giobbe 23:4):

«Ordinerei la mia causa davanti a lui e la metterei in una vera luce. Produrrei le prove della mia sincerità con un metodo appropriato e riempirei la mia bocca di argomenti per dimostrarla".

Possiamo applicare questo al dovere della preghiera, in cui abbiamo l'audacia di entrare nel luogo più santo e di arrivare fino allo sgabello del trono della grazia. Non abbiamo solo la libertà di accesso, ma anche la libertà di parola. Abbiamo il permesso,

(1.) Essere particolari nelle nostre richieste, ordinare la nostra causa davanti a Dio, parlare di tutta la questione, esporre davanti a lui tutte le nostre lamentele, nel modo che riteniamo più appropriato; non osiamo essere così liberi con i principi terreni come un'umile anima santa può esserlo con Dio.

(2.) Da essere importuni nelle nostre richieste. Ci è permesso, non solo di pregare, ma di supplicare, non solo di chiedere, ma di discutere; anzi, per riempirci la bocca di argomenti, non per commuovere Dio (egli è perfettamente informato dei meriti della causa senza che noi lo mostriamo), ma per muovere noi stessi, per eccitare il nostro fervore e incoraggiare la nostra fede nella preghiera.

3. È così sicuro di una sentenza in suo favore che desiderava persino ascoltarla (Giobbe 23:5):

"Conoscerei le parole che mi risponderebbe,"

Cioè

"Ascolterei volentieri ciò che Dio dirà su questa questione in discussione tra voi e me, e acconsentirò completamente al suo giudizio".

Questo diventa noi, in tutte le controversie; che la parola di Dio li determini; Facci sapere cosa risponde, e capisci cosa dice. Giobbe sapeva abbastanza bene cosa gli avrebbero risposto i suoi amici; lo avrebbero condannato e investito.

"Ma" (dice) "vorrei sapere che cosa Dio mi risponderebbe; perché sono sicuro che il suo giudizio è secondo verità, mentre il loro non lo è. Non riesco a capirli; parlano così poco allo scopo. Ma quello che dice dovrei capirlo e quindi esserne pienamente soddisfatto".

III. Si consola con la speranza che Dio lo tratterà favorevolmente in questa faccenda, Giobbe 23:6-7. Nota: È di grande utilità per noi, in ogni cosa in cui abbiamo a che fare con Dio, mantenere buoni pensieri su di lui. Egli crede,

1. Che Dio non lo avrebbe sopraffatto, che non avrebbe trattato con lui né con sovranità assoluta né con stretta giustizia, né con mano forte, né con mano forte: Difenderà egli contro di me con la sua grande potenza? No. Gli amici di Giobbe lo supplicarono con tutta la forza che avevano; ma Dio lo farà? No; Il suo potere è tutto giusto e santo, qualunque cosa sia quella degli uomini. Contro coloro che sono ostinati nella loro incredulità e impenitenza, Dio interdirà con la sua grande potenza; la loro distruzione verrà dalla gloria della sua potenza. Ma con il suo popolo, che lo ama e confida in lui, egli agirà con tenera compassione.

2. Che, al contrario, gli avrebbe dato il potere di perorare la sua causa davanti a Dio:

"Metteva in me la forza, per sostenermi e sostenermi, per mantenere la mia integrità".

Nota: Lo stesso potere che viene esercitato contro i peccatori orgogliosi viene esercitato per i santi umili, che prevalgono presso Dio con la forza derivata da lui, come fece Giacobbe, Osea 12:3. Vedi Salmi 68:35.

3. Che la questione sarebbe stata certamente comoda, Giobbe 23:7. Là, nel cortile del cielo, quando deve essere emessa la sentenza finale, i giusti potrebbero disputare con lui e uscire nella sua giustizia. Ora, anche i retti sono spesso castigati dal Signore, e non possono disputare contro di esso; l'integrità in sé non è un recinto né contro la calamità né contro la calunnia; ma in quel giorno non saranno condannati con il mondo, anche se Dio affligge con le prerogative. Allora discernerai fra i giusti e gli empi == (Malachia 3:18), tanta sarà la differenza tra loro nel loro stato eterno; mentre ora possiamo a malapena distinguerli, così poca è la differenza tra loro per quanto riguarda la loro condizione esteriore, poiché tutte le cose vengono uguali a tutti. Poi, quando sarà data la condanna finale,

"Sarò liberato per sempre dal mio Giudice", cioè:

"Sarò salvato dalle ingiuste censure dei miei amici e da quella sentenza divina che ora mi terrorizza tanto".

Quelli che sono consegnati a Dio come loro proprietario e governante saranno per sempre liberati da lui come loro giudice e vendicatore; e non c'è fuga dalla sua giustizia se non volando alla sua misericordia.

8 Ver. 8. fino alla Ver. 12.

Qui

I. Giobbe si lamenta di non riuscire a capire il significato delle provvidenze di Dio che lo riguardano, ma ne è piuttosto confuso (Giobbe 23:8-9): Vado avanti, ma lui non c'è, ecc. Elifaz gli aveva ordinato di conoscere Dio.

"Così farei, con tutto il cuore", dice Giobbe,

«Se sapessi come conoscerlo».

Egli stesso aveva un grande desiderio di comparire davanti a Dio e di essere ascoltato per il suo caso, ma il giudice non si trovò. Da qualunque parte volesse guardare, non riusciva a vedere alcun segno dell'apparizione di Dio per lui per chiarire la sua innocenza. Giobbe, senza dubbio, credeva che Dio fosse presente ovunque; ma qui sembra lamentarsi di tre cose:

1. Che non poteva fissare i suoi pensieri, né formare alcun giudizio chiaro delle cose nella sua mente. La sua mente era così frettolosa e scomposta dai suoi guai, che era come un uomo in preda allo spavento, o alla fine del suo ingegno, che corre da una parte e dall'altra, ma, essendo in confusione, non porta a nulla il culmine. A causa del disordine e del tumulto in cui si trovava il suo spirito, non poteva aggrapparsi a ciò che sapeva essere in Dio e che, se solo avesse potuto mescolare la fede con esso e soffermarsi su di esso nei suoi pensieri, gli sarebbe stato un sostegno. È lamentela comune di coloro che sono malati o malinconici che, quando pensano a ciò che è buono, non possono farne nulla.

2. Che non riusciva a scoprire la causa dei suoi problemi, né il peccato che aveva spinto Dio a contendere con lui. Prese in considerazione tutta la sua conversazione, si voltò da ogni parte e non riusciva a capire in che cosa avesse peccato più degli altri, per cui doveva essere punito più degli altri; né poteva discernere a quale altro fine Dio dovesse mirare affliggendolo in quel modo.

3. Che non poteva prevedere cosa sarebbe stato alla fine di questo, se Dio lo avrebbe liberato affatto, né, se lo fece, quando o in che modo. Non vide i suoi segni, né c'era nessuno che gli dicesse per quanto tempo; come si lamenta la chiesa, Salmi 74:9. Non riusciva a capire che cosa Dio avesse intenzione di fare con lui; e, qualunque congettura avanzasse, ancora qualcosa o l'altro appariva contro di essa.

II. Si accontenta di questo, che Dio stesso era un testimone della sua integrità, e quindi non dubitava che la questione sarebbe stata buona.

1. Dopo che Giobbe si fu quasi perso nel labirinto dei consigli divini, con quanta contentezza si siede, a lungo, con questo pensiero:

"Anche se io non conosco la via che egli percorre (poiché la sua via è nel mare e il suo sentiero nelle grandi acque, i suoi pensieri e le sue vie sono infinitamente superiori ai nostri e sarebbe presunzione in noi pretendere di giudicarli), tuttavia egli conosce la via che prendo io", tuttavia egli conosce la via che prendo io".

10 (1.) Lui lo conosce. I suoi amici giudicavano di ciò che non sapevano, e quindi lo accusavano di ciò di cui non era mai stato colpevole; ma Dio, che conosceva ogni passo che aveva fatto, non lo volle, Salmi 139:3. Nota: È di grande conforto per coloro che intendono onestamente che Dio comprende il loro significato, anche se gli uomini non lo fanno, non possono o non vogliono.

(2.) Egli lo approva:

"Egli sa che, per quanto io possa aver fatto qualche volta un passo falso, tuttavia ho comunque preso una buona strada, ho scelto la via della verità, e quindi lo sa".

cioè, lo accetta, e se ne compiace, poiché si dice che conosca la via dei giusti, == Salmi 1:6. Questo confortò il profeta, Geremia 12:3 == Tu hai messo alla prova il mio cuore verso di te. Da ciò Giobbe deduce: Quando mi avrà messo alla prova, ne uscirò come l'oro. Coloro che osservano la via del Signore possono consolarsi, quando sono nell'afflizione, con queste tre cose:

[1.] Che sono solo provati. Non è inteso per il loro danno, ma per il loro onore e beneficio; è la prova della loro fede, == 1Pietro 1:7.

[2.] Che, quando saranno sufficientemente provati, usciranno dalla fornace e non saranno lasciati a consumarvi come scorie o argento reprobo. Il processo avrà una fine. Dio non contenderà per sempre.

[3.] Che usciranno come oro, puro in se stesso e prezioso per il raffinatore. Verranno fuori come oro approvato e migliorato, trovato buono e fatto per essere migliore. Le afflizioni sono per noi come siamo; Quelli che mettono l'oro nella fornace non ne usciranno peggiori.

2. Ora, ciò che incoraggiava Giobbe a sperare che i suoi problemi attuali sarebbero finiti bene, era la testimonianza della sua coscienza per lui, che aveva vissuto una buona vita nel timore di Dio.

(1.) Che la via di Dio era la via in cui egli camminò (Giobbe 23:11):

"Il mio piede ha sostenuto i suoi passi", cioè "si è attenuto ad essi, si è attenuto strettamente a loro; i passi che fa. Ho cercato di conformarmi al suo esempio".

Le brave persone sono seguaci di Dio. O

"Mi sono adattato alla sua provvidenza, e mi sono sforzato di rispondere a tutte le intenzioni di ciò, di seguire la Provvidenza passo dopo passo". Oppure: "I suoi passi sono i passi che mi ha ordinato di fare; la via della religione e la seria pietà, quella via l'ho osservata e non l'ho rifiutata, non solo non mi sono allontanato da essa per totale apostasia, ma non l'ho allontanata da essa per alcuna trasgressione volontaria".

Il fatto che egli sostenesse i passi di Dio e mantenesse la sua via suggeriva che il tentatore aveva usato tutte le sue arti con l'inganno e la forza per metterlo da parte; ma, con cura e risolutezza, per grazia di Dio aveva finora perseverato, e coloro che lo faranno devono tenere e mantenere, tenere con risoluzione e vigilare.

(2.) Che la parola di Dio era la regola che egli seguiva, Giobbe 23:12. Egli si governò secondo il comandamento delle labbra di Dio, e non volle tornare indietro da esso, ma andò avanti secondo esso. Quali che siano le difficoltà che possiamo incontrare sulla via dei comandamenti di Dio, anche se ci conducono attraverso un deserto, tuttavia non dobbiamo mai pensare di tornare indietro, ma dobbiamo spingerci verso il traguardo. Giobbe si attenne strettamente alla legge di Dio nella sua condotta, poiché sia il suo giudizio che il suo affetto lo portavano ad essa: Ho stimato le parole della sua bocca più del mio cibo necessario; cioè, lo considerava come il suo cibo necessario; avrebbe potuto vivere senza il suo pane quotidiano come senza la parola di Dio. L'ho messo da parte (così si dice), come quelli che mettono da parte le provviste per l'assedio, o come Giuseppe mise da parte il grano prima della carestia. Elifaz gli aveva detto di riporre le parole di Dio nel suo cuore, == Giobbe 22:22.

"Lo voglio", dice, "e l'ho sempre fatto, per non peccare contro di lui e per poter partorire per il bene degli altri".

Nota: La parola di Dio è per le nostre anime ciò che il nostro cibo necessario è per i nostri corpi; sostiene la vita spirituale e ci rafforza per le azioni della vita; è ciò di cui non possiamo fare a meno, e di cui nient'altro può supplire alla mancanza: e quindi dobbiamo stimarlo, prendercene cura, affamarlo, nutrircene con gioia e nutrire con esso le nostre anime; e questa sarà la nostra gioia nel giorno del male, come fu qui per Giobbe.

13 Ver. 13. fino alla Ver. 17.

Alcuni fanno lamentare Giobbe che Dio lo ha trattato ingiustamente e ingiustamente procedendo a punirlo senza il minimo cedimento o rilassamento, sebbene egli avesse tali prove incontestabili da produrre della sua innocenza. Sono riluttante a pensare che il santo Giobbe accusi il santo Dio di iniquità; ma la sua lamentela è davvero amara e irritante, ed egli si ritrova in una sorta di pazienza per forza, che non può fare senza riflettere sul fatto che Dio tratta male con lui, ma deve sopportarlo perché non può farne a meno; il peggio che dice è che Dio lo tratta in modo inspiegabile.

I. Egli stabilisce buone verità, e verità che erano capaci di un buon miglioramento, Giobbe 23:13-14.

1. Che i consigli di Dio sono immutabili: Egli è in una sola mente, e chi può convertirlo? Egli è uno (così alcuni lo leggono) o in uno; Non ha consiglieri con il cui interesse potrebbe essere persuaso a modificare il suo proposito: non ha consiglieri con il cui interesse potrebbe essere persuaso a modificare il suo proposito: è uno con se stesso, e non cambia mai la sua mente, non cambia mai le sue misure. La preghiera ha prevalso per cambiare la via di Dio e la sua provvidenza, ma mai la sua volontà o il suo proposito sono stati cambiati; poiché tutte le sue opere sono note a Dio.

2. Che il suo potere è irresistibile: ciò che la sua anima desidera o progetta anche che egli faccia, e nulla può ostacolarlo o metterlo su nuovi consigli. Gli uomini desiderano molte cose che non possono fare, o non possono fare, o non osano fare. Ma Dio ha una sovranità incontestabile; La sua volontà è così perfettamente pura e giusta che è altamente opportuno che egli persegua tutte le sue determinazioni. E ha un potere incontrollabile. Nessuno può fermare la sua mano. Qualunque cosa il Signore abbia voluto che l'abbia fatto, egli == (Salmi 135:6) e sempre lo farà, perché è sempre la cosa migliore.

3. Che tutto ciò che fa è secondo il consiglio della sua volontà (Giobbe 23:14): Egli compie ciò che è stato stabilito per me. Qualunque cosa ci accada, è Dio che la compie (Salmi 57:2), e una mirabile performance apparirà il tutto quando il mistero di Dio sarà compiuto. Egli compie tutto questo, e solo quello, che è stato stabilito, e nel tempo e nel metodo stabiliti. Questo può farci tacere, perché ciò che è stabilito non può essere modificato. Ma considerare che, quando Dio ci nominava alla vita eterna e alla gloria come nostro fine, designava a questa condizione, a questa afflizione, qualunque essa sia, a nostro modo, questo può fare di più che farci tacere, può soddisfarci che tutto è per il meglio; anche se ciò che egli fa non lo sappiamo ora, ma lo sapremo in seguito.

4. Che tutto ciò che fa è secondo l'usanza della sua provvidenza: Molte di queste cose sono con lui, cioè, Egli fa molte cose nel corso della sua provvidenza di cui non possiamo dare alcun conto, ma dobbiamo risolverle nella sua sovranità assoluta. Qualunque problema ci troviamo in cui ci troviamo, gli altri sono stati in simili. Il nostro caso non è singolare; le stesse afflizioni si compiono nei nostri fratelli, == 1Pietro 5:9. Siamo malati o doloranti, impoveriti e spogliati? I nostri figli sono stati portati via dalla morte o i nostri amici sono stati scortesi? Questo è ciò che Dio ha stabilito per noi, e molte di queste cose sono presso di lui. La terra sarà forse abbandonata per noi?

II. Egli fa solo un cattivo uso di queste buone verità. Se li avesse debitamente considerati, avrebbe potuto dire:

"Perciò sono dolce e contento, e ben riconciliato con la via del mio Dio riguardo a me; perciò mi rallegrerò nella speranza che i miei guai alla fine si risolveranno".

Ma egli disse: " Perciò sono turbato dalla sua presenza", == Giobbe 23:15. Quelli sono davvero spiriti turbati che sono turbati alla presenza di Dio, come il salmista, che si ricordò di Dio e fu turbato, == Salmi 77:3. Guardate in quale confusione si trovava ora il povero Giobbe, che si contraddiceva: proprio ora era turbato per l'assenza di Dio (Giobbe 23:8-9); Ora è turbato dalla sua presenza. Quando ci penso, ho paura di lui. Ciò che provava ora gli faceva temere di peggio. C'è davvero qualcosa che, se lo consideriamo, dimostrerà che abbiamo motivo di temere Dio: la sua infinita giustizia e purezza, in confronto alla nostra peccaminosità e viltà; ma se, allo stesso tempo, consideriamo la sua grazia in un Redentore, e la nostra conformità a quella grazia, i nostri timori svaniranno e vedremo motivo di sperare in lui. Guardate quali impressioni sono state fatte su di lui dalle ferite del suo spirito.

1. Aveva molta paura (Giobbe 23:16): L'Onnipotente lo turbava, e così rendeva il suo cuore tenero, cioè del tutto incapace di sopportare qualsiasi cosa, e spaventato da tutto ciò che si muoveva. C'è una graziosa dolcezza, come quella di Giosia, il cui cuore era tenero e tremava alla parola di Dio; ma questo è inteso per una dolorosa morbidezza che apprende che tutto ciò che è presente è pressante e tutto ciò che è futuro è minaccioso.

2. Era molto irritabile, davvero irritabile, perché litiga con Dio,

(1.) Perché non è morto prima dei suoi guai, per non averli mai visti (Perché non sono stato stroncato davanti alle tenebre, == Giobbe 23:17), e tuttavia se, al culmine della sua prosperità, avesse ricevuto una convocazione nella tomba, l'avrebbe pensato duramente. Questo può aiutarci a riconciliarci con la morte, ogni volta che arriva, in modo che non sappiamo da quale male potremmo essere portati via. Ma quando arrivano i guai, è follia desiderare di non aver vissuto abbastanza per vederli ed è meglio trarne il meglio.

(2.) Perché è stato lasciato a vivere così a lungo nei suoi problemi, e l'oscurità non è stata coperta dal suo volto dal suo essere nascosto nella tomba. Sopporteremmo meglio le tenebre di così, se solo ricordassimo che per i retti a volte sorge una luce meravigliosa nelle tenebre; tuttavia, c'è riservata per loro una luce più meravigliosa dopo di essa.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 23

1 Capitolo 23

Giobbe si lamenta che Dio si è ritirato Giob 23:1-7

Afferma la propria integrità Giob 23:8-12

I terrori divini Giob 23:13-17

Versetti 1-7

Giobbe si appella dai suoi amici al giusto giudizio di Dio. Vuole che la sua causa sia giudicata rapidamente. Benedetto sia Dio, possiamo sapere dove trovarlo. Egli è in Cristo, per riconciliare il mondo a sé, e sul seggio della misericordia, in attesa di essere benevolo. Lì il peccatore può andare e lì il credente può presentare la sua causa davanti a Lui, con argomenti tratti dalle sue promesse, dalla sua alleanza e dalla sua gloria. L'attesa paziente della morte e del giudizio è la nostra saggezza e il nostro dovere, e non può avvenire senza un santo timore e tremore. Desiderare appassionatamente la morte o il giudizio è il nostro peccato e la nostra follia, e ci fa male, come a Giobbe.

8 Versetti 8-12

Giobbe sapeva che il Signore era presente ovunque; ma la sua mente era talmente confusa che non riusciva a vedere in modo fisso la presenza misericordiosa di Dio, così da trovare conforto nell'esporre il suo caso. Le sue visioni erano tutte cupe. Sembrava che Dio stesse a distanza e lo guardasse male. Eppure Giobbe esprimeva la certezza che sarebbe stato portato alla luce, provato e approvato, perché aveva obbedito ai precetti di Dio. Aveva gustato e apprezzato le verità e i comandamenti di Dio. Qui dobbiamo notare che Giobbe ha giustificato se stesso piuttosto che Dio, o in opposizione a lui, Giobbe 32:2. Giobbe potrebbe sentirsi al riparo dalle accuse dei suoi amici, ma affermare con coraggio che, sebbene visitato dalla mano di Dio, non si trattava di un castigo del peccato, è stato il suo errore. E si rende colpevole di un secondo errore, quando nega che ci siano dei rapporti della Provvidenza con gli uomini in questa vita presente, in cui i feriti trovano riparazione e i malvagi sono puniti per i loro peccati.

13 Versetti 13-17

Dato che Giobbe non mette mai in dubbio che le sue prove provengono dalla mano di Dio e che non esiste il caso, come le spiega? Il principio in base al quale le considera è che la speranza e la ricompensa dei fedeli servitori di Dio sono riposte solo in un'altra vita; e sostiene che è evidente a tutti che i malvagi non sono trattati in base ai loro meriti in questa vita, ma spesso direttamente al contrario. Ma anche se l'ottenimento della misericordia, la primizia dello Spirito di grazia, promette un Dio che certamente porterà a termine l'opera che ha iniziato; tuttavia il credente afflitto non deve concludere che tutte le preghiere e le suppliche saranno vane, e che deve sprofondare nella disperazione e svenire quando viene rimproverato da Lui. Non può sapere se l'intenzione di Dio nell'affliggerlo sia quella di produrre nel suo cuore penitenza e preghiera. Impariamo a obbedire e a fidarci del Signore, anche nelle tribolazioni; a vivere o a morire come a Lui piace: non sappiamo per quali buoni fini la nostra vita possa essere abbreviata o prolungata.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 23

 

2 Anche oggi - In questo momento. Non sono sollevato. Non mi dai consolazione. Tutto quello che dici non fa che aggravare i miei guai.

La mia lamentela - Vedi le note a Giobbe 21:3.

Amaro - Triste, malinconico, angosciante. Il significato non è che si lamentasse con amarezza nel senso che quelle parole avrebbero naturalmente trasmesso, o che intendeva criticare Dio, ma che il suo caso era difficile. I suoi amici non gli davano sollievo e invano aveva cercato di portare la sua causa davanti a Dio. Questa è ora, come procede ad affermare, la causa principale della sua difficoltà. Non sa dove trovare Dio; non può avere davanti a sé la sua causa.

Il mio tratto - Margine, come in ebraico "mano"; cioè la mano che è su di me, o la calamità che mi è stata inflitta. La mano è rappresentata come strumento per infliggere punizione, o causare afflizione; vedi le note a Giobbe 19:21.

Più pesante dei miei gemiti - I miei sospiri non sono proporzionati alle mie sofferenze. Non sono un'espressione adeguata dei miei mali. Se pensi che mi lamento; se mi sento gemere, tuttavia le sofferenze che sopporto sono molto al di là di ciò che queste sembrerebbero indicare. Sospiri e gemiti non sono impropri. Sono spinti dalla natura e forniscono "un po' di" sollievo a chi ne soffre. Ma non dovrebbero essere:

(1) con uno spirito di mormorio o di lamentela;

(2) non dovrebbero essere al di là di ciò che richiedono le nostre sofferenze, o la corretta espressione delle nostre sofferenze. Non dovrebbero essere tali da indurre gli altri a supporre che soffriamo più di quanto in realtà facciamo.

(3) dovrebbero - quando ci vengono estorti dalla gravità della sofferenza - portarci a guardare in quel mondo dove nessun gemito sarà mai ascoltato.

3 Oh se sapessi dove potrei trovarlo! - Dove potrei trovare "Dio". Aveva spesso espresso il desiderio di portare la sua causa direttamente davanti a Dio e di poter perorare la sua causa lì; vedi Giobbe 13:3 , nota; Giobbe 13:20 , note.

Ma questo non era ancora stato in grado di farlo. La discussione era stata con i suoi tre amici, e vide che era inutile tentare ulteriormente di convincerli. Se avesse potuto portare la causa davanti a Dio, e gli fosse stato permesso di perorarla lì, si sentiva sicuro che gli sarebbe stata fatta giustizia. Ma non era stato in grado di farlo. Dio non si era manifestato in modo visibile e pubblico come desiderava, in modo che la causa potesse essere giustamente provata davanti a un tale tribunale, ed era nelle tenebre.

Il “linguaggio” qui usato esprimerà la condizione di un uomo pio nei tempi delle tenebre spirituali. Hc non riesce a trovare Dio. Non ha accesso vicino come aveva una volta a lui. In tale stato cerca ansiosamente di trovare Dio, ma non ci riesce. Non c'è luce né conforto per la sua anima. Questo linguaggio può ulteriormente descrivere lo stato di chi è cosciente della rettitudine, ed è esposto al sospetto o alle osservazioni scortesi del mondo.

Il suo personaggio viene attaccato; le sue motivazioni sono contestate; i suoi disegni sono sospetti, e nessuno è disposto a rendergli giustizia. In tale stato, sente che solo "Dio" gli renderà giustizia. "Lui" conosce la sincerità del suo cuore e può affidargli la sua causa con sicurezza. È sempre privilegio dei calunniati e dei calunniati fare appello al tribunale divino e sentire che qualunque ingiustizia i nostri simili possono essere disposti a farci, c'è Uno che non farà mai torto.

Che potessi venire anche al suo posto - Al suo trono, o tribunale. Giobbe voleva portare la causa direttamente davanti a lui. Probabilmente desiderava qualche manifestazione di Dio - come in seguito fu favorito - quando Dio avrebbe dichiarato il suo giudizio sull'intera questione della controversia.

4 Vorrei ordinare la mia causa davanti a lui - Confronta le note in Isaia 43:26. Cioè, organizzerei le mie argomentazioni, o difenderei la mia causa, come si fa in una corte di giustizia. Suggerirei le considerazioni che dimostrerebbero che non sono colpevole nel senso accusato dai miei amici, e che nonostante le mie calamità, sono il vero amico di Dio.

E riempimi la bocca di argomenti - Probabilmente intende dire che si appellerebbe all'evidenza fornita da una vita di benevolenza e giustizia, che non era un ipocrita o un uomo di distinta cattiveria, come sostenevano i suoi amici.

5 Conoscerei le parole che mi risponderebbe - Cioè vorrei capire quale sarebbe la "sua" decisione nel caso - e quale sarebbe il suo giudizio nei miei confronti. Questo era infinitamente più importante di qualsiasi opinione che "l'uomo" potesse formarsi, e Giobbe era ansioso che la questione fosse decisa da un tribunale che non potesse errare. Perché “noi” non dovremmo desiderare di sapere esattamente cosa pensa Dio di noi, e quale stima ha formato del nostro carattere? Non ci sono informazioni così preziose per noi come sarebbe; poiché dalla "sua" stima dipende il nostro destino eterno, e tuttavia non c'è niente che la gente più istintivamente temono che sapere cosa pensa Dio del loro carattere. Sarebbe bene che ciascuno si chiedesse: "Perché è così?"

6 Si impegnerà contro di me con il suo grande potere? - “ Userà il suo semplice potere per sopraffarmi e confondermi? Approfitterà dell'onnipotenza per trionfare su di me, invece della discussione e della giustizia? No: non lo farà. La discussione sarebbe equa. Ascolterebbe quello che ho da dire e deciderebbe secondo verità. Sebbene sia Onnipotente, tuttavia non ne approfitterebbe per prostrarmi e confondermi.

Quando Giobbe 13:3 volle portare la causa direttamente davanti a Dio, gli chiese solo due condizioni. Uno era che gli togliesse la mano o rimuovesse le sue afflizioni per un tempo, per poter gestire la propria causa; e l'altra era che non avrebbe approfittato del suo potere per sopraffarlo nel dibattito, e impedirgli di fare una giusta dichiarazione del suo caso; vedi le note a Giobbe 13:20. Egli esprime qui la sua ferma convinzione che il suo desiderio in questo senso sarebbe stato esaudito. Ascolterebbe, dice lui, cosa; Devo dire a mia discolpa come se fossi alla pari.

No; ma mi metterebbe forza - La parola “forza” non è fornita impropriamente dai nostri traduttori. Significa che gli permetterebbe di fare una presentazione equa della sua causa. Lungi dall'approfittare del suo mero "potere" per schiacciarlo, e quindi ottenere un ascendente nella discussione, preferirebbe "rafforzarlo", per poter essere in grado di rendere la sua tesi il più forte possibile.

Preferirebbe aiutarlo, pur presentando la propria causa nella controversia, piuttosto che cercare di indebolire i suoi argomenti, o in modo da intimidirlo con la sua temuta maestà da impedirgli di sostenere la sua tesi con la forza che potrebbe essere. Questo indica una notevole fiducia in Dio.

7 Là i giusti potrebbero disputare con lui - Uno che è cosciente della sua integrità potrebbe portare lì la sua causa, con la certezza che sarebbe stato ascoltato e che gli sarebbe stata fatta giustizia. Tuttavia, non c'è dubbio che Giobbe qui si riferisca a se stesso. parla in terza persona, e la propone come una proposizione generale.

Così sarò liberato per sempre dal mio giudice - Da colui che mi giudicherà o mi condannerà ( משׁפטי mı̂shâphaṭı̂y ). Non si riferisce qui a "Dio", come se volesse essere liberato da lui, ma a chiunque tenti di giudicarlo e condannarlo, come avevano fatto i suoi amici. Il significato è che avendo ottenuto il verdetto di Dio in suo favore, come si aspettava con fiducia, sarebbe stato per sempre libero dalla condanna.

La decisione sarebbe definitiva. Non esisteva un tribunale superiore e nessuno avrebbe osato condannarlo in seguito. Questo mostra la sua coscienza di integrità. Può essere applicato a noi stessi - a tutti. Se possiamo ottenere, all'ultimo giorno, quando la nostra causa sarà portata davanti a Dio, il verdetto divino a nostro favore, sistemerà la questione per sempre. Nessuno, dopo, ci condannerà; mai più il nostro carattere o la nostra condotta saranno processati.

La decisione divina di quel giorno risolverà la questione per l'eternità. Quanto è importante, allora, vivere in modo tale da essere assolti in quel giorno e avere “una sentenza eterna” a nostro favore!

8 Ecco, vado avanti - Il significato di questi versetti è che vado in tutte le direzioni, ma non riesco a trovare Dio. Sono escluso dalla prova che cerco e non posso portare la mia causa sul suo trono. Giobbe esprime il suo sincero desiderio di vedere qualche manifestazione visibile della Divinità e di poter discutere la sua causa in sua presenza. Ma dice di averlo cercato invano. Guardò in tutti i punti cardinali dove poteva razionalmente aspettarsi di trovare Dio, ma tutto invano.

I termini qui usati si riferiscono ai punti cardinali e avrebbero dovuto essere resi così. I geografi orientali si consideravano rivolti a oriente, invece che a settentrione, come noi. Naturalmente, l'Ovest era dietro di loro, il Sud a destra ea sinistra il Nord. Questa era una posizione più naturale della nostra, poiché il giorno inizia ad est, ed è naturale voltare il viso in quella direzione. Non c'è motivo per cui le nostre mappe dovrebbero essere fatte in modo da richiederci di affrontare il "Nord", tranne che questa è l'usanza.

L'usanza ebraica, a questo proposito, si ritrova anche negli avvisi di geografia di altre nazioni. La stessa cosa prevale tra gli indù. Tra questi, Para, o Purra, che significa "prima", denota l'Oriente; Apara e Paschima, che significano "dietro", l'Occidente; Dacshina, o “la mano destra”, il Sud; e Bama, o "la mano sinistra", il Nord; vedere l'inchiesta di Wilford sulle Isole Sacre in Occidente, Asiatic Researches, vol.

viii. P. 275. La stessa cosa avvenne tra gli antichi irlandesi; vedi Saggio sull'antichità della lingua irlandese, di autore ignoto, Dublino, 1772; confrontare su questo argomento, Alterthumskunde di Rosenmuller è 136-144. La stessa usanza prevaleva tra i mongoli. "Gesenius". Sulle notizie della scienza della geografia esposte nel libro di Giobbe, confrontare l'Introduzione, Sezione 8. La frase, quindi, "Ecco, io vado avanti", significa: "Vado in Oriente.

Guardo verso il sorgere del sole. Vi vedo la più meravigliosa delle opere del Creatore nelle glorie del sole, e vi vado nella speranza di trovarvi qualche manifestazione di Dio. Ma non lo trovo e, deluso, mi rivolgo in altre direzioni». La maggior parte delle versioni antiche rende questo l'Oriente. Così, la Vulgata, “Si ad Orientem iero”. Il Caldeo למדינא , “al sorgere del sole”.

Ma lui non è lì - Non c'è manifestazione di Dio, nessun venire avanti per incontrarmi e ascoltare la mia causa.

E indietro - ( ואחור v e 'âchôr ). A Ovest - perché questo era "dietro" l'individuo quando si trovava a guardare a Est. A volte l'Occidente è indicato con il termine “dietro” ( אחור 'Achor ), e, talvolta, da ‘mare’ ( ים yam ), perché il Mediterraneo era al West della Palestina e Arabia; vedere le note in Isaia 9:12; confrontare Esodo 10:19; Esodo 27:13; Esodo 38:12; Genesi 28:14.

Ma non riesco a percepirlo - Il significato è: "Deluso dall'Oriente, la regione del sole nascente, mi rivolgo con desiderio all'Occidente, la regione del suo tramonto, e spero, mentre i suoi ultimi raggi svaniscono dalla vista, che Mi sarà permesso di contemplare un raggio che rivelerà Dio alla mia anima. Prima che la notte scenda sul mondo, emblema dell'oscurità nella mia anima, guarderei l'ultimo raggio persistente e spero di poter vedere Dio in questo.

In quella vasta regione dell'Occidente, illuminata dal sole al tramonto, avrei sperato di trovarlo da qualche parte; ma lì sono deluso. Il sole ritira i suoi raggi, e l'oscurità avanza furtivamente, e il mondo, come la mia anima, è avvolto nell'oscurità. Non vedo alcuna indicazione della presenza di Dio che si fa avanti per darmi l'opportunità di discutere la mia causa davanti a lui".

9 Alla mano sinistra - Cioè al Nord - alla mano sinistra quando il viso era rivolto a Est. Quindi il caldeo, בצפונא - "a nord". Le altre versioni, la Vulgata, la Settanta, la Siriaca, il Castellio, Lutero, ecc., la rendono "a sinistra". Il termine comune tra gli Ebrei per il "Nord" è צפון tsâphôn - (da צפן tsâphan - "nascondere", o "nascondere"), che significa la regione nascosta, celata, o oscura, poiché gli antichi consideravano il Nord come la sede delle tenebre e delle tenebre, (Omero, Odissea ix.

25ss), mentre supponevano che il Sud fosse illuminato dal sole. "Gesenius". Spesso, tuttavia, come qui, viene usata la parola "sinistra" o "mano sinistra". Si intende la regione del Nord.

Dove lavora - Dove ci sono manifestazioni così meravigliose della sua maestà e gloria. Può Giobbe qui non fare riferimento all'"Aurora Boreale", la straordinaria dimostrazione della potenza di Dio che si vede in quelle regioni? Non avrà forse sentito che c'era qualche ragione speciale per cui sperare di incontrare Dio in quel quartiere, o di vederlo manifestarsi tra le luci smaglianti che giocano lungo il cielo, come per precederlo o accompagnarlo? E quando aveva guardato invano allo splendore del sole nascente e alla gloria del suo tramonto, non era naturale volgere lo sguardo alla successiva straordinaria manifestazione, come supponeva, di Dio, nelle glorie del Nord luci, e aspettarti di trovarlo lì? C'è motivo di pensare che gli antichi caldei, e altri pagani, considerassero le regioni del nord, illuminate da questi celesti splendori,Isaia 14:13 ), e sembra probabile che Giobbe possa aver fatto allusione a una tale opinione prevalente.

Ma non posso vederlo - posso vedere l'esibizione di notevole splendore, ma ancora "Dio" è invisibile. Non viene in mezzo a quelle glorie per darmi l'opportunità di portare la mia causa davanti a lui. Il significato, quindi, di questo è: “Deluso in Oriente e in Occidente. Mi rivolgo al Nord. Lì sono stato abituato ad assistere a manifestazioni straordinarie della sua magnificenza e gloria.

Lì bellissime costellazioni circondano il polo. Lì suona l'Aurora, e sembra essere la manifestazione della gloria di Dio. Accanto alla gloria del sole che sorge e tramonta, mi rivolgo a quelle luci brillanti, per vedere se lì non posso trovare il mio Dio, ma invano. Quelle luci sono fredde e gelide e non rivelano Dio alla mia anima. Deluso, poi mi rivolgo all'ultimo punto, il Sud, per vedere se riesco a trovarlo lì".

Si nasconde a destra - A sud. Il Sud era per gli antichi una regione sconosciuta. I deserti dell'Arabia, infatti, si estendevano in quella regione, ed erano parzialmente conosciuti, e avevano una certa conoscenza che il mare era al di là. Ma consideravano le regioni più a sud, se vi era terra, del tutto impraticabili e inabitabili a causa del caldo. La conoscenza della geografia fu acquisita lentamente e, naturalmente, è impossibile dire quali fossero le opinioni che prevalevano sull'argomento al tempo di Giobbe.

Che ci fosse poca accuratezza delle informazioni sui paesi remoti deve essere considerato un fatto indiscutibile; e, probabilmente, avevano poca concezione delle parti lontane della terra, eccetto quella formata per congettura. Dettagli interessanti delle opinioni degli antichi, su questo argomento, si possono trovare nell'Enciclopedia della Geografia, vol. io. pp. 10-68; confrontare in particolare le note a Giobbe 26:10.

Si riteneva che la terra fosse circondata d'acqua, e che le lontane regioni meridionali, per l'impossibilità di passare per il calore della zona torrida, fossero inaccessibili. A quei regni nascosti e sconosciuti, Giobbe dice che ora si volse, quando invano si era guardato l'un l'altro quarto dei cieli, per vedere se poteva trovare qualche manifestazione di Dio. Eppure ha guardato a quel quartiere ugualmente invano.

Dio si “nascose” o si “nascose” in quelle regioni inaccessibili per non potergli avvicinare. Il significato è: "Anche qui sono deluso. Si nasconde in quella terra lontana. Nelle distese ardenti e invalicabili che si estendono là in misura sconosciuta, non riesco a trovarlo. I piedi dei mortali non possono attraversare quelle pianure in fiamme, e lì non posso avvicinarmi a lui. In qualunque punto della bussola mi volgo, sono lasciato in uguale oscurità.

Che sorprendente descrizione è questa delle tenebre che a volte scendono sull'anima del cristiano, suggerendo al linguaggio: “Oh se sapessi dove potrei trovarlo! Che potessi salire sul suo trono!»

10 Ma conosce la strada che prendo - Margin, "è con me". Cioè: “Ho la massima fiducia in lui. Sebbene io non possa vederlo, egli vede me e conosce la mia integrità; e qualunque cosa la gente possa dire, o comunque possa fraintendere il mio carattere, tuttavia mi conosce e ho la piena fiducia che mi renderà giustizia”.

Quando mi avrà messo alla prova - Quando mi avrà sottoposto a tutte le prove di carattere che sceglierà di applicare.

Uscirò come l'oro - Come l'oro che si prova nel crogiolo, e che esce tanto più puro quanto più intenso è il calore. L'applicazione del fuoco ad esso serve a separare ogni particella d'impurità o lega, e lascia solo il metallo puro. Così è con le prove applicate all'amico di Dio; e possiamo notare

(1) Che tutta la vera pietà sopporterà "qualsiasi" prova che può essere applicata ad essa, poiché l'oro sopporterà qualsiasi grado di calore senza essere ferito o distrutto.

(2) Che l'effetto di tutte le prove è quello di purificare la pietà e renderla più luminosa e preziosa, come è l'effetto dell'applicazione di un intenso calore all'oro.

(3) Spesso c'è molta lega nella pietà di un cristiano, come c'è nell'oro, che deve essere rimossa dalla prova infuocata dell'afflizione. Nient'altro lo rimuoverà se non la prova, poiché nulla sarà così efficace per purificare l'oro come il calore intenso.

(4) Un vero cristiano non deve temere la prova. Non gli farà male. Sarà tanto più prezioso per le sue prove, quanto l'oro lo è per l'applicazione del calore. Non c'è pericolo di distruggere la vera pietà. Vivrà tra le fiamme e sopravviverà al caldo impetuoso che consumerà ancora il mondo.

11 Il mio piede ha tenuto i suoi passi - Roberts, nelle sue Illustrazioni orientali, e l'editore della Bibbia pittorica, supponiamo che ci sia qui un'allusione al potere attivo e avido che gli orientali hanno nei loro piedi e nelle dita dei piedi. Con l'uso costante si abituano a servirsene nel tenere le cose in modo che a noi sembra quasi incredibile, e fanno fare alle dita quasi il lavoro delle dita.

Leghiamo le nostre saldamente fin dalla prima infanzia nelle nostre scarpe strette, e diventano inutili se non per lo scopo di camminare. Ma gli orientali usano il loro in modo diverso. Afferrano un oggetto con le dita dei piedi e lo tengono fermo. Se camminando vedono qualcosa per terra che desiderano raccogliere, invece di chinarsi come vorremmo noi, lo afferrano con le dita dei piedi e lo sollevano. Alypulle, un capo kandiano, stava per essere decapitato.

Quando arrivò al luogo dell'esecuzione, si guardò intorno in cerca di qualche oggetto da afferrare, e vide un piccolo arbusto, lo afferrò con le dita dei piedi e lo tenne fermo per essere fermo mentre il carnefice faceva il suo ufficio. "Robert". Così un arabo nel camminare con fermezza, o nel prendere una posizione determinata, sembra afferrare, afferrare il suolo con le punte dei piedi, conferendo una fissità di posizione inconcepibile a coloro i cui piedi sono angustiati dall'uso di scarpe strette.

