Nuova Riveduta:

Giobbe 31

Conclusione di Giobbe: non ha nulla da rimproverarsi
1 «Io avevo stretto un patto con i miei occhi; io non avrei fissato lo sguardo sopra una vergine.
2 Che parte mi avrebbe assegnato Dio dall'alto, quale eredità mi avrebbe data l'Onnipotente dai luoghi eccelsi?
3 La sventura non è forse per il perverso, e le sciagure per quelli che fanno il male?
4 Dio non vede forse le mie vie? Non conta tutti i miei passi?
5 Se ho camminato insieme alla menzogna, se il piede mio si è affrettato dietro alla frode 6 (Dio mi pesi con bilancia giusta e riconoscerà la mia integrità), 7 se i miei passi hanno deviato dalla retta via, se il mio cuore è andato dietro ai miei occhi, se qualche sozzura mi si è attaccata alle mani, 8 che io semini e un altro mangi, e quanto è cresciuto nei miei campi sia sradicato!
9 Se il mio cuore si è lasciato sedurre da una donna, se ho spiato la porta del mio prossimo, 10 che mia moglie giri la macina a un altro e che altri abusino di lei!
11 Poiché quella sarebbe una scelleratezza, un misfatto punito dai giudici, 12 un fuoco che consuma fino a perdizione e che avrebbe distrutto fin dalle radici ogni mia fortuna.
13 Se ho disconosciuto il diritto del mio servo e della mia serva, quando erano in lite con me, 14 che farei quando Dio si alzasse per giudicarmi, e che risponderei quando mi esaminasse?
15 Chi fece me nel grembo di mia madre non fece anche lui? Non ci ha formati nel grembo materno uno stesso Dio?
16 Se ho rifiutato ai poveri quanto desideravano, se ho fatto languire gli occhi della vedova, 17 se ho mangiato da solo il mio pezzo di pane senza che l'orfano ne mangiasse la sua parte, 18 io che fin da giovane l'ho allevato come un padre, io che fin dal grembo di mia madre sono stato guida alla vedova, 19 se ho visto uno soffrire per mancanza di vesti o il povero senza una coperta, 20 se non mi hanno benedetto i suoi fianchi ed egli non si è riscaldato con la lana dei miei agnelli, 21 se ho alzato la mano contro l'orfano perché mi sapevo sostenuto alla porta della città, 22 che la mia spalla si stacchi dalla sua giuntura, il mio braccio si spezzi e cada!
23 In effetti mi spaventava il castigo di Dio, ero trattenuto dalla maestà di lui.
24 Se ho riposto la mia fiducia nell'oro, se all'oro fino ho detto: "Tu sei la mia speranza", 25 se mi sono rallegrato che le mie ricchezze fossero grandi e la mia mano avesse molto accumulato, 26 se, contemplando il sole che risplendeva e la luna che procedeva lucente nella sua corsa, 27 il mio cuore, in segreto, si è lasciato sedurre e la mia bocca ha posato un bacio sulla mano 28 (misfatto anche questo punito dai giudici, perché avrei difatti rinnegato il Dio che sta lassù), 29 se mi sono rallegrato della sciagura del mio nemico e ho esultato quando gli è piombata la sventura 30 (io che non ho permesso alle mie labbra di peccare chiedendo la sua morte con imprecazione), 31 se la gente della mia tenda non ha detto: "Chi è che non si sia saziato della carne delle sue bestie?" 32 (Lo straniero non passava la notte fuori; le mie porte erano aperte al viandante), 33 se, come fanno gli uomini, ho coperto i miei errori celando nel petto la mia iniquità, 34 perché avevo paura della folla e del disprezzo delle famiglie, al punto da starmene tranquillo e non uscire di casa...
35 Oh, avessi pure chi mi ascoltasse! Ecco qua la mia firma! L'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela 36 e io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema.
37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, a lui mi avvicinerò come un principe!
38 Se la mia terra mi grida contro, se tutti i suoi solchi piangono, 39 se ne ho mangiato il frutto senza pagarla, se ho fatto sospirare chi la coltivava, 40 che invece di grano mi nascano spine, invece d'orzo mi crescano zizzanie!» Qui finiscono i discorsi di Giobbe.

C.E.I.:

Giobbe 31

1 Avevo stretto con gli occhi un patto
di non fissare neppure una vergine.
2 Che parte mi assegna Dio di lassù
e che porzione mi assegna l'Onnipotente dall'alto?
3 Non è forse la rovina riservata all'iniquo
e la sventura per chi compie il male?
4 Non vede egli la mia condotta
e non conta tutti i miei passi?
5 Se ho agito con falsità
e il mio piede si è affrettato verso la frode,
6 mi pesi pure sulla bilancia della giustizia
e Dio riconoscerà la mia integrità.
7 Se il mio passo è andato fuori strada
e il mio cuore ha seguito i miei occhi,
se alla mia mano si è attaccata sozzura,
8 io semini e un altro ne mangi il frutto
e siano sradicati i miei germogli.
9 Se il mio cuore fu sedotto da una donna
e ho spiato alla porta del mio prossimo,
10 mia moglie macini per un altro
e altri ne abusino;
11 difatti quello è uno scandalo,
un delitto da deferire ai giudici,
12 quello è un fuoco che divora fino alla
distruzione
e avrebbe consumato tutto il mio raccolto.
13 Se ho negato i diritti del mio schiavo
e della schiava in lite con me,
14 che farei, quando Dio si alzerà,
e, quando farà l'inchiesta, che risponderei?
15 Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto
anche lui?
Non fu lo stesso a formarci nel seno?
16 Mai ho rifiutato quanto brama il povero,
né ho lasciato languire gli occhi della vedova;
17 mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane,
senza che ne mangiasse l'orfano,
18 poiché Dio, come un padre, mi ha allevato fin
dall'infanzia
e fin dal ventre di mia madre mi ha guidato.
19 Se mai ho visto un misero privo di vesti
o un povero che non aveva di che coprirsi,
20 se non hanno dovuto benedirmi i suoi fianchi,
o con la lana dei miei agnelli non si è riscaldato;
21 se contro un innocente ho alzato la mano,
perché vedevo alla porta chi mi spalleggiava,
22 mi si stacchi la spalla dalla nuca
e si rompa al gomito il mio braccio,
23 perché mi incute timore la mano di Dio
e davanti alla sua maestà non posso resistere.
24 Se ho riposto la mia speranza nell'oro
e all'oro fino ho detto: «Tu sei la mia fiducia»;
25 se godevo perché grandi erano i miei beni
e guadagnava molto la mia mano;
26 se vedendo il sole risplendere
e la luna chiara avanzare,
27 si è lasciato sedurre in segreto il mio cuore
e con la mano alla bocca ho mandato un bacio,
28 anche questo sarebbe stato un delitto da tribunale,
perché avrei rinnegato Dio che sta in alto.
29 Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico
e ho esultato perché lo colpiva la sventura,
30 io che non ho permesso alla mia lingua di peccare,
augurando la sua morte con imprecazioni?
31 Non diceva forse la gente della mia tenda:
«A chi non ha dato delle sue carni per saziarsi?».
32 All'aperto non passava la notte lo straniero
e al viandante aprivo le mie porte.
33 Non ho nascosto, alla maniera degli uomini, la mia colpa,
tenendo celato il mio delitto in petto,
34 come se temessi molto la folla,
e il disprezzo delle tribù mi spaventasse,
sì da starmene zitto senza uscire di casa.
Se contro di me grida la mia terra
e i suoi solchi piangono con essa;
se ho mangiato il suo frutto senza pagare
e ho fatto sospirare dalla fame i suoi coltivatori,
in luogo di frumento, getti spine,
ed erbaccia al posto dell'orzo.
35 Oh, avessi uno che mi ascoltasse!
Ecco qui la mia firma! L'Onnipotente mi risponda!
Il documento scritto dal mio avversario
36 vorrei certo portarlo sulle mie spalle
e cingerlo come mio diadema!
37 Il numero dei miei passi gli manifesterei
e mi presenterei a lui come sovrano.
Quando Giobbe ebbe finito di parlare,

Nuova Diodati:

Giobbe 31

Giobbe afferma la sua morale integrità
1 «Io avevo stretto un patto con i miei occhi; come potevo quindi fissare lo sguardo su una vergine? 2 Qual è la sorte assegnatami da Dio da lassù, e l'eredità dell'Onnipotente dai luoghi eccelsi? 3 Non è forse la sventura per il perverso e la calamità per chi fa il male? 4 Non vede egli le mie vie e non conta tutti i miei passi? 5 Se ho agito con falsità, o il mio piede si è affrettato a seguire la frode, 6 mi pesi pure con una giusta bilancia, e Dio riconoscerà la mia integrità. 7 Se i miei passi sono usciti dalla retta via, e il mio cuore ha seguito i miei occhi, o qualche macchia si è attaccata alle mie mani, 8 che io semini e un altro mangi, e i miei discendenti siano sradicati. 9 Se il mio cuore è stato sedotto da una donna e ho spiato alla porta del mio prossimo, 10 che mia moglie macini per un altro, e che altri si pieghino sopra di lei. 11 Poiché quella sarebbe una scelleratezza, una colpa che deve essere punita dai giudici, 12 un fuoco che consuma fino ad Abaddon, e avrebbe distrutto fin dalle radici tutto il mio raccolto. 13 Se ho respinto il diritto del mio servo e della mia serva, quando erano in lite con me, 14 che cosa farei quando Dio si levasse contro di me, e che cosa risponderei quando mi chiedesse conto? 15 Chi ha fatto me nel grembo materno, non ha fatto anche lui? Non fu lo stesso Dio a formarci nel grembo? 16 Se ho rifiutato ai poveri ciò che desideravano e ho fatto languire gli occhi della vedova, 17 se ho mangiato da solo il mio tozzo di pane senza che ne mangiasse una parte l'orfano, 18 (ma fin dalla mia giovinezza io l'ho allevato come un padre, e fin dal grembo di mia madre sono stato guida alla vedova), 19 se ho visto alcuno perire per mancanza di vesti o un povero che non aveva di che coprirsi, 20 se i suoi lombi non mi hanno benedetto, e non si è riscaldato con la lana dei miei agnelli, 21 se ho alzato la mano contro l'orfano perché sapevo di avere aiuto alla porta, 22 che la mia spalla si stacchi dalla sua scapola, il mio braccio si rompa al gomito! 23 Poiché la calamità che viene da Dio mi incute spavento, e a motivo della sua maestà non potevo fare nulla. 24 Se ho riposto la mia fiducia nell'oro, e all'oro fino ho detto: "Tu sei la mia speranza", 25 se mi sono rallegrato perché le mie ricchezze erano grandi, e perché la mia mano ha accumulato tanti beni, 26 se ho guardato il sole quando brilla o la luna che avanzava splendente, 27 e il mio cuore si è lasciato segretamente sedurre e la mia bocca ha baciato la mia mano; 28 anche questa sarebbe una colpa che deve essere punita dai giudici perché avrei rinnegato Dio che sta in alto. 29 Se mi sono rallegrato della sciagura del mio nemico e mi sono innalzato, perché lo aveva colpito la sventura, 30 (ma io non ho permesso alla mia bocca di peccare, augurandogli la morte con una maledizione); 31 se la gente della mia tenda non ha detto: "Chi può trovare uno che non si è saziato con la sua carne?", 32 (inoltre nessun forestiero passava la notte all'aperto, perché aprivo le mie porte al viandante); 33 se ho coperto i miei peccati come Adamo, celando la mia colpa in petto, 34 perché avevo paura della grande folla e il disprezzo delle famiglie mi spaventava, sì da star zitto senza uscir di casa. 35 Oh, avessi uno che mi ascoltasse! Ecco la mia firma! L'Onnipotente mi risponda! Il mio avversario scriva un documento, 36 e io lo porterei certamente sulle mie spalle e lo cingerei come un diadema; 37 gli renderei conto di tutti i miei passi, presentandomi a lui come un principe. 38 Se la mia terra grida contro di me e i suoi solchi piangono insieme ad essa, 39 se ho mangiato il suo frutto senza pagare, se ho fatto esalare l'ultimo respiro ai suoi padroni, 40 invece di grano crescano spine, ed erbacce al posto dell'orzo». Qui terminano le parole di Giobbe.

Riveduta 2020:

Giobbe 31

1 Io avevo stretto un patto con i miei occhi: non avrei fissato lo sguardo sopra una vergine. 2 Che parte mi avrebbe assegnato Iddio dall'alto e quale eredità mi avrebbe dato l'Onnipotente dai luoghi eccelsi? 3 La sventura non è forse per il perverso e le sciagure per quelli che fanno il male? 4 Iddio non vede forse le mie vie? non conta tutti i miei passi? 5 Se ho camminato insieme alla menzogna, se il mio piede si è affrettato dietro alla frode 6 (Iddio mi pesi con la bilancia giusta e riconoscerà la mia integrità), 7 se i miei passi sono usciti dalla retta via, se il mio cuore è andato dietro ai miei occhi, se qualche sozzura mi si è attaccata alle mani, 8 che io semini e un altro mangi, e quello che è cresciuto nei miei campi sia sradicato! 9 Se il mio cuore si è lasciato sedurre per amore di una donna, se ho spiato la porta del mio prossimo, 10 che mia moglie giri la macina a un altro e che altri abusino di lei! 11 Poiché quella è una scelleratezza, un misfatto punito dai giudici, 12 un fuoco che consuma fino alla perdizione e che avrebbe distrutto fin dalle radici ogni mia fortuna. 13 Se ho rinnegato il diritto del mio servo e della mia serva, quando erano in lite con me, 14 che farei se Iddio si alzasse per giudicarmi, e che risponderei se mi esaminasse? 15 Chi fece me nel grembo di mia madre non fece anche lui? non ci ha formati nel grembo materno uno stesso Iddio? 16 Se ho rifiutato ai poveri quello che desideravano, se ho fatto languire gli occhi della vedova, 17 se ho mangiato da solo il mio pezzo di pane senza che l'orfano ne mangiasse la sua parte, 18 io che fin da giovane l'ho allevato come un padre, io che fin dal grembo di mia madre sono stato guida della vedova, 19 se ho visto uno morire per mancanza di vestiti o il povero senza una coperta, 20 se non mi hanno benedetto i suoi fianchi, ed egli non si è riscaldato con la lana dei miei agnelli, 21 se ho alzato la mano contro l'orfano perché mi sapevo sostenuto alla porta della città, 22 che la mia spalla si stacchi dalla sua giuntura, il mio braccio si spezzi e cada! 23 Infatti mi spaventava il castigo di Dio, ed ero trattenuto dalla sua maestà. 24 Se ho riposto la mia fiducia nell'oro, se all'oro fino ho detto: 'Tu sei la mia speranza', 25 se mi sono rallegrato che le mie ricchezze fossero grandi e la mia mano avesse accumulato molto, 26 se, contemplando il sole che risplendeva e la luna che procedeva lucente nel suo corso, 27 il mio cuore, in segreto, si è lasciato sedurre e la mia bocca ha posato un bacio sulla mano 28 (misfatto anche questo punito dai giudici perché avrei difatti rinnegato l'Iddio che è in alto), 29 se mi sono rallegrato della sciagura del mio nemico e ho esultato quando lo ha colpito la sventura 30 (io, che non ho permesso alle mie labbra di peccare chiedendo la sua morte con imprecazione), 31 se la gente della mia tenda non ha detto: 'Chi è che non si sia saziato della carne delle sue bestie?'. 32 (lo straniero non passava la notte fuori; le mie porte erano aperte al viaggiatore), 33 se, come fanno gli uomini, ho coperto i miei errori nascondendo nel petto la mia iniquità, 34 perché avevo paura della folla e del disprezzo delle famiglie al punto da starmene tranquillo e non uscire di casa... 35 Oh, avessi pure chi mi ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Il mio avversario scriva la sua querela 36 e io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema! 37 Gli renderò conto di tutti i miei passi, mi avvicinerò a lui come un principe! 38 Se la mia terra mi grida contro, se tutti i suoi solchi piangono, 39 se ne ho mangiato il frutto senza pagarla, se ho fatto sospirare chi la coltivava, 40 che invece di grano mi nascano spine, invece di orzo mi crescano zizzanie!”.
Qui finiscono i discorsi di Giobbe.

Riveduta:

Giobbe 31

1 Io avevo stretto un patto con gli occhi miei; come dunque avrei fissati gli sguardi sopra una vergine? 2 Che parte mi avrebbe assegnata Iddio dall'alto e quale eredità m'avrebbe data l'Onnipotente dai luoghi eccelsi? 3 La sventura non è ella per il perverso e le sciagure per quelli che fanno il male? 4 Iddio non vede egli le mie vie? non conta tutti i miei passi? 5 Se ho camminato insieme alla menzogna, se il piede mio s'è affrettato dietro alla frode 6 (Iddio mi pesi con la bilancia giusta e riconoscerà la mia integrità) 7 se i miei passi sono usciti dalla retta via, se il mio cuore è ito dietro ai miei occhi, se qualche sozzura mi s'è attaccata alle mani, 8 ch'io semini e un altro mangi, e quel ch'è cresciuto nei miei campi sia sradicato! 9 Se il mio cuore s'è lasciato sedurre per amor d'una donna, se ho spiato la porta del mio prossimo, 10 che mia moglie giri la macina ad un altro, e che altri abusino di lei! 11 Poiché quella è una scelleratezza, un misfatto punito dai giudici, 12 un fuoco che consuma fino a perdizione, e che avrebbe distrutto fin dalle radici ogni mia fortuna. 13 Se ho disconosciuto il diritto del mio servo e della mia serva, quand'eran meco in lite, 14 che farei quando Iddio si levasse per giudicarmi, e che risponderei quando mi esaminasse? 15 Chi fece me nel seno di mia madre non fece anche lui? non ci ha formati nel seno materno uno stesso Iddio? 16 Se ho rifiutato ai poveri quel che desideravano, se ho fatto languire gli occhi della vedova, 17 se ho mangiato da solo il mio pezzo di pane senza che l'orfano ne mangiasse la sua parte, 18 io che fin da giovane l'ho allevato come un padre, io che fin dal seno di mia madre sono stato guida alla vedova, 19 se ho visto uno perire per mancanza di vesti o il povero senza una coperta, 20 se non m'hanno benedetto i suoi fianchi, ed egli non s'è riscaldato colla lana dei miei agnelli, 21 se ho levato la mano contro l'orfano perché mi sapevo sostenuto alla porta... 22 che la mia spalla si stacchi dalla sua giuntura, il mio braccio si spezzi e cada! 23 E invero mi spaventava il castigo di Dio, ed ero trattenuto dalla maestà di lui. 24 Se ho riposto la mia fiducia nell'oro, se all'oro fino ho detto: 'Tu sei la mia speranza', 25 se mi son rallegrato che le mie ricchezze fosser grandi e la mia mano avesse molto accumulato, 26 se, contemplando il sole che raggiava e la luna che procedeva lucente nel suo corso, 27 il mio cuore, in segreto, s'è lasciato sedurre e la mia bocca ha posato un bacio sulla mano 28 (misfatto anche questo punito dai giudici ché avrei difatti rinnegato l'Iddio ch'è di sopra), 29 se mi son rallegrato della sciagura del mio nemico ed ho esultato quando gli ha incòlto sventura 30 (io, che non ho permesso alle mie labbra di peccare chiedendo la sua morte con imprecazione), 31 se la gente della mia tenda non ha detto: 'Chi è che non si sia saziato della carne delle sue bestie?' 32 (lo straniero non passava la notte fuori; le mie porte erano aperte al viandante), 33 se, come fan gli uomini, ho coperto i miei falli celando nel petto la mia iniquità, 34 perché avevo paura della folla e dello sprezzo delle famiglie al punto da starmene queto e non uscir di casa... 35 Oh, avessi pure chi m'ascoltasse!... ecco qua la mia firma! l'Onnipotente mi risponda! Scriva l'avversario mio la sua querela, 36 ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema! 37 Gli renderò conto di tutt'i miei passi, a lui m'appresserò come un principe! 38 Se la mia terra mi grida contro, se tutti i suoi solchi piangono, 39 se ne ho mangiato il frutto senza pagarla, se ho fatto sospirare chi la coltivava, 40 che invece di grano mi nascano spine, invece d'orzo mi crescano zizzanie!»
Qui finiscono i discorsi di Giobbe.

Ricciotti:

Giobbe 31

1 Un patto io conchiusi con gli occhi miei, di neppur pensare a una vergine: 2 giacchè qual parte avrebbe avuto in me Dio dall'alto, e quale eredità l'Onnipotente dall'eccelso? 3 La ruina non è forse per il disonesto, e la sventura per chi commette ingiustizia? 4 non vede forse [Dio] le mie strade, e tutti i passi miei non conta Egli? 5 Se ho proceduto con falsità, e s'affrettò verso la frode il mio piede, 6 che Egli mi pesi pure in bilance giuste, e Dio conoscerà la mia schiettezza. 7 Se il mio passo si scostò dalla [retta] via, e dietro agli occhi miei andò il mio cuore, e qualche macchia s'attaccò alle mie mani: 8 quando io seminerò, un altro mangi [il frutto], e i miei proventi vadano divelti. 9 Se il mio cuore fu sedotto per una donna, e alla porta del mio compagno stetti a spiare: 10 diventi mia moglie donna di piacere per altri, ed altri si curvino su lei. 11 Poichè è ben quella un'infamia e un'iniquità grandissima; 12 è un fuoco che fino alla ruina divora, e che sradica ogni rampollo. 13 Se sdegnai di venire a giudizio col mio servo e con la mia ancella, che si querelano contro di me: 14 che cosa potrei fare quando Dio sorgesse a giudicare, e quando facesse un'inchiesta che cosa gli risponderei? 15 Non mi ha forse formato nell'utero chi formò anche quello, e non ci ha fatti dentro al seno Uno stesso? 16 Se negai ai poverelli quel che chiedevano, e gli occhi della vedova feci aspettare [invano], 17 e se mangiai il mio boccone da me solo, senza che ne mangiasse anche l'orfano 18 poichè fin dalla mia infanzia crebbe insiem con me la compassione, e dal seno di mia madre era uscita meco - 19 se disprezzai uno sventurato perchè non aveva veste, e il povero ch'era senza coperta: 20 se non mi hanno benedetto i fianchi di questo tale, e se dalla lana delle mie pecore egli non si scaldò: 21 se alzai la mano contro l'orfano, anche quando mi vedevo superiore nella porta; 22 caschi pur l'omero mio dalla sua giuntura, ed il mio braccio con l'ossa sue si spezzi, 23 poichè sempre temetti Dio come flutto rigonfio su me, e la maestà di lui io non potei sostenere. 24 Se stimai l'oro come mia fortezza, e verso l'oro puro esclamai: - O mia fiducia! - 25 se mi rallegrai per le molte mie ricchezze, e perchè molti beni stringeva la mia mano: 26 se contemplai il sole che fulgeva, e la luna che splendida incedeva, 27 e s'allietò in segreto il mio cuore, e portai la mano alla bocca per inviar baci: 28 questa sarebbe stata un'iniquità somma, e un rinnegare l'altissimo Dio; 29 se mi rallegrai della sventura di chi m'odiava, ed esultai perchè l'incolse un male, 30 e non impedii che la mia lingua peccasse facendo imprecazioni all'anima sua; 31 se non esclamarono i miei compagni di tenda: Chi c'è che delle sue vivande non si sia saziato? 32 poichè il pellegrino non rimase al di fuori essendo aperta la mia porta al viandante: 33 se nascosi, come fa l'uomo, la mia mancanza, e celai nel mio petto la mia iniquità; 34 se ebbi timore della gran moltitudine, e lo sprezzo delle famiglie m'intimidì, e non piuttosto serbai il silenzio e non uscii dalla mia porta: 35 Oh! s'io avessi chi m'ascoltasse, sì che l'Onnipotente esaudisse il mio desiderio! Oh! se Egli che giudica scrivesse il libello [d'accusa]! 36 Sulla mia spalla [come trofeo] lo porterei, e me ne cingerei come fosse una corona! 37 A Lui di tutti i miei passi io darei conto, e [fiero] qual principe gli andrei incontro. 38 Se contro di me il mio terreno grida, ed insiem con esso i suoi solchi piangono; 39 se i suoi frutti mangiai senza pagarli, e l'anima degli agricoltori afflissi: 40 invece di frumenti mi nascano triboli, e invece di orzo, spine!»

Tintori:

Giobbe 31

Giobbe si protesta innocente
1 «Feci patto coi miei occhi di non pensare neppure ad una vergine. 2 Che parte allora avrebbe di lassù Dio per me, e qual eredità avrebbe l'Onnipotente dall'alto? 3 Non è forse stabilita la perdizione pel malvagio e la diseredazione per chi opera l'iniquità? 4 Non vede Egli la mia condotta, e non conta tutti i miei passi? 5 Se camminai nella menzogna, se il mio piede corse alla frode, 6 (mi pesi Dio su giusta bilancia e riconosca la mia integrità); 7 se il mio piede ha fuorviato, se dietro ai miei occhi andò il mio cuore, se alle mie mani s'attaccò qualche macchia, 8 io semini ed un altro mangi, e la mia progenie sia sradicata. 9 Se il mio cuore è stato sedotto per una donna, se ho insidiato alla porta del mio amico, 10 sia abbandonata ad un altro la mia moglie e serva all'altrui libidine. 11 Ciò però è delitto nefando e grandissima iniquità, 12 è fuoco che divora fino alla perdizione e distrugge ogni rampollo. 13 Se sdegnai andare in giudizio col mio servo e colla mia serva quando erano in lite con me, 14 che dovrei fare quando Dio si leverà a giudicare? Quando mi interrogherà, che potrei rispondere? 15 Egli che fece me nel seno materno non fece forse anche lui? Non ci ha formati nel seno della madre il medesimo Dio? 16 Se negai ai poveri quanto chiedevano, se feci aspettare gli occhi della vedova; 17 se mangiai da solo il mio pezzo di pane, e non ne feci parte all'orfano, 18 (chè la misericordia crebbe meco dalla mia infanzia e con me uscì dal seno di mia madre); 19 e non guardai pietoso colui che periva per mancanza di vesti e il povero che non aveva da coprirsi, 20 se i suoi fianchi non mi han benedetto, se egli non si è riscaldato colla lana delle mie pecore; 21 se alzai la mano contro l'orfano, anche quando mi vedevo superiore alla porta, 22 il mio omero si stacchi dalla sua giuntura, il mio braccio vada in frantumi colle sue ossa. 23 io però ebbi sempre timore di Dio come di flutti sopra me sospesi, e non ne avrei potuto sopportare il peso. 24 Se ho riposta nell'oro la mia forza, se dissi all'oro fino: Tu sei la mia speranza; 25 se mi son rallegrato per le mie molte ricchezze, e perchè la mia mano ha accumulati molti beni; 26 se guardai il sole nel suo splendore e la luna che si avanzava nella sua chiarezza, 27 e il mio cuore si rallegrò segretamente e io baciai la mia mano colla mia bocca, 28 (il che è una grandissima iniquità e negazione dell'Altissimo Dio), 29 se mi rallegrai della rovina di chi mi odiava ed esultai quando lo raggiunse la sventura, 30 (io non permisi alla mia bocca di peccare, col mandare imprecazioni contro la vita di lui); 31 se gli uomini della mia tenda non dissero: Chi ci darà delle sue carni affinchè ci saziamo? 32 (il pellegrino non stette allo scoperto, la mia porta fu aperta al viaggiatore); 33 se, come fa l'uomo, nascosi il mio peccato e celai nel mio seno la mia iniquità; 34 se ebbi paura della gran moltitudine e mi spaventò il disprezzo dei miei vicini, e non sono stato piuttosto in silenzio, senza passare la porta. 35 Chi mi darà uno che mi ascolti e che l'Onnipotente esaudisca il mio desiderio e colui che giudica scriva egli stesso il libello? 36 Affinchè io lo porti sulle mie spalle e me lo avvolga alla testa qual diadema? 37 Ad ogni mio passo ne ripeterei le parole, e glielo presenterei come ad un principe. 38 Se la mia terra grida contro di me e se con lei piangono i suoi solchi, 39 se ho mangiato i suoi frutti senza pagare ed ho afflitto l'anima dei suoi agricoltori, 40 invece di grano mi nascano triboli, invece dell'orzo spine». (Sono finite le parole di Giobbe).

Martini:

Giobbe 31

Giobbe per purgarsi dalla calunnia degli amici, invocata il sommo Giudice testimone di sua innocenza, racconta le virtù, alle quali si era assuefatto dà fanciullo.
1 Feci patto cogli occhi miei di non pensar neppure a una vergine. 2 Perocché qual comunicazione avrebbe con me di lassù Iddio, e come avrebbe possesso di me l'Onnipotente dall'alto? 3 Non è ella stabilita pe' malvagi la perdizione, e la diseredazione per quelli, che commettono l'iniquità? 4 Non istà egli attento a tutti i miei andamenti, e non conta egli tutti i miei passi? 5 Se io amai la menzogna, e se i miei piedi corsero a tessere degli inganni. 6 Mi pesi Dio sulla sua giusta bilancia, e conosca la mia schiettezza. 7 Se torsero dalla retta via i miei passi, e se dietro a' miei occhi se n'andò il mio cuore, e macchia si attaccò alle mie mani, 8 Semini io, e un altro si mangi il frutto, e sia sradicata la mia progenie. 9 Se fu sedotto il mio cuore per amore di donna, e se insidiai alla porta del mio amico, 10 Sia svituperata da un altro la mia consorte, e serva alla libidine altrui. 11 Perocché questa è scelleraggine orrenda, e grandissima iniquità. 12 Ella è fuoco che brugerà sino all'esterminio, e che tutti estirpa i rampolli. 13 Se io sdegnai di venire a discussione col mio servo, e colla mia serva, quando si querelavan di me; 14 Perocché come farei io allorché il Signore si alzerà a far giudizio? e quando mi interrogherà, che potrò io rispondergli? 15 Non fece egli me chi fece anche lui; e forse quell'uno non ci formò nel sen della madre? 16 Se negai a' poveri quello che domandavano, e se delusi l'espettazione della vedova. 17 Se il mio pane mangiai da me solo, e non ne feci parte al pupillo: 18 Perocché dall'infanzia meco crebbe la misericordia, e meco uscì dal sen, di mia madre. 19 Se disprezzai colui, che periva, perché non avea da coprirsi, e il povero, ch'era ignudo. 20 Se non mi han date benedizioni i suoi fianchi, e se egli non fu riscaldato dalla lana delle mie pecore: 21 Se la mano alzai contro il pupillo, anche quando mi vedea superiore alla porta; 22 Si stacchi il mio omero dalla sua giuntura, e il mio braccio si spezzi colle sue ossa. 23 Perocché temei sempre Dio, come una piena di acque sospesa sopra di me, e la maestà di lui non poteva io sostenere. 24 Se il poter mio credetti che consistesse nell'oro, e se all'oro fino io dissi: Confido in te. 25 Se mia consolazione riposi nelle mie molte ricchezze, e ne' molti acquisti fatti colle mie mani. 26 Se al sole alzai gli occhi quando vibrava splendori, e alla luna quand'era più chiara: 27 E si rallegrò segretamente il cuor mio, e la mia mano portai alla bocca per baciarla: 28 Lo che è delitto grandissimo, ed è un rinnegare l'altissimo Iddio. 29 Se mi rallegrai della rovina di chi mi odiava, e festeggiai pel male, in cui era caduto. 30 Perocché non permisi che la mia lingua peccasse col mandare imprecazioni contro la vita di lui. 31 Se la gente della mia casa non dicevano: Chi ci darà, a mangiare dello sue carni? 32 Non istette il pellegrino allo scoperto; la mia porta fu aperta al passaggero. 33 Se, qual suole l'uomo; io ascosi il mio peccato, e celai nel mio seno l'iniquità: 34 Se la gran turba m'intimidì, e se mi spaventò il disprezzo dei parenti, e se non piuttosto mi tacqui, e non uscii di mia casa. 35 Chi mi darà uno che mi ascolti, e che i miei desiderj esaudisca l'Onnipotente, e colui che giudica scriva egli il libello; 36 Affinchè sull'omero mio io lo porti, e me l'avvolga alla testa qual diadema? 37 Lo reciterei a parte a parte, e lo presenterei a lui, come a mio principe. 38 Se la mia terra grida contro di me, e se con lei piangono i solchi: 39 Se senza pagarne il prezzo ho io mangiati i suoi frutti, e afflissi l'anima di quelli, che la coltivano: 40 Nascano per me triboli in vece di grano, e spine in cambio di orzo.

Diodati:

Giobbe 31

1 Io avea fatto patto con gli occhi miei; Come dunque avrei io mirata la vergine? 2 E pur quale è la parte che Iddio mi ha mandata da alto? E quale è l'eredità che l'Onnipotente mi ha data da' luoghi sovrani? 3 La ruina non è ella per lo perverso, E gli accidenti strani per gli operatori d'iniquità? 4 Non vede egli le mie vie? E non conta egli tutti i miei passi? 5 Se io son proceduto con falsità, E se il mio piè si è affrettato alla fraude, 6 Pesimi pure Iddio con bilance giuste, E conoscerà la mia integrità. 7 Se i miei passi si sono stornati dalla diritta via, E se il mio cuore è ito dietro agli occhi miei, E se alcuna macchia mi è rimasta attaccata alla mano; 8 Semini pure io, e un altro se lo mangi; E sieno diradicati i miei rampolli.
9 Se il mio cuore è stato allettato dietro ad alcuna donna, E se io sono stato all'agguato all'uscio del mio prossimo; 10 Macini pur la mia moglie ad un altro, E chininsi altri addosso a lei. 11 Perciocchè quello è una scelleratezza, Ed una iniquità da giudici. 12 Conciossiachè quello sarebbe stato un fuoco Che mi avrebbe consumato fino a perdizione, E avrebbe diradicata tutta la mia rendita. 13 Se io ho disdegnato di comparire in giudicio col mio servitore, E con la mia servente, Quando hanno litigato meco; 14 E che farei io, quando Iddio si leverà? E quando egli ne farà inchiesta, che gli risponderei? 15 Colui che mi ha fatto nel seno non ha egli fatto ancora lui? Non è egli un medesimo che ci ha formati nella matrice?
16 Se io ho rifiutato a' poveri ciò che desideravano, Ed ho fatti venir meno gli occhi della vedova; 17 E se ho mangiato tutto solo il mio boccone, E se l'orfano non ne ha eziandio mangiato; 18 (Conciossiachè dalla mia fanciullezza esso sia stato allevato meco, Come appresso un padre; Ed io abbia dal ventre di mia madre avuta cura della vedova); 19 Se ho veduto che alcuno perisse per mancamento di vestimento, E che il bisognoso non avesse nulla da coprirsi; 20 Se le sue reni non mi hanno benedetto, E se egli non si è riscaldato con la lana delle mie pecore; 21 Se io ho levata la mano contro all'orfano, Perchè io vedeva chi mi avrebbe aiutato nella porta; 22 Caggiami la paletta della spalla, E sia il mio braccio rotto, e divelto dalla sua canna. 23 Perciocchè io avea spavento della ruina mandata da Dio, E che io non potrei durar per la sua altezza.
24 Se ho posto l'oro per mia speranza; E se ho detto all'oro fino: Tu sei la mia confidanza; 25 Se mi son rallegrato perchè le mie facoltà fosser grandi, E perchè la mia mano avesse acquistato assai; 26 Se ho riguardato il sole, quando risplendeva; E la luna facendo il suo corso, chiara e lucente; 27 E se il mio cuore è stato di nascosto sedotto, E la mia bocca ha baciata la mia mano; 28 Questa ancora è una iniquità da giudici; Conciossiachè io avrei rinnegato l'Iddio disopra. 29 Se mi son rallegrato della calamità del mio nemico, Se mi son commosso di allegrezza, quando male gli era sopraggiunto, 30 Io che non pure ho recato il mio palato a peccare, Per chieder la sua morte con maledizione; 31 Se la gente del mio tabernacolo non ha detto: Chi ci darà della sua carne? Noi non ce ne potremmo giammai satollare. 32 Il forestiere non è restato la notte in su la strada; Io ho aperto il mio uscio al viandante.
33 Se io ho coperto il mio misfatto, come fanno gli uomini, Per nasconder la mia iniquità nel mio seno; 34 Quantunque io potessi spaventare una gran moltitudine, Pure i più vili della gente mi facevano paura, Ed io mi taceva, e non usciva fuor della porta. 35 Oh! avessi io pure chi mi ascoltasse! Ecco, il mio desiderio è Che l'Onnipotente mi risponda, O che colui che litiga meco mi faccia una scritta; 36 Se io non la porto in su la spalla, E non me la lego attorno a guisa di bende. 37 Io gli renderei conto di tutti i miei passi, Io mi accosterei a lui come un capitano. 38 Se la mia terra grida contro a me, E se parimente i suoi solchi piangono; 39 Se ho mangiati i suoi frutti senza pagamento, E se ho fatto sospirar l'anima de' suoi padroni; 40 In luogo del grano nascami il tribolo, E il loglio in luogo dell'orzo. Qui finiscono i ragionamenti di Giobbe.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 31

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 31

Giobbe aveva spesso protestato per la sua integrità in generale; Qui lo fa in casi particolari, non in modo da lodare (perché qui non proclama le sue buone azioni), ma per la sua giusta e necessaria rivendicazione, per liberarsi da quei crimini di cui i suoi amici lo avevano falsamente accusato, che è un debito che ogni uomo ha verso la propria reputazione. Gli amici di Giobbe erano stati particolarmente precisi nei loro articoli di accusa contro di lui, e quindi lo è nella sua protesta, che sembra riferirsi specialmente a ciò di cui Elifaz lo aveva accusato, Giobbe 22:6, ecc. Non avevano prodotto testimoni contro di lui, né potevano provare le cose di cui ora lo accusavano, e quindi si può ben ammettere che si purifichi sotto giuramento, cosa che fa molto solennemente, e con molte terribili imprecazioni dell'ira di Dio se fosse colpevole di quei crimini. Questa protesta conferma il carattere che Dio aveva di lui, che non c'era nessuno come lui sulla terra. Forse alcuni dei suoi accusatori non hanno osato unirsi a lui; poiché egli non solo assolve se stesso da quei gravi peccati che giacciono aperti agli occhi del mondo, ma da molti peccati segreti che, se ne fosse stato colpevole, nessuno avrebbe potuto accusarlo, perché non si dimostrerà ipocrita. Né solo mantiene la purezza delle sue pratiche, ma mostra anche che in esse si basava su buoni principi, che la ragione per cui fuggiva il male era perché temeva Dio, e la sua pietà era alla base della sua giustizia e carità; e questo corona la prova della sua sincerità.

I. I peccati da cui qui si assolve sono:

1. Dissolutezza e impurità di cuore, Giobbe 31:1-4.

2. Frode e ingiustizia nel commercio, Giobbe 31:4-8.

3. Adulterio, Giobbe 31:9-12.

4. Superbia e severità verso i suoi servi, Giobbe 31:13-15.

5. Spietatezza verso i poveri, le vedove e gli orfani, Giobbe 31:16-23.

6. Fiducia nelle sue ricchezze terrene, Giobbe 31:24-25.

7. Idolatria, Giobbe 31:26-28.

8. Vendetta, Giobbe 31:29-31.

9. Trascurare i poveri stranieri, Giobbe 31:32.

10. Ipocrisia nel nascondere i propri peccati e codardia nell'essere connivente con i peccati degli altri, Giobbe 31:33-34.

11. L'oppressione e l'invasione violenta dei diritti altrui, Giobbe 31:38-40. E verso la fine si appella al giudizio di Dio riguardo alla sua integrità, Giobbe 31:35-37. Ora

II. In tutto questo possiamo vedere,

1. Il senso dell'epoca patriarcale riguardo al bene e al male e ciò che tanto tempo fa è stato condannato come peccaminoso, cioè sia odioso che dannoso.

2. Un nobile modello di pietà e virtù proposto a noi per la nostra imitazione, che, se la nostra coscienza può testimoniare per noi che ci conformiamo ad esso, sarà la nostra gioia, come lo fu per Giobbe nel giorno del male.

Ver. 1. fino alla Ver. 8.

Le concupiscenze della carne e l'amore del mondo sono le due rocce fatali su cui si spaccano moltitudini; contro queste proteste di Giobbe era sempre attento a stare in guardia.

I. Contro le concupiscenze della carne. Non solo si tenne lontano dall'adulterio, dal contaminare le mogli del suo prossimo (Giobbe 31:9), ma da ogni dissolutezza con qualsiasi donna. Non aveva né concubina, né amante, ma era inviolabilmente fedele al letto matrimoniale, sebbene sua moglie non fosse né la più saggia, né la migliore, né la più gentile. Fin dall'inizio fu così che un uomo dovesse avere una sola moglie e attaccarsi a lei sola; e Giobbe si attenne strettamente a quell'istituzione e aborriva il pensiero di trasgredirla; perché, sebbene la sua grandezza potesse tentarlo, la sua bontà glielo impediva. Giobbe era ora nel dolore e nella malattia del corpo, e sotto quell'afflizione è particolarmente confortevole se la nostra coscienza può testimoniare per noi che siamo stati attenti a conservare i nostri corpi nella castità e a possedere quei vasi in santificazione e onore, puri dalle concupiscenze dell'impurità. Ora osserva qui,

1. Quali furono i propositi a cui, in questa materia, si attenne (Giobbe 31:1): Ho fatto un patto con i miei occhi, cioè:

"Ho guardato contro le occasioni del peccato; perché allora dovrei pensare a una cameriera?" cioè, "in questo modo, per la grazia di Dio, mi sono trattenuto fin dal primo passo verso di essa".

Era così lontano dalle avventure sfrenate, o da qualsiasi atto di lascivia, che,

(1.) Non voleva nemmeno ammettere uno sguardo sfrenato. Egli fece un patto con i suoi occhi, fece questo patto con loro, che avrebbe concesso loro il piacere di contemplare la luce del sole e la gloria di Dio risplendere nella creazione visibile, a condizione che non si fissassero mai su alcun oggetto che potesse causare nella sua mente alcuna immaginazione impura, e tanto meno desideri impuri; e sotto questa punizione, che, se lo avessero fatto, avrebbero dovuto sfarsene in lacrime penitenziali. Nota: Coloro che vogliono mantenere puro il loro cuore devono custodire i loro occhi, che sono sia gli sbocchi che le insenature dell'impurità. Quindi leggiamo di occhi sfrenati == (Isaia 3:16) e occhi pieni di adulterio, 2; Pietro 2:14. Il primo peccato iniziò nell'occhio, Genesi 3:6. Ciò con cui non dobbiamo immischiarci non dobbiamo desiderarlo; e ciò che non dobbiamo desiderare non dobbiamo guardare; non la ricchezza proibita (Proverbi 23:5), non il vino proibito (Proverbi 23:31), non la donna proibita, Matteo 5:28.

(2.) Non avrebbe nemmeno permesso un pensiero sfrenato:

«Perché allora dovrei pensare a una cameriera con una fantasia o un desiderio impuro nei suoi confronti?»

La vergogna e il senso dell'onore potevano trattenerlo dal sollecitare la castità di una bella vergine, ma solo la grazia e il timore di Dio lo avrebbero trattenuto dal solo pensarci. Non sono casti coloro che non lo sono in spirito e corpo, 1Corinzi 7:34. Vedete come l'esposizione di Cristo del settimo comandamento concorda con il senso antico di esso, e come Giobbe lo comprese molto meglio dei farisei, sebbene sedessero sulla cattedra di Mosè.

2. Quali erano le ragioni da cui, in questa materia, era governato. Non era per paura del biasimo tra gli uomini, anche se questo è da considerare (Proverbi 6:33), ma per paura dell'ira e della maledizione di Dio. Lui sapeva molto bene,

(1.) Che l'impurità è un peccato che perde ogni bene e ci esclude dalla speranza di esso (Giobbe 31:2): Quale parte di Dio c'è dall'alto? Quale benedizione possono aspettarsi tali peccatori impuri dal puro e santo Dio, o quale segno del suo favore? Quale eredità dell'Onnipotente possono aspettarsi dall'alto? Non c'è porzione, non c'è eredità, non c'è vera felicità per un'anima, ma ciò che è in Dio, nell'Onnipotente, e ciò che viene dall'alto, dall'alto. Coloro che sguazzano nell'impurità si rendono completamente inadatti alla comunione con Dio, sia nella grazia qui che nella gloria nell'aldilà, e si alleano con gli spiriti impuri, che sono per sempre separati da lui; e allora quale porzione, quale eredità, possono avere presso Dio? Nessuna cosa impura entrerà nella Nuova Gerusalemme, quella città santa.

(2.) È un peccato che incorre nella vendetta divina, Giobbe 31:3. Sarà certamente la rovina del peccatore se non ci si pente in tempo. Non è forse la distruzione, una distruzione rapida e sicura, per quelle persone malvagie, e una strana punizione per gli operatori di questa iniquità? Gli stolti si fanno beffe di questo peccato, ne fanno uno scherzo; per loro è un peccatuccio, uno scherzo della giovinezza. Ma essi ingannano se stessi con parole vane, perché a causa di queste cose, per quanto ne facciano luce, l'ira di Dio, l'ira insopportabile dell'eterno Dio, si abbatte sui figli della disubbidienza, == Efesini 5:6. Ci sono alcuni peccatori che Dio a volte esce dalla strada comune della Provvidenza per incontrarsi; tali sono questi. La distruzione di Sodoma è una strana punizione. Non c'è alienazione (così alcuni lo leggono) per gli operatori di iniquità? Questa è la peccaminosità del peccato che aliena la mente da Dio (Efesini 4:18-19), e questa è la punizione dei peccatori che saranno eternamente messi a distanza da lui, Apocalisse 22:15.

(3.) Non può essere nascosto al Dio che tutto vede. Un pensiero sfrenato non può essere così vicino, né uno sguardo sfrenato così rapido, da sfuggire alla sua consapevolezza, tanto meno qualsiasi atto di impurità fatto così segretamente da essere fuori dalla sua vista. Se Giobbe fu in qualche momento tentato da questo peccato, si trattenne da esso, e tutti si avvicinano ad esso, con questo pensiero pertinente (Giobbe 31:4): Non vede egli le mie vie; come fece Giuseppe (Genesi 39:9), Come posso farlo, e peccare contro Dio? Due cose su cui Giobbe aveva un occhio:

[1.] L'onniscienza di Dio. È una grande verità che gli occhi di Dio sono su tutte le vie degli uomini == (Proverbi 5:20-21); ma Giobbe qui lo menziona applicandolo a se stesso e alle sue azioni: Non vede egli le mie vie? O Dio! Tu mi hai scrutato e mi hai conosciuto. Dio vede quale regola seguiamo, con quale compagnia camminiamo, verso quale fine camminiamo, e quindi in quali modi camminiamo.

[2.] La sua osservanza.

"Non solo vede, ma nota; Egli conta tutti i miei passi, tutti i miei passi falsi sulla via del dovere, tutti i miei passi secondari sulla via del peccato".

Egli non solo vede le nostre vie in generale, ma prende coscienza dei nostri passi particolari in queste vie, in ogni azione, in ogni movimento. Egli tiene conto di tutto, perché ci chiamerà a rendere conto, porterà ogni opera in giudizio. Dio si accorge di noi in modo più preciso di quanto noi ci accorgiamo di noi stessi; perché chi ha mai contato i propri passi? eppure Dio li conta. Camminiamo dunque con circospezione.

II. Si mise in guardia contro l'amore del mondo ed evitò accuratamente tutti i peccaminosi mezzi indiretti per ottenere ricchezza. Temeva ogni profitto proibito tanto quanto ogni piacere proibito. Vediamo,

1. Qual è la sua protesta. In generale, era stato onesto e giusto in tutti i suoi rapporti e, per quanto ne sapesse, non aveva mai fatto torto a nessuno.

(1.) Non ha mai camminato con vanità == (Giobbe 31:5), cioè, non ha mai osato dire una bugia per ottenere un buon affare. Non è mai stato il suo modo di scherzare, o equivocare, o fare molte parole nei suoi rapporti. La camminata costante di alcuni uomini è un imbroglio costante. O fanno quello che hanno più di quello che hanno, perché ci si possa fidare di loro, o meno di quello che è, perché non ci si possa aspettare nulla da loro. Ma Giobbe era un uomo diverso. La sua ricchezza non fu acquisita con la vanità, anche se ora diminuita, Proverbi 13:11.

(2.) Non si affrettò mai a ingannare. Coloro che ingannano devono essere pronti e acuti, ma la prontezza e l'acutezza di Giobbe non furono mai divise in quel modo. Non si affrettò mai ad arricchirsi con l'inganno, ma agì sempre con cautela, per timore di fare una cosa ingiusta, per sconsideratezza. Nota, ciò che abbiamo nel mondo può essere usato con comodità o perso con comodità se è stato ottenuto onestamente.

