Nuova Riveduta:Giobbe 30Miseria e umiliazione di Giobbe | C.E.I.:Giobbe 301 Ora invece si ridono di me | Nuova Diodati:Giobbe 30Giobbe indica la sua triste situazione attuale | Riveduta 2020:Giobbe 301 Ora servo da zimbello ai più giovani di me, i cui padri non avrei degnato di mettere fra i cani del mio gregge! 2 A che mi sarebbe servita la forza delle loro mani? Gente incapace a raggiungere l'età matura, 3 pallida dalla miseria e dalla fame, ridotta a brucare nel deserto, la terra da tempo nuda e desolata, 4 strappando erba amara vicino ai cespugli, e avendo per pane radici di ginestra. 5 Sono scacciati di mezzo agli uomini, la gente grida dietro a loro come dietro al ladro, 6 abitano in burroni orrendi, nelle caverne della terra e fra le rocce; 7 urlano fra i cespugli, si sdraiano alla rinfusa sotto i rovi; 8 gente da nulla, razza senza nome, cacciata via dal paese a bastonate. 9 Ora io sono il tema delle loro canzoni, il soggetto dei loro discorsi. 10 Mi detestano, mi schivano, non si trattengono dallo sputarmi in faccia. 11 Non hanno più ritegno, mi umiliano, rompono ogni freno in mia presenza. 12 Questa gentaglia insorge alla mia destra, mi incalzano, e si appianano le vie contro di me per distruggermi. 13 Hanno sovvertito il mio cammino, lavorano alla mia rovina, loro che nessuno vorrebbe soccorrere! 14 Avanzano come attraverso un'ampia breccia, si precipitano davanti in mezzo alle rovine. 15 Terrori mi si rovesciano addosso; il mio onore è portato via come dal vento, la mia felicità è passata come una nube. 16 Ora l'anima mia si strugge in me, mi hanno colto i giorni dell'afflizione. 17 La notte mi trafigge, mi stacca le ossa, e i dolori che mi rodono non hanno posa. 18 Per la grande violenza del mio male la mia veste si deforma, mi si stringe addosso come la tunica. 19 Iddio mi ha gettato nel fango, e rassomiglio alla polvere e alla cenere. 20 Io grido a te, e tu non mi rispondi; ti sto davanti, e tu non mi consideri! 21 Ti sei trasformato in nemico crudele verso di me; mi perseguiti con la potenza della tua mano. 22 Mi alzi per aria, mi fai portare via dal vento, e mi annienti nella tempesta. 23 Infatti, lo so, tu mi conduci alla morte, alla casa di convegno di tutti i viventi. 24 Ma chi sta per morire non stende la mano? e nella sua angoscia non grida aiuto? 25 Non piangevo io forse per chi era nell'avversità? la mia anima non era forse afflitta per il povero? 26 Speravo il bene, ma è venuto il male; aspettavo la luce, ma è venuta l'oscurità! 27 Le mie viscere ribollono e non hanno riposo, sono venuti per me giorni di afflizione. 28 Me ne vado tutto annerito, ma non dal sole; mi alzo in mezzo all'assemblea e grido aiuto; 29 sono diventato fratello degli sciacalli, compagno degli struzzi. 30 La mia pelle è nera e cade a pezzi; le mie ossa sono calcinate dall'arsura. 31 La mia cetra non dà più che accenti di lutto, e la mia zampogna voce di pianto. | Riveduta:Giobbe 301 E ora servo di zimbello a dei più giovani di me, i cui padri non mi sarei degnato di mettere fra i cani del mio gregge! 2 E a che m'avrebbe servito la forza delle lor mani? Gente incapace a raggiungere l'età matura, 3 smunta dalla miseria e dalla fame, ridotta a brucare il deserto, la terra da tempo nuda e desolata, 4 strappando erba salsa presso ai cespugli, ed avendo per pane radici di ginestra. 5 Sono scacciati di mezzo agli uomini, grida lor dietro la gente come dietro al ladro, 6 abitano in burroni orrendi, nelle caverne della terra e fra le rocce; 7 ragliano fra i cespugli, si sdraiano alla rinfusa sotto i rovi; 8 gente da nulla, razza senza nome, cacciata via dal paese a bastonate. 9 E ora io sono il tema delle loro canzoni, il soggetto dei loro discorsi. 10 Mi aborrono, mi fuggono, non si trattengono dallo sputarmi in faccia. 11 Non han più ritegno, m'umiliano, rompono ogni freno in mia presenza. 12 Questa genìa si leva alla mia destra, m'incalzano, e si appianano le vie contro di me per distruggermi. 13 Hanno sovvertito il mio cammino, lavorano alla mia ruina, essi che nessuno vorrebbe soccorrere! 14 S'avanzano come per un'ampia breccia, si precipitano innanzi in mezzo alle ruine. 15 Terrori mi si rovesciano addosso; l'onor mio è portato via come dal vento, è passata come una nube la mia felicità. 16 E ora l'anima mia si strugge in me, m'hanno colto i giorni dell'afflizione. 17 La notte mi trafigge, mi stacca l'ossa, e i dolori che mi rodono non hanno posa. 18 Per la gran violenza del mio male la mia veste si sforma, mi si serra addosso come la tunica. 19 Iddio m'ha gettato nel fango, e rassomiglio alla polvere e alla cenere. 20 Io grido a te, e tu non mi rispondi; ti sto dinanzi, e tu mi stai a considerare! 21 Ti sei mutato in nemico crudele verso di me; mi perseguiti con la potenza della tua mano. 22 Mi levi per aria, mi fai portar via dal vento, e mi annienti nella tempesta. 23 Giacché, lo so, tu mi meni alla morte, alla casa di convegno di tutti i viventi. 24 Ma chi sta per perire non protende la mano? e nell'angoscia sua non grida al soccorso? 25 Non piangevo io forse per chi era nell'avversità? l'anima mia non era ella angustiata per il povero? 26 Speravo il bene, ed è venuto il male; aspettavo la luce, ed è venuta l'oscurità! 27 Le mie viscere bollono e non hanno requie, son venuti per me giorni d'afflizione. 28 Me ne vo tutto annerito, ma non dal sole; mi levo in mezzo alla raunanza, e grido aiuto; 29 son diventato fratello degli sciacalli, compagno degli struzzi. 30 La mia pelle è nera, e cade a pezzi; le mie ossa son calcinate dall'arsura. 31 La mia cetra non dà più che accenti di lutto, e la mia zampogna voce di pianto. | Ricciotti:Giobbe 301 Adesso invece, si fan beffe di me minori di me in età, i cui padri io già non degnai d'ammettere fra i cani del mio gregge. 2 La cui forza di braccia a me non serviva, a pur di vivere sembravano incapaci, 3 squallidi [com'erano] di penuria e di fame: essi, che brucavano lungo il deserto, consunti da calamità e miseria: 4 mangiavano erbe e cortecce d'alberi, ed era lor cibo la radice di ginepro. 5 E andando in cerca di tali cose lungo le valli, quando ne avessero trovate, vi correvano sopra con schiamazzo. 6 Abitavano essi nei deserti dei torrenti, nelle grotte della terra e sulla ghiaia; 7 e ivi dimorando erano lieti, stimando una delizia star fra le ortiche: 8 gente stolta ed ignobile, che nemmen comparisce sulla terra! 9 E adesso, son diventato la loro canzone, sono per essi una favola: 10 mi hanno aborrito, fuggono lungi da me, nè senton ritegno a sputacchiarmi in faccia! 11 Poichè aprì [Dio] la sua faretra, e m'ha bersagliato, e ha messo il morso alla mia bocca. 12 A destra d'oriente insorsero a un tratto le mie calamità, travolsero i miei passi, e m'oppressero come flutti che s'avanzino; 13 sconvolsero le mie strade, mi tesero insidie e prevalsero, nè vi fu chi desse aiuto; 14 come per muro spaccato e porta sforzata esse piombarono su me, e sulle mie miserie incrudelirono: 15 sono ridotto a nulla; tu rapisti via come vento la mia aspirazione, e come nube trascorse via la mia salvezza. 16 E adesso, in me stesso si disfà l'anima mia, e m'hanno afferrato giorni di miseria. 17 Di notte l'ossa mie son trafitte da dolori, e questi miei divoratori non dormono; 18 la loro moltitudine consuma il mio manto, e come cappuccio di tunica mi costringono. 19 Sono diventato pari a fango, e simile a pula e a cenere. 20 Verso te, [o Dio], io grido, ma tu non mi ascolti, fermo mi tengo, ma tu non mi guardi; 21 sei diventato verso me crudele, e nella durezza del tuo pugno mi combatti; 22 mi lanciasti in alto, e come gittandomi al vento minutamente mi sfracellasti: 23 lo so, a morte tu mi consegni, là ov'è fissata la casa per ogni vivente! 24 Eppure, non per loro distruzione tu stendi la mano, e quando procombano, tu stesso li salverai. 25 Io piangevo in altri tempi su chi era afflitto, e l'anima mia aveva pietà per il povero. 26 Aspettavo il bene, e m'è venuto il male, attendevo la luce, e sono spuntate le tenebre, 27 Le mie viscere bollono senza aver tregua, mi si fecero incontro giorni di miseria; 28 abbrunato m'aggiro, ma non dal sole, mi levo su, nell'adunanza io grido; 29 fratello son diventato agli sciacalli, e compagno agli struzzi: 30 mi si è annerita in dosso la mia pelle, il mio scheletro è arrostito dal bruciore. 31 È diventata lutto la mia cetra, e la mia zampogna una voce di piangenti! | Tintori:Giobbe 30Giobbe descrive la sua infelicità presente | Martini:Giobbe 30Giobbe deplora la passata felicità cangiata, permettendolo Dio, in somma calamità. | Diodati:Giobbe 301 Ma ora, quelli che son minori d'età di me si ridono di me, I cui padri io non avrei degnato mettere Co' cani della mia greggia. 2 Ed anche, che mi avrebbe giovato la forza delle lor mani? La vecchiezza era perduta per loro. 3 Di bisogno e di fame, Vivevano in disparte, e solitari; Fuggivano in luoghi aridi, tenebrosi, desolati, e deserti. 4 Coglievano la malva presso agli arboscelli, E le radici de' ginepri, per iscaldarsi. 5 Erano scacciati d'infra la gente; Ei si gridava dietro a loro, come dietro ad un ladro. 6 Dimoravano ne' dirupi delle valli, Nelle grotte della terra e delle rocce. 7 Ruggivano fra gli arboscelli; Si adunavano sotto a' cardi. 8 Erano gente da nulla, senza nome, Scacciata dal paese. 9 Ed ora io son la lor canzone, E il soggetto de' lor ragionamenti. 10 Essi mi abbominano, si allontanano da me, E non si rattengono di sputarmi nel viso. 11 Perciocchè Iddio ha sciolto il mio legame, e mi ha afflitto; Laonde essi hanno scosso il freno, per non riverir più la mia faccia. 12 I giovanetti si levano contro a me dalla man destra, mi spingono i piedi, E si appianano le vie contro a me, per traboccarmi in ruina; 13 Hanno tagliato il mio cammino, si avanzano alla mia perdizione, Niuno li aiuta; 14 Sono entrati come per una larga rottura, Si sono rotolati sotto le ruine. |
Commentario completo di Matthew Henry:
Giobbe 30
1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 30
È un malinconico "Ma ora" quello con cui inizia questo capitolo. L'avversità è qui descritta tanto per la vita quanto lo era la prosperità nel capitolo precedente, e l'altezza di ciò non fece che aumentare la profondità di ciò. Dio mette l'uno contro l'altro, e così fece Giobbe, affinché le sue afflizioni apparissero più gravi e, di conseguenza, il suo caso più pietoso.
I. Aveva vissuto in grande onore, ma ora era caduto in disgrazia ed era tanto diffamato, anche dai più meschini, quanto mai era stato magnificato dai più grandi; su questo insiste molto, Giobbe 30:1-14.
II. Aveva avuto molto conforto e gioia interiore, ma ora era un terrore e un peso per se stesso (Giobbe 30:15-16) e sopraffatto dal dolore, Giobbe 30:28-31.
III. Da molto tempo godeva di un buono stato di salute, ma ora era malato e soffriva, Giobbe 30:17-18; 29-30.
IV. C'era un tempo in cui il segreto di Dio era con lui, ma ora la sua comunicazione con il cielo era interrotta, Giobbe 30:20-22.
V. Si era ripromesso una lunga vita, ma ora vedeva la morte alla porta, Giobbe 30:23. Una cosa menziona, che aggravò la sua afflizione, che lo sorprese quando cercò la pace. Ma due cose gli diedero un po' di sollievo:
1. Che i suoi guai non lo seguissero nella tomba, Giobbe 30:24.
2. Che la sua coscienza gli testimoniò che, nella sua prosperità, aveva simpatizzato con coloro che erano nella miseria, Giobbe 30:25.
Ver. 1. fino alla Ver. 14.
Qui Giobbe fa una lamentela molto grande e triste per la grande disgrazia in cui era caduto, dall'alto dell'onore e della reputazione, che era estremamente grave e tagliente per uno spirito così ingenuo come quello di Giobbe. Insiste su due cose che aggravano grandemente la sua afflizione:
I. La meschinità delle persone che lo hanno offeso. Come nel giorno della sua prosperità il fatto che i principi e i nobili gli mostrassero rispetto e gli deferenza, così non accrebbe meno la sua disgrazia nella sua avversità il fatto che fu respinto dai fanti e calpestato da coloro che non solo erano in ogni modo suoi inferiori. ma erano i più meschini e i più spregevoli di tutta l'umanità. Nessuno può essere rappresentato come più vile di coloro che hanno insultato Giobbe, sotto tutti i punti di vista.
1. Erano giovani, più giovani di lui (Giobbe 30:1), i giovani == (Giobbe 30:12), che avrebbero dovuto comportarsi rispettosamente verso di lui per la sua età e gravità. Anche i bambini, nel loro gioco, giocavano su di lui, come i bambini di Betel sul profeta: " Sali, testa calva". I bambini imparano presto a essere sprezzanti quando vedono i loro genitori così.
2. Erano di estrazione mediocre. I loro padri erano così spregevoli che un uomo come Giobbe avrebbe disdegnato di prenderli nel servizio più basso intorno alla sua casa, come quello di pascere le pecore e di assistere i pastori con i cani del suo gregge, Giobbe 30:1. Erano così trasandati che non erano degni di essere visti tra i suoi servitori, così sciocchi da non essere degni di essere impiegati, e così falsi che non erano degni di essere considerati affidabili nel posto più meschino. Qui Giobbe parla di ciò che avrebbe potuto fare, non di ciò che fece: non era di spirito tale da mettere alcuno dei figli degli uomini con i cani del suo gregge; Conosceva la dignità della natura umana meglio di quanto non lo sapesse.
3. Loro e le loro famiglie erano i pesi inutili della terra e buoni a nulla. Giobbe stesso, con tutta la sua prudenza e pazienza, non poté farci nulla, Giobbe 30:2. I giovani non erano adatti al lavoro, erano così pigri e facevano il loro lavoro in modo così goffo: a che cosa mi gioverebbe la forza delle loro mani? I vecchi non dovevano essere consigliati nelle questioni più piccole, perché in loro c'era davvero la vecchiaia, ma la loro vecchiaia era perita, erano due volte bambini.
4. Erano estremamente poveri, Giobbe 30:3. Erano pronti a morire di fame, perché non volevano scavare, e a mendicare si vergognavano. Se fossero stati portati alla necessità dalla provvidenza di Dio, i loro vicini li avrebbero cercati come veri oggetti di carità e li avrebbero sollevati; ma, essendo stati messi in difficoltà dalla loro stessa pigrizia e spreco, nessuno si fece avanti per soccorrerli. Perciò furono costretti a fuggire nei deserti sia per trovare riparo che per nutrirsi, e furono messi a fare dei tristi turni, quando tagliarono la malva vicino ai cespugli e si rallegrarono di mangiarle, per mancanza di cibo adatto a loro, Giobbe 30:4. Guardate a che cosa porterà la fame gli uomini: una metà del mondo non sa come vive l'altra metà; Eppure coloro che hanno abbondanza dovrebbero pensare a volte a coloro il cui cibo è molto grossolano e che sono portati a una breve concessione anche di quella. Ma dobbiamo riconoscere la giustizia di Dio, e non pensare che sia strano se l'indolenza veste gli uomini di stracci e l'anima oziosa è costretta a soffrire la fame. Questo mondo miserabile è pieno di poveri del diavolo.
5. Erano malvagi molto scandalosi, non solo i pesi, ma anche le piaghe dei luoghi in cui abitavano, furfanti furfanti, feccia del paese: Erano stati scacciati di mezzo agli uomini, == Giobbe 30:5. Erano gente così bugiarda, ladria, in agguato, maliziosa, che il miglior servizio che i magistrati potessero fare era quello di liberare il paese da loro, mentre la folla stessa gridava dietro di loro come un ladro. Allontanatevi dalla terra con questi individui, non è degno che vivano. Erano pigri e non volevano lavorare, e perciò furono gridati contro di loro come ladri, e giustamente, perché coloro che non si guadagnano il pane con un lavoro onesto, in effetti, rubano il pane dalla bocca degli altri. Un tipo ozioso è un disturbo pubblico; ma è meglio condurli in un ospizio che, come qui, in un deserto, che li punirà davvero, ma non li riformerà mai. Furono costretti a dimorare nelle caverne della terra, e ragliarono come asini tra i cespugli, == Giobbe 30:6-7. Guardate qual è la sorte di coloro che hanno contro di sé il grido della patria, il grido della propria coscienza; Non possono che essere in un continuo terrore e confusione. Gemono tra gli alberi (così Broughton) e furbosi tra le ortiche; Vengono punti e graffiati lì, dove speravano di essere riparati e protetti. Guardate a quali miserie si cacciano i malvagi in questo mondo; Eppure questo non è nulla in confronto a ciò che è riservato a loro nell'altro mondo.
8. Non avevano nulla in loro che li raccomandasse alla stima di qualsiasi uomo. Erano un tipo vile; sì, una specie senza fama, gente a cui nessuno poteva dare una buona parola né aveva un buon desiderio; Furono banditi dalla terra perché più vili della terra. Non si crederebbe possibile che la natura umana sprofondi così in basso e degeneri così in basso, come è accaduto in questa gente. Quando ringraziamo Dio di essere uomini, abbiamo motivo di ringraziarlo che non siamo tali uomini. Ma costoro erano un insulto nei confronti di Giobbe,
(1.) Per vendetta, perché quando era nella prosperità e nel potere, come un buon magistrato, mise in esecuzione le leggi che erano in vigore contro i vagabondi, i furfanti e i mendicanti robusti, che questa gente vile ora ricordava contro di lui.
(2.) In trionfo su di lui, perché pensavano che ora fosse diventato come uno di loro. Isaia 14:10-11. Gli abietti, gli uomini di spirito meschino, insultano i miserabili, Salmi 35:15.
II. La grandezza degli affronti che gli sono stati dati. Non si può immaginare quanto fossero violenti.
1. Su di lui fecero delle ballate, con le quali rallegrarono se stessi e i loro compagni (Giobbe 30:9): Io sono il loro canto e la loro parola. Quelli hanno uno spirito molto basso che trasforma le calamità dei loro onesti vicini in uno scherzo, e possono divertirsi con i loro dolori.
2. Lo evitarono come uno spettacolo ripugnante, lo aborrirono, fuggirono lontano da lui (Giobbe 30:10), come un mostro brutto o come uno infetto. Coloro che erano stati essi stessi scacciati di mezzo agli uomini lo avrebbero fatto cacciare fuori. Per
3. Hanno espresso il più grande disprezzo e indignazione contro di lui. Gli sputavano in faccia, o erano pronti a farlo; inciampavano sui suoi talloni, gli respingevano i piedi (Giobbe 30:12), lo prendevano a calci, o per ira, perché lo odiavano, o per scherzo, per divertirsi con lui, come facevano con i loro compagni di pallacanestro. I migliori santi hanno talvolta ricevuto le peggiori ingiurie e umiliazioni da un mondo dispettoso, sprezzante e malvagio, e non devono pensare che sia strano; il nostro Maestro stesso è stato così abusato.
4. Furono molto malvagi contro di lui, e non solo si presero gioco di lui, ma lo fecero preda, non solo lo insultarono, ma si misero a fargli tutto il vero male che potevano escogitare: Sollevano contro di me le vie della loro distruzione; o (come alcuni lo leggono), Gettano su di me la causa del loro dolore; Cioè
"Danno la colpa di essere stati cacciati su di me";
ed è comune per i criminali odiare i giudici e le leggi con cui vengono puniti. Ma con questo pretesto,
(1.) Lo accusarono falsamente e travisarono la sua precedente conversazione, che qui è chiamata rovinare il suo cammino. Essi riflettevano su di lui come un tiranno e un oppressore perché aveva fatto loro giustizia; e forse gli amici di Giobbe fondavano le loro censure poco caritatevoli su di lui (Giobbe 22:6, ecc.) sulle ingiuste e irragionevoli grida di queste persone tristi; ed era un esempio della loro grande debolezza e sconsideratezza, perché chi può essere innocente se si può ascoltare le accuse di tali persone?
(2.) Non solo trionfarono nella sua calamità, ma la misero in avanti, e fecero tutto il possibile per aumentare le sue miserie e renderle più gravi per lui. È un grande peccato promuovere la calamità di chiunque, specialmente delle brave persone. In questo non hanno alcun aiuto, nessuno che li metta addosso o li sostenga, nessuno che li sostenga o li protegga, ma lo fanno di loro spontanea volontà; sono sciocchi in altre cose, ma abbastanza saggi da fare del male, e non hanno bisogno di aiuto per inventare questo. Alcuni lo leggono così: Tengono la mia pesantezza un profitto, anche se non sono mai migliori. I malvagi, anche se non ottengono nulla dalle calamità altrui, tuttavia si rallegrano in esse.
5. Quelli che gli fecero tutto questo male furono numerosi, unanimi e violenti (Giobbe 30:14): Mi piombarono addosso come un largo irruzione delle acque, quando la diga è rotta; oppure,
"Sono venuti come soldati in un'ampia breccia che hanno aperto nelle mura di una città assediata, piombando su di me con la massima furia";
e in questo provavano un orgoglio e un piacere: si rotolavano nella desolazione come un uomo si rotola in un letto morbido e facile, e si rotolavano su di lui con tutto il peso della loro malizia.
III. Tutto questo disprezzo che gli era stato rivolto era causato dai guai in cui si trovava (Giobbe 30:11):
"Perché ha sciolto la mia corda, mi ha tolto l'onore e la potenza di cui ero cinto (Giobbe 12:18), ha disperso ciò che avevo raccolto e ha distorto tutte le mie cose, perché mi ha afflitto, perciò hanno sciolto le briglie davanti a me ", cioè, "si sono dati la libertà di dire e fare ciò che vogliono contro di me".
Coloro che per la Provvidenza sono spogliati del loro onore possono aspettarsi di essere carichi di disprezzo da persone sconsiderate e di cattivo carattere.
"Perché ha sciolto la sua corda"
(l'originale ha anche quella lettura), cioè,
"Poiché egli ha tolto il suo freno dalla loro malizia, gettano via il freno da me", cioè "non tengono conto della mia autorità, né hanno alcun timore di me".
È a causa della presa che Dio ha sulla coscienza anche degli uomini malvagi, e delle restrizioni che impone su di loro, che non siamo continuamente insultati e maltrattati; e, se in qualsiasi momento incontriamo tali maltrattamenti, dobbiamo riconoscere la mano di Dio nel togliere quelle restrizioni, come fece Davide quando Simei lo maledisse: Maledica dunque, perché l'Eterno glielo ha ordinato. Ora in tutto questo,
1. Possiamo vedere l'incertezza dell'onore mondano, e in particolare dell'applauso popolare, come improvvisamente un uomo possa cadere dall'altezza della dignità all'abisso della disgrazia. Quanta poca ragione dunque gli uomini hanno di essere ambiziosi o orgogliosi di ciò che può essere così facilmente perduto, e quanta poca fiducia c'è da riporre in esso! Coloro che oggi gridano Osanna possono domani gridare Crocifiggi. Ma c'è un onore che viene da Dio, il quale, se lo assicuriamo, non lo troveremo così mutevole e perdibile.
2. Possiamo vedere che spesso è toccato a uomini molto saggi e buoni essere calpestati e maltrattati. E
3. Che coloro che guardano solo le cose che si vedono disprezzano coloro che il mondo disapprova, sebbene siano sempre i favoriti del Cielo. Nulla è più grave nella povertà del fatto che rende gli uomini spregevoli. Turba Remi sequitur fortunam, ut semper odit damnatos - Il popolo romano, fedele ai volgimenti della fortuna, perseguita ancora i caduti.
4. Possiamo vedere in Giobbe un tipo di Cristo, che fu così reso obbrobrio dagli uomini e disprezzato dal popolo == (Salmi 22:6; Isaia 53:3), e che non nascose il suo volto dalla vergogna e dagli sputi, ma sopportò l'indegnità meglio di Giobbe.
15 Ver. 15. fino alla Ver. 31.
In questa seconda parte del lamento di Giobbe, che è molto amaro e contiene molti accenti dolenti, possiamo osservare molte cose di cui si lamenta e alcune piccole cose con cui si consola.
I. Ecco molte cose di cui si lamenta.
1. In generale, fu un giorno di grande afflizione e dolore.
(1.) L'afflizione lo colse e lo sorprese. Lo afferrò (Giobbe 30:16): I giorni dell'afflizione mi hanno preso, mi hanno preso (così alcuni); Mi hanno arrestato, come l'ufficiale giudiziario arresta il debitore, gli dà una pacca sulla spalla e lo mette al sicuro. Quando arrivano i guai con la commissione, prenderà rapidamente piede e non perderà la sua presa. Lo sorprese (Giobbe 30:27):
"I giorni dell'afflizione me lo impedì", cioè "vennero su di me senza darmi alcun preavviso. Non me li aspettavo, né ho preso alcuna provvista per una giornata così brutta".
Osservate, Egli calcola la sua afflizione in giorni, che presto saranno contati e finiti, e non sono nulla in confronto ai secoli dell'eternità, 2Corinzi 4:17.
(2.) Era in grande dolore a causa di ciò. Le sue viscere ribollivano di dolore e non si riposavano, == Giobbe 30:27. Il senso delle sue calamità continuava a tormentare i suoi spiriti senza alcuna interruzione. Andava a piangere di giorno in giorno, sempre sospirando, sempre piangendo; e una tale nuvola era costantemente nella sua mente che se ne andava, in effetti, senza il sole, == Giobbe 30:28. Non aveva nulla in cui potesse trovare conforto. Si abbandonò al dolore perpetuo, come uno che, come Giacobbe, decise di andare al sepolcro in lutto. Ha camminato fuori dal sole (così alcuni) in luoghi bui e ombrosi, come sono solite fare le persone malinconiche. Se entrava nella congregazione, per unirsi a loro nell'adorazione solenne, invece di alzarsi tranquillamente per desiderare le loro preghiere, si alzava e gridava ad alta voce, per il dolore del corpo o per l'angoscia della mente, come mezzo distratto. Se appariva in pubblico, per ricevere visite, quando gli veniva l'attacco non riusciva a contenersi, né a conservare il dovuto decoro, ma si alzava in piedi e gridava forte. Così era un fratello per i draghi e le civette == (Giobbe 30:29), sia nello scegliere la solitudine e il ritiro, come fanno loro (Isaia 34:13), sia nel fare un rumore orribile e spaventoso come fanno loro; le sue lamentele sconsiderate erano giustamente paragonate a quelle inarticolate.
2. Il terrore e l'affanno che presero la sua anima furono la parte più dolorosa della sua calamità, Giobbe 30:15-16.
(1.) Se guardava avanti, vedeva davanti a sé ogni cosa spaventosa: se cercava di scrollarsi di dosso i suoi terrori, si rivoltavano furiosamente contro di lui: se cercava di fuggire da loro, inseguivano la sua anima con rapidità e violenza come il vento. Si lamentò, in un primo momento, del terrore di Dio che si schierava contro di lui, == Giobbe 6:4. Eppure, da qualunque parte guardasse, si voltavano contro di lui; Da qualunque parte fuggisse, lo inseguivano. La mia anima (ebr. la mia principale, la mia principessa), l'anima è la parte principale dell'uomo, è la nostra gloria, è in ogni modo più eccellente del corpo, e quindi ciò che perseguita l'anima, e la minaccia, dovrebbe essere il più temuto.
(2.) Se si guardava indietro, vedeva tutto il bene di cui aveva goduto in precedenza rimosso da lui, e nulla gli rimaneva se non l'amaro ricordo di esso: il mio benessere e la mia prosperità svaniscono, improvvisamente, rapidamente e irrimediabilmente, come una nuvola.
(3.) Se guardava dentro, trovava il suo spirito completamente affondato e incapace di sopportare la sua infermità, non solo ferita, ma riversata su di lui, == Giobbe 30:16. Non solo era debole come l'acqua, ma, nella sua stessa apprensione, perso come l'acqua versata sul terreno. Confronta Salmi 22:14, Il mio cuore si è sciolto come cera.
3. Le sue malattie fisiche erano molto gravi; per
(1.) Era pieno di dolore, un dolore lancinante, un dolore che arrivava alle ossa, a tutte le sue ossa, Giobbe 30:17. Era una spada nelle ossa, che lo trafiggeva nella stagione notturna, quando avrebbe dovuto essere rinfrescato dal sonno. I suoi nervi erano colpiti da forti convulsioni; i suoi tendini non si davano tregua. A causa del dolore, non riusciva a riposare, ma il sonno scomparve dai suoi occhi. Le sue ossa erano bruciate dal calore, == Giobbe 30:30. Era in preda a una febbre costante, che prosciugava l'umidità radicale e consumava persino il midollo nelle sue ossa. Guardate quanto sono fragili i nostri corpi, che portano in sé i semi della nostra malattia e della nostra morte.
(2.) Era pieno di piaghe. Alcuni che hanno dolore nelle ossa, dormono ancora in una pelle intera, ma, poiché l'incarico di Satana contro Giobbe si estendeva sia alle sue ossa che alla sua carne, non risparmiò né l'uno né l'altro. La sua pelle era nera su di lui, == Giobbe 30:30. Il sangue si depositò, e le piaghe si sovrapporono e a poco a poco si fecero croste, il che fece sembrare la sua pelle nera. Anche il suo vestito cambiava colore con il continuo scorrere dei suoi foruncoli, e i morbidi vestiti che indossava erano diventati così rigidi che tutti i suoi indumenti erano come il suo colletto, == Giobbe 30:18. Sarebbe noioso descrivere in che condizione si trovava il povero Giobbe per mancanza di biancheria pulita e di buona assistenza, e quali stracci sporchi fossero tutti i suoi vestiti. Alcuni pensano che, tra le altre malattie, Giobbe fosse malato di un quinsy o di gonfiore alla gola, e che fosse questo che lo legava come un colletto rigido. Così fu gettato nel fango == (Giobbe 30:19), paragonato al fango (così alcuni); il suo corpo sembrava più un mucchio di terra che qualsiasi altra cosa. Nessuno sia orgoglioso del proprio vestito né orgoglioso della propria purezza; Non sanno che qualche malattia o altra può cambiare le loro vesti, e persino gettarle nel fango, e renderle rumorose sia per se stesse che per gli altri. Invece di un odore soave, ci sarà un fetore, == Isaia 3:24. Nel migliore dei casi non siamo che polvere e cenere, e i nostri corpi sono corpi vili; ma siamo inclini a dimenticarlo, finché Dio, con qualche grave malattia, ci fa sentire e riconoscere ciò che siamo.
"Sono già diventato come quella polvere e quella cenere in cui presto dovrò essere risolto: dovunque vada, porto con me la mia tomba".
4. Ciò che lo affliggeva più di tutto era che Dio sembrava essere il suo nemico e combattere contro di lui. Fu lui a gettarlo nel fango == (Giobbe 30:19), e sembrò calpestarlo quando lo ebbe lì. Questo lo ferì al cuore più di ogni altra cosa,
(1.) Che Dio non è apparso per lui. Si rivolse a lui, ma non ottenne alcuna concessione, si appellò a lui, ma non ottenne alcuna sentenza; fu molto insistente nelle sue domande, ma invano (Giobbe 30:20):
"Io grido a te, come uno che fa sul serio, mi alzo e piango, come uno che aspetta una risposta, ma tu non odi, non consideri, per nulla che io possa percepire".
Se le nostre preghiere più ferventi non portano a risposte rapide e sensate, non dobbiamo pensare che sia strano. Sebbene la progenie di Giacobbe non abbia mai cercato invano, tuttavia hanno spesso pensato di averlo fatto e che Dio non solo è stato sordo, ma anche adirato alle preghiere del suo popolo, Salmi 80:4.
(2.) Che Dio è apparso contro di lui. Ciò che qui dice di Dio è una delle peggiori parole che Giobbe abbia mai pronunciato (Giobbe 30:21): Tu sei diventato crudele con me. Lungi dal Dio della misericordia e della grazia il fatto di essere crudele con qualcuno (le sue compassioni non vengono meno), ma soprattutto di esserlo con i suoi figli. Giobbe era ingiusto e ingrato quando diceva così di lui: ma nutrire duri pensieri di Dio era il peccato che, in quel momento, lo assalì più facilmente. Qui
[1.] Pensava che Dio avesse combattuto contro di lui e avesse mobilitato tutta la sua forza per rovinarlo: con la tua mano potente ti opponi o sei un avversario contro di me. Aveva pensieri migliori di Dio (Giobbe 23:6) quando concluse che non lo avrebbe invocato con la sua grande potenza. Dio ha una sovranità assoluta e una forza irresistibile, ma non usa mai né l'una né l'altra per schiacciare o opprimere nessuno.
[2.] Pensava di insultarlo [Giobbe 30:22] : Tu mi sollevi al vento, come una piuma o la pula con cui gioca il vento; così impari si riteneva un partito per l'Onnipotenza, e così incapace di trattenersi quando fu costretto a cavalcare, non in trionfo, ma in terrore, sulle ali del vento, e i giudizi di Dio dissolsero anche la sua sostanza, come una nuvola si dissolve e si disperde dal vento. La sostanza dell'uomo, prendilo nel suo stato migliore, non è nulla di fronte alla potenza di Dio; si dissolve presto.
5. Egli non si aspettava altro che che Dio, con queste tribolazioni, lo avrebbe presto eliminato.
"Se mi fanno cavalcare il vento, non posso contare su altro che a spezzarmi il collo tra poco";
e parla come se Dio non avesse su di lui altro disegno che quello in tutti i suoi rapporti con lui:
"So che mi porterai alla morte, con tanto più terrore, anche se sarei potuto essere condotto lì senza tutto questo sforzo, perché è la casa designata per tutti i viventi."
Giobbe 30:23. La tomba è una casa, una casa stretta, buia, fredda, mal arredata, ma sarà la nostra residenza, dove riposeremo e saremo al sicuro. È la nostra lunga casa, la nostra stessa casa; perché è il grembo di nostra madre, e in esso siamo riuniti ai nostri padri. È una casa che ci è stata assegnata da colui che ci ha stabilito i confini di tutte le nostre abitazioni. È destinato a tutti i viventi. È il ricettacolo comune, dove ricchi e poveri si incontrano; È nominato per il raduno generale. Dobbiamo essere tutti portati lì presto. È Dio che ci porta ad essa, perché le chiavi della morte e della tomba sono nelle sue mani, e tutti noi possiamo sapere che, prima o poi, ci porterà lì. Sarebbe bene per noi se lo prendessimo in debita considerazione. I viventi sanno che moriranno; Facciamolo, ognuno di noi, lo sappiamo con applicazione.