Questo può essere il significato qui, che Giobbe si era fissato saldamente nelle orme di Dio e aveva aderito tenacemente a lui; o, come è reso dal dottor Good, "Nei suoi passi inchioderò i miei piedi".

E non rifiutato - Messo da parte.

12 Né sono tornato indietro - non ho messo via o rifiutato.

Il comandamento delle sue labbra - Quello che ha detto, o che è uscito dalla sua bocca.

Ho stimato - Margine, "nascosto" o "rimasto". L'ebraico è "Ho nascosto", poiché nascondiamo o mettiamo da parte ciò che è prezioso. È una parola spesso applicata per accumulare tesori o nasconderli in modo che siano al sicuro.

Più del mio cibo necessario - Margine, "o porzione nominata". Il dottor Good lo rende: "Nel mio seno ho riposto le parole della sua bocca". Così Noyes: "Ho custodito nel mio seno le parole della sua bocca". Così Wemyss; e così è reso nella Vulgata e nella Settanta. La varietà nella traduzione è nata dalla differenza di lettura rispetto alla parola ebraica מחקי mēchôqı̂y.

Invece di questo significato "più della mia porzione" o "indennità", la Settanta e la Vulgata sembrano aver letto בחקי bēchôqı̂y - "nel mio seno". Ma non c'è alcuna autorità per il cambiamento, e non sembra esserci alcun motivo per farlo. La parola חק chôq, significa qualcosa decretato, designato, nominato; poi una porzione stabilita, come di lavoro, Esodo 5:14; poi di cibo - una razione di cibo, Proverbi 30:8; poi un limite, un vincolo, una legge, uno statuto, ecc.

Mi sembra che la parola qui significhi "scopo, intenzione, regola o disegno" e che l'idea sia che avesse considerato i comandi di Dio più "che i propri scopi". Era stato disposto a sacrificare i propri disegni alla volontà di Dio, e aveva così mostrato la sua preferenza per Dio e la sua legge. Questo senso sembra essere il più semplice di tutti, ed è sorprendente che non sia venuto in mente a nessun espositore.

Quindi la stessa parola è usata in Giobbe 23:14. Se questo è il senso, esprime un vero sentimento di pietà in tutti i tempi. Chi è veramente religioso è disposto a sacrificare e ad abbandonare i propri progetti al comando di Dio. Giobbe dice che era cosciente di averlo fatto, ed era quindi fermamente convinto di essere un uomo pio.

13 Ma è in una mente: è immutabile. Ha formato i suoi piani e nessuno può distoglierlo da essi. Sulla verità di questo sentimento non si può contestare. L'unica difficoltà nel caso è vedere perché Giobbe ne abbia parlato qui, e in che modo influisca sul filo del pensiero che stava perseguendo. L'idea sembra essere che Dio stava ora realizzando i suoi scopi eterni nei suoi confronti; che aveva formato un piano molto indietro nelle età eterne, e che quel piano doveva essere eseguito; che era un Sovrano, e che per quanto misteriosi potessero essere i suoi piani, era vano contendere con loro, e quell'uomo doveva sottomettersi alla loro esecuzione con pazienza e rassegnazione.

Giobbe si aspettava ancora che Dio si sarebbe fatto avanti e lo avrebbe rivendicato; ma al momento tutto ciò che poteva fare era sottomettersi. Non pretendeva di comprendere la ragione delle divine dispense; sentiva di non avere il potere di resistere a Dio. Il linguaggio qui è quello di un uomo che è perplesso riguardo ai rapporti divini, ma che sente che sono tutti in accordo con l'immutabile proposito di Dio.

E ciò che la sua anima desidera, anche ciò che fa, fa ciò che vuole. Nessuno può resistergli o controllarlo. È vano, quindi, lottare contro di lui. Da questo brano si vede che la dottrina della sovranità divina fu compresa in un'età molto precoce del mondo, ed entrò senza dubbio nella religione dei patriarchi. Allora si vedeva e sentiva che Dio era assoluto; che non dipendeva dalle sue creature; che ha agito secondo un piano; che era inflessibile riguardo a quel piano e che era vano tentare di resistere alla sua esecuzione.

Se ben compreso, è motivo di indicibile consolazione il fatto che Dio abbia un piano - perché chi potrebbe onorare un Dio che non aveva un piano "senza", ma che ha fatto tutto a caso? Si tratta di rallegrarsi del fatto che egli ha "un" grande scopo che si estende attraverso tutte le età e che abbraccia tutte le cose - poiché allora ogni cosa cade al suo posto e ha il suo rapporto appropriato con altri eventi.

È motivo di gioia che Dio "fa" eseguire tutti i suoi scopi; poiché poiché sono tutti buoni e saggi, è "desiderabile" che vengano giustiziati. Sarebbe una calamità se un buon piano non fosse eseguito. Perché allora le persone dovrebbero lamentarsi degli scopi o dei decreti di Dio?

14 Poiché egli compie ciò che è stabilito per me: “ Ora incontro solo ciò che è stato determinato dal suo piano eterno. Non so quale sia il “motivo” per cui è stato nominato; ma vedo che Dio aveva deciso di farlo, e che è vano resistergli». Quindi, quando soffriamo, possiamo dire la stessa cosa. Non è per caso o per caso che siamo afflitti; è perché “Dio” ha “stabilito” che così dovrebbe essere.

Non è per passione o capriccio da parte sua; non per ira o ira improvvisa; ma è perché aveva deciso di farlo come parte del suo piano eterno. È molto, quando siamo afflitti, poter fare questa riflessione. Preferirei essere afflitto, sentendo che è "la nomina di Dio", piuttosto che pensare che sia "per caso" o "casuale". Preferisco pensare che sia una parte di un piano tranquillamente e deliberatamente formato da Dio, piuttosto che sia il risultato di una causa inaspettata e incontrollabile.

In un caso, vedo che mente, pensiero e piano sono stati impiegati, e deduco che c'è una "ragione" per questo, anche se non riesco a vederla; nell'altro non vedo alcuna prova di ragione o di saggezza, e la mia mente non trova riposo. La dottrina dei propositi o decreti divini, quindi, è eminentemente adatta a dare consolazione a un sofferente. Avrei infinitamente preferito essere sotto l'operazione di un piano o di un decreto in cui "potrebbe" esserci una ragione per tutto ciò che viene fatto, anche se non riesco a vederlo, piuttosto che sentire che sono soggetto ai lanci del cieco caso, dove ci può forse non c'è motivo.

E molte di queste cose sono con lui - Lo scopo non riguarda solo me. Fa parte di un grande piano che si estende agli altri, a tutte le cose. Sta eseguendo i suoi piani intorno a me, e non dovrei lamentarmi che nello sviluppo dei suoi vasti propositi io sia incluso, e che soffro. L'idea sembra essere questa, che Giobbe trovasse consolazione nella convinzione di non essere solo in queste circostanze; che non era stato indicato e scelto come un oggetto speciale di dispiacere divino.

Altri avevano sofferto allo stesso modo. C'erano "molti" casi come il suo, e perché dovrebbe lamentarsi? Se sentissi che c'era un dispiacere speciale contro "me"; che nessun altro fosse trattato allo stesso modo, renderebbe le afflizioni molto più difficili da sopportare. Ma quando sento che c'è un disegno eterno che abbraccia tutti, e che io vengo solo per la mia parte, in comune con gli altri, delle calamità che sono giudicate necessarie per il mondo, posso sopportarle con molta più facilità e pazienza .

15 Pertanto sono turbato dalla sua presenza - La dottrina degli scopi e dei decreti divini "è adatta a impressionare la mente con timore reverenziale". Così vasti sono i piani di Dio; così incerto per noi è ciò che verrà sviluppato in seguito; è così impossibile resistere a Dio quando si fa avanti per eseguire i suoi piani, che riempiono la mente di riverenza e paura. E questo è uno degli oggetti per i quali la dottrina si rivela.

È progettato per rimproverare l'anima che è piena di frivolezza e presunzione; per impressionare lo hcart con adoranti vedute di Dio e per assicurare un'adeguata riverenza per il suo governo. Non sapendo quale potrebbe essere il prossimo sviluppo del suo piano, la mente dovrebbe essere in uno stato di santo timore, ma pronta a sottomettersi e ad inchinarsi in qualunque aspetto i suoi scopi possano essere resi noti. Un Essere, che ha un piano eterno, e che è in grado di realizzare tutto ciò che si propone, e che non fa conoscere nessuno dei suoi affari in anticipo, dovrebbe essere oggetto di venerazione e di timore.

Non sarà lo stesso “tipo di terribile timore” che avremmo di uno che ha avuto un potere onnipotente, ma che non aveva “nessun piano” di alcun tipo, ma una profonda venerazione per colui che è infinitamente saggio oltre che onnipotente. La paura di un Essere Onnipotente, che ha un piano eterno, di cui non possiamo dubitare è saggio, sebbene sia imperscrutabile per noi, è un timore misto a fiducia; è soggezione che conduce alla venerazione più profonda. I suoi consigli eterni possono togliere i "nostri" conforti, ma sono giusti; la sua venuta alla luce può riempirci di stupore, ma lo venereremo e lo ameremo.

Quando penso - Quando mi sforzo di capire i suoi rapporti; o quando penso da vicino a loro.

Ho paura di lui - Questo sarebbe l'effetto su qualsiasi mente. Un uomo che siederà da solo e "penserà" a Dio, e nei suoi vasti piani, vedrà che ci sono abbondanti occasioni per essere in soggezione davanti a lui.

16 Perché Dio rende il mio cuore morbido - Cioè, "debole". Mi toglie le forze; confronta le note di Isaia 7:4. Questo effetto è stato prodotto su Giobbe dalla contemplazione del piano eterno e della potenza di Dio.

17 Perché non sono stato stroncato prima delle tenebre - Prima che queste calamità venissero su di me. Perché non sono stato portato via in mezzo alla prosperità, e mentre mi godevo i suoi sorrisi e le prove del suo amore. Il suo guaio è che gli è stato risparmiato di passare attraverso queste prove e di essere trattato come se fosse uno dei peggiori uomini. Questo è ciò che ora lo lascia perplesso, e ciò che non riesce a capire. Non sa perché Dio lo avesse riservato per trattarlo come se fosse il capo dei peccatori.

Né ha coperto l'oscurità dalla mia faccia - La parola "né" è fornita qui dai nostri traduttori, ma non in modo improprio. La difficoltà con Giobbe era che Dio non aveva "nascosto" questa oscurità e calamità in modo da non averla vista. Non riusciva a capire perché, essendo suo amico, Dio non lo avesse portato via, affinché tutti avessero visto, anche nella sua morte, che era amico di Dio.

Questo sentimento non è, forse, molto raro tra coloro che sono chiamati a superare le prove. Non capiscono perché erano riservati a queste sofferenze e perché Dio non li ha portati via prima che i flutti della calamità li avvolgessero.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 23

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 23

Questo e il seguente capitolo contengono la risposta di Giobbe all'ultima orazione di Elifaz; in questo egli dichiara prima la sua attuale triste condizione e condizione, Giobbe 23:1,2 ; vorrebbe sapere dove trovare Dio, come un giudice seduto su un trono, davanti al quale esporre la sua causa, e perorarla, e avere il suo giudizio e la sua decisione finale emessi su di essa; quando non dubitava che lo avrebbe trattato favorevolmente, e lo avrebbe ammesso e rafforzato, per perorare la sua causa, e lo avrebbe assolto per sempre dalle accuse mosse contro di lui, Giobbe 23:3-7 ; per cui lo cercò dappertutto, ma non lo trovò, ma si accontentò di questo, che Dio conosceva la sua via; e che, dopo averlo processato, risplenda come oro puro, e appaia non un apostata da lui, ma uno sinceramente obbediente ai suoi comandi, e un vero amante della sua parola, Giobbe 23:8-12 ; e quanto alle sue afflizioni, erano il risultato degli inalterabili propositi e disposizioni di Dio: ma ciò che gli dava il massimo disagio era che ce n'erano ancora altri di quel tipo a venire, che lo riempivano di paure e svenimenti, di afflizione e di tenebre, Giobbe 23:13-17

Versetto 1. Allora Giobbe rispose e disse.] In risposta a Elifaz; perché, sebbene non rivolga il suo discorso a lui, né si curi dei suoi amici; eppure, come prova della sua innocenza, contro le sue e le loro accuse e accuse, non desidera altro che che la sua causa sia esposta a Dio stesso, dal quale non aveva dubbi che sarebbe stato assolto; e, contrariamente alle loro nozioni, mostra in questo capitolo che egli, un uomo giusto, fu afflitto da Dio, secondo i suoi immutabili decreti; e, in secondo luogo, che gli uomini malvagi prosperano grandemente; in modo che ciò che qui dice possa essere considerato come una risposta sufficiente a Elifaz e ai suoi amici; e dopo di che non gli dicono altro, tranne alcune parole lasciate cadere da Bildad

2 Versetto 2. Anche oggi [è] amaro il mio lamento,

Le afflizioni di Giobbe continuarono a lungo su di lui, gli furono fatti possedere mesi di vanità e, poiché si era lamentato fin da quando erano su di lui, continuò a lamentarsi fino a quel giorno, "anche" dopo tutte le comodità che i suoi amici pretendevano di dargli, come osserva Jachi: le sue lamentele riguardavano le sue afflizioni, e il cattivo uso che i suoi amici avevano fatto di lui sotto di loro; non dell'ingiustizia in Dio nell'affliggerlo, sebbene pensasse di trattarlo severamente; ma della grandezza delle sue afflizioni, essendo esse intollerabili e la sua forza ineguagliabile ad esse, e quindi la morte gli era più adatta della vita; e si lamentava che Dio gli nascondeva la sua faccia, e non lo udiva, né gli mostrava perché contendeva con lui, né ammetteva di udire la sua causa davanti a lui: e questo suo lamento era "amaro": le cose di cui si lamentava erano tali, amare afflizioni, come le acque di Mara che gli Israeliti non potevano bere, Esodo 15:23 ; c'era una grande quantità di assenzio e di fiele nella sua afflizione e miseria; e fu in modo amaro, nell'amarezza della sua anima, che fece il suo lamento; e, ciò che peggiorava ulteriormente il suo caso, non poteva emettere alcun lamento, nemmeno un sospiro o un gemito, ma era considerato "provocazione" o "testardaggine [e] ribellione" dai suoi amici; così alcuni rendono la parola, come fa il signor Broughton, "oggi il mio sospiro è considerato una ribellione": c'è davvero una grande quantità di ribellione spesso nei cuori, nelle parole e nelle azioni, nella condotta e nel comportamento, anche di uomini buoni nelle afflizioni, come lo erano negli Israeliti nel deserto; ed è difficile lamentarsi senza esserne colpevoli; sebbene le lamentele possano esserne prive, eppure con esso si accompagnano sempre rimpianti e mormorii:

e il mio colpo è più pesante del mio gemito; o "la mia mano", intendendo o la sua propria mano, che era pesante e penzolante, il suo spirito veniva meno, la sua forza era esaurita, e così le sue mani deboli, deboli e negligenti, che non poteva sostenerle durante le sue afflizioni e i suoi gemiti sotto di esse, vedi Salmi 102:5 Ebrei 12:12 ; o la mano di Dio su di lui, la sua mano afflitta, che lo aveva toccato e premuto forte su di lui, e giaceva pesante, ed era più pesante di quanto mostrassero i suoi gemiti; Sebbene gemesse molto, non gemeva più, né tanto, quanto le sue afflizioni richiedevano; e quindi non c'era da meravigliarsi che la sua lamentela fosse amara, né si dovesse considerare ribellione e provocazione; vedi Giobbe 6:2,3; 19:24

3 Versetto 3. Oh, se sapessi dove potrei trovarlo,

Cioè, Dio, che è compreso, anche se non espresso, un parente senza antecedente, come in Salmi 87:1; Cantici 1:2; Giovanni 20:15 ; Jarchi lo fornisce, e lo interpreta, "il mio Giudice", da Giobbe 23:7 ; e certo è che Giobbe desiderava trovare Dio come giudice seduto sul suo trono, che faceva il bene, per poter avere giustizia su di lui: anzi poteva essere sotto il nascondiglio del volto di Dio, il che aumentava la sua afflizione e la rendeva più pesante; nel qual caso, il popolo di Dio non sa dove si trova, e "come" trovarlo, come il signor Broughton rende le parole qui; sanno che Egli è dappertutto e riempie il cielo e la terra della sua presenza; che il loro Dio è nei cieli, il suo trono è là, sì, il cielo è il suo trono; che egli è nella sua chiesa e in mezzo al suo popolo, dove sono radunati nel suo nome, per servirlo e adorarlo; e che egli si trova in Cristo, come un Dio misericordioso e misericordioso; tutto ciò che Giobbe sapeva, ma potrebbe, come lo sono loro in tali circostanze, non sapere come giungere a una ragionevole comunione con lui; Poiché, quando nasconde il suo volto, chi può vederlo? eppure non possono accontentarsi senza cercarlo, e facendo uso di tutti i mezzi per trovarlo, come fece Giobbe, Giobbe 23:8,9 ; vedi Cantici 3:1-3 ;

[affinché] potessi venire [anche] al suo seggio; o il suo propiziatorio, da cui egli comunica con il suo popolo, il trono della sua grazia, dove siede come il Dio della grazia, dispensando la sua grazia al suo popolo, per aiutarlo nel momento del bisogno; la via alla quale è Cristo, e nella quale tutti i credenti possono giungervi con franchezza, nel suo nome, attraverso il suo sangue, la sua giustizia e il suo sacrificio; possono arrivare fino ad esso, nell'esercizio della fede e della speranza, sebbene la distanza sia grande, come tra il cielo e la terra, tuttavia mediante la fede possono entrare nel più santo di tutti, e mediante la speranza entrare nel velo; e sebbene le difficoltà e gli scoraggiamenti siano molti, derivanti dai loro peccati e dalle loro trasgressioni, oppure il suo seggio di giudizio, al quale nessuno può apparire e stare in piedi, senza una giustizia, o senza una migliore della propria, per la quale nessuno può essere giustificato agli occhi di Dio; il quale, se severo nel marcare l'iniquità, il migliore degli uomini non può stare davanti a lui, alla sua sbarra della giustizia; infatti, nella giustizia di Cristo, un credente può salire al tribunale di Dio, e a lui come Giudice di tutti, e non aver paura, ma stare davanti a lui con fiducia, poiché ciò è sufficiente per rispondere per lui, e assolverlo pienamente: ma Giobbe qui sembra avere un rispetto particolare per il suo caso, nella controversia tra lui e i suoi amici, ed è così pienamente sicuro della giustezza della sua causa, e contando sulla sua innocenza, non desidera altro che poter trovare Dio seduto su un trono di giustizia, davanti al quale la sua causa possa essere portata e ascoltata, senza dubitare minimamente che dovrebbe essere assolto; era così lontano dal nascondersi da Dio, o dal compiacersi con il pensiero che Dio era nell'alto dei cieli, e non sapeva nulla di lui e della sua condotta, e non poteva giudicare attraverso le nuvole scure, che erano per lui una copertura, da non poterlo vedere; che non aveva paura di presentarsi davanti a lui e di salire fino al suo posto, se sapeva solo dove e come poteva; vedi Giobbe 22:12-14

4 Versetto 4. Ordinerei la [mia] causa davanti a lui,

O, come persona che prega, rivolge la sua preghiera a lui, e la mette in ordine davanti a lui, vedi Salmi 5:3 ; oppure come difesa di se stesso e a giustificazione di se stesso; non della sua persona davanti a Dio, mettendo in ordine le sue opere di giustizia dinanzi a lui, e invocando la sua giustificazione ai piedi di esse; poiché per mezzo di essi nessun vivente di carne può essere giustificato davanti a Dio; ma della sua causa, poiché, come un uomo può rivendicare la sua causa davanti agli uomini, e liberarsi dalle calunnie gettate su di lui, come fece Samuele, 1Samuele 12:5 ; così può davanti a Dio, riguardo alle accuse di cui è falsamente accusato, e può appellarsi a lui per la giustizia, e desiderare che si svegli, e si svegli al suo giudizio, anche alla sua causa, e lo difenda contro coloro che lottano con lui, come fece Davide, Salmi 35:1,23; 43:1 ;

e riempirmi la bocca di argomenti; o nella preghiera, come può fare un uomo buono; non con quelli che sono presi dalla sua bontà e giustizia, ma dalla persona, dall'ufficio, dalla grazia, dal sangue, dalla giustizia e dal sacrificio di Cristo, e dalle dichiarazioni della grazia di Dio e dalle promesse della sua parola; oppure, come in un tribunale di giudizio, portando avanti le sue forti ragioni e dando prove della sua innocenza, tali da essere dimostrative, persino convincenti per tutti coloro che avrebbero ascoltato, e sarebbero non solo prove per lui, e in suo favore, ma anche rimproveri, come significa la parola , per coloro che contendevano con lui

5 Versetto 5. Conoscerei le parole [che] mi risponderebbe,

Essere un Dio che ascolta e risponde alle preghiere, che ascolta sempre, e prima o poi risponde alle richieste del suo popolo a modo suo; e che, quando lo fa, essi lo sanno, lo notano e lo osservano: o allora dovrebbe sapere la ragione per cui il Signore contendeva con lui, e quali erano i suoi peccati e le sue trasgressioni, che erano la causa delle sue afflizioni; cose che aveva desiderato sapere, ma che ancora non aveva risposta, vedi Giobbe 10:2; 13:22,23 ;

e capire ciò che mi avrebbe detto; quale giudizio avrebbe emesso su di lui, quale sentenza avrebbe pronunciato su di lui, colpevole o no, e con quale giudizio si sarebbe accontentato di stare in piedi o di cadere; Quanto al giudizio degli uomini, al giudizio dei suoi amici, o all'essere giudicato da loro, non lo richiedeva, perché non capiva su quale base andassero, o che fosse buono; ma dovrebbe prestare deferenza al giudizio di Dio, come se fosse sempre conforme alla verità, e la ragione del quale, quando dovesse avere un'udienza davanti a sé, e una sentenza decisiva da parte sua, dovrebbe chiaramente percepire; vedi 1Corinzi 4:3

6 Versetto 6. Difenderà egli contro di me con la [Sua] grande potenza?

Dio non interdirà affatto contro il suo popolo, ma per loro: tanto meno interdirà contro di loro con la sua grande forza, useranno tutta la sua potenza per abbatterli, schiacciarli e opprimerli; poiché egli è un Dio grande, e di grande potenza, è potente in forza, e non c'è contendere con lui, né rispondere da lui, Giobbe 9:3,9,19 ; né li tratterà secondo il rigoroso rigore della sua giustizia, né susciterà tutta la sua ira, né contenderà per sempre con loro in tal modo; perché allora gli spiriti verrebbero meno davanti a lui, e le anime che egli ha fatto; qualunque cosa faccia con gli altri, facendo conoscere la sua potenza sui vasi dell'ira, non agirà mai in questo modo con i vasi della misericordia.

no, ma egli avrebbe messo [forza] in me: per pregarlo, e prevalere con lui per afferrarlo, e non lasciarlo andare senza la benedizione, come fece Giacobbe, Osea 12:3,4 ; o per stare davanti a lui, e perorare la sua causa con lui, in modo così forte e potente da sopportare tutte le accuse e le accuse mosse contro di lui. o "egli porgerà [il suo cuore] su di me"; agirà con mitezza e gentilezza, gentilezza e grazia, e non con la sua grande forza e la sua rigorosa giustizia; o "non metterà [peccati] su di me", come Jarchi, né lo accuserà, per quanto colpevole di essi, come hanno fatto i suoi amici, o imputerà a lui tali che non ha mai commesso: Dio è così lontano dal fare questo al suo popolo, che non imputa i loro peccati a coloro che hanno commesso, ma a suo figlio, tanto meno imporrà su di loro più di quanto sia giusto, Giobbe 34:23. Alcuni ritengono che il senso delle parole sia questo, in risposta alla domanda di cui sopra: "Difenderà egli contro di me con la sua grande potenza?", lo faccia, "solo che non si metta contro di me", in modo ostile, e allora non rifiuto di entrare nel dibattito con lui, il che esprime grande audacia e fiducia, e anche troppo, e deve essere annoverato tra le espressioni sconvenienti di cui Giobbe si convinse in seguito; ma questo egli lo pronuncia nella sua passione, per mostrare più chiaramente e con più forza la sua innocenza

7 Versetto 7. Là i giusti potrebbero discutere con lui,

Cioè, al suo seggio, o al suo propiziatorio, dove anche Dio permette ai peccatori di venire a ragionare con lui, per perdonare la grazia e la misericordia, sulla base delle sue stesse dichiarazioni e promesse, e del sangue e del sacrificio di suo figlio, Isaia 1:18 ; o al suo seggio di giudizio, invocando la giustizia di Cristo, che soddisfa pienamente la legge e la giustizia. Giobbe molto probabilmente intende se stesso per l'uomo giusto o retto, essendo cosciente a se stesso della sua sincerità e integrità; e confidando in ciò, non temeva di comparire davanti a Dio come giudice, e di ragionare la sua causa davanti a lui, disputando la questione con lui e in sua presenza, che era in controversia tra lui e i suoi amici, se fosse un ipocrita o un sincero uomo buono:

così dovrei essere liberato per sempre dal mio Giudice; o da coloro che lo giudicavano duramente ed erano molto censori nel carattere che davano di lui; e da tutte le loro condanne contro di lui, e calunnie e accuse gli si attaccarono addosso; o "da colui che mi giudica", da chiunque lo giudichi erroneamente, amico o nemico; o piuttosto da Dio stesso, il suo Giudice, dal quale dovrebbe allontanarsi assolto; e così il signor Broughton rende le parole: "così dovrei essere liberato per sempre dal mio Giudice"; perché, se Dio giustifica, chi condannerà? costui non ha bisogno di considerare le condanne degli uomini o dei diavoli; essendo assolto da Dio è per sempre instillato e non entrerà mai nella condanna; L'assoluzione di Dio è una garanzia dalla condanna degli altri

8 Versetto 8. Ecco, io vado avanti, ma egli non c'è,

Giobbe qui ritorna a ciò che aveva detto prima, Giobbe 23:3 ; come osserva Jachi, dove esprime il suo sincero desiderio di Dio, di poter sapere dove si trovava, e salire al suo posto; qui racconta i vari modi che ha preso per trovarlo, e la sua infruttuosa ricerca di lui. Cocceio pensa che con queste frasi "avanti" e "indietro" si intendano i tempi futuri e passati; e che il senso è che Giobbe guardò nei tempi futuri del Messia, e nella grazia promessa a lui, il suo Redentore vivente, che sarebbe venuto sulla terra nell'ultimo giorno; e che guardò indietro ai secoli prima di lui, e alla prima promessa fatta ad Adamo; ma non riusciva a capire da nessuna delle due ragione perché gli uomini buoni fossero afflitti; e per la "destra" e la "sinistra", le diverse dispensazioni di Dio agli uomini, concedendo protezione con la sua destra, e distribuendo le benedizioni della sua bontà per mezzo di essa; e con la sua sinistra poneva su di loro afflizioni e mali; eppure, né dall'uno né dall'altro poteva apprendere il pensiero e la volontà di Dio riguardo agli uomini, poiché l'amore e l'odio non si devono conoscere da queste cose: ma piuttosto, con i commentatori ebrei in generale, dobbiamo intendere i luoghi con queste varie espressioni; anche ciascuna delle parti del mondo, est, ovest, nord e sud; che Giobbe attraversò, e scrutò nella sua mente, per trovarvi Dio, ma inutilmente; perché, quando un uomo sta con la faccia rivolta verso il sole che sorge, l'oriente è davanti a lui, e, se va avanti, va verso oriente; e dietro di lui c'è l'ovest, e, se va da quella parte, va indietro; quindi il mare orientale è chiamato il primo mare, e il mare occidentale, o mediterraneo, il mare posteriore, Zaccaria 14:8 ; e un uomo, in questa posizione, avrà il nord alla sua sinistra e il sud alla sua destra; vedere Genesi 13:9 ; ora Giobbe dice che andò "avanti", cioè verso est; ma, dice egli di Dio, "egli non [è] [là]", o "non è"; non significa che non fosse nell'essere, non esistesse; poiché egli credeva fermamente nell'esistenza di Dio, o che fosse, ma, come giustamente forniamo, non era là, cioè verso oriente; eppure il più grande, il più glorioso, e le sue apparizioni più graziose erano in oriente; L'uomo è stato creato in Oriente; il giardino di Eden fu piantato a oriente; qui Dio apparve ad Adamo, sia prima che dopo la sua caduta; e fu in oriente che Cristo, il secondo Adamo, nacque; in esso apparve la sua stella e il suo Vangelo fu predicato per la prima volta nelle parti orientali; a est viveva ora Giobbe, ed era stato l'uomo più grande in essa; ma ora Dio non gli apparve, come nella versione latina della Vulgata, non in modo gentile e misericordioso; né poteva trovarlo qui al suo trono di giustizia, come desiderava; era lì, anche se Giobbe non lo vide; perché egli è dappertutto; infatti non è confinato o limitato ad alcun luogo; poiché, come il cielo dei cieli non può contenerlo, tanto meno alcuna parte o angolo della terra,

e indietro, ma non riesco a percepirlo; o capire dove si trova, o avere informazioni su di lui e sul motivo delle sue dispense, specialmente riguardo a se stesso

9 Versetto 9. A sinistra, dove egli lavora, ma io non posso vederlo,

La parte settentrionale del mondo, dove si trova la sua sede, o il cerchio della terra, dice Bar Tzemach, e che ha steso il nord sopra il luogo vuoto, Giobbe 26:7. La nota di Jarchi è che, quando l'ha creata, non ne ha fatto il luogo del suo trono: Dio opera dappertutto in modo provvidenziale, ma in alcuni luoghi in modo più eminente che in altri; Si osserva che la parte settentrionale del mondo è più abitata di quella meridionale, e che la gente di essa è più attiva nella guerra e negli affari che altrove; e Dio fa tra loro cose più grandi e più grandi che fra gli altri; e il signor Caryl osserva che il Vangelo è stato predicato qui in modo sempre più generale e più chiaro che nelle parti meridionali del mondo; e forse dalle camere settentrionali nella visione di Ezechiele, Ezechiele 42:1, furono progettate le chiese protestanti nelle parti settentrionali, poiché è ben noto che la dottrina protestante è chiamata l'eresia settentrionale: ma cosa Giobbe intendesse con le opere di Dio nel nord non è facile a dirsi; ma poiché questo si riferisce a qualche luogo dove Dio era stato impiegato per operare o per la provvidenza o per la grazia, era il più probabile trovarlo, e tuttavia Giobbe non poteva vederlo, né vederlo in alcun modo, né come su un trono di grazia o di giustizia:

egli si nasconde sulla destra, così che io non possa vederlo; o "copre la mano destra", le parti meridionali del mondo; copre la faccia del sud con la sua faccia, così che io non posso vederlo, così Jarchi; questo si dice perché il sud è coperto dalle acque dell'oceano, come osserva Bar Tzemach; quello che chiamiamo il mare del sud: o piuttosto il significato è, che Dio si coprì a destra, o a sud, come con un mantello, come significa la parola; si avvolse o in una luce inaccessibile, come con un vestito, o in nuvole di oscurità, che non poteva essere visto; E se si nasconde, come spesso fa al migliore degli uomini, chi può vederlo? Giobbe 34:29 ; vedi Giobbe 9:11

10 Versetto 10. ma egli conosce la via che prendo,

Sembra che egli dica questo in un modo di conforto a se stesso, confortandosi e contentosi, che sebbene non riuscisse a trovare Dio, né sapesse dove fosse, o quale via prendesse, né le ragioni delle sue vie e dispensazioni con i figlioli degli uomini, e con se stesso, tuttavia Dio sapeva dove si trovava, e quale via prendeva; con ciò egli intende o la via che ha preso, essendo diretto ad essa per la sua accettazione presso Dio, la sua giustificazione davanti a lui e la salvezza eterna; a cui egli guardava mediante fede il suo Redentore vivente per la rettitudine e la vita eterna: o piuttosto alla via e al modo di vivere che intraprendeva, al corso della sua condotta, camminando in tutti i comandamenti e le ordinanze del Signore, nei sentieri della pietà e della verità, della rettitudine e della santità; e questo Dio lo sapeva non appena con la sua onniscienza, come conosce tutte le vie degli uomini, buone e cattive; i suoi occhi sono su di loro, la menzogna li circonda e li conosce a fondo; ma a mo' di approvazione, egli lo approvò, e se ne compiacque molto, essendo così conforme alla sua volontà rivelata, così puro e santo; così il Signore conosce la via dei giusti, Salmi 1:6 ;

[quando] mi avrà messo alla prova, ne uscirò come l'oro; puro come l'oro, così libero da scorie, sembra del tutto innocente delle accuse mosse contro di lui, e risplende nella sua integrità. Era prezioso e prezioso come l'oro, come tutto il popolo di Dio è stimato da lui, per quanto sia considerato dagli altri; sono preziosi figli di Sion, paragonabili all'oro fino; non che abbiano un valore intrinseco in se stessi, non sono in alcun modo migliori degli altri per natura; ma per la grazia di Dio concessa loro, che è come l'oro provato nel fuoco; e per la giustizia di Cristo imputata loro, che è oro di Ofir e vesti d'oro lavorato; e a motivo dell'uno e dell'altro sono come un ammasso d'oro, e sono gli eletti di Dio, e preziosi: quest'oro egli prova, il Signore prova i giusti; e che fa per provvidenze afflittive; li mette nella fornace dell'afflizione, che è la prova ardente per metterli alla prova; e in questo modo le loro grazie sono messe alla prova, la loro fede, speranza, amore, pazienza, ecc. abbracciano i loro principi e le loro dottrine, sia che si tratti di oro, argento e pietre preziose, sia che si tratti di legno, fieno e stoppia; il fuoco mette alla prova il lavoro di ogni uomo, di che tipo sia, e se essi si atterranno ad esso e anche alla loro professione, se vi aderiranno; e in questo modo egli purifica le loro scorie e lo stagno, ed essi escono dalla fornace come oro puro in grande splendore e splendore, come quelli di Apocalisse 7:13,14 ; ora Giobbe era in questa fornace e ci provava; ed era fiducioso che, come ne fosse uscito, sarebbe apparso con grande vantaggio, puro e immacolato; anche se può darsi che egli abbia rispetto per il suo processo alla sbarra della giustizia, dove desiderava essere processato, ed essere sottoposto al più severo esame; e non dubitava che sarebbe stato assolto e avrebbe brillato come l'oro; anzi, queste parole possono essere addotte come ragione per cui Dio non sarebbe stato trovato da lui come suo Giudice per giudicare la sua causa, perché conosceva la sua rettitudine e integrità, e che doveva andarsene da lui assolto e rilasciato; e quindi, per ragioni a lui sconosciute, rifiutò di giudicarlo; a questo scopo Jarchi interpreta le parole, che possono essere tradotte, "poiché egli conosce la via che prendo"; e quindi non sarà visto da me, né sembrerà giudicarmi: "mi ha messo alla prova"; ancora e ancora, e ha visto l'integrità del mio cuore, come la interpreta Sephorno, e conosce bene la mia innocenza; vedi Salmi 17:3 ; e se volesse mettermi alla prova di nuovo, "Io uscirò come l'oro"; abbastanza libero da tutte le accuse e imputazioni; Sono in grado di sopportare il più rigoroso esame: egli disse questo come consapevole della sua rettitudine e del suo rigoroso riguardo per le vie e la parola di Dio, come segue; ma questa era una parola audace e una sua espressione indegna a Dio; e di cui poi si vergognò e si pentì, quando Dio apparve e gli parlò dal turbine

11 Versetto 11. Il mio piede ha trattenuto i suoi passi,

ha calpestato i gradini che ha percorso; seguiva Dio da vicino, lo imitava in atti di santità e giustizia, di misericordia, di benevolenza e di beneficenza; e vi proseguì; quando mise il piede sulle orme di Dio, che erano per lui un esempio, vi persistette; come lo conobbe, così lo imitò e camminò in modo degno di lui.

ho seguito la sua via; la via che gli aveva prescritto e gli aveva comandato di seguire, la via dei suoi comandamenti, che osservava costantemente e osservava; sebbene non perfettamente, tuttavia con grande diletto e piacere, e in modo da non essere accusato di alcuna grave negligenza nei loro confronti, ma in un certo senso camminare in tutti loro irreprensibilmente, per non essere colpevole davanti agli uomini:

e non si allontanò dalla via di Dio, non si allontanò da essa né a destra né a sinistra, né andò per sentieri tortuosi con uomini malvagi, né si allontanò malvagiamente dal suo Dio, dalle sue vie e adorò, come dice Davide, Salmi 18:21

12 Versetto 12. E non mi sono allontanato dal comandamento delle sue labbra,

Da alcuno dei comandamenti che le sue labbra avevano pronunciato, non intendendo i dieci comandamenti dati a Israele, che forse non erano ancora stati dati o che non erano giunti a conoscenza di Giobbe; alcuni parlano dei sette comandamenti dati ai figli di Noè; vedi Gill su "Genesi 9:4". Sembra che si tratti di ogni singolo comandamento che Dio aveva dato a Noè o ad Abramo, o a uno qualsiasi dei patriarchi, prima dei tempi di Giobbe, e di cui era a conoscenza, e che osservava attentamente, si teneva vicino e da cui non si discostava; ma ne fece la regola del suo camminare e della sua pratica:

Ho stimato le parole della sua bocca più del mio necessario [cibo]; le parole del Signore, le dottrine di grazia che uscirono dalla sua bocca, sono cibo per la fede; vi sono latte per i bambini e carne per gli uomini forti; sono parole saporite, salutari e salutari, mediante le quali il popolo di Dio viene nutrito per la vita eterna; e sono stimati da loro più del cibo che è necessario e conveniente per il loro corpo; vedi Proverbi 30:8 ; poiché, come l'anima è preferibile al corpo, così il cibo dell'uno è preferibile al cibo dell'altro, ed è più dolce, come lo sono le parole di Dio, al gusto del credente, del miele o del favo di miele: o "Ho nascosto o accumulato le parole della sua bocca"; egli le aveva riposte nel suo cuore, per meditare su di loro e ricevere da loro conforto e nutrimento spirituale quando ne avesse bisogno, come gli uomini ripongono il loro cibo in un luogo appropriato contro il momento in cui lo desiderano per il loro sostentamento e ristoro; e Giobbe fu più attento a riporre l'uno che l'altro; vedi Salmi 119:11 ; qui Giobbe incontra il consiglio di Elifaz e lo rispetta, Giobbe 22:22 ; e significa che non aveva bisogno di darglielo, l'aveva già fatto

13 Versetto 13. Ma egli è in una sola mente,

Sia per quanto riguarda i suoi comandamenti, ogni precetto rimane in pieno vigore, egli non altera mai ciò che è uscito dalle sue labbra, né emana altri comandamenti diversi o contrari a ciò che ha dato; e quindi Giobbe ha ritenuto suo dovere osservarli e non declinare da essi; che è il senso di un commentatore ebreo, collegando le parole con le precedenti: O rispetto alle sue dispense verso Giobbe nell'affliggerlo; che ha continuato nonostante la sua innocenza, perché è un Essere sovrano, e fa tutto ciò che vuole; egli è immutabile nei suoi propositi e nei suoi decreti; non deve essere costretto in alcun modo a modificare la sua condotta fissata; non deve essere contraddetto né contrastato; e questa era la ragione per cui non voleva essere trovato da lui, sebbene lo cercasse con tanto fervore e diligenza, e perché non lo ascoltava, e non sembrava giudicare la sua causa, sebbene sapesse di essere innocente, perché era deciso a continuare ad affliggerlo; e non cambia mai idea, né altera i suoi consigli, per nessun motivo. La versione latina della Vulgata lo rende "poiché [è] solo": e così il Targum,

"se è solo, o l'unico";

Non c'è nessuno con lui che lo consigli, perché "con chi ha preso consiglio?" o che lo persuada ad essere di un'altra opinione, e a prendere misure contrarie, a chi potrebbe essere applicato, a usare il proprio interesse presso di lui per agire in modo diverso; ma è solo, non c'è nessuno con lui che abbia alcuna influenza su di lui, e può convincerlo a fare diversamente da quello che fa; alcuni traducono le parole: "Se agisce contro uno", contro un uomo in modo ostile, se volge la faccia contro di lui, e si presenta contro di lui come un nemico; e così il signor Broughton, "ma quando è contro di me, chi può fermarlo?" nonostante la mia innocenza e integrità, sebbene io osservi le sue vie, e non mi allontani dai suoi comandamenti. Alcuni pensano che ci sia una ridondanza di una lettera, che traduciamo "in", e allora le parole si leggeranno così: "ma [è] uno"; l'unico Dio vivente e vero; questa è la voce della ragione e della rivelazione: "Ascolta, Israele, l'Eterno, il tuo Dio, è l'unico Signore", Deuteronomio 6:4 ; poiché sebbene ci siano tre Persone nella Divinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, "questi tre sono uno [Dio]", 1Giovanni 5:7 ; e così le parole esprimono l'unità dell'Essere Divino; ma questo non sembra essere il senso di Giobbe: Aben Esdra dice, la verità è che la lettera ב non è aggiunta, non è ridondante, e dovrebbe essere letta "egli è in uno"; ma, dice, non posso spiegarlo, c'è un grande mistero in esso: ciò che l'ebreo non ha capito può essere più chiaro e chiaro a noi cristiani, ai quali è stato insegnato il mistero dell'inabitazione delle Persone divine l'una nell'altra, il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, in quanto sono Persone divine; anche se in che modo siano non siamo in grado di spiegarlo; inoltre, Dio era in Cristo, come Mediatore, che riconciliava il mondo, scegliendo in lui il suo popolo e benedicendolo con tutte le benedizioni spirituali in lui; sebbene il vero senso sembri essere ciò che è stato dato prima, in accordo con la nostra versione, che Dio è in una sola mente, proposito e disegno; che i suoi decreti sono immutabili e invariabili; che egli agisce sempre in base ad essi, e non li altera mai;