(3.) I suoi passi non si sono mai allontanati, la via della giustizia e dell'equità; da ciò non si è mai allontanato, Giobbe 31:7. Non solo si guardò bene dal seguire una condotta costante e una via di inganno, ma non fece nemmeno un passo fuori dalla via dell'onestà. In ogni particolare azione e affare dobbiamo legarci strettamente alle regole della rettitudine.

(4.) Il suo cuore non camminava secondo i suoi occhi, cioè non desiderava ciò che vedeva di un altro, né lo desiderava come suo. La cupidigia è chiamata concupiscenza degli occhi, == 1Giovanni 2:16. Acan vide e prese la cosa maledetta. Quel cuore deve necessariamente vagare che cammina dietro agli occhi; perché allora non guarda oltre le cose che si vedono, mentre dovrebbe essere in cielo dove gli occhi non possono arrivare: dovrebbe seguire i dettami della religione e della retta ragione: se segue l'occhio, sarà indotto in errore a ciò per cui Dio porterà gli uomini in giudizio, == Ecclesiaste 11:9.

(5.) Che nessuna macchia si era attaccata alle sue mani, cioè che non era responsabile di aver preso qualcosa in modo disonesto, o di aver tenuto ciò che era di un altro, ogni volta che sembrava essere così. L'ingiustizia è una macchia, una macchia per la proprietà, una macchia per il proprietario; rovina la bellezza di entrambi, e quindi è da temere. Coloro che trattano molto nel mondo possono forse avere una macchia sulle loro mani, ma devono lavarla di nuovo con il pentimento e la restituzione, e non lasciare che si attacchi alle loro mani. Vedere Isaia 33:15.

2. Come ratifica la sua protesta. È così sicuro della propria onestà che,

(1.) Egli è disposto a che i suoi beni siano perquisiti (Giobbe 31:6): Sia io pesato su una bilancia equa, cioè,

"Si indaghi su ciò che ho e si troverà che pesa bene"

- segno che non era stato ottenuto per vanità, perché allora ci sarebbe stato scritto sopra Tekel - pesato sulla bilancia e trovato troppo leggero. Un uomo onesto è così lontano dal temere una prova che la desidera piuttosto, essendo ben sicuro che Dio conosce la sua integrità e la approverà, e che la prova di essa sarà a sua lode e onore.

(2.) È disposto a rinunciare all'intero carico se si trovano merci proibite o di contrabbando, qualsiasi cosa tranne ciò che è venuto onestamente (Giobbe 31:8):

"Lascia che io semini e che un altro mangi,"

che era già stato concordato essere la condanna degli oppressori (Giobbe 5:5),

"E sia sradicata la mia progenie, tutti gli alberi che ho piantato".

Ciò lascia intendere che egli credeva che il peccato meritasse questa punizione, che di solito viene punito in questo modo, ma che, sebbene ora il suo patrimonio fosse in rovina (e in quel momento, se mai, la sua coscienza gli avrebbe fatto venire in mente il suo peccato), tuttavia si sapeva innocente e avrebbe rischiato tutti i poveri resti del suo patrimonio sulla questione del processo.

9 Ver. 9. fino alla Ver. 15.

Abbiamo qui altri due esempi dell'integrità di Giobbe:

I. Che aveva un grandissimo orrore per il peccato di adulterio. Poiché non aveva fatto torto al suo letto matrimoniale tenendo una concubina (non pensava nemmeno a una serva, Giobbe 31:1), così stava attento a non fare alcun danno al letto matrimoniale del suo vicino. Vediamo,

1. Quanto era libero da questo peccato, Giobbe 31:9.

(1.) Non desiderava nemmeno la moglie del suo prossimo, perché nemmeno il suo cuore è stato ingannato da una donna. La bellezza della moglie di un altro uomo non suscitava in lui alcun desiderio impuro, né egli fu mai mosso dalle lusinghe di una donna adultera, come è descritto, Proverbi 7:6, ecc. Guarda l'originale di tutte le contaminazioni della vita; Vengono da un cuore ingannato. Ogni peccato è ingannevole, e nessuno più del peccato di impurità.

(2.) Non ha mai immaginato o immaginato alcun disegno non casto. Non ha mai aspettato alla porta del suo vicino, per avere l'opportunità di corrompere sua moglie in sua assenza, quando il brav'uomo non era in casa, Proverbi 7:19. Vedere Giobbe 24:15.

2. Che terrore aveva di questo peccato, e quali spaventose apprensioni aveva riguardo alla malignità di esso, che fosse un crimine atroce == (Giobbe 31:11), uno dei peccati più vili di cui un uomo possa essere colpevole, altamente provocante per Dio e distruttivo per la prosperità dell'anima. Per quanto riguarda la sua malizia e la punizione che meritava, egli ammette che, se fosse colpevole di quell'efferato crimine,

(1.) La sua famiglia potrebbe giustamente essere resa infame al massimo grado (Giobbe 31:10): Lascia che mia moglie si affanni a un'altra. Sia schiava (così alcuni), prostituta, così altri. Dio spesso punisce i peccati di uno con il peccato di un altro, l'adulterio del marito con l'adulterio della moglie, come nel caso di Davide (2Samuele 12:11), che non giustifica minimamente il tradimento della moglie adultera; ma, per quanto sia ingiusta, Dio è giusto. Vedi Osea 4:13, I tuoi coniugi commetteranno adulterio. Nota: Coloro che non sono giusti e fedeli ai loro parenti non devono pensare che sia strano se i loro parenti sono ingiusti e infedeli a loro.

(2.) Egli stesso potrebbe giustamente essere reso un esempio pubblico: poiché è un'iniquità essere puniti dai giudici; sì, benché quelli che ne sono colpevoli siano essi stessi giudici, come lo fu Giobbe. Si noti che l'adulterio è un delitto di cui il magistrato civile deve prendere atto e punire: così era giudicato anche nell'età patriarcale, prima che la legge di Mosè lo rendesse capitale. È un'opera malvagia, per la quale la spada della giustizia dovrebbe essere un terrore.

(3.) Potrebbe giustamente diventare la rovina del suo patrimonio; anzi, sapeva che sarebbe stato così (Giobbe 31:12): È un fuoco. La lussuria è un fuoco nell'anima: si dice che coloro che vi si abbandonano brucino. Consuma tutto ciò che c'è di buono (le convinzioni, le comodità) e devasta la coscienza. Accende il fuoco dell'ira di Dio, che, se non si spegne con il sangue di Cristo, brucerà fino all'inferno più basso. Si consumerà fino a quella distruzione eterna. Consuma il corpo, Proverbi 5:11. Consuma la sostanza; Sradica tutto l'aumento. Le concupiscenze ardenti portano giudizi ardenti. Forse allude all'incendio di Sodoma, che era destinato ad essere d'esempio per coloro che in seguito, allo stesso modo, avrebbero vissuto empiamente.

II. Che aveva una grandissima tenerezza per i suoi servi e li governava con mano gentile. Aveva una grande famiglia e la gestiva bene. Con ciò dimostrò la sua sincerità di avere la grazia di governare la sua passione così come il suo appetito; e colui che in queste due cose ha il dominio del proprio spirito è migliore del potente, == Proverbi 16:32. Qui osservate,

1. Quali furono le condiscendenze di Giobbe verso i suoi servi (Giobbe 31:13): Non disprezzò la causa del suo servo, no, né della sua serva, quando contendevano con lui. Se lo contraddicevano in qualche cosa, era disposto ad ascoltare le loro ragioni. Se lo avevano offeso, o erano stati accusati da lui, egli ascoltava pazientemente ciò che avevano da dire per se stessi, a loro propria giustificazione o scusa. Anzi, se si lamentavano delle difficoltà che egli poneva loro, non li picchiava e non li invitava a tacere, ma dava loro il permesso di raccontare la loro storia e rimediava alle loro lamentele per quanto sembrava che avessero ragione dalla loro parte. Era tenero con loro, non solo quando lo servivano e lo compiacevano, ma anche quando contendevano con lui. In questo fu un grande esempio per i padroni, per dare ai loro servi ciò che è giusto ed equo; anzi, di fare loro le stesse cose che si aspettano da loro (Colossesi 4:1 ; Efesini 6:9), e di non governarli con rigore, e di portarlo avanti con mano alta. Molti servitori di Giobbe furono uccisi al suo servizio (Giobbe 1:15-17); gli altri erano scortesi e indevoti verso di lui, e disprezzavano la sua causa, anche se lui non disprezzava mai la loro (Giobbe 19:15-16); ma aveva questa consolazione che nella sua prosperità si era comportato bene verso di loro. Nota: Quando i parenti ci vengono allontanati o amareggiati nei nostri confronti, la testimonianza della nostra coscienza che abbiamo fatto il nostro dovere verso di loro sarà per noi un grande sostegno e conforto.

2. Quali furono le considerazioni che lo spinsero a trattare così gentilmente i suoi servitori. In questo egli aveva un occhio rivolto a Dio, sia come suo Giudice che come loro Creatore.

(1.) Come suo giudice. Ha considerato,

"Se dovessi essere imperioso e severo con i miei servitori, che cosa farò quando Dio sorgerà?"

Egli considerava di avere un Maestro in cielo, al quale doveva rendere conto, che si sarebbe alzato e avrebbe visitato; e noi ci preoccupiamo di considerare ciò che faremo nel giorno della sua visitazione == (Isaia 10:3), e, considerando che saremmo stati rovinati se Dio fosse stato severo e severo con noi, Dovremmo essere molto miti e gentili verso tutti coloro con cui abbiamo a che fare. Pensate a che ne sarebbe di noi se Dio fosse estremo nel sottolineare ciò che facciamo di sbagliato, prendesse tutti i vantaggi contro di noi e insistesse su tutte le sue giuste richieste da parte nostra, se dovesse punire ogni offesa e prendere ogni confisca, se rimproverasse sempre e trattenesse la sua ira per sempre. E non siamo rigorosi con i nostri inferiori. Pensate a che ne sarà di noi se saremo crudeli e spietati verso i nostri fratelli. Le grida dei feriti saranno ascoltate; I peccati degli ingiuriosi saranno puniti. Coloro che non hanno mostrato misericordia non ne troveranno; E che cosa faremo allora?

(2.) Come Creatore suo e dei suoi servitori, Giobbe 31:15. Quando fu tentato di essere severo con i suoi servi, di negare loro il diritto e di fare orecchie da mercante ai loro ragionamenti, questo pensiero gli venne in mente in modo molto opportuno:

"Non ha fatto lui colui che mi ha fatto nel grembo materno? Io sono una creatura come lui, e il mio essere è derivato e dipende tanto quanto il suo. Egli partecipa della stessa natura che partecipo io ed è opera della stessa mano: non abbiamo noi tutti un solo Padre?"

Nota: Qualunque differenza ci sia tra gli uomini nella loro condizione esteriore, nella loro capacità di mente, o nella forza del corpo, o nel posto nel mondo, colui che ha fatto l'uno ha fatto anche l'altro, il che è una buona ragione per cui non dovremmo deridere le infermità naturali degli uomini, né calpestare coloro che sono in qualche modo nostri inferiori, ma, in ogni cosa, facciamo ciò che ci piace. È una regola di giustizia, Parium par sit ratio - Che gli uguali siano equamente valutati e trattati; e quindi, poiché c'è una così grande parità tra gli uomini, essendo tutti fatti dello stesso stampo, con la stessa forza, per lo stesso fine, nonostante la disparità della nostra condizione esteriore, siamo tenuti a metterci allo stesso livello di coloro con cui abbiamo a che fare con loro, sotto tutti gli aspetti, come noi vorremmo, essi dovrebbero fare a noi.

16 Ver. 16. fino alla Ver. 23.

Elifaz aveva accusato particolarmente Giobbe di misericordie verso i poveri (Giobbe 22:6, ecc.): Tu hai tolto il pane agli affamati, spogliato gli ignudi, e rimandato via le vedove vuote. Si potrebbe pensare che non avrebbe potuto essere così positivo ed esplicito nel suo incarico se non ci fosse stato un qualche di verità in esso, un qualche fondamento, per esso; eppure sembra, dalla protesta di Giobbe, che fosse completamente falso e infondato; egli non fu mai colpevole di una cosa del genere. Vedi qui,

I. La testimonianza che la coscienza di Giobbe ha dato riguardo al suo costante comportamento verso i poveri. Egli si dilunga maggiormente su questo argomento perché in questa faccenda è stato accusato in modo particolare. Protesta solennemente:

1. Che non aveva mai voluto fare loro del bene, come c'era l'occasione, al massimo delle sue capacità. Era sempre compassionevole con i poveri e attento a loro, specialmente alle vedove e agli orfani, che erano privi di aiuto.

(1.) Era sempre pronto a esaudire i loro desideri e a rispondere alle loro aspettative, Giobbe 31:16. Se un povero implorava una sua gentilezza, era pronto a gratificarlo; Se solo riusciva a percepire dallo sguardo triste e bramoso della vedova che si aspettava un'elemosina da lui, anche se non aveva abbastanza fiducia per chiederla, aveva abbastanza compassione per dargliela, e non faceva mai venir meno gli occhi della vedova.

(2.) Ha posto rispetto ai poveri e li ha onorati; infatti prese gli orfani per mangiare con lui alla sua mensa: avrebbero mangiato come lui, e lo avrebbero conosciuto, e lui si sarebbe mostrato contento della loro compagnia come se fossero stati suoi, Giobbe 31:17. Come è una delle più grandi lamentele della povertà che espone al disprezzo, così non è il minimo sostegno ai poveri da rispettare.

(3.) Era molto tenero con loro e aveva una preoccupazione paterna per loro, Giobbe 31:18. Era un padre per gli orfani, si prendeva cura degli orfani, li allevava con sé sotto il suo occhio e dava loro non solo il mantenimento, ma anche l'educazione. Era una guida per la vedova, che aveva perso la guida della sua giovinezza; la consigliava nei suoi affari, ne prendeva conoscenza e ne assumeva la gestione. Coloro che non hanno bisogno della nostra elemosina possono ancora avere occasione per il nostro consiglio, e può essere una vera gentilezza nei loro confronti. Questo Giobbe dice che lo ha fatto fin dalla sua giovinezza, dal grembo di sua madre. Aveva qualcosa di tenerezza e di compassione intessuto nella sua natura; cominciava a fare del bene di tanto in tanto, fin da quando aveva memoria; aveva sempre sotto la sua cura qualche povera vedova o orfano di padre. I suoi genitori gli insegnarono subito a compatire e a soccorrere i poveri, e allevarono con lui gli orfani.

(4.) Ha provveduto loro cibo conveniente; mangiarono degli stessi bocconi che aveva mangiato lui (Giobbe 31:17), non mangiarono dopo di lui, delle briciole che cadevano dalla sua tavola, ma con lui, del piatto migliore sulla sua tavola. Coloro che hanno abbondanza non mangeranno i loro bocconi da soli, come se non avessero altro da mangiare che se stessi, né sazieranno il loro appetito con un boccone prelibato da soli, ma prenderanno altri per dividerli con loro, come Davide prese Mefiboset.

(5.) Aveva particolare cura di vestire coloro che erano senza copertura, il che sarebbe stato più costoso per lui che nutrirli, Giobbe 31:19. I poveri possono perire per mancanza di vestiti così come per mancanza di cibo, per mancanza di vestiti per sdraiarsi di notte o per andare all'estero di giorno. Se Giobbe conosceva qualcuno che si trovava in questa angoscia, era pronto a soccorrerlo, e invece di dare livree ricche e sgargianti ai suoi servi, mentre i poveri erano congedati con stracci pronti per essere gettati nel letamaio, fece fare apposta per loro dei buoni vestiti caldi e robusti con il vello delle sue pecore == (Giobbe 31:20), così che i loro lombi, ogni volta che si cingevano quelle vesti addosso, lo benedicevano; lodarono la sua carità, benedissero Dio per lui e pregarono Dio di benedirlo. Le pecore di Giobbe furono bruciate con il fuoco dal cielo, ma questo fu il suo conforto che, quando le ebbe, venne onestamente accanto a loro, e le usò caritatevolmente, nutrì i poveri con la loro carne e li rivestì con la loro lana.

2. Che non era mai stato complice del torto di nessuno che fosse povero. Si potrebbe dire, forse, che era gentile qua e là con un povero orfano che era il suo preferito, ma con gli altri era opprimente. No, era tenero con tutti e ingiurista con nessuno. Non alzò mai la mano contro gli orfani == (Giobbe 31:21), non li minacciò né li spaventò, né si offrì di colpirli; non usò mai il suo potere per schiacciare coloro che gli si paravano davanti, né per spremere ciò che poteva, anche se vide il suo aiuto alla porta, cioè sebbene avesse abbastanza interesse, sia nel popolo che nei giudici, sia per rendergli possibile farlo, sia per sostenerlo quando l'ebbe fatto. Coloro che hanno il potere di fare una cosa sbagliata e di portarla a termine, e hanno la prospettiva di farcela, e tuttavia agiscono con giustizia, e amano la misericordia, e sono fermi verso entrambi, possono in seguito riflettere sulla loro condotta con molto conforto, come fa Giobbe qui.

II. L'imprecazione con cui conferma questa protesta (Giobbe 31:22):

"Se sono stato oppressivo verso i poveri, il mio braccio cada dalla scapola e il mio braccio si rompa dall'osso", cioè "marcisca la carne dall'osso e un osso si disgiunga e si rompa dall'altro".

Se non fosse stato perfettamente chiaro in questa materia, non avrebbe osato sfidare la vendetta divina. E lascia intendere che è cosa giusta presso Dio spezzare il braccio che si alza contro l'orfano, come fece con l'inaridimento il braccio steso contro un profeta.

III. I princìpi mediante i quali Giobbe fu trattenuto da ogni mancanza di carità e spietatezza. Non osò abusare dei poveri; perché, anche se, con il suo aiuto alla porta, potrebbe sopraffarli, tuttavia non potrebbe rendere buona la sua parte contro quel Dio che è il patrono della povertà oppressa e non lascerà impuniti gli oppressori (Giobbe 31:23):

"La distruzione da parte di Dio era per me un terrore, ogni volta che ero tentato a questo peccato, e a causa della sua altezza non potevo sopportare il pensiero di renderlo mio nemico".

Rimase in soggezione,

1. Della maestà di Dio, come un Dio al di sopra di lui. Pensava a sua altezza, all'infinita distanza tra lui e Dio, che lo possedeva con una tale riverenza che lo rendeva molto circospetto in tutta la sua conversazione. Coloro che opprimono i poveri e pervertono il giudizio e la giustizia, dimenticano che colui che è al di sopra dei più alti considera, e c'è uno più alto di loro, che è in grado di trattare con loro (Ecclesiaste 5:8); ma Giobbe considerò questo.

2. Dell'ira di Dio, come un Dio che certamente sarebbe contro di lui se facesse torto ai poveri. La distruzione da parte di Dio, perché sarebbe stata per lui una rovina certa e totale se fosse stato colpevole di questo peccato, era per lui un terrore costante, per trattenerlo da esso. Nota: gli uomini buoni, anche i migliori, hanno bisogno di trattenersi dal peccato con la paura della distruzione da parte di Dio, e tutto abbastanza poco. Questo dovrebbe trattenerci in particolare da tutti gli atti di ingiustizia e di oppressione, che Dio stesso ne è il vendicatore. Anche quando la salvezza da Dio è un conforto per noi, tuttavia la distruzione da Dio dovrebbe essere un terrore per noi. Adamo, nell'innocenza, fu intimorito da una minaccia.

24 Ver. 24. fino alla Ver. 32.

Abbiamo altri quattro articoli della protesta di Giobbe in questi versetti, che, come tutti gli altri, non solo ci assicurano ciò che egli era e fece, ma ci insegnano ciò che dovremmo essere e fare:

I. Protesta di non aver mai messo il suo cuore nelle ricchezze di questo mondo, né di aver preso le cose di esso per le sue parti e la sua felicità. Aveva dell'oro; Aveva oro fino. La sua ricchezza era grande, e aveva ottenuto molto. La nostra ricchezza è vantaggiosa o perniciosa per noi, a seconda di come ne siamo influenzati. Se ne facciamo il nostro riposo e il nostro sovrano, sarà la nostra rovina; Se ne facciamo il nostro servo e uno strumento di giustizia, sarà per noi una benedizione. Qui Giobbe ci dice come fu colpito dalla sua ricchezza terrena.

1. Non vi ha riposto grande fiducia: non ha fatto dell'oro la sua speranza, == Giobbe 31:24. Sono molto stolti quelli che lo fanno, e nemici di se stessi, che dipendono da ciò come sufficiente per renderli felici, che si credono sicuri e onorevoli, e sicuri di comodità, nell'avere abbondanza dei beni di questo mondo. Alcuni ne fanno la loro speranza e fiducia per un altro mondo, come se fosse un segno certo del favore di Dio; E coloro che hanno tanto buon senso da non pensarla così, tuttavia promettono a se stessi che sarà una parte per loro in questa vita, mentre le cose stesse sono incerte e la nostra soddisfazione in esse lo è molto di più. È difficile avere ricchezze e non fidarsi delle ricchezze; ed è questo che rende così difficile per un ricco entrare nel regno di Dio, == Matteo 19:23; Marco 10:24.

2. Non si compiaceva molto di esso (Giobbe 31:25): Se mi rallegravo perché la mia ricchezza era grande e mi vantavo che la mia mano aveva ottenuto molto. Non si vantava delle sue ricchezze, come se aggiungessero qualcosa alla sua vera eccellenza, né pensava che la sua potenza e la potenza della sua mano gliele procurassero, Deuteronomio 8:17. Non ne traeva alcun piacere in confronto alle cose spirituali che erano la delizia della sua anima. La sua gioia non si esaurì nel dono, ma passò attraverso di esso al donatore. Quando era in mezzo alla sua abbondanza non disse mai: Anima, riposati in queste cose, mangia, bevi e rallegrati, e non si benedice nelle sue ricchezze. Non si rallegrava eccessivamente della sua ricchezza, che lo aiutava a sopportarne la perdita con tanta pazienza. Il modo di piangere come se non avessimo pianto è quello di rallegrarci come se non avessimo gioito. Minore è il piacere del godimento, minore sarà il dolore della delusione.

II. Protesta di non aver mai dato alla creatura il culto e la gloria che sono dovuti solo a Dio; non fu mai colpevole di idolatria, Giobbe 31:26-28. Non troviamo che gli amici di Giobbe lo abbiano accusato di questo. Ma c'erano quelli, a quanto pare, a quel tempo, che erano così ingenui da adorare il sole e la luna, altrimenti Giobbe non ne avrebbe parlato. L'idolatria è una delle antiche vie che gli uomini malvagi hanno percorso, e l'idolatria più antica era l'adorazione del sole e della luna, per i quali la tentazione era più forte, come appare Deuteronomio 4:19, dove Mosè parla del pericolo in cui si trovava il popolo di essere spinto ad adorarlo. Ma fino ad allora era praticata segretamente, e non osava apparire in bella vista, come in seguito fecero le idolatrie più abominevoli. Osservare

1. Quanto si allontanò Giobbe da questo peccato. Non solo non piegò mai il ginocchio davanti a Baal (che, secondo alcuni, era stato progettato per rappresentare il sole), non cadde mai e adorò il sole, ma mantenne il suo occhio, il suo cuore e le sue labbra puliti da questo peccato.

(1.) Non vide mai il sole o la luna nella loro pompa e nel loro splendore con altra ammirazione per loro che non quella che lo portava a dare tutta la gloria del loro splendore e utilità al loro Creatore. Contro l'adulterio spirituale e corporale fece un patto con i suoi occhi; e questo era il suo patto: che, ogni volta che guardava le luci del cielo, per fede guardasse attraverso di esse, e al di là di esse, al Padre delle luci.

(2.) Ha conservato il suo cuore con ogni diligenza, affinché non si dovesse segretamente essere indotti a pensare che ci sia una gloria divina nel loro splendore, o una potenza divina nella loro influenza, e che quindi gli onori divini debbano essere tributati a loro. Ecco la fonte dell'idolatria; inizia nel cuore. Ogni uomo è tentato a questo, come agli altri peccati, quando è attratto dalla propria concupiscenza e adescato.

(3.) Non fece nemmeno un complimento a queste pretese divinità, non compì il minimo e più basso atto di adorazione: la sua bocca non baciò la sua mano, il che, è probabile, era una cerimonia allora comunemente usata anche da alcuni che ancora non sarebbero considerati idolatri. È un vecchio gesto di rispetto civile tra di noi, nel fare un inchino, baciare la mano, una forma che, a quanto pare, era anticamente usata per dare onori divini al sole e alla luna. Non potevano allungarsi per baciarli, come gli uomini che sacrificavano baciavano i vitelli == (Osea 13:2; 1Re 19:18); ma, per mostrare la loro buona volontà, baciavano la loro mano, riverendo quelli come loro padroni che Dio ha fatto servi di questo mondo inferiore, per tenere la candela per noi. Giobbe non lo fece mai.

2. Quanto male pensava Giobbe di questo peccato, Giobbe 31:28.

(1.) Lo considerava un affronto al magistrato civile: era un'iniquità essere punita dal giudice, come un disturbo pubblico e dannoso per i re e le province. L'idolatria corrompe le menti degli uomini, corrompe i loro costumi, toglie il vero senso della religione che è il grande vincolo delle società, e provoca Dio a cedere gli uomini a un senso reprobo e a mandare giudizi su una nazione; e quindi i conservatori della pace pubblica si preoccupano di frenarla punendola.

(2.) Lo considerava un affronto molto più grande al Dio del cielo, e non meno di un alto tradimento contro la sua corona e la sua dignità: perché avrei dovuto negare il Dio che è in alto, negare il suo essere come Dio e la sua sovranità come Dio in alto. L'idolatria è, in effetti, ateismo; quindi si dice che i Gentili sono senza Dio (atei) nel mondo. Nota: Dovremmo aver paura di tutto ciò che non fa altro che negare tacitamente il Dio lassù, la sua provvidenza o una qualsiasi delle sue perfezioni.

III. Protesta che era così lontano dal fare o dal progettare danni a qualcuno che non desiderava né si compiaceva del male del peggior nemico che aveva. Perdonare coloro che ci fanno del male, a quanto pare, era un dovere dell'Antico Testamento, anche se i farisei rendevano inefficace la legge che lo riguardava, insegnando: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico, == Matteo 5:43. Osserva qui,

1. Giobbe era ben lungi dall'essere vendicativo. Non solo non ha ricambiato le ingiurie che gli erano state fatte, non solo non ha distrutto coloro che lo odiavano; ma

(1.) Non si rallegrò nemmeno quando un male si abbatté su di loro, Giobbe 31:29. Molti che non farebbero volontariamente del male a coloro che si trovano nella loro luce, o che hanno fatto loro una scortesia, eppure sono segretamente compiaciuti e ridono nella loro manica (come diciamo noi) quando il male è fatto loro. Ma Giobbe non era di questo spirito. Benché Giobbe fosse un uomo molto buono, tuttavia, a quanto pare, c'erano quelli che lo odiavano; ma il male li ha trovati. Vide la loro distruzione e fu ben lungi dal rallegrarsene; poiché ciò avrebbe giustamente recato su di lui la distruzione, come è suggerito, Proverbi 24:17-18.

(2.) Non desiderava nemmeno nella sua mente che il male potesse colpirli, Giobbe 31:30. Non ha mai voluto una maledizione per la sua anima (le maledizioni per l'anima sono la peggiore delle maledizioni), non ha mai desiderato la sua morte; sapeva che, se l'avesse fatto, si sarebbe trasformata in peccato per lui. Stava attento a non offendere con la sua lingua == (Salmi 39:1), non permetteva che la sua bocca peccasse, e quindi non osava imprecare alcun male, no, non al suo peggior nemico. Se gli altri hanno malizia verso di noi, questo non ci giustificherà a portare malizia verso di loro.

2. Fu violentemente spinto alla vendetta, eppure si tenne così lontano da essa (Giobbe 31:31): Gli uomini del suo tabernacolo, i suoi domestici, i suoi servi e coloro che lo circondavano, erano così adirati contro il nemico di Giobbe che lo odiava, che avrebbero potuto mangiarlo, se solo Giobbe li avesse incastrati o li avesse lasciati andare.

"Oh se avessimo della sua carne! Il nostro padrone si accontenta di perdonarlo, ma noi non possiamo essere così soddisfatti".

Vedete quanto Giobbe era amato dalla sua famiglia, con quanta forza sposarono la sua causa e quali nemici erano per i suoi nemici; ma guardate quale mano severa teneva Giobbe sulle sue passioni, per non vendicarsi, sebbene avesse intorno a sé coloro che soffiavano sui carboni del suo risentimento. Nota

(1.) Un brav'uomo comunemente non si prende a cuore gli affronti che gli vengono fatti tanto quanto i suoi amici fanno per lui.

(2.) I grandi uomini hanno comunemente intorno a loro coloro che li incitano alla vendetta. Davide ebbe così, 1Samuele 24:4; 26:8; 2Samuele 16:9. Ma se manterranno la calma, nonostante le insinuazioni maligne di coloro che li circondano, in seguito non sarà per loro un dolore del cuore, ma si volgeranno molto alla loro lode.

IV. Egli protesta di non essere mai stato scortese o inospitale con gli estranei (Giobbe 31:32): Lo straniero non si fermò per la strada, come avrebbero potuto fare gli angeli nelle strade di Sodoma se solo Lot non li avesse ospitati. Forse da quell'esempio a Giobbe fu insegnato (come noi, Ebrei 13:2) a non dimenticare di intrattenere gli estranei. Colui che è a casa deve considerare quelli che sono di casa, e mettere la sua anima al posto della loro anima, e poi fare come vorrebbe che gli fosse fatto. L'ospitalità è un dovere cristiano, 1Pietro 4:9. Giobbe, nella sua prosperità, era noto per la buona gestione della casa: aprì la sua porta sulla strada (così si può leggere); tenne aperta la porta della strada, per poter vedere chi passava e invitarli ad entrare, come Abramo, Genesi 18:1.

33 Ver. 33. fino alla Ver. 40.

Abbiamo qui la protesta di Giobbe contro altri tre peccati, insieme al suo appello generale alla sbarra di Dio e alla sua richiesta di un'udienza lì, che, probabilmente, aveva lo scopo di concludere il suo discorso (e quindi lo considereremo per ultimo), ma che si è verificato un altro peccato particolare, dal quale egli ha ritenuto necessario assolversi. Si scagiona dall'accusa,

I. Della dissimulazione e dell'ipocrisia. Il crimine generale di cui lo accusavano i suoi amici era che, sotto il mantello di una professione religiosa, aveva mantenuto segreti ritrovi di peccato, e che in realtà era cattivo come gli altri, ma aveva l'arte di nasconderlo. Zofar insinuò (Giobbe 20:12) di aver nascosto la sua iniquità sotto la lingua.

"No", dice Giobbe, "non l'ho mai fatto (Giobbe 31:33), non ho mai coperto la mia trasgressione come Adamo, non ho mai attenuato un peccato con scuse frivole, né ho fatto delle foglie di fico il rifugio della mia vergogna, né ho mai nascosto la mia iniquità nel mio seno, come una carezza, un tesoro, da cui non potevo in alcun modo separarmi, o come merce rubata di cui temevo di essere scoperto".

Per noi è naturale coprire i nostri peccati; l'abbiamo ricevuto dai nostri progenitori. Siamo riluttanti a confessare le nostre colpe, disposti ad attenuarle e a trarre il meglio da noi stessi, a scaricare la colpa sugli altri, come Adamo su sua moglie, non senza una tacita riflessione su Dio stesso. Ma chi copre così i suoi peccati non prospererà, == Proverbi 28:13. Giobbe, in questa protesta, suggerisce due cose, che erano prove certe della sua integrità:

1. Che non era colpevole di alcuna grande trasgressione o iniquità, incompatibile con la sincerità, che ora aveva diligentemente nascosto. In questa protesta egli si era comportato in modo equo e, pur negando alcuni peccati, non era consapevole di permettersi di averne commesso alcuno.

2. Di quale trasgressione e iniquità si era reso colpevole (Chi è che vive e non pecca?) era sempre stato pronto ad ammetterlo, e, non appena si rendeva conto di aver detto o fatto qualcosa di sbagliato, era pronto a disdirlo e a disfarlo, per quanto poteva, con il pentimento, confessandolo sia a Dio che agli uomini, e abbandonandolo: questo è fare onestamente.

II. Dall'accusa di vigliaccheria e di vile paura. Egli produce il suo coraggio in ciò che è buono come prova della sua sincerità in esso (Giobbe 31:34): Ho forse temuto una grande folla da tacere? No, tutti quelli che conoscevano Giobbe sapevano che era un uomo di intrepida risoluzione per una buona causa, che appariva, parlava e agiva coraggiosamente in difesa della religione e della giustizia, e non temeva il volto dell'uomo, né era mai minacciato o bastonato dal suo dovere, ma aveva il viso come una pietra focaia. Osservare

1. Quale grande coscienza Giobbe aveva fatto del suo dovere di magistrato, o di uomo di reputazione, nel luogo in cui viveva. Non osava, non osava, tacere quando aveva una chiamata a parlare per una causa onesta, o rimanere in casa quando aveva una chiamata ad andare all'estero per fare del bene. Il caso può essere tale che può essere il nostro peccato rimanere in silenzio e ritirarci, come quando siamo chiamati a rimproverare il peccato e a portare la nostra testimonianza contro di esso, a rivendicare le verità e le vie di Dio, a rendere giustizia a coloro che sono feriti o oppressi, o in qualsiasi modo a servire il pubblico o a rendere onore alla nostra religione.

2. Quanto poco conto Giobbe fece degli scoraggiamenti che incontrò nel modo di compiere il suo dovere. Non si curava dei clamori della folla, non temeva una grande moltitudine, né apprezzava le minacce dei potenti: il disprezzo delle famiglie non lo terrorizzava mai. Non era dissuaso dal numero o dalla qualità, dai disprezzi o dagli insulti, o dai dannosi dal rendere giustizia ai feriti; no, disdegnava di essere influenzato e prevenuto da tali considerazioni, né ha mai permesso che una giusta causa fosse schiacciata da una mano alta. Temeva il grande Dio, non la moltitudine, e la sua maledizione, non il disprezzo delle famiglie.

III. Dall'accusa di oppressione e violenza, e di fare del male ai suoi poveri vicini. E qui osservate,

1. Qual è la sua protesta: che la proprietà che aveva la otteneva e la usava onestamente, così che la sua terra non potesse gridare contro di lui né i suoi solchi lamentarsi == (Giobbe 31:38), come fanno contro coloro che ne entrano in possesso con la frode e l'estorsione, Abacuc 2:9-11. Si dice che l'intera creazione geme sotto il peccato dell'uomo; ma ciò che è ingiustamente guadagnato e tenuto grida contro un uomo, e lo accusa, lo condanna e chiede giustizia contro di lui per l'ingiuria. Piuttosto che la sua oppressione rimarrà impunita, la terra stessa e i solchi di essa testimonieranno contro di lui, e saranno i suoi accusatori. Due cose poteva dire con sicurezza riguardo al suo patrimonio:

(1.) Che non ne mangiò mai i frutti senza denaro, == Giobbe 31:39. Ciò che acquistò lo pagò, come Abramo per la terra che acquistò (Genesi 23:16), e Davide, 2Samuele 24:24. Gli operai che impiegava avevano il loro salario debitamente pagato, e, se faceva uso dei frutti di quelle terre che dava in affitto, li pagava ai suoi affittuari, o li permetteva nell'affitto.

(2.) Che non ha mai fatto perdere la vita ai suoi proprietari, non ha mai ottenuto una proprietà, come Achab ha ottenuto la vigna di Nabot, uccidendo l'erede e impadronendosi dell'eredità, non ha mai affamato coloro che possedevano le sue terre né li ha uccisi con duri negoziati e duri usi. Nessun affittuario, nessun operaio, nessun servitore, che aveva, poteva lamentarsi di lui.

2. Come conferma la sua protesta. Lo fa, come spesso in passato, con un'appropriata imprecazione (Giobbe 31:40):

"Se ho ottenuto la mia proprietà ingiustamente, lasci che crescano cardi invece del grano, la peggiore delle zizzanie invece del migliore dei cereali".

Quando gli uomini ottengono proprietà ingiustamente, sono giustamente privati del loro comfort e delusi nelle loro aspettative. Seminano la loro terra, ma non seminano il corpo che sarà. Dio gli darà un corpo. È stato seminato il grano, ma cresceranno i rovi. Ciò che gli uomini non ottengono onestamente non farà mai loro alcun bene. Giobbe, verso la fine della sua protesta, si appella al tribunale di Dio riguardo alla verità di essa (Giobbe 31:35-37): "Oh, se mi ascoltasse, sì, se l'Onnipotente mi rispondesse! Questo era ciò che desiderava e spesso si lamentava di non poter ottenere; e, ora che aveva redatto la propria difesa in modo così particolare, la lascia agli atti, in attesa di un'udienza, la archivia, per così dire, fino a quando la sua causa non sarà chiamata.

(1.) Viene proposto un processo e la mozione viene insistita con fervore:

"Oh, quello, chiunque, mi ascoltasse; la mia causa è così buona, e le mie prove così chiare, che sono disposto a riferirla a qualsiasi persona indifferente; ma il mio desiderio è che l'Onnipotente stesso la determini".

Un cuore retto non teme un esame. Colui che intende onestamente vorrebbe avere una finestra nel suo petto, affinché tutti gli uomini possano vedere le intenzioni del suo cuore. Ma un cuore retto desidera particolarmente essere determinato in ogni cosa dal giudizio di Dio, che siamo sicuri sia secondo la verità. Era la preghiera del santo Davide: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore; e fu benedetto il conforto di Paolo: Chi mi giudica è il Signore.

(2.) Il pubblico ministero è chiamato, l'attore convocato e gli è stato ordinato di portare le sue informazioni, per dire ciò che ha da dire contro il prigioniero, poiché egli si erge sulla sua liberazione:

"Oh, se il mio avversario avesse scritto un libro, se i miei amici, che mi accusano di ipocrisia, stessero per iscritto la loro accusa, affinché potesse essere ridotta a una certezza, e che potessimo meglio unirci su di essa".

Giobbe sarebbe molto contento di vedere la diffamazione, di avere una copia della sua accusa. Non lo nascondeva sotto il braccio, ma lo prendeva sulla spalla, perché fosse visto e letto da tutti gli uomini, anzi, lo legava come una corona, ne era contento e lo considerava il suo ornamento; perché,

[1.] Se gli scoprisse un peccato di cui si è reso colpevole, che non ha ancora visto, sarebbe lieto di saperlo, per potersene pentire e ottenere il perdono. Un brav'uomo è disposto a conoscere il peggio di se stesso e sarà grato a coloro che gli diranno fedelmente i suoi difetti.

[2.] Se lo accusava di ciò che era falso, non dubitava che di confutare le accuse, che la sua innocenza sarebbe stata chiarita come la luce, e che ne sarebbe uscito con tanto più onore. Ma

[3.] Credeva che, quando i suoi avversari fossero arrivati a considerare la questione così attentamente come avrebbero dovuto fare se avessero messo per iscritto l'accusa, le accuse sarebbero state banali e minuziose, e chiunque le avesse viste avrebbe detto:

"Se questo era tutto ciò che avevano da dire contro di lui, era un peccato che gli avessero dato così tanti problemi".

(3.) L'imputato è pronto a comparire e a dare ai suoi accusatori tutto il fair play che possono desiderare. Egli annunzierà loro il numero dei suoi passi, == Giobbe 31:37. Li farà entrare nella storia della sua vita, mostrerà loro tutte le tappe e le scene di essa. Darà loro un racconto della sua conversazione, ciò che potrebbe fare contro di lui e ciò che farebbe per lui, e lascerà che ne facciano l'uso che vogliono; ed è così sicuro della sua integrità che, come un principe da incoronare, piuttosto che un prigioniero da processare, si avvicinerebbe a lui, sia dal suo accusatore per ascoltare la sua accusa, sia dal suo giudice per ascoltare la sua condanna. Così la testimonianza della sua coscienza era la sua gioia.

Hic murus aheneus esto, nil conscire sibi-

Sii questo il tuo sfacciato baluardo di difesa, ancora per preservare l'innocenza della tua coscienza.

Coloro che hanno tenuto le loro mani senza macchia dal mondo, come fece Giobbe, possono alzare la faccia senza macchia davanti a Dio, e possono consolarsi con la prospettiva del suo giudizio quando si trovano sotto le ingiuste censure degli uomini. Se il nostro cuore non ci condanna, allora abbiamo fiducia in Dio.

Così le parole di Giobbe sono finite; cioè, ora ha detto tutto ciò che avrebbe detto in risposta ai suoi amici: in seguito ha detto qualcosa in un modo di rimprovero e di condanna (Giobbe 40:4-5; 42:2, ecc.), ma qui finisce ciò che aveva da dire in un modo di autodifesa e di rivendicazione. Se ciò non basta, non dirà altro; Sa quando ha detto abbastanza e si sottometterà al giudizio del tribunale. Alcuni pensano che il modo di esprimersi lasci intendere che egli concluse con un'aria di sicurezza e di trionfo. Ora tiene il campo e non dubita che vincere il campo. Chi accuserà gli eletti di Dio? È Dio che giustifica.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 31

1 Capitolo 31

Giobbe dichiara la sua rettitudine Giob 31:1-8

La sua integrità Giob 31:9-15

Giobbe misericordioso Giob 31:16-23

Giobbe non è colpevole di cupidigia o idolatria Giob 31:24-32

Giobbe non è colpevole di ipocrisia e violenza Giob 31:33-40

Versetti 1-8

Giobbe non disse le cose qui riportate per vantarsi, ma per rispondere all'accusa di ipocrisia. Egli comprendeva la natura spirituale dei comandamenti di Dio, che arrivano ai pensieri e agli intenti del cuore. È meglio lasciare che le nostre azioni parlino per noi; ma in alcuni casi dobbiamo a noi stessi e alla causa di Dio protestare solennemente la nostra innocenza dai crimini di cui siamo ingiustamente accusati. Le concupiscenze della carne e l'amore per il mondo sono due rocce fatali su cui si infrangono molte persone; contro queste Giobbe protesta di essere sempre stato attento a stare in guardia. Dio ha un'attenzione più precisa per noi che per noi stessi; camminiamo dunque con circospezione. Evitava accuratamente tutti i mezzi peccaminosi per procurarsi la ricchezza. Temeva ogni profitto proibito come ogni piacere proibito. Ciò che abbiamo nel mondo può essere usato con comodità, o perso con comodità, se ottenuto onestamente. Senza una rigorosa onestà e fedeltà in tutti i nostri rapporti, non possiamo avere una buona prova di vera pietà. Eppure quanti professori non sono in grado di rispettare questa pietra di paragone!

9 Versetti 9-15

Tutte le malattie della vita provengono da un cuore ingannato. La lussuria è un fuoco nell'anima: si dice che chi la asseconda brucia. Consuma tutto ciò che c'è di buono, e fa scempio della coscienza. Accende il fuoco dell'ira di Dio che, se non viene spento dal sangue di Cristo, consumerà fino alla distruzione eterna. Consuma il corpo, consuma la sostanza. Le brame brucianti portano giudizi brucianti. Giobbe aveva una famiglia numerosa e la gestiva bene. Considerava di avere un Padrone in cielo; e poiché siamo disfatti se Dio è severo con noi, dovremmo essere miti e gentili con tutti coloro con cui abbiamo a che fare.

16 Versetti 16-23

La coscienza di Giobbe testimoniava il suo comportamento giusto e caritatevole nei confronti dei poveri. È il più grande su questo punto, perché in questa materia è stato particolarmente accusato. Era tenero con tutti e non faceva del male a nessuno. Notate i principi in base ai quali Giobbe si trattenne dall'essere poco caritatevole e poco misericordioso. Egli era in soggezione al Signore, come certamente contro di lui, se avesse fatto un torto ai poveri. Il rispetto per gli interessi mondani può trattenere un uomo da veri e propri crimini; ma la grazia di Dio solo può fargli odiare, temere e rifuggire i pensieri e i desideri peccaminosi.

24 Versetti 24-32

Giobbe protesta: 1. Di non aver mai posto il suo cuore sulle ricchezze di questo mondo. Quanti pochi professori prosperi possono appellarsi al Signore dicendo di non aver gioito perché i loro guadagni erano grandi! Per la volontà di essere ricchi, molti si rovinano l'anima o si trafiggono con molti dolori. 2. Non si è mai reso colpevole di idolatria. L'idolatria ha origine nel cuore, corrompe gli uomini e provoca il giudizio di Dio su una nazione. 3. Non desiderò né si compiacque del male del peggior nemico che aveva. Se gli altri ci fanno del male, questo non ci giustifica a fare del male a loro. 4. Non era mai stato scortese con gli stranieri. L'ospitalità è un dovere cristiano, 1Pi 4:9.

33 Versetti 33-40

Giobbe si scagiona dall'accusa di ipocrisia. Siamo restii a confessare le nostre colpe, siamo disposti a scusarle e a scaricare la colpa sugli altri. Ma chi copre così i suoi peccati, non prospererà, Pr 28:13. Parla del suo coraggio in ciò che è buono, come prova della sua sincerità in esso. Quando gli uomini ottengono dei beni ingiustamente, sono giustamente privati del loro conforto; è stato seminato del grano, ma ne usciranno dei cardi. Ciò che gli uomini non ottengono onestamente, non sarà mai un bene per loro. Le parole di Giobbe sono terminate. Esse si concludono con l'audace affermazione che, rispetto alle accuse contro il suo carattere morale e religioso come causa delle sue sofferenze, egli poteva appellarsi a Dio. Ma, per quanto Giobbe fosse fiducioso, vedremo che si sbagliava, Giobbe 40:4-5; 1Giovanni 1:8. Giudichiamo tutti noi stessi; se siamo colpevoli, cerchiamo il perdono in quel sangue che purifica da ogni peccato; e che il Signore abbia pietà di noi e scriva le sue leggi nei nostri cuori!

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 31

1 Feci un patto con i miei occhi - La prima virtù della sua vita privata a cui si riferisce Giobbe è la castità. Tale era il suo senso dell'importanza di ciò e del pericolo a cui l'uomo era esposto, che aveva solennemente deciso di non pensare a una giovane donna. La frase qui, "Ho fatto un patto con i miei occhi", è poetica, nel senso che ha solennemente risolto. Un patto è di natura sacra e vincolante; e la forza della sua risoluzione era grande come se avesse fatto un patto solenne.

Di solito si stipulava un patto o patto uccidendo un animale in sacrificio, e il patto veniva ratificato sull'animale che era stato ucciso, con una sorta di imprecazione che se il patto veniva violato la stessa distruzione poteva ricadere sui trasgressori che cadevano sulla testa della vittima. Questa idea di fare a pezzi una vittima in occasione di un'alleanza è conservata nella maggior parte delle lingue. Così il greco ὅρκια τέμνειν, πέμνἔιν σπονδάς horkia temnein, temnein spondas, e il latino icere foedus - battere una lega, alludendo all'abbattimento o all'uccisione di un animale in occasione.

E così l'ebraico, come nel luogo davanti a noi, כרת ברית b e rı̂yth kârath - tagliare un patto, dal tagliare, o tagliare a pezzi la vittima su cui è stato fatto il patto; vedere questo spiegato ampiamente nelle note a Ebrei 9:16. Con il linguaggio qui, Giobbe significa che aveva deciso, nel modo più solenne, che non avrebbe permesso ai suoi occhi o ai suoi pensieri di metterlo in pericolo contemplando impropriamente una donna.

Perché allora dovrei pensare a una fanciulla - A una vergine - על־בתולה al - b e thûlâh ; confronta Proverbi 6:25 , “Non desiderare la sua bellezza nel tuo cuore; né ti prenda con le palpebre». vedi, inoltre, la tremenda e solenne dichiarazione del Salvatore in Matteo 5:28.

C'è molta enfasi nell'espressione usata qui da Giobbe. Non si limita a dire che non aveva pensato in quel modo, ma che la cosa era moralmente impossibile che l'avesse fatta. Ogni accusa del genere, o ogni sospetto, la respingeva con indignazione. Il suo proposito di condurre una vita pura e di mantenere un cuore puro era stato così stabilito che era impossibile che avesse offeso in questo senso.

Il suo proposito, inoltre, di non pensare su questo argomento, mostrava l'entità della restrizione impostagli. Non era solo sua intenzione condurre una vita casta ed evitare il peccato aperto, ma era mantenere un cuore puro e non permettere che la mente si corrompesse soffermandosi su immagini impure o indulgendo in desideri empi. Questo mostra fortemente la pietà e la purezza di cuore di Giobbe, ed è una bella illustrazione della religione patriarcale.

Possiamo osservare qui che se un uomo desidera mantenere la purezza della vita, deve fare proprio un patto come questo con se stesso - un patto così sacro, così solenne, così fermo, che non permetterà alla sua mente di ospitare per un momento un pensiero improprio. “Lo stesso passaggio di un pensiero impuro attraverso la mente lascia dietro di sé l'inquinamento”; e i crimini esplosivi della vita sono solo il risultato del lasciare che l'immaginazione si soffermi su immagini impure.