6. C'erano due cose che aggravavano il suo problema e lo rendevano meno tollerabile:
(1.) Che fu una grande delusione per la sua aspettativa (Giobbe 30:26):
"Quando ho cercato il bene, ancora bene, o almeno la continuazione di ciò che avevo, poi è venuto il male".
Tali cose incerte sono tutti i nostri piaceri mondani, ed è una tale follia nutrirci di grandi aspettative da esse. Coloro che attendono la luce dalle scintille delle loro comodità saranno miseramente delusi e rifaranno il loro letto nell'oscurità.
(2.) Questo fu un grandissimo cambiamento nella sua condizione (Giobbe 30:31):
"La mia arpa non solo è stata posata e appesa ai salici, ma è stata trasformata in lutto e il mio organo nella voce di coloro che piangono".
Giobbe, nella sua prosperità, aveva preso il timpano e l'arpa, e si era rallegrato al suono dell'organo, == Giobbe 21:12. Nonostante la sua gravità e la sua grazia, aveva trovato il tempo di essere allegro; ma ora la sua melodia era cambiata. Quelli dunque che si rallegrano siano come se non si rallegrassero, perché non sanno quanto presto il loro riso si muterà in lutto e la loro gioia in tristezza. Così vediamo di quanto Giobbe si lamenti, ma,
II. Ecco qualcosa in mezzo a tutto ciò con cui egli si consola, ed è solo un po'.
1. Egli prevede, con conforto, che la morte sarà il periodo di tutte le sue calamità (Giobbe 30:24): Sebbene Dio ora, con mano potente, si opponesse a lui,
"Eppure", dice, "non stenderà la mano verso la tomba".
La mano dell'ira di Dio lo avrebbe portato alla morte, ma non lo avrebbe seguito oltre la morte; la sua anima sarebbe stata al sicuro e felice nel mondo degli spiriti, il suo corpo al sicuro e tranquillo nella polvere. Sebbene gli uomini piangano nella sua distruzione (sebbene, quando muoiono, ci sia una grande quantità di agonia e di grida, molti sospiri, gemiti e lamenti), tuttavia nella tomba non sentono nulla, non temono nulla, ma lì tutto è tranquillo.
"Sebbene nell'inferno, che si chiama distruzione, piangano, non nella tomba; e, essendo liberato dalla seconda morte, la prima sarà per me un efficace sollievo".
Perciò desiderava essere nascosto nella tomba, == Giobbe 14:13.
2. Riflette con conforto sulla preoccupazione che ha sempre avuto per le calamità degli altri quando era a suo agio (Giobbe 20:25): Non ho forse pianto per colui che era nell'angoscia? Alcuni pensano che in questo egli si lamenti di Dio, pensando che sia molto difficile che colui che aveva mostrato misericordia agli altri non trovasse egli stesso misericordia. Preferirei prenderlo come una considerazione tranquillizzante per lui; la sua coscienza gli testimoniava che aveva sempre simpatizzato con le persone in miseria e aveva fatto tutto il possibile per aiutarle, e quindi aveva motivo di aspettarsi che, alla fine, sia Dio che i suoi amici avrebbero avuto pietà di lui. Coloro che piangono con coloro che piangono porteranno meglio i propri dolori quando verrà il loro turno di bere dal calice amaro. L'anima mia non ardeva forse per i poveri? così alcuni lo leggono, paragonandolo a quello di San Paolo, 2Corinzi 11:29 : Chi si scandalizza e io non brucio? Come coloro che sono stati spietati e duri di cuore verso gli altri possono aspettarsi di sentirne parlare dalla propria coscienza, quando sono essi stessi in difficoltà, così coloro che hanno considerato i poveri e li hanno soccorriti avranno il ricordo di ciò per rendere il loro letto facile nella loro malattia, Salmi 41:1,3.
Commentario abbreviato di Matthew Henry:
Giobbe 30
1 Capitolo 30
L'onore di Giobbe si trasforma in disprezzo Giob 30:1-14
Giobbe è un peso per se stesso Giob 30:15-31
Versetti 1-14
Giobbe contrappone la sua condizione attuale all'onore e all'autorità di un tempo. Che pochi motivi hanno gli uomini per essere ambiziosi o orgogliosi di ciò che può essere perso così facilmente, e che poca fiducia si deve riporre in esso! Non dobbiamo abbatterci se veniamo disprezzati, vituperati e odiati da uomini malvagi. Dobbiamo guardare a Gesù, che ha sopportato la contraddizione dei peccatori.
15 Versetti 15-31
Giobbe si lamenta molto. Il peccato che più facilmente assillava Giobbe era quello di nutrire pensieri duri nei confronti di Dio. Quando le tentazioni interiori si uniscono alle calamità esteriori, l'anima si affretta come in una tempesta ed è piena di confusione. Ma guai a chi ha davvero Dio come nemico! In confronto alla terribile condizione degli uomini empi, cosa sono tutte le afflizioni temporali esteriori o anche interiori? C'è qualcosa con cui Giobbe si consola, ma è ben poca cosa. Egli prevede che la morte sarà la fine di tutti i suoi problemi. L'ira di Dio potrebbe portarlo alla morte, ma la sua anima sarebbe al sicuro e felice nel mondo degli spiriti. Se nessuno ci compatisce, il nostro Dio, che ci corregge, ci compatisce come un padre compatisce i suoi figli. E guardiamo di più alle cose dell'eternità: allora il credente smetterà di piangere e loderà con gioia l'amore redentore.
Note di Albert Barnes sulla Bibbia:
Giobbe 30
1 Ma ora quelli che sono più giovani di me - Margin, "di meno giorni". Non è probabile che Giobbe qui si riferisca ai suoi tre amici. Non è possibile determinare la loro età con precisione, ma in Giobbe 15:10 affermano che c'erano con loro uomini vecchi e molto anziani, molto più vecchi del padre di Giobbe. Sebbene quel luogo possa riferirsi non a se stessi ma a coloro che avevano le stesse opinioni con loro, tuttavia nessuno di coloro che si impegnarono nella discussione, ad eccezione di Ehhu Giobbe 32:6 , sono rappresentati come giovani.
Erano i contemporanei di Giobbe; uomini che sono classificati come suoi amici; e uomini che mostravano di aver avuto opportunità di lunghe e attente osservazioni. Il riferimento qui, quindi, è al fatto che mentre, nei giorni della sua prosperità, anche gli anziani e gli onorati si alzavano per rendergli riverenza, ora era oggetto di disprezzo anche da parte dei giovani e degli indegni. Gli orientali la penserebbero così tanto. Tra le loro principali virtù era il mostrare rispetto per i vecchi, e la loro sensibilità era particolarmente acuta riguardo a qualsiasi umiliazione mostrata loro dai giovani.
I cui padri avrei disprezzato - Chi sono i figli degli ultimi e dei più degradati della comunità. Quanto è profonda la calamità di essere così caduti da essere oggetto di derisione da parte di tali uomini!
Avere insieme i cani del mio gregge - Avere associato con i miei cani a guardia del mio gregge. Cioè, erano meno stimati dei suoi cani. Questo era il punto di svilimento più basso concepibile. Gli orientali non avevano un linguaggio che esprimesse maggior disprezzo per qualcuno che chiamarlo cane; confronta Deuteronomio 23:18; 1Sa 17:43 ; 1 Samuele 24:14; 2 Samuele 3:8; 2 Samuele 9:8; 2 Samuele 16:9; 2 Re 8:13; Nota Isaia 66:3.
2 Sì, a che cosa possa giovarmi la forza delle loro mani - C'è stata molta divergenza di opinioni riguardo al significato di questo passaggio. Il senso generale è chiaro. Giobbe significa descrivere coloro che erano ridotti dalla povertà e dalla miseria, e che erano senza rispettabilità né casa, e che non avevano alcun potere di influenzarlo in alcun modo. Afferma che erano così abietti e privi di valore da non meritare la sua attenzione; ma anche questo fatto ha lo scopo di mostrare quanto in basso fosse lui stesso ridotto, poiché anche i gradi più degradati in vita non hanno mostrato alcun rispetto a colui che era stato onorato dai principi.
La Vulgata rende questo: "La forza - virtus - delle cui mani è per me come nulla, e sono considerate indegne della vita". La Settanta: "E la forza delle loro mani che cos'è per me? Su cui la perfezione - συντέλεια sunteleia - è perita ”. Coverdale, “Il potere e la forza delle loro mani potrebbero non farmi bene, e per quanto riguarda la loro età, è stata spesa e scomparsa senza alcun profitto.
La traduzione letterale è: "Anche la forza delle loro mani, che cos'è per me?" Il significato è che il loro potere non era degno di considerazione. Erano abietti, deboli e ridotti dalla fame, povere creature emaciate, che non potevano fargli né bene né male. Eppure questo fatto non gli faceva sentire meno l'umiliazione di essere trattato con disprezzo da simili vagabondi.
In cui la vecchiaia è perita - O, meglio, in cui il vigore, o il potere di compiere qualsiasi cosa, è cessato. La parola כלח kelach significa "completamento" o l'atto o il potere di finire o completare qualsiasi cosa. Quindi denota la vecchiaia - l'età come "finita" o "completata"; Giobbe 5:26.
Qui significa la maturità o il vigore che consentirebbero a un uomo di completare o realizzare qualsiasi cosa, e l'idea è che in queste persone questo fosse completamente perito. Ridotti dalla fame e dal bisogno, non avevano potere di fare nulla, ed erano indegni di considerazione. La parola usata qui ricorre solo in questo libro in ebraico Giobbe 5:26; Giobbe 30:2 , ma è comune in arabo; dove si riferisce alle “rughe”, alla “mancanza” e all'“aspetto austero” del volto, specialmente nell'età. Vedi "Lex di Castell".
3 Per bisogno e carestia - A causa della fame e della povertà la loro forza è completamente esaurita, e sono tra i miserabili emarginati della società. Giobbe, per mostrare fino a che punto egli stesso era sprofondato nella stima pubblica, descrive lo stato di questi miserabili disgraziati, e dice di essere stato trattato con disprezzo dalla stessa feccia della società, da coloro che erano ridotti a la più abbietta miseria, e che vagavano nei deserti, vivendo di radici, senza vestiti, riparo, né casa, e che furono cacciati dalla parte rispettabile della comunità come se fossero ladri e briganti. La descrizione è di grande potenza e presenta un quadro triste della sua stessa condizione.
Erano solitari - Margine, o "scuro come la notte". Ebraico גלמוד galmûd. Questa parola significa propriamente "duro" e si applica a un terreno secco, sassoso e sterile. In arabo significa roccia dura. "Umbretta". In Giobbe 3:7 , si applica a una notte in cui non nasce nessuno.
Qui sembra denotare un volto secco, duro, emaciato dalla fame. Girolamo lo rende "sterile". La Settanta, ἄγονος agonos - "sterile". Prof. Lee, "Difficilmente assediato". Il significato è che furono notevolmente ridotti - o inariditi - dalla fame e dal bisogno. Così lo rende Umbreit, "gantz ausgedorrt - completamente prosciugato".
Fuggendo nel deserto - Nel deserto o nelle distese solitarie. Cioè, “fuggivano” lì per ottenere, su ciò che il deserto produceva, una magra sussistenza. Tale è la solita spiegazione della parola resa “fuggire” - ערק ‛ âraq. Ma la Vulgata, il siriaco e l'arabo lo rendono "gnawinq", seguito da Umbreit, Noyes, Schultens e Good.
Secondo questo il significato è che erano "rosicchiatori del deserto"; cioè che vivevano rosicchiando le radici e gli arbusti che trovavano nel deserto. Questa idea è molto più espressiva e concorda con la connessione. La parola ricorre in ebraico solo in questo versetto e in Giobbe 30:17 , dove è resa "I miei tendini", ma che può essere resa più appropriatamente "I miei dolori rosicchianti.
In siriaco e arabo la parola significa "rodere" o "corrodere", come significato principale, e poiché il senso della parola non può essere determinato dal suo uso in ebraico, è meglio dipendere dalle versioni antiche , e sul suo uso nelle lingue affini. Secondo questo, l'idea è che hanno raccolto una scarsa sussistenza come potevano trovarla, rosicchiando radici e arbusti nei deserti.
In passato - Margine, "ierinotte". La parola ebraica ( אמשׁ 'emesh ) significa propriamente ieri sera; l'ultima parte del giorno precedente, e quindi è usato per indicare la notte o l'oscurità in generale. Gesenius suppone che questo si riferisca alla "notte della desolazione", il deserto senza sentieri viene sorprendentemente paragonato dagli orientali all'oscurità. Secondo questo, l'idea non è che siano andati ma ieri nel deserto, ma che siano andati nelle ombre e nelle solitudini del deserto, lontano dalle case degli uomini. Il senso quindi è: "Sono fuggiti nella notte delle lande desolate".
Desolazione e desolazione - In ebraico la stessa parola ricorre in forme diverse, concepite per dare enfasi, e per descrivere nel modo più impressionante l'oscurità e la solitudine del deserto. Dovremmo esprimere la stessa idea dicendo che si sono nascosti nelle "ombre" del deserto.
4 Chi taglia le malve - Per mangiare. Le malve sono piante medicinali comuni, famose per le loro proprietà emollienti o ammorbidenti, e per le dimensioni e la brillantezza dei loro fiori. Non è probabile, tuttavia, che Giobbe si riferisse a ciò che comunemente intendiamo con la parola malva. È stato comunemente supposto che intendesse una specie di pianta, chiamata dai greci Hallimus, una pianta di pesce luna, o "erba salata", che cresce comunemente nei deserti e nelle terre povere e viene mangiata come insalata.
La Vulgata lo rende semplicemente "herbas"; la Settanta, ἄλιμα alima. Il vocabolo ebraico, secondo Umbreit, significa una comune insalata dal sapore salato, le cui giovani foglie cotte, costituivano cibo per le classi più povere. La parola ebraica מלוח mallûach deriva da מלח mâlach, “sale”, e si riferisce propriamente a una pianta o verdura marina.
Tra i cespugli - O tra i cespugli; cioè quello che cresceva tra i cespugli del deserto. Vagavano nel deserto per ottenere questo cibo molto umile.
E radici di ginepro - La parola qui resa “ginepro” רתם rethem, ricorre solo in questo luogo, e in 1 Re 19:4; Salmi 120:4. In ogni luogo è reso "ginepro". In 1 Re è menzionato come l'albero sotto il quale Elia si sedette quando fuggì nel deserto per salvarsi la vita; In Salmi 120:4 , è menzionato come materiale per fare carboni.
“Frecce affilate dei potenti, con carboni di ginepro”. È reso "ginepro" da Girolamo e dai rabbini. Il verbo ( רתם râqab ) ricorre in Michea 1:13 , dove è reso “legare”, e significa legare, stringere; e probabilmente la pianta a cui si fa riferimento ha ricevuto in qualche modo il suo nome dalla nozione di “legatura” - forse perché i suoi lunghi, flessibili e sottili ramoscelli erano usati per legare, o per i “bianchi”.
Non ci sono prove, tuttavia, che il “ginepro” sia comunque destinato. Denota una specie di "ginestra - spartium junceum" di Linn., che cresce abbondantemente nei deserti dell'Arabia. È la “Genista raetam” di Forskal. “Flora” Egitto. Arabo. P. 214.
Ha fiori piccoli e variegati, e cresce nei corsi d'acqua dei Wadys. Il Dr. Robinson (Bibl. Researches, i. 299) dice: “Il Retem è il più grande e cospicuo arbusto di questi de sette, che cresce fittamente nei corsi d'acqua e nelle valli. I nostri arabi sceglievano sempre il luogo di accampamento (se possibile) in un luogo dove cresceva, per essere riparati da esso di notte dal vento; e durante il giorno, quando spesso avanzavano davanti ai cammelli, non di rado li trovavamo seduti o addormentati sotto un cespuglio di Retem, per proteggerli dal sole.
Fu proprio in questo deserto, a una giornata di viaggio da Beersheba, che il profeta Elia si coricò e dormì sotto lo stesso arbusto. Le radici sono molto amare e sono considerate dagli Arabi come quelle che producono il miglior carbone di legna. Il nome ebraico רתם rethem, è lo stesso dell'attuale nome arabo”. Burckhardt osserva di aver trovato diversi beduini nel Wady Genne che raccoglievano sterpaglie, che bruciavano in carbone per il mercato egiziano, e aggiunge che a questo scopo preferivano le spesse radici dell'arbusto Rethem, che vi cresceva in abbondanza.
Viaggi in Siria, p. 483. Potevano essere solo coloro che erano ridotti all'estrema miseria e miseria che avrebbero potuto utilizzare le radici di questo arbusto per il cibo, e questa è senza dubbio l'idea che Giobbe intende trasmettere. Si dice che sia stato usato occasionalmente per il cibo dai poveri. Vedi Gesenius, Lex.; Umbreit in loc., e Schultens. Una descrizione della condizione dei poveri, notevolmente simile a questa, si trova in Lucan, Lib. vii.;
- Cernit miserabile vulgus
In pecudum cecidisse cibos, et carpere dumos
Et morsu spoliare nemus.
Biddulph (nella collezione di Voyages from the Library of the Earl of Oxford, p. 807), dice di aver visto molti poveri in Siria raccogliere malve e trifogli, e quando aveva chiesto loro cosa intendessero farne, hanno rispose che era per il cibo. Li hanno cucinati e mangiati. Erodoto, viii. 115, dice che l'esercito di Serse, dopo la loro sconfitta, quando ebbe consumato tutto il grano degli abitanti della Tessaglia, «si cibava dei prodotti naturali della terra, spogliando gli alberi selvatici e coltivati della corteccia e delle foglie, per se venissero a una tale estrema carestia”.
5 Furono scacciati di mezzo agli uomini - Come vagabondi e reietti. Erano considerati inadatti a vivere tra i civili e gli ordinati, e furono espulsi come seccatori.
( Gridavano dietro di loro come a un ladro.) - Gli abitanti del luogo dove abitavano li cacciarono con un grido forte, come se fossero ladri e briganti. Qui viene descritta una classe di persone che erano semplici vagabondi e saccheggiatori e a cui non era permesso abitare nella società civile, e fu uno dei più alti aggravamenti delle calamità di Giobbe, che ora fosse trattato con derisione da tali emarginati.
6 Abitare nelle scogliere delle valli - La parola qui resa "scogliere" ( ערוץ ‛ ârûts ) denota piuttosto "orrore" o qualcosa di "orribile", e il senso qui è che abitavano nell'"orrore delle valli"; cioè in valli orribili. L'idea è quella di valli profonde e spaventose, dove si aggiravano bestie feroci, lontane dalle dimore degli uomini, e circondate da spaventose distese.
La parola resa “valli” ( נחל nachal ) significa propriamente un ruscello, ruscello, corso d'acqua - quello che oggi è chiamato un guado; un luogo dove scorrono i torrenti d'inverno, ma che d'estate è solitamente secco; vedi le note a Giobbe 6:15.
Nelle caverne della terra - Margine, come in ebraico "buchi". Settanta "Le cui case sono - πρῶγλαι πετρῶν trōglai petrōn - caverne delle rocce;" cioè, chi sono i "trogloditi". Le caverne fornivano una dimora naturale per i poveri e gli emarginati, ed è ben noto che non era raro in Egitto, e nei deserti dell'Arabia, occupare tali caverne come abitazione; vedi Diod. Sic. Lib. ii. xiv. e Strabone, Lib. 16,
E nelle rocce - Le caverne delle rocce. Il dottor Richardson trovò un gran numero di tali abitazioni nelle vicinanze di Tebe, molte delle quali erano grandi e splendidamente formate e scolpite con molti strani accorgimenti. Il signor Rich, inoltre, ha visto un gran numero di tali grotte non lontano da Mousal. Residenza in Koordistan, vol. ii. P. 94.
7 Tra i cespugli - Coverdale, "Sulla brughiera arida andavano in giro piangendo". La parola ebraica è la stessa che ricorre in Giobbe 30:4 e significa cespugli in generale. Si sentivano tra gli arbusti che crescevano nel deserto.
Ragliarono -ינהקו yinâhaqû. La Vulgata rende questo: "Erano nascosti". La Settanta, "In mezzo a dolci suoni gridano". Noyes, "Emettono le loro grida". La parola ebraica significa propriamente "ragliare". Si verifica solo qui e in Giobbe 6:5 , dove è applicato all'asino. Il senso qui è che le voci di questa moltitudine vagabonda e miserabile sono state udite nel deserto come il raglio degli asini.
Sotto le ortiche - Dr. Good, "Sotto i rovi". Prof. Lee, "Sotto la ginestra". Nosì, "Sotto le spine". La parola ebraica חרול chârûl, ricorre solo qui e in Sofonia 2:9 e Proverbi 24:31 , in ognuno dei quali è resa “ortiche.
Probabilmente deriva da חרל = חרר , bruciare, risplendere, ed è dato alle ortiche per la sensazione di bruciore o formicolio che producono. O la parola ortiche, cardi o spine, risponderebbe sufficientemente alla sua derivazione. Non si verifica in arabo. Castell. Umbreit lo rende "unter Dornen - sotto le spine".
Furono riuniti - Vulgata, "Ritenevano una prelibatezza essere in una siepe di spine". La parola usata qui ( ספח sâphach ) significa "aggiungere"; e poi da aggiungere o assemblare insieme. L'idea è che fossero rannicchiati insieme abbastanza promiscuamente nei cespugli che crescono spontaneamente nel deserto. Non avevano casa; nessuna abitazione separata. Questa descrizione è interessante, non solo perché denota la profondità a cui Giobbe era stato ridotto quando era oggetto di disprezzo da parte di tali vagabondi, ma come illustrazione di uno stato della società allora esistente.
8 Erano figli di stolti - La parola tradotta “folli” נבל nâbâl, significa,
(1) stupido, sciocco; e
(2) abbandonato, empio; confronta 1 Samuele 25:3 , 1 Samuele 25:25.
Qui significa l'inutile, il rifiuto della società, l'abbandonato. Non avevano genitori rispettabili. Umbreit, "Una stirpe di infamia". Coverdale, "Figli di sciocchi e cattivi".
Figli di uomini vili - Margine, come in ebraico, "uomini senza nome". Erano uomini senza reputazione; i cui antenati non erano stati in alcun modo distinti; forse significando anche che si radunavano insieme come bestie senza nemmeno un nome.
Erano più vili della terra - Gesenius lo rende: "Sono spaventati dalla terra". La parola ebraica ( כאה ) significa "rimproverare, rimproverare", e poi nel niphal "essere rimproverato" o "essere scacciato". Il senso è che, in quanto razza empia e di basso rango, furono cacciati dalla terra.
9 E ora sono io il loro canto - Vedi Giobbe 17:6; confronta Salmi 69:12 , "Io ero il canto degli ubriaconi;" Lamentazioni 3:14 , “Ero una derisione per tutto il mio popolo, e il suo canto tutto il giorno.
Il senso è che hanno reso Giobbe e le sue calamità oggetto di scherzi bassi e lo hanno trattato con disprezzo. Il suo nome e le sue sofferenze sarebbero stati introdotti nei loro scurrili canti per dar loro nozione e senso, e per mostrare quanto lo disprezzassero ora.
Sì, sono la loro parola d'ordine - Vedi le note a Giobbe 17:6.
10 Mi aborrono - Ebreo, Mi considerano abominevole.
Fuggono lontano da me - Anche una razza così empia e di basso rango ora non avrà più niente a che fare con me. Non considererebbero un onore essere associati a me, ma si tengono il più lontano possibile da me.
E risparmia di non sputarmi in faccia - Margin, "non trattenere lo sputo da". Noyes rende questo "Davanti alla mia faccia"; e così Luther Wemyss, Umbreit e il prof. Lee. L'ebraico può significare sia sputare in faccia, sia sputare "in presenza" di qualcuno. È del tutto irrilevante quale interpretazione venga adottata, poiché secondo gli orientali l'una era considerata all'incirca uguale all'altra.
Nelle loro nozioni di cortesia e urbanità, commette un insulto dello stesso tipo che sputa in presenza di un altro che farebbe se sputasse su di lui. Non hanno ragione? Non dovrebbe essere considerato così ovunque? Eppure, come sono diverse le loro opinioni dalle nozioni più raffinate degli occidentali civilizzati! In America, più che in qualsiasi altro paese, reati di questo genere sono frequenti e grossolani. Di nulla gli stranieri si lamentano di noi più, o con più giustizia; e per quanto ci vantiamo della nostra intelligenza e raffinatezza, dovremmo guadagnare molto se sotto questo aspetto ci sedessimo ai piedi di un arabo beduino e incorporassimo le sue opinioni nelle nostre massime di cortesia.
11 Perché ha sciolto la mia corda - Secondo questa traduzione, il riferimento qui è a Dio, e il senso è che il motivo per cui è stato così deriso e disprezzato da una razza così indegna era che Dio aveva sciolto la sua corda. Cioè, Dio lo aveva reso incapace di rivendicare se stesso, o di infliggere punizioni. La figura, secondo questa interpretazione, è tratta da un arco, e Giobbe intende dire che il suo arco era rilassato, il suo vigore era andato, e ora sentivano che avrebbero potuto insultarlo impunemente.
Ma invece della solita lettura nel testo ebraico יתרי yithriy - "il mio nervo", un'altra lettura יתרוּ yithriv - "il suo nervo", si trova nel qeri (margine). Questa lettura è stata adottata nel testo da Jahn ed è considerata autentica da Rosenmuller, Umbreit e Noyes. Secondo questo, il significato è che l'indegna plebaglia che ora lo trattava con tanto disprezzo, aveva allentato ogni freno, e quelli che fino a quel momento erano stati sotto qualche freno, ora si sono precipitati su di lui nel modo più sfrenato. Avevano abbandonato ogni ritegno derivante dal rispetto per il suo rango, la sua posizione, il suo valore morale e il timore del suo potere, e ora lo trattavano con ogni sorta di umiliazione.
E mi ha afflitto - Per la mancanza di rispetto e il disprezzo che hanno dimostrato.
Hanno anche sciolto le briglie davanti a me - Cioè, hanno liberato ogni freno - ripetendo l'idea nel primo membro del versetto.
12 Sulla mia mano destra si alza il giovane - La mano destra è il posto d'onore, e quindi è stato sentito come un insulto maggiore che dovessero occupare anche quel posto. La parola resa “giovinezza” ( פרחח pirchach ) non si trova in nessun'altra parte delle Scritture Ebraiche. Probabilmente è da פרח pârach, “germogliare, germinare, fiorire”; e quindi, significherebbe "una progenie", e sarebbe probabilmente applicato alle bestie.
È reso da Girolamo, "calamità"; dalla Settanta, "Sulla mano destra della progenie, o covata ( βλαστοῦ blastou ), sorgono", dove Schleusner congettura che βλαστοι_ blastoi dovrebbe essere letto, "Sulla mano destra sorge una progenie o progenie.
Umbreit lo rende, "eine Brut ... una covata". Quindi Rosenmuller, Noyes e Schultens. L'idea quindi è che questa plebaglia si sia alzata, anche alla sua destra, come una nidiata di animali selvaggi - una semplice plebaglia che gli ha impedito la strada.
Spingono via i miei piedi - Invece di darmi posto, mi spingono e mi affollano dal mio cammino. Una volta l'anziano e l'onorevole si alzarono e stettero in mia presenza, e il giovane si ritirò al mio arrivo, ma ora questa plebaglia indegna si accalca con me, mi urta nei miei passi e non mi mostra alcun modo di rispetto; confronta Giobbe 29:8.
E innalzano contro di me le vie della loro distruzione - Innalzano contro di me vie di distruzione, o vie che tendono a distruggermi. La figura è tratta da un esercito che avanza, che erige bastioni e altri mezzi di attacco progettati per la distruzione di una città assediata. Allo stesso modo, avanzavano costantemente contro Giobbe e premevano su di lui in un modo che era destinato a distruggerlo.
13 Deturpano il mio cammino - Rompono tutti i miei piani. Forse anche qui l'immagine è presa dalla guerra, e Giobbe può rappresentare se stesso come su una linea di marcia, e dice che questa plebaglia arriva e spezza del tutto il suo cammino. Abbattono i ponti e fanno a pezzi la strada, così che è impossibile passare. I suoi piani di vita ne erano imbarazzati, ed erano per lui una seccatura perpetua.
Hanno esposto la mia calamità - Lutero rende questa parte del versetto: "Era così facile per loro ferirmi, che non avevano bisogno di aiuto". La traduzione letterale dell'ebraico qui sarebbe: "profittano per la mia rovina"; cioè, portano come profitto alla mia rovina; lo aiutano su; lo promuovono. Un'espressione simile si trova in Zaccaria 1:15 , "Ero solo un po' dispiaciuto, e hanno aiutato a far avanzare l'afflizione;" cioè, hanno aiutato a spingerlo in avanti. L'idea qui è che hanno accelerato la sua caduta. Invece di aiutarlo in alcun modo, hanno contribuito con tutto il possibile per farlo cadere nella polvere.
Non hanno alcun aiuto - Sono state date interpretazioni molto varie di questa frase. Può significare che l'hanno fatto da soli, senza l'aiuto di altri; o che erano persone che erano tenute in orrore e che nessuno avrebbe aiutato; o che erano persone senza valore e abbandonate. Schultens ha mostrato che la frase "uno che non ha aiuto" è proverbiale tra gli arabi e denota una persona senza valore, o una delle classi più basse.
A riprova di ciò, cita l'Hamasa, che così traduce, Videmus vos ignobiles, pauperes, quibus nullus ex reliquis hominibus adjutor. Vedi anche altre espressioni simili da lui citate da scritti arabi. L'idea qui quindi è, probabilmente, che fossero così inutili e abbandonati che nessuno li avrebbe aiutati - un'espressione che denota la massima degradazione.
14 Sono venuti su di me come un'ampia irruzione delle acque - L'ebraico qui è semplicemente, "Come un'ampia breccia sono venuti", e il riferimento potrebbe essere non un'inondazione, come supponevano i nostri traduttori, ma un'irruzione fatta da un nemico attraverso una breccia fatta in un muro. Quando un tale muro cadeva, o quando vi si apriva una breccia, l'esercito assediante si riversava in modo tumultuoso e abbatteva tutti davanti a loro; confronta Isaia 30:13.
Questa sembra essere l'idea qui. I nemici di Giobbe si riversarono su di lui come se si aprisse una breccia in un muro. Un tempo erano trattenuti dal suo grado e dal suo ufficio, come un esercito assediante era da alte mura; ma ora tutte queste restrizioni furono infrante e si riversarono su di lui come un esercito tumultuoso.
Nella desolazione si rotolarono su di me - Tra le rovine rotolarono tumultuosi; oppure arrivavano a barcollare e a rotolare con le rovine del muro. L'immagine è tratta dall'atto di saccheggio di una città, dove l'esercito assediante, dopo aver fatto breccia nelle mura, sembrerebbe precipitare nel cuore della città con le rovine delle mura. Non sarebbe stato sprecato tempo, ma sarebbero seguiti improvvisamente e tumultuosamente sulla breccia, e avrebbero rotolato tumultuosamente lungo.
Il Caldeo lo rende come se si riferisse alle onde ondeggianti e tumultuose del mare, e l'ebreo ammetterebbe una tale costruzione, ma quanto sopra sembra meglio accordarsi con l'immagine che Giobbe probabilmente userebbe.
15 I terrori sono rivolti su di me - Come se fossero tutti rivolti a lui, o fatti convergere verso di lui. Tutto ciò che è adatto a produrre terrore sembrava avere una direzione data verso di lui. Umbreit, e alcuni altri, tuttavia, suppongono che qui ci si riferisca a Dio e che il significato sia: "Dio si rivolge contro di me, i terrori si scagliano contro di me come una tempesta". L'ebraico sopporterà l'una o l'altra costruzione; ma è più enfatico e impressionante supporre che significhi che tutto ciò che era atto a produrre terrore sembrava rivolto contro di lui.
Inseguono la mia anima come il vento - Margine, il mio principale. La parola "loro" qui si riferisce ai terrori. Nel testo originale, la parola תרדף tirâdaph concorda con בלהה ballâhâh, terrori intesi, poiché questa parola è spesso usata come sostantivo collettivo, e con un verbo singolare, oppure può concordare con אהת כל - “ognuno dei terrori mi perseguita .
C'è più difficoltà riguardo alla parola resa “anima” nel testo, e “principale” a margine - נדיבה n e dı̂ybâh. Significa propriamente disponibilità, volontarietà, spontaneità; poi un'offerta volontaria, un sacrificio volontario; poi grandezza, abbondanza. Rosenmuller lo rende: "Il mio vigore". Noyes, "La mia prosperità", e così Coverdale.
Girolamo, "Il mio desiderio", e la Settanta, "La mia speranza svanisce come il vento". Schultens lo traduce: "Perseguitano il mio spirito generoso come il vento". Sembra probabile che la parola si riferisca a una natura generosa, nobile; a un'anima grande e liberale, che manifesta la sua magnanimità in atti di generosità e ospitalità; e l'idea sembra essere che i suoi nemici si scagliassero contro quella natura generosa come una tempesta. Lo ignorarono del tutto, e una natura molto generosa e nobile fu esposta alla furia della tempesta.
E il mio benessere - l' ebraico la mia salvezza; o la mia sicurezza.
Come una nuvola - Come una nuvola svanisce e scompare completamente.
16 E ora la mia anima è riversata su di me - Così in Salmi 42:4 , "Verso la mia anima in me". Diciamo che si è dissolti nel dolore. Il linguaggio deriva dal fatto che l'anima nel dolore sembra perdere ogni fermezza o consistenza. Gli arabi definiscono una persona paurosa, una che ha un cuore acquoso, o il cui cuore si scioglie come l'acqua. No sì.
17 Le mie ossa sono trafitte in me - Le ossa sono spesso rappresentate nelle Scritture come sede di acuti dolori; Salmi 6:2; Salmi 22:14; Salmi 31:10; Salmi 38:3; Salmi 42:10; Proverbi 14:30; confronta Giobbe 20:11.
Il significato qui è che aveva avuto dolori lancinanti o lancinanti durante la notte, che disturbavano e impedivano il suo riposo. È menzionato come un aggravamento speciale delle sue sofferenze che erano "nella notte" - un momento in cui ci aspettiamo riposo.
E i miei tendini non riposano - Vedi la parola qui resa tendini spiegata nella nota al ver. 3. La parola significa letteralmente roditori, e quindi, i denti. La Vulgata lo rende, qui me comedunt, non dormiunt, "coloro che mi divorano non sonnecchiano". La Settanta, νευρά μον neura mou - i miei tendini, o arterie.
Schleusner. Lutero, "Coloro che mi divorano". Coverdale, Sinews. Non vedo motivo di dubitare che si tratti dei denti o delle mascelle, e che Giobbe si riferisca al violento dolore al dente, tra i dolori più acuti a cui è soggetto il corpo. L'idea è che ogni parte del corpo fosse malata e piena di dolore.
18 Per la grande forza della mia malattia - Le parole "della mia malattia" non sono in ebraico. L'interpretazione abituale del passaggio è che in conseguenza della natura ripugnante e offensiva della sua malattia, il suo vestito era diventato scolorito o contaminato - cambiato dall'essere bianco e chiaro a sporco e offensivo. Alcuni l'hanno inteso come riferito alla pelle, e come denotante che era così affetto dalla lebbra, che difficilmente poteva essere riconosciuto.