E chi può trasformarlo? volgere la sua mente, o fargli cambiare il suo consiglio, e cambiare i suoi propositi; o volgere la sua mano, o fermarla e impedirle di giustiziarli; non si deve fare con la forza e con il potere, non c'è potere uguale al suo, e tanto meno superiore al suo; il che deve essere il caso, se qualcuno può convertirlo: e sebbene possa essere convertito dalle preghiere del suo popolo, e dal pentimento degli uomini, in modo da pentirsi se stesso, e non fare ciò che ha minacciato di fare; eppure questo non è un cambiamento della sua mente e dei suoi consigli, solo un'alterazione nel corso della sua provvidenza, o un cambiamento dei suoi rapporti esteriori con gli uomini, secondo la sua immutabile volontà; vedi Isaia 14:27; Daniele 4:35 ;

e [ciò] che l'anima sua desidera, sì, [che] egli fa, cioè ciò che egli stesso desidera con fervore e veemenza; egli ha fatto tutte le cose nella creazione secondo il beneplacito della sua volontà; e fa tutte le cose nella provvidenza secondo il suo consiglio, e come sembra meglio ai suoi occhi; e così fa tutte le cose in grazia, sceglie chi vuole, predestina all'adozione di figli secondo il beneplacito della sua volontà: riscatta chi vuole, chiama con la sua grazia e porta alla gloria chi vuole; vedi Salmi 115:3

14 Versetto 14. Poiché egli compie [ciò che] è stato stabilito per me,

La stessa parola è usata alla fine di Giobbe 23:12 ; dove è tradotta, "il mio cibo necessario"; o cibo stabilito una certa porzione di esso; cibo conveniente, pane quotidiano; e questo ha portato alcuni interpreti a prenderlo nello stesso senso qui, e a renderlo, "egli compie le mie cose necessarie", o cose necessarie per me; mi fornisce il necessario per la vita, al che concorda il Targum, e così il signor Broughton;

"perché mi ha fornito il mio pane quotidiano, e molte di queste grazie sono presso di lui";

e che fece secondo i suoi immutabili propositi e decreti, e secondo ciò che la sua anima desiderava, e gli piacque; e questo impose a Giobbe un obbligo ancora maggiore di tenere conto dei suoi comandamenti e delle parole della sua bocca; ma piuttosto deve essere inteso dei decreti e dei propositi di Dio relativi a Giobbe, alla sua persona, al suo caso e alle circostanze, durante l'intero corso della sua vita fino ad ora: e in verità tutte le cose relative a ogni singola persona, come a lui, sono nominate da Dio; e tutto ciò che nomina, lo compie: tutte le cose relative alla loro vita temporale, alla nascita delle persone nel mondo e alla loro permanenza in esso; tutti gli incidenti della vita, i luoghi della loro dimora, i loro impieghi, le loro vocazioni e le loro occupazioni; le loro ricchezze e povertà, prosperità e avversità; tutte le loro afflizioni, e per le quali Giobbe ha un riguardo speciale, la loro specie e natura, la loro misura e durata, e il fine e l'uso di esse; e la morte stessa, che chiude qui tutte le cose, che è stabilita da Dio, il tempo e le circostanze di essa, vedi Ecclesiaste 3:1,2 ; e così tutte le cose relative alla salvezza spirituale ed eterna degli uomini; salvare gli uomini è la volontà determinata di Dio; le persone salvate sono nominate da lui ad essa, e Cristo è ordinato per essere il Redentore e il Salvatore di loro; la cui venuta nel mondo a tale scopo avvenne al tempo stabilito, chiamato pienezza del tempo, e la sua uscita da esso, o le sue sofferenze e la sua morte, mediante le quali la salvezza fu compiuta, furono a tempo debito, e per il determinato consiglio e prescienza di Dio. La conversione degli uomini avviene secondo l'ordine di Dio; Coloro che sono chiamati sono chiamati secondo il suo proposito; il tempo della conversione, il luogo e i mezzi in base ai quali tutti sono fissati nei decreti e nei propositi di Dio, e hanno il loro sicuro e certo adempimento; e le diverse vicissitudini di angoscia e conforto nelle cose spirituali sono come Dio ha determinato; tutti i tempi del suo popolo sono nelle sue mani e da lui disposti; tempi di tentazione, oscurità e abbandono, e tempi di pace, gioia e conforto; la felicità eterna stessa è un regno preparato secondo i propositi di Dio fin dalla fondazione del mondo, ed è un'eredità ottenuta secondo il proposito di colui che vi ha predestinato; e poiché Dio è tutto sapiente, onnisciente, onnipotente, fedele e verace, ciò che egli stabilisce deve certamente essere eseguito:

e molte di queste cose sono presso di lui; oltre a ciò che era stato stabilito per Giobbe e che era stato eseguito su di lui, ci sono stati innumerevoli esempi nel mondo di incarichi di Dio e di adempimenti di esse, sia per quanto riguarda le cose buone che per quelle cattive, le misericordie e le benedizioni, le afflizioni e le difficoltà, o oltre a ciò che Dio aveva compiuto nei confronti di Giobbe, specialmente per quanto riguarda le sue afflizioni e sofferenze, c'erano ancora molte altre cose che gli sarebbero avvenute e che egli aveva decretato e stabilito, e che a suo tempo sarebbero state eseguite, sebbene Giobbe non sapesse ancora che cosa fossero, se buone o cattive, sebbene supponesse le seconde

15 Versetto 15. Perciò sono turbato alla sua presenza,

Non alla sua graziosa presenza, che egli desiderava, e che ogni uomo buono desidera; ma al suo aspetto come un nemico, come lo ha catturato, posando e continuando la sua mano afflittiva su di lui, e anzi al suo aspetto come un giudice per giudicare la sua causa; poiché, sebbene l'avesse desiderato con tutto il cuore, tuttavia quando pensava alla sovranità di Dio, e all'immutabilità dei suoi consigli, e alla sua perfetta conoscenza di tutte le cose; e non sapendo ciò che aveva con sé, e per sfogarsi contro di lui, quando arrivava al punto, poteva essere turbato e indietreggiare, vedi Salmi 77:3 ;

quando ci penso, ho paura di lui: quando considerava la sua terribile maestà, la sua sovrana volontà, i suoi propositi inalterabili, la sua infinita sapienza e potenza onnipotente, la sua rigorosa giustizia e la sua purezza immacolata, aveva paura di comparire davanti a lui, o temeva che, poiché molte di queste cose erano con lui che aveva già sperimentato, ce ne fossero altre da generare, che potrebbe essere ancora più grande e più pesante

16 Versetto 16. Perché Dio rende il mio cuore tenero,

Non tenero come lo era quello di Giosia, 2Re 22:19, o come lo è il cuore di ogni penitente, quando Dio lo rende umile e contrito con il suo spirito e la sua grazia, o toglie il cuore di pietra, e dà un cuore di carne; sebbene Giobbe avesse un cuore simile, e Dio lo avesse fatto tale; ma egli intende un cuore debole, debole, pauroso, oppresso e spezzato dalle afflizioni, che non potrebbe sopportare e sopportare sotto la potente mano di Dio; ma divenne come acqua, e si sciolse in mezzo a lui, e stava per venir meno, e affondare, e morire.

e l'Onnipotente mi turba; affliggendolo; le afflizioni causano difficoltà, e queste sono da Dio; o "stupisce", mi stupisce, mi getta nella più grande costernazione, la ragione di ciò segue

17 Versetto 17. Perché non sono stato stroncato davanti alle tenebre,

Cioè, era sorprendente per lui, e lo turbava quando ci pensava, che non era stato stroncato dalla morte, prima che le tenebre delle afflizioni, o questa oscura dispensazione venisse su di lui; come a volte i giusti sono presi dal male a venire, come lo era Matusalemme prima del diluvio, Genesi 5:27 ; e Giobbe si meraviglia che questo non fosse il suo caso, o almeno avrebbe voluto che lo fosse stato; perché così Aben Esdra sembra capire e leggere le parole: "perché non sono stato tagliato fuori?" ecc. come se fosse un desiderio, ed espressivo del suo desiderio, che ciò fosse stato fatto; che era ciò di cui aveva parlato con Dio all'inizio, nel terzo capitolo, e la morte era ciò che aveva sempre desiderato, e continuava ancora a desiderare: oppure il senso è che era stupito di "non essere stato stroncato, perché", "a", "attraverso" o "dalle tenebre"; per mezzo delle sue afflizioni; si chiedeva come fosse sostenuto da loro e portato attraverso di loro, affinché non lo schiacciassero a morte; come una povera creatura deperita com'era, ridotta a pelle e ossa, avrebbe mai potuto sopportare ciò che faceva;

[né] ha coperto le tenebre dal mio volto; che non vedrò e non sentirò le afflizioni che faccio; o piuttosto, "ha coperto le tenebre dal mio volto", poiché la parola "né l'uno né l'altro" non è nel testo, sebbene ripetuta da molti interpreti dalla frase precedente; e allora il senso è che, sebbene io sia sensibile all'oscurità dell'afflizione su di me, tuttavia egli l'ha coperta da me in modo tale che non riesco a vederne la fine, o alcun modo per uscirne; o, che è il senso che dà Drusio, egli ha coperto da me la morte e la tomba, che è uno stato di tenebre, una terra di tenebre, o le tenebre stesse, come egli chiama Giobbe 10:21,22 ; che non poteva vederlo e goderne; Desiderava la morte, ma non poteva averla, gli era nascosta. Cocceio rende le parole in modo molto diverso, egli, cioè: "Dio si è coperto di tenebre dal mio volto"; e lo interpreta della diserzione divina, che turbò e terrorizzò Giobbe; e poiché così si coprì come di una nuvola, per questo non sapeva dove si trovava, e non poté trovarlo, quando lo cercò con la massima diligenza, e questo lo rattristò e lo stupì, vedi Lamentazioni 3:44

Commentario del Pulpito:

Giobbe 23

1 Versetti 1-24:25. - Giobbe risponde a Elifaz in un discorso di non grande lunghezza, che, sebbene occupi due capitoli, arriva a soli quarantadue versetti. Egli inizia giustificando la veemenza delle sue lamentele, in primo luogo, sulla base della gravità delle sue sofferenze (Versetti. 2), e in secondo luogo, sulla base della sua convinzione che, se Dio lo avesse portato a un processo aperto davanti al suo tribunale, lo avrebbe assolto (Versetti. 3-12). A proposito, si lamenta che Dio si nasconde e non può essere trovato (Versetti. 3, 8, 9). Poi si lamenta ulteriormente che Dio non deve essere piegato dal suo proposito, che è rivolto contro Giobbe (Versetti. 13-17). Nel cap. 24. Egli percorre un terreno già calpestato, mantenendo la prosperità generale dei malvagi e la loro esenzione da qualsiasi punizione terrena speciale (Versetti. 2-24). Alla fine, egli si ritrova con una sfida ai suoi avversari per confutare la verità di ciò che ha detto (versetto 25)

Versetti 1, 2.-Allora Giobbe rispose e disse: Anche oggi il mio lamento è amaro; cioè anche oggi, nonostante tutto ciò che è stato detto dai miei avversari contro il mio diritto di lamentarmi, mi lamento, e più amaramente che mai. E giustifico la mia lamentela con il seguente motivo: il mio colpo è più pesante del mio gemito. Se mi lamento amaramente, soffro ancora più amaramente.

comp. - Giobbe 6:2

Versetti 1-7. - Giobbe a Elifaz:1. L'esperienza di un cercatore di Dio

SONO MOLTO ADDOLORATO. (versetto 2) Due meraviglie

1. Un uomo afflitto, un cercatore di Dio. Progettato per richiamare gli uomini a Dio,Giobbe 36:8,9; Isaia 19:22; Geremia 2:27; Osea 5:15 la calamità temporale non è sempre accompagnata da un risultato così benedetto. Non accompagnata dalla grazia, tende a indurire piuttosto che intenerire il cuore umano, a respingere piuttosto che attirare la fiducia e l'amore dell'anima. Fortunatamente, però, nel caso di Giobbe le sue tendenze naturali furono corrette. Con maggiore urgenza e veemenza di prima, lo spinse a interrogarsi su Dio.

Confronta - 2Cronache 15:4; 33:12; Salmi 34:6; 77:2; 119:67; Osea 6:1; Luca 15:18);

2. Un cercatore di Dio, un uomo afflitto. Strano che uno che cercava Dio così sinceramente come Giobbe sia stato sottoposto a una tribolazione così travolgente. Eppure, più la fede di Giobbe cresceva trionfante, più pesante sembrava cadere la pressione della sua miseria. Nonostante le alte dichiarazioni di fiducia in Dio che erano uscite dalle sue labbra,Giobbe 13:15; 19:25 la sua lamentela continuava a sfidarlo, mentre la mano della signora posava pesante sul suo gemito (Delitzsch), rifiutandosi di lasciarlo andare, perché, naturalmente, la causa di esso non era stata rimossa. La sua malattia fisica non era affatto diminuita. Le calunnie dei suoi amici furono aggravate, non migliorate. La sentita assenza di Dio era diventata più intollerabile che mai. Anche il gemito che involontariamente gli sfuggiva dalle labbra era una ribellione pronunciata. Ma i santi e coloro che cercano Dio non hanno alcuna garanzia di essere esentati dai guai. Piuttosto, l'affanno è per loro come un fuoco di raffinazione. Perciò quanto più alta è la loro pietà, tanto più calda può essere la fornace attraverso la quale camminano. Anzi, le loro afflizioni possono abbondare a tal punto, dolore fisico, angoscia mentale, desolazione spirituale, che sono costretti a 'gemere, essendo oppressi); Ma, come veri santi e sinceri ricercatori di Dio, non si lamenteranno né troppo amaramente né gemeranno troppo pesantemente, ma si sforzeranno di tenere sottomesso il loro lamento e di rendere il loro gemito inferiore alla loro sofferenza

II ARDENTE DESIDERIO. (versetto 2)

1. Un cercatore di Dio che non riesce a trovarlo. Considerando che Dio desidera - Atti 17:27 e comanda agli uomini di cercarlo,Isaia 4:6 e promette che coloro che cercano troveranno,Matteo 7:7 sembrerebbe quasi che una cosa del genere sia impossibile. Ma Giobbe essendo testimone, e Davide,Salmi 42:2 anche un santo, perdendo la sua coscienza interiore della presenza e del favore di Dio, potrebbe non essere in grado di riprendersi. E se un santo, allora. molto di più un peccatore, che non ha mai incontrato Dio, può avere difficoltà a raggiungere il suo posto. È, naturalmente, certo che i veri ricercatori alla fine troveranno. Solo il momento del ritrovamento, per scopi saggi e santi, può essere ritardato; a volte per mettere alla prova la fede o aumentare la serietà del cercatore, a volte a causa del peccato o di un difetto volontario nel cercatore, a volte per far conoscere al cercatore l'incontestabile sovranità di Dio nello scoprire se stesso agli uomini

2. Un cercatore di Dio possedeva sempre certe caratteristiche; come:

(1) Conoscenza. Come Giobbe, può essere ignorante di dove si trova la sede di Dio; ma deve sapere che Dio è, e ha un seggio. Come i Greci che parlarono ad Andrea e Filippo, egli potrebbe non capire come raggiungere la presenza del Salvatore, ma deve essere consapevole che un Salvatore esiste. Il primo passo nella ricerca di Dio o di Cristo è l'illuminazione. Il minimo di conoscenza per un ricercatore di Dio è più attuale che ai tempi di Giobbe. Dio deve essere conosciuto come rivelato in Cristo

(2) Fede. Come Giobbe, non deve semplicemente sapere che Dio è e ha un seggio; deve credere che Dio è accessibile agli uomini peccatori. Oltre a capire dove trovare Dio, cioè ovunque, in Cristo, seduto su un trono di grazia, dobbiamo apprendere la via verso quel trono per essere continuamente aperta.2Corinzi 5:19; Ebrei 4:16 10:22 La fede in questo costituisce ora un prerequisito indispensabile per un'autentica ricerca di Dio

(3) Desiderio. Come Giobbe, e come i Greci che erano ansiosi di vedere Gesù, chi cerca Dio deve essere serio. Coloro i cui desideri verso Dio sono così intensi come quelli di DavideSalmi 63:1; 42:2 non possono sempre ottenere l'accesso alla sua presenza; ma è certo che coloro che non hanno tali aspirazioni calde saranno respinti, anche se cercano

III SANTA AUDACIA. (Versetti 4, 5) Il coraggio del patriarca nasceva da tre cose

1. Pensieri ben organizzati. Venendo alla presenza di Dio e cominciando a supplicare davanti al trono di Dio, egli esponeva le sue parole in ordine ordinato. Ciò implicava che Giobbe aveva trascorso molto tempo in comunione con il suo cuore. I pensieri raramente si organizzano spontaneamente o inconsciamente, piuttosto la loro disposizione richiede uno sforzo mentale deliberato e talvolta prolungato. La disposizione intelligente delle idee e delle emozioni dell'anima prima di spingersi avanti verso il trono del cielo non è solo richiesta dall'ineffabile maestà di colui che siede sul trono,Giobbe 37:19 ma è eminentemente favorevole alla fortezza spirituale di colui che come supplicante si avvicina al trono. Parole accuratamente preparate e ben disposte non mancano mai di infondere fiducia a chi parla, poiché il disordine interiore è quasi sicuro di sopraffarlo con la confusione esteriore

2. Argomenti ben costruiti. Giobbe voleva dire che era in grado di fornire prove convincenti della sua integrità. Quali fossero non è detto, ma si può ragionevolmente congetturare che alludesse alla testimonianza della sua vita passata. La migliore prova di pietà è la testimonianza del cammino esterno e della conversazione.Matteo 7:20; Giovanni 15:8; Galati 5:22; 1Giovanni 3:10 Né c'è segno che il cuore sia così rassicurante per il cuore dinanzi a Dio quanto la consapevolezza della sincerità interiore quando è sostenuta dall'argomento della correttezza esteriore. E a questo il credente può legittimamente appellarsi nelle sue suppliche davanti a Dio, come san Pietro quando disse a Cristo risorto: "Signore, tu sai che ti amo".Giovanni 21:17

3. Speranza ben assicurata. Giobbe è così sicuro di avere il diritto dalla sua parte, che teme di non ascoltare la decisione del giudice. In questo Giobbe era forse un po' colpevole di orgoglio. Lo spirito qui manifestato è quello dell'ipocrisia, piuttosto che della fiducia nella misericordia di Dio. Tuttavia, un figlio di Dio potrebbe ora mostrare una fiducia così grande come Giobbe senza essere aperto, come lui, alla sfida dell'auto-giustizia; potrebbe essere in grado di anticipare la decisione del Giudice senza allarmarsi, non a motivo della sua integrità personale, ma a motivo del merito infinitamente sufficiente di Gesù Cristo.

Confronta - Giobbe 13:18 - , omiletica

IV SUBLIME FIDUCIA. Di due cose Giobbe si dichiara soddisfatto

1. La misericordia di Dio verso di lui. (versetto 6) Dio non lo avrebbe confuso con la pienezza della sua forza, né lo avrebbe terrorizzato con la sua maestà,Giobbe 9:34 - , q.v. ma lo avrebbe misericordiosamente rafforzato per perorare la sua causa, o, secondo una traduzione più letterale, avrebbe rivolto il suo cuore su di lui, cioè lo avrebbe guardato con affettuosa attenzione, non solo dandogli un giusto ascolto, ma dissipando le sue apprensioni e mettendolo in grado di esporre il suo caso con lucidità e completezza. Ciò che Giobbe aveva anticipato, il credente in Dio è promesso. Dio non intimorirà con la sua maestà alcun supplicante che sale al suo trono; ma lo guarderanno con tenero amore;Proverbi 15:8; Zaccaria 13:9; Giovanni 4:23 ascolteranno le sue grida;2Cronache 7:15; Salmi 34:15; 145:18 lo rafforzerà con forza mediante il suo Spirito nell'uomo interiore.

Zac 12:10; - Romani 8:26; Efesini 2:18

2. La sua vittoria per mezzo di Dio. L'uomo sinceramente retto, avendo l'opportunità di perorare dinanzi a Dio, sarebbe certo del trionfo finale su tutti coloro che cercassero di condannarlo; e così il credente cristiano ne uscirà vittorioso, quando starà davanti al trono di Dio, e sarà reso più che un vincitore per mezzo di colui che ci ha amati.Romani 8:33-39

Imparare:

1. Il primo passo verso la beatitudine è compiuto dall'uomo quando diventa un cercatore di Dio

2. Un uomo può avvicinarsi a Dio, anche se tutti i segni esteriori sembrano proclamare il contrario

3. Il vangelo ha reso per sempre superflua la preghiera di Giobbe

4. Se un uomo non riesce a trovare Dio, deve cercarlo nel quartiere sbagliato o nel modo sbagliato

5. Coloro che si accostano al trono di Dio sul serio troveranno misericordia per perdonare e grazia per aiutare in ogni momento di bisogno

OMELIE DI E. JOHNSON versetto 1-24:25.- Lotte di fede con il dubbio

A questa lunga e severa accusa di Elifaz, il sofferente non risponde nulla. Ritorna all'augurio che ha già espresso più di una volta, che Dio appaia come Testimone e Giudice della sua innocenza, e così ponga fine a questo lungo ingarbugliamento (vedi cap. 9 e 13). È angosciato dal dubbio che Dio si sia ritirato da lui e lo abbia lasciato a vuotare il calice della sofferenza fino alla feccia. E, ancora, gli vengono in mente molti esempi di uomini malvagi che vissero felici fino a una buona vecchiaia, fino alla morte; e si sofferma su queste immagini con una specie di piacere, pensando di stabilire la sua posizione: l'incomprensibilità del governo divino

Versetti 1-17. - Anelare all'apparizione del Dio che libera e giustifica

ESCLAMO. (Versetti 2-5) Il suo lamento è così amaro che "la sua mano è pesante per i suoi gemiti", cioè deve costringere a uscire da se stesso un gemito dopo l'altro. Oh, se sapesse dove trovare il seggio del giudizio di Dio, e se potesse avere l'opportunità di perorare la sua causa! (Versetti. 3-5). Egli possiede ancora "fede e buona coscienza", i migliori gioielli di un cristiano,

1Tm 1:5 e può pensare di presentarsi davanti a Dio, non con terrore, ma con fiducia. "Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, allora abbiamo fiducia in Dio".1Giovanni 3:21

II DUBBIO (Versetti. 6-9) sulla possibilità di questo intervento di Dio in suo favore. Pensa timidamente all'effetto travolgente della maestà di Dio su di lui.Giobbe 9:34; 13:21 Ma qui, confidando nella coscienza dell'innocenza, egli getta via il dubbio. "Contenderebbe con me nella sua onnipotenza? No; egli si occuperebbe solo di me" (versetto 6). Si sarebbe visto che era un uomo giusto che entrava in giudizio con lui, e Giobbe sarebbe sfuggito al suo Giudice (versetto 7). Ma poi questa allegra attesa è frenata dal pensiero che Dio non si trova da nessuna parte, né est né ovest, né nord né sud (Versetti. 8, 9), sebbene sia presente in ogni quartiere. Senza la rivelazione definitiva del vangelo, potremmo facilmente perderci in un panteismo vago e senza scopo. Dio è dappertutto, ma da nessuna parte; presente in tutte le cose per l'intelletto, non si trova in nessuna dal cuore. È la dottrina del Mediatore, dell'Uomo Cristo Gesù, che risolve questa contraddizione. Dio ci deve incontrare nella forma dell'uomo, altrimenti non è che un'astrazione

III MOTIVO DEL RITIRO DI DIO. (Versetti 10-13) Secondo Giobbe, ciò significa che, sebbene Dio conosca la sua innocenza, non si allontanerà dalla sua decisione di non farsi trovare da lui. Versetti 10-12 contengono forti affermazioni della sua innocenza. Dio conosce il modo di vivere consueto di Giobbe; e, se fosse stato provato, sarebbe uscito come l'oro dalla fornace. Il suo piede si è attenuto fermamente al passo di Dio, ha osservato la via di Dio, e non si è sviato, né si è allontanato dal comandamento delle sue labbra. "Più della mia propria legge ho osservato le parole della sua bocca", cioè più dei dettami del piacere o della volontà personale (versetto 12). "Ma egli rimane uno, e chi lo distoglierà" dal suo disegno?

comp. - Salmi 33:9; Numeri 23:19; 1Samuele 15:29);

IV TIMORE E UMILTÀ ALLA PRESENZA DI DIO. (Versetti 14-17) Dio adempirà il destino di Giobbe, come quello di molti altri (Versetto 14). Il pensiero di questo insondabile consiglio di Dio attraverso il quale Giobbe deve soffrire lo riempie di paura e di stupore (versetto 15). È Dio stesso, non le semplici sofferenze, che ha innervosito Giobbe e lo ha rovesciato (versetto 16). Non sono le tenebre della sua afflizioneGiobbe 22:11 né la sua stessa forma orribileGiobbe 19:13-15 che lo hanno stordito. No, è solo Dio la causa di questo torpore, che sta dietro a queste sofferenze con i suoi consigli incomprensibili

Qui, di nuovo, vediamo quanto sia profonda la fede nel cuore di Giobbe, quanto inestinguibili siano l'anelito e il bisogno della comunione con Dio, che per lui è vita, e più della vita l Egli può sopportare il dolore, può dispensare, se necessario, dalla simpatia umana; ma non può sopportare l'assenza di Dio! Come la pianta in cantina, così l'anima fedele si volge sempre e lotta verso la luce; e l'unica Luce dell'anima è Dio!

2 OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 2.- L'amara lamentela

I confortatori di Giobbe hanno fallito. Le loro molte parole non hanno alleviato i suoi guai. Al contrario, li hanno aggravati. Al disastro esterno si sono aggiunti crudeli malintesi e false accuse. Di tutto questo Giobbe naturalmente si lamenta più amaramente. Molti problemi si attenuano con il tempo. Non è così con il suo. Lo stesso malinconico sconforto, lo stesso grido di agonia, lo stesso doloroso lamento, sono ancora con lui

È NATURALE DARE ESPRESSIONE AL DOLORE. In Oriente questo viene fatto con grande dimostrazione, e persino ostentazione. Qualsiasi stravaganza è sciocca; L'autocontrollo è certamente più virile di un abbandono selvaggio al dolore. Eppure non è né necessario né desiderabile sopprimere tutti i segni di sentimento. Dio, che ha fatto la fontana delle lacrime, non può esigere che sia sempre sigillata. C'è un sollievo nell'espressione naturale del dolore. Nasconderlo nel petto è ferire l'anima. L'estremo riserbo e l'autocontrollo possono portare alla pazzia. È più probabile che pensiamo a Dio pensieri ingiusti quando rimuginiamo sui nostri torti in segreto piuttosto che quando ci avventuriamo a dare un'espressione esterna ad essi

II IL DOLORE PIÙ GRANDE SUPERA L'ESPRESSIONE. Giobbe sente che questo è il caso del suo dolore. Per quanto amaro sia il suo lamento, il suo colpo è più pesante del suo gemito. Siamo tentati di esagerare i piccoli problemi della vita; Ma non riusciamo a trovare un'espressione adeguata per quelli più grandi. Coloro che non hanno mai sofferto di questi problemi non possono capire quanto siano acutamente sentiti. È quindi ingiusto giudicare lo spirito lamentoso di altri uomini, come fecero i tre amici di Giobbe. D'altra parte, il dolore inesprimibile è perfettamente compreso da Dio. Non è un inconveniente per la sua simpatia il fatto che gli uomini non possano esprimere pienamente i loro sentimenti, perché egli legge il cuore

III L'AMARA LAMENTELA DEL DOLORE DOVREBBE CONDURRE ALLA PREGHIERA. Questo è il caso di Giobbe; e dopo una breve espressione della sua anima oppressa, l'uomo sofferente si rivolge immediatamente a Dio (vedi versetto 2). Allora deve fare di più che esprimere il dolore. Mentre Dio ascolta pazientemente le lamentele dei suoi figli sofferenti, non è una cosa degna da parte loro solo caricarlo di quelle lamentele. La sottomissione, l'obbedienza e la fiducia dovrebbero avere un ruolo nell'espressione a Dio

IV NESSUN DOLORE UMANO PUÒ EGUAGLIARE QUELLO DEI DOLORI DI CRISTO. Le sofferenze di Giobbe sembravano essere uniche. Ma furono paurosamente superati da ciò che Cristo sopportò. Sapere che qualcuno ha sofferto di più non significa alleggerire il carico del sofferente attuale. Al contrario, questo fatto fa solo sembrare il mondo più oscuro e più miserabile. Ma ci sono caratteristiche delle sofferenze di Cristo che dovrebbero aiutare gli altri sofferenti. Ci mostra come sopportare la sofferenza. Inoltre, la sua sofferenza porta guarigione agli altri. "Per le sue lividure siamo stati guariti". Così il sofferente può cercare la salvezza per la liberazione dalla sua propria afflizione al Cristo che ha sofferto per lui. - W.F.A

3 Oh, se sapessi dove avrei potuto trovarlo! Questo è il grido dell'anima umana desolata, che sente il bisogno di Dio, eppure non sa come avvicinarsi a Lui. Dio sembra essere molto lontano da noi. Egli è in cielo e noi siamo sulla terra; anzi, egli è nel più alto dei cieli, o al di fuori di esso, e cammina sulla sua circonferenza.Giobbe 22:14 Come possiamo avvicinarci a lui, così vicini da essere sicuri che egli possa sentirci? Come possiamo "trovarlo"? Così, in tutte le epoche, il cuore umano è andato verso Dio, aspirando a Lui, cercandolo, ma, per la maggior parte, sconcertato e deluso. Giobbe, come la maggior parte degli altri uomini dei tempi antichi, sebbene abbia fede in Dio, sebbene lo serva e lo preghi, ha tuttavia la sensazione di essere lontano, distante, quasi inaccessibile. C'era bisogno di una rivelazione per far sapere all'uomo che Dio non è lontano, ma molto vicino a ciascuno di noi; che "in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo".Atti 17:28 affinché io possa arrivare fino al suo seggio! L'idea di Giobbe di colmare la distanza tra sé e Dio è che egli debba elevarsi nella regione in cui Dio si trova, non che Dio debba accondiscendere a scendere da lui. Egli desidera "venire al trono di Dio", a quell'orribile trono nel cielo dei cieli, dove Dio siede, circondato dalle sue schiere di angeli, distribuendo giustizia e giudizio agli uomini mortali.

comp. Sl. 9:4,7; 11:4; 45:6; - Isaia 6:1);

Una grande domanda ha risposto

I LA DOMANDA REGISTRATA. «Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!»

1. Necessario; poiché l'uomo non capisce naturalmente né dove né come trovare Dio.Romani 1:28; 1Corinzi 1:21; Efesini 4:18);

2. Importante; poiché solo nel trovare e conoscere Dio risiede il segreto della vera felicitàGiobbe 22:21 e il sentiero della vita eterna.Giovanni 17:3

3. Personale; poiché nessun uomo può trovare Dio per il prossimo, ma ogni individuo solo per se stesso.Ecclesiaste 11:9; Romani 2:6; Galati 6:5

4. Urgente; poiché il presente è l'unico momento su cui un'anima può contare per porre una tale domanda.Proverbi 27:1; 2Corinzi 6:2

II LA RISPOSTA NON SCRITTA. Dio si trova:

1. Nella persona di Gesù Cristo, - 2Corinzi 5:19 in contrapposizione al tempio della natura, che può parlare di Dio,Salmi 19:1 Romani 1:20 ma non svela la sua presenza come l'Incarnazione

2. Nel santuario dello spirito umano, - Giovanni 4:23,24 in contrapposizione a luoghi definiti. Per l'adoratore veramente spirituale ogni punto di terra su cui si trova è consacrato

3. Nel cuore contrito, - Isaia 57:15 in contrapposizione all'anima dell'incredulo

Imparare:

1. La necessità della serietà nella ricerca di Dio

2. La certezza di trovare Dio, se cercato nella fede

OMULIE di R. GREEN Versetti 3-13. - Il vero sostegno sotto giudizio differito

Nell'amarezza del suo lamento e nella pesantezza del suo ictus, Giobbe manifesta il suo desiderio di appellarsi direttamente a Dio. Nell'impossibilità di ciò la sua fede è sempre più duramente messa alla prova; ma egli riposa con la certezza che l'occhio divino è su di lui, ed è fiducioso in una sentenza giusta e persino misericordiosa. Così l'integrità cosciente sostiene il credente provato e sofferente, sul quale per il momento si addensano le ombre del sospetto, sebbene il sofferente sia processato da un giudizio differito

I LA RICHIESTA DI UN PAZIENTE UDITO. Solo chi è coscientemente retto desidererebbe supplicare il suo giudice. L'autoaccusato cerca di nascondersi dall'occhio acuto dell'individuazione e dell'esposizione; ma chi sa di essere accusato ingiustamente può ben desiderare di comparire davanti a un tribunale giusto. È un'alta testimonianza del carattere di Giobbe il fatto che egli chieda di essere processato da Colui che non può sbagliare (Versetti. 3-7). Ma il suo desiderio non è placato. Un ulteriore test viene applicato al suo carattere. Per il momento, almeno, il giudizio gli è negato

II SENTENZA TRATTENUTA, UN ULTERIORE PROCESSO. Ai condannati ingiustamente non si potrebbe dare prova più severa del rifiuto del giudizio desiderato. La speranza di Giobbe è in Dio; ma Dio è nascosto. Se tenta di "andare avanti", ecco, "non c'è". Se "arretrato", "non può percepirlo". Girando a destra o a sinistra, è lo stesso. Dio, il suo Amico, è nascosto. Il suo unico rifugio è chiuso. Quanto severamente la fede è messa alla prova e la pazienza è messa alla prova dal nascondiglio di Dio! La lotta è spirituale. L'anima è proiettata sull'invisibile. Viene rigettato sulla sua integrità e sul suo potere di aspettare. È la prova suprema della fede. Precede l'alba del giorno della vendetta, del giudizio e della liberazione. È un ulteriore peso sul cuore già provato del patriarca. A uno spirito afflitto si aggiunge un corpo sofferente, e per il momento le crudeli accuse di sedicenti amici, che confondono la disciplina di Dio con il suo giudizio contro il peccato

III È QUI CHE LA FEDE DI GIOBBE NELLA GIUSTIZIA DIVINA RISPLENDE CON CHIAREZZA. Sa che Dio non approfitterebbe della sua "grande potenza" per invocare ciò contro di lui o per schiacciarlo con esso. Anzi, piuttosto avrebbe "messo forza" nel povero supplicante. Avrebbe compassione degli oppressi e gli avrebbe concesso. Così Giobbe si consola nel quieto riposo sulla giustizia delle decisioni divine. I frutti dell'obbedienza e della fede iniziali sono ora raccolti. Colui che semina nel suo cuore i semi della verità divina nei giorni precedenti, prepara per se stesso un raccolto di consolazione nei giorni della prova e dell'avversità. Giobbe sta dimostrando la benedizione dell'uomo le cui vie piacciono al Signore

IV TUTTO CIÒ SI BASA SULLA CONSAPEVOLEZZA DI GIOBBE DELL'INTEGRITÀ PERSONALE. Con sicurezza confuta le accuse dei suoi amici accusatori. Si rallegra della certezza della conoscenza divina delle sue azioni: "Egli conosce la via che prendo". Beato l'uomo che sa appellarsi con fiducia alla ricerca dell'occhio divino! Giobbe può aver avuto motivo sufficiente per essere umiliato davanti a Dio, ma è consapevole dell'innocenza delle accuse preferite dai suoi amici. Così l'innocenza falsamente accusata è sostenuta quando il suo giudizio è differito. E Giobbe appare un luminoso esempio del conforto che deriva nell'afflizione dalla fede in Dio e dalla consapevolezza di un'integrità immacolata. - R.G

La ricerca di Dio

I LA SUA FONTE. Giobbe è spinto a cercare Dio dai suoi terribili problemi. Le false accuse lo rendono più ansioso di trovare il giusto Giudice, che possa chiarire i terribili malintesi e rivendicare la sua causa offesa. Perciò l'uomo innocente in difficoltà ha bisogno di Dio. Ancora di più lo fa il colpevole; Nessuno infatti può liberare dal peccato se non colui contro il quale ha peccato. Sebbene sia molto evidente che molti di coloro che hanno così bisogno di Dio non lo cercano attivamente, tuttavia, anche se trattenuti dalla paura o distratti dalla mondanità, tutti gli uomini hanno da qualche parte nel profondo del loro cuore l'istinto della fame di Dio. Abbiamo bisogno di Dio, e non possiamo avere riposo finché non lo troviamo

II LA SUA SPERANZA. Giobbe crede che, se solo riuscisse a trovare Dio e a venire al suo seggio, la giustizia sarà fatta e il diritto sarà evidente; poiché Giobbe pensa solo alla vendetta. Senza dubbio quel risultato seguirà. Ma anche altri entrano nella grande speranza umana di Dio. Se solo avesse dovuto rivendicare i giusti, la grande moltitudine di uomini avrebbe potuto sperare poco da lui. Ma il grande Giudice che fa questo è il Padre compassionevole, che ha pietà delle necessità dei suoi figli, indipendentemente dai loro meriti. Così la speranza si rivolge alla misericordia di Dio per la liberazione e la benedizione. Tuttavia, non è saggio separare queste due forme di speranza. Dio può benedire solo guidandoci alla giustizia; ed è veramente per il nostro bene che egli è giusto. Abbiamo bisogno di Dio non solo per giudicare la giusta causa, ma anche per rendere giusto il peccatore

III LA SUA DIFFICOLTÀ. Giobbe esprime un desiderio profondo e sincero con grande ansia. Non ha ancora trovato Dio. Altri si sono trovati nella stessa condizione: desideravano ardentemente Dio, ma non lo trovavano. Dov'è la difficoltà?