Poiché l'occhio è la grande fonte di pericolo (confronta Matteo 5:28; 2 Pietro 2:14 ), dovrebbe esserci un proposito solenne che dovrebbe essere puro e che ogni sacrificio dovrebbe essere fatto piuttosto che permettere l'indulgenza a uno sguardo sfrenato : confronta Marco 9:47. Nessun uomo è mai stato troppo guardingo su questo argomento; nessuno ha mai fatto un patto troppo solenne con i suoi occhi e con tutta la sua anima per essere casto.

2 Per quale porzione di Dio c'è dall'alto? - O meglio: “Quale parte dovrei dunque avere da Dio che regna in alto?” Giobbe chiede con enfasi, quale porzione o ricompensa dovrebbe aspettarsi da Dio che regna in alto, se non avesse fatto un simile patto con i suoi occhi, e se avesse dato le redini a pensieri dissoluti e lascivi? A questa domanda egli stesso risponde nel versetto seguente, e dice che avrebbe potuto aspettarsi solo la distruzione dall'Onnipotente.

3 Non è la distruzione per i malvagi? - Cioè, Giobbe dice che era ben consapevole che la distruzione avrebbe raggiunto i malvagi, e che se avesse dato indulgenza ai desideri impuri non avrebbe potuto cercare altro. Ben sapendo ciò, dice, si era guardato con la massima cura dal peccato, e si era adoperato con la massima assiduità per mantenere puri i suoi occhi e il suo cuore.

E una strana punizione - - ונכר w e neker. La parola usata qui significa letteralmente stranezza - una cosa strana, qualcosa che non conoscevamo. È usato qui evidentemente nel senso di una punizione strana o insolita; qualcosa che non si verifica nel corso ordinario degli eventi. Il senso è che per il peccato qui particolarmente menzionato, Dio si interporrebbe per infliggere vendetta in un modo che non avveniva negli atti ordinari della sua provvidenza.

Ci sarebbe stata qualche punizione adottata specialmente per questo peccato, e che lo avrebbe segnato con il suo speciale dispiacere. Non è stato così in tutte le età? La Vulgata lo rende, alienatio, e la Settanta lo traduce in modo simile - ἀπαλλοτρίωσις apallotriōsis - e sembra che lo abbiano inteso come seguito da un'intera alienazione da Dio; un'idea che sarebbe dovunque sostenuta da un riferimento alla storia del peccato di cui parla Giobbe. Non c'è peccato che avvelena così tanto tutte le sorgenti del puro sentimento nell'anima, e nessuno che finirà così certamente nell'intero naufragio del carattere.

4 Non vede le mie vie? - Ciò significa che Dio è stato testimone di tutto ciò che ha fatto - i suoi pensieri, parole e azioni, e lo avrebbe punito se avesse dato indulgenza a sentimenti e pensieri impropri; o che poiché Dio vedeva tutti i suoi pensieri, poteva arditamente appellarsi a lui come testimone della sua innocenza in questa materia, e come prova che la sua vita e il suo cuore erano puri. Rosenmuller adotta quest'ultima interpretazione; Herder sembra propendere per il primo.

Umbreit lo rende: "Dio stesso deve essere testimone che dico la verità". Non è facile stabilire quale sia il vero significato. Entrambi si accordano bene con lo scopo del passaggio.

5 Se ho camminato con vanità - Questa è la seconda precisazione riguardo al suo portamento privato. Dice che la sua vita è stata sincera, retta, onesta. La parola vanità qui è equivalente alla menzogna, per tanto le esigenze di parallelismo, e così la parola ( שׁוא Rasoio' ) è spesso usato; Salmi 12:3; Salmi 41:7; Esodo 23:1; Deuteronomio 5:20; confrontare Isa, Deuteronomio 1:13.

Il significato di Giobbe qui è che era stato sincero e onesto. Nei suoi rapporti con gli altri non li aveva defraudati; non aveva travisato le cose; aveva detto l'esatta verità e aveva fatto ciò che era senza inganno o inganno.

Se il mio piede si è affrettato a ingannare - Cioè, se sono andato a compiere uno scopo di inganno o frode. Non si era mai affrettato, vedendo un'opportunità in cui altri potevano essere defraudati, ad abbracciarla. La Settanta rende questo versetto: "Se ho camminato con schernitori - μετα γελοιαστῶν meta geloiastōn - e se il mio piede si è affrettato a ingannare".

6 Lasciami pesare su una bilancia - Margine, lui mi pesa sulla bilancia della giustizia. Cioè, che si accerti esattamente il mio carattere e mi tratti di conseguenza. Se sotto processo si scopre che sono colpevole in questo senso, acconsento a essere punito di conseguenza. Le scale o gli equilibri sono spesso usati come emblema della giustizia. Molti suppongono, tuttavia, che questo versetto sia una parentesi, e che l'imprecazione in Giobbe 31:8 , si riferisca a Giobbe 31:5 , così come a Giobbe 31:7.

Ma molto probabilmente il significato è che ha acconsentito a che la sua vita fosse provata a questo riguardo nel modo più esatto e rigido, ed era disposto a sopportare il risultato. Un uomo può esprimere una tale coscienza di integrità nei suoi rapporti con gli altri, senza alcuna autosufficienza impropria o vanto. Può essere un semplice fatto di cui può essere certo, che non ha mai avuto intenzione di defraudare nessuno.

7 Se il mio passo è andato fuori strada - Il sentiero per il quale dovrei camminare - il sentiero della virtù.

E il mio cuore camminava dietro ai miei occhi - Cioè, se ho bramato ciò che i miei occhi hanno visto; o se sono stato determinato dall'apparenza delle cose piuttosto che da ciò che è giusto, acconsento a sopportare la punizione appropriata.

E se qualche macchia si è attaccata alle mie mani - Avere mani pulite è emblematico dell'innocenza; Giobbe 17:9; Salmi 24:4; confronta Matteo 27:24. La parola macchia qui significa macchia, macchia: Daniele 1:4. L'idea è che le sue mani fossero pure e che non si fosse reso colpevole di alcun atto di frode o violenza nel privare altri della loro proprietà.

8 Allora lasciami seminare, e lascia che un altro mangi - Questa è l'imprecazione che invoca, nel caso fosse stato colpevole in questo senso. Ha acconsentito a seminare i suoi campi e lasciare che altri si godessero il raccolto. L'espressione qui usata è comune nelle Scritture per denotare l'insicurezza della proprietà o la calamità in generale; vedi Levitico 26:16 : "E seminerete il vostro seme invano, perché i vostri nemici lo mangeranno;" confrontare Deuteronomio 28:30; Amos 9:13.

Sì, lascia che la mia progenie sia sradicata - O, piuttosto, "Lascia che ciò che pianto sia sradicato". Quindi Umbreit, Noyes, Schultens, Rosenmuller, Herder e Lee lo capiscono. Non ci sono prove che qui alluda ai suoi figli, poiché la connessione non lo richiede, né la parola usata qui richiede tale interpretazione. La parola צאצאים tse'ĕtsâ'iym - significa propriamente spara; cioè, ciò che scaturisce da qualsiasi cosa - come la terra, o un albero - da יצא yâtsâ' - uscire, uscire.

Si applica alle produzioni della terra in Isaia 42:5; Isaia 34:1 , e ai figli o posteri, in Isaia 22:24; Isaia 61:9; Isaia 65:23; Giobbe 5:25; Giobbe 21:8.

Qui si riferisce evidentemente alle produzioni della terra; e l'idea è che se fosse stato colpevole di disonestà o frode nei suoi affari, avrebbe voluto che tutto ciò che aveva seminato fosse sradicato.

9 Se il mio cuore è stato ingannato da una donna - Se sono stato sedotto dalla sua bellezza. La parola resa “ingannato” פתה pâthâh significa aprire, espandere. Si applica poi a ciò che è aperto o ingenuo; a ciò che è insospettabile - come un giovane; e quindi è usato nel senso di essere ingannato o adescato; Deuteronomio 11:16; Esodo 22:16; Proverbi 1:10; Proverbi 16:29.

La parola "donna" qui probabilmente significa una donna sposata, e si oppone a "vergine" nella ver. 1. Il delitto che qui nega è l'adulterio, e dice che il suo cuore non era mai stato attratto dalla fedeltà coniugale dal fascino o dalle arti di una donna.

O se ho aspettato alla porta del mio vicino - Cioè, per guardare quando sarebbe assente da casa. Questa era una pratica comune con coloro che erano colpevoli del delitto qui citato; confronta Proverbi 7:8.

10 Quindi lascia che mia moglie sorrise a un altro - Lascia che sia soggetta alla più profonda umiliazione e degradazione. Probabilmente Giobbe non avrebbe potuto trovare un linguaggio che esprimesse con più enfasi il suo senso dell'enormità di questo crimine, o la sua perfetta coscienza dell'innocenza. L'ultima cosa che un uomo imprecherebbe su se stesso, sarebbe quella che è specificata in questo versetto. La parola “macinare” ( טחן ṭâchan ) significa schiacciare, battere in piccolo; poi macinare, come in un mulino a mano; Giudici 16:21; Numeri 11:8.

Questo era di solito il lavoro di donne e schiavi; vedi le note in Isaia 47:2. Il significato qui è: “Lascia che mia moglie sia la fanciulla del mulino per un'altra; sii il suo abbietto schiavo e sarai trattato da lui con la più profonda umiliazione”. Questo passaggio è stato inteso da molti in un senso diverso, che il parallelismo potrebbe sembrare richiedere, ma che non è necessariamente la vera interpretazione.

Il senso a cui si fa riferimento è questo: Cogatur uxor mea ad patiendum alius concubitum, ut verbum molendi hoc loco eodem sensu sumatur, quo non raro a Latinis usurpatur ut in illo Horatii (Satyr. L. i. Ecl. ii. versetto 35), alienas permolere uxores.

In questo senso gli scrittori rabbinici intendono Giudici 16:21 e Lamentazioni 5:13. Così anche il Caldeo rende davanti a noi la frase ( חורן תשמשעם אנתתי ) coeat cure alio uxor mea ; e così la Settanta sembra averlo capito - ἀρέσαι ἄρα κὰι ἡ γυνή μου ἑτέρῳ aresai ara kai gunē mou heterō.

Ma probabilmente Giobbe intendeva semplicemente che sua moglie doveva essere ridotta alla condizione di servitù, ed essere costretta a lavorare alle dipendenze di un altro. Possiamo trovare qui una risposta all'opinione del Prof. Lee (nelle sue note a Giobbe 31:1 ), che la moglie di Giobbe fosse in quel momento morta, e che stesse meditando la domanda sul risposarsi.

Non possiamo qui trovare anche un esempio della fedeltà e dello spirito di perdono di Giobbe verso una moglie che è rappresentata nella prima parte di questo libro come manifestante poche qualità che potrebbero conquistare il cuore di un marito? Non c'è alcuna espressione di impazienza per il suo carattere e le sue parole da parte di Giobbe, e qui ne parla come la più grave di tutte le calamità che potrebbero accadere; la più penosa di tutte le pene, che quella stessa moglie fosse ridotta ad una condizione di servitù e di degradazione.

11 Perché questo è un crimine efferato - Questo esprime il senso di Giobbe dell'enormità di tale reato. Sentiva che non c'era nessun palliativo per questo; non avrebbe in alcun modo, e senza pretese, tentare di rivendicarlo.

Un'iniquità da punire dai giudici - Un crimine che i giudici devono determinare e decidere. I peccati che Giobbe aveva specificato prima di questo, erano quelli del cuore; ma qui si fa riferimento a un delitto contro la società, reato che meritava l'interposizione del magistrato. Si può osservare qui che l'adulterio è sempre stato considerato un peccato "da punire dai giudici". Nella maggior parte dei paesi è stato punito con la morte; vedere le note in Giovanni 8:5.

12 Perché è un fuoco che consuma fino alla distruzione - Questo può significare che un tale reato sarebbe un crimine che indurrebbe Dio a mandare distruzione, come un fuoco divorante sull'autore del reato (Rosenmuller e Noyes), o più probabilmente è progettato per essere descrittivo della natura del peccato stesso. Secondo questo, il significato è che l'indulgenza in questo peccato tende a rovinare e distruggere completamente un uomo.

È come un fuoco divorante, che spazza via tutto davanti a sé. È distruttivo per il corpo, la morale, l'anima. Di conseguenza, si può osservare che non c'è vizio che riversa nell'anima una tale desolazione come la licenziosità. Vedi Rush sulle malattie della mente. Corrompe e contamina tutte le sorgenti della morale e annienta completamente ogni purezza del cuore. Un gentiluomo intelligente e attento osservatore dello stato delle cose nella società, una volta mi fece notare che, arrivando nella città di Filadelfia, ebbe la fortuna di trovarsi nella stessa pensione con un numero di giovani, quasi tutti sapevano che erano di abitudini licenziose.

Ha vissuto per osservare il loro corso di vita; e osservò che non c'era uno di loro che alla fine non dimostrasse di essere essenzialmente corrotto e senza principi in ogni dipartimento della morale. Non c'è nessuna propensione dell'uomo che diffonda sull'anima un'influenza così devastante come questa; e, comunque si possa spiegare, è certo che l'indulgenza in questo vizio è una prova certa che tutta l'anima è corrotta, e che non si deve fare affidamento sulla virtù dell'uomo in alcun modo, o in riferimento a qualsiasi relazione della vita.

E estirperebbe tutto il mio aumento - Con i suoi effetti desolanti sul mio cuore e sulla mia vita. Il significato è che lo rovinerebbe completamente; confronta Luca 15:13 , Luca 15:30. Quanti miserabili sensuali possono testimoniare la verità di questa affermazione! Quanto un giovane è stato completamente rovinato in riferimento ai suoi interessi mondani, così come in riferimento alla sua anima, da questo vizio confronta Proverbi 7 : Nessun giovane potrebbe rendere un servizio migliore a se stesso che impegnare tutto quel capitolo alla memoria, e inciderlo così sulla sua anima che non potrà mai essere dimenticato.

13 Se ho disprezzato la causa del mio servitore - Giobbe passa a un altro argomento, sul quale ha affermato che la sua vita era stata retta. Era in riferimento al trattamento riservato ai suoi servi. Il significato qui è: "Non ho mai rifiutato di fare giustizia rigorosa ai miei servi quando hanno portato la loro causa davanti a me, o quando si sono lamentati che i miei rapporti con loro erano stati severi".

Quando hanno litigato con me - Cioè, quando hanno portato la loro causa davanti a me, e si sono lamentati che non avevo provveduto a loro comodamente, o che il loro compito era stato troppo duro. Se in qualche modo credevano di avere motivo di lamentarsi, li ascoltavo attentamente e cercavo di fare il bene. Non approfittò del suo seminatore per opprimerli, né riteneva che non avessero diritti di alcun genere.

È evidente, da ciò, che Giobbe aveva coloro che gli sostenevano il rapporto di servi; ma non si sa se fossero schiavi o salariati. Il linguaggio qui concorda con entrambe le ipotesi, sebbene non si possa dubitare che la schiavitù fosse conosciuta già al tempo di Giobbe. Non ci sono prove certe che tenesse degli schiavi, nel senso proprio del termine, né che considerasse la schiavitù come un diritto; confrontare le note a Giobbe 1:3. Si riferisce qui alle numerose persone che erano state al suo servizio nei giorni della sua prosperità e dice che non aveva mai approfittato del suo potere o rango per far loro del male.

14 Che cosa farò allora quando Dio si leverà? - Cioè, quando si alza per pronunciare una sentenza sulle persone, o per eseguire giustizia imparziale. Giobbe ammette che se avesse fatto un'ingiustizia a un servo, avrebbe motivo di temere l'indignazione divina e che non avrebbe scuse. “Tremo”, ha detto il presidente Jefferson, parlando della schiavitù negli Stati Uniti, “quando mi ricordo che Dio è giusto!” Note sulla Virginia.

E quando visita - Quando viene a ispezionare la condotta umana. Umbreit lo rende "quando punisce". La parola visita è spesso usata in questo senso nelle Scritture.

15 Colui che ha fatto me nel grembo materno non ha fatto lui? - Non avevamo noi uno e lo stesso Creatore, e non abbiamo di conseguenza la stessa natura? Possiamo osservare a proposito di questo sentimento, (1.) che indica uno stato di vista molto avanzato nei confronti dell'uomo. Il tentativo è sempre stato fatto da coloro che vogliono tiranneggiare gli altri, o che mirano a rendere schiavi gli altri, per mostrare che sono di una razza diversa e che nel disegno per cui sono stati fatti, sono del tutto inferiori.

Sono stati tratti argomenti dalla loro carnagione, dalla loro presunta inferiorità di intelletto e dal profondo degrado della loro condizione, spesso poco superiore a quella dei bruti, per dimostrare che erano originariamente inferiori al resto dell'umanità. Su questo è stato più volte sollecitato, e più sentito che sollecitato, l'argomento che è giusto ridurli in schiavitù. Poiché questo sentimento esisteva così presto, e poiché c'è così tanto che si può dire plausibilmente in difesa di esso, mostra che Giobbe aveva tratto le sue opinioni da qualcosa di più che le speculazioni della gente e il desiderio di potere, quando dice che considerava tutte le persone originariamente uguali e aventi lo stesso Creatore.

È infatti un sentimento a cui la gente è stata praticamente molto riluttante a credere, e che si fa strada molto lentamente anche sulla terra; confronta Atti degli Apostoli 17:26. (2.) Questo sentimento, se equamente abbracciato e attuato, distruggerebbe presto la schiavitù ovunque.

Se le persone sentivano di ridurre in schiavitù coloro che erano originariamente allo stesso livello di se stessi - fatti dallo stesso Dio, con le stesse facoltà, e per lo stesso fine; se sentissero che nella loro stessa origine, nella loro natura, c'era ciò che non poteva essere fatto mera proprietà, presto abolirebbe l'intero sistema. Viene mantenuto solo quando le persone si sforzano di convincersi che c'è una qualche inferiorità originaria nello schiavo che rende appropriato che sia ridotto in servitù e tenuto come proprietà.

Ma non appena si può diffondere all'estero il sentimento di Paolo, che "Dio ha fatto di un solo sangue tutte le nazioni degli uomini", Atti degli Apostoli 17:26 , o il sentimento del patriarca Giobbe, che "lo stesso Dio ci ha fatti e loro nel grembo materno”, in quel momento le catene dello schiavo cadranno ed egli sarà libero.

Quindi è evidente come il cristianesimo, che porta questa lezione in primo piano, sia il grande rimedio per i mali della schiavitù, e abbia solo bisogno di essere diffuso universalmente per porre fine al sistema.

E nessuno ci ha plasmato nel grembo materno - Margine, Oppure, non ci ha plasmato in un grembo? L'ebraico sopporterà entrambe le costruzioni, ma il parallelismo richiede piuttosto quello dato nel testo, e la maggior parte degli espositori concorda in questa interpretazione. Il sentimento è, qualunque sia l'interpretazione adottata, che avessero un'origine comune; che Dio veglierebbe su di loro allo stesso modo come suoi figli; e che, quindi, avevano uguali diritti.

16 Se ho trattenuto i poveri dal loro desiderio - Giobbe ora si rivolge a un'altra classe di virtù, considerate di grande importanza anche nell'età patriarcale, la gentilezza verso i poveri e gli afflitti; all'orfano e alla vedova. Fa appello alla sua vita precedente su questo argomento; afferma che aveva una buona coscienza nel ricordo dei suoi rapporti con loro, e implicitamente dichiara che non poteva essere per alcuna mancanza nell'esercizio di queste virtù che le sue calamità erano avvenute su di lui.

Il significato qui è che non aveva negato ai poveri il loro desiderio. Se erano venuti e gli avevano chiesto il pane, non l'aveva rifiutato; vedi Giobbe 22:7.

O ha fatto venir meno gli occhi della vedova - Cioè, non ho frustrato le sue speranze, né deluso le sue aspettative, quando lei mi ha guardato intensamente e ha chiesto il mio aiuto. La "mancanza degli occhi" si riferisce alla mancanza dell'oggetto della loro aspettativa; oppure l'espressione significa che non lo aveva guardato invano; vedi Giobbe 11:20.

17 O ho mangiato io stesso il mio boccone da solo - Se non ho impartito ciò che avevo anche se così piccolo, agli altri. Questo era in accordo con le leggi orientali dell'ospitalità. È considerato una legge fissa tra gli Arabi, che l'ospite sia sempre aiutato per primo, e a ciò che è meglio; e per quanto la famiglia possa essere bisognosa, o quanto angosciata dalla fame, le leggi stabilite dell'ospitalità esigono che l'ospite straniero abbia la prima e migliore porzione.

Il dottor Robinson, nelle sue "Ricerche bibliche", fornisce un esempio divertente della misura in cui questa legge viene applicata e della severità con cui viene eseguita tra gli arabi. Nel viaggio da Suez al monte Sinai, con l'intenzione di fornire una cena per gli arabi al loro servizio, lui e i suoi compagni di viaggio avevano comprato un capretto e lo avevano condotto al luogo del loro accampamento. Di notte il capretto veniva ucciso e arrostito, e gli arabi aspettavano una gustosa cena.

Ma quelli dai quali avevano comprato il capretto, seppero in qualche modo che dovevano accamparsi vicino, e naturalmente conclusero che il capretto era stato comprato per essere mangiato, e li seguirono fino al luogo dell'accampamento, per il numero di cinque o sei persone . “Ora la severa legge dell'ospitalità araba richiede che ogni volta che un ospite è presente a un pasto, sia che sia molto o poco, la prima e migliore porzione deve essere presentata allo straniero.

In questo caso i cinque o sei commensali raggiunsero il loro scopo, e poterono non solo vendere il capretto, ma anche mangiarlo, mentre i nostri poveri arabi, la cui bocca era da tempo annaffiata dall'attesa, furono costretti a occuparsi del frammenti”. vol. 1:118. C'è spesso, infatti, molta ostentazione nell'ospitalità degli orientali, ma la legge è severa e inflessibile. "Non prima", dice Shaw (Travels, vol.

1: p. 20), “fu preparato il nostro cibo, che uno degli Arabi, postosi nel punto più alto del terreno del vicinato, gridò tre volte a gran voce a tutti i loro fratelli, figli dei fedeli, di venire a prendere parte di esso; sebbene nessuno di loro fosse in vista, o forse entro un centinaio di miglia da loro”. La grande legge dell'ospitalità Giobbe dice che l'aveva osservata attentamente e non aveva negato ciò che aveva ai poveri e agli orfani.

18 Poiché fin dalla mia giovinezza è stato allevato con me - Questo verso è generalmente considerato come una parentesi, sebbene ne siano state date diverse esposizioni. Alcuni l'hanno inteso come negare che avesse in qualche modo trascurato la vedova e l'orfano, e affermare che l'orfano aveva sempre, fin dalla sua giovinezza, trovato in lui un padre, e la vedova una guida. Altri, come i nostri traduttori, suppongono che sia una parentesi inserita per indicare il suo corso generale di vita, sebbene l'imprecazione che fa su se stesso, se avesse trascurato la vedova e l'orfano, si trova in Giobbe 31:22.

Lutero legge i due versetti precedenti come domande, e questo come risposta ad essi, e così anche Rosenmuller e Noyes. Umbreit considera questo versetto come una parentesi. Questa è probabilmente da considerare come l'interpretazione corretta, poiché questa concorda meglio con l'ebraico rispetto all'altra proposta. Implica una negazione di aver trascurato la vedova e l'orfano, ma la piena espressione del suo ripugnanza per l'accusa di averlo fatto, si trova nel linguaggio forte in Giobbe 31:22.

L'insolita parola ebraica גדלני gâdalniy sta probabilmente per עמי גדל gâdal imy - "è stato allevato con me". Questa forma della parola non si verifica altrove.

Come con un padre - Cioè, ha sempre trovato in me uno che lo trattasse come un padre. Il significato è che aveva sempre avuto sotto la sua cura coloro che erano orfani; che fin dalla sua giovinezza erano stati abituati a guardarlo come un padre; e che non erano mai stati delusi da lui. È il linguaggio di uno che sembra essere nato per il rango, e che aveva i mezzi per giovare agli altri, e che lo aveva fatto per tutta la vita. Ciò si accorda anche con le nozioni orientali di gentilezza, che richiedono che venga mostrata specialmente alla vedova e all'orfano.

L'ho guidata - Margin, "Cioè, la vedova". Il significato è che era stato suo consigliere e amico.

Dal grembo di mia madre - Questo non può essere letteralmente vero, ma significa che lo aveva fatto fin dalla prima infanzia; o come diremmo, lo aveva sempre fatto.

19 Se ho visto perire qualcuno... - Si rivolge a un'altra virtù della stessa classe generale - quella di provvedere ai poveri. Il significato è chiaro, che aveva sempre assistito i poveri ei bisognosi.

20 Se i suoi lombi non mi hanno benedetto - Questa è una personificazione con cui la parte del corpo che era stata vestita dalla benevolenza di Giobbe, dovrebbe parlare e rendergli grazie.

21 Se ho alzato la mano contro l'orfano - Cioè, se ho approfittato del mio rango, della mia influenza e del mio potere, per opprimerlo e ferirlo.

Quando vidi il mio aiuto alla porta - La porta di una città era un luogo di concorso; un luogo dove si tenevano dibattiti e dove veniva amministrata la giustizia. Giobbe parla qui di quella parte della sua vita in cui era rivestito di autorità come magistrato, o quando aveva potere e influenza come uomo pubblico. Dice di non aver mai abusato di questo potere per opprimere gli orfani. Non aveva mai approfittato della sua influenza per ferirli, perché vedeva di avere un partito forte sotto il suo controllo, o perché aveva abbastanza potere per sostenere il suo punto, o perché aveva sotto di sé coloro che lo avrebbero sostenuto in una misura opprimente .

Ciò è detto in riferimento alla condizione solitamente debole e indifesa dell'orfano, come colui che è privato del suo protettore naturale e che è, quindi, suscettibile di essere offeso da chi detiene il potere.

22 Allora lascia che il mio braccio - Il linguaggio forte che Giobbe usa qui, mostra la sua coscienza di innocenza e la sua detestazione per le offese a cui qui si riferisce, Giobbe 31:16. La parola qui resa “braccio” ( כתף kâthêph ) significa propriamente la spalla. Isaia 46:7; Isaia 49:22; Numeri 7:9; confronta le note di Isaia 11:14.

Non c'è nessun caso, si crede, a meno che questo non sia uno, in cui significa braccio, e il significato qui è, che avrebbe voluto, se fosse stato colpevole, la sua spalla si potesse separare dalla lama. Così lo rendono Herder, Rosenmuller, Umbreit e Noyes; e così la Vulgata e la Settanta.

Dalla mia scapola - La scapola - l'osso piatto a cui è attaccato il braccio. Il desiderio di Giobbe è che la spalla si separi da quella, e naturalmente il braccio sarebbe inutile. Una così forte imprecazione implica una ferma coscienza di innocenza.

E il mio braccio - La parola braccio qui indica l'avambraccio - il braccio dal gomito alle dita.

Dall'osso - Margine, "l'osso del canale". Letteralmente, "dalla canna" - מקנה miqâneh. Umbreit lo rende, Schneller als ein Rohr - più veloce di un'ancia. La parola קנה qâneh significa propriamente canna, canna, calamo (vedi le note a Isaia 43:24 ), ed è qui applicata alla parte superiore del braccio, o braccio sopra il gomito, per la sua somiglianza con una canna o canna.

Si applica anche al braccio o ramo di un lampadario, o candeliere, Esodo 25:31 , e alla verga o trave di una bilancia, Isa. xlvi. 6. Il significato qui è che desiderava che il suo braccio fosse rotto al gomito, o che l'avambraccio fosse separato dal braccio, se fosse colpevole dei peccati che aveva specificato.

C'è probabilmente allusione, e c'è grande forza e correttezza nell'allusione, a ciò che aveva detto in Giobbe 31:2 l: "Se il suo braccio fosse alzato contro un orfano, pregava che cadesse impotente".

23 Perché la distruzione da parte di Dio era per me un terrore - La distruzione che Dio avrebbe portato su colui che era colpevole del crimine qui specificato, mi ha intimorito e mi ha trattenuto. Fu dissuaso da questo crimine di opprimere gli orfani dal timore di Dio. Avrebbe potuto sfuggire al giudizio delle persone. Aveva abbastanza potere e influenza da non temere la pena della legge umana. Avrebbe potuto farlo in modo tale da non essere chiamato in giudizio davanti a nessun tribunale terreno, ma si ricordò che l'occhio di Dio era su di lui, e che era il vendicatore dell'orfano e della vedova.

E per sua altezza - Per sua maestà, esaltazione, gloria.

non potevo sopportare - אוכל לא lo''ûkôl - non potevo; cioè, non potevo farlo. Ero così intimorito da sua maestà; Avevo una tale venerazione per lui, che non potevo essere colpevole di una tale offesa.

24 Se ho fatto dell'oro la mia speranza - Cioè, se ho posto la mia fiducia nell'oro piuttosto che in Dio; se ho fissato i miei affetti con attaccamento idolatrico alle ricchezze piuttosto che al mio Creatore. Giobbe qui introduce un'altra classe di peccati e dice che la sua coscienza non lo ha accusato di colpa nei loro confronti. Prima aveva parlato soprattutto di doveri sociali, e del suo modo di vivere verso i poveri, i bisognosi, la vedova e l'orfano.

Si rivolge qui al dovere che doveva a Dio, e dice che la sua coscienza non lo accusava di idolatria in nessuna forma. Era stato sì ricco, ma non aveva fissato i suoi affetti con attaccamento idolatrico alla sua ricchezza.

O hanno detto a fini d'oro - La parola usata qui ( כתם kethem ) è lo stesso che viene impiegato in Giobbe 28:16 , per indicare l'oro di Ofir. È usato per esprimere ciò che era più puro - dal verbo כתם kâtham - nascondere, accumulare, e quindi denotare ciò che era nascosto, accumulato, prezioso. Il significato è che non aveva riposto la sua fiducia in ciò che era più ricercato e ritenuto di più alto valore dalle persone.

25 Se ho gioito perché la mia ricchezza era grande - Cioè, se ho gioito come se potessi ora confidare in essa, o riporre la mia fiducia in essa. Non aveva trovato la sua gioia principale nella sua proprietà, né aveva cercato di trovare in essa la felicità che dovrebbe cercare in Dio.

E poiché la mia mano aveva ottenuto molto - Margine, trovato. Il prof. Lee lo traduce: "Quando da uomo potente la mia mano prevalse". Ma nella nostra traduzione viene data la solita interpretazione, e questa si accorda meglio con la connessione. La parola trovata esprime il senso dell'ebraico meglio di quanto ottenuto, ma il senso non è materialmente variato.

26 Se vedessi il sole quando splendeva - Margine, luce. La parola ebraica ( אור 'ôr ) significa propriamente luce, ma che qui significa che il sole è manifesto dalla connessione, poiché la luna ricorre nel membro parallelo della frase. Perché qui si usi la parola luce piuttosto che sole, può essere solo una questione di congetture. Forse perché il culto a cui si riferisce Giobbe non era primariamente e originariamente quello del sole, della luna o delle stelle, ma della luce in quanto tale, e che egli cita questo come il tratto essenziale dell'idolatria che aveva evitato.

Il culto della luce in generale divenne presto di fatto il culto del sole, che è la principale fonte di luce. Non c'è dubbio che Giobbe qui si riferisca al culto idolatrico, e il passaggio è particolarmente prezioso, poiché descrive una delle forme di idolatria allora esistenti e si riferisce ad alcune delle usanze allora prevalenti in tale culto.

La parola luce è usata anche per indicare il sole in Giobbe 37:2 l; confronta Isaia 18:4; Habacuc 3:4. Così, anche Omero parla del sole non solo come λαμπρὸν φάος ἡελίοιο lampron faos hēelioio - luce brillante del sole, ma semplicemente come φάος faos - luce.

Odissea r. 335. Il culto qui citato è quello dei corpi celesti, ed è noto che questo esisteva nei primi periodi del mondo, e fu probabilmente una delle prime forme di idolatria. È espressamente menzionato da Ezechiele come prevalente nel suo tempo, Ezechiele 8:16 , "E adorarono il sole verso est.

Che prevalse al tempo di Mosè, è evidente dall'avvertimento che dà in Deuteronomio 4:19; confronta 2 Re 23:5. È noto, inoltre, che il culto dei corpi celesti era comune in Oriente, e particolarmente in Caldea - presso la quale si suppone che Giobbe abbia vissuto, ed era un fatto notevole che uno che era circondato da idolatri di questo la descrizione era stata in grado di mantenersi sempre puro.

Il principio su cui si fondava questo culto era, probabilmente, quello della gratitudine. La gente adorava gli oggetti dai quali traeva importanti benefici, così come deprecava l'ira di coloro che avrebbero dovuto esercitare un'influenza maligna. Ma tra gli oggetti da cui le persone traevano i maggiori benefici c'erano il sole e la luna, e quindi erano oggetti di culto. Le stelle, inoltre, avrebbero dovuto esercitare un'influenza importante sulle persone, e quindi sono diventate presto anche oggetti di adorazione.

Un'ulteriore ragione per l'adorazione dei corpi celesti potrebbe essere stata che la luce era un simbolo naturale e sorprendente della divinità, e quei corpi splendenti potrebbero essere stati inizialmente onorati come rappresentanti della Divinità. Il culto dei corpi celesti era chiamato Sabaismo, dalla parola ebraica צבא tsâbâ' - esercito, o esercito - come culto delle schiere celesti.

Si suppone che abbia avuto origine in Persia, e da lì si sia diffuso in Occidente. Che la luna fosse adorata come una divinità, è abbondantemente provato dalla testimonianza degli antichi scrittori. Hottinger, Hist. Oriente. Lib. 1:c. 8, parlando del culto degli Zabaisti, adduce la testimonianza di Ali Said Vaheb, dicendo che il primo giorno della settimana era dedicato al sole; il secondo alla luna; il terzo su Marte, ecc.

Maimonide dice che gli Zabaisti adoravano la luna e che dicevano anche che Adamo condusse l'umanità a quella specie di adorazione. Mor. Nev. P. 3: Clemens Alexandr. dice (in protrepto ) κὰι προσεκίνησαν ἥλιον ὡς ἰνδοὶ κὰι σελήνην ὡς φρύγες kai prosekinēsan hēlion hōs indoi kai selēnēn hōs fruges.

Curtius dice del popolo di Libia (Liv. iv. in Melp.) θυὸνσι δὲ ἡλίῳ κὰι οελήνη μόυνοισι thousi de hēliō kai oelēnē mounoisi.

Giulio Cesare dice dei tedeschi che adoravano la luna, Lib. 6: de BG p. 158. I romani avevano un tempio consacrato alla luna, Taci. Anna. Lib. 15: Livio, L. 40: Cfr. Geor. Frid. Meinhardi Diss. de Selenolatria, nel Thesau di Ugolin. sacro Tom. 23: p. 831 ss. In effetti, abbiamo una prova del culto della luna nella nostra lingua, nel nome dato al secondo giorno della settimana - lunedì, i.

e. giorno della luna, il che implica che in passato era considerato devoto al culto della luna. La parola “guardato” nel brano davanti a noi deve essere intesa in senso idolatrico. “Se ho considerato il sole come un oggetto di culto.” Schultens spiega questo passaggio come riferito a personaggi splendidi ed esaltati, che, a causa della loro brillantezza e potenza, possono essere paragonati al sole a mezzogiorno e alla luna nel suo splendore. Ma il riferimento più ovvio e comune è al sole e alla luna come oggetti di culto.

O la luna che cammina luminosa - Margine, luminosa. La parola "camminare", qui applicata alla luna, può riferirsi sia al suo corso attraverso i cieli, sia può significare, come suppone il dottor Good, avanzare verso di lei in pieno; “brillantemente, o splendidamente progressista”. La Settanta rende il passaggio abbastanza strano. “Non vediamo eclissarsi il sole splendente? e la luna che cambia? Perché non è in loro”.

27 E il mio cuore è stato segretamente adescato - Cioè, lontano da Dio, o condotto al peccato.

O la mia bocca ha baciato la mia mano - Margine, la mia mano ha baciato la mia bocca. Il margine si accorda con l'ebraico. Era consuetudine nell'antico culto baciare l'idolo che veniva adorato; confronta 1 Re 19:18 , "Ho lasciato settemila me in Israele, e ogni bocca che non l'ha baciato". Vedi anche Osea 13:2.

I musulmani oggigiorno, nel loro culto alla Mecca, baciano la pietra nera che è fissata nell'angolo del Beat Allah, tutte le volte che lo passano, mentre girano intorno alla Caaba. Se non riescono ad avvicinarsi abbastanza da baciarlo, lo toccano con la mano e lo baciano. Un orientale rende omaggio a una persona di rango superiore baciandogli la mano e portandosela sulla fronte. Paxton. Vedi l'usanza di baciare la mano di un principe, come esiste in Arabia, descritta da Niebuhr, Reisebeschreib.

1, S. 414. L'usanza prevaleva anche presso i Romani ei Greci. Così, Plinio (Hist. Nat. 28:2) dice: Inter adorandum dexterarm ad osculum referimus, et totum corpus circumagimus. Così Lucian nel libro, περὶ ὀρχήτεως peri orchēseōs, dice: “E gli indiani, alzandosi presto, adorano il sole - non come noi, baciandoci la mano - τὴν χείρα κύσαντες tēn cheira kusantes - pensano che il nostro voto sia perfetto.

Il fondamento dell'usanza a cui si allude qui è il rispetto e l'affetto che si mostra per uno baciandosi; e poiché i corpi celesti che erano adorati erano così remoti che gli adoratori non potevano avervi accesso, esprimevano la loro venerazione baciando la mano. Giobbe vuol dire che non aveva mai compiuto un atto di omaggio ai corpi celesti.

28 Anche questa era un'iniquità da punire con il judqe - Nota Giobbe 31:11. Presso gli Ebrei l'idolatria era un delitto punibile con la morte per lapidazione; Deuteronomio 17:2. È possibile, inoltre, che questo possa essere stato altrove nei tempi patriarcali un crimine punibile in questo modo. In ogni caso, Giobbe lo considerava un reato atroce, di cui il magistrato avrebbe dovuto prendere atto.

Perché avrei dovuto negare il Dio che è lassù - L'adorazione dei corpi celesti sarebbe stata infatti la negazione dell'esistenza di qualsiasi Essere Superiore. Questo, infatti, accade sempre, poiché gli idolatri non hanno conoscenza del vero Dio.

29 Se mi sono rallegrato della distruzione di colui che mi odiava - Giobbe qui introduce un'altra classe di reati, di cui si dice innocente. Il tema a cui si fa riferimento è il corretto trattamento di coloro che ci feriscono. Riguardo a questo, dice che era completamente consapevole della libertà dall'esultanza quando la calamità si abbatteva su un nemico, e che non gli aveva mai nemmeno augurato il male nel suo cuore. La parola "distruzione" qui significa calamità, delusione o afflizione di qualsiasi tipo.

Non gli era mai stato piacevole vedere soffrire uno che lo odiava. È inutile sottolineare come tutto ciò si accordi con il Nuovo Testamento. Ed è piacevole trovare un sentimento come questo espresso nella prima età del mondo, e vedere come l'influenza della vera religione sia sempre la stessa. La religione di Giobbe lo condusse a mettere in atto il bel sentimento poi incarnato nelle istruzioni del Salvatore, e rese vincolante per tutti i suoi seguaci; Matteo 5:44. La vera religione porterà l'uomo a mettere in atto ciò che è incarnato nei suoi precetti, siano essi espressi o meno in un linguaggio formale.

O sollevato me stesso - Sono stato esaltato o gioito.

Quando il male lo trovò - Quando la calamità lo colse.

30 Né ho sofferto la mia bocca - Margine, come in ebraico, palato. La parola è spesso usata per la bocca in generale, e soprattutto come organo della voce dall'uso e dall'importanza del palato nel parlare. Proverbi 8:7. "Perché il mio palato ( חכי chikiy ) dice la verità." È usato come organo del gusto, Giobbe 12:11; confronta Giobbe 6:30; Salmi 119:103.

Desiderando una maledizione alla sua anima - Deve essere stato uno straordinario grado di pietà che avrebbe permesso a un uomo di dire questo con verità, che non aveva mai nutrito un desiderio di offesa a un nemico. Poche sono le persone, probabilmente, anche adesso, che potrebbero dire questo, e che sono in grado di mantenere le loro menti libere da ogni desiderio che calamità e guai possano raggiungere coloro che cercano il loro male. Eppure questa è la natura della vera religione. Controlla il cuore, reprime i sentimenti di rabbia e vendetta e crea nell'anima un sincero desiderio di felicità anche di coloro che ci feriscono.

31 Se gli uomini del mio tabernacolo - Gli uomini della mia tenda; o quelli che abitano con me. Il riferimento è senza dubbio a coloro che erano alle sue dipendenze e che, stando costantemente con lui, avevano occasione di osservare il suo modo di vivere. Su questo versetto c'è stata una grande varietà di esposizione, e gli interpreti non sono affatto d'accordo sul suo significato. Herder lo collega al versetto precedente e lo rende,

"No! la mia lingua non pronunciò parolacce,

né alcuna imprecazione contro di lui,

Quando gli uomini della mia tenda dissero:

'Oh, se avessimo la sua carne, ci sazierebbe.'“

Cioè, sebbene fosse il più acerrimo nemico della mia casa, e tutti fossero in aperta violenza. Noyes lo traduce,

“Gli uomini della mia tenda non hanno esclamato,

'Chi è che non si sia saziato della sua carne?'“

Umbreit suppone che sia progettato per celebrare la benevolenza di Giobbe, e che il significato è che tutti i suoi compagni - gli ospiti della sua casa - potrebbero testimoniargli che nessuno dei poveri è stato permesso di partire senza essere soddisfatto della sua ospitalità . Erano abbondantemente nutriti e le loro necessità soddisfatte. Il versetto è indubbiamente da considerare connesso, come suppone Ikenius, con il seguente, ed è destinato ad illustrare l'ospitalità di Giobbe.

Il suo scopo è mostrare che coloro che abitavano con lui, e che avevano tutte le opportunità di sapere tutto su di lui, non potevano mai dire che lo straniero non fosse ospitato in modo ospitale. La frase "Se gli uomini del mio tabernacolo non dicessero", significa che non si è mai verificato un caso in cui non potessero usare il linguaggio che segue, non potrebbero mai dire che lo straniero non è stato ospitato in modo ospitale.

Oh che avessimo - La frase נתן מי mı̂y nâthan, comunemente significa "O quello" - come il latino Utinam - che implica un desiderio o desiderio. Vedi Giobbe 19:23; Giobbe 31:35.

Ma qui la frase sembra essere usata nel senso di “Chi darà, o chi mostrerà o fornirà” (confronta Giobbe 14:4 Giobbe 14:4 ); e il senso è: "Chi farà riferimento a un caso in cui lo straniero non è stato ospitato in modo ospitale?"

Della sua carne! non possiamo essere soddisfatti - O meglio: “Chi farà riferimento a un caso in cui si può dire che non siamo stati saziati dalla sua carne, cioè dalla sua mensa, o dalla sua ospitalità?” La parola carne qui non può significare, come sembrerebbe implicare la nostra traduzione, la carne di Giobbe stesso, come se fosse lacerata e lacerata da uno spirito di vendetta, ma quella che la sua mensa offriva con una generosa ospitalità.

La Settanta lo rende: “Se le mie ancelle hanno detto spesso: Oh, se avessimo da mangiare un po' della sua carne! mentre vivevo lussuosamente”. Per una grande varietà di opinioni sul brano si veda Schultens in loc. La suddetta interpretazione di Ikenius è la più semplice, naturale e ovvia di tutte le proposte, ed è adottata da Schultens e Rosenmuller.

32 Lo straniero non ha alloggiato in strada - Questo ha lo scopo di illustrare il sentimento del versetto precedente e di esprimere la sua consapevolezza di aver mostrato la più generosa ospitalità.

Ma ho aperto le mie porte al viaggiatore - Margine, o via. La parola qui usata ארח 'ôrach significa propriamente via, sentiero, strada; ma denota anche coloro che percorrono tale via; vedi Giobbe 6:19 , "Le truppe di Tema guardarono", ebraico ארח תימא têymâ' 'ôrach - le vie, o sentieri di Tema; cioè, coloro che hanno viaggiato in quei sentieri.

Vulgata qui, viatori. Settanta, "A tutti quelli che sono venuti" - παντί ἐλθόντι panti elthonti. Questo era uno dei metodi di ospitalità - la virtù centrale e suprema tra gli Arabi fino ad oggi, e tra gli Orientali in tutte le epoche. Tra le vanterie di ospitalità, che mostrano il posto che questa virtù aveva nella loro stima, e i metodi con cui veniva praticata, possiamo riferirci a espressioni come le seguenti: "Io occupo la via pubblica con la mia tenda;" cioè, per ogni viandante senza distinzione, la mia tenda è aperta e la mia mensa è imbandita.

“Egli fa della pubblica via il luogo per le corde della sua tenda;” cioè, fissò i perni e le corde della sua tenda in mezzo alla pubblica strada, affinché ogni viandante potesse entrare. Questi esempi sono citati da Schultens di Hamasa. Un altro bell'esempio può essere tratto dalla stessa raccolta di poesie arabe. Riporto la traduzione latina di Schultens:

Quam saepe latratum imitanti viatori, cui resonabat echo

Suscitavi ignem, cujus lignum luculentum

Properusque surrexi ad eum, ut praedae mihi loco esset,

Prae metu ne populus mens eum ante me occuparet.

Cioè: «Quante volte ho acceso al viandante, imitando l'abbaiare del cane, e l'eco della cui voce si udiva l'eco, un fuoco, il cui legno splendente alzai subito verso di lui, come si accorrerebbe al preda, nel timore che qualcuno del mio stesso popolo mi preceda nei privilegi e nei riti dell'ospitalità”. L'allusione all'imitazione dell'abbaiare di un cane qui, si riferisce all'usanza dei viaggiatori notturni, che fanno questo rumore quando hanno bisogno di un luogo di riposo.

A questo suono rispondono i cani che vegliano intorno alle tende dei loro padroni, e il suono è il segnale di una corsa generale per mostrare ospitalità allo straniero. Burckhardt, parlando degli abitanti dell'Houran, il paese a est del Giordano ea sud di Damasco, dice: “Un viaggiatore può scendere in qualsiasi casa gli piaccia; gli verrà subito steso un tappetino, preparato il caffè e davanti a lui una colazione o una cena.

Entrando in un villaggio mi è capitato spesso che diverse persone si presentassero, pregando ciascuna di alloggiare a casa sua. È un punto d'onore con l'ospite non ricevere mai il più piccolo ritorno da un ospite. Oltre alle abitazioni private, che offrono a ogni viaggiatore un sicuro rifugio notturno, in ogni villaggio c'è il Medhafe dello sceicco, dove tutti gli stranieri di aspetto decente sono ricevuti e intrattenuti.

È dovere dello sceicco mantenere questo Medhafe, che è come una taverna, con la differenza che l'ospite stesso paga il conto. Lo sceicco ha un'indennità pubblica per sostenere queste spese, e quindi un uomo dell'Houran, che intenda viaggiare per quindici giorni, non pensa mai di mettersi in tasca un solo para; è sicuro di essere ben accolto ovunque e di vivere forse meglio che a casa sua». Viaggi in Siria, pp. 294, 295.

33 Se ho coperto le mie trasgressioni come Adamo - Cioè, se ho tentato di nasconderle o nasconderle; se, consapevole della mia colpa, ho cercato di nascondere i miei peccati e di apparire giusto. C'è stata una grande varietà di opinioni sul significato di questa espressione. Il margine recita: "Alla maniera degli uomini". Lutero, lo rende, "Ho coperto la mia malvagità come uomo" - Habe ich meine Schalkheit wie ein Menseh gedecht.

Coverdale, "Ho mai fatto qualche azione malvagia in cui mi sono vergognato di me stesso davanti agli uomini". Herder, "Ho nascosto i miei difetti come un uomo cattivo". Schultens, "Se ho coperto il mio peccato come Adamo". La Vulgata, Quasi homo - "come uomo". La Settanta, "Se quando ho peccato controvoglia ( ᾶκουσίως akousiōs - inavvertitamente, involontariamente) ho nascosto il mio peccato.

"Noyes, "Alla maniera degli uomini". Umbreit, Nach Menschenart - "Alla maniera degli uomini". Rosenmuller, come Adam. Il Caldeo, כאדם , che significa, come osserva Rosenmuller, come Adamo; e il siriaco, come uomini.

Il significato può essere, come le persone sono abituate a fare quando commettono un crimine, riferendosi alla pratica comune dei colpevoli di tentare di nascondere le loro offese, o al tentativo di Adamo di nascondere il suo peccato al suo Creatore dopo la caduta; Genesi 3:7. Non è possibile decidere con certezza quale sia l'interpretazione corretta, poiché entrambe si accordano con l'ebraico.