Umbreit suppone che significhi: "Attraverso l'onnipotenza di Dio la mia veste bianca d'onore è stata trasformata in una stretta veste di dolore" - trauerkleid. Il dottor Good lo rende: "Dall'abbondanza dell'acrimonia"; cioè, dell'umorismo feroce o acrimonioso, "è cambiato in una veste per me". Coverdale, "Con tutto il loro potere hanno cambiato la mia veste e mi hanno cinto di essa, come fosse un cappotto." Prof. Lee, "Con molta violenza i miei vestiti mi vincolano".
Secondo Schultens, significa: "La mia afflizione si riveste sotto forma del mio vestito"; e tutto il passaggio, che fuori e dentro, dalla testa ai piedi, era tutto malato. La sua afflizione era la sua veste esterna, ed era la sua veste interna, il suo mantello e la sua tunica. L'ebraico è difficile. La frase resa "dalla grande forza" significa, letteralmente, "dalla moltitudine di forze" - e può riferirsi alla forza della malattia, o alla forza di Dio, o alla forza con cui lo cingeva la sua veste.
La parola resa “è cambiata” - יתחפשׂ yitchâphaś, è da חפשׂ châphaś, cercare, cercare nel Qal; nell'Hithpael, la forma qui usata, di lasciarsi cercare; nascondersi; camuffarsi; 1 Re 20:38.
Secondo questo, significherebbe che la sua veste è stata disquisita; cioè, il suo aspetto è stato cambiato dalla forza della sua malattia. Gesenio. Girolamo lo rende: “Nella loro moltitudine, la mia veste è consumata; la Settanta, "Con grande forza ha afferrato la mia veste". Di queste varie interpretazioni, è impossibile determinare quale sia quella corretta. L'interpretazione prevalente sembra essere che a causa della sua malattia la sua veste sia stata cambiata nel suo aspetto, in modo da diventare offensivo, e tuttavia questo è un senso un po' debole da dare al passaggio.
Forse la spiegazione di Schultens è la migliore: “Per la grandezza del potere, il dolore o la malattia sono diventati la mia veste; mi cinge come la bocca della mia tunica». Ha mostrato, con una grande varietà di esempi, che è comune nella poesia araba paragonare il dolore, la malattia, l'ansia, ecc., all'abbigliamento.
Mi lega come il colletto della mia giacca - Il colletto della mia tunica, o sotto gli indumenti. Questo era fatto come una camicia, da raccogliere intorno al collo, e l'idea è che la sua malattia si adattasse a lui e fosse raccolta intorno a lui.
19 Mi ha gettato nel fango - Cioè, Dio l'ha fatto. In questo libro il nome di Dio è spesso inteso là dove l'oratore sembra evitarlo, affinché non si ripeta inutilmente. Sul significato dell'espressione qui si vedano le note a Giobbe 9:31.
E sono diventato come polvere e cenere - O in apparenza, o sono considerato inutile come il fango delle strade. Rosenmuller suppone che significhi: "Sono più simile a una massa di materia inanimata che a un uomo vivente".
20 Io grido a te e tu non mi ascolti - Questa era una lamentela che Giobbe faceva spesso, che non poteva ottenere l'orecchio di Dio; che la sua preghiera non era considerata e che non poteva portare la sua causa davanti a lui; confrontare Giobbe 13:3 , Giobbe 13:19 ff e Giobbe 27:9.
Mi alzo - Stare in piedi era una posizione di preghiera comune tra gli antichi; vedere Ebrei 11:21; 1 Re 8:14 , 1 Re 8:55; Nehemia 9:2. Il significato è che quando Giobbe si alzò per pregare, Dio non considerò la sua preghiera.
21 Sei diventato crudele con me - Margin, trasformato in essere. Questo linguaggio, applicato a Dio, sembra essere duro e irriverente, e ci si può ben domandare se la parola crudele non esprima un'idea che Giobbe non intendeva. La parola ebraica אכזר 'akzâr deriva da una radice obsoleta כזר - non trovata in ebraico. La radice araba, quasi uguale a questa, significa rompere con la violenza; sbaragliare come un nemico; poi arrabbiarsi.
Nel siriaco, l'idea primaria è quella di un soldato, e quindi può riferirsi a tali atti di violenza che un soldato comunemente commette. La parola ricorre in ebraico nei seguenti luoghi, ed è tradotta nel modo seguente. È reso "crudele" in Deuteronomio 32:33; Giobbe 30:21; Proverbi 5:9; Proverbi 11:17; Proverbi 12:10; Proverbi 17:11; Proverbi 27:4; Isaia 13:9; Geremia 6:23; Geremia 50:42; Geremia 30:14; e feroce in Giobbe 41:10.
Girolamo lo rende, mutatus mihi in crudelem - "tu sei cambiato in modo da diventare crudele con me;" la Settanta lo rende, ἀνελεημόως aneleēmonōs - spietato; Luther, Du bist mir verwandelt in einem Grausamen - "tu sei cambiato per me in un crudele"; e così Umbreit, Noyes e traduttori in generale. Forse la parola feroce, severo o aspro, esprimerebbe l'idea; tuttavia bisogna ammettere che Giobbe, nella gravità delle sue sofferenze, è spesso tradito in un linguaggio che non può essere per noi un modello, e che non possiamo rivendicare.
Con la tua mano forte - Margine, la forza. Così l'ebreo. La mano è lo strumento con cui realizziamo qualsiasi cosa; e quindi, tutto ciò che Dio fa viene fatto risalire alla sua mano.
Tu opposest thyselph contro di me - - תשׂטמני tisaṭamēniy. La parola שׂטם śâṭam, significa stare in agguato per chiunque; tendere lacci; tendere una trappola; vedi Giobbe 16:9 , dove ricorre la stessa parola, e dove è resa "chi mi odia", ma dove sarebbe meglio resa mi insegue, o mi perseguita. Il significato è che Dio era diventato suo avversario, o si era messo contro di lui. C'era una severità nei suoi rapporti con lui, come se fosse diventato un nemico.
22 Tu mi sollevi al vento - Il senso qui è, che fu sollevato come stoppia da una tempesta, e sospinto senza pietà. La figura di cavalcare il vento o il turbine è comune negli scrittori orientali, e in effetti altrove. Quindi Milton dice,
"Scavalcano l'aria in un vortice".
Così Addison, parlando dell'angelo che esegue i comandi dell'Onnipotente, dice:
“Cavalca nel turbine e dirige la tempesta.”
Coverdale rende questo verso: "In passato mi hai innalzato in alto, per così dire al di sopra del vento, ma ora mi hai fatto cadere molto dolorosamente". Rosenmuller pensa che l'immagine qui non sia presa da paglia o pula che è spinta dal vento, ma che il significato di Giobbe sia che è sollevato e portato in alto come una nuvola. Ma l'immagine della pula o della paglia, presa dal turbine e portata in giro, sembra meglio accordarsi con lo scopo del brano.
L'idea è che la tempesta della calamità avesse spazzato via ogni cosa, e l'avesse portato in giro come un oggetto indegno, fino a quando non era stato consumato e rovinato. È possibile che Giobbe si riferisca in questo passaggio alla tempesta di sabbia che talvolta si verifica nei deserti dell'Arabia. La seguente descrizione di una tale tempesta di Mr. Bruce (vol. 4:pp. 553, 554) fornirà un'illustrazione della forza e della sublimità del passaggio.
È copiato da Taylor's Fragments, in Calmet's Dictionary, vol. 3:235: "Il quattordici", dice Bruce, "alle sette del mattino, abbiamo lasciato Assa Nagga, il nostro corso è diretto a nord. All'una scendemmo tra alcune acacie a Waadiel Halboub, dopo aver percorso ventuno miglia. Siamo stati qui allo stesso tempo sorpresi e terrorizzati da uno spettacolo, sicuramente uno dei più magnifici del mondo.
In quella vasta distesa di deserto da ovest e nord-ovest di noi, abbiamo visto un numero di prodigiosi pilastri di sabbia a diverse distanze, a volte che si muovevano con grande celerità, altre che avanzavano con maestosa lentezza; a tratti pensavamo che arrivassero in pochissimi minuti a travolgerci, e piccole quantità di sabbia in realtà più di una volta ci raggiungevano. Di nuovo si sarebbero ritirati in modo da essere quasi fuori vista - le loro cime raggiungevano le nuvole stesse. Là le cime spesso si separavano dai corpi; e queste, una volta disgiunte, si dispersero nell'aria, e non apparvero più.
A volte erano rotte vicino al centro, come se fossero state colpite da un grosso colpo di cannone. Verso mezzogiorno cominciarono ad avanzare con notevole rapidità su di noi, il vento era molto forte a nord. Undici di loro si schieravano al nostro fianco per una distanza di circa tre miglia. Il diametro più grande del più grande mi sembrava a quella distanza come se misurasse due piedi. Si ritirarono da noi con un vento di sud-est, lasciando nella mia mente un'impressione a cui non so dare un nome, anche se sicuramente un ingrediente in essa era la paura, con una notevole quantità di meraviglia e stupore.
Era vano pensare di volare; il cavallo più veloce, o il veliero più veloce, non poteva essere di alcuna utilità per portarci fuori da questo pericolo, e la piena persuasione di questo mi inchiodava come se fossi nel punto in cui mi trovavo, e lasciava che i cammelli guadagnassero su di me così tanto nella mia stato di zoppia, che con una certa difficoltà riuscivo a superarli.
“Tutta la nostra compagnia era molto scoraggiata, tranne Idris, e immaginava di avanzare in vortici di sabbia mobile, da cui non avrebbero mai potuto districarsi; ma prima delle quattro del pomeriggio questi fantasmi della pianura erano tutti caduti a terra e scomparsi. La sera arrivammo a Waadi Dimokea, dove passammo la notte, molto sfiduciati, e la nostra paura aumentò di più, quando scoprimmo, al risveglio al mattino, che un lato era perfettamente sepolto nella sabbia che il vento aveva soffiato sopra di noi nella notte.
“Il sole che splendeva attraverso i pilastri, che erano più spessi e contenevano, a quanto pare, più sabbia di tutti i giorni precedenti, sembrava dare a quelli più vicini un aspetto come se fosse punteggiato di stelle d'oro. Non credo che in nessun momento sembravano essere più vicini di due miglia. La circostanza più notevole fu che la sabbia sembrava trattenersi in quel vasto spazio circolare, circondato dal Nilo alla nostra sinistra, nel fare il giro di Chaigie verso Dougola, e raramente fu osservata molto ad est di un meridiano, passando lungo il Nilo attraverso il Magizan, prima che prenda quel turno; mentre il simoom era sempre dalla parte opposta della nostra rotta, venendoci addosso da sud-est.
“La stessa apparenza di pilastri mobili di sabbia ci si è presentata oggi nella forma e nella disposizione come quelle che avevamo visto a Waadi Halboub, solo che sembravano essere più numerosi e meno grandi. Vennero parecchie volte in una direzione vicina a noi, cioè, credo, entro meno di due miglia. Cominciarono, subito dopo l'alba, come un folto bosco, e quasi oscurarono il sole; i suoi raggi che li attraversavano per quasi un'ora, davano loro l'aspetto di colonne di fuoco”.
“Se la mia congettura”, dice Taylor, “è ammissibile, ora vediamo una magnificenza in questo immaginario, non apparente prima: vediamo come la dignità di Giobbe potrebbe essere esaltata nell'aria; potrebbe assurgere a grande grandezza, importanza e persino terrore agli occhi degli spettatori; potrebbe cavalcare il vento, che lo trascina, facendolo avanzare o recedere; e, dopo tutto, quando il vento diminuisce, potrebbe disperdersi, dissiparsi, fondere questo pilastro di sabbia nel livello indistinguibile del deserto. Questo paragone sembra adattarsi proprio alla mente di un arabo; che deve aver visto, o essere stato informato, di fenomeni simili nei paesi intorno a lui”.
E dissolvi la mia sostanza - Margine, o saggezza. La parola resa "dissolvere", significa sciogliere, scorrere verso il basso, e poi far sciogliere, far struggersi e perire; Isaia 64:7. Viene applicato a un esercito oa un esercito che sembra dissolversi; 1 Samuele 14:16.
Si applica anche a chi sembra sciogliersi con paura e terrore; Esodo 15:15; Giosuè 2:9 , Giosuè 2:24. Qui il significato probabilmente è che Dio fece sciogliere Giobbe, per così dire, con terrori e allarmi.
Era come uno preso da un turbine, e trascinato dalla tempesta, e che, in tali circostanze, sarebbe dissolto dalla paura. La parola resa “sostanza” ( תשׁיה tûshı̂yâh ) è stata interpretata in modo molto vario. La parola, come è scritta nel testo, significa aiuto, liberazione, scopo, impresa, consiglio o comprensione; vedi Giobbe 5:12; Giobbe 6:13; Giobbe 11:6.
Ma da alcuni, e tra gli altri. Gesenius, Umbreit e Noyes, si suppone che dovrebbe essere letto come un verbo, תשוה da שוה - temere. Secondo questo, il significato è "tu mi terrorizzi". Questo concorda meglio con la connessione; è più brusco ed enfatico, ed è probabilmente la vera interpretazione.
23 Perché so che mi condurrai alla morte - Questo è il linguaggio della disperazione. Occasionalmente Giobbe sembra aver avuto la certezza che le sue calamità sarebbero passate e che Dio si sarebbe mostrato suo amico sulla terra (confronta le note a Giobbe 19:25 ), e altre volte pronuncia il linguaggio della disperazione.
Tale sarebbe comunemente il caso di un brav'uomo afflitto com'era, e agitato da speranze e paure alternate. Non dobbiamo definire queste espressioni come contraddizioni. Tutto ciò di cui l'ispirazione è responsabile è la giusta registrazione dei suoi sentimenti; e che dovrebbe avere speranze e paure alternate è completamente in accordo con ciò che accade quando siamo afflitti. Qui la visione dei suoi dolori sembra essere stata così opprimente, che dice che sapeva che dovevano finire con la morte. La frase "alla morte" significa alla casa dei morti, o al luogo dove sono i morti. Umbreit.
E alla casa destinata a tutti i viventi - La tomba; confronta Ebrei 9:27. Quella casa o casa è “prevista” per tutti. Non è un caso che veniamo lì, ma è perché il Grande Arbitro della vita lo ha ordinato. Che commovente considerazione dovrebbe essere che una casa del genere sia destinata a tutti! Una casa così buia, così cupa, così solitaria, così ripugnante! per tutti quelli che siedono sui troni; per tutti coloro che si muovono nelle sale della musica e del piacere; per tutti quelli che si muovono in splendide carrozze; per tutti i belli, i felici, i vigorosi, i virili; per tutti nei mercati degli affari, nelle scene basse di dissipazione e nel santuario di Dio; per ogni giovane e anziano, questa è la casa! Eccoli finalmente; ed eccoli sdraiati nello stretto letto! La mano di Dio li porterà tutti lì; e là mentiranno finché la sua voce non li chiamerà al giudizio!
24 Tuttavia non tenderà la mano alla tomba - Margine, mucchio. Nella nostra versione comune questo versetto non fornisce un'idea molto chiara, ed è abbastanza evidente che i nostri traduttori disperavano di dargli un senso coerente e cercavano semplicemente di tradurlo letteralmente. Il verso è stato reso da ogni espositore quasi a modo suo; e sebbene quasi nessuno di loro sia d'accordo, tuttavia è notevole che le versioni date siano tutte belle, e forniscano un senso che ben si accorda con lo scopo del passaggio.
La Vulgata lo rende: “Ma non al loro consumo manderai la loro mano; e se cadono, tu li salverai». La Settanta, "Oh se potessi imporre le mani violente su me stesso, o implorare un altro, e lui lo facesse per me, Lutero lo rende, "Eppure non tenderà la mano all'ossario, e non grideranno davanti al suo distruzione." No sì:
“Quando stende la mano, la preghiera
non serve a niente,
Quando porta distruzione, vano è il
Piangere per aiuto."
Umbreit lo rende:
Nur mog' er nicht an den zerstorten Haufen Hand anlegen!
Oder mussen jene selbst in ihrem Tode schreien?
“Solo se non avesse posato la mano sui Mucchi dei distrutti!
O devono gridare anche questi nella loro morte?”
Secondo questa interpretazione, Giobbe parla qui con amara ironia. "Morirei volentieri", dice, "se Dio solo permettesse che tacessi quando sarò morto". Avrebbe voluto che l'edificio del corpo fosse demolito, purché le rovine potessero riposare in pace. Rosenmuller dà lo stesso senso espresso da Noyes. In mezzo a questa varietà di interpretazioni, non è affatto facile determinare il vero significato del passaggio.
La principale difficoltà nell'esposizione risiede nella parola בעי b e ‛ı̂y, resa nel testo "nella tomba", e nel margine "mucchio". Se quella parola è composta dalla preposizione ב b e e עי ‛ ı̂y, significa letteralmente "in rovina, o nella spazzatura" - perché così la parola עי ‛ ı̂y è usata in Michea 1:6; Geremia 26:18; Michea 3:12; Salmi 79:1; Nehemia 4:2 , Nehemia 4:10.
Ma Gesenius suppone che sia una sola parola, dalla radice obsoleta בעה , Caldeo בעא , “pregare, supplicare”; e secondo questo il significato è: “Sì, la preghiera è nulla quando stende la mano; e nella sua (di Dio) distruzione, il loro grido non vale”.
Il prof. Lee interpreta la parola ( בעי b e ‛ı̂y ) nello stesso senso, ma dà un significato un po' diverso all'intero passaggio. Secondo lui il significato è: “Tuttavia, sulla preghiera non metterai la mano; certo, quando distrugge, solo in questo c'è salvezza”. Schultens si accorda molto vicino al sentimento espresso da Umbreit, e lo rende: “Eppure nemmeno nella tomba rilasserebbe la sua mano, se nella sua distruzione ci fosse un sollievo.
Questo sentimento è molto forte, e rasenta l'empietà, e non dovrebbe essere adottato se è possibile evitarlo. Sembra che Giobbe sentisse che Dio era disposto a perseguire la sua animosità anche nelle regioni dei morti, e che avrebbe avuto piacere nel portare avanti l'opera di distruzione e afflizione nelle rovine della tomba. Dopo l'esame più accurato che ho potuto dare di questo difficile passaggio, mi sembra probabile che il seguente sia il senso corretto.
Giobbe significa affermare un principio generale e importante - che c'era riposo nella tomba. Ha detto che sapeva che Dio lo avrebbe portato laggiù, ma quello sarebbe stato uno stato di riposo. La mano di Dio che produceva dolore, non vi sarebbe arrivata, né vi si sarebbero sentiti i dolori vissuti in questo mondo, purché vi fosse stata una vita di preghiera. Nonostante tutte le sue afflizioni, quindi, e la sua sicura convinzione che sarebbe morto, aveva una fiducia incrollabile in Dio.
In accordo con ciò, la seguente parafrasi trasmetterà il vero senso. “So che mi porterà alla tomba. Tuttavia ( אך 'ak ), sulle rovine ( בעי b e ‛ı̂y ) - del mio corpo, le rovine nella tomba - "non stenderà la mano" - per affliggermi là o per inseguire coloro che vi giacciono con calamità e giudizio; se nella sua distruzione ( בפידו b e pıydo ) - nella distruzione o la desolazione che Dio porta su di persone - tra le quali ( להן lahen ) - tra coloro che sono quindi consegnato alle rovine della tomba - v'è la preghiera ( שׁוע shua '); se gli è stata offerta una supplica o è salita davanti a lui un grido di misericordia.
” Questa parafrasi abbraccia ogni parola dell'originale; salva la necessità di tentare di cambiare il testo, come è stato spesso fatto, e dà un significato che si accorda con lo scopo del passaggio, e con la convinzione uniforme di Giobbe, che Dio alla fine lo avrebbe vendicato e avrebbe mostrato che lui stesso era proprio nel suo governo.
25 Non ho pianto... - Giobbe qui fa appello alla sua vita precedente, e dice che era stata una caratteristica della sua vita manifestare compassione agli afflitti e ai poveri. Il suo scopo nel fare questo è, evidentemente, mostrare quanto fosse straordinario che fosse così afflitto. "Me lo meritavo", il senso è, "un lotto così difficile? È stato causato da me per colpa mia, o come punizione per una vita in cui nessuna compassione è stata mostrata agli altri?" Così lontano da ciò, dice, che tutta la sua vita si era distinta per la tenera compassione per coloro che erano in difficoltà e nel bisogno.
In difficoltà - Margine, come in ebraico, duro di giorno. Quindi diciamo, "un uomo ha un momento difficile", o ha un destino difficile.
26 Quando ho cercato bene - Quando ho pensato che mi sarebbe stato mostrato rispetto; o quando aspettavo con impazienza una vecchiaia onorata. Mi aspettavo di essere reso felice e prospero attraverso la vita, come risultato della mia rettitudine e benevolenza; ma, invece, venne la calamità e spazzò via tutte le mie comodità. Ha sperimentato l'instabilità che la maggior parte delle persone è chiamata a sperimentare, e il rapporto divino con lui ha mostrato che non si poteva fare affidamento su piani fiduciosi di felicità in questa vita.
27 Le mie viscere ribollevano - O meglio, le mie viscere ribollevano - poiché si riferisce alle sue circostanze presenti, e non al passato. È chiaro che con questa frase intende descrivere una profonda afflizione. Le viscere, nelle Scritture, sono rappresentate come sede degli affetti. Con questo si intende l'intestino superiore, o la regione del cuore e dei polmoni. La ragione è che lì si sentono profonde emozioni della mente.
Il cuore batte veloce; o è pesante e addolorato; oppure sembra sciogliersi in noi nell'esercizio della pietà o della compassione; confronta le note di Isaia 16:11. L'idea qui è che la sede del dolore e del dolore è stata colpita dalle sue calamità. Né la sensazione era lieve. Le sue emozioni le paragonò all'acqua agitata e bollente.
È possibile che ci sia qui un'allusione alla natura infiammatoria della sua malattia, che produce calore e dolore interni; ma è più probabile che si riferisca all'angoscia mentale che ha sopportato.
I giorni di afflizione mi hanno impedito - letteralmente, "mi hanno anticipato" - perché così era usata in passato la parola prevenire, e così è usata uniformemente nella Bibbia; vedi le note a Giobbe 3:12; confronta Salmi 59:10; lxxix. 8; Salmi 88:13; Salmi 119:148; 1 Tessalonicesi 4:15.
C'è nella parola ebraica ( קדם qâdam ) l'idea che giorni di angoscia siano giunti in modo inaspettato, o che abbiano anticipato il compimento dei suoi piani. Tutti i suoi progetti e le sue speranze di vita erano stati anticipati da questi dolori travolgenti.
28 Sono andato in lutto - O meglio, "Vado", al tempo presente, perché ora si riferisce alle sue attuali calamità, e non a ciò che era passato. La parola resa "lutto", tuttavia ( קדר qâdar ), significa qui piuttosto essere scuro, sporco, abbronzato. Significa letteralmente essere sporco o torbido, come un torrente, Giobbe 6:16; poi andare in giro in abiti sporchi, come fanno coloro che piangono, Giobbe 5:11; Geremia 14:2; poi essere bruno, o di un colore scuro, o diventare scuro.
Così, è applicato al sole e alla luna che diventano scuri in un'eclissi, o quando sono coperti da nuvole, Geremia 4:28; Gioele 2:10; Gioele 3:15; Michea 3:6.
Qui si riferisce al fatto che, per la semplice forza della sua malattia, la sua pelle era diventata scura e bruna, sebbene non fosse stato esposto ai raggi ardenti del sole. L'ira di Dio si era accesa su di lui, ed era diventato nero sotto di essa. Girolamo, invece, lo rende moerens, lutto. La Settanta, "vado gemendo ( στένων stenōn ) senza ritegno, o limite" - ἄνευ φιμοῦ aneu fimou. Il caldeo lo traduce אוכם , "nero".
Senza sole - Senza essere esposti al sole; o senza l'agenzia del sole. Sebbene non esposto, era diventato scuro come se fosse stato un lavoratore a giornata esposto a un sole cocente.
Mi sono alzato - Oppure, mi sono alzato.
E ho pianto nella congregazione - Emetto le mie grida nella congregazione, o quando sono circondato dalle persone riunite. Una volta mi sono alzato per consigliarli, ed essi si sono posati sulle mie labbra per un consiglio; ora mi alzo solo per piangere sulle mie calamità accumulate. Ciò indica il grande cambiamento che era sopraggiunto su di lui e la profondità dei suoi dolori. Un uomo piangerà facilmente in privato; ma sarà lento a farlo, se può evitarlo, quando è circondato da una moltitudine.
29 Sono un fratello per i draghi - Cioè, le mie forti lamentele e le mie grida assomigliano alle dolenti urla di animali selvaggi, o dei mostri più spaventosi. La parola “fratello” è spesso usata in questo senso, per denotare somiglianza sotto ogni aspetto. La parola “draghi” qui ( תנין tannı̂yn ), denota propriamente un mostro marino, un grande pesce, un coccodrillo; o l'animale immaginario con le ali chiamato drago; vedere le note in Isaia 13:22.
Gesenius, Umbreit e Noyes, rendono questa parola qui sciacalli - un animale tra un cane e una volpe, o un lupo e una volpe; un animale che abbonda di deserti e solitudini, e che fa un grido dolente nella notte. Così il siriaco lo rende un animale somigliante a un cane; un cane selvatico. Castell. Questa idea concorda con la portata del brano meglio del comune riferimento a un mostro marino oa un coccodrillo. “Il Deeb, o Sciacallo”, dice Shaw, “è di un colore più scuro della volpe, e all'incirca della stessa grandezza.
Grida ogni notte nei giardini e nei villaggi, nutrendosi di radici, frutti e carogne”. Viaggi, pag. 247, Ed. Oxford, 1738. È evidente che si intende qualche animale selvatico, distinto per un lugubre verso, o ululato; e il passaggio si accorda meglio con la descrizione di uno sciacallo che con il sibilo di un serpente o il rumore del coccodrillo. Bochart suppone che l'allusione sia ai draghi, perché erigono le loro teste e le loro mascelle sono aperte, e sembrano lamentarsi contro Dio a causa della loro condizione umile e miserabile.
Taylor (Concord.) suppone che significhi sciacalli o thoes, e si riferisce ai seguenti luoghi in cui la parola può essere usata così; Salmi 44:19; Isaia 13:22; Isaia 34:13; Isaia 35:7; Isaia 43:20; Geremia 11:11; Geremia 10:22; Geremia 49:33; Geremia 51:37; Lamentazioni 4:3; Michea 1:8; Malachia 1:3.
E un compagno per i gufi - Margine, struzzi. La parola compagno qui è usata in un senso simile a fratello nell'altro membro del parallelismo, per denotare la somiglianza. L'ebraico, qui reso gufi, è, letteralmente, figlie della risposta, o del clamore - יענה בנות b e nôth ya‛ănâh. Il nome è dato a causa del grido lamentoso e luttuoso che viene fatto.
Bochart. Gesenius suppone, tuttavia, che sia a causa della sua avidità e gola. Il nome "figlie dello struzzo". denota propriamente la femmina di struzzo. La frase, tuttavia, è usata per lo struzzo di entrambi i sessi in molti luoghi; vedere Gesenius sulla parola יענה ya‛ănâh ; confronta le note di Isaia 13:21.
Per un esame completo del significato della frase, vedi Bochart, Hieroz. P. ii. L. 2. cap. xiv. pp. 218-231; vedi anche Giobbe 39:13. Non c'è dubbio che lo struzzo sia qui inteso, e Giobbe intende dire che il suo lutto somigliava al dolente rumore prodotto dallo struzzo nel deserto solitario. Shaw, nei suoi Viaggi, dice che durante la notte “loro (gli struzzi) fanno rumori molto dolenti e orribili; che a volte sarebbe come il ruggito di un leone; altre volte somigliava di più alla voce più rauca di altri quadrupedi, in particolare del toro e del bue. Li ho sentiti spesso gemere come se fossero in agonia».
30 La mia pelle è nera su di me; - vedi Giobbe 30:28. Era diventato nero per la forza della malattia.
Le mie ossa sono bruciate dal calore - Le ossa, nelle Scritture, sono spesso rappresentate come sede del dolore. La malattia di Giobbe sembra aver pervaso tutto il corpo. Se fosse l'elefantiasi (vedi le note a Giobbe 2:7 ), questi effetti sarebbero prodotti naturalmente.
31 Anche la mia arpa è mutata in lutto - Ciò che prima emetteva suoni allegri, ora dà solo note di lamento e lamento. L'arpa era probabilmente uno strumento originariamente concepito per dare suoni di gioia. Per una descrizione, vedere le note in Isaia 5:12.
E il mio organo - La forma di quello che qui viene chiamato l'organo, non è certamente nota. La parola עגב ‛ ûgâb deriva senza dubbio da עגב ‛ âgab, “respirare, soffiare”; e molto probabilmente lo strumento inteso dall'eroe era la pipa. Per una descrizione, vedere le note in Isaia 5:12.
Anche questo strumento veniva suonato, come sembrerebbe, in occasioni gioiose, ma ora Giobbe dice che era trasformato in dolore. Tutto ciò che era stato gioioso con lui era fuggito. Il suo onore è stato portato via; i suoi amici erano spariti; quelli che lo avevano trattato con riverenza ora stavano a distanza, o lo trattavano con disprezzo; la sua salute era scomparsa, e il suo aspetto precedente, che indicava uno stato di benessere, era cambiato per la carnagione scura prodotta dalla malattia, e gli strumenti della gioia ora emettevano solo note di dolore.
Esposizione della Bibbia di John Gill:
Giobbe 30
1 INTRODUZIONE AL LAVORO 30
Giobbe in questo capitolo espone il suo stato e la sua condizione allora infelici, in contrasto con il suo precedente stato di prosperità descritto nel capitolo precedente: le cose avevano preso una strana piega, ed erano proprio l'opposto di quello che erano prima; colui che prima godeva di tanta stima e credito presso ogni sorta di uomini, giovani e vecchi, alti e bassi, ricchi e poveri, ora è deriso dagli uomini più meschini e vili, i cui caratteri sono descritti, Giobbe 30:1-8 ; e vengono riportati gli esempi del loro disprezzo nei suoi confronti con parole e gesti, Giobbe 30:9-14 ; colui che godeva di tanta tranquillità d'animo e salute del corpo, è ora pieno di angosce dell'anima e di malattie corporali, Giobbe 30:15-19 ; e colui che godeva tanto della presenza di Dio, e della comunione con lui, e del suo amore e favore, era ora trascurato, e, come pensava, crudelmente usato da lui, che non solo aveva distrutto le sue sostanze, ma stava per portarlo alla tomba, Giobbe 30:20-24 ; tutto ciò che gli venne addosso, sebbene avesse un cuore solidale con i poveri e con coloro che erano in difficoltà, e quando si aspettava cose migliori, Giobbe 30:25-28 ; e chiude il capitolo, lamentandosi della sua triste e dolorosa situazione, Giobbe 30:29-31
Versetto 1. Ma ora [quelli che sono] più giovani di me mi hanno in scherno,
Non intendendo i suoi tre amici, che erano uomini d'età, e non erano, almeno tutti, più giovani di lui, vedi Giobbe 15:10; 32:6,7 ; né erano di estrazione così meschina, e creature di vita così bassa, e di caratteri come qui descritti; con tale Giobbe non avrebbe mai avuto una corrispondenza nel tempo della sua prosperità; sia loro che i loro padri, in apparenza, erano entrambi grandi e buoni; ma questi erano un gruppo di dissoluti e disgraziati, che, non appena gli si abbattevano i guai di Giobbe, lo deridevano, lo deridevano e lo deridevano, sia con le parole che con i gesti; e che avrebbero potuto fare anche prima che i suoi tre amici venissero da lui, e durante i loro sette giorni di silenzio con lui, e mentre questo dibattito si svolgeva tra loro, incoraggiati ad esso dal loro comportamento verso di lui; Essere derisi da qualcuno è sgradevole alla carne e al sangue, sebbene sia la sorte comune degli uomini buoni, specialmente in circostanze povere e afflitte, e da sopportare pazientemente; ma essere così usato da persone più giovani e inferiori ne è un aggravamento; come lo era Giobbe, anche dai bambini piccoli, come lo era anche il profeta Eliseo, 2Re 2:23 ; vedi Giobbe 19:18 ;
i cui padri avrei disdegnato di mettermi con i cani del mio gregge; o per averli paragonati ai cani che proteggevano il suo gregge dai lupi, avendo in loro alcune buone qualità che non avevano; perché cosa c'è di più amorevole o fedele ai loro padroni, o di più vigilante e vigilante dei loro affari? o di metterli a tavola con i cani del suo gregge; ne erano indegni, anche se sarebbero stati contenti del cibo di cui mangiavano i suoi cani, che vivevano meglio di loro, la cui carne erano malva e radici di ginepro, Giobbe 30:4 ; e ci sarebbe saltato sopra; come il prodigo nel bisogno e nella carestia, come quegli uomini, avrebbe volentieri riempito il suo ventre di bucce che i porci mangiavano; ma come nessuno glieli dava, così Giobbe disdegnava di dare la carne dei suoi cani a quelli come quelli; o di metterli "sopra" i cani del suo gregge, di esserne i custodi, di essere alla testa dei suoi cani e di averne il comando; vedi la frase in 2Samuele 3:8 ; oppure di unirli ai suoi cani, di custodire il suo gregge con loro; erano tali miserabili indegni e infedeli, che non si doveva affidare loro la cura del suo gregge insieme ai suoi cani. Era consuetudine nei tempi antichi, così come nei nostri, che si facesse uso di cani per tenere greggi di pecore lontane dalle bestie da preda, come appare da Orfeo, Omero, Teocrito e altri scrittori: e se i padri di coloro che deridevano Giobbe erano creature così meschine, vili e indegne di valore, cosa dovevano essere i loro figli, inferiori a loro per età e onore, se a loro apparteneva un grado di onore?