1. Dio è uno Spirito. Se cerchiamo di trovare Dio con mezzi terreni, dobbiamo fallire. Non è nascosto tra i monti o sopra le nuvole. È semplicemente invisibile per natura. Dobbiamo cercarlo in modo spirituale

2. Siamo peccatori. Nulla ci rende ciechi a Dio come il peccato. Questo prima di tutto ci bandisce a grande distanza da Dio, e poi rende tenebre la via del ritorno

3. La vita è spesso sconcertante e dolorosa. Giobbe aveva perso la visione di Dio nel suo dolore, piuttosto che a causa del peccato. Così aveva fatto Cristo sulla croce quando gridò: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Sembra che un grande dolore cancelli i cieli e ci lasci nella desolazione

IV LA SUA RICOMPENSA. Giobbe trovò finalmente Dio.Giobbe 42:5 Dio ha promesso che coloro che lo cercano sinceramente lo troveranno,Proverbi 8:17 e Cristo che se gli uomini cercano, troveranno.Matteo 7:7

1. Dio si rivela alla fede. Crediamo per poter vedere, confidiamo per poter sapere. Questo vale per ogni conoscenza delle persone

2. Dio si vede in Cristo. Filippo espresse il desiderio dell'anima per Dio quando disse: "Signore, mostraci il Padre, e ci basta"; e poi Cristo dichiarò dove si doveva vedere la rivelazione di Dio: "Chi ha visto me ha visto il Padre".Giovanni 14:8,9

3. La piena visione di Dio dipende dalla purezza del cuore. Senza di essa si può avere una certa conoscenza di Dio; ma non possiamo vederlo com'è finché non siamo come lui. - W.F.A.Matteo 5:8 #Giobbe 23:4

Ordinerei la mia causa davanti a lui. Giobbe ha messo da parte i sentimenti di vergogna e di diffidenza, che erano predominanti in lui quando disse: "Come può l'uomo essere giusto verso Dio? Se vuole contendere con lui, non può rispondergli uno su mille";Giobbe 9:2,3 e ancora: "Quanto meno gli risponderò, e imbroglierò le mie parole per ragionare con lui? Al quale, quand'anche fossi giusto, non risponderei; ma io rivolgerei la mia supplica al mio Giudice".Giobbe 9:14,15 - Ora vuole contendere, discutere e ragionare. Questo è del tutto in linea con la nostra esperienza. Molti sono gli umori dell'uomo, vari e contrastanti i suoi desideri! La sua mente non si ferma mai a lungo in un solo soggiorno. E riempirmi la bocca di argomenti.

comp. Sl. 38:14, dove i nostri traduttori rendono la stessa parola con "rimproveri", ma dove "argomenti" o "suppliche" sarebbero più appropriati La LXX ha lì ελεγμοι, e nel presente passaggio ελεγχοι. La parola è forense

5 Avrei saputo le parole che mi avrebbe risposto. Sarebbe una soddisfazione per Giobbe, nel suo stato d'animo attuale, sapere esattamente come Dio gli risponderebbe, quale risposta darebbe ai suoi "argomenti". Il tono del pensiero è troppo audace per una creatura, e certamente non si addice ai cristiani. E capisci cosa mi direbbe. Qui abbiamo un'altra delle seconde clausole ridondanti, che non fanno altro che riecheggiare l'idea contenuta nella frase precedente

6 Difenderà egli contro di me con la sua grande potenza? piuttosto: Combatterebbe egli contro di me nella grandezza della sua potenza? (vedi la versione riveduta). Flint è: "Mi schiaccerebbe con la sola forza e forza? Userebbe contro di me quella forza schiacciante che possiede? No, risponde Giobbe, certamente no; ma lui metteva forza in me; o, piuttosto, ma mi avrebbe ascoltato", avrebbe prestato attenzione alla mia causa.Giobbe 4:20 - , ad fin., dove si usa lo stesso verbo #Giobbe 23:7

Lì i giusti avrebbero potuto disputare con lui. Lì, davanti al suo alto tribunale (Versetto 3), l'uomo retto (rvy) poteva discutere o ragionare con lui, appellandosi dalla sua giustizia alla sua misericordia -- da Dio il Giudice a Dio il Salvatore (detesta), rivendicando la sua integrità, riconoscendo le sue trasgressioni e dichiarando che erano peccati di infermità -- e infine ottenendo da Dio l'assoluzione prevista nella seconda frase del versetto. In assenza di qualsiasi rivelazione di un Avvocato che perorerà la nostra causa davanti a Dio per noi, sembra che Giobbe fosse giustificato nell'aspettarsi una tale libertà di perorare la propria causa come egli qui espone. Così dovrei essere liberato per sempre dal mio Giudice. Il "Giudice di tutta la terra" certamente e necessariamente 'farà il bene'. La coscienza di Giobbe attesta la sua sostanziale integrità e rettitudine. Egli è, quindi, fiducioso che, se una volta riuscirà a portare la sua causa alla conoscenza di Dio, otterrà l'assoluzione e la liberazione

8 Versetti 8, 9.- Qui Giobbe ritorna alla lamentela del Versetti. 3. Non può "trovare" Dio. Dio si nasconde. Invano cerca da ogni parte. Non c'è manifestazione, non c'è visione aperta. Nulla, tuttavia, lo porta a dubitare dell'esistenza di Dio, e nemmeno della sua presenza dove non viene percepito. "La convinzione di Giobbe della presenza assoluta di Dio emerge con maggiore forza quando sente di non poterlo discernere" (Cook)

Ecco, io vado avanti, ma egli non c'è; cioè, "Egli non è lì per le mie percezioni". Posso crederci, ma non ne ho alcuna prova sensata, e non posso dimostrarlo. E all'indietro, ma non riesco a percepirlo. Nel descrivere la località, gli Ebrei, gli Arabi e gli Orientali in genere immaginavano sempre di guardare verso est, di fronte al sole nascente. Quindi la stessa parola è usata per "davanti", "avanti" e "l'est", per "dietro", "indietro" e "l'ovest", per "la mano sinistra" e "il nord", per "la mano destra" e "il sud"

Versetti 8-12. - Giobbe a Elifaz:2. Un figlio della luce che cammina nelle tenebre

IO IL FIGLIO DELLA LUCE. Che Giobbe avesse il diritto di essere così descritto risulterà da una considerazione di:

1. Il credo che professava. È ovvio che Giobbe credeva in:

(1) L'esistenza di Dio. Non era uno di quegli stolti che in cuor loro dicono: "No Dio!". In tutto questo, come in tutti i suoi discorsi precedenti, si assume la personalità di Dio, e anzi si fa spesso riferimento a lui senza essere nominati

(2) La provvidenza di Dio. Altrettanto poco il patriarca era uno di quegli atei pratici a cui lui stesso aveva alluso.Giobbe 21:14 Elifaz insinuò una tale accusa contro il santo sofferente che fingeva di confortare. Ma Giobbe respinse implicitamente l'imputazione riconoscendo che la presenza di Dio, anche se invisibile, era ancora intorno a lui, e la mano di Dio, anche se sempre velata, era sempre all'opera

(3) L'autorità di Dio. Giobbe riconobbe che il Legislatore supremo per l'uomo era questa Deità invisibile ma onnipresente e continuamente operante, il comandamento delle cui labbra e la parola della cui bocca erano la regola perpetuamente e universalmente vincolante della vita e dell'obbedienza, piuttosto che le risoluzioni, i propositi, le determinazioni interiori dell'individuo, come è comunemente ma erroneamente supposto dal cuore naturale.Giobbe 21:15 Esodo 5:2 Geremia 18:12 Luca 19:14

(4) L'onniscienza di Dio. Giobbe credeva non solo che Dio esercitasse una sovrintendenza generale sugli affari mondani, ma che la sua ispezione del mondo comprendesse la conoscenza dei particolari. Come Agar nel deserto, poteva dire: "Tu Dio mi vedi!".Genesi 16:13 Come Davide, poteva cantare: "Sono povero e bisognoso, eppure il Signore pensa a me".Salmi 40:17 Come Geremia, poteva pregare: "Signore, tu conosci tutti i loro consigli contro di me".Geremia 23:23 Come Pietro, poteva protestare: "Signore, tu conosci ogni cosa; tu sai che ti amo".Giovanni 21:17 Giobbe considerava tutta la sua vita come continuamente sotto l'occhio di Dio: "Egli conosce la via che è presso di me" Così gli occhi di Dio sono sempre sulle vie dell'uomo,Giobbe 34:21 e in particolare dei giusti.Salmi 1:6 È parte di un uomo buono camminare davanti a Dio,Genesi 17:1 e rallegrarsi di poter dire: "Tutte le mie vie sono davanti a te".Salmi 119:168

2. Il carattere che ha mantenuto. Oltre ad essere un credente intellettuale in Dio, Giobbe era:

(1) Un fervente ricercatore di Dio. Non contento di sapere che la presenza di Dio riempiva l'universo intorno a lui, e che la mano di Dio lavorava costantemente accanto a lui nei misteriosi fenomeni della natura e della provvidenza, Giobbe desiderava una manifestazione visibile e una conoscenza personale di questa Divinità invisibile. Credono nell'esistenza, nel carattere e nell'opera di Dio molti che non cercano mai di conoscere Dio stesso, né fanno il minimo sforzo per assicurarsi il suo favore. Una tale manifestazione visibile di Dio che Giobbe desiderava, e che in seguito ottenneGiobbe 38), è stata concessa agli uomini in Cristo, l'immagine del Dio invisibile,

2; Cor 4:4 - Colossesi 1:15; Ebrei 1:3 nel quale solo, di conseguenza, Dio può ora essere trovato

(2) Un fedele servitore di Dio. Riconoscendo la sua fedeltà a Dio, Giobbe non solo usò i mezzi per familiarizzarsi con la volontà di Dio, come dovrebbero fare tutti i santi, ma accettò quella volontà come regola e modello della sua vita:

(a) allegramente, facendo della via di Dio la sua via, come il Sofferente messianico,Salmi 40:7,8 e come Cristo;Giovanni 6:38

(b) perpetuamente, aderendo sempre al comandamento di Dio,Salmi 119:44 rendendo obbedienza non solo ai precetti che si accordavano con la sua inclinazione, ma ad ogni parola che usciva dalla bocca di Dio;Salmi 119:88

(c) fermamente, tenendosi saldamente alle orme di Dio per il suo piede, resistendo a tutti i tentativi di farlo declinare o deviare;Salmi 44:18 119:88

(d) apprezzando, stimando le parole della bocca di Dio più del suo cibo necessario (Versione Autorizzata), come Davide,Salmi 19:10; 119:72); Geremia,Geremia 15:16); Daniele,Daniele 6:5,10, Maria,Luca 10:39-42 e i credenti del Nuovo Testamento in generale;1Pietro 2:2 secondo un'altra traduzione,

(e) attentamente, facendo tesoro della Parola di Dio nel suo petto, come il salmista ebreo;Salmi 119:11 e

(f) sacrificando, preferendo i comandamenti di Dio alle inclinazioni, alle risoluzioni e ai propositi del suo cuore, quando in qualsiasi momento questi si scontravano, come San Paolo; tuttoRomani 7:22 che proclamava Giobbe un uomo genuinamente pio

II IL FIGLIO DELLA LUCE NELLE TENEBRE. Il passaggio mostra Giobbe in tre diverse situazioni

1. Avvolto dall'oscurità. L'oscurità alludeva non alla nube di dolore e di angoscia esteriore da cui Giobbe era avvolto, ma all'oscuramento mentale e spirituale interiore che ne derivava: l'orribile eclissi di cui soffriva la sua fede, la terribile repulsione dell'amore non corrisposto che la sua anima provava. Un vero credente e amante di Dio, che era cosciente nel profondo della sua anima di sincerità, che con ammirevole fortezza aveva evitato ogni via malvagia, e che con tenacia inquietante aveva aderito al sentiero della verità e del diritto, preferendo in ogni occasione la volontà di Dio alla sua, aveva tuttavia perduto ogni senso del favore divino e ogni coscienza della presenza divina. Benché desiderasse ardentemente incontrarsi e facesse sforzi frenetici per ottenere un colloquio con Dio, fu sempre vano. "Ecco, io vado a oriente, ma egli non è là; e verso ovest, ma non lo vedo. A settentrione dove lavora, ma io non lo vedo; egli si volge verso mezzogiorno, e io non lo vedo". Giobbe intendeva dire che cercava in tutte le direzioni una qualche manifestazione visibile di Dio davanti alla quale potesse venire e perorare la sua causa. La desolazione spirituale e l'infruttuoso desiderio di Dio di Giobbe non sono prive di controparti nelle esperienze dei santi dell'Antico Testamento e dei credenti del Nuovo Testamento,Isaia 50:10 Giovanni 20:14 che a volte, come Davide a causa del peccato,Salmi 30:7 o come Ethan a causa della calamità,Salmi 89:46 o come Maria a causa del lutto,Giovanni 20:14 o come i viaggiatori di Emmaus a causa dello sconforto spirituale,Luca 24:17 sono del tutto incapaci di realizzare il confortevole risplendere del favore di Dio e dell'amore di Cristo sulla loro anima. La condizione interiore di Giobbe ebbe la sua più alta esemplificazione nell'abbandono dell'anima di Cristo sulla croce

2. Sostenuto nell'oscurità. Come Dio non ha lasciato Cristo completamente senza consolazioni nell'ora del suo grande dolore, così non lascia neppure alcuno del suo popolo.Isaia 43:2; Ebrei 13:5 Giobbe fu sostenuto nell'oscurità da tre considerazioni

(1) La conoscenza della presenza di Dio. Non poteva vedere Dio, ma era perfettamente consapevole che Dio poteva vederlo. Anche se Dio sembrava lontano, Giobbe sapeva di essere a portata di mano, anche se una presenza velata, eppure pur sempre una presenza. Così Cristo credette che il Padre suo fosse vicino, anche se il suo volto era nascosto. E la fede dovrebbe insegnare ai santi a credere nel continuo abbracciare la presenza misericordiosa di Dio, anche quando ogni senso interiore di quella presenza si è allontanato dall'anima

(2) La consapevolezza dell'integrità personale. Davide non avrebbe potuto godere di questo quando perse il favore di Dio in conseguenza del peccato con Betsabea. È un terribile aggravamento per l'angoscia dell'anima sapere che per trasgressione personale si è ricaduti nell'oscurità. D'altra parte, la calma e chiara persuasione che la propria condotta è stata tale che non solo la coscienza ma Dio loda, deve rivelarsi una roccia di irremovibile sotto lo spirito che viene meno

(3) Il discernimento del proposito di Dio nell'afflizione. Questa sembra una nuova scoperta per il patriarca. Un tempo incline a considerare le sue disgrazie come un segno dell'ira divina, ora le considera come inviate per il suo processo, come destinate a mettere alla prova il suo carattere spirituale come il fuoco viene impiegato per saggiare l'oro. Perciò Dio tentò Abraamo,Genesi 22:1 e così i credenti sono sottoposti a molteplici tentazioni per "la prova" della loro fede. Il fatto che i santi siano così provati dimostra che sono santi. Questo pensiero, unito al proposito di grazia a cui si mira nell'afflizione, rende possibile al popolo di Dio di gloriarsi nelle tribolazioni.Romani 5:3; 1Pietro 1:6; Giudici 1:12);

3. Emergendo dall'oscurità. Accennato indirettamente, ma contemplato come certo

(1) A che ora? "Quando mi avrà messo alla prova", quando il processo di analisi sarà stato completato, ma non prima di allora. L'afflizione e l'avversità non sono rimosse da un figlio di Dio finché non hanno compiuto la loro opera in luiRomani 5:3 Ebrei 12:11 così come per lui. Ma il grande Raffinatore non tiene mai un'anima nella fornace più a lungo di quanto sia necessario per compiere la sua purificazione e salvezza.

Malachia3:3

(2) In che modo? "Come l'oro"; cioè vero come l'oro e splendente come l'oro. I santi sinceri non sono mai feriti dall'afflizione, come l'oro puro non è mai danneggiato dalla pentola del raffinatore. Il calore non fa che manifestare la vera qualità del metallo prezioso, e il fuoco dell'avversità non fa che manifestare l'integrità del carattere del santo. Il metallo adulterato viene sempre danneggiato dal processo di analisi, e i discepoli falsi vengono immancabilmente scoperti in tempi di persecuzione e periodi di afflizione. Ma le sofferenze di questa vita presente servono solo a raffinare e purificare, a lucidare e abbellire, il discepolo fedele e l'umile credente

(3) Con quale risultato? Che non cammini più nelle tenebre, ma nella luce del volto di Dio, nel godimento della sua amicizia e del suo favore per sempre

Imparare:

1. È meglio essere un figlio della luce che cammina nelle tenebre che un figlio delle tenebre che cammina nella luce, cioè nelle scintille della sua stessa legna

2. Sebbene la via di Dio sia a volte nascosta a un santo, la via del santo non è mai nascosta a Dio

3. È un privilegio speciale di cui gode l'uomo buono che non è mai afflitto ma con un occhio al suo miglioramento

4. La stagione di prova più severa attraverso la quale un seguace di Dio può essere chiamato a passare è certa di avere una fine

5. Le sofferenze di questa vita presente non sono degne di essere paragonate alla gloria che deve essere rivelata in noi

6. L'unica via per la felicità per l'uomo è la via di Dio

7. È un segno sicuro di saggezza preferire il comandamento di Dio ai desideri o ai propositi di se stessi

Versetti 8, 9.- Il Dio invisibile

Giobbe amplia l'idea della sua ricerca di Dio e degli sforzi che ha fatto invano per trovarlo. Dio è ancora invisibile; La ricerca non lo ha trovato

IO L'IMPOSSIBILITÀ FISICA DI VEDERE DIO. C'è molto di più da dire sull'agnosticismo moderno che sul deismo del XVIII secolo. Il razionalismo puro non troverà Dio. La scienza fisica non può scoprirlo. L'animale viene sezionato, il metallo viene fuso nel crogiolo, ma l'analisi non rivela la Divinità. Noi perlustriamo i cieli con il telescopio, e non possiamo vedere nessuna Divinità in trono sopra le stelle. Ma siamo molto sciocchi se ci aspettiamo di trovare Dio in uno di questi modi. Non è né visto dall'occhio corporeo né scoperto dalla facoltà scientifica. La scienza, infatti, indica la causalità e rivela l'ordine e il pensiero; ma non dice come queste cose siano avvenute. La teologia naturale prepara la via alla rivelazione di Dio; o, se si può dire che si tratta di una rivelazione di Dio, ciò avviene solo in un'idea così ampia e confusa che non possiamo trovare in essa ciò di cui abbiamo bisogno: la rivelazione del nostro Padre nei cieli

II LA DIFFICOLTÀ MORALE DI VEDERE DIO. La ricerca di Giobbe non era nelle regioni della scienza. Guardava all'estero il grande mondo e indagava nelle profonde riflessioni del suo cuore, ma non come un filosofo alla ricerca di una spiegazione scientifica dell'universo. Fu la sua profonda angoscia che lo spinse a Dio. Gli mancava Dio nella vita, nel controllo provvidenziale delle vicende umane. Non è sempre facile vedere Dio in questo mondo umano stranamente confuso, dove tante cose vanno male e dove sembra che si faccia così poco per mantenerle giuste. Nella sua perplessità e angoscia l'uomo grida: "Dov'è Dio? Se c'è davvero un Dio, perché non si dichiara? Perché non stende la mano e non rettifica il mondo che ha tanto bisogno di lui?" Qualunque sia lo scetticismo teorico che si addensa intorno ai problemi della scienza e della filosofia, il dubbio morale che scaturisce dall'esperienza dell'ingiustizia e della miseria è molto più acuto

III LA CAPACITÀ SPIRITUALE DI VEDERE DIO. Non possiamo trovarlo per mezzo della nostra filosofia; Ci manca nelle oscure lotte del mondo umano di azione e sofferenza. Ma perché? Perché lo stiamo cercando in direzioni sbagliate. La vera visione di Dio può essere vista solo per mezzo della comunione spirituale con lui. Nel frattempo, anche se questo è difficile da ottenere, possiamo consolarci con la consapevolezza che se esiste davvero, il suo essere non diventa oscuro e irreale solo perché non lo vediamo. È auspicabile che noi abbiamo una conoscenza più intima con nostro Padre, ma anche prima che abbiamo raggiunto questo, anche mentre stiamo sbagliando e inciampando nelle tenebre, Dio esiste veramente e sta governando su tutto. La nostra ignoranza non limita l'essere di Dio, la nostra cecità non paralizza la sua attività. Non possiamo vederlo; Troviamo difficile rintracciare i suoi propositi tra i fili aggrovigliati della vita; tutto sembra oscuro e senza meta. Eppure Dio è Dio, e perciò non abbandonerà le sue creature. "Dio è nel suo cielo, tutto è a posto nel mondo". (Browning.) -W.F.A

9 A sinistra, dove lavora; letteralmente, nella sua bottega. C'è un'ellisse dopo "workshop" di una frase come "Lo cerco". Ma non posso vederlo; piuttosto, ma io non lo capisco, non posso, per così dire, posare la mia mano su di lui (LXX, ου κατεσχον). Si nasconde sulla destra, così che io non possa vederlo; letteralmente, e non lo vedo #Giobbe 23:10

Ma egli conosce la via che prendo; o, il modo in cui è con me. La mia incapacità di trovare Dio non interferisce in alcun modo con la sua perfetta conoscenza di me. Dio conosce sia "la via dei giusti"Salmi 1:6 "che "la via degli empi", che "egli capovolge".Salmi 146:9 Egli è "riguardo al nostro sentiero, e intorno al nostro letto, e spia tutte le nostre vie".Salmi 139:2 Quando mi avrà messo alla prova, io uscirò come l'oro; cioè, come l'oro della fornace, ne uscirò purificato, quando la mia prova sarà finita.

comp. Sl. 12:6, - Isaia 1:25, Geremia 6:29,30; 9:7 - , ss. Sembra che Giobbe si sia finalmente risvegliato alla concezione che c'è un potere purificatore nell'afflizione

La conoscenza di Dio e la disciplina dell'uomo

IO LA CONOSCENZA DI DIO

1. Il fatto. Giobbe ha semplicemente ammesso la sua difficoltà nel trovare Dio. Cerca in tutte le direzioni, avanti e indietro, a sinistra e a destra, e non può scoprire Dio (versetti 8, 9). Ma sebbene sia così difficile per lui raggiungere la conoscenza di Dio, è abbastanza certo che Dio lo conosce. Siamo conosciuti da Dio prima di pensare di riconoscerlo, e quando siamo confusi dal mistero della vita, tutto è chiaro e aperto a Dio

2. Il suo ambito di applicazione. Dio conosce la via che seguono i suoi servitori

(1) Esperienze passate. Egli sa con cosa abbiamo dovuto lottare e perché la nostra vita è stata tormentata e messa a dura prova

(2) Circostanze attuali. Nel momento stesso in cui abbiamo qualche nuova difficoltà da affrontare, qualche nuova altezza da scalare, o qualche nuova insidia da evitare, Dio è con noi, comprendendo perfettamente l'intera situazione

(3) Scene future. Un passo ci basta, perché Dio sa tutto ciò che ci sta davanti. Anche se il nostro cammino può sembrare che conduca a regioni impossibili, chi vede la fine fin dall'inizio può guidarci attraverso

3. Le sue conseguenze. Se Dio conosce la nostra strada, non dobbiamo viaggiare, come Colombo, su mari inesplorati. L'intero percorso è stato tracciato da Dio. Non possiamo perderci se colui che conosce la nostra strada è la nostra Guida. Il passaggio preferito di Gordon da Browning mostra il giusto spirito di chi crede in questa verità: "Vado a dimostrare la mia anima. Vedo la mia strada come gli uccelli la loro via senza tracce. Arriverò! A che ora, quale circuito prima, non chiedo; ma a meno che Dio non mandi la sua grandine o palle di fuoco accecanti, nevischio o neve soffocante, in un certo tempo, il suo tempo buono, io arriverò. Lui guida me, e l'uccello. A suo tempo"

II DISCIPLINA DELL'UOMO. Giobbe è ora fiducioso che quando Dio lo avrà messo alla prova, egli verrà fuori come l'oro

1. La sua fonte. L'uomo sofferente si aggrappa all'idea che il suo problema venga da Dio. Per tutto il tempo non si è reso conto della parte di Satana in esso. Perciò la sua fede è ancora più notevole. Ha ragione fino a un certo punto, perché i suoi problemi sono solo quelli che Dio permette. Dio può non essere l'agente diretto dell'afflizione di una persona. Questo può derivare dalla crudeltà degli uomini o da altre cause non rilevate. Eppure è tutto sotto il controllo di Dio

2. Il suo processo. Giobbe percepisce di essere messo alla prova da Dio. Questa è la prima volta che ha dato prova di sostenere tali ide. Finora è stato semplicemente costernato e angosciato per il problema della sofferenza. Non ha avuto alcuna teoria da contrapporre all'idea ortodossa dei suoi amici che sia la punizione meritata del peccato. Che questa nozione fosse sbagliata, l'esperienza e l'osservazione gli hanno fatto vedere abbastanza chiaramente. Ma finora non è stato in grado di fornire un'idea alternativa. Ora si fa strada in lui la percezione dello scopo disciplinare della sofferenza. L'agricoltore purifica il tralcio di vite perché è fecondo.Giovanni 15:2 Il padre rimprovera suo figlio perché lo ama.Ebrei 12:6 Dio mette alla prova il suo servo, non per punirlo, ma perché lo apprezza

3. Il suo scopo. Affinché il sofferente possa venire fuori come l'oro. Giobbe avrà la sua innocenza rivendicata. Un risultato più profondo della rivendicazione, tuttavia, è il perfezionamento dell'anima attraverso la sofferenza. Il fuoco non solo mette alla prova, ma affina

4. Il suo successo. Il fine che si prefigge sarà raggiunto. La certezza di ciò risiede nel pensiero precedente della conoscenza di Dio. Non ha bisogno di saggiare l'anima per scoprire da sé se è d'oro vero. Conosce il valore dei suoi servitori. Egli adatta la loro disciplina alle loro esigenze. Sembra sproporzionato, ma è adatto; perché Dio conosce la via del suo popolo; perciò li produrrà come l'oro. - W.F.A

11 Il mio piede ha sostenuto i suoi passi; piuttosto, ha tenuto la dose ai suoi passi, o al suo sentiero; cioè ho seguito la via di Dio e mi sono tenuto il più vicino possibile ad essa. In altre parole. Ho seguito la sua via e non l'ho rifiutata

Versetti 11, 12.- Una vita fedele

I IL SUO CORSO

1. Una linea di condotta. Giobbe parla del suo piede che si tiene stretto, ss. Sta rivedendo le sue azioni. Sarebbe stato di scarsa utilità per lui rivendicare il suo credo e i suoi sentimenti se la sua condotta fosse stata infedele. La domanda più importante è come vive un uomo, non cosa pensa o come si sente

2. Un corso continuo. È un modo, e Giobbe ha dovuto attenersi ad esso, che un momentaneo spasmo di virtù non soddisferà i requisiti della Legge Divina. Compiere una sola impresa eroica che fa risuonare il mondo della propria fama, e poi sprofondare in un'oziosa apatia, non è il modo per guadagnarsi l'encomio: "Ben fatto, servo buono e fedele !"

3. Un corso divino. È facile persistere a modo proprio. La difficoltà è lasciarla e accettare e seguire fedelmente la via di Dio. Eppure egli ha tracciato la via del servizio per ogni del suo popolo, e il chiaro dovere è di trovarla e seguirla

4. Un percorso arduo. Non è facile attenersi alle orme di Dio. La strada è stretta.Matteo 7:13,14 - Molte tentazioni ci spingono ad abbandonarla per i sentieri fioriti o per la strada larga. La vita cristiana è un corso di abnegazione. Il sentiero conduce in salita. Anche se pensiamo solo a stare fermi, in realtà stiamo scivolando indietro. È un errore supporre che la vita cristiana sia necessariamente una crescita e un progresso. C'è il pericolo di qualcosa di peggio della stagnazione, di declino e di decadenza. Forse in passato abbiamo fatto bene, ma in seguito siamo stati ostacolati. Per essere veri cristiani dobbiamo essere sempre vigilanti, premurosi, attivi nell'avanzare lungo la via di Dio

II LA SUA ISPIRAZIONE. Come è possibile essere fedeli, attenendosi continuamente alla via di Dio?

1. La mia guida della rivelazione. Giobbe ha seguito i comandamenti di Dio. Non possiamo seguire la via di Dio senza l'aiuto della luce dal cielo. L'istinto e la coscienza sono le nostre guide naturali; ma l'istinto è cieco, e la coscienza è stata in alcuni casi pervertita. Perciò Dio ci ha dato "la parola più sicura della profezia". La Parola di Dio è una lampada ai piedi del suo popolo. Questo è il suo obiettivo principale. Si avvertono difficoltà riguardo a certe questioni riguardanti la Bibbia, ad esempio come conciliare la Genesi con la geologia, come stabilire il rapporto della Legge con i profeti, come armonizzare le narrazioni evangeliche. Ma queste domande non toccano lo scopo principale della Bibbia, che è quello di essere una guida per la condotta. La giustizia dei dieci comandamenti, la benedizione del sermone della montagna e, soprattutto, la gloria di Cristo, risplendono ancora dalla sacra pagina come luci di faro non offuscate dalle nuvole della controversia che si addensano su punti del tutto secondari

2. Nel potere dell'affetto. Giobbe ha attribuito un valore supremo alle parole della bocca di Dio. La loro verità, la loro bontà e la loro bellezza conquistarono il cuore dell'autore del salmo centodiciannovesimo. Abbiamo un'attrazione ancora maggiore nel Nuovo Testamento. Cristo, la Parola vivente di Dio, attira a sé gli uomini con il suo amore e con il suo sacrificio, in modo che, quando è conosciuto e amato, la fedeltà diventi possibile per lui. I cristiani sono chiamati a camminare non solo sui passi che Dio ha tracciato per loro, ma anche su quelli che Cristo ha percorso, che egli ha reso sacri con la sua propria presenza. - W.F.A

12 E non mi sono allontanato dal comandamento delle sue labbra. Il professor Lee osserva giustamente che questa dichiarazione "dà per scontato che, almeno, alcuni precetti di Dio fossero stati rivelati prima di questo periodo" ('Book of Job', p. 370). Erano "comandamenti" che Giobbe riconobbe come provenienti da Dio, e "parole" che considerava come espressioni della sua bocca. Questa è una forte prova di una rivelazione primordiale che, se non ridotta alla scrittura, era stata in ogni caso tramandata dalla tradizione fino ai giorni di Giobbe.Genesi 3:14-19 eGenesi 9:1-7 possono fornire la vera spiegazione di questa difficoltà. Ho stimato le parole della sua bocca più del cibo necessario. Questo è a malapena abbastanza forte. Giobbe dice: "Ho fatto tesoro', ho preso per me stesso e ho conservato le parole della sua bocca", o "più del cibo che mi è necessario" o "più della mia propria legge". Se si preferisce la prima traduzione, non c'è bisogno di spiegazioni; in quest'ultimo caso, dobbiamo considerare "la mia legge" nel senso di "la legge della mia mente, la mia volontà, la volontà dell'uomo naturale" (Cook)

13 Ma egli è d'accordo, e chi può trasformarlo? Ancora una volta sentiamo la voce della lamentela. Il tono di pensiero più allegro che si estende dal versetto 6 al versetto 12 nasce da una speranza ottimistica da parte di Giobbe che Dio lo condurrà davanti al suo tribunale e giudicherà la sua causa secondo giustizia. Ora egli pensa a se stesso che fino a quel momento Dio, nonostante le sue preghiere, si è rifiutato di convocarlo al suo seggio di giudizio, e comincia a temere che non ci sia alcuna probabilità che egli cambi. "Egli è Uno", o "in uno". Con lui non c'è "nessuna variabilità, né ombra di svolta".Giudici 1:17 Com'è probabile che egli agirà in futuro in modo diverso da come ha agito in passato? Ciò che l'anima sua desidera, lo fa. Un modo un po' duro per dire che Dio fa ciò che gli sembra meglio, e che, quindi, è il migliore. Giobbe non suppone realmente che Dio sia mosso dal capriccio o dal favoritismo

Versetti 13-17. - Giobbe a Elifaz:3. Una meditazione sull'Essere Divino

HO PENSIERI ELEVATI RIGUARDO A DIO

1. L'unità della natura divina. "Poiché egli è in una sola mente", letteralmente, "poiché egli è in una sola" (Versetto 13). L'interpretazione che considera ciò come un'allusione all'assoluta maestà e all'essenza indivisa della Divinità, come nella sublime confessione monoteistica di Israele, sebbene non accettata da tutti gli espositori, è tuttavia dichiarata dalla maggior parte perfettamente ammissibile. Fino a che punto Giobbe fosse giunto a percepire l'unica personalità della Divinità, che conteneva più di un'ipostasi (persone) di una, può essere oggetto di discussione controversa. Ma un'affermazione come quella attuale sembra distinguere Giobbe da un ampio abisso rispetto agli antichi idolatri politeisti. Giobbe, i suoi tre amici, e senza dubbio molti altri, erano monoteisti, che sostenevano la grande dottrina dell'unità della Porta, che era discendente fino a loro nella linea della tradizione primitiva, e che fu successivamente ripubblicata in Israele dalla cima del Monte Sinai. Anzi, passaggi come quelli che parlano di un Uomo dei Giorni, di un Testimone celeste e di un Redentore Consanguineo sembrano suggerire che Giobbe almeno, nei suoi momenti estatici, avesse intravisto la dottrina di una pluralità di Persone nella Divinità, proprio come in tutto l'Antico Testamento generalmente si trova la stessa dottrina che giace in embrione, anche se non completamente o distintamente rivelato.

Confronta - Genesi 1:1-3; Salmi 2:7; 33:6; 110:1

2. L'immutabilità del proposito divino. "Ma egli è nell'uno", cioè in un solo scopo o determinazione, ad esempio verso Giobbe. Perciò il patriarca aggiunge: "Chi può convertirlo?" (Versetto 13), nel senso che nulla poteva distoglierlo dalla sua ferma decisione di trattare Giobbe come un criminale. Abbandonare di vista l'idea sbagliata che dava tono e colore a tutte le rappresentazioni di Giobbe dell'Essere Divino, la verità che rimane, che il Dio supremo è immutabile nel suo essere, sapienza, potenza, santità, giustizia, bontà e verità, e quindi invariabile e inalterabile nei suoi decreti e propositi, è in accordo non solo con gli insegnamenti della Scrittura,Numeri 23:19; 1Samuele 15:29; Salmi 102:27; Proverbi 19:21; Ecclesiaste 3:14 - ; Malachia3:6; - Atti 15:18);

, ma con i dettami della ragione. Un Essere non assolutamente perfetto in se stesso non può essere Divino. Ma un Essere in sé assolutamente perfetto non può essere influenzato da nulla dall'esterno o dall'interno, in modo da renderlo meno o più perfetto di quello che è. Perciò deve essere assolutamente e in se stesso "lo stesso ieri, oggi e sempre". Se sembra che una qualsiasi delle sue dispensazioni riguardo alla creatura subisca dei cambiamenti, questi cambiamenti, essendo stati fissati e determinati fin dall'inizio, non sono in alcun modo incompatibili con la sua immutabilità. Qualunque ulteriore alterazione sembri circondare i suoi decreti, è il risultato di un cambiamento o di una variabilità nella creatura

1. L'irresistibilità del potere divino. "E ciò che l'anima sua desidera, lo fa", letteralmente, "E l'anima sua desidera, ed egli lo fa" (Versetto 13). Non solo l'Intelligenza Suprema agisce in conformità con un piano, ma ha il potere sufficiente per portare alla completa realizzazione ogni elemento e dettaglio di quel piano. Anzi, con tale facilità egli realizza i suoi propositi, essendo le sue risorse illimitate, che deve semplicemente parlare ed è fatto, comandare e rimane saldo,Salmi 33:9 o, come qui rappresentato, formare un desiderio e procedere ad eseguirlo,

Confronta - Salmi 115:3; Isaia 46:10,11; Geremia 32:17,27; Daniele 4:25; Efesini 1:11 senza timore di sconfitta;Giobbe 9:12; 11:10; 41:10,11; 2Cronache 20:6; Isaia 43:13);

o fallimento.Giobbe 42:2; Genesi 18:14; Luca 1:37; Efesini 3:20);

2. La particolarità dei decreti divini. "Poiché egli compie ciò che mi è stato assegnato" (versetto 14). Ciò che la mente divina aveva stabilito come parte di Giobbe, la mano divina era impegnata a realizzarlo. Il piano dell'universo è quello che prevede l'attenzione degli individui. Nulla è troppo vasto perché la saggezza e il potere infiniti possano essere compresi o eseguiti; niente di troppo meschino e insignificante perché la mente divina se ne accorgesse, o perché la mano divina lo veda. La caduta di un passero allo stesso modo della dissoluzione di un impero ha un posto nel programma del mondo che è prestabilito da Dio. La parte del santo più debole della terra è veramente preparata per lui come lo è il posto che sarà occupato da una nazione o da una razza

3. L'universalità del governo divino. "E molte di queste cose sono con lui". Forse Giobbe intendeva dire che Dio aveva molte altre applicazioni e calamità di una simile descrizione con cui torturarlo; ma non è sbagliata l'interpretazione che induce Giobbe a dire che il suo caso non era eccezionale, che le sue sofferenze facevano parte di un grande piano in cui altri oltre a lui erano abbracciati; che, infatti, il supremo Governante esercitava sul genere umano in generale la stessa specie di irresistibile sovranità che esercitava su di lui, Giobbe. E certamente il pensiero dovrebbe in qualche modo mitigare il colpo dell'afflizione quando cade su di noi, che non ci è accaduta nulla di strano, ma solo ciò che è comune agli uomini.1Pietro 4:12 5:9

II MESCOLAVA I SENTIMENTI VERSO DIO

1. Un senso di stupore. "Perciò sono turbato alla sua presenza, quando considero, ho paura di lui" (versetto 15). Se il pensiero di un Dio onnipotente, irresistibilmente e universalmente schierato contro Giobbe, lo possedeva con paura e confusione interiori, terrore e sgomento, molto più tali emozioni dovrebbero riempire le menti degli uomini che sono ancora nella loro condizione naturale. E sebbene nel caso di coloro che hanno fatto la pace con Dio non ci sia motivo di trepidazione interiore, di terrore servile o di paura paralizzante, tuttavia anche loro devono trovare difficile contemplare il carattere divino come sopra descritto senza una coscienza di timore reverenziale, senza un sentimento di profonda venerazione. Così Davide si ricordò di Dio e ne fu turbato. I seguaci di Cristo, tuttavia, non hanno bisogno di essere turbati da pensieri del carattere o della presenza divina.Giovanni 14:1 "L'amore perfetto scaccia la paura".1Giovanni 4:18 E noi abbiamo ricevuto di nuovo lo spirito di schiavitù per la paura, ma lo spirito di adozione, con il quale gridiamo: "Abbà, Padre".Romani 8:15

2. Una coscienza di debolezza. "Poiché Dio rende il mio cuore tenero" (versetto 16), cioè lo priva della forza, lo rende debole e debole.Deuteronomio 20:3; Isaia 7:4; Geremia 51:46 L'effetto prodotto su Giobbe dalla contemplazione del carattere divino come un Governatore morale onnisciente, irresistibilmente potente, che opera tutte le cose secondo il consiglio della sua volontà, non è infrequentemente sperimentato dalle menti serie. Nulla impressiona gli uomini con la convinzione della sua debolezza come una vivida realizzazione della potenza e della saggezza di Dio manifestate nell'universo materiale;Salmi 8:5,6 nulla offre uno sguardo sulla sua indegnità e insufficienza spirituale come una presentazione luminosa davanti agli occhi della sua anima della maestà morale di Dio.Isaia 6:5; Luca 5:8; Apocalisse 1:17 In effetti, il cuore umano non si spezza né si abbatte mai, non discerne mai la sua debolezza o non si rende conto della sua insufficienza, finché non viene a contatto con Dio, ad esempio Mosè;Esodo 4:10)Isaia 6:5); Lavoro.Giobbe 42:6

1. Una sensazione di perplessità. Come hanno compreso i nostri traduttori, Giobbe (Versetto 17) esprime stupore per il fatto che Dio non lo avesse cacciato via "prima che le tenebre" dell'afflizione fossero scese su di lui; cioè che Dio lo aveva tenuto in vita solo allo scopo di infliggergli quella sofferenza misteriosa che allora sopportava,

Confronta - Giobbe 3:10 o che Dio non lo aveva rimosso mentre era al culmine della prosperità e nel godimento visibile del favore divino. Così le brave persone sono spesso perplesse nel capire perché, nella provvidenza di Dio, avrebbero dovuto essere riservate a questa o quella particolare carestia; e perché, essendo ciò che sono, sinceri e umili seguaci di Dio, dovrebbero essere trattati con tanta severità come se fossero suoi nemici. Ma questo, naturalmente, deriva da una conoscenza imperfetta del disegno speciale e dei graziosi benefici dell'afflizione

2. Una mancanza di fede. Diversamente interpretato, il linguaggio di Giobbe (versetto 17) afferma che ciò che lo confonde non è l'oscurità esterna che copre il suo volto, lo circonda da ogni parte e minaccia di inghiottirlo, ma il pensiero di ricompensa che Dio è contro di lui. E proprio qui Giobbe dimostra una mancanza di vera fiducia, o fiducia spirituale, in Dio. Se Giobbe fosse stato tanto onesto con Dio quanto giusto con se stesso, se gli avesse dato il pieno merito della sincerità che rivendicava per se stesso, non avrebbe mai accusato Dio di trattarlo come un nemico, ma, piuttosto che mettere sotto accusa l'amore immutabile di Dio verso i suoi fedeli seguaci, avrebbe cercato un'altra soluzione per il mistero delle sue sofferenze. Imparare:

1. Il giusto studio dell'umanità è Dio

2. L'immutabilità di Dio è tanto piena di conforto per il popolo di Dio quanto di terrore per gli avversari di Dio

3. Quando i propositi di Dio sono stati rivelati, sia per provvidenza che per grazia, non si dovrebbe resistere ad essi, ma riceverli con mansuetudine e sottomissione

4. Un solo Essere nell'universo, cioè Dio, può fare ciò che la sua anima desidera; ogni altro dipende dalla volontà di Dio

5. Non si può veramente dire che nessun uomo sia l'artefice del proprio futuro, poiché la sorte di ogni uomo gli è assegnata da Dio

6. Quando un santo ha paura della presenza di Dio, o è più alto nel peccato, come AdamoGenesi 3:10 e come Davide,Salmi 30:7 o ha frainteso il carattere di quell'apparizione, come gli apostoli.Giovanni 6:19

1. La rottura o la ferita del cuore di un peccatore è un'opera per la quale solo Dio è competente

2. Ci sono calamità peggiori della morte per un uomo buono; ad esempio la perdita, o la presunta perdita, del favore divino

3. Qualunque cosa accada a un figlio di Dio sulla terra, egli non dovrebbe mai separarsi dalla fede nell'amore del suo Padre celeste

Il Dio immutabile

"Egli è di una sola mente" riguardo a:

I IL PIANO DELL'UNIVERSO

1. C'è un piano del genere. "A Dio sono note tutte le sue opere fin dall'inizio del mondo".Atti 15:18; Efesini 1:11

2. Questo piano è così perfetto che non richiede mai modifiche successive.Giobbe 36:4; 37:16; Salmi 104:24; Proverbi 3:19; Isaia 40:13);

3. Questo piano viene eseguito in modo efficiente nei minimi dettagli.Numeri 11:23; 2Cronache 20:6; Giobbe 42:2; Salmi 33:9; Isaia 14:24);

II IL PECCATO DELL'UOMO

1. Che è un abominio ai suoi occhi.Deuteronomio 25:16; Salmi 5:4; Proverbi 15:9; Geremia 44:4; Zaccaria 8:17; Luca 16:15);

2. Che è infinitamente pericoloso per l'uomo.Numeri 16:38; Deuteronomio 29:18; Giobbe 5:2; Proverbi 1:31; Efesini 5:6);

III LO SCHEMA DELLA SALVEZZA. "Non c'è sotto il cielo nessun altro nome dato agli uomini, per mezzo del quale dobbiamo essere salvati".Atti 4:12 Dalla Caduta in giù, il vangelo della grazia di Dio è stato sostanzialmente la stessa salvezza

1. In tempi antidiluviani, attraverso la fede nel Seme della donna.Genesi 3:15; 4:4

2. In epoca patriarcale, attraverso la fede nel Figlio promesso da Abramo.Genesi 12:3; 15:6

3. Ai tempi dei mosaici, attraverso la fede nell'Agnello sacrificale, di cui le offerte levitiche erano le ombre e i tipi.Ebrei 9:8-10 10:3

4. Ai tempi della monarchia, attraverso la fede nel Figlio di Davide.2Samuele 7:15

5. Ai tempi di Isaia, attraverso la fede nel Servo di Geova sofferenteIsaia 53:1

6. Nella pienezza dei tempi, mediante la fede in colui che era il Seme della donna, il Discendente di Abraamo, il Figlio di Davide, il Servitore di Geova sofferente e l'Agnello pasquale del mondo, tutto in uno

IV LO SCOPO DELL'AFFLIZIONE. Da quando la misericordia di Dio venne a questo mondo decaduto, e ciò avvenne immediatamente dopo la trasgressione di Adamo, il disegno a cui mirava la disciplina della vita non è stato quello di punire l'uomo, ma di convertirlo e salvarlo, di purificarlo e perfezionarlo.Genesi 3:23; Deuteronomio 8:5; Giobbe 5:17; Salmi 94:12; Ezechiele 30:37; Giovanni 15:2; Atti 14:22; Romani 5:3; 1Corinzi 11:32; Ebrei 12:7);

V IL DESTINO DEL SUO POPOLO. Anche se non così chiaramente compreso o rivelato nei tempi pre-cristiani come ora sotto la dispensazione del vangelo, era sempre lo stesso "paese migliore, sì, celeste", che i santi di tutte le epoche hanno atteso con ansia, Cfr Abramo,Ebrei 11:10 Davide,Salmi 17:15 Paolo.Filippesi 1:23 2Tm 4:8

Conclusione. "Chi può trasformarlo?"