Ma a favore della supposizione che si riferisca allo sforzo di Adamo di nascondere il suo peccato, possiamo osservare, (1.) Che ci possono essere pochi o nessun dubbio che quella transazione fosse nota a Giobbe per tradizione. (2.) gli forniva un'illustrazione pertinente e sorprendente del punto davanti a lui. (3.) l'illustrazione è, supponendo che si riferisca a lui, molto più appariscente che nell'altra supposizione. È vero che spesso si cerca di nascondere la propria colpa, e che può essere considerata un fatto molto generale nel suo carattere; ma ancora non è così universale che non ci sono eccezioni.

Ma qui c'era un caso specifico e ben noto, e che, come il primo, era l'esempio più triste e malinconico che si fosse mai verificato di un tentativo di nascondere la colpa. Non era un tentativo di nasconderlo all'uomo - perché allora non c'era nessun altro uomo a testimoniarlo; ma un tentativo di nasconderlo a Dio. Da un tale tentativo Giobbe si dice libero.

Nascondendo la mia iniquità nel mio seno - Tentando di nasconderla in modo che gli altri non la sappiano. Adamo tentò di nascondere la sua colpa anche a Dio; ed è comune con le persone, quando hanno fatto qualcosa di sbagliato, cercare di nasconderlo agli altri.

34 Ho temuto una grande moltitudine? I nostri traduttori hanno reso questo come se Giobbe intendesse dire che non era stato trattenuto dal fare ciò che riteneva giusto dal timore degli altri; come se fosse stato indipendente, e avesse fatto ciò che sapeva essere giusto, imperterrito dalla paura della furia popolare, o dalla perdita del favore dei grandi. Questa versione è adottata anche dalla Vulgata, da Herder, e sostanzialmente da Coverdale e Lutero.

Tuttavia, è stata proposta un'altra interpretazione, adottata da Schultens, Noyes, Good, Umbreit, Dathe e Scott, ovvero che questa sia da considerarsi come un'imprecazione, o che questa sia la punizione da lui invocata e attesa. se si fosse reso colpevole del delitto che è specificato nei versetti precedenti. Il significato allora sarebbe “Allora lasciami confondere davanti alla grande moltitudine! Che il disprezzo delle famiglie mi copra di vergogna! Fammi tacere e non farmi mai apparire all'estero!» L'ebraico ammetterà l'una o l'altra costruzione, e l'una o l'altra si adatterà bene alla connessione. Quest'ultima, però, considerandola un'imprecazione, mi sembra preferibile, per due ragioni:

(1) Si concorderà con più forza con ciò che aveva detto nel versetto precedente. Il senso allora sarebbe, come espresso da Patrick, "Se ho studiato per apparire migliore di me, e non ho fatto una libera confessione, ma, come il nostro primo genitore, ho nascosto o scusato le mie colpe e, per me stesso -amore, ho nascosto la mia iniquità, perché temo ciò che la gente dirà di me, o sono terrorizzato dal disprezzo in cui la conoscenza della mia colpa mi porterà con le famiglie vicine, allora sono contento che la mia bocca sia chiusa, e che non esco più dalla mia porta».

(2) Questa interpretazione sembra essere necessaria, al fine di chiudere adeguatamente le sue osservazioni. Il corso generale in questo capitolo è stato quello di specificare un'offesa, e poi di pronunciare un'imprecazione se ne fosse stato colpevole. Nei versi precedenti aveva precisato i delitti di cui si era dichiarato innocente; ma a meno che questo versetto non sia considerato così, non si invoca alcuna punizione corrispondente se fosse stato colpevole.

Sembra probabile, quindi, che questo versetto sia da considerare così. Secondo questo, la frase "Ho temuto una grande moltitudine" significa: "Allora lasciami essere terrorizzato da una moltitudine - dalle opinioni del mondo, e lascia che questa sia la punizione del mio peccato. Poiché dal timore degli altri sono stato indotto a nascondere il mio peccato nel mio seno, sia mio destino perdere ogni favore popolare e sentirmi oggetto di pubblico disprezzo e disprezzo!”

O mi atterriva il disprezzo delle famiglie - Mi schiacciasse il disprezzo delle famiglie; fammi essere disprezzato e aborrito da loro. Se sono stato indotto a nascondere i peccati nel mio seno perché li temevo, allora lascia che io sia condannato alla totale perdita del loro favore e diventi interamente oggetto del loro disprezzo.

Che ho taciuto - O lasciami tacere come punizione. Cioè, non permettetemi di essere ammesso come consigliere, né di esprimere i miei sentimenti nelle pubbliche assemblee.

E non usciva dalla porta - Cioè, “Lasciami non uscire dalla porta. Lasciami essere confinato nella mia dimora e non permettermi mai di apparire in pubblico, di mescolarmi alla società, di prendere parte agli affari pubblici, perché per paura del mondo ho cercato di nascondere le mie colpe nel mio seno. Una tale punizione sarebbe adeguata a un simile reato. La punizione non sarebbe altro che un adeguato compenso per un simile atto di colpa - e io non mi tirerei indietro".

35 Oh chi mi ascolti! - Questo si riferisce senza dubbio a Dio. È, letteralmente, "Chi mi darà uno che mi ascolti?" e il desiderio è quello che ha così spesso espresso, di poter ottenere la sua causa equamente davanti a Dio. Si sente sicuro che ci sarebbe un verdetto favorevole, se ci fosse un'indagine giudiziaria equa; confrontare le note a Giobbe 13:3.

Ecco, il mio desiderio è - Margine, "O, il mio segno è che 'l'Onnipotente mi risponderà'". La parola resa nel testo desiderio, e nel segno di margine, ( תו tâv ), significa propriamente un segno, o segno , ed è anche il nome dell'ultima lettera dell'alfabeto ebraico. Quindi la parola significa, secondo Gesenius (Lex.), un marchio, o una croce, come sottoscritto a un atto di reclamo; quindi, il disegno di legge stesso, o, come dovremmo dire, la memoria.

Secondo questo, Giobbe intende dire che era pronto per il processo, e che c'era il suo atto di lamentela, o la sua supplica, o il suo atto di difesa. Così Herder lo rende: "Guarda la mia difesa". Coverdale, "Ecco, questa è la mia causa". La signorina Smith lo rende: "Ecco il mio calibro!" Umbreit, Meinel Kagschrift - La mia accusa. Non c'è dubbio che si riferisca alle forme di un'indagine giudiziaria, e che l'idea è che Giobbe fosse pronto per il processo.

"Ecco", dice, "è la mia difesa, la mia argomentazione, la mia supplica, il mio conto! Aspetto che il mio avversario venga al processo». Il nome qui usato come dato alla banconota o alla memoria ( תו tâv, marchio o segno), ha probabilmente avuto origine dal fatto che vi era apposto un marchio - di un certo significato come un sigillo - con il quale era certificato a essere il vero conto del partito, e con il quale lo riconobbe come suo. Questo potrebbe essere stato fatto firmando il suo nome, o con qualche segno convenzionale che era comune a quei tempi.

Che l'Onnipotente mi rispondesse - Cioè, rispondimi come sotto processo; che la causa potrebbe essere giustamente portata a un problema. Questo desiderio aveva espresso spesso.

E quel mio avversario - Dio; considerata la controparte in causa.

Aveva scritto un libro - Oppure, avrebbe scritto la sua carica. Il desiderio è che ciò che Dio aveva contro di lui fosse allo stesso modo registrato in un disegno di legge o supplicando che l'accusa potesse essere equamente indagata. Sul word book, confronta le note di Giobbe 19:23. Significa qui un'istanza in tribunale, un disegno di legge o un'accusa contro chiunque.

Non c'è irriverenza nella lingua qui. Giobbe è ansioso che venga indagato il suo vero carattere e che la grande questione in questione venga determinata; e trae il suo linguaggio e le sue illustrazioni da pratiche ben note nei tribunali.

36 Sicuramente, lo prenderei sulla mia spalla - Cioè, il libro o il conto che l'Onnipotente scriverebbe nel caso. Giobbe dice di avere una tale fiducia che ciò che Dio avrebbe registrato nel suo caso sarebbe a suo favore, una tale fiducia che non aveva accuse di ipocrisia contro di lui, e che colui che lo conosceva del tutto non gli avrebbe rivolto una tale accusa, che se lo sarebbe portato trionfante sulle spalle.

Sarebbe tutto ciò che poteva desiderare. Questo non si riferisce a ciò che un giudice deciderebbe se la causa gli fosse sottoposta, ma a un caso in cui un avversario o un avversario in tribunale dovrebbe portare tutto ciò che potrebbe dire contro di lui. Dice che porterebbe sulle spalle in trionfo anche un simile conto, e che sarebbe una piena rivendicazione della sua innocenza. Gli avrebbe offerto la migliore rivendicazione del suo carattere, e sarebbe stato ciò che aveva desiderato a lungo.

E legalo a me come una corona - lo considererei un ornamento - un diadema. Me lo legherei sul capo come una corona è indossata dai principi, e andrei avanti esultando con esso. Invece di coprirmi di vergogna, sarebbe fonte di gioia, e lo esibirei ovunque nel modo più trionfante. È impossibile per chiunque esprimere una coscienza di innocenza più completa dalle accuse mosse contro di lui di quanto non faccia Giobbe con questo linguaggio.

37 Gli dichiarerei il numero dei miei passi - Cioè, gli rivelerei l'intero corso della mia vita. Questo è un linguaggio appropriato anche a un processo giudiziario, e il significato è che Giobbe era così sicuro della sua integrità che si sarebbe avvicinato a Dio e gli avrebbe fatto conoscere tutto il suo corso di vita.

Come un principe mi avvicinerei a lui - Con il passo fermo e retto con cui cammina comunemente un principe. Non andrei in un modo basso e rannicchiato, ma in un modo che mostrasse una coscienza di integrità. Non mi inchinerei sotto la coscienza della colpa, come un malfattore autocondannato, ma con il passo fermo ed elastico di chi è consapevole dell'innocenza. Va ricordato che tutto ciò viene detto in riferimento alle accuse che gli erano state mosse dai suoi amici, e non come pretesa di perfezione assoluta.

Fu accusato di grave ipocrisia, e si sostenne che per questo soffrisse l'inflizione giudiziaria del cielo. Quanto a quelle accuse, ora dice che poteva andare davanti a Dio con il passo fermo ed elastico di un principe - con tutta allegria e audacia. Non dobbiamo, tuttavia, supporre che non si considerasse portatore delle comuni infermità e peccaminosità della nostra natura decaduta. La discussione non ruota affatto su questo punto.

38 Se la mia terra piange contro di me - Questa è una nuova specificazione di un reato, e un'imprecazione di una punizione appropriata se ne fosse stato colpevole. Molti hanno supposto che questi versetti conclusivi siano stati trasferiti dal loro luogo appropriato per un errore di trascrittori, e che avrebbero dovuto essere inseriti tra Giobbe 31:23 - o in qualche parte precedente del capitolo.

È certo che Giobbe 31:35 farebbe una chiusura appropriata e impressionante del capitolo, essendo un solenne appello a Dio in riferimento a tutte le specificazioni, o al tenore generale della sua vita; ma non c'è alcuna autorità dal MSS. apportare alcuna modifica alla presente disposizione. Tutte le versioni antiche inseriscono i versetti nel posto che occupano ora, e in questo tutte le versioni concordano, tranne, secondo Kennicott, la versione teutonica, dove sono inseriti dopo Giobbe 31:25. Tutti i MSS. concorrono anche nella presente disposizione.

Schultens suppone che vi sia una manifesta pertinenza e correttezza nella presente disposizione. La prima specificazione, dice, riguardava principalmente la sua vita privata, questa la sua condotta più pubblica; e il disegno è di vendicarsi dall'accusa di ingiustizia e crimine sotto entrambi gli aspetti, chiudendo opportunamente con quest'ultimo. Rosenmuller osserva che in una composizione composta in un'epoca e in un paese così remoti come questo, non dobbiamo cercare o esigere l'osservanza della stessa regolarità che è richiesta dai moderni canoni della critica.

In ogni caso, non vi è alcuna autorità per modificare l'attuale disposizione del testo. Il significato della frase "se la mia terra grida contro di me" è che nella coltivazione della sua terra non si era reso colpevole di ingiustizia. Non aveva impiegato per coltivare coloro che erano stati costretti a farlo, né aveva imposto loro oneri irragionevoli, né li aveva defraudati del loro salario. La terra non aveva avuto occasione di gridare contro di lui a Dio, perché era stata fatta frode o ingiustizia a qualcuno nella sua coltivazione; confrontare Genesi 4:10; Hab. ii. 11.

O che anche i suoi solchi si lamentino - Margine, piangi. L'ebraico è: "Se i solchi piangono insieme" o "similmente piangono". Questa è una bellissima immagine. Gli stessi solchi nel campo sono personificati come pianto a causa dell'ingiustizia che sarebbe loro fatta, e dei pesi che verrebbero loro posti, se fossero costretti a contribuire all'oppressione e alla frode.

39 Se ne ho mangiato i frutti - Margine, forza. La forza della terra è quella che la terra produce o che è il risultato della sua forza. Parliamo ora di un "terreno forte" - nel senso che è capace di sopportare molto.

Senza denaro - ebraico "senza argento" - l'argento era il principale mezzo di circolazione nei primi tempi. Il significato qui è "senza pagare per questo"; o senza aver pagato per la terra, o per il lavoro. "O ne hanno causato i proprietari." Margine, l'anima dei proprietari della stessa a scadere, o espirare. L'ebraico dice: “Se ho fatto esalare la vita dei proprietari (o signori) di esso.

"Il significato è, se mi sono appropriato della terra o del lavoro di altri senza pagarlo, in modo che i loro mezzi di vita vengano portati via. Egli nega ogni ingiustizia nel caso. Non aveva privato altri della loro terra con la violenza o la frode, in modo che non avessero mezzi di sussistenza.

40 Lascia crescere i cardi; - Genesi 3:18. I cardi sono privi di valore; e Giobbe è così sicuro della totale innocenza riguardo a questo, che dice che sarebbe disposto, se fosse colpevole, a far infestare tutta la sua terra con erbacce nocive.

E Cockle - Il Cockle è un'erba ben nota che entra nel grano o in altri cereali. Ha un fiore bluastro, e un piccolo seme nero, ed è nocivo perché tende a scolorire la farina. Non è affatto certo, tuttavia, che ciò sia inteso qui. Il margine è, erbacce fastidiose. La parola ebraica באשׁה bo'shâh deriva da באשׁ bâ'ash, “avere cattivo odore, puzzare”, ed è stata data all'erba a cui si fa riferimento qui, confronta Isaia 34:3.

Il cardo, tuttavia, non ha odore sgradevole e la parola qui probabilmente significa erbacce nocive. Così è reso da Herder e da Noyes. La Settanta ha βάτος batos, rovo; la Vulgata, la spina, la spina; Prof. Lee, prunus sylvestris, “un rovo simile al biancospino”; Schultens, labrusca, vite selvatica.

Le parole di Giobbe sono finite - Cioè, nel presente discorso o argomento; le sue discussioni con i suoi amici sono chiuse. Parlò in seguito, come riportato nei capitoli successivi, ma non in polemica con loro. Aveva rivendicato il suo carattere, sostenuto le sue posizioni, e loro non avevano nulla da replicare. Il resto del libro è occupato principalmente dal discorso di Elihu e dal discorso solenne e sublime che Dio stesso fa.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 31

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 31

In questo capitolo Giobbe dà un resoconto di se stesso nella vita privata, dell'integrità e della rettitudine della sua vita, del suo santo cammino e della sua conversazione, con questa visione, affinché si potesse pensare che le afflizioni che lo colpivano non fossero dovute a una condotta viziosa a cui si era abbandonato, come era stato suggerito; e si scagiona da vari delitti di cui si potrebbe insinuare che fosse colpevole, come dall'impudicizia; e osserva il metodo che ha adottato per evitare di cadervi dentro, e le ragioni che lo hanno dissuaso da esso, Giobbe 31:1-4 ; dall'ingiustizia nei suoi rapporti con gli uomini, Giobbe 31:5-8 ; dal peccato di adulterio, Giobbe 31:9-12 ; dal cattivo uso dei suoi servitori, Giobbe 31:13-15 ; dalla scortesia verso i poveri, su cui si dilunga, e dà loro molti esempi della sua carità, Giobbe 31:16-23 ; dalla cupidigia, e da una vana fiducia nella ricchezza, Giobbe 31:24,25 ; dall'idolatria, l'adorazione del sole e della luna, Giobbe 31:26-28 ; da uno spirito di vendetta, Giobbe 31:29-31 ; e dall'inospitalità verso gli estranei, Giobbe 31:32 ; dal coprire il suo peccato, Giobbe 31:33 ; e timore degli uomini, Giobbe 31:34 ; e poi desidera che la sua causa sia ascoltata davanti a Dio, Giobbe 31:35-37 ; e il capitolo si chiude con un'imprecazione sul suo capo se colpevole di qualche ingiustizia, Giobbe 31:38-40

Versetto 1. Ho fatto un patto con i miei occhi,

Non guardare una donna, e guardare arbitrariamente la sua bellezza, per timore che il suo cuore non sia attratto da ciò a desiderarla; poiché gli occhi sono insenature a molti peccati, e in particolare all'impurità, di cui ci sono stati esempi, sia negli uomini cattivi che negli uomini buoni, Genesi 34:2; 2Samuele 11:2 ; così il poeta rappresenta l'occhio come la via attraverso la quale la bellezza di una donna passa più veloce di una freccia in cui il cuore degli uomini, e vi fa impressione; vedere 2Pietro 2:14 ; per questo Zaleuco ordinò che gli adulteri fossero puniti, cavando gli occhi all'adultero; per cui Giobbe, per impedirlo, strinse un solenne impegno con se stesso, si pose sotto un forte obbligo, come se si fosse vincolato con un patto, avesse preso la decisione nella forza della grazia divina, di non impiegare i suoi occhi a guardare oggetti che potessero intrappolare il suo cuore, e condurlo a commettere il peccato; si servì di tutti i modi e di tutti i mezzi, e prese ogni precauzione per guardarsi da esso; e in particolare questo, chiudere o distogliere gli occhi dal contemplare ciò che poteva essere seducente e seducente per lui: si dice di Democrito, che cavava gli occhi perché non poteva guardare una donna senza desiderarla:

perché allora dovrei pensare a una cameriera; di corromperla e contaminarla, poiché aveva fatto un patto con i suoi occhi, e questa sarebbe stata una violazione di quel patto: e quindi, oltre al peccato di desiderarla, o di corromperla, sarebbe stato un violatore del patto, e quindi il suo peccato sarebbe stato aggravato: o avesse fatto un patto con i suoi occhi, prevenire in lui pensieri, desideri e inclinazioni impuri; poiché l'occhio colpisce il cuore, e suscita in esso la concupiscenza, e suscita pensieri impuri e desideri impuri: questo dimostra che il pensiero del peccato è peccato; che la fornicazione era considerata un peccato davanti alla legge di Mosè; e che Giobbe comprendeva la spiritualità della legge meglio di quanto non lo comprendessero i farisei al tempo di Cristo, e aveva la stessa nozione che aveva nel cuore che la concupiscenza era fornicazione e adulterio; e che gli uomini buoni non sono esenti dalla tentazione di peccare, sia dall'interno che dall'esterno; e quindi dovresti evitare accuratamente tutte le apparenze di male, e tutto ciò che conduce ad esso, e prendere ogni precauzione necessaria per proteggerti da esso

2 Versetto 2. Poiché quale parte di Dio [c'è] dall'alto?

Quale buona parte, come parafrasa il Targum, possono aspettarsi da Dio le persone impure? coloro che si abbandonano e vivono nel peccato di impurità, non possono sperare di avere alcuna parte in Dio, o una parte di cose buone da lui; egli è lassù e nei cieli più alti, e ogni cosa buona viene di là e da lui là; e in particolare le benedizioni spirituali, con le quali egli benedice il suo popolo, sono nei luoghi celesti in Cristo, e da lì vengono a loro; e qui si può avere un rispetto speciale per Dio stesso, che è la parte del suo popolo, sia in vita che alla morte, e per tutta l'eternità; ma gli uomini che vivono una condotta viziosa non possono concludere di avere alcuna parte in Dio e in Cristo, né nella grazia di Dio, e nelle benedizioni di essa, né godere della comunione con lui;

e [quale] eredità dell'Onnipotente dall'alto? il cielo è un'eredità che appartiene ai figli di Dio, ed egli, come loro Padre celeste, l'ha lasciata in eredità ad allora; questo viene da Dio onnipotente, Dio tutto sufficiente; egli ha scelto per loro questa eredità e li ha costituiti ad essa; questo è da lui riposto e riservato in cielo per loro; ed egli dà sia un diritto ad esso, sia un diritto per esso, e li metterà in possesso di esso: ma allora le persone impure, come i fornicatori e gli adulteri, non hanno alcuna eredità nel regno di Dio e di Cristo, Efesini 5:5 ; e questa era una ragione per Giobbe, e ciò che aveva un'influenza su di lui, per stare attento a evitare il peccato di impurità. Alcuni interpretano le parole come una domanda riguardante quale sarebbe stata la parte e l'eredità di un uomo malvagio, un corruttore di vergini; la risposta alla quale è data nel versetto successivo, distruzione e una strana punizione; questa è la loro parte da Dio, e l'eredità che Egli ha loro assegnato; vedi Giobbe 20:29

3 Versetto 3. Non è forse la distruzione per gli empi?

È anche per tali uomini malvagi, che vivono nel peccato di fornicazione, e si prefiggono di intrappolare e corrompere le vergini; e che è un'altra ragione per cui Giobbe si guardò bene dall'evitare quel peccato; La malvagità di ogni sorta è causa di distruzione, la distruzione e la miseria sono nelle vie degli uomini malvagi, e le loro vie malvagie conducono ad essa, e procedono in essa, sì, la distruzione dell'anima e del corpo nell'inferno, che è rapida e improvvisa, e sarà eterna. Questo è riservato agli uomini malvagi fra i tesori dell'ira di Dio, e a loro è riservato questo, e non c'è via di liberazione da esso se non per mezzo di Cristo.

e una strana [punizione] per gli operatori di iniquità; l'iniquità della fornicazione e della prostituzione, Proverbi 30:20 ; che si prefiggono di commetterlo e vivono in un corso continuo di impurità e altri peccati; una punizione, qualcosa di strano, insolito e insolito, come la sudicia malattia venerea in questo mondo, e le bruciature eterne in un altro; o "alienazione", uno stato di estraneità e di esilio dalla presenza di Dio e di Cristo, e dalla società dei santi, per tutta l'eternità; vedi Matteo 25:46 2Tessalonicesi 1:9 Luca 16:26

4 Versetto 4. Non vede egli le mie vie e non conta tutti i miei passi?] Cioè, Dio, che è lassù, e l'Onnipotente che abita in alto; egli guarda giù dal cielo e vede tutte le vie e le opere, i passi e i movimenti dei figlioli degli uomini; non c'è tenebra dove gli operatori di iniquità possano nascondersi; il fornicatore e l'adultero scelgono la stagione notturna per commettere il loro peccato, immaginando che occhio non li veda; ma non possono sfuggire all'occhio di Dio, che è onnisciente; osserva i modi in cui entrano, i metodi che adottano per comprendere i loro disegni; Egli segna e conta ogni passo fatto da loro, come in effetti prende nota e conta ogni azione degli uomini, buoni e cattivi; e la considerazione di questo fu un altro argomento con Giobbe per evitare il peccato di impurità; perché, per quanto privatamente potesse commetterlo, in modo da non essere visto dagli uomini, non poteva essere nascosto all'occhio onniveggente di Dio. Alcuni prendono queste parole come un'ostinazione, o si appellano a Dio per la verità di ciò che aveva detto; che egli fece un patto con i suoi occhi e prese ogni precauzione per evitare che egli fallisse nel peccato di impurità; e colui i cui occhi erano sulle sue vie, sapeva quanto santo e irreprensibile avesse camminato; oppure, come se si sentisse che, se avesse ceduto a un corso di vita così impuro, avrebbe potuto aspettarsi che il Dio onnisciente, che è in alto e abita in alto, avrebbe portato su di lui la distruzione e una strana punizione, poiché è il vendicatore di tutte queste cose; altri collegano le parole con le seguenti: Non vede egli le mie vie e i miei passi, se ho camminato con vanità, ecc. o no?

5 Versetto 5. Se ho camminato con vanità,

O con uomini vanitosi, come lo interpreta Bar Tzemach, che stanno in compagnia e hanno comunione con loro nelle loro pratiche vane e peccaminose; o nella vanità della sua mente, indulgendo nell'impurità del cuore e della vita; o meglio usare metodi ingannevoli per imbrogliare e frodare gli altri; poiché questo sembra essere un altro vizio di cui Giobbe si libera, agendo ingiustamente nei suoi rapporti con gli uomini, o trattandoli falsamente:

o se il mio piede si è affrettato a ingannare; ingannare gli uomini nel comprare e vendere, essendo pronti e veloci a farlo, e nella fretta di diventare ricchi, il che mette spesso gli uomini su vie e metodi malvagi per ottenerlo; vedi Proverbi 28:20

6 Versetto 6. Lasciami pesare su una bilancia equa,

O "nella bilancia della giustizia", anche nella bilancia o nella stretta giustizia, la giustizia di Dio; egli era così consapevole a se stesso di non aver fatto ingiustizia ad alcun uomo nei suoi rapporti con loro, che, se il peso della giustizia, che doveva essere, ed era la regola della sua condotta tra uomo e uomo, fosse messo su una bilancia e le sue azioni su un'altra, la bilancia sarebbe equilibrata, non mancherebbe nulla, o, comunque, ciò richiederebbe una severa censura:

affinché Dio conosca la mia integrità; Dio conosceva la sua integrità, e ne rese testimonianza, e la ritenne, Giobbe 2:3 ; ma il suo significato è che se Dio indagasse rigorosamente sulla sua vita e sulla sua condotta riguardo ai suoi rapporti con gli uomini, come sembrerebbe che abbia vissuto in tutta buona coscienza fino a quel giorno, così non dubitava ma avrebbe trovato la sua integrità tale, che l'avrebbe posseduta e riconosciuta, approvata, e lodarla, e farla conoscere ai suoi amici e ad altri, per mezzo della quale sarebbe stato scagionato da tutte quelle calunnie che gli erano state gettate addosso. Alcuni collegano queste parole con le seguenti, leggendole affermativamente: "Dio conosce la mia integrità"; egli sa che il mio passo non si è allontanato dalla via della verità e della giustizia; che il mio cuore non ha camminato secondo il mio occhio, in pensieri e desideri lussuriosi; e che non c'è bottino, né rapina, né violenza nelle mie mani, che io meriti una punizione tale da seminare e un altro mangiare: così Sephorno

7 Versetto 7. Se il mio passo si è allontanato,

La via di Dio, la via dei suoi comandamenti, la via buona e retta, la via della verità e della giustizia, per quanto Giobbe ne aveva conoscenza, perché, oltre alla legge e alla luce della natura che i Gentili avevano in comune, gli uomini buoni avevano per loro qualche rivelazione e nozioni della mente e della volontà di Dio, sia prima che dopo il diluvio, prima della dispensazione mosaica; che in qualche misura indicava loro la via da percorrere, rispetto al culto e al dovere; e da questa parte Giobbe non deviò; non che vi camminasse così perfettamente da essere libero dal peccato, e non commetterne mai; o che non si sia mai tolto di mezzo, o abbia fatto un passo storto; ma non si è sviato consapevolmente, consapevolmente e di proposito; e quando, a causa dell'infermità della carne, delle tentazioni di Satana e delle insidie del mondo, fu messo da parte, non vi si ostinò e alla fine persistette; sebbene ciò possa avere riguardo non per il peccato in generale, ma per il peccato particolare da cui si libera, cioè il fatto di trattare falsamente e ingannevolmente con gli uomini, in qualsiasi cosa avesse a che fare con loro, in materia di "meum" e "tuum"; o riguardo alle regole di giustizia e di equità tra uomo e uomo, non era cosciente a se stesso di essersene allontanato; un'espressione simile a quelle di Salmi 7:3-5; 44:18, dove si fa riferimento a qualche peccato particolare:

e il mio cuore camminava secondo i miei occhi; non intendendo nella concupiscenza dell'impurità, di cui aveva parlato prima, come fanno coloro i cui occhi sono pieni di adulterio; ma nel peccato di cupidigia, così il cuore di Acan camminò dietro ai suoi occhi, Giosuè 7:20,21 ; e questa è una delle tre cose di cui il mondo è pieno, e gli uomini di esso si abbandonano, la concupiscenza degli occhi, 1Giovanni 2:16 ; il senso è che, quando vide le ricchezze e le ricchezze degli altri, non le bramò, né adottò alcun metodo illecito per toglierle dalle loro mani; oppure, quando vide i beni di cui erano in possesso, e che avevano con sé di cui disporre, non approfittò della loro ignoranza, né usò alcun modo e mezzo malvagio per ingannarli e ingannarli: è gradito alla carne che il cuore cammini dietro all'occhio, o si abbandoni a ciò che gli è preso; ma è molto vano e stolto, oltre che molto pericoloso farlo, Ecclesiaste 2:10 11:9 ; un uomo buono sceglie una guida migliore dei suoi occhi; di essere un seguace di Dio, di calcare le orme del suo Redentore vivente, di camminare non secondo la carne, ma secondo lo Spirito, e secondo la legge e la volontà di Dio.

e se qualche macchia si fosse attaccata alle mie mani; qualsiasi macchia, macchia o macchia, poiché tutti i peccati sono di natura contaminante, in particolare le mani possono essere macchiate versando sangue innocente, prendendo tangenti per pervertire il giudizio; a cui la versione dei Settanta indirizza qui; e ottenendo, detenendo e trattenendo mammona di ingiustizia, o beni mal ottenuti; che è ciò che qui si intende principalmente, se non esclusivamente; poiché può essere tradotto: "se qualche cosa si è spezzata", ecc. così Aben Esdra e Ben Gersom; poiché la parola significa sia una "macchia" che "qualsiasi cosa": e il Targum prende in entrambi i sensi: il significato sembra essere che non c'era nulla di un altro uomo nelle sue mani, che egli gli aveva tolto con la forza e la violenza, o che aveva trovato ottenuto con qualsiasi metodo ingannevole, e che egli teneva stretto, e gli si attaccava addosso come pece alle mani, e non si curava di separarsene, o di restituirlo, per cui le sue mani erano contaminate; altrimenti Giobbe non aveva un'opinione della purezza delle sue mani e delle sue azioni, come se pensasse che non ci fosse in esse alcuna macchia di peccato, o solo quella che poteva lavare da solo; dice chiaramente il contrario, Giobbe 9:30,31 ; che è il senso di ogni uomo buono, che, consapevole delle sue macchie e delle sue imperfezioni, si lava le mani, le sue azioni, le sue vesti di condotta, e le rende bianche nel sangue dell'Agnello; e tali, e solo tali, hanno le mani pulite

8 Versetto 8. [Allora] lasciami seminare, e un altro mangiare,

Se ciò che aveva detto prima non era vero; ma egli si era allontanato dalla via della giustizia, e aveva camminato alla vista dei suoi occhi, e la ricchezza dell'ingiustizia si era attaccata alle sue mani; poi desidera seminare i suoi campi, e un altro godere del loro aumento, che è uno dei giudizi di Dio minacciati per i malvagi e i disubbidienti, Levitico 26:16; Deuteronomio 28:33 ;

sia sradicata la mia progenie; ma Giobbe non aveva in quel momento prole né figli da sradicare o distruggere; erano già stati tutti distrutti; Alcuni pensano quindi che questa imprecazione sia stata fatta da lui nel tempo della sua prosperità, anche se qui ripetuta come allora, ha fatto un patto con i suoi occhi; ma allora la cosa avrebbe potuto essere migliorata contro di lui e ritorcersi contro di lui, che così era secondo il suo desiderio; e quindi deve essere stato colpevole del peccato da cui si sarebbe purificato; altri suppongono che si riferisca al futuro e alla progenie che sperava di avere nell'aldilà; e quando li avrebbe, desidera che siano sradicati, se avesse fatto ciò che nega di aver fatto; ma non sembra che Giobbe avesse alcuna speranza di essere riportato al suo precedente stato di prosperità, e di essere di nuovo in possesso di una famiglia e di sostanze, ma il contrario. Gussezio vuole che intenda i suoi nipoti; quelli infatti sono talvolta chiamati figli di un uomo, e si può dire che la proprietà sia la sua progenie, poiché lo accigliano; ed è possibile che, poiché i suoi figli si stabilirono da lui, si sposassero e avessero figli; ma questo non è certo, o, se ne avevano, che questi non siano stati distrutti con loro; perciò è meglio prendere la parola nel suo primo e letterale significato, per ciò che sgorga dalla terra, erbe, piante e alberi, come in Isaia 42:5 ; così Ben Gersom e Bar Tzemach, e che meglio concorda con la frase di essere "sradicato", e con ciò che precede; affinché, come aveva desiderato, ciò che era stato seminato nei suoi campi potesse essere mangiato da un altro, così ciò che era stato piantato e cresciuto nei suoi giardini, frutteti, vigne e uliveti, e simili, poteva essere completamente sradicato e distrutto; Se non era l'uomo che dichiarava di essere, o se avesse fatto torto a qualcuno dei loro beni e proprietà, allora questa sarebbe stata una giusta rappresaglia nei suoi confronti

9 Versetto 9. Se il mio cuore è stato sedotto da una donna,

Dalla moglie di un altro uomo, guardando sfrenatamente la sua bellezza, e così desiderandola; e così, non per colpa o colpa sua, o per qualche metodo astuto di cui si è avvalsa, per sedurre e intrappolare; quelli praticati dalla meretrice, Proverbi 7:1-27 ; ma da nessuna parte il cuore di Giobbe fu sedotto e trascinato nel peccato di impurità; poiché aveva fatto un patto con i suoi occhi, di non guardare una vergine, tanto meno la moglie di un altro uomo, per impedirgli di desiderarla; e quali che fossero le tentazioni e le sollecitazioni che gli fossero state incontro, per grazia di Dio, come lo era Giuseppe, fu in grado di resistervi; sebbene un uomo saggio, e il più saggio degli uomini, avesse il cuore ingannato e sviato da ciò, Ecclesiaste 7:26 ;

o [se] ho fatto un'imboscata alla porta del mio prossimo: per incontrarmi lì con sua moglie, e fare un intrigo con lei; o per cogliere l'occasione di entrare quando mi è stata aperta, per invitarla alle sue braccia, sapendo che suo marito è lontano da casa; vedi Proverbi 5:8; 7:8,19

10 Versetto 10. [Allora] lascia che mia moglie si affidi a un'altra,

Che alcuni interpretano letteralmente, come se fosse stata messa al peggio della fatica e della schiavitù, a lavorare in un mulino, a macinare il grano per il servizio di uno straniero, ed essere esposta alla compagnia delle persone più umili, e ai loro insulti e abusi; come troviamo coloro che sono stati fatti prigionieri e fatti prigionieri da un nemico sono stati messi a cui sono stati messi, come Sansone, Giudici 16:21 ; e si può osservare che macinare in un mulino era anche il lavoro delle donne, Esodo 11:5; Matteo 24:41 ; come lo era nei primi tempi; Omero ne parla come nei tempi prima di lui; ma altri prendono le parole in senso figurato, come se avesse imprecato, che lei giacesse con un altro uomo, e che fosse contaminata da lui, come il Targum, Aben Esdra, e altri (d]; vedi Isaia 47:1,2 ; e allo stesso modo la seguente clausola:

e gli altri si inchinino su di lei; entrambe le frasi sono eufemismi, o espressioni pulite e decenti, che significano ciò che altrimenti non deve essere nominato; le Scritture ordinano, in modo da evitare pensieri, inclinazioni e desideri impuri, e azioni impure, parole così oscene e discorsi impuri, come si conviene ai santi: ma c'è qualche difficoltà nel fatto che Giobbe imprecasse o desiderasse che una cosa del genere potesse accadere a sua moglie; Non poteva essere lecito, se avesse peccato, desiderare che anche sua moglie potesse peccare; o, se lui era un adultero, che lei fosse un'adultera; il senso non è che Giobbe desiderasse davvero una cosa del genere; ma usa un tale modo di parlare, per mostrare quanto fosse lontano dal peccato di impurità, non essendoci nulla di più sgradevole per un uomo che che sua moglie contaminasse il suo letto; è l'ultima cosa che desidererebbe: e inoltre Giobbe suggerisce con ciò, che se fosse stato colpevole di questo peccato, avrebbe dovuto ammettere e riconoscere che sarebbe stato giustamente servito, e sarebbe stata una giusta rappresaglia su di lui, se sua moglie lo avesse usato, o fosse stata usata, in tal modo; allo stesso modo, anche se un uomo non può desiderare né commettere un peccato per la punizione di un altro; eppure Dio a volte punisce il peccato con il peccato, e anche con lo stesso tipo di peccato, e con questo; così il peccato di Davide con Betsabea fu punito con Absalom che giaceva con le sue mogli e concubine davanti al sole, 2Samuele 12:11 ; vedi Deuteronomio 28:30

11 Versetto 11. Poiché questo [è] un crimine odioso,

Adulterio; è contrario alla luce della natura, ed è condannato da essa come un grande peccato, Genesi 20:9; 26:10 ; così come contraria all'espressa volontà e legge di Dio, Esodo 20:14 ; e, sebbene ogni peccato sia una trasgressione della legge di Dio e meriti la morte; eppure ci sono alcuni peccati più grandi e più atroci di altri, accompagnati da circostanze aggravanti; e tale è questo peccato, è una violazione del contratto di matrimonio e dell'alleanza tra marito e moglie; è fare danno alla proprietà di un uomo, e a ciò che gli è più vicino e più caro, ed è ciò che introduce confusione nelle famiglie, nei regni e negli stati; e quindi segue:

sì, [è] un'iniquità [per colui che è punito da] i giudici; che potesse prenderne conoscenza, esaminarla, emettere una sentenza per essa ed eseguirla; e, se trascurano di fare il loro dovere, Dio, il Giudice di tutta la terra, punirà per questo nel mondo a venire, a meno che non ci si penta: "per i fornicatori e gli adulteri Dio giudicherà", Ebrei 13:4 ; la punizione dell'adulterio era la morte secondo la legge di Dio, e ciò mediante lapidazione, come appare da Levitico 20:10 Deuteronomio 22:21 Giovanni 8:4,5 ; ed è notevole che i pagani, che ignoravano questa legge, ingiunsero la stessa punizione per essa; così Omero presenta Ettore che rimprovera Paride per questo peccato, e gli suggerisce che, se avesse avuto la sua meritata punizione, sarebbe stato vestito con un "mantello di pietra", come egli lo esprime magnificamente; cosa che Suida spiega, essendo stato sopraffatto di pietre, o lapidato; come Eustazio

12 Versetto 12. Poiché è un fuoco che consuma fino alla perdizione,

Riferendosi alla natura del peccato di impurità; è una concupiscenza ardente, un fuoco che arde nel petto; vedere 1Corinzi 7:9 ; o per effetto di esso, o la rabbia della gelosia nella persona offesa, che è estremamente feroce, furiosa e crudele, come il fuoco divorante, da non placare o mitigare, Proverbi 6:34,35; Cantici 8:6 ; oppure può rispettare la punizione di questo peccato ai tempi di Giobbe, e che troviamo essere stata praticata tra i Gentili, come i Cananei, vicini di Giobbe, che bruciavano tali delinquenti con il fuoco; vedi Genesi 38:24; Geremia 29:22,23 ; o piuttosto l'ira di Dio per essa, che si riversa come fuoco e brucia fino all'inferno più basso, e nel cui lago di fuoco saranno gettate tutte queste persone impure, a meno che la grazia di Dio non lo impedisca; e che sarà un fuoco che consumerà e distruggerà sia l'anima che il corpo, e così sarà una distruzione totale ed eterna, Apocalisse 21:8 ;

e sradicherebbe tutto il mio raccolto; anche in questo mondo; L'adulterio è un peccato che non solo rovina il carattere di un uomo, fissa su di lui una macchia indelebile, un obbrobrio che non sarà cancellato, e consuma il corpo di un uomo, e ne distrugge la salute, ma anche la sua sostanza, il prodotto dei suoi campi e dei suoi frutti, e per mezzo di esso l'uomo è portato a un pezzo di pane, per implorarlo e rallegrarsene, Proverbi 6:26,33 5:10

13 Versetto 13. Se disprezzassi la causa della mia schiava o della mia schiava,

Sia che si trattasse di una causa che si riferiva a qualche controversia o lite tra loro quando gli veniva portata davanti, egli non la respingeva, a causa della meschinità delle parti contendenti e dello stato di servitù in cui si trovavano; ma egli lo ricevette e lo esaminò, ascoltò pazientemente ciò che ciascuno aveva da dire, li esaminò a fondo, entrò nel merito della causa, e li riconciliò, o emise una sentenza giusta, punì il delinquente e protesse gli innocenti; o, se si trattava di una causa che lo riguardava, qualsiasi lamentela sul loro lavoro, o salario, o cibo, o vestiario, come sembra essere da ciò che segue:

quando contendevano con me; aveva qualcosa di cui lamentarsi, o da obiettare nei suoi confronti per il motivo di cui sopra, o per qualsiasi altro, dove c'era qualche spettacolo o colore di fondamento per esso; altrimenti non si può pensare che egli si abbandoni a un comportamento impertinente, impudente e contraddittorio nei loro confronti: i padroni in quei tempi e in quei paesi avevano un potere illimitato, ed esercitavano un potere dispotico sui loro servi, e li usavano con grande rigore, e rifiutavano di rendere loro giustizia sulle lamentele; ma Giobbe si comportò come se avesse avuto davanti a sé le regole dell'apostolo secondo cui agire nella sua condotta verso i suoi servi, Efesini 6:9 Colossesi 4:1 ; e si degnava persino di sottoporre la causa tra lui e i suoi servi ad altri giudici o arbitri, o piuttosto ne prendeva conoscenza lui stesso, ascoltava pazientemente e attentamente ciò che avevano da sostenere e rendeva loro giustizia

14 Versetto 14. Che cosa farò dunque quando Dio si alzerà?

Cioè, se avesse disprezzato e rigettato la causa dei suoi servi, o avesse trascurato, o rifiutato di rendere loro giustizia; significa che dovrebbe essere al massimo smarrimento nel sapere cosa fare, quale scusa addurre o cosa dire in propria difesa, quando Dio dovrebbe alzarsi per difendere la causa del ferito; o in un modo di Provvidenza in questa vita, o nel grande giorno del giudizio nel mondo a venire, quando tutto sarà reso conto, e padroni e servi dovranno stare allo stesso modo davanti al tribunale di Dio, per ricevere per le cose che hanno fatto, sia buone che cattive,

e quando verrà a trovarmi, che cosa gli risponderò? quando fa una visitazione tra gli uomini, sia in questo mondo, sia in modo paterno, visita le trasgressioni, e le rimprovera e le corregge; Se si fosse reso colpevole di maltrattamenti verso i suoi servitori, avrebbe dovuto sottomettersi silenziosamente a tali visite e castighi, non avendo nulla da dire per se stesso perché non dovesse essere trattato in questo modo; o nel mondo a venire, nel grande giorno della visitazione, quando Dio farà l'inquisizione per il peccato, e lo cercherà, e ne chiederà conto; e se questo fosse stato prodotto contro di lui, anche il disprezzo della causa dei suoi servi, era consapevole di non poter rispondere a lui per questo, né a nessuno dei mille peccati, come nessuno potrà fare; ma deve rimanere senza parole, a meno che non abbia una giustizia migliore della sua che risponda per lui in quel tempo a venire. Questa è la prima ragione per cui Giobbe lo dissuase dall'usare male i suoi servi; Ne segue un altro

15 Versetto 15. Non lo ha forse fatto colui che mi ha fatto nel grembo materno?

E anche lei, sua schiava e schiava: queste furono fatte dal Signore come Giobbe, e in un luogo e in un modo simili a lui; sebbene i genitori siano gli strumenti per generare figli e per metterli al mondo, Dio è il Creatore degli uomini, come all'inizio, e tutti sono fatti da lui allo stesso modo, in qualsiasi rango, condizione e circostanza della vita, sia padroni che servi; e sono tutti fabbricati nella stessa bottega della natura, il grembo di una donna:

E non ci ha forse plasmati uno di noi nel grembo materno? cioè, colui che è l'unico Dio, secondo Malachia 2:10 ; Dio è uno per natura ed essenza, sebbene ci siano tre Persone nell'unità della Divinità; e questo unico Dio, Padre, Figlio e Spirito, è il Creatore di tutti gli uomini e di tutte le cose; quindi leggiamo dei "Creatori", Ecclesiaste 12:1 ; e, sebbene un solo Dio crei i corpi e crei le anime degli uomini ora come all'inizio, e tutti siano formati e modellati da lui, alti, bassi, ricchi e poveri, schiavi e liberi; e hanno tutti gli stessi poteri razionali e facoltà d'animo, Salmi 33:15 ; così come la stessa curiosa arte e abilità sono impiegate nel formare e modellare i loro corpi e le loro membra, nelle parti inferiori della terra, nel grembo della loro madre; Sì, sono modellati "in un solo grembo", poiché le parole sopporteranno meglio di essere rese secondo la loro posizione nell'originale e negli accenti; non infatti nello stesso grembo identico, ma in uno simile: ci sono due parole nell'originale qui, entrambe tradotte "grembo"; l'una significa "l'ovaio", " in cui si fa il concepimento; l'altro disegna la "secundina", in cui il feto è avvolto o coperto; poiché così si può tradurre: "Non ci ha coperti?" ecc.; sebbene Jarchi, Aben Esdra, Ben Gersom e altri, lo interpretino dell'unico Dio come noi: il ragionamento di Giobbe è che, poiché lui e i suoi servi erano egualmente opera di Dio, ed entrambi fatti nel grembo materno da lui, e curiosamente modellati allo stesso modo, e in possesso degli stessi poteri razionali, sarebbe irragionevole da parte sua usarli male, che erano i suoi simili; e se lo avesse fatto, avrebbe potuto aspettarsi che il Creatore di entrambi se ne sarebbe molto risentito. Macrobio, uno scrittore pagano, dà un esempio notevole della cura che il cielo, come egli esprime, ha per i servi, e di quanto ne risenta il disprezzo di esso; e ragiona molto allo stesso modo riguardo a loro come fa Giobbe qui, che sono uomini, sebbene servi; sono dello stesso originale, respirano la stessa aria, Vivere e morire come gli altri uomini

16 Versetto 16. Se ho trattenuto i poveri dal [loro] desiderio,

I loro ragionevoli desideri, e che era in suo potere esaudire; come quando desideravano un pezzo di pane, avendo fame, o vestiti per coprirsi, essendo nudi; ma non desideri irragionevoli, che cercano e chiedono grandi cose per sé, o illimitate e illimitate, come i due figli di Zebedeo desiderarono da Cristo, Marco 10:35 ;

o hanno fatto venir meno gli occhi della vedova; attraverso una lunga attesa, e aspettandosi aiuto e soccorso da lui, e alla fine deluso. Giobbe non usò la vedova in modo tale da darle motivo di sperare in un sollievo o in un consiglio da colui per cui era venuta, e farla aspettare a lungo, e poi mandarla via a mani vuote, come gli era stato ordinato, Giobbe 22:9 ; ma presto la sconfisse, concedendole ciò per cui lei gli aveva fatto causa

17 Versetto 17. O ho mangiato il mio boccone da solo,

Sebbene avesse senza dubbio tenuto una tavola abbondante nel periodo della sua prosperità adatta alle sue circostanze, tuttavia non era stata una persona lussuosa, e quindi chiama le provviste un "boccone"; Tuttavia, qualunque cosa fosse, più o meno, non lo mangiò da solo; I poveri avevano con sé quello che aveva per sé, e quello che mangiava egli stesso, lo dava loro.

e l'orfano non ne ha mangiato, cioè il povero orfano, perché quanto all'orfano ricco, non era carità nutrirli: questo versetto contraddice l'accusa mossa contro di lui, Giobbe 22:7

18 Versetto 18. Fin dalla mia giovinezza, infatti, egli è stato allevato con me come un padre,

Cioè, i poveri o gli orfani, l'uno o l'uno o l'altro; Non appena raggiunse l'età della discrezione e fu in grado di osservare le circostanze angoscianti degli altri, ebbe un riguardo tenero e compassionevole per i poveri e gli orfani, e fece loro la parte di un padre; si preoccupava affettuosamente di loro come se fosse stato il loro padre, e si prendeva cura di loro come se fossero suoi figli; vedi Giobbe 29:16 ;

e l'ho guidata fin dal seno di mia madre; la vedova, con il suo consiglio e il suo consiglio; un'espressione iperbolica, che indica quanto presto egli sia stato un soccorritore di tali persone, dando il suo consiglio amichevole o l'assistenza necessaria; la versione latina della Vulgata lo rende, fin dalla mia giovinezza la misericordia cresciuta in me, ecc. una disposizione misericordiosa, un riguardo compassionevole verso i poveri e gli orfani; questo era come se fosse connaturale a lui; perché, sebbene non ci sia realmente una buona disposizione nell'uomo, senza la grazia di Dio, di cui Giobbe potrebbe presto partecipare, eppure ce n'è uno spettacolo in alcune persone, in confronto ad altre; alcuni hanno una naturale tenerezza verso i poveri, mentre altri sono naturalmente crudeli e duri di cuore con loro; e così il signor Broughton rende le parole in questo senso:

"poiché dalla mia giovinezza questo è cresciuto in me come un padre, e da mia madre l'ho offerto":

ma il primo senso sembra il migliore

19 Versetto 19. Se ho visto qualcuno perire per mancanza di vesti,

Un uomo può trovarsi in condizioni così povere da desiderare un abbigliamento adeguato con cui coprire il suo corpo nudo e preservarlo dalle intemperie del tempo, e per mancanza di esso essere pronto a perire o morire di freddo. Giobbe nega di averne visto alcuno; non che non avesse mai visto persone in circostanze così peribili; ma non li aveva visti come da "disprezzarli", come nella versione latina della Vulgata, da averli in disprezzo, o guardarli con disprezzo a causa della loro povertà e dei loro stracci, o dei loro abiti sordidi; o in modo da "trascurarli", come la versione dei Settanta, per trascurarli, e non badare a loro, e non provvedere per il loro abbigliamento, un indumento caldo e confortevole, come in Giobbe 31:20 :

o qualsiasi povero senza copertura; senza vestiti sufficienti per coprirsi e tenerlo al caldo; Giobbe aveva visto tali oggetti, ma non li aveva lasciati in quelle condizioni; egli li vide, ne ebbe compassione e li vestì

20 Versetto 20. Se i suoi lombi non mi hanno benedetto,

Che gli diede cinti e coperti di vesti; il che, tutte le volte che si metteva e si cingeva i fianchi, gli faceva pensare al suo generoso benefattore, e questo lo faceva mandare un desiderio giaculatorio al cielo, che ogni felicità e beatitudine potesse assistere colui che lo aveva vestito così comodamente; vedi Giobbe 29:13 ;

e [se] non [non] si riscaldasse con il vello delle mie pecore; non con un vello di lana come tolto dal dorso della pecora, o con una pelle di pecora, con la lana su di essa, ma con esso, come confezionato in stoffa; con un indumento di lana, che era un tipo di indumento che si ottenne molto presto, ed è ciò che è caldo e confortevole, vedi Deuteronomio 22:11. Giobbe vestiva gli ignudi, non con abiti gai, che non erano necessari, ma con abiti decorosi e utili, e non con il vello delle pecore altrui, ma con il vello delle proprie pecore, o con la stoffa fatta con la lana del proprio gregge, dando ciò che era proprio e non altrui; che si devono sempre osservare negli atti di carità; vedere 2Samuele 12:4. Così Cristo, l'antitipo di Giobbe, nutre i poveri e gli orfani che trova, anche se non li lascia così; è alla sua mensa, e con il suo pane, con le provviste di sua propria fabbricazione; e li riveste con il mantello della sua giustizia e con le vesti della salvezza, che per loro è un vestito e una copertura, li protegge dalla morte e provoca in loro gioia e letizia, Isaia 61:10

21 Versetto 21. Se ho alzato la mano contro l'orfano,

O in modo minaccioso, minacciando ciò che avrebbe fatto loro; il che, da un uomo ricco e autorevole, da un magistrato civile, da un giudice, è molto terribile per i poveri e gli orfani; o per colpirlo, il che significherebbe colpirlo con il pugno della malvagità; o dare un segnale agli altri, alzando la mano per colpire, come Anania diede ordine di colpire l'apostolo Paolo; o in tal modo dare il suo voto contro l'orfano a torto, i suffragi sono talvolta fatti alzando le mani; o con ciò Giobbe intende dire che era così lontano dal fare all'orfano alcun vero torto, che non aveva nemmeno alzato la mano, e nemmeno un dito contro di lui:

quando vidi il mio aiuto al cancello; nel tribunale di giustizia tenuto alla porta della città, come era solito; sebbene sapesse di avere il banco dei giudici per lui, altrimenti avrebbero emesso sentenze in suo favore e contro gli orfani, se solo avesse alzato la mano o alzato un dito verso di loro, così sarebbero stati pronti a prendere le sue parti e a stare dalla sua parte; eppure non ha mai fatto uso del suo potere e del suo interesse a loro danno, né ha preso un tale vantaggio contro di loro

22 Versetto 22. [Poi] lasci cadere il mio braccio dalla scapola,

Con cui è collegata la parte superiore di esso; lascia che si disgiunga da esso, o marcisca e cada da esso; una terribile calamità questa, perdere un braccio e l'uso di esso, averlo immediatamente pieno, come giudizio di Dio, e come giusta rappresaglia per aver alzato una mano o un braccio contro l'orfano; come il braccio di Geroboamo si inaridiva quando lo tolse dall'altare, e ordinò che fossero imposte le mani sul profeta che gridava contro l'altare, 1Re 13:4 ; e il mio braccio sia spezzato dall'osso; dall'osso del canale, come il margine delle nostre Bibbie, o piuttosto dal gomito, la parte inferiore del braccio e così può essere tradotto, "o il mio braccio", ecc. Elifaz aveva accusato Giobbe che le braccia dell'orfano erano state spezzate, e suggerisce che fossero state spezzate da lui, o per suo ordine, Giobbe 22:9 ; e Giobbe qui desidera, se così fosse, che gli si sia rotto un braccio: tali imprecazioni non devono essere fatte in comune, o frequentemente, e solo quando l'innocenza di un uomo non può essere rivendicata se non con un appello al Dio onnisciente; un esempio un po' come questo, vedi in Salmi 137:5,6

23 Versetto 23. Poiché la distruzione [da] Dio [era] un terrore per me,

Sebbene non temesse gli uomini, essendo essi ai suoi ordini, pronti a fare qualsiasi cosa per lui ordinasse, tuttavia temeva Dio; e il timore del suo risentimento e della distruzione da parte di lui legislatore, che è in grado di salvare e distruggere, ebbe su di lui un'influenza tale da dissuaderlo e preservarlo da ogni scortesia verso i poveri e dalla giustizia verso gli orfani; temeva la distruzione di se stesso, della sua famiglia e delle sue sostanze in questo mondo, e la distruzione eterna dell'anima e del corpo nel mondo a venire; che di tutte le cose è da temere, Matteo 10:28 ; e i santi dell'Antico Testamento erano molto sotto uno spirito di schiavitù alla paura, e ne furono spinti; e, sebbene Giobbe non avesse alcun timore della dannazione eterna, conoscendo il suo interesse per il Redentore vivente; tuttavia poteva temere la distruzione temporale, come è certo che fece; la quale cosa temeva gli si abbattesse, sebbene non per alcun crimine o crimini di cui si fosse reso colpevole, vedi Giobbe 30:25 ; potrebbe temere, come può fare un uomo buono, i castighi e le correzioni del suo Padre celeste:

e a causa di Sua Altezza non ho potuto sopportare; Dio è superiore agli angeli più alti, o uomini; Egli è al di sopra di tutti gli dèi, così chiamati; egli è Dio sopra ogni cosa, benedetto nei secoli; e tale è la sua altezza, la sua gloria e la sua maestà, che è terribile, e il terrore di loro fa paura agli uomini; né alcun peccatore può stargli davanti, né resistergli, né sperare di prevalere contro di lui, né fuggire dalla sua presenza, né sfuggire alla sua mano, né sopportare la sua ira e indignazione, e la discesa del suo braccio; poiché quali mani possono essere forti, o quale cuore può resistere, quando l'Iddio onnipotente tratta con loro? o la sensazione di Giobbe potrebbe essere che un tale timore reverenziale per l'Essere divino era sempre su di lui, che non poteva fare nulla di scortese ai poveri, o di ingiusto agli orfani

24 Versetto 24. Se ho fatto dell'oro la mia speranza,

Giobbe qui si purifica dall'idolatria in senso figurato, come fa in seguito da essa, presa in senso letterale; poiché la cupidigia è idolatria, e l'uomo avido è idolatra; adora il suo oro e il suo argento, riponendo in essi il suo affetto e riponendo in essi la sua fiducia e confidenza, Efesini 5:5; Colossesi 3:5 ; poiché fare dell'oro l'oggetto o il fondamento della speranza è metterlo nella stanza di Dio, che è la Speranza d'Israele, e in cui ogni uomo buono dovrebbe confidare, e in cui dovrebbe riporre la sua speranza, Geremia 14:8; 17:13 ; non l'oro sulla terra, ma la gloria in cielo, è ciò che spera l'uomo buono; e non le ricchezze, ma Cristo e la sua giustizia, sono il fondamento di tale speranza; fare dell'oro la nostra speranza, è avere speranza in questa vita, e fare di una cosa presente l'oggetto di essa; mentre la vera speranza è nelle cose che non si vedono e nel futuro, e se solo in questa vita gli uomini buoni hanno speranza, sono tutti i più miserabili; ma hanno nei cieli una sostanza migliore e più duratura, e un terreno migliore per sperare in quella sostanza, di quanto possano dare le ricchezze e le ricchezze mondane.

o hai detto all'oro fino: "Tu sei la mia fiducia"; come fanno gli uomini cattivi, e gli uomini buoni sono inclini a farlo, e quindi devono essere messi in guardia contro di esso, Salmi 49:6 52:7 1Timoteo 6:17 ; poiché questo non è solo confidare nelle ricchezze incerte e in quelle insoddisfacenti, ma metterle al posto di Dio, che è o dovrebbe essere la fiducia dei confini della terra: non l'oro, ma il Dio vivente, che dà tutte le cose riccamente per goderne, è da confidare in lui; quando gli uomini bramano le ricchezze e confidano in esse come loro sicurezza dal male, e per poter vivere indipendentemente dalla provvidenza di Dio, è praticamente negarle, e porta in sé un ateismo segreto; così come una tale fiducia è la distruzione dell'adorazione di Dio, e un tale temperamento rende un uomo un ascoltatore inutile, lo immerge negli errori e nelle concupiscenze dannose, e mette in pericolo la sua felicità eterna, Habacuc 2:9 Matteo 13:22 1Timoteo 6:9,10 Marco 10:24 ; in tempi successivi i Romani adorarono la dea "Pecunia", o denaro, come racconta Austin

25 Versetto 25. Se mi rallegravo perché la mia ricchezza era grande,

Così com'era, vedi Giobbe 1:2,3 ; eppure non vi pose il suo cuore, non se ne compiaceva, non si abbandonò a una gioia carnale a causa di essa, né permise che assorbisse i suoi affetti, né li alienasse da Dio, la sua gioia principale; non perché un uomo possa legittimamente gioire della bontà di Dio verso di lui, nell'accrescere le sue ricchezze, e lodarlo per questo, che lo ha posto in circostanze così facili, e così comodamente ha provveduto a lui e alla sua famiglia, e lo ha messo in grado di fare del bene agli altri; e può rallegrarsi di ciò che Dio gli ha dato, e prenderne allegramente parte, 1Cronache 29:13,14; Deuteronomio 12:7; Ecclesiaste 5:19,20 ;

e perché la mia mano aveva preso molto; Sebbene avesse molte ricchezze, non le attribuiva alla sua operosità, e applaudiva la sua saggezza e diligenza, come gli uomini sono inclini a fare, perché tutto viene da Dio, ed è dovuto alla sua benedizione; non si compiaceva quando divenne ricco, come se la sua stessa mano gli avesse trovato molta sostanza, come fece Efraim, Osea 12:8

26 Versetto 26. Se vedessi il sole quando splendeva,

Alcuni ritengono che questa sia una ragione per cui Giobbe non fece dell'oro la sua speranza e la sua fiducia, perché tutti i godimenti sublunari e terreni devono essere incerti, svanire e perire, poiché il sole e la luna non sono privi di deficienze e cambiamenti, senso a cui tende la versione dei Settanta; altri, come Nachmanide, negano che Giobbe attribuisse la sua ricchezza e la sua sostanza all'influenza dei corpi celesti; e molti interpreti sono di che siano una continuazione dello stesso argomento di prima; Giobbe dichiara che né il suo occhio né il suo cuore erano rivolti alla sua prosperità esteriore, paragonabile alla luce del sole e allo splendore della luna; che non se ne compiaceva segretamente, né si congratulava con se stesso, né applaudiva la propria saggezza e operosità; e ultimamente Schultens e altri lo interpretano come lusingare grandi personaggi, complimentarsi con loro, e corteggiare il loro favore, che chiamiamo adorazione del sole nascente; ma penso piuttosto che si debba intendere, come più in generale, l'adorazione del sole e della luna in senso letterale; che fu il primo tipo di idolatria in cui gli uomini entrarono; quegli antichissimi idolatri, gli Zabii, adoravano il sole come il loro dio più grande, come osserva Maimonide , al quale dice che offrivano sette pipistrelli, sette topi e sette altri rettili, insieme ad alcune altre cose; in tempi successivi gli furono offerti cavalli, vedi 2Re 23:11. Così gli antichi egizi adoravano il sole e la luna, chiamando l'uno Osiride e l'altro Iside. La parola per sole è "luce", ed è così chiamata perché è un corpo luminoso e la fonte di luce per gli altri; è chiamata la luce più grande, Genesi 1:16 ; e da questa parola ebraica "o", presso gli Egiziani, Apollo, che è il sole, è chiamato Horus, come riferisce Macrobio; si dice che "risplende", come fa sempre, anche quando è sotto il nostro orizzonte, o in un'eclissi, o sotto una nuvola, sebbene non sia visto da noi. Giobbe ha qui rispetto al suo splendore chiaro e visibile, e forse a mezzogiorno, quando è nel pieno delle sue forze; a meno che non si guardi al suo aspetto luminoso e splendente al suo sorgere, quando i pagani erano soliti rendergli omaggio e adorazione: ora quando Giobbe nega di averlo visto splendente, non si può capire della nuda vista di esso, che aveva continuamente; né di guardarlo con diletto e piacere, il che potrebbe essere fatto molto legalmente, Ecclesiaste 11:7 ; né di considerarla come opera di Dio, essendo una creatura molto gloriosa e utile, in cui si manifesta la sua gloria, e per la quale è da lodare, a causa della sua benefica influenza sulla terra; vedi Salmi 8:3,4; 19:1; 136:1,7; Deuteronomio 33:14 ; ma del suo guardarlo con ammirazione, come se fosse più di una creatura, attribuendogli una divinità e adorandolo come Dio; E lo stesso si deve intendere della luna nella frase successiva:

o la luna che cammina [in] luminosità; come all'inizio che sorgeva, o piuttosto quando era in pienezza, a metà mese, come Aben Esdra; quando cammina tutta la notte, nel suo splendore, illuminato dal sole: questi due luminari, l'uno chiamato il Re, l'altro la Regina del Cielo, furono molto presto adorati, se non i primi casi di idolatria. Diodoro Siculo dice che i primi uomini dell'antichità, nati in Egitto, contemplando e ammirando la bellezza del mondo, pensarono che ci fossero due dèi nella natura dell'universo, e che fossero eterni, cioè il sole e la luna, l'uno che chiamavano Osiride e l'altro Iside; quindi gli Israeliti, avendo dimorato a lungo in Egitto, erano in pericolo di essere trascinati in questa idolatria, contro la quale sono messi in guardia, Deuteronomio 4:19 ; e dov'era una città chiamata Heliopolis, o la città del sole, come nella versione greca di Isaia 19:18 ; dove c'era un tempio dedicato al suo culto; e così gli Arabi, i vicini di Giobbe, secondo Erodoto, adoravano il sole e la luna, perché egli dice che i Persiani furono istruiti da loro e dagli Assiri a sacrificare al sole e alla luna; e così fecero gli antichi Cananei e i Fenici; per questo una delle loro città è chiamata Bet-Scemesh, la casa o tempio del sole, Giosuè 19:22, sì, ci viene detto, che fino ad oggi ci sono alcune tracce di questa antica idolatria in Arabia, nelle vicinanze di Giobbe; come in una grande città dell'Arabia, sull'Eufrate, chiamata Anna, dove si adora solo il sole; essendo questo comune in quelle parti al tempo di Giobbe, egli si purifica da esso

27 Versetto 27. E il mio cuore è stato segretamente sedotto,

Trascinati dalla contemplazione della grandezza di questi corpi, della rapidità del loro movimento, del loro aspetto glorioso e della grande utilità per l'umanità, per intrattenere un pensiero del loro essere divinità; e privatamente di adorarli, in atti segreti di devozione, come con un'onorevole stima di loro in quanto tali, riverenza e affetto per loro, fiducia e fiducia in loro; poiché, come c'è un'adorazione segreta del vero Dio, così c'è un'idolatria segreta, idolatria nel cuore, e l'erigervi idoli, oltre ad adorarli in luoghi oscuri, in camere di immagini, come facevano gli ebrei, Ezechiele 8:12 ;

o la mia bocca ha baciato la mia mano; Gli idoli erano usati per essere baciati dai loro devoti, in segno della loro venerazione per loro, e come espressione della loro adorazione per loro; così i vitelli di Baal e Geroboamo furono baciati dai loro adoratori, 1Re 19:18 Osea 13:2. Il bacio è usato per indicare la venerazione religiosa, l'omaggio e l'adorazione di una Persona divina, il Figlio di Dio, Salmi 2:12 ; e specialmente quelle divinità che erano fuori dalla portata dei loro adoratori, come il sole, la luna e le stelle, erano solite portarsi le mani alla bocca e baciarle, in segno del loro culto; proprio come le persone ora, a distanza l'una dall'altra, si rendono rispetto: esempi di adorazione religiosa di idoli eseguiti in questo modo, vedi Gill su "Osea 13:2". Giobbe nega di essersi reso colpevole di tale idolatria, segretamente o apertamente

28 Versetto 28. Anche questa [era] un'iniquità [per essere punita dal] giudice,

Così come l'adulterio, Giobbe 31:11 ; dai magistrati civili e dai giudici della terra, che sono i vicegerenti di Dio, e quindi è loro dovere prendere conoscenza di una tale iniquità, e punirla per essa, che colpisce in modo così particolare l'onore e il culto del vero Dio; questo secondo la legge di Mosè era punito con la lapidazione a morte, Deuteronomio 13:9 ; tuttavia ciò sarà notato e punito da Dio, il Giudice di tutti, la cui legge è violata in questo modo, e che punirà questa iniquità in modo più speciale su coloro che la commettono, e sulla loro posterità dopo di loro. Gli idolatri di ogni sorta avranno la loro parte e la loro porzione nello stagno che arde con fuoco e zolfo, Esodo 20:3-5; Apocalisse 21:8 ; la considerazione che fosse un peccato così odioso, e così meritevole di punizione, distolse Giobbe da esso; il Targum lo parafrasa, un'iniquità stupefacente, essendo, come segue, una negazione del vero Dio:

poiché avrei rinnegato il Dio [che è] lassù; cioè, se avesse adorato il sole e la luna segretamente o apertamente; perché, come l'ateo lo nega a parole, l'idolatra lo nega nei fatti, adorando la creatura all'infuori del Creatore, e dando la sua gloria a un altro, e la sua lode agli idoli; il che è una negazione virtuale di lui, anche di colui che è al di sopra del sole e della luna al suo posto, essendo più alto dei cieli; e nella natura, nell'eccellenza e nella gloria, essendo il Creatore di loro, ed essi le sue creature; e con potenza e autorità, che comanda il sole, ed esso non sorge, e ha stabilito la luna per le stagioni, Giobbe 9:7 Salmi 104:19

29 Versetto 29. Se mi rallegravo della distruzione di colui che mi odiava,

Giobbe, benché fosse un uomo buono, aveva i suoi nemici, come tutti gli uomini buoni, e ciò a causa della loro bontà, e che lo odiavano con un odio implacabile, senza motivo, essendoci un'amara inimicizia radicata nel seme del serpente contro i pii in tutte le generazioni; sui quali prima o poi, in un momento o nell'altro, arriva la distruzione, una calamità o l'altra sulle loro famiglie, le malattie sui loro corpi, la perdita di sostanze, la morte di se stessi o dei loro parenti; Ora è cosa comune agli uomini malvagi rallegrarsi dell'avversità dei loro nemici, ma gli uomini buoni non dovrebbero farlo; eppure è una cosa difficile, e richiede una grande dose di grazia, e ciò nell'esercizio, di non provare alcuna emozione piacevole, una gioia segreta e un piacere interiore, all'udire qualcosa di questo tipo che accade a un nemico; che è un nuovo crimine da cui Giobbe si purifica:

o mi sono innalzato quando il male lo ha trovato; o il male del peccato, che prima o poi scopre il peccatore, lo accusa di colpa e richiede la punizione, o il male della punizione per il peccato; che, sebbene possa sembrare che si muova lentamente, insegue il peccatore, e lo raggiungerà, e si illuminerà su di lui. Il signor Broughton rende le parole: "e mi ha agitato quando ha trovato la perdita": perdita nella sua famiglia, nel suo bestiame e nelle sue sostanze; ora, quando questo era il caso, Giobbe non si alzava in modo altezzoso, e lo insultava e trionfava su di lui, o si eccitava alla gioia e all'allegrezza, o a fare gesti gioiosi, come lo interpretano Aben Esdra e Ben Gersom; e con i suoi gesti mostrava che era esaltato per il male che era accaduto al suo nemico; infatti, nella misura in cui la caduta e la distruzione dei malvagi contribuiscono al bene pubblico, all'interesse della religione, alla gloria di Dio e all'onore della sua giustizia, è lecito agli uomini buoni rallegrarsi di ciò; ma non per un affetto privato, o per uno spirito privato di vendetta, vedi Salmi 58:10,11 Proverbi 11:10 Apocalisse 18:20 19:1,2

30 Versetto 30. E non ho permesso che la mia bocca peccasse,

Il quale, essendo lo strumento della parola, è spesso il mezzo di molto peccato; in particolare di maledire gli uomini ed esprimere molta amarezza contro i nemici; ma Giobbe gli pose un embargo, lo tenne come con le briglie, gli impedì di pronunciare alcun male, o di augurarlo ai suoi peggiori avversari; il che è difficile da fare, quando si fanno provocazioni, come segue:

augurando una maledizione alla sua anima; non alla sua anima come distinta dal suo corpo, essendo l'eccellenza superiore e la parte immortale; che sia dannato in eterno, come gli uomini malvagi desiderano per la propria anima e per l'anima degli altri, ma alla sua persona, desiderando che gli capitasse qualche calamità, che qualche malattia lo cogliesse, o che Dio lo portasse via con la morte: Giobbe non avrebbe mai permesso a se stesso di augurare nulla di simile al suo nemico

31 Versetto 31. Se gli uomini del mio tabernacolo,

O i suoi amici, che venivano a trovarlo, e mangiavano con lui, e talvolta si trattenevano un po' con lui in casa sua, essendo molto liberi e familiari con lui; e che erano, per così dire, a casa sua nel suo tabernacolo; o piuttosto i suoi domestici, che erano sotto il suo tetto, e abitavano nella sua casa, vedi Giobbe 19:15 ; Se questi

Non disse: "Oh, se avessimo della sua carne! Non possiamo essere saziati; della carne del nemico di Giobbe; e il senso è che i suoi servi dicevano, non sopportano di vedere il nostro padrone così maltrattato e insultato dal suo nemico; vorremmo che solo ci permettesse di vendicarlo su di lui, lo mangeremmo vivo; lo avremmo divorato e distrutto subito; né possiamo essere soddisfatti se non abbiamo il permesso di farlo: e così questa è un'ulteriore prova della pazienza di Giobbe con i suoi nemici, che sebbene avesse catene nella sua famiglia, i suoi servi lo sollecitavano alla vendetta, tuttavia egli si astenne da essa; il che può essere esemplificato nei casi di Davide e di Cristo, 1Samuele 26:8 2Samuele 16:9 Luca 9:54, sebbene alcuni pensino che queste parole esprimano la pazienza di Giobbe verso i suoi servi, che erano così arrabbiati con lui per la rigida disciplina che osservava nella sua casa, che desideravano avere la sua carne da mangiare e non potevano essere soddisfatti senza di essa; e tuttavia, era così lontano dal compiacersi delle calamità dei suoi nemici, e dal desiderare loro il male, che non si risentiva dei discorsi maleducati dei suoi servi, e si vendicava di loro dei loro malvagi insulti su di lui: ma non si può pensare che Giobbe tenesse tali malvagi servi in casa sua; ma forse Giobbe qui entra in un nuovo crimine, da cui si discolpa, e si apre più pienamente in Giobbe 31:32, vale a dire, l'inospitalità verso gli estranei; Poiché la particella "se" inizia comunemente un nuovo articolo in questo capitolo, ed essendo presa in questo senso, vengono date varie interpretazioni; alcuni, come se i servi di Giobbe fossero scontenti di lui per la sua ospitalità, che la sua casa fosse sempre così piena di ospiti, che fossero continuamente occupati a preparare il cibo per loro, che non avessero tempo, o che non ne rimanesse abbastanza perché mangiassero della sua carne, il suo cibo, e ne fossero saziati; oppure, come compiaciuto della tavola abbondante che teneva, e quindi desiderava continuare sempre nel suo servizio, e mangiare del suo cibo; né potevano accontentarsi del cibo degli altri, o vivere altrove; anche se forse è meglio di tutti rendere le parole, come da alcuni, chi darà, o mostrerà all'uomo "che non è sazio della sua carne"? Indica l'uomo in tutto il vicinato che non è stato generosamente intrattenuto alla tavola di Giobbe con sua piena soddisfazione e soddisfazione; e la sua liberalità non si estendeva solo ai suoi vicini, ma anche agli estranei; come segue

32 Versetto 32. Lo straniero non si fermò per strada,

Per estraneo non si intende un uomo non convertito, cioè estraneo a Dio e alla pietà, a Cristo, e alla via della salvezza per mezzo di lui, allo Spirito di Dio e alle cose spirituali, né un uomo buono, che è straniero e pellegrino sulla terra; ma uno che è fuori della sua nazione e del suo paese, e lontano da esso, sia un uomo buono che un uomo cattivo; questi Giobbe non avrebbero tollerato di giacere per le strade nella stagione notturna, esposti all'aria e alle sue intemperie; vedi Giudici 19:15-21 ;

[ma] aprii le mie porte al viaggiatore; anche tutte le porte della sua casa, per denotare la sua grande liberalità, affinché tutti quelli che volevano potessero entrarvi; e questo fu fatto da lui stesso, o, comunque, per suo ordine; e alcuni pensano che significhi che era alla sua porta, aspettando e aspettando i viaggiatori per invitarli ad entrare, come Abramo e Lot, Genesi 18:1,2 19:1,2 ; o le sue porte furono aperte "verso la via": come si può tradurre, sul ciglio della strada; la sua casa fu costruita sul ciglio della strada; o, tuttavia, le porte che si trovavano verso quel lato furono spalancate perché i viaggiatori potessero entrarvi a loro piacimento e quando volevano; tanto fu molto ospitale e gentile con gli stranieri e i viaggiatori, e così furono i benvenuti nella sua casa e nel suo divertimento, vedi Ebrei 13:2

33 Versetto 33. Se coprissi le mie trasgressioni come Adamo,

Giobbe non poteva essere compreso, con questo racconto che aveva fatto della santità della sua vita, che si riteneva completamente libero dal peccato; si era riconosciuto peccatore in diversi luoghi prima, e aveva rinnegato la perfezione; e qui riconosce di essere colpevole di aver trasgredito la legge di Dio, e ciò in molti casi; perché parla delle sue "trasgressioni" al plurale; ma allora non cercò di coprirli dal di Dio o dagli uomini, ma francamente e ingenuamente li confessò ad entrambi; non li coprì, non li alleviò, non li giustificò e non li estinse, come Adamo fece con i suoi, addossando la colpa a sua moglie; e come lei caricandolo sul serpente; e quelle scuse che hanno fatto sono le invenzioni che hanno scoperto, Ecclesiaste 7:29 ; o il significato è che Giobbe non ha fatto "come fanno gli uomini" in comune; i quali, quando hanno peccato, o per paura o vergogna, si sforzano di nasconderlo e di tenerlo lontano dalla vista degli altri, a meno che non siano peccatori molto incalliti e audaci, come lo erano gli uomini di Sodoma, vedi Osea 6:7 ;

nascondendo la mia iniquità nel mio seno; intendendo forse qualche particolare iniquità a cui la sua natura era più incline; Non cercò di nasconderlo in segreto, come lo è ciò che viene messo in seno; o che non l'abbia risparmiata e custodita, e, per affetto verso di essa, conservata come lo sono le persone e le cose amate, deposte nel seno; e così il signor Broughton legge le parole: "nascondere il mio peccato di amor proprio"; o avendo un amore per se stesso, o nascondendolo per amor proprio, cioè per un principio di amor proprio, per preservare il suo onore, il suo credito e la sua reputazione tra gli uomini

34 Versetto 34. Ho forse avuto paura di una grande moltitudine?

No, non lo hanno trattenuto dal confessare il suo peccato nel modo più pubblico, quando era ragionevole o convinto di esso, e quando tale riconoscimento pubblico era necessario:

O il disprezzo delle famiglie mi terrorizzava? No, il disprezzo che poteva supporre di avere da parte di alcune famiglie che lo conoscevano, e che conosceva bene, non lo dissuadeva dal fare una libera e ingenua confessione dei suoi peccati.

che ho taciuto; o "ho taciuto",

[e] non uscirono dalla porta? per non aprire la bocca con la confessione in pubblico, ma trattenuto in casa dalla paura e dalla vergogna; oppure il senso è che non è stato intimidito dal fare il suo dovere di magistrato civile, amministrando la giustizia ai poveri e agli oppressi; né il terrore di una folla clamorosa, né il disprezzo delle famiglie notevoli, o dei grandi personaggi, potevano distoglierlo dall'eseguire il suo ufficio con rettitudine, in modo da indurlo a tacere e a starsene a casa; ma senza alcun riguardo per il timore dell'uno o il disprezzo dell'altro, uscì dalla sua casa per la strada verso il tribunale di giustizia, prese posto sul banco e giudicò in favore degli oppressi, sebbene la folla fosse contro di loro, e anche le persone e le famiglie notevoli. o così, anche se avrei potuto far temere una grande moltitudine, tuttavia le persone più spregevoli di qualsiasi famiglia, così Aben Esdra e Ben Gersom interpretano questa frase, la persona più meschina, o solo un mendicante, se la sua causa era giusta, lo terrorizzava; o tale era il timore di Dio su di lui, che non osava fare altro che rendergli giustizia; così che non poteva aprire la bocca contro di lui, o muoversi fuori dalla porta per prenderlo in giro; Ferita; anche se forse è meglio di tutti, con Schultens, considerare queste parole come un'imprecazione, che se ciò che aveva detto prima da Giobbe 31:24 non era vero; se non fosse stato libero dall'idolatria figurativa, e letterale, da uno spirito maligno e vendicativo, dall'inospitalità e dalla scortesia verso gli estranei, dal palliare, scusare e attenuare i suoi peccati; allora come se dicesse: Possa io essere spaventato da un tumulto, o da una moltitudine di persone, e terrorizzato dal pubblico disprezzo delle famiglie; possa io essere silenzioso come uno straccio in casa mia, e non osare mai più muovermi fuori dalla porta, o mostrare il mio te, o vedere il volto di un uomo: e poi, prima che avesse finito del tutto il suo racconto di sé, prorompe nel modo seguente

35 Versetto 35. Oh, quello mi sentirebbe!

Oppure: "Chi mi darà uditore?" Oh, se io ne avessi uno! non più vicino a lui come maestro e istruttore di molti, come lo era stato, Giobbe 4:3 ; o solo per ascoltare ciò che aveva pronunciato in questo capitolo; ma per ascoltare la sua causa, e ascoltarlo perorare la sua propria causa in modo giudiziario; non intende un ascoltatore ordinario, uno che, per curiosità, entra nei tribunali di giustizia per ascoltare le cause giudicate, ciò che viene detto da entrambe le parti e come verranno emesse; ma, come parafrasa Bar Tzemach,

"chi mi darà un giudice che mi ascolti,"

che ascolti pazientemente la sua causa, la esamini a fondo e giudichi in modo imparziale, che è compito dei giudici, Deuteronomio 1:16,17 ; non gli importava chi fosse, se ne aveva solo uno; sebbene sembri avere rispetto per Dio stesso, da ciò che dice nella frase successiva, e desideri che ascolti, provi e giudichi la sua causa:

ecco, il mio desiderio [è, che] l'Onnipotente mi risponda: rispondi a ciò che aveva detto, o aveva altro da dire in sua difesa; questa è una richiesta che aveva fatto prima, e ora la ripete, vedi Giobbe 13:22 23:3,4,5 ; alcuni la rendono "ecco il mio segno" o "scopo"; così il signor Broughton, "ecco il mio scopo in questo"; questo è ciò a cui miro, ciò che disegno e intendo desiderando un ascoltatore, che l'Onnipotente stesso prenda in mano la causa e mi dia una risposta: o, "ecco il mio segno"; il segno della mia innocenza, appellandomi a Dio, lasciando che la mia causa sia ascoltata, provata e giudicata da lui, che è il mio testimone, e risponderà per me; vedi Giobbe 16:19 ; oltre a desiderare che il mio avversario metta per iscritto ciò che ha contro di me; oppure: "Ecco la mia firma"; la supplica che ho fatto è firmata di mio pugno: ora "che l'Onnipotente mi risponda"; un'espressione davvero audace, e un essere troppo libero con l'Onnipotente, ed era uno di quei discorsi di cui Giobbe doveva essere biasimato, e per il quale fu poi umiliato e pentito:

e [che] il mio avversario aveva scritto un libro; o "l'uomo della mia contesa": o che ha difeso per lui, come Aben Esdra, che ha difeso per lui, era il suo avvocato in tribunale, che egli avrebbe preso in considerazione da lui, e così distintamente perorato la sua causa; o piuttosto che ha conteso contro di lui, un avversario di corte, con il quale intende o i suoi tre amici, o qualcuno di loro, che egli prese più specialmente per suo nemico; vedi Giobbe 16:9-11 ; e chi vorrebbe avesse portato un atto d'accusa e messo per iscritto in un libro, su un foglio di carta, l'accusa che aveva contro di lui; affinché si sapesse chiaramente ciò che poteva essere addebitato contro di lui; e che potesse essere esaminato in modo particolare e distinto; quando non dubitava che fosse in grado di dare una risposta completa a ogni articolo in esso; e che la stessa cambiale porterebbe in sé una giustificazione di lui: o può essere, piuttosto intende Dio stesso, che l'ha portata verso di sé come un avversario, almeno in modo provvidenziale; aveva prima chiesto che gli mostrasse perché contendeva con lui, Giobbe 10:2 ; e ora desidera che dia per iscritto la sua accusa contro di lui, essendo pienamente fiducioso, che se solo avesse l'opportunità di rispondere prima di lui, sarebbe in grado di vendicarsi a sufficienza; e che se ne andasse con onore, come segue

36 Versetto 36. Sicuramente lo prenderei sulle mie spalle,

L'atto di accusa, l'accusa scritta; lo prendeva e lo portava sulla spalla come una cosa molto leggera, non avendo nulla di pesante in esso, nessuna accusa di peccato e colpa che lo opprimesse; nient'altro che ciò sotto cui poteva facilmente stare in piedi, solo qualche questione insignificante, che non poteva essere interpretata come peccato; perché qualsiasi cosa del genere sarebbe stata un peso troppo pesante per lui da portare: oppure la sua sensazione è che, se fosse condannato di qualsiasi peccato, confesserebbe apertamente l'accusa, riconoscerebbe il peccato nel modo più pubblico, essendo visibile ciò che è portato sulla spalla; e sopporterebbe anche pazientemente le afflizioni e i castighi che gli venivano imposti per questo: sebbene piuttosto il significato sia che dovrebbe prendere e portare un tale conto, non come un peso, ma come un onore, come si porta una spada di stato, o si porta uno scettro come insegna di regalità sulla spalla; a cui l'allusione potrebbe essere in Isaia 9:6 ; non dubitava affatto, ma sarebbe andato a sua gloria; il che è confermato da quanto segue;

[e] legarlo [come] una corona a me, o "corone", avendo vari cerchi d'oro appesi con gioielli; a significare che non solo avrebbe preso la sua cambiale o carica, e l'avrebbe portata sulla spalla, ma se la sarebbe messa in testa, e l'avrebbe indossata lì, come un re fa con la sua corona; che è un ornamento e un onore per lui, poiché avrebbe dovuto considerare questo disegno di legge, vederlo gli avrebbe dato l'opportunità di discolparsi efficacemente

37 Versetto 37. Gli dichiarerei il numero dei miei passi,

al suo giudice, o a colui che ha conteso con lui, e ha redatto il disegno di legge contro di lui; lo inviava, vi assisteva, forniva il materiale per esso, faceva un resoconto di tutte le operazioni della sua vita che riusciva a ricordare; egli non dice questo come se pensasse che Dio avesse bisogno di una tale dichiarazione, poiché egli conosce meglio le azioni degli uomini di loro stessi, percorre i loro sentieri e conosce tutte le loro vie; ma per mostrare quanto fosse sicuro della sua innocenza, e quanto poco temesse l'esame più rigoroso e approfondito delle sue vie e delle sue opere, sapendo di aver vissuto con tutta la buona coscienza fino a quel giorno:

e come un principe vorrei avvicinarmi a lui; o considerasse come un principe un tale uditore e giudice della sua causa che desiderava, e lo riverisse e lo rispettasse come tale; gli sarebbe stato caro, anche se il suo avversario che contendeva con lui, come un principe; e dovrebbe essere tanto ambizioso di conoscerlo quanto un principe: o piuttosto intende dire che lui stesso come principe, in modo principesco e con spirito principesco, dovrebbe avvicinarsi al suo giudice, per rispondere del disegno di legge contro di lui; che non si avvicinasse alla sbarra come un malfattore, che mostra colpa nel suo volto, e con le sue membra tremanti, e indietreggiando, non curandosi di avvicinarsi, ma preferendo piuttosto stare a distanza, o scendere e fuggire se poteva; ma d'altra parte, Giobbe saliva al suo giudice e al tribunale, con tutta la maestosità di un principe, con uno spirito eroico, intrepido e intrepido; come un "principe audace", come il signor Broughton rende la parola; vedi Giobbe 23:3

38 Versetto 38. Se la mia terra grida contro di me,

Alcuni pensano che questo versetto e Giobbe 31:39,40 stiano fuori dal loro posto, e dovrebbero piuttosto seguire Giobbe 31:34 ; e alcuni li collocano dopo Giobbe 31:25 ; e altri dopo Giobbe 31:8 ; ma questo è l'ordine di essi in tutte le copie e versioni, così come sono nelle nostre Bibbie; e qui, dopo che Giobbe ebbe espresso il suo desiderio di avere un uditore e un giudice della sua causa, e la sua accusa esposta per iscritto, e la sua fiducia sulla questione di essa, se fosse stata concessa, ritorna al suo precedente suddito, per scagionarsi da qualsiasi vizio noto di cui era sospettato o accusato; e come egli era passato attraverso ciò che poteva rispettarlo nella vita privata, qui dà un altro esempio nella vita pubblica, con il quale conclude; vale a dire, purificandosi dalla tirannia e dall'oppressione, di cui i suoi amici lo avevano accusato senza alcuna prova; e nega che la terra su cui viveva fosse posseduta, e di cui era il proprietario, gridando contro di lui come ingiustamente ottenuta, o con la frode o con la forza, da altri; o come maltrattato da lui o perché troppo colto, non avendo mai riposo, o giacendo incolto; e tanto indebolito e prosciugato della sua forza, o trascurato e invaso da erbacce, spine e cardi; o a causa del fatto che i cassettieri e i coltivatori di esso sono stati trattati male, o sono oberati di lavoro, o non hanno cibo sufficiente, o i loro salari, trattenuti da loro; tutti i quali gridano peccati, e a causa dei quali si può dire che la terra grida come la pietra dal muro e la trave dal legno, a causa dei peccati di spogliare, violenza, oppressione e cupidigia, Abacuc 2:11 ;

o che anche i solchi di essa si lamentino; o "piangere", a causa del simile cattivo uso. Jarchi, e quindi il Midrash, interpretano questo come non permettere ai poveri il covone e l'angolo dimenticati del campo, e trattenere le decime; e di arare e fare solchi con un bue e un asino insieme; ma le leggi che rispettavano queste cose non erano ancora in vigore; e se lo fossero stati, sarebbero vincolanti solo per gli Israeliti, e non per Giobbe, e gli uomini del suo paese

39 Versetto 39. Se ne ho mangiato i frutti senza denaro,

O, "la sua forza senza argento"; vedi Genesi 4:12, essendo l'argento il denaro principalmente in uso in quei tempi. Il significato di Giobbe è che non mangiò nulla dei frutti e dei prodotti della sua terra, senza aver pagato per lo stesso, cosa che avrebbe fatto, se avesse tolto la sua terra dalle mani dei legittimi proprietari di essa, con l'inganno o la violenza; o se non avesse pagato i suoi operai per l'aratura, la semina, la mietitura, ecc. o se avesse chiesto i frutti della terra ai suoi affittuari, ai quali aveva affittato i suoi poderi, senza dare loro un prezzo adeguato per loro:

o hanno causato la perdita della vita ai loro proprietari; come Izebel fece perdere il suo a Nabot, che era il proprietario originale, affinché Acab potesse possederlo, 1Re 21:7-16 ; o può significare affittuari, ai quali Giobbe affittò i campi, ma non li affamò affittandoli con contratti di locazione duri, o terre a condizioni dure, in modo che non potessero viverci; oppure può progettare i coltivatori della terra, come Jarchi e Bar Tzemach; quelli che vi lavoravano, i servi che erano impiegati nell'aratura, ecc. ai quali era dovuto il salario, e ai quali non era stato imposto un lavoro troppo duro, a rischio della loro vita; o non li "afflisse [e] li affligge", come alcune versioni, né rese amara la loro vita, attraverso la dura schiavitù e il servizio, come gli Israeliti in Egitto

40 Versetto 40. Crescano cardi invece di grano e zizzania invece di orzo,

Questa è un'imprecazione di Giobbe, in cui egli desidera che, se ciò che ha detto non fosse vero, o se fosse colpevole dei crimini che ha negato, che quando e dove ha seminato il grano, possano spuntare al suo posto spine o cardi, o zizzania, come dicono alcuni scrittori ebrei ; e che quando e dove dovrebbe seminare l'orzo, La zizzania, o qualsiasi erba "puzzolente" o "dannosa", come significa la parola, potrebbe spuntare nella sua stanza; sembra che si abbia rispetto per la maledizione originale sulla terra, e per il giudizio di Dio è talvolta il caso, che una terra fertile sia trasformata in sterilità per la malvagità di coloro che vi dimorano, Genesi 3:18; Salmi 107:34 ;

le parole di Giobbe sono finite; che è detto da lui stesso, alla fine del suo discorso; Fin qui dice Giobbe, e non oltre, avendo detto abbastanza in sua difesa, e per la confutazione dei suoi antagonisti, e così chiude in modo trionfale: oppure questo è stato aggiunto da Mosè, che si suppone abbia scritto questo libro; o da qualche altra mano, come Esdra, sulla revisione di esso, e di altri libri dell'Antico Testamento, quando da lui messi in ordine: e queste furono le ultime parole di Giobbe ai suoi amici, e a rivendicazione di se stesso; perché, sebbene in seguito si dica qualcosa di più da parte sua, e poco ancora, tuttavia a Dio, e a titolo di umiliazione, riconoscendo il suo peccato, e pentindosi per esso con vergogna e orrore; vedi Giobbe 40:3-5; 42:1-6. Jarchi, e quindi il Midrash, interpretano questa frase conclusiva come un'imprecazione di Giobbe; che se avesse fatto diversamente da quanto aveva dichiarato, avrebbe voluto che queste fossero le sue ultime parole, e sarebbe diventato muto e non avrebbe mai più aperto la bocca; ma, come osserva Bar Tzemach, il senso semplice è che le sue parole erano ora completate e finite, proprio come si dice che lo fossero le preghiere di Davide, il figlio di Iesse, Salmi 72:20

Commentario del Pulpito:

Giobbe 31

1 La conclusione del lungo discorso di Giobbe (capp. 26-31) è ora giunta. Egli conclude con una solenne rivendicazione di se stesso da tutte le accuse di condotta malvagia che sono state accusate o insinuate contro di lui. forse si può dire che egli va oltre, mantenendo in generale la sua rettitudine morale rispetto a tutti i principali doveri che un uomo ha sia verso Dio (versetti 46, 24-28, 35-37) sia verso i suoi simili (versetti 1-3, 7-23, 29-34, 38-40). Protesta di essere innocente nei confronti dei pensieri impuri (Versetti. 1-4); del falso apparire (Versetti. 5-8); dell'adulterio (Versetti. 9-12); dell'ingiustizia verso le persone a carico (Versetti. 13-15); di durezza verso i poveri e i bisognosi (Versetti. 16-23); di cupidigia (Versetti. 24, 25); dell'idolatria (Versetti. 26-28); della malevolenza (Versetti. 29, 30); di mancanza di ospitalità (Versetti. 31, 32); di nascondere le sue trasgressioni (Versetti. 33, 34); e dell'ingiustizia come proprietario terriero (Versetti. 38-40). In conclusione, egli fa ancora una volta un solenne appello a Dio perché pronunci il giudizio sul suo caso (versetto 35), promettendo di dare un resoconto completo di ogni atto della sua vita (versetto 37), e di attendere con calma la sua sentenza. Una dislocazione accidentale degli ultimi tre versi disturba l'ordine che si presume sia l'eroe giusto. Questo sarà ulteriormente considerato nel commento. Ho fatto un patto con i miei occhi, anzi per i miei occhi. Il patto deve essere stato con lui. Giobbe vuol dire che è giunto a una risoluzione fissa, con la quale da allora in poi ha guidato la sua condotta, nemmeno a "guardare una donna per desiderarla". Dobbiamo supporre che questa risoluzione sia giunta nella sua prima giovinezza, quando le passioni sono più forti e quando tanti uomini si smarriscono. Come dovrei dunque considerare una cameriera! Avendo preso una tale decisione, come potrei mai infrangerla 'guardando una cameriera'? Giobbe presume che non poteva essere così debole da infrangere una risoluzione solenne

Versetti 1-40. - La seconda parabola diGiobbe:4) . Una solenne protesta di innocenza

I RISPETTO ALLA LEGGE DELLA CASTITÀ. (Versetti 1-4)

1. La malvagità che ha evitato. Non solo il crimine di seduzione, o l'effettiva contaminazione dell'innocenza verginale, ma anche l'indulgenza a un desiderio lascivo in relazione a una donna non sposata, era un'empietà che Giobbe considerava con orrore e indignazione. La moralità di Giobbe su questo punto, come anche su altri, è una notevole anticipazione del sermone della montagna, che proibisce lo sguardo impuro, l'immaginazione impura, il desiderio impuro, così come l'atto lascivo e incontinente. L'interpretazione di Giobbe della Legge di Dio è simile a quella di San PaoloRomani 7:14): i precetti del Decalogo coprivano l'intero regno della vita interiore, non meno che esteriore

2. La regola che ha osservato. Per potersi meglio proteggere dal sorgere nel suo cuore di qualsiasi desiderio pruriginoso o immaginazione lussuriosa, Giobbe "fece un patto con i suoi occhi", poiché il loro signore e padrone prescrisse per loro una legge secondo cui non dovevano "fissare lo sguardo su una fanciulla". Considerando che gran parte del male entra attraverso l'occhio,

ad esempio i casi di Eva, - Genesi 3:6 - ; della moglie di Lot, - Genesi 19:26 - ; di Acan, - Giosuè 7:21 la saggezza della risoluzione di Giobbe non può essere messa in discussione. In particolare, l'occhio si è spesso dimostrato "l'insenatura della concupiscenza" (Robinson), secondo un proverbio talmudico, "la procuratrice del peccato", come, per esempio, fece con Giuda,Genesi 38:5 Sansone,Giuda 16:1 Davide,2Samuele 11:1-5 Amnon.2Samuele 13:1-20 Poche cose sono più pericolose per una mente priva di principi, o addirittura di princìpi, della contemplazione troppo ardente della bellezza femminile, che, oltre ad essere una vanità ingannevole in se stessa,Proverbi 31:30 è incline a infiammare il cuore con passioni illecite. Da qui la correttezza del consiglio del predicatore regale, la preghiera del salmista ebraico e l'avvertimento del Divino Salvatore.Matteo 18:9

3. I motivi che possedeva. Nell'esercitare così abitualmente l'autocontrollo, Gob era mosso da due considerazioni

(1) Paura del potere divino. "Non era la paura dell'uomo, il timore delle conseguenze temporali, il rispetto per l'ordine pubblico e il benessere, il puro e maestoso rispetto di sé, che lo rendeva e lo manteneva puro" (Cox). Era la calma, chiara, deliberata convinzione che tale malvagità potesse sfuggire alla giusta e rettamente assegnata punizione di Eloah, e che presto o tardi, se avesse intrapreso un tale corso di empietà, si sarebbe trovato sopraffatto da qualche strana, sorprendente, intollerabile calamità; anzi, che meriti di essere così sopraffatto (Versetti. 2, 3). Giobbe non era evidentemente un moralista del latte e dell'acqua, come alcuni del diciannovesimo secolo, che considerano la fornicazione e la seduzione come indiscrezioni, e l'impurità in generale come un'infermità piuttosto che un peccato. Invece di essere giudicato con clemenza e dolcemente rimproverato, se non amorevolmente accarezzato, come, ahimè, troppo spesso è la sua parte e la sua eredità dalla società moderna, il violatore dell'innocenza vergine, secondo la stima di Giobbe, era un mostro di iniquità, che meritava di essere castigato con qualche punizione orribile e degradante, e che, credeva, alla fine avrebbe ottenuto i suoi meriti. D'altra parte, Giobbe non era nemmeno troppo spirituale per ammettere che questo costituiva uno degli argomenti che lo spingevano a una stretta vigilanza sul suo cuore e sui suoi occhi. Aveva paura del giusto giudizio di Dio Onnipotente su coloro che commettevano una così spaventosa malvagità; e di conseguenza agì in base al principio di resistere ai suoi primi inizi. Così San Paolo, conoscendo il terrore del Signore, persuase gli uomini;2Corinzi 5:11 e Cristo consigliò ai suoi apostoli di temere colui che avrebbe potuto distruggere sia l'anima che il corpo nell'inferno. Se non è il motivo più alto per condurre una vita casta e virtuosa, è pur sempre una vita sana e buona, e l'unico da cui molti sono in grado di essere impressionati

(2) Rispetto per l'onniscienza divina. Giobbe sapeva che, sebbene fosse possibile eludere la massima vigilanza dell'uomo, non poteva sfuggire a colui che osservava tutte le sue vie e contava tutti i suoi passi (versetto 4). L'onniscienza Divina non dipende, ma si coordina con l'onnipresenza Divina. La conoscenza minuziosa e universale di Dio degli affari mondani, e in particolare di tutto ciò che entra nella complicata trama di una vita umana, spesso negata dagli empiGiobbe 22:13 e talvolta dimenticata dai piiIsaia 40:27 è enfaticamente affermata nelle Scritture,1Re 8:39 Salmi 11:4 139:14 e in nessun luogo più che in questo libro. GiustamenteGiobbe 21:22; 23:10; 24:1,23; 28:24; 34:21,22,25 considerato, opera come un potente deterrente dal peccato, non solo provando la certezza di essere scoperti, e quindi l'impossibilità di sfuggire alla punizione, ma anche riempiendo la mente con un costante senso della presenza divina, la cui dimenticanza è forse una delle cause più frequenti del peccato

II PER QUANTO RIGUARDA IL DIRITTO DI GIUSTIZIA. (Versetti 5-8)

1. Una dichiarazione esplicita. Ipotetico nella forma, il linguaggio di Giobbe equivale a una veemente affermazione che la sua vita era ineccepibile per quanto riguarda l'equità come per quanto riguarda la castità. Con falsità in ogni forma e sotto ogni aspetto aveva vissuto in guerra aperta. Con l'inganno e l'imposizione, sia con le parole che con le azioni, non aveva avuto alcun rapporto con le parole. Non si era mai allontanato dalla retta via dell'integrità. Mai una volta, sotto il dominio di una segreta avarizia, aveva permesso che il suo cuore fosse ingannato a desiderare ardentemente la proprietà del suo prossimo, come Achab bramava la vigna di Nabot.1Re 21:2 Non c'era nemmeno un granello di contaminazione attaccato al suo palmo dopo ogni transazione in cui era stato coinvolto. Nessun uomo vivente potrebbe accusarlo di affari subdoli o pratiche estorsive. Così Samuele chiamò i suoi compatrioti,1Samuele 12:3 e san Paolo sfidò gli anziani di Mileto,Atti 20:33-35 ad attestare la sua integrità personale. Così il popolo di Cristo è esortato a rinunciare alle cose nascoste della disonestà,

2 Cor 4:2 a provvedere cose oneste agli occhi di tutti gli uomini,2Corinzi 8:21 e a mantenere con cura una buona coscienza, disposta a vivere onestamente in ogni cosa.Ebrei 13:18

2. Un'invocazione solenne. Giobbe sente di non aver deviato di un pelo dalla legge dell'equità, che non esita a appellarsi a Dio, sfidando Eloab, come pochi uomini oltre avrebbero fatto,Salmi 130:3 a pesarlo su una bilancia equa, letteralmente, sulla bilancia della giustizia, quando la sua integrità, o perfezione morale, diventerebbe evidente. Se Giobbe intendeva questo in modo assoluto, era presunzione e ipocrisia; ma è probabile che egli abbia compreso, preferendo una tale affermazione, non più di quanto abbia capito Dio stesso quando ha dichiarato che Giobbe era perfetto e retto; sebbene la veemenza con cui affermava e protestava la sua irreprensibilità offuscasse insensibilmente la sua visione della verità che altre volte riconosceva, che agli occhi di Dio nessuna carne vivente poteva essere giustificata

3. Una terribile imprecazione. Non contento di sottoporre tranquillamente la questione della sua innocenza all'arbitrato severo e imparziale del Cielo, invoca su di sé una maledizione di estrema severità. Se con un imbroglio legale o con un'estorsione violenta ha derubato un altro della sua terra, la proprietà più comune e più preziosa, allora desidera che egli stesso possa essere reso vittima di una simile oppressione, che possa seminare e che un altro possa raccogliere, e che le sue "cose che spuntano", non i suoi discendenti o figli, come altrove viene impiegata la parola,Giobbe 5:25 21:8 27:14 ma, come richiede il parallelismo, il prodotto della sua terra, del suo raccolto, può essere sradicato. Le punizioni di Dio sono spesso simili in natura alle offese che seguono. "Tutto quello che l'uomo semina, quello pure mieterà".