2 Versetto 2. sì, a cui mi giova la forza delle loro mani,
Perché, sebbene fossero uomini forti, lussuriosi, robusti, capaci di fare affari, tuttavia la loro forza era quella di stare fermi e incrociare le mani nel petto, in modo che la loro forza non fosse di alcun profitto o utilità per se stessi o per gli altri; erano così pigri e pigri, che Giobbe non poteva impiegarli in nessun suo affare con alcun vantaggio per se stesso; e questa può essere una ragione, tra le altre, per cui disdegnò di metterli con i cani del suo gregge per custodirlo; poiché i padri sembrano essere intesi fin dall'inizio a Giobbe 30:8 ; sebbene non importi molto a quale di essi si applichino le parole, poiché erano come padre come figlio:
In chi è morta la vecchiaia? che non arrivarono alla vecchiaia, ma furono presto consumati dalle loro concupiscenze, o stroncati per i loro peccati; e così la forza e la fatica delle loro mani, se fossero state impiegate, sarebbero state di poco valore; perché il tempo della loro permanenza in servizio sarebbe stato breve, soprattutto essendo oziosi e indolenti: alcuni lo intendono di una vecchiaia vivace e vigorosa, come lo fu in Mosè; ma non essendo in loro, erano inadatti agli affari, vedi Giobbe 5:26 ; o non avevano le doti della vecchiaia, l'esperienza, la saggezza e la prudenza degli antichi, per escogitare, condurre e dirigere gli affari, o dirigerli nella loro gestione, il che avrebbe supplito alla mancanza di forza e di lavoro. Ben Gersom, Bar Tzemach e altri, interpretano la parola del tempo, o il tempo della vita, che è perito o perduto in loro; Tutto il loro corso di vita, trascorso nell'indolenza e nell'ozio, fu tutto tempo perduto
3 Versetto 3. Per la miseria e la carestia [erano] solitari,
Il Targum lo interpreta, senza figli; Ma allora questo non può essere compreso dai padri; piuttosto a causa della carestia e della miseria furono ridotti all'estremo estremo, ed erano privi di cibo come una roccia, o selce dura, da cui non si può ottenere nulla, come significa la parola, vedi Giobbe 3:7 ;
fuggendo nel deserto in tempi passati desolato e desolato: per cercare e provare ciò che potevano ottenere lì per il loro sostentamento e sollievo, fuggendo per paura di essere presi per qualche crimine commesso, o per vergogna, a causa della loro miserabile condizione, non curandosi di essere visti dagli uomini, e quindi fuggirono nel deserto per ottenere ciò che potevano lì: ma poiché gli uomini nel bisogno e nella carestia di solito si recano nelle città e nei luoghi di villeggiatura, dove ci si può aspettare provviste; questo non può essere interpretato come la loro fuga nel deserto, anche se con la loro presenza lì, forse banditi lì, vedi Giobbe 30:5 ; ma del loro "rosicchiare", o mordere l'arido e sterile deserto, e ciò che vi trovavano; dove, avendo pochi comuni, e la fame mordevano, mordevano da vicino; che, sebbene estremamente desolati, erano lieti di nutrirsi di ciò che potevano accendervi; tali miserabili creature mendicanti erano: e con questo concorda ciò che segue
4 Versetto 4. che tagliano la malva dai cespugli,
Che presso i Trogloditi erano di una grande grandezza, o piuttosto "sul cespuglio" o "albero", e quindi non possono significare ciò che chiamiamo malva, che sono erbe sul terreno, e non crescono su alberi o cespugli, e, inoltre, non sono per cibo, ma piuttosto per medicina: sebbene Plutarco dica che erano il cibo del tipo più meschino di persone; così Orazio ne parla come tale; e la parola nell'originale ha un suono simile a quello di una malva; ma significa qualcosa di sale, per cui il signor Broughton lo rende "erbe salate"; così Grozio, come potrebbe crescere in riva al mare, o nelle paludi salmastre; e a Edom, o Idumea, dove viveva Giobbe, c'era una valle di sale, vedi 2Re 14:7. Jarchi dice che è lo stesso con quello che i siriani nella loro lingua chiamano "kakuli", che per loro è una specie di pulsazione; ma ciò che i Turchi oggi chiamano "kakuli" è una specie di erba salata, simile ad "alcali", che è il cibo dei cammelli la Settanta rende la parola con "alima"; e, da diversi uomini dotti moderni, ciò che si intende è pensato essere l'"halimus" di Dioscoride, Galeno e Avicenna; che è simile a un rovo, e cresce nelle siepi e nei luoghi marittimi; le cui cime, quando sono giovani e tenere, vengono mangiate, e le foglie bollite per il cibo, e vengono mangiate dalla povera gente, essendo ciò che presto riempie il ventre, e soddisfa; e sembrano essere gli stessi che i Mori chiamano "mallochia", e gridano per le strade, come cibo per i poveri da comprare: tuttavia nel complesso sembra che siano le cime o le foglie di una sorta di arbusto, che la gente idumeana era solita raccogliere e di cui vivere. La seguente storia è riportata nel Talmud riguardo al re Jannai, che
"andò a Cocalite nel deserto, e quivi sottomise sessanta città fortificate; e, al suo ritorno, si rallegrò grandemente, chiamò tutti i saggi d'Israele e disse loro: I nostri padri mangiarono "malluchim" (la parola usata in questo testo di Giobbe) al tempo in cui erano impiegati nella costruzione del santuario; così mangeremo "malluchim" in ricordo dei nostri padri; e misero "malluchim" su tavole d'oro, e mangiarono";
che la glossa interpreta erbe; il cui nome, in lingua siriaca, è "kakuli"; il Targum è colui che raccoglie le spine invece delle erbe commestibili. Alcuni rendono la parola "ortiche", vedi Giobbe 30:7 ;
radici di ginepro [per] la loro carne, o "pane"; con le radici delle quali i poveri venivano nutriti nel momento del bisogno, come osserva Schindler : che il pane possa essere, ed è stato fatto di radici, è certo, come presso le Indie Occidentali, dalle radici di "ere" e "jucca"; e in particolare le radici di ginepro nei paesi settentrionali sono state usate per il pane; e c'era un popolo in Etiopia sopra l'Egitto, che viveva di radici di canne preparate, ed era chiamato "rhisophagi", "mangiatori di radici": alcuni rendono le parole, "o radici di ginepro per riscaldare", o "scaldare con", come la parola è usata in Isaia 47:14 ; e i carboni di ginepro hanno in sé un calore molto grande e veemente, vedi Salmi 120:3,4 ; Ma se una qualsiasi parte dell'albero di ginepro è stata presa per questo scopo, per riscaldarla quando è fredda, si dovrebbe pensare che i rami, o il corpo dell'albero, dovrebbero essere tagliati, piuttosto che le radici scavate: un altro senso è dato da alcuni, che la carne o il pane devono essere intesi come il sostentamento che queste persone hanno ottenuto scavando radici di ginepro, e vendendoli: ci sono altri che pensano, che non si intendano le radici di ginepro, ma di "ginestra", il cui colpo, o navew, o escrescenza dalle radici di esso, sembrano essere cibo più adatto. Tutto ciò concorda con i Trogloditi, che Plinio rappresenta come ladri e briganti, e, quando sono pressati dalla carestia, scavano erbe e radici: i tagliatori di radici sono annoverati da Manetone tra i peggiori degli uomini
5 Versetto 5. Sono stati cacciati di mezzo [agli uomini],
Dai paesi e dalle città, e da tutta la società civile, come indegni di stare in mezzo a loro; non per un bene, si può osservare, ma per crimini che avevano commesso, come i nostri criminali, e trasportato persone:
gridavano dietro di loro come un ladro; Mentre venivano spinti e correvano, il popolo li chiamava, dicendo: "Ecco un ladro; che dissero in segno di orrore nei loro confronti e per loro vergogna, e affinché tutti fossero avvertiti e ammoniti contro di loro; e, in generale, coloro che sono oziosi e indolenti, e quindi diventano infelici, sono ladri e ladri
6 Versetto 6. Per abitare le rupi delle valli,
O "ruscelli", in quei luoghi cavi come quelli creati dalle inondazioni e dai corsi d'acqua:
[nel] caverne della terra e [nel] rocce; dove si recavano per paura degli uomini, e per vergogna, essendo nudi e miserabili non degni di essere visti: Giobbe ha rispetto per gli Horiti e i Trogloditi, suoi vicini, che abitavano principalmente in quei luoghi
7 Versetto 7. Tra i cespugli ragliavano,
Come asini selvatici; così Seforno, a cui gli uomini malvagi sono giustamente paragonati, Giobbe 11:12 ; o "gridavano", o "gemevano", e "gemevano" tra i cespugli, dove giacevano in agguato; o gemevano per il freddo, o mancavano di cibo; perché l'asino selvatico non si allontana se non quando è nel bisogno, Giobbe 6:5 ;
sotto le ortiche furono radunati insieme; o "sotto i cardi", come alcuni, o "sotto le spine", come altri; sotto le siepi di spine, dove si sdraiano o per ripararsi, o per nascondersi, o per afferrare una preda che potrebbe passare; e così erano persone come nella parabola di Luca 14:23 ; non essendo consuetudine che le ortiche crescano così alte da coprire le persone, almeno non sono un rifugio adeguato, e tanto meno idoneo; anche se alcuni rendono le parole, erano "punti", pieni di vesciche e feriti, una parola derivata da questa che è usata per la crosta della lebbra, Levitico 13:6-8 ; e così pustole e vesciche sono sollevate dal pungiglione delle ortiche: il Targum è,
"sotto le spine erano associati insieme";
sotto siepi di spine, come già osservato; e se l'albero di ginepro è indicato in Giobbe 30:4, si potrebbe dire che sono raccolti sotto le spine quando sono sotto quello; poiché, come dice Plinio , ha spine invece di foglie; e la sua ombra, secondo il poeta, è molto nociva e sgradevole
8 Versetto 8. [Erano] figli di stolti,
I loro genitori erano sciocchi, o lo erano loro stessi; bambini stolti, o uomini stolti, furono quelli che deridevano Giobbe; e la loro derisione nei suoi confronti ne era una prova: il significato non è che fossero idioti, o del tutto privi di ragione e di conoscenza naturale, ma che erano uomini di scarse capacità; erano "simili a Nabal", che è la parola qui usata per loro; e, in verità, si può facilmente concludere, non potevano avere molta conoscenza degli uomini e delle cose, dal loro pedigree, educazione e modo di vivere prima descritti; anche se piuttosto questo può significare che erano uomini malvagi, o figli di tali, che è il senso della parola "stolto" frequentemente nei Salmi di Davide e nei Proverbi di Salomone; E gli uomini possono essere stolti in questo senso, perché non hanno alcuna comprensione delle cose divine e spirituali, che tuttavia hanno abbastanza ingegno per fare il male, sebbene per fare il bene non abbiano conoscenza:
sì, figli di uomini vili, o "uomini senza nome"; una specie senza fama, dice il signor Broughton; una generazione infame di uomini, famosi per nulla; non avevano nome per sangue, nascita e allevamento; per famiglie, per potere e autorità tra gli uomini, non avendo alcun titolo di onore o di ufficio; né per ricchezza, né saggezza, né forza, per cui alcuni hanno un nome; ma questi uomini non avevano altro nome che un malato, per la loro follia e malvagità; non avevano un buon nome, non avevano credito e reputazione presso gli uomini; e forse, a rigor di termini, erano senza nome, essendo una razza spuria e bastarda; o vivere solitari nei boschi e nei deserti, nelle scogliere e nelle grotte; non appartenevano ad alcuna tribù o nazione, e quindi non portavano alcun nome.
sono più vili della terra; che hanno calpestato e che sono indegni di calpestarlo; e di cui erano fatti i loro vili corpi, eppure erano più vili di ciò che è il più vile degli elementi, essendo il più lontano dal cielo, il trono di Dio; non erano così preziosi come alcune parti della terra, l'oro e l'argento, ma erano vili come le scorie della terra, e più vile di così; erano schiacciati e feriti, e "spezzati" più della terra, come significa la parola ; erano piccoli e spregevoli come la polvere della terra e il fango delle strade, e più ancora; o più degli uomini della terra, come osserva Aben Esdra, dei più meschini, dei peggiori e dei più vili degli uomini. Il signor Broughton lo rende "bandito dalla terra"; percossi, colpiti e cacciati dalla terra dove avevano abitato, Giobbe 30:5 ; frustati fuori da essa, come alcuni traducono la parola, come vagabondi; come un gruppo di persone pigre, oziose, ladri, non adatte a stare nella società umana; e da tali persone vili, meschine e umili, Cristo e i suoi apostoli furono maltrattati; vedi Matteo 23:33 27:27,39,44 Atti 17:5
9 Versetto 9. E ora sono io il loro canto,
Il soggetto del loro canto, di cui cantavano ballate per le strade, nei luoghi pubblici, nelle loro feste e allegrie, come Cristo l'antitipo di Giobbe, era il canto dell'ubriacone, Salmi 69:12 ; vedi Lamentazioni 3:14 ; o forse il significato è che si rallegrarono delle sue afflizioni e calamità, e si rallegrarono con esse, il che era crudele e disumano, come fecero i nemici di Davide nelle sue, e quelle persone abiette, meschine e vili, come quelle che si facevano beffe di Giobbe: e così gli Edomiti si rallegrarono per i figli di Giuda, nel giorno della loro distruzione, e come gli abitanti dei paesi papisti si rallegreranno dei testimoni quando saranno uccisi, e faranno festa, Salmi 35:15,16; Abdia 1:12Re 11:9,10 ;
Sì, io sono il loro soprannome: tutti i loro discorsi erano continuamente su di lui, e ad ogni passo usavano il suo nome proverbialmente per un ipocrita, o un uomo malvagio; e così Cristo, di cui Giobbe era un simbolo, divenne un proverbio in bocca agli Ebrei, Salmi 69:11 ; e come gli stessi Ebrei lo sono ora con gli altri, Geremia 24:9
10 Versetto 10. Mi aborriscono,
Come non c'è da meravigliarsi, dal momento che i suoi amici più intimi e intimi lo facevano, Giobbe 19:19 ; lo aborrivano, non per nulla di male in lui; Giobbe era abbastanza pronto ad aborrire se stesso, e se stesso per esso, come faceva quando ne era consapevole, Giobbe 42:6 ; ma per il bene che era in lui, detto o fatto da lui; che portava in sé un rimprovero per loro che non potevano sopportare; vedi Amos 5:10 ; lo aborrivano anche a causa della sua presente meschinità e povertà, e a causa delle sue afflizioni e angosce; e in particolare le malattie del suo corpo; Così Cristo era aborrito dagli scribi, dai farisei e dagli anziani del popolo, i tre pastori che la sua anima detestava e l'anima loro lo aborriva per la sua meschinità e per il suo ministero, e anche da tutta la nazione dei Giudei, dalla massa del popolo, soprattutto quando preferivano Barabba, ladro e omicida, a lui, Marco 15:7,11 ; vedi Zaccaria 11:8; Isaia 49:7 ;
fuggono da me; come da qualche orribile mostro, o persona infetta, come se avesse addosso la peste, o qualche malattia nauseabonda, di cui non potevano sopportare il fetore; così Cristo, il suo antitipo, è stato usato da: il suo popolo; quando lo videro nelle sue afflizioni gli nascosero il volto, non si curarono di guardarlo o di avvicinarsi a lui, Isaia 53:3 ;
e non risparmiarmi di sputarmi in faccia; non solo in sua presenza, come alcuni pensano, che è un senso troppo basso, ma letteralmente e propriamente in suo volto, quando si sono degnati di avvicinarsi a lui; in questo modo obbrobrioso lo usavano, di cui nulla era più indegno e affronto; e non dobbiamo farci scrupolo di interpretarlo in questo senso di Giobbe, poiché il nostro Signore, di cui era il tipo in questa e in altre cose, fu trattato così, Isaia 50:6 Matteo 26:67 27:20
11 Versetto 11. Perché ha sciolto la mia corda,
Non la sua corda d'argento, perché allora deve essere morto immediatamente, Ecclesiaste 12:6 ; sebbene si possa comprendere l'allentamento dei suoi nervi a causa della forza della sua malattia e le afflizioni che ha sopportato da Dio e dagli uomini, vedi Giobbe 30:17 ; o piuttosto dello stato e della condizione frantumata della sua famiglia e delle sue sostanze; il che, mentre godeva, aveva rispetto e riverenza dagli uomini; ma ora che tutto era sciolto, disperso e distrutto, fu trattato con derisione e disprezzo; o, meglio ancora, del suo potere e della sua autorità di magistrato civile, con il quale, come con una corda, legava molti alla sottomissione e all'obbedienza a lui, e che gli imponeva riverenza; ma essendo ora questo sciolto e rimosso da lui, le persone del tipo più vile si comportarono in modo insolente verso di lui; c'è un "Keri", o una lettura marginale di questa clausola, che seguiamo; ma il "Cetib", o testo scritto, è "la sua corda"; e così il signor Broughton lo rende, "ha sciolto la sua corda"; che egli spiega della corda o delle redini del suo governo, che trattiene gli uomini vili dal lottare con i potenti, e che giunge allo stesso senso; poiché il potere e l'autorità che Giobbe aveva come governatore erano di Dio, e che ora aveva allentato; l'allusione può essere alla corda di un arco, che essendo allentata, non può scagliare la freccia; e si può avere rispetto per ciò che Giobbe aveva detto, Giobbe 29:20, "il mio arco si è rinnovato nella mia mano"; poi rimase in forza e la sua forza si rinnovò; ma ora aveva perduto la sua forza e la sua forza, almeno era molto indebolita, così che non poteva difendersi, né punire gli empi.
e mi ha afflitto; cioè, Dio, che è anche inteso nella frase precedente, sebbene non espresso. Le afflizioni di Giobbe furono molte, e vi furono cause seconde di esse, che ne furono i promotori, gli strumenti e i mezzi, come Satana, i Sabei e i Caldei, eppure erano da Dio, come colui che le ha deposte, ordinate e inviate; e così Giobbe le comprese, e sempre come qui le attribuì a lui; per la qual cosa c'era per loro una giusta causa, e un fine a cui dovevano rispondere, e convenne a Giobbe sopportarli pazientemente, e ad aspettare la loro uscita: ora, per questo motivo, le suddette persone furono incoraggiate e incoraggiate a usare Giobbe nel modo cattivo che fecero:
hanno anche sciolto le briglie davanti a me; le restrizioni che erano su di loro quando Giobbe era nella sua prosperità, e aveva in mano le redini del governo; Essi li abbandonarono e non mostrarono alcuna sorta di riverenza nei suoi confronti, né rispetto per lui; e la briglia che era sulla loro bocca, che impediva loro di parlare male di lui mentre era al potere, ora gliela tolsero di dosso, e si diedero una libertà illimitata nel deriderlo, rimproverarlo e insultarlo; vedi Salmi 39:1 ; E questo fecero davanti a lui, alla sua presenza e davanti a lui, che prima erano muti e silenziosi
12 Versetto 12. Alla [mia] destra [mano] si alza il giovane,
"Springeth", come il signor Broughton traduce la parola; tali che sono appena nati all'esistenza, per così dire; la parola sembra avere il significato di giovani uccelli che non si sono involati, non hanno le loro piume su di loro, ma sono appena usciti dal guscio, per così dire; e tali erano questi giovani uomini: alcuni rendono la parola "fiore"; come se si intendesse il fiore degli uomini, il principale e il principale di essi, come lo erano i tre amici di Giobbe, che qui si distinguono dal tipo meschino e più vile di cui si è parlato prima; ma la parola anche in questo senso significa giovani uomini, che sono come boccioli e fiori appena spuntati, o che sono ragazzi senza barba, o le cui barbe stanno appena spuntando; così i giovani sacerdoti sono nella Misnah chiamati "i fiori del sacerdozio": ora questi si levarono non in riverenza verso Giobbe, come facevano i vecchi di prima, ma in modo ostile, per opporsi, resistere, rimproverarlo e deriderlo; si alzarono alla sua destra, presero la sua destra, come se fossero i suoi superiori e superiori; oppure si presentarono alla sua destra, presero la destra per accusarlo, come fece Satana con Giosuè; vedi Salmi 109:6; Zaccaria 3:1 ;
mi spingono via i piedi; Portarono contro di lui pesanti accuse e accuse violente, per abbatterlo e calpestarlo; né avrebbero permesso che si alzasse in piedi e rispondesse per se stesso; Non poteva avere giustizia per lui, e quindi non c'era alcuna posizione per lui. Se questo doveva essere inteso letteralmente, che lo spingevano per gettarlo a terra, o che cercavano di inciampare sui suoi talloni, così che i suoi piedi erano quasi scomparsi, e i suoi passi erano quasi scivolati, era davvero un trattamento molto scortese e indecente da parte sua:
e suscitano contro di me le vie della loro distruzione; come, nell'assediare una città, si alzano monti, fortezze e batterie per distruggerla, così quelle persone si servirono di tutti i modi e mezzi per distruggere Giobbe; o lo calpestarono, e ne fecero un sentiero o una strada rialzata su cui camminare, per distruggerlo completamente. Il signor Broughton rende le parole: "Hanno gettato su di me le cause della loro sventura", gli imputò tutte le loro calamità e miserie, lo rimproverò per questo motivo, e ora erano decisi a vendicarsi di lui
13 Versetto 13. Rovinano il mio cammino,
lo ostacolava nell'esercizio dei doveri religiosi; non gli permetterebbe di seguire le vie e l'adorazione di Dio, né di camminare nei sentieri della santità e della giustizia; o biasimavano il suo santo cammino e la sua santa condotta, e lo trattavano con disprezzo, e trionfavano sulla religione e sulla pietà.
hanno predisposto la mia calamità; aggiunse afflizione ad afflizione, accrebbe i suoi guai con i loro rimproveri e calunnie, e se ne compialì, come se fosse utile oltre che piacevole per loro, vedi Zaccaria 1:15 ;
non hanno aiuto; o nessuna persona di rilievo che si unisse a loro e, per favorirli, assisterli e incoraggiarli; o non ne avevano bisogno, essendo abbastanza avanti di se stessi da dargli tutta l'angoscia e il disturbo che potevano, ed essendo lui così debole e incapace di resistergli; né c'è "nessun soccorritore contro di loro"; nessuno che prenda le parti di Giobbe contro di loro, e lo liberi dalle loro mani, vedi Ecclesiaste 4:1
14 Versetto 14. Mi sono piombati addosso come un grande irruzione [delle acque],
Come quando si apre un'ampia breccia sulle rive di un fiume, o del mare, le acque scorrono in grande abbondanza, con grande rapidità e rapidità; e con una forza irresistibile; e allo stesso modo i nemici di Giobbe si avventarono su di lui in gran numero, travolgendolo in un istante, ed egli non poté opporsi a loro; o come, quando si apre una larga breccia nelle mura di una città assediata, gli assedianti si riversano dentro, e abbattono tutti davanti a loro: e così Giobbe in modo altrettanto violento fu assalito, e abbattuto dalle persone prima descritte:
nella desolazione si sono rotolati [su di me]; come quando si apre una breccia sulla riva di un fiume, o del mare, le acque si infrangono, un'onda e si riversano su un'altra; o, come quando si fa una breccia in un muro, "nel punto rotto cadono"; come lo rende il signor Broughton; i soldati si precipitarono l'uno sull'altro per impossessarsi e impadronirsi del bottino: in tal modo i nemici di Giobbe si avventarono su di lui, per schiacciarlo e distruggerlo; e può essere tradotto: "a causa della desolazione", a causa dell'aver portato su di lui la calamità per renderlo desolato; essi vennero riversati su di lui con tutto il loro numero, forza e forza, per abbatterlo, e schiacciarlo a terra, come l'erba può essere rotolata sopra, e battuta da corpi pesanti
15 Versetto 15. I terrori si sono rivolti contro di me,
Non i terrori di una coscienza colpevole, perché Giobbe ne aveva una chiara e manteneva salda la sua integrità; né i terrori di una legge che malediceva e condannava, perché sapeva di essere giustificato dal suo Redentore vivente, e che i suoi peccati erano perdonati per amor suo; né i terrori della morte, per ciò che gli aveva reso familiare, e lo desiderava grandemente; né i terrori di un giudizio futuro, perché non c'era nulla per cui fosse più sollecito che comparire davanti al tribunale di Dio, e lì prendere il suo processo; ma le afflizioni che erano su di lui dalla mano di Dio che si era rivolta contro di lui, che ora gli nascondeva il volto, e tratteneva le influenze della sua grazia e del suo disegno, e gli appariva come un nemico, e come un crudele nemico; la ragione di tutto ciò non lo conosceva, e questo lo gettò nella costernazione dell'animo e lo riempì di terrore. Alcuni leggono le parole
"la mia gloria si è mutata in terrore";
Invece di essere nell'onore e nella gloria, nella prosperità e nella felicità in cui era stato, ora era posseduto da terrori e angosce di vario genere: altri rendono le parole: "Egli si è rivoltato contro di me, come terrori", o "in terrore", o "con [loro]"; Dio non può essere convertito o cambiato nella sua natura, nella sua volontà, nel suo consiglio, nei suoi propositi e nei suoi decreti, né nel suo amore e affetto per il suo popolo; ma egli può volgersi nelle dispensazioni esteriori della sua provvidenza secondo la sua volontà immutabile, come dal male al bene, Giona 3:9 ; così dal fare il bene al male, Isaia 63:10 ; questo è lamentato dalla chiesa, Lamentazioni 3:3 ; e deprecato da Geremia, Geremia 17:17 ; o c'è "una svolta, il terrore è su di me"; ci fu una svolta molto visibile negli affari di Giobbe sotto molti aspetti, nella sua salute, nelle sue sostanze e nella sua famiglia, e in particolare in questo; mentre era nel suo ufficio di magistrato civile, e in tutta la gloria di esso, era un terrore per i malfattori; e i giovani, quando comparve, si nascondevano per paura di lui; Ma ora quelli si sollevano sfacciatamente contro di lui, e gli sono terrore: o c'è un "rovesciamento", un capovolgimento delle cose, come delle sue cose civili e temporali, così delle sue cose spirituali; invece di quella pace, serenità e tranquillità di mente di cui aveva goduto; ora nient'altro che terrore e angoscia di mente a causa delle sue afflizioni e difficoltà:
inseguono la mia anima come il vento; terrori uno dopo l'altro; lo inseguirono da vicino, con grande rapidità e con una forza irresistibile, come il vento; Hanno perseguitato la sua anima, la sua vita, e hanno minacciato di portargliela via: la parola per anima non è la parola usuale per essa; significa "il mio principale", come a margine, poiché l'anima è la parte principale dell'uomo, il soffio immortale di Dio, l'abitante nel caseggiato del corpo, il gioiello nel gabinetto, immateriale e immortale, e di maggior valore del mondo intero; o "il mio principe", essendo di origine principesca, viene da Dio, il Padre degli spiriti, di un nobile estratto: il signor Broughton lo rende la mia "nobiltà", avendo governo e governo principesco nel corpo; che utilizza le membra del corpo come suoi strumenti; e specialmente si può dire che tale regola, quando la grazia è impiantata in essa, è un principio governante dominante; e il Targum è, il mio principato o governo: può essere tradotto, "il mio libero", liberale, ingenuo e munifico: Giobbe aveva un animo così generoso e benefico; ma ora tutti i mezzi di esercitare la generosità e la liberalità gli erano stati tolti; e in particolare ne aveva trovato uno libero ingenuo, poiché era mosso dal libero spirito di Dio, Salmi 51:12, dove viene usata questa parola; ma ora i terrori lo inseguivano, uno spirito di schiavitù alla paura fu portato su di lui: alcuni lo considerano come un'apostrofe a Dio, "tu persegui, anima mia, o Dio", ecc. ma piuttosto il significato è, un'angoscia o un'afflizione lo perseguita, o ognuno dei terrori di cui sopra:
e il mio benessere svanisce come una nuvola; o "la mia salvezza"; non la salvezza spirituale ed eterna, che era ferma e stabile, essendo fissata dall'inalterabile decreto di Dio, assicurata nel patto di grazia, e impegnata per essere operata dalla sua vita. Redentore, e di cui aveva avuto un'applicazione mediante lo Spirito di Dio, e ne possedeva le benedizioni; e sebbene le gioie e le comodità di esso, e le opinioni di interesse per esso, possano svanire per un po', tuttavia Giobbe sembra aver avuto una forte fede di interesse in esso, e una speranza viva e ben fondata che fosse suo, Giobbe 13:15,16 19:25 ; ma la sua salvezza temporale, la sua salute e la sua felicità svanirono improvvisamente, rapidamente, completamente, interamente, totalmente, come una nuvola dissolta in pioggia, o dissipata dai raggi del sole, o spazzata via dal vento, in modo da non essere più vista; né aveva alcuna speranza che gli fosse restituita: alcuni lo comprendono, come Sephorno, della salvezza con cui aveva salvato gli altri; ma non era più in potere delle sue mani, e il ricordo di esso era scomparso da coloro che vi partecipavano; vedi Osea 6:4 13:3 Isaia 44:22
16 Versetto 16. E ora la mia anima si è riversata su di me,
O in preghiera a Dio per l'aiuto e la liberazione; o piuttosto si sciolse quasi in fiumi di lacrime, a causa della sua angoscia e angoscia; o il suo spirito fu sprofondato, la sua forza e il suo coraggio vennero meno, e il suo cuore si sciolse, e si riversò come acqua; sì, la sua anima si stava riversando verso la morte, ed egli era, come aveva appreso, vicino ad essa; il suo corpo era così indebolito e spezzato dalle malattie, che era come un vaso pieno di buchi, da cui il liquore scorre via rapidamente; Così la sua vita e la sua anima si allontanavano da lui, i suoi spiriti vitali erano quasi esauriti:
i giorni dell'afflizione si sono impadroniti di me; le afflizioni si impadroniscono degli uomini buoni come degli altri, e su di loro più che sugli altri; e ci sono certi tempi e stagioni per loro, stabiliti e ordinati dal Signore; e c'è un tempo limitato, non devono continuare sempre, solo per alcuni giorni, per un tempo, e solo un po' di tempo, e poi avranno una fine; ma fino a quel momento, non ci può essere liberazione da loro; essendo mandati vengono, vengono, afferrano Giobbe, lo afferrano, lo "prendono", come dice il signor Broughton, e lo tengono stretto, e non lo lasciano andare; né poté liberarsi da loro finché Dio non lo liberò finché Dio non liberò lui, che solo può liberarli e li libera a suo tempo e a suo modo
17 Versetto 17. Le mie ossa sono trafitte in me nella stagione notturna,
Tale era la forza della sua malattia, che gli trafisse e penetrò anche nelle ossa e nel midollo di esse; e tale il dolore che sopportava nei muscoli e nei tendini intorno a loro, e specialmente nelle loro articolazioni, che era come se tutte le sue ossa si perforassero e si spezzassero in pezzi; era in una condizione simile a quella del malato descritto in Giobbe 33:19 ; e come lo erano Davide ed Ezechia, Salmi 6:2; 38:13 ; e ciò che aggravava il suo caso era che questo era "nella stagione notturna", quando avrebbe dovuto dormire e riposare un po', ma non poteva per il suo dolore: alcuni rendono le parole fornendole così; Dio, o la malattia, o il dolore, ha trafitto le mie ossa nella stagione notturna; o "la notte mi ha trafitto le ossa"; così il signor Broughton; ma piuttosto possono essere tradotti, e il senso è,
"Nella stagione notturna tutte le mie ossa trafiggono "la carne" che è su di me":
la sua carne era quasi deperita e consumata, a causa del foruncolo e delle ulcere che aveva addosso, ed era ridotto a un semplice scheletro; E quando si sdraiò sul suo letto, queste gli trapassarono la pelle, gli sporgevano e gli davano un dolore squisito:
e i miei tendini non si riposano; essere contrattualizzati; o i suoi nervi, come significa la parola in lingua araba, come osservano Aben Esdra, Jarchi, Donesh e altri; che si sciolsero, e gli spiriti animali furono sprofondati, ed egli era così abbattuto e scoraggiato, che non riusciva a trovare riposo: o le vene e le arterie pulsanti, come Ben Gersom e Elias Levita, in cui batte il polso, e che batte con meno forza quando le persone dormono che quando sono sveglie; ma tale era la forza del morbo di Giobbe, che batteva anche di notte, quando era sul letto, così forte, che non riusciva a darsi riposo; il polso batte, come dicono i medici, sessanta volte in un minuto, e il doppio del numero in una febbre ardente, e questo potrebbe essere il caso di Giobbe. Alcuni prendono la parola nel senso di fuggire o rosicchiare, come è usata in Giobbe 30:3, e la interpretano o dei suoi nemici, che lo inseguivano e non riposavano nei loro letti, ma uscivano di notte per informarsi e ascoltare ciò che potevano sapere su di lui e sulla sua malattia, se era diventata più grande, o che lo divoravano con le loro calunnie e detrazioni, e non riuscivano a dormire a meno che non gli facessero del male; vedi Proverbi 4:16,17 ; o dei vermi di cui era coperto il suo corpo, e che rosicchiavano continuamente, non si riposavano mai, né gli permettevano di riposarsi; il Targum è, quelli che mi rosicchiano non riposano
18 Versetto 18. Per la grande forza [della mia malattia] la mia veste è cambiata,
O il colore di esso, attraverso la materia purulenta delle sue ulcere che vi scende sopra, o penetra attraverso di esso; o a causa di ciò era costretto a cambiarsi e a cambiarsi d'abito molto spesso; o si può tralasciare l'integrazione "della mia malattia", e il senso è, con grande forza, attraverso la forza principale, e con molta difficoltà, che il suo vestito è stato cambiato, gli è stato tolto di dosso, gli si è attaccato così vicino, e un altro è stato indossato:
mi lega come il colletto del mio mantello; La sua malattia lo avvolgeva da tutte le parti come il colletto o l'orlo del suo cappotto gli avvolgeva il collo, e si stringeva tanto vicino, ed era così stretto a lui, e lo minacciava forse di soffocamento o di strangolamento; vedi Giobbe 7:15 ; L'allusione è agli indumenti usati nei paesi orientali, che erano aperti solo in alto e in basso; in cima c'era un foro per far passare la testa quando la si indossava, e una legatura intorno, e un bottone, o qualcosa del genere, che la teneva stretta intorno al collo; vedi Esodo 28:32
19 Versetto 19. Mi ha gettato nel fango,
Come Geremia era letteralmente; qui deve essere inteso in senso figurato; non del fango del peccato, in cui Dio non getta nessuno, gli uomini vi cadono da soli, ma del fango dell'afflizione e della calamità; vedi Salmi 40:2; 69:2 ; e che Giobbe qui attribuisce a Dio; e per cui era in modo meschino, una condizione abietta e spregevole, come se fosse stato gettato in una cuccia e vi si fosse rotolato; e ne parla come di un atto di Dio, fatto con disprezzo verso di lui, e con indignazione verso di lui, come lo ha appreso. Alcuni scrittori ebrei lo interpretano: "mi ha insegnato nel fango", o "mi ha insegnato"; la sua malattia, le sue ulcere gli hanno insegnato a sedersi nel fango, o in mezzo alla cenere, Giobbe 2:8 ; ma sebbene questa lettura possa ammettere un buon senso, come a Giobbe è stato insegnato, come ogni uomo buono, molte lezioni utili nelle e dalle afflizioni; Eppure sembra essere un senso estraneo alle parole:
e io sono diventato come polvere e cenere; una frase con cui Abramo esprime la sua viltà, meschinità e indegnità agli occhi di Dio, Genesi 18:27 ; Giobbe, per la forza della sua malattia, sembrava un cadavere, o mezzo morto, e si sbriciolava e cadeva nella polvere della morte e della tomba, e sembrava livido e color cenere; e anche in senso letterale era coperto di polvere e cenere, quando sedeva in mezzo a loro, Giobbe 2:8 ; sebbene qui rispetti principalmente la condizione miserabile, desolata e spregevole in cui si trovava
20 Versetto 20. Io grido a te, e tu non mi ascolti,
Il che accrebbe molto alla sua afflizione, che, sebbene gridasse al Signore per aiuto e liberazione, tuttavia fece orecchie da mercante a lui; e sebbene lo sentisse, come senza dubbio fece, non gli rispose subito; almeno non nel modo in cui desiderava e si aspettava di farlo: il pianto esprime la preghiera, e suppone angoscia, e denota veemenza di spirito:
Mi alzo; nella preghiera, essendo lo stare in piedi un gesto di preghiera, come molti osservano da Geremia 15:1 ; vedi Gill su "Matteo 6:5" ; o persisteva in esso, continuava a pregare, era incessante in esso, eppure non riusciva a ottenere risposta; o questo significa silenzio, come alcuni lo interpretano; gridava, e poi si fermava, aspettando una risposta; ma sia che pregasse, sia che tacesse, era la stessa cosa:
e tu non mi consideri; la parola "non" non è in questa frase, ma è ripetuta dalla precedente, come lo è da Ben Gersom e altri; ma alcuni lo leggono senza di esso, e danno il senso o così, tu consideri me se sia adatto a ricevere la mia preghiera o no, così Sephorno; o per rinnovare i miei colpi, per aggiungere nuove afflizioni a me, come Jarchi e Bar Tzemach; o tu mi guardi come uno che si compiace di vedermi in una condizione così miserabile, così lontano dall'aiutarmi; pertanto ne consegue
21 Versetto 21. Tu sei diventato crudele con me,
O "trasformato" o "cambiato", per essere crudele con me. Giobbe suggerisce che Dio era stato gentile e misericordioso con lui, sia in un modo di provvidenza, sia nel mostrargli un amore e un favore speciali, in un modo molto distinto; ma ora lascia intendere che i suoi affetti sono cambiati e alterati, e questi sono stati alienati da lui, e il suo amore si è trasformato in odio per lui; questa è una delle espressioni disdicevoli che uscirono dalle sue labbra riguardo a Dio; perché l'amore di Dio verso il suo popolo non è mai cambiato; rimane invariabile e inalterabile, in tutte le dispensazioni, in ogni stato e condizione in cui vengono; ci possono essere alcune delle dispensazioni di Dio verso di loro, che possono avere in sé l'apparenza di severità; e può servirsi di strumenti per castigarli, che possono usarli crudelmente; ma anche allora il suo cuore anela a loro, e, essendo pieno di compassione, libera dalle loro mani e li salva, Geremia 30:14; 31:20; Osea 11:8,9 ;
con la tua mano potente ti opponi a me; Dio ha una mano e un braccio forti, e nessuno come lui, e a volte ne mette fuori la forza, ed esercita la sua grande potenza nell'affliggere il suo popolo, e la sua mano lo preme dolorosamente, ed essi riescono a malapena a stare in piedi sotto di essa; e allora spetta a loro umiliarsi sotto la potente mano di Dio, e sopportarla pazientemente; e a volte lo considerano loro avversario, un nemico per loro, e pieno di odio verso di loro, di indignazione contro di loro, mettendosi con tutte le sue forze e forze per rovinarli e distruggerli; e questo è davvero un caso triste, avere tali apprensioni di Dio, sebbene ingiuste; poiché, come se Dio fosse per noi, chi sarà contro di noi? Quindi, se è contro di noi, significa poco chi è per noi; perché non c'è contendere con lui, Giobbe 9:3,4
22 Versetto 22. Tu mi sollevi al vento,
Di afflizione e avversità, per essere portato con esso, e sballottato da esso, come pula o stoppia, o una foglia secca, non essendo in grado di resistere ad esso più di quanto tali cose lo siano per opporsi al vento; sebbene alcuni interpretino questo come l'innalzamento di Dio nel suo stato di prosperità, in cui era molto visibile e cospicuo a tutti, e godeva di molta luce e conforto; ma poi lo innalzò a tale stato, con l'intenzione di abbatterlo, e che la sua caduta e rovina potessero essere più grandi; e così questo è osservato come una prova del suo essere diventato crudele con lui:
tu mi fai cavalcare; apparentemente in grande pompa e stato, ma in grande incertezza e pericolo, trovandosi nel migliore dei casi in un luogo scivoloso, in circostanze molto volubili, come l'evento mostrò; o piuttosto il senso è che fu rapidamente portato alla distruzione, come se cavalcasse sulle ali del vento verso di essa, e vi si precipitò subito, non appena fu preso dalla tempesta dell'avversità:
e dissolvo la mia sostanza; le sue sostanze esteriori, le sue ricchezze e ricchezze, la sua famiglia e la salute del suo corpo, tutte cose che si sono sciolte o sono state portate via come da un diluvio; e così come la metafora di un vento tempestoso è usata nella prima frase, qui quella di un'inondazione straripante, che ha tolto da lui ciò che sembrava essere il più solido e sostanziale: la parola è talvolta usata per sapienza, e anche sana sapienza, Proverbi 2:7 Michea 6:9 ; perciò alcuni l'hanno interpretata come se fosse alla fine del suo ingegno, che perdesse la ragione e l'intelletto, e che almeno fossero turbati e confusi dalle sue afflizioni; ma i suoi discorsi e i suoi discorsi mostrano il contrario, ed egli stesso nega che la sapienza sia stata allontanata da lui, Giobbe 6:13
23 Versetto 23. Poiché so che mi porterai alla morte,
Rapidamente e per l'afflizione presente su di lui; gli fu assicurato, come pensava, che questa era la visione e il disegno di Dio in questa provvidenza, sotto la quale doveva portarlo alla morte e alla tomba; che non avrebbe mai tolto la mano finché non l'avesse portato alla polvere della morte, a quella polvere senza vita da cui aveva avuto il suo originale; altrimenti, che ci fosse portato, prima o poi, non era un grande capolavoro di conoscenza; ogni uomo sa che sarà così per lui come per tutti; la morte è diventata necessaria per il peccato, che l'ha portata nel mondo, e per la sua condanna su tutti gli uomini in essa, e per il decreto e la nomina di Dio, con il quale è fissato e stabilito che tutti debbano morire; e questo è confermato da tutta l'esperienza in tutte le epoche, pochissime eccettuate, solo due persone, Enoch ed Elia, Genesi 5:24; Ebrei 11:5; 2Re 2:11 : a volte la morte delle persone è resa nota a loro dalla rivelazione divina, come ad Aaronne e Mosè, Numeri 20:12,24; 33:38; Deuteronomio 32:49,50 ; e a volte si può dedurre che sia vicino ai sintomi di esso sul corpo; dalle malattie crescenti e dalle infermità della vecchiaia; ma Giobbe concluse dal modo in cui Dio lo trattò, come pensò con ira e indignazione, deciso a farne la fine totale:
e [alla] casa designata per tutti i viventi; la tomba, che è la casa per il corpo da morto, per essere portato e alloggiato; come la "casa non fatta da mano d'uomo, eterna nei cieli", 2Corinzi 5:1, è per l'anima nel suo stato separato, fino al mattino della risurrezione; quale casa o tomba è la "lunga dimora" dell'uomo, Ecclesiaste 12:5 ; e questo è preparato e stabilito per tutti gli uomini viventi, poiché tutti devono morire; e tutti coloro che muoiono hanno una casa o una tomba, anche se a volte è acquosa e non terrosa; tuttavia la polvere di ognuno ha un ricettacolo provvisto per essa, dove è conservata fino al tempo della risurrezione, e poi viene portata fuori, Apocalisse 20:13 ; e questo avviene per divina nomina; la parola usata significa sia un tempo che un luogo stabiliti, ed è spesso usata per le solennità ebraiche, che erano fissate rispetto ad entrambe; e anche delle persone o della congregazione che vi assistevano; la tomba è il luogo di ritrovo generale dell'umanità, e sia il momento in cui che il luogo in cui i morti sono radunati e portati ad essa sono fissati dalla volontà e dal consiglio determinati di Dio
24 Versetto 24. Ma egli non stenderà la mano verso la tomba,
O, "in verità", veramente non lo farà, ecc. Sono sicuro che non lo farà mai, nel senso che non avrebbe mai allungato la mano per chiudere la tomba; o piuttosto tenerlo chiuso, e impedire a Giobbe di sprofondarvi dentro; o di aprirla e di tirarlo fuori quando vi si trova: Dio è davvero in grado di fare l'una o l'altra cosa, e l'ha fatta; a volte, quando le persone sono portate, per così dire, alle porte della morte e della tomba, egli dice loro: Tornate; sì, quando sono portati alla polvere della morte, egli impedisce loro di entrare nella tomba, riportandoli in vita prima di essere portati lì, come figlio della Sunamita, 2Re 4:32-37 ; la figlia di Giairo, Marco 5:41,42 ; e il figlio della vedova di Nain, anche quando portava alla tomba, Luca 7:12-15 ; alcuni sono stati deposti nel sepolcro, e Dio ha steso la sua mano e li ha risuscitati; come l'uomo che fu deposto nella tomba di Eliseo, 2Re 13:21, e Lazzaro dopo che fu rimasto nella tomba alcuni giorni, Giovanni 11:39-44 ; Ma di solito queste cose non si fanno; in comune, quando un uomo muore ed è deposto nella tomba, non risuscita più, finché non ci siano più i cieli; e Giobbe era convinto che questo sarebbe stato il suo caso:
anche se gridano nella sua distruzione; cioè, anche se gli amici e i parenti della persona malata, o i poveri verso i quali è stato gentile e generoso, gridassero a Dio, mentre egli lo sta distruggendo con le malattie che lo colpiscono, e che lo minacciano di distruzione, che risparmierebbe la sua vita utile e preziosa; eppure egli è inesorabile, e non ascolterà, ma andrà avanti con ciò che intende fare, e lo toglie di mezzo con la morte, e lo depone nella tomba, "la fossa della distruzione", Salmi 55:23, così chiamata perché devasta e consuma i corpi deposti in essa; e una volta deposte lì, tutte le grida per una restaurazione della vita sono vane e infruttuose. Alcuni prendono queste parole come espresse in un modo di conforto, come se Giobbe si consolasse con questo pensiero nelle sue attuali afflizioni, che, una volta portato alla morte e alla tomba, ci sarebbe stata la fine di tutto il suo dolore; la mano del Signore, che ora era stesa su di lui in modo terribile, non sarebbe più stata stesa su di lui; allora avrebbe cessato di affliggerlo, e sarebbe stato dove riposano gli stanchi; E così l'ultima frase viene letta con un interrogatorio: "C'è qualche grido" o "Qualche grido, nella sua distruzione?"; no, quando la morte ha fatto il suo dovere, e il corpo è deposto nel sepolcro, non c'è più dolore, né tristezza, né pianto; tutte le lacrime sono asciugate e non c'è più senso di afflizioni e sofferenze; Sono tutti alla fine. Il signor Broughton rende queste parole nello stesso senso, e in connessione con le seguenti: "E non ho pregato quando è stata mandata la peste? quando qualcuno veniva male, allora non gridavo?" e così fanno alcuni altri