1. Consolazione al santo

2. Condanna ai malvagi

L'inflessibilità di Dio

L 'INFLESSIBILITÀ DI DIO È ESSENZIALE ALLA SUA NATURA. Non ha le ragioni per cambiare che abbiamo noi

1. Conosce tutte le cose. Gli uomini decidono in base a una conoscenza parziale, e allora un'informazione più completa li porta a cambiare idea. Ma Dio sa tutto fin dall'inizio

2. È forte. Gli uomini sono persuasi contro il loro miglior giudizio, o cedono debolmente alla tentazione. Ma Dio è perfetto nella volontà e nel carattere. Non può essere spinto a fare ciò che sa non essere il migliore in assoluto

3. È bravo. È bene che gli uomini possano cambiare, e lo facciano, perché gran parte del corso passato della storia del mondo è sbagliato, e l'unica speranza per l'uomo è che si ravveda. Ma Dio è stato irreprensibile fin dall'inizio; Non c'è nulla di cui pentirsi

II L'INFLESSIBILITÀ DI DIO È UN MONITO CONTRO LA PRESUNZIONE DELL'UOMO. Il pericolo sta nel giudicare Dio secondo le mutevoli norme dell'uomo. Così la gente arriva a pensare che non farà realmente ciò che minaccia. Confidano nell'influenza del tempo per sciogliere i propositi divini contro il peccato; oppure si affidano alla propria urgenza nel tentativo di persuadere Dio a non compiere la sua volontà; o immaginano che in qualche modo saranno in grado di eludere la stretta della sua Legge. Tutti questi corsi mostrano un stolto fraintendimento della fermezza e della forza di Dio. Sono false perché lui è vero

III L'INFLESSIBILITÀ DI DIO È UN INCORAGGIAMENTO PER LA FEDE

1. Nella sua Legge. Egli ha rivelato la sua volontà, e possiamo essere certi che la manterrà. Non è come un despota volubile, i cui umori mutevoli sconcertano l'attenzione del cortigiano più servile. Una volta che conosciamo la sua volontà, possiamo confidare che questa è permanente

2. Nelle sue promesse. Dio si è rivelato in propositi di grazia. Non abbandonerà mai questi propositi. L'ingratitudine dell'uomo non distrugge la buona volontà di Dio. Un essere più debole sarebbe logorato dalla costante ribellione e dall'assoluta indegnità dei suoi figli. Ma Dio è infinitamente paziente. Nonostante la follia e il peccato del mondo, egli si attiene inflessibile al suo proposito di salvarlo e redimerlo. Non può essere che di tutti gli attributi divini solo la misericordia sia fragile e transitoria; che finché la verità e la giustizia di Dio rimangono, quest'unica caratteristica può essere spezzata e può svanire. Al contrario, ci viene rivelato esplicitamente più e più volte che "la misericordia del Signore dura in eterno"

IV L'INFLESSIBILITÀ DI DIO NON È IN CONTRADDIZIONE CON IL SUO DIVERSO TRATTAMENTO NEI NOSTRI CONFRONTI. Non ha un metodo d'azione rigido e uniforme. Egli adatta il modo in cui ci tratta alla nostra condotta e ai nostri bisogni. La sua inflessibilità è nel suo carattere, non nei dettagli dell'azione. Il fatto stesso che egli sia immutabile in se stesso porta al risultato che egli agisce in modo diverso in circostanze diverse. Non siamo governati da una legge ferrea, ma da un Dio fedele

1. In risposta alla preghiera. Dio non è cambiato o piegato dalla nostra preghiera. Ma egli ritiene opportuno fare, in risposta alla nostra fiducia in lui, ciò che non riterrebbe bene fare senza di essa

2. Nella redenzione del mondo. Si tratta di un'azione nuova. Il vangelo dichiara un nuovo movimento divino. Ma tutto scaturisce dagli eterni propositi di Dio; e tutto ciò è in armonia con il suo carattere immutabile di amore e giustizia. - W.F.A

14 Poiché egli adempie ciò che mi è stato stabilito; cioè egli certamente realizzerà tutto ciò che ha decretato per me. Non posso aspettarmi che si crolli o cambi. E molte di queste cose sono con lui. Ha molte altre armi nel suo arsenale, molti altri guai con i quali potrebbe affliggermi

Versetti 14-17. - Il sofferente umiliato e sopraffatto

La posizione di Giobbe è di confusione e di mistero inspiegabile. Egli è nelle mani dell'Onnipotente. La sua punizione, come alcuni affermano, è molto pesante. A volte sembra essere più grande di quanto possa sopportare. Eppure non è condannato interiormente. Si attiene saldamente alla sua integrità. Come i suoi amici, egli interpreta le sofferenze in punizioni per il peccato. Eppure egli non è cosciente del peccato, certamente non del peccato a tal punto da meritare un giudizio così severo. È confuso. Non può che cedere. Egli crede nella giustizia divina, anche se la sua fede in essa è messa alla prova dalle convinzioni contrastanti della sua mente e dalla sua incapacità di interpretare le vie divine. Che la sua propria giustizia risplenderà alla fine è persuaso. "Quando mi avrà messo alla prova, "uscirà come l'oro". Nel frattempo è sopraffatto. La lotta è dura; La tensione sulla sua fede è molto grande. È il mistero non interpretato, l'apparente conflitto delle azioni divine, che inchina Giobbe alla terra. È turbato dalla presenza divina; quando pensa a Dio ha paura e il suo cuore è abbattuto. Questa immagine dell'umiliato e sopraffatto servo di Dio che mantiene salda la sua fede nella consapevolezza dell'integrità, dichiara che le vere cause del sostegno che Giobbe sperimentò nelle sue travolgenti afflizioni furono

(1) una coscienza di integrità;

(2) la fede nel Nome Divino;

(3) l'anticipazione paziente della rivendicazione finale

Senza la garanzia dell'integrità personale Giobbe non potrebbe essere libero dai dolori che derivano dalla condanna. La testimonianza della coscienza dell'ingiustizia e della disobbedienza della vita è la più acuta e penetrante delle afflizioni. Raggiunge il nucleo stesso dello spirito. Si risveglia la massima sensibilità dell'anima. Nessuna calma esteriore può placare questa agitazione interiore. Ma se dentro c'è pace; se l'anima non è in guerra con se stessa; Se c'è l'inestimabile consapevolezza della libertà personale dalla condanna, l'anima può contorcersi nel suo dolore, ma è sostenuta dalla certezza che l'afflizione non viene gravata dal peso della retribuzione

È solo attraverso questa libertà dall'autorimprovero e dall'autocondanna che la vera fede in Dio può essere sostenuta. Giobbe può essere sopraffatto al pensiero di Dio, ma non gli manca la fede in Lui; e non c'è alcun senso di torto sepolto che indebolisce la sua fiducia, o che compromette il conforto che deriva dalla fede nella profonda, anche se nascosta, approvazione divina

III Ed è questo che lo sostiene nella speranza di una vendetta finale Il condannato ingiustamente può aspettare. I guai possono adombrarlo, può essere pesantemente oppresso, il suo cuore può tremare e avere paura, ma egli sa che alla fine si eleverà al di sopra di tutte le calunnie di malvagità. Qui sta il segreto di una pace duratura in mezzo alle più dure prove della terra; questo è il vero fondamento della speranza, questo è l'incoraggiamento a sostenere la fede. - R.G

15 Perciò sono turbato dalla sua presenza. Il pensiero di queste ulteriori afflizioni mi turba e mi fa indietreggiare di fronte alla sua presenza invisibile. Non so quando presto mi metterà addosso un nuovo fardello. Quando ci penso, ho paura di lui. Quando rifletto sulle tante forme di sofferenza che forse devo ancora subire, le mie paure aumentano, tremo per il futuro

Versetti 15, 16.- Turbato dalla presenza di Dio

QUESTO È NATURALE IN UNA GRANDE ANGOSCIA. L'anima è immersa nel dolore; come Giacobbe, il sofferente scoraggiato esclama: "Tutte queste cose sono contro di me". Allora arriva a considerare Dio come la Fonte delle sue disgrazie. Dio sembra essere il suo Nemico, e qualsiasi approccio di Dio è considerato con apprensione, come se portasse nuovi guai. Dobbiamo imparare a non formare il nostro giudizio su Dio nei nostri momenti più bui. È difficile avere un'opinione ben equilibrata quando siamo immersi in una profonda angoscia. Mentre il coltello è dentro di lui, è possibile che il paziente possa pensare che il chirurgo sia rude, crudele, persino maligno. Ma allora non è in grado di formarsi un'opinione

II QUESTO È GIUSTO NELLA COLPA DEL PECCATO. La meraviglia è che le persone peccano senza riflettere così poco su come Dio le considera, e che spesso sono abbastanza pronte ad incontrarlo senza pensare alla loro grande colpa. Così si dice della fine di un uomo malvagio, che "morì come un agnello"! Come se la sua noiosa e insensata partenza da questa vita fosse una garanzia del suo stato spirituale. Ma quando la coscienza si risveglia, si sottrae allo sguardo indagatore di Dio. Gli occhi ciechi possono essere rivolti verso il sole, che gli occhi vedenti non possono guardare senza dolore. Non è solo che Dio può punire il peccato. C'è un senso di vergogna al pensiero che una persona così buona e santa possa mai vederlo. Allora è tutta un'offesa diretta contro di lui. Quando il peccatore incontra Dio, incontra Colui al quale ha gravemente offeso. Infine, poiché Dio è nostro Padre, c'è un motivo speciale di difficoltà nell'incontro con i suoi figli ribelli

III QUESTO PUÒ ESSERE SUPERATO DA UNA MIGLIORE CONOSCENZA DI DIO. La paura non dovrebbe essere perpetua. C'è qualcosa che non va, altrimenti non sarebbe sorto, e ciò che ha causato la paura può e deve essere rimosso. Non è bene che un uomo continui a vivere in un gelido timore di Dio. Nel Nuovo Testamento Dio è rivelato in modo tale che ogni terrore nei suoi confronti possa essere dissipato

1. Come nostro Padre. Se lo consideravamo duro e severo, eravamo ingiusti. Cristo ha rivelato la sua vera natura nella sua Paternità. Quindi l'idea che la presenza di Dio sia di per sé terribile deriva dall'ignoranza. Seguendo la luce di Cristo, scopriamo che Dio è la dimora delle nostre anime, e che nessun luogo è così sicuro, o così pacifico e felice, come quello in cui si sente la sua presenza

2. Come nostro Redentore. Il giusto timore che nasce dal peccato non può essere giustamente espulso fino a quando la causa di esso non viene rimossa. Poiché Dio deve essere adirato con il peccato, sarebbe solo un pericoloso inganno che coprisse e nascondesse il pensiero della sua ira. Ma Dio stesso ha provveduto il modo migliore, l'unico giusto per dissipare la paura della sua presenza dandoci un rimedio per il peccato. Ora, poiché è lui che manda il rimedio, dobbiamo conoscere le sue intenzioni per non poter più vivere nel timore di lui. Il fatto stesso che Cristo sia stato mandato dal cielo per salvare il mondo dal peccato mostra quanto fosse terribile il male; ma mostra anche quanto profondo e forte dev'essere l'amore di Dio, più profondo della sua ira, che sopravvive ai suoi castighi. - W.F.A

16 Poiché Dio rende il mio cuore tenero; di debole come inLevitico 26:36 eDeuteronomio 20:3). Mi toglie il coraggio e mi lascia in preda al terrore. E l'Onnipotente mi turba. Il verbo usato (la forma hiph. di lhb) è molto forte, e significa "mi ha riempito di orrore e costernazione?

17 Poiché io non sono stato sterminato davanti alle tenebre, egli non ha coperto le tenebre dal mio volto. Giobbe si lamenta di due cose:

(1) Che non fu stroncato (cioè rimosso dalla terra) prima che la grande oscurità cadesse sulla sua vita.

comp. - Giobbe 3:11-13

(2) Che non era "coperto", cioè protetto e protetto, dall'amore e dalla cura di Dio quando arrivarono i giorni bui

Illustratore biblico:

Giobbe 23

1 CAPITOLO 23

Giobbe 23:1-6

Oh, se sapessi dove potrei trovarlo.

Il grido per il ripristino delle relazioni con Dio:

Il linguaggio del testo è esclusivamente quello degli uomini sulla terra, sebbene caratterizzi anche lo stato e i sentimenti solo di alcuni dei figli colpevoli degli uomini. Alcuni tra la razza umana hanno già cercato Dio e lo hanno trovato un aiuto immediato nel tempo dell'angoscia. Il desiderio espresso nel testo è quello di chi è in difficoltà. O è la preghiera di un peccatore risvegliato, che piange e brama la riconciliazione, a Dio, sotto profonda convinzione, e pieno di dolore e vergogna a causa di ciò: o il grido di colui che si è allontanato risvegliato di nuovo al suo pericolo e alla sua colpa, sotto i castighi di Dio, ricordando il dolce godimento di giorni più luminosi, e anelando ardentemente al suo ritorno

(I.) Implica un doloroso senso di lontananza da Dio. Gli uomini di nessuna religione sono lontani da Dio, ma questo non li preoccupa. La presenza di Cristo costituisce la gioia del credente, ed egli non piange nulla quanto la perdita del favore di Dio. Per quanto triste e sconfortante debba essere per il credente lo stato di distanza da Dio, egli è tuttavia dolorosamente consapevole del proprio stato, e grida come Giobbe: "Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!" Le occasioni che più generalmente danno vita al lamento e al pianto nel testo sono tali

1.) La sofferenza fisica, o la pressione di gravi e prolungate calamità esterne, possono contribuire a indebolire la mente e portare l'anima a concludere di essere abbandonata dal suo Dio. Le dispensazioni della Divina Provvidenza appaiono così complesse e difficili, che la fede non è in grado di esplorarle, né di sperare di elevarsi al di sopra di esse. La mente ingigantisce le sue angosce e si sofferma sui propri dolori, escludendo quei motivi di consolazione e le cause di gratitudine offerte dalle molte misericordie che tendono ad alleviare la loro amarezza. In realtà Dio non è più distante dall'anima, anche se sembra esserlo

2.) Un'altra e più seria occasione di lontananza e di abbandono è il peccato caro, a lungo indulgente, di cui non ci si pente e non si perdona. Questo allontana l'anima da Dio. Il peccato è solo il vagare dell'anima nei suoi pensieri, desideri e affetti da Dio, e Dio misericordiosamente fa del peccato stesso lo strumento per correggere l'infedele. Il giusto deserto della partenza dell'anima da Dio, è l'abbandono dell'anima da parte di Dio. Dio è realmente sempre vicino all'uomo. "Non è lontano da nessuno di noi". Ma il peccato indulgente, sia esso aperto, segreto o presuntuoso, rattrista lo Spirito Santo, lo espelle dal tempio che amava e rallegra con la sua presenza. Ringraziamo Dio che la distanza non è un abbandono totale. Quando la miseria della separazione e della distanza da Dio si fa sentire, inizia l'alba della restaurazione e della riconciliazione

(II.) Come linguaggio del desiderio sincero. Quando è "portato a sé", l'infedele non si accontenta di lamentele infruttuose, ma il desiderio della sua anima è verso il suo Dio. Una cosa è essere consapevoli della distanza da Dio, un'altra è essere ansiosi di essere avvicinati a Lui dal sangue di Cristo. La convinzione della colpa e della miseria non è conversione. A che serve conoscere la nostra separazione da Dio, se non siamo portati a questo desiderio e a questa ansietà: "Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!"

(III.) Come linguaggio della santa libertà. Il testo è un modo di appello di Giobbe a Dio riguardo alla sua integrità. Benché avesse molto da dire a favore della sua integrità davanti agli uomini, non si basava su nulla in se stesso come fondamento della sua giustificazione davanti a Dio. Il suo linguaggio esprime la risoluzione di avvalersi del privilegio di accostarsi all'Altissimo con santa libertà e umile fiducia, per presentare la sua richiesta

(IV.) Come linguaggio della speranza. Giobbe poteva aspettarsi poco dai suoi amici terreni. Tutte le sue speranze provenivano da un altro: un Amico Onnipotente. Coloro che sperano in Dio e sperano nella Sua Parola non rimarranno sicuramente delusi. Allora non cedete mai a uno spirito ribelle. Non cedete al languore nei vostri affetti, alla freddezza nei vostri desideri, all'indifferenza per la presenza o l'assenza del Signore, o alla debolezza della fede. Lasciate che i desideri della vostra anima siano, come quelli di Davide, un "ansimare dietro a Dio". (Charles C. Stewart.)

Il grande problema della vita:

Questo grido di Giobbe 101 viene rappresentato in questo brano come un grido di giustizia. È stato torturato dallo strano mistero della provvidenza di Dio; L'ha avuta portata davanti a sé nella sua dolorosa esperienza, e da ciò è stato portato a guardare il mondo, dove vede lo stesso mistero allargarsi e intensificarsi

Vede il torto non riparato, il male impunito, l'innocenza schiacciata sotto il tallone di ferro dell'oppressione. Non vede prove evidenti del governo morale di Dio sul mondo, e ritorna sempre al problema personale che gli si trova di fronte, che egli, sebbene sia sicuro della propria innocenza, è fatto soffrire, e si sente come se Dio fosse stato ingiusto con lui. Vuole che sia spiegato; Vorrebbe discutere il caso e presentare la sua supplica; egli desidera ardentemente essere portato davanti al tribunale di Dio e supplicare davanti a Lui, e dare sfogo a tutti i pensieri amari nella sua mente. «Oh, se sapessi dove potrei trovarlo! affinché potessi arrivare fino al Suo seggio! Ordinerei la mia causa davanti a Lui e riempirei la mia bocca di argomenti". Sente la presenza stessa di Dio intorno a lui da ogni parte, sempre presente, ma sempre sfuggirgli; dappertutto vicino, ma dappertutto evitandolo. "Ecco, io vado avanti, ma Egli non è là; e indietro, ma non riesco a percepirlo. A sinistra, dove Egli opera, ma io non posso vederlo; Egli si nasconde alla destra, così che io non possa vederlo". Non è il suo dolore personale che crea il problema, se non nella misura in cui questo lo ha portato di fronte al problema più profondo della provvidenza di Dio che ora si trova ad affrontare. Tutto sarebbe chiaro e chiaro se solo potesse entrare in stretti rapporti con Dio, e questo è proprio ciò che nel frattempo non può ottenere. «Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!»

(I.) In un senso forse più ampio della sua applicazione originaria nel passaggio del nostro testo, queste parole di Giobbe sono come il sospiro stesso del cuore umano, che pongono la domanda più profonda della vita. Gli uomini sono sempre stati coscienti di Dio, come lo era Giobbe, sicuri che Egli era vicino, e sicuri anche, come Giobbe, che in Lui sarebbe stata la soluzione di ogni difficoltà e la spiegazione di ogni mistero. La razza è stata perseguitata da Dio. Le parole di San Paolo agli Ateniesi sul Colle di Marte sono una vera lettura della storia, e una vera lettura della natura umana; che tutti gli uomini sono costituiti in modo tale da cercare il Signore, se per caso potessero cercarlo e trovarlo, anche se non è lontano da ciascuno di noi. È la filosofia più profonda della storia umana. Anche quando gli uomini non hanno una conoscenza definita di Dio, sono costretti dai bisogni stessi della loro natura, spinti da una necessità interiore, a tendere la mano a Dio. Anche se, come Giobbe, quando vanno avanti non c'è, e indietro non riescono a percepirlo. A sinistra e a destra non possono vederlo, eppure sono condannati a cercarlo, se per caso possono cercarlo e trovarlo. L'uomo è un essere religioso, è nel suo sangue; si sente in relazione con un potere superiore a lui, e sa di essere uno spirito che anela alla comunione con il Divino. Così la religione è universale, si trova in tutte le fasi della storia umana e in tutte le epoche; tutte le varie forme di religione, tutte le sue istituzioni, tutti i suoi tipi di culto, sono testimoni di questo bisogno cosciente che la razza ha di Dio. Giobbe può essere d'accordo con la proposizione di Zofar il Naamatita secondo cui l'uomo finito non può comprendere completamente l'infinito. "Puoi tu cercando trovare Dio? Puoi scoprire l'Onnipotente alla perfezione?" Ma questa affermazione non confuta il fatto di cui egli è certo, di aver avuto comunione con Dio e di aver avuto esperienze religiose di cui non può dubitare. Tutte le forme di fede sono testimoni dell'insaziabile sete di Dio dell'uomo, e molte forme di incredulità e di negazione non sono che testimoni ancora più patetici dello stesso fatto. Molte negazioni del Divino sono solo l'amara fede che Egli è un Dio che si nasconde. Quando gli uomini giungono alla coscienza di sé, giungono anche alla coscienza dell'invisibile, a un senso di relazione con il potere superiore a loro. Il grande problema della vita è trovare Dio; non trovare la felicità, nemmeno essendo sazi con ciò che il vuoto può essere riempito; ma per trovare Dio; perché, essendo tali come siamo, con bisogni, desideri, aspirazioni, siamo percossi da un desiderio insoddisfatto, colpiti da una febbre inquieta, finché non troviamo riposo in Dio. La vera spiegazione è quella biblica, che l'uomo è fatto a immagine di Dio, che nello spirito è simile allo Spirito eterno, non c'è un grande abisso tra Dio e l'uomo che non possa essere colmato. L'uomo è stato creato a somiglianza di Dio, ma è nato figlio di Dio. La comunione è possibile, quindi, poiché non c'è incapacità intrinseca; c'è qualcosa nell'uomo che corrisponde alle qualità di Dio. La conclusione, che è la fede istintiva dell'uomo, è che lo spirito con lo spirito può incontrarsi. Dio è entrato in una relazione d'amore e di paternità con l'uomo, l'uomo è entrato in una relazione d'amore e di figliolanza con Dio. Certo è che l'uomo non può mai rinunciare alla speranza e al desiderio, e deve essere orfano e desolato finché non trova Dio

(II.) Se è vero, come è vero, che l'uomo ha sempre cercato Dio, è un fatto ancora più profondo che Dio abbia mai cercato l'uomo. Al profondo del desiderio dell'uomo è stata risposta il profondo della misericordia di Dio. Per ogni propagazione dell'uomo c'è stato l'abbassamento di Dio. La storia è più che la storia dell'anima umana che cerca Dio; in un senso ancora più vero e profondo è la testimonianza di Dio che cerca l'anima. Il fatto stesso che gli uomini abbiano chiesto con una certa misura di fede, anche se colpiti quasi dal dubbio per la meraviglia di ciò: "Dio abiterà davvero con gli uomini sulla terra?" è perché Dio ha dimorato con gli uomini, è entrato nei termini della comunione. La storia della realizzazione dell'uomo è la storia dell'autorivelazione di Dio. È solo perché Dio ha cercato l'uomo che l'uomo ha steso le mani a tentoni, se per caso poteva cercarLo e trovarLo. La fede è sopravvissuta solo perché si giustifica e perché si incarna nell'esperienza. La storia religiosa non è solo l'oscura e goffa protensione dell'intelligenza dell'uomo verso il mistero dell'ignoto, è piuttosto la storia di Dio che si avvicina all'uomo, rivela la Sua volontà all'uomo, si dichiara, offre relazioni di fiducia e di comunione. Se Cristo ha dato espressione al carattere di Dio, se ha rivelato il Padre, non ci ha forse dimostrato consapevolmente e in modo conclusivo che l'atteggiamento divino è quello di cercare gli uomini, sforzandosi di stabilire relazioni permanenti di devozione e di amore? Ci ha anche dato la certezza che rispondere all'amore di Dio è conoscerLo, la certezza che cercarlo è trovarlo, così che non abbiamo più bisogno di chiederci in mezzo alla disperazione: "Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!" La preghiera, la fiducia, l'adorazione, l'abbandono di sé, non mancano mai alla risposta divina, portando pace e sollievo al cuore. Quando alla consapevolezza che Dio è ed è il rimuneratore di coloro che lo cercano diligentemente, si aggiunge l'ulteriore conoscenza che Dio è amore, riceviamo la garanzia - non è vero? - che non è vano il nostro desiderio di Lui, una garanzia che cercarlo è trovarlo. Ah, la tragedia non è che gli uomini che cercano non siano riusciti a trovare Dio, ma che gli uomini non cerchino, che gli uomini si accontentino di passare la vita senza desiderare molto, o molto sforzo, per squarciare il velo del mistero. È nella natura dell'uomo cercare Dio, abbiamo detto, ma questa intuizione primitiva può essere superata dal peso dell'interesse materiale, dalla massa delle preoccupazioni secondarie, dalla concupiscenza della carne, dalla concupiscenza degli occhi e dall'orgoglio della vita. Mille volte meglio di questa morte dell'anima è essere ancora insoddisfatti, volgendo ancora gli occhi alla luce per la visione beata; essere ancora nel bisogno, gridando al cielo silenzioso: "Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!" Ma anche questa non deve essere la nostra condizione. Se cerchiamo Dio, come possiamo certamente, come sicuramente facciamo, nel volto di Gesù Cristo, la vera immagine non è l'uomo perso nell'oscurità, non l'uomo che cerca Dio la sua casa con passi paralizzati e mani che brancolano. La vera immagine è il Dio che cerca, venuto in Cristo per cercare e salvare i perduti. (H. Black, M.A.)

Il grido dell'uomo per la comunione con Dio:

Il provvedimento per soddisfare questo desiderio dell'anima deve comportare:

(I.) Una manifestazione personale di Dio all'anima. Non è per qualche cosa, ma per qualche persona che l'anima piange. Il panteismo può gratificare l'istinto dello speculativo o il sentimento del poetico, ma non soddisfa questo desiderio più profondo della nostra natura

(II.) Una manifestazione benevola di Dio all'anima. Per un Dio privo di emozioni l'anima non ha alcuna affinità; per un malevolo ha un terrore. Desidera ardentemente qualcuno che sia gentile e amorevole. Il suo grido è per il Padre; nient'altro farà

(III.) Una manifestazione propizia di Dio all'anima. Il senso del peccato preme pesantemente sulla razza. Quindi la semplice benevolenza non va bene. Dio può essere benevolo e tuttavia non propiziabile. La nostra Bibbia soddisfa dunque la più grande necessità della natura umana? Dona un Dio personale, benevolo e propiziatore? (Omilestico.)

Giobbe si guarda intorno in cerca di Dio:

Giobbe si guarda intorno in cerca di Dio, come un uomo potrebbe cercare una vecchia conoscenza, un vecchio amico ma scomparso da tempo. La memoria ha un grande ministero da svolgere nella vita; I vecchi tempi tornano e ci sussurrano, correggici o benedicici, a seconda dei casi. Dopo aver ascoltato tutti i nuovi dottori, il cuore dice: "Dov'è il tuo vecchio amico? dove è spuntato il quartiere da cui è spuntato la luce? ricorda te stesso; Pensa all'intero caso". Così Giobbe ora sembrerebbe dire: Oh, se sapessi dove potrei trovarlo! Farei il giro della terra per scoprirlo; Volerei attraverso tutte le stelle se potessi avere un solo breve colloquio con Lui; Non considererei difficile nessuna fatica se potessi vederlo come lo vedevo una volta. Non sempre siamo avvantaggiati da un'esperienza letteralmente corretta, da un'interpretazione letteralmente corretta, persino. A volte Dio ha usato altri mezzi per la nostra illuminazione e liberazione, e per l'edificazione nei santi misteri. Così Giobbe poteva avere strane idee su Dio, eppure quelle idee potevano fargli bene. Non spetta a noi ridere nemmeno dell'idolatria. Non c'è metodo più facile per provocare una risata non cristiana, o evocare un plauso non cristiano, che inveire contro gli dèi dei pagani. Le idee di Giobbe su Dio non erano le nostre, ma le sue; Ed essere la religione di un uomo è l'inizio della vita giusta. Che un uomo afferri con la mano del cuore un po' di verità, si aggrappi a una certa convinzione e la sostenga con uno spirito obbediente, una vita benefica, un temperamento molto caritatevole, un desiderio alto e orante di conoscere tutta la volontà di Dio, e quanto grigia e fioca sia l'alba, il mezzogiorno sarà senza nuvole e il pomeriggio sarà una lunga gloria tranquilla. Tenetevi stretti a ciò che sapete e non fatevi deridere dalle convinzioni iniziali e incipienti da uomini che sono così saggi da essere diventati stolti. Giobbe dice: "Ora penso a me, Dio è premuroso e tollerante". "Supplicherà Egli contro di me con la Sua grande potenza? No; ma Egli avrebbe messo forza in me" (ver. 6). È qualcosa da sapere così tanto. Giobbe dice: Per quanto io sia cattivo, potrei essere peggio; dopo tutto sono vivo; povero, desolato, impoverito, espropriato di quasi tutto ciò che un tempo potevo maneggiare e rivendicare come mio, eppure vivo ancora, e la vita è più grande di qualsiasi cosa la vita possa mai avere. Quindi non sono impegnato in una battaglia contro l'Onnipotenza; se dovessi combattere l'Onnipotenza, perché sarei schiacciato in un momento. Il fatto stesso che io sia risparmiato dimostra che, sebbene sia Dio ad essere contro di me, Egli non è scortese nella Sua onnipotenza, non sta tuonando su di me con la Sua grande forza; Si è rilassato e mi guarda con un grazioso adattamento alla mia piccolezza. Facciamo in modo che questa sia una grande e graziosa lezione di educazione umana, che per quanto grande sia l'afflizione, è evidente che Dio non ci intercede con tutta la Sua forza; se lo facesse, Colui che tocca i monti ed essi fumano non ha che da posare un dito su di noi, anzi, l'ombra di un dito, e noi appassiremmo. Così, dunque, benedirò Dio; Comincerò a considerare così, che dopo tutto ciò che è andato il più mi è rimasto; Posso ancora chiedere di Dio, posso ancora pregare in modo stupido; Posso brancolare, anche se non posso vedere; Posso stendere le mani nella grande oscurità e sentire qualcosa; Non sono completamente scacciato. Disprezzi tu le ricchezze della Sua bontà? Le ricchezze della Sua bontà non ti condurranno forse al pentimento? Hai dimenticato tutti i casi di tolleranza? Il Suo stesso colpo di afflizione non è forse inflitto con riluttanza? Non lascia cadere il tuono sollevato? Ecco un lato della manifestazione divina che può essere considerato dalle menti più semplici; Ecco un processo di resa dei conti spirituale che le comprensioni più giovani possono condurre. Dì a te stesso: Sì, c'è ancora un bel po' di tempo; il sole riscalda ancora la terra, la terra è ancora disposta a portare frutto, l'aria è piena di vita; So che ci sono una dozzina di tombe scavate tutt'intorno a me, ma guarda come crescono i fiori su di esse; Qualche angelo li ha piantati? Da dove vengono? La vita è più grande della morte. La vita che era in Cristo ha abolito la morte, l'ha coperta di ineffabile disprezzo e l'ha completamente messa da parte, e il suo posto è occupato dalla vita e dall'immortalità, sulle quali risplende per sempre tutta la gloria del cielo. Giobbe si riprenderà ancora. Egli certamente pregherà; forse canterà; Chi può dirlo? Inizia bene; dice che non sta combattendo l'Onnipotenza, l'Onnipotenza non sta combattendo lui, e il fatto stesso della tolleranza implica il fatto della misericordia. (Joseph Parker, D.D.)

Come trovare Dio:

Ci sono molti sensi in cui possiamo parlare di "trovare Dio"; e in uno o nell'altro di questi sensi può darsi che tutti noi abbiamo ancora bisogno di trovarlo

1.) Ci sono alcuni che confessano subito di essere a volte - non sempre, non spesso, ma a volte - turbati da dubbi speculativi sull'esistenza di Dio. Tanti uomini riflessivi e seri intorno a loro sembrano considerare come una questione aperta se i problemi della natura non possano essere risolti in base a qualche altra ipotesi

2.) Altri non amano le polemiche e preferiscono non entrare nella questione se hanno trovato Dio. Questi sono cristiani, e il primo articolo del loro credo è: "Credo in Dio".

3.) Alcuni sono pronti timidamente a confessare che hanno scoperto sempre di più che la loro fede nella presenza di Dio è venuta meno, quando ne hanno più bisogno

4.) Un gruppo più felice, con una vita ben ordinata di devozione e la frequenza quotidiana alle ordinanze della Chiesa, si mantiene vicino a Dio. Eppure anche questi possono avere il sospetto di diventare troppo dipendenti da questi aiuti esteriori per sostenere la loro fede. Le parole di Giobbe potrebbero risvegliare un'eco in tutti i nostri cuori. «Oh, se sapessi dove avrei potuto trovarlo!» C'è conforto nel fatto che gli uomini santi dell'antichità sentirono lo stesso desiderio di trovare Dio in un senso più profondo di quello che avevano ancora raggiunto. Se lo hanno sentito, non dobbiamo essere eccessivamente angosciati se lo sentiamo anche noi. Come possiamo allora cercare di trovare Dio? Intellettualmente o in altro modo? Non al mero intelletto, ma a una facoltà superiore, la facoltà morale e spirituale. Quando parliamo di conoscere una cosa intellettualmente, intendiamo che la conosciamo attraverso la dimostrazione del senso o della ragione. Quando parliamo di conoscere una cosa moralmente o spiritualmente, intendiamo che o la conosciamo intuitivamente o la prendiamo sulla fiducia. Non intendiamo dire che le prove in quest'ultimo caso siano meno certe che nel primo; Potrebbe essere molto più certo. Lo scetticismo nella religione è semplicemente quel fallimento della fede che sicuramente deriverà da un tentativo di afferrare le verità religiose da parte di una facoltà che non è mai stata destinata ad afferrarle. Ma come posso sapere che cosa è una rivelazione divina e che cosa non lo è? Colui che è in diretta corrispondenza con Dio, che ha rapporti diretti con Lui, non avrà bisogno di ulteriori prove della Sua esistenza. Se qualcuno qui vuole trovare Dio, vada prima ai quattro Vangeli, e cerchi di vedere chiaramente ciò che Cristo promette di fare per lui. Allora prenda questa promessa sulla fiducia, come hanno fatto altri, e agisca in base ad essa. E se persevera, prima o poi troverà sicuramente Dio. (Canonico J. P. Norris, B.D.)

Il grido universale:

Quando Giobbe lanciò questo grido, era in grande angoscia. Che Dio sia giusto è un dato di fatto; Che gli uomini soffrano è anche un fatto; Ed entrambi questi fatti si trovano fianco a fianco nello stesso universo governato da una sola volontà che presiede. Come conciliare le due cose, come spiegare la sofferenza umana sotto il governo di un Sovrano giusto, è il grande problema del Libro di Giobbe. È una domanda che ha occupato i pensieri del pensiero in ogni epoca. La forma in cui si presenta qui è questa: Dio è giusto nell'affliggere un uomo innocente? Gli amici dicono che ci sono solo due modi per farlo. O sei colpevole o Dio è ingiusto. Non è tanto il carattere di Giobbe ad essere in gioco, quanto il carattere di Dio stesso; l'Onnipotente stesso sta alla sbarra della ragione umana. Il patriarca si sentì sicuro che c'era un Dio giusto che non avrebbe afflitto ingiustamente, e gridò: "Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!" Ovviamente non ignorava l'Essere Divino, non ignorava la Sua esistenza, ma ignorava come ci si doveva avvicinare a Lui

(I.) Il grido dell'anima umana verso Dio. Notate l'oggetto del grido. È per Dio. Va dritto al bersaglio, proprio sopra tutti gli oggetti inferiori e gli obiettivi minori. Sentiva di essere arrivato a una crisi nella sua vita, quando nessuno, tranne Dio, poteva giovare. Dammi Dio, e ne ho abbastanza. Quando Giobbe pronunciò questo grido, inconsciamente toccò la nota chiave del desiderio universale. È il grido del genere umano verso Dio. È il grido istintivo dell'animo umano. La natura ha detto agli uomini che c'era un Dio, ma non poteva condurli al Suo seggio. I saggi si rivolsero alla filosofia per avere una risposta, ma la filosofia disse: "Non fa per me". Di fronte a questa ricerca infruttuosa, potrebbe sorgere una domanda, una domanda più facile da porre che da rispondere: Perché Dio ha tenuto nascosto se stesso e i suoi piani all'umanità così a lungo? Questa è una delle cose segrete che appartengono a Dio. Non possiamo dirlo, e non abbiamo bisogno di speculare

(II.) La risposta evangelica al testo. Cristo in forma umana soddisfa il desiderio dello spirito umano. Egli è l'Emmanuele, il Dio con noi. Troverete il Padre nel Figlio, troverete Dio in Cristo. Questo grido può provenire da un'anima che non ha mai conosciuto Dio, o può provenire da una che ha perso il senso del Suo favore e anela alla restaurazione. In entrambi i casi il grido può essere esaudito solo in Cristo. Hai trovato Dio? Se prenderai Cristo come tua guida, Egli ti condurrà a Dio. (David Merson, B.D.)

La ricerca dell'anima su un Dio personale:

È caratteristico dell'uomo porre domande. La domanda procede dal bisogno personale, dalla curiosità o dall'amore per la conoscenza, sia per se stessa che per la sua utilità relativa. Sentiamo di dipendere dagli altri per una qualche direzione o soluzione delle difficoltà; Perciò chiediamo una direzione o un'istruzione, perché il carattere limitato della nostra natura e la nostra dipendenza reciproca lo esigono. Ci sono domande che l'uomo si pone, nella sua segreta comunione e nel suo esame con e di se stesso; ce ne sono alcuni che chiede all'universo; ma i più grandi e i più gravi sono quelli che egli chiede direttamente a Dio con sospiri e suppliche sia di notte che di giorno. La frase del testo è una domanda che l'anima, nella sua ricerca di Dio, si pone continuamente; che è una delle più grandi domande della vita

(I.) Il bisogno dell'anima di un Dio personale. L'anima umana invoca sempre Dio. Essa non cessa mai nel suo grido, ed è stanca nella sua ricerca e nel suo sforzo di cercare la realtà assoluta e il bene della vita. L'anima ha bisogno di un oggetto con cui comunicare, e questo lo trova in una personalità divina, e in nessun altro luogo. L'anima chiede: "Dov'è il vivente?" L'anima ha bisogno di sicurezza, e questa non si trova secondo il linguaggio della convinzione, ma in un Dio personale. L'anima cerca l'unità, quindi cerca un Dio personale

(II.) L'anima alla ricerca di un Dio personale. La relazione tra la convinzione del bisogno di Dio e la ricerca di Lui è così stretta che, nella misura in cui l'una è sentita, l'altra è compiuta. L'anima non è confinata in un solo luogo, o in un solo modo di mezzi nella ricerca

(III.) La perplessità dell'anima nella sua ricerca del Dio personale. La perplessità nasce in parte dal mistero dell'oggetto della ricerca

(IV.) La fiducia segreta dell'anima nel Dio personale che cerca. C'è una fiducia generale nella misericordia di Dio e nella Sua totale sufficienza. (T. Hughes.)

Brama di Dio:

Queste parole sono l'espressione di un'anima bramosa e insoddisfatta. Le parole furono messe in bocca a Giobbe, il noto sofferente, la cui pazienza di fronte alle calamità accumulate è proverbiale. Forse Giobbe non era un personaggio reale, ma l'eroe di un poema maestoso, attraverso il quale lo scrittore esprime il suo pensiero sull'annoso problema che la sofferenza è permessa da un Dio buono per affliggere anche i giusti. Tuttavia, lo scrittore potrebbe aver avuto qualche sofferente speciale nei suoi occhi. Nessun uomo senza esperienza avrebbe potuto trarre queste sublimi discussioni dalla propria fantasia. Esse riflettono troppo fedelmente i dolori e le perplessità dei cuori umani in questa vita di prove. Quest'uomo grida, quasi disperato: "Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!" Trovare chi? Dio, l'Onnipotente ed Eterno, il Creatore e il Sovrano di tutto. Che nostalgia! Che ricerca! Per il solo fatto di questa ricerca, l'anima abbattuta proclama la sua natura elevata. E chiunque sia spinto dai suoi bisogni e dai suoi dolori a nutrire questo desiderio, ne è innalzato e migliorato

(I.) La ricerca di Dio. Tra gli atti possibili solo all'uomo, c'è quello di poter cercare Dio da solo. Strani sono i contrasti che la natura umana mostra. Il linguaggio non può descrivere l'elevazione a cui l'uomo è capace di elevarsi: l'alta devozione a se stesso, la ricerca della verità, soprattutto, la sincera ricerca di Dio. Di tutte le molte cose che gli uomini cercano, sicuramente questa è la più nobile, questa ricerca di Dio

(II.) La ricerca di Dio inutile. Questa è un'esclamazione di disperazione riguardo al fatto di aver trovato Dio. Sembra che il problema principale di Giobbe sia quello di non riuscire a penetrare le nuvole e le tenebre che circondano il suo Creatore

(III.) La ricerca di Dio premiata. Il profondo, inestinguibile desiderio degli uomini fragili, sofferenti e peccatori di trovare il loro Creatore, e di trovarLo loro amico, è soddisfatto in Gesù Cristo. (T. M. Herbert, M.A.)

Oh, se sapessi dove avrei potuto trovarlo!

Poiché queste parole sono spesso il linguaggio di un cuore penitente che cerca il Salvatore, il Consolatore e il Santificatore, chiedetevi:

(I.) Chi sono i personaggi che utilizzano questo linguaggio?