Gal 6:7

III PER QUANTO RIGUARDA IL DIRITTO DEL MATRIMONIO. (Versetti 9-12) A differenza della sezione iniziale, che trattava della seduzione, la presente strofa allude al peccato di adulterio. Nel primo caso è una vergine non sposata, nel secondo è una moglie sposata che ha peccato. L'impresa adulterina, che Giobbe sconfessa per se stesso, è descritta in dettaglio

1. Dalla sua origine. Prende il suo posto in un cuore stregato o ingannato. "Dal cuore escono gli adultèri".Matteo 15:19 Perciò "custodisci il cuore con ogni diligenza".Proverbi 4:23 Questo inganno del cuore può essere deliberatamente effettuato dalla donna adultera che mostra il suo fascino in modo da affascinare l'occhio del suo amante;Proverbi 7:10-21 o, come nel caso di Davide, può derivare da un'ammirazione lasciva per la bellezza della donna sposata

2. Con la sua pratica. L'amante adultero, in attesa del crepuscolo, nasconde il suo volto, e sta in agguato alla porta del suo prossimo, ovviamente un crimine comune al tempo di Giobbe,Giobbe 24:15 come fu in seguito in quello di Davide e Salomone,Salmi 50:18 Proverbi 6:24-29 7:5-9 di GeremiaGeremia 5:8 e di Ezechiele,Ezechiele 18:6 di CristoGiovanni 8:3-9 e degli apostoli.1Corinzi 6:9; 2Pietro2:10

3. Con la sua criminalità. Giobbe lo stigmatizza come un atto d'infamia, e un'iniquità da portare davanti ai giudici (Versetto 11), il che significa che, oltre ad essere una violazione della legge morale,Ester 20:17 è anche un reato che rientra nel codice penale del paese. Punito con la morte sotto Mosè,Levitico 20:10; Deuteronomio 22:22 in epoca patriarcale fu punito con il rogo.Genesi 38:24 Probabilmente questa era la punizione inflitta ad essa nel paese di Uz (Versetto 12). La maggior parte delle nazioni pagane dell'antichità lo dichiarava un reato capitale

4. Per il suo demerito. Il peccatore che contaminava la moglie del suo vicino meritava di avere lo stesso dolore inflitto a se stesso, un pensiero eufemisticamente espresso nel versetto 10 (vedi Esposizione). Perciò il peccato di Davide contro l'astuzia di Uria fu punito dalla malvagità di Absalom che giaceva con le concubine di suo padre.2Samuele 16:22

5. Dai suoi risultati. Oltre alle sanzioni civili e alle punizioni provvidenziali, il suo problema ultimo è il dolore diffuso, se non la rovina fatale. Come un fuoco consumante, se perseverato, non ha altro che distruzione fisica, morale ed eterna per l'autore.Proverbi 6:32; 7:23,26,27; 1Corinzi 6:18; Ebrei 13:4; Apocalisse 21:8);

Anche un atto solitario è come prendere un carbone ardente nel proprio seno.Proverbi 6:27-29 - Non solo demoralizza la natura di colui che lo commette, ma diffonde dolore e desolazione nel cuore di colei contro la quale è commesso. Rompe la pace di famiglie altrimenti felici. Risveglia il demone della gelosia, anche quando non viene scoperta. Scoperta o nascosta, è una fonte segreta di morte

IV RISPETTO ALLA LEGGE DEL PADRONE E DEL SERVO. (Versetti 13-15)

1. Il caso supposto. Giobbe indica uno stato di cose che avrebbe potuto facilmente verificarsi nella sua casa, cioè l'esistenza di qualche motivo di lamentela contro di lui, il padrone, da parte del suo servo o della sua serva, cioè del suo servo o schiava. Tali contese e dispute tra padrone e servo, che non sono insolite nella moderna società libera, erano molto più probabili che sorgessero nei tempi antichi, quando i servi erano semplicemente schiavi

2. La linea di condotta seguita. Nel caso in cui una tale accusa o lamentela fosse preferita contro di lui, Giobbe protesta che non l'ha schiacciata con la mano forte dell'oppressione né l'ha gettata da parte con sprezzante indifferenza, ma le ha prestato la più gentile attenzione e l'esame più paziente, attento e imparziale. Se i suoi accusatori procedevano a metterlo sotto accusa alla sbarra della giustizia, egli non negava loro il diritto di un ricorso pubblico, come avrebbero potuto fare altri padroni e come il padrone israelita aveva il diritto di fare in base alla Legge. Ma considerandoli come persone, non come beni e beni mobili, accordò loro in questa materia gli stessi diritti di se stesso. La schiavitù nella casa di Giobbe, come anche in quella di Abramo, era una cosa molto diversa da quella praticata nei tempi moderni

3. Le ragioni erano alleate

(1) Era responsabile davanti a Dio per il trattamento che accordava ai suoi servitori. Avrebbe tremato quando Dio si fosse alzato per il giudizio, e sarebbe rimasto senza parole quando Dio sarebbe venuto come un ispettore, per esaminare la controversia pendente tra lui e i suoi servitori, a meno che non avesse agito secondo i principi della più stretta equità. Che un giorno Dio terrà una tale corte d'inchiesta, in cui saranno giudicati padroni e servi, governanti e governati, è annunciato nelle Scritture.Salmi 96:13; Ecclesiaste 11:9; Atti 17:31; 2Corinzi 5:10 Quindi i padroni sono responsabili del loro trattamento dei servi; E questo pensiero dovrebbe dissuaderli, come fece Giobbe, dall'infliggere a coloro che servono, o dipendono da loro, ingiustizia o severità.Efesini 6:9

(2) I suoi servi possedevano la sua stessa natura umana. Erano stati modellati dal suo stesso potere divino. Entrambi erano opera di Dio,Giobbe 34:19 Salmi 33:15 creature di Dio,Isaia 45:12 progenie di Dio.

Malachia2:10; - Atti 17:29 Entrambi erano stati prodotti dallo stesso agente umano. Entrambi erano stati elaborati in modo curioso e segreto nel grembo di una donna. Entrambi erano stati fatti da un solo sangue. Quindi entrambi appartenevano a una comune fratellanza. Fisicamente, intellettualmente, moralmente, lo schiavo è il compagno del suo padrone, che ha sulla base di un'umanità comune gli stessi diritti di quel padrone alla luce di Dio e davanti agli uomini. Il linguaggio di Giobbe è una potente condanna del tipo moderno di schiavitù

V RISPETTO ALLA LEGGE DELLA GENTILEZZA. (Versetti 16-22)

1. Gli oggetti della compassionevole considerazione di Giobbe. I poveri e i bisognosi, gli affamati e gli ignudi, gli orfani e le vedove. La cura di tali persone è un dettame della natura, che, tuttavia, è spesso impotente a imporre l'obbedienza ai propri precetti. Fra le nazioni pagane in genere gli indifesi e gli indigenti sono stati trascurati e lasciati perire, se non apertamente oppressi e distrutti. La religione, tuttavia, sia naturale che rivelata, prescrive la gentilezza verso i poveri e i bisognosi come una delle sue virtù essenziali. Il codice mosaico prevedeva una legislazione speciale per i poveri,Levitico 19:10,13 23:22 Esodo 23:11 Deuteronomio 15:7-11 14:28,29 per la vedova,Esodo 22:22 Deuteronomio 24:17 27:19 per l'orfano.Esodo 22:22; Deuteronomio 10:18 14:29 Nella Chiesa ebraica questi erano gli oggetti della particolare cura di Dio.Salmi 68:5; 146:9; Geremia 49:11 - ; Malachia3:5 Nella Chiesa Cristiana sono considerati come fratelli di Cristo.Matteo 25:40 La cura di loro è un dovere speciale dei pii.Giudici 1:27

2. Il comportamento abituale di Giobbe verso i poveri e i bisognosi. Precedentemente descritto,Giobbe 29:11-17 è qui di nuovo esposto sia negativamente che positivamente

(1) Negativamente, recitando gli atti speciali di scortesia verso i poveri che egli era attento ad evitare, come

(a) trattenendo i poveri dal loro desiderio (Versetto 16), potrebbe essere dal salario per il quale avevano faticato o dagli scopi che avevano bramato;

(b) facendo venir meno gli occhi della vedova, negandole l'assistenza o rifiutando il suo risarcimento contro il suo potente oppressore;Giobbe 24:3

(c) mangiare il suo boccone da solo, "nella miseria e nell'isolamento riluttante", affinché l'orfano non lo veda e richieda di essere invitato a prenderne parte (Versetto 17);

(d) guardare con spietata noncuranza mentre gli ignudi, tremavano nei loro stracci, e perivano per mancanza di vestiti (Versetto 19);

(e) stringendo la mano, cioè usando un gesto minaccioso verso l'orfano che lo ha citato in giudizio in un tribunale, nel momento in cui ha riconosciuto i giudici come suoi amici (Versetto 21)

(2) Positivamente, delineando il modo di vivere verso di loro che fin dalla sua giovinezza aveva perseguito (Versetto 18), e che in larga misura era diventato una seconda natura per lui; secondo il quale Giobbe era stato un padre per l'orfano e un figlio per la vedova (Versetto 18), educando l'uno con sollecitudine paterna e confortando l'altro con devozione filiale, Mentre il coniglio non mancava mai di trovare un pasto alla sua tavola ospitale (versetto 17), o gli Ignudi di scambiare i loro stracci con i più caldi velli delle sue pecore (versetto 20), il suo cuore trovava la sua gioia più vera e la più ampia ricompensa nella felicità che conferiva agli altri

1. Lo Spirito che ispirò Giobbe nelle sue opere di carità. Aveva paura della punizione divina e rimase sbalordito dalla maestà divina. Era la paura, non dell'uomo, ma di Dio, che lo scoraggiava; l'apprensione, non delle spiacevoli conseguenze nel tempo, se avesse agito diversamente, ma dell'ira divorante dell'Onnipotente nel futuro

2. La prova che Giobbe offrì della sua veridicità in ciò che disse. Invocava su di sé una maledizione se avesse peccato in uno dei modi sopra menzionati, ma più particolarmente se avesse alzato la mano contro l'orfano; Desiderava che la sua spalla cadesse dalla scapola e che il suo braccio potesse essere spezzato dal suo osso (versetto 22)

VI RISPETTO ALLA LEGGE DEL CULTO. (Versetti 24-28)

1. La duplice idolatria da cui Giobbe si era astenuto

(1) Mammonismo, o il culto del denaro. In precedenza possedeva grandi ricchezze,Giobbe 1:3 22:24 Giobbe aveva accuratamente evitato quei peccati particolari che le grandi ricchezze sono inclini a favorire

(a) Non aveva permesso che la sua fiducia per il tempo o per l'eternità riposasse nell'abbondanza del suo oro. Probabilmente il denaro, in conseguenza dell'apparente onnipotenza che gli appartiene,Ecclesiaste 7:2; 10:19 è il rivale più formidabile che Dio incontra nelle sue richieste al cuore umano,Matteo 6:24 che quasi universalmente tradisce una disposizione a confidare in ricchezze incerte piuttosto che nel Dio vivente. Ma Giobbe non aveva mai permesso al suo oro di usurpare il trono dei suoi affetti, non lo aveva mai nemmeno stimato come il bene supremo, e certamente non gli aveva accordato l'omaggio dovuto al Supremo. La devozione totalizzante di un'anima umana alla ricerca o al possesso della ricchezza è idolatria,Efesini 5:5 Colossesi 3:5 è incompatibile con la vera pietà,Marco 10:24 1Giovanni 2:15 e dovrebbe essere accuratamente evitata da tutti i seguaci di Cristo

(b) Non si era rallegrato esultante della grandezza della sua ricchezza. Una persona potrebbe fermarsi prima di riporre effettivamente la fiducia del suo cuore nel suo denaro, e tuttavia essere colpevole di eccessivo diletto in esso. Ma neppure del peccato comune di dare una stima troppo alta al suo oro e al suo argento, di guardare con interiore gratificazione il crescente mucchio dei suoi beni materiali, Giobbe era colpevole. Avendo l'Onnipotente come suo oro e il suo argento di forza, cioè stimando il favore divino e la comunione come ricchezze più grandi di qualsiasi tesoro terreno, era impossibile che il semplice aumento dei possedimenti materiali potesse riempirlo di gioia stravagante. Il modo più efficace per impedire all'anima di dilettarsi in una creatura è insegnarle a dilettarsi nel Creatore

(c) Non si era nemmeno arrogantemente preso il merito di aver realizzato la sua immensa fortuna. Senza dubbio la sua operosità personale e la sua sagacia avevano contribuito al grande risultato,Proverbi 10:4 13:4, ma egli si astenne piamente dal dire. "La mia potenza e la potenza della mia mano mi hanno procurato questa ricchezza",Deuteronomio 8:17 probabilmente ricordando, come fu consigliato agli Israeliti di fare,Deuteronomio 8:18 che fu solo la benedizione divina che gli permise di diventare ricco.Proverbi 10:22

(2) Sabaeismo, o l'adorazione dei corpi celesti. "La forma più antica e anche comparativamente la più pura di paganesimo" (Delitzsch), l'adorazione delle stelle, prevaleva tra i Caldei al tempo di Abramo, Uruk, uno dei primi re monumentali di Babilonia, avendola trovata nel tempio di Ura della luna, a Larsa un tempio del sole e a Erech un tempio di Venere, chiamato Bitanna, o la casa del cielo ('Records of the Past' vol. 3. p. 9). Era praticato dagli antichi arabi, che "adoravano il sole e la luna come divini", ne sono testimonianza antiche testimonianze. Era diffusa in tutta la Siria al tempo di Mosè, così che gli israeliti, prima della loro occupazione di Canaan, erano stati particolarmente avvertiti contro di essa. Ciò nonostante, sotto la monarchia, Israele ricadeva spesso in questo abominio.2Re 23:5,11 Nella Babilonia successiva era dilagante,Ezechiele 8:16 come attestano ancora i monumenti, Nabucodonosor avendo eretto al centro di Babilonia "un grande tempio di Ninharissi (moglie del sole)", "al dio-luna una grande casa di alabastro come suo tempio" e "al sole una casa di cemento e mattoni" ('Records of the Past' vol. 5. p. 122). Il metodo consueto per rendere omaggio a queste divinità stellari era quello di baciare loro la mano,1Re 19:18 Ebrei 13:2 che, si può notare, è il significato letterale del verbo italiano "a, adorare". La precoce e capillare diffusione di questa particolare forma di idolatria offre una testimonianza lampante del bisogno dell'uomo di un Dio al di fuori di sé. Forse anche, in assenza di rivelazione, non c'è da stupirsi che il cuore umano, impressionato dallo splendore del sole, dalla grande luce, che risplende in uno splendore meridiano, e dall'immensa bellezza della luna, solenne e maestoso viandante notturno, attribuisca loro un potere e una dignità soprannaturali. Eppure la posizione dell'uomo al vertice della creazione rende tutta la devozione offerta alle creature non solo peccaminosa, ma assurda. Da tale empietà Giobbe dichiarò di essersi mantenuto libero

2. Il duplice argomento con cui Giobbe era stato dissuaso. Se Giobbe fosse stato dedito a una delle suddette forme di idolatria, sarebbe stato colpevole

(1) di un reato punibile. Probabilmente Giobbe intende dire che ai suoi giorni l'adorazione del sole era un'offesa contro la legge statutaria del paese (vedi al versetto 11), poiché sotto il codice mosaico in Israele poteva essere espiata solo con la morte;Deuteronomio 17:2-7 ma forse l'espressione "un'iniquità per i giudici" può significare solo una trasgressione meritevole di essere punita, nel qual caso sarà valida per entrambe le forme di idolatria. Giobbe rifiutò di fare un dio per se stesso con l'oro e l'argento che possedeva, o con i luminari celesti che vedeva, a causa delle conseguenze penali a cui sapeva che un tale misfatto avrebbe portato. E anche perché sentiva che sarebbe stato colpevole

(2) di una detestabile ipocrisia nel professare di adorare Dio mentre segretamente adorava il sole e baciava le mani alla luna. Una nobile testimonianza della spiritualità d'animo e della sincerità d'animo di Giobbe! Avrebbe potuto facilmente rendere omaggio all'esercito del cielo senza esporsi all'osservazione dei suoi simili; o se, mancando il coraggio di rischiare di essere scoperto, si fosse astenuto da gesti esteriori di devozione, avrebbe potuto riconoscere interiormente con il cuore la loro supremazia. Ma Giobbe capì che Dio poteva leggere il cuore così come interpretare l'atto esteriore, e che solo quell'era un'adorazione accettabile che era interiormente sincera ed esteriormente corretta. Qui, di nuovo, la dottrina del sermone sul monteMatteo 6:6 e del Nuovo Testamento in generaleGiovanni 4:23,24 è stata meravigliosamente anticipata

VII RISPETTO ALLA LEGGE DELL'AMORE. (Versetti 29, 30) Giobbe dichiara il suo modo di vivere nei rapporti con i suoi nemici

1. Il loro trattamento nei suoi confronti. Lo odiavano. La loro inimicizia era con ogni probabilità eccitata e alimentata dalla sua pietà. Gli uomini buoni raramente attraversano il mondo senza incontrare avversari e avversari. David non lo fece.Salmi 38:19,20 San Paolo non lo fece.1Corinzi 16:9 Nemmeno Cristo lo fece. Né i seguaci di Cristo possono aspettarsi di vivere senza molestie.Giovanni 15:20 - Coloro che vogliono vivere piamente subiranno persecuzione.

2Tm 3:12

2. Il suo trattamento nei loro confronti. Non solo non si rallegrò della loro distruzione quando la cattiva sorte li colpì (Versetto 29), ma era consapevole di non aver mai desiderato che tale cattiva sorte li raggiungesse (Versetto 30). Esultare per la caduta di un nemico, se naturale per il cuore peccaminoso, è tuttavia pagano, diabolico, diabolico;Michea 7:8 fu severamente punito nel caso di Edom quando si rallegrò per Giuda;Abdia 1:12,13 è esplicitamente condannato nell'Antico Testamento;Proverbi 24:17,18 ed è direttamente antagonista allo spirito della Legge mosaica,Esodo 23:4; Levitico 19:18 e molto di più a quello del vangelo di Cristo,Matteo 19:19; Romani 13:9; Galati 5:14; Giudici 3:8 che ingiunge non solo un'astinenza negativa dal desiderare di fare del male ai propri nemici, la virtù che Giobbe rivendicava (Versetto 30), ma anche l'elargizione positiva su di loro di atti di benignità,Matteo 5:44; Romani 12:20 che possiamo essere sicuri che Giobbe praticava. La dottrina di Giobbe è qui ancora una volta una sorprendente approssimazione verso l'insegnamento di Cristo, e la condotta di Giobbe un'alta dimostrazione dello spirito del cristianesimo, che risplenderà con più splendore solo se si adotterà la lettura (versetto 31) che suppone che Giobbe sia stato esortato dagli uomini del suo tabernacolo a vendicarsi del suo avversario

VIII RISPETTO ALLA LEGGE SULL'OSPITALITÀ. (Versetti 31, 32) Anche questo Giobbe sosteneva di aver osservato:

1. Con cospicua pubblicità. La sua beneficenza era stata così generosa che con trionfante fiducia si appellò ai membri della sua vasta famiglia perché rendessero testimonianza in suo favore. Potevano testimoniare, ne era certo, che non avevano mai visto un pover'uomo andarsene insoddisfatto dal cancello della sua villa, ma piuttosto che avevano visto ogni giorno il contrario. Così Giobbe permise alla sua luce di risplendere davanti agli uomini

2. Con liberalità illimitata. La sua ospitalità era stata così generosa che i suoi domestici potevano giustamente chiedere: dov'era l'uomo che il loro padrone non aveva sontuosamente intrattenuto? La sua tavola era rimasta aperta per tutti: per amici e parenti, naturalmente, ma anche per estranei e viaggiatori di ogni sorta e grado. Così Abramo e Lot invitarono viaggiatori e forestieri alle loro tende;Genesi 18:1-4; 19:1 così i cristiani sono esortati a darsi all'ospitalità.Romani 12:13 Ebrei 13:2

3. Con generosità senza riserve. Non solo aveva praticato l'ospitalità, ma lo aveva fatto senza alcuna banda di avari. Lo straniero lo aveva accolto in un alloggio nella sua casa. Al viaggiatore affamato, per la strada, aveva offerto non solo una crosta di pane, ma un pasto completo, sì, un ricco banchetto. Perciò ai cristiani viene comandato di usare ospitalità senza rancore.1Pietro 4:9

IX RISPETTO ALLA LEGGE DELLA SINCERITÀ. (Versetti 33-37) La Lingua può essere intesa come veicolante:

1. Un'ammissione importante. L'uso che Giobbe fa della frase "le mie trasgressioni" è considerato da alcuni (il canonico Cook) come un riconoscimento del fatto che, nonostante il suo carattere e la sua vita irreprensibili, egli non era esente dal peccato, un'affermazione che era certamente corretta in se stessa, dal momento che "non c'è un uomo giusto sulla terra che faccia il bene e non pecchi ("(Ecclesiaste 7:20" e speranzosa come indicazione della mente di Giobbe, in quanto dimostrava che non dipendeva dalle sue virtù per la salvezza, così come per confortare coloro che in seguito avrebbero esaminato la storia della sua vita, e che, se non fosse stato per questo riconoscimento del fatto del peccato, sarebbero stati inclini a pensare che la moralità di Giobbe fosse al di là della loro portata. Tuttavia, è lecito chiedersi se Giobbe intendesse veramente fare questa ammissione, o se non intendesse piuttosto trasmettere un'idea opposta, cioè che, poiché non aveva commesso alcun crimine aperto, così non nascondeva nemmeno alcuna malvagità segreta. In entrambi i casi le sue parole contengono:

2. Una protesta enfatica. Non stava tentando, e non aveva mai tentato, di fare l'ipocrita negando la sua colpevolezza in generale, o nascondendo i suoi atti malvagi in particolare. In tutto ciò che aveva detto loro sul modo di vivere, come in tutti gli approcci che aveva mai fatto a Dio, aveva agito con trasparente sincerità. Non c'era macchia segreta sulla sua anima che non avesse confessato a Dio; Non c'era crimine non divulgato che egli temeva di far conoscere all'uomo. In modo preminente Giobbe sosteneva di essere uno nel cui spirito non c'era frode. Gli accenti di Giobbe contengono un suono di sfida, che sembra chiedersi se fosse probabile che avesse paura delle grida della folla o del disprezzo delle famiglie aristocratiche del paese, che richiedeva di nascondersi nelle porte e tacere su qualsiasi cosa avesse mai fatto. Senza dubbio Giobbe era universalmente riconosciuto come un uomo coraggioso; e, poiché era così, poteva appellarsi a ciò come prova della sua sincerità. Ma oltre a questo la sua enunciazione, se veramente intenzionale, mostra:

3. Un confronto istruttivo. Il contrasto che Giobbe instaura tra sé e Adamo, se si segue la traduzione della Versione Autorizzata, è una preziosa autenticazione della tradizione biblica della Caduta. Ciò dimostra che lo scrittore del Libro di Giobbe, a qualunque epoca appartenesse, accettò la storia della Genesi riguardo ad Adamo come storicamente corretta. Mettendo il nome Adamo in bocca a uno che fiorì in epoca pre-mosaica, dimostra anche che, almeno a giudizio dell'autore, i contenuti della narrazione ebraica erano accreditati oltre i confini della Palestina in un tempo in cui il Primo Libro di Mosè probabilmente non era ancora stato composto. E ora, dopo aver strenuamente affermato di non essere colpevole di alcun dissimulazione, aggiunge, a conferma della sua veridicità:

4. Un abbonamento personale. "Ecco la mia firma!" esclama, alludendo alla pratica negli antichi tribunali di presentare una difesa per iscritto, attestata dalla firma o dal marchio della parte accusata, e intendendo che, per quanto lo riguardava, si sentiva così sicuro della propria integrità, e così ben preparato a rispondere a qualsiasi accusa che potesse essere mossa contro di lui, che era disposto a vedere il caso andare a processo senza indugio. Anzi, dopo aver offerto le sue difese, chiude con un grido di trionfo, lanciando come ultimatum:

5. Una sublime proclamazione' in cui egli sfida il suo avversario invisibile, Dio,Giobbe 9:15 16:9 a redigere un atto d'accusa contro di lui (Carey' Cox), o, secondo un'altra interpretazione (Delitzsch), in cui attira l'attenzione sull'accusa già preparata dei suoi oppositori, cioè i tre amici. In entrambi i casi egli offre, se solo Dio permetterà che la questione vada in giudizio, di non sottrarsi alla prova dell'esame, ma di legare l'accusa (di Dio o degli amici) sulla sua spalla come un distintivo di distinzione, "avvolgendola intorno alla sua testa come una magnifica corona di diademi, (Delitzsch), di avvicinarsi a Dio con tutta la maestà principesca di colui che è consapevole dell'innocenza" e di mettersi a nudo davanti alla sua sguardo indagatore, con la più sicura fiducia della rivendicazione finale, ad ogni passo della sua carriera passata

X PER QUANTO RIGUARDA IL DIRITTO DI PROPRIETÀ. (Versetti 38-40)

1. Il crimine che Giobbe rinnega. L'appropriazione fraudolenta di terreni, sia per la trattenuta della rendita pattuita che per l'assassinio del legittimo proprietario, non era apparentemente sconosciuta ai tempi del patriarca, come, ahimè, ai nostri giorni, è conosciuta e praticata. Ma da qualsiasi iniquità del genere Giobbe aveva le mani chiare. Per ogni pezzo di terra che aveva coltivato aveva onestamente pagato il prezzo di mercato; e, naturalmente, non si era mai sognato di uccidere il suo padrone di casa per ottenere la sua fattoria, poiché Gezabele mandò Nabot a mettere al sicuro la sua vigna

2. La maledizione che Giobbe invoca. Se Giobbe si fosse reso colpevole di una tale malvagità, non solo i suoi campi avrebbero gridato contro di lui, e i solchi che aveva arato avrebbero pianto sulla sua empietà, ma avrebbe ampiamente meritato che la piaga del cielo scendesse sui suoi acri; e di tale piaga egli prega di scendere sul suo vasto dominio se si è reso colpevole di una malvagità come quella che ha appena rinnegato. "Possano germogliare i cardi al posto del grano e la zizzania al posto dell'orzo!"

Imparare:

1. Che la Legge di Dio, cioè la Legge morale, o la legge della santità, è stata la stessa dall'inizio del mondo fino ad ora

2. Che la spiritualità della Legge el Dio è nascosta solo a coloro che non fanno alcun tentativo di osservarla

3. Che la Legge di Dio prende conoscenza dell'uomo in ogni settore del suo essere e in ogni sfera della sua vita

4. Che la Legge di Dio è tanto certa e severa nelle sue pene quanto severa e imperativa nelle sue esigenze

5. Che la Legge di Dio è l'unica regola di vita assoluta e invariabile per gli uomini sotto la dispensazione cristiana così come sotto la dispensazione mosaica o patriarcale, per il credente perdonato non meno che per il peccatore non convertito

6. Che la vera misura della pietà di un'anima è la serietà con cui si sforza di osservare la Legge di Dio in tutti i suoi precetti

7. Che l'incentivo più alto a tale osservanza della Legge di Dio è un rispetto reverenziale per il Legislatore, specialmente come è visto in Cristo

8. Che nessun semplice uomo è in grado di osservare perfettamente la Legge di Dio, anche le prestazioni di Giobbe non sono del tutto prive di peccato

9. Che la cosa più pericolosa che un uomo possa fare con le sue trasgressioni della Legge di Dio è coprirle

10. Che quell'uomo è grossolanamente ingannato chi immagina che Dio non possa incriminarlo per violazioni della sua Legge, perché lui (l'uomo) non può accusare se stesso

11. Che coloro che avanzano nella santità, o nell'osservanza sincera della Legge di Dio, dovrebbero guardarsi dall'essere troppo orgogliosi o troppo fiduciosi nei propri risultati

12. Che la più alta moralità raggiungibile sulla terra non permetterà all'uomo di fare a meno dei servizi di un Uomo dei Giorni o di un Mediatore

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-40. - Solenni assicurazioni di innocenza

Giobbe non riesce a scoprire alcuna connessione tra le sue sofferenze presenti e quelle speranze ben fondate della sua vita precedente a cui si è riferito; ma rimane l'assunzione della sua colpevolezza come spiegazione. Nel suo intenso anelito di redenzione egli è portato, in conclusione, ad affermare nel modo più solenne e sacro la sua innocenza, invocando su di sé le più dure punizioni se le sue parole non sono vere. Così, in effetti, egli rivolge un ultimo appello a Dio quale suo Giudice. In questa solenne certezza di innocenza, egli inizia con ciò che è la radice e la fonte del peccato: la malvagia concupiscenza; Poi tocca i peccati che ne derivano, e spiega la regola di vita e la disposizione del cuore che lo rendevano incapace di commettere tali peccati

HO RESISTITO ALLA CONCUPISCENZA: IL CUORE SI È DATO ALLA VIRTÙ. (Versetti 1-4)

1. Aveva governato l'occhio e frenato la sua lussuria. Aveva custodito quel nobile organo, che può essere o la via dei piaceri più puri o il tentatore del vizio più vergognoso. Aveva prescritto all'occhio la sua condotta e la sua legge. L'occhio sembra quasi tanto il ricettacolo e lo escremento delle nostre passioni, appetiti e inclinazioni quanto la mente stessa; Almeno è il portale verso l'esterno per introdurli alla mente interiore, o piuttosto la via comune per lasciare che i nostri affetti entrino ed escano. L'amore, la rabbia, l'orgoglio, l'avarizia, tutto si muove visibilmente in quelle piccole sfere (Addison). Non è sufficiente vegliare sul cuore, la cittadella interiore dell'uomo, ma tutte le sue vie -- l'occhio, l'orecchio, la mano, il piede -- devono essere protette contro l'avvicinarsi del peccato

2. In questo si era riferito al giudizio e all'occhio onniveggente di Dio.

confronta Giuseppe, - Genesi 39:9 - ; e - Salmi 139:2 - , sqq. Il pensiero della conoscenza degli uomini è spesso un deterrente più potente contro il crimine reale; è il pensiero di Dio che solo può santificare e mantenere al sicuro il cuore. Giobbe si eleva al di sopra dei semplici comandamenti della Legge. La legge proibisce di desiderare i beni altruiEsodo 20:17; Deuteronomio 5:21 -una virtù negativa; Cristo ci porta direttamente a Dio e ci invita ad essere puri di cuore per poterlo contemplare. Vivere consapevolmente agli occhi di Dio significa avere una direzione pura e giusta per i nostri

II PRIMA PROTESTA: I DESIDERI MALVAGI NON SONO STATI CEDUTI. (Versetti 5-8) Egli non 'andò in giro con falsità', né il suo piede si affrettò a ingannare. Possa Dio, dice, facendo una pausa, pesarlo su una bilancia giusta, e, invece di essere trovato mancante come Baldassarre,Daniele 5:27 possa la sua integrità essere conosciuta e provata! Tra i Greci, Themis, o Dike, teneva la bilancia simbolica del giudizio; gli arabi parlano del giudizio come della "bilancia delle opere". L'opera di ogni uomo, il carattere di ogni uomo, saranno finalmente provati, provati, resi noti; e molti degli ultimi saranno primi e i primi ultimi. I suoi passi non erano deviati dalla retta via, la via tracciata e stabilita da Dio; Nessuna macchia di ricchezza illecita si era attaccata alle sue mani.Salmi 101:5; Deuteronomio 13:17 Un'altra imprecazione, che ratifica le sue assicurazioni di innocenza: "Allora semino io e mangi un altro", un altro goda il frutto del suo lavoro disonesto e mal speso;

comp. - Giobbe 27:16,17; Levitico 26:16; Deuteronomio 28:33; Amos 5:11 e sradichi i suoi germogli, le piante della terra che egli ha piantato!

III LA SUA CONDOTTA PURA E RETTA NELLA VITA DOMESTICA. (Versetti 9-15)

1. La sua castità. (Versetti 9-12) Non era stato ingannato in alcun peccato grave contro il vincolo matrimoniale. Egli esprime la massima avversione per tale peccato. "Sarebbe un crimine e un peccato davanti ai giudici". Sarebbe stato come un fuoco divorante, che non si sarebbe fermato nel suo corso fino a quando non avesse portato il criminale nella fossa dell'inferno e tutti i suoi beni fossero stati sradicati.

comp. - Proverbi 6:27 7:26,27 Giudici 3:6

2. La sua condotta verso i suoi schiavi domestici. Non aveva abusato dei diritti dei suoi servi o delle sue ancelle. La sua relazione con loro era patriarcale, come quella di Abraamo con Eliezer di Damasco.Genesi 15:2; 24:2 - e segg. Egli sentiva che lui e loro, padroni e schiavi, erano dello stesso sangue, figli di un solo Padre, progenie di un solo Creatore; come avrebbe potuto, se fosse stato colpevole di peccato contro di loro, affrontare il terribile tribunale di Dio? "Non abbiamo noi tutti un solo Padre? Non ci ha forse creati un solo Dio?".

Malachia2:10 Fare riferimento all'esortazione di San Paolo ai maestri.Efesini 6:9 I rapporti tra padroni e servi, datori di lavoro e impiegati, hanno subito grandi cambiamenti da quei tempi antichi. Viviamo tutti sotto l'eguale protezione delle leggi del paese, e lo spirito generale della legge è quello di proteggere i più deboli contro i più forti, i poveri contro l'invasione dei ricchi. Ma nel cristianesimo questa relazione riceve un nuovo significato e santità per il fatto di essere portata sotto la grande relazione centrale in cui ci troviamo con Cristo. E abbiamo un bellissimo esempio del trattamento cristiano del servo nell'Epistola di San Paolo a Filemone. Dare il buon esempio ai nostri servi e prendersi cura del loro benessere morale e spirituale è il dovere di un padrone o di una padrona cristiana

IV LA SUA CONDOTTA GIUSTA E COMPASSIONEVOLE NELLA VITA SOCIALE.

Versetti 16-23; comp. - Giobbe 29:12-17 Egli non rifiutò i suoi desideri interiori quando era in suo potere soddisfarli; non rinnegò ciò che aveva la capacità di dare, né chiuse le sue compassie verso il suo povero fratello; non lasciò la vedova a languire nella bramosa attesa di aiuto. Non aveva mangiato da solo, in solitaria avidità, un ricco pasto, come Dives; Aveva diviso il suo pane con l'orfano. Per tutta la vita era stato un padre per gli orfani, un sostegno per la vedova, cercando così di seguire e imitare il Dio compassionevolissimo; per riprodurre la sua pietà celeste in una vita dolce sulla terraSalmi 68:5 Aveva vestito gli abbandonati e i poveri, e si era guadagnato la loro gratitudine e benedizione. Nella sua qualità di governante e di giudice non aveva alzato la mano con l'intenzione di fare la violenza; Non aveva pervertito la sua grande influenza sulla porta, o luogo di giustizia, per fargli torto. Costretto all'autodifesa, pone il sigillo di una solennissima imprecazione sulla sua testimonianza riguardante il passato. E, inoltre, espone di nuovo il profondo terreno religioso su cui è stata costruita tutta la sua condotta verso il prossimo. Era il timore di Dio, che è l'inizio di ogni pietà, la radice di ogni moralità, il grande deterrente dal peccato. Era, quindi, moralmente impossibile per lui aver commesso i peccati di cui era accusato (versetto 28). Qui, dall'antico mondo patriarcale, risplende su di noi l'immagine di quelle virtù sociali che sono essenzialmente le stesse in ogni epoca e in ogni paese. Questi sono i doveri primordiali che brillano in alto come stelle, o adornano la terra come fiori. I nostri doveri verso i nostri inferiori in ricchezza e status sono una parte essenziale della pietà cristiana. Dobbiamo fare il bene quando non possiamo più sperare in nulla. I poveri non possono ricompensare noi, ma noi saremo ricompensati alla risurrezione dei giusti.Luca 14:14; Matteo 25:36 - Molto conversare con i deboli e gli umili produce semplicità di cuore, e castiga la nostra febbrile ambizione di risplendere tra i nostri pari o superiori. "Ben altri scopi i nostri cuori impareranno ad apprezzare, più inclini a sollevare i miserabili che a rialzarsi". Confrontate l'intera immagine del pastore del villaggio nel "Villaggio deserto" di Goldsmith. La contemplazione di queste immagini, nella descrizione del poeta o nella vita reale, addolcisce il cuore, calma i nostri pensieri; soprattutto, siamo così portati a soffermarci con ancora più diletto sulla sacra immagine di colui che andava attorno facendo il bene, il Tipo Divino di ogni compassione e condiscendenza

V LA VITA INTERIORE DI GIOBBE: LA COSCIENZIOSITÀ PIÙ FINE. (Versetti 24-40) Procede a menzionare diversi peccati di carattere più depravato e vile, difendendosi dall'accusa di complicità con essi

1. La brama dell'oro. (Versetti 24, 25) Non aveva riposto la sua fiducia nelle ricchezze. La scadenza del peccato di cupidigia è stata tra le lezioni di tutti i moralisti, sacri e profani. La "maledetta fame d'oro", la "radice di tutti i mali"; "Il tuo denaro perisca con te"; "Stolto, questa notte ti sarà richiesta l'anima tua"; "Badate e guardatevi dalla cupidigia", sono detti che vengono in mente a tutti noi. Questa è davvero la fonte più feconda di tutti i crimini e i peccati più oscuri, perché non c'è passione così asociale, così antisociale. Gli uomini perdono la loro anima per salvare la loro pelle. "La cupidigia è l'alfa e l'omega dell'alfabeto del diavolo; il primo vizio della natura corrotta che si muove e l'ultimo che muore". È un "desiderio smodato e la ricerca anche degli aiuti e dei sostegni leciti della natura". "Tenendo stretto tutto ciò che può avere in una mano, e raggiungendo tutto ciò che può desiderare con l'altra." "Ha arricchito le sue migliaia e ha dannato le sue diecimila"

2. Idolatria e culto cieco del potere. (versetto 26, e segg.) Come aveva custodito il suo cuore con ogni diligenza in presenza delle tentazioni dell'oro, così aveva guardato contro gli incentivi della falsa religione. Di fronte ai gloriosi oggetti della natura, il cui culto prevaleva così estesamente in Oriente, e in un certo periodo probabilmente in tutto il mondo, si era astenuto dal lanciare verso di loro il bacio che era il gesto di riverenza. Poiché il suo cuore era stato toccato da vera riverenza per il suo unico Oggetto degno, il Dio che è Spirito; e cedere a questi elementi miserabili sarebbe stato un crimine contro la coscienza, un'infedeltà pratica, una negazione del Dio di lassù. Se siamo mai stati istruiti e addestrati in una fede spirituale, non possiamo cadere nel mero formalismo -- una confusione del simbolo esterno con la realtà vivente -- senza una negazione della nostra coscienza spirituale, una trasformazione della luce dentro di noi in tenebre. Inchinarsi davanti alla mera potenza e bellezza rivelate nella natura, ignorando Dio come Autore sia della natura che della legge morale: o fare del culto un mero godimento sensuale piuttosto che un esercizio spirituale; sono tentazioni sottili del nostro tempo analoghe a quelle di Giobbe. La nostra visione della Natura è religiosa solo quando cerchiamo attraverso il suo mezzo sensibile il soprasensibile, il morale, il divino (confrontate il nobile sermone di Mozley sulla "Natura")

3. Odio per i nemici. (versetto 29, e segg.) Aveva vissuto alla luce di una moralità altissima. Il principio generale dell'antica moralità era: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico", sia tra gli ebrei che tra i gentili. "Occhio per occhio, dente per dente", era la massima della giustizia selvaggia dei primi tempi. Anche il grande Aristotele dice, nella sua "Etica": "Coloro che non sono adirati quando dovrebbero esserlo, sembrano creature deboli; sopportare gli insulti e trascurare i propri amici è parte dello schiavo" ('Eth. Nic.,' 4:5). "Il primo dovere della giustizia", dice Cicerone, "è quello di non nuocere a nessuno, a meno che non sia provocato da un torto" ('Off.,' 1:7). Confrontiamo con questo la dolce morale del Cielo. La Legge di Mosè ordinava che se un uomo incontrava l'asino del suo nemico o il suo bue si era smarrito, doveva sicuramente riportarlo da lui.Ester 23:4 Gli uomini non dovevano vendicarsi, né portare rancore contro gli altri, ma amare il loro prossimo come se stessi.Levitico 19:18 Troviamo specialmente questa dottrina predicata nel Libro dei Proverbi: "Non dire tu, io renderò il male; ma spera nel Signore, ed egli ti salverà";Levitico 20:22 "Non rallegrarti quando il tuo nemico cade, e il tuo cuore non si rallegri quando inciampa";Levitico 24:17 "Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; e se ha sete, dategli da bere". Giobbe non aveva contaminato la sua bocca con maledizioni che imprecavano la morte sui suoi nemici. Né la sua morale era stata meramente negativa, che è tutto ciò che molti sembrano in grado di concepire dei propri doveri verso il prossimo. Era stato ospitale e generoso (Versetti. 31, 32). La "gente della sua tenda", gli abitanti della sua dimora, non dovevano mai lamentarsi del cibo scarso, della scarsità di beni comuni, alla sua tavola. Non lasciò che lo straniero passasse la notte per strada, ma aprì le porte al viandante. "Nessun burbero portiere si trovava in stato di colpevolezza, per respingere implorando la carestia dalla porta.... La sua casa era nota a tutta la carovana di vagabondi. Lui rimproverava le loro peregrinazioni, ma alleviava il loro dolore"

Confronta le storie dell'ospitalità di Abramo a Mature. Lot è a Sodoma, del vecchio a Ghihea.Genesi 18; Ebrei 13:2; Giuda 19:15 - e segg. Tra i popoli che conducevano una vita instabile e vagabonda, l'ospitalità divenne necessariamente uno dei principali doveri verso il prossimo; e ci sono molti aneddoti popolari arabi sulla punizione divina degli inospitali. Wetstein racconta che mentre esplorava il lago Ram, la fontana del Giordano, i beduini gli chiesero se non avesse sentito parlare dell'origine del lago; e raccontava che molti secoli fa vi sorgeva un fiorente villaggio. Una sera arrivò un povero viaggiatore, mentre gli uomini erano seduti insieme nella piazza aperta del villaggio, e pregò di cenare e di alloggiare. Rifiutarono; e quando disse che stava morendo di fame, una vecchia gli tese una zolla di terra e lo cacciò dal villaggio. L'uomo si recò al villaggio di Nimra lì vicino, dove fu accolto. Il mattino seguente fu trovato un lago dove sorgeva il villaggio vicino. Le condizioni della vita moderna sono diverse. Il posto dell'ospitalità nella scala dei doveri sociali è cambiato. Ma per tutti coloro che hanno a sufficienza e da risparmiare dei beni di questo mondo, rimane aperto un vasto campo di beneficenza cristiana e di raffinata cultura nella pratica di un'ospitalità sincera e discriminante. La lezione modello su questo argomento è in Luca