25 Versetto 25. Non ho forse pianto per colui che era nell'angoscia?
Nelle tribolazioni esteriori, sia personali nel suo corpo, o nella sua famiglia, o nei suoi affari mondani, o da uomini malvagi, gli uomini del mondo; o nelle tribolazioni interiori, nelle tribolazioni dell'anima, a causa del peccato interiore, delle sue rotture, della bassezza della grazia, come da esercitare, i nascondigli del volto di Dio, e le tentazioni di Satana: o "per colui che è duro di giorno"; presso il quale i tempi sono duri, i giorni sono cattivi, sia per quanto riguarda le cose temporali che per quelle spirituali; ora Giobbe aveva un cuore solidale con tali persone; piangeva con quelli che piangevano; le sue viscere anelavano a loro; sentiva le loro sofferenze e i loro dolori, che è una struttura divina dell'anima; poiché Dio, in tutte le afflizioni del suo popolo, è afflitto; una disposizione d'animo simile a quella del Redentore vivente, che non può non essere toccato dal sentimento delle infermità dei santi, essendo stato tentato in ogni punto come loro; ed è un frutto dello Spirito di Dio, e si addice molto alla relazione che i santi hanno l'uno con l'altro, essendo membri dello stesso corpo e l'uno dell'altro; e quindi, quando un membro soffre, tutti gli altri dovrebbero simpatizzare con esso e, essendo fratelli, dovrebbero essere amorevoli, pietosi e cortesi l'uno con l'altro; e dovrebbero considerare che anch'essi sono nel corpo, e soggetti alle stesse angosce, sia esteriormente che interiormente:
Non era forse l'anima mia addolorata per i poveri? in generale, e specialmente per i poveri del Signore, poiché tali in tutti i tempi sono stati scelti e chiamati da Lui; perché questi Giobbe fu addolorato in cuor suo, quando vide la loro angoscia per la povertà; e non solo espresse la sua preoccupazione per loro con lacrime e parole, ma distribuendo generosamente alle loro necessità, Giobbe 31:17-20 ; e con ciò mostrò che il suo dolore era reale, cordiale e sincero, come qui espresso; La sua anima era addolorata e ne era dispiaciuto in cuor suo: alcuni rendono le parole: "L'anima mia non era forse come uno stagno d'acqua?" non solo la sua testa e i suoi occhi, come quelli di Geremia per un altro motivo, ma la sua anima si sciolse, e scorreva come acqua per il dolore per loro; e altri, come il signor Broughton, "non ardeva la mia anima per i poveri?" di dolore per loro, e di ardente desiderio di sollievo; vedi 2Corinzi 9:12 ; ora questo era lo stato d'animo di Giobbe nel tempo della sua prosperità, molto diverso da quello di Amos 6:4-6 ; ed era certo e ben conosciuto; Poteva appellarsi a tutti coloro che lo conoscevano per la verità, essendo cosa, nessuno poteva negare che avesse una qualche conoscenza di lui; sì, poteva appellarsi a un Dio onnisciente, a cui ora stava parlando, per la verità di ciò; anzi, è pronunciato sotto forma di giuramento: "Se non piangessi", ecc., come in Giobbe 31:16-22
26 Versetto 26. Quando ho cercato il bene,
Come pensava di poter ragionevolmente aspettarselo, dal momento che aveva mostrato un tale spirito di simpatia verso le persone in difficoltà, e tanta pietà e misericordia verso i poveri: nel tempo della sua prosperità, cercava una continuazione delle cose buone di cui godeva, e si aspettava di averle per molti anni a venire, ed essere morto in loro possesso, Giobbe 29:18 ; e anche nelle sue avversità, sebbene avesse ricevuto cose malvagie dalla mano di Dio, che prese pazientemente; ma all'inizio non pensava che sarebbero continuate per sempre, ma che ci sarebbe stata una svolta delle cose, e che avrebbe ricevuto di nuovo del bene dalle sue mani; e l'aveva cercata, come gli uomini buoni hanno ragione di aspettarselo; poiché Dio è buono e fa del bene, e specialmente al suo popolo, e ha riposto il bene per quelli che lo temono, e tale era Giobbe; e ha promesso loro cose buone, sia temporali che spirituali; perché la pietà e gli uomini pii hanno la promessa di questa vita e di quella futura: ma Giobbe fu deluso nella sua aspettativa; perché, dice,
Allora venne [a me] il male, il male dell'afflizione, l'uno sul dorso dell'altro, anche quando era al culmine della sua prosperità; e poiché il male ripetuto, nuove afflizioni si abbatterono su di lui per la nomina, l'ordine e la guida di Dio.
e quando aspettavo la luce; per la luce della prosperità esteriore, come aveva goduto in precedenza; e per la luce del volto di Dio, che egli cercava e desiderava ardentemente, e ne era in attesa, come gli uomini buoni hanno ragione di essere; poiché la luce è seminata per loro nei propositi e nei decreti di Dio, nel suo consiglio e patto, nel suo Vangelo e nelle sue promesse; e quindi dovrebbe aspettare che germogli, come fa l'agricoltore per il germogliare del grano seminato nella terra e che giace sotto le zolle; e vedendo che per i retti sorge la luce nelle tenebre; e sebbene Dio nasconda loro il suo volto, per un momento, avrà misericordia di loro, e quindi dovrebbe aspettare il suo momento per essere misericordioso verso di loro; ma Giobbe aveva aspettato a lungo e, come pensava, inutilmente: perché
venne l'oscurità; le tenebre delle avversità, ancora più fitte e oscure, e nessuna apparenza di luce e favore spirituale, o alcuna scoperta dell'amore di Dio per lui, o godimento della sua presenza; vedi Geremia 8:15 Isaia 59:9
27 Versetto 27. Le mie viscere ribollivano e non si riposavano,
Tutto conteneva in lui, il suo cuore, i suoi polmoni e il suo fegato, in senso letterale, attraverso una violenta febbre che bruciava dentro di lui; o figurativamente, essendo in grande angoscia e difficoltà, a causa delle sue afflizioni, esteriori e interiori, vedi Geremia 4:19; Lamentazioni 1:20 ;
i giorni dell'afflizione me lo impedivano; lo colse prima di quanto pensasse; Non si aspettava che venissero i giorni cattivi e che si avvicinassero gli anni in cui non avrebbe avuto alcun piacere, finché non fosse stato più avanti negli anni e il tempo della sua dissoluzione fosse vicino; Essi vennero subito su di lui, e senza accorgersene, mentre egli non li cercava: alcuni rendono la parola "mi vennero incontro", inaspettatamente; o piuttosto, "si precipitarono su di me", in modo ostile; vennero in truppe, lo invasero e lo circondarono, vedi Giobbe 19:12
28 Versetto 28. Sono andato in lutto senza sole,
Così sopraffatto dal dolore, che rifiutò di avere qualsiasi conforto o vantaggio dal sole; per questo il signor Broughton lo rende "fuori dal sole"; non scelse di camminare alla luce del sole, ma fuori di esso, per indulgere di più al suo dolore e al suo dolore; oppure andava in abito nero, e se ne avvolgeva e si copriva, affinché non vedesse il sole, né ne ricevesse alcun sollievo: o "Divento nero, [ma] non per il sole"; il suo viso e la sua pelle erano neri, ma non per il sole che lo guardava e lo scoloriva, come in Cantici 1:6 ; ma per la forza della sua malattia, che aveva cambiato la sua carnagione, e lo rese nero come un Kedarene, o quelli che abitano nelle tende di Kedar, Cantici 1:5 ; Ed egli camminò anche senza che il sole della giustizia sorgesse su di lui, con la guarigione nelle ali, che era la peggiore di tutte.
Mi alzai e gridai nell'assemblea: o nell'assemblea dei santi radunati per il culto religioso, dove egli gridava a Dio per l'aiuto e la liberazione, e per la luce del suo volto, Giobbe 30:20 ; o tale era l'angoscia della sua anima, che quando una moltitudine di gente gli si avvicinò per vederlo nella sua condizione angosciata, Non riuscì a trattenersi, ma scoppiò davanti a loro in pianti e lacrime, sebbene sapesse che non si addiceva a un uomo della sua età e del suo carattere; o non poteva accontentarsi di rimanere in casa e lenire il suo dolore, ma doveva andare all'estero e in pubblico, e lì esprimere con forti grida e lacrime la sua miserabile condizione
29 Versetto 29. Sono un fratello per i draghi e un compagno per i gufi.] O struzzi, come il Targum, la Settanta, la Vulgata latina, il siriaco e le versioni arabe; o era obbligato a dimorare con persone paragonabili a queste creature per le loro parole divoranti, il rumore sibilante e i discorsi velenosi, o per mancanza di compassione e per la loro crudeltà, come si dice che Davide sia tra i leoni, Salmi 57:4 ; o anche, era simile a loro, essendo solo e solo, tutti i suoi amici e conoscenti stavano lontani da lui, come queste creature amano i luoghi solitari e desolati; o a causa del rumore lamentoso e ululante che emettono, con il quale le sue note lugubri avevano una certa somiglianza, vedi Gill in "Michea 1:8" ; o perché, quando queste creature gridano e ululano, e fanno rumore, non viene mostrata loro alcuna pietà, nessuno ha pietà di loro o le considera; e così è stato per lui; sebbene si sia alzato in piedi e abbia gridato in modo sempre così pubblico, nessuno aveva compassione di lui
30 Versetto 30. La mia pelle è nera su di me,
Sia attraverso una profonda malinconia, come si può osservare in persone di tale indole, sia attraverso il dolore e l'afflizione; o piuttosto per la forza della sua malattia, le ulcere brucianti e le croste nere di cui era coperto, come lo erano gli ebrei durante la carestia, nella loro cattività, Lamentazioni 4:8; 5:10 ;
e le mie ossa sono bruciate dal calore; con il calore di una febbre ardente; il che non solo gli fece ribollire le viscere, ma gli raggiunse le ossa e ne prosciugò il midollo. Galeno dice che le ossa possono diventare così secche da essere sbriciolate in sabbia: la versione siriaca è
"le mie ossa sono bruciate come chi è al vento caldo";
come erano comuni nei paesi orientali, che uccidevano gli uomini in un colpo solo, e diventavano neri come un carbone
31 Versetto 31. Anche la mia arpa è in lutto,
Che usò, come Davide, sia nel culto religioso, esprimendo così lode a Dio, sia per la sua ricreazione in modo innocente; ma ora era stato messo da parte e, al suo posto, non si udiva nulla da lui o in casa sua, se non una voce di lutto.
e il mio organo nella voce di coloro che piangono; un altro strumento musicale, che prendeva il nome dalla piacevolezza del suo suono, ed era di uso antico, essendo stato inventato per la prima volta da Jubal, Genesi 4:21 ; ma non che ora chiamiamo così, che è di recente invenzione: quegli strumenti che Giobbe poteva avere e usare, sia in modo civile che religioso, erano ora, per afflizioni, divenuti per le afflizioni inutili e trascurati da lui; o queste espressioni in generale possono significare che, invece dell'allegria e della gioia che era solito avere, non c'era ora nulla da udire se non lamento e dolore; vedi Lamentazioni 5:15 Amos 8:10
Commentario del Pulpito:
Giobbe 30
1 Versetti 1-31. - Il contrasto è ora completato. Dopo aver disegnato il ritratto di se stesso com'era, ricco, onorato, benedetto dai figli, fiorente, in grazia sia di Dio che degli uomini, Giobbe si presenta ora a noi così com'è, disprezzato dagli uomini (Versetti. 1-10), afflitto da Dio (Versetti. 11), in preda a vaghi terrori (Versetti. 15), torturato da dolori corporali (Versetti. 17, 18), rigettato da Dio (Versetti. 19, 20), con nient'altro che la morte da cercare (Versetti. 23-31). Il capitolo è il più toccante di tutto il libro
Ma ora quelli che sono più giovani di me mi hanno in derisione. Poiché Giobbe aveva parlato per l'ultima volta dell'onore in cui un tempo era tenuto, sottolinea il suo contrasto masticando quanto attualmente sia disonorato e deriso. Gli uomini che sono emarginati e solitari essi stessi, poveri abitanti delle caverne (Versetti. 6), che hanno molto da fare per tenere insieme corpo e anima (Versetti. 3, 4), e non solo gli uomini, ma i giovani, semplici ragazzi, lo deridono, ne fanno un canto e un sinonimo (Versetti. 9). anzi, "non risparmiate di sputargli in faccia" (Versetto 10). Sembra che nelle sue vicinanze ci fossero tribù deboli e degradate, generalmente disprezzate e guardate dall'alto in basso, considerate ladri (Versetto 5) dai loro vicini, e considerate di origine vile e vile (Versetto 8), che vedevano nelle calamità di Giobbe una rara opportunità per insultare e trionfare su un membro della razza superiore che le aveva schiacciate, e assaporando così, in una certa misura, la dolcezza della vendetta. I cui padri avrei disdegnato (anzi, disdegnato) di mettermi con i cani del mio gregge. Giobbe non aveva ritenuto che i loro padri fossero degni di essere impiegati nemmeno come la classe più bassa di mandriani, quelli considerati alla pari dei cani da pastore
Versetti 1-15. - La seconda parabola diGiobbe:2) . Un lamento per la grandezza decaduta
I IL CARATTERE DEI DERISTORI DI GIOBBE
1. Ragazzi per quanto riguarda l'età. (versetto 1) Questi non erano i giovani principi della città,Giobbe 29:8 da cui era stato precedentemente tenuto in riverente considerazione, ma "i giovani vagabondi buoni a nulla di una classe miserabile di uomini" (Delitzsch) che abitavano nelle vicinanze. Gli inferiori di Giobbe in termini di età, avrebbero dovuto trattarlo con onore e rispetto, specialmente quando videro la sua intensa miseria e miseria. Il fatto che non gli abbiano accordato quella venerazione dovuta all'età più avanzata, e molto di più che lo abbiano reso il bersaglio della loro sprezzante derisione, non era solo un'espressa violazione dei dettami della natura e della religione confronta il precetto morale egiziano: "Non deridere l'uomo venerabile che è il tuo superiore"; vedi "Registri del passato, Vol. 8. p. 160), ma un segno speciale di depravazione in se stessi, nonché un certo indice del degrado sociale e morale della razza a cui appartenevano. Le buone qualità di un popolo che avanza e le cattive qualità di un popolo retrogrado, si scoprono infallibilmente nelle caratteristiche morali della parte giovane della comunità
2. Base per quanto riguarda l'ascendenza. (Versetti 1, 8) Giobbe conferma la precedente deduzione dal comportamento ribaldo degli uomini più giovani descrivendoli come "figli di stolti, sì, figli di vili", letteralmente, "di uomini senza nome", e come uomini "i cui padri" egli "avrebbe disdegnato di sedere con i cani del suo gregge". È dubbio che Giobbe non rispaghi in questa e in altre espressioni di questo passo (versetti 1-8) il disprezzo dei suoi sprezzanti assalitori con una quadruplice liberalità, mancando così di dimostrare quella mansuetudine nel risentire le offese che gli uomini buoni dovrebbero studiare di mostrare, e nel perpetrare la stessa offesa che imputa agli altri, così come nel parlare dei suoi simili (le creature di Dio e i figli di Dio non meno di lui) in un modo che era a malapena scusabile anche in un saggio patriarcale. Ciononostante, ciò che egli si propone di trasmettere attraverso il suo linguaggio acceso, anche se anche poetico, è che i suoi oltraggiatori erano la progenie di una razza vile, indegna, degradata, brutalizzata, che era quasi sprofondata al livello delle bestie che periscono
3. Inutile per quanto riguarda il servizio. (versetto 2) Come i loro padri, che Giobbe avrebbe disdegnato di annoverare con i cani del suo gregge, cioè che egli considerava non degni di essere paragonati a queste bestie sagge e fedeli che sorvegliavano le sue pecore, essi (cioè questi giovani vagabondi) erano insignificanti oziosi ed effeminati, mascalzoni pigri e inutili, tanto poco capaci di lavorare quanto volenterosi, Il deterioramento etnico che stavano subendo si rivelava in costituzioni fisiche snervate non meno che in disposizioni morali depravate. La verità qui enunciata riguardo alle nazioni e alle comunità è vera anche per gli individui, che il peccato, il vizio, l'immoralità hanno la tendenza a indebolire la forza fisica, il vigore mentale e la potenza morale di coloro che cedono al loro fascino fatale
4. Fornito per quanto riguarda il cibo. (Versetti 3, 4) Mescolando stranamente pietà e disprezzo, Giobbe ci informa che in gran parte la debolezza di quelle miserabili creature, che "non potevano portare nulla alla perfezione" (Cox), e non valeva la pena di essere impiegate per fare il lavoro di un cane da pastore, era dovuta alla difficoltà che avevano nel trovare nutrimento. Magri e smunti, intorpiditi dal bisogno e dalla fame, rosicchiavano letteralmente il deserto, raccogliendo lo scarso sostentamento che la steppa sterile offriva, cogliendo la malva nella boscaglia, cioè "l'erba salata dal gambo" (Fry), l'erba salata o l'erba di mare, essendo un alto arbusto, pianta che prospera nel deserto così come sulla costa, "i boccioli e le foglie giovani" dei quali" sono anche "raccolti e mangiati dai poveri" (Delitzsch); e prendendo le radici della ginestra per il loro pane, la ginestra che abbonda nei deserti e nei luoghi sabbiosi dell'Egitto e dell'Arabia, e cresce fino a un'altezza sufficiente per offrire riparo a una persona seduta. Un quadro malinconico di miseria, che ha il suo corrispettivo non solo tra le razze in via di estinzione, le efferate tribù del deserto e i miserabili Trogloditi, ma anche in molti centri della civiltà moderna. Non c'è dubbio che negli strati più bassi della società, nelle nostre grandi città, ci siano migliaia di persone per le quali le condizioni fisiche di vita sono così severe come quelle appena descritte dal Poeta
5. Emarginati nel rispetto della società. (versetto 5) In conseguenza delle loro abitudini di furto e di predone, furono banditi dalla comunità organizzata. Anzi, quando accadde che si avventurarono vicino ai recinti della vita civile, divennero subito oggetto di grida e grida, gli uomini li inseguivano come facevano con un ladro e li cacciavano nei loro miserabili ritrovi di povertà e vizio. E' chiaro che erano le classi criminali dei tempi patriarcali, ed erano considerati con lo stesso orrore dei paria della società moderna, che fanno la guerra contro ogni autorità costituita, depredano l'industria dei virtuosi e dei rispettosi della legge, e di conseguenza vivono in un perpetuo stato di ostracismo sociale
6. Trogloditi per quanto riguarda l'abitazione. (versetto 6) Spinti oltre la soglia della società civile, furono costretti a "dimorare nelle rupi delle valli", letteralmente, "nell'orrore delle valli", cioè in gole lugubri e tenebrose, come gli Horiti (o uomini delle caverne) del monte Seir,Genesi 14:6 che si rifugiavano nelle caverne della terra e nelle fessure delle rocce. Secondo la moderna teoria scientifica, essi esemplificherebbero l'uomo nel primo o nel più basso stadio del suo sviluppo; secondo la testimonianza dell'Apocalisse, i Trogloditi attesterebbero la degenerazione dell'uomo da un livello primordiale di perfezione. E questa tendenza al ribasso nell'uomo è così persistente, al di fuori della grazia divina, che quasi ogni comunità civile ha i suoi trogloditi sociali e morali, che abitano in valli lugubri, i suoi miserabili emarginati, figli del peccato e della vergogna, i cui nascondigli sono covi di infamia e ritrovi di vizio
7. Disumanizzato nel rispetto della natura. (versetto 7) Avendo precedentemente descritto questi aborigeni sfrattati come appartenenti a una vita gregaria, come asini selvatici che vagano per il deserto sotto la guida di un capo, Giobbe ricorre al paragone per indicare non l'avida ferocia con cui perlustrano la steppa in cerca di foraggio, ma quanto siano stati avvicinati ai bruti dalla loro miseria, rappresentandoli mentre si stringono l'uno all'altro sotto i cespugli e gracchiano, in un gergo incomprensibile come i ragliamenti di un asino, un doloroso lamento per la loro miserabile condizione. Erodoto paragona la lingua degli etiopi trogloditi allo stridio dei pipistrelli. Il linguaggio delle razze selvagge è per lo più composto da "ringhii gutturali e schiocchi acuti" (Cox). Man mano che una nazione avanza nella civiltà, la sua lingua si purifica e si raffina. Come gli uomini delle caverne dell'Asia occidentale e dell'Etiopia, i trogloditi morali della società hanno un gergo tutto loro; ad esempio il linguaggio dei ladri
II IL COMPORTAMENTO DEI DERIDERE DI GIOBBE
1. Derisione e disprezzo. (Versetti 1, 9, 10) Fisicamente e moralmente degradata, questa indegna accoglia di predoni, metà uomini e metà bestie, essendosi imbattuta in Giobbe nelle loro peregrinazioni, era così poco toccata dalla simpatia per le sue disgrazie, che trasformavano le sue miserie in allegri scherzi e facevano delle sue parole i suoi gemiti. È un segno speciale di depravazione quando la gioventù si fa beffe all'età2Re 2:3 e ride dell'afflizione. L'esperienza di Giobbe fu riprodotta nelle facilitazioni di Davide, di Geremia e di Cristo.Matteo 27:43; Luca 23:35
2. Insulto e indignazione. (versetto 10) Esprimevano apertamente e senza dissimulare l'orrore con cui lo consideravano, fuggendo lontano da lui, o stando a distanza, e facendo le loro osservazioni su di lui. Se si azzardavano ad avvicinarsi a lui, era per sputare in sua presenza, "il più grande insulto a un orientale" (Carey), o forse per sputargli in faccia,
cfr - Numeri 12:14; Deuteronomio 25:9, portando così il loro disprezzo e il loro disprezzo al più basso livello di indegnità. Giobbe era davvero caduto in basso per essere così oltraggiato dalla feccia più vile della società; ma non inferiore a Cristo, che fu trattato in modo simile dalla plebaglia della Giudea,Matteo 26:67; 27:30 molto tempo prima che fosse predetto che sarebbe stato. Senza dubbio in tutto questo le sofferenze di Giobbe erano tipiche di quelle di Cristo
3. Ostilità e violenza. (Vers 12-15) Non contenti di parole e gesti, i giovani vagabondi si diedero ad atti di aperta violenza. Avendo trovato il povero principe caduto che gemeva di miseria e miseria sul mucchio di cenere fuori dalla sua casa, non si astenevano dall'ostilità diretta. Come una folla di testimoni che si alzava alla sua destra, lo sommersero di accuse; come un esercito di assalitori che gli spingono via i piedi, si contendevano con lui ogni centimetro di terreno, costringendolo a ritirarsi sempre più indietro; Avanzando come un tumultuoso esercito assediante, gettarono contro di lui le loro vie di distruzione, cioè le loro strade rialzate militari, abbattendo il suo cammino in modo da rendere impossibile la fuga, irrompendo su di lui come attraverso una vasta breccia e facendolo fuggire terrorizzato davanti al loro irresistibile avvicinamento, così che la sua nobiltà si disperse come il vento, e la sua prosperità fu spazzata via come una nuvola
III IL MOVENTE DERIDERE GIOBBE
1. Non la scortesia di Giobbe. Era vero che questi insolenti vagabondi, con i loro padri, erano stati sommariamente sfrattati dai loro innostri, erano stati costretti, non senza crudele oppressione e privazioni intollerabili, a ritirarsi davanti alla razza superiore che li aveva sloggiati; può anche darsi che di quella tribù araba conquistatrice Giobbe fosse un membro cospicuo, e per questo motivo potesse essere ritenuto responsabile delle umiliazioni e dei torti che erano stati accumulati sui miserabili aborigeni; ma, in realtà, Giobbe nega di aver preso parte a quegli spietati atti di tirannia che hanno fatto sì che i poveri del paese sgattaiolassero via e si nascondessero, nudi e tremanti, nelle tane e nelle caverne della terra, nelle buche e nelle fessure delle rocce,Giobbe 24:4-8 e indica piuttosto che considerava la loro triste sorte con compassione, anche se, con disgusto e avversione, si sottraeva a qualsiasi contatto con loro. Ma:
2. La loro stessa malvagità. Videro semplicemente che lui, che un tempo conoscevano come un potente principe, era stato sopraffatto dalla cattiva sorte, e di conseguenza si rivoltarono contro di lui. Che facessero risalire le calamità di Giobbe, come fece Giobbe stesso, alla mano di Dio (versetto 11), era improbabile. Eppure il risultato è stato lo stesso. Dio, secondo Giobbe -- secondo loro, il destino -- aveva sciolto l'arco d'iride e aveva conficcato un'asta nel cuore di questo imperioso autocrate, o aveva allentato la corda che sosteneva la tenda del suo corpo fino ad allora vigoroso, e lo aveva deposto prostrato sotto una malattia ripugnante e dolorosa; e così essi, liberandosi del ritegno, lo assalirono con sfrenata arroganza, recitando, in questi primi tempi, la storia familiare dell'asino che prende a calci e del leone morto: "Ma ieri la parola di Cesare avrebbe potuto resistere contro il mondo; ora giace lì, e nessuno è così povero da fargli riverenza". ('Giulio Cesare', atto 3. sc. 2.)