1.) Il peccatore sotto convinzione

2.) Credenti nell'angoscia

3.) Traviati penitenti

(II.) Indica dove si può trovare il Signore

1.) Nelle Sue opere, come Dio di potenza

2.) Nella provvidenza, come Dio di sapienza e di bontà

3.) Nel petto umano, come Dio di purezza e giustizia

4.) Nelle ordinanze della religione, come un Dio di grazia. È principalmente sul trono della misericordia che Egli si trova con grazia

(III.) Da quali fonti trai argomenti

1.) Dalla Sua potenza

2.) La sua bontà

3.) La Sua misericordia

4.) La sua verità

5.) La sua imparzialità

6.) La sua giustizia

Il testo è il linguaggio del sincero rimpianto, del desiderio irrequieto, della paura colpevole, dell'indagine ansiosa, della sottomissione volontaria. (J. Summerfield, A.M.)

L'uomo che desidera Dio:

Dio viene solo nel cuore che lo vuole. Desidero davvero, con tutto il mio cuore, trovare Dio e darmi interamente nelle Sue mani? Non sbagliate, per favore. Questo è il punto di partenza. Se a questo punto vi sbagliate, la mia lezione sarà insegnata del tutto invano. Tutto dipende dal tono e dallo scopo del cuore. Se c'è qualcuno qui, realmente e veramente, con tutto il desiderio dell'anima, che anela a trovare Dio, non c'è motivo per cui non dovrebbe essere trovato da un tale ricercatore, prima della conclusione del presente servizio. Com'è con i nostri cuori? Vanno forse dietro a Dio solo parzialmente? Allora vedranno poco o nulla di Lui. Se ne vanno con tutta la tensione del loro affetto, tutta la passione del loro amore, fanno di questo il loro unico oggetto e il loro scopo divorante? Allora Dio sarà trovato tra loro; e l'uomo e il suo Creatore si vedranno, per così dire, faccia a faccia, e una nuova vita comincerà nell'anima umana. Permettetemi di dire, in modo sincero e distinto, che è possibile desiderare Dio sotto l'impulso di una paura meramente egoistica, e che tale desiderio di Dio raramente si conclude con un bene. È vero che la paura è un elemento di ogni ministero utile. Non sottovaluteremmo, nemmeno per un momento, l'importanza della paura in certe condizioni della mente umana. Agisce nello stesso tempo, è chiaramente insegnato nel Libro Sacro che gli uomini possono, in certi momenti, sotto l'influenza della paura, cercare Dio, e Dio volgerà loro le spalle, chiuderà le orecchie quando grideranno, e non ascolterà la voce del loro appello. Nulla può essere rivelato più distintamente di questa terribile dottrina, che Dio viene agli uomini entro certe stagioni e opportunità, che stabilisce determinate condizioni di avvicinamento, che fissa persino tempi e periodi, e che verrà il giorno in cui dirà: "Manderò una carestia sulla terra. Non fame di pane, né sete d'acqua, ma di ascolto della parola del Signore". Quando gli uomini soffrono molto fisicamente, quando il colera è nell'aria, quando il vaiolo uccide migliaia di persone settimana dopo settimana, quando i campi di grano si trasformano in cimiteri, quando i giudizi di Dio sono sparsi sulla terra, ci sono molti che volgono le loro facce cineree verso il cielo! E se Dio non ascoltasse la loro preghiera vigliacca? Quando Dio alza la Sua spada, ci sono molti che dicono: "Fuggiremmo da questo giudizio". E quando Egli verrà nell'ultimo, grandioso, terribile sviluppo della Sua personalità, molti grideranno alle rocce e alle colline per nasconderli dal Suo volto; ma le rocce e i colli non li ascolteranno, perché saranno sordi all'ordine di Dio! Sono obbligato, quindi, vedete, come insegnante cristiano, a rendere molto chiaro questo lato oscuro della questione; Perché ci sono persone che immaginano di poter rimandare queste più grandi considerazioni della vita a tempi di malattia, e a tempi di ritiro dagli affari, e a tempi di peste, e a stagioni che sembrano attrarre più pateticamente di altre la loro natura religiosa. Dio ha detto chiaramente: "Perché ho chiamato, ed essi hanno rifiutato; Stessi la mia mano, e nessuno guardò; Mi farò beffe della loro calamità, riderò delle loro afflizioni, mi farò beffe quando verrà il loro timore, quando il loro timore verrà come desolazione e il giudizio verrà su di loro come una tempesta! Allora grideranno a me, ma io non ascolterò!" Ora, affinché nessuno abbia l'impressione di poter invocare Dio in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza, desidero dire ad alta voce, con uno squillo di tromba: C'è un segno nero in una certa parte della tua vita; fino a che tu possa cercare Dio e trovarLo, - al di là di esso puoi gridare e non sentire altro che l'eco della tua voce! Come si pone allora con noi in questa questione del desiderio? Il nostro desiderio di Dio è vivo, amorevole, intenso, completo? Ebbene, quel desiderio stesso è la preghiera; E l'esperienza stessa di quel desiderio porta il cielo nell'anima! Lasciate che vi chieda di nuovo: desiderate davvero trovare Dio, conoscerLo e amarLo? Quel desiderio è l'inizio della nuova nascita; quel desiderio è la promessa che le vostre preghiere saranno adempiute nella più grande e più grande benedizione che il Dio vivente possa concedervi. Tuttavia, può essere importante andare un po' più a fondo in questo, ed esaminare qual è il nostro scopo nel desiderare veramente di trovare Dio. Può darsi che anche qui il nostro movente sia confuso; e se c'è la minima lega nel nostro movente, quella lega parlerà contro di noi. Il desiderio deve essere puro. Non ci deve essere mescolanza di vanità o di autosufficienza; Deve essere un desiderio di amore vero, semplice, indiviso. Ora, che ne è del desiderio che in questo momento si può presumere che sperimentiamo? Permettetemi di porre questa domanda: Qual è il vostro scopo nel desiderare di trovare Dio? È per gratificare la vanità intellettuale? Questo è possibile. È del tutto concepibile che un uomo di un certo tipo e di un certo stato d'animo si occupi con molto zelo di questioni teologiche senza essere veramente, profondamente religioso. Una cosa è avere un interesse per la teologia scientifica, e un'altra cosa è desiderare veramente e amorevolmente Dio per scopi religiosi. Non è perfettamente concepibile che un uomo provi piacere nel sezionare la struttura umana, per poterne scoprire l'anatomia e comprenderne la costruzione; Eppure lo fanno senza alcuna intenzione di guarire i malati, o di nutrire gli affamati, o di vestire gli ignudi? Alcuni uomini sembrano essere nati con il desiderio di anatomizzare; A loro piace sezionare, scoprire il segreto della struttura umana, capire la sua costruzione e l'interdipendenza delle sue diverse parti. Fin qui ci rallegriamo della loro perseveranza e delle loro scoperte. Ma è perfettamente possibile che questi uomini si prendano cura dell'anatomia senza preoccuparsi della filantropia; di prendersi cura dell'anatomia, da un punto di vista scientifico, senza alcun ulteriore desiderio di giovare a qualsiasi creatura vivente. È quindi perfettamente concepibile che l'uomo faccia dello studio di Dio una specie di passatempo intellettuale, senza che il suo cuore sia mosso da una profonda preoccupazione religiosa di conoscere Dio come Padre, Salvatore, Santificatore, Sovrano del genere umano. Pertanto, non vi prego di scusarmi minimamente se pongo questa domanda in modo così penetrante. È una domanda vitale. Cerchi di saperne di più su Dio semplicemente come ricercatore teologico scientifico? Se è così, siete fuori dalla linea delle mie osservazioni, e il Vangelo che devo predicare difficilmente vi raggiungerà nella vostra posizione remota. (Joseph Parker, D.D.)

I pensieri di Giobbe riguardo a un Dio assente:

Se sia mai esistito un essere come un ateo speculativo, potrebbe non essere facile da determinare; Ma ci sono due classi di atei che si trovano molto facilmente. Ci sono alcuni che sono atei per indole. Ci sono anche atei pratici

(I.) Stato di Giobbe. "Ancora oggi il mio lamento è amaro: il mio colpo è più pesante del mio gemito". In alcuni questo mormorio e lamentela è un'infermità naturale; Sembrano essere costituzionalmente morbosi e querule. In altri si tratta di un'infermità morale, che nasce dall'orgoglio, dall'incredulità e dall'insoddisfazione, contro la quale spetta a noi guardarci sempre con cura

(II.) Il desiderio di Giobbe. «Oh, se sapessi dove avrei potuto trovarlo! che io possa arrivare anche al suo posto!" Non esprime il nome di Dio. Qui vediamo un'aggiunta alla sua angoscia; ora era in uno stato di abbandono. Dio non può mai essere assente dal Suo popolo, per quanto riguarda la Sua presenza essenziale, e nemmeno per quanto riguarda la Sua presenza spirituale. Ma può essere assente per quanto riguarda ciò che i nostri teologi chiamano la Sua presenza sensibile, o la manifestazione del Suo favore e dei disegni dei Suoi rapporti con noi. Questo migliora notevolmente qualsiasi afflizione esterna. Perché la presenza di Dio, che è sempre necessaria, non è mai così dolce come nel giorno dell'angoscia. È una cosa triste essere senza la presenza di Dio; ma è molto peggio essere inconsapevoli del nostro bisogno di esso. Il desiderio di Dio nasce da tre cause

1.) La nuova natura. Le persone desidereranno secondo le loro convinzioni e la loro disposizione

2.) Esperienza. Quando cercarono Dio per la prima volta, sentirono il bisogno di Lui

3.) La consapevolezza della loro totale dipendenza da Lui. Sentono che tutta la loro sufficienza è da Dio. Osservate, nel caso di Giobbe, la serietà del suo desiderio

(III.) La sua risoluzione

1.) Dice: "Ordinerei la mia causa davanti a Lui". Il che dimostra che la presenza divina non lo avrebbe sopraffatto, per non lasciare il senso, la ragione e la parola

2.) Dice: "Mi riempirei la bocca di argomenti". Non che queste siano necessarie per eccitare e commuovere un Essere che è l'amore stesso; ma questi sono adatti a influenzarci e incoraggiarci

3.) Egli dice: "Conoscerei le parole che mi risponderebbe e capirei ciò che mi direbbe". In generale, un cristiano desidera conoscere il compiacimento divino che lo riguarda. Attribuirai poca importanza alla preghiera, se sei indifferente alla risposta di Dio ad essa

(IV.) La sua fiducia e aspettativa. La potenza di Dio è grande. Notate la benedizione di avere questo potere impiegato per noi. "Egli metterà forza in me". Quanto deve essere terribile per Dio 'perorare contro un uomo con la sua grande potenza'. (William Jay.)

L'appello di Giobbe a Dio:

Prendendo il Libro di Giobbe nel suo insieme, può essere definito un poema epico drammatico di notevole valore, in cui l'autore discute graficamente la distribuzione generale del bene e del male nel mondo, indagando se c'è o no una giusta distribuzione di questo bene e male qui sulla terra, e se i rapporti di Dio con gli uomini sono o meno secondo il carattere. Giobbe fu salvato dall'acconsentire alle conclusioni dei tre amici, attraverso la consapevolezza dell'integrità personale e la fiducia del suo cuore in un Dio amorevole. La lotta di Giobbe era disperata. Quei giorni e quelle settimane che si protrassero a lungo furono una prova di fede oltre le nostre stime. La questione non era se Giobbe avrebbe sopportato le sue molteplici afflizioni con uno stoico eroismo, ma se si sarebbe ancora rivolto a Dio, se avrebbe riposato nella calma fiducia del suo cuore che Dio sarebbe stato la sua giustificazione e la sua rivendicazione. Guardiamo ora quest'uomo sballottato dalla tempesta nella sua estremità, e scopriamo...

(I.) Ansioso di scoprire come può portare la sua causa davanti a Dio per l'arbitrato. Giobbe illustra ciò che dovrebbe essere vero per ogni uomo. Dovremmo essere ansiosi di sapere ciò che Dio pensa di noi, piuttosto che ciò che gli uomini pensano di noi. Dovremmo ricordare che uno deve essere il nostro Giudice colui che conosce il nostro cuore, davanti al quale, nel giorno dell'assise finale, dobbiamo comparire per l'ispezione, e il cui riconoscimento della nostra integrità ci assicurerà la benedizione nel grande aldilà

(II.) Scopriamo Giobbe fiducioso che la decisione di Dio per la sua causa sarà giusta. Non immagina nemmeno per un istante che Dio commetta degli errori nei suoi confronti, o che l'Onnipotenza approfitti della sua debolezza

(III.) In grande perplessità, perché sembra essere escluso dal processo che cerca. Il lamento di quest'uomo qui è doloroso e misterioso. La speranza di Giobbe era stata che Dio apparisse da qualche parte. Ma tutto è notte e silenzio. Questa è l'esperienza umana causata dalle infermità umane. La vita è una stagione di disciplina, una stagione di educazione ed evoluzione

(IV.) Troviamo Giobbe calmo nella sicura vigilanza di Dio su di lui, e nella sua fiducia nella rivendicazione finale. Qui c'è la fede suprema nell'onnisciente Dio che finalmente libera. La fede di Giobbe è il bisogno del mondo. (Justin E. Twitchell.)

Dove si trova Dio:

Questo Libro di Giobbe rappresenta una discussione sulle relazioni provvidenziali di Dio con il mondo, e mostra come l'argomento abbia reso perplesso e sconcertato le menti degli uomini in quei primi giorni in cui è stato scritto. Dio, nel libro, non dà le spiegazioni richieste; ma, indicando i segni della Sua potenza, saggezza e bontà, nelle Sue opere naturali, lascia i Suoi ascoltatori all'esercizio di una fiducia pura e semplice. Con riferimento alla perdita della presenza di Dio, per la quale gli uomini piangono ai nostri giorni - questo desiderio di trovare Dio e di venire al Suo propiziatorio, che è così diffuso e così insoddisfatto - non dobbiamo trattarlo con rimproveri dovuti solo alla delinquenza morale o all'indifferenza religiosa; ma facciamo del nostro meglio per fornire una direzione che la ragione e la coscienza approveranno. Ricordate le circostanze in cui gli uomini sono stati gettati in tutti questi dubbi e perplessità. Allora troveremo che non è che essi siano stati portati intellettualmente in una posizione in cui è impossibile credere nella comunione divina; ma che il sistema speciale a cui sono state associate, durante gli ultimi secoli, le forme della comunione divina, è crollato e ha lasciato gli uomini senza una base perfetta per la loro fede e senza una giustificazione intellettuale dell'atto della comunione divina. Se sentite che questo è vero, se sotto il senso dell'inutilità di quei sistemi di divinità che la vostra coscienza rifiuta ancor più della vostra intelligenza, anelate ancora alla comunione divina, devo ora affermare che Dio si trova non attraverso i sistemi di divinità o i processi del pensiero logico. ma con la semplice, infantile resa dell'anima a quelle influenze che Dio, attraverso tutti gli oggetti della verità, della bontà, della bellezza e della purezza, esercita direttamente su di essa. Il senso della presenza di Dio si ottiene attraverso la contemplazione pura e tranquilla degli oggetti divini. "Cercare la nostra divinità solo nei libri e negli scritti è cercare colui che vive tra i morti". È solo della conoscenza di Dio nelle Sue relazioni con noi stessi che parlo. Nella nostra conoscenza di Dio due elementi sono necessariamente mescolati

1.) C'è il sentimento che si eccita dentro di noi quando entriamo in contatto con ciò che è Divino. L'anima sente la presenza di Dio, comunque lo si chiami, e di qualsiasi investitura sia rivestita. Ma poi l'intelletto interpreta il sentimento devoto che gli oggetti divini risvegliano, rappresentando Dio sotto le forme che la sua cultura gli permette di pensare. Dio ha designato molti oggetti attraverso i quali Egli fa la Sua rivelazione direttamente all'anima. Tutto ciò che nel mondo naturale e morale, che supera di gran lunga la comprensione o le conquiste dell'uomo, diventa il mezzo attraverso il quale Dio parla all'anima, tocca il suo sentimento devoto e così si rivela. Potreste dire: "Non è il sentimento che voglio, ma una giustificazione del mio sentimento; una riconciliazione del mio sentimento con i fatti che la scienza, la storia e la critica mi hanno insegnato". Anzi, è il sentimento, il sentimento intenso, irresistibile, della presenza di Dio con noi e in noi di cui abbiamo bisogno. Nessun pensiero può restituirti il Dio che hai perduto; è nel sentire, il sentimento risvegliato entrando in contatto con Dio, che solo lo si può trovare. C'è, tuttavia, una condizione: un uomo deve venire con un cuore puro, una coscienza libera e uno scopo stabilito per fare la volontà di Dio. (J. Cranbrook.)

I sentimenti spirituali di Giobbe:

Queste parole mostrano un modello della struttura dello spirito abitualmente sentita, in buona misura, da ogni figlio di Dio, mentre è in posizione di ricerca della presenza di Dio e dell'intima comunione con Lui

(I.) I diversi sentimenti spirituali implicati in questa santa esclamazione. Ecco che...

1.) Un solenne appello dalle ingiuste censure degli uomini, alla conoscenza, all'amore e alla fedeltà di Dio, il Giudice supremo. L'apostasia da Dio ha reso l'umanità giudici molto stolti ed erronei in materia spirituale. Quanto più Dio c'è nel carattere e negli esercizi di un uomo, tanto più l'uomo è esposto alle maligne censure, non solo del mondo in generale, ma anche dei cristiani di una classe inferiore. Perché i cristiani più deboli sono i più propensi ad andare oltre le loro profondità, nel giudicare con fiducia le cose al di sopra della loro conoscenza. Contro assalti di questo tipo i figli dell'Altissimo hanno un forte rifugio. Lo scudo della fede spegne i dardi infuocati e avvelenati della calunnia, del travisamento e della malizia

2.) Un'audace esposizione con Dio intenzionale, riguardo alla stranezza e alla complessità dei Suoi rapporti con il Suo servo afflitto. È uno dei conflitti più duri nella vita spirituale, quando Dio stesso appare come una parte che contende con i suoi stessi figli. Giobbe non riuscì a scoprire alcuna ragione speciale per la severità di Dio contro di lui. La sua fede si sfoga naturalmente sotto forma di un'esposizione umile ma audace

3.) Un senso di distanza da Dio che lascia perplessi. Le anime rinnovate hanno percezioni di Dio che sono misteriose per se stesse e incredibili per gli altri. Quando Dio sembra nascondere il Suo volto, la conseguenza è una terribile costernazione, confusione, sconforto e angoscia. Questa situazione è tanto più sconcertante quando, come nel caso di Giobbe, si avverte un grandissimo bisogno della presenza di Dio, e quando tutti gli sforzi per recuperarla sembrano vani. Allora la conclusione è a volte tratta in modo avventato dal popolo di Dio: "La mia via è nascosta al Signore, e il mio giudizio è passato da parte del mio Dio". Ma in tutte queste afflizioni del suo popolo, il Signore stesso è afflitto

4.) L'esclamazione di Giobbe esprime i desideri più veementi dopo la presenza spirituale di Dio

5.) Ciò che deve essere particolarmente curato è la natura dell'accesso a Dio che Giobbe desiderava. Era alla ricerca della comunione più vicina e intima con Dio

(II.) Porta a casa tutti questi sentimenti

1.) Tali esempi di profondo e sobrio esercizio spirituale forniscono una prova convincente della realtà della religione e della certezza delle grandi verità con le quali il potere della religione è così strettamente connesso

2.) Le cose di cui si è parlato ci danno una visione della natura e della realtà della religione

3.) Personaggi come quello di Giobbe portano in sé la condanna di varie classi di persone

4.) Questo argomento può essere applicato per incoraggiare gli uomini retti. (J. Love, D.D.)

Il credente nell'afflizione:

Giobbe era giustamente accusato di una disposizione all'autogiustificazione, sebbene non fosse colpevole di quella insincerità, ipocrisia e disprezzo di Dio che i suoi amici precipitosi e insensibili gli imputavano. Dio ha preso i mezzi per correggere questo temperamento di autoapprovazione. Uno dei metodi che usò fu quello di nascondergli il volto e lasciarlo sentire la miseria e l'impotenza di questo stato di abbandono spirituale. Il testo può essere considerato come lo specchio dello stato di chi soffre sotto una consapevole assenza di Dio, che desidera ardentemente il ritorno del sorriso del Suo volto riconciliato

(I.) Il sentimento profondo, doloroso e angosciante che queste parole ci portano davanti. Il linguaggio del testo non è il linguaggio di chi possiede una falsa sicurezza o una pace reale e solida. C'è una pace che turba l'anima, una calma traditrice, foriera della tempesta. C'è un riposo che non è un sano riposo, ma il torpore di colui sulle cui membra si stanno rubando gli effetti inavvertiti di quell'inattività senza vita che così spesso precede una seconda morte. Coloro che sono vittime di questa fatale insensibilità non vedono alcun pericolo, e quindi non temono il male. Non temono alcun cambiamento, e quindi si preparano a non correre alcun pericolo. Quanto è diverso lo stato implicito nel testo! La mente, risvegliata dalla sua negligenza, si ritrova miserabile e miserabile, povera e cieca e nuda. Non conosce pace; non ha un consolatore. "Oh, se sapessi dove avrei potuto trovarlo!" è il linguaggio di un tale spirito nell'ora della sua oscurità, oscurità e perplessità. Il linguaggio è ancora più veramente descrittivo del sentimento di colui che, avendo conosciuto la grazia di Dio in verità, ha perso il senso del favore divino e cammina nella pesantezza sotto la mano castigatrice e il volto accigliato del suo Padre Celeste

(II.) Il desiderio ardente. Il primo sintomo del ritorno della salute e della solidità nella mente è quell'irrequietezza che spinge l'anima a fuggire di nuovo verso il suo Dio. Satana ricorre a vari artifici allo scopo di deviare i desideri in un altro canale. Quando Dio è assente da te, non riposare finché non ritorni a te, come il Dio della tua salvezza

(III.) Sacra risoluzione. "Ordinerei la mia causa davanti a Lui". C'è un senso importante in cui un peccatore può ordinare la sua causa davanti a Dio; e ci sono "argomenti" irresistibili che egli è autorizzato ad avanzare, e che gli è assicurato saranno accolti favorevolmente. In combinazione con l'abbassamento di sé, ci dovrebbe essere fiducia nella misericordia di quel Dio al quale vi avvicinate con tanta riverenza. Ahimé! quanti sono quelli che non si danno la pena di desiderare ardentemente e di cercare diligentemente il Signore! (Stephen Bridge, A.M.)

Supplicando Dio:

Dio ha scelto il Suo popolo nella fornace dell'afflizione. I più grandi santi sono spesso i più grandi sofferenti

(I.) Dove troverò Dio? Dov'è il Suo propiziatorio? Dove Egli si rivela benignamente a coloro che Lo cercano? So che potrei trovarlo nella natura. Il mondo, l'universo dei mondi, sono le opere delle Sue mani. Possiamo trovarlo nella Bibbia, nel luogo segreto della preghiera e nel mio cuore

(II.) Come mi avvicinerò a Lui? Peccatore che sono, come potrò ordinare la mia causa davanti a un Giudice giusto e santo? La preghiera è il metodo stabilito, il dovere imposto a tutti, la condizione universale del perdono e della salvezza. Perché la preghiera è la condizione della benedizione? Perché è la confessione del mio bisogno e la dichiarazione del mio desiderio; il riconoscimento della mia impotente dipendenza e l'espressione della mia umile fiducia nella Sua onnipotente bontà. Ma tutte le preghiere devono essere offerte attraverso la mediazione dell'amato Figlio di Dio. E dobbiamo venire con sincerità

(III.) Quale motivo devo addurre? Dovrò invocare la dignità del mio rango, o il merito del mio lavoro, o la purezza del mio cuore? Implorerò il Suo glorioso nome, il Suo dono ineffabile e le Sue grandi e preziose promesse. Implorerò la manifestazione della Sua misericordia verso gli altri, e gli innumerevoli esempi della Sua grazia verso me stesso

(IV.) E quale risposta riceverò? Dio ignorerà il mio abito? No. "Egli metterà forza in me". Egli mi mostrerà ciò che è a mio favore; Suggerisco a mio avviso argomenti aggiuntivi e inconfutabili. "Conoscerò le parole con cui egli mi risponderà". (J. Cross, D.D.)

L'appello di Giobbe a Dio:

Questo passaggio si apre con un'affermazione della condizione mentale insoddisfatta di Giobbe (versetti 1, 2), seguita dal desiderio di poter trovare Dio e difendersi davanti a Lui (versetti 3-7); e si conclude con un lamento che non è in grado di farlo (versetti 8-10) . Nel riflettere su questo passaggio, ricordate due cose:

1.) La questione astratta della possibilità che un uomo sia assolutamente innocente agli occhi di Dio non viene sollevata qui. Gli uomini sono divisi in due grandi classi: quelli che (per quanto imperfettamente) cercano di servire Dio e di fare il bene, e quelli che vivono nell'egoismo e nel peccato. La prima classe è chiamata i giusti. In senso relativo, l'affermazione di Giobbe riguardo al proprio carattere era vera

2.) Non dobbiamo trovare in Giobbe, come è qui mostrato, un modello per noi stessi quando siamo afflitti. Cercate di separare nella condizione di Giobbe quelle cose in cui aveva ragione da quelle in cui aveva torto. Aveva ragione...

1.) Nella sua coscienza di innocenza

2.) Nell'usare la sua ragione sul grande problema della sofferenza

3.) Nel voler conoscere l'opinione che Dio ha di lui

4.) Nel suo desiderio di essere giusto davanti a Dio

5.) Nell'attenersi saldamente alla sua fede in Dio

6.) Giobbe credeva nella giustizia come elemento essenziale nel carattere di Dio, anche se non vedeva come Dio fosse giusto nel caso presente. Giobbe si sbagliava...

1.) Nella sua teoria imperfetta della sofferenza - sbagliata, cioè, nel senso di essere sbagliata

2.) Nel suo irrequieto desiderio di conoscere tutte le ragioni per cui Dio agisce con lui

3.) Nel voler che Dio si abbassasse a un livello di uguaglianza con lui, mettendo da parte la sua onniscienza e ascoltando, come se fosse solo un giudice umano, Giobbe

4.) E Giobbe si sbagliava chiaramente nel suo sentimento impaziente verso Dio (ver. 2) . (D. J. Burrell, D.D.)

6 CAPITOLO 23

Giobbe 23:6

Egli interdirà contro di me con la Sua grande potenza?-

La fiducia di Giobbe in Dio:

L'idea di un Dio del potere è comune a tutte le religioni. Giobbe sentiva che sotto tutti i misteri della vita c'è una giustizia divina. Quando un uomo pio sente questo, può sopportare molto. E' inutile chiudere gli occhi di fronte alle grandi difficoltà che ci sono nella storia umana, e anzi in ogni vita individuale. Non possiamo sempre dire che sentiamo Dio buono e saggio; ma noi sappiamo che è così; e questo è tutto ciò che è richiesto alla nostra fede

(I.) La vita nelle sue fasi di sviluppo. In un certo senso le profezie devono fallire. Non possiamo profetizzare, in base alla carriera e alle circostanze dell'uomo adulto, ciò che i giorni a venire porteranno con sé, o come influenzeranno lui. L'unica cosa di cui siamo sicuri è che Dio non interdirà le anime che Lo amano. Gli esercizi immediati della volontà divina nella provvidenza sono impiegati con la stessa saggezza di quelli mediati attraverso le leggi naturali. Il futuro non può dispiegare nulla che non sia tanto opera della bontà divina quanto del potere divino

(II.) Dio nel Suo carattere paterno. Più comprendiamo la nostra natura nei suoi aspetti più nobili, meglio dovremmo comprendere la relazione di Dio con i Suoi figli. Se non fosse per le nostre relazioni umane, come potremmo capire la relazione di Dio con noi? La relazione parentale è comune a tutte le nazioni. Un genitore si arrabbierà contro suo figlio? Il Grande Padre farà ciò che il padre terreno non farà?

(III.) Dio nel Suo carattere onnipotente. "Con la Sua grande forza". Questo è un motivo in più per cui Egli dovrebbe essere delicato, tenero, premuroso e gentile. La forza di Dio, se meditassimo su di Lui indipendentemente dalle Sue perfezioni morali, potrebbe condurci all'adorazione non di un Padre, ma di una potenza infinita

(IV.) Il cuore nel suo enfatico No! Una risposta enfatica a questo. Ci sono alcune cose che il cuore decide subito, e questa è una di quelle. "Dio ha dimenticato di essere misericordioso?" Rispondiamo subito, e "No".

(V.) La vita nelle sue sorgenti nascoste. "Metteva forza in me". Questo è ciò che vogliamo. Non assenza di tentazione o di prova. Le sorgenti della vita, alimentate da Dio, hanno bisogno di essere nutrite in proporzione allo sforzo e all'esercizio stesso della nostra vita interiore. Il cristiano che deve lottare su per la Difficoltà della Collina, e che passa attraverso quelle esperienze che tendono ad esaurire le sue forze, ha molto bisogno della grazia e della forza di Dio

(VI.) La vita nelle sue storie passate. Troviamo questa verità nell'esperienza così come nella Bibbia. L'ascendenza della divinità non è una cosa vana. Gli stemmi spirituali delle nostre famiglie hanno in sé simboli di vittoria morale

(VII.) La vita nei suoi aspetti retributivi. Qui arriviamo a una visione positiva invece che negativa del testo. Dio interlorerà contro di noi se viviamo nel peccato e nella colpa, trascurando Cristo e la grande salvezza? Come può fare altrimenti? (W. M. Statham.)

8 CAPITOLO 23

Giobbe 23:8-10

Ecco, io vado avanti, ma Lui non c'è.

Oscurità dell'opera divina:

Le perplessità provate da Giobbe su questo e su problemi affini non erano né maggiori né più fastidiose di quanto lo siano per noi. La nostra posizione avanzata nella rivelazione, nella conoscenza, nell'esperienza, non ci solleva da nessun imbarazzo provato dagli uomini dei tempi antichi riguardo al più grande di tutti i misteri: il mistero di Dio che dimora in Sé, e dai metodi con cui Egli governa i mondi degli uomini e delle cose. Sembravano dimorare nell'universo di Dio, mentre Lui non sembrava sempre dimorare nel loro mondo individuale. Il pensiero religioso più maturo del mondo è oggi quello che era all'inizio dei tempi: un abisso luminoso in cui gli uomini guardano "per fede, non per visione". Tutte le cose sono contenute in Dio, Egli è incontenuto in tutto. Tutte le cose rivelano Dio: Dio è non rivelato in tutti. "Ecco, io vado avanti, ma Egli non è là; e indietro, ma non riesco a percepirlo". C'è una presenza; ma è velata. C'è attività; ma tace

(I.) L'attività del Divino operante. "Sulla sinistra, dove Egli opera." E non ci resta che aprire la nostra Bibbia per scoprire come in tutte le sue pagine questa grande verità corra come l'anima del suo insegnamento. La Bibbia mette nelle mani di Dio eventi che sono ritenuti del tutto indipendenti da ogni causalità speciale. "Egli fa risplendere il sole". "Egli manda la pioggia". "Egli fa crescere l'erba". "Egli dà la neve come la lana". "Egli tiene i venti nel suo pugno". "I lampi vanno davanti a Lui". "Fuoco e grandine, neve e vapore" e il "vento tempestoso adempiono la Sua parola". Tutte le forze materiali, quando sono messe in azione e trovano la loro interazione nella gestione dei mondi, sono servitori di Dio e eseguono i Suoi ordini; e sono forze solo fino a dove e finché sono i canali della Sua volontà. Un cambiamento nella direzione di quest'ultimo, una sospensione dei propositi di Dio, e tutte le attività materiali periscono. Le doti personali, che consideriamo innate e costituzionali, sono i Suoi doni. "C'è uno spirito nell'uomo, e l'ispirazione dell'Onnipotente gli dà intelligenza". I talenti, sia del corpo che della mente, sono distribuiti da Lui. "Egli tiene la nostra anima nella vita". "Egli insegna all'uomo la conoscenza". "Il genio è il suo dono; poesia La sua ispirazione; sei la Sua sapienza". L'abilità di governare, l'eroismo di difendere, la scienza di costruire e adornare la vita di una nazione sono conferite da Lui. "Egli insegna" all'uomo "le mani alla guerra" e le sue "dita a combattere". In ogni parte del volume ispirato scorre un profondo riconoscimento del diritto; ma è la legge in cui è inserita l'attività incessante di una volontà divina. Una causalità senza causa, una legge che si origina da sola, che agisce da sola, è sconosciuta in natura; poiché non esiste nel credo di quegli antichi uomini ai quali Dio rivelò la prima trascrizione dei Suoi pensieri. Questa attività della presenza divina avvicina molto a Dio la vita umana, con tutti i suoi interessi. Rende reale e molto preziosa ciascuna delle nostre preoccupazioni nella sua relazione con Lui. L'individuo non è mai disprezzato, non può mai essere trascurato, non è mai dimenticato nella grandezza e nella molteplicità della cura divina. In mezzo al gioco dei Suoi magnifici pensieri, che abbracciano l'universo delle cose, il Suo occhio è rivolto all'uno come al tutto, all'atomo come alla massa. Mentre le grandezze e le molteplicità dei mondi e dei sistemi sono nell'ambito del Suo piano, quel piano comprende l'individuo più oscuro, l'evento più insignificante. Come questo sia, come possa essere, non lo sappiamo. "Ecco, colui che protegge Israele, non sonnecchierà né dormirà". "Metti le mie lacrime nel tuo otrico: non sono forse nel tuo libro?" Se da queste affermazioni generali passiamo a quelle che sono più specifiche nei loro dettagli, la stessa verità emerge in modo ancora più impressionante. Le afflizioni non sono visite arbitrarie. Non sono mai un'inflizione illegale o senza scopo. Sono, in alcune delle loro visite, irresistibili come il lampo del fulmine e insaziabili come la tomba. Ora, la Bibbia ci dice che, in un certo senso significativo, tutte queste afflizioni vengono da Dio. Per quanto apparentemente accidentali, e senza alcun ordine nei loro antecedenti noti, hanno tutti una discendenza nella provvidenza di Dio; e sono tutti resi tributari di uno scopo. "Egli ferisce e le sue mani guariscono". Egli castiga e rimprovera. "Tu, o Dio, ci hai messi alla prova, ci hai messi alla prova. Tu ci hai gettati nella rete; Tu hai posto afflizione sui nostri lombi". Non sono né accidenti, né appendici necessarie, né aggiunte arbitrarie della nostra natura o condizione di uomini. Sono metodi di addestramento, modi di correzione, sussurri ammonitori, saggi insegnamenti nel modo in cui Dio agisce con noi come caduti, come uomini peccatori; e fin qui sono pieni delle intenzioni più gentili e servono ai fini più importanti e salutari. Dio non crea il male. Non ha bisogno di soffrire. Egli lo inserisce nel Suo piano e lo usa per il bene. La morte, dichiaratamente la più impressionante e terribile di tutte le nostre afflizioni, e che ci piomba addosso nelle sorprese più inaspettate del tempo, del luogo, del modo e delle vittime, è rivendicata come la visita soprannaturale di Dio. "L'Eterno uccide e vivifica, fa scendere nel sepolcro e fa risuscitare". "È stabilito che gli uomini muoiano una sola volta". Ogni volta che arriva, comunque arrivi - che sia per malattia o per incidente, in gioventù o in età, in mare o sulla terra - la morte è l'appuntamento di Dio, e giunge al Suo comando; e il tempo, il luogo, il metodo devono essere accettati e sottomessi come se fossero separatamente nelle Sue mani, e determinati dalla Sua volontà. Nessun uomo scivola mai di nascosto fuori dal tempo, o appare inaspettatamente alla presenza del suo Creatore. "Le chiavi della morte e dell'inferno" sono nelle mani del Signore della Vita. Quindi, sulla scala più ampia delle visite nazionali. "I suoi occhi guardano, le sue palpebre provano i figli degli uomini". "Egli cambia i tempi e le stagioni, rimuove i re e stabilisce i re". "Egli allarga le nazioni e le stringe di nuovo". Quando una grande nazione è improvvisamente paralizzata nelle sue risorse, o rovinata nei suoi raccolti, o devastata dalla pestilenza; quando incendi o inondazioni portano scompiglio e morte tra un popolo; o la guerra devasta un territorio pacifico, lasciando solo "i suoi rivoli di sangue e i cumuli di ossa" dove un tempo la fattoria fioriva in ricchezza e bellezza; tuttavia la domanda è: "Ci sarà forse del male in una città e il Signore non l'ha commesso?" La politica delle nazioni è forse solo una grande scacchiera su cui politici in conflitto giocano i loro piccoli giochi di ambizione, mentre Dio è in lontananza, incurante delle piccole lotte? No; attraverso tutte queste lotte e agitazioni di orgoglio umano e di cupidigia ambiziosa, corre il filo di un proposito divino, che permette tutto, trattiene tutto, guida e subordina tutto a un fine determinato

(II.) L'oscurità dei metodi di questo lavoro. "Ecco, io vado avanti, ma Egli non è là; … Egli si nasconde, affinché io non possa vederlo".

1.) Ci sono ragioni, profondità e misteri, nei metodi dell'opera divina, nei quali non possiamo guardare; cause in cui tale lavoro ha origine, e scopi che intenzionalmente serve, al di là della nostra scoperta. In che modo, in tutto questo labirinto di cose umane, la volontà divina è una forza creatrice? Non possiamo dirlo. A volte, come attraverso le piccole fessure nell'interazione degli eventi, come per un raggio di sole che filtra attraverso una fenditura tra le nuvole, ci sembra di avere un momentaneo scorcio dell'Attore e del Suo piano. "Il Signore fa udire la Sua voce", e noi possiamo a malapena dubitare di chi sia la voce, o quale sia il messaggio che trasmette. Ma non è sempre così. Non è spesso così. E meno che mai è così per le sofferenze del popolo di Dio. Per quanto chiare siano le nostre opinioni, per quanto ferme possano essere le nostre convinzioni della rettitudine, della saggezza e della bontà di Dio, si verificano costantemente eventi che confondono tutti i nostri ragionamenti; e mentre tassano severamente la nostra sottomissione, impongono un pesante tributo alla nostra fede. "L'Eterno ha la sua via nel turbine e nella tempesta, e le nuvole sono la polvere dei suoi piedi". "Egli non rende conto di nessuna delle Sue cose". Un silenzio, ininterrotto come la tomba - assoluto, terribile, infinito - sembra farsi beffe dell'agonia di chi soffre, senza il conforto di un sollievo momentaneo. "Aspettiamo la luce, ma contempliamo l'oscurità; per lo splendore, ma noi camminiamo nelle tenebre".

2.) Una causa di questa oscurità è, senza dubbio, da ricercarsi in noi stessi, negli strumenti imperfetti con cui cerchiamo di misurare i propositi di Dio. Non intendo la limitazione delle nostre forze umane, che rende impossibile per l'esame più acuto penetrare in quegli abissi di oscurità in cui Dio sta sicuramente e silenziosamente operando; ma nella nostra mancanza di un temperamento spirituale, l'assenza di un'affinità morale tra noi e Dio, che così sicuramente ci mette lontani da Lui, e così ci lascia incomprensibili le strade della Sua provvidenza. La nostra dissomiglianza con la natura divina è, credo, una delle principali barriere che escludono la luce dall'occhio del sofferente. Non vediamo così lontano o così chiaramente in alcuni dei rapporti divini con noi come potremmo fare, o come Dio vuole che dovremmo fare, solo perché il raggio della nostra vista spirituale è limitato da qualche sfocatura o pellicola interiore. La fede è l'occhio soprasensibile dell'anima; Ma quando è oscurato dai malumori del peccato, è come una lente rotta in un telescopio, si rompe e distorce l'immagine. In queste questioni è con i nostri sensi spirituali tanto quanto con l'uomo che cerca di ottenere una visione audace e dominante del paesaggio della natura; Quasi tutto dipende dalla posizione che occupiamo. A coloro che si trovano sulla cima della montagna la luce arriva più presto, e con loro indugia più a lungo. L'aria è più pura; Il campo visivo è più ampio: mentre i cieli senza nuvole sembrano scuri e lontani a chi scende sotto le ombre della valle. E così, senza dubbio, è nell'ambito e nel potere di quell'analisi spirituale che cerchiamo di comprendere i misteri più oscuri della provvidenza. Ci manca la simpatia per il grande Operatore nell'intrinseca eccellenza del Suo essere; e questo pone la lontananza nella nostra posizione e l'ottusità nella nostra percezione, mentre cerchiamo di penetrare la Sua politica nel trattare con noi. "Vediamo attraverso uno specchio, in modo oscuro". Di qui la lontananza con cui gli uomini abitualmente pensano a Dio. L'occhio non veduto lo vede solo come una presenza lontana, uno spettatore freddo e silenzioso ai confini estremi della natura; o come completamente al di fuori del Suo mondo di uomini e cose. Dio è così lontano che la nostra voce non può raggiungerLo, la Sua mano non può raggiungerci; e sebbene le Sue frecce volino rapide e terribili come i lampi nelle loro tracce infuocate nello spazio, sembrano, in qualche modo, senza uno scopo. Dio regna sul mondo; ma non vediamo come Egli la governi. D'altra parte, l'occhio purificato, l'anima purificata dal peccato, squarcia l'oscurità con una gioia rapida e intelligente, che illumina ogni cosa, anche l'oscurità e la tristezza, in luce e bellezza. "Il segreto del Signore è presso quelli che lo temono; ed Egli mostrerà loro il suo patto". La somiglianza con Dio, la lealtà alla coscienza, la fiducia nella bontà, l'obbedienza alla verità, tutto questo apre le palpebre dell'anima e inonda di significato i propositi della volontà divina

3.) La completezza del piano, su cui traspaiono le disposizioni provvidenziali, deve necessariamente comportare l'oscurità in molti dei suoi dettagli. "Noi non siamo che di ieri e non sappiamo nulla, perché i nostri giorni sulla terra sono un'ombra". Il nostro piccolo mondo non è che un atomo del grande insieme degli uomini e delle cose. Il grande insieme degli uomini e delle cose non è che un atomo nell'interezza del piano divino. Quel piano deve abbracciare tutti i tempi e tutti i luoghi; tutti i mondi, con i loro abitanti; e tutti gli eventi, con le loro problematiche. Ci vuole tempo; ma poi ci vuole anche l'eternità. Quindi, in primo luogo, gli eventi non sono mai singoli. Hanno i loro antecedenti e i loro conseguenti. Possono essere la progenie non di un antecedente, ma di molti. Per la mente onnicomprensiva dell'Onniscienza, ogni evento passeggero di oggi deve intrecciarsi con tutti gli eventi di ieri; poiché questi a loro volta abbracceranno tutti gli altri eventi nel dare vita a quelli di domani. Lo stesso vale per la razza umana. "Siamo tutti anelli della grande catena che si snoda attorno ai due assi del passato e del futuro". "Noi che viviamo", dice Comte, "siamo governati dai morti". Ecco, quindi, uno dei nostri grandi errori nel cercare di comprendere le vie di Dio. Abbiamo troppa fretta di decifrare gli eventi che passano. Cerchiamo ragioni troppo vicine a noi stessi, troppo isolate e specifiche nella loro portata; E così cerchiamo risultati troppo immediati nel tempo. Mentre la Mente Suprema contempla l'intera vita in ogni anello, e l'insieme di ogni singolo anello dell'unica catena, noi restringiamo il grande dramma a un solo atto, e a quell'inizio e chiusura in noi stessi. Trascuriamo il passato, che per molti di noi può contenere il segreto di quegli stessi eventi il cui verificarsi ci travolge o ci distrae nel presente; e noi escludiamo il futuro così come il passato; eppure, sia il passato che il futuro possono avere una relazione immediata ma imperscrutabile con il mistero del presente sofferente. "I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, né le Sue vie sono le nostre vie". Che cosa possiamo sapere, che cosa possono sapere le menti angeliche di questo strano problema che la provvidenza riserva per la soluzione?