1. È una profonda lezione che nessun uomo è più povero nonostante tutte le spese dell'amore. È l'abitudine di accumulare inutilmente che svuota il cuore. Quando gli affetti sono centrati sul granaio, o sul contatore, o sulla banca, o sui campi, la ricchezza dell'uomo è immaginaria, non reale. La vera ricchezza risiede nel potere dell'autosufficienza per la nostra condizione esteriore e dell'avere qualcosa per gli altri. "Usate l'ospitalità senza rancore"; "Dio ama chi dona allegramente". "Il mondo mi insegna che è una follia lasciare ciò che posso portare con me; Il cristianesimo mi insegna che ciò che dono caritatevolmente mentre vivo posso portarlo con me dopo la morte; l'esperienza mi insegna che quello che mi lascio alle spalle lo perdo. Porterò con me donando quel tesoro che il mondano perde conservandolo; e così, mentre il suo cadavere non porterà altro che un lenzuolo nella sua tomba, io sarò più ricco sottoterra di quanto non lo fossi sopra" (Bishop Hall)

2. Ipocrisia e occultamento dei peccati. (Versetti 33-40) La via dell'uomo (o di "Adamo") è quella di nascondere la colpa, e di assumere una facciata ipocrita. Il motivo di tale occultamento è suggerito nel versetto 34: la paura della grande moltitudine, o delle famiglie più nobili che erano uguali e associate. Così può una coscienza sporca mettere un peso sulla lingua; come nel racconto di Plutarco di Demostene, che, avendo preso una tangente, si rifiutò di parlare nell'assemblea, presentandosi lì con la gola cotta e lamentandosi di un quinsy; al che uno gridò: "Non soffre di un quinsy alla gola, ma di un quinsy al denaro". "Le vesti una volta strappate rischiano di essere strappate su ogni chiodo e su ogni rovo, e i bicchieri una volta incrinati si rompono presto; Questo è il nome di un brav'uomo, un tempo macchiato di giusto rimprovero. Dopo l'approvazione di Dio e la testimonianza della mia coscienza, cercherò una buona reputazione tra gli uomini; non nascondendo le colpe per timore che fossero conosciute a mia vergogna, ma evitando tutti i peccati per non meritarlo. È difficile fare il bene, a meno che non si sia reputati buoni" (Bishop Hall)

3. Rinnovate proteste. Magari avesse qualcuno che ascoltasse questa sua garanzia di innocenza! Pensa a Dio e desidera la sua interferenza giudiziaria in suo favore. "Ecco, ecco la mia calligrafia; mi risponda l'Onnipotente". Come se dicesse: "Ecco l'originale della mia giustificazione, con la mia firma attaccata. Questa è la mia difesa documentaria; che l'Onnipotente lo provi, e che sia dato il suo giudizio" D'altra parte, volesse che avesse l'accusa, la dichiarazione per così dire dell'accusa contro di lui (Versetto 35). Qui pensa a Dio come al suo Accusatore, e desidera sapere cosa ha contro di lui! Se avesse avuto questo documento, lo avrebbe portato come un segno d'onore sulla sua spalla,

per l'idea, comp. - Isaia 9:4; 22:22 o come un diadema per la sua testa. Tale è la trionfante coscienza dell'innocenza. Avrebbe dichiarato a Dio il numero dei suoi passi, non avrebbe nascosto nulla, ma avrebbe confessato tutto a Lui. Si avvicinava a lui come un principe, con passo maestoso e portamento imperturbabile, come si addice a uno la cui coscienza è pulita (Versetto 37). Infine, con un'ulteriore luce di memoria che ora lampeggia nella sua mente alla fine della sua protesta, egli dà un esempio speciale della sua libertà dalla colpa del sangue. La sua non era stata una vita che contenesse azioni come quella di Acab a Nabot.1Re 21:1 Nessun crimine così spaventoso fu la causa delle sue sofferenze. "Se la mia terra grida contro di me" -- per vendetta, a causa di qualche crimine contro un precedente possessore -- "e i suoi solchi piangono; se ho sperperato la sua forza, il suo frutto e il suo prodotto, senza compenso, e ho stroncato la vita del suo possessore", con la violenza, "invece del grano spuntino spine, e invece dell'orzo puzzolenti zizzanie". Quella consapevolezza dell'onniscienza di Dio, che incute terrore nel peccatore segreto, è un conforto per il cuore del sincero figlio di Dio. L'alba spaventa il ladro, ma rallegra il viaggiatore onesto. Tu che sei sincero, Dio vede in te quella sincerità che gli altri non possono discernere; sì, spesso egli vede più sincerità nel tuo cuore di quanto tu possa discernere da solo, Questo può sostenere gli spiriti cadenti di un'anima sconsolata quando le bocche nere degli uomini, temprate dall'ignoranza e dal pregiudizio, si apriranno in duri discorsi contro di lui. Quanto severamente, anche se ciecamente, giudicano i cuori degli uomini! Ma qui l'anima sincera può consolarsi quando, da una parte, può riflettere sulla propria integrità, e dall'altra sull'infinita conoscenza infallibile di Dio, e dire: "In verità, gli uomini mi accusano di questo e di quello, come di cuore falso e ipocrita, ma il mio Dio sa il contrario". Come Daniele, confidando in Dio, fu al sicuro dalla bocca dei leoni, così tu, avendo fede nell'onniscienza di Dio e traendo conforto da essa, puoi sfidare le bocche più crudeli dei tuoi persecutori. Quando un uomo è accusato di tradimento verso il suo principe, e sa che il suo principe è pienamente sicuro della sua innocenza, riderà di tutte queste accuse per disprezzarle. È così con Dio e con un cuore sincero. In mezzo a tutte le calunnie ti riconoscerà per innocente, come fece con Giobbe, quando i suoi amici, con molta speciosa pietà, lo accusarono di ipocrisia. Perciò affida la tua via al Dio che tutto vede, a quel Dio che conosce tutte le tue vie; il quale vede le tue uscite e le tue entrate, e va continuamente avanti e indietro davanti a te, e un giorno renderà testimonianza e porrà il suo sigillo alla tua integrità. Consolati considerando la sua onniscienza, da cui Dio non giudica come giudica l'uomo, ma giudica con giustizia; e mantieni salda la tua integrità che giace segreta nel cuore, la cui lode è di Dio, e non dell'uomo (Sud)

OMULIE di R. GREEN Versetti 1-40. - La coscienza dell'integrità

La soluzione divina dell'enigma della vita umana viene elaborata in questo poema, anche se a volte sembra che l'intreccio sia diventato sempre più confuso. Il caso, come esposto in questi tre capitoli, è la condensazione di tutto fino a dove è arrivato. Si attende ancora la soluzione. Giobbe era nella ricchezza, nella dignità e nell'onore; ora è gettato nell'ignominia e nella sofferenza. Eppure è giusto, questa, almeno, è la sua convinzione; e in questo capitolo fa il suo appello ai fatti della sua storia e invita all'esame e al giudizio se viene trovato colpevole. Questo è il progresso della scrittura fino al momento presente. I suoi compagni sono sconcertati. Essi non conoscono altra spiegazione di tale sofferenza che il peccato profondo e nascosto. Sarà ancora dimostrato che i pii soffrono - "colui che tu ami è malato" - anche se il mondo aspetterà a lungo una spiegazione verbale; e anche ora il grido non sale mai al cielo: "Perché mi tratti così?" L'appello di Giobbe alla rettitudine della sua vita e alla sua perfetta integrità si riferisce a tutta la sua condotta e alle varie condizioni in cui è stato posto. La testimonianza divina esteriore, che egli è "un uomo perfetto e teso", ha la sua eco nel petto di Giobbe. Perciò egli fa il suo appello

IO ALLA SUA CASTITÀ. Egli rivolge il suo appello alla vista di Colui che tutto indaga, a colui che vede "le mie vie" e conta "tutti i miei passi"

II ALLA SUA VERIDICITÀ E GIUSTIZIA

III ALLA SUA PUREZZA DI CONDOTTA

IV ALLA SUA FEDELTÀ

V ALLA SUA GIUSTIZIA IMPARZIALE

VI ALLA SUA INCROLLABILE RETTITUDINE

VII ALLA SUA CARITÀ E COMPASSIONE

VIII ALLA SUA LIBERTÀ DALL'INDEBITA FIDUCIA NELLE SUE RICCHEZZE

IX ALLA SUA LIBERTÀ DALL'IDOLATRIA

X ALLA SUA LIBERTÀ DALL'ODIO E DAI MALTRATTAMENTI, ANCHE DEI SUOI NEMICI

XI ALLA SUA GENTILEZZA E OSPITALITÀ

XII ALLA SUA ESENZIONE DAL PECCATO NASCOSTO O APERTO. Non nascondeva alcuna iniquità nel suo seno e quindi non temeva la presenza degli uomini. L'ipocrisia non era il suo fallimento. Egli fa il suo ultimo appello alla sua onestà e rettitudine di trattare anche con un riferimento alla sua fedeltà agli stessi campi che possedeva. Un uomo del genere avrebbe potuto desiderare un vero giudizio, un orecchio aperto in cui riversare il suo lamento. Un uomo del genere può ben sottoporsi al giudizio di Geova, sapendo che "l'Onnipotente risponderà per me". In tal modo Giobbe rivendica la sua integrità e si appella al più alto tribunale. - R.G

2 Che parte di Dio c'è infatti dall'alto? Il significato sembra essere: "Poiché quale parte in Dio ci sarebbe per me dall'alto, se dovessi agire così?" cioè se dovessi nutrire e indulgere segretamente alle mie concupiscenze. L'impurità, forse, più di ogni altro peccato, separa Dio, che è "dagli occhi più puri che contemplare l'iniquità".

Habacuc 1:13 E quale eredità dell'Onnipotente dall'alto! Che cosa erediterei, cioè che cosa riceverei, dall'alto, se fossi così peccatore? Il versetto successivo dà la risposta:

3 Non è forse la distruzione per gli empi? L'eredità dei malvagi è la "distruzione", la rovina sia dell'anima che del corpo. Questo è ciò che dovrei aspettarmi se mi arrendessi alla schiavitù della lussuria e della concupiscenza. E una strana punizione per gli operatori di iniquità? La rara parola neker (rkg), tradotta qui con "strana punizione", sembra significare "alienazione da Dio" -- essere trasformato da amico di Dio in suo nemico (comp. Buxtorf, 'Lexicon Hebraicum et Chaldaicum,' che spiega rkg con "alienatio; " e il commento di Schultens suGiobbe 31:3), "Necer, a Deo alienatio")

4 Non vede egli le mie vie e non conta tutti i miei passi?

vedi - Giobbe 7:18-20 - ; e sotto, - Giobbe 34:21 - . Confronta anche - Salmi 139:3, Proverbi 5:21, 15:3 - , ss.

OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 4.- La vigilanza di Dio

I È LA SUA CONCENTRAZIONE SULLA CONDOTTA. Dio vede le vie di Giobbe. Non si limita all'osservazione delle azioni esteriori, perché legge il cuore degli uomini e giudica dal corso della vita interiore. Tuttavia, è dalle azioni di un uomo, comprese le azioni interne, che Dio giudica un uomo. Ciò che interessa di più al nostro grande Maestro è come esercitiamo la nostra volontà, in che modo scegliamo di camminare, come diamo forma alla nostra condotta quotidiana. Poco gli importa delle nostre opinioni e delle nostre emozioni, se non nella misura in cui queste guidano e influenzano il nostro comportamento. Se, quindi, Dio apprezza principalmente la condotta, la condotta dovrebbe essere di primaria importanza per noi. Qualunque altra cosa ci possa preoccupare, la nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di vedere che le nostre vie sono giuste

II LA SUA ASSOLUTA ACCURATEZZA. Giobbe dice che Dio conta tutti i suoi passi. Perciò Dio prende nota di ciascuno di loro. Nessun passo falso può sfuggire alla sua attenzione. Il piccolo scivolone non è inosservato da Dio. Ci vede inciampare quando non cadiamo e osserva come ci allontaniamo per un breve periodo, anche se poi torniamo sulla retta via. Questa verità ha un lato incoraggiante. Dio sa quanti passi abbiamo fatto; perciò, se il cammino è lungo e faticoso, egli non si è dimenticato di noi, e può darci riposo e forza. Egli sa quanti passi dobbiamo ancora fare; Perciò Egli ci darà una sufficiente provvista di grazia, sia che la strada sia lunga o breve, e non si aspetterà da noi più di quanto la lunghezza o la brevità della vita permettano

III IL SUO MOVENTE SUGGERITORE. Dio non guarda come una spia, come Satana quando era ansioso di scoprire qualche debolezza in Giobbe per informare contro di lui;Giobbe 1:7-10 né con alcun disegno di rovina, come Satana che ora va in giro come un leone ruggente che cerca chi possa divorare; Né con fredda curiosità, divertendosi con le debolezze dei suoi figli, né con l'intuizione puramente giudiziaria, cercando la verità e trattando lealmente, ma senza simpatia o interesse per le sue creature. Dio osserva con il più profondo interesse, con l'interesse dell'amore. La sua vigilanza è come quella della madre che si china sulla culla, notando attentamente ogni sintomo mutevole nel suo bambino malato

IV I SUOI RISULTATI FINALI. Dio non veglia per nulla. È più di un ispettore; Egli agisce in base a ciò che vede, e il suo osservare è seguito dal suo agire

1. Il peccato non può rimanere impunito. Non c'è modo di sfuggire all'occhio del grande Osservatore degli uomini. L'idea sciocca che la segretezza possa trovare una via d'uscita è solo un'illusione quando abbiamo a che fare con uno che sa tutto, a cui tutti i segreti sono aperti

2. Il bisogno non può soffrire di negligenza. I poveri e i sofferenti sono dimenticati tra gli uomini, e i miserabili scompaiono dalla vista dopo essere caduti nelle avversità, perché le grandi città nascondono moltitudini di sofferenti sconosciuti e solitari. Eppure Dio conta ogni passo doloroso sul sentiero della delusione e, poiché sa tutto, darà sicuramente l'aiuto necessario. Poiché vide la condizione degli uomini, provvide alla loro guarigione mediante la redenzione mediante il dono di suo Figlio, W.F.A

5 se ho camminato con vanità, o se il mio piede si è affrettato a ingannare. "Se sono stato una menzogna vivente, cioè se, sotto una bella dimostrazione di pietà e rettitudine di vita, sono stato, come voi miei amici supponete, un ingannatore e un ipocrita, nascondendo i miei peccati segreti con una semplice pretesa di fare il bene, allora prima vengo smascherato meglio è. Lasciami pesare", ss. La dolorosa accusa di ipocrisia è stata fatta ripetutamente dagli amici di Giobbe durante il colloquio,Giobbe 4:7-9; 8:6,12; 11:4-6,11-14; 15:30-35; 18:5-21; 20:5-29 - , ss. e ha profondamente afflitto il patriarca. È un'accusa così facile da fare, e così impossibile da confutare. Tutto ciò che l'uomo giusto, così falsamente accusato, può fare è appellarsi a Dio: "Tu, Dio, sai. Tu, Dio, un giorno farai vedere la verità"

6 Lasciami pesare su una bilancia uniforme; letteralmente, lascia che lui (cioè Dio) mi pesi sulla bilancia della giustizia. L'uso di queste immagini da parte degli egiziani è già stato notato.

vedi il commento su - Giobbe 6:2 È una parte essenziale di ogni rappresentazione egiziana del giudizio finale delle anime da parte di Osiride. I meriti di ogni uomo sono formalmente pesati su una bilancia, che è accuratamente raffigurata, ed egli è giudicato di conseguenza. Giobbe chiede che ciò possa essere fatto nel suo caso, immediatamente o in ogni caso alla fine. Vuole che l'atto sia compiuto, affinché Dio conosca la sua integrità, o meglio, la riconosca. (Così il professor Leo.) Giobbe non ha dubbi che un'indagine approfondita sul suo caso porterà a un riconoscimento e alla proclamazione della sua innocenza

Un equilibrio equilibrato

Il lavoro desidera solo essere pesato su una bilancia equilibrata. Sente che i suoi amici lo hanno giudicato in modo tutt'altro che equo, e ora desidera ardentemente la vera giustizia di Dio

LA GIUSTIZIA DI UN EQUILIBRIO EQUO È MOLTO DESIDERABILE. Gli uomini hanno avuto una visione molto ristretta della giustizia, una visione così ristretta da essere praticamente falsa e fallace. La giustizia è stata considerata come il potere che punisce il peccato, e anche se, naturalmente, questo è vero, non si tratta di una descrizione della vera natura e del suo carattere ultimo, ma solo di una dichiarazione di una delle sue funzioni speciali, una funzione che non esisterebbe se il peccato non fosse entrato nel mondo. Eppure la giustizia avrebbe ampio campo se non ci fosse la malvagità. Non è come il boia, la cui occupazione scomparirebbe con la cessazione dell'illegalità. Il diritto è rettitudine. È il principio che insiste sul vedere fatto il bene. Ogni amante del bene deve desiderare di vedere fiorire un tale principio. Tra uomo e uomo la giustizia è equità. Quando diciamo che Dio agisce con giustizia, sottintendiamo che egli agisce in modo equo. Questo potrebbe non significare uguaglianza. Perché caricare un mulo con lo stesso fardello che metteremmo sul dorso di un elefante non è affatto un trattamento equo. L'equità non è uguaglianza. Ma è un modo di trattare in modo adeguato e proporzionato ogni individuo

II LA GIUSTIZIA DI UN EQUILIBRIO EQUO È RARA TRA GLI UOMINI. Giobbe non lo vide, e perciò lo desiderava molto. Molte cose falsificano la bilancia della giustizia

1. Pregiudizio. La verità dovrebbe essere su un lato della bilancia, come nella leggenda egizia di pesare le anime dei morti. Ma il pregiudizio o riduce il peso della verità e quindi ne diminuisce il valore, o aggiunge il proprio peso

2. Interesse personale. La giustizia dovrebbe essere imparziale; ma gli uomini non lo sono. Un puro distacco della mente è molto difficile da acquisire. Invece di considerare il merito, le persone tengono conto di ciò che gli piace o di ciò che può essere vantaggioso per loro

3. Ignoranza. Quando c'è la massima genuinità del desiderio di pesare giustamente, possiamo commettere un errore semplicemente perché non mettiamo tutti i fatti sulla bilancia

III LA GIUSTIZIA DI UN EQUILIBRIO EQUILIBRATO SI TROVA PRESSO DIO

1. Equità pura. Non permette a nessun pregiudizio di deformare il suo giudizio, a nessun interesse personale di pervertire il suo verdetto. Dio è perfettamente giusto nel suo carattere. Perciò egli può giudicare gli uomini con giustizia. Essendo egli stesso giusto, non è mai spinto ad agire diversamente che rettamente

2. Conoscenza. Dio non commette nessuno degli errori non intenzionali che sono così comuni tra gli uomini. Tutta l'intricata massa di eventi viene dipanata dal suo sguardo perfettamente penetrante. Quando disperiamo di avere un caso veramente visto dai nostri simili, possiamo alzare gli occhi al grande Giudice di tutta la terra ed essere certi che egli conosce tutto. Certamente, allora, è molto necessario stare con la giustizia di Dio, affinché questo possa vendicarci e non condannarci. Ma solo la giustizia data da Dio in Cristo può renderci possibile questo. - W.F.A

7 Se il mio passo si è allontanato. Se; cioè, in qualsiasi momento mi sono consapevolmente e volontariamente allontanato dalla via dei tuoi comandamenti, come mi sono stati resi noti da uomini pii o dalla tua legge scritta nel mio cuore, allora lascia che seguano le conseguenze menzionate nel versetto successivo. O se il mio cuore ha camminato secondo i miei occhi, e se di conseguenza qualche macchia si è attaccata alle mie mani, cioè se mi sono reso colpevole di qualche atto di peccato. Va ricordato che Giobbe ha la testimonianza di Dio stesso del fatto che era "un uomo perfetto e retto, che temeva Dio e fuggiva il male.Giobbe 2:3 #Giobbe 31:8

Allora lasciami seminare e lascia che un altro mangi.

comp. - Giobbe 5:5; Levitico 26:16; Deuteronomio 28:33,51 - , ss. L'espressione è proverbiale. sì, la mia progenie sia sradicata; piuttosto, il mio prodotto, o il prodotto del mio campo (vedi la Versione Riveduta)

9 Se il mio cuore è stato sedotto da una donna; piuttosto, adescato o allettato da una donna. Se, cioè, mi sono lasciato sedurre in qualsiasi momento dalle astuzie di una "donna straniera",Proverbi 5:3 6:24 - , ss. e ho ceduto fino al punto di seguirla; e se ho teso un'imboscata alla porta del mio prossimo, aspettando l'opportunità di entrare senza essere visto, mentre il buon uomo è lontanoProverbi 7:19 Giobbe non sta parlando di ciò che ha fatto, ma di ciò che gli uomini possono sospettare che abbia fatto

10 Allora lascia che mia moglie si affidi a un'altra; Cioè: "Che la moglie del mio seno sia portata così in basso da essere costretta a fare il lavoro servile di macinare il grano nella casa di un'altra donna". La condizione delle schiave che macinavano il grano era considerata il punto più basso della schiavitù domestica.

vedi - Ester 11:5; Isaia 47:2 E gli altri si inchinino su di lei. Essi, cioè, rivendichino il diritto del padrone e la riducano all'estrema degradazione. Ci sarebbe una giusta nemesi in questa punizione di un adultero.

vedi - 2Samuele 12:11 #Giobbe 31:11

Perché questo è un crimine odioso. Il delitto di adulterio sovverte il rapporto familiare, sul quale è piaciuto a Dio di erigere l'intero tessuto della società umana. Perciò nella legge ebraica l'adulterio era considerato un reato capitale,Levitico 20:10 Deuteronomio 22:22 sia nella donna che nell'uomo. Tra le altre nazioni l'adultera era comunemente punita con la morte, ma l'adultera ne usciva impunemente. Nelle comunità moderne l'adulterio è per lo più considerato non come un crimine, ma come un torto civile, a causa del quale si procede contro l'adultero. È un'iniquità essere puniti dai giudici; letteralmente, è un'iniquità dei giudici, cioè una di quelle di cui i giudici prendono atto

Un crimine efferato

Giobbe considera giustamente l'adulterio come un crimine efferato che merita una punizione;

IL GRANDE MALE DI QUESTO CRIMINE. Contiene in sé una combinazione di vari tipi di malvagità terribili

1. Infedeltà. Marito e moglie hanno giurato di essere fedeli l'uno all'altra. L'adulterio è una violazione dei voti matrimoniali. Anche se la purezza non fosse stata originariamente vincolante, l'assunzione volontaria del giogo del matrimonio l'avrebbe resa tale. Il peccato di infedeltà al vincolo matrimoniale è quello di aver infranto una promessa solennissima

2. Crudeltà. Questo non è un peccato che può essere commesso interamente per conto proprio. Un torto grave e irreparabile viene fatto ad un altro. Per amore del piacere egoistico, una casa, che avrebbe potuto essere un centro di amore e di gioia, viene fatta a pezzi da una gelosia oltraggiata e resa miserabile con il totale naufragio delle speranze della giovinezza

3. Impurità. Alcuni hanno pensato che, dato che la felicità non sempre accompagna il matrimonio, l'"amore libero" sarebbe stato più desiderabile. Si dimentica che il termine stesso è un termine improprio. Non può esistere vero amore senza costanza e fedeltà. Quando queste virtù vengono rimosse, ciò che viene chiamato amore è, nel migliore dei casi, una fantasia passeggera; nel peggiore dei casi è una passione ripugnante. L'anima dell'adultero è macchiata e corrotta

4. Ateismo. Questo grande peccato oscura la visione di Dio. Implica una violazione di un'istituzione divina, ed è quindi infedeltà a Dio così come a un compagno umano. L'anima dell'adultero è perduta per la vita di santità e il vero servizio di Dio

II IL GIUSTO TRATTAMENTO DI QUESTO CRIMINE

1. Non con l'abolizione del matrimonio. Questo non è che il rifugio della disperazione. In alcuni ambienti si dice che il matrimonio è un fallimento. Ma ovunque si tratti di un fallimento, alcuni dei suoi ingredienti necessari sono stati trascurati. Se non c'è vero amore, se manca la simpatia, se non si pratica la tolleranza reciproca, l'intima unione tra marito e moglie deve portare a litigi perpetui. Ma quello che vogliamo è elevare il livello del matrimonio. L'abolizione del matrimonio per tutta la vita è praticamente l'abolizione della più sacra istituzione cristiana: la famiglia. Deve aprire le porte del vizio permettendo suggerimenti, di licenze che sono ora, almeno in una certa misura, tenuti a freno dalla coscienza sociale che rispetta il vincolo matrimoniale

2. Con la forma più efficace di riprovazione. Giobbe considerava un'iniquità essere punito dai giudici. Questo era il vecchio metodo ebraico, e i puritani del New England tentarono di riportarlo in vita. Ma grandi difficoltà si frappongono all'avvio di procedimenti penali per adulterio. Inoltre, non è compito dello Stato punire il vizio, ma prevenire le ingiurie dirette o indirette. Ora, sebbene l'adulterio sia un'offesa, non è chiaro il corso per un trattamento legale di esso come tale. Ma questo non significa che il vizio debba passare inosservato. Merita il più severo stigma sociale. Giace sotto l'ira di Dio. Dovrebbe essere prevenuto per quanto possibile con un'educazione saggia e pura dei giovani e l'inculcazione di princìpi di purezza sociale

12 Poiché è un fuoco che consuma fino alla perdizione; cioè è una cosa che fa scendere l'ira di Dio su un uomo, così che "nella sua ira si accende un fuoco che brucerà fino all'inferno più basso".Deuteronomio 32:22 Confrontate la frase su Davide per la sua grande trasgressione.2Samuele 12:9-12 E sradicherebbe tutto il mio raccolto, cioè "distruggerebbe tutto il mio patrimonio", sia inducendomi a sprecare le mie sostanze per il mio compagno nel peccato, sia facendo scendere i giudizi di Dio su di me fino alla mia rovina temporale

13 Se disprezzassi la causa del mio servo o della mia serva. Giobbe ora nega un quarto peccato: l'oppressione dei suoi dipendenti. Elifaz lo aveva generalmente accusato di durezza e crudeltà nei suoi rapporti verso quelli più deboli di lui,Giobbe 22:5-9 ma non aveva particolarmente indicato questo tipo di oppressione. Poiché, tuttavia, questa era la forma più comune del vizio, Giobbe ritiene giusto disconoscerla, prima di dedicarsi alle diverse accuse mosse da Elifaz. Non ha maltrattato i suoi schiavi, né maschi né femmine. Egli non ha "disprezzato la loro causa", ma le ha dato piena considerazione e attenzione; egli li ha uditi quando contendevano con lui; Egli ha permesso loro di "contendere"; è stato un padrone giusto e non duro. La schiavitù di cui parla è evidentemente di un tipo in base al quale lo schiavo aveva certi diritti, come lo era anche sotto la Legge mosaica.Esodo 21:2-11 #Giobbe 31:14

Versetti 14, 15.-Che cosa farò dunque quando Dio sorgerà? Giobbe considera Dio come il Vendicatore e il Campione di tutti gli oppressi. Se fosse stato duro e crudele con i suoi dipendenti, avrebbe provocato l'ira di Dio, e Dio si sarebbe sicuramente "alzato" un giorno per punire. Che cosa poteva dunque fare lui? Che cosa se non sottomettersi in silenzio? Quando verrà a trovarmi, che cosa gli risponderò? Non ci poteva essere una valida difesa. Lo schiavo era ancora un uomo, un fratello, una creatura di Dio, alla pari del suo padrone. Non lo ha forse fatto colui che mi ha fatto nel grembo materno? E non ci ha forse uno solo fatto nel grembo materno? Dio "ha fatto di un solo stato d'animo tutte le nazioni degli uomini", e tutti i singoli me, "perché abitino sulla faccia della terra". Tutti hanno dei diritti, in un certo senso uguali. Tutti hanno diritto a un trattamento giusto, a un trattamento gentile, a un trattamento misericordioso. Giobbe è in anticipo sulla sua età nel riconoscere la sostanziale uguaglianza dello schiavo con l'uomo libero, che altrimenti sarebbe stata a malapena insegnata da nessuno fino alla promulgazione del vangelo.

vedi 1Tm 6:2; Fm 1:16 #Giobbe 31:16

Se ho trattenuto i poveri dal loro desiderio. Come Elifaz aveva sostenuto,Giobbe 22:6,7 e come Giobbe aveva già negato.Giobbe 29:12,16 Il dovere di soccorrere i poveri, solennemente ingiunto al popolo d'Israele nella Legge,Deuteronomio 15:7-11 era generalmente ammesso dalle nazioni civili dell'antichità. In Egitto si insisteva particolarmente su questo. "I doveri dell'Egiziano verso l'umanità", dice il dottor Birch, "consistevano nel dare pane agli affamati, da bere agli assetati, vestire agli ignudi, usare l'olio dai feriti e seppellire i morti" ('Egypt from the Early Times', p. 46). O hanno fatto venir meno gli occhi della vedova. "Tu hai rimandato le vedove a mani vuote", fu una delle accuse di Elifaz.Giobbe 22:9 "Ho fatto cantare di gioia il cuore della vedova", rispose Giobbe.Giobbe 29:13 La debolezza della vedova è sempre stata sentita per darle un diritto speciale sulla benevolenza dell'uomo.

vedi - Ester 22:22; Deuteronomio 14:29; 16:11,14; 24:19; 26:12,13; Salmi 146:9; Proverbi 15:25; Isaia 1:17; Geremia 7:6 - ; Malachia3:5; 1T 5:16; - Giudici 1:27);

17 O ho mangiato io solo il mio boccone, e l'orfano non ne ha mangiato. Con la vedova, l'orfano è di solito congiunto, come oggetto uguale di compassione.

vedi - Esodo 22:22; Deuteronomio 10:18; Salmi 68:5; Isaia 1:17; Geremia 22:3; Ezechiele 32:7; Zaccaria 7:10 - , ss. Elifaz aveva accusato in modo speciale Giobbe di oppressione degli orfani,Giobbe 22:9 e la sua accusa era stata negata da Giobbe.Giobbe 29:12 Egli afferma ora di aver sempre condiviso il suo pane con gli orfani, e di averli resi partecipi della sua abbondanza

18 Fin dalla mia giovinezza, infatti, egli è stato allevato con me, come presso un padre, e io l'ho guidata fin dal grembo di mia madre; cioè ho sempre, da quando ho memoria, protetto l'orfano e fatto del mio meglio per aiutare la vedova. Fin dai miei primi anni di vita ho avuto l'abitudine di comportarmi in questo modo. Il linguaggio è esagerato; ma aveva, senza dubbio, una base di fatto su cui poggiare. Giobbe fu allevato in questi principi

19 Se ho visto qualcuno perire per mancanza di vestito.Giobbe 22:6 - , dove Elifaz tassa Giobbe per tale azione; e, sul dovere di vestire gli ignudi, vedi - Isaia 58:7 Ezechiele 18:7,16 Matteo 25:36 O qualsiasi povero senza copertura. Un parallelismo pleonastico

20 Se i suoi lombi non mi hanno benedetto,

vedi sopra, - Giobbe 29:11,13 e se non si è riscaldato con il vello delle mie pecore. Vestito, cioè, con un abito filato con la lana prodotta dalle mie pecore. Un grande sceicco come Giobbe teneva in serbo molti di questi indumenti, pronti per essere dati a coloro che erano nudi o mal vestiti, quando venivano sotto la sua osservazione.Isaia 58:7 #Giobbe 31:21

Se ho alzato la mano contro l'orfano, cioè se l'ho oppresso in qualche modo. Quando vidi il mio aiuto al cancello, cioè quando ne ebbi il potere, quando vidi i miei amici e i miei seguaci radunati in forze al cancello dove si stavano giudicando le cause. Il torto e il furto che i poveri subiscono in Oriente sono sempre stati in gran parte dovuti al fallimento della giustizia nei tribunali, dove il potere, e non il diritto, ha la meglio

22 Allora lasci cadere il mio braccio (o meglio, la mia spalla) dalla scapola. Giobbe fu, forse, indotto a fare questa imprecazione piuttosto strana dal fatto che, nella malattia di cui soffriva, porzioni di osso a volte si staccano e si staccano. E il mio braccio si spezzerà con l'osso. Il mio avambraccio, cioè, si stacca dall'osso della parte superiore del braccio, e si stacca da esso

23 Perché la distruzione da parte di Dio era per me un terrore. Non avrei potuto, cioè, agire nel modo che Elifaz mi aveva accusato, poiché ero sempre stato timorato di Dio, e avrei dovuto essere dissuaso, se non altro, almeno dal timore della vendetta divina. E a causa della sua altezza non ho potuto sopportare. La maestà e l'eccellenza di Dio sono tali che non avrei potuto avere il volto di resistergli. Se! se avessi iniziato un corso di vita come Elifaz mi aveva affidato,Giobbe 22:5-9 non avrei potuto persistere in esso

24 Se ho fatto dell'oro la mia speranza. Questo è un peccato di cui il patriarca non era stato direttamente accusato. Ma era stato più o meno insinuato.

vedi - Giobbe 15:28; 20:10,15,19; 22:24 - , ss.) Può anche, forse, aver sentito una certa inclinazione in tal senso. o hai detto all'oro fino: Tu sei la mia fiducia.

Sulla fiducia che l'uomo malvagio confida nelle ricchezze, vedi - Salmi 49:6; 52:7; 62:10; Marco 10:24; Luca 12:16-19

La speranza dell'oro

Giobbe qui ci ricorda il "Libro dei Morti" egiziano, in cui l'anima, convocata davanti ai suoi giudici, recita una lunga lista di peccati e si dichiara innocente di tutti loro. In questo capitolo il patriarca passa sopra a molti tipi di malvagità e invoca la giusta punizione se si è reso colpevole di qualcuno di essi. La sua auto-rivendicazione gli è stata imposta dalle ripetute false accuse dei suoi amici. Sappiamo che Giobbe non era privo della coscienza del peccato; ma non era colpevole dei crimini e delle grandi azioni di malvagità che Boon gli era stato accusato. Tra le altre cose malvagie, egli ripudia onestamente di riporre la sua speranza e la sua fiducia nell'oro

I IL FASCINO DELLA SPERANZA DELL'ORO. Questa speranza ha un grande influsso sugli uomini. Non è in alcun modo limitato ai proprietari di ricchezza. I poveri danno troppo peso alla speranza dell'oro che bramano, mentre i ricchi sopravvalutano ciò che è alla loro portata. La passione per l'oro impazzisce agli scavi; Ma si trova nei sobri percorsi della vita aziendale. Consideriamo le sue fonti

1. Ampio potere d'acquisto. L'oro non è ricercato per il suo luccichio. Il vecchio avaro che infilava la mano nelle sue borse di monete con gioia selvaggia si è estinto. L'adoratore moderno dell'oro è troppo saggio per accumulare il suo denaro inutilmente. Ma che il denaro venga speso o meno, è considerato un bene potenziale. Compra tutte le materie prime visibili. La gente arriva a pensare che tutto ciò che vuole può essere ottenuto con l'oro

2. Materialismo. L'abitudine di impietrirsi con le cose terrene sembra aumentare il valore dell'oro cancellando alla vista tutto ciò che è sopra la terra. I cieli si perdono di vista e l'universo si restringe nel cerchio degli oggetti che possono essere procurati con il denaro

II LA FATALITÀ DELLA SPERANZA DELL'ORO. Il fascino è fatale; attira la rovina

1. Abbassa l'anima. L'adoratore viene sempre assimilato al suo idolo. Chi adora l'oro arriva ad avere un cuore duro e terreno come il metallo di cui è schiavo. Così tutte le qualità spirituali più raffinate vengono schiacciate e spente, e un sordido appetito per il denaro domina l'uomo interiore

2. Incoraggia l'egoismo. La speranza è per la propria vendita Lo vediamo nel vizio spaventosamente prevalente del gioco d'azzardo. Il giocatore d'azzardo infatuato è intossicato da un'eccitazione la cui radice è pura avidità, egoismo spietato. I suoi guadagni non sono produzioni, che si aggiungono alla ricchezza del mondo, ma semplicemente e unicamente ciò che si può ottenere dai beni di altre persone. Tutto il suo profitto è fatto dalla perdita di altre persone. Il gioco d'azzardo è il vizio più antisociale

3. Porta al crimine. L'oro è considerato più della verità o del dovere, o dei diritti del prossimo

4. È disonorevole per Dio. Dio è la vera Speranza dei suoi figli. Quando gli uomini si convertono da lui all'oro, si convertono all'idolo e sono infedeli al loro Signore

5. Finisce con una delusione. L'oro non può comprare le cose migliori: la pace della mente, la purezza, l'amore, il paradiso. Mida è un fallimento alla fine. Dobbiamo imparare a vedere i limiti dell'utilità del denaro, e guardare al di là di essi per trovare la nostra vera speranza e fiducia in ciò che è migliore dell'oro: le imperscrutabili fiches di Cristo

25 Se mi rallegravo perché la mia ricchezza era grande e perché la mia mano aveva ricevuto molto. Giobbe ritiene che sia sbagliato anche solo prendersi cura della ricchezza. Sembra quasi anticipare il detto di San Paolo, che "la cupidigia è idolatria";Colossesi 3:5 e quindi passa senza pausa da questo tipo di adorazione delle creature ad altre comuni ai suoi giorni (Versetti. 26, 27). che egli disconosce allo stesso modo

26 Se vedessi il sole quando splendeva, letteralmente, la luce, cioè la grande luce che Dio ha fatto per governare il giorno.Genesi 1:16 L'adorazione del sole, la forma meno ignobile di idolatria, era largamente diffusa in Oriente e in Egitto fin da tempi molto remoti. Secondo il punto di vista di alcuni, la religione degli Egiziani era poco più che un complicato culto del sole dal suo inizio fino alla sua ultima fase. "Le nozioni religiose degli Egiziani", dice il dottor Birch, "erano principalmente connesse con il culto del sole, con il quale in un periodo successivo furono collegate tutte le principali divinità. Come Hag, o Harmachis, rappresentava il sole giovanile o nascente; come Ra, il mezzogiorno; e come Turn. il sole al tramonto. Secondo le nozioni egiziane, quel dio galleggiava in una barca attraverso il cielo o l'etere celeste, e scendeva nelle regioni oscure della notte, o Ade. Molte divinità assistevano al suo passaggio o erano connesse con il suo culto, e gli dèi Amen e Khepr, che rappresentavano il dio invisibile e autoprodotto, erano identificati con il sole" ('Egypt from the Early Times,' Introduction, pp. 9., 10.). Anche coloro che non si spingono fino a questo punto ammettono che il culto solare era, in ogni caso, un elemento molto importante nel culto dell'Egitto (vedi l'autore "History of Ancient Egypt", vol. 1, pp. 342-364). Nella religione babilonese e assira la posizione del dio-sole era preminente, ma ancora, come San, o Shamas, occupava un posto importante, ed era l'oggetto principale di venerazione religiosa per un vasto corpo di adoratori ('Ancient Monarchies,' vol. 1. pp. 126-128; vol. 2. pp. 17, 18). Nel sistema vedico il sole rappresentava Mitra, e in quello zoroastriano Mitra, in entrambi i quali occupava una posizione elevata. Presso gli Arabi si dice che il sole, adorato come Orotal, fosse anticamente l'unico dio, sebbene fosse accompagnato da un principio femminile chiamato Alilat (Erode, 3:8). O la luna che cammina luminosa. L'adorazione della luna ha. Nella maggior parte dei paesi in cui ha prevalso, è stato del tutto secondario e subordinato a quello del sole. In Egitto. mentre nove divinità sono più o meno identificate con il luminare solare, si può dire che solo due, Khons e Thoth, rappresentino la luna. Nei sistemi vedici e zoroastriani la luna, chiamata Soma, o Hems, quasi abbandonò la religione popolare, in ogni caso come dio lunare. Nell'Arabiun, Alilat, una dea, probabilmente rappresentava la luna, così come Ashtoreth, una dea, nel Pheonician. In Assiria, tuttavia, e in Babilonia, l'adorazione della luna occupava una posizione più elevata, Sin, il dio-luna, aveva la precedenza su Shamas, il dio-sole, ed era un personaggio molto più importante (vedi 'Ancient Monarchies', vol. 1. pp. 123-126; vol. 2. pp. 16, 17). Così sia l'adorazione della luna che quella del sole erano prevalenti tra tutti, o quasi tutti, i vicini di Giobbe

27 E il mio cuore è stato segretamente sedotto, o la mia bocca ha baciato la mia mano. Il peccato del cuore è posto al primo posto, poiché le fens et origo mali' sono la radice spirituale della questione. Da ciò segue naturalmente l'atto esteriore che, nel caso dell'idolatria, era comunemente l'atto esattamente espresso dalla parola "adore": il movimento della mano verso la bocca in segno di riverenza e onore (vedi Plinio, Hist. Nat., 28:2, "Inter adorandum dexteram ad osculum referimus, et totum corpus circumagimus"; e Minucio Felice, ott., 2, Caecilius, simulacro Serapidis denotato, ut vulgus superstitiosum solet, manum ori admovens osculum labiis pressit")

28 Anche questa era un'iniquità che doveva essere punita dal giudice (vedi il commento al versetto 11, adfin.). Da questa espressione si deduce giustamente che, nel paese e nell'epoca di Giobbe, il tipo di idolatria che è qui menzionato era praticato da alcuni, e anche che era legalmente punibile. Poiché avrei rinnegato il Dio che è lassù. L'adorazione di qualsiasi altro dio oltre al Dio supremo è, in pratica, ateismo, poiché "nessun uomo può servire a due padroni". Inoltre, stabilire due dèi indipendenti significa distruggere l'idea di Dio, che implica la supremazia su ogni altro essere

29 Se mi rallegravo della distruzione di colui che mi odiava. "Se in qualsiasi momento sono stato malevolo, se ho augurato il male agli altri, e mi sono rallegrato quando il male si è abbattuto su di loro, essendo (come si esprimevano i Greci) επιχαιρεκακος -- se ho agito così anche nel caso del mio nemico -- allora", ss. L'apodosi è carente, ma può essere supplita da qualsiasi imprecazione appropriata (vedi Versetti. 8, 10, 22, 40). O mi sono innalzato -- cioè mi sono gonfiato ed esaltato -- quando il male lo ha trovato. Nel vecchio mondo gli uomini generalmente si consideravano pienamente autorizzati a esultare per la caduta di un nemico e a trionfare su di lui con parole di contumelia e di disprezzo.

comp. - Giuda 5:19-31, Salmi 18:37-42, Isaia 10:8-14 - , ss. Sembra che ci sia solo un altro passaggio nell'Antico Testamento, oltre al presente, in cui viene mostrata la disposizione contraria. Questo èProverbi 17:5), dove lo scrittore dichiara che "chi si rallegra delle calamità non sarà impunito"

30 Né ho permesso che la mia bocca peccasse augurando una maledizione alla sua anima. Molto meno, intende Giobbe, sono andato oltre il pensiero per la parola, e ho imprecato una maledizione su di lui con la mia bocca, come la maggior parte delle donne è verso i loro nemici.

vedi - 2Samuele 16:5, 1Samuele 17:43; Neemia 13:25, Salmi 109:28; Geremia 15:10 - , ss.) #Giobbe 31:31

Se gli uomini della mia tenda non dicessero: Oh, se avessimo della sua carne, non sazieremmo. Un passaggio molto oscuro, ma probabilmente da collegare con il versetto successivo, in cui Giobbe si vanta della sua ospitalità. Traduci: Se gli uomini della mia tenda non dicessero: Chi può trovare un uomo che non si sia saziato del suo cibo? L'apodosi è carente, come nel versetto 28

32 Lo straniero non si fermò per strada; cioè: "Non permisi a nessuno straniero che mi fosse venuto in mente di alloggiare per la strada, ma, come Abraamo,Genesi 18:2-8 uscii da lui, e lo invitai a entrare, per partecipare alla mia ospitalità". Questa è ancora la pratica degli sceicchi arabi in Siria, Palestina e nei paesi adiacenti (vedi "Holy Land and the Bible" del Dr. Cunningham Geikie, vol. 1, p. 283). Ma io aprii le mie porte al viaggiatore, letteralmente, alla strada, cioè "la mia casa cedette sulla strada e io tenni aperta la porta di casa". Confronta la Mishna, "Sia la tua casa aperta sulla strada" ('Pirke Aboth,' §5)

33 Se coprissi le mie trasgressioni come Adamo, o, alla maniera degli uomini, non mi sembra probabile che Giobbe avesse una tale conoscenza della condotta di Adamo nel giardino dell'Eden da rendere naturale o probabile un'allusione ad essa in questo luogo. Le tradizioni religiose dei Caldei, che ricordano la guerra in cielo, il Diluvio, la costruzione della Torre di Babele e la confusione delle lingue, non contengono alcuna menzione di Adamo o del Paradiso. Né, per quanto ne so, c'è, tra le altre antiche leggende, un parallelo con la storia della Caduta come narrata inGenesi 4). Tanto meno il dettaglio subordinato di Adamo che si nasconde fa la sua comparsa in nessuno di essi. La traduzione marginale, "alla maniera degli uomini", è quindi, credo, da preferire. Nascondendo la mia iniquità nel mio seno. Ciò non è particolarmente pertinente al caso di Adamo, che «si nascose alla presenza del Signore Dio tra gli alberi del giardino».Genesi 4:8

Versetti 33, 34.- La vergogna dell'esposizione pubblica

Giobbe chiede se ha nascosto il suo peccato e si è sottratto all'esposizione pubblica per paura della moltitudine. Al contrario, è stato franco e senza paura, osando affrontare il mondo perché è vero e onesto

IO, IL COLPEVOLE, HO PAURA DI ESSERE ESPOSTO PUBBLICAMENTE. Questo è un sentimento comune. È "alla maniera degli uomini". È stato visto in Adamo che si nasconde in giardino. La vergogna segue il peccato. Il senso di colpa crea vigliaccheria. Colui che ha tenuto la testa alta nella sua innocenza non osa guardare i suoi simili quando ha commesso un crimine. Ogni occhio sembra seguirlo con sospetto. La sua immaginazione trasforma il passante più indifferente in un detective. La paura amplifica l'importanza delle sciocchezze, fino a quando gli eventi più piccoli sembrano essere anelli di una catena che sta trascinando il miserabile criminale verso la rovina. Si sente intrappolato in una rete e non sa da che parte girarsi per liberarsi

II NON C'È ALCUN VALORE MORALE NELLA PAURA DI ESSERE ESPOSTI PUBBLICAMENTE. Il peccatore non è cosciente dell'indegnità interiore, o almeno questo non è il suo sentimento più forte. Tutto ciò che teme è l'esposizione pubblica. Non è pentito del suo peccato; Si vergogna solo della sua disgrazia. Inoltre, sebbene abbia tanta paura di essere scoperto dall'uomo, non ha alcun pensiero che l'occhio di Dio sia su di lui, e non si preoccupa che Dio lo disapprovi. Il suo unico pensiero è per i suoi simili, l'opinione del mondo. Questa paura è del tutto bassa ed egoistica. Non scaturisce dalla coscienza; Si occupa solo delle conseguenze della malvagità, non della malvagità stessa. Non ha alcun riguardo per la legge oltraggiata; Pensa solo alla punizione minacciosa. Tale punizione può tradursi in sanzioni visibili. Il criminale può dover andare in prigione o al patibolo, o quando la folla cattura la sua vittima può "linciarlo". Il terrore di una miserabile creatura che si nasconde dall'attesa vendetta del popolo deve essere un'agonia terribile. Tuttavia, non c'è nulla che tocchi la natura superiore in questo. Forse, però, la paura è solo di uno stigma sociale. L'uomo che era stato in una posizione d'onore si trova oggetto di disprezzo universale. La vergogna è insopportabile. Si morde la testa per la vergogna. È miseramente egoista nella sua degradazione

III È UNA COSA FELICE NON AVERE OCCASIONE PER LA VERGOGNA DI ESSERE ESPOSTI PUBBLICAMENTE. Alcuni uomini sono così immersi nella malvagità che sono al di sotto della vergogna, così familiari con la disgrazia che non la sentono. Senza dubbio sarebbe un passo avanti per questi uomini risvegliarsi alla consapevolezza della loro condizione abietta. Ma per coloro che non sono persi in ogni senso della pubblica decenza, è certamente bene essere in grado di distinguersi coraggiosamente davanti al mondo e non temere l'indagine. Eppure, anche quando questo può essere fatto, ci possono essere malintesi che portano a false accuse, o ci possono essere peccati mondani che i nostri simili non condannano. Perciò colui che si ricorda di dover rendere conto di sé a Dio non si accontenterà di ottenere l'approvazione dei suoi simili, né si abbatterà nella disperazione se la perde, finché avrà il sorriso del suo supremo Maestro. Quando la coscienza di un uomo è pulita verso il Cielo, non deve temere di essere esposto pubblicamente. Può incontrare il disprezzo sociale, come i martiri. Ma anche se questo può essere doloroso per lui, può essere calmo e paziente, sapendo che alla fine Dio rivendicherà il diritto. - W.F.A

34 Ho forse temuto una grande moltitudine! piuttosto, perché temevo la grande folla o la grande assemblea, cioè il raduno del popolo alla porta in occasioni di affari pubblici. Se Giobbe fosse stato consapevole di tutti i peccati grandi e atroci, non avrebbe condotto la vita aperta e pubblica che, prima delle sue calamità, aveva sempre condotto;Giobbe 29:7-10,21-25 avrebbe avuto paura di comparire alle riunioni pubbliche, per timore che i suoi peccati fossero resi noti, e avrebbe attirato su di lui il disprezzo e il disprezzo, invece del rispetto e delle acclamazioni a cui era abituato. O il disprezzo delle famiglie mi terrorizzava? piuttosto, e il disprezzo delle famiglie mi terrorizzava. Il disprezzo delle tribù e delle famiglie riunite, che si sarebbe potuto riversare su di lui in tali riunioni, sarebbe stato del tutto sufficiente a impedirgli di parteciparvi. Se per caso si fosse trovato in una situazione e avesse visto di essere guardato con disapprovazione, doveva aver taciuto per evitare di essere osservato. La prudenza avrebbe consigliato quell'astensione più completa che è implicita nella frase, e non sarebbe uscita dalla porta; cioè "sono rimasto a casa mia"

35 Oh, quello mi sentirebbe! Cioè, oh, se avessi l'opportunità di invocare la mia causa, di presentare la mia causa davanti a un giusto giudice di avere accuse apertamente mosse contro di me, e di avere "uno" per ascoltare la mia risposta ad esse! Giobbe non considera i suoi "confortatori" come persone del genere. Sono prevenuti; si sono persino fatti suoi accusatori. Ecco, il mio desiderio è che l'Onnipotente mi risponda; piuttosto, ecco, ecco la mia firma, lascio che l'Onnipotente mi risponda. Questo passaggio è tra parentesi. Giobbe preferirebbe essere giudicato da Dio, se fosse possibile, e quindi respinge il desiderio. Ecco la sua supplica nei capitoli 29-31; Ed ecco la sua attestazione a voce, che equivale alla sua firma. E che il mio avversario aveva scritto un libro; oppure, aveva scritto un atto d'accusa contro di me. Giobbe avrebbe voluto che le cose fossero messe in discussione. In mancanza di un processo e di una sentenza divini, cosa che egli non può aspettarsi, gli basterebbe che il suo imputato tirasse fuori formalmente la sua lista di accuse, e gliene presentasse una copia, dandogli così l'opportunità di rispondere. Se ciò fosse fatto, allora (egli dice)

L'atto d'accusa

Giobbe desidera qualcosa di simile a un'accusa legale. La sua esperienza suggerisce confusione, incertezza, irregolarità. Pone "il suo segno", e ora vuole che il suo Avversario -- che, secondo il pensiero di Giobbe, non può essere altri che il suo Giudice, Dio -- elabori un atto d'accusa affinché possa sapere una volta per tutte quali accuse sono state mosse contro di lui

L 'UOMO NON RIESCE A CAPIRE IL MODO IN CUI DIO AGISCE CON LUI. Questo pensiero ricorre ripetutamente nel Libro di Giobbe; È una delle grandi lezioni del poema. Ora possiamo vedere che Giobbe stava giudicando male Dio quasi quanto i tre amici stavano giudicando male Giobbe. Ma a quel tempo non era possibile per il patriarca comprendere il proposito divino nelle sue sofferenze. Se avesse saputo tutto, gran parte del grazioso disegno del suo processo sarebbe stato frustrato. L'oscurità stessa era una condizione necessaria per mettere alla prova la fede. Mentre stiamo sopportando un processo, raramente riusciamo a vedere il problema di esso. Il nostro sguardo è quasi limitato all'immediato presente. Inoltre, ci sono conseguenze future dell'attuale trattamento di Dio nei nostri confronti che non potremmo veramente comprendere se fossero visibili per noi. Il bambino non è in grado di valorizzare la sua educazione e di apprezzarne i buoni risultati. Il paziente non è in grado di comprendere il trattamento medico o chirurgico a cui è costretto. Mentre camminiamo per fede, dobbiamo imparare ad aspettarci dispensazioni della provvidenza che sono del tutto al di là della nostra comprensione

II È NATURALE DESIDERARE UNA SPIEGAZIONE DEL MODO IN CUI DIO HA TRATTATO L'UOMO

1. Che i dubbi possano essere eliminati. È difficile non diffidare di Dio quando sembra che abbia a che fare con noi. Se solo volesse far rotolare indietro le nuvole, saremmo tranquilli

2. Per la nostra guida. Dio ci sta accusando di peccato? Dobbiamo prendere i suoi castighi come punizioni? Allora quali sono i peccati in noi che egli disapprova di più?