Imparare:
1. La certezza che l'uomo può decadere al di sotto del livello delle bestie
2. Il diritto della società a proteggersi contro gli illegali e i depravati
3. La tendenza di tutta la malvagità a portare all'infelicità anche sulla terra
4. L'infallibilità con cui si perpetua la depravazione morale
5. L'instabilità che accompagna ogni grandezza umana
6. Fino a che punto gli uomini malvagi si spingeranno nel perseguitare e opprimere gli altri quando Dio concederà il permesso
7. L'inevitabile avvicinarsi della rovina di una nazione quando la sua gioventù è diventata corrotta e depravata
OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-31. - I guai del presente
In contrasto con il felice passato di onore e di rispetto su cui si è così malinconicamente soffermato nel capitolo precedente, Giobbe si vede ora esposto al disprezzo e al disprezzo dei più meschini degli uomini, mentre un diluvio di miserie dalla mano di Dio passa su di lui. Da quest'ultimo capitolo abbiamo appreso l'onore e l'autorità con cui talvolta piace a Dio di incoronare i pii e i fedeli. Dal presente vediamo come altre volte li crocifigge e li mette alla prova. Devono essere processati "a destra e a sinistra".2Corinzi 6:7 - ; comp. - Filippesi 4:12 Ci viene anche ricordata la transitorietà di ogni bene mondano. I cieli e la terra periranno; quanto più la gloria, la potenza e la felicità della carneIsaia 40)!
I IL DISPREZZO DEGLI UOMINI. (Versetti 1-10) I giovani, che erano soliti alzarsi in sua presenza, lo deridono con disprezzo; giovani i cui padri, i più bassi dell'umanità, ladri, infedeli e più degni, erano di valore inferiore ai cani da guardia del suo gregge (versetto 1). Di per sé, i giovani non gli erano stati di alcun aiuto; avevano mancato di tutta la forza della virilità; inariditi dal bisogno e dalla fame, avevano tratto la loro scarsa sussistenza dalla steppa desolata e sterile (Versetti. 2, 3); Raccogliendo le erbe e i cespugli di sale e le radici di ginepro per il cibo (versetto 4). Questi disgraziati conducevano la vita dei paria; Scacciati dalla società degli uomini, il grido di caccia si levò dietro di loro come dietro ai ladri. Il loro luogo di dimora era in orridi burroni, grotte e rocce (Versetti. 5, 6). Le loro grida selvagge si udivano nella boscaglia; Giacevano e formavano i loro piani di rapina tra le ortiche (versetto 7). Figli di stolti e di vili, furono flagellati fuori dalla terra (versetto 8). Un'immagine spaventosa della feccia della vita umana! Forse quei Trogloditi
comp. - Giobbe 24:4 erano gli Horiti, gli abitanti originari del paese montuoso di Seir, conquistato dagli Edomiti.Genesi 36:6-8; Deuteronomio 2:12, 22 Di questi esseri degradati Giobbe è ora diventato il canto di scherno, la parola derisoria (Versetto 9). Essi mostrano verso di lui ogni segno di orrore, indietreggiando da lui, o avvicinandosi solo per sputargli in faccia con il linguaggio silenzioso e rozzo della contumelia e del disgusto.
Versetto 10; comp. - Matteo 26:67; 27:30 Giobbe aveva in qualche modo attirato su di sé questo trattamento dal più vile degli uomini? Certamente non c'è nulla nella storia che ci porti a dare la colpa di una condotta altezzosa o spietata all'eroe. Eppure, è sempre vero che raccogliamo come seminiamo; ma il seminatore e il mietitore possono essere persone diverse. La crudele misura inflitta a questi sfortunati è ora misurata all'innocente Giobbe. Non è nella natura umana ricambiare l'amore con l'odio o dare disgusto in cambio della gentilezza. La responsabilità della società nei confronti dei suoi emarginati è una lezione profonda che solo nei tempi moderni abbiamo cominciato a imparare. Tutti gli uomini, per quanto caduti e bassi, devono essere trattati come creature di Dio. Se li trattiamo come bestie selvagge, non possiamo che aspettarci il ritorno delle bestie selvagge. Rabbi Ben Azar disse: "Non disprezzare nessuno e non disprezzare nulla. Poiché non c'è uomo che non abbia la sua ora, né c'è nulla che non abbia il suo posto". Dice il nostro Wordsworth: "Colui che prova disprezzo per qualsiasi cosa vivente, ha facoltà che non ha mai usato, e il pensiero con lui è nella sua infanzia". E ancora... "Siate certi che meno di tutti può sprofondare nulla che abbia mai posseduto l'occhio e la fronte sublimi per il cielo per i quali l'uomo è nato, per quanto depresso, così in basso da essere disprezzato senza peccato, senza offesa per Dio, scacciato dalla vista"."Accondiscendete agli uomini di basso rango". La gentilezza e la compassione verso i nostri inferiori è una delle lezioni principali della nostra santa religione
II ABBANDONO ALLA MISERIA DA PARTE DI DIO. (Versetti 11-15) La salute e la felicità sono nostre quando Dio ci tiene per mano; malattia, languore e miseria mentale quando allenta la presa. I nervi di Giobbe sono rilassati. Le bande da guerra dell'Onnipotente hanno sciolto le briglie; Angeli e messaggeri di mali, malattie e piaghe, danno la caccia all'infelice sofferente (versetto 11). Sembra che questa folla oscura si alzi alla sua destra -- il luogo dell'accusatoreSalmi 109:6 -- e respinga i suoi piedi, spingendolo in uno spazio angusto, spalancando davanti a lui le loro vie di distruzione, ammucchiando contro di lui bastioni assedianti, distruggendo così il suo stesso sentiero, il suo modo di vivere precedentemente indiscusso. Essi aiutano a portare avanti la sua rovina, non avendo bisogno dell'aiuto di altri nell'opera perniciosa (Versetti. 12, 13). Arriva questo terribile esercito assediante, come attraverso un'ampia breccia nel muro della vita, rotola con forte ruggito, mentre le difese cadono in rovina (versetto 14). I terrori si rivoltano contro di lui, improvvisi orrori della morte
comp. - Giobbe 18:11,14 27:20 a caccia del suo onore, l'onore raffigurato inGiobbe 29:20), segg. La sua felicità, in conseguenza di questi violenti assalti, svanisce improvvisamente e senza tracce come una nuvola dalla faccia del cielo.Giobbe 7:9 Isaia 44:22 Se Dio pone la sua mano sul corpo o sulla felicità esteriore dei suoi figli, raramente ci sarà liberazione senza conflitto interiore, angoscia, paura e terrore. È con persone come con San Paolo; Fuori c'è conflitto, e dentro c'è paura.2Corinzi 7:5
III INCONCEPIBILE ANGOSCIA INTERIORE. (Versetti 16-23) La sua anima si scioglie e si riversa dentro di lui; Il suo corpo è sciolto in lacrime. Giorni di dolore lo stringono nella loro morsa, rifiutano di andarsene e lo lasciano in pace (versetto 16). La notte tormenta e trafigge le sue ossa, e non lascia riposare i suoi tendini (Versetto 17). Per la tremenda potenza di Dio egli è così inaridito che la sua veste pende sciolta intorno a lui, lo avvolge come il colletto di un mantello, non si adatta in nessun luogo al suo corpo (Versetto 18). Dio lo ha gettato sul mucchio di cenere -- un segno della più profonda umiliazioneGiobbe 16:15 -- finché la sua pelle assomiglia alla polvere e alla cenere nel suo colore (Versetto 19). In questa condizione di snervamento, la preghiera stessa sembra incapace di stimolare le sue energie più alte e piene di speranza. Non può che piangere, dolorosamente e supplicando, ma senza la speranza di essere esaudito. "Io sto in piedi e tu mi guardi fisso" -- nessun segno di attenzione nel tuo sguardo, di favore nei tuoi occhi (versetto 20). L'aspetto del Padre onnipotente, visto attraverso il mezzo di un'intensa sofferenza, diventa un aspetto di crudeltà e orrore (versetto 21). Sollevandolo sul vento della tempesta come su un carro,
comp. - 2Re 2:11 Dio lo fa portare via, e si dissolve per così dire nell'impeto lievitato della tempesta (versetto 22). Sa che Dio lo sta portando alla morte, il luogo di riunione per tutti i viventi (versetto 23)
IV FALLIMENTO DI TUTTE LE SUE SPERANZE. (Versetti 24-31) Secondo il calcolo umano, egli deve disperare della vita. Ma si può biasimare l'infelice se stende la mano per chiedere aiuto in mezzo alla rovina della sua caduta, e manda il suo grido mentre passa verso la distruzione? Non è questa una legge per tutte le creature viventi (versetto 24)? Giobbe non ha forse mostrato compassione in tutte le disgrazie altrui, e non ha, quindi, il diritto di lamentarsi, e di aspettarsi compassione nelle proprie (versetto 25)? Tutta la sofferenza di Giobbe è condannata al pensiero che, dopo che la felicità dei giorni passati aveva generato speranze per un futuro simile, fu visitato dalla più profonda miseria e gettato nella più profonda angoscia (Versetti. 26-31). La luce dei giorni passati lo guarda di nuovo, e così il suo discorso ritorna al suo inizio.Giobbe 29 Sperando nel bene, ne seguì il male;Isaia 59:9; Geremia 14:19 aspettando la luce, si fece più fitta oscurità. C'è un ribollire interiore della mente. Giorni di afflizione sono caduti su di lui. Va oscurato, senza il bagliore del sole; Il suo aspetto bruno è dovuto a un'altra causa: è imbrattato di polvere e cenere. Si trova nell'assemblea, dando sfogo al suo lamento in mezzo alla compagnia in lutto che lo circonda. Un "fratello degli sciacalli, un compagno degli struzzi", queste creature del deserto dal grido forte e lamentoso, è essere. La sua pelle nera si separa e cade da lui; Le sue ossa sono inaridite da un calore divorante. E poi, in un bel tocco poetico, l'intera descrizione del suo dolore è riassunta: "La mia arpa divenne luttuoso, e il mio salmo toni lugubri". Ma imparerà ancora ad accordare la sua arpa per la gioia e la lode. Ora, però, la sua malinconia lo perseguita; e non uno sguardo benevolo squarcia l'oscurità dei suoi oscuri pensieri per dargli conforto. Ma la disperazione di sé non ha mai portato Giobbe a disperare di Dio. C'è ancora, quindi, una scintilla di speranza in mezzo a questa tempesta selvaggia. Porta in mano un bocciolo che si svilupperà ancora in un fiore. Questo non è un esempio del dolore fatale del mondo, ma del potere vivificante del dolore che è dopo Dio (confronta il sermone di Robertson sul "Potere del dolore", vol. 2). -J
OMULIE di R. GREEN Versetti 1-31. - Un doloroso contrasto
La condizione di Giobbe è divenuta di tristezza, la cui umiliazione è in diretto contrasto con la sua precedente condizione. Lo esprime vividamente in poche parole: "Ma ora mi hanno in scherno quelli che sono più giovani di me, i cui padri avrei disdegnato di far sedere con i cani del mio gregge". L'immagine di una dolorosa umiliazione, in contrasto con l'onore, la ricchezza e il potere precedenti, è molto sorprendente. È un esempio tipico, che mostra a quali profondità si possono ridurre le più elevate. I dettagli sono i seguenti
I IL TRATTAMENTO SPREZZANTE DI UOMINI MESCHINI E INDEGNI. "Erano figli di stolti, sì, figli di uomini vili: erano più vili della terra. E ora sono la loro canzone, sì, sono la loro parola d'ordine. Mi aborriscono, fuggono lontano da me e non risparmiano di sputare nella mia razza". Ci vuole la massima forza di giusti principi, e la più completa padronanza e autocontrollo, per sopportare tale trattamento senza violenti scoppi di passione
II GRANDE AFFLIZIONE MENTALE. "Il terrore si è rivoltato contro di me"; "L'anima mia è riversata in me"
III GRANDE DOLORE FISICO. "Le mie ossa sono trafitte in me nella stagione notturna, e i miei tendini non si riposano"
IV APPARENTE INDIFFERENZA DI DIO ALLA SUA PREGHIERA. L'ora più triste di tutte le tristi ore della vita umana è quella in cui l'unico infallibile Aiutante chiude il suo orecchio. La profondità più bassa del dolore raggiunta dall'Uomo dei dolori trovò espressione in "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"
V A questo si aggiunge IL TIMORE CHE DIO STESSO RIVOLGA LA SUA MANO CONTRO DI LUI. "Tu sei diventato crudele con me". Le sue afflizioni gli appaiono come giudizi divini; eppure non sa perché è afflitto
VI LA CUPA APPRENSIONE CHE TUTTO FINIRÀ CON LA MORTE. "Tu mi porterai alla morte". Nessuna luminosità in lontananza rallegra il sofferente. Non c'è prospettiva di luce al calar della sera
VII A tutto si aggiunge IL SOGGETTO LA PENA DELL'ESCLUSIONE. È un emarginato. Non c'è aiuto per lui nell'uomo. "Io sono un fratello per i draghi e un compagno per i gufi". Amara, infatti, è la tazza mescolata di tali ingredienti. Forte il cuore che soffre così e non si spezza. - R.G
OMULIE di w.f. adeney Versetti 1-10. - La caduta dall'onore al disprezzo
LA SFORTUNA PORTA DISPREZZO, Giobbe ha appena recitato gli onori dei suoi giorni più felici. Con la perdita della prosperità è arrivata la perdita di quegli onori. Colui che è stato servilmente lusingato nella ricchezza e nel successo è crudelmente disprezzato nel momento dell'avversità. Questo è mostruosamente ingiusto, e Giobbe sente che è così. Tuttavia, è vero solo per la vita. Gli uomini giudicano dall'aspetto esteriore. Perciò chiunque sperimenti in qualche misura ciò che Giobbe ha sperimentato non deve essere colto di sorpresa. Il giudizio del mondo ha poco valore. La buona opinione degli uomini può cambiare come una banderuola. Abbiamo bisogno di cercare una gloria più alta, più sicura, vera e duratura di quella dell'onore dell'uomo
II L' ORGOGLIO PREPARA AL DISPREZZO. C'è una nota di orgoglio nel versetto 1, "I cui padri avrei disdegnato di sedurre con i cani del mio gregge". Una reliquia dell'altezzosità aristocratica si insinua in questa espressione del patriarca umiliato. Se trattiamo gli uomini come cani, possiamo aspettarci che, quando avranno il calice per farlo, si rivolteranno contro di noi come cani. Possono rannicchiarsi e rabbrividire quando siamo forti, ma sono ansiosi di attaccarci quando arriva il nostro momento di debolezza
III LE NATURE MESCHINE GIUDICANO SUPERFICIALMENTE. Come le descrive Giobbe, le miserabili creature che si rivoltarono contro di lui erano la feccia stessa del popolo. Erano fuorilegge, ladri e gente senza valore che era stata cacciata nelle caverne di montagna, oziosi ed esseri degradati che estirpavano le erbacce per vivere. Chiaramente questi uomini devono essere distinti dai poveri, il cui unico difetto è la mancanza di mezzi. Eppure tra loro potrebbero esserci stati alcuni di quelli che nei suoi giorni più prosperi benedissero Giobbe per averli aiutati quando erano pronti a perire. L'ingratitudine è fin troppo comune tra tutti gli uomini, e non possiamo sorprenderci di trovarla in persone di abitudini basse e brutali
IV È DOLOROSO SOFFRIRE DI DISPREZZO. Nella sua prosperità Giobbe avrebbe disprezzato l'opinione di coloro che ora lo vestano con i loro insulti. Eppure non avrebbe mai potuto essere compiacente di fronte al disprezzo. È stato giustamente detto che l'uomo più grande del mondo riceverebbe un certo disagio se venisse a sapere che la creatura più meschina della terra lo disprezza dal profondo del suo cuore. L'orgoglio del tutto indifferente alla buona o cattiva opinione degli altri non è una virtù. L'umiltà darà un certo valore al favore del più basso. Se abbiamo spirito di fratellanza, non possiamo non desiderare di vivere in buoni rapporti con tutti i nostri vicini
V È POSSIBILE PASSARE DAL DISPREZZO DELL'UOMO ALL'APPROVAZIONE DI DIO. Il cristiano dovrebbe imparare a sopportare il disprezzo, poiché Cristo lo ha sopportato. Egli era "disprezzato e rigettato dagli uomini".Isaia 53:3 Come Giobbe, fu insultato e gli sputarono addosso. Eppure riteniamo che tutti gli insulti di cui è stato caricato non lo abbiano realmente umiliato. Al contrario, non ci appare mai così dignitoso come quando "non aprì la bocca" in mezzo alle contumelie e agli oltraggi. In quella terribile scena della notte prima della crocifissione, sono i nemici di Cristo che ci appaiono come abbassati e degradati. Ora sappiamo che la croce era il terreno della più alta gloria di Cristo. "Perciò anche Dio lo ha esaltato" Filippesi 2:9 La Chiesa ha coronato con onore la memoria dei suoi martiri. I cristiani disprezzati e sofferenti possono imparare a possedere la loro anima con pazienza se camminano alla luce del volto di Dio. - W.F.A
2 Sì, a che cosa mi gioverebbe la forza delle loro mani? Uomini che non avevano in mano la forza necessaria per procurare a un datore di lavoro alcun profitto, creature povere e deboli, nelle quali la vecchiaia (anzi, il vigore virile) era perita. Sembra che si additi una razza efferata, senza forza né resistenza, senza nervi, senza spirito, "destinata al decadimento precoce e alla morte prematura"; ma non è chiaro come siano sprofondati in una tale condizione. Troppo spesso tali superstiti sono semplicemente tribù fisicamente deboli, che le più potenti hanno affamato e rachitico, spingendoli nelle regioni meno produttive, e in ogni modo rendendo loro la vita difficile
3 Per la miseria e la carestia erano solitari; piuttosto, erano scarsi (vedi la versione riveduta). Confrontate le descrizioni che ci sono state date delle razze native dell'Africa centrale da Sir S. Baker, Speke, Grant, Stanley e altri. Fuggire nel deserto, piuttosto rosicchiare il deserto, cioè nutrirsi di radici e frutti secchi e privi di linfa che il deserto produce. In passato desolato e desolato; o, alla vigilia dello spreco e della desolazione
4 Che tagliano la malva dai cespugli. Una delle piante di cui si nutrono è il malluch, non proprio una "malva", ma probabilmente l'Atriplex halimus' che è "un arbusto alto da quattro a cinque piedi, con molti rami spessi; le foglie sono piuttosto acide al gusto; i fiori sono violacei e molto piccoli; cresce sulla costa del mare in Grecia, Arabia, Siria, ss.), e appartiene all'ordine naturale Chenopodiace" (vedi Smith's 'Dict. of the Bible,' vol. 2. p. 215). E radici di ginepro per la loro carne. La maggior parte dei moderni considera il rothen come la Genista monosperma, che è una specie di ginestra. È una pianta leguminosa, con un fiore bianco. e cresce abbondantemente nel deserto del Sinaitico, in Palestina, Siria e Arabia. La radice è molto amara, e verrebbe usata solo come cibo sotto estrema pressione, ma il frutto viene facilmente mangiato dalle pecore, e le radici, senza dubbio, darebbero un po' di nutrimento (vedi l'opera del Dr. Cunningham Geikie, "The Holy Land and the Bible", vol. 1, p. 258)
5 Furono scacciati di mezzo agli uomini. Le razze deboli si ritirano di fronte a quelle forti, che occupano le loro terre e la cui volontà non osano contestare. Non sono intenzionalmente "cacciati fuori", perché le razze forti li farebbero volentieri i loro schiavi; ma si ritirano nelle regioni più inaccessibili, come ha fatto la popolazione primitiva in India e altrove. Gridavano dietro di loro come un ladro. Le tribù emarginate diventano naturalmente, e quasi necessariamente, tribù di ladri. Privati delle loro terre produttive e spinti in deserti rocciosi, la miseria li rende ladri e predoni. Allora coloro che li hanno resi ciò che sono li diffamano e li denigrano
6 Abitare nelle rupi delle valli; di nelle fessure (versione riveduta). L'Asia occidentale è piena di regioni rocciose, solcate da profonde gole e fenditure, le cui pareti si innalzano bruscamente o a terrazze, e sono esse stesse perforate da grotte e crepe. Il tratto intorno a Petra è, forse, il più notevole di queste regioni; ma ce ne sono molti altri che gli assomigliano molto. Questi luoghi offrono rifugio alle tribù deboli e reigate, che vi si nascondono, sia nelle caverne della terra, sia nelle rocce. I Greci chiamavano questi sfortunati "Trogloditi" (Erode, 4:183; Strabone, 16. p. 1102; Diod. Sic., 3:14. ss.), gli ebrei "Horim", da rwOj "un buco"
7 Tra i cespugli ragliavano. I suoni che uscivano dalle loro bocche suonavano a Giobbe meno come un discorso articolato che come il raglio degli asini. Confrontate ciò che Erodoto dice dei suoi Trogloditi: "La loro lingua è diversa da quella di qualsiasi altro popolo; Sembra lo stridio dei pipistrelli". Sotto le ortiche (o vecce selvatiche) erano radunati insieme, anzi, rannicchiati insieme
8 Erano figli di stolti. La degenerazione fisica di cui Giobbe ha parlato è accompagnata nella maggior parte dei casi da un'estrema incapacità mentale. Alcune delle razze degradate non possono contare più di quattro o cinque; altri non hanno più di due o trecento parole nel loro vocabolario. Sono tutti di scarso intelletto, anche se a volte estremamente abili e astuti. Sì, figli di uomini vili, letteralmente, figli senza nome. La loro razza non si era mai fatta un nome, ma era sconosciuta e insignificante. Erano più vili della terra, anzi furono flagellati dalla terra. Questo non deve essere inteso alla lettera. Si tratta di una ripetizione retorica di quanto già detto nel versetto 5. L'espressione può essere paragonata al racconto di Erodoto, secondo cui quando gli schiavi sciti si ribellarono e presero le armi, gli sciti li flagellarono fino a sottometterli (Erode, 4:3, 4)
9 E ora sono la loro canzone, sì, sono la loro parola d'ordine.
vedi - Giobbe 17:6 - ; e comp. - Salmi 69:12 #Giobbe 30:10
Mi aborriscono, fuggono lontano da me; piuttosto, mi aborriscono, si tengono lontani da me (vedi la versione riveduta). E non risparmiarmi di sputarmi in faccia. Questo è stato generalmente preso alla lettera, come sembra essere stato dai LXX Ma, forse, non significa altro che essi non si astenevano dallo sputare in presenza di Giobbe (vedi il "Libro di Giobbe" del professor Lee, p. 422)
11 Perché egli ha sciolto la mia corda. "Egli", in questo passaggio, non può essere che Dio; e così Giobbe si volge qui in una certa misura dai suoi persecutori umani al suo grande Afflittore, l'Onnipotente. Dio ha "sciolto la sua corda", cioè ha sciolto la sua fibra vitale, gli ha tolto le forze, lo ha ridotto all'impotenza. Quindi, e solo per questo, i persecutori osano affollarsi intorno a lui e insultarlo. E mi ha afflitto. Dio lo ha afflitto con un colpo dopo l'altro, con l'impoverimento,Giobbe 1:14-17 con il lutto,Giobbe 1:18,19 con una grave malattia.Giobbe 2:7 Hanno sciolto le briglie davanti a me. Questo ha dato ai suoi persecutori il coraggio di mettere da parte ogni ritegno e di guidarlo con un insulto dopo l'altro (Versetti. 1, 9, 10)
12 Alla mia destra si alza il giovane; letteralmente, la covata; cioè la plebaglia - una folla di giovani e ragazzi mezzo cresciuti, come quelli che si radunano in quasi tutte le città per fischiare e insultare una persona rispettabile che è in difficoltà e indifesa. In Oriente tali raduni sono molto comuni ed estremamente fastidiosi. Mi spingono via i piedi, cioè cercano di buttarmi giù mentre cammino. Essi innalzano contro di me le vie della loro distruzione. Mettono ostacoli sulla mia strada, ostacolano i miei passi, mi ostacolano in ogni modo che trovano possibile
13 Rovinano il mio cammino; cioè interferire e frustrare qualsiasi cosa io sia intenzionato a fare. Hanno predisposto la mia calamità, il professor Lee traduce: "Essi traggono profitto dalla mia rovina". Non hanno un aiutante. Se il testo è valido, dobbiamo capire: "Fanno tutto questo, osano tutto questo, anche se non hanno uomini potenti che li aiutino". Ma si sospetta che ci sia una certa corruzione nel passo, e che l'originale abbia dato il senso che si trova nella Vulgata: "Non c'è nessuno che mi aiuti"
14 Mi piombarono addosso come un ampio irruzione delle acque; cioè con una forza simile a quella dell'acqua quando ha sfondato un argine o una diga. Nella desolazione confidavano in me. Come le onde del mare, che si susseguono una dopo l'altra
15 I terrori si sono rivolti su di me: Giobbe sembra passare qui dai suoi persecutori umani alle sue sofferenze interne della mente e del corpo. I "terrori" si impadroniscono di lui. Sperimenta nel sonno sogni e visioni orribili,Giobbe 7:14 e anche nelle sue ore di veglia è perseguitato dalle paure. I "terrori di Dio si schierano contro di lui". Giobbe Dio gli sembra come uno che veglia e "lo mette alla prova in ogni momento", cercando l'occasione contro di lui e non lasciandogli mai un istante di pace.Giobbe 7:19 Questi terrori, egli dice, perseguitano la mia anima come il vento; letteralmente, perseguono il mio onore, o la mia dignità. Agitano la calma compostezza che si addice a un uomo pio, la disturbano, la scuotono e, almeno per un po', causano terrore e contrazione dell'anima. In queste circostanze, il mio benessere svanisce come una nuvola. Non è solo la mia felicità, ma il mio vero benessere, che non c'è più. Il corpo e l'anima sono ugualmente sofferenti, l'uno scosso dalle paure e turbato dai dubbi e dalle apprensioni; l'altro colpito da una malattia dolorosa, così che non c'è solidità in essa
16 E ora l'anima mia è riversata su di me. Sembra che la mia stessa anima sia uscita da me. "Svengo e svengo, a causa delle mie paure" (Lee). I giorni dell'afflizione si sono impadroniti di me. Tutta la mia prosperità è svanita, e sono giunto ai "giorni dell'afflizione". Questi "afferrano me" e, per così dire, mi possiedono
Versetti 16-31. - La seconda parabola diGiobbe:3) . Una dolorosa rassegna della miseria presente
I AFFLIZIONE FISICA DI GIOBBE
1. Travolgente. Non fu una malattia di poco conto quella che strappò dal cuore di questo grande uomo decaduto il lamento squisitamente lamentoso della presente sezione. La malattia che gli aveva colpito le zanne nelle viscere era tale da fargli ribollire le viscere, e non riposare (Versetto 27); che gli fece sciogliere il cuore come cera in mezzo alle sue viscere;Salmi 22:14 sì, questo sciolse la sua anima in lacrime (Versetto 16). La maggior parte degli uomini ha motivo di essere grata che le afflizioni che sono chiamati a sopportare non siano assolutamente intollerabili; per cui la lode è dovuta solo alla misericordia di Dio. Tuttavia, a meno che l'anima non sia convenientemente colpita dai mali che assalgono il corpo, questi ultimi producono i risultati previsti, i pacifici frutti della giustizia. Il caso di Giobbe suggerisce che attraverso l'unione e la simpatia dell'anima e del corpo l'uomo possiede una capacità quasi infinita di soffrire il dolore; mentre il fatto che il dolore possa contribuire al miglioramento dell'uomo è una testimonianza della superiorità dell'uomo sulle creature
2. Improvviso. Questa fu una delle circostanze che rese l'afflizione di Giobbe così instancabile. Gli era balzato addosso alla sprovvista, catturandolo e trattenendolo come un detective farebbe con un criminale (Versetto 16), proprio nel momento in cui aveva detto a se stesso: "Morirò nel mio nido e moltiplicherò i miei giorni come la sabbia"Giobbe 29:18 e si era congratulato per le fonti apparentemente permanenti e inesauribili della sua ricchezza, e sul carattere palpabilmente stabile e immutabile della sua gloria
3. Deperimento. Una seconda circostanza che tendeva a dissolvere l'animo di Giobbe mentre rifletteva sui suoi problemi fisici era il carattere rivoltante della malattia da cui era stato sopraffatto. Secondo un punto di vista, Giobbe, con una forte figura poetica, personifica la notte (versetto 17; confrontaGiobbe 3:2 come una bestia feroce, che gli era balzata addosso nell'oscurità e lo aveva dilaniato un arto dopo l'altro, l'allusione era alla terribile natura della Lepra Arabica' che "si nutre delle ossa e distrugge il corpo in modo tale che le singole membra sono completamente staccate" (Delitzsch). A questo, inoltre, il carattere debilitante della malattia (Versetti. 18) è creduto dal commentatore appena nominato riferirsi
4. Sgradevole. Un'ulteriore fonte di dolore per il patriarca nel pensare alla sua malattia era la deturpazione della sua persona che aveva causato. "Per la sua grande forza l'abito (della sua pelle) fu cambiato" (Gesenius), probabilmente attraverso frequenti secrezioni purulente, o attraverso le incrostazioni ripugnanti che coprivano il suo corpo; Anche la sua pelle era diventata nera, e si stava staccando dal suo scheletro emaciato, mentre le sue ossa dentro di lui venivano consumate da un calore ardente (versetto 30). È una croce speciale quando Dio, attraverso la malattia, presenta un uomo dall'aspetto sgradevole ai suoi simili
5. Incessante. Il dolore che Giobbe soffrì era apparentemente continuo e senza interruzione. Già frequentemente insistito in discorsi precedenti,Giobbe 3:24 7:3,4,13,15 10:20 - , ss. è qui presentato in una nuova serie di immagini, in cui Giobbe descrive i suoi tendini come se non prendessero riposo (Versetto 17), letteralmente, "i miei rosicchiatori", intendendo sia i suoi dolori tormentosi (Gesenius), sia i vermi rosicchianti formati nelle sue ulcere (Delitzsch), "non riposare", e parlando della sua malattia come se lo legasse saldamente e gli si attaccasse strettamente come il colletto del suo mantello (Versetto 18), e infine aggiungendo che le sue viscere, come sede del dolore, ribollivano e non riposavano (Versetto 27)
6. Colletto. In questo suo ultimo lamento, Giobbe non limita la sua attenzione all'unico punto della sua malattia fisica, ma fa un'indagine su tutto il corso della sua afflizione, dal giorno in cui, privato della sua famiglia e dei suoi beni, andava in giro per le strade come un lutto, vestito di sacco, senza il sole (versetto 28), cioè in un tale stato di dolore e di abbattimento che nemmeno il sole gioioso riusciva a dargli piacere, a quel momento in cui era diventato come "un fratello per i draghi e un compagno per i gufi" (Versetto 29)
7. Degradante. A causa di questa terribile malattia era stato gettato nel fango ed era diventato come polvere e cenere;
Confronta - Giobbe 16:15,16 anzi, era stato ridotto al livello degli sciacalli e degli struzzi, creature i cui dolorosi ululati riempiono gli uomini di brividi e avvilimento
II L'ANGOSCIA MENTALE DI GIOBBE. Il pensiero che più acutamente lacerò il petto di Giobbe fu l'idea fissa e inamovibile che si era fissata sulla sua anima, che il Dio che aveva amato e servito era diventato per lui un Dio cambiato, che lo trattava con crudeltà spietata (versetto 21). Di ciò la prova per la mente di Giobbe risiedeva in diverse considerazioni
1. Che Dio era il vero Autore delle sofferenze di Giobbe. Era stato lui e nessun altro a gettare Giobbe nel fango (Versetti. 19). In un senso molto reale questo era vero, poiché il maligno e insonne avversario di Giobbe non avrebbe potuto avere alcun potere su di lui, se non gli fosse stato dato dall'alto; ma nel senso in cui si riferiva Giobbe era un orribile equivoco, essendo stato Satana e non Dio il nemico che aveva toccato le sue ossa e la sua carne. I santi dovrebbero stare attenti a non imputare a Dio la colpa di ciò che Egli permette soltanto
2. Che Dio rimase sordo alle suppliche di Giobbe. "Io grido a te, e tu non mi ascolti: mi alzo, e tu mi guardi; " cioè mi guarda fisso (versetto 20), incontrando il mio sguardo sincero e reverenziale verso l'alto con uno sguardo di pietra indifferente, se non di intento ostile confronta versetto 24). Una spaventosa perversione della verità che la prolungata miseria di Giobbe non può giustificare. Dio non è nemico di nessun uomo che prima non si fa nemico di Dio. "Il volto di Dio è rivolto contro quelli che fanno il male", ma "gli occhi di Dio sono sempre rivolti ai giusti" con sguardi d'amore e di benigna compassione. Anche quando si trattiene dall'aiutare, e sembra essere sordo alle suppliche del brav'uomo, ascolta e ha pietà. Se Dio non risponde, è nell'amore piuttosto che nell'odio. Qualunque cosa accada a un santo, egli dovrebbe tenersi saldo per l'amore immutabile e incrollabile del Padre Divino. I credenti sotto il vangelo dovrebbero trovare questo più facile da fare di quanto non lo facesse Giobbe
3. Che Dio era insensibile alla debolezza di Giobbe. Con la forza del suo braccio onnipotente sembrava che stesse facendo guerra a uno che era insignificante e fragile, incurante delle agonie che infliggeva o dei terrori che ispirava, sollevando la sua vittima sul feroce uragano della tribolazione, facendola guidare davanti ai suoi squilli ululanti e svanire nello schianto della tempesta, come una nuvola sottile è catturata dalla tempesta vorticosa, "soffiata con inquieta violenza trovata intorno al mondo pendente", e infine dispersa dalla violenta agitazione che sopporta (Versetti. 21, 22)
4. Che Dio aveva deciso fermamente la distruzione di Giobbe. Nella mente angosciata di Giobbe era una conclusione scontata che Dio avesse deciso di inseguirlo fino alla tomba, di farlo scendere nella polvere della morte; per rinchiuderlo nella casa dell'assemblea per tutti i viventi (Versetto 23). La concezione di Giobbe della tomba era sublimemente vera. Era ed è "il grande ritrovo involontario di tutti coloro che vivono in questo mondo". Anche la convinzione di Giobbe che Dio lo avrebbe infine condotto lì era corretta. "È stabilito che tutti gli uomini muoiano una sola volta". L'apprensione di Giobbe che fosse stato decretato il suo immediato scioglimento era sbagliata. I tempi di tutti sono nelle mani di Dio; e non è dato a nessuno di anticipare con certezza il giorno e l'ora di partenza da questa scena sublunare. Allo stesso modo, era errata anche la deduzione di Giobbe secondo cui la preghiera era inutile quando Dio aveva deciso la distruzione di una creatura (versetto 24). Non fu così nel caso di Ezechia, al quale Dio, in risposta alla sua fervida supplicazione, aggiunse quindici anni.2Re 20:1-7; Isaia 38:1-5 Ma anche se Dio rifiutasse di spostare indietro l'ombra sul quadrante, non è comunque invano che i moribondi lo invochino ad alta voce in preghiera, in quanto egli può aiutarli con la sua grazia a venire incontro a ciò che con la sua mano non scongiurerà