4.) Allora, gli scopi morali che alcune, forse molte, delle nostre esperienze più oscure sono destinate a realizzare, non devono essere lasciate fuori dalle cause che ci lasciano perplessi. La risposta: "Quello che io faccio tu non lo sai ora", può indicare una misericordia non meno che una necessità. La luce, rendendo chiaro lo scopo, potrebbe vanificare il fine. "È bene che un uomo speri e attenda tranquillamente la salvezza del Signore". "La tribolazione produce pazienza". Con questi scopi morali intendiamo la somma totale del guadagno religioso che le visite afflittive sono destinate ad assicurare, in primo luogo, al singolo sofferente; poi, a coloro con i quali può essere più direttamente imparentato; e, infine, al bene universale. Tutti gli eventi umani, di qualsiasi ordine, sotto qualsiasi apparente eccezione, devono essere interpretati dall'uomo cristiano secondo quella regola: "Sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio"; o da una triplice regola più distributiva, contenente, in primo luogo, l'assicurazione negativa, che "non lo toccherà alcun male"; in secondo luogo, l'impegno positivo, che "nessuna cosa buona gli sarà negata"; e in terzo luogo, la promessa costruttiva e onnicomprensiva che "tutte le cose" "coopereranno per" il suo "bene". Questa triplice promessa è la legge statutaria, la benedetta carta trina, sotto la quale vive il cristiano; Né si lascia mai accadere a un uomo buono alcun evento, ma una, o entrambe, o tutte e tre queste grandi leggi entrano in azione benigna. Questa è la provvidenza della grazia. Ed è nei metodi attraverso i quali queste leggi emergono nella loro azione, che una fonte della nostra perplessità si rivela non di rado. Anche quando la visione è la più chiara, è spesso impossibile vedere per primo, e talvolta come, queste diverse promesse vengono manipolate nell'interesse del singolo uomo. A volte il fine proposto non è immediatamente correlato ai mezzi. Come nel caso di Giuseppe e Giobbe, Daniele ed Ester, il fine da raggiungere sembra del tutto fuori strada rispetto al metodo impiegato. Allora, il bene contemplato in alcune dispensazioni della provvidenza non è unico, ma molteplice. Nella storia di Giuseppe, le afflizioni di cui egli fu la vittima immediata ebbero una missione all'indietro nella sua cerchia familiare, e avanti nella corte egiziana, e così via attraverso tutta la storia futura del mondo nella sua preparazione attraverso la nazione ebraica per l'incarnazione e la redenzione di Cristo, - i risultati di questi, che ci sembrano tutti incongrui e incommensurabilmente distanti nella loro relazione con il "mantello dai molti colori, " e l'esilio e la schiavitù in Egitto; eppure, per Dio, erano tutti rinforzati in un presente coerente e istantaneo, l'ultimo anello parallelo al primo, il primo coincidente con l'ultimo. Il vomere del distruttore si schianta contro il centro di una casa, rovesciandone improvvisamente le fondamenta, e nell'orribile naufragio si spegne un'intera primavera di speranze giovanili nella tomba di un padre. Vi chiedete: Perché tutto questo? Perché Dio nasconde il Suo proposito e nasconde la Sua presenza nelle nuvole e nelle tenebre anche a coloro che Lo amano? La risposta, sufficiente per noi, è che la nostra virilità possa essere addestrata alla fiducia. Diventiamo forti con la perseveranza. Se sapessimo tutto in anticipo, non ci sarebbe spazio per la fede, per la sottomissione, per l'equilibrio dei motivi. Se sapessimo come Dio sa, dovremmo essere come Dio. Ma noi siamo neonati, in fase di addestramento. La pazienza è il frutto della prova. La nostra fede nasce nella lotta

1.) Ecco dunque, in primo luogo, un rimprovero alla nostra petulanza. Dice: "Fermati e riconosci che io sono Dio!" Siamo nella polvere davanti a Lui. "Il nostro Dio è nei cieli, ha fatto tutto quello che gli è piaciuto." Che cosa può sapere un bambino, sull'impalcatura di un colossale mucchio di architettura incompiuto, dell'abilità e dello scopo della sua costruzione? E che cosa siamo noi se non costruttori di bambini nel piano di Dio, insetti effimeri, la cui vita è una foglia nella foresta dei mondi!

2.) Vediamo come questa oscurità attuale serve alla speranza. L'oscurità che ora avvolge il cammino del cristiano, e che per le ragioni che abbiamo mostrato deve continuare ad avvolgerlo, crea, come giustifica, l'aspettativa che in seguito, in questo o in qualche altro stato, la luce sorgerà dall'oscurità, e noi vedremo come siamo visti, e "sapremo anche come" siamo "conosciuti". Non può essere che le limitazioni, le delusioni, gli irritamenti di un'amara inquietudine debbano perpetuarsi oltre la tomba. Alcuni dei capitoli dolorosi della vita possono essere chiari anche da questa parte dello schermo

3.) Ancora più pienamente, ancora più teneramente, questa certezza di luce abbraccia il mondo futuro. "Quello che io faccio tu non lo sai ora; ma lo saprai in seguito". Ci sono profondità nella creazione che fin dall'inizio dei tempi hanno lottato per esprimersi, e non hanno ancora parlato. E ci sono misteri nella nostra vita umana - eventi, epoche, dispensazioni - il cui nebuloso avvento nel tempo costituirà visioni apocalittiche per i nostri studi per l'eternità. "Il Padre ha messo i tempi e le stagioni nella Sua propria potenza". Nelle vaste alture e nella gloriosa distesa della vita eterna, Dio certamente ti dirà, povero e solitario sofferente, perché sei stato lasciato solo, senza una mano che ti proteggesse o una voce che ti consigliasse, quando nei giorni inesperti della giovinezza avevi più bisogno di loro. (J. Burton.)

Il Dio invisibile "dichiarò":

Questo passo rappresenta per noi un'anima graziosa, che sospira e cerca ansiosamente un rapporto più personale e particolare, e anche la più intima comunione con il suo Dio, e quindi è fatta sentire dolorosamente il silenzio, il riserbo e la segretezza a cui, come Dio della natura e della provvidenza, aderisce così inviolabilmente

1.) Potrebbe darci sollievo, se Dio si rivelasse, anche in qualsiasi grado, a uno qualsiasi dei nostri sensi esterni. Ma ora non accondiscende mai a scoprire se stesso anche finora agli abitanti del nostro mondo. Di conseguenza, non è irragionevole per tutti noi temere che ci possa essere qualche ragione giudiziaria per cui Dio si nasconde così tanto alla nostra conoscenza

2.) Questo sospetto sembra essere confermato in una certa misura, o in una certa misura modificata, dal fatto che ci siamo accorti che c'è almeno un altro mondo in cui lo stesso Dio ha altri adoratori, dai quali non si è mai nascosto. Potrebbero esserci molti più mondi di questo tipo

3.) C'è stato un tempo in cui le cose andavano molto diversamente con questo mondo. Atti una volta era tanto più simile al cielo, come il Signore che in quei giorni parlava con voce umana all'uomo che aveva appena creato, simile a Lui in conoscenza, giustizia e santità, con dominio su tutte le creature inferiori che vedeva intorno a lui

4.) Tende ad aggravare il nostro sospetto del tutto naturale e giusto, quando consideriamo che Dio, che ora si nasconde così tanto da tutti gli sbadati, non sempre, né continuerà a nascondersi ancora a lungo, da nessuno di noi. Solo il sollievo arriva, quando risvegliati al senso del peccato, siamo portati a volgerci all'Unigenito del Padre. Egli lo ha rivelato. (Giovanni Bruce, D.D.)

Alla ricerca di Dio:

Quest'uomo sembra essere condannato dall'ordine morale del mondo, eppure sa di essere innocente. Ci si può aspettare che un uomo in una situazione così terribile pronunci parole audaci. Ma Giobbe non si schiera contro Dio. Piuttosto, mette Dio contro Dio. Il Dio che sembra vedere contro il Dio che desidera vedere, ma non può. È il Dio dentro Giobbe che protesta contro un Dio di fede esterno. Ma l'errore di Giobbe consisteva nell'essere adirato perché non riusciva ad avere subito la visione completa di Dio. Lo voleva subito. È solo attraverso una lunga e dura lotta che possiamo ottenere la visione di Dio. Dobbiamo raggiungere le alture assolate dove il Suo volto è visto con un nobile e instancabile sforzo spirituale. Non c'è un percorso breve e facile per il cielo illuminato dal sole. Inoltre, quando Giobbe stava sfidando Dio a metterlo alla prova, Giobbe non era consapevole che Dio lo stava mettendo alla prova anche allora; che in quella stessa perplessità, in quel nascondiglio di Dio, in quella stessa oscurità e conflitto, attraverso i quali Giobbe stava allora passando, Dio stava già sedendo in giudizio su di lui, e provando la sua vita, per vedere se sarebbe uscita dal fuoco come l'oro

(I.) La grande ricerca di Dio che ogni vera vita deve intraprendere. La ricerca deve procedere, perché non c'è vera vita senza la conoscenza di Dio; e non c'è vita piena senza la soddisfacente conoscenza di Dio. La vera conoscenza di Dio può venire solo attraverso la lotta. Questo apparirà nelle seguenti due considerazioni

1.) Una vera conoscenza di Dio è la conoscenza interiore del cuore vivente. E...

2.) La vera conoscenza di Dio è la conoscenza progressiva. Ma l'uomo più vero del mondo può entrare in stagioni di grandissima perplessità. Dio è più grande dei nostri pensieri e più grande dei nostri credi. Non possono esprimere la pienezza di Dio

(II.) La garanzia del successo di questa lotta per trovare Dio. "Egli conosce la via che prendo". La ricerca di Dio dipende da una conoscenza interiore di Dio; e abbiamo il paradosso che conosciamo Dio, eppure lo stiamo cercando. Sappiamo quando lo abbiamo trovato, perché Egli è un ideale nella nostra vita più profonda. Se i nostri cuori sono sinceri, se la nostra vita è sincera e pura, abbiamo la garanzia che alla fine vedremo Dio nella pienezza della Sua gloria

(III.) Lo scopo e l'esito di questa grande lotta. La lotta necessaria per trovare Dio e la verità è una prova del nostro carattere. La verità richiede una lotta, l'uso costante delle nostre migliori energie. L'infedeltà è la cosa più pigra del mondo, ma è con il sudore del cuore che si trova la verità. La lotta per trovare Dio preserva la "verità della vita". La vita è preservata dal progresso, e il progresso implica conflitti. La vita è movimento, la stagnazione è morte. Questa lotta non solo preserva la verità della vita, ma la purifica e la sviluppa. Questo è il mio messaggio: fate in modo di lottare per trovare Dio. Mentre stai cercando, ricorda di essere vero. E continua a cercare. (Giovanni Thomas, M.A.)

10 CAPITOLO 23

Giobbe 23:10

Ma Egli conosce la via che prendo.

Il modo del brav'uomo:

Il cristiano in difficoltà dovrebbe cercare conforto in se stesso. Il suo principale conforto risiede nella sua relazione con Dio. Solo la sincerità di Dio rende possibile un'affermazione come questa

(I.) Il modo del brav'uomo

1.) È il modo che Lui sceglie per me

2.) È la via dell'obbedienza alla Sua volontà

3.) È la via che Suo Figlio ha percorso

4.) È la via del sacrificio di sé per gli altri

(II.) La conoscenza di Dio della via dell'uomo buono

1.) Lui lo sa; perché Egli sa tutto

2.) Lo sa con un interesse comprensivo

3.) Lo sa quando il sentiero è più oscuro e accidentato

4.) Lui sa dove conduce

(III.) L'esito delle prove di un brav'uomo

1.) Dio vede la disciplina come essenziale

2.) Ne fissa i limiti

3.) Garantisce il risultato benefico

4.) Questo sarà prezioso e luminoso alla sua fine. (I. E. Page.)

Dove vai?-

Giobbe non riusciva a capire la via di Dio con lui; Era molto perplesso. Ma se Giobbe non conosceva la via del Signore, il Signore conosceva la via di Giobbe. Poiché Dio conosceva la sua via, Giobbe si ritirò dai giudizi ingiusti dei suoi amici insensibili e si appellò al Signore Dio stesso

(I.) Conosci la tua strada? Nella misura in cui la vostra vita è lasciata alla vostra gestione, c'è una strada che voi volontariamente prendete e seguite volentieri. Sai cos'è questo modo? Sai dove stai andando? "Naturalmente", dice uno, "tutti sanno dove sta andando". Stai navigando attraverso il profondo mare del tempo verso l'oceano principale dell'eternità: verso quale porto stai dirigendo? La cosa principale con il capitano di un Cunarder sarà quella di portare la sua nave in sicurezza nel porto verso il quale è diretta. Questo design annulla tutto il resto. Entrare in porto è il pensiero di ogni orologio, di ogni sguardo alla carta, di ogni osservazione delle stelle. Il cuore del capitano è rivolto dall'altra parte. La sua speranza è di arrivare sano e salvo al porto desiderato, e sa qual è il rifugio di sua scelta. Non si aspetterebbe di arrivarci se non si mettesse in testa di farlo. A cosa stai mirando? Vivi per Dio? o stai vivendo in modo tale che il risultato debba essere l'esilio eterno dalla Sua presenza? Se rispondete a questa domanda, permettetemi di farne un'altra: Sapete come state andando? Con quale forza stai portando avanti il tuo viaggio? Dio è con te? Il Signore Gesù è diventato la tua forza e il tuo canto? C'è qualcuno qui che si rifiuta di rispondere alla mia domanda? Non ci direte dove andate? C'è qualcuno qui costretto a dire: "Ho scelto la strada malvagia"? La grazia di Dio può entrare e condurvi subito a invertire la rotta. Ma stai andando alla deriva? Voi dite: "Non sto navigando distintamente verso il cielo, né sto dirigendomi risolutamente nella direzione opposta. Non so bene cosa dire di me stesso"? Ma puoi dire: "Sì, sono diretto verso il porto giusto"? Può darsi che i tuoi accenti tremano di un santo timore; ma nondimeno sono lieto di sentirti dire altrettanto

(II.) In secondo luogo, è un conforto per te il fatto che Dio conosca la tua via? Solennemente, credo che una delle migliori prove del carattere umano sia il nostro rapporto con la grande verità dell'onniscienza di Dio. È abbastanza certo che Dio conosce la via che prendi. Si può leggere l'ebraico: "Egli conosce la via che è in me"; da ciò deduco che il Signore non solo conosce le nostre azioni esteriori, ma anche i nostri sentimenti interiori. Conosce le nostre simpatie e antipatie, i nostri desideri e i nostri disegni, le nostre immaginazioni e tendenze. Il Signore ti conosce con approvazione se segui ciò che è giusto. Dio conosce la tua strada, per quanto tu possa essere falsamente rappresentato dagli altri. Quei tre uomini che avevano guardato con tanta diffidenza Giobbe, lo accusarono di ipocrisia e di aver praticato qualche male segreto; ma Giobbe poté rispondere: "Il Signore conosce la via che prendo". Sei vittima di calunnie? Il Signore conosce la verità. Il Signore conosce la via che prendi, anche se tu stesso non potresti descriverla. Alcune persone gentili sono lente nel parlare e hanno grande difficoltà a dire qualcosa riguardo alle loro faccende d'anima. Un'altra grande misericordia è che Dio conosce la strada che prendiamo quando noi stessi la conosciamo a malapena. Ci sono momenti in cui i veri figli di Dio non riescono a vedere la loro strada, e nemmeno a orientarsi. Ancora una volta, ricordate che in questo momento Dio conosce la vostra via. Egli conosce non solo la via che hai preso e la via che prenderai, ma anche la via che stai scegliendo per te stesso

(III.) In terzo luogo, incontri prove lungo la strada? Dei molti qui presenti, nessuno è stato del tutto libero dal dolore. Mi sembra di sentire qualcuno dire: "Signore, da quando sono cristiano ho avuto più problemi di quanti ne abbia mai avuti prima". Questi problemi non sono un segno che sei sulla strada sbagliata. Giobbe era sulla strada giusta, e il Signore lo sapeva; eppure permise che Giobbe fosse processato molto accanitamente. Considera che ci sono prove in tutti i modi. Persino la strada verso la distruzione, per quanto larga, non ha in sé un sentiero che eviti la prova. Allora, ricordate, i più brillanti tra i santi sono stati afflitti. Abbiamo, nella Bibbia, registrazioni della vita dei credenti. Le prove non sono la prova di essere senza Dio, poiché le prove provengono da Dio. Giobbe dice: "Quando mi ha messo alla prova". Vede Dio nelle sue afflizioni. Il diavolo ha effettivamente causato il problema; ma il Signore non solo lo permise, ma vi aveva un disegno. Inoltre, secondo il testo, queste prove sono prove: "Quando mi ha messo alla prova". I processi che giunsero a Giobbe furono fatti per essere la prova che il patriarca era vero e sincero. Ancora una volta su questo punto: se avete incontrato dei problemi, ricordate che finiranno. Il sant'uomo nel nostro testo dice: "Quando mi ha messo alla prova". Tanto da dire, non lo farà sempre; verrà un tempo in cui avrà finito di mettermi alla prova

(IV.) Quarto, avete fiducia in Dio riguardo a queste tempeste? Puoi dire, nella lingua del testo: "Quando Egli mi avrà messo alla prova, io uscirò come l'oro"? Se hai veramente fiducia in Gesù, se Lui è tutto per te, puoi dirlo con fiducia; perché lo troverete fedele alla lettera. Questa fiducia si fonda sulla conoscenza che il Signore ha di noi. "Egli conosce la via che prendo": perciò, "quando mi avrà messo alla prova, ne uscirò come l'oro". Questa fiducia deve essere sostenuta dalla sincerità. Se un uomo non è sicuro di essere sincero, non può avere fiducia in Dio. Se siete un po' d'oro e lo sapete, il fuoco e voi siete amici. Ancora una volta dice: "Io uscirò come l'oro". Ma come si fa a venire fuori? Ne esce provato. È stato analizzato ed è ora garantito puro. Così sarai tu. Dopo la prova potrai dire: "Ora so che temo Dio; ora so che Dio è con me, mi sostiene; ora vedo che mi ha aiutato, e sono sicuro di essere il Suo". Come nasce l'oro? Ne esce purificato. O figlio di Dio, puoi diminuire in massa, ma non in lingotti! Si può perdere l'importanza, ma non l'innocenza. Potresti non parlare così in grande; ma ci sarà davvero altro di cui parlare. E che guadagno perdere scorie! Che guadagno perdere l'orgoglio! Che guadagno perdere l'autosufficienza! Ancora una volta, come esce l'oro dalla fornace? Viene fornito pronto per l'uso. Ora l'orafo può prenderlo e farne ciò che vuole. È passato attraverso il fuoco, e le scorie sono state tolte da esso, ed è adatto per il suo uso. Quindi, se sei in cammino verso il cielo e incontri difficoltà, esse ti porteranno la preparazione per un servizio superiore; sarai un uomo migliore e più utile; sarai una donna che Dio potrà usare più pienamente per confortare gli altri di uno spirito addolorato. (C. H. Spurgeon.)

Sostenere la coscienza dell'anima nel dolore:

(I.) Che il grande Dio era pienamente consapevole della sua prova individuale. "Egli conosce la via che prendo". Ovunque io sia, in patria o all'estero, in solitudine o in società, "Egli sa", ecc. Lui conosce la strada che prendo: la strada che prendo i miei pensieri, i miei sentimenti, i miei propositi. Ma quale sostegno c'è nella conoscenza di questo fatto?

1.) La conoscenza di Dio del singolo sofferente è associata all'amore più profondo. "Come un padre ha pietà dei suoi figli", ecc

2.) La sua conoscenza è associata a un'onnipotente capacità di aiutare. L'altro fatto di cui era consapevole era...

(II.) Che il grande Dio stava misericordiosamente usando le sue prove come disciplina. "Quando mi ha messo alla prova". Perché Egli ci prova con l'afflizione?

1.) Non che Egli provi alcun piacere nella nostra sofferenza. "Non affligge volontariamente", ecc. Né...

2.) Che Egli possa scoprire cosa c'è nei nostri cuori. Lui sa tutto di noi. Ma lo fa...

1.) Per umiliarci a causa dei nostri peccati

2.) Affinché possiamo sentire la nostra dipendenza da Lui

3.) Affinché possiamo impegnarci interamente nella Sua custodia

(III.) Che il grande Dio volgesse la sua dolorosa disciplina a suo vantaggio. "Io uscirò come l'oro", ecc. "La tribolazione produce pazienza", ecc. Ma in che modo l'afflizione ne trae beneficio?

1.) Serve ad aumentare il nostro apprezzamento per la Bibbia

2.) Serve a sviluppare i poteri della mente. Le afflizioni di Davide fecero emergere alcuni dei suoi salmi più brillanti

3.) Serve a sviluppare la vita spirituale

4.) Serve a distaccarci dal mondo. A poco a poco abbatte il materialismo in cui l'anima è ingabbiata e la lascia fuggire all'aria aperta e alla luce dei regni spirituali. (Omilestico.)

Quando mi avrà messo alla prova, io ne uscirò come l'oro.

Fiducia in Dio nell'afflizione:

La vita stessa della religione è comunione con Dio. Tutto ciò che è al di fuori di questo è mera formalità o superstizione. Osservare-

(I.) Il dignitoso appello di Giobbe alla conoscenza divina. Accusato di essere in malafede e ingannevole, Giobbe si riferisce docilmente ma con fermezza a Colui che "prova il cuore e le reni". "Egli conosce la via che prendo". Questa espressione implica:

1.) Consapevolezza dell'integrità. La via che prese fu la via della verità, in opposizione all'errore, all'inganno e alla menzogna; la via della santità, in opposizione al peccato; La via della fede, in opposizione all'autosufficienza

2.) Una persuasione della sovrintendenza divina. "Lui lo sa". Giobbe ne parla come di un principio fisso e stabile nell'economia divina, che Egli conosce, perché sovrintende, a tutte le vie del suo popolo

3.) Piena soddisfazione per il giudizio divino. Nella stima che gli uomini si fanno del nostro carattere, possono essere fuorviati dall'ignoranza o deformati dal pregiudizio. Ma con Lui questo è impossibile

(II.) La visione illuminata di Giobbe della condotta divina. "Quando mi ha messo alla prova". Questo si riferisce sia a quell'esame che tanto desiderava, sia all'afflizione con cui era così dolorosamente esercitato. Applica questa versione di prova-

1.) Alla tua fede. Così l'apostolo lo applica. Credere che Dio progetta la misericordia mentre infligge la punizione, e essere soddisfatti che adempirà il Suo patto, quando sembra che lo stia annullando, è davvero una prova di fede

2.) Al tuo amore. Che questo debba essere forte e luminoso, quando la vostra pace è indisturbata, non è sorprendente. Più dolorosa e prolungata è l'afflizione, più forte e decisa è la prova

3.) Alle tue dimissioni. Per l'esercizio di questo sentimento, l'afflizione è assolutamente necessaria. Implica uno stato di cose opposto ai nostri desideri. La rassegnazione è l'abbandono di una volontà subordinata alla volontà di Dio

4.) Alla grazia della pazienza. La pazienza attende la liberazione e rimanda il tempo, il modo e il grado a Colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della Sua volontà. Per pazienza il nome di Giobbe è diventato proverbiale

(III.) L'allegra attesa di Giobbe della bontà divina. "Io uscirò come l'oro": provato, purificato e dichiarato. Impara, da questo argomento...

1.) Il disegno speciale di tutte le diverse afflizioni con cui si esercita il popolo di Dio. Non è un disegno che dovete approvare cordialmente?

2.) Il tuo dovere speciale nell'afflizione. Impegnare la tua via e, nell'esercizio della fede, della rassegnazione e della pazienza, riferire la tua causa a Lui

3.) Quale dovrebbe essere la tua particolare preoccupazione se liberato dall'afflizione? Per accertare se il risultato corrisponde al design. (Ricordo dell'Essex.)

Il crogiolo dell'esperienza:

La grandezza del Libro di Giobbe, ciò che gli valse l'elogio di Carlyle che è la cosa più bella che sia mai stata scritta con la penna, consiste nella chiara luce che getta sulla prova umana e sui suoi problemi. È un manuale unico sulla fede, non in una proposizione, ma nella vita stessa, perché la vita è nelle mani di Dio e rappresenta

"Macchinario significava solo

Per dare alla tua anima la sua inclinazione,

Mettiti alla prova e fatti uscire sufficientemente impressionato",

come ha detto Browning, con il suo glorioso ottimismo. Ci insegna una fede profonda come la vita, e fa dell'uomo un sovrano nel mondo, ispirandogli una fiducia indescrivibile nell'ordine delle cose. A coloro che studiano seriamente il dramma di Giobbe, nulla diventa più chiaro del fatto che sarebbe completo senza la sua fine. Giobbe potrebbe essere morto sotto la sua afflizione. Potrebbe aver ceduto dopo aver ascoltato la testimonianza contenuta nel mio testo. Sarebbe passato al suo riposo un uomo più grande e più forte di quello che era prima che le prove si abbattessero su di lui. Avrebbe completato la sua carriera, lasciando in eredità ai posteri un'influenza più sana, lasciando nel mondo un'eredità più preziosa di quella che avrebbe concesso a parte il processo. La Bibbia, con la sua alta e sana idea della virilità, riconosce questo fatto e lo espone con grande chiarezza. Quando si tratta dei beni che veniamo a possedere e a godere, spesso ci ricorda che non abbiamo portato nulla nel mondo, e non prenderemo nulla da esso, tranne il carattere; che l'unica eredità che possiamo lasciare, determinandone l'uso in base ai nostri desideri, è l'eredità che lasciamo attraverso il carattere. Com'è vero questo! Possiamo nascere nell'opulenza solo per vivere nell'ozio. Possiamo accumulare ricchezze con il lavoro, ma non possiamo controllarne l'uso tra coloro che verranno dopo di noi. Non abbiamo alcuna influenza determinante in materia. Ma è diverso con l'influenza che irradiamo attraverso il carattere. I pensieri che pensiamo, la testimonianza che portiamo, le influenze che esercitiamo, ci danno una presa sulla vita, una sovranità che la morte non può allentare. Browning, con fine intuizione spirituale, ha chiamato il mondo la nostra università, e ha quindi significato che da una fase all'altra della nostra vita andiamo verso la laurea dell'anima. È un'idea cristiana imposta dal genio. Nell'impararlo otteniamo la vittoria dello spirito. La nostra epoca morbida e lussuosamente materialista si basa sulla felicità senza il bene supremo degli uomini e delle donne. In ogni tipo di avversità grida: dov'è Dio? e dà voce al grido del stolto. Ma il mondo è la nostra università. Cristo è stato incoronato sulla Croce, e tutti noi siamo incoronati quando condividiamo e accettiamo la Croce. È la condizione del trionfo. È solo quando siamo messi alla prova che ne usciamo come oro. La prova gioca un ruolo importante e benefico nella vita. Arriva a tutti noi molto presto

1.) Entra nella vita del giovane uomo e della donna che entrano nel mondo quando la loro educazione è completata e la loro responsabilità è iniziata. Fino al giorno della loro partenza da casa i genitori si sono presi cura di loro, sono stati nutriti, protetti e aiutati. Hanno ricevuto tutte le cure loro concesse come una cosa ovvia. E quando si tengono lontani dalla cara vecchia casa, il giorno che sorge su di loro sembra tetro e poco propizio. La tenerezza della madre è lasciata, il consiglio del padre è eliminato; Entrano in un mondo di estranei. Si rendono conto che devono dipendere da se stessi. Le nuvole si addensano nel cielo della loro immaginazione, anche se queste possono essere disperse dal valore. E proprio perché questo fatto è vero, coloro che sono stati lanciati potrebbero rendersi conto che il loro nuovo giorno li sta realizzando. Prima che sia albeggiare da un pezzo, possono aver dimostrato sul polso della loro esperienza di aver cominciato a pensare, di sapere che cos'è la prudenza, non leggendola, ma sviluppando la virtù; Essi sanno che cos'è la vita, non sognandola, ma sforzandosi di farlo. Quell'esperienza comporta una prova, ma è ciò che è ampiamente giustificato nel suo esito. Ci dà un'aria di decisione. Chiama la nostra virilità e la nostra femminilità a una nuova dignità. Ma seguono giorni più bui, che devono essere misurati anche secondo il criterio di una fede degna. Ci sono, per esempio, quei giorni in cui la vecchia casa è distrutta, in cui coloro che sono alla sua testa sono chiamati nell'invisibile, e intorno a noi si crea una desolazione; Quando costituiscono una comunione che la nostra immaginazione non può immaginare, ma il nostro cuore deve sempre affermare. È una perdita indescrivibile dover sacrificare i reverendi membri di una vera casa. Eppure non dobbiamo essere compatiti. In tali condizioni Dio ci apre una nuova opportunità. Egli ci insegna l'iniziativa. Tutta la serietà, tutta la saggezza, tutta la tenerezza della nostra natura si sono evolute. Diventiamo ministri di uomini e donne, non per scelta, ma per necessità. Quando questa esperienza è concessa agli uomini e alle donne, i loro contemporanei riflessivi osservano che, mentre Dio sta creando una desolazione su di loro, li sta allo stesso tempo dotando di grandezza di carattere. E di nuovo le parole si avverano: "Egli conosce la via che io prenderò; quando mi avrà messo alla prova, ne uscirò come l'oro". Le prove a cui ho accennato sono del tutto buone. E' un bene che dobbiamo andare nel mondo e imparare la responsabilità lottando per noi stessi. È bene che una generazione passi e un'altra erediti i problemi dei suoi rappresentanti. Le forme di processo che ho notato finora sono del tutto buone; Ma ci sono altre forme. Molti devono combattere con le avversità; alcuni devono portare il peso della malattia; Altri devono sperimentare l'ingratitudine, eppure l'esito di queste forme di prova è ancora un bene piuttosto che un male. Possiamo dirlo senza alcun superficiale ottimismo. C'è un beneficio nelle avversità, in qualsiasi forma possano raggiungerci. Shakespeare, con la sua chiara intuizione e la sua ampia prospettiva, ha detto: "Dolci sono gli usi delle avversità". E Seneca ha pronunciato parole che meritano di essere scritte d'oro su questo punto: "Nessuno conosce la propria forza o il proprio valore se non essendo messo alla prova. Il pilota è processato in una tempesta, il soldato in una battaglia, il ricco non sa come comportarsi in povertà. Colui che ha vissuto solo nella popolarità e nell'applauso non sa come sopporterebbe l'infamia e il rimprovero. La calamità è l'occasione della virtù e uno sprone per una grande mente. Moltissime volte una calamità volge a nostro vantaggio, e grandi rovine hanno lasciato il posto a grandi glorie. La prudenza e la religione sono al di sopra degli accidenti, e traggono il bene da ogni cosa. L'afflizione mantiene l'uomo in uso e lo rende forte, paziente e resistente. Dio ci ama di un amore maschile e ci lascia liberi dalle offese e dalle umiliazioni. Si compiace di vedere un uomo buono e coraggioso lottare con la cattiva sorte, eppure mantenersi sulle sue gambe quando il mondo intero è in disordine intorno a lui. Nessun uomo può essere felice se non resiste a tutte le contingenze e non dice a se stesso in tutte le circostanze: "Sarei stato contento se fosse stato così e così, ma poiché è stabilito diversamente, Dio provvederà meglio". "Quanto sono sagge e forti queste parole dello stoico. È un mondo severo quello in cui viviamo, anche se è gentile. Il prezzo della vita libera e razionale è la sofferenza che spetta all'uomo; e anche nell'umanità stessa, attraverso le nature inferiori a quelle superiori; mentre la giustificazione della sofferenza è il progresso. "Che cosa ti ha reso uno Skald?" dice un re in una delle commedie di Ibsen, a un poeta. "Dolore, sire," rispose lo Scaldo. Le avversità ci sconcertano solo per il momento, e quando lottiamo con esse, scopriamo di essere stati sconcertati a combattere meglio. Tutti gli uomini e le donne migliori di cui leggiamo nelle generazioni precedenti, e tutti gli uomini e le donne migliori che conosciamo nella nostra generazione, hanno combattuto coraggiosamente con la vita, e hanno acquisito carattere nella lotta, hanno dimostrato, sul polso della loro esperienza, la saggezza delle parole di Shakespeare, che l'uso dell'avversità è dolce. Non hanno nulla da ridire sulla vita. Ma c'è un'altra forma di prova, quella che ci viene attraverso la malattia, quando sembra posta come una specie di catena sulla mente. La nostra generazione risuona degli echi dei pessimismi a buon mercato, e forse nulla è considerato come una giustificazione più della sofferenza umana. Perché esiste nel mondo? Dov'è Dio? Qual è il bene della vita? Così leggiamo, così ascoltiamo. Ma la cosa significativa è che le persone che parlano e scrivono così non sono i sofferenti stessi, nemmeno quando hanno il dono del genio, con la sua grande capacità di soffrire. Ci mostrano invariabilmente quanto sia sublime soffrire ed essere forti. Chi ha illustrato questo fatto meglio del compianto Louis Stevenson, nella sua coraggiosa lotta contro la morte incombente? Egli, più di tutti gli uomini, aveva buone ragioni per affermare che questo è il peggior mondo possibile. Eppure di questa stessa tendenza scrive in uno dei suoi inimitabili saggi: "Siamo abituati, in questi giorni, a fare molte chiacchiere sulle circostanze in cui ci troviamo. La grande raffinatezza di molti gentiluomini poetici li ha resi praticamente inadatti agli spintoni e alla bruttezza della vita, ed essi registrano la loro inadeguatezza in modo considerevole. I giovani gentiluomini, con tre o quattrocento all'anno di mezzi privati, guardano dall'alto in basso da un pinnacolo di dolorosa esperienza, tutti gli uomini adulti e di buon cuore che hanno osato dire una buona parola per la vita. Stevenson suggerisce che i pessimisti dei nostri giorni non sono figli del dolore, ma piuttosto epicurei delle proprie emozioni, che si vantano di un dolore che non hanno conosciuto. Il dolore tace. La tristezza è un digiuno stabilito da Dio stesso, e quando gli uomini e le donne vi entrano veramente, possono dire con Cristo: "Sia fatta la tua volontà". Sanno che Dio li sta mettendo alla prova per poterli trasformare in oro. C'è la prova dell'ingratitudine. Questo sembra il più difficile di tutti da sopportare. Fare il bene e invocare il male invece di rispondere alla simpatia. Amare, ma invano: questo quasi spezza il cuore. Così diciamo. Ma è davvero così? Non fa davvero il cuore? Il defunto Preside Caird, nelle sue lezioni sulle idee fondamentali del Cristianesimo, trova nelle distinte dottrine cristiane la sanzione del pensiero che "nella natura di Dio c'è la capacità di amare condiscendente, di pietà e di perdono illimitati, sì, con riverenza sia detto, di dolore e tristezza e sacrificio per la salvezza delle anime finite; una capacità che è stata e potrebbe essere rivelata e realizzata solo attraverso il dolore e il peccato del mondo". È profondamente vero, il bisogno dell'uomo è l'opportunità di Dio. Ed è vero nelle relazioni umane come in quelle divine. Coloro che ci hanno tormentato di più, coloro che ci hanno messo alla prova nel senso più duro, ci hanno spesso permesso di realizzarci in un modo che non avremmo potuto fare se non avessero incrociato il nostro cammino. E queste testimonianze sono confermate nell'azione di nostro Signore e del Suo grande apostolo. Fu quando l'agonia del Getsemani e l'amarezza della Croce si stavano avvicinando, quando seppe che gli uomini Lo avevano rigettato, che nostro Signore disse che Suo Padre Lo amava perché aveva dato la Sua vita. Fu di Israele, dal quale era un emarginato a causa del suo apostolato, e dai cui rappresentanti era perseguitato quotidianamente, che Paolo disse: "Vorrei che io stesso fossi maledetto per i miei fratelli, miei parenti secondo la carne, che sono Israeliti". Sotto l'influenza di queste testimonianze, e alla luce di questi fatti, apprendiamo che anche l'ingratitudine che ferisce l'amore, rende l'uomo e gli permette di testimoniare quell'elemento più profondo e più grande della sua esperienza che Shelley riconobbe quando lo chiamò il Pellegrino dell'Eternità. E anche questa è crescita. In tali esperienze l'uomo è ancora messo alla prova, per poter venire fuori come l'oro. Quanto dobbiamo agli uomini che sono stati provati nella vita e che si sono dimostrati degni nelle loro prove! I signori della letteratura sono stati nel crogiolo dell'esperienza. L'opera immortale di Dante è l'epopea del Medioevo, ed è piena di parole alate e di pensieri seminali che stimolano il nostro spirito, e fruttificano ancora in noi. Nacque dall'esperienza di un uomo dallo spirito triste e solitario, figlio del dolore mentale. I signori della letteratura sono stati processati per poter venire fuori come l'oro. Ma questi immortali non sono gli unici esseri che sono stati raffinati e perfezionati nel crogiolo dell'esperienza. Possiamo trovare coloro che ne hanno beneficiato in ogni ambito della vita. L'immagine del giovane uomo o donna radioso pieno di poteri incontaminati e circondato da opportunità inutilizzate è affascinante. Ma impallidisce di fronte all'immagine dell'uomo o della donna modellati più grandiosamente nello stress della vita; E a volte, quando, in casi terribili, c'è bisogno di uomini e donne ministranti, di persone che possano dire la parola giusta agli angosciati e dare loro pace, o che possano sollevare la sofferenza dal dolore, noterete che sono coloro che hanno il volto solcato da sofferenze passate, e piene di pace che è stata conquistata. Questi sono gli argomenti finali, che nel crogiolo dell'esperienza siamo messi alla prova per poter emergere come l'oro. Essi stanno attorno a Cristo, il Capo della nostra umanità, e accrescono quel fiume di vita che, avendo la sua origine nel Suo sacrificio trascendente, scorre attraverso la nostra religione, la nostra filosofia, la nostra letteratura e la nostra vita, e porta la guarigione delle nazioni. Quando li guardiamo, mentre la luce della loro testimonianza cade sul nostro cammino, la fede nella vita si genera nei nostri cuori. Così, nella potenza di Dio, rivaleggiamo con la natura. I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento mostra l'opera delle Sue mani di stagione in stagione. Le stelle brillano d'inverno e d'estate, prima e dopo la tempesta. Così provocano gli uomini e le donne che dicono il loro numero, e che li pesano, a comportarsi bene. Questo è il ruolo dei signori della vita, e Cristo è venuto e dimora in mezzo a noi, affinché noi potessimo assumerlo e trionfare in esso. La vita non deve impoverirci, ma arricchirci. Attraverso tutte le sue vicissitudini ci dovrebbe essere una gloria abbondante e duratura nel firmamento della nostra esperienza. (F. A. Russell.)