III DIO NON PUNISCE SENZA PERMETTERCI DI VEDERE I MOTIVI DELLA SUA AZIONE. Giobbe desiderava ardentemente un'accusa. Voleva vedere le accuse contro di lui in bianco e nero,

1. Quando siamo colpevoli, la coscienza rivelerà il fatto. Sarebbe mostruoso condannare e punire il criminale senza nemmeno fargli sapere del reato di cui è accusato. Non osiamo attribuire una tale ingiustizia a Dio. Ha instillato in noi una voce accusatrice che riecheggia le sue accuse. Se cerchiamo la luce e la guida della coscienza, dobbiamo essere in grado di vedere come abbiamo peccato e come siamo caduti sotto l'ira di Dio

2. Quando non si deve trovare la coscienza della colpa, la sofferenza non può essere per la punizione del peccato. Siamo tutti consapevoli del peccato, ma il peccato può essere perdonato; potremmo non allontanarci da Dio, ma aderire a Lui, anche se con la debolezza e il peccato nel cuore, pur sempre con fedele adesione. Allora Dio non punirà. Se, quindi, il colpo cade, è per qualche motivo diverso da quello penale. Di conseguenza, non dobbiamo cercare ansiosamente qualche malvagità invisibile e insospettata. Giobbe commise un errore nel chiedere un'incriminazione. Non ce n'era, semplicemente perché non c'era alcun motivo per farlo. Le coscienze troppo scrupolose sospettano l'ira del Cielo quando la graziosa purificazione del ramo fecondo è in realtà un segno dell'apprezzamento che l'agricoltore ne ha per esso. - W.F.A

36 Certo, lo prenderei sulle mie spalle -- il posto d'onore

vedi - Isaia 9:6; 22:22 -- e me lo legherei come una corona, cioè adornerei il mio capo, come con un diadema

37 Gli avrei dichiarato il numero dei miei passi; cioè non nasconderei nulla. Divulgherei volentieri ogni atto della mia vita. Darei una risposta piena e completa all'accusa in ogni particolare. Come un principe vorrei avvicinarmi a lui. Non ci dovrebbe essere timidezza o rabbrividimento da parte mia. Affronterei coraggiosamente il mio accusatore e mi comporterei come un principe in sua presenza

38 Versetti Si suppone generalmente che questi versetti, con l'eccezione dell'ultima frase del versetto 40, siano fuori luogo. Come terminazione, formano un anti-climax e indeboliscono notevolmente la perorazione. Il loro posto sembrerebbe essere tra i Versetti. 32 e 33

Se la mia terra grida contro di me, cioè se la mia terra rinnega la mia proprietà, come se fosse stata acquisita per torto o rapina. Se anche i solchi si lamentano, o, piangono, come se fossero stati strappati ai loro legittimi proprietari e afferrati da un estraneo. L'apodosi è nel versetto 40

39 Se ne ho mangiato i frutti senza denaro, cioè senza acquisire un titolo su di essi mediante acquisto. O hanno causato la perdita della vita ai suoi proprietari. O con la violenza vera e propria o privandoli dei mezzi di sostentamento.

vedi il commento su - Giobbe 29:13 Giobbe era stato accusato di rapina e oppressione sia da ZofarGiobbe 20:12-19 che da Elifaz.Giobbe 22:5-9 Non era stato, tuttavia, accusato di omicidio vero e proprio

40 Crescano cardi invece di grano e vongole invece di orzo. Allora fa' che io sia adeguatamente punito trovando che la terra, di cui sono stato ingiustamente posseduto, non produce altro che cardi (o spine) ed erbacce nocive, come le vongole (Versione Autorizzata) o la cicuta (Professor Lee). Le parole di Giobbe sono finite. Questo può essere considerato sia come la conclusione di Giobbe del suo lungo discorso, sia come un'osservazione dell'autore. Nel complesso, la prima tesi è da preferire

Illustratore biblico:

Giobbe 31

1 CAPITOLO 31

Giobbe 31:1-32

Ho fatto un patto con i miei occhi.

Custodisci i sensi:

Proteggi fortemente i tuoi sensi esteriori: questi sono gli approdi di Satana, specialmente l'occhio e l'orecchio. (W. Gurnall.)

Metodi di vita morale:

Diamo un'occhiata al tipo di vita che Giobbe dice di aver vissuto, e nel far ciò si noti che tutti i critici concordano nel dire che questo capitolo contiene più gioielli di illustrazione, di figura o di metafora, di qualsiasi altro capitolo di tutto l'eloquente libro. Giobbe è quindi al suo meglio intellettuale. Che ci dica che tipo di vita ha vissuto: mentre se ne vanta, possiamo prenderne avvertimento; Proprio le cose su cui è più chiaro possono forse risvegliare la nostra diffidenza. Giobbe aveva provato una vita meccanica: "Ho fatto un patto con i miei occhi" (ver. 1). Il significato di "una vita meccanica" è una vita di regolazione, penitenza, disciplina; una vita tutta scandita come una mappa; una specie di vita tabulata, in cui ogni ora ha il suo dovere, ogni giorno la sua forma peculiare o espressione di pietà. Giobbe si colpì; si mise davanti agli occhi una tavola di negazioni; non doveva fare cento cose. Si teneva ben sotto controllo; quando ardeva col fuoco, si tuffava nella neve; Quando i suoi occhi vagarono per un momento, li colpì entrambi e si accecò nella sua pia indignazione. Sta rivendicando una ricompensa per questo. Davvero sembrerebbe che una ricompensa fosse dovuta. Che cosa può fare di più un uomo che scrivere su carta semplice ciò che eseguirà o ciò che si asterrà dal fare in ogni giorno della settimana? La sua prima riga dice cosa farà, o non farà, all'alba; sarà in piedi con il sole, e allora compirà un tale dovere, o crocifiggerà questa o quella passione e vivrà una specie di vita militare; Sarà un vero soldato. È questo il vero modo di vivere? O c'è un modo più eccellente? Possiamo vivere dall'esterno? Possiamo vivere secondo le carte, le mappe, gli orari e le regole stampate? La razza può essere allenata nelle sue più alte facoltà e aspetti all'ombra del Monte Sinai? O la vita deve essere regolata dall'interno? È la condotta che deve essere raffinata, o il motivo che deve essere santificato e ispirato? La vita è un lavaggio delle mani o una purificazione del cuore? Il momento per la risposta non è adesso, perché abbiamo a che fare con un caso storico, e l'uomo in questione dice di aver tentato una vita programmata. Scriveva o stampava di suo pugno ciò che avrebbe fatto e ciò che non avrebbe fatto, e si atteneva ad esso; e sebbene si attenesse ad esso, una mano invisibile lo colpì in faccia, e un fulmine non assestò mai un colpo più mortale. Giobbe poi dice che cercava di mantenere una buona reputazione tra gli uomini: "Se ho camminato con vanità, o se il mio piede si è affrettato a ingannare; fa' che io sia pesato su una bilancia equa, affinché Dio conosca la mia integrità. Se il mio passo si è sviato, e il mio cuore ha camminato secondo i miei occhi, e se qualche macchia si è attaccata alle mie mani, poi lasciami seminare e lascia che un altro mangi; sì, sia sradicata la mia progenie" (versetti 5-8) . Quella era una sfida pubblica. C'erano testimoni; che si facciano avanti: c'era un registro pubblico; Che sia letto ad alta voce. Quest'uomo non chiede quartiere; dice semplicemente: leggi quello che ho fatto; Che il nemico stesso lo legga, perché nemmeno la lingua della malizia può pervertire il record di onestà. Non porterà questo una provvidenza solare? Non tenterà questo il cielo condiscendente ad essere gentile e a dare l'incoronazione pubblica a un patrono così fedele? Non c'è forse nobiltà per un uomo che ha fatto tutto questo? Anzi, deve essere spostato dalla borghesia e gettato giù, per essere un fratello per i draghi e un compagno per i gufi? Ha fatto tutto questo, eppure dice: "La mia pelle è nera su di me e le mie ossa sono bruciate dal calore. La mia cetra si è mutata in lutto, e il mio organo è la voce di quelli che piangono" (30:30, 31). Non è questo che abbiamo pensato della Provvidenza. Abbiamo detto: Chi vivrà meglio agli occhi del pubblico sarà stimato dal giudizio pubblico con il massimo onore e cordialità: il pubblico si prenderà cura dei suoi servitori; il pubblico difenderà l'uomo che ha fatto tutto il possibile nell'interesse del pubblico; Lo schiavo, uomo o donna, correrà in soccorso del padrone, a motivo delle benignità ricordate. Giobbe ne è proprio sicuro? Certamente, altrimenti non avrebbe usato quelle imprecazioni che sgorgavano dalle sue labbra eloquenti: - Se ho fatto così, e così, allora lasciami seminare, e lascia che un altro mangi; Sì, sia sradicata la mia discendenza, sia mia moglie servilmente accolta l'altra, cada il mio braccio dalla scapola e il mio braccio si spezzi dall'osso. Allora Giobbe stesso parla seriamente. Eppure, egli dice, anche se ho fatto tutto questo, sono gettato nel fango e sono diventato come polvere e cenere. Anche se ho fatto tutto questo, Dio è crudele con me e non mi ascolta. Mi alzo e non mi guarda, con la sua mano potente si oppone contro di me. Egli mi ha sollevato al vento, mi ha scacciato con disprezzo, non mi ha dato il tempo di ingoiare la mia saliva, io, l'uomo modello del mio tempo, sono stato schiacciato come una bestia velenosa. Giobbe, quindi, non modifica l'accusa contro Dio. Non gli sfugge nulla dell'argomento e non nasconde nulla del tragico fatto. Fa una dichiarazione lunga, minuta, completa e urgente. E questa affermazione si trova nella Bibbia! In realtà si trova in un Libro che ha lo scopo di affermare l'eterna provvidenza e giustificare le vie di Dio all'uomo! È qualcosa che la Bibbia potrebbe contenere entro i suoi limiti: il Libro di Giobbe. È come gettare le braccia intorno a una fornace; È come se un uomo insistesse per abbracciare una bestia famelica e considerarla un membro della famiglia. Queste accuse contro la Provvidenza non si trovano in un libro scritto nell'interesse di ciò che viene chiamato infedeltà o incredulità; questo impeachment fa parte del libro di Dio. (Joseph Parker, D.D.)

14 CAPITOLO 31

Giobbe 31:14

Che cosa farò dunque quando Dio si alzerà?-

La grande domanda:

1.) La mente di Giobbe fu profondamente colpita dal senso della propria responsabilità. C'è un'inclinazione naturale nella mente dell'uomo a diminuire il senso di responsabilità. Nella maggior parte delle operazioni della vita gli uomini manifestano spesso il desiderio di sottrarsi il più possibile alla responsabilità personale. Ci sono responsabilità che derivano dalla conformazione stessa della società in cui viviamo, che non possono essere evitate. Non può mai essere una questione di scelta con noi, se saremo responsabili davanti a Dio, e agli occhi di Dio. La natura stessa della nostra relazione con Dio implica responsabilità, e anche il carattere stesso di Dio, in riferimento a tale relazione, implica responsabilità. La responsabilità dell'uomo verso Dio si estende a tutto l'essere morale dell'uomo

2.) La convinzione di Giobbe che verrà un giorno in cui Dio risorgerà. Come Sovrano, facendo inquisizione e tenendo una grande assise in cui l'universo dovrebbe essere coinvolto. E Dio "visiterà". Questo termine è spesso usato nel senso di visita a scopo di punizione. Dio sorgerà come legislatore dell'universo, come promulgatore di una legge che è stata universalmente violata e che non ha esercitato la sua influenza restrittiva sul cuore degli uomini perché la loro fedeltà era venuta meno. Necessariamente ci deve essere una rivendicazione. O la giustizia di Dio deve fallire, o ci deve essere una rivendicazione. Come la legge di Dio raggiunge i più minuti dettagli dell'esistenza umana e della condotta umana, la rivendicazione deve raggiungere ogni interesse personale, i dettagli di ogni vita individuale. E il Signore deve venire come un vendicatore; perché la rivendicazione implica vendetta. Il Dio il cui braccio ha portato la salvezza, sarà il Dio che visiterà sulla via della vendetta. Giobbe chiede: "Quando verrà a trovarmi, che cosa gli risponderò?" Non dovremmo porci la stessa domanda? Che cosa risponderà l'uomo di questo mondo, di piacere e di guadagno? Renditi conto della necessità di trovare una risposta. C'è solo una risposta. Non c'è altro da fare che aggrapparsi alla Croce di Gesù. (George Fish, LL.B.)

Il grande racconto:

L'argomento che ci viene sottoposto è una nostra responsabilità personale; che ognuno deve rendere conto di se stesso a Dio. Nulla è nascosto all'occhio onniveggente di Geova, che scruta il cuore e le reni, e guarda il motivo, l'oggetto, lo spirito, con cui l'uomo agisce

(I.) La responsabilità dell'uomo. Tutti dobbiamo rendere conto a Dio, non solo i padroni, ma anche i servi; e dobbiamo rendere conto di tutte le transazioni della vita quotidiana. Ogni uomo ha tempo, talenti, opportunità, doni; ogni uomo ha una certa posizione, ogni uomo ha una certa quantità di influenza; e tutti noi siamo responsabili del giusto uso davanti a Dio. Nessuno di voi può aiutare questa influenza a diffondersi su coloro che vi circondano; Nessuno di voi può evitare le cose che fate, raccontandole, in un modo o nell'altro, a coloro con cui avete rapporti. Devi fare il bene, o devi fare il male. Dobbiamo affrontare questa responsabilità, perché è una responsabilità che preme sempre

(II.) Il modo di adempiere a questa responsabilità. Qui si parla di due cose

1.) Che cosa dobbiamo fare? Considerandoci responsabili verso Dio, che cosa faremo quando Egli risorgerà in giudizio? Non dobbiamo forse temere di affrontare un Dio santo? Ci nasconderemo da Dio per eludere il Suo occhio indagatore? Questa è sicuramente una considerazione vana. Resisteremo alla Sua chiamata? Sicuramente anche questo è vano

2.) Che cosa risponderemo? Diremo che non abbiamo infranto uno dei comandamenti di Dio? Dovremmo, come il fariseo, paragonarci agli altri? Dovremmo 'cominciare a trovare scuse'? Imploreremo la misericordia di Dio? Chi è sbadato non può incontrare Dio. Né può farlo il formalista; né l'ipocrita e il pretendente. Le due grandi cose che dobbiamo conoscere sperimentalmente sono il pentimento e la fede verso il Signore Gesù Cristo. "Credi nel Signore Gesù Cristo", e sarai subito liberato dal potere della legge e da tutte le accuse di Satana, perché Gesù lo ha vinto, e anche tu ottieni la vittoria mediante la fede in Lui. (Giovanni W. Reeve, M.A.)

La sentenza finale e il motivo dell'assoluzione:

(I.) La certezza di un giorno di visita e resa dei conti

1.) Ciò è indicato dalla testimonianza di coscienza. La coscienza è il vicegerente dell'Onnipotente. Discrimina tra virtù e vizio, attribuendo a entrambi i rispettivi premi

2.) Con un riferimento all'economia morale dell'uomo, o all'economia dei rapporti di Dio verso l'uomo

3.) La certezza di un giorno di visita è pienamente spiegata nel Libro di Dio

(II.) Il motivo su cui deve essere preparata una risposta alla domanda nel nostro testo. Classificare la comunità cristiana in quattro compartimenti

1.) Ci sono alcuni che non hanno una risposta preparata. Questo è un fatto di indubbia certezza

2.) Altri preparano una risposta in base a un principio ipocrita. Essi invocano l'ubbidienza alle esigenze della legge di Dio

3.) Altri confidano nella misericordia di Dio non pattuita

4.) Ma alcuni prendono un terreno più alto, e stanno preparando la loro risposta in riferimento alla giustizia di Cristo Gesù nostro Signore. Questa è l'unica supplica che reggerà all'esame, l'unico fondamento per l'esercizio della misericordia. (Adam Gun, A.M.)

Il giorno della visita:

Sebbene Giobbe sembri aver avuto un'indebita stima della propria rettitudine, e certamente abbia aderito alla propria integrità con una tenacia biasimevole, tuttavia la sua scrupolosa coscienziosità è molto ammirabile. Il più piccolo atto di ingiustizia o di oppressione, anzi, anche di negligenza, verso il più meschino schiavo o servitore di casa, era visto da Giobbe come un peccato contro Dio, e di cui Dio lo avrebbe chiamato in seguito a rendere conto!

(I.) L'occasione contemplata. "Quando Dio si leverà e quando visiterà" in giudizio

1.) Sembra ora, per così dire, indifferente agli affari degli uomini

2.) Sta arrivando un giorno in cui Egli si alzerà e visiterà. È il giorno della morte. È il giorno della punizione. È il giorno del giudizio

3.) La certezza del suo avvicinamento. La responsabilità sembra quasi un istinto nell'uomo. Il giorno del giudizio deve venire, non c'è scampo da esso

4.) Eppure la maggior parte delle persone crede e agisce come se non ci credesse. Com'è sorprendente l'indifferenza dei credenti che si professano!

(II.) L'importante inchiesta riguardo a questo evento solenne. "Quando Egli verrà a trovarmi, che cosa Gli risponderò?"

1.) C'è dell'individualità in questa domanda; è il soliloquio dell'anima. Non che cosa farà quest'uomo; ma che cosa devo fare?

2.) È, cosa devo fare? Ma il tempo dell'azione è finito. Posso scappare e nascondermi? Posso eludere o ingannare? Posso contendere con Lui?

3.) È, cosa devo rispondere? Varie sono le scuse con cui gli uomini soddisfano ora la loro coscienza, ma allora non serviranno a nulla. I seguenti non avranno nulla da rispondere: uomini viziosi e dissipati. Uomini che hanno trascurato le loro anime. Formalisti soddisfatti di se stessi. Il professore spirituale che non si è allontanato dal peccato segreto. Ci sarà uno che potrà rispondere: il povero, penitente, umile, discepolo credente di Gesù. (F. Chiudi, A.M.)

15 CAPITOLO 31

Giobbe 31:15

Non lo ha fatto colui che mi ha fatto nel grembo materno?-

Dio, il Creatore universale:

(I.) Illustrate la dottrina qui trasportata. Sia l'alto che il basso, il ricco e il povero, tutti i tipi e le condizioni degli uomini, hanno un solo Creatore comune

1.) L'unità della creazione. I gusti, le abitudini, le dimore e le apparenze degli uomini sono diversi, ma gli uomini sono una sola famiglia

2.) L'alta posizione dell'Essere Divino. Non c'è nessuno che divida la Sua lode, nessuno che rivendichi la Sua posizione

3.) L'armonia dell'agire provvidenziale di Dio. Egli può far sì che un evento si adatti ad un altro, una persona ad assistere e aiutare il suo prossimo, e dagli elementi apparentemente diversi a creare un tutto perfetto, armonioso e bello

(II.) Applicare l'argomento al nostro miglioramento. Ci viene insegnato dal fatto dichiarato da Giobbe. Se vediamo un altro peccato, il nostro linguaggio dovrebbe essere: "Non l'ha fatto colui che mi ha fatto?" E noi dovremmo sopportarlo teneramente. Se vediamo un altro nel bisogno o nella povertà, il nostro pensiero dovrebbe essere: "Non l'ha fatto colui che mi ha fatto?" E dovremmo permetterci il nostro miglior sollievo

1.) Alcuni suggerimenti per il nostro dovere verso Dio. Egli è il nostro Creatore. Come nostro supremo Benefattore e Creatore, dovremmo manifestare il nostro senso della Sua autorità su di noi e la nostra dipendenza dalla Sua cura

2.) Alcune riflessioni sul nostro dovere reciproco. (Omilestico.)

Diritti comuni dell'uomo:

Non abbiamo avuto un solo e medesimo Creatore, e non abbiamo di conseguenza la stessa natura? Possiamo osservare a proposito di questo sentimento:

1.) Che indica uno stato di vedute molto avanzato nei confronti dell'uomo. Il tentativo è sempre stato fatto da coloro che desiderano tiranneggiare gli altri, o che mirano a rendere schiavi gli altri, per dimostrare che sono di una razza diversa, e che nel disegno per cui sono stati fatti, sono del tutto inferiori. Argomenti sono stati derivati dalla loro carnagione, dalla loro presunta inferiorità di intelletto e dal profondo degrado della loro condizione, spesso poco superiore a quella dei bruti, per dimostrare che erano originariamente inferiori al resto dell'umanità. Su questo è stato spesso insistito, e più spesso sentito che sollecitato, l'appello che è giusto ridurli in schiavitù. Poiché questo sentimento esisteva così presto, e poiché c'è così tanto che si può plausibilmente dire in sua difesa, ciò dimostra che Giobbe aveva derivato le sue opinioni da qualcosa di più delle speculazioni degli uomini e del desiderio di potere, quando dice che considerava tutti gli uomini come originariamente uguali e come aventi lo stesso Creatore. Si tratta, infatti, di un sentimento a cui gli uomini sono stati praticamente molto riluttanti a credere, e che si fa strada molto lentamente anche sulla terra

2.) Questo sentimento, se abbracciato e messo in pratica in modo equo, distruggerebbe presto la schiavitù ovunque. Se gli uomini sentissero di ridurre in schiavitù coloro che in origine erano allo stesso livello di se stessi, creati dallo stesso Dio, con le stesse facoltà e per lo stesso fine; Se sentissero che nella loro stessa origine, nella loro natura, c'è ciò che non può essere reso mera proprietà, ciò abolirebbe presto l'intero sistema. Essa si mantiene solo quando gli uomini si sforzano di convincersi che c'è una qualche inferiorità originaria nello schiavo che rende giusto che egli sia ridotto in schiavitù e tenuto come proprietà. Ma non appena si potrà diffondere il sentimento di Paolo, che "Dio ha fatto di un solo sangue tutte le nazioni degli uomini", in quel momento le catene dello schiavo cadranno, ed egli sarà libero. (Albert Barnes.)

19 CAPITOLO 31

Giobbe 31:19

Se ho visto qualcuno perire per mancanza di vestiti.

La giustizia di un brav'uomo:

Queste parole espongono in generale la pratica di un uomo buono negli atti di misericordia e di rettitudine, che lo dichiarano, più di ogni altro, un seguace del nostro benedetto Signore. Ma principalmente implicano qualcosa riguardo alla natura, al modo e all'oggetto di quegli atti. Nella pratica volgare, infatti, gli uomini non si curano molto di conoscere i bisognosi, e sono tutti disposti a fare gentilezza a coloro le cui fortune non lo richiedono, o che possono ricambiare lo stesso; ma il comportamento del brav'uomo è come quello di Giobbe. Se non ci preoccupiamo di approvare noi stessi davanti a Dio, facendo tutto il bene che possiamo ai nostri fratelli, siamo sprofondati nello stato miserabile dell'inferno. Per prevenire questa miseria dobbiamo stare attenti alle nostre menti, affinché non cadano in un umorismo avido, che è una macchia per l'anima, che difficilmente può essere eliminata. La cupidigia preme sempre sul peccatore e non lascia spazio a un pensiero sobrio o implacabile. L'umanità sembra essere distinta in ranghi superiori e inferiori dalla sapienza e dalla provvidenza divina, al fine di esercitare una carità universale. Una carità che addolcisce lo spirito degli uomini e, da essere rude e aspro, li rende gentili e affabili con la persona più meschina, pronti a compiacere tutti con una gentile e umile obbedienza. Una carità che non invidia nessuno, ma si compiace della prosperità degli altri, è resa migliore dalla loro salute e si rallegra nel vederli allegri. Una carità che non domina mai, ma disprezza quella solita insolenza che è la fonte di molti disordini, e di molto disprezzo per i poveri. Una carità che non si umilia mai con alterigia o con rimprovero con parole o gesti, ma discute tranquillamente tutte le questioni, per non comportarsi in modo sconveniente. In definitiva, una carità che non pensi nulla di troppo grande da intraprendere, o troppo difficile da subire, per il bene dell'umanità. Ora, se questo tipo di carità prendesse piede nel mondo, migliorerebbe molto la sua condizione e i suoi modi. Ci si deve aspettare una riforma completa solo da coloro che rendono gli altri migliori, con i loro consigli e con il loro esempio. I migliori argomenti per fare l'elemosina sono che è l'unica strada che possiamo seguire

1.) Essere come il nostro benedetto Salvatore

2.) Per fare servizi graditi a Dio

3.) Per salvare le nostre anime per sempre. Pertanto, se sapete queste cose, beati voi se le mettete. (Giovanni Hartcliffe, B.D.)

La supplica del pover'uomo fu ascoltata:

Qualcuno espresse sorpresa a Eveillon, canonico e arcidiacono di Angers, che nessuna delle sue stanze fosse rivestita di moquette. Rispose: "Quando entro in casa mia d'inverno, i pavimenti non mi dicono che sono freddi; ma i poveri, che tremano alla mia porta, mi dicono che vogliono dei vestiti".

24 CAPITOLO 31

Giobbe 31:24-28

Se ho fatto dell'oro la mia speranza.

Sull'amore del denaro:

Com'è universale tra coloro che sono alla ricerca della ricchezza fare dell'oro la loro speranza, e tra coloro che sono in possesso di ricchezze, fare dell'oro fino la loro fiducia! Eppure qui ci viene detto che questa è praticamente una rinuncia completa a Dio come praticare alcuni dei peggiori incantesimi dell'idolatria. Ci ritiriamo di fronte a un idolatra come a uno che lavora sotto un grande squilibrio morale, permettendo che i suoi riguardi siano portati via dal vero Dio a un idolo. Ma non è proprio lo stesso squilibrio, da parte dell'uomo, che egli ami qualsiasi bene creato, e nel godimento di esso perda di vista il Creatore, che, completamente assorbito dal presente e dalla gratificazione sensibile, non ci sia più spazio per i movimenti del dovere, o per l'Essere che gli ha fornito i materiali, e lo ha dotato degli organi di ogni soddisfazione? C'è un'importante distinzione tra l'amore per il denaro e l'amore per ciò che il denaro acquista. Ognuno di questi affetti può ugualmente allontanare Dio dal cuore. Ma c'è una malignità e un'inveteratezza dell'ateismo nel primo che non appartiene al secondo, e in virtù del quale si può vedere che l'amore del denaro è, in verità, la radice di tutti i mali. Un uomo differisce da un animale per essere qualcosa di più di un essere sensibile. È anche un essere riflessivo. Ha il potere del pensiero, dell'inferenza e dell'anticipazione. E tuttavia si troverà, nel caso di ogni uomo naturale, che l'esercizio di quei poteri, lungi dall'averlo portato più vicino, ha solo allargato il suo allontanamento da Dio, e ha dato un carattere più deliberato e volontario al suo ateismo che se ne fosse stato completamente privo. In virtù dei poteri della mente che gli appartengono, egli può portare i suoi pensieri al di là dei desideri presenti e della gratificazione presente. Egli può calcolare le visite del desiderio futuro e i mezzi della sua gratificazione. Ma la ragione dell'uomo, e la potenza retrospettiva dell'uomo, non riescono ancora a condurlo, attraverso un processo ascendente, alla causa prima. Si ferma alla causa strumentale che, con la sua saggezza e la sua potenza, ha messo in opera. In una parola, la comprensione dell'uomo è invasa dall'ateismo, così come dai suoi desideri. Non guardare oltre la fortuna come dispensatrice di tutti i piaceri che il denaro può comprare, significa far sì che la fortuna stia al posto di Dio. È per avere un senso, escludere la fede. Abbiamo l'autorità di quella Parola che è stata dichiarata discernitore dei pensieri e delle intenzioni del cuore, che non può avere due padroni, o che non c'è posto in essa per due grandi affetti ascendenti. La cupidigia offre un'aggressione più audace e positiva al diritto e al territorio della Divinità, persino dell'infedeltà. Quest'ultimo non farebbe altro che desolare il santuario del cielo; il primo avrebbe eretto un abominio in mezzo ad esso. Quando la simpatia e la fiducia degli uomini sono verso il denaro, non c'è rapporto diretto, né tra l'uno né l'altro di questi affetti verso Dio; e nella misura in cui invia i suoi desideri e poggia la sua sicurezza sui primi, in quella stessa proporzione rinuncia a Dio come sua speranza e a Dio come sua dipendenza. (T. Chalmers, D.D.)

Il culto della ricchezza:

Qual è la vera idea di proprietà: qualcosa da lasciare alle spalle quando moriamo, o qualcosa che può essere intrecciato con la nostra natura immortale, e quindi durerà per l'eternità? Il denaro, i gioielli, le terre, le case, i libri, le decorazioni di ogni sorta e genere, devono essere presi congeda al letto di morte. Ma ci sono cose che durano. Le abitudini sono inculcate nell'intelletto e nella volontà: l'amore di Dio e dell'uomo, la sincerità, la purezza, il disinteresse, queste cose vivono, e sono realmente proprietà, perché la morte non può toccarle. La maggior parte degli uomini considera la civiltà come un mero progresso materiale; Ma il vero miglioramento umano deve essere un miglioramento dell'uomo stesso. E l'uomo stesso non è ciò che possiede e può maneggiare, e nemmeno la sua struttura corporea, ma è uno spirito rivestito di una forma corporea. Il suo vero miglioramento consiste in ciò che assicura la libertà e la supremazia della parte più nobile della sua natura. Una vera civiltà è quella che promuoverà questo su larga scala nella società umana. Che cosa vediamo ogni anno, quando si avvicina la stagione londinese, se non uno stuolo di madri, come generali, che partono per una campagna, pronte a sopportare qualsiasi quantità di fatica se solo riescono a far sposare le loro figlie, non necessariamente a uomini virtuosi e dall'animo nobile, ma in ogni caso a una fortuna! Che cosa vediamo se non un gruppo di giovani che pensano, forse dopo una carriera di dissipazione, che è giunto il momento di stabilirsi rispettabilmente nella vita, e cercano, ciascuno di loro, non una ragazza che abbia le grazie e il carattere che renderanno felici suo marito e i suoi figli, ma qualcuno che abbia una dote sufficiente per permettergli di mantenere un grande stabilimento! Chi può meravigliarsi, quando la più sacra di tutte le relazioni umane, l'unione dei cuori per il tempo e per l'eternità, è così prostituita al livello brutale di un affare di denaro, che tali transazioni siano rapidamente seguite da mesi o anni di miseria, miseria che, dopo aver ribollito a lungo in privato, è finalmente sfilata davanti agli occhi del mondo meravigliato in mezzo all'indicibile vergogna e degradazione del Tribunale del Divorzio! (Canon Liddon.)

33 CAPITOLO 31

Giobbe 31:33

Se ho coperto le mie trasgressioni come Adamo, nascondendo la mia iniquità nel mio seno.

Nascondere e confessare il peccato:

Coprire e nascondere il peccato è peccato: è l'aggiunta del peccato al peccato. Il peccato è la malattia dell'anima, e non c'è modo di aumentare e rendere disperata una malattia come nasconderla. Il silenzio nutre e cura le malattie del corpo; e così fa le malattie delle nostre anime. Il peccato aumenta in due modi, nascondendo o nascondendo

1.) Nella colpa di esso. L'obbligo della punizione si impadronisce sempre più dell'anima, e ogni uomo è legato più velocemente a quelle catene di tenebre quanto più si sforza di mantenere i suoi peccati nell'oscurità. Più a lungo un peccato rimane sulla coscienza non perdonato, più aumenta la colpa di esso. Ora, per tutto il tempo il peccato è nascosto, per tutto il tempo in cui il peccato è coperto artificialmente e intenzionalmente, rimane imperdonabile; e quindi la colpa di esso deve necessariamente aumentare sull'anima

2.) Il peccato, essendo così coperto, aumenta nella sporcizia e nel contagio di esso, nella sua forza e potenza, guadagna di più sull'anima, diventa più padrone e più padrone; La lussuria comincia a infuriare, a delirare, comanda e porta tutto davanti a sé, mentre noi siamo così sciocchi da tenerla stretta e coperta. Se qualcuno dice: Non è certo così peccaminoso coprire e nascondere il peccato, poiché la Scrittura non condanna forse coloro che non lo hanno nascosto? RISPONDO: C'è un duplice non nascondere il peccato

(1) C'è un non nascondersi che procede dal pentimento

(2) E c'è un non nascondersi che procede dall'impudenza. O c'è un non nascondere il peccato che procede da un cuore spezzato, e c'è un non nascondere il peccato che procede da un volto di bronzo, da una fronte di bronzo. Come Giobbe, parlando di ciò, negherebbe il nascondere e coprire il suo peccato, così afferma la confessione di esso. Così che qui è più inteso che espresso; Quando dice che "non ha coperto", il suo significato è che ha scoperto il suo peccato; Quando dice di non averlo nascosto, il suo significato è che lo ha rivelato. Un uomo pio non solo "non si nasconde", ma è pronto a confessare il suo peccato. Egli fa la confessione per essere liberato dalla condanna. La santa confessione del peccato, che si oppone al coprire o nascondere il peccato, contiene tre cose

1.) La confessione del fatto, ovvero della cosa fatta Giosuè 7,19

2.) Una confessione della colpa; cioè, che così facendo abbiamo fatto male, o abbiamo fatto peccaminosamente e stoltamente

3.) Nella confessione non c'è solo il riconoscimento del fatto e della colpa, ma anche la sottomissione alla punizione. La confessione è un giudizio di noi stessi degno di morte. La vera confessione è sottomettersi alla sentenza del Giudice, sì, giudicare noi stessi e giustificare Dio in tutti, anche nelle Sue dispensazioni più acute e severe. Qualcuno potrebbe dire: C'è bisogno di fare una tale confessione di peccato, visto che Dio conosce già i nostri peccati e li conosce, con tutte le circostanze e le aggravamenti che ne derivano? Ma noi non confessiamo per informare Dio di ciò che Egli non sa, ma per dare gloria a Dio in ciò che Egli sa. Siamo anche chiamati a riconoscere e confessare i nostri peccati a Dio, affinché noi stessi possiamo esserne più profondamente colpiti. La conoscenza che Dio ha del peccato in Sé e per Sé può essere un terrore per i peccatori, il Fatto che Egli li conosca da noi è solo un motivo di conforto; Dio non ha mai promesso di perdonare il peccato perché lo sa, ma lo ha fatto se lo facciamo conoscere. Nulla è noto propriamente a Dio in quella capacità in cui Egli perdona e perdona, se non ciò che è riconosciuto da noi. Il riconoscimento del peccato è...

(1) La confessione di tutti i peccati

(2) Dei nostri peccati speciali in modo speciale

(3) E prende in considerazione tutte le diverse circostanze e aggravamenti di esso. Il peccato dovrebbe essere confessato con sentimento, sincerità, con auto-aborrimento e con fedeltà. (Giuseppe Caryl.)

40 CAPITOLO 31

Giobbe 31:40

Le parole di Giobbe sono finite.

La posizione finale di Giobbe:

Scorrendo come un filo d'oro in tutto questo linguaggio veemente e appassionato, abbiamo visto una vena di pensiero che ha dato a questo interrogante mezzo ribelle un diritto alla nostra simpatia, e che anche se il libro fosse finito qui, avrebbe impedito agli uomini riflessivi di unirsi ai suoi avversari e di abbandonare il sofferente solitario e torturato ai rimproveri dei suoi amici. e alla condanna dei futuri lettori di questa grande controversia. La sua anima, maturata dall'urto ardente di una crudele afflizione, si prepara a un passo, un lungo passo in avanti, in quella progressiva rivelazione di Dio stesso all'uomo, donataci nella Sacra Scrittura. Egli si disgusta alla vista e al senso del torto, e aggrappandosi alla convinzione che, nonostante tutte le apparenze, Dio deve essere giusto, più giusto di quanto i suoi amici, o il suo stesso credo, o la sua stessa esperienza lo abbiano dichiarato, si sforza di essere fedele, allo stesso tempo, a se stesso, alla sua coscienza e al suo Dio. Egli anela a una visione più chiara e a un approccio più vicino all'Essere Divino contro il quale, visto nella luce insufficiente che gli è stata data, ha lanciato un atto d'accusa così veemente, un fiume così terribile di ira fervida e poetica. E mentre egli non ha alcuna speranza sicura e certa di una vita oltre la tomba, come quella che è stata rivelata al mondo in Cristo, tuttavia i suoi patetici gemiti per la definitività della morte lasciano il posto, una volta a una debole aspirazione, e ora a un'affermazione più forte della sua convinzione - che esplode come un lampo di luce dal suo umore più cupo - che anche se deve morire, morire nella sua miseria e desolazione, Dio sarà ancora il suo Goel, il suo Vendicatore; che in qualche modo, non sa come, anche dopo lo shock della morte avrà vista Dio, e avrà i suoi torti riparati; e quindi che colui che una volta gli è stato così caro, e che è caduto così in basso in questa vita, non sarà lasciato ad essere "il più miserabile di tutti gli uomini". E abbiamo notato come, nella sua descrizione della sua prima vita, egli si muova in un'atmosfera serena ed elevata, ci ponga davanti un livello morale di pratica e persino di pensiero che un cristiano potrebbe essere grato di raggiungere e realizzare. E ora, lui e i suoi amici sono allo stesso modo silenziosi, silenziosi ma non convinti. Né l'una né l'altra parte hanno ottenuto l'adesione di coloro contro i quali discutono. Non possono indicare alcuna colpa da parte di Giobbe. Non riesce a convincerli della sua innocenza. Né l'una né l'altra parte, non possiamo fare a meno di sentire, hanno messo le mani su tutta la verità. Eppure ognuno ha esaurito la sua riserva di argomenti, scagliato le sue frecce e svuotato la sua faretra. E per quanto profonda sia la presa che Giobbe ha guadagnato sul nostro interesse e sulla nostra simpatia, tuttavia "la luce e l'ombra sono state così graduate che quelle simpatie non sono interamente confinate da una parte". (Dean Bradley.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 31

1 Ge 6:2; 2Sa 11:2-4; Sal 119:37; Prov 4:25; 23:31-33; Mat 5:28,29; 1G 2:16
Prov 6:25; Giac 1:14,15

2 Giob 20:29; 27:13; Eb 13:4

3 Giob 21:30; Sal 55:23; 73:18; Prov 1:27; 10:29; 21:15; Mat 7:13; Rom 9:22; 1Te 5:3; 2Te 1:9; 2P 2:1
Is 28:21; Giuda 1:7

4 Giob 14:16; 34:21; Ge 16:13; 2Cron 16:9; Sal 44:21; 139:1-3; Prov 5:21; 15:3; Ger 16:17; 32:19; Giov 1:48; Eb 4:13

5 Sal 7:3-5
Sal 4:2; 12:2; 44:20,21; Prov 12:11; Ger 2:5; Ez 13:8

6 1Sa 2:3; Sal 7:8,9; 17:2,3; 26:1; Prov 16:11; Is 26:7; Dan 5:27; Mic 6:11
Gios 22:22; Sal 1:6; 139:23; Mat 7:23; 2Ti 2:19

7 Sal 44:20,21
Nu 15:39; Ec 11:9; Ez 6:9; 14:3,7; Mat 5:29
Sal 101:3; Is 33:15

8 Giob 5:5; 24:6; Lev 26:16; De 28:30-33,38,51; Giudic 6:3-6; Mic 6:15
Giob 5:4; 15:30; 18:19; Sal 109:13

9 Giudic 16:5; 1Re 11:4; Ne 13:26; Prov 2:16-19; 5:3-23; 6:25; 7:21; 22:14; Ec 7:26
Giob 24:15,16; Ger 5:8; Os 7:4

10 Eso 11:5; Is 47:2; Mat 24:41
2Sa 12:11; Ger 8:10; Os 4:13,14

11 Ge 20:9; 26:10; 39:9; Eso 20:14; Prov 6:29-33
Giob 31:28; Ge 38:24; Lev 20:10; De 22:22-24; Ez 16:38

12 Prov 3:33; 6:27; Ger 5:7-9; Mal 3:5; Eb 13:4

13 Eso 21:20,21,26,27; Lev 25:43,46; De 15:12-15; Ger 34:14-17; Ef 6:9; Col 4:1

14 Giob 9:32; 10:2; Sal 7:6; 9:12,19; 10:12-15; 44:21; 76:9; 143:2; Is 10:3; Zac 2:13
Os 9:7; Mic 7:4; Mar 7:2; Giac 2:13
Rom 3:19

15 Giob 34:19; Ne 5:5; Prov 14:31; 22:2; Is 58:7; Mal 2:10
Giob 10:8-12; Sal 139:14-16

16 Giob 22:7-9; De 15:7-10; Sal 112:9; Lu 16:21; At 11:29; Ga 2:10
De 28:32; Sal 69:3; 119:82,123; Is 38:14; Lam 4:17

17 De 15:11,14; Ne 8:10; Lu 11:41; Giov 13:29; At 4:32
Giob 29:13-16; Ez 18:7,16; Rom 12:13; Giac 1:27; 1G 3:17

19 Giob 22:6; 2Cron 28:15; Is 58:7; Mat 25:36,43; Lu 3:11; At 9:39; Giac 2:16; 1G 3:18

20 Giob 29:11; De 24:13

21 Giob 6:27; 22:9; 24:9; 29:12; Prov 23:10,11; Ger 5:28; Ez 22:7
Mic 2:1,2; 7:3

22 Giob 31:10,40; Gios 22:22,23; Sal 7:4,5; 137:6

23 Giob 20:23; 21:20; Ge 39:9; Sal 119:120; Is 13:6; Gioe 1:15; 2Co 5:11
Giob 13:11; 40:9; 42:5,6; Sal 76:7

24 Ge 31:1; De 8:12-14; Sal 49:6,7,17; 52:7; 62:10; Prov 10:15; 11:28; 30:9; Mar 10:24; Lu 12:15; Col 3:5; 1Ti 6:10,17

25 Est 5:11; Prov 23:5; Ger 9:23; Ez 28:5; Lu 12:19; 16:19,25
De 8:17,18; Is 10:13,14; Dan 4:30; Os 12:8; Abac 1:16

26 Ge 1:16-18; De 4:19; 11:16; 17:3; 2Re 23:5,11; Ger 8:2; Ez 8:16
Sal 8:3,4; Ger 44:17

27 De 11:16; 13:6; Is 44:20; Rom 1:21,28
1Re 19:18; Sal 2:12; Os 13:2

28 Giob 31:11; 9:15; 23:7; Ge 18:25; De 17:2-7,9; Giudic 11:27; Sal 50:6; Eb 12:23
Gios 24:23,27; Prov 30:9; Tit 1:16; 2P 2:1; 1G 2:23; Giuda 1:4

29 2Sa 1:12; 4:10,11; 16:5-8; Sal 35:13,14,25,26; Prov 17:5; 24:17,18

30 Eso 23:4,5; Mat 5:43,44; Rom 12:14; 1P 2:22,23; 3:9
Ec 5:2,6; Mat 5:22; 12:36; Giac 3:6,9,10

31 1Sa 24:4,10; 26:8; 2Sa 16:9,10; 19:21,22; Ger 40:15,16; Lu 9:54,55; 22:50,51
Giob 19:22; Sal 27:2; 35:25; Prov 1:11,12,18; Mic 3:2,3

32 Giob 31:17,18; Ge 19:2,3; Giudic 19:15,20,21; Is 58:7; Mat 25:35,40,44,45; Rom 12:13; 1Ti 5:10; Eb 13:2; 1P 4:9

33 Ge 3:7,8,12; Gios 7:11; Prov 28:13; Os 6:7; At 5:8; 1G 1:8-10
Os 6:7

34 Eso 23:2; Prov 29:25; Ger 38:4,5,16,19; Mat 27:20-26
Giob 22:8; 34:19; Eso 32:27; Nu 25:14,15; Ne 5:7; 13:4-8,28; 2Co 5:16
Est 4:11,14; Prov 24:11,12; Am 5:11-13; Mic 7:3

35 Giob 13:3; 17:3; 23:3-7; 33:6; 38:1-3; 40:4,5
Giob 13:21,22; Sal 26:1
Giob 13:24; 19:11,23,24; 33:10,11; Mat 5:25

36 Eso 28:12; Is 22:22
Giob 29:14; Is 62:3; Fili 4:1

37 Giob 9:3; 13:15; 14:16; 42:3-6; Sal 19:12
Ge 32:28; Ef 3:12; Eb 4:15,16; 1G 3:19-21

38 Giob 20:27; Abac 2:11; Giac 5:4
Sal 65:13

39 Ge 4:12
1Re 21:13-16,19; Prov 1:19; Is 26:21; Ez 22:6,12,13

40 Ge 3:17,18; Is 7:23; Sof 2:9; Mal 1:3
Sal 72:20

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