5. Che Dio non ha tenuto conto delle filantropie di Giobbe. Giobbe aveva pianto per colui che era in difficoltà o la cui giornata era dura, e la sua anima era stata addolorata per il bisognoso.Giobbe 29:12,13 - Eppure Dio era apparentemente indifferente. Questo, però, era solo un altro malinteso da parte di Giobbe. L'Onnipotente annota con occhio amorevole ogni azione gentile compiuta dai suoi servi sulla terra, e ricompenserà anche un ernest di pane o un bicchiere di acqua fresca dato in suo nome a un povero. Solo il tempo della ricompensa sarà d'ora in poi. Perciò nessuno ha il diritto di aspettarsi, come Giobbe, che le sue buone azioni siano qui ricompensate. "Fate il bene, senza sperare nulla di nuovo", è la massima prescritta ai seguaci di Cristo. Agito, li salverà dalla delusione che quasi schiacciò l'anima di Giobbe (versetto 26)
Imparare:
1. L'assoluta impossibilità di evitare giorni di sofferenza
2. La facilità con cui Dio può rimuovere la felicità dalla sorte dell'uomo
3. L'incapacità di chiunque di sostenere il fardello dell'afflizione senza l'aiuto divino
4. La stoltezza di gloriarsi della forza o della bellezza, poiché entrambe possono essere trasformate in polvere e cenere
5. L'estremo pericolo di permettere all'afflizione di pervertire le opinioni della mente su Dio
6. L'errore di supporre che Dio possa guardare con odio qualsiasi creatura, tanto meno qualsiasi figlio suo
7. La correttezza di considerare spesso dove finisce il viaggio della vita
8. La certezza che la morte non può essere annullata né dalla pietà né dalla preghiera
9. Il caso malvagio di colui che non può trovare alcun godimento nelle misericordie del Cielo
10. La peccaminosità di dare libero corso alla propria lamentela, specialmente contro Dio, nel tempo dell'afflizione
11. L'inevitabile tendenza dei guai a deteriorare e degradare coloro che non esalta e raffina
12. La possibilità che uno che si crede un fratello di sciacalli e compagno di struzzi diventi un figlio di Dio e un compagno degli angeli
13. La certezza che per tutti i santi il lutto si trasformerà ancora in gioia
La schiavitù dell'afflizione
Giobbe non sta solo passando attraverso le acque dell'afflizione; Si sente afferrato e sopraffatto dai suoi problemi. Vediamo in cosa consiste questa condizione: la stantia della schiavitù e i suoi effetti
LO STATO DI SCHIAVITÙ. Ciò deriva semplicemente dal fatto che l'afflizione è salita a un'altezza tale da sopraffare il malato
1. Il problema non può essere eliminato. Ci sono problemi da cui possiamo sfuggire. Spesso riusciamo a sconfiggere le nostre circostanze avverse. Possiamo affrontare il nostro nemico e sconfiggerlo. Ma altri problemi non possono essere respinti. Quando il nemico arriva come un'inondazione, nessuno sforzo umano può arginare il torrente
2. L'angoscia non può essere sopportata con calma. I problemi più lievi possono essere semplicemente sopportati con pazienza. Non possiamo scacciarli, ma possiamo imparare a trattarli come inevitabili. C'è una forza che nasce dalle avversità. La quercia cresce robusta nel lottare con la tempesta. I muscoli del lottatore sono forti come il ferro. Ma l'angoscia può raggiungere un punto oltre il quale non può essere dominata. La pazienza è a pezzi
3. L'afflizione assorbe tutta la vita. Il dolore sale a un'altezza tale da dominare la coscienza ed escludere tutti gli altri pensieri. L'uomo è semplicemente posseduto dalla sua agonia. Enormi ondate di angoscia avvolgono tutto il suo essere e soffocano ogni altro sentimento. Chi ne soffre non è quindi altro che una vittima, l'azione si perde in un dolore spaventoso. Il martire è disteso sulla graticola. Il suo aguzzino lo ha privato di ogni energia e libertà
II GLI EFFETTI DI QUESTA CONDIZIONE. Un tale stato di schiavitù deve essere un male. È distruttivo per lo sforzo personale. Esclude ogni servizio d'amore e di sottomissione della pazienza. Eppure può essere un mezzo per raggiungere un buon fine
1. Dovrebbe essere un castigo salutare. Per il momento è doloroso. Nella sua fase più acuta potrebbe non permetterci di imparare le sue lezioni. Ma quando comincerà a placare la sua furia, e avremo un po' di calma con cui guardarla indietro, potremo vedere che la tempesta ha schiarito l'aria e spazzato via una massa di spazzatura malsana
2. Dovrebbe essere un motivo per spingerci a Dio. Un'afflizione così tremenda richiede l'unico rifugio perfetto per chi è afflitto. Finché siamo in grado di sopportare i nostri problemi, siamo tentati di confidare nelle nostre forze; ma il miserabile crollo, il crollo totale, l'umiliante schiavitù, dimostrano la nostra impotenza e il nostro bisogno di Colui che è più potente di noi. Ora, la possibilità stessa di tali problemi schiaccianti è una ragione per cui dovremmo cercare il rifugio della grazia di Dio. È difficile trovare il rifugio quando la tempesta infuria intorno a noi. Abbiamo bisogno di essere fortificati in anticipo dalla forza interiore di Dio
3. Dovrebbe renderci solidali con gli altri. Se siamo fuggiti dalla schiavitù, è nostra parte aiutare coloro che vi sono dentro. Conosciamo i suoi terrori e la sua disperazione
4. Dovrebbe portarci a sfruttare al meglio i tempi prosperi. Allora possiamo imparare la via della forza divina. I martiri hanno trionfato dove gli uomini più deboli sono stati in schiavitù. La vita di servizio disinteressato, lealtà e fede è una vita di libertà. Dio non permetterà che una vita del genere sia completamente affascinata dall'afflizione. Quel terribile ritardo è la rovina dei perduti. - W.F.A
17 Le mie ossa sono trafitte in me nella stagione notturna. Negli anestesiosi dell'elefantiasi', dice il dottor Erasmus Wilson, "quando il tegumento è insensibile, ci sono profondi dolori brucianti, a volte di un osso o di un'articolazione, e a volte della colonna vertebrale. Questi dolori sono maggiori di notte; impediscono il sonno e danno origine a sogni irrequieti e spaventosi" (Quain's 'Dictionary of Medicine,' vol. 1. p. 817). E i miei tendini non si riposano; piuttosto, i miei rosicchiamenti, o le mie pene rosicchianti (vedi la Versione Riveduta; e comp. Versetto 3, dove la stessa parola è propriamente resa con "rosicchiare [il deserto]")
18 Per la grande forza della mia malattia la mia veste è cambiata; o, sfigurato. La secrezione purulenta delle sue ulcere sfigurava e sporcava il suo vestito, che si irrigidiva man mano che la secrezione si asciugava e si aggrappava al suo corpo. Mi lega come il colletto del mio cappotto. L'intero indumento gli aderiva al corpo con la stessa forza con cui è consuetudine che il colletto di un centro commerciale, o "buco del collo" (professor Lee), si aggrappi alla sua gola
19 Egli (cioè Dio) mi ha gettato nel fango. "Il fango" qui è l'abisso più basso della miseria e del degrado. Giobbe si sente gettato in esso da Dio, ma tuttavia non lo abbandona né cessa di invocarlo (Versetti. 20-23). E io sono diventato come polvere e cenere; cioè impuro, impuro, offensivo per i miei simili, oggetto di antipatia e disprezzo
20 Io grido a te, e tu non mi ascolti. La peggiore di tutte le calamità è quella di essere abbandonati da Dio, come Giobbe credeva di essere, perché non aveva una risposta immediata alle sue preghiere. Il grido più amaro sulla croce era "Eli, Eli, lama sabacthani?" Ma nessun uomo buono è mai veramente abbandonato da Dio, e nessuna preghiera giusta e sincera è mai veramente inascoltata. Giobbe "aveva bisogno di pazienza",Ebrei 10:36 paziente com'era.Giudici 5:11 Avrebbe dovuto fidarsi di più di Dio, e lamentarsi di meno. Io mi alzo e tu non mi guardi; piuttosto, mi alzo, come di solito usavano i Giudei in preghiera,Luca 18:11 e tu mi guardi (vedi la Revised Version). La lamentela di Giobbe è che, quando si alza e tende le mani a Dio in preghiera, Dio semplicemente guarda, non fa nulla, non gli dà alcun aiuto
21 Tu sei diventato crudele con me; letteralmente, ti sei trasformato in crudele con me. In altre parole: "Tu sei cambiato verso di me e sei diventato crudele con me". Giobbe non dimentica mai che per lunghi anni Dio fu misericordioso e benevolo con lui, "lo fece e lo plasmò tutt'intorno", "lo rivestì di pelle e di carne, e lo recintò di ossa e tendini", "gli concesse vita e favore, e con la sua visita preservò il suo spirito";Giobbe 10:9-12 ma il ricordo porta, forse, tanto dolore quanto piacere con esso. Uno dei nostri poeti dice: "Il ricordo della gioia non è più gioia; Ma la memoria del dolore è ancora un dolore". In ogni caso, il contrasto tra la gioia passata e la sofferenza presente aggiunge una fitta a quest'ultima. Con la tua mano potente ti opponi a me; letteralmente, con la forza della tua mano mi perseguiti (vedi la Versione Riveduta). "Haec noster irreverentius" (Schultens);Giobbe 19:6-13
Accusando Dio di crudeltà
Al primo inizio delle sue afflizioni si poteva dire del patriarca: "In tutto questo Giobbe non peccò e non accusò Dio di stoltezza". Ma l'aggravarsi dei suoi problemi, seguito dai consigli vessatori dei suoi amici, ha da allora più di una volta costretto le sue labbra a pronunciare parole poco sagge, e ora accusa direttamente Dio di essere diventato crudele con lui
L 'AZIONE DI DIO PUÒ APPARIRE CRUDELE ALL'UOMO. Dio permette o infligge dolore. Quando l'uomo grida per chiedere sollievo, il sollievo non arriva, almeno nel modo in cui ci si aspetta. Non è facile capire perché la sofferenza viene inviata. A noi sembra superfluo. Pensiamo che avremmo potuto fare meglio il nostro dovere senza di esso. Sembra che ci sia un destino di ferro che incombe su di noi, indipendentemente dai nostri bisogni, o dai nostri deserti, o dalla nostra impotenza. Questo ci viene portato a casa con particolare intensità, nelle circostanze più difficili
1. Un accumulo di problemi. Un uomo ne ha più della sua parte. Colpo dopo colpo. Il caduto è schiacciato. Le ferite tenere sono sfregate. Questa fu l'esperienza di Giobbe
2. La sofferenza degli innocenti. Gli uomini cattivi sono visti prosperare mentre gli uomini buoni sono in difficoltà. Questo sembra indifferenza alle pretese morali
3. Il rovesciamento dell'utile. Giobbe era stato un uomo molto utile ai suoi tempi; La sua caduta significò la cessazione dei suoi gentili servizi per molte persone in difficoltà. Vediamo vite preziose stroncate o rese inutili, mentre le persone dispettose prosperano e ingrassano
4. Il rifiuto di consegna. Giobbe non era stato orgoglioso, incredulo, autosufficiente. Aveva pregato. Ma Dio sembrò non ascoltarlo né considerarlo (Versetto 20)
II DIO NON È MAI CRUDELE CON L'UOMO. Giobbe ora stava accusando Dio in modo stolto. Dobbiamo giudicare il carattere di un uomo dalle sue azioni finché non lo conosciamo. Allora, se diventiamo pienamente certi che egli è buono, invertiamo il processo e valutiamo qualsiasi condotta dall'aspetto dubbio in base al chiaro carattere dell'uomo. Allo stesso modo, dopo che siamo giunti a sapere che Dio è un vero Padre, che la sua natura è amore, la nostra condotta più saggia è quella di non abbandonare la nostra fede, e accusare Dio di crudeltà quando ci tratta in quello che ci sembra un modo duro. Non può essere falso nei confronti della sua natura. Ma i nostri occhi sono offuscati; la nostra vista è corta; La nostra esperienza egocentrica perverte il nostro giudizio. Dobbiamo imparare a fidarci del carattere costante di Dio quando non riusciamo a comprendere la sua condotta attuale
III LE VEDUTE RELIGIOSE RISTRETTE PORTANO AD ACCUSE INGIUSTE CONTRO DIO. I tre amici di Giobbe furono in gran parte responsabili della condizione mentale del patriarca, che fu spinto ad accusare Dio di crudeltà. Avevano stabilito una regola impossibile, e l'evidente falsità di essa aveva spinto Giobbe alla disperazione. Una dura ortodossia è responsabile di molta incredulità. Gli autoeletti sostenitori di Dio hanno quindi una buona dose di malizia di cui rispondere. Nel tentativo di difendere il governo divino, alcune di queste persone lo hanno presentato in una luce molto brutta. Mentre inculcavano i loro precetti formali nelle orecchie degli uomini su ciò che considerano l'autorità della rivelazione, hanno suscitato uno spirito di rivolta, fino a quando ciò che c'è di più divino nell'uomo, la sua coscienza, si è levata e ha protestato contro i loro dogmi. Dai tempi di Giobbe fino ai nostri giorni, la teologia ha troppo spesso oscurato l'idea che il mondo ha di Dio. Se ci volgiamo dall'uomo a Dio stesso, scopriremo che egli è migliore di quanto i suoi sostenitori lo rappresentino. Quando abbiamo il dovere di parlare di religione, stiamo attenti a non cadere nell'errore degli amici di Giobbe, e a non generare pensieri duri su Dio con insegnamenti ristretti e non simili a quelli di Cristo. - W.F.A
22 Tu mi sollevi al vento, mi tendi a cavalcarlo; cioè tu mi fai essere sballottato dalla tempesta. Sono come una pagliuzza raccolta da un turbine e portata qua e là nelle vaste regioni dello spazio, senza sapere dove vado. Vengo trattato come ho descritto l'uomo malvagio da trattare.Giobbe 27:20,21 E dissolvi la mia sostanza. "Dissolvetemi interamente" (Professor Lee); dissolvetemi nelle tempeste (Versione riveduta)
23 Poiché so che tu mi farai morire. Giobbe ha sempre espresso la sua convinzione di non avere nulla da cercare se non la morte. Sente dentro di sé i semi di una malattia mortale; poiché questa, in pratica, era l'elefantiasi al tempo di Giobbe. È privo di qualsiasi aspettativa di guarigione. La morte deve piombare su di lui, pensa, tra non molto; e allora Dio lo condurrà nella casa stabilita per tutti i viventi. Questo, come ha già spiegato,Giobbe 10:21,22 è "la terra delle tenebre e l'ombra della morte, una terra di tenebre, come le tenebre stesse; e dell'ombra della morte, senza alcun ordine, e dove la luce è come tenebre". È una prospettiva malinconica; ma dobbiamo considerarla come incoraggiata dalla speranza di una risurrezione finale, come sembra indicata, se non assolutamente proclamata, inGiobbe 19:25-27 (vedi il commento a quel passaggio)
La casa della morte
Giobbe non si aspetta nulla di meglio della morte, che considera come "la casa designata per tutti i viventi", o piuttosto come la casa per l'adunanza di tutti i viventi
IO, IL VIAGGIO DELLA VITA FINISCE, È LA CASA DELLA MORTE. I vivi stanno marciando verso la morte. In un suggestivo passo de "La città di Dio", sant'Agostino, seguendo Seneca, descrive come si muoia sempre, perché fin dal primo istante di vita ci si avvicina alla morte. Non possiamo fermare le ruote del nostro carro. Il fiume non smetterà di scorrere, e ci sta trascinando verso l'oceano della morte. È difficile per i giovani e i forti accettare l'idea che non vivranno per sempre, e ci imbattiamo nel pensiero della morte con una sorta di shock. Ma questo significa solo che non possiamo vedere la fine della strada mentre si snoda attraverso uno scenario piacevole che distoglie la nostra attenzione dalla prospettiva più lontana
II LA CASA DELLA MORTE È IN OSCURO CONTRASTO CON IL VIAGGIO DELLA VITA. Sono i vivi che sono destinati ad entrare in questa casa spaventosa. Ecco uno dei più grandi contrasti possibili: la vita e la morte; Ecco una delle transizioni più straordinarie: dalla vita alla morte. Tutte le nostre rivoluzioni sulla terra non sono nulla in confronto a questo tremendo cambiamento. La morte è solo la fine e la cessazione della vita, mentre tutte le altre esperienze, anche le più grandi e sconvolgenti, non sono altro che modificazioni della vita che ancora conserviamo. Non c'è da stupirsi, quindi, che questa oscura casa della morte abbia fortemente influenzato l'immaginazione degli uomini. La cosa sorprendente è che così tanti dovrebbero essere indifferenti ad esso
LA CASA DELLA MORTE È PER OGNI UOMO VIVENTE. Nessuna verità è più banale dell'affermazione che tutti gli uomini sono mortali. Ecco un luogo comune che non può essere negato, ma il suo carattere molto evidente dovrebbe sottolinearne il significato. La morte è il grande livellatore. Nella vita si percorrono molte strade; Alla fine andiamo tutti per la stessa strada. Ora alcuni passano attraverso le porte dei palazzi e altri attraverso i portali delle segrete; Alla fine tutti devono passare attraverso la stessa porta stretta. Questa comunanza di destino non dovrebbe aiutare ad avvicinare tutti i mortali nella vita?
IV LA CASA DELLA MORTE È UN LUOGO DI INCONTRO. È descritta da Giobbe come una casa di assemblaggio. Moltitudini sono radunate lì. Coloro che partono di là vanno a "unirsi alla maggioranza". Là dimorano molti di quelli che abbiamo conosciuto sulla terra, alcuni dei quali abbiamo amato. Molto mistero circonda la casa della morte; Ma non può essere un posto del tutto strano se tanti di coloro che sono stati vicino a noi sulla terra ci stanno aspettando lì. La gioia del ricongiungimento dovrebbe disperdere le tenebre della morte. Ogni persona cara perduta sulla terra ci rende più di una casa nell'Invisibile
V LA CASA DELLA MORTE CONDUCE AL REGNO DELLA VITA PER TUTTI COLORO CHE DORMONO IN CRISTO. Non è una prigione cupa. Non è che un'oscura anticamera di un regno di luce e beatitudine. La morte, infatti, non è una dimora, ma un passaggio. Non abbiamo motivo di pensare che la morte sia una condizione duratura nel caso di coloro le cui anime non muoiono nel peccato; per l'impenitente, infatti, è una spaventosa condanna delle tenebre. Ma per coloro che hanno in sé la nuova vita di Cristo, la morte non può essere che l'atto momentaneo di morire. Certamente non è la loro condizione eterna. Parliamo dei morti benedetti; dovremmo pensare ai viventi glorificati, nati nello stato immortale della beatitudine celeste. - W.F.A
24 Ma egli non stenderà la mano verso la tomba, benché essi gridino nella sua distruzione. Questo è uno dei passaggi più oscuri dell'intero Libro di Giobbe, e quasi due commentatori indipendenti lo comprendono allo stesso modo. Dare tutte le diverse interpretazioni, e discuterle, sarebbe un compito quasi infinito, e troppo faticoso per il lettore. Forse, basterà scegliere quello che a chi scrive appare il più soddisfacente. Questa è la traduzione del professor Stanley Leathes, che suggerisce quanto segue: "Tuttavia Dio non stenderà la sua mano per portare un uomo alla morte e alla tomba, quando c'è fervida preghiera per loro, nemmeno quando egli stesso ha causato la calamità". Lo stesso scrittore spiega ulteriormente il passaggio come segue: " Cantici che tu mi dissolverai e mi distruggerai, e mi porterai alla tomba (versetto 23), anche se non lo farai quando ti pregherò di liberarmi con la morte dalle mie sofferenze. Certamente lo farai [un tempo o l'altro], ma non al mio tempo, né secondo la mia volontà, ma solo al tempo da te stabilito, e come ritieni opportuno"
25 Non ho forse pianto per colui che era nell'angoscia? Vale a dire pretendo una simpatia che non merito? Quando gli uomini piangevano e mi supplicavano, non facevo forse del mio meglio per dare loro l'aiuto che chiedevano? Non ho forse pianto per loro e non ho interceduto presso Dio per loro? Non è stata la mia anima addolorata per i poveri?Giobbe 29:12-17 31:16-22 #Giobbe 30:26
Quando aspettavo il diluvio, il male venne su di me. Giobbe stava "cercando il bene", aspettandosi pienamente la continuazione della sua grande ricchezza e prosperità, quando l'improvviso shock della calamità si abbatté su di lui. Fu del tutto inaspettato, e quindi più difficile da sopportare. E quando aspettavo la luce, venne l'oscurità. Questo può riferirsi a periodi, dopo l'inizio delle sue calamità, in cui aveva la speranza che le sue preghiere sarebbero state esaudite, e che gli sarebbe stato concesso un riposo o una pausa, un intervallo di riposo, ma quando le sue speranze furono deluse, e le tenebre si chiusero su di lui più fitte e torbide che mai
Delusione
Giobbe fu deluso dall'incontro con mali spaventosi quando cercava il bene. Una delusione come la sua è rara; eppure, in qualche forma, è l'esperienza frequente di tutti noi. Consideriamo il significato della delusione
LA DELUSIONE È UNA DELLE PROVE INEVITABILI DELLA VITA. Non dovremmo essere sopraffatti dalla disperazione quando la incontriamo. Fa parte della sorte comune dell'uomo, parte del destino comune della natura. Quanti fiori di primavera cadono a terra congelati e infruttuosi! Quante speranze degli uomini non sono che "castelli in Spagna"! Se tutto ciò che abbiamo sognato di ottenere il male diventasse nostro, la terra non sarebbe il mondo che conosciamo, ma un raro paradiso
II LA DELUSIONE AGGRAVA I GUAI. La sua inevitabilità non attira il suo pungiglione. Aspettarsi il bene e tuttavia incontrare il male è doppiamente angosciante. Dà una scossa simile a quella che si prova quando ci si imbatte in un gradino discendente dove ci si stava preparando a fare un gradino ascendente. Ogni senso di sicurezza è perduto e si avverte una dolorosa sorpresa. La sensazione viene semplicemente sperimentata nel passaggio da una condizione all'altra, e la violenza della transizione intensifica la sensazione. Quando l'occhio è abituato a vedere una luce intensa, l'oscurità di un luogo buio è ancora più profonda. I sanguigni soffrono di fitte di angoscia che le nature più ottuse non sono preparate a provare
LA DELUSIONE NASCE DALL'IGNORANZA. Ci deve essere stato un errore da qualche parte. O giudicavamo in base alle apparenze, o ci fidavamo troppo dei desideri del nostro cuore. Dio non può mai essere deluso, perché Dio sa tutto e vede la fine fin dall'inizio. Da qui la sua pazienza e longanimità. È bene vedere che Dio, che così conosce tutto, è sommamente benedetto. Nessuna disillusione può dissipare la sua gioia perfetta. Perciò non il male e il dolore, ma il bene e la gioia devono essere in ultima analisi supremi nell'universo
IV. LA DELUSIONE È UNA DISCIPLINA SALUTARE. Dio ci lascia delusi per poter trarre profitto da questa dolorosa esperienza. A volte abbiamo confidato in una speranza indegna; allora è meglio che l'idolo sia distrutto. Se una speranza terrena è stata idolatrata, la perdita di essa può essere un bene, spingendoci al nostro vero Dio. È possibile, tuttavia, essere peggio per la delusione, che può amareggiare l'anima e portare alla misantropia e alla disperazione. Abbiamo bisogno di una fede forte per resistere ai colpi di problemi inaspettati
LA DELUSIONE NON DISTRUGGERÀ MAI LA VERA SPERANZA CRISTIANA. Le speranze terrene possono svanire nel fumo, ma la speranza in Cristo è certa. Anche questo può essere perso di vista poiché la luce del faro è oscurata dalla tempesta impetuosa; ma non si estingue. La nostra speranza cristiana, infatti, poggia sull'eterna costanza di Dio, e non riguarda le cose terrene fragili e sbiadite, ma le verità eterne del cielo. Browning descrive l'uomo il cui cuore e la cui vita sono forti contro la delusione: "Uno che non ha mai voltato le spalle, ma ha marciato con il petto in avanti; Non ho mai dubitato che le nuvole si sarebbero spezzate; Non ho mai sognato, anche se il bene fosse sconfitto, il torto trionferebbe Trattenuti Cadiamo per rialzarci, siamo sconcertati per combattere meglio, Dormiamo per svegliarci.- W.F.A
27 Le mie viscere ribollivano e non si riposavano; piuttosto, bollire e non riposare (vedi la versione riveduta). È della sua condizione attuale che Giobbe parla dal versetto 27 al versetto 31. Le sue "viscere", cioè tutta la sua natura più intima, sono disturbate, tormentate, gettate nella confusione. I giorni dell'afflizione me lo impedivano; piuttosto, sono venuti su di me (Comp. versetto 16)
28 Versetti 28, 29.-Sono andato in lutto senza sole, anzi vado in giro annerito, ma non dal sole. Il dolore e la sofferenza, secondo le nozioni orientali, annerivano il volto.
vedi - Lamentazioni 4:8; 5:10; Salmi 119:83 - ; e sotto, Versetti. 30 Mi alzai, e gridai nella congregazione; piuttosto, mi alzo in piedi nell'assemblea' e grido aiuto (vedi la Versione Riveduta). Giobbe sente che questa è la caratteristica più pietosa della sua tranquillità. È distrutto; non può più sopportare. All'inizio poté stare seduto in silenzio per sette giorni; Ora è ridotto a pronunciare lamentele e lamenti. Egli è fratello non dei draghi, ma degli sciacalli. I suoi lamenti sono come le lunghe grida malinconiche che quegli animali emettono durante il silenzio della notte, così ben note ai viaggiatori orientali. Aggiunge inoltre che non è un compagno per i gufi, ma per gli struzzi; che, come sciacalli, hanno un grido malinconico.
vedi - Michea 1:8 - ; e comp. l'articolo del Dr. Hooker in Smith's 'Dict. of the Bible,' vol. 2. p. 650 #Giobbe 30:30
La mia pelle è nera su di me (vedi il commento ai versetti 28, 29, ad init.), e le mie ossa sono bruciate dal calore. I "dolori brucianti" nelle ossa, che caratterizzano almeno una forma di elefantiasi, sono già stati menzionati (vedi il commento alla Versetto 17). Nell'elefantiasi ordinaria c'è spesso "dolore intenso nella regione lombare e nell'inguine", che il paziente potrebbe pensare di avere nelle ossa
31 Anche la mia arpa si è rivolta al lutto. Il risultato di tutto ciò è che l'arpa di Giobbe viene messa da parte, letteralmente o figurativamente. La sua musica è sostituita dal suono del lutto (vedi versetti 28, 29). E il mio organo (o meglio, il mio flauto) nella voce di coloro che piangono. Anche il flauto non viene più suonato in sua presenza; Sente solo la voce del pianto e del lamento. Così termina appropriatamente il lungo canto funebre in cui si è lamentato del suo miserabile pasto
L'arpa si trasformò in lutto
Questo è deludente e incongruo. L'arpa non è come i pifferi usati ai funerali orientali per il lamento. È uno strumento per la musica gioiosa. Eppure l'arpa di Giobbe si è rivolta al lutto
L 'UOMO HA UNA FACOLTÀ NATURALE DI GIOIA. Giobbe aveva la sua arpa, o quella in lui di cui l'arpa era simbolica. Alcune persone hanno un'indole più malinconica di altre, ma nessuna è così costituita da essere incapace di provare gioia. Consideriamo giustamente la malinconia stabile come una forma di follia. La gioia non è solo il nostro patrimonio; è una cosa necessaria. La gioia del Signore è la nostra forza.Neemia 8:10
II I TRISTI ERANO UNA VOLTA GIOIOSI. L'arpa di Giobbe è accordata al lutto. Allora il suo uso doveva essere pervertito prima che potesse essere pensato come uno strumento di lamento. Fu poi destinato a un nuovo, insolito impiego. Ciò implica che era stato familiarmente conosciuto come uno strumento gioioso. Nel dolore non consideriamo sufficientemente quanta gioia abbiamo avuto nella vita, o, se guardiamo indietro alle scene più luminose del passato, troppo spesso è semplicemente per contrastarle con il presente, e così per approfondire il nostro sentimento di angoscia. Ma sarebbe più giusto e grato per noi vedere la nostra vita nella sua interezza e riconoscere quanta gioia hanno contenuto come motivo di gratitudine a Dio
III LA VITA È SEGNATA DA ESPERIENZE ALTERNATIVE. Poche vite sono prive di un barlume di sole, e nessuna vita è priva di un'ombra di dolore. L'una forma di esperienza passa all'altra, spesso con uno shock di sorpresa. Siamo tutti troppo facilmente abituati a stabilirci nella forma attuale dell'esperienza, come se fosse destinata ad essere permanente. Ma la cosa più saggia da fare è quella di prendere le vicissitudini della vita, non come convulsioni innaturali, come rivoluzioni contro l'ordine della natura; ma, come il mutare delle stagioni, come si verificano, il corso ordinato e regolare degli eventi
IV È POSSIBILE AVERE MUSICA NELLA TRISTEZZA. Giobbe non si descrive come quei prigionieri di Babilonia che appendevano le loro arpe ai salici.Salmi 137:2 La sua arpa suona ancora, ma la musica deve accordarsi con i sentimenti del tempo, e l'allegria deve lasciare il posto a note lamentose. Pertanto la melodia è in tonalità minore. C'è ancora la melodia. Il Libro di Giobbe, che tratta in gran parte del dolore, è un poema: è composto in linguaggio musicale. Il dolore è una grande ispirazione della poesia. Quanta musica andrebbe perduta se si cancellassero tutte le armonie che provengono da argomenti tristi! Se, dunque, il dolore può ispirare il canto e la musica, è naturale concludere la chiacchierata: il canto e la musica adatti devono consolare il dolore. Le anime deboli gemono in una disperazione discordante, ma le anime forti armonizzano i loro dolori con tutta la loro natura; e sebbene non lo percepiscano in quel momento, quando riflettono nei giorni successivi, odono l'eco di una musica solenne nel ricordo della loro dolorosa esperienza. Quando l'angelo del dolore prende l'arpa e spazza le corde, risuonano note strane, terribili, emozionanti, molto più ricche e profonde di quelle che saltano e danzano al tocco della gioia. Il mistero divino del dolore che si addensa intorno alla croce di Cristo non è aspro, ma musicale con la dolcezza dell'amore eterno
Illustratore biblico:
Giobbe 30
1 CAPITOLO 30
Giobbe 30:1-15
Ma ora quelli che sono più giovani di me mi hanno in derisione.
Disabilità sociali di Giobbe:
La felicità dell'uomo come essere sociale dipende in gran parte dal sentimento benevolo e dal rispetto che gli vengono mostrati dai suoi contemporanei e dai suoi vicini. L'insolenza sociale di cui soffre, e di cui si lamenta, è stata contrassegnata dalle seguenti circostanze:
(I.) Veniva dai personaggi più spregevoli. Li considerava spregevoli nella loro stirpe. "I cui padri avrei disdegnato di far sedere con i cani del mio gregge". "Furono scacciati di fra gli uomini, e la gente gridò dietro di loro come un ladro". "Tra i cespugli ragliavano". Queste erano le creature tra le quali il patriarca viveva ora e la cui insolenza doveva sopportare. Non avevano la facoltà di discernere o apprezzare il suo valore morale, e così completamente privi di qualsiasi potere di compassionevole angoscia che lo trattarono con una crudeltà spietata e un'insolenza rivoltante. Si può dire che un uomo del suo alto carattere non avrebbe dovuto permettere a se stesso di essere addolorato per la condotta di tali disgraziati. Ma chi l'ha mai fatto? Anche Cristo stesso sentiva i rimproveri dei peccatori, e non era indifferente alle loro ingiurie e ai loro sberleffi. "Ha sopportato le loro contraddizioni".
(II.) Si manifestava in fastidi personali. "Ora sono la loro canzone", dice, "sono il loro slogan".
(III.) Gli fu mostrato a causa dei suoi provvidenziali rovesci. Non perché fosse diventato spregevole di carattere, o moralmente vile e degradato. Solo perché le sue circostanze erano cambiate, una grande prosperità aveva lasciato il posto a schiaccianti avversità. Imparare-
1.) L'inutilità della mera fama sociale. Quanto vale? Niente. Il suo soffio di favore è più volubile del vento
2.) L'eroismo morale del Redentore del mondo. Cristo giunse in una posizione sociale molto più spietata e insolente di quella che il patriarca qui descrive. "Del popolo non c'era nessuno con lui, era disprezzato e rigettato dagli uomini".
3.) L'importanza di affidarsi abitualmente all'assoluto. Non confidare nell'uomo. (Omileta.)
12 CAPITOLO 30
Giobbe 30:12
Alla mia destra si alza il giovane.
Le prospettive della vita:
(I.) Le prospettive della vita sono generalmente luminose. I giovani sono pieni di allegria, di spiriti animali, di ardente desiderio, di ottimista aspettativa, di grande speranza: tutto ciò che è davanti a loro prende colore da se stessi. C'è poca o nessuna esperienza della vita, con l'uso della quale si possono modificare le visioni esagerate, e si può assicurare una corretta stima del futuro. La speranza giovanile spesso anticipa una lunga vita, e riempie quella vita di molte visioni di successo e felicità
(II.) Le prospettive di vita, alle quali la speranza dà una tale colorazione, sono spesso illusorie. Una bella mattina spesso si conclude con una giornata piovosa e tempestosa. I progetti avviati sotto auspici favorevoli spesso non portano a nulla. I giovani vivono in un regno di illusioni. I giovani sono soggetti a malintesi e devono essere preparati a una certa dose di delusione. Gli uomini a cinquant'anni spesso scoprono di non essere riusciti a raggiungere l'altezza a cui a vent'anni aspiravano. Spesso il segreto del fallimento è stata la mancanza di capacità, o di perseveranza, o di carattere
(III.) Alcuni consigli
1.) Il presente è una stagione di preparazione per il futuro. La vita è molto simile a ciò che la facciamo. Semina ora i semi che cresceranno, fioriranno e frutteranno in un futuro buono e benedetto
2.) Prepararsi al futuro esercitando la fedeltà a se stessi e a Dio nel presente
3.) Hai bisogno di preparazione fisica per il futuro. Il corpo di un uomo ha molto a che fare con la sua mente e il suo carattere. Il coraggio e la forza d'animo traggono molto sostegno da una sana costituzione fisica
4.) Hai bisogno di preparazione mentale per il futuro. Ho avuto molte opportunità di vedere ciò che gli uomini perdono per mancanza di educazione e di cultura mentale, e ciò che guadagnano dal loro possesso. Aumenta le tue conoscenze leggendo e osservando. Rafforza i tuoi poteri mentali con l'uso
5.) Preparazione morale e spirituale. Poniti davanti un nobile obiettivo nella vita. Formate uno scopo e cercate di realizzarlo. Mettiti sotto l'insegnamento e il governo della coscienza. Avere un principio giusto e fisso per guidarvi. Consacratevi a Dio e affidate la vostra vita alle Sue cure. Abbiate fede in Lui. (W. Walters.)
16 CAPITOLO 30
Giobbe 30:20
I giorni dell'afflizione si sono impadroniti di me.