Il bene più profondo di Dio:

Durante la settimana che è trascorsa dal nostro servizio della scorsa domenica mattina, più di un mio amico mi ha parlato dell'insegnamento che è stato dato da questo pulpito. Uno di loro si rivolse a me in questo modo: "Ho davvero capito che hai detto che potresti desiderare l'avversità dei tuoi amici piuttosto che la prosperità? Perché, se è così, non posso dire che questo sia ciò che desidererei per te, o, in verità, per chiunque del genere umano; e se fossi dotato di onnipotenza, non userei certo quello che tu chiami 'il male di Dio' come un'esperienza per i giusti". L'affermazione del mio amico contiene una buona parte di ciò che è comune o popolare riguardo a quell'argomento insolubile, il mistero del male; ma poiché la sua particolare affermazione contiene così tanto che l'uomo ordinario che vive bene sente come una giusta dichiarazione della sua perplessità riguardo ai rapporti di Dio con lui, devo tornare su questo argomento questa mattina. Per cominciare, devo dire che la mia affermazione generale che per i miei amici potrei desiderare l'avversità piuttosto che la prosperità dovrebbe, forse, essere formulata in modo diverso. Allora sono sicuro che non ci sarebbe alcuna differenza di opinione tra me e nessuno dei presenti. Preferirei dirlo così: per il mio amico potrei piuttosto desiderare il frutto dell'avversità quando l'avversità raggiunge il suo massimo nell'animo umano. Lasciate che vi ponga una domanda retorica, la cui risposta sarà nella vostra mente e nel vostro cuore, come l'ho posta. Supponiamo che dobbiate rivivere la vostra vita, non c'è nessuno di voi che desidererebbe vivere la stessa serie di esperienze che avete già avuto. Potreste desiderare che i giorni bui e i tempi di profondo dolore non tornino più, ma sono perfettamente sicuro che desiderereste di avere i risultati di quelle esperienze, senza la storia. Allora penso che siamo d'accordo nel dire che il meglio che possiamo desiderare per il nostro amico è ciò che sappiamo effettivamente per esperienza che va di pari passo con l'avversità, che l'avversità riesce a raggiungere il più alto, anche se potremmo non augurare a lui il dolore dell'avversità stessa. Se io fossi dotato di onnipotenza, amico mio, il tuo cammino sarebbe sempre giusto; eppure, se l'avversità fosse il prezzo necessario da pagare, e se sapessi che deve essere pagata per aver fatto di te l'uomo nobile che sei, allora lascerei che l'avversità si abbattesse su di te con tutte le sue forze. Ma l'obiezione del mio amico colpisce più in profondità. Equivale a questo: le vie di Dio sono inspiegabili. Sono i giusti e non semplicemente i colpevoli che devono soffrire mentre il mondo è ora organizzato. Potremmo capire il Suo modo di agire se l'inevitabile sequenza di azioni sbagliate fosse dolore, ma non riusciamo a capirlo quando l'uomo giusto soffre in modo uguale e indiscriminato con il colpevole. Inoltre, non capita spesso che la severità di Dio causi danno morale piuttosto che bene morale? Capisco il sentimento che c'è dietro un'affermazione di questo tipo. Significa questo: se fossi Dio farei il mondo in modo diverso. Ecco, credo, di aver esposto il vero significato del nostro amico con perfetta franchezza. Ora, permettetemi di dire che quando parliamo del male come di un intruso, in nove casi su dieci, stiamo oscurando la questione che è realmente presente nella nostra mente. Il bene non è ancora arrivato. Il male è relativo, negativo, primitivo. La nostra esperienza di ciò che è male è la nostra concezione di un bene assente, e il fatto che possiamo vedere che una cosa è male è in qualche modo una promessa di un bene futuro. Lasciamolo qui. Il tuo generoso impulso di dire che se tu avessi il potere il male sarebbe escluso dal mondo, è in realtà una sorta di profezia di ciò che Dio intende fare. Ora, non è mai stata data una risposta buona e sufficiente a questa urgente domanda del cuore umano. È il vecchio, vecchio tema, il tema del Libro di Giobbe da cui ho tratto il mio testo questa mattina. Ma mi permetto di pensare, anche se non è mai arrivata una risposta completa, la risposta è che la sottomissione alla volontà di Dio ci introduce a un'esperienza armoniosa. Osservate il tema del libro da cui è tratto il nostro meraviglioso testo. Giobbe, il personaggio centrale, appare come un uomo giusto che è ancora un sofferente; ma non è un sofferente per una causa degna per la quale un uomo potrebbe essere lieto di soffrire, né apparentemente è un sofferente che dà una testimonianza eclatante a favore di una nobile causa. Molte di queste testimonianze sono state date, e hanno privato il martirio della sua agonia. Ma Giobbe è fatto sofferente senza capire perché, e c'è da meravigliarsi che senta che la sua sofferenza non può essere una punizione per le sue offese? Egli afferma la sua giustizia, non in modo arrogante, e non come se Dio non avesse nulla da ridire su di lui. Egli dice: "Questa severità nel modo in cui Dio mi tratta non può essere il frutto della mia vita vissuta in modo errato". I suoi amici difendono Dio e dicono che Giobbe è stato giustamente castigato; e lo scrittore del libro, uno dei libri più antichi della Bibbia, ha davanti a sé il compito di mostrare che l'uomo giusto, benché afflitto, è più giusto di quelli che difendono i giudizi di Dio su di lui. La risposta di Giobbe e la sua meravigliosa intuizione sono espresse nelle parole del testo: "Egli conosce la via che prendo", che cosa mi importa del giudizio umano? Egli conosce il modo in cui ho vissuto, rettamente, nel timore di Dio, trattando onorevolmente gli uomini. Allora Giobbe dice di aver vissuto rettamente, e che il suo dolore non era in alcun modo il suo deserto. Egli conosce la via che sto prendendo con la mia vita; quando mi avrà messo alla prova, la mia innocenza risplenderà". Non sono sicuro se abbiamo il diritto di leggere nel testo che la fede di Giobbe raggiunse un'altitudine più elevata e affermò che "come risultato di ciò che Dio ha fatto, io sarò un uomo migliore, una natura più profonda, più nobile, più forte, più saggio". Forse non intendeva dire questo, ma è almeno aperto a questa interpretazione dire che lo ha fatto. "Quando mi avrà messo alla prova, non solo la mia innocenza risplenderà come l'oro e mostrerà che Dio non mi punisce, ma piuttosto mi modella; Non solo la mia innocenza risplenderà, ma la mia nobiltà sarà sconfitta, guadagnata e vinta". Ora, non ci avvicineremo mai di più alla soluzione del problema di ciò che abbiamo chiamato "il male di Dio", e che ora io chiamo "il bene più profondo di Dio". Qui mi soffermo a leggervi un'esperienza, l'esperienza di un giovane, è vero, ma non, mi permetto di pensare, rozza. L'umanità al suo punto più alto, intendo dire il suo punto più alto di conoscenza spirituale, non è mai arrivata più in alto di questo, che è tratto dalla Vita di Gladstone di Giovanni Morley, e il passo da cui cito è una delle lettere di Arthur Hallam scritte al suo amico signor Gladstone quando entrambi erano a Oxford. Il signor Morley, commentandola più in basso, dice che naturalmente è il modo di un giovane di guardare a un vecchio problema, ma ammetterete che si è avvicinato molto alla soluzione del problema. "La grande verità che, quando ne saremo giustamente impressionati, libererà l'umanità, è che nessun uomo ha il diritto di isolarsi, perché ogni uomo è una particella di un tutto meraviglioso; che quando soffre, poiché è per il bene di quel tutto, egli, la particella, non ha il diritto di lamentarsi, e a lungo andare, ciò che è il bene di tutti si manifesterà abbondantemente per essere il bene di ciascuno. L'altra credenza non consiste nel teismo. Questo è il suo centro. Permettetemi di citare a questo scopo le parole del mio poeta preferito. Ci farà bene sentire la sua voce, anche se solo per un momento». Poi cita dall'"Excursion" di Wordsworth, i versi ben noti probabilmente a tutti e a me:

"Un supporto adeguato

Per le calamità della vita terrena

Esiste, uno solo: una credenza sicura

Che la processione del nostro destino, comunque

Triste o disturbato, è ordinato da un Essere

Di infinita benevolenza e potenza,

I cui propositi eterni abbracciano

Tutti gli incidenti, convertendoli in bene".

Non so se il signor Morley potesse essere d'accordo, ma dalle sue parole, usate più avanti nel libro, ho quasi l'impressione che potesse. Sta parlando del punto di vista del signor Gladstone, credo, sull'opera di Napoleone, e lo sta paragonando a quello dei più degni servitori del destino. Dice: "Il nostro lavoro consiste nell'usare la parte che ci è stata data da usare, nell'usare le parti che vanno a formare la vita, e nell'usarle con un sentimento del tutto". Questo è il punto che desidero sottolineare più espressamente nel suo ascolto. Non viviamo per noi stessi. Sono uno di quelli che pensano che se l'unico scopo di Dio nel disciplinare l'umanità fosse quello di produrre un carattere nobile, potremmo avere il diritto di dirgli: "Allora avresti potuto produrlo in qualche altro modo". Dio potrebbe. Non è al di là del Suo potere. Dio potrebbe creare un uomo nobile senza mandarlo attraverso la fornace. Ma se è vero che siamo solo un piccolo angolo della vita dell'universo, vivendo non la nostra, ma la vita del tutto, e se è vero che viviamo non semplicemente per noi stessi, ma per Dio, ciò aggiunge dignità alla nostra concezione del nostro destino. E, sebbene io predichi fiduciosamente in questo modo l'ottimismo, confido di non predicarlo superficialmente o grossolanamente. Non predico l'ottimismo perché ignoro i pericoli e le possibilità di un pessimismo, né perché non possiedo alcuna conoscenza del lato più oscuro della vita, ma l'ottimismo di Cristo è il mio. Gesù ha mai agito o parlato come se volesse ignorare il lato oscuro dell'esistenza? Noi esseri inferiori, seguendo debolmente e incertamente le orme di Gesù Cristo, dobbiamo cercare di vedere con i Suoi occhi anche dal nostro Calvario quando arriva, e non è sempre il Calvario, e credere, anzi essere sicuri che nelle mani di nostro Padre sono tutte le nostre vie. Dio si prenderà cura degli ultimi come dei più grandi. Non siamo solo strumenti nelle Sue mani, ognuno di noi è anche un fine. Aggiungerei a questo un paio di riflessioni con le quali chiudo

1.) Il primo è che se potessi vedere le cose come sono realmente, non ci sarebbero problemi, né preoccupazioni, né paure nella tua esperienza. È solo perché non riesci a vedere che queste cose sembrano dominare la tua vita. La fede è eminentemente ragionevole in quanto eleva l'anima a un'altitudine da cui può avere una visione calma e ampia dell'esistenza nel suo insieme. La fede è un'approssimazione del vedere le cose come sono. La vita a molti di noi sembra un sogno. In un sogno abbiamo una visione distorta delle realtà che nella nostra vita di veglia entrano nella nostra esperienza, ma non come le sogniamo. È il limite che crea il mistero, il limite in gran parte è che è il fallimento

2.) Allora direi anche questo: il dolore non è fine a se stesso. Questo è l'errore dell'ascetismo. Quando è frainteso, schiaccia gli uomini e fa loro del male. Il dolore è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine, e il suo culmine deve essere la gioia se Dio è giusto. Il dolore non è la fine, è solo l'inizio, è lo scricchiolio della porta che si apre verso il cielo. Stiamo aiutando Dio, non dimentichiamolo nemmeno per un momento, e la nostra consapevolezza di aiutarlo genera un'armonia qui e ora. Non siamo sempre abbandonati a noi stessi. Alcuni dei nostri migliori servizi sono fatti dalla sofferenza. Ma per non lasciarvi con un'impressione morbosa nella vostra mente, vorrei ricordarvi questo, che la lotta, la disciplina, la battaglia e la sconfitta a volte non tolgono affatto interesse alla vita, ma vi aggiungono gusto. Dovremmo essere grati che Dio ci dia l'opportunità di fare l'eroe, di essere un uomo; e noi sentiamo in qualche modo - anche se non possiamo chiarirlo in modo sillogistico, perché c'è qualcosa di più alto della logica - giorno dopo giorno, nelle piccole cose come nelle grandi cose della vita, sentiamo in qualche modo che l'universo è ben organizzato, e la vittoria è resa possibile in modo divino per i figli di Dio. Ora, prima di concludere, voglio farvi sentire che quello che sto dicendo è reale, so che lo è, ma non ho mai potuto dimostrarlo, e mai sarò in grado di farlo. Quando scendiamo al bene più profondo, scopriamo che esso è sempre acquistato, come lo è e lo è sempre stata la più alta esperienza cristiana, con l'accettazione volontaria della Croce. Che ogni uomo dica, pensando al modo in cui Dio agisce con lui oggi: "Egli conosce la via che io prendo e intendo prendere. Non posso vedere, eppure sarò vero. Egli sa sempre. Mi troverà oro puro. Sarò fedele al meglio che mi ha mostrato, non deluderò il mio Amico Celeste. 'Quand'anche mi uccidesse, confiderò in Lui'. E non distruggerà, 'perché il Signore si ricorda delle cose sue'. " (R. J. Campbell, M.A.)

Sull'afflizione:

1.) I migliori santi hanno in sé una miscela di scorie

2.) Prove, e talvolta prove infuocate, sono necessarie per separare le scorie dall'oro. Dio ha vari metodi per mettere alla prova l'umanità

3.) La prospettiva di essere beneficiati e illuminati dall'afflizione, riconcilia i credenti con le prove più severe. "La tribolazione produce pazienza". "La pazienza produce esperienza". "L'esperienza produce speranza". Può darsi che siamo così spesso afflitti, perché abbiamo così tante scorie, che richiedono il fuoco, e molte volte un fuoco feroce, per separarle dal metallo. (S. Lavington.)

La purificazione della mente attraverso i problemi e le prove:

Le afflizioni della vita, sebbene spesso abbastanza gravi in se stesse, lo diventano molto di più a causa di quello stato di dubbio e di perplessità in cui la mente di chi soffre è portata da esse. Egli è tentato di disperare, come se pensasse che Dio lo abbia abbandonato; o all'empietà, come immaginare che non ci possa essere alcun Dio che governa il mondo con sapienza e giustizia. In tal caso, una nozione errata della vita umana è alla base di quei pensieri scoraggianti e mormoranti, che sorgono nei nostri cuori, quando ci troviamo circondati e oppressi da una parte più grande del normale delle sue preoccupazioni e dei suoi problemi. Non guardiamo avanti come dovremmo. Questa vita non è altro che una preparazione per un'altra. Non c'è bisogno di dimostrare che questa vita è uno stato di prova. In generale, sprofondiamo sotto la tentazione, perché non ci abituiamo sufficientemente ad aspettare, e quindi siamo impreparati ad affrontarla. Con questa idea - che la vita presente è uno stato di prova - saldamente impressa nella nostra mente, dovremmo allora stare armati per la battaglia, e con l'assistenza divina essere in grado di vincere. Delle tentazioni o prove a cui siamo soggetti, alcune procedono dall'esterno e altre dall'interno. Il mondo si sforza ora di sedurre, ora di terrorizzarci nell'adempimento del nostro dovere. Un'altra fonte di guai e disagio è quella prodotta dagli irascibili, dalle disposizioni sgradevoli e da altre mancanze di coloro che ci circondano. Altre prove hanno la loro origine dall'interno, dalla struttura o dalla costituzione del corpo o della mente. O la malattia o la malinconia. Il tempo non riuscirebbe ad enumerare tutte le diverse tentazioni che sorgono nella nostra mente. Sono tanti e vari come le nostre diverse passioni e propensioni, ognuna delle quali, a volte, tenderà al dominio, e tutte devono essere mantenute, con mano forte e ferma, nella dovuta subordinazione e obbedienza. (J. Horne.)

Santi paragonati all'oro:

(I.) L'oro si trova generalmente sepolto nella terra, mescolato con sabbia o altro materiale, e quindi richiede di essere scavato e separato da quei materiali. Così i cristiani sono stati tolti dagli elementi di questo mondo. Sono stati tagliati dalla cava della natura dal martello della Parola di Dio e separati Efesini 2:1, ecc.)

(II.) L'oro, sebbene considerato un metallo puro, contiene ancora alcune scorie. Agisce allo stesso tempo, non c'è metallo più esente da scorie e ruggine dell'oro. I cristiani, sebbene santi e preziosi per Dio, non sono senza peccato; C'è qualche scoria di corruzione nei migliori di loro

(III.) L'oro viene raffinato nel fuoco, mediante il quale viene reso puro, solido e forte. I cristiani sono messi nel fuoco, o fornace dell'afflizione, per purificarli e raffinarli dalle loro scorie Zaccaria 13:9; 1Pietro 4:12, 13; 1Pietro 1:7

(IV.) L'oro è prezioso. È considerato il più prezioso sulla terra. Quindi le cose di grandissimo valore sono rappresentate nell'oro nelle Scritture. I cristiani sono un popolo prezioso, gli eccellenti di tutta la terra. Dio li stima come la Sua parte

(V.) L'oro è molto flessibile. Puoi piegarlo e lavorarlo a tuo piacimento. Lo sono anche i cristiani. Dio ha infuso la Sua grazia nei loro cuori, essi hanno un cuore di carne; e Dio, mettendoli nel fuoco, li rende più rassegnati e ammaestrabili, mentre altri si ribellano e si lamentano

(VI.) L'oro, sebbene sia spesso messo nella fornace, non perde altro che le scorie. Il fuoco lo purifica e non può distruggere la sua preziosa natura. Per quanto feroci e furiose siano le fiamme, l'oro conserva la sua eccellenza. Così il popolo di Dio sopporta la prova. Non sono bruciati o consumati nella fornace dell'afflizione, anche se riscaldati sette volte

(VII.) L'oro è spesso trasformato in vasi per il piacere, l'onore e l'uso dei principi. Così Dio forma il Suo popolo per il servizio più eccellente: vasi d'onore per contenere il tesoro del Vangelo, per comunicarlo agli altri 2Corinzi 4:7, e sono amministratori del Vangelo

(VIII.) Per ottenere l'oro, gli uomini sopportano molte fatiche, perdite, sacrifici, ecc. Così Gesù Cristo sopportò un grande dolore e una grande perdita per il Suo popolo. Ha dato la sua vita per loro

IX. L'oro è utile. È ciò con cui otteniamo ciò che è essenziale per la vita, ecc. Quindi i cristiani sono utili, nelle loro famiglie, nel quartiere, al mondo in generale. Cercano la salvezza dei peccatori e la gloria di Dio. I propositi di Dio, in riferimento alla diffusione della Sua gloria nel mondo, non saranno realizzati senza di essi. (Omilestico.)

11 CAPITOLO 23

Giobbe 23:11-12

Il mio piede ha seguito i suoi passi.

Il bel ritratto di un santo:

Giobbe, in questa parte della sua autodifesa, ha abbozzato un bel quadro di un uomo perfetto e retto davanti a Dio. Egli ha posto davanti a noi l'immagine alla quale dobbiamo cercare di conformarci

(I.) Esamina questa immagine della vita santa di Giobbe

1.) Giobbe era sempre stato un uomo che temeva Dio e camminava secondo il governo divino. La sua via era la via di Dio. Non conosceva altra regola che la volontà dell'Onnipotente. Questo è un ottimo punto per cominciare; è, infatti, l'unica base sicura di un carattere nobile

2.) Considera la prima frase di Giobbe. "Il mio piede ha seguito i suoi passi". Questa espressione suscita una grande attenzione. Aveva osservato ogni passo di Dio per metterci il piede. Aveva osservato i passi della giustizia di Dio, per essere giusto; i passi della misericordia di Dio, perché sia pietoso e compassionevole; i passi della munificenza di Dio, affinché non si renda mai colpevole di scortesia o mancanza di liberalità; e i passi della verità di Dio, affinché egli non possa mai ingannare. Aveva osservato i passi del perdono di Dio, per poter perdonare i suoi avversari; e i suoi passi di benevolenza, affinché potesse anche fare il bene e comunicare, secondo le sue capacità, a tutti coloro che erano nel bisogno. Giobbe si era sforzato di essere esatto nella sua obbedienza a Dio e nella sua imitazione del carattere divino. Non c'è cammino sacro senza un'attenta osservazione. L'espressione qui ha in sé qualcosa di tenacia; parla di aggrapparsi ai passi di Dio. Molti orientali hanno un potere di presa nei loro piedi che sembra noi abbiamo perso per mancanza di uso. Un arabo, nel prendere una posizione decisa, sembra in realtà afferrare il terreno con le dita dei piedi. Il Dr. Good rende il passaggio: "Sulle Sue orme richioderò i miei piedi". La sua presa su quella santa via che il suo cuore aveva scelto era così salda. La via della santità è spesso scoscesa, e Satana cerca di renderla molto scivolosa, e se non riusciamo ad afferrare i passi di Dio, scivoleremo presto con i nostri piedi, e porteremo grave danno su di noi, e disonoreremo il Suo santo nome. Per costituire un carattere santo, ci deve essere una tenace adesione all'integrità e alla pietà. Ancora una volta, per creare un carattere santo, dobbiamo afferrare i passi di Dio nel senso di prontezza e velocità. Gli orientali dicono di un uomo che imita fedelmente il suo maestro religioso: "I suoi piedi hanno afferrato i passi del suo maestro", intendendo dire che segue così da vicino il suo maestro che sembra afferrare i suoi talloni. È una cosa benedetta, quando la grazia ci permette di seguire da vicino il nostro Signore. Tu sai cosa accadde al seguito di Pietro da lontano; provate ciò che verrà dal camminare a stretto contatto con Gesù. Tre cose, quindi, le otteniamo nella prima frase: l'esattezza dell'obbedienza; una tenacia di presa su ciò che è buono; e una prontezza nello sforzarsi di mantenere il contatto con Dio e di seguirlo sotto tutti gli aspetti. Consideriamo la seconda frase. "Ho seguito la sua via". Giobbe aveva aderito alla via di Dio come regola della sua vita. Quando seppe che questa o quella cosa era la mente di Dio, o per il fatto che la sua coscienza gli diceva che era giusta, o per una rivelazione divina, allora obbedì all'intimazione e vi si attenne. Attenersi alla via significa non solo aderenza, ma perseveranza e progresso in essa. Non si era stancato della santità, né della devozione, né si era stancato di quella che gli uomini chiamano pietà ristretta. Mi piace un uomo la cui mente è impostata sull'essere a posto con Dio. Dammi un uomo che abbia una spina dorsale. La terza clausola è: "E non rifiutato". Non si era allontanato dalla via della santità, né aveva declinato la via. Alcuni si volgono dalla via di Dio alla destra, facendo più di quanto la Parola di Dio abbia loro comandato di fare. Inventano cerimonie religiose, voti, legami, e diventano superstiziosi. Girare a sinistra significa essere negligenti nell'osservare i comandamenti di Dio. Aveva evitato l'omissione così come la commissione. Giobbe non aveva iniziato correndo forte, poi gli mancò il fiato e si fermò. Rimane un'altra frase. "E non mi sono allontanato dal comandamento delle sue labbra". Come non aveva rallentato il passo, tanto meno era tornato indietro. Si può tornare indietro, non solo da tutti i comandamenti, e così diventare un apostata assoluto, ma c'è una cosa come il ripiegare su singoli comandamenti. Sai che il precetto è giusto, ma non puoi affrontarlo; Lo guardi, ma torni indietro, rifiutandoti di obbedire. Giobbe non l'aveva mai fatto. Tornare indietro è pericoloso. Non abbiamo un'armatura per la schiena, nessuna protezione durante la ritirata. Tornare indietro è ignobile e vile

(II.) Come Giobbe è arrivato a questo personaggio. Notate il santo sostentamento di Giobbe. Dio parlò a Giobbe. "Le parole della sua bocca". Ciò che Dio gli aveva detto lo custodiva gelosamente. Giobbe viveva della Parola di Dio. Lo stimava più del cibo necessario. Non più delle sue prelibatezze, perché queste sono superflue, ma più del suo cibo necessario, che un uomo stima molto altamente. La vita naturale è più che carne, ma la nostra vita spirituale si nutre di carne ancora più nobile di se stessa, perché si nutre del pane del cielo, la persona del Signore Gesù. Ricorda, dunque, che non puoi essere santo a meno che tu non viva in segreto della benedetta Parola di Dio, e non vivrai in base ad essa a meno che non venga a te come la Parola della Sua bocca. (C. H. Spurgeon.)

15 CAPITOLO 23

Giobbe 23:15

Quando ci penso, ho paura di Lui.

Il dispiacere di Dio è fonte di paura:

Nonostante l'equilibrio generale del temperamento di Giobbe e la sua tranquilla sottomissione alla divina provvidenza, c'erano due cose che lo toccavano più sensibilmente di tutte le altre circostanze delle sue afflizioni. Che Dio sembrasse così dispiaciuto di lui, da sceglierlo come un bersaglio a cui sparare, quando non era consapevole di alcuna empietà tale da meritarla, secondo il metodo comune della Sua provvidenza. E che i suoi amici mettessero in dubbio la sua sincerità nella religione e lo sospettassero colpevole di ipocrisia e di segreta empietà; perché conclusero che tali calamità non potevano abbattersi su un uomo che non fosse colpevole di un così grande crimine verso Dio. Le parole del testo possono essere comprese:

(I.) Rispetto all'apprensione di Giobbe per il dispiacere di Dio contro di lui. Dichiara la sua ferma decisione di non abbandonare mai la sua fiducia in Dio, qualunque cosa ne sia stata di lui; ma la presenza che lo turbava era la grande apparenza del dispiacere di Dio

1.) Cosa ha reso Giobbe così timoroso di Dio quando ci ha pensato, visto che insiste così tanto sulla propria integrità? Non sembra che questo diminuisca il conforto e la soddisfazione di una buona coscienza, quando uno come Giobbe aveva paura di Dio? Rispondiamo che l'umanità dovrebbe sempre conservare nella propria mente un'umile e terribile apprensione di Dio. E questo dal senso dell'infinita distanza tra Dio e noi. Inoltre, i migliori uomini hanno abbastanza colpa su di loro da farli comprendere il dispiacere di Dio nelle grandi afflizioni. Gli amici di Giobbe insistono molto su questo, affinché Dio veda la giusta causa per infliggere grandi punizioni all'uomo, anche se non lo vedono in se stessi. Ma Dio non può essere così dispiaciuto con tali persone che giacciono in grandi afflizioni, come essi credono che Egli sia. Questa era la verità del caso di Giobbe. Nella condizione più dura in cui gli uomini buoni possono essere gettati, essi hanno speranze più confortevoli verso Dio di quelle che possono avere gli altri uomini. Due cose sostenevano Giobbe in tutte le sue lugubri apprensioni. Le riflessioni di una buona coscienza nell'adempimento dei suoi doveri verso Dio e verso l'uomo; e l'attesa di una ricompensa futura, in questo mondo o in un altro... Quali apprensioni di Dio possiamo nutrire nella nostra mente, quando anche Giobbe aveva "paura di Lui"? Nessuno dovrebbe considerare Dio così terribile, da farli disperare; e gli uomini dovrebbero avere diverse apprensioni di Dio, secondo la natura e la continuazione dei loro peccati

(II.) Riguardo alla rivendicazione di Giobbe di se stesso dall'ingiusta accusa dei suoi amici. Come se fosse un ipocrita segreto, o un disprezzatore di Dio e della religione, sotto una bella dimostrazione esteriore di pietà e devozione. Giobbe dichiara il grande valore e la stima che aveva per le leggi di Dio; e il timore di Dio in lui proveniva dalla considerazione più seria e seria. Due cose sono implicite:

1.) Che la disattenzione degli uomini per la religione deriva dalla mancanza di considerazione; dal loro considerare la religione come una questione di mero interesse e di disegno, senza alcun altro fondamento: e dall'inspiegabile follia e dai timori superstiziosi dell'umanità, che li fanno pensare di esservi più di quanto non lo siano realmente. Sebbene i princìpi della religione in generale siano abbastanza ragionevoli in se stessi, e le cose che osserviamo nel mondo conducano naturalmente gli uomini a possedere una divinità, tuttavia, quando riflettono sulla strana follia e sulla paura superstiziosa dell'umanità, sono ancora inclini a sospettare che gli uomini, essendo perplessi e confusi, si siano spaventati fino a credere a poteri invisibili. e compiere atti di adorazione e devozione verso di loro. Ma questo modo di ragionare è proprio come se un uomo sostenesse che non esiste una cosa come la vera ragione nell'umanità, perché l'immaginazione è una cosa selvaggia, stravagante, irragionevole; o che non vediamo mai nulla quando siamo svegli, perché nei nostri sogni immaginiamo di vedere cose che non vediamo. Applicazione: più gli uomini considerano, più apprezzeranno la religione e si applicheranno alla pratica di essa. Due cose possono essere lodate:

1.) Considerare con imparzialità ciò che è opportuno che gli uomini facciano nella religione

2.) Praticare quella parte della religione che, a prima vista, sembrerà appropriata da fare. Dio merita infinitamente da noi tutto il servizio che possiamo rendergli. E non possiamo servire noi stessi meglio che servendolo fedelmente. (E. Stillingfleet, D.D.)

Sugli effetti del corrispettivo:

Giobbe qui dichiara, con un linguaggio di grande sublimità, l'imperscrutabilità di Dio. Non è stato uno sguardo frettoloso al carattere di Dio che ha dato origine al timore espresso dal patriarca. La sua paura era il risultato di una profonda meditazione e non di un pensiero superficiale. La meditazione profonda ha portato alla rassegna molte qualità dell'Onnipotente, e c'erano molte cose in queste qualità che rendevano perplessi e scoraggianti. Può darsi che sia stata solo l'immutabilità di Dio che, impegnando la riflessione, ha suscitato i timori del patriarca. Ma non c'è bisogno di limitarci a un solo attributo: questo effetto della considerazione. Che il timore o il terrore di Dio è il prodotto della considerazione; che quindi non scaturisce dall'ignoranza o dalla mancanza di pensiero; Questa è la verità generale asserita nel passaggio. Il terrore superstizioso di un Essere Supremo deve essere superato con la considerazione; e un terrore religioso deve essere prodotto dalla considerazione. L'assenza di considerazione è l'unica spiegazione che si può dare dell'assenza di timore dell'Onnipotente. Non è attraverso un processo di pensiero che la grande massa dei nostri simili si trasforma in una sorta di ateismo pratico. L'uomo è responsabile di questa mancanza di considerazione, in quanto è volontaria e non inevitabile. Le verità della rivelazione sono adattate secondo la costituzione della nostra capacità morale, per suscitare in noi certi sentimenti. Fissando la nostra mente su queste verità si può dire che assicuriamo la produzione dei sentimenti che naturalmente corrispondono ad esse

1.) Vedete come il timore di Dio si produce considerando:

1.) Ciò che sappiamo di Dio nella Sua natura. Sappiamo quanto sia potente il freno imposto ai più dissoluti e profani, dalla presenza di un individuo che non li tollera nelle loro empietà. Finché saranno sotto osservazione, non oseranno cedere ai desideri empi. Non c'è nulla di più travolgente per la mente, quando si dedica alla contemplazione di una grande causa prima, come l'onnipresenza di Dio. Non è possibile che il più piccolo elemento della mia condotta possa sfuggire all'osservazione. Il Legislatore stesso è sempre al mio fianco. Più rifletto, più Dio appare terribile. infrangere la legge agli occhi del Legislatore; di affrontare la sentenza di fronte al giudice; C'è un'audacia in questo che sembrerebbe superare la peggiore presunzione umana. Non è il semplice sentimento che Dio eserciti una supervisione sulle mie azioni, che produrrà quel terrore di Lui che Giobbe afferma nel nostro testo. Il carattere morale di Dio aggrava enormemente quella paura che è prodotta dalla Sua onnipresenza. Supponiamo che Dio sia giusto e che sia misericordioso, ed è nel risolvere le relative pretese di queste proprietà che gli uomini immaginano di trovare motivo per aspettarsi l'impunità alla fine. Tuttavia, a uno sguardo frettoloso, e formando la mia stima della benevolenza dalla docilità delle simpatie umane, posso pensare che l'amore dell'Onnipotente proibirà l'eterna miseria delle Sue creature, lasciatemi riflettere, e l'attesa sognante di una tenerezza debole e femminile lascerà il posto all'apprensione e al terrore. La teoria che Dio è troppo amorevole per vendicarsi non sopporterà di essere presa in considerazione. L'opinione che gli scopi di un governo morale possano essere stati soddisfatti dalla minaccia, in modo da non aver bisogno di essere inflitti, non sopporterà di essere presa in considerazione

2.) La connessione tra considerazione e timore sarà ancora più evidente, se le opere di Dio attireranno la nostra attenzione; Le sue opere nella natura e nella redenzione. Non c'è nulla che, se meditato profondamente, sia più adatto a suscitare i timori di Dio di quella meravigliosa interposizione in nostro favore che è l'unica base della legittima speranza. Dio nella redenzione si mostra un Dio santo, e perciò lo temo. (Henry Melvill, B.D.)

Del timore di Dio:

In questo capitolo Giobbe dà una nobile descrizione del senso che aveva nella sua mente dell'onnipresenza e dell'onniscienza invisibili di Dio. Per un uomo di virtù e integrità, la considerazione di questa grande verità è un solido terreno di soddisfazione reale e duratura. Prendete l'espressione del testo come contenente questa proposizione generale e molto importante, che il timore di Dio è il risultato della considerazione, dell'attenzione e della vera ragione; non di vuota immaginazione e vana apprensione. Per "timore di Dio" si intende non il terrore superstizioso di un Essere arbitrario e crudele, ma quel timore e quella considerazione che necessariamente sorgono nella mente di ogni uomo che crede e abitualmente si considera vivente e agente al cospetto di un Governatore onnipresente, di perfetta giustizia, santità e purezza; che vede ogni pensiero così come ogni azione; che non può essere imposto da alcuna ipocrisia, che, per quanto certamente ci sia differenza tra il bene e il male, non può che approvare l'uno e detestare l'altro; e il cui governo, con la stessa certezza con cui ha un qualsiasi potere, consiste nel premiare ciò che approva e nel punire ciò che odia. Questo timore di Dio è il fondamento della religione. Il grande sostegno della virtù tra gli uomini è il senso nella loro mente di un Governatore supremo e Giudice dell'universo. Il fondamento di questa paura è la ragione e la considerazione

1.) Per quanto riguarda il fondamento e il fondamento della religione. Che ci sia una differenza essenziale tra il bene e il male, l'uomo lo discerne chiaramente attraverso la percezione naturale e necessaria della propria mente e coscienza. Non è la particolare timorosità di temperamento di un uomo, né la tradizione, né la speculazione, che gli fa vedere, quando è oppresso o defraudato, che queste azioni sono per loro natura ingiuste, e la persona che ne è colpevole merita una punizione. Le leggi non fanno della virtù virtù e del vizio vizio, ma impongono o scoraggiano solo la pratica di tali cose

2.) Come la religione e la superstizione differiscono completamente nel loro fondamento e fondamento, così differiscono anche nei loro effetti. "Dai loro frutti li riconoscerete". La religione rende gli uomini curiosi della verità, amanti della ragione, miti, gentili, pazienti, desiderosi di essere informati. La superstizione rende gli uomini ciechi e passionali, sprezzanti della ragione, negligenti nell'indagare la verità, frettolosi, censori, litigiosi e impazienti di istruire. La religione insegna agli uomini ad essere giusti, equi e caritatevoli verso tutti gli uomini. La superstizione spinge gli uomini a sottovalutare le regole eterne della moralità. (S. Clarke, D.D.)

16 CAPITOLO 23

Giobbe 23:16

Dio intenerisce il mio cuore e l'Onnipotente mi turba.

Dio, l'addolcitore del cuore:

Questa non è un'idea ebraica. La dispensazione di Mosè fu uno stato religioso, in cui le caratteristiche più dure del volto divino furono messe in luce e le caratteristiche più severe della natura divina furono sviluppate davanti al popolo, piuttosto che i loro opposti. Le idee con cui la dispensazione familiarizzò le loro menti erano più specialmente quelle della giustizia, del giudizio, della retribuzione e della punizione. Parlare dell'intenerimento del cuore e attribuire, come fa Giobbe, il processo e le operazioni con cui viene intenerito a Dio, deve proiettare i nostri pensieri ad altri giorni che i "profeti e i re" hanno "desiderato vedere", ma, se non per fede, "non li hanno visti". Ci indirizza ai "giorni del Figlio dell'uomo"; ci porta a pensare all'umanità di Dio, con tutte le sue conseguenti e concomitanti tenerezze verso la nostra. La durezza del cuore o l'insensibilità spirituale non sono un male isolato. Ha una progenie numerosa. La durezza del cuore, che prenda la forma che vuole, è qualcosa contro cui pregare. C'è un'ossificazione morale del cuore, così come una fisica. I farisei del tempo di nostro Signore erano quindi moralmente malati. Queste ossa dure, questi tendini intrattabili di un'indole perversa e di una volontà ribelle, queste "corna degli empi", devono essere spezzate, dissolte, ridotte in polvere. Non si supponga che questa dolcezza di cuore possa essere un rimprovero per noi, o sia in qualche modo sprezzante per la virilità morale e intellettuale. La nostra natura non può essere troppo tenera finché non è debole. La sensibilità della donna, unita all'intelletto dell'uomo, non ci renderebbe troppo sensibili. La pietà è dolcezza di cuore, tenerezza di affetto, sensibilità di coscienza verso Dio. Ma in che modo Dio rende il cuore tenero? Egli lo fa per l'influenza del Suo Santo Spirito. Questo è così ovvio che non c'è bisogno di prove. Ma lo Spirito usa mezzi diversi e opera su di noi in una varietà di modi, non solo attraverso i canali particolari che Egli ha ordinato, ma in ogni sorta di modi. Alcuni altri metodi possono essere menzionati

1.) Dio rende il cuore tenero con l'influenza su di noi del mondo naturale

2.) Dalla Sua Santa Parola. Questo è un agente per mezzo del quale lo Spirito di Dio opera in modo più particolare sull'anima; e gli oggetti naturali a cui la Parola è paragonata mostrano quanto siano attenuanti le sue influenze. Rugiada; Docce; piccole piogge; neve; miele da una roccia; tutte queste similitudini rivelano il suo tenero, fondente, calmante

3.) Con la disciplina della vita. L'affanno è un potente calmante del cuore. L'affanno ci prepara alle simpatie della Natura e alle consolazioni della Parola di Dio. Dopo il Signore Gesù è il migliore amico dell'umanità, e tanto più che non è l'adulatore di nessuno. (Alfred Bowen Evans.)

"Dio rende il mio cuore tenero":

La prosperità è spesso una maledizione, le avversità sono spesso una benedizione. Osservate i vantaggi dell'afflizione. Limita l'attenzione all'ammorbidimento del cuore

1.) Le Scritture parlano della durezza del cuore come causa dell'impenitenza e dell'incredulità. Supponiamo che vi venga offerta, da un lato, la prosperità temporale con un cuore di pietra, o la prosperità temporale con un cuore nuovo e intenerito, quale sarebbe la vostra scelta? Se ti trovi nelle avversità, può darsi che Dio abbia visto la prosperità come pericolosa per te. È l'Onnipotente che vi turba. Ringrazialo per averti turbato. PregateLo di intenerire completamente il vostro cuore

2.) Poiché Dio certamente progetta l'afflizione per il tuo profitto, abbi cura che tu ne tragga profitto

3.) Come possiamo trarre profitto dall'afflizione? A tal fine, dobbiamo pentirci veramente dei nostri peccati passati e decidere, per grazia di Dio, di abbandonarli. Il nostro buon proposito non deve essere impulsivo ed evanescente, ma deve essere deliberato e deciso, in modo che possa essere permanente. Dio ha promesso di aiutarci, e solo Lui può darci la forza di avere successo; ma Egli richiede una volontà concorrente. Se volete trarre profitto dall'afflizione, dovete essere "istantanei nella preghiera" e diligenti nello studio della Parola di Dio. Imparate, dunque, a guardare l'afflizione nella vera luce e da un punto di vista cristiano. È stato progettato da Dio per rendere il tuo cuore tenero. (James Mackay, B.D.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 23

 

2 Giob 6:2; 10:1; Lam 3:19,20; Sal 77:2-9
Giob 11:6

3 Giob 13:3; 16:21; 40:1-5; Is 26:8; Ger 14:7
Is 55:6,7; 2Co 5:19,20; Eb 4:6
Giob 31:35-37

4 Giob 13:18; 37:19; Sal 43:1; Is 43:26
Ge 18:25-32; 32:12; Eso 32:12,13; Nu 14:13-19; Gios 7:8,9; Sal 25:11; Dan 9:18,19

5 Giob 10:2; 13:22,23; 42:2-6; 1Co 4:3,4

6 Giob 9:19,33,34; 13:21; Is 27:4,8; Ez 20:33,35
Sal 138:3; 2Co 12:9,10

7 Is 1:18; Ger 3:5; 12:1
Giob 9:15; Rom 3:19-22; 8:1,33,34

8 Giob 9:11; Sal 10:1; 13:1-3; Is 45:15; 1Ti 6:16

9 Sal 89:46; Is 8:17

10 Ge 18:19; 2Re 20:3; Sal 1:6; 139:1-3; Giov 21:17; 2Ti 2:19
Giob 1:11,12; 2:5,6; De 8:2; Sal 17:3; 66:10; Prov 17:3; Zac 13:9; Mal 3:2,3; Eb 11:17; Giac 1:2-4,12; 1P 1:7
Giob 42:5-8

11 1Sa 12:2-5; Sal 18:20-24; 44:18; At 20:18,19,33,34; 2Co 1:12; 1Te 2:10
Giob 17:9; Sal 36:3; 125:5; Sof 1:6; Lu 8:13-15; Rom 2:7; 2P 2:20-22

12 Giov 6:66-69; 8:31; At 14:22; Eb 10:38,39; 1G 2:19
Giob 22:22; Sal 19:9,10; 119:11,103,127; Ger 15:16; Giov 4:32,34; 1P 2:2
Lu 12:42,46

13 Giob 9:12,13; 11:10; 12:14; 34:29; Nu 23:19,20; Ec 1:15; 3:14; Rom 9:19; Giac 1:17
Sal 115:3; 135:6; Prov 19:21; Is 14:24-27; 46:10; Dan 4:35; Ef 1:9-11

14 Giob 7:3; Mic 6:9; 1Te 3:3; 5:9; 1P 2:8
Sal 77:19; 97:2; Is 40:27,28; Rom 11:33

15 Giob 23:3; 10:15; 31:23; Sal 77:3; 119:120; Abac 3:16

16 Sal 22:14; Is 6:5; 57:16
Giob 27:2; Ru 1:20; Sal 88:16; Gioe 1:15

17 Giob 6:9; 2Re 22:20; Is 57:1
Giob 15:22; 18:6,18; 19:8; 22:11

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