Dolore fisico:
In questi versetti il patriarca tratteggia le sue grandi sofferenze corporali, le sue angosce fisiche. Probabilmente la capacità dell'uomo di soffrire fisicamente è maggiore di quella di qualsiasi altra esistenza animale. I suoi nervi sono più teneri, la sua organizzazione è più squisita e complicata
(I.) Tende a stimolare la ricerca intellettuale. "Il dolore", dice uno scrittore moderno, "è stato il mezzo per accrescere la nostra conoscenza, la nostra abilità e le nostre comodità. Guardate le scoperte fatte nella scienza, nella botanica, nella chimica, nell'anatomia: quale conoscenza abbiamo acquisito delle strutture e degli usi delle piante, mentre cercavamo qualche erba per lenire il dolore o curare le malattie! Quanta conoscenza abbiamo acquisito delle droghe, dei sali e delle terre, utili per l'agricoltura o per le belle arti, mentre cercavamo solo di trovare un unguento o una medicina! Abbiamo cercato un sorso per placare la sete ardente di una febbre, e abbiamo trovato una dozzina di deliziose bevande da bere per il nostro piacere o sollievo. Abbiamo studiato l'anatomia per scoprire la sede della malattia e come attaccarla, e abbiamo trovato ciò che non cercavamo: mille meravigliose opere di Dio, mille stranissimi espedienti, le delizie più ammirevoli! Abbiamo trovato un modello per le costole di una nave; Abbiamo trovato nell'occhio il modello di un telescopio; Abbiamo trovato giunti e cinghie, montanti e valvole, che sono stati copiati nell'officina del meccanico e nello studio del filosofo. Sì, possiamo ringraziare la nostra responsabilità verso il dolore per questo, perché se il dolore non fosse esistito, chi può dire se queste cose sarebbero state così presto, se mai scoperte".
(II.) Tende ad aumentare la stima dell'uomo della bontà divina. Le sofferenze fisiche degli uomini, per quanto aggravate ed estese, non sono la legge della vita umana, ma l'eccezione. Non sono che poche note discordanti nell'armonia generale della sua esistenza, alcuni giorni e notti tempestose nel suo viaggio attraverso la vita. Apprezziamo l'alba del mattino, perché abbiamo lottato ferocemente con le difficoltà della notte. Apprezziamo il pieno flusso della salute perché abbiamo sentito la tortura della malattia. Nella misura in cui, quindi, la sofferenza umana, che è un'eccezione nella vita generale dell'umanità, contribuisce ad aumentare la nostra stima della bontà di Dio verso la nostra razza, è tutt'altro che un male assoluto. No, è una benedizione sotto mentite spoglie
(III.) Tende a migliorare la nostra natura spirituale. Le sofferenze fisiche hanno condotto molti uomini a una serie di riflessioni spirituali che hanno portato alla salvezza morale dell'anima. Come con lo scalpello lo scultore estrae la bellezza dal blocco di marmo; come con il coltello da potatura il giardiniere porta ricchi grappoli dalla vite; come con la droga amara il medico porta la salute al suo paziente; come con il fuoco il raffinatore estrae oro puro dal minerale grezzo, così soffrendo il grande Padre porta la vita spirituale, la bellezza e la perfezione nell'anima. "L'afflizione", dice il pittoresco vecchio Adams, "è un carro alato, che innalza l'anima verso il cielo". (Omilestico.)
L'uso delle afflizioni:
Come i colori opposti in un quadro contribuiscono alla bellezza del paesaggio o delle figure ritratte sulla tela dall'artista, così Dio fa cose contrarie per promuovere la Sua gloria, e sviluppare ugualmente la grazia e il carattere in noi. Non ci potrebbe essere armonia vocale o musicale se tutte le voci e i suoni fossero esattamente uguali in un concerto. Non c'è vera bellezza in un dipinto che non ha sfumature che si fondono con la luce del sole. Come la lamina è adatta a rendere più evidente la lucentezza di un diamante all'occhio dell'osservatore, così le cose contrarie e le afflizioni di questa vita Dio userà per rendere più illustre il suo amore e trasmettere la sua grazia con sensazioni più piacevoli alle nostre anime. (R. Sfogo.)
20 CAPITOLO 30
Giobbe 30:20
Io grido a Te, e Tu non mi ascolti.
Preghiera non esaudita:
1.) Non c'è stato così basso, ma un uomo pio può avere una libertà con Dio nella preghiera. Quand'anche una povera anima fosse nel fango, quand'anche non fosse che polvere e cenere, tuttavia ha accesso al trono della grazia
2.) È nostro dovere pregare di più, e di solito preghiamo meglio, quando è peggio per noi; Quando siamo vicini al fango e alla polvere, la preghiera non è solo la più opportuna, ma anche la più pura
3.) L'afflizione provoca un'anima a pregare fino in fondo, a pregare non solo con sincerità, ma con fervore, non solo a pregare con fede, ma con una santa passione, o appassionatamente
4.) Quando la preghiera viene inviata con un grido a Dio nell'afflizione, c'è da meravigliarsi se non viene ascoltata subito
5.) Non essere ascoltato in un giorno di difficoltà e afflizione è più fastidioso per un cuore misericordioso di tutte le sue afflizioni. Giobbe pensava di non essere ascoltato, perché non aveva la liberazione presente; e in questo senso, in effetti, non fu ascoltato. E così molti santi possono pregare e non essere ascoltati; cioè, possono pregare, e non avere la liberazione presente. Come possiamo sapere di essere ascoltati in qualsiasi momento?
(1) Per la quiete dei nostri spiriti
(2) Anche se non riceviamo la misericordia ora, tuttavia se riceviamo nuova forza per sopportare la mancanza di essa, questa è una risposta
(3) Ci viene risposto quando, anche se il male non viene rimosso, tuttavia abbiamo fede e pazienza per aspettare e attendere il tempo del Signore per la sua rimozione
(4) Egli viene esaudito in una preghiera che è più celeste, o più in cielo dopo la preghiera. Colui che è edificato nella sua santa fede, ha certamente pregato nello Spirito Santo e, in verità, ogni preghiera del genere viene ascoltata. Gli uomini pii sono sempre ascoltati da Dio, eppure spesso pensano di non essere ascoltati. (Joaeph Caryl.)
21 CAPITOLO 30
Giobbe 30:21
Tu sei diventato crudele con me.
Il rancore di Giobbe contro Dio:
Egli dice che Dio, che in precedenza era stato benigno con lui, ora era diventato crudele nelle Sue azioni e dispensazioni verso di lui; e mentre era solito sostenerlo, ora impiegava il suo potere, come un nemico, contro di lui. Giobbe, nell'esprimere il suo dolore e il suo risentimento, è troppo patetico ed esprime molta passione e debolezza, per le quali viene rimproverato da Elihu. Considerando questa lamentela in sé, insegna:
1.) È il modo del popolo di Dio di assumere Dio come parte principale in tutti i suoi problemi
2.) Può sembrare che Dio, per un certo tempo, non solo non ascolti i pii supplicanti, ma addirittura sia un severo nemico per loro. "Tu sei diventato crudele".
3.) È il carattere di un uomo pio, che è tristemente afflitto da qualsiasi segno dell'indignazione di Dio, o anche dalla mancanza di una prova del favore e dell'affetto di Dio nelle difficoltà. Gli uomini malvagi guardano piuttosto alla loro sorte in se stessa, senza badare al favore di Dio, o all'ira, in essa
4.) Se i malvagi pensano al favore di Dio, che non l'ha mai conosciuto, ma la mancanza di esso sarà triste per i pii, che hanno gustato per esperienza quanto sia dolce
5.) Come la potenza di Dio, quando la emette in effetti, è irresistibile e insopportabile per qualsiasi creatura da sopportarla, per quanto gli stolti si induriscano, così gli uomini pii presto gemeranno sotto l'apprensione di ciò. È davvero una caratteristica degli uomini pii che sono consapevoli della propria debolezza, e quindi sono presto costretti a chinarsi sotto la potente mano di Dio. Imparare-
(1) Tutti gli uomini per natura sono inclini ad avere pensieri duri su Dio nei guai
(2) La tentazione può sopraffare, anche coloro che sono veramente pii, di dire ciò che non si addice, sì, peggio di quanto pensino
(3) Quando gli uomini pii sono pronti a lamentarsi di Dio senza motivo, o a dare credito al buon senso, troveranno prontamente che le loro lamentele crescono sulla loro mano. (George Hutcheson.)
Fraintendendo Dio:
L'unico modo sicuro e sicuro per evitare questo terribile pericolo è studiare con riverenza e attenzione ciò che Egli ci ha detto di Se stesso. È una tentazione comune accettare le affermazioni degli altri quando hanno una parvenza di autorità, e sono affermate con fermezza, come se dovessero essere vere. Ognuno di noi può, e dovrebbe, conoscere personalmente il nostro Padre Celeste. Ma la nostra unica speranza di imparare a conoscerLo risiede nello studio paziente, amorevole, del Suo carattere come ci è stato rivelato in Gesù Cristo. Anche le sue provvidenze, spesso, sono tali che le fraintendiamo. A pochi di noi è permesso di camminare solo alla luce di una pace consapevole e gioiosa. La maggior parte di noi a volte non sa come interpretare il modo divino di trattare con noi. Ci sono occasioni in alcune vite in cui Dio Stesso sembra rendere quasi impossibile obbedirgli. Senza dubbio lo scopo di tali esperienze difficili è quello di sviluppare una fede più potente. Ci deve essere sempre un possibile passo avanti successivo nel cammino del dovere; o, se in realtà non ce n'è, ciò deve essere dovuto al fatto che non è giunto il momento di prenderlo, e l'attesa paziente e devota è il dovere presente. Possiamo fraintendere il significato di ciò che è stato ordinato per noi, ma non dobbiamo fraintendere il suo scopo. Coloro che hanno una fede abbastanza forte da sentire che dietro l'intricato schema delle vicende umane Dio siede tranquillamente a dirigere tutte le cose, sono i più saggi e i più felici. Le sue provvidenze hanno lo scopo di insegnare questo, almeno. Quando l'ultima analisi è stata elaborata, diventa evidente che il grande male centrale e fondamentale da cui dobbiamo più guardarci è quello di fraintendere il nostro Padre Celeste. Se riusciamo a imparare a vedere le cose dal Suo punto di vista, a guardare la vita, il dovere, il piacere, l'eternità, come Lui le guarda, saremo certi della sicurezza e della pace. Altrimenti non potremo mai esserlo. (Età cristiana.)
23 CAPITOLO 30
Giobbe 30:23
Alla casa designata per tutti i viventi.
La casa designata per tutti i viventi:
Quali furono le basi precise su cui Giobbe giunse a questa conclusione?
1.) Quello che vedeva intorno a sé da ogni parte
2.) Anche le sofferenze corporali di Giobbe preannunciavano lo stesso risultato. Questi aumentavano e si accumulavano, e tendevano chiaramente, a meno che non fossero arrestati, nella provvidenza di Dio, alla dissoluzione
3.) La creazione intorno a lui ha impresso in lui la stessa conclusione
4.) Giobbe ha imparato la lezione dall'insegnamento divino. Scopri chi è il dispensatore di morte. Siamo inclini ad attribuire tutto a cause seconde. Notate l'applicazione personale di Giobbe e l'appropriazione della verità nel testo. Dobbiamo tradurre il cristianesimo dall'impersonale al personale. Abbiamo una descrizione di quel cambiamento di cui il patriarca fu personalmente rassicurato. Egli la chiama "morte" e la "casa designata per tutti i viventi". La morte è figlia del peccato, anche se la grazia l'ha resa serva di Gesù. Non è l'annientamento. Non c'è nulla di naturale o desiderabile nella morte stessa. Questa è l'unica casa che può essere chiamata la casa dell'umanità. È una casa buia, una casa solitaria, una casa silenziosa, una casa antica. Anche questa casa ha un lato illuminato dal sole. Non è un'eterna prigione, ma un luogo di riposo, un cimitero o un luogo per dormire. (Giovanni Cumming, D.D.)
Varietà nella condotta degli uomini alla morte:
1.) Considera coloro che stimiamo pii. Di queste, al momento della morte, ci sono tre classi, molto diverse l'una dall'altra nelle loro esperienze di morte. Alcuni sono agitati dal terrore, dai dubbi e dalle apprensioni. Alcuni esultano e trionfano. Alcuni, senza straordinarie estasi si estasiano, hanno una dolce calma e tranquillità d'animo, una filiale fiducia e fiducia nel loro Redentore. Ci riferiamo, naturalmente, solo a coloro le cui facoltà razionali sono intatte. Non dobbiamo giudicare lo stato futuro di un uomo semplicemente dai suoi esercizi sul letto di morte. Questo è un errore al quale siamo troppo inclini a farlo; un errore che nelle sue conseguenze è molto pernicioso
2.) I letti di morte di coloro che hanno vissuto impenitenti e increduli senza Dio, e senza Cristo nel mondo. Qui troviamo una diversità simile. Alcuni sono pieni di agonia e di orrore, altri hanno una falsa gioia e un'esultanza ingiustificata; e alcuni sono stupidi, insensibili e indifferenti. (H. Kollock, D.D.)
Morte universale:
La vita dell'uomo è un ruscello, che scorre negli abissi divoranti della morte. Dottrina: Tutti devono morire. C'è uno statuto di morte inalterabile, in base al quale gli uomini sono conclusi. Ciò è confermato dall'osservazione quotidiana. Il corpo umano è costituito da materiali deperibili. Abbiamo anime peccatrici, e quindi abbiamo corpi morenti; La morte segue il peccato, come l'ombra segue il corpo
1.) La vita dell'uomo è una cosa vana e vuota. La nostra vita, nelle sue diverse parti, è un mucchio di vanità
2.) La vita dell'uomo è una cosa breve; Una vanità di breve durata
3.) La vita dell'uomo è una cosa veloce; una vanità volante. Avendo così parlato della morte, miglioriamola nel discernere la vanità del mondo nel sopportare, con contentezza e pazienza cristiana, tutti i problemi e le difficoltà in esso; nel mortificare le nostre concupiscenze; nell'aderire al Signore con pieno proposito di cuore a tutti i rischi e nel prepararsi all'avvicinarsi della morte. (T. Boston, D.D.)
La certezza della morte:
La certezza della morte. "Tutti devono morire".
1.) C'è uno statuto di morte inalterabile, sotto il quale sono inclusi gli uomini
2.) Se consultiamo l'osservazione quotidiana. Tutti vedono che "i saggi muoiono, così come lo stolto e il brutale".
3.) Il corpo umano è costituito da principi peribili
4.) Abbiamo anime peccaminose, e quindi abbiamo corpi morenti
5.) La vita dell'uomo in questo mondo è a pochi gradi dalla morte. La Scrittura lo rappresenta come vano e vuoto, breve nella continuazione e rapido nel suo passaggio. Miglioramento-
1.) Contempliamo, come in uno specchio, la vanità del mondo; guarda nella tomba e ascolta la dottrina della morte
(1) Questo mondo è un falso amico, che lascia un uomo nel momento di maggior bisogno
(2) Che ti aggrappi più forte che puoi, sarai costretto a lasciare la presa
2.) Può servire come deposito per la contentezza e la pazienza cristiana sotto le croci e le perdite del mondo
3.) Può servire come briglia per frenare ogni sorta di lussuria
(1) Rimettere la nostra eccessiva cura del corpo
(2) Per placare il nostro orgoglio
(3) Può frenare la nostra concupiscenza mondana
(4) E la nostra mondanità
(5) Può servire da sprone per incitarci a prepararci alla morte. (T. Hannam.)
La missione della morte:
Poiché sappiamo con certezza che Dio ci porterà alla morte, considerate:
(I.) La certezza del suo prossimo avvicinamento. Tutte le opere della natura, in questo sistema inferiore, sembrano fatte solo per essere distrutte. L'uomo non ne è esente. La nostra vita è per sempre in volo, anche se non segniamo il suo volo. Anche ora la morte sta facendo il suo lavoro. Se la morte si avvicina certamente, impariamo il valore della vita. Se la morte è vicina, allora certamente il tempo è prezioso
(II.) Il tempo e il modo dell'arrivo della morte. La morte è chiamata nella Scrittura "la terra senza alcun ordine". E senza alcun ordine il re dei terrori si avvicina al mondo. Indossa mille forme, che segnano l'uomo infelice per la loro preda
(III.) Il cambiamento che la morte introduce. Quando passiamo dal mondo dei vivi a quello dei morti, che triste immagine vediamo! I periodi della vita umana che passano, la certezza della dissoluzione che ci attende e i frequenti esempi di mortalità che continuamente colpiscono il nostro sguardo, ci inducono a riflettere con serietà sulla casa designata per tutti i viventi. La morte è la grande maestra dell'umanità. (J. Logan, F.R.S.E.)
La morte e la tomba sono la nostra comune eredità:
La versione copta dice così: "So ora che la morte mi distruggerà, perché la terra è la casa di tutti i morti". Nel testo abbiamo due personificazioni. "La morte mi distruggerà". "La tomba è la casa di tutti i morti". Il potere di ferire e il piacere della vittoria sono figurativamente attribuiti alla morte e alla tomba. Si dice che la morte sia l'estinzione della vita, ma questo non la definisce né la spiega. Riconosciamo la morte dalle sue conseguenze. Vita! È importante per noi, e in che cosa consiste il suo valore e la sua importanza? L'importanza della vita per ognuno di noi è per la nostra virtù, religione, felicità e utilità tra i nostri simili, e per determinare il carattere della nostra responsabilità, la nostra vita dopo la morte, il nostro destino. La vita, in quanto connessa solo con questo mondo, è il tempo prezioso per la disciplina delle passioni e degli affetti, l'elevazione della nostra natura, gli accumuli di virtù, l'influenza, i principi e il potere della religione, la felicità che ordinariamente li accompagna e l'utilità da essi suggerita e sostenuta. La nostra virtù, il nostro carattere religioso, lo stato del nostro cuore, velato e svelato, e le azioni della nostra vita, determineranno il nostro destino eterno. La nostra responsabilità si riferisce alle oneste convinzioni della nostra mente e del nostro cuore. (R. Ainslie.)
Morte:
(I.) La divinità della morte. "So che Tu mi porterai alla morte". Gli uomini attribuiscono la morte a una di queste tre cause: malattia, incidente o età; ma la Bibbia lo attribuisce a Dio. "Tu mi porterai alla morte".
1.) Nient'altro può portarmi alla morte a meno che Tu non lo voglia. La mia esistenza dipende in ogni momento dalla Tua volontà
2.) Nient'altro può impedirmi di morire se Tu vuoi che io me ne vada; tutto è con Te. "Tu converti l'uomo alla distruzione. Tu cambi il suo volto e lo mandi via". Non ci sono morti premature
(II.) L'ordinazione della morte. «La casa designata.» La morte non è una questione casuale. "È stabilito che tutti gli uomini muoiano una sola volta".
1.) Questo appuntamento è molto naturale; Ogni vita organica muore: tutta la vita sublunare trova la "casa" della mortalità. A questa "casa" tutte le piante, i rettili, gli insetti, gli uccelli, i pesci, le bestie dirigono i loro passi
2.) Questo appuntamento è molto stabilito. Questo appuntamento è osservato in modo immutabile come le ordinanze del cielo o una qualsiasi delle leggi della natura
(III.) L'universalità della morte. "Per tutti i viventi". Gli uomini, quando vivono, hanno case di varie forme, dimensioni, valore, secondo i loro gusti e i loro mezzi, ma morendo hanno una sola "casa". Tutti vanno in un unico posto. Che "casa" è questa tomba! antico, desolato, spazioso, affollato. (Omilestico.)
Pensieri di sollievo riguardo alla morte:
Il testo suggerisce alcune riflessioni di Giobbe riguardo alla propria morte
(I.) Non ci sarà nulla di innaturale nella mia morte. Essa è "nominata" come la morte di ogni altro tipo di vita organizzata sulla terra: è la legge naturale di tutti i corpi organizzati a logorarsi, decadere, dissolversi. Come la terra riprende a sé tutti gli elementi che sono entrati nella composizione dei vegetali e degli animali, perché dovrei rifiutare o temere la domanda? Posso essere certo che la natura gentile farà un uso benigno e benefico di tutti gli elementi che sono entrati nella mia esistenza corporea. Che io sia pronto a cederli senza riluttanza, senza riluttanza, ringraziando l'Infinito per il loro uso
1.) È disonesto da parte mia obiettare a questo; perché il mio corpo era solo una proprietà presa in prestito, un prestito temporaneo, niente di più
2.) È ingrato da parte mia obiettare a questo. Anche se non ho mai avuto diritto a un tale dono, è stato di grande aiuto alla mia natura spirituale
3.) Non è filosofico da parte mia obiettare a questo. Quali che siano le mie obiezioni e le mie resistenze, deve arrivare
(II.) Non ci sarà nulla di insolito nella mia morte. "La casa designata per tutti i viventi". Se fossi uno dei pochi, tra i milioni di membri della razza, scelti per un simile destino, mi lamenterei; ma poiché tutti, senza alcuna eccezione, devono morire, chi sono io per lamentarmi?
(III.) Non ci sarà nulla di accidentale nella mia morte. "So che Tu mi porterai alla morte". (Ibidem)
Riguardo alla morte:
Giobbe soffriva di una terribile malattia, che lo riempiva di dolori sia di giorno che di notte. Dice nel diciottesimo versetto: "Per la grande forza della mia malattia la mia veste è cambiata, mi lega come il colletto del mio mantello". Quando il nostro Dio ci chiama con la nostra afflizione a contare i nostri giorni, non rifiutiamo di farlo. Eppure Giobbe commise un errore nella frettolosa conclusione che trasse dalla sua dolorosa afflizione. In preda alla depressione di spirito si sentiva sicuro che sarebbe morto molto presto. Ma non morì in quel momento. Era completamente guarito e Dio gli diede il doppio di prima. È un peccato per noi fingere di prevedere il futuro, perché certamente non possiamo vedere un centimetro davanti a noi. È parte di un uomo coraggioso, e specialmente di un uomo credente, non temere la morte né sospirare per essa; né di temerlo né di corteggiarlo. Giobbe si è sbagliato sulla data della sua morte, ma non ha commesso alcun errore sul fatto in sé. Ha parlato veramente quando ha detto: "So che Tu mi porterai alla morte". "Oh", dice uno, "ma non mi sento chiamato a pensarci". Ebbene, proprio la stagione dell'anno ti chiama ad esso. Ogni foglia appassita ti ammonisce. Oh! voi che siete i più giovani, voi che siete più pieni di salute e di forza, vi invito affettuosamente a non allontanare da voi questo argomento. Ricorda, il più piccolo potrebbe essere portato via
(I.) Richiamo la vostra attenzione su una parte della vostra conoscenza personale: "So che Tu mi porterai alla morte e alla casa designata per tutti i viventi". Una verità generale qui riceve un'applicazione personale
1.) Giobbe sapeva che doveva essere portato alla tomba, perché percepiva l'universalità di quel fatto in riferimento agli altri
2.) Lo sapeva anche perché aveva considerato l'origine dell'umanità. Siamo stati tolti dalla terra, ed è solo per un miracolo prolungato che questa nostra polvere è impedita di tornare ai suoi parenti. Se fossimo venuti dal cielo potremmo sognare di non morire. Così abbiamo affinità che ci richiamano alla polvere
3.) Inoltre, Giobbe aveva un ricordo del peccato dell'uomo, e sapeva che tutti gli uomini sono sotto condanna a causa di esso. Non dice egli che la tomba è una "casa destinata a tutti i viventi"? È stabilito semplicemente a causa della sentenza penale emessa sul nostro primo genitore, e in lui su tutta la razza
4.) Ancora una volta, Giobbe è arrivato a questa conoscenza personale attraverso la propria debolezza fisica. Coloro che muoiono ogni giorno moriranno facilmente. Chi prende confidenza con la tomba la troverà trasfigurata in un letto: l'ossario diventerà un divano. L'uomo che si rallegra del patto di grazia è rallegrato dal fatto che anche la morte stessa è compresa tra le cose che appartengono al credente
(II.) Avendo così parlato di un pezzo di conoscenza personale, vi prego ora di vedere nel mio testo lo splendore della santa intelligenza. Giobbe, anche nella sua angoscia, non dimentica nemmeno per un istante il suo Dio. Qui parla di Lui: "So che Tu mi porterai alla morte".
1.) Percepisce che non morirà senza Dio. Non dice che i suoi foruncoli doloranti o il suo strangolamento lo porteranno alla morte; ma "Tu mi porterai alla morte". Egli non fa risalire la sua morte imminente al caso, o al destino, o a cause seconde; no, vede solo la mano del Signore. Rallegriamoci di essere nelle mani del Signore nella vita e nella morte
2.) Il testo mi sembra che copra un altro pensiero dolce e confortante, e cioè che Dio sarà con noi nella morte. "So che Tu mi porterai alla morte". Egli ci condurrà nel nostro cammino fino a quando ci porterà alla fine del viaggio: Lui stesso il nostro convoglio e il nostro capo
3.) Potrebbe non essere nel testo, ma ne consegue naturalmente che se Dio ci porta alla morte, ci farà risorgere
(III.) Passo a notare la quieta attesa che si respira in questo testo. Voglio ragionare con quei discepoli del nostro Signore Gesù che sono in schiavitù per paura della morte. Quali sono i momenti in cui gli uomini sono in grado di parlare della morte con calma e gioia?
1.) A volte lo fanno in periodi di grande sofferenza fisica. In diverse occasioni ho sentito tutto, come la paura di morire, che mi è stata tolta semplicemente dal processo della stanchezza
2.) Le crescenti infermità dell'età operano allo stesso modo, carissimi, senza cadere nella malattia
3.) Essendo riempiti di una completa sottomissione alla volontà di Dio. Il diletto in Dio è la cura per il terrore della morte
4.) Poi, credo che la grande santità ci renda liberi dall'amore di questo mondo e ci renda pronti a partire
5.) Un'altra cosa che ci farà guardare alla morte con compiacimento è quando abbiamo la piena certezza di essere in Cristo, e che, qualunque cosa accada, nulla può separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore. Vivi in modo tale che ogni giorno sia una pietra miliare adatta per la vita. Permettetemi di aggiungere che ci sono momenti in cui le nostre gioie sono alte, in cui le grandi onde arrivano dal Pacifico di eterna beatitudine; allora vediamo il Re nella Sua bellezza con l'occhio della fede, e anche se non è che una visione fioca, ne siamo così affascinati che il nostro amore per Lui ci rende impazienti di vederlo faccia a faccia
(IV.) Concludo dicendo che questo argomento ci offre un'istruzione sacra. "So che Tu mi condurrai alla morte e alla casa stabilita per tutti i viventi".
1.) Prepariamoci alla morte
2.) Vivi diligentemente
3.) Oltre a ciò, impariamo dall'assemblea generale nella casa stabilita affinché tutti i viventi camminino molto umilmente. Un caravanserraglio comune deve alla fine accoglierci tutti; perciò disprezziamo ogni orgoglio di nascita, rango o ricchezza
4.) Sii pronto, perché la vita è breve
5.) Uomini e donne, proiettatevi nell'eternità; allontanati dal tempo, perché presto dovrai esserne scacciato. Voi siete uccelli con le ali; non sederti su questi rami per sempre, sbattendo le palpebre nel buio come gufi; Sbattetevi e montate come aquile. (C. H. Spurgeon.)
25 CAPITOLO 30
Giobbe 30:25
Non ho forse pianto per colui che era nell'angoscia?
Lacrime per gli oppressi:
Notando la cura con cui Giobbe respinge l'insinuazione di Elifaz, quanto egli apprezzasse il carattere della carità e quanto stimasse suo dovere contribuire ai bisogni e alle necessità degli altri. Il nostro testo è un appello patetico, che mostra il carattere veramente compassionevole del patriarca. Quali sono le lacrime che possiamo immaginare siano cadute dagli occhi di Giobbe e che scendono dagli occhi di ogni uomo compassionevole che assiste alla sofferenza e al dolore? Erano lacrime di dolore, di sincerità, di autocondanna. Ma l'uomo compassionevole, come Giobbe, può versare lacrime di indignazione. Per chi pianse così il compassionevole Giobbe? Lett. per "lui in un giorno difficile". Lui che soffriva di privazioni. Ora devo perorare una causa per questo, per gli uomini che soffrono di fatica e di sforzo eccessivi. Si può fare particolare riferimento al "sistema dell'ora tarda". (J. M'Connell Hussey, B.A.)
Simpatia cristiana:
Nel tentativo di giustificare le vie di Dio, i tre amici di Giobbe giunsero alla dura conclusione che egli non sarebbe stato così gravemente afflitto se non fosse stato un grandissimo peccatore. Tra le altre accuse contro il patriarca afflitto, Elifaz il Temanita ebbe la crudeltà di mettere alla sua porta questa: "Tu non hai dato da bere acqua a chi è stanco, e hai negato il pane a chi ha fame". I tre miserabili consolatori meritarono riccamente l'ardente rimprovero del loro amico calunniato: "Voi siete forgiatori di menzogne, siete medici di nessun valore. Oh, se tacesse del tutto e sarebbe la vostra saggezza".
(I.) La simpatia umana, i suoi elogi
1.) Possiamo dire di esso, in primo luogo, che anche la natura impone che l'uomo provi simpatia per i suoi simili. L'umanità, se fosse rimasta nella sua condizione non decaduta, sarebbe stata una deliziosa famiglia di fratelli e sorelle. Ahimé! per noi, quando Adamo cadde non solo violò le leggi del suo Creatore, ma nella caduta ruppe l'unità della razza, e ora siamo particelle isolate di virilità, invece di essere ciò che avremmo dovuto essere, membri di un solo corpo, mossi da un solo e medesimo spirito. Chiamati con una vocazione più nobile, mostriamo come risultato della nostra natura rigenerata una più alta compassione per i figli sofferenti degli uomini
2.) Inoltre, possiamo notare che l'assenza di simpatia è sempre stata stimata, in tutti i paesi e in tutte le epoche, uno dei vizi più abominevoli. Nella vecchia storia classica, chi sono gli uomini sottoposti a un'esecrazione eterna? Non sono forse quelli che non hanno avuto pietà dei poveri?
3.) La simpatia è un dovere soprattutto del cristiano
4.) Ricordate l'esempio benedetto del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. "Poiché voi conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, affinché noi fossimo ricchi per mezzo della sua povertà."
5.) La simpatia è essenziale per la nostra utilità
6.) Qui devo integrare quel pensiero con un altro; La simpatia può spesso essere il mezzo diretto di conversione
7.) E dirò qui, che questa simpatia sarà sicuramente una grande benedizione per voi stessi. Se vuoi la gioia, la gioia a cui puoi pensare la sera e vivere giorno dopo giorno, accanto alla gioia del Signore, che è la nostra forza, c'è la gioia di fare il bene. L'uomo egoista pensa di avere il massimo piacere nell'affidare le sue ricchezze a se stesso. Povero sciocco!
(II.) Gli ostacoli alla simpatia cristiana
1.) Uno dei grandi impedimenti alla simpatia cristiana è il nostro stesso intenso egoismo. Siamo tutti egoisti per natura, ed è un'opera di grazia abbattere completamente tutto questo, fino a quando viviamo per Cristo, e non più per noi stessi. Quante volte il ricco è tentato di pensare che le sue ricchezze siano le sue
2.) Un altro ostacolo risiede nei costumi del nostro paese. Abbiamo ancora tra noi troppe caste e costumi. L'esclusività del rango non è facilmente superabile
3.) Molta mancanza di simpatia è prodotta dalla nostra ignoranza reciproca. Non conosciamo le sofferenze dei nostri simili
4.) Senza dubbio l'inganno abbondante che esiste tra coloro che cercano il nostro aiuto ha frenato molta liberalità
(III.) I frutti della simpatia cristiana
1.) Il frutto della simpatia cristiana si vedrà in una benevola associazione con tutti i cristiani: non li eviteremo né li trascureremo
2.) Si vedrà in seguito, in un gentile incoraggiamento di coloro che desiderano aiuto, essendo costantemente pronti a dare una parola di buon consiglio, e buon umore al cuore che è pronto a venir meno
3.) Mostralo, anche, ogni volta che senti il buon nome di qualcuno chiamato in dubbio. Difendi i tuoi fratelli. È un uccello malato che sporca il proprio nido, ma ci sono alcuni uccelli del genere
4.) Tuttavia, non c'è simpatia cristiana in tutto questo se non si dimostra, quando necessario, con doni reali della nostra sostanza. Le parole zelanti non scalderanno il freddo; le parole delicate non nutriranno gli affamati; La parola più libera non libererà il prigioniero, né lo visiterà in prigione. (C. H. Spurgeon.)
Riferimenti incrociati:
Giobbe 30
1 Giob 19:13-19; 29:8-10; 2Re 2:23; Is 3:5
Sal 35:15,16; 69:12; Mar 14:65; 15:17-20; Lu 23:14,18,35,39; At 17:5; Tit 1:12
3 Giob 24:13-16
Giob 24:5; Eb 11:38
4 2Re 4:38,39; Am 7:14; Lu 15:16
5 Ge 4:12-14; Sal 109:10; Dan 4:25,32,33
6 Giudic 6:2; 1Sa 22:1,2; Is 2:19; Ap 6:15
8 2Re 8:18,27; 2Cron 22:3; Sal 49:10-13; Ger 7:18; Mar 6:24
Prov 1:7,22; 16:22
Giob 40:4; Sal 15:4; Is 32:6
9 Giob 17:6; Sal 35:15,16; 44:14; 69:12; Lam 3:14,63
10 Giob 19:19; 42:6; Sal 88:8; Zac 11:8
Giob 19:13,14; Sal 88:8; Prov 19:7; Mat 26:56
Nu 12:14; De 25:9; Is 50:6; Mat 26:67; 27:30
11 Giob 12:18,21; 2Sa 16:5-8
Sal 35:21; Mat 26:67,68; 27:39-44; Giac 1:26
12 Giob 19:18; Is 3:5
Giob 19:12
14 Giob 22:16; Sal 18:4; 69:14,15; Is 8:7,8
15 Giob 6:4; 7:14; 9:27,28; 10:16; Sal 88:15
Is 44:22; Os 6:4; 13:3
16 Sal 22:14; 42:4; Is 53:12
Sal 40:12
17 Giob 33:19-21; Sal 6:2-6; 38:2-8
Giob 7:4; Sal 22:2; Is 38:13
18 Giob 2:7; 7:5; 19:20; Sal 38:5; Is 1:5,6
19 Giob 9:31; Sal 69:1,2; Ger 38:6
Giob 2:8; 42:6; Ge 18:27
20 Giob 19:7; 27:9; Sal 22:2; 80:4,5; Lam 3:8,44; Mat 15:23
21 Giob 7:20,21; 10:14-17; 13:25-28; 16:9-14; 19:6-9; Sal 77:7-9; Ger 30:14
Giob 6:9; 23:6; Sal 89:13; 1P 5:6
22 Giob 21:18; Sal 1:4; Is 17:13; Ger 4:11,12; Ez 5:2; Os 4:19; 13:3
Sal 18:10; 104:3
23 Giob 14:5; 21:33; Ge 3:19; 2Sa 14:14; Ec 8:8; 9:5; 12:5-7; Eb 9:27
24 Giudic 5:31; Sal 35:25; Mat 27:39-44
25 Sal 35:13,14; Ger 13:17; 18:20; Lu 19:41; Giov 11:35; Rom 12:15
Giob 31:16-21; Sal 12:1; Prov 14:21,31; 17:5; 19:17; 28:8; Is 58:7,8; Dan 4:27; 2Co 9:9
26 Giob 3:25,26; 29:18; Ger 8:15; 14:19; 15:18; Mic 1:12
Giob 18:6,18; 23:17; Sal 97:11; Is 50:10
27 Sal 22:4; Ger 4:19; 31:20; Lam 1:20; 2:11
28 Sal 38:6; 42:9; 43:2; Is 53:3,4; Lam 3:1-3
29 Giob 17:14; Sal 102:6; Is 13:21,22; 38:14; Mic 1:8; Mal 1:3
30 Sal 119:83; Lam 3:4; 4:8; 5:10
Sal 102:3
31 Sal 137:1-4; Ec 3:4; Is 21:4; 22:12; 24:7-9; Lam 5:15; Dan 6:18